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in archivio dal 08 mar 2010

Pino Leonardi

25 aprile 1957, Roma
Segni particolari: Generoso, un po' introverso, sostanzialmente un solitario... (i corvi volano in gruppo, le aquile solitarie...)
Mi descrivo così: Da sempre appassionato dello scrivere racconti per lo più brevi per il solo piacere di condividerne il contenuto con amici e senza alcuna particolare ambizione...

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  • 29 ottobre 2011 alle ore 15:11
    Mondi paralleli

    Esiste un mondo
    dove le cose
    non sono come sembrano,
    dove il bianco è nero
    ed il nero è bianco
    ed il dolce è salato
    e viceversa,
    dove i sogni fanno parte della realtà
    e dove la realtà si confonde con l'immaginario.
    A volte i due mondi si avvicinano così tanto
    che le due orbite si sorridono,
    le ellissi si sfiorano,
    e qualcosa dell'uno passa nell'altro,
    almeno per un po'.
    Eppure è bello che ciò accada
    e che, ogni tanto,
    si possano respirare
    sensazioni uniche e nuove.

     
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  • 25 febbraio 2011 alle ore 22:27
    La macchina dei sogni

    Come comincia: “Davvero pensi che sarebbe possibile?” – “Sì, te lo ho detto e ridetto, ho studiato accuratamente le onde cerebrali in particolare durante le fasi REM. E’ plausibile, anzi probabile, per non dire certo, che, con opportune manovre si possono condizionare!” – “Sì, ma anche ammesso ciò, come pensi di procedere su un volontario che si presti all’esperimento?” – “Ho messo a punto un’apparecchiatura, una specie di macchina per encefalogrammi, bisogna solo riuscire a trovare la combinazione farmacologica in grado di far dare, come dire, un’impennatina alle onde “theta” e “delta”, quelle per intenderci che sembrano attirare di più la creatività, la capacità mnemonica e la fantasia”. Il colloquio si svolgeva pacato tra Andrea, giovane ricercatore della facoltà di Ingegneria Biomedica dell’Università di Bologna e Marco, amico da una vita, compagno di scuola prima e di epiche sfide a calcetto poi, nonché camionista con l’hobby dell’onirico, del soprannaturale.  Andrea ricordava le sedute spiritiche cui sempre Marco da ragazzo cercava di coinvolgerlo, ma per lui erano baggianate, perdite di tempo che non portavano a nulla, ore preziose sottratte allo studio… e difatti lui era poi diventato uno studioso, un futuro, forse, professore universitario oppure un inventore, ma per ora a 1000 euro al mese e costretto ancora con papà e mamma che adoravano quel ragazzo sempre chino sui libri, un po’ introverso, versatile e intelligente. Marco era sempre stato intraprendente, pronto a lanciarsi in avventure rischiose e coinvolgenti. Voglia di studiare poca, e difatti dopo il diploma al liceo scientifico Copernico di Bologna e un esame in 2 anni a giurisprudenza si era detto che la sua seconda passione, guidare, avrebbe potuto dargli da vivere… e così si era preso la “DE” investendo i 1500 euro di faticosi risparmi di 3 anni all’autoscuola vicino casa; si era presentato da un noto autotrasportatore di Sasso Marconi con quella sua aria spavalda che ispirava fiducia e simpatia a pelle e aveva cominciato a fare su e giù per l’Italia, con tanto di baracchino a bordo, assai sudore anche d’inverno e più che meritati quasi 3000 netti al mese. Ma erano rimasti amici, diversi eppure accomunati da molti stessi interessi, come quello per i sogni e quel che c’è dietro… dibattiti interminabili al pub con gli amici o anche la sera fino a tardi prima di rincasare, a discutere se un giorno qualcuno avrebbe inventato qualcosa che avesse potuto condizionarli, i sogni. Insomma sognare a proprio piacimento, soggetto a richiesta e durata anche, e… senza dover usare immorali e pericolosissime scorciatoie chimiche. Andrea ci aveva lavorato in segreto, dopo le giornate in laboratorio all’Università, due orette la sera, anziché guardare i programmi in tv demenziali investiva il suo tempo libero in esperimenti. Nemmeno a Marco lo aveva accennato, solo una volta una parentesi rapidissima circa una sorpresa che lo avrebbe stupito ma cui il suo caro amico non sembrava aver dato eccessiva rilevanza. Non era stato semplice in principio, passare cioè dalla pura teoria (con relativi studi e ricerche sulle attività cerebrali, sia da svegli che dormienti) alla creazione di un prototipo. Dubbi a non finire, paure anche, timori sia di aver perso 3 anni che di aver creato un qualcosa di difficilmente governabile. Gioia e speranza da una parte, ma anche terrore che la sua scoperta potesse sfuggirgli di mano, come al dottor Frankenstein con la sua “creatura”. Ma… erano solo teorie, la macchina andava testata, e da un essere umano ovviamente; aveva bisogno di qualcuno di cui potesse fidarsi e che lo rendicontasse ogni cosa; non poteva essere lui stesso la cavia, perché solo lui era in grado di dare gli opportuni comandi al macchinario ed essere pronto ad intervenire. Marco poteva andar bene, in fondo era con lui che erano maturati certi discorsi teorici serali da liceali e poi era in gamba, avrebbe saputo sicuramente meglio di lui comprendere le reali possibilità, anche pratiche, di guadagno insomma, che una simile scoperta poteva procurare. E, anche se dei soldi non gli era mai interessato molto, sarebbero finiti i tempi in cui doveva farsi bastare i suoi 1000 euro scarsi: bisognava solo crederci, ma in fondo ad Andrea interessava di più passare alla storia come lo scienziato che aveva inventato “la macchina dei sogni” e il cui nome, ing. Andrea Moretti, un domani i liceali del Copernico avrebbero letto sui libri di scuola. E così aveva chiamato Marco ed ora si trovavano seduti al pub dove da ragazzi avevano rimorchiato le due tedesche di Hannover e con le quali avevano finito col dissertare di sogni, scienza e fantascienza mentre le due walkirie impazienti non aspettavano altro che le portassero in macchina, ciascuno la sua, ché già se li erano scelti ciascuno il suo… “E chi ti dice che funziona?” – riprese Marco – “come puoi essere sicuro che la forzatura che avviene nel cervello non possa causare problemi? Per non parlare poi del cocktail di farmaci antiepilettici che vorresti somministrare… a che scopo poi non ho mica capito bene sai, a rallentare l’attività iniziale cerebrale? Una specie di sedazione insomma!” – “Non è una sedazione, è una semplice induzione, come dire… tu fai l’autista no? E’ come se riuscissi a farti mettere da parte tutte le tue argomentazioni, ciò che ti hanno inculcato dapprima all’autoscuola e poi man mano che ti sei formato da solo, comprese imprecazioni e avversione di voi camionisti verso gli automobilisti in genere o verso chi sorpassa a destra oppure va troppo lento dove la strada è scorrevole. Ho reso l’idea?” – “Un battesimo!” – sintetizzò Marco – “tu vuoi resettare la coscienza consapevole del disgraziato che si sottoporrà al tuo giochino, vuoi lavare via tutti quegli accumuli che anni di elucubrazioni mentali hanno stratificato nelle cortecce cerebrali. E’ così?” – “Più o meno” – ammise l’ingegnere non potendo non ammirare dentro di sé l’acume dell’amico – “E dove pensi di trovare la cavia? Farai un giretto di telefonate o scriverai qualcosa sulla bacheca di facebook? E quanto pagheresti?” – Lo diceva scherzando ma una certa inquietudine si impadronì di Marco allorché scorse negli occhi cupidi di Andrea lo stesso sguardo che doveva aver avuto Jane quando ascoltava Tarzan… “Tu. Sarai tu la mia freccia lanciata nell’ignoto. Sai che ti voglio bene e non ti esporrei a rischi di nessun genere, ho tutto l’interesse che torni da me vivo e vegeto e mi aiuti a mettere definitivamente a punto l’esperimento. Faremo a metà degli introiti: ci pensi? Brevettiamo il tutto e mettiamo in funzione il pallottoliere contasoldi, pensa a che implicazioni può avere una macchina del genere opportunamente usata: te ne vai a dormire stanco e stressato e ti regali ore e ore di un sonno ristoratore, denso di visioni estatiche. L’Eden, Marco, sarà la scoperta del secolo, pensaci, possiamo regalare a tutti la felicità. Il sogno dell’uomo che si avvera, abbattute le differenze di classe, operai e nobili, possidenti e indigenti, tutti sullo stesso piano! La macchina non fa disuguaglianze. Una mente vale l’altra, le onde di un povero sono le stesse di un ricco. E questo sia a Mosca che a Buenos Aires, tutti avranno il loro caricabatteria personale, con pochi soldi e niente rischi!” – “Ma se vuoi davvero somministrare dei farmaci a chi non è malato come fai a definirti un filantropo?” – si oppose timidamente Marco, che già suo malgrado era affascinato dall’idea di essere lui il primo astronauta dell’onirico – “I farmaci servono solo all’inizio per tarare la macchina dei sogni, conto che già dopo una sola applicazione sarò in grado di farne a meno, si tratta solo di partire” – “E quanto durerebbe ogni seduta?” – cominciava a interessarsi l’amico – “Anche questo dipende da molti fattori e… da come risponde il tuo encefalo”. Ormai entrambi erano d’accordo che si doveva tentare, troppo grosso il tornaconto che poteva derivarne, in un senso o in un altro. Andrea capì che Marco sarebbe stato il suo uomo e ci aveva sempre sperato, anzi creduto ciecamente. “Quando si farà?” – concluse Marco. “Mi occorrono un paio di settimane ancora, devo fare tutta una serie di verifiche, non voglio correre il rischio che alla mia cavia si brucino le cervella come animelle fritte dorate” – “Ma vaff…” fu il commento dell’amico – “Se ci lascio le penne sarò io a venire nei tuoi sogni, ogni sera e a tirarti i piedi anche, quindi bada bene a quel che fai!”. Risero entrambi e suggellarono il patto con un bel boccale di lager rossa per Andrea e una Pilsener chiara doppio malto per Marco. Gusti sempre differenti, anche sulla scelta delle ragazze, come quelle due tedesche che chissà dove erano ora che avevano deciso tra loro al primo sguardo a chi la bionda e a chi la rossa… Nei quindici giorni seguenti Marco aveva percorso un numero imprecisato di chilometri sempre attento alla guida ma sempre pensando alla macchina e all’esperimento. Si chiedeva cosa avrebbe mai provato, se avesse avuto dolore, pizzicore, insomma un qualche segno tangibile oltre che la possibilità di scegliere preventivamente cosa sognare. Andrea usciva sempre meno dal box della villetta dei genitori alla periferia nord di Bologna, non faceva che provare e riprovare, mandar giù interruttori, misurare col tester, guardare dentro l’oscilloscopio, tutto un fervere di attività che però non preoccupava più di tanto i suoi vecchietti, come li definiva lui, che non immaginavano certo che il loro ragazzo andava cercando quel qualcosa che non aveva ancora trovato in sé. “Sei libero domenica mattina?” – Il trillo del cellulare non sorprese Marco – “Siamo sulla rampa di lancio?” – domandò. “Sì, tutto è pronto, prepara il testamento” – “Ma vaff…” fu la risposta, identica a quella del pub di qualche tempo prima – “Ok. Allora ti aspetto alle 9 da me e...” – “Cosa?” – chiese allarmato il camionista – “Niente, portati il pigiama”. Risero ambedue e riposero i telefonini. Quella domenica era abbastanza caldo, pur essendo ancora aprile (temperatura media a Bologna 14°). Marco pensò che il pigiama non sarebbe servito, guardando la poltrona-letto con tutti quei fili allarmanti che pendevano da tutte le parti e quello schermo dietro il quale Andrea aveva preparato la sua postazione. Non poteva non ammirare, anche se con una certa inquietudine, le capacità del suo amico ingegnere. “Tre anni per preparare tutto questo? Bè nemmeno tanti!” – si disse. “Per prima cosa ti farò un’endovena, ti somministrerò una dose bassa di acido valproico e carbamazepina tu mettiti comodo e raccontami esattamente cosa provi” – “Sì, dai sbrighiamoci, prima iniziamo e meglio è. Alle 15 Bologna-Milan e stavolta vi mandiamo a casa con le ossa rotte” – anche in fatto di tifo Marco e Andrea non la pensavano allo stesso modo – “Non ci sperare, i rossoneri torneranno a casa coi 3 punti, 3 a 2 al 90°!” – “Vedremo” – “Sì, vedremo” – “Giù, forza”, lo accompagnò con delicatezza ma fermezza. Il farmaco affluiva, ma Marco non sentiva nulla, né bruciore, né sonnolenza, né altro. Era ancora insonnolito perché la notte passata la aveva trascorsa quasi insonne, nonostante Andrea gli avesse raccomandato di comportarsi come sempre, ma per il resto tutto ok. “Tutto procede per il meglio Marco, stai andando benissimo”, il casco con gli elettrodi glielo aveva già messo su da una mezzora ed era intento a scrutare lo schermo e a mandar su e giù manopole con la stessa sinuosità con cui un direttore d’orchestra muove la bacchetta. “Ora aspettiamo tranquilli che ti addormenti anche per poco, sono le 10 e 25, rilassati che dopo dovrai raccontarmi tutto l’evolversi. Io da qui “vedrò” o meglio, il computer tradurrà gli impulsi che emetterai in immagini sullo schermo” – “Caspita! Spero di non fare sogni erotici allora, sarebbe oltremodo imbarazzante, ehehehe” – “Tranquillo. Sognerai paesaggi rupestri e ruscelli azzurri…” – “E tu come fai a saperlo?”. “Mmmmmm, mi sono buttato a indovinare dai, poi mi dirai, ora vai a nanna”. Marco si addormentò, suo malgrado. Non se ne rendeva conto ma Andrea inviando opportuni segnali era in grado di “indirizzarlo” in un posto particolare, dapprima in maniera generica, poi man mano sempre più nitida, i segnali di ritorno che gli arrivavano gli suggerivano dove e cosa far sognare all’amico che dormiva; gli giunse chiara la richiesta di alberi, distese di alberi senza fine, di verde sconfinato, fronde altissime che si stagliavano tra le nubi; alberi insolitamente alti. “Chissà che significa” - si diceva Andrea assecondando la volontà di Marco girando un potenziometro e vedendo l’amico rispondere all’istante con una visione ancora più esaltante. “Chissà cosa sta provando”… Decise che questo primo esperimento poteva definirsi concluso. Scollegò delicatamente la sua cavia e lo lasciò dormire ancora intanto che riponeva tutto. Tutto sembrava procedere per il meglio, nemmeno un piccolo sussulto al momento dello stacco, tutto tranquillo, tutto apparentemente normale se non fosse stato che Andrea aveva indotto Marco a sognare quello che lui aveva programmato, dapprima lo aveva seguito ma poi via via che il sogno prendeva forma era stato lui a decidere dove portarlo... “Ma c’è ancora da lavorare molto” – si disse l’ingegnere – “soprattutto se voglio tentare un altro tipo di esperimento: indurre nel paziente il sogno che non desidererebbe mai, il peggiore degli incubi; naturalmente solo per pochissimo e solo per vedere se ciò è possibile”. Marco si era svegliato e sembrava nemmeno non ricordarsi che si trovava nel box di casa del suo vecchio compagno di scuola e solo dopo aver guardato la poltrona dove si era appisolato chiese all’amico e anche a se stesso: “Bè? Come è andata? Io non ho provato nulla di nulla, anzi credo di non aver sognato proprio, ma sei sicuro che funziona?” – Andrea stava per dirgli che aveva deciso lui cosa doveva sognare ma temeva che l’amico non gli credesse e soprattutto lo frenò il pensiero improvviso di ciò che aveva in mente, ossia tentare un nuovo esperimento mediante il quale riuscire ad indurre un incubo, considerazione che però non aveva intenzione di svelare a Marco, almeno nell’immediato – “Devo verificare diversi parametri, per ora è un pareggio, diciamo che siamo sulla strada buona ma manca qualche tassello. Sei sempre intenzionato a seguirmi?” – “Certamente. Non mi sono mai tirato indietro, dovresti saperlo!” – “Benissimo, allora aggiorniamoci alle 23 di questa sera, sei d’accordo? Stanotte dormirai qui, ed ora smamma, vai a vedere la partita anche per me e vediamo se anche lì c’è un pareggio… Un pareggio può andar bene in fondo” – “Ci vediamo stasera; dirò a casa che dormo da te e domattina vado direttamente in ditta, per fortuna attacco dopo pranzo così se anche non mi farai dormire potrò recuperare in mattinata” – “Dormirai, stai tranquillo” – e mentre pronunciava questa frase una leggera inquietudine mista a rimorso si andava delineando in lui. Cacciò via però subito il pensiero, in nome della scienza, si disse… Il Bologna aveva perso con un tremendo 0 a 3 contro il troppo più forte avversario di Milano, Marco aveva visto la partita ma si era rassegnato subito mentre Andrea non era per nulla interessato alla vittoria della sua squadra: ormai aveva in mente tutto un altro universo di attenzioni. Marco si presentò a casa dell’amico più che puntuale e vide la sua bella poltrona che cominciava ad essergli familiare, chiese ad Andrea se aveva terminato le sue procedure e, ricevuto l’assenso, si accomodò, stavolta col pigiama, visto che la temperatura si era notevolmente abbassata. Andrea lo aiutò ad accomodarsi e gli pose il casco e tutti i sensori, gli adagiò sopra una coperta ed abbassò le luci, non prima di avergli augurato buon riposo. “Trascorreremo tutta la notte, ti studierò accuratamente e non sentirai nulla” –  gli occhi chiari su cui si riflettevano i led multicolori di tutte quelle strumentazioni erano resi ancora più belli – “L’iniezione non me la fai stavolta?” – “No, non serve, la macchina è ormai pronta. Rilassati dai, conta le pecore, anche a due a due se ti scappano…”. Aveva deciso che avrebbe sviluppato in Marco un incubo, mettendo in funzione il macchinario in maniera opposta, invertendo cioè i poli positivi coi negativi. Avrebbe iniziato dapprima gradualmente, poi sempre più in maniera intensa fino a portarlo al punto estremo, per poi tornare alla posizione di partenza e, ove le condizioni lo avessero consentito, traghettare l’amico al totale stato di estasi… aveva anche capito durante quel lungo pomeriggio che aveva visto soccombere la compagine della sua città contro quella della sua squadra il motivo per cui Marco non ricordava nulla: mancava una specie di “fissante”, l’impulso finale che non aveva previsto sarebbe servito. In pratica era come se il cervello umano si fosse ribellato all’idea di essere manipolato e cadeva in una specie di trance. La parte sinistra dell’encefalo bloccava ogni tentativo di accedere a quella passiva, la destra. La mente veniva riprogrammata per manifestare ciò che in realtà desiderava sopra ogni cosa. Marco si era addormentato ora e Andrea armeggiava con fare convulso, nervoso e inquieto ma determinato. Dapprima un’ombra si insinuò nel sonno di Marco, una figura che racchiudeva in sé tutto il peggio dei mali del mondo, la sensazione era quella di non potersi muovere, di voler scappare inseguiti da una figura mostruosa, sintesi estrema di orrore e  raccapriccio, ma non averle, le gambe. Passava da uno spavento all’altro, l’incubo si andava materializzando con sempre più veemenza. Marco ormai piangeva disperato, si era improvvisamente reso conto che era lui dentro una realtà che non poteva controllare, aveva cognizione di essere manovrato dalla macchina infernale di Andrea e che non poteva intervenire in nessun modo, nemmeno svegliandosi, anche se lo desiderava ardentemente. Non più sognante dunque ma perfettamente lucido. Provò a chiamare Andrea, tentò di urlare, ma senza esito. Doveva scappare: la cosa, l’insieme di tutti i peccati del mondo che voleva impossessarsi di lui non gli avrebbe dato scampo, né tregua. Si ritrovò dapprima in un labirinto pieno di specchi che riflettevano decine di immagine malvagie del Male, ognuna delle quali poteva essere quella reale. Decine di se stesso atterriti correvano nella stessa direzione in tutti i meandri del labirinto, inseguiti da altrettante creature orrende ed efferate. Andrea si era reso conto che i parametri funzionali dell’amico cominciavano a dare problemi, le pulsazioni scendevano sotto il livello di guardia e i valori della pressione arteriosa avevano degli sbalzi allarmanti; decise però di andare avanti perché aveva bisogno di spingersi al punto estremo per poter poi tornare gradatamente indietro, per verificare se era sempre in grado di tenere sotto controllo il tutto. Marco ora era non più in un labirinto ma a piedi nudi in una piazza grandissima sotto la quale si aprivano una moltitudine di griglie da cui fuoriuscivano ogni sorta di raccapriccianti insetti mai visti sino ad ora, una specie di blatte enormi e nere come la notte con delle chele grandissime, che cercavano di afferrare le sue estremità martoriate; nella fuga disordinata ne schiacciava a dozzine e da quei corpi neri usciva un liquido biancastro ripugnante e fetido che sporcava i suoi piedi. Le bestie mordevano e facevano male. Marco sentiva il dolore distintamente ora; disteso sulla poltroncina mentre Andrea ipnotizzato e affascinato seguiva quel film dell’orrore senza intervenire, sussultava e gemeva sempre più inebetito. La scena cambiò ancora: le bestie ributtanti erano tornate da dove erano venute ma Marco correva ancora sentendo direttamente lo scricchiolio della cartilagine dei corpi di quegli assurdi insetti. Alzò gli occhi al cielo, quasi volesse scorgervi un segno rassicurante e invece gli cominciarono ad apparire sempre più nitide, dapprima puntolini indistinti, poi macchie sempre più definite. Non potevano definirsi uccelli, anche se indubbiamente appartenevano al mondo dell’aria. Un mix tra stracci bagnati, grandi volatili senza penne e macchie d’inchiostro blu. Esplodevano come palloncini pieni d’acqua tirati da bambini festosi in una sera d’agosto. Ve ne erano a centinaia, più ne cadevano a terra, e più se ne formavano. Colossali splash ripetuti e una deflagrazione di liquido blu appiccicoso. Marco cercava di zigzagare disperato con tutto quel blu ributtante che ormai lo andava trasformando in una specie di puffo grande e impacciato. Si ritrovò a ridere di questa cosa, pensò alle seppie, alle innumerevoli ricette che la sua mamma avrebbe saputo improntare con le seppie… Ma non erano seppie, erano piene di liquido blu scuro ma questo fluido gli entrava ora nei polmoni e sentiva che non poteva più respirare, o forse lo desiderava soltanto. La zona andò in tilt alle 2 e 45 del mattino, in piena fase REM di Marco. Andrea non aveva mai pensato, stupidamente, a un generatore autonomo. Senza corrente la macchina non poteva più funzionare e non funzionò più. Lo stacco improvviso trascinò la cavia definitivamente nel mondo irreale che il suo amico ingegnere aveva costruito. Il referto medico parlava di arresto cardiocircolatorio, ma Marco non era morto, qualcosa di lui, al di là delle semplici cellule che componevano il suo corpo era sopravvissuto. Rimase sospeso nel limbo eterno comprendendo presto che tutta la sua eternità sarebbe stata vissuta dentro quell’orrore perpetuo da cui mai e poi mai avrebbe potuto uscire. Al suo funerale Andrea piangeva e non riusciva a levarsi dagli occhi quella visione che aveva avuto mentre il suo amico tentava di sottrarsi alla sua condanna: una mano lo aveva afferrato e voleva che lo tirasse su o forse voleva trascinare giù nell’abisso anche lui; da quella mano, la mano di Marco, lui si era distaccato con forza ed era riuscito a staccarsi. Da allora, ed erano ormai passati 15 anni, il famoso ingegner Moretti, noto in tutta Europa per le sue importanti scoperte nel campo della bioingegneria si divertiva tutte le notti col suo personalissimo videogioco reale. Spostava l’amico intrappolato nella gabbia da cui non poteva più tirarlo fuori nemmeno se lo avesse voluto, da un settore all’altro con la stessa disinvoltura con cui il giocatore di scacchi inizia la sua partita spostando il pedone di Re. Giocava con la sua anima, il puro spirito dell’amico venticinquenne inchiodato alla sua eterna giovinezza e al suo destino, era ormai suo, del quarantenne brizzolato e con gli occhi chiari che era tanto piaciuto a una bionda tedesca di Hannover di tanti anni prima, e solo lui poteva  decidere di quale morte egli dovesse morire ad ogni alba. Ogni volta diversa. Novello Prometeo con la sua aquila pronta a divorare il fegato che gli ricresceva ad ogni alba… senza neanche aver rubato il fuoco agli dei. Ogni volta l’incubo era peggiore del primo. Quel lunedì mattina di tre lustri addietro nessuno aveva capito nulla. La gente del quartiere commentava nei bar la sconfitta dei felsinei contro il Milan; forse anche la disfatta calcistica aveva contribuito a far passare in secondo piano la morte del simpatico camionista. Andrea aveva avuto cura di caricare in auto l’amico con sé appena resosi conto che il suo cuore aveva ceduto, adagiandone il corpo sul sedile vicino a lui ed avendo cura di allacciargli con delicatezza estrema la cintura di sicurezza, forse anche sussurrandogli in un orecchio: “Tranquillo Marco, la cintura che non porti e non sopporti  sul tuo camion qui potrebbe servirti, amico mio”. Aveva simulato un malore improvviso dopo una violenta frenata. Nessuno aveva avuto dubbi. I ragazzi erano noti a tutto il quartiere per la loro amicizia. Nessuno sapeva dell’invenzione di Andrea. Nessuno aveva ritenuto di indagare; non vi erano segni di violenza di alcun genere sul corpo. Andrea si sarebbe tenuto il suo giocattolo vivente per anni… e chissà se un giorno non avesse desiderato di entrare anche lui nell’incubo, sospinto dal desiderio mai del tutto represso di aiutare il suo vecchio compagno di scuola in quella impari lotta…

     
  • 16 febbraio 2011 alle ore 23:42
    La scatola magica

    Come comincia: Chissà da quanto era lì, seminascosta tra mille altre cose. Antonio sapeva esserci ma francamente ne ricordava a malapena l’esistenza, men che mai il contenuto. La aveva messa nella cantina una sera di tanti anni prima quando si era finalmente deciso a razionalizzare le vecchie cose che la zia Marta gli diceva di tanto in tanto di venirsi a prendere perché erano appartenute a questo o a quel prozio, trisavolo e via dicendo. “Prendila la scatola colorata, Antonio” -  gli ripeteva – “ il tuo povero papà ci riponeva le sue  cose e a sua volta il nonno ci teneva tanto; non gettarla può sempre essere utile” – aggiungeva con quel suo fare di donna semplice, abituata a conservare sempre perché non si sa mai… perla rara adagiata sul fondale di un mare consumistico, usa e getta, dove ormai tutto era effimero, destinato a durare per il tempo strettamente necessario. La zia Marta non apparteneva a quel mondo ma alla generazione povera precedente ad Antonio. Poi un bel giorno morì senza figli, sola come aveva sempre vissuto: il marito, lo zio Michele, era stato dato per disperso in Russia durante la guerra, e lei giovane vedova bianca aveva tirato avanti col ricamo e con il sussidio che lo Stato gli versava, fino all’ultimo ostinata a recarsi all’Ufficio Postale per riscuotere i contanti, nemica giurata di conti correnti, bancomat, assegni, bonifici e tutto quel che non era carta filigranata; come quando arrivò l’euro che non accettò mai e che per sua “fortuna” gli sopravvisse poco; fino all’ultimo le care vecchie lire, solo quelle contavano per lei, non perché fosse avara, ma perché aveva il rispetto dei soldi, il rispetto tipico di chi li guadagna, pochi ed onestamente. Aveva anche lasciato la cara vecchia zia Marta qualcosa oltre il solito ciarpame: biancheria mai usata di gran valore ricamata finemente e chissà lasciata lì perché non si sa mai, povera zia, si era goduta poco della vita ma in fondo era stata felice; vissuta prima con l’uomo che da giovanissima la aveva condotta all’altare e poi col suo ricordo, tremula fiammella che non si spegneva mai. Antonio, unico parente prossimo della zia, dopo la sua morte aveva fatto prendere le cose che davvero non meritavamo la discarica e messe lì, in cantina, anche lui dicendo ma sì, non si sa mai... La scatola apparteneva a questa ristretta cerchia: un parallelepipedo finemente scolpito, di legno buono, cerniere e chiusura in  bronzo, ricca di fregi ma non esageratamente barocca, non ingombrante ma abbastanza comoda per tenerci documenti o valori od altro. Ad Antonio era tornata in mente prepotentemente, una sorta di deja-vu mistico in cui si mescolavano antichi ricordi e piacevoli rimembranze. Anche l’odore era buono, sapeva di antico ma non di vecchio, di fresco e non di stantio: insomma un bell’oggetto che a qualche antiquario avrebbe fatto gola e ci si potevano fare dei bei soldini, niente a che vedere con le cose “ made in China” di adesso; ma ad Antonio non interessava venderla, ché non ne aveva bisogno, né volontà; voleva semplicemente toccarla, rivederla, guardarci dentro, respirare quell’odore particolare che solo le cose di un tempo sanno trasfondere. Solo ora si rendeva conto che la vecchia scatola non la aveva mai aperta. “Incredibile” pensò “tanti anni che è qui e non mi è mai venuto lo schiribizzo di scoprirne il contenuto”, forse era intimamente convinto che non contenesse niente, vuota, semplicemente vuota o forse lo aveva fatto, aprirla e poi richiuderla e non se ne ricordava assolutamente più. Chissà. Quella sera però complice il fatto che una banale influenza lo teneva a casa aveva deciso di curiosare tra le vecchie cose della cantina e la scatola era di sicuro il “leader” di quella squadra sgangherata malamente disposta sugli scaffali polverosi. Era lì; maestosa come non mai, anche di più di come la ricordava Antonio, accuratamente incartata nella carta spessa dei pacchi, questa sì impolverata ed ingiallita: la prese con rispetto e circospezione, consapevole di stare per fare qualcosa allo stesso tempo di importante ed irriverente, quasi a turbare il sonno della zia Marta che gli aveva sempre detto di prenderla, ma in fondo non lo desiderava davvero… chissà quali ricordi ed emozioni aveva suscitato in lei quella  vecchia scatola, forse le stesse che ora, magicamente suscitavano anche in lui. Si sarebbe quasi potuto dire che la scatola lo stesse chiamando… ecco, sì una specie di richiamo atavico, un qualcosa che dalla notte dei tempi saliva e saliva e saliva fino ad arrivare alla sua cervice, là dove una certa scuola filosofale e di pensiero sosteneva albergasse l’Anima. Salite le 4 rampe di scale che dal seminterrato della cantina portavano al terzo piano di casa sua, aprì la porta col suo prezioso cimelio serrato sotto il braccio sinistro avendo la massima cura di non staccarlo e con la mano  destra frenetica a girare la chiave nella toppa. Scartarla e guardarla fu tutt’uno, rimanendo poi ammirato ed estasiato nello scoprire i finissimi intarsi che il bulino di qualche antico maestro aveva saputo così bene manovrare. Contemporaneamente si sforzò di immaginare se potesse contenere qualcosa di prezioso e quasi per gioco si materializzò nella sua mente una perla bellissima opalescente bianca grande e preziosa che stava lì adagiata su un cuscinetto rosso pronta per essere presa e magari portata al collo di una bella signora: fu la prima cosa che gli venne in mente ma che istantaneamente scacciò. “E sì figurati, una perla! E lì da quando poi? E come sarebbe stato possibile che nessuno la avesse mai scorta?”- pensava questo tra se e se mentre delicatamente faceva alzare verso l’alto la fine chiusura bronzea, certissimo anzi ben consapevole che il vuoto sarebbe stata l’unica cosa che poteva vedere, ammesso poi si potesse dire che il vuoto poteva vedersi. Ci fu un cigolio della cerniera o forse fu solo nella sua fantasia, ma la scatola si aprì in un baleno. La parte razionale di sé negava mentre quella emotiva non sapeva più a quale divinità inchinarsi per ringraziare: la perla era lì, più o meno come la aveva per gioco immaginata. Il cuscinetto era nero e non rosso ma ciò ne metteva ancora più in risalto le stupende fattezze. Una perla! Di chi mai può essere? Chi può avercela lasciata? Certo non la zia Marta vissuta povera e morta tale. Doveva valere una bella cifretta, davvero milioni, anzi ora migliaia di euro, povera zia pensava, avevi di che vivere dignitosamente per anni ed invece hai dovuto sguerciarti con ago e filo! Ma come era possibile? La gioia però prese presto il posto dello sgomento e della sorpresa. La scatola ed il suo prezioso contenuto erano sue, non vi erano altri eredi e soprattutto nessun torto era stato fatto alla zia Marta, né da viva, né tanto meno ora che era morta. “Le farò dire una messa” concluse Antonio. Grazie zia, grazie davvero. Per il momento nell’attesa di decidere il da farsi, sbigottito, tolse perla e cuscino e li ripose nella sua piccola cassaforte occultata dietro il grande quadro che aveva da sempre sopra il letto: una bella riproduzione della “Riconciliazione di Oberon e Titania” un’opera di Johann Heinrich Füssli, pittore svizzero del 18° secolo. Soddisfatto ed ancora incredulo se ne andò a letto assaporando in anticipo ciò che avrebbe ricavato dalla vendita della bella perla e soprattutto pregustando quello che avrebbe realizzato con i denari piovuti letteralmente dal cielo. La notte passò rapida e lasciò il posto al primo sole del mattino successivo. Antonio ancora in pigiama decise che doveva valutare per bene con la luce del giorno le qualità della perla: “Magari è falsa!” lo angosciò un tarlo improvviso, “oppure uno scherzo, uno stupido scherzo postumo di qualche avo buontempone che aveva riso decenni prima della sua faccia di quella mattina... Era ancora lì, nella sua cassaforte, così come la aveva adagiata si trovava... In un certo senso soddisfatto, anche se non voleva ammetterlo di non aver sognato tutto, la prese in mano: era bella davvero, fredda e pesante, non sembrava davvero falsa; la avvicinava ed allontanava dagli occhi cercando qualche piccolo indizio che ne tradisse la fattezza umana, ma… nulla di nulla! La perla era sicuramente appartenuta a qualche riccone di cui si erano perse le tracce. Nella sua mente le ipotesi si accalcavano confuse, anche le più disparate, del tipo che fosse stata un pegno d’amore di uno zio “casanova”, oppure rappresentasse il pagamento di un debito di gioco di un ricco califfo con qualche avo avventuriero e giocatore. “Non importa”- concluse- “E’ qui. Ed è mia .Ora scendo dall’orafo qui sotto e gliene parlo”. E mentre lo pensava ripose la perla sul comodino, si lavò, si vestì e fu pronto e scese quasi subito, ansioso e speranzoso, non prima di aver richiuso la cassaforte e abbassato il coperchio della sua bella scatola che aveva trascorso la notte a “bocca spalancata” in un lungo sbadiglio di ore, buona e tranquilla come sempre e calda anche; sì quella scatola dava calore, piacere, trasudava benessere, si poteva dire. L’orafo se la trastullava tra le dita, compiaciuto e stupito: erano vecchi conoscenti e non ebbe problemi nel chiedere ad Antonio da dove mai avesse tirato fuori una simile beltà, ma si capiva subito che era interessato… oh se era interessato, anche lui attratto magneticamente dalla perla bianca, occhio unico e senza pupilla che a sua volta sembrava guardarlo. “Cinquemila euro” -sentenziò - “posso darti cinquemila euro sull’unghia. Io conto di montarla su un bel girocollo importante e di creare un pezzo unico da rivendere a qualche ricca e asfittica contessa per il doppio: tieni presente che ho le mie spese, l’oro, il lavoro, le tasse su quel che mi entra e… insomma ci guadagno sì, ma meno di te”. Ad Antonio sembrò un discorso sensato: in fondo cinquemila euro per non aver fatto nulla andavano bene e poi si fidava del suo amico orefice al quale certo non mancavano i soldi. Uscì dalla bottega col suo bell’assegno accuratamente riposto nel portafoglio, con l’intenzione di versarlo al più presto sul suo conto, felice come un bel pupone che ha appena trangugiato la sua pappa. Il giorno dopo davanti allo specchio del bagno ascoltava come di consueto le notizie del suo radiogiornale preferito: dopo le varie considerazioni sull’economia mondiale, Bin Laden che non si trovava ancora e la sua squadra del cuore che sembrava avesse concluso l’acquisto dell’asso brasiliano di grido, sentì, tra le notizie del mondo, quella data in chiusura di notiziario che lo colpì particolarmente: nelle Filippine, in un isola sperduta, un pescatore era stato aggredito e derubato di un bottino tanto prezioso quanto inusuale: una perla di particolare caratura che aveva poco prima trovato in un’ostrica a svariati metri di profondità. I pirati che infestavano quelle acque, saliti a bordo della sua imbarcazione gliela avevano trovata addosso per caso e non avevano esitato a sparargli gettandolo in mare: un altro pescatore a qualche decina di metri su un'altra barca aveva assistito impotente al crimine ed aveva denunciato l’accaduto con la radio di bordo. Il governo filippino aveva addirittura chiesto l’intervento internazionale delle navi da guerra USA che incrociavano in zona per cercare di fronteggiare il fenomeno, particolarmente odioso ed in costante escalation; le indagini in corso, ecc. ecc. Ad Antonio era rimasto il rasoio a metà strada tra il fianco e la guancia destra, un po’ per la singolare coincidenza che aveva fatto rinvenire a lui una perla ed un po’ per l’amara constatazione di quali diversi effetti il destino aveva voluto predisporre per lui e per l’uomo agli antipodi del mondo: tutti e due avevano trovato una perla, ma con che opposto destino! Accuratamente rasato, il suo primo pensiero fu di nuovo alla scatola: non poteva fare a meno di considerare che aveva pensato ad un qualcosa di veramente poco comune e prontamente la aveva trovata e che, quasi nello stesso istante, un’altra incredibile coincidenza aveva fatto sì che un’altra perla era stata rinvenuta in circostanze drammatiche. “Si direbbe ci sia un disegno perverso” - si diceva - “ma no, sono solo fantasie, a volte cose strane avvengono… e poi che nesso può mai esservi? Se per assurdo avessi pensato di trovare del denaro, e lo avessi effettivamente trovato, non starei qui a pensarci tanto sopra”. Detto fatto gettò ancora uno sguardo verso la scatola e questa volta il pensiero dei soldi occultati in un doppio fondo gli esplose nitido; sapeva che non era assolutamente possibile che vi fosse dell’altro nella vecchia scatola e che solo l’idea di aprirla nuovamente, come in effetti si accingeva a fare, era l’assurdo degli assurdi. Eppure lo fece: la aprì di nuovo e stavolta dovette tenersi ad una sedia quando le mazzette di euro con ancora la fascetta gli apparvero dal dentro della scatola: dovette toccarle, farle scorrere diverse volte tra le dita prima di convincersi che erano effettivamente banconote, valide, autentiche e soprattutto lì per lui. Di tutte le ipotesi che la sua mente scandagliò nei minuti successivi non ve ne era una sola plausibile, una sciocchezza dietro l’altra faceva capolino nella sua testa per essere sostituita dalla successiva, ancora maggiore. Decise di smettere di pensare e passare al più concreto conteggio: non era difficile, banconote da 100 euro in mazzette da 100 per 10 mazzette, in totale 100.000 euro. Ne sfilò una meccanicamente avendo cura di tenere da parte la mazzetta che ora ne conteneva 99, quasi temendo che se avesse toccato quegli euro avrebbe compiuto un che di sacrilego: eppure doveva rendersi conto, doveva appurare se non fosse tutto una pazzia ovvero se si trovasse nel mondo della realtà. Decise che l’unico modo saggio era spenderne una. Il primo negoziante a portata fu il suo involontario complice di quella follia: non battè ciglio nel dargli il resto (circa 85 euro e spicci), non banconote così nuove come quella che aveva ricevuto ma stropicciate ed effettive e reali. Né aveva minimamente messo in discussione, anche dopo aver passato sotto la luce ultravioletta del rilevatore la banconota da 100 di Antonio, la sua validità. Era buona. Valida e spendibile, così come tutte le altre di sicuro che lo attendevano a casa. Antonio aveva avuto il suo battesimo. Mise senza contarlo il resto in una tasca mentre si dirigeva a passi veloci verso la sua abitazione, consapevole solo ora che aveva lasciato così, su un tavolo quasi 100.000 euro in balìa del primo malintenzionato che avesse forzato la sua porta o addirittura di una ventata:“ma no: le mazzette pesano, non possono prendere il volo” - si diceva - “non sto più ragionando, devo fare mente locale e riflettere su quel che mi sta accadendo, devo fermarmi se non voglio commettere idiozie” e mentre pensava alle idiozie già scacciava l’idea di quanto costasse la potente auto che aveva sempre sognato, quella col cavallino che sin da bambino lo aveva estasiato. Girò l’angolo e trovò tutta la strada chiusa: una confusione indescrivibile, 7 forse 8 auto di polizia e carabinieri in divisa ed in borghese con i giubbotti con la scritta del corpo di appartenenza. Un silenzio irreale aleggiava sulla scena, a terra il vigilante che aveva tentato di opporsi alla rapina che i balordi di turno avevano perpetrato proprio a due passi da casa sua; il lenzuolo steso sul suo corpo esanime rendeva vano l’arrivo dell’ambulanza che frattanto si era fatta largo anch’essa tra le auto delle forze dell’ordine. I rapinatori si diceva avessero portato via centomila euro… Si allontanò con il cervello in fiamme e con la voglia di non vedere più niente e nessuno, un’oscura vocina lo faceva in qualche modo ritenere responsabile: il solo fatto di avere pensato a dei soldi nella scatola aveva tramutato in realtà un incubo. Un poveraccio ci aveva lasciato le penne ed ancora una volta il conto tornava, centomila euro il bottino, centomila, anzi ora poco meno, gli euro che lo attendevano in casa. Si chiuse la porta dietro, spaventato e timoroso: la scatola era lì, così come i soldi; gli sembrò quasi che una luce sinistra però li rendesse particolarmente luccicanti; scacciò il pensiero e li mise dentro la cassaforte dietro il solito quadro in attesa di essere in grado di decidere qualsiasi cosa. Doveva sapere, se non avesse avuto la conferma che tutta la diavoleria che gli stava capitando era reale e non frutto di un incubo, doveva provare ancora, stavolta con ancora qualcosa di più eclatante, era consapevole che ciò poteva causare ancora qualche accadimento poco piacevole ma si risolse a ritenere che non fosse colpa sua, le cose nel mondo accadono a prescindere ed a lui erano solo capitate coincidenze grottesche, magari le stesse cose sarebbero successe ugualmente oppure lui non ne sarebbe venuto a conoscenza e tutto questo non avrebbe avuto modo di dargli da pensare. Si addormentò fantasticando su quello che avrebbe potuto chiedere stavolta, novello Aladino con la sua lampada magica che altro non chiedeva che di essere strofinata. Sognava e pensava, vedeva materializzarsi cose incredibili, si poneva domande e si dava risposte ancor più inverosimili, del tipo se potesse esprimere desideri anche non di beni materiali, quali l’immortalità, una salute di ferro, la felicità eterna. Sudava e si sentiva nel contempo potente ed invincibile ma atterrito e spaventato per un qualcosa che sentiva sfuggirgli di mano ma del quale era attratto come la falena dall’ abat-jour; il fascino dell’ignoto lo chiamava, la paura dell’incerto lo frenava. Si risvegliò più stanco che mai ma deciso ad avere delle risposte alle sue domande: sarebbe venuto a capo di ciò che gli stava capitando. Ad ogni costo. La Ferrari doveva ordinarla e ci sarebbe voluto del tempo e poi aveva la necessità di un garage adeguato ove riporla e se avesse avuto un garage ci voleva una casa, anzi una villa di dimensioni idonee; una villa aveva bisogno di chi avesse potuto mandarla avanti: servitù, giardinieri, custodi. Lì per lì non immaginava quante persone avrebbe dovuto stipendiare e soprattutto quanto gli sarebbe servito: provò a fare una stima, ma man mano che pensava ai particolari nella sua mente ormai ebbra si andavano accumulando cose futili che via via gli sembravano indispensabili: la scuderia, il campo da golf, l’elicottero, lo yacht, la pinacoteca e poi abiti, gioielli. Il lusso prendeva corpo e forma, si materializzava lugubre e ingombrante. Ancora non se ne rendeva conto ma aveva perso la ragione, il delirio d’onnipotenza si era impadronito di lui. Alla fine si decise con occhi arrossati e mani adunche protese verso la scatola maledetta: aveva bisogno di tutto il denaro necessario ad ottenere tutto quello che aveva fantasticato; non riusciva nemmeno a pensarla la cifra, perché ogni volta si diceva che in fondo poteva decuplicarla, chiedere di più, di più, sempre e ancora di più. Era passato chissà quanto da che aveva iniziato a “lavorare” con la scatola magica: 100 miliardi di euro aveva stabilito e gli servivano tutti, doveva acquistare tutto, tutto, e di tutto avrebbe avuto bisogno. La febbre della voluttà si era impadronita di lui; non si sarebbe più fermato e forse ne era ormai consapevole. La scatola avrebbe evidentemente avuto bisogno di tempo: una cifra simile per materializzarsi ci avrebbe impiegato ore, giorni forse. Tuttavia iniziò, obbediente come un cagnolino a sfornare mazzette di denaro, più ne sfornava e più si andavano cumulando e depositando tutt’attorno e la casa  andava riempiendosi. Antonio era in tranche, ormai non le contava più le mazzette da diecimila e loro, indisturbate, si andavano ad arenare l’una sull’altra, cataste verdi di bigliettoni nuovi e fruscianti. In un barlume di normalità (non aveva neanche più mangiato nulla, da ore) accese la TV alla ricerca di non sapeva bene cosa nemmeno lui. Sembravano tutti impazziti, su tutte le reti un susseguirsi di notiziari straordinari, TG concitati, inviati dalle borse mondiali con la faccia spaurita di chi non controlla più la situazione, il panico palpabile, il clima da ultima spiaggia, l’atmosfera irrazionale del “tutto è perduto”. Non si sapeva nemmeno come fosse cominciata dicevano i cronisti. All’inizio sembrava che in Giappone la Banca Centrale si fosse trovata di fronte ad una non meglio specificata emergenza, per far fronte alla quale aveva cominciato ad immettere milioni di yen sul mercato ma ottenendo l’effetto opposto di destabilizzarlo ancora di più. I paesi poveri si erano improvvisamente visti tagliare tutti i finanziamenti promessi ed in corso: era iniziata in ogni angolo del mondo una corsa a chi accaparrava di più. Non più denaro ma beni primari, cibarie, benzina, medicine. I governi cercavano di tranquillizzare e minimizzare ma ormai nessuno di fidava più. In Sudamerica erano scoppiati i primi tumulti con gente armata scesa in piazza per assaltare negozi e supermarket. Negli Stati Uniti si era avviata una svalutazione incontrollata che aveva portato il dollaro a valori nemmeno pensabili nei peggiori incubi; ce ne volevamo ormai decine e decine, ammesso si fosse trovato chi ancora li avesse accettati, per procacciarsi le cose più semplici ed inutili. Non si trovava più niente. Nelle grandi città si assisteva a veri e propri assalti dei quartieri ricchi da parte di centinaia, migliaia di disperati che ormai possedevano solo quel che avevano addosso. L’inflazione in un giorno aveva raggiunto picchi che nemmeno in anni avrebbe potuto mai in condizioni di normalità. In Europa, in tutta Europa, a parte piccole zone d’ombra ed isolate come l’Islanda che da sempre lo era per forza di cose, ma che comunque avrebbe presto capitolato anch’essa, era il caos totale. I Russi avevano deciso di passare alle maniere forti, sospettosi che ci fosse in atto un oscuro, ma dai ben evidenti effetti, disegno da parte dell’occidente: andavano ammassando truppe e mobilitando riservisti, tornavano in auge missili e testate. In medio oriente i fedeli inneggiavano alla fine del mondo imminente, ammassati nelle piazze e nelle moschee da dove gli imam ammonivano a prepararsi alla prossima fine. Antonio percepì appena tutto ciò: la minima parte lucida che ancora lo sorreggeva percepiva a stento che qualcosa non andava; la parte obnubilata della sua mente arrivava a pensare che gli servivano ancora denari per fronteggiare tutti i problemi che lui stesso aveva scatenato. Non c’era più denaro che servisse a qualcosa ormai, tutte le regole erano da riscrivere. Presto la legge della giungla sarebbe stata la sola imperante in quel caos totale. L’umanità stava sperimentando che cosa succede quando in un sistema basato sul consumismo, sul materialismo e sulla globalità totale vengono a crollare le colonne portanti. La scatola ormai si era placata. Non vomitava più inutili soldi. In un angolo, semisommerso, Antonio, ormai impazzito, si ostinava a contare banconote perdendo ogni volta il conto e ricominciando daccapo, gli occhi fuori dalle orbite scrutavano attorno cercando impossibili fantasmi che gli sottraevano una banconota…

     
  • 15 giugno 2010
    Le Amazzoni

    Come comincia: La guerra era iniziata da tempo immemorabile. Secoli. Millenni. Forse eoni. Le Amazzoni erano tutte femmine, rigorosamente di sesso femminile, non erano ammesse eccezioni di alcun genere, i maschi non facevano parte della loro società, non potevano farne parte… a loro era destinato il mero ruolo di fecondatori: la natura non aveva ancora consentito la totale estromissione dei maschi ma chissà se in un futuro più o meno prossimo le Amazzoni sarebbero riuscite a cancellare quegli esseri inutili ed inferiori, ancorché indispensabili alla perpetrazione della specie: di sicuro ne sarebbero state ben felici e quando l’ultimo maschio fosse stato depennato dalla loro comunità ne sarebbero state entusiaste! Potevano anche andare a vivere (o morire) altrove, i maschi, a loro non importava: tutto ciò che interessava era di vivere nella loro esclusività. Certo, vi era il problema della mancanza “fisica” del maschio, ma anche questo sembrava essere di scarso rilievo… semplicemente non aveva alcuna importanza per la comunità delle Amazzoni, l’unica cosa che importava loro era di continuare la Guerra. Una guerra sanguinosa, che durava da generazioni intere e sembrava non avere alcuna remora nello scegliere i nemici, semplicemente i nemici erano praticamente tutte le altre specie viventi, senza distinzione, uomini o animali che fossero. La comunità delle Amazzoni non viveva racchiusa in un unico accampamento o assembramento o città o megalopoli: esse vivevano in svariate zone del globo terrestre, distinguendosi a loro volta in altre sottospecie che quasi mai però si scontravano tra di loro. L’antagonista era fuori, altrove e tutto ciò che si muoveva o respirava attirava la loro insaziabile brama di potere, anzi di sangue. Erano spietate: non esitavano ad attaccare nemici o eserciti interi di nemici schierati, la loro forza implacabile si estrinsecava maggiormente anzi allorquando i nemici erano tanti e schierati o meglio ancora ammassati. Attaccavano per lo più con azioni mirate e solitarie, sembravano non aver alcun interesse alla vita propria e che il loro unico intento fosse fiaccare il nemico con ripetuti attacchi fino ad esasperarlo. Le vittime non resistevano a lungo, sempre, tranne davvero poche eccezioni pagavano il loro pesante contributo di sangue. Un’unica amazzone poteva in una sola tornata portare attacchi a ripetizione andati a buon fine, anche se moltissime restavano immolate sotto le massicce risposte del nemico. Erano capaci di rimanere acquattate per ore e in attesa del calare delle tenebre e implacabili ad una certa ora si libravano in volo verso il nemico. Ma la loro forza principale era il numero… per ognuna che non faceva ritorno alla comunità altre miriadi erano pronte a prenderne il posto. Tuttavia non erano kamikaze, anche se a prima vista poteva sembrare il contrario: non erano disposte a soccombere vanamente, o meglio, pur di ottenere ciò che volevano, (ossia il tormento fino all’annichilimento del nemico) erano disposte a rischiare la propria vita, ma se solo intuivano che il nemico si era arroccato in posizione inavvicinabile desistevano pronte però a tentare altrove il micidiale attacco, se non a tornare dove avevano dovuto momentaneamente rinunciare. Nessuno sembrava in grado di fermarle, gli unici erano nemici dotati di forza aerea preponderante. Questi astuti avversari riuscivano a fare strage delle Amazzoni, anche centinaia nel corso di una nottata di raid punitivi. La notte. Era il momento migliore della giornata, anche se non l’unico, in cui le Amazzoni concentravano i loro attacchi sferzanti. Per la verità già dal pomeriggio le legioni implacabili iniziavano ad ammassare truppe bramose: in genere non dovevano compiere tragitti lunghi, ché il nemico era ovunque, pronto per essere attaccato e colpito. Il nemico tentava in ogni modo di difendersi ma senza scampo. Non vi era salvezza contro lo strapotere preponderante delle Amazzoni… in molti casi il nemico si rassegnava da subito e già quando si potevano scorgere le prime ombre del pomeriggio molti rinunciavano a combattere, sperando che la vittima di turno fosse il proprio compagno d’arme o addirittura il proprio congiunto. A questo arrivava in certi casi il terrore verso le Amazzoni, addirittura molti si segnavano al solo nominarle, alcuni anzi erano presi da una disperazione “preventiva”. Molti lottavano coraggiosamente e con tutti i mezzi, ma contro le Amazzoni non vi era scampo, la partita era persa ancor prima di cominciare. In certi casi anzi la fuga rimaneva l’unica salvezza, oppure il chiudersi in casa sperando che l’orda famelica desistesse per quella volta… ma bastava che una sola Amazzone fosse riuscita a penetrare le difese per distruggere ogni altrui velleità, o almeno tenere in scacco per ore la comunità che aveva scelto di attaccare. Innumerevoli i tentativi di sradicarle dalla faccia della terra, ma più si faceva e più esse sembravano rafforzarsi: le armi usate contro di esse addirittura si erano rivelate non solo palliativi inutili ma veri e propri boomerang. Le Amazzoni sembravano lì per lì soccombere ma puntualmente tornavano più forti di prima. Erano invincibili. E temute. Attaccavano città e villaggi, campagne e contrade. Solo in mare aperto non arrivavano. La loro autonomia non consentiva grandissime distanze. Ma se una o alcune Amazzoni fossero riuscite a imbarcarsi come clandestine in una nave, pronte a colpire non appena non viste anche in pieno oceano avrebbero potuto continuare a seminare il terrore sui naviganti, fossero essi uomini o donne, bambini o vegliardi. Anzi erano riuscite a colonizzare buona parte del pianeta proprio grazie alle risorse degli uomini, sfruttando la loro tecnologia: maggiore distanza essi compivano a bordo di navi o aerei e maggiormente si allargava il raggio d’azione delle Amazzoni. Non avevano nemici naturali, di fatto, e quelli che lo erano erano stati stoltamente sterminati dagli uomini. Si poteva quasi pensare che non avevano voluto sterminarle le loro prede, il sol perché non avrebbero poi più avuto il piacere di tormentarle e di saziare così la loro sete di sangue. Sangue. Sangue rosso, fluido. Sempre sangue. Non bastava loro mai, alle zanzare.

     
  • 08 marzo 2010
    La bottiglia

    Come comincia: La giornata era limpida e tersa. L’aria frizzantina delle otto di un mattino di marzo pizzicava il volto e le parti scoperte del corpo di Adamo. Nike nuove e immacolate, i pugni serrati ai fianchi di chi produce uno sforzo notevole a cagione di allenamento scarso, l’eterno andare e venire dell’onda sulla battigia… la sabbia dura e ostinata a ficcarsi tra la gomma della suola delle scarpette ad ogni passo.
    Percorsi cento metri sì e no, con già il fiatone sospeso tra lo stomaco e il collo, la vide. Sembrava aspettarlo. Chissà da quanto era là… apparentemente abbandonata sulla sabbia, la metà inferiore conficcata malamente, sempre sul punto di stare per essere trascinata via dal mare e invece no… tenace a restare nel mondo degli esseri terrestri, quasi stanca di aver vissuto per decenni nell’acqua.
    Adamo si era fermato ora… La vecchia bottiglia opacizzata e sbiadita sembrava osservarlo: il fiatone ancora, ora non più per la corsa, ma per lo stupore. Si chinò ad afferrarla circospetto con tutta la curiosità possibile di questo mondo; “Chissà, forse contiene qualcosa di valore” pensò mentre si guardava attorno pur sapendo benissimo che solo qualche gabbiano in lontananza faceva capolino o planava, come del resto i lontani stridii svelavano. Pesava più di quanto si aspettasse e fece quasi uno sforzo per estrarla dalla rena bagnata, novello Artù con la sua Excalibur: con la mano spazzolò delicatamente la sabbia incrostata, quasi timoroso il vetro implodesse. Il tappo non poteva più definirsi tale, ormai un tutt’uno col vetro, una sorta di ceralacca, cartone, legno, cordame, sabbia, cementati tra loro; ma… venne via subito, gli bastò tirare leggermente: un “flop” stanco, l’odore dell’aria stantia che solo per un attimo sovrastò quello del mare…
    Il mare! In tutti quei lunghi attimi aveva seguitato il suo eterno andirivieni e solo ora Adamo lo sentiva di nuovo nonostante il suo ansimare… il foglio giallo e incartapecorito arrotolato all’interno era ormai quasi illeggibile, passò a stento dal collo stretto; qualche colpetto capovolto e fu fuori, nella mano curiosa di Adamo.
    Non ebbe neanche il tempo di accorgersene, la sensazione di orrore nel vedersi risucchiare all’interno di quelle pareti di vetro troppo spesse e irreali… la voglia di urlare e l’impossibilità a farlo, quasi la sensazione di non averla, la bocca.
    Si ritrovò a terra in un attimo… dentro la bottiglia sporca ora c’era lui.
    L’essere che ne era uscito e si era impossessato del suo corpo che si allontanava con le sue belle scarpette Nike (avevano percorso solo 100 metri scarsi sulla distesa sabbiosa) quasi immacolate era lì da decenni in attesa, famelico come il ragno della mosca.
    L’ondata successiva se lo prese Adamo, lui e la bottiglia, trascinandolo nell’acqua d’improvviso gelida.
    Un improvvisato, ipotetico, spettatore avrebbe scorto forse un occhio allibito e stupefatto con quasi più niente di umano, fuori ormai dall’orbita e pressoché incollato, ciglia, iride e tutto a quel vetro lattiginoso…
    A terra un foglio spiegazzato e ingiallito su cui a esser dotati di buona vista si poteva scorgere una riga: “Non ti fermare mai quando corri…”