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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 gennaio 2006
    Volute

    Come comincia:

    Evitate la moderazione.
    Siate caldi o freddi.
    Mai tiepidi.
    Kevin Roberts

     

    Entro nella stanza e la prima cosa che vedo è Lauren, sulla poltrona, a gambe aperte. Ha in mano un bicchiere di vino, indossa una canottiera rosa e dei pantaloncini neri aderenti. E’ incantevole come la notte che ho lasciato fuori dalla porta: forse di più.
    I capelli biondi mossi, raccolti a cipolla sopra la nuca e tenuti insieme da una matita la fanno sembrare una ragazzina di sedici anni. Sta guardando la TV.
    ”Com’è andata, gioia?”
    Mi avvicino e le bacio la fronte.
    ”Sono a pezzi. Questo lavoro mi sta distruggendo. Non so se riuscirò a reggere ancora molto.”
    ”Dici sempre così.”
    ”Oggi ho scaricato settecento scatoloni pieni di jeans. Non sento più la schiena e le braccia mi tremano ancora per lo sforzo.”
    Mentre lei torna a guardare la TV io vado in cucina, apro il frigo e stappo una birra. Mi appoggio al tavolo e chiudo gli occhi. Vedo dipinte, sulle palpebre chiuse, le figure degli scatoloni di jeans, le cancello ridestandomi e andando a sedermi, in sala, accanto a Lauren.
    ”Come mai ancora sveglia? Sono le due. Non hai sonno?”
    ”Da morire. Avevo voglia di vederti e rimanere un po’ con te. Con questi orari non riusciamo mai a stare insieme.”
    ”Lo so, piccola. Devo guardarmi in giro e cercare un altro lavoro. Non è così facile.”
    Lei ha lo sguardo incollato allo schermo ed il mio è fisso sul suo viso. La  vita era una guerra. Brutti lavori, bollette dell’acqua, macchina da revisionare, la spesa, scarpe nuove, la noia, le guerre, la gente stupida, ogni mille passi un centro commerciale colmo di cose inutili: non c’era via di scampo e se esisteva non era alla portata del genere umano. Ma stavo bene. La guardavo e la sua innocenza faceva svanire l’orrore della realtà, non avevo bisogno d’altro.
    Lauren appoggia il bicchiere di vino vuoto per terra e chinandosi la matita che teneva assieme i capelli, cade a terra, rivelando così la sua intera femminilità. Si volta a guardarmi, ha un occhio coperto da una ciocca di capelli e l’altro mi guarda come per dire, va tutto bene, ora ci sono qui io.
    Si alza dalla poltrona e viene a sedersi sulle mie ginocchia, sento una fitta fortissima alla coscia ma faccio finta di niente. Le sue labbra si appoggiano alle mie suggellando ogni mia voglia di dire qualcosa. E’ morbida e profuma di donna, la sua lingua accarezza la mia e sento un brivido lungo la schiena.
    Rimaniamo stretti in quel modo per un tempo indefinibile. Il concetto di minuti, ore, secondi, in quell’occasione è senza senso, potevano essere passati anni o pochi istanti, cosa importava. Nulla, credo.
    Le cingo i fianchi e la invito ad alzarsi per andare in camera da letto. Attraversiamo il corridoio, tenendoci per mano, senza dire nulla.
    Accanto al materasso, Lauren si toglie con facilità i pochi vestiti che ha indosso e si siede sul bordo. Con un movimento gentile della testa porta i capelli sul lato destro del collo e si sdraia mostrandosi in tutta la sua candida lucentezza. Mi spoglio anch’io ma ad ogni movimento, ad ogni indumento che mi levo, sento scariche di dolore che mi penetrano ovunque. La guardo per qualche secondo e mi sdraio accanto a lei. Le appoggio la testa sul ventre e chiudo gli occhi. Lei mi accarezza i capelli, e in quel preciso istante mi dico che posso anche morire. I nostri due corpi si uniscono e non esiste più nulla, tranne noi due, i nostri profumi e i nostri sospiri. Qualcuno ha detto che si può andare in paradiso anche prima di morire. Niente da obiettare, aveva ragione.
    Passiamo la notte a nutrire la nostre voglie e le nostre anime: in simbiosi raggiungiamo appagamenti senza fine, lampi d’accecanti piaceri giungono direttamente alle nostre menti, stordendoci e lasciandoci senza respiro.
    Ci addormentiamo così, come abbiamo iniziato, con la mia testa sul suo ventre, e l’ultima immagine che vedo è quella delle mani gentili di Lauren che tengono le mie.


    Apro gli occhi e una debole luce entra attraverso le veneziane, giocando con la finissima polvere crea volute simili a spettri. Lauren sta ancora dormendo, ha il sorriso sulle labbra e mi chiedo cosa stia sognando.
    Mi alzo lentamente senza far rumore, esco dalla stanza e vado in bagno. Mi lavo il viso, lo asciugo e mentre tolgo l’asciugamano dagli occhi mi vedo riflesso nello specchio. Occhi belli, profondi e tristi, penso.
    Ritorno in camera e Lauren dorme ancora. E’ a pancia in sotto e il lenzuolo le copre le spalle lasciando scoperto tutto il resto del corpo. Senza svegliarla riesco a baciarle le gambe, proprio dietro al ginocchio.
    Lei emette un sospiro. Io sorrido.
    A terra ci sono ancora i miei abiti, li raccolgo e vado in soggiorno a rivestirmi, guardo la TV spenta, poi entro in cucina, riscaldo il caffè sul fornello e lo bevo lentamente. Molto lentamente. Decido di uscire per comprare il giornale e per prendere una boccata d’aria.
    Giù in strada c’è un’atmosfera frizzante, un soffio di vento gelido mi accarezza il viso, poi, ad un tratto, cambia direzione e mi spinge in avanti. Guardo l’orologio digitale appeso al balcone della casa oltre la strada. Sono le 7:52.
    Mentre cammino lungo il marciapiede in direzione dell’edicola passo accanto ad un mendicante infreddolito. Ha più o meno la mia età, è infagottato dentro ad un sacco a pelo e i suoi occhi sembrano implorare pietà.
    Mi avvicino, i nostri sguardi si baciano, tiro fuori il portafoglio e gli metto nella borsa di plastica che ha di fianco, 200 sterline, tutto quello che ho. Mi levo l’anello d’oro che porto al dito e glielo infilo nella tasca laterale del sacco a pelo. Ci guardiamo ancora pochi istanti, lui socchiude gli occhi mi fa un sorriso, io capisco quello che vuole dirmi e strizzo l’occhio, sussurrandogli, tutto ok, amico, non ti preoccupare .
    Lo saluto e mi rimetto in cammino verso l’edicola. L’aria mi entra nei polmoni senza sforzo; per il freddo mi scende una lacrima dall’angolo dell’occhio. Mi fermo davanti alla vetrina di una pasticceria e osservo la mia immagine riflessa, poi mi dico: in fondo, la vita, non è poi così male.

  • 28 gennaio 2006
    La murena

    Come comincia: Esiste il Paradiso? E se esiste com’è? Cosa e perché è, soprattutto? Belle domande!… Riempiono la mia vita di una piacevole incertezza sul futuro…

    Naturalmente, penso queste cose solo la domenica, per lo più dopo pranzo. In mezzo alla settimana, preso come sono dal provare ad alzare soldi, dalle bollette scadute e dall’osservazione della mia incapacità, tendo a semplificarmi al massimo il concetto di beatitudine e, visto che vivo a Roma, la Sardegna diventa il mio Eden più prossimo, il luogo che l’anima mia ha scelto come rifugio dei tempi migliori. La scorsa estate mi sembrò di essere morto, così ho preso per mano Maria e ci sono andato.

    Ah!... Ce n’erano di beati, in quel luogo sacro! Alcuni, senz’altro i più santi, avevano la barca e ci salutavano agitando le aureole dorate, in mezzo ad angeli in bikini che però non ci vedevano, loro, troppo occupate a soddisfare i pii desideri dei loro patroni. Io e Maria stavamo sulle nuvolette magre della terraferma, insieme ad una selva di gente rosa dal sole. Avevamo a stento lo spazio per l’asciugamano, ma la Grazia ci impediva di provare la minima invidia per quelli in barca, così come per gli abitanti delle ville con caletta privata, per gli avventori dei ristoranti alla moda…

    Contemplavamo. Era l’Estasi.

    In fondo il Paradiso è il Paradiso, non era il caso di stare a questionare più di tanto, si vede che doveva essere così, mica ci potevano essere sbagli.

    Comunque, già che ci stavamo, io e Maria decidemmo di girarcelo un po’ quel regalo di Dio. Un amico ci aveva parlato di una caletta su al nord, tra Stintino e Alghero, dove fino ad un secolo fa cavavano l’argento dalla montagna.

    - Andate a vedere… - ci aveva detto – Una vera miniera abbandonata, e poi una spiaggia da sogno, poca o pochissima gente… un paradiso… -

    Siamo andati, allora. Una mattina abbiamo preso la motocicletta e ci siamo spostati di settanta chilometri. Per il Paradiso, questo e altro, ovvio! E poi, fotografare la miniera poteva essere un modo di rientrare dei soldi della vacanza, forse anche di pagare qualche debito che m’aspettava al varco sotto casa.

    Quello che trovammo fu un grande ragno nero che sembrava ancora bere il mare. Una grande, inumana, struttura di legno bruno, con la schiena spezzata. Quello rimaneva dell’antica miniera. Dopo una mezza mattinata passata a tentare di fotografarla, di venire a capo delle sue prospettive contorte, abbiamo comunque dovuto lasciar perdere. Troppo complicato fare concorrenza al colpo dell’occhio. La spiaggia era là ad attenderci.

    C’erano delle scale di pietra da scendere e, passato uno sperone di roccia, l’universo apriva il suo ventaglio di pietra, cielo, acqua e fuoco, ognuno cangiante ed eterno come un dio antico seduto sul suo trono. Non pensate però ad una cartolina. Nessuna amicizia legava quegli elementi e l’uomo, lo sentivo, e capivo il dolore che spinge l’umanità a sfidare il destino che l’incatena alla morte. Intuiamo maledettamente bene l’eternità quaggiù, e uno – per forza di cose! - se ne risente.

    Per il momento io e Maria risolvemmo sdraiandoci sugli asciugamani, la faccia al sole. Vicino a noi c’erano una coppia di lesbiche e poi, qua e là, una famigliola, dei ragazzi, un’altra famigliola…

    La spiaggia era un cielo a buon mercato.

    Dopo un po’, mi alzai per dare un’occhiata all’acqua.

    Faceva male, a guardarla. Diventavi debole come per gli occhi di una figlia, davanti a quell’azzurro-verde e ti dicevi che non poteva esserci nessuna cattiveria nella creazione se esisteva quell’acqua, quegli occhi….

    Chiamai: - Maria! …-

    Guardò anche lei e si mise a ridere. Disse una cosa buffa: - Chi si tuffa per ultimo è mucillagine…- 

    Già era dentro. Continuava a ridere, fra gli spruzzi che sembravano polvere di luce.

    – Vieni, dai vieni… - m’invitava con le braccia tese, sorridente, nell’acqua….

    Mi tuffai anch’io. Come ci si tuffa in un’altra vita, senza memoria di quella precedente, dei creditori, giudici, avvocati, funzionari di banca, ex soci, ex donne, ex sogni… Non ne avevo più bisogno, non esistevano, soprattutto io non esistevo per loro. Ero morto, morto, morto… E potevo, finalmente, vivere.

    Fui subito nell’abbraccio di Maria, poi tutti e due andammo sotto, ridendo coi denti chiusi. Bellissimo. Il dolore non c’era più, svanito come il peso al contatto del corpo con l’acqua. Ci togliemmo i costumi e li sventolammo per salutare un aeroplano che volava verso il sole. Mi veniva da ringraziare qualcuno e lo feci. Grazie! Grazie! Gorgogliavo sott’acqua. Dicevo all’amico, al Mediterraneo, a Maria che mi nuotava accanto…

    Nuotammo un po’, dimenticandoci di tutto. Il fondale era frequentato da ricci e piccoli pesci che si muovevano in comitiva, lesti a scattare e cambiare direzione ad un misterioso segnale. Mi dispiaceva di non avere maschera e boccaglio. Maria, lei, si divertiva come una bambina. Ogni tanto qualche piccola onda la investiva, mandandola sotto, facendole il solletico, riportandola verso riva. Io restavo a guardarla. Poi, mi stancai di tutto quello ed uscii. Lei mi seguì dopo poco.

    Io, al mare, sono piuttosto sul pigro. Mi misi a seguire le evoluzioni di un cane con un bandana azzurro legato al collo, alzando appena un po’ la testa, il gomito puntato nella sabbia calda. Mi veniva da divagare, nel vedere tutta quella villeggiatura. Lì, un secolo fa, l’uomo aveva sudato veleno.

    Miniera d’argento, l’acqua necessaria rubata al mare d’estate e pure d’inverno, quando il mostro si vendicava scaricando onde d’ira sulle schiene degli uomini, spezzando e scompaginando il loro miserabile covo, come un bambino con un formicaio. Alle spalle, avevi una terra brulla, una madre avvizzita dai troppi allattamenti, disposta a lasciar morire qualcuno dei suoi figli pur di salvarne altri, forse i migliori, forse no, perché una madre non distingue. Poi, l’argento veniva caricato su piccole barche in grado di passare gli scogli, fino al largo, fino a navi più grandi con sopra altri uomini minuscoli e stranieri. Estate e inverno, sempre.

    E sempre l’Uomo, sulle barche o nel termitaio, a pregare e bestemmiare Dio. 

    Noi lì c’eravamo venuti in vacanza. Bene!

    - Che ti pare? - mi chiese Maria.

    - E’ bello. No, non solo bello… -

    -  Mi vado a fare un altro bagno. Vieni?

    - Fra un po’… - dissi lontano.

    Sulla sabbia rovente, il cane con il bandana inseguiva da solo il mondo conosciuto. Apparteneva alla spiaggia, in un certo senso: tutti lo attizzavano su qualcosa. Di là volava un freesbe, di qua un bastone, carezze, richiami confusi...  Il cane non sapeva più a chi dar retta, si fermava ogni tanto ansimante di gioia, col piccolo cuore che scoppiava sotto il pelo più chiaro, per poi ripartire a razzo, verso un riflesso condizionato, in mezzo alle risate dei suoi dei.

    Ero anch’io così? Un bastardello pronto a correre dietro ad ogni scherzo del caso, senza altra difesa che l’inerzia? Era ragionevole pensarlo. Ero lì con Maria e… non mi sembrava significativo di qualcosa. Un caso, appunto.

    - Che cos’hai?

    - Niente. Stupidaggini. - dissi.

    Dovevo tornare a Roma, sistemare la mia vita, smetterla di perdere tempo, vivere…

    - Perché non provi ad andare in analisi? Non è possibile che stai sempre così. C’è Giovanni che va da uno bravo. Se vuoi mi faccio dare il numero…

    - Giovanni ci avrà i suoi motivi per andarci…

    - E allora? La questione è accettarsi. Si sta facendo aiutare in questo senso. Se pure tu ti accettassi…

    Grazie, Maria. Hai ragione tu, pensai. Non dissi niente, però.

    Girai la faccia dall’altra parte, perché avrei voluto sotterrarla nella sabbia, sbucare dall’altra parte, in Cina, in Nuova Zelanda, su Marte…

    Era quasi il tramonto. Il sole si piegava sul campo del mare come un gigantesco papavero. Lento e inerte, lasciava che spore di luce disegnassero una scia di stelle cadute sull’acqua.

    – Andiamo via - Maria mi si strinse addosso – sento freddo… -

    Raccogliemmo i nostri stracci e ci avviammo. Un capannello di persone se ne stava fermo sull’arenile; avevano formato un cerchio e discutevano tra loro. Ci avvicinammo come tutti.

    - Quant’è grossa!

    - Saranno quattro chili, almeno…

    - Morde?
    Una signora, mamma di famiglia, la toccò con un bastone.

    - Ehi, è ancora viva!

    - Attenzione!

    La murena era riversa su un fianco, mostrava le file di denti aguzzi, avvelenati, come un impiccato la sua ultima lingua. Stava morendo. Morendo su un altro pianeta, in una dimensione sconosciuta, tra creature che non capiva. L’occhio era sbarrato verso le piccole onde che accarezzavano la battigia. Erano lì, le onde, così vicine che quasi arrivavano a sfiorarne la pelle che s’andava accartocciando al sole.

    Intorno, ormai, c’era tutta la spiaggia. Un tipo sui quaranta con una tuta da sub si comportava come ne fosse stato il padrone della murena. Evidentemente s’era avventurata fuori dalla tana e gli era bastato il retino per catturarla. Ora, il tipo la faceva lunga sulle murene in generale, costumi e abitudini. Smorzava, il campione, la pericolosità dell’animale. Le signore lo guardano…

    - Ce ne sono parecchie da queste parti… -

    - Oh, ma è pericoloso! -

    - Solo se non si conoscono. Il pericolo è che se sono nella loro tana possono riuscire a trattenerti sotto… -

    Un brivido percosse l’auditorio di bagnanti. La murena ancora non aveva perso i sensi, ma già non guardava più le onde, forse aveva capito che la marea sarebbe arrivata comunque tardi per lei. Si rivolgeva dall’altra parte, invece, verso le creature. Sembrava che, per quanto fosse ormai inutile, cercasse di comprendere che cosa le fosse capitato.

    Un silenzio alieno era comparso, intanto, come un ladro, tra la gente della spiaggia, donne, uomini, bambini. Il padrone della murena, anche lui, stava con le braccia lungo i fianchi, senza parole. Solo il cane col bandana saltellava da una parte all’altra come intorno ad una tomba scoperta. Poi, all’improvviso, la murena fece un movimento brusco. Aveva raccolto tutte le forze che ancora le rimanevano e con un guizzo da serpente era riuscita a spostarsi di tre centimetri.

    Puntò la terra, però, non il mare.

    Qualcosa allora si agitò nel cerchio perfetto, qualcuno gridò e abbaiò alla vita che non finiva.

    – S’è mossa!… s’è mossa!… - 

    – Attenti!… Attenti!… -

    – Bau!… Bau!… -

    Fu allora che un bambino, una faccia da Tiberio, scappò all’improvviso ai genitori, infilandosi tra la platea degli adulti, e s’avvicinò all’animale. Quando l’ebbe a mezzo metro, gli tirò contro un sasso che teneva nascosto nella mano. La colpì di striscio, con un movimento storto in bocca che faceva male, come ci avessi visto la paura che sta dentro ogni colpo di baionetta, ogni rogo, ogni sentenza capitale. La folla ebbe una sbandata, precipitò per un attimo in un gorgo di spavento e stranezza, ondeggiò e si riprese, mentre la murena iniziava a sanguinare ed aumentare la frequenza del respiro. Pareva che fuggisse e inseguisse qualcosa. L’ultimo fiato di quando la coscienza e l’anima sono già libere e lontane.

    Istintivamente strinsi Maria tra le braccia.

    - No! No! - la sentii mormorare, la voce le tremava.

    Provai a abbracciarla e coprirle gli occhi in qualche modo, ma non feci in tempo. Non si può mai. Sospinto dalle grida della madre del bambino, il padrone della murena si fece largo fra la schiera dei bikini e delle pance e risolse la situazione, come una Santa Vergine, schiacciando il serpente sotto una grossa pietra. Colpì una, due, tre volte… Facendo la volontà della maggioranza. Liberandoci dal male.

    Lasciò lì, sulla pietra, del povero sangue.

    - Maria… Maria… - dicevo con la bocca fra i suoi capelli.

    La baciavo perché piangeva.

    Piangeva, ed io m’accorsi che non avevo neanche una parola vera per consolarla, che non sapevo far altro che stringerla fra le braccia finché non fosse passata, fino ad un giorno prossimo, qui sulla Terra.

    Il sole si precipitava a portare il paradiso da un’altra parte.

  • 28 gennaio 2006
    Sensazioni di ricordi

    Come comincia: Oggi mi sento moscio e con poche forze. Deve esser sicuramente il poco sonno che ha caratterizzato le mie ultime notti. Il cervello è stanco. Il corpore di meno.

    Le vacanze sono in arrivo ma è diverso rispetto a prima. L’attesa e l’atmosfera sono diverse, lontane. Prima già a maggio arrivava questo odore prepotente di sole e vacanze. Si faceva la foto nel cortile ed un grosso senso di inconscia spensieratezza, ai tempi non compreso, si faceva spazio giorno dopo giorno a riempire i polmoni. Si indossavano le magliette a maniche corte e si correva sparsi. A volte arrivava sino in città l’odore della sabbia calda. Proprio quella stessa sabbia che nelle ore più calde ti brucia i piedi. Il sole scotta davvero. Ancora di più se ti trovi vicino l’acqua.

    Nella pelle entra il caldo; te lo senti scorrere nelle vene e quando arrivi a sentirlo pulsare con le tue stesse orecchie questi prende coraggio e diventa colore. Colore nero sulla tua pelle che brucia. Tanto nero. A volte ricordo addirittura forse troppo. Non da fare paura ma comunque da far pensare. Pelle nera e calda all’ora di mezzogiorno. Poi arriva un dolce sonno pomeridiano. La salsedine non è ancora stata lavata.

    È li con le sue righe bianche; sulle spalle, sulle braccia, lungo le gambe e sotto gli zigomi.

    Si confonde con le lenzuola del letto e la notte, quando ormai ha lasciato il tuo corpo, ti fa ricordare di essere al mare. È molto più importante di quanto si possa pensare e ogni cosa ed essere nel mondo perfetto del mare ha un compito. Quando la notte ti svegli di soprassalto e nel buio completo saranno le lenzuola a farti capire di essere lontano; solo il loro odore ti permetterà di ricordare dove sei.

    È sarà bello riprender sonno anche se un po’ sudati.

    Non è un sonno lungo piuttosto un chiuder gli occhi con facili pensieri. A volte non se ne hanno.

    E oggi tutti questi odori dove sono finiti? Innanzitutto dentro di noi ma non ci aspettano più da nessuna parte. Anche andare lontano non servirà a nulla. La coscienza del ritorno. La coscienza di un certo ritorno. Certo ma quanto sicuro? Poi si ritorna di notte, dopo un lunghissimo viaggio. Questo sempre. La notte fa più fresco. Cerchi subito le cose diverse, quelle che sono cambiate durante la tua assenza. Molte sono rimaste proprio come le avevi lasciate.

    Qualche colore è differente ma tu hai odori nuovi dentro di te.

    Era piacevole anche il fresco tepore di settembre. Quei giorni di quiete e tranquillità e con la voglia di riprender e raccontare gli odori a chi ne aveva vissuti e veduti degli altri. C´era calma, tanta calma dettata dal fresco e dall’attesa. Tutto questo forse è inutile ma mai più di un’estate senza odori e senza forze.

  • Come comincia: Ultime ore trascorse prima della libertà. Mi sembra di esser nel mese di Giugno.

    Gli ultimi giorni di scuola. Sono giorni semplici e spensierati. Nessuno ti interroga. I giochi sono già fatti. Non c’è impegno ma solo sole e caldo. Pensi già al domani. Qua rimane da archiviare poca roba per i futuri commessi. I futuri condannati, forse; avranno bisogno di trovare tutto a posto e tutto in ordine per poter ricominciare da zero ma già con ottimi propositi.

    Arriveranno succedanei di uomini con tanti desideri e voglie.

    Tutto si trova nelle cartellette rosa, tutto ordinato come una mente divisa in file e sottocartelle.

    Eppure tutto continua. I computer verranno accesi ogni giorno. Le macchinette del caffè eiaculeranno quotidianamente quelle bevande scure e marce.

    Tutti i motori ruggiranno puntualmente.

    Ed il buio dell’inverno giungerà ogni giorno sempre più in anticipo. Ci saranno le solite sofferenze e lamentele. I soliti aggiri e sogghigni. I soliti saluti e convenevoli.

    Io non ci sarò a percepirli ma li conosco bene poiché li ho scavati dentro ed i miei abiti puzzano come tendaggi di una casa di fumatori. Solo un lavaggio a secco butta fuori tutto il nero del catrame.

    Ma qua si parla di un lavaggio dell’anima.

    Orologi molli che ti scandiscono il cervello senza presa di coscienza. Droghe pesanti legalizzate in sottofondo di approvazione.

  • 28 gennaio 2006
    Disperazione

    Come comincia: Non c’è la faccio davvero più a buttare questa mia vita qua dentro, davanti a questo monitor accecante. Mi sento fiacco e debole. Mi sento come se delle onde attraversassero il mio cervello. Ogni onda è una scarica elettrica. Non si può più sottovalutare il problema. Ho paura di impazzire e rimanere un emarginato solitario. Mi sento schiavo dell’impotenza. Debole come un vecchio innocente. Non ho più le mie capacità mentali. Non ho più vigore nelle scelte. È un momento critico già vissuto. La follia mi sta vestendo. Mi cuce abiti addosso di prigioniero della galera. Voglio una condanna immotivata. Voglio una situazione paradossale precipitarmi addosso. Voglio subire un processo kafkiano. Non voglio lasciare spazi tra una parola e l’altra. Scrivo tutto attaccato per questo. Tutto d’un fiato senza pensare, senza preoccuparsi ma soprattutto per dimenticare quanto questa situazione sia grave. Ora mi sono fermato un attimo per pensare ma questo non va bene. Taglio tutto anche questi scritti.

  • 28 gennaio 2006
    Addio all'università...

    Come comincia: In ogni caso, arrivò il momento di dire la mia, a primavera inoltrata.

    Il giorno che finalmente chiamarono il mio nome fu un colpo. L’emozione mi prendeva alla gola. Il primo esame, dicono, non si scorda più, hanno ragione. Stavo sulla soglia dell’aula, a sbirciare come andava agli altri e a ripassare facendo l’indifferente un paio di capitoli che non m’entravano in testa. Feci finta di nulla anche allora io, sul momento. De Riva stava a chiacchierare fitto all’inpiedi con uno dei suoi cocchi e credevo quindi di avere tutto il tempo per finire le mie orazioni prima della battaglia.

    Mica era così, però, mi sbagliavo. “Berberi!”, ripeterono con aggressività.

    Per esaminatore m’era toccato un assistente, una faccia da sbirro amministrativo come se ne incontrano, fatevi un giro, in tutto ciò che è pubblico ed anche privato oramai. Scaravilli, si chiamava ‘sto precario. Non aveva manco trent’anni e troppa merda doveva ancora ingoiare per rincorrere la carota di una cattedra tutta sua. Cominciava forse solo allora a sospettare, a costruirsi un minimo dubbio che la sua preparazione, il suo essere ligio fino al ridicolo, non sarebbero bastate per issarlo su fino al cuore del mangiafuoco capo del divertimento, il Magnifico, che se ne stava chiuso nella cabina di manovra con sulla porta il cartello “vietato l’ingresso ai non addetti”. Quello gli faceva allora un po’ rabbia: pischello com’era, si credeva “addetto” lui stesso! Il cane da guardia ideale del potere, insomma.

    Non mi guardò neppure quando gli porsi il mio libretto, ancora immacolato. A saperlo, pensai, avrei potuto mandare qualcun altro al mio posto, se avessi conosciuto quel genere di persona, beninteso, disposta per di più a farlo gratis.

    Mentre lui era impegnato con gli adempimenti burocratici, io tenevo comunque gli occhi addosso al professore. Non ne perdevo niente delle sue mosse, tentavo perfino di leggerne il labiale visto che seguitava a complottare col suo chierico, in tutto e per tutto alle mie spalle, secondo me. Perché non era lui a valutarmi? In fin dei conti avevo seguito le sue lezioni, apprezzando pure due o tre cosette pescate tra le dritte che ci forniva pavoneggiandosi come una regina di Rio, ad esempio quando aveva affermato il primato dell’economia sulla politica, e quello del lato oscuro, ambiguo e irrazionale dell’essere umano, sulla stessa economia. Mi sentivo perfino in grado di svilupparla una teoria del genere, se stimolato a dovere. Invece niente, eccomi là, trattato da seconda o terza scelta senza nemmeno una parola di spiegazione. Mi sentivo ferito nel mio amor proprio. Ero giovane.

    Lui, l’assistente, m’attacca allora con una domanda circa gli effetti microeconomici della rivoluzione industriale inglese sui vecchi imperi del tempo, niente di meno, i turchi e gli austroungarici dell’epoca di ceccopeppe, voleva gli facessi un quadro della situazione intorno al 1910.

    Era vero che non mi sarei augurato di meglio io, alla vigilia, che di restarmene sulle generali, se proprio dovevo immaginarmela a me più favorevole la prova, ma oramai l’avevo presa per storto e quel tipo di quesito finì d’indignarmi. Devo spiegare che mentre lui m’intervistava su quegli eventi fantastici, in Gran Bretagna la regina Margaret gli aveva già fatto spuntare i boccoli agli inglesi, a partire dai minatori, i più tosti, e poi messo giù chiaro al resto dei sudditi di Sua Maestà come le intendeva lei le cose, mostrando contemporaneamente la via agli altri principi azzurri. L’America, la moderna, si era già mossa per impastarla ancora meglio la restaurazione. Mi chiedevo se lui, l’assistente che certe cose doveva studiarle per mestiere, se ne rendeva conto di quello. Volevo saperlo a tutti costi, subito, prima di rispondere a qualsiasi domanda, quale era la sua posizione. Poi, se proprio ci teneva, avremmo potuto metterci a contare insieme i marenghi nelle saccocce dei trisavoli, ma solo dopo questo, con comodo.

    Anziché rispondere, mi lanciai in una specie di comizio: “L’Inghilterra? Ma andiamo! La Belle Epoque? - cominciai così. “Si, se ne può pure parlare. E’ Storia. Ma forse è il caso guardare un po’ meglio all’attualità. La nuova politica dei Tories inglesi, per esempio. A proposito di effetti…”.

    Lì per lì mi lasciò parlare. Questo m’incoraggiò.

    “E’ la riscossa dei ricchi, - lo provoco – e proprio adesso, mentre parliamo, niente di buono né per te né per me, ci puoi scommettere il dottorato!… Là nelle loro torri d’avorio, preparano il pacco. Sicuro! L’arte sta nel convincere il garzone d’essere il padrone del negozio, dell’intero magazzino. Così non ruberà più, e se ruberà sarà a maggior gloria del ladrone capo. La rivoluzione industriale dicono loro, il capitalismo rapace, e poi il socialismo, e quindi l’evoluzione socialdemocratica, il welfare, e tante belle cose. Per dimostrarci dati alla mano che le cose sono cambiate! Non ci bastonano quasi più del resto, è vero, e ci mandano pure a scuola fino a vent’anni. Niente più militare, se proprio non ne hai voglia. Però, il figlio di Ambrosi lo interroga De Riva, e pure il giovane Siniscalchi… Gli stessi nei consigli d’amministrazione e nelle ribellioni vittoriose, gli stessi! Tutti artisti e filantropi, i miliardari oggi giorno, reciterebbero qualsiasi parte pur di non sembrare troppo cattivi. Intanto ai piani nobili si fanno le parti come al solito, quelle vere, e aspettano che attacchi la banda per scendere fra noi a tagliare il nastro della nuova università…”.

    Mi pareva di stare a proferire cose importanti, mi ci infervoravo, gli avevo afferrato l’avambraccio e lo tenevo fermo perché mi stesse a sentire bene prima di dirmi lui la sua opinione. Non avevo dubbi, che in fin dei conti stavamo dalla stessa parte della barricata. Per via dell’età e dell’evidenza della situazione. “Dì! Quanto ti pagano a te, per stare qua? Ecco la prova! Ti lasciano la catena che basta a mordere me, ma non per salire di sopra a dare davvero un’occhiata…Non è così? Parla tu.”.

    “Io la boccio!”, ecco che mi ha risposto il garzone. “Lei… mi lasci il braccio! Si vede bene che non ha studiato, che forse nemmeno l’ha aperto il libro! e ora cerca di fare il furbo. Le capisco io certe cose. Ma sia serio! Se ci riesce… Cosa crede di fare? Non siamo qui a perdere tempo!”.

    Mi dava del lei lo stronzo, per rimarcare la distanza fra di noi.

    Ritenendo di avermi sistemato secondo i miei meriti così su due piedi, volle approfittare dell’occasione per collaudarsi, già che c’era, l’altra faccia magnanima, quella del buon educatore che desiderava diventare.

    “Per questa volta, vada pure, aggiunse, non scrivo niente. E’ il suo primo esame e non voglio rovinarle subito la media… Però, che impari almeno, da oggi. Qui si viene per ricevere un istruzione superiore, non per fare il buffone. Vada adesso e buona fortuna.”.

    Io, per quanto avessi oramai anch’io il dubbio d’aver esagerato, m’ero spinto però troppo in là per cedere così. Avevo una coda che non voleva proprio saperne di ritornarsene tra le gambe all’epoca. Orgoglio da saputello ventenne. Non era una furbata, la mia.

    “Voglio essere interrogato dal professore.”, affermai solennemente.

    Quella era un’insubordinazione bella e buona, davvero inaccettabile. L’espressione benevola che pure aveva assunto dopo avermi mezzo strapazzato scomparve. Diventò tutto rosso.

    “Ma questo! Proprio non è possibile. Il professor De Riva, mi pare ovvio, non può mica occuparsi lui di tutto. Per quanto sia poi uno dei più presenti, ma appunto perciò, io e altri siamo qui proprio per sollevarlo da alcune delle incombenze… Se lei intende evocare – disse così evocare – per se un altro esaminatore, può fare ricorso, motivandolo, si capisce. Ma da qui a pretendere! Parte con il piede sbagliato, amico mio, è tutto quello che posso dirle. Non è certo lei a decidere, sia chiaro questo!”.

    Non gli risposi neppure, mi misi invece a cercarlo, il professore, con lo sguardo, ma non era più dove l’avevo lasciato. Mi sembrò d’altra parte d’intravedere la sua coccia pelata mentre sottobraccio ad uno studente guadagnava l’uscita. Si voltava di tanto in tanto il luminare, un paio di volte in tutto, come quando ci si allontana dal luogo d’un incidente. Lo chiamai a gran voce: “Professore! Heu, professore!…”.

    Non mi intese, oppure fece finta, non lo so. Di certo Scaravilli reagì male a quel tentativo, evidentemente per la figura che avrebbe fatto con il Maestro se avesse dimostrato così davanti a tutti di non essere in grado di gestire la mia miserabile pratica. Mi richiamò secco all’ordine, come si farebbe con un bambino che monta su una sedia per rubare una fetta di torta dal centro della tavola. Me ne fregavo io però dei suoi problemi a quel punto, ne avevo abbastanza dei miei. Avevo tutta l’intenzione di rincorrerlo il De Riva, prima che imboccasse la porta per chiedergli senza mezzi termini di tornare sui suoi passi e starmi a sentire che ce n’avevo di cose da dirgli.

    Ahimè… Non la vedevo già più la nostra fulgida guida, s’era defilato nella confusione che intanto era montata alle mie spalle fra i compagni di studio che pure s’erano appassionati alla disputa. Non mi ero neanche accorto di quanto si fossero fatti sotto mentre polemizzavo con l’assistente. Non si trattava soltanto delle matricole come me, a loro s’erano aggregati laureandi a cui mancavano un pugno d’esami, fuori corso imbiancati, precari prossimi alla quiescenza, tutti con il loro veleno lungamente distillato. A guardarli mettevano quasi paura quelle intelligenze, ma più ancora facevano venir voglia di suicidarsi. Mi davano d’altra parte ragione loro, citando a riprova diecimila e più torti subiti dal giorno che avevano consegnato il diploma in segreteria. Era ora di dire basta, dicevano pure, era matura.

    Avrei dovuto rallegrarmene forse del loro supporto ma, mi rendevo conto, si trattava piuttosto di una reazione al ventilato aumento delle tasse d’iscrizione, nonché alle voci di numero chiuso che avevano preso a circolare. Nient’altro che un casus belli d’occasione ero. La Storia ne è piena di esempi del genere, quasi quanto i cimiteri e le galere.

    Ne arrivavano di belli forti da quella parte, del resto, di commenti acidi, e intimazioni parecchio più drastiche delle mie che però avevo ancora il vantaggio di avere a disposizione una specie di tribuna. Oramai che c’ero, volevo approfittarmene fino in fondo. Non sono cose che capitano spesso.

    “Dov’è il professore? – gridavo quasi per farmi sentire in mezzo al clamore – sentiamo lui cosa ne pensa… E’ un radicale, no? O un comunista?… Venga a dirci la sua, una buona volta, faccia a faccia!”.

    Scaravilli, quanto a lui, ormai era in barca. Di fronte all’imprevisto si scioglieva a vista d’occhio alla velocità di un sorbetto in spiaggia. Non aveva ancora il polso che ci vuole con i tipetti polemici del mio genere, troppo aveva da imparare da quel lato, metteva chiaramente a rischio il blasone accademico che pur con tutte le sue magagne rappresentava fisicamente. Invece di affrontare di petto la situazione, farfugliava tra il losco e il brusco ridicole minacce sul conto del mio libretto universitario, che per la verità teneva ancora stretto in pugno. Ci sarebbe voluto in quel momento ben altro carattere. La sua palese debolezza, insomma, finiva per aizzare gli animi peggio d’un pezzo di fica.

    La folla, studenti e precari, sono tutt’uno nel ribollire, nel spingersi, nel pretendere spazio vitale a quel punto, è la natura umana. Iniziarono con l’accapigliarsi su ogni parola, a dividersi fra chi la voleva cruda e chi cotta la cuccagna, poi, dopo aver spaccato il capello in sedici, ritrovarono miracolosamente l’unità per avanzare minacciosi. Esigono, lo affermano chiaro e tondo, che si faccia giustizia sommaria, una buona volta, delle graduatorie ministeriali, dei Baroni, della Scienza stessa…

    In un ba, senza quasi accorgercene, eravamo arrivati ad un passo dalla rivolta. Scaravilli, si vedeva, pallido come un cadavere, cominciava a temere per la sua incolumità fisica ed anche l’ultimo simulacro di carisma che s’intestardiva a trattenere lo abbandonò di colpo, lasciandolo nudo in mezzo ai lupi. Gridò che non voleva più saperne di noi, degli esami, arrivò a rinnegare De Riva, che il Rettore lo perdoni! Lo gridava ai quattro venti, per la verità.  Si alza e le sue carte volano per aria come piume…

    Sembrava essersi completamente dimenticato di me, del mio esame, e provai a richiamarlo indietro. Tutto insieme mi dispiaceva che finisse così, non ho mai amato stravincere. Cavallerescamente, gli offro di passare, lui precario, dalla nostra parte.

    Si è voltato verso di noi allora Scaravilli, guarda al nostro mucchio selvaggio ancora esitante come non sapesse decidersi, sospeso in mezzo al dilemma come a un gancio di macelleria, scoraggiante, fa un passettino verso la porta e lì si blocca. Allarga le braccia rassegnato. Che se ne vada al diavolo, alla fine! Un libro, un trattato di mille pagine con la copertina rigida, attraversa volando il salone, io faccio appena in tempo ad abbassare la testa, lo colpisce ad una coscia… E’ troppo per lui! In un attimo ci mostra le terga e se la da a gambe.

    Dovette intervenire l’usciere per sedare gli animi che s’erano a un tratto incattiviti. Non fece complimenti, anzi! Me ne accorsi per primo. Mi sloggiò dal mio piccolo pulpito con semplicità, afferrandomi per il collo della giacca mentre ancora stavo a blaterare non so che. Poi gli bastò una spintarella e mi ritrovai in mezzo ai colleghi.

    Oh, non fu brutto sul momento. Per un bel po’ di secondi i compagni mi accolsero come una specie di eroe. Pacche sulle spalle, incoraggiamenti, proposte… Il mio numero aveva fatto impressione! Potevo starne certo, anche se non era nelle mie intenzioni l’aver scatenato quello scandalo. Me ne guardava bene però in quel momento dal precisarlo. Ero circondato da una solidarietà, direi un affetto, che mi sembravano genuini. Me la godevo, insomma.

    Manco a dirlo mi mescolai a loro, a quei nuovi fratelli, con leggerezza e il sorriso sulle labbra. Si può parlare adesso di un vero evento perché fu la prima e unica volta in vita mia.

    Era una bella giornata di maggio, è il bel tempo che fa sbocciare le rivolte giovanili, uscimmo quindi all’aperto tutti assieme, io trasportato dal loro entusiasmo attraverso i corridoi della Facoltà, mentre altri studenti, dei mattacchioni, si calavano dalle finestre per unirsi più alla svelta al corteo. Bisognava assolutamente esserci! L’intero ateneo ci apparteneva!…

    Per cominciare ci riuniamo in assemblea permanente di fronte l’ingresso dell’Aula Magna, sotto la statua della Minerva. E’ allora che uno spiritoso si è arrampicato per tastarle le zinne di marmo alla dea guerriera. Uno scroscio di applausi celebra il bel gesto. C’erano pure fra noi in quei giorni, me lo ricordo, le vestali del gruppo di studio femminile che s’erano aggregate anima e corpo alla causa, ‘ste monache mancate. Mica facevano le scontrose, non più. Lì strappavano ridendo le pagine del libricino degli appunti e ne ricavavano barchette, cappellini sfiziosi per i quali, secondo loro, valeva senz’altro la pena azzuffarsi. Si scoprivano tutto insieme ambizioni modaiole, le ex femministe. Sembravano prendere il volo quei loro berretti, tanto si sdilinquivano in aria alla minima folata di vento, non era facile perciò riacchiapparli una volta che prendevano l’abbrivio. Li vendevano su dei banchetti improvvisati, insieme a prodotti naturali che le madri avevano scovato nel Punjab e sul Piccolo Atlante, a prezzi d’artista.

    Alla fine sono stati gli skateboarders scesi dal Pincio che gliele hanno rovesciate le bancarelle, così per scherzo, con le loro tavole imbizzarrite. Stupivano ancora un po’ loro (non durerà) con i caschetti fuxia, le ginocchiere coloro cane che fugge… Chissà come avevano attraversato l’Oceano, ed ora eccoli serfare l’asfalto dei viali dell’università a velocità paraboliche, strappando sguardi d’ammirazione tra il pubblico femminile. Gli acrobati, si sa, sono sempre belli, veloci, sono colorati… Alla lunga diventa difficile riuscire a distinguerli, salvo qualcuno, più intraprendente, che ci ha anche montato, sulla tavola, una piccola vela.

    Mi muovevo in quell’euforia anch’io come una zanzara, saltando da una parte all’altra per non perdermi niente. Tutto ciò che era sperimentale vent’anni prima lo era di nuovo, solo un po’ cambiato. Eravamo nuovi pure noi del resto. E allora dagli con l’Arte di tutti! La rassegna di pellicole cubane! Le capirinhas a prezzo politico!… E che notti! Ragazze! Promiscuità militanti, mica uno scherzo!…

    Sul più bello della festa, proprio quando bisogna ad ogni costo tenere su l’allegria degli invitati, finì che eravamo tutti oramai un po’ a corto d’idee, a furia di botte di stranezza c’eravamo spompati, il cinema non bastava più, e neppure il living theatre, si ricominciava ad annoiarsi. Più o meno sottovoce ci fu chi propose addirittura di sbaraccare e ritirare fuori i libri. Panico! A nessuno, è normale, gli andava di dirsi che era già finita. Fu uno studente di legge, pare che di notte facesse il disc jockey al Veleno, a salvare la situazione. Ci regalò un paio di settimane con la sua iniziativa. 

    Di nuovo eravamo tutti eccitati da non dire. Eccola, miss Giurisprudenza, che scende la scalinata in pompa magna, vestita di porpora e oro già che siamo a Roma. Appena eletta tra un elite di quaranta aspiranti, la scortano dodici cicisbei tutti figli di principi del foro. Offrono, gli atletici laureandi, i loro corpi splendidi per proteggerla dagli autonomi che la insultano, ‘sti moralisti, dandole della “zoccola borghese”. Fortuna vuole che li annichiliscono di frivolezza a quei quattro gatti.

    Lei, la micia, superato lo spavento, vorrebbe essere di tutti a giudicare da come c’invita, almeno così pare. Sfoggia, mentre scende tra noi, il suo sorriso da guerra, e non basta, si strofina ai più vicini, strizza l’occhio ai meno fortunati che cercano di farsi largo coi gomiti… A dirla tutta, lussureggia come una bajadera, ‘sta troietta, e ci aspettiamo, noialtri, che ci spiattelli le Indie quando scopre una spalla, in effetti, non le facciamo mancare niente riguardo all’incoraggiamento più o meno grossolano. All’ultimo momento però, ecco che sono venuti a proporci d’acquistare un certo biglietto! E’ lo studente di legge che raccoglie i soldi, s’è scoperto magnaccia dalla mattina alla sera e gentilissimo ci spiega che, se vogliamo il resto, ha organizzato lui stasera stessa al Radio Kasbah. Per trenta carte abbiamo diritto ad una consumazione mentre lei, la miss, danza una versione techno dei sette veli. Quella sfilata serviva appunto a promuovere lo spettacolo. Subito trecento minchioni aspiranti al califfato gli si sono fatti intorno coi soldi in bocca. Un successo.

    Non mi andava a me d’infilarmi in quella ressa, ma tentai lo stesso di baciarla a miss Giurisprudenza, quando me la ritrovai vicino, era una bellona con degli occhi scuri da cavalla, e cercai proprio con lei di riprendere il filo del mio bel discorso, la medesima eloquenza, la gestualità fascinosa. In fondo avevo avuto un ruolo nell’inizio dell’occupazione, glielo segnalai, nel caso le fosse sfuggito. Tiravo, insomma, a non pagare. Lei però non mi capì granché. Manco per sogno. Il suo ragazzo, la cui idea di moderno era sgobbare in palestra, qualcosa di più. Prudentemente mi defilai.

    Ero perplesso e me ne sarei pure andato, ma dove? Non avevo le trenta carte che ci sarebbero volute per seguitare la mia avventura by night e l’università era sempre una buona risposta se qualcuno m’avesse chiesto cosa facevo nella vita. Dovevo in quei momenti lì avere un’aria abbastanza spaesata, specie perché gli skateboarders non smettevano di girarmi intorno, di farmi il verso. Alcuni, parlandomi inglese, m’indicarono con entusiasmo americano una street in discesa in fondo alla quale c’era pur sempre un lavoro. Dovevo soltanto, secondo loro, tenermi al passo con i tempi, se possibile precederli, i tempi, anche solo d’una mezz’oretta. Consigli, insomma. Li spintonai via, naturalmente, e ne feci ruzzolare un paio fin dove potevano arrivare con il loro ottimismo idiota. Così imparavano! a prendermi per il culo! Come ce l’avessero soltanto loro, la gioventù…

    Nello slancio di quest’altra mia piccola ribellione mi ritrovai per un attimo, non so come, nel bel mezzo dello “zoccolo duro”. Confermarono, quelli del Collettivo, che mi tenevano d’occhio da tempo. Estremamente seri, parlando tra le barbe mi dissero “bravo!” e mi confidarono che non gli piacevano neanche a loro i mangiapanini a rotelle. M’offrirono pure seduta stante la candidatura al Consiglio: un affare, mi fecero capire. Quelli del Fronte, del resto, i fascisti, per essere giusti, uguale identico, meno gentili e meno freddi loro. M’era in ogni caso già capitato di conoscerli gli uni e gli altri, bazzicarli già al liceo, ringraziai, ma gli dissi che per me pari erano, e che tutti assieme potevano andare a farsi fottere da un prete, che non m’interessava la politica a me, s’erano creduti male.

    Smisi all’istante di stargli simpatico, evidentemente, ma mi lasciarono andare per quella volta, senza brutalità. In fondo mi rivelavo un qualunquista ai loro occhi, un piccolo borghese, o peggio ancora, scava scava, una specie d’anarchico.

    Bisognò tuttavia riconoscere da mille segni che oramai era finita. Già quando arrivò il tempo di andarsene in vacanza chi ha potuto è comunque partito, andava tantissimo il Messico quell’anno, e poi dopo gli altri le prime piogge li hanno convinti a ritornarsene al coperto, fra i banchi, a tentare di ricavarsi un posticino nelle gerarchie future. Hasta a la victoria, insomma, o per dirla come è, hasta a la proxima… I portoni dell’Ateneo di nuovo ben chiusi, e protetti anche dall’aumento, confermato, delle tasse universitarie.

    Sono rimasto fuori io, per strada. Cominciava a far freddo. In tasca non avevo un soldo. La disoccupazione pure lei, ‘sta bestia, stava appunto finendo di prendere le misure per cucirmi addosso il suo cappotto.

  • 27 gennaio 2006
    Piccoli pensieri

    Come comincia: Adesso tocca a te. Con passo deciso e sguardo attento sei li , sul bordo di quel grande tappeto e attendi che la musica inizi...

    Chissà come batte forte il tuo piccolo cuore e  chissà quali saranno i tuoi pensieri.

    Via! Ora! 

    E i tuoi gesti cominciano a farsi rapidi, precisi.  In mezzo a quel grande tappeto cominci a disegnare figure straordinarie con il tuo corpo ancora acerbo che si piega, si modella, si trasforma, si trasfigura.  E il mio cuore batte più forte del tuo, il mio corpo è teso come il tuo. Sono li con te, che ti sollevo in alto, che ti sorreggo in volo.

    Sembra il tempo sia infinito,immoto. E tu sei sempre li, che mi agiti il cuore.

    Due minuti eterni, due minuti che vorrei finissero subito per esplodere di gioia.

    Ecco, è finita!  Brava, brava amore mio.

    La musica finisce, la tua splendida immobilità prima del saluto e poi l'uscita di pedana con passo marziale, fino al bordo. E poi via di corsa verso le tue compagne.

    Vorrei essere li, abbracciarti e dirti che sei stata brava, ascoltare la tua voce sempre calma ma dolcissima che mi racconta tutto quello che hai provato in quei pochi secondi  di assoluta bellezza.

    Ma resto qui, in mezzo a tante persone che come me aspettano il loro angelo che prenda il volo, per poter piangere e emozionarsi un po' . Aspetto per vederti ancora quando chiameranno il  tuo nome , per cogliere  ancora sul tuo viso la gioia, per bere, attraverso te, alla fonte della felicità e aspetto di poterti baciare.

    Grazie amore mio.

     

    Dedicato ad una piccola atleta, campionessa italiana di ginnastica ritmica

  • 27 gennaio 2006
    Il serraglio

    Come comincia: Devo avere qualche linea di febbre, un’originalità di questa stagione, una delle poche che oramai mi concedo. Me ne sto senza far niente: non leggo, non scrivo, non ascolto la radio e non guardo la televisione, evito pure di muovermi se possibile. Respiro ancora, quello si, ma con prudenza.
    Me ne sto ad ascoltare il rumore che ho nella testa, provo a concentrarmi su quello. Suona un organetto triste, pare, ad un primo ascolto, ma ciò che conta è il fruscio di fondo, una specie di riga sul disco. Quello è difficile da distinguere. Bisogna provare e riprovare. E augurarsi di non riuscire. E poi provare ancora. Si ha di che passare il tempo così.
    La gatta, lei se ne frega però dei miei esercizi, per non dire della febbre, dura mica. Davvero silenziosa lei, è venuta a strofinarsi sulle gambe. La schiena inarcata, il pelo bianco arruffato, ottenuta la mia attenzione, è partita con la danza del latte. Non gioca più come un tempo, è vecchia, e l’unica soddisfazione ormai pare cavarla dal cibo. Me ne chiede di continuo e quando non l’accontento s’arrampica sul tavolo, mi ruba una briciola di formaggio, un pezzetto di pane, quello che trova di avanzato. Devo sparecchiare tutto con lei, non posso lasciare più niente in giro e forse è giusto così a questo punto della nostra convivenza. Micia si chiama. Un nome di poca fantasia, lo ammetto, ma non mi andava d’imporle un qualsiasi Chicca, o Nefertari…
    Lei, la gatta, spesso si ferma per lunghi minuti a fissare un punto in fondo alla stanza. Lascia perdere, quando le prende così, è tutto dire, perfino la scodella. Chissà, può darsi ci veda qualcosa che io non riesco nemmeno a immaginare.
    Se fossi al suo posto, quando sono io a sbarrare così gli occhi sul muro, allora sono quasi sempre ombre, volti, scene rimaste impigliate negli occhi come una congiuntivite romanzesca a venirmi a trovare. E mi ci incanto anch’io allora, pari pari che al cinema, a vedermeli piroettare davanti ‘sti fantasmi.
    Sono amici alla fine, parenti di sangue.
    E’ gratis lo spettacolo, e insistono finché non arriva una lacrima o una risata, le serve pettegole dell’emozione. Sono loro a ricordarmi, queste vecchie troie, che sono ancora vivo, nonostante tutto, per farlo mi sussurrano nell’orecchio la morte. E che "soltanto Lei, piccolo, ti toglierà dall’incanto per sempre".
    Per i gatti magari non è tanto diverso.
    L’altro giorno ha catturato un geco. Un geco giallo smorzo, minuscolo, che viveva qui da un po’. Eravamo diventati amici, se si può dire, si lasciava prendere e carezzare la testolina la bestiola. Terrorizzato, è naturale. Micia me l’ha portato a far vedere tutta fiera, tenendolo tra le fauci con una delicatezza assassina. Uccidere la eccita ancora, mezza cieca com’è. Sono duri a morire gli istinti, non ce ne libereremo mai, e questo non smette di farmi paura.
    Il geco comunque l’ho preso e buttato nel cesso senza una parola. Amico o no, è la legge del serraglio. Sono tutti avvisati.

  • 19 gennaio 2006
    Il pianobar

    Come comincia:

    E’ sera, cammino senza meta cercando di ritrovare la città amata e odiata tanto tempo fa.

    Non credevo di tornarci, e invece sono qui.

    Non ho telefonato a nessuno, sono passati troppi anni!

    Eppure vorrei rivederli, gli amici di un tempo!

    So di mentire, ho voglia di rivedere solo lui,ma ho paura

    Sono invecchiata, imbruttita, intristita, delusa e rassegnata.

    Eppure sono qui, ho avuto un riconoscimento, mi hanno offerto una targa, un soggiorno e un premio.

    Dovrei festeggiare!

    Solo dieci anni fa non sarei mai entrata in un locale da sola, ma oggi chi vuoi che mi disturbi?

    Entro, è ancora presto e il pianista strimpella svogliatamente una musica sconosciuta.

    Sono secoli che non accendo la radio e non compro dischi, io li chiamo ancora così i modernissimi CD.

    Vorrei trovare un angolo buio, dove non mi possa vedere nessuno, e, allo stesso tempo, vorrei essere vicina al pianoforte e poter chiedere qualche canzone.

    Ordino un toast e uno spumante.

    Non dovrei bere, né essere lì.

    Chiudo gli occhi e vedo la neve in una piazza di Perugia, ero lì con Roberto, cercando di dimenticarti, sperando mi saresti venuto a cercare.

    Enra una coppia, lei è molto carina, porta tacchi vertiginosi, che io faticavo a portare anche allora.

    Lei ride e lui le sussurra qualcosa all’orecchio, sembrano felici, noto che lui ha la fede, lei no.

    Forse non sono felici come sembrano, ma quella è la loro serata e certo sarà un momento da ricordare.

    La mia mente mi rimanda a strane immagini, mi rivedo ad un semaforo, ero a Roma, in quel punto, non ricordavo mai dove svoltare.

    Perché mi vengono in mente, momenti così insignificanti?

    Entra un gruppo di amici, sono rumorosi, allegri, certo festeggiano qualcosa.

    Mi viene in mente un vestito che mi donava molto.

    Il toast è freddo e mi guarda tristemente, lo spumantino invece è brioso e invitante.

    Vedo l’immagine di una scrittrice candidata al Nobel per la letteratura, non ricordo il suo nome, non ho mai letto nulla di suo, ma quel viso sofferto, quella sigaretta accesa e la sua risposta mi hanno detto molto di lei.

    Al giornalista che le chiedeva se era felice di essere candidata al Nobel, la donna sgraziatamente ha risposto: ‘’Che m’importa del Nobel, io volevo essere amata!’’

    Perché mai penso a quella donna, brutta, infelice e scorbutica?

    La musica è gradevole, avvolgente, tamburello con le dita e batto il tempo con il piede.

    Entra un uomo con la chitarra, vorrebbe suonare, ma lo mandano via.

    Lo chiamo al mio tavolo e gli offro un bicchiere e il toast abbandonato sul suo candido piattino.

    L’uomo ringrazia timidamente, ha i capelli grigi che spuntano prepotenti da un biondo artificiale che non gli appartiene.

    L’uomo ringrazia a voce bassa,capisco che una banconota sarebbe più gradita, insisto e allungo la banconota.

    Gli chiedo da dove viene, che canzoni suona, mi sembra di conoscere la sua storia.

    Le storie di persone come lui si assomigliano un po’ tutte; guardo le sue mani, sono più adatte ad un muratore che a un musicista, ma quando parla della sua chitarra gli brillano gli occhi.

    E’ evidente che ama il suo lavoro, malgrado le umiliazioni e le difficoltà.

    Mi racconta che la famiglia lo ha sempre contrastato, che non ha mai trovato una donna che lo abbia capito e si congeda dicendo che deve tentare di trovare altri locali per poter lavorare.

    Ordino un altro spumante, ho sentito due canzoni che mi hanno risvegliato emozioni, vedo un uomo solo che entra.

    Non sei tu, ma potresti esserlo.

    E’ solo come te, ha i capelli lunghi come i tuoi , non vedo i suoi occhi, ma certo non sono belli e divertiti come i tuoi.

    Si siede vicino al piano, come facevi tu.

    Qualche ragazza lo osserva, lui sorride, alza il bicchiere in segno di saluto e poi le ignora.

    Parla con il pianista, che annuisce e beve un sorso d’acqua.

    Un’immagine di sole mi acceca, nel locale c’è buio e non vedo che immagini indistinte.

    Troppo spumante?

    Un tizio si avvicina e mi chiede se voglio sentire una canzone, lo ringrazio e chiedo la nostra, la mia.

    L’uomo si siede senza chiedermi se aspetto qualcuno, come se sapesse che da troppo tempo non aspetto più nessuno.

    Ascolto la melodia con un nodo alla gola.

    L’uomo mi guarda, mi sembra di vederlo solo in quel momento.

    E’ un bel signore, ha un viso sereno e mi aspetto che mi presenti sua moglie e mi dica che sono lì a festeggiare il loro anniversario.

    Mi guardo attorno per cercarla.

    ‘’Dov’è? ’’ domando

    ‘’ Signora, non si ricorda di me? ‘’

    Metto gli occhiali, li avevo tolti per un rimasuglio di civetteria, lo guardo meglio.

    L’uomo non mi ricorda nessuno.

    Il tipo sorride. ‘’Poco fa le ho conferito il premio, io la conosco.’’

    ‘’Mi scusi, sarà il buio, lo spumante…’’

    ‘’L’ho vista entrare, io vengo spesso, ho vissuto qui bei momenti e ogni tanto torno per ritrovarli, credevo aspettasse qualcuno, ma vedo che non arriva, posso  restare un po’ qui con lei? ‘’

    Un altro flash del passato mi folgora la mente, è la mia immagine scatenata in una pista da ballo, sto ballando da sola e tu mi guardi.

    ‘’Resti pure, se le fa piacere, mi racconti pure...’’.gli dico rassegnata ad ascoltare un’altra triste storia.

    ‘’No, non voglio raccontarle nulla, vorrei invitarla a ballare.’’

    ‘’Perché no? E’ tanto tempo che non ballo!’’

  • 13 gennaio 2006
    Andando al lavoro

    Come comincia:

    Come comincia: Sulla metropolitana, andando in ufficio, è lì che guarda le facce. Una
    vecchia abitudine, un passatempo innocente. Ce ne sono di già malate,
    adornate di fresco lana, finto cachemire, con due impiastri per occhi, che
    se ne stanno zitte per non disturbarsi. Parecchie assomigliano alla sua. Lui
    le sbircia borbottando.

    Parla spesso da solo, Mario, quella specie di borbottio, attento a non
    farsene accorgere. Gli serve, 'sto esercizio, lo sciogliere la lingua a
    becco chiuso, per farsi un'idea di se stesso. Un'altra esigenza della
    solitudine, questa. Non hai nessuno vicino che ti dia una mano a capire, che
    ti dica: "tu sei."

    Ti tocca far da solo, t'aiuti con gli specchi, con gli sconosciuti sul
    metrò, e intanto il tempo passa. Marconi, San Paolo, Garbatella. Alla fine
    però torna sempre a spizzare le donne, Mario, a cercare la più bella da
    portarsi a casa, l'anima dico, per riempirci un sogno.

    A Castro Pretorio, la sua fermata, è già un po' che spia una ragazza. Una
    bionda. Una trampoliera. Sta vicino alla porta del vagone, pronta per
    scendere, e guarda dritto avanti, al muro dello scantinato cittadino. Mario
    la vede di tre quarti, il consentito dalla ressa, e ci ha provato a fare
    qualche passettino, un po' a destra, a sinistra, una gomitata ad una
    signora, una pestata ad uno studentello, ha guadagnato dieci centimetri
    così, buoni per vederle la coda dell'occhio, uno sfarfallio di ciglia.

    Lei è parecchio bella, bella e giovane anche, di sicuro non supera i
    ventidue, la bellezza del somaro elevata alla enne. Entro trent'anni sarà
    attrezzata per il macello, buona per il tamburo, ma quella mattina a Mario
    sembra uscita da un quadro.

    Sbaraglia la concorrenza, la valchiria. Miss Metropolitana! Eletta nel
    vagone centrale, per giunta, il più affollato!

    Quando le porte si aprono gli viene di seguirla. Non sembra troppo
    difficile, supera di una spanna la media dei pendolari, Mario gli arriva un
    po' sopra la spalla, quanto basta per un uomo. Sono imbozzolati nell'ora di
    punta, sono folla, solo che lei è bionda e lui calvo. Non c'è molta
    differenza, in fondo: fanno entrambi parte dello stesso quadro adesso,
    puntini di colore, grigio, azzurro, rosa. L'insieme, Monet l'avrebbe
    titolato " Una stazione d'inverno", con un colpo d'occhio secco, d'artista.

    Fingendo di andare per la sua strada, le si piazza alle calcagna, l'affianca,
    butta lì lo sguardo, tenta una mossa, ma appena libera dalla calca, lei
    scivola via a velocità vertiginosa, come tirata da un cavo d'acciaio. Lo
    semina di agilità su un paio di pattini, di roller blade.

    Mario rimane là, lascia che la folla gli passi accanto, sciogliendosi nelle
    gallerie.

    Sta già per imboccare le scale che portano alla strada che si sentì battere
    sulla spalla. Si volta pensando ad un mendicante, ma invece è lei, la fata,
    che gli sorride dall'alto dei pattini.

    - Permette? -. Porge a Mario un biglietto che questi prende in mano quasi
    senza volerlo. Gli esce dalla bocca pure un grazie, mentre la ragazza fa di
    nuovo volteggiare il sorriso, schizzando via.

    Gli aveva ammollato la pubblicità di un mago. Amore, Salute, Denaro. Tutto
    il campionario. A prezzi stracciati! Provare per credere! Garantito il
    rimborso per gli insoddisfatti. Mario lo appallottolò nel taschino della
    giacca e prese a salire le scale. Era in ritardo, la riunione in ufficio
    iniziava alle nove in punto. Arrivar tardi era una mezza sciagura con quegli
    squali, quei pesci rossi dai denti aguzzi. Chi s'alza prima si veste! È la
    regola! Rischiava, giungendo per ultimo, di ritrovarsi a chiedere i sospesi
    ai nomadi, ai nullatenenti doc. Carta straccia nel borsone, mentre gli
    altri, i colleghi, si ciucciano le caramelle migliori, gli incassi sicuri.
    Presto! Presto! Correva trafelato e pieno di vergogna, per quella sua
    miseria: la Biblioteca Nazionale. L'Università. fino al Policlinico e oltre
    alle Province, a passo di carica! A Balaclava! Sentiva la tromba!.

    La riunione però era già iniziata, lo capì dal fatto che la porta della
    stanza del dottor Dal Sole era chiusa e la segretaria impazzava al telefono
    gorgheggiando di saldi. Prima di entrare si sistemò: il nodo della cravatta,
    la camicia nelle mutande, il naso sporco.
    È pronto, ma si ferma sulla soglia. La voce di Dal Sole invade tutta l'anticamera:
    "La nostra famiglia. sì, perché siamo una famiglia! Ha bisogno dell'impegno
    di tutti i suoi figli. Di dedizione! Attaccamento! Ripeto: impegno! E lei,
    Baccini, venga! Non stia lì."

    Baccini entra. Gli sguardi per un attimo sono tutti per lui, gli si
    attaccano addosso come bottoni. Vorrebbe strapparli, ma non può, per fortuna
    fanno presto a sfilacciarsi da soli. Dal Sole ha finita la predica, ha
    aperto il cassetto sotto lo scrittoio e tirato fuori i documenti contabili.
    I conti sono i conti, dice, anche dentro a una famiglia. Analizziamo,
    dunque, il fatturato: Maresca sessanta milioni, Perotti, quarantacinque,
    Maestrelli, quarantuno, Papi, quel leccaculo di Papi, settantacinque, e solo
    nel mese di marzo, Baccini.

    Baccini si è fermato a sette. Sette! Compagno aspette, sussurra uno. Sette
    milioni, Baccini, considerando l'anticipo provvigioni, è lei che deve soldi
    alla ditta. Circa un milione. Ha da dire qualcosa, Baccini? Se ce l'ha, la
    dica. È con noi da tanti anni, Baccini, ma questo non le dà diritto a
    vivere di rendita, né a trattamenti di favore, se ne rende conto? Eh, cosa
    dice?...

    Dal Sole ha un bel sorriso e sa di averlo, lo usa mentre dice quelle cose
    perché ha deciso di non licenziarlo. Non buttiamo nessuno in mezzo alla
    strada, noi, però anche lei deve capire. Capisce, Baccini?

    Baccini capisce di volerlo assassinare. Si figura la scena: sotto il
    cappotto ha un fucile a pompa, la notte prima ha segato la canna e fatto un
    lavoretto sui proiettili con la lima a ferro. Adesso, lo fa vedere a tutti
    quello che ha in serbo, ora anche lui ha un bel sorriso; assomiglia un po' a
    un ghigno, mentre invece è una risata. Ride perché quelli non hanno ancora
    capito e deve premere il grilletto per spiegarsi. Prima, è la testa del
    dottor Dal Sole che esplode di stupore, poi, sempre sorridente, fa secchi
    gli altri, in ordine di fatturato. Per ultimo, lascia Papi. Gli chiede com'è
    che sta lo zio onorevole, il capocommissione, se per caso può mettercela
    lui, una parola buona per il sottoscritto.

    Il collega gli promette subito, a nome del parente, la nomina a
    vicedirettore esecutivo, con uno stipendio base di dieci testoni e
    percentuale sugli utili generali, e che, qualsiasi cosa desideri, senza
    dubbio suo zio. Gliene parlerà appena arriva a casa, basta che si calmi, ha
    pure dei figli, lui, e una moglie, Mario deve ricordarsela, una signora
    bionda che stasera lo aspetta con i biglietti per il Rugantino.

    E' parecchio alto, Baccini, quella mattina, perché l'altro è in ginocchio.
    Piange e lo supplica, uno spettacolo penoso per un uomo, pensa, e quindi
    decide di porre fine a quella sofferenza, fa fuoco un'ultima volta.

    L'omicidio gli ha seccato la lingua, non riesce a dire mezza parola. Allora,
    è Dal Sole che ricomincia a parlare: questo mese è andato come è andato, ma
    sono sicuro che riuscirà a rifarsi. Intanto. prenda esempio dai suoi
    colleghi. Purtroppo, ho dovuto affidare a Maresca la sua quota di pratiche
    della Deutsche Bank. Per un paio di mesi, così avrà anche il tempo per
    riflettere. Io vorrei che lei mi dimostri che sto sbagliando! Mi creda,
    non ci sarebbe nessuno più felice di me, a parte lei, s'intende. Diciamo…
    trenta milioni. Che le pare? Un obiettivo ragionevole. I soldi degli
    anticipi, glieli trattengo un po' per volta, per venirle incontro. Diavolo!
    Siamo una famiglia, no?!

    A sentire quelle parole, qualcosa si scioglie in Baccini. Che significa quel
    processo? Sa di non essere un assassino. Trova tutto molto ingiusto. È il
    suo avvocato ora che parla. Ricorda con passione che, per ben due anni, il
    suo cliente è stato il miglior procuratore della ditta. Ha praticamente
    svezzato la nidiata di falchi che batte la regione per conto della Sodofin
    spa. Inoltre, fu proprio lui, Baccini, a portare in portafoglio i tedeschi.
    Una brillante iniziativa, sottolinea, condotta al successo quando ancora i
    vari Papi e Maresca bivaccavano alla Camera di Commercio a controllare gli
    indirizzi. Se questo è il ringraziamento che usa la ditta, lui è pronto a
    gettare la toga e ripudiare la legge.

    - Se non le va, quella è la porta. -, gli risponde Dal Sole.

  • 13 gennaio 2006
    El Duende

    Come comincia: "Tre anni fa, ero ancora qualcosa tre anni fa, incontrai una compagnia di musicisti, zingari completi, che in quel periodo si esibiva poco lontano da noi. Gente davvero di strada quella, che si ritrovava a primavera per poi sparire ognuno per se quando metteva al brutto, senza date stabilite come un accidente. All’epoca io giravo per conto del T.M.M. in cerca di novità, ovviamente «sensazionali», da presentare per la nuova stagione; facevo un po’ il talent-scout insomma, intanto che lavoravo alle mie cose... Comunque, mi avevano parlato del loro spettacolo come di un fuoco d’artificio per chitarra e tacco, un tutto selvaggio, tutto umano, senza canzone, che resuscitava l’anima o la faceva scappare. Un sabba laico, intendi? Mica una cosa che vedi tutti i giorni...
    Paco fece segno di si e di no.
    "M’ero precipitato, curioso e interessato alla percentuale, presentandomi come il direttore artistico del Teatro Mondiale Mobile, e che cercavo gente nuova, qualcosa d’originale e patapin patapan, insomma tutta la tiritera... Al capotartaro non gli pare vero, divento lì per lì il suo migliore amico e dopo avermi leccato a dovere il culo, mi organizza uno spettacolino solo per me, direttamente di fronte alla sua roulotte sciccosa.
    “Me ne sto seduto su una poltrona in mezzo alla sua famiglia, sai com'è in questi casi: i bambini che mi toccano, le vecchie m’accarezzano… Ad un cenno del vecchio, una chitarra parte, un’altra segue, un ritmo spagnolo come tanti, poi ancora corde... Cominciano i bambini a dare palmas, uno, dos, tres, quatro, cinco, seis... Poi, una donna inizia a gridare più forte, siete, ocho, nueve... Un tono così amaro che ti veniva di guardarti le spalle... E continua la donna, insieme ad una più vecchia, mentre intanto la musica cresce e il cuore prende a battere al ritmo di quei numeri... Dies, once, doce!… Altri musicisti escono fuori allora dalle baracche, con i baffi, senza baffi, tutti armati di chitarra e di coltello. Quante sono le chitarre adesso? Dieci! Quindici! un milione!…Che ne so? E a noi che c’hanno raccontato che il Giudizio Universale sarà a passo di tromba!… No! E’ qui! Là! Mi devi credere! Se Dio esiste...
    Poi, ecco, un grido più forte, improvviso, che t’entra dentro. Uno spavento che chiama nell’arena, chiama, chiama... Basta così! vorrei gridare. Ho visto abbastanza! Scansarmi tutti da dosso!...".
    Si fermò un attimo, guardando Paco con occhi di spirito.
    "Eccola. A lei le basta uno sguardo per affondare tutti, ma a me pare la salvezza. Comincia a battere con i piedi il legno, quelle assi inchiodate, lenta all'inizio… E parla in morse alla vita e alla morte, la svergognata! Fa cerchi stretti stretti e dentro ci sono prigionieri gli strazi che noi abbiamo il coraggio di cantare solo a mezza bocca, Paco, quando riusciamo a farlo. Lei il cerchio lo incide forte per farcele vedere bene, lì dentro, tutte le angosce scandalose, gli angeli imbarcati nella vita vera, il coltello che balena e il cuore che se lo prende e lo chiama amore!… Tutto, Paco, tutto!… e per rinchiuderlo meglio danza ancora più stretta, se la stringe al seno quella pena, inseguita dalle chitarre che pare una caccia tanto ognuno va per suo conto!.... I tempi si doppiano, si contrappuntano, si aspettano l’uno con l’altro e sono sempre là!… Le note mordono le caviglie se non si è svegli, e lei vibra per tutti, col ventre, le tette, gambe e culo, pure con la fica balla, la diavolessa, fino a che non spezza i tacchi nella schiena di toro del legno!...
    "Sembra finita, ma non è così. Mi fa riprendere fiato, per illudermi, per meglio rubarmelo il cuore... Lei sa come si fa! Nessuno glielo ha insegnato! Ecco che riprende, la strega, la maga, la terra, balla scalza adesso. Balla! Balla! In un unico vortice i capelli e la gonna! Non capisco più niente! Ce l'ho nella gola, nello stomaco... Ovunque! il cuore... Il cuore, Paco, dov'è andato? Via con lei? Dove?...

    "Roba da non crederci, amico mio, roba da vino e morte, altroché, assolutamente impresentabile all’onorato pubblico del TMM. Capisci che mica potevo mettere sotto contratto una ciurma del genere! Loro, gli zingari, c’erano abituati a quell’odore di vino e morte e magari non lo sentivano nemmeno, ma i palati che dovevo servire io... Insomma, riprendo fiato, applaudo, ringrazio, faccio capire che ho apprezzato molto personalmente ma che per quest’anno, purtroppo... Chiaro che quelli non mollano facile, vogliono sapere cosa c’è che non va, propongono modifiche, questo e quello, io m’impegno per qualche serata estiva, prendo tempo, cerco di sganciarmi... A un certo punto il vecchio mi chiede se voglio conoscere la ballerina. Che devo rispondere? Si, certo, dove sta? vediamolo da vicino ‘sto fenomeno... me la portano ancora calda della prestazione, neanche s’è cambiata per farmi sentire meglio l’odore, solo sciolti i capelli…
    "Fu il suo sorriso? L’idea romantica che è così che le dee si rivelano agli uomini? Lo stupore che fosse così a portata di mano? Non saprei dirtelo Paco, è inutile, fa conto che dopo un minuto che ci parlavo, non riuscivo a pensare altro che portarmela via. Le domando se ha mai fatto teatro, se canta oltre ballare, le solite cose... Faccio finta di niente su quello che mi sta succedendo dentro, ma lei sembra intuirlo, fa la complice, gli altri scompaiono uno ad uno, ci lasciano soli... alla fine tento la bordata: le chiedo se le interessa un contratto con noi. Non posso ingaggiare tutti, le spiego, ma un talento come il suo, qui, sprecato... deve andare avanti, crescere, imparare, ed io sono disponibile, disponibilissimo...
    "Lei mi mette un dito sulle labbra, fa segno che ha capito. Si alza e se ne va, mi lascia lì a chiedermi se ho fatto qualche gaffe. Dopo qualche minuto, torna insieme al vecchio, vedo che ha pianto ma naturalmente non dico nulla. E’ il capotartaro invece che tira fuori l’argomento: sei stato scorretto, dice, l’hai fatta piangere. Io nego, è chiaro, ho soltanto fatto una proposta di lavoro... E ti pare la maniera, mi fa quello, lei qui è in famiglia e tu vieni a seminare zizzania, peggio: il dubbio! Credi che questo valga i quattro soldi che le hai offerto?
    "Era la nipote, Paco, per lui come una figlia..., mi prende sui sentimenti, capisci, sul mio punto debole. Al che, alzo l’offerta. Di tasca mia, va bene? Un contratto che mi costa più della metà di quello che guadagno in un mese. Però il vecchio addolcisce l’espressione, comincia a chiedermi dei particolari, vuole essere rassicurato sul fatto che la figgia non sarà abbandonata a se stessa, indaga sulla mia affidabilità, ma insomma, si capisce che la decisione l’ha già presa. A me interessa soltanto lei naturalmente e mi pare che sorrida di nuovo... Per fartela corta, alla fine riesco a convincerlo e se ne parte con me.
    "Non guardarmi adesso: io sono un bell’uomo. E tre anni fa anche con la salute e la testa alta; naturale che lei s’innamorasse di me: ero il maestro, il protettore… E lei ha soltanto gioventù, bellezza e grazia, e soprattutto una maniera di darsi da donna fatta che mi godo senza indagare dove l’ha imparata. Insomma, tutto bene, Paco, miele e sesso, che nessun dio ti può dare…
    "Io, te lo dico chiaro, mi compiaccio e mi annoio, dopo un po’. Mi va di fargliela pagare, Paco, ‘sta dedizione, da quel gran vigliacco, voglio vedere fino a che punto arriva e lei… Lei un po’ non capisce, un po’ fa finta di niente, soffre ed io mi sento subito meglio a vederla così. Mi rassicura, vederla debole. Solo che dopo qualche tempo comincia ad ambientarsi, a smaniare che non vuole essermi di peso; si da da fare allora, studia, s’iscrive pure ad un corso d’arte drammatica e tutte le sere mi racconta di quello che ha imparato. Dice che mi ama ancora di più adesso, e che non è mai stata tanto felice, ora che può amarmi avendo una vita sua!... Sei uno geloso, Paco?
    "Qualche volta...".
    "Qualche volta non significa nulla!... non parlo della stupida gelosia degli studenti, per un bacio dato a un altro o un amore trascorso, no! Parlo di quella mortale per la felicità altrui. Sei mai stato geloso così?
    "Mmh... ".
    "Non rispondi?! Be’, io quella gelosia me la portavo dentro come veleno. Non perdevo occasione per disilluderla, il mio amore, passavo il tempo ad affilare il cinismo per squartargli il sorriso. Non sopportavo il suo essere felice di se stessa e di noi, la deridevo apposta, Paco, la volevo zoppa, per paura e cattiveria... Lo capisci, questo? Non ti chiedo di giustificarmi, voglio sapere solo se puoi capirlo...".
    Lo guardava con occhi tesi come la mano di un mendicante, scriveva la risposta ma non sapeva leggerla da solo, per quello chiedeva.
    "Si, capisco pensava Paco, ma a che ti serve che capisca io?
    "Si, capisco - rispose - l’amavi... non c’è dubbio.
    "Già. L’amavo molto, molto più di quello che potevo permettermi…
    "Una sera, stavamo ad una cena, una bella tavolata di gente, avevamo tutti voglia di divertirci quella sera, tutti andati col vino... Io ero in gran forma: parlavo ad alta voce delle vicinanze fra Icone ed Astrattismo. Tu ne sai niente di questo? No, vero? Quasi nessuno ne sa niente, sono piccole cose che trovi sui libri, molto utili in società... Comunque, ero lì che facevo il giullare, quando entra Valdes, il nostro capocomico. Bello come un attore, non discuto, ma che pare un prete d’alto bordo quanto a cordialità. La scorta, gira con la scorta l’amico, sciama verso il buffet femminile, quattro cinque ballerine, e lui invece s’accomoda a un tavolo, subito ossequiato dal padrone. Gli davo le spalle dove stavo io, continuavo a parlare, ma vedevo lo sguardo di lei che mi saltava sulla spalla. Era curiosa, la bambina, che la sua stagione cambiava e correva a guardare il sole dal filo della mia ombra...".
    Si fermò un momento, sorridendo come per un sapore in bocca ancora dolce e tirò fuori dalla saccoccia la fiaschetta. Ne bevve qualche sorso offrendola poi a Paco che ne approfittò. Il brindisi fu ironicamente sottinteso da entrambi.
    "Avevo cominciato a impallidire giusto a quell’epoca, Paco, impallidivo da un giorno e all’altro, e mi sembrava come di rincantucciarmi… non so dire. E intanto lei fioriva - potenza della natura! - sulla mia merda, innamorata e bellissima, con la schiena tesa come una vela in mare. Un altro magari ci avrebbe campato sopra, succhiando quanto bastava per rianimarsi, a me invece per vendetta saltò in testa di dimostrarle che era solo una puttanella Era un’ideuzza estemporanea e, come ho detto, avevo pure bevuto parecchio, ma si fece largo subito: del resto, se un’anima non se ne può permettere un’altra, bon, meglio dirselo in faccia, no?… Almeno, quella sera nobilitavo così...
    "Mi alzo e vadoa salutare Valdes portandomi appresso la bottiglia. Ci conoscevamo, ma non al punto di quella confidenza, e normalmente avrebbe dovuto trattarmi con freddezza, addirittura farmi allontanare dalle sue guardie; invece fu affabile, si alzò addirittura per salutarmi, sei in bella compagnia, mi fa, ammiccando al mio tavolo - occhio lungo l’amico... - Io faccio il simpatico, gli chiedo se vuole unirsi a noi e me lo rimorchio al tavolo.
    Continuava a bere a sorsi larghi dalla fiasca.
    - Presentazioni, ama le forme, il vescovo!… mio panegirico sul massimo artista vivente, dopo di che lascio un po’ fare al caso, torno ad occuparmi della bottiglia di Porto. E Valdes non perde tempo, no! Gli fa subito un cerchio intorno, al mio amore. La circonda di sè...
    "E lei ci sta, Paco! Mi sembra proprio che ci sta! O forse no, è soltanto gentile perché sa che il tipo è uno importante per noi, il capocomico addirittura. Com’è, come non è, ormai sono completamente ubriaco e voglio tornare in scena. Faccio: ma voi non l’avete vista ballare! Non avete visto niente! Largo, fate largo, sparecchiate ‘sta mangiatoia per maiali! Tutti ridono, pensano che stia scherzando, oppure che sono ubriaco a puntino e si danno di gomito, quei .....i! Ed io, oplà, acchiappo un lembo della tovaglia e… sparecchio!…
    - Dovevi vedere le facce, Paco, non pensavano che facessi sul serio. Vola tutto per terra, piatti, bicchieri, tutto addosso a quegli .....i a stomaco pieno. Qualche donnina urla, qualche ometto fa vedere i muscoli, ma io vado avanti, chi mi ferma, ormai? Mi viene quasi da vomitare ma mi controllo. Valdes era rimasto impassibile e lo punto deciso, muso a muso: dovete vederla assolutamente, dico, lei è…è la Verità!… La prendo per un braccio e la spingo sul tavolo: dai su, balla, dico, balla per questa bella gente! Cristo! Balla!
    "Una scena pietosa, lo so, ma ormai ero partito. Lei non dice niente, sta lì impietrita, ed io insisto: balla, balla! Intanto gli stringo forte il braccio, le faccio male, si lamenta. Finalmente una reazione, bene, ma non m’intenerisco di certo per così poco. Balla!… urlo. Balla! Ormai più d’uno vorrebbe rompermi il grugno per la scena che sto facendo, me ne accorgo, li filo tutti con la coda dell’occhio, la loro educata vigliaccheria… Aspetto solo il primo!… Valdes, lui no, è un pesce in barile, vuole vedere cosa fa lei, ma poi mi dice qualcosa come calmati, adesso ci facciamo portare un caffè e ce ne andiamo a fare due passi… Il gioco però era mio, mio!…E nessuno deve permettersi…
    "Parto con la mano aperta, un singolo applauso esatto sul viso, che nessuno aspettava, che nemmeno hanno visto. Lei perde l’equilibrio e batte la testa contro il tavolo, cade come morta! Carmen, balbetto, Carmen… Mi chino su di lei, cerco d’abbracciarla, di scusarmi... Lei non risponde, mi pare proprio che l’ho ammazzata. Mio Dio! Comincio a urlare, allora, chiedo aiuto, un dottore, un qualcuno… le lacrime mi strozzano le parole… Pensavo di morire in quel momento, Paco… Avevo l’impressione che sarei morto sicuramente…
    "E' allora che mi sono sentito prendere alle spalle. Era Valdes. Vedo tutto offuscato per colpa dell’alcool e delle lacrime, capisco che sta per farlo ma non riesco a nulla, nemmeno a coprirmi in qualche modo. Quasi un quintale di notte tutta insieme, Paco, pure l’anello c’aveva, vado giù secco.
    "Quando mi ripresi non c’era più nessuno. Le guardie di Valdes mi avevano gentilmente buttato in strada. Stavo in un vicolo buio. Perso tutto, l’avvenire, e non mi riusciva di crederci che era proprio io, là, il suicida… Carmen l’avevano portata con loro, in ospedale, seppi, per sospetto trauma cranico. Un mese dopo era l’amante ufficiale di Valdes, con carrozza e sarto privato. Quanto a me, un giudice m'ha diffidato dal tentare d'avvicinarla. La vedo a vedere a teatro, adesso, di nascosto, è tutto quello che mi rimane...".

  • 13 gennaio 2006
    La luna e la bambina...

    Come comincia:

    C'era una volta una bambina. Fu invitata ad entrare in una foresta. La bambina accettò volentieri.
    Era la prima volta che qualcuno era così gentile. Ma, all'improvviso, il sole non c'era più. La sua tenera età si era spenta. Dalla foresta adesso si vedeva una luna luminosa. Ancora adesso, che è passato tanto tempo, quella luna continua ad accompagnarla.
    Il lupo cattivo, così gentile, la lasciò libera dopo sette anni. Ma quello non era l'unico lupo cattivo: la foresta era piena di lupi cattivi e ogni volta che la bambina cercava un sentiero per uscire dalla foresta, sbucava sempre un
    nuovo lupo, che le impediva di liberarsi.
    E poi: quella maledetta luna.
    Ma la bambina cresceva e un giorno intravide un cavallo con un principe che andava verso di lei. Che principe gentile! E lei pensò che quel principe l'avrebbe portata fuori dalla foresta, che non avrebbe più visto quella luna. Si guardò attorno: di lupi cattivi non c'era traccia, c'era solo il principe che l'avrebbe portata via. Però... che strano... c'era ancora la luna.. E il principe si trasformò… anche lui... in un lupo cattivo e la riportò al centro della foresta e la luna, quella maledetta luna, diventò ancora più grande, ancora più nitida. E lei capì: aveva accettato un'altra volta l'invito sbagliato.
    Poi all'improvviso vide... Intravide fuori dalla sua foresta… un'altra foresta, piccola, ma con tanto sole, e piena di gente... E non c'erano lupi cattivi, ma tanti amici che la invitavano a entrare e le indicavano il sentiero per raggiungerli.. E lei cominciò a correre, ma il lupo cattivo la blocco e la riportò al centro… E lei ricominciò e lui la
    bloccò… E lei ricominciò a correre e lui... Ma prima o poi raggiungerà i suoi amici e vedrà il sole non più da lontano, ma, lì accanto a lei...
    Ma prima bisogna cancellare la luna… e il freddo.

  • 13 gennaio 2006
    Tarocchi

    Come comincia:

    Ce ne sono di solitudini, ma quelle più esatte, quelle davvero senza riscatto, sono anche sempre, va da sé, le più segrete. Coltivano l’invisibilità questi eroi, si confondono attorno alle bancarelle, fra le cianfrusaglie, a Roma, Parigi, Baires… ovunque l’uomo! A volte ci capita d’incontrarli per caso, davanti ad uno specchio, ed è allora che fanno davvero paura questi fantasmi di carne ancora in piedi; altre volte invece ci passano a fianco senza lasciare traccia, appena il rumore della catena che si trascinano appresso ci fa sobbalzare per un attimo, ma senza capire, come un dubbio, che ci fa venir voglia di andare subito, di volata, a fare ancora l’amore…

    Mario Perrotta, io l’ho conosciuto senza volerlo, come mi succede quasi sempre del resto. E’ venuto da me a farsi fare le carte. M’ha raccontato in quell’occasione un bel po’ di cose di lui, è per questo che ora posso riferirne.  Per quanto mi guadagni il pane intravedendo il futuro, il passato resta per me il gran mistero degli uomini. Un foglio fitto di cancellature e correzioni, aggiornato come un’enciclopedia sovietica in cui la verità muore un giorno dopo l’altro, e l’innocenza perduta ancora vive, protetta da un sogno.

    Lui, Perrotta, voleva sapere da me se sarebbe stato felice. Una domanda per niente difficile. Prima che potessi rispondere però, lui s’era già lanciato a raccontarmi, ad informarmi attraverso lastre cadute di passato, di come si era organizzato per rispondere, lui, di no alla sua stessa domanda. Un pervertito, insomma, nel suo genere, una persona come me e voi, il mio cliente.

    Lavorava per una finanziaria, nel girone più basso, il recupero dei sospesi. Andava a scovare i protestati, di norma, in un triangolo sghembo che ha per vertice piazza Preneste e per base la linea che da Campino arriva a Tor Sapienza. Era quella la sua zona di caccia. Prima si spingeva anche fuori città, Veroli, Sora, fino Frosinone, ma aveva dovuto lasciar perdere da quando i crediti lì avevano iniziato ad esigerli le camorre

    L’abilità, m’ha spiegato, sta proprio nel saper scegliere le porte dove bussare senza rischiare le botte o addirittura la pelle. Lui li sapeva riconoscere a colpo d’occhio, gli agnelli. Aprono la porta già rei confessi, le facce lunghe di vergogna e preoccupazione, impiastricciano scuse mentre lo fanno accomodare, si dilungano nella conversazione e, per decoro, non hanno neppure fatto sparire il divano, il televisore nuovo, lo stereo regalato al figlio… Insieme al caffè, offrono loro stessi l’elenco per il pignoramento prossimo venturo!...

    E’ su questi che fatalmente cala la mannaia, non è colpa di nessuno. Lui, Mario, è un semplice incaricato, ci ricava una percentuale, oltre ad un piccolo stipendio base. Fra una cosa e l’altra alza sul milione e mezzo, due quando gira bene.

    Non è molto per stare a sentire tutti i giorni le stesse storie, mi dicevo io, che pure col mestiere che faccio una certa pratica ce l’ho. La gente piange la miseria come i malati parlano della loro malattia, con una sorta d’affezione, le considerano cose speciali e rare la loro miseria e i loro malanni, qualcosa che non può che interessare l’ospite.

    Perrotta in quei casi li lascia parlare, ascolta e capisce tutto: l’operazione urgente della moglie, il matrimonio della figlia grande… Ad un certo punto, per troncare, dice che quella sventura “è la vita”.

    Poi, nel silenzio che segue mette su il suo di disco, una canzoncina a tono: qui risultano dieci rate non pagate, da 875.000 lire l’una… se lei ne pagasse, diciamo… un paio; così, giusto per tenere tranquilla la banca, sarebbe facile per me farle ottenere una proroga, di un mese… forse due… certo, sarebbe meglio pagare l’intera somma, per gli interessi, sa: quelli corrono!… “.

    Lui è lì per facilitarlo. Lo conforta al debitore, sapere che qualcuno è dalla sua parte. Al secondo incontro, comincia però a suggerire scenari meno tranquillizzanti, gliela inizia a sbattere in faccia la realtà. E’ matura.

    “Le banche, spiega, non vanno per il sottile con i piccoli debiti, se lei dovesse qualche miliardo il problema non si porrebbe neppure, ma così… E’ una bella macchina, la sua, sarebbe proprio un peccato farsela portar via, specie qui, nel quartiere, dove certe notizie fanno in un baleno il giro… E per che cosa, poi? - aggiunge -Tanto non si scappa! Possono chiedere il sequestro del quinto, il giudice la considererebbe routine… E tutti verrebbero a saperlo, anche i superiori di suo marito, signora, non c’è da ridere di queste cose… Si fa presto a sporcarsi il nome…”.

    La famiglia in genere ascolta a bocca aperta. Si tratta di gente che spesso vive di quelle piccole dignità, impiegati comunali con due, tre figli, vittime, loro e i figli, del mito moderno, del pozzo senza fondo dei desideri a rate, la genialata dei mercanti.

    Lui molla la stoccata a quel punto: pagare o morire. Socialmente, s’intende.

    “Capiterà pure che proprio non hanno soldi…”, gli faccio io per giocare all’avvocato del diavolo.

    Si, mi risponde, e son dolori. Magari, con tutta la buona volontà, papà aveva proprio fatto il passo più lungo della gamba, poco da dire. Allora, ecco le scene, i rinfacci… Tutta la famiglia ne trema dalle fondamenta. La piccola Rosa non sarebbe andata all’Università! E quel viaggio in Inghilterra? per l’inglese… La mamma se ne fa una malattia, intanto che intravedono l’inferno. Il maschio di casa fa vedere che se ne frega, lui, ha la gioventù dalla sua, ma arriverà… La sconterà con gli amichetti, lui, appoggiato al muro di un baretto.

    E’ allora, mi dice il mio cliente, che bisogna tirar fuori le maniere più soavi, trasudare tatto.

    Gli serve mica, il terrore! La resa dei debitori alla disgrazia, in fondo, non porta una lira. Se la casa è di proprietà o esiste un’entrata fissa, anche miserella miserella, la banca ha sempre qualcosa cui attaccarsi, ma lui? Si toglieva la giacca quindi, e invitava tutti alla calma. “Ragionare bisogna, niente panico! Solo alla morte non c’è rimedio! - s’incoraggia così, il pater familias - Qual è il debito complessivo? Tot? Bene!” Gli fa il conto su un pezzo di carta con tutta la famiglia intorno. “Vedete? – gli dice - la cifra alla fine non è spaventosa. Si tratta solo di fare un piccolo sacrificio…”

    A sentirsi così sputtanata, mi fa notare, la gente diventa malleabile, s’apre come un bocciolo, fa si con la testa ad ogni parola, impalata alla bovina. Avevano qualcosa di valore cui si poteva rinunciare? Orecchini, brillocchi, pellicce… Be’, ricettava tutto a condizioni vantaggiose, lui.

    Col tempo, s’era costruito un certo gruzzolo, una sommetta.

    Contava su quegli affarucci estemporanei per comprarsi finalmente casa.

    Bene, gli ho detto allora io, tutto contento che ne avesse anche per lo scrivano medesimo, però ecco che lui mi ha freddato subito, perché mica bastava quello, nossignore! Gli era toccato pure a lui accendere un mutuo alla fine. S’era indebitato per l’appartamento! Certe notti che non riusciva a chiudere occhio gli veniva da ridere fino alle lacrime per quel contrappasso. Si faceva un pianto, allora, al buio, con la faccia stretta sul cuscino, stava sempre meglio dopo, mi confessò.

    Ora, mi disse, se soltanto avesse avuto una donna… Si, non avrebbe avuto più tanta paura del futuro, di quel conto che teneva aperto. Una c’era stata, una volta, si chiamava Sonia, la sua fidanzata, ma lei se n’era andata da tanto tempo, più lontana, mi disse così, della morte…

    “Ci si illude, Maestro, ci si illude di conservarne almeno il ricordo, ma questo è fatto d’acqua, prende la forma che vogliamo e ci scappa via attraverso i pori della nostra anima bucata…”.

    Perbacco, lei è un poeta, gli ho detto per fargli coraggio, ma lui ha scosso la testa. “Non è la poesia che mi manca, ha precisato sobrio, ma i soldi e una donna…”.

    Raccontato che mi ha tutto questo, ancora è tornato a parlarmi della sua ventura felicità. Voleva che io gliela controfirmassi a garanzia, e per un prezzo ragionevole. Naturalmente questo lui lo chiamava dire tutta la verità, bella o brutta che fosse, e m’è toccato far l’offeso che potesse anche solo dubitarne intanto che m’implorava con gli occhi di mentirgli.

    Ho cominciato così a tirar giù le carte. Ha sussultato quando è uscito l’Impiccato, e poi anche quando ha riconosciuto la Morte… Lì gli ho sorriso io, scoprendone svelto un’altra. Era la Papessa… Gli ho imbastito una storia allora, così a fantasia: c’era una donna che lo teneva legato a un laccio da troppo tempo, ma ecco che già un’altra era pronta, disponibile a prenderne il posto, una donna molto ricca, invero, di personalità, un nuovo inizio… Man mano che parlavo, lo vedevo io, riprendere il colore. Sono andato avanti a braccio. “Il Bagatto”, “la Torre”, infine, pure la “Giustizia”…

    “E’ chiaro, gli ho detto, che grandi novità sono in arrivo e non soltanto per l’amore, ma anche sul fronte finanziario. Vede? Questa carta significa che presto tutto sarà ristabilito secondo i suoi meriti…”

    Aveva lui, come tutti, una grande opinione dei suoi meriti, fortuna a parte, e questo ha finito di rasserenarlo. Ha preso però a farmi domande mirate. Sarà bionda o bruna? Sarà giovane?… Quello gli interessava più di ogni altra cosa.

    Era facile allora, era come un bambino. Gliel’ho descritta per sommi capi, come meglio potevo, e vedevo i suoi occhi spalancarsi mentre ne illustravo le caratteristiche, la dolcezza, per dirne una. Solo che le carte non lo rivelavano bene se era mora o bionda.

    “Non fa niente quello”, ecco che m’ha detto lui a quel punto.

    Alla fine m’ha chiesto quando tempo avrebbe ancora dovuto aspettare.

    Per tutta risposta, l’ho buttato fuori dal mio baraccone. Ne sapeva abbastanza, gli ho detto, a quel punto, e non aveva da fare altro che andare per il mondo, che l’avrebbe incontrata là, dietro un angolo, la sua felicità, non doveva che tenere gli occhi aperti, ed anche il cuore, ho aggiunto a mò di consiglio, mio personale.

    Perrotta allora mi ha preso le mani per ringraziarmi, dicendomi di non stare a preoccuparmi per quelle rate, che se non le pagavo non sarebbe successo in fondo niente, che son solo per la povera gente i protesti, gli ufficiali giudiziari, per quelli davvero sfortunati… E soprattutto che ci avrebbe pensato lui a far sparire la mia pratica sotto una bella pila di quelle scalogne documentate.

    Ebbi l’impressione, per un attimo, mentre ci salutavamo, che ancora avesse da dirmi qualcosa, qualche altra domanda che gli era rimasta appiccicata alle labbra, come una screpolatura nel suo essere un uomo davvero nuovo, ma non disse niente, mi voltò le spalle e se ne andò con un passo leggero.

    Non tornò mai più.

    Venni a sapere, circa sei mesi dopo, che era morto di cancro. Gliela avevano diagnosticato già da un anno, mi disse il tipo venuto in sua vece ad incassare gli arretrati del mercedes, ma lui aveva interrotto le cure, mi confidò quel suo collega con aria grave, per “provare per una volta ad essere felice”. Una scelta da pazzo ha commentato l’uomo, ma del resto, ha pure riconosciuto, “ognuno è libero…”.

    E lei? gli ho chiesto io, lei ci si trova bene in questo mondo? Non ha niente da chiedere?

    L’uomo ha fatto una smorfia alzando le spalle. Non ci credeva mica, m’ha detto, lui alle carte, son cattolico praticante io, m’ha detto. Poi s’è preso le chiavi del mercedes e se n’è andato via con quello lasciandomi in cambio un biglietto da visita. Se entro un mese rimediavo i soldi potevo chiamarlo e riaverlo indietro.

    Vado a piedi adesso. Che nessuno protesti, quindi, se ho ritoccato un po’ le tariffe…

  • 13 gennaio 2006
    Raccolta differenziata

    Come comincia:

    Il mio paese è piccolo, ma ringraziando

    il cielo

    non manca di nulla

    E’ un paese che conosce la piena occupazione

    e che soprattutto è pieno di marciapiedi

    Ma Lola non li usa

    ha il suo posto fisso sotto un lampione

    in Via Dei Pascoli

    Sì, avete capito benissimo

    Esercita, fa la vita, tira a campare

    Non vedo che cosa ci sia di tanto scandaloso

    La verità è che i cavoli

    del vicino

    sono sempre i più verdi

    E’ per questo che nessuno si fa i cavoli suoi

     

    Saranno le mie origini contadine, ma io trovo

    del tutto naturale

    che le mondine raccolgano il riso

    e le mondane il grano

     

    Sono passato a salutarla una settimana fa

    prima di partire con mia moglie Francesca

    per una breve vacanza al mare

    Sia chiaro, con Lola ci parlo e basta

    Sì, lo so

    sono un pervertito

     

    La verità è che Lola è una donna eccezionale

    ha sempre qualcosa da insegnarti

    Anche l’ultima volta

    dopo aver parlato del più e del meno

    e del fatto che anche a lei

    l’attuale Consiglio comunale

    non piace

    prima di salutarmi, mi ha ricordato

    “La gente è sicuramente migliore di quello

    che sembra

    Basta non frequentarla!”

     

     

     


    E’ a questa verità che ho pensato, appena arrivato

    in una spiaggia affollatissima di ombrelloni

    radioline e cellulari

    E così mi sono isolato

    Solo davanti a un mare azzurro, a un cielo azzurro

    a un governo azzurro…

    Odio la globalizzazione!

     

    Comunque, sono state giornate bellissime

    Erano anni che non facevo un bagno in mare

    E’ stato bellissimo come una rimpatriata tra vecchi

    amici

    Un polipo gigante, come mi ha visto

    mi ha subito abbracciato!

     

    Io e Francesca ci siamo fatti dei bagni davvero

    rigeneranti!

    Lei nuotava a farfalla, altri a rana

    io da cani

     

    E’ vero, non so nuotare

    Il fatto è che da bambino non sono mai stato

    in una spiaggia

    anche se grazie a mio padre, sapevo tutto

    sul mare

    Mi ha spiegato, per esempio, che le maree

    dipendono dalla luna

    Quando la mamma aveva la luna dritta

    in casa c’era bassa marea

    quando invece l’aveva storta c’era alta marea!

     

    Comunque, come dicono sempre i tifosi

    dell’Inter

    “Ogni bel gioco dura poco”

     

    Infatti, l’altro ieri siamo rientrati a casa

    Dal calore dei raggi del sole al calore della…

    famiglia

    Sia chiaro: non ho niente contro la famiglia

    E’ la teoria dell’ereditarietà che mi turba

     

     

     

    Mi ha sempre preoccupato

    pensare che le caratteristiche genetiche di un padre

    possano passare a un figlio

    compresi i tic le manie le tare le perversioni

    e altri simili optional

    Per questo non adotterei mai un bambino di cui

    non conosca con certezza la paternità

    Un bambino è geneticamente programmato

    Rischierei di dare per vent’anni amore e attenzioni

    a un ragazzo

    che poi magari mi diventa…

    un ragioniere di banca!

     

    Con questo non voglio assolutamente sostenere

    che dovremo diventare tutti dei filosofi

    e passare la vita a chiederci il perché delle cose

    Per carità!

    In fondo le domande esistenziali sono sempre quelle

    Chi siamo?

    Da dove veniamo?

    Dove stiamo andando?

    Ma soprattutto

    se andiamo fino in centro, troveremo un parcheggio?

     

    Io ho imparato a non farmi tante domande

    Sono un tipo molto pratico e sbrigativo

    Soprattutto in casa

    Quando occorre sono velocissimo a levare le tende

    Quello che mi rompe è lavarle e stirarle!

     

    Comunque, qualsiasi cosa faccia in casa a Francesca

    non va mai bene

    Dice che sono capace solo di far casino

    Che cucino male e spolvero peggio…

    (Tra parentesi: gli esami non finiscono mai

    ma ti sfiniscono sempre!)

     

    Oggi, però, mi sono ribellato. Le ho detto

    “Basta! Non puoi buttarmi sempre a terra!”

    Mi ha promesso che da domani mi getterà

    negli appositi cassonetti!

     

    Che cosa si può volere di più dalla vita!

  • 13 gennaio 2006
    Il 2 Novembre

    Come comincia:

    Di buon ora, mia moglie ed io, ci siamo messi in macchina per andare al Camposanto, come di consueto, compiamo questo dovere ogni anno per la commemorazione dei defunti. Il giorno era piovigginoso con temperatura gradevole e le vie non erano invase da molto traffico, ciò mi diede, a prima vista, una impressione che le persone preferissero stare a casa  piuttosto che uscire, ed avrebbero, in quel modo, preferito il riposo nel giorno di festa. Ma non appena siamo arrivati nei pressi del luogo, ecco che una marea di macchine ed una confusione di persone erano raccolti nei pressi dell’entrata del cimitero.  Osservai con sorpresa il movimento della popolazione, che mi parve come se fosse stata chiamata a raccolta da un importante messaggio, ove la pioggia non limitò l’afflusso ne la voglia di radunarsi, allo stesso modo noi ci accalcammo verso il luogo santo, insieme agli altri, con condotta  decorosa e con volto sommesso. I fiori che si vedevano intorno, erano in quantità indescrivibile, i colori erano vari, e davano contrasto al momento mesto che ci avvolgeva, ed il loro ondulare fra una mano all’altra, dava un preludio di certezza di vita, ma il colore che dominava, era il nero, portato quasi dalla totalità delle persone, che come un enorme lenzuolo si estendeva  nel viale. Nessuno mostrava sorrisi o buono umore, tuttavia, quasi per incanto nei cuori si adagiava un senso di pace e di serenità, che avrebbe presto incrementato il rapporto con i nostri cari e trasmettere loro un alito di vita. Pensavo se fosse logico attendersi, dato il momento, un segnale della loro presenza o avere la percezione che stessero li ad ascoltarci, poiché e qui che l’incontro delle due nature, la vita e la morte, si avvicinano e l’atteggiamento spirituale di accostamento di queste due nature  da una sensazione che da un momento all’altro si potesse aprire un varco verso l‘aldilà. In questo momento, non mancano, certo, riflessioni sull’essere e le considerazioni di dolore di fronte al mistero della morte e della brevità della vita e volgere un pensiero dovuto a Dio, che decide la fine quando Egli vuole. Il vedere la loro fotografia, immobile, ci fa sentire più profondo il vuoto dell’ignoto che ci circonda e che ci separa da loro, i pensieri corrono nel nulla e tornano stanchi di delusione per la speranza che invano hanno cercato.  Al camposanto camminavamo con il capo curvo, gli occhi arrossati, quasi che cercavano conforto negli altri occhi che si incontravano, mentre il silenzio ci avvolgeva in una cupa atmosfera, ed un  singhiozzo amaro invadeva l’attimo e lo faceva diventare solenne.  Tutto si svolgeva ordinato e silenzioso, e solo una lieve voce di preghiera, trasmessa per mezzo di un altoparlante, sovrastava tutto lo spazio. Era la voce sommessa di un prete che stava celebrando il rito religioso, dando lode a Dio, in un culto ove la presenza era accorata dal calore e dall’affetto di numerosissime persone che ringraziavano il Signore misericordioso. Le preghiere sembravano salire al cielo con profumo d’incenso e con richiesta di grazia, affinché la vita eterna ci venisse donata per i meriti del Scavatore. E’ certo, un momento in cui l’anima nostra prova conforto e ci da la sensazione che davvero la vita sarà eterna perché il Signore ce la concederà, per cui dobbiamo aver fede e pensare a quel momento futuro, diverso del vivere quotidiano. Mentre ci si sta davanti alla loro tomba, essi già sono davanti a noi, come per simboleggiare quella meravigliosa vita, che sebbene non la vediamo ne sappiamo come essa sia, la fede in Dio ci conferma che certamente, sarà la migliore che ci sia. Davanti alla tomba di mio padre, mi sentii invaso da una profonda commozione d’affetto, volendolo accarezzare, toccavo solo la lapide fortemente, mentre i ricordi uscivano numerosi dalla mia mente e mi collegavano al passato come se fosse presente. Davanti ai miei occhi si muovevano immagini di vita vissuta insieme, ma non riuscivo a raffigurare un solo attimo di realtà, che mi facesse capire il senso della vita. Egli, che sempre mi guidava e mi esortava, ora era lì immobile, come se non fosse mai esistito, e solo  il ricordo, personificava la sua presenza nel mio pensiero, tal che faceva tremare il mio cuore ed indebolire il mio essere. Mi sentivo separato da un universo di dubbi, e sebbene scavassi in profondità, nulla potei trovare di utile ne di confortevole. Solo il singhiozzo mi faceva da interlocutore al colloquio dei pensieri e degli affetti che viaggiavano tra noi due, e mi circondavano senza alito di parola, nella muta bramosia di sapere di lui.

     Non è cosa da poco trovarsi in questo atteggiamento e a questa ravvicinata distanza con quelli che dormono, quasi ci aspettiamo che parlino, che il loro spirito si materializzi e ci possa dare un attimo di conforto e di verità e di riposo alla nostra tormentata ansia. Così la giornata era arrivata nel suo apice, le sensazioni trascendentali adombrate da enigma, ed il pensiero che si dibatteva e si scontrava con i mille perché, ed il sentirmi meno, mi faceva osservare che la vita è un soffio di volar di vento. La lezione morale che apprendiamo davanti alla tomba, non è da trascurare, è proprio quella che ci vuole per placare i nostri egoismi, le nostre superbie e molti altri sentimenti.

    Così, tornando al significato della celebrazione dei morti, dobbiamo dire che non è solo una trazione, ma anche l’esperienza di un avvertimento d’un chiamo soave che sollecita il nostro cuore ad esprimere l’atto più illustre e più sentimentale verso chi ci ha portato in questo mondo. Credo che sia una regola divina, che Dio ne abbia dato disposizione fina dai tempi remoti. A bando a certe religioni, che non ritengono importante visitare i morti o pregare per loro, Giuseppe, fu portato dall’Egitto in Israele, per il rispetto delle sue ossa, e principalmente per la sua anima che dormiva nell’Ades. (Genesi 47:30  “Ma, quando giacerò con i miei padri, portami fuori d’Egitto e seppelliscimi nella loro tomba” Salmi16:10 “Io so che tu, O Signore, non lascerai l’anima mia nel sepolcro”) Così è un dovere dei vivi visitare i morti e pregare per loro. Questo sentimento sembra essere nato con l’uomo, perché fin dall’antichità si è sempre portato onore ai morti e si sono ricordati nella nostra mente con profondo affetto. Le guerre si sono susseguite, i poteri sono cambiati, i costumi e le usanze rinnovati, ma  il rispetto per i morti è rimasto integro. Esso fa parte della nostra vita, e se è vero come è vero, l’anima ci suggerisce certi sentimenti ed obblighi che l’uomo non può farne a meno di seguirli, non possiamo far finta di nulla ed essere insensibili  a quello che il futuro ci riserba. Le domande sono tante ed altrettanti sono i misteri che ci impediscono di sapere, ma solo la fede in Dio ci da speranza e forza di vivere e di affrontare il domani. Nessuno mai dei morti è venuto a raccontarci del nuovo mondo, perché se l’uomo lo sapesse, forse, cercherebbe la morte per poter arrivare subito alla dimensione beata dell’eternità. Ma è piano di Dio, che l’uomo debba attraversare il tempo obbligato in questo mondo per potere essere pronto per l’altro. Chi è capace di entrare in questo ordine di concetto si accoda a quello che dice la Sacra Scrittura, che è l’unica fonte di verità esistente in questo mondo per comunicare con Dio. Esistono degli esempi riguardanti i morti che tornano in vita, e per questo dobbiamo credere ed aver fede a quello che è scritto nel Vangelo, riguardo alla resurrezione di Lazzaro, per esempio. Il 2 Novembre di ogni anno è la ricorrenza dei defunti, nel quale giorno, ogni uomo si sente in dovere di avvicinarsi a quella che è la porta dell’aldilà, mentre il desiderio resta sempre quello di scoprire un giorno la verità, e magari di sconfiggere la morte e trovare il segreto della vita. Ma vi dico, che senza l’aiuto di Dio nulla potrà essere raggiunto, e solo con la capacità dell’uomo, possiamo andare solo oltre la siepe, ma se ci avviciniamo a Lui, il desiderio nostro sarà esaudito. E’ bene ricordare, che la celebrazione dei defunti nella liturgia Cattolica è fatta nel giorno 2 Novembre, essa viene dedicata alla preghiera e alle pratiche di devozione in suffragio a quelli che sono passati all’eterno vivere. Il dogma, della comunione dei santi, offre il supporto teologico alla pietà popolare e alla convinzione che alle preghiere dei vivi si associ quello dei beati per chiedere misericordia a Dio per salvare le anime dei fedeli che non hanno ancora raggiunto la gloria. Questa festa è nota fin da IX secolo alla tradizione monastica celtica. La celebrazione fece parte del calendario  liturgico della Chiesa e ricevette nuovo slancio dal Papa Benedetto XV che concesse ai sacerdoti di celebrare in quella occasione tre sante messe con formulari ed orazioni diverse.

  • 07 gennaio 2006
    I due amanti

    Come comincia:

    Fu subito un tutt'uno trovarsi e cercarsi: da quel momento non si persero mai più di vista.
    Sapevano bene che forse mai avrebbero potuto essere più vicini di così ma per ora poteva bastare. Forse un giorno lontano si sarebbero toccati, sfiorati. Non avevano fretta. Il tempo giocava per loro.
    Lei si sentiva protetta da quella grande figura accanto e sentiva di essere al sicuro.
    Lui la vedeva diventare sempre più bella e rigogliosa e non negava a nessuno la sua bellezza.
    Lui era orgoglioso e fiero di tanta grazia: gli altri potevano averla per qualche momento ma le sarebbe stata sempre accanto a lui.
    Lei era tranquilla di quella presenza.  Quando il vento l'accarezzava
    lui la sentiva sospirare e agitandosi cercava di sfiorarla.
    E passavano le stagioni. Una dietro l'altra, aiutavano il loro lento cercarsi.  E venne un'altra estate, calda, di quelle dove le cicale cantano fino a stordirti. La campagna intorno chiedeva solo silenzio.
    Ed allora, proprio in quel momento, sentì un fresco e piacevole tocco; lei gli era vicino come mai era stata, come mai in tutti quegli anni.  Si potevano accarezzare: ora avrebbe potuto toccarla per sempre
    E passarono gli anni ma quel momento resto indimenticabile, come tutte le prime volte, come tutti gli addii. 
    E indimenticabile fu anche il giorno che quegli uomini arrivarono su un grosso carro. Scesero cantando e con delle corde la legarono stretta ai rami e con le asce cominciarono ad abbatterla. Le sue radici erano ormai diventate troppo ampie ed erano pericolose per la casa.
     Uno, dieci, cento  colpi, un ultimo alito di vento tra i rami, un ultimo sospiro e la vide crollare al suolo. Rimasero solo le radici di lei intrecciate alle sue a ricordargliela fino a quando non dovette lasciare il posto ad uno splendido parcheggio a pagamento.
     
     
    Per due euro l’ora adesso,  si può prendere il posto di un albero. 

  • 07 gennaio 2006
    Un lungo viaggio

    Come comincia:

    Una sorta di timore misto a tristezza lo aveva pervaso nei giorni precedenti.
    Lauro continuava a dargli consigli e indicazioni, e aveva scritto per lui una piccola agenda piena di indirizzi e nomi da usare in caso di bisogno. Per l'ultima volta Basilio prese da sotto il letto la vecchia scatola di scarpe e la appoggiò sulle gambe. Le lettere era tenute insieme da un fiocco di carta dorata. Decine di lettere, tutte con la stessa calligrafia, tutte con la stessa frase d'inizio: " Adorato amore mio".
    Sciogliendo quel fiocco sapeva che avrebbe attraversato ancora una volta tutta una vita.
    Lauro guardava in silenzio Basilio, mentre tremante apriva quella busta, aspettando ancora una volta di vedere gli occhi del suo compagno riempirsi di tristezza.
    Basilio ormai conosceva a memoria ogni parola, ogni virgola di quell’ultima lettera. Poche righe con il solito inizio, una promessa e una data:
    " 17 ottobre 1949
     Adorato amore mio,
    tra tre giorni sarò in viaggio per venire finalmente da te. Non faccio altro che pensare al momento nel quale potrò riabbracciarti. Ho già pronto tutto quello che ti devo portare, compreso il mio amore per il quale non esiste valigia cosi grande che possa contenerlo!
    Non ti scriverò altro perché voglio dirti tutto guardandoti negli occhi. A presto amore mio, ti amo.
     
    Tua per sempre, Anita."
     
    Richiuse con i soliti precisi gesti la lettere e ordinatamente ripose la busta nella scatola da scarpe.
    Domani si sarebbero salutati forse per l'ultima volta, e presto qualcun'altro avrebbe preso il posto di Basilio.
    Il mattino seguente pioveva, ed il vento spingeva le onde sul pontile di attracco. Tutto sembrava come quel giorno di 20 anni prima. E come quel giorno, lui era lì, ad aspettare il traghetto.
    Ancora una volta si girò a guardare il faro; abbracciò forte il suo compagno e gli disse: "Questa volta il traghetto è arrivato. Lascio qui il mio cuore ad aspettare Anita." 
    Il faro diventava sempre più piccolo, Lauro ormai non era che un puntino che muoveva le braccia. E lì, in mezzo al mare, dove la sua Anita riposava, sciolse il fiocco di carta dorata e lasciò portare via dal vento tutte le lettere e tutte le lacrime.
    Alcuni giorni più tardi, Lauro fu chiamato  a terra, per riconoscere nel corpo dell'uomo caduto dal traghetto, il suo compagno Basilio.
    Un lungo viaggio era finito.

  • 03 gennaio 2006
    Ciao, mi saluti Pino?

    Come comincia:

    ... Mentre attraverso il grande giardino, ascolto il rumore dei miei passi sulla ghiaia che si snoda lungo un vialetto costeggiato da imponenti magnolie.
    Il pacchetto che tengo con una mano, mi riporta ad un episodio che si ripete da tanto tempo... sempre semplicemente lo stesso scenario e sempre la stessa simpatica scenetta. Sorrido.
    Eccoli, sono tutti lì, quasi nervosamente seduti, in attesa di qualcosa che sanno avverrà e non riescono a nascondere l'impazienza.
    Passo davanti ad una sala d'attesa e appoggio il pacchetto su un tavolo in formica verde e mi avvio.
     
    Ogni volta è una grande gioia: si alzano, mi vengono incontro, mi abbracciano, si spintonano per catturare la mia attenzione... hanno tante cose da raccontarmi.
     
    Maria Teresa, mi augura Buon Natale: i suoi parenti la vanno a trovare, se capita, solo in quella circostanza e lei è convinta che sia sempre e solo  in quella giornata
    che qualcuno si ricordi di  passare da li.

    C'è Francesco che mi parla della guerra, Angela che vuole farmi vedere il suo lavoro a maglia eseguito da lei, sembra una sorta di Tela di Penelope, di volta in volta le sue dimensioni cambiano, non so se sarà mai ultimato.
     
    Piero e Grazia, si avvicinano tenendosi come sempre per mano, sono innamorati loro, credo che non si siano più lasciati la mano da almeno sei mesi a questa parte.
     
    Ecco Federico, il discolo!
    Con  fare indifferente cerca di raggiungere la porta della saletta per andare a curiosare nella sala d'attesa. E' diventato un gioco: ogni volta vuole fare il suo ingresso con in mano il pacchetto che lascio sul tavolo della sala d'attesa ed aspetta un mio cenno per andare a prenderlo, malcelando la sua frenetica impazienza.
     
    Giulio e Claudia si siedono ed incominciano a spiegarsi sulle ginocchia il tovagliolo di carta che ho appena distribuito, subito imitati dagli altri.
     
    Giuseppe è l'ultimo a sedersi: non lo fa mai prima d'avermi chiesto notizie di Pino.
    E' lui, Pino... e si cerca in modo accorato e curioso al di fuori da quelle mura.
     
    Siamo tutti seduti ora, è arrivato il grande momento di Federico che rientra in pompa magna e acclamato da tutti con il "misterioso" pacchetto in mano. Mi aiuta ad aprirlo e alla vista dei pasticcini, tanti occhi attenti si illuminano come di fronte a qualcosa di prezioso.
     
    Con la complicità di una infermiera, si diffonde ad un tratto una musica... una vecchia cassetta che rimanda le note di "Parlami d'amore Mariù".
    Si aprono le danze!

    E' tempo che io ritorni a casa:li abbraccio tutti, li saluto con la promessa di tornare prestissimo a trovarli.
     
    Giuseppe è l'ultimo a salutarmi.
    Mi viene vicino e mi dice: "Ciao, me lo saluti il Pino?"
     
    Esco. Ho le lacrime agli occhi. Ripercorro il vialetto costeggiato da imponenti magnolie, ascolto il rumore dei miei passi sulla ghiaia del vialetto, arrivo fino al cancello e mi volto a guardare su, verso quella finestra.
    Ora sorrido. Tante mani, si tendono verso me in un cenno di saluto.
    Grazie.

  • 03 gennaio 2006
    Il gusto della gioia

    Come comincia:

    Sull'albero di Natale ci sono appese le caramelle di cioccolato con le praline colorate e la nocciola nel cuore. Le cri-cri. Sono avvolte in carta stagnola colorata  con le due "orecchie" in carta velina bianca. La mamma le appende con il filo per cucire di colore rosso una ad una. Le mette in mezzo alle palline, seminascoste. E più in alto, fuori dalla portata delle nostre piccole mani, ci sono i piccoli Babbi Natale di cioccolato fondente.

     Le nostre narici annusano con forza il profumo che emanano quelle piccole delizie sospese sui rami. I frutti del pino natalizio. Non ci resta che aspettare il giorno di Natale per raccoglierli.

    Il giorno di Natale? E' troppo  lontano.  Mamma le ha legate cosi bene e sembra ricordarsele tutte. E col sorriso controlla e fa l'appello: 5 rosse, 6 blu, 4 bianche, 8 verdi, e via fino alla fine.

    E loro sono lì, appese e golose. Se ascolti bene le puoi sentire anche parlare tra loro. Ridono, per il tempo che gli rimane. E poi guardano noi piccoli e con voce melliflua iniziano, come le sirene con Ulisse, a chiamare: "Dai, vieni, mangiami, mangiami..."  Come resistere fino a Natale?

    Le biglie di vetro, quelle vinte agli amici giù in strada, avvolte nella stagnola,al posto delle cri-cri. Questa è una idea geniale.

     La mamma esce a far la spesa. Noi abbiamo gia tutto pronto. Quelle piu interne sono le più adatte, le candidate perfette. Il profumo del cioccolato ci rende frenetici: "...mmm, che buone!..."  ... "Non mangiamole tutte! ora basta"...

    Non arriveremo mai a Natale, le finiremo prima. Cosa racconteremo? Non pensiamoci.

     E il Natale è qui. Le caramelle sull'albero.O meglio, le biglie di vetro colorato nella stagnola. Mamma sorride e ci invita a raccogliere i "frutti".  Ci guardiamo. Nessuno si muove.

    "Va bene bambini, le raccolgo io e me le mangio."  E coglie dall'albero la prima. Ci guarda, la scarta e con un rapido gesto la mette in bocca!!!

    Mamma stai attenta! Uff.. è andata bene... era una caramella.

    Ci riprova. No! Quella lì no! Quella l'ho messa io... e' una biglia, ne sono certo.

    Ma che succede? Mamma sorride e mangia il cioccolato. Mamma mangia e ride. Ride e guarda i nostri visi stupiti. E raccoglie altre cri-cri. Un miracolo della notte di Natale... Le biglie di vetro sono ritornate cioccolato. Lo dicevo che Babbo Natale esiste!  Lo sapevo!

    La magia del Natale che aveva il profumo delle cri-cri.

    La immagino ancora adesso la mamma, la notte di Natale, che sorride, mentre mette altre caramelle al posto delle biglie,  pensando al nostro stupore il giorno dopo. La magia della notte di Natale che aveva il semplice gusto della gioia e di una risata.

    Parlami di un sogno.

  • 03 gennaio 2006
    La schiava

    Come comincia:

    Lei era appoggiata con la schiena al muro, seduta per terra, con le braccia che stringevano le gambe ed  il mento appoggiato alle ginocchia. Lui stava in piedi in quella stanza nella semi-oscurità e le dava le spalle.


    La voce di lei ripeteva sussurrando una fredda cantilena: - “Lasciami andare… lasciami andare…”


    Quando lui all’improvviso, ormai esasperato urlò: - “Smettila! Basta!”


    Ma lei continuava: - “Chiudi gli occhi… lasciami andare”.


    - “Basta, basta, basta!” urlò ancora lui. “Cerchi forse di farmi impazzire?”


    - “Pensa a ciò che stai facendo. Tu forse già lo sei pazzo.” rispose lei.


    Ci fu un breve silenzio poi lui disse: - “Sì, hai ragione. Stare qui con te a parlare è follia. Dovrei ignorarti. Ma sappi che, fuori di qui, nessuno saprà mai nulla di te.”


    - “Tu si. Basta questo.”


    - “Finiscila! Tu sei mia. Tu sei legata a me, per sempre. Non puoi scegliere. Tu vivi perché io esisto!”


    - “Si, non ho mai potuto scegliere, ma lo stesso vale per te. Io sono un segno della tua esistenza.”


    - “Legati a doppio filo…io il padrone e tu la mia schiava.”


    - “Schiava dei tuoi gesti ma non dei tuoi pensieri” Il viso di lui quasi si deformò in un ghigno e con sadico compiacimento le sussurrò: - “E che importa? E’ la stessa cosa. Tu non avrai mai vita, sei un pensiero morto, senza azione. Hai solo desideri. Non esisti…”


     La cantilena di lei ricominciò incessante: - “Lasciami andare… lasciami andare… Sogna e liberami…”


    - “Stupida… Non servirebbe a nulla. Non sarebbe che una piccola inutile fuga. Torneresti sempre qui da me. Saresti qui ogni volta che apro gli occhi, ogni volta che giro lo sguardo, ogni volta che ti cerco, saresti qui, ai miei piedi.”


     La porta si aprì piano e la luce di colpo illuminò la stanza. La donna entrando nella stanza gli parlò con voce tranquilla:


     - “Dovresti smetterla di stare sempre al buio, Sebastiano. Guarda… La vedi? Lei è sempre li, non se ne va via. Non andrà mai via senza di te.”


     - “E’ così testarda… parla solo di andarsene via. Cosa possiamo fare per lei? E poi perché mi parla solo al buio? Vorrei tanto che la sentisse anche lei, che le parlasse… Capirebbe il male che mi fa. Cosa posso fare?”


     - “Sebastiano, calmati adesso. Vedrai, tra poco non la sentirai più. Ora siedi qui”. La donna mise la mano nella tasca del suo camice e poi la avvicinò al viso di Sebastiano, aprendola, lentamente. Sebastiano prese le piccole pillole colorate che gli avrebbero regalato per qualche ora un po’ di silenzio .Un piccolo sorso d’acqua e il respiro si sarebbe calmato, l’angoscia sarebbe svanita e lei non sarebbe andata più via.


    La donna stava per uscire quando Sebastiano la chiamò dicendole:


    - “Lei dov’è?”


    - “E’ qui, ai tuoi piedi. Guarda. La vedi? La tua ombra è qui. Non se ne è mai andata. Lei è tua e non ti lascerà mai. Ora chiudi gli occhi e riposa. Riposate insieme.”


     - “Sì. Insieme. Io e lei. Grazie Dottoressa. A domani.”

  • 03 gennaio 2006
    Il regalo

    Come comincia:

    La fantasia è un regalo che mi è stato fatto da bambino.
    Un giorno vennero due signore a trovarmi e sorridendo mi aprirono la mano per consegnarmela.

    Era incartata nella pagina di un vecchio giornale e legata a pacchetto con uno spago usato, senza fiocco. Lo spago era così corto che a malapena erano riuscite a fare il nodo.
    Era un pacchettino cosi minuscolo che stava tutto nella mia piccola mano di bimbo e cosi leggero che pensai che dentro non doveva esserci nulla.

    In piedi davanti a me, le due signore mi dissero: "Qui dentro potrai trovare tutto ciò che desideri e sogni ma non dovrai mai aprirla. Se lo farai perderai tutto."

    Non capivo: se tutti i miei desideri erano li dentro, come avrei potuto averli senza aprirla?

    Le due donne mi si avvicinarono e mi baciarono, insieme. Poi ancora mi dissero: "Ricorda, se la aprirai perderai tutto".
    Continuavo a non capire.

    "Voi chi siete?" domandai. La prima , quella che più spesso parlava, rispose: "Io mi chiamo Malinconia". L'altra, quella più gelida e taciturna pronunciò solo il suo nome: "Tristezza".
    Posai un attimo lo sguardo sulla piccola scatola e quando lo rialzai, loro erano sparite.

    La scatola continuava a rigirarmi nelle mani e cominciai a pensare che cosa potesse contenere. E più ci pensavo e più mi sentivo bene. E più ci pensavo e più capivo che quella scatola non avrei dovuto aprirla perché li dentro c'ero io e non dovevo perdere nulla di me; cominciavo a capire che i sogni, i desideri, le passioni, e tutto ciò che è fantasia sono la mia vita e che quella scatola l'avrei riempita all'infinito se avessi voluto.

    Quella scatola, dopo tanti anni, è ancora nelle mie mani. Ora è avvolta in un foglio di seta, con disegni in oro, tempestata di diamanti e con un fiocco fatto di nuvole e piume di pavone. E non importa se gli altri continuano a vedere una piccola scatola avvolta in un foglio di giornale con un filo di spago.

    Adesso la piccola scatola continua a diventare così leggera che devo stringerla sempre più forte tra le mani. E più si riempie più diventa leggera perchè i sogni, si sa, fanno volare.

    Le due signore ogni tanto ritornano ma non si fermano molto. Si siedono accanto a me poi prendono la mia mano e mi dicono: "Il peso di questa scatola è il peso della tua anima, rendila leggera. Riempila di fantasia".

    Sorrido... e se ne vanno.

  • 03 gennaio 2006
    Rinasco da Te

    Come comincia:

    Sei qui, e mi racconti la morte. Amavi quella donna e sapeva amarti, riconoscerti senza un richiamo. E la luce nei tuoi occhi brilla di più, fino a congiungersi in una lacrima di pianto. La tua voce è sempre ferma, e continua a raccontare di lei. La lacrima si riempie di ricordi, la palpebra batte un colpo e lei, con repentina scelta, ti solca il viso, come una carezza, sulle guance, sulle labbra, dove accenni ad un sorriso, per mascherare il disagio. Timida, tra le umide parentesi di carne, fà capolino la tua lingua a raccogliere il succo salato dei tuoi occhi che rientra in te, nuova linfa, nuova passione.
    Se io fossi quella piccola stilla di pena, se io nascessi in te, accarezzando il tuo viso in quegli istanti, per tornare sulle tue labbra a spegnermi, aspettando un altro dolore per rinascere ancora, ecco che io potrei gioire mille e mille volte ancora, perchè la mia vita sarebbe il tuo patire.
    Ti guardo ancora, sei di una bellezza che splende; mi consumerei in te, accontentandomi di morire ogni volta.

  • 03 gennaio 2006
    La placca del Re

    Come comincia:

    Venti miglia di pioggia gelida, fango e pericoli. Ma ci sono riuscito: eccola qui la mia placca con tanto di sigillo. Poche ore ancora e sarò a casa. Londra è una città troppo grande per quelli come me. Ci sono troppi furbi. E anche troppi prepotenti. La miseria invece è uguale dappertutto, in città come in campagna. Forza Edward, allunga il passo, il sole tra poco tramonterà. Nella foresta la notte è troppo pericolosa per percorrerla da soli. Tutta questa storia mi è costata due ghinee, quasi il lavoro di un mese, tre giorni di viaggio e il rischio di farsi derubare dai briganti. Ma adesso ho la mia placca, pronta per essere appesa alla porta. E col sigillo del Re. Al villaggio nessuno sa leggere, e forse nemmeno le guardie che verranno a controllare, ma il sigillo del Re, quello, tutti lo conoscono! Ci mancava anche la pioggia adesso. Chissà Tessa come sarà felice quando mi vedrà tornare. E’ una ragazza in gamba, se la sarà cavata benissimo nei campi . I campi non conoscono riposo. Anche questa stagione è stata misera ma a Lord Gloucester non importa. Lui manda i suoi sgherri a cavallo a riscuotere , e se noi crepiamo di fame per lui è lo stesso! Figli, sì dobbiamo fare figli. Sono l’unica ricchezza che possiamo avere. Braccia per i campi. Schifosissimo freddo! Ma quando finisce questa foresta? Non vorrei incontrare qualche lupo, magari di quelli a due zampe. Con quelli non hai scampo. Ti tagliano la gola e ti spogliano di tutto. Almeno avessi un arco. Un arco… per farne cosa poi… Non sono mai stato un grande arciere, anzi direi proprio uno schifo. Ma almeno sono veloce a correre. Certo è che, in mezzo a questo fango, non avrei molte possibilità di fuga… Meglio non pensarci troppo, se no mi metto paura da solo. Speriamo che Tessa abbia preparato una bella zuppa calda, ho una fame da lupi. Lupi…? Oh mio Dio… Questi sono ululati! Lupi! No… non adesso che sono quasi a casa. Corri Ed! Corri per la miseria! Ma quando finisce questa maledetta foresta… Dio, aiutami, ti prego... Non ce la faccio più… Non ora, non è giusto… non adesso, dopo tutta la fatica che ho fatto… Dio, aiutami! La grande quercia! Eccola, laggiù, sono salvo… Corri Edward, corri…Cielo, mi scoppia il cuore… Ecco Tessa! “Tessa, Tessa!!!” “Ed! Ed!... Che succede? Riprendi fiato, correvi come un pazzo!” “Lupi… i lupi!” “Madonna santissima! I lupi? Ma stai bene, ti hanno aggredito?” “No Tessa, no… Li ho fottuti, hahahah… li ho fottuti! Fammi prendere fiato...” “Si, riprenditi, sdraiati qui, respira. Ecco, così… Ma Ed, dimmi… è andato tutto bene? Ci sei riuscito?” “Sì, Tessa, sì, ce l’ho fatta! Ho la placca col sigillo reale! Eccola qui” “Oh, Ed, sono così felice. Ora potremo avere un figlio finalmente.” “Guarda qui… guarda… la vedi? Fammi alzare, la voglio appendere subito.” “ Guarda Tessa. Ecco fatto. Che ne dici? Ora siamo nella legge! E stasera…” “Sì Ed. Stasera… Ma dimmi, che cosa c’è scritto sopra?” “ Quando il messo del Re me lo ha consegnato mi ha detto che c’è scritto: F ornication U nder C onsent of the K ing! Il Re ci ha rilasciato il permesso di fare l’amore!” “Edward, è meraviglioso! Ora possiamo avere figli e sperare . Viva il Re"

     

     

     

    (In epoche lontane in inghilterra solo col permesso del Re si potevano avere figli. Si doveva avere una placca da mettere sulla porta di casa con sopra scritto "Fornication Under Consent of the King" e dal suo acronimo F.U.C.K. è nato il verbo "to fuck" con il chiaro riferimento all'atto sessuale.)

  • 03 gennaio 2006
    Marta

    Come comincia:

    È Ferragosto. Una giornata caldissima.
    Sono le tre del pomeriggio e cerco di trovare un pò di pace facendo la spola tra il frigorifero ed il ventilatore.
    Suonano alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti un musino imbronciato e piangente. Avrà poco più di 15 anni. Una bimba: Marta. Sì, la chiameremo Marta.
    La faccio accomodare. Si siede su una poltrona e scoppia in un pianto dirotto, irrefrenabile. Strazia l'anima.
    Lì per lì rimango sconcertata, non oso interromperla, entrare nel suo dolore.
    La lascio sfogare.
    Mi avvicino, le faccio una carezza sulla testa. Il suo piccolo corpicino è scosso dai singhiozzi. Provo un incontenibile desiderio di abbracciarla, di stringerla a me, di placare il suo dolore.
    Vado in cucina. Verso in un bicchiere del succo di frutta fresco e ritorno da lei.
    Sembra essersi calmata un po' ora. Solleva il capo e nel viso devastato dal pianto, scorgo due occhioni scuri che mandano bagliori: dolore, rabbia, odio.
    Troppo, per una piccola bambina!
    Mi siedo accanto a lei, mi guarda e quasi urlando, prima che io abbia il tempo di chiederle una qualsiasi cosa, dice:
    "Aiutami. Tu mi devi aiutare, hai capito? Hai capito? Hai capito?"
    Si alza di scatto... il bicchiere che tiene in mano cade per terra, frantumandosi. Corre verso la porta, la apre, ed il corridoio la inghiotte, prima che io abbia il tempo di realizzare cosa stia succedendo. Non la vedo più, mi precipito fuori di corsa, guardo intorno, mi dirigo verso il cancello d'entrata, guardo in strada.
    Di lei nemmeno l'ombra.
    So solo il suo nome, molto poco per poterla rintracciare. Sono sconvolta e preoccupata, cerco di essere razionale e di pensare a qualcosa che mi aiuti a ritrovarla.
    Mi informo… Chiunque sembra rappresentare un appiglio, una speranza. Niente!
    Esco, cammino senza una meta precisa, scruto in giro, mi soffermo a guardare i capannelli di ragazzi fermi agli angoli delle strade. Niente!
    LA STAZIONE! Sì, non può essere che là.
    Mi dirigo verso la stazione, qualcuno mi urta, mi spintona, ho male agli occhi, guardo dappertutto seguendo un istinto che mi guida, ora qua ora là, e ad un tratto lo vedo... un cane! Un piccolo cagnolino, un meticcio tutto bianco che intravedo appena, seminascosto da un chiosco e, sulla testa del cagnolino una piccola mano.
    Mi precipito correndo e, Lei e lì.
    Mi sembra ancora più piccola; è sporca, ha l'aria emaciata di chi non mangia da giorni.
    Vedendomi, ha un momento di titubanza, indietreggio di qualche passo e le tendo una mano. Sono angosciata all'idea di vedermela scomparire ancora, d'un tratto si alza e mi vola tra le braccia.
    Piangiamo ambedue. L'accarezzo, la bacio, le sussurro delle parole tenere, e lei, pian piano mi guarda e mi sorride. Un sorriso dolce che per un momento, si riflette nei suoi occhi tristi, è bellissima.
    Andiamo a casa mia e dopo un bagno caldo ed un pasto che divora, parliamo e parliamo, e parliamo, e parliamo...
    Dopo la riaccompagno a casa sua.
     
    Sono passati due anni.
    È Ferragosto. Fa un caldo terribile, sono le cinque del pomeriggio. Faccio la spola tra il frigo ed il ventilatore, cercando un po' di pace, suonano alla porta, vado ad aprire, c'è Marta!
    Non è sola Marta, con lei, aggrappato alla sua piccola mano, c'è Federico,
    il suo bambino che all'incirca ha un anno e mezzo...

  • 03 gennaio 2006
    L'indigestione

    Come comincia: La debole luce dell’alba disegnava nella stanza la sua figura , seduto al tavolo, che ciondolava la testa, ormai sconfitto dal sonno. Appena il capo cadeva in avanti, con un sussulto si risvegliava e spalancava gli occhi. Poi lentamente il gioco si ripeteva e gli occhi si richiudevano. A interrompere quel circolo vizioso arrivò la signorina Adele che bussò più volte alla sua porta. Tommaso si alzò, indossò la sua vestaglia e mentre accendeva il lume a petrolio a voce alta chiese: - “Chi è?” - “Signor Tommaso, sono io, la signorina Adele”. Con movimenti lenti Tommaso andò alla porta, tolse i giri di chiave e aprì. La signorina Adele era vestita di tutto punto per la messa, il cappellino di feltro con la veletta, il solito cappotto nero e una vecchia stola di pelliccia di un non ben identificato animale, forse lapin. Era domenica e come consuetudine, Tommaso l’accompagnava alla prima funzione del mattino. Guardandola si poteva ben comprendere perché fosse rimasta signorina. Aveva più o meno la stessa età di Tommaso, circa cinquant’anni, un viso segaligno con tratti che escludevano ogni segno di bellezza, seppure remota, e la sua voce, cantilenante e stridula, non faceva altro che sottolineare il suo aspetto. Ma per Tommaso, oltre che essere la sua padrona di casa , era anche una compagnia, forse l’unica, per un uomo come lui, schivo e poco incline alle amicizie. La signorina entrò in quella stanza con cucinotto che era tutta la casa di Tommaso, e nel vederlo ancora in vestaglia gli disse indispettita : -“Signor Tommaso! Ma come, stavate ancora dormendo? Ma faremo tardi per la messa!” -“Buongiorno Madamin.” disse trascinando le parole –“ Abbiate pazienza, ma se proprio ci tenete che vi accompagni bisognerà andare alla funzione delle 10…” -“Non vi sentite bene?” -“Proprio no . Sono tutto rotto, come se mi avessero bastonato.” Poi si avvicinò allo specchio e guardandosi esclamo con sorpresa:- “Santo cielo! Guardate qui. Ho due borse sotto gli occhi che fanno paura! Per non parlare della bocca: mi sembra di avere mangiato la colla…” . Poi tirandosi fuori la lingua: -“Aaaaaaa… madamin, statemi lontana, ho un alito che potrebbe uccidervi.” -“Su signor Tommaso, vi faccio un bel caffè?” -“Ecco, si, brava, siate gentile, è proprio quello che mi ci vuole. Del resto se mi sento così è anche un po’ colpa vostra.” -“Mia, signor Tommaso?” -“ Eh si Madamin... Oddio, indirettamente perché se voi non aveste avuto il pensiero di festeggiare il vostro compleanno con una cena cosi… “importante” diciamo, ecco, io non avrei mai ecceduto.” Quasi stupita la signorina Adele rispose senza batter ciglio: - “Va bene signor Tommaso, vorrà dire alla prossima occasione festeggeremo a pane ed acqua.” -“Via, Madamin Adele, non ve la prendete, dicevo così per dire. Lo so che ho esagerato io, ma ai ravioli di carne nel vino ed al brasato al Barolo non so proprio resistere. E se poi lo stesso Barolo accompagna la cena, non c’e santo che tenga !” La signorina Adele sorrise, si tolse cappellino e cappotto e si mise a preparare il caffè. - “Ve lo avevo detto di non esagerare signor Tommaso. E questo è il risultato.” -“Va bene, va bene… quello che è fatto è fatto. Ma lo sapete madamin che ho girato tutta la notte nel letto tra incubi e visioni? Ho sentito tutti i rintocchi del campanile: l’una , le due, le tre, le quattro. E poi tutte le volte che riuscivo a chiudere occhio, russavo così forte che mi svegliavo!” -“Ah ah ah ... Addirittura!” -“ Davvero! Non mi avete sentito per caso, stanotte?” -“ Signor Tommaso, io dormo alla fine del corridoio e comunque quando chiudo gli occhi non sento più nulla. Sono come morta.” -“Beata voi. Comunque, dopo le quattro devo essermi addormentato perché non ricordo il rintocco delle cinque. E in quel periodo di tempo lì, ho avuto un incubo che mi ha messo una angoscia addosso che è come un macigno.” - “ O Santo Cielo, che cosa avete mai sognato?” -”State a sentire. Dunque. Ero qui, nella mia stanza, alla finestra, e guardavo il paese. Ad un tratto mi rendo conto di sapere volare. Sapete come succede nei sogni, no? “ -“Veramente io ho anche paura a fare le scale, altro che volare! Andate avanti, raccontate intanto che “sale” il caffè”. -“Come dicevo, mi rendo conto di essere in grado di volare. Così salgo lì, sul davanzale e agito le braccia come se fossero ali, così. Vedo che un po’ alla volta mi sollevo. Un balzo e… spicco il volo dal davanzale; subito mi accorgo che non è così facile, anzi è piuttosto faticoso. Ma volo! Volo! Così, faticosamente, mi libro sopra i tetti del paese. A dire la verità non assomigliava per nulla al paese. Ma anche questo capita nei sogni: sai di essere in quel posto anche se non è per nulla uguale.” -“ Se andate avanti di questo passo signor Tommaso, faremo tardi anche per la funzione delle 10. Andate avanti su, ora mi avete incuriosita. E allora?” - “ E allora… E’ sera. In maniera maldestra mi avvicino alle finestre delle case. Ma non è per nulla facile. Sbatto parecchie volte contro cornicioni e grondaie nel tentativo di arrestare il volo. Quando finalmente riesco, mi accosto alle finestre e , non visto, spio nella loro intimità familiare. E’ l’ora di cena , perché tutti sono a tavola seduti a mangiare. Nonostante le finestre chiuse posso sentire le loro voci ; ridono, parlano, brindano. Volo via verso un’altra finestra dove all’interno scorgo le figure di due persone che cenano. Guardo meglio quelle due persone dall’aspetto così famigliare e riconosco in loro mia madre e mio padre. Ma sono molto giovani, almeno trent’anni più giovani. Allora la sorpresa si trasforma in emozione e poi in gioia. Senza indugiare oltre busso ai vetri della finestra e col cuore in gola comincio a chiamarli : -“Mamma! Papà!” Mia madre è seduta coma sua abitudine, in modo composto e con la schiena dritta. Mio padre invece è curvo sul piatto che mangia, senza nemmeno alzare lo sguardo. Richiamata dal rumore e dalle grida, mia madre si alza i viene ad aprire la finestra. Quasi senza sorpresa mi sorride, mi fa entrare e con tenerezza mi abbraccia. Mio padre invece continua a mangiare, solleva appena lo sguardo e scuote la testa in segno di disapprovazione. Mia madre mi prende per le spalle e con preoccupazione mi domanda.-“Tommaso, da dove arrivi?” “Mamma, io arrivo dal cielo! Io volo mamma, capisci? Il tuo figliolo sa fare una cosa straordinaria: sa volare!” Mi sorride, quasi con compassione, poi si volta verso mio padre. Io mi avvicino a lui e gli dico: -“Papà, ora puoi essere orgoglioso di tuo figlio. Tuo figlio sa fare una cosa che nessun altro uomo al mondo sa fare. IO VOLO! Ti rendi conto, io so volare. Non è bellissimo?” Freddamente lui mi guarda e mi domanda:- “E a cosa serve? Ti da forse da mangiare?Ti permette di avere una posizione nella società? No? E allora è un’altra di quelle stupide idee che ti inventi di notte! Ma quando è che diventi un uomo? Ma cresci una buona volta!” E così dicendo batte forte un pugno sul tavolo. Giro lo sguardo verso mia madre che ora sommessamente piange. All’improvviso sento la rabbia che mi sale incontrollabile al cervello. Non resisto più e la mano parte in uno schiaffo che va a colpire in pieno viso mio padre. Cade per terra e la mamma gli si fa accanto ed insieme mi guardano; lei con dolore, lui con disprezzo. -“Io volo, io volo!!!” , e mentre lo urlo sono sul davanzale. Ma sento di non esserne più capace. Ormai è troppo tardi, in ogni caso devo saltare, non posso più tirarmi indietro, E salto, agito le braccia, con forza, ma precipito giù e con un tonfo cado… lì… per terra, accanto al mio letto, tutto sudato, confuso e ammaccato… Avete capito adesso, madamin ? Avete capito perché sono così “mal preso” stamane?”. -“O santo cielo, signor Tommaso, potevate chiamare. Ci credo che siete tutto dolorante. Su adesso bevete il caffè. Non vi passerà il dolore ma almeno mandate via quel brutto sogno.” -“Grazie, siete sempre così gentile voi.” -“Bisogna che vi tenga buono e vi curi se no chi mi accompagna alla messa la domenica mattina?” -“Su, non dite così, sapete che lo faccio volentieri. E comunque madamin Adele, la prossima volta che avete intenzione di festeggiare qualcosa, sarà meglio che vi organizzate per il pranzo!”