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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 31 marzo 2011 alle ore 22:31
    ANDREA

    Quante cose vorrei dirti
    Quante cose gonfiano il cuore
    una sola parola
    grazie..
    riempi i miei spazi e pensieri
    hai dato luce
    al buio
    sei,,tu....il sole caldo e profondo
    che scalda l'anima spenta,dal male
    sorridi ed i tuoi occhi nei miei..
    cancellano
    il dolore vissuto
    tu...il mio
    angelo...

  • 31 marzo 2011 alle ore 21:27
    Origami d'amore

    Come rafano
    wasabi spalmato
    sul pensiero che mordo
    e che dai denti al palato
    come sushi si scioglie
    mi invadi il naso e la mente.
    Ti sento pizzicare negli occhi
    linea sottile
    tra il piacere e il dolore
    negli istanti speziati
    segreti di noi
    lontani da sguardi indiscreti
    nel cuore ricoperto
    da tempura di canto d'Oriente
    che modella sognante
    origami d'amore.

  • 31 marzo 2011 alle ore 12:51
    Al mondo

    Mondo, sii, e buono;
    esisti buonamente,
    fa' che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
    ed ecco che io ribaltavo eludevo
    e ogni inclusione era fattiva
    non meno che ogni esclusione;
    su bravo, esisti,
    non accartocciarti in te stesso in me stesso.

    Io pensavo che il mondo così concepito
    con questo super-cadere super-morire

    il mondo così fatturato
    fosse soltanto un io male sbozzolato
    fossi io indigesto male fantasticante
    male fantasticato mal pagato
    e non tu, bello, non tu <<santo>> e <<santificato>>
    un po' più in là, da lato, da lato.

    Fa' di (ex-de-ob etc.)-sistere
    e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
    abbi qualche chance,
    fa' buonamente un po';
    il congegno abbia gioco.
    Su, bello, su.
    Su, munchhausen.

  • 31 marzo 2011 alle ore 3:57
    Ayrton

    E adesso vola
    taglia questo muro di pioggia
    come se fosse burro
    con i tuoi alettoni
    perforanti l'aria
    come fendenti di scimitarra.
    Tu puoi!
    Mentre i pneumatici
    prendono l'asfalto
    a morsi d'amore e di grinta
    detronizzando l'acqua
    che vi regna sopra.
    Ti vedremo spuntare dalla curva
    e sarai ancora davanti a tutti.
    E quando ci passerai davanti
    sfrecciando sul rettilineo
    terrai ancora i nostri cuori
    ed il nostro respiro sospesi
    stretti tra i pori della nostra pelle d'oca
    che si trasformerà in un boato
    tributo all'anima tua paulista.
    Non ci sarà più nessun muro
    a gettare sgomento e dolore
    ma solo un altro giro d'onore
    con la tua bandiera al vento
    nella tua mano.
    Nei nostri cuori hai già vinto da tempo
    piccolo grande uomo...Campione.

  • 31 marzo 2011 alle ore 2:20
    passo

    Seppur col cuore in mano piango
    un sorriso stringo
    perchè lasciar la speranza è vano
    anche se la notte è lunga
    il giorno torna piano
    ridesto il mio corpo
    come se fosse nuovo
    perchè un passo vien facile
    dopo il primo incerto

  • 30 marzo 2011 alle ore 18:44
    scorrendo triste, inesorabile e lenta

    sei tutt'ora un ricordo idealizzato
    per ciò non posso regalarti al passato,
    il mio "subconscio" di te è affollato
    e da te è più morso che dominato...

    l'insoddisfazione tutta amorosa
    regna sovrana nei miei occhi spenti
    e il mio sorriso non più sincero,

    quando grida in giogo a tristezza e si posa
    il mio sguardo, ma tu non lo senti
    e ancor' su te un bacio dolce e leggero

    cerca patria ma si perde nel vento,
    come i sentimenti che solo sento...
    e ormai il tempo non crea più sgomento,
    scorrendo triste, inesorabile e lento.

  • 30 marzo 2011 alle ore 17:09
    Paura seconda

    Niente ha di spavento
    la voce che chiama me
    proprio me
    dalla strada sotto casa
    in un'ora di notte:
    è un breve risveglio di vento,
    una pioggia fuggiasca.
    Nel dire il mio nome non enumera
    i miei torti,
    non mi rinfaccia il passato.
    Con dolcezza (Vittorio
    Vittorio) mi disarma, arma
    contro me stesso me.

  • 30 marzo 2011 alle ore 16:53
    L'osteria

    L'autunno affila le montagne, il vento
    fa sentire le vecchie pietre d'unto,
    spande dal forno un fumo di fascine
    a fiotti tra le case e le topaie.
    Son dietro questi vetri d'osteria
    uno che un nome effimero distingue
    appena, guardo. La mattina scorre,
    invade a grado a grado l'antro. L'oste
    numera, scrive giovedì sul marmo,
    la donna armeggia intorno al fuoco, sbircia,
    verso la porta se entra l'avventore.

    Seguo la luce che si sposta, il vento;
    aspetto chiunque verrà qui
    di fretta e siederà su queste panche.
    Il bracconiere, altri non può essere,
    che s'aggira per queste terre avare
    dove la lepre ad un tratto lampeggia,
    o il venditore ambulante se alcuno,
    raro, si spinge fin quassù alle fiere
    ed ai mercati dei villaggi intorno.
    Altri non è da attendere. Chi viene
    porta e chiede notizie, si ristora,
    riparte in mezzo alla bufera, spare.

    Che dura è un suono di stoviglie smosse:
    guardo verso la macchia e più lontano
    dove solo la pecora fa ombra,
    mi reggo tra passato ed avvenire
    o com'è giusto o come il cuore tollera.

  • 30 marzo 2011 alle ore 16:43
    A volte mentre vado solo al sole

    A volte mentre vado solo al sole
    e gli aspetti del mondo accolgo e il cuore
    quasi m'opprime l'amorosa ressa,
    ombra il sole ecco farsi e l'ombra, gelo.
    Un cieco mi par d'essere che va
    lungo la sponda d'un immenso fiume.
    Scorrono sotto l'acque maestose;
    ma non le vede lui: il poco sole
    lui si prende beato. E se gli giunge
    a tratti mormorar d'acque, lo crede
    ronzìo d'orecchi illusi.
    Perché a me par vivendo questa mia
    povera vita, un'altra rasentarne
    come nel sonno; e che quel sonno sia
    la mia vita presente.
    Un vago smarrimento allor mi coglie,
    uno sgomento pueril.
    Mi siedo
    dove sono, sul ciglio della strada,
    miro il misero mio angusto mondo
    e carezzo con man che trema l'erba.

  • 27 marzo 2011 alle ore 10:56
    Grazie a quella foto

    Guardo te oggi mentre parli
    E quel ragazzo che un tempo avevo accanto
    Salta ancora fuori prepotente
    E mi riporta ad epoche ormai perse..

    Quel guizzo furbo ancora appare
    Tra le trame della barba che furtiva
    Lascia intravedere una fossetta
    Alla cui vista intenerisco ancora..

    Ma colui che guardo oggi è un uomo fatto
    I cui occhi mi lanciano segnali
    Di un amore che mai pensavo
    Di poter aver senza riserve..

    Le nostre vite sono uguali
    Imbevute di dolore e pianto
    Tanto da sembrar gemelle
    Ai nostri sguardi stupiti e increduli..

    Poi di colpo la rivelazione
    Di un amore vero grande e forte
    Nato in un sol battito di ciglia
    Senza che possiamo farci nulla..

    Abbiamo in comune la nostra prima volta
    Fu buia triste ed inesperta
    E i nostri sentimenti cancellammo
    Per orgoglio e finta indifferenza..

    Ma oggi ci vogliamo con la forza
    E la consapevolezza immensa
    Di un amore che può rivivere
    Negli istanti che possiamo avere..

    Ti avrò e sarai mio
    Mi avrai e sarò tua
    Voglio solo questo in questo istante
    Solo io e te e sarà per sempre..

  • 26 marzo 2011 alle ore 17:41
    Epicedio

    Ti prego non entrare se devi recarmi in pietoso omaggio
    un epicedio al cuore, cerea ara di  composta miseria. Resta sulla soglia,
    medita la tua confessione: non puntarmi di un altro strale, non centrare ciò che avevi circuito
    di finto bene quando smarristi la prima mira, quella con cui potevi finirmi.
    Non trascinarmi  come eterno bersaglio del tuo addio.

  • 26 marzo 2011 alle ore 14:30
    Attesa.

    Lucidi son gli occhi miei
    come un riflesso di luna piena
    sul mare increspato,
    al pensier di ciò che attendo
    primo tra i desideri
    che alla vita mia da senso.
    E' come nebbia
    quest'attesa,
    cala dolce e inaspettata
    celando i lineamenti
    del desiderio,
    e confonde i miei sensi,
    e non so più cosa cercare.
    Continuo nel vuoto,
    oscuro mantello,
    a tastare il cammino
    ormai coperto,
    scalfendo la mia pelle
    al contatto con l'imprevisto,
    inerme di fronte all'incerto.
    Che fare, dunque,
    per trovar ciò
    che si cerca,
    se non continuare
    a sporcarsi le mani
    con l'ustionate cera
    della realtà?

  • 26 marzo 2011 alle ore 13:53
    Inserzione Rossa

    Offri il tuo corpo come un tempio/
    per il giusto obolo/
    puoi fingere amore e gioia/
    non ti importa di esser ricordata/
    anzi dell'anonimato fai necessità/
    cambi spesso nome ed età/
    viaggi di città in città/
    legami per non soffrire non ne vuoi/
    rimani giovane per sempre/
    tutti si girano al tuo cospetto/
    c'è chi ti sogna con rispetto/
    altri che col pensiero/
    fanno volgare il tuo aspetto.

  • 26 marzo 2011 alle ore 13:30
    Sulla tua schiena

    Silenzio assoluto.
    Play Rec.
    Il metronomo parte
    e con esso le dita
    sbarazzine e curiose
    ad ordire la trama sonora
    immortalata dalla testina
    che divora il nastro
    sotto i miei occhi
    intenti a percorrere
    le cinque corsie
    dell'autostrada dei suoni.
    Chiudo i miei occhi
    sulla melodia
    che conosco a memoria
    come la tua schiena.
    E sulla tua schiena
    in contemporanea
    come sul manico
    le mie dita corrono,
    si fermano
    indugiano e ripartono
    rigonfie d'amore e desiderio
    cercando la tua coda di cavallo
    e le gemme dei tuoi occhi
    fino alla fine dell'esecuzione
    ab libitum sulle tue labbra.

  • 24 marzo 2011 alle ore 19:44
    DICERIA

    So cosa si dice di me:  che ho fatto in fretta a sguainare il cuore.
    E non era appuntito abbastanza  per fenderti fino in fondo,
    stanare l'altra parte di te feroce a tutto il mio bene,
    e ucciderla.

  • 24 marzo 2011 alle ore 19:42
    Cancelli

    Vorrei darti la rugginosa cantilena dei cancelli,contegnosi guardiani della via che
    gioca a raggiungere il cielo, quando piccole mani corrono e fanno  le bocche piene di vita.
    Vorrei darti un punto sicuro nel perimetro di ogni mio giorno, come una boa che arranca
    fra le onde a testa alta. Non lascerò turbare la tua scia dalle rotte che cicatrizzeranno
    la memoria dei viaggi osati come una ferita

  • 23 marzo 2011 alle ore 10:58
    Sogno stupendo...

    Grande passione
    infinito piacere,
    o forse un sogno un illusione...

    Occhi felici
    che illumini il mio cuore a festa...
    con te sento suonar le campane,
    ma forse è solo un sogno
    nella mia testa...

    Sogno stupendo
    sogno di sentirmi desiderata,

    per come sono,
    non come un pacchetto
    o un semplice oggetto
    una persona con fiducia e rispetto...

    Sogno stupendo
    Sogno di sentirsi amati...

     

  • 23 marzo 2011 alle ore 10:42
    Fiore di pesco...

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

    Tra il verde della primavera
    profumi le campane a nozze...

    Tenero giorno
    tu che ne assapori
    ingenuamente sul nascere...

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

    Il vento ti accarezza
    movenze sensuali...
    colori di passione...
    L'abbraccio alla sempre
    nuova primavera...

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

  • 23 marzo 2011 alle ore 2:10
    Vento d'inverno.

    Sconosciuta donna
    che passi fugace
    lasciandoti dietro
    l'illusione d'un momento,
    la scia di un profumo
    armonioso e suadente,
    sogni d'occhi aperti,
    e malinconica solitudine,
    fermati, per una volta,
    accetta il mio sguardo,
    sconosciuto messaggio
    d'altri lidi, profondi
    come oceani lontani.
    Non farmi passare
    come il vento d'inverno,
    che porta a coprire
    il nostro corpo
    che dell'anima
    è il sublime strumento,
    lasciati corrompere
    da un nuovo aroma,
    frutto di vicende
    sempre diverse,
    scrigno di segreti
    mai svelati,
    che cercano la chiave
    per la vera libertà.
    Dammi un secondo
    della tua attenzione,
    così ch'io possa
    parlarti con gl'occhi,
    ed infondere in te
    il seme del dubbio,
    cuneo che strappa
    il vecchio dal nuovo,
    folata di vento
    che getta per terra
    il tuo buffo cappello.
    Prendi la chiave
    ch'ognuno porta con sé,
    e provala impavida dentro di me,
    potresti trovare ciò che vai cercando,
    o niente di tutto questo:
    in fondo come possiamo
    noi sapere cosa vogliamo
    se ancora non l'abbiamo trovato?

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:55
    A Varsavia nell'anno 2000

    Anno ab urbe destructa
    quinquagesimo sexto.
    Ti ricorderà in un gruppo di giovani
    un anziano, di oggi bambino,
    ti ricorderà cenciaiola,
    e - incompreso - piangerà:
    che non ci sarà una migliore
    di questa orrenda, mendicante,
    di questa morsicata, gobba,
    di questa inchinata su sestessa,
    decorata come con fiori
    dal lutto alarinese...
    Quella bella ricostruita
    indifferente guarderà,
    porgerà il dito sulle labbra
    e - incompreso - si inginocchierà.
    Anno ab urbe destructa
    quinquagesimo sexto.
    E nel terzo millennio,
    e nel quarto millennio,
    e credete posteri! - In eternità.

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:53
    Un'attesa

    Sconcertato col mio angelismo
    imito (abbastanza male) un uomo.
    E il cuore, proprio disumanamente rubizzo,
    stringo in solitudine. Sto aspettando.
    Conosco il Vangelo e la disgrazia,
    di nazioni il calpestio, sussurri di donne
    e la vecchiaia di parole, e di sogni la concezione,
    e del vino l'odore, e il fiore sulla tomba.
    E lo spirito conosco, che senza l'incarnazione
    sulla terra è come un suono sordo,
    e il corpo - inimmaginabile
    senza la grazia e lo spirito divino.
    Sto aspettando. Nella marea alta e quella bassa
    ondeggia un mormorio lontano,
    e giorno dopo giorno, come una bizzarria dopo l'altra,
    scoppia col pianto o con la voluttà.
    Scoppia con efflorescenza come le frasche,
    vola via con lo stormo di colombe.
    Ah! Le mie poesie sorprendenti!
    Ah! La mia vita, che sarà?

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:51
    Io da te non posso, non posso

    Io da te non posso, non posso...
    Vieni tu, da me, un bosco nano.
    Oppure almeno un albero mandami,
    di Inovlozlav bosco lontano.
    Quello, sotto il quale ho abbracciato
    la felicità, la felicità, bosco di Inovlozlav!
    Quello, sul quale - dalla felicità, dalla felicità! -
    ancora non mi sono in anticipo impiccato.

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:35
    Il Cristo della città

    Ballavano sul ponte,
    ballavano tutta la notte.
    Banditi, boia, emarginati,
    impiccati, meretrici,
    sifilitici, teppisti,
    canaglie, ladri, di vodka bevitori.
    Ballavano sul ponte,
    ballavano fino alla mane.
    Mendicanti, sgualdrine,
    matti, furbe spie,
    ballavano là per le strade,
    forche, lanterne, carogne.
    Ballavano sul ponte
    illustri clienti:
    farabutti!
    Ruffiani, vecchi licenziosi,
    autoviolentatori vergognosi.
    I piedi battevano,
    suonavano le armoniche, le fisarmoniche
    fino all'alba suonavano,
    ballavano il loro incivile:
    Avanti! Avanti!
    Divoravano, bevevano, ballavano.
    Ed era uno straniero,
    era uno sconosciuto,
    lo guardavano di sbieco,
    le spalle scrollavano,
    sputavano.
    L'hanno preso a parte:
    parlavano, parlavano, chiedevano,
    taceva.
    Gli si è avvicinato rosso rossiccio:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinato un altro,
    senza il naso,
    pustoloso:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinato uno sornione,
    ha borbottato:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinata Maddalena:
    ha riconosciuto, ha detto ...
    Lui ha pianto ...
    Silenzio. Qualcosa sussurravano.
    A terra cadevano. Piangevano.

  • 22 marzo 2011 alle ore 8:09
    capolinea

    Capolinea

    Il capolinea e’ raggiunto:
    fine della corsa.
    Male e angoscia
    Stretti al corpo
    In una ferrea morsa.
    Il punto del non ritorno
    E’ visibile a un cieco.
    E’ macchiato di sangue.
    Davanti a uno specchio
    Si mette in posa
    Una barba di tre giorni
    E un capo  spettinato.
    Il calice si leva,
    tremante
    e liba
    all’ennesimo fallimento,
    per poi andare in frantumi

  • 22 marzo 2011 alle ore 1:11
    Guerra.

    Rosso si tinge il cielo al tramonto,
    ma tra fumi e rumori
    di stridenti uccelli grigi
    che d'improvviso occupano il cielo,
    messaggeri di morte senza colpa,
    ipocriti seguaci d'un Dio tangibile,
    che del cielo è sovrano senza amore
    e della terra unico padrone,
    che mai ha chiesto il permesso
    del suo comando, dittatore
    uguale a coloro che va combattendo.
    Sparge il suo seme
    con unico pensiero,
    insensibile metallo
    che non ha amici né nemici,
    ma solo vittime
    che tra le mani
    stringono il pegno
    dei loro mali,
    colpevoli nella loro innocenza,
    fratelli di coloro ch'eseguono gli ordini.
    Sogno un cielo libero
    da cuori fantasma,
    e una terra libera da insensati timori,
    il cui metallo sia argilla
    tra mani innamorate
    che creino tenui strumenti d'amore
    in luogo di tetri strumenti d'orrore.