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Autore

Patrizio Pacioni

in archivio dal 03 nov 2008

06/09/19xx, Roma

segni particolari:
Romanzi editi: Un lungo addio (1997) - Le lac du Dramont (2000) Chatters (2001) - DalleTenebre (2002) - Mater (2004) - Quel ramo del lago (2005) - Essemmesse (2006) - Malinconico Leprechaun (2008) - Seconda B (2009)

mi descrivo così:
A writer is larger than life

26 settembre 2011 alle ore 21:04

Malanima mia

di Patrizio Pacioni

editore: Melino Nerella Edizioni

pagine: 120

prezzo: 13,00 €

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Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

recensione di Sabina Mitrano

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