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Racconti di Pier Luigi Tizzano

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  • 11 gennaio 2010
    Primo Maggio

    Come comincia: Sul suo diario aveva disegnato una croce sulla pagina del primo maggio. Era da qualche tempo che Noemi pensava quasi ogni giorno al suicidio. L’idea del suicidio era divenuta una costante nella sua vita, la seguiva ovunque come un fantasma, a volte si intrufolava addirittura nei suoi sogni per farle vedere il suo funerale in cui la madre in lacrime, devastata dal dolore, seguiva la bara come una condannata a morte. Noemi e la morte erano ormai diventate amiche intime, solo che per una ragione o l’altra aveva sempre rimandato l’appuntamento con questa sua cara amica. Non aveva mai trovato il coraggio per togliersi la vita e per questo un giorno decise di aprire a caso il suo diario disegnando una croce nera sulla prima pagina che ne sarebbe venuta.
    Noemi soleva vestire esclusivamente di nero e le sue giornate si risolvevano spesso in vagabondaggi per la città seguendo ogni funerale che incontrava, fermandosi a guardare ammirata le vetrine di tutte le agenzie mortuarie, leggendo i manifesti funebri e contemplando a volte per ore la possibilità del suicidio. Ci voleva del fegato, però, per ammazzarsi, più di quanto ne occorresse per continuare a vivere, e lei lo sapeva bene. Per Noemi il suicidio era l’estremo atto di coraggio. La morte era qualcosa che la affascinava, era così oscura e misteriosa, così onnipotente. Era l’unica certezza nella sua vita, l’unico punto fermo, e ciò la rallegrava. La morte era la sua dea che lei ogni giorno ringraziava e venerava.
    Nelle sue fantasie Noemi aveva sempre immaginato il primo maggio come una giornata buia e piovosa, ma quando quella mattina si svegliò alle undici, si accorse che un sole accecante invadeva con prepotenza la sua stanza. La camera di Noemi era piccola e col soffitto basso, stracolma di candele di ogni tipo che collezionava fin da bambina; c’erano poi una buona collezione di dischi e molti libri, tra i quali anche diversi classici. Alle pareti erano appesi diversi quadri da lei dipinti. Amava dipingere scenari desolati e alienanti, ma soprattutto cimiteri.
    I cimiteri erano la sua passione e così, dopo aver fatto colazione, si diresse al suo cimitero preferito, all’interno del quale conosceva quasi tutti i defunti e ogni volta si fermava dinanzi alle loro lapidi facendo un inchino reverenziale. Conosceva anche tutti i deceduti per suicidio e nutriva per questi una venerazione che sfociava quasi in una folle idolatria. Il suo preferito era Matteo, che era anche il più bello di tutti. Dalla foto sembrava essere stato un ragazzo pieno di vita. Noemi sognava di trovarsi presto in mezzo a loro. Già immaginava la sua tomba bellissima, lucida e risplendente, piena di fiori e con la sua foto più bella che aveva scelto accuratamente tra tante. Amava così tanto i cimiteri che a volte la sera comprava una pizza, qualcosa da bere e si recava lì per cenare e poi dormire, avvolta nel suo sacco a pelo. Era facile scavalcare il muro di cinta. Poi alle cinque del mattino suonava la sveglia del telefonino e ritornava a casa. Nessuno si era mai accorto di niente. Una notte assistette anche alla profanazione di una tomba, acquattata dietro un muro. Nutrì per quei profanatori un odio così profondo da augurargli di vivere il più a lungo possibile.
    Quella mattina passò un paio d’ore al cimitero. Gli uccelli sembravano cantare in coro una melodia sdolcinata e spensierata. Pareva si fossero messi d’accordo sulle note da eseguire. Il sole era caldo e carezzava le sue gote spettrali. Vide la solita signora seduta accanto alla tomba del figlio ventenne morto in un incidente stradale. Era sempre lì, sedeva accanto a quella lapide per ore, e all’ora di pranzo qualcuno che provava pietà per il suo dolore le portava un panino.
    Quando uscì dal cimitero si recò in centro, mischiandosi alla folla umana smaniosa di godersi quel giorno festoso e pieno di sole. Noemi sorrise rallegrandosi per aver scelto di suicidarsi in un giorno di festa. Per lei i suicidi erano sempre una festa. Pensò per l’ennesima volta a cosa l’avrebbe aspettata dopo la morte. Da sempre immaginava una luce gialla, luminosissima, accecante, che l’avrebbe trasportata in un mondo di sogni e di fate, un mondo libero dall’odio e dalle menzogne degli uomini, dai delitti, dalle guerre, dalla povertà, dallo strapotere delle classi dirigenti. Un mondo in cui la sua gioia di vivere sarebbe stata infinita e in cui nessuno avrebbe mai sperimentato l’idea del suicidio, anzi, in cui quest’idea non sarebbe neanche esistita.
    Iniziò a pensare a qualche nobile modo per farla finita, ma non le venne in mente niente. Le parve strano, aveva contemplato il suicidio in così tanti posti da far fatica a ricordarli tutti. Si meravigliò di aver sempre rimandato la scelta del luogo al fatidico giorno, così come non aveva mai escogitato un modo originale per morire.
    All’improvviso si distrasse ed entrò in un bar. Lì, i suoi pensieri cambiarono. Si sedette sola a un tavolo, ordinò un cappuccino e iniziò a leggere un quotidiano, evitando con cura le pagine riguardanti la politica e lo sport. Entrò una zingara con in braccio un bambino. Iniziò a chiedere l’elemosina e Noemi le porse un euro. Dopo qualche minuto le venne in mente che quello era il suo ultimo euro e le sarebbe servito, ma poi ricordò che stava per farla finita. Che sciocca che sono! pensò. A cosa potrebbe mai servirmi quell’euro se sto per andarmene per sempre? E poi, nell’altro mondo i soldi non esistono, così come non esistono tutte le altre cose che fanno impazzire e portano la gente a credere che l’unica possibilità sia il suicidio.
    Uscita dal bar, imboccò un vicolo e ricordò improvvisamente di aver sempre avuto la ferma intenzione di lasciare una lettera ai genitori prima di togliersi la vita, così, giusto per prendersi qualche piccola soddisfazione personale nei confronti di due persone che non l’avevano mai amata né compresa. Tornò in casa, si chiuse in camera, e iniziò a scrivere la lettera. Scoprì che le mancavano le idee. Anche questo le parve strano. Le parole che voleva scrivere le teneva fissate nella mente da tempo, ma ora sembrava le avesse rimosse. Si stese sul letto, contemplò i suoi quadri per un po’, poi uscì di nuovo.
    Si ritrovò su un ponte a lei molto noto. Era un ottimo posto per compiere il nobile gesto. Guardò di sotto. Il traffico era intenso, ma scorreva abbastanza veloce in direzione est. Cercò di salire sul muro di protezione, ma le gambe la tradirono; tremavano, erano come incollate alla terra, sembrava pesassero duecento chili. Poi il suo corpo iniziò a tremare convulsamente e un sudore freddo fuoriuscì dalle sue membra. Le girava la testa, una tremenda fitta allo stomaco la assalì con violenza. Era come se qualcuno le avesse sferrato un violento pugno nello stomaco. Si sentì stordita e credette di svenire da un momento all’altro. Cercò di pensare ad altro ed ebbe come una visione, una visione stranissima. Era piccola, la madre la portava a passeggio in carrozzina, e ad un tratto aveva visto un uomo picchiare una ragazzina impaurita, che piangeva e invocava pietà. Tutto intorno si era radunata una folla di curiosi. Qualcuno gridava, incitando l’uomo a continuare, altri gli intimavano di smettere. Si udì la voce di un uomo adulto gridare: - Continua così. Se lo merita quella sgualdrinella! Dai, picchiala ancora più forte, forza!
    Ad un tratto aveva visto la ragazzina priva di vita per terra e l’uomo che continuava ad accanirsi contro di lei, infierendole calci e bastonate. Noemi aveva iniziato a piangere chiedendo alla madre il perché di tutto ciò e la madre si era limitata a rispondere solamente che così era giusto.
    Ritornò violentemente alla realtà. Era riuscita a salire sul muro di protezione senza accorgersene. Era ancora sudata e la testa le girava sempre più violentemente. Guardò di sotto, le vennero le vertigini. La fitta allo stomaco si fece sentire ancora più forte. Vomitò nel vuoto, poi, come d’istinto si gettò, ma all’indietro, ritrovandosi di nuovo sul ponte. Passò un bambino.
    - Ehi, ma che volevi fare?
    - Niente. - Noemi odiava i bambini.
    - La vuoi una caramella?
    - No, grazie. Vai da mamma.
    - Ciao. - Il bambino sparì.
    All’improvviso Noemi fu assalita da una sensazione di paura senza precedenti, morbosa, ossessiva. Non riusciva a spiegarsi il perché di quel suo stato. Era confusa, la sua mente era in uno stato di anarchia totale, quasi delirante. Rimase ancora un po’ lì. Guardava di sotto e basta. Frammenti di pensieri confusi attraversavano la sua mente, ma non andavano in nessuna direzione.
    Ritornò a casa, fece qualche disegno, poi si stese sul letto. Cercò inutilmente una spiegazione a quella visione. Fu assalita da una sensazione di impotenza; si sentì una perdente. Ancora una volta non aveva trovato il coraggio. Andò in bagno a vomitare di nuovo, ritornò sul letto e fu invasa da una rabbia brutale. Odiò se stessa e la sua codardia. Pianse per un tempo che le parve infinito, poi, quando smise, si asciugò le lacrime con un fazzoletto, prese il diario, lo aprì a caso, e segnò una croce sul giorno tredici settembre.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti”
    edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

  • 11 gennaio 2010
    La malinconia di un sogno

    Come comincia: Alessandra uscì dalla doccia, indossò soffici calze bianche, un pigiama e una vestaglia rosa. Stappò una birra, mise dei pop corn in un vassoietto e sprofondò sul divano per vedere una vecchia pellicola del ’68. Osservava il film con gli stessi occhi con cui lo aveva visto la prima volta, quando decretò immediatamente che quella era la sua pellicola preferita.
    Quando il film finì, si alzò e i suoi occhi azzurri si trovarono a fissare per qualche minuto la vecchia chitarra acustica avvolta nella penombra di quell’umido monolocale che vedeva la luce del sole per poche ore al giorno. La fissò con sguardo imperturbabile, come assente, i suoi occhi non lasciarono trapelare alcuna emozione o pensiero. L’indomani avrebbe compiuto venticinque anni e si era sempre detta che nella musica bisogna sfondare entro quell’età.
    Si recò nella sua camera da letto. Osservò la stracolma biblioteca di cui andava fiera, posò l’attenzione su un vecchio libro di Kafka, Il processo. Lo aveva comprato circa otto anni prima e adesso aveva le pagine giallastre ed era ricoperto da un sottile strato di polvere. Il processo era da sempre uno dei suoi libri preferiti. Iniziò a leggerlo di nuovo e poi, dopo una ventina di minuti, decise di uscire.
    Per strada si imbatté in una sua vecchia compagna di liceo che non vedeva da anni. Questa attaccò con i soliti luoghi comuni che Alessandra tanto detestava tanto che per alcuni secondi la immaginò finire in fondo agli abissi col Titanic. Berta (è cosi che si chiamava) non era mai andata a genio ad Alessandra. Era una di quelle tipe perfettine e leccate che a scuola sono pronte a baciare anche i piedi ai professori pur di ottenere un buon voto. Era inoltre una tipa casa e chiesa; a venticinque anni era già sposata, lavorava in una grossa azienda farmaceutica e progettava di avere un figlio a breve. Berta rappresentava tutto ciò che Alessandra odiava.
    Quando si lasciarono, Alessandra si diresse senza meta in alcuni vicoli scuri, dove sembrava aleggiare nell’aria una stantia puzza di fradiciume. Entrò in un bar piccino ma accogliente per una birra. Non era mai stata lì dentro e scoprì che quel bar faceva proprio al caso suo. Era piccolo, isolato e soprattutto non molto frequentato. Bevve lentamente la birra, ne ordinò un’altra, pagò, ringraziò, uscì.
    Per qualche ora girò a vuoto, camminando senza fretta per le strade del centro, fermandosi incantata dinanzi a tutte le deliziose vetrine dei più eleganti negozi. Adesso osservava una vetrina stracolma di scarpe per donna. Ce n’erano di tutti i tipi. Alessandra le possedeva tutte. Era una famosa cantautrice, scendeva da una limousine con indosso una pelliccia di visone e ai piedi quel paio di scarpe rosse e nere coi tacchi alti che vedeva in alto a destra in quella vetrina. Una marea di giornalisti l’aspettava, ma lei odiava rilasciare interviste perché rilasciare interviste era come prostituirsi; centinaia di fan in visibilio volevano un autografo. Lesse scintilla d’invidia negli occhi di alcune ragazze, provando un’intensa fitta di piacere al cuore, poi sgattaiolò nell’albergo a cinque stelle dove una cameriera rimase incantata dinanzi a quelle scarpe e… All’improvviso qualcuno la urtò, spezzando la malinconia del suo sogno. Era un ragazzino di dieci anni che correva con una palla in mano.
    - Ehi! Stai attento! - gli gridò dietro.
    Continuò a camminare e si immobilizzò davanti ad un’immaginaria suonatrice d’arpa che suonava note che erano carezze per il suo cuore. Quando la melodia finì, si ritrovò senza sapere come in un vicolo antico pieno di librerie con edizioni economiche dei classici. Diede un’occhiata ai libri, decidendo di non comprare niente. A un muro era appeso un vecchio manifesto inumidito e dai colori sbiaditi. Annunciava un concerto in un localaccio malfamato. “Genere rock blues”, così c’era scritto. Alessandra provò un enorme senso di nausea.
    D’un tratto si sentì stanca e si avviò verso casa. Sulla via del ritorno, un ragazzino sui tredici anni, il cui alito di birra si poteva sentire a distanza di cento metri, le fece degli strani apprezzamenti e la invitò ad andare con lui da qualche parte. Alessandra tirò dritta senza distogliere lo sguardo da terra. Focalizzò la sua attenzione sulle cicche di sigarette che erano in terra. Ne contò centoventisei lungo la strada fino a casa.
    Appena rientrata, accese la televisione ma non trovò nulla di interessante. Si dedicò alla lettura di Kafka per una mezz’oretta, poi guardò l’orologio decidendo che si era fatta ora di cena. Ridiscese in strada, comprò una pizza, un paio di birre fredde e ritornò in casa. Mangiò lentamente, con occhi velati di una cupa e malinconica tristezza. Mentre mangiava, cercava le parole per scrivere un nuovo testo.
    Ritornò in camera, dove si trovò a fissare una vecchia foto di lei con la sua unica band. Aveva diciassette anni all’epoca. Si ricordò di Mauro, il bassista che le faceva la corte e ad ogni prova la riempiva di complimenti per la sua bellezza radiosa, e del batterista che non c’era prova in cui non si presentasse completamente ubriaco. Dopo lo scioglimento indolore di quel gruppo, aveva deciso di intraprendere la carriera da solista. I gruppi non facevano per lei. Troppe teste calde messe insieme, troppe idee che, prima o poi, inevitabilmente si sarebbero scontrate.
    Squillò il cellulare, ma non rispose. Non aveva voglia di vedere nessuno.
    Poi si svestì, si sfilò le calze, si rimise il pigiama e si coricò. Spense la luce, rimanendo per alcune ore al buio, guardando il vuoto e cercando di focalizzare qualche pensiero. Sentì dei violenti tuoni fuori. Stava per scoppiare un temporale. Iniziò a piovere, una pioggia violenta e incessante, i tuoni sembravano una vendetta degli dei; facevano tremare i vetri e scuotevano le fondamenta del condominio. Quando finì di piovere si ritrovò avvolta in un silenzio spettrale. Dalla strada non veniva nessun rumore, il mondo intero sembrava morto. Si addormentò.
    L’indomani avrebbe compiuto venticinque anni.

  • 17 novembre 2009
    Il professore

    Come comincia: Il professor Mauro Rossi insegnava lettere e filosofia in un liceo classico intitolato a Carlo Goldoni. Viveva da solo in un umido monolocale alla periferia est della città, non si era mai sposato e con ogni probabilità non aveva mai nemmeno fatto sesso in vita sua, né era mai stato con una ragazza. Era una brava persona, di una umanità straordinaria, solo che della vita reale non sapeva niente. Tutto quello che conosceva lo aveva appreso dai libri. La sua vita sembrava dedita esclusivamente allo studio. Il professore era un tipo bassino, magro, con lineamenti severi ma belli; portava un paio di occhiali spessi e si era ingobbito a furia di star piegato su qualche antico testo di letteratura. Usciva di rado, in genere per fare delle piacevoli passeggiate nella villa comunale, dove scambiava quattro chiacchiere con alcuni conoscenti (pensionati che si ritrovavano puntualmente ad ogni giorno di sole in villa per fumare una sigaretta e parlare dei bei vecchi tempi) e respirava un po’ d’aria fresca. Il suo unico vizio era il fumo. A scuola erano in molti a ridere di lui, non solo tra gli alunni, ma anche tra i suoi stessi colleghi. La sua vita risultava noiosa e banale agli occhi degli altri, ma sembrava che a lui andasse più che bene. Era felice, o almeno così tutti credevano, ma dietro quella maschera nascondeva paesaggi di una solitudine sconfinata.
    Di lì a qualche anno sarebbe andato in pensione e avrebbe così concluso una brillante carriera in cui aveva fatto ogni sforzo per trasmettere un po’ di cultura ad una massa di adolescenti irrequieti e indisciplinati. Era un pomeriggio soleggiato quando ripensò per la prima volta seriamente alla sua vita. Aveva sempre evitato tali pensieri, ma era arrivato il momento di fare un resoconto, un sunto della sua esistenza, di trovarne un senso, di convincersi. Non aveva una donna, non aveva amici con cui confidarsi, non aveva mai fatto esperienze che gli avessero serbato un ricordo piacevole, mai fatto quello che tutti i suoi coetanei avevano fatto quando avevano vent’anni, e cioè ubriacarsi, portarsi a letto donne dai facili costumi, partecipare alle proteste giovanili (il professore era giovane ai tempi della contestazione). Inesorabilmente si avviava verso la vecchiaia e non conosceva una sola persona che avrebbe pianto sulla sua tomba. Voleva lasciare un segno, voleva che qualcuno si ricordasse di lui. All’improvviso gli parve che la vita non avesse senso. Quel pomeriggio Mauro, assalito da un inatteso senso di vuoto e smarrimento, sentendosi solo come non mai, decise che era arrivato il momento di fare amicizia con qualcuno, di avvicinarsi ai suoi simili, di dare una svolta alla sua vita, di iniziare a tessere le tele per avere dei rapporti sociali… Era arrivato il momento di fare qualche esperienza di vita reale.
    Si recò in un bar e ordinò un caffè. Al banco c’era una donna solitaria che sorseggiava un liquore. Era alta, anch’ella sulla sessantina, con un portamento altezzoso e nobile. Sorseggiava tranquillamente il suo liquore e leggeva un quotidiano. Il professore cercava di trovare le parole adatte per intavolare una conversazione, ma era assalito da una morbosa sensazione di paura che gli impediva di iniziare qualsiasi discorso. Gli sembrava di avere la lingua incollata alla gola. Osservava impotente quella donna, rosso in volto come un peperone, incapace di rivolgerle la parola. La donna però si accorse che un paio di occhi erano posati su di lei e si girò a guardare l’uomo. Mauro si trovò faccia a faccia con la signora e, non sapendo cosa fare, disse improvvisamente, meravigliandosi di se stesso: - Posso offrirle qualcosa da bere?
    - Oh, sì. Prendo un altro brandy, grazie. Prendine uno anche tu. Vedrai, ti farà bene.
    - No, grazie. Non bevo.
    - Oh, che sarà mai un goccio! Su, brindiamo insieme!
    - E va bene. Se proprio insiste...
    - Dammi del tu. Io sono Adriana. E tu, come ti chiami?
    - Mauro. Mauro Rossi.
    Il professore si sentiva la faccia ribollire. Era come travolto dalla scioltezza di quella donna.
    - Ok, Mauro. E… cosa fai di bello nella vita?
    - Insegno lettere e filosofia in un liceo classico.
    - Ah, bene. Ti piace leggere? - chiese Adriana.
    - Certo.
    - Anche a me. Quali sono i tuoi autori preferiti?
    - Oh, tanti, tanti.
    Il cameriere servì i due brandy. Adriana levò il bicchiere in alto.
    - Alla salute! - disse. Mauro la imitò e gettò giù quel liquido che gli pareva avesse il sapore del fuoco. Arrossì ancora.
    - Su, prendiamone un altro! - propose Adriana.
    - No, grazie. Mi gira leggermente la testa.
    - Su, fai il bravo. Devi scioglierti. Hai l’aria di sprecato. Sei molto solo, non è vero?
    Il professore evitò di rispondere a quell’ultima domanda. Si sentiva come psicoanalizzato. Si limitò solamente a dire: - Beviamo un altro brandy.
    Brindarono di nuovo. Il professore si sentiva sbronzo. Ok. Pensò. Questa è già una prima esperienza. Non mi sono mai ubriacato in vita mia. Ora l’ho fatto, ma questo stato confusionale non mi piace. Ma è pur sempre un’esperienza, e io ho bisogno di esperienze, esperienze reali. Adriana sembrava divertita da quell’uomo, dalla sua palese timidezza, dalla sua goffaggine, dalla sua aria spaurita. Lo invitò a casa per cena. Mauro accettò l’invito solamente perché era stravolto dall’alcool. Da sobrio non avrebbe mai acconsentito ad andare a casa di un’estranea.
    L’appartamento di Adriana era carino e ben arredato. La mobilia era in perfetto stile moderno e in salotto c’erano diversi bei quadri che attirarono subito l’attenzione del professore.
    - Ti piacciono i quadri? - chiese Adriana.
    - Sì, molto. Anche se non capisco niente di pittura.
    - Anch’io.
    - Mettiti comodo. - Il professore si accomodò su un divano. - Cosa preferisci per cena? Spaghetti al pesto?
    - Sì… Grazie.
    - Ti piacciono?
    - Sì, per me va bene qualsiasi cosa.
    - Ma ti piacciono gli spaghetti al pesto? Sei sicuro? - insistette Adriana.
    - Sì… Sì, parecchio.
    Adriana si dileguò in cucina, dove mise a bollire l’acqua. Tornata in salotto, aprì una bottiglia di brandy e lo versò in due bicchieri. Mauro bevve tutto d’un fiato, sentendosi bruciare la gola. All’improvviso Adriana lo baciò sulla bocca, per pochi secondi, ma con una passione e un ardore che il professore difficilmente avrebbe dimenticato. Era stato il primo bacio della sua vita. Era bello baciarsi.
    Quando la pasta fu pronta mangiarono entrambi con un certo appetito. Adriana stappò una bottiglia di buon vino rosso. Quando si alzarono da tavola, la mente di Mauro era annebbiata e confusa. Si accomodarono sul divano e iniziarono a parlare.
    - Devi essere un uomo molto solo. L’ho capito subito. - esordì Adriana carezzandogli una guancia.
    - Sì, non sai quanto...
    - Sei sbronzo?
    - Sì… Sai, io non so niente della vita. So solo quanto ho letto nei libri, ma di reale… non so niente. Sono confuso.
    - Lo so. Hai bevuto troppo. Sei sposato?
    - No. - Mauro esitò per alcuni istanti prima di rispondere. Poi chiese: - Tu?
    - Sì… ma mio marito non c’è. È fuori per motivi di lavoro. Torna tra un paio di giorni e… Ti confesso una cosa: io odio quell’uomo. È così… patetico, schiavo delle apparenze, della società, del denaro…
    - E perché lo hai sposato?
    - Perché? - Adriana rise. - Per i soldi. Si capisce!
    - Ma lui ti ama?
    - Non ne ho idea, e non mi interessa nemmeno. Ma di certo io non lo amo. Non l’ho mai amato, nemmeno quando eravamo fidanzati da appena due giorni. Ho solo fiutato l’affare. - Guardò fisso Mauro in volto, tirò fuori un biglietto da cinquanta euro e glielo lasciò cadere addosso. - Sono questi che fanno girare il mondo! Senti, ti andrebbe di scopare con me?
    Mauro quasi balzò in piedi dal divano. Aveva paura.
    - Cosa? - chiese. - Ma tu… sei sposata… E poi…
    - Poi cosa? - lo interruppe Adriana ridendo e passandogli un dito sulle labbra.
    - Io… Beh, vedi, io… Non ho mai… Io sono un uomo molto solo, te ne sei accorta anche tu… Beh, io… Non ho mai fatto sesso in vita mia… Oh Dio! Non dovrei nemmeno dirtele queste cose… Ma sono ubriaco, o credo… Sai… i Latini… In vino veritas.
    Le sue erano frasi sconnesse.
    Adriana incollò le sue labbra a quelle del professore, poi disse: - Non preoccuparti. Ti insegno io. Preparati alla più grande esperienza della tua vita, professore!
    Mauro rimase muto.
    - Io vado un attimo in bagno. Tu intanto spogliati. - gli ordinò Adriana.
    Tornata in salotto, Adriana trovò il professore che dormiva come un sasso. Non che avesse bevuto chissà quanto, ma non essendo abituato era crollato subito addormentato. Adriana lo fissò e notò i suoi lineamenti. Erano belli, le piacevano. Non era un uomo brutto, e non doveva essere nemmeno cattivo. Cercò una spiegazione alla sua vita, alla sua solitudine, e ricordò un suo compagno di liceo, timido, sempre chiuso in se stesso, che non sapeva giocare a calcio e non ci sapeva fare con le donne. Quel ragazzo in breve divenne lo zimbello della scuola, il bersaglio preferito di chi si credeva un duro e dei bulletti. Così lui si isolò ancora di più. Si chiuse in casa, nessuno lo vedeva mai in giro, e iniziò a leggere, leggere e leggere. Si laureò in lettere classiche a pieni voti e divenne uno scrittore di saggi. Forse la storia di Mauro era simile. Si chinò lentamente su di lui, lo baciò sulla fronte e gli sistemò addosso una coperta. Poi andò nella sua stanza da letto e si addormentò.
    Alle sei del mattino Mauro si svegliò. Aveva la testa pesante da sbronza. Sulle prime non capiva dove si trovasse, ma poi ricordò tutto. Sì, era in casa di quella donna.
    Oh, Dio! Cosa ho fatto! pensò. Io, il professor Mauro Rossi, che entra in casa di un’estranea e le racconta di non aver mai fatto sesso! Chissà cos’altro le ho raccontato della mia vita e non me ne ricordo. Del resto ero parecchio ubriaco... Si alzò dal divano per cercare Adriana. L’appartamento era piccolo, ma sembrava che Mauro non riuscisse ad orientarsi. Quando trovò la sua camera e si accorse che dormiva provò un infinito senso di sollievo, e cercando di fare il meno rumore possibile, filò via.
    Arrivato a casa, si barricò nel bagno e vomitò. La nausea lo stordiva, il mal di testa sembrava stesse per ammazzarlo. Decise che forse era saggio dormirci su. Forse si sarebbe svegliato meglio, senza nausea, senza quel mal di testa. Si infilò sotto le coperte. Ci volle un po’ perché si addormentasse, ma alla fine ci riuscì. Si svegliò che era quasi l’una. Stava meglio, il mal di testa era quasi svanito, la nausea pure. Aveva però qualcosa nello stomaco che non riusciva a definire con esattezza, era come una sensazione di vuoto. Si affacciò alla finestra. La giornata era luminosissima. Guardò di sotto…
    C’era il mondo lì sotto, il mondo che non aveva mai colto, il mondo che gli era passato davanti lasciandolo inesorabilmente indietro, il mondo che non aveva mai conosciuto, che non aveva mai voluto conoscere, dal quale era sempre fuggito, che gli era sempre stato estraneo. Di sotto le strade erano impregnate del sudore di tutte quelle esperienze che non aveva mai fatto; c’erano uomini e donne che si affannavano, che lavoravano, che viaggiavano, che si concedevano svaghi, che piangevano e ridevano e soffrivano e provavano emozioni. Lui aveva di rado provato emozioni. L’ultima volta che aveva versato lacrime era stato per sua madre, il giorno in cui le diede l’ultimo addio in chiesa.
    Mauro aveva fatto un salto nell’altro mondo, ne aveva assaporato un pezzetto. Era stato con una donna, aveva bevuto, aveva visto con che facilità si tradiva un marito, come l’umanità fosse avida di denaro. Ora però era tardi, troppo tardi. Il suo mondo erano i libri, tutto il resto non faceva per lui. Forse ne aveva paura. Tornò in salotto, si sedette alla scrivania e continuò la lettura di un vecchio manoscritto del milleduecento. In quel momento alcune lacrime sgorgarono dai suoi occhi.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti” edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

  • 16 novembre 2009
    Una scala per il Paradiso

    Come comincia: I giorni vuoti, i giorni bui, i giorni senza senso e senza cielo, senza nuvole, senza sole, senza stelle… ma carichi di sogni e di speranze. Gli angeli non arrivavano, gli angeli se l’erano data a gambe. E da Dio nessuna notizia. Dio sembrava morto, forse lo era… O semplicemente non era mai esistito. E panchine di ghiaccio sulle quali spesso passava la notte, e alberi spogli, silenziosi e tristi, dai quali sembrava non fiorire nulla, solo sabbia. E poi il suo amico Daniele, quel suo caro amico…
    L’amico immaginario di Angela si chiamava Daniele. Angela non sapeva bene perché avesse scelto proprio quel nome; sia come sia, Daniele era un grande amico, un amico sincero, leale, devoto. Era il suo angelo custode e lei spesso lo chiamava Angelo. Era grazie a lui che Angela aveva trovato la forza per scappare via di casa e inseguire il proprio sogno, ed era sempre grazie a lui che Angela trovava il coraggio di andare avanti e affrontare notti gelide e desolate, rannicchiata in qualche angolo di marciapiede.
    Quella mattina Angela si svegliò sulla panchina di un parco. La sera precedente era talmente stanca e sfinita che era cascata subito addormentata, non facendo caso a quanto fosse duro e scomodo il letto che aveva scelto per la notte. Sbadigliò, poi si guardò intorno e si accorse che la giornata era splendida. Il sole si ergeva alto dalle montagne ancora innevate a est della città ed era luminosissimo, carico di una speciale aura benevola che sembrava avvolgere Angela in caldi scialli invernali. Angela era una ragazza bellissima. Aveva capelli biondi che al sole risplendevano come una cascata di oro e un paio di occhioni azzurri pieni di sogni e malinconia a un tempo. C’era qualcosa di infantile nel suo volto; forse era per via del suo sguardo ingenuo e credulone o per via dei suoi occhi che osservavano il mondo con la stessa curiosità di un bambino appena nato.
    Angela raccolse il suo zaino, la chitarra acustica e si avviò lentamente e con fare pensieroso verso un bar. Prima di entrare, però, si frugò nelle tasche. Ne tirò fuori alcune monetine e le contò: erano sufficienti per fare colazione. Entrò sorridendo, ordinò una cioccolata bollente e un cornetto ripieno di marmellata.
    Uscita dal bar iniziò a vagare per i labirinti della città, perdendosi in strade a lei sconosciute e ignara della direzione che stava prendendo. Mentre vagava, sognava. Sognava grandi teatri dove avrebbe cantato le sue poesie, sognava di finire un concerto e uscire in mezzo a una folla in preda all’esaltazione più totale che avrebbe dato un braccio pur di stringerle soltanto per un attimo la mano; sognava scorte e ville con piscina e prato fiorito, cuochi tutti per lei, quadri di valore, collezioni di monete antichissime… Ma per ora non era nient’altro che una barbona. Cantava e suonava le sue poesie per strada, non aveva un posto dove dormire, viveva alla giornata, affidandosi al destino e al caso. Così mentre suonava per strada, sperava nell’incontro fatale, l’incontro che le avrebbe cambiato la vita. Era convinta che un giorno le sarebbe passato accanto un importante produttore discografico, il quale l’avrebbe ascoltata e l’avrebbe portata a firmare un contratto da capogiro. Quando abitava ancora con i genitori, in un remoto paese di campagna dalla mentalità chiusa e arretrata, Angela andava raccontando frottole a destra e a sinistra. Affermava di aver vinto concorsi, premi, che le avessero offerto un contratto discografico. Qualche giorno prima di scappare via col suo carico di sogni e speranze, aveva detto in giro che andava via per incidere il suo album d’esordio, per il quale le avevano già anticipato una grossa somma di denaro. E in ciò che diceva credeva con cieca passione, confondeva quasi la realtà con la fantasia. Non erano menzogne le sue. No, erano piuttosto delle speranze.
    Adesso erano passati due anni e mezzo da quando era andata via di casa, ma al suo paese natale nessuno aveva mai sentito niente riguardo a quel disco di cui aveva parlato. Angela ancora sognava di ritornare in paese con la scorta, entrare nel bar di Mauro e lasciare cinquanta euro di mancia per un caffè a quel Mauro che l’aveva sempre odiata e derisa, guardata dall’alto in basso, consigliandole con ghigno malvagio in viso di trovarsi un lavoro e smetterla di sognare ad occhi aperti.
    Ormai erano le undici. Il sole era caldo, rovente, sembrava quasi il solleone d’agosto. Le strade del centro pullulavano di gente e Angela decise che era arrivato il momento giusto per suonare le sue poesie e racimolare un po’ di soldi. Aprì la custodia della chitarra e la posò in terra, poi iniziò a cantare con amore e dedizione. Passate due ore e mezzo raccolse le monete che i passanti le avevano offerto, ripose la chitarra acustica nella sua custodia e si avviò verso una salumeria, dove la conoscevano molto bene. Il salumiere era un sant’uomo, sempre generoso verso il prossimo e i più deboli, e così le chiedeva sempre meno del dovuto (circa la metà) e a volte perfino non le faceva pagare niente.
    - Ciao, Carlo. Come va? - chiese Angela entrando nella bottega.
    - Oh, bene grazie. E tu?
    - Non mi lamento. Me lo fai un panino col salame milanese e la mozzarella di bufala?
    - Certo. E da bere cosa vuoi?
    - Un’aranciata, grazie.
    - I soldi ce li hai?
    - Sì.
    - Allora due euro sono sufficienti.
    - Grazie.
    Uscita dalla salumeria, Angela si avviò nel solito giardino pubblico dove pranzava quasi ogni giorno. Le piaceva quel giardino. Era un’oasi verde in una città piena di smog e cemento. Le sembrava di respirare un’aria diversa lì dentro, limpida, pura, quasi incontaminata. Si sedette su una panca pensando che forse avrebbe passato lì la notte. Mangiò il panino lentamente, con lo sguardo assorto in pensieri tutti suoi. Stava partorendo le parole adatte per una nuova poesia, una poesia sbalorditiva, la cui bellezza un giorno avrebbe rapito i cuori delle nuove generazioni alla ricerca disperata della felicità. Finito di mangiare, prese dallo zaino quaderno e penna e si mise al lavoro. Riuscì anche a finirla, quindi la rilesse. Era perfetta, un capolavoro d’arte contemporanea, un’opera di una delicatezza e una bellezza indescrivibili, piena di romanticismo e di atmosfere eteree e sognanti, intrisa di una sottile malinconia, quella stessa malinconia che si poteva leggere nei suoi grandi occhi azzurri.
    Non appena ebbe finito di rileggere la poesia, iniziò il dialogo quotidiano con Daniele, il suo angelo.
    - Ciao Angelo, come va?
    - Bene. A te?
    - Potrebbe andar meglio.
    - Potrebbe, ma non va. E lo sai perché?
    - Non lo so. Sarà il destino o la sfortuna che si è accanita contro di me.
    - Certo! La sfortuna!
    C’era qualcosa di strano nel tono di Daniele. Sembrava che si stesse prendendo gioco di lei.
    - Sai, ho appena finito di scrivere una poesia. Stasera le do gli ultimi ritocchi e cerco di musicarla. Vuoi che te la legga?
    - Ma cosa credi, che non l’abbia già letta?
    Adesso il tono di voce dell’angelo era duro. Angela si sentì confusa, non riusciva a capire il perché. Daniele non si era mai comportato a quel modo.
    - Sei arrabbiato con me? - gli chiese.
    - Sì Angela. È da tempo che volevo dirtelo, è giunto il momento che tu sappia la verità. Il tuo talento è di dubbia qualità, le tue poesie non hanno senso né significato, sono apatiche, monotone, senza sentimento. E la tua musica anche. Fai pena, Angela. Vali meno che zero! Stai prendendo in giro solo te stessa. Guardati! - tuonò Daniele, spaventandola. - Guarda come ti sei ridotta. Sei una barbona, Angela! Non hai speranze, rinuncia ai tuoi sogni, abbandonali! I tuoi sogni non potranno mai vedere la luce del sole!
    - Ma io… - disse Angela, sentendosi mancare il respiro. Le sembrava che il mondo le stesse cadendo addosso schiacciandola con tutto il suo peso.
    - Ma tu cosa? Ammettilo. Avanti, ammettilo! Dì che in realtà non vuoi altro che i soldi, che il tuo obiettivo finale sono i soldi. Tu non sei un’artista, non crei per il piacere di creare, non crei per te stessa e per raggiungere la pace interiore, crei per diventare ricca! Sei falsa, Angela! E hai messo in scena questa farsa di dormire sotto i ponti per creare il tuo mito, il mito della giovane e bella ragazza di campagna che scappa di casa per inseguire il suo sogno. Non è vero? Non è vero che vuoi fare solo i soldi? Non è vero che da sempre sogni interviste in cui ti vanti della fame nera che hai patito per diventare una stella?
    Angela deglutì a fatica, poi si fece coraggio e disse con gli occhi lucidi: - Sì, forse è vero, ma ho visto quadri da centomila euro e li ho ammirati con occhi scintillanti dalla gioia, ho visto pellicce di visone nelle vetrine dei negozi e le ho ammirate come un critico d’arte ammira un’opera di Van Gogh. E poi ville le cui piscine avevano un’acqua di smeraldo… E tutte queste cose le possiedo nei miei sogni. È vero, hai ragione. Io penso ai soldi, amo i soldi, li desidero. Ma guarda i proprietari di quelle ville. Quanti di loro si sono arricchiti onestamente? Forse nessuno. Sono tutti direttori di banca, magistrati, docenti universitari, industriali… E non c’è bisogno che ti spieghi di che imbrogli sono capaci pur di arrivare al successo. Lo sai benissimo. Io invece li guadagnerò onestamente i soldi, con la mia musica e le mie poesie regalerò emozioni, sorrisi e nuove speranze al mondo. La scala per il paradiso me la sto costruendo da sola, con le mie uniche forze!
    - Balle, Angela! La tua musica fa schifo. E le tue poesie anche. Trovati un lavoro, dà una svolta alla tua vita, altrimenti sarai destinata a marcire per strada, a morire sola e abbandonata da tutti. Torna a casa, i tuoi genitori non hanno mai smesso di amarti. Ti accoglieranno di nuovo. Torna indietro, la strada che hai imboccato non ti porterà da nessuna parte, solo alla rovina e alla solitudine, a pianti disperati e alla pazzia!
    Angela si sentì girare la testa. Terribili pensieri sembravano la stessero consumando. Ad un tratto s’immaginò vecchia e piena di rughe, ricurva sotto il peso dei suoi anni, camminando a fatica appoggiata ad un bastone, costretta a passare le giornate rovistando tra i bidoni della spazzatura in cerca di qualcosa da mangiare. Deglutì di nuovo e disse pallida in volto:
    - Angelo, io sono qui per un motivo ben preciso. Perché questi momenti, il lato brutto della vita, diventeranno altrettante poesie che un giorno suonerò nei più grandi teatri del mondo![1]
    - E lascia perdere quel maledetto libro, ti ha dato alla testa! E poi Bandini il talento lo aveva per davvero. Tu non sei niente, e rimarrai niente, e se continuerai su questa strada finirai come quella vecchietta che hai appena visto. Sì, impazzirai Angela. E frugherai disperata tra i bidoni della spazzatura, non avrai speranze, sarai sola, malata, brutta, farneticherai tutto il giorno, sbaverai e dopo morta non avrai nemmeno una tomba con dei fiori sopra.
    Angela rimase come pietrificata. La sua bocca non riuscì a proferire parola. Si sentiva tradita. Era stata tradita addirittura da Daniele, il suo angelo, il suo unico amico. Non riusciva a crederci, le sembrava di vivere in un incubo senza fine, un incubo dal quale non si esce più, nel quale si rimane intrappolati per l’eternità. Le pareva di non avere scampo, si sentiva come attanagliata, braccata, in trappola. Forse l’angelo aveva ragione, forse aveva visto giusto. Era quello il destino che l’attendeva: sarebbe morta come una barbona tra cumuli di spazzatura e magari cani randagi rabbiosi ne avrebbero assaggiato anche la carne prima che qualcuno si accorgesse del suo cadavere. Iniziò a piangere, un pianto dirotto, violento, interminabile. Infine scappò via correndo a perdifiato e le sue lacrime sembravano infuocare l’asfalto. Arrivò in un quartiere malfamato, pieno di tossici, spacciatori e prostitute. Incontrò una sua conoscente che di tanto in tanto spacciava un po’ di droga per tirare avanti e potersi fare tranquillamente.
    - Ciao, Marta. Ho bisogno di farmi. Ti prego, non ho soldi, ma li rimedierò. Ti prego, ho bisogno di una dose! - la implorò piangendo.
    - Oh, piccola. Ma tu stai piangendo, sembri sconvolta. Hai bisogno proprio di una bella dose. Non preoccuparti, poi me li renderai i soldi.
    - Grazie.
    Angela, impaurita e smarrita, si punse e decise che non avrebbe mai più rivolto la parola al suo angelo.

     

    Tratto dalla raccolta di racconti “Polvere di diamanti” edita da Statale11 editrice. Tutti i diritti riservati.

    [1] Riferimento a una frase di John Fante (alter ego Arturo Bandini) contenuta nel romanzo Chiedi alla polvere