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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 18 settembre 2006
    Il mio nome è...

    Come comincia: Il cielo è chiaro, ed ad ogni mio sguardo, cambia per il movimento delle poche nubi, sono al centro dell’attenzione, circondato da decine, forse centinaia di persone, ci sono ormai abituato, sono secoli che la situazione si ripete… sono come bloccato all’interno di un limbo, gli stessi momenti, le stesse azioni, il tutto ripetuto all’inverosimile. Ogni persona attorno a me, pende dalle mie labbra, e io conosco di già ogni singola parola che sarà pronunciata dopo la mia. La storia si ripete. Ancora, ancora. Sono qui, intorno tutti e nessuno, mi fissano, attendono un mio gesto, lo stesso di sempre. Scruto negli occhi delle persone intorno a me, leggo le loro menti, conosco i loro pensieri, anticipo le loro azioni.

     


    Imprecazioni e grida di dolore, intorno a me, liberazione dentro di me. Sono come rianimato. Nonostante sappia alla perfezione ogni istante successivo di ciò che sarebbe accaduto, lo rivivo fortissimamente… lo sento vivamente.


    Rivelazioni che sconvolgono le menti e deturpano le membra, portano via la vita. Sono qui, il vociare sempre più assordante, il tumulto tutto intorno, l’agitarsi freneticamente, ma il mio animo ha trovato quiete. Nonostante la verità. Commisi un unico tragico errore. Diedi e tolsi vita a chi me la diede. Sono qui. Mi sento parte di un nuovo essere, lo sento. Le voci mi rivolgono parole e le accolgo come nuove. Era buio la prima volta, è buio ancora. Ascolto, non solo con le orecchie. Percepisco tutto, intorno. Non sono io, non sono mai stato quello che credevo di essere, ma sono ciò che cercavo. La causa del male, della sofferenza, del tormento, che era, che è, e che sempre sarà. Il mio nome, rimbomba nelle teste di tutti, empio, orribile.


    Tutto cominciò quando il Dio svelò il mio futuro, e io, gli andai incontro inconsapevolmente consapevole. Accadde ogni cosa…


    Ora, vorrei potermi vedere per un attimo, dal di fuori, come mi vedete voi ora. Vorrei immaginarmi come ero un tempo, come vinsi l’Invinta Incantatrice, e come il Fato si prendeva gioco di me. Ma non mi importa. Tutto ciò mi ha reso immortale, sono io che ho vinto, io mi sono preso gioco del Fato, io sono ricordato e sempre lo sarò, questa è l’immortalità.

    Il mio corpo non è, ma il mio spirito di volta in volta si impossessa di nuova carne. Ad ogni rinascita, segue una nuova morte, il cerchio non si interromperà mai. Percepisco le persone intorno a me, piangono, parlano. Sento le infelici voci che sibilano tra le dita che coprono la bocca, ascolto gli animi tristi. Non oggi però. Una nuova voce si è unita alla moltitudine uniforme. La sento diversa. In sintonia con il mio essere, la prima nei secoli. Per la prima volta, rivivo la prima volta. Sento il volto grondante, le mani sudice, la testa pesante, gli occhi doloranti. Mi sento rinato nel momento della rinascita. Ora sono qui, non solo in puro spirito, ma anche in impura carne. Ma non mi basta, voglio entrare in contatto con questa nuova voce, inquieta, nella quale vedo un riflesso perfetto di me. Le mille voci intorno a me, non le ascolto ormai più… c’è solo lei, li, in mezzo alle altre, la voglio. Voglio farla mia, mostrarle la perfezione dell’essere quale sono diventato dopo tanta imperfezione. Farle vedere come in realtà sono stato io a giocare col Fato e non l’inverso… ma che dico… non devo farle vedere niente, lei sa… sa già tutto, sente tutto, mi sente qui, capisce come le parole dette intorno a me siano in realtà la mia grandiosità. La sento sempre più forte, diversa, in simbiosi, è un estasi, un tripudio di sensazioni… lei è qui posso toccarla, riesco quasi ad afferrarla… mi conosce, sa tutto di me, sa come so io. Mi legge dentro, ora più che mai. È un’estasi mistica, due animi che si uniscono nell’etere, due corpi che si uniscono nella terra. Sento il suo profumo i sensi non mi tradiscono, tocco la sua pelle, sfioro le sue labbra… è li in mezzo alle altre inutili voci… è unica, non posso perderla, io sono suo, lei è mia. Non siamo nello stesso tempo, non siamo nello stesso spazio… ci unisce il forte sentire, un legame incorruttibile. Sei mia ora, sono tuo ora. Ti ho raggiunto, ti sento, mi senti. Sento il tuo respiro, il tuo cuore, il tuo sangue. Percepisco l’estasi che ti ha portata qui, la forza che ci lega. Guardami, io non posso guardarti, non posso più. Ti sento forte, sei tu. Chiamami per nome, ed ogni volta che mi nominerai, entrerò in te. Mi sentirai dentro, nuova linfa. Scorrerò nelle tue vene, saremo unica cosa. Grida il mio nome!!! Nessuno negherà di conoscerlo!!! Ognuno confermerà la mia immortalità!

    Fui Re, ora sono Dio: Grida!! …Edipo!

  • 18 settembre 2006
    Mai più!

    Come comincia: Coi capelli morbidi e fluenti come le spighe di grano e bagnati dal sole pacato del mattino, intrecci brevi illusioni che scivolano poi nell’arido meriggio di scirocco. Tra la voce e lo sguardo, solitario anelito del passato sceglie la pena: l’ingenua verità di poche parole, il timore e l’ansia di una tiepida carezza, foto antiche bruciate nel vuoto di un posacenere. E precipiti nel tuo inferno. Sì, ho sbagliato ma ora dimmi perché? Cosa hanno fatto le tue mani? Le ombre bussano già alla finestra della tua anima, lievi frusci tra le foglie. Non li senti? Non chiederti del futuro, rispondi al tuo presente, non fuggire giacché anche il sorgo selvatico spesso sa amare.

    Scrivo due parole che cancello con le lacrime:  se potessi dimenticare... Manuela con voce pietosa al telefono spazzava via ogni speranza: "Forse ora Lui ha un'altra... non era destino, sai... "Ma quale è il destino quello che si cerca o quello che si costruisce giorno dopo giorno? Ritornando al passato, cosa cambierei? Cosa non rifarei? Forse tutto, lo so, forse sarebbe lo stesso così il presente, chissà.... Il pensiero sprofonda nel golfo, sotto poche nuvole in queste ore prima del tramonto; tira un po' di bora che scompone la durezza dell'orgoglio. Fra due settimane, solo due settimane il passato sarà passato come un temporale che scarica la sua forza  in quella mezz'ora e poi passa. I Ricordi sono andati, due anni sono perduti ed io? Io sono uno stelo che segue il respiro di Dio e vivo di ciò che scrivo.

     

  • 18 settembre 2006
    8 mini racconti

    Come comincia:

    Solitudini

    La donna si svegliò. Una delle tante donne che popolavano il mio talamo e le notti disperate di un povero ubriacone di mezza età.”Che ore sono? “ mi chiese, “È ora che tu te ne vada a casa tua” gli risposi, le stesse risposte alle solite domande. Un bicchiere semivuoto mi fissa dal comò e implora ancora un goccio. Una tendina impolverata cela un pallido sole malato che a fatica chiede di entrare. Un’ambulanza sfreccia impazzita con il suo carico di dolore. La comoda 54 sbuffa al capolinea ed inizia la sua corsa a tappe. Il gatto saltella sul letto per reclamare il suo pasto.Una vecchia sveglia annuncia un nuovo giorno. Un tubetto oramai ridotto allo stremo e uno spazzolino spelacchiato aspettano inesorabili. La doccia è sempre più bollente e il bidet zampilla come una fontana. Un paio di fetidi biscotti insapori,incolori, inodori e scaduti si mescolano con un caffè altrettanto incolore, insapore e inodore. Una camicia lisa , un paio di jeans rattoppati e dei calzini da rammendare osservano da una sedia zoppicante. Davvero un gran bel risveglio! Ma sono vivo... “Sei ancora quì?”, “Sparisci!” , “Cosa aspetti ad andartene?” Improvvisamente la donna inizia a piangere, la osservo, provo un senso di disgusto, compassione per me e per lei, per le nostre miserabili vite così piccole, così inutili. L’accompagno alla porta, mi guarda per l’ultima volta, accenno un saluto, passi si allontanano e affrontano i gradini. Urla improvvise mi ridestano dalla consuetudine, apro la porta , mi affaccio sulla tromba delle scale , la vedo , non piange più , un sorriso le circonda ora le labbra, mi guarda, occhi sbarrati ma... vivi! “Scusami”, “Un topo mi ha sfiorata”. Ritorno a casa, il mio stupido gatto gioca con una monetina, prendo un goccio di Daniels e riprendo a sopravvivere tra le mie povere cose.


    Nausica

    Il silenzio incipriava gli oggetti lasciati sul comodino. Il cuscino fiatava l’ondeggiare delle lenzuola. Due corpi si muovevano all’unisono in una danza densa di trasparenze.
    La luce filtrava sorniona la prua del nuovo giorno. Corti respiri anticipavano l’alba dell’imminente piacere e il giaciglio sosteneva il peso di una gondola sulla laguna. Pelle contro pelle, il sudore saliva l’apice del momento, oblio di un sogno reiterato nelle notti di Nausica. Così si chiamava, un nome particolare, sensuale, dolce, melanconico nella mitologia di chi prima l’aveva abbandonata. Amava il desiderio ed essere desiderata, cercava le fonti proibite oltre le quali il confine lasciava il passo alla fantasia e il lecito si perdeva nella linea dell’orizzonte. Era così ogni volta e ogni volta i sensi si abbandonavano al pensiero del nuovo viaggio che l’avrebbe portata a conquiste in terre lontane, lontana la solitudine dalla stretta di un uomo che s’avventurava nel suo regno incastonato da gemme sfaccettature di un unico piacere. Il rito si era consumato, il comodino aveva ripreso il suo ordine accompagnato dall’assenza della parte...e Nausica si infilò nella vasca pronta all’incipiente visita di un estraneo che avrebbe nuovamente popolato il suo talamo e colmato il vuoto del comodino.


    Il treno

    Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
    Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Quattro chiacchere banali con l’occasionale compagno alleggiravano la noia del consueto viaggio di lavoro. Già...la banalità di un vivere così scandito e scritto sin dalla nascita accudiva la rassegnazione fattasi adulta.
    Pensate a un tempo che ti guarda, ti sorpassa e non si volta mai. Non ti chiede come stai! Non ti chiede che cosa ti manca! Non ti da la forza per andare avanti...anzi sei sempre più debole, come deboli le tue certezze. Ma ,quelle, non le hai mai avute! Hai sempre sperato e pensato di averne per poi ritornare a ritroso nel paradosso del dubbio, del forse potrebbe..., del fato ineluttabile che , diciamocelo, ci para dai fulmini delle paure del tentare di fare. Fare? Che cosa? Perchè? Per chi? A che pro? Domande su domande.
    Queste vite normali mi angosciavano, pensavo al treno, al suo conducente che ogni giorno percorreva tratte diverse...ma sempre di tratte, trattasi.! La soluzione? E se il treno deraglia? E se mi trovo in un paesino che non conosco? O se vengo catapultato in un fosso? Ecco...la novità, un percorso nuovo, un reale diverso che confonde l’ordinaria immaginazione, una visione distorta di uno specchio che riflette la solita immagine, i pensieri che chiedono ossigeno per poter tornare a essere normali, forse più veri, più soli ma vissuti e non la finzione circense di guitti e cortigiani maldestri equilibristi o maghi dell’illusionismo. Ricondurre la propria vita a un imbuto e travasare solo la linfa dell’idea, archetipo di stagioni che avrebbe spiegato un senso, ora celato.
    Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
    Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Anch’io volevo sparire per perdermi nel labirinto dei sogni mancati e delle occasioni abbandonate...raccolte, chissà, da qualche sbandato, che trovandosi lì per caso, avrebbe, forse, risolto il proprio rebus.


    Il tempo e il corpo

    Rue de les Huchette mi accoglie con i suoi colori vivaci e sapori di antiche culture al primo imbrunire. Prendo posto al Caveau , noto locale di musica jazz e ritorno indietro nel tempo, ai miei vent’anni, alla spensieratezza di uno studente goliardico che voleva capire l’arte, gli artisti e i suoi profumi. Allora una chitarra mi accompagnava in questi viaggi e sovente finivo la nottata in qualche club e mi confondevo nelle ubriache jam con qualche musicista devastato di cui non ricordo più il viso. Un altro viso color ebano mi fissava all’interno del locale, regale nel portamento, mi venne incontro, mi prese per mano e mi condusse in una danza leggera, sensuale, un corpo che ,come un metronomo, si avvicinava e si allontanava ritmicamente. Improvvisamente baciai quelle labbra semichiuse, la strinsi e l’abbracciai. La sentivo ansimare, il respiro sempre più corto, una mano che scendeva e cercava il mio sesso. Il dixi dei musicisti accentuava il calore di una musica africana che surriscaldava le pelli roventi , una miscela esplosiva pronta ad accendere la miccia nascosta in ciascuno di noi. Mi risvegliai bruscamente dal ricordo e una signora distinta mi chiese se avevo da accendere. Le risposi che non fumavo e si sedette vicino a me domandandomi perchè fossi solo e pensieroso. Non avevo voglia di parlare con una sconosciuta, io e i miei ricordi erano la compagnia che più avrei gradito in quel momento. Continuava a parlarmi della sua vita. Non la guardavo, ero troppo assorto nel pensiero di una creatura lontana con la quale avevo consumato uno dei più begli amplessi della mia vita. Quella vecchia continuava ad atomizzare il mio ricordo sino a decomporlo nella totale rimozione...Decisi di interrompere i suoi sproloqui, di dirle di non rompermi più le scatole e di lasciarmi solo. Si alzò. La guardai. La nera mi fissò per l’ultima volta e se ne andò via. Improvvisamente la chiamai. Si voltò. Capii. Era lei, il tempo mi aveva restituito una donna consumata ora da un metronomo spietato che scandiva, come una clessidra, quello che ci restava da vivere. Non mi aveva riconosciuto, anch’io ridotto a una vecchia ciabatta impeluccata e sfilacciata..., un povero uomo di mezz’età con cui condividire forse quell’unico e lontano ricordo per il quale era casualmente passata dal Caveau di Rue de les Huchette.


    Altezze differite

    Non aveva mai visto una donna così alta e bella. Una top model pensò l’uomo.
    Accento straniero, forse del nord europa, occhi verdi, capelli rossi e la cosa più strepitosa consisteva nel fatto che fosse li con lui in un ristorante a chiaccherare amabilmente. L’uomo si domandava che cosa avesse trovato di così affascinante la vichinga per accettare il suo invito a cena. E dopo? Se avesse accettato un brandy a casa sua? Cercava di non correre oltre, si limitava a gustare quattro asparagi asfittici e un uovo sodo così come la sua compagna, forse la dieta la costringeva a tale supplizio! L’uomo chiese il conto, si alzò con la sua compagna e si diresse verso casa sua. Incredibile, aveva accettato l’invito. La guardava, sembrava una giocatrice di basket ! Non persero tempo, si buttarono sul letto troppo piccolo per l’amante occasionale, scelsero il nudo pavimento ricoperto da uno squallido tappeto frangiato. Il nano non perse tempo...un’occasione così non gli sarebbe mai più capitata.


    Il Nonsenso

    L’amore si svegliò stanco quella mattina. Corrucciato e amareggiato sorseggiò l’abituale caffè prima di corteggiare una giornata come le altre e pigramente si stiracchiò.
    Il sentimento l’aveva lasciato solo, se n’era dovuto andare per un pò di tempo, l’orologio ticchettava il tempo dell’ozio e così decise di uscire dal proprio involucro...
    Non capiva perchè avesse paura di dichiararsi, conosceva l’altro e poteva sperare in una felice conclusione ma tergiversava e non si decideva.
    Angela chiamò Luca al telefono. “Ciao Luca” , “ci vediamo stasera?”, “OK”, le rispose Luca, “passo a prenderti alle 20,00”. Giorgio lanciò un Sms a Guia, Andrea si scusò con Silvia, una rete di nomi si confuse nel labirinto della conoscenza...
    Il nonsenso dirigeva il traffico delle chiamate e la mente su sua richiesta invitò l’Amore a cena per chiarire l’universo delle aspettative mancate. “Scusami per il ritardo”, “Ero indeciso sino all’ultimo se venire o meno” disse l’Amore alla Mente, confusa e leggermente infastidita dal comportamento dell’amico. “Non riesco più ad amare e il sentimento mi ha ultimamente abbandonato”, “Nessuno più mi ascolta e le Menti come la tua impongono all’involucro di prendere le decisioni!”. “Il nonsenso ha deciso così”, replicò la Mente ed “Io non posso e non ho il potere di contraddirlo!”.
    Angela attese invano Luca e alle 21,00 si mise a piangere, Guia non rispose al messaggio di Giorgio e Silvia non accettò le scuse di Andrea. Il Nonsenso aveva trionfato.
    Qualche mese dopo il Sentimento ritornò a casa...ma l’Amore era, nel frattempo, morto per il dispiacere e l’involucro lo accolse con freddezza. Ora non aveva più l’amico di sempre con cui sfogarsi...e decise, così, di togliersi la vita! Nessuno seguì il feretro, solo il Nonsenso pose un fiore sulle sue ceneri…


    Bluesman

    Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

    “You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

    “You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

    “I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?

    Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

    “When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “,
    “Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinato portava ancora con sé i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio...

    New Orleans 1870

    "Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda... che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues".

    Milano 2006


    L’adolescenza…

    Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di... (esordiva sempre così quello scappato di casa di mio padre), cioè, ora mi spiego, almeno ci provo, sono fulminato, esaurito, ma perchè mai mi trovo qui, cioè, cosa ho fatto di male? Mamma dove sei? Quando ti cerco non ti trovo mai! Con chi sei? Come un beota a casa da solo, tuo marito nonchè mio padre ex-sessantottino sparito con un’altra, la scuola una merda, non ho voglia di studiare, la politica non mi interessa, le seghe mentali le lascio ai rasta, il pallone non mi basta, ho quindici anni e non so che cazzo fare! Un pomeriggio di cacca, ora chiamo un compagno e giochiamo alla play. Non c’è nessuno, è presto, alla TV non c’è ancora Penthause, sega rinviata! Andrò alla Feltri, mi ascolto qualche cd e poi me ne torno a casa. Chissà che non studi un pò di latino, quella merda di lingua morta e sepolta, unta e bisunta...giusto! Grandioso! Mi sparo un panozzo con il salame, una coca e via...mezz’ora di chitarra tra Guccini e i metallica. Sono le sette , sono solo, mia madre tromba e non è tornata. Che città di merda! Mi affaccio alla finestra, serenata rap per la puttana sottocasa, mi strizza l’occhio, che schifo è un trans! Sono le otto, ho fame ,cazzo non sono capace di farmi un piatto di spaghetti! Devo aspettare, mi butto sul letto, mi appisolo. Squilla il campanello. Guardo l’orologio. É mezzanotte. Apro la porta. Appare quel cadavere disfatto di mia madre. “Come stai” tesorino? “adesso la tua mammina ti prepara un piatto di pasta!” Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di...non poteva tornare a casa alle 2? Porca Puttana... perdo Penthause e sega rinviata! Così è la mia vita...

  • 09 settembre 2006
    Colta in flagranza di reato

    Come comincia: Lo sguardo si posa al di là del parco che costeggia la strada di fronte.
    Slitta tra gli alberi, le case, s’insinua nei vicoli stretti, attraversa gli odori dei cesti di frutta sui banchi del mercato. Scova il peccato. E cade.
    Cade sul verde di un portone al civico ventidue. S’incolla. Ci si strofina come una gatta affamata che elemosina gli avanzi della sua vita perduta. Poi sprofonda.
    Senza alcuna voglia lascia che una sigaretta s’incolli al labbro inferiore mentre a tratti gli occhi vanno nascondendosi dietro il buio delle palpebre. Come se certi particolari potesse scorgerli più evidenti se sottratti alla luce del giorno.
     
     
    Lei sale le scale. Un movimento ripetuto quasi tutti i giorni, per anni.
    Non si volta mai, anche se dovrebbe farlo, Elisa. Dovrebbe almeno per cancellare le tracce di quel reato consumato alle spalle dell’altra sua esistenza.
    Ogni passo in avanti, lei lo sa, è un po’ di sé abbandonata in quella penombra che le sfalsa l’armonia del vivere e che a volte, pensa, vorrebbe si trasformasse nella colpa di qualcun altro.
     
    Per un attimo lui riapre gli occhi. Ma solo per un attimo, quasi a riprendere fiato e non perdersi la breve sequenza di quella vita che sente ancora appartenergli tra le pareti da dove Elisa è fuggita via.
    Poi, di nuovo, il buio gli investe la vista per continuare a vedere…
     
    E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di bussare. Si sta passando freneticamente la mano tra i capelli, permette ad un bottone di liberarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso tanti anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si apre totalmente alla possibilità di respirare ciò che di più puro e corrotto ci sia nel suo angolo di mondo.
    Non può più attendere l’uomo dietro la porta. Anche i minuti sono essenziali quando vengono rubati al tempo che non è complice di certi inganni.
    Là dietro c’è un corpo a cui non rinuncerebbe mai e che è il profilo esatto di tutto l’amore che si è lasciato scivolare tra le dita troppo spesso, pensa.
     
    Lui ha ancora gli occhi chiusi. Il sapore della sigaretta si mischia all’amarezza che gli sta scivolando nella gola come un veleno in grado di paralizzargli i muscoli. Crede che se proverà a muoversi andrà in frantumi proprio come parte della vita che non è riuscito a salvare.
    Una volta comprò per Elisa un abito da sera in occasione di una cena di lavoro organizzata dalla sua banca. Andava fiero di quella bellezza incontaminata e del tutto inconsapevole della moglie. Ogni cosa di lei gli ricordava l’ingenuità di una bambina, dal modo di pettinarsi a quello con cui facevano l’amore. E quel vestito che le confinava alla perfezione il corpo era per lui la certezza che quella donna era sua,  che la conosceva bene, sotto la carne e fin dove lui era potuto arrivare a toccarla.
    Lei puntò gli occhi nei suoi attraverso lo specchio e disse: “Mi sembra di averti addosso”. Sorrise.
    Lui ha ancora lo sguardo immerso nel buio, caduto sul verde di un portone al civico ventidue.
     
     
    L’uomo e la donna si abbracciano, ma non per molto. Hanno fretta di lacerarsi le carni, mordersi, leccarsi, graffiarsi, stremarsi, afferrare le ore in cui sono stati lontani. Lasciarsi.
    Le bocche s'impastano e danzano l’una sull’altra al ritmo caldo dei baci. Nessun particolare dei loro incontri è mai scontato. Tutto è ripetitivo e sempre allo stesso modo importante. La dolcezza con cui l’uomo le accarezza il viso, la voglia improvvisa che lo attanaglia e gli spezza il fiato quando lei lascia cadere il vestito per terra e i sessi cominciano a cercarsi. Lui ama distenderla sul letto e ascoltarne il respiro calmo per accenderlo facendosi strada tra quelle gambe da dove si libera il desiderio. Elisa è una donna che vuole essere consumata piano ma con l’impazienza della bambina davanti a un regalo che non può aspettare di essere scartato domani.
    E anche questo l’uomo lo sa. Anche questo lo ha imparato infilandosi in qualche piega della sua anima mentre facevano l’amore, quando lei sembrava distante e lui la riportava a sé con la prepotenza del corpo fino a farla diventare piccola. Tanto piccola da sentirla rannicchiarsi tra le sue braccia, indifesa.
     
    Ma come fa a sopportare tutto questo? Come fa?
    Se lo domanda ogni giorno lui. Anche adesso che ripassa a memoria le scene di quell’amore che non riesce a contrastare con il suo. Eppure un tempo credeva che ad Elisa il loro matrimonio bastasse. Era convinto che tutto il mondo fosse lì, e che per lei non esistessero altri sapori da cercare fuori dalle pareti di casa. Ma ora c’era quell’uomo sulla soglia delle loro vite, anzi, ci abitava dentro, tra le lenzuola, la cucina, i pranzi, le cene, sugli scaffali, dietro i mobili. Era ovunque perché lei lo aveva fatto entrare senza nemmeno chiedergli il permesso. Era ovunque perché aveva trovato una crepa tra i loro corpi perfettamente disarmonici. E adesso c’era da chiedersi chissà da quanto. Forse era accaduto in un momento in cui lui si era distratto e come succede in questi casi ci si pente sempre di essersi voltati per quel breve istante, quell’unico istante in cui saresti dovuto esserci, e non c’eri. Ma è tardi ormai.
    “ Scendo a portare la macchina dal meccanico”. Oggi la scusa è questa.
    Chissà se l’uomo al di là del parco la ama, si domanda. E accenna un sorriso triste di chi ha appena scoperto di non avere sogni.
     
     
    Elisa respira a fatica sotto il peso dell’uomo che sta per morire di piacere stretto nella morsa delle sue gambe. Lo fissa, lo sfida, perché in quel corpo c’è tutta la speranza di un domani che non sa ancora contenere. Poi il duello ha termine, i respiri si calmano di nuovo. L’uomo le scivola affianco avvolgendola con il braccio come fa di solito. L’accarezza ripetutamente lungo i fianchi, sulla schiena liscia e madida, vuole assicurarsi che lei sia lì, che non sia altrove come a volte ha la sensazione che accada. Ma lei c’è. E’ rimasta anche per quell’uomo solo nella camera da letto di casa sua  che sente seguirla col pensiero mentre s’abbandona sul petto di un altro. E per un attimo, forse per la prima volta, ne ha quasi vergogna.
    Si stringe più forte che può contro il corpo di lui, si contorce, lo annusa, struscia il viso sulla pelle ruvida del suo. Sta cercando qualcosa Elisa, qualcosa che non sa spiegarsi nemmeno lei. Forse un punto dove sentirsi al sicuro da tutto, una fessura nascosta sul corpo dell’uomo  a cui aggrapparsi per sentirsi libera.
    “Io ti amo” le sussurra scostando una ciocca dei capelli dalla guancia.
    E lei adesso è più perduta che mai.
     
     
     
    Lui poggia la fronte sul vetro freddo della finestra come volesse riprendere coscienza di sè. Lo sguardo abbandona il civico ventidue, ripercorre il mercato, attraversa gli odori dei cesti di frutta, passeggia tra gli alberi del parco che costeggia la strada di fronte e precipita nuovamente nella camera da letto, sua e di Elisa. Guarda l’orologio.
    L’uomo sta per rivestirsi e anche lei lo sta facendo con l’ansia di chi deve occultare gli indizi di un delitto.
    Lui non è più lì a guardarli, non li sta spiando da dietro la vetrina della loro intimità appartato nel buio, ma continua a  scorgere ogni dettaglio col pensiero.
    Dovrebbe dirle che sa. Pensa da giorni che dovrebbe dire che sa. In fondo perché tacere. Tacere è un po’ come tradire Elisa a sua volta e lui non vuole un’ intera vita costruita sul tradimento.
    “So che vai da un altro uomo” le avrebbe detto, forse urlato, questo non lo sapeva. “Lo so e basta. Non ti ho mai seguita, non vi ho mai visti insieme. Ma quante volte me lo hai confessato, cara Elisa. Quante volte. Mentre lavavi i piatti, ti sistemavi i capelli prima di uscire, quando mi sorridevi e non sorridevi per me, in quei silenzi scesi fitti come pioggia a renderci sempre più estranei, in un rossetto che non ho mai visto, sulla pieghe di un vestito che non indossi più, in una tazzina del caffè. Era sulla punta della tua lingua ogni mattina Elisa, piccola Elisa, e lo ingoiavi come una pillola dal gusto amaro ogni sera quando mi davi la buonanotte. Io lo so, lo so e basta.”
     
     
    Una donna è appena uscita da un portone verde. Cammina a passo svelto per i vicoli, il mercato, il parco. Sta per tirare fuori dalla borsa un mazzo di chiavi. Sale le scale. Un gesto ripetuto ogni giorno, per anni. E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di entrare. Si sta passando freneticamente la mano in mezzo ai capelli, permette ad un bottone di fasciarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si chiude totalmente alla possibilità di respirare quanto di più puro ci sia nel suo angolo di mondo, che si prepara all’inevitabile.
    Non ha fretta l’uomo dietro la porta. Abbozza un sorriso triste di chi ha appena perduto il suo ultimo sogno. Tra poco la donna entrerà e allora non ci sarà più nulla da dire.

     

  • 09 settembre 2006
    Deliri di una mente incompresa

    Come comincia: Notte fonda, sigaretta ancora da accendere tra le labbra, note che escono dallo stereo e colorano la stanza di un’ aspetto cupo e angoscioso.

     


    Senso di inquietudine, come quando senti la forza di rivoluzionare il mondo ma, allo stesso tempo, ti accorgi di essere immobile, di non saper neanche dove cominciare.


    Mani leggermente tremolanti di chi sta passando la notte insonne, che afferrano svogliatamente l’accendino.


    Il tabacco comincia ad ardere, quel sapore così acre in bocca ma cosi dolce nel cuore, che ti illude di essere un po’ più vicino a Dio.


    Dio, che strana parola per definire un’entita superiore che controlla tutto.


    Per la mia concezione di religione non esiste una parola che lo possa rappresentare, perché Lui è tutto e allo stesso tempo niente, è il bene e il male, l ’alfa e l ’omega, la vita e la morte.


    Il mio rapporto con Lui è molto diverso da quello che predicano le religioni, almeno di quello che sommariamente conosco.


    Non esistono chiese, templi, mecca o monasteri, Lui è dovunque e non servono tramiti per rivolgergli la parola.


    Una delle interpretazioni del vangelo di San Tommaso:


    "Il regno del signore è dentro di te, tutto intorno a te, non è in templi fatti di legno e di pietra.


    Spacca un pezzo di legno e io ci sarò. Solleva una pietra e mi troverai.


    Queste sono le parole nascoste pronunciate da Gesù vivente.


    Chi troverà il senso segreto di queste parole non assaggerà la morte."


    Strano rapporto quello che abbiamo io e Lui. So che Lui c’è e sono sicuro che Lui sa lo stesso di me, come due amici che non si sentono mai perche uno, o tutti e due sono troppo indaffarati per farlo, ma sanno di poter contare su questa amicizia.


    Non ci sono regole tra me e Lui, solo una, il mio rispetto per Lui e per tutto ciò che ha creato e, di conseguenza, il rispetto suo per me e per le cose che ha creato nei miei confronti.


    Mi sembrano assurdi tutti quei concetti di comandamenti che hanno varie religioni, basterebbe solo il rispetto.


    Saturare la vita di limitazioni e di divieti, che sciocchezza!


    Chi sei tu Padre per dirmi di non uccidere? Tu così  tronfio di orgoglio la domenica a messa durante il tuo sermone!


    Gesù nacque povero e morì povero, la chiesa secondo te fa lo stesso?


    Con quale coraggio predichi cosa fare e non fare dopo che alcuni tuoi colleghi violentavano bambini?


    Ti sei mai chiesto se il tuo Dio sarebbe contento di questa chiesa che oggi accusa la guerra santa e fino a ieri era impegnata nelle crociate?


    Milioni e milioni di ricchezze acculate negli anni, mentre le persone nel mondo continuano a morire di fame!


    Personalmente non ho bisogno delle tue regole, le mie sono gia scritte sulla mia pelle, grazie alla mia famiglia non andrò mai ad uccidere una persona a meno che non mi abbia esasperato.


    Non lo farò, non per la paura della dannazione eterna, ma perché le persone che più contanto a questo mondo me l’hanno insegnato e hanno saputo darmi dei valori. Grande famiglia la mia, li amo tutti e non avrei potuto avere di meglio.


    Mi hanno insegnato a vivere la vita in ogni momento, anche se non sempre e’ tutto facile.La miglior interpretazione di come vivere è esattamente stata espressa in uno dei deliri piu’ saggi di un mio caro amico, davanti ad una birra ghiacciata e il piacer di una conversazione con una persona che stimi: "Se ti faccio un regalo, secondo te, preferisco che lo usi, ti ci diverti, lo senti pienamente tuo fino ad amarlo, anche se lo distruggi, oppure che non lo adoperi mai per paura di romperlo o anche solo di rovinarlo, senza mai essertelo goduto a pieno?


    Be' la vita per me è un regalo fatto da Dio e sono sicuro che voglia che io lo usi".


    Filosofie da due soldi le mie, certo, ma ho imparato a crederci e a sentirle veramente mie e questo le rende uniche.


    La canzone scema e la mia mente torna alla realtà come se l’anima rientrasse dopo una esperienza extracorporea.


    Attimi di silenzio lunghi un’eternità, la stanza che prima era piena di colori ora sembra vuota. Tutto è fermo, stranamente sembra che anche la città si sia ammutolita e attira la mia attenzione il fumo che esce dalla punta della sigaretta, all’inizio denso e compatto, poi pian piano sempre piu’ mutevole e labile fino a sparire.


    Proprio quando mi stavo convincendo che anche il tempo si fosse fermato, una nota armoniosa di una chitarra acustica ha introdotto una nuova conzone.


    Amo questa canzone così viva e passionale.


    Mi riporta vecchi ricordi alla mente, una ragazza in particolare, che me la fece conoscere.


    Abbiamo fatto più volte l’amore con questo sottofondo e da allora rimarra sempre nel mio sangue.


    Avrei voglia di fare l’amore con lei in questo momento, non solo per placare il mio istinto sessuale, ma per la gioia di scoprire il suo corpo nudo, di vederla godere, di rubare il suo profumo e il suo sapore, di sentirla mia e mia soltanto, di venire nello stesso istante, di vederla sudata e tremante per la grande emozione provata, di poterla proteggere con il mio corpo nei minuti successivi, nei quali mi sembra indifesa e via dicendo.


    Cazzo! Quante emozioni in un unica parola!


    Ma non voglio demoralizzarmi per bizzarri amori andati a puttane, finiti per la lontananza, o per un componente della famiglia troppo morboso, o perché sotto sotto c’era un altro, anche se la scusa ufficiale era: "Sei dolcissimo, nessuno mi ha mai trattata così, ma non è il momento giusto", della serie ti amo troppo ma non possiamo stare insieme.


    Ormai la sigaretta sta bruciando il filtro e mentre la guardo vedo una gran somiglianza con i miei amori passati. Fiamma iniziale, passione ardente, sollievo e dolore, fino alla scontata fine.


    Mi piacerebbe poter definire l’amore, ma chi può farlo?


    Se non ci sono riusciti poeti, scrittori e artisti di tutto il mondo, come posso farlo io?


    Tutto quello che so è che quando un amore finisce bisogna avere la forza di reagire, anche se non è facile.


    Io stesso dopo molti anni credo di non aver smaltito ancora una ragazza e chissà quando ce la farò.


    Ma se oggi mi ritrovo ad essere quello che sono è anche grazie a queste storie e la loro capacità di farmi crescere sia nel bene che nel male, cito a memoria: "Tutto l’amore incancrenito, ha mutato il mio mondo in nero, marchiando tutto cio’ che vedo, tutto ciò che sono e saro’" (Black - Pearl Jam NdA)


    La voglia di amare per me è come un bisogno, è come se avessi sete, devo cercare di placare questo mio sentimento perché preferisco star male, essere in astinenza da amore piuttosto che sbagliare di nuovo.


    Ah Dave Dave, se solo tu sapessi le emozioni che mi dà la tua canzone, sono sicuro che questo basterebbe a renderti orgoglioso di averla scrtitta.


    Violino e sassofono che si intrecciano come filamenti di un DNA mentre la chitarra e il basso li legano tra loro, la batteria li tiene sospesi e la voce colora tutto armoniosamente.


    Questa musica è viva, mi da molte più sensazioni di quante me ne dia la gente comune ogni giorno.


    Percepisco la fatica con cui è scritta, ma anche l’amore che ogni volta ti spingeva a continuare, a credere in questa canzone e in tutto il tuo lavoro.


    Ascoltare una canzone che trasuda emozioni vissute mi fa sognare di viaggare lontano.


    Non sono piu’ nella mia camera, erro da un paese all ’altro, luoghi conosciuti, altri mai visti e addirittura immaginari.


    Ma il caldo di Copa Cabana sulla faccia e il freddo delle regioni artiche nelle ossa che in questo momento percepiscono sono effimeri e nel momento in cui cerco di focalizzarli volano via.


    Se, quando sei lucido, la musica riesce a farti avere l ’effetto di un acido, non e’ piu’ semplice musica, e’ pura magia.


    Che succede? Mi ritrovo seduto in camera mia, tutto e’ buio, la musica ha cessato di esistere ed evolversi, faccio una rapida mente locale e mi accorgo che deve essere andata via la luce.


    Quando una canzone viene stroncata mentre la si vive, la delusione e’ demoralizzante, come quando fai l ’amore con la donna dei tuoi sogni e tutt’ ad un tratto senti in lontanaza uno strano cicalino che ti fa capire che e’ tutto un sogno e oltratutto e’ ora di andare a lavoro!


    Tutto e’ scuro, imperscrutabile, di nuovo la sensazione di assenza di rumore, questa volta piu’ intensa.Comincio a sentire un sibilo assordante, quel sibilo che non ti lascia mai quando tutto e’ silenzio.


    Tutto sembra ovattato, cerco a tastoni le mie sigarette e il rumore delle mie dita che setacciano freneticamente la scrivania affievolisce , non senza sollievo, il sibilo che appena terminata l’operazione e’ subito li a farmi compagnia.


    Accendo l ’ennesima sigaretta, che in mezzo all ’oscurita’ sembra una nana marrone, una stella troppo piccola per poter brillare.


    Il buio che mi ruota attorno sembra ghermirmi e crea suggestione nella mia mente.


    Immagino creature mostruose in casa, demoni che mi aspettano negli angoli, pronti a portarmi con loro nelle viscere della terra.


    Mi fa paura l’occulto, l ’uomo ha sempre avuto paura di cio’ che non conosce e io non sono da meno.


    L’aldila’ e’ una dimensione che non riusciamo a concepire lontanamente, e’ indecifrabile fino al momento del trapasso.


    Mi immagino anime che vagano sopra la nostra testa, con il compito di proteggerci , angeli custodi o spiriti guida,il nome non e’ importante, ma anche anime dannate che ci infastidiscono, forse solo perche’ siamo noi con la nostra presenza a turbarli.


    Non sono un esperto in materia e non ho la presunzione di credere che cio che immagino sia sempre vero, ma mi piace pensare che i miracoli, gli ufo, i fantasmi, le fate, gli gnomi e tutto quello che la fantasia di un bambino puo’ creare, possano davvero esistere.


    La luce non da segni di vita, forse e’ meglio andare a letto e provare a dormire un po’.


    Lascio il mio corpo scivolare dolcemente dalla sedia al letto, dalla finestra semiaperta entra a farmi visita una leggera brezza, la sua presenza e’ piacevole visto il caldo di luglio.


    Mentre cerco di rilassarmi e non pensare al lavoro di domani, sento qualche piccolo ticchettio provenire dalla strada.Il ticchettio progressivamente aumenta e con un po’ di immaginazione, di sicuro quella non mi manca, si trasforma in un ritmo scandito da percussioni.


    Il suono sale velocemente di ritmo fino a diventare un incessante scrosciare di pioggia.


    Un lampo che illumina a giorno e dopo qualche istante un tuono cosi’ potente da farmi tremare, come se volesse manifestare la sua maestosita’ a noi piccoli mortali.


    Non ci penso su due volte, metto i primi panni che trovo sulla sedia e sono in strada.


    L’odore stantio della terra bagnata dalla pioggia, dopo un lungo periodo di caldo incessante, mi inebria.


    Corro a perdifiato per le strade non illuminate, mi fermo nel parco a braccia aperte come ad accogliere con grande affetto questo evento inaspettato.Ancora un lampo e un tuono.


    Mai Roma e’ stata cosi’ bella!


    La situazione mi fa pensare al passato, non ad un episodio preciso, mi mette nostalgia, ma non sono triste, sono sopraffatto dalla sensazione di liberta’, esatto, mi sto godendo una briciola di liberta’, ed e’ talmente travolgente che comincio senza accorgermi a piangere.


    Lacrime e pioggia bagnano il mio volto, vorrei condividere questo momento con la donna che amero’ per tutta la vita.


    Piango e ad ogni lacrima e’ come se mi stessi spurgando del dolore che ogniuno di noi incamera durante la vita quotidiana.


    In uno squarcio di cielo tra le nuvole noto due stelle che mi spiano e ridacchiano sotto voce, io le guardo e le sorrido.


    Senza accorgermi comincio ad urlare al cielo: "Ridete pure voi lassu’, io in questo istante non mi lascio condizionare dal giudizio di nessuno."


    Un brivido mi corre lungo la schiena e una gioia mi pervade il corpo, mi accorgo di essere vicino al mio Dio in questo momento, lo sento e’ accanto a me, e’ voluto venire a condividere questo momento insieme.


    Lo prendo sotto braccio e comincio a ballare la tarantella con Lui.


    Chiunque mi guardasse in questo momento, penserebbe ad un pazzo senza senno, ma nell' antichita’ i pazzi erano i toccati da Dio e siceramente non vedo perche’ non dovrei godermi questo momento, mentre le persone "normali" non ne capiscono la bellezza, troppo pressi dai loro luoghi comuni.


    Ormai la vita e’ diventata troppo frenetica, le persone lavorano troppo, in ambienti stressanti, corrono da una parte all ‘altra della citta’ come piccole formiche operaie dopo che la loro tana e’ stata distrutta dal passaggio di un uomo.


    Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, tutti pieni di preoccupazioni e di paure, dolore e sofferenza, sconforto e rassegnazione.


    Anche io ero cosi’ e non dimentichero’ mai il volto della ragazza che mi ha cambiato.


    Un giorno ormai lontano, ero in preda a paure e malumori a causa di una storia andata in malora, una di quelle classiche storie adolescenziali che riguardandole oggi erano problemi minimi, ma quando li vivevi sembravano insormontabili.


    Tornavo a casa a piedi, ero troppo incazzato per guidare la mia fidata vespa, dopo aver litigato per l ‘ennesima volta.


    Camminavo e la citta’ non esisteva, ero solo con il mio dolore.


    Mi fermai ad un semaforo, mi guardai intorno e la vidi.


    C’era una ragazza carina che mi guardava e mi sorrideva, un sorriso tanto dolce quando allegro.


    Non so bene il motivo per cui lo fece, magari ero talmente arrabbiato da avere una faccia buffa, oppure lei era talmente felice da voler dividere l ’emozione con tutto il mondo.


    Successe qualcosa.....rimasi li inerme mentre il semaforo si faceva verde e la vedevo andare via, qualcosa mi entro nel cuore e mi cambio l ’anima.In un attimo spari’ il dolore e mi sentii allegro nonostante la mia situazione.


    Non sapro’ mai definire cosa successe quel momento, con quel sorriso, mi disse: "Ogni minuto e’ un’ occasione per rivoluzionare tutto completamente."(Vanilla sky NdA)


    Cambiai il mio modo di essere.Da quel giorno regalo sorrisi alla gente che incontro, sperando un giorno di poter dare anche io la stessa felicita’ ad una persona in difficolta’.


    Quello che vorrei dire alle persone con il mio sorriso e’ di tornare a sognare, perche’ e’ l ’unico rimedio per continuare sempre ad evolverci verso un mondo migliore, per non arrivare mai in un punto e accontentarsi.


    Vivi come se ogni giorno fosse l ‘ultimo, pensa come se dovessi vivere per sempre!(Jim Morrison NdA)


    E via con un altro passo di tarantella!

  • 09 settembre 2006
    New York, New York

    Come comincia:

    Dalla finestra si stagliava un panorama desolante e la frustrazione aumentava quando costretta a fare l’avvilente confronto fra quanto vedevo e quanto avevo visto nel mio recente viaggio in America.
    Meglio fare un caffè e fumare una sigaretta...
     
    Sul ponte a metà strada tra Manhattan e Brooklyn il vento pungeva il mio viso, pallido e tirato, preoccupata per l’esame che avrei dovuto sostenere di lì a poco...si ero preparata, ero pronta, ma perché quest’ansia?
    Veloce fra la gente nella confusione un po’ kitsch di Timesquare noto la vetrina di un negozio di souvenir, in bella mostra spicca un vasetto di “Love Tonic”, crema al cacao da spalmare sul corpo, ottima per il gelato o qualsiasi altro uso ti venga in mente, dice l’etichetta... chiaro no? Per sei euro non posso chiedere di meglio! Sorriso ebete stampato fisso: non so se per avere in borsetta ben due confezioni di Love Tonic  e la certezza che mai l’avrei usato, ma non avevo potuto resistere alla curiosità di prendelo, o per l’agitazione di dover sostenere l’esame.
    L’appuntamento è al St Ann’s Warehouse splendido teatro e sala concerti.
    Uno sguardo all’orologio, odio fare tardi, mi mette in una situazione di disagio.
    C’è un signore ad attendermi, si avvicina per salutarmi: è molto elegante capello brizzolato sui cinquanta penso, ben portati, una persona decisa, dalla stretta di mano lo capisco: non sopporto che mi si dia la mano moscia, penso che appartenga a persone mosce in tutti i sensi.
    Amo le persone decise.
    Lui ha un profumo che conosco, ricordo esattamente è il Kouros di YsL..adoro questo profumo speziato!
    Prima,  ceniamo, dice con un sorriso (data l’ora e il mio pallore, avrà pensato che stessi svenendo dalla fame! Non era per niente fame, ma mi sembrava scortese rifiutare un invito al Rice, vicinissimo e straordinario).
    Tutto è particolarmente chic, devo ammettere che il mio cappotto Armani fa la sua bella figura in questo contesto: è praticamente perfetto sopra il vestito in lana leggera, mi sento anch’io perfettamente adatta all’ambiente ed alla compagnia.
    Cena elegante.
    iniziamo a discutere il progetto per cui sono qui, lui mi pone domande mirate e precise cui rispondo piuttosto tranquillamente, parliamo di pubblicità, è il mio pane, del lancio di un prodotto a livello mondiale.
    Fra tempi stretti, preventivi e idee fintamente spontanee arriviamo al dessert, lui  mi dice con un bel sorriso: Manuela,  le affido la campagna pubblicitaria che dovrà organizzare qui a New York nei nostri studi, penso sia la persona adatta.
    Da svenire!
    Mi sentivo svuotata felice e preoccupatissima di non essere all’altezza, preoccupata quanto eccitata di rimanere in America per tutto il tempo che sarebbe servito.
    Stranamente silenziosa, per non far trasparire l’agitazione che mi fa essere logorroica, stavo torturando il tovagliolo.
    Lui propone di scendere al bar sotterraneo Low: musica live, ambiente molto raffinato e riservato...ci tratterremo ancora un po’. Ma si, perchè no.
    Piacevole serata, piacevole compagnia, ci sarà modo d’approfondire la conoscenza o forse no.
    Un pò mi ha corteggiata ma senza esagerare, mi ha chiesto il numero del cellulare, che aveva già, probabilmente per essere autorizzato a chiamarmi. Perché no? Sono sposata. Perché si?
    Mi consegna un mazzetto di chiavi, mi accompagna al portone enorme di un grattacielo, saluta e va via.
    Mi dico da sola che pensavo  mi stesse corteggiando mentre era solo gentile, e io già m’ero fatta il film, un bel film a dir la verità.
    La realtà è diversa, sorrido fra me della mia sceneggiatura fantasiosa.
    Chiedo al portiere di accompagnarmi, eccomi arrivata: una porta da aprire, ho le chiavi in mano, sono distrutta e non so cosa troverò oltre quella porta.
    Un respiro profondo:ormai devo entrare!
    Entro in un loft fantastico, con enormi finestre che danno su Broadway. Luci colori, vita e io sono qui!
    Le mie valige enormi al centro, potrei non aprirle, girare i tacchi e tornare a casa, farmi portare da un taxi all’aeroporto io e le mie belle valige firmate...forse sarebbe meglio!
    ...forse sarei pazza! Resto!
    Una doccia, mi sento rinata, ridiscendo prendo un taxi e chiedo di fare un giro per la città, per curiosare, vedere tutto ciò che posso per il tempo che starò qui.
    Siamo a metà ottobre, voglio vedere Manhattan stasera, subito, lo sogno da una vita, chiedo di portarmici.
    Quante luci! Quanta gente!
    Un quartiere multietnico perfetto per gli Artisti, ogni giorno c’è un Vernissage e la Night Life non si ferma mai; manifesti pubblicizzano il Festival Art Under The Bridge, uno degli eventi più importanti di New York.
    Chiedo al taxista di fermarsi.
    Scendo, sentendomi attratta dal "Bar quattro" famosissimo,  che ha un menù solo per i Martini! Il barman mi suggerisce la versione Espresso: Vodka alla vaniglia, Kahlua e caffè.
    Nelle narici e nella mente quel profumo: Kureos di YsL, strano.
    Un tocco leggero sulla mano mentre avvicino il bicchiere alle labbra: è qui anche lui! Mi va per traverso il Martini! Che pessima figura! Macchiato il mio vestito e pure la sua camicia!
    Iniziamo a ridere e a guardarci meglio negli occhi: lui scuri, io verdi, lui sa parlare, io so tacere...
    Una sigaretta, penso che avevo ragione io e non era un film, la sua voce le sue mani a sfiorar la mia scollatura, e un tentativo di bacio che va a buon fine.
    L’inizio di una storia come tante o forse unica, per me sicuramente importante. Torniamo assieme al mio appartamento, a fatica riesco a non farmi spogliare del tutto in ascensore.
    Dopo la guerra fra le lenzuola, dico dispiaciuta: non ho visto nulla di Manhattan!
    Lui mi prende i polsi e mi blocca le braccia in alto mentre mi bacia il collo...non riesco a muovermi, blocca le mie con le sue ginocchia, mi bacia le labbra, mi respira...penso che ci sa fare.
    Poi ha un buon profumo: è sicuramente il Kouros di YsL.
     ...Manhattan può attendere.

  • 09 settembre 2006
    Venezia 25 Novembre 2005

    Come comincia: Lo sguardo pigro di chi vuole rimanere in balia del sonno poggiato su un luogo familiare mentre il cuore e i sensi cominciano ad aprirsi per raccontare l’amore e la passione per quello che sono, ridotti ai minimiLa stanza ha un vecchio logoro balcone con le colonne di marmo bucherellate, divorate impietosamente dal tempo e dall’aria che sa di salsedine. C’è una tenda d’organza che tenta d’uscire e godere della brezza pungente di questa mattinata novembrina. Il caffè, poco zuccherato, lo assaporo poggiata sul davanzale, non mi và di svegliarmi, di vestirmi, di uscire fra le formiche che riempiono la mia città di colori e di rumori.

     

    Gusto lentamente il caffè e mi nutro di quel paesaggio antico, surreale; la tenda d’organza non smette di carezzare le mie gambe scoperte.

    Avvolta nella vestaglia lunga di velluto rosso porpora, ultimi minuti di silente pensiero, accendo una sigaretta,  ti penso, vedo le tue labbra che accennano ad un sorriso, ti  sento fortemente  come fossi qui, so a memoria come toccano le tue mani, so che gusto ha la tua bocca.
    Non smetto mai, mai  di pensarti e di sentirti: ora vorrei fossi qui... sorridi stringendomi, in un abbraccio.
    Carezza il mio desiderio, fallo tu, con le mie mani,  mi desideri io ti vorrei dentro me per tenerti qui, non farti andare via. Chiudo gli occhi, sento il tuo profumo di dopobarba, mi sento osservata…quella percezione che sento quando gli occhi di qualcuno mi stanno scrutando.
    Le tue mani su di me, le tue labbra umide sul mio collo, mi cade la tazzina dalle mani, mi chino a raccoglierne i pezzi.
    Tu sei qui, amore mio dolcissimo, avvolgente, continui a carezzarmi e baciarmi, con labbra socchiuse mi parli sulla bocca, le sensazioni si moltiplicano, mi sento in balia di te; mi piaci così tanto, mi piace amarti,  sento il mio corpo cercarti, insistentemente cercarti…mi manca il respiro…respiro col tuo respiro, sospiro nei tuoi sospiri.
    Mi abbandono al desiderio, alla voglia di te. Nel nostro letto sognato, lenzuola stropicciate e petali di rosa. Dirompente il diluvio, gemendo, respirando a tratti... la quiete.
    Potrei morire adesso tanto sono felice. Ora, come allora.

  • 09 settembre 2006
    Lettera di un marine

    Come comincia: “Dicono che la vita di un uomo abbia un grande valore, allora la vita di cento o mille uomini dovrebbero rappresentare una ricchezza enorme.

     

    Uomo che uccide uomo, non per sopravvivere, ma solo in rappresentanza di ideali capitalistici tipici di una società attaccata alle ricchezze materiali. Questo è ciò che qui in Iraq, dove abbiamo iniziato un'operazione militare chiamata "Iraq Freedom". Subito poche ore dopo il primo missile sparato, in tutto il mondo il disaccordo popolare e quello di numerosi altri stati si è fatto sentire, ed anche noi qui l'abbiamo visto, ma né Bush, né Blair hanno avuto orecchio per sentirle, o meglio hanno preferito fare finta di non sentire.

    Tutto ciò fa molto male, negli animi delle persone si è infiltrata una grande tristezza, alimentata di giorno in giorno dalle orribili notizie provenienti dal fronte: missili che cadono su abitazioni civili, donne e bambini uccisi per errore, soldati morti in combattimento. Tutto questo fa male. Molto male. Già da prima dell'inizio delle ostilità il mondo si è unito sotto un'unica bandiera, quella semplice e colorata dall'arcobaleno, la bandiera della Pace. Ma, purtroppo non è servito a nulla. Milioni di persone in tutto il mondo hanno gridato NO WAR! Ma a niente è servito. All'umanità non sono bastate due durissime Guerre Mondiali, e una marea di altri orribili conflitti sparsi sul globo. C'è sempre chi riesce a imporre il suo volere, Bush ha vinto, l'umanità ha perso, la ragione ha avuto la peggio e ora nelle case di migliaia di famiglie si vive con l'angoscia e la paura di svegliarsi e non avere più i propri cari ancora vivi. E' dura mamma, molto dura. Io sono qui da due settimane ed ogni volta che sorge il sole dalle calde sabbie di questo deserto, ringrazio il cielo di poterlo ancora vedere e poter ancora sentire il vento da lui riscaldato.

    Cara mamma, qui si muore. Si muore per colpa delle bombe e della fame. Ho visto cose terribili, che nessuno nella propria vita deve avere la pena di vedere, mamma, non sono più io. Sono stato addestrato ad uccidere, ma nessuno mi ha addestrato a come mi sarei sentito dopo. Tutto è brutto qui. Ho paura. Non di morire, ma di vivere con questo ricordo atroce.

    In certi momenti mi sento mancare, tutte le mie convinzioni, i miei ideali di lealtà, di giustizia qui non valgono.. io qui non valgo, tramite le apparecchiature satellitari riusciamo a vedere e sentire i discorsi del Presidente Bush, è lui il nostro burattinaio, è lui che tiene le corde che ci fanno muovere, è lui che ha firmato il nostro destino. Non è giusto tutto questo. Domani mattina all'alba sferreremo un potente attacco a sud di Baghdad, sento il mio sangue che bolle, ed ho molta paura. Sento che questa sarà l'ultima volta... Ciao Mamma.”

     


    Aveva ragione, morì il mattino seguente falciato da una raffica di AK-47, i terribili Kalashnicov. La sua salma è stata trasportata in patria, nella grande America, dove potrà essere pianta dai familiari. Prima di partire per il fronte, decise di fare testamento, le ultime suo parole scritte sono queste:

     


    “...a mio figlio, che non mi ha mai conosciuto, perché ancora in grembo, posso lasciare solo il mio ricordo che sta nei cuori di tutte le persone a noi care.

    Al mondo intero, lascio il ricordo di aver preso parte ad una guerra che non era la mia, ma quella della mia patria che ha mandato i propri figli a combattere per la Pace.”

     


    Sulla sua lapide fu scritto:

     


    Jason McRyan J.


    MILWAUKEE - BAGHDAD

    16/06/1983  04/04/2003

     


    Medaglia al Valore Militare,

    tipico esempio di eroismo e

    di altruismo, perisce in difesa

    del compagno ferito.

    Per sempre nei nostri cuori.

     

     

     

    Scrisse questa lettera il giorno prima di morire, non ebbe il tempo di spedirla alla povera madre che la lesse consegnatale dal suo primogenito, il compagno per cui Jason si sacrificò.

  • 09 settembre 2006
    Vite scosse

    Come comincia: Aprile 2005, sono le 14.40 e il sole sta già declinando verso ovest rotolando sul crinale di una collina.

     


    I raggi solari si riversano sul piccolo centro silenzioso e attonito .


    Guardo le ombre che strisciano sulla strada polverosa in un andirivieni tragicamente lieve e vuoto.


    Le coscienze come le abitazioni sono accartocciate su se stesse senza soluzione di continuità.


    Un forte vento spazza la strada alzando barriere di polvere che ti investono facendoti mancare il respiro.


    La polvere si attacca alla gola già stretta da una sorda pietà, un lucchetto che chiude l’anima.


    Il vento è l'urlo disperato della natura che piange la morte di ventisei innocenti allineati in due file da tredici nei loculi del minuscolo cimitero situato all’ingresso del paese.


    Giovani mamme la cui esistenza è trascorsa in un attimo si ritrovano ormai già vecchie ad invocare Dio e a ripetere perché, perché, perché, una litania  che squarcia il cuore.


    Le osservo mentre restano lì, immobili ed eteree di fronte alla loro tomba a fissare la loro lapide.


    Accanto alle foto vedi la macchinina rossa della ferrari, il pupazzo di dragon ball, un peluche variopinto, frammenti di sogni drammaticamente sgretolatisi insieme alla scuola elementare Iovine in una pigra mattinata di ottobre alla vigilia delle vacanze per la festa dei morti.


    "Non c’è più nulla, non esiste più nulla, il mondo è finito" Sono le parole di un’anziana donna che esce dal cimitero tenendosi sotto il braccio di un’altra più giovane di lei . Mi fissa per un attimo come a voler dire qualcosa poi invece si ritrae andandosene per la sua via.


    Il senso del pudore di persone è qualcosa di commovente tanta è la semplicità con cui la rassegnazione si mescola al dolore vivo di una perdita incommensurabile.


    La rabbia e l’impotenza di fronte a un’esistenza caduca ti annichilisce, ti fa sentire niente.


    Vorresti essere un granello di polvere in balia del vento o un ciuffo d’erba gramigna che si insinua nelle mura scrostate di una vecchia casa pericolante.


    Qualsiasi cosa pur di scomparire, pur di smarrire la coscienza di se stessi.


    E’ un evento troppo grande per tentare di capire


    Una scuola elementare, le prime esperienze fuori dalla famiglia, l’inizio di un percorso di vita che si trasforma per un inafferrabile motivo in uno strumento di morte, in uno spaventoso cimitero di giovani coscienze alle quali è stato negato il futuro.


    Più in la una troupe televisiva ha allestito un set dove un giornalista dall’aria trafelata aspetta il segnale della messa in onda.


    Sono i lanzichenecchi della cosiddetta informazione.


    Gelidi resoconti che snocciolano cifre e dati in un crescendo di pathos reso ancor più tragico da una “diretta” che mastica il tempo mai sufficiente a far riflettere ma sempre abbastanza per brandire la notizia come una clava.


    In quell’attimo mi attraversa come una lama fredda l’indifferenza che pervade chi da le notizie. In questo mondo capovolto fare informazione non vuol dire rendere partecipe di un evento chi ascolta ma curare un testo affinché non sia ne troppo breve ne troppo lungo ma giusto, da stare nei quaranta secondi della diretta .


    Vivo l'evento che diventa racconto e il racconto che si trasforma in un elenco di numeri recitati con le giuste espressioni da un anchorman sul palcoscenico della tragedia.


    Alzo lo sguardo verso il sole semicoperto che torna ad irradiare di vera luce quelle colline dai fianchi delicati sui quali si arrampicano a perdita d’occhio filari di viti.


    Intanto il vento è diventato brezza che porta dal mare l’odore leggero dello iodio e mentre la mente è persa in questi contrasti forti penso che la natura ha sempre una ragione per essere come è.


    Anche se noi piccoli uomini non arriviamo a comprenderlo basta allargare lo sguardo sul paesaggio sottostante tra gli ulivi e le viti per percepire la nostra condizione di semplici viaggiatori in un  tempo che scorre e continuerà a scorrere comunque, con o senza di noi.


    Si parlerà di responsabilità e di ricostruzione, ci sarà chi si attiverà per sostenere le popolazioni colpite dal sisma e chi si preoccuperà di alleviare le loro sofferenze ma nulla di tutto ciò farà recuperare l’identià a chi ha subito una perdita.


    Ci saranno uomini e donne diversi da ciò che sono stati, ci sarà un domani che verrà vissuto secondo nuovi paradigmi e  vedranno la luce altri bambini che potranno contare su valori diversi, forse più veri e profondi.

  • 09 settembre 2006
    Basket

    Come comincia:

    12.6.06


    B. Beep! Ecco il suono che annuncia l’inizio di una nuova lotta. Contro se stessi, l’avversario, la palla. Tu sei come sempre in campo, nel quintetto d’inizio. Contesa: la disputi tu. L’arbitro fischia, due corpi si alzano in volo, le braccia si allungano alla ricerca di un corpo arancione che, da adesso, ha assunto grande importanza. Non riesci a farla tua: fai trasparire la delusione, ma passa in fretta e riparti carico d energia.


    A. Assist. Riesci a favorire il tuo compagno, che fa punto. Gioia. Urla. Applausi. Il sudore e la fatica cominciano ad essere ripagati. Ma quanta fatica. Mi sconvolge vedervi così fradici, di acqua che piace, perché è il frutto di una piacevole fatica. Ma ormai ho dimenticato cosa si prova.


    S. Schiacciata. Altro punto. Non ci faccio caso. Credevo che venendo qui avrei soltanto fatto un favore a te, e invece mi ritrovo a dissotterrare ricordi ormai sepolti nella mia memoria. La palla. Bestiale come un corpo estraneo riesca ad amalgamarsi al copro del giocatore. Ne siete padroni. È vostra. Le fate compiere ciò che volete. La dirigete dove volete. E nemmeno verificate che sia sotto il vostro controllo. Lo sapete. Ne siete certi.


    K. Urlo. Urlate la lettera. Perché? Ricordo… è il nome di uno schema di gioco, risultato di una storpiatura dell’originale, creato per sorprendere l’avversario. Complicità: emerge tra voi, tra i vostri sguardi, tra i vostri gesti. Un sorriso, una pacca, un abbraccio, un urlo d’incoraggiamento.


    E. Esulti. Sei felice: avete vinto, andrete alle finali nazionali. Il massimo sogno per un piccolo giocatore. Quante emozioni. Quanti sguardi: attoniti, stupiti, felici, emozionati, fieri…


    T. Triste. Io. Perché? Perché questo era anche il mio sogno. Intralciato e poi svanito a causa di un incidente. Proprio qui. In questa palestra. Non sono più come prima. Ti lascio festeggiare. Non servo più. Ora è il tuo momento, il vostro momento.

    Mi serve solo qualcuno che mi aiuti a scendere le scale, che mi sollevi, che porti la mia carrozzina.


    Addio BASKET!

  • 09 settembre 2006
    Giardino di Boboli

    Come comincia:

    7.6.06

    Firenze, Giardino dei Boboli: sola con il mio libro. Così credevo: sei arrivato per cercare di distogliermi dalla lettura, per farmi alzare gli occhi e guardare. Te; il paesaggio. Mi piace da matti il modo in cui mi scompigli i capelli, spostando la frangia sopra gli occhi.

     

    Hai capito. Non avevo intenzione di alzare lo sguardo. Per fortuna non te ne sei andato. Gironzolavi, sparivi, ricomparivi. Carezze sui fianchi, come sai che mi piace.

     

    Sei rimasto così per ore. Pensavo che saresti stato il primo a stancarti, ma sono stata io la prima: mi sono alzata e ho sceso la grande scalinata. E tu a inseguirmi. Mi hai superato. Con forza cercavi di farmi tornare indietro, di farmi tornare sui miei passi. Non eri il solo ad avere motivi per essere arrabbiato: avrei lasciato quel posto e te.

     

    Ora, sul treno. Non mi hai abbandonato. Cerchi di starmi vicino. Sento la tua presenza. Silenziosa, ma pur sempre presenza.

     

    Sei fantastico: vento!

  • Come comincia: Un tempo, quando gli umani non abitavano ancora sulla terra, il mondo era popolato interamente dagli animali.

     


    Animali diversi da come li vediamo oggi. Per esempio c’erano gli uccelli, ma non con i colori sgargianti che vediamo oggi, gli elefanti erano sprovvisti di quelle orecchione e la giraffa era un semplice cavallo marrone.


    È proprio di questo cavallo che vi voglio parlare.


    La giraffa era molto vanitosa, e spesso si specchiava nei laghi e nei fiumi per controllare che fosse ancora bella come prima.


    Un giorno, dopo una tempesta, l’unica cosa dove poteva specchiarsi era una piccola pozza d’acqua.


    Fu lì che cominciò la sua storia: nell’acqua della pozzanghera vide il riflesso del sole, che era tornato a brillare nel cielo, e subito se ne innamorò. La colpì il colore giallo acceso, i raggi che si allungavano da tutte le parti, e il calore che emanava.


    Decise di voler essere come lui. Chissà, sperava così di essere notata da lui e di poter diventare bella come lui.


    Cominciò, così, facendo la prima cosa che le era venuta in mente: cambiare il colore.


    Trovò un barattolo di vernice e cominciò a dipingersi il corpo di giallo. Ma il suo collo era ancora troppo corto, così non riuscì a colorarsi interamente. Da qui nacquero le macchie marroni.


    Si specchiò, ma le sembrava di non essere ancora abbastanza somigliante al sole.


    Provò, allora, a farsi crescere i raggi. Si impegnò tanto, giorno e notte, e finalmente dopo una settimana riuscì a farsi crescere qualcosa di simile: due antennine fecero capolino sulla sua testa, vicino alle orecchie.


    Ma era ancora troppo diversa. Non si arrese: voleva toccare il suo amato, baciarlo.


    Così cammino fino alla montagna più alta, ci salì sopra, e cominciò a sporgersi verso il sole. Rimase così per talmente tanto tempo, che il collo ne risentì, allungandosi a dismisura.


    Sconfortata per la missione finita male, cominciò a girovagare per quella che adesso chiamiamo savana, cercando di trovare un’idea per avvicinarsi, o farsi notare, dal sole.


    Non è vero quello che dicono i documentari sulle giraffe, che sostengono che camminino in cerca di foglie. La verità è che un giorno, quando il mondo non era ancora abitato dagli umani, ma solo dagli animali, una giraffa s’innamorò del sole…

  • 09 settembre 2006
    Sabbia e Mare

    Come comincia:

    Mare era un tipo fatto di tante sfumature e dalla personalità complessa, capelli mossi e voluminosi, occhi chiari ma pieni! E profondi, di rabbia e di paura, secondo alcuni dolci anche se salati…..

     


    Mare era calmo ed agitato nella sessa goccia.

     


    Un giorno della sua vita……

     


    Mentre veniva dalla sua vita dove stava per affogare dentro se stesso e il sole lo afferrò con un raggio, e da allora cercava di imparare a nuotare giorno dopo giorno.

     


    …….Venendo dalla sua vita morta aveva incontrato situazioni e persone che ora incontrava vivendo e provando a sentire piano piano, come quando si mette il piede nell’acqua per abituarsi alla temperatura prima di tuffarsi. Come un bambino che ha paura dell’acqua….

     


    E mentre un po’ nuotava e un po’ si riposava un giorno vide Sabbia..

     


    Capelli lisci e occhi scuri che sembrava non volessero vedere il mondo

     


    ….e sentì così forte un’attrazione, voleva entrare dentro di lei! Ma perché voleva entrarle dentro così fortemente?

     


    Cosa c’era dentro di lei?

     


    Una scatola chiusa che gli faceva presagire tutte le emozioni che schiacciava sotto pesanti granelli.

     


    Erano tanto diversi perché erano uguali, perché gli opposti si attraggono e gli uguali si attraggono.

     


    Sabbia era combattuta, e si mostrava in un momento in cui il vento scopriva un po’ di sé dai granelli di polvere, dicendo a mare senza dirlo che le piaceva. Mare era per sua natura incerto, restava preso e si cullava tra le onde di questa energia senza però farsi avanti.

     


    Si erano incontrati Sabbia e Mare, o almeno si erano visti! Per la prima volta, forse.

     


    Mare voleva arrivare sulla Sabbia….era qualcosa di più grande a volerlo!.

     


    Sabbia non sapeva neanche lei cosa voleva, ma voleva! Non riusciva a vedere quello che voleva: non lo voleva!

     


    La prima volta che furono soli si persero in un tramonto. Si trovarono ad essere loro due da soli senza sapere come, si lasciarono accarezzare e abbracciare da un tramonto.

     


    Lei cominciò a parlare di sé e a rilassarsi vicino a Mare e abbracciarlo, senza che Mare avesse detto o fatto nulla! Mare trasmetteva calma a chi gli stava vicino, nonostante fosse molto agitato nel’anima e questo era un mistero per lui.

     


    Gli altri gli dicevano che trasmetteva calma, altrimenti lui non lo avrebbe mai immaginato ed anche sabbia glie lo disse quel pomeriggio di quella calda domenica di dicembre….Sembrava estate!

     


    Mare volle fare una passeggiata sulla spiaggia e guardare il riflesso del sole sull’acqua ed andarono! Ma non ci furono contatti e Sabbia era diventata a un tratto più fredda per la brezza del vento. Intuì che Mare avrebbe voluto baciarla, aveva freddo e gli disse che voleva andare…la accompagnò a casa….Era stata una bellissima giornata…Qualcosa si stava compenetrando dell’uno nell’altra e dell’altra nell’uno ad un livello più profondo.

     


    Mare cominciò così a prendere coraggio e per la prima volta la chiamò e la invitò ad uscire da soli!

     


    Lei un po’ in difficoltà ma poi accettò. Un giro e una sosta sotto le stelle. Mare non fece niente nel suo silenzio, e sabbia si accoccolò fra le sue braccia…..Mare sentì che poteva baciarla…..

     


    Mare e Sabbia stanno insieme! Ci provano…..

     


    Si vedono spesso. Hanno entrambi una paura fottuta, qualche scusa ogni tanto, il rischio di scappare….

     


    ….Ma….la tensione nello stomaco, nella pancia, nel petto…Mare è agitato!

     


    Lei sembra più a suo agio! Sembra che per lei le cose vadano meglio. Mare ci crede!

     


    Ma un giorno Sabbia comincia ad esitare, va avanti a fatica, la fluidità viene meno e il vento fa sempre più fatica a soffiarle sopra. Si sente costretta a guardarsi dentro, sta rischiando di vedere delle cose, vedere cosa vuole! Ha paura! Non si può! Qualcuno ha detto che non si può, che non si deve essere felici e qualcosa dentro di lei ci crede anche se non lo sa.

     


    Aveva deciso di allontanarsi da quello strano Mare.

     


    Se la sentì scivolare via dalle mani e non riuscì più ad afferrarla.

     


    Intuì che guardando nel mare si vedono un sacco di cose, un sacco di cose che non volle vedere e si fermò e decise di continuare a mettere la testa sotto se stessa.

     


    Si allontanò da quello strano Mare, dalle sue mani calde che la toccavano e preferì avere freddo.

     


    Sabbia non puoi più tornare indietro! Sabbia non chiudere le finestre: ti farai male!….

     


    Sabbia mi manchi e mi lasci un sapore amaro.

     


    Sabbia Vaffanculo!

     


    Sabbiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!

     


    Sabbia io devo nuotare! Sabbia io continuo a nuotare, io non mi voglio fermare, io continuo a nuotare!

     


    Sabbia non puoi asciugarti, sei sabbia bagnata!

     


    Sabbia

  • 09 settembre 2006
    R.I.P. - In Loving Memory-

    Come comincia:

    (A Short Story)


    Dei fiori giacevano accanto ad una pietra. Il corpo era fresco e lentamente veniva seppellito, accanto vi erano i suoi guanti colorati, li prese. Lasciò i fiori nel vaso e se ne andò via, zoppicante dai singhiozzi, ed ogni passo un fiore veniva calpestato, era pieno di fiori in ogni angolo, ERA PIENO D’AMORE.


    "Un ticchettio fragoroso e intermittente ruppe il silenzio nella stanza dalle pareti spoglie. Eros come forgiato dal proprio divano si alzò lentamente e con altrettanta pacatezza si portò rapidamente la mano sul petto, il suo cuore era ancora lì, dove l’aveva lasciato: nessun cigolio, nessun problema cardiaco, era semplicemente regolare come un orologio, eppure lui ne aveva in tempo raccolto i pezzi, sentiva solo gli echi dei battiti attraverso i suoi singhiozzi divorargli la gola, si era dimenticato della funzione per il quale quell’organo era predisposto. Tutt’uno con la stoffa del sofà bianco ma nero nella parte dove poco prima si era sistemato (tanto per ricordargli che così come si era alzato poteva riprendere la medesima posizione a pancia sotto a contatto con la stoffa, che come qualsiasi superficie nella quale entra in contatto ne può amplificare le pulsioni), si era in breve ricordato di non essere morto, l’aveva sperato, anche perché solo la morte poteva sostituirsi al sonno del quale da giorni ne era privo, sentiva ancora l’odore visibile del gas che permeava la stanza contrapposto al suono secco e ovattato sul vetro della finestra della cucina. Si alzò frastornato e a piedi scalzi compressi sul pavimento passo dopo passo raggiunse il locale del fornello dove l’acqua era evaporata fino a del tutto prosciugarsi lasciando però un abbondante porzione di verdure per dose singola, aprì la finestra e liberò in un attimo l’odore nauseabondo e la sua amica fedele a quattro zampe, e come una calamita si inoltrò entro la soglia del terrazzo, quando un pensiero lo portò indietro, nella casa e nel passato; pasteggiò con quel ricordo in immaginazione, la tavola lunga e imbandita con all’estremità un altro piatto, un'altra sedia, entrambi vuoti, mentre dall’altra parte il piatto di rimasugli di minestra era ancora pieno, è questa forse la bilancia che regola un esistenza di colpo interrotta, ritornata alla sua forma unicellulare: l’aveva aspettata per cena e si era ritrovato a non sapere cos’altro aspettarsi, quella casa era costruita per due e lui si sentiva sperduto nel caos come un bambino nella fase del pianto, ma egli non riusciva comunque a sfogarsi, ne a compiere una reazione, neanche quando l’umida lingua del suo Labrador gli leccava la mano quasi a farlo rinvenire pur se sveglio e cosciente; riflesso nel cucchiaio, a stento allungava la mano verso il centro del tavolo dove si trovava una bottiglia d’acqua, gli sembrava che quell’enorme distacco fosse colmato da sentire il suo palmo congiunto ad un altro, al suo, a quello della meravigliosa fuggevole Tania, ed ora lei non c’era più, c’era lei e una pagina bianca a seguire, perché era successo proprio a lui, perché proprio quel giorno? Di fuori aveva cominciato a nevicare, dentro era assai più freddo, la gioia che si respirava il calore festivo invernale era per lui impermeabile come l’autunno, i mille squilli di telefono non risposti per lui sarebbe stato meglio che fossero rimasti per sempre anonimi, riusciva a nascondere a se stesso le lacrime e aveva paura di buttarle fuori e davanti a persone che avrebbero poi riso di lui perché patetico, non passionale. Tutto quel via vai di persone strette per mano, allegre, si vedeva in strada con loro in mezzo alle coppiette a metri davanti di distanza come se nel mezzo tra lui e loro ci fosse una bara e lui a capo del convoglio. Pensò che la cosa che si poteva fare era sgombrare la mente e che il modo più rapido fosse ricordare, e non dimenticare, nutrirsi di ricordi come un vampiro: fare un analisi di tutto, non solo dell’album di foto, dei filmini fatti con le vecchie cineprese che rappresentavano la parte più superficiale del loro rapporto, ma accettare anche gli ultimi momenti nei quali la vedeva sfiorire giorno dopo giorno, come i fiori che le portava, destinati alla medesima sorte, ad essere curati per poi essere falciati da qualche giardiniere e lasciati al loro destino per commemorarne un altro. Le teneva la mano negli ultimi momenti ma gli era sembrato col senno di poi che non fosse stato abbastanza, che non gli era stato abbastanza vicino, mentre la malattia divorava la sua carne passando dal rosso al roseo al giallo al bianco, come se lei stessa divenisse un fiore, una rosa. Era così geloso di possederla che non le dava un attimo di respiro, cosicché il suo corpo si riempì lentamente di anidride carbonica e le fece perdere tutta la gioia, anche la sfacciataggine che la contraddistingueva. Il processo aveva fatto il suo corso, e lui non capiva che genere di male avesse potuto portagliela via, forse la sindrome di Tourette, quel morbo che spinge le persone a divenire aggressive e piuttosto sboccate, a non controllarsi più; tutti quegli insulti che lui aveva incassato avevano forse il loro motivo d’essere. Mentre rimuginava, cominciò a mettere tutti i ricordi che li riguardavano dentro una piccola scatola, la scatola stessa ne era un esempio, c’era ancora scritto "Se io ti Amo, lei già ti Ama" e di fianco un simbolo con un cuore ed un orma fusi insieme sotto al quale c’era scritto Marlene, la stessa Marlene che gocciolava saliva e dolcezza dinanzi a lui. Un rullo da cinepresa, il proiettore era proprio lì vicino, quando lo mise la sua anima si animò con le immagini, un prato rigoglioso dove lei così libera correva così veloce da sfuggire all’occhio della camera e poi ci correva incontro e contorceva la bocca all’obbiettivo per il suo amato, che da occhi estranei poteva essere chiunque ma lui sapeva benissimo, sapeva che combaciava con la sua, quasi ancora la sentiva mentre veniva proiettata sulle sue labbra, quasi ne sentiva ancora il sapore; ne sentiva sempre il sapore anche quando dinanzi al televisore osservava donne spogliarsi senza inibizioni, danzanti come in un numero da circo in mezzo a numeri: ogni volta che verso mezzanotte cambiava canale il buio tra un canale e l’altro rifletteva la sua persona triste a rispecchiarsi in uno spettacolo del genere, la sensazione di tradirla con una visione, tradirla con qualcosa di altrettanto incorporeo come lei era adesso, lo portava a lei e il solo pensare a lei e sentirla in ogni dove, nella radio, tra la gente, il suo nome in ogni affanno del vento, poteva sopperire al suo pianto nel vedersi piangere. E in un attimo si ritrovava con lei su quel prato, un prato senza lapidi, pieno di vita. Fu la volta dello specchio dove avevano inciso i loro nomi, qualcosa di più indelebile di un tatuaggio; era la prima volta che si guardava in faccia dopo tanto tempo, e a distanza così ravvicinata, si scrutò un attimo tanto per capire con chi aveva a che fare e si accorse di una macchia dietro al collo, rosea, in contrasto con il pallore che la contornava, un rimasuglio della passione che costò la vita al suo amore? Si era chiesto chi fosse veramente morto, lui ne aveva tutti i sintomi, di una lenta decadenza, di un segreto non detto e scoperto sulla propria pelle, si stava dunque anche lui avviando verso la fine? Ebbe chiaro che le persone non lo cercavano, ma volevano solo allontanarlo per non essere contagiati da quell’infezione che l’affezione per quella ragazza gli aveva inferto. Il tradimento era una forma di punizione e nella sua forma visceralmente più devastante, da voler pensare che non ci fosse un aldilà ne per lui ne tanto meno per lei: avrebbe visto persone dal basso puntare il dito verso l’alto, avrebbe continuato a soffrire. Prese un cerone rosso e profumato alla rosa canina, l’unico che non si era consumato durante la loro ultima notte di manifestata passione, il loro letto d’amore era integro, divenuto un letto di morte, per entrambi; spesso sotto le lenzuola l’inseguiva solo per proteggerla, toccava ad occhi chiusi la sua pelle nuda e la seta per negarne la differenza come se avesse attorno un intero suolo, mondo fatto di lei: due colline, due vallate e una piccola foresta oscura dove la paura che provava ad addentrarvisi era l’effetto dei suoi ormoni, quando le chiudeva la via del respiro erano tutt’uno, il respiro cessava all’apice del piacere e li lasciava per un attimo immobili come trapassati, come Romeo e Giulietta nel loro epilogo, inseparabili come siamesi, ma uniti molto più nel profondo. La seta l’aveva forse avvolta troppo, e lui se la vedeva fissare il vuoto come fissare lui, nuda poiché la morte toglie ogni inibizione, immersa nel suo sudario, al quale avere accesso per lui significava adesso un peccato, come violare una sposa morta vergine. Dei negativi ancora da stampare, lo attendevano, ormai aveva quasi raschiato il fondo, scelse con cura il fotogramma, andò in bagno sede della loro intimità più che della camera da letto, e accese le luci rosse: l’immagine latente affiorava dallo sviluppo e la cosa che gli balzò agli occhi era l’espressione di lei accanto a lui, all’epoca dello scatto sembrava che sorridesse, ed ora dava una parvenza perfino di tristezza, sembrava che quell’immagine affogasse piuttosto che svelarsi, come se l’affogamento reciproco nella schiuma, quando facevano il bagno insieme venisse fatto per crudeltà più che per gioco. Corse a vedere tutte le altre foto in casa, e tutte sembravano non mentirgli quando era stata la sua lucidità a trarlo in inganno; lei stava male da mesi, anni forse, e lui non aveva fatto niente, era diventato di lattice lui stesso, per non percepire un tale malessere. La foto dal vetro rotto che era caduta in seguito alla chiamata più avvilente della sua vita, era più eloquente di altre: lo spacco sembrava un terzo personaggio a se stante in quella cornice, il suo senso maggiore di colpa divenne il fatto di non essersi mai posto il problema delle sue colpe, aveva paura di cercare altri oggetti da riporre in quella scatola, ma doveva pur finire il lavoro. La scatola di cioccolatini dell’ultimo San Valentino. Erano ancora tutti i li come in uno spettacolo tutto esaurito, e con foga ne prese due a due, senza badare a quale scegliere, il cioccolato così dolce sembrava amaro tra le sue papille, dalle sue pupille gli venne finalmente da piangere, perché assaporava finalmente un qualcosa che aveva la proprietà di farlo sfogare, di far esaurire in lacrime lo stress accumulato, le medicine non avevano fatto mai effetto, poiché lui stesso si considerava l’effetto, mentre quella semplice leccornia infantile lo portava al settimo cielo, nell’aldilà nel quale avrebbe voluto esistere, con lei. Si pulì gli occhi ma non la bocca, e pescò dal mazzo un paio di guanti, erano multicolore quindi appartenevano a lei, sebbene fossero di misura più piccola non esitò ad infilarci le mani, e a stringere i pugni…la sentiva, il suo calore era rimasto: un guanto isola da qualsiasi contatto a patto che non si indossi quello del contatto perduto. Chiuse la piccola scatola, e si sentì soffocare. Sentendosi già vestito uscì di casa incurante degli sguardi altrui, gli parve di far parte finalmente di quel mondo, passo in rassegna molti luoghi che per loro erano divenuti di culto e gli sembrò quasi d’intravedere il viso del suo amore in mezzo alla folla di un colore che finalmente la distingueva da tutti, in un espressione felice, che stringeva la mano di chi da occhi estranei poteva essere di chiunque, ma lui sapeva la verità. Si fece attrarre dal vento sul ponte, inarcò le braccia e si fece cullare nella discesa, gli scivolò addosso tutta la sua vita fatta di ricordi ed emozioni, solo la vita che gli era valsa la pena vivere, quella vissuta con lei. La terra che lo aveva generato se lo inghiottì e ne risputò il corpo che nonostante fosse esanime, tra mille ferite gli aveva aperto un sorriso."


    Dopo aver letto la lettera-poema, prese i guanti e glieli infilò come in tempi antichi si seppellivano grandi guerrieri con i loro oggetti più cari, e lui forse non era stato guerriero, ma aveva lottato per amore e ne era caduto sotto quei colpi, seppellendo con se lascia di guerra aveva trovato la pace; Achille morto con una freccia nel cuore. Come Ulisse l’amore eterno vi era stato, ma a sua insaputa, Argo l’aveva aspettato e si sarebbe anch’esso lasciato morire. Le venne per un attimo il pensiero di quello che lei gli aveva detto subito dopo la loro "improvvisa" dipartita rispondendo al suo sguardo avvilito: "Non è mica morto qualcuno", ed in effetti qualcuno o qualcosa era appena morto. Gli congiunse le mani tra di loro come un tempo erano congiunte quelle di Lei e di Lui; fece fare il resto allo spalatore, ma nella sua mente sapeva che lui avrebbe continuato a battere per dirle che era ancora vivo. Tania si portò una mano al petto, e l’altra al suo compagno, mentre la primavera gli faceva a loro strada, ad Eros l’inverno se lo era portato via.

  • 05 settembre 2006
    Lo sciupafemmine

    Come comincia: La avvertì prima di vederla. L’aria si spostò repentinamente per lasciarle cavallerescamente il passo e lo investì una fragranza che ne racchiudeva un’infinità senza che fosse possibile distinguerne una in particolare. Conosceva tutti i profumi femminili, sensuali, speziati, dolciastri ed ognuno gli provocava brividi diversi a respirarli sulle donne che li portavano, ma questo era ignoto,  inebriante, ipnotico quasi. E poi la donna si materializzò. Nero l’abito che le accarezzava le forme morbide, neri i capelli, che le si arrampicavano come lunghi serpentelli maligni dalla schiena fin sopra la testa, lunare l’incarnato del volto dall’espressione corrucciata e interrogativa, che tuttavia non sporcava la perfezione dei lineamenti. Tutto in lei ricordava l’oscurità, quella notte dalla quale era emersa come per un prodigio miracoloso, ma nello stesso momento una luminosità inspiegabile la rendeva splendida. La creatura più affascinante che Gerardo Cammarota avesse mai visto in vita sua. Eppure di bellezze ne aveva conosciute in quantità. Gegè, così lo chiamavano tutti, era universalmente noto come lo sciupafemmine. La sua fama di implacabile conquistatore nel paese era stata tramandata di bocca in bocca, di pettegolezzo in pettegolezzo, fino a diventare leggendaria. E nonostante il pizzico di esagerazione propria delle chiacchiere, quella leggenda non era tanto lontana dalla verità. Le donne gli piacevano, le corteggiava. Tutte. Che fossero giovani o più mature, formose o efebiche, intelligenti o superficiali, ricche o senza un soldo, le adorava. E loro inesorabilmente gli cadevano ai piedi. Non sbagliava mai un colpo, mai aveva ricevuto un rifiuto, le collezionava come trofei da ammassare una dopo l’altra in una bacheca ideale nella sua mente, dove finivano per impolverarsi, non curate, non considerate. Cercava di non ferirne nessuna, ma in realtà non gli importava nulla di loro. Non sapeva cosa fosse amore, comprensione, rispetto, e non gli importava di saperlo. Contava solo l’eccitazione che gli dava l’idea della conquista, l’essere considerato da tutte come un dio, i sospiri e i gemiti di passione che suscitava, la disperazione delle abbandonate. E ora, ancora intorpidito dalla meraviglia, osservò intensamente quella esotica sconosciuta in cui si era imbattuto. Assolutamente originale. Unica e smarritasi in un posto ignoto, perché si aggirava guardandosi intorno, come cercando una via, una direzione senza trovarla. “Ha bisogno di aiuto? Non è prudente girare di notte da soli. Se vuole posso accompagnarla” Lei parve solo allora accorgersi di lui. Lo scrutò, lo analizzò, reclinò il capo da un lato per valutarlo meglio, sembrò perplessa per un momento, ma poi Gegè dall’espressione del volto intuì la sua risposta prima che la esternasse a parole. Lo fissò col nero abisso delle sue pupille e rispose tagliente:“Non fai per me. Non sei l’uomo che cerco. Arrivederci” Lo sguardo le si schiarì improvvisamente, come se avesse finalmente trovato una illuminazione, fissò oltre la spalla di Gegè, si avviò rapidamente senza neanche un commiato e dopo un attimo era stata fagocitata dal buio di un vicolo senza lasciare tracce. Lo lasciò ancora stordito da quell’invadente desiderio che si era incuneato in lui e lo aveva catturato rendendolo suo prigioniero. Gegè tentò di lanciarsi al suo inseguimento, provò a scovarla per le strade circostanti, ma fu vano, era ormai scomparsa chissà dove e non gli restò che tornare mesto, con passo depresso a casa sua, a leccarsi le ferite per l’onta subita, il primo e unico no ricevuto. Non riusciva a darsi pace, pensò  ad una indagine che avrebbe svolto il giorno dopo per ritrovarla, per saperne notizie. Avrebbe chiesto ai suoi compaesani, qualcuno doveva pur conoscerla, forse era ospite, no no, troppo di classe, nessuno lì meritava un gioiello così raro in casa,  ma doveva farlo distrattamente, senza mostrare qualcosa di più che semplice curiosità, per evitare di scatenare il tam tam delle chiacchiere delle comari. Dormì pochissimo quel brandello di notte che restava, si svegliò il mattino dopo con  livide occhiaie e insoddisfazione palpabile. Impossibile riconoscere in quel volto stanco, in quello sguardo spento, l’irresistibile dongiovanni che incantava col sorriso aperto e brillante, gli occhi magnetici e  i modi raffinati. Uscì di casa e affrontò per prima cosa un sole allegro, quasi sfottente, per un attimo ebbe l’impressione di aver solo immaginato la donna, ma si disse che se era credibile sognare un volto, una voce, impossibile invece creare dal nulla quell’aroma che l’accompagnava e che ancora gli impregnava le narici. Era stata una meteora, ma di certo non un parto di fantasie oniriche, non un’allucinazione. Il paese era nervoso quella mattina. Arrivato alla piazza dopo aver coperto rapidamente quella ristretta lingua di strada che chiamavano “il corso”, notò gruppetti sparsi di persone che chiacchieravano con enfasi, bisbigliavano, come accadeva ogni volta che c’era da sparlare di qualcosa o di qualcuno. E ci fu chi lo fissò. Possibile che già sapessero? Non c’era stato nessun testimone della defaillance, ne era certo, a meno che non si fosse nascosto dietro le ombre notturne, ma era tardi, troppo per le abitudini del posto. Non sarebbe stata la prima volta che segreti apparentemente inaccessibili erano stati svelati e svergognati senza potersene dare una spiegazione. Il paese sapeva sempre tutto. Ma non la sua disavventura. Non era di questo che stavano parlando, chi lo aveva guardato lo aveva fatto perchè tutti guardavano sempre tutti, ma la notizia del giorno era un’altra. “Ha saputo signor Cammarota? Povero notaio, pace all’anima sua” lo apostrofò il fornaio, quando Gegè passò davanti alla porta della bottega. Ah già, il notaio Arlingieri, irriducibile ultraottuagenario, che tante volte aveva dato l’impressione di essere lì lì per andarsene per poi riprendersi improvvisamente, tanto da dare l’idea a tutti di una sorta di inquietante immortalità. Dunque stavolta era morto, dunque non era così irriducibile! Certo Gegè non era contento della cosa in sé, ma gli faceva gioco perché impegnati nell’organizzazione del funerale, nella visita al defunto cui nessuno voleva rinunciare, nella litania delle lodi postume di quel brav’uomo,  i suoi compaesani non avevano nè il modo, né il tempo, né l’attenzione per accorgersi del suo turbamento. Si guardò intorno, ma vide solo facce note, sempre le stesse da anni, e abbandonò la speranza appena accarezzata di potersi tuffare di nuovo nello sguardo che tanto lo aveva colpito. “Gegè…” Udì il richiamo, voce delicata e sommessa, si voltò di scatto con quella fiammella che riprendeva vita, ma chi gli stava venendo incontro non era che la sua fidanzata. Sorriso un po’ trattenuto, date le circostanze, ma sempre sereno, occhi che lo ammirarono come se fosse il tesoro più prezioso,  braccia che lo avvinghiarono teneramente, lei gli si tuffò addosso come si fa con un rifugio. Ogni volta era questa la sua accoglienza, sembrava rilassarsi solo quando lui le era accanto. Era innamorata. Lui no.  Ma nonostante questo non lo sfiorava neanche il pensiero di allontanarla da sé, così devota, così adorante, così semplice…. E così stupida, pensava a volte. Non gli faceva mai domande, e soprattutto non ne faceva a se stessa. Forse era davvero un’ingenua, o forse aveva incatenato ogni sospetto, qualunque traccia di gelosia e li aveva seppelliti da qualche parte, perché non la costringessero a tormentarsi, a dubitare, per non perderlo mai. Faceva sogni ad occhi aperti su progetti matrimoniali che probabilmente in cuor suo sapeva essere delle chimere, ma continuava lo stesso a fantasticare. Dopotutto era lei quella esibita nelle occasioni ufficiali, lei la donna pubblica con cui si mostrava  a tutti i concittadini, lei quella che entrava in chiesa ogni  domenica al suo braccio, invidiata dalle altre di cui sentiva gli sguardi sottecchi, taglienti e maligni. Forse non era affatto stupida in fin dei conti. Gegè ricevette un lieve bacio e tutte le informazioni sul trapasso del notaio e gli fu estorta la promessa di accompagnarla a visitarlo. Non fece obiezioni, non ascoltava nemmeno, ben altro carico di pensieri attanagliava la sua mente. Nella penombra della stanza da letto di Pietro Arlingieri non dovette neanche atteggiarsi a presentare un’aria contrita. Lo era davvero. Era stato stregato, segnato per sempre da quel fugace incontro. Chiuse gli occhi durante la recita dell’interminabile preghiera di suffragio, quel profumo era ancora impresso dentro di lui come una nuvola che lo seguiva, lo rievocò di nuovo, gli sembrò quasi di percepirlo realmente, ed inspirò per conservarne il ricordo ancora per un po’. Non gli aveva neanche dato il tempo di presentarsi, di chiedere il suo nome, di snocciolare qualcuna delle frasi galanti che di solito avevano un effetto travolgente, colpivano al cuore tutte le altre, riflettè mentre rincasava. Oh, ma quella non era una donna come tutte le altre, occorrevano strategie ben più complesse per attirarne l’attenzione, era ben diversa dalle sempliciotte del paese con cui non ci si doveva ingegnare più di tanto, non era paragonabile….Aprì distrattamente la cassetta delle lettere come faceva d’abitudine. Dora! Capì che il biglietto proveniva da lei non appena lo estrasse, senza neanche leggere la busta. Inconfondibile la carta pastello che era ormai diventata il suo marchio, e poi la calligrafia graziosa e capricciosa, nessun mittente scritto sul retro, il francobollo appiccicato al contrario. Insieme a un torrente di parole, novità, esuberanti descrizioni, baci disseminati qua e là e puerili disegnini, la lettera conteneva come al solito un invito ad incontrarsi. Erano tutte uguali le missive di Dora, stesso schema, stesso scopo. Si ostinava a conservarle tutte, sebbene fossero copie con variazioni della prima, come del resto serbava i ricordi di tutte, i piccoli regali ricevuti, in una scatola di scarpe nascosta in cima all’armadio ad eventuali occhi ospiti. Riguardava e  rileggeva solo quando doveva riporre qualcosa di nuovo nel contenitore, più che nostalgia il suo era vero e proprio feticismo. Dora era una ragazza di città, conosciuta molto tempo prima in modo casuale. L’aveva avvicinata timida ed inesperta, l’aveva iniziata e trasformata in una spudorata e disinibita amante. Si incontravano clandestinamente, lei era ricca e disponeva di molto tempo libero, nonché di un pied a terre prestatole da una facoltosa e complice amica, l’unica a condividere il segreto della loro relazione. Se il padre ne fosse venuto a conoscenza sarebbe successo un finimondo, perciò erano sempre molto prudenti. Gegè pensava a volte che avrebbe dovuto farsi qualche scrupolo di coscienza, ma quando divideva ore di passione consumata tra le lenzuola della loro alcova, sorprendendosi una volta dopo l’altra dell’inventiva, della sensualità e della naturalezza con cui lo assecondava in tutto, si diceva che quella ragazza era geneticamente portata per la spregiudicatezza, perciò non aveva fatto niente di più  che scoprire un talento che altri non avrebbero tardato a far emergere. Doveva forse sentirsi in colpa per una questione di mero tempismo?  E continuò a vederla, senza per questo rinunciare ad incontrare ogni altra che gli facesse girare la testa. Ed onorando i suoi impegni di fidanzato. Ogni donna aveva la stessa importanza, era il suo mondo per tutto il tempo che gli stava accanto, e poi sprofondava nell’oblio e nel disinteresse una volta spentosi il piacere. Dora da un po’ lo aveva stancato, troppo giovane, troppo immatura e viziata, più nessuna novità, niente da scoprire ancora. Avrebbe voluto dirglielo tante volte, ma nonostante le buone intenzioni, quando  gli si gettava addosso con entusiasmo non riusciva mai a terminare il discorso, non voleva farle del male, non trovava il coraggio, e poi in fondo era lei che lo cercava insistente, negarsi sarebbe stato sciocco e scortese da parte sua. Ma oggi era diverso. Le avrebbe cedute, barattate tutte per ottenere l’unica che sentiva di volere davvero, il cui ricordo non si rassegnava ad essere depositato da qualche parte sopito, ma gli urlava nella testa, gliela martellava, gli invadeva le vene. Stavolta sarebbe stato capace di dire basta. La noia della sua persona gli era insopportabile, non si sarebbe espresso proprio così, ma trovare le parole adatte non sarebbe stato un problema. Il giorno seguente arrivò in città puntuale, e come di consueto lei lo aspettava al solito posto, a pochi isolati da casa. Salì in macchina, Gegè la guardò appena, sovrapponendo al suo allegro vestitino a fiori il buio di quel raso che copriva fianchi e seni che forse non avrebbe mai potuto scoprire e toccare, gli diede un bacio e si accomodò sul sedile, pronta per l’ennesimo pomeriggio dedicato al sollazzo, ma lui non mise in moto e rimase con la testa china, a fissare ostinatamente il volante. “Allora? Non si va?” cinguettò Dora impaziente e scherzosa. “No”, cominciò lui con voce bassa e grave, e da lì, con esitazione, in modo sofferto, recitando un ruolo già interpretato altre volte, sciorinò la serie di motivi per cui loro due non dovevano più vedersi, la giovane età di lei, il suo bene, la propria volontà di non approfittare più di lei. Balle che avevano sempre suscitato singhiozzi e sconforto, le rare volte che le aveva utilizzate per scaricare qualcuna, parole ormai imparate a memoria, dal risultato garantito. Dora, come le altre, urlò, supplicò, scongiurò di non essere lasciata, lo picchiò persino, colpendolo con quella sua manina che in genere era stata utilizzata per comunicargli sazianti delizie, ma lui, indifferente, fingendo una pietà che era ben lungi dal provare, pensando che sarebbe stato bello potersi sentire così distaccato dalla donna in nero, trattarla così senza sentire neanche un sussulto di compassione, umiliarla per farle pagare la sua freddezza, fu irremovibile. La ragazza alla fine scese dall’auto e Gegè mise in moto in fretta, sparendole dalla vista in un lampo. Si sarebbe consolata presto, si convinse, avrebbe trovato in poco tempo qualcuno da condurre in quell’appartamentino che da oggi non avrebbe più assistito alle loro evoluzioni, che in quel pomeriggio tiepido di sole primaverile avrebbe aspettato invano il loro arrivo. Ma Dora invece ci andò. Come improvvisamente folgorata dall’unica, ovvia, naturale cosa da fare, camminando lentamente in modo automatico, fissando l’asfalto delle strade che la separavano dal suo nido d’amore, arrivò alla meta con un solo pensiero, una sola ossessione, un tragico incolmabile vuoto, il suo amore perduto. Andò diretta nel bagno, si mosse febbricitante e isterica cercando e frugando nell’armadietto, trovò. Una lametta da barba. Riempì la vasca da bagno fino all’orlo e senza chiudere i rubinetti, si spogliò come obbedendo agli ordini della follia, ormai sua unica padrona, e si calò nell’acqua bollente, recidendo con gesto rapido i suoi giovani polsi. Sangue, languore, lacrime, le pareti della stanza, l’acqua che scrosciava, si mescolarono tutte in un magnifico, teatrale dramma di cui fu per qualche minuto assoluta protagonista, cui l’unico spettatore desiderato non assistette. Fu questo il suo ultimo pensiero. Fu trovata più tardi, quando ormai l’acqua aveva aggredito il pavimento di tutta la casa, dissanguata, immolata a beneficio di chi non avrebbe mai conosciuto quel gesto, e in ogni caso non l’avrebbe mai pianta. Che di lei avrebbe serbato solo le superficiali lettere nella scatola di scarpe, senza mai rileggerle nemmeno. Nel frattempo l’ignaro Gegè era in un bar, intento a sorseggiare una bibita, refrigerio necessario dopo l’impegnativa conversazione appena terminata, nient'affatto sollevato nel cuore che gli doleva di straziante desiderio inappagato. E in quel momento, fu di nuovo lei, proiettata nel grande specchio del locale, che passava. Lui si girò, guardò verso la strada e si precipitò fuori impetuosamente, accompagnato da grida di protesta del barista che aspettava il pagamento della consumazione. Lo ignorò, non poteva trattenersi, non doveva perdere tempo, aveva solo quell’occasione. Lei era lì, inconfondibile pure in mezzo a tanta gente che affollava il centro. Affannata, i capelli che la seguivano svolazzando vaporosamente, agitata come una gatta selvatica, sembrava in fuga, si stava allontanando in fretta, quasi correndo, in evidente ansia. Gegè le fu dietro, guidato nel pedinamento dalla scia dell’ormai familiare profumo, cercando di non perderla di vista tra le tante persone alle quali era mescolata. Lanciò un grido, un “Ehi” di richiamo, lei voltò appena il viso, ma non si fermò ad attendere che la raggiungesse, non interruppe neanche per un istante il suo incedere, non lo considerò minimamente e tirò dritta ancora più velocemente. Così vicina, questione di pochi metri, ma distante come due terre divise dall'oceano. E poi scomparsa, perduta di nuovo. Gegè rimase inerte, boccheggiando per l’inseguimento faticoso che aveva tentato, ancora una volta distrutto, ancora una volta desolato. Non voleva saperne di lui, l’aveva evitato, era scappata! E intorno chiunque passava gli riservava occhiate sospette, diffidenti, ironiche. E il proprietario del bar, quando ci tornò per regolare il conto, lo aveva certamente identificato come un pazzo pericoloso che si sbrigò a liquidare, ne era certo. Non ne poteva più. Era troppo. Ignorato, snobbato. Lui, lo sciupafemmine! Quella rara bellezza doveva certamente avere qualche rotella fuori posto. Si rimirò nello specchietto retrovisore dell’auto sulla via del ritorno, quasi per controllare che il suo aspetto fosse sempre quello. E continuò a scrutarsi con attenzione anche davanti allo specchio del bagno. Era lui, identico al solito, le sue affascinanti fattezze, ammirate e vagheggiate da tante erano immutate. Doveva essere abituata a meraviglie celestiali per scansarlo, per fuggire così senza mostrare interesse. Forse non era il tipo attratto soltanto dall’aspetto fisico, ma lui di doti ne aveva da vendere, se solo gli avesse permesso di mostrargliele. Persino gli uomini lo apprezzavano. Gli amici affezionati ne invidiavano benevolmente i trionfi, padri a cui aveva restituito disonorate figliole prima  illibate gli avrebbero cavato volentieri gli occhi, ma mai avevano osato affrontarlo, mariti da lui omaggiati di  corna e umiliazione, nonché coperti di ridicolo, mai avevano proferito parola contro di lui. È che sotto sotto lo stimavano, avrebbero voluto essere come lui, incuranti delle regole, dotati di charme in avanzo, grandi amatori, senonchè avevano troppa paura di sfidare i benpensanti, di uscire dal seminato, del parroco che avrebbe tuonato contro l’assenza di moralità nominandoli uno per uno alla affollatissima messa domenicale, e della reazione delle loro compagne. A Gegè non importava essere minacciato di scomunica, di essere mal giudicato. Era incredibilmente attraente e lo sapeva. Mai avuto dubbi almeno fino a quando quella catastrofe seducente che ostinatamente gli si sottraeva si era intrufolata nella sua esistenza. Lo aveva sconvolto fin nel profondo. Cominciò a non avere più interesse per le avventure, per le loquaci conversazioni zeppe di adulanti bugie che distribuiva. Nessuna riusciva più a distrarlo, pur se tentava sempre l’impresa, non rifiutava gli incontri e seguiva sempre quel copione di frasi fatte e galanteria ipocrita. Era stanco di tutto, sentì che doveva trovare una soluzione, voleva quella donna o nessun’altra più. Ma non aveva idea di come rintracciarla. In preda alla depressione più nera trovava conforto nelle uscite con gli amici, nelle partite di biliardo, nel whisky trangugiato con avidità in serate fumose, apparentemente spensierate e divertenti, ma fin troppo caste per la sua fama. Aveva vinto e perso quella sera, fumando troppo, bevendo in eccesso, tra battute da uomini e risate volgari, e l’aria pungente della notte quando uscì in strada lo sferzò risvegliandolo in parte da un torpore vischioso. Poche flebili luci lo accompagnavano nel suo cammino, nessuno nei paraggi, era molto tardi. “Sono ubriaco fradicio, è solo la mia immaginazione” pronunciò inavvertitamente il suo pensiero ad alta voce, quando, come un replay della prima indimenticabile volta, la vide di nuovo. “Sparisci, velenosa fantasticheria, non tentarmi” farfugliò quasi urlando, ma quella non scomparve. Se era una fantasia aveva un’aria decisamente concreta. E concreta era. Realizzò questa conclusione in pochi secondi, pur rallentato nei ragionamenti dall’alcool, lo stesso motore che lo spinse a precipitarsi su di lei ed agguantarla per le braccia. Nervosa, spazientita, quasi smarrita la donna cercò di divincolarsi,  non poteva essere bloccata, impedita, rallentata in nessun modo. Stava cercando qualcuno ed era indispensabile che lo trovasse. Possibile che quell’uomo non capisse e cercasse di ostacolarla? Ma Gegè quando voleva sapeva essere brutale e la immobilizzava con una tale stretta che le fu impossibile liberarsene. “Non sfuggirmi di nuovo, non voglio farti del male, ho solo bisogno di te, di averti, toccarti, sentirti mia. Ti sogno dalla prima volta che ti ho visto, ti voglio. Io ti amo!”. “Sei pazzo, stai chiedendo qualcosa di impossibile, non sai di cosa parli, te lo ripeto, non sei tu che cerco” la voce era controllata, ma si avvertiva una chiara nota di apprensione, di irritazione. “Cambierai idea, non posso perderti ancora, mettimi alla prova, almeno una volta, poi deciderai se andartene, ma non lo farai. Sei tutto, ti darò ogni cosa che chiedi, ti prego, seguimi!” la incalzò accarezzandole il volto e il collo concitatamente. Lo sguardo di lei divenne pensieroso, incerto, sembrava dilaniata in un dilemma senza via d’uscita, poi finalmente rispose “D’accordo, come vuoi” a malincuore, arrendendosi alle sue stesse parole. Furono a casa di Gegè in pochi minuti. Gegè emozionato, Gegè impaziente come mai gli era capitato, Gegè innamorato per la prima volta in vita sua, che sentiva che la sua vita sarebbe cambiata da quella sera, chiuse la porta dopo averla quasi spinta dentro. Non usò tattiche,  affondando il volto nel suo collo, respirando a polmoni aperti il suo paradisiaco profumo che lo confuse, gli fece girare la testa. La liberò delle spalline del vestito, lo fece scivolare sul corpo scolpito denudandola, mettendo in mostra la pelle meravigliosamente diafana. La donna perfetta, la voleva e subito, stava per ottenerla, le prese la testa fra le mani, il cuore tumultuosamente galoppava, troppo veloce, troppo forte, lo investiva quel battito, non riusciva a controllarlo, si sentiva quasi schiacciato. Accanto a lei si sentiva libero dall’insoddisfazione che da sempre era la sua compagna più fedele, che non lo abbandonava neanche nei momenti di maggiore eccitazione, che cercava inutilmente di soffocare, di narcotizzare attraverso le conquiste, le amanti, la devota fidanzata. Era lei la sola a farlo sentire appagato senza neanche averla sfiorata, la amava dal primo momento, da morire. Desiderava baciarla, da morire, avvicinò la bocca, la premette contro la sua, la assaporò avidamente. Da morire. Il dolcissimo sapore di quelle labbra gli regalò un sorriso di compiacimento e poi fu come uno squarcio immediato, simultaneo di tutto il suo corpo, che si accasciò floscio e senza vita in terra, fulminato da un infarto irrimediabile. Da morire, appunto. L’eco dei sospiri ansiosi di qualche secondo prima tardò qualche frazione di secondo a dissolversi del tutto, ma finalmente fu quiete. E la morte fissò con rimpianto quella carcassa immobile ai suoi piedi. Non era suo compito essere sentimentale, mai era stata inseguita, corteggiata, confusa, invitata e svestita prima del suo fatale bacio. Arrivava, colpiva e se ne andava. Non era affar suo essere pietosa, ma lo stesso si chinò su di lui ricomponendolo in una posa più dignitosa, accomodandolo con fatica sul letto  in una posizione rilassata. Molti sorridevano al gusto del suo bacio, prima che lei gli sottraesse la vitalità, ma non le era mai capitato di vedere qualcuno così  sinceramente contento e bellissimo. Aveva insistito tanto già la prima volta, intralciandola mentre lei cercava la casa del notaio, l’aveva incalzata quel giorno in città, quando stava precipitandosi per mettere fine prima possibile alla sofferenza di quella giovane infelice che spontaneamente stava allontanandosi dalla vita insostenibile, e alla fine, pur impegnata in un altro incarico, tentata si era fatta sedurre, incantare, ed aveva ceduto. Debolezza imperdonabile per chi come lei doveva limitarsi a prendere senza giudicare, senza scegliere. Doveva andare ma rimase. Non volle lasciarlo solo, si trattenne a vegliarlo per il resto della notte, versando lacrime silenziose e disperate, altra ingiustificabile violazione del suo ruolo. E per quella notte la signorina Luce Lo Castro, vittima originariamente designata e cercata per i vicoli del paese fino all’incontro con Gegè, ebbe salva la vita. Probabilmente per molto altro tempo. Perché quella notte, quel paese e questa storia, di morti ne avevano visti abbastanza, e avevano diritto ad una tregua. Non sarebbe ripassata per un po’, riflettè dando un’ultima occhiata a Gerardo Cammarota, detto Gegè, conosciuto come lo sciupafemmine, che aveva anticipato la sua fine scritta per il bisogno di sentirsi veramente vivo, per essere andato incontro alla morte ed averla persuasa ad un baratto, forse, in cuor suo sapendo perfettamente chi era, forse consegnatosi consapevolmente a lei per la pace che incontrarla gli aveva donato. Ad ogni funerale solitamente partecipava tutto il paese, magari con indifferenza, senza un briciolo di commozione per il defunto di turno, solo perché la presenza era  richiesta dalla convenzione. Al funerale di Gegè nessuno potè dirsi indifferente. Sincero il pianto delle numerose fanciulle con cui si era intrattenuto, e il cordoglio dei suoi amici, che diventavano improvvisamente orfani del loro eroe. Inconfessato, ma palpabile e a malapena controllato il senso di sollievo misto al rimpianto dei suoi rivali e detrattori. Persino Don Luigi, il parroco, era affranto mentre si apprestava all’elogio funebre di quella giovane canaglia che non era riuscito a redimere con le sue paternali, che non aveva avuto il modo di riportare sulla retta via, come l’evangelica pecorella smarrita. La signorina Luce Lo Castro fece il suo ingresso nella chiesa con passo incerto, viso stravolto da dolore e lacrime, sobrio vestito nero, sostenuta con abnegazione da Michele Curatolo, miglior amico di Gegè. In qualità di storica fidanzata le era stato riservato l’onore del posto della vedova, in prima fila, accanto al feretro, pur se ognuno aveva la certezza che se non fosse capitata la disgrazia mai sarebbe diventata la signora Cammarota. Ma nessuno obiettò, almeno questo riguardo le era dovuto. Fragile e disperata la ragazza non si decideva a staccarsi dal braccio del suo accompagnatore, lo sentiva come la sua unica protezione, il solo soccorso. Pensò che sarebbe stato opportuno invitarlo per il tè il giorno seguente, per ricordare Gegè, per ringraziarlo della sua incredibile gentilezza. Gran brava persona Michele, e forte, solido, ma senza una compagnia femminile, libero e disponibile. Così riservato e discreto, non meritava la solitudine, ma qualcuno che lo comprendesse, che lo aspettasse fedelmente, che gli concedesse la dovuta considerazione. Sì, avrebbe avuto piacere di frequentarlo, naturalmente per onorare la memoria di Gegè, per mantenerlo vivo tra di loro, in fin dei conti se non altro avevano già in comune l’amore incondizionato per lui. Gli si strinse inavvertitamente di più, lo volle seduto accanto a sé quel Michele che si era precipitato non appena saputa la notizia a casa dell’amico, ne aveva guardato l’immoto volto tranquillo dagli occhi chiusi, aveva ringraziato Dio per quel sorriso conservato dall’irrigidimento che significava una morte neanche percepita, senza alcun dolore o spavento e poi si era affrettato a far sparire quella colpevole scatola di scarpe, piena di prove certe dei tradimenti, gettandola nel bidone dell’immondizia per  evitargliene la vista, per proteggere l’idea che lei aveva di Gegè ma soprattutto il suo delicato sentimento, il suo amor proprio, povera Luce. Non aveva mai condiviso il modo irrispettoso con cui Gegè la trattava, la costante umiliazione cui era sottoposta dai sussurri maligni della gente. Non gliel’aveva mai detto, né avrebbe mai confessato a lei tutte le confidenze che aveva ricevuto, ma non approvava ed era dispiaciuto per lei, in fondo le era affezionato, e mentalmente prese con se stesso l’impegno di starle vicino, aiutarla a superare il brutto momento, perché affidargliela era sicuramente quello che Gegè avrebbe voluto. La dolce Luce, ignara di essere stata risparmiata grazie a Gegè che in prossimità della morte aveva compiuto, involontariamente, l’unico gesto d’amore per lei, come se avesse indovinato il pensiero del premuroso giovane, ebbe in quel momento la certezza che avrebbe sorriso di nuovo, che non sarebbe rimasta inconsolabile e solitaria, in una sola parola, non sarebbe invecchiata zitella. E Gegè ne sarebbe stato contento, avrebbe capito. Una piccola folla si trattenne sullo spiazzale dopo la cerimonia, per commentare, giudicare e criticare prima di salutarsi. “Lo sciupafemmine non ha avuto fortuna stavolta: la morte non s’è fatta incantare” sentenziò con ironia forzata e di cattivo gusto qualcuno. Ma non sapeva quanto si sbagliava.

  • 05 settembre 2006
    Cohen, demone precario

    Come comincia:

    La città è ormai completamente assorbita dal male.

     

    Non c’è più lavoro per gente come Noi.

     

    Io sono Cohen, un giovane demone del mondo di Lucifero.

     

    Giovane per i nostri standard ovviamente: 213 anni compiuti il 30 ottobre scorso.

     

    Sino a poco tempo fa,si può ben dire che fossi pure una piccola stella del male in ascesa.

     

    Possedevo abilmente la povera gente,contadini più che altro, ma anche qualche uomo di cultura, facendo mobilitare più di un esorcista; eccellevo non poco nel procurar il dolore altrui e avevo anche una particolare indole letteraria nella composizione di Inni blasfemi a suon di bestemmie in rima baciata.

     

    Tuttavia le cose ora sono notevolmente cambiate; Satana in persona mi ha convocato chiedendomi spiegazioni.

     

    Il fatto è questo: c’era, in una cittadina poco distante dalla nostra capitale, una famiglia apparentemente molto pia e devota e il mio compito era quello di tentare la figlia diciassettenne alle brame della lussuria e della carne.

     

    Quella fanciulla invece, oltre ad essere di per sé una bramosa, già lungamente votata a piaceri erotici di ogni tipo, mi recò oltre al danno ,di non poterle cioè fare più nulla per istigarla al male, anche la beffa, in quanto convocò il Maligno mio superiore che riferì direttamente a Satana che ero un buono a nulla!

     

    Robe da pazzi!

     

    Come se fossi un idraulico e mi chiedessero di fermare una perdita inesistente.

     

    Ed eccomi qua, ora, pronto a subirmi terzo, quarto e quinto grado dal Signore degli Inferi.

     

    Sicuramente mi toglierà quel po’ di prestigio che mi ero abilmente accumulato presso i migliori club infernali: niente più Martini nei peggiori locali del Tartaro, niente più finesettimana a scialare nel basso e caldissimo Inferno e soprattutto, cosa ben più grave, se ne andava l’idea ormai lontana, di poter essere redarguito col Forcone Verminaceo, da sempre simbolo di Abominio Supremo nel Regno.

     

    “Povero Coehen”, mi dicevano gli altri miei colleghi, quei bastardi, che intanto sghignazzavano e bestemmiavano e latravano come cagne rabbiose compiaciuti della beffa; tra loro qualcuno avrebbe

     

    certamente preso il mio posto.

     

    Questa è la realtà: oggi anche i Demoni sono precari.