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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 giugno 2006
    Amnesia

    Come comincia: Sento le sue gambe accanto alle mie: sono gelide… gelide come blocchi di ghiaccio… gelide come la morte.

    Non ricordo chi sia, né da dove venga, so solo che voleva me, desiderava il mio corpo e l’avrebbe ottenuto se non glielo avessi impedito… ed ora è qui, riverso sul mio letto ed io non ho il coraggio di voltarmi.

    Fuori nevica e già si formano piccole stalattiti di ghiaccio intorno alla finestra. Ieri no, ieri era San Valentino e non nevicava, anzi sembrava quasi primavera, ma ha davvero importanza?

    Ieri ero felice, oggi ho ucciso un uomo e non ne ricordo nemmeno il nome.

    Probabilmente mi conosceva, perché, mentre lo colpivo, continuava a ripetere il mio nome e mi urlava: “Perché? Perché mi stai facendo questo? Io ti amo!”

    E poi le sue foto… sono ovunque in questa stanza, come se fosse casa sua, e molte sono fotomontaggi perché ci ritraggono insieme.

    Fa freddo qui dentro…

    Dio, se solo avessi la forza di alzarmi per chiudere la finestra!

    Le sue gambe sono ormai due tronchi di ghiaccio e il loro gelo mi sta opprimendo.

    Vorrei dormire, abbandonarmi ad un sonno senza sogni, annullarmi completamente per non vedere più le mie mani macchiate dal suo sangue, per non sentire più questo odore acre che mi sta facendo impazzire, e poi magari svegliarmi e capire che lo sto solo immaginando.

    Non posso addormentarmi proprio adesso, devo mettere in ordine le idee e ricordarmi tutto. A momenti potrebbe arrivare qualcuno e dovrei parlare, spiegare cosa è accaduto…Ma cosa è accaduto veramente? E perché non ricordo nemmeno il mio nome?

    La neve entra nella stanza.

    Fa sempre più freddo qui dentro…

  • 28 giugno 2006
    Le dimensioni parallele

    Come comincia: A fregarci davvero sono le dimensioni parallele. Quella roba che nella fantascienza deriva dal fatto che l’energia è uguale alla massa per il quadrato della velocità della luce e che dà luogo a strane fratture spazio-tempo, crea gomitoli nell’universo e sacche di vuoto cosmico. Ma questa non è fantascienza, è solo una lunga sequenza di giornate sfilacciate e inumidite, in cui giochiamo a logorarci in maniera insistente. Come dei bambini che si buttano addosso gocce di acido per farsi i dispetti. E ogni giorno perdiamo un lembo di pelle, che poi sostituiamo con uno strano tessuto plastico a vostra scelta. Per questo la plastica è il futuro no? La scienza che trionfa in una guerra contro nessuno che si è auto creata per soddisfare il proprio delirio di onnipotenza. Una guerra alla quale la natura è totalmente estranea. Una guerra che, se la natura non fosse così pigra e lenta nell’infastidirsi di queste formiche che gli camminano sul collo, sarebbe già cessata da tempo. Ma torniamo indietro. Alle dimensioni parallele. Io ho ucciso una persona. Ma non l’ho uccisa. Io voglio bene a una persona. Ma mi diverto a infilargli gli spilli di nascosto sotto il cuscino. Io odio una persona. Ma non posso fare a meno di abbracciarla quando la vedo. Io considero una certa persona idiota e inaffidabile. Ma un’amicizia non si rifiuta a nessuno ormai. Nei limiti della correttezza e del buon gusto. Perché ormai un po’ tutti sono convinti che la vita debba per forza essere corretta. Che per i poli estremi non ci sia posto e che tutto debba viaggiare sui binari destri e sinistri che delimitano il campo del rispetto. Io penso che puoi addestrare una belva feroce. Una tigre, una lince, un puma, quello che vi pare. Puoi conviverci per anni. Poi da un momento all’altro puoi perdere un arto. Salta un braccio, una gamba, metà del viso. Può capitare, è una questione di scorrettezza. E non vuol dire che la bestiolina non vi voglia bene. Solo che ha fame. E io ora sono stanco di tenere tra le mani questo gomitolo consunto con cui nemmeno il mio gatto vuole giocare. Sono stanco di questo clima da film giallo in cui devi sempre scoprire. Scoprire. Investigare. Scoprire. Chi sei tu. Chi sono io. Chi è il colpevole. Chi è l’assassino. Chi ha fatto cosa, quando e con quali modalità. Stanco di assaggiare prima di mangiare per evitare l’intossicazione. Di essere vagliato, ispezionato, impacchettato in una dimensione. Poi un bel timbro: conforme alla norma. In tutto questo c’entra una cosa banale. La bugia. Le bugie. Che ormai vanno per fatti loro. Sono diventati atomi nell’atmosfera, si ionizzano, si attraggono, si respingono, si combinano e formano macromolecole che inaliamo e rigettiamo sul primo che capita. Si interpongono tra chiunque e noi permettiamo di buon grado tutto ciò. Perché la trasparenza fa paura un po’ a tutti credo. Perché è troppo semplice, e la gente per sopravvivere ha bisogno di gettarsi a capofitto nelle cose complicate e inestricabili. Sindromi e complessi, li chiamano gli psicologi. Ce ne sono a milioni, creati in larga parte dalle nuove macromolecole dell’aria. Di molte di queste cose complicate non ne verremo mai a capo ma il fatto di esserci dentro ci dà una sensazione di importanza. Raggirare gli altri dà un brivido piacevole spesso e volentieri, suvvia. Non siamo ipocriti almeno in questo.

  • Come comincia: Sono stato vittima di una vita che non volevo, dissi al vecchio saggio e lui mi rispose chiudendo gli occhi che nessuno vuole la sua vita così com’è.

    Avevo percorso migliaia di chilometri per parlargli, per sapere, per capire, ma ora trovavo vana ogni cosa; alla fine gli domandai se ne era valsa la pena fare tanta strada.

    Lui si grattò il lobo di un orecchio, sorrise e mi sottolineò che niente non vale la pena di fare, ma fu una risposta ch sembrò non soddisfare nessuno dei due.

    - Lo vedi questo mare,-  mi disse indicandomi tutta quell’acqua che s’increspava in mille riflessi.

    - Lo vedo? -

    - Ti andrebbe di morire lì con l’acqua che ti entra nei polmoni fino a soffocarti ?  -

    - E perché mai dovrei desiderare questo? -

    Il vecchio saggio sorrise e la sua dentatura perfetta e bianca brillò un po’ troppo per appartenere ad un eremita.

    - Ti chiedo ciò, solo per comprendere se desideri ancora vivere. Tutto qui. -

    La sabbia stava raffreddandosi sotto di me. Il sole annegava sull’orizzonte e noi due eravamo gli unici esseri viventi presenti su quella spiaggia sconfinata in un crepuscolo senza precedenti.

    - Ho attraversato paesi e nazioni, ho solcato mari  e oceani, e tante sono state le volte in cui ho perso la strada per trovare e giungere su questa spiaggia sconosciuta . Ho viaggiato perché qualcuno vaneggiava di questo luogo di  risposte e meraviglie. Sono partito stanco e scoraggiato e ora sono sfinito e confuso. Mi domando se la pace è un utopia o una noia che logora tutte le creature fatte di carne e sangue. -

    - Se sei riuscito a giungere fin qui il desiderio era al limite. Tenacia e fortuna ti hanno condotto dove ambivi; dovresti esserne lieto.-

    Lingue d’acqua si rincorrevano in una lotta vana alla conquista della terra, si spingevano e si ritiravano  laddove la riva non gli permetteva di andare oltre.

    - Ho dovuto morire e rinascere molte volte per avere la forza per affrontare questo viaggio. E ora sono incerto. Perché, mi chiedo, sento ancora questa perenne angoscia? -

    - Stai tranquillo e abbi pazienza. -

    - Questo me lo dicevano sempre anche chi dichiarava di volermi bene, sebbene involontariamente lo traducevo come una beffa, una toppa da metter sopra all’inutilità dell’azione. Tipo, guarda, ma sono fatti tuoi. -

    - Cosa desidereresti? Denaro? Potere? Amore? -

    - Una volta sì. Ora non so più cosa voglio o non voglio. -

    - Ma lo sai, se io ti ricordassi le interminabili storie di uomini che  nel corso dei millenni hanno lottato per ciò, comprenderesti quanto tutto sia effimero e scontato. -

    - Allora un uomo a cosa dovrebbe ambire? -

    - Alle meraviglie! -

    - E sarebbero? -

    Non mi rispose, sorrise e infilò una mano sotto la sabbia per estrarre un mazzo di rose profumate e inspiegabilmente ricoperte di rugiada.  - Annusale e stupisciti! -

    Le annusai e quella meraviglia mi recò una strana felicità. L’odore del mare unito a quello delle rose raggiunse una parte di me che parve proiettarmi in una realtà popolata solo di profumi e  aromi..

    - Come hai fatto? -  Domandai con i fiori in mano e gli occhi sgranati dallo stupore.

    A quella lecita domanda mi rispose con un altro prodigio. Si mise carponi e cominciò a giocare con la sabbia finché in un lasso di tempo relativamente breve modellò la scultura di una donna supina.

    - Chiudi gli occhi, -  mi ordinò con severità.

    Lo accontentai in parte.  Vidi quelle sue mani accarezzare il volto della donna di sabbia. La baciò e osservai le sue labbra consumate dal tempo imbrattarsi di sabbia.

    - Ecco, ora puoi aprire gli occhi. -

    Il prodigio si manifestò davanti a me nella visione di  una bellissima donna inginocchiata che mi sorrideva timidamente. Era nuda. Mi  guardava come da una certa distanza simile ad un’apparizione velata dal rosso soffocante del tramonto.

    - Gli piaci -  Ammise il vecchio saggio compiacendosi mentre si  toglieva con il dorso della mano la sabbia dalle labbra.

    - Cosa hai fatto?  - Balbettai.

    - Una meraviglia, no? -  E poi rivolgendosi alla donna la invitò a farsi una passeggiata lungo la riva.

    - Perché la fai andare via?-  Chiesi quasi disperato osservandola di spalle mentre sensualmente  si allontanava da noi. Era perfetta, era quello che avevo sempre desiderato. In quegli occhi avevo visto un senso alla vita e in quelle membra una gioia per la carne.

    - Non ti preoccupare, se ti ama ritornerà!-

    - Ma tu chi sei in realtà per fare queste cose?  -

    - Qualunque risposta tu abbia da me, non cambierebbe di una virgola la tua infelicità in felicità. Le meraviglie sono sempre meraviglie, ma poi stancano. Guarda ancora! Esclamò strofinandosi gli occhi con vigore finché potei notare uno strano mutamento: gli occhi del vecchio erano diventati occhi da bambino, vivaci, innocenti e pieni di luce. Mi tese la mano chiusa in pugno, l’aprì e dentro il palmo scorreva tra le dita dell’acqua che profumava di colonia.

    - Cosa mi rappresenta? -

    - Le lacrime dei bambini sono dolci e profumate, quelle degli uomini sono amare e impestano lo spirito.-

    La sera si era fusa alla lenta agonia del giorno. C’era buio. Il vecchio saggio accese una candela che tirò fuori da una profonda tasca. La fiammella tremolava di un arcobaleno di luci che ti rapivano i sensi, circondandoci di aurore che andavano a spegnersi sul mare.

    - E’ bello! - Esclamai.

    - Se fosse accessibile a chiunque perderebbe il suo fascino, -  rispose il vecchio voltandosi per cercare la sua creazione di sabbia. La vide seduta poco più il là in riva al mare, assorta nella vastità d’acqua.

    La donna alzò una mano e lo salutò, ma da lontano era soltanto una sagoma d’ombra o di sabbia.

    - Mi è venuta bene, non trovi? -

    - E’ bella! -

    - Come fai ad affermare che è bella se neanche la conosci? -

    - Ho visto i suoi occhi. La sua leggerezza… -

    - Questa risposta mi piace. Penso proprio che ti sei meritato un dono. Io ti regalo un posto nel mio mondo. Chiudi gli occhi e conta fino a mille e vedrai…-

    Chiusi gli occhi e cominciai a contare e mentre contavo poco alla volta dimenticavo la mia vita.

    Quando arrivai a mille aprii le palpebre, la candela era consumata e le tenebre avvolgevano ogni cosa. Potevo sentire solo il monotono rumore del mare. Chiamai il vecchio ma lì sembrava esserci più nessuno. Non riuscivo a vedere nulla, camminavo a tentoni con la paura più vecchia del mondo. Sentivo l’oscurità invadermi dappertutto.

    Ad un tratto avvertii l’acqua lambirmi le caviglie, fredda e misteriosa come due mani invisibili.

    Saltai indietro con il terrore di annegare. Cominciai a correre all’impazzata con il cuore che batteva furiosamente contro il torace, finché inciampai contro un qualcosa di morbido.

    - Ahii! - Si lamentò il mio ostacolo. La voce era femminile, calda e di sicura appartenenza alla donna di sabbia.

    - Cosa fai? Mi vuoi schiacciare?- Mi chiese gentilmente mentre tentavo d’intravederla.

    - Scusa ma non vedo niente. Sono diventato cieco?  -

    Una carezza sfiorò la mia guancia, susseguita da parole che mi rassicuravano.

    - Non sei cieco, semplicemente devi solo adattarti a questo mondo. Con il tempo vedrai dove i tuoi simili non vedono. Ritornerai da loro e maledicerai ogni meraviglia. La maledicerai perché ti mancherò così tanto che non vedrai più nient’altro del tuo mondo, - mi spiegò senza arroganza cingendomi la vita finché sentii la pienezza delle sue labbra sulle mie. 

    Baciare nel buio una donna nuda è un’altra meraviglia. Vorticava ogni cosa, l’oscurità si ammorbidiva in spiragli di luce violetta, permettendomi di scorgere in lontananza la figura di un uomo che ballava sulle onde del mare. Mi parve di riconoscere il vecchio saggio. Richiusi gli occhi e mi abbandonai in quel bacio senza fine innamorandomi all’istante di quegli occhi scuri e di quelle labbra calde.

    - Vieni con me,-  m’invitò prendendomi la mano, -  andiamo a cullarci. -

    La penombra ci circondava come una nebbia, il vecchio ballava ancora rapito da una musica che udiva solo lui.

    All’inizio è fredda ma poi ci riscalderà. Alludeva all’acqua che inghiottiva i nostri corpi con un moto ondulatorio di schiume e suoni che parevano chiacchierii. Mano nella mano entrammo nel mare per galleggiare, per ascoltare quello che il mare avrebbe voluto raccontarci.

    - Per entrare in me devi uccidere ogni radice. Niente può coesistere tra la banalità della tua precedente vita e le meraviglie di quest’altra. Ti senti pronto per la metamorfosi? -

    Cosa avrei potuto rispondere? Tutto sommato il mio mondo mi aveva tradito con la ripetizione e il sacrificio; in esso c’era solamente l’imbroglio e la patetica tenerezza di andare avanti giorno dopo giorno, fingendoci capaci di stabilità e sottomissione verso le nostre vere nature di creature smaniose di meraviglie. Allorchè risposi di sentirmi pronto, lo dissi galleggiando a pancia in sù nell’acqua, osservando un cielo che mi ricordava del buon vino rosso che frizzava dentro un bicchiere.

    Ritornammo a riva e ci amammo finché mi resi conto di un qualcosa di inspiegabile che stava mutando dentro ogni particella e molecola del mio corpo; era come la muta di un serpente, mi sfilavo la pelle vecchia per una nuova,  straordinariamente più sensibile ed elastica. Addirittura i tendini e i muscoli che si muovevano sotto il corpo di lei mi davano l’impressione che stessero modificandosi o plasmandosi in un nuova anatomia più forte e consistente.

    Era inebriante e talmente unico da cancellare qualunque vago ricordo o perplessità: il piacere si scandiva come la partizione di uno spartito musicale, mentre quegli occhi scuri mi assicuravano di amarmi senza inganno. La sabbia sotto di noi sembrava velluto e mai mi sarei separato da quella creatura straordinaria.

    Anche in quel  mondo  sorgeva il sole, spargendo la spiaggia di una luce d’avorio. E fu proprio in quella luce che notai la mia pelle che era divenuta blu come il mare.

    Le domande erano superflue, la scelta era stata mia e quella scelta aveva rivoluzionato anche il mio corpo regalando alle mie membra longilinee e magre una muscolatura prodigiosa sfumata di un azzurro acceso.

    Vicino alla riva c’era il vecchio saggio e la donna. Mi scrutavano soddisfatti invitandomi a bere da una ciotola un liquido sconosciuto.

    - Vieni con noi e dissetati -

    Accettai tendendo le braccia dalla pelle color blu e bevvi, bevvi tutto di un fiato e finalmente mi trovai a casa.

    Ero diventato una divinità.

    Ero nato per davvero, questa volta.

    O perlomeno fu questa la sensazione.

  • 20 giugno 2006
    Come al solito

    Come comincia: Dopo più di quindici anni passati sull’orlo del fosso è ora di saltarci dentro. Nick Pavone.

    h. 21.00

    Un inizio è un inizio. Ci vuole un rituale, un insieme sistematico di piccoli gesti meccanici per farti cogliere l’ebrezza del pastiche che sta per farsi spazio sulla carta. Accendi il computer. Apri Word. Scegli la grandezza del carattere. Regola la lampada in modo che non crei riflessi sul monitor. Sgranchisci i polpastrelli. Metti una bottiglia di vino buono sul tavolo dove scrivi. Aglianico. E un bicchiere.

    Dite la verità, Nick Pavone vi ha colto di sorpresa. Nick Pavone vi coglierà tutti di sorpresa, portando a compimento quello che ha in serbo da una vita.

     

    h. 24.00

    Tre ore Cristo! Tre ore e non avevo nemmeno una storia decente, solo milioni di caratteri apparsi sul monitor e subito reinghiottiti dal tasto ‘delete’. Anche con le muse ero sfortunato: la mia era una drag-queen che a quest’ora doveva ancora chiudere bottega. E giù bicchieri di Aglianico, ero alla terza bottiglia. Di questo passo sarei morto di cirrosi epatica al quarto capoverso del terzo capitolo, semmai ci fossi arrivato. A un tratto sentii un rumore strano proveniente dall’ingresso. Era Anselmo che come sempre veniva a farmi visita a mezzanotte in punto, con una precisione che nessun meccanismo al quarzo sarebbe mai stato in grado di raggiungere. Ogni notte lasciavo la porta d’ingresso socchiusa, per evitare che la sfasciasse. Avrei potuto lasciarla aperta, certo, ma si sarebbe innervosito se gli avessi rovinato l’opera. E quando si innervosiva Anselmo iniziava a piangere, a biasciare, ed era in grado di andare avanti fino al mattino. E io ero Nick Pavone, dovevo scrivere e non avevo molto tempo da dedicargli. Fece irruzione in camera mia con la solita pistola tra le mani, i muscoli tesi per l’eccitazione del momento, un passamontagna da cui si intravedevano gli occhi giallastri.

    - Stronzo, mani in alto!

    - Ok, ok

    Alzai le mani, ma non di molto. Non era necessario, lo sapevamo entrambi.

    - E ora tira fuori i soldi!

    - Senti Anselmo, ci dovrebbero essere due euro in quel cassetto, prendili e bevi qualcosa alla mia salute ok?

    Continuando a tenermi la pistola puntata addosso si spostò fino al cassetto del comodino e lo aprì. Appoggiata sulle mutande inamidate c’era una moneta da due euro, la stessa delle altre sere. La prese.

    - Nient’altro?

    - Nient’altro Anselmo… le cose non vanno molto bene… ma sto scrivendo un libro

    - Un libro? E di cosa parla?

    - Non lo so ancora.

    - Non riuscirai mai a finirlo. Non sai mai un cazzo di niente tu.

    - Sì invece…stavolta sì

    - Stronzate

    - Ti dico di sì

    - Stronzate… nient’altro?

    - No ti ho detto… ma se vuoi un bicchiere di Aglianico

    - Ok

    - Bhe posa il cannone dai

    - Ok

    Posò la pistola sul comodino e tutta la muscolatura si distese, e chiazze di sudore iniziarono a comparire a sprazzi sulla maglietta nera che gli stringeva l’addome. Una lumaca, flaccida e bavosa. E lenta. Mi versai un bicchiere e gli passai la bottiglia, brindammo e iniziammo a bere. Non gli avevo mai offerto del vino, ma stasera era un inizio e tutti dovevano festeggiare. Bevevamo in silenzio senza dire nulla. Vuotammo altre tre bottiglie e a quel punto la cassa era finita e Anselmo mi lasciò di stucco. Si tolse il passamontagna. Ovviamente sapevo benissimo che faccia aveva, lo vedevo tutte le mattine intento a riparare auto nel garage di fronte, ma l’Anselmo notturno mai e poi mai si sarebbe sognato di togliersi il passamontagna.

    - Ehi Nick… non pensi che io sia un ladro educato?

    - Bhe, se non esordissi sempre con ‘stronzo’ potrei anche pensarlo…

    - Non mi riferivo a quello, brutta testa di cazzo

    - E a cosa?

    - La gente che viene in casa tua…non i ladri intendo…la gente normale. La tua ragazza, i tuoi amici, i tuoi colleghi, l’idraulico, il postino, il muratore, i tuoi genitori, i tuoi parenti…rubano tutti, e senza rispetto. Perché rubano qualcosa che non può essere rimpiazzato, un pezzetto di te, un tuo ricordo, una tua frase, un tuo gesto. Tutti ti vogliono possedere Nick, te ne sei accorto? Sei come un orologio placcato in oro, e ogni persona che viene gratta via un po’ di patina e presto sari un orologio come tanti, senza valore. Buono solo per contare le ore e i minuti. Io rubo solo cose che in realtà non sono tue. Le monete! Le monete transitano nelle tue tasche ma non sono tue. Prima o poi finiranno nelle tasche di qualcun altro. Non puoi stabilire nessun legame con una moneta, è un pezzo di ferro senza valore. Io sono educato.

    - Se la metti così Anselmo…

    - Ok, vaffanculo. Non hai capito un cazzo come al solito, scrittore dei miei stivali. Ti saluto.

    Si alzò ed uscì. Prima che uscisse sentii un rumore impercettibile. Aveva lasciato la moneta da due euro sul mobile all’ingresso. Come al solito.

  • 20 giugno 2006
    La stanza

    Come comincia: Al terzo rintocco il vecchio pendolo appeso alla parete di fronte al letto tornò a tacere.

    Affogò nella penombra.


    Nel silenzio notturno la camera da letto volteggiava nell’oscurità, scivolava tra i minuti.


    Intanto, il respiro stanco dell’uomo diventava più affannato. Sul comodino una scatola di medicinali, il bicchiere dell’acqua, gli occhiali sovrapposti su un lacero libro edizioni Urania.


    Il respiro, diventato un rantolio, deflagrò all’improvviso in una successione di colpi di tosse che frantumarono il buio in mille pezzi.


    Un esile mano  cercò nell’oscurità l’interruttore della luce .


    Click.


    Un chiarore lunare inondò la stanza. Lui si mise a sedere sul bordo del letto guardandosi le punte dei piedi come a voler mettere a fuoco l’immagine.


    Il corpo era ripiegato su se stesso  incurvato dal sonno e dalla febbre.


    Si alzò dirigendosi come un automa verso lo specchio.


    Fissandosi dritto negli occhi sentì montare dentro un'inquietudine che la sua immagine riflessa evocò dapprima sommessamente poi più netta e acuta, ingigantendo sempre più in un gioco di rimando tra specchio e realtà.


    Si voltò di colpo aggredito da un’ansia palpabile resa ancor più intensa dall’accelerazione del battito cardiaco.


    Il cuore parve esplodergli nel petto, ma nulla, solo il silenzio e quel quadro leggermente inclinato da un lato.


    La riproduzione di un Magritte con inquietanti quanto sinistre figure di omini in impermeabile e bombetta scuri, tutti rigorosamente identici.


    Il respiro andò sovrapponendosi ai battiti sordi del cuore in un intercalare ora lieve, ora più grave mentre con tutto il peso del corpo sprofondò nella poltrona ai piedi del letto.


    Quella poltrona gli procurò una prospettiva nuova della stanza così da apparirgli  improvvisamente diversa. Una scoperta inusuale nel cuore di una notte invernale che gli fece sembrare quegli spazi meno ostili.


    Il sonno, circospetto e guardingo lo sorprese impassibile accovacciandosi come un gatto sulle sue ginocchia.

  • 06 giugno 2006
    Giulia & Max

    Come comincia: Giulia si è appena svegliata.
    Prova la sensazione di essere osservata e resta ferma. Sa già che ogni più piccolo movimento da parte sua, produrrà una reazione da parte di Max.
    Sì, Max. Uno splendido rappresentante della razza canina che divide e condivide praticamente da sempre il suo piccolo appartamento, e come sempre aspetta di essere portato fuori a fare il primo quotidiano giretto al parco.
    Lo osserva, è lì con il guinzaglio stretto tra i denti, con la testa inclinata da un lato, con l'evidente espressione che sottintende una domanda.
    Lei si stiracchia pigramente e decide di alzarsi benché l'entusiasmo non la sostenga, non ne avrebbe proprio avuto voglia di alzarsi presto...
    Da qualche giorno avverte un senso di malessere fisico, un'insofferenza che non riesce a vincere: sempre le stesse cose, la stessa vita, abitudini trite e ritrite.
    Sono quasi le 8 ormai, infila la chiave nella serratura e fatica a chiudere la porta, Max ormai reso impaziente dall'attesa la strattona e lei ha quasi difficoltà a stargli dietro.
    Sosta al chiosco per il consueto giornale, si avvia come d'abitudine verso il bar all'angolo dove è solita fare colazione: cappuccino e cornetto che ogni volta Max osserva golosamente.
    La colazione è uno di quei momenti che la riportano con il pensiero a tanto tempo fa, ormai.
    Era autunno e con ancora in mano l'ultima punta di cornetto, provò quasi un senso di disturbo, sentendosi osservata: davanti a lei un ragazzo con degli incredibili, scomposti riccioli arancio sulla fronte e due grandi occhi nocciola che la fissano. Finì velocemente la pasta e si avviò con Max alla volta del parco.
    Diede una scorsa al giornale, seduta su una panchina mentre Max, lasciato libero dalla costrizione del guinzaglio, scorrazzava nel prato manifestando con pazze corse la gioia e la gratitudine per questo momento di libertà.
    Sentì un fruscio che la indusse a voltare la testa e fu lì che lo vide: Una macchia arancione nascosta quasi tra il verde degli alberi e il grigiore plumbeo del cielo.
    Era una chioma familiare, si avvicinò e le disse : "Scusa... prima nel bar... volevo solo dirti che c'era una coccinella sulla tua brioche".
    Strano modo per attaccare bottone, eppure, si erano rivisti tutti i giorni poi con Marco.
    Avevano preso l'abitudine di fare colazione insieme, di portare Max al parco insieme, a ridere, a scherzare, ad amarsi: si erano anche sposati e poi lasciati e poi...
    E poi Marco era andato via, portando con sé il loro bambino, per il quale Giulia aveva sollevato mari e monti non ottenendo un bel niente...
    Solo dopo moltissimi anni, aveva ottenuto solo che Marco, tramite una telefonata fredda ed incolore, l'avvisasse che suo figlio desiderava incontrarla.
    Era in una fase di spasmodica attesa Giulia, una valanga di pensieri e di domande e di risposte l'assalivano travolgendola e lasciandola a tratti, pervasa da una grande gioia e a tratti sconvolta, si poneva delle domande, cercava di trovare delle risposte, tante cose non erano mai state dette, come sarebbe stato? Avrebbe capito che si trattava del suo bambino se lo avesse incontrato per caso? Cosa si sarebbero detti?

    ... Non c'era nessuno quella mattina al bar, aveva fatto la sua solita colazione, era andata a sedersi sulla panchina al parco.
    Max scorrazzava libero e felice.
    Qualcosa, un rumore, la distoglie dalla lettura del giornale e, proprio come moltissimi anni prima, una macchia di colore arancione tra il verde degli alberi ed il cielo plumbeo... Un ragazzo.

    "Scusa... prima nel bar... volevo solo dirti che c'era una coccinella sulla tua brioche!"