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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Lilit aveva dormito male, ed ora quasi sveglia mentre la luce incerta del mattino rischiarava la stanza disordinata, sentiva crescere in sé l’irritazione, andava puntigliosamente elencando le incombenze che l’attendevano: erano troppe e  molte sarebbero state trascurate, si sentiva sempre più scontenta.
    Si alzò indecisa e incrampita come sempre, diede una occhiata distratta fuori della finestra verso la  vecchia palma affollata di nidi: i passeri già litigavano rumorosi con gli storni, tutto normale quindi.
    Prima di dedicarsi alla doccia mattutina, con fastidio ravviò i grigi capelli troppo lunghi, andavano tagliati pensò, e l’irritazione crebbe: da tempo prendersi cura di sé era diventato solo un impiccio, un'incombenza in più.
    Ancora in accappatoio e rabbrividendo scese in giardino; in casa dormivano tutti e lei sentiva il peso della loro presenza: non dover fare rumore mentre preparava le colazioni, lo yogurt per il figlio, la frutta per la figlia, l’orzo, il caffè.. chi sa se il marito aveva lavorato nel suo studio tutta la notte.. se aveva fumato, se... basta!
    Decise di allontanarsi da loro, fuori l’aria era frizzante ed una leggera sbavatura di rosa interrompeva qua e là un cielo scipito su un mare grigio. Era molto che non le capitava di vedere una bella alba accesa, una di quelle albe che si rispettano e si ricordano, di un bel  rosa vivo, pastellato qua e là da leggere nuvole azzurrine, ma il disappunto sparve presto e il pensiero vagò subitaneo oltre, idee ed immagini si affastellavano scombiccherate tra loro.
    Questa sensazione di vaghezza, l’affastellarsi di pensieri, immagini e ricordi, da un po’ le capitava sempre più spesso ed  era stancante, cercò quindi di fermare l’attenzione al suo giardino mentre si inerpicava verso la parte più alta del terreno a gradoni; si industriò volenterosa a stabilire a quale dei tanti lavori avrebbe dovuto dare la precedenza, visto che anche lì il disordine  si andava inesorabilmente accumulando insieme a foglie cadute ed erbacce disubbidienti.
    Ora il respiro si era fatto affannoso, che fastidio! Era seccante pensò, mentre si sedeva rassegnata  a prendere fiato su una sbilenca panchina di marmo e pietra sotto un ulivo, era seccante non farcela più, doversi sempre riposare, limitare.
    Si guardò intorno: dal mare salì fin a lei, filtrata dai mirti e dai lentischi profumati, una lieve brezza salmastra. Fu questo particolare che la fece precipitare nello sconforto più nero mentre lacrime trattenute le appannarono la vista. Provò ad analizzare tra sé  il motivo di tanto irrazionale struggimento, e decise che  le mancava maledettamente il mare, le pesavano i limiti fisici sopraggiunti, disse a se stessa che era il non  non poter nuotare e non poter pescare che  le provocava quella pena sottile.
    Si guardò intorno un po’ smarrita, alle sue spalle filtrava tra i rami dei cespugli il sole, vide allora le ragnatele  tessute durante la notte, grondanti gocce di rugiada lucenti come strass, belle! Sorrise anche questa volta allo spettacolo, si riscosse e si avviò decisa verso la parte più alta e solitaria del giardino, chi sa se riusciva a vedere i cuccioli del furetto  si disse. In realtà voleva distrarsi, anche se sapeva bene che il suo dolore più profondo, conosciuto, analizzato e saggiamente accantonato mille e mille volte, non avrebbe trovato pace comunque.
    Amara, considerò che il tempo non le era favorevole: troppi anni erano passati, troppe le domande erano rimaste senza senza risposta. Si commiserò, non solo  il tempo trascorso le era nemico, ma anche  l’età anziana, e se c’era davvero qualcosa da sapere, se qualcuno sapeva, di certo era morto ormai, morti erano i suoi, ostinati e ferrei custodi di chi sa quali segreti. Chi mai avrebbe potuto più dipanare i ricordi confusi e sbiaditi di lei bambina? Un salotto, tappezzerie di seta liberty, un pianoforte, il profumo delle rose gialle che si arrampicavano fin quasi al davanzale, uno sgabello di pianoforte... una promessa ed una ragazzina che aveva creduto ed aspettato fiduciosa tanto, troppo tempo.
    Di tutto un mondo il cui ricordo lontano le riportava una eco di  gioia, di favole, fiori, fate, risate e tanto amore,  restava ormai solo la certezza che una qualche verità le fosse stata negata, era consapevole  di essere stata privata di un qualcosa  o forse di qualcuno a cui aveva tenuto assai, ma le restava netto come una sciabolata, solo il  sentore di un dolore di bambina, e gli incubi, e i sogni.. che poteva fare? Riprese a piangere, un po’ stupidamente in fondo. Le capitava frequente, se  sola, di autocommiserarsi, piangeva e le pareva come di incanto di essere in un altro tempo, in un altro giardino, dai vialetti ben curati, con i fiori fitti fitti intorno alla grande siepe di mirto a forma di ferro di cavallo, fiori  che  non si potevano raccogliere, mentre non si doveva fare troppo rumore giocando; una grossa fune a fare da altalena tra due ciliegi fioriti, i mandorli, una figura indistinta era lì, un marcantonio di omone che rideva e la faceva girare tenendola in braccio. Dio mio, che nostalgia, che pena! Le venne in soccorso a distoglierla da tanto inutile  affanno  un rumore tra i rami, temette una serpe, invece aguzzando la vista, distinse poco lontano  tra i rami  un giovane coniglio selvatico che la guardava immobile, forse nella speranza di non esser visto. Lei si fermò, tesa nello sforzo di  non spaventarlo. In realtà non era un incontro tanto insolito, il suo giardino era ormai una delle poche oasi di rifugio per piccoli animali selvatici, accerchiati da cacciatori e peggio.L’animaletto, rassicurato dalla sua immobilità, si diresse verso quella che doveva esser la sua tana e lei ne fu sollevata e rallegrata. Sorridendo cominciò la discesa verso casa ed i pensieri neri, i ricordi sfilacciati ed angoscianti erano spariti: il coniglio l’aveva riportata al presente, alla sua vita.
    Intanto il sole si era alzato, tutto intorno sapeva di vita in movimento, le auto in lontananza, i cani  verso la macchia, le papere allarmate dal postino, capì che era ora di tornare. Prese la via più lunga per ritardare il ritorno, si fermò a raccoglier certe prugne selvatiche dolcissime che mise nell’orlo dell’accappatoio raccolto a cocca, rubò qualche pallida albicocca precoce da un giovane albero, qualche rachitica  nespola asciugata dal sole.. e fu sulla soglia  dell’ampio soggiorno profumato di caffè: si erano alzati ormai tutti,  marito, figli, gatti. Qualcuno, certo sua figlia, aveva raccolto e messo in vaso le rose, quelle di un assurdo colore evidenziatore definito "moderno" dal suo fornitore, rose strane che la lasciavano sempre un po’ interdetta. Lilit per un attimo si fermò a guardarli: erano  sereni, erano belli, erano tutto. Le tornò la paura, il terrore di perdere anche loro. 
    Poi si fece coraggio e sorridente, entrò in casa.

  • 25 giugno 2008
    Senza te

    Come comincia: Una foto, una cartolina, il  biglietto di quel giorno insieme al concerto...
    Ecco cosa mi era rimasto…
    Nient’altro che ricordi nebbiosi, appena sfumati…
    I rimorsi per le cose già fatte, i rimpianti per quelle che avrei voluto fare o dire…
    Ma che importa adesso che son rimasto solo, senza il conforto della tua presenza.
    Giro per strada assorto nei miei pensieri, facendo conoscenze e regalandomi avventure… Ma non riesco a trovar pace, poiché negli occhi degli altri, vado cercando te, che come un dolce germoglio, hai messo radici nella mia anima. Mentre scrivo “mi faccio del male”, ingozzandomi di patatine e ricordi… Vorrei piangere ma mi rendo conto che le lacrime non portano a nulla. Non riesco più a dirmi che prima o poi ti dimenticherò. L’hai incontrata e ti ha avvolto nelle sue braccia e in un momento è riuscita a portarti via. Ti ha accolta forse meglio di come avrei potuto fare io, di come avrebbe potuto fare qualsiasi altra persona. E adesso come faccio a ricominciare? Non ho saputo darti le cose che ti ha dato, non potendomi mettere al suo livello. Non posso riportarti da me, poiché non è possibile raggiungerti lì dove sei ora… Se solo quel giorno non ti avessi lasciata andare via, invece di raggiungere i miei amici, adesso staremmo ancora insieme… Ma il destino ha voluto separarci.
    L’hai incontrata in un bel giorno di primavera e ti ha portata lontano. Quanto avrei voluto dirti "ti amo" prima che lei ti portasse via, così lontano da non poterti raggiungere… Stringendoti a sé, ti ha dato la serenità che forse io non sono stato capace di infonderti.
    E ora mi sento come morire, oppresso dall’insopportabile peso della tua assenza.
    Come un re senza corona, vago nel mio “regno” di ombre e sospiri e solo la confusione e la solitudine mi sono compagne. Le lacrime, in alcuni casi troppo pesanti da poter essere trattenute, a volte rompono il silenzio che mi circonda.
    Adesso sei solo sua. E nessun altro, uomo o donna che sia, ti avrà mai più.
    Solo lei avrà il piacere di godere della tua compagnia, della tua gioia, dei tuoi turbamenti.
    E la odio per quello che è accaduto, per quello che ci ha fatto… ma soprattutto perché ti ha allontanata da me.
    Che tu sia maledetta in eterno!
    Tu che mi hai strappato dalle braccia l’amore più grande che io abbia mai provato, precludendomi la possibilità di essere felice assieme alla mia piccola stella… Hai spento quel fuoco che c’era in lei, e così facendo, hai lasciato solo e malinconico il mio povero cuore affranto…
    So che però prima o poi dovrò perdonarti per quello che hai fatto… Un giorno verrai a prendere anche me e di certo anche io resterò ammaliato…
    Nessuno può resisterti…
    Dopo tutto la Morte arriva per tutti…

  • 25 giugno 2008
    Ho visto lei...

    Come comincia: Buonasera!
    La stavo osservando e le vorrei confessare quanto segue:
    Ha un viso dolcissimo, un’espressione estremamente solare e due occhioni meravigliosi.
    Il velluto delle sue labbra è ricoperto dallo stesso colore dell’amaranto dell’ovest... sì... di quel tramonto veduto dalla spiaggia della maremma in una calda sera d’estate, e che molto probabilmente non vedrò più.
    Le chiedo perdono per l’eventuale disturbo ma questo, in cuor mio, glie lo dovevo.
    Ora le vorrei regalare l'intensa fragranza del glicine e della mimosa affinché la sua serata e il suo sonno, possano essere sereni e dolcissimi.
    Un ciao e un sorriso...
    Stè.

     

  • 23 giugno 2008
    L'ultima sera dell'anno

    Come comincia: C’era un giorno un anno nuovo, la vigilia di un anno nuovo: c’erano tre persone, amici che non sapevano di essere legati, tre dolori mai sedati, tre ferite che ognuno di essi riapriva volontariamente.
    Solo uno piangeva, gli altri due rimanevano a guardare, non l’altro, non l’amico, ma la strada. Un fiume di auto, di gente, clacson, tavolino e bicchieri, luci, quelle del Natale da poco trascorso. Guardavano lì dove non c’era niente, per annullare il loro tutto.
    Finite le lacrime, un saluto.
    - “Auguri Karan. Auguri End”
    … E i due insieme: - “Auguri Gian…vai via?”
    - “Sì. È ora, ed anche per voi due”
    - “Io rimango. Un’altra birra Karan?”
    - “Un’altra birra, sì. Sarà la quinta End, e lo spumante, e dobbiamo tornare a casa, non vorrei farlo l’anno prossimo”.
    - “Non ho voglia di tornare, ho troppe facce grigie da guardare. Tu hai di meglio?”
    - “Per niente male, niente bene. Sto con te.”
    - “Ci contavo… Gian un’altra e poi via tutti, insieme”
    Gian disse no… poi pianse… restò.
    - “Gian, hai altre 3 ore per piangere, poi finisce l’anno e smetti anche tu”, Karan lo disse con il capo reclinato sulla spalla, riscaldata dalla pelliccia sul collo del giubbotto.
    E End gli fece coro: -“Eh sì Gian, ha ragione lei, basta”. Suonava grave detto da lui, con vocione profondo e virile, e tutta la persona confermava la frase. Grande, robusto, e dall’espressione dolce pur nella durezza  dei tratti ben delineati. Ancora una volta spalleggiava l’amica, e le sue spalle potevano reggerla tutta la crudezza di Karan, quella crudezza che la rendeva libera.
    Gian smise di piangere; non perché volesse. Piuttosto perché fu distratto dal pensiero che gli attraversò la mente all’udire le parole dei due.
    -“Ma voi non piangete mai?”
    -“Io no, sono uomo!” - affermò End.
    -“Io ho pianto quando sono stata operata, che dolore!! Ah i brividi!”. Questo fu quanto si limitò a dire Karan, simulando un fremito con una scossa di movimento del suo copro: era molto più esplicito così il suo senso.
    - “Io non riesco a non sentire la mancanza, questo non è un giorno felice per me, tutti gli anni, da anni, tremo quando penso che dovrà arrivare; mi manca mio padre”.
    Gian lo aveva detto ora con parole, lo aveva detto tutta la serata con le lacrime ed i blackout di attenzione durante le chiacchiere e i caffè. E End e Karan sapevano già, sin da 2 ore prima, che avrebbero dovuto contenere la colata lavica del pianto di Gian e delle sue parole malinconiche. Era solo questione di tempi e persone.
    Tra i due intercorse il pensiero comune, al pari delle altre volte, e lo sguardo di assenso che diceva chiaramente (per loro almeno, che avevano fatto di quel codice unico mezzo e alimento della loro amicizia): “Ok ci siamo, ora dobbiamo solo un po’ spingere, lui si aprirà, sanguinerà parole e respiri e poi starà meglio”.
    - “Gian anche a me manca il mio, certo che mi manca. E’ normale.”
    L’aria era distratta nel parlare: troppo distratta. Quando End guardava le “farfalle” e il suo interlocutore a fasi alterne e continue voleva dire senza ombra di dubbio che era in difficoltà. Non avrebbe mai permesso che lo si guardasse negli occhi mentre era all’angolo. E Karan sorrise, divertita al pensiero che quell’espressione la conosceva benissimo, le era familiare, la avrebbe distinta tra mille, perché era davvero sua, era End solo se aveva quella faccia, in quel momento: e ancora sorrise con l’immagine di End che diceva “SONO UOMO IO!”.
    - “A me mancano un sacco di persone e un sacco di cose… però ne ho anche tante altre. Stasera mi siete capitati voi per esempio”.
     Karan cercò di smorzare la fiammella della malinconia che stava in mezzo a quelle due micce viventi, e voleva evitare di dover consolare Gian e subirsi un’ipotesi mentale di End.
    Dovevano distrarsi. Doveva distrarli: era ancora serena nonostante tutto, e voleva rimanerlo. E si chiese quanto tempo avrebbero impiegato a tirarla dentro quella bolla di anidride carbonica che le toglieva fiato. Karan si mise fisicamente tra loro infilandosi a braccetto di entrambi e attirandoli verso di lei come a chiuderla in un doppio abbraccio: aveva freddo e ne approfittò per scaldare a se stessa il corpo e ai due il cuore:
    - “Voglio una sigaretta e vorrei starmene al caldo, si gela qui fuori. E poi lo sapete che siamo gli unici matti rimasti in giro praticamente?. Non passa più un’auto da almeno mezz’ora. Sono tutti a tavola con i bicchieri riempiti già per due volte. Anzi, scommettiamo che nel tempo di 3 minuti chiama anche la moglie di End, la sorella di Gian e la mia?”.
    - “Eh si! Io scommetto che squilleranno tutti i telefoni insieme” - End subito colse l’occasione per straparlare volontariamente e far ridere gli altri due.
    - “No, la moglie di End sarà la prima a chiamare, poi tocca a te e per ultima arriva la mia” - anche Gian decise di partecipare al gioco, e non piangeva più. Stava risalendo.
    Karan non rilanciò perché stava pensando alla risposta che aveva già alla domanda della fatidica chiamata, la quale con calcolo statistico verificato avrebbe seguito uno script standard del tipo: “Quando vieni? È pronto, aspettiamo solo te” ; oppure “La pasta scuoce, è già impiattato”.
    E lei? Lei non aveva fame. Era semplice: non aveva fame. Forse le birre, forse i 14 o 15 pasticcini e rustici vari che aveva mangiucchiato tra un brindisi e quello successivo. O forse erano quei due personaggi strani che portava ai suoi lati, quelle due strane sembianze, raggomitolate su se stesse e su di lei che al vento e alla luce dei due lampioni sulla strada, si stringevano e tremavano e dicevano stupidaggini. Quelle due ali, erano le sue due ali, quello che le serviva per alzarsi in alto. Era sazia di quello. Era piena e sazia dell’aria buona e sferzante che quei due le facevano respirare. Era una simbiosi perfetta quella che si stava realizzando in quel momento, in quella precisa ora. Lei era il pensiero di essere lontana dalla bassezza dei giorni di tutti; End e Gian erano il mezzo per sollevarsi e realizzare quel pensiero. E così lei per loro. E tutti e tre lo sapevano: niente di quello che godevano poteva essere possibile senza loro stessi.
    La consapevolezza di un meccanismo così semplice e efficace, ribaltò i pensieri di Karan. In un secondo esatto tutto il prima di quel momento le si parò davanti, eventi sovrapposti, sequenze veloci di immagini, intervalli di luce luminosi e senza contorni. Era la mancanza, a poco, in poco, il vuoto le stava ritornando dentro. E quel vuoto si sarebbe colmato di pensieri di dolore, di moti della coscienza del male che aveva avuto e dato. Puntuali come orologi quelle orde di storie volanti arrivarono, insieme, tutte, arrabbiate come sempre. Ma lo sapeva, era previsto che accadesse, aveva il rimedio; Karan sapeva di dover solo dare loro il tempo e lo spazio per correre, dimenarsi, graffiarsi e graffiarla. Sapeva che la sua testa si sarebbe stancata presto di una lotta del genere. E i pensieri sarebbero sfumati senza lasciar traccia.
    Così fu.
    Si scosse da quell’immenso attimo di assenza e ritrovò Gian che sorrideva alla sua destra.
    E dalla parte opposta End che la guardava tenendo la testa bassa e gli occhi obliqui, fermamente puntati verso i suoi in attesa che si voltassero nella sua direzione, in attesa di incontrarla in quello sguardo.
    Forse fu anche quel richiamo intenso di End a riportare Karan al tempo normale. Lei si girò completamente verso di lui e lo vide immediatamente sorridere; fu un attimo il contagio. Sorrise a sua volta a se stessa e a lui. Ritrovò quell’espressione a lei dedicata che le ripeteva “siamo insieme”.
    Cominciò lei i saluti.
    - “Ok, ora a casa, tutti. Auguri ragazzi, ci vediamo l’anno prossimo, alle 13.00 aperitivo insieme”.
    - “Auguri Karan per l’anno nuovo, e a te Gian pure, naturalmente a voi e ai vostri cari”.
    - “Auguri End e stai attento alla pancia, crescerà di parecchio altrimenti. Karan mi dai un bacio? Auguri tesoro e ti voglio bene”. Karan baciò una guancia di Gian e lo pizzicò sull’altra provocandogli un gridolino di dolore.
    Poi lui salì in macchina e salutò End e Karan con una nota di clacson.
    Rimasero solo loro due, appoggiati uno accanto all’altro allo schienale della panchina del loro angolo; entrambi infreddoliti, entrambi restii a tornarsene a casa, entrambi sereni però insieme.
    End ruppe il silenzio che era lì, intorno a loro. Lo adorava, era il più bel silenzio del mondo, quella piccola peste non sapeva dir meglio che con le silenziose occhiate o con i sinuosi accostamenti al suo corpo, come una bambina che vuole giocare ma sa di non poterlo fare senza permesso. Era sua complice anche in questo. Era la sua complice:
    - “Karan senti…” - non la guardò ancora, sentiva il braccio di lei contro il suo, e sentiva anche quella serpe che gli strisciava dall’inguine alla testa tutte le volte che avveniva il contatto con lei, si sarebbe girato volentieri a baciarla, era tutto quello che voleva per quella sera, ma qualcun altro aspettava il suo ritorno, e Karan non avrebbe diviso quel momento con il pensiero che gli attraversava la testa.
     “End ti sei addormentato? Dimmi ti ascolto”… lei invece lo guardò, voleva vederlo, voleva ricordarselo quella sera e il mattino dopo e anche solo in un passaggio furtivo, aveva il desiderio di beccare in flagrante End a spiarla con lo sguardo torvo e fintamente imbronciato e la voglia negli occhi.
     “Niente… dai, notte e tanti auguri… e aspettami domani ”.
    Era chiuso l’argomento.

     

  • Come comincia: Antonio ha finito il corso da più di un’ora. Passeggiando instancabile nel lungo corridoio che collega le varie facoltà ripensa con delusione e frustrazione alla brutta piega con cui è iniziata la sua giornata universitaria. Aveva seguito la lezione con un’attenzione quasi maniacale  lasciando sul piccolo banco una caterva di appunti da far girare la testa. Non appena il docente di cattedra aveva proferito le proverbiali parole “ci vediamo domani ragazzi”, le teste erano scattate in alto come gli ingranaggi luminosi di un flipper mentre mani frettolose e scattanti cominciavano a chiudere libri e block notes ad una velocità angosciante. Osservando tutto quel gesticolare frettoloso per un attimo aveva avuto la tremenda sensazione che l’aula fosse scossa da un violento terremoto ma immediatamente scacciò via quel pensiero demenziale.
    “Ma perché scappano tutti?” –  proferì quella frase a voce alta senza nemmeno accorgersene. “Vanno tutti a casa, a studiare!!” –  le ultime due parole  furono scandite con un timbro di voce pungente. Si girò indietro e incontrò lo sguardo di una fanciulla dai capelli mori con un’espressione beffarda sul viso.
    “L’esame si avvicina. Tu che fai adesso? Perdi tempo nei bar?!”
    Quella insinuazione fatta con un tono  tra l’ironico e l’acido lo sorprese ancor di più del fuggi fuggi generale.
    Decise di dire la verità: "Abito parecchio lontano da qui e non mi va di stare un’ora nell’autobus. Rimango  un po’ in giro".
    Ma la  risposta non aveva convinto granché  la studentessa che dopo un laconico ”Ah, va bene !” lo salutò per guadagnare con lunghe falcate l’uscita dell’aula.
    Vagando sconsolato tra mura bianche anonime e porte color arancio tutte chiuse alla fine aveva arrestato il suo vagabondare sulla grossa  pensilina che sormontava un noto bar, ritrovo  di parecchi colleghi. Sotto il braccio come la famosa coperta di Linus,  l’ultimo romanzo letto di recente. Lo aveva tenuto sveglio per tre notti consecutive e l’eccitazione era ancora evidente nei suoi occhi. Sfogliava le ultime pagine lette e rilette poche ore prima ancora con avidità e interesse. Nello stesso tempo l’ansia gli stringeva il cuore poiché sentiva il desiderio quasi irrefrenabile di parlarne con qualcuno. Trovare un ragazzo come lui disposto a scambiare pareri sulle rispettive preferenze letterarie e sui libri acquistati di recente magari spaziando verso cose nuove tutte ancora da scoprire. Invece per ora le uniche percezioni che era riuscito ad ottenere rappresentavano il suo piccolo inferno personale. Aule, aule e ancora aule che come bocche fameliche ingurgitavano e sputavano giovani intenti a studiare, ad ascoltare noiose lezioni oppure semplicemente a vagare insieme a lui in quel tormento solitario senza fine. Molti sguardi sembravano addirittura spenti, senza anima. Era un panorama fatto di tristezza e disillusione. Scendendo le due rampe di scale che accedevano alla sala affollata, un moto di fiducia risvegliò di nuovo la sua attenzione verso la realtà circostante spostando l’introspezione malinconica che lo aveva accompagnato fino ad ora in un remoto cassetto del cervello.
    “Finalmente!”aveva pensato con nuova eccitazione. Ma non appena le orecchie, ormai tramutate in vere e proprie antenne a ricezione di segnali di vita su altri pianeti, captarono brandelli di discorsi, ripiombò per l’ennesima volta nello sconforto. Alla sua destra un gruppo di ragazze discuteva animatamente su chi per prima si fosse laureata con la media del 110 e lode. Gli occhi erano sadici, le bocche velenose, arroganti. Alla sua sinistra invece  un gruppetto misto si deprimeva nel ricordare quanti capitoli di un programma di studio e ricerca rimanevano ancora da imparare. Gli occhi erano vacui, le labbra serrate in una smorfia di dolore. Stavolta la disillusione lo colpì con forza come un pugno sferrato sulla mascella e lo lasciò attonito, ferito, immobile. Decise che per oggi era abbastanza.
    Povero, misero Antonio! Il suo unico desiderio era di vivere appieno una giornata fatta di incontri, idee, scoperte, sensazioni e non solo di libri  da studiare oppure di esami da ostentare.  Seduto mestamente sul freddo e duro sedile di un autobus ripensa attimo per attimo a tutto quello che ha appreso durante le ultime ore: sicuramente una buona lezione accademica ricca di contenuti preziosi per l’esame da svolgere. Ma scavando  più a fondo giù fino alle viscere dell’anima Antonio ha scoperto anche un vuoto incolmabile  che ha il peso specifico di mille testi universitari. Crudele e informe nel suo lento avanzare. Col viso rivolto verso gli ultimi raggi di un sole autunnale, intravisto dal finestrino opaco, una sola frase gli martella continuamente la testa.
    “Speriamo che domani sia tutto diverso!”

  • 20 giugno 2008
    Il mio teatrino

    Come comincia: Annella è entrata in ambulatorio, questa mattina, con aria decisa.
    - “Chiudite a porta, vaggia parlà".
    Una guagliona del popolo, snella, un jeans ed una camicetta nera, due perline ai lobi, un sorriso quasi dipinto. Convalescente da un intervento per una grossa cisti all’ovaio.
    - “Devo fare l’analisi dello sperma al mio fidanzato, devo capire perché da sei mesi che facciamo all’amore, non resto incinta”.
    Maschero il mio stupore e le chiedo perché questo problema prematrimoniale, potrebbe, prima, attendere di sposarsi.
    - “No, voglio un figlio e voglio essere sicura di averlo con l’uomo che sposerò. Appena resto incinta mi sposo”. 
    La novità dell’impostazione mi fa passare dalla meraviglia all’ammirazione per questa ragazza che sento quanto mai donna.
    - “Non ridete, ora, dottore, ma stamattina sono andata nella cappella di Santa Patrizia, la conoscete? Ci sta na sedia fertilizzante...”
    Ricordo brani di un documentario. Una coda in un vicolo angusto di Napoli. Madri potenziali in attesa di un miracolo, dopo essersi sedute su questa strana sedia miracolosa. La rassicuro, ne conosco l’esistenza.
     - “Ho chiesto alla suora, quando è venuto il mio turno, di potermi sedere.
    Lei mi ha domandato: - “Figliola sei sposata?". Io le ho risposto: “Suora, faciteve e fatte vostre ! “
    Ho trattenuto un sorriso che sapevo non consono al momento.
    - “Quindi non ti ha fatto sedere?"
    - “L’aggio dato na regalia e m’ha fatto sedere”.

  • Come comincia: Carissima,
    non so perché ti scrivo, o forse sì, ma sta a te capirlo ché troppo difficile sarebbe per me spiegarlo.
    Sai bene che il tratto distintivo del mio carattere è in primo luogo l’orgoglio... sì, quel maledetto orgoglio che mi ha portato giorni fa a inalberarmi e poi a deprimermi quando t’è scappato di dirmi che... be' che molti altri erano meglio... anzi molto meglio di me. Hai colpito  il mio orgoglio come mai mi era capitato nella mia vita! Io so di essere un duro, molto duro e talvolta perfino violento ma sai anche che dopo so diventare morbido, cedevole nelle tue mani e perfino... piangente. Una volta mi hai accusato di essere molto spesso rigido, troppo rigido, soprattutto quando vengo a casa tua... così calda e accogliente. Oh, la tua casetta rosa con quel prato tutto rasato davanti... io l’adoro e vorrei non uscirne mai. E’ lì che mi sento a mio agio e ti sento mia, dolce, appassionata, quasi... verginale,  e godo delle tue labbra che si aprono a me tra  dolci sospiri. “Vieni!..Vieni!”  mi dici spesso e io corro e mi affanno per piacerti e sentirmi unico tra tanti. Pazza idea davvero... quasi un’illusione... che però è bello vivere senza troppe pippe al cervello ma al posto giusto. Vorrei che tu apprezzassi soprattutto i miei momenti di debolezza, quando dopo - hai notato - divento molle, quasi esangue eppure capace di vibrare ancora ad ogni tua carezza. Quello è il momento migliore per capire quanto ti amo, il momento in cui non sono più inalberato e la mia durezza è andata a farsi fottere, distrutta, sconfitta al tepore della tua casa calda e accogliente. So, purtroppo,  che un giorno quella casa non sarà più mia. Che altri, migliori di me, coloreranno la tua vita come la coloravano una volta ma io spero che il  mio ricordo rimarrà indelebile in qualche parte della casa... magari nel tinello... o nel bagno con la finestra semiaperta per consentire ad ogni “guardone” delle vicinanze di vedere che non sono più io a stare con te. E qualcuno si chiederà come mai questo possa essere accaduto e commenterà: “Sì, era un duro, talvolta anche violento... ma sapeva essere così tenero dopo... Be', rassegniamoci e vediamo quest’altro come se la cava. L’importante è che ci sia lei!”. Sento anche qualcun altro, magari le mogli di costoro, dire: “Finalmente lei lo ha liquidato, quell’essere duro e prepotente che aveva approfittato di lei quando era ancora piccola e intatta. E’ colpa sua se  lei,  da grande,  si è concessa a tutti in quel modo... che vergogna!”
    Ma intanto io sono ancora qui, col mio orgoglio ferito ma il desiderio intatto, anzi cresciuto. Con la mia sicurezza  e la mia durezza, con la mia timidezza e la mia mollezza. Ti prego tienimi tra le tue mani e invitami più volte che puoi nella tua calda casa.... ci sto così bene che vorrei impararla a memoria per quando la sua porta non si aprirà più per me!
    Con affetto e desiderio
    il tuo aff.mo e fedele

    Mr.C

    Carissimo,
    desidero risponderti e mi scuso immediatamente, perché ammetto di non aver saputo tenere a freno la lingua quel giorno. Mi conosci a fondo ormai e sai che sono per natura istintiva e un pochino volubile ma, mio CAro, sai bene anche che uno dei tratti distintivi del mio carattere è l’umiltà, tanto che spesso sono io stessa a chiedere di essere punita! Ebbene, lascia che io ti chieda umilmente scusa, ora, per quella “cosa” che mi è scappata involontariamente fuori quel maledetto giorno. Perdonami davvero ma, vedi, tu mi inviti sempre a sentirmi libera, a seguire i miei stimoli, a non trattenere  quel fiume spumeggiante che sgorga dalle mie fantasie, e ti ringrazio per questo, perché sei molto generoso ad incoraggiarmi a lasciarmi andare. E così, quella volta, con poco tatto – lo ammetto – mi sono espressa in maniera esagerata e ho colpito il tuo orgoglio, che non avevo visto mai ritirarsi così in fretta, tanto che ci sono proprio rimasta male. Ma CAro, ti giuro, non intendevo offenderti! Io amo il tuo orgoglio, lo sai, perché ti rende esattamente come ti vorrei: duro, tenace, resistente! Sì, CAro, io adoro la tua forza, la tua prepotenza, addirittura la tua violenza, quando entri in casa mia, irruento, deciso, sbattendo la porta senza nemmeno chiedere il permesso. E mi piace quando non te ne vuoi più andare, quando non vuoi uscire al freddo e io ti imploro: “Ti prego, resta dentro, non uscire …!” e tu calmo, paziente resti lì a guardarti attorno, come fosse la prima volta che vieni da me! Ed è per te che preparo con cura tutti i giorni il praticello davanti casa, ben rasato e irrigato, lo bagno sempre sai? e lavo bene l’ingresso con delicatezza in ogni suo angolo, addirittura profumo anche il retro, non si sa mai ti venisse in mente di passare di là. E’ un po’ scomodo, è vero, ma so che a te piace farmi le sorprese, perché sai come mi fanno esplodere di gioia. Ecco, vedi CAro, la mia casetta rosa è pronta ad accoglierti anche oggi, come sempre e per sempre. Perché sarebbe vuota ormai senza di te, senza la tua martellante presenza che la riscalda, senza le tue carezze che scivolano sulle pareti, sul soffitto, lasciando un velo del tuo profumo dappertutto. E anche se mi senti versare delle lacrime, oh… non ti devi preoccupare! Sono lacrime di gioia quelle, credimi, sai che non so fingere, anzi mi piace così tanto piangere con te che spesso ti imploro: “Ancora! Ancora!” … lo sai. Perciò, mio CAro, non farti troppe pippe al cervello, non fartene proprio per niente, piuttosto vieni, vieni a farmi visita tutte le volte che vuoi. La porta di casa mia sarà sempre spalancata per te e solo per te, questa è una promessa, finché tu avrai voglia di riempirla con il tuo calore. E dopo… oh… dopo riposeremo insieme, tu esangue, rilassato e io morbida e sciolta. Tutti e due in un lago di pace! Fino a che non ti rialzerai e con un bacio mi risveglierai. E semmai in futuro dovesse scapparmi ancora qualcosa di brutto, ti prego, sentiti libero di tapparmi la bocca, così imparo!
    Ora, mio CAro, vieni qui, davanti a me. Ecco, alzati in piedi così, bravo! Come ti ergi imponente, sei bellissimo! Fatti guardare, fatti toccare, fatti baciare. La porta di casa mia è già aperta, presto scappa dentro! E se vuoi punirmi ora … FALLO, ti prego!
    Con amore e desiderio
    La tua aff.ma e fedele
     
    Miss. F.

  • 19 giugno 2008
    Senza rimpianti

    Come comincia:

    Scendo con cautela dallo sgabello-scala su cui sono salita per riporre gli abiti invernali nello scompartimento in alto del guardaroba.
    Ho la vista leggermente offuscata. Con lentezza raggiungo la poltroncina e mi ci lascio affondare.
    Guizzi nerastri mi passano negli occhi alternandosi ad altri luminosi.
    Il cuore è impazzito. Non c’è battito, solo una serie di fremiti che fanno vibrare il petto.
    Mi concentro su una tecnica yoga, almeno cerco di farlo. In effetti sono perfettamente consapevole che se è giunto il momento non c’è nulla da fare.. Non avrei nemmeno il tempo di avvertire qualcuno.
    Una parte di me si oppone, decide di riuscire a controllare il respiro, uno – due – tre – quattro… uno – due – tre – quattro…ancora, e poi ancora.
    Nel frattempo il pensiero diventa rappresentazione scenica: mi vedo in una camera dalle pareti damascate, il colore predominante è l’azzurro, c’è una grande libreria che occupa una intera parete e gira ad angolo su quella adiacente, la luce è soffusa e proviene da una lampada sorretta da uno stelo dorato posta su di un’ampia scrivania ingombra di libri. C’è anche un computer con un monitor piuttosto grande.
    Un ricco tendaggio di velluto blu chiude quella che presumibilmente è una grande finestra.
    Di fronte alla scrivania c’è un immenso divano  dai fiorami in varie tonalità di azzurro, davanti un tavolo basso dal piano di cristallo su cui spiccano alcuni oggetti d’argento.
    Da una porta che intanto si è aperta sul fondo, sta entrando un uomo, è di statura piuttosto alta, ha capelli ondulati che il chiarore della lampada fa risaltare come un alone intorno alla testa. Avanza verso di me, ne distinguo il viso dai lineamenti regolari, forse il naso leggermente marcato, ma nell’insieme proprio un bell’uomo di una quarantina d’anni.
    Mentre mi si avvicina sorride, e questo gli dona un’espressione tenera e divertita.
    Ora è davanti a me, apre le braccia e mi avvolge in una stretta calorosa e decisa.
    Non mi sottraggo, lascio che mi tenga abbracciata mentre quasi mi trasporta verso il divano.
    Siamo ancora allacciati quando lui mi guarda negli occhi con uno sguardo pieno d’amore e desiderio.
    Osservo me stessa offrirmi al suo bacio, sono molto giovane e graziosa.
    Lui mi accarezza il viso, e poi le sue mani scendono sulla gola, mentre le sue labbra incollate alle mie approfondiscono un lungo bacio appassionato.
    Ora le sue mani si attardano sui miei seni, con delicatezza, per scendere lungo i fianchi.
    Le mie mani intanto scorrono le sue spalle e il suo petto, indugiano ai lati del collo,  seguono i contorni dei muscoli lungo il torace e poi giù sul ventre piatto, quasi incavato.
    Lui adesso mi stringe a sé esplorando il mio corpo con carezze sapienti, si attarda  cogliendone ogni sussulto.
    Il piacere è così grande che mi pare di svenire.
    Non c’è altra cosa cui pensare se non un abbraccio sempre più intenso.
    Lui ha movimenti lenti, ritmici, sempre più accelerati in questa specie di danza all’unisono. Mi prende il viso fra le mani e mi guarda, ed io lo guardo e  i nostri occhi sono due mari languidi che si incontrano.
    Al culmine del piacere, una parte di me si distacca ed osserva dall’alto la scena: vedo me stessa abbandonata sul divano, il respiro affannoso, il corpo ancora palpitante, mentre l’uomo si alza e si dirige verso la finestra.
    Apre i tendaggi,  e nella stanza si riversa la luce del sole al tramonto, torna verso me, si siede accanto, poi, guardandomi fisso negli occhi mi fa: "Bella scopata,  eh?"
    La scena si dissolve, e mentre il cuore ormai quasi non ha più battito, e il respiro mi si fa sempre più impercettibile, penso: posso lasciarmi andare, non ho nulla da perdere.

  • 19 giugno 2008
    Il re è servito

    Come comincia: Si è appena lavato, ha indossato una sgargiante camicia bluette e adesso se l’abbottona con morbosa attenzione; mentre si specchia assume l’aspetto capriccioso di un sovrano d’altri tempi, allisciandoseli operosamente, i baffi color vinaccio.
    La servitrice che ha il volto inespressivo di un’amante occasionale, gli passa la tazzina di caffè corretto con la sambuca.
    Una breve rintoccata alle basette, una spruzzata di un Bulgari d’imitazione, e un bacio penetrante della sua servitrice-amante, che si congeda lasciandogli in un pizzino un numero di cellulare: il re è servito.
    Manca ancora qualcosa?  Certo, la corona: il cappello panama che tutti nel quartiere gli riconoscono, e che nessuno ha mai osato chiedergli di provare.
    Se lo fissa bene bene sulla testa calva e spiantata, facendo una smorfia a metà tra l’isteria e la  rassegnazione:
    “Chi ci pozzu fari, cundannati ‘a vecchiaia semu!”
    Questa volta prima di scendere da casa, ha intenzione di controllare dalla finestra, perché qualcosa gli dice che quel signore pure stamattina starà appoggiato al muretto del palazzo di fronte; e infatti è là, una sagometta intenta a fissare un punto imprecisato dello stabile  dove il re e parte di certi suoi sudditi dimorano.
    Al bar di Gaetano il re è accolto da un’ondata di benemerenze; come in un teatro dell’ottocento, la claque seduta al bancone e ai tavolini, sostiene quell’apparizione col più rispettoso ossequio, elargendo ringraziamenti e complimentose strette di mano.
    Gaetano stesso non può esimersi dall’offrire un cospicuo onorario al sovrano di Corso Candelai, che lo ha reso degno della presenza nel suo bar;
    “Sempre a disposizione, compare Bartolomeo”.
    Come Gaetano, anche Flavio il macellaio, Totò il barbiere, Rosa e Pietro i tabaccai, nonché Vito, il padrone del cinema Ortensia, rendono grazie per il suo passaggio, con una somma di euro che sia rappresentativa, se è possibile, del rispetto che col tempo il re si è adoperato di non farsi mai mancare.
    “Compare Bartolomeo, i cannoli freschi come le rose sono…”
    Il re di Corso Candelai se ne fa impacchettare una dozzina, che poi lascia a un giovane di guardia al comando dei carabinieri della sezione Candelai-Val di Sole; “Per il comandante Giuffrida, mi raccomando”.
    Di ritorno dalle sue commissioni mattiniere, il re incrocia di nuovo quel signore, che questa volta si è spostato di fianco al portone della palazzina, e sta sfogliando il Giornale di Sicilia, con aria apparentemente distaccata.
    Il re non ci pensa più di tanto: è re proprio perché è  pronto a prendere le decisioni quando servono.
    Sale al primo piano, dove abita il suddito Vincenzo, e sotto la fessura della porta deposita un foglietto piegato in più parti con scritte poche parole: “Vicè, ammazzalo”.
    A tarda sera, il riposo di re Bartolomeo viene guastato da un triplice colpo alla porta d’ingresso; dalla fessura  spunta una busta che il re raccoglie e porta con sé nella camera da letto:
    “Il re è servito. Ma taliassi ‘sta foto”.
    Nella polaroid sgualcita riconosce se stesso, senza baffi, senza corona, quando era semplicemente Bartolomeo “ ‘u sciancatu”, per la sua camminata imperfetta ; e aveva una moglie, sì, Lucia, e anche un bambino di pochi mesi, che nella foto dorme tra le braccia della madre.

  • Come comincia: Una pioggia all’improvviso mi sorprende. Non ho nemmeno il tempo di cercare riparo nel primo portone aperto o sotto la tettoia d’un negozio che già è finita. L’unica cosa che rimane nell’aria è l’odore di asfalto bagnato, oltre a pungere le narici, anticipa la fine dell’estate.
    Mezzogiorno è appena scoccato. Supero il primo ingresso vetrato dell’albergo e spingo con forza la porta: intervista “bucata”.
    “Ha già lasciato l’albergo da più d’un ora” dice, da dietro il banco, l’omino ingabbiato in una giacca scura. Qualcuno è arrivato prima di me e l’ha portato via. 
    Un imprevisto? C’è sempre qualcuno che arriva sempre a scombinare i programmi degli altri… Pazienza! Ritorno indietro.
    Un flash-back, così si chiama quel fenomeno in cui nella millesima frazione di secondo tornano, scavalcando i pensieri ricorrenti, le immagini o le sensazioni che credi aver già dimenticato. Oppure ricordi di emozioni già provate. Infatti il “già provato” è la percezione che spurga e purifica la mia emozione e la veste d’un solo colore. Ed è in questo frangente che non tornano davanti agli occhi quella fila di denti bianchissimi che sporgevano dal suo sorriso smagliante, né quell’innocenza che tentava, ai bordi degli zigomi alti, di navigare tra le ingenue pupille, altere sul naso dritto come una statua greca. 
    Non ricordo niente di quel suo viso luminoso, cordialmente simpatico e accogliente. Nulla della magica atmosfera che s’era creata all’interno dell’anfiteatro catanese e nemmeno una sola delle note che tra le corde della sua chitarra aveva catturato, oltre me, anche tutto il pubblico presente. Neppure le note magiche e illudenti che per tutto il tempo avevano danzato col mio cuore in quel tempio allestito per il Dio della musica. Né i brani pieni di serenità che si aprivano tra morbidi temi e le ricche tessiture melodiche che davanti agli occhi erano diventate deliziosi e riposanti episodi.
    S’era quietato persino il cielo che ascoltava anch’esso quei suoni che introducevano motivi gioiosi e nobili. Tra le sue dita, in un’altalena di giochi, ora più vivi, ora più teneri, ora più solenni, s’inorgogliva quel Dio che conosce i reconditi pensieri dei musicisti. E in quel tempio eretto, tra i ruderi della vecchia fabbrica di zolfo ricuperata che si specchiavano alte nel cielo le vecchie ciminiere. L’oscurità le rendeva dolci e velate.
    Ecco cosa tornò alla mente: il cielo! In quel magico scenario, Sirio splendeva sempre più bella, assieme ai riflettori puntati su Giulio che in quel punto fermo, stava lì a raccontarmi di quell’impudica luna che serpeggiava nell’equivalenza d’un punto fermo nell’universo.
    Ora Giulio. Ora la luna. Scomparivano e riapparivano. Tanto insignificante sembrò il chiarore delle stelle riflesso sui rossi mattoni delle ciminiere. Pensavo che una chitarra avesse un’anima ma non credevo che possedesse due occhi per piangere e disperarsi per i mali del mondo. 
    Di fronte a lui mi ero sforzata di mettere a tacere quel tumulto che, nello scatenarsi con l’impara forza d’un leone, costringeva i miei occhi da fissarsi le sue dita. Le sue mani, piccole e fragili ballerine, si muovevano leggermente inquietanti, quasi fossero api su un cesto di fiori. Giulio stringeva con una forte dolcezza al petto la sua chitarra e con audacia, si confondeva all’ombra d’una musica che diceva a tutti di non pensare che il resto del mondo esiste, lasciando che le sue corde chiacchierassero tranquille.
    Qual era il tuo sogno da bambino, Giulio?
    Quello che, diventato realtà, si prende gioco di noi?
    Ti piace giocare, Giulio?
    Giulio, anche se per poco, portaci lontano da questa realtà che fa di noi semplici contenitori per l’esistenza.
    Noi siamo semplici umani che scorrono attorno a noi stessi veloci come l’acqua di un fiume: a volte tranquillo, altre no. Noi siamo lontani da coloro che forse vivono. Forse non sappiamo più che siamo diventati macchine vive e pensanti e, spesso incapaci di pensare. Ma tu per un attimo mi hai fatto credere che non apparteniamo più a coloro che camminano dentro i propri pensieri acidi e le paure che marchiano le emozioni.
    Quale sarà il tuo prossimo sogno, Giulio?
    Se provo ad immaginare come le corde della tua chitarra, con un ghigno sarcastico, si sono appellati ai rumori della vita prima di scivolare sulle vene scariche di sangue.
    Quale sarà il nostro sogno Giulio, se le corde della tua chitarra potranno commuoverci e renderci malinconici quasi come l’aria fredda della sera.
    È qui che l’aria fredda della sera aspetta d’ascoltare ancora i tuoi suoni: gli stessi che non riesco ad immaginare senza percepire quella leggera tristezza che per tutto il tempo mi ha martellato il cuore.
    Giulio, qual è il sogno d’un sogno?
    Fai sempre che un sogno diventi uccello per guardare, senza paura, il profilo delle proprie ali.
    C’è un sogno sempre pronto a volare anche se è un cieco che cammina in un mondo che trema?
    Giulio, anch’io aspetto che “un giorno giungerà l’alba di un mondo improbabile allora noi tutti saremmo in grado di camminare sotto il cielo e il cielo non sarà più un fantasma vestito di cobalto, perfettamente pennellato e, goccia nelle goccia, noi tutti assorbiremo la forza dalla musica come un tuono il temporale. E, all’alba di un mondo probabile, ogni corda sarà capace di rapire con la propria forza ed ogni forza diventerà chiarezza di suoni insaziabili. La musica sarà un’onda corrosa e quasi si divertirà coi suoi suoni sibillini ed i musicisti avranno una sola faccia. Una faccia colorata d’azzurro e vicino a loro spirerà quel vento di tramontana per portare il gusto delle terre, dei raccolti dei campi, del mare azzurro e pescoso. E giungerà alba per gli uomini che in fondo hanno tutti lo stesso desiderio, imitare il silenzio in quei tardi pomeriggi oziosi passati in silenzio prima d’armarsi di santa pazienza.
    In fondo tutti gli uomini sono dei mulini a vento, incasinati nella loro vita e che hanno quanto mai l’intenzione di tirare il mattino tra un bar e una discoteca del resto non tutti scelgono gli spartiti per soffrire senza freni inibitori. Il nostro mondo, mio caro amico, è fatto d’immaginazione, di pensieri e noi, disadattati e sfortunati cosa cerchiamo?
    L’amore demoniaco che ci dia le sue false illusioni.
    L’ignoranza della fauna umana saprà sbriciolare lo strato protettivo della vita e mascherare bene la sua indifferenza?

  • Come comincia: Secondo giorno di ufficio.
    ufficio grande, di quelli con enormi scrivanie in condivisione, dove ognuno sente le telefonate dell'altro e le voci corrono veloci.
    Ma la quantità di veleno che si sputano addosso è molto inferiore alle mie previsioni. Peccato.
    I colleghi come la famiglia di ogni giorno.
    Tutti scontenti di lavorare in questo posto, tutti rassegnati a restarci.
    Almeno fino a quando qualcosa di terribile non spazzi via tutto.
    Il punto è che io SO in cosa consiste quel "qualcosa", e non è un caso che mi trovi qui seduta a questa scrivania a far finta di lavorare davanti al pc.
    Come un buco nero spaziale.
    Come il particolare irregolare che nessuno nota.
    Sto parlando di un elemento  con un suo ordine e con una sua logica, come il soffitto che mi sta sopra la testa:
    Uno di quei soffitti da ufficio, composti da un centinaio di pannelli perfettamente quadrati e regolari.
    Ogni due quadrati una luce al neon mette in risalto i miei capelli argento, e ogni tre righe un allarme anti-incendio mi dà un'illusione di sicurezza. Quella che nessuno potrà garantire (se non io stessa) nel momento in cui quel "qualcosa" avverrà.
    E di certo manca poco.
    Sto solo prendendo tempo ma non serve a niente perché i miei occhi ora fissano quella condizione instabile ad un paio di metri dalla mia testa.
    Un pannello spostato.
    Un quadrato storto in mezzo a centinaia di quadrati perfetti.
    Un virus tra forme geometriche studiate.
    E capisco che è il momento: lo spazio nero tra il quadrato spostato e quello perfettamente dritto a fianco, inizia ad allargarsi. come un triangolo isoscele in piena espansione.
    Prima piano, poi sempre più velocemente, come un enorme macchia di petrolio dai contorni assolutamente netti e geometrici.
    Tutti hanno il tempo di urlare e di spalancare gli occhi, ma lo spazio nero non dà loro tregua.
    Una alla volta le voci diminuiscono, le finestre esauriscono, le cartelle spariscono, i telefoni estinguono. è cemento quello che non vedo. Sono pilastri quelli che smetto di vedere. Sono i miei passi sempre più veloci, verso quella porta sempre meno materiale.
    Dove scappo? Sono io la chiave contro il nulla.
    Sono io che li lascio finire. (Sono io che smetto di correre.)
    Sono io che mi lascio finire. 

  • Come comincia: Ci sono noti segni convenzionali riconosciuti da tutti: un fiocco azzurro sulla porta, "è nato un bambino"; il pungitopo o una ghirlanda sull’uscio con pigne dorate e vellutati fiocchi rossi vuol dire "è arrivato il natale"; uno zerbino "spazzatevi le scarpe prima di entrare", un gatto sulla soglia di casa: "Ops! il gatto è fuori! che lo abbia fatto apposta?".
    Ma c’è un unico segno che fino ad oggi non ho saputo interpretare  e che farebbe preoccupare con un brivido comune Greimas, Hjelmslev e De Saussure: profumatissimi fiori di rosmarino incollati con lo scotch sull’occhiolino della porta e disposti a raggiera tipo ritratto dell'acconciatura a spilloni di Lucia Mondella.
    Un segno di primavera o un principio d'estate? lo chiederò ai miei dirimpettai.
    Questo è ciò che si è presentato al mio naso al rientro di poco fa... non sembra anche a voi che il mio olfatto abbia subito uno shock emotivo? ebbene sì, perché per quanto potessero essere coreografici mi hanno causato una fortissima rinite.
    L'odore intenso ancora una volta ha vinto sulle mie fragili fosse nasali...
    Tutto sommato erano carini posizionati in quel modo e alla vista non sembrano niente male: rimandano ad un passato bucolico di cui tutti dimentichiamo continuamente di esserne parte...

  • 17 giugno 2008
    La faccia

    Come comincia: Prima c’eri tu a colorare quello spazio nero. Poi ho messo un fiore.
    È viola, forse è un ciclamino.
    Almeno non mi guarda con quello sguardo indagatore ma evanescente al tempo stesso.
    Non mi giudica una poco di buono né una rompiscatole solo perché domando cose che mi si dovrebbero dire senza che nemmeno io le chieda.
    E piantala di fare quella faccia.
    Lo sai anche tu che ho ragione.
    Non puoi pensare che davvero le cose vadano bene quando non hai mai voglia di condividere nulla con me.
    Alzati da questo buco nero e vattene. Lasciami da sola, lasciami quegli spazi che mi hai rubato e che alla fine non sapresti nemmeno come usare.
    Viviti la tua vita e lasciami qui a godermi della mia.
    Parti per quel viaggio che hai sempre voluto fare ma che non hai mai fatto.
    Sollevati dal mio petto e vai e spacca il mondo.
    Respira piano, basta affanni. Ne hai avuti e regalati troppi.
    Ora, gambe in spalla vai verso quel futuro di promesse che da sempre immagini.
    E ricordati, mentre sei in viaggio, che sei solo una mia foto.

     


  • 17 giugno 2008
    Uomini di plexiglas

    Come comincia: L’egocentrismo di quart’ordine incollato sovente a taluni personaggi dalla retorica appiccicosa non meno avvilente degli equilibrismi sintattici che l’accompagnano è indicativo di una comunità che non ha il senso di appartenenza né l’orgoglio di appartenere.
    In questo acquario tropicale, piranhas dall’io ipertrofico nuotano guardinghi in un fiume di asfalto sorpresi dal tepore di un sole che penetra le loro scialbe figure.
    Naufraghi del pensiero, arrischiano ardite analisi politiche sul responso elettorale già dimentichi della pavida fuga di fronte alle responsabilità che solo una servile accondiscendenza al potere spiega ma non giustifica.
    Omuncoli di plexiglas, dal sorriso muscolare privo di emozione, buoni per tutte le stagioni. Come il plexiglas sono impermeabili alle intemperie della propria coscienza che li bracca circospetta di notte ma, riflettono la luce diurna perché più rassicurante è la penombra dei pensieri minimi.
    Idee a buon mercato, comprate negli hard discount dell’immaginazione che il triste vaniloquio da bar trasforma in prelibata leccornia per palati ispessiti dal chiacchiericcio stanco, sembrano rivelazioni messianiche se non fosse che anche l’attesa ipnotica del crocchio assiepato attorno al santone di turno è solo una variante di quella materia sintetica chiamata plexiglas.
    Un oceano di plastica calmo e tranquillo che lambisce le sponde lontanissime di solitudini consunte dal tempo mai attardato sulle stucchevoli vanità degli uomini di gomma.
    Come una baldracca che aspetta sull’uscio un futuro confuso e sgangherato nel tentativo di sopravvivere ad un presente mai riconoscente e sempre troppo esigente, così appare questa comunità senza memoria.
    Poi, guardo la natura circostante, generosa come una mamma indulgente e scivolo sul verde dei boschi arrampicati sui crinali selvaggi fino a sfiorare le nuvole per tuffarmi nell’azzurro di un cielo che mi sorride.

  • 17 giugno 2008
    Mario torna da lavoro

    Come comincia: Mario torna da lavoro
    spinge il portoncino del condominio
    pulisce le scarpe nello zerbino
    ma la chiave di casa non entra

    Mario si gratta la testa
    riprova ma la chiave non entra
    Forse Teresa ha cambiato la serratura
    suona il campanello

    La porta si apre ed un tizio
    gli chiede chi sia
    "il proprietario di casa mia!"

    Mentre cerca di entrare
    l'estraneo lo spinge fuori
    "ma dove vuoi andare!
    Sparisci sennò chiamo la polizia"

    Gli chiude la porta in faccia
    Mario spiazzato è immobile.
    Poi pensa che sia uno scherzo e ride,
    "Teresa apri" e ride,
    "Teresa, ci son cascato, apri" e ride...

    Non apre nessuno.
    Ma che razza di scherzo è questo!
    bussa forte e il tizio seccato risponde
    che sta chiamando la polizia.

    Suona al vicino, forse lui sa qualcosa
    Apre una donna con una bambina in braccio
    "Scusi, c'è Giulio in casa?"
    "Dev'essersi sbagliato, qui non abita nessun Giulio"

    Ho sbagliato numero?
    Esce a controllare il numero del condominio.
    E' giusto: 27. Ho sbagliato via?
    Via dei Gabbiani. Ma cosa sto pensando,
    certo che è la via giusta


    Mario si sente stanco. Vado al bar a bere un caffè,
    con lo zucchero... così mi riprendo
    e poi sistemo questa storia assurda.
    Dev'essere uno scherzo di cattivo gusto

    Entra al bar sotto casa.
    Il barista è nuovo, mai visto prima.
    Ordina un caffè.
    Mette prima una busta di zucchero in bocca,
    un' altra sul caffè e una in tasca.

    Mentre beve si intravede nello specchio.
    Si guarda nello specchio:
    ma... quello chi è?
    quello chi è?

  • 17 giugno 2008
    lunedì 3 marzo 2008

    Come comincia: Luce illumina il mio volto! Un lunedì mattina come tanti di questi tempi. Un pò più piacevole e insolito di quelli che ho a memoria. Eppure Werther, fumava una canna, con disinvoltura.
    E le ragazze continuavano a scrivere sui loro quaderni, ordinati. Francesco sembra un po' matto, sarà la troppa intelligenza.
    E Andrea dice di doversi operare all'alluce.
    E Fabio un po' schizzato, un po' saggio, mi chiama Elton, ma come gli è venuto in mente.
    E la pimpinella... Ohi, ma chi c...o è la pimpinella? Chiedetelo a Fabio.
    Il Prof continua a parlare di procedimenti mentre le menti procedono, assenti verso versanti inconcludenti.
    Che lunedì, questa prima settimana di marzo... pazzerello.

     

  • 17 giugno 2008
    Instancabile

    Come comincia: Adesso alzati, e inizia a correre.
    Corri finché il vento inizierà a far vibrare i tuoi capelli.
    Corri, fatti dolere le gambe.
    Forse loro sono dietro di te, ti staranno inseguendo; ma tu non voltarti e continua a correre.
    Fino a che non sentirai il sudore rigarti la fronte non rallentare il passo, e fai in modo che nulla ti raggiunga.
    Continua seguendo come unica meta l’orizzonte irraggiungibile.
    Non fermarti fino a che non sarà il tuo corpo a farlo, e, anche allora, rialzati, comanda il tuo respiro e riprendi la tua corsa.
    E quando sarai tu il loro orizzonte, quando ormai sarai troppo lontano perché qualcosa possa sfiorarti, solo in quel momento voltati e ammira.
    Volgi lo sguardo verso ciò da cui sei fuggito, osserva il mondo dalla vetta che hai raggiunto. Siediti e fai che la calma invada il tuo spirito.
    Riprendi le forze e preparati a combattere. Anche se sei arretrato difendi strenuamente la tua linea, come facevano gli antichi. Vendi cara la pelle e il risultato sarà grande.
    E vedrai che tutto ciò da cui scappavi sarà sotto di te. E se anche sarai ferito, il tuo spirito sarà indenne.
    E solo allora delle parole sfioreranno le tue labbra: “Ce l’ho fatta”
    Buio…

  • 16 giugno 2008
    A colori

    Come comincia: Non c’é più fretta né attesa quando il tempo diventa tuo complice.
    Se lo ripeteva spesso.
    Forse mai abbastanza, però
    Credeva nelle coincidenze, nel fato, nella legge cosmica secondo cui nulla accade mai per caso.
    Per questo a volte si trovava intrappolata in una serie di ragionamenti incomprensibili persino per la sua mente che li aveva partoriti.
    Aspettava, in silenzio, il suo turno, osservando attenta le mosse degli altri , per costruire il suo piano ardito.
    E pronta, al momento opportuno prendeva l’iniziativa.
    Ecco. Il problema stava proprio qui: sbagliava sempre il tempo di reazione.
    Aveva il maledetto vizio di guardare sempre in alto senza mai accontentarsi della soluzione più semplice, convita che solo osando si potevano ottenere grandi risultati.
    Mai si voltava indietro, anche se si rendeva conto di aver sbagliato, certa che avrebbe trovato un'altra strada per arrivare alla sua meta.
    Il suo lavoro era quello di cercare nuove idee negli occhi degli altri, rubando sguardi, per poi rivenderli nei suoi disegni.
    Non credeva di essere una grande artista, ma si divertiva a farlo credere agli altri.
    Frequentava, tra un pensiero assurdo e l’altro, la Scuola del fumetto, a Milano.
    La frequentava a metà.
    Seguiva solo le lezioni che le interessavano. E l’avrebbero bocciata per questo.
    Per mantenersi vendeva tavole di ornato agli alunni del liceo scientifico Galilei e del liceo artistico Da Vinci.
    La sera preparava il suo banchetto in Brera e aspettava che qualche giovane disperato passasse di lì per comprare le sue tavole o per commissionarle qualche nuovo lavoro.
    La voce tra gli alunni si era sparsa in fretta, soprattutto tra quelli che poco amavano disegnare.
    Gli affari le andavano bene.
    Niente delle sue opere rimaneva invenduto.
    A mezzanotte, a volte anche prima, sistemava baracca e burattini e si avviava verso casa.
    Proprio sotto casa il loro primo incontro.
    Camminava distratta, parlando con la luna.
    Gli era finita tra le braccia.
    Un volto noto.
    Lo guardava incantata senza dire nulla, inebriata da quel profumo di bagnoschiuma alla mirra, lo stesso che usava lei.
    Cercava nella memoria qualcosa che potesse ricordarle chi era, ma niente.
    Buio totale…
    Forse si erano conosciuti in un’altra vita.
    Forse era uno psicopatico che voleva violentarla e derubarla.
    Forse era un suo fan che la inseguiva per avere un autografo.
    Poteva essere qualcuno a cui doveva dei soldi, che aveva deciso di beccarla proprio nel momento della giornata in cui si sarebbe facilmente arresa, se non altro per la stanchezza che aveva in corpo.
    O assomigliava al ragazzo che aveva incontrato al mercato del pesce qualche giorno prima?
    La soluzione più probabile, che fosse un bell’uomo qualunque, e che per sbaglio i loro corpi si fossero scontrati,  non le piaceva.

     

    Per tre sere di fila si incontrarono sotto casa di lei, senza finire uno nelle braccia dell’altro fortuitamente come la prima volta.
    Poi in una sera che aveva deciso di restare a casa a disegnare, se lo trovò nel salotto. Stravaccato sul divano come se si trovasse a casa propria.
    Lo osservò con attenzione estrema.
    Volto noto.
    Profumo: il solito di mirra.
    Sguardo rubato al mare.
    Si stava arrampicando sull’albero dei ricordi.
    Per sapere chi era quell’uomo, fermo immobile sul suo divano.
    Per la prima volta nella sua vita di artista e di donna, stava tornando indietro, per riesaminare il percorso effettuato, per cercare di cambiare punto d’osservazione.

    Sul tavolo il suo fumetto preferito. Aperto.
    Alcuni fotogrammi vuoti.
    Mancava lui che aveva forse deciso per qualche sera di vivere a colori.

  • 11 giugno 2008
    Nulla Sanno

    Come comincia: La stesura di un racconto non era certo nei miei progetti.
    Eppure questa storia ribolliva dentro, e alla fine è uscita.
    L’ho proprio sputata fuori ed è scivolata come avvolta da un sentimento protettivo, che riconosco simile a quello che provo per mio figlio di 10 anni.
    I nomi dei protagonisti corrispondono al vero, ad eccezione di pochi casi.
    La generazione dimenticata non è la mia che sono nato nel 1952 e ho avuto la fortuna di vivere un’esperienza intensa come la fine degli anni 60.
    I ragazzi di cui scrivo sono generalmente nati dal 1955 in poi.
    Hanno vissuto le esperienze del “movimento del '77”, del periodo tragico del terrorismo e della diffusione della droga pesante e dell’AIDS.
    Coltivavano un’inquietudine e una fragilità a me sconosciute, che li portava spesso ad eccedere in tutto : intelligenza, curiosità, voglia di emozioni, desiderio di onestà e pulizia, amicizia e autodistruzione.
    Questa inquietudine li ha portati troppo lontano dalle nostre vite mediocri, fino a perderli...
    Sarebbe troppo banale incolpare la società.
    Dario, Mimmo e gli altri volevano succhiare tutto dalla vita, nel bene e nel male.
    Non ce l’hanno fatta… e questo è tutto*.

     

    Mimmo

    “Acqua e pane non si negano nemmeno a un cane! Acqua e pane non si negano nemmeno a un cane!”
    Sussurrava questa nenia per ore, con un tono di voce non troppo alto per non disturbare, ma sufficiente ad essere ascoltata dagli amici intorno a lui.
    Era la risposta imbronciata che Mimmo ci regalava,dopo avere chiesto ad ognuno dei presenti un ultimo bicchiere, ricambiato da altrettanti rifiuti.
    Nonostante i continui interventi dei sanitari, le gambe erano gonfie, lisce, livide come mirtilli, solo con dosi da cavallo di diuretici riusciva a malapena a pisciare qualcosa.
    Insisteva a tal punto che, alla fine un goccetto saltava fuori.
    Quali danni poteva provocare una piccola birra alla spina, peggio di quanto già accaduto lì dentro?
    Ci avvicinavamo fortunatamente alla fine dei “mitici anni 80”.
    Le nostre esistenze, volutamente periferiche, si consumavano all'interno di una riserva a forma di quadrilatero, che comprendeva un ricovero simbolico per ogni lato.
    Quello più lungo, circa trecento metri, sconfinava pericolosamente nell'altra città, quella che amavamo meno.
    Mimmo era bello un tempo, le ragazze se lo ricordano ancora. Capelli scuri, spessi e dritti, con una frangia ribelle, che cadeva sulla fronte ogni volta che abbassava la testa. Sguardo alto, di chi ha sempre scolpito sul viso un accenno di sorriso.
    Gli occhi di un nero intenso, impenetrabile a chiunque avesse voluto leggervi un barlume di destino.
    Pantaloni tenuti su con le bretelle larghe, quasi a voler dare un segno di modesto autocompiacimento.
    Ora portava la pancia a punta, tipica di chi ha la cirrosi all'ultimo stadio. Le gambe e i piedi gonfi lo facevano procedere a rilento, tanto che un minimo accenno di salita gli procurava un immediato fiatone, che ci faceva rallentare il passo.
    Al primo accenno di sofferenza, anche noi con un tempismo quasi naturale ci adeguavamo, in modo da non far sembrare che fosse diventato un peso.
    Ora lo sguardo si era addomesticato, ma non disincantato, come chi non si è ancora abituato al male del mondo, pur avendone provato una bella dose.
    Intorno a mezzanotte, di solito, riusciva ad ottenerlo il suo bicchiere dal sapore malinconico, che avrebbe anticipato un rientro a casa triste, perché consapevole che non ce ne sarebbero stati altri.
    Nessuno gli avrebbe più offerto un goccio di alcol, chi ci avesse provato avrebbe incontrato il silenzio assoluto di sguardi molto severi.
    Ci dividevamo in due categorie in quel periodo, dove l'imminente caduta del Muro, avrebbe sepolto granitiche speranze e illusioni, sostituite da volti persi in un vuoto talmente profondo che faceva male.
    Dolore fisico bello e buono, mica cantilene intellettuali.
    Due categorie, dicevamo: coloro che bevevano e quelli che bevevano troppo.
    Mimmo aveva bevuto molto e stava crollando. Eppure da quel grande corpo un po' barcollante uscivano unicamente pensieri dolci e parole sempre misurate.
    Quando era veramente arrabbiato lo sentivi pronunciare “e... ma porca puttana“, ed era la cosa più maleducata che gli avresti sentito dire.
    Dario era ancora forte e stava tra i secondi.
    Era una strana comunità quella che si aggirava e viveva nel quadrilatero.
    Tutti avevamo uno stigma. Per una ragione o per l'altra ci sentivamo un allegato del catalogo più alla moda.
    Un particolare nel vestire fuori dagli schemi, corpi che sorreggevano facce con i segni ben evidenti di tutto quello che avevano sopportato, certi visi da anni cinquanta che non capivi come riuscissero ad essere così singolari, antichi e già visti da qualche parte.
    Forse presi in prestito in uno di quei bellissimi film del neorealismo.
    Le scarpe.
    Bastava guardarle per capire che ne avevano battuto di strade polverose e che non sarebbero state rinnovate, se non alla fine della suola.
    I lacci, quando non ce la facevano più, venivano annodati tra un'asola e l'altra, dando al tutto un senso di tenerezza.
    I calzini, rigorosamente corti, di quelli che fanno inorridire gli esperti di bon-ton.
    Questo insieme di “civetterie” portate con garbo, esprimevano un senso di estraneità al mondo circostante.
    E se quindici anni prima erano state gridate ed esibite come sfida, ora si manifestavano semplicemente come segno di distinzione, con l'intento di non disturbare nessuno, neppure quelli che non ci piacevano.
    Volevamo esserci, ma non partecipare.
    Fuori dal recinto, giù in basso, gente per bene in giacca e cravatta, con la stretta di mano volitiva, si adoperava per arraffare tutto ciò che avesse odore di bene pubblico.

     

    * Dall'introduzione del libro edito da Chinaski

  • 02 giugno 2008
    L'amica

    Come comincia: “Non l’avevi ancora capito? Strano! Eppure ho fatto di tutto per fartelo capire.” I suoi occhi vispi e grandi erano puntati nei miei (quanto li amavo quegli occhi!). Il sorriso appena accennato tra l’amarezza e una sorta di ironia pungente mi lasciava senza fiato. Feci finta ancora di non comprendere: “Ma che c’entra la tua amica con la nostra storia?”
    “Non prendermi per il culo, non te lo permetto. Tu sai, solo che sei un vigliacco e non vuoi ammetterlo. Hai paura.”
    “Di cosa? Io voglio capire. Per una volta parla chiaro, ti prego”. Le mani iniziavano a tremarmi ma le nascosi nelle tasche, comunque gelate, del giubbotto invernale. I miei sospetti, quegli sguardi ambigui, i comportamenti oltremodo strani e apparentemente insignificanti. Tutto si stava rivelando nella sua brutale realtà.
    “Ma dai!” Si girò stizzita dall’altra parte della panchina di legno. Lo sguardo perso in un punto imprecisato del parco silenzioso e vuoto. Non c’era anima viva e una sorta di atmosfera desolata e plumbea attorniava le siepi incolte e gli alberi scheletrici.
    Mi avvicinai a lei dolcemente stringendole una mano: “So che passi molto tempo con lei ma non è stato mai un problema. Te lo giuro! Volevi i tuoi spazi e te li ho dati. Anche quando uscivate il sabato sera io non fiatavo e me ne stavo a casa a guardare la partita. L’ho fatto per te. Perché ti amo!”
    Lei rispose con una smorfia di disprezzo girandosi di nuovo verso di me. Il cuore nel petto sembrava voler sfondare la gabbia toracica e con uno slancio violento volare via nel cielo, pesante di nuvole grigie. “Io e la mia amica stiamo insieme. Non fare lo “gnorri”. Non recitare. Non ci casco. Ti odio quando fai così. Tu lo sapevi ma hai fatto finta di niente. Te ne sei fregato. Mi fai schifo.”
    Forse lo sapevo, forse no. In quel momento il tempo si era comunque fermato. Il parco era diventato una distesa di ghiaccio. Il mio aspetto pallido e smorto come quello di una statua inanimata, piegata nel dolore.
    “Avevo dei sospetti. Quelli sì. Però mi sono fidato di te. Sapevo che non eri una persona cattiva e che mi volevi bene. Tu non mi faresti del male. Questo lo so.”
    Di rimando assunse un’espressione dura, spietata: “Mi fai vomitare. Il signorino per bene. Ipocrita! Ieri sera abbiamo scopato tutta la notte a casa sua. Tu dov’eri? A guardare un film in tv?
    Come ti senti? Lo so io. Sei uno senza palle.”
    Il cuore nel petto si era fermato. Ora non voleva più uscire. Semplicemente aveva smesso di battere come stava finendo anche la mia storia. Cercai di dirle qualcosa di convincente. Non volevo perderla. Non in quel modo. Ne sarei morto di sicuro. Dovevo rimediare e farla di nuovo mia: “Lisa, amore mio, forse è un momento difficile e confuso per te ma insieme lo supereremo. Io ti starò vicino, sempre. Non ti lascerò mai sola. Vieni a stare da me. Vedrai saremo felici.”
    “Felici… ah!”. Iniziò a ridere come una matta rivolgendo la bocca spalancata al cielo. I capelli rossi dietro la nuca sembravano avere vita propria mentre si muovevano al ritmo delle risa sempre più rumorose e ossessive. I miei occhi invece iniziavano a inumidirsi. Oppure era la pioggia che cadendo leggera dal cielo, mi rigava il viso? Non avevo più la forza di capire niente. Tutto era ovattato e triste.
    “Non sono mai stata felice con te. Con la tua vita ordinaria e insulsa. Oh Dio! Ancora adesso mi chiedo come ho fatto a mettermi con uno come te. Con un agnellino bagnato e sofferente. Se potessi guardarti allo specchio. Avresti di sicuro pena di te. Dovresti darmi uno schiaffo, chiamarmi troia, lesbica e piantarmi qui e invece mi proponi di andare a vivere insieme. Il “perbenino”, l’ultimo romantico sulla terra, l’angelo dai buoni sentimenti. Mi fai vomitare, credimi”.
    Piangevo. Non era pioggia. Erano le mie lacrime. Il corpo indolenzito e sofferente. Mi avvicinai tentando di abbracciarla in un gesto disperato. Una sola frase riuscii a proferire con voce rotta dal pianto: “Non mi lasciare, te ne prego!”
    Si divincolò e alzandosi di scatto annunciò cinica: “ Me ne vado. Non ce la faccio a stare qui. Mi fai solo rabbia. Non chiamarmi. E’ finita!”
    Con falcate veloci si allontanò, lasciandomi da solo con il mio dolore. Lì su una panchina di legno in mezzo al nulla. Panchina che nei giorni successivi occuperò ancora  tante e tante volte tentando di esorcizzare un incubo che ancora adesso mi lascia attonito di giorno e mi tormenta di notte: La stronza  mi aveva lasciato per l’amica.