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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 luglio 2008
    La luce guida

    Come comincia: Frammenti di vita continuavano a scorrere davanti ai miei occhi, riportando in me emozioni sconosciute. Cosa mi stava accadendo? Da circa un mese avevo delle strane visioni, percepivo delle sensazioni che mi impedivano di vivere la mia vita in modo normale. Ero spaventata ma decisa ad andare in fondo, dovevo capire cosa mi stava succedendo. Così arrivai in questo vecchio cottage a Plymouth, tra imponenti scogliere che fanno da cornice al meraviglioso paesaggio della Cornovaglia. Qui attraverso coste alte e frastagliate, si trovano piccole baie sabbiose che creano un’atmosfera quasi surreale, soprattutto al tramonto. C’è un posto però che mi ha fatto sentire subito a casa, facendomi ritrovare quella serenità che credevo persa, è Smeatn’s Tower, il vecchio faro che svetta sulla baia di Plymouth. Si dice che risalga al 1759 ma ha mantenuto intatto il suo fascino.
    Non sono mai riuscita a capirne il motivo ma ho sempre amato i fari, forse perché i loro fasci di luce stanno ad indicare la rotta giusta da seguire.
    Credo che ognuno di noi dovrebbe avere la sua luce guida.

     

    La nave oscillava lentamente, lasciandosi trasportare dalla marea. Serena restò per un attimo con la mente persa dietro ai suoi ricordi, che continuavano ad accompagnarla da quando decise di abbandonare tutto per ricominciare una nuova vita. Un gabbiano volteggiò nel cielo, destandola dai suoi pensieri. Intorno a lei un gruppo di uomini iniziarono a issare le vele, altri spazzavano il ponte di comando della nave, altri ancora intonavano vecchie canzoni della loro terra. In certi momenti avrebbe voluto che la sua vita fosse stata diversa ma a volte non possiamo fare altro che farci trasportare dalla corrente e aspettare. Per Serena era stato così. Gli eventi l’avevano spinta a prendere una decisione importante di cui, nonostante tutto non si era mai pentita.
    Adesso era libera di scegliere, di essere se stessa, di fare ciò che voleva, senza sottostare alle regole che lei non aveva mai amato. Erano passati dieci anni da allora, Serena era una splendida ragazza di ventisette anni, le insicurezze e le paure che avevano accompagnato la sua infanzia si erano trasformate in coraggio e determinazione, rendendola più forte e sicura di se stessa.
    Lady Serena Winsor non esisteva più. Il suo posto era stato preso dalla donna che solcava i mari a bordo di quella nave che considerava ormai la sua casa. Si era guadagnata il rispetto di tutti e nonostante fosse una donna, era riuscita a diventare il capitano della nave che l’aveva accolta, quando decise di scappare dalla sua ricca e nobile famiglia, per sottrarsi ad un matrimonio che altri avevano scelto per lei. Quella notte giurò a se stessa che nessuno, mai più, le avrebbe detto cosa fare e come vivere.
    Fuggì lontano da quel mondo che non le era mai appartenuto, alla ricerca di una nuova vita. Arrivata al porto, si nascose nella stiva di una nave che salpava per le Indie, con il suo carico di stoffe e di ori, destinato ai ricchi maraja di quei luoghi lontani. Era stata attratta dal suo nome: “Destiny” e così, da quella notte, Lady Serena Winsor diventò per tutti, semplicemente Serena.

    Sentivo il vento che soffiava forte e il rumore delle onde che si abbattevano sulle scogliere. Stavo annegando tra i flutti del mare minaccioso, sentivo che la fine era vicina ma non persi mai la speranza di farcela. Poi, all’improvviso, vidi una luce, qualcosa che filtrava debolmente attraverso le onde. Mi aggrappai a lei e ripresi a nuotare…

    Il sole riuscì a filtrare prepotentemente attraverso la tenda e andò a illuminare il mio viso, costringendomi ad aprire gli occhi. Mi guardai intorno spaventata. Dove mi trovavo? La fronte era imperlata di sudore. Poi ricordai, ero nel vecchio cottage a Plymouth. Ma allora, perché fino ad un attimo prima pensavo di annegare? Si trattava solo di un brutto sogno? O c’era dell’altro? Mi sembrò di averla già vissuta quella situazione. Chissà, forse in un’altra vita. Quei pensieri mi terrorizzavano, cosa mi stava accadendo?
    Il suono del telefono mi riportò del tutto alla realtà. Andai a rispondere. “Sì, sono Serena, come hai fatto a trovarmi?”

    La telefonata ricevuta qualche ora prima mi aveva irritata. Eppure, prima di partire ero stata molto chiara con Emma, la mia assistente. Nessuno doveva sapere dove mi trovavo, nemmeno la mia famiglia. Però mia madre, insistendo come era solita fare, riuscì ad avere il numero di telefono del cottage e non perse occasione per rinfacciarmi che l’avevo molto delusa e non capiva il perché del mio comportamento. Su questo punto le davo ragione, nemmeno io riuscivo a capirlo anche se, al contrario di lei, non avrei mai smesso di seguire la strada della verità.
    La verità, dove era sepolta? Forse avrebbe fatto bene a restare per sempre custodita in qualche oscuro angolo del mio passato.
    Da circa un mese cercavo di capire il significato di certi avvenimenti che avevano sconvolto la mia vita. Possedevo un piccolo negozio di antiquariato a Londra e conducevo un’esistenza tranquilla, forse anche troppo tranquilla secondo la mia famiglia. Per loro, le cose più importanti erano avere una buona posizione sociale, organizzare feste, come faceva mia madre e pensare solo a fare lievitare il proprio conto in banca, come faceva mio padre. Era uno dei più noti avvocati della città e non sopportava l’idea che la sua unica figlia avesse deciso di scegliere la sua strada da sola, senza il suo aiuto e soprattutto senza i suoi soldi.
    Non avevo mai condiviso la superficialità dei miei genitori e a diciotto anni me ne andai di casa, per poter vivere la vita così come piaceva a me. Non sapevo bene cosa avrei fatto ma sapevo che non sarei mai diventata come loro.
    Adesso l’unica cosa che mi interessava, era fare luce su quanto stava accadendo. Il mio viaggio a Plymouth non era stato un caso, ci arrivai grazie a un antico oggetto rinvenuto dentro uno scrittoio che si trovava nel mio negozio in cerca di un acquirente. Si trattava di una riproduzione del faro di Smeatn’s Tower. Al suo interno trovai un foglietto consumato dal tempo ma ancora leggibile e diceva:“Quando ti sentirai triste e dubbi e incertezze prenderanno il sopravvento dentro di te, ricordati di seguire sempre la luce del faro. Essa ti guiderà verso la felicità…”
    Quelle parole mi colpirono profondamente, cominciai ad avere strane visioni e le emozioni si susseguivano velocemente, mettendomi davanti una realtà che non riuscivo a comprendere. Ma la vita, a volte opera in strani modi e da quel giorno mi convinsi che non sempre c’è una spiegazione per tutto. Bisogna solo seguire il proprio istinto e lasciare che le cose accadano. Così, anche se non sapevo dove mi avrebbe portato tutta quella strana storia, decisi di partire per la Cornovaglia. Il mio viaggio sarebbe iniziato da Plymouth, dal suo faro. Forse la sua luce avrebbe guidato i miei passi verso la verità.

    Le onde avevano sommerso la nave trascinando in mare molti marinai. La Destiny era in balia della tempesta e l’unica cosa che restava da fare era affidarsi a Dio.
    Serena non smetteva di infondere coraggio a chi era riuscito a resistere fino ad allora. Quello doveva essere il suo ultimo viaggio dopo una vita vissuta in mare tra mille avventure. Serena aveva deciso di tornare a terra, anche se il suo cuore sarebbe rimasto per sempre tra gli sconfinati oceani che l’avevano resa una donna forte e coraggiosa, così come aveva sempre sognato di essere.
    Non poteva finire così. Una violenta ondata le fece perdere l’equilibrio, poi la nave urtò contro una scogliera. Si spezzò in due e affondò in pochi secondi. Serena cercò di resistere ma la corrente la trascinava giù, impedendole di nuotare. Era finita, presto sarebbe morta ma Serena non voleva morire. Lei voleva vivere e lottò con tutte le sue forze per resistere. In quei difficili momenti ripensò alla sua famiglia, era da anni che non lo faceva. Avrebbe voluto che fossero fieri di lei, invece non erano mai riusciti a capirla e soprattutto ad amarla. Si possono non condividere le proprie scelte di vita ma non si può mai smettere di amare.
    Serena sentì le forze venire meno, poi, all’improvviso, vide una luce che filtrava attraverso le onde. Diventava sempre più forte e Serena sentì rinascere in lei la speranza che aveva sempre cercato di mantenere viva. Lottò con tutte le sue forze per non annegare, qualcosa dentro di lei le suggerì di seguire quella luce, solo così poteva salvarsi dalla furia della tempesta.
    La luce del faro di Smeatn’s Tower la guidò verso la salvezza. La vita le aveva concesso un’altra possibilità. Questo accade solo a chi ha il coraggio di non arrendersi mai, nemmeno quando ci si trova davanti alle situazioni più difficili.

    Il cielo terso e uno splendido sole fanno da cornice a questa meravigliosa giornata. Il rumore delle onde che si infrangono sulla scogliera provocano in me forti emozioni.
    Questi luoghi sono diventati molto importanti e quando sento la necessità di staccarmi dalla routine di tutti i giorni mi rifugio qui, nel vecchio cottage, da dove riesco a vedere il faro che svetta sulla baia di Plymouth. La sua luce era riuscita ad indicarmi la via da seguire per risalire alla verità.
    Ciò che avevo scoperto aveva dell’incredibile e per certi aspetti qualcosa di inspiegabile. Però, quella strana esperienza mi fece capire che nella vita bisogna sempre lottare per quello in cui si crede. Così come fece Serena, una donna che osò sfidare la sua famiglia per difendere le sue idee e la sua libertà. Dopo essere riuscita a salvarsi dal naufragio della sua nave, Serena decise di passare il resto della sua vita a Plymouth, in questo vecchio cottage.
    Non so per quale motivo fui proprio io a trovare in quell’antico scrittoio la riproduzione del faro di Smeatn’s Tower e perché oltre al nome, condividevamo lo stesso carattere ribelle e l’insofferenza verso le regole e le imposizioni dettate dalle nostre famiglie.
    Entrambe avevamo deciso di seguire la nostra strada, da sole, senza paura di essere giudicate dagli altri, mantenendo sempre viva la speranza di un domani migliore.
    Quel piccolo faro da allora è diventato il mio portafortuna, così come lo fu, in un tempo molto lontano, di Serena.
    La sua luce non smetterà di guidare verso la felicità tutti quelli che avranno il coraggio di non arrendersi mai.

  • 29 luglio 2008
    Una notte straordinaria

    Come comincia: Sembrava una sera come tante altre, quella che Matthew aveva vissuto.
    Come tutti i giorni, era tornato dal suo lavoro, stanco come al solito, ma quella sera ancora di più.
    Rientrato a casa intorno alle 20 e vedendo la porta di casa sua spalancata assieme a quelle degli altri inquilini del pianerottolo, gli tornò alla mente qualcosa che non avrebbe voluto ricordare.
    “La cena col pianerottolo!” - esclamò in mente sua - “e ora che mi invento? Sono troppo stanco per tornare ad uscire, sono tutto sudato e la compagnia non è piacevole… devo inventarmi assolutamente qualcosa!
    Nel frattempo arrivò Lucy, la sua ex che viveva ancora con lui dato che erano rimasti in ottimi rapporti.
    “Allora andiamo? Sei pronto?”
    “Decisamente no, Lucy, non ho molta voglia di venire alla cena, me ne ero pure scordato e non è stata una bella sorpresa ricordarmene.”
    “Fai come vuoi, non sei obbligato a venire, ma lo sai che gli altri ci tengono, dopotutto non ci vediamo mai, e poi ceniamo gratis… dai, vieni che ti rilassi un po’…”
    “Va bene, dammi qualche minuto per darmi una lavata e cambiarmi… aspettatemi giù che vi raggiungo.”
    Dopo una buona lavata, Matthew già si sentiva meglio, e stranamente l’idea di spaparanzarsi ad una tavola a sfogare tutto lo stress di una giornata di lavoro ora non gli dispiaceva affatto, dunque si avviò anche lui con gli altri.
    Il ristorante non era distante da casa, per cui si arrivò quasi subito, anche perché alle 21 doveva iniziare la cena offerta da questo politico, il quale aveva giustamente pensato di farsi propaganda visto che ci si trovava in piena campagna elettorale, e lo stesso stavano facendo tanti altri suoi colleghi più o meno illustri in quei giorni.
    Giunti alla cena, i tavoli erano già quasi colmi di persone, tutte sedute in attesa di riempire di varie pietanze i propri stomaci e di saziare i propri appetiti culinari.
    Entrando, dopo i dovuti convenevoli, Matthew e il resto della ciurma presero posto in una sala interna del locale, dove le hostess avevano loro indicato di sedersi.
    Matthew stava seduto con le spalle al muro, in questo modo avrebbe potuto fare quello che più gli piace, osservare; era sempre stato un grande e attento osservatore, uno di quelli cui piace fissare le persone e capire dai loro comportamenti, dai loro gesti o dai loro occhi quello che vivono, che tipo di persone sono.
    Prima di iniziare con i primi piatti, c’era un buffet all’esterno, e naturalmente non fece in tempo ad apparire che venne subito minacciato da ogni parte da una folla di scalmanati affamati tale da svuotare il locale al suo interno.
    Matthew, odiando fare la fila e preferendo i rapporti sociali, e vedendo due hostess ferme un po’ più in là del tavolo, pensò bene di prendere un paio di bicchieri di vino e di portarli a loro:
    “Prego ragazze, avete cenato? Vi porto qualcosa da mangiare?”
    “Grazie, sei molto gentile, ma purtroppo non possiamo, ceneremo più tardi, il vino lo accettiamo però.”
    Così, dopo aver attaccato bottone, si divertì un po’ a fare amicizia, non che gli interessassero le hostess, ma lui era uno studioso dell’essere umano, uno studioso dei comportamenti e delle reazioni alle circostanze da lui stesso procurate; in pratica, faceva esperimenti di relazioni.
    Si avvicinò di nuovo al tavolo del buffet dopo circa un quarto d’ora, ma vi trovò ben poco poiché gli squali avevano decentemente asfaltato tutto ciò che sapesse di sostanza commestibile.
    “Poco male” - pensò Matthew - “vorrà dire che gusterò meglio la cena”.
    Matthew era uno che non si scomponeva più di tanto per eventuali eventi negativi o imprevisti che potessero accadergli. Non era attaccato a nessuna idea di come dovessero andare le cose, non aveva pre-concetti o pre-progetti, nessuna aspettativa sullo svolgersi degli eventi delle sue giornate, per cui riusciva a godersi ogni attimo con lo stupore della sorpresa, come se qualsiasi cosa potesse accadere da un momento all’altro, bella o brutta non importava più di tanto, l’essenziale era affrontarla con consapevolezza che la vita nient’altro è che una serie sequenziale di istanti presenti, da accettare e vivere al massimo e in pienezza. Questo spirito gli permetteva di essere sempre rilassato e sereno, raramente sotto stress o vittima di ansie, l’unico stress cui non riusciva a non sottomettersi era quello fisico, avendo una vita molto disordinata a livello di orari, e dunque era molto spesso stanco, avendo anche svariate attività e impegni a riempirgli la giornata.
    Rientrato nel locale, andò a sedersi al tavolo, cominciando a scherzare e ridere con i suoi compagni di tavola, parlando del più e del meno, di tutto ciò che non si poteva raccontarsi durante la settimana, e non vedendosi quasi mai di fatti da raccontare ve ne erano molti.
    A un certo punto, davanti al tavolo di Matthew, passò una delle cameriere, molto carina con due bei occhi grandi e la carnagione chiara; attese allora che lei si avvicinasse al suo tavolo per portare le bevande, e colse immediatamente l’occasione per chiederle il nome:
    “Mi chiamo Gabriela” - rispose la cameriera, sfoggiando un bel sorriso.
    Amante dei particolari, Matthew si contentò di quel bel sorriso e pensò che la serata dopo tutto non stava andando poi così male, era divertente, il cibo non era malvagio, insomma, tutto sommato non aveva sbagliato a decidere di parteciparvi.
    Ma non sapeva che ancora il bello non era nemmeno iniziato, l’evento che avrebbe toccato la sua esistenza ancora non si era presentato.
    Passarono pochi minuti infatti da quel sorriso di Gabriela, che Matthew dovette alzare gli occhi, che erano orientati alle posate, per non riabbassarli più.
    Ad un certo punto infatti, cominciò ad avvertire una presenza magica.
    C’era qualcosa di strano nell’aria, in quella bolgia di persone e di parole buttate all’interno del locale senza sosta, in quelle percentuali buttate a caso dal politico per fare presa su di una manciata di elettori attenti, in quei minuti che parevano correre e che invece ad un certo punto rallentarono, come i suoi occhi, su di lei, la bellezza fatta persona.
    Dopo quei pochi secondi in cui ci fu il primo passaggio davanti ai suoi occhi, Matthew non ebbe alcun altro pensiero se non “quando passerà di nuovo?”, e attendeva con ansia il suo passaggio per credere a ciò che i suoi occhi credevano di aver visto.
    “Ma è una allucinazione? Che c’era nel vino? Non è possibile…” - cominciò a chiedersi - “no, non è possibile, avrò sognato… ho senz’altro sognato… non può esistere una ragazza così bella… sicuramente avrò immaginato tutto, la stanchezza mi fa vedere cose che in realtà non esistono” - e queste cose continuava a ripetersi cercando di convincersi.
    Ma non passò molto tempo che la ragazza fece ritorno, e per quante cose Matthew avrebbe voluto dirle, non riuscì ad emettere fiato, restò ancora una volta immobile a contemplare quella visione che non avrebbe mai neanche sognato e di cui non riusciva a capacitarsi.
    La serata ormai aveva preso un’altra direzione, inattesa, come le sorprese e gli imprevisti che a Matthew piacevano tanto, ma questo era molto più di un imprevisto, era un dono del più grande artista di tutti i tempi, e un dono era trovarsi lì ad ammirare quella deliziosa opera d’arte.
    “Ed ora? Che faccio?” - pensava - “Non posso andare via da questo locale senza parlarle, non posso lasciare passare questa sera senza dirle qualcosa…. ma cosa? Posso dirle la verità? Mi prenderebbe per pazzo! Dunque che fare?”.
    A quel punto, non sapendo che pesci prendere, scelse la strada della spontaneità, si fece coraggio e non appena lei passò, le chiese:
    “Scusa, puoi portarci dell’acqua?”
    “Certo” - rispose lei sorridendo.
    “Mio Dio…” - pensò lui esterrefatto…
    Dopo poco lei tornò con l’acqua e la pose al centro del tavolo, davanti a Matthew, che riprese:
    “Grazie…eh……..” - disse, schioccando le dita delle mani come a far finta di dire il nome di lei, ma senza dirlo.
    “Rita…” - soggiunse lei sempre sorridente.
    “Grazie Rita.” - concluse lui, non potendo aggiungere altro senza esporsi a figuracce.
    Già era andato abbastanza oltre il consentito, ma c’era qualcosa dentro che gli fremeva, qualcosa che lo avrebbe spinto a compiere ogni genere di follia pur di poterle stare vicino.
    Dovette attendere l’arrivo del caffè per rivederla, e quanto fu lunga l’attesa; nel frattempo si era procurato carta e penna e aveva scritto il suo nome, il suo numero di telefono ed anche l’indirizzo elettronico, per darglielo in qualche modo in seguito, alla prima occasione utile.
    Giunta finalmente la fine della cena, arrivò il momento tanto desiderato del caffè.
    Lei si avvicinò con eleganza, si mise a servire i caffè dalla parte di Matthew, e mentre lei serviva lui la fissava, cercando di catturare nella sua memoria ogni minimo particolare, cercando di ricordare bene quella indefinibile bellezza che aveva davanti.
    “Sei italiana?”
    “Sono italo-brasiliana, brasiliana di madre. Ma sono più italiana che brasiliana”
    “Ah, immaginavo che non fossi proprio italiana, ma avrei detto che eri tipo dell’Eritrea o giù di lì… mi sono sbagliato… che bello… io adoro il Brasile… è un bel posto?”
    “Sì, bellissimo…” - terminando di servire i caffè, sempre con quello splendido sorriso.
    “Grazie dei caffè….ma c’è anche il tiramisù? ” - ormai Matthew avrebbe detto qualsiasi genere di cavolata pur di trattenerla lì ancora un po’, ma lei doveva andare e lui dovette arrendersi al suo:
    “Sì, c’è anche il tiramisù”
    Disse così lei, senza nemmeno immaginare quanto già era stata tiramisù per lui, ravvivandogli la serata e illuminandogli il cuore e gli occhi.
    Arrivò il tiramisù, ma, mangiandolo, Matthew pensava a come fare per darle il bigliettino con il suo recapito e come dirle che era molto carina e simpatica.
    La serata passò troppo velocemente, gli altri del tavolo volevano andarsene, e si alzarono da tavola incamminandosi verso l’uscita.
    Matthew cominciò ad agitarsi, lui che sempre era calmo e tranquillo, e cominciò ad andare in giro per il locale cercando di vedere dove potesse essere la bella Rita, ma non riusciva a trovarla.
    Intanto gli altri erano sulla soglia della porta esterna, e stavano salutando.
    “Lucy, aspettatemi fuori qualche minuto, devo andare al bagno!” - si inventò Matthew per prendere ancora un po’ di tempo.
    E mentre si muoveva avanti e indietro come un marinaio che ha perso l’orientamento, la  bussola indicò davanti a lui Gabriela.
    “Ciao Gabriela, volevo salutarti, sai dove è Rita? Volevo salutare anche lei…”
    Neanche il tempo di dirlo, e Rita, con in mano e sulle braccia un bel po’ di tiramisù, sopraggiungeva per servire altri tavoli. Giunta vicino a Matthew, poggiò i tiramisù sul tavolo e si fece salutare.
    “Ciao Rita, come dicevo a lei, volevo salutarvi, è stato un piacere avervi conosciuto, vi lascio il mio telefono e l’e-mail, se qualche volta vi va di uscire per fare due passi, o con altri amici….”
    Avrebbe voluto parlare usando il tu, e non il voi riferendosi a entrambe, ma sarebbe stato palese il coinvolgimento, che già si leggeva probabilmente nei suoi occhi imbarazzati e desiderosi di bellezza, e saziati dalla più alta delle bellezze.
    “Ora devo andare, a presto!” - disse andando via da loro, andando via da lei.
    Uscì dal locale felice e ringraziando Dio per quella splendida visione che gli aveva donato.
    Era convinto che non l’avrebbe mai più rivista:
    “Perché mai lei avrebbe dovuto farsi risentire?” - si chiedeva.
    Pensava di essere stato invadente e sciocco, pensava di essere stato frainteso e scambiato per uno che ci prova con le ragazze, pensava che non l’avrebbe mai più rivista.
    Ma, come al solito, decise di non pensarci, decise di non farsi programmi o aspettative.
    Per quella sera era stato saziato, e intanto voleva godersi quello splendido momento e non sciuparlo in futili pensieri sul futuro.
    Matthew andò via, contento per aver colto l’occasione, per aver trovato il coraggio di farsi avanti, per non lasciarla sparire nel nulla, per provare ad avere l’opportunità di rivederla forse un giorno.
    Ora dipendeva da lei, ma lui la sua parte l’aveva fatta, e per questo non aveva alcun rimpianto, e questo gli dava pace perché aveva fatto quello che desiderava fare.
    Ora dipendeva da lei farsi viva, ma anche se fosse sparita per sempre, la vita di Matthew era stata comunque oramai segnata da una stella cometa unica, di quelle che ripassano ogni tremila anni; ormai il suo cuore era stato deliziato e i suoi occhi ammaliati.
    Tornato a casa, il suo ultimo pensiero fu:
    “Che meravigliosa visione!”.
    Poi chiuse i suoi occhi, e si addormentò felice con lo stupore e la speranza di un bambino.
    E quella notte straordinaria finì. Matthew non avrebbe mai lontanamente immaginato che quella che sembrava la fine altro invece non era che l’inizio di una bellissima storia.
    Tutto partì da una notte qualunque. Una notte straordinaria.

  • Come comincia: Una parola, una sola parola che non doveva uscire, che non dovevo gridare in quella notte terribile. Tagliarmi la lingua, ho pensato e detto mille volte. E lo pensano tutti, lo so benissimo, anche se mi abbracciano con le lacrime agli occhi. La vecchia scema. La vecchia pettegola. Altro che fare venti giri di jogging nel parco (va bè  è un fazzoletto) e mandar giù quei litri di misture, carote e arance e pompelmo e sedano, che ne so. Tieniti in forma, cretina. Stai pronta a scattare con la maledetta linguaccia. Ma io non lo facevo per me, giuro. O soltanto nei primi tempi, perché a nessuna donna, ragazzina o nonna che sia, fa piacere avere la pancia che balla lì davanti e le cosce che scoppiano. Stavo attenta alla linea anch’io, mica nego. Ma il vero scopo era più importante, più serio. Il vero scopo era il bambino, un tesoro, una gioia dal primo momento che è venuto al mondo e l’ho alzato con una mano sola, mi stava tutto in una mano sola, mi stava tutto in una mano come un passerotto venuto giù dal cielo. Il mio nipotino, il mio cuccioletto. E in undici anni non c’è stato si può dire giorno che non abbia passato con lui, a correre a quattro zampe in corridoio, a spingerlo nella carrozzina, insegnargli a camminare, cambiargli i pannolini,
    imboccarlo con le minestrine, soffiargli il naso…Dio, Dio, non ci posso pensare, perché l’ho perduto, perché ho gridato? Non ci sono scuse, non me lo perdonerò mai, mia figlia mi guarda come un’assassina, quasi non ci parliamo più. Perché dopo tutto il casino del divorzio lei era venuta a stare da me con il bambino, io avevo posto, sono vedova e ho una villetta a schiera vicino al parco Silvestro Lega, col mutuo quasi finito e una stanzetta per lui bella comoda, coi suoi manifesti di Spiderman ai muri e il computer, e per la tv ci mettevamo in soggiorno lui e io sul divanetto vera pelle, tutte le sere era una festa, Coca senza caffeina, biscotti che facevo io o sennò un bel panino, un trancio di pizza. Mia figlia lavora in comune, e certe sere usciva per gli straordinari o magari con le amiche, e io ero felice e contenta di starmene sola con il mio ninetto. Cresceva, veniva su bene, s’ interessava a tante novità, iPod, play-station, e io non volevo restare indietro, volevo essere sempre all’altezza, imparare anch’io,  giocare con lui, che non mi vedesse come una vecchia rimbambita, col mal di schiena eccetera. Ecco perché andavo a correre regolarmente nel parco, da sola o con lui, se lui non era dai suoi amici (ma sempre ben controllato). Non ci posso pensare a quella sua tutina rossa che gli avevo comprato io, e lui davanti e io dietro correvamo per i vialetti del parco che da mesi è tutto un cantiere, ci fanno passare non so che tubi per il riscaldamento e ci sono almeno dieci operai che scavano, due neri nerissimi e poi dei ragazzi del paese, ci conosciamo tutti, brave famiglie di lavoratori, e passando ci scambiavamo un saluto addirittura. Bel saluto, bella confidenza. Poi tornavamo dentro a guardare gli indovinelli in tv, cosa vuol dire “ossimoro”, è un piccolo rettile o un pezzo di intestino o uno scudo? Certe cose non le sapevo o non le sapeva lui, ma se gli veniva la capitale del Sudan la gridava subito, o il nome del moschettiere (Portos!) o il fiume più lungo d’Europa (Danubio! Danubio?) e anch’io se vedevo che lui non sapeva, gridavo la risposta esatta, il nome del primo astronauta nello spazio (Gagarin!) il nome del re dei Mongoli (Gengis Khan!). Non lo dico per giustificarmi ma mi è venuto su naturalmente, quel grido. Solo che non era un gioco, era sera, pioveva, buio pesto, e quei due che sono entrati con la faccia coperta e il coltello in mano, e noi due lì sul divano più stupiti che spaventati. I soldi! I soldi! Non erano albanesi, non erano neri, due italiani, forse giovani, uno più alto e grosso, l’altro un mingherlino. E quello grosso, mentre buttava per aria i cassetti e bestemmiava e gridava i soldi, i soldi, be’, non so come, così all’improvviso, tutto d’un colpo, gli è scivolata giù dalla faccia la sciarpa rossoblu e io, non ci posso pensare, non me lo posso perdonare, io d’istinto ho urlato la parola che non doveva uscire, il Signore mi secchi la lingua. E il coltello si è alzato.

     


    Maledetto. Maledetto. Non me l’aspettavo, eppure sentivo che c’era qualcosa…
    qualcosa che dovevo  capire. Non l’ho capito fino all’ultimo istante. Ho urlato e mi sono buttata, ma lui è stato più svelto di me. Voleva colpire me, ne sono sicura, anche se non lo dirò mai a nessuno: mi odierebbero ancora di più. Cosa potrei spiegare a mia figlia? Lui si è gettato tra noi con quel coltello e mi ha preso solo di lato, nella spalla. Poi ha calato un secondo colpo prima che io lo prevedessi e potessi fare un’altra mossa. Questa volta fu il mio ninetto a spostarsi, mentre un altro urlo mi si strozzava in gola. Ed è stata la fine per lui.
    C’era sangue, tanto sangue dappertutto. Il compagno lo tirava per il lembo della giacca. -Via, via, non c’è tempo, sei ammattito-. Un trepestio confuso e affannato, un ansimare roco tra imprecazioni e bestemmie e poi il portone sbattuto con violenza. Mentre io urlavo e urlavo atterrita, senza riuscire a muovermi. Vedevo il sangue e non capivo da dove veniva. Io ero appena ferita, perché tanto sangue? Poi l’ho visto, il mio ninetto, in un lago rosso che si allargava e inzuppava il divano, lo sguardo smarrito e appannato. Non parlava, solo un gemito sottile e continuo che diventava sempre più flebile. Ho cercato di alzarmi subito, lo giuro, ma le forze mi sono mancate mentre sentivo ancora me stessa urlare e insieme le voci del televisore che continuava a trasmettere non so quale pubblicità. Sono ricaduta indietro come avessi le ginocchia spezzate. Poi è arrivata gente. Altro chiasso, tanta luce, altre urla, telefonate,  voci, la sirena dell’autoambulanza o della polizia, non lo so. Poi mi sono vista il pavimento addosso, contro la faccia,  accompagnato da suoni sordi che non riuscivo ad afferrare,  la luce si è appiattita in un grigiore confuso e finalmente il buio. Ho perso i sensi.
    Dov’è il mio piccolo? Fatemelo vedere. Gridavo nella stanza dell’ospedale fra gente che neanche mi stava ad ascoltare. Mia figlia è comparsa un attimo sulla porta, mi ha guardato ed è sparita.
    Poi le domande. -Perché la porta di casa era aperta?- Era aperta? Ma io l’avevo chiusa. -Come hanno fatto ad entrare? Non li avete sentiti? Li avete riconosciuti?
    O Dio, come facevo a rispondere, come facevo a dire chi avevo visto e perché erano entrati. E’ colpa mia, è tutta colpa mia. Mi ammazzerei se servisse a qualcosa. Il mio piccolo amore ferito a morte per causa mia. Vorrei sbattere la testa contro un muro, strapparmi la pelle della faccia con le unghie, ma mi hanno riempito di sedativi e sono riuscita solo a fare uno stupido inutile lamento.
    -Aveva dimenticato le chiavi nella porta, vero?- Certo, pezzo di cretina rimbambita,  doveva essere così. Dimenticavo sempre tutto dappertutto, anche se facevo la bravona ancora in grado di gestire ogni cosa senza difficoltà. (Ma no. Sapevo che non era così).
    -Ma perché non ha gridato subito, appena entrati? Oppure solo dopo, appena usciti? Perché proprio  a un certo punto della rapina?- Oddio, ma come faccio a dirglielo.
    -Lei lo ha visto. Perché allora, e solo allora ha gridato? E’ una persona che conosce.- No, non sapevo chi era. Non lo conoscevo. Non so, mi era sembrato a un tratto così spaventoso, con gli occhi torvi, l’espressione feroce…(Quante bugie, che pasticcio orribile. Certo che lo conoscevo,  il maledetto).
    -E come facevano a sapere dov’erano i soldi?-  Già, come facevano a saperlo? Quei quattro soldi che tenevo nelle buste, con le voci delle spese divise settimana per settimana e poi la bustina dove ogni mese risparmiavo qualcosa per fare un regalino al mio ometto, il regalino della nonna, nascosti in un cassetto della cucina tra le cianfrusaglie. I soldi della liquidazione sul libretto in banca (che non c’erano più da un pezzo).  Ma cosa volevano da me questi maledetti seccatori che mi facevano tutte queste domande? Non era con  loro che volevo parlare. Del mio tesoro, il mio piccolo compagno inseparabile, che da quando era nato mi aveva riempito il cuore di tenerezza infinita, aveva occupato le mie ore più belle, aveva dato un senso alla mia vita e al mio tempo. Di lui volevo parlare. -Fatemi parlare con lui accidenti, ditemi qualcosa-
    Quando me l’hanno detto ho urlato. Non più l’urlo di spavento, forsennato, dei momenti di paura appena vissuti. Ma un urlo che mi strappava le viscere, che mi si strozzava in gola togliendomi il respiro. No. No. Non ci credevo. Chiedevo di dirmi che non era vero. Ho chiamato mia figlia. Ho chiamato i parenti, i vicini. Ho ripetuto che non era vero, che c’era uno sbaglio.
    Adesso sono ridotta al silenzio. La tacita condanna di tutti mi pesa come un macigno. E’ stata colpa mia, lo pensano tutti. Ho lasciato le chiavi nella porta. Prima, la corsa nel parco con addosso il braccialetto d’oro e l’anello ereditato dalla nonna, così tutti l’hanno visto e ci hanno fatto un pensierino. Il volume alto del televisore e la foga con cui m’impegnavo a giocare rispondendo ai quiz, per far vedere che ero brava. Così non li ho sentiti entrare, vecchia sorda incosciente, invece di preoccuparmi che tutto fosse a posto e non ci fossero pericoli. E poi l’urlo, il grido di aiuto che ho cacciato attirando la loro attenzione, mentre potevamo tacere rincantucciati tra i cuscini del divano.
    Così pensano.
    Eppure le cose non sono andate così. Io lo so ma non posso dirlo. Sarebbe peggio. Mi hanno chiesto e richiesto se li avevo riconosciuti,  almeno quello a cui era caduta la sciarpa dal viso (ma perché mi son fatta scappare questo particolare? Anche qui non ho saputo star zitta, scema che non sono altro). Ho detto di no, che forse mi pareva ma non ero sicura, che mi confondevo, che c’era la luce falsa del televisore e le ombre della stanza e il rumore del programma con le voci che gridavano dallo schermo, e la paura che mi paralizzava.
    Però io l’avevo riconosciuto. Questa è la mia punizione, la mia tortura. Ma più di me a pagare è mia figlia e non potrò mai perdonarmelo. E soprattutto, soprattutto, il mio adorato piccolo uomo che ormai non c’è più. Non diventerà grande, non frequenterà le migliori scuole come noi sognavamo, non farà sport, non conoscerà l’amore, il mondo e la vita… o Dio basta. Fammi morire.
    Se ripenso a quell’anno disgraziato in cui la mia testa prese a frullare come una trottola, facendomi fare un mucchio di sciocchezze, ancora adesso non posso capacitarmi. Povera, patetica, stagionata ultracinquantenne, che sotto sotto si credeva ancora la bella ragazza di una volta e non voleva accettare il passare degli anni. Ero vedova e sola. Appena andata in pensione. Dopo gli anni del grande dolore e del lutto, il periodo del lavoro intenso, finalmente il meritato riposo. Avrei letto, viaggiato (nei limiti delle mie possibilità, certo, dopotutto avevo accantonato una discreta liquidazione), mi sarei goduta il mio tempo e la mia libertà, anche se non riuscivo a togliermi di dosso quella cappa pesante di malinconia. Mi accompagnava dai giorni della malattia e della morte del mio Carlo. Mia figlia per conto suo, a vivere la sua vita d’inferno, fra gli scontri continui e le fughe rabbiose da quel marito che aveva voluto sposare a tutti i costi. Mi ero presa un cane, unica consolazione, una piccola dolce compagnia. Con Toby andavo a spasso nel parco, mi sedevo sulle panchine mentre lui si ruzzolava sull’erba o mi portava la pallina per farsela tirare. Tanta tenerezza,  calore animale e qualcosa di morbido e vivo da stringere tra le braccia e da carezzare, da proteggere, in cambio di una devozione fiduciosa e incondizionata.
    Non mi bastava. Cosa andavo cercando? Povera sciocca che non voleva sentirsi già vecchia, non voleva vivere come una vecchia. O forse è stato un gioco folle della mia povera testa, in cerca di qualche forma di felicità. E un giorno, proprio al parco, l’ho incontrata la mia felicità. Non fosse mai successo. Quante volte mi sono data della pazza, mi sono fatta pena, mi sono vista con gli occhi degli altri, se avessero saputo,  e mi sono commiserata. Per questo non ho mai detto niente a nessuno. Anche lui portava a spasso il cane. Era alto e forte. Non giovane ma ancora col portamento vigoroso e giovanile di un ragazzo con le tempie grigie. Forse aveva la mia età, forse più (forse meno?), ma non è stato quello a colpirmi. Mi guardava con occhi attenti e ammirati, mi parlava con voce calda e gentile. O accidenti, che tipo interessante. Fu così che cominciò. Al parco giorno dopo giorno. I primi saluti, le prime conversazioni, i cani che giocavano, i suoi occhi che mi guardavano, i capelli grigi che brillavano quando piegava la testa. Ogni giorno mi vestivo meglio, mi truccavo con più cura. E’ stata come una corsa in discesa: non mi sono neanche accorta che stava succedendo e quando me ne sono accorta era troppo tardi. Quel giorno sono tornata a casa euforica,  con un’esaltazione gioiosa che non riuscivo a spiegarmi. Poi all’improvviso ho capito. Ero innamorata! Eppure mi aveva raccontato subito di avere famiglia: una moglie, due figli, un nipote in arrivo. Ma non ci pensavo nemmeno. La vera scoperta era ritrovare in me l’entusiasmo, l’interesse, la voglia di vivere, di aspettare il giorno seguente per rivederlo. Mi sentivo rinata e giovane e ammirata. O no? Era solo un’illusione la mia? Forse a lui non era capitata la stessa cosa? Forse ero solo io a farneticare?
    E’ stato così che sono  cominciate la mia felicità e la mia tortura. La mia discesa per una strada che mi avrebbe portato in questo inferno.
    Poi sono cominciati incontri di altro genere, appena lui si è reso conto del mio stato d’animo. Non si è lasciato sfuggire l’occasione, certo. Ore di passione, non lo nego, inizialmente esaltanti ma miste a una crescente vergogna. Non voglio parlarne. Mi faccio pena. Alla mia età, povera stupida illusa, rimbambita da un amore fuori stagione, da un uomo che mi sembrava un gigante ed era solo un piccolo misero imbroglione che approfittava della mia dabbenaggine. Avevo già speso un terzo della mia liquidazione in vestiti sempre nuovi, biancheria di lusso per sembrargli seducente, trucchi e creme di bellezza. Perfino trattamenti in un centro benessere che dovevano rifarmi nuova. Che pena. Chissà quante altre donne della mia età attraversavano questa fase patetica,  in cui si vuole tenere stretta la propria giovinezza. Avevo pagato cenette in localini di lusso e alcuni fine settimana sul lago. Lui diceva che non poteva sottrarre soldi alla famiglia e che sua moglie controllava tutti i conti e si faceva passare tutta la sua pensione. Poi sono cominciate le giocate al lotto, le scommesse, i prestiti per piccoli affari. E via di seguito.
    E’ stato il mio frugoletto a salvarmi e a ridarmi il giusto senso delle cose.
    Quando ho saputo che mia figlia era incinta,  mi sono svegliata tutta ad un tratto. Nonna. Sarei diventata nonna. Un trauma per la mia scempiaggine, per la mia nostalgia di giovinezza, poi la gioia. Una gioia immensa. Avevo ritrovato finalmente un ruolo,  il vero ruolo che mi spettava. E da quando il piccolino è arrivato, non c’è stato nient’altro per me. Solo lui contava, solo lui era il mio grande amore. Quando poi sono venuti ad abitare con me, dopo il divorzio di mia figlia,  sono stata davvero felice.
    E lui? Il grande seduttore, che aveva trovato un’amante compiacente e credulona con cui passare delle belle ore, la sua piccola comoda banca da spolpare: l’ho congedato con garbo ma con decisione. Ci è rimasto male ma non ne ho voluto più sapere.
    Ho troncato ogni cosa e non ci ho pensato più. Al diavolo lui e le sue belle parole. Che sparisse dalla terra, con tutti  i suoi sguardi allusivi e pieni di promesse, con tutte le nostre ore di passione ampiamente ripagate: sul lastrico mi aveva ridotto, con le sue richieste di soldi. Mi aveva reso ridicola ai miei stessi occhi.
    Quante volte, in tutti quegli anni, aveva tentato di avvicinarmi e quante volte io gli avevo allungato delle piccole somme, mentre mi diceva di avere delle difficoltà. In fondo ero un po’ rosa dal rimorso e dispiaciuta per lui. Dopotutto mi aveva regalato momenti di affetto e aveva addolcito la mia solitudine. Ma ultimamente no, lo avevo mandato a quel paese. Era ora che mi lasciasse in pace.
    Ecco, così è stato. Una vecchia balorda che aveva perso la bussola per un anno e poi era rinsavita.
    Ma a che prezzo. Chi ci pensava che non mi aveva mai ridato le chiavi di casa? E che sapeva dove tenevo i soldi? Ma ormai era passato tanto tempo. Tanti anni pieni di amore per il mio bel nipotino che cresceva ogni giorno più forte e più intelligente e pieno di voglia di vivere.
    All’inferno deve andarsene quell’assassino. Lo so, mi aveva rivisto quel giorno al parco,  mentre correvo col bambino, e lui era lì confuso tra gli operai che lavoravano alle tubature,  intento a chiacchierare con loro, il maledetto, a raccontare chissà quali frottole. Era successo altre volte. Uno scambio di sguardi piuttosto freddo e via, ognuno per la sua strada.
    Ed era lì quella sera, quando gli è caduta la sciarpa dal viso. E’ stato il suo nome che ho gridato, sconvolta dall’orrore e dall’incredulità. Ed è questo il mio immenso, atroce,  inconfessabile peccato.

  • Come comincia:

    Benito Plantone,
    a Giorgio, a Franco, a Gabriele,
    alle loro passeggiate  solitarie

    “Quando potrò andare al supermarket e comprare solo con la mia bellezza?”
     (Allen Ginsberg)

    Ogni mattina si svegliava tardi, non prima delle undici. A causa del proprio mestiere, rientrava a tarda notte. I suoi risvegli mattutini non erano mai buoni. Quando apriva gli occhi provava un forte senso di nausea, malessere, intolleranza. Appena sveglio guardava l’orologio posto sul comodino, e nel vedere le lancette che segnavano sempre orari post le undici, iniziava a sentire un senso di colpa. Le sue giornate trascorrevano in maniera ordinaria. Per assicurarsi un buon risveglio, preparava un forte caffè. Viveva da qualche anno in un piccolo appartamento, situato al terzo piano di un palazzo della periferia.
    Mimmo Ortale, era un cinquantenne alquanto particolare. Portava capelli lunghi brizzolati, folte basette, un lungo pizzetto, e un orecchino a cerchietto nell’orecchio sinistro. Da qualche anno, a causa dell’età che avanzava, e delle birre che deglutiva, la sua pancia iniziava a pronunciarsi sempre di più. Lavorava da un anno in un locale del centro, chiamato “Caffè Ionesco”, quattro giorni a settimana si esibiva nel locale, proponendo ai clienti il suo spettacolo da cabarettista esilarante. Veniva supportato da una band composta da tre persone: oltre ad allietare gli animi dei clienti col suo umorismo, Mimmo e la sua band suonavano brani del passato in versioni rivisitate: era un buon contro bassista e sassofonista. Nei giorni in cui Mimmo con la sua band si esibivano, il locale si riempiva di persone, e loro riscuotevano un ottimo successo di applausi.
    Vederlo sul palco, con i suoi abiti da cabarettista: gilè di raso, camice floreali, cappello a cilindro, appariva una persona effervescente, dall’animo brasiliano.
    Ogni mattina, dopo aver consumato il suo caffè risvegliante, Mimmo usciva di casa. Il suo era un rituale che da due anni si ripeteva. Prendeva la propria macchina, una vecchia Volvo color amaranto, e percorreva sempre la solita strada. Parcheggiava l’auto dinanzi l’entrata del cimitero. Camminava nei viali contornati da alti cipressi, fino a giungere dinanzi quella lapide. Da due anni faceva visita ogni giorno a quella tomba, ma non aveva mai portato un fiore. All’apparenza quella, appariva una tomba abbandonata:  un povero defunto, a cui nessuno faceva visita.
    Mimmo restava davanti la lapide per intere ore. Pensando, meditando e commuovendosi. Quel cimitero, quella tomba, apparivano un luogo della memoria. La sua vita spesso gli scorreva davanti. Ripensava alla propria giovinezza, a quando era un promettente sassofonista, ripensava al suo prematuro matrimonio, ripensava al suo prematuro divorzio. Gli sbagli gli scorrevano davanti. La sua fuga verso gli Stati Uniti. Le sue esibizioni nei locali del New Jersey, di New Orleans. Le sue esibizioni da sassofonista per le strade, tra i musicisti diseredati. Ricordava il suo rientro in Italia, l’aver aperto un ristorante, e dopo qualche mese il locale andato in fiamme. Ricordava le nottate trascorse attorno ad un tavolo da poker. Ricordava le liti con sua moglie. Ricordava i suoi figli quando erano bambini. Ricordava uno per uno i volti dei creditori.
    Ma Mimmo, non era il solo a recarsi ogni giorno in quel cimitero. Aveva notato che vi era anche una ragazza, la quale anch’essa trascorreva molto tempo dinanzi una lapide, però a differenza di Mimmo, la ragazza portava con se sempre dei fiori freschi. Entrambi, sia Mimmo che le ragazza, da qualche tempo si erano notati. Restavano ognuno a fissare una lapide, a qualche metro di distanza l’uno dall’altra: in quiete, in solitudine, e qualche volta si scambiavano uno sguardo silenzio.
    Al termine della sua visita, Mimmo si recava nel bar che restava ad un centinaio di metri di distanza dall’ingresso del cimitero. Il barista, appena lo vedeva entrare gli preparava un caffè corretto con sambuca. Ma fu in una giornata di metà maggio, quando in quel bar entrò la ragazza che Mimmo vedeva quotidianamente nel cimitero. Lei entrò con lentezza, e con un sorriso di complicità, si avvicinò al bancone e ordinò una birra. Si voltò verso il tavolino dove stava seduto Mimmo col suo caffè. Lo guardò. Prese la bottiglia di birra in mano e si avvicinò a Mimmo, senza dare nemmeno il tempo al barista di porgerle un bicchiere dove poter versare la birra. Senza dire nulla prese una sedia e si sedette davanti a Mimmo, il quale la guardò e accennò un sorriso. Lei aveva circa trent’anni, capelli scuri, occhi chiari, fisico asciutto, forme pronunciate e seni burrosi. Indossava delle scarpe nere a decolté, con un tacco molto alto.  Entrambi restarono in silenzio per qualche minuto, poi dopo aver bevuto un sorso di birra, lei disse:
    - Chi vai a trovare ogni giorno?
    Mimmo restò per qualche secondo in silenzio, e continuando a guardarla negli occhi rispose:
    - mio figlio!
    - di cosa è morto?
    - leucemia.
    Si chiamava Luisa. E ogni giorno andava a trovare sua madre, morta di cancro da qualche anno. Parlarono per circa un’ora. Ma soprattutto fu lei a parlare. Raccontò di sua madre, disse che il padre risiedeva da diversi anni in Germania, lavorava come operaio in una fabbrica d’alluminio. Dopo la morte della madre, si era risposato con una donna siciliana di molti anni più giovane. Luisa disse di avere una figlia, però che vedeva di rado, dopo il divorzio con suo marito, avevano dato l’affidamento della bambina a lui:
    - Pensano che io non sia responsabile, visto che in passato sono stata in una comunità di recupero. Mio marito, anzi il mio ex marito è uno stronzo!
    Viveva in un piccolo appartamento, con suo fratello handicappato, il quale aveva trent’anni:
    - Sai non è un menomato fisico, ma purtroppo non parla, non ride, e spesso gli vengono attacchi epilettici.
    - Come vi mantenete tu e tuo fratello?
    - Mio fratello prende una pensione d’invalidità mentale, poi io di rado faccio qualche lavoretto. E tu cosa fai?
    - Io sono un cabarettista!
    - Un che? - disse con aria ironica
    - Un cabarettista, un comico.
    - Tu saresti un comico? Tu? Ma da quello che vedo ogni giorno, resti dinanzi quella lapide e non fai altro che restare in silenzio. Mi sei apparso come una persona triste, non come un comico.-
    Mimmo sorrise. Poi chiese a Luisa se avesse gradito un’altra birra, lei accettò, ordinarono due birre. E dopo averle offerto la birra. La invitò a vedere il suo spettacolo nel locale, e le disse che avrebbe potuto portare anche il fratello. Lei accettò. 

    L’appuntamento era alle nove nel locale. Lei arrivò con venti minuti di ritardo. Mimmo quando la vide le andò incontro. Luisa indossava una minigonna nera e un paio di scarpe laccate rosse. In sua compagnia vi era il fratello: il ragazzo dall’alta stazza, restava a testa bassa e in pieno silenzio. Mimmo fece accomodare Luisa e suo fratello ad un tavolo appositamente riservato per loro. Il locale restava colmo di gente. Mimmo salì sul palchetto posto al centro del locale, accompagnato dai suoi musicisti e iniziò il suo show. Luisa guardava Mimmo in maniera sbalordita. Quell’uomo salito sul palco, che indossava un capello a cilindro nero, non era lo stesso uomo che vedeva ogni giorno al cimitero: sprizzava ironia e allegria da ogni poro. La gente rideva incessantemente alle battute di Mimmo e anche Luisa non riusciva a contenersi. Mimmo pronunciava battute di ogni genere dalle più piccanti, alle battute più sottili e sarcastiche, fino a quelle più demenziali. E quando iniziò a suonare il sax e il contrabbasso, accompagnato dalla sua band, le persone presenti in sala, non resistettero e iniziarono a ballare. Luisa notò un cambiamento anche in suo fratello, il quale alzò la testa e guardando verso la band accennava qualche sorriso. Dopo lo spettacolo, molte persone si avvicinarono a Mimmo complimentandosi dello spettacolo, e dicendogli che era la persona più simpatica al mondo.
    Si sedette al tavolo con Luisa, e fece un occhiolino a suo fratello. Il quale ricambiò la cortesia. Luisa guardò Mimmo e ridendo l’abbracciò. Bevvero qualche birra. Entrambi non apparivano quelle due figure solitarie che ogni giorno s’incontravano in un cimitero. Mimmo era più ironico che mai, e lei veniva contagiata e trascinata da quell’allegria. Ma per un attimo Luisa ritornò seria e disse:
    - Stasera ci stai facendo trascorrere una serata stupenda, a pensare che poi dobbiamo rientrare nel nostro appartamento! Possiamo venire a dormire da te stanotte?-
    Mimmo ritornò per un attimo serio, e poi rispose:
    - Certamente!-
    Dopo quella risposta a Luisa ritornò il sorriso. Continuarono a bere qualche altro cocktail. Quando il locale si sgombrò, andarono a casa di Mimmo.

    Luisa aveva fatto sdraiare suo fratello sul letto disfatto di Mimmo. Lo strinse a se per qualche minuto, fin quando lui non si addormentò. Assicuratasi che suo fratello dormisse in tranquillità, accostò la porta della camera e andò in soggiorno. Mimmo restava seduto sul divano rosso, guardò per qualche istante Luisa negli occhi. Lei si tolse le scarpe e si sdraiò sul divano, appoggiando la testa sul petto di lui. Mimmo avvertiva un senso d’imbarazzo, forse timore, una sensazione che non provava da anni. Lei con gli occhi chiusi disse:
    - Rilassati!
    Mimmo iniziò ad accarezzarle il capo. Sul mobile accanto al divano, restava un posacenere colmo di sigarette e una bottiglia di vodka. Prese la bottiglia e tirò giù qualche sorso. Luisa continuava a stare distesa. Alzò il capo e prese la bottiglia dalle mani di Mimmo, bevve qualche goccio. Si guardarono intensamente negli occhi, fin quando lei non fece cadere la bottiglia a terra, e scoppiò in un atmosferico pianto. Le sue lacrime scorrevano via come birra slavata. Teneva stretto a se Mimmo, e lui stringeva lei con lo sguardo fisso nel vuoto della stanza. La notte saliva come febbre inarrestabile. Persi in un abbraccio notturno, in una notte di desiderio: voglia irrefrenabile di voler gridare nel silenzio, di piangere nella sobrietà, notte di malessere: ricordo, amarezza, rimpianto: ubriaca commozione del passato, di quell’esistenza andata via, senza nessun avvertimento, senza nessun preavviso. Con gli occhi colmi di lacrime, guardò Mimmo negli occhi e prendendolo per la mano lo tirò al centro della stanza. Lei restava scalza sul pavimento freddo, abbracciata a lui: a quel pagliaccio triste, impregnato di risate andate, di spettacoli terminati, di palchi solitari e riflettori spenti. Iniziarono a ballare una musica priva di note, a muoversi nel silenzio, accompagnati dalla melodia delle loro incessanti solitudini. Il mondo restava fuori dalla finestra: tra un tassista ubriaco e un tram insonne. E al centro di quella stanza, tra un poster rock e una sigaretta fumante, un uomo e una donna compivano l’ultimo atto di titanismo attraverso un ballo smarrito, scordato, frusciante. Brindavano a un amore sospeso tra comprensione e rimpianto, tra disagio e purezza.
    Si distesero sul divano, e l’uno abbracciato all’altra si addormentarono. E quando la mattina Mimmo si svegliò, per la prima volta dopo tanto tempo e dopo tanti risvegli, non avvertì quel senso di nausea, malessere e intolleranza. Luisa ancora continuava a dormire.

     

    Durante la mattinata riaccompagnò Luisa e suo fratello a casa loro. Si salutarono con un sorriso.
    Mimmo quella mattina si recò in un centro commerciale, dove spesso andava a trascorrere i suoi pomeriggi. Nel reparto libri acquistò un ricettario di cucina italiana dal titolo “Il cucchiaio d’argento”. Poi cominciò a passeggiare nel reparto mobili, tenendo le mani dietro la schiena, indossando il suo cappello nero a falde, le sue scarpe di tela bianche, usurate e sporche. Amava osservare le persone mentre scrutavano un prodotto, mentre minuziosamente misuravano le altezze dei tavoli in rovere, cercando di capire se fossero adatti per l’appartamento che avevano acquistato. Sentì discutere la gente d’interessi, assegni, rateizzazione, mutui variabili, e poi pensò…”quei mutui variabili, un po’ come la vita: sbalzi d’umore e d’opinione, palpiti e tachicardia, ipotensione e ipertensione: una grossa presa per il culo!” .
    Si sedette su un divano di pelle nera esposto tra i salotti, il divano veniva offerto con un trenta percento di sconto. Aprì il ricettario e lesse qualche ricetta, fin quando non si guardò attorno e dopo essersi assicurato che non c’era nessuno che lo scrutava, si distese sul divano abbracciando il ricettario.
    Il suo sonno fu interrotto dopo qualche minuto, da un responsabile della sicurezza che lo invitava ad uscire dal centro commerciale.
    Prima di uscire pagò il ricettario con alle spalle la guardia che lo scortava. Restava fuori dal centro commerciale, vagando nel parcheggio alla ricerca della sua vettura. La sera si sarebbe dovuto esibire, pensò che in fondo, il suo mestiere era quello di far ridere gli altri. E guardandosi attorno capì, che forse, il senso di tutto stava in un ricettario e in una risata. 
    Ironia e convivialità in un pomeriggio di metà maggio.

  • 24 luglio 2008
    La resa dei conti

    Come comincia: Erano le 13.00.
    Il sole aveva da poco superato il suo culmine ed aveva cominciato la discesa che lo avrebbe condotto al tramonto.
    Mai la strada davanti all’antica fabbrica di cioccolato era stata così affollata. Quella che di solito era la zona di pochi viandanti senza meta, si era trasformata in un luogo degno di un pellegrinaggio.
    Qui infatti e precisamente nel padiglione degli imballaggi si era rintanato Joe  Kidd, un terrorista ricercato da anni e che la Polizia era finalmente riuscita a condurre in un vicolo cieco.
    L’antica fabbrica era infatti completamente circondata. Poliziotti armati fino ai denti occupavano ogni angolo della strada; sul tetto vigilava una squadra speciale e sotto, un fiume di gente pronta a cogliere l’attimo.
    Sì! L’attimo della cattura, che avrebbe consegnato nelle mani della giustizia il criminale più temuto della città.
    C’è gente che dice che Joe Kidd abbia creato problemi più o meno grossi a tutti gli abitanti.
    Non c’era un solo cittadino che non fosse stato vittima di un suo crimine.
    La Polizia aveva tentato un ultimo appello: “Joe, ti ripeto che ciò che stai facendo è del tutto inutile. Così non fai altro che peggiorare la tua già grave situazione. Tutta la fabbrica è circondata, non hai via di scampo. Non costringerci a sparare, perciò esci fuori con le mani bene in vista. Hai ancora cinque minuti.”
    La gente però aveva capito che Joe non sarebbe uscito.
    Avrebbe tentato un ultimo sberleffo, a costo di farsi ammazzare.
    C’era chi giurava che sarebbe finita con un bagno di sangue, chi con una doccia, chi invece era pronta a scommettere che Joe si sarebbe affacciato ad una delle finestre dell’ultimo piano ed avrebbe cominciato a sparare all’impazzata sulla folla.
    Forse proprio per questo la folla stessa cominciò pian piano ad indietreggiare, come se qualcosa di terribile, molto terribile stesse per accadere.
    Ormai mancavano pochi istanti.
    Dal fondo della strada era arrivato persino un blindato dal quale erano uscite otto teste di cuoio che si erano appostate in gran fretta accanto al grande portone d’ingresso.
    Mancava un minuto.
    “Joe, questo è l’ultimo appello. Hai ancora un minuto dopodichè dovremo usare la forza!”
    L’ultimo minuto era sembrato eterno.
    Non sarebbe bastata una intera enciclopedia per elencare le migliaia di espressioni e comportamenti della gente presente.
    Chi aveva lo sguardo attonito, chi pregava, chi piangeva, chi urlava, chi imitava gli animali, chi copulava, chi leggeva la Bibbia, chi mangiava, chi imprecava, chi ruttava, chi cantava, chi correva, chi dormiva, chi faceva le parole crociate, chi fumava, chi scoreggiava, chi veniva a mancare, chi lievitava, chi faceva la pasta in casa, chi fischiava, chi beveva, chi faceva l’inversione degli pneumatici, chi suonava, chi giocava a tressette, chi sudava, chi mingeva e tante altre cose.
    Ci si poteva insomma aspettare di tutto, la tensione era altissima si poteva tagliare con un grissino (ah no… quello era un tonno!).
    Il minuto era scaduto.
    In un istante le otto teste di cuoio avevano sfondato con un calcio il grande portone d’accesso (che si scoprirà in seguito aperto) ed erano penetrati all’interno.
    Per tre lunghi,lunghissimi minuti non si era sentito più nulla,neanche uno sparo che uno.
    Era passato ancora qualche istante e dal lungo corridoio che portava all’area imballaggio erano apparse delle sagome.
    Erano loro, le teste di cuoio, con Joe.
    “L’hanno catturato sia benedetto il Signore!”…”Eccolo quel bastardo!, voglio vederlo bene in faccia”… erano stati i primi commenti della gente contenta ma al tempo stesso inviperita.
    Il portone era ormai spalancato e le otto teste di cuoio, gli otto eroi, si erano fermati quasi a mostrare il reo come un trofeo.
    Joe, 5 anni, era un bambino magro, vestito di una maglietta gialla decorata con degli ometti stilizzati che si tenevano per mano come nell’origami; aveva dei calzoncini bianchi e degustava con aria distaccata un enorme lecca-lecca.
    Nell’altra mano aveva una girandola.
    Le teste di cuoio avevano cominciato ad avanzare per trasportarlo sul blindato, ma avevano dovuto lottare con tutte le loro forze per crearsi un varco tra la folla pronta a linciare il terrorista.
    “Bastardo, che il Signore ti maledica!” aveva appena gridato un’anziana signora nel piccolo orecchio di Joe, che aveva avuto un sussulto che per poco non gli aveva fatto cadere il lecca-lecca.
    “Giustiziatelo! Camera a gas!...Camera a gas”. ”Friggerai sulla sedia elettrica lurido verme!” erano invece gli epiteti di una giovane coppia alla quale Joe aveva prima seviziato e poi arso vivo il figlio.
    Joe era appena salito sul blindato, saltellando con la sua girandola, quando un signore aveva rincorso per qualche metro il potente mezzo agitando il pugno ed esclamando: “Mostro, hai rovinato centinaia di famiglie e pagherai per questo… Ooh! Se pagherai!”.
    Altre persone erano  corse dietro al blindato fino allo sfinimento ed altre rimasero nella via a commentare l’accaduto fino a tarda notte.
    Joe Kidd fu giustiziato con una iniezione letale sei mesi dopo in un carcere della California.

  • 24 luglio 2008
    C'ero anch'io

    Come comincia: Pazzesco! Non si era mai visto un traffico così!
    Tutti cercavano di rientrare a casa in tempo per la partita. E’ proprio vero che basta poco per far sì che delle persone normalmente educate ed a modo diventino maleducate ed irrispettose!
    Ognuno si sentiva padrone della strada; c’era chi bruciava sistematicamente tutti i semafori rossi, chi ignorava le precedenze, chi non rispettava gli attraversamenti pedonali e chi dimenava i clacson come un sassofonista in un gruppo jazz.
    C’era frenesia… da vent’anni la Nazionale Italiana di calcio non giungeva in una finale dei Campionati del mondo e l’attesa era tanta!
    Anche se si era in piena estate l’accalcarsi di chi tornava da lavoro con chi era in giro per compere o sane passeggiate aveva creato un intasamento nelle zone più popolate della città.
    Sin dalla mattina le discussioni avevano riguardato la partita ed il suo possibile esito, sia negli uffici che nei negozi e nelle scuole ed avevano unito i più giovani agli anziani come gli appassionati con chi invece aveva sempre detto che non gliene sarebbe potuto fregare di meno… ma si sa che la Nazionale unisce tutti!
    Da questa frenesia, da questo turbine di emozioni, non era estraneo Luigi che, non essendo riuscito ad avere un permesso sul lavoro per via di una urgente consegna da finire l’indomani, era uscito dall’ufficio poco prima delle 20, a mezz’ora dal fischio d’inizio!
    Calcolando che per raggiungere la sua onesta dimora avrebbe dovuto attraversare la città è facile pensare come avrebbe rischiato di perdersi buona parte dell’incontro… non gli sarebbe rimasto che pigiare sull’accelleratore e sommare infrazioni su infrazioni come un collezionista aggiunge monili alla sua preziosa bacheca.
    Non sappiamo se una buona mano gli fosse piovuta dal cielo, ma alle 20 e 21 Luigi era già sotto casa ed aveva trovato un parcheggio di lusso proprio davanti al portone come rarissimamente gli era capitato prima.
    Entusiasta di ciò aveva chiuso di gran fretta la sua Alfetta verde senape (almeno questo sembrava essere il colore che trapelava tra la ruggine e gli escrementi di piccione che la ricoprivano) ed era entrato nell’androne trovando però l’ascensore fuori servizio!
    “Dannazione” - aveva pensato - adesso gli sarebbe toccato beccarsi otto piani a piedi… ma non aveva demorso ed aveva cominciato a salire come una scheggia! Primo piano, secondo… terzo… quarto… quinto… anff! il respiro aveva cominciato a farsi affannoso… sesto… anff! anff!... settimo… Luigi era al limite dell’infarto (fuori c’erano trentacinque gradi!) e finalmente, dopo aver rischiato di inciampare innumerevoli volte, ottavo!
    Luigi era arrivato davanti alla porta di casa sua.
    Oramai, solamente una serratura ed un click sul telecomando lo separavano dalla finalissima del Mundial! Certo una bella doccia non l’avrebbe certamente rifiutata ma se ne sarebbe senz’altro parlato dopo.
    Si erano fatte le 20 e 27 e Luigi si era appena tolto la camicia e aveva acceso la televisone.
    Aveva comprato una confezione maxi di Coca Cola, della birra in quantità industriale e aveva agghindato già dalla sera prima la sua casa con bandiere, striscioni e poster dei suoi idoli in mutandoni.
    Diciamo che un attento osservatore avrebbe potuto pensare ad un maxi ritrovo con gli amici ed invece Luigi, non avendone quasi nessuno, si era trovato costretto a vedere l’incontro completamente da solo; forse tutto quel ben di Dio gli sarebbe servito da compagnia oltre che da sostegno alla sua fame impellente!
    Ore 20 e 29… le due squadre erano ormai entrate in campo e si stavano eseguendo gli inni nazionali.
    Da buon patriota Luigi si era alzato in piedi e, dopo aver messo una mano sul cuore, aveva cominciato a cantare “Fratelli d’Italia, l’Italia s’e desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa…” fino alla fine.
    Era una delle poche persone che conosceva tutte le parole dell’inno di Mameli e ne andava fiero per cui, ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, ci teneva a dimostrarlo (anche solo a se stesso).
    Ore 20 e 32… le due squadre erano schierate nelle rispettive porzioni di campo ed attendevano solamente il fischio d’inizio dell’arbitro mentre Luigi si girava continuamente sul divano per cercare di trovare la posizione più comoda per gustarsi l’evento.
    La cosa curiosa era che Luigi si era completamente immerso nell’atmosfera del pre-partita come se si trovasse allo stadio.
    Ogni volta che sentiva un canto o un incitamento provenire dagli spalti si univa al coro agitando le braccia e gridando a squarciagola… oppure quando aveva visto partire la ola si era aggiunto nel momento in cui questa aveva raggiunto la sua ipotetica posizione sugli spalti ripetendo il gesto più volte! Si alzava a tempo con le braccia levate al cielo e poi si risiedeva!
    Era come in trance; ad un certo punto, da una borsetta nera, aveva persino tirato fuori un binocolo, una trombetta da stadio e addirittura un k-way perché aveva visto incombere sul terreno di gioco alcune nuvole minacciose!
    In altre parole nessun evento, cataclisma od altro, avrebbe potuto distogliere lo sguardo, la sua concentrazione dallo schermo televisivo; probabilmente non avrebbe sentito né il telefono e né il campanello nel caso (molto raro) che qualcuno lo avesse disgraziatamente cercato.
    Alle ore 20 e 33 l’arbitro l’inglese Horned (in italiano “cornuto”), aveva fischiato.
    La partita era cominciata.
    La tensione era altissima, i giocatori ovviamente non si risparmiavano… i loro lauti ingaggi, le loro gambe assicurate per milioni quella sera dovevano servire per una causa comune, l’Italia!
    Tutto si presentava come uno spettacolo di colori, canti, gesti tecnici e le emozioni erano continue, veramente degne di una finale Mundial.
    Nelle case degli italiani le famiglie e le comitive di amici erano unite nel tifo, si incitava, ci si disperava quando un giocatore sbagliava un cross o ci si esaltava quando si ammirava una bella discesa sulla fascia ed il tutto era visto come l’occasione per vivere insieme un avvenimento sportivo indimenticabile, uno di quegli avvenimenti da poter dire un giorno “C’ero anch’io!”
    Quello che più impressionava era il silenzio calato nelle strade; quelle stesse strade che fino a pochi attimi prima erano state oggetto di confusione, vociare, clacson, traffico, ora si erano zittite quasi a rispetto dell’evento e se fosse passato qualcuno avrebbe potuto sentire l’incitamento delle persone davanti ai televisori filtrare attraverso i balconi e le finestre aperte.
    Ma ciò che dava più da pensare rispetto ad altre cose era sicuramente Luigi.
    Sapete quale era stata alla fine la posizione da lui scelta per vedere la partita?
    Completamente coricato pancia in su sul divano (in poche parole prono),  braccio destro penzoloni verso il basso, braccio sinistro sul petto, bocca spalancata ed occhi… chiusi!
    Sì! occhi rigorosamente chiusi, perché Luigi dopo pochissimi secondi dall’inizio della partita era piombato in un sonno profondo che si era protratto per tutta la partita e tutta la notte seguente!
    L’Italia aveva vinto quel Mundial dopo aver disputato una partita entusiasmante, la gente si era riversata nelle strade e nelle piazze per festeggiare fino all’alba e Luigi non aveva potuto vivere neanche un solo secondo di tutto questo.
    I Pop corn, la Coca Cola e le birre erano rimaste integre, la bandiera appesa al muro non aveva avuto modo di essere sventolata e nell’appartamento si sentiva solamente il frenetico, spensierato russare di Luigi.

  • Come comincia: Eleonor osservò nuovamente la mappa che suo nonno aveva gelosamente custodito per 80 anni in un cassetto chiuso a doppia mandata, all'interno dell'antica scrivania dello studio di casa sua e pensò che, probabilmente, il momento di scoprire quale fosse la
    verità celata dietro quelli che considerava solo incomprensibili segni astratti, fosse finalmente giunto.
    Cercò di ricordare a quando risalisse l'ultima volta in cui il nonno gliene aveva parlato e tentò d'interpretare il significato di ogni parola che riportava la sua memoria.
    Su quella mappa dai segni per lei insignificanti, oltre che molto misteriosi, era riportata anche una data : 2 Ottobre 1888. Si chiese cosa volesse significare e per quale ragione fosse stata
    appuntata proprio nell'angolo in basso a destra dello stesso prezioso ed interessante documento.
    Cominciò a chiedersi cosa mai fosse avvenuto in quella data e a cosa volesse riferirsi in particolare.
    Tentò di ricordare un evento storico o semplicemente un evento appartenente alla casata nobiliarea cui sapeva appartenere la sua famiglia.
    Si disse che se quella data fosse stata appuntata proprio nell'intento di riportare un qualche particolare evento o un qualche particolare segreto, lei avrebbe voluto scoprirlo, prima che potesse metterci le mani il suo fratellastro: George, un italo-americano, un po' suonato a cui era venuta l'idea di tornare in Italia, dopo aver appreso della scomparsa del nonno, proprio per cercare la mappa di cui, a distanza di anni,erano a conoscenza tutti i componenti della famiglia.

     

    Ripensò a quando, da bambina, vide per la prima volta i suoi genitori discutere animatamente nello studio di casa. Intuì subito che la serenità della sua famiglia sarebbe stata presto compromessa, ma non avrebbe mai immaginato che di lì a qualche tempo, la sua vita sarebbe completamente cambiata.
    Suo padre, Carlo Valori, avvocato di una borgata appartenente ai colli fiorentini, dopo quasi cinque anni di matrimonio era riuscito a tradire spudoratamente sua madre nella sua stessa casa.
    Mamma Stefy, inglese di nascita, ma italiana d'adozione un giorno aveva sorpreso suo marito con una sconosciuta in casa sua ed era successo il pandemonio.
    La sconosciuta in questione era americana e da quella relazione extraconiugale il padre aveva avuto un altro figlio: George, appunto, nato e cresciuto in America.
    Dopo 28 anni, durante i quali Eleonor non era riuscita più ad avere notizie di suo padre, aveva saputo  dell'arrivo in Italia di quel fratellastro di cui aveva tanto sentito parlare in casa, sia la mamma che la nonna, ma non aveva mai avuto occasione di conoscerlo.
    Il nonno, però, ormai, era passato a miglior vita, lasciando una cospicua eredità a chi le era rimasto più fedele in tutti gli anni di solitudine che gli erano rimasti.
    George era subito venuto a conoscenza della sua scomparsa e si era precipitato in Italia a chiedere quel che, secondo lui, in quanto figlio di Carlo Valori, diretto erede della fortuna accumulata
    dal padre di quest'ultimo, gli fosse dovuto.
    Il giovane, però, non aveva fatto i conti con Eleonor, sveglia ed affascinante 40 enne, in grado di difendere con le unghie e con i denti ciò che credeva appartenere legittimamente solo a lei.

    Dopo la scomparsa della madre, in un incidente stradale e l'abbandono di suo nonno, con cui aveva vissuto tanti anni sereni della sua adolescenza, Eleonor aveva preso in mano le redini di casa Valori e sapeva che nessuno più di lei avrebbe potuto meritare quel che le spettava di diritto e discendenza familiare.
    Aveva trovato finalmente la famosa e misteriosa mappa ed ora non le restava altro che scoprire dove l'avrebbe condotta e a cosa l'avrebbe portata.
    Un suo amico, Lorenzo, che aveva un debole per lei dagli anni del Liceo, si era offerto di aiutarla, essendo anche un appassionato di oggetti antichi.
    Eleonor aveva voluto accettare il suo aiuto solo perché le era sempre stato accanto, anche nei momenti più difficili, quando si era ritrovata completamente da sola, ma non ne era innamorata.
    Sarebbero dovuti riuscire a raggiungere il luogo indicato sulla mappa prima di George, perché in caso contrario sapevano ne sarebbe scaturita una lunga ed aspra guerra legale, per far valere i diritti di ciascuno sui possedimenti che avrebbero potuto esserci in ballo.

    Il luogo che la mappa paresse voler indicare era situato in mezzo ai colli fiorentini, in un antico ed isolato casale appartenente alla dinastia di famiglia da secoli.
    Eleonor aveva trascorso i suoi momenti più felici in quel casale abbandonato, perché il nonno si era sempre rifiutato di farlo ristrutturare per ottenerne dei profitti.
    In quel casale Eleonor era riuscita a farsi baciare dal primo ragazzo ai tempi delle scuole superiori.
    Aveva trascorso ore felici con gli amici a giocare e momenti sereni nel contemplare la bellezza della natura circostante, ma poi con il passare degli anni aveva deciso di abbandonarlo, perché col tempo le cominciò a trasmettere un inspiegabile senso d'inquietudine.
    C'era stata tantissime volte in quel luogo e non avrebbe mai potuto neanche lontanamente immaginare che potesse contenere un qualcosa di prezioso.
    Vi si recò a distanza di anni proprio con Lorenzo, ma non sembrò riuscire a capire il significato di quel che riportasse la cartina.
    Esplorarono quel casale in lungo e in largo, ma nulla lasciava presagire o solo capire in quale angolo e per quale ragione, sarebbe dovuta partire la loro ricerca verso l'ignoto e secolare segreto.
    Eleonor ricordò che una volta sua nonna le aveva confidato che quella mappa prima di appartenere a suo nonno era passata per le mani dei loro antenati e si chiese cosa avrebbe dovuto mai nascondere.
    "Ho trovato qualcosa!" esclamò, d'improvviso Lorenzo, mentre Eleonor cercava nei propri ricordi qualche appiglio che le potesse servire per arrivare alla soluzione di quell'enigma.
    Lorenzo scoperchiò una botola nel cortile del casale: vi scorsero entrambi un buio profondo ed ebbero i brividi. Il giovane prese la torcia che aveva lasciato in macchina e cercò d'illuminarne l'interno.
    Sembrava molto profonda e temette perfino d' infilarci una sola mano.
    Eleonor continuò a studiarsi la mappa e notò che qualcosa non andava: sul documento non era segnato precisamente quel punto, ma un luogo che si trovava in quell'angolatura. Che Lorenzo avesse sbagliato il punto esatto solo per qualche metro? Già, ma a quale latitudine o longitudine?
    Sulla mappa era disegnato una specie di albero che con uno dei suoi grossi rami, sembrava volesse indicare perpendicolarmente un punto molto vicino alla botola, forse anche solo di qualche passo più avanti.
    Si spostarono e notarono solo la presenza di terra e sterpaglia. Lorenzo, però, per togliersi ogni dubbio, decise di mettersi a scavare nella terra, per capire se qualcosa potesse esser sepolto in quel punto.
    Non ci mise molto a scoprire che qualcosa cominciava a spuntare dall'aridità di quel terreno e Eleonor sentì che, probabilmente, erano molto più vicini al loro obiettivo di quanto non avessero potuto immaginare.
    Quel segreto sarebbe stato svelato in breve tempo. Le luci del tramonto li sorpresero con un bauletto tra le mani che decisero di caricare frettolosamente in auto, quando udirono giungere poco distante un'altra auto.
    Eleonor era sicura si trattasse di George e subito corse in macchina, pregando il giovane che l'aveva accompagnata
    di mettere subito in moto, per allontanarsi.

    La loro scoperta era terminata.Il segreto di famiglia era stato svelato: il bauletto conteneva un messaggio accompagnato da
    un antico amuleto su cui era incisa la data 2 Ottobre 1888.
    Eleonor lesse il messaggio e scoprì il segreto di una vera leggenda: la data incisa sull'amuleto stava ad indicare il giorno della nascita del primo ed unico figlio che un antenato, appartenente all' antica casata nobiliare di famiglia, era riuscito ad avere a tarda età e a distanza di molti anni di matrimonio e per ringraziare il cielo, aveva deciso di fornirsi di un amuleto su cui far incidere quella data, in segno di fortuna e prosperità e lo aveva fatto seppellire per scaramanzia, nel tentativo di 'trattenere' la fortuna e la prosperità che gli erano giunte quando meno se lo era aspettato, nelle sue stesse terre, affinché non se ne allontanassero più, perché un' antica leggenda del luogo voleva che una volta seppellito un simbolo di prosperità nelle terre, questo avesse potuto restarvi per l'eternità, portando fortuna e gioia alle stesse ed ai suoi proprietari, ma a patto che ci si credesse e non se ne tradisse la fiducia.
    Eleonor decise di seppellire nuovamente l'amuleto in un luogo più sicuro, affinché quella credenza potesse continuare a portare
    i benefici che le si erano attribuiti per secoli.

    George restò in Italia per 10 anni, alla ricerca di quella famosa mappa e del suo storico segreto, ma non riuscì mai a trovarla né a farsi dire da Eleonor o da qualcuno a lei vicino dove fosse e a cosa portasse.

    Eleonor visse felice nelle sue terre per il resto della vita e dopo essersi sposata con un amico d'infanzia, partorì il suo primo figlio maschio a 45 anni.
    La fortuna e la prosperità di quella leggenda appartenente agli eventi legati alla vita della sua famiglia e dei suoi antenati non smisero mai di accompagnarne l'esistenza, perché lei ci aveva creduto dal primo istante e non ne avrebbe tradito il segreto.

  • 22 luglio 2008
    Nessuno sfugge al tempo

    Come comincia: - Ciao – mi fece. Aveva lo sguardo vacuo.
    - Ciao -  gli risposi. Ormai lo aspettavo da tanto. Avevo sognato il suo viso moltissime notti e di volta in volta era sempre meglio definito.
    Mi feci da parte per farlo entrare e richiusi la porta dietro di lui; intanto quello si inoltrava nel salotto, come se fosse un parente e un ospite abituale. Prima di chiudere la porta d’ingresso vidi che stava passando davanti al camino acceso, lentamente; la fiamma sembrò ritirarsi davanti alla figura scura, appiattendosi sui tizzoni neri.
    Scossi la testa e mi affacciai sul salotto, fissandolo seduto sulla poltrona di nera pelle, nell’angolo più lontano dal camino e dalla finestra. Pochi riflessi arancioni dalla fiamma del camino rischiaravano tratti della poltrona, ma lo evitavano, quasi gli scivolassero via.
    Abbozzai un lieve sorriso e gli chiesi – Vuoi qualcosa, una cioccolata, del vin brulé, prima di…? - lasciai in sospeso la domanda e un brivido mi percorse la schiena; immagini lontane mi tornavano alla mente.
    L’altro stette in silenzio alcuni istanti; in lontananza si udirono degli scoppi, ormai molto ricorrenti negli ultimi giorni. Vidi che si voltava a guardare fuori dalla finestra la palazzina di fronte. Alcune stanze erano illuminate e si vedevano le persone, gioiose, aggirarsi fra i tavoli portando i primi piatti della cena. Le urla dei bambini passavano attraverso i vetri, e di tanto in tanto se ne vedeva passare qualcuno rapido, inseguito da qualche altro coetaneo. Vedendo i sorrisi su quei volti giovani, guardai immediatamente il cielo, scuritosi, ed il sorriso forzato s’incrinò. Lui seguì il mio sguardo e sorrise sarcastico, sadico quasi; mi rispose, finalmente, basso e lento – C’è ancora un po’ di tempo. Non molto, ma c’è. Se hai anche dei biscotti…-
    - S... sì, certo- balbettai, e mi diressi, strascicando i piedi sul pavimento gelido, verso la cucina.
    Mi era salito un groppo in gola, quando misi il latte sul fuoco e ci aggiunsi il cacao; un peso, che molto raramente avevo conosciuto, mi crebbe sullo stomaco, mentre tiravo fuori i biscotti al cocco dalla dispensa. Erano lì da un anno, che io sapessi, o forse da sempre, dalla notte dei tempi; non potevo saperlo. Lanciai un’occhiata all’esterno, dove il cielo plumbeo stava diventando nero, come tutto, all’esterno come all’interno; tutto tranne il caminetto, dove la fiamma arancione si faceva sempre più esigua. Non mi ricordavo nemmeno più l’ultima volta in cui misi nuova legna nel caminetto; o forse sì, ma non importava.
    I primi lampioni si accesero sulla strada all’esterno, e desiderai che nevicasse, quella notte; come per magia, cominciarono a scendere dei fiocchi dal cielo, lenti, delicati, fragili. Rimasi sognante a guardarli alcuni minuti, finché la cioccolata non venne pronta. Portandola nell’altra stanza, sperai di vedere la poltrona in pelle nera desolatamente vuota. Ma lui era là, vestito tutto di scuro, tanto da non distinguersi dalla poltrona. Lo vedevo più vispo di prima; si girava, accavallava le gambe, incrociava le braccia, le disincrociava; appoggiava la schiena alla poltrona, si staccava dallo schienale e si teneva il mento con la mano destra.
    Io mi sentivo stanco e spossato, al contrario di lui, e gli consegnai la tazza con le mani che tremavano; poi mi sedetti su una sedia di legno vicino al camino, con il batticuore, e mi portai la mano destra al cuore, cercando di riposarmi da quello sforzo che mi pareva sovrumano. Lui intanto sorseggiava la cioccolata, muovendo gli occhi azzurri, sempre più vispi, frenetico, e mi scrutava al di sopra del bordo della tazza. Deglutii, mantenendo lo sguardo su di lui, sentendo il silenzio pesare sulla mia testa, sul petto e sullo stomaco; dopo non molto non riuscii a sostenere gli occhi gelidi e azzurri del mio ospite: così, mi misi a guardare intorno a me la stanza che ben conoscevo. Dopotutto, era quasi un anno che vivevo in quei piccoli locali; vi avevo passato la fine di un inverno rigido, una spensierata primavera, una breve, emozionante estate ed un autunno malinconico. Ed ora l’inverno era incominciato da giorni, artigliandomi il cuore, preannunciato da pioggia, nebbia e gelo.
    I tristi, bigi colori della città si riflettevano sull’appartamento; ma io non avevo paura delle ombre, dei rumori notturni e del silenzio. Io aspettavo lui: e sapevo che sarebbe arrivato quel giorno, e prima di quel giorno sapevo che il tempo sarebbe stato mio. Mio, e solo mio.
    Sentivo il suo sguardo sulla mia pelle come una lama che cercasse di dilaniarmi la carne; sentivo, sapevo che sorseggiava ancora la cioccolata. Il rumore della tazza sul piattino mi riscosse da quel sordido, malinconico torpore. Vidi un mucchietto di lettere sul basso tavolo al centro della sala; così gli chiesi – Non ti dispiace se sistemo queste lettere? Sono le ultime, o quasi-
    - Prego- fece, gelido, laconico e divertito dal tremore che si udiva distintamente nella mia voce; provai un moto d’odio verso di lui, che si prendeva gioco di me. Ma così, come ricordai improvvisamente con repulsione, avevo fatto anche io.
    Presi il mucchietto di lettere ed il tagliacarte d’argento lì vicino; aveva la forma di uno stiletto, ed era molto affilato, tanto che un giorno di primavera rischiai di recidermi un dito.
    Mi risedetti sulla sedia, e cominciai ad aprire, meticolosamente, ogni lettera ed a leggerla alla debole luce del camino. A volte sorridevo, a volte mi adiravo ed altre ancora mi intristivo. Nella stanza si sentivano solo i vaghi rumori della carta, del fuoco e dei morsi sui biscotti da parte sua.
    In alcune lettere venivo ringraziato, quasi venivo invocato. C’era chi mi pensava a fondo e chi aveva fatto l’abitudine a me come agli altri. Parecchi ora mi pensavano, ma erano felici che fosse arrivato questo giorno. Questo tipo di lettere le leggevo con un sorriso amaro; alla fine, dopo aver finito di leggere l’ultima da parte di un giovane che mi ricordava per aver trovato l’amore, la misi sopra a quella di un contadino diventato improvvisamente ricco grazie ad un’annata favorevole. Presi la pila di scritti, sospirai e la buttai nel fuoco, che avvampò. Rimasi alcuni istanti a guardare la fiamma, assente, quando ancora lui, l’ospite, mi fece tornare alla realtà; aveva posato la tazza sul tavolo, alzandosi in piedi.
    Lo guardai, e poi feci lo stesso con l’orologio. Pochi minuti a mezzanotte. Sette- otto… cominciai a sudare freddo, capendo quel poco che rimaneva da capire e ricordando tutto il mio passato.
    Lui parlò – E’ giunta la fine, collega. Sono miliardi di miliardi di miliardi di… infiniti NOI che aspetto questo momento. Come tu lo aspettavi, quasi dodici mesi fa-
    L’odio che provavo per lui si fece più forte, e mi venne un conato di vomito al riemergere dei ricordi. Lo guardai, cercando di mantenere ferma la voce – Non essere tanto… giubilante… non vedi? Non capisci?- le parole mi arrivavano alle labbra spontanee, e lo guardavo con cieca determinazione, adesso – Sei… ottuso, come lo sono stato io. Guarda, dannazione, guardami! Sono invecchiato. Quando arrivai qui ero giovane… in realtà dovevo ancora nascere, come te ora. Stavo per farlo… e ho vissuto. Non capisci?-
    Lui mi guardò con cipiglio seccato, e feroce. In lui rividi la mia stessa espressione di quello che mi sembrava tantissimo tempo prima… e nei suoi occhi lo stesso viso della mia vittima.
    - Hai fatto il tuo tempo. Capiscilo. Sei giunto al termine, - mi diceva, quasi annoiato, avvicinandosi un passo alla volta. I suoi occhi, ghiacciati, dardeggiavano fra me e l’orologio. La lancetta dei secondi sembrava stanca di compiere il suo eterno moto – cerca di facilitare le cose. E’ così da sempre, Vecchio. Il ciclo si ripete, all’infinito; e così si ripeterà-
    Arricciai il naso, vedendolo avvicinarsi – E’ così solo perché siete giovani. Stupidi. Inesperti- scandii, fregandomene dello sguardo di feroce odio dell’altro. La lancetta dei minuti era ormai prossima a mezzanotte, sfiorava il dodici. Due minuti, pensai – Non capisci che la vera vita è un’altra? Non è questo stupido, breve lasso di tempo…-
    - TACI!- urlò, stravolto dalla rabbia. Ma me l’aspettavo; anche io ero così. Non volevo pensare, sfiorare l’idea – Lo sapevi, lo sapevi dalla notte dei tempi! La verità è che sei un debole che non vuole accettare la sua natura, la sua morte… sei passato, sei solo l’Anno Vecchio! Io sono il Nuovo Anno… ed il mio tempo è venuto, finalmente!-
    Rimasi zitto, e il mio occhio squadrò l’orologio. Era una pendola. Era appena scoccato l’ultimo minuto, e nella palazzina di fianco la gente si accalcava sui balconi per salutare con botti il Nuovo Anno e abbandonare il Vecchio Anno.
    Per un attimo feci per arrendermi. Le voci eccitate delle persone che scandivano il conto alla rovescia mi riempivano la testa, e credo anche la stanza. Per un attimo, ripensai all’Anno Vecchio che uccisi l’anno prima; era rimasto fermo, fissandomi sulla sedia, finché non gli ero saltato addosso facendolo a pezzi.
    Poi, mi riscossi. Ripensai per un attimo a tutto quello che era successo quando io ero stato l’Anno Corrente; potevo interrompere il Tempo essere il primo Anno Vecchio che si è fatto Nuovo. Un precedente, il primo… sarei stato potentissimo, molto più potente di un semplice Anno Corrente, avrei avuto la saggezza oltre i poteri. Il Tempo si sarebbe inchinato a me… bastava una manciata di secondi, e tutto sarebbe cambiato.
    Fu un attimo: lui si distrasse per le forti voci di umani provenienti da chissà dove che scandivano gli ultimi venti secondi. Afferrai il tagliacarte alla mia destra, stringendolo all’impugnatura, e mi scagliai contro di lui.
    Finimmo a terra in un turbinio di mani, piedi, braccia, corpi che si contorcevano nella lotta.
    Tredici… Dodici… Undici…
    Lo ferii, ne sentii l’urlo di dolore e soprattutto sorpresa; risi di gusto potevo farcela e sopravvivere.
    Nove… Otto… Sette…
    Ma lui era giovane, forte. Sentii dolermi il petto e il viso per alcuni pugni ben assestati, e finii riverso a terra. Feci per rialzarmi, ma ero tutto un dolore, e rimasi con la schiena sul gelido pavimento. Lo guardai avvicinarsi; stringevo ancora il tagliacarte nella mano destra. Ora troneggiava sopra di me, e rise, di scherno.
    Sei… Cinque… Quattro…
    Quando fu abbastanza vicino, alzai il braccio per colpirlo, veloce; ma lui se l’aspettava. Mi bloccò la mano, sebbene stillasse liquido scuro dal braccio sinistro, e avvicinò lentamente la mia stessa mano al mio collo. Sorrideva, sguaiato, e io serravo i denti, non volendo ammettere di essere vinto.
    Tre… Due… Uno…
    - Nessuno sfugge al Tempo. Nessuno - mi disse. Sorrise sguaiatamente, a pochi centimetri da me.
    - Neanche tu - gli sussurrai, ridendo sommessamente, in segno di sfida.
    L’Anno Nuovo spinse il tagliacarte contro la mia gola, e me la recise; l’ultimo ricordo che ho, prima del buio, è il suo viso, furente, e i suoi occhi attraversati dalle prime ombre della mia stessa ansia e preoccupazione.
    Zero…

  • 22 luglio 2008
    Un diadema scomodo

    Come comincia:

    11 giugno 1775. Il sole sorgeva su Reims quando ebbe inizio il rito sacro.
    Il duca di Bouillon, gran ciambellano, sentendo bussare, alzò il mento e, impostando il tono,  chiese:
    - Chi venite a cercare?
    - Il re – rispose il vescovo di Laon.

    Nessuno si mosse, bussarono di nuovo.
    - Il re dorme – disse il duca.
    - Vogliamo il re – ripeté il prelato.
    Nessuno aprì.
    - Vogliamo Luigi XVI, che Dio ci ha dato come re! – la terza volta il vescovo gridò altisonante e le porte si spalancarono.
    Seduto sul letto, pronto per l’incoronazione, apparve Luigi nell’ abito argenteo, calze e scarpe abbinate, giarrettiere al ginocchio, tocco nero con candide piume fra i diamanti, mantello foderato di ermellino,  così pesante per quel giorno estivo! L’aria imbambolata, stanco del viaggio, stressato dai preparativi, aveva caldo al punto da grondare sudore. Si mosse verso la cattedrale, scortato dal seguito. Sin dall’alba la folla si era raccolta lungo il percorso, avida  del magnifico corteo di prelati,  guardie, alabardieri, aristocratici, gran dame,  ufficiali della corona: ammirata e curiosa ma  infastidita tuttavia da quel lusso spudorato.
    Al passaggio delle carrozze molti invocavano a mani giunte:
    - Maestà dateci il pane… - 
    Orribili volti emaciati, bocche sdentate!
    Primi a entrare in chiesa i membri più elevati del clero e dell’aristocrazia, al braccio del Vescovo di Laon Luigi si raccolse accanto all’acquasantiera, poi prese a marciare lungo la navata centrale mentre insieme all’organo squillavano le trombe, rullavano i tamburi. Aprivano la strada il connestabile di Francia, che brandiva la spada, le autorità di corte, i principi del sangue. Il cardinale La Roche-Aymon, grato a Dio per avergli fatto  celebrare i momenti più importanti di quel secolo, ricevette il sovrano all’altare sul quale stavano disposti gli abiti regali. Ebbe luogo il rito dell’acqua benedetta, fu intonato il Veni creator. Emozionato e confuso, Luigi giurò solennemente di mantenere la pace nella chiesa e, più flebilmente perché poco convinto, di sterminare gli eretici. La vestizione iniziò con la camicia cremisi, il gran ciambellano gli calzò stivali viola speronati,  mantello celeste coi gigli di Francia. L’arcivescovo gli cinse la spada di Carlo Magno e  Luigi la tenne con la punta in alto mentre il coro cantava.
    Nella luce che fendeva la navata, Papillon de la Ferté, levigato intendente  dei minuti piaceri, che tanto si era speso per quel grande giorno, d’un tratto si sentì meno preoccupato perché il più era stato fatto. Guardando l’ anfiteatro costruito per  Maria Antonietta, i pari, il  palcoscenico su cui poggiava il trono, si concedette il lusso di pensare: “Non aveva torto il duca di Croy a definirlo spettacolo d’opera, ma l’effetto è grandioso… se solo sapessi quanto costa, abbiamo superato il preventivo…” si grattò la parrucca.  “ Turgot per risparmiare voleva restare a Parigi…. ”
    Poi, finalmente, vide il cardinale La Roche-Aymon prendere la corona.
    “Seimila luigi” calcolò Papillon sapendo che era stata fatta apposta perché quella del nonno era stretta, ma guardando il brillante concluse: “il regent è splendido”.
    La Roche-Aymon  tenne alto quel diadema d’ oro, rubini, smeraldi, zaffiri, per un tempo che sembrò interminabile.
    Finalmente lo pose sul capo:
    - Che Dio vi cinga di gloria e giustizia. Vi armi di forza e coraggio, che benedetto dalle nostre mani, pieno di fede e santità, arriviate alla corona del regno eterno”.
    I presenti trattennero il fiato. Il silenzio si fece solenne.
    Luigi inaspettatamente sussurrò:
    - Mi dà fastidio…
    Il cardinale finse di non sentire. Chi udì rimase interdetto, trasalì Papillon de La Ferté. Subito si levò il  coro,  si formò un corteo, il re fu sollevato e posto sul trono dal quale benedisse gli astanti.  Per tre volte La Roche-Aymon gridò:
    - Vivat Rex in aeternum!
    Le porte della cattedrale si spalancarono, la folla irruppe, gli uccellatori liberarono in cielo centinaia di colombe, si alzò il Te deum.
    Papillon de la Fertè, finite le sei stressanti ore del cerimoniale, lasciò la cattedrale di Reims schiacciato nella ressa.
    Provato come dopo un esame, si avviò pensando che finalmente poteva riposare:
    - Contando toghe, mantelli, paramenti e parures, avremo speso un milione di luigi… ma resterà indimenticabile…
    Sul piazzale sorrise.

    ***

    Maria Antonietta non amava la sua camera da letto a Versailles, sapeva che quel sontuoso talamo era un trono, simbolo del potere di chi assicura la dinastia, desiderava ardentemente mettervi al mondo dei Delfini: sua madre lo aveva fatto con arte e lei non poteva essere da meno, ma proprio questo paragone sommato alle aspettative altrui erano un peso, solenne, inospitale, enorme come quel salone. Sapeva che lì avrebbe ricevuto da regnante le visite ufficiali e la corte, lì avrebbe misurato la propria  onnipotenza e immortalità, privilegio concesso agli eletti ma, senza capirne il motivo, anche dopo l’incoronazione, aveva continuato a preferire i “piccoli appartamenti”, ai quali accedeva attraverso porte nascoste  dietro le tende dell’ alcova d’apparato. Sotto Luigi XIV e XV i piccoli appartamenti, in una costruzione a tre piani che si affacciava su un cortile buio, erano stati vani di servizio: le loro stanze minuscole, non più spaziose di quelle dove oggi vive la classe media, si prestavano all’intimità e sfuggivano all’ etichetta, cosa che Antonia adorava. Le due biblioteche, il salone dorato, soprattutto l’ ottagonale Meridiana,  col suo lettuccio a specchio, le consolles, i cagnolini in lacca del Giappone inviati da Maria Teresa , le poltroncine pastello, nascondevano un regno privato.
    Le undici del mattino, a uno scrittoio della Meridiana Antonietta attendeva Rose Bertin, la modista che le aveva confezionato l’abito per la cerimonia di Reims: creazione con ricami in  pietre talmente pesanti che alla maestra del guardaroba, la duchessa di Cossé,  per portarlo era stato consigliato un sostegno apposito e costoso.
    La regina lesse la lettera da spedire: 

    Versailles 22 giugno 1775

    Signora, mia cara madre.
    L’incoronazione è stata perfetta. Tutti sembravano essere felici di vedere il re.(…) Le cerimonie della chiesa sono state interrotte al momento dell’incoronazione dalle acclamazioni più toccanti. Non ho saputo trattenermi, le lacrime sono colate mio malgrado e mi è sembrato che ciò fosse apprezzato. Per tutto il tempo del viaggio ho fatto del mio meglio per rispondere ai saluti  popolari benché facesse davvero caldo e la folla fosse immensa, ma non recrimino per la fatica che non mi ha  turbato. E’ cosa sconvolgente e insieme felice  essere ricevuti tanto  bene solo due mesi dopo la rivolta e malgrado il caro prezzo del pane, che malauguratamente continua. E’ cosa prodigiosa, propria dei Francesi, lasciarsi influenzare dai cattivi consigli ma ritornare in se rapidamente. E’ certo che scoprendo gente che nella disgrazia ci tratta tanto bene, ci sentiamo ancora più obbligati a lavorare per il loro benessere. Il re mi è sembrato penetrato da questa verità. Da parte mia, so bene che non dimenticherò mai in tutta la mia vita (dovesse durare cent’anni)  il giorno dell’incoronazione.
    Sentendo le guardie vociare nel cortile capì che stava arrivando qualcuno,  nascose i fogli. Fu annunciata la sarta che entrò, le guance fulgide di belletto, il sorriso largo e invitante. Il personale di servizio la fulminò: una plebea accedeva alle intimità della regina, non era mai successo! Scandaloso!
    Rose si inchinò profondamente.
    La regina,  in una lunga veste da camera.
    -  Fate  vedere i tessuti…
    -  Certo Maestà…. – Rose aprì un bauletto, ne trasse una seta ricamata con penne di pavone.
    Maria Antonietta scosse la testa.
    – Ricorda le tende del letto…
    - Cosa dite mai!  -  continuò a frugare… -  ecco qualcosa di più semplice, un blu meno vivo…
    - No…
    La modista tirò fuori tutto disponendolo sulle poltrone.
    - Avrei voluto vedervi durante l’incoronazione…  mi è spiaciuto che madame de Cossé non abbia portato l’abito sull’apposito sostegno!
    - Il figlio di madame è malato – disse Maria Antonietta -  dopo una vaccinazione è diventato zoppo…  dovrà portarlo in certe terme della Savoia, bisognerà  fare a meno della duchessa…
    -  Speriamo che la contessa di Artois faccia un bambino sanissimo e bellissimo!  -  ma, incontrato lo sguardo dell’altra, la Bertin si bloccò. Che gaffe: il parto della cognata non metteva certo sua maestà di buon umore!

    ***

    Il 6 agosto 1775, alla presenza di tutta la corte, la contessa di Artois diede alla luce il primo nato dell’ultima generazione dei Borboni. Come per ogni evento ufficiale fin dal mattino e per tutta la giornata, incuranti del caldo, gli abitanti di Versailles e di Parigi si erano precipitati a palazzo per seguire da vicino la situazione: assiepati attorno alla camera della partoriente, a stento  tenuti a bada dalle guardie, nel chiasso e nella calca, bramavano sapere. Quando corse voce che il bambino era un maschio, grosso e sanissimo, ci fu chi inneggiò e brindò al nuovo delfino. Luigi XVI assegnò al nipote il titolo di duca di Angoulême. Maria Antonietta rimase accanto alla cognata fino a sera, reprimendo disagio e umiliazione. Appena la puerpera fu riportata nel suo letto, decise anche lei di accomiatarsi. Provata, depressa e stanca, sentiva il bisogno di star sola: attraversò la sala delle guardie e raggiunse le scale ma, d’improvviso,  con stupore  si trovò di fronte una folla immensa. Deglutì. Avanzò cercando di darsi un tono.
    Alcune  pescivendole si staccarono dal gruppo:
    - Maestà… quando arriva la bella notizia?
    Antonietta finse di non capire.
    - Un delfino non lo fate?
    Si diresse verso la sua camera, le donne la seguirono.
    - Il re non ce la fa? Cercate di incoraggiarlo! Che aspettate?! Gli uomini non vi piacciono?
    Le risa si fecero irrefrenabili.
    Antonietta affrettò il passo, tra sghignazzi e bestemmie correva, nel timore di scoppiare in singhiozzi, per infilare la porta.
    - Madame Campan! –  chiamò con sgomento aprendola e subito richiuse.

    ***

    Nell’attesa di un figlio che non veniva, di un marito che non era tale, nonostante gli sforzi e  la costruzione di un passaggio tra i loro appartamenti, Maria Antonietta si circondava di bambini, quelli delle dame del seguito o delle cameriere. Ricoprendoli di attenzioni viveva l’illusione di accarezzare il suo erede al trono: le piaceva coccolare i piccoli, sbaciucchiarli, affondare i polpastrelli nelle loro carni tenere, ne desiderava ardentemente uno suo perché si  sarebbe riscattata.
    Un giorno di fine estate, mentre attraversava in calesse Louvaciennes, cielo terso e vento delicato rendevano più facile il respiro. Ascoltava stormire gli alberi e pensava alla sua infanzia, alle distese verdi dell’impero austriaco, a sua madre. Al casale Saint Michel, sotto un passaggio ad arco, una nuvola le ricordò un cavallo nell’atto di saltare. La indicò al postiglione ma  una frenata gettò tutti nello scompiglio.
    - Che succede?! – Maria Antonietta balzò in piedi.
    - Un bambino è finito sotto gli zoccoli...
    Il cocchiere scese, lo estrasse e lo palpò attentamente.  La regina si sporse e incontrando uno sguardo azzurro di quattro anni, biondissimo, viso tondo, sano e luminoso, si intenerì.
    - Si è fatto male?
    - Neanche un graffio maestà.
    Sua nonna, uscita dalla capanna, afferrò il  nipote.
    - Jacques! Perché dai fastidio? Vieni via…
    - Aspettate! – ordinò Maria Antonietta – questo bambino ha la madre?
    - No madame, mia figlia è morta lasciandomene cinque…
    Il viso della regina si fece raggiante:
    - E’ il cielo che me lo ha mandato! Questo bambino è mio…
    La vecchia la guardò interrogativa.
    - Con me prendo questo piccolino – si infervorò la regina -  e avrò cura di tutti gli altri…
    - Davvero?
    - Non siete d’accordo?
    - Ne sono felice… – la nonna allargò un sorriso dovuto – ma Jacques è cattivo, vorrà rimanere con voi?
    - Datemelo.
    Maria Antonietta lo prese tra le braccia e lo fece sedere sulle sue ginocchia.
    - Starà bene, state tranquilla… quando vorrete venire a trovarlo vi sarà permesso…  gli altri li metteremo in collegio, cresceranno come dei gentiluomini…
    - Ah, beh… - fece la vecchia a metà tra lo stupore e un sollievo misto a dolorosa incertezza -  E’ un bambino molto cattivo, siete sicura?
    - Sono sicura, Jacques si abituerà a me e sarà felice.
    Il suo tono era perentorio, l’anziana non osò replicare.
    - E’ il destino che me lo ha mandato – chiarì sua maestà – senza dubbio per consolarmi finché non avrò un bambino mio…
    La nonna guardava il nipotino con apprensione, non realizzando cosa fosse capitato: supponeva un colpo di fortuna ma provava una sofferenza acuta all’idea di lasciarlo andare. La regina baciò il delizioso visetto, lui la guardava serio.
    - Continuiamo la passeggiata – ordinò al cocchiere e  rivolta alla contadina – vi daremo notizie…
    Tuttavia appena il calesse si mosse Jacques prese a scalciare e a lanciare altissimi urli.
    - Lasciami puttana, dove mi porti?!  Nonna, nonna… aiutooo!
    - Fai il buono…
    - Va a farti fottere … - le diede un calcio in uno stinco.
    - Vi siete fatta male? – gridò madame Campan che le sedeva accanto – è davvero pestifero!
    - Non è nulla – rispose Maria Antonietta – ma è meglio tornare subito a casa.
    Partirono al galoppo.
    A palazzo la meraviglia di vedere la regina con un contadinello per mano fu grande!  Quando compresero che sarebbe  stato adottato, scambiarono quel capriccio per un atto di benevolenza senza tener conto di Jacques che tutta la notte urlò, pianse, chiamò sua nonna, suo fratello Luigi, sua sorella Marianna. Maria Antonietta non si intenerì, lo affidò alla moglie di un lacché perché gli facesse da bambinaia e gli mise nome Armand.
    Il piccolo due giorni dopo fu ricondotto da lei. Indossava un abitino bianco con i merletti, una sciarpa rosa a frange d’argento, un cappello guarnito di piume.
    - Sei bellissimo! -  esclamò Maria Antonietta
    Jacques non rispose.
    - Adesso andiamo a colazione insieme, contento?
    Il bambino avrebbe voluto rispondere di no ma lo avevano ammonito a non dispiacere sua maestà: ebbe paura e rimase zitto.
    Sedettero a tavola.
    - Verrai da me tutte le mattine… alle nove… pranzeremo insieme e qualche volta pranzeremo anche con il re…
    Una lacrima cadde nel piatto di Jacques.
    - Mangia – ordinò perentoria Maria Antonietta.
    Lui ingollò un cucchiaio di minestra,  sgradevole come mai era capitato dall’ amata nonna che lo nutriva di verdura appassita.
    Jacques con il tempo si abituò, rimase a corte molti anni: non si sa quanti, né si conosce con esattezza il suo destino. Di sicuro Maria Antonietta all’inizio, almeno finché non ebbe figli suoi, si  prodigò per lui, si interessò alla sua educazione, lo chiamava il mio bambino, lo baciava e lo stringeva al seno come faceva da piccola con il suo bambolotto preferito.

  • 15 luglio 2008
    Il drappo

    Come comincia: Solitamente il mondo non si cura di me. Intendiamoci, non il mondo nel suo complesso, sto parlando il linguaggio socio-psicologico che un tempo si chiamava “presenza del Fato”.
    Il mondo, quindi, per lunghi periodi non mi invia nessun messaggero, nessun attore, a chiedermi attenzione e ad offrirmene.
    Così che io, per lunghi periodi, riesco quasi ad ignorarlo e ad illudermi lucidamente ch’esso non sia nulla più di un palcoscenico di cartone e di gesso, con qualche drappo colorato per coprirne i buchi e le mancanze. E per ospitare quelli come me.
    Io vivo sotto uno di questi drappi da così tanto tempo che non lo vedo neanche più.
    Ogni tanto qualcuno nota il mio sudario, in mezzo a mille altri (il palcoscenico è infinito), vi si avvicina e scosta il velo, incuriosito.
    Di certo il mio drappo non è molto colorato, vivace, accattivante, poiché sono pochi coloro che ne sono attratti.
    Sotto il mio velo io sono comunque molto attento, come tutti. In genere vedo da lontano le figure che si muovono per la scena; a volte poche e sparse, a volte moltitudini intere.
    Le vedo aggirarsi, guardinghe o distratte, scostare veli, inciamparvi o evitarli di proposito, quasi sdegnose.
    Noto facilmente quali drappi le attirano maggiormente. Ce n’è uno a pochi metri da me, molto colorato. Sembra fatto di stoffe diverse, è molto ampio, potrebbe ospitare molte persone. Ma io so che sotto c’è solo un ragazzo, avrà 25 anni circa.
    Una volta ci siamo affacciati nello stesso momento, scostando i lembi dei sudari e rimanendo per qualche secondo a fissarci.
    Era notte, c’erano solo il silenzio e la luce della luna piena, che rendeva i drappi quasi fosforescenti. Non ci siamo detti nulla, né abbiamo fatto alcun cenno.
    La cosa strana, del vivere così, sotto i drappi, è che nessuno conosce il colore del suo, perché a nessuno interessa saperlo. Tanto non potremmo cambiarlo e in questo palcoscenico così conosciuto e prevedibile, stantio quasi, è l’unico mistero che ancora serbiamo inviolato.
    Dovete sapere che noi, sotto i drappi, non facciamo quasi nulla, a parte pensare e sognare.
    I più giovani passano le giornate a sbirciare la scena, curiosi, ma verso i trent’anni diventiamo tutti molto più introspettivi e cauti, forse addirittura insofferenti.
    E così passiamo anche intere settimane senza nemmeno gettare un’occhiata fuori.
    E’ abitudine all’abitudine.
    Però l’altro ieri una visita l’ho avuta, e non era il postino né il lattaio, che arrivano sempre al mattino presto e, senza nemmeno scostare un lembo del velo, posano quello che devono e se ne vanno fischiettando.
    Quella mattina avevo ancora la testa piena di sogni, non sentii i passi né una voce o un respiro, ma avvertii che qualcuno si era fermato vicino al mio drappo (non chiedetemi come lo sapessi, noi dei drappi sviluppiamo una sensibilità superiore).
    Sta di fatto che questa persona se ne stava lì, davanti al mio sudarietto gualcito, senza dire nulla, senza chiamare, niente.
    Io trovai la cosa curiosa, nessuno si ferma vicino a un drappo se non ha l’intenzione di vedere chi c’è sotto.
    Poi mi sentii indispettito da quella mancanza di educazione e fui sul punto di mettere fuori la testa, guardare in faccia il maleducato e dirgliene quattro.
    Pensai, però, che era questo che voleva lo screanzato e mi proposi di dargli una lezione. Nessuno è più paziente di noi drappisti. Sarei rimasto muto ed immobile fino a stancarlo.
    Doveva essere ben giovane, pensai, per non sapere che la nostra più grande virtù è proprio l’immobilità, il disinteresse per la scena.
    Così passarono le ore, una, due, tre, quattro.
    Ciò che mi incuriosiva era che l’individuo là fuori non emetteva suono alcuno, non faceva il benché minimo movimento. Eppure sapevo che c’era, non mi ero mai sbagliato su queste cose.
    Pensai ad uno scherzo, o ad una sfida, addirittura alla provocazione di qualcuno, magari di quelli delle corde, che vivono appesi come prosciutti e fanno scherzi ai passanti. Possibile che uno di loro fosse sceso giù?
    Ma poteva anche essere uno del sottopalco, che era uscito finalmente a vedere com’era fatto il mondo. Oppure chi altri?
    Con il passare delle ore la mia compiaciuta ostinazione divenne preoccupazione, c’era qualcosa che non andava, non si era mai visto né sentito che qualcuno, chiunque fosse, si accostasse ad un drappo e non dicesse nulla, non facesse nulla per ore e ore.
    Lasciai passare il giorno e la notte, e ancora il giorno e la notte seguenti.
    In certi momenti mi dimenticai della presenza ingombrante dello sconosciuto.
    Avevo i miei pensieri e i miei sogni a cui badare, non potevo certo stare lì a fare nulla, con le orecchie tese per cercare di cogliere in fallo il misterioso e maleducato visitatore.
    Dopo una settimana precisa (noi drappisti abbiamo un senso del tempo perfetto) udii un leggerissimo scricchiolio.
    Fui inondato da un sentimento di trionfo, la prima sfida era vinta, lui aveva emesso il primo rumore.
    Che principiante! Io avrei potuto stare immobile per mesi, senza neanche muovere un granello di polvere o far borbottare lo stomaco.
    La seconda settimana mi cominciai a preoccupare un po’.
    Tutto preso da quella sfida e fiero della prima vittoria, non mi ero accorto che, da quando quel maledetto scocciatore si era piazzato vicino al mio drappo, né il postino né il lattaio si erano più fatti sentire.
    Era già accaduto in passato che per qualche sciopero noi drappisti si rimanesse per alcuni giorni in perfetta solitudine.
    Stava accadendo qualcosa di insolito, il misterioso astante e la misteriosa assenza del postino e del lattaio potevano anche non essere casuali.
    Per tutta la terza settimana mi scervellai per cercare di capirci qualcosa, ma bisogna ammettere che stando immobili sotto a un drappo è difficile capire cosa accade sulla scena.
    Di certo il mondo stava cambiando, se succedevano cose come queste.
    Il primo giorno della quarta settimana udii nuovamente lo scricchiolio.
    Mi prese un impeto di rabbia e fui lì lì per spalancare un lembo e risolvere la faccenda una volta per tutte, ma la mia ferrea disciplina e l’educazione mi impedirono un gesto così platealmente isterico.
    Il giorno dopo un altro scricchiolio.
    E ancora un altro il giorno appresso.
    Quotidianamente, ormai, uno scricchiolio accompagnava i miei risvegli.
    Con il passare del tempo imparai a riconoscerli uno dall’altro. A volte era il rumore sordo e ottuso di un metacarpo, altre volte quello secco e penetrante di una falangetta o lo schioccare largo e sgradevole di un’anca.
    Erano chiaramente dei messaggi in codice.
    Mi buttai per settimane nello studio degli scricchiolii misteriosi, annotando mentalmente le sequenze : una falangetta, una mandibola, due falangi, ancora l’anca, un ginocchio.
    Formulai decine di codici, per cercare di interpretare il messaggio segreto, ma i segnali non si ripetevano mai in sequenze sensate.
    Sotto il mio drappo cominciai ad innervosirmi, ormai era arrivata l’estate e il caldo iniziava a farsi sentire. Avrei voluto poter riprendere le mie sane abitudini : scostare un lembo di due dita, la mattina, per far entrare un po’ d’aria pura; dare qualche colpetto al drappo, per far cadere le foglie secche e la polvere accumulata nell’inverno. E magari anche gettare qualche occhiata al mondo.
    Il mistero non accennava a risolversi, decisi quindi di porvi fine e attesi la luna nuova.
    Nel buio completo avrei scostato il drappo lentamente, quando certamente il provocatore dormiva, pensando di tenermi in scacco, e lo avrei colto impreparato.
    Quella sera non riuscii a concentrarmi su nulla, i pensieri andavano e venivano, agitati dalla sortita imminente.
    A metà della notte allungai le dita verso un lembo del mio drappo, senza fare il minimo rumore.
    Lo sollevai di un paio di centimetri, ma non vidi nulla, soltanto il nero della notte.
    Mi azzardai ad aprire il varco di altri due centimetri, l’aria della notte era ferma, immobile, non sentii la minima corrente o variazione di temperatura.
    Continuai a sollevare il drappo, un palmo, due palmi; ormai avevo il braccio completamente steso in alto, ma continuavo a non vedere nulla, se non il nero della notte illune.
    Portai il drappo al di là della testa e cominciai a sollevarla verso l’alto.
    Mi resi conto che quel nero non era il buio, ma un pesante drappo nero, che si innalzava davanti a me.
    Mi sporsi completamente dal mio vecchio sudario e mi buttai all’indietro, per poter alzare lo sguardo fino alla sommità di quel muro nero, che adesso vedevo ondeggiare lentamente.
    I miei occhi percorsero tutta la nera superficie, su verso l’alto, fino ad incontrare il bianco cereo e lucido, le orbite vuote ed il ghigno fisso della Signora.
    Mi salutò con un lieve schiocco della mandibola, mentre il mio drappo ricadeva dalle mie spalle.

  • 15 luglio 2008
    La topolino amaranto

    Come comincia: No, la nostra era verde bottiglia. Se la ricordo! Un capitolo della mia infanzia. Precisiamo, Topolino, prima serie, mezze balestra, con capote… semiusata. Un impiegato di mio padre di nome Merlino, sì come il mago, tentò mio padre con questa proposta. Nel dopoguerra, un impiegato non si poteva permettere un’automobile, ma mio padre era un poeta e ogni tanto prendeva un frutto, appena più in alto, che non gli competeva. Fummo i primi in Via Acquarone, a Genova, ad avere la macchina, i primi a possedere la TV, i primi a viaggiare in Costa Azzurra. Ma sempre da famiglia di impiegato. Per cui ricordo gli affanni, le discussioni, i conti sul libro di casa, fatti da lui e mamma, a sera, sul tavolo di cucina. Per la Topolino consultammo anche nonna Amina, vedova, che aveva deposto i suoi risparmi in casa nostra, nel primo cassetto del comò. Ricordo il giorno dell’acquisto: tutti e quattro, papà, mamma, mia sorella Lilia e me, vestiti da domenica, entrare in questo garage della Genova di Ponente. La Topolino con a lato l’impiegato Merlino ci attendeva, lucida, supercromata, altro che semiusata! Terminato le pratiche di acquisto, prendemmo posto per la prima volta, noi ragazzi, in un’auto. Entrare in un razzo, avrebbe generato meno emozioni. Vedo ancora papà, mentre si mette lentamente i guanti di pelle di struzzo, ereditati da Zio Ninni. Ricordo ancora il suo gesto accurato, elegante, saggio nel dare l’ultimo risvolto al guanto per non turbare la candida camicia e lasciare scoperti i polsini d’oro. Un gesto da gran signore... Contatto! Rann, Raann, Raannn… il motorino dell’accensione girava a stento, subito tacque. Un meccanico spuntato dal buio ci tranquillizzò: -“Niente…è stata ferma... la batteria… metta la prima che spingiamo”- E partimmo, così a spinta, con mamma che ci lanciava sguardi dubbiosi. Non ci fu famigliare o amico, a cui facemmo vedere la nostra nuova auto, che non fu coinvolto nel darci una spinta al momento del commiato, anche alcuni vigili ai semafori, dopo che con un sussulto il motore s’ingolfava e si spegneva. Il lavaggio della Topolino era uno dei momenti più plateali del nostro nuovo acquisto, in Via Acquarone. Papà scendeva per strada, vicino alla fontanella, tirava fuori, seggiolini, tappetini, ingombrando il marciapiede. I vicini di casa muti, lo guardavano dai balconi, stupiti e sicuramente con una punta d’invidia. Io e i miei amici gli si faceva cerchio e a tratti, a suoi ordini precisi, gli si dava un aiuto. La Topolino ritornava ad essere nuova e non semiusata. Il tocco finale, l’apoteosi del tutto, era la verniciatura, in nero, delle gomme, che dovevano apparire, appena uscite di fabbrica. Poi papà, rimetteva via barattolini di varie vernici, creme lucidanti, argentina e cose varie. Risaliva in macchina e portava la macchina, al riparo, in garage. Tutto questo con estrema eleganza, come lui ben sapeva fare. Quante scampagnate in Liguria, quanti viaggetti nella ricca Costa Azzurra, dove a sera si andava a vedere i ricchi del Negresco di Nizza che cenavano all’aperto. Ricordo ancora quelle tavolate sontuose attorno a immensi flambé, che apparivano allo spegnersi della magica fiammata, immensamente gustosi ma inarrivabili. Non posso non ricordare la fallita gita a Portofino vetta. Il motore aveva i suoi anni e La Ruta, la salita che portava in cima, era temuta da noi tutti. Papà lanciava sul rettilineo di Recco la Topolino e affrontava i primi tornati. Noi si stava in silenzio. Ogni fremito del motore aveva una codificazione. La terza, come marcia era la prima a rinunciare. Con un colpo rapido per non perdere velocità il “Zag” della seconda. E questa era la più drammatica a tenersi, perché il tornante aveva una pendenza eccessiva e lo scendere alla sferragliante prima voleva dire surriscaldare il motore ed andare in ebollizione. E così avvenne quel giorno. “Guardate che posto incantevole, quanto verde e fiori. Per oggi ci fermiamo qua sul prato a fare colazione”- Mamma, oltremodo positiva ci aveva convinto. L’amenità del posto non chiedeva discussioni. Portammo sul prato coperte da stendere, la cesta del picnic, la ghiacciaia con le bevande. Mamma, giovanissima, allora, che chiamava mia sorella per cogliere fiori. Papà iniziava a sfogliare il giornale, godendosi il suono degli uccelli, numerosi fra gli abeti. Quando, improvvisamente scorgemmo un silenzioso corteo che stava dirigendosi, verso di noi. In testa quattro signori vestiti di nero reggevano una cassa da morto. Eravamo nel giardino antistante il cimitero di Recco!

  • Come comincia: Da ragazza ebbi qualche problema nell’adattarmi al resto del mondo. Non amavo passare il mio tempo in compagnia e quando ero sola non sapevo come impiegarlo, così capitava che stessi per ore seduta in divano o distesa sul mio letto a fissare il vuoto e a non pensare a niente. Non amavo la compagnia e non concepivo un modello di vita sociale e comunitaria.
    L’isolarmi non era dettato da esigenza di solitudine, da disagi particolari o da una forma di ribellione e affermazione di sé silenziosa e assente. Io, semplicemente, non avevo pensieri e non avevo interessi, non me ne fregava niente di niente. L’unica azione che compivo direttamente era non provare nulla.
    Io ero niente e fui niente per molto tempo, fino a che mia madre non iniziò a preoccuparsi seriamente per me.
    Nell’estate dei miei quindici anni, una mattina di giugno fui colta di sorpresa, cosa che non mi era mai successa, dalle parole secche di mamma “Lidia, la fioraia, ha bisogno di una mano per questi mesi e, visto che ormai sei grande e in questo periodo non devi andare a scuola, le ho detto che saresti felice di lavorare con lei. Inizi lunedì”.
    Non ribattei, come al solito, perché non ero abituata a farlo, ma ero sconcertata e preoccupata all’idea di dover lavorare. Decisi che non avrei fatto storie, avrei cominciato e dopo un paio di giorni avrei trovato un modo per dileguarmi e tornare alla nullità cui ero abituata.
    In famiglia non c’erano assolutamente problemi economici, sono figlia unica, e l’attività di papà, avvocato penalista, ci faceva stare bene. Non avevo bisogno di lavorare, quindi doveva esserci qualcosa sotto a questa sparata di mamma.
    Che fossi una ragazza dal carattere insolito non l’ho nascosto. Non avevo amici o amiche e non ne volevo ma ho tralasciato che pure il mio aspetto fisico era particolare: alta, molto sgraziata e molto magra, tanto che non avevo ancora avuto il menarca. Non che fossi anoressica o cose del genere ma mangiavo come un uccellino, quel poco per tenermi in vita, perché non trovavo alcun piacere nel cibo e, ora, azzarderei dire, nemmeno nella vita.
    Mamma era in pena per me e credette che la trovata del lavoro potesse dare una scossa alla propensione verso il nulla che mi stava inghiottendo.
    Il lunedì seguente, il mio primo giorno di lavoro, fu terribile. Fai questo, fai quello, sposta questo, porta quello, parla con questo e quello. Credevo di impazzire. Parlare con la gente? Io? Cercai di mettere subito le cose in chiaro con Lidia: non avevo nessuna intenzione di lavorare a contatto con il pubblico e se proprio aveva bisogno di me sarei rimasta volentieri nel retrobottega a sistemare i fiori e a creare qualche composizione anche se la mia esperienza non era ancora sufficiente. Lei passò sopra al tono un poco arrogante che avevo usato dimostrando una grande comprensione per il mio disagio e disse che andava bene. Non avevo abbandonato i propositi di svignarmela alla prima occasione ma Lidia era stata così gentile che non ebbi il coraggio di insistere con la tracotanza e andarmene.
    Trascorsero un paio di settimane ma la situazione non si sbloccava, nonostante fosse estate e la gente fosse in vacanza, lavoro ce n’era in abbondanza e io dovevo svolgere le mie mansioni con cura in modo che Lidia non facesse brutta figura con le clienti abituali che le commissionavano le composizioni floreali.
    A me non fregava niente di niente, non avevo alcun pensiero. Cominciavo ad odiare questo posto che mi costringeva, seppur minimamente, a relazioni sociali, a imparare qualcosa e a dovermene interessare. Mi obbligava a pensare e io non volevo.
    Quello che però mi teneva lì erano i fiori. Non li avevo mai considerati prima di allora, come tutto quello che mi circondava del resto, ma mi resi conto fin da subito che erano in grado di esercitare su di me un grande potere. Le prime mattine non riuscivo a sopportare l’odore acre che mi riempiva le narici e si spandeva ben oltre la soglia della fioreria dove ogni giorno mi recavo puntuale, alle nove precise, nonostante continuassi a tenere a mente i progetti di fuga. Mano a mano però che i giorni passavano e che abituavo i sensi ai nuovi sentori, la diffidenza iniziale verso le piante lasciava il passo ad una più benevola considerazione della natura e dei suoi frutti e più passava il tempo più mi sentivo a mio agio e rilassata.
    Chi non è avvezzo all’esercizio della mente si ritrova spesso a decifrare ciò che lo circonda con strumenti rozzi e talvolta capita che non riesca ad andare molto oltre i primordi del ragionamento. Per me era così. Io non sapevo come si faceva, non mi fregava niente di niente ma era più forte dato che inaspettatamente, alcune volte, mentre lavoravo, mi scoprivo a riflettere su questi fiori che in fondo in fondo non mi dispiacevano ma, anzi, mi affascinavano.
    Succedevano quindi, in quel periodo, due o tre cose, in me, che non avevo mai provato prima: pensavo e qualcosa mi piaceva, aveva catturato i miei sensi atrofizzati. Emozioni e sensazioni che mi erano completamente estranee.
    Il tempo quell’estate fu per gran parte della stagione piovoso, non troppo da rovinare la fioritura ma abbastanza da gettare un alone malinconico su quelle giornate di lavoro tanto da non poter rimanere immune alla forza inquieta del pensare.
    Mi sentivo spiazzata e sconosciuta a me stessa, questi cambiamenti mi stavano trasformando e non sapevo come avrei dovuto reagire, se si fossero dovute comunicare le proprie sensazioni o se invece pur tenendole per sé potessero essere visibili, magari fisicamente, anche ad altri. Il mio mutamento interiore, in effetti, lo era: nel primo mese, senza quasi rendermene conto, il caratteristico appetito da uccellino andava aumentando di giorno in giorno e misi su un paio di chili che riempivano i fianchi poco femminili e longilinei che erano stati, finora, parte di ciò che sapevo di me e che ora, invece, andavano a ingrossare le fila delle cose che, in me, stavano cambiando e non conoscevo.
    In questo primo periodo principiavo ad avere coscienza di quello che stava succedendo ma mi mancava la pratica per saperlo gestire così, ne avevo appena una vaga percezione.
    Una mattina piovosa di metà luglio, con la solita puntualità, mi recai in fioreria. Con mia grande sorpresa era aperta da molto e Lidia sembrava essere all’opera già da un bel po’. Entrando nella mia zona, il retrobottega dove si componevano le creazioni (che nonostante i miglioramenti di carattere non avevo intenzione di abbandonare per dedicarmi ai contatti diretti con i clienti), notai che qualcuno era attivo probabilmente da molto e realizzava meravigliose composizioni quasi certamente per un matrimonio.
    La sensazione di fastidio e invasione del mio spazio da cui fui assalita in un primo momento si spense immediatamente alla vista di una signora anziana che lavorava con attenzione a spuntare e sfogliare, a combinare e legare, tanto che non potei trattenermi dall’avvicinarmi con curiosità per ammirare il suo operato.
    L’anziana signora lavorava così laboriosamente che si accorse della mia presenza solo molti minuti dopo il mio arrivo. Nel frattempo io l’osservavo rapita, catturata da gesti sapienti e carichi d’amore. L’amore. Era forse la prima volta che questa parola mi affiorava alla mente ed era, con ogni probabilità, pure la prima volta che ne percepivo l’esistenza. In un batter d’occhi mi lasciai trasportare in un mondo affascinante e sconosciuto che oggi, come mai prima, mi attraeva a sé con una forza misteriosa.
    La vecchietta sistemava ogni fiore al giusto posto, ogni abbinamento di colore era perfetto ma, soprattutto, le combinazioni dei profumi svelavano l’essenza del suo lavoro.
    “Avvicinati cara, vieni qui”. Non aggiunse nulla, mi prese sotto la sua ala e prendemmo a lavorare fianco a fianco per tutto il giorno. Quando le sembrava che stessi sbagliando, la signora mi richiamava con delle lievi ammonizioni o con dei consigli ma non proferimmo quasi parola per l’arco dell’intera giornata. Lei non si profuse in spiegazioni e insegnamenti ma l’esperienza che portava con sé era quasi palpabile ed ebbi la sensazione, come, che sgorgasse, con energia incontenibile, da lei a me.
    Quante cose stavano cambiando! Quanto stavo imparando a conoscere! Quante cose mi ero persa fino a quel momento!
    Quel giorno di mezza estate fu la prima e unica volta che vidi la signora Amalia che, come seppi da Lidia di lì a pochi giorni, era convalescente da una brutta caduta che le aveva procurato la rottura del femore destro. Lidia mi disse anche che la signora Amalia era stata una vivaista molto appassionata e che le aveva insegnato tutto quello che sapeva. Era una donna taciturna e particolare, amava solamente i fiori e le piante a cui aveva dedicato l’esistenza senza occuparsi di nient’altro.
    La figura di questa donna anziana nella mia mente si era ritagliata uno spazio in cui confluivano tutto ciò che stavo imparando in fioreria e tutto quello che mi sarebbe piaciuto diventare. Mi dispiacque di non averla vista mai più ma mi sentii comunque molto arricchita dal pomeriggio trascorso insieme in cui imparai ad assaporare tutta la vitalità che riesce a contenere ogni singolo fiore.
    Nel frattempo, la mia abilità di fiorista andava aumentando di giorno in giorno rivelando attitudini creative che non immaginavo nemmeno di possedere e una sensibilità notevole verso la natura e il rispetto di essa. I bouquet erano la mia specialità e ormai, già dalla fine di luglio, le clienti affezionate si affidavano a me per i mazzi da tenere in casa e quelli da regalare.
    Quell’estate misi su otto chili. Il mio corpo si era irrobustito, le spigolosità della magrezza stavano lasciando il posto a curve morbide e femminili e persino il cibo iniziava a conquistarmi con dei sapori cui prima non prestavo attenzione. Ai primi di settembre ebbi la prima mestruazione.
    Mamma era felicissima di tutti i cambiamenti che avevano compiuto su di me l’estate di lavoro e la sua idea di mandarmi da Lidia e papà, da allora, ogni tanto mi regala un mazzetto di bucaneve, i miei preferiti. I primi a spuntare alla fine dell’inverno.
    A volte mi capita di pensare a quel periodo di vuoto e buio in cui non mi fregava niente di niente e non posso fare a meno di credere che i fiori mi hanno restituito la vita, o meglio, i fiori mi hanno dato la vita e mi hanno insegnato l’amore. Sono nata a quindici anni, d’estate. L’estate che lavorai con i fiori.

  • 15 luglio 2008
    Amiche per la pelle

    Come comincia: "Io lo lascio!" affermò Claudia con uno sbotto degno della più satura delle persone, e con l'amica Giorgia s'incamminarono per la via di una grigia cittadina del nord col vento freddo che le squamava il viso coperto dalle lacrime. Arrivate a casa (abitavano attigue) le due amiche si salutarono e Claudia rientrò nella sua abitazione. Lì c'era Marco che l'aspettava alterato come sempre: "Dove sei stata fino adesso!" gridò. "Sei stata con lui?". Lei abbassò lo sguardo sommesso e rispose: "Sono stata con Giorgia, se non mi credi chiediglielo" quindi attraversò il corridoio e si stese sul letto in camera. "Mamma, mamma, Luca mi ha fatto male!" disse Angelica arrivando col volto arrossato, "Mi ha dato uno schiaffo!". Angelica era una bambina di 6 anni che aveva problemi cardiaci fin dalla nascita e Luca, il fratello di 5 anni era il frutto delle ansie di due genitori che comprensibilmente per paura di veder perdere il frutto del loro amore, avevano pensato di far nascere a compensare almeno in parte un eventuale affranto. Una specie di premio di consolazione. Claudia senza parlare e con gli occhi arrossati la strinse a se e l'accarezzò col cuore in gola.
    Il mattino seguente Marco partì per lavoro. Doveva restare fuori una settimana a causa di una trasferta. Prima di partire andò però a bussare alla porta di Giorgia ed entrò. Dopo dieci minuti uscì e se ne andò a lavorare. Giorgia poco dopo uscì anche lei e raggiunse Claudia in giardino che nel frattempo era scesa a pulire il vialetto. "Come va?" le chiese e lei rispose che Marco era via una settimana quindi per un poco avrebbe potuto respirare.
    L'amica rientrò a casa con una scusa ma sembrava turbata da qualcosa, questo però Claudia non lo intuì. Ebbene sì! Giorgia era l'amante di suo marito, del marito della sua migliore amica. Nessuno però sospettava minimamente nulla anche perché era risaputo da tanti che proprio Claudia ebbe uno sbandamento per un altro dopo otto anni di matrimonio "normale" a detta della gente. Fatto però tesoro di tale esperienza raggiunse la consapevolezza che lo sbando avuto era non altro che la voglia di evadere parzialmente dalle paure e ossessioni rivolte a questa bambina che la sorte aveva anticipatamente segnato, una cardiopatia congenita di quelle che lasciano poche speranze di vedere crescere e rendersi indipendenti i propri figli. Consapevolezza tra l'altro di aver compromesso il matrimonio con Marco per questi motivi.
    La sera Giorgia, che viveva da sola, si mise a guardare un film in tivù ma non capì una sola battuta tanto era intenta a come spiegare alla sua migliore amica di come si era innamorata di suo marito e allo stesso tempo si trovava tra due fuochi: l'amore per lui e un altro tanto intenso quanto grande sentimento: l'amicizia vera e profonda volta a lei. Il giorno dopo squillò il telefono di Giorgia, era Claudia che le chiedeva di fare un giro ad un centro commerciale visto che i bimbi erano all'asilo ed avrebbero così trascorso una spensierata mattina. Arrivate alle "Capanne" scelsero un bar nel centro di quel colosso e si sedettero davanti una tazza di caffè al ginseng. Le due cominciarono a chiacchierare del più del meno quando Giorgia disse: "Claudia, come va con Marco? Con Rino ti sei più rivista?". Claudia rispose: "Dai, non me lo domandare più. Sai che ho chiuso quasi subito appena Marco l'ha saputo". Giorgia abbassò la visiera del berretto che da buona sportiva portava sempre e sussurrò: "Sai tempo fa parlai con Marco di quanto vi era accaduto e mi disse che lui era innamoratissimo di te ma la paura di perdere Angelica unita alla delusione che gli avevi procurato, l'ha distrutto psicologicamente. Lui aveva una grande forza per resistere alle sue paure, eri tu!".
    Claudia cercò di restar composta ma non ce la fece e scoppiò in lacrime esclamando: "Mi dici cose che già so. Anch'io sai però avevo e ho ancora tanta paura, paura di non farcela a dover mandar giù un simile dolore. Angelica è tutto per me, se venisse a mancare verrebbe a mancare tutto quello in cui io ho riposto la mia vita". Giorgia con un nodo alla gola prese la mano all'amica: "Vedi Claudia, se invece di Angelica, prima ancora nascesse, ti fosse venuto a mancare Marco? O se fosse venuto a mancare Luca? Sarebbe stato un dolore minore?". "NO!" rispose Claudia"ma è una cosa diversa". "Non lo è poi tanto credimi, solo che ora sei concentrata sulla rabbia che Marco ha verso te e tu verso lui, ma non ti rendi conto che egli ti era vicino nella gioia e nel dolore, come ti disse in giuramento a suo tempo e non ti rendi conto di quanto lui sia meraviglioso". Detto questo si mise a piangere. Claudia la prese per mano e guardandola dritta negli occhi mormorò: "Giorgia, anche tu sei meravigliosa e meraviglioso è quanto mi hai appena detto. Da buona amica non solo stai cercando di aprirmi gli occhi, ma hai pure a cuore ciò che ci sta capitando. Non piangere per noi, ci hai già dato abbastanza". Giorgia si alzò di scatto come una molla e gridò: "NO! Così non può andare, tu non puoi farmi sentire una merda, anzi no, tu non mi fai sentire una merda, lo sono già! Sono una merda di amica che sta qui a consolarti mentre come uno sciacallo mangio del tuo cibo". Dopo un attimo di silenzio, Claudia attonita chiese: "Ma che succede? Cosa vuol dire ciò?". "Vuol dire che io e Marco siamo amanti!". Claudia con un balzo collerico si alzò a sua volta e corse via inseguita dall'amica mentre il barista gridava che c'erano ancora i caffè da pagare. Giorgia esitò un attimo ma dopo un sonoro quanto sbrigativo "Fanculo i caffè!" rincorse Claudia e raggiuntala l'afferrò per un braccio. Strattonandola le gridò: "E no mia cara, ora tu mi stai a sentire!". Capito che a questo punto le spiegazioni erano dovute, le due tornarono nuovamente al bar e si risedettero dopo aver pagato i precedenti caffè. "Senti Claudia. . . tu e tuo marito eravate in crisi e io ero vostra amica da sempre. Nel momento di maggior sconforto di Marco lui si è confidato con me come avete sempre fatto entrambi e poi ha pianto, pianto e ancora pianto. Ha pianto per mesi ogni volta che ci vedevamo. Abbiamo parlato tanto in questo tempo e pian piano ci siamo sentiti legati da modi di pensare e visioni della vita che avevamo in comune. Passato il momento, diciamo d'innamoramento, ci siamo resi conto però della realtà. Lui sa benissimo di quanto tu l'ami, non riesce però a capacitarsi di come tu abbia potuto tradirlo così nel momento di maggior bisogno per lui". Claudia in controbattuta: "Io non l'ho tradito, almeno mentalmente, ho solo sbagliato e di questo me ne pentirò a vita". "Lo so"disse a sua volta Giorgia, "Solo che lui si aspetterebbe da te un semplice ti amo. Rivuole il suo posto che sente usurpato. Non potete andare avanti a muri contro muri. Rinunciate a litigare entrambi e da parte mia rinuncerò anch'io a Marco. Appena torna lo mollo io! Non tu!". Calmatesi le acque tra le due amiche, esse si incamminarono nuovamente verso casa.
    Passò la settimana che Marco era stato assente e quando questi tornò a casa, nuovamente senza farsi vedere da nessuno, bussò prima alla porta di Giorgia che lo accolse in casa. Dopo una mezz'ora rientrò a casa propria con lo sguardo assente.
    Entrato Claudia l'aspettava a braccia aperte e di sorpresa come mai aveva fatto lo baciò, l'accarezzò e se lo strinse forte. In mezzo a mille sospiri Marco si sciolse e forti che i figli erano dai nonni, i due si spogliarono e fecero l'amore come da troppo tempo non facevano.
    Passarono giorni e giorni di finalmente serena quotidianità e un pomeriggio Marco tornò anticipatamente a casa. Erano in cucina a bersi un caffè quando d'un tratto sentirono un boato assordante. I vetri dallo spostamento d'aria da un lato della casa andarono in frantumi, dal lato della casa di Giorgia. Corsero entrambi fuori e videro uno spettacolo allucinante: la casa di Giorgia sventrata da un lato, il lato della cucina. "Giorgiaaa!" gridarono con tutto il fiato in gola. Arrivarono i soccorsi e la polizia, rovistando tra quello che restava della casa, trovarono l'amica esanime tra le macerie. Da rilievi fatti conclusero che era stata una fuga di gas a far ciò. Marco e Claudia impietriti si guardarono negli occhi. Un dubbio li assaliva. . . incidente o suicidio? Con terrore se lo chiesero mentalmente, all'unisono senza mai però accennare una parola a tal dilemma. Tre giorni dopo si svolse il funerale di Giorgia , Marco e Claudia abbracciati davanti alla fossa che la stava inghiottendo gettarono un fiore nel terriccio che gli addetti stavano buttando sulla cassa. Marco guardò Claudia e le disse col batticuore: "Vedi, tanto presi eravamo dalle nostre paure di perdere le persone care, che non riuscivamo a vedere quelle degli altri che ci volevano bene e non volevano perderci a loro volta". Sempre abbracciati a capo chino s'avviarono verso i loro figli al che Marco aggiunse: "Prima o dopo se ne andranno anche loro ma per ora, fortuna e bontà divina, li abbiamo ancora".

  • 11 luglio 2008
    La palla di pezza

    Come comincia: Il giorno si era appena acceso e le nuvole salivano in alto fuggendo le ultime scie di buio.
    Tre donne, dai lunghi abiti, sedevano a terra nel fango invocando il sole di proteggere i loro figli.
    Era un'abitudine pregare gli elementi della natura, significava scacciare i demoni.
    Come ogni giorno, Amidou, usciva dalla capanna di corsa, con una palla di pezza in mano.
    Gliel'aveva cucita la seconda moglie di suo padre e per lui quel dono era quanto di più prezioso possedeva.
    Ovunque andasse quel gioco era accanto a lui, tanto che ci parlava come fosse una persona vera, un amico.
    Certo di ragazzi della sua età al villaggio ce n'erano tantissimi, ma Amidou non era riuscito a fare amicizia e rimaneva sempre in disparte, nel campo dietro alle capanne.
    Spesso sedeva sopra una roccia e si fermava a guardare l'alba.
    Era uno spettacolo a cui non rinunciava mai, gli piacevano i tanti colori del cielo.
    Trascorreva minuti a fissare l'infinto prima di iniziare i lavori nella terra arida.
    Andava col padre nei pochi campi rimasti, cercando di rendere fertile qualche tratto in più.
    Era difficile stare sotto il sole cocente per tante ore, la sua pelle ormai era bruciata, già invecchiata, nessuno avrebbe detto che era ancora un bambino.
    Amidou, però era un bambino speciale.
    Aspettava la sera per ascoltare i vecchi raccontare le storie d'Africa.
    Ogni volta qualche persona nuova venuta da lontano si fermava al villaggio.
    Quella sera, Amidou, si accorse che c'era un uomo strano, con la barba lunghissima, accanto al fuoco.
    Subito chiese al nonno chi era, lui rispose che non sapeva nulla dello straniero.
    Incuriosito, cercò di avvicinarsi, lo seguì mentre questi cercava dell'acqua per chetare la sete.
    Gli diede una delle brocche appena riempite dalle donne al pozzo.
    L'uomo ringraziò e si allontanò subito, appoggiandosi a fatica su una pietra.
    I vecchi lo invitarono a sedere e fu allora che Amidou scoprì da dove veniva quell'individuo.
    Si chiama George ed era un commerciante di stoffe.
    Aveva perso la moglie per una grave malattia ed era rimasto solo a Parigi.
    Non aveva figli, anche se aveva sempre desiderato averne.
    Decise di lasciare la sua terra per scoprire le meraviglie d'Africa, avrebbe dedicato tutta la sua vita ad esplorarla in lungo e in largo.
    Tutti erano attenti alle sue parole, quasi incantati.
    George rimase al villaggio, i vecchi lo avevano accettato nel gruppo.
    Amidou avrebbe voluto dialogare con lui, ma temeva di essere invadente, così evitò di girargli attorno.
    I giorni passavano, Amidou era sempre più solo, con la sua palla di pezza sempre tra le mani.
    Un pomeriggio, mentre pioveva a dirotto, George si accorse che il piccolo era fuori all'aperto che parlava, ma accanto a lui non c'era nessuno.
    Solo una palla sporca e bagnata fradicia gli era accanto.
    Il commerciante lo chiamò, Amidou finse di non sentire e continuò a giocare sotto lo scroscio d'acqua.
    Alcuni giorni dopo George si avvicinò al bambino.
    Gli aveva portato delle stoffe pregiate.
    Prese la palla di Amidou e le cucì attorno un magnifico vestito.
    Ora quel giocattolo non era più una banale palla di pezza, era un amico con tanto di giacca e pantaloni.
    Amidou era felicissimo del regalo, adesso non solo aveva un amico con cui giocare, ma anche un padre da amare.

  • 11 luglio 2008
    Specchio delle mie brame

    Come comincia: A Vera è sempre piaciuto guardarsi allo specchio.
    Sin da piccola avvertiva un piacere misterioso e perverso nell’ammirarsi seduta sulla poltroncina di velluto rosso davanti alla specchiera della sua camera da letto.
    Si rifugiava lì la sera, dopo cena, di nascosto dai genitori, al semibuio dell’abatjour. E si dedicava al suo gioco preferito. Giocava ad essere grande, davanti alla sua immagine riflessa che le parlava e che si muoveva per lei.
    La bambina incompiuta e decisamente non bella, inadeguata ad esprimere la voce dei suoi istinti, si trasformava magicamente ogni sera in una donna affascinante. Sensuale, provocante e irresistibile per chiunque la guardasse. Quell’immagine diventava così reale che Vera riusciva ad annullarsi completamente e ad infilarsi nelle sue belle forme feline. Le si insinuava dentro alla perfezione, come una mano in un guanto di raso.
    La trasfigurazione avveniva a partire dalle labbra. Oh, quella bocca così carnosa, una promessa di baci generosi e insaziabili. Vera aveva sempre desiderato avere una bocca così e spesso si ritrovava incollata alla superficie dello specchio, labbra su labbra, intenta a baciare quella se stessa inventata dalla sua immaginazione. Gli occhi chiusi le facevano sentire più forte il calore umido di quello strano sapore, il contrasto della superficie sorda e ferruginosa dello specchio annebbiato contro la morbidezza della sua carne viva.
    E poi i capelli. Quanto avrebbe desiderato possedere lunghi capelli da sciogliere sulle spalle o da raccogliere capricciosamente sulla testa per offrire agli sguardi un collo pulsante da sfiorare e respirare. E allora indossava una di quelle parrucche che la mamma conservava in un cassetto e che sicuramente era solita usare quando era una giovane farfalla. Capelli veri, vivi, una cascata di oro e rame. Luce perfetta per i suoi occhi verdi, unico autentico indizio di un’anima inquieta e incontenibile.
    Accoccolata così nella sua culla di velluto, Vera dava inizio alla recita, immaginando che un segreto ammiratore la stesse osservando, intento a dominare una silenziosa, eccitata partecipazione. Si alzava il sipario e per il suo spettatore accavallava le gambe magre, lentamente, prima una, poi l’altra, provocando uno sfregamento sottile contro la gonnellina scozzese che la solleticava febbrilmente. Scuoteva la testa all’indietro, morbidamente, per sentire l’onda soffice dei capelli lungo la schiena e atteggiava vagamente nell’aria le mani sottili, inanellate di altri ricordi rubati alla mamma. E la sua voce infiammava i suoi pensieri più intimi in un monologo appassionato che elettrizzava la sua mente.
    A quel punto esisteva solo la bella signora nello specchio, che si compiaceva del suo aspetto tanto da ricoprirsi di tenere carezze, fino a sorprendersi ancora più conturbante nelle curve più segrete del suo corpo ancora intatto.
    Curiosa si esplorava, attenta si studiava e ogni sera Vera si scopriva sempre più palpitante, scandalosamente viva. Le sue mani percepivano un calore emanare dal velluto del suo corpo e la sua pelle tutta anticipava in un brivido il tocco delle sue dita assetate. Le sembrava di essere una gatta, arrotolata su se stessa, vibrante sotto carezze invisibili, che inseguiva facendo le fusa in un’onda continua.
    Fino al culmine. Fino a quando il corpo si scioglieva e l’onda pareva diventare interminabile. Niente più labbra, niente capelli, né occhi, né poltroncina, né stanza. Solo sussulti, fremiti, lievi scosse infinite di calore, dolcissimo e violento al tempo stesso. Era come se lei non fosse più padrona del proprio corpo ma quell’essere rubata a se stessa era la sensazione più bella che avesse mai provato.
    Abbandonata, Vera restava così, la testa rassegnata all’indietro sullo schienale, a immaginare giochi d’ombre rincorrersi sul soffitto. Le gambe non più accavallate ma sciolte, quasi slegate dal resto del corpo, che disobbediente scivolava giù, molle, beato, libero.
    Vera cercava di prolungare il più possibile quel momento di silenzioso incanto. Respirava il suo profumo narcotizzante di borotalco, accompagnando col respiro il battito del cuore che lentamente si acquietava, quasi a volerla ringraziare di quel meritato languore. Non voleva riaprire gli occhi, rinunciare a quella bocca tumida, ai capelli di grano dorato. Non voleva dover cancellare con la manica della camicetta l’impronta delle sue labbra sullo specchio. E soprattutto non voleva sfilarsi dalle curve seriche della donna per tornare ad essere la bambina ruvida e maldestra di tutti i giorni.
    “Il gioco è bello quando è corto”, le ripeteva sempre la mamma. Una tra le tante insensatezze che Vera era costretta a sorbire e fingere di osservare per far contenti i grandi. Ma lei ripeteva tutte le sere quel bel gioco. Per tanto tempo l’ha ripetuto, quasi fosse un appuntamento fisso, irrinunciabile. E ogni volta aggiungeva un dettaglio, una sfumatura alla messa in scena, per il piacere di quell’ammiratore segreto, che puntualmente tornava a farle visita, ipnotizzato dallo spettacolo che lei gli avrebbe offerto.
    Il suo era un talento naturale all’erotismo. La sua malizia si arricchiva ogni volta di una consapevolezza così piacevole da educarla ben presto a gestire gli slanci dei suoi istinti, insegnandole e a rallentare il piacere e a prolungare il desiderio, per assaporarlo più intensamente.
    Sono passati diversi anni ormai. Vera è cresciuta e, con soddisfazione sua e di chi ha avuto il privilegio di godere delle sue attenzioni, è diventata esattamente la donna con cui giocava nella penombra della sua stanza. E ancora oggi, a volte, quando si ammira allo specchio, sorride alla bambina che non l’ha mai abbandonata e che continua ad osservarla attraverso i suoi sognanti occhi verdi, sempre inquieti e incontenibili, sotto lo sguardo languido del suo fedele, segreto ammiratore.

  • Come comincia: "Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori"
    William Shakespeare, “Riccardo III” (Canto V)

     

    Aspetto questo momento da così tanto tempo: la resa dei conti, finalmente.
    Domani nella battaglia pensa a me, quando dovrai scegliere fra la vita e la morte, quando sarai davanti ai tuoi nemici con la pistola puntata. Tu, mia indomita santa e guerriera.
    Fatti colpire, amore mio, scegli la morte.
    Scegli la morte.
    Scegli me. 
    Aspetto fremente la battaglia.
    Se avessi un cuore, batterebbe impazzito fra le mie costole dilaniate.
    Conterò i secondi che ci separano come fossero barriere, stati, continenti interi. I minuti sembrano oceani.
    Ogni mio pensiero, ogni mio ricordo è una tortura.
    Fra di noi ormai si frappone il mondo intero, ma non è bastato morire per farmi smettere di pensare a te.
    La vita e la morte sono diventate il nostro tormento; lo scorrere lento dei giorni sgocciola via senza avere senso.
    Piango tutto il tempo che non passo a guardarti, a baciarti, a toccarti, a parlarti.
    Quanto è inutile la mia pace eterna, senza di te!
    Che tragico spreco, la mia morte senza te.
    Domani nella battaglia pensa a me.
    Pensa a quando mi tradisti, sperando che uccidessero solo mia moglie e non me. Sapevi che non la amavo; sapevi che mi era stata imposta, ma non riuscivi a fartene una ragione. L'amore, la nostra rovina e la nostra incoscienza.
    Che assurda e vana gelosia, la tua.
    Solo con la mia morte ho capito quanto fossi disperata.
    Ho dovuto essere seppellito per vedere il vuoto che ti ristagnava nel petto, da quando ho scelto lei.
    È bastato poco per vedere la tua anima in lacrime.
    E con la vita mi è scivolato via il rancore.
    Come ho potuto odiarti, anche per un solo istante, quando ho capito quello che avevi fatto? 
    Sei passata dalla loro parte, maledetta!
    Non avevo capito niente: ma adesso sono qui.
    Ti amo.
    In morte più che in vita.
    Quando verrai colpita, la tua anima cadrà lieve fra le mie braccia. 
    Domani nella battaglia pensa a me, e scegli la morte.

  • 10 luglio 2008
    Un uomo, una sera

    Come comincia:

    Era uscito senza una meta precisa. Aveva bisogno d’aria. Da un po’ di tempo gli succedeva sempre più spesso ed era strano: Giuseppe non aveva l’abitudine di assentarsi dal lavoro o dagli impegni,  di qualunque genere fossero,  senza un motivo preciso. Soprattutto non amava perdere tempo. Anche quando “staccava” aveva sempre qualcosa in mente,  qualcosa da esaminare,  da rivedere,  da ripensare. Oppure correva a casa per cercare di rammendare gli strappi della sua vita,  per mostrare che ogni tanto sapeva essere presente,  che non dimenticava del tutto gli affetti,  i doveri…Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a ingannare se stesso?
    Ma quella sera non voleva pensare a niente. L’aria era fredda ma odorava di primavera e lui sentiva la voglia di respirare.
    Vagò a lungo, senza pensare, o meglio divagando con la mente in una fantasia assorta e confusa che intrecciava desideri inespressi, rimpianti, ricordi e un’ insolita voglia di novità. Si trovò a passare nei pressi della stazione. Poco lontano da lì si perdeva nell’oscurità,  intervallata da rari lampioni,  una zona di vecchi condomini, grandi palazzi anonimi dall’aria severa ma decorosa, dove aveva abitato da bambino. Allora non conosceva i quartieri residenziali. Allora non aveva il giardino, il garage, la villa in fondo al vialetto dietro la cancellata, con i cani sciolti nel prato a fare la guardia e il domestico filippino pronto ad accorrere al suo rientro. Adesso quelle strade gli apparivano un po’ tristi ed estranee.
    Fu nel girare l’angolo che rischiò di inciampare in un fagotto a terra. Guardò meglio e si accorse che sotto un mucchio di stracci e di cartoni c’era una persona, un uomo. Si era addossato a una rientranza del muro,  dove l’ingresso di un negozio arretrava in una specie di breve porticato in ombra. Parlava sottovoce con un compagno rannicchiato poco lontano. Giuseppe stava per allontanarsi infastidito da quella vista,  pensando a uno stentato scambio di parole tra due poveri ubriachi. Due rifiuti della società che vivevano come fantasmi negli angoli oscuri delle strade, ignorando tutti e ignorati da tutti. Li aveva già superati quando alcune parole lo colpirono e lo indussero a fermarsi. Erano parole corrette, stranamente forbite, pronunciate con garbo e in tono compito. Un linguaggio inaspettato in bocca a un barbone. Era il primo uomo che parlava, quello che aveva notato subito, nell’ombra, e che adesso aveva alzato leggermente la voce per farsi sentire meglio dall’altro, che invece rispondeva con monosillabi rauchi e scontrosi.
    Dal mucchio di stracci saliva un odore sgradevole. Giuseppe rimase interdetto. Si fermò poco lontano, addossato al muro,  per ascoltare ancora e per capire se aveva sentito bene.
    Era proprio così: quel barbone parlava in modo civile, quasi formale, ed era privo di accento. Si sarebbe detto un uomo istruito e di buon livello sociale.
    A Giuseppe sembrò un controsenso e si trovò presto a riflettere su chi potesse essere  quel barbone e sui motivi che l’avevano ridotto così. Un fallimento, la perdita del lavoro, una grave crisi affettiva, un tracollo psicologico. Qualcosa doveva averlo trascinato in quella situazione di povertà e di abbandono. E poi la discesa inarrestabile verso l’abisso dell’autodistruzione, forse l’alcolismo, il distacco da tutto, l’abulia.
    Ma di colpo un pensiero diverso si fece strada: un pensiero inaspettato, un tarlo sconosciuto che improvvisamente cominciò a scavare e ad emergere dalle pieghe della mente. Non poteva essere, invece, un uomo che aveva trovato la sua libertà? Una rabbiosa ribellione. Addirittura il rifiuto di una vita bella e comoda ma diventata per lui priva di significato.
    La saturazione di tutto, il ritmo stressante, l’affollarsi di cose da fare,  cose da pensare, cose da acquistare e da mostrare, per mantenere il suo stile di vita e un’effimera considerazione agli occhi altrui. Forse delusioni affettive, fiducia tradita nei rapporti umani, slealtà e comportamenti meschini là dove si attendeva serietà, responsabilità e coerenza. Il vuoto interiore…Poi quella ribellione. E l’improvvisa, inebriante libertà.
    Quel giorno qualcosa si era spezzato e tutto gli era apparso diverso, come un giorno di rivelazione e di rinascita. Così se ne era andato. Dove?
    Giuseppe provò a pensare,  fantasticando. Più ascoltava la voce garbata dell’uomo, più osservava i suoi modi e il suo gestire, più si convinceva che poteva essere questa l’interpretazione giusta. Sì, proveniva da un ambiente istruito, da un mondo in cui educazione, stile e regole di vita avevano un valore indiscusso. Più ancora: veniva da un mondo di relazioni sociali importanti, di lavoro incalzante e di tenace impegno per arrivare,  per essere sempre vincente. Un mondo che non lasciava spazio al silenzio e al pensiero,  non concedeva tregue e non permetteva di uscire dal circolo vizioso dell’attività ad ogni costo, dello sforzo mentale continuo per produrre idee sempre nuove, per sostenere le competizioni e non perdere mai colpi. E forse chissà, era giunta anche la fase del sostegno artificiale,  dell’aiutino chimico. Un po’ di polvere per darsi carica e resistenza, una sniffata per mantenersi lucido e in forma. Sempre più spesso, in un mondo che cominciava a cambiare colore ai suoi occhi : a volte gli diventava gradualmente sfocato e grigio, le cose giravano al rallentatore, il corpo gli sembrava torpido e la mente non gli rispondeva,  le idee diventavano rarefatte e confuse. Allora ricorreva al suo conforto personale, alla strisciolina di neve. Il corpo si rigenerava, la mente tornava attiva,  scattante,  le cose intorno riprendevano colore, i contorni nitidi e brillanti. Ma tutto era strano, falsato,  come guardare in uno specchio: un riflesso, solo un riflesso che rimanda l’immagine con un senso di estraneità. Più tardi lo specchio si spezzava. Le immagini tornavano sconnesse e  annebbiate, tutto di nuovo disarticolato e la luce frantumata in mille schegge senza senso.
    Era così? Le cose stavano veramente così? Giuseppe si interrogava provando un crescente disagio. Chi era quell’uomo sotto la coperta? Un barbone sconosciuto o qualcuno che a lui sembrava quasi di riconoscere?
    Attorno c’era un grande silenzio, ma a ben ascoltare la notte era piena di sussurri. Il respiro pesante dell’altro barbone, poco lontano,  il leggero fruscio tra le chiome degli alberi, nel viale dietro l’angolo, quel lontano sommesso brusio che fa da sinfonia notturna di una città che resta viva e vigile anche quando dorme. E quel suono del tutto immaginario che sale dalle vecchie case, dai vicoli, dalle fessure segrete di un luogo dove il passato ha lasciato
    la sua eco.
    Giuseppe non riusciva ad allontanarsi. Tutto a un tratto venne preso dalla smania di accostarsi apertamente e di conoscere l’uomo misterioso. Continuava a immaginare.
    Lo vedeva prigioniero della sua vita. Ricostruiva questa vita, passo passo: cominciata come una scelta, continuata con l’entusiasmo delle mete raggiunte e le conferme del suo successo. Poi era diventata una corsa progressiva ma allo stesso tempo ripetitiva,  una routine sempre più pesante,  come l’accelerazione di una locomotiva su binari che si snodavano all’infinito. E i binari lo costringevano a non cambiare rotta. I rapporti con le persone più care erano diventati rapidi e distratti. Le occasioni di svago e gli incontri sociali improntati a un piacere sempre rosicchiato da un’ansia sottile. Parlava, parlava e già pensava ad altro. Rideva e già si sentiva stanco, con la voglia di andarsene, di fare qualcos’altro, di vedere qualcun altro. Aveva avuto spesso la sensazione che una parte importante della vita gli stesse sfuggendo.
    Un giorno, forse, si era sentito soffocare. Era uscito e aveva vagato nel parco, non per fare il doveroso Jogging di ogni mattina, ma per sentire l’aria, i profumi, il benessere di una camminata lenta e senza meta. Per vedere e sentire l’umanità che vive. Aveva camminato per tutto il giorno e col passare delle ore si era diretto inconsciamente verso i quartieri più degradati,  verso zone sconosciute della città. Era ormai sera e aveva cominciato a notare quei mucchi scuri di stracci,  circondati da scatoloni vuoti, lattine e cartacce. Stracci viventi che si muovevano e si lamentavano o brontolavano sottovoce o sospiravano rochi,  emanando l’odore stantio della birra o del vino, mescolato a quello dei panni sporchi e dei rifiuti. Aveva sentito repulsione e insieme attrazione. Persone fuori dalla società,  fuori dalle regole, fuori da ogni ragionevole costume di vita. Fascino e disgusto. Ribrezzo e desiderio.
    Era tornato a casa in preda a uno stato di confusione. La mente rapita da un pensiero fisso, da una parola, una sola parola: ”fuori”. Fuori da tutto, fuori da quell’imbuto nel cui gorgo si sentiva trascinato, dal vortice irreversibile della sua vita. E pian piano un’altra parola sempre più chiara risuonava sempre più forte nel cervello e lo ipnotizzava: ”libertà”.
    Giuseppe si chiedeva se la sua ricostruzione dei fatti fosse esatta. E se le cose erano andate davvero così, allora chissà quali e quante fratture doveva aver creato nella sua esistenza. La famiglia, il lavoro, gli amici, la casa, le comodità, le abitudini. Cosa aveva raccontato a tutti? Un lungo viaggio di lavoro, un prolungato periodo di ferie…ma come spiegare l’abbandono di tutto, la mancanza di bagaglio, la dimenticanza delle carte di credito? Forse non aveva voluto spiegare e inventare altre storie,  ormai stanco ed estraneo, preso solo dalla febbre della fuga. Era scomparso una mattina senza avvertire nessuno, svanito nel nulla, in silenzio. Nient’altro.
    Giuseppe lo spiava.
    Aveva smesso di parlare. Ora taceva sotto il suo mucchio di stracci. Chissà se, a tratti,  la nostalgia degli affetti si faceva sentire, se a volte era tentato di far conoscere la sua sorte, di farsi vivo con qualcuno. Però sapeva che non sarebbe tornato. E forse, a casa,  aveva ormai perso tutto. C’era chi lo aveva rimpiazzato nel lavoro, chi aveva sospettato in lui la follia, chi lo immaginava in un’isola tropicale a vivere una ribellione di lusso. Lui lasciava credere tutto. Certo nessuno aveva capito la sua rivolta, la sua volontà di annullarsi interamente per dimenticare, per respirare,  per vegetare come una creatura della terra, per decidere ogni giorno il suo cammino.
    Per Giuseppe era facile fantasticare. Cercava di spiegarsi le sue ragioni e riusciva senza difficoltà a immedesimarsi nella sua vita. Quante vicende personali avevano preceduto il crollo? Quel primo matrimonio fallito, quando ancora la carriera stentava ad avviarsi e la vita non era semplice e lui era sempre ansioso e distratto. Quel figlio cresciuto con la madre lontano da lui, chiuso e suscettibile, intimidito da un padre sempre irritabile, poi allevato nel risentimento e nutrito di rancore. Le delusioni nei rapporti umani, a contatto quotidiano con gli arrivismi, le slealtà, le manovre subdole dettate dall’opportunismo. La vita non era stata una vetrina illuminata come si era presentata all’apparenza.
    Forse dietro a un aspetto brillante e inappuntabile c’erano stati fallimenti e sconfitte morali. Lunghi tratti in salita con l’affanno e la fatica di un cammino irto di ostacoli. L’insidioso tarlo delle incertezze, il dubbio corrosivo sul valore e la durata di quello che aveva conquistato.
    Giuseppe si sbizzarriva nel formulare ipotesi sempre più complesse. Chissà perché quella sera si trovava così coinvolto e la sua fantasia si sfrenava in modo così fervido ad analizzare situazioni e sentimenti. Sentiva che gli riusciva di comprenderli bene.
    Una volta presa la decisione, l’uomo aveva abbandonato e poi dimenticato le metropoli nevrotiche, le nebbie, la fretta, le giornate vissute nell’ansia dove il tempo era scandito da impegni,  appuntamenti,  scadenze. Sì, forse aveva cercato di ritrovare il tempo.
    Aveva vagato nei paesi mediterranei, nei luoghi dove il tempo sembrava dilatato,  rarefatto,  dove tutto sembrava fermo, in una sorta di eternità regalata dalla quiete del pensiero. Qui la mente poteva restare assorta a contemplare le antiche pietre, a sentire il respiro dei secoli e a captare le voci della varia umanità di ieri, di oggi, di domani…
    Aveva vissuto in un costante presente, senza pensare più a niente, affidato al caso, a ciò che la sorte gli riservava giorno per giorno. Povertà,  semplicità di vita, bisogni essenziali,  sacrifici e scomodità : niente gli era sembrato così insopportabile, se accompagnato dall’ebbrezza della libertà, dalla serena certezza di essere se stesso e nient’altro. Perfino il disprezzo visibile della gente, l’isolamento da quella società che viveva un’esistenza normale,  niente lo scoraggiava. In cambio aveva conosciuto tanti casi umani, tanta gente invisibile agli altri ma ricca di esperienze, di storie, chiusa nella propria cappa di malinconie,  di rassegnazione, di amori e di dolori. Ma possibile che non provasse rimpianto o rimorso per tutto quello che si era lasciato alle spalle? Le responsabilità, i doveri,  gli affetti…
    Giuseppe si riscosse di colpo dalle sue fantasie. Cosa gli stava succedendo? Si stava facendo prendere dalla sua vena segreta che a tratti riemergeva,  a tradimento: quella del sogno.
    Adesso l’uomo si era girato e si era accorto di lui. Giuseppe non riusciva a distinguere con chiarezza i suoi lineamenti, però intuiva che non era intimorito né arrabbiato. Stretti intorno a lui aveva alcuni libri rovinati dall’uso e poi, nell’ombra di una piega, quasi nascosto, un oggetto curioso che risvegliò ancor più il suo interesse: un flauto.
    -Che strano - pensò Giuseppe. Anche lui suonava il flauto da bambino e quando era assorto nella sua musica riusciva a dimenticare tutto, ad estraniarsi e a sentire in sé l’armonia delle cose. Sorrise al ricordo : se ne era quasi dimenticato.
    Poi vide il volto dell’uomo, vide i suoi occhi, il suo sguardo, e improvvisamente tremò. Lo fissò in silenzio, in preda a un panico misterioso che gli attanagliava lo stomaco.
    -Mi scusi - balbettò. Cercò di spiegare la sua presenza avviando a stento una specie di conversazione. Voleva scusarsi ma non intendeva allontanarsi: doveva trovare un pretesto per sapere. Tanto per dire qualcosa si presentò, disse il suo nome, sperando che anche lui lo facesse. Quando vide che l’altro non parlava, si azzardò a chiederlo.
    - Mi chiamo Giuseppe - rispose l’uomo.

  • 10 luglio 2008
    La gloria dell'indigente

    Come comincia: L’umidità aveva corroso le pareti. La carta da parati veniva giù impregnata e puzzolente d’umido. Da qualche mese abitava in quell’appartamento stile vittoriano. Le lancette dell’orologio,  segnavano le diciotto e trentanove di una domenica d’inizio febbraio. In altre case la gente rimaneva ipnotizzata davanti le tv.
    Non trovava più ispirazione e misericordia nei confronti di ogni forma di vita. Provava un senso di estraneità verso le persone,  e proprio questo suo distacco rendeva ogni cosa più solitaria e meno confortabile. Non sapeva cosa gli stesse succedendo,  ma rimaneva cosciente di ogni sbaglio commesso,  era consapevole di essere visto dagli altri con uno sguardo di superficialità e di non comprensione. Guardava il suo volto riflesso allo specchio,  ma quando distoglieva lo sguardo da quel vetro,  per quanti sforzi facesse non riusciva a ricordare la sua immagine,  aveva un ricordo vago e non definito dei suoi lineamenti. La stessa sensazione veniva provata quando ripensava al suo passato e alla propria vita,  cercava a tutti i costi di sforzare la memoria ma in mente possedeva solo dei ricordi confusi e sfuocati.
    Briciole,  fazzoletti sporchi,  lattine,  bottiglie,  restavano sparse sul pavimento del soggiorno.
    Dalla finestra filtrava un po’ di luce proveniente dal lampione della strada. La camera rimaneva semibuia. La sua mente appariva estraniata da tutto ciò che lo circondava: il mondo,  la vita.
    Dentro di se si propagava uno squallido e perverso bruciore. Percepiva uno stato mentale al quanto deprimente. Una grossa macchia d’umidità si espandeva per tutto il soffitto. Steso sul pavimento guardava il soffitto rotare,  sbalzare,  opprime il suo corpo.
    Dentro la tazza del cesso restavano pezzi di fogli strappati: su quei fogli,  per tre anni aveva scritto ogni nomade pensiero.
    Lo scrivere rappresentava l’unico mezzo di libertà e di sfogo.
    Rimaneva steso a terra,  a dorso nudo,  avvertendo l’umidità trafiggere il suo corpo. Nella mano destra teneva stretta una bottiglia di vino rosso bevuta a metà. Vicino al suo piede sinistro stava capovolta una vecchia foto,  risalente ad un carnevale di molti e molti anni prima: aveva circa sei anni ed era vestito da pirata. Guardando la foto ed in particolare i suoi occhi,  si poteva percepire l’incredulità che possiede ogni bambino di quell’età.
    Sulla scrivania,  vicino la finestra,  restava un foglio stropicciato e scritto a macchina,  era l’unico superstite non strappato e non gettato nel cesso:
    “Voglia di dire e sfogare,  voglia di essere riconosciuti.
    Scarafaggi perplessi e confusi risiedono nella mia patetica e pessimistica volontà di vita.
    Ho perso ogni cognizione del mio stato attuale,  ho perso le coordinate per dirigere la mia esistenza.
    E’ meravigliosa la mia esistenza! Tutti sono invidiosi dei miei errori. Ma cosa vorrei? Vorrei avere voglia di commuovermi pensando ai sogni,  credendo in essi. Vorrei dormire steso sul prato della mia consapevolezza. Vorrei guardare avanti,  senza rileggere ogni rigo scritto,  vorrei comprensione per tutti i diversi,  gli anomali,  per la bruttezza,  vorrei la mia beatitudine,  vorrei suonare note di redenzione per tutti coloro che sono ingordi di redenzione,  per tutti coloro che hanno abdicato ogni moralità. Per favore: sono solo nella mia mente,  mi trovo immerso in pensieri inutili e superficiali,  mi trovo coinvolto in un complotto di sbagli e desideri,  mi trovo in bilico pensando alla mia prossima ora,  mi trovo in angoscia sapendo di dover affrontare qualcosa…cosa?
    In fondo Dio mi conosce,  sa che non c’è cattiveria nella mia crudeltà,  sa che non c’è odio nel mio “odiare“,  sa che non esiste perversità in ogni mia perversione.
    Mi hanno svegliato i violini l’altra notte,  mi ha svegliato il suono di un pianoforte,  nella tarda ora dei dispersi,  degli emarginati,  la sveglia ci chiamò,  chiamò tutti coloro che per un motivo o per un altro vennero scacciati,  nessuno si era degnato di offrirci un biglietto d’entrata. Ed ora,  seduto su questa poltrona di morbidi vimini: avverto il tanfo della mia pelle,  delle mie sudice mutande,  del mio sudicio passato,  del mio sudicio avvenire,  del mio sudato mal d’Africa.
    Il timore regnava tra queste stanze,  contando i minuti. Il mio coraggio restava disperato,  sommerso,  imbrattato da desideri scaduti.
    E’ tempo di battesimo,  è tempo per tutti noi,  è tempo per tutte le nostre illuse chimere,  è tempo per noi illusi,  è tempo per deprimerci,  è tempo dello sconforto,  è tempo di ritardo,  è tempo di saziarci,  è tempo di banalità,  è tempo di gettare i nostri luridi vestiti,  è tempo di gettare le nostre riciclate moralità,  è tempo di entrare tutti in una grande lavatrice,  pronti a lavare e centrifugare ogni nostro peccato,  è tempo di prender tempo,  è tempo del flusso di coscienza,  è tempo di rimanere immobili,  è tempo di eiaculare ogni nostra esitazione,  è tempo per il male di vivere,  è tempo per i persi,  è tempo per i saggi,  è tempo per estendere i nostri malumori,  è tempo di nostalgia,  Che Dio ci accolga,  che faccia suonare i sax ai suoi angeli,  che cantino la gloria degli indigenti,  che cantino la gloria dei blasfemi. Canteremo con le nostre voci rauche le nostre glorie,  suoneremo e riscatteremo le nostre vite,  correremo in direzione del nostro istinto!”
    Pochi giorni dopo,  i vicini avvertirono la polizia: dall’appartamento di fronte proveniva una disgustosa puzza!

  • Come comincia: Restava nel buio della sua camera,  guardando ad occhi fissi l’oscurità,  sentendo il profumo e ascoltando il suono della notte. Rimaneva in posizione fetale dentro al proprio letto,  come se le coperte che avvolgevano il proprio corpo fossero una metafora del ventre di sua madre. La camera era fredda,  lei cercava di abbracciare se stessa immaginando di abbracciare un sogno. Quella notte l’insonnia non cessava e in quelle notti bianche  pensava a tutte le sue sfiducie. Cercava di credere nelle proprie chimere e,  a volte,  credeva che ogni suo sogno fosse un capriccio della propria giovinezza.
    Non osava mostrare spesso la propria sensibilità agli altri. Sapeva di non aver mai incontrato qualcuno degno del proprio amore. Il suo ragazzo era uno di quei tipi tremolanti e incerti,  in perenne disequilibrio con se stessi. Lo conosceva da quattro anni e sapeva di dover prendere una decisione: avrebbe dovuto separarsi da lui.
    Con le persone lei si mostrava buona,  affettuosa,  a volte compariva certa delle proprie scelte. Ma in fondo nessuno si era accorto dei suoi sguardi malinconici che cercavano la sicurezza in altri occhi e in fine rimanevano colmi di lacrime perché nessuno si degnava di guardarli. E quando di notte restava sola con la propria insonnia,  cercava di dare un significato ad ogni sentimento incompreso e perplesso,  liberando i suoi occhi da ogni lacrima misantropa e confusa.
    Spesso ripensava a quel volto,  a quelle parole che l’avevano tradita. Ripensava a quel suo unico amore,  ripensa di avergli concesso le sue più timide e imbarazzanti perversioni. Ripensava a quando lui raggiungeva l’orgasmo e dopo averlo fatto,  si voltava dall’altro lato a fumarsi la sua Marlboro. Sarebbe stato quello il momento di concedergli ogni sentimento nascosto,  ma lui non le dava adito di farlo. Così,  quando vedeva il suo amore voltarsi e accendersi la sua sigaretta post eccitazione,  lei assumeva una posizione fetale,  cercando di raccogliere tutta se stessa,  irrigidendo ogni parte del proprio corpo.
    E quasi come se avesse un appuntamento con i sogni,  in quelle notti lei sognava e il suo più che un sogno era una delirante composizione di pulsioni,  vibranti emozioni,  innate repulsioni.
    In quel sogno gli stormi riconducevano se stessi lungo il sentiero magico,  sfociando sulla strada dell’incomprensione e del timore. Come una composizione classica e minimale,  ogni effimero sentimento cercava comprensione in quell’eden in cui cigni disillusi perdevano le loro verdi piume sotto un cielo grigiastro e nitido.
    Era quello il posto in cui cercare comprensione,  quello sarebbe stato l’eremo dove poter passare la notte,  tra frutteti e stormi di quaglie assassine,  perse in voli privi d’identità,  quando la somma del numero cerca l’applauso.
    E come un accordo di piano,  volante nella notte solitaria,  si perde nella scura natura in quel posto in cui il mare sbatte sulla scogliera cercando la risposta alla propria salsedine,  la danza veniva eseguita su un palcoscenico disincantato e sobrio,  privo di pubblico,  tra passi e capriole,  accompagnando il sacro coro in quello che fu la notte,  in quella che sarà l’oscurità.
    Innalzando la passione sopra la nube del pastore,  sotto la coperta della terra sconsacrata sulla quale uomini privi di volto risalivano la collina e i dittatori del passato offrivano ospitalità.
    Cercando l’applauso nella pioggia,  cercando rimedio all’irrimediabile,  cercando solitudine nel malessere,  cercando risposta in ogni spasmo di dolore e atrocità; era quello il significato del sacro spirito,  quella sarebbe stata la risposta ad ogni ambizione perplessa e mancata,  quel volo di cigni sarebbe stato il tutto,  quello era il luogo in cui il torrente scorreva e bagnava le sue parti più intime. Quello era il purgatorio dell’inferno,  il purgatorio del paradiso,  il colle sul quale gli angeli sconsacrati trovano accoglienza e vino.
    Come in un dipinto impressionista,  quell’immagine rimaneva l’essenza di ieri. La bellezza ritrovava sapore e il significato restava immortalato in un volo,  e in quel volo ogni cosa trovava risposta ed essenza. 
    L’esistenza era stata creata per brindare,  e ogni disilluso di ieri trovava illusione in quel banchetto di gioia e felicità,  trovava senso in un delirio post moderno. Tutti gli appartenenti del niente ritrovavano appartenenza in un ultimo calice di vino rosso. 
    Si svegliò di soprassalto.
    Avvertiva freddo.
    Quella sera,  nessuno dei suoi amici aveva voluto andare con lei a teatro. Davano un concerto di musica classica. Lei andò da sola. Il suo ragazzo non veniva attratto da quel tipo di eventi.
    Fuori dal teatro c’erano molte persone. Dall’aspetto molti erano professori universitari. Lei appariva la più giovane. Prima di entrare in sala,  decise di bere qualcosa al bar.
    - Salve,  un Martini con ghiaccio. -
    Entrò nella sala. Cercò il suo posto,  si sedette. Intorno a lei decine di persone imbellettate con l’aspetto di chi non gli importa nulla della musica classica,  ma usano questi eventi per poter sfilare i loro costosi vestiti.
    Lei era sola. Si accorse che a qualche posto di distanza dal suo,  un signore sui cinquanta di età restava anche lui seduto da solo. Aveva un aspetto serio: sbarbato,  capelli corti e brizzolati. Portava un vestito scuro,  con maglione abbinato. L’uomo si guardava intorno quasi come se fosse distaccato da tutto ciò che gli gravava attorno.
    Dopo qualche minuto,  il maestro salì sul palco: un uomo sui sessanta,  inglese. Il concerto iniziò. Lei restava sola e fin dalle prime note,  i suoi occhi si riempirono di lacrime,  la sua pelle si rizzò. Quella musica la mandava in estasi.
    Spesso si voltava verso la sua sinistra guardando l’uomo seduto a qualche posto di distanza che rimaneva ad occhi chiusi,  contemplando le note di quei fugaci violini. E in un momento in cui la musica era nel pieno del delirio,  si accorse che l’uomo,  aveva tolto dalla tasca interna della giacca un fiaschetta contenente forse del whisky. Bevve un sorso,  poi continuò a restare ad occhi chiusi muovendo la testa,  estasiato da quelle sinuose sinfonie. Lei continuava a guardarlo. Lui non si accorse di quell’indiscreto sguardo.
    Il concerto continuava e in alcuni momenti lei non riuscì a trattenere le lacrime. Voltandosi nuovamente a guardare l’uomo alla sua sinistra,  si accorse di come lui fosse assorto dalla musica,  continuava a stare ad occhi chiusi,  e spesso estraeva la sua fiaschetta per bere un sorso d’ accompagnamento.
    E in un momento in cui le note di un pianoforte,  diveniva parole di un’elegia,  lei chiuse gli occhi e cercò di dare forma alla sua idea d’amore. Quella idea così pura si materializzò nella figura di quell’uomo solitario. Aprì gli occhi e guardò l’uomo,  lui restava con la testa rivolta verso il soffitto del teatro,  quasi come se quella fosse la direzione del tutto e del niente. Poi l’uomo abbassò la testa e rivolse il suo sguardo ad una delle tre violiniste.
    Quando il concerto terminò,  tutti si alzarono andando verso l’uscita. Lei continuava a restare seduta con lo sguardo rivolto verso l’uomo. Lui si alzò con calma e nel mentre indossava il suo cappotto nero,  si accorse dello sguardo di lei. Per un attimo la guardò. 
    Uscii anche lei. Molte persone restavano fuori dal teatro a commentare l’esibizione del maestro,  dandosi un tono da intellettuali degni di verità.
    Si guardò attorno; lo vide. L’uomo accese una sigaretta. E guardando verso la strada,  vide arrivare nella sua direzione un taxi. Fece cenno. Il tassista accostò. Salì in macchina. 
    Lei rimase ferma e quasi con una gioiosa malinconia,  guardò il taxi allontanarsi. Si avviò verso casa. La sua camera era pronta ad attendere lei e la sua tormentata insonnia.

  • 10 luglio 2008
    Calamaio

    Come comincia: In quarta elementare ci dissero di cambiare scuola perché la nostra era pericolante e rischiava di crollare.
    Mio padre era sceso in valle a lavorare in una fabbrica che imbottigliava acqua minerale.
    Mamma aveva preferito invece rimanere nella grande casa di famiglia, con i suoceri, e mantenersi aiutando un sarto a rifinire i vestiti e prestando servizio ad ore presso  alcune signore anziane e molto malate.
    Così cambiai scuola e mi ritrovai in una quarta elementare formata perlopiù da maschi.
    Venne da noi una maestrina di fresca nomina. Piccola di statura,  capelli lunghi e castani, occhi chiari.
    Lei arrivava molto presto a scuola sempre pronta ad accoglierci con un bellissimo sorriso.
    Indossava i pantaloni e diverse volte veniva pure in minigonna.
    Era una maestra di una volta e cioè ci insegnava tutte le materie,  non come adesso che l’insegnamento è frammentato in una miriade di aree disciplinari.
    Ci fece conoscere il mondo; assieme andavamo a visitare il paese e a conoscere il maniscalco accanto al pastore,  l’operaio e il garzone di bottega accanto al commerciante.
    Lei ci spiegava i mestieri e ne approfittava per tenerci delle mirabili lezioni di lingua,  dialetto, calcolo veloce e geometria applicata agli edifici.
    A scuola poi ci faceva anche disegnare e ballare, cosa che era pressoché sconosciuta e quasi vietata a scuola, pur vivendo in un Italia libera e repubblicana.
    Ricordo che una volta mi lasciai irretire da un mio compagno.
    Mia madre mi comprava le figurine di calcio solo una volta al mese.
    Consegnai a questo compagno molti soldi che avevo trafugato dal nascondiglio segreto  e glieli consegnai.
    Mi comprarono delle figure per pochi spiccioli,  fregandomi gli altri soldi ma io non mi accorsi di nulla.
    Un’ altra volta entrai a scuola con lui e rubai un pacco di figurine che erano nascoste nel fondo del cassetto.
    La maestra se ne accorse il  giorno dopo.
    Avrebbe potuto rimproverarmi per il furto e cogliere l’occasione per espormi alla berlina e al postumo sberleffo dei miei compagni.
    Preferì sorvolare non facendo cenno a nessuno di questo fatto e lasciandomi trovare anche una banconota.
    Aveva infatti saputo da mia nonna cosa avevo combinato a casa.
    E’ stata una maestra speciale,  si presentò pure la settimana in cui morì mio padre.
    Lei insegnava già in un altro posto ma lesse il necrologio e si precipitò a casa mia.
    Lo ricordo ancora.
    Era un sabato, la giornata volgeva al termine ed un pallido sole stava scomparendo all’orizzonte.
    Sentii un secco battito alla porta  ero solo in casa e timoroso ma mi feci forza e aprii la porta.
    Lei dopo avermi abbracciato, con un sorriso mi strinse forte a sé.
    Fu un momento delicato che mi riconciliò alla vita dandomi la forza di continuare.
    Grazie Teresa ti ricordo ancora con grande amore.