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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 agosto 2007
    Ferro e legno

    Come comincia: La discesa si apre all’improvviso all’incrocio di un lungo vialone che prosegue rettilineo per parecchi chilometri, uno dei tanti che delineano l’assetto stretto e lungo della  città,  non  ho bisogno  di chiedere informazioni, so benissimo dove andare, ed anche se non lo sapessi, ci arriverei lo stesso seguendo la processione dei camion.
    Non c’è modo di sbagliarsi, sono a soli tre a quattro chilometri dalla Piazza principale della città, ma sembra, svoltando l’angolo, di passare dalla normale realtà di una normale  cittadina a quella di  una disastrata periferia terzomondista, che potrebbe appartenere ad una qualsiasi metropoli Africana, o Sudamericana, ed invece appartiene alla parte più a Sud dell’Europa, quella che per molti è Nord Africa, e chissà… forse è così.
    Mi avvicino al gabbiotto all’entrata, c’è un vecchio incartapecorito dentro, sembra un cartonato:
    “Scusi, sono nuovo, dove devo andare per i tre mesi?”
    “Avanti, segui u canaluni”
    U canaluni non è altro che un fiumiciattolo immondo, di colore indefinito, costituito di liquami vari, sicuramente da grasso di motore e residui di gasolio, misto a chissà che altro.
    A sinistra lo spiazzo dell’autorimessa con l’officina annessa, tanti camion in fila, la maggior parte palesemente fuori uso, alcuni meccanici che si aggirano tra di essi senza degnarli di attenzione, alcuni mezzi leggeri ai lati del vialetto che sto percorrendo, ed un paio di gabbiani tisici che mi volano sopra, c’è puzza di decadenza.
    All’improvviso, misto al fetore, mi giunge in una piccola parte della narice un profumo agonizzante, familiare, destabilizzante, è iodio, allora realizzo che a non più di trenta metri da dove mi trovo c’è il mare, e dopo la guerra, in questo stesso punto e per molti chilometri a seguire, si veniva a fare il bagno, e c’erano persino alcuni lidi, la gente usciva di casa e dopo cinque minuti era in spiaggia a guardare l’Europa.
    Tutto questo prima che cominciassero a violentare la costa per innalzare le cattedrali industriali che hanno fruttato voti per generazioni ai politici e generazioni di pessimi politici alla gente.
    Il flusso degli altri, (chi sono? Non riesco a guardarli),  mi spinge, siamo davanti ad una casupola, entro… c’è solo una scrivania da scuola elementare e due poltrone che  forse un tempo sono state anche in grado di  attrarre qualcuno dalla vetrina di qualche mobiliere, ma che oggi hanno assunto l’aspetto ed il colore di quella decadenza che avvelena l’aria.
    Ci dividono a coppie, uno nuovo con uno di quelli di ruolo, aspetto che chiamino il mio nome.
    Quando questo viene associato alla persona che mi deve istruire, all’inizio non faccio neanche molto caso a come sia fatto, e lui sembra già avere vissuto la scena mille volte.
    Poi lo guardo meglio è mi accorgo che Melo - questo è il suo nome - invece merita un po’ di attenzione.
    Melo è alto,  ben piantato,  occhi chiari, capelli ricci, sigaretta di traverso tra le labbra, aria di uomo sicuro, non c’entra niente qui, non c’entra nemmeno col nome, è uno di quei tipi che aspetti di vedere mentre ti osserva da un cartellone pubblicitario, seduto su una poltrona in pelle Frau, bicchiere in mano, maglione a collo alto, camino sullo sfondo, modella languida al fianco, mentre ti convince con lo sguardo a comprare quel liquore evidentemente riservato agli arrivati, in maniera da sentirti, per la durata di un sorso, quasi come lui.
    Quando Melo apre la bocca realizzo subito che no, forse non sarebbe il tipo adatto a fare quella pubblicita’:
    “Stefano, ccam’a fari nui”? - Stefano è il responsabile dei turni.
    “Ferru e Lignu, e chista è a zzona”, e nel dirlo consegna a Melo un foglio dove intravedo segnato un percorso.
    “Ferru e Lignu”, mi spiega Melo, significa ignorare la spazzatura e raccogliere solo i rifiuti legnosi e ferrosi abbandonati vicino ai cassonetti, sembra meglio mi dice , ma invece è una fregatura, perché significa dover alzare carichi pesanti tutto il giorno per farli finire dentro l’autocompattatore, pazienza… meglio che stare a casa, e poi è solo per tre mesi.
    Usciamo, (dovremmo essere in tre, un autista e due sulle pedane posteriori, ma manca personale, e dovremo arrangiarci da soli), e, per una sorta di Nemesi che chiude il cerchio della mia esistenza fino ad oggi, la strada che ci è stata destinata è quella dove abito.
    Mi si dipinge un’idea di sorriso amaro all’angolo sinistro della bocca, tutti quei libri letti… tutte quelle discussioni… quei viaggi… quelle esperienze… non sono serviti a un cazzo, solo a farmi tornare da dove volevo scappare, umiliato, già logoro, e senza voglia di proseguire.
    Cominciamo a darci da fare.
    Entriamo in un viuzza  di quei quartieri tipici di qui, costruiti dopo il terremoto, a scacchiera, quando il traffico automobilistico era un’idea astratta e mai adattati alla realtà in seguito. Il camion deve procedere molto lentamente, svoltiamo a sinistra e ci immettiamo in una piccola piazza, ci sono due cassonetti e… ma porca puttana… quante cazzo sono? Lavatrici… carcasse di lavatrici… dieci , dodici, no… quattordici.
    Cristo, ma come cazzo è possibile? Ci sono due palazzi e sei casette basse, che cazzo hanno fatto? Un concorso per deposito di lavatrici esauste e questa Piazza ha vinto?
    Non c’è il tempo di pensarci, Melo è già sceso e sta afferrando la prima, devo fare la mia parte; Melo è esperto, afferra il rottame nei punti giusti, flette le ginocchia quanto basta, rotea il busto e di slancio, senza fatica apparente, scaraventa il tutto nel compattatore, quasi con grazia, con musicalità.
    Io non sono altrettanto bravo, cerco di imitarlo, ma non ho i suoi muscoli allenati dalla quotidianità del gesto, non ho la sua destrezza nel distribuire i pesi, e do più l’impressione che il rottame possa sfuggirmi di mano da un istante all’altro che quello di un tipo che sa cosa sta facendo; Melo mi guarda di traverso e ridacchia, non sono il primo che vede e non sarò l’ultimo, gli rallento il lavoro, sono un peso, ma sta zitto e si capisce che dietro quegli occhi anche lui ha passato certi momenti, e forse mi comprende di più lui che mi conosce da mezz’ora che altri che mi ignorano da una vita senza saperlo.
    Dopo un po’ comincio ad astrarmi  ed osservo meglio le lavatrici… alcune sono palesemente  inservibili, altre sembrano in condizioni migliori di quella che mia moglie cerca ostinatamente di far durare un altro mese ancora per non umiliarmi con la richiesta di una nuova, ed allora che ci fanno qui? Sembra quasi che i proprietari se ne siano voluti disfare lo stesso, pur funzionanti, per dimostrare che anche loro avevano dei soldi da spendere, che anche hanno i titoli per partecipare alla festa, che anche loro esistono, ed allora l’unico modo per urlare in faccia agli altri questo loro esistere è comprare regolarmente, ciclicamente, ottusamente, schizofrenicamente, per non svanire sullo sfondo indistinto del vociare degli altri.
    Le lavatrici sono finite, proseguiamo il giro, i successivi tre cassonetti sono pieni di spazzatura, ed annunciano con l’olezzo la loro presenza a parecchie decine di metri di distanza, ma a noi non interessano, noi siano “Chiddi du’u firru e lignu”.
    Prima dell’ultima curva però, nel punto più stretto della strada, un altro mucchio di rifiuti per noi: ancora alcune lavatrici,  qualche porta di legno, una sedia e due divani, ci vorrà del tempo a sgombrare tutto, la strada rimarrà bloccata per un po’, è questo il motivo per cui questi lavori vengono fatti nel primo pomeriggio, un vantaggio per gli utenti, ma un ulteriore scazzo per noi, dato che qui a Giugno ci sono già più di 30 gradi a quest’ora.
    Mentre scendiamo vedo con la coda dell’occhio una macchina immettersi nella via, siamo piazzati davanti al cassonetto, e 20 metri più avanti c’è il cancello elettrico di un complesso, non può che dirigersi lì, dovrà aspettare.
    E’ una Nissan Micra, nuova, rossa, alla guida una signora bionda, ben vestita, ha un foulard attorno al collo, segno inequivocabile che all’interno dell’abitacolo sta funzionando l’aria condizionata, c’è un riflesso all’altezza della mani, sicuramente uno o più gioielli.
    Sta parlando da sola, (il viva voce del cellulare), non fa caso a noi, ma quando si ferma a tre metri dal camion realizza che l’accesso al complesso dove abita è bloccato. D’istinto comincio a lavorare più velocemente, ma Melo mi fulmina:
    “Avi a ‘spittari, si ffacemu accussì ogni vota tempu un’ura non capemu cchiù nnenti pa’a fatica”.
    Ha ragione, solo l’aver accelerato per pochi secondi il ritmo mi ha fatto girare la testa, fa troppo caldo.
    La signora si agita, si capisce che sta comunicando al suo interlocutore al telefonino della seccatura che le sta capitando, si strappa via il foulard e lo butta sul sedile, e così tradisce il nervosismo crescente.
    Dopo tre o quattro minuti è già al limite, sta soppesando l’opportunità di abbassare il finestrino ed infrangere così quella bolla isolante algida che la separa dall’odore della fatica,
    “Nun ti prioccupari, fa troppu caudu, non l’abbassanu mai ‘o vitru”, dice Melo mentre continua con flemma a lavorare.
    Ma si sbaglia, la signora è proprio indisposta, (forse in tutti i sensi), e abbassa davvero il vetro - deve essere veramente incazzata.
    “E allora? Quanto c’è ancora da aspettare? Io ho finito per oggi e voglio tornare a casa. In tutti i paesi civili questi lavori vengono fatti di notte, non quando si dà fastidio alla gente che ha da fare”.
    La voce è stridula, fastidiosa, o forse è la fatica che la distorce al mio orecchio, e mi arriva al cervello mentre una goccia di sudore mi cade sugli occhiali falsando la mia percezione della realtà.
    Continua a parlare, a protestare, e dopo qualche secondo non distinguo più le parole, ogni tanto mi pare che mi insulti, ma non comprendo cosa dice; mi sto innervosendo, no, di più… mi sto proprio incazzando… ma che minchia vuoi? Maledetta troia, ma che minchia ne sai di come si sta sotto questo sole maligno a rompersi il culo per levare la merda lasciata in giro da quelle come te? Forse proprio da te, che ora stai seduta in quella fottuta macchinetta nuova, la seconda, o forse la terza di famiglia, mentre io sono venuto a piedi, perché non ho neanche i soldi per mettere due litri nel motorino; ma che cazzo vuoi da me, eh? Tu e la tua giornata che è finita nell’ufficio dove sarai stata assunta perché sei “la moglie di….”, tu e il da fare che ti aspetta a casa, in che cazzo consiste? Nel dire alla cameriera filippina cosa deve fare per non farti fare niente? Nell’aspettare che aprano i negozi per comprare qualcosa che non ti serve se non a fare trascorre un altro inutile pomeriggio della tua inutile vita passata a osservare gli altri mentre si sbattono per sopravvivere? E quella camicetta di seta che indossi, (è seta, vero?), quanto l’hai pagata? Come l’hai pagata? Col tuo lavoro, (lavoro?) in ufficio oppure è uno dei piccoli prezzi quotidiani che incassi per farti sbattere da un marito di quindici anni più grande, ma con tanti, tanti, soldi?
    Smettila, non dire altro, mi dai veramente ai nervi, smettila… chissà se… chissà che faccia faresti se all’improvviso, con calma, scendessi dalla pedana ed invece di dirigermi verso gli ultimi rottami, con calma, con molta calma, mi dirigessi invece verso di te e, sempre con grande calma, aprissi lo sportello della tua macchinina, ti afferrassi per i capelli e ripeto, sempre con affettata calma, ti scaraventassi dentro il compattatore. Immagino la tua espressione, dapprima incapace di realizzare, poi scandalizzata per quel contatto fisico illecito e sacrilego, poi spaventata mentre cominci a capire cosa succede, ed infine terrorizzata mentre ti sollevo in alto per buttarti dentro, ih ih.
    Sai… le ganasce del camion sono incredibilmente potenti, - me lo ha spiegato Melo mentre raggiungevamo la zona - possono inghiottire e spezzare in due una lavatrice come se niente fosse, anche due per volta. Chissà che rumore farebbero le tue ossa mentre vengono spezzate di netto? Un crack secco? Un rumore sordo? Non so….non me lo figuro…ed i legamenti? Si sentirebbero? Verrebbero recisi? Strappati? Dilaniati? Quello che importa però è che finalmente saresti zittita, (chissà se lo sogna anche tuo marito), ed io sarei in pace, per un po’… ed i tuoi vestiti firmati? Forse mi chiederesti di toglierli prima di essere compattata, (ah ah ah), sì, forse sì, perché non reggeresti l’idea che possano essere contaminati dai rifiuti, sarebbe come mischiarsi con la gente, ammettere di fare parte della stessa razza, inimmaginabile… ed io ti accontenterei, così darei un’occhiata anche al tuo reggiseno, (firmato anche quello, vero?), ma giusto per onorare il mio contratto da maschio, così… senza insistere troppo sul contenuto delle coppe, e poi ti farei tacere, finalmente.
    E quale sarebbe il tuo ultimo pensiero? Forse per tutte quelle camicette che saranno comprate da altre, magari da quella stronza dell’ufficio protocollo che fa la gatta morta con il capo ufficio -sicuramente sono già amanti -  ma non più da te… non più da te…
    Abbiamo finito, Melo mi dice di risalire, la donna sbuffa irritata, ingrana la prima e si prepara a partire. Spostiamo il camion quanto serve per farla passare, quando arriva alla mia altezza le chiedo scusa per il tempo perso, ma ha il vetro alzato, e sta già parlando di nuovo al cellulare, non mi guarda neanche, andiamo… c’è un’altra via da pulire.

     

  • 22 agosto 2007
    Archi di bosso

    Come comincia: Giunse nella piccola frazione alla quale era stato assegnato probabilmente a fine primavera.
    Le piante erano rigogliose, crescevano fitte, cariche di spighe.
    Il grano era pronto per essere raccolto e lui era pronto per diventare parroco.
    Il vescovo gli aveva affidato una parrocchia di campagna, che per 25 anni aveva aiutato come viceparroco il prete di un altro posto.
    Era alto, allampanato, indossava una lunga veste nera, che denotava, un uso prolungato.
    Si accorse che la parrocchia era delimitata  da un piccolo affluente di un fiume un po’ più grande.
    L’altro limite della medesima era costituito da una via, lunga e tortuosa, Via Conchele Sera, che però dalla gente del luogo veniva chiamata  la via dei morti.
    La strada portava infatti al cimitero.  Secondo le ricerche di alcuni storici quel posto era stato un lebbrosario.
    S’insediò nella nostra parrocchia portandosi appresso due sorelle e due nipoti.
    Quando fece il suo ingresso solenne, trovò il paese addobbato a festa, con glia archi di “bosso” che partendo dall’inizio della provinciale giungevano sino alle porte della chiesa, con le bandiere multicolori  agitate dai bambini e le scritte multicolori tenute in mano dalle donne.
    Ogni famiglia aveva un tratto di percorso da fare.
    I capifamiglia si riunirono e poiché erano in procinto di mietere il frumento decisero una prima offerta del raccolto non appena trebbiato.
    Decisero pure che, per ogni filare di viti, un cesto  doveva essere messo a parte per la chiesa e anche che ogni campo di granoturco doveva dare un certo numero di pannocchie per la medesima.
    A Pasqua uno dei polli doveva essere destinato per la chiesa e tutte le uova che fossero nate il venerdì dovevano essere consegnate alle ragazze il giorno dopo che provvedere a consegnarle al prete.
    Quando si faceva la dottrina, si consegnava un sacchettino di tela bianca che si  riempiva di frumento: circa un chilo.
    Un’aggiunta a quello che avevano già dato i nostri padri.
    Era sempre infreddolito con uno scaldino di terracotta in mano pieno di braci che ogni tanto andava a rinnovare.
    Conosceva a malapena il latino e anche l’italiano, quanto bastava per recitare la messa e scandire la corona del rosario.
    La prima domenica che Don Giuseppe disse messa nella nostra chiesa, ogni famiglia vi si recò portando una sedia, che poi lasciò in chiesa ad uso e consumo di tutti quanti, in seguito l’avrebbe adoperata.
    La chiesa era infatti, ancora vuota.
    Vi erano alcuni banchi delle altre chiese che loro non adoperavano ma che potevano ancora andare bene per noi.
    Sulle sedie, che famiglie avevano lasciato in chiesa, fu applicata un specie di tassa: chi la adoperava versava una specie di noleggio: prima di 10 centesimi e poi di venti che il campanaro raccoglieva durante le celebrazioni.
    Le offerte per gli altari e le anime venivano raccolte da una borsa appesa ad una lunga pertica, i modo che i “ massari”, addetti alla raccolta, non dovessero entrare tra la gente, mentre la raccolta per la chiesa si faceva con la borsa portata a mano, passando davanti ad ogni persona.
    In chiesa, sia per le messe che per le funzioni, si osservava una rigida divisione tra uomini e donne e i bambini stavano sui banchi davanti.
    Lo aiutammo anche per la costruzione della canonica e per dare un aspetto dignitoso al terreno circostante; poiché esso era molto al di sotto della strada sull’argine ogni famiglia portò più barelle di terra che poté e tutti insieme centinaia di barelle di terra prelevate dai campi di casa, che rialzarono notevolmente il livello del terreno.
    Passava lunghe ore in confessionale.
    Don Giuseppe era molto vicino alla gente e loro lo ricambiavano.
    Quando doveva portare l’estrema unzione partiva in processione con un gruppetto di chierichetti e  suonando il campanello.
    Tutte le case chiudevano i balconi in segno di tristezza e posavano gli attrezzi da lavoro.
    Sovente si univano alla processione per accompagnarlo al capezzale del malato e mentre lui impartiva il viatico si raccoglievano in preghiera per il moribondo.
    Si era negli anni trenta e la gente soffriva la fame. Lui visitava regolarmente  le case dei contadini per raccogliere le loro confidenze e quando qualcuno gli regalava dei salami, non se li portava in canonica, ma spesso li offriva alle famiglie che visitava.
    Se qualcuno era in difficoltà andava a trovarlo e otteneva sempre qualche piccolo prestito.
    Durante il suo apostolato si narrano episodi incredibili.
    Un volta un gruppo di ragazzi che erano venuti a trovarlo, al momento della partenza si
    ritrovò con i fanali della macchina bruciati.
    “Andate pure, non succederà niente”, disse, e infatti tornarono a casa a fanali spenti, passando anche davanti ad una pattuglia della Polizia.
    Un’altra volta invece doveva recarsi in curia, ma si avvicinò alla casa di un suo fedele, martellato da una voce interiore che lo esortava a far loro visita.
    Trovò i familiari che temevano per la vita della loro piccola figlia che era svenuta, dopo esser tratta fuori da un mastello dove stava annegando.
    Prima ancora di intervenire si raccolse brevemente in preghiera pronunciando la fatidica frase: “E’ salva, è salva” e difatti la bimba si svegliò all’istante.
    Si dice anche che sia andato a far visita ad un ex seminarista che pareva posseduto dal demonio.
    Si ritirò con lui in cucina; né uscì malconcio, con il volto gonfio e rigato di sangue.
    Lui non disse niente ma il ragazzo ritorno in sé.
    Una volta, avanti negli anni, prestò ad uno sconosciuto un’ingente somma di denaro che questi dimenticò di restituire.  Fu allora che chiese al suo vescovo di essere collocato a riposo e si ritirò con le sue sorelle in un alloggio per preti anziani.
    Nonostante la lontananza dalla sua parrocchia riceveva molte visite.
    Un giorno doveva giungere una comitiva di parrocchiani.
    Fu quella l’unica volta che aveva deciso di accoglierli ben sbarbato.
    Purtroppo morì nella notte.
    Fu riportato a furor di popolo nella parrocchia di campagna, con la cassa aperta.
    Alcuni uomini riuscirono con un pretesto a far allontanare l’impiegato del comune che assisteva alle operazioni e fecero posare il coperchio di zinco senza farlo saldare come si doveva.
    Fu sepolto in una sera nel piccolo cimitero di questa  parrocchia di un numero modestissimo di anime.
    Amo pensare che quella sera ci fosse una luce rossastra; quella che s’accende quando il sole si confonde e sparisce tra nubi scure e piene di squarci, adagiate sull’orizzonte come se fossero troppo vecchie e troppo pesanti per poter ancora sollevarsi in cielo.
    Ma per lui avrebbero fatto un’eccezione.

  • 21 agosto 2007
    Sotto il divano

    Come comincia: Non ci avevo mai fatto caso, ma, viste così da vicino, le mattonelle non sono fatte di un materiale così compatto come sembra. Sono porose, quasi spugnose, come se il pavimento potesse assorbire tutto quello che gli striscia sopra, (o forse lo stare sdraiato qua sotto per così tanto tempo sta comiciando a crearmi qualche problema alla vista), e negli spazi tra l’una e l’altra si sono accumulate tante striscioline scure, d’altra parte non è facile arrivare con lo straccio fino  a qui, e per farlo ci vuole anche una voglia ed una costanza che Michela ormai non può più avere, la cosa quindi non mi stupisce.
    E’ ridicolo…
    Cosa ci faccio in questa posizione assurda, sotto il divano? Eppure è così,  qualcosa potrebbe anche esserci… forse dentro la valigia, (mai usata, chi cavolo ce l’ha data)?, o magari nell’angolino… potrebbe essermene caduta di tasca qualcuna chissà quando ed essere finita qui… potrei anche essermene accorto sul momento, ma forse per pigrizia non ho allungato subito la mano per cercarla e poi essermene dimenticato… sì, potrebbe… è più probabile la seconda ipotesi, la tengo di riserva, così se invece dovessi trovare qualcosa nella valigia avrei la prima ancora a disposizione per la prossima volta.
    L’asma comincia a farsi sentire, ma non ci bado, (polvere anche nella maniglia, nelle serrature, nelle cuciture, ma dove l’abbiamo preso ‘stò valigione? E perché? Tanto non siamo mai andati e mai andremo da nessuna parte), apro.
    Cos…? Chi è quello? Perché mi fissa con quell’aria felice? Ma che cazzo avrai da ridere? Sono io… e mi sto guardando da una polaroid di almeno diciassette/diciotto anni fa, mio figlio piccolissimo in braccio ed un pacchetto in mano, è un compleanno. Molti capelli in più, molti chili in meno, e, soprattutto, negli occhi ancora intatta la riserva di speranze nei miglioramenti in serbo per il futuro.
    Mi fa male…
    Come posso spiegarti quello che sto facendo? Potrei dirti che sono semplicemente le pulizie di primavera, oppure qualcosa tipo: “Oh… Salve, come stai? Sono io, sono te stesso, ma guarda… e allora? Come va? Aspetta… già che ci siamo… ascolta, ho qualcosa da dirti: sta attento! Non dura, quegli anni che stai aspettando con quel sorriso idiota non saranno migliori come ti aspetti, non ci sarà stabilità, non ci saranno soddisfazioni, non ci saranno riconoscimenti. Quelle rinunce affrontate così allegramente non porteranno niente… quelle persone che ti stanno accanto non valgono un cazzo, e proprio per questo sono migliori di te, più resistenti, più adatti alla vita, e spariranno dal tuo orizzonte mentre percorrono la loro strada, voltandosi di tanto in tanto non per aiutarti, ma per deriderti. Allora cambia certe scelte, certi atteggiamenti, certe amicizie (?); elimina certe apatie, la rassegnazione, la fiducia nel fatto che alla fine i conti devono tornare perché è nell’ordine naturale delle cose, svegliati! Non è così!  Io lo so… io lo so… lo sapevo… ma non ho fatto niente lo stesso”.
    Continuo a guardarmi da quella foto, (dov’ero? È il mio vecchio appartamento, certo), e mi sembra che da quel lato della realtà io mi stia davvero interrogando sul motivo che mi/lo ha spinto qui sotto. Non riesco più a guardarlo, devo concentrarmi altrove. Ci sono altri oggetti nella valigia, alcuni vestiti, (ecco dov’erano quei maledetti boxer), una maglietta degli Accept stinta e bucata in più punti, uno dei bracciali che costruivo da solo, giocattoli vecchi, documenti inutili, bollette ancora in lire, ma non trovo niente, nessuna moneta, neanche un soldo.
    Cristo, non c’è altro da fare… lo odio… lo odio… LO ODIO! ma non c’è altro da fare, devo di nuovo scendere alla bottega e farmi segnare sul conto il mangiare per oggi. Come sempre incontrerò i vicini di casa, e come sempre la vecchia dietro il banco non mancherà di scrivere con movimenti teatrali e scandendo bene le cifre quanto si va ad accumulare alla lista dei miei debiti, indubbiamente deve trarre gran piacere dal sembrare generosa, i prezzi della merce urlano il contrario, ma non posso dire niente.
    Rovistare negli angoli sotto questo fottuto divano è la speranza che comunque conservo per domani, l’altra per oggi è che mentre lo penso magari mi prenda un malore che mi chiuda gli occhi, così da rimanere in questa posizione per sempre, con l’immagine di un giocattolo di mio figlio cristallizzata nella retina, senza dover voltare la testa verso quella luce così malsana, così aggressiva, così impregnata di quella normalità che a me è negata, ma non accade, mi alzo… sospiro… mi vesto… per uscire devo passare dall’ingresso e quindi davanti allo specchio, nel farlo mi volto dall’altro lato.

  • 16 agosto 2007
    Ricordi e... amicizie

    Come comincia: Era una calda domenica d’agosto. Francesco non sapeva proprio cosa fare. Restare a casa per terminare la relazione di un piccolo progetto che aveva iniziato qualche giorno prima, oppure farsi un bel giro per il paese! D’altronde il lavoro che doveva finire poteva aspettare. Era un fine settimana, libero da impegni d’ufficio e quindi meritava un giusto riposo e un po’ di svago. Decise. Inforcò la bici che teneva sotto una piccola tettoia dietro casa e di scatto, forse imitando qualche celebre corridore, si diresse verso l’uscita fischiettando e pedalando con lena. Aveva lasciato dal meccanico la sua macchina, una vecchia 500/R del 1972, per un guasto al carburatore e per altri piccoli ma necessari controlli.
    - Roba da niente - disse il suo meccanico - vedrai che la macchina ti farà percorrere altri 100.000 chilometri.
    Certamente Luigi scherzava. Di chilometri la macchina ne aveva fatti almeno 300.000. Tutti in paese lo chiamavano Luigi anche se il suo vero nome era alquanto strano; si chiamava Hermes. Non piaceva neppure a lui questo nome, ma era il suo e certo non poteva cambiarlo, pur volendolo diverso. Con Luigi, Francesco aveva fatto il soldato; il CAR a Pistoia. Il servizio durò circa un mese. Poi furono divisi. Francesco fu mandato a Padova dove fu assegnato all’Ufficio Maggiorità presso il XXXII Reggimento Fanteria - Caserma “Pierobon” a Padova , mentre Luigi fu mandato a Roma presso l’Ospedale Militare “Celio”. Non si erano più rivisti. Un giorno di circa 10 anni fa, Francesco rientrava da Roma per lavoro. Era stanco e accaldato. Quell’anno il mese d'Agosto prometteva bene; la colonnina di mercurio era salita a ben 36°. Così prima di salire a casa entrò al bar “Nicolino”.
    - Ma, ma… tu sei Luigi - disse Francesco con un'espressione sorpresa e con voce calma, con la tazzina del caffè bloccata vicino alle labbra.
    - Sì - gli rispose - Hermes Campus è il mio nome e cognome… diciamo che sono Luigi Campus.
    Ci fu un lungo e commosso abbraccio. Non poteva credere ai suoi occhi. La sorpresa era grande che rimase per un attimo come impietrito!
    - Ricordi - continuò Francesco riprendendosi - il servizio militare iniziato a Pistoia nel periodo dell’alluvione di Firenze? Spesso sempre svegli e di turno per portare aiuto alla popolazione!
    - Certo, lo ricordo molto bene - gli rispose, anche lui felice della sorpresa.
    Ma si vedeva che era piacevolmente contento. Era un’amicizia nata al CAR, nella vita militare. Uscivano spesso e si divertivano pure insieme.
    - Che fai adesso Luigi? - gli domandò tutto d’un fiato.
    Voleva sentirlo parlare. La sua voce era potente e squillante. Forse doveva fare il cantante d’Opera. Qualche volta s'intrattenevano, in camerata, con altri commilitoni, cantando canzoni liriche e canzonette napoletane.
    L’officina meccanica, lasciatagli da un lontano parente, era diventata fonte di reddito. Il lavoro andava bene e spesso si vedevano e organizzavamo delle feste. Frattanto Luigi aveva stretto amicizia con un altro paesano, un certo Flavio, grande amico anche di Francesco. Questo giovane aveva lavorato per parecchio tempo all’estero, in Germania e Inghilterra , come cuoco.
    Poi, rientrato in paese cercava una sistemazione definitiva con una propria attività senza dipendere da nessuno. Era disposto, si diceva, a cercare un socio. L’amicizia con Flavio quindi poteva essere provvidenziale , anche perché oltre all’officina Luigi possedeva una grande costruzione in campagna. Era un luogo meraviglioso, pieno d' alberi secolari e distese di macchia mediterranea e tutto il paesaggio intorno era un inno alla natura. Il fiume vicino completava l’opera proprio come un angolo di paradiso. Il sogno dei due giovani era di mettere su un Agriturismo e senz’altro sarebbero riusciti nel loro intento forti della loro voglia di lavorare. Luigi si trovava in una situazione più facile e sicura, anche perché il reddito di lavoro dell’officina gli dava la possibilità di iniziare la ristrutturazione già da subito. Inoltre le rispettive fidanzate erano molto amiche e queste amicizie tornavano utili per il loro futuro da imprenditori. Anche loro aiutavano i rispettivi uomini in tutte quelle attività cui si richiede l’intuito femminile e una certa grazia anche nell’arredamento. Così , dopo un anno d'intenso lavoro, cercando di mettere da parte tutto il possibile, il sogno di questi amici finalmente si realizzò. Avevano completato l’Agriturismo “De sos cantaros ”. L’avevano chiamato così forse perché tutto intorno era ricco di ruscelli e ruscelletti. Sembrava un sogno che questo meraviglioso angolo di paradiso potesse tornare a vivere. Era sempre pieno di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Molti s'intrattenevano a pranzo altri invece pernottavano per giorni e giorni. La vita all’aria aperta era un toccasana contro certe malattie ed era favorevole anche per lo spirito. Francesco andava spesso a far loro visita, trattenendosi qualche volta a pranzo. Una cosa era certa, avevano vinto anche sulla diffidenza e l’indifferenza di tanti in paese. I paesani non credevano che sarebbero riusciti così serenamente e tranquillamente a portare avanti il loro progetto. Sono passati parecchi anni dall’inizio di quell’attività. Tra l’altro ha dato loro la possibilità di mandare avanti una famiglia, crescere dei figli e dare la certezza ad altre persone di lavorare. Nell’agriturismo lavorano circa venti giovani tra ragazzi e ragazze tutte residenti nel paese. Diciamo che si sono realizzati. Certamente il sacrificio stava dando i suoi frutti. Francesco incontra spesso Luigi e Flavio insieme, qualche volta in paese, quando scendono per fare acquisti particolari o ritirare della merce urgente. Si prendono il caffè al bar “Nicolino” e tra una sigaretta e l’altra parlano del lavoro e delle sue difficoltà. L’officina ormai Luigi l’ha lasciata ad un cugino suo ex dipendente. Un giorno, Francesco, mentre ritorna a casa gli si avvicinò Luigi di corsa per ripararsi dalla pioggia sotto il suo grande ombrello, dicendo:
    - Beh, il carburatore della tua macchina va sempre bene?
    - Mah, spero di sì - rispose Francesco - anche perché non ho più notizie di quella macchina. Ora ne ho un’altra, un Diesel 1700. E’ una Opel Corsa e  va benissimo, figurati …l’ho ritirata proprio ieri!

  • 16 agosto 2007
    La soglia

    Come comincia: Nella stanza abbastanza capiente, costeggiata da corridoi informi, ripieni di dolore per il troppo.
    Sopra la caldaia, che un po’ riscalda vicino la macchinetta del caffé, non lontano dallo stanzone dei ticket.
    La stanza è costruita in prefabbricato. I tavolini sono originali. Un designer pagato da una banca li ha progettati e colorati sinuosi.
    Il sole fa capolino dall’unica finestra. Gli infissi sono vecchi. Il legno si scrosta (forse è come una lucertola).
    In questa primavera non c’è niente da pensare. Proprio nulla.
    Gaetano è seduto ma la sua testa gira vorticosamente, capita che sia la stanza a girare, le sue orecchie percepiscono qualcuno che voglia fare il furbo: è un sussurrare.
    Nel pomeriggio a casa ci sono tutti. È un ambiente familiare. Padre, madre, sorella, sorellina, morosa, un amico.
    Dentro c’è un insopportabile  caldo. I familiari non fiatano. Non c’è odore di chiuso, solo musica classica. Tutti resistono, tutti vanno oltre.
    Ogni mattina Gaetano si alza presto, si cambia. Non sopporta la puzza che in una sola notte si accumula nella biancheria intima. Deve essere pulito. Poi torna.
    Ogni volta si guarda attorno: solo camici bianchi, solo minuscole fotografie e nomi e cognomi. I corridoi sono sempre popolati. Le stanze si popolano. Parlano la sua lingua, il corpo trasmette gli stessi messaggi.
    Lui si incanta a guardare lungo le pareti: sfoghi, divieti, annunci.
    È come in gruppo, è come con gli amici: se trovi… se hai perso... perché loro sanno come vestirti.
    Poi arriva il dottore. Sua sorella corrompe i vicini per tenerlo fermo.
    Tutti ci parlano, tutti lo toccano. Lei chiude la porta dello studio.
    Il medico la vede. Lavora in mezzo ad un ammasso di carte. E’ l’unico dottore senza camice, senza cartellino, che non si cura la barba.
    Stiamo lavorando, cara ragazza, la massa tumorale di tuo fratello è diminuita, adesso dobbiamo fermarci per un po’ perché rischiamo di compromettere il suo fisico.
    Potrebbe non rispondere, potrebbe non farcela.
    La mente della sorella si riempie di odori e di oggetti.
    La sua mente è un grumo disordinato che appare in maniera intermittente.
    Di notte, di giorno, lungo la strada.
    A lei sembra che anche i cubetti di porfido le dicano qualcosa.
    Che gli animali domestici, trincerati dietro solide staccionate, ballino e danzino al suo fianco.
    Passano cinque minuti. Lei e il fratello escono fuori.
    L’asfalto ha un’anima. Una volta si camminava e basta, ora è tutta una sinfonia.
    Ritornano a casa.
    Lasciano la macchina vicino ad un cassonetto, dove dentro ci sono oscuri rifiuti organici.
    Salgono le scale. Gaetano ansima ma è arguto e veloce.
    Non si fa aiutare.
    Fuori dalle finestre, i panni si librano, si rimpiccioliscono. Prendono una loro forma: sono tondi, sono cerchi colorati.
    Entrano in casa.
    Lui inserisce una cassetta nel mangianastri: la sua prova.
    Nella prima periferia, lui da solo, un assolo con la chitarra. 
    Immagina che poi anche gli altri ascoltino la sua musica come un rito, a turno. Ascoltino, ascoltino e poi la pensino. Nudi nella loro mente.
    In quel banchetto di uomini appaiono sagome in bianco e nero: buffi manichini inautentici ogni settimana si alternano davanti al suo relitto.
    Mentre l’amico prepara il tè, tutti si guardano resi più potenti dalle maschere. Qualcuno segue una voce, un altro ordina da bere, altri eseguono strani volteggi.
    Intanto intonano una canzone ma nessuno sa che cosa sia. Non è una melodia. Fa paura.
    Gaetano ha paura.
    Il gatto si avvicina, lo annusa, si strofina. Lui dice pensa a quanti fiori vedrai luccicare dalla  finestra, a quanti brusii ti costringeranno ad ascoltare, pensa a quanti dormiranno senza il fastidio di una zanzara.
    E’ sera.
    Tutti sono seduti attorno ad un tavolo. Nessuno si azzarderà ad aprir bocca. La madre ripara un oggetto. Il padre pensa all’andamento della bottega. La sorella studia su quel manuale che tanto le ha insegnato. La morosa pensa al bonsai abbandonato a casa.
    Poi  ricominciano a parlare ma non si guardano, non muovono le mani, non camminano, desistono dal leggere, non imparano.
    Un silenzio sporco inonda la casa.
    Nella stanza tre luci si illuminano: il giallo, il rosso, l’arancione.
    Gaetano vorrebbe aprir bocca, dire qualcosa, continuare un discorso che gli altri appena accennano di là. Come nelle storie, quando succede qualcosa.
    Ma è impedito, non partecipa.
    In una stanza colma di scatole, in una smisurata notte, tutte le residue maschere finiscono nella spazzatura.
    Un nero rumoroso fagocita tutto.

  • 13 agosto 2007
    Maria Maddalena

    Come comincia: Il racconto evangelico, nella sua sintesi divulgativa, non precisa il vero rapporto esistente tra Maria Maddalena, peccatrice ed adultera con Gesù; né il perché del suo improvviso e repentino pentimento.
    La vera storia della Maddalena, invece, è la seguente:- Quando Dio Padre Onnipotente, inviò l'Angelo Gabriele per l'annunciazione, nella libertà totale che lascia agli uomini di seguirlo oppure di non sentirlo, ben conoscendo quello che doveva accadere, lo inviò non a una Donna, bensì a due. La prima fu Maria Maddalena, che quando l'Angelo Le disse che doveva partorire un Figlio per opera dell'Altissimo, senza conoscere uomo, ebbe paura.
    Una paura che si comprende, completa, paralizzante, tanto che non credendo alle sue orecchie ed ai suoi occhi oppose un netto rifiuto. Solo dopo tale rifiuto l'Angelo Gabriele andò da Maria e Maria divenne la MADRE di Gesù e la Madre di tutti i viventi.
    Dopo trent'anni da tale evento, quando Maria Maddalena aveva seppellito il ricordo nella sua vita peccaminosa di tutti i giorni e quando a sé stessa dichiarava che quello era stato un sogno, ebbe un terribile incubo. Si presentò nella sua casa Gesù, Figlio di Dio, che le raccontò tutta la storia, di come un Angelo del Signore e non un sogno trent'anni prima si era rivolto a Lei e tutto ciò che poteva essere e che non era stato.
    Al richiamo di Dio-Figlio non seppe dire di no una seconda volta e per sempre si dedicò a Gesù quale seconda Madre dell'Unico Figlio.

  • 09 agosto 2007
    Policarpo

    Come comincia: Sono venuto a trovarti in una giornata d’autunno. Prima che il sole cuocesse la mia testa e scaldasse la macchina.
    Ti avevo avvisato la sera precedente, per fortuna che ti ho trovato.
    In tre ore ero già arrivato correndo ad una modesta velocità.
    Mi hai accolto nella tua casa. Le sere successive siamo usciti fuori a mangiare qualche gustoso piatto locale.
    Poi ci siamo messi a parlare e ti ho raccontato dei nostri nonni.
    Paterni per te.
    Materni per me.
    Erano nati nella provincia di Padova dove vivi e precisamente a Loreggia.
    Hanno finito per vivere in provincia di Torino.
    Le tue domande erano rivolte verso il nonno, Policarpo.
    Tu pensavi che fosse originario del Portogallo, invece  ti ho spiegato che era figlio di n.n.
    Sembravi deluso ma poi ho aggiunto che lui fu adottato da una ricca famiglia di possidenti terrieri. Rimanesti sorpreso, immaginavi i tuoi trisavoli come abili mercanti o scaltri e cinici avventurieri che salpavano da un continente all’altro per dominarlo e saccheggiarlo... eh... i portoghesi... sospiravi.
    Quello che ti avevo detto lo potevi accettare ma quando aggiunsi che era un gran bevitore, gli piacevano le donne e spendeva una fortuna scommettendo alle corse dei cavalli rimanesti alquanto perplesso.
    Osai anche dirti che aveva dilapidato il patrimonio della famiglia adottiva, riducendosi  in miseria.
    Le tue perplessità aumentarono.
    Ti vidi contento quando ti dissi che tua nonna Amalia si era innamorata di lui, nonostante la sua povertà e lo volle sposare venendo diseredata dalla sua famiglia che era nobile.
    Insomma due abbienti decaduti.
    In Veneto misero al mondo 10 figli: 7 maschi e 3 femmine, gli Estavio che si diffusero poi anche all’estero.
    Negli anni venti si trasferirono in Piemonte lavorando come braccianti, nei campi delle colline torinesi, spesso pativano la fame. Trovavano un po’ di sollievo nelle famiglie dei vicini e nelle razioni che il governo a loro elargiva in quanto famiglia numerosa. Nel dopoguerra mio nonno si trasferì con suoi tre figli, per un breve periodo, in Francia a lavorare nelle miniere.
    Tornò ben presto nei campi a coltivare frumento e mais e curare le vigne che erano molto belle e davano un buon vino.
    In quelle terre tuo nonno affittò una cascina da mio nonno.
    Mio padre si innamorò di tua zia Maria, che è mia madre, e che sarebbe la sorella di tuo padre, Italo. Come vedi il cerchio si è chiuso.
    Ieri sera ci siamo congedati.
    Ti ho confidato di vederti simile a lui, Policarpo.
    Lo stesso sguardo indolente, la simmetria perfetta del viso, gli occhi chiari e un po’ languidi, una precoce calvizie che mette in risalto la rotondità del tuo profilo, un eloquio parco e un atteggiamento di ascolto verso le storie che gli altri raccontano.
    Sono partito all’alba, ho preferito non svegliarti perché era molto presto.
    Quando ti alzerai, troverai questo foglio vergato di inchiostro e io sarò già arrivato a casa.
    Grazie e alla prossima.

  • 09 agosto 2007
    Il mio barile

    Come comincia: Il caldo mi stava intorpidendo il cervello. Chiaro come il colore della panna fresca, dolce come il sapore del sesso, il sole mi osservava dall’alto della sua possanza.
    Meschino si nascondeva dietro quei fasci lucenti che non mi davano modo di ricambiare i suoi sguardi. Mi opprimeva. Eppure avevo voglia di lui, delle sue carezze taglienti, desideravo che mi sfiorasse la pelle ustionandone ogni singolo centimetro. Sbuffai. L’ombra era a pochi passi da me, mi bastava muovere qualche passo per liberarmi della morsa cocente. Anche strisciando sui gomiti potevo raggiungere la pace. Un balzo e sarei stato salvo. Ma lui mi osservava. Ero l’unico folle che stava rifiutando la frescura per farmi punzecchiare dalla divinità di quella palla.
    Ero un protagonista. Il suo protagonista. Amaro, dolciastro gusto di essere importante. Non volevo più scappare. Troppe volte nella mia esistenza ero fuggito via. Basta. Avevo deciso di essere uomo, fiero combattente, soldato, schiavo di me stesso, libero di lottare per i miei sogni.
    Non mi spaventava. Soffrivo bruciato dalle responsabilità della mia scelta, ma il cuore non era soggiogato dalla paura.
    Sotto il benevolo influsso di una tettoia vi erano tutti. I miei parenti, i miei amici ed i miei animali. Anche loro osservavano cioè che stavo facendo. La mia pazzia, il grado di demenza che mi spingeva a rimanere sotto quella doccia di fuoco. Mi giudicavano forse, ma senza chiedere spiegazioni dei miei gesti. Qualcuno sorrideva in modo irriverente. Loro riuscivo a guardarli. Non emanavano luce, ma buio. Erano all’ombra delle loro potenzialità. Trascinati per i capelli sotto quella tettoia dalla loro paura. Anche io una volta ero lì. Raggomitolato in una coperta di superficialità e banalità. Ma ora ero libero.
    Potevo errare in qualsiasi istante, posizionare in maniera sciocca un passo e piombare in un baratro di sbagli incatenati. Mia madre non poteva più giungere in mio soccorso. Era stanca. Troppo stanca per chiederle ancora l’ennesimo salvagente. Stavolta avevo deciso di vivere la mia vita da solo. Io ed il mio ego.
    Mia madre. Delicata donna rude. Macigno robusto della mia infanzia. Dedicai a lei l’ultima occhiata. Sorrideva. Sorrideva per me e non di me. Forse conosceva quello che stavo per fare, quello che avevo deciso con tanta fatica. Lei poteva tastare con mano il limaccioso liquido dei sacrifici che giaceva in un barile accanto ai miei piedi. Erano tutti lì. Pochi forse, ma per me tanti. Ne possedeva uno uguale. Compagna di mille disavventure. Mai le avevo regalato una soddisfazione, solo problemi infiocchettati e consegnati in abbondanza. Il suo sostegno però non si era mai liquefatto.
    Mi applaudiva senza battere le mani e nei suoi occhi potevo leggere la fierezza che risiedeva nel vedermi uomo.
    La salutai con un movimento del capo. Lei non ricambiò. Pianse.
    Le spalle mi aiutarono a non dimostrare debolezza, mascherando il viso triste. Il mio viaggio era cominciato. Io ed il mio barile iniziammo a camminare verso il nostro destino sotto un sole che aveva deciso di accompagnarci.

  • 09 agosto 2007
    Il segreto degli incastri

    Come comincia: Tonfo e risata come azione e reazione.
    La pietra cade, Alessio ride. Fabrizio no. Imperturbabile si china, raccatta e comincia daccapo.
    Il muro non si arresta, il muro si ripristina e Fabrizio non si stanca mai.
    “Tu sei completamente matto! E anche testardo come un mulo. Perché non ti rassegni all’idea? Per costruire un muro occorre la calce. Devi legare le pietre con qualcosa o è inevitabile che vengano giù.”
    “Tu cosa ne sai? - Fabrizio sfida Alessio con lo sguardo. Ha dieci anni, ma i suoi occhi sembrano averne molti di più. - Ti ho già spiegato mille volte che è solo una questione di incastri. Fidati! Avremo presto il nostro piccolo rifugio.”
    Lui non replica e si rimette al lavoro, più che per convinzione, per spirito di rassegnazione. Sa che quando il fratello maggiore si ficca in testa una delle sue idee bislacche non c’è nulla che possa distoglierlo, se non un’altra idea bislacca. Questa volta Alessio prega che gliene venga presto qualcuna, perché la fatica inizia a farsi sentire e quel gioco comincia a non divertirlo più.
    “Bambini correte a lavarvi le mani, tra poco si pranza” - il richiamo della mamma giunge da molto lontano.
    Fabrizio sbuffa e si asciuga la fronte con il palmo sporco di terreno. Alessio sospira e lascia andare l’ultimo carico.
    E’ estate. Una di quelle estati destinate a rimanere impresse nei ricordi, non perché speciale, ma semplicemente perché le estati dell’infanzia non si scordano mai.
    Fabrizio ama questa stagione poiché appena finisce la scuola si trasferisce a casa dei nonni in campagna. Niente più abiti da mantenere puliti, niente più pavimenti lucidi, niente più porte da chiudere, né obbligo di giocare in silenzio. E’ la libertà.
    Il pentolone per la pasta è poggiato a terra. La nonna lo riempie d’acqua potabile con abbondante anticipo e poi aspetta che il nonno lo trasferisca sulla cucina a gas.
    “Allora, vi muovete?” è sempre la voce della mamma.
    Fabrizio immerge le mani nella pentola con fare furtivo, mentre Alessio soffoca un risolino e si accinge a fare lo stesso.

     

    Fabrizio ha due idee fisse quest’estate. Costruire un rifugio di pietra e fare funerali alle formiche.
    Quando non è intento a fabbricare il suo muro trascorre ore seduto in mezzo al prato.
    I suoi occhi, scuri quanto le formiche, si muovono lesti tra i fili d’erba.
    Alessio non guarda a terra. Osserva attentamente le sue pupille e appena nota che si arrestano sa con precisione che il dito indice sta mietendo una nuova vittima.
    Fabrizio ammazza due o tre formiche per volta, le avvolge in un fazzoletto e se le poggia in tasca. Verso il tramonto poi, si reca sotto un albero e comincia a scavare piccole buche con fare solenne. Seppellisce i suoi cadaveri senza fare un fiato mentre gli occhi gli diventano sempre più lucidi. Costruisce piccole croci con stuzzicadenti sottratti in cucina, le pianta, prega e piange.
    Una volta Alessio gli ha chiesto il perché.
    “Perché ti dispiaci se sei tu ad ammazzarle e perché le ammazzi se poi ti devi dispiacere?”
    Fabrizio gli ha risposto che è ancora troppo piccolo per occuparsi del mistero della morte, ma poi gli ha offerto una piccola croce da piantare.
    “A pensarci bene è meglio che tu lo sappia subito - gli ha detto con aria grave. Alessio non ha fatto in tempo a manifestare la sua curiosità. - Si muore - ha seguitato suo fratello – e quando ciò avviene ci sono alcune cose da fare, tipo seppellire e piangere. Io mi alleno per quando morirà di nuovo qualcuno che conosco perché non voglio essere impreparato”. Il dito è tornato a colpire con precisione chirurgica.
    “In che senso?” Alessio è apparso affascinato e confuso allo stesso tempo.
    “Metti che quando succede non riesci a piangere o a pregare!”
    “Ma come ti vengono in mente certe cose?”
    “Tu non puoi saperle perché non hai ancora visto nessuno morire. Quando è morta la bisnonna tu non c’eri, ma io sì. Avevo sette anni. Tu sei rimasto a casa con la zia perché eri troppo piccolo, invece io sono andato con papà.”
    Alessio si è mostrato molto più interessato di prima. “Cos’hai visto?”
    Fabrizio ha alzato le spalle con aria di sufficienza. “Niente di speciale. Sembrava addormentata. Io volevo piangere perché vedevo che lo facevano tutti ma… niente.”
    “Proprio niente, niente? - Alessio ha sfoderato un’espressione quasi indignata - Neanche una lacrima?”
    “Neanche una lacrima.”
    “E papà cosa ti ha detto? Ti ha sgridato?”
    “Boh… lui mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto che i veri uomini non piangono mai. Ma io ho visto il nonno che piangeva e lui è un uomo.”
    “Più uomo di papà?”
    Fabrizio ha sbuffato. “Adesso non seccarmi con domande idiote. Più o meno uomo a me non interessa. Io voglio piangere ai funerali giacché mi sembra più giusto così.”
    Alessio avrebbe voluto dire che la pensava diversamente, ma non ha osato ribattere. A volte suo fratello è strano. Pensa o fa cose che non sembrano tanto normali. Ma è più grande e lo rispetta per questo.
    Alessio pensa che anche lui, forse, quando sarà cresciuto un altro po’, penserà o dirà stranezze.
    Prende una piccola croce e la infilza nel terreno, poi si sforza almeno di assumere un’aria compita.

    Fabrizio crede nei marziani. A dirla tutta crede di essere egli stesso un marziano mandato in missione sulla terra.
    Una volta Alessio è stato tentato di chiedergli se la sua missione fosse costruire il rifugio, poi non ha avuto il coraggio.
    Fabrizio dice che un giorno i marziani torneranno a prenderlo.
    “Non hai paura di andare su un altro pianeta? E se non ti piace lì?” gli ha chiesto Alessio.
    Lui ha risposto che non si ha mai paura di tornare a casa e che è figlio dello spazio. Ha detto che lì si vive meglio perché la mente e il cuore degli alieni sono collegati tramite un filo speciale che non li fa mai entrare in conflitto. Si pensa con il cuore e si ama con la mente o viceversa, indifferentemente.
    Alessio non ha capito bene. Non ha colto l’utilità di questo collegamento, né ha compreso la natura del filo. Elettrico? Di lana? Ha preferito non indagare e attendere di avere dieci anni.
    Sicuramente allora avrà una visione più chiara delle cose ed anche lui scoprirà di essere figlio dei marziani. Magari, se tardano a venire, potrà partire con suo fratello.

    Ad un certo punto, a fine Agosto, Alessio teme di aver sperato invano in quel ritardo.
    E’ solo sulla strada vicino al bidone dell’immondizia con la busta dei rifiuti in una mano.
    All’improvviso nota un oggetto prismatico e traslucido. Sembra di vetro, ma non ne è sicuro.
    Lo raccoglie incuriosito e lo osserva per capire cosa sia esattamente. Poiché non ci riesce, lo nasconde in tasca e corre a farlo esaminare da sua fratello.
    Fabrizio lo rigira tra le dita. Si scosta un ciuffo ribelle dall’occhio e vi guarda attraverso. Tace pensoso per qualche minuto e infine dichiara: “E’ un’astronave.”
    Alessio lo guarda basito, nonostante lui ostenti una certa convinzione. “Io non ho mai visto un’astronave così piccola”, afferma.
    “Tu non hai mai visto un’astronave” lo corregge Fabrizio. “Questa è speciale. E’ stata progettata apposta per essere inviata sulla terra a riprendere gli agenti in missione come me. E’ così piccola perché non deve essere notata…”
    “Io l’ho vista però” obietta Alessio con un pizzico di orgoglio.
    “Non mi interrompere - lo rimprovera suo fratello - lasciami spiegare! Stanotte crescerà. Quando tutti dormiranno assumerà le giuste dimensioni. Ne scenderà un marziano e verrà a prendermi.”
    “E adesso dov’è? Il marziano, voglio dire.”
    “Qui dentro.” Fabrizio picchia il dito sul prisma trasparente. “E’ stato rimpicciolito anche lui con una tecnica particolare. Ma stanotte riacquisterà la sua statura normale.”
    Le labbra di Alessio s’incurvano e tremano. Deve voltarsi per impedire che Fabrizio lo noti. Gli scappa da piangere, ma vuole comportarsi da uomo.
    Vorrebbe implorare Fabrizio di restare. Vorrebbe convincerlo a lasciar perdere il rifugio e lavorare insieme per costruire un filo di quelli che collegano mente e cuore. Non occorre andare su un altro pianeta, ne è certo, si può pensare anche qui con la mente… no, col cuore ed amare con la mente.
    Alessio pensa che se Fabrizio andrà via non potrà pensare, né amare più in alcun modo.
    Però non può parlare. Maledetto groppo in gola! Se apre bocca non potrà più frenare il pianto e se suo padre dice che gli uomini non devono piangere…
    Fabrizio porta l’oggetto misterioso nell’orto e lo adagia sotto le foglie d’insalata. E’ lì che l’astronave crescerà. E’ da lì che partirà per tornare a casa. Pazienza per le piante della nonna, si schiacceranno un po’, ma l’astronave ha bisogno di linfa vitale per crescere.
    “Provaci ancora con il muro, quando non sarò più qui. Ricorda, è solo una questione di incastri.”
    Sono le ultime parole che Alessio sente pronunciare a Fabrizio prima di andare a dormire.

    La notte è lunghissima. Alessio si gira e rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno.
    Ha paura e ancora tanta voglia di piangere. Adesso può farlo a patto di restare silenzioso. Fabrizio è nel suo letto a pochi passi di distanza. Lui sembra più tranquillo. Dorme beato in attesa che il marziano lo svegli.
    Ma che faccia avrà il marziano? Sarà terrificante? E se volesse portare via anche lui?
    Lui si trova bene qui. Non vuol cambiare pianeta. Non gli importa dei fili speciali. Desidera solo che anche Fabrizio resti.
    Quando le luci dell’alba fanno capolino dalla finestra, Alessio stenta a crederci. Possibile che Fabrizio sia partito senza che lui se ne sia accorto? E’ pronto a giurare di non aver dormito se non qualche minuto, forse. Ha spiato in continuazione e non ha visto proprio niente.
    “Fabrizio?” bisbiglia con un fil di voce.
    “Non vedi che sto dormendo?”
    “E’ già mattina! Non doveva venire il marziano?”
    Fabrizio si alza a sedere. Si stropiccia gli occhi e sbadiglia. Guarda fuori dalla finestra e sospira.
    “Che ne so? Può essere che venga domani. Magari l’astronave non è cresciuta bene. Più tardi andremo a controllare.”

    Non dormono più.
    Al più presto corrono fuori e si precipitano nell’orto.
    Rimangono entrambi stupiti quando si accorgono che il prisma non c’è più.
    Fabrizio si lancia in congetture che ad Alessio provocano il mal di testa. Lui spera che l’astronave sia scomparsa e basta e soprattutto, che non torni mai più.
    E’ nuovamente ora di pranzo e puntualmente Fabrizio si sta lavando le mani nella pentola con fare furtivo, quando la voce della nonna lo raggiunge e lo fa sussultare.
    “Che strano- sta dicendo alla mamma –ieri ho rotto un vecchio cassetto per farne legna da ardere. Ho buttato i pomelli direttamente nel bidone sulla strada e indovina un po’ dove ne ho trovato uno stamattina? Proprio sotto una foglia di insalata! Mi chiedo come sia potuto finire lì.”
    Fabrizio rimane immobile con le mani immerse nell’acqua. Sicuramente sta elaborando una spiegazione plausibile per dimostrare al fratello di non aver barato.
    Ad Alessio non importa. Sta cominciando a pensare col cuore. L’unica cosa che conta è sapere che Fabrizio non partirà, che sarà qui stanotte e poi la prossima estate.
    Di nuovo non può parlare per via del groppo in gola, ma la sua mano corre a cercare quella di Fabrizio.
    Finalmente comprende anche lui come la riuscita del muro sia una questione di incastri. Lo comprende sentendo piccole dita che si intrecciano.
     

  • 09 agosto 2007
    Anima tonda

    Come comincia:

    I

    Ilgaro nasce da una povera ed umile famiglia. A 23 anni ne subisce le conseguenze moralmente e socialmente scegliendo di evadere dai loro giudizi e dalle loro incomprensioni.
    Emigrati in Germania negli anni '70 si portarono dietro solo la grande volontà di formare una famiglia diversa da quella in cui hanno vissuto. Ma la vita non ha ricambiato loro questo enorme sacrificio. Ilgaro è fuggita.

     

    Febbraio 199due
    Ilgaro lasciava sua madre sola in un bar dopo che Andrée l'aveva portata via dalla sua vita, considerando il suo modo d'essere peccaminoso e senza futuro. Certo, a 20 anni Ilgaro si sentiva forte e non aveva la minima voglia di ritornare sotto le vesti dei genitori che non la capivano. Amare una donna era completamente fuori luogo dopo una educazione liceale ed universitaria. Fino al momento in cui Ilgaro, diciannovenne, aveva conosciuto Andrée non aveva fatto l'amore con nessuno; le stravolse l'esistenza. Andrée con due figli,aveva trascinato Ilgaro in una mostruosa povertà ma ricca di universo sessuale che non aveva mai toccato. In precedenza Ilgaro amava solo nei sogni e si innamorava senza vivere appieno il suo sentimento, soffrendone. A 19 anni il varco che si apriva la conduceva a vivere tutto il tempo perso, non importava se Andrèe, avendo figli, non lavorava. Ilgaro pensava a tutto; Andrèe e i suoi bambini erano la sua "nuova famiglia"; non pensava alla decadenza, alla perdita della coscienza, alla fame a cui stava indando incontro, prosciugando il suo conto in banca ed oltre... il bancomat ad un certo punto venne mangiato da una bocca senza pietà, dal momento in cui Ilgaro ed Andrèe pensavano solo a prelevare senza mai ricoprire il conto in rosso.
    Ma tutto questo Ilgaro non lo sapeva quando lasciò sua madre smarrita fuori da quel bar, in una città a lei completamente sconosciuta...

    Agosto 199cinque
    Ilgaro rinasceva tornando a vivere diversamente. Il papà di Andrèe moriva in ospedale dopo una lunga e sofferente malattia.
    Dopo la perdita del padre di Andrèe, Ilgaro veniva mollata, senza giustificazione. "Non riesco a mantenere un rapporto con te adesso, sto cercando mio padre, mi manca, tu non mi sai stare vicina, non ce la faccio." Ilgaro cadeva dalle nuvole. E' sempre stata sincera in ogni gesto, in ogni scelta, in ogni situazione. "Sei ancora troppo piccola. Non capisci", le disse...
    A fatica Ilgaro riacquistava la sua indipendenza, restando affianco ad Andrèe. Voleva dimenticare il passato, la sua vita con lei, la sentiva sprecata e sporca. Adesso incanalava l'amore che provava per Andrèe verso se stessa, realizzando i suoi desideri e i suoi sogni: una casa tutta per sé, un lavoro; ma la strada più difficile rappresentava il percorso che doveva affrontare rinunciando alla dipendenza dei suoi "amici", tutti troppo stretti e vicini ad Andrèe, alla più forte della ex-coppia, che con maestrìa riusciva ad abbindolare le persone con le sue splendide retoriche infangando e rendendo ridicoli persino i gesti di Ilgaro che erano protesi a sfamare i suoi due figli... eppure lei andava avanti per la sua strada vivendo intensamente in queste circostanze senza grosse esigenze per se stessa.
    Crescere e rinascere/ sotto altro aspetto/ sotto forma di essenza./ Credere in me stessa./ Realizzarmi./ Rispettandomi./ Accettando i limiti,/ superarli,/ andar oltre./ Oltre la ragione,/ oltre gli eventi./ Scegliere ogni attimo della giornata/ vivendo a contatto/ con ciò che mi circonda/ con occhi nuovi e profondi/ e fare di spirito lucente/ le sensazioni di ogni momento.

    II

    Agosto 199cinque-fine
    Ilgaro era sola con la sua pigrizia e Fiesta, la sua adorabile cagnetta di mamma setter inglese e padre screanzato e sconosciuto. Il suo esile corpo peloso e bianco era aggraziato da un solo orecchio marrone, più lungo e peloso dell'altro.
    Il tempo Ilgaro ora lo gustava in modo anomalo, scopriva la scrittura e la lettura, ma nello sfogo dello scrivere si rese conto di aver pensato un pò troppo indecentemente agli altri, subendo soltanto, come se non avesse mai avuto e mostrato un carattere in quei quattro anni di vita insieme ad Andrèe. Ilgaro chi era ora? Solo una ragazza, sola, con poco o niente, aveva sì Fiesta, Thomas il gatto tutto nero raccolto per strada in una serata di pioggia accecante, un letto, pochi vestiti malconci con sogni e desideri, ma sempre denudata dagli eventi che stava rimuovendo con forza dalla sua memoria perché non veri e violenti. Aveva anche due lavori non gratificanti, pesanti e con dei superiori dispotici; per Ilgaro era, però, pur sempre il primo gradino di una grande scalinata. Ma non riusciva a volare se non andava via dalla casa di Andrèe. Nella sua immaginazione era presente una essenzialità molto razionale. Non si considerava povera dentro o fotocopiata, come le disse una volta Derk con zero rispetto, il miglior amico di Andrèe, con atteggiamenti che rubava agli altri. Quando finalmente Andrèe disse ad Ilgaro di andar via da casa sua arrivò un segno di rinascita.
    Eternità di un momento/ fusione del mio Io./ Il silenzio solo una ricchezza/ della Vita/ del Sentimento, dell'Emozione per me./ Incantesimo profondo:/ l'ascolto e non me ne allontano.

    Quando finalmente arrivò il gran giorno, Andrèe si atteggiava dispiaciuta. S'innescò la miccia dell'esile voce della ragazza arrabbiata, mai rispettata e solo usata. Un piombo di lampo e tuono dalla gola di chi era stata zitta per troppo tempo: "E' inutile che ti mostri come una santa addolorata! Sto uscendo completamente fuori dalla tua vita, bella! Non mi meriti. Mi fa male il cuore per i bambini che li ho cresciuti senza chiederti mai un soldo, mentre andavi fuori la sera con le tue galline e il tuo galletto di Derk! La vita ti tornerà tutto il male che hai fatto, non solo a me, ma anche ai piccoli! Ti dà fastidio che adesso non dipendo più fisicamente da te, vero?" La mano bollente di Andrèe venne fermata dalla prontezza dei riflessi di Ilgaro. "Ehhh-nnoo, cocca bella... le mani addosso non me le metti più!" Prese di corsa Fiesta e si allontanò da quella casa. Finalmente ne era quasi fuori... mancavano due ore alla consegna delle chiavi del suo "nuovo" appartamento. Il gatto Thomas era già lì che l'aspettava. Mancavano solo loro due; Fiesta adesso la guardava scodinzolando e correndo fuori da quell'inferno di spazio soffocante. Si stava annuvolando, ma Ilgaro e Fiesta avevano finalmente un po' di sole dentro.

    III
    Marzo 2000

    Erano passati un pò di anni. Ilgaro e Fiesta passeggiavano per il bosco tondeggiante da mille foglie osannate dal vento. Le pietre scricchiolavano sotto i loro passi facendo a gara per come venivano spostati a ritmo di gioco. La loro storia era l'inciampo inaspettato del destino che non si aspettavano.
    Non era il fulmine a ciel sereno, no... era qualcosa di più: l'abbraccio miracoloso che avvolgeva Ilgaro pian piano ad un lento brusìo di naturalità. Fiesta si sedette all'ombra dell'albero spontaneamente. C'era una panchina di pietra fredda; si scaldò con l'appoggiarsi del corpo della ragazza che prese carta e penna e iniziò a scrivere il getto del suo essere così... rapita dai sensi.
    Dopo la passeggiata in bosco tornarono nella loro nuova casa. Lei era lì, con occhi verdi come il mare in piena estate: luminosi e invitanti allo scoprire gli infiniti tesori nascosti di tanta bellezza da esplorare.
    Ilgaro le porse la lettera scritta di getto mentre passeggiava con la sua piccola creatura scodinzolante. Tremava e fremeva. Sapeva, e già viveva oltre il semplice indizio regalatole dalla vita.
    "Adesso sono qui. Da dove inizio, se tutto ha avuto un inizio già dentro di me e te? Ricordo il lampo che mi ha abbagliato la prima volta che ti ho baciata, ricordi? Era un posto assordante e allarmante per tanto chiasso che avevamo intorno, avevo persino paura che l'incanto che provavo dentro mi scappasse chissà dove... ma il tuo sorriso mi apriva il cuore. La tanta poca fiducia in me stessa da non credere alla realtà che vivevo allora con te, dov'era sparita? Adesso non lascio trasparire il minimo filo di sciocchezza per la tanta paura di non saperti e poterti vivere fino in fondo: la lascio al passato.
    Mentre respiri leggendomi, un piccolo bagliore colora la strada sulla quale camminiamo. La nostra .
    Adesso riesco ad essere me liberamente, senza le paranoie del mio vittimismo scrosciante che ho portato a spasso negli anni; tu mi stai succedendo, tu ci sei, tu hai fatto perdere il mio controllo di una vita povera di spirito e di fatti. Tu mi sei preziosa come il profumo del pane che respiro fuori dal fornaio di mattina presto, tu sei la fragranza delle mie mani che non sa sciupare l'acqua cristallina del temporale fresco che accolgo con la gioia di esser bagnata. Tu sei diamante vivente per me con luce e ricchezza che sai emanare senza far rumore. Tu sei emozione solare per me che ti vivo.
    Con amore Ilgaro."
    Era l'Aurora. Biancheggiava tra le fessure delle finestre. Luce esplosiva che si trasformava in un tocco di labbra.
    Ilgaro finalmente felice. E una coda che faceva le feste.

  • 09 agosto 2007
    Una storia animale

    Come comincia: Qualche anno fa, durante i lavori per la metropolitana in piazza Cavour, mi è capitato di conoscere due “bande “di cani randagi.
    La prima era composta da tre esemplari che io ho nominato (io ho la mania di dare a tutti e a tutto un soprannome identificativo e personale) Nerina, Neretto e Nerone (facile intuire il loro colore).
    Tre cani  sempre uniti, sia nella ricerca del cibo o nella mendica di una carezza o nel fronteggiare la “banda “ rivale, composta da tre esemplari tipo Labrador, rigorosamente marrone chiaro, tipo il saio di alcuni frati, da cui  i nomignoli Frà Grande, Frà Medio e Frà Piccolo; mentre per Nerina sono sicuro del sesso (l’ho vista gravida) non potrei determinare il sesso esatto dei tre frati.
    Comunque, per alcuni anni li ho visti spesso, (passo di là quattro volte al giorno in media) e in più di un’occasione ho assistito a delle vere e proprie battaglie “acustiche”, nel senso che le due “bande” si schieravano contrapposte (all’incirca dove c’era l’Ufficio Postale) e giù a latrare selvaggiamente, le labbra tirate sui denti, il pelo del collo e della schiena arruffato, e tutti i segnali di guerra del momento.
    Fortunatamente, devo dire che non li ho mai visti azzuffarsi davvero, il loro odio è sempre stato esclusivamente “verbale” sebbene profondo e radicato.
    Posso capire come ognuna delle due etnie fosse gelosa del proprio territorio e ne rivendicasse il possesso anche con la violenza, del resto noi “gli umani” facciamo questo da tempo immemorabile.
    Fate questo in memoria di me? E’ questo che intendevano? Ma non voglio aprire una querelle.
    Comunque, il tempo passa, e dopo alcuni anni un po' per fine naturale (credo) un po'  per infame intervento umano (temo) dei sei cani ne sono rimasti in vita solo due.
    C’è Nerina, unica superstite dei Neri, e c’è  Frà Medio, sopravvissuto dei Marroni.
    Ed ora, il motivo di questo mio racconto: sapete cosa è successo? Ora stanno insieme! Hanno dimenticato l’odio atavico, hanno cancellato tutte le guerre di conquista, hanno azzerato i pregiudizi razziali, hanno fatto la pipì sulle loro bibbie o torà o come cavolo si chiamino  i loro credo religiosi, o meglio stanno costruendo un nuovo popolo, una nuova razza, una nuova civiltà…
    O almeno io credo che stia succedendo.
    Perché noi no?

  • 07 agosto 2007
    Ciappe

    Come comincia: Passava in quel vicolo da sempre; lì c’era nato, conosceva ogni pietra; le “ciappe”, i lastroni che pavimentavano il caruggio e tutte le loro fughe che sembravano ripetere, in piccolo, l’intrico delle stradine strette del centro storico.
    Raccontava, con non poca nostalgia, al figlio, quando su quel lastricato giocava e quando, un poco più grande, appoggiato a uno stipite del portico là in fondo, dette il primo bacio a quella che sarebbe stata sua madre; cercava di dare radici a quel ragazzo, ora che, da separato, si ritrovava a frequentarlo nei fine settimana, come gli era capitato di fare con sua madre, da fidanzati, quasi a rubare il tempo a tutto il resto della settimana per donarlo agli affetti, ai sentimenti.
    E poco gli importava dell’odore acre dei disinfettanti che gli “operatori ecologici” sparpagliavano ogni mattina, era nel suo ambiente.
    Che buffa trasformazione, pensava, hanno subito le parole, la maniera di definire i ruoli che le persone hanno nelle società: dall’antico “spazzino” che definiva perfettamente l’opera preziosa di questi uomini si era passati a quell’impersonale “netturbino”, vocabolo mutuato da Nettezza Urbana, pomposa definizione di pulizia cittadina; infine si era arrivati a “operatore ecologico”, quasi a legittimare la partecipazione di questa categoria alla grande lotta per un mondo più pulito e vivibile; quasi che gli spazzini diventassero ora accoliti di Green Peace o del WWF, pensò anche a una specie di simbolo, un sole che ride con la scopa in mano; e come definire poi i contadini, “cesellatori di zolle”? Le prostitute diventerebbero forse “assistenti sessuali”? Che ridicoli pensieri, che strani meccanismi gli si mettevano in moto quando la sua mente era sgombra dalle preoccupazioni quotidiane, quando vagava in libertà.
    Aveva appuntamento come ogni settimana ma al telefonino un sms lo aveva avvertito di un impegno improrogabile del figlio; “Avrà qualche ragazzina tra i piedi” pensò; sorrise e cominciò a vagabondare senza meta per i vicoli.
    Dopo poco il naso cominciò a restituirgli ricordi odorosi della sua gioventù; girato un angolo dalle parti di Canneto sentì odore di pesce; lì a circa dieci passi, la terza bottega sulla sinistra c’era un tempo Zì Peppe, pescivendolo siciliano che provava a parlare genovese suscitando le ilarità di tutti i ragazzini del quartiere che si divertivano a provocarlo; il negozio era ancora là, chissà che ne era di Zì Peppe.
    Affrettò il passo, senza guardare dentro, tanto era il timore di notare il cambiamento e magari di venir a sapere del decesso di quella persona così simpatica.
    Quasi a testa bassa, tanto da rischiare di travolgere chi gli veniva incontro, camminò per un bel po’ senza nemmeno rendersi conto di quale direzione prendesse.
    Si ritrovò in una piazzetta dalle parti di Sarzano, un po’ più elevata, sopra gli altri caruggi; la riconobbe dall’odore di dolci e cioccolato che proveniva da un noto laboratorio artigiano che ne era la principale attrazione, tanto che nessuno conosceva il nome della piazza ma la indicava benissimo con quello del negozio.
    Ormai il sole stava calando, laggiù dalle parti della Lanterna, al vertice opposto dell’arco di costa del porto; si appoggiò al muretto con i gomiti, prese la testa tra le mani, piegato dalla bellezza di quello spettacolo e dall’accozzaglia di pensieri ed emozioni di quel giorno, come se in poche ore avesse ripercorso tutta la vita, guidato dagli odori.

  • 07 agosto 2007
    Uomo (?) bastardo

    Come comincia: Aveva un gran caldo il bosco quando si svegliò una mattina solleticato dalle zampette degli scoiattoli e dallo stiracchiarsi del buongiorno di chiunque vi abitava. La perfetta armonia emanata dal ballo delle foglie verdi venne disincantata dagli scarponi pesanti di un uomo: aveva uno strano oggetto tra le dita, una specie di rametto da cui ogni tanto aspirava, emetteva del fumo, e mentre lo tirava con la bocca la bronza all'estremità si faceva sempre più corta. Il fiore, l'erba,il frutto di bosco lo paragonarono ad una piccola stella, e si chiedevano il perché ne splendeva ancora soltanto una sola, piccola, minuscola, oltretutto solitaria ad una distanza così ravvicinata. L'alba è arrivata, si dissero tutti, ed il sole aveva tappezzato perfino le nuvole...

     


    I passi pesanti degli scarponi dell'uomo giocavano a nascondino con le piccole creature del bosco e solo un elfo, qua e là, con semplici scherzetti si divertiva a schiaffeggiare il suo volto invisibilmente con i rami, senza fargli male. Ma gli occhi dell'uomo s'incurvavano a poco a poco in un disprezzo per il fastidio benevolmente provocato dalla magia delle ondulate foglie, addirittura disprezzava il profumo dell'aria che si creava con il suo profumo di limpidezza. Così spezzava le braccia più lunghe di alcuni rametti finché non si fermò e si accovacciò guardandosi intorno. Nel mentre fece cadere l'arnese fumante che durante il suo cammino gli si consumò tra le dita e la bocca.


    Le zolle di terra iniziarono a fumare. Il sorriso di onnipotente disprezzo si accigliò tra le labbra dell'uomo coperte dalla barba; si alzò di scatto e con la corsa di chi vuol vincere una gara s'inabissò nella fuga fino a quando il fiato non lo sostenne più.


    Intanto il fumo si alzò come una nebulosa tra le stelle, aumentava considerevolmente tra gli spazi ovunque liberi, annegandone l'aria e le cortecce degli alberi si denudavano anneriti della loro anima, le siepi si carbonizzavano tra gli sguardi attoniti degli animali che istintivamente si lanciarono al di fuori di quell'inferno asfissiante.


    Nel giro di pochi minuti l'atmosfera del bosco si trovò in un vorticoso schioppettìo tra l'odore di bruciato sfatato. Da lontano il bastardo barbuto evaporò il suo eco d'orgoglio diavolesco nei primi telegiornali: un sogno di suo nascosto protagonismo. Prese il telefonino. A lui il merito dell'allarme. Chiamò il 115.


    L'elfo si ritrovò di fronte ad uno scenario devastante e senza dimora; tuttavia guidava i suoi protettori al di fuori dell'ambiente cosparsa ormai di nebbia avvelenata.


    All'improvviso vide il bastardo senza volto, barbuto; gli si avvicinò tra le ombre della sua corposità. L'elfo prese la sua lama di luce e gli perforò il cuore, poi lo fece soffocare stringendogli le braccia al collo come in un asfissiante abbraccio... e poi arrivarono, volando gli occhi del gufo disgustosamente disprezzanti ed accecarono l'ultima immagine del bastardo come se un fulmine gli lacerasse la cornea e gli occhi di lui scoppiarono materia d'esplosione nel cervello. L'uomo odiò se stesso nel rendersi conto che nella sua vita solitaria non riuscì nemmeno a fuggire dal rogo che lui stesso aveva creato. Tanto... oramai... solo prima, solo adesso, solo sempre..., forse non adesso; c'era un fantasma nel bosco: l'amore dell'elfo lo ha salvato dalla sua stessa ed odiosa inutilità.

  • Come comincia: Prese un foglio di carta bianca e il pennello. Bagnó le soavi setole di castore e disegnó i segni che dicevano che aveva nostalgia della vita antica, le piccole cittá di pietra e gli alti boschi di pini che crescevano sulla pendice del monte.

     


    Makoto si fermó. Guardó il suo poema e poi morsicó un seme di sesamo. Pensó che quella descrizione non era sufficiente per evocare la sua nostalgía.


    Allora scrisse su un poeta che in quella cittá di pietra guardava gli alti boschi sulla bendice e aveva nostalgia di una vita ancor piu antica. A quel poeta del passato le attribuí il suo nome e la sua fisionomía. Scrisse lentamente Makoto, con la grafía piu antica.


    Questo secondo poeta abitava nella piccola cittá di pietra, prese un cuoio soave e liscio,  bagnó un aspero pennello di coda di scoiattolo nel pigmento rossiccio e scrisse  che aveva nostalgia della vita negli alberi e della nudezza, e i salti che sembravano un volo, che aveva nostalgia della sua scure di pietra e il fischio del drago dal collo lungo nel momento di attaccare.


    In quel momento ascoltai il rumore di un corpo inmenso e duro che cadeva spezzando tutto. Mi affacciai allo studio di Makoto e lo vidi morire, graffiato per le zampe della fiera e morsicato per le sue fauci, che aprirono il suo corpo come un uovo che cade dal nido.


    Presi distanza e preparai la mia difesa: tolsi un'arma e sparai contro il drago, però le pallottole non lo attraversavano. Allora vidi nel suolo il foglio di carta bianca che aveva iniziato questa storia, scritta con la calligrafía di Makoto, la alzai con un movimento veloce, e potei accenderle fuoco mentre mi allontanavo il piu possibile dalla fiera.


    Il drago che gia saltava su di me, svaní nell’ aria, come il fumo nel fumo…

  • 07 agosto 2007
    Dolcemiele

    Come comincia: La vita gli andava scorrendo come un rigagnolo d'acqua dentro la grondaia. Il signor A., un tempo, moltissimi anni prima, era stato ragazzo e aveva avuto anche lui, come alcuni umani, la voglia di guadare il fosso. L'altra sponda gli era parsa l'inizio d'una grande prato dove far crescere qualche sogno, e le molte certezze che aveva.


    Perché, il signor A. era un ragazzo introverso e presuntuoso e divenne col tempo, problematico il suo carattere ombroso e nel contempo maligno. Certe sensazioni si imputridiscono nell'anima come ferite infette.

    La moglie lo abbandonò per questo suo essere difettosamente uomo. A cinquant'anni si ritrovò solo, incapace di costruire una qualunque relazione d'amicizia.

    La sua esistenza si snodava in tristissime liturgie quotidiane: il lavoro davanti allo schermo d'un pc; ricordi sempre più sbiaditi di quell'unico amore; le serate tristissime in casa fuori dal mondo nell'isola in cui viveva.

    Accade, nello scorrere dell'esistenza, che il vuoto interiore trasformi l'anima. Non è una regola matematica, ma succede che alcuni di noi, s'incattiviscono per ciò che la vita gli nega ed è allora che il vuoto si colma d'astio, l'anima s'arruginisce e diventa una lama tagliente.

    Il signor A. passando gran parte del suo tempo davanti a un display di computer, s'era trovato a scoprire alcuni siti che promettevano amicizie e amori.

    Vi si era tuffato a testa in giù, lui che al massimo aveva guadato un fosso, s'era ritrovato a nuotare nell'oceano delle parole, nel mare più grande della terra. Internet.

    Il mar d'Internet non aveva affluenti, non sfociava e non nasceva. Era un immenso oceano di parole, di sensazioni, di fantasmi che potevi immaginare. Un grande mare senza barche e vele, dove tutto è immediato e le parole hanno l'effetto di un tuono nel silenzio della notte.

    Il signor A. vi si tuffò con quella sua anima contorta, incancrenita da troppe aspettative deluse.

    Cadde come un bimbo, nel pozzo delle illusioni sconnesse che spesso nel mar d'Internet, vengono profuse a manciate.

    S'innamorò perdutamente d'un nick.

    Dolcemiele.

    Si scrissero per mesi. Il signor A. aspettava ogni giorno la posta elettronica, come il sole aspetta il tramonto per riposare.

    La immaginò quella donna. Immaginò S. con tutta la fantasia che aveva a disposizione. La pensò prima d'addormentarsi, s'ingelosiva se tardava ad arrivargli risposta.

    Le scrisse finalmente :

    "Ti amo. A."

    e allora Dolcemiele gli propose d'incontrarlo.

    Il signor A. raggiunse il colmo della felicità, un pò per presunzione maschile e un pò perchè il suo cuore era stanco di stare solo.

    Decisero d'incontrarsi in terra di nessuno.

    Dolcemiele dichiarava di provenire dal Nord e lui dal profondo sud.

    Studiarono via mail attentamente, il tragitto meno complicato per Dolcemiele.

    - In fondo un minimo di cavalleria nei confronti delle donne è sempre dovuto - pensò il signor A., mentre le scriveva.

    Decisero che Roma, per entrambi, era la meta e la città più bella per fissare nei ricordi, il loro incontro.

    Al signor A. l'anima s'era rinfrescata da quella brezza d'amore che gli faceva supporre e sognare; fantasticare e desiderare l'incontro.

    Dolcemiele, salendo sul treno, si sentì pervadere da una emozione spropositata. Vero che la sensibilità del signor A. le pareva inconfutabile, la profondità dei concetti trasparente; la bellezza di certi versi che le aveva dedicato, erano più di certe promesse sparate come aria fritta dalla bocca.

    Però l'emozione le andava soffocando i pensieri, l'ansia strozzava il fluire del piacere d'incontrarlo. Le sensazioni, mano a mano che il treno s'avvicinava alla stazione Termini, si scioglievano nel sudore sotto le ascelle e in quello appiccicoso delle mani.

    - Avrò una camicia azzurra e i pantaloni grigi. Avrò una genziana blù sopra al quotidiano piegato - aveva scritto il signor A.

    Quell'incontro al buio lo eccitava, gli sconvolgeva il ritmo blando dei suoi sensi, addormentati da troppi anni.

    Nell'ultima mail, prima d'affrontare il viaggio verso Roma, il signor A., spiegò a Dolcemiele che non cercava avventure.

    - Voglio trovare qualcuno la sera, quando torno a casa -

    Al signo A. erano sempre piaciute le donne belle e intelligenti.

    Dolcemiele intelligente lo era davvero e se non fosse stata bella, pazienza.

    - Di notte, al buio, il calore d'un corpo accanto al tuo, la carezza dolce d'una mano sul viso, non hanno bisogno di bellezza esteriore. Sono stanco di stare solo - pensò il signor A. mentre il treno proveniente da Torino rallentava lungo il binario sei della stazione Termini.

    - Avrò un abito azzurro come i miei occhi - aveva scritto Dolcemiele prima di partire.

    Dolcemiele lo riconobbe subito, impossibile non fosse lui quell'uomo con la camicia azzurra e i pantaloni grigi, la genziana blù afflosciata sul quoditiano che reggeva tra le mani.

    Gli fu alle spalle che il signor A. roteava ancora lo sguardo tra la folla che usciva dalle porte del treno come una montagna di gelato sciolto.

    Sfiorò la spalla del signor A con un lieve tocco della mano e lui avvertì la delicatezza del gesto,e mentre ruotava sulle suole delle scarpe e sul busto, i frammenti di secondo divennero lunghissimi, non passavano mai.

    Poi ebbe di fronte Dolcemiele. Finalmente davanti ai suoi occhi.

    Il cuore si aprì come una noce di cocco sotto il colpo d'un macete e rimase impalato per lo stupore che lo aveva paralizzato, incapace come gli adolescenti al loro primo incontro d'emettere un suono.

    Dolcemiele sorrise da sotto i baffi e guardò il signor A. nel più profondo delle sue pupille.

    Forse, se si fossero conosciuti meglio, forse, si sarebbero amati.

  • 07 agosto 2007
    Addio

    Come comincia: Sto piangendo, e per non fartene accorgere, affondo il viso nel tuo petto, però tu, sensibile come sempre, mi accarezzi il collo e la testa e mi sussurri tenerezze per cercare di consolarmi.
    E’ ridicola questa inversione i ruoli, tu, la piccola, e tenera, e docile bambolina, che si prende cura del vecchio barbagianni.
    Dovrei essere io la tua guida, il tuo faro, la tua sicurezza, e invece…
    Invece piango, e più sento il tuo amore incontaminato e più mi sento felice e sgomento allo stesso tempo.
    Felice perché capisco che stai con me per amore, e non per patetica compassione.
    Sgomento perché non so mantenere il ruolo di “duro” di “macho” di “pater familia” e piango, e ti stringo fino a farti male; sono debole e tu mi fai sentire forte, sono insicuro e tu mi dai certezze, sono avvilito dalla vita ma tu riesci a strapparmi un sorriso.
    E non è forse, tutto questo, amore?
    Grazie, piccolina, forse un giorno riuscirò a ripagare tutto questo. Forse un giorno tu, sarai orgogliosa dell’amore che mi hai così liberamente, saputo donare. Forse un giorno, quando ti lascerò, sola per sempre, custode del mio ricordo, ti sembrerò migliore di quel che sono, migliore di quel che sono stato, o che ho cercato di essere, e l’urna delle mie ceneri ti osserverà crescere, smisuratamente bella, incontenibilmente donna!
    Addio piccolina, non saprò mai come sono riuscito a far entrare nel mio cuore, tutto l’amore che provo per te!
    Addio piccolina! L.

  • 06 agosto 2007
    ...

    Come comincia: L’alba dipinge i lineamenti del tuo volto, quando sei immerso nei raggi rosa di un cielo terso.

     

    E’ presto ancora, sussurrano gl’uccelli nelle orecchie, come se dessero il buongiorno.

    E’ così un nuovo giorno, s’affaccia nelle nostre mani, in quelle grandi ed immense dei coltivatori, dei pescatori, dei muratori.

    Silenzio, silenzio…

    Osserva le viole e le primule, betulle e gerbere ondulare in una danza romantica al soffio del lieve e fresco vento; che si affretta a nuotare sulle rive dell’oceano.

    Mattine così, vogliose di rispetto e amorevoli; non ne capitano spesso.

    Di solito si è già nervosi, troppo impegnati ad amare e ad ascoltare quello che la natura ci supplica.

    Siamo vegetali ciechi d’accidia e superbia; abbiamo un corpo sbilenco, pronto a dondolare dove va la massa. Non vediamo e né sentiamo ciò che di bello e sereno è accanto a noi.

    Spesso lamentosi dei soldi, della tristezza e depressione che ormai ci invade, senza scorgere le labbra e le ciglia fuori dalle persiane. Potremmo percepire l’infinito mescolarsi col tempo e le nostre anime.

    Scandiscono frenetici gl’attimi senza che ce ne accorgiamo,spendiamo il tempo nell’avvenire costruendo sentimenti di cristallo e emozioni di lividi, che tumefatti tatuano il viso.

    Il cuore è l’amore in materia corporea, pulsa d’emozioni che si dispera nel pianto. Amara malinconia dipinta nell’anima riflessa dai colori tersi degl’occhi. La magia è spenta ed è momento di agire.

    Sollevarsi dopo una caduta, quando tutto correva felice nei giorni, meravigliose le lune apparivano e i ricordi dolci collezioni annuali. Ora non puoi correre più, a stento ti rialzi dalle macerie sconfitto nel nome e nell’orgoglio e zoppichi nella terra troppo fangosa, che sporca,ora scarpe e anima.

    In fondo è una pozzanghera che si lava quando inizia a piovere. Cosa puoi scorgerci in essa?

    Un viso deforme, dal colore grigio Londra tutto addosso ad un corpo sbilenco, che lacrima brina dagl’occhi ferendo l’anima. Del resto non passerà molto prima che si asciughi, ma sempre debole al sole di ottobre.

     *****
    Ricordo l’ultimo raggio di sole di ieri. Te l’ho regalato; potevano essere le ventuno. Dinnanzi v’era una grande e scura montagna che brillava a stento di luci appena accese. Gl’alberi stavano per denudarsi alla morte che s’avvicinava. Scorgemmo i nasi per sentire il profumo della pioggia sulla terra bagnata. Il mio profumo preferito. Ed era lì incastonato, come i ricordi che ci portiamo dentro, tra le nubi buie e spezzate di una tetra notte labile di pensieri. Le costellazioni sono morte. Esclamai nel silenzio di quel viale, perché le lacrime celesti si fanno da parte per meravigliarci; noi che siamo inermi sognatori.

    La casa sembrava umida, sembrava fredda e gelida. Tutto quello che gl’occhi hanno scorto un attimo prima sembrava fosse impossibile, illuminare quel corridoio, vuoto.

    Tutto quello che c’era stato tra noi, poco prima sembrava il gran regalo della natura.

    Lì al campo, tra i vetri velati e sussurri vogliosi; che accecava tiepidamente innalzatosi nella sera battente tra fronde morte cieche di sussurri

    Di fronte le mie mura, altre si cingono di luce.

    Quando al tramonto dei sentieri, scivola leggera la foglia appassita per la stagione gialla, croccante per  linfe cadenti. Nella penombra silenziosa i fruscii si moltiplicano al chiarore della nuova e diversa luna dai crateri ghiacciati sorridenti. Ed è aura tra  rami e steli dove biechi dormono gli scoiattoli mansueti.

    Toni violacei dal sapor agrodolce nel dipinto della sera accintasi.

    Sentimenti d’emozioni cruenti sgorgano negl’ animi nel tempo prolungandosi negli uomini.

    Eccoli festeggiar e destreggiarsi tra calici e ottime pietanze di chissà quale eremita, hanno ucciso profeti e messia  per qualche spicciolo di speranza. Ascolta la voce rauca e debole della saggezza d’oltre tempo intraprendere il cammino nefasto di gioventù spezzate; ascoltala avanzare lenta penetrare nelle vescicole tortuose, è sofferente, è  in cerca di una perpetua fine.

    Il sapore di ginestra speziata sorvola le narici dei convitati ignari delle promesse e dei sotterfugi ancorati nel pozzo.

    Lontano le miglia del profondo ventre di una contea, attraverso le brughiere in fiore, alla settima latitudine sud ovest se conti i sette passi dal sole in alba e dividi il raggio lucente per il nome dei tuoi passi… lì ti trovi a echeggiare il tuo nome.

    Non importa quale sia.

    E’ tempo di viaggiare, di mettersi in moto verso le lune zingare e gitane.

    Misericordia e beatitudine t’accompagneranno.

    Ecco, che svegliai gl’occhi dalla mente fervida.

    Quando ormai, il ventre è una poltiglia di sensazioni di accidiose verità, quando i gemiti divengono sacrifici di dolori e piaceri. Eccola la mano.

    Pesante di passi e putrefatta in viso incessante di similitudini che rammaricano.

    Perché picchiavi… forte. come fossi un maiale da macello. I tuoi occhi li ricordo ancora… rossi, di fuori… che poi lacrimavano il perdono.

    Scema lo sono stata… fin troppo. Ma il futuro è alle porte.

    Ricordo il respiro diverso, nuovo. Occhi di miele che danzano e sussurrano amore.

    I tuoi. Solo i tuoi ad incastonarsi nel mio animo peccaminoso.

    Ivan. Ivan.

  • Come comincia: Un Natale molto diverso da  quelli attuali, molto diverso…
    Si abitava con la mia famiglia a Serravalle Scrivia, in una villa padronale in cima ad una collina. Si era fuggiti dai bombardamenti di Genova e grazie a mio nonno materno che aveva conoscenze ad Alessandria,  avevamo trovato questa abitazione, che per me resta nella memoria come una dimora fantastica. Arrivato a cinque anni, i miei ricordi di vita iniziano da quel posto.
    Campagna attorno, con tutti i suoi misteri di vita, animali da cortile da vedere e vivere. Meraviglie come le notti buie illuminate da lucciole, o grandinate con palle di ghiaccio grandi come il pugno del nonno Angelo.
    Ricordo ancora il rumore delle tegole del tetto frantumate e mio nonno in controluce sulla porta che tiene in mano questi misteriosi proiettili venuti dal cielo.
    Primavere con esplosioni di gemme fiorite che volavano nel vento.
    Zia Maria che mi insegna a trovare sotto le foglie secche del bosco, le viole. Quel profumo intenso.
    Il ghiaccio degli inverni che entrava in casa. Il catino dell’acqua per lavarci nella stanza da letto e la voce di mia zia che urla meravigliata: -“Guardate, si è ghiacciata l’acqua nel catino”.
    Mamma che scende nel giardino vestita di scialli con un secchio di acqua bollente per sghiacciare la pompa del pozzo.
    I ricordi dei bambini sono piccole sequenze indelebili per tutta la vita. Il buio di quelle sere attorno alla brace della stufa. I grandi che parlano tra di loro. Nonna Amina con l’attizzatoio gira le patate nella brace. L’attesa e il sapore…
    Sere? Magari si sarà stati lì al buio, alle 7 di sera, altro che le lunghe notti di adesso. E i grandi che parlavano e si parlavano. Quanto abbiamo perso, abbagliati da uno stupido schermo, di conoscenza fra noi. Me ne sto andando dietro i ricordi che si affollano in fila per affiorare.
    Natale, dunque.
    Mamma in attesa di mia sorella, il pancione e la preoccupazione di papà di dover percorrere due chilometri nel buio e nella neve alta in un inizio del travaglio di notte. Circondati da una guarnigione tedesca che aveva montato una batteria contraerea per la protezione del ponte sullo Scrivia, i nostri rapporti erano buoni con loro.
    Spesso, a sera, ci venivano a trovare: un bicchierino di rosolio del nonno, due chiacchiere difficoltose dei grandi con quella lingua ostica, molti sorrisi. Fu durante una di quelle visite che papà riuscì ad avere la promessa che non gli sparassero addosso in un’inattesa uscita da casa.
    Di quel Natale ho solo due sequenze indelebili. Lo svegliarci a notte fonda da un rumore improvviso, un fragore. Qualcuno batte sulle persiane del pianoterra, in cui erano sistemate le camere da letto, in un modo forsennato, risa, schiamazzi. Tratti di periodi tra i miei genitori. “Non accendere” - “Sono loro, sono ubriachi”.
    Sento la sicurezza di mio padre e il timore in mia madre. Registro il tutto a quasi sei anni nel buio fitto. Altra sequenza. Ci siamo spostati al primo piano, evidentemente perché vedo che mio padre accende la luce e apre le persiane guardando in basso. La voce di mamma che mi tiene in braccio e dice a papà: “Via di lì, ti sparano”. Papà,sicuro, che grida a voce alta: “Chi siete? Che volete?”.
    Per magia il silenzio ritorna. Ultima sequenza natalizia e questa me la sono portata dietro tutta la vita a ricordarmi in quali natali si può imbattere un bimbo. Mi sveglio di nuovo a piano terra, nel letto dei miei genitori. Mamma non c’è, ma nel letto c’è zia Maria, la sorella, impiegata a Genova. Deve essere arrivata nel frattempo, se sta nel letto sotto le coperte con me. “Mamma è andata a partorire in ospedale, per la paura di stanotte le si sono rotte le acque e sono usciti tutti anche i nonni  per accompagnarla. Buon Natale nipote mio. Ti hanno lasciato sul comodino da notte i regali, un piatto di canditi e alcuni fogli di cartone da cui ritagliare le forme degli aerei tedeschi e ricostruirli con la colla. Staremo a letto tutto il giorno per salvarci dal freddo, in quanto da buona impiegata, non so come si accende un camino. Ti dispiace se mangiamo i canditi che ti hanno regalato?”

  • 06 agosto 2007
    Il lago di Rei

    Come comincia: Il mattino la colse così a vestirsi di cose inutili da indossare con indifferenza e calma.
    Pensieri disarmanti entrarono nei suoi luoghi segreti,senza nessun potenziale prevedibile da rivelare.
    Poter confidare all’aria le sue paure, poter spegnere la voce.
    Voleva smettere di urlare alla terra, al sole e al vento.
    Voleva confidare agli abissi i tormenti dei suoi pianti gelati.
    L’isola di Rei era un puntino solitario circondato dal mare dei silenzi.
    Il lago di Rei era una pozza d’acqua incisa e circondata di pietre sulle cui sponde giaceva la sabbia sottile del tempo trascorso nell’attesa.
    Il lago di Rei nacque dalle sue lacrime. Non c’era spazio topografico, non c’erano riduzioni in scala nelle mappe geografiche per il lago di Rei.
    Non c’erano persone ad ammirare le albe e i tramonti sul lago di Rei.
    Abiti inutili, incapaci di metterla nella condizione di decidere in libertà se lasciare quell’idea invisibile che l’attanagliava oramai da tempo.
    Camicia bianca e collo coreano manifestavano l’immagine della sua metamorfosi da montagna di roccia a lago di luce.
    Bottoni di vetro azzurro e spilla liberty luccicavano in sintonica armonia con gli occhi arrossati da braci mutanti.
    Viso spaurito da interferenze antiche. Volto innocente, ancora bello, quasi bambino.
    Pensiero.
    Semplicemente bello. Semplicemente pensiero.
    Nessuna mano a sfiorare il volto sfiorito di tenerezze indaganti.
    Dalla fronte sgorgava l’idea ritmica del passare del giorno, gli eterei secondi i frammentari minuti e l’eternità delle ore. Il ciclo del giorno suggestionava il suo moto intimo e semplicemente capiva che il suo adesso sarebbe rimasto indisturbato per molto tempo ancora. Il campanello non avrebbe suonato.il telefono non avrebbe squillato.
    Nella quiete della sua stanza c’era Nina Simona che le infilava le scarpe. Sulle strade di Rei, Charlie Parker suonava il destino delle volontà umane con un sax da bambino appeso al collo. La musica trasformava l’umore di Rei. Ogni cosa intorno diventava semplicemente cosa, ogni odore diventava semplicemente odore ed il buio diventava semplicemente buio. Lo stomaco la risvegliò dalla perfezione in cui giaceva pervasa dal senso dell’armonia. La pancia con il suo bofonchiare ristabiliva un senso con le cose concrete e razionali.
    Il ventre ricordava a Rei che era tempo di pasto.
    Mense apparecchiate in tempo su tovaglie di lino bianco.
    Pane immacolato per pasti improvvisati ad assolo.
    Per voce sola.
    Allegro ma non troppo,moderatamente andante in crescendo.
    Il mobile dalla luce sempre accesa ospitava un limone, anche lui solitario principio di muffa!
    Chiuse la porta che alloggiava il ghiaccio, un ultimo sguardo alle cose rimaste nel suo rigido mondo e poi, voltare le spalle e uscire nel mondo della luce, delle alterazioni e delle trasformazioni.
    Un leggero sorriso le mise in rilievo due rughe sottili.
    Emerse in silenzio per consegnare al lago il suo dolore di melma e come un’animale in fuga annusò l’aria.
    In cerca di preda una vittima scarnificava l’anima.
    Voleva scivolare nel limbo per tornare a vagar tra le stelle.
    Voleva scivolare nell’acqua e farsi attraversare dal freddo.
    Voleva farsi investire dalla gioia.

     


    Non mancano le albe
    in questo mondo di mattine
    in cui svegliarsi.
    Non sono prive di tramonti
    le notti nate insonni
    per assopirsi.

    Agli abiti bagnati consegnò la sua tristezza inzuppata.
    Tutto il vestito assorbì la sua voglia d’inesistenza e accolse nelle fitte maglie del tessuto l’attimo giusto per farla tornare indietro. L’universo intimo di Rei urlò la voglia di esistere condannandola ad errare nelle sue instabilità interiori.
    Una civetta sull’ultimo ramo le ricordò l’ora.
    Ora doveva tornare indietro, volgere lo sguardo in un'altra direzione. Era arrivato il momento per riprendere i passi della vita con intenti nuovi.
    Si tolse gli insignificanti abiti e nuda s’incamminò verso le luci della città.
    Dai rami del salice amico il sussurro del vento le riportò la realtà del mondo che non l’aveva ancora sconfitta.
    Non si gira nudi nel nuovo millennio.Rivestiti spudorata!

    Due fiori scarlatti
    rimasero sul lago
    a respirare vita.
    Piccoli e profumati,
    morirono presto
    dentro lo scritto rimasto.
    E Rei li guardò passare.
    a lei piaceva pensare
    di poter credere.

    Poggiò il pennello dopo aver firmato il quadro.
    La donna impressa sulla tela camminava col sorriso dipinto sulle labbra.
    Un vero e proprio processo mentale si espanse dal movimento continuo dell’idea. Nel colore nasceva e si sviluppava la costante ricerca di una dinamica liberatoria.
    Nell’astrazione di Matilde non c’era nessun errore.

  • 06 agosto 2007
    La valigia rossa

    Come comincia: Per anni sono stata custodita in una campana di vetro. Per anni tenevo stretto nel pugno della mano destra un brandello di pelle rossa.
    Mi rendo perfettamente conto che c'era qualcosa in me che all'epoca non andava bene. Vivevo in un albergo alla periferia di Pensiero, una città allungata sul mare che aveva alle spalle una catena montuosa che scendeva a picco sulla strada di Pinta.
    Eravamo in tredici nell'albergo; sette ospiti e cinque inservienti. Io ero la tredicesima e passavo la mia giornata a guardare quella massa di carne umana che alitava sui vetri della mia campana.
    Dal davanzale della finestra dove avevano scavato le fondamenta della mia sferica casetta, potevo contemplare un mondo trasparente come l'acqua mentre il tempo volava insieme al bianco che invadeva il cielo.
    Il mio occhio quadrato aveva avversione per tutto quello che riusciva a immaginare di un mondo in cui il buio era solo emanazione mentale.
    Spesso dovevo chiudere gli occhi per ricordare il colore dell'oscurità, quel colore fisico e freddo che bramavo in quei momenti di sole accecante e di labbra invadenti. Odiavo il fiato dei sette che variava di numero a seconda del periodo dell'anno. Mi consideravo comunque una donna felice. Quanta pena per quei corpi sudati. L'orrore mi prendeva solo a pensare alla puzza che poteva infiltrarsi da una crepa sul vetro. Involontariamente di tanto in tanto il mare succhiava ossessivo aspettando di prendere ancora il corpo di una vittima perfetta, ma non sempre c'erano vittime perfette da risucchiare. Nella maggioranza dei casi alla reception venivano accolte prenotazioni di persone banali che il mare risputava a riva e fu una di queste che raccolse un martello e colpì duramente la campana che mi aveva custodita da anni.
    Non potete neppure immaginare cosa avvenne quando assaggiai il sale che si diffondeva nell'aria.
    Mi librai nella mente e scappai. Sembravo una nuvola. Sembravo un soffio di vento. Mi fermai sulla strada allungata del non senso. Vidi un'insegna annerita dal fumo e lessi : Valigeria Ricordi. Scesi in picchiata e atterrai in un pugno di sabbia. La mia mano destra finalmente si aprì e potei osservare quel grumo di pelle.
    Sapevo benissimo cosa dovevo fare. Entrai per comprare due valigie.
    Il commesso mi squadrò dalla testa ai piedi quando chiesi una valigia di morbida pelle rossa. Sulla forma potevo accordarmi ma non volli sentire ragioni sul colore e sul materiale. Seppi così che la pelle era stata abolita e anche il rosso era un colore proibito. Mi diressi veloce verso una porta in fondo al negozio e l'aprii con violenza. Riconobbi tutte le mie valigie. Erano lì da troppo tempo. Quante lacrime persi quel giorno. No, non ero più una donna felice. Presi il mio bagaglio e volai fino alla stazione. Il primo che incontrai aveva occhi di fiamma e non mi parve il caso di lasciarlo vagare tra un vagone e l'altro. Così lo sistemai per bene dentro la più piccola e l'abbandonai sul marciapiede.
    Ora sono qui che guardo dall'alto tutto quello che succede. Non so bene da dove sia spuntata fuori la falce che ho al braccio sinistro e non so chi mi ha messo addosso quest'abito lungo e nero. So che nessuno mi ha sostituito in tutti questi anni e ho tanto lavoro da sbrigare. Devo raccogliere le mie forze e le mie valigie. So molto bene che il vuoto non sentirà la mia mancanza. Ero tornata ad essere come una farfalla immortale che vola di fiore in fiore, sempre a caccia di pollini nuovi. Spero solo di non incontrare di nuovo quel bambino che mi catturò e mi tenne prigioniera in una campana di vetro. Ora mi trovo sulla strada di Pinta, loro mi stanno aspettando e non basteranno queste valigie.
    Farò due viaggi.

  • 06 agosto 2007
    Cesare e Ninni

    Come comincia: Pensionato, magari giovanile nell’aspetto, sempre sobrio nel vestire, di poche parole e quasi mai sorridente: questo al primo impatto era il signor Cesare.

    Era rimasto vedovo da qualche anno; la sua compagna di vita, sua moglie, la sua “Ninni”, Giovanna, se n’era andata quasi in punta di piedi, quasi a scansare al suo Cé un pezzetto di dolore.

    Si erano sposati giovanissimi, forse, addirittura, diceva qualcuno, con il “consenso”, come si faceva per i minorenni, allora.

    Cé e Ninni, come i genovesi di un tempo, non davano confidenza, parlavano poco anche con i vicini di casa; operaio lui, dell’Ansaldo, come tanti di quella generazione del primo dopoguerra; casalinga lei, donna dell’entroterra, radici contadine, di quelle che anche in città coltivavano una piantina di rosmarino sul davanzale.

    Da quando Ninni era andata, Cé si era aggrovigliato ancor di più su sé stesso riuscendo a diventare, in poco tempo accigliato, burbero, scontroso e, per qualcuno, forse, indisponente.

    L’uomo retto, che si era preso sempre cura della sua Ninni, quello rispettoso delle regole sino alla noia; che beveva un solo bicchiere di vino a pasto anche quando andavano in trattoria o nelle rare vacanze; che sapeva cucinare, che aiutava in casa; il signor Cesare, sempre il primo a pagare le spese del condominio, si sentiva, dentro, carico di rabbia, come se tutto il mondo lo avesse offeso, portandogli via Ninni.

    Era sabato, quasi le otto di mattina, Cé usci di casa e, come faceva da un po’ di tempo, con l’asciugamano e un libro, si diresse verso la spiaggia; si era detto, quasi a convincersene o scusarsi, che almeno un po’ di sole poteva prenderlo, magari qualche acciacco si sarebbe un po’ lenito.

    Arrivò dopo poco, abitava nelle vicinanze; distese il telo sui sassi, nella zona dove questi erano un po’ più piccoli e arrotondati dal lavoro del mare, si spogliò, sedette e, inforcati gli occhiali, cominciò a sfogliare il libro alla ricerca del cartoncino colorato che usava come segno.

    Un libro di poesie, di uno spagnolo; non conosceva l’autore ma, gironzolando per il centro storico, su una bancarella, era rimasto colpito dal titolo: “La voce a te dovuta”.

    In una qualche maniera, quelle parole, lo portavano a ricordare la sua compagna, come se si rammaricasse di averla sempre tenuta nella penombra, in seconda fila rispetto a lui.

    Ma, dentro, quel libro, parlava di passioni, di un modo di amare intenso e pervadente; subito, dalle prime righe, capì che quel suo approccio con il titolo era quanto di più sbagliato potesse aver inteso.

     

    “sento già la tua pelle
    che mi offre il ritorno
    al palpito iniziale
    senza luce, prima del mondo,
    totale, senza forma, caos.”


    Continuò, però, a leggere; pian piano, pagina dopo pagina, cominciò un suo viaggio a ritroso; le parole del poeta, come una vitamina che rinfranca il corpo, destarono ricordi, di quando lui e Ninni erano una cosa sola, un unico essere fatto di giovani corpi che si cercavano e si amavano; con una lacrima e un sorriso gli balenò l’immagine di quella volta, nel portone; vennero scoperti sul più bello dal nonno di lei; fortuna volle che il vecchietto, oltre a un’innata simpatia fosse anche pieno di vino e, nella penombra del sottoscala, non avesse riconosciuto sua nipote in quel miscuglio di corpi; solo un’esclamazione: “O Belin!”, con la lingua attorcigliata dal bere, e riprese a salire lentamente.

    Ninni e Cé, fra loro, ricordavano spesso l’episodio ma mai lo avevano raccontato a qualcuno, non era loro costume far uscire da casa anche la più piccola e pura delle intimità.

    Cé, assorto in tutti questi pensieri, umidicci di qualche lacrima, non si era accorto che lì vicino, un poco più verso la riva, dove si sente meglio la brezza del mare, si era sdraiata una sua vicina di casa.

    La signora Gina, esuberante ex fruttivendola del mercato, vedova anche lei, da meno anni, però.

    Era già una mezz’ora che Gina lo fissava, magari facendo finta, come solo una donna sa fare, di guardar oltre o di aggiustare un angolo del telo girato dal venticello lieve e odoroso del mattino; lo fissava e sorrideva con tenerezza, quasi che avesse scovato, involontariamente, un varco per capire chi fosse e come fosse realmente il signor Cesare.

    Quel libro, lei, lo conosceva bene, quei versi, anni addietro, sembrava che li avesse scritti il suo Arturo per lei, altro che quello spagnolo; Arturo, che prima che marito le fu amante, che la convinse a sconquassare un matrimonio, che a testa alta e fiero passo la portava in giro sotto braccio, con il suo papillon di seta e il gilet con tanto di orologio a cipolla e catena; Arturo che le fece fare le ferie in motocicletta; Arturo, il suo grande amore; e grande Pedro Salinas che adoperava così bene le parole, che descriveva, metteva su carta tutto quello che il suo animo provava e che la parola non riusciva a dire.

    “L’amava veramente tanto, la sua Ninni!” esordì, affermando.

    Cé, come se riemergesse da un’apnea da record, a quelle parole, tirò un lungo e rumoroso respiro, traducendo in fame d’aria, quasi da asmatico, l’aridità del suo vivere; la pioggia, quando cade su un terreno secco, in un primo momento, non bagna, solleva solo la polvere.

    Alzò lo sguardo dal libro, con timore; quella voce, pacata, dolce gli era entrata dentro ai padiglioni come un volo di zanzara a luci spente, rimbombando nel cervello, quasi non trovasse una via di fuga, rimbalzando in ogni direzione; due occhi tondi, quasi infantili, gli stavano sorridendo; si accorse di esser arrossito e sperò, illudendosi, che l’abbronzatura avesse, in qualche maniera, coperto l’incendio del viso.

    “Sì, Gina, Ninni era tutto, per me.”

    Per quel mattino, queste, furono le uniche parole che gli usciron di bocca.

    Tornò a casa, poco prima di mezzogiorno; aveva in programma le solite faccende domestiche, dal cucinarsi qualcosa al dare qualche colpo di scopa o lavare qualche panno; nulla di tutto questo accadde; cominciò a rovistare in libreria, cercando i quaderni di Ninni; quella donna gli aveva sempre scritto qualche riga, magari piccoli pensieri quando lui era al lavoro o, negli ultimi tempi, nelle interminabili sedute di chemio, al day hospital; ricordi di quando, appena sposati, avevano l’abitudine di leggere insieme un libro e magari, alla fine, di discutere sui personaggi.

    Trovò, finalmente quel che cercava; un quaderno di quelli con la copertina nera e lucida, i bordi delle pagine di colore rosso, la carta ben patinata e le rigature bluette; era proprio quello, l’ultimo quaderno di Ninni.

    Lo prese dallo scaffale quasi con devozione; stando ben attento a non scivolare dalla scaletta a tre gradini che adoperava per arrivare ai ripiani alti, scese, accese il piccolo stereo che si era comprato qualche giorno prima, cercò il suo pezzo preferito, di Morricone, la colonna sonora di “Giù la testa” e si andò a sedere in poltrona.

    Cominciò a sfogliare, sapendo che le poche frasi che cercava erano verso la fine del quaderno; trovò la pagina giusta, si sistemò con cura gli occhiali sul naso, si appoggiò completamente allo schienale della poltrona; un respiro profondo, le note lunghe e le voci di quel pezzo che gli davano serenità e cominciò a leggere:


    “Caro Cé, mio dolce e forte uomo, quando non ci sarò più voglio che tu ti rifaccia una vita.
    Insegna ad un’altra donna quanto si possa amare, perché io so quanto amore puoi donare.
    Io ti guarderò e sorriderò, se sarai felice. La tua Ninni”


    Come se avessero aperto una diga a un lago troppo pieno, le lacrime cominciarono a scivolargli sul viso, inarrestabili; chiuse gli occhi, posò gli occhiali sullo scrittoio lì accanto, si accostò il quaderno al petto e, mischiando le sue parole con la musica, poco prima di farsi prendere dalla stanchezza delle emozioni, sussurrò:

    “Sì Ninni, hai ragione, amare è quasi un dovere, se si è capaci.”

     

  • 06 agosto 2007
    Pensieri volanti

    Come comincia: Fu come un flash. Proprio mentre ero lì, e la guardavo, lei aprì gli occhi, di scatto, improvvisamente. Forse spaventata, forse sorpresa dal fatto che proprio in quel momento esatto, mentre io fissavo le sue palpebre chiuse, ci eravamo ritrovati a fissarci, tentò di scostarsi, anche se le sue braccia, insieme all’intero suo corpo, non risposero a dovere. Forse la causa del suo timore era data anche dalla circostanza; forse erano proprio quelle nostre labbra, unite in uno dei baci più dolci, a generare quell’incertezza.
    Forse…
    Ho sempre creduto che i “forse”, i “se” e i “ma” fossero di ostacolo al quieto vivere. Probabilmente non chiedersi mai “come sarebbe andato se” o “ma forse”, indubbiamente renderebbe più tranquilli, permetterebbe di vivere maggiormente nel presente. Dimentichiamo, però, solo un piccolo svantaggio, proprio da queste domande nascono i sogni.
    Eh sì, i sogni, spettacolari divagazioni di un cervello che cerca di lanciarsi oltre il confine che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito.
    Ma quando lei sollevò lente le palpebre, in quel fugace attimo in cui potei ammirare quegli occhi che da sempre mi colpiscono, è stato allora che pensai, che capii: tutto quello che stavo vivendo in quegli immensi attimi, era, per mia fortuna, realtà.
    Fino ad allora non mi ero ancora reso conto di come potessi essere arrivato a quel punto. Tutti i momenti precedenti erano passati veloci, lasciando solo dolci tracce oniriche nella mia mente. Quelle mani che all’inizio si cercavano, che si muovevano lente, nella timidezza e nell’imbarazzo di un rifiuto. Quelle braccia, cinte intorno alla vita, che cercavano solo un po’ di tepore e un caldo rifugio da quel freddo mare che intorno ci avvolgeva. Quei capelli umidi che avevo scostato dal suo sorriso incerto, che ancora non capiva se fosse solo un gioco.
    Mi resi conto di tutto questo solo in quel momento. E mentre una brezza fresca si alzava e generava sui nostri corpi umidi, che poco affioravano dall’acqua marina, un leggero brivido, lei si fermò, scostò le sue morbide labbra dalle mie.
    No, non poteva finire così. Non ora - urlai nella mia testa - non quando il sogno è indistinguibile dalla realtà.
    Ma i miei pensieri avevano corso troppo veloce, perché lei scosto la testa, ma solo per poggiarla delicatamente sulla mia spalla, stringendo la mia vita come mai nessuno aveva fatto.
    Le accarezzai leggermente la nuca, sussurrandole dolci parole all’orecchio, ma già i miei pensieri avevano ripreso a volare.
    Volavano alti, oltre le nuvole, affianco ai gabbiani. Nessuno poteva fermarli, nemmeno io. Si libravano leggeri, e ad ogni loro evoluzione nella mia testa comparivano nuove immagini.
    Ricordo di aver pensato di voler morire. Sarebbe il massimo - pensai - morire adesso, immerso in un sogno, senza più svegliarmi, senza più dover subire la vita; sarebbe il massimo morire contento, con questo sorriso ebete che adesso non vuol cancellarmisi dalla faccia.
    Ma i miei pensieri continuarono su questa scia, e immaginai questa mia morte: una morte per un bacio.
    … C’era il coroner, il magistrato, e anche un mio amico che discutevano su questa strana dipartita.
    - Qual è la causa del decesso? - dice il magistrato.
    - Arresto cardiaco, causato da… un bacio, sembrerebbe - risponde prontamente il coroner
    - Mi sembra uno strano modo di morire - commenta il mio amico.
    - Sembra che dopo questo bacio ci sia stata una iperattivazione del sistema nervoso parasimpatico, che ha causato un blocco cardiaco - spiega il medico.
    - Perdoni l’ignoranza, ma come può fare questo un bacio? - domanda il giudice.
    - Infatti non può - continua il medico
    - Ma allora come può bloccarsi così un cuore sano? - cerca spiegazione il mio amico, con un tono fra il pressante e il preoccupato.
    - Sembrerebbe un’attivazione nervosa volontaria, quasi che lui avesse voluto che il suo cuore si fermasse -
    Alla risposta del medico segue un momento di incertezza degli altri due, finché il silenzio è rotto dal mio amico, che ancora incredulo di fronte ad una precoce quanto strana dipartita domanda: - Ma il bacio? Come lo ha capito?
    E il coroner, ostentando estrema sicurezza dalla sua, quasi a spiegare un concetto banale ad un bambino di tre anni, risponde: - Beh, basta vedere quel sorriso pieno e compiaciuto che il rigor mortis gli ha lasciato impresso sulla faccia…
    Queste immagini allargarono ancora di più il sorriso che da qualche minuto avevo sul volto. Mi accorsi che eravamo ancora abbracciati e che quell’abbraccio mi stava riscaldando, che quel corpo magro che mi teneva stretto in maniera tanto serrata, mi stava donando un infinità di calore.
    Nella testa allora prese forma un’altra immagine, che questa volta più somigliante ad un quadro astratto.
    … Il mare fa da sfondo, una immensa distesa blu-azzurro che copre l’intera Terra. Se, però, si va a scrutare meglio questa distesa, più da vicino, si nota una essenza di forma sferica, di colore rosso chiaro, tendente all’arancione. Sembra quasi una bolla, che cresce, e si fa sempre di colore più intenso. Piano piano questa bolla fa cambiare il colore anche alle acque del mare. Quel mare da adesso in poi non potrà più essere freddo, da quando quella piccola bolla il cui colore è cresciuto a dismisura lo ha riscaldato. E osservando attentamente, si può capire anche perché. Quella bolla non è vuota, in quella bolla, chiusi dal resto del mondo, ci siamo noi, io e la mia ninfa, serrati in quella morsa fatta dalle nostre stesse braccia…
    I miei pensieri continuarono a volare ancora molto quel giorno, e successero molte altre cose, ma il ricordo di quell’abbraccio che ha scaldato l’oceano resterà per sempre unico.

  • 06 agosto 2007
    Generale

    Come comincia: Sono stato un grande generale.
    Ho combattuto mille battaglie in sella al mio destriero. Frantumavo scudi e vite umane senza distinzione. Tante volte le mie mani sono state intrise del sangue delle mie vittime. Corpi mutilati, decapitati, privati dell’esistenza dalla mia spada diabolica.
    Mai ho conosciuto i nomi di chi ho affrontato sul terreno di guerra.
    Sole, pioggia o neve non hanno arrestato la mia furia, la mia tenacia e la voglia di trionfare per dare al mio esercito l’eroe che si aspettavano.
    Sono passati molti anni da allora e le mie carni stanno esaurendo la linfa, grezze ed increspate dall’incedere meschino del tempo. Sono un vecchio stanco. Con il bastone mi sorreggo e senza grinta affronto le giornate. Vivo con la noia come compagna, ammirando il sole spuntare all’orizzonte ogni dì e accompagnandolo ogni sera nel suo pertugio. Solo il mio cane allieta il mio vivere, con il suo amore gonfio il mio cuore. Chissà quante sono state le famiglie decimate da me, ma non mi pento. Ho navigato in tutti mari del mondo, ho calpestato tante terre come molte sono state le civiltà che i miei occchi hanno osservato da vicino.
    Il mio nome è stato inneggiato, decantato da sciocchi giullari e bramato da splendide fanciulle.
    Mai però ho trovato la mia sposa.
    “Il più valido dei condottieri” mi definivano, tessendo le mie lodi ogni istante. Ora però non mi rimane più nulla, perché insieme alle mie vittime ho ucciso la mia esistenza.

     

  • 06 agosto 2007
    La poltrona

    Come comincia: La poltrona era in un angolo in fondo al salone, il serico tessuto rosso del rivestimento spiccava contro la tappezzeria color senape.
    La giovane donna la rimirava compiaciuta, era stato il regalo più gradito per le prossime nozze.
    E si adattava magnificamente allo stile con cui lei e il fidanzato stavano arredando la bella villa appena acquistata.
    Si allontanò di qualche passo per osservarla meglio.
    Ispezionò tutta la casa per annotare cosa mancasse ancora.
    Pulì sul pomello della porta dello studio invisibili impronte lasciate dai facchini.
    Si accertò che le imposte della camera da letto fossero ben serrate.
    Quindi tornò nel soggiorno chiudendosi alle spalle i battenti della splendida vetrata del giardino d’inverno.
    Il crepuscolo tingeva di toni rosati tutto l’ambiente.
    Diede un’occhiata all’orologio, ancora una decina di minuti e suo padre sarebbe passato a prenderla.
    Felice, leggermente affaticata, si appressò alla poltrona.
    L’ammirò ancora una volta prima di sedersi. Si sentì accolta dal morbido tessuto, nel rosso che s’incupiva un poco verso il fondo e nell’incavo dei braccioli.
    Sprofondò dolcemente, quasi abbracciata dalla poltrona, calda e cedevole.
    Stava per alzarsi, al suono del clacson di suo padre, quando venne risucchiata all’indietro.
    Annaspò con  le braccia, tentò di fare leva sulle mani… e scivolò nel buio che si era aperto sotto di lei…
    Due enormi labbra rosse si chiusero soddisfatte e turgide sul suo corpo. Si schiusero e richiusero come a gustare la preda. Poi si tesero ondeggiando in ogni direzione fino a sparire nel liscio tessuto rosso.
    La poltrona aspettava nell’angolo in fondo al salone.

  • 03 agosto 2007
    Amore Eterno

    Come comincia: La prima mattina senza di lei fu come ricevere un pugno dritto nello stomaco dopo un lauto banchetto.
    Stranita era la mia pelle al risveglio, meravigliata e sconvolta dall’assenza del suo profumo fra i peli e le imprecisioni del mio fisico avvizzito dal dolore.
    Il caldo dominava l’aria artefatta di quella stanza squallida quanto estranea ai mie occhi abituati alla bontà della nostra solita camera da letto.
    Pareti spoglie d’amore, nere, sudice della sua distanza, tristi come il respiro che affannosamente sbocciava dai miei polmoni torturati da una notte di fumo.
    Ero nudo.
    Bagnato e svestito sotto un lenzuolo che tutto mi rimembrava tranne le sue dolci carezze mattutine.
    Non mossi un muscolo per molti minuti, impagliato e con lo sguardo imprigionato al soffitto, intento nel truffare la mia mente mostrandole ciò che sperava di mirare.
    Sul comodino alla mia sinistra i rimasugli di una notte nelle vie tortuose dell’alcol iniziavo a bagnarsi della luce del sole che, con ritardo, cominciava la sua ascesa.
    L’afa era sovrana.
    Non potevo credere di averla persa per sempre, non potevo immaginare un’esistenza senza la sua voce, senza l’affetto che sprigionavano le sue labbra.
    Ero perso.
    Affogavo nella dolenza di essere incapace, annaspavo in schegge di vita senza riuscire a dare giusta collocazione alle immagini che il destino proiettava nel mio cervello paralizzato.
    Imprigionato in un carcere lucente, incatenato alle emozioni che gli ultimi anni insieme a lei avevano saputo elargirmi.
    Il mio corpo grondava sangue, sangue infettato dal suo amore.
    L’avevo uccisa perché troppo l’amavo.