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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 marzo 2006
    Reporter di guerra

    Come comincia: Vukovar è caduta con un rumore assordante nel cuore dell’inverno. Almeno tre eserciti e mille bande l’hanno strigliata con un pettine d’acciaio, aprendo, di cannone e di coltello, le case al vento del nuovo secolo, quello con l’atomica da taschino e l’odio nelle mani. Intanto, mentre i cani mordevano, era la neve che attutiva il fragore. Toccava avvicinarsi, allora, per sentirlo bene.
    A noi della stampa internazionale è stato l’odore del sangue rappreso, inconfondibile, che ci ha attirato. Oltre noi italiani, c’erano degli spagnoli della televisione e poi francesi, inglesi, americani della black star, tedeschi. Tutti lupi, cronisti di ventura che il comando territoriale aveva autorizzato a raggiungere il fronte, concluse le operazioni militari nell’area. Ci spostavamo su un pulmino messo a disposizione da Bolic, il capobrigante che se ne stava in un ufficio di Belgrado, sotto un ritratto di Giorgio il Nero, a dirigere a distanza il suo privato orto da battaglia. Io, quasi un debuttante fra quei marpioni, facevo squadra con Pepe e Miguel, i due spagnoli, e con Paolo Monti, il fotografo con il quale ero partito da Trieste.
    In città, nella spettrale città che abbiamo trovato, nessuno che non portasse un’arma aveva diritto, fosse pure sindaco o maestro di scuola. Portato dal fiume, il veleno di mezza Europa era arrivato fin là e aveva ingrassato l’odio fino a farlo ruggire, ruttare in faccia agli uomini. La città ne era sazia e ne inghiottiva ancora.
    Un maggiore dell’armata federale ci ha accolto, era lui che recitava per i giornalisti. Ci disse di chiamarsi Jugovic, questo carrierista. Ci ha portato a spasso come scolari, prima dal preside, comandante della piazza, e poi in giro per le strade impossibili dove cento e uno cani rovistavano tra le macerie in competizione con gli uomini.
    Era ansioso, il maggiore, si intuiva, d’istruirci sull’eroismo della sua gente. L’abbiamo fatto parlare e allora non l’ha più finita. Casa per casa, alla fine, avevano dovuto prenderla la città. Uno stillicidio di stupri certo più impegnativo, per il maschio, di quello unico, supremo, auspicato nella guerra post-moderna. I difensori, cittadini e milizia, durante il bombardamento erano rimasti nascosti sottoterra, la pancia dove la città mercantile aduna le merci che la pace lasciava transitare il Danubio. Appena il cannone aveva abbassato la voce, erano usciti fuori tutti, gli uni a cercare scampo, gli altri vendetta. L’esercito federale, nascosto a sua volta dietro la bocca del cannone, aveva sciolto i mastini, gli irregolari, a spintoni l’aveva indirizzati verso le postazioni nemiche. Se n’erano viste di belle!… E poi anche di sorprendenti: i croati avevano saldato con la fiamma le porte e le finestre delle case sul vialone grande. Si dovette avanzare allo scoperto, arrangiarsi sotto la grandine con pianerottoli da niente. Si fu a un passo dalla disfatta!… Allora, il genio serbo ha avuto l’idea di passarci attraverso alle case, col plastico, d’attaccare la piazzaforte muovendo per il soggiorno e la camera da pranzo.
    Ci raccontava tutto quello con un sorriso di condiscendenza Jugovic, voleva meravigliarci. Ci ha portati a vederle le case, e poi anche l’ospedale dove oramai non c’era più nessuno, fino a che non è stato il turno dei “testimoni”, poveri vecchi che sbiascicavano dolore filtrato dall’ufficio stampa.
    Per noi, tutti free-lance che dovevamo guadagnarci la pagnotta con l’inedito, il viaggio si dimostrava così una perdita secca. Abbiamo protestato, allora, ma non abbiamo ottenuto molto. Solo di stizzirlo e di poterci muovere a nostro piacimento in un raggio di trecento metri dal suo sguardo. Se n’è andata così l’intera giornata.
    Il fotografo della Black Star, Alex Roots, a quel punto s’è fatto sentire. Stavamo per risalire sul pulmino. E’ andato verso il maggiore e gli ha urlato sul muso col suo inglese di New York che la questione non finiva lì, che non avremmo mancato, noi rappresentanti della grande stampa occidentale, di rimarcare l’ostruzionismo, la reticenza dell’autorità serba, che ci costringeva, nostro malgrado, a scrivere solo d’impressioni, impressioni che, il maggiore poteva esserne sicuro, non avrebbero giovato alla causa della Grande Serbia.
    Per sua ulteriore informazione, gli ha garantito pure che lui, il maggiore, figurava già con nome e cognome sul suo taccuino, pronto per essere segnalato, tramite ambasciata, al Ministero della Guerra per la sua totale incompetenza.
    Che abbia capito o no, il maggiore si è imbrunito parecchio. Ci ha salutato freddamente e poi è montato nella jeep per farci strada verso il ricovero che ci aveva promesso per la notte.
    Ormai solo i fari strappavano alla tenebra delle porzioni di steppa rese uguali dalla neve. Il nostro autista, un montenegrino di Bar, seguiva le piccole luci del mezzo militare davanti a noi.
    Adams, l’uomo Reuter nei Balcani, scherzava con Roots. Li sentivo parlottare e ridere entrambi alle mie spalle. Il mio inglese non era così buono da capire una conversazione di quel tipo. Mi volsi verso Paolo.
    “Sta dicendo che gli dà sempre un particolare gusto cazziare un ufficiale, mi spiegò lui, ma – aggiunse - credo che abbia voluto pure tastargli il polso. Non si sa mai che ne esca fuori qualcosa. Se non succede niente, a noi conviene lasciar perdere e tornare in Italia a cercarci un altro lavoro. Quanto abbiamo speso finora?
    “Fra tutti e due circa un milione e mezzo.
    “Possiamo già essere sicuri di andarci sotto, allora. Pepe e Miguel, con la televisione, non hanno da preoccuparsi. Dividono con noi le spese, ma non spartiscono mica i guadagni… Ci vorrebbe un colpo di fortuna, ma ci credo poco…".
    Non risposi. Anche Roots ed Adams adesso avevano smesso di parlare.
    La notte veniva su dall’orizzonte e sembravamo tutti star là ad aspettare che ci addormentasse, dopo averci rimboccato la sua coperta scura. L’immagine della morte, nascosta nel buio imminente, sotto un metro e mezzo di neve, esorcizzata finché il sole era stato con noi, prendeva il sopravvento e voleva silenzio.
    Appena dopo il fiume, deviammo per una strada secondaria. Stanchi come eravamo, in piedi dalle cinque del mattino, ci saremmo accontentati di qualsiasi tipo di letto, purché al caldo. Ci aspettavamo comunque una qualche locanda presa in mezzo alla guerra in cui, per miracolo o calcolo, il fuoco fosse rimasto confinato dentro un caminetto senza traboccare e divorarla intera, oppure una scuola requisita. Insomma, tutto tranne quello.
    In mezzo alla steppa, senza nessun tipo di avviso, c’era un hotel degno in tutto della catena Sheraton. Per quello che si riusciva ad intravedere nella bruma, era una struttura su di un solo livello, di vetro e legno, somigliante ad un centro benessere dei più eleganti, moderno e al tempo stesso integrato perfettamente nel paesaggio come un gigantesco chalet di lusso. Doveva, pensai, trattarsi di un centro termale. Nel parcheggio, proprio davanti all’ingresso, c’erano parcheggiate un paio di jeep bianche delle Nazioni Unite e poi anche delle auto private, degli scassoni di fabbricazione italiana e cecoslovacca. Appena ci arrestammo, due inservienti in maniche di camicia vennero per occuparsi dei bagagli, mentre il maggiore, fatto un cenno dal finestrino, fece manovra e tornò verso la città.
    Nella hall, rivestita di legno chiaro e moquette, un portiere in divisa scura e mostrine amaranto ci accolse con un ottimo inglese. Ci disse che avevamo una prenotazione, tutte camere doppie con bagno. Se lo desideravamo potevano fare una doccia, in attesa che la cena fosse servita. Era il portiere, perfettamente in sintonia con l’apparizione e apparizione lui stesso.
    Anziché con Paolo, capitai in stanza con Pepe. Per favorire l’affiatamento, visto che con loro, gli spagnoli, io e Paolo avremmo dovuto condividere anche il resto del viaggio.
    Riposta l’attrezzatura fotografica, liberato dagli stivali fradici e fatta una doccia veloce, sono sceso di sotto, voglioso di rendermi meglio conto di dove eravamo capitati.
    A parte il personale di servizio, solerte, numeroso e del tutto zitto, l’albergo era quasi deserto rispetto alla capienza. La gente delle Nazioni Unite, i proprietari delle jeep che avevamo visto arrivando, se ne stavano probabilmente rintanati nelle stanze, mentre in una piccola sala quattro uomini erano impegnati intorno ad un biliardo. Giocavano a snorkey e stetti un po’ a seguire la partita. Erano giornalisti della televisione di Stato jugoslava. Non erano un granché come giocatori, solo apparenza. Tiravano forte senza un motivo e quasi sempre contro gli spigoli delle buche. Due settimane dopo fecero scalpore, saltando tutti assieme su una mina indipendentista dalle parti di Knin.
    Non c’erano solo loro lì, in bilico sul bordo della buca. Sui divani appoggiati alle pareti, dei ragazzi, dei soldati dell’Armata Federale in convalescenza chiacchieravano con parenti venuti là in visita, prima che li rispedissero al fronte, a provare a prendersi Osjiek. A loro ci si misero i francesi a fotografarli.
    L’invitavano coi gesti e i versi, come si fa con i bambini piccoli, ad alzare l’indice e il medio e loro, i soldati, obbedivano ridendo. Anche i parenti sorridevano. La notte gelida premeva forte sulle grandi vetrate, ma non entrava per poterli ingannare meglio.
    Mi sembrava, uscito dal salottino, di sentire una musica, del genere classico da camera che si ascolta nei programmi radio di filodiffusione. Seguitando ad avanzare verso la sala da pranzo, aumentava di volume la musica, e anche d’illogicità. Quando arrivai alla grande sala dei banchetti, vidi che era l’orchestra. Sei elementi che avevano appena attaccato con delle arie viennesi.
    Erano già tutti lì i colleghi, seduti ad uno dei tavoli, impeccabilmente apparecchiato come gli altri, con una nutrita forza di camerieri addetti.
    “Un saggio dell’ospitalità serba – mi ha detto Paolo mentre mi mettevo a sedere anch’io – Adams si starà pentendo di non essersi portato lo smoking…”.
    “Si, ma dove sono le ragazze? – ho chiesto.
    Con queste premesse, accompagnati dall’orchestrina, mangiammo e bevemmo bene. Prima una zuppa vegetale calda, poi goulash con carne, verza e peperoncini, il tutto innaffiato di vino rosso della Crimea. Non mancava niente per dirci in pace con il mondo. Un tedesco di cui non ricordo il nome, Gunther qualcosa mi pare, era un talento comico. Ci fece ridere imitando il maggiore cazziato da Roots. Stavamo attaccando il dolce, quando al nostro tavolo si presentò proprio lui, il maggiore.
    Aveva il colletto della divisa slacciato e l’aria un po’ furtiva di uno che si trova dove non dovrebbe. Roots lo accolse chiedendogli se voleva una grappa. Il militare fece come non avesse sentito e si avvicinò ad Adams che lo osservava sorpreso con la forchetta a mezz’aria. Parlottarono a distanza molto ravvicinata e quindi io, che ero dalla parte opposta del tavolo, non sentii nulla. Poi, dopo aver salutato compitamente, il maggiore fece dietrofront e se ne andò.
    “Che ha detto?, chiese Roots appena si fu allontanato.
    “Eh!…
    “Allora?”.
    Adams guardò allusivo prima lui e poi tutti i presenti. “Dovrei non dirvi nulla…”. Poi divenne serio: “di là c’è un cetnik – scandì in un inglese pulito, una cortesia verso di noi – fa parte delle brigate che hanno preso la città, quelli che hanno fatto il lavoro sporco per conto dei federali. Sono stanziati in alcune cascine intorno a Borovo Selo e… hanno dei prigionieri. Dei condannati a morte. Il maggiore ha detto che ce li fanno vedere, fare tutte le foto che vogliamo…
    “Chi sono questi condannati a morte? - chiese Paolo.
    “Non lo so, non l’ha detto. In ogni caso ci si va. Vieni tu, Alex, andiamo a sentire l’uomo”.
    Tornarono dopo cinque minuti. L’accordo era che sarebbero venuti a prenderci l’indomani alle sette per scortarci fino al campo che distava pochi chilometri. Era stato il maggiore a combinare la cosa, ma dovevamo sapere che l’Armata Federale non si assumeva nessuna responsabilità.
    Dissi a Paolo: “Bè…
    “Il problema è che siamo in parecchi e i francesi hanno ottimi canali per vendere…".
    All’epoca io non pensavo molto agli aspetti commerciali, cioè professionali. Avevo 24 anni, l’avventura mi sembrava più importante.
    “Vedremo! – risposi.
    Dopo poco andammo tutti a dormire. Ci aspettava un'altra giornata pesante e volevo recuperare un po’ d’energie. Stentavo però a prendere sonno. Pepe si era portata in camera una confezione da sei di birra slovacca. Ne stappammo così un paio, sorseggiandole a letto.
    “Ah… mi Gordi…
    “Perché la chiami così?”. Gordi era la ragazza di Pepe, non aveva fatto altro che invocarla durante quel viaggio.
    “Gordi… gordita… è come dire in italiano cicciolina…, rise.
    “E’ parecchio che la conosci?
    “Due mesi. L’ho incontrata in un bar vicino l’Università. Ha vent’anni meno di me ed è quasi un mese che non la vedo… E tu?
    “Io? Io niente. Niente donne. Nessuna in particolare, intendo.
    Mentivo. Una c’era, ma non mi andava di parlarne.
    “Pepe…
    “Si?
    Gli indicai un’altra birra, lui la stappò e me la porse.
    “Pensi che abbiamo raccolto del buon materiale?
    “Non lo so e sai, non me ne importa neanche. Troppo freddo e troppa guerra qui. E troppa poca birra, coño!… Paolo ci si muove como un pez en el agua, ma non è il mio genere questo.Sai come sono arrivato qui? Ignacio m’ha telefonato a Gran Canaria, stavo là a fare un reportage sul surf, chiedendomi se avevo lasciato le chiavi di casa mia a qualcuno. Claro, gli ho risposto, perché è successo qualcosa? No non ti preoccupare, m’ha detto, solo devi partire per la Jugoslavia, ti porto il cambio a Barrajas… Non sono potuto neanche passare per casa…
    “That’s the press… - dissi. - T’aiuta anche con le ragazze, dì la verità….
    “Coño!… Soy un periodista!…
    “’Notte, Pepe.
    “Noche…
    Spensi la luce e m’avvoltolai nelle coperte. Cercavo d’immaginare che faccia avrebbero avuto degli uomini che sapevano di stare per morire. Se sarei stato capace di reggere il loro sguardo e descriverlo, e infine se descriverlo aveva un senso. Come ce l’ha, del resto, anche un qualunque gioco. Piacevolmente ubriaco, la mia mente se ne andava a zonzo nel futuro, quel futuro che ero convinto di avere a differenza di quegli uomini. E’ tutta là, in quello che puoi permetterti di pensare prima di addormentarti, lo spazio che si ha a disposizione per infilarci dentro i sogni, la nostra vera vita.
    Puntuale, la mattina, il cetnico che doveva accompagnarci si presentò davanti all’ingresso. Aveva una regolare faccia da assassino e alla cintura portava un grosso coltello con l’impugnatura ricoperta di nastro adesivo, di quello che si usa per le racchette da tennis. C’intimò di sbrigarci perché aveva una guerra da combattere.
    Il campo si trovava a venti minuti di strada. Si trattava di un gruppo di cascine sfollate dai contadini nei primi giorni della guerra. Zlatko Selic, il loro comandante, ci venne incontro sull’aia. Era un bel tipo dai tratti decisamente slavi, alto, con il volto scavato e gli occhi grigioazzurri. Dopo i convenevoli, andò subito al dunque. Diede ordine ai suoi di andare a prendere i prigionieri che tenevano chiusi nella stalla. “Franchi tiratori”, ci disse presentandoli.
    Erano tre. Due intorno ai trent’anni, l’ultimo, più giovane, non arrivava ai venticinque. Avevano tutti il viso stanco e la barba non fatta e gli occhi erano enormi, spalancati in maniera innaturale, nonostante fosse evidente che dormivano pochissimo da parecchio tempo. Dopo un po’ capii che era a causa delle pupille, così dilatate dalla tensione da occupare quasi per intero l’iride, fino a diventare dei pozzi neri, senza fondo.
    I miliziani li trattavano con grande confidenza, privi di ogni risentimento, parevano tutti compresi nella stessa fatalità. Quello più giovane, vedendoci, sorrise. Un vero e proprio sorriso amichevole, che si allargò quando capì che fra noi c’erano anche francesi e inglesi e soprattutto americani. L’Occidente che veniva a salvarlo. Disse anche qualcosa, ma fu zittito e allora rientrò tranquillo nei ranghi, senza però perdere quella nuova espressione. Gli altri due, più seri e stanchi, ci guardavano appena, distanti.
    Chiedemmo a Selic se era possibile parlare con loro, ma il serbo scosse la testa. Potevamo riprenderli, fotografarli, ma niente interviste.
    “Non hanno nulla da dire, spiegò.
    Poi li fece portar via e con noi radunati là intorno, si schiarì la voce: “Questi uomini devono morire, – scandì – sono colpevoli di omicidio. Cecchini! La loro sorte è già stata decisa dal popolo serbo. La sentenza è in attesa d’esecuzione e sarò io a stabilire quando eseguirla. Questo potrebbe avvenire oggi stesso, alla vostra presenza. Sappiamo – la sua voce assunse una vena di disprezzo – che per voi giornalisti questo sarebbe un buon business. Noi siamo poveri e come vedete i miei uomini sono costretti a combattere con vecchie armi, mentre il nemico riceve aiuto dai vostri governi. Abbiamo bisogno di armi per combattere i fascisti croati. Per questi motivi vi chiediamo 5.000 dollari per assistere alle esecuzioni. Dovete rispondermi subito.”.
    Ci fu un istante infinito di silenzio. Potevo ascoltare il vento scuotere gli alberi e la neve polverizzarsi cadendo a terra. La proposta era stata fatta, ma sembrava che nessuno avesse sentito.
    Fu Adams a spezzare l’incantesimo. “Questa è una follia!… – gridò – e voi siete dei selvaggi! Signor capitano, o quello che diavolo siete, la risposta è no. Anche a nome dei miei colleghi. Giusto? – si rivolse verso di noi – Giusto, no?”.
    Nessuno disse niente. Selic era impassibile, a braccia conserte ci passava in rassegna muovendo appena il collo da falco.
    Paolo mi disse: “Togli l’obiettivo dalla macchina fotografica”. Lui già lo stava facendo.
    “Perché?
    “Così capiscono bene che l’articolo non c’interessa.
    “Ma, glielo abbiamo detto…
    “Lo so, ma se adesso gli viene l’ispirazione di metterli comunque al muro, qua in faccia a noi, io le foto le scatto lo stesso e poi toccherebbe discutere…
    Tolsi anch’io l’obiettivo e me lo ficcai in tasca.
    Selic rimase piantato là un altro minuto buono, poi si tolse e ci tolse dall’imbarazzo, salutando e rientrando nella cascina.
    Ci si avvicinò Roots: - Hai sentito che roba, Monti. M’è capitato una cosa uguale in Libano, ma lì volevano solo duemila dollari.
    Pensai che non c’è nulla di più relativo e volubile del prezzo della vita umana, soggetta ai tempi, alle latitudini e all’andamento del dollaro.
    ““I francesi mi hanno chiesto se volevo fare a mezzi. L’ho mandati a fare in culo e gli ho detto che comunque da qua ce ne andavamo tutti insieme.
    “Hai fatto bene.
    “Già.
    Tornammo a Belgrado quella mattina stessa e dopo una settimana rientrammo in Italia. Non riuscimmo a vendere abbastanza neppure da coprire le spese.
    Pensavo un giorno si e uno no a cambiare lavoro, ma, invece, continuai con il giornalismo.
    Un mese dopo ero a Madrid per un servizio su una ragazzina italiana scappata di casa per fare la torera. Ne approfittai per rivedere i vecchi amici. Miguel mi diede anche una mano presentandomi un allevatore di miura che forse poteva aiutarmi a rintracciare la toreadora. Sempre a lui chiesi notizie di Pepe.
    “In questi giorni c’è una mostra organizzata da lui sulla guerra, mi ha detto.
    Mi diede l’indirizzo. Stava in un teatro ricavato in una catacomba ed era patrocinata dall’ayuntamento. Sulla locandina era scritto Vukovar, la ciudad martire, por Josè Figueras. Dentro, in una sala circolare che odorava di muffa e cadaveri, avevano sistemato dei televisori che trasmettevano a ciclo continuo le immagini girate durante il nostro viaggio. Pepe, più bello che mai, stava in mezzo a un sacco di gente, soprattutto donne, che lo complimentavano. Me la squagliai con discrezione, senza farmi vedere.
    Alla fine, la trovai pure la torera, e feci l’intervista. Viveva con un tizio che aveva trent’anni più di lei e ancora non aveva visto un toro.
    Fu all’aeroporto, a Barrajas, che curiosando in un chiosco mentre aspettavo l’imbarco per tornare, vidi la rivista. Era un’importante rivista americana e dedicava la copertina alla guerra nei Balcani. A Morte!, diceva il titolo. Prometteva, nelle pagine interne, un reportage sull’esecuzione di alcuni soldati croati da parte dei serbi nei dintorni di Vukovar. La comprai per vedere le foto. Erano state pubblicate molto in piccolo. La didascalia spiegava che quella scelta grafica era stata fatta per “non urtare la sensibilità dei lettori”. Non erano firmate.

  • 24 marzo 2006
    Immagini

    Come comincia: Venere. Così la chiamavano. Non amava questo appellativo. Riteneva che un nome così imponente avrebbe destato troppe attenzioni. Ma, a onor del vero, non ci sarebbe immagine migliore della dea immortale per esprimere tutta la sua bellezza. Una fredda calcolatrice, la migliore nel suo campo, capace di sedurre qualsiasi uomo e… bellissima. Non aveva amici, nel vero senso della parola, solo colleghi e "committenti". Alla scuola del padre aveva imparato il mestiere e sulla piazza non c'era individuo più efficace ed efficiente di lei. Ma allora Jennifer - in arte la Venere - di cosa si occupava? qual era il suo lavoro? era una ladra, ma non una qualsiasi. In sostanza operava su un mercato globale (ovviamente in nero). Il suo compito era preciso: rubava opere d'arte e in cambio riceveva un "modesto" compenso (come lo definiva lei). Grazie ai molti sistemi telematici, non aveva mai un contatto fisico (anche in senso lato) con i suoi clienti: troppo rischioso. I tanti mecenati che usufruivano dei suoi servizi si limitavano a versare il "compenso" spacchettato su vari c/c tra Singapore, Zurigo ed altri paradisi fiscali. Di tutto il resto si occupava lei. Aveva deciso che, raggiunti i 3 milioni di sterline sarebbe andata in pensione. Era giugno ed ebbe un contatto da Napoli, no… forse da Milano, no forse da Francoforte. Il suo computer non riusciva a intercettare il segnale criptato. Il messaggio espressamente diceva: "O mia Venere, l'eterna Città ti attende". Era la prima volta che un committente le ordinò qualcosa. Jennifer era infuriata e, allo stesso tempo, affascinata. Le regole erano sempre state chiare per tutti, eppure Firelord (il committente) le aveva violate. Jennifer andò e fu la prima volta che commise un'ingenuità. Perché lo fece? Neanche lei lo capì. A Fiumicino Jennifer fu accolta da cinque uomini in nero i quali - con molto garbo - la invitarono a seguirli. La bella californiana non esitò: in ogni momento si sarebbe potuta dileguare senza che nessuno di quegli omoni se ne fosse accorto. In poco meno di un'ora, Jennifer si trovava in una delle più belle ville dei Castelli. Aspettava circospetta, seduta su un divano quando una voce: "Oh, ecco la famosa Jennifer!Ho sentito molto parlare di lei". Jennifer era sconvolta e spaventata. Come faceva a sapere il suo nome? Per tutti i governi del pianeta Jennifer Millian era ufficialmente morta e gli stessi servizi segreti ignoravano la sua esistenza. La domanda di Jennifer fu: "chi è lei? come fa a sapere il mio nome? cosa vuole da me?". La Venere si accorse di aver fatto troppe domande e allora in silenzio aspettò almeno una delle risposte. Roberto - questo pareva fosse il suo nome - non rispose e le porse un Martini. Dopo qualche sorso disse: "La sua stanza è al terzo piano. Si rinfreschi; nell'armadio dovrebbe esserci qualcosa che sia idoneo alla sua bellezza. Stasera si esce!". Roberto si mise al telefono e non la degnò più di uno sguardo. Jennifer non capiva più nulla e, attonita, andò in camera. Sentiva la necessità di rimanere un po' sola, voleva riprendere il controllo. Si sentiva scoperta! Non aveva mai accettato ordini da nessuno, tanto meno da un uomo. Eppure non riusciva a dire no, era stregata da questo Roberto. Ma chi era? Pensò che a cena, usando l'arte della seduzione avrebbe scoperto qualcosa. Aprì l'armadio e scelse un Armani nero. Lo indossò e scese dal padrone di casa. Era bellissima! I capelli le pendevano sulle spalle, i suoi occhi emanavano una luce folgorante: in quel vestito regnava un'immensa sensualità. Roberto la spogliò con gli occhi, ma non apparve volgare. Con voce sommessa le disse: "Dammi un attimo". Qualche minuto e tornò con uno smoking appena cucito. Quell'italiano non era bello, ma pieno di fascino e Jennifer, questo fascino, l'aveva percepito tutto. A cena Jennifer non riuscì a scoprire nulla. Questo non era da lei: si era innamorata! La serata fu molto gradevole: un ristorante molto "in" a Trastevere, una passeggiata al centro storico e… una forte passione. Stettero a letto per tre giorni; nessuno dei due avrebbe voluto tornare alla vita di tutti i giorni. Mah, forse si amavano anche, lei di certo lo amò. Era cambiata, finalmente si sentiva viva, questa volta non aveva calcolato alcun compenso. Dopo qualche giorno di puro relax Roberto disse: "Vorrai sapere perché ti ho fatta venire fin qui?". Jennifer avrebbe voluto piangere. Lui continuò : "Ho bisogno di te… un'opera che nessuno è in grado di portarmi, che solo tu puoi ottenere". E lei: "cCredevo che tra noi ci fosse stato qualcosa di più di un fottuto rapporto professionale" - e Roberto: - "Ed è così! un dipinto così lo voglio condividere solo con te. La sua unicità sarà tua, così come io sarò tuo!".

      Jennifer, del tutto rincuorata, chiese di cosa si trattava e l'italiano rispose che l'opera era la Maya vestida di Goya, uno dei principali quadri esposti al Prado di Madrid. La reazione di Jennifer fu istantanea: "Impossibile! E' uno dei quadri più sorvegliati del pianeta. Non si muoverà da là". E lui: "Pensavo che nulla ti fosse impossibile. Sei o non sei la Venere?". Jennifer rimase pensierosa per qualche attimo e poi esclamò: "Dammi una settimana!". In fretta e furia la Venere salutò il suo amante e partì. Dopo qualche ora, incuriosita da qualcosa chiamò Roberto e gli disse: "Non mi sembri certo un moralista. Perché proprio la Maya vestida e non la Maya desnuda? Ho letto che la desnuda è il simbolo della passione, della trasgressione, di tutto ciò che avresti sempre voluto fare e non hai mai fatto". Roberto rispose: "Io ho sempre fatto ciò che volevo e ricorda, non pensare a un'immagine come se nulla celasse: nulla è come sembra". Sul momento Jennifer non capì quelle parole e, in ogni caso, non ci diede peso. Lei era sempre più innamorata. Per la prima volta nella sua vita era riuscita a volare, credeva che il rapporto tra lei e Roberto fosse stato come quello di una coppia di nibbi reali. Per la prima volta aveva osato. Sua madre le diceva sempre: "Se non hai osato, non hai vissuto". E mai come adesso considerava sacrosante le sue parole. Arrivò a Madrid nel pomeriggio e si stabilì in un alberghetto poco lontano dalla Plaza de Cibeles, a pochi passi dal Prado. In qualche giorno studiò ogni minimo particolare, ogni sistema di allarme, ogni guardia (e di loro ogni abitudine, pregio, difetto). Inutile dirlo, sul suo lavoro era una perfezionista. Era il 15 di agosto e tutti i madrileni erano nelle vicinanze della Plaza de Toros, nella speranza di accaparrarsi un biglietto per la corrida. Le strade intorno al museo erano deserte. Il piano che aveva architettato la Venere era semplice e perfetto. Alle 15, il comando dei vigili del fuoco ricevette una telefonata "anonima" che li avvertiva di un incendio nel museo. La Venere, nella notte precedente aveva opportunamente sistemato dei sofisticati dispositivi nel magazzino dell'impresa di pulizie del museo, locale sprovvisto di allarme. Tali dispositivi, attivati in un secondo momento con un radiocomando avrebbero riempito il museo di fumo. E così fu. Alle 14,55 del 15 agosto il Prado "sembrava" in fiamme. Erano scattati tutti gli allarmi e in una folla di bomberos la Venere - rapidissima - si intrufolò nell'edificio e in pochi attimi era già di fronte ai ritratti più famosi di Spagna. Con la mano di un chirurgo tagliò la tela a la infilò in una pompa, proprio come quella dei pompieri. In pochi minuti era già lontana dal museo. Ora il problema era un altro, fuggire. Un aereo, un treno non sarebbero stati sicuri, allora decise per l'autostop. Con 11 ore di viaggio raggiunse Valencia a bordo di un container. Al porto di Valencia, in poche ore adescò un marinaio, il quale la imbarcò clandestinamente su una nave merci. Con la sua innata capacità di manipolare gli uomini durante tutto il viaggio tenne sotto scacco Juan (il marinaio) e i suoi compagni, senza concedersi mai. Arrivati a Napoli, Juan non fece a tempo a rivolgerle la parola che Jennifer era già sparita. In una villa nei pressi di Sorrento la aspettava Roberto e appena si videro l'uno si avvinghiò all'altra, incuranti di occhi indiscreti. Il quadro era lì, ancora in quel tubo, abbandonato su di una scrivania. Jennifer, allora, disse: "Che fai, non lo vuoi vedere il nostro quadro?". Allora Roberto estrasse la tela e la distese su un tavolo. Da un cassetto tirò fuori un acido e, imbevuto un tampone, lo posò sul dipinto. Jennifer, incredula, gli diede uno schiaffo e pretese spiegazioni. Tutta quella fatica per nulla? Ma non ebbe il tempo di terminare la sua invettiva quando, sotto il tampone intravide qualcosa. Roberto continuò il suo lavoro e, dopo qualche minuto, sotto quella Maya, ve ne era un'altra, non vestida ma desnuda, questa molto più bella di quella che ancora era al Prado. Jennifer non credeva ai suoi occhi. Entrambi la guardarono esterrefatti. Roberto abbracciò Jennifer e dopo che le sue labbra dolcemente si staccarono dalle sue le disse: "Ricorda, nulla è come sembra!". A tal punto un rumore sordo, che fu appena percepito dai gorilla che attendevano in giardino. Jennifer cadde al suolo agonizzante. Il suo amante, il fascinoso Roberto che tanto l'aveva illusa si stava liberando di lei, da assassino qual era. La ferita era vicina al cuore e la Venere sapeva benissimo che pochi attimi la separavano dalla morte. Il dolore era insopportabile, ma a provocarlo non era la ferita, ma il tradimento, la falsità di quell'essere che, pochi attimi prima, avrebbe definito il suo unico, vero amante . Per la prima volta credeva di aver avuto la felicità, di aver amato e di essere stata amata. Tutto era crollato. Con la voce spezzata e un attimo prima di morire: "Maledetto il giorno che ci ha unito, perché da quel giorno ho creduto di amarti… non mi dispiace morire… e… forse non sto morendo… perché non ho mai vissuto".

  • 24 marzo 2006
    In un solo attimo

    Come comincia: Londra 2002. Sempre e ovunque italiani. In ogni angolo, ad ogni uscita della Tube. Forse hanno dimenticato il loro paese, le loro radici. Quasi dimentico di essere un po' italiano anch'io. Già, perché mia madre lo era. 25 o 26 anni fa - credo - quella ragazza decise di cambiar vita, di cambiar posto, come se scappasse da qualcosa (e chissà, forse voleva veramente scappare). Mi raccontava spesso della sua partenza, della sua voglia di conquistare una città come questa (anche se poi è stata Londra a conquistare lei), di dimostrare qualcosa a qualcuno, chissà cosa. I parenti, gli amici si erano schierati. Lei non me l'ha mai detto, ma da qualche telefonata, da qualche lettera riuscivo a intuire che, tra chi ancora la ricordava in Italia, c'erano amici che la consideravano semplicemente un' avventuriera e, forse, la ammiravano anche; "amici" invece che la consideravano ancor più semplicemente una bitch destinata a fallire. Ah già, perché c'è un detto inglese che dice: "Le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive ragazze a Londra". Chissà per quale dannato motivo in Italia questo detto lo sapevano tutti. Se mi chiedeste: "E tu, da che parte stavi?", vi risponderei che non me ne frega niente; mia madre era libera di fare ciò che voleva. Ma non è stato così. Era venuta per sfondare e, invece, il massimo che ha conquistato sono stati un posto come cassiera da Boots e quel fallito di mio padre. La nonna mi diceva: "E pensare che era bella come il sole, laureata e tanto buona" e io le rispondevo che forse doveva andare così. Ma mia madre no, questi problemi non la sfioravano. Tutto sommato era felice del suo mondo. Beata lei! Io no! Non avevo un'idea fissa, uno scopo da raggiungere nella vita. Mi ero prefissato un solo obiettivo: non fare la fine della mamma, tanto meno di Rob (mio padre, un coglione che da 20 anni vive con il sussidio). In più odiavo gli italiani, forse perché pensavo che, se mamma era fuggita dall' Italia, la colpa era la loro. Questi erano i miei pensieri, mentre andavo a lavoro. Avevo molto tempo per pensare (purtroppo). Lavoravo all'inizio di Cannon street. Per quanto fossi un fallito anch'io, ho finito gli studi e dopo tanta gavetta e incoraggiamenti di mamma, Anthony (che sarei io) si è sistemato: lavoravo alla sede centrale della Barclays nel cuore della City. Un lavoro di merda, ma che mi permetteva di ubriacarmi tutte le sere. Avrei dovuto sentirmi realizzato: la mia posizione era quella a cui aspira l'inglese medio. Con tutto ciò, mi mancava qualcosa. 21 fermate di metro fatte apposta per pensare, ma per quanto pensassi non riuscivo a capire cosa mi mancasse. Boh! Era agosto. Come ogni mattina andavo a lavoro. Scesi le scale ad East Ham e subito ero in metro. Ero incazzato nero, anche perché tra qualche ora avrei conosciuto il mio nuovo capo. Sapevo solo che era una donna, e pure italiana. Quasi avrei voluto scendere. È stato a Mile End che la mia vita è cambiata. Erano le 9,47, il vagone era pieno di turisti e impiegati. Si era liberato un posto, proprio di fronte. Non dimenticherò mai quell'attimo. Ero convinto che mi fosse apparso un angelo, che fossi morto ed ero in Paradiso. Ma non era possibile. Io in Paradiso? Era la più bella lei che avessi mai visto. Ma di più. Ancor oggi non riesco a trovare le parole per descriverla. Avrei voluto rivolgerle la parola, ma improvvisamente non riuscivo più a pensare. Che assurdità! Proprio in metro per anni la mia mente aveva viaggiato più veloce del treno. Ad un certo punto lei alzò gli occhi e mi guardò. Rimasi di pietra. Con una delicatezza immensa accennò ad un sorriso e chiese l'ora. Balbettando le dissi l'orario e di nuovo il silenzio. Arrivò la fermata di Monument e lei scattò in piedi e scese. D'un tratto tornai lucido e più incazzato di prima: l'avevo persa. Scesi a Cannon e in 10 minuti ero in banca. C'era fermento; erano tutti con la cravatta nuova e pronti a leccare il culo al nuovo capo. Ma il capo non veniva. Cominciai con il mio lavoro. Fatto il saldo ad una vecchietta, con la testa ancora bassa dissi: "Next one" e per la seconda volta in un giorno smisi di pensare. Era lei, il mio angelo che chiedeva del vicedirettore. Tutti avevano capito che lei era il boss, tranne io. Balbettando le dissi che il vice lo aveva davanti. Mi chiese, con un indimenticabile sorriso, se potevo seguirla nel suo ufficio. Mi tenne con lei tutta la giornata e, tra un dato tecnico e una consulenza, mi disse che era di Roma, io le raccontai di mia madre e per poco non scoprivamo di essere parenti. Qualunque cosa dicesse mi sembrava una cosa intelligente. Caterina - questo era il suo nome - volle subito che le dessi del tu e mi pregò di perdonarla per il suo inglese.

      Ero pazzo di lei. Non era altissima, aveva un corpicino esile ma perfetto in ogni sua curva. Il colore dei suoi occhi variava al variare della luce: a volte grigi, a volte azzurri. Il suo sguardo mi entrava dentro e davanti a lei era come se mi sentissi nudo.

      Erano le 17. Dovevo andare via. Prendemmo la metro insieme e fu qui che mi sembrò di sognare. Disse che era appena arrivata in città, non aveva visto nulla e quella sera avrebbe voluto uscire (e io pensavo: con chi???) e schiettamente mi chiese: "Perché non usciamo insieme?". Come un deficiente le risposi: "Come scusa?" e allora lei si scusò per essere stata invadente e arrossì. Avrei voluto impiccarmi. Fortunatamente mantenni la calma e le dissi che per me andava bene, le proposi un orario e lei accettò, un attimo prima di scendere a Mile End. La sera ci incontrammo a Covent Garden. Fu una passeggiata stupenda. Verso le 2am eravamo ancora fuori un Caffè nero, senza smettere per un solo istante di parlare. Era incredibile! Quella piccola romana mi aveva trasformato. Ora amavo la vita, amavo il cameriere che ci stava cacciando, amavo lei. Lei alloggiava al Plaza a spese della banca. Stavamo per lasciarci quando lei con voce strozzata disse: "Mi sono innamorata" e io, sempre il solito coglione, le chiesi: "Di chi?". Caterina sorrise, si avvicinò lentamente e mi baciò.

      Ora mi sentivo un angelo anch'io. Salii da lei e stemmo abbracciati tutta la notte; non ci fu sesso, non ne avevamo bisogno. L'indomani i nostri colleghi rimasero stupiti quando seppero che io e il capo avevamo preso una settimana di ferie. Giravamo per la città, facevamo progetti: ora il mondo era a colori. Dopo una settimana ci avevano dati per dispersi; solo mamma sapeva dov'ero, l'unica a cui sarebbe interessato. Mamma era felice per me. Aveva lavorato una vita intera per farmi studiare e nonostante vedesse tutti quei sacrifici buttati al vento non era in collera. Aveva visto suo figlio rinascere. Io e Caterina avevamo trovato la felicità. Sparimmo e con il primo volo lasciammo Londra. Avevamo capito che la nostra felicità era tutta nel nostro amore e in null'altro. Ci trasferimmo in Canada, a 150km da Montreal. E tuttora ci troviamo qui. Io sono maestro elementare e nei week-end spacco legna nei boschi intorno al nostro paesino per arrotondare. Caterina è diventata assistente sociale (il suo target, fin da piccola). Guadagniamo poco, quel che basta, ma va bene così. Ah, quasi dimenticavo: abbiamo una bambina. Ieri ha compiuto tre anni e più cresce più somiglia a Caterina; si chiama Gloria, come mamma.

  • 24 marzo 2006
    Una storia REALE

    Come comincia: Mangiavo una bistecca ed all'improvviso la crudeltà di quelle assurde parole mi strinsero la gola. Poi l'esofago, lo sentii chiudersi come una cerniera. Un graffio tremendo mi lacerò il cervello. Le mie orecchie non potevano sentire l'atrocità di quelle parole:

    "Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia.

    Il cuore ha sempre ragione."

    Il puzzo aggredì prima le mie narici, poi io sentii i miei polmoni scoppiare. Non vi dico che oscenità si presentò alla mia vista. Quel pezzo di carne putrefatto mi rese livida, cadaverica.

    E pensare che avevo appena sfiorato la vita e baciato la morte. Le dissi che non avrei avuto più paura di lei. L'avrei aspettata serenamente nei meravigliosi giorni di saggezza, che solo la Vecchiaia ci dona. Si, la Vecchiaia. Quella meravigliosa signora. L' illuminazione mi venne vedendo quel meraviglioso quadro di Giorgione: la vecchia. La serenità dei suoi occhi, il viso di carta e l'immensa dolcezza...

    MI UCCISERO POCHI MINUTI... DI PUBBLICITA'.

  • 24 marzo 2006
    Tra gente che fu

    Come comincia: Ecco come affronto la mia giornata... da guerriero... alzo la mano e saluto la pioggia...e ricordo le parole di Hemingway che mi diceva:

    -Vedi? Io ho paura della pioggia perché, a volte, mi ci vedo dentro morto.-

    Gli sorridevo e gli allungavo un altro bicchiere. Era di una tenerezza infinita quell'uomo così grande e così forte seppure così fragile...e pensavo questo è un vero uomo.

    Poi lo lasciai e me ne andai anche io sotto la pioggia...avrei voluto piangere, ma un guerriero non piange sotto il cielo e da quel cielo calò un grande corvo nero. Si posò sulla mia spalla e gracchiò...decifrai che c'era un altro uomo che mi aspettava.

    - Non puoi piangere? Non abbatterti, - disse Cesare...

    - ... piangere è cedere al mondo, è riconoscere che si cerca un tornaconto. - Io guardai Cesare Pavese e gli offrii una sigaretta...i suoi occhi erano quelli di un uomo deluso e stanco.

    - La colpa va alla sogneria. E quel che accade una volta accade sempre - disse aspirando una lunga boccata di sigaretta.

    - Sono triste ed inutile come un dio mio caro guerriero - e spense la sigaretta aggiungendo: - i suicidi sono omicidi timidi...masochismo invece che sadismo.-

    Gli accarezzai una guancia e lo lasciai lì sotto la pioggia...a bagnarsi a dissolversi.

    - Prima o poi arriverò da qualche parte, - dissi al corvo, che dentro quel groviglio di piume nere non era altro che una donna incantata.

    e lì seduto davanti ad una casa incontrai il poeta.

    - ciao guerriero. Bevi del vino..ti scalderà e sarai più forte...siediti e lasciai il corvo a scaldarsi col suono delle mie parole:

    Non ci sono parole da dire
    nessuna parola per farti capire
    cosa sento nel profondo del cuore
    lontano dai freni
    dalla mente e dalla ragione
    lasciandomi incapace
    di trovare le parole per dire ciò che sento
    nel profondo del mio cuore.
    Guardami mentre perdo il controllo
    pensando di riuscire a resistere
    ma con queste forti sensazioni
    non sono più padrone delle me emozioni! -

     citò il poeta...era ubriaco ma sapeva cosa diceva.

    gli offrii un sigaro ed ebbi il coraggio di scrivere su un pezzo di carta vecchia e stropicciata una poesia. La voleva per sé...perchè, mi disse, mai nessuno gliene scrisse e dedicò una: ci si chiede sempre cosa si vuole, mai cosa ci manca... ed una lacrima gli rigò le guance ispide

    e scrissi:

    TUFFATI IN QUEL MARE DI SETA E PORPORA /
    LASCIATI TENTARE E ASCOLTA LA MIA VOCE DANZARE /

    FAI BUIO CON I TUOI OCCHI E CANTA LE TUE FIABE /

    PIANGI E RIDI E SCOLLINI VIA /

    SCIVOLA LONTANO DA QUESTO MONDO /

    FUGGI E NON ASCOLTARE I LORO RICHIAMI /

    NULLA ESISTE/

    SE NON QUESTO ATTIMO .

    il corvo gracchiò agitandosi.. Il corvo o la donna che ci viveva dentro, sapeva che quella poesia le apparteneva. Un'altra vita fa, quella poesia la scrissi sul suo cuore....sulla sua carne, sulla sua immortale ed eterna anima.

    Il corvo si alzò in volo ...la pioggia stava finendo...le nuvole si diradavano...

    il poeta Neruda piangeva.

    - Perchè piangi Pablo? -

    - Piango perchè vorrei essere vivo ed essere donna per godere delle tue parole -

    Gli offrì un fazzoletto e mi alzai .

    il corvo era lontano- i boschi sono bui bellissimi e profondi: ma io ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire.

  • 24 marzo 2006
    Sogni di sensazioni

    Come comincia:

    Sedevo ad un tavolo di legno. Tutto sfregiato. Solo pane, formaggio e vino rosso. Proprio come faceva Erri de Luca. Non so se il mio era un volerlo imitare oppure un mio bisogno.

    Fatto sta che accadde.

    C’era anche il mare e con esso tutti i suoi odori di fatica. Le reti dei pescatori e gli aghi, i pesci, la pelle scura e le rughe, i segni delle notti passate in mare. È un lavoro come gli altri.

    C’era anche una discesa che potevo scorgere dal mio tavolo.

    Pane, formaggio e vino rosso.

    Il tavolo era piccolino, ma più grosso non serviva. Mi rendevo anche conto che accumulare non serviva. Di solito accadeva che lo capissi solo quando ero davvero lontano e quel giorno NON ero lontano. Il desiderio però rimaneva. Avevo anche paura di parlare; o almeno all’inizio era alla paura che attribuivo il mio silenzio, ma poi, con il passare degli anni, capii che erano ben altri i motivi che mi spingevano a sedere con il legno in totale silenzio.

    Preferivo riscuotere dalla gente.

    Forse avevano tutti un conto aperto con me. I loro racconti, i loro dialoghi, le loro emozioni, le loro cazzate. Qualsiasi cosa. E mi facevo un’idea. Mi bastava poco per capire che razza di stronzo avevo davanti. Avevo pensato per anni che non potevano esistere e che erano una totale invenzione dei film. No, mi sbagliavo e dovevo mettermelo in testa. Tutti insieme erano una forza incontrastabile.

    E io me ne stavo là, seduto ad annusare gli odori che mi riportavano indietro; proprio come l’odore delle foglie di ottobre cadute a terra e schiacciate dai piccoli piedi su quel marciapiede che vedo dalla mia finestra.

  • 18 marzo 2006
    Il treno

    Come comincia: Ho l'impressione di aver dimenticato qualcosa.
    Eppure, ho considerato tutto nei minimi particolari nei giorni scorsi... È una grande decisione, la decisione che cambierà la mia vita. Come fosse facile, alla mia età, rimettersi in discussione e cambiare la propria vita! Ne sono consapevole ed estremamente convinta, certo, convinta! Controllo nervosamente e per l'ennesima volta il contenuto della borsetta. Già, quella: l'ho sempre definita  il mio "Triangolo delle Bermuda ". Per chissà quale misterioso motivo, tutto quanto ci metta dentro rimane come inghiottito, scompare, e ci vuole un impegno non indifferente per andare a ripescare ciò che di volta in volta mi possa occorrere. Ah, sì, per essere capiente è capiente, mi sembra  di essere un prestigiatore che estrae dal cilindro ogni sorta di oggetto. Bene, il cellulare c'è, ed anche il biglietto del treno. Un'ora... solo un'ora di tempo e devo attraversare praticamente mezza Milano ed arrivare per tempo alla stazione Centrale. Chiamo un taxi, do un’ultima occhiata alla mia casa, agli arredi, a ciò che per molti anni è stato testimone di ogni mia emozione. Provo una stretta al cuore che cerco di allontanare velocemente: non ha senso, sono felice, tra poco un treno mi porterà lontana da qui per sempre, verso altre emozioni, verso un'altra storia, un'altra vita.
    Siedo impaziente, chiedendo al taxista di andare più veloce. Stranamente mi sovviene un lontano ricordo dei tempi della scuola, come una sorta di Lucia che salutava "i monti sorgenti dall'acque", mi soffermo a guardare tutto ciò che per anni non avevo in realtà mai visto davvero, osservato.Tutto  si snoda e corre via davanti ai miei occhi. C'è  molto vento, passanti frettolosi, solito traffico congestionato delle grandi città... Via, via, via ! Il tassista mi chiede qualcosa che in realtà non afferro con molta chiarezza, poi desiste ed il viaggio verso la stazione prosegue senza più nemmeno una parola. Mi si affacciano alla mente molti pensieri, una ridda di pensieri  incongruenti ai quali non so né voglio prestare molta attenzione.
    Sono arrivata ormai, discendo dal taxi e, pagata la corsa mi avvio di buon passo verso la scalinata. Niente scala mobile! Ho le ali ai piedi... Corro, quasi, verso il binario da cui partirà il mio treno. Ecco, mancano  venti minuti... Mi accendo una sigaretta, mi guardo intorno provando la strana sensazione che mi osservino, ma sì, certo, lo vedono tutti che sono felice, devono vederlo, traspare da ogni mia fibra... Forse qualcuno mi invidia notando il mio entusiasmo, la mia gioia. Mi avvio verso la macchinetta obliteratrice e stavolta il "clak "che stamperà la data sul biglietto, diventa musica. Sono pervasa da un leggero tremito mentre salgo sul treno, vado a cercare la carrozza ed il posto prenotato, sistemo la mia borsa da viaggio e mi siedo. Finalmente un sospiro di sollievo, finalmente potrò rilassarmi, finalmente... Guardo le ore... Mancano sette minuti alla partenza del treno. D'un tratto mi assale una profonda tristezza, una struggente malinconia, ed ancora l' impressione seppure vaga  d'aver dimenticato qualcosa.Un ragazzo ed una ragazza si guardano teneramente, lei piange, lui la bacia... Sale sul treno. Mi  trasmettono una tenerezza indicibile! Lei, stringe in mano un fazzoletto di carta ed ogni tanto asciuga dal suo viso grossi lacrimoni che le rigano le guance... Lacrimoni neri che si portano dietro tracce di rimmel dagli occhi gonfi di pianto. Anche lui, d'un tratto, toglie un fazzoletto di carta dalla tasca del giubbotto, apre lo zaino e ne estrae un panino grosso e gonfio come un pallone da baseball ed incomincia a mangiare, mentre lei, continua a piangere ormai senza ritegno alcuno, rimandando l'idea che da un momento all'altro, resterà di lei solo una piccola pozza d' acqua sul marciapiede accanto al treno. Mi alzo improvvisamente e tiro giù di colpo la mia  borsa da viaggio... Mi precipito verso l' uscita e discendo dal treno. Appena in tempo! Mentre mi allontano dal binario, una voce metallica scandisce che dal binario numero 12 è  in partenza il treno per...
    Ora so cosa avevo dimenticato! Torno sui miei passi, getto via il biglietto in un cestino e  incomincio a frugare dentro il mio "Triangolo delle Bermuda" alla ricerca del cellulare. Pronto... taxi? 

  • 18 marzo 2006
    A quattro mani

    Come comincia: Si conoscono da anni. Cioè veramente è lei che lo conosce, perché lui in realtà passa da una persona all'altra con noncuranza, senza legami particolari. Ma anche lei dopo tanto tempo lo dà quasi per scontato, non ci si sofferma mai più di tanto. Anzi, a lungo andare lo trova quasi noioso. Oggi sono insieme, in una stanza semi buia, solo una sottilissima striscia di luce passa dalle serrande abbassate, poche possibilità di distrazione nell'oscurità. Lei si siede, attende, ha deciso di prestargli attenzione. Lui comincia. Inizio quasi banale, una domanda con voce infantile, ritmo monotono. Si risponde da solo, piccoli tocchi, come le pennellate incerte sulla tela candida di un pittore che ancora non sa bene cosa dipingere. E sempre lo stesso ritmo. Non si aspetta più niente di sorprendente lei, conosce tutto a memoria. Un'altra domanda, con timbro diverso, più sornione, più mellifluo. Un'altra autorisposta. E quella cadenza sempre inesorabilmente uguale, come soldati che marciano allo stesso passo. E ancora domanda. Lei sa la risposta, ma non riesce ad esprimerla. Quel ritmo... Comincia a confonderla, comincia ad adagiarvisi, a seguirlo troppo. Diventa incalzante lui, la domanda è più pressante, la risposta più struggente. Non è più incerto, è stentoreo, sicuro di sé, sa che la sta circuendo. Lei è preda dell'ossessione di quel ritmo immutabile. Cerca di concentrarsi sulla voce, e sente come dei flagelli che le arpionano il cuore e lo tritano, avverte come serpenti che le strisciano delicatamente e sensualmente sulla pelle, riesce a malapena a percepire che la ragione la sta abbandonando. Ghiaccioli le corrono sulla schiena, la inebriano completamente, l'emozione, l'eccitazione le salgono fino al volto. Il ritmo... Sembra più rapido, più forte, ma in realtà non è cambiato. Ora sta gridando, lui, ma non è un rumore fastidioso. È una corale, sembra una corale di pazzi che tentano di seguire le indicazioni del direttore ma vanno ognuno per conto loro pur cantando la melodia corretta. È quel ritmo, lei ne è certa. E' quell'ipnosi, quella pazzia progressiva e viscerale, che ormai sta per catturarla e dalla quale, sa bene, non c'è ritorno, almeno finché lui non avrà finito. E all'improvviso un urlo, un caos primordiale quasi pietosamente interviene ad interrompere, il ritmo si arresta. E il silenzio. E lei disfatta, tramortita. Lo sportello del lettore cd si apre con uno scatto perentorio, come a voler prendere fiato dopo un'apnea prolungata. Lei si alza e lo richiude di nuovo, forzando, come se quello si rifiutasse di sottoporsi nuovamente ad una tortura del genere, e vi si arrendesse solo perché costretto. E il "Bolero" riparte. E ricomincia tutto da capo. La cadenza nota lunga e terzine rullata sommessamente dai tamburi, che di lì a breve diventerà più prepotente. La frase/domanda proposta dal flauto, semplice e bambinesca, gradi congiunti e piccoli intervalli. E poi la ripete il clarinetto, più smaliziata, il fagotto, un po' annoiato, il corno, la corale degli archi, esasperata, e l'intera orchestra. Unico tema melodico, unico ritmo. Dal rassicurante pianissimo al passionale sforzato. Diciotto volte, una diversa dall'altra anche se apparentemente uguali. La marcia, identica e martellante, una specie di continua mitragliata, la tensione, le sensazioni, la lucidità che piano piano ti lascia,  l'impossibilità di analizzare  criticamente questo pezzo come un brano musicale qualsiasi. E l'ultimo, violento accordo  leggermente trattenuto,  simile ad un colpo di clacson che finalmente ti risveglia e ti riporta alla realtà. E il precipizio sulla tonica, secco. E poi silenzio. E poi questa pagina, composta e firmata a quattro mani, la melomane Alessandra Lamboglia ed il genio Maurice Ravel.

  • 17 marzo 2006
    Pubblicità!

    Come comincia: Pubblicità: “Soave: il sapone speciale per la tua igiene personale”

    Spesso faccio un sogno strano. Sogno che mi scaccolo energicamente con una forbice, tiro fuori frammenti di tessuti e cartilagine misti a sangue e raffreddore.

    Poi mi guardo allo specchio e inizio a passarmi tra i denti del filo spinato molto resistente per togliere via, tra un dente e l’altro, le gengive puzzolenti. E faccio gargarismi salutare con pus e collutorio.

    Poi finalmente mi ficco sotto la doccia bollente, prendo una grattugia arrugginita e comincio a strofinarmi con vigore le braccia e il tronco fino al pube. Esce fuori una schiuma impastata di peli, liquido suppurante e cellule morte che raccolgo a mani giunte e mi passo accuratamente tra i capelli come uno shampoo.

    Quando mi sveglio capisco allora che devo curare di più la mia igiene personale, ma certe pubblicità mostrano dentifrici, saponi e schiume da barba così orribili e maleodoranti che al pensiero di usarle quasi svengo.

  • 17 marzo 2006
    Sesto Senso

    Come comincia: La musica aumenta di volume; i bassi fanno vibrare le pareti e il pavimento sotto i piedi.
    La mia canzone preferita entra “a palla”.
    E poi c’è la luna piena.
    La ragazza che ho abbordato è bellissima, come tutte le altre del resto.
    Lei è solo la prescelta. Il mio istinto ferino non ha tradito neanche stavolta
    E’ una serata perfetta. Ho inghiottito il quinto “Bacardi e cola” e della tequila e dei “gin-lemon” ormai ho perso il conto.
    E mi sento irresistibilmente bene, forte e felice quanto basta.
    È una notte ideale e c’è la luna piena. Più in là il mare, fulgente, si nutre dei suoi raggi.
    La ragazza mi fissa intensamente. Devo piacerle un sacco, perché mi sorride e poi nasconde lo sguardo.
    I nostri occhi si attraggono e ci risparmiano ogni parola.
    Poi si avvicina, mi sfiora.
    Ha una pelle morbida e invitante tanto che la mia bocca si contrae solo al pensiero di possederla.
    Profuma di rosa e marijuana.
    Sento che non mi sfuggirà. Adesso è parte di me.
    In un attimo ci troviamo sulla spiaggia.
    Ormai i nostri corpi si toccano; si eccitano al reciproco calore.
    È fatta… sento che è pronta per me.
    Ha un collo lungo e affusolato, circondato da ampi capelli che si intrecciano e si congiungono sul petto, tra seno e seno.
    La sua pelle sgocciola seta e incenso.
    Un altro istante e ci troviamo completamente soli al riparo di uno scoglio. Sotto lo sguardo complice della luna.
    Mi sento un’altra persona. Sono... un’altra persona.
    La stringo fortissimo a me, la desidero convulsamente.
    La sua testa è ferma sul mio petto e la mia bocca trema di desiderio.
    Penso che la vita mi abbia scelto come un predestinato; figlio di un antico mito.
    Chiudo gli occhi e in un momento mi sento svenire. Morire.
    È stato un attimo.
    Mi ha azzannato all’altezza dello sterno, fino alla giugulare. Sono troppo stanco e sorpreso per staccarmi da lei.
    Sento la mia pelle stretta nella morsa di zanne profonde e robuste e il mio sangue defluisce velocemente.
    Quando con un ultimo esanime sforzo apro gli occhi, ho davanti a me una testa enorme e deforme, il muso sproporzionato in avanti, per metà affondato nelle mie carni. Incontro occhi gialli e terrificanti, spenti nell’orrore di un prodigio disumano.
    Il mio corpo è straziato.
    È davvero una serata speciale e mi sento morire sotto la luce di questa luna piena.

  • 15 marzo 2006
    Campo Santo

    Come comincia: Cimitero di ValleCiotta, in località La Botte, due miglia fuori dal paese.

    Mezzanotte è passata da trentacinque minuti. Il custode, Mario Schiattamorto detto Boccione, per via della testa tonda e liscia, ormai stanco della televisione e di Maurizio Costanzo, e chi non lo sarebbe, si è addormentato e russa profondamente.

    Fuori la luna e le stelle illuminano il campo e gli avelli in una notte fresca e limpida di fine Ottobre.

    Ma all’ora stabilita, come in un sabba infernale annunciato da anni, si dà appuntamento la morte.

    L’erba soffiata dal vento si ritrae improvvisamente e lascia il posto ad un cratere di terra umida, una scossa, un tremore, la terra si ribella. Dita ossute fuoriescono dal sottosuolo, artigli che si aggrappano alla superficie; come un orribile ragno deforme. Viene fuori un braccio, poi di fianco tocca all’arto gemello. Dal fango emerge la testa, avvolta da vermi grandi come serpenti, segue il tronco scarnificato dal passaggio lento ma inesorabile del tempo. Ma ovunque altra terra ribolle e il cerimoniale si ripete, dieci venti e più trapassati occupano adesso il prato del cimitero, sotto gli occhi inorriditi della luna. E’il più anziano a sacrificarsi per tutti, certo Antonio Passamano fu geometra, nato in paese nel 1879 e ivi deceduto nel 1954 a seguito dei postumi di una sbronza colossale. Raccoglie la vanga del custode e con un colpo lento ma deciso si tira via la testa che rotola velocemente sull’erba tra l’estasi dei presenti.

    Un cadavere vestito di nero, il più brutto di tutti, nella vita notaio Aleandro Parziale, famoso per aver avuto in moglie una delle signore più benvolute da tutto il sesso maschile del paese, si fa avanti con piglio autoritario fino al centro del campo santo. E come se stesse per esalare l’ultimo respiro, e sarebbe un bis, soffia fra due dita portate alla bocca, tanto forte che gli partono l’indice e l’anulare; fischiando così il perentorio calcio d’inizio della partita più cruenta e terrificante che la storia del calcio ricordi.

    Un’orrida accozzaglia di ossa marce e carni putrefatte si azzuffano in un polverone spaventoso. Il vecchio parroco del paese diligente e attento svetta in difesa della propria metà campo: colpo di testa a spazzare l’area. Ma nell’impatto col pallone partono alcuni denti cariati e cartilagini facciali, che finiscono in faccia all’attaccante avversario, che accecato dal fetido pastrocchio si scontra frontalmente con un difensore con tale veemenza che le braccia e la testa di entrambi schizzano via incrociandosi in direzioni opposte. Ci vorrà poi un po’di tempo al medico Armando Segaossa per collazionare nuovamente i due intrepidi e coraggiosi avversari, per il sospirato rientro in campo. L’arbitro prontamente fa cenno di tenere conto dell’episodio per un eventuale recupero, di sconosciuta, imprecisata durata... Ma ecco che la testa, pardon… il pallone, colpito di collo pieno dall’ex Sindaco, Mario Arraffo, sibila a pelo d’erba in mezzo alla difesa avversaria, imbalsamata di fronte a tale prodezza. La sfera sembra ormai destinata ad infilarsi sotto l’angolo sinistro della porta difesa dall’incolpevole ex ergastolano Giulio Manomorta quando, ad un centimetro dalla linea bianca che separa la vita dalla morte, la vittoria dalla sconfitta, il paradiso dall’inferno, la testa del geometra roteando si gira sul naso e, causa la pronunciata gibbosità di questo, con un rimbalzo anormale devia la propria traiettoria e si schianta sul palo della porta, costituito per l’occasione dalla lapide della povera Nonna Assunta. Nell’occasione da sotto terra si sente la vecchia inveire contro l’odiato sport nazionale che l’ha privata delle migliori domeniche della sua vita e che ora la perseguita anche durante l’inviolabile sonno eterno.

    Intanto nell’urto con la tomba il pallone… beh la testa si apre spaventosamente in due semisfere, in due spicchi; l’uno rinviato prontamente da un terzino e l’altro che inesorabilmente si infila in rete attraverso le costole vuote dello scheletro dell’estremo difensore, gettatosi disperatamente in tuffo nel tentativo di impedire la segnatura.“Goal o non goal?”. Difficile giudicare per l’arbitro che nel marasma generale applica alla lettera il regolamento. La testa deve superare interamente la linea di porta affinché il goal possa essere convalidato. Quindi nulla di fatto e testa… oops! palla al centro per ricominciare. Già ma quale palla? La testa del povero geometra, che a proposito sta correndo senza quartiere da una parte all’altra del campo, è ormai inservibile.Ci vuole un’idea per rimediare allo spiacevole inconveniente. E l’idea arriva. Segnalata dai raggi lunari la casa del custode offre ai giocatori temerari una soluzione alle loro aspettative. La testa del povero custode farà da pallone a un’altra partita mozzafiato!

    …. homo ludens e illudens

    Perché forse pure alla morte c’è rimedio ma al calcio, al calcio proprio non si può rinunciare…

  • 15 marzo 2006
    Agosto in città

    Come comincia: Agosto in città è una sofferenza.

    Soprattutto se sei senza amici perché sono tutti al mare.

    Il parco dell'Italia '61 è  semideserto. Siamo in due, soli, a giocare. Arriva l'ora di pranzo. Mamma ha detto di aspettarla qui. E chi si muove. Sarà l'una. Rimaniamo qui ad aspettare, io e Angelo. Oggi mamma ha detto che mangiamo qui al parco. Eccola, arriva. Una corsa ad abbracciarla.

    Oggi mamma non sorride, non è di buon'umore, ma ha sempre parole dolci. Ci sediamo su una panchina, facciamo due parole, scherziamo un po'. Lo facciamo sempre con mamma, a lei piace ridere, è cosi bella e quando ride lo è ancora di più. Ma oggi non riesce proprio. Non ci guarda negli occhi e si mette a frugare nella borsa. Tira fuori un  sacchetto del pane, di quelli di carta marrone, e  tira fuori un panino col prosciutto. Non è molto grande. Lo prende tra le mani e lo divide in parti eguali: una per me ed  una per Angelo. Mangiamo. Per bere c'è lì vicina la fontana che sputa acqua dalla bocca del toro verde.  Guardo mamma. Mi guarda con un sorriso triste e non mangia. Le domando perché: "Non ho fame amore". Io invece ho ancora molta fame ed anche Angelo: "Mamma, non c'è più niente?"

    La mamma fa cenno di no. Per oggi basta.

    Mancano ancora due giorni alla fine del mese.

    Speriamo passino in fretta.

  • 15 marzo 2006
    Dalla parte del lupo

    Come comincia: Da che mondo è mondo rappresento la metafora del male. Il leone è il re della foresta, il cane il miglior amico dell'uomo, io sono il lupo cattivo. E basta. Tutta colpa delle favole, dove scrittori dotati di grande fantasia e di accanimento da psicanalisi mi fanno masticare nonnine, insidiare ragazzine, spaventare paesi interi e, quando mi va bene, mi lasciano a crepare impallinato dall'eroico cacciatore di turno. Quando va male invece mi ricuciono la pancia preventivamente squarciata, riempendola di sassi, atterro direttamente da un camino dentro un pentolone di acqua bollente lasciato apposta da tre irritanti porcellini (almeno due dei quali peraltro emeriti imbecilli), vengo dipinto come uno psicopatico che inventa le scuse più ridicole per addentare un ingenuo agnellino che beve al suo stesso ruscello. Una sola volta ho avuto un minimo riscatto, quando mi arrestai di fronte ad un uomo vestito di sacco, pazzo dicevano alcuni, santo altri, e non gli feci alcun male, anzi mi inginocchiai docile docile. Tutti gridarono al miracolo, al prodigio: Francesco ha parlato al lupo ed è riuscito a domarlo. Ma che miracolo, ma quale prodigio. Io ho un caratteraccio, ma bisogna sapermi prendere. Capisco la lingua degli umani, ma prima di allora avevo sempre e solo ascoltato urla di terrore, schiamazzi, colpi di fucile, avevo visto volti dipinti di paura, panico e fughe concitate, avevo sopportato sassate, bastonate e chi più ne ha più ne metta. Quello non fuggì, non ebbe paura: mi parlò pacatamente di perdono, compassione, di amore, mi raccontò di un uomo issato su una croce per lavare certe porcherie commesse da altri e mi convinse: rimasi lì seduto vicino a lui e fu un incontro molto rasserenante. Forse era davvero pazzo, o forse santo, le uniche due categorie che sanno andare al di là dell'apparenza.
    Io, vi assicuro, non sono cattivo: essere cattivi implica una scelta tra il bene e il male, ed io questa facoltà non ce l'ho. La natura mi insegna ad essere feroce, ad uccidere per sopravvivere, per mangiare, per non essere a mia volta ucciso. Chissà, forse se avessi conosciuto quel falegname inchiodato avrei porto l'altra guancia come predicava. Nessuno di quei famosi favolisti sottolinea mai quanta cura mi prendo dei miei figli, proteggendoli al rischio della mia stessa vita, rinunciando persino al cibo a loro beneficio, quando la caccia non è proficua e la carestia non concede abbastanza per tutti. Nessuno parla della solidarietà del branco, dove la fragilità dei deboli e l'esperienza dei vecchi viene curata e rispettata, quasi venerata. Vi confesso che un giorno ho sentito la fortissima curiosità di conoscere meglio l'uomo. In incognito, nascosto, tra mille pericoli, mi sono spinto fino ai loro villaggi e ho spiato, cercando di carpire qualche suggerimento per la nostra razza. Ho visto ben nutriti e pasciuti cacciare per divertimento, non per fame, ho visto ben vestiti scuoiare animali per rivestire la propria vanità con le loro pelli, non per freddo, ho visto combattere per scacciare altri da un pezzo di terra,  e a me sembrava che ci fosse spazio a sufficienza per tutti, ho visto perdere ogni traccia di dignità in chi morbosamente inseguiva il potere e il denaro, ho visto i diversi emarginati ed isolati fino a morirne, ho visto figli abbandonati, padri fatti a pezzi, abbozzi di vita congelati, ho visto... ed io, la belva, il crudele, il feroce, sono fuggito. A perdifiato, spaventato, ho guadagnato in breve tempo la via fino al mio rifugio e il respiro, già affannato, si è mozzato di gioia quando finalmente ho riconosciuto le familiari sagome dei miei simili. Se quello è l'uomo, mi sono detto, io sono il lupo cattivo, e me ne vanto.

  • 15 marzo 2006
    Cucciolo

    Come comincia: Il cucciolo giace sul verde, immoto. Sembra addormentato ma ha gli occhi sbarrati e fissi. Sembra intatto, ma è stato ferito. Sembra morto ma è vivo. Sembra vivo ma è morto. Aveva un nome, ma l’ha dimenticato. Aveva una voce, ma è stata soffocata dalla brutalità. Aveva l’innocenza, ma è stata violata, sbranata a morsi. Ha solo un ricordo, che ha cancellato tutti gli altri. L’orrore, gigantesco, incomprensibile, la paura, il dolore. Vorrebbe la mamma il cucciolo, ma si è dimenticata di lui tanto tempo prima. Non era preparato. Qualcuno gli aveva insegnato a temere le bestie feroci, ma questa non appariva tale. Gentile, persuasivo, persino affettuoso, almeno secondo lui affamato d’affetto. Lo ha circuito col gioco, sempre più strano, sempre più incomprensibile, lo ha convinto della normalità di qualcosa che una volta dopo l’altra era sempre più vergognoso, lo ha reso suo complice invitandolo a mantenere il segreto con chiunque, e lui ha obbedito, silenzio con tutti, non per le argomentazioni della bestia, ma perché nelle notti piene di ombre incominciava a temere. Non sapeva cosa, non sapeva come, ma sentiva la paura, gli sembrava quasi di poterla toccare. Sognava mostri terribili ed altri ancora più terribili li dimenticava. Di giorno, davanti a tutti, era il solito cucciolo quieto e tranquillo di sempre, forse un po’ più quieto e un po’ più tranquillo, ma non abbastanza perché qualcuno lo interrogasse, o se ne chiedesse la ragione. D’altra parte di solito non era molto osservato, non amava attirare l’attenzione né sottrarla a chi pareva tenerci tanto. La sua mente sta quasi per esplodere per il carico di pensieri che si scontrano vorticosamente l’uno contro l’altro, il suo corpo invece è paralizzato, lo sente come affondare in una palude di sabbie mobili e non vuole reagire. Oggi è stato il giorno. Temuto, sospettato, impossibile da focalizzare prima. È già un ricordo. E quel silenzio, lo spazio così aperto, l’assenza di qualunque anima viva gli fa quasi rimpiangere che la bestia se ne sia andata via. Eppure lo odia. Non aveva voglia di quel gioco oggi, gli ha detto di no, ha cercato di sfuggirgli, ma era troppo più debole. Ha lottato, con il solo risultato di rendere l’altro più cupido. Ha dovuto subire, aspettare che  fosse soddisfatto, senza sapere che cosa lo avrebbe fatto sentire finalmente appagato.
    La bestia ha ansimato, lo ha schiacciato, serrato, umiliato, terrorizzato. La sua mano sulla bocca ha ovattato l’urlo per un male fisico lancinante, quasi indescrivibile. E dopo, quando tutto è finito, la bestia ha fatto la cosa più crudele di tutte: lo ha lasciato in vita. Appena uno sguardo ed è scappato via, non per vergogna, questo il cucciolo lo sa, ma in cerca di altre verginità da rubare prematuramente. Lui non è più cucciolo, non lo sarà più, e sente la rabbia, tra lacrime e sapore di sangue. Come controllarla? Diventare forte, infido e vendicarsi contro altri cuccioli? O affogare in quella palude senza tentare di sopravvivere? Ha deciso cucciolo: si solleva sulle zampe traballanti ed ha una vertigine. Non parlerà più, nasconderà la macchia a chiunque, persino a se stesso, ma ora è in piedi e dentro di sé sa che da quel giorno sarà capace di rialzarsi dopo ogni caduta. E lo farà da solo.

  • 13 marzo 2006
    Anna e il lavavetri

    Come comincia: "Lo so! Lo so! Non c'è bisogno di dirmelo tutte le volte! È che davanti si vede meglio!"

    La voce della bambina è leggermente stizzita. Si infila nel sedile posteriore della vecchia Opel e si mette a sfogliare svogliatamente un giornaletto di Topolino.

    "E' inutile che ti arrabbi, sai?" ribatte la donna seduta al volante. "Possibile che te lo debba dire tutte le volte? Davanti è pericoloso! E basta! Oh!"

    "Sì, mamma." 

    La risposta accondiscendente della bambina è talmente incongruente col suo tono di voce che la madre si volta e prima di girare la chiavetta di accensione la guarda in viso, esasperata.

    "Non mi rispondere così, sai? Non sono mica scema!"

    "Va bene, scusa mamma." 

    La voce della bambina si è addolcita. La madre la guarda per un attimo dallo specchietto retrovisore e vede che ha gli occhi lucidi. Sa che non piangerà, almeno non subito, tuttavia le dispiace immensamente che da un paio di mesi a questa parte questi continui battibecchi rovinino le giornate di tutte e due.

    Anna, che ha compiuto da poco 10 anni, sta passando infatti uno strano periodo. Cerca sempre di più di affermare la propria personalità e fa di tutto per provare a sé stessa e agli altri la sua indipendenza e la sua autonomia, sopportando molto male qualsiasi ingerenza degli adulti in qualunque sua decisione, presa o da prendere.

    Vera, la madre - la quale ha già passato da qualche anno la soglia dei quarant'anni - vorrebbe invece venirle incontro, parlare con lei, come facevano fino a pochi mesi fa. Invece Anna, un tempo così obbediente e affettuosa, molto spesso respinge gli approcci della madre con un atteggiamento di chiusura che Vera non si sa spiegare. E' andata a parlare anche con la sua maestra - Anna frequenta la quinta elementare di una scuola comunale di Firenze - ma a scuola sembra non ci siano problemi, anzi, pare che se la cavi particolarmente bene. L'unica cosa strana, le ha detto la maestra, è che passa ore e ore a chiacchierare con Chiara, la sua migliore amica - ma data l'età forse è anche normale -. 

    "Speriamo le passi presto," pensa Vera fra sé, fermandosi a un semaforo. Accende la radio e la sintonizza su una stazione da dove trasmettono musica leggera. Poi, siccome la canzone non le piace, la spegne di nuovo.

    A fianco a lei, alla sua sinistra, c'è un'altra macchina, una grossa Mercedes bianca con un giovane cinese al volante.
    Sul sedile posteriore c'è una vecchia signora che guarda in direzione di Anna e Vera;  la bambina si accorge che la vecchia la sta osservando e si sente un po' a disagio. Sta per volgere lo sguardo altrove, quando la signora le sorride e senza staccare lo sguardo da lei dice qualcosa al suo autista cinese. Anna è colpita dagli occhiali della signora: hanno le lenti così spesse che gli occhi azzurri della vecchia sembrano enormi e con l'originale montatura bianca a forma di farfalla volano via e si posano sul sedile proprio di fronte ad Anna. La bambina, un po' spaventata, china leggermente il capo di lato, per un attimo incrocia lo sguardo divertito di quegli occhi azzurri e poi con un filo di voce sussurra: "Mamma, guarda un po'..."

    Nello stesso istante la farfalla bianca degli occhiali vola via in un guizzo verso la Mercedes e quando Vera si volta, Anna non sa cosa dirle. In quel preciso momento un  giovane lavavetri negro si avvicina al loro sportello e con un sorriso smagliante chiede se può lavare il parabrezza. Forse perché distratta dalla  domanda di sua figlia o forse perché i capelli ricci e gli occhi neri del lavavetri l'hanno intenerita, fa cenno di sì con la testa. Il giovane, un africano dall'aria furba e simpatica, non se lo fa dire due volte e pulisce vigorosamente il vetro del parabrezza con una spugna fissata a un bastone. In pochi secondi il vetro anteriore viene ricoperto da una schiuma azzurrina attraverso la quale filtrano i deboli raggi di sole di questa giornata di fine ottobre e in un baleno il mondo di Anna cambia completamente. Il sedile posteriore su cui sta seduta e così pure i capelli di sua madre, di un biondo tendente al castano, ora sembrano emanare un'iridescenza che li fa apparire più chiari, come miele; ma la cosa più stupefacente è che quel velo di tristezza che stava inquinando l'umore di madre e figlia era scomparso per far posto a una sensazione di serenità e di gioia che né Vera né Anna avevano mai provato.

    Quando il lavavetri ha finito, il parabrezza è così pulito che sembra nuovo, come pure sembra nuovo tutto ciò che sta intorno a loro. Anche se passano di lì quasi tutti giorni, stentano a riconoscere  il viale alberato che costeggia le antiche mura della città, tra Viale Ariosto e Viale Aleardi. 

    Non si erano mai accorte, Vera e Anna, della bellezza delle albere di quel viale, né avevano mai notato il cinguettio degli uccelli, che a centinaia ora sembrava cantassero solo per loro.

    Vera tira fuori dalla borsa il portamonete per dare qualche spicciolo al lavavetri, ma questi, con un gesto aggraziato della mano e ridendo a fior di labbra, rifiuta dicendo:

    "No, grazie! Questo è un regalo!" Vera insiste perché prenda i soldi, ma l'uomo non li vuole assolutamente. Guarda invece Anna e timidamente chiede:

    "Tu fai disegno per me? Sì?"

    La bambina guarda un attimo la madre, come a chiederle il permesso. Vera sorride, ma non dice nulla. In quel momento il semaforo diventa verde e siccome ha delle macchine dietro, Vera ingrana la marcia e parte. La Mercedes bianca con l'autista cinese che prima era al loro fianco parte prima di loro e Anna fa giusto in tempo a vedere il volto della vecchia signora che le sorride amabilmente.

    La bambina la saluta con la mano, poi si affaccia dal finestrino e urla in direzione del lavavetri:

    "Te lo porto domani, va bene?"

    L'africano risponde qualcosa, ma il rumore delle macchine impedisce ad Anna di capire ciò che dice.

    Vera imbocca il viale Aleardi  e svolta in Piazza Tasso per lasciare Anna all'angolo di Via della Chiesa, da dove proseguirà da sola fino all'entrata della scuola. È da un po' di tempo infatti che ogni tanto sua madre la accompagna in macchina prima di recarsi al lavoro: anche se la loro casa in fondo non è molto lontana e Anna potrebbe benissimo andarci a piedi, Vera ama tuttavia passare questi pochi minuti con lei, anche se, come è ancora successo questa mattina, ogni tanto litigano.

    Anna scende dalla macchina, dà un bacio a sua mamma e si allontana saltellando. Non vede l'ora di vedere la sua amica Chiara e raccontarle ciò che le è accaduto.

    Quando alle quattro e mezzo esce da scuola, Anna decide di passare dalla strada dove lavora il lavavetri africano. Voleva andarci insieme alla sua amica Chiara, ma la madre è venuta a prenderla per portarla da sua nonna e quindi non è potuta venire con lei. Impiega un paio di minuti per arrivare fino in viale Ariosto, ma al semaforo non c'è nessuno. Delusa, Anna si avvia lentamente verso casa, pensando a quale disegno fare al lavavetri. Una volta arrivata si chiude in camera e fino all'ora di cena non si fa vedere. Quando a quell'ora suo padre le domanda cosa ha fatto tutto il pomeriggio chiusa in camera, lei risponde che è un segreto e che forse glielo dirà domani. Dopo cena, cosa strana, chiede a sua madre se può andare a letto subito perché non vede l'ora che arrivi domattina. Vera sorride divertita e le fa cenno di sì con la testa.

    L'indomani Anna non ha voglia di andare a scuola in macchina e chiede alla mamma se può però accompagnarla fino al semaforo dove lavora il lavavetri africano, poiché vuole donargli il disegno che le ha preparato ieri. Vera, ben contenta di fare una passeggiata prima di recarsi al lavoro, dice subito di sì e alle otto e dieci sono già al semaforo tra viale Ariosto e viale Aleardi, ma il lavavetri non c'è. Stanno per andare via, quando vedono una Mercedes bianca che si ferma a una trentina di metri dal semaforo e dalla quale scende il lavavetri africano. Mentre l'autista cinese rimane al volante, l'africano apre il portabagagli della macchina e prende un secchio, alcune bottiglie di plastica piene d'acqua, il suo attrezzo per pulire i vetri e si avvia quindi in direzione di Anna e della madre.

    Vera è sorpresa nel vedere un lavavetri negro venire al lavoro in Mercedes, e per di più con autista.

    "Ecco perché ieri non ha preso soldi," pensa, "probabilmente non ne ha proprio bisogno."

    "Ciao!" esclama allegra Anna. "Ti ho portato il disegno!"

    E' talmente impaziente di farglielo vedere che quasi non riesce ad aprire la cartella della scuola dentro alla quale lo custodisce. Infine riesce a tirare fuori il suo album da disegno: lo apre e ne estrae un foglio sul quale Anna ha disegnato una macchina rossa con dentro una donna, una bambina e un lavavetri tutto nero in procinto di lavare il parabrezza della macchina con una specie di bastone magico dal quale scaturiscono raggi arancioni e gialli. Sotto un cielo azzurro albere maestose ospitano uccelli dai tanti colori e, posata su un ramo, una specie di grande farfalla bianca - sulle ali della quale Anna ha disegnato due grandi occhi dello stesso colore del cielo - sembra guardare con curiosità la scena sottostante. Sul lato destro del disegno Anna ha scritto il proprio nome in stampatello con accanto un grande cuore dentro al quale ha scritto la parola: "Terra". Il giovane lavavetri sembra quasi imbarazzato dal regalo e guarda la bambina con occhi pieni di gratitudine.

    "Molto bello, tuo disegno molto bello! Grazie. Tu come chiamare?"

    "Mi chiamo Anna" risponde la bimba, porgendogli la sua manina. "E tu?"

    "Mio nome è Faro , però tutti chiama me Jimmy".

    "Ma qual è il tuo vero nome?" insiste la bimba.

    " Mio vero nome è Faro," sorride l'africano. "Vuole dire Buona Acqua. Tu può chiamare me Acqua."

    "Che bel nome!" esclama Anna guardando sua madre, la quale a sua volta si presenta e stringe la mano del ragazzo.

    "Ora purtroppo dobbiamo andare,"  se no facciamo tardi a scuola. Ciao!" conclude la bambina.

    "Ciao!" risponde il giovane, sorridendo a tutte e due. "A presto!"

    "Questo pomeriggio sei qui?" domanda timidamente Anna prima di andar via.

    "Forse," risponde enigmaticamente Faro.

    Madre e figlia si allontanano con passo svelto in direzione di Piazza Tasso. Arrivate all'angolo con via della Chiesa la bambina chiede a sua madre se qualche volta può invitare Acqua a mangiare a casa loro.

    "Vedremo," è la risposta frettolosa di Vera. "Ora vai a scuola, su!" conclude, dandole un bacio sulla guancia.

    Per tutta la mattina Anna ascolta diligentemente le lezioni, fa ciò che le dice la maestra e non chiacchiera in classe. Verso il primo pomeriggio però diventa sempre più impaziente e quando alle quattro e mezza suona la campana è tra le prime a uscire dall'aula. Non ha parlato con nessuno del giovane africano, anche perché la sua amica Chiara oggi non è venuta a scuola e ancora non aveva intenzione, o voglia, di parlarne con qualcun altro. E' rimasta d'accordo con sua madre che oggi sarebbe ritornata a casa da sola e quindi fuori non c'è nessuno ad aspettarla. Con passo deciso si avvia verso viale Ariosto e solo quando vede Acqua rallenta il passo, contenta che lui ci sia. Lo osserva da lontano mentre pulisce il parabrezza di una macchina al volante della quale un anziano signore canticchia una canzone. Quando ha finito il vecchio vuol dargli una moneta, ma Acqua la rifiuta, gentilmente. Anna non sente le parole, ma sembra quasi che il suo amico si scusi del fatto che non prende soldi. L'anziano signore comunque lo ringrazia e quando parte Anna vede che sorride.

    "Ciao, Acqua!" La voce della bambina si sente a malapena a causa del traffico intenso di quell'ora.

    "Oh, ciao Anna!" risponde subito il ragazzo. "Finito scuola?"

    "Sì." 

    La bambina non sa cosa altro dire e sta per andar via, quando Acqua le domanda:

    "Io vuole imparare italiano. Tu fai scuola a me?"

    Il viso di Anna si illumina.

    "Volentieri," risponde la bimba. "Ma forse non ne sono capace."

    "Tu brava, tu insegna italiano a Faro." La sicurezza con cui il ragazzo dice queste parole convincono Anna ad accettare. Siccome però la bambina non sa né come, né dove  insegnarglielo, gli esterna i suoi dubbi.

    "Tu parla con io! Io impara!" afferma il ragazzo, sicuro di sé. Avrà sì e no diciotto anni ed è alto quasi il doppio di Anna. L'espressione del suo volto è decisa, tuttavia lo splendore del suo sorriso addolcisce i suoi lineamenti dandogli un'aria quasi femminile.

    "Di cosa vuoi che parliamo?" domanda Anna.

    "A me piace storie!" risponde Faro. "Tu dici a me storie."

    Anna, a cui piace non solo ascoltare, ma anche raccontare, è ben contenta di poter narrare le storie che conosce e mentre tra il lavaggio di un parabrezza e l'altro Faro si riposa Anna incomincia così la sua carriera di maestrina. Dopo una mezz'ora passata insieme, la bambina vuole tornare a casa per non far stare in ansia sua madre, dando a Faro appuntamento per l'indomani alla stessa ora.

    Prima di andar via Anna gli domanda come mai per il suo lavoro non vuole soldi. Faro sembra per un attimo perplesso, come se stesse cercando le parole per risponderle. Poi, come se la cosa per lui non avesse alcuna importanza, dice:

    "Questo è mio regalo per gente! Io ricco!"

    Anche se Anna non ha capito bene cosa Faro abbia voluto dire, non insiste e dopo averlo salutato si dirige verso casa sua.

    Per giorni e giorni Anna si reca tutti i pomeriggi all'angolo tra viale Ariosto e viale Aleardi. Seduta con Faro su una cassa di frutta rovesciata appoggiata alle vecchie mura della città, racconta al giovane africano tutte le storie che conosce e quando ha esaurito quelle, se ne inventa di nuove. Faro è uno scolaro molto attento e diligente e dopo aver sentito ogni storia la ripete ad Anna: prima con innumerevoli errori, poi a poco a poco, con l'aiuto della bambina che gli corregge ogni minimo sbaglio, la sua grammatica migliora e nel giro di un mese riesce a parlare correttamente quanto la sua maestrina.

    Durante tutto questo tempo allievo e maestra sono diventati molto amici. Anna viene a sapere che il suo amico africano proviene dai dintorni di una città che si chiama Bamako, nel Mali, e che il suo popolo si chiama Bambara. Faro sembra molto restio a dare informazioni su di sé e Anna, oltre alle poche cose che il suo amico le ha detto, non riesce neanche a sapere dove va a dormire la sera quando ha finito di lavare i vetri delle macchine.

    Un bel giorno, a fine novembre, quando Anna si reca all'appuntamento con Faro per raccontargli una delle sue innumerevoli storie, trova il suo amico che la attende in piedi accanto alle mura della città. Mentre tutte le altre volte che si sono visti Faro indossava dei jeans e una camicia - quasi sempre la stessa - ora ha indosso una specie di lungo camicione multicolore che gli arriva fino ai piedi.

    Siccome piove a dirotto Anna ha preso da casa sua un ombrello e si affretta verso Faro a cui sembra invece non importi molto di bagnarsi.

    "Ciao, Faro! Che bel vestito!" esclama Anna, avvicinandosi a lui per cercare di ripararlo dall'acqua con l'ombrello. Il giovane africano la guarda con gli occhi un po' tristi.

    "Domani devo partire! Torno fra la mia gente!" dice, a voce bassa. "Volevo salutarti e ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato."

    "Partire? Perché?" Anna sembra non credere alle parole di Faro, ma il giovane le dice che il tempo che aveva a disposizione è scaduto e che deve tornare dal suo popolo.

    "Non capisco," continua la bambina scuotendo la testa, "perché devi tornare proprio ora?"

    "Perché qui ho finito il mio compito."

    Anna china la testa e silenziosamente guarda la punta delle sue scarpe da tennis. Dai suoi occhi sgorga una lacrima, rotola lungo la guancia e si unisce alle gocce di pioggia che cadono ai suoi piedi.

    "Ho un regalo per te," prosegue Faro. "Questa volta ho io una storia per te, una storia del mio popolo, la storia della creazione."

    Anna lo guarda e tace, incerta se continuare a piangere o ascoltare il suo amico. Faro le prende di mano l'ombrello e tutti e due si siedono sulla vecchia cassa di frutta rovesciata.

    "Al Principio di tutte le cose c'era il Grande Vuoto.”

    La voce di Faro è grave e potente.

    "Poi iniziò il Movimento. Ogni Movimento deve andare in due direzioni, deve andare e tornare, come il Respiro. Questo rende possibile il prossimo passo nella catena della Creazione, cioè la Voce, la Parola che Crea Ogni Cosa. Questa Parola è l'Azione che crea Vibrazioni, l'Essenza stessa della Voce. La Parola, la Voce, è lo Spirito stesso che è libero di creare qualsiasi cosa desideri.

    Poi c'è "Nugu", la Sostanza, che contiene gli Elementi:

    "Yalan", Aria

    "Sani", Acqua

    "Yeren", Fuoco

    "Yelengu", Terra.

    Gli elementi si influenzano l'uno con l'altro, in una spirale concentrica, a causa del Potere, il "Mana".

    Quindi fu creata Pemba, la Grande Cosa, il Principio della Creazione, lo Spirito della Spirale.

    Da pezzi di legno tenero Pemba creò "Ni", le Anime degli Esseri Umani, poi creò un Essere Femminile con la coda, un muso  e orecchie lunghe, ma tuttavia ancora un piccolo essere umano. Pemba si accoppiò con la sua creazione e dopo di ciò nacquero tutti gli animali, uccelli e insetti. Tutti adoravano Pemba e la chiamavano "Ngala", Dea.

    Faro era il Dio delle Acque, senza le quali nessun essere può vivere. Faro venne sulla Terra dopo un lungo periodo di siccità, durante il quale erano morti la maggior parte degli uomini e degli animali. La sua voce era come il primo Vento Fresco alla fine della Stagione Calda.

    Faro parlò al popolo e disse: "Vi darò pioggia per nutrire  i fiumi, le fonti, i laghi e i ruscelli. Ricordatevi che l'Acqua è sacra e deve essere riverita. Non vi posso salvare dalla morte, ma vi posso aiutare."

    Insegnò loro a parlare e fertilizzò le donne, le quali diedero alla luce dei gemelli. Ma Faro non aveva ancora vinto la sua lotta per la vita sulla Terra.

    C'era  "Teliko", lo Spirito Arido del Vento del Deserto, che soffocava la gente. Faro aspettò e aspettò finché arrivò il suo momento: Teliko, nel suo orgoglio, dimenticò che non avrebbe mai dovuto attraversare un fiume. Quando lo fece, Faro, che vive nell'Acqua, lo prese e lo frantumò contro una montagna.

    Faro, diventato padrone del mondo iniziò a mettervi ordine. Fissò i punti cardinali, le stagioni, la successione regolare dei giorni e delle notti e l'opposizione di destra e sinistra. Quindi si mise al centro e creò i Sette Cieli:

    Il primo, "Kaba Noro", il Cielo Soffice, è formato dalle Nuvole di Pioggia dove Faro risiede come Dio dell'Acqua.

    Il secondo cielo, "Kaba Dye", il Cielo Bianco, è chiaro e fresco.

    Il terzo cielo, "Kaba Fii", il Cielo Nero, è la dimora dello Spirito e nel

    Quarto cielo Faro tiene i conti del mondo.

    Nel quinto, il Cielo Rosso, Faro giudica coloro che hanno infranto i tabù. Qui custodisce Fuoco, Sangue,  e Fumo.

    Nel sesto, il Cielo del Sonno, Faro custodisce i segreti del mondo. Qui, gli spiriti delle persone e dei folletti dormono finché lui non li sveglia.

    Nel settimo cielo è contenuta l'Acqua, dove abita Faro. E' qui che lui tiene la corda con la quale tutte le mattine tira su il Sole."

    Anna ha ascoltato affascinata le parole del ragazzo e quando lui smette di parlare lei gli prende delicatamente la mano e guardandolo negli occhi domanda:

    "Tu sei il Dio delle Acque?"

    "No, io sono un uomo," risponde calmo Faro. "Ma imparo la Magia della Terra ormai da tanti anni. Sono venuto in Italia per visitare mia nonna Farfalla Azzurra, che vive lassù sulla collina, a Fiesole."

    "E' la vecchia signora che viaggia sulla Mercedes con l'autista cinese?" domanda Anna, tutta seria.

    "Sì, è proprio lei," risponde Faro con un sorriso. "Da lei ho imparato molte magie: per esempio a far ridere le persone tristi."

    Ora Anna sorride un poco, ma non vuole farlo vedere al suo amico, che continua:

    "E' per questo motivo che venivo a lavare i vetri delle macchine, così mi potevo esercitare. Perciò non prendevo soldi: come avrei potuto? Le persone mi aiutavano a imparare la Magia!"

    Tace per un istante e poi alzandosi continua: "Ma da te ho imparato la Magia dell'amicizia e per questo desidero farti ancora un dono."

    Dalla tasca del camicione estrae una minuscola bottiglia di vetro bianco con dentro un liquido trasparente e la dona  ad Anna.

    "Che cos'è?” domanda incuriosita la bambina.

    "Prova a scuoterla!"

    Anna non se lo fa dire due volte: agita un po' il liquido dentro alla bottiglietta e, sorpresa, si accorge che dentro c'è qualcosa di duro che sbatte contro il vetro. Guarda interrogativamente il suo amico e lui le spiega:

    "Dentro alla bottiglietta c'è un po' d'acqua del mare che bagna la costa dell'Africa in cui si trova il mio paese e la pietra è un'Acquamarina che mi regalò mia madre."

    "No, non posso accettare! E' troppo!" esclama Anna.

    "Voglio che la tenga tu," insiste Faro. "Così quando vedrai Acquamarina penserai a me e riderai."

    La bambina annuisce e guarda in silenzio il suo amico.

    "Quando vorrai vedermi, esci sotto la pioggia e chiama il tuo amico Acqua. Io sarò lì con te!"

    Faro allunga la mano e con la punta delle dita tocca delicatamente la fronte di Anna, scompigliandole, per scherzo, un po' i capelli.

    Due colpi di clacson li fanno voltare verso la strada e al semaforo vedono la Mercedes bianca con l'autista cinese.

    "A presto, mia piccola amica," sono le ultime parole che Anna sente, prima che il suo amico africano sparisca dentro alla macchina. "La stagione delle piogge è appena incominciata!"

    Anna chiude il suo ombrello e camminando sotto l'acqua si avvia verso la sua casa.

    E ride.

  • 13 marzo 2006
    Dono d’amore

    Come comincia:

    Uno dei modi per diventare molto, molto potenti
    e molto, molto spirituali
    e molto, molto ricchi
    è donare.

    White Wolf Storm
    (scrittore e Medicine Man, Cheyenne)
     

    Già da qualche tempo dormiva poco, era sempre agitato e, soprattutto, sin da quando si alzava dal letto la mattina l’angoscia gli stringeva così tanto il petto che a malapena riusciva a respirare e ogni tanto annaspava come se gli mancasse l’aria.
    Era andato a farsi visitare da Michele, un amico medico che gli aveva fatto fare un check-up generale. Il risultato delle analisi glieli aveva portati di persona in ambulatorio la sera del 30 dicembre, poche ore prima che il suo amico prendesse l’aereo per andare ad accogliere il Terzo Millennio in Egitto insieme ad un amico.
    Il medico era stato perentorio: “Sei solo stressato, mio caro. O riduci il tuo ritmo di lavoro o, se continui così, non arriverai al Duemila.”
    “Stai scherzando, vero? Il Duemila è dopodomani. Non è che sto poi così male.”
    “No, tu stai proprio male e non lo vuoi ammettere; se continui così ti può prendere un coccolone da un momento all’altro. Quindi, se vogliamo vederci al mio ritorno dall’Egitto, datti una regolata. Anzi, perché non vieni con me? Io parto domani alle due per il Cairo e vado ad aspettare l’alba del Terzo Millennio accanto alle Piramidi. Il nostro amico Agostino doveva venire con me, ma all’ultimo momento ha conosciuto una donna e trascorrerà l’ultima notte dell’anno con lei. Perciò se vuoi venire, ho un posto sull’aereo e al Cairo puoi dormire in albergo con me.”
    “Figurati se ho il tempo di venire in Egitto. Ho ancora un sacco di lavoro arretrato. Ci vediamo al tuo ritorno. Buon viaggio!”
    Elio se n’era andato di cattivo umore e quella notte aveva dormito malissimo.
    Il 31 dicembre si alzò all'alba. Si fece un caffè e andò in bagno a radersi. Mentre si guardava allo specchio, vide qualcosa che brillava dentro alla pupilla dell'occhio sinistro, come una scintilla. Quando concentrò l'attenzione per vedere meglio, sparì.
    “Strano”, pensò.
    Dopo un paio di minuti la vide di nuovo: non era una scintilla, ma il bagliore di un fuoco e attorno al fuoco c'erano delle persone che parlavano animatamente. Elio distolse lo sguardo dallo specchio, ma era così emozionato che quando riprese a radersi si tagliò in tre punti. Aveva un po' paura, ma era anche incuriosito. Guardò di nuovo di sfuggita l'occhio sinistro e non vide nulla. Finì di radersi, si vestì e uscì per andare al lavoro.
    Era il buying manager  di una ditta di import-export  e in questo periodo di fine anno il lavoro si era triplicato.
    Nella vetrina di una merceria, vide il suo viso riflesso nel vetro. E gli occhi. No, non era il suo viso, non erano i suoi occhi!
    Spaventato fece un passo indietro, ma la curiosità lo spinse a guardare di nuovo. L'immagine nello specchio non era quella che abitualmente aveva di sé. Lì era più alto e i capelli gli arrivavano alle spalle. Gli occhi erano freddi, spietati, indifferenti.
     Avrebbe voluto fuggire, lasciar perdere, dimenticare ... ma qualcosa di irresistibile in quello sguardo continuò ad attirarlo. Guardò l'occhio sinistro riflesso nella vetrina e vide di nuovo la scintilla. Si avvicinò. L'occhio si ingrandì smisuratamente ...
    Era notte ed Elio vide alla propria sinistra un fuoco con delle persone attorno che parlavano e sembravano non accorgersi di lui.
    Sparite le case, il marciapiede, la vetrina, tutto ...
    L'aria aveva un odore particolare, un misto di fumo e di terra bagnata.
    Confuso e spaventato, si guardò intorno e si rese conto di trovarsi in una radura. C'erano alcuni cespugli accanto a lui, ma non riusciva a distinguerli bene. Il posto aveva qualcosa di selvaggio e inospitale, ma le persone intorno al fuoco gli davano un senso di tranquillità.
    Una di loro si voltò verso di lui.
    “Allora, vieni o dobbiamo aspettarti fino al Duemila?” esclamò.
    La sua voce era strana, sembrava la voce di un bambino, ma, avvicinandosi, Elio vide che era un vecchio, con i capelli lunghi e bianchi che gli arrivavano alle spalle. Tutt'intorno agli occhi aveva tantissime rughe sottili mentre il resto del viso era liscio. Aveva parlato in una lingua sconosciuta, ma Elio capì le sue parole. Continuò ad avvicinarsi di qualche passo, con fare indifferente. Non era spaventato, anzi, si sentiva leggermente euforico. I volti delle persone avevano qualcosa di familiare. A prima vista uomini e donne sembravano tutti uguali: avevano i capelli lunghi ed erano vestiti con  una specie di gonna-pantalone. Alcune donne sembravano molto anziane, altre delle bambine. Notò che tutte avevano attorno alla vita una fascia di stoffa colorata, con degli strani disegni.
    Una di loro si voltò e lo guardò.
    Elio ebbe un tuffo al cuore. La conosceva, ne era certo, solo che non riusciva a ricordare chi fosse. La donna era giovane, sui trent’anni. Il viso, di colore olivastro, era bellissimo. Gli sorrise e poi si voltò di nuovo verso il fuoco. Non sapeva che fare. Nessuno sembrava interessarsi a lui. Avrebbe voluto sedersi con loro, domandare chi fossero e, soprattutto, cosa ci faceva lui lì, cosa stava succedendo.
    Un uomo arrivò con una fascina di legna tra le braccia, la posò accanto al fuoco e andò a sedersi insieme alle altre persone; quindi si voltò verso Elio.
    “Avvicinati”, disse, “siediti accanto a me.”
    In quello stesso istante Elio riconobbe in lui la persona che aveva intravisto nella vetrina. I suoi occhi erano splendenti e tutta la sua persona emanava forza. Elio si avvicinò, inciampò in un sasso sporgente e cadde. Qualcuno si voltò e rise. Elio si rialzò e poi andò a sedersi accanto all’uomo. Una donna anziana, seduta al suo fianco, gli offrì qualcosa da mangiare. Elio rifiutò gentilmente: non aveva fame. Aveva lo stomaco chiuso, si sentiva come sazio; eppure quella mattina non aveva fatto neanche colazione.
    Guardò l'uomo dagli occhi splendenti e gli chiese:
    “Ma chi sei?”
    L'uomo non rispose. La vecchia seduta accanto a lui avvicinò le labbra all’orecchio di Elio e con fare complice sussurrò:
    “Lui è te.” E indicandogli la giovane donna che prima gli aveva sorriso aggiunse: “Anche lei è te.” Poi gli toccò la spalla con la punta delle dita e, guardandolo negli occhi, continuò: “E anch'io sono te, come tutte le persone qui ...”
    Elio era inquieto. Guardò le persone accovacciate intorno al fuoco, poi si guardò le mani, imbarazzato, e tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di carta. Sembrava che in quel momento la sua  unica preoccupazione fosse quella di soffiarsi il naso. Piegò accuratamente il fazzoletto e stava per buttarlo nel fuoco, quando incontrò lo sguardo dell'uomo seduto di fronte a lui. I suoi occhi erano duri e avevano quella fissità che spesso si vede negli occhi dei ciechi. Non osò buttare il fazzoletto nel fuoco e, sempre più imbarazzato, tornò a guardarsi le mani, poi alzò furtivamente lo sguardo per vedere se l'altro lo stesse ancora osservando.  L'uomo aveva al collo una collana con un grosso medaglione tondo ed Elio notò che l’avevano anche tutte le altre persone.
    “Éhi! Sai cos'è quel fuoco?” esclamò l'uomo. “Vuoi continuare a buttarci dentro la tua merda?”
    Le sue parole furono come una frustata. Elio raddrizzò la schiena e non osò più muoversi. Ora tutti lo guardavano.
    “Quando deciderai di svegliarti?” incalzò l'uomo. “Vuoi continuare a vivere come un imbecille addormentato anche nel prossimo Millennio?”
    Mentre parlava si alzò, si piazzò davanti ad Elio e, quasi bisbigliando, proseguì: “Quando la smetterai di giocare?” Poi, di nuovo a voce alta, aggiunse: “Non hai molto tempo, sai?”
    L'uomo era davanti a lui e lo guardava. Passarono due o tre minuti e nessuno parlava. Elio era così agitato che incominciò a tremare. Cercò di controllarsi, ma non ci riuscì. Non sopportava più quel silenzio e stava per dire qualcosa, quando la giovane donna che prima gli aveva sorriso urlò:
    “Taci! Ascolta piuttosto!”
    In quel momento la riconobbe: alcuni anni prima aveva fatto un sogno in cui aveva visto, di spalle, una giovane donna in mezzo a un viottolo, in un bosco. Aveva avuto l’impressione che quella donna fosse lui stesso e le si era avvicinato per vederla meglio: lei si era voltata, i loro occhi si erano incrociati ed Elio si era trasformato in lei che guardava con amore un Elio più giovane dal viso sereno e dagli occhi splendenti.
    Era in piedi accanto a una sorgente che sgorgava tra le radici di una quercia; aveva sentito la vagina inumidirsi e il sangue bagnarle le cosce: si era resa conto che le erano venute le mestruazioni. Era andata dietro a un cespuglio e dal tronco di una quercia, aveva preso un po' di muschio, si era alzata la gonna e, dopo essersi tirata giù le mutandine, aveva applicato il muschio fresco sulla vagina per tamponare l’emorragia.
    Il ricordo di quelle sensazioni provate in sogno era così vivo che gli sembrava di averle appena vissute. La donna del sogno era la stessa che ora gli ordinava di tacere. Questa scoperta lo sconvolse. Guardò la donna e capì perché, quando poco prima gli aveva sorriso, aveva avuto quel tuffo al cuore: ne era perdutamente innamorato.
    La tensione che provava era sempre più grande. Avrebbe voluto gridare “Basta, smettetela!” e allo stesso tempo non riusciva a distogliere lo sguardo dalla donna, da quella donna che ora sapeva essere sé stesso al femminile, e che amava. Sentì un'ondata di calore montargli alla testa e offuscargli la vista, vide un bagliore rossastro e perse i sensi ...
    Si risvegliò davanti alla vetrina della merceria. La commessa del negozio, una ragazza talmente magra da sembrare anoressica, era uscita e lo guardava con dei grandi occhi spiritati.
    “Si sente bene, signore?” chiese, preoccupata.
    “Sì, sì, grazie”, rispose Elio frettolosamente, “ho avuto solo un leggero capogiro. È già passato.”
    Si allontanò lentamente, pensando a ciò che gli era successo. Provava una nostalgia profonda per la donna della visione. Avrebbe voluto rivederla, toccarla, fare l'amore con lei. E desiderava baciarla, baciarla sulla bocca.
    Poi si rese conto dell'assurdità. Se la donna era lui, allora si stava desiderando? Si era innamorato di sé? Che pasticcio.
    Arrivato alla porta dell'ufficio, suonò il campanello. La segretaria venne ad aprirgli e lo salutò sorridendo.
    “Hai un'aria splendida stamattina,” gli disse, in tono scherzoso. “Ti sei forse innamorato?”
    “Perché, ho l'aria di un innamorato?” rispose Elio.
    “Sì,” disse la ragazza. “Ti brillano gli occhi.”
    “Ma va, ma va,” mormorò Elio, quindi entrò nella sua stanza e accese il computer. Quella mattina avrebbe preferito fare una camminata nel bosco invece di dover stare lì a digitare quella “Previsione sull'andamento del mercato della lana fino all'anno 2001”. Tuttavia, dopo alcuni minuti era completamente immerso nel lavoro.
    Nel corso della mattinata, però, dentro di lui maturò una decisione. All’ora di pranzo spense il computer: provava una insolita serenità.. Si sentiva forte e pieno di energia, gli sembrava di essere sazio. Soprattutto, si sentiva libero, libero, libero! E respirava meglio. Chiuse la porta dietro di sé e, senza sapere che non sarebbe mai più tornato in quell'ufficio, prese un taxi e andò all’aeroporto. Il suo amico Michele gli aveva detto che l’aereo per il Cairo sarebbe partito alle due del pomeriggio. Fece appena in tempo a raggiungere Michele allo sportello del check-in; mezz’ora dopo erano in volo in direzione del Cairo.
    Appena arrivati si sistemarono allo Gizareh Sheridan Hotel  e subito dopo andarono a cena. Tornati in albergo, presero delle coperte, delle tavolette di cioccolata, una bottiglia di Champagne e fecero chiamare un taxi dal portiere: avrebbero passato la notte alla Piramide di Chephren per aspettare l’alba del Terzo Millennio.
    Arrivati ai piedi della Piramide Elio si sentiva esausto, ma felice. Verso le undici iniziò uno spettacolo di luci e suoni ed Elio e Michele ammirarono la Sfinge che si ergeva davanti a loro in tutta la sua maestosità, col volto gigantesco ed enigmatico illuminato da una luce dorata.
    A mezzanotte brindarono insieme ad altre centinaia di persone che bivaccavano nei dintorni delle Piramidi e si abbracciarono e baciarono con decine di persone sconosciute, in quel momento fratelli e sorelle di una ritrovata umanità.
    Verso l’una si rifugiarono ai piedi della piramide di Chephren, fecero un ultimo brindisi, si avvolsero nelle coperte e si addormentarono.
    All’alba un raggio di sole si riflesse sulla bottiglia di Champagne ormai vuota e illuminò il viso di Elio che, aperti gli occhi... si ritrovò di nuovo intorno al fuoco insieme alle donne e agli uomini dai capelli lunghi. La giovane donna e l'uomo dallo sguardo duro erano di fronte ad Elio e lo guardavano intensamente. Dopo un tempo che gli parve lunghissimo, l'uomo parlò:
    “Io sono parte di te. Per tanto tempo tu non hai voluto né vedermi, né ascoltarmi, ma io sono parte di te. Io so tutto di te .... e di me. Noi tutti , qui, siamo parti di te ed esistiamo da miliardi di anni, come la terra e le rocce. Solo che tu non ti ricordi di noi ... né di te. Abbiamo deciso di farti un dono.”
    “Il dono è la possibilità di stare con noi tutte le volte che lo desideri,” aggiunse la giovane donna, guardandolo  negli occhi..
    Elio non aveva mai provato una gioia così grande. Gli occhi di lei erano così puliti, così belli, così ... aaah, gli mancavano le parole per descrivere tutto l'amore che provava. Lo sentiva dentro di sé crescere sempre di più.. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei e glielo disse.
    “Sì, in effetti, ci piacerebbe che tu facessi qualcosa per noi tutti,” propose l'uomo. “Qualsiasi cosa ti succeda nella vita, abbi cura di loro”, e voltandosi indicò due persone dall'altra parte del fuoco, le quali si alzarono e si diressero verso la giovane donna. Con sorpresa Elio vide che erano un bambino e una bambina. Dovevano avere sette o otto anni e anche loro avevano i capelli lunghi.
    “Anche loro sono parte di te”, continuò l'uomo. “Rispettali e falli rispettare come il tuo bene più prezioso, poiché loro sono il tuo bene più prezioso. Ricordati: quando la terra e tutti i soli e le galassie saranno scomparsi, loro vivranno ancora e tu vivrai in loro. E noi con te”.
    La bambina guardò Elio e disse a voce bassa: “Vieni!”
    Lo prese per mano e lo portò accanto al fuoco.
    “Sii come lui”,sussurrò.
    “Sii come il fuoco”, continuò la giovane donna, che nel frattempo si era avvicinata a loro. “Questo è ciò che ti chiediamo. Lui dà la sua luce e il suo calore senza chiedere nulla in cambio.”
    La donna anziana che prima sedeva accanto a Elio prese la mano della giovane donna, poi quella di Elio, e le mise una sull'altra. Elio non era mai stato così felice e così forte e così pieno di energia.
    “Ti amo, ti ho sempre amato”, mormorò Giovane Donna. “Quando vorrai starmi vicino, basta che tu mi pensi ed io sarò lì, con te. Come pure tutti gli altri te che sono qui. E ricordati .... Sii come lui!” concluse, indicando il fuoco.
    L'uomo dallo sguardo duro si avvicinò a loro e si tolse la collana con il medaglione.
    “Io sono Uomo”, affermò. “Questo fa parte del nostro dono. Perché tu ti ricordi che noi siamo sempre con te!”
    Era una collana di lapislazzuli che reggeva un medaglione di onice nera, su cui spiccavano quattro minuscole figure di madreperla, sedute a gambe incrociate intorno a un opale di fuoco: un Uomo, una Donna, un Bambino e una Bambina. Elio guardò il medaglione ...  nello stesso istante si ritrovò ai piedi della piramide di Chephren accanto a Michele addormentato.
    Lo svegliò e insieme ammirarono il sole che si levava ad Est, colorando la vita di tutte le tonalità di rosa.
    Verso le nove volle tornare in albergo. Era stanco e aveva voglia di riposare. Nella hall si guardò in uno specchio e vide la sua immagine riflessa. Aveva al collo una collana di pietre blu con un bellissimo medaglione nero. Sorpreso, lo toccò per sincerarsi che fosse vero e sorrise.
    Nella boutique dell’albergo comprò il necessario per incominciare la sua nuova vita nel nuovo Millennio: spazzolino da denti, biancheria pulita, un paio di pantaloni e una camicia nuova.

  • 07 marzo 2006
    Rosa

    Come comincia: Si era alzata da poco. Aveva fatto strani sogni quella notte, ma non ricordava i particolari. Ricordava solo di aver visto un uomo su una barca e che tutti e due erano soli in un mare calmissimo.

    Quel ricordo la fece sorridere. Rosa pensò che forse era un sogno premonitore. Chissà, forse avrebbe incontrato un uomo quel giorno e avrebbe fatto un viaggio con lui, nella vita, in un mare calmissimo.

    "Un giorno o l'altro il mio romanticismo mi metterà nei guai", si disse. Ma il pensiero la mise di buon umore. Era da alcuni anni ormai che viveva sola e già da tempo le era passata la voglia di vivere con un uomo. Troppo aveva sofferto durante e dopo il divorzio dal marito e le era rimasta addosso una profonda diffidenza nei confronti degli uomini.

    A dire il vero lei sapeva bene che la sua era anche paura, paura di soffrire di nuovo, paura di essere intrappolata in schemi che non erano i suoi.

    No, non ci sarebbe cascata più.

    Molto meglio la solitudine che quella vita da schiava.

    Da quando il marito era andato via, lei si era sentita come rinata, anche se i primi tempi erano stati difficili. Forse perchè non era abituata ad essere libera, pensò.

    Và a farsi una doccia. L'acqua le scorre sul corpo ancora sodo e forte. Ama la sensazione dell'acqua tra i seni. Si insapona per bene e poi si sciacqua col getto della doccia. Indugia un pò col getto tra le cosce e gode di quella carezza soffice e delicata.

    Quei momenti sotto la doccia calda, al mattino, sono per Rosa i più preziosi della giornata: gode dell'essere lì sola, in intimità con sé stessa.

    Finisce di lavarsi e, dopo aver chiuso i rubinetti dell'acqua, si asciuga con cura. Poi prende una boccetta di profumo, ma ci ripensa e la ripone al suo posto. "Oggi basta il mio profumo", pensa e guardandosi allo specchio si fà l'occhiolino.

    Dallo stenditoio prende le mutandine che la sera prima, come tutte le sere d'altronde, aveva lavato e se le infila. Stà per uscire per andare in camera a vestirsi, quando sente un rumore, come di qualcosa che rotola. Si avvicina alla finestra del bagno, la apre e vede che sotto, in giardino, c'è una bambina che sta giocando con un barattolo di plastica. Ha messo dentro dei sassi e lo scuote, poi, come se il suono non la soddisfacesse, tira fuori i sassi e mette dentro due pezzi di legno.

    La bambina alza la testa e vede Rosa affacciata alla finestra e le sorride.

    "Vieni giù, Rosa, Ho bisogno di te".

    "Sì, vengo subito", risponde Rosa, e si avvia verso la sua stanza per vestirsi.

    Rosa abita in un appartamento a pianterreno nel centro storico di Firenze. Ha la grande fortuna di avere un piccolo giardino interno, circa quaranta metri quadri, che condivide con un altro inquilino. Al giardino si può accedere soltanto attraverso l'appartamento.

    Dunque, da dove era sbucata quella bambina?

    Si sta giusto infilando la gonna, quando si rende conto che la bambina l'ha chiamata per nome e che è fuori da sola e che lei non l'ha mai vista prima.

    Finisce in fretta di vestirsi ed esce in giardino.

    Prima che Rosa potesse aprir bocca, la bambina le domanda:

    "Vuoi giocare con me?"

    "Volentieri", risponde Rosa, "ma sai, ora devo andare a lavorare e non ho tempo. Avevi bisogno di me per giocare?"

    "No, ti ho fatto uno scherzo", dice ridendo la bambina, "sei tu che hai bisogno di me. Io ho tempo."

    "Da dove sei entrata?" domanda ancora Rosa, cercando di capire chi possa essere quella bambina.

    "Portami con te", risponde la piccola, senza assolutamente curarsi di rispondere.

    "Ma non posso!" Esclama Rosa, con voce un pò irritata. Deve andare a lavorare ed è già in ritardo. "Non ti posso portare con me al lavoro. Non sò chi sei e magari i tuoi genitori ti stanno cercando".

    "Io mi chiamo Rosetta", dice la bambina, "e i miei genitori non mi stanno cercando." E dopo un momento aggiunge: "Portami con te!"

    Poi si china e raccoglie il barattolo con cui stava giocando, toglie i pezzetti di legno che ci sono dentro e con la massima naturalezza dice: "Andiamo?" e si incammina verso l'entrata dell'appartamento.

    "Ma chi sei?" domanda Rosa, un pò alla bambina e un pò a sé stessa.

    "Te l'ho già detto, mi chiamo Rosetta," risponde la bimba.

    "Ma come hai fatto ad entrare nel giardino, come..."

    Si interrompe e rimane a bocca aperta: la bambina era letteralmente sparita sotto i suoi occhi. Si guarda intorno e non la vede. Entra nell'appartamento, guarda in tutte le stanze, niente. Apre nervosamente gli armadi, guarda sotto il letto, nulla. Volatilizzata.

    Rosa è perplessa.

    Eppure è sicurissima di aver visto una bambina e di aver parlato con lei.

    La chiama: "Rosa... Rosa... vieni fuori... dove ti sei nascosta?"

    Niente.

    Apre la porta che dà sulla strada e la vede, a circa dieci metri di distanza. Sta guardando Rosa e continua a giocherellare col suo barattolo di plastica.

    "Dai, vieni", le dice con la sua vocina, "sennò arrivi in ritardo al lavoro".

    Rosa le si avvicina quasi di corsa e le dice:

    "Senti, bambina, come hai fatto a uscire di casa senza che io ti vedessi. Come hai fatto a sparire così?"

    "Non mi chiamo bambina, mi chiamo Rosetta", la interrompe la piccola. "Possibile che non mi riconosci?"

    "Riconoscerti?"

    La donna guarda attentamente la bambina e ha come la vaga sensazione di conoscerla, ma non riesce a ricordare dove l'abbia vista. La piccola indossa un vestitino corto di cotone e delle scarpette di vernice nera. Sorride. Anche lei da piccola aveva avuto delle scarpine così e anche un vestitino come quello.

    E all'improvviso, un pensiero assurdo la assale.

    La prende per mano e le dice: "Vieni, andiamo un momento in casa!"

    "E il lavoro?" domanda la bimba.

    "Lascia perdere, ora entriamo in casa!"

    Percorrono i pochi metri fino alla porta della casa ed entrano. Rosa è talmente sconvolta che non riusce ad infilare la chiave nella serratura. Poi ci riesce, apre la porta e si precipita in camera da letto, dove tiene, in una vecchia scatola di latta, tutte le sue fotografie. Fruga dentro nervosamente e poi trova ciò che cerca: una foto a colori di quando aveva circa 7 anni... ed era precisa alla bambina che ora accanto a lei guardava la foto sorridendo.

    "E' una bella fotografia, vero?" dice la bambina, con l'aria più naturale di questo mondo.

    "Ma... ma... ma questa sei tu... cioè... sono io? Oh, mamma mia, non ci capisco più nulla. Ma che sta succedendo?" esclama Rosa.

    Poi tace, guarda la foto, poi la bimba, poi ancora la foto. La bambina porta lo steso vestitino e le stesse scarpe che lei ha nella fotografia. Rosa pensa di essere diventata pazza e questo pensiero la sconvolge. Timorosamente allunga la mano e le tocca il braccio, poi il vestito, quindi guarda ancora la foto.

    "Dai, Rosa, andiamo un pò fuori. Portami con te."

    Quasi automaticamente Rosa risponde di sì. Ma non sà che fare, quasi non osa guardare la bambina. Chiude gli occhi e poi li riapre: sì, è sempre lì, non è una allucinazione.

    Mette via la scatola delle fotografie e va al telefono. Compone un numero e all'altra parte una voce di donna risponde: "Pronto?"

    "Ciao, Anna, sono Rosa. Posso passare un momento da te? Ho bisogno di parlarti." La sua voce è tesa e parla a scatti.

    "Sì, va bene, passa. Ma cosa hai, ti è successo qualcosa? domanda Anna.

    "Sì, dice Rosa, "ma ti spiegherò fra poco. Non voglio parlarne per telefono."

    "Va bene, ti aspetto."

    "Fra dieci minuti sono da te."

    "Ciao."

    "Ciao."

    Anna è la migliore amica di Rosa e in quel momento è anche l'unica persona con la quale ha voglia di parlare. Guarda la bambina e dice: "Non vado a lavorare. Andiamo da una mia amica, va bene?"

    "Oh, sì!" risponde la bambina ridendo, "mi piace stare con Anna".

    Rosa la guarda e domanda stupefatta: "Ma tu, conosci Anna?"

    "Certo che la conosco, come pure tu la conosci, no?"

    Sempre più perplessa Rosa cerca di pensare ad altro. Tutte le cose assurde che le stanno succedendo con questa bambina la sconvolgono e quando è sconvolta spesso fa finta di nulla e cerca di pensare ad altro, per "mantenere le distanze dalle cose", dice lei.

    Prende ancora il telefono e chiama la sua collega di lavoro per dirle che non sta bene e che oggi non andrà a lavorare.

    Rosa è biologa e lavoro in un istituto di ricerca universitario. Una persona importante, che non ha tempo da perdere...

    La donna e la bambina escono e si dirigono a piedi verso Piazza Santo Spirito, dove abita Anna. Mano nella mano sembrano una mamma con la sua figliola o piuttosto due sorelle: la maggiore che porta a spasso la sorellina.

    Buffo.

    Hanno addirittura lo stesso modo di camminare.

    Senza guardare la piccola, Rosa domanda: "E' da tanto che conosci Anna?"

    "Sì," risponde Rosetta, "da quando la conosci tu."

    Silenzio.

    Dopo un pò Rosa si ferma per un momento e si volta verso Rosetta.

    "In giardino mi hai detto che ho bisogno di te. Perché?"

    "Perché ti sei dimenticata come si fa a giocare. Tu hai sempre fretta, non hai mai tempo. Sono venuta per giocare con te, per passare un pò di tempo con te." E dopo un pò aggiunge: "Io ho tempo, tantissimo."

    "Ma... ma tu chi sei?" domanda ancora Rosa, anche se ormai la risposta le sta diventando sempre più ovvia.

    Arrivano in Piazza Santo Spirito, che è quasi vuota. Due ragazze sedute sulla scalinata della chiesa e una coppietta in una delle panchine sono, oltre a loro, le uniche persone presenti.

    "Possiamo andare a sederci accanto alla fontana per un pò, prima di salire da Anna?" domanda la bimba.

    "Ma... Va bene, andiamo."

    Siedono tutte e due sugli scalini della fontana, nel centro della piazza. C'è un pò di sole, ma non fa caldo. Ora l'unico suono che sentono è quello dell'acqua che zampilla dalla fontana.

    In lontananza, rumore di traffico.

    Stanno in silenzio.

    Rosa non si sentiva così bene da tantissimi anni. Sparita la fretta, l'ansia.

    La bambina continua a tacere, ma ogni tanto guarda Rosa con un sorriso e nel suo sguardo c'è un amore sconfinato.

    Il tempo si è fermato.

    Rosa non è più neppure curiosa, non le interessa neanche più sapere chi  sia quella bimba, che ogni tanto la guarda con occhi pieni d'amore.

    E in quel viso vede sé stessa bambina.

    Da tantissimi anni non aveva più pensato alla propria infanzia. Viveva nel suo mondo di adulta fatto di impegni, appuntamenti, orari, scadenze, bollette da pagare, amori... e si era dimenticata di cose come il fermarsi ad ascoltare il suono dell'acqua. Le venne in mente una scena in cui lei era con suo padre in campagna, tanti anni prima, e lui le insegnava i nomi delle piante. Si rende conto che è da allora che lei conosce i nomi di tantissime piante.

    E ricorda altre volte, in cui lei giocava per ore, per giornate intere, sopratutto l'inverno, con una sua amichetta o da sola, a inventar storie. Rideva tanto, allora, bastava un nonnulla...

    Rosa prova una gioia immensa nel rievocare questi ricordi: socchiude gli occhi, inspira l'aria fresca del mattino e il suo corpo è come se si riempisse di bollicine piene di allegria.

    Apre gli occhi e si guarda intorno.

    Non è cambiato nulla.

    Tutto sembra come prima.

    La bambina guarda in silenzio le evoluzioni di un passero.

    Eppure tutto è cambiato.

    Rosa ora sorride.

    La bambina si volta verso di lei e dice: "Ora sai chi sono. Mi porterai con te?"

    "Sì, Rosa, sì. Desidero che tu venga con me, che tu viva con me. Sono felice, sai?"

    Per un pò tace, poi la bambina prende con la sua manina la punta delle dita di Rosa e le carezza delicatamente.

    "Ti voglio bene", dice.

    Rosa non si era mai sentita così amata. E' felice come mai lo è stata in vita sua.

    "Andiamo da Anna, ci starà aspettando," dice Rosetta.

    "Sì, sì, andiamo", risponde Rosa.

    Si alzano, vanno al lato della piazza dove c'è Via Sant'Agostino, suonano il campanello di Anna e salgono in ascensore fino al quarto piano. La porta è socchiusa. Entrano. Dalla cucina, la voce di Anna dice: "Vieni, Rosa, stò preparando il caffè. Lo vuoi anche tu?"

    "Sì, grazie", risponde Rosa, andando verso di lei per abbracciarla, "ne ho proprio voglia."

    "Cosa c'è", domanda Anna all'amica, "al telefono ti ho sentita piuttosto sconvolta".

    La bambina è ora accanto a Rosa e osserva le due amiche. Anna sembra non vederla.

    "Be... mi è successo qualcosa che... non so come dirlo... è... strano", e le racconta tutto.

    "E dov'è ora la bimba?" domanda Anna.

    Rosa la guarda e sta per dirle che  "Come non la vedi? è qui, accanto a me, no?", ma si trattiene. Poi ci ripensa.

    "E' qui con me, naturalmente, ma forse tu non puoi vederla".

    Anna la guarda e le sorride.

    "Sei cambiata, Rosa. Sei più... come dire... più serena. Forse un pò più pazza di prima... ma ti preferisco così. Stavi diventando davvero troppo seria."

    Le versa il caffè e poi tira fuori dal forno una crostata di pere, ne taglia un pezzo e dice: "Per Rosetta. Le piacerà certamente".

    Tutte e due scoppiano a ridere.

    "Grazie, Anna, so che tu mi capisci," dice Rosa in un sussurro e con tenerezza passa la sua mano tra i capelli bianchi di Anna."Sei la vecchietta più adorabile che io conosca".

    La abbraccia ancora e poi si avvia verso la porta.

    "Ho deciso di andare via per qualche giorno", dice. "Ho voglia di stare un pò all'aria aperta. Andrò a trovare Elisa, che abita accanto a quel bellissimo bosco di cui tante volte ci ha parlato. Rimarrò un po' di tempo da lei. Ciao."

    In ascensore inizia a canticchiare, contenta.

  • 07 marzo 2006
    Il regalo di compleanno

    Come comincia: Nacque, ed era stato lungamente atteso. Lui, maschio dopo tre sorelle. Sua madre appena lo vide pianse, abbandonandosi tra i cuscini sulla lettiga dell'ospedale, come addolorata, tanto estenuante era stato il travaglio ed il parto. Le sue sorelle, sebbene fossero consapevoli di essere diventate invisibili dal suo primo vagito, lo amarono. Suo padre non era in sé dalla felicità. Lo considerò fin da piccolissimo il gioiello da crescere con attenzione, curando la sua educazione personalmente, occupandosi di ogni minimo dettaglio della sua formazione senza neanche il più piccolo errore. E lui crebbe. La mamma non si perdeva una sola edizione dei telegiornali: come molte altre mamme nella sua stessa posizione sperava sempre, con l'animo tenero e romantico, di sentire una notizia eclatante, liberatoria, utopistica. Mai era accaduto, mai probabilmente sarebbe accaduto, ma lei testardamente perseverava. Lui era felice, sapeva per esserselo sentito ripetere da sempre di essere un eletto, un dono di Dio. C'era solo una cosa, un'ombra, una richiesta che dopo mille tentennamenti decise di fare a suo padre. Lo conosceva come un uomo a volte severo e duro, ma sempre giusto, che motivava le sue decisioni, che lo adorava. Grande fu quindi la sua meraviglia quando quella volta gli rispose brusco, quasi incattivito, quasi vergognandosi di lui. Pensò che ciò che aveva chiesto fosse sbagliato e decise di non tornare più sull'argomento.

    Quel giorno si svegliò, come ogni altro, ma non era un giorno come ogni altro. Era il suo decimo compleanno. Nel salotto buono l'intera famiglia lo aspettava per consegnargli il suo regalo, quello annunciato, quello che rendeva suo padre così fiero di sé e di lui. Per un attimo, solo uno, sperò che i programmi fossero cambiati, si augurò di ricevere quella cosa che desiderava tanto, per poi darsi subito dell'ingrato, dello sciocco. Quello con cui stava uscendo di casa ora era un dono preziosissimo, un privilegio che gli era stato accordato, motivo di invidia e di insoddisfazione di molti altri, e lui stava a pensare a giochi superficiali ed insulsi. Suo padre aveva ragione ad avergli negato ciò che aveva chiesto. Camminò fino alla piazza, chiedendo perdono a Dio per la sua immaturità.

    Era una splendida giornata, tanta gente vociava, bambini  schiamazzavano intenti ai loro giochi di strada. Il suo regalo avrebbe ammutolito tutti. Era quello il posto, lì doveva rivelare il tesoro che cingeva i suoi fianchi. Senza farsi vedere, aprendo appena il giubbotto per non rovinare la sorpresa, armeggiò con la cintura, come gli avevano insegnato, come lo avevano addestrato, come aveva già provato tante volte. Era pesante la cintura, lo aveva impacciato nei movimenti, gli provocava male alla schiena, ma ora stava per liberarsene, di lei, di ogni male. Sfiorò, tastò, schiacciò ed alzò lo sguardo. Ebbe solo un paio di secondi per vedere poco lontano due ragazzini che correvano dietro a ciò che aveva domandato senza ottenerlo, per il quale avrebbe barattato l'onore, la soddisfazione di suo padre, la sua missione, che tradiva ciò che lui era veramente, un semplice, innocente, inconsapevole bambino di dieci anni. Un pallone da calcio. Pregò mentalmente Dio di farglielo trovare dove stava andando, glielo chiese come premio ed iniziò a sorridere all'idea, poi gli occhi gli schizzarono fuori dalla testa, le braccia, le esili gambe, il torace, i suoi pensieri, si separarono fino a diventare minuscole tessere di un mosaico che non sarebbe stato possibile ricomporre. La detonazione fu così terribilmente chiassosa da arrivare fino al cielo. La carica di tritolo talmente potente che sarebbe stato inutile cercare nella distruzione che ne seguì un pezzo intatto del suo corpo. E di quello degli altri che incautamente avevano abitato la piazza fino a un momento prima. E del pallone. L'esplosione spostò l'aria, accompagnata dalle grida impazzite di sirene e allarmi.

    In casa la mamma la udì. Accese il notiziario, credette di aver udito quella notizia eclatante di pace tra due popoli che aspettava da anni, che avrebbe cambiato il destino di quel bambino di dieci anni, e di altri come lui, ma nelle sue orecchie risuonò la voce esaltata dello speaker che pronunciava il nome di suo figlio il martire, suo figlio l'eroe, suo figlio morto. Dio non le avrebbe perdonato quell'aggettivo "suo". I figli non erano delle madri, erano strumenti di dio. Guardò il volto commosso ed orgoglioso di suo marito, forse lo osservò attentamente per la prima volta, e le apparve come era: il ghigno di un mostro, gli occhi di un assassino, la rassegnata stupidità di un codardo. Pensò al suo pianto il giorno del parto, quando sapeva di aver condannato a morte quell'essere indifeso non appena lo aveva dato alla luce. Pensò che scavando tra le macerie sarebbe stato impossibile trovarne un pezzo intatto, questo non era un pensiero originale, ma inevitabile. Il cuore si sciolse e quel ruscello di sangue che produsse furono le sole lacrime che versò.
     
    L'ambulanza accorse frettolosamente sul luogo dell'attentato. Con il suo tragico ululato sembrava chiedere di fare largo, sembrava sentirsi in colpa per essere in ritardo rispetto alle altre, sembrava desiderare di caricare qualcuno da curare ma sopravvissuto. Nessuno si era salvato. Uomini, donne, bambini, doni di dio erano ormai tutti polvere. Accostando in un angolo della piazza le ruote urtarono qualcosa, provocando un lieve sobbalzo. Il conducente scese, ma prima di affrettarsi per l'inutile soccorso in quel trionfo della morte gettò un'occhiata a terra: aveva schiacciato un ammasso informe di plastica carbonizzata, una carcassa di quello che tentò inutilmente di farsi riconoscere come un pallone da calcio. No, alla fine dio non gli aveva concesso di portarselo dietro.

  • 07 marzo 2006
    Lei

    Come comincia: Bella in maniera sfavillante. Unica, come solo lei sa essere. Non teme confronti, nonostante altre bellezze che la imitano fino ad assomigliarle. Uomini senza occhi l’hanno violata, deturpata, ma lei è sopravvissuta e loro sono caduti, inghiottiti dalla loro stessa cecità. Protagonista a volte involontariamente, quando sarebbe chiamata a rimanere in disparte ed invece ruba la scena  ad attori di prima grandezza. Eccessiva, sfrontata e strafottente nel suo riuscire sempre ad essere al centro dell’attenzione in modo assolutamente naturale. Uomini straordinari l’hanno amata perdendo l’uso della ragione, offrendole doni incantevoli, frutto di genialità tramutatasi in follia, che l’hanno resa ancora più attraente e che lei ha reso immortali. Guardala all’alba, quando sonnecchia ancora sotto la luce che sorge, tenera e pura nella quiete, prima di esporsi alla volgare curiosità di chi ancora non la conosce e vuole a tutti i costi ammirarla, o alla distrazione di altri che ci convivono e hanno perduto l’iniziale passione. Guardala sotto il sole splendente, radiosa, che mostra lo spettacolo di sé stessa generosamente, senza pudori. Guardala sotto il cielo plumbeo, sospesa in un’atmosfera quasi irreale, così livida e corrucciata che vorresti ci fosse un modo per farla ridere, vulnerabile ma scintillante nella pioggia battente. Uomini senz’anima hanno provato a spezzarla, vergognandosi però di fronte alle sue ferite, alla profanazione della sua sacralità che avevano cominciato, e sono fuggiti lasciandola piegata ma non sconfitta, sofferente ma combattiva. Uomini non straordinari ma rispettosi l’hanno rimessa in piedi, curata, coccolata, gustandosi poi il suo ritorno alla vita. Guardala al tramonto, nella lotta contro  le ombre che vogliono sopraffarla, aggrappata finché è possibile all’ultimo spicchio di luminosità, sensuale al punto che il desiderio di lei ti spacca le viscere, la vedi sparire lentamente ai tuoi occhi e ti senti morire di nostalgia. Guardala di notte, ormai abituata all’oscurità, provocante e segreta, condividere il buio con gli insonni e i disperati, splendida meretrice tra le meretrici, complice senza giudicare, comprensiva senza moralismo, discreta e omertosa. Guardala adornata di colori, quando anche la natura gareggia nell’arricchirla, quando fa da cornice alla gioia incontenibile degli innamorati che sfilano disordinati al suo cospetto e la coinvolgono nei festeggiamenti di vittorie rare ed insperate. Uomini senza nome continuamente la deridono, criticandola, esaltandone tutti i veniali difetti come se fossero le sue sole caratteristiche. La mediocrità non può concepire l’immenso, crepa d’invidia di fronte alla grandiosità, si difende con la calunnia di fronte alla perfezione,  cerca la notorietà che non merita disprezzando ciò che neanche comprende. Lei non se ne preoccupa, non li prende in considerazione, e perché dovrebbe? È la tradizione e il progresso, il sacro e il profano, è l’eterna. Giù il cappello, signori: è Roma.

  • 07 marzo 2006
    Cosa porta il temporale

    Come comincia: Guardavo quello spettacolo dall’ultimo piano del terrazzino, felicemente solo e infelicemente libero. Non pensavo a nulla di particolare, aspettavo il temporale e mi sentivo senza senso,  affascinato e impaziente di poter assistere a qualcosa di straordinario e potente. Le forze della natura mi erano parse sempre grandiose e incontrollabili… chi poteva dirlo che da un semplice temporale ne scaturisse una fine del mondo?

    Un altro lampo
    Contai fino a dieci…
    E un tuono parve scuotere le fondamenta.
    Poi venne il silenzio…

    Improvvisamente udii un sibilo e una volata stregata investì ogni cosa che incontrò nella sua via: era aria fredda e umida come il respiro dei defunti… ti faceva venire in mente l’insensatezza della vita e la caducità delle cose.

    Si sollevò un enorme polverone di foglie, terra e carta: con un po’ di fantasia ci potevi vedere dentro ogni cosa, comprese delle forme in continuo mutamento che si restringevano e si slargavano come anime inquiete. Il polverone si alzava simile a una tromba d’aria, fischiando e oscurando buona parte degli altri edifici circostanti al mio.

    Ma ancora non voleva piovere… c’erano solo folgori e rimbombi di tuono preminenti al caos che ne sarebbe derivato. Osservavo senza la forza di muovermi, con il vento e la polvere contro il viso e una stupida vertigine che mi tentava di unirmi a quella forza distruttiva. Avrei allargato le braccia e via come un aquilone. Sorridevo e mi sentivo un po’ folle, ma era bello così… ti sentivi fare parte integrante di quella tempesta che piegava gli alberi e rivoluzionava il mondo con polvere e disordine.

    A un tratto un rumore sordo proveniente alle mie spalle mi fece soprassaltare. Veniva dal buio della mia camera da letto. Raggelai all’istante…
    Un lampo illuminò per un attimo l’interno della stanza e in una frazione di secondo ebbi una allucinazione, poiché era in pratica inverosimile spiegare quello che mi parve di intravedere in un angolo della camera. Seppure non volessi ammetterlo mi era sembrato di scorgere una sagoma raggomitolata contro il muro, tra la scrivania e il letto. Doveva essere stato per forza un gioco di luce o il movimento delle tende che sbattevano agitate dal vento contro la porta. Io in quell’appartamento di tre stanze ci vivevo da solo. Intanto il cielo si era fatto ancor più buio.

    Non ebbi nemmeno il tempo di razionalizzarci sopra che una voce femminile m’invitò tra le ombre della stanza:

    “Perché non vieni dentro? Dai vieni qui da me. Vieni” - c’era qualcosa d’implorante in quell’invito da sirena. Ti rassicurava e ti riempiva di tenerezza.

    “Chi… chi c’è.. là…là dentro?” - ebbi la forza di domandare tentando di scorgere la padrona di quella suadente e calda voce.

    Cominciò a piovere, gocce rade e grosse come monete.

    Tuonò così forte che sentii le mie dita avvinghiate sulla ringhiera del balcone staccarsi di colpo per il timore di finire sotto. Feci un passo avanti verso la mia camera. Non avevo mai creduto al soprannaturale e pensai subito allo scherzo di qualche mia ex fidanzata che si era intrufolata in casa mia per riconciliarsi o per rivendicare qualche torto subìto.

    “Chiunque tu sia, non fare la stupida e vieni fuori da lì!” - le intimai avvicinandomi sempre più alla porta senza vedere ancora niente eccetto ombre e tenebre.
    “Sono arrivata da molto lontano, e sono stanca e sporca… sono arrivata con la tempesta e non ho molto tempo per fermarmi con te,” - precisò la sagoma avvolta dal buio.

    Mi stava salendo una risata isterica… tra un po’ avrei acceso la luce per scoprire chi fosse così stupida da farmi uno scherzo del genere. Non tolleravo solamente quella strana paura che  attardava ogni reazione facendomi sentire un idiota spaventato.

    Il rumore della pioggia impazzava selvaggiamente... le gocce si frantumavano sulla ringhiera del balcone schizzandomi sulla schiena.

    “Non farti pregare, vieni qui da me… desidero solo lavarmi da tutta questa polvere. Ho poco tempo e devo rimettermi in viaggio per altri luoghi” - mi supplicò.
    “Accendi la luce e fatti vedere!” le ordinai con tutto il pragmatismo che possedevo.

    E la luce si accese davvero… e finalmente vidi ciò che di più inconcepibile e bello non potessi mai immaginare.
    Era una donna.
    Era nuda.
    Ed era ricoperta di polvere dalla testa ai piedi. Polvere secca e grigia.

    Se ne stava lì, sotto il cono di luce della lampada della scrivania, seduta con le spalle contro il muro, sorridente e piena di una dolcezza che si amalgamava alla perfezione con quella sua voce da bambina triste.

    Ci possono essere diverse risposte all’assurdità che stavo vivendo, forse qualcun altro al mio posto sarebbe morto di paura, forse si sarebbe gettato giù dal balcone o magari avrebbe assalito quella sconosciuta, ma la mia mente era immune dall’ignoto mondo magico dei fantasmi, così entrai e con coraggio la osservai tentando di scorgere sotto la patina della polvere qualche lineamento conosciuto.
    M’inginocchiai dinnanzi e le sfiorai una mano… non so perché lo feci, ma standole così vicino c’era qualcosa in lei che t’inteneriva. La sua mano era solida e non era un’apparizione.
    Mi piaceva e non scorgevo in quegli occhi senza colore nulla di negativo o d’insano.

    “Non so chi sei, ma alzati che andiamo a lavarti… e poi mi racconti da dove diavolo sei sbucata fuori” - dissi pieno di premure.

    La donna sorrise e sporse la mano impolverata. Mano nella mano, mi seguì lungo il corridoio fino al bagno in silenzio, camminandomi a fianco con una leggerezza spettrale.

    Un tuono echeggiò tra le pareti.

    Presi un asciugamano, del sapone e una spugna, aprii il rubinetto della doccia e per nulla turbato da quella perfetta nudità cominciai a insaponarla tutta, accorgendomi che, via via che acqua e sapone eliminavano lo spesso strato di polvere, i miei sensi si animavano dal desiderio di possederla.

    “Mi piace come mi lavi, sai?” - sussurrò tra lo scrosciare dell’acqua finché mi resi davvero conto che sotto la doccia c’ero finito anch’io, vestito e assalito da una voluttà che non avrei mai ritenuto possibile per uno spirito indifferente come il mio.

    Ci baciammo a lungo e per tutta la durata di quel temporale eterno ci amammo senza scampo.
    Ci rincorremmo nudi in ogni stanza, felici e vivaci, instupiditi dall’innocente gioco dei sensi, eravamo in preda a una lussuria di meraviglie… non c’era più polvere, non c’era mistero, c’era solo un uomo e una donna che si amavano.

    Fuori diluviava in una notte troppo nera, i tuoni facevano tremare i muri, i lampi tagliavano da ogni parte spazi di cielo e nubi, e fiumi d’acqua sembravano trasformare la città in una laguna. E noi senza dire una parola, instancabilmente ci congiungevamo in amplessi dolci e furenti, ci scambiavamo i codici dell’amore, c’incantavamo con gli sguardi e ci disincantavamo con gli eccessi. Eravamo come animali, come creature senza colpa che ridevano in faccia a Dio per la sua totale indifferenza. Eravamo orfani di tutto. Liberi e leggeri.

    Ovviamente ogni cosa finisce o si trasforma in qualcos’altro…la notte stava schiarendo portandosi via anche quell’interminabile temporale. I tuoni si allontanavano e i fulmini impallidivano lontani all’orizzonte.

    “Ora devo andare via” - mi disse la donna scostandosi da me. Si alzò dal letto e di lei rimase solo la forma del suo corpo nelle lenzuola arruffate.

    “Va bene” - acconsentii con il cuore incancrenito.
    “Sappi che non ci vedremo mai più” - sottolineò tristemente dalla soglia della porta del terrazzino.
    “Lo so!”

    E quando l’ultimo debole tuono salutò l’alba, lei lo cavalcò, o così mi piace pensare, e se ne andò per ritornare polvere e tempesta.

  • Come comincia: Appena finito di mangiare, i gitani s’erano riversati anche loro nell’apoteosi della festa, fra le case, in mucchi, plotoni, gazebi umani. Si confondevano con i curiosi, gli zingari, ma senza sciogliersi nella folla, rimanendo come in grassetto, sottolineati dalla vita stessa. Uno mangiava il fuoco che prendeva dalla borraccia della sua donna. Lo beveva a lunghi sorsi, il fuoco che lei gli porgeva, e poi lo sputava come un indemoniato, un momento prima, sembrava ai battitori di mani, che gli invadesse di fiamme la gola, che s’alimentasse dei suoi tessuti, gli incendiasse davvero il cuore. Un gioco di prestigio, un giro della morte… Campavano così, per fiere loro due, sempre un po’ ubriachi per forza di cose.
    Lola non la vedevo, là in mezzo al pubblico, ma non c’era da sbagliarsi: il paese era appena un cesto di case serrato fra mare e palude. L’avrei trovata di sicuro.
    Tanto valeva bighellonare ancora, passare il tempo per strada a farsi incantare dagli artisti. Si ballava, più in là, sotto un ciliegio. Erano tre ballerine, giovanissime. La musica le teneva per i capelli e glieli scuoteva, se le trascinava via, oltre il tempo e il nostro povero spazio, dove se ne volano i sogni d’amore, la giovinezza di tutti, molto molto più in là di dove normalmente si è disposti ad andare. Erano più vicine loro, a un barlume di verità, del più grande dei filosofi. Chiamarle? Seguirle? Già se ne sono andate, a quel punto. Il ballo era un addio. Tutti applaudono, non si sono accorti di quello che si sono portate via.
    Gli uomini, parlo dei gitani, stanno sulle loro. Controllano a distanza l’andamento delle offerte. Qualcuno, è anche vero, suona la fisarmonica. Un’eccezione. Gli altri sorvegliano semplicemente, là fermi, appoggiati al proprio sesso, compatti.
    Ecco dei turisti in bermuda. Sempre in seconda fila, la loro piccola borghesia scrocca il divertimento dalla strada. Tristi carni di uomini e donne, in calzoncini per stare più comodi. Si metterebbero nudi, se non fosse sconveniente, da arresto, per dimenticarsi il più possibile dei loro panni.
    M’era facile capirlo. Gente mia.
    Scattavano foto con macchine superautomatiche, dei bonzai giapponesi, e qualche volta se le facevano fra di loro, le foto. Un ricordo. Qualcosa che nessuno più ti toglie.
    Stavo sprofondando in uno dei miei momenti d’agitazione. Ora passa! mi dicevo. Avrei creduto in quel momento di poterla lasciare lì per sempre, sulla piazza, l’agitazione. Come…uno scherzo! Appoggiata al muro della chiesa con un cappello messo davanti e un cartone con la scritta: fate la carità! Capelli di paglia e un po’ di fango inzeppato in qualche straccio… Un fantoccio della vera disperazione, che non inganna nessuno tanto è fasullo. Arte, insomma! Uno scherzo amaro!...
    Provai a infilarmi in un bar, attratto dalla luce, risucchiato dal marciapiede come una falena. M’affacciai dentro e non mi piacque il posto, una trappola per turisti. Meglio la strada, mi dissi. E poi, Lola non era nemmeno lì.
    Ancora la strada, quindi. E’ là che tutti prima o poi s’incontrano.
    Ma è proprio vero? A che servono in fondo, le strade? Pure gli zingari un giorno erano arrivati a St. Maries de la Mer, spinti dall’agitazione, dal voler sapere tutto, e ci si erano arenati. Niente barche per passare il mare, e nemmeno più abbastanza strade per andarsene via, battersela per dove erano venuti. Erano rimasti, alla fine. Pittoreschi.
    Così, in genere, ci si contenta, come me, di gironzolare intorno alla chiesa per farsi passare la sbronza. Sbronza triste, per giunta! Scambiai due parole con un venditore d’aglio. Poi con uno spagnolo che aveva portato la famiglia, la moglie e i figli, a vedere los gitanos, a fargli fare, alla famiglia, conoscenza con qualcosa. Una gita. Voleva che li fotografassi tutti assieme con il mangiafuoco sullo sfondo, tutti e quattro a figura intera.
    Li feci schierare e poi andare un po’ indietro. - I piedi! - gli gridai. Papà abbracciava mamma che teneva il braccio destro sulla spalla del maschietto, la femminuccia invece era tutta del padre. Fermi così! Bene… Scatto! I ragazzi, li vedevo io, avevano la faccia di chi trovava quello molto patetico, ma bisogna anche sorridere, fare un po’ finta. Già se ne immaginavano la morte, dei genitori, e così ritrovavano un po’ di colore sulle guance .
    Quanto a me, la macchina fotografica l’avevo lasciata in albergo. Ne avevo basta della realtà inscatolata in 36 millimetri. M’andava di nuotarci dentro la realtà, ingoiarla a pezzi interi, il più possibile, tutta. Ero, per così dire, disponibile. Forse per questo una ragazzina mi si avvicinò. Doveva averne dodici o tredici di anni, non sono sicuro. Sotto gli occhi, scuro denso, degli invisibili ragni avevano già iniziato a tessere, a raccontarne di storie, e a trenta avrebbero finito per scrivergliela tutta la faccia, bella spiegata senza bisogno di parole. Per allora, doveva augurarsi di essersi trovata un uomo, innamorato o ubriaco che fosse.
    Mi parlava in francese, la bambina Rom, e io lo capisco male il francese, ma misi una mano in tasca e le allungai cinque franchi. L’elemosina… La fai, magari un po’ vergognandoti, pensando che son sempre cinque franchi, mille lire, che nessuno ci può far niente…
    Lei non li voleva però i miei soldi. No, no, mounsieur, no argiant… Mi scansava la mano e sorrideva come divertita per l’equivoco. Aveva dei bellissimi denti, uno d’oro le rideva più degli altri.
    Io gliela volevo proprio dare, ‘sta monetina, m’era simpatica, e insistetti un po’, anch’io sorridendo; ad un certo punto, mi servì un’espressione tutta seria, proprio il broncio delle bambine che fanno le donne, o delle donne in generale, forse. Ce l’aveva con me perché non capivo. Mi prese l’altra mano, la sinistra, e l’aprì quasi a forza, scoprì il palmo.
    Ecco. Mi mancava, la chiromante!
    Non reagisco, lascio fare in un primo momento. Lei m’accarezza la mano, la studia, passa le sue piccole dita sui contorcimenti delle linee, mi tasta i calli… Ogni tanto alza gli occhi sui miei, mi entra dentro, pare che legge, legge, legge… M’imbarazza, alla fine. Non mi va di essere letto! Io le maghe, gli indovini, l’ho sempre scansati. Manco per scherzo io! Lo strano è che rimanevo ancora lì, immobile, con la mano tesa in mezzo alla strada.
    - Tutto bene? - le chiesi, riprendendomi finalmente.
    Sorrise, scuotendo la testa. Mi chiuse la mano, stringendola come poteva con le sue forze. Domain, domain… disse. Poi, prima che potessi rendermene conto, mi diede un piccolo bacio sulla guancia, furtivo come un sussurro, e scappò via verso la notte.