username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia:

    Descrizione della scena


    Un ragazzino adolescente armeggia con un pallone tra i piedi. La scena avviene in un campo incolto, quasi abbandonato o in un cortile dimesso.


    Entra o compare un altro coetaneo di diversa carnagione che in silenzioso si avvicina e con uno sguardo passivo quasi gli chiede di potersi unire.


    Successivamente compare un'altro adolescente di colore o extracomunitario che con lo stesso atteggiamento chiede di unirsi.


    Poi un'altro di un'altra etnia...


    Inquadratura sui volti dei ragazzi che fanno un cenno di amicizia stringendosi le mani o dandosi un cinque con il primo e fra di loro


    Scena, magari al rallentatore di loro che giocano tra la polvere o l'erba incolta e successivamente voce fuori campo che dice: dove c'e' un pallone, un campo e dei ragazzi che si vogliono bene, ecco, qui c'e' il calcio..., il tutto con una colonna sonora che richiami le origini del rapporto umano (etnica africana o simil- esotica).

  • 28 febbraio 2007
    Il portiere dell'inferno

    Come comincia: Sono le due di notte, ho preso la solita tisana di tiglio e, dopo aver smanettato per un poco sul web ed aggiornato il mio blog, ho cercato di scrivere inutilmente un racconto per un concorso letterario che ha come motivi ispiratori una statuina di cera ed un riflesso di bronzo.

    L’ispirazione artistica non arriva, resta nelle dita ed allora meglio andare a letto, dormire.

    Ho appena chiuso gli occhi e mi appare un uomo obeso, vestito con una lunga tunica rossa, circonfuso da un alone color del bronzo, lunghi capelli grigi legati in un codino.

    Lo guardo incuriosito e domando: “Chi sei? “
    Mi sorride: “Alastor a servirti mio signore!”
    Ricambio il sorriso e senza scompormi: “Che strano nome !”

    Il capellone obeso con tono paziente:”Questo nome lo devo al mio capo, un libero pensatore, occultista e appassionato della letteratura demoniaca”

    Lo interrompo:“ Ora ricordo! E’ il nome del demone vendicatore”
    Mi manda un sorriso complice. “Grazie ai tanti i libri sul demonio, questo nome è sulla bocca di tutti. In effetti, e ti prego non spaventarti, sono un demonio. Credo di poter risolvere la tua crisi di ispirazione. Ho finito da poco il mio turno di lavoro, posso raccontarti storie molto interessanti, seguimi, posso mostrarti anche alcune reliquie dei miei vari clienti.”

    Io incuriosito: “Davvero? È una tentazione!”

    Alastor mi sorride e mi indica una porta di bronzo spalancata su una ripida scalinata di marmo nero, illuminata da fumose torce agganciate alle pareti.

    Scendiamo rapidamente e arriviamo ad un ampio salone: su tutta la parete, di fronte alla rampa finale della scalinata, un lungo tavolo di quercia, sul ripiano dei libroni con le copertine rivestite di cuoio rosso.

    Alastor prende posto dietro il tavolo, mi fa cenno di sedere su uno scomodo sgabello di legno, sistema alcuni fogli e con tono paziente:“Ecco, tra i tanti incarichi che Lucifero mi potesse dare, questo è il peggiore di tutti; faccio, si può dire, il portinaio. Ho il primo impatto con tutti quelli che arrivano quaggiù. E’ una bella rottura; sai, quando capiscono dove sono arrivati, non gli sta bene ed allora strepiti, urla, proteste! Mai uno che accetti il suo destino, la sua condanna! E parlano, parlano Dio mio, ops Satana mio, quanto parlano e quanto raccontano!
    Da un anno ci siamo anche modernizzati: si registrano tutte le dichiarazioni degli ospiti così non ci sono contestazioni con Minosse. Devi sapere che Sua Eccellenza è un magistrato molto garantista!
    Comunque sia, se tutto quello che mi è passato per le mani fosse messo su carta, ne verrebbe fuori davvero un grande best seller; altro che quella cosa in versi scritta tanti anni fa da quel nasuto fiorentino.
    Visto che abbiamo un poco di tranquillità, cosa ne dici se ti racconto una graziosa storiella ?“

    E senza aspettare la mia risposta: “Alcune settimane or sono è arrivato un generale, un vecchio bizzoso, arrogante. Era completamente carbonizzato. Ha detto che si era addormentato davanti al camino ed era finito arrosto, ma in mano aveva questa lettera, leggila.“
    Caro generale,
    dietro la collina c’era la notte crucca e assassina e dopo ci hanno fatto un bel cimitero di guerra. Noi siamo rimasti lì, mentre tu sei tornato. Quando sei andato in pensione, con la liquidazione hai comprato una bella villa con una vigna e ti fai il vino alla facciaccia nostra, che con il cavolo lo possiamo bere. Al massimo sotto terra possiamo giocare a scopone scientifico con i vermi. Mica ci divertiamo: non si possono fare neanche i segni perché i vermi non hanno il naso e noi non l’abbiamo più, perché è la prima cosa che quei bastardi di vermi ci mangiano; dicono che sia una vera prelibatezza. Tanto è vero che quando è stato sotterrato quel poveraccio di Salvatore Puddu, senza faccia perché portata via da una bomba, i vermi sono rimasti male. Sapessi come si sono lamentati, addirittura hanno minacciato di entrare in sciopero. Dicono che mica si ammazza la gente così: diamine un poco di rispetto. Altri morti quelli delle guerre di una volta: un colpo di scimitarra o di fucile e restava il corpo tutto intero. Oggi arrivano tutti a pezzi, ammesso anche che arrivino. Con le bombe intelligenti è solo carne tritata, buona per fare gli hamburger. Caro generale, ora ti chiederai, perché questa lettera? Dopo tanti anni, stai per arrivare anche tu tra noi.
    Ieri sera è caduta nel camino acceso quella statuetta di cera cui tenevi tanto, il ricordo della campagna Antica Babilonia. Caro generale quella statuetta è il tuo simbolo. Perciò fai attenzione al camino, basta una piccola distrazione e ….. A tra poco e mi raccomando nell'incendio almeno cerca di salvare il tuo bel nasone, l’ho promesso al capo dei vermi. Senza stima.
    I tuoi soldati

    “Il generale abbrustolito, in effetti, aveva salvato il suo bel nasone rosso e bitorzoluto, Ma adesso, basta racconti!“

    Resto qualche minuto a riflettere, poi rivolto ad Alastor: “Mi hai dato una bella idea. Appena sveglio, mi metterò a scrivere e verrà fuori un bel racconto per il concorso. Anche se mi devo inventare qualcosa che giustifichi questo riflesso di bronzo”.
    Alastor mi manda un sorriso di compatimento: “Credo che sarà molto difficile che tu possa scrivere alcunché a meno che non ricorra ad una medium. Quei riflessi color bronzo che ora vedi sono della tua bara”.
    Non ascolto le sue parole e lancio un urlo: “Ma cosa è questo caldo e cosa sono queste fiamme?”

    Alastor ora con tono deciso:“Coraggio, sai bene dove sei, devo completare il mio lavoro, è un pezzo che t’aspettiamo!”

  • 28 febbraio 2007
    Luce

    Come comincia: Alle 5 esatte del pomeriggio l’arena si alzò in piedi; la banda musicale cominciò a suonare  un paso doble . Era questo il segno che presto la lidia, o se vogliamo, la corrida, sarebbe cominciata. I battiti di mano degli aficionados rimbombavano in tutta la plaza; avevano un qualcosa di rituale e primordiale quasi fossero un invocazione a qualche dio dell’antichità. Battiti, battiti e ancora battiti.

     


    Il battito del pendolo svegliò l’uomo che ancora dormiva; le 5. Guardò fuori. Il sole ancora illuminava le strade intasate dal traffico del pomeriggio. Si girò alla sua destra. Lei ancora dormiva. La testa appoggiata per metà sul cuscino e per metà sul materasso. Era in una posizione innaturale; sembrava vi fosse stata buttata sopra quel letto, non sembrava possibile il suo dormire in quello stato. La fissò per qualche istante e sospirò.


    Sospirando il matador cominciò la sua faena, la sua opera; il toro non era certo enorme ma esteticamente il nero lucido del suo manto incuteva se possibile ancora più di timore. Lo stava  ricevendo, per utilizzare il gergo della corrida, per la prima volta: avrebbe capito la sua natura e le sue predilezioni d’attacco. Il pubblico seguiva col fiato sospeso il rituale che precedeva la suerte de pica. Ancora erano i preliminari quelli, sia per lui che per l’animale. Ma quest’ ultimo era già ben sveglio.


    Lei si svegliò da quella scomoda posizione e si stiracchiò; le sembrava di aver dormito da sempre. Si girò verso di lui che ancora la fissava in silenzio. Gli sorrise e cercò di afferrargli la mano ma lui con un movimento rapido e inaspettato, almeno per lei, si alzò e si diresse verso la finestra. Seguì con la testa i suoi passi e fece una piccola smorfia; il collo le faceva male, tutta colpa di come si era messa a dormire.


    Il toro lanciò un gemito. Mentre la pica, la lancia, gli penetrava nel collo realizzò all’istante che qualcosa stava succedendo; qualcosa di terribile. Provò a ribellarsi tentando di colpire il cavallo su cui montava il picador, ma questi con un gesto rapido lo aveva già fatto allontanare dall’animale inferocito. Il matador quindi cominciò ad incitarlo. Il toro caricò con violenza ma non riusciva più a tenere sollevata per bene la testa; il dolore era lancinante. Dopo pochi istanti tutto era pronto per la faena successiva ovvero la suerte de banderillas.


    Lui cominciò a parlarle; la sua voce era ferma e decisa ma lasciava trapelare un’emozione forte e violenta. Sarebbe bastato poco e si sarebbe trovato senza parole. Mano a mano che le parole gli uscivano dalla bocca, il viso di lei diventava sempre più pallido e la bocca si dischiudeva sempre di più. Ogni parola sembrava una ferita, non mortale, ma che sommata alle altre indeboliva sempre di più il suo fisico e la sua anima, fino a farla vacillare del tutto.


    Era ormai la sesta e ultima banderilla; il toro continuava a dimenarsi con violenza. Le sue corna cercavano il corpo dei banderilleros ma senza fortuna. Ogni banderilla ricevuta era per lui un dolore e una ferita che lo indebolivano sempre di più. Ormai la sua schiena era piena di speroncini colorati che, se non fosse stato per il sangue che sgorgava dalla schiena del toro, si sarebbero detti delle allegre e variopinte decorazioni. Le banderillas comunque non potevano certo uccidere il toro; erano una sorta di preparazione alle due successive fasi dello spettacolo in cui si sarebbe deciso il destino dell’uomo e dell’animale.


    Mano a mano che le parole uscivano dalla bocca di lui, lei sentiva che il proprio destino stava per compiersi. Era un destino al quale mai aveva pensato e che niente e nessuno aveva mai previsto. Non riusciva a fare altro che subire passivamente il peso di quelle sue parole. Che ancora non avevano detto tutto ma che lasciavano presagire quale sarebbe stato il loro fine. Semplicemente non era ancora pronto per dirle l’essenziale, per arrivare al momento della verità.


    La muleta vibrava veloce davanti alla testa del toro che ormai lottava più per difendersi che per attaccare. Non capiva, non riusciva a capire cosa stava succedendo. O meglio: capiva che tra un po’ sarebbe finita ma non capiva il perché di tutto questo. Perché lui? La gente attorno continuava ad incitare il matador che nel suo traje bianco, il colore della purezza, si muoveva come un ballerino. Elegante nei suoi movimenti e spietato nei suoi gesti. La banda continuava a suonare in segno di approvazione. Già si vedevano spuntare i primi fazzoletti bianchi tra il pubblico, segno di gradimento. Il toro era ormai sfinito. La testa e il collo gli dolevano terribilmente. La bocca era ormai semiaperta e dagli angolavi colavano spesse gocce di bava. Ormai tutto era pronto per la suerte de matar. L’atto finale.


    Lei ormai non riusciva più a sentire ciò che lui stava dicendo: solo percepì le sue ultime parole, quel “Addio!”, lanciato in modo sprezzante sul suo viso. E con un gesto rapido delle mani, che forse voleva essere un saluto ironico o un insulto o un congedo sincero la lasciò stesa sul letto, pallida, senza forze, immobile. Solo da lontano gli giungeva l’eco della strada e il vociare della gente.


    La lama era penetrata perfettamente nel cervello del toro al primo colpo. Con un gesto rapido il matador aveva effettuato l’ultima sua faena con destrezza, ferocia e una terribile lucidità. Senza pietà. Il toro cadde pesantemente al suolo; senza forze e con la vita che ormai gli stava scivolando via, la sua ultima sensazione cosciente furono le grida degli aficionados che sventolavano migliaia di fazzoletti bianchi.

  • Come comincia: Si annunciò morto prevedendo già la sua resurrezione per le sei del mattino dopo. L'almanacco diceva che il sole sarebbe sorto alle cinqueetrentanove minuti cosicché avrebbe avuto il tempo di guardare, da morto, il mondo al suo risveglio. Alle sei in punto un jingle pubblicitario avrebbe risuonato nell'aria per annunciare la sua resurrezione, mentre la gente era impilata sulle scale mobili in ordine crescente di altezza respirando del purissimo monossido di carbonio. Appena risorto, con la musica jingle-jangle monofonica, si sarebbe reso presentabile per aspirare al suo posto, al suo gradino di scala mobile, alla sua porta-ad-apertura-automatica, al suo tavolo pieno di lettere e numeri che copulavano formando degli indici che significavano sempre  e solo che bisognava sacrificarsi per portare in pareggio il bilancio e per azzerare il debito pubblico contratto da Garibaldi nella guerra dei Due Mondi contro gli alieni guidati da Orson Wells. Però ora era morto, era morto davvero. Di una piccola morte, sicuro. Ma era morto davvero.

  • 22 febbraio 2007
    Ritratto di esperti d'arte

    Come comincia: Le loro sagome, nella sala illuminata per esaltare solo le opere d’arte alle pareti, si stagliavano decise. Otto paia di piedi ben puntati a terra, le gambe divaricate quanto bastava per dimostrare la fondatezza delle loro opinioni. I gomiti perfettamente perpendicolari al pavimento svelavano le braccia conserte e la chiusura delle loro idee. Un certo inarcarsi delle spalle dell’uomo sulla destra sembrava richiamare un probabile e molto più pronunciato inarcarsi delle sopracciglia mentre continuava a riflettere sull’essenza di quell’opera.

    Poco dietro, seduto su una panca abbastanza morbida per dare l’illusione di un’oasi di riposo, ma troppo poco confortevole per indurre a sostarvi più del dovuto, un altro uomo osservava il gruppo. Un ragazzino accanto a lui aveva un blocco da disegno sulle ginocchia e un carboncino in mano. Nessuno di loro parlava. Nessuno di loro riusciva a vedere l’opera.

    Dal gruppo di esperti si distaccò una donna bruna, con un caschetto altezza mento. Subito il gruppo si serrò attorno a lei, riempiendo il vuoto che aveva lasciato. Dando le spalle all’opera la donna bruna iniziò a spiegarla al resto del gruppo.

    “Molteplici, sono le interpretazioni date a quest’opera d’arte. Secondo taluni studiosi, questo quadro che ha rivoluzionato il concetto di arte così come era conosciuto fino alla sua realizzazione, rappresenta il vuoto interiore dell’artista, un uomo assai schivo della vita sociale. Esiste poi un secondo filone di pensiero secondo cui l’opera rappresenta la mancanza di significato che ha l’arte contemporanea. Un vuoto pertanto che si estende dall’artista a tutta la società creativa...”
    Le teste cominciarono a fare su e giù verso la donna bruna. Poi le sagome improvvisamente diventarono profili che annuivano tra loro, ciascuno compiacendosi della sua opinione azzeccata, ciascuno sostenendo le sue idee e il mento con due dita.

    “Molti dei dubbi sul suo significato derivano proprio dal titolo dell’opera. Non un banale «Senza titolo», piuttosto, «Titolo cancellato». Le teste delle sagome si voltarono quasi impercettibilmente a destra, e si piegarono leggermente verso il basso, a guardare la targhetta.
    “E ora passiamo alla prossima sala dove è esposto un esempio importantissimo di arte minimalista postmoderna...”
    Lentamente i profili delle sagome, uno dopo l’altro, si allontanarono dalla sala, aprendo come un sipario la vista dei due silenziosi spettatori in panchina all’opera: un singolo chiodo appeso al muro. In basso e a destra, una piccola targhetta indicava il nome dell’artista. Che i due spettatori in panchina non avevano bisogno di leggere.
    “Papà, mi dici qual era il titolo prima che lo cancellassi?”
    “Lo stesso del tuo lavoro per artistica: «Ritratto di esperti d’arte».

    Prima di alzarsi lanciò uno sguardo sul foglio del ragazzino. Un ritratto in carboncino, con un chiaroscuro da manuale. Per fortuna il figlio capiva la bellezza del figurativo.

  • Come comincia: "Ohibò! E questo cos’è?", si chiese Efisio appena prese posto sulla panchina del giardino pubblico.

     

    Al suo fianco giaceva un oggetto a lui poco familiare, compatto e squadrato, dalla coperta rigida e composto da una pila di fogli pressati l’uno sull’altro. Un’agnizione lo folgorò: "Deve essere un libro, ne ho sentito parlare".


    Lo squadrò incuriosito, pensando a come potesse essere finito lì incustodito, e buttò di riflesso un’occhiata intorno, caso mai il proprietario lo sorvegliasse. L’assenza d’esseri umani in un raggio ragionevole lo indusse ad una maggiore confidenza. Estrasse una mano dalla tasca e l’accostò diffidente al tomo per sfiorarne il dorso, più o meno con la stessa cautela con cui un cacciatore di serpenti accarezzerebbe la testa di un mamba nero. Dal mezzo del tomo faceva capolino un lembo cartaceo di colore giallo.


    L’uomo raccolse il libro, lo poggiò sulle cosce e tirò fuori il lembo giallo: era una busta da lettera. Il messaggio che conteneva era scritto con grafia tersa e ampollosa. Vi si leggeva: "A colui che lo troverà questo libro aprirà nuovi orizzonti. Suggerirà un modo nuovo di rapportarsi col prossimo, di comunicare e penetrare nel suo intimo".


    Il bookcrossing prendeva piede in città, ed Efisio ne era inconsapevole testimone. Il volume sembrava un classico, qualcosa di russo, visto il nome dell’autore impresso a caratteri dorati.


    Entrato d’ufficio nel dominio sensoriale del nostro uomo, esso fu oggetto d’una indagine vaga tesa a carpire la fomite della malìa che esercita su molti individui sani, nonché l’arcano del messaggio nella busta. Le pagine erano solide e fruscianti, ed i caratteri vi si stagliavano grandi, nitidi e snelli nonostante il cogente gravame delle grazie.


    Efisio si fermò su una pagina a caso e percorse col dito un paio di righe di Garamond. Poi prese il coraggio a due mani e si applicò alla decodifica. Ritrasse l’indice ingombrante dall’unghia curata e posò gli occhi sulla sequenza di segni, compitando le sillabe a mente. Alla fine del periodo, segnato dal punto e a capo liberatorio, rifiatò. Levò gli occhi al di sopra degli occhiali neri e li posò assente sul circostante ravviando con una mano il fitto crine. Poi inspirò a fondo, come farebbe un primatista di apnea nell’atto dell’immersione, e tornò al tête-à-tête con l’inquietante scrigno, lisciandone compreso la brossura e le cuciture lungo il fianco.


    "Devo cominciare a leggere", si ripropose col tono di sussiego dei prodromi dell’intellettuale, "deve essere rilassante". In particolare lo allettava la lusinga di quel messaggio, quel "penetrare nell’intimo del prossimo" che aveva in qualche modo a che fare col suo mestiere. Proprio il suo mestiere, a pensarci bene, di tempo per leggere gliene avrebbe concesso parecchio, costellato com’era di lunghe attese.


    "Potrei finalmente dedicarmi a libri veri", rifletté in balìa di un nuovo accesso di voluttà tattile, "col dorso in pelle e i fogli di carta pregiata cuciti uno ad uno". Altro che i simulacri in cartone che colmavano i vuoti degli scaffali nel suo studio! Quelli, si sa, avevano il solo fine di dare un tono all’arredo, di non disattendere l’immaginario dell’ospite, di non stonare con la tappezzeria, e soprattutto di celare denaro e gioie. Per sovrappiù, bando alle apparenze, se era vera la promessa del messaggio i libri avrebbero dato un contributo importante ai suoi rapporti sociali e di lavoro. Lì il tatto e la discrezione erano requisiti essenziali.


    Ebbe giusto il tempo di elaborare quest’ultimo pensiero quando, buttato l’occhio all’angolo della strada, vide finalmente sbucare un uomo vestito di tutto punto che, con passo celere ed una borsa in pelle ciondolante dalla mano destra, attraversava la strada parlando al cellulare dall’auricolare.


    Ad Efisio spuntava una smorfia di sorriso represso quando incontrava quei tipi immersi in apparenti soliloqui. Dapprima, quando il telefonista dall’auricolare celato era una mosca bianca, lo potevi scambiare per un caso clinico ambulante, refuso errante della riforma Basaglia, intento com’era a sbraitare e berciare con gli occhi nel vuoto. Poi, col diffondersi del costume non ne sorrise più. Avvertiva piuttosto il disagio proprio del membro di una minoranza etnica ed una montante diffidenza che lo irretiva negli approcci con estranei. Quando qualcuno lo apostrofava per strada o sul bus con l’aria di chiedere o di attaccare bottone, egli prima di rispondergli provava a circumnavigarlo per essere certo che non avesse auricolari bluetooth. Lo irritava l’idea dell’equivoco, del concedere attenzione a chi in realtà non gliel’aveva chiesta. Chissà, magari questo russo, questo Tolstoj, nel suo libro che apriva gli orizzonti sul rapporto con gli altri forse spiegava anche come regolarsi coi telefonisti dagli auricolari bluetooth. Di certo il tizio trafelato con la borsa in pelle era uno di quelli.


    Tosto che lo vide imboccare un vicolo ed estinguersi alla sua vista Efisio si levò dalla panchina tenendo il libro in bella posta. Aveva deciso di portarlo con sé e sperimentarne l’efficacia già da quell’incontro di lavoro.


    Attraversò la strada, imboccò il vicolo e con lunghe falcate raggiunse l’uomo e ne richiamò l’attenzione. Di lì a poco nel vicolo echeggiarono un paio di spari. L’uomo con la borsa s’accasciò vomitando sangue mentre l’auricolare bluetooth continuava a gracchiare.


    Efisio diede un’occhiata al libro che aveva appena scostato dalla bocca della pistola. Dal grande buco bruciacchiato al centro del tomo si levava un alito di fumo.


    Una smorfia di soddisfazione si dipinse sul volto del nostro uomo. Sparare celando la rivoltella dietro un libro era molto meglio che sparare dalla tasca dell’impermeabile, come aveva fatto finora. Al di là dell’indubbia aura di distinzione che gli concedeva il fregiarsi di un buon libro nell’approcciare l’interlocutore, avrebbe pure risparmiato un mucchio di soldi in impermeabili. È vero, poteva farli rammendare; ma con che faccia avrebbe circolato in un trench con le toppe? Cosa avrebbero detto i colleghi?


    "Proprio vero", si rallegrò, "un buon libro aiuta a penetrare più discretamente nell’intimo del prossimo". Ed allontanandosi lesto dal vicolo recando seco il cimelio traforato benedisse il messaggio trovato nel medesimo e l’anonimo donatore.

  • 16 febbraio 2007
    Il pittore

    Come comincia: Quest’aria afosa m’impedisce di dipingere?
    Respiro a fatica e il sudore mi scorre sul viso a rivoli sottili. Il cielo è terso. Mai stato così. Almeno non ricordo. Neppure una nube a turbarne l’azzurra purezza. C’è una luce ideale.
    Sono davanti al cavalletto – pennello in una mano, tavolozza nell’altra – in attesa di porre un colore sulla tela che pare fissarmi sbigottita.
    Non mi decido. Non è il caldo, no. Non l’afa.
    Ho dipinto anche in condizioni peggiori. Con il freddo ad esempio. Quando le mani e le dita non sono che pezzi di ghiaccio, talmente intirizzite che neppure le senti o le muovi.
    Cosa mi manca perché cominci a dipingere?
    C’è tutto: verde nei prati, grigio nei monti, ocra, viola, giallo, cinabro e altri colori nei fiori, negli alberi, nelle case poco distanti… che sembrano in posa.
    Dunque?
    Ma sì!
    Credo mi manchi un azzurro più intenso e brillante di quello del cielo, un azzurro che faccia risaltare l’essenza delle cose, la più nascosta e viva: l’azzurro dei tuoi occhi.
    Ecco, vorrei fossi tu al centro del tutto, di questo paesaggio che attende che io lo ritragga; questo paesaggio che senza di te sembra essere privo, al mio sguardo, di un senso vero.

  • 16 febbraio 2007
    Giulio

    Come comincia: Ommioddio quanto ti amavo Giulio, quando mi cantavi stonato come una campana "Buonanotte fiorellino" in Val Canzoi, al campeggio col prete e mi prestavi i tuoi enormi maglioni di lana perché non prendessi freddo.
    Passavamo ore a baciarci, giornate intere, una volta tornati dalle vacanze, anziché fare matemetica,  nell'ufficio di tuo padre... sento ancora i brividi delle leccate sul collo e le tue mani e la tua barba a sfiorarmi le labbra...
    Gli sguardi innamorati e l'amore in piedi nel sottoscala della canonica.
    Oh Giulio! quello è stato l'amore della passione, le superiori e le giornate a far finta d'andare a scuola per stare assieme. Le manifestazioni non so nemmeno per quali ideali...  Una giornata alla stazione, un freddo assurdo, le mie mani fra le tue e il tuo alito a scaldare dita intirizzite...  dentro il fuoco rosso della passione... non esisteva il mondo intorno, avremmo potuto far l'amore anche lì alla stazione.
    Poi ti ho invitato al mio matrimonio per farti dispetto e dimostrarti che sopravvivevo senza te però non son riuscita a guardarti tutto il giorno...  hai anche suonato e cantato le nostre canzoni assieme ai nostri amici.
    Mi avevi lasciata Giulio perché non era "giusto" in una compagnia stare sempre soli in disparte... eri cretino Giulio? Io ti amavo tantissimo! Ho sofferto per mesi. Tu hai detto a tanti che ti eri pentito d'avermi lasciata... bastava lo dicessi a me... avevi diciott'anni, io quindici...
    Tu vivi a trecento metri da casa mia... sposato hai avuto una bambino l'anno... forse per questo tua moglie è quasi calva.
    Mi somiglia pure, occhi verdi... slanciata verso il basso...  però è più bassa e un pò calva... ti sta bene, Giulio.

  • 16 febbraio 2007
    Giuseppino derubricato

    Come comincia: Il sordomuto Giuseppino, a onta del suo nomignolo, era più grosso che grande e - dopo mensa - appoggiava braccia e testa sul bancale e indisturbato schiacciava un fragoroso e arrembante pisolino. Lui si sentiva protetto mentre le operaie d’intorno senza infastidirlo riprendevano il lavoro.<br /> <p> Gli strateghi delle “Human Resources”, avendo sempre mal digerito la legge sull’assunzione obbligatoria di una quota di portatori di handicap, a cui spettava l’istituzionale compito di trovargli un’attività compatibile con la sua condizione che soddisfacesse lui e non fosse in perdita pura per l’economia aziendale se ne sono bellamente disinteressati.</p> Per anni ha lavorato come manovale e la sua mansione, quando la produzione meccanica contava tanto, consisteva nell’andare avanti e indietro con un carrello a mano su cui trasportava del materiale grezzo dai magazzini ai reparti, da un reparto all’altro per approvvigionare le linee di produzione.<br /> <p> Quando la Grande Strategia Aziendale sancì che come oscuro numero doveva essere trasferito in un’altra unità produttiva, a molti chilometri da qui, Giuseppino ha perso - in una volta sola - una fabbrica, un reparto, una casa, una famiglia, un sonno tranquillo.</p> Gli strateghi delle “Human Resources”, in applicazione della Grande Strategia Aziendale, l’hanno destinato come oscuro numero all’ennesimo non-incarico in un capannone vuoto, freddo e già in stato di abbandono.<br /> <p> Volutamente ignorato dai Grandi e Piccoli Strateghi, derubricato dall’Assistenza sociale, privato delle sue abitudini, isolato dalla sua comune compagnia, recarsi ogni giorno al non-lavoro gli era diventato sempre più penoso.</p> Un mattino ha tolto il disturbo e, non levandosi più dal letto, si è lasciato derubricare dalla vita.

  • 16 febbraio 2007
    Phabulae (1)

    Come comincia: I
    Trasformato in uno scroscio di segnali senza tempo, l'arido vecchio fu scoperto nel campo di grano in ginocchio sotto la quercia. Abbracciava e baciava il tronco, pantaloni slacciati ed il membro proteso in un amplesso vegetale. Al bimbo biondo e alla bimba, trecce nere nere, che chiedevano egli rispose: "Riporto la vita a colei che me la diede tremila anni fa". La bimba sorrise e il bimbo non capì.

    II
    La giovanissima merlettaia di Murano sorrideva tranquilla al sole lagunare mentre nel suo basso ventre giungeva trionfante la verginità. Passò il Bucintoro e dalla dorata finestra di poppa ella vide il Doge protendersi a pisciare. Avvolto in un'aura di porpora col piccolo membro nella mano. La giovane rise sapendo che ancora avrebbe riso per altri cinquant'anni.

    III
    Seduto nella penombra del laboratorio il falegname contava le dita segate, disposte in fila sul tavolo tra sgorbie e segatura. Pensò alle lucertole mentre un acuto dolore giungeva in sordina. "Ne farò una collana per la mia fidanzata". E così dicendo corse subito dall'orefice proprio di fronte a casa, dall'altra parte della strada.

    IV
    Dopo avere estratto la spina dalla zampa del leone entrato urlante nel convento, San Gerolamo accarezzò l'aspra criniera e gli disse dolci parole di conforto. Il leone acquietato poggiò con piacere il muso nel grembo del santo mostrandogli eterna gratitudine e devozione. La mattina dopo, l'anacoreta lo portò con sé presso il signore della città e glielo vendette per cinquanta fiorini d'oro.

    V
    Incatenata alla grotta del drago, la fanciulla gemeva in preda all'orrore. Venne l'alba e in uno sbuffo di vapore nerastro il drago uscì dalla tana. Annusò la fanciulla urlante idiota, intrisa la veste d'urina, e non gli piacque. Se ne andò disgustato. Verso il tramonto San Giorgio, passando, vide la pazza incatenata, la slegò e la riportò in città. Colà una folla in estasi lo portò di peso alla reggia proclamandolo eroe.

    VI
    Fu annunciato un treno in transito sul terzo binario. Dopo alcuni minuti lo si vide arrivare. Passò per la stazione con frastuono di vento e rotaie. Cinque minuti più tardi il treno continuava a passare veloce per la stazione con i vagoni che non finivano più. Poi un'ora, poi un giorno. Sono trascorsi tre anni ed ora accorre gente da tutto il mondo, da sola o in comitiva, per vedere i passeggeri che sfilano salutandoti dai finestrini di quel treno che non finisce mai.

    VII
    L'esile fidanzatina aspettava sul molo il suo marinaio in viaggio per le Indie lontane. Se ne restò seduta di fronte al mare per moltissimi anni. Quando lui tornò essi non si riconobbero, mutati dal tempo e dai ricordi. Ora sono così, lei seduta aspettando, lui che passa per il molo tutti i giorni a cercare il suo giovane amore.

    VIII
    Il cavaliere mosse la torre e diede scacco matto. La Morte s'alzò di scatto rovesciando la scacchiera e volò via urlando attraverso la finestra. Il cavaliere io l'ho conosciuto. Fa il bagnino a Riccione, senza famiglia o amici. Tutte le sere, da settecentocinquant'anni, ha un sussulto, si alza verso la finestra e piangendo guarda il tramonto.

    IX
    Agostino, il santo futuro, era allora un giovane promettente, anche se talvolta amava indulgere al vino. Un mattino, dopo una notte passata col gomito sempre due dita più in alto del naso, si trovò a passeggiare lungo la spiaggia. La testa dolente e la vista annebbiata, quasi non si accorse del bimbo col cucchiaio in mano. "Cosa stai facendo fanciullo?" chiese e il bimbo rispose: "Vuoto il mare versando l'acqua dentro questa buca". Fu in quel momento che Agostino capì. "Ma così non vi riuscirai mai. Usa un bacile!"

    X
    Papa Leone I cavalcava con tutto il seguito per andare incontro al "Flagello di Dio". Erano giorni e settimane che cavalcavano. Attraverso città e villaggi. Pianure e montagne. Laggiù in fondo, oltre il grande fiume, lui avrebbe affrontato il nemico. Giunto alla fine del viaggio, passato il Po, vide arrivare un gran corteo di uomini e animali. Davanti a tutti, vestito di bianco, papa Leone I.

  • 14 febbraio 2007
    La Bestiaccia

    Come comincia: Sono passati dieci anni da quando quel treno è partito e ne sono accadute di cose.

    Ora in quella stazione, di una linea ferroviaria che la nuova dirigenza definisce crudamente "un ramo secco", fermano solo due coppie di treni al giorno, come si dice in gergo tecnico.
    La stazione è disabilitata durante la notte, durante il giorno il traffico dei treni solo in transito è controllato dalla stazione capo tronco, Jacopo deve solo presidiarla durante il giorno per qualche eventuale ed improbabile viaggiatore.
    Anche se gli sembra di fare la guardia ad un bidone di benzina, per giunta vuoto, Jacopo continua a fare il capostazione di quella spersa ed inutile stazione.
    C'è un vantaggio in questo lavoro: ha tanto tempo per pensare.
    Nella frazione dello scalo ferroviario son rimasti in pochi: Jacopo nel troppo grande alloggio di servizio, il vecchio dottor Lussu che nei giorni dispari scende dal paese per aprire il suo ambulatorio dalle 10 alle 12, alcune famiglie di contadini nelle masserie lungo il torrente che continuano a coltivare tabacco, giusto per abitudine. Il conte Baccini Sforza ha abbandonato la cava di marmo dopo aver completamente divorato la collina come una carie inarrestabile, quando non ha avuto più convenienza economica perché il marmo bulgaro è più a buon prezzo, trasporto incluso.
    E così Jacopo può pensare e ricordare la Bestiaccia.
    La chiama così nella sua mente, ha quasi dimenticato quel nome assurdo e fuori moda, Edvige.
    Nome che lei non usava mai.
    Preferiva farsi chiamare con tutte le possibili combinazioni delle lettere del nome: Edi, Via , Gia, Gea e via combinando.
    La notte prima Jacopo non ha dormito: un mal di denti tremendo.
    All'arrivo del dottor Lussu, puntuale come sempre, Jacopo è già in attesa sotto il porticato davanti all'ambulatorio.
    Lussu parcheggia la vecchia Lancia Flavia blu carta da zucchero e si avvicina con la solita andatura saltellante a Jacopo e con tono affettuosamente brusco: "Il solito mal di denti, eh? Ma cosa aspetti ad andare da un dentista? Io non ti posso fare niente, solo qualcosa per calmarti il dolore." Quasi cambiando discorso: "A proposito sai la novità?" - e senza aspettare la risposta - "Domani arriva Edvige, ho saputo che deve venire a vendere la vecchia masseria o forse, non ho ben capito, viene ad aprire un agriturismo. Con quella non si sa mai cosa le passi esattamente per la testa".
    Jacopo resta in silenzio, ma pensa, pensa e ricorda, quasi un rumore intenso quei ricordi, come se un tamburo suonasse e ha l'impressione che anche il vecchio dottore sta sentendo quel suono.
    Il suo se riflessivo sta parlando inutilmente: "Domani arriva la Bestiaccia e si ricomincia. Perché non vai via ? Mica è tornata per te! "

    Sono passati dieci anni da quando quel treno è partito e ne sono accadute di cose.

    Ed oggi Edvige ritorna.
    E' l'unica passeggera del treno regionale 2456 che si arrampica docilmente lungo la salita di Sferracavallo che corre parallela alla vecchia statale dismessa.
    Una volta per superare quel tratto di salita attaccavano una locomotiva in coda, il treno era di quattro carrozze viaggiatori, un bagagliaio ed almeno un paio di carri merci a pianale carichi di marmo.
    Oggi il treno regionale è formato da un'unica carrozza diesel: una vecchia littorina riciclata che ancora funziona su quel ramo secco.
    Edvige guarda distratta fuori: non è che si veda tanto, i binari corrono in un canalone circondato da pioppi rinsecchiti ed arbusti selvatici.
    Lungo quel percorso, una volta, c'erano cespugli di more, tanto vicini ai finestrini del treno che quando rallentava si potevano raccogliere.
    Edvige ne sente ancora il sapore sulla lingua.
    Al culmine della salita il treno passa sotto il viadotto nel nuovo tracciato della statale e, dopo una lunga curva, imbocca la galleria del Pozzo del Sagrestano ed inizia la discesa verso il paese.

    Ogni volta che imbocca quella galleria Edvige ha un moto di spavento, ricorda la storia di quel treno rimasto bloccato all'interno e di tutti i duecento passeggeri morti soffocati per i vapori del carbone delle due locomotive.

    La leggera littorina attraversa abbastanza in fretta la lunga galleria ma Edvige per tutto il tempo è rimasta con il fiato sospeso.

    All'uscita ha un sorriso sarcastico e tra sé e sé: "Che buffo sarebbe stato morire qui sotto, avrei avuto a stento un trafiletto di poche righe. A chi vuoi che interessa un treno con un'unica passeggera morta soffocata. Eppure sarebbe stata una buona soluzione. Sarei finita senza soffrire. E che stupido questo mio ritorno: la bestiaccia mica scappa via da dentro di me."

  • 14 febbraio 2007
    Priapo ardimentoso

    Come comincia: Io non ce l’avrei mai fatta, lui invece non se ne curò per nulla. Prese la parola, nel corso di una riunione plenaria del CdF, perfino con la fila mancante, sopra e sotto, di canini e incisivi per una drastica cura odontoiatrica. Più che un discorso sembrò uno zufolare intermittente ma lui tirò diritto e riuscì a pronunciare un coraggioso e seguito intervento. Quantunque sdentato si comportò da leone. Al suo posto mi sarei rintanato. Una volta accadde che mi si scheggiò un canino e, in attesa dell’appuntamento ricostruttivo, mi vergognavo come un cane in un paese arabo. Lui no. L’ardimento e l’intraprendenza non gli facevano difetto e lo hanno tratto d’impaccio in plurime occasioni. Erano una componente essenziale del legaccio con cui, fra l’altro, accalappiava un sacco di femmine. Di rimando, lui sosteneva - ingannandosi alla grande - che io non fossi da meno. Addirittura che ne lanciassi due di corde, mica una, affinché non potesse andarmi mai buca. Non buttando bene al primo colpo, avrei agganciato senza meno al successivo tentativo. Mi venne a cercare un giorno in mensa: aveva deciso di andarsene dalla fabbrica per intraprendere nuove esperienze. Mi portò in dono la borsa blu della Fiom (la conservo tuttora, dopo averla a lungo adoperata): parte della dotazione in omaggio ai congressisti che gli avevo a suo tempo invidiato. Ebbe a confidarmi che avrebbe fatto due soli regali, a persone che per lui avevano molto contato: una figura storica del vecchio Pci aziendale e io. Ne fui lusingato. Qualche tempo dopo tornò a intervistarmi per un periodico della Jackson in cui ricopriva le mansioni di redattore capo. Se di ardimento si è visto, non si comprende cosa c’entri tutto questo con il mitologico titolo. Finora. Raccontar di cose riportate non è mia abitudine. Sono stato a tal punto “fuori dai giri” e alieno a mormorazioni e dicerie che dell’intrecciarsi e sciogliersi di amori, di conquiste e abbandoni, di scornamenti e cornificazioni, risa e pianti, fortune e tragedie - quando non mi coinvolgessero in prima persona - ne restavo all’oscuro. Si propagò, tuttavia, una voce su di lui. Meglio, su una delle sue componenti anatomiche. Messa in giro senza pudore da qualche sua antica fiamma, lo descriveva di proporzioni spaventose. Priapesche, appunto.

  • 14 febbraio 2007
    L'ultima donna di Botero

    Come comincia: “Non tocco più il vino e nemmeno le sue donne, troppo false nel darsi e fredde nel versarsi in coppe fatte di cuori e mani unite, e sì che ne ho avute tante io”.

    Diceva sempre così ormai, fermo in piedi sulla porta del ristorante all’angolo di via Roma, “Il Brigantino”.
    A vederlo immobile appoggiato allo stipite di quella porta, una qualsiasi, tra il serio e il fondo del bicchiere credo che in pochi lo avrebbero ascoltato nelle sue fantastiche storie di donne e avventure tra pelle e cuore.
    “Non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle”.
    Quando lo incontrai la prima volta, non faceva altro che ripetere questa frase, “non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle”.
    Era di mercoledì se ricordo bene e giugno ormai era prepotentemente entrato a far parte dei miei giorni colmi solo di lavoro e pensieri uniti a formare una normale monotona normalità.

    A volte ho creduto davvero che la normalità fosse la cosa più trasgressiva che potevo avere, a volte oggi, nel ripensare a lui e alle sue storie penso davvero che quelle donne mi abbiano cambiato la vita.

    “Tonnarelli con cozze e vongole, e una bottiglia di Greco di Tufo grazie”.

    Un piatto insolito per me, compreso il vino, preferisco il rosso fermo come si dice dalle mie parti e in più non sopporto le cozze, ma forse quella sera tra le storie che raccontava lui e la mia voglia di tornare a respirare, quella scelta tanto diversa dai miei soliti gusti mi sembrò la cosa più normale da fare.
    Ancora non ero riuscito a finire il libro, benché nella mente le sorti dei miei personaggi fossero ben definite e delineate non avevo voglia di concluderle, non so, mi sembrava allora e tutt’ora, una sorta di morte improvvisa della creazione, della fantasia così come la vedevo io, il mio cammino.

    Il “Brigantino” era proprio all’angolo di via Roma, alla destra dell’entrata una grande botte a delimitare lo spazio della cassa, l’arredamento del locale era composto da un misto etnico ben abbinato ai colori tenui del bianco e dell’ecrù, un uomo, forse il proprietario, mi fece cenno di seguirlo e mi accompagnò ad un tavolino d’angolo.
    Alla mia sinistra poco distante due ragazzi erano intenti in una sorta di discussione sull’uso delle posate nel mangiare la pizza.

    “Chi è quel tipo?”
    “Chi Giulio? Un brav’uomo, racconta storie per un bicchiere di vino”.

    A raccontare storie la vita sembra quasi scivolarti addosso, spesso mi sono lasciato bagnare dai ricordi e dalla voglia, e Giulio in fondo, non era altro che un riflesso diverso dal mio.

    “Non lascio più alle donne di vino il tempo di segnarmi la pelle, vuoi che ti racconto una storia?”
    “Che cosa puoi dirmi che non conosco già?”
    “Mi offri da bere?”

    Con queste poche parole Giulio si presentò, ordinai un mezzo litro della casa perché “è il più buono” disse, poi iniziammo a parlare.

    “Tu lo conosci Botero? Quello che dipingeva le donne grosse, lo sai perché le faceva così?”
    Il vino non era ancora arrivato al tavolo che lui iniziò subito con le sue storie, costruì, quel giorno, tutto il pranzo intorno a Botero e alle sue tele, benché fosse un uomo semplice e molto affezionato al vino riuscì stranamente a trasportarmi all’interno delle sue parole.
    Rimasi fermo, immobile nell’ascoltarlo e nel provare una certa forma d’invidia nei suoi confronti e nella sua capacità di trattenermi ancorato ai suoi ricordi o alle sue invenzioni, se solo i miei scritti avessero avuto quelle capacità, il mio nome sarebbe già stato sui libri scolastici.

    “La Monna Lisa capisci, ha dipinto la monna lisa con un sorriso che farebbe invidia a chiunque, e la Ballerina poi, ma hai visto con che grazia prende la scena, e quei visi, quei visi io lo so perché sono così, io lo so.
    Non lascio più il tempo alle donne di vino di sfiorarmi il cuore, troppo finte nel donarsi e avare nel dire il vero.”

    A tratti mi era difficile riuscire a seguire i suoi pensieri, saltava da un discorso all’altro con la stessa facilità con la quale si girano le pagine di un libro.

    “Lo sai che i figli inventati non sono mai nati, le rose blu sono finte e io, non lascio più alle donne di vino il mio nome.
    Mi piace Botero amico mio mi piace il motivo che lo porta a disegnare quei visi, lo sai tu vero, lo sai che quando si ama non basta mai la pelle o il cuore, è sempre tutto così poco e limitato, così minimo rispetto alla voglia che abbiamo di appartenenza, rispetto alla sete che sentiamo di chi ci vive dentro.
    Lui lo ha capito, Botero lo sapeva amico mio e dipingeva sempre un viso dentro un altro perché non ne aveva mai abbastanza dell’amore che aveva dentro, non conosceva la fine del suo cuore e per questo disegnava cosi grande.
    Versa da bere amico che ho la gola secca.”

    Ogni bicchiere che gli versavo mi dava la possibilità di ascoltarlo e di specchiarmi in lui, per la prima volta nella mia vita avevo un senso nell’ascoltare piuttosto che nel dire.
    Avevo, ho passato una vita intera e ancora lo faccio, nel raccontare il mondo dei miei occhi a chi occhi non ha più per vedere quello che realmente ha importanza, che sia amore, sesso dolore mancanza o appartenenza.

    “Mi offri anche il caffè vero amico mio, mi piace il caffè anche se non ha il sapore che immagini quando apri la confezione.
    Mi piace il caffè.
    Mi piace Botero e la sua mano rotonda, mi piace il mondo e la vita, perché lo sai vero che è bella, sono gli essere umani che la rendono invivibile, ma se trovi il giusto incastro amico mio, se trovi lo sguardo che ti contiene o la voce giusta che ti canta la vita ha il sapore che ti appartiene.
    Un giorno perfetto sarà per te quello, un giorno perfetto.
    E lo sai vero, in un giorno perfetto io l’ho avuta l’ultima donna di Botero, tra le labbra e sulla pelle, a disegnare un nuovo quadro fatto d’argini e vecchi cuori da sfregiare.

    Nessuna più come lei mi ha guardato e segnato, nessuna più come lei ho qui adesso, distesa nuda a sfondare gli occhi e il cuore.
    E non c’è vino a colorare il suo sapore, o parole troppo stupide lasciate andare.
    C’è solo lei qui nel petto, l’ultima donna di Botero,
    mia.”

    Devo andare ora, mi porta il conto per favore!

    “Va bene amico mio va bene ti ringrazio di tutto e del vino, ma se rimani ancora un po’ ti posso dire un’altra storia, vuoi sapere dei Girasoli di Van Gogh?”.

  • 14 febbraio 2007
    Visione

    Come comincia: Non aveva mai avuto paura di dirglielo. Quando l'Amore sboccia è sempre una grazia, un miracolo, un evento dell'anima...

     


    Non aveva mai smesso di dirglielo. Neppure quando, ad occhi chiusi, ripercorreva in silenzio la loro storia speciale.


    Era pronta a dirglielo di nuovo, se solo lui si fosse affacciato alla porta reale del Tempo invece che all'angolo più remoto dello specchio, là dove i tonfi del cuore in subbuglio si mescolano al sangue caldo del sogno e del desiderio ricorrente...


    Voleva dirglielo! Doveva! Urlare tre parole dopo il suo nome, cantarlo come ninna-nanna, sillabarlo sottovoce, negli amplessi...


    "Io ti amo". Ti amo perché mi sei complementare, perché sei tutto e di questo tutto io ho bisogno per respirare e per vivere...


    Ma i ricordi - si sa - hanno le orecchie otturate! Come statue di marmo freddo e inattaccabile, hanno la giusta e liscia tendenza a far scivolare via le Parole, una dopo l'altra, nel dimenticatoio e nel baratro del silenzio totale...


    "Io ti amo".


    Ma lui non sentiva, né annuiva, né captava, né ricordava, né assecondava...


    E la Strega giaceva nel magico cerchio dell'abbandono. Là dove il suo Vampiro non sarebbe mai tornato...


    Lo specchio ritraeva la goccia del sangue amaro: la stessa che ne aveva reso immortale il soffrire!


    E di lei - per lui - la sensazione carnosa del buio che si moltiplica... il vortice del silenzio denso e vellutato... là dove non arrivano altri stimoli se non i sussurri stridenti dei demoni pentiti...


    Dalla visione gelida e coinvolgente, Lei si svegliò confusa. E, raccolto il coraggio, prese ad urlare con tutto il fiato rimasto, con la mitica forza grattata e racimolata chissà dove, con l'ardire della pazienza che aiuta a non soccombere... "Io ti amo"...


    Ti amo.


    Mistero. Sofferto germoglio. Calore. Certezza che rende "donna".


    Candore.


    Poi rotolò sul letto sfatto. Come uragano che si ritira nella conchiglia infelice.


    Stremata.

  • 14 febbraio 2007
    Nugae

    Come comincia: Bussano alla porta. Lo sparuto bidello del pian terreno sporge la testa.
    – Professore – mi dice, – c’è la mamma dell’alunno Tardini che vuole parlarle.
    Non riesco a reprimere un gesto di stizza: odio essere interrotto durante la lezione. Mi rivolgo alla mia scolaresca.
    – Scusate, ragazzi, torno subito.
    – Faccia con comodo – esclama Marioni dall’ultimo banco. – L’aspetteremo in silenzio, buoni buoni come agnellini.
    Lo guardo un istante; poi scuoto la testa sconsolato.
    – Sempre voglia di scherzare, Marioni?
    – No, professore, dico sul serio.
    Lo sento berciare, mentre esco dall’aula.
    Incontro la donna in sala professori; le stringo la mano e la prego di sedersi. Ella si scusa, non avrebbe voluto disturbarmi. Mi dice che non può, per via del suo lavoro, rispettare il mio orario di ricevimento. Poi, abbozzando un sorriso, viene al sodo. – Vorrei sapere come va il mio Renato nelle sue materie: italiano e storia, se non sbaglio.
    Mi ascolta stupefatta mentre le dico che suo figlio a scuola non combina nulla: è sempre distratto, impreparato, disturba la lezione, si assenta spesso.
    – Possibile, professore? Possibile?
    La voce della donna è venata d’angoscia. Le sue dita sulle labbra tremano leggermente.
    – Mi dispiace, signora, ma suo figlio è un pessimo alunno, forse il peggiore di tutto l’istituto.
    Mi fissa con occhi smarriti, senza far motto, immobile come una statua. A un tratto si scuote, e ripete:
    – Possibile, professore? Possibile?
    E subito aggiunge:
    – Non che voglia dubitare delle sue parole, ma posso garantirle…
    E giù una lunga tiritera sulla bontà, sull’impegno e sullo zelo del suo ragazzo, che non fa che studiare con grande passione, sempre chiuso nella sua stanza; che trascura perfino di mangiare, di svagarsi, di uscire con gli amici eccetera eccetera. Quindi conclude, con occhi velati di pianto:
    – Mi crede, professore? Mi crede?
    Come non credere alle parole di una mamma?
    Comincio a persuadermi che l’alunno Tardini sia vittima di uno sdoppiamento della personalità: non mi spiego altrimenti come a casa egli sia un dottor Jekill e a scuola un mister Hyde.

  • 13 febbraio 2007
    Sensi

    Come comincia:

    "Galoppo instabile su prati di miseri pensieri
    dentro il confine del mio essere parziale
    ed al cospetto di ogni mia più sterile passione."


    Che la libertà non abbia un prezzo, è la verità a cui si giunge forse solo con il tempo.
    Sempre ho creduto che il giudizio della gente fosse proprio lo scotto
    che avrei dovuto pagare per riuscire, o per provare, a vivere come
    avrei voluto.
    Il pensiero, sofferto e confermato, è che l'opinione altrui sia ancora
    l'abito che ognuno di noi deve indossare.
    Un abito che può diventare a tal punto stretto da indurre a fare
    determinate scelte nel tentativo unico di compiacere qualcuno
    e tale può essere la costrizione, da arrivare a pensare di poter
    accettare se stessi solo riuscendo ad ottenere l'approvazione del
    prossimo.
    Oggi concludo che, seppure il mio corpo dovrà indossare questa
    stretta veste in ogni suo giorno, ed ancor'oltre, a stabilire la misura
    del mio agire sarà invece l'Anima e, nell'Anima, le dimensioni
    possono diventare così grandi da riuscire a svestire l'abito cucito
    dalla gente ed indossare, ognuno, i colori della propria vita.


    "Galoppo libero su prati di liberi pensieri
    dentro il profumo del mio essere assoluto
    ed oltre il limite di ogni mia più fervida passione..."


    ... Sento il rumore della sfida,
    annuso l'acre del dolore,
    vedo la luce della fede,
    assaggio il gusto del peccato,
    tocco il velluto del piacere.

    Godo il tormento dei miei sensi.

  • 13 febbraio 2007
    Ti voglio bene Dave

    Come comincia: Lei non sa esattamente dove si trovi, non riconosce quel luogo talmente estraneo che deve essere molto lontana da casa sua. Eppure non le importa perché lì di fronte a sé ha Lui, quel ragazzo, già Uomo, che un giorno l' ha voluta afferrare con un braccio sul ventre e, tenendola attaccata a sé, l'ha fatta sporgere sul mondo ma anche su tanti bei giardini fioriti, aiutandola a tirar fuori quelle radici che da sola tentava già di far crescere.

     

    In un attimo però, un lampo preannunciante la tempesta la riporta alla realtà. E' nella sua camera, dritta, immobile e al contempo basita, difronte quello specchio che l'ha vista crescere.

    Continua a guardare quello specchio e lo vede, Lui è lì, quell' Uomo è lì, eppure lo vede solo nello specchio, perché voltandosi indietro, Lui non c' è. Non ha bisogno di pensare, sa bene perché è soltanto così.


    Lui è un' Idea, nel senso Platonico però, Lui è stato l' Unico a segnarle il corpo e l'anima con tante linee indelebili tracciate sia con pennarelli colorati sia con coltelli taglienti; i pennarelli li ha usati per imprimere tanti bei paesaggi (tutte opere sue eh!), i coltelli invece spesso non li ha usati per la voglia di farle del male, semplicemente perché il mondo è così.

    Lei ormai la pensa come Lui in alcune cose ma non è un atto di servilismo, soltanto consapevolezza.


    Non è mai stata molto legata alle cose materiali, ai vestiti però ci tiene e ne ha anche tanti, ovvio il motivo, provando e riprovando abiti deve andar sempre lì, di fronte a quello specchio...

    Eh sì, è proprio così, quando un fiore sboccia, può anche seccare, tanto è quello il suo destino, ma sicuramente non potrà mai ritornare un seme per lo stesso motivo per cui quell' Idea, quel Ragazzo, quell' Uomo, non potrà mai dissolversi dallo Specchio di quella Ragazza.

    Ti voglio bene Dave, e GRAZIE TANTE.

  • 13 febbraio 2007
    Roma 329446

    Come comincia: La casa di riposo Maria Santissima Ausiliatrice è allo sprofondo, in mezzo alla campagna toscana, su una collina brulla, alla fine di una lunga salita.
    È un massiccia costruzione in tufo, con piccole finestre, un vecchio convento, un misto tra il castello e la masseria.
    Il cancello di ingresso automatico si apre lentamente non appena l'auto di Mario Benzi, l'ispettore dell'Azienda Sanitaria, ha girato l'ultimo tornantino, si vede che è atteso.

    "Meglio così - mormora tra sé - così non perderò tempo nei preliminari. Anche se sono stati avvertiti non possono aver messo tutto in ordine. Mi basta trovare la più piccola irregolarità e faccio chiudere questa fottutissima casa di riposo. Tanto i vecchi ricoverati, per quello che mi risulta, sono pochi. Cosa ci vuole a spostarli in una residenza più in pianura? Ed una volta chiusa, l'ordine religioso, proprietario dell'immobile, non farà tante storie a vendere. Così con un piccolo investimento il dottor Bellodi tirerà fuori un agriturismo con i controcazzi e a me toccherà una bella stecca".
    All'ispettore Benzi luccicano gli occhi al pensiero della sicura tangente.

    Sotto l'arco dell'ampio portone di ingresso, aspetta Padre Ottone, l'anziano frate comboniano che gestisce la casa di riposo da anni.
    E lo fa entrare senza dire una parola.
    Iniziano il giro.
    Benzi prende appunti: non c'è nulla in regola, dall'impianto elettrico a quello idraulico, dalle uscite di sicurezza alle condizioni igieniche delle cucine.
    Dai registri risulta che gli ospiti ricoverati sono solo quattro: tre non sono autosufficienti. E da quello che capisce Benzi di medicina ne avranno per poco. Il quarto invece, a dire di padre Ottone, è un ottacinquenne in ottima salute, appassionato di motori: "Ora è nelle stalle, dove ha portato una sua vecchia auto e sta smanettando su di lei. Appena finito il giro, l'accompagno, è un tipo ombroso, ma è una brava persona. Se lo si disturba mentre gioca con il motore della sua vecchia Aurelia, reagisce male".
    Dopo una mezz'ora di saliscendi per le antiche scale, ritornano nell'ampio refettorio del convento, adattato a sala mensa della casa di riposo, per un solo ospite, l'incazzoso meccanico e quattro vecchi silenziosi frati.
    Il posto del meccanico è vuoto ed allora padre Ottone fa un cenno a Benzi ed insieme si avviano verso le stalle, nell'angolo nord dell'ampio cortile, dietro un filare di nodosi ulivi.
    La larga porta di legno delle stalle è socchiusa, Benzi a passo veloce sopravanza il frate, ora è curioso di conoscere il vecchio bizzoso.
    Spinge la porta, al centro della stalla, su un cavalletto metallico, una vecchia Aurelia Sport targata Roma 329446. Quella Aurelia e la targa sono familiari, gli dicono qualcosa, ma Benzi non riesce a focalizzare il ricordo.
    Sul cofano aperto, girato di spalle, con in mano una lampada da meccanico, è curvo un uomo.
    Si volta, è alto, magro, i bruni capelli folti ricci sono appena ingrigiti sulle tempie, il naso aquilino da profilo di moneta romana, il mento sprezzante spinto verso l'alto.
    Guarda Benzi dall'alto in basso e poi con voce stentorea: "Mi chiamo Bruno Cortona".
    Benzi allora capisce: "Ma... ma, quel Bruno Cortona, quello del film il Sorpasso, ma allora è una persona reale, non è un personaggio di un film".
    Un sorriso sprezzante: "Sì, sono propro io! E nel film hanno voluto usare anche il mio vero nome. Cosa credevi che Risi, Sonego ed i loro amici sceneggiatori potessero inventare uno come me. Ho raccontato loro le mie avventure e disavventure. E le hanno anche ammorbidite, sai a quei tempi la censura era severa. Caro amico so anche la ragione della tua visita, ti manda il mio caro nipote, il figlio di quella puttanella di mia figlia Lilly, il presunto figlio di Bibi il commenda. Lo so bene che vuole comprare il convento per farne un agriturismo. Ed allora sai cosa ti dico, fuori dai coglioni! Fin quando campo resto qui e digli di stare calmo e buono e di fare meno il furbetto, conosco molti dei suoi segreti e non gli conviene se tiro fuori i suoi scheletri dagli armadi. Ah, vuoi farti un giretto in macchina con me?"
    Benzi lo guarda impaurito e scappa via di corsa senza voltarsi.

  • 13 febbraio 2007
    La mia generazione

    Come comincia: La mia generazione... già... ma io faccio parte di una generazione? E poi qual è il vero significato di questa parola? Forse si intende dire esseri generati nello stesso periodo storico e quindi simili tra loro? Sicuramente sul fatto di essere simili non ci sono dubbi. Se penso alla mia adolescenza ricordo quello spirito di coesione e quel bisogno impellente di sentirsi appartenenti a un gruppo, a un simbolo, a qualcosa. Mi ricordo le mie difficoltà nel trovare un simbolo sotto il quale riconoscermi e sentirmi quindi più forte e protetto. Ricordo benissimo anche quell’esuberanza che ci differenziava così tanto dal mondo degli adulti, così seri e attaccati alle loro vecchie credenze e pregiudizi. Quante battaglie per convincerli che noi avevamo ragione. Come erano vecchi quei professori che tutto criticavano e niente proponevano.
    Poi un giorno mi sveglio e alla età di 27 anni mi guardo intorno e cerco con lo sguardo i miei coetanei, amici e complici di tante bravate, fatte sempre con il sorriso sulle labbra... e mi chiedo... dove siete? Ho come la sensazione che ci sia qualcosa che non va... ho come l’impressione che proprio loro, i miei coetanei, che con tanta ruspante passione cercavano di portare avanti le idee e le speranze di creare un mondo nuovo, diverso da quello che i nostri genitori ci avevano lasciato in eredità, in realtà abbiano venduto in fretta i loro ideali, in cambio di un lavoro comodo, di un'auto sicura e sempre pulita, di una guida satellitare, di una “donna” che sia per loro moglie e mamma allo stesso tempo, diventando dei buoni borghesi che hanno pregiudizi ancora più grandi di quelli della generazione precedente; generazione che loro avevano tanto criticato proprio perché era come loro sono diventati adesso. Le aggravanti sono date dal fatto che la “mia generazione” ha avuto i mezzi per potersi difendere: migliori condizioni economiche, possibilità di studiare, Internet.
    Certo ci sono anche delle attenuanti: le generazioni precedenti non dovevano subire questo attacco giornaliero proveniente dai mass media che tentano in tutti i modi di minare l’autonomia di pensiero dell’essere umano, riducendolo a un burattino che tutto ingoia senza riuscire ad avere un minimo di reazione.
    In tutto questo mi ci metto anche io... per carità... non pretendo di tirarmi fuori... Ma ho come l’impressione che nel mondo che stiamo creando ci sia molta solitudine e paura di dire veramente quello che si sente... ci si nasconde dietro all’apparenza, accettando di far parte di una rigorosissima selezione giornaliera dove gli “eletti” non hanno nessuna intenzione di far qualcosa per quelli che invece vengono “scartati”, accecati da un egoismo che porterà la “mia generazione” alla solitudine più totale.

  • 13 febbraio 2007
    Vuoto

    Come comincia: L’uomo camminava con passi decisi nelle strade ancora piene di gente; ogni tanto si soffermava per guardare quell’angolo di strada che gli appariva come un lontano ricordo ormai perso nel tempo. Eppure lui ci era nato in quei luoghi. Aveva vissuto tutta la sua infanzia tra quelle strade immense, che portavano con loro un enorme brulichio di gente a qualunque ora del giorno. Era come ritornare a casa; mancava dai quei posti da ormai 5 anni. Aveva deciso di tentare fortuna da un’altra parte e Dio sa se ci era riuscito. Ce l’aveva fatta. Era riuscito a guadagnare tanti di quei soldi che ora, se avesse voluto, avrebbe potuto comprarsi metà dei negozi che vedeva. Si sentiva tornato a casa ma aveva la sensazione che forse quella non era la sua casa dopotutto. Forse non avrebbe dovuto ritornare. Perché lo aveva fatto?

     

     

    Le luci della strada principale continuavano a splendere nonostante già si abbassassero le prime saracinesche; si stava facendo sera ed un’altra giornata stava terminando. I negozianti prima di chiudere lanciavano un’ultima occhiata fuori in strada, come per assicurarsi che i clienti, per quel giorno, fossero davvero finiti. Dopodiché abbassavano con forza la grata ed il sipario cadeva sull’attività della giornata. Guardò l’orologio: le 19. E già chiudevano? Lui, era il primo ad aprire e l’ultimo a chiudere. Quando gli altri negozi chiudevano lui era ancora in piena attività. Poteva sembrare un sacrificio ma era riuscito a fare fortuna in questo modo. Provò una sorta di compatimento per quei negozianti: - “Vanno a casa prima di me, questo sì, ma a fare che?” -. Gli venne da sorridere a quell’idea.

     

    Camminando si trovò vicino alla chiesa. Era uguale, era sempre stata così. Molto probabilmente, pensava, era stata così sin dal primo giorno. Non avevano dovuto costruirla. Era già così. Per un attimo gli venne la tentazione di entrare per vedere se conosceva qualcuno. Sicuramente avrebbe trovato qualche faccia nota, ma poi lo avrebbero tempestato di domande, di richieste, di informazioni. No, meglio di no. E poi cosa doveva spartire ancora con loro? Non gli avevano riso in faccia quando aveva espresso il suo desiderio di partire per tentare la fortuna altrove? Provava una sorta di profondo risentimento verso di loro. Non avevano creduto in lui, nella sua determinazione e nelle sue potenzialità. E adesso avrebbero fatto ameno di lui. E anche il suo socio, anzi il suo ex-socio. Non aveva mai tentato di coinvolgerlo nella sua avventura che stava intraprendendo. Gli mancava mordente a lui, non era adatto, non era un uomo d’azione e di rischio. Gli aveva solo comunicato la sua decisione una mattina di tanti anni prima. Se ne sarebbe andato e avrebbe lasciato tutto nelle sue mani; senza rancore, ma quella vita non faceva per lui. Lui che non si accontentava di nulla mentre l’altro si adagiava sui frutti di un piccolo guadagno o di una soddisfazione temporanea. Come poteva andare avanti così?

     

    Passò oltre la chiesa e si strinse ancora di più nel suo cappotto; l’aria fredda della sera penetrava nel suo corpo come la lama di un assassino. Notte buia quella. Da lontano si sentiva l’eco di voci di bambini che correvano allegramente per la strada, mentre il rumore delle macchine sembrava cercasse di occultare le loro voci. Tornò a ripensare a lui. Chissà dov’era ora e cosa stava facendo? Chissà se aveva continuato la sua attività o aveva mollato? Questa ipotesi non lo avrebbe stupito più di tanto; alla prima difficoltà aveva sempre avuto la tentazione di mollare tutto. Era stato lui ad incitarlo a continuare e a scuoterlo. Quando gli chiedeva il permesso di tornare a casa con un po’ di anticipo, lo guardava con compatimento e gli rispondeva “vai pure”. Tanto la sua presenza lì era perfettamente inutile. Lui si occupava di tutto e non avrebbe mai permesso il contrario. Alle volte si domandava come fosse stato possibile per lui sopportarlo così tanto. Anni e anni insieme; mai una traccia di amicizia e mai un compito portato a termine con serietà. E l’altro se ne rendeva conto, eccome. Quella mattina lo aveva pregato di restare, di riflettere un attimo ma lui era stato irremovibile. Colpa sua. Se avesse messo un po’ più di serietà in quello che faceva non si sarebbe trovato così in difficoltà. Pagava il frutto delle sue azioni mentre lui aveva guadagnato i frutti delle sue azioni. Questa era la differenza.

     

    Ad un tratto gli venne la curiosità di andare a vedere; non lui ma il negozio, il “suo” negozio. Era cambiato? Le insegne erano rimaste uguali? Mentre si dirigeva verso la sua nuova meta mille domande continuavano ad affacciarsi nella sua mente. Ancora pochi istanti e avrebbe saputo tutto. E lì vide il suo orrore.

     

    Dove prima c’era l’elegante vetrina da lui tanto agognata era rimasto un enorme buco con pezzi di calcinacci che pendevano dal soffitto. Il muro era completamente rovinato e ricoperto da uno spesso strato di muffa. Tutto era buio. Si avvicinò incredulo; ma come diavolo aveva fatto, cosa era successo? Cercò di entrare ma fu bloccato dalla puzza che proveniva dall’interno. Sul pavimento c’erano bottiglie rotte, scatoloni e fogli di giornale vari. Sembrava un luogo dimenticato da Dio. E tutto questo in 5 anni, 5 anni! Si fece coraggio ed entrò e non riconobbe nulla di quello che era sempre stato. Il suo negozio, la sua prima vita. Si girò all’improvviso. Un uomo lo stava fissando. – “Cosa fa lì dentro? Non sa che è pericoloso? Ogni notte ci sono dei crolli e qualcuno si fa sempre male.” - gli disse aspramente. Lo guardò senza rispondere; non riusciva a capire. Poi finalmente domandò: - “Ma cosa è successo qui dentro?” - L’uomo sospirò. –“Da quando il vecchio proprietario è morto, nessuno ha voluto più rilevare l’attività. Era un bel negozio sa? Ma purtroppo non riusciva a gestirlo da solo. Troppo stress e una notte il suo cuore non ce l’ha fatta. Faceva di quegli orari assurdi. La luce non si spegneva mai fino alle 10 di sera e alle volte anche oltre”-. Rimase senza fiato. Non poteva essere. – “E’ successo tre anni fa” - riprese – “una volta erano in due a gestirlo poi l’altro socio se n’era andato, non so perché, e lui era rimasto solo. Che disgrazie eh?” - .
    Guardò ancora un po’ attorno, gli raccomandò prudenza, lo salutò e se ne andò.

     

    Lui uscì. Fissava ancora incredulo quell’abominio. Però non era colpa sua in fondo. Lui aveva cercato fortuna, ne aveva il diritto. Non era colpa sua, non poteva pensarlo. Ma guardando le rovine del suo vecchio negozio ebbe la sensazione che la cancrena che lo aveva divorato, e che aveva divorato l’altro che ora dormiva per sempre, avrebbe rovinato per sempre tutto quello che aveva costruito in 5 anni. E a quel pensiero, pianse amaramente.

  • 13 febbraio 2007
    Rumore

    Come comincia: Non appena ebbe esploso il colpo di pistola gli tornò alla mente la sua infanzia e la sua gioventù: era sempre  stato quello che normalmente si definiva un ragazzo normale, senza troppe distrazioni, magari non di un’intelligenza acutissima. Si ricordava ogni momento di quell’epoca ormai lontana e la ricordava con nostalgia, una nostalgia che però lo faceva sorridere. Ancora sentiva la voce di sua madre che lo richiamava a casa; e lui che non rispondeva facendo finta di non sentire perché impegnato, sì proprio così, impegnato a scoprire mondi tutti suoi che poco avevano a che fare con la vita reale di tutti i giorni. E ancora lo voce chiamava e chiamava. Al terzo richiamo doveva per forza abbandonare quel mondo in cui si sentiva protetto e per certi versi di cui si sentiva padrone, per tornare a quello che molti anni dopo gli apparve come la monotonia quotidiana del vivere.

     

     

    Andava regolarmente a scuola insieme a tutti gli altri bambini, ma si lui si sentiva differente e privilegiato. Non era una questione di soldi; era una questione di mentalità. Si sentiva in grado di vedere o di cominciare a vedere dove gli altri non potevano arrivare. Pur non essendo un buono studente era capace di ottenere profitti discreti nella vita scolastica. Non che gli piacesse imparare: la scuola era per lui solo un obbligo dal quale non si poteva fuggire e che prima si faceva, prima sarebbe finito. I suoi maestri non riponevano grande fiducia in lui e anzi spesso si accorgevano di questo suo “trasferirsi” in un altro mondo e in un’altra realtà. A nulla serviva richiamarlo all’ordine. Il viaggio era per lui la componente essenziale della sua vita. Sovente si isolava dalle persone e dai suoi coetanei; mentre gli altri giocavano, lui preferiva rintanarsi in qualche angolo remoto del mondo, che poi distava solo poche centinaia di metri dagli altri e cominciava a viaggiare.


    Il suo mondo consisteva nello stare a contemplare ciò che di bello c’era nella natura intorno a lui fuggendo nello stesso tempo la noia del quotidiano. Lo si vedeva, ammesso che qualcuno lo trovasse, fissare per ore uno stagno pieno d’acqua e a scavare piccole buche nel terreno in cui seppelliva o comunque introduceva una goccia d’acqua o una foglia dell’albero. Così facendo era convinto che dalla terra sarebbe nata una nuova bellezza da contemplare e che magari un giorno avrebbe mostrato a qualcuno che lo avrebbe saputo apprezzare. Non raccontava mai a nessuno di queste cose; sua madre si sarebbe preoccupata e i suoi amici, o forse era meglio dire i suoi conoscenti lo avrebbero preso in giro per sempre. D’altronde lui vedeva dove gli altri si arrendevano. Non si limitava alle apparenze.


    -“E’ strano come certe cose ti accompagnino per tutta la vita” - pensava dopo aver sparato. –“Sono come delle cicatrici che possono anche diventare più piccole e sbiancare ma alla fine te le porti sempre sulla pelle” -.


    Aveva sempre avuto paura degli scoppi o comunque dei rumori forti e assordanti. Non fastidio, paura. Un giorno si era trovato nel bel mezzo di un temporale mentre era all’aperto in una delle sue consuete avventure. Ad ogni tuono corrispondeva un singhiozzo e un lamento disperato e in pochi minuti si trovò a piangere. Piangere per la paura. Ancora non riusciva a capire il perché di tutto ciò; in fondo il tuono non uccideva nessuno, non era un’arma mortale. Ma era una paura irrazionale, che non poteva controllare. E anche quel colpo di pistola gli faceva paura. Aveva chiuso gli occhi nel preciso istante in cui premeva il grilletto come se chiudendo gli occhi il rumore sarebbe stato meno forte e penetrante.


    Non poteva dimenticare il giorno in cui era tornato a casa dal suo mondo e aveva trovato la fine di tutto. O forse l’inizio. Sua madre giaceva ancora sulla piccola sedia della cucina. Non si sarebbe detto il corpo di una persona morta ma piuttosto quello di una persona che dormiva profondamente; le labbra erano socchiuse e un piccolo sorriso sembrava giungere da quel viso. L’unica cosa che davvero stonava di quella scena era quel piccolo foro all’altezza dell’orecchio destro da cui scendeva un sottile filo rosso che rigava la guancia pallida. Non riuscì a piangere; non sentiva necessità di piangere ma solo quello di rifugiarsi un’altra volta nel suo mondo, in cui la morte non esisteva. La sua unica consolazione era che perlomeno non aveva sentito il colpo e perciò non si era spaventato; con un dito sfiorò la guancia della madre e una piccola goccia di sangue gli rimase sul polpastrello. Corse fuori e scavò una buca perché un giorno quel sangue sarebbe germogliato e sua madre sarebbe rivissuta in un fiore o in una qualunque cosa della natura; sempre dentro il suo mondo però.


    Ora che l’aveva trovato, dopo tanti anni, realizzò che quello sparo non voleva essere frutto della vendetta ma più semplicemente avrebbe dato inizio ad una vita di fuga e una vita in cui dormire sotto le stelle sarebbe stato naturale. Ora non avrebbe più dovuto rifugiarsi nel suo mondo: ora ci avrebbe vissuto e basta. Guardò il cielo; da lontano apparivano nuvole minacciose cariche di pioggia e di ricordi lontani; sperava tanto che non portassero con loro anche i tuoni.

  • 06 febbraio 2007
    Emidio

    Come comincia: Emidio arrivò a toccare la scarpa con la punta delle dita.

     


    Era accucciato a terra, con il braccio destro infilato a fondo sotto il letto e le ginocchia schiacciate sul pavimento in cotto. La spalla distesa tirava talmente da provocargli una fitta dolorosa e appuntita proprio sotto alla scapola.


    “E dai, dai" le dita incerte sfiorarono di nuovo il cuoio del mocassino, ma niente di più.


    “E dai porca miseria, vieni qua, dai" il mocassino scivolò qualche centimetro più in fondo, spinto dal tremare cronico della mano destra.


    Emidio si distese a terra, con la camicia di cotone bianca e i pantaloni in fresco di lana stirati alla perfezione dalla signora Ebe, quinto piano. Vedova.


    Strizzò gli occhi alla penombra, individuò la scarpa, si allungò ancora di più sotto al letto e non ci arrivò nemmeno vicino. Allentò la tensione alla spalla, riavvicinando la mano al corpo ma rimase lì disteso a guardare il pavimento coperto di polvere.


    “Accidenti che schifo, è proprio sporco qui sotto.”


    La donna che due volte alla settimana puliva tutta casa era una filippina di nome Pilar, ma lui la chiamava Maria perché Pilar proprio non gli sembrava un nome da donna. Lei era silenziosa e minuta, diceva di aver lasciato marito e due figli all’altro capo del mondo, e ogni tanto faceva brevi telefonate commosse, al mattino presto.


    Maria gli piaceva perché parlava poco. Entrava in casa con il suo mazzo di chiavi mentre lui era ancora a letto, e quando la sentiva chiudere la porta e aprire le finestre della cucina prima di preparare il caffè, lui si alzava, si infilava la vestaglia, gli occhiali e le pantofole, poi entrava in cucina che lei era di spalle, intenta ad armeggiare con tazzina e zuccheriera.


    Due volte alla settimana Emidio si concedeva il lusso di aspettare seduto e insonnolito, che gli servisse il caffè. Con il tempo era diventata perfino brava nel farlo.


    Qualche giorno prima l’aveva trovata ferma di fronte alla televisione stranamente accesa, con le mani intrecciate premute sulla bocca. Lui si era fermato sulla porta, inebetito e sorpreso. Il telegiornale delle sette mandava in onda immagini di uomini scuri e piccoli in lacrime, di acqua, fango. Case distrutte.


    Maria aveva occhi sgranati e tondi, mentre il caffè gorgogliava nella moka. Emidio aveva spento il gas e preso una tazzina dallo scolapiatti sopra al lavello.


    “E’ il tuo paese ?" le chiese senza voltarsi. Le mani gli tremavano un po’, ma era normale a quell’ora del giorno.


    “Sì" rispose lei con la sua voce sottile “è la stagione dei monsoni".


    Lui sorseggiò il caffè e la guardò attento. Maria si riscosse e voltò le spalle alla televisione.


    “Il caffè non è bruciato, vero?” gli chiese


    “No, va bene. Hai chiamato a casa? Hai notizie, stanno bene ?”


    “Non c’è linea per telefono, ancora non sappiamo niente"


    Si era ritrovato senza nulla da dire. Lei aveva spento la televisione, prima di sparire in camera da letto con lo straccio per spolverare.


    La volta dopo aveva una faccia tirata e magra. Emidio nel frattempo aveva saputo dalla signora del quinto piano che la madre di Maria era morta nel fango, così le aveva fatto trovare un biglietto di condoglianze scritto a mano, listato a lutto sull’angolo destro della busta. Lei lo aveva letto lentamente, scandendo le parole con le labbra mute, prima di infilarlo nella tasca del grembiule.


    Emidio guardò tutta quella polvere sotto al letto e si chiese se risalisse ancora al giorno dell’inondazione, al giorno del lutto di Maria. Pensò al modo giusto per fargli notare quella mancanza, ma non trovò niente che non sembrasse un ordine e lasciò perdere.


    Di recuperare il mocassino in quel modo non c’era proprio verso. Per cui fece forza con le braccia magre tentando di risollevarsi. Fu più difficile del previsto, ma alla fine si ritrovò ansante e in ginocchio, con una mano sul bordo del letto e strisce di polvere sulla manica stropicciata.


    “Sono vecchio" pensò “così vecchio da rischiare l’infarto per una scarpa”.

  • Come comincia: “Libero” era la persona più onesta e idealista che ho conosciuto. Ne ho incontrati pochi come lui: il mio amico “Aquila”, “Nicola” il professore e pochi altri. “Libero” non pensava al dopo, ai programmi, ai posti da arraffare. Lui diceva che la guerra era finita e avevamo vinto. Poteva bastare.
    Perché è interessato tanto a lui? Per un libro che deve scrivere sulla sua vita? Ah, ecco.
    Io in montagna coi partigiani non ci volevo andare. Non ero d’accordo. Stavo con quelli della “Repubblica”. Sulla Linea Gotica, ero servente in una batteria di obici della Wehrmacht.
    Quando abbiamo visto arrivare i tanks che facevano tremare le case, si è capito subito che c’era poco da fare. C’erano quelli che strisciavano di lato ai carri armati e, al momento giusto, saltavano sulla corazza e buttavano una bomba, attraverso il portello, nell’abitacolo. Io no, non mi ci provavo: se quello sbandava finivo schiacciato sotto i cingoli.
    Mi hanno dato 5000 lire, un moschetto e 30 colpi per fare il cecchino in una Firenze ormai caduta in mano agli inglesi. Ma io non l’ho fatto perché mi sembrava assurdo. Però le 5000 lire me le sono tenute. Appena gli altoparlanti gracchianti sull’automobile del CLN invitarono alla resa e alla consegna delle armi mi sono presentato e in cambio di pallottole e fucile ho ricevuto altri soldi.
    Avevo un amico tra i partigiani, un amico fraterno. Lo è stato tutta la vita, dalla scuola elementare fino a cinque anni fa.
    Deve sapere che, in un periodo in cui non c’era quasi più niente che andasse bene, funzionavano invece le linee telefoniche. Io e lui, il suo nome da partigiano era “Aquila”, ci telefonavamo spesso. Le rarissime volte che venivo in licenza ci incontravamo in una sorta di terra di nessuno. Lui nei suoi stracci partigiani, io in camicia nera.
    C’era un patto non detto fra noi, l’uno sarebbe intervenuto, in caso di bisogno, in aiuto dell’altro.
    Più passava il tempo e più il mio amico mi stringeva dappresso: <<Ma che fai ancora lì? Vieni su con me, non ci tieni alla pelle? Guarda che se ti prendono, ti fucilano e io sarò il primo a spararti …>>.
    Non intendevo ragioni ma all’arrivo degli americani, a seguito dello sfondamento delle linee difensive adriatiche, nel tardo autunno del 1944, mi decisi a salvare la ghirba. Mi sono ritirato con i tedeschi fino a Bologna. Da lì, in treno, sono arrivato a Milano.
    Giunto a casa, sono salito in montagna anch’io. Come vede, sono un partigiano dell’ultima ora. Per quei tre mesi ho maturato il diritto al Premio di smobilitazione, una bella cifra ai tempi, in cambio delle armi che avevamo in dotazione. Non solo, quando si è trattato di accertare la durata del mio partigianato, per la mano che mi sono ferita in un’azione militare, mi hanno raddoppiato d’ufficio il periodo di riconoscimento. Sarebbe valso ai fini pensionistici.
    Un maresciallo del Distretto che mi conosceva bene però si mette a sbraitare che a me il premio dovevano darlo doppio, visto che avevo combattuto anche con la “Repubblica”. Bastardo, non erano tempi tranquilli e serviva poco perché saltasse la mosca al naso a qualcuno.
    Pensi che quando ero partigiano un proiettile vagante mi ha colpito qui, poco sopra la caviglia. Chi è stato? Chi può dirlo. Magari uno a cui non andava giù il mio trascorso repubblichino e, in un modo o nell’altro, me la voleva far pagare.
    Quale “azione militare” mi chiede? Fra un attimo gliela racconto, è davvero curiosa, vedrà.
    Prima ero tra gli alpini, in Francia. Avevo 19 anni, sono del ’24, sa? Di stanza a Besançon. Venivamo in Italia per i rifornimenti. Ero insieme a un sergente maggiore. C’eravamo approvvigionati di un sacco di prelibatezze. Nel viaggio di ritorno, ci vediamo venire incontro una caterva di militari italiani sbandati. Gli chiediamo dove stessero andando e loro: “Come? Non sapete che la guerra è finita e il governo italiano ha firmato l’armistizio?>>. Era l’8 settembre.
    Ci hanno portato via ogni cosa. Tornati in caserma, la troviamo vuota e svaligiata di tutto punto. Non sappiamo cosa fare e, in quel mentre, sopraggiungono i tedeschi.
    Il sergente maggiore quando li vede entrare si mette sugli attenti, io lo imito seduta stante, e grida alzando il braccio destro nel tipico saluto: <<Heil Hitler>>. Il suo gesto ci ha salvato dalla deportazione, insieme alla giustificazione che - in disaccordo con le decisioni del governo italiano - eravamo rimasti lì in attesa dei nostri camerati tedeschi. L’impressione fu cospicua e gli ufficiali ci strinsero perfino la mano. Rientrammo perciò in Italia su un comodo treno, aggregato alla truppa alemanna, affinchè potessimo - giunti a destinazione - porci al servizio del ricostituendo esercito della Repubblica di Salò.
    Era giunta notizia che lungo il lago grande si stesse muovendo, in ritirata strategica, una colonna motorizzata di tedeschi e fascisti al comando del Colonnello Sturm, un boia dicevano. Bisognava rendersi conto di quanti erano e come fossero armati, se si voleva organizzare un attacco adeguato. L’unico modo era andare a vedere di persona. Nessuno sa decidersi. Sa cosa viene in mente a “Libero”? Mi chiama e mi fa: “Tu sai guidare la moto, no?”. Assento e lui “ma la sai guidare bene?” e io di rimando: “Certo, ho anche partecipato a delle gare”. Detto fatto, si parte. Io guido, lui di dietro. A rotta di collo scendiamo in città, non c’è in giro un cane di nessuno. Scorgiamo i fascisti presso l’imbarcadero mentre stavano prendendo il battello per raggiungere l’altra sponda. Rapidi invertiamo il senso di marcia, con il cuore in gola. Non sono pochi e qualche fucilata ce la possono tirare da lontano. Imbocco la strada che porta al municipio ma nell’ultima curva, per la troppa emozione, sbando e andiamo a cozzare contro il muro.
    “Libero” si rompe la gamba e bestemmia come un turco “porco di qui porco di là”, io mi ammacco una mano. Un ragazzo si presta lesto a nascondere la moto nel cortile del comune e mi aiuta a sorreggere “Libero” fino all’ospedale che, fortuna vuole, è solo a cinquanta metri di distanza. Era il 25 aprile.
    Dalle finestre del nosocomio vedremo, più tardi, transitare la Colonna Sturm. Armata fino ai denti, non finiva mai. Nonostante ciò, alla fine, sarà costretta alla resa.
    La moto era mia, una Guzzi 500. Apparteneva in origine a mio nonno. Non l’ho ritrovata più.
    Qualche giorno dopo l’incidente, mano ammaccata o no, accompagno “Libero” dall’ospedale cittadino alla Ca’ del Picàsc in collina. Con il cappello da alpino senza piuma, avvolto in una coperta militare, dentro al sidecar che guidavo - nonostante tutto - ancora io. Il suo volto, sofferenze a parte, non era dei più festosi. Dopo l’incidente però devo dire che non l’ho sentito recriminare più.
    Si può dire che sono diventato famoso alle spalle di “Libero”. Come l’unico che era riuscito, senza l’intenzione, a rompergli una gamba.
    Ci sono stati dei partigiani di una brigata concorrente che mi hanno detto, fra il serio e il faceto: “Gli hai rotto una gamba? Bene, ma se lo accoppavi era meglio”.
    Capito l’antifona? Perché “Libero” era una persona onesta, retta, che pensava con la sua testa e le persone così procurano grattacapi e mal de cô a molti.
    Anche con la gamba ingessata, ha voluto esserci alla sfilata milanese di fine aprile. Ci siamo andati su un’auto che guidavo sempre io, una Fiat 1550 - quella col muso lungo - sopra la quale, insieme a “Libero”, hanno preso posto il comandante militare e il commissario di brigata.
    Lui il suo libro lo stava scrivendo, negli anni del dopoguerra.
    Prendeva appunti. Ne ho letto una parte, quella dell’incidente di moto,
    già battuto a macchina. Sarà stato il 1950.
    Il titolo avrebbe dovuto essere: “Il partigiano”. Gli avevo detto di aggiungere la parola “fallito”.
    Non è poi uscito il suo libro? No? Non lo sapevo. Se non glielo hanno stampato, vuol dire che dentro c’erano scritte cose che davano fastidio a più d’uno.
    Il mio nome da partigiano? Cicci. È poco reboante, vero? Era il modo con cui tutti mi chiamavano dapprima. Sarebbe stato meglio soprannominarmi “Anguilla” come dice il mio genero, visto il modo con cui ho schivato i guai.
    Quando ero nelle Brigate Nere ho preso parte ad alcuni rastrellamenti: alcuni cruenti, altri no. Ho sparato, certo. Se ho colpito qualcosa o qualcuno non glielo saprei dire.
    No, tra i partigiani non ho partecipato a nessun combattimento. Lì funzionava che il capo sceglieva lui i più esperti e audaci e quelli, in quanto tali, non si tiravano mai indietro. Oppure si faceva, per alzata di mano, su base volontaria. Chi si offriva era lui ad andare in missione. Finchè ce n’erano a offrirsi come primi per farsi avanti c’era sempre la prossima occasione, non le pare?
    Comunque, Anguilla o meno, almeno uno l’ho tolto di mano alle grinfie della morte, quando già aveva le spalle al muro.
    Far cambiare idea ad “Arf”, un partigiano di quelli cattivissimi, era impensabile. Tanto più quando si metteva in testa di regolare per le spicce i conti con qualcuno. In questo caso, era un giovane maestro elementare, nipote dell’arciprete, adattatosi a conservare il posto durante gli anni della “Repubblica”.
    Fra l’altro, sapevo che si era prestato più di una volta a passare utili informazioni ai partigiani. Mettersi di mezzo però era impossibile, “Arf” non ci metteva né uno né due a sbattere anche te davanti al plotone d’esecuzione. Allora, sa che faccio? Corro in canonica ad avvertire il parroco che se non si sbriga può anche mettersi a piangere il nipote. E lui, in tutta fretta, accorre. In un modo o nell’altro riesce a portarselo via sano e salvo, lasciando “Arf” a bocca asciutta.
    “Arf”, un bel nome, nevvero? Cosa le fa venire in mente?
    Me la sono vista brutta tante volte ma sono ancora qui. La vita è una sola: si deve tenerla da conto. A un capitano della Milizia che ci incitava alla battaglia ho replicato: “Vada lei avanti per primo a farsi ammazzare da quei carri armati …e quello, agitando la rivoltella, con la bava alla bocca mi grida “sei un vigliacco … io ti faccio fucilare …”. Però, avanti, non c’è andato manco lui.
    Con la moglie si può discutere, litigarci, ma quando si sta insieme per cinquant’anni … lei capisce.
    Lei diceva che mi ero comportato da vigliacco. “Sì - le rispondevo - ma sono ancora vivo. Se fossi morto non sarei qui con te”.
    Io sono un ateo ma l’anno scorso - quando ho avuto una crisi renale da cui sembrava non sarei riuscito a svangarla - sa cosa ho fatto? ho pregato, pregato Dio perché non mi facesse morire.
    La vita è un bene che molti non sanno nemmeno che cosa sia. Quelli che ne sono consapevoli, di fronte alla morte, sono i più sereni, i più in pace. Ci vuole coraggio a vivere, ce ne vuole uguale a morire.
    Ho assistito a una sola fucilazione: non erano partigiani ma due sbandati. Di fronte al plotone d’esecuzione, uno piangeva, si lamentava, implorava tremando tutto. L’altro, nemmeno una piega: una mano in saccoccia e la sigaretta in bocca, solo un po’ aggrottato. Come se la fucilazione imminente non lo riguardasse, non fosse stata predisposta per lui.
    Mi chiede se duole? No, è una vena doppia. La tocco per sentire la scossa, tocchi, tocchi anche lei, è come un fremito elettrico. Se non lo sentissi, il medico mi ha detto che non sarei qui.
    Lei mi chiede se “Libero” avesse altri amici e io le rispondo che no, non ne aveva. “Libero” era famoso, conosciuto, il partigiano più conosciuto della zona e sa il perché? Perché era coraggiosissimo.
    Un giorno sa cosa combina? Vede arrivare un tedesco in bicicletta, gli intima l’alt con lo sten e lo trascina in un boschetto per farlo prigioniero: merce ambita per gli scambi con altri partigiani imprigionati. Subito dopo però vede arrivare una nutrita pattuglia di tedeschi. Se gli spara, è finito. Se quello grida, è finito lo stesso. Allora, sa cosa fa? Lo strozza, sì, lo strozza con le sue mani. Cos’altro avrebbe dovuto fare? Ma, lei, ci sarebbe riuscito?
    Era coraggiosissimo e molto conosciuto ma amici no che non ne aveva. Per il motivo che le ho detto prima.
    Se si è onesti non si guarda in faccia a nessuno e i primi da cui si pretende di più sono proprio gli amici. Senza trarci profitto. Ai più chi glielo faceva fare?
    L’amicizia è tutto. Sono andato perfino a prenderne uno di amico che era stato infognato nel campo di Coltano, presso Pisa. Uno dei tanti fascisti finiti lì dentro in attesa di destino. Di un destino che ne sapesse ricostruire le gesta: per scarcerarli o per punirli. Campa cavallo che l’erba cresce.
    Ai Soldiers americani di guardia non gliene importava nulla. Di fronte alla richiesta nominativa e ai motivi che mi inducevano ad essere lì per riportarmelo at home, rispondevano monotoni: “Ten dollars”.
    Il prezzo per la libertà era stracciato per certuni e inaccessibile per altri.
    Finita la guerra, c’era chi parlava di cambiamenti, si agitava e pensava alla rivoluzione, tutte cose che non facevano per me. Io no, io e il mio amico “Aquila” - a fine maggio - ce ne siamo andati in macchina verso Rimini a divertirci. È bella la vita, sa?

  • 01 febbraio 2007
    29.03.2006

    Come comincia:

    Giorno: 29.3.06


    Brutti ricordi mi tornano in mente: lui, la sua lettera, la sua schiena. Cosa c’entra la schiena? Se ne è andato, per sempre. È arrivato, mi ha dato un foglio e, senza neanche guardarmi o parlarmi, se ne è andato. Ho subito capito che quel pezzo di carta era la fine di quello che era nato tra noi. Infatti: mi ha lasciata. Una stretta al cuore: la luce dei miei giorni si era oscurata, di botto. La felicità che coronava i giorni in cui lui era “il mio fidanzato” è scomparsa di botto. Avevo già avuto altre storie, ma nessuna di queste mi ha fatto così male. Caccio i ricordi in fondo alla mente: devo velocizzarmi se voglio arrivare in tempo all’appuntamento con Elena, la mia migliore amica. Mi vesto e velocemente esco di casa. Il tratto tra casa e il posto dell’appuntamento è lungo e i ricordi riaffiorano: il dolore, la promessa di non innamorarmi più perché “tutto è una burla e io sono solo l’oggetto delle prese in giro”, l’astio per i maschi. Non volevo assolutamente un nuovo ragazzo perché, conoscendomi, mi sarei aperta totalmente e ciò si sarebbe poi rivoltato contro di me non appena “lui” mi avesse lasciato. Perché succede: tutto ha un inizio e una fine. Peccato che con me si arrivasse subito alla fine e tutti i possibili stadi intermedi venivano inspiegabilmente saltati.

     

    Salgo sul tram e trovo posto di fronte al finestrino, vuoto per poter guardare di fronte a me il paesaggio. Mi piace tanto questa zona: i bastioni. Neanche una fermata e mi si siedono di fronte due ragazzi, innamorati. Vorrei dire a lei che tutto è una burla, che prima o poi soffrirà per colpa della persona a cui adesso cerca di prendere la mano. Mi concentro sulle loro mani: cercano di trovarsi e si intrecciano appena si incontrano. Gli sguardi: in cerca di attenzione, di conforto. I baci. Non me li ricordavo. Comincio a sentirmi allegra, desiderosa di provare anche io quello che adesso stanno provando loro. Ragiono sulla mia promessa: ho davvero paura di questi gesti teneri, affettuosi? Forse. Oppure no. La cosa che più mi da fastidio è soffrire, essere lasciata, fare la figura della mongola davanti a tutti. Posso quindi innamorarmi ancora. Ma brucia ancora la delusione e il rimorso della lettera di un mese fa. Però a vedere quei ragazzi vengo contagiata. Mi rallegro. Ho deciso: ho voglia di innamorarmi, di provare ancora una volta la sensazione di felicità improvvisa e totale. Ancora un po’ di tempo e riuscirò anche a dimenticare il dolore. Ho voglia di innamorarmi.

     

    La mia fermata. Scendo. “ciao Ele, devo dirti una cosa importante”

  • 01 febbraio 2007
    ... Morte

    Come comincia:

    Morte. L’ultima sentenza sulla vita alla quale è impossibile fare ricorso.

    Tragico per un avvocato. Per me, quindi.

    È come se di botto si sentisse la mancanza di qualcosa che fino a un secondo prima sembrava possibile, ovvia.

    Trovarsi di fronte al Giudice Supremo e sapere di non poter obiettare è frustrante. Specie se l’imputato è una persona cara.

    L’assassino di questo caso ha agito perché mosso dal sentimento più brutto: l’invidia.

    Ha strappato a lei, sua amica e mia moglie, la più grande libertà di cui un essere umano può godere: la vita.

    E voleva me. Non nel senso cattivo.

    Era pazza e, per quel poco che mi è stata vicina, mi ha contagiato.

    Ho agito. Per pazzia, odio e felicità. Sì, perché è immensa la gioia che si prova quando si fa ciò che più si ha desiderato: vendicarsi.

    Più particolari? È vero, sono qui per questo. Cosa dire? Avevo sposato la vittima in questione, morta per gelosia e invidia della sua amica. Amica. Non posso concepire come la potesse chiamare così! L’ha uccisa e poi è venuta da me. Mi amava, o meglio, sosteneva di amarmi. Era impazzita e lo si capiva anche solo a guardarla in viso: la cura che aveva sempre avuto nel truccarsi e nell’acconciarsi i capelli era scomparsa. Al suo posto facevano capolino occhiaie e un’espressione perennemente triste.

    Aveva lo stesso aspetto il giorno fatidico. Aveva già agito, ma ha voluto venire da me lo stesso. Come se sperasse che accettassi e condividessi la sua pazzia, la sua malattia. Il virus è entrato dentro di me. L’autocontrollo che avevo deciso di mantenere è scomparso. Ho agito d’impulso. Era una pistola, acquisto a suo tempo ritenuto futile, segregata da secoli nel cassetto del comodino. Non si è poi rivelata tale. L’unica munizione, lasciata lì per sicurezza, è servita.

    Le ho raccontato a grandi linee ciò che è successo.

    Buffo per il grande avvocato che ero doversi affidare adesso ad un avvocato!