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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 24 luglio 2006
    Il ritorno

    Come comincia: Prologo
    Cara Hue ti manda questa lettera tuo marito, anche se la mano che la scrive non è sua e nemmeno la voce che la dice. Come stanno le tue vecchie ossa rotte? Le mie non suonano nemmeno più tanto si sono scordate la forma delle tue. Ma non dobbiamo preoccuparci ancora a lungo: il tempo del dolore è finito, adesso è il tempo del coraggio: sto finalmente per tornare a casa. Abbiamo raccolto le monete necessarie per il viaggio, che se tutto va bene durerà come quello all’inizio: un mese, quindi, e poi le nostre vecchie ossa rotte potranno sbattere di nuovo, e faranno musica e tireranno su una festa e tutta la famiglia verrà a ballare insieme a noi. Salutami chi ti è rimasto ancora intorno, in particolare quella peste di Hue-Lin, che Dio la benedica, sempre. A tra poco.

     


    Il racconto
    Avevamo raccolto dieci yen, anche quel giorno. Dieci yen. Non era mica una cosa nuova. Sempre dieci yen ci davano. In tre anni di lavoro non si sono sbagliati mai. Bravissimi. Ora le spiego, cosí capisce più in profondità. Dieci yen al giorno è, e non sono esagerato, uno yen ogni due ore, se pensiamo al viaggio di un’ora e mezza, o due quando il pullman è pigro, per tornare a letto. Perché il letto era in città capisce, mentre la fabbrica no, e il pulmann doveva per arrivarci atraversare i campi, e poi ancora i campi, il fiume, le altre industrie, ancora i campi, l’aereoporto, il parcheggio, ancora i campi, le fabbriche piccole, altri campi, la strada con i negozi con le vetrine grandi ai lati, un po’ di campi, però più piccoli, dei campicelli, e poi allora si iniziavano a incontrare le case. Mica le nostre però. I palazzoni alti. Casa nostra era dopo altri campi. Casa nostra con dentro il letto nostro e quello di altri sei. Lei quelle sigarette americane che fuma quanto le ha pagate? Me ne dà una? Costano tre yen quelle lí. Almeno due anni fa, ora non lo so. Quattro e mezzo? Benissimo, allora capisce anche meglio. Dieci yen al giorno, dico giorno perché si dice cosí, ma noi entravamo che era buio e uscivamo che era pure. Il giorno per me era solo una parola. Un sacco di cose erano solo una parola lí dentro. Famiglia era una parola. Riposo era una parola. Gioco era una parola. Cibo era una parola. E le parole sono grandi, ti rimbalzano nella testa. La parola cibo poi era propriamente più grande di quello che ci davano da mangiare una volta al giorno. A volte si rubavano le scatolette, ma quel giorno la macchina era stata più veloce di me. Lui non era stato tanto bene quella domenica lí. Per due volte aveva chiesto il permesso di andare al bagno, e la seconda volta lo hanno sgridato pure perché ci era rimasto troppo. Per questo ho pianto che non ero riuscito a rubare la scatoletta. Dico, ho pianto anche perché sapevo che era il suo compleanno, quella domenica lí, anche se lui se lo era scordato. O forse faceva finta, il fatto è che gli pesavano i sette giorni sulle spalle, la domenica non veniva mai leggera, e lui era cosí, non lo si trattava all’uscita della fabbrica, la domenica. Deve sapere che all’uscita della fabbrica non c’è praticamente niente. Uno spazio vuoto, pienamente vuoto per occhi e occhi. Tutto quel vuoto è del padrone anche quello. Se l’è comprato col tempo, scatoletta dopo scatoletta, ma non ci ha mai costruito niente. Se l’è comprato, che la fabbrica non gli bastava. Se l’è comprato perché le cose fanno venire voglia di altre cose. Lo capisco. Anch’io quando infilo una mano in tasca e trovo una caccola di tabacco vorrei trovarne un po’ anche nell’altra per farmi una sigaretta. E cosí lui si è comprato tutto, tutto quello che si vede appena esci dalla fabbrica è della stessa persona. Anche noi lo siamo, ma solo fino a quando non vediamo più la fabbrica.Si, mi perdoni. Lei ha delle persone care? Persone che gli vuole davvero bene, che ci è cresciuto insieme, che ci ha provato con lui tutto quanto, le cose belle insieme alle cose brutte? Beh, io so che anche lei ce li ha. Non dico che ci passa insieme tutto il tempo, ma che ci sta insieme anche da lontano o dopo tanto. Che tornano quando torni tu, quando fai di nuovo spazio dentro al petto, e loro sono lí per entrarci ancora. Che non sono le persone che ti pensano ma lei non lo sa. Questa è un’altra cosa. Qualcuno ci pensa sempre, ma questo per me non è bastevole, no? Io credo che non mi basta pensare che qualcuno mi pensa. A che serve?A che serve che qualcuno mi pensa se non me lo dice? Io lo devo sapere se tu mi pensi, e se tu mi pensi me lo devi dire, ecco. Lui era uno di quelli. Specialmente nella vecchiezza, eravamo sempre insieme. Anche lui ha una famiglia, che lo aspetta. Io ho una nipotina, lui ne ha due, due maschi. Uno non l’ha nemmeno mai visto, gliel’hanno scritto che è nato, ma non sappiamo ancora come si chiama perché la signora che ci ha letto la lettera non capiva bene il dialetto della nostra campagna. Kam-pai è il nome. C’eravamo quasi, vero? Mancava poco. Me lo sentivo, qualche giorno ancora e saremmo arrivati. Mia mamma mi diceva sempre che chi nasce tondo non muore mica quadrato, ecco, io sono nato con la sfortuna addosso. E non se n’è più andata questa stronza. Anche quella sera lí, se ci penso di più, posso dire che sono stato sfortunato. Eravamo usciti mezz’ora più tardi perché mi si era rotta la macchina personale, e non si esce dalla fabbrica se la fabbrica non funziona bene. Se ci penso di più posso dirle che io ho fatto fare tardi a quasi cento persone quella sera lí, e se non facevamo cosí tardi magari ci andavamo a dormire e basta, e oggi eravamo ancora lí. Se ci penso di più forse non siamo stati poi cosi sfortunati. Insomma, alla fine invece di andare a dormire, siamo andati alla spiaggia quella notte lí. Siamo andati alla spiaggia perché quando sono uscito dalla fabbrica lui era seduto per terra con la testa tra le gambe che non guardava niente. Allora lo tiro su, sono sempre stato più forte di lui, insomma lo tiro su, me lo abbraccio tutto e gli dico: Buon Anniversario Ossa Rotte! Ossa rotte sa è il suo soprannome, lui ci si chiama sempre cosí con sua moglie, ma da quando lo conosco, anche quando aveva quarant’anni lui era già ossa rotte per tutti, anche perché a quarant’anni già lavorava da trenta, faccia un po’ lei. Insomma, lui fa una scoreggia di sorriso, poi si risiede, si rimette le mani in testa e dice: Sono stanco. E, vabbè, andiamo a casa allora, via, che aspettiamo? Il pullman è appena partito, e io sono stanco di aspettare. Che non si trattava di aspettare cinque minuti, perché, sa, c’è solo un pullman che viaggia tra la fabbrica e la città, e quindi ogni volta bisogna aspettare che torni quello, che vuol dire almeno un’ora di noia. Mi fa, prendiamo il primo pullman che arriva. Ma che dici, tra cinque ore dobbiamo essere di nuovo qui, dove vuoi andare, questo è quello che avrei dovuto dire, e invece no, gli dico va bene, stasera prendiamo il primo pullman che arriva e ci facciamo portare dove dice lui, perché avevo capito che lui aveva bisogno di fantasiare un poco. Era il suo compleanno, e lo aveva appena saputo. E cosi scopriamo che il primo autobus che arriva non passa in città, ma le gira intorno per arrivare fino alla costa. Va bene la costa? La costa va bene. Quando dico la costa, non pensi a una spiaggia lunga di sabbia, sa, con gli ombrelloni e tutto il resto. La costa è solo dove sbatte il mare, e dove sbatte il mare vicino alla città ci sono sassi e scariche di fabbriche, sassi e scariche di fabbriche. Ma andava bene lo stesso, ci piaceva andare lí, ci eravamo già stati, perché il mare è sempre il mare, e ha sempre la sua follia che fa bene. Il mare era uno dei motivi che ci ha fatto andare via da casa tre anni fa. Quello, e il fatto che ci avevano detto che nelle città della costa orientale si guadagnava bene, molto piu di quanto prendevamo noi poveracci di campagna e si lavorava di meno, perché nelle fabbriche ci sono le macchine e pensano a tutto loro. Bè, quella era una cazzata, però il mare c’era. Il mare. C’è un vento freddo stasera al mare, e l’aria è cosí pulita che quasi si vede il Giappone. Guarda, và: il Giappone. Quello? Eh sí eh? Chissà com’è il Giappone. E si muove il Giappone? Che si muove, dove deve andare il Giappone, il Giappone sta fermo. E allora quello non è il Giappone, si muove. Ci sediamo qui va bene? Andava bene, cosí ci sediamo sopra i cappotti da lavoro, perché gli scogli sono un po’ puntuti, e lui ha un problema in fondo alla schiena, e ci rimettiamo a guardare verso lontano. Zitti zitti. Zitti zitti. Allora penso che quello è proprio il tempo giusto per tirare fuori il mio regalo di compleanno, perché io lo sapevo da una settimana che il suo compleanno sarebbe arrivato la domenica e stavo soffocando dalla voglia di dargli il suo regalo. Una bottiglia di sakè, un’intera bottiglia di saké, da farci almeno due sorsate a testa. Quando il liquorante mi aveva detto che costava trenta yen, che è tre giorni di lavoro, prima ho pensato ma che cazzo, poi ho pensato ancora ma che cazzo e l’ho comprata. Una gran bella bottiglia, sa, di porcellana, di quelle che poi le tieni sul tavolo e ci metti i fiori dentro. La volevamo portare a casa insieme a noi. Aveva tutte delle scritte blu, non ho mai saputo che c’era scritto sopra. Gli è scivolata dalla tasca a ossa rotte mentre eravamo su un treno, io non me ne sono accorto, ed è rimasta lí. Devo darti una cosa. Cosa. Tiro fuori la bottiglia dalla sacca e gli dico Ta daaaa! Buon anniversario Ossa Rotte. Quando lui ha visto la bottiglia non ci voleva credere ai suoi occhi. Mi fa Che cos’è questa? E io dico Quello che vedi, aprila e scoprilo da solo. Non ci credeva proprio. Anche mentre buttava giù il primo sorso, quasi non lo riconosceva quello che stava bevendo, mi fa tu mi vuoi fare male stasera, hai deciso che mi vuoi fare male, vecchio rincoglionito che non sei altro. Non ce le possiamo mica permettere queste cose qui. Aveva ragione, ma come ho detto prima, che cazzo. Due sorsi ed era già finita. Però, che scaldamento che ci aveva dato. Una roba cosí pura e perfettamente buona non la incontravamo da tempo. Quasi la stavo per sputare per quanto mi bruciava lo stomaco. Questa roba qui ci ammazza gli dico. Lui finisce la bottiglia, e la mette in tasca. Posso tenerla? Certo è tua, è il tuo regalo di compleanno. Ma se la riportiamo indietro ci danno dei soldi. Che cazzo, non ci pensare nemmeno, capito? Quella te la porti a casa e ci metti i fiori dentro, cosí funziona. Secondo te quanti anni c’ho? Bho? Settantacinque? Preferisco settantatre. Secondo te potrei fare settantatre anni oggi? Certo. Tanti auguri per il tuo settantatreesimo anniversario, ossa rotte. Tutto qua. Ci siamo rimessi a guardare lontano, poi dopo un po’ lui si sdraia per terra con gli occhi aperti e si mette a guardare più lontano ancora. Avrei potuto parlare allora. Cosí che adesso vi direi quello che ci siamo detti. Che ne so, qualche pensiero sulla vita, di quelli belli profondi che ti vengono radamente e che quando vengono, un po’ lo sai che dopo qualcosa cambia, e allora non ti arriva tutto cosí all’improvviso, che non te l’aspetti. Ma no. Non c’era la forza e nemmeno la voglia di star lí a parlare. Lui poi si è addormentato proprio subito, il tempo di qualche respiro e già lo sentivo russare. Ha sempre russato un sacco, per quel problema al naso che ha da quando è bambino. Ero lí, seduto, a guardare il Giappone che se ne andava via, con accanto Ossa rotte che russava. Avrei potuto pensare allora. Fare un po’ il riassunto delle cose. Tracciare qualche linea. Era il momento giusto per farlo. Ma non l’ho fatto, perché sono pigro, e mi sono addormentato anch’io. Scusate, non avete per caso un bicchiere d’acqua? C’è un sacco di polvere da queste parti qua, e non bevo da quasi un giorno. Sul pullman non abbiamo avuto acqua per quasi tutta l’ultima giornata e quando mi avete fermato siete stati cosí gentili da accompagnarmi subito qui che me lo sono scordato che avevo sete. Fa sempre cosí caldo qua? Allora non deve essere un gran posto per viverci. Ne ho sentiti di caldi durante il viaggio, ma mai come questo. Epperò dovevo pensarci. Dovevo pensarci che a un certo punto si sentiva l’odore. Credevo che tutta quella carta bastava. E c’era pure la coperta marrone. Quella ce l’ha regalata una donna dopo qualche giorno che eravamo partiti. Anche a lei ho raccontato tutto. Credeva che io fossi uno dei suoi figlioli andato via da casa non so quanti anni fa, poverina. E mi ha dato questo straccio qui, che lo aveva cucito lei, è bruttissimo, ma era un regalo, e i regali non si giudiziano mica, e io le ho detto grazie, è il tappeto più bello che abbia mai visto. Che mi è stato utilissimo poi, che lo copriva tutto dalla testa ai piedi. Grazie. (beve) Allora, che devo dire ancora. La mattina dopo la spiaggia era piena di gabbiani che manducavano le spazzature, facevano un rumore insopportabile che mi sveglia, mi sveglia quello e il caldo del sole in faccia. Ossa rotte. Ossa rotte, dormi ancora? Lui era sdraiato accanto a me. Morto. L’ho capito subito che era morto, che aveva la faccia tutta verso il sole, che non si muoveva di un millimetro, immobile che non poteva starci cosí immobile senza svegliarsi. Ma poi perché da quando lo conosco lui si sveglia sempre prima di me. Glielo dicevo sempre io, il giorno che mi sveglierò prima di te ossa rotte, sarà per andare a scavarti la fossa. È strana la vita. Quando poi è morto davvero non gliel’ho mica scavata la fossa. Non potevo farlo lí. In quel posto. Che non era nostro e noi non eravamo di lui. Che nessuno ci conosceva e ci voleva bene, che nessuno avrebbe pianto insieme a me. Non ci ho mica pensato io. Non sono mica stato lí due ore sotto al sole a pensare a cosa fare, lo sapevo fin da subito cosa fare. Era il momento di tornare a casa. Ci stavano aspettando da quando ce ne eravamo andati tre anni fa che gli abbiamo detto ai nostri, vi manderemo i soldi fino a quando ce li avremo e poi all’improvviso torneremo noi senza dirvelo e ci farete una gran festa con tutti i soldi che vi abbiamo mandato. Bisognava farla quella festa, un sacco di gente la aspettava da anni. Ossa rotte, la aspettava da anni, me ne parlava tutti i giorni. Non l’ho toccato di una virgola. Non gli ho nemmeno messo le mani in tasca per vedere se aveva dei soldi anche lui. Io avevo i dieci yen della settimana. Sarebbero stati bastevoli per tornare a casa. Forse no, ma tanto avevo solo quelli. Saremmo tornati a casa. Punto. Come, lo avremmo scoperto tornando. L’ho lasciato lí un attimo, il tempo di girare un po’ per la spiaggia e trovare qualcosa per coprirlo, poi siamo partiti. Da quel momento lí non ci siamo più lasciati. A parte adesso, naturalmente. Sapete, l’avevo convinto io. Lui non era mica sicuro di fare una cosa cosí grande alla nostra età. Io lo avevo portato fin laggiù, io ci credevo che partire sarebbe stata la cosa giusta da fare, che non ce l’avremmo mica fatta a sopravvivere, noi e le nostre famiglie continuando all’infinito a spaccarci la schiena sui campi per due yen, che la vita in città sarebbe stata facile, me lo aveva detto un cugino che era appena tornato da quelle parti con un sacco di soldi in tasca, che sarebbero bastati un paio d’anni e poi saremmo tornati a casa, ricchissimi e avremmo fatto una grande festa e tutti ci avrebbero ringraziato fino alla fine dei nostri giorni. Adesso per favore, fateci tornare a casa. O sennò accompagnatelo voi fino a lí se io non posso e devo stare fermo in questo posto quanto volete voi. Ci stanno aspettando, capite? Ci stanno aspettando.

  • 21 luglio 2006
    Algebra

    Come comincia: Di tipi così non se ne trovano più al giorno d'oggi,  o forse io, per il solo fatto di  essere fuori da decenni da quel mondo, non riesco più  a coglierne gli aspetti curiosi e, a loro modo, in­dimenticabili.

     


    Si trattava di una ragazza, è facile  capir­lo.


    Erano  gli anni in cui si  frequentavano  le superiori  e "ci si sentiva", in qualche  modo, “superiori”. Passaggi naturali dell'evoluzione ado­lescenziale.  Questo lo si dice, o meglio, lo  si capisce  dopo. Lo capiscono gli  psicologi.  Loro capiscono e spiegano tutto.


    Si trascorrevano interi pomeriggi a  ciondo­lare su e giù per il Corso, a gruppetti,  ragazzi e ragazze, soli ragazzi o sole ragazze, a seconda di come tirava il vento. Si parlava del più e del meno, delle cose di scuola, dei compiti da  fare, delle interrogazioni andate male, di quelle immi­nenti  e  preoccu­panti, del prossimo  compito  in classe di matematica, e di in­finite altre cose.


    C'era  già chi parlava con tono saccente  di ragazze,  nei  gruppetti  di  maschi,  e forse, chissà, nei gruppi di ra­gazze avveniva la  stessa cosa,  anche  se  in realtà  oso  dubi­tarne,  non perché l'argomento in sé non fosse  interessante, che  diamine!,  proprio a quell'età si  fanno  le scoperte inte­riori più sorprendenti. Ci si ritrova innamorati, per esempio. Ma più che altro per  il fatto che le ragazze, per natura, per  educazione familiare e parrocchiale o per qualche altro  mo­tivo (il pudore, per esempio, il pudore dei  pro­pri pensieri, dei propri sentimenti), le  ragazze - dicevo - erano più riservate.


    Fra i maschi, chi parlava di ragazze, ahimé, non  ne parlava con quel rispetto che  "il  dolce stil  novo" doveva averci insegnato, ma  con  una sorta  di sguaiataggine, che a me dava  fastidio, ma in cui altri sguazzavano, arricchendo il  loro dire con barzellette dello stesso tono, ovviamen­te, o con il racconto di imprese amatoriali  paz­zesche, generalmente in buona parte inventate, ma che  attiravano l'attenzione e la go­losità  degli ascoltatori del momento.


    La ragazza era stata notata. Passava per  il Corso con passo svelto, impettita, senza guardare nessuno; tutt'al più un'occhiata a qualche vetri­na.  Vestiva in modo diverso, av­veniristico,  di­rei, per quei tempi. Abitini interi o  tailleurs, ma  attillatissimi. I pantaloni allora non  erano entrati ancora nella moda femminile, né, il cielo ci  scampi, le minigonne, ma le sue  gonne  erano appena  appena accettabili, secondo  il  giudizio morale  del tempo. La stretta misura fasciava  il suo  corpo,  che, questo bisogna pur  dirlo,  era perfetto.  Anche se fosse stata vestita  in  modo meno  provocante, avrebbe comunque fatto  voltare molte teste, ma così com'era attirava lo  sguardo con  violenza.  Non era possibile non  darle  una guardata  al­meno, fosse pure per  muoverle  inte­riormente  una critica, o per compiacersene.  Non sto a dire il tono e il contenuto dei salaci com­menti che il suo passare suscitava.


    Ma  lei pareva non rendersene conto. Non  si esibiva,  o almeno si comportava in modo tale  da non farlo sembrare; che ne so io.


    I ragazzi, poco dopo che l'ebbero notata co­minciarono anche a seguirla di lontano, per  cer­care  di saperne di più. Abitava  infatti  appena fuori di città. Allora la città era relati­vamente piccola. Adesso l'insediamento umano si  diluisce alla periferia in piccole industrie,  fabbrichet­te,  capannoni per de­posito merci, carrozzieri  o sfasciacarrozze  e così via, fin quasi a  toccare il paese limitrofo, tanto che se non fosse per  i cartelli stradali, a mala pena si capirebbe  dove finisce  un po­sto e ne comincia un altro.  Allora era  diverso, appena finito l'abitato, in cui  si concentrava  tutta l'attività lavorativa, si  era subito in campagna. Le case coloniche sparse  fra i campi, le stradine che le collegavano, un altro mondo. La ragazza abitava in una di quelle  case. Nessuno  ne sapeva di più. Per esempio il  perché di  quel  suo modo di vestire, così  diverso  non soltanto dalla moda corrente, ma ancor di più  da quella delle donne di campagna.


    Chissà, forse era stata a scuola, aveva stu­diato, ed aveva acquisito un "certo tono" che  la staccava dal suo mondo quotidiano. Non vi era altro modo di saperne di più se non affrontandola e attaccando  discorso. Non facile, tutto  sommato, perché  la  ragazza non teneva per la  strada  un comportamento,  val la pena di insisterci  sopra, che facesse sperare facile un abbordaggio. Tutta­via alcuni decisero di pro­vare. Un gruppetto fece un giorno una specie di schieramento sul  marcia­piede  in  modo da incrociare la ragazza  al  suo passaggio.  La manovra riuscì  perfettamente.  Al momento  dell'incontro i ragazzi si divisero  per farla passare, finsero di volerle lasciare la de­stra,  poi la sinistra...crearono imbarazzo  alla poveretta,  ma naturalmente la cosa finì  in  una risata, tanto parve spontanea la manovra.  Ognuno trovò parole ac­conce per scusarsi e la scena sta­va per finire, così che ognuno se ne sarebbe  an­dato  per la sua strada, quando una  voce,  dalla retroguardia del gruppetto, buttò là una domanda,


    scherzosa e provocatoria insieme: "Che, lei la conosce l’alge­bra?"


    La ragazza, che ancora non si era del  tutto districata dall'im­pedimento creato sui suoi  pas­si, rimase come presa in con­tropiede. Capiva  be­nissimo che si trattava infine non di mo­nellacci, ma di studenti e cercò lì per lì una risposta.


    "No  - disse - le lingue non sono mai  state il mio forte."


    A  questo punto furono i ragazzi  ad  essere presi in contropiede.


    "Ah!" fece uno.


    "Ci scusi ancora." fece eco un altro. E  nel frattempo  si erano fatti da parte e avevano  la­sciato passare la ragazza che con un sorriso e un appena accennato inchino continuò la sua strada.


    Sulle prime i ragazzi erano rimasti  allibiti,  ma dopo qualche secondo, che la ragazza  non si era ancora allontanata di più di dieci  metri, scoppiarono in una corale risata. I com­menti  fu­rono  concordi;  la risposta aveva  tracciato  un qua­dro completo. Ahimé, la cultura di quella  ra­gazza  non aveva superato il livello  elementare. Scambiare  l'algebra con una lingua  era  davvero troppo. Avrebbe fatto meglio, poverina, a  tacere o  magari  a dire che non ne sapeva niente,  o  a confes­sare con candore la pura verità. Doveva ben immaginarlo  che quegli sbarbatelli che si  davan arie di vissuti erano studenti e pronti a  giocar tiri mancini a chi gli fosse capitato. E lei  del resto, non si dava arie da gran signora, con quel suo  tacchet­tare puntuale per il Corso,  fingendo una sostenutezza cui forse corrispondeva una gran voglia di entrare in quel mondo che non le appar­teneva?


    La  voce  si  sparse nel giro  di  un  pome­riggio.  Gli  studenti,  seppure  appartenenti  a scuole diverse, di solito, si conoscono tutti  ed il "tam-tam" portava veloce le notizie più  golo­se.  Si  trattava generalmente  di  pettegolezzi, piccoli flirt o cose del genere.


    Poiché nessuno era riuscito mai a sapere  il nome  della ragazza, qualcuno suggerì  subito  di chiamarla Algebra.


    E così fu.


    I  pomeriggi dell'anno scolastico si  succe­dettero  l'uno all'altro come una routine  speri­mentata  da sempre, e la ra­gazza, come se  niente fosse  accaduto, continuò il suo  passa­re  rapido per il Corso, con i suoi soliti abitini  attilla­ti, che ne mettevano in evidenza i glutei sferici e saltellanti ad ogni passo, il busto eretto,  lo sguardo indifferente. Si era resa conto della  e­norme gaffe che aveva commesso? Si sentiva,  dentro,  cresciuta o sminuita nei confronti di  quei gruppuscoli maliziosi che la guatavano in  silen­zio al suo passare?


    E dopo che lei era passata, quando era  lon­tana  una cinquantina di  metri,  immancabilmente qualcuno gettava il grido:


    "Algebraaa!"


    Altri facevano eco, poi il grido si spegneva fra  le risa­te, e lei continuava imperterrita  la sua strada.


    Non  sapemmo mai se si fosse resa  conto  di quello scherzo goliardico e infantile insieme.


    Eh, sì, eravamo in quella età in cui non  si è ancora nessuno e si crede, al contrario, di  a­vere il mondo in tasca, solo perché si indossava­no da qualche anno i pantaloni lunghi e comincia­va  la prima pelurie ad oscurare il labbro  su­pe­riore.  Tutto, anche le cose più serie, (non  che il fenomeno "Algebra" lo fosse) venivano  irrise. Ci sentivamo volta a volta, a seconda dei giorni, in  su o in giù col morale, ma in fin  dei  conti tutto  passava. Ben altre erano le sofferenze  au­ten­tiche; le nostre non lasciavano segni, se  non nella  memoria, come quadri di  una  esposizione, come foto di un album.


    E Algebra? Che ne sarà stato? La fine  degli studi,  la guerra, che ci ha rubato una fetta  di vita e ci ha dispersi, corpi e anime in un  caro­sello di cui non abbiamo nai realmente capito  il movente,  lo scopo, i frutti, se non che è  stato un capovolgimento di valori, tutto ciò ne ha fat­to perdere per noi le tracce.


    Era una ragazza carina che sculettava per il Corso e di cui, non senza una crudeltà che nasce­va dalla voglia incipiente del possesso, tuttavia precluso, ci prendevamo gioco, senza alcuna  con­sapevolezza.


    Forse sta raccontando a nipoti liceali o  u­niversitari di quella volta in cui, bloccata  per strada  da  un gruppetto di sbarbatelli,  si  era trovata confusa tanto da vergognarsi a confessare che non aveva mai studiato l'algebra, lei, povera ragazzina di campagna che aveva voluto tentare di essere una di città.


    E  le pare di risentire nelle orecchie  quel richiamo irri­dente alle sue spalle che nessuno le avrebbe più tolto di dosso:


    "Algebraaa!"

  • 19 luglio 2006
    Anche io ti sono figlia

    Come comincia: Un giorno giunse al mondo la speranza, e il Padre della Vita la guardò con grande tristezza, dicendole:

     

    Sei figlia degli uomini e come tale non ti rinnegherò, ma il tuo canto molto male farà.

     Rispose la speranza:

     Padre, sono adorna di candide vesti,  e il mio canto è dolce più del miele. Non sarò certamente io a far del male ai tuoi figli, se essi useranno con moderazione i miei sogni.

     Speranza, nel tuo dire riconosco le tue malefiche intenzioni, tu sai bene quanto è doloroso il cammino dell’uomo, e conosci anche la sua spasmodica ricerca di sollievo. Come può un uomo immerso nella sofferenza possedere lucidità e moderazione. Tu sei giunta per arrecare dolore, ma sappi che non esiste in vita elemento che sfugga al controllo superiore della vita stessa.

    Seppur le tue intenzioni sono buie come la più nera delle notti, grazie a te molti uomini apriranno gli occhi alla vita. Il tuo meschino gioco sortirà l’effetto contrario, l’uomo ti riconoscerà per quel che sei, e quel giorno tu non avrai più ragione di esistere e pertanto ti dissolverai.

     Padre, so che sei il creatore di tutto e che le tue parole sono legge, ma ti prego non mi lasciar morire anche io ti son figlia, lasciami una speranza?

     Speranza proprio tu che uccidi senza lasciar scampo, mi chiedi di darti una speranza?

    Ed io ti dico che morirai come danno, e risorgerai al vivere come figlia della luce. Quando l’uomo avrà superato il tuo inganno ti vedrà per quello che invero sei.

    Già posso scorgere la tua sconfitta, ma prima che ciò accada molti valorosi perderanno la loro vita, accecati dalle tue false promesse. Io raccoglierò goccia a goccia il sangue che tu avrai fatto versare ai miei figli, e il loro sacrificio non resterà vano, il loro dolore sarà l’unguento che sanerà i primi figli che ti vedranno per quello che sei.  E per loro mano tu sarai sconfitta.

    Speranza sei bella come un raggio di sole, ma sei una figlia disonesta, come tale non godrai della mia benevolenza finché mentirai e ucciderai.

     Padre mio ti prego.

     Disse nella più completa disperazione la speranza.

     Non scagliare contro di me la tua ira, che colpa ne ho, se sono così.

     Proprio in virtù di ciò, ti dico che conserverò in parte la tua essenza, ed un giorno quando l’uomo avrà riconosciuto il tuo inganno io ti concederò di unirti al vivere.

    Inizia a contare le tue ultime ore come nefasta creatura, un altro uomo ha scoperto il tuo inganno e molti ancora ti vedranno per quello che sei, spoglia del tuo abito candido, mostri un corpo devastato e corroso dal tempo.

    Speranza tu inietti negli animi il più lento e mortale dei veleni, accechi le tue prede conducendole sino alla fine del loro cammino.

    A quel punto non saprei chi di loro potrà dirsi fortunato, colui che morirà accecato, o chi comprenderà l’inganno un attimo prima.

    Figlia dell’uomo da lui generata, ricorda nulla di ciò che nasce ha un fine diverso da quello che IO ho stabilito.

    Non sono responsabile della mia malefica natura, son venuta al vivere innocente come un agnello, non farmi pertanto pagare le pene della tua ira, anche io ti sono figlia, dammi una speranza.

  • Come comincia:

    E se la Monotonia fosse la madre della Costanza, chi sarebbe il padre di tanta bellezza e chi la zia?

    Queste sì che sono domande essenziali?

    Riproviamo…

    Quando in una vita apparentemente Monotona nasce il sole della Dignità?

    Direi meglio  

     

    Monotonia era incinta, una gravidanza mal sopportata la sua, erano ormai cinque mesi che quel seme non voluto le si era impiantato in grembo.

    La donna non gustava più nulla della sua vita, ogni giorno era identico al precedente e alla vista del domani, il suo cuore non fremeva neanche più.

    Quante volte si era chiesta che senso avesse quella vita priva di ogni emozione, e la risposta era sempre la stessa: la sua vita non aveva alcun senso.

    I mesi trascorsero, tra un sì e un no, tra un forse e un ma, tra uno sbuffo ed un non so, tutti proferiti senza esser profondamente sentiti, ma come spesso si suol dire il suo parlare era solo di facciata al profondo scoramento che le devastava l’anima.

    Un mattino tra i tanti, giunse a farle visita sua sorella Pazienza rientrata da un lungo pellegrinare, e con lei restò sino al momento del parto.

    Il sole splendeva alto il giorno in cui Monotonia diede alla luce la sua splendida bambina, e il primo vagito della piccola la scosse tanto profondamente da ridestarla come da un sonno profondo.

    La bambina era figlia della luce e quando Monotonia la guardò per la prima volta in volto non ebbe alcun dubbio nel scegliere il nome:

    Ti chiamerai Costanza. – Disse Felice.

    Monotonia uscì dall’ospedale stringendo al petto la sua piccola Costanza, mentre Pazienza la precedeva facendole strada.

    All’uscita dell’ospedale un enorme mazzo di fiori ostruiva il passaggio alle due donne, che sorprese quanto infastidite tentarono d’oltrepassarlo, ma improvvisamente videro sbucare da dietro il padre della piccola Costanza, Dignità.

    Monotonia non credeva ai suoi occhi e tra le lacrime raggiunse Dignità, l’unico uomo che avesse mai amato, ed insieme stringendosi in un caldo abbraccio ricostruirono la loro tenera famiglia.

    Monotonia uscì dall’ospedale sotto al braccio di Dignità, mentre Pazienza al loro fianco cullava la piccola Costanza, e chiunque li vide camminare insieme non poté frenarsi nel pensare quanto fossero Felici.

    La Monotonia non potrà mai essere compagna della Dignità, sino a quando accompagnata dalla Pazienza non avrà generato la Costanza, solo allora Dignità e Monotonia potranno camminare per mano per le vie della vita.

    Pertanto quando tra le lacrime della Monotonia, scorgerai la luce della Pazienza, ricorda che:

    La tua Costanza ti renderà Dignità.

  • 19 luglio 2006
    Aspettare la sera

    Come comincia: Si chiedeva con forza sempre maggiore se anche lui sarebbe finito un giorno così come tutti, rassegnato semplicemente ad aspettare la sera. David, questo il suo nome, era di fronte a un appuntamento che gli avrebbe chiarito tutto, proiettandolo in quell'angolo buio dell'anima dove spirito e carne si incontrano. Un colloquio di lavoro lo attendeva quella mattina: PETROL SPA, Via Feltre 21, Milano, ore 12. Questi i dati a sua disposizione. La strada che lo doveva portare verso la via dell'appuntamento era trafficata come sempre e David, con quello spirito contraddittorio che caratterizza i giovani della sua età, guardava con curiosità i suoi compagni di disavventura in quell'ingorgo che si lamentavano senza pace. Era convinto che proprio le persone che si lamentano del traffico di una città come Milano sono gli stessi che alla fine contribuiscono a crearlo, non rendendosi conto di essere un cane che si morde la coda. Era ormai arrivato al luogo del colloquio di lavoro: la palazzina si presentava molto trascurata e ciò che colpì subito il nostro giovane neodiplomato, furono le sbarre alle finestre che gli trasmisero subito una senso di soffocamento. Lui giovane sensibile con la passione per i poeti maledetti e per il "blues del delta" vedeva già qualcosa di inumano in quel luogo. All'ingresso fu accolto da un uomo sui 30 anni, ben vestito ma con un'aria dimessa, quasi rassegnata. Era mezzogiorno in punto. Attese l'arrivo del direttore dell'azienda. Nel salone in cui si trovava si guardò intorno: la segretaria era da sola, e probabilmente lo era tutti i giorni: la luce entrava attraverso le sbarre delle finestre che davano sulla tangenziale. La donna, concentrata sul suo lavoro, non si voltò neanche a dare il benvenuto a David. Il silenzio dominava tutto. Solo il rumore continuo delle stampanti e dei fax creava un'atmosfera fredda e alienante che pose David sulla difensiva.

     

    Finalmente arrivò il direttore: era un bell'uomo, alto, elegante e dall'aria gentile. David entrò nel suo ufficio: "Prego, si segga!", era la prima volta che qualcuno gli dava del Lei. "Ho visto dal Suo curriculum che Lei è alla prima esperienza lavorativa", David annuì. "Il nostro lavoro richiede un'adeguata conoscenza delle lingue e quindi se Lei è d'accordo, La sottoporrei a una piccola prova di francese e inglese. Quell'eccessiva formalità e gentilezza forzata furono il "benvenuto" che il mondo del lavoro stava dando a David. La prova fu superata brillantemente. Il direttore, a questo punto si rivolse soddisfatto verso il giovane "Le assicuro che entrando a far parte delle nostra azienda Lei diventerà un ottimo impiegato".

    Terminato il colloquio David decise di fare una breve passeggiata al Parco Lambro che distava poco da lì. Il parco era vuoto quella mattina. Due parole continuavano a girargli per la testa: ottimo impiegato, ottimo impiegato. Concepiva quelle due parole come un ossimoro, pur rispettando la categoria. Non capiva perchè i suoi sogni di adolescente dovevano infrangersi lì, dove si erano persi tanti suoi amici più grandi. "la vita non può essere questa: un giorno uguale all'altro, mese dopo mese. Perdere lentamente le proprie passioni. Non avere tempo per se stessi". A David sembrava tutto chiaro ora. Tornato in auto l'orologio gli ricordava che era passata un ora dal colloquio. La radio passava una canzone del suo cantante preferito che parlava di whisky, bar e vite diverse. La città era lì ad aspettarlo: "voglio essere il pazzo del paese. Voglio che tutti ridano di me. Voglio vedere cosa c'è fuori!". Vai David credici ancora. Non smettere mai.