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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 23 aprile alle ore 12:58
    Cinque Cento Quattro
    Liquefatto:  agosto  quando sarà
    sui meccanismi del Sud.
    Aggiornati  e, se ti adegui,
    vedi che qui temperiamo il sole
    finchè non ci prescrive meridiana
    ed umore, il quadrante un'abbuffata
    di cicale spruzzate come pepe
    dentro la testa dei pini, pidocchi
    in trasloco. Salutami la tua barca
    di amici, remate piano sulle pance
    larghissime della pianura, dritte
    quanto un cadavere , invitano
    a letto il sonno, presto.
    Il tuo gruppo da araldica di paese,
    con il nomignolo per pedigree,  li
    immagino gli occhi grigi , la
    nebbia in tasca al posto del
    resto e la pacca sulla tua
    spalla quando arrivi.
    Le tue spalle: mi fossi legata
    a marzo con la mandata del
    nodo che tu dici non si scioglie,
    che non è neve, adesso ti
    starei addosso.  Cintura al collo,
    una campana nella giugulare del
    campanile, suono se è ora
    di te, il tuo cave canem,
    il morso micidiale all'ingresso
    dei desideri sul mio desiderio in catena.
  • 23 aprile alle ore 9:07
    Se c'è
    Se c'è
    AMORE
    mai muore
    supera prove
    acquista forze
    al male resiste
    vince il tradire
    bello risorge.

     
  • 22 aprile alle ore 21:29
    Vero amore
    Finalmente allo scoperto

    fuori dall'intenso buio del passato

    tutto ricordo di quel tempo
    pieno di corse ad ostacoli

    che ancora oggi ogni pensiero
    è intriso di quegli struggimenti

    a sussurrarmi nuove speranze
    procreate da inappagati antichi desideri

    a turbarmi il cuore
    nel ricordo dell'odio trionfante

    padre di questa solitudine interiore

    Gocce di emozioni solcano l'anima

    lasciando tracce di fallaci utopie

    nei lividi e percosse incorniciati
    in lunghi silenzi

    nel ritrovato gusto
    di una libertà tutta nuova

    nel vivace e immenso godimento

    di Te unico vero amore
    .
    cesaremoceo
  • 22 aprile alle ore 20:31
    Cinque Cento Tre
    Tutto va via da me:la chioma,
    scappellandosi, soldato a giorno,
    perde appendici e annessi, taglio
    veloce in collera con la sutura,
    caduta a rilascio stagionale,
    dosi minime, talvolta in suppurazione.
    Ho malinconia delle voci alte
    sulle grucce dei mercati, dei castagni
    irrigiditi dall'eccitazione ventuno settembre,
    l'aria in piedi sui ricci esplosi sotto
    le gomme disattente dei viaggi,
    un muro senza mare dove
    tutto è mare. Ma vanno via da me
    fasi e nomi, arti, periodi, carezze,
    moncherini e protesi.
    Niente resta in posa con convinzione:
    mi provano, test da contenitore,
    scivolano dentro e poi, voilà,
    già guardano domani spiando
    l'ago chiaro, l'indovino dell'apertura,
    rabdomante di fori ed evasioni.
    Eppure dovrei essere abituata
    a certi esili : nemmeno io so tenermi
    accanto se non per un istante.
    Seduta allungo la mano  fino
    alla mia e con le gambe stesse
    in posizione a scatto già mi abbandono.
  • 22 aprile alle ore 20:18
    Ribelle
    Incendiario era il tuo sguardo:
    generava fuoco 
    alle scintille dell’incontro.
    Erano
    le pupille
    meteore di sogni,
    dirottate qui,
    nella realtà.

                                          Poi…
    senza la cura del riassetto,
    miagolando difesa,
    inoffensivo
    il fuoco
    si è spento,
                          f  r  e  d  d  o .

    Ma la cenere non l’ha insabbiato.
    Superstite
    ancora esiste
    come fiamma imprigionata nel prisma vetrato.

    Dalla polvere della soffitta
    l’osservo,
    come se fosse a me estraneo,
    mentre le lingue
    fiammanti
    si diramano
    rabbiose
    verso l’alto.
  • 22 aprile alle ore 18:09
    Terra Madre
    Terra sorella,
    Terra respiro
    del tempo che cola
    fra interstizi di rocce
    impenetrabili,
    eterne.
    Terra soffio di drago
    che abbatte e riscalda.
    Terra madre,
    che dal putrefatto torpore
    delle nostre rovine
    ritrae alla vita
    plastiche forme,
    docili e imbelli,
    e rigenera  il canto
    dell’anima nuova.

    (22 aprile 2013 Giornata della Terra)
  • 22 aprile alle ore 16:49
    Bar Socrate
    Fra piante in vasi
    tavolini all’aperto sparsi
    camerieri movesi
    al bar Socrate
    con te quanti minuti

    a lato università
    in tua attesa
    contavo ora
    arrivavi or ora
    ordinavi allora

    quanti mezzodì
    o pomeriggi
    in tua compagnia passati
    chiacchiere dolci
    parole dolci

    quanti ricordi
    quanti frammenti
    particolari momenti
    mitici momenti
    memorabili momenti

    attimi ora ricordati
    ora spariti
    riaffiorano alle nostri menti
    sorridenti vaganti
    di noi giovani amanti.
  • 22 aprile alle ore 14:19
    Re Leone
    Lontana la leonessa
    a procurare il cibo
    i leoncini sbrana
    un vigoroso maschio.

    E' legge di natura
    durissima da pianto
    per la gentile anima
    così prender dominio.

    L'istinto però muove
    non la ragion di stato
    nè un malvagio cuore.

    Meglio è un felino capo
    coerente all'io animale
    d'un prepotente umano.

     
  • 22 aprile alle ore 14:04
    Cinque Cento Due
    Venere e ciechi, stelle a
    perdifiato lungo la gobba blu,
    rodeo di luci e notti per
    mandriani e pescatori sospesi
    al mento della donna che li
    attende  arenata
    sotto le coperte, capodoglio
    e capelli.  Di spalle.
    Come ci si saluta sulla Costa
    è diseguale al buongiorno di
    tutta la terra: noi tratteniamo
    i fiori fra le labbra, zingari
    e zagare appesi ai muri,
    se vendono bene.
    E tu che vuoi studiarmi nell'habitat
    a me congeniale, fra il battaglio
    espulso dei sandali e la sventagliata
    di plissè abbronzati, non sorprenderti
    di quanto mi ha invasa ogni
    tuo tendine, di come mi sfilasti
    la casa che portavo: numero di magia
    o destrezza da esperto.
    Adesso nuda, le ossa
    con il tuo specchio, mi vedi meglio
    e più ferma di tutti gli scogli
    imburrati dal mare.
  • 22 aprile alle ore 13:38
    Cinque Cento Uno
    Mi preferisco. Anche se ho
    paura: la paura mi fa simpatica
    come la plastica quando ci imbusta
    la vita. Mi preferisco anche tremando
    fra i tuoi monti e le spalle amore
    mio su cui sento sbattere il tempo
    dei navigli che  raccontarono mio
    padre ed i suoi giorni di fama,
    acquerelli e sottigliezze.
    Risacca nebbiosa, granulosa
    ed ecrù. Mai stata lì, ne altrove:
    i rosoni restano incolti sulle
    Chiese del nord e la terra è
    piana e ancora forte, livella
    di semi e radici, architravi ed
    assi, teatri, pose, mestieri.
    Mi preferisco anche così:
     la pelle ha sapore perenne
    di fusa e di reti, di scogli,
    tovaglie e presse.
    E per quanto tu l'abbia
    mescolata, mantecata alle risaie,
    alle risse di fine pazienza,
    alle mattine cicatrizzate in
    testa, alla filigrana in grandine
    sulle passatoie dei campi,
    lei è fiera e con la faccia di
    sole e poche medaglie,
    si tiene stretta la bugia
    di poterti somigliare solo perchè ti ama.
  • 21 aprile alle ore 21:42
    Amori scordati
    Vagabondo
    perso in romantiche illusioni

    accarezzato dal vento
    che sussurra musiche già note

    tra i meandri assopiti
    di ricordi d'amori scordati

    briciole di passato
    a dar voce a ciò ch'è nascosto nel profondo

    e sciogliere i gelidi ghiacciai dell'indifferenza

    aggrovigliata tra le spire dell'anima in travaglio
    nelle vertigini di inganni e delusioni

    e in questa pioggia di emozioni

    ammutoliti smarrimenti
    echeggiano tra i cunicoli stretti del cuore

    a risvegliare la voglia di nuovi sogni

    Riparto a piccoli passi
    rinfrescati dal desiderio dell'oblio 

    in ritrovate brame e serenità
    a eccitare il mio imminente crepuscolo
    .
    cesaremoceo
  • 21 aprile alle ore 17:49
    M
    Sono un mare in tempesta
    sotto un cielo sereno
  • 21 aprile alle ore 16:11
    Che ne sarà di me?
    Sfortuna, scelte errate,
    destino o chissa che
    mi hanno portato qui.
    Metà della strada percorsa
    non so quanta ancora da fare,
    sogni sfuggiti man mano
    come molliche di pane
    disperse a segnare il cammino.
    Cammino che non ha ritorno.
    Non puoi far rivivere i sogni.
    La strada davanti è in salita,
    più avanzi e più l’erta cresce
    e più la stanchezza ti assale
    Ma il cuore, la mente, le idee
    mi sembra rimangano indietro,
    là, giù, all’inizio dell’erta,
    mi seguono ad ogni mio passo,
    ma distanti rimangon da me.
    Raccolgono i sogni lasciati
    e prendono ricordi perduti,
    li portano correndo da me,
    e di colpo la strada davanti
    si appiana e poi va in discesa,
    stanchezza lascia le membra,
    il passo s’allunga veloce.
    Non so quanta strada ho da fare
    ma so che avrò sogni da vivere
    e cuore per farli parlare.
  • 21 aprile alle ore 14:48
    Cinque Cento
    Vuoi sapere l'odore che fa il mio
    odore: ti aiuto mentre mi informo.
    Odore di intonso, di mai sgualcito,
    mai usato, consunto, finito, sfruttato,
    vissuto, saziato, piegato, assaggiato,
    divorato. Odore di cosa non toccata,
    di muro a facciavista meno gli occhi,
    di ingresso senza calpestio.
    Di un giorno di mare e mezzo
    lungo la sera, orrendo copriletto
    a schizzi gialli,di catena, di   ciondolo
    e pena. Odore di cane e guinzaglio,
    di macchia, di mano che corre
    a prendere il desiderio lanciato
    giù, dove tremo. Ti fermo.
    Il mio odore è fare piano:
    ma siamo già piano.
    Orizzontali e nascosti,
    somiglia alla morte
    il nostro " in piedi".
    Stese le teste non solleticano
    il cecchino che sa del mio
    nome quando viene col tuo.
    E la paura,  buio mirino,
    mi tiene la gola in cui versi
    e versi la vita una dose
    alla volta perchè un poco
    si posi ad avvamparmi le
    vene e le ossa, perchè
    non pulisca le labbra esibendo
    fiera a fine pasto
    la traccia di tutta la sete.
  • 21 aprile alle ore 13:55
    Quattro Cento Novantanove
    Venti minuti, rimpiccioliti:
    sotto la lente passano i pini
    con gli aghi, il sole è un ditale,
    la cucitura dai tronchi alle teste
    è ferma  e  quasi sfrontata. 
    Ai tigli hanno inaugurato la
    barba, tenera polluzione allergica
    ed eccitata che macchia già
    i rami. E sui tetti, tra tegole
    e grondaie, ali di scorta e
    ricicli, mansarde, schiuse le fughe
    all'inverno, le biglie e i tornei
    corrompono pomeriggi infiniti
    di bouganville ricamata sui muri,
    e una gualdrappa di edera ,
    tenta, tentacolare bordura sui
    dorsi a secco delle mie vie.
    Ma  a venti minuti dall'ultimo
    goccio di voce, tu hai già
    indossato una giacca color
    del ricino e porti bene il
    mio ricordo sotto il braccio.
    E quando alle diciannove dovrai
    reggere chiavi ed ombrello,
    copione, busta , una mano
    e forse un regalo, lo lascerai
    andare: un numero in caduta
    ma senza frattura, show di passato.
    Giù, verso il c'è stato.
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