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Poesie

“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch'io chiamo poesia”
Edoardo Sanguineti


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  • 18 aprile alle ore 15:24
    Se d'amor è costellato

    Dedalo di tombe sì squallide e penose, 
    abbandonate nel correre del tempo che l'ha inasprite.
    Colgo espressioni vive 
    da immagini ingiallite, di volti antichi.
    Sguardi sfocati, 
    che celan l'incognito movente d'esser vivi.

    Immaginarie salme sconosciute, cinte in sepolcri, 
    testé pregnati sol di cenere sbiadita.
    L'essenza, invero, s'è dipartita, 
    dall'ultimo sospiro della vita.
    Quesiti sorgon, in veste di pensieri,
    pur privi di sentenze giuste, ma sol di presupposti.

    Colei... colui, che fu materia, tessuta d'impeto d'amore,
    lo alimentò in vita? Ne fece la sua Bibbia, il suo volere?
    Tal labbra, ormai più rimembrate,
    ch'han gli angoli ch'atteggiano sorrisi,
    quant'amore allor hanno donato? 
    Di quanto altresì parlato?

    Il vento del silenzio cela storie, che narran di vissuto e di rimpianto,
    per quel che non è stato, di morte e di rancore,
    di gioia e di dolore, 
    seppur innanzi tutto dissolva il velo nero da quel canto
    che s'alza dalla terra in ogni dove, 
    circuendo ogni cuore solitario
    per riversarci amore, sgombrando l'ombra nera del livore.

    Bene sempiterno e imperituro male, 
    in lotta solitaria senza scampo,
    leggendario il lor fluire antagonista, nella gara del potere,
    di cui saggi son i tumuli, 
    che ognor san quel ch'è vero, 
    ciò ch'era stato scritto, dal principio.
    Peccare, al pari di sbagliare scelte esistenziali.

    Debole la carne, si flagella infine,
    tuttavia divien, perdono, l'essenziale, 
    se d'amor è costellato,
    qual prospetto di ricchezza universale 
    che non lascia nulla al caso, ma s'è fuso, 
    nel plasmare l'entità quale fulcro del concetto d'esistenza,
    coniugata alla luce dell'Eterno.

    Ingiunge la coscienza nell'attuar le scelte, 
    sian esse grame o giuste, al suo parere, 
    falsato talune volte al cuore, che, di rimando, 
    brama affrancarsi dall'assoggettarsi, 
    s'è posto in discussione, cosicché ribellarsi, 
    ponendosi al comando, onorando l'amore.

  • 18 aprile alle ore 15:24
    Se musica fosse il mio nome

    Allietata a inventar melodie, 
    come strali sinuosi, 
    sprigionandole all'erte colline 
    ch'incontrano valli,
    ne riempiano fiumi e torrenti,
    nel scrosciar dirompente dell'acque,
    gorgogliandole ai boschi silenti, 
    come fosser carezze innocenti.

    E ad effonderle ai prati 
     irrorandone i fiori, 
    che sappian cantare il sussurro di miele, 
    olezzo fluente nel vento, 
    dell'etere, sospiro corroborante.
    Proverei a ricercar sinfonie voluttuose, 
    d'accordi coese,
    sulla scia dei gabbiani garrenti.

    Stridori possenti, nel volerle imitare,
    per vestirne la brezza, volando sul mare,
    dando agio alle note che forgino il canto
    che sol lui sa intonare 
     col suo far fascinoso,
    lo sussurri alle onde, in quel lor fluttuare
    ed illuda ancora la rena, 
    che non abbia a finir nel fondale.

    Sognerei di scoprir l'equilibrio d'un ritmo armonioso,
    di cui cingermi in fretta a plasmar lo spartito
    per non farlo sfumare 
    e vibrarne le corde d'un piano o un violino, 
    che mi elevino in alto, 
    oltre i monti imbiancati, sui cieli, 
    a donar le mie note 
     alle arpe suonate da dita divine.

    Se Musica fosse il mio nome... 
    Per danzar nella sfera celeste,
    angelica come nessuna, 
    nel flusso sgorgante di mille assonanze...
    ... Sarei Musica Eccelsa...

  • 18 aprile alle ore 15:23
    Giunto sopra al nono cielo

    Com'in un baccello,
    racchiudevan l'ali sue quell'Angelo caduto,
    affranto, nel suo guscio.
    Fors'il cielo non se n'er'ancor accorto,
    che mancava al Paradiso.
    Che mancava il suo sorriso.
    Quelle lacrime di pianto,
    gli cadevan dallo sguardo desolato.
    Solitario il suo dolore,
    strano specchio del suo essere perfetto,
    privo d'altro sentimento, che d'amore.
    Rannicchiato su se stesso
    come fosse stato in grembo,
    mai vissuto, dal suo esser un eletto,
    spoglio d'ogni umana sorte,
    sconosciuta a lui la morte.
    Dolce rosa, la fragranza riportava la speranza
    del giardino dei Beati,
    d'ogni gaudio, profumato e di letizia,
    dove ritrovar riposo, nell'empirico suo volo,
    giunto sopra al nono Cielo.

  • 18 aprile alle ore 15:22
    Un angelo bianco

    La notte sì greve non porta ristoro,
    con voce rombante di tuono
    e dardi di fuoco che schiantano al suolo,
    con luce accecante,
    schiarente due ombre tra l'oscure ombre, 
    stagliatesi ai vetri 
    che gocciolan pianto dal cielo,
    di angeli neri, espulsi dal tempio del Padre.
    Essenze di demoni oscuri
    s'insinuan al buio della stanza,
    negli occhi lor brucia la fiamma infernale,
    scrutando quel viso dormiente
    del piccolo Angelo a palpebre chiuse,
    ch'ha ali argentate, sì chiuse a riposo,
    tra riccioli d'oro dispersi sul tenero corpo.
    Un Angelo bianco, tessuto d'amore,
    nasconde il mistero d'un angelo nero,
    esplicito ai demoni, effigi del male,
    ch'attendono il giusto momento del vile riscatto.


    Nota: Estrapolata dal primo libro della mia trilogia fantasy La Stirpe di Luce.

  • 18 aprile alle ore 15:21
    Luce di speranza

    Avanzo lentamente, solcando strade in città stinte, aridi deserti,
    attorniata d'altri, percependo fatalmente d'esser sola, tra solitudini diverse.
    Su passi d'affannante gente smarrita, arranco la salita con fatica.
    Scomparse ormai pianure e pur discese, come per ogni essere pensante,
    al quale han tolto molto... tutto... La luce di speranza.
    L'umanità s'è persa, tra 'l deserto del domani, oceano di sabbia, fautrice sol del nulla.
    L'odore della morte, ch'opprime il cuor e nari,
    seguente a cruenta sorte, sì avvallata dal male, crea disperati.
    Sanguinaria, ancor grida la belva ancestrale,
    ch'ha fame di carne, nonché sete di sangue.
    Grida disperse s'elevano al cielo, racchiudenti intrinseche preghiere
    rivolte al Padre oppure al Figlio, che taluni, all'inverso, bestemmiano.
    Nel seguir ombre sconosciute, calpesto lor orme,
    su terra brulla, su cui germoglia unicamente il nulla.
    Riecheggian voci lontane, tra fasti passati, echi di gaudio e di risa già udite.
    Tremulo, 'l fuoco dell'amor fraterno si consuma,
    per spegnersi a un impercettibile alito di vento o ad un sospiro.
    Respiro indifferenza tra rovine,
    la brama di potere ha reso l'uomo infame, senza confine alcuno.
    In cambio di danaro, baratterebbe tutto, persin la propria madre.
    Caduca volontà creder ch'esista un avvenire,
    i martiri s'arrendon, senza porre resistenza; prona la vita a reclamar la lotta,
    purtroppo pare invana la richiesta, resta sospesa, tra barlumi di paure.
    Riarse labbra celano sorrisi, dagli occhi gonfi 'l pianto scava solchi sulle guance,
    la folla delirante chiede pane ed esistenza vera.
    Le voci son riunite in un coral brusio sommesso ch'intona un inno,
    ch'ha sapor di prospettiva, univoca la voce ch'or s'alza dal deserto.
    Nel mentre l'orizzonte s'è imbrunito, Il vento testé alzato spira forte,
    disperde or ora la sabbia d'apatia, scoprendo ciò ch'aveva sotterrato,
    ravviva allor la fiamma di speranza, ineluttabilmente, mai del tutto spenta.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    Un ulteriore bacio

    Un ulteriore bacio, per suggellar l'amore,
    unendo umide labbra,
    legandoci col cuore in visibilio.

    Le lingue s'attorcigliano,
    sull'onda del piacere,
    connubio del reciproco respiro.

    Saziar di baci ardenti
    le bocche semiaperte,
    guizzando, accender nostri sensi.

    Scambievoli promesse di vita alternativa,
    carezze rinnovate 
    da mani ancora poco conosciute.

    Proteggere il domani d'amanti innamorati,
    con speme intramontabile che nasce,
    tra candide lenzuola, ch'odorano d'umori.

    Sussurri di parole,
    sì dolci, che riempiono il reale,
    svaniscono miraggi, nei baci appassionati.

    S'acquietan echi antichi d'amor persi,
    immersi nei silenzi prolungati,
    in gemiti sommessi, in sguardi infervorati.

    Il mordersi le labbra già infuocate.
    desio d'appartenersi, in scambio d'effusioni,
    i mille e più ti amo mormorati.

  • 18 aprile alle ore 15:20
    E l'angelo guardò la luna

    E l'Angelo guardò la luna,
    contemplandola come Venere sognante,
    attonito e assorto, senza distoglier sguardo,
    dacché, già, l'avea notata,
    la notte, al suo usual incedere fatato, 
    mai rimirandola come in cotal momento.
    Parea dipinto, 
    sì talmente immobile com'era, da parer finto,
    tutt'uno, sopra l'esiguo scoglio che l'accoglieva.
    Turbato, com'un innamorato, ebbro d'ardore,
    ch'andava ad intonar la serenata ch'avea nel cuore.
    S'avesse avuto voce, per quel cantico d'amore!
    Regina della notte, al palesars'in cielo,
    enfasi e stupore, per l'astro incoronato d'alone luminoso,
    che riflettea sul mar barlumi luccicanti a pelo d'acqua,
    brillanti luccichii d'argento,
    sopr'al candido riverbero, delineante strana rotta.
    Rotta del desiderio... pensò l'Eccelso.
    E l'Angelo guardò la luna,
    pensando alla sua veste immacolata,
    perpetuo, il suo scrutare solitario,
    nel tempo suo, ch'andava a terminare,
    gioendo, di splendor ch'avrebbe perso,
    non soffermandosi, quell'attimo d'eterno.

  • 18 aprile alle ore 15:19
    Celestiale è

    Celestiale è 'l color della speme, mai muore,
    nutrita al levar del mattino,
    disacerba 'l rancor suffragato dal male,
    di candor fanciullesco s'avvolge.

    Emulando parvenza del mare,
    già sottratta in partenza al cielo ceruleo,
    estorce la tinta cangiante,
    nell'intenso desio di rinascer costante.

    Nel celeste mantel virginale
    si cela, nell'intento di trarne conforto,
    la preghiera che sale è sagace,
    cita l'inno a schiacciare il serpente.

    Celestiale è la nota d'intenso vibrare,
    ch'ancor s'ode, nel porre l'udito,
    quale musica astratta, nel cosmo sapiente,
    un sussurro vitale che prende, struggente.

    Linfa fresca infiamma le vene,
    nel tripudio di coglier respiro,
    nell'immenso fluir di quel canto ancestrale
    stimolante 'l coraggio interiore.

    Celestiale è l'amore che smuove ogni dove, 
     che v'è intriso, nell'intrinseco spazio,
    ch'ha certezza soltanto sentito nel cuore,
    quale magico incanto perpetuo e sgorgante.

    Immortal tale fonte primaria, di suono si tinge,
    negli armonici accordi che giungono all'io,
    gorgheggianti com'echi ch'espandono l'aere,
    risponde fervente 'l palpito d'un cuor nascente.

  • 18 aprile alle ore 15:18
    Inver nacqui

    Atmosfera rarefatta, 
    galleggiando nel limbo ch'amavo assai tanto,
    protezione e piacere nel guscio racchiusa,
    fors'anche sarei mai, da lì, sgusciata.
    non assaporando però 'l profumo del tuo seno. 
    Inver nacqui dal grembo che scoprii materno,
    vidi la luce, nell'oscurità d'una notte bruna,
    abbandonando alfin quella mia culla 
    che senza sosta mi ninnava,
    in cui, beata, 
    ambivo alle carezze della mano delicata.
    Sonorità latente giungea a me soffusa,
    voce, come nenia, che m'acquietava
    e m'addormentava,
    facendomi sognar la bocca che narrava
    oppur cantava la soave ninna nanna.
    Dolci sensazioni d'un'epoca passata,
    d'una coscienza non ancor delineata,
    di cui 'l ricordo s'è perso già nascendo
    e manca a questo cuor ch'ancor t'acclama,
    ch'ancor accanto ti vorrebbe, mamma.

  • 18 aprile alle ore 15:17
    Ammantata di candor

    Ammantata di candor com'ingenua sposa,
    ritta, nella sua staticità quas'imperiosa,
    parea attender chissà chi o che cosa,
    guardinga, sopr'al muro di cinta dell'antica Chiesa.
    Qual fosse il suo pensier nessun sapea,
    essa aspettava e assai sete avea,
    la fontanella chiusa non permettea di bere.
    Tuttavia s'innalzò in volo,
    fluttuando nel ceruleo di quel ciel per qualche istante,
    all'accostarsi d'un uomo e d'un piccino,
    sparendo alla lor vista, fin quando non fu sola,
    tornando ritta ancor sul muro della Pieve. Allorquando lui arrivò, arrestandosi di colpo,
    nel percepir due occhi sibillini,
    che lo scrutavan nell'animo e nel corpo,
    lasciò la sua promessa ad aspettarlo,
    nel mentre, dentro un secchio,
    il getto d'acqua fresca fece scorrer sol per poco.
    Gli sguardi s'incrociaron per un momento solo,
    ma ch'era parso eterno in assoluto,
    parea intendesser esprimere parole,
    in un connubio sì strano e silenzioso.
    Indi essa scese a dissetar la sete che pativa,
    intanto ch'ei immobile,
    rasente l'inconsueta colomba bianca,
    indugiava stranamente lì a guardarla,
    cercando d'intuir l'ermetico messaggio,
    testé convinto che sol lui avea aspettato.
    Reciproco il suo sguardo fissò l'altrui umano,
    di chi, quell'indomani, varcando quella soglia,
    sarebbe stato, per la vita, sposo,
    dopodiché ascese in alto, onde librars'in volo,
    scrutandolo per poco, finché non fu lontana.

  • 18 aprile alle ore 15:14
    Poesia s'è fatta vera

    Sgargianti ali spiegate, 
    connubio di beltá e leggerezza
    il lor librarsi in aere.

    Soffusi fruscii eterei
    l'udito attento si percepisce.
    Vivi suoni melodici.

    Tal sciame inaspettato,
    poliedrico fermento di farfalle,
    aggrada l'occhio umano.

    E rende il cuor leggero.
    S'involan, in veste iridescente,
    leggiadre spose al vento.

    Figura immortalata,
    disarmante, ch'ispira, mai di morte,
    mero concetto di vita.

    Trabocca inver poesia,
    stranezza sol di pagine d'un libro,
    esige d'essere malia.

    Magia concreta... astratta...
    incanto scaturito d'improvviso
    rapisce sguardo assorto.

    Poesia s'è fatta vera.
    Versi, in atmosfera sublimante,
    rendon lode al poeta.

  • 18 aprile alle ore 15:13
    Venezia e i suoi misteri

    Venezia e i suoi misteri,
    negli echi d'un'epoca fiabesca,
    di pizzi, ricami e merletti, un'arte raffinata
    recante carisma fascinoso
    a dame e cavalieri d'altro tempo.
    Maschere carnevalesche, di tinte variopinte,
    oppur cosparse d'or, nonché d'argento,
    celanti volti estranei e sorridenti,
    di corpi fasciati in vesti sontuose, sgargianti,
    con fogge realizzate sia in sete preziose,
    che in stoffe assai pregiate.
    Sembianze d'altri, sebben talvolta tristi,
    specchianti visi occultati in pene solitarie,
    cercanti oblio per vite inappaganti,
    fra piogge di coriandoli e pur stelle filanti.
    Poi storici Caffè di letterati e artisti, scultori, pittori,
    di nobili e arguti dongiovanni,
    illudenti vergini fanciulle, benché sovente donne maritate.
    Memorie sussurrate dall'antiche piazze,
    da strette, pur variegate calli,
    canali, da gondole solcati,
    romantiche avventure, tra effusioni e baci.
    Eventi alternativi, sospiri, quasi ultimi respiri,
    racchiusi in pietra d'Istria del ponte desolato,
    passaggio sì forzato dei condannati a morte,
    che più avrebber visto la laguna amata tanto.
    E tra'l rumor di gente, sommessi bisbiglii
    che paion provenir da vari poggioletti
    di vecchie facciate, seppur non fatiscenti.
    E scruta, lo sguardo, cercando visi andati,
    sporgenti sulla piazza che li vide vivi,
    intanto che un intenso brivido enigmatico,
    tacito, m'assale d'improvviso.

  • 18 aprile alle ore 15:12
    E poter volare ancora

    Voluttuosa spira dell'amore,
    rapenti alla sprovvista i sensi inermi,
    nella frazione d'un solo istante,
    ci eleva ai sette cieli, 
    rendendoci liberamente prigionieri
    fors'anche inconsapevoli pedine,
    nel suo bramoso gioco dell'ardore...
    ... e dell'ardire,
    attraverso sguardi dapprima sconosciuti,
    vicendevolmente seducenti e dissoluti.
    Trascinava, la carne, con istinto bestiale,
    alfin di prender e possedere,
    inibendo il desio di conceder fin in fondo,
    per appagar l'altrui piacere, 
    nel considerar il proprio ego.
    Fin quando, ingannevole l'amore,
    sa imbrogliare, insediandosi nel cuore,
    instillando con sapienza goccia antica
    sconvolgente l'io supremo 
    che coinvolge pur la mente, 
    nei pensieri convogliati verso l'altro.
    Scoprir con meraviglia di scordarsi di se stessi.
    Desideri di reciproche carezze
    e di baci appassionati nascon vivi,
    di contatti a fior di pelle, 
    nei suoi brividi estasianti,
    disgregando le paure preesistenti, persistenti.
    Voglia assidua delle mani sì congiunte,
    di specchiarsi nello sguardo conosciuto
    a cercar quel sentimento testé nato.
    E d'imprimere tal nome, dentr'al cuore sospirante.
    Di volar con ali immense, 
    fin a dove arriva il sogno ad occhi aperti,
    prim'ancor ch'arrivi il sonno, 
    fra le braccia beneamate.
    Di carpir desiati baci dalle labbra altrui dischiuse,
    per amarsi un'altra volta,
    nell'accordo delle anime in simbiosi,
    con l'intento d'onorare mero amore
    di due corpi coniugati nell'amplesso, 
    per poter volare ancora,
    in un vol che sa d'eterno.

  • 18 aprile alle ore 15:11
    S'innalza un suono

    Librando in alto, il baco frastornato,
    adornato dell'ali translucenti di farfalla,
    nello scordar paura del silenzio,
    provata dentr'al bozzolo sì stretto,
    di gaudio si riempie e di bellezza.
    Costretto a rimaner a terra confinato,
    scrutando l'orizzonte inver tant'agognato,
    dacché 'l desio del vol, in ciel, leggiadro
    ogni altro ardire alfine sovrastava...
    infin, s'ea spogliato d'una veste così odiata.
    Or ora il vento fa vibrar le foglie dello stelo,
    che il baco avea da poco abbandonato,
    a parer d'esser corde di violino o d'arpe.
    Note eccelse susseguono l'un l'altra,
    plasmando l'armoniosa sinfonia,
    che mai l'udito suo avea captato,
    distolto da un pensier unico e oscuro.
    S'innalza un suono lieto e melodioso,
    un eco, quasi angelico, risponde,
    che mai e poi mai avea prim'ascoltato,
    distratto da ricerca sua affannosa 
    d'uscir da quella spoglia così grama.
    A pianger su se stesso tutto 'l tempo,
    quanta melodica armonia sa d'aver perso!

  • 18 aprile alle ore 15:11
    Alternativa armonia

    Non l'erette gambe
    ti conducon al percorso or or irto,
    ma, d'una carrozzina, quattro ruote,
    quasi ad esser ancor bimbo.
    Strana vita quella ch'é cattiva madre
    e, a un certo punto, t'ha così tradito,
    mentr'invece agognavi a tanto ancora,
    tant'è che, nei tuoi sogni, spicchi 'l volo.
    Smarrito e solo, tra moltitudine diversa,
    diverso vedi te stesso, innanzi tutto,
    uomo non autosufficiente e dipendente,
    irriconoscibile, se ti guardi nello specchio.
    Crea rabbia l'impotenza, forgia dolor la differenza.
    S'avessi voce, grideresti al ciel se tal martirio
    è pena da scontar per colpe ignote.
    Sei vivo, nei sensi e nei pensieri,
    non sai accettar sguardo pietoso,
    ti fa sentir meno che niente,
    talvolta sì insistente, quasi spregio.
    Paion muri inconsistenti, certi sguardi,
    che ti separan dagli altri, dalla gente.
    Abbassi gli occhi, alfin di non vederli,
    dacché non t'è dato d'annientarli,
    seppur bastasse un alitar di fiato
    dell'umana e totale comprensione
    per sgretolar tali barriere tormentose.
    Scrutar piuttosto occhi indifferenti
    che mai t'arrechin greve, assurdo male,
    o meglio ancora pacche sulle spalle
    di volti sorridenti, ch'emanano allegria,
    affrancando tal forza e dignità residue,
    aggrappate sopra specchi,
    pur di dar eco alle presenze certe.
    Percepiresti alternativa armonia,
    nel ricongiungerti a ciò che più tuo non senti,
    aspirando alla pace interiore del tuo “io”
    perdonando il tuo fato spietato ch'ha leso il tuo ardore,
    qual farfalla con l'ali spezzate, ch'agonizza al suolo,
    qual gabbiano ch'ha lasciato il suo mar, quindi muore.
    Come fenice, sei risorto, tuttavia
    non cercar dissonanza col resto del mondo.
    Il tuo spirito antico invoca il tuo cuore,
    intanto ch'irrora reale speranza di vita,
    che non sia un'utopia, alternativa armonia.

    03-02-2017

  • Scusa sai, se m'arrampico su specchi,
    nel pensiero, epicentro di quei sogni ad occhi aperti,
    o m'inerpico in un mondo solo mio, dove sgorga fantasia,
    dove rievocar quel senso che s'assembla al mio desio,
    in cui vige l'armonia che s'ammanta d'autostima per me stessa
    e rispetto verso gli altri, che sian peccatori o Santi.
    Scusa tanto se mi levo prim'ancor che nasca il sole,
    assetata della luce dell'aurora,
    se mi lascio coccolare dalle braccia di Morfeo,
    solo nel chiaror di luna che m'osserva, nell'attesa che io dorma
    e nel sonno cerchi il faro che m'illumini il percorso,
    navigando poi in quel mare dell'ignoto che m'appare, all'imbrunire.
    Chiedo venia se tradisco lo sconforto che m'avvolge,
    con la speme ch'accompagna il mio domani,
    se i miei passi si rifiutan d'approdar al sentiero delle spine,
    lacerando ancor le carni, nel riaprire cicatrici di ferite,
    anelando ad un viottolo sterrato, ma sicuro, circondato sol di fiori,
    atti a profumar quest'esistenza che s'accorcia e allor pretende
    ch'incertezze sian dissolte dal suo tempo ch'ancor resta,
    che lo spreco non l'intacchi, apportando il suo degrado,
    dando agio a falsità di certe menti, che d'affanni sono prede deliranti,
    bieche vittime d'invidia senza pace, sol cercanti di colpire chi ricerca il suo valore ed ha stima di se stessa.
    Quel perdono chiedo adesso, se rimango quel che sono,
    dell'ingenuità ch'ho dentro che rifletto in ogni altro, ingenuamente,
    nel pensar ch'ognun si'al mio pari ed il male sia reietto da ogni cuore.
    Se nel mio c'è solo amore e dall'odio m'allontani,
    non scendendo a compromessi in contrasto col mio io,
    se m'infiammi per un bacio e mi perda in un abbraccio
    e perfetta non mi senta, ma volubile e guerriera,
    poi, talvolta, non ascolti la pazienza che mi parla, ma impulsiva io agisca, con veemenza, nel cercare la giustizia, pur errando, nel guardar solo da un lato e non dall'altro.
    Chino il capo, tal perdono sto anelando dal mio spirito divino,
    che mi possa incentivar nel mio cammino,
    precedendomi, com'ombra fa col sole,
    che d'orgoglio si pervada e di saggezza, nel capire questo stato di creatura, di materia anche forgiata, nella semplice abitudine d'esser donna... nata allora.

  • 18 aprile alle ore 15:08
    Sospesa ad un filo di seta

    Sospesa ad un filo di seta, detergo l'aurora,
    togliendo quel velo notturno che copre il suo volto,
    vorrei che nascesse un po' prima del tempo.
    Farfalla improvviso, dal bozzolo uscita.

    Sorelle frementi m'accolgon tra loro, ruotandomi attorno,
    invidio il fregiarsi costante dell'ali sgargianti,
    s'un volo saccente, mischiante color su colori,
    regine onorate dai fiori, del mandorlo e il pesco.

    Leggiadro quel vibrar su stelo, poliedriche vesti,
    il misero baco ognor l'ha lasciato,
    s'è spento di trasformazione fatal desiderio,
    ha ucciso la femmina i biechi suoi panni.

    Dissolto s'è il filo di seta, s'è scinto il cordone,
    la fervida immagine rapito ha la donna,
    s'effigia dell'ali nascenti, a stregua dell'esser farfalla,
    di nascer or ora s'inoltra nel folle pretesto, per far quel che sente...

    Per far quel ch'è giusto.

  • 18 aprile alle ore 15:05
    Unicamente angeli

    Aborti avvenuti, tristi eventi compiuti,
    bimbi mai destinati a nascere, a crescere,
    han messo l'ali, son divenuti Angeli,
    chiamati dal Divin Padre Celeste
    a risalir su per i Cieli candidi.

    Silenzi fragorosi di madri, non madri
    che piangon dolore sconquassante,
    che lacera le viscere pregnanti,
    allorché gli amati cuor smetton di pulsare
    e assurdamente taccion gli echi placentari.

    Tal bimbi minuti, incompiuti, cullati dentr'al buio, 
    restan fardelli d'anime, per poco,
    Iddio avea soffiato quel suo immortale dono,
    ma poi, immediato, inteso avea 'l rimpianto
    di non averli accanto.

    Desii irrealizzati in sordidi momenti,
    speranze frantumate nel giro di secondi.
    E restan solamente dei genitori infranti.
    Ricordi di sembianze, nei grembi or or delusi
    di chi avea generato unicamente Angeli.

  • 18 aprile alle ore 15:05
    Spiragli

    Pudicizia, 
    dietr'al sipario d'una vita immacolata,
    sconfitta in modo repentino
    da spiragli dei tuoi occhi sibillini,
    ch'accendono lo sguardo muto,
    ch'annaspa a ricercar appigli,
    per non cedere oltremodo.
    Incutendo fervore, rossore,
    san confondere la mente,
    come fosser strali infuocati,
    erranti, guizzanti
    incontro al lor morire.
    Morire nei miei occhi.
    Scagliando onde d'amor frementi,
    fomentano appetiti,
    nel pieno d'imbrunire,
    tremule scaglie di mare,
    ingenue e trasparenti, 
    che corrono sognanti
    Incontro al lor morire.
    Morire nei miei sensi.
    Ceruleo il lor colore,
    fan sussultar il corpo,
    lambiscono i miei seni,
    sofferman tra le cosce,
    lievi carezze vogliose
    ch'ascendono al desiato nido,
    incontro al lor morire.
    Morire nel mio scrigno d'amore.

  • 18 aprile alle ore 15:04
    Due come noi

    Due come noi, 
    senz'argini alla mente,
    piroettiamo in un'eterea danza,
    su musica che giunge da lontano,
    pregna di sussurrata melodia.
    Libriamo lievi con ali variopinte di farfalle,
    sulla magia di tal concerto; 
     ci scorta il vento,
    nel regno astratto della fantasia,
    irreale fascino d'un singolare incanto.
    Bimbi giocherelloni,
    giochiamo a nascondino,
    rincorrendoci tra sprazzi di nubi dispettose
    che stan scherzando, nascondendoci il sole.
    Ma il vento le disperde all'improvviso
    e ci lasciam cullare sull'onda del calore.
    Tenendoci per mano, 
    guardiamo il mondo da lontano,
    sporgendo oltre il balcone della notte.
    Tremolii fluenti nei cuori solitari,
    allorquando ci perdiamo in uno sguardo.
    Dormiamo in un letto d'armonia,
    assoluta sintonia di due anime in simbiosi.
    Le gocce di rugiada sui calici di fiori,
    dell'iride i colori strabilianti,
    non ne copron i profumi,
    viceversa li rendon gradevoli alla vista,
    mutandoli in gioielli assai preziosi,
    nel giardino degli Elfi, Folletti e beneamate Fate.
    Esploriamo l'irreale bosco misterioso,
    dove nascono mattacchioni Gnomi,
    per spiarli e scoprirne segreti ed i misteri,
    carpir dov'han celato le lor pentole d'oro,
    sotterrate al termine della scia d'arcobaleno.
    E giungerà il momento che lo cavalcheremo.

  • 18 aprile alle ore 15:03
    Angeli bianchi... angeli neri

    Contavi cieli, mentre precipitavi.
    In un battito di ciglia,
    cercavi, tra le nubi, Angeli bianchi.
    immaginando frullar d'eteree ali, 
    schizzar, come saette, in tuo soccorso.
    Cadevi, senz'appigli per fermarti,
    echi lontani di brusii che non capivi.
    Avresti voluto aiuto... 
    ... gridato, se non fosse stato vano.
    Piombavi tra le spire del serpente,
    ch'avea lasciato l'Eden da tempo immemorabile,
    sperando che mangiassi la tua mela.
    Eva t'avea tradito inesorabilmente,
    attirando per entrambi la punizione eterna.
    Gli specchi del tuo ego ean divenuti opachi
    ed esso s'ea dissolto in meri pochi istanti,
    abbandonando spoglia divenuta vuota.
    Verso l'abisso, andavi a completar il volo,
    accolto tra l'empie braccia del vile ingannatore,
    ch'avea, prima di altri, tradito il proprio Padre.
    Restio a udir la voce che ti richiamava,
    avei declinato la richiesta di perdono,
    invocando poi miseramente venia, 
    nel gettar l'ultimo sguardo spento al cielo,
    sperando ancor, prima d'essere dannato,
    di scrutar agognate, tremule sagome, 
    fluttuanti tra nubi candide,
    d'Angeli bianchi...
    sebben tu fossi sciente 
    che ti bramavan unicamente angeli neri.

  • 18 aprile alle ore 15:02
    Il bacio di rugiada

    Nel divenir d'aurora fantasiosa,
    gocce trasparenti e iridescenti
    si posano sul ciglio dei petali dischiusi,
    cristalli che s'attardano a svanire,
    nell'attesa ch'entri in scena il sole.
    Regna ancor la pace,
    tra le rampe scoscese ai bordi d'orizzonte.

    I rumori,
    addentratisi nella notturna quiete,
    ancor sognan pace e silenzio,
    udendo lor coscienza antica,
    ancestrale letizia mai più rinnovata.

    Uno stormo di stelle
    pulsa in ritmo corale,
    prima d'esser svanito allo sguardo
    che or s'alza assonnato
    e pretende le palpebre chiuse,
    ch'agonizzano all'apice
    dell'adamantina luce.

    I bagliori rifletton su specchi
    del pendio dell'altere montagne,
    rilasciando immacolati scialli scintillanti,
    mentre gli echi si risveglian,
    espandendosi per valli verdeggianti.

    Sussurrando il lor bell'orchestrale canto,
    in simbiosi con il vento di libeccio,
    che sospiri tra fior d'acque fiumane e lacustri,
    ch'or s'alzino dai rispettivi letti, a rinnovar gorgheggi,
    dopodiché, festante, lo propaghi al suol marino,
    al fin di ridestar l'arenile sonnolento,
    con sussurri spumosi dell'onde sì frangenti.

    L'agonia della notte morente, ch'è madre,
    nell'aurora nascente, ch'è figlia splendente,
    ha voluto lasciar, prim'ancora d'andare,
    il bacio di rugiada, la sua linfa vitale,
    ond'esser additata generatrice di chiarore.

  • 18 aprile alle ore 15:01
    Eden sì perduto

    Dall'alito sorgivo,
    nasceva Adamo, su terra consacrata,
    dalla sua costola predetta s'innalzò Eva,
    appariscente, immacolata bellezza.
    Tra i lillà soggiacevan alla vita,
    prorompenti e innocenti le lor caste nudità.
    Compagni d'avventura ... o di sventura,
    per l'arbitrio di chi non avea pari alcuno.

    Silenzio in scaglie,
    negli anfratti del seno prescelto,
    fra costante rumor di fauna sibillina e flora abbarbicata,
    ch'odorava persino nei colori...
    Acqua adamantina, di purezza straripante.
    Quasi giardin del cielo,
    nell'Eden acquisito e primordiale;
    singolare riflesso d'eccelso Paradiso.

    Tra fronde verdeggianti e frutti sconosciuti,
    avean casa viscide serpi velenose;
    fra cosce candide di donna
    divenute esasperate,
    strisciava il vile ingannatore,
    scatenando qualcosa d'inconsueto,
    oltre alla percezione del pudore.
    E sangue infradiciaron le sue gambe.

    D'istinti d'altra specie esagitò Eva,
    ch'ignuda si sentì,
    fin a coprirsi con la foglia d'un tenero virgulto.
    Negata quella mela che porse al prediletto Adamo,
    che la seguì, privo d'obiezione.
    Ma s'oscuraron cirri su di loro, forgiando nubi di carbone,
    si coprì il cielo delle tinte della rabbia e d'impotenza,
    scatenatesi all'indegno tradimento.

    D'uno sguardo dissonante
    si vestiron i loro occhi
    già cacciati e maledetti,
    artefatte la bellezza e la purezza
    ai compagni di condanna e di dolore...
    Nel sospiro che dal petto s'immolava,
    s'arrancava il pentimento,
    valicando il confine di tal Eden sì perduto...
    e sì perfetto.

  • 18 aprile alle ore 15:00
    D'esser croce

    Piange il cielo,
    forgiando in perle trasparenti
    amare lacrime che scendono;
    sofferenza ineluttabile
    per l'onta dell'umana alienazione.
    Acquitrini misti a fiori,
    per mondar ferite antiche,
    ma tutt'ora sanguinanti,
    sulla carne trascendente
    di Colui che fu tradito e martoriato,
    poi reietto e crocifisso.
    Chiodi fomentati da peccati
    ne brandiscono l'aspetto,
    come inquietante arma;
    ribattuti di perpetuo da disparate mani,
    trafiggono altresì quel legno infradiciato, 
     d'amore e d'altrui macchie d'innocenza,
    ch'urla ancora, inascoltato da chiunque,
    tra il fragore silente della morte,
    rigettando, d'esser croce, la sua colpa.

  • 18 aprile alle ore 14:59
    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora

    E s'ode un respiro, di tenebra chiuso,
    nel guado del tetro sepolcro,
    sospiro di sguardo profondo scintilla nel buio,
    risale alle labbra un gemito fioco,
    l'apogeo del triste calvario rigetta il sudario...
    Proviene dal lungo percorso d'abisso infinito,
    il Figlio dell'Uomo... Rampollo di Dio.

    Riprende il possesso del corpo smarrito...

    La morte s'inchina alla vita,
    getta scettro e corona,
    bistrattata sovrana del nulla.
    Rinnegata la veste sua oscura,
    pel desio d'esser Figlio ch'onora
    il Suo Padre, in ciò ch'era scritto già allora,
    pel desio d'incarnare l'amore... ancora... e ancora.

    Nel sussulto del tempo, resuscita ognora.