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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile 2008
    La casa delle zie

    Come comincia: C’è una collina, tra le colline, nell’entroterra romagnolo. C’è un paese sulla collina e una chiesa più grande del paese. Una piazza, un borgo, la scuola e, appunto, la chiesa.
    In quel paese sulla collina, ricordo l’infanzia di una bambina un po’ timida e sognatrice.
    Lì aveva trascorso i periodi più belli, in una casa vecchia di tre secoli ma gravemente lesionata dalla guerra e malamente adattata alle esigenze di vita più urgenti e necessarie. Aveva vissuto giorni felici tra campi di grano, filari di viti e sentieri di more. Aveva giocato nel giardino delle zie, tra le aiuole di dalie e di zinnie e sull’orlo dello stagno, bordato di calle bianche. Quel giardino un po’ selvaggio, che sembrava immenso, con i suoi viottoli erbosi e irregolari, i cocci e le piastrelle scompagnate che segnavano i sentieri tra le rose. Aveva ascoltato sinfonie di grilli nelle notti di giugno, respirando il profumo dei tigli e dei gelsomini, quando giungeva un chiacchierio sommesso dal cortile appena illuminato, mentre le lucciole nascevano dal buio e il sonno scendeva lentamente. Aveva sentito le cicale nel silenzio dei pomeriggi estivi, cullata da una noia leggera. E i cori del rosario nel mese di maggio, quando la chiesa odorava di gigli e risuonava di canti e preghiere, nelle sere tiepide di primavera.
    All’orizzonte si vedeva il mare e laggiù, sulla costa, indistinta e sparsa in una linea confusa di case, la città.
    Aveva ascoltato le “sue” fiabe, tante volte ripetute dalla voce delle zie e tante volte richieste, e poi sognate, sempre uguali e sempre nuove, quando ai primi brividi d’autunno si assopiva nel letto, intiepidito dai carboni ardenti dello scaldino e ancora odoroso di cenere. Guardava il grande quadro scuro con l’immagine del bisnonno garibaldino, quel bisnonno famoso che, giovane ribelle, era fuggito dal collegio appena sedicenne contrariando la famiglia “reazionaria”.
    Aveva aspirato dalla porta di cucina l’aroma del ragù, lungamente sobbollito sul fornello della stufa, quando le zie lo cuocevano per ore, perché doveva “covare” a lungo per riuscire saporito.
    Il caminetto scuro nella grande cucina, la lampada azzurra dall’aspetto opalescente, la fruttiera bianca sul tavolo quadrato, il tavolo dei lunghi “solitari” giocati e ripetuti senza fine: era il regno delle “zie”, le sorelle della nonna ormai scomparsa.
    I gomitoli di lana, i centrini, gli uncinetti nelle mani operose di zia Aida che pregava, lavorando silenziosa nel suo angolo, seduta accanto alla finestra. Le verdure fresche ammassate sul tagliere, per i brodi saporiti di zia Alfonsa. E i discorsi sempre saggi di zia Anita, che sapeva ascoltare e consigliare, materna e generosa ma dall’indole forte e indipendente: degna figlia di un eroe garibaldino.
    La casa delle zie. Aveva sognato in quella vecchia casa piena di calore, di affetti quieti e di presenze antiche. Aveva giocato con le amiche e coi cugini in quel giardino un po’ selvaggio che, nel disordine dei fiori e dei cespugli, si perdeva tra gli alberi dell’orto. Era un teatro sempre nuovo di avventure che aprivano la mente a tante fantasie.
    Ricordava le lunghe estati assorte, col loro susseguirsi di giorni odorosi: quello pieno e solare del grano tagliato, nei campi sotto il paese, quello fresco e aromatico della terra dopo gli acquazzoni, quello forte e dolciastro dei gigli nei lenti crepuscoli, quello tenue e avvolgente delle rose, che si aprivano e si slabbravano presto, seminando i loro petali negli orti e nei giardini. Profumi, sensazioni, frammenti d’immagini: un patrimonio prezioso per gli anni a venire.
    Ora quel mondo non esiste più.
    Io non sono più quella bambina. Le zie sono scomparse, la casa venduta, lo stagno prosciugato. Il paese dell’infanzia è stato abbandonato e ormai dimenticati i compagni di giochi e di avventure.
    Gli anni son corsi veloci, nell’altalena incessante di esperienze, di mete raggiunte o svanite, di cambiamenti e delusioni. Uno srotolarsi inafferrabile di giorni che strappa la vita dalle mani, che lascia l’indefinito rimpianto delle occasioni perdute e la malinconica insoddisfazione delle gioie appena avvertite e subito sfuggite, mai assaporate a lungo, mai abbastanza trattenute e meditate.
    Eppure mi basta un profumo, un’immagine, un lampo breve e improvviso: ed ecco il sussulto del cuore.
    Mi basta guardare là verso le colline, ed ecco tornare, insieme al ricordo, la quieta dolcezza delle cose. Quegli attimi preziosi e segreti che hanno il potere di rapirmi fuori dal tempo e riportarmi un’antica armonia, un rapido palpito di felicità.

     

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"

  • 30 aprile 2008
    Leggerezza

    Come comincia: Ecco, sono tornati. Come ogni anno, ad ogni primavera inoltrata, ritornano: leggeri, bianchi, impalpabili. Volano danzando senza meta, dondolando incerti sulle ali della brezza, seguendo ogni lieve soffio di vento, galleggiando nell’aria tiepida senza regola.
    Velano il terreno con soffici trasparenze, si addensano lanosi ai bordi delle strade, vagano verso l’alto cercando, cercando…
    Sono i fiocchi bianchi dei pioppi.
    Annuncio di una prossima estate, come ogni anno, si aggirano tra le cose, tra le case, davanti ai nostri occhi ancora abbagliati dai primi soli della stagione. E noi… ce ne andiamo con loro.
    Eccoli: sono i nostri pensieri, rarefatti nell’aria, che si disperdono e se ne vanno in cerca di orizzonti, ansiosi di  libertà, ancora intorpiditi dall’inverno ma bisognosi di spazi infiniti, di sole, di luce, ribelli a ogni regola e a ogni logica.
    Sono i nostri sogni, che sfuggono ai confini ristretti della realtà e  rincorrono miraggi lontani, in cerca di superiori armonie.
    Non c’è, in queste farfalle erranti, la gioia frizzante e l’incanto lieto dei fiocchi di neve, ma la dolcezza un po’ ebbra e malinconica che suggerisce il passare delle stagioni, lo scorrere del tempo e anche il desiderio un po’ folle di sfuggire alle severe leggi della ragione, di lasciare i binari prestabiliti per trovare nuovi sentieri, nuovi linguaggi.
    Leggevo, qualche tempo fa, Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Una cosa, tra le altre, egli voleva salvare e trasmettere alle nuove generazioni  del Millennio: la “leggerezza”. Quella leggerezza di spirito che dona la libertà interiore, dà le ali alla fantasia, ispira la gentilezza dei sentimenti e crea, infine, la poesia.
    Oggi il lieve volo di questa neve di primavera sembra parlarmi  lo stesso linguaggio: è un messaggio gentile alle nostre esistenze appesantite dalle consuetudini quotidiane, dall’amore per le “cose”, dalla disarmonica banalità del vivere; un invito a saper vedere ugualmente la bellezza e a spiccare, nonostante tutto, il magico volo della poesia.
    Così, con “leggerezza”, distolgo lo sguardo da quanto vedo intorno a me in questa città, deformata dalle ferite della storia e dalle cicatrici del suo tributo alla modernità e al benessere, e cerco di volare là dove, dice Calvino, giungono i poeti, gli artisti o quanti vogliono guardare il mondo con gli occhi della mente e del cuore per donare alla realtà la levità del sogno.
    Con “leggerezza” sollevo lo sguardo dal triste traffico stradale e lo dirigo sui tetti della città, dove intrecciano voli i colombi sullo sfondo di un tramonto rosato. I campanili delle chiese del Suffragio  e di Santa Maria in Corte si stagliano contro il cielo, vegliando con severa austerità questo paesaggio urbano che, nonostante tutto, ha un suo fascino antico. Sullo sfondo, la dolce compagnia delle colline che, con i loro chiaroscuri sfumati, fermano la corsa  dello sguardo verso l’orizzonte, quasi a donarci sicurezza e punti di riferimento perenni.
    Tra poco, a giorni, arriverà il profumo dei tigli. E io come ogni anno tornerò adolescente, a un mese di giugno lontano, quando l’intera città era pervasa da un aroma dolce e inebriante. Era la stagione dei miei diciotto anni e io, tra gli alberi della piazza e lungo i sentieri dei giardini, scoprivo i primi sussulti del cuore e l’incanto delle prime emozioni.
    Con “leggerezza”, sollevo gli occhi dalle modeste case di via Sigismondo e dalla strada ingombra di motorini e biciclette ammassate lungo i marciapiedi scalcinati, e volo su verso quel miracolo di bellezza che è la chiesa di S. Agostino. Vista così, dall’angolatura dell’abside e del campanile, vegliata da cipressi scuri, suscita ogni volta emozioni profonde. Allora tutto scompare intorno; la chiesa sembra ergersi isolata nella sua purezza di linee, nella severità raccolta e mistica delle sue pareti, nella sobria eleganza dei suoi pochi elementi decorativi. Semplicità e bellezza, forza e armonia, lavoro umano e spiritualità: un assoluto inimitabile di perfezione. E ancora una volta provo il senso di inspiegabile, felice appagamento che la vista della chiesa di S.Agostino mi sa regalare.
    Con “leggerezza”, volto le spalle ai palazzoni del Lungomare, alla folla chiassosa che già, in questo inizio d’estate, porta i suoi colori sgargianti, i suoni stridenti dei suoi veicoli, la sua esuberanza disordinata, e guardo verso l’orizzonte.
    Il fragore perenne del mare mi culla in una sorta di incanto. Sulla riva torna e ritorna il velo perlato delle onde, con movenze sempre varie e sempre uguali, per distendersi liscio in una lunga carezza. E rifluisce con chiari e lucenti rivoli che scorrono nei solchi ondulati della sabbia, lasciando quieti specchi d’acqua, tra frammenti di conchiglie e orme che si vanno cancellando. In alto volano i gabbiani, inseguendo vele bianche che vagano lontano, mentre in cielo si stracciano lentamente cirri sfilacciati e rarefatti verso l’orizzonte.
    Così il tempo non è più tempo: tutto scompare e tutto ritorna, nel ritmo armonioso della vita.
    La neve di primavera oggi mi sta conducendo lontano : il suo messaggio di leggerezza e di libertà mi invita a una confusa, indistinta ricerca di bellezza e mi lascia il desiderio sottile di continuare all’infinito questo “volo” senza meta, di vagare coi pensieri lontano, in sintonia con la danza lieve e un po’ folle dei fiocchi bianchi dei pioppi.

     

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"

  • Come comincia: Mi guardo intorno.
    Non mi piace quello che vedo; è tanto tempo che osservo con attenzione il mondo che mi circonda, ed è tanto tempo che vedo il mondo andare a rotoli.
    Ma in questi giorni ancora di più, vista la assai critica situazione internazionale.
    Il progresso tecnologico e quello sociale, avrebbero dovuto aiutare l'uomo ad evitare di compiere gesti di abissale stupidità, avrebbero dovuto aiutarci ad evitare ogni genere di guerra, ed invece anche questa promessa non è stata mantenuta.
    Ma faccio qualche passo indietro, non mi va di parlare della guerra, ultima catastrofe di una situazione generale già non confortante.
    Mi guardo intorno.
    Le persone corrono sempre, negli occhi hanno la fretta di chi ha i minuti contati, cercano di fare mille cose, di occupare il tempo che hanno, come se questo gli sfuggisse di mano.
    Mi guardo intorno.
    Penso: "Ma cosa siamo diventati? In cosa ci ha trasformati questa società?"
    E mi do questa risposta: Siamo diventati macchine da lavoro, macchine per fare soldi, soldi che ci serviranno per comprare macchine e abiti costosi, l'ultimo modello di cellulare e di computer, e di tante altre cose.
    Abbiamo le case super arredate, ma a casa non ci siamo mai. Chi si gode tutti quei mobili di lusso, quei divani comodi o quei televisori ultratecnologici? Forse l'aria di casa, perché le case ormai sono tanto piene di oggetti e tanto vuote di umanità. Siamo soli.
    Un po' come nelle grandi città, tanto affollate eppure tanto deserte.
    Siamo tanti, e siamo soli.
    Ma soprattutto siamo vuoti.
    Mi guardo intorno.
    Cosa vedo?...
    ... Vedo gente che confida tutto nel denaro, e fa dipendere la propria vita dai soldi...
    ... Vedo gente che cerca il potere, e non si ferma mai, ad ogni costo...
    ... Vedo gente che vive per il divertimento sfrenato, non ha altro scopo tanto che il divertimento è diventato l'obiettivo primario di una vita... viaggiare, notti insonni, discoteche, ecc... ecc...
    ... Vedo gente che cerca il piacere sessuale, e allora si lascia trasportare da ogni genere di perversione che la libertà (ma è libertà?) di oggi permette, seguendo prima di tutto i propri istinti, come gli animali...
    ... Vedo gente che fa finta di vivere, perché non si accetta per quello che è, perché la società esige solo i migliori, i più belli, i più forti, i più furbi... questa gente vive la vita di qualcun altro... è schiava della cultura ingombrante di oggi, la cultura dell'apparire...
    ... Vedo gente che poggia le proprie speranze nel fare successo nel mondo dello spettacolo, gente che darebbe qualsiasi cosa per andare in televisione, anche solo una volta, come se l'unico mondo vero fosse quello della televisione, dove si può dimostrare che si esiste, perché nel mondo reale siamo soli... e nessuno ci sta ad ascoltare... perché nel mondo reale non siamo nessuno...
    Già, ci sentiamo soli.
    Io credo che questa solitudine interiore che noi tutti ci portiamo dentro, è questa a farci fare le cose più strane, le più pazze, le più sbagliate, le più meschine, le più false.
    Perché ci sentiamo soli, dentro il nostro cuore, e non sappiamo a cosa affidarci.
    Tutto sembra effimero, tutto provvisorio, tutto limitato; in effetti tutte quelle cose che fa la gente danno una qualche soddisfazione, danno gioia, danno piacere... ma purtroppo solo per poco tempo, tant'è che si è costretti a ricercare le stesse cose, e in misura sempre maggiore, fino a diventarne dipendenti, schiavi, sempre soli, infelici.
    Mi guardo intorno.
    Siamo malati, abbiamo bisogno di cure.
    Siamo infelici, non sappiamo nemmeno cosa sia la vera felicità.
    Il mondo che ci circonda in vari modi ce l'ha promessa, la felicità, ma ci ha preso in giro, perché dopo tante prove, dopo tanto tempo, siamo ancora qui, a farci domande, a cercare risposte.
    Mi guardo intorno.
    Il mondo non ha le risposte che sto cercando.
    Il senso profondo. Lo scopo. Il significato. Le gioie. Ogni cosa della mia vita può dipendere dal denaro ? o dal potere? forse dal sesso e dagli altri piaceri ? dal successo ? da strane filosofie, dall'avere o dall'apparire?
    Mi guardo intorno.
    Sono molto triste.
    Nemmeno io ho risposte.
    Come molti altri continuo la mia vita frenetica, sempre di corsa per non perdere l'ultimo tram.
    Sempre di corsa.
    Alla ricerca della verità.

  • 30 aprile 2008
    The lift

    Come comincia: Esce ravviandosi i capelli. Attenta a non sorridere troppo, gli fa l’occhiolino, muovendo le dita a saluto fugace e sensuale.
    Lui rimane seduto sul corrimano, attaccato alla parete dell’ascensore. I pantaloni slacciati e la camicia penzolante.
    L’ha masturbato al 36esimo piano. “Pressroom” indica la targhetta sulla pulsantiera. Pullulante di fotografi e giornalisti durante il giorno, alle 4 di notte solo due figure scomposte che si salutano nel buio.
    Senza lasciare tracce se n’è andata in bagno, perdendosi nel piano. Lui non ha intenzione di aspettare, spinge il pulsante e riscende.
    Il guardiano all’entrata lo lascia passare, ferma un taxi e sale. Direzione Tribeca.
    Il buio in casa gli restituisce la sagoma di lei sul letto. Il respiro regolare e il profumo della pelle. Congeda la baby-sitter che dorme sul divano con la tv ancora accesa e le regala 50 dollari in più. La doccia lo attende, calda e scrosciante.
    Quando s’infila nel letto, la sveglia del giorno prima suona. La zittisce con un colpo secco e si gira dall’altra parte. Sente socchiudere la porta. Lei entra e si sdraia accanto. Lui la tiene stretta, baciandole i capelli che sanno del balsamo della sera prima.
    "Papà" - fa lei.
    "Dimmi amore" - le sussurra all’orecchio.
    "Sono felice per la gita di domani, lo sai? La maestra ha detto che possiamo fare le foto. Mi presti una delle macchinette?" - gli domanda.
    "Certo tesoro, domani mattina la scegli. Magari una di quelle piccoline, va bene?". Lei annuisce nel silenzio.
    "Ho paura a salire così in alto, papà".
    "Dall’Empire vedrai tutta New York amore mio. Ci sarà solo tanto vento".
    "No, ho paura dell’ascensore, papà".

  • 30 aprile 2008
    Ritratto di signora

    Come comincia:

    Era bella. Il giovane Federico Fellini un giorno le aveva fatto il ritratto: uno schizzo tracciato con veloci tratti e con l’abilità di un artista dilettante dotato di estro e di genio, che si divertiva a fare ritratti e volantini pubblicitari. Ma i suoi concittadini non lo apprezzavano ancora, ritenendolo un ragazzo originale e senza prospettive, così lei non aveva dato  importanza al disegno e ben presto lo aveva smarrito.
    In una fotografia un po’ ingiallita, la si vede nei suoi anni giovanili: alta, bruna, con lineamenti solari e un’espressione aperta e comunicativa. Ha un abito bianco, le stanno accanto un’amica e il fratello minore. Sullo sfondo c’è il Kursaal. Quel famoso Kursaal che rappresentava il sogno della società riminese d’anteguerra: aiuole fiorite, palme, panchine e il bell’edificio elegante, che nelle grandi serate da ballo risplendeva di luci, luogo di ritrovo per la società raffinata dei villeggianti. Erano i tempi in cui Rimini era l’ “Ostenda d’Italia” e da tutta Europa giungevano persone dell’alta società internazionale per la stagione balneare.
    Durante un soggiorno a Roma era stata notata da un agente di Cinecittà, che aveva voluto farle un provino cinematografico. Ma era ancora un’epoca in cui la carriera di attrice era considerata disdicevole per una ragazza di buona famiglia che veniva dalla provincia. Così rinunciò e non ci pensò più.
    Sono tanti i ricordi di quegli anni. Gli affetti familiari, i soggiorni nella casa delle zie sulla collina, la vita di collegio dove, nonostante la tristezza della separazione dai suoi cari, riusciva a rallegrare le giornate col suo temperamento vivace e ottimista, e con l’innato senso di umorismo le suggeriva scherzi e burle ai danni delle povere “Maestre Pie” (le suore del collegio, che tuttavia le volevano un gran bene). A scuola coltivò le sue più care amicizie, che seppe poi conservare per tutta la vita con grande costanza e lealtà.
    C’erano i pic-nic sulla spiaggia con zie e cugini, tra le dune di sabbia e gli arbusti di tamerici. C’erano le rare serate a Teatro, in quel bel teatro neoclassico del Poletti, inaugurato a suo tempo da Verdi,  che si diceva avesse un’ottima acustica, tanto che le migliori compagnie d’opera venivano volentieri a cantare per i cittadini riminesi, molto amanti della lirica. In quel teatro, una volta, si era esibita in un saggio ginnico della scuola, con le clave illuminate fatte roteare nel buio. L’effetto era stato così suggestivo che in lei era rimasto per sempre il ricordo di quella serata  magica, con i suoi arabeschi di luce e le sue musiche, tra i palchi maestosi e davanti alla platea di spettatori eleganti.
    Ma i giorni sereni finirono presto. Ancora giovanissima rimase orfana di entrambi i genitori, con inattese difficoltà economiche da affrontare. Mentre il fratello maggiore si allontanava per intraprendere la sua carriera (e per vivere più tardi vicende di guerra e di prigionia), il fratello più giovane, ancora studente, contrasse una grave malattia e lei dovette far fronte a un lungo periodo di sofferenza e di pesanti responsabilità. Aveva il diploma di maestra e lo mise a frutto cominciando il suo lavoro di insegnante, che nei primi anni la condusse a vivere situazioni difficili in località disagiate, perdute nella campagna, in ambienti  squallidi dove viveva giornate di solitudine e di malinconia...
    Non le mancavano i parenti: proveniva da una famiglia numerosa i cui discendenti erano un po’ dappertutto. La invitavano spesso, ma il suo vero rifugio era la “casa delle zie” su in collina. Lì le sorelle della mamma, Anita, Aida e Alfonsa, l’accoglievano a braccia aperte donandole tutto il conforto e il calore di cui aveva bisogno. In quella casa antica, ricca di ricordi, di tradizioni, di abitudini semplici e di sincero affetto, lei trovava la forza di affrontare il futuro.
    Poi venne una nuova felicità.
    La fotografia del suo matrimonio la rappresenta in un bell’abito bianco all’uscita della chiesa di San Girolamo, là dove si apriva la cancellata, tra le due cappelle laterali, al braccio del marito in divisa di gala e preceduta dalle damigelle d’onore. Durante la cerimonia, il primo violino dell’EIAR (che era un parente acquisito, marito dell’estrosa zia Peppina) aveva suonato per lei il “Sogno”di Schumann e il sacerdote aveva fatto piangere la sposa e gli invitati ricordando i dolori che l’avevano afflitta.
    Aveva conosciuto il marito in un modo singolare. Erano anni di guerra e, come tutte le giovani donne di una certa istruzione, era stata esortata a considerarsi “madrina” di un combattente e a scrivergli lettere di incoraggiamento. Così intrecciò una lunga corrispondenza con uno sconosciuto ufficiale di Marina che ebbe modo di apprezzarla prima ancora di vederla. E quando la vide se ne innamorò.
    Ma la guerra premeva. Il suo primo anno di sposa lo trascorse ad ascoltare Radio Londra e i bollettini di guerra, trepidando ad ogni notizia che riguardava i combattimenti navali e ricordando con angoscia le tragiche vicende vissute dal marito in precedenza, quando il cacciatorpediniere “Grecale” era rimasto per molti giorni in avaria vagando alla deriva. Quando le nacque la prima figlia, era stato appena dichiarato l’armistizio e a Rimini si avvicinava il fronte.
    Con la bimba di pochi mesi volle allontanarsi, terrorizzata dalla minaccia che la Linea Gotica rappresentava per loro. Così una notte fuggì sopra un camion tedesco, guidato da un autista ubriaco, dove aveva ottenuto il passaggio grazie a un giovane ufficiale della Wermacht, che aveva lasciato a casa, in Germania, una bimba della stessa età. Dopo un viaggio avventuroso si rifugiò a Milano presso i cognati e poi si stabilì sul lago di Como, dove rimase per alcuni anni. Ma quando dovette tornare provvisoriamente a Rimini, per recuperare i suoi documenti dopo la fine del conflitto, rimase sconvolta. La città, attraversata dalla Linea Gotica e teatro di scontri e bombardamenti devastanti, era stata letteralmente rasa al suolo. Lei ricorda ancora con impressionante lucidità lo spettacolo che le si presentò. Uscita dalla stazione, non capì dove si trovava e perse l’orientamento. Le macerie ingombravano il terreno in ogni direzione; non c’era più traccia di strade e palazzi conosciuti; non c’era più un impianto urbanistico; non c’era più Rimini.
    Da allora gli anni sono passati portando la pace, la ricostruzione, il benessere. Tante antiche famiglie sono scomparse o si sono trasferite. Tanti costumi e tanti valori sono cambiati. Lei è tornata nella sua città dove è riuscita a vivere serenamente una vita che non è stata facile, col marito sempre lontano, in mare. Una vita che le ha portato nel tempo altre gioie e altri dolori. E’ nata una seconda bambina; il giovane fratello, amato come un figlio, è morto in circostanze drammatiche; una malattia cronica ha limitato presto e per sempre la sua esistenza; il marito è scomparso prematuramente. Ma lei ha continuato a insegnare con impegno e passione. E ha allevato le sue due “bambine”.
    Oggi è un’anziana signora con i capelli bianchi. Passa le ore nella sua poltrona parlando con vivacità e con la mente lucida, ricordando le cose lontane della sua vita e valutando con interesse e saggezza le cose del mondo di oggi. Ha una fede forte e senza ombre, che l’ha sempre sorretta e confortata. In estate contempla i gerani del suo balcone e controlla il volo delle rondini. E’ ancora bella, nonostante l’età e i problemi di salute. E io la conosco bene.
    E’ la mia mamma.*


    * [ n.d.a.: Al momento di questa mia trascrizione, la mamma non c’è più.]

     Tratto da "Mi torna al cuore"


  • 30 aprile 2008
    Nebbie

    Come comincia:

    Suona la sirena del porto, come in ogni notte di nebbia. E’ un suono malinconico, insistente, un richiamo accorato e solitario nel silenzio, proiettato verso il nulla. Costante e ripetitivo come i battiti del cuore, regolare come il respiro. E’ lamento di solitudine, domanda senza risposta, grido che penetra il mistero senza svelarlo e subito si spegne in un’eco sommessa...
    E’ la voce della nebbia, dei mari e delle nebbie  di ogni tempo e di ogni luogo. Ma nel lento scorrere delle ore, quella nenia monotona diventa una voce amica, una compagna fedele nella notte.  Mi fa sentire a casa, vicina al mio mare, avvolta dalla mia nebbia, che fascia i contorni della mia città.
    Nebbia di mare, che non è nebbia di città. Non è la coltre immobile e impenetrabile che limita i sensi e rende opaca la mente, ma è una nebbia portata dall’acqua, che viene da lontano, da quell’orizzonte che per noi gente di mare prefigura l’infinito. Si addensa in banchi fumanti colmi di mistero e si dirada in visioni improvvise per velarle subito di nuovo, in un’alternanza imprevedibile che ha la dimensione del sogno. Viene e poi va come la marea, ma è mutevole come le correnti. Cancella ogni confine: noi siamo  sulla terra e siamo sul mare. Siamo al di là del mare. In un mondo sterminato dove si offusca la vista fisica e si apre la vista della mente che ci fa essere qui e altrove, al di fuori del tempo. Dal mio guscio caldo e protetto la sento, la vedo: la nebbia. E in essa colgo apparizioni immobili e  fugaci, quasi visioni della mente: frammenti di una realtà  indistinta che non si mostra ma suggerisce solo brevi intuizioni, improvvise rivelazioni che subito scompaiono. Sta fluttuando densa tra i pinnacoli e gli arabeschi del Grand Hotel, traforata dalle ombre scure e frangiate  delle tamerici nel lungomare. Sta planando sulla distesa  quieta della spiaggia e poi sull’acqua. Sale su lungo i viali, trafitta  dalle pallide luci dei lampioni che diffondono aloni opachi, scivola tra le case e ristagna nelle piazze, fasciando i fantasmi scuri  dei palazzi comunali e stracciando lentamente il suo velo sui marmi bianchi del Tempio.
    Non è la nebbia leggera e piovigginosa  che  risale le colline, odorosa di fumo e di mosto nei borghi laboriosi amati da Carducci. Non è il Limbo felliniano di Amarcord, dove la vita e la morte sembrano toccarsi in una dimensione  trasognata di attesa e di smarrimento. Non è il  rimpianto nostalgico di Quasimodo nel rievocare un antico autunno. O la trasparenza poetica di Monet che stempera i colori e la luce sulla cattedrale di Rouen, giocando con le “impressioni”.
    La mia nebbia è un’amica silenziosa, eppure risonante di messaggi. Già l’ascoltava Pascoli quando coglieva nel suo mare grigio l’intuizione del mistero che avvolge il mondo e in essa intravedeva  rare ombre solitarie: quelle dell’uomo sperduto e spaurito che  vaga, angosciato  dalla minaccia del nulla, nel  vano tentativo di captare qualche frammento della verità. 
    Ma l’itinerario “astrale”, che conduceva il poeta ad affacciarsi nelle voragini misteriose dello spazio e del tempo, non mi procura lo stesso sgomento.
    L’abbraccio  quieto della nebbia è un invito al mistero, un ammonimento al limite insuperabile della conoscenza, ma nel mio animo ansioso di infinito si traduce in un invito, allettante come il canto delle sirene, all’abbandono fiducioso. E mi trascina dolcemente nel grande mare dell’essere.

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"

  • 30 aprile 2008
    Un posto dove restare

    Come comincia: Assonnato come quel mercoledì mattina, Emilio probabilmente non lo era mai stato. Faticava a tenere lo sguardo vigile sulla lavagna, mentre la professoressa finiva di trascrivere le costruzioni del periodo ipotetico in latino. A dire il vero, pochi nell’aula sembravano prestare una convinta attenzione; Carmine non era tra questi. Approfittando del posto in ultima fila, ben coperto dalle voluminose spalle di un compagno, si era messo ad ascoltare pacificamente la musica dal suo lettore MP3, comperato il giorno prima.
    “Bene, ragazzi: prima di andare vi ricordo che domani è giorno di versione in classe. Non accetto ritardi, a meno che il motivo non sia grave".
    Storia già sentita, mormorava tra sé  Emilio mentre oltrepassava l’uscita con passo liberatorio.
    Lontani abbastanza da non percepire più i vocii della folla dinanzi al portone della scuola, Carmine ed Emilio presero a dialogare con scarsa partecipazione; solo qualche rapido scambio di battute sulla situazione critica del Catania in classifica.
    “E Domenica c’è la Juve”, salutò distrattamente Carmine che imboccava una viuzza stretta e in salita, lasciando Emilio divincolarsi da solo nel tran tran di passanti che assediavano i marciapiedi di via Etnea.
    Ogni persona che lo urtava, gli suscitava istintivamente un senso allarmante di rancore, che riusciva a contenere soltanto tenendo bassa la testa, concentrata sull’asfalto uniforme del marciapiede.
    Capitò dinanzi ai tavolini esterni del Bar Caprice, e su una delle seggiole lasciò cadere tutto il peso del corpo. Poggiò il gomito destro sul tavolino all’altezza della nuca, indeciso se fermarsi lì, o proseguire la camminata.
    “Beh, che ci fai qui? Vattene a casa, forza, la mamma ti aspetta”, sussultò in tono greve un uomo che sfumacchiava  un mozzicone di sigaro.
    Finito di mangiare, Emilio allungò verso la madre uno sguardo che tratteneva una richiesta di qualche tipo; la donna, impegnata a sparecchiare, non tardò comunque ad accorgersene: “Emi, è uscito quel nuovo gioco della Play… come si chiama… Fantasy… che dici, ti porto al negozio di pomeriggio? ”.
    Emilio non le prestò la benché minima attenzione, e andò a rifugiarsi caparbiamente nella sua stanza. Dalle pareti da poco ritinteggiate, strappò via poster e insegne di  giochi e personaggi virtuali; dopodiché, senza altre esitazioni, agguantò la cornetta:
    “Pronto, Carmine, io ci rivado.”
    “Quando?”
    “Subito, vediamoci lì.”
    “No, non voglio mettermi nei casini. E poi quella roba non mi piace.”
    Emilio affrontò, superandole con astuzia, le domande della madre, che lo vide sparire in fondo alla tromba delle scale.
    Di gran corsa percorse un reticolo di vie somiglianti l’una all’altra, che lo condussero dinanzi a un garage malridotto, pieno di scritte offensive lasciate con le bombolette spray.
    Bussò freneticamente, con il cuore che gli scattava come una mitraglietta:
    “Ah, sei tu; e il tuo amico?”
    “No, lui non è venuto.”
    “Entra dai, fai in fretta.”
    Si sedette a gambe incrociate sopra un ampio tappeto di stoffa variopinta, in quell’ambiente tanto differente da casa sua, illuminato da vibrazioni sfumate di lampade etniche, maschere appese ai muri con espressioni sofferte, odori che serpeggiavano nell’aria, in modo tanto denso, che a Emilio parve quasi di poterli sfiorare con le dita.
    Kofi, riprese il libro adagiato su una mensola;
    “Mosi, Semelo come on!”
    Due ragazzi di colore sbucarono da dietro una poltrona in bambù, per ricomporre il cerchio, di cui adesso anche Emilio era entrato a fare parte.

  • 30 aprile 2008
    L'innocenza e il colibrì

    Come comincia: Spuntava dal verde lucente tra le foglie strette e lunghe del salice di fiume, una corolla di piccole luci, dei semplici puntini luminosi attaccati come un rosario tra le dita di una novizia.
    Piccole gemme lucenti che sgretolavano l'aria mattutina in mille AveMarie, rispondeva "amen"  ogni qual volta si tuffavano nel rivolo del ruscelletto, che saltellava tra i sassi lisci e morbidi. Muschi lucenti contornati da  piccole bolle sapienti, il mestiere antico delle schiume rapide adagiavando capelli di ninfe sul fondale di ciotoli.
    Lucenti  raggi di luce sapienti scandagliavano gli anfratti, ignorando le tane e lasciandole nere di mistero, laddove sarebbero tornati più tardi, verso sera, ad illuminare di poco l'ingresso della tana del toporagno, che sarebbe così uscito per il pasto del tramonto. Dove la luce riflessa della superficie trasparente del fiume avrebbe spedito  il suo invito luminoso, anche dentro il buio.
    Polvere dorata si appoggiava distratta sull'acqua e veniva portata via rapidamente dal silenzio della mattina, che si apprestava a dire di sole e di nuvole bianche, gonfiate dal vento altissimo, nello scherzo a rovescio di un cielo messo lassù come un mare le cui vele partono per una gita.
    Apparentemente distratto un ramarro verdissimo si appresta con le sue palpebre trasparenti a guardare serio il pasto che si avvicina, apparentemente distratto l'occhio da dinosauro gira indietro e avanti e di lato. Sul nastro luminoso e piatto corrono moscerini di ogni tipo, allegri e ballerini danzando, insetti dalle gambe lunghissime, si  traghettano sulle foglie cadute, insieme a gocce rotonde.
    Luminescenti  bolle roteanti di arcobaleni, presero in prestito dalla pioggia lontana  la libellula dalle ali viola, leggera come la speranza. Arrivò col suo volo verticale, confondendosi con la luce azzurra dell'acqua di cui è lontana cugina.
    Arriva con la sua vita sottile, le gambe lunghe e le ali trasparenti, che se viste di riflesso sprigionano sogni coloratissimi.
    Altri la accompagnano, qua e là altre forme brillano, chi per confondersi e chi per apparire.
    Apparentemente immobile il ramarro verdissimo coglie il punto perfetto per confondersi. Laddove una radura dello stesso colore appare di erbe e muschi, appena appena congiunta alla riva brillante d'acqua trasparente...
    (Dove intendiamo capire, quando sapremo che l'innocenza ci immagina scolari disattenti?)
    Caleremo un pensiero scuro, un tremore mesto, un tornare indietro del senso, un guardare all'indietro per ritrovare il passo semplice e sorpreso di bambini che sanno ancora giocare.
    Fantasia incrinata, colori intatti che finiscono in un caleidoscopio malefico in bianco e nero. Inutile scuoterlo, si romperà.
    Quando capiremo che l'innocenza si materializza per poco, in un semplice e unico istante, che si può ripetere, ma non sta nelle cose.
    Oppure ne è permeata completamente.
    Ma non starà però a noi fermare questo istante tragico.
    Ripetuto all'infinito, circolare, spirale di senso, incomprensibile per noi, esseri incompleti.
    Il ramarro lo sappiamo benissimo cosa sta per fare
    E la luce scenderà nella tana del toporagno.
    E la preghiera non sarà ascoltata
    E la luce altrove non esiste, nel freddo infinito universo.
    E le stelle sono morte da tanto tanto tempo....
    Un colibrì coloratissimo fluorescente di luce, specchiato di miracoli, piccolissimo e velocissimo nello stop improvviso, di lato come un fulmine di giorno sfrecciò senza suono, come un soffio colorato  nell'aria.
    Verde solo all'apparenza, il becco lungo e sottile e le ali... ah! quelle ali supersoniche, parenti del lampo e del vento, gravide di silenzio, immerse nel tepore del giorno, trasparenti in quella flautata fretta, invisibili allo sguardo, leggere come nessuno riuscirà mai ad essere, capaci di rimanere immobili e guardarti per un attimo, un secondo di vibrazioni.
    II colore scendeva in me come il respiro dell'arcobaleno, come un segno del destino, come se un pennello acquarellato, carico di colore mi dipingesse gli occhi.
    Poi così come era apparso scomparve.
    Seppi cosa fare.
    Battei le mani con un colpo secco.
    Il ramarro sorpreso scappò e la libellula cambiò direzione.
    Una foglia gialla mi cadde sulla spalla leggera e silenziosa.
    L'autunno, pensai, ormai è finito.

  • 30 aprile 2008
    Aversa: l'amore nascosto

    Come comincia: Aversa: Via Licigniti - fabbrica artigianale di bibite "Fardella"
    Arriva una Fiat "Uno" da "demolizione"; fuoriescono un uomo sulla quarantina, una donna - probabilmente la moglie - con l'occhio sinistro cieco, ed un bambino di circa dieci anni d'età.
    Scaricano frettolosamente due casse di bottigliette vuote di gazzosa a marchio "Fardella"; il signor Tommaso ha l'imbottigliamento anche di "cola" e di "aranciata" da primo prezzo.
    Il bambino si offre di prendere in mano una delle due cassette, ma è dissuaso con modi bruschi dal padre; alla fine ci riesce e posa la sua cassetta in prossimità di un pianerottolo da cui si accede alla fabbrichetta.
    Il padre del bambino gli dà l'incarico di pagare le due cassette "piene", ma, al momento di ricevere il resto, inspiegabilmente, forse per un errore da lui imputabile al piccolo, comincia a strattonarlo e a spingerlo in malo modo.
    L'uomo, esagitato, impreca qualche parolaccia e biascica qualche bestemmia. Il bambino si difende, riceve un ceffone sul collo, piange e, difendendosi con fare brusco ed anche violento, si dimena, si svincola dal padre e si rifugia nell'auto, rivolgendo maldicenze all'indirizzo del genitore; questi gesticola nervoso e dà l'idea di volerlo ancora picchiare, ma la madre del piccolo, rozza e malmessa, con grande slancio materno lo protegge e cerca di convincere il marito a lasciarlo stare.
    L'uomo, con fare furioso e seccato, si mette alla guida dell'auto e parte nervosamente.
    Aversa: non sempre "mazze e panelle fanno i figli belli" !

  • 30 aprile 2008
    L'Idea

    Come comincia: Sarà la parola a trapassare questo sistema. Una parola stretta nel pugno di un'idea. Il potere delle idee che nascono libere e che piuttosto che accettare le catene, preferirebbero morire, seppur questo privilegio a loro non è concesso. E' l'idea il mito che sin dalla notte dei tempi ha mutato gli ordini costituiti ed ha demolito imperi corrotti, il fuoco del "Monte Fato" da cui fu forgiato "l'unico Anello" ed al contempo l'unica fiamma in grado di annientarlo.
    L'idea è l'arma più potente, quella che nessun proiettile, nessun fucile, nessuna lama, nessuna privazione, nulla di questo mondo potrà mai sconfiggere.
    Come nel mito di Artù, in cui all'idea fu associato un nome ed un simbolo: la spada invincibile Excalibur altro non era che l'ideale di egalitarismo, di fratellanza, di solidarietà, di amore che rendeva l'acciaio di quegli eserciti indistruttibile e che ancora oggi, sul fondo di un lago di privazioni, la dama miseria è pronta a concedere a chiunque mostri di condividerne i valori.
    L'idea è la chiave per mutare il mondo. L'uomo senza idea, senza ideale, senza utopia è uno schiavo che si accontenta degli avanzi del padrone, che litiga con il vicino per qualche brandello di carne in più come un cane perennemente denutrito, addestrato all'ubbidienza con lo strumento della paura.
    L'uomo senza idea è solo un parassita che questo mondo ripugna, che la natura stessa combatte perché rappresenta solamente una sorta di virus, una cancrena che distrugge tutto, un cancro atto solamente a consumare ogni risorsa esistente e destinato a rendere tutto un enorme ed invivibile deserto.
    L'uomo senza idea è un uomo disarmato e ricattabile. L'uomo senza idea è un uomo che ha paura, perché al timore della privazione è incapace di contrapporre la certezza di un qualcosa di cui nessuno mai potrà privarlo.
    L'uomo senza idea, senza ideale, senza utopia è un uomo senza Dio. Perché Dio è l'idea ed è l'idea, e non l'uomo che se ne fa portatore o che la brandisce ad essere onnipotente, onniscente, immortale. E' l'idea, anche nelle sue evoluzioni più corrotte, che si rigenera e trova nuova linfa vitale per tornare a splendere.
    E' giunto il momento in cui una nuova idea riporti l'uomo alla coscienza di se stesso e del suo potenziale. La strada dell'idea è una strada fatta di morti e resurrezioni. L'idea è l'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri ogni volta più forte e potente.
    L'idea è il potere di far a meno del potere, ovvero l'unica strada per vivere e morire da uomini liberi.

  • 30 aprile 2008
    Orfeo

    Come comincia: Stordito, aveva ascoltato storie misteriose di un flauto magico, incantatore di boschi stormenti e di voli di uccelli con il suono di arcane melodie suscitate da dita mosse dalla malìa di passioni incancellate. Spesso aveva cantato assieme al vento autunnale odoroso di petali rapiti a fiori trasognati e si era lasciato sospingere in giardini abbandonati dal tempo in immote solitudini stupite. Da sempre aveva voluto diventare un suonatore tanto straordinario da essere accolto nell'orchestra degli spazi, tra organi e violini capaci di far vibrare gli universi. Così viveva intonando al cosmo canzoni d'amore inappagato, viandante infaticabile di sentieri non battuti. Giunse anche il momento in cui il suo cuore, compresso da sentimenti incatenati, confuse ormai il suo canto in tempeste nevose, fiocco turbinante insieme all'ala dei corvi frusciante su leggendarie principesse stregate e cavalieri in ceppi, evocati dal più nostalgico lamento del suo flauto. Voleva però ancora sempre incantare boschi ed uccelli come il suo maestro e lasciati i giardini dischiusi a lui dal vento incessante della sua fantasia si recò tra querce e betulle riposanti sul manto scuro di una terra profumata. Predispose i suoi accordi in armonia con il palpito di piume sonnacchiose e accenni di gorgheggi e subito altri palpiti e suoni si aggiunsero a rendere struggente la melodia. La musica meravigliosa si orchestrò in breve travolgente e composta dagli strumenti più vari, che dirigeva mettendo a repentaglio il suo cuore, in pericolo di essere abbattuto dalle vibrazioni di un amore tanto languido da fargli credere di morirne. Il bosco lo seguiva affascinato e suo, offrendogli la sua anima più profonda ed aiutandolo ad intonare la sua canzone, ma quando ormai credeva di essere in compagnia di fronde e canti, non vide più né alberi né uccelli, né sentì il loro respiro sulla fronte e fu solo con gli accordi del suo cuore, di nuovo in uno dei suoi giardini solitari.
    Abbracciata da un freddo marmo, accarezzata da gelosi veli pazzi di piacere, il seno baciato dai suoni più accorati, essa si rivelò come il tono più segreto della melodia che lo aveva rapito in quel remoto angolo. Non sapeva più se avesse mai incantato boschi misteriosi ed ali scure di tempi immemorabili, forse era accaduto, forse era stato potente, ma non tanto da resistere al richiamo proveniente da quello che pareva il ricordo straziante di cose perdute per sempre. Intanto le rosse labbra di lei affondavano socchiuse nel suo cuore ed egli riposò per un eterno attimo in uno scorcio d'infinito. Si avvicinò a quella visione sconvolgente, ma il vento che lo aveva trasportato in quel giardino desolato non gli concedeva di toccare alcunché con la mano, né i petali delle rose trascinati al suo seguito, né il bianco collo che i suoi accordi tempestavano di baci appassionati. Ed essa non mutava la sua espressione, le calde carezze ed i sospiri affannosi non sembravano in grado di sottrarla all'abbraccio della pietra sulla quale le sue membra giacevano dolci, ma ferme. Ecco dove l'aveva portato il suo cuore, in uno spazio la cui voce era il gemito del vento, che si confondeva con la sua serenata cantata ad un'immagine uscita dal marmo che la proteggeva e la imprigionava. Lunghissimi i capelli neri sfuggivano come serpi alle sue dita, facendolo smaniare di desiderio per lei, bellissima e insensibile o, come come in qualche istante credeva di percepire, conscia del suo amore, ma altera, finché dimenticò il suo flauto per quegli occhi scuri e regnò solo il vento e fiori caddero leggeri sul suo tramonto e il suo cuore smise di vibrare e le sue mani non si mossero più e fu come pietra bianca nelle galassie.

     

     

    Tratto dalla raccolta "Il paese disabitato"

  • 28 aprile 2008
    I confetti

    Come comincia: La luce chiara e pulita del mattino illuminava come sempre la piccola cucina di Serafina. Come tutti i giorni, estate e inverno, si era alzata alle sei e dopo aver atteso che il caffè salisse si apprestava a berlo vicino alla sua postazione di lavoro, la piccola vecchia sedia un po’ sfondata ma comoda e il banchetto fatto a misura per lei.
    Guardava fuori Serafina, osservando l’inizio del giorno di tutto il suo quartiere, il tutto era come un congegno ben oliato, ciascuno aveva un compito preciso, anche i bambini che, sciamando a frotte, dopo poco avrebbero riempito di grida il cortile.
    Serafina sorrise e trascinando la sua gamba sbilenca, tirò su i due grandi cesti pieni di mandorle che, entro sera, avrebbe dovuto sgusciare e consegnare alla piccola fabbrica di confetti, che si trovava su in cima alla collina.
    Serafina accese la radio e, come ogni volta, provava una grande gioia: innanzitutto l’aveva comprata proprio lei, con i suoi risparmi, l’aveva scelta proprio rossa, un bel colore ai suoi occhi, e poi i vecchietti, che al primo sole si sarebbero seduti sotto il suo balcone, le avrebbero chiesto tante cose su come andava questo pazzo mondo e lei si sarebbe sentita proprio come la signorina del radiogiornale, che rispondeva con cognizione alle domande fattele.
    Il grembiule fu filato e lo schiaccianoci cominciò la sua danza, erano ormai dieci anni che faceva questo lavoro, l’unico che la sua condizione fisica le aveva permesso.
    Era nata con una gamba sifolina, l’ultima di sei fratelli, mamma e papà erano morti da tempo e i suoi affetti erano andati a cercare fortuna altrove, in paesi lontani dove nevicava quando da lei era estate.
    Era stato duro trovare il lavoro, a servizio non era potuta andare perché le avevano fatto capire che non poteva “figurare” e nelle campagne lo sforzo era da considerare.
    Dopotutto sgusciare mandorle a lei piaceva, pensava che ogni seme che ripuliva sarebbe stato ricoperto da uno spesso strato di zucchero bianco e sgranocchiato da bambini golosi o offerto a signorine timide, sempre in contesti di feste.
    Le mandorle passavano per le sue mani e anche lei contribuiva a quella futura felicità.
    Per lei era proprio un bel lavoro, e poi c’era quel profumo dolce e avvolgente che, quando il vento era giusto, scendeva dalla collina e riempiva il naso e l’animo.
    Schiacciava i gusci con amore Serafina, e quando qualche mandorla si spezzava, c’era sempre un bambino pronto a prenderla al volo.
    A lavoro compiuto, ogni sera c’era la consegna, passava Severino con un triciclo, ritirava le ceste e si fermava, anche perché, pronto per lui, c’era sempre un bicchiere di acqua fresca e anice d’estate o di vino d’inverno.
    Un altro giorno era terminato, si affacciava al balconcino Serafina: adesso era la luce morbida del tramonto ad illuminarne il volto.
    Rientrata in casa piano piano, cominciò a preparare la cena, sgranò le fave, tagliò una fetta di formaggio e sorridendo si asciugò una lacrima, complice la rossa cipolla dall’acre profumo che quella sera le aveva regalato Severino.
    Il pasto fu terminato insieme alla puntata dell’appassionante storia che accompagnava le sue serate.
    Ah, la radio! Come avrebbe fatto, pensava spesso, se non l’avesse avuta!
    Il semplice letto di ferro battuto con il copriletto fatto dalla sua mamma tanti anni prima l’aspettava.
    Serafina sorrise di nuovo, adesso era pronta per dormire, recitò con dovizia le preghiere, come una bambina, e chiuse gli occhi.
    Lei non lo sapeva, ma, tutte le notti, il suo amore semplice e incondizionato per il prossimo veniva premiato, i suoi sogni erano i più belli  e colorati che si fossero mai visti, e qualche volta in sogno arrivava anche Severino che, con il suo triciclo verde, la portava in giro per la campagna avvolti in un soave profumo di zucchero cotto… e Tommaso, Adelina, Eusebio, e tutti gli altri bambini del paese la chiamavano… anche lei poteva fare arrampicate pericolose per prendere i nidi, quelli con le uova più belle, azzurre…nuotare nel fiume fino a farsi rughe profonde nelle dita… mordere al volo pomodori rossi e sugosi rubati negli orti… e i suoi vecchietti sorridevano compiaciuti in attesa di altre notizie… tutto era condito da un amore denso che andava e veniva, un donare e ricevere senza fine, ben aldilà del piccolo paese. Non si rammaricava Serafina al risveglio dai suoi sogni, intuiva che era giusto vivere così, che la sua condizione fisica era un dettaglio perché il palpito del suo cuore era per tutto l’universo.
    Un altro giorno l’attendeva e lei avrebbe continuato a sgusciare mandorle e a donare confetti.

  • 03 aprile 2008
    La luna di J.

    Come comincia: Alcuni lustri fa ebbi una storia con una donna bellissima.
    Per i miei occhi, si intende ma non penso solo per i miei.
    Aveva una decina d’anni in più ma questa non è una regola e anche se lo fosse l’ho infranta insieme a lei e la infrangeremmo ancora, almeno in quel contesto.
    Non so se sia stata una storia d’amore, di passione o di entrambe le cose. All’epoca non mi posi mai questo quesito, d’altronde non sarei stato in grado di distinguere la differenza tra questi due sentimenti che comunque hanno di sicuro le loro valenze.
    Certo è che adesso, di tanto in tanto, quando faccio una capatina nel mio passato, la sua figura, che avevo quasi sfocata, mi sovviene molto più spesso e nitida come un'alba estiva.
    Mi chiedo cosa significhi questo per brevi momenti ma , in apparenza tutto finisce in un “ Sarà un tantino di malinconia dovuta alla contingenza degli eventi che hanno contornato la mia vita negli ultimi sei anni e nient’altro.”
    Riconosco però , alla lunga che non è cosi. In ogni caso non vi è alcuna differenza.
    Non posso alterare il presente né riesumare il passato.
    Ogni tanto mi succedeva di incontrarla e mi accorgevo, mentre prendevamo un caffè o un aperitivo che, nonostante il suo animo battagliero, il tempo non l’aveva risparmiata dalla sua inclemenza.
    Le ricordavo, ogni volta, una canzone che canticchiava in modo superlativo e sinceramente mi addolora non poter sentirla quando la canta ancora perchè di questo sono certo.
    Sono diversi mesi che non ci incontriamo per via del mio e del suo lavoro. Forse.
    Non so se leggerà mai queste parole perché non è assolutamente nelle mie intenzioni farglielo sapere. In effetti non è facile che ciò avvenga, anche se i misteri della vita, in quanto tali, sono imperscrutabili.
    Si tratta di “Non voglio mica la luna”di Fiordaliso di cui riporto il testo.
    Effettivamente J. , nella sua vita ha avuto dei desideri molto più modesti che possedere il nostro satellite. Seppur "piccolini" e più che legittimi, nessuno di loro si è mai avverato come esattamente i miei ma questo è un altro discorso. Un fatto di solitudini, per molti versi simili dovute a sbagliate scelte più o meno imposte e soprattutto alla mancanza di coraggio da parte sua a porvi rimedio.

     

    Vorrei due ali d’aliante
    Per volare sempre più distante
    E una baracca sul fiume
    Per pulirmi in pace le mie piume
    Un grande letto sai
    Di quelli che non si usan più
    Un giradischi rotto
    Che funzioni però
    Quando sono giù un po’.
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto di stare
    Stare in disparte a sognare
    E non stare a pensare più a te
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto un momento
    Per riscaldarmi la pelle
    Guardare le stelle
    E avere più tempo più tempo per me.
    Con gli occhi pieni di vento
    Non ci si accorge dov’è il sentimento
    Tra i nostri rami intrecciati
    Troppi inverni sono già passati
    Io vorrei defilarmi per i fatti miei
    Io saprei riposarmi ma tu
    Non cercarmi mai più.
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto di andare
    Di andare a fare l’amore
    Ma senza aspettarlo da te
    Non voglio mica la luna
    Chiedo soltanto un momento
    Per riscaldarmi la pelle guardare le stelle
    E avere più tempo più tempo per me.

  • 03 aprile 2008
    L'uomo delle stelle

    Come comincia: Una volta ho conosciuto un tipo. Molto tempo fa.
    Era un tipo bassoccio per i miei gusti, di media statura ma atletico e muscoloso, con un ciuffo di capelli biondi che gli copriva mezzo volto. Diceva di venire da un paesino dei dintorni ma capii subito che non era vero.
    La prima volta che lo vidi indossava una polo azzurra a righe e dei pantaloni estivi al ginocchio; pareva proprio che fosse di quel paese dal nome buffo a pochi chilometri da qui, ma ancora una volta, guardandolo, ebbi la sensazione che non fosse così.
    Me lo ricordo perché pensai che fosse buffo e che mi ispirava simpatia ed in genere, è molto difficile che sia così, per me, a colpo d’occhio.
    Da quel nostro primo incontro, con il trascorrere dell’inverno, della primavera e di tutte le stagioni e le mezze stagioni, le sue uscite si infittirono sempre di più e così, capitò che diventammo amici, o meglio, lui diventò amico dei miei amici e questa era un’ottima scusa per mascherare l’immediata sintonia che c’era tra noi.
    Era molto strano. Non saprei spiegare con esattezza l’idea che mi ero fatta di lui nei primi tempi: non riuscivo a capacitarmi di come fosse, non riuscivo a comprenderlo, ma non potevo fare a meno di sentirmi irresistibilmente curiosa e attratta. Ricordo che pensai che non fosse del tutto normale. Si, insomma, normale secondo gli standard, se mai dovessero essercene, ma anche questo era parte di quella sensazione che mi faceva credere che non fosse di qui.
    Prima di dire qualsiasi cosa ti fissava dritto per uno, due, tre, cinque secondi e dopo essere stati trafitti da quegli occhi ci si aspettava di venire affondati dalle parole che avrebbero seguito gli sguardi ed invece lui, come se niente fosse, se ne usciva con quella sua voce dal tono sempre canzonatorio e divertito, ma anche un distante e a tratti tetro, e parlava come uno qualsiasi, ma con qualcosa in più. Come tutti noi, ma un po’ migliore. C’era sempre un non so che di magnetico in come discorreva lui. In quel suo modo tutto particolare e sorridente. In quel suo modo tutto gesti e risa. Da quel suo mondo leggermente surreale e meraviglioso.
    Lui non era di qui perché non era come noi. Aveva un’aurea.
    Ricordo di avere pensato più volte che fosse una persona irrimediabilmente triste. Una persona che soffriva.
    Raccontava delle storie, questo me lo ricordo bene. Raccontava delle storie bellissime. Di persone che si erano reincarnate in animali, tipo cavalli o anche formiche, e siccome erano state previdenti nell’avvisare famigliari e amici di prestare attenzione se avessero mai dovuto vedere equini  che sbattevano la testa con gli alberi, con questo accorgimento erano riusciti a rincontrarsi, anche molte vite dopo. O anche di nuotatori che avevano finito con l’innamorarsi delle boe che segnavano loro la via, in mare. Ah, e poi ce n’era una, di carte da gioco, magiche, con le quali era impossibile perdere, ma solo se si giocava a scopone, briscola e tressette.
    Ecco, raccontava mille storie, ne era una fabbrica sempre in piena produzione, ce n’era una per ogni scemenza che veniva detta, ma dato che sembravano solo storie dopo essersi fatti una risata, tutti le dimenticavano.
    Capitò così che diventammo amici. Io ero attirata dalle sue storie come da una forza ancestrale.
    Volevo sapere. Volevo i suoi segreti.
    Io lo sapevo che non veniva da quel paesino. Lo sapevo che non era di qui. E sapevo anche, invece, che le storie erano vere.
    C’era la magia.
    Non so com’è, ma c’era.
    Aveva gli occhi color del mare ma con una puntina di cielo.
    Aveva i capelli color del sole ma con una puntina di terra.
    Un giorno ce ne stavamo a passeggiare nel parco quando lui iniziò a raccontare. Parlò e lo ascoltai.
    – Ero lusingata di avere, per una volta, l’esclusiva di una storia perché, anche se quando favoleggiava mi lanciava sempre qualche occhiata, come se sapesse che io sapevo, non era mai capitato così, come quel giorno, di starcene per i fatti nostri. Non c’era niente di sessuale in quello che capitava tra noi, non ci eravamo nemmeno mai toccati, era solo “corrispondenza”, ad un qualche livello superiore.-
    Gesticolava e si muoveva, lo faceva sempre.
    Risi, a crepapelle.
    Poi mi guardò di nuovo, con quegli occhi color del mare ma con una puntina di cielo e lasciò che lo toccassi. Mi permise di scostargli i capelli dalla fronte e io capii.
    “Sono l’uomo delle stelle” mi disse piano ad un orecchio e in quell’istante ne vidi il colore nei suoi occhi e nei suoi capelli e nella sua bocca e nelle mani.
    Se ne andò e non lo vidi mai più. Rimasi solo con l’odore sulle mani e con l’eco di quelle parole nelle orecchie.
    Sono l’uomo delle stelle.
    Lo sapevo. Ma non ho fatto in tempo a rispondere.
    Poi ogni tanto guardo su… E qualche altra volta sto attenta a cavalli e formiche, non si sa mai…

  • 03 aprile 2008
    Il ministro della moda

    Come comincia: I castello di Marly, santuario di ritiro e svago di Luigi XIV, trascurato da Luigi XV, espropriato dalla rivoluzione, oggi non esiste più. Ma quando Luigi XVI il 17 giugno 1774 vi arrivò col seguito, per quanto ordine e pulizia non fossero esemplari, giardini e getti d’acqua splendevano. Fatti scendere i signori dalle carrozze, gli stallieri portarono a bere in un laghetto muli e cavalli che lanciarono nitriti di gioia.  Il re si sistemò nella prima camera a nord con vista sulla fontana dello Specchio e, riflettendo sulla decisione di farsi vaccinare contro il vaiolo, pensò non sarebbe tornato indietro, malgrado la paura. Pur convinto che Maria Antonietta dovesse restar lontana dalla politica, aveva seguito il suo consiglio di farsi inoculare insieme ai fratelli per rimandare la scelta dei  ministri: la vaccinazione, fissata  per il giorno dopo l’ arrivo a Marly,  fece vivere giorni di  apprensione.

     

    Maria Antonietta, le cognate e la principessa di Lamballe, una sera ne parlavano sedute in terrazza a prendere il fresco.

    - Siete preoccupata? – chiese alla regina la contessa di Provenza.
    - Ho fiducia in Jamberthon, è un bravo medico… i genitori della ragazza dalla quale è stato preso il pus sono lavandai che danno molte garanzie morali…
    - Il duca di Croÿ dice che abbiamo rischiato tutto in un colpo solo, i nostri mariti sono la Francia… - asserì la contessa di Artois
    - Ma per Voltaire la nazione è stata toccata e istruita…
    - Puah! I filosofi… – esclamò con disprezzo la contessa di Provenza.

    Quasi volesse cambiare discorso Maria Antonietta si alzò:

    - Rientriamo… si sta facendo buio.

    Le cognate e la principessa la seguirono. Imboccando la galleria, la regina si accorse che il pavimento era seminato di cocci e che una vetrata era andata in frantumi.

    - Cosa è successo?
    - Colpa del duca di Chartres e del signor de Fitz-James -  spiegò la principessa di Lamballe -  si divertivano a sparare con la pistola, una pallottola è rimbalzata su una statua e ha spaccato la vetrata che per poco non è caduta in testa alla duchessa di Chartres e a madame de Genlis…

    - Andiamo a vedere…

    Attraversarono corridoi e scale scortate da servitori muniti di torce che le condussero da madame de Genlis, al piano rialzato,  in un padiglione sul versante di Louvaciennes.
    Stéphanie du Crest de Saint Aubin, sposata al conte di Genlis, aveva ventotto anni. Colta e intelligente, amava lo studio, scriveva bene e si dilettava di musica. A Marly non era contenta della sistemazione perché doveva stare in una stanza divisa da un tramezzo con una dama sconosciuta: quando suonava, non sapendo se l’altra era infastidita, provava imbarazzo. Ma quella sera accordò l’arpa e decise di cantare. Le note risuonarono al buio e le quattro donne udirono quella voce intonata. Appassionata dello stesso strumento, Maria Antonietta si fermò: ebbe l’impressione di trovarsi  alle serate musicali di Schonbrün e gli occhi le si inumidirono.
    - Silenzio! - portando un dito alla bocca fece segno di non muoversi e rimasero a lungo in ascolto. Finalmente madame de Genlis, vinta dalla stanchezza, smise. Maria Antonietta applaudì imitata dalle altre. La Genlis apparve sulla porta: sorpresa, avvampò piegandosi in un inchino.

    - Non sono degna di tanto onore…
    - Anch’io suono l’arpa e l’adoro, avete un bella voce… - disse la regina
    - Suonerò per voi maestà…
    - Mi hanno detto che avete rischiato un incidente…
    - Nulla di grave: una pallottola del duca di Chartres ha rotto una vetrata, manderò a pulire appena farà giorno…
    - A me piace  cantare assieme ad altri…
    - E’ il più grande onore che fate…

    Al saluto della sovrana Madame de Genlis si inchinò di nuovo e frastornata si ritirò nella  stanza. Pensò che  Maria Antonietta l’aveva implicitamente invitata a seguire i suoi concerti privati e il cuore le si gonfiò di orgoglio. Intellettuale che aspirava a diventare scrittrice, studiosa dei filosofi, sentiva di valere solo attraverso la benevolenza della regina.  Il giorno dopo tutti erano al corrente dell’elogio.
    Il tempo passava. Luigi XVI ebbe un’eruzione di vaiolo al naso, ai polsi e al petto ma il 30 giugno lui e i suoi fratelli si ritrovarono in perfetta salute. Il popolo esultò inneggiando al loro coraggio. La corte tirò un sospiro di sollievo. La principessa di Lamballe consigliò madame de Genlis di partecipare alle serate di musica. La contessa ringraziò, promise ma non si adoperò. Con sorpresa scoprì un vago disagio al pensiero di trascurare i libri per il regale  salotto:  Maria Antonietta non leggeva quasi mai, di che avrebbero parlato? Censurò  quei pericolosi  interrogativi ripromettendosi di entrare nella cerchia di sua maestà il giorno dopo, ma in capo a due settimane era riuscita solo a farsi cambiare stanza e ad alloggiare in un appartamento più confortevole, con vista sul giardino.

    ***

    Finita la convalescenza dei rampolli reali, iniziò un periodo spensierato. La regina, che non aveva mai visto nascere il sole, ebbe dal consorte il permesso di raggiungere di notte le alture dei giardini di Marly per ammirare l’aurora. Il marito, pigro com’era, rimase a letto. Per evitare problemi lei si fece accompagnare da un seguito numeroso. Il sole si alzò prima  violaceo, poi roseo, finché brillò pienamente sul castello adagiato nel verde come una spada preziosa.
    Luigi Filippo duca di Chartres, in seguito d’Orleans, che a Marly aveva fracassato una vetrata ed era andato all’ escursione notturna con sua maestà, ne raccontava i particolari alla moglie durante un pranzo:

    - Strillava unglaublich! unglaublich! al  sole che sorgeva…
    - E che vuol dire?
    - Incredibile.
    - Dovrebbe smetterla col tedesco…

    Il duca addentò un cosciotto di cappone:

    - Purtroppo è la sua lingua… gira un libello pieno di cattiverie che si chiama Il sorgere dell’aurora…  dice che la regina trascurata dal marito quella notte è andata a  fare un’orgia con uomini e donne… c’è chi spera di farle ripassare la frontiera con le calunnie…
    La contessa di Chartres si asciugò le labbra con il tovagliolo:

    -  Le ho presentato Rose Bertin, una sarta grandiosa … riceverà  anche Boehmer un gioielliere che vuole venderle dei diamanti…
    -  Maurepas è preoccupato per le finanze! Vorrebbe ministri eccellenti, gente vicina al vecchio parlamento, agli esiliati, ai filosofi e enciclopedisti,  illuminati insomma… ma il re fa resistenza, è antiquato!
    - Bisognerà convincerlo… - concluse con calma la moglie mentre un valletto serviva il sorbetto al limone.

    ***

    La stanza di Maria Antonietta a Marly aveva quattro finestre ad angolo,  un caminetto di marmo viola, una tappezzeria preziosa, in lana e seta con ricami d’oro, rappresentante il trionfo degli dei, con in alto le armi di Francia e in basso le iniziali degli incoronati. Un porta mimetizzata nel muro comunicava con il suo gabinetto. Da lì, quel pomeriggio, fu fatto passare il gioielliere svizzero Charles August Boehmer che molti le avevano raccomandato. Cerimonioso e avido, sorrise con cupidigia deponendo davanti alla regina uno scrigno che aprì con cura.

    - Ammirate maestà…

    Maria Antonietta, miope, si avvicinò per rendersi conto: sei diamanti, di prodigiosa grandezza, a forma di pera. Ne fu colpita al cuore.

    - Quanto chiedete monsieur Boehmer?
    - Quattrocentomila luigi.
    - Diamine!

    Con la coda dell’occhio osservò la dama di compagnia: madame Campan alzò le sopracciglia.  Maria Antonietta si fece pensierosa.

    - Erano orecchini destinati a madame du Barry dal nostro Beneamato… - sottolinò Boehmer – hanno una forma splendida, sono purissimi,  perfettamente uguali tra loro…

    - Voglio attingere al mio appannaggio, non alle casse del regno monsieur Boehmer…

    Lui sistemò i diamanti come nella montatura.

    - Ammirate i pendagli… 

    Sua maestà li soppesò a lungo.

    - Nella parte alta potreste incastonare dei brillanti che già posseggo –  e restituì  al gioielliere due pietre – in basso però  i vostri sono ineguagliabili... Quanto volete?
    - Trecentosessantamila luigi –  rassegnato l’uomo sospirò.
    - Vi farò pagare ogni anno  da una mia incaricata, in quattro o cinque rate. Firmiamo il contratto?

    Boehmer prese un foglio di carta pergamena e  la regina ordinò calamaio e sigillo.

    ***

    Nel salotto ampio e luminoso con le vetrate aperte sul giardino, Maria Antonietta, la principessa di Lamballe, la contessa di Provenza, la contessa di Artois, la duchessa di Chartres  che aveva coinvolto madame de Genlis, parlottavano mentre la servitù passava con infusi, piattini di bon bon,  liquori e tabacco profumato. Aria di eccitazione e festa per un incontro importante : arrivava a Marly, a mostrare le nuove creazioni, Rose Bertin che,  dopo una folgorante carriera di modista a Parigi, aveva aperto il Grand Mogol, atelier d’ alta classe  nel faubourg Saint-Honoré, conquistando tutte le dame più in vista.
    Annunciata dal gran ciambellano Rose entrò senza imbarazzo, seguita da graziosissime lavoranti e facchini che trascinavano bauli. Si inchinò, regalando un sorriso di guance sane sotto un’acconciatura dal fiocco enorme. Aveva voce squillante e persuasiva: secoli dopo il suo elemento naturale sarebbe stato la TV. Non mise tempo in mezzo, fece portare casse e ragazze dietro un paravento e ordinò di prepararsi come stabilito. La sfilata colse occhi adoranti.

    -  Il copricapo da sempre è stato un ornamento – spiegò Rose – non era mai successo che rappresentasse un evento, fosse simbolo di qualcosa… ma con l’avvento dei miei poufs  ho cambiato la storia del cappello: ecco ad esempio il più semplice detto Ifigenia in Aulide…

    Una giovinetta slanciata, con riccioletti biondi girò la sala mostrando una testa ornata di cerchietti neri con fiori, una veletta e una falce di luna.

    - Da impazzire … - sussurrò Maria Antonietta.
    - E’ in vostro onore maestà - esclamò mademoiselle Bertin – sappiamo quanto amate Gluck!

    L’apparizione che seguì sollevò un’esclamazione di sorpresa: la modella aveva sul capo una composizione di piantine ramificate e dentellate con fiori arancio, viola e gialli. Sulla terza svettava un cipresso, sulla quarta un covone di grano, la quinta sfilò  con una cornucopia piena di frutti e altissime piume. Si disposero a un lato del salone.

    Sua altezza iniziò a battere le mani ridendo felice e tutti la seguirono.

    - Vi ho mostrato i poufs alla circostanza -  disse Rose Bertin - realizzati per esprimere  i sentimenti dell’occasione… lutto per il defunto re, speranza e abbondanza nel regno di Luigi XVI… richiedono lungo lavoro artistico e molta fantasia.
    - Assolutamente nuovo! - commentò  Maria Antonietta.
    - La vostra generosità è infinita ma - e qui la modista alzò la voce sottolineando con tono da ministro – il nuovo in realtà è sempre quello che abbiamo dimenticato.

    La frase colpì persino madame de Genlis,  la regina assentì, il silenzio si fece solenne.

    - Ora la creazione più gloriosa, quella che celebra un atto di coraggio, una nuova era… -  e sottolineò l’entrata con elegante gesto delle braccia: le signore trattennero il fiato e il paravento tremò.
    - Pouf all’inoculazione! – gridò Rose Bertin.

    Da dietro il separé apparve una seducente rossa con un cappello alto un metro che  attraverso un sole nascente, un olivo con  serpente attorcigliato, un bastone prezioso, svettante e infiorato, celebrava la vaccinazione di Luigi XVI.

    ***
    Jean Frédérich Phélypeaux de Pontchartrain, conte di Maurepas, primo consigliere di sua maestà, aveva la sensazione fastidiosa che Luigi XVI, senza mai dirgli di no, facesse tuttavia di testa sua, non lo tenesse in nessun conto e malgrado le sedute, i comitati interministeriali, le riunioni, si confidasse solo con persone del  vecchio entourage, leggesse la corrispondenza in segreto e prendesse decisioni non suscitate da lui. Non ostile per principio a filosofi e illuminati,  Maurepas era convinto della necessità di ripulire lo stato dalla vernice dispotica, riammettendo il parlamento di magistrati cacciato da Luigi XV, cambiando i ministri, malvisti e compromessi, con altri più popolari. Partigiano della monarchia assoluta ma con moderazione, credeva che ciò servisse alla sopravvivenza della corona, a stabilire tra questa e i corpi intermedi un equilibrio più utile, moderno e duraturo. Se non si fosse imposto, pensava, il suo ruolo si sarebbe esaurito e avrebbe dovuto rinunciare all’incarico per non rendersi ridicolo. Decise così di dar battaglia. Chiamato a Marly dal re, nel gabinetto della Cipria, fingendo interesse a un dipinto raffigurante  il Beneamato,  Maurepas lasciò trapelare  le sue intenzioni:

    - La parola d’ordine maestà dev’essere economia – disse con aria grave  - il paese è in piena crisi fiscale e le spese di corte l’aggravano. Dignitari e servitori sono più di novecento solo a Versailles…  senza contare che a Choisy devono portare una livrea azzurra, a Compiégne una verde… il lutto ci è costato millequattrocento livree nere, migliaia di metri di stoffa nera per gli arredi,  migliaia di viola per le carrozze…  quattro milioni di luigi costa il personale della regina… cinquantamila luigi di candele sostituite anche se non usate… ci vuole un ottimo controllore delle finanze al posto dell’attuale!

    - Ma Terray è molto competente! Perché lo dovrei cambiare?
    - Terray non si preoccupa della sorte del popolo, un controllore generale deve avere un altro spessore!

    Luigi allargò gli occhi e scrollò le spalle.

    - Comunque – continuò pacatamente Maurepas -  bisognerà assegnare gli incarichi a gente che dia un segno di cambiamento… gente come…  Malesherbes, per esempio.
    - Malesherbes? – il re si alzò e prese a camminare lungo le  librerie – Non voglio saperne, è un enciclopedista pericoloso! Ha diretto la biblioteca esercitando la censura con estrema indulgenza verso le idee nuove. Lo sanno tutti che ha fatto passare clandestinamente in Francia esemplari dell’enciclopedia nel doppio fondo della sua carrozza!
    Maurepas desistette, comprese che non era ancora il momento. Ottenne solo di esercitare una sorveglianza più stretta sul consiglio reale delle finanze. Ma, non molto tempo dopo, a Luigi XVI venne recapitata una lettera anonima, davvero opportuna, che accusava Terray di avere sottoscritto un accordo segreto, che gli lasciava profitti illeciti, con una compagnia per il commercio del grano. L’accusa, assolutamente falsa, sortì il suo effetto e il re, che era onesto e aveva molta paura degli scandali, scrisse a Maurepas di trovargli subito un altro controllore.

    ***

    Maria Antonietta a Marly vedeva il marito leggere dossiers, note e memorie, esaminare con fatica conti e cifre. Aveva notato che non era più andato a caccia e non aveva forgiato serrature. Se cercava di avvicinarlo curiosa lui copriva geloso le sue carte: “ Lasciatemi, sto lavorando”. Ma la regina non pretendeva immischiarsi, perché la politica con i suoi intrighi l’annoiava, era semmai rimproverata da sua madre perché noncurante a riguardo.  Viveva la nuova condizione con piacere, intenzionata a godere dei privilegi che le spettavano.
    Se quella sera salì le scale che conducevano al gabinetto della cipria era solo per parlare a Luigi del Petit Trianon, lo splendido padiglione appartenuto a madame Pompadour e alla du Barry, che lui le aveva appena regalato.

    - Posso disturbarvi monsieur?

    Il re le diede un’occhiata seccata.

    - E’ cosa rapida?
    - Si tratta del  Petit Trianon…
    - Ebbene?
    - Mi avete fatto un grande dono… ma vorrei valorizzarlo e pensavo all’architettto Mique per  degli abbellimenti…
    - Dobbiamo parlare ora?
    - Siete voi a disporre delle finanze…
    - Non c’è fretta, rientreremo tra mesi a Versailles…
    - Come volete…
    - Comunque – aggiunse Luigi più tenero – mi fa piacere il vostro interesse.
    - A me spiace che l’assegnazione degli incarichi vi preoccupi…  - rispose Maria Antonietta e uscì dalla stanza.

    Sbuffò: se fosse dipeso da lei avrebbe fatto presto a scegliere le persone perché, a differenza del re,  si fidava del suo fiuto e non degli altri. Primo fra tutti, se avesse potuto, avrebbe designato davvero, come qualcuno insinuava sarcastico, Rose Bertin gran ministro della moda!