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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 24 settembre 2008
    Il peso del dolore

    Come comincia: Ore 11. Ambulatorio. La voce di Emilia, addetta alle relazioni “esterne” alla mia porta, ripete incessantemente, ma senza esito: “Per favore, via dal corridoio… restate seduti nella sala d’aspetto... rispettiamo i numeri dati”.
    E’ un giorno normale, a fine vacanze natalizie, quando cessate le difese immunitarie delle feste, riprendono tutti i mali, influenza compresa. Il vociare mi arriva oltre la porta. L’amplificatore del mio I-pod  mi fa da barriera, con una sinfonia di Mozart. Sto visitando la signora Pagano, cento chilogrammi sparsi tra biancheria rosa che odora di borotalco. Punti di repere auscultatori, umidicci di sudore. Mi tossisce in faccia, mentre le sento il cuore. La segretaria risponde al telefono e si rivolge a me: “ Dottore, Migliore… la figlia dice che il papà sta male… dice se andate subito”.
    Migliore è un ultrasettantenne, dimesso in coma uremico, dall’ospedale, quindici giorni fa, senza alcuna speranza. Col figlio si era già prospettato di non prendere false strade, inutili, per non prolungare la sua sofferenza. Rispondo che appena diminuisce il caos mattutino, vado a vederlo, anche se non posso essere di nessuna utilità. Si prosegue. Dopo quaranta minuti nuova telefonata. Mi passa la linea. La voce della figlia è concitata: "Non lo vediamo bene, "duvite" venire".
    Le spiego che è quello che ci attendiamo e che tra alcuni minuti vado. Se nel frattempo, mi mandano qualcuno a ritirare la ricetta dell’ossigeno, possiamo anticipare, di un po’, i tempi dell’unico intervento terapeutico che posso fare. Riprendo la visita. Dopo dieci minuti nuovo squillo. La segretaria ha un volto preoccupato.
    “Dicono che se non va immediatamente, chiamano i carabinieri”.
    A questo punto, penso di avere anch’io tratti del volto preoccupati. Abbandono la visita, mi tolgo il camice. Non ho tempo di raggiungere lo spogliatoio, per vestirmi, e sulla maglietta blu, mi metto un golf ed esco in fretta. Rione Sanità è sotto il sole. Oggi è l’ultima ripresa televisiva del telefilm "La Squadra". C’è la troupe in piazza. L’attraverso a passo svelto e mi inoltro nel dedalo dei vicoli a spina di pesce, del Cinquecento, che fanno capo al Convento di S.M. Antesaecula.
    Al vico dei Cristallini, le antiche fabbriche borboniche del vetro, al n. 56,  il basso di Migliore. C’è gente radunata fuori, e non tardo ad udire urla di varie modulazioni che giungono da dentro. Conosco questo rito sonoro che mi annuncia che la morte è arrivata prima di me, a mio discapito. Entro con passo spedito, facendomi largo: “Eccomi!”
    Mi do coraggio, con una tonalità da Salvatore, che è ben consapevole che non salverà nessuno. La camera è in penombra. Le urla e i pianti vengono da uno stanzino quasi buio. Una donna è seduta a braccia e gambe aperte, col volto bagnato di pianto. Emette urla ed è attraversata da singulti e fremiti. La circondano altre donne, che piangendo e urlando, sembrano accarezzarla. Lo spettacolo ricorda il tragos greco. La scena potrei dipingerla o scolpirla: chiaroscuri, occhi, dentature, lacrime, mani. Sembrano non accorgersi di me. Resto per un attimo disorientato. Mi manca il soggetto di quel dolore. Possibile che in soli pochi minuti…
    "Lo avete ricoverato?" - mi azzardo a dire, non vedendo Migliore.
    Una figlia si accorge della mia presenza e portandosi le mani ai capelli, urla: “Pensate, vent’anni aveva Titinuccia, vent’anni! Hanno telefonato adesso alla madre, che è morta all’Ospedale Cotugno di meningite!”
    Resto per un attimo sconcertato, poi comprendo che in quei pochi minuti deve essere accaduto ben altro.
    "Ma Papà dov’è?" - chiedo tra urla e pianti.
    “E’ là, nun lu vedite?”.
    Infatti, Migliore è là, nella camera solitaria che ho appena attraversato, su una branda. Una coperta gli copre il viso. Respira a fatica. Siamo alla fine. Mentre gli metto a posto un ciuffo di capelli bianchi che gli copre gli occhi, mi accorgo che si sono dimenticati di lui. Nello stanzino accanto continuano i pianti e le urla.

  • 22 settembre 2008
    Tutto bianco

    Come comincia: Tutto bianco: il cielo, le strade, i balconi, i muretti, i cartelli, gli ombrelli, i tetti, i sempreverde, le siepi, gli alberi nudi, le macchine parcheggiate, le macchine che passano per strada, i passanti senza ombrello. L’orizzonte si perde nel bianco, sfuma nel nulla, inghiottito da questa massa pesante di bianco rimasta incastrata tra queste colline, che lentamente si sta riversando. Bianco: tutto è bianco, tutto svanisce nel bianco, persino il mio cane nero che gioca tra la neve troppo alta per lui che è un bassotto. Continua lentamente a scendere il bianco dal cielo con un ritmo incerto, che non si ferma mai, ipnoticamente dosato, controllato.
    Una sera siamo andati a cena fuori con tutto il coro e tu mi hai riaccompagnato a casa.
    Anche quella sera stava nevicando. Quella sera ho iniziato a fumare, anche se non te l’ho mai detto: ho iniziato a fumare una sera di gennaio di tre anni fa, solo per poterti guardare mentre mi parlavi, solo per stringere qualcosa di tuo tra le dita. Difatti ti avrò scroccato una decina di sigarette solo per assaporare i tuoi gesti, la tua voce profonda e le tue adorabili fossette. Intanto tu ti meravigliavi che io, una ragazzina di quindici anni sapessi così tante cose del mondo, fumassi già così tanto, ma soprattutto che sapessi ascoltare. Hai riaccompagnato a casa prima tutte le altre ragazze e poi me per ultima: siamo rimasti soli, avvolti dalla magia della neve, respirando un silenzio irreale fuori e dentro la tua macchina. Ti sei fermato sotto casa ed io non volevo scendere, cercavo disperatamente qualcosa da dire per fermare quel momento, per fermarti. Ma le parole spariscono tutte quando mi servono, quando ne ho più bisogno non le trovo, non so dove vanno a finire. Intorno a noi solo la neve che ci avvolge dolcemente, nella mia testa il nulla, anzi qualcosa che rotola giù inafferrabile e inafferato, proprio come la neve, se ci pensi. E nella tua? Me lo sono sempre chiesto, ma non te l’ho mai chiesto se anche nella tua testa stava nevicando oppure no, vorrei chiedertelo adesso ma non sarebbe ridicolo?
    “Scusa, ti ricordi quella sera di tre anni fa quando mi hai riaccompagnato a casa? Ricordi: nevicava fortissimo e siamo rimasti soli. Sai mi stavo chiedendo: anche nella tua testa stava nevicando? Per me è importante: prova a ricordare... Grazie.”
    Quella sera così lontana, sotto casa mia ti ho strappato un bacio leggero, e poi non so perché, senza neanche darti il tempo di capire sono scivolata fuori dalla macchina, senza dire una parola, e me ne sono andata senza voltarmi. Dopo un po’ sei andato via anche tu, inghiottito dalla neve, sei sparito nel nulla, nel bianco e anche il tuo sapore è andato via con te. Adesso so che non sarei dovuta scappare, perché un bacio non si può rubare, ma si deve vivere, perché quella sera non tornerà mai. Ne torneranno altre certamente e saranno più belle o più brutte, più intense magari, più romantiche, più divertenti, ma quella sera di gennaio non tornerà mai più. Tornerà la neve a colorare di bianco tutto, persino la tua macchina, tornerà a posarsi su di te e magari anche su di noi, ma non sarà mai più la stessa neve, mai più. Neanche noi siamo più come allora, anche noi siamo cambiati eppure siamo restati gli stessi: è una strana cosa se ci pensi. Questa neve che adesso si ostina a mettere radici quaggiù non è la stessa che quella sera avrebbe potuto farci compagnia fino in fondo, sai cosa intendo.
    Non so che altro dire, le parole sono andate di nuovo a nascondersi non so dove, forse è la neve che me le porta via, che le risucchia. Che se fa la neve delle mie parole? Vorrei saperlo, vorrei tanto chiederglielo.

  • 11 settembre 2008
    L'enigma

    Come comincia: Ancora due passi e avrebbe scorto un dirupo dalla quale avrebbe ammirato un paesaggio stupendo. Eccolo, una profonda valle, frastagliata ma allo stesso tempo rigogliosa, attraversata da un fiume dalle acque candide e popolata da decine di amene case colorate che a stento si riconoscevano tra quell’insieme di colori.
    Così sembrava finire il suo lungo cammino, che per tutto il giorno lo aveva portato attraverso campi fioriti, canti di uccelli e diversi suoni tra i quali lo scorrere delle acque del fiume ed il sibilo del vento tra le fronde degli alberi.
    Tutto gli era sembrato bellissimo, tutto gli era sembrato migliore; quasi aveva il dubbio di non aver mai visto un sole così acceso, un cielo così azzurro, o di non aver mai assaggiato della frutta così buona e bevuto dell’acqua così fresca ed inoltre era circondato da una gradevole sensazione di pace e rilassatezza interiore.
    Sentiva ancora nelle gambe forza sufficiente per scendere a valle e percorrere qualche sentiero, magari facendo amicizia con qualche abitante del villaggio ma, non appena uscito da un gruppo di alberi che lambivano un laghetto, ecco che aveva notato qualcosa dietro ad una grossa pietra, appena nascosta da un cespuglio.
    Si era avvicinato e aveva scorto un corpo, riverso di schiena, con la testa coperta da alcune foglie e ramoscelli e quindi irriconoscibile…ma una cosa gli parve subito certa; quell’uomo era senz’altro morto!
    La sveglia era squillata puntuale e imperterrita come ogni mattina: ore 6,50.
    Nico si era alzato di schianto, vinto da sudori freddi e tensione emotiva.
    Era stato un sogno strano il suo, ricco di colori, luci, suoni, sensazioni positive ma culminato con la visione di quel cadavere.
    Bah! Era la prima volta che gli capitava un sogno così strano, ma allo stesso tempo così chiaro nei particolari da sembrare vero, ma non aveva molto tempo per darsi una spiegazione.
    Nico si era preparato una colazione leggera con caffè, due biscotti e del succo di arancia, si era sciacquato le ascelle, lavato piedi e denti e vestito di gran lena per schizzare in ufficio.
    Sarebbe cominciata per lui una settimana di duro lavoro con scadenze importanti e grosse responsabilità.
    Chiuso nel traffico ed impegnato in una violenta e fragorosa grattata di deretano, non poteva non rimandarsi al sogno cercando, chiudendo gli occhi, di rivivere le sensazioni di quel vagabondaggio quasi favolistico, ma ogni volta veniva destato dalla visione di quel corpo senza vita.
    L’ufficio era un via vai continuo di impiegati, tutti a rincorrere un tempo mai sufficiente per soddisfare i propri doveri, tutti guidati da una forza d’inerzia figlia della frenesia, dell’ordine e della precisione.
    Nico aveva appena avuto una promozione che lo aveva caricato di grosse responsabilità ma anche di un senso di orgoglio che lo aveva portato ad acquisire un grosso rispetto da parte dei suoi colleghi.
    Si era appena seduto alla sua scrivania ed aveva appena aperto la sua valigetta per estrarne il suo instancabile portatile quando, nella tasca interna, aveva notato qualcosa.
    C’era un qualcosa che non gli risultava familiare… era un libro!
    Lo aveva appena preso tra le mani che già si era sentito raggelare il sangue nelle vene!
    Il libro infatti si intitolava “Il cadavere del lago” ed in copertina riportava la fotografia di un paesaggio in tutto e per tutto identico a quello da lui sognato!
    Nico era basito, senza parole, e cominciava  a sudare freddo!
    Riflettendo però aveva pensato che probabilmente qualcuno poteva avergli prestato o regalato quel libro la sera prima e avendogliene raccontato l’incipit lui potrebbe esserne stato talmente colpito da esserselo sognato la notte.
    Era andata proprio così.

  • 11 settembre 2008
    Nel vento

    Come comincia: Adesso, pensandoci bene, penso di aver incontrato il mio sguardo nel vento.
    Da giorni la bufera ha scapigliato gli alberi ed il mare con una forza mai vista.
    E' da tanto che non si vedono le foglie impazzire nel vuoto, oggi, però c'è un'atmosfera diversa.
    Le polveri si tingono di fuoco, rincorrendosi come amanti senza regole.
    Sto da ore alla finestra, senza battere ciglio, ed il vento ulula come un cane arrabbiato,
    vorrei vedere le sue labbra, la dentatura affilata, dev'essere una belva, anche se sinceramente non lo immagino così brutale.
    Fuori i campi stringono i frutti alla terra, a fatica.
    Quest'anno il raccolto doveva essere dei migliori, invece, un ciclone improvviso ha pensato bene di rubarsi l'oro contadino.
    Temo per i miei abeti, loro sì che avranno paura di morire, sono così vecchi, che forse cadrà qualche ramo.
    Mi siedo su una seggiola di legno, sempre attenta alla rivoluzione d'aprile, davanti casa.
    C'è chi si protegge per stada con cappucci e berretti, chi si tiene le mani tra i capelli, chi stringe gli occhi, quasi accecandosi, ognuno cerca la fuga verso un posto sicuro, al coperto.
    Amo osservare le facce della gente e leggere negli occhi ed è nel momento di una lotta estrema che capisco quanto una persona tenga a se stessa.
    Non ho mai incrociato il mio sguardo nemmeno allo specchio, per paura di capire quanto sono fragile.
    Il desiderio di conoscermi è forte, ma voglio pensare che ho le pupille d'un felino o di qualche creatura strana.
    I vetri continuano a tremare e dalle fessure della finestra una voce insolita mi incita ad osservare il cielo.
    Vedo un uomo soffiare contro le nuvole, vestito di grigio.
    Lo fisso quasi attratta e mi perdo nel vortice della bufera.
    Mi trovo sommersa da piume e petali perduti in corsa, ed è alzando il capo che scopro di essere seduta sulle ginocchia di quell'uomo cupo.
    Sento il suo corpo avvolgermi totalmente, annientando ogni mio pensiero.
    Vorrei scappare lontano, rientrare al caldo della mia stanza, ma qualcosa mi trattiene e non riesco nemmeno a muovermi.
    La mia inquietudine si disseta nelle labbra gelide del misterioso personaggio.
    Non avevo mai baciato nessuno.
    Dovevo reagire e svegliarmi da questo incantesimo, non potevo essere caduta tra le braccia di uno sconosciuto.
    Apro gli occhi e per la prima volta mi vedo nuda, foglia innamorata del vento.

  • 11 settembre 2008
    Hai visto?

    Come comincia: Hai visto il ragazzo seduto sul marciapiede? Coi tatuaggi di Che Guevara e Mussolini sul polpaccio? I suoi eroi sono gli stessi di molti ragazzi incazzati col mondo.
    E nella nave notte si lascia trasportare sino in riva al mare per poi tornare all'oceano profondo.
    Hai visto la ragazza con la borsa sulla strada. Regala amore per soldi e felicità agli uomini stanchi. Alle loro mogli hanno raccontato di esser con amici. Per giocarsi con le carte la loro infedeltà.

  • Come comincia: Un paio di giorni impegnativi, e dire che volevo solo diventare Papa.
    Tutto è cominciato Lunedì, quando, in uno dei miei deliri d'onnipotenza, ho pensato che sarebbe stato divertente controllare il potere spirituale cristiano nel mondo, con miliardi di persone a leccarmi il culo...
    "Cazzo mica male" - mi son detto.
    Così ho progettato di sostituirmi al Papa, con un piano geniale escogitato mentre guardavo un porno.
    Ho preso il primo treno per Roma, litigando col giornalaio della stazione, il quale sosteneva imperterrito che non potessi espletare i miei bisogni sulla merce in esposizione (stavo solo pisciando sulla Repubblica e pulendomi il culo con Libero, capirài che danno).
    Comunque, giunto a Roma, mi son intrufolato in S. Pietro fingendomi membro di una comitiva di turisti cinesi, quando mi han chiesto qualcosa nella loro lingua così gialla me la son cavata col mio solito savuar fair (ovvero rispondendo "Mao Tze Tung" - con un grosso sorriso - a ogni richiesta).
    La prima parte del progetto era compiuta, così, fingendo di cercare la toilette (così chiamano il cesso i Cinesi), mi son recato nelle stanze del Papa e l'ho legato, imbavagliato e gli ho rubato i vestiti - per la cronaca - il bianco mi dona.
    se mi avessero chiesto come mai non assomigliassi al Papa avrei risposto "mi-raco-lo, son tor-nato giovi-ne" col mio accento tedesco, e a ulteriori richieste avrei risposto in Latino con qualche frase senza senso tipo "matrem laudat puellam", tanto il Latino non lo conosce nessuno.
    Solo che poi mi son stancato di scrivere, e quindi la storia la chiudo qui.