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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 31 marzo 2006
    Il gelsomino notturno

    E s'aprono i fiori notturni
    nell'ora che penso a' miei cari.
    Sono apparse in mezzo ai viburni
    le farfalle crepuscolari.

    Da un pezzo si tacquero i gridi:
    l sola una casa bisbiglia.
    Sotto l'ali dormoni i nidi,
    come gli occhi sotto le ciglia.

    Dai calici aperti si esala
    l'odore di fragole rosse.
    Splende un lume la nella sala.
    Nasce l'era sopra le fosse.

    Un'ape tardiva sussurra
    trovando già prese le celle.
    La Chioccetta per l'aia azzurra
    va col suo pigolio di stelle.

    Per tutta la notte s'esala
    l'odore che passa col vento.
    Passa il lume su per la scala;
    brilla al primo piano: s'è spento...

    E' l'alba: si chiudono i petali
    un poco gualciti; si cova,
    dentro l'urna molle e segreta,
    non so che felicità nuova.

  • 31 marzo 2006
    Novembre

    Gemmea l'aria, il sole così chiaro
    che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
    e del prunalbo l'odorino amaro
    senti nel cuore...

    Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
    di nere trame segnano il sereno,
    e vuoto il cielo, e cavo al più sonante
    sembra il terreno.

    Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
    odi lontano, da giardini ed orti,
    di foglie un cader fragile. E' l'estate,
    fredda, dei morti.

  • 31 marzo 2006
    La mia sera

    Il giorno fu pieno di lampi;
    ma ora verranno le stelle,
    le tacite stelle. Nei campi
    c'è un breve gre gre di ranelle.
    Le tremule foglie dei pioppi
    trascorre una gioia leggiera.
    Nel giorno, che lampi! che scoppi!
    Che pace, la sera!

    Si devono aprire le stelle
    nel cielo sì tenero e vivo.
    Là, presso le allegre ranelle,
    singhiozza monotono un rivo.
    Di tutto quel cupo tumulto,
    di tutta quell'aspra bufera,
    non resta che un dolce singulto
    nell'umida sera.

    E, quella infinita tempesta,
    finita in un rivo canoro.
    Dei fulmini fragili restano
    cirri di porpora e d'oro.
    O stanco dolore, riposa!
    La nube nel giorno più nera
    fu quella che vedo più rosa
    nell'ultima sera.

    Che voli di rondini intorno!
    che gridi nell'aria serena!
    La fame del povero giorno
    prolunga la garrula cena.
    La parte, sì piccola, i nidi
    nel giorno non l'ebbero intera.
    Nè io...e che voli, che gridi,
    mia limpida sera!

    Don...Don... E mi dicono, Dormi!
    mi cantano, Dormi! sussurrano,
    Dormi! bisbigliano, Dormi!
    l, voci di tenebra azzurra...
    Mi sembrano canti di culla,
    che fanno ch'io torni com'era...
    sentivo mia madre... poi nulla...
    sul far della sera.

  • 31 marzo 2006
    Nebbia

    Nascondi le cose lontane,
    tu nebbia impalpabile e scialba,
    tu fumo che ancora rampolli,
    su l'alba,
    da' lampi notturni e da' crolli
    d'aeree frane!
    Nascondi le cose lontane,
    nascondimi quello ch'è morto!
    Ch'io veda soltanto la siepe
    dell'orto,
    la mura ch'ha piene le crepe
    di valeriane.
    Nascondi le cose lontane:
    le cose son ebbre di pianto!
    Ch'io veda i due peschi, i due meli,
    soltanto,
    che dànno i soavi lor mieli
    pel nero mio pane.
    Nascondi le cose lontane
    che vogliono ch'ami e che vada!
    Ch'io veda là solo quel bianco
    di strada,
    che un giorno ho da fare tra stanco
    don don di campane...
    Nascondi le cose lontane,
    nascondile, involale al volo
    del cuore! Ch'io veda il cipresso
    là, solo,
    qui, solo quest'orto, cui presso
    sonnecchia il mio cane.

  • 31 marzo 2006
    Per sempre!

    Io t'odio?!... Non t'amo più, vedi,
    non t'amo... Ricordi quel giorno?
    Lontano portavano i piedi
    un cuor che pensava al ritorno.
    E dunque tornai... tu non c'eri.
    Per casa era un'eco dell'ieri,
    d'un lungo promettere. E meco
    di te portai sola quell'eco:
    PER SEMPRE!
    Non t'odio. Ma l'eco sommessa
    di quella infinita promessa
    vien meco, e mi batte nel cuore
    col palpito trito dell'ore;
    mi strilla nel cuore col grido
    d'implume caduto dal nido:
    PER SEMPRE!
    Non t'amo. Io guardai, col sorriso,
    nel fiore del molle tuo letto.
    Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso...
    non tuo. E baciai quel visetto
    straniero, senz'urto alle vene
    .Le dissi: "E a me, mi vuoi bene?"
    "Sì, tanto!" E i tuoi occhi in me fisse.
    "Per sempre?" le dissi. Mi disse:
    "PER SEMPRE!"
    Risposi: "Sei bimba e non sai
    Per sempre che voglia dir mai!"
    Rispose: "Non so che vuol dire?
    Per sempre vuol dire Morire...
    Sì: addormentarsi la sera:
    restare così come s'era,
    PER SEMPRE!"

  • 31 marzo 2006
    La cavalla storna

    Nella Torre il silenzio era già alto.
    Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
    I cavalli normanni alle lor poste
    frangean la biada con rumor di croste.
    Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
    nata tra i pini su la salsa spiaggia;
    che nelle froge avea del mar gli spruzzi
    ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
    Con su la greppia un gomito, da essa
    era mia madre; e le dicea sommessa:
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
    Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
    il primo d'otto tra miei figli e figlie;
    e la sua mano non toccò mai briglie.
    Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
    tu dai retta alla sua piccola mano.
    Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
    tu dai retta alla sua voce fanciulla».
    La cavalla volgea la scarna testa
    verso mia madre, che dicea più mesta:
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
    Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
    O nata in selve tra l'ondate e il vento,
    tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
    sentendo lasso nella bocca il morso,
    nel cuor veloce tu premesti il corso:
    adagio seguitasti la tua via,
    perché facesse in pace l'agonia...»
    La scarna lunga testa era daccanto
    al dolce viso di mia madre in pianto.
    «O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    oh! due parole egli dové pur dire!
    E tu capisci, ma non sai ridire.
    Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
    con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
    con negli orecchi l'eco degli scoppi,
    seguitasti la via tra gli alti pioppi:
    lo riportavi tra il morir del sole,
    perché udissimo noi le sue parole».
    Stava attenta la lunga testa fiera.
    Mia madre l'abbracciò su la criniera
    «O cavallina, cavallina storna,
    portavi a casa sua chi non ritorna!
    a me, chi non ritornerà più mai!
    Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
    Tu non sai, poverina; altri non osa.
    Oh! ma tu devi dirmi una cosa!
    Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
    esso t'è qui nelle pupille fise.
    Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
    E tu fa cenno. Dio t'insegni, come».
    Ora, i cavalli non frangean la biada:
    dormian sognando il bianco della strada.
    La paglia non battean con l'unghie vuote:
    dormian sognando il rullo delle ruote.
    Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
    disse un nome... Sonò alto un nitrito.

  • 31 marzo 2006
    La poesia

    I
    Io sono una lampada ch'arda
    soave!
    la lampada, forse, che guarda,
    pendendo alla fumida trave,
    la veglia che fila;
    e ascolta novelle e ragioni
    da bocche
    celate nell'ombra, ai cantoni,
    là dietro le soffici rócche
    che albeggiano in fila:
    ragioni, novelle, e saluti
    d'amore, all'orecchio, confusi:
    gli assidui bisbigli perduti
    nel sibilo assiduo dei fusi;
    le vecchie parole sentite
    da presso con palpiti nuovi,
    tra il sordo rimastico mite
    dei bovi:

    II
    la lampada, forse, che a cena
    raduna;
    che sboccia sul bianco, e serena
    su l'ampia tovaglia sta, luna
    su prato di neve;
    e arride al giocondo convito;
    poi cenna,
    d'un tratto, ad un piccolo dito,
    là, nero tuttor della penna
    che corre e che beve:
    ma lascia nell'ombra, alla mensa,
    la madre, nel tempo ch'esplora
    la figlia più grande che pensa
    guardando il mio raggio d'aurora:
    rapita nell'aurea mia fiamma
    non sente lo sguardo tuo vano;
    già fugge, è già, povera mamma,
    lontano!

    III
    Se già non la lampada io sia,
    che oscilla
    davanti a una dolce Maria,
    vivendo dell'umile stilla
    di cento capanne:
    raccolgo l'uguale tributo
    d'ulivo
    da tutta la villa, e il saluto
    del colle sassoso e del rivo
    sonante di canne:
    e incende, il mio raggio, di sera,
    tra l'ombra di mesta viola,
    nel ciglio che prega e dispera,
    la povera lagrima sola;
    e muore, nei lucidi albori,
    tremando, il mio pallido raggio,
    tra cori di vergini e fiori
    di maggio:

    IV
    o quella, velata, che al fianco
    t'addita
    la donna più bianca del bianco
    lenzuolo, che in grembo, assopita,
    matura il tuo seme;
    o quella che irraggia una cuna
    - la barca
    che, alzando il fanal di fortuna,
    nel mare dell'essere varca,
    si dondola, e geme -;
    o quella che illumina tacita
    tombe profonde - con visi
    scarniti di vecchi; tenaci
    di vergini bionde sorrisi;
    tua madre!... nell'ombra senz'ore,
    per te, dal suo triste riposo,
    congiunge le mani al suo cuore
    già róso! -

    V
    Io sono la lampada ch'arde
    soave!
    nell'ore più sole e più tarde,
    nell'ombra più mesta, più grave,
    più buona, o fratello!
    Ch'io penda sul capo a fanciulla
    che pensa,
    su madre che prega, su culla
    che piange, su garrula mensa,
    su tacito avello;
    lontano risplende l'ardore
    mio casto all'errante che trita
    notturno, piangendo nel cuore,
    la pallida via della vita:
    s'arresta; ma vede il mio raggio,
    che gli arde nell'anima blando:
    riprende l'oscuro viaggio
    cantando.

  • 31 marzo 2006
    I due girovaghi

    Siamo soli. Bianca l'aria
    vola come in un mulino.
    Nella terra solitaria
    siamo in due, sempre in cammino.
    Soli i miei, soli i tuoi stracci
    per le vie. Non altro suono
    che due gridi:
    - Oggi ci sono
    e doman me ne vo...
    - Stacci!
    stacci! Stacci!
    Io di qua, battendo i denti,
    tu di là, pestando i piedi:
    non ti vedo e tu mi senti;
    io ti sento, e non mi vedi.
    Noi gettiamo i nostri urlacci,
    come cani in abbandono
    fuor dell'uscio:
    - Oggi ci sono
    e doman me ne vo...
    - Stacci!
    stacci! stacci!
    Questa terra ha certe porte,
    che ci s'entra e non se n'esce.
    E` il castello della morte.
    S'ode qui l'erba che cresce:
    crescer l'erba e i rosolacci
    qui, di notte, al tempo buono:
    ma nient'altro...
    - Oggi ci sono
    e doman me ne vo...
    - Stacci!
    stacci! stacci!
    C'incontriamo... Io ti derido?!
    No, compagno nello stento!
    No, fratello! E` un vano grido
    che gettiamo al freddo vento.
    Né c'è un viso che s'affacci
    per dire, Eh! spazzacamino!...
    per dire, Oh! quel vecchiettino
    degli stacci...
    degli stacci!...
    - stacci! stacci!

  • 31 marzo 2006
    Il brivido

    Mi scosse, e mi corse
    le vene il ribrezzo.
    Passata m'è forse
    rasente, col rezzo
    dell'ombra sua nera
    la morte...
    Com'era?
    Veduta vanita,
    com'ombra di mosca:
    una ombra infinita,
    di nuvola fosca
    che tutto fa sera:
    la morte...
    Com'era?
    Tremenda e veloce
    come un uragano
    che senza una voce
    dilegua via vano:
    silenzio e bufera:
    la morte...
    Com'era?
    Chi vede lei, serra
    né apre più gli occhi.
    Lo metton sotterra
    che niuno lo tocchi,
    gli chieda - Com'era?
    rispondi...
    com'era? -

  • 31 marzo 2006
    L'or di notte

    Nelle case, dove ancora
    si ragiona coi vicini
    presso al fuoco, e già la nuora
    porta a nanna i suoi bambini,
    uno in collo e due per mano;
    pel camino nero il vento,
    tra lo scoppiettar dei ciocchi,
    porta un suono lungo e lento,
    tre, poi cinque, sette tocchi,
    da un paese assai lontano:
    tre, poi cinque e sette voci,
    lente e languide, di gente:
    voci dal borgo alle croci,
    gente che non ha più niente:
    - Fate piano! piano! piano!
    Non vogliamo saper nulla:
    notte? giorno? verno? state?
    Piano, voi, con quella culla!
    che non pianga il bimbo... Fate
    piano! piano! piano! piano!
    Non vogliamo ricordare
    vino e grano, monte e piano,
    la capanna, il focolare,
    mamma, bimbi... Fate piano!
    piano! piano! piano! piano!

  • 31 marzo 2006
    Notte d'inverno

    Il Tempo chiamò dalla torre
    lontana... Che strepito! E` un treno
    là, se non è il fiume che corre.
    O notte! Né prima io l'udiva,
    lo strepito rapido, il pieno
    fragore di treno che arriva;
    sì, quando la voce straniera,
    di bronzo, me chiese; sì, quando
    mi venne a trovare ov'io era,
    squillando squillando
    nell'oscurità.
    Il treno s'appressa... Già sento
    la querula tromba che geme,
    là, se non è l'urlo del vento.
    E il vento rintrona rimbomba,
    rimbomba rintrona, ed insieme
    risuona una querula tromba.
    E un'altra, ed un'altra. - Non essa
    m'annunzia che giunge? - io domando.
    - Quest'altra! - Ed il treno s'appressa
    tremando tremando
    nell'oscurità.
    Sei tu che ritorni. Tra poco
    ritorni, tu, piccola dama,
    sul mostro dagli occhi di fuoco.
    Hai freddo? paura? C'è un tetto,
    c'è un cuore, c'è il cuore che t'ama
    qui! Riameremo. T'aspetto.
    Già il treno rallenta, trabalza,
    sta... Mia giovinezza, t'attendo!
    Già l'ultimo squillo s'inalza
    gemendo gemendo
    nell'oscurità...
    E il Tempo lassù dalla torre
    mi grida ch'è giorno. Risento
    la tromba e la romba che corre.
    Il giorno è coperto di brume.
    Quel flebile suono è del vento,
    quel labile tuono è del fiume.
    E` il fiume ed è il vento, so bene,
    che vengono vengono, intendo,
    così come all'anima viene,
    piangendo piangendo,
    ciò che se ne va.

  • 31 marzo 2006
    La nonna

    Tra tutti quei riccioli al vento,
    tra tutti quei biondi corimbi,
    sembrava, quel capo d'argento,
    dicesse col tremito, bimbi,
    sì... piccoli, sì...
    E i bimbi cercavano in festa,
    talora, con grido giulivo,
    le tremule mani e la testa
    che avevano solo di vivo
    quel povero sì.
    Sì, solo; sì, sempre, dal canto
    del fuoco, dall'umile trono;
    sì, per ogni scoppio di pianto,
    per ogni preghiera: perdono,
    sì... voglio, sì... sì!
    Sì, pure al lettino del bimbo
    malato... La Morte guardava,
    La Morte presente in un nimbo...
    La tremula testa dell'ava
    diceva sì! sì!
    Sì, sempre; sì, solo; le notti
    lunghissime, altissime! Nera
    moveva, ai lamenti interrotti,
    la Morte da un angolo... C'era
    quel tremulo sì,
    quel sì, presso il letto... E sì, prese
    la nonna, la prese, lasciandole
    vivere il bimbo. Si tese
    quel capo in un brivido blando,
    nell'ultimo sì.

  • 31 marzo 2006
    La voce

    C'è una voce nella mia vita,
    che avverto nel punto che muore;
    voce stanca, voce smarrita,
    col tremito del batticuore:
    voce d'una accorsa anelante,
    che al povero petto s'afferra
    per dir tante cose e poi tante,
    ma piena ha la bocca di terra:
    tante tante cose che vuole
    ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
    ma di tante tante parole
    non sento che un soffio... Zvanî...
    Quando avevo tanto bisogno
    di pane e di compassione,
    che mangiavo solo nel sogno,
    svegliandomi al primo boccone;
    una notte, su la spalletta
    del Reno, coperta di neve,
    dritto e solo (passava in fretta
    l'acqua brontolando, Si beve?);
    dritto e solo, con un gran pianto
    d'avere a finire così,
    mi sentii d'un tratto daccanto
    quel soffio di voce... Zvanî...
    Oh! la terra, com'è cattiva!
    la terra, che amari bocconi!
    Ma voleva dirmi, io capiva:
    - No... no... Di' le devozioni!
    Le dicevi con me pian piano,
    con sempre la voce più bassa:
    la tua mano nella mia mano:
    ridille! vedrai che ti passa.
    Non far piangere piangere piangere
    (ancora!) chi tanto soffrì!
    il tuo pane, prega il tuo angelo
    che te lo porti... Zvanî... -
    Una notte dalle lunghe ore
    (nel carcere!), che all'improvviso
    dissi - Avresti molto dolore,
    tu, se non t'avessero ucciso,
    ora, o babbo! - che il mio pensiero,
    dal carcere, con un lamento,
    vide il babbo nel cimitero,
    le pie sorelline in convento:
    e che agli uomini, la mia vita,
    volevo lasciargliela lì...
    risentii la voce smarrita
    che disse in un soffio... Zvanî...

    Oh! la terra come è cattiva!
    non lascia discorrere, poi!
    Ma voleva dirmi, io capiva:
    - Piuttosto di' un requie per noi!
    Non possiamo nel camposanto
    più prendere sonno un minuto,
    ché sentiamo struggersi in pianto
    le bimbe che l'hanno saputo!
    Oh! la vita mia che ti diedi
    per loro, lasciarla vuoi qui?
    qui, mio figlio? dove non vedi
    chi uccise tuo padre... Zvanî?... -
    Quante volte sei rivenuta
    nei cupi abbandoni del cuore,
    voce stanca, voce perduta,
    col tremito del batticuore:
    voce d'una accorsa anelante
    che ai poveri labbri si tocca
    per dir tante cose e poi tante;
    ma piena di terra ha la bocca:
    la tua bocca! con i tuoi baci,
    già tanto accorati a quei dì!
    a quei dì beati e fugaci
    che aveva i tuoi baci... Zvanî!...
    che m'addormentavano gravi
    campane col placido canto,
    e sul capo biondo che amavi,
    sentivo un tepore di pianto!
    che ti lessi negli occhi, ch'erano
    pieni di pianto, che sono
    pieni di terra, la preghiera
    di vivere e d'essere buono!
    Ed allora, quasi un comando,
    no, quasi un compianto, t'uscì
    la parola che a quando a quando
    mi dici anche adesso... Zvanî...

  • 31 marzo 2006
    La capinera

    Il tempo si cambia: stasera
    vuol l'acqua venire a ruscelli.
    L'annunzia la capinera
    tra li àlbatri e li avornielli:
    tac tac.
    Non mettere, o bionda mammina,
    ai bimbi i vestiti da fuori.
    Restate, che l'acqua è vicina:
    udite tra i pini e gli allori:
    tac tac.
    Anch'essa nel tiepido nido
    s'alleva i suoi quattro piccini:
    per questo ripete il suo grido,
    guardando il suo nido di crini:
    tac tac.
    Già vede una nuvola a mare:
    già, sotto le goccie dirotte,
    vedrà tutto il bosco tremare,
    covando tra il vento e la notte:
    tac tac.
     

  • 31 marzo 2006
    Foglie morte

    Oh! che già il vento volta
    e porta via le pioggie!
    Dentro la quercia folta
    ruma le foglie roggie
    che si staccano, e fru...
    partono; un branco ad ogni
    soffio che l'avviluppi.
    Par che la quercia sogni
    ora, gemendo, i gruppi
    del novembre che fu.
    Volano come uccelli,
    morte nel bel sereno:
    picchiano nei ramelli
    del roseo pesco, pieno
    de' suoi cuccoli già.
    E il roseo pesco oscilla
    pieno di morte foglie:
    quale s'appende e prilla,
    quale da lui si toglie
    con un sibilo, e va.
    Ma quelle foglie morte
    che il vento, come roccia,
    spazza, non già di morte
    parlano ai fiori in boccia,
    ma sussurrano: - Orsù!
    Dentro ogni cocco all'uscio
    vedo dei gialli ugnoli:
    tu che costì nel guscio
    di più covar ti duoli,
    che ti pèriti più?
    Fuori le alucce pure,
    tu che costì sei vivo!
    Il vento ruglia... eppure
    esso non è cattivo.
    Ruglia, brontola: ma...
    contende a noi! Ché tutto
    vuol che sia mondo l'orto
    pei nuovi fiori, e il brutto,
    il secco, il vecchio, il morto,
    vuol che netti di qua.
    Noi c'indugiammo dove
    nascemmo, un po', ma era
    per ricoprir le nuove
    gemme di primavera... -
    Così dicono, e fru...
    partono, ad un rabbuffo
    più stridulo e più forte.
    E tra un voletto e un tuffo
    vanno le foglie morte,
    e non tornano più.

  • 31 marzo 2006
    Canzone di marzo

    Che torbida notte di marzo!
    Ma che mattinata tranquilla!
    che cielo pulito! che sfarzo
    di perle! Ogni stelo, una stilla
    che ride: sorriso che brilla
    su lunghe parole.
    Le serpi si sono destate
    col tuono che rimbombò primo
    Guizzavano, udendo l'estate,
    le verdi cicigne tra il timo;
    battevan la coda sul limo
    le biscie acquaiole.
    Ancor le fanciulle si sono
    destate, ma per un momento;
    pensarono serpi, a quel tuono;
    sognarono l'incantamento.
    In sogno gettavano al vento
    le loro pezzuole.
    Nell'aride bresche anco l'api
    si sono destate agli schiocchi.
    La vite gemeva dai capi,
    fremevano i gelsi nei nocchi.
    Ai lampi sbattevano gli occhi
    le prime viole.
    Han fatto, venendo dal mare,
    le rondini tristo viaggio.
    Ma ora, vedendo tremare
    sopr'ogni acquitrino il suo raggio,
    cinguettano in loro linguaggio,
    ch'è ciò che ci vuole.
    Sì, ciò che ci vuole. Le loro
    casine, qualcuna si sfalda,
    qualcuna è già rotta. Lavoro
    ci vuole, ed argilla più salda;
    perché ci stia comoda e calda
    la garrula prole.

  • 31 marzo 2006
    Sogno

    Per un attimo fui nel mio villaggio,
    nella mia casa. Nulla era mutato.
    Stanco tornavo, come da un viaggio;
    stanco al mio padre, ai morti, ero tornato.
    Sentivo una gran gioia, una gran pena;
    una dolcezza ed un'angoscia muta.
    - Mamma? - E' là che ti scalda un pò di cena. -
    Povera mamma! e lei, non l'ho veduta.

  • 31 marzo 2006
    Il lampo

    E cielo e terra si mostrò qual era:
    la terra ansante, livida, in sussulto;
    il cielo ingombro, tragico, disfatto:
    bianca bianca nel tacito tumulto
    una casa apparì sparì d'un tratto;
    come un'occhio, che, largo, esterefatto,
    s'aprì, si chiuse, nella notte nera.

  • 31 marzo 2006
    Temporale

    E` mezzodì. Rintomba.
    Tacciono le cicale
    nelle stridule seccie.
    E chiaro un tuon rimbomba
    dopo uno stanco, uguale,
    rotolare di breccie.
    Rondini ad ali aperte
    fanno echeggiar la loggia
    de' lor piccoli scoppi.
    Già, dopo l'afa inerte,
    fanno rumor di pioggia
    le fogline dei pioppi.
    Un tuon sgretola l'aria.
    Sembra venuto sera.
    Picchia ogni anta su l'anta.
    Serrano. Solitaria
    s'ode una capinera,
    là, che canta... che canta...
    E l'acqua cade, a grosse
    goccie, poi giù a torrenti,
    sopra i fumidi campi.
    S'è sfatto il cielo: a scosse
    v'entrano urlando i venti
    e vi sbisciano i lampi.
    Cresce in un gran sussulto
    l'acqua, dopo ogni rotto
    schianto ch'aspro diroccia;
    mentre, col suo singulto
    trepido, passa sotto
    l'acquazzone una chioccia.
    Appena tace il tuono,
    che quando al fin già pare,
    fa tremare ogni vetro,
    tra il vento e l'acqua, buono,
    s'ode quel croccolare
    co' suoi pigolìi dietro.

  • 31 marzo 2006
    Il giorno dei morti

    Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
    vedo nel cuore, vedo un camposanto
    con un fosco cipresso alto sul muro.

    E quel cipresso fumido si scaglia
    allo scirocco: a ora a ora in pianto
    sciogliesi l'infinita nuvolaglia.

    O casa di mia gente, unica e mesta,
    o casa di mio padre, unica e muta,
    dove l'inonda e muove la tempesta;

    o camposanto che sì crudi inverni
    hai per mia madre gracile e sparuta,
    oggi ti vedo tutto sempiterni

    e crisantemi. A ogni croce roggia
    pende come abbracciata una ghirlanda
    donde gocciano lagrime di pioggia.

    Sibila tra la festa lagrimosa
    una folata, e tutto agita e sbanda.
    Sazio ogni morto, di memorie, posa.

    Non i miei morti. Stretti tutti insieme,
    insieme tutta la famiglia morta,
    sotto il cipresso fumido che geme,

    stretti così come altre sere al foco
    (urtava, come un povero, alla porta
    il tramontano con brontolìo roco),

    piangono. La pupilla umida e pia
    ricerca gli altri visi a uno a uno
    e forma un'altra lagrima per via.

    Piangono, e quando un grido ch'esce stretto
    in un sospiro, mormora, Nessuno! . . .
    cupo rompe un singulto lor dal petto.

    Levano bianche mani a bianchi volti,
    non altri, udendo il pianto disusato,
    sollevi il capo attonito ed ascolti.

    Posa ogni morto; e nel suo sonno culla
    qualche figlio de' figli, ancor non nato.
    Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

    - O miei fratelli! - dice Margherita,
    la pia fanciulla che sotterra, al verno,
    si risvegliò dal sogno della vita:

    - o miei fratelli, che bevete ancora
    la luce, a cui mi mancano in eterno
    gli occhi, assetati della dolce aurora;

    o miei fratelli! nella notte oscura,
    quando il silenzio v'opprimeva, e vana
    l'ombra formicolava di paura;

    io veniva leggiera al vostro letto;
    Dormite! vi dicea soave e piana:
    voi dormivate con le braccia al petto.

    E ora, io tremo nella bara sola;
    il dolce sonno ora perdei per sempre
    io, senza un bacio, senza una parola.

    E voi, fratelli, o miei minori, nulla! . . .
    voi che cresceste, mentre qui, per sempre,
    io son rimasta timida fanciulla.

    Venite, intanto che la pioggia tace,
    se vi fui madre e vergine sorella:
    ditemi: Margherita, dormi in pace.

    Ch'io l'oda il suono della vostra voce
    ora che più non romba la procella:
    io dormirò con le mie braccia in croce.

    Nessuno!- Dice; e si rinnova il pianto,
    e scroscia l'acqua: un impeto di vento
    squassa il cipresso e corre il camposanto.

    - O figli - geme il padre in mezzo al nero
    fischiar dell'acqua - o figli che non sento
    più da tanti anni! un altro cimitero

    forse v'accolse e forse voi chiamate
    la vostra mamma, nudi abbrividendo
    sotto le nere sibilanti acquate.

    E voi le braccia dall'asil lontano
    a me tendete, siccome io le tendo,
    figli, a voi, disperatamente invano.

    O figli, figli! vi vedessi io mai!
    io vorrei dirvi che in quel solo istante
    per un'intera eternità v'amai.

    In quel minuto avanti che morissi,
    portai la mano al capo sanguinante,
    e tutti, o figli miei, vi benedissi.

    Io gettai un grido in quel minuto, e poi
    mi pianse il cuore: come pianse e pianse!
    e quel grido e quel pianto era per voi.

    Oh! le parole mute ed infinite
    che dissi! con qual mai strappo si franse
    la vita viva delle vostre vite.

    Serba la madre ai poveri miei figli:
    non manchi loro il pane mai, né il tetto,
    né chi li aiuti, né chi li consigli.

    Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:
    aggiungi alla lor vita, o benedetto,
    quella che un uomo, non so chi, m'ha tolta.

    Perdona all'uomo, che non so; perdona:
    se non ha figli, egli non sa, buon Dio . . .
    e se ha figlioli, in nome lor perdona.

    Che sia felice; fagli le vie piane;
    dagli oro e nome; dagli anche l'oblio;
    tutto: ma i figli miei mangino il pane.

    Così dissi in quel lampo senza fine;
    Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,
    dalla più grandicella alle piccine.

    Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.
    In tutto il mondo più non era alcuno.
    Udii voi soli singhiozzar lontano. -

    Dice; e più triste si rinnova il pianto;
    più stridula, più gelida, più scura
    scroscia la pioggia dentro il camposanto.

    - No, babbo, vive, vivono - Chi parla?
    Voce velata dalla sepoltura,
    voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,

    o mio Luigi, o anima compagna!
    come ti vedo abbrividire al vento
    che ti percuote, all'acqua che ti bagna!

    come mutato! sembra che tu sia
    un bimbo ignudo, pieno di sgomento,
    che chieda, a notte, al canto della via.

    - Vivono, vive. Non udite in questa
    notte una voce querula, argentina,
    portata sino a noi dalla tempesta?

    È la sorella che morì lontano,
    che in questa notte, povera bambina,
    chiama chiama dal poggio di Sogliano.

    Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi
    riccioli qui, tra noi; fuori del nero
    chiostro, de' sotterranei profondi!

    Un'altra voce tu, fratello, ascolta;
    dolce, triste, lontana; il tuo Ruggiero;
    in cui, babbo, moristi un'altra volta.

    Parlano i morti. Non è spento il cuore
    né chiusi gli occhi a chi morì cercando,
    a chi non pianse tutto il suo dolore.

    E or per quanto stridula di vento
    ombra ne dividesse, a quando a quando
    udrei, come da vivo, il tuo lamento,

    o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,
    che curai, che difesi, umile e buono,
    e morii senza che rivedessi!

    Avessi tu provato di quell'ora
    ultima il freddo, e or quest'abbandono,
    gemendo a noi ti volgeresti ancora.-

    - Ma se vivete, perché, morti cuori,
    solo è la nostra tomba illacrimata,
    solo la nostra croce è senza fiori ?-

    Così singhiozza Giacomo: poi geme:
    - Quando sola restò la nidïata,
    Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:

    se con pia legge l'umili vivande
    tra voi divisi, e destinai de' pani
    il più piccolo a me ch'ero il più grande;

    se ribevvi le lagrime ribelli
    per non far voi pensosi del domani,
    se il pianto piansi in me di sei fratelli;

    se al sibilar di questi truci venti,
    al rombar di quest'acque, io suscitava
    la buona fiamma d'eriche e sarmenti;

    e io, quando vedea rosso ogni viso,
    e più rossi i più piccoli, tremava
    sì, del mio freddo, ma con un sorriso.

    Ma non per me, non per me piango; io piango
    per questa madre che, tra l'acqua, spera,
    per questo padre che desìa, nel fango;

    per questi santi, o fratel mio, che vivi;
    di cui morendo io ti dicea . . . ma era
    grossa la lingua e forse non udivi.-

    Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
    oscura cosa nella notte oscura:
    odo quel pianto della tomba, pianto

    d'occhi lasciati dalla morte attenti,
    pianto di cuori cui la sepoltura lasciò,
    ma solo di dolor, viventi.

    L'odo: ora scorre libero: nessuno
    può risvegliarsi, tanto è notte, il vento
    è così forte, il cielo è così bruno.

    Nessuno udrà. La povera famiglia
    può piangere. Nessuno, al suo lamento,
    può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!

    Aspettano. Oh! che notte di tempesta
    piena d'un tremulo ululo ferino!
    Non s'ode per le vie suono di pesta.

    Uomini e fiere, in casolari e tane,
    tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino
    socchiude l'uscio del tugurio al cane.

    Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno
    in cerchio, avvolti dall'assidua romba.
    Aspetteranno, ancora, aspetteranno.

    I figli morti stanno avvinti al padre
    invendicato. Siede in una tomba.
    (io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.

    Solleva ai morti, consolando, gli occhi,
    e poi furtiva esplora l'ombra. Culla
    due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

    Li culla e piange con quelli occhi suoi,
    piange per gli altri morti, e per se nulla,
    e piange, o dolce madre! anche per noi;

    e dice:- Forse non verranno. Ebbene,
    pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,
    dicono, ora, in ginocchio, un po' di bene.

    Forse un corredo cuciono, che preme:
    per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,
    hanno agucchiato sospirando insieme.

    E solo a notte i poveri occhi smorti
    hanno levato, a un gemer di campane;
    hanno pensato, invidïando, ai morti.

    Ora, in ginocchio, pregano Maria
    al suon delle campane, alte, lontane,
    per chi qui giunse, e per chi resta in via

    là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,
    per chi cammina, cammina, cammina,
    e non ha pietra ove posar la testa.

    Pietà pei figli che tu benedivi!
    In questa notte che non mai declina,
    orate requie, o figli morti, ai vivi!-
    O madre! il cielo si riversa in pianto
    oscuramente sopra il camposanto.
     

  • 31 marzo 2006
    Alla bandiera rossa

    Per chi conosce solo il tuo colore,
    bandiera rossa,
    tu devi realmente esistere, perché lui
    esista:
    chi era coperto di croste è coperto di
    piaghe,
    il bracciante diventa mendicante,
    il napoletano calabrese, il calabrese
    africano,
    l'analfabeta una bufala o un cane.
    Chi conosceva appena il tuo colore,
    bandiera rossa,
    sta per non conoscerti più, neanche coi
    sensi:
    tu che già vanti tante glorie borghesi e
    operaie,
    ridiventa straccio, e il più povero ti
    sventoli.

  • 31 marzo 2006
    Alla mia nazione

    Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
    ma nazione vivente, ma nazione europea:
    e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
    governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
    avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
    funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
    una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
    Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
    pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
    tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
    Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
    proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
    E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
    che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
    Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

  • 31 marzo 2006
    L'alba meridionale

    Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
    del capitale, l'epifenomeno (infimo)
    dell'avanguardia. La polizia tributaria
    (quasi accertamento filosofico
    sugli incartamenti di un poeta)
    fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
    contaminati da carità, dolenti
    di inspiegabili consunzioni, e pieni
    di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
    però con mia gongolante leggerezza perché qua,
    non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
    Torno, e trovo milioni di uomini occupati
    soltanto a vivere come barbari discesi
    da poco su una terra felice, estranei
    ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
    della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
    riprendo a Roma le mie abitudini
    di bestia ferita, che guarda negli occhi,
    godendo del morire, i suoi feritori…

  • 31 marzo 2006
    Supplica a mia madre

    E' difficile dire con parole di figlio
    ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
    Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
    ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
    Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
    è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
    Sei insostituibile. Per questo è dannata
    alla solitudine la vita che mi hai data.
    E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
    d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
    Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
    sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
    ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
    alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
    Era l'unico modo per sentire la vita,
    l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
    Sopravviviamo: ed è la confusione
    di una vita rinata fuori dalla ragione.
    Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
    Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

  • 31 marzo 2006
    Poesie mondane

    Ci vediamo in proiezione, ed ecco
    la città, in una sua povera ora nuda,
    terrificante come ogni nudità.
    Terra incendiata il cui incendio
    spento stasera o da millenni,
    è una cerchia infinita di ruderi rosa,
    carboni e ossa biancheggianti, impalcature
    dilavate dall'acqua e poi bruciate
    da nuovo sole. La radiosa Appia
    che formicola di migliaia di insetti
    - gli uomini d'oggi - i neorealistici
    ossessi delle Cronache in volgare.
    Poi compare Testaccio, in quella luce
    di miele proiettata sulla terra
    dall'oltretomba. Forse è scoppiata,
    la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
    Anzi, è così certamente. E la fine
    del Mondo è già accaduta: una cosa
    muta, calata nel controluce del crepuscolo.
    Ombra, chi opera in questa èra.
    Ah, sacro Novecento, regione dell'anima
    in cui l'Apocalisse è un vecchio evento!
    Il Pontormo con un operatore
    meticoloso, ha disposto cantoni
    di case giallastre, a tagliare
    questa luce friabile e molle,
    che dal cielo giallo si fa marrone
    impolverato d'oro sul mondo cittadino...
    e come piante senza radice, case e uomini,
    creano solo muti monumenti di luce
    e d'ombra, in movimento: perché
    la loro morte è nel loro moto.
    Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
    automobili e camion, sotto gli archi,
    sull 'asfalto, contro il gasometro,
    nell'ora, d'oro, di Hiroshima,
    dopo vent'anni, sempre più dentro
    in quella loro morte gesticolante: e io
    ritardatario sulla morte, in anticipo
    sulla vita vera, bevo l'incubo
    della luce come un vino smagliante.
    Nazione senza speranze! L'Apocalisse
    esploso fuori dalle coscienze
    nella malinconia dell'Italia dei Manieristi,
    ha ucciso tutti: guardateli - ombre
    grondanti d'oro nell'oro dell'agonia.