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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 novembre 2007
    L'incubo

    Come comincia: Gli stivali si muovevano velocemente sul pavimento della stazione della metropolitana, emettendo un rumore che riecheggiò ripetutamente ad ogni passo.
    Arrivate alle scale mobili, le ragazze ripresero fiato e si ricomposero, sistemandosi vestiti e maschere, e quando ebbero raggiunto la piattaforma con le rotaie, andarono a sedersi su una panchina e aspettarono il treno.
    Morena si guardò attorno. Non erano le uniche ad essere mascherate. C’erano tantissimi lupi mannari, zombie e vampiri. Tra le ragazze spopolava la strega. Sorrise, quindi, quando si fu accertata che nessuna aveva avuto l’idea di vestirsi da “elfo protettore di anime”. Una maschera che prevedeva un vestiario interamente bianco, con qualche particolare dorato sulla gonna a sbuffo.
    “Fantastico!” esclamò Francesca quando ebbe notato le streghe. Nadia rise sonoramente.
    “Certo, Francy, che il tuo vestito è proprio…originale!” esclamò Nadia, indicando il vestito da strega dell’amica.
    Morena sorrise, poi si voltò a guardare la “veggente” che era seduta alla sua sinistra.
    “Violaaaaaaaaa” la chiamarono le ragazze all’unisono. Fu a quel punto che Viola abbandonò i suoi pensieri.
    “Piantala di comportarti da asociale!” esclamò Nadia, prendendola in giro.
    Viola non le rispose. Le guardò il vestito più di una volta, infine disse:
    “Ti manca qualcosa…”.
    “Lo so io!” esclamò prontamente Francesca. “Le rotelle!”.
    Morena e Viola scoppiarono a ridere.
    Nadia si voltò con espressione sarcastica verso l’amica.
    “Ma che strega spiritosa, che sei!” disse infine ironicamente.
    “No…ah, ecco! Che fine ha fatto il forcone?” chiese a Nadia, dopo averci riflettuto, Viola.
    Nadia sorrise, prese la borsa di pelle lucida nera, ed estrasse un “forconcino” di plastica.
    Le amiche scoppiarono a ridere.
    “Non si è mai visto una diavolessa che porta il proprio forcone in borsa!” esclamò, prendendola in giro, Francesca.
    “Perdonami, ma per caso ne hai mai vista una, indipendentemente da borsa e forcone?” chiese Morena a Francesca, ironizzando sulla battuta dell’amica.
    In quel momento un uomo attirò l’attenzione di Viola, distraendola dalle risate delle amiche. Era girato di spalle e indossava giacca e pantaloni neri.
    Viola lo guardava insistentemente e fu a quel punto che l’uomo, come se fosse stato richiamato dallo sguardo della ragazza, si girò, mostrando una maschera da hockey bianca.
    Nello stesso momento arrivò il treno e tutte le persone che prima erano sedute sulle panchine, si precipitarono verso la linea gialla di delimitazione. Viola perse tra la folla l’uomo con la maschera da hockey.
    “Ehi, veggente!” sentì urlare improvvisamente davanti a se Viola. Le amiche stavano aspettando che le porte del vagone si aprissero e stavano incitando la ragazza a raggiungerle.
    Viola ritornò un’ultima volta con lo sguardo nel punto in cui aveva visto l’uomo, ma non lo trovò.
    Si precipitò così verso le amiche, facendosi spazio come loro tra la gente che cercava di entrare per prima nel vagone.
    Una volta dentro, Viola cominciò a guardarsi intorno.
    “Ma che hai, stasera?” le chiese Nadia, notando la distrazione dell’amica.
    “Sì, Viola…” aggiunse Francesca. “Sembri come…assente”.
    “C’è qualcosa che non va? Ti senti bene?” le chiese infine Morena.
    Viola guardò le amiche una ad una. Provava qualcosa che non riusciva a spiegare neanche a se stessa…e di conseguenza non sapeva come spiegarlo a loro.
    “Niente” si limitò a dire con un sorriso. “State tranquille, sono solo un po’stanca”.
    Le ragazze la guardarono con sguardo interlocutorio. Sapevano benissimo che quando Viola diceva “niente” in realtà aveva un problema. Ma in quel momento non seppero trarne nulla.
    Aveva litigato di nuovo con Valerio? Aveva fatto un esame, di cui non sapevano nulla, che era an-dato male?
    Non potevano certo sapere che Viola, da un po’ di tempo, faceva un incubo ricorrente. Un incubo che la teneva sveglia di notte e la rendeva nervosa di giorno. Un incubo che riguardava esattamente loro quattro, e che non si concludeva nel migliore dei modi.
    Lei, quella sera, non sarebbe voluta andare alla festa.
    “Ma dai!” l’avevano incitata le amiche. “È Halloween! Non si può non fare niente!” e così si era la-sciata convincere. Vani erano stati i tentativi di convincere le ragazze a riunirsi a casa di qualcuna e vedere un film horror insieme. C’era la "festa alla facoltà di lettere e non si poteva mancare".
    In quel momento, tra il frastuono della metropolitana e il vocìo delle persone, Viola pregò con tutto il cuore che l’incubo non si trasformasse in realtà.

    Arrivarono alla festa in meno di quaranta minuti. In tutto quel tempo, Viola non fece che ripetere mentalmente la parola “stupida” riferendosi a se stessa, rimproverandosi di aver pensato a tutte quelle cose assurde.
    Un sogno è un sogno. Incubo o non incubo, rimane tale. Una volta sognò che casa sua era crollata in seguito ad un terremoto, ma non era mica successo davvero.
    Si ripromise quindi di scacciare i cattivi pensieri che l’avevano accompagnata da casa e di pensare solo a divertirsi con le sue amiche.
    Una volta arrivate all’entrata del locale, un ragazzo vestito da zucca fermò le ragazze e chiese di vedere gli inviti. Francesca tirò fuori da una tasca della gonna i loro quattro inviti, riusciti ad ottenere grazie ad un pr amico d Morena. Fu così che la zucca si scostò dall’entrata.
    L’atmosfera era davvero suggestiva. Era una stanza enorme dalle pareti grigie sulle cui mura venivano proiettate frequentemente immagini di teschi. Dal soffitto pendevano numerosi pipistrelli e ragni e ad ogni angolo, così come pure per le scale, erano state riprodotte delle ragnatele.
    Il dj-zombie metteva sù dei brani house e sotto di lui, un esercito di mummie, vampiri e spose cada-vere ballavano freneticamente, come ad un concerto di musica rock.
    Un “dracula” urtò bruscamente Nadia.
    “Ehi!!” gli urlò la ragazza.
    Il ragazzo si voltò a gesticolò a mò di scusa, e Nadia individuò, oltre il trucco cadaverico, dei bei lineamenti.
    “Oh…non importa!” esclamò la ragazza, poi sorrise.
    “Bella maschera!” le urlò il ragazzo, sorridendole a sua volta, poi si allontanò verso il banco delle bibite.
    Nadia rimase un attimo in silenzio.
    In quel momento, Viola rivide l’uomo con la maschera da hockey. Era al piano superiore e stava guardando nella sua direzione. Le vennero i brividi.
    “Ragazze, scusate, vado…a prendere da bere!” esclamò Nadia, scomparendo subito tra la folla.
    “La solita!” esclamò ridendo Francesca.
    “Già” la imitò Morena, cercando di non lacrimare per non farsi colare il trucco per il troppo ridere.
    “…Cosa?” chiese Viola, non avendo capito dal momento che era impegnata a guardare in direzione dell’uomo.
    “Nadia sembra aver trovato dolce compagnìa” disse Francesca continuando a ridere e trascinandosi Morena verso la pista da ballo.
    “No, aspettate un momento ragazze…dove andate?” chiese loro Viola, continuando a guardare in direzione dell’uomo con la maschera da hockey che, di tutta risposta, non spostò il suo sguardo altrove.
    “A ballare!” esclamò Morena euforica e detto questo fu lei a trascinare Francesca nel bel mezzo della pista. Viola non ebbe il tempo di replicare, le amiche erano già scomparse. Guardò un’altra volta in direzione dell’uomo, ma questa volta non lo vide.
    Cominciò a batterle forte il cuore. Decise di andare da Nadia. "Vado a prendere da bere", le era sembrato di sentirle dire. Si diresse quindi verso il banco delle bibite.
    Un ragazzo vestito da dracula stava parlando con una ragazza vestita da diavolessa. Viola si precipitò subito verso di lei, ma non appena la ragazza si girò, il volto di Viola divenne cupo.
    “Dov’è Nadia?” chiese allora al “dracula”.
    Il dj-zombie cambiò genere, e mise sù dei brani di Marilyn Manson. La musica era assordante.
    “COSA?” le urlò il ragazzo, facendole intendere che non era riuscito a sentire.
    “Dov’è Nadia?” le urlò dinuovo Viola, una volta che si fu avvicinata di più.
    “Nadia?” chiese a sua volta il ragazzo.
    “Sì…la ragazza vestita da diavolo che hai invitato a bere due minuti fa” gli rispose Viola.
    Il ragazzo indicò a Viola un gruppo di diavolesse intente a prendersi da bere all’altra estremità del bancone. I loro vestiti erano tutti identici. Avrebbe dovuto guardarle in faccia una ad una se Nadia stessa non si fosse accorta di lei.
    “E la polizia non controlla?”.
    “Ci sono pattuglie ovunque nella zona…ma dovrebbero controllare ogni auto se davvero volessero prenderlo”.
    “Dici che colpirà di nuovo?”.
    “È da cinque anni che non manca un Halloween. Se manca questo significa che, o è morto e è stato preso”.
    Due ragazzi le avevano tagliato la strada, e Viola aveva potuto ascoltare ogni singola parola della loro conversazione. “Di che staranno parlando?” pensò, cercando di avvicinarsi di più a loro.
    “Perché la polizia dovrebbe controllare le auto?”.
    “Perché nasconde le sue vittime nel cofano dell’auto…”.
    Il primo interlocutore rabbrividì, così come fece Viola. “Un assassino?”.
    Raggiunse finalmente il gruppo delle diavolesse…ma di Nadia nessuna traccia. Viola decise quindi di raggiungere Morena e Francesca al centro della pista.
    “L’ASSASSINO HA COLPITO ANCORA!!” urlò una voce dall’esterno del locale.
    Le persone più vicine all’esterno urlarono a loro volta ad altre persone la stessa frase, facendo accorrere, in breve tempo, una gran parte di persone verso l’ingresso.
    Viola deglutì rumorosamente. “Allora il sogno…” . Interruppe i pensieri a metà. Con le lacrime agli occhi, si precipitò anche lei verso l’ingresso, facendosi spazio con la forza tra la gente, fino a che non riuscì ad uscire all’esterno.
    Nel bel mezzo della strada, una macchina era ferma su una pozza di sangue. Dal cofano aperto, spuntavano un braccio ed una gamba…
    Improvvisamente dall’auto uscì un uomo con una maschera da hockey che, salito sull’auto, cominciò a volteggiare un coltello in mano.
    Si sentirono subito delle risate provenienti dalla prima fila, seguite da urli di esultanza e da “Bravo!”.
    Due poliziotti, accorsi dopo aver ricevuto una chiamata anonima, si fermarono di fronte all’auto e al “presunto assassino” e tirarono un sospiro di sollievo.
    A quella vista uno dei due sorrise, e dalla folla formatasi davanti al locale giunsero altre urla. Alcune che esultavano il l’”assassino” e altre che deridevano i poliziotti.
    Il “presunto assassino” si diresse verso il cofano dell’auto e vi ripose il braccio e la gamba di plastica che precedentemente erano penzoloni dall’auto.
    Viola rise nervosamente. Poi, senza farsi strada con la forza questa volta, ritornò dentro al locale.
    La musica di Marilyn Manson ripartì.
    Quando raggiunse la pista da ballo, cercò di focalizzare con lo sguardo tutte le persone che ballavano. Ma nonostante ciò non riuscì ad individuare Morena e Francesca, ne tantomeno, Nadia.
    “Ma dove sono finite?” si chiese, continuando a far saltare il suo sguardo da una persona all’altra.
    Decise di ritornare quindi al banco delle bibite, dove incontrò di nuovo il “dracula” a cui aveva chiesto informazioni di Nadia.
    Questa volta fu il ragazzo ad avvicinarsi a lei.
    “Cerchi le tue amiche, giusto?” le chiese il ragazzo, cercando d rendere chiara la sua voce nonostante il frastuono della musica.
    Viola, sorpresa, annuì.
    “Nadia non si è sentita bene, le altre due l’hanno accompagnata fuori” le disse il ragazzo, indicando a Viola una porta di un’uscita d’emergenza nascosta da una fitta ragnatela.
    “Hanno usato quella per uscire, perché l’ingresso era bloccato. Ti aspettano fuori.”
    Viola riguardò la porta.
    “Grazie” disse infine sorridendogli, così la ragazza si diresse verso la porta dell’uscita d’emergenza.
    Quando si fu allontanata, il ragazzo estrasse dalla tasca dei soldi e cominciò a contarli.

    Viola attraversò il lungo corridoio illuminato da piccole luci verdi spettrali, che conduceva verso l’esterno.
    Quando fu fuori, dovette aspettare un po’ affinché i suoi occhi si adattassero al buio.
    Ed era davvero buio. Non c’era altra luce all’in fuori di quella emanata da un piccolo lampione a circa venti metri da lei.
    Cominciò ad avanzare a tastoni nel violetto.
    “Nadia!” urlò, sentendo un leggero ritorno della sua voce.
    “Morena!” urlò poi, ma come la prima volta, anche stavolta non ebbe risposta.
    “Francesca!” urlò quindi più forte, continuando ad avanzare a tastoni nel buio, fino a che non urtò qualcosa con gli stivali. Abbassò lo sguardo verso il piccolo oggetto e, guardandolo bene, le sembrò familiare. Si chinò quindi a prenderlo e ne ebbe la conferma. Era il forconcino di Nadia.
    “Nadia!” urlò di nuovo Viola e continuò ad avanzare.
    Arrivata in prossimità della luce del lampioncino, uno stivale le scivolò su una sostanza viscida e la ragazza cadde a terra, sull’asfalto umido.
    Quando si rialzò, capì che la sua mano era entrata in contatto con quella stessa sostanza viscida che le aveva procurato la caduta.
    Si diresse, quindi, in direzione del lampioncino per vedere di cosa si trattava, e fu allora che trattenne un urlo. Era sangue. Abbassò quindi lo sguardo sull’asfalto e vide diverse macchie di sangue, grandi e piccole, che si susseguivano.
    Avanzando tremante, Viola raggiunse un auto che fino a quel momento le era stata nascosta dal buio.
    Un’enorme pozza di sangue, era in prossimità delle ruote posteriori. Il cofano era semiaperto.
    Quasi guidata da una volontà che non era la sua, Viola aprì il cofano e riconobbe i vestiti da strega, elfo e diavolessa.
    Esattamente come nel suo incubo, si girò di scatto, vedendo l’uomo con la maschera da hockey.
    E fu l’ultima cosa che vide.

    I due poliziotti accorsi alla festa stavano mangiando delle ciambelle quando un auto sbucò dal vicoletto posteriore del locale.
    Alla guida videro un tizio con la maschera da hockey.
    “Spiritoso!” gli urlò contro uno dei due agenti.
    L’uomo con la maschera da hockey salutò loro con una mano. Poi sparì velocemente.

  • 27 novembre 2007
    L'uomo allo specchio

    Come comincia:

    Un racconto ha sempre un inizio e per cominciare userò uno specchio.
    Riflesso di vetro molato e cornice di legno arabescato in oro.
    Ed io: l’uomo.
    Richiamo l’immagine di me e non so guardarmi dentro.
    Il fuori è la distanza che mi separa da Clarissa. Lo specchio è un torrente di luci improbabili e di silenzi. Silenzi trasparenti di memorie solitarie.
    E’ domenica. Sto intrecciando una chioma di capelli mai diventata bianca. Senza alcuna abilità cerco di domare due ciocche ribelli che coprono la fronte di Clarissa.
    Da qualche giorno ho alcuni problemi con la vista. In questa luce fioccata, ritornano gli intrecci di un destino sbiadito sui bordi di una foto mai scattata.
    C’è la luce nuda di una lampada, un letto appena rifatto alle mie spalle e questo ricordo di cui non riesco a liberarmi. Ho conservato l’uniforme nera delle Schutzstaffel che mettevo ogni mattina.
    Detenere il potere in un corpo di protezione era un grande privilegio. Oggi sono l’incarnazione assoluta di quel male afflosciato al di fuori di una divisa.
    Un male fiorito sotto un cielo plumbeo che ha lasciato la desolazione di una devastazione.
    La riesco ancora a palpare la mia Clarissa. La percepisco in mezzo a quelle voci che mi rimbombano dentro. Anche adesso. Come adesso che fuori il tempo si mette grigio sopra i ruderi e non lascia scampo nemmeno ai ratti, che, scappando, lasciano indietro un sordo brontolio di fogna. E non sanno emettere suono le urla rimaste intrappolate ai confini della mia coscienza.
    Clarissa non valeva un numero sul polso.
    Quello, lo marchiai a fuoco sulla carne del suo progenitore quando spinto dalla sete, chiese l’acqua salvifica. Lo inondai di sputi gridando : Jawohl!
    Ha bevuto il mio catarro sulla piazza mentre la solita fanfara suonava Rosamunda.
    Non credo si possa vedere qualcosa dietro lo specchio.
    La verità. Quella sì! La posso sentire ancora nel rimpianto di una donna che non è mai stata mia.
    Spesso mi capita di valutare la portata di questo rimorso senza pentimento. Anche adesso, che il mare è segnato da duri colpi di vento, mi chiedo se la via del rimorso passi necessariamente attraverso i fili spinati della nostalgia.
    Da molti anni ho consolidato la perdita di quella bellezza inestimabile.
    Clarissa era una cosa rara e come le cose preziose, non aveva prezzo.
    Niente può aiutarmi a dimenticare tutto il buio che mi striscia addosso. Il suo corpo giace spaventato dentro la mia testa.
    Ricordo come le sue lacrime asciutte sparissero sulle labbra e di come le inghiottisse sussultando.
    Sembrano le onde di un fiume intorpidito, da gocce incolonnate per cinque, che marciavano seguendo il tempo di una banda.
    Oh, se ci fosse ora una fanfara a infuocare gli ottoni su questo molo che scruta da lontano i miei tramonti annuvolati.
    Ah, Clarissa. Che bella vista ho in questa casa sul molo Pescheria.
    La riconosco questa espressione lugubre di occhi scavati che corre su un terreno infernale.
    Sei in mezzo a una foresta di tenebre che da troppo tempo mi sto tenendo dentro.
    E non mi pento di ciò che ho fatto e di cosa sono stato.
    L’ultima immagine di Clarissa si è incollata nella retina ed esce dall’occhio, invadendo ogni cosa, inghiottita dallo specchio. Riaffiora ancora alla coscienza. La percepisco viva nella carne che ancora freme sotto le mie carezze.
    E tu conosci Clarissa il tremito adagiato sui cieli tremanti degli scantinati.
    Accompagno le mani verso quel volto mostrato dallo specchio. Provo ad accarezzare gli occhi. Provo a sentire la dolcezza delle ciglia ancora morbide. Il vetro mi rimanda il ghiaccio di una mano nuda, ancora vuota. Sto toccando il nulla che ho seminato.
    Dove sei, tu che mi guardi da un posto lontano senza implorare pietà?
    I miei sensi sembrano inadeguati a carpire la figura nitida, dai contorni decisi, reale come un sogno sepolto che non vuole svanire con le luci della sera. Clarissa non conosceva ancora i segreti degli adulti. Però aveva la curiosità acerba delle adolescenti. E aveva spiato la passione degli amanti.
    “Quelle cose” , le chiamavi così, le avevi viste solo attraverso il buco della serratura. Avevi sentito i gemiti silenziosi provenire dalla camera da letto di tuo padre. Ed eri andata a guardare.
    Aveva sedici anni, quando la vidi la prima volta. Correva. Correva verso casa. E volevo farla mia.
    Volevo possedere quella donna ancora bambina, dalle gambe sottili. Per un attimo mi sfiorò con due occhi di smeraldo. In quell’istante capii che avrei fatto tutto il male possibile pur di averla.
    Tu non mi hai visto.
    La seguii con lo sguardo e la vidi entrare in casa di Eric.
    Non era ancora arrivato il tempo della stella gialla col bordo nero, grande come il palmo della mia mano, cucita sulla giacca.
    Non mi rimprovero la mia esitazione. Fu la perplessità di un attimo. Un lampo indeciso, un marciapiede e una strada da attraversare senza ulteriori incertezze.
    Lo vidi alla finestra dritto e rassegnato. L’abito, nero come il lutto e largo come la speranza.
    Gli occhi erano nascosti da lenti molto spesse. La tenda azzurra nascondeva per tre quarti il corpo alto e rinsecchito di uomo che non conosceva ancora l’orrore della segregazione.
    Lo specchio, rinviava in un lampo spezzoni di memorie altrui, sulla mia che non si era mai distratta.
    Il ricordo scivolava via insieme al rimpianto. E non era il rimorso che filtrava, dalle tende della mia nuova casa, con l’ultima luce del giorno ormai sbiadito.
    Da questa finestra Clarissa vedo partire le navi.
    C’è un piccolo traghetto sempre pronto a salpare per noi. Lo vedi l’orologio illuminato dalla luna piena? Si è fermato alle nove e dieci di un giorno qualunque.
    La mia piccola Clarissa figlia di Eric il pensatore era bottino facile, per uno come me.
    Cerco di capire l’uomo che pur di salvare se stesso mi ha consegnato Clarissa senza nessuna opposizione. La famiglia di Clarissa disponeva ancora di una casa, non era stipata nelle judenhauser, e poteva ancora muoversi liberamente. Lui commise l’errore di pensare che potesse esserci un dialogo con noi. Ingenuo come tutti i suoi simili. Non conosceva ancora il vero significato della parola sterminio. Desideravo per Eric e per la sua stirpe un cielo muto che lo annientasse. Non ho mai smesso di disprezzare quelli come lui.
    La mia volontà di distruzione era la mia forza.
    Ho rimosso alcuni fatti troppo crudeli, e mi porterò nella tomba alcune testimonianze sulle mie mostruosità.
    Avevo il potere sulla vita di ogni uomo ed io non volevo aspettare che la bambina crescesse.
    Il mio sguardo doveva vigilare. Controllare che si portassero a compimento i massacri sistematici delle unità speciali.
    Non potevo rischiare che col tempo qualcun altro ti tagliasse le trecce.
    E non volevo tenere a freno la mia impazienza.
    Bussai, inebriato dal profumo dei glicini di maggio, e mi feci consegnare Clarissa.
    Non ci fu opposizione. Solo un diniego di occhi, silenziosi, che non riuscivano a nascondere l’orrore per quell’imminente perdita. La ragazza aveva un modo di fare ineccepibile. Possedeva quella perfezione che solo la natura ci sapeva donare.
    Quanta dolcezza nei tuoi occhi puri.
    Eri il fresco della notte in una cascata di colore.
    Eri due labbra dalla forma inconfondibile di un bocciolo.
    Era il tuo un collo da sfiorare che m’inebriava la mente.
    Ero assetato di te e aspettavo di cogliere l’attimo per possederti tutta.
    Di Clarissa volevo tutto il piacere ed il terrore.
    Lei ignorava il mio scopo e non sapeva che suo padre non poteva far altro che consegnarmela.
    Non sapeva nulla della soluzione finale che avevamo stabilito. Per lei avevo già organizzato tutto. L’avrei sottoposta, in seguito, alla sterilizzazione volontaria e sarebbe rimasta in Germania con me.
    La portai nella villa sul lago Costanza dove il silenzio avrebbe coperto anche l’ultimo grido.
    Progettavo per noi un futuro a Lindau.
    Quella notte attraversammo il ponte in silenzio. La nebbia copriva ogni cosa.
    Le donai un foulard di seta e un paio di guanti di camoscio.
    Risposi gentilmente ad ogni domanda.
    Anche a te piacevano quei giochi e insieme al riso mi offrivi il pianto di due guance rosse.
    E rispondevo alle domande cercando di ammaliarla dolcemente.
    Tra noi non si era alzato il muro.
    Lei mi toglieva ogni freno ed io, immorale che impazzivo supplicando di giacere ancora alle mie bianche torture.
    E non potevo frenare la frenesia dell’eccitazione che mi assaliva.
    E non potevo frenare quella brama di discorsi tormentati, senza inizio e senza fine: sull’infinito.
    Quanto impeto per convincermi all’idea che avevi della libertà. Mi stavi ostacolando coi pensieri.
    Pensai a suo padre e all’influenza nefasta che aveva avuto sull’educazione di quella creatura quasi alata che voleva essere libera anche solo di pensare. Annuivo sforzandomi di apparire comprensivo. Non pensavo minimamente di farle capire che non poteva farmi cambiare opinione. Era troppo radicata in me l’idea e il rispetto che avevo per la mia autorità.
    Come potevo inserire quel fiore ambiguo tra le mie camelie?
    Restai sorpreso dalle sue intuizioni così come ci sorprese l’alba a parlare di cose nuove.
    Quelle cose che si parlano solo tra adulti.
    Tirai le tende sull’oscurità desertica della prima notte d’amore.
    Il buio ritorna solenne in questa camera in cui sento la presenza viva di Clarissa.
    E non basta cambiare la propria identità. Non serve a nulla cambiare nazione. Noi avevamo la melodia dei tulipani fioriti sulle sponde del lago; qui c’è solo l’odore di uova marce che arriva dal mare.
    Facevo finta di essere diverso per dominarla meglio. Accecato dal mio desiderio negavo a me stesso quello scandalo di donna collocandola oltre la mia vera identità. E non fallii.
    Presi le sue mani.
    Tremante indagai sul braccio seguendo la linea che portava fino al collo.
    Lei si lasciò trasportare dalla mia leggerezza. Dalla sua umidità intuii che non mi avrebbe rifiutato nulla.
    Non posso amarti se non ti abbandoni a me. Completamente.
    Non ci furono molte parole tra noi. Per settimane sentii tutto quello che un uomo può sentire. La gioia infinita di essere amato. Mi concedeva le labbra unendo la freschezza con l’incanto. Indugiavo sulla carne e penetravo il sesso bagnato ferendo la sua anima che ormai mi apparteneva.
    La risvegliavo dal sonno dell’orgasmo con carezze messaggere di nuovi piaceri.
    L’intero universo si fermò per settimane.
    Quella di Clarissa era solo paura eppure a me sembrava amore. Non lessi mai il terrore nei suoi occhi.
    Oh, come sapevi mentire.
    Quattro settimane lunghe quanto un attimo. Come il raggio che scheggia questo specchio.
    Hanno messo nuovi lampioni lungo tutti i marciapiedi e il lungomare di sera sembra vestito a festa.
    Forse anche a te sarebbe piaciuto il mare. E la bruma, che sale in balia della bora che si abbatte sui vetri, scrostando la nuova vernice dai bordi del legno, ritinto da poco.
    Arrivò la notizia della morte di Eric e riportai Clarissa a casa.
    Il buio scivolava lungo i muri.
    Il silenzio l’avvolgeva quel dolore che non potevo capire.
    Una lettera fu consegnata a Clarissa e lei mi chiese d’essere lasciata sola.
    Non la rividi mai più.
    Per due anni tornai ogni giorno in quella casa.
    Portammo tutti nei campi, l’evacuazione durò mezza giornata. Di Clarissa non ne rimase traccia.
    C’erano solo le case vuote a raccontare la desolazione della morte.
    Non potevo carpire il segreto della tua sparizione. Nessuno sapeva. Eri brava a sparire nel nulla.
    Passavo i miei giorni smistando donne e bambini, dividendo gli uomini dalle donne e pregando di ritrovarti in mezzo alla tua gente.
    Invece ti ritrovarono due anni dopo, nel fondo di un burrone, alle porte della città.
    Ma non credo si possa chiamare ancora città quel fantasma di mura diroccate e di patate pelate da vendere calde a chi ancora possiede un misero soldo.
    Avevi due trecce lunghe ancora intatte.
    Avevi due lettere scritte con inchiostro blu.
    In una lettera il racconto di Eric: il pensatore, l’ideologo del nuovo.
    Parlava delle torture nella casa vicina alla stazione. Non ti aveva risparmiato l’orrore delle persecuzioni, delle evacuazioni di massa e dei campi di sterminio. Di quello che avveniva nel cuore della notte, quando diventava gelida perfino la presenza di Dio.
    E non c’era un Dio da pregare in quell’oscuramento straziante che portava dritto ai lager.
    Quella notte sputai su quello che restava del corpo di Clarissa.
    Non lessi mai la seconda lettera.
    Dentro una cornice d’oro si rispecchiano i ricordi.
    Non compare in me neppure un riverbero di ripensamento o di pentimento.
    Quante volte ritrovo le tue labbra.
    Bastardo dentro. Nel profondo.
    Non dovevi chiedermi di riportarti a casa.
    Tu eri mia. Saresti ancora mia.
     


    1 luglio 2005

  • 14 novembre 2007
    Quando fumavo

    Come comincia: Quello che più mi piaceva quando fumavo era di accendere un “minerva” facendolo sfregare con rapida violenza tra i due lati all’interno della bustina, riparandone poi la fiamma appena accesa con la mano, che quasi si chiudeva sul fiammifero stretto “a testa in giù” tra pollice ed indice. Col vento era ancora più divertente: era una sfida tra forze della natura. Con il vento particolarmente forte lasciavo che la fiamma consumasse quasi completamente il legno prima di avvicinare la sigaretta: una leggera bruciatura era il giusto prezzo da pagare. Se la fiamma si spegneva prima, ed accadeva di rado, ero quasi contento di rinnovare la sfida…
    Gli accendini “usa e getta” hanno da tempo sostituito i vecchi fiammiferi.  Sono certamente più pratici, io comunque ho smesso di fumare (e di giocare con le piccole fiamme…).

  • 14 novembre 2007
    Un giorno

    Come comincia: E un giorno la morte venne. L'avevo cercata per lo passato, senza troppo impegno, tra le mille cose da fare che mi strattonavano da una parte all'altra. Ma poi che la vita cominciò a spiacermi, e ancora adesso non so perché lo fece, presi a cercarla con maggiore impegno. Di ciò la vita non se ne interessò affatto, completamente presa dalle sue cose. Fu lei ad allontanarsi o fui io a non seguirla? Non ho una risposta a questa domanda, ma la cosa non ha molta importanza. Quello che importa e che tra me e la vita la distanza crebbe sempre più, sino al punto che io per lei diventai come una vaga ombra.

     


    E così incontrai la morte, con la quale presi a giocare a scacchi come solitamente si usa fare. Non era quella giocatrice che mi aspettavo: rapida, implacabile, pronta a fulminarti in poche mosse. Era piuttosto lenta e come svogliata, forse interessata ad altro ... Stetti comunque al gioco che mi teneva stranamente “vivo”.


    Mentre la partita si trascinava le parlai di me: non di come ero, ma di come avrei potuto essere al di là dell'apatia e delle consuetudini. Era ad un tratto diventata attenta ed interessata a me più di quanto io lo fossi a lei. Mi invitò a seguirla e ne rimasi al tempo stesso lusingato e contrariato. Guardai la scacchiera indeciso: la partita sembrava volgere a suo favore. Accesi una sigaretta e mi concentrai sugli scacchi.


    Senza che me ne accorgessi la vita si era posta al mio fianco. Mi voltai di scatto quando mi chiamò. Non era là per sorridermi: stava a reclamare i suoi diritti ed era terribilmente seccata. Rimasi senza parole, stupito di questo improvviso interesse. Mi alzai facendo cadere la sigaretta e lasciando la partita così com' era. In pochi passi ero già lontano fino a diventare come una vaga ombra. Ancora una volta la vita aveva trionfato.

  • Come comincia: Aspettavo con ansia la chiusura invernale delle scuole per poter passare più tempo con lei. Mi accompagnavano con l’auto fino ai cancelli. Poi Lui scendeva, dal portabagagli prendeva la mia borsa, si chinava, io socchiudevo per un attimo gli occhi, in attesa di quel qualcosa che puntualmente non si verificava, ma era una mancanza passeggera che subito svaniva non appena mettevo piede nel suo giardino e la vedevo là, china, a lavorare al suo orto, poco importa che mese dell’anno fosse. Notavo anche quell’alone di tristezza velarle il viso quando sentiva il motore dell’auto rimettersi in moto e ripartire, ma mi facevo complice del suo silenzio, fingendo di non essere stata né vista e né sentita. Camminavo piano, in punta di piedi, attenta a non creare il minimo rumore, fino a fermarmi alle sue spalle.
    “Quante sono le stelle nel cielo?”
    Sentivo il sorriso subito prendere forma, quindi affondavo gli incisivi nel labbro inferiore, costringendo così la bocca a restare ferma. Restavo perfettamente ritta nel mio cappottino blu, stringendo con la mano la tracolla della borsa, lo sguardo che restava fisso su quei ricci canuti raccolti in uno chignon. Trattenevo sempre il respiro nell’attesa della sua reazione.
    “Le stelle non sono lì per essere contate. Sono lì perché tu ne possa scegliere una, perché possa credere che almeno un pezzettino di cielo sia tuo.”
    Lo sapevo che avrebbe risposto così, ma adoravo sentirglielo dire ogni volta. Mi piaceva farmi cullare dall’idea che in quella vastità, poco importa quanto grande, ci fosse un pezzettino fatto apposta per me, che qualcuno avesse pensato a me mentre lo costruiva e avesse detto “ecco questo pezzetto di cielo è per Ainhoa”.
    Aspettavo impaziente che si rialzasse, che mi prendesse per mano e mi accompagnasse in casa sua, per poi riprendere con altre domande che creavano solo un terreno fertile per le sue numerose risposte.
    I giorni scorrevano rapidi con lei, mi riversava addosso tutte le cure possibili, e parlavamo parlavamo tantissimo, ma soprattutto mi piaceva ascoltarla, sentire la sua storia. L’avrei ascoltata per ore, ogni sera era un dramma mettermi a letto, così, nonostante non fossi poi più così piccola, mi concedeva di dormire con lei, raccontava e mi accarezzava i capelli (diceva che avevano la stessa lucentezza delle stelle..)
    Aveva un modo tutto particolare nel raccontare le storie, la sua voce era bassa, calda e leggermente graffiata dalle molte sigarette. Ma non aveva lo stesso odore di tabacco di suo figlio. No, lei odorava di buono, di pulito. Ogni volta che andavo a casa sua, mi piaceva chiudere gli occhi, fare un respirone e cercare di trattenere il più possibile dentro di me quella fragranza alla lavanda, convinta che così poi avrei potuto assimilarla anch’io. E poi gesticolava, gesticolava sempre, ma con intelligenza, ogni gesto, ogni movimento era atto a captare ancora di più la mia attenzione a rendermi partecipe della sua storia. Aveva delle grosse mani nodose, macchiate dall’età e segnate dai molti anni di lavoro, ma quando le muoveva, lo faceva con un grazia superba.
    Mi incantavo ad osservarla a sentire i suoi racconti, ricordo che il mio dispiacere più grande era quello di non essere stata con lei anche allora, dispiace che veniva soppiantato solo da uno maggiore quando il suono del clacson mi avvisava che per me era arrivato il momento di tornare a casa.
    Mi accompagnava fino alla porta di ingresso. Ci stringevamo forte, poi lei si abbassava, mi posava una bacio sulla fronte e mi dava una simpatica pacca sul sedere per farmi andare via.
    Puntualmente aprivo la porta, muovevo qualche passo lungo il vialetto e poi tornavo a girami..
    “Quante sono le stelle nel cielo?”
    “Le stelle non sono lì per essere contate. Sono lì perché tu ne possa scegliere una, perché possa credere che almeno un pezzettino di cielo sia tuo”
    Rispondeva ancora, con quella dolcezza che la contraddistingueva sempre.
    Le ho sorriso, anche quella volta, soffiandole poi un bacio con la mano, gonfiando bene le guance certa che così arrivasse a destinazione. Uno sguardo all’auto, loro due ancora chiusi dentro, Lui che preme ancora la mano sul clacson.
    "Vedi, nonna, io voglio andare a vivere lì..."

  • 14 novembre 2007
    La primavera perfetta

    Come comincia: Mi aveva truccata come una bambola, le guance messe in risalto da una cipria particolarmente rosea, le labbra appena ripassate con del lucidalabbra. Seduta su una sedia, perfettamente dritta con la schiena, avvolta in quel tutù color madreperla, in perfetto pandan con le scarpine. Mi spazzolava i lunghi capelli rossi che mettevano ancora più in risalto la mia pelle chiara. Socchiudevo gli occhi, al tocco della sua mano che mi sfiorava la nuca, lasciandola poi scorrere lungo la chioma, seguendo i denti della spazzola che si intrecciavano tra i capelli, rendendoli ancora più lisci.
    Ogni volta che piegavo un poco la testa di lato, mi sfiorava una guancia con la mano, riportandomi ad assumere quella posizione perfettamente eretta. Il suo tocco era delicato, morbido. Caricavo quei gesti di un’inusuale dolcezza, lasciandomi completamente cullare da quelle sue cure.
    Lei non parlava, ed io assecondavo il suo silenzio, nella paura che anche solo un respiro più profondo del normale potesse rompere all’improvviso quel incanto.
    Ha separato le ciocche, percorrendole ancora una ad una più e più volte con la spazzola, per poi attorcigliarle su se stesse e fermarle con una forcina, infilando poi al centro una rosellina bianca. Strizzavo gli occhi, serrando maggiormente le labbra, evitando di liberare in lamento, ogni volta che sentivo tirare e pungere la testa.
    Le altre erano quasi tutte pronte, il vociare che si faceva sempre più intenso man mano che ci avvicinavamo all’ora della messa in scena. Sentivo i loro trilli di eccitazione per ciò che si sarebbe consumato di lì a breve, ma non le ascoltavo, preferendo isolarmi del tutto, lasciandomi avvolgere completamente dalla sua presenza, godendo di quella vicinanza che raramente era concessa e cercata.
    Si è chinata in avanti... avvicinandosi al mio orecchio
    Ricordati di stare sempre con la testa alta… e di sorridere… non lasciare vedere la fatica, devi essere radiosa… felice di lasciarti trasportare dalla musica... abbiamo riprovato i passi più volte…l’importante è che tu stia tranquilla...
    Un’insolita dolcezza nel tono, che lentamente mi ha risvegliata da quell’incantevole torpore. Al tocco della sua mano sulle spalla nuda, ho sciolto l’intreccio delle caviglie, posando a terra i piedi, riuscendo a sentire perfettamente le incrinature del parquet attraverso la sottilissima suola delle mie scarpine. Mi sono messa in piedi, le altre si stavano già allineando, ma ancora non ero pronta per raggiungerle, la voce dell’insegnate che mi chiamava giungeva come un eco lontano. Lentamente mi sono girata, alzando il viso, ricercando il suo sguardo, ci siamo osservate a lungo, fino a quando poi Lei si è abbassata, dolcemente, mi ha sistemato una rosellina bianca, incastrandola perfettamente tra le ciocche.
    Sarai una primavera perfetta, e vedrai che questo giorno non lo dimenticherai mai..
    Sono restata ad ascoltarla, fino a quando non ho sentito la mano dell’insegnante prendere la mia per portarmi dalle altre. Lo sguardo che restava sempre fisso su di Lei. Era bellissima, curata in ogni minimo dettaglio, mi ha osservata ancora per qualche attimo per poi voltarsi e scomparire in una nuvola di eleganza.
    Le altre bambine che continuavano a parlare tra di loro, mentre io restavo rinchiusa nel mio mutismo, ripercorrendo nella mente le sue parole, i suoi gesti, certa che così non li avrei mai più dimenticati.
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, a darmi ancora più forza.
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho visto le prime bambine entrare sul palco, leggere come foglie, iniziavano a dare vita alla spettacolo..
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho sentito le gambe irrigidirsi..
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando invano l’insegnante ha iniziato a darmi delle leggere spinte sulla schiena, avvisandomi che era il mio turno
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho incontrato lo sguardo di tutte le altre piccole ballerine che attendevano solo il mio ingresso
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando ho lasciato scorrere lo sguardo sulla prima fila, distogliendolo subito, nella paura di incrociare quello che Lei, che ugualmente sentivo addosso, inteso e profondo al punto tale da bruciarmi la pelle..
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, quando poi un nodo mi ha stretto la gola, liberandosi subito con dei singhiozzi violenti e improvvisi al punto tale da sovrastare le voci dell’insegnante e di alcune bambine dietro di me…
    “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, mentre ho iniziato a correre via, prendendo dentro la sedia dove solo qualche minuto prima mi ha sistemata come una bambola di porcellana, scaraventandola a terra.
     “Sono una primavera perfetta”
    Mi sono ripetuta a bassa voce, voltandomi prima di abbandonare la stanza che ci avevano riservato per l’occasione, osservando con gli occhi ancora carichi di pianto e vergogna, il viso incredulo dell’insegnante, mi sono girata ancora, lentamente, lo sguardo ancora basso, a fissare quelle scarpette a cui ho negato la loro serata. Una fragranza al mughetto, la sua figura in fondo al corridoio, di spalle…
    “Sono una primavera perfetta”

  • 14 novembre 2007
    Un sogno di Adele

    Come comincia: Una volta Adele mi porta in seduta il resoconto scritto di un sogno, a suo dire molto angosciante, che l’ha svegliata quella mattina:

    "Vado a M. e ne approfitto per passare all’azienda tessile in cui avevo lavorato e salutare gli ex colleghi.
    Mi trovo dapprima nel locale dell’amministrazione dove devo definire una questione rimasta pendente. Le porte improvvisamente si chiudono rumorosamente, di scatto, e non sono più normali porte da interno, ma sono ora porte blindate automatiche, che è impossibile aprire...
    Mi agito, ci sono molte persone nella stanza. La più vicina dice che c’è una nuova regola che vuole che durante l’orario di lavoro le porte rimangano chiuse.
    Io dico a voce alta, quasi gridando, che non c’entro niente, che ormai non lavoro più lì e che voglio uscire.
    Finalmente mi trovo al piano di sotto, dove un tempo lavoravo. Qui incontro Maria la mia vecchia collega di stanza. In quel momento arriva anche R. che è il mio nuovo capo, il padrone della galleria d'arte di Terni. Maria lo saluta dicendo: "Ciao frate!" ed io mi vergogno molto pensando che il suo sia un comportamento da ignorante maleducata e discrediti il mio precedente lavoro e quindi anche me stessa agli occhi di R.
    Esco piena di vergogna e cerco di raggiungere al più presto il mio nuovo ufficio nella galleria d’arte a Terni.
    Per uscire dalla fabbrica tessile devo però attraversare un fossato che la circonda, pieno di acqua profondissima ed oscura. C’e un canotto tondo con un Caronte che lo conduce. Il Caronte è poco definito, una specie di ombra. Io salgo assieme a poche altre persone e mi siedo come gli altri sul bordo del canotto.
    Non so se fidarmi del Caronte.
    Mi rendo conto che il bordo su cui siedo è viscido e scivoloso ed io non riesco nemmeno a toccare il pavimento del canotto con i piedi e quindi non ho equilibrio. Con me ho le bozze del catalogo su cui sto faticosamente lavorando e di cui sono molto orgogliosa, e temo che cadrò in quell’acqua molto torbida. Penso che rovinerò tutto il lavoro e che io stessa mi sporcherò.
    Mi preoccupa soprattutto l’dea di rovinare il catalogo e che poi non potrò più combinare nulla di buono nella vita. Non c’e nessuno che mi possa aiutare. Mi pare ora di vedere Paolo e Virginia che si abbracciano lassù, lontano, sulla terrazza della fabbrica.
    Io sto nella barca, insicura ed inquieta: non so se posso avere fiducia in quel Caronte, che non riesco più nemmeno a vedere nella nebbia che infittisce…
    Suona la sveglia!".

    Non c’e bisogno per me di aspettare che la paziente espliciti chi possa essere quel Caronte...

  • 14 novembre 2007
    Il Rumore dei Ricordi

    Come comincia: Sono stanca della pioggia…
    Vorrei ogni tanto rivedere il sole.
    Sono stanca delle lunghe giornate lente, monotone e noiose passate tra mille sogni infranti.
    Sono stanca delle interminabili notti che si fanno sempre più fredde e buie con l’avvicinarsi di un altro angoscioso giorno.
    Non ho più paura di ciò che potrebbe succedermi.
    Non temo il domani più di quanto possa temere l’oggi.
    Non temo il futuro più di ciò che mi ha dato il passato.
    E’ difficile e faticoso scegliere di lasciarsi alle spalle il proprio destino anche quando si è fermamente pronti a farlo.
    Non è la ragione ma le emozioni ed i forti sentimenti, quando si fanno sentire, i più difficili da tenere a bada.
    Con loro si deve fare i conti tutti i giorni, in ogni istante della vita, perché rendono difficili le nostre scelte.
    Sono i battiti del cuore a rendere confuso ciò che alla ragione appare chiaro.
    Non si deve temere il futuro se si è fatto tesoro del passato.
    La vita è un eterno presente. Occorre assaporarla attimo per attimo conservando pochi ricordi del passato e senza bramare l’attesa di ciò che potrebbe avvenire.
    E’ vero: non si soffre ma neppure si gioisce.
    Riuscire a pensare il passato senza dolore ci aiuta ad affrontare l’incertezza del futuro.
    Vorrei parlare con qualcuno ma sono talmente lunghe le ore in cui il silenzio è mio compagno che credo di non essere più capace a formulare un pensiero o una frase che abbia un senso.
    Nessuno di noi è realmente vivo se non possiede i suoi ricordi.
    Io è di questi che mi nutro per trovare quella forza e fede necessarie per sperare ancora.
    Non saprei dire quanti sono i giorni che vivo così, incatenata a quattro mura, con questo silenzio incantato che mi crea un luogo di falsa e surreale pace.
    Non so più cosa significhi questa parola che continua a rotolare nella mia mente.
    Bisogna stare attenti ai sogni perché potrebbero avverarsi ed allora dobbiamo essere pronti a viverli prima di accorgersi che non sono come li volevamo.
    Ho sognato così a lungo di tornare ad essere me stessa e non la mia ombra che mi sono lasciata scivolare la vita dalle mani e sotterrare dalla stanchezza.
    Vorrei tornare indietro…
    Vorrei che mi fosse data la possibilità di riavvolgere il nastro per poter rivivere i momenti felici della mia vita e avere la possibilità di recuperare gli errori fatti.
    Però sono consapevole che anche questo è un sogno.
    Mi rendo conto di volere l’impossibile quando chiedo di poter avere delle risposte sicure alle mie troppe domande.
    Forse nuovi quesiti cancelleranno quelli vecchi ed anche in questo caso difficilmente verranno esauditi. Non riesco a ricordare attimi di grande e spensierata felicità anche di un solo giorno di questi opprimenti anni vissuti stancamente fra quattro mura che di ora in ora sembra ti cadano addosso e si facciano sempre più strette intorno alla gola fino quasi a soffocarti.
    A volte penso sia sbagliato volersi attaccare al ricordo della mia vita passata da persona normale, coi suoi alti e bassi, come tutti, in fondo...
    So di averne vissuta una, è ovvio, ed ora, il ripensarla mi fa soffrire ma preferisco così anziché vivere nell’incertezza, in questa fitta nebbia che ottenebra le mie emozioni.
    Senza la speranza, la vita è solo una conchiglia che il mare ha lasciato, indifesa, sulla spiaggia.
    So che devo reagire: mi accorgo che voglio continuare a sperare… ad avere fede… a tentare di comprendere questo inaccettabile destino raccogliendo tutte le forze.
    Anche se sono stanca…
    Al punto tale che non so riconoscere se non ho le forze o se non sono più capace di trovarle.

  • 14 novembre 2007
    Irlanda

    Come comincia: Che odore ha il vento.

    I sorrisi sono gratis, sai?


    É una semplice vecchia sedia; il muro di legno è impregnato dell'odore di birra. L'olologio segna un'ora che non è, e tutto quanto, tutto quanto sembra dannatamente meravigliosamente immobile in un tempo sinistro e gentile. Un secolo mai esistito immobile e immortale come quella vecchia sedia.


    Qualche goccia cade su O'Connelly Street e nessuno apre l'ombrello; quasi fossero carezze quelle che piovono dal cielo.


    Quanto ti ho aspettata, Amore mio: sei più bella ancora di come la mia immaginazione ti avesse dipinto!


    Il vecchio Liffey scivola sui suoi argini freddi mentre le prime luci della sera già gli si riflettono negli occhi. Me lo sono ripresa il cuore! L'ho trovato! Era finito fra l'erba morbida infilzato dagli aghi di pino, ma l'ho ricucito e sento che batte.


    Le tue note non mi fanno più male... mi risuoni dentro come un bacio regalato e sento che mi abbracci e sento che mi avvolgi e sento che... posso dirti che ti amo? Sei di terra. Io sono di terra.


    Mi viene voglia di ballare ora, pensandoti.


    Il cielo nero è una crema spalmata sull'infinito; queste colline si spingono amichevolmente l'una sull'altra e si scambiano il verde, sempre più verde, ancora più verde e sotto sotto sono sicura che ci sono... Corrono. Una pietra è un rifugio.


    Atlantico. Ventoso ubriaco Atlantico. Non sai di mare perché sei oceano. Il tuo orizzonte si prolunga ben più in là della mia fantasia. E mille navi e mille venti e mille teste rosse e mille occhi lacrimosi ti hanno guardato dondolare dolcemente sui tuoi fondali rocciosi.


    Un fiore, ballando, resiste alla forza stupefacente del tuo fiato... forse anche lui si è innamorato.


    Sembra tutto un po' più chiaro ora che ti ho conosciuta. Grazie di avermi restituito la libertà.


    Sono tuoi quegli occhi bagnati.


    Sarà a te che li asciugherò, guardando giù, in un riflesso sul Liffey.


    Ma non trovo le parole, non le trovo.

  • 12 novembre 2007
    Un'altra bambina

    Come comincia: Arrivavano sempre alla chiusura delle scuole per passare tutta l’estate con noi. La nostra casa era molto grande e non era affatto un problema ospitare quattro persone. Joaquin e Jorje in quei giorni diventavano i miei amici.
    Trascorrevamo la maggior parte delle nostre giornate nel parco e puntualmente Joa a fine giornata proponeva il gioco del Toreador.
    Più che altro era un gioco che subivo passivamente, l’idea del toro che alla fine doveva sempre morire non mi piaceva affatto, specie perché tra i tre, quella che doveva sempre fare la parte della povera bestia ero io. Restavamo nei pressi della casa, sotto l’occhio vigile delle nostre madri, che si sollazzavano sotto il gazebo, godendo del fresco dell’ombra.

     

    Una monetina per sorteggiare chi dei due avrebbe fatto il torero: Joaquin

    "Allora io faccio il torero e tu fai il toro, però ti devi impegnare, devi scalciare con il piede… ricordati delle corna quelle sono fondamentali... e questa volta usiamo anche queste".

    Aveva spezzato altri due rami, fornendosi così delle dovute spade. Poi come sempre si piegava a terra, sorretto da un solo ginocchio, si tirava più su i calzoni cercando di imitare il classico abbigliamento che sfoggiava suo padre. Lentamente poi si rialzava, si levava il cappello di paglia (altro non riuscivamo a trovare), si voltava verso la platea, lo rigirava nella mano, inscenando un inchino, ricercando un’eleganza assoluta che lo faceva apparire solo più buffo e goffo.

    "Joa, conciato in quel modo ricordi più Sampei che un una grande toreador".

    Non riuscivo a trattenermi, tanto era buffo, ma subito mi rimise al mio posto.

    "Ainhoa, si tratta di una cosa seria, io da grande farò proprio questo, così come mio papà, ci vuole eleganza stile, lui mi dice sempre che è come una danza, sì, lui balla con i tori e riesce a domarli tutti… tutti i tori del mondo! E ora fai il toro".

    Cercava anche di scimmiottare la voce, si calava perfettamente nel personaggio. Una sua sventolata con la federa sottratta dalla camera dei miei genitori, trasformatasi per noi in una splendida muleta dal rosso intenso, vivo… e subito io mi ero calata nel mio essere toro.
    Due metri o poco più ci distanziavano, come da rito. Prima dovevo far scivolare più e più volte il piede contro il suolo, ricoprendomi così le ballerine di vernice bianca di terra. Le dita, importantissima la posizione delle dita, gli indici puntati ai lati della testa, ben ritti, ero un toro perfetto, la schiena completamente inclinata in avanti. Stava a me la prima mossa, dovevo girargli intorno o meglio, danzare attorno alla sua figura, così almeno diceva lo zio, “l’animale sa che andrà incontro alla morte, ma è come se stesse rendendo un omaggio, sa che sta partecipando così a un qualcosa di più grande di lui”. Non ho mai ben capito queste sue parole, però il gioco mi divertiva.
    I miei indici rigidi che continuavano a puntarlo così come i miei occhi... gli giravo attorno, respirando sempre con maggior intensità cercando di imitare al meglio l’animale.
    Lui mi seguiva sempre con lo sguardo, in perfetto contrasto con la mia postura, era ritto nemmeno avesse ingoiato una scopa, muoveva lentamente il polso che reggeva la spada, mentre con l’altro lasciava ondeggiare la muleta. Ecco, era arrivato il momento per me toro di immolarmi per quel qualcosa di più grande. Facevo anche dei versi se non mi ricordo male, strofinavo ancora di più la ballerina sul terreno, mi acquattavo ancora di più per poi dare vita al mio attacco.
    Ogni volta che caricavo, che correvo contro di lui, Joaquin alzava la muleta battendomi leggermente la spada sulla schiena, non mi faceva male, ma quei tocchi, seppur innocenti, non facevano altro che alimentare in me la voglia di far vincere per una benedetta volta questo povero toro. I colpi continuavano... io che facevo finta di cadere e poi mi rialzavo..

    "Ainoha, basta adesso devi morire… ora il toro muore e io esulto... Ainhoa basta è così che funziona il gioco, il toro muore… Ainhoa…"

    Ormai non lo sentivo nemmeno più, era come se una forza maggiore si fosse impossessata di me. Ogni volta cadevo e mi rialzavo e con rinnovata forza andavo a sbattere contro di lui, le corna che restavano ben ritte, ero un toro stupendo, continuavo a colpirlo fino a quando non gli ho fatto cascare la spada di mano. Allora lì ha avuto inizio la vendetta del toro, mi sono chinata e mentre lui continuava ad urlarmi che non era così che funzionava il gioco... che io ero morta... che il toro non ha le mani, che non può prendere la spada… ho inziato a colpirlo con il ramo. Lo avevo afferrato con entrambe le mani, lo tenevo ben stretto per evitare che mi scivolasse via…

    Il mio nome che continuava a risuonarmi della mente, la voce di Lei che mi richiamava che mi urlava di fermarmi, ma non potevo, era come se dentro di me ci fosse un qualcosa che me lo impediva, continuavo ancora e ancora, aumentando l’intensità delle mie bastonate, sulle gambe, sui fianchi... lui che cercava di ripararsi, singhiozzava anche e io che andavo avanti, incontrollabile, almeno fino a quando non ho riconosciuto quell’odore di whisky misto al sigaro e un attimo dopo le sue braccia possenti prendermi per la vita e trascinarmi via...

    "Sai Joa, a volte mi capita di sentire nascere dentro di me un’altra bambina e non riesco a controllarla... non volevo davvero farti male... davvero..."

    Da quell’estate gli zii non vennero più a passare le vacanze con noi…

  • 09 novembre 2007
    Padri e figli

    Come comincia: Dove ora c’è l’acquario, a casa mia, una volta c’era un pianoforte verticale. Faceva un bell’effetto, con il seggiolino di finta pelle e la lampada fissata sul leggìo. Era omogeneamente scordato di mezzo tono e perciò quasi tutte le canzoni che imparavo ad orecchio avevano delle tonalità impossibili, si bemolle, mi bemolle, la bemolle.

    Dopo tre anni di pallosissime lezioni avevo abbandonato le mie velleità artistiche. Come tutti i principianti avevo imparato a suonare solo i soliti classici, “Alla Turca”, “Per Elisa”, tutte quelle musiche per le quali quel genio di Massimo Civetta coniò una apposita categoria: “la classica commerciale”. Per qualche anno ho profondamente odiato il pianoforte, poi ho cominciato a considerarlo un bel mobile. Verso i quindici anni riprovavo a ticchettare timidamente sui tasti quando ascoltavo la musica allo stereo. L’orecchio non era male e così, come i bambini che smontano le macchinette per vedere come funzionano, mi divertivo a suonare appresso ai pezzi che mi piacevano di più per carpirne il segreto. Le quinte che poggiavano sulle dominanti, gli accordi di settima maggiore, di nona, le diminuite. Ad ogni tensione attribuivo una sensazione. Maggiore uguale enfasi, minore uguale impasse, settima minore uguale aspettativa, settima maggiore uguale consapevolezza, nona uguale piena risoluzione. Più andavo avanti più si complicavano le tensioni più il discorso tra me ed il pianoforte si faceva interessante.


    Nella stanza c’era anche il divano su cui mio padre amava adagiare le sue membra di ritorno dal lavoro. Può darsi per la stanchezza, può darsi anche a causa del suono conciliante del pianoforte, fatto sta che iniziava a russare violentemente. All’inizio mi ricordo che mi dava particolarmente fastidio, per un adolescente era davvero irritante mischiare l’arte con altre emissioni sonore, lo trovavo umiliante; così il concerto per archi e corde percosse, di solito, terminava nel momento in cui iniziava quello per trombe e tromboni. Poi, un po’ per necessità, un po’ perché in fondo ero io che avevo invaso il suo territorio, iniziai a convivere con quella strana situazione. Il ronfare era ritmico, di lunghezza pari a due battute piene. La tonalità era stabilmente ancorata al “fa” basso. Modificai, dunque, la struttura della musica per far sì che la mia arte rientrasse pienamente nei canoni della sua improvvisazione. Le tensioni dei giri armonici si dovevano sciogliere necessariamente al ritmo di due battute, così come le parti melodiche non potevano allontanarsi dai solidi binari della tonica, la scala del “fa”.


    Chissà, se ci avesse osservato qualche psicologo della terapia familiare da dietro uno specchio finto, forse lo avrebbe trovato un interessante esperimento per risolvere le tensioni ed i conflitti tra padri e figli.

  • 09 novembre 2007
    Anopheles murata tiger

    Come comincia: Marta, per comprendere la sua situazione affettiva, faceva un rapido conto degli sms in arrivo. E una volta aveva pure stabilito una soglia minima giornaliera di "incoming messages" sotto la quale, così aveva deciso, "stava messa male".

    Quattro. Esclusi, ovviamente, quelli della Vodafone, quelli della convocazione per la riunione dei molto-comunisti tristi amici suoi e quelli della madre. Quando me lo ha raccontato mi ha fatto così impressione che per un po' anch'io ho cominciato a fare caso agli sms che mi arrivavano.

    E non c'era poi molta differenza, le convocazioni alle partite di calcetto, le offerte farlocche delle compagnie telefoniche… Così, senza dircelo abbiamo preso a mandarci sms.

    Io a Marta e Marta a me.

    Tipo dei "rinforzini" per arrivare a fine giornata con quattro o cinque messaggi in memoria ed avere l'impressione di non essere poi così lontani dalla vita.

    Poi, stamattina, chissà con chi cavolo ha parlato, di punto in bianco, mi dice che dobbiamo smetterla di mandarci messaggi, che non è un comportamento da adulti, che non ci fa fare nessun passo in avanti e che ha fatto male a cascarci quando io, Davide Morini, ho iniziato a mandarli.

    Io ribatto che è stata lei a cominciare con questi messaggi, che non dobbiamo vergognarci se ancora abbiamo bisogno l'uno dell'altra e che queste prese di posizione filo-psicoterapeutiche hanno fatto più vittime al mondo di quante ne abbiano mai fatte tutte le epidemie di colera, vaiolo e peste messe insieme.

    Andiamo avanti a confrontarci per un po', ognuno restando ovviamente fermo sulle sue posizioni. Poi, proprio mentre sferro l'ultimo e decisivo attacco, rivolto questa volta alla sua amica che ho identificato come responsabile dell'improvviso dietrofront, "che si facesse i cazzi suoi una volta nella vita"… per un caso che non è mai un caso, i nostri occhi finiscono sul fastidioso particolare di una zanzara, spiaccicata sulla parete bianca in bellavista, ormai secca e stramorta visto che è una giacenza dell'estate scorsa e che nessuno di noi due ha mai avuto la benché minima decenza di rimuovere da quel muro.

    E' stato un attimo. Dall'orrenda visione Marta sposta il suo sguardo su di me e, non dicendomi niente, mi fa capire con un'unica espressione degli occhi, che la nostra conversazione è finita e che non c'è niente altro da dire.

    Per comprendere la reazione di Marta occorre andare indietro nel tempo. Quando eravamo a scuola e il professore si dava da fare inutilmente per farci capire che gli inglesi hanno due parole per indicare "casa".

    "House" che sarebbe la costruzione, la struttura fisica, e "Home" che è il cosiddetto "focolare domestico". Con Massimo Civetta la questione del "focolare domestico" mi ricordo che fu a lungo sviscerata. Fino al punto che decidemmo che la lingua inglese fosse troppo sofisticata per i nostri gusti nonché indolentemente anti-economica visto lo spreco di parole inutili. Così tornammo alla nostra occupazione prevalente che era prendere per il culo il professore.

    Ma poi ti succedono questi fatti, a distanza di tanti anni, che ti fanno capire che il professore c'aveva ragione, che i due significati esistono veramente e che della nostra casa, della mia e di Marta, è rimasta soltanto la costruzione, la struttura fisica, mentre del focolare domestico nessuna traccia. E quella zanzara morta e stramorta è solo una delle mille testimonianze.

    Esco con la vaga sensazione che c'ha ragione lei e che è il momento di farla finita con questa agonia.

    Attraverso il vialetto di casa che è diventato una jungla. Le piante che ho messo ai bordi, infatti, invadono metà del ciottolato e, ovviamente, nessuno ha pensato di potarle a causa della sindrome che da oggi chiamerò della "anopheles murata tiger".

    Ho bisogno di un pensiero… tipo… un "negroni" mentale. Che mi tolga l'amaro e mi faccia planare su questa giornata in maniera decente.

    Così penso a cosa avrebbe potuto dire l'anziano Maestro Zen Massimo Civetta se fosse ancora con me ed avesse assistito alla scena precedente.


    Credo che lui mi avrebbe apostrofato con queste semplici parole:

    - Morini. Sei sempre stato un fallimento su molte cose. Ma sull'argomento botanica/giardinaggio fai veramente impressione. Devo purtroppo constatare che alcune ovvietà relative al mondo vegetale ancora ti sfuggono. Ora, si sa che le piante spesso compiono traiettorie contorte, si arrampicano sui muri, sui lampioni, ti invadono il vialetto di casa. Ma di una cosa puoi stare certo. L'unica cosa che cercano è la luce del sole. Ed in questo sono diverse da noi. Anche noi ci arrampichiamo spesso sugli specchi, invadiamo la vita degli altri, soffocandoci a vicenda. Al contrario delle piante, però, non è detto che facciamo tutto questo per inseguire la felicità o, almeno, uno straccio di benessere. Come con questa patetica storia degli sms, Morini -

    Salgo in sella alla mia Vespa, rinfrancato dalle parole del Maestro e decido che stamattina mi lascerò guidare anch'io dalla luce del sole.