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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 maggio 2008
    Le due campane

    Come comincia: Suonava lontana una campana e nessuno l’ascoltava, mentre la campana del paese suonava forte e l’uomo cortese, bene la intese.
    Quel suono turbante, lo prese all’istante e ancor frastornato ne rimase profondamente turbato. Col suon in testa, sentì nel cor tuonar tempesta, e conobbe l’ira funesta di quel che l’animo appesta.
    Suonava lontana una campana e nessuno l’ascoltava.
    L’uomo turbato, e ancor più disturbato dal quel suono insistente che gli rovinava la mente, prese a camminar lontano per dimenticar quel suono malsano. E mentre era tra gente altre parole gli tornarono a mente, e vide nel suo cuor scorrere luce fulgente.
    Voltandosi indietro sentì la campana suonare inquieta, e capì che di quel suono ne era stato preda.
    Lasciò il paese e con far cortese le sue orecchie ad altro suono tese, e di quel suono non cercò quiete, perché non accrebbe la sua sete.
    Tra due campane sempre l’uomo rimane, la prima assorda e l’altra gli ricorda, che l’ascolto umano sempre a due campane dovrà allungar la mano, perché se a entrambe non avrà rivolto ascolto della medaglia conoscerà solo un volto.
    Suonava lontana una campana e l’uomo accorto girò il suo volto.

  • 27 maggio 2008
    L’uomo e il suo peso

    Come comincia: Un uomo portava sulle spalle un peso, con grande amarezza e tristezza. Ma procedendo lungo il cammino, finì per accettarlo e nell’abituarsi quasi non lo sentì più.
    Un giorno un altro uomo lo raggiunse dicendo:
    Fratello ti ammiro, cammini su questo sentiero portando un così grande fardello.
    E l’uomo che ormai del suo fardello non sentiva più il peso disse:
    Fardello? Io non porto alcun fardello fratello mio.
    L’altro uomo lo guardò ammirato dicendo:
    E’ grande la tua forza fratello, ma non dimenticare mai che tu porti peso.
    “Non sottovalutare mai il tuo saper fare,
    esso è il frutto del tuo imparare.
    Sia sempre giusto il tuo valutarti.”

  • Come comincia: E’ pallida, ma il morbido incarnato ha qualcosa di tenero, di caldo, che la fa sentire viva e vicina. Se ne sta adagiata mollemente, appoggiata su di un braccio nudo e mostrando parte del seno e delle spalle, mentre un drappo vellutato disegna pieghe profonde e sinuose coprendole il resto del corpo. Un velo  di pizzo trasparente,venato di fili d’oro, disegna un ricamo leggero sulla stoffa comunicando la sensazione di una grazia leggiadra e preziosa. Dietro di lei il buio.
    La pelle rosata è fresca e liscia, ma il corpo ha una pienezza fatta di rotondità vellutate, che sembra di poter toccare. Le ombre lievi che segnano il movimento dei muscoli accentuano la consistenza soda delle carni. I capelli sono raccolti con morbide volute e alcune ciocche sfuggono ai fermagli di perle, scendendo sulle spalle con riccioli biondi, setosi e quasi impalpabili,e sfumano lievemente serpeggiando sottili e trasparenti sullo sfondo scuro. Il suo sguardo assorto perfora la tela, attraversa il tempo, i secoli….quanti secoli?
    Tiene in mano un fiore dalla corolla aperta, prossima a sfogliarsi, con petali delicati, appena segnati da riflessi di luce. Se ne sente quasi il profumo un po’ dolciastro, intenso, ma avviato al sentore del disfacimento. Il libro giace accanto a lei, aperto e sfogliato più volte. Lo ha appena deposto e ancora sente risuonare i versi:
    “Rosa, riso d’Amor, del ciel fattura ,rosa del sangue mio fatta vermiglia…”
    E’ una musica. Il verso scivola nella corsa liquida delle parole, scandita da rimbalzi sonori. Un fluire continuo, senza pause o interruzioni, che rotola sull’onda del metro. Amore, natura, vita, morte, dolore: un prisma dalle mille facce che brilla negli aggettivi, nei verbi, nelle assonanze, nelle immagini ricercate, nelle parole che s’inseguono, nelle definizioni ornate e complesse, per sfuggire e dissolversi in un silenzio che suggerisce un abisso dell’anima.
    Sì questa è la vita: fatta di tutto e di niente. Esperienze e sentimenti che s’inseguono, si accavallano, poi sbiadiscono nello scorrere del tempo e inesorabilmente si dissolvono. Passioni che travolgono, che ti esaltano e ti consumano, per poi annullarsi nel vuoto della dimenticanza e nell’amara malinconia del rimpianto o del rimorso. Colpe e ricordi segreti, cedimenti, rivolte dello spirito. E poi pentimenti, espiazioni cercate con angoscia e col desiderio del perdono…
    - Chi sei, donna del passato, incorniciata nella tela insieme alla tua anima, esposta allo sguardo di chi ti osserva attraverso il tempo e trova riflesse nella tua fissità le proprie ansie, le proprie eterne domande. C’è un colloquio intimo con chi ti contempla, immortalata nei tuoi gesti, nei tuoi colori, nei contrasti o nelle sfumature degli oggetti che ti circondano. -
    Un fascio di luce attira lo sguardo sul volto, sulle mani, sulla rosa. Le pieghe profonde del velluto esprimono un movimento inquietante. C’è qualcosa di intenso, di vibrante nell’atmosfera che avvolge la figura, anche se apparentemente immobile nella perennità di un ritratto. Qualcosa che trascende i limiti del tempo.
    “Porpora de’ giardin, pompa de’ prati, gemma di primavera ,occhio d’aprile…”
    Com’è bello per lei placare le sue ansie, le sue inquietudini nell’armonia delle parole, nel sovrapporsi delle immagini eleganti e leggiadre, nel succedersi delle definizioni, nel moltiplicarsi delle metafore.
    E’ come assopirsi in una visione di bellezza che fa dimenticare ogni angoscia, stende un velo su tutte le incertezze. La mente danza,i sensi colgono tutti gli stimoli offerti dai versi, la luce, il colore, il profumo, il sapore, la consistenza, la morbidezza…tutte le sensazioni si esaltano, diventano percezioni acute e poi emozioni.
    Solo la musica dei madrigali, con la sua fantasiosa polifonia, riesce a comunicarle altrettanta serenità, perché le distoglie la mente da ogni altro pensiero impegnandola a inseguire l’intreccio delle linee melodiche, la varietà delle articolazioni vocali, gli acuti virtuosismi del violino, il gioco inesauribile delle “sonate”. La musica frantuma i suoi fragili timori dell’ombra sciogliendo lo spirito inquieto e le fa vincere, a tratti, la malinconia che serpeggia nell’animo.
    - Chi sei, donna del passato ,che cerchi ad ogni costo la felicità, cerchi di sfuggire ai fili invisibili che paralizzano il tuo animo, alle grate di ferro che imprigionano la tua vita e insegui l’armonia e il sogno, in un mondo che si dibatte tra miti e scienza ,tra realtà tangibili e realtà apparenti, tra fantasia e razionalità.-
    L’artista la ritrae in tutta la sua bellezza, ma le fa il dono di un atteggiamento contemplativo e sereno che non corrisponde al suo sentire più nascosto, così come le dona la perennità di una giovinezza che lei sente sfuggire…Vanitas vanitatum.
    Sulla mano posata tra le pieghe di velluto solo lei riconosce le prime rughe. Una rete sottile si dirama su quella pelle che era così morbida, così fresca…le nocche sono più evidenti, il tessuto più arido, ha perso la sua lucentezza di seta. Tutti gli anelli, tutti i bracciali più preziosi non serviranno a celare il passare del tempo, anzi lo accentuano e forse lei non li porterà più: non attirerà l’attenzione su quella prima testimonianza di decadenza.
    Eppure è la naturale vicenda umana, come quella della “violetta… ché tanto dura l’alta ventura di questa tua beltade”.
    Lei mantiene il viso disteso, lo sguardo assorto come le viene richiesto, così forse il pittore non distinguerà il tormento del cuore. Le speranze, le delusioni, i dubbi che avvelenano l’anima, le domande su ogni apparente certezza, la fugacità delle cose, il mutare dei sentimenti, il rimpianto del passato e l’angoscia del futuro, il fascino dei sensi e il predominio della ragione, la vita, la morte… la morte. Il suo tormento è questo dibattersi tra contrastanti tendenze, questo sentirsi in balìa del tempo che trascina tutto nel nulla.
    Il fiore che tiene in mano sta perdendo gli ultimi petali. Nel buio dietro di lei ci sono forse altri oggetti, ci sono fondali e prospettive, ma non si vedono. Nel buio tutto è indistinto, come buia è la coscienza di chi vaga sofferente tra peccato e redenzione, tra mutamenti e tradizione, tra dubbio e verità. Come buio è il mondo in cui non c’è più niente di sicuro, di conosciuto, o dove si comincia forse a conoscere tutto, ma la conoscenza ispira l’angoscia dell’ignoto e sembra quasi una terribile avventura. E’ l’epoca della Nuova Scienza…
    -Addio, donna del passato che parli nel silenzio e porti un messaggio attuale più che mai,in questi tempi oscuri, in questa nebbia che si addensa sul presente, sul futuro, mentre la conoscenza ci arricchisce solo di incertezze… Il tuo pensiero è qui,in chi ti guarda ed è preso dalle tue stesse emozioni.-
    Niente trapela dal suo viso ,sempre rosato e dolce,velato solo da una leggera malinconia. Niente deve trapelare quando tutto ciò che conta, per il mondo esterno, è nelle apparenze, nelle regole, nelle forme. Tutto deve essere come ci si aspetta che sia.
    Passerà il tempo, ma la mano del pittore avrà fissato per sempre sulla tela la sua bellezza, la sua malinconia, l’indefinibile sentore di caducità delle cose. Miracoli dell’arte.

     

  • 27 maggio 2008
    Mi scappa da scrivere

    Come comincia: Spesso succede che mi scappi da scrivere, un impellente bisogno di versare contenuti mentali su un foglio di carta. Si tratta di un vero e proprio bisogno fisico che all'improvviso mi coglie nel bel mezzo delle mie indaffarate giornate (sì, anche sonnecchiare rimane comunque un'azione). E' più o meno la stessa cosa che essere colti dal bisogno di fare pipì durante una passeggiata in una trafficata via del centro. Inizia con il dilemma principale:cosa scrivo? (dove la faccio?). Si vaga inutilmente alla ricerca di un'idea (o di un bar), ma non la si trova (oh, cavolo! Quando lo cerchi un bar, non lo trovi mai!). E così ci si arrovella davanti ad un foglio bianco (correndo su e giù per lo stesso marciapiede), senza risultati (un'insegna! Un'insegna! Dov'è un'insegna?), magari scrivendo due righe inutili...(due gocce? Oh, mio Dio! Due gocce! Dov'è il bar?).
    Insomma, quando scappa da scrivere, scappa da scrivere. Quindi mi sono detto: perché soffrire cosi? Perché non attrezzarsi per cercare di eliminare il problema sul nascere? Innanzitutto, mi sono detto, ci vuole un po’ di fantasia la quale è come l'acqua per uno scrittore, senza di essa egli non potrebbe scrivere (né orinare). Poi...un gioco, un vocabolario. Decido di aprire in modo del tutto casuale e per dieci volte il vocabolario e di indicare in modo altrettanto casuale (con gli occhi chiusi) dieci vocaboli cercando poi di unirli in una costruzione di prosa plausibile. Tutto ciò per raggiungere diversi risultati contemporaneamente:
    1-Divertirmi.
    2-Non perdere tempo a pensare (e a cercare il bar).
    3-Allenare la mente.
    4-Imparare vocaboli nuovi.
    5-Non è sicuro ma probabile che possa nascere lo 'scheletro' sul quale costruire un breve racconto.
    Stabilito ciò mi sono dato una sola regola: mai scartare un vocabolo. Se esso risultasse astruso e all'apparenza impossibile da collegare agli altri, cercare sempre e comunque di trovare un collegamento. Quindi, entusiasta del mio nuovo sistema per non farmela più addosso, ho provato per la prima volta. Considerato che non mi sono soffermato molto nel tentativo di legare i vocaboli, c'è un margine di miglioramento discreto al seguente risultato:
    VOCABOLI ESTRATTI:
    1)FINE: s.f. e m.1. Il punto ultimo come cessazione definitiva etc… etc…
    Ma se devo ancora iniziare? Come inizio non è male...avrei già trovato la parola da porre in fondo al mio racconto...oppure trattasi di un presagio negativo? La fine del mio esperimento? Il diavoletto che con la vocina suadente mi dice " dai...lascia perdere..." (oppure "pssssst" per chi orinava)...cerco idee per iniziare un racconto e mi salta fuori la parola 'fine', una presa in giro così totale non può che essere che di buon auspicio, quindi la prendo tutto sommato bene. Fra i molteplici significati della parola fine scelgo quello del fine inteso come 'scopo'. Immagino quindi un personaggio malvagio, una sorta di stregone malefico tutto incappucciato e di nero vestito che fra magie e diavolerie assortite insegue uno scopo, un fine, ancora più cattivo e più tremendo della sua stessa indole.Si, ci può stare, per ora...
    2)LINOLEICO: agg.Acido organico alifatico monocarbossolico:liquido giallo oleoso, insolubile in acqua, contenuto in alcuni oli di semi (olio di soia...)
    Olio di soia...mah! Ingrediente di pozioni più che di insalate? Oppure il malvagio in questione potrebbe divertirsi ad avvelenare l'olio di soia venduto nei supermercati per inseguire il suo terribile scopo. Quindi non ho più uno stregone fantasy ma un vero e proprio criminale moderno, uno svitato che crea il panico in città. Continuo...
    3)RIPORTARE: v.tr.1. Portare indietro, alla sede abituale di provenienza. 2.fig. Riportare un successo.
    Lo scopo del criminale è riportare il mondo alla preistoria...o alla ragione...e qui ci si può sbizzarrire. Potrei immaginare un dipendente di un'industria di olio di soia, vessato per trent'anni e prossimo al pensionamento, che per tutto questo tempo non ha fatto altro che pensare al suo fine, alla sua missione purificatrice e così, uscito di senno, durante il turno di lavoro avvelena migliaia di bottiglie d'olio di soia. Ce l'ha con il capitalismo, e visto che la soia proviene dalla Cina e la Cina l'ha tradito aprendosi al libero mercato, egli con ciò ha subito la mazzata finale al suo già fragile cervello il quale si reggeva appunto, su dei piccoli semi di soia corporativisti.
    Ricamando un po’ sul personaggio e sulle sue strane abitudini ed idee politiche, potrebbero già venire fuori un bel paio di ameni paragrafi.
    4)STERMINARE: v.tr. Uccidere,distruggere fino all'ultimo individuo, annientare.
    Quando si dice la fortuna...Questo bel vocabolo lo vado ad aggiungere alla già fitta lista dei desideri del mio operaio maniaco il quale sentitamente ringrazia.
    5)EPIDIDIMO: s.m. Formazione anatomica a forma di cappuccio allungato situata sul margine posteriore e superiore del testicolo.
    Nooo. Dove li metto dei testicoli adesso? Per giunta il loro rivestimento! Devo rifare tutta la mia trama? Ambientarla in un ospedale o in un postribolo? Hai visto a parlare troppo di pipì? Non saprei proprio dove metterli, dei testicoli.
     Possibile che il veleno prima della morte provochi un terribile ingrossamento dell'epididimo? Con tutte le divertenti conseguenze per i malcapitati? Almeno un paragrafo ne verrebbe fuori. Mi sembra però poco originale e siccome al momento non mi viene in mente niente di stuzzicante, decido di attendere nuovi vocaboli lasciando i testicoli 'in sospeso' (in senso figurato) per poi magari 'agganciarli' (sempre in senso figurato, ci mancherebbe) ai vocaboli successivi (qui si fa dell'umorismo anche senza averne alcuna intenzione...).
    6)COLOMBAIA: s.f.1.Torretta , di solito sovrapposta a una costruzione rustica, originariamente destinata a ospitare un modesto allevamento di colombi. 2.scherz. L'ultimo piano di un caseggiato alto e modesto.
    E qui me lo immagino il mio pazzoide di notte, anzi, per trent'anni ogni notte salire sul solaio e invece che condurre una vita ordinaria a base di Champions League, egli studia chimica molecolare. Trent'anni di chimica nella colombaia con la sola luce del computer e di una abat-jour. Produce veleni con alambicchi ed ampolle, nella colombaia. Magari fa esperimenti su pipistrelli e piccioni. E via un altro paragrafo, ricamandoci.
    7)LINKAGE: s.m.1. Termine usato in genetica per designare l'associazione dei geni localizzati nello stesso cromosoma.
    Dopo lo shock causatomi da un vocabolo del genere, trovo improvvisamente la luce. Da un vocabolo impossibile trovo la chiave di volta della mia trama: il famoso ispettore X, avvalendosi del prezioso aiuto del dottor Y, vuole capire perchè le persone muoiono come mosche e avvia complicate analisi di mercato ed investigative sulle abitudini alimentari della cittadinanza etc etc… fino a scoprire che la causa di tutto è l'avvelenamento da olio di soia. In attesa di scoprire chi è il fanatico mettendo così a setaccio tutte le fabbriche della regione, urge un antidoto per cercare di salvare le persone che hanno già assunto l'olio incriminato. Il dottor Y, famoso genetista, attraverso il linkage di cellule di dna, scopre che l'unico antidoto a questo sofisticatissimo veleno (ci credo, trent’anni di chimica...) consiste nel prelevare da un individuo di sangue AB-+ (rarissimo) il tessuto dell'epididimo (eccoli che li ho piazzati !). Da tale tessuto e dai suoi preziosissimi enzimi si ricaverà la sostanza che bloccherà lo sviluppo del veleno. Una sola controindicazione: il malcapitato donatore di epididimo, si priverà per sempre della sua virilità.
    8)QUORUM: s.m. Il quoziente, in numeri o in percentuale, dei voti espressi o dei votanti, richiesto perchè una elezione o una delibera sia valida.
    Dei politici ci starebbero bene nel racconto, e l'operaio mi lancia uno sguardo d'intesa. Preferisco però pensare alla situazione di urgenza che si è creata all'interno della task force investigativa. La gente muore per le strade e basterebbe il tessuto di un singolo donatore per salvare l'intera città. Ma chi, in tutto il dipartimento di polizia e di genetica (a quell'ora della notte) possiede il rarissimo gruppo sanguigno AB-+? Solo una persona...l'ispettore X ('accidenti' pensa lui). Non ci si può privare della virilità della più grande mente investigativa della nazione così su due piedi, così viene deciso di mettere la sua disponibilità come donatore ai voti (lui, si era offerto ma non pareva molto convinto). Tutti i 124 dipendenti votano SI o No con un quorum del  51% affinché la votazione sia considerata valida..
    Il risultato dopo lo scrutinio è di 123 voti favorevoli e di 1 contrario (il voto era segreto non è detto che sia lui...).
    9)RABICO: agg. Relativo alla malattia della rabbia.
    Senza pensare ulteriormente andrei ad aggiungerlo agli effetti del veleno del mio schizoide, tanto per arricchire la descrizione delle scene drammatiche sulle strade con gente colta da improvvisi raptus, con bava alla bocca, la quale si avventa sui polpacci altrui prima di schiattare senza vita con uno spasmo breve ed intenso (sono peggio del mio operaio). Oppure che sia lo stato d'animo dell'ispettore dopo lo scrutinio?
    10)CONFONDIBILE: agg. Facilmente scambiabile.
    L'antidoto funziona, la gente guarisce, le decisioni prese funzionano. Ma se ricordo bene furono momenti concitati, studi compiuti nella notte con la mente stanca dopo ore ed ore di continuo e frenetico lavoro. Il genetista Y, ora che la situazione si è calmata, ha modo di rivedere con più calma il lavoro svolto sull'antidoto e scopre una terribile verità...Il sangue AB-+ non apparteneva all'ispettore X ('accidenti' penserebbe lui)! Ma allora...com'è possibile...e c'è di più! Quello dell'epididimo non è affatto il solo tessuto del corpo umano a produrre quei determinati enzimi ma tutta la superficie sottocutanea del corpo indistintamente!
    Ed ora chi glielo va a dire all'ispettore X? Mentre lui contento di aver reso un servizio all'umanità stringe sempre più il cerchio sulla mia creatura malvagia, viene fissata un'altra elezione (con un altro quorum) per stabilire chi, fra i dipendenti del dipartimento, si recherà sulla colombaia a recapitargli l'infausta novella.
    Conclusioni: ho una traccia da seguire ed il foglio bianco ora è pieno, ma il racconto lo scrivo un'altra volta. Adesso non mi scappa più.

  • 27 maggio 2008
    Alta marea

    Come comincia: Arrivava la mattina, quando ancora la bassa marea lasciava scoperte vaste strisce di sabbia luccicante, percorse da rivoli d’acqua e disseminate di conchiglie morte.
    Si sedeva vicino a quella barchetta rovesciata che restava arenata sulla spiaggia tutta l’estate nella stessa posizione, forse più per “colore” locale che per una qualche necessità. Lì apriva i suoi fagotti, si spogliava dei suoi panni e radunava intorno a sé le poche cose che le servivano per la giornata. Il vestito di cotone ripiegato, le scarpe nere sotto il vestito, il bastone appoggiato in terra.
    Non era un bello spettacolo: una vecchia donna dalla pelle avvizzita, contornata da qualche straccio che non riusciva a nascondere i tristi segni dell’età sul suo corpo. Ma non sembrava curarsene più di tanto. Aveva un atteggiamento assorto, quasi assente, concentrata com’era a ricevere il tepore del sole, a respirare la salsedine marina e ad ascoltare lo sciabordio della risacca. Restava chiusa in un suo mondo di pensieri, di ricordi.
    Era accompagnata da un vecchio cane che si accucciava accanto a lei e raramente tentava una breve esplorazione tra le alghe morte, i sassolini lucenti, le pozze d’acqua schiumosa. Non poteva stare lì perché l’accesso agli animali era vietato, ma nessuno faceva obiezioni e lui restava indisturbato annusando gli arbusti portati dalla marea o scavando nella sabbia.
    Col passare delle ore si vedeva aumentare il passeggio dei bagnanti sulla riva. Le passavano accanto con indifferenza, qualcuno con un lieve cenno di scontento per quella mostra indecorosa di carni flaccide, di povera biancheria intima esposta alla vista di tutti senza pudore. Pochi mostravano interesse per quella figura solitaria e diversa, nel quadro di una spiaggia ridondante di corpi giovani e abbronzati, di costumi colorati, di vivacità chiassosa e spensierata. Nell’arco della giornata cambiavano le luci e i suoni: alla folla della mattinata succedeva l’ora calda e silenziosa del mezzogiorno, quando il mare tornava ad essere vuoto, regno incontrastato di barchette e gabbiani, e la spiaggia era quasi deserta, addormentata. Era l’ora in cui si sollevava la brezza e, nonostante la calura, l’aria sembrava più leggera e l’orizzonte era più grande, più lontano. Lei restava lì, quasi immobile, forse non si accorgeva neppure del trascorrere delle ore. Piccole folate di vento le scompigliavano i radi capelli grigi, mentre a tratti la sua testa sembrava ondeggiare leggermente, assecondando una misteriosa nenia silenziosa che si ripeteva all’infinito, sempre uguale, dentro di lei.
    Nessuno conosceva il filo dei suoi pensieri, ma non erano fantasmi di follia quelli che vagavano nella sua mente. Era lucida e tranquilla, concentrata in un suo sogno che una volta mi aveva confidato. Le avevo rivolto la parola per caso, dopo averla urtata inavvertitamente, e avevo scoperto che non era una persona alienata e nemmeno incolta: parlava con molta dolcezza, a ritmo lento, dicendo cose sensate ma lontane dal mondo che aveva intorno. Inseguiva una sua fantasia. E quel giorno me ne aveva parlato.
    Nessuno immaginava che lei, in realtà, stesse giocando.
    Giocava con se stessa, col suo passato, con la sua vita. E cercava di immaginare quello che la vita avrebbe potuto regalarle.
    Fissava con attenzione i giovani che le passavano accanto e si chiedeva chi di loro avrebbe potuto essere un suo figlio.
    Il giorno in cui si era risvegliata dal pozzo senza vita e senza tempo della narcosi, aveva saputo che un figlio, lei, non l’avrebbe mai avuto. Da allora era cominciato quello strano gioco che rasentava i limiti dell’ossessione. Lo ripeteva ovunque, sempre uguale, ricavandone un appagamento mentale, una sorta di accettazione ipnotica che le dava pace.
    Un giovane abbronzato, col ciuffo ricadente di capelli neri e gli occhiali che scivolavano sul naso: ecco il figlio del suo lontano primo amore. Faceva il gesto ripetitivo di aggiustarsi la posizione delle lenti, leggeva assorto senza distrarsi e a tratti interrompeva la lettura per fissare il mare e inseguire chissà quali pensieri.
    Lei ne era sicura: era lui, lo ricordava bene. Scriveva poesie, allora, e suonava la chitarra, pensava ai problemi del mondo e guardava le cose con fiducia e umanità, convinto di poter risolvere tante ingiustizie col suo idealismo.
    Anche la ragazzina castana lì accanto, con i capelli ricciuti mossi dal vento e il viso sorridente, lo sguardo sognatore perso tra le nuvole e le carni sode e rotondette esposte ai raggi del sole: anche lei poteva essere sua figlia. Ricordava se stessa e si vedeva rispecchiata in quella figura giovane, dall’atteggiamento timido ma curioso verso il mondo, il corpo un po’ troppo florido che  la imbarazzava e non sembrava corrispondere al suo temperamento riservato e schivo, il temperamento di chi non vuole attirare l’attenzione, ma ama osservare, riflettere e sognare…
    E quel ragazzo magrolino con l’espressione insicura sotto i ciuffi chiari spettinati, o l’altro che gli camminava accanto, scherzando e chiacchierando senza sosta, con una smania di vivere evidente e un entusiasmo ingenuo… no. Era più probabile fosse quello concentrato e silenzioso, col corpo asciutto e il viso un po’ scavato, che procedeva con calma e si guardava intorno con espressione seria, attento e acuto nell’osservare, pacato nel parlare, pronto al sorriso ma con i modi misurati di un animo gentile.
    Ed eccolo, finalmente, il figlio che avrebbe avuto sicuramente. Il figlio del suo uomo, del suo compagno di una vita: alto e magro com’era lui. Lo vedeva avanzare sulla riva, l’atteggiamento sicuro e vagamente spavaldo di chi vuole tracciare la sua strada mantenendo intatte le sue coerenze, la grinta ribelle e tenera dell’adolescente incompreso. Lei lo conosceva bene. Dietro quello sguardo ostinato c’era un cuore caldo, c’era l’ansia di dire e di fare, contro tutto e contro tutti, c’erano tante fragilità che lui stesso ignorava. Ancora non aveva quella tenerezza che avrebbe maturato con gli anni, la conoscenza disincantata delle cose che gli avrebbe donato una forza interiore più sofferta senza intaccare la sua voglia di lottare, la sua determinazione, dietro la maschera distaccata del volto.
    Lei lo guardava con insistenza, lo vedeva parlare con gli amici, riconosceva i suoi tratti e già immaginava il trasformarsi dei lineamenti negli anni, quando l’espressione si sarebbe ammorbidita, qualche ruga avrebbe segnato il viso e i capelli si sarebbero argentati.
    Poi anche lui scompariva alla sua vista e il gioco era finito.
    Sulla battigia cresceva l’alta marea, le grida dei gabbiani si facevano più forti nella luce dorata del pomeriggio e le ombre si allungavano. I bambini schiamazzavano tra le onde rifiutandosi di lasciare il bagno. Il vecchio cane inseguiva inutilmente una palla, illudendosi di partecipare al gioco dei ragazzi sulla riva. E andava avanti e indietro, avanti e indietro, senza che nessuno gli rivolgesse l’attenzione. L’aria era più fresca e qualche brivido scuoteva i corpi immobili, stesi da ore sui lettini o sugli asciugamani.
    Lei si risvegliava dal suo sogno. Allora radunava lentamente le sue cose, si rivestiva pian piano e se ne andava: figura solitaria e scura che si allontanava sullo sfondo di una spiaggia immensa che sembrava rappresentare il vuoto della sua vita ma lasciava spazio per tutti i sogni. Domani sarebbe tornata e avrebbe ricominciato.

  • 27 maggio 2008
    Il Bus 2

    Come comincia: Su un bus affollato, due sessantenni si scambiano parole dolci da amanti.
    "Non mi accompagnare sino in stazione, cara, allungheresti inutilmente la tua strada."
    Un bacio sulla guancia.
    Attaccati alle manopole malferme che pendono dai tubi corrimano, tra scossoni e spinte di chi si avvede in ritardo che è giunta la propria fermata, stanno lì, sorridenti e teneri come due sedicenni.
    Lui è un pizzico basso ma robusto e con un importante naso, ben vestito in grigio chiaro i pantaloni e la giacca con una tonalità un poco più scura dello stesso colore; lei, forse non conscia di questa pazza primavera e di questa giornata decisamente fredda e piovosa, veste una camicetta verde smeraldo, con piccole balze e delicatissimi disegni di piccoli fiori rossi, aperta sul davanti a mostrare un seno ancora tonico e per nulla modesto; il pudore le deve aver consigliato comunque di coprirsi un poco, così, dal collo, pendono tre o quattro collane di colori tutti tendenti al verde smeraldo, giusto per intonarsi alla camicetta; un giacchino in lanetta, anch’esso scollato, completa il tutto.
    L’uomo, spinto forse da qualche altro frettoloso passeggero, si ritrova distante da lei, in prossimità della porta d’uscita.
    Un bacio mandato con la mano.
    "Quante fermate hai ancora, amore?"
    "Non so di preciso, arrivo in cima a via Roma e dopo la galleria scendo e cambio."
    Il vociare dei passeggeri quasi copre le loro parole, costringendoli ad alzare il tono della voce; si direbbe che tutto il resto del bus abbia in fastidio questi due teneri sessantenni, costringendoli a volgarizzare la loro conversazione, quasi a urlarla.
    Un attimo di silenzio, beffardo silenzio della folla, coglie una frase di lei.
    "Sono stata bene con te, torna presto, amore."
    Arrossisce vistosamente; lui per consolarla, per attirare su di sé l’attenzione di quel pubblico non pagante, le manda un sonoro bacio facendolo schioccare nella mano aperta e porgendola nella sua direzione.
    La donna, ancora intimidita, risponde con un piccolo bacio lasciato in punta di labbra sul polpastrello dell’indice.
    "Appena arrivo a Milano, ti chiamo; rimani serena, amore."
    Sedici metri di autobus, ribollente di persone bagnate di pioggia; ogni fermata è un susseguirsi di acrobazie per agguantare un maniglione e riuscire così a non dare o prendere troppi colpi.
    È quasi impossibile calcolare quante vite ci sono lì dentro; quanti, essendo mezzogiorno, hanno già lavorato metà del dovuto e quanti altri, invece, hanno accudito figli o parenti a casa magari per andare a fare i turni pomeridiani; quante vite stanno scorrendo in quel momento sul bus?
    Quanti, come i due sessantenni, hanno appena trascorso una mattinata colma di intimità e di tenerezze?
    Le vite si incrociano senza conoscersi nemmeno, sui bus; miliardi di pensieri in quelle scatole viaggianti di lamiera, tanti che quasi fanno rumore.
    È quasi impossibile non notare i comportamenti di chi ci sta intorno, appiccicati come si è, diventa difficile farsi i fatti propri, come prudenza ed educazione consiglierebbero; quando, poi, si assiste a qualche effusione amorosa, a un qualcosa che non sia il solito mugugno contro i governanti, il prezzo delle acciughe, le bollette della luce o quei maleducati di giovani che non lasciano mai il posto a sedere, sembra che la mente delle persone s’inceppi; la tenerezza di una coppietta, i loro baci, le loro parole gentili, escono dal canovaccio, stravolgono l’abitudine, come attori ribelli che iniziano a recitare a soggetto nel bel mezzo di una rappresentazione, creano uno scompiglio che ha qualcosa di sottilmente anarchico, un gusto particolare, un buon profumo di lavanda sparso nell’umida gabbia viaggiante.
    È arrivata la fermata fatidica, l’uomo deve scendere, si volta verso la donna e sillaba un "Ti amo"; io rimango lì coi miei pensieri, sui miei guai di giornata, ma con un piccolo sorriso dentro, grazie a questi due sessantenni che si amano.

  • 27 maggio 2008
    Il violino

    Come comincia: Anche se la strada che scende dall’alto è infangata dalle piogge recenti e, in qualche tratto sembra torrente sottoposto al capriccio dei rigagnoli, raggiunge senza troppa difficoltà il punto dov’è saltata la macchina di Ester. Ci sono ancora le impronte della gru per issarla e gli arbusti spezzati, indicano il tragitto della caduta.
    Per un animale urbano come lui, la trasparenza dell’aria alta, l’esuberanza dei boschi ogni giorno più fitti, cambiano forma e volume con gli alti bassi della prospettiva, l’umidità del paesaggio gli procura  euforia e nostalgia.
    Una piacevole, inspiegabile nostalgia, perché prima d’ora non era mai vissuto in montagna e dopo due anni, non riesce ancora a sentire reale questo contatto con la libera natura.
    Ester è stata sepolta ieri mattina.
    Avevano acquistato il piccolo chàlet con i tetti in ardesia, fenomenali nella protezione della neve. In quella zona, d’inverno, la neve è molto di più di un effetto ottico: una pellicola subito ghiacciata, blocca per tutta la stagione il biancore sulle cose.
    Ester aveva trentacinque anni, una bellezza sciupata e nei lineamenti conservava una malizia ammiccante, particolarmente concentrata sulle labbra, anche da morta.
    Lui, crede di averla amata oltre ogni possibile previsione.
    Ha l’intera geografia del cervello occupata da quella sua ultima espressione nella bara, prima che la chiudessero.
    Ferma il pick up all’inizio della discesa.
    Lo sterrato finisce lateralmente all’improvviso.
    Prima che gli arbusti fossero abbattuti dalla jeep di Ester, il burrone rimaneva mascherato e il costone delle rocce invisibile. Le cime emblematiche del Massiccio, sfidano il cielo più cupo che mai. Un volo di trenta metri, il volo di un’aquila reale che spiega le ali e scende in picchiata, invertendo la traiettoria.
    Ester amava questi suoi monti dov’era nata. Voleva tornarci, era stato il suo più grande desiderio negli ultimi anni.
    Lui, crede di aver amato Ester oltre ogni ragionevole dubbio, oltre ogni altra sua possibilità.
    Ha amato il suo corpo, la sua mente, la sua anima. Ha amato la sua musica.
    E’ dentro ogni sua cellula, in ogni luogo segreto del pensiero. Sua,  come nessuna donna mai.

     

    (Abbassa questa voce interiore, cazzo. Ti stai facendo del male)

    E’ stato l’incarnazione del fallimento fino a quando non ha incontrato Ester.
    Si innamoravo di ragazze forti che non lo notavano mai. Erede di un patrimonio familiare, non ha mai saputo mettere a frutto gli studi. Ester racchiudeva il plusvalore del denaro: ha bevuto la sua musica, i suoi dischi, i suoi successi, sciolti nell’acido muriatico.
    Bisognerebbe non essere mai nati, per quanto abbiano fatto i suoi, non lo ripagheranno mai del brutto tiro di averlo messo al mondo.
    Se l’umanità si mettesse d’accordo per non fare più figli, in mezzo secolo la terra finirebbe spopolata e restituita alle sue forze più innocenti: gli animali, l’acqua, il sole.
    Ester amava il suo violino, la musica, Mozart.
    - Per lei non sono stato che uno snob intelligente e ricco. Nulla più.
    Mi sento mutilato senza di lei. Erotomane-Folle-Affettuoso- Null’altro per lei.-

    (Scopri queste cose solo ora? Le sapevi da sempre. Cos’è? Una nebbia frutto di possibili evaporazioni di lacrime occulte?)

    Ester è morta. E’ come se si fosse mutilato.
    Inizialmente si era sentito felice con lei. Dopo, si è  trovato di fronte una sfilza di barriere emotive.
    E’ stata lei a portare all’insoddisfazione, il virus ignoto che provoca disgrazie agli altri e a sé stessi.
    Parcheggia con l’angoscia . La casa è vuota. Sarà vuota per il resto dei suoi giorni.

    (Manomettere i freni della jeep, lasciare al destino il giorno e l’ora della tua morte Ester. Erotomane-Folle-Affettuoso- Lo sono stato fino alla fine.)

    *  *  *

    David, chiude la porta di casa dietro di sé. Il camino acceso cattura il suo sguardo.
    Appoggia i pensieri su una musica che non aveva mai udito prima e non avrebbe udito mai più.

  • 27 maggio 2008
    Un Natale spettrale

    Come comincia:

    “Lalla svegliati è ora!“  La donna le accarezzò dolcemente il viso per non turbarla con un brusco risveglio.
    “Nonna di già …” La bambina fece un grosso sbadiglio strofinandosi forte gli occhi color nocciola. “Mi sembra di aver dormito solo un’ora”.
    Lucia accese una candela sul piccolo comodino accanto al letto  quindi si rivolse di nuovo verso la nipotina: “Non ti preoccupare sono stata svegliata dalle campane che annunziano la Messa. Vuoi ancora ascoltarla insieme a me o hai cambiato idea?”
    “Sì nonnina ti prego!“ L’abbracciò forte strappandole la retina da notte sui folti capelli bianchi .
    Accostando poi la bocca vicino all’orecchio le mormorò:“Buon Natale, ti voglio bene.”
    Il suono di un grosso bacio riempì l’angusta stanzetta.
    “Grazie, cattivona. Buon Natale anche te. Preparati tra poco partiamo, lo sai che la strada è un po’ lunga per la chiesa di San Damiano. È una bella passeggiata.
    “Mi vesto in un batti baleno!“ Lalla scese decisa dal lettone a due piazze e iniziò a vestirsi. Dall’altra parte del letto Lucia fece altrettanto.
    Dopo essersi vestita con cappotto marrone, guanti, sciarpa e cappellino di lana multicolori, la bambina si avvicinò alla piccola finestra aprendo il battente di legno :“ Nonna!” Esclamò meravigliata, “è ancora notte ma sei sicura di aver sentito le campane? Vedo anche la luna nel cielo.”le candide manine erano appoggiate sul vetro per metà ancora appannato dal freddo.
    “Birichina, la smetti di fare la brontolona. Lo sai che d’inverno il mattino arriva più tardi e che la prima Messa viene celebrata da Don Andrea all’alba. Affrettiamoci invece altrimenti arriveremo in ritardo”.
    Anche la donna aveva indossato un lungo cappotto nero e guanti dello stesso colore mentre un foulard elegante le raccoglieva i capelli dalla fronte.
    “Sono pronta .“ La bambina fece  un saltellino rapido verso la donna.
    “Bene andiamo.“ Aprirono la pesante porta con uno stridente cigolio e si immersero nella lieve foschia della notte.

    2.

    “Nonna quando arriviamo sono stanca!“ Ansimava leggermente facendo fuoriuscire aria fredda dalla bocca.
    “ Tra poco.” Rispose Lucia con pazienza; “Su, un po’ di coraggio. Niente si ottiene lamentandosi.” Le sorrise con comprensione.
    “Guarda queste case dormono tutti.” Disse Lalla con un moto di sorpresa.
     Proprio in quel preciso istante le donne stavano attraversando una fangosa strada di campagna ai cui lati sorgevano delle case di pietra col tetto spiovente avvolte completamente dalle tenebre.
    Tutte le finestre erano sprangate per combattere il rigido freddo invernale.
    Finora non avevano ancora incrociato nessuno sul loro cammino.
    “Non è vero cara vedrai che qualcuno incontreremo quando arriveremo in paese”.
    “Nonna, nonna!“ La bambina si animò all’ improvviso facendo segno col dito davanti a loro. “Guarda ci sono delle persone davanti a noi, portano delle candele in mano”.
    “Hai ragione,“ la voce di Lucia squillò anch’essa per la sorpresa , “non pensavo che la notte di Natale ci fosse una processione. Immacolatina, la nostra vicina di casa, è sempre informata su queste cose eppure non mi ha detto niente chissà…”
    “Raggiungiamoli!“ Urlò Lalla strattonando il braccio della nonna. “Magari vanno anche loro dove andiamo noi”.
    “Va bene, guasta feste. Allunga il passo e non lamentarti della stanchezza però altrimenti sono guai”.
    “No sarò bravissima”.
    Affrettarono il passo verso le luci lontane.

    3.

    “Che strano più ci avviciniamo più le luci delle candele sembrano lontane. Non so che pensare. ” Lucia si sentiva un po’ inquieta. Stavano camminando da diverso tempo eppure la processione sembrava sempre lontana e sfuggevole
    “Quelle persone hanno un’andatura notevole per una processione”.
    “ Dai nonna non ti abbattere.“ Lalla sembrava divertita  “Li raggiungeremo prima di arrivare in paese”.
    “Sarà, ma io non ho mai visto niente del genere. E poi sono molto silenziosi perché saremo pur lontani da loro ma io non odo alcun canto di Natale”.
    Incontrarono sul loro cammino solo alberi spogli e case silenziose per diverso tempo.
    Ad un tratto Lucia si fermò, ansimante anch’ella per la stanchezza.
    “Non li vedo più. Sono scomparsi.“  La donna si rivolse alla piccola cercando di attraversare con lo sguardo la foschia notturna.
    “No, no! Eccoli, eccoli!!! Sono andati per quella stradina a sinistra li vedi?“
    Lalla era eccitata come se stesse sperimentando un gioco nuovo.
    “A sinistra? Ma da lì non si và al paese. Ci si inoltra in aperta campagna e …”
    “No, nonna. C’è una chiesa. È illuminata a festa. Riesco a scorgerla da qui anche attraverso quel banco di nebbia. Andiamo, andiamo!!!” 
    Lalla strattonò per l’ennesima volta il braccio della donna.
    “Stai calma, ci andremo, anche se io non ricordo affatto che da quella parte  ci sia una chiesa. Ce n’era una moltissimi anni fa circa quando avevo la tua stessa età ma fu distrutta durante la guerra. Forse è stata ricostruita e non me ne sono mai accorta. Che sbadata che sono”.
    “ Si, nonnina sei proprio sbadata oggi. “ Rise per lo scherzo che stava rivolgendo a Lucia.
    “Bricconcella. E’ questo il modo di rivolgerti a tua nonna?“
    Lucia fece finta di arrabbiarsi. Poi dando un bacio alla sua piccola “lingua lunga” si avviarono sul sentiero in direzione della chiesa.

     4.

    “Evviva siamo arrivati! Che bella.“ Lalla era estasiata da quello che stava vedendo.
    Si trattava di una piccola costruzione in pietra grigia dal tetto aguzzo sormontata da una croce. Il portone di legno aperto ai fedeli era illuminato all’esterno da due enormi ceri poggiati su due colonne di marmo. Un suono solenne di organi e canti proveniva dall’ interno invitando i visitatori ad entrare.
    Lucia era sbalordita da quello che stava vedendo. Non riuscì a scandire una sola parola tranne un lungo lamento di sorpresa.
    “Entriamo,“ disse la bambina animata da un’enorme fretta, “non senti? La Messa è già iniziata”.
    Non appena varcarono la soglia si ritrovarono davanti uno spettacolo meraviglioso.
    Le due navate e l’altare erano stati costruiti con marmi bianchissimi e splendenti.
    Numerose statue di Santi, ognuna posta nella sua nicchia decorata con aggraziata fantasia, partivano sin dall’entrata ed erano illuminate da centinaia di lumi come Lalla non ne aveva mai visti.
    I sedili fatti di legno di quercia erano occupati da fedeli fin quasi l’ultima fila.
    Tre sacerdoti vestiti con dei paramenti, anch’essi di colore bianco, recitavano contemporaneamente la Messa in latino.
    Lucia rimase a bocca aperta. Quello che stava vedendo andava oltre la sua comprensione. Mormorando a bassa voce si chiedeva come fosse possibile che esistesse una chiesa tanto bella e nessuno gliene avesse mai parlato.
    Condusse la bambina per mano attraverso una fila laterale. 
    Pochi passi e  presero posto in uno degli ultimi banchi.
    Dopo poco Lalla iniziò a bisbigliare in un orecchio: “C’è una donna che ci sta salutando al banco di fianco al nostro. Non l’hai vista?”
    “Chi è?” Domandò sottovoce Lucia. “Fammi vedere.”
    “Di lì, vedi?”  Fece un cenno con la testa. “Ha un’elegante cappello nero e ci sta sorridendo”.
    Lucia volse lo sguardo a sinistra ma immediatamente ebbe un sussulto di terrore.
    La mano stretta in quella della bambina iniziò a tremare convulsamente.
    “Che c’è nonna?  Non ti senti bene.“
    Lalla aveva gli occhi spalancati dalla preoccupazione.
    “Non è possibile, lei è … la signora Felicia è … oh dio mio!!!”
    Lucia era preda di un terrore così profondo che le faceva biascicare le parole.
    “Che dici?  Non capisco. Non fare così. Guarda davanti a te c’è quel signore con dei lunghi baffi neri che si è girato e ti sta salutando con la mano…”
    “Quale signore?” domandò Lucia ancora tremante. Poi guardando nella direzione indicata dalla bimba proruppe in un urlo di paura tanto forte che solo a stento fu coperto dal suono dell’organo che intonava una lugubre sinfonia. 
    Note funeree molto più alte di quelle che la donna avesse mai sentito in vita sua riecheggiavano minacciose tra le navate.
    “Mio cugino Michele oh!”  Lucia iniziò a piangere chiudendo gli occhi. Le mani incrociate sulla bocca per coprire una smorfia di dolore.
    Lalla era impietrita. Non sapeva cosa fare.
    Raccogliendo dentro di sé un coraggio che nessuna bambina della sua età poteva avere disse: “Nonnina usciamo da qui. Non mi piace questa musica. Mi mette i brividi e poi queste persone ti fanno piangere.”
    “ Si, si.“  rispose la donna con un filo di voce gemendo di sofferenza.
    Velocemente raggiunsero il portone e di nuovo la strada solitaria.

    5.

    Lalla camminava accanto sua nonna guardandole il viso e cercando di capire cosa le fosse accaduto in quella chiesa.
    Entrambe stavano in silenzio.
    L’unico rumore che si udiva era lo scalpiccio dei piedi tra i rami e le foglie morte.
    Lucia si era ripresa e aveva smesso di singhiozzare.
    Ma lo sguardo era perso nel vuoto.
    Di sicuro era preda di pensieri che almeno per ora non osava rivelare alla nipotina.
    Lalla, che invece era una bambina intelligente e sveglia, aveva capito che qualcosa l’ aveva spaventata a morte.
    Decise di non tenere per sé i suoi dubbi e li rivelò alla persona che finora l’aveva cresciuta come una madre.
    “Perchè piangevi prima in chiesa? Chi erano quelle persone?  Non mi sembravano cattive”.
    Lucia fermò il suo cammino diretto verso casa e guardandola con tristezza disse: “Non erano cattive ma non erano come noi”.
    “Cosa?“  la voce assunse un tono sorpreso e  cantilenante.
    “Mia cara, sei ancora troppo piccola per parlarne, ma un giorno ti spiegherò tutto.
     Te lo prometto. Ti basti sapere che un tempo sono state persone che facevano parte della mia vita. Poi sono partite per un lungo viaggio”.
    “Allora sei contenta di averle incontrate per questo piangevi vero?”
    L’ingenuità della bambina per poco non fece commuovere di nuovo la nonna.
     “In un certo senso si… forse…” 
    “Ah bene, bene ! “Lalla era di nuovo allegra come quando erano partite da casa.
    In un fattoria vicina un gallo iniziò a intonare il suo canto mattiniero.
    Dopo, anche le campane della lontana Chiesa Di San Damiano annunciarono che, tra breve, le sue porte sarebbero state aperte.
    Lalla ascoltò quel suono metallico espandersi nell’aria fino a raggiungerle nel sentiero ormai illuminato dai primi raggi del sole e con aria perplessa domandò alla donna: “Nonna, sei sicura di aver sentito stanotte le campane di San Damiano?”
    “Si le ho sentite mia cara,“ e accarezzandole la testa, “ma non erano per noi“.
    Eduardo Vitolo


    Sarno 05 / 12 / 06

  • Come comincia: 12 novembre 1774. La mattina presagiva pioggia e tirava una leggera tramontana. Con un cappello di piume bianche e un abito da cerimonia viola Luigi XVI, scortato dai fratelli e dagli ufficiali della corona, attraversò l’ Ile de la Cité e salì le scale del Louvre. Alla sua vista procuratori, avvocati, cancellieri, studenti, azzeccagarbugli, uscieri, spie, maestri di procedure, sospesero le faccende scoppiando in un applauso che lo accompagnò sino alla Sala grande quel giorno affollata. Entrato, il re prese posto su un seggio che dominava i principi del sangue e i pari della corona, assunse un’aria altezzosa  ma provava disagio perché, miope com’era, non distingueva chi gli stava attorno. Percepì un silenzio di attesa, si raschiò la gola e vincendo la paura annunciò con voce ferma:

     

    - Il parlamento sarà ristabilito nelle sue antiche forme!

    Si volse verso il presidente in toga rossa ed ermellino, accanto ai consiglieri in zimarra nera:

    - Signori prendete i vostri posti – dopo una pausa il suo tono crebbe sino a divenire vibrante, quasi minaccioso – signori, Luigi XV, mio signore e avo, forzato dalla vostra resistenza ai suoi ordini, ha fatto ciò che saggezza esigeva per il mantenimento dell’ autorità e  della giustizia. Oggi io vi richiamo a funzioni che non avreste mai dovuto lasciare… Voglio seppellire il passato ma vedrò con grande malcontento qualsiasi divisione turbi il buon ordine e la tranquillità…
    Quindi chiese di dare lettura agli editti che ristabilivano il parlamento di Parigi, il gran Consiglio, la Corte delle imposte indirette. Al termine, dopo una pausa, i presenti superarono l’esitazione lanciandosi in acclamazioni di gioia . Il re, sentendo la tensione allentarsi, sorrise. Guardò l’allegra baraonda improvvisamente stanco, sgravato e soddisfatto: era riuscito in una prova difficile, si era messo in gioco suo malgrado, ora desiderava tornare a casa. Il grande passo era compiuto.
    Trascorsa l’estate tra dossiers di  Opinioni favorevoli al ritorno dell’antico parlamento  e dossier contrari, alla fine aveva dato retta al suo mentore, Maurepas, che aveva manovrato  perché la nobiltà di toga, cacciata  dal Beneamato, tornasse al potere.
     “I parlamenti dirimono cause di principi e pari, intervengono sul clero, ma anche se si oppongono al sovrano, non possono mobilitare truppe”, si rassicurava Luigi, “ un governo energico li tiene a bada… e un re popolare non ha bisogno di difendersi”. Lui voleva essere soprattutto accettato dal suo popolo ed era convinto che la disponibilità verso i contestatori dell’ autorità divina gli avrebbe attirato simpatie. Quando Maurepas gli aveva raccontato che a Palazzo Reale vendevano cofanetti con sul fondo l’immagine di Luigi XII, di Enrico IV e la sua , con la scritta “ XII e IV fanno XVI”, era arrossito di piacere: “essere magnanimo procura amore e stima”, pensava, “cose senza le quali non si vive”.

    ***

    Il salotto di madame de Geoffrin era stato per decenni, uno dei più raffinati e frequentati di Parigi, famosi i pranzi del mercoledì vietati alle donne. In casa sua erano passati Marivaux, Montesquieu, Marmontel, il pittore Van Loo, soltanto per citare i più famosi. Sua figlia Maria Teresa, che aveva con lei rapporti pessimi, diceva che la madre escludeva le signore per primeggiare. Ma le donne non mancavano alle cene per pochi intimi che continuava a dare anche in età avanzata.

    Una sera davanti all’hotel di rue Saint Honoré, dove era di casa l’intellighentia, si fermò una  carrozza  dalla quale scesero due signori che entrando si fecero annunciare:

    - Il conte di Maurepas e il barone Turgot.

    Un servitore li accompagnò dove la de Geoffrin, mademoiselle de Lespinasse che abitava con lei, la figlia Maria Teresa, l’ enciclopedista D’Alembert, li attendevano con impazienza. La tappezzeria bordò, i candelabri in ottone, le grandi specchiere, davano un’aria opulenta alla sala dove si cenava e i due si sentirono a casa.

    - Benvenuti – la padrona andò loro incontro.
    - Siamo in ritardo…
    - Accomodatevi…

    La sera fredda aveva stuzzicato l’appetito di Maurepas e Turgot che presero posto volentieri. Anne Robert Jacques Turgot, barone de l’Aulne, nell’agosto del 1774 era stato voluto da Maurepas al controllo generale delle finanze.  Aveva quarantasette anni, come tradiva il viso appena appesantito ma, sotto la chioma naturalmente ondulata, la fronte ampia e gli occhi miti rivelavano intelligenza e animo illuminato. Entrato in magistratura, era stato consigliere al parlamento di Parigi, aveva collaborato all’Enciclopedia, scritto libri ispirati a principi liberali e fortemente riformatori come le Lettere sulla libertà del commercio del grano.

    Fu dunque con un largo sorriso che il vecchio D’Alembert sedette  a tavola di fronte a lui:

    - Quando ho saputo della vostra nomina – disse il famoso matematico – ho subito pensato che il regno avrebbe conosciuto la prosperità.

    Turgot alzò una mano:

    - Lo spero e farò di tutto per attuare le riforme…
    - Con voi – aggiunse d’Alembert – la filosofia è al potere…
    -  Oh no! – esclamò  Maurepas  – non l’abbiamo certo chiamato per questo! Diciamo che il re e io contiamo sulla sua competenza…

    In quel momento la gracile mademoiselle de Lespinasse ebbe un accesso di tosse:

    - Bevete – la soccorse madame de Geoffrin.

    Julie deglutì. Prima di abitare con la de Geoffrin, mademoiselle de Lespinasse aveva vissuto  con la marchesa du Deffand, grande libertina e salottiera, che divenuta cieca l’aveva presa come lettrice. Accortasi che Julie riceveva i suoi amici intellettuali anche da sola, in preda alla gelosia la du Deffand l’aveva cacciata, ma Turgot e d’Alembert l’aiutarono  a ricostituire un suo circolo. Si insinuava che lei e d’Alembert fossero amanti, in realtà il suo cuore batteva altrove. Era convinta sostenitrice delle idee di Turgot.
    Calmatasi,  la Lespinasse guardò il controllore delle finanze:

    - Raccontateci il vostro programma, siamo ansiosi di conoscerlo…

    Il barone si umettò le labbra:
    - Economia è la parola d’ordine! Niente prestiti, né bancarotta, ne nuove imposte… anzi sostituzione delle tasse con una sola da imporre a tutti i proprietari… libertà di industria e di commercio…
    - Il commercio e la libera circolazione dei grani – assentì Julie - è un duro colpo al dirigismo e in favore della libertà… 

    Maria Teresa, figlia quasi coetanea della de Geoffrin, aveva ascoltato in silenzio. Fedele a monarchia, chiesa e parlamenti, trovava le idee del controllore pericolose, detestava d’Alembert e aveva fiducia soltanto in Maurepas, che sapeva legato alla tradizione.  Sua madre, esperta intrattenitrice di quattordici anni più vecchia, l’aveva invitata  per avere una sorta di “par condicio” nella conversazione.
    Guardò  con scetticismo il ministro:

    - Il re e la regina sono d’accordo con una simile rivoluzione?
    - Maria Antonietta mi adora – disse Turgot
    - E come può?
    - Le ho aumentato l’appannaggio.

    Tutti scoppiarono a ridere, tranne la figlia di madame de Geoffrin.

    “Quest’uomo” – pensò scandalizzata – “non ha nessun rispetto per la superiorità divina dei reali!”
    La genitrice intervenne:

    - Signori, champagne! Alla prosperità del nuovo regno!
    ***

    Luigi XVI aveva accettato di non dichiarare bancarotta e ridurre le rendite, per non danneggiare i piccoli risparmiatori che avevano affidato le economie al tesoro: atteggiamento illuminato, in contrasto con quello sleale dell’Ancien regime che abitualmente mancava di parola alla mercé di ufficiali contabili, fattori generali e gruppi di pressione. Appoggiato dal re Turgot affrontava l’impresa con lo slancio di chi pensa di porre la prima pietra di una banca di Francia, felice che Maria Antonietta, recalcitrante a risparmiare, non si intromettesse.  Impegnata a slittare sulla neve con il conte di Artois, a organizzare feste galanti, ricevimenti, gite, sfilate di moda, a ristrutturare la splendida tenuta del Petit Trianon, la giovane regina sembrava dimenticare persino l’incoronazione del marito.
    Già in passato, quando era stato amministratore di Limoges,  Turgot aveva abolito la tassa sul pane e i privilegi dei forni urbani: l’istituzione del libero scambio del grano nelle sue intenzioni, aveva lo scopo di far scendere il prezzo di quello che, più di oggi, era cibo per eccellenza. Però nel 1774, disgraziatamente, un raccolto molto cattivo permise agli speculatori di accaparrarsi le riserve di frumento e far salire il suo costo alle stelle: divenne introvabile e più prezioso dell’oro. Sopraggiunse la carestia, la situazione si aggravò sino a diventare vera  “guerra della farina”: nella primavera del 1775 in tutta la Francia scoppiarono sommosse, assaltate le panetterie, i mulini invasi e saccheggiati da gente affamata, infuriata, esasperata, manipolata forse, ma sicuramente  felice di scaricare finalmente il malcontento.
    Fu allora che la regina venne coinvolta dai sostenitori di Choiseaul i quali, sapendo quanto si sentisse in debito con l’uomo a cui doveva il matrimonio, le sottoposero un memorandum contro Turgot chiedendole di intercedere perché il re richiamasse al suo posto l’ex ministro. Senza starci a pensare, Maria Antonietta stabilì di parlare a Luigi mentre era nello studio, calmo e concentrato sugli hobbies dai quali non amava essere disturbato. 
    Lo vide alla scrivania, intento a far girare un mappamondo:

    - Che guardate?
    - L’America… - 
    - Permettete che sieda?
    - Accomodatevi.
    - Cosa leggete?

    La guardò seccato, immaginò che stesse per chiedergli dei soldi e tagliò corto.

    - Avete deciso per il Trianon?
    - Niente ananas, aloe, fichi, caffè… non mi interessano… - si infervorò Maria Antonietta –  desidero un giardino anglo-americano copiato dalla natura…
    - Lo avrete.
    - Ma… non sono venuta per questo!

    Rimase di stucco, la osservò interrogativo.

    - Sono qui – sottolineò con calma la regina – per via della pericolosa situazione in cui siamo… la gente assalta i forni a Saint German, a Nanterre…
    - E allora?
    - Tutta colpa di quel Turgot! Ci vuole un uomo capace… un uomo come il duca di Choiseaul…

    Luigi si alzò, percorse a passi lenti la stanza, la sua voce ora era fredda:

    - Dite pure al vostro amico che da me non deve aspettarsi niente…

    ***

    Il maresciallo Biron, colonnello delle guardie francesi,  aveva settantacinque anni e ne aveva passati di momenti brutti: la notte dei fuochi d’artificio per il matrimonio dei delfini, era stato travolto dalla folla e, se i suoi uomini non lo avessero protetto, sarebbe morto. Biron era  popolarissimo, non amava usare le maniere forti, si fidava dei suoi concittadini. Convocato da Turgot per concordare misure preventive insieme a Lenoir, luogotenente generale di polizia, lo ascoltava in piedi trovando le sue preoccupazioni esagerate.

    -  La rapidità con la quale i moti si diffondono – spiegava Turgot - mi ha convinto che non hanno niente di spontaneo ma sono manovrati,  il re condivide il mio punto di vista…
    - Manovrati da chi? – chiese Biron attento
    - Dai nemici delle riforme… dallo stesso parlamento… Necker ha pubblicato  un trattato contro la liberalizzazione del grano… pensare che gliel’ho concesso io!
    - Quali sono gli ordini di sua maestà ?
    - Difendere Parigi, arrestare tutte le teste calde! Da quando i rivoltosi hanno invaso Versailles i moschettieri sono allertati…
    - A Parigi non succederà.

    Si congedarono. Seguirono ore di attesa tranquilla. La vecchiaia aveva reso Biron saggio e distaccato,  così la sua sorpresa fu enorme appena lo informarono che a  Porta della Conferenza una moltitudine scarmigliata e lacera di uomini, donne, bambini, armati di bastoni, zappe, forconi, fionde, si stava ammassando. I cittadini, curiosi e solidali, affluivano per vederli sfilare come assistessero a una processione.
    Accorse, senza merce, la venditrice ambulante Caroline Chevrier. Ai tempi in cui vendeva caffelatte e brioches guadagnava quattordici soldi al giorno, ora un pane di quattro libbre  costava sedici. Per mezza pagnotta da dare  ai figli era arrivata a prostituirsi con un cliente dei caffè per cui aveva lavorato. Stupita, arrabbiata, commossa davanti alla folla, Caroline batté le mani quando un gruppo di bambini prese a sprangate il portone di una panetteria, ruppe il catenaccio ed entrò. La gente si accalcò, spinse, si tuffò assatanata, facendosi male,  ma che  delusione scoprire che la farina non c’era! Allora iniziò a sfasciare ciò che capitava sottomano. Sul piazzale scandivano:

    Maestà abbiamo fame
    mandateci del pane
    brioches dalla regina
    fermate Jean Farina!

    Però  “Jean Farina”, come era soprannominato il maresciallo Biron, stava ancora riflettendo se inviare la guardia a cavallo e, quando controvoglia lo fece, ordinò di non spargere sangue. Caroline Chevrier temeva i gendarmi, gli zoccoli delle bestie, ma la rabbia era tale che appena uno di loro si parò davanti non pensò al pericolo e gli sputò contro.
    L’altro la rincorse e l’afferrò per i capelli:

    - A chi ?
    - Lasciami!

    Balzò a terra, la sbatté contro il muro.

    - Cosa fai qui?

    Caroline ora aveva paura:

    – Sono  una venditrice ambulante…
    - Cosa vendi?
    - Caffellatte e brioches…
    - Non avete pane ma mangiate brioches?

    Caroline  abbassò gli occhi, l’ufficiale scoppiò a ridere:

    - Sai cosa dice la regina?

    Silenzio.

    - Sai cosa dice?!

    Allargò le orbite come un pazzo:

    - … Se non hanno pane che mangino brioches!

    Montò in sella e galoppò via.

    ***

    L’autorità sospettò un piano per isolare i villaggi, intercettare le navi, impedire il trasporto del grano, affamare Parigi. Furono arrestate centoquarantacinque persone e quasi tutti operai. Per scoraggiare i tumulti il tribunale decise due condanne a morte: in piazza Greve finirono sulla forca un gasista di appena sedici anni e un parrucchiere di ventotto.

    - Avresti dovuto evitarlo – disse Maria Antonietta al marito
    - Avrei voluto, ma non ho potuto…

    A causa di un sistema di produzione arcaico, dove i raccolti variavano da un anno all’altro, non c’erano regole di mercato, città e campagna non comunicavano, prevalevano  intrighi di potere e interessi di parte, il tentativo generoso di liberalizzare il prezzo del pane era finito nel sangue.  Maurepas si distinse per l’assoluto silenzio, abdicò per paura e opportunismo al suo ruolo e sperò che il buon Dio calmasse le acque con una messe abbondante.
    Caroline Chevrier apprese delle esecuzioni da una vicina di casa che gliele descrisse con raccapriccio e rassegnazione.

    - Quel povero ragazzo penzolava con la lingua di fuori – diceva l’anziana donna – però hanno fatto subito un’amnistia…
    - Finiremo sgozzate da chi esce dalla Bastiglia… - rispose Caroline
    - Magari per rubarci le brioches! – rise  allusiva l’altra.

    Poi, scavalcando immondizie e liquami che scorrevano lungo il vicolo, si avviarono per andare a prendere acqua a una fontana.
    La frase sulle brioches, mai pronunciata da Maria Antonietta, corse di bocca in bocca e fu riportata in modi differenti: non si può dire sia nata così, si può supporlo. Gli storici, dal canto loro, non sanno nemmeno quando sia iniziata:  di certo si tratta solo di una leggenda, alla quale però qualcuno ancora crede.

  • 27 maggio 2008
    La strada dei sogni

    Come comincia: Ho pensato di scriverti ascoltando alla radio  una canzone di Orietta Berti che ti piaceva: “Fin che la barca va.”
    Sono seduto sulla sedia, è  pomeriggio inoltrato e posso scegliere se lavorare o stare qui, con le mani in mano.
    Ho faticato troppo quest’anno ed è per questo che decido di non  far niente.
    Mi affaccio alla finestra e una leggera brezza, senza che me ne accorga mi conduce lontano nel tempo.
    Ritorno.
    Ritorno indietro.
    Ritorno nella  strada dove noi  abbiamo vissuto e che ora è popolata  di immobilità; resta un vento caldo a sollevare  i manifesti che annunciano l’arrivo di un complesso musicale.
    Tu che rientravi trafelato quasi mai prestavi attenzione a quelle lucide e incomprensibili pubblicità.
    Un colpo pesante urtava contro la porta di legno.  Dall’interno mia madre si affrettava ad aprirti muovendo in modo nervoso il chiavistello.  Prima c’erano le avvisaglie, come non percepire il portone di ferro che si apriva sul cortile e poi la porta di legno che conduceva sul minuscolo pianerottolo. Due leggeri cigolii venivano quasi sempre da me percepiti come un gatto che  attende il padrone per il cibo. Le suole delle tue rattoppate scarpe stridevano leggermente sul  marciapiede.
    Prima di entrare però appoggiavi la tua borsa (con i chiodi, le pinze, il martello) nella boschiera, un cunicolo colmo di legna.
    Talvolta aggiungevi anche la bicicletta, gialla con delle strisce nere e pizzichi di ruggine che la abbellivano.
    La chiave esagonale chiudeva rumorosamente il tutto.
    Venivi da una giornata di duro lavoro dove tanti  rumori avevano accompagnato il tuo faticare.
    Il battito dei chiodi si inframmezzava con le prime macchine che andavano occupando le strade.
    Le voci del capomastro si affiancavano all’armatura delle case.
    Andavi orgoglioso del tuo ultimo  lavoro. Infatti il sabato  premevi nell’accompagnarmi fuori.
    Insieme attraversavamo le strade del centro: tra un andirivieni di cunette e dossi, ci dirigevamo nelle vie principali per poi imboccare una viuzza che si affacciava su una  grande piazza.
    Io mi preoccupavo di  un gelato, sbirciavo con la coda dell’occhio il giornalaio  aperto per poi comprare una bustina di figurine  di calcio.
    Tu cercavi di farmi vedere  il campanile del Duomo che si ergeva possente e maestoso. Scuri mattoni erano stati pazientemente levigati mentre la cima si mostrava nel suo splendore.
    Tu, semplice carpentiere, andavi fiero di questo lavoro, di questo tuo piccolo contributo al restauro e alla conservazione di un monumento così importante.
    A volte ti toglievi il basco e rimanevi lì a rimirarlo in religioso silenzio, tu così restio alla consuetudini di chiesa.
    La domenica pomeriggio si andava a giocare in uno strano prato poco distante.
    Era un minuscolo campetto in parte spelacchiato in parte ricolmo di erbetta mischiata alla gramigna e alle ortiche.
    All’inizio mi osservavi calciare.
    Poi partecipavi improvvisandoti portiere. Alla fine mi provocavi. Dovevamo lanciare la palla in alto.
    Eri bravo.
    Ero bravo.
    Ero diventato bravo.
    Ti voglio ricordare così.
    Nell’accarezzare il cielo quando non si era fatto ancora scuro lanciando una palla sempre più in alto.

  • Come comincia: Il trillo del campanello mi ha svegliato come nemmeno la voce stridula di mia madre avrebbe potuto fare. Nel tragitto dal letto alla porta mi sono infilato un paio di mutande risultate essere, da esame più attento, di proprietà femminile non ben definita. Forse la brunetta del pub di ieri sera? No, quella era l’altro ieri. E con forte probabilità se n’è andata a casa senza mutande, considerato che ora le sto indossando io.
    Il passaggio davanti allo specchio dell’ingresso mi rimanda l’immagine di uno scampato ad evento tellurico, o meglio, di una persona che non ce l’ha fatta a scampare.
    Il campanello insiste, e libera altri decibel incazzati che come orda di cani da caccia si avventano sui miei timpani inermi. “Un attimo, echeccazzo!” strepito litigando con la serratura che non collabora.
    Spalanco la porta pronto ad inveire contro la signora Maida, che a mattine alterne arriva dritta dritta dalla Moldavia per pulire la mia non proprio immacolata dimora.
    Ma davanti mi si para un volto serio col ciglio arcuato, sopra un lungo collo stretto in un collare bianco su vestito blu scuro.
    Don Parini. Merda. La benedizione di Pasqua. Il post it di Maida sul frigo, quello che ieri sera, rientrando, non sono riuscito a tradurre correttamente dall’ucraino: “signor Alberto domani mattina ale 9 don panini per pascua. Sue camice in armadio buonanote, maida”.
    Dietro il prevosto ci sono, intimiditi e fuori luogo, due chierichetti femmina di otto o nove anni. Una, smilza e più alta, regge la borsa di cuoio del prete e accenna un sorriso interlocutorio. L’altra, decisamente più tracagna, arrossisce e sghignazza sotto la mano a cucchiaio.
    Don Elio Parini borbotta un veloce “ma porporella, non si può farsi trovare così…” ed altre disapprovazioni di rito.
    “Doon Pariniii!” approccio amabile coprendomi col centrino che mia madre ha insistito per piazzare sul mobiletto accanto all’ingresso, “…non l’aspettavo le chiedo scusa se mi dà un istante ma prego si accomodi guardi ho lavorato fino a tardi e non immaginavo…” sparisco seguito dalle mie inutili parole e dagli sguardi impietosi delle chieriche.
    In camera afferro un jeans e mi sfilo le mutande: sono salmone con un fiocchetto di raso, a conferma della supposta provenienza. Ricompaio sette secondi dopo al cospetto del parroco, che ha già iniziato l’aspersione e la preghiera, come a dire che forse di lavoro, in casa mia, ce n’è parecchio.
    Partecipo compunto, e, appena il curato mi dà le spalle, pugnalo le due serpi in tunica bianca con il peggiore dei miei sguardi: funziona, soprattutto la lungagnona abbassa gli occhi e ruota il capo verso la porta d’ingresso.
    Don Elio ha finito, si scusa veloce per l’improperio di poco fa’ – “porporella”, ho sempre pensato che lo utilizzi per non dire porca puttana - ma ieri ha fatto un giro preventivo per fissare gli appuntamenti per le benedizioni. “Sai”, mi confida abbassando il tono della voce, “se metto il cartello in bacheca non trovo mai nessuno, invece così la gente si deve per forza far trovare a casa!” e ghigna alla sua maniera, cioè con quella specie di sibilo risucchiato che lo contraddistingue.
    “Bene” aggiunge sfregandosi le mani, “allora io vado”, altro sfregamento di mani, “stammi bene e riguardati” sfregamento più occhiata allusiva.
    Finalmente capisco, e prendo il portafogli dalla tasca della giacca appesa lì accanto.
    La sfiga mi accompagna, e dal borsellino caccio fuori un cinquantone pensando sia un deca. Il prete tanto caro l’afferra, ringrazia, benedice mentre lo maledico col pensiero, e mi maledice col pensiero mentre lo saluto. Si dilegua giù per le scale seguito dalle monachine.
    Chiudo con delicatezza la porta, e comincio a smadonnare con molto rispetto: quando mi capita di farlo mi concentro sulla Ciccone, così ho l’impressione di peccare meno.
    Avrò dormito due ore, la testa pulsa a ritmo house e non mi ricordo se la brunetta del pub era da me ieri o ieri l’altro. In più il corvaccio m’ha scucito cinquanta euro, per colpa soprattutto dell’erzegovina che non sa scrivere in italiano.
    Un giorno o l’altro devo ricordarmi di chiederle da che parte dell’est è pervenuta.
    Mi spoglio in vista di una benefica doccia calda, quando vedo accanto all’uscio la borsa di cuoio del prete, quella che reggeva la mingherlina. Dal vederla all’aprirla passano sei nano secondi: son curioso, lo so, me ne pento ama-raramente. Scontato il contenuto: un vangelo consumato, un’agenda planning da discount, un rosario in un astuccio trasparente, un portadocumenti con la carta d’identità di Elio Parini stato civile celibe nato a Milano il 10\11\1947 e una cristallina contenente una decina di buste sigillate ognuna con un nome segnato sopra.
    Fam. Valentini, De Valeri Carlo e fam. Soprani Diego, sig.ri Porta e Parola, Amelia Lorenzi.
    I miei amati vicini di casa! Soprattutto la cara signora Amalia, che scuote il tappeto dove dorme il suo cocker, sempre e solo al mio passaggio sotto la sua finestra.
    Che accelera il passo se mi vede arrivare e puntualmente mi chiude le porte dell’ascensore sul naso.
    Che cuoce broccoli e cavolfiore ogni volta che ho una bella figa a cena.
    Che mi legge l’estratto conto della banca e me lo rimette in buca rincollato.
    Una simpaticona.
    Apro la busta ancor prima che mi sorga un dubbio sulla liceità dell’azione. Cento euro! Cento euro con cui spera di comprarsi il paradiso, la vecchiarda.
    Uno spermatozoo di diabolica malignità mi guizza nel cervello: anch’io da qualche parte devo avere la busta che il Don lascia nella buca delle lettere un paio di giorni prima delle benedizioni. La trovo, infatti, insieme alla posta che Maida mi ha lasciato in cucina.
    “Ho guardato dentro ad un emozione, e c’ho visto dentro tanto amore, che ho capito perché non si comanda al cuoreee”  ricorro a Vasco mentre apro la busta dell’ attempata vicina, mi da’ coraggio “…e va bene così,…senza il centone” e modifico pure il testo ad uso e consumo della turpe azione.
    Finisco di sigillare la nuova busta di Amelia Lorenzi, che ora contiene ben dieci euro, quando una doppia citofonata fa sussultare la mia coscienza. E’ la bimba brevilinea, per eufemismo paffutella, che mi prega di aprirle il portone “perché ha dimenticato la borsa di Don Parini”.
    Ghigno come nemmeno il Coyote dei cartoni, e consegno alla piccola –si fa’ per dire- la borsa.
    Ormai non ho speranza di riaddormentarmi, e tra un paio d’ore ho appuntamento con un cliente: tanto vale dedicarsi alla sospirata doccia.
    Per niente pentito, e di tutto punto vestito con il mio completo D&G, scendo per le scale ancora prigioniero delle note del Vasco di poco prima: sento che mi tormenteranno tutta la giornata.
    In strada esito un istante sulla soglia del portone: che sole, quello di aprile, ti chiude gli occhi e t’allarga il cuore: senza parole –Vasco!-
    M’incammino provando ad attingere mentalmente al repertorio di Toto Cutugno, ma non ho speranza.
    Tre passi dopo mi ritrovo sotto la finestra della Lorenzi, che rispettando tempi cinematografici mi riempie di polvere, briciole e peli canini, scusandosi ad occhi allargati ed espressione rammaricata.
    La bepparda terrorista. Il mio sguardo è un Kassam, la sua faccia la Striscia di Gaza.
    D&G da millecinquecento euro iva esclusa. Sono proprio un pirla. Il prossimo completo lo compro all’upim e ci faccio cagare sopra i piccioni, ma almeno sul cartellino c’è qualche zero di meno.
    Sono quasi arrivato all’ingresso della metro, quando sento a gran voce il mio nome. Mi volto e vedo il caro sacerdote che mi ha dato il dolce risveglio venirmi incontro.
    “Don Pariniiii” enfatizzo l’ultima vocale smagliando un sorriso tarocco. “Tutto bene? Anche lei prende la metro, questa mattina? Chiedo, solo rallentando.
    “Mi devi scusare, Alberto” ansima il tonacato (nel senso di tonaca) che è arrivato a passo svelto e mi si è parato davanti, “ma ti devo chiedere un favore”.
    “Mi dica, Don Elio, se posso esserle utile….” Rispondo, falso come uno swarowski di alluminio.
    “i soldi che hai avuto la compiacenza di darmi questa mattina” dice armeggiando alla fibbia della borsa di cuoio, “dovresti mettermeli in questa busta” e mi porge appunto una busta bianca con il logo della parrocchia Sant’Ubaldo, e il cinquanta uscito dal mio portafogli.
    “Sai, ho fatto così con tutte le persone che questa mattina hanno avuto la compiacenza di fare un’offerta” spiega abusando della sua parola preferita, “è per mia comodità, così non perdo i soldi e quando torno in canonica tiro le mie sommette!” e via con la risata-risucchio.
    “Ci mancherebbe nessun problema metto subito i soldi nella busta ….ecco a lei” e cerco di liquidarlo accennando ad andare.
    “Caro il mio Alberto, potevo farlo io è vero, ma vorrei che sigillassi tu la busta, e ci scrivessi sopra il tuo nome: sai, le buste le apro insieme a Don Ernesto, il mio vice, ed alla signora Lorenzi, che da qualche mese ci aiuta a tenere in ordine la casa ed i conti, sai lei lavorava in banca prima di andare in pensione, e con i conti ci sa fare ci consiglia come fare per i versamenti alla missione in Brasile e bla bla bla…”
    Black out. La notizia mi ha formattato il lobo destro del cervello, quello che stamattina mi ha spinto alla turpe azione.
    La task manager della mia materia grigia mi avvisa che la facoltà di pensare non risponde.
    Mi sale una sensazione di giorni della merla su per i polpacci, ma siamo ad aprile inoltrato.
    Elaboro: la signora Lorenzi tra poco aiuterà il prete ad aprire le buste; la signora Lorenzi tra poco scoprirà che la sua busta contiene dieci euro anziché cento; la signora Lorenzi tra poco darà il via ad un’elementare indagine che risolverebbe anche il commissario Rex da solo e senza museruola.
    Rielaboro: 1) scoppio in lacrime e confesso al Don quello che ho appena fatto: patetico e rischioso, quello spiattella tutto a mia madre. 2) lascio andare il caro ecclesiastico, lo seguo, e nel vicolo ombroso dietro la chiesa gli scippo la borsa travestito da diabolik: rischioso e patetico, il costume di diabolik è finito in lavatrice con le lenzuola a sessanta gradi, ed è uscito taglia diciotto mesi.
    3) ritiro una discreta somma e m’imbarco sul primo volo per località ad almeno cinquemila Km: né rischioso né patetico, semplicemente costoso.
    4) -e qui finalmente mi accorgo di essere rientrato in possesso di un minimo di autocontrollo- prendo tempo e invito Don Parini a bere un caffè.
    “…bla bla bla per i bambini delle elementari, mentre per i più grandi finanziamo un progetto di più ampio respiro culturale, capisci Alberto?”  conclude il don mentre ascolto in religioso silenzio.
    “E sì, ampio respiro...” rispondo fingendo di aver seguito le sue divagazioni.
    “Don Elio, posso offrirle un caffè, vero? Non sarà di fretta, spero” chiedo accattivante e supplichevole.
    Il pollo abbocca, per quanto bizzarra possa essere la metafora faunistica, ed entriamo nel bar di fronte.
    Scorgo un tavolino libero nonostante l’ora, e mi ci proietto trascinando il prete per la tonaca. Nel frattempo i neuroni impazziti impastano nel mio cranio la materia grigia. Ho bisogno di un’idea, e subito.
    “Macchiato caldo” ordina don Parini, “cicuta liscia” vorrei ordinare io, ma mi limito a chiedere un dek ristretto.
    Nel frattempo s’accende una luce, e non è il cell in vibracall, ma un lontano barlume nel profondo del mio sconforto. “Don Elio, è un po’ che volevo parlarle, sa’….” esordisco fissandolo negli occhi con un certo magnetismo, “vorrei fare qualcosa di concreto per la parrocchia, che so, aiutare in maniera diretta, rendermi utile” continuo sempre più simile al serpente della sua bibbia.
    Don Parini annuisce piegando la testa, le sopracciglia arcuate a sottolineare il suo apprezzamento. “Quindi vorrei proporle, se per lei va bene, si insomma, oggi che avrei la giornata libera –sei appuntamenti in fumo, porcaput- potrei venire io in canonica ad aiutarla con i conti, del resto sono sempre stato molto forte con i calcoli –debito di mate per cinque anni consecutivi, sorvoliamo- così lasciamo riposare la signora Lorenzi, sa’ stamattina l’ho vista lamentarsi per la cervicale, ma la povera donna non glielo direbbe mai….”
    Don Elio mi spiazza, facendo una cosa che mai avrei pensato potesse fare in quell’istante di totale mia falsità: tira fuori il fazzoletto e si asciuga due lacrime. Poi deglutisce, e prendendo fiato mi dice: “Alberto, Alberto…io lo so, l’ho sempre saputo che sei un bravo figliuolo” –io ascolto, scendendo al livello escremento umano, in preda ad un crescente pentimento- “qualche volta hai un po’ perso la strada, ma sei veramente una persona speciale” –livello inferiore: escremento animale, ora il pentimento è totale, sto per confessare tutto- “…e non potevo credere a chi mi diceva di stare in guardia, te lo devo proprio confessare: non ho mai creduto alla signora Lorenzi quando mi
    fermava dopo la messa, per parlarmi di come tu fossi maleducato, irrispettoso e-secondo lei- addirittura drogato!”
    In pochi istanti risalgo la china dei livelli-escremento, sarà l’aroma del caffè che nel bar è molto intenso, sarà l’aria di primavera fresca e promettente, sarà che alla Lorenzi stavolta le trasformo il cane in poster.
    Ed ecco che mi arriva la benedizione del prete: “ va bene Alberto, allora se posso approfittare della tua disponibilità, abbiamo ancora un bel giro da fare”
     “Ma certo mio bel prete, ti bacerei in bocca” penso, ma dico soltanto” ma certo, don Parini, pago i caffè e andiamo”, intascando il resto.
    Uscendo cedo il passo al sacerdote, con un sorriso dolce e persuasivo talmente scintillante da coprire corna e coda puntuta che, nel frattempo, mi sono spuntate.

  • 27 maggio 2008
    Un uomo di mare

    Come comincia: “La nave è entrata in porto con la leggerezza del gabbiano. Sfiorava appena l’acqua…pareva scaturita dal mare all’improvviso…Noi l’attendevamo. Stavamo ammassati lungo le battagliole dei bastimenti da guerra, gli equipaggi erano schierati in parata. Sapevamo di salutare, su quel ponte chiaro che avanzava, un manipolo di prodi.”
    Queste parole le sto leggendo su di una vecchia pagina di giornale conservata in casa mia come un prezioso cimelio. Il giornalista parla dell’ “Epica avventura d’una silurante italiana”. Non sono citati nomi di persone, non viene definita la nave, non si nomina il porto di approdo dove “tutti si scoprirono e salutarono il piccolo naviglio reso quasi trasparente dal pallido sole di novembre ma annerito dal fumo della battaglia.”
    E’ tempo di guerra e la stampa osserva la consegna del silenzio su tutte le notizie relative alle azioni belliche.
    Ma io so che nave era, che porto era, e chi c’era su quella imbarcazione. C’era mio padre, giovane ufficiale, imbarcato sul cacciatorpediniere “Grecale”e sopravvissuto ancora una volta a una delle tante battaglie con cui venne decimata la nostra Marina. Il porto era quello di Taranto.
    E’ il mese di novembre del 1941. La nave giunge trainata, dopo essere rimasta alla deriva per sei giorni e sei notti, senza più timone e con i motori in avaria,in balia delle onde che potevano consegnarla in mani nemiche o farla approdare su coste nemiche. I feriti sono distesi sui tavoli da pranzo per essere accuditi dal medico di bordo e dall’infermiere. I morti sono allineati sul ponte.
    I superstiti portano con sé il ricordo di un inferno di fuoco, di sangue, di esplosioni, di lavoro frenetico e forsennato per tentare di recuperare le macchine in una bolgia di fumo e di vapori, frastornati dai colpi di cannone, in una tempesta di granate e di schegge. Poi…hanno ancora nel cuore quelle notti silenziose di paura, in preda alle ignote correnti marine, in attesa della sorte, mentre sentivano lo sciacquio dell’acqua mista a sangue scorrere sull’assito del ponte.

     

    Nella scheda personale del tenente Oreste Ricotti,in data 15 aprile 1942,si legge: “Decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare” e nella motivazione: “Imbarcato su C.T. durante uno scontro notturno con Unità nemiche, si prodigava con sereno coraggio e perizia professionale, sotto il violento fuoco avversario, nel ripristino dell’efficienza dell’apparato motore, gravemente compromesso, dimostrando elevate doti tecniche e militari.”
    Nato ad Ancona, se ne era allontanato presto, dopo il diploma, per seguire le vie del mare. Aveva da poco conosciuto la sua “madrina di guerra”che nel settembre del ‘42 diventò sua moglie: la sposò a Rimini, dove stabilì la sua residenza per il resto della vita. In realtà a Rimini visse ben poco, perché la sua esistenza si svolse quasi tutta in mare. Noi due “bambine” ci ricordiamo le sue brevi licenze come periodi speciali, giorni di festa, in cui tutta la casa si animava per preparargli un’adeguata accoglienza. Quando arrivava, ci colmava di affetto e di tenerezza, ci portava ogni volta regali e ci raccontava tante cose: di terre lontane, di gente diversa, di mondi che ci apparivano, allora, quasi favolosi. Ad ogni suo ritorno la casa si riempiva di oggetti esotici e di fotografie, che lo ritraevano sulla nave insieme al suo equipaggio oppure in località straniere, tra rovine archeologiche o monumenti  affascinanti. Ormai, in questa nostra epoca, tutti viaggiano e conoscono il mondo, ma in quegli anni  parlare di coste dell’Asia e dell’ Africa era una cosa rara e stimolava la nostra fantasia: quando veniva papà, ci veniva il mondo in casa.
    Però… quante feste di Natale passate senza di lui, quante circostanze della nostra vita senza la sua presenza, quanti momenti belli o difficili sono stati vissuti con lui solo attraverso il carteggio intenso di quelle lettere che correvano incessantemente tra noi e i porti più vari e lontani. Le vedevamo subito quelle lettere quando arrivavano, con la loro carta grigia e sottile, i bordi a strisce colorate dell’ “Air Mail”.
    La mamma ci comunicava continuamente le notizie che apprendeva dalle lettere e dalle telefonate “via radio” che lui riusciva a fare quando, con la nave, passava sul meridiano giusto.Noi eravamo abituate a scrivergli e a  raccontargli la nostra vita quotidiana e tutti i più piccoli avvenimenti, proprio come se svolgessimo un colloquio continuo fra le pareti domestiche.
    Solo pochi giorni fa ne ho rilette alcune, di quelle lettere, custodite in un cassetto, ed è stato come ripassare le nostre età trascorse, ritrovare un filo che ha ricucito i momenti della nostra esistenza come nella trama di un libro o di un film. Questo colloquio epistolare è il romanzo della nostra vita.
    Così ho ritrovato le scarpette rosse che mia sorella Patrizia ricevette in dono a otto anni e dalle quali non volle separarsi per due giorni e per due notti,e poi i nostri compleanni,i risultati scolastici,i giochi abituali,i capricci della sorellina,le sue cadute dal seggiolone,le mie ore trascorse sui libri, i “marconigramma” per augurare a papà Buon Anno, i problemi quotidiani della mamma,il succedersi dei giorni e dei mesi in cui tutte e tre gli chiedevamo quando sarebbe tornato a casa.
    E i suoi racconti: di quei giorni di tempesta in cui ogni cosa sulla nave, oggetti,
    stoviglie, cibo, tutto sfuggiva e rotolava sul pavimento; di quegli incendi che saltuariamente si verificavano nella sala macchine esponendo tutto l’equipaggio a frequenti pericoli; delle località visitate abitualmente nelle sue soste con le curiosità, il folklore, le caratteristiche storiche o artistiche che non erano ancora alla portata del grande turismo moderno; dei personaggi di cui faceva conoscenza: le navi non facevano crociere ma servizio di linea ed erano ancora pochi i viaggiatori che sceglievano gli aerei. Tra quelli che preferivano la nave spesso c’erano personalità note che, ai pasti, venivano invitate al tavolo degli ufficiali.
    Poi l’attesa di giungere al porto successivo, dove avrebbe trovato le nuove lettere delle sue “ tre donne”.
    Agli occhi della nostra mente si aprivano orizzonti sconfinati di mare nelle giornate serene, di brezze salmastre, di luce riflessa sull’acqua e di cieli profondi solcati da nubi veloci; sentivamo il grido dei gabbiani che seguivano la scia spumosa del piroscafo, a volte accompagnata dai delfini, e sapevamo che i marinai controllavano il volo degli uccelli migratori, abituati a posarsi sui pennoni delle imbarcazioni per riposarsi durante i lunghi trasferimenti. Conoscevamo i porti affollati da gente di ogni razza e di ogni lingua, chiassosi luoghi di traffico marittimo e incrocio di civiltà; il colore delle coste asiatiche o africane, delle città dai nomi esotici…ma conoscevamo anche il buio delle notti tempestose, e poi la solitudine, il caldo, il freddo, il frastuono assordante delle macchine sottocoperta, il fischiare del vento sul ponte nei giorni di burrasca, quando le onde schiaffeggiavano le fiancate o s’infrangevano contro la prua…e quelle strane scaramanzie tipiche della gente di mare o di chi è abituato a vivere affidato  agli umori imprevedibili della natura, come l’avversione per la canzone “Arrivederci Roma”, suonata dall’orchestra di bordo della nave “Andrea Doria” al momento del suo naufragio.

    E così passavano gli anni, le figlie crescevano, avevano nuovi interessi, nuove esigenze: lui seguiva tutto per lettera o nei brevi periodi licenza che trascorreva con noi. Sapevamo che in gioventù aveva percorso le rotte dell’estremo Oriente e aveva toccate le coste più meridionali dell’Africa (raccontava sempre delle feste che si facevano a bordo ad ogni passaggio dell’Equatore). Però nell’età più avanzata aveva scelto le più brevi rotte del Mediterraneo,così poteva tornare spesso in patria e noi potevamo andare a trovarlo in porto: a Venezia, a Trieste, in qualche caso a Genova. Questi viaggi erano per noi occasione di grande gioia per l’opportunità di incontrare papà,ma anche per la nostra personale “avventura” di andare in porto,salire sulla nave e curiosare in quell’ambiente così diverso che era la sua “casa” abituale.
    Tutto è lì, in quelle lettere ingiallite, dove riscopro lunghi tratti della nostra vita famigliare e scopro soprattutto, più di quanto lo conoscessi allora, il carattere affettuoso di un padre che ci è vissuto lontano ma che sapeva ugualmente esserci vicino e ha sempre saputo farsi amare.

  • 21 maggio 2008
    Jonis

    Come comincia: Si era svegliato con un’insolita sensazione. Le cose intorno avevano una luce intensa e il silenzio era interrotto da uno strano ronzio. Avvertì un senso di disagio, di inadeguatezza, soprattutto perché era in alto mare già da un giorno con il suo piccolo peschereccio. Per Jonis lo sciabordìo delle onde era un normale sottofondo alle attività svolte sulla barca, e poi, quella luce, che sentiva addirittura “dentro” di sé tanto da non riuscire nemmeno ad aprire gli occhi. Piano cominciò a prendere coscienza della situazione che gli sembrò, per  lui umile pescatore di una piccola isola greca, davvero soprannaturale.

     


    Guardò bene quello che doveva essere il fondo della barca ma che adesso era, come dire, nebbioso, come quando la mattina usciva all’alba e l’orizzonte argenteo si confondeva con la riva, e tutto era pervaso da quella splendida luce che gli scaldava il petto e non gli faceva paura, azzardò un passo e incredibilmente, camminò, sicuro come sulla terra ferma.


    Passo dopo passo si diresse verso quello che gli sembrò un giradischi, ma molto più grande, di quello che aveva visto alla festa del matrimonio della figlia del sindaco, quando mastro Zakarakis in persona aveva offerto a tutta la popolazione ouzo in quantità, in onore degli sposi; il ronzio proveniva proprio da lì, da quella scatola con il coperchio semiaperto.


    Si avvicinò all’oggetto e vide, o meglio, fu visto, perché si ritrovò a guardare strabiliato suo padre e nonno Alecko che lo incitavano a gran voce ad unirsi a loro per consumare pane e formaggio sotto il pergolato frondoso e profumato di glicini della casa paterna, mentre sua madre in una grande ciotola sbucciava cetrioli fragranti e rossissimi pomodori, con il sorriso dolce di sempre, si asciugò le mani sul grembiule  e gli spinse la sedia, invitandolo ad accomodarsi; “ allora, figlio, cosa c’è che non va?” – esordì suo padre – “non ti si vede quasi mai, le partite a carte in due sono noiose, lo sai, e nonno Alecko poi non sa perdere!”


    Suo nonno sorrise e gli offrì un bicchiere di vino, mentre mamma Athina tagliava larghe fette di pane bianco.


    Jonis si sentiva bene, benissimo come oramai non gli succedeva più da tanto tempo, da quanto non avvertiva più quel meraviglioso benessere della semplicità, che era poi il suo tenore di vita, ma che ultimamente gli era sembrato inadatto e gli procurava una sofferenza acuta perché entrambi i suoi figli avevano intrapreso strade che lo rendevano orgoglioso dei sacrifici che aveva fatto per fargli studiare, ma cosciente dei calli sulle mani, del vago odore di pesce che emanava pur lavandosi bene col sapone bianco e l’acqua calda; del suo modesto vocabolario, e, con sua grande vergogna, a volte non li capiva proprio, specialmente quanto i due fratelli parlavano dei loro lavori, e le rispettive mogli sembravano uguali alle donne che vedeva sui giornali illustrati, quando strappava i fogli per incartare il pesce.


    Ma adesso lì, in quel lento pomeriggio caldo dai colori morbidi e suadenti, si rilassò, addentando il pane fragrante di sua madre e rendendosi conto che quelle meravigliose persone erano giunte da un’altra dimensione per toccare le corde del suo cuore, ricordandogli che essere se stessi, per quanto modesti, è quello che veramente conta.

  • 19 maggio 2008
    E' facile confondersi

    Come comincia: Stamattina affronti i marciapiedi con sandali infradito, una minigonna jeans ed una canottiera bianca che ti lascia scoperta la schiena. A scalare la tua mente 15.000 canzoni che risalgono i fili bianchi dell’I-Pod.
    Chiavi in mano entri nel parcheggio in riva al mare. Hai letto l’oroscopo, “Cambiamenti repentini ti regaleranno il futuro”, fatto la doccia col tuo bagnoschiuma alle erbe e districato i nodi dei lunghi capelli ora al vento. Eserciti la tua impegnata solitudine. Alla ricerca della macchina.
    Arrivi dove credevi che fosse, ma lo spazio vuoto, non lascia scampo.
    Si sa, nei parcheggi è facile confondersi.
    Giri su te stessa, muovi lo sguardo oltre le decine di ruote e colori presenti a quell’ora. Che stupida, eccola là.
    Tra voi, migliaia di canzoni risuonano vorticose.
    Arrivi che sai di esserti sbagliata. Di nuovo. Osservi il percorso fatto. Tutto giusto. Aygo grigia, ma non riconosci la targa né l’abitacolo.
    Controlli l’ora e l’impazienza gira le lancette.
    Quello che fai è raggiungere il posteggiatore che vende quotidiani a metà prezzo. “Al solito posto Lara, dove l’hai messa ieri sera”.
    Solo che il parcheggio si dilata. Dopo mezz’ora sei rassegnata. Siedi tra anime di latta provvisorie. Colorate, raccontano la vita di ognuno. Seggiolini per bambini, secchielli che spuntano dal portabagagli, peluches infilati nei sedili, cicche sghembe nei posaceneri.
    Nella tua hai lasciato il tuo lavoro, qualche notte rubata con uomini amati da lontano, amici sul sedile posteriore. Chilometri dentro al motore, libri che allevano parole, fotografie familiari.
    Hai parcheggiato la tua vita in mezzo alle altre e non ricordi dove. Nei parcheggi è facile confondersi. Si sa.
    Quando la scorgi capisci. Ferma al sole sulla riva, due bambini rimbalzano il pallone contro l’abitacolo bruciato. I vetri infranti accolgono la sabbia molesta e gli schiamazzi.
    Quando ti avvicini alla scatola raggrinzita neanche i sedili a salutarti. Il telaio incornicia la sabbia rovente di mezzogiorno.
    Sfiori col dito i graffi rossi sul lunotto posteriore e comprendi che lì si è sparata un colpo in bocca. La tua vita.
    Scegli il compromesso di una metropolitana, stamattina. Resta il tempo di cercare qualcuno da rendere felice, farsi un paio di amici veri, pagare i conti e ritirare il saldo scritto di fianco al "TOTALE".
    Stai attenta però. E’ facile confondersi.

  • 09 maggio 2008
    Una poesia nel deserto

    Come comincia: “La solitudine è come una lente d'ingrandimento, se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo”.
    Rubo a Leopardi questo pensiero, consapevole del piacere intimo che la solitudine può dare quando si è in pace con se stessi.
    A me piace giocare con i miei pensieri e le mie fantasie. Mi piace non sentire l’esigenza di dover condividere a tutti i costi tempo e parole con un “altro” qualsiasi. Il mio silenzio è fatto di musica e colori, di ricordi che si vestono di festa, di sogni che corrono incontro ai desideri, solleticando l’attesa.
    Ho fotografato la mia solitudine e a me pare magnifica. La vedo. La tocco. La respiro. E’ come il deserto che accarezza l’oceano. Una tavolozza di sfumature tenui e gentili che mascherano un’anima forte e indomabile. Un paesaggio che si odia o si ama, senza indecisioni, impetuoso come la passione. Io amo il deserto.
    Chiudo gli occhi, lo sto attraversando in questo momento. Cammino a piedi nudi sulla sabbia che tradisce il suo segreto movimento. Duna dopo duna, a fatica perché ad ogni passo il mio corpo sprofonda e l’avanzata risulta lenta nonostante l’energia spesa. Se non fosse per le impronte lasciate alle mie spalle non potrei mai dire di essermi spinta tanto avanti. Eppure voglio andare oltre, camminare contro il vento che, prepotente, mi respinge e non mi invita a proseguire. Testarda. La sua sfida mi sprona, stimola la mia esuberanza e dà più gusto al mio vagare sotto il sole.
    Provo un gran piacere, una sensazione di libertà quasi palpabile. Sento l’impulso di gridare, qui nessuno mi sente. Tanta grandezza mi dà le vertigini. Trovo sia miracoloso poter avere a disposizione tanto spazio tutto per me, solo per me. Da una parte il mare, infinito mare,  dall’altra un susseguirsi di dune e sabbia che si srotolano fino a incontrare il cielo. Un regalo alla terra.
    Il vento gioca con la sabbia e trasforma le dune in un inseguirsi ritmico di brevi onde leggere, perfette, da fare invidia all’acqua.
    Nel punto più lontano che raggiungo con lo sguardo, il mio orizzonte, si materializza un velo sottile tra cielo e terra. Una nuvola di mulinelli, infiniti granelli di sabbia, agitata e indecisa se rassegnarsi ad appartenere definitivamente alla terra o se disperdersi libera, senza legge, in volo.
    Sospesa, come il tempo. Sembra tutto fermo nel deserto. Immobile anche se in costante mutamento. Guardo le ombre delle nuvole che corrono e si rincorrono veloci sulla sabbia. Un attimo è tutto luce incandescente, l’attimo dopo pare di guardare un negativo, una fotografia in bianco e nero.
    Ma vince il sole. Amo il sole. Mi nutre, mi dà energia e speranza. Lo assorbo attraverso ogni millimetro della mia pelle.  Mi osservo allo specchio della mente e sorrido di me, perché mi vedo come un rettile, proteso con tutto il corpo nervoso verso l’alto, pigro, quasi immobile eppure pronto a scattar via in un battibaleno. Gli occhi socchiusi per assaporare meglio il fuoco e per non perdere nemmeno una briciola di calore. Nessuno può intromettersi in questa mia ipnotica simbiosi con la natura.
    Eppure è proprio il sole a ricordarmi che il tempo esiste e che è ora di ripercorrere all’indietro il cammino, riattraversare quella beata, silente solitudine per affogare di nuovo nel frastuono nevrotico della civiltà.
    Che peccato! Chissà, magari cammin facendo perdo l’orientamento. Niente di più facile nel deserto. Nessuna impronta più sulla sabbia a ricordarmi d’esser già stata qui. Il vento, credendo di farmi un dispetto, ha rubato  le tracce del mio passaggio. Non sa che in verità mi ha fatto un regalo.
    Rischio di innamorarmi, inseguendo un miraggio. Inconsciamente spero di risvegliarmi in un’oasi di agavi e palme, ubriacarmi di profumo di datteri e cocco, salsedine sulla pelle. Sì, perché il mare arriva fin qui, è nell’aria. Mi ci immergo lentamente. I piedi accarezzano l’acqua che docile doma la sua forza, si inchina alla mia presenza e mi incoraggia ad unirmi al suo flusso. Il suo canto è un invito irresistibile. Tiepida sale fino ad avvilupparmi le gambe, le cosce e poi più su, fino a schiudersi in un abbraccio che ispira fiducia e mi corrompe circondandomi tutta.
    Apro gli occhi ma resto qui, nel mio deserto. E capisco improvvisamente di non essere affatto sola. Il mio sperdermi continuo con la mente mi fa sentire in sintonia perfetta con l’universo, in un amplesso che non ammette ostacoli né intrusioni. Mi sento libera di prendere la mia vita tra le dita e plasmarla come sabbia. Ne faccio un castello, una fortezza, una piramide, ne faccio quello che voglio. Questo è il segreto piacere della solitudine.
    Mi sento fortunata. Sorrido alla vita e ripenso a una breve poesia, Lo scopo, che un romantico poeta prosatore* ha scritto, forse ispirato dallo stesso paesaggio celato nel mio cuore.
    Il cielo
    e il mare
    si baciano
    all’orizzonte
     per far contenti
    i poeti.

     

    Vittorio Salvati, "Se ci diamo del tu il bacio viene meglio".

  • 09 maggio 2008
    Brigitte è qui

    Come comincia: Il bar Fusco è stato per anni il cuore pulsante del Rione Sanità. Tutto ciò che accadeva in quel quartiere passava di lì, fossero persone, parole o fatti. Lui, Fusco, che io da buon settentrionale, chiamavo Signor Fusco, stava dietro la cassa  ed era il capitano di quel piccolo bastimento nel mare agitato del quartiere. Cinquant’anni, poderoso di corporatura, chiudeva la cassa con un colpo del ventre prominente. Per chi avesse avuto tempo per ascoltarlo, aveva mille episodi da raccontare, con gli occhi che gli s’infiammavano di una luce vivida. Poteva essere la descrizione dell’oscuro esattore del Comune che veniva mensilmente a ordinare chili di caffè e di zucchero per casa sua, in cambio di una sottaciuta denunzia per irregolarità nella gestione dell’esercizio o le varie appartenenze ai clan della zona di ognuno degli avventori, avventure personali incluse. Dal suo posto di guardia, non gli sfuggiva nulla. Fuori, la Chiesa di S. Maria della Sanità, offriva nascite, matrimoni e funerali in continuazione dando luogo a spettacoli dalle coreografie atipiche e originali, che avrebbero fatto gola ad un regista. Fusco con un sorriso appena accennato, sfumato dall’ironia, accompagnava con  brevissime allusioni e ammiccamenti ciò che non era lecito accompagnare con parole franche e chiare. Spesso si svolgevano in piazza regolamenti di conti. Una volta – raccontava - la vittima designata si era rifugiata nel suo negozio sotto il tiro dei sicari, che lo avevano braccato, nascondendosi dietro il banco del bar. Lui, Fusco, lo aveva tirato fuori a forza da quella posizione e messo alla porta. Dopo aver abbassato la saracinesca, aveva sentito il poveraccio cadere sotto i colpi delle mitragliette. Ma il Bar era salvo! Il bar Fusco era la mia sosta d’obbligo, di mattina, prima di iniziare l’ambulatorio, per il caffè di rito. Ricordo che una mattina trovai in piazza due Tir francesi che stavano montando apparecchiature cinematografiche per la ripresa di un film. Si era d’estate e avevano aperto ombrelloni variopinti, per preservare dal sole la troupe. Entrare nel bar e sentire parlare francese non è cosa di tutti i giorni. Un signore barbuto, enorme, vestito di uno scamiciato nero, chiacchierava con una ragazza in jeans ed un tecnico in tuta. Mi attardavo alla musicalità di quei suoni che mi rammentavano la mia città del cuore, Parigi. Ad un tratto afferrai un nome pronunciato dall’uomo in nero, che doveva essere il regista: - “Brigitte-”.
    Sì, avevo sentito bene? Brigitte? Il nome che aveva infiammato le fantasie della mia gioventù. Possibile Brigitte a Napoli e alla Sanità? Qualche anno in più, ma doveva essere ancora una donna stupenda. Ben presto un altro gruppetto di addetti entrò nel bar e il suono di quel nome fu ripetuto più volte, intrecciandosi in un francese stretto e affatto comprensibile per me. Volgevano lo sguardo fuori, sorbendo il caffè, come se attendessero qualcuno che tardava a venire.
    - “Fusco, ma girano con la Bardot?”- la mia ansia era legata all’immaginativo e volevo una risposta affermativa ad ogni costo.
    - “Non so, dottore. Questa Brigitte deve essere l’attrice principale, perché la stanno aspettando con ansia per girare una scena in chiesa. Mi hanno detto che ha problemi di salute e tarda a venire dall’albergo”-.
    Il tempo stringeva, in ambulatorio mi attendevano e me ne andai col suono di quel nome e con un dubbio non svelato. Il lavoro caotico e rumoroso qual è quello di un ambulatorio in quel quartiere mi coinvolse ben presto, tanto che finii per dimenticare l’accaduto. Ma a mattina inoltrata sentii un vociare insolito nella sala d’aspetto. Entrò la ragazza che mi fa da segretaria senza bussare. Aveva un viso teso, preoccupato. -"Dottore, ci sono quelli del cinema che chiedono se possono portare su l’attrice. Dicono che si sia sentita male durante la ripresa del film"
    L’Attrice? Brigitte nel mio ambulatorio! Un’occasione inaspettata.
    “Fai salire” - e correre a cambiarmi il camice e darmi una ravviata ai capelli, uno spruzzo di deodorante: l’attesa! I pazienti restano muti e si accalcano sulle scale per vedere l’arrivo del personaggio insolito. Li vidi arrivare come un turbine: un gruppetto tra cui riconobbi il regista in nero e la ragazza in jeans che venivano verso di me a passo svelto con un fagottino tra le braccia, avvolto in un plaid multicolore.
    Lo posò sul lettino.
    Sentivo che mi guardavano e attendevano il mio aiuto di medico. Restai per un attimo sconcertato, anche perché da quell’involucro emanava un odore affatto piacevole.
    La donna mi precedette e svolse quel pacco che racchiudeva una bimba sui sei anni, pallida, esangue, immersa in un lago di diarrea: – “Docteur, ma petite Brigitte ha la dissenterie”

  • 09 maggio 2008
    Viola se ne è andata

    Come comincia:

    Ho intrapreso una nuova via.
    La bambina zoppa
    che porto sulle spalle
    pesa un pò,
    ma sento che ce la posso fare.

    Giulia leggeva parole e sentiva le lacrime bruciare la pelle delle guance arrossate dal sole. La sua dolce amica Viola le aveva scritte una notte, dopo una lunga conversazione con lei. Diceva che le aveva infuso coraggio e forza. Di nuovo, ancora, coraggio e forza. A lei, che era la donna più coraggiosa del mondo.


     Il mio specchio
    ha lasciato un segno indelebile
    ma la mia nuova amica
    mi racconta
    le storie di Sonja.
    E ciò risolve piano
    i miei nodi.

    Matteo, il ragazzo di Viola, quando l’aveva saputo aveva avuto una reazione strana. Dapprima le aveva dichiarato garanzia di costante presenza. Viola, seppur provata, era rifiorita godendo delle sue attenzioni spropositate e stucchevoli. Solo dopo tre settimane, però, Matteo già veniva solamente dopo cena, per una breve e imbarazzata ora. Poi, infine, non venne più.

    Giulia, invece, le restava accanto, passando ore a leggerle un libro di brevi ma intensi racconti, che poi discutevano a lungo ed appassionatamente. Era quella la passione che le accomunava, la letteratura, l‘arte, il senso del bello.

    Non è più incubo
    di dipendenza
    ma un tranquillo
    parlare,
    del più
    e del meno.

    Giulia ogni mattina lavava Viola con una grande spugna rosa. Il sapone odorava di zenzero e papavero. Quelle povere membra, martoriate e bluastre, sembravano rami contorti d’ulivo e il groppo alla gola era sempre più grande. Ma Viola rideva del leggero solletico, con quella sua risata del colore del cielo, e così anche Giulia si convinceva che qualcosa sarebbe cambiato, che infine tutto si sarebbe risolto.

    E’ bastato poco:
    prologo,
    esordio,
    mutamento,
    acme,
    scioglimento.
    Tutto come da manuale.
    Ma troppo breve.

    Faceva caldo e spesso, alla sera, prendevano il fresco in veranda, contemplando quel mare tanto amato, ascoltando musiche dolci e lontane, parlando di viaggi e luoghi mai visti, uomini molto amati, verità mai conosciute, libri mai scritti. Una sera si sono assopite, ascoltando la risacca e guardando le luci della baia. Stese sulle sdraio, una accanto all’altra, mano nella mano. 

    Torno alla mia
    ipotassi quotidiana,
    ai miei diversi livelli
    di subordinazione.
    Calma piatta,
    assenza di vento.

     Ecco. Viola se ne è andata così. Con calma piatta, in assenza di vento. 
    21/04/2007

    NdA: Ieri ho visto Giulia. Altri pezzi del mio cuore sono caduti a terra, sopra al mucchio. Ho pensato che era necessario finalmente pulire prima che qualcuno scivolasse calpestandoli.



  • Come comincia: Come se fossi caduto dal letto in piena notte, durante sogni distonici ed alterati. Come se fossi sotto l'effetto di chissà quale droga, ho visto le stelle e fra quelle una piccola stella, dipinta di rosso, in un oceano di gente, immersa. Nell'universo di sottili e sopraffini tentazioni. Ho visto che l'oro del mondo si raccoglieva in una boccia d'inchiostro e che poi scriveva pagine di felicità nel diario di una vita. Che forse e non forse sarebbe potuta esser la mia.

  • 02 maggio 2008
    La panchina di Ionesco

    Come comincia: La leggenda nacque in un pomeriggio d’estate del 1966, quando qualcuno, vedendo un uomo seduto su una panchina del parco comunale intento a correggere un manoscritto, aveva detto ad alta voce a un amico: “Guarda, quello è Eugène Ionesco!”.
    La frase fu udita da un guardiano che la riferì al suo capo che la disse alla sua amante che la raccontò a un assessore che la riportò al sindaco il quale, con delibera urgente, fece mettere una bella targa sulla incolpevole panchina per rendere noto un evento che, si scoprì più tardi, non era mai avvenuto. Successive indagini, infatti, chiarirono che si era trattato di un equivoco nato da una banale somiglianza e che il grande commediografo non solo non si era mai seduto su quella panchina ma non si era mai sognato di visitare la città e tanto meno quel parco. Tuttavia, per evitare brutte figure, la giunta comunale decise di non dare alcuna notizia dell’esito delle indagini e di lasciare ai cittadini la convinzione che quella fosse proprio la panchina dove Ionesco si era seduto per correggere o completare chissà quale delle sue surreali commedie.
    E’ dunque a causa di questa leggenda che, ancora oggi, chi ha la ventura di sedersi su quella panchina lo fa sempre con molta delicatezza convinto di posare il culo nello stesso posto dove lo posò l’artista per lavorare tranquillamente ad una sua commedia. Per lo stesso motivo, tutti quelli che vi si siedono per scelta, lo fanno sempre portandosi dietro un libro, una rivista o un giornale di cultura per sentirsi all’altezza. Maestri di questo spontaneo cerimoniale sono alcuni appassionati habitué che trascorrono sulla panchina ore e ore forse alla ricerca di qualche indiretta ispirazione. Tra questi, il signor Simone Fabius, ragioniere in pensione, che dalle quattro alle cinque di ogni giorno (tranne quando c’è cattivo tempo e, chissà perché, i lunedì) viene a sedersi sulla panchina portando sempre con sé un libro e il quotidiano del giorno.
    Lo ha fatto anche oggi.
    Sono le quattro del pomeriggio di un bel giorno di primavera. Il signor Fabius si è appena accomodato sul lato sinistro della panchina (quello dove – si dice - era seduto Ionesco) e sta iniziando a leggere per la seconda volta il dramma di Samuel Beckett “Aspettando Godot”. Un signore di mezza età e di media altezza, capelli grigi e abito blu abbinati a un paio di occhiali dello stesso colore, appare sul vialetto che immette nel piccolo spiazzo e si dirige deciso verso la famigerata panchina su cui, appena giunto, si lascia cadere posando tra lui e il signor Fabius un volume malamente rilegato che aveva sottobraccio.
    “Salve, signor Fabius, come sta?” dice l’uomo all’improvviso girandosi verso l’impreparato vicino.
    Colto di sorpresa il signor Fabius si scuote dalla lettura e scruta l’uomo con aria interrogativa:
    “Mi scusi, ci conosciamo?”
    “Diciamo che io la conosco e che lei mi aspettava. Mi chiamo Marcuse, Leo Marcuse e il mio nome dovrebbe dirle qualcosa.”
    “A meno che lei non sia un parente del famoso filosofo, il suo nome non mi dice assolutamente niente. Piuttosto mi dica lei come fa a sapere il mio e perché dice che la stavo aspettando.”
    “Perché qualcuno mi ha parlato di lei e mi ha assicurato che oggi, a quest’ora, su questa panchina, lei mi aspettava per incontrarmi.”
    “No guardi, qui si sbaglia. Io non aspettavo nessuno e tanto meno qualcuno mi ha detto che dovevo incontrarla.”
    “Eppure le garantisco che non c’è alcun errore perché tutte le risposte che mi ha dato finora sono esattamente quelle previste.”
    “Prevedibili, vorrà dire.” corregge il signor Fabius.
    “No, no, previste… previste dal copione” precisa con un sorriso di complicità il signor Marcuse.
    “Copione? Di che copione sta parlando?” ribatte sorpreso il signor Fabius.
    “Del copione che stiamo recitando. Insomma questo, questo qui!” esclama il signor Marcuse prendendo in mano il volume posato sulla panchina e sventolandolo quasi davanti al viso del ragioniere.
    Il signor Fabius è visibilmente combattuto tra due tentazioni: quella di allontanarsi al più presto da ‘quel matto’ e quella di saperne di più su una faccenda che non sa se considerare uno scherzo degli uomini o della sua fantasia.
    Alla fine prevale la curiosità.
    “Mi scusi, potrebbe spiegarsi meglio? Lei dice che lei ed io stiamo recitando un copione di qualcuno e che io ne sarei informato. E’ così?”
    “Sì, – conferma il signor Marcuse – e lo dimostra il fatto che le parole che lei ha appena pronunciato coincidono perfettamente con la battuta che, secondo copione, doveva dire adesso. Così come, peraltro, coincidono quelle mie di questa risposta.”
    “Vuole dire che ciò che ho detto, anzi… ciò che io e lei stiamo dicendo è scritto tutto lì… su quel volume che ha in mano?” chiede il signor Fabius con voce che comincia a tradire una certa emozione.
    “Esattamente. Ne vuole la prova?”
    “Certo che la voglio; anzi, la pretendo!”
    Senza altri commenti il signor Marcuse prende il volume, lo sfoglia con lenta perizia fino a fermarsi su una pagina e, indicando con un dito un paio di righe, dice con tono ironico:
    “Ecco, legga qua!”
    Con aria scettica, il signor Fabius abbassa lo sguardo sul libro fino a leggere nitidamente queste parole scritte a macchina: “Fabius: “Vuole dire che ciò che ho detto, anzi… ciò che sto dicendo è scritto tutto lì… su quel volume che ha in mano?”. “Marcuse: Sì, e lo dimostra il fatto che…” non fa in tempo a leggere oltre che il signor Marcuse richiude con un gesto veloce il volume:
    “Basta così. E’ convinto ora?”
    “Ma… ma sono esattamente le parole che ho detto e quelle che lei … ma come è possibile? E’ un trucco?” esclama esterrefatto il signor Fabius.
    Il signor Marcuse fa una smorfia di impazienza: “Avanti, signor Fabius, sa benissimo che qui non c’è alcun trucco e che lei e io siamo soltanto degli attori che si scambiano battute secondo un copione imparato a memoria.”
    “Ma non è vero! Se così fosse, lo saprei, no? Almeno dentro di me saprei che sto recitando e avrei in testa anche le battute che dovrò dire dopo questa, e quella dopo, e le altre successive mentre, glielo assicuro, non ho la più pallida idea di quello che dirò d’ora in poi. Mi creda: io sono un ragioniere in pensione, non sono e non sono mai stato un attore nemmeno nelle recite scolastiche. Quindi come è possibile che sia come dice lei?” esclama con voce alterata il signor Fabius.
    “Che vuole che le dica? Io posso solo dire quello che c’è scritto sul copione e cioè che lei potrebbe essere vittima della sindrome di Stanislavskij ed essersi calato e immedesimato a tal punto nel personaggio del ragioniere in pensione da convincersi di esserlo davvero.”
    Il signor Fabius guarda esterrefatto il signor Marcuse: “Senta, mi crede se le dico che non ho capito una parola di ciò che ha detto?”
    “Certo che ci credo. Come potrei non crederci se è tutto scritto qui.”
    “Ah sì? – lo interrompe il signor Fabius come folgorato da un’improvvisa illuminazione - vediamo allora se c’è scritto anche questa mia invenzione verbale: supercazzoladunraccontatordiballe!”
    “Perfetto: è proprio quello che doveva dire a questo punto. Guardi lei stesso.” risponde con un sorriso il signor Marcuse mostrandogli una riga del copione su cui c’è scritto proprio l’inventata (si fa per dire) parola: “...supercazzoladunraccontatordiballe!”
    Il signor Fabius fa una smorfia di sconforto, si alza di scatto dalla panchina e, allargando le braccia, esclama ad alta voce:
    “Va bene, mi arrendo. Forse sto sognando, forse le suggestioni di questa panchina mi hanno trascinato in qualche delirante allucinazione, forse lei stesso, signor Marcuse, è un’allucinazione. Insomma non capisco ma mi adeguo e faccio finta che tutto sia reale per cui le chiedo: per che cosa, o meglio, per chi e perché stiamo recitando? Chi sta ascoltando quello che diciamo e che senso ha questo copione se tutto si riduce ad una serie di domande, di dubbi e di stupori da parte mia?”
    Proprio in quel momento, una voce proveniente da un megafono dietro una siepe urla:
    “Stop!…Buona la prima! Pausa di mezz’ora.”
    Mentre il signor Fabius, sorpreso, gira la testa qua e là cercando di capire da quale direzione provenga la voce, il signor Marcuse tira un sospiro di sollievo e, alzandosi anche lui dalla panchina, si rivolge con un sorriso al signor Fabius: “Bèh, caro sedicente ragioniere, queste spiegazioni gliele darà direttamente il regista che sta arrivando. Io grazie al cielo, ho finito la mia parte e vorrei sgranchirmi un po’ le gambe.”
    “Ehi, aspetti un momento, regista di che?” chiede turbato il signor Fabius.
    “Glielo dirà lui stesso….eccolo lì.” Risponde il signor Marcuse indicando un uomo sui trent’anni vestito con una camicetta a fiori gialli e rossi, un paio di pantaloni chiari e una specie di nastro con visiera sulla fronte che sta uscendo da dietro una siepe sorridendo e, manco a dirlo, con in mano un volume appena un po’ più grande di quello del signor Marcuse.
    “Salve, signor Fabius, devo farle i complimenti: una recitazione ottima e convincente ….” esordisce il giovane indicato come regista.
    “Una recitaz … ehi, non scherziamo – reagisce il signor Fabius - ci si mette pure lei adesso? Volete mettervi in testa una volta per tutte che non sono un attore, che non vi conosco e che non recito nessun copione malgrado che voi cerchiate di convincermi del contrario? E poi, per amor del cielo, mi vuol dire chi è lei e cosa state girando a mia insaputa là dietro visto che ha detto ‘stop, buona la prima’?”
    “Bravo, molto bene… continui così, sta andando fortissimo.” si complimenta il regista.
    “Come sarebbe a dire ‘sta andando fortissimo’; vuol dire che questa assurda situazione continua?” chiede preoccupato il signor Fabius.
    “Certo che continua, anzi non si è mai interrotta.” precisa sornione il regista.
    “Un momento - interviene inaspettatamente il signor Marcuse – non vorrei contraddirla signor regista, ma per quanto riguarda me, io avrei finito. Anzi, col suo permesso, vorrei passare dal cassiere e tornarmene a casa.”
    “Fermo là – lo interrompe il regista – lei non va da nessuna parte perché deve continuare il suo lavoro.”
    “Guardi che lei sbaglia. Io ho finito la mia parte nel momento stesso in cui lei è apparso da dietro la siepe.”
    “Ma neanche per sogno. Lei deve restare qui e continuare a recitare come sta facendo.”
    Il signor Marcuse sembra spazientirsi: “Con tutto il rispetto, signor regista, io non sto recitando. Le ripeto: ho finito la mia parte con l’ultima battuta rivolta al signor Fabius, come previsto dal copione.”
    “Forse dal suo, ma non dal mio al quale, peraltro, lei si sta egregiamente attenendo. Guardi qua...” ribatte il regista aprendo il volume che ha con sé e indicando con decisione alcune righe di una pagina.
    Il signor Marcuse, e con lui il signor Fabius, si chinano sul libro dove leggono, quasi all’unisono: “Con tutto il rispetto, signor regista, io non sto recitando. Le ripeto: ho finito la mia parte con l’ultima battuta rivolta al signor Fabius, come previsto dal copione.”
    Il signor Marcuse non riesce a trattenere un moto di stupore mentre il signor Fabius, con un ghigno di soddisfazione, gli sussurra all’orecchio: “Benvenuto nel club dei frastornati!”
    “Ma non è possibile! - riesce finalmente a dire il signor Marcuse – io so bene di aver finito. Sul copione si legge chiaramente che esco di scena subito dopo la sua apparizione.”
    “E invece – ribatte il regista - sul mio copione c’è scritto che lei è ancora qui e continua a recitare dicendo esattamente le cose che sta dicendo proprio come io dico queste per risponderle.”
    Il signor Marcuse guarda smarrito il signor Fabius: “Eppure…..glielo giuro, mi creda…è terribile pensare che ciò che sto dicendo è tutto scritto lì, sul copione del regista, parola per parola, senza che io ne sappia niente…”
    “E lo dice a me? – risponde con un tono che sa di rivincita il signor Fabius - Adesso capisce cosa provavo io quando lei mi mostrava quel benedetto copione e cosa continuo a provare ora?”
    “Basta così! - interviene il regista con tono deciso – lo sapete benissimo che state recitando le parti di due che credono di non sapere nulla della situazione in cui si trovano. E’ questo che richiede lo show.”
    “Lo show? Quale show?” chiede il signor Fabius.
    “Il ‘surreality show’ che stiamo girando per la televisione.” risponde il regista.
    “Surreality? Non credo che esista questa parola in inglese.” obbietta il signor Fabius malgrado che questa sia l’ultima delle sue preoccupazioni.
    “E’ vero, – risponde il regista - ma rende l’idea. E poi, cosa c’è di meglio di una parola non reale per definire uno show surreale?”
    “Ecco, appunto, surreale! – esclama il signor Fabius – proprio come la situazione nella quale mi trovo e che è quella di uno che non sa e non capisce, non di uno che finge di non sapere e di non capire. E questo per me è vero al 100% e per il signor Marcuse al 50%. Insomma, signor regista, è ora di smetterla e di spiegarci finalmente il mistero di questa storia.”
    Il regista sorride: “Ma è semplice, signori miei, ve l’ho già detto: si tratta di uno show, un nuovo show che registra le reazioni delle persone di fronte a situazioni del tutto surreali come quella in cui vi trovate. Solo che invece di puntare sulla spontaneità, abbiamo preferito prendere degli attori (in questo caso voi due) e puntare sulla recitazione nella recitazione. Le vostre interpretazioni hanno dimostrato, peraltro, che questa scelta è stata assolutamente azzeccata e foriera di un grosso successo dello show.”
    Il signor Fabius sta per rispondere quando una voce, forte e cavernosa proveniente da una collinetta che si erge altre le siepi, urla da un megafono: “Stop! Tutto da rifare. Pausa di 10 minuti!”
    “Chi ha parlato?” chiede il regista
    “E lo chiede a me?” risponde il signor Marcuse
    “E non certo a me.” aggiunge il signor Fabius
    “Ma qualcuno ha detto: Stop, tutto da…”
    “Abbiamo sentito,….tutti l’abbiamo sentito, signor regista, – lo interrompe il signor Fabius – e naturalmente questa interruzione era prevista dal copione, no?”
    “Ma nemmeno per sogno. Il copione fa finire la scena proprio alla fine della mia esauriente spiegazione. Quindi questo intervento è molto strano e del tutto inatteso.”
    “Vuol dire che c’è un altro copione oltre al mio e al suo?” chiede con voce affannosa il signor Marcuse.
    “Se c’è – aggiunge con sarcasmo il signor Fabius – è di certo molto più voluminoso del vostro.”
    “Non scherziamo, – ribatte il regista – qui c’è un mistero da chiarire.”
    “Dio mio, _ esclama il signor Marcuse – e se tutti noi fossimo dentro ad un altro show? Se, senza saperlo, il surreality facesse parte di un format molto più complesso e misterioso denominato, ad esempio, irreality show di cui nessuno di noi sa niente?”
    “Ah, no! – replica deciso il signor Fabius - adesso ne ho abbastanza. Qui l’aggettivo surreale comincia a diventare assolutamente inadeguato, perciò rinuncio. Rinuncio al vostro surreality show e all’ipotetico irreality show; rinuncio a capire chi di voi dice il vero e chi il falso; rinuncio a conoscere il titolare della voce oltre la siepe; rinuncio alla diaria, qualora fosse prevista per la mia inconsapevole parte; rinuncio infine a questa panchina e a questo parco dove spero di non mettere più piede per tutta la mia vita. Salutatemi, se ne avrete la possibilità, il probabile grande regista dalla voce cavernosa. D’ora in poi me ne andrò al bar della piazza, seduto in mezzo a gente normale dove, in caso di necessità, potrò almeno ordinarmi un caffé. Addio!”
    Ciò detto, il signor Fabius si avvia a passo lesto, senza voltarsi e a tratti quasi correndo, verso l’uscita del parco. Proprio nel momento di varcare la soglia del grande cancello sente una voce chiamarlo:
    “Signor Fabius, … signor Fabius, si fermi… ci aspetti!”
    Il signor Fabius si ferma, si gira e vede il signor Marcuse correre dietro di lui insieme ad una decina di persone ansanti (probabilmente le maestranze addette alle riprese dello show) guidati dal giovane regista e da un signore alto, barbuto e corpulento.
    Proprio costui, appena raggiunto il signor Fabius, gli si rivolge con un sorriso: “Senta, abbiamo deciso di venire tutti via e di accompagnarla al bar della piazza a prendere un caffè. Spero che non le dispiaccia.”
    “Per carità, venite pure: le piazze sono di tutti e anche i bar, se sono aperti. - risponde con tono conciliante il signor Fabius – Immagino, comunque, che la vostra decisione sia dovuta soprattutto all’inquietante voce proveniente da dietro la collina…”
    “Oh, no! signor Fabius, – replica con aria sornione l’omone – la voce era la mia e la ragione per cui veniamo con lei è perché, come sa, lo prevede il copione. Quello mio naturalmente”
    Il signor Fabius impallidisce, pensa dapprima di urlare, poi di tacere, poi di fuggire. Comincia a correre, si blocca, poi di nuovo riparte di corsa come a cancellare un incubo o comunque a sfuggirlo con delle finte ma non così velocemente da non sentire la voce dell’uomo barbuto urlargli dietro: “Vada ...vada, signor Fabius tanto, ovunque andrà e qualunque cosa farà, sarà perché è scritto qui, tutto quiii…..sul copioneeee!”.