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in archivio dal 28 mag 2003

Pier Paolo Pasolini

05 marzo 1922, Bologna
02 novembre 1975, Roma
Segni particolari: Amico di Moravia, negli anni dei fatti d'Ungheria, sviluppai con la sinistra un rapporti critico stimolante. In passato, il partito comunista mi cacciò perché omosessuale.
Mi descrivo così: Scrittore, sceneggiatore, regista. Nel mio percorso artistico, sono stato "fulminato" dalle periferie e dal sottoproletariato urbano.
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  • 10 maggio 2011 alle ore 8:12
    Il nini muàrt

    Sera imbarlumida, tal fossal
    a cres l'aga, na fèmina plena
    a ciamina pal ciamp.

    Jo ti recuardi, Narcìs, ti vèvis il colòur
    da la sera, quand li ciampanis
    a sùnin di muàrt.

     
  • 14 marzo 2011 alle ore 17:53
    Le ceneri di Gramsci

    I

    Non è di maggio questa impura aria
    che il buio giardino straniero
    fa ancora più buio, o l'abbaglia

    con cieche schiarite... questo cielo
    di bave sopra gli attici giallini
    che in semicerchi immensi fanno velo

    alle curve del Tevere, ai turchini
    monti del Lazio... Spande una mortale
    pace, disamorata come i nostri destini,

    tra le vecchie muraglie l'autunnale
    maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
    la fine del decennio in cui ci appare

    tra le macerie finito il profondo
    e ingenuo sforzo di rifare la vita;
    il silenzio, fradicio e infecondo...

    Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
    era ancora vita, in quel maggio italiano
    che alla vita aggiungeva almeno ardore,

    quanto meno sventato e impuramente
    sano
    dei nostri padri - non padre, ma umile
    fratello - già con la tua magra mano

    delineavi l'ideale che illumina

    (ma non per noi: tu morto, e noi
    morti ugualmente, con te, nell'umido

    giardino) questo silenzio. Non puoi,
    lo vedi?, che riposare in questo sito
    estraneo, ancora confinato. Noia

    patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
    solo ti giunge qualche colpo d'incudine
    dalle officine di Testaccio, sopito

    nel vespro: tra misere tettoie, nudi
    mucchi di latta, ferrivecchi, dove
    cantando vizioso un garzone già chiude
    la sua giornata, mentre intorno spiove.

    II

    Tra i due mondi, la tregua, in cui non
    siamo.
    Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
    ormai che questo del giardino gramo

    e nobile, in cui caparbio l'inganno
    che attutiva la vita resta nella morte.
    Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

    che mostrare la superstite sorte
    di gente laica le laiche iscrizioni
    in queste grigie pietre, corte

    e imponenti. Ancora di passioni
    sfrenate senza scandalo son arse
    le ossa dei miliardari di nazioni

    più grandi; ronzano, quasi mai
    scomparse,
    le ironie dei principi, dei pederasti,
    i cui corpi sono nell'urne sparse

    inceneriti e non ancora casti.
    Qui il silenzio della morte è fede
    di un civile silenzio di uomini rimasti

    uomini, di un tedio che nel tedio
    del Parco, discreto muta: e la città
    che, indifferente, lo confina in mezzo

    a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
    vi perde il suo splendore. La sua terra
    grassa di ortiche e di legumi dà

    questi magri cipressi, questa nera
    umidità che chiazza i muri intorno
    a smotti ghirigori di bosso, che la sera

    rasserenando spegne in disadorni
    sentori d'alga... quest'erbetta stenta
    e inodora, dove violetta si sprofonda

    l'atmosfera, con un brivido di menta,
    o fieno marcio, e quieta vi prelude
    con diurna malinconia, la spenta

    trepidazione della notte. Rude
    di clima, dolcissimo di storia, è
    tra questi muri il suolo in cui trasuda

    altro suolo; questo umido che
    ricorda altro umido; e risuonano
    - familiari da latitudini e

    orizzonti dove inglesi selve coronano
    laghi spersi nel cielo, tra praterie
    verdi come fosforici biliardi o come

    smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie
    invocazioni...
    III

    Uno straccetto rosso, come quello
    arrotolato al collo ai partigiani
    e, presso l'urna, sul terreno cereo,

    diversamente rossi, due gerani.
    Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
    non cattolica, elencato tra estranei

    morti: Le ceneri di Gramsci... Tra
    speranza
    e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
    per caso in questa magra serra, innanzi

    alla tua tomba, al tuo spirito restato
    quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
    di diverso, forse, di più estasiato

    e anche di più umile, ebbra simbiosi
    d'adolescente di sesso con morte...)
    E, da questo paese in cui non ebbe posa

    la tua tensione, sento quale torto
    - qui nella quiete delle tombe - e insieme
    quale ragione - nell'inquieta sorte

    nostra - tu avessi stilando le supreme
    pagine nei giorni del tuo assassinio.
    Ecco qui ad attestare il seme

    non ancora disperso dell'antico dominio,
    questi morti attaccati a un possesso
    che affonda nei secoli il suo abominio

    e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
    quel vibrare d'incudini, in sordina,
    soffocato e accorante - dal dimesso
    rione - ad attestarne la fine.
    Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
    dei panni che i poveri adocchiano in
    vetrine

    dal rozzo splendore, e che ha smarrito
    la sporcizia delle più sperdute strade,
    delle panche dei tram, da cui stranito

    è il mio giorno: mentre sempre più rade
    ho di queste vacanze, nel tormento
    del mantenermi in vita; e se mi accade

    di amare il mondo non è che per violento
    e ingenuo amore sensuale
    così come, confuso adolescente, un tempo

    l'odiai, se in esso mi feriva il male
    borghese di me borghese: e ora, scisso
    - con te - il mondo, oggetto non appare

    di rancore e quasi di mistico
    disprezzo, la parte che ne ha il potere?
    Eppure senza il tuo rigore, sussisto

    perché non scelgo. Vivo nel non volere
    del tramontato dopoguerra: amando
    il mondo che odio - nella sua miseria

    sprezzante e perso - per un oscuro
    scandalo
    della coscienza...

    IV

    Lo scandalo del contraddirmi,
    dell'essere
    con te e contro te; con te nel core,
    in luce, contro te nelle buie viscere;

    del mio paterno stato traditore
    - nel pensiero, in un'ombra di azione -
    mi so ad esso attaccato nel calore

    degli istinti, dell'estetica passione;
    attratto da una vita proletaria
    a te anteriore, è per me religione

    la sua allegria, non la millenaria
    sua lotta: la sua natura, non la sua
    coscienza: è la forza originaria

    dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
    a darle l'ebbrezza della nostalgia,
    una luce poetica: ed altro più

    io non so dirne, che non sia
    giusto ma non sincero, astratto
    amore, non accorante simpatia...

    Come i poveri povero, mi attacco
    come loro a umilianti speranze,
    come loro per vivere mi batto

    ogni giorno. Ma nella desolante
    mia condizione di diseredato,
    io possiedo: ed è il più esaltante

    dei possessi borghesi, lo stato
    più assoluto. Ma come io possiedo la
    storia,
    essa mi possiede; ne sono illuminato:

    ma a che serve la luce?

    V

    Non dico l'individuo, il fenomeno
    dell'ardore sensuale e sentimentale...
    altri vizi esso ha, altro è il nome

    e la fatalità del suo peccare...
    Ma in esso impastati quali comuni,
    prenatali vizi, e quale

    oggettivo peccato! Non sono immuni
    gli interni e esterni atti, che lo fanno
    incarnato alla vita, da nessuna

    delle religioni che nella vita stanno,
    ipoteca di morte, istituite
    a ingannare la luce, a dar luce
    all'inganno.
    Destinate a esser seppellite
    le sue spoglie al Verano, è cattolica
    la sua lotta con esse: gesuitiche

    le manie con cui dispone il cuore;
    e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
    la sua coscienza... e ironico ardore

    liberale... e rozza luce, tra i disgusti
    di dandy provinciale, di provinciale
    salute... Fino alle infime minuzie

    in cui sfumano, nel fondo animale,
    Autorità e Anarchia... Ben protetto
    dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,

    difendendo una ingenuità di ossesso,
    e con quale coscienza!, vive l'io: io,
    vivo, eludendo la vita, con nel petto

    il senso di una vita che sia oblio
    accorante, violento... Ah come
    capisco, muto nel fradicio brusio

    del vento, qui dov'è muta Roma,
    tra i cipressi stancamente sconvolti,
    presso te, l'anima il cui graffito suona

    Shelley... Come capisco il vortice
    dei sentimenti, il capriccio (greco
    nel cuore del patrizio, nordico

    villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
    celeste del Tirreno; la carnale
    gioia dell'avventura, estetica

    e puerile: mentre prostrata l'Italia
    come dentro il ventre di un'enorme
    cicala, spalanca bianchi litorali,

    sparsi nel Lazio di velate torme
    di pini, barocchi, di giallognole
    radure di ruchetta, dove dorme

    col membro gonfio tra gli stracci un
    sogno
    goethiano, il giovincello ciociaro...
    Nella Maremma, scuri, di stupende fogne

    d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
    il nocciolo, pei viottoli che il buttero
    della sua gioventù ricolma ignaro.

    Ciecamente fragranti nelle asciutte
    curve della Versilia, che sul mare
    aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
    le tarsie lievi della sua pasquale
    campagna interamente umana,
    espone, incupita sul Cinquale,

    dipanata sotto le torride Apuane,
    i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
    frane, sconvolti, come per un panico

    di fragranza, nella Riviera, molle,
    erta, dove il sole lotta con la brezza
    a dar suprema soavità agli olii

    del mare... E intorno ronza di lietezza
    lo sterminato strumento a percussione
    del sesso e della luce: così avvezza

    ne è l'Italia che non ne trema, come
    morta nella sua vita: gridano caldi
    da centinaia di porti il nome

    del compagno i giovinetti madidi
    nel bruno della faccia, tra la gente
    rivierasca, presso orti di cardi,

    in luride spiaggette...

    Mi chiederai tu, morto disadorno,
    d'abbandonare questa disperata
    passione di essere nel mondo?

    VI

    Me ne vado, ti lascio nella sera
    che, benché triste, così dolce scende
    per noi viventi, con la luce cerea

    che al quartiere in penombra si
    rapprende.
    E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
    intorno, e, più lontano, lo riaccende

    di una vita smaniosa che del roco
    rotolio dei tram, dei gridi umani,
    dialettali, fa un concerto fioco

    e assoluto. E senti come in quei lontani
    esseri che, in vita, gridano, ridono,
    in quei loro veicoli, in quei grami
    caseggiati dove si consuma l'infido
    ed espansivo dono dell'esistenza -
    quella vita non è che un brivido;

    corporea, collettiva presenza;
    senti il mancare di ogni religione
    vera; non vita, ma sopravvivenza

    - forse più lieta della vita - come
    d'un popolo di animali, nel cui arcano
    orgasmo non ci sia altra passione

    che per l'operare quotidiano:
    umile fervore cui dà un senso di festa
    l'umile corruzione. Quanto più è vano

    - in questo vuoto della storia, in questa
    ronzante pausa in cui la vita tace -
    ogni ideale, meglio è manifesta

    la stupenda, adusta sensualità
    quasi alessandrina, che tutto minia
    e impuramente accende, quando qua

    nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
    il mondo, nella penombra, rientrando
    in vuote piazze, in scorate officine...

    Già si accendono i lumi, costellando
    Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
    Testaccio, disadorno tra il suo grande

    lurido monte, i lungoteveri, il nero
    fondale, oltre il fiume, che Monteverde
    ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

    Diademi di lumi che si perdono,
    smaglianti, e freddi di tristezza
    quasi marina... Manca poco alla cena;

    brillano i rari autobus del quartiere,
    con grappoli d'operai agli sportelli,
    e gruppi di militari vanno, senza fretta,

    verso il monte che cela in mezzo a sterri
    fradici e mucchi secchi d'immondizia
    nell'ombra, rintanate zoccolette

    che aspettano irose sopra la sporcizia
    afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
    abusive ai margini del monte, o in mezzo
    a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
    leggeri come stracci giocano alla brezza
    non più fredda, primaverile; ardenti

    di sventatezza giovanile la romanesca
    loro sera di maggio scuri adolescenti
    fischiano pei marciapiedi, nella festa

    vespertina; e scrosciano le
    saracinesche
    dei garages di schianto, gioiosamente,
    se il buio ha resa serena la sera,

    e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
    il vento che cade in tremiti di bufera,
    è ben dolce, benché radendo i capellacci

    e i tufi del Macello, vi si imbeva
    di sangue marcio, e per ogni dove
    agiti rifiuti e odore di miseria.

    È un brusio la vita, e questi persi
    in essa, la perdono serenamente,
    se il cuore ne hanno pieno: a godersi

    eccoli, miseri, la sera: e potente
    in essi, inermi, per essi, il mito
    rinasce... Ma io, con il cuore cosciente

    di chi soltanto nella storia ha vita,
    potrò mai più con pura passione operare,
    se so che la nostra storia è finita?

     
  • 31 marzo 2006
    A un ragazzo

    "Era un mattino in cui sognava ignara
    nei ròsi orizzonti una luce di mare:
    ogni filo d'erba come cresciuto a stento
    era un filo di quello splendore opaco e immenso.

    Venivamo in silenzio per il nascosto argine
    lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi

    del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
    granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio.

    In fondo Casarsa biancheggiva esanime
    nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani;

    e, colpita dal solo contro l'ombra dei monti,
    la stazione era vuota: oltre i radi tronchi

    dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba
    del binario, attendeva il treno per Spilimbergo...

    L'ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
    dove dentro un libro di Montale era stretta

    tra pochi panni, la sua rivoltella,
    nel bianco colore dell'aria e della terra.

    Le spalle un po' strette dentro la giacchetta
    ch'era stata mia, la nuca giovinetta...".

     
  • 31 marzo 2006
    Ballata delle madri

    Mi domando che madri avete avuto.
    Se ora vi vedessero al lavoro
    in un mondo a loro sconosciuto,
    presi in un giro mai compiuto
    d’esperienze così diverse dalle loro,
    che sguardo avrebbero negli occhi?
    Se fossero lì, mentre voi scrivete
    il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
    o lo passate a redattori rotti
    a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

    Madri vili, con nel viso il timore
    antico, quello che come un male
    deforma i lineamenti in un biancore
    che li annebbia, li allontana dal cuore,
    li chiude nel vecchio rifiuto morale.
    Madri vili, poverine, preoccupate
    che i figli conoscano la viltà
    per chiedere un posto, per essere pratici,
    per non offendere anime privilegiate,
    per difendersi da ogni pietà.

    Madri mediocri, che hanno imparato
    con umiltà di bambine, di noi,
    un unico, nudo significato,
    con anime in cui il mondo è dannato
    a non dare né dolore né gioia.
    Madri mediocri, che non hanno avuto
    per voi mai una parola d’amore,
    se non d’un amore sordidamente muto
    di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
    impotenti ai reali richiami del cuore.

    Madri servili, abituate da secoli
    a chinare senza amore la testa,
    a trasmettere al loro feto
    l’antico, vergognoso segreto
    d’accontentarsi dei resti della festa.
    Madri servili, che vi hanno insegnato
    come il servo può essere felice
    odiando chi è, come lui, legato,
    come può essere, tradendo, beato,
    e sicuro, facendo ciò che non dice.

    Madri feroci, intente a difendere
    quel poco che, borghesi, possiedono,
    la normalità e lo stipendio,
    quasi con rabbia di chi si vendichi
    o sia stretto da un assurdo assedio.
    Madri feroci, che vi hanno detto:
    Sopravvivete! Pensate a voi!
    Non provate mai pietà o rispetto
    per nessuno, covate nel petto
    la vostra integrità di avvoltoi!

    Ecco, vili, mediocri, servi,
    feroci, le vostre povere madri!
    Che non hanno vergogna a sapervi
    – nel vostro odio – addirittura superbi,
    se non è questa che una valle di lacrime.
    È così che vi appartiene questo mondo:
    fatti fratelli nelle opposte passioni,
    o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
    a essere diversi: a rispondere
    del selvaggio dolore di esser uomini.

     
  • 31 marzo 2006
    Il canto popolare

    Improvviso il mille novecento
    cinquanta due passa sull'Italia:
    solo il popolo ne ha un sentimento
    vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
    la modernità, benché sempre il più
    moderno sia esso, il popolo, spanto
    in borghi, in rioni, con gioventù
    sempre nuove - nuove al vecchio canto -
    a ripetere ingenuo quello che fu.
    Scotta il primo sole dolce dell'anno
    sopra i portici delle cittadine
    di provincia, sui paesi che sanno
    ancora di nevi, sulle appenniniche
    greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
    i nuovi colori delle tele, i nuovi
    vestiti come in limpidi roghi
    dicono quanto oggi si rinnovi
    il mondo, che diverse gioie sfoghi...
    Ah, noi che viviamo in una sola
    generazione ogni generazione
    vissuta qui, in queste terre ora
    umiliate, non abbiamo nozione
    vera di chi è partecipe alla storia
    solo per orale, magica esperienza;
    e vive puro, non oltre la memoria
    della generazione in cui presenza
    della vita è la sua vita perentoria.
    Nella vita che è vita perché assunta
    nella nostra ragione e costruita
    per il nostro passaggio - e ora giunta
    a essere altra, oltre il nostro accanito
    difenderla - aspetta - cantando supino,
    accampato nei nostri quartieri
    a lui sconosciuti, e pronto fino
    dalle più fresche e inanimate ère -
    il popolo: muta in lui l'uomo il destino.
    E se ci rivolgiamo a quel passato
    ch'è nostro privilegio, altre fiumane
    di popolo ecco cantare: recuperato
    è il nostro moto fin dalle cristiane
    origini, ma resta indietro, immobile,
    quel canto. Si ripete uguale.
    Nelle sere non più torce ma globi
    di luce, e la periferia non pare
    altra, non altri i ragazzi nuovi...
    Tra gli orti cupi, al pigro solicello
    Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
    d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
    di Toscana, con strilli di rondinini:
    Hor atorno fratt Helya! La santa
    violenza sui rozzi cuori il clero
    calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
    feroce nel feudo provinciale l'Impero
    da Iddio imposto: e il popolo canta.
    Un grande concerto di scalpelli
    sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
    sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
    suona, giganteggiando il travertino
    nel nuovo spazio in cui s'affranca
    l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
    jersera... ripete con l'anima spanta
    nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
    resta nel popolo. E il popolo canta.
    Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
    e trepidi nel vento napoleonico,
    all'Inno dell'Albero della Libertà,
    tremano i nuovi colori delle nazioni.
    Ma, cane affamato, difende il bracciante
    i suoi padroni, ne canta la ferocia,
    Guagliune 'e mala vita! in branchi
    feroci. La libertà non ha voce
    per il popolo cane. E il popolo canta.
    Ragazzo del popolo che canti,
    qui a Rebibbia sulla misera riva
    dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
    è vero, cantando, l'antica, la festiva
    leggerezza dei semplici. Ma quale
    dura certezza tu sollevi insieme
    d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
    tuguri e grattacieli, allegro seme
    in cuore al triste mondo popolare.
    Nella tua incoscienza è la coscienza
    che in te la storia vuole, questa storia
    il cui Uomo non ha più che la violenza
    delle memorie, non la libera memoria...
    E ormai, forse, altra scelta non ha
    che dare alla sua ansia di giustizia
    la forza della tua felicità,
    e alla luce di un tempo che inizia
    la luce di chi è ciò che non

     
  • Li osservo, questi uomini, educati
    ad altra vita che la mia: frutti
    d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
    quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
    storica di Roma. Li osservo: in tutti
    c'è come l'aria d'un buttero che dorma
    armato di coltello: nei loro succhi
    vitali, è disteso un tenebrore intenso,
    la papale itterizia del Belli,
    non porpora, ma spento peperino,
    bilioso cotto. La biancheria, sotto,
    fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
    che trapela il suo umido, rosso,
    indecente bruciore. La sera li espone
    quasi in romitori, in riserve
    fatte di vicoli, muretti, androni
    e finestrelle perse nel silenzio.
    È certo la prima delle loro passioni
    il desiderio di ricchezza: sordido
    come le loro membra non lavate,
    nascosto, e insieme scoperto,
    privo di ogni pudore: come senza pudore
    è il rapace che svolazza pregustando
    chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
    essi bramano i soldi come zingari,
    mercenari, puttane: si lagnano
    se non ce n'hanno, usano lusinghe
    abbiette per ottenerli, si gloriano
    plautinamente se ne hanno le saccocce piene.
    Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari,
    ferini lucidatori, invertiti commessi,
    tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
    manovali buoni come cani - avviene
    che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
    troppa avita furberia in quelle vene...
    Sono usciti dal ventre delle loro madri
    a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
    preistorici, e iscritti in un'anagrafe
    che da ogni storia li vuole ignorati...
    Il loro desiderio di ricchezza
    è, così, banditesco, aristocratico.
    Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
    a vincere l'angosciosa scommessa,
    a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
    La nostra speranza è ugualmente ossessa:
    estetizzante, in me, in essi anarchica.
    Al raffinato e al sottoproletariato spetta
    la stessa ordinazione gerarchica
    dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia,
    in un mondo che non ha altri varchi
    che verso il sesso e il cuore,
    altra profondità che nei sensi.
    In cui la gioia è gioia, il dolore dolore. 

     
  • 31 marzo 2006
    La catasta dei ruderi

    La catasta dei ruderi arancione
    che la notte con il fresco colore
    del tartaro infanga, dei bastioni
    di leggera pomice, erborei,
    monta nel cielo: e più vuote
    sotto, le Terme di Caracalla al bruciore
    della luna spalancano l'immoto
    bruno dei prati senza erbe, dei pesti
    rovi: tutto svapora e si fa fioco
    tra colonnati di caravaggesca polvere,
    e ventagli di magnesio,
    che il cerchietto della luna campestre
    scolpisce in fumate iridescenti.
    Da quel grande cielo, ombre grevi,
    scendono i clienti, soldati pugliesi
    o lombardi, o giovincelli di Trastevere,
    isolati, a bande, e nel basso piazzale
    sostano dove le donne, arse e lievi
    come stracci scossi dall'aria serale,
    rosseggiano, urlando - quale bambina
    sordida, quale innocente vecchia, e quale
    madre: e in cuore alla città che vicina
    preme con raschi di tram e groppi
    di luci, aizzano, nella loro Caina,
    i calzoni duri di polvere che si spingono,
    capricicosi, agli sprezzanti galoppi
    sopra rifiuti e livide rugiade

     
  • 31 marzo 2006
    Sesso, consolazione

    Sesso, consolazione della miseria!
    La puttana è una regina, il suo trono
    è un rudere, la sua terra un pezzo
    di merdoso prato, il suo scettro
    una borsetta di vernice rossa:
    abbaia nella notte, sporca e feroce
    come un'antica madre: difende
    il suo possesso e la sua vita.
    I magnaccia, attorno, a frotte,
    gonfi e sbattuti, coi loro baffi
    brindisi o slavi, sono
    capi, reggenti: combinano
    nel buio, i loro affari di cento lire,
    ammiccando in silenzio, scambiandosi
    parole d'ordine: il mondo, escluso, tace
    intorno a loro, che se ne sono esclusi,
    silenziose carogne di rapaci.
    Ma nei rifiuti del mondo, nasce
    un nuovo mondo: nascono leggi nuove
    dove non c'è più legge; nasce un nuovo
    onore dove onore è il disonore...
    Nascono potenze e nobiltà,
    feroci, nei mucchi di tuguri,
    nei luoghi sconfinati dove credi
    che la città finisca, e dove invece
    ricomincia, nemica, ricomincia
    per migliaia di volte, con ponti
    e labirinti, cantieri e sterri,
    dietro mareggiate di grattacieli,
    che coprono interi orizzonti.
    Nella facilità dell'amore
    il miserabile si sente uomo:
    fonda la fiducia nella vita, fino
    a disprezzare chi ha altra vita.
    I figli si gettano all'avventura
    sicuri d'essere in un mondo
    che di loro, del loro sesso, ha paura.
    La loro pietà è nell'essere spietati,
    la loro forza nella leggerezza,
    la loro speranza nel non avere speranza. 

     
  • Vanno verso le Terme di Caracalla
    giovani amici, a cavalcioni
    di Rumi o Ducati, con maschile
    pudore e maschile impudicizia,
    nelle pieghe calde dei calzoni
    nascondendo indifferenti, o scoprendo,
    il segreto delle loro erezioni...
    Con la testa ondulata, il giovanile
    colore dei maglioni, essi fendono
    la notte, in un carosello
    sconclusionato, invadono la notte,
    splendidi padroni della notte...
    Va verso le Terme di Caracalla,
    eretto il busto, come sulle natie
    chine appenniniche, fra tratturi
    che sanno di bestia secolare e pie
    ceneri di berberi paesi - già impuro
    sotto il gaglioffo basco impolverato,
    e le mani in saccoccia - il pastore migrato
    undicenne, e ora qui, malandrino e giulivo
    nel romano riso, caldo ancora
    di salvia rossa, di fico e d'ulivo...
    Va verso le Terme di Caracalla,
    il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
    che il feroce Frascati ha ridotto
    a una bestia cretina, a un beato,
    con nello chassì i ferrivecchi
    del suo corpo scassato, a pezzi,
    rantolanti: i panni, un sacco,
    che contiene una schiena un po' gobba,
    due cosce certo piene di croste,
    i calzonacci che gli svolazzano sotto
    le saccocce della giacca pese
    di lordi cartocci. La faccia
    ride: sotto le ganasce, gli ossi
    masticano parole, scrocchiando:
    parla da solo, poi si ferma,
    e arrotola il vecchio mozzicone,
    carcassa dove tutta la giovinezza,
    resta, in fiore, come un focaraccio
    dentro una còfana o un catino:
    non muore chi non è mai nato.
    Vanno verso le Terme di Caracalla 

     
  • 31 marzo 2006
    Frammento alla morte

    Vengo da te e torno a te,
    sentimento nato con la luce, col caldo,
    battezzato quando il vagito era gioia,
    riconosciuto in Pier Paolo
    all'origine di una smaniosa epopea:
    ho camminato alla luce della storia,
    ma, sempre, il mio essere fu eroico,
    sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
    Si coagulava nella tua scia di luce
    nelle atroci sfiducie
    della tua fiamma, ogni atto vero
    del mondo, di quella
    storia: e in essa si verificava intero,
    vi perdeva la vita per riaverla:
    e la vita era reale solo se bella...
    La furia della confessione,
    prima, poi la furia della chiarezza:
    era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
    sentimento! E adesso,
    accusino pure ogni mia passione,
    m'infanghino, mi dicano informe, impuro
    ossesso, dilettante, spergiuro:
    tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
    sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
    e vinco, questo mio poco,
    immenso bene, vinco quest'infinita,
    misera mia pietà
    che mi rende anche la giusta ira amica:
    posso farlo, perché ti ho troppo patita!
    Torno a te, come torna
    un emigrato al suo paese e lo riscopre:
    ho fatto fortuna (nell'intelletto)
    e sono felice, proprio
    com'ero un tempo, destituito di norma.
    Una nera rabbia di poesia nel petto.
    Una pazza vecchiaia di giovinetto.
    Una volta la tua gioia era confusa
    con il terrore, è vero, e ora
    quasi con altra gioia,
    livida, arida: la mia passione delusa.
    Mi fai ora davvero paura,
    perché mi sei davvero vicina, inclusa
    nel mio stato di rabbia, di oscura
    fame, di ansia quasi di nuova creatura.
    Sono sano, come vuoi tu,
    la nevrosi mi ramifica accanto,
    l'esaurimento mi inaridisce, ma
    non mi ha: al mio fianco
    ride l'ultima luce di gioventù.
    Ho avuto tutto quello che volevo, ormai:
    sono anzi andato anche più in là
    di certe speranze del mondo: svuotato,
    eccoti lì, dentro di me, che empi
    il mio tempo e i tempi.
    Sono stato razionale e sono stato
    irrazionale: fino in fondo.
    E ora... ah, il deserto assordato
    dal vento, lo stupendo e immondo
    sole dell'Africa che illumina il mondo.
    Africa! Unica mia alternativa

     
  • Mi alzo con le palpebre infuocate.
    La fanciullezza smorta nella barba
    cresciuta nel sonno, nella carne smagrita,
    si fissa con la luce fusa nei miei occhi riarsi.
    Finisco così nel buio incendio
    di una giovinezza frastornata dall'eternità;
    così mi brucio, è inutile
    - pensando - essere altrimenti,
    imporre limiti al disordine: mi trascina
    sempre più frusto, con un viso secco
    nella sua infanzia, verso un quieto e folle
    ordine, il peso del mio giorno perso
    in mute ore di gaiezza, in muti
    istanti di terrore...

     
  • Senza di te tornavo, come ebbro,
    non più capace d'esser solo, a sera
    quando le stanche nuvole dileguano
    nel buio incerto.
    Mille volte son stato così solo
    dacché son vivo, e mille uguali sere
    m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
    le campagne, le nuvole.
    Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
    della fatale sera. Ed ora, ebbro,
    torno senza di te, e al mio fianco
    c'è solo l'ombra.

    E mi sarai lontano mille volte,
    e poi, per sempre. Io non so frenare
    quest'angoscia che monta dentro al seno;
    essere solo.

     
  • 31 marzo 2006
    Hymnus ad nocturnum

    Ho la calma di un morto:
    guardo il letto che attende
    le mie membra e lo specchio
    che mi riflette assorto.

    Non so vincere il gelo
    dell'angoscia, piangendo,
    come un tempo, nel cuore
    della terra e del cielo.

    Non so fingermi calme
    o indifferenze o altre
    giovanili prodezze,
    serti di mirto o palme.

    O immoto Dio che odio
    fa che emani ancora
    vita dalla mia vita
    non m'importa più il modo.

     
  • 31 marzo 2006
    Recit

    "Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
    l'amico, come incerto... Ah che cieca fretta
    nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
    Il lume del mattino fu lume della sera:

    subito me ne avvidi. Era troppo vivo
    il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo....

    Mi disse ansioso e mite la notizia.
    ma fu più umana, Attilio, l'umana ingiustizia

    se prima di ferirmi è passata per te, 
    e il primo moto di dolore che

    fece sera del giorno, fu pel tuo dolore".

     
  • 31 marzo 2006
    Alla bandiera rossa

    Per chi conosce solo il tuo colore,
    bandiera rossa,
    tu devi realmente esistere, perché lui
    esista:
    chi era coperto di croste è coperto di
    piaghe,
    il bracciante diventa mendicante,
    il napoletano calabrese, il calabrese
    africano,
    l'analfabeta una bufala o un cane.
    Chi conosceva appena il tuo colore,
    bandiera rossa,
    sta per non conoscerti più, neanche coi
    sensi:
    tu che già vanti tante glorie borghesi e
    operaie,
    ridiventa straccio, e il più povero ti
    sventoli.

     
  • 31 marzo 2006
    Alla mia nazione

    Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
    ma nazione vivente, ma nazione europea:
    e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
    governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
    avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
    funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
    una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
    Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
    pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
    tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
    Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
    proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
    E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
    che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
    Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

     
  • 31 marzo 2006
    L'alba meridionale

    Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
    del capitale, l'epifenomeno (infimo)
    dell'avanguardia. La polizia tributaria
    (quasi accertamento filosofico
    sugli incartamenti di un poeta)
    fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
    contaminati da carità, dolenti
    di inspiegabili consunzioni, e pieni
    di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
    però con mia gongolante leggerezza perché qua,
    non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
    Torno, e trovo milioni di uomini occupati
    soltanto a vivere come barbari discesi
    da poco su una terra felice, estranei
    ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
    della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
    riprendo a Roma le mie abitudini
    di bestia ferita, che guarda negli occhi,
    godendo del morire, i suoi feritori…

     
  • 31 marzo 2006
    Supplica a mia madre

    E' difficile dire con parole di figlio
    ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
    Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
    ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
    Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
    è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
    Sei insostituibile. Per questo è dannata
    alla solitudine la vita che mi hai data.
    E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
    d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
    Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
    sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
    ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
    alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
    Era l'unico modo per sentire la vita,
    l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
    Sopravviviamo: ed è la confusione
    di una vita rinata fuori dalla ragione.
    Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
    Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

     
  • 31 marzo 2006
    Poesie mondane

    Ci vediamo in proiezione, ed ecco
    la città, in una sua povera ora nuda,
    terrificante come ogni nudità.
    Terra incendiata il cui incendio
    spento stasera o da millenni,
    è una cerchia infinita di ruderi rosa,
    carboni e ossa biancheggianti, impalcature
    dilavate dall'acqua e poi bruciate
    da nuovo sole. La radiosa Appia
    che formicola di migliaia di insetti
    - gli uomini d'oggi - i neorealistici
    ossessi delle Cronache in volgare.
    Poi compare Testaccio, in quella luce
    di miele proiettata sulla terra
    dall'oltretomba. Forse è scoppiata,
    la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
    Anzi, è così certamente. E la fine
    del Mondo è già accaduta: una cosa
    muta, calata nel controluce del crepuscolo.
    Ombra, chi opera in questa èra.
    Ah, sacro Novecento, regione dell'anima
    in cui l'Apocalisse è un vecchio evento!
    Il Pontormo con un operatore
    meticoloso, ha disposto cantoni
    di case giallastre, a tagliare
    questa luce friabile e molle,
    che dal cielo giallo si fa marrone
    impolverato d'oro sul mondo cittadino...
    e come piante senza radice, case e uomini,
    creano solo muti monumenti di luce
    e d'ombra, in movimento: perché
    la loro morte è nel loro moto.
    Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
    automobili e camion, sotto gli archi,
    sull 'asfalto, contro il gasometro,
    nell'ora, d'oro, di Hiroshima,
    dopo vent'anni, sempre più dentro
    in quella loro morte gesticolante: e io
    ritardatario sulla morte, in anticipo
    sulla vita vera, bevo l'incubo
    della luce come un vino smagliante.
    Nazione senza speranze! L'Apocalisse
    esploso fuori dalle coscienze
    nella malinconia dell'Italia dei Manieristi,
    ha ucciso tutti: guardateli - ombre
    grondanti d'oro nell'oro dell'agonia.

     
  • 31 marzo 2006
    Non è amore

    Non è Amore. Ma in che misura è mia
    colpa il non fare dei miei affetti
    Amore? Molta colpa, sia
    pure, se potrei d'una pazza purezza,
    d'una cieca pietà vivere giorno
    per giorno... Dare scandalo di mitezza.
    Ma la violenza in cui mi frastorno,
    dei sensi, dell'intelletto, da anni,
    era la sola strada. Intorno
    a me alle origini c'era, degli inganni
    istituiti, delle dovute illusioni,
    solo la Lingua: che i primi affanni
    di un bambino, le preumane passioni,
    già impure, non esprimeva. E poi
    quando adolescente nella nazione
    conobbi altro che non fosse la gioia
    del vivere infantile - in una patria
    provinciale, ma per me assoluta, eroica -
    fu l'anarchia. Nella nuova e già grama
    borghesia d'una provincia senza purezza,
    il primo apparire dell'Europa
    fu per me apprendistato all'uso più
    puro dell'espressione, che la scarsezza
    della fede d'una classe morente
    risarcisse con la follia ed i tòpoi
    dell'eleganza: fosse l'indecente
    chiarezza d'una lingua che evidenzia
    la volontà a non essere, incosciente,
    e la cosciente volontà a sussistere
    nel privilegio e nella libertà
    che per Grazia appartengono allo stile.

     
  • Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
    con te e contro te; con te nel cuore,
    in luce, contro te nelle buie viscere;

    del mio paterno stato traditore
    - nel pensiero, in un'ombra di azione -
    mi so ad esso attaccato nel calore

    degli istinti, dell'estetica passione;
    attratto da una vita proletaria
    a te anteriore, è per me religione

    la sua allegria, non la millenaria
    sua lotta: la sua natura, non la sua
    coscienza; è la forza originaria

    dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
    a darle l'ebbrezza della nostalgia,
    una luce poetica: ed altro più

    io non so dirne, che non sia
    giusto ma non sincero, astratto
    amore, non accorante simpatia...

    Come i poveri povero, mi attacco
    come loro a umilianti speranze,
    come loro per vivere mi batto

    ogni giorno. Ma nella desolante
    mia condizione di diseredato,
    io possiedo: ed è il più esaltante

    dei possessi borghesi, lo stato
    più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
    essa mi possiede; ne sono illuminato:

    ma a che serve la luce?

     
  • 31 marzo 2006
    Comizio

    "E in questo triste sguardo d'intesa,
    per la prima volta, dall'inverno
    in cui la sua ventura fu appresa,
    e mai creduta, mio fratello mi sorride,
    mi è vicino. Ha dolorosa accesa,

    nel sorriso, la luce con cui vide,
    oscuro partigiano, non ventenne
    ancora, come era da decidere

    con vera dignità, con furia indenne
    d'odio, la nuova storia: e un'ombra,
    in quei poveri occhi, umiliante e solenne...

    Egli chiede pietà, con quel suo modesto,
    tremendo sguardo, non per il suo destino,
    ma per il nostro... Ed è lui, il troppo onesto,

    il troppo puro, che deva andare a capo chino?
    Mendicare un po' di luce per questo
    mondo rinato in un oscuro mattino?"