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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 ottobre 2009
    La voce ingoiata

    Come comincia:

    La guardai. Era davanti a me impassibile. Era davanti a sua figlia che l’amava.
    Mia madre era unta di dispiaceri e dolori. Il sangue che scorreva nelle sue vene era stufo di vivere.
    “Mamma”- la chiamai toccandole la mano inerme.
    I suoi occhi ciechi mi penetravano il corpo e l’anima. I suoi capelli arruffati e crespi erano la testimonianza della sua stanchezza. La sua bocca scura era la conferma della sua malattia.
    “Mamma”- la chiamai accarezzandole il volto.
    Il suo sguardo disorientato cercava una luce nel buio. Le sue mani bianche cercavano un muro dove posarsi. Le sue ali senza piume cercavano un ramo dove riposarsi.
    “Mamma”- la chiamai baciandole la fronte.
    Il sudore della sua pelle aveva purtroppo in sé annientato il profumo di rose che io sentivo quando da piccola mi avvicinavo a lei per ricevere un suo bacio.
    Il profumo della sua pelle aveva purtroppo assorbito l’odore di ospedali e di medicinali.
    “Mamma”- la chiamai posando le mie labbra tremanti sulla sua guancia.
    La sua mano instabile cercò il mio viso. Gli occhi sui polpastrelli delle sue dita cercarono di riconoscere l’identità che mi appartiene.
    Le lacrime in silenzio scivolarono sulle sue guance e la voce ingoiata nello stomaco cercò di risalire la gola. 
    “Mamma”- la chiamai piangendo.
    Sentii le sue mani esitanti sulla mia bocca di cui ne disegnavano i contorni. Sentii le sue mani sui miei occhi di cui ne asciugavano le lacrime.
    “Mamma”- la chiamai accoccolandomi sulle sue ginocchia.
    Sentii le sue ali aprirsi. Sentii le sue bocche baciarmi. Sentii il suo calore avvolgermi.
    “Mamma”- la chiamai per l’ultima volta.

  • 23 ottobre 2009
    Bulimia

    Come comincia: Ero a casa.
    Ero seduta in cucina a guardare la tv disgustosa di un Grande Fratello dove una mostra la sua sesta di seno rifatto.
    Avevo mangiato e avevo lavato i piatti, così che la cucina fosse pulita e ordinata.
    Mia sorella era uscita con il suo fidanzato.
    Mamma e papà avevano deciso di andare al cinema.
    Finalmente sarei stata a casa da sola: io e i miei 42 chili sui miei 1 e 69 centimetri.
    Ma mia sorella tornò prima del dovuto.
    Sentii la porta sbattere piano e il suo passo inconfondibile delicato. Sembrava che indossasse piume al posto delle sue scarpette con il tacco.
    Udii il tintinnio delle sue chiavi riposte nell’angolo a loro riservato e poi preoccupata lei venne subito in cucina domandandomi: “Hai mangiato?”
    Nessuno aveva capito ancora che quella domanda mi dava fastidio.
    Le davo le spalle, la luce del televisore mi invadeva il viso scarno e la smorfia delle mie labbra conteneva il mio nervosismo.
    “Sì, ho mangiato”- risposi scontrosa a tono basso.
    “Sicuro che hai mangiato?”- mia sorella volle insistere e si avvicinò.
    “Sì, ho mangiato”- ripetei cercando di stare calma ma alzando il volume della mia voce.
    “Ma cosa hai mangiato? Non si sente nessun odore.”-affermò lei annusando l’aria come un segugio pronto a mordere la preda.
    Mia sorella purtroppo continuò a infastidire quella mia mente anoressica che cercava di guarire.
    “Ho mangiato l’insalata con carote, finocchi e olive”- le dissi fissando la tv dalla quale non avevo distolto lo sguardo.
    E in una falsa postura impassibile iniziai a fremere irritata.
    “Non mi fido. Cristina, tieni, ti cucino una cotoletta e la devi mangiare davanti a me!”- disse lei autoritaria aprendo quel frigo maledetto che partoriva solo cibo.
    La sua voce, il suo modo di imporsi, l’odore del cibo che arrivò alle mie narici, tutto ciò fu come un fulmine che mi stava lacerando pian piano.
    Lei mi volle cucinare.
    E davanti a me pose il nauseante piatto con cotoletta e insalata.
    Fu inutile dirle che avevo mangiato, fu inutile ribadirlo, fu inutile giurarlo, fu inutile contestarla.
    Fu inutile convincerla: tanto lei non mi credeva, tanto lei aveva perso fiducia in me.
    Con costrizione, con il vomito che mi saliva in gola, mangiai.
    Mangiai davanti a lei.
    Con la fredda sensazione che circolava nelle mie vene, con la maledetta voglia di uccidermi e annientarmi, con la sensazione che nella mia gola l’esofago si chiudesse chiedendo pietà, con la trachea che sembrava volesse chiudersi per crudele solidarietà, mangiai ogni briciolo.
    Orgogliosa quando vide il piatto pulito, mia sorella mi lasciò in pace.
    Però non aveva capito il danno che mi aveva procurato.
    Lei non aveva capito.
    Con le lacrime agli occhi corsi in bagno.
    Alzai la tavoletta del water.
    Due dita in bocca.
    Vomitai.
    Vomitai tutto ciò che avevo mangiato quella sera.
    Forse vomitavo sul mondo le mie insicurezze.
    Forse vomitavo sulla gente la mia noia e la mia stanchezza.
    Uscii da quel bagno traballante e con le palpebre tremanti.
    Ero stata sconfitta da me stessa un’altra volta.
    Piena di ira calciai la prima cosa che mi capitò davanti e
    corsi da lei, da mia sorella.
    Arrabbiata le gridai contro: “Ho vomitato tutto! Io avevo mangiato prima che tu tornassi!”
    Lei mi guardò sbalordita. Aveva gli occhi sbarrati, le labbra socchiuse in un sentimento di stupore. Stava cercando un cd da ascoltare nel suo paradiso quando all’improvviso il mio inferno la travolse.
    Continuai ad urlare presa da una crisi isterica e iniziai a lanciare per terra tutto ciò che mi capitava tra le mani.
    Attonita e con una smorfia di compassione lei voleva abbracciarmi. Desiderava solo abbracciarmi, lei che aveva in quel momento il potere di schiaffeggiarmi.
    Venne verso di me aprendo le sue braccia.
    I suoi occhi dolci mi penetravano il cuore. Le sue mani, che avrebbero voluto stringere il mio corpo, mi soffocavano.
    Mi allontanai, rifiutai il suo abbraccio ed urlai con la rabbia che infiammava la mia gola:
    “Io avevo mangiato e stavo bene! Mi hai costretto! E io ora ho vomitato!”
    E poi… poi scappai dal mondo.
    Uscii, in auto, lontano da tutti, lontano da occhi indiscreti che avrebbero visto il mio corpo obeso.
    Sì, era questo il mio pensiero malato.
    Ed io non mi accorgevo delle lacrime di mia madre, della sofferenza di mio padre.
    Egoista pensavo solo al cibo se fosse giusto mangiare o non.
    Spaesata non sapevo più cosa fosse giusto o sbagliato.
    Disorientata avevo perso la mia stella polare.
    Lui mi aveva lasciato troppo presto.
    Lui mi aveva sfruttato troppo presto.
    Io avevo solo quattordici anni: cosa ci facevo con un trentenne?
    Lui era il mio punto di riferimento.
    E quando mi disse addio perché doveva sposarsi con la sua fidanzata, mi crollarono le ossa delle gambe e con esse tutta me stessa.
    Allora iniziò il travaglio della mia famiglia.
    Io non mangiavo più.
    Il cibo era mio nemico.
    Il mio corpo non sapeva più come essere: io non sapevo più chi ero e cosa volevo essere.
    Cominciarono le battaglie con me stessa.
    Iniziò la guerra  con il mangiare.
    La mia guerra contro il mondo, la mia guerra contro psicologi senza tatto.
    Cosa mi chiese quel dottorando in psicologia quando mi sedetti nel suo studio?
    “Perché non mangi?”- fu la sua prima domanda.
    Io probabilmente nemmeno lo ascoltai e mi chiusi nel mio silenzio.
    Non mi rendevo conto di cosa stavo diventando.
    I miei sorrisi non c’erano più.
    Il mio amore per la mia famiglia era scomparso.
    Il mio amore per la vita non c’era più.
    Dentro di me fiorivano i fiori del malessere e alla gente manifestavo solo la mia cattiveria.
    Era forse il mio modo di difendermi?
    Non riuscivo a tornare in superficie, litigavo con me stessa, litigavo con tutti.

     


    Ero in auto: la musica a tutto volume dallo stereo, i capelli neri sciolti sulle spalle, il pianto su un baratro pronto a scoppiare.
    I suoni delle canzoni mi sfioravano la pelle.
    Facevo penetrare lentamente dentro le mie costole il ritmo e la voce del cantante dei Radio Head ascoltando “Ideoteque”.
    Ricordai i primi tempi della malattia e la prima volta che litigai con mia sorella che mi diceva: “Sei anoressica! Ma ti sei vista allo specchio?”
    Io mi infuriai. Erano così seccanti le sue parole.
    Ugualmente quella volta iniziai a lanciare oggetti e iniziai a gridare.
    Mi sarei aspettata anche quel giorno il suo schiaffo quando vidi la sua mano tendersi.
    Invece lei mi accarezzò.
    Scoppiai a piangere.
    Il mio corpo tremava e piansi come una bimba.
    Mi strinsi al suo maglione e singhiozzai.
    Mi arresi alla mia debolezza e scivolai sul pavimento, bagnando le mie gote e il mio collo di lacrime.
    Farfugliai parole alla ricerca di ciò che volevo veramente dire: forse cercavo di dire “Aiutami”.


    Ho combattuto.
    Ho pianto. Ho urlato. Ho odiato. Ho cercato amore senza accorgermi che era lì vicino a me.
    Per esasperazione mia madre non volle più mangiare.
    Decise di diventare il mio specchio.
    Decise di fare digiuno pensando che io capissi ciò che stavo commettendo. Sperava che io mi rendessi conto di cosa significasse non mangiare. Sperava che io mi accorgessi del dolore che le stavo infliggendo, facendomi vedere come morivo giorno dopo giorno.
    Sono svenuta. Mi sono ritrovata in ospedale con una flebo al braccio.
    Iniziai a mangiare ma poi tutto finiva inesorabilmente nel water. Tutto veniva spazzato via dal vortice dell’acqua che poteva nascondere tracce o prove della mia colpevolezza.
    Mi guardavo attorno indispettita, mentre prima, quasi un tempo molto lontano, io sorridevo perché vedevo i bambini o perché c’erano gli uccellini sui rami degli alberi.
    In quel momento era come se il mondo fosse scomparso.
    Per me esistevano solo gli occhi di chi mi fissava giudicandomi e deridendomi.
    Durante la mia anoressia tutto ciò, che in un passato non lontano mi offriva gioia, era a me invisibile. Tutto, i sorrisi delle persone, la felicità della gente, erano a me inspiegabili e sgradevoli.


    Ma forse qualcosa in me si mosse.
    Forse la mia voglia di vivere non si era del tutto assopita.
    Forse la mia vera anima, addormentata nel petto, reagì e mi scosse.
    Ho cercato allora me stessa. Ho voluto ribellarmi. Ho voluto rialzarmi. Ho voluto dire basta al fantasma che stava prendendo il mio posto.
    Ho voluto riafferrare la mia vita.
    Ed ora… ora, dopo due anni di assoluto disorientamento, dopo quattro anni di cura e terapia.
    Ora ho riscoperto a credere, a credere in qualcosa, ma soprattutto a credere in me.
    Ora che so chi sono.
    Adesso che sono tornata me stessa.
    Ora!
    Perché finalmente sono tornata quella me stessa che nemmeno io conoscevo.

  • 10 ottobre 2009
    Amnesia (una storia cilena)

    Come comincia:

    Si fermò d’improvviso sul marciapiede, tra una vetrina e l’altra, come una bambola bloccata da un guasto del meccanismo interno. La fiumana di passanti frettolosi le scorreva accanto, muovendosi in direzioni opposte, spintonandola, facendola vacillare come un birillo colpito di striscio.
    Perché si trovava in quel luogo, a quell’ora? Dove stava andando? Il panico le dilagò nello stomaco, risalendo come un groppo a chiuderle la gola.
    D’istinto si voltò intorno, a cercare lo specchio di una vetrina, per vedersi, per orientarsi, per tentare di capire, magari dall’abbigliamento, dove fosse diretta: un paio di jeans un po’ sdruciti, una camicetta fiorata, scarpe da ginnastica. A nessun appuntamento importante poteva recarsi vestita così.
    Guardò l’orologio: le 18.00. Non si trattava neppure di lavoro, ammesso che il suo fosse un impiego 8.00-15.00!
    E dunque? Con la mente annebbiata, nello spasimo di una soluzione, una qualunque, purché immediata, si avviò al sottopassaggio della metropolitana, scendendo frettolosamente le scale, come se il tempo per l’ultima fermata stesse ormai per scadere.
    La musica cilena del gruppo di Horatio si diffondeva nella penombra affollata con un ritmo coinvolgente e rassicurante.
    Per inerzia, quasi percorrendo una via sempre percorsa, si avvicinò alle note come ad un amico da cui si sa con certezza di poter essere aiutati in un momento di disperante solitudine.
    Il pezzo degli Inti Illimani stava terminando, nel vento del sikus, attorcigliato alle note cariche di ritmo discendente nella spirale elettrica della chitarra. Una pausa riempita dal vocio disordinato della metro.

    ***

    Aveva solo quattro anni in quell’11 settembre del 1973. Nel palazzo presidenziale, a Santiago, si divertiva a gironzolare nelle grandi sale, riccamente arredate, mentre Rosana, sua madre, faceva le pulizie.
    Il Presidente Allende la trattava come una figlia, anche se era una serva, e per la piccola aveva sempre dei dolci. Una volta le aveva fatto assaggiare un sorso di chicha e lei ne era stata orgogliosa, si era sentita già grande.
    Quel giorno si scatenò l’inferno a la Moneda, d’improvviso, mentre giocava a nascondersi dietro i pesanti tendaggi dei balconi: da lì vide ammazzare sua madre, che urlava al presidente di mettersi in salvo, mentre i sicari di Pinochet distruggevano ogni cosa, il mobilio prezioso, la sua mamma, la gioia di vivere, l’innocenza dell’infanzia ormai violata. Era troppo piccola perché se ne temesse la testimonianza o la denuncia. Il generale la risparmiò, affidandola a dei contadini che abitavano a Putre, un grazioso villaggio aymara, sull’altopiano, a 3500 metri sul livello del mare.
    Per tre giorni non ricordò nulla, né chi fosse né tanto meno cosa fosse accaduto nel palazzo. Un’amnesia che le permise di superare quel trauma infantile senza perdere se stessa, se non di tanto in tanto, una perdita della memoria breve, una rimozione inconscia dell’orrore e della disperazione, che l’aveva salvata allora e continuava a salvarla ora che aveva compiuto quarant’anni.

    ***

    - Anita! – le urlò José Miguel, con la quijada ancora vibrante tra le mani, il viso contratto dall’ira – Te ne vai per un pacchetto di Luki Strike e ci lasci qui a suonare in tre! Prendi il tuo strumento e mettici l’anima, por favor! -
    Afferrò istintivamente il charango poggiato ai piedi di Jorge, ne accarezzò la cassa armonica col palmo sudato della mano.
    Chiuse gli occhi e con le dita fece vibrare la corda centrale, il cuore della scala.
    Il suono cristallino dell’altopiano le inondò il corpo e la mente. Era a casa.

  • 10 ottobre 2009
    Scarpe

    Come comincia: Una volta, qualche tempo fa, un uomo splendido, mistico e supremo cominciò a raccontarmi la ‘storia di come comincia la storia’. Le nenie sussurrate puntualmente con dolcezza squarciavano il mio stupido e folle profilo. Illuminato da un calmo, grigio calmo. Mi ero vestita.
    Passeggiavo in silenzio, ricoperta da un alone di gioia, aprivo la piccola porta di quella che era stata la carbonaia di Palazzo Raffadali. Spalancavo, poi, l’unico finestrone scuro di legno, spettatore di puttane nigeriane, magnacci e, una volta (per fortuna solo una), di uno sparo che qualcuno lanciò nell’aria. Pensavo: ammazzano qualcuno. Mi domandavo, senza punto interrogativo: festeggiano il capodanno. Era il mese di settembre.
    Vestita di un alone di gioia, illuminata da un calmo, grigio calmo e potente, aprivo la piccola porta, scendevo due o tre scalini, buttavo le scarpe per farmi accarezzare dalla colorata e fredda maiolica. In cucina… attraverso la piccola porta stile saloon, e… ancora una volta spalancavo di luce l’unico finestrone scuro di legno e… ancora una volta indietro, nella grande stanza detta ‘scala di legno e soppalco’ verso il tavolo di vetro davanti alla scatola di novello Corvo:

     

    Chi ha preso le mie scarpe?
    Chi le ha indossate?
    Dove sono finiti tutti i miei lacci?
    E i lucidi?
    E le mie spazzole?
    Che ora è adesso?
    Perché non c’è nessuno?
    E non c’è rumore di tacchi
    E non c’è nemmeno una luce accesa.
    Dove sono le mie scarpe?
    Chi le ha prese?
    Perché sono qui, adesso. Le chiavi?
    E le scarpe, le mie…
    Ho visto un topo, si è nascosto lì dietro il banco.
    C’erano le pezze. Dove sono i miei panni e le pelli.
    Chi indossa le mie scarpe?
    Chi le porterà domani su quella strada?
    Resterò qui ad aspettare
    Alla finestra per vedere
    Domani le mie scarpe
    Ai piedi di qualcuno
    Domani.
    Chi le porterà domani?

    Portavo, poi, con me questo foglio di inchiostro nero strappato, colorato poi del rosso, di un grigio calmo, calmo grigio calmo. Ti giunge, oggi, quella calligrafia invisibile che seppe darmi una risposta, su quello stesso foglio che, ritrovo, qui.

    Nessuno le porterà? Perché nessuno ha
    Preso le tue scarpe.
    Nessuno le prenderà,
    Nessuno vorrà prenderle.
    Se cerchi bene sono lì, dove le hai buttate.
    Lì, nell’angolo oscuro delle case, delle stanze
    Cariche d’umore, negli spazi sconsacrati
    Lì, dentro il cerchio di lacci.
    Lì, nella monnezza tra le carcasse di galli
    Sgozzati.
    Lì, dove la notte respira sotto lo sguardo giallo
    Della scimmia.
    Lì, dove la scimmia annusa e cambia posto
    Alle cose.
    Lì, dove vivono i fumi della sessantenne che
    Scandisce il tempo tra le taverne del porto.
    Lì, dove scalzo il bimbo cerca cibo e guarda
    Il peccato e la menzogna, truccati da santi
    Funamboli, giocare (smascherati dal sudore)
    A dadi con la vita.
    Lì, dove non si va se non hai le scarpe per danzare sui cocci di vetro.
    Lì, tra lotta e lotta, tra danza e danza, nel formicaio d’occhi. Lì, tra artiglio e
    Artiglio. Lì, dietro la poltrona vuota.
    Lì, tra attimo e attimo.
    Lì, dove incastrata tra un attimo e l’altro
    Trovi ancora una volta – La morte che si è
    Fermata stanca sul ventre di farfalla inguine
    Simbolo appena accennato.
    Lì, le trovi e si vedono dall’esterno attraverso una finestra sospesa nel vuoto.
    Lì, le vedi?! Incastrate nei piedi doloranti intossicati e gonfi della vecchia signora coscienza
    Precipitata troppo velocemente nel tempo.
    Le vedi le S C A R P E
    (Salvezza – Caduta – Ancora – Rapidamente – Per - Eclissi)

  • 10 ottobre 2009
    La bambina

    Come comincia: In una giornata di settembre, riscopro nel grigio della mia soffitta tanti oggetti riposti e dimenticati: foto in bianco e nero, un vecchio diario, una bambola con la veste sdrucita e la chioma dorata, l’orsacchiotto di quand’ero bambina, uno specchio, una spazzola, il cavallo a dondolo, la borsetta rosa con dentro occhiali rotti, un portamonete colorato, vecchi pastelli. Apro la cassapanca dei ricordi e spolvero i miei sogni: sarò dottoressa, ballerina, pianista, attrice, pittrice, stilista… Da bambina mi aggiravo per la casa con invidiabile disinvoltura, una grande casa in lento rifacimento, indossando la sottoveste, sei collane di mia madre tutte contemporaneamente che mi davano un certo tono, tacchi naturalmente altissimi. Tanti fermagli di varie forme geometriche rendevano la mia acconciatura a dir poco singolare, difficilmente ne avreste trovata una simile in tutto il paese… e dire che non si tratta di un paese piccolissimo.
    Posto sulla collina, quarantamila anime, anima più anima meno, ogni tanto qualcuno muore ed è necessario sapere chi è, come sia potuto succedere, se per cause naturali o eccesso di alcol e sostanze di vario genere o magari un forte dispiacere.
    È fondamentale conoscere la verità e parlarne bene da morto se non lo si è fatto da vivo.
    Una forma di espiazione per tutte le maldicenze di cui è stato sommerso, ma per fortuna non potrà mai più sapere. Dicevo che se per qualcuno è giunto il triste momento, qualcun altro viene alla luce, si spera dopo un matrimonio fastoso con almeno centoquaranta invitati e trascorsi rigorosamente nove mesi nove, a meno che non sia prematuro.
    Altrimenti risulterà che è stato concepito prima delle nozze non dopo e l’unione davanti a Dio, ai parenti e ai santi (i parenti in Sicilia sono molto più in vista dei santi) è solo una forma di riparazione al mancato stato verginale della vivace sposa, che finalmente ha coronato il suo sogno... l’amore? No! Il matrimonio, evento atteso da tutta la vita, passo irrinunciabile superati i trent’anni, pena l’accusa di essere rimasta acida zitella. Fine ultimo della sua esistenza, per conseguire il quale si è scelto un ragazzo e si è imposta di amarlo per tutta la vita, fino a che non la lascerà vedova, si sa che i mariti se ne vanno sempre prima delle
    mogli, ma la ragione di questo fatto è ancora ignota ai più. Uno del paese il fortunato, affinché mai circolino voci tendenziose: che ha dovuto prendere un forestiero perché nessuno del paese l’ha voluta.
    Prima o dopo però, qualcuno nasce e riceve tanti regali da tutti o quasi: gioielli di grosse dimensioni perché possa indossarli anche da grande, abitini, scarpine, giochi, a seconda delle possibilità s’intesta al piccolo anche una casa, raramente un’automobile.
    Se il neonato è una femmina è un conto, ma se è maschio allora tutt’altra storia…
    Io sono nata femmina con tutto ciò che esser figlia femmina comporta, nel paese.
    Ci sono dei doveri a cui non ci si può sottrarre. Da piccina libera di giocare, ma non in cortile con gli altri bimbi, figli di chissà chi (e di chi siano figli lo si sa benissimo, una rete capillare di informazioni consente, infatti, di risalire fino al mestiere dei trisavoli dei nostri vicini). Solo in casa propria e con altri bimbi rigorosamente selezionati o a casa di questi, ma ogni tanto, per non risultar troppo invadenti.
    Dunque me ne stavo quasi sempre da sola, figlia unica, agghindata nella maniera anzidetta, poco trucco perché non avevo totale accesso alla trousse di mia madre, ragion per cui mi mettevo in faccia solo ciò che ero riuscita a rimediare nei giorni precedenti.  Assolutamente sicura di me, su trampoli vertiginosi barcollavo e ancheggiavo, passando di stanza in stanza con fare deciso e progettavo il mio avvenire.
    In effetti, non sognavo la famiglia, i miei piani erano altri … fare carriera come le donne americane, quelle dei film.  Andar a vivere da sola ben presto, in una grande città, conoscere tante persone diverse, uscire, lavorare, frequentare le amicizie giuste.
    Ero già pronta per il debutto in società, quella società che popolava la mia immaginazione.
    Non sapevo bene di cosa mi sarei occupata da grande, ma ero certa che avrei scelto di fare ciò che amavo.
    Ora sono una trentenne, parzialmente soddisfatta della sua vita, vivo in città, cambio spesso lavoro, provo in tutti i modi ad apprendere il più possibile da ogni giorno che viene, da ogni esperienza, da ogni persona che incontro. Leggo, studio, viaggio. Mi prendo cura di me, proteggo la mia vita, difendo i miei sogni.
    Sono distante dal posto in cui sono nata e cresciuta, ci torno ogni tanto, per ricordare gli eventi che mi han condotto fin qui e fatto di me la donna che sono. 
    Tutto questo con la pedissequa disapprovazione della mia famiglia e di tutti quelli nati e rimasti nel piccolo mondo, che non è il piccolo pianeta del piccolo principe. È un luogo tanto angusto, pieno di parole.
    Io amo le parole, ma ne faccio un uso totalmente diverso. Dimenticavo! Nonostante le frequenti pressioni esterne, non sono ancora sposata e forse non lo sarò mai. Il matrimonio non è nulla di serio al giorno d’oggi (e a noi donne del sud hanno insegnato che dobbiamo esser brave ragazze, “ragazze serie”), dunque non fa per me.
    Se un bel giorno dovessi decidermi, allora mi toccherà prima trovar un fidanzato. Per ora mi bastano gli amici, quelli veri e quelli immaginari, gli amici della bambina che ero e che probabilmente sono ancora.
    Quella bambina, fortunatamente, parla con me anche adesso e mi ricorda che i sogni sono fatti per esser realizzati e mi sprona tutti i giorni a vivere in modo semplice e genuino, ad apprezzare ogni momento, a guardare i colori con occhi nuovi, ad ascoltare le sensazioni e trovare da sola la strada giusta da seguire.

  • 10 ottobre 2009
    Lucy in the sky

    Come comincia: Era una fredda sera invernale la prima volta che Luca si truccò il viso. Una di quelle sere in cui la pigrizia prende il sopravvento su tutto e inchioda i volti delle persone davanti alla televisione tenuta accesa per tutta la giornata. La cena si era appena conclusa e i vari componenti della Famiglia avevano rotto le righe tornando ognuno alle proprie faccende. La madre si apprestava, come sempre, a sparecchiare la tavola e ad immergere i piatti e le stoviglie nel lavabo della cucina. Il padre si era ritirato nel suo studio-rifugio dove trascorreva gran parte del suo tempo, e i ragazzi si erano diretti ognuno nella propria stanza. Il figlio maggiore, quattordici anni, era quasi certamente già al telefono con gli inseparabili amici maschi di cui andava tanto fiero, la sorella di tre anni più giovane stava forse sdraiata sul letto di cedro bianco intenta a leggere un romanzo oppure solo assorta a pensare, come spesso accadeva che i genitori la trovassero, mentre il più piccolo, nove anni compiuti l’estate prima, era pronto ad attuare un “piano” su cui stava meditando da parecchi giorni. Luca, infatti, negli ultimi tempi, era solito tenere compagnia alla madre ogni volta che questa si preparava ad uscire di casa, scrutandola, in silenzio, mentre si destreggiava con pennelli, matite e rossetto, dinanzi al grande specchio del bagno. Provava in quei momenti una grande ammirazione per lei, ma anche un irresistibile desiderio di imitarla. Desiderio che sapeva avrebbe dovuto soffocare.
    Invece, approfittando del generale disinteresse reciproco che regnava ogni sera nella Famiglia in quel determinato momento della giornata, Luca, sicuro di non essere notato, era andato in bagno e aveva chiuso la porta a chiave. Una volta entrato, aveva acceso tutte le luci, comprese quelle fissate sulla parte alta dello specchio, e si era guardato attentamente. Prese a contemplarsi con una cura particolare trovando davanti a sé un viso di bambino che a sua volta lo fissava, un bimbo dal volto delicato e dagli zigomi alti e sporgenti. Incrociò più di una volta i suoi occhi scuri dalle lunghe ciglia nere.

     


    Anche se non aveva imparato a dare un nome a quello che provava, Luca sentiva di avere voglia di infrangere quell’immagine immacolata che vedeva. Voleva compiere un’azione sovvertitrice di quella purezza, un’azione un po' “sacrilega”. Quasi senza accorgersene, estrasse dal cassettino di legno sistemato sotto il lavabo il luccicante involucro color oro che aveva visto tante volte in mano alla madre e, lentamente, ne fece fuoriuscire la punta rossa. Con dovizia, se lo applicò piano sulle labbra, spiando l’effetto sortito sulla sua immagine riflessa. Man mano che la bocca imporporava, Luca avvertiva un sapore nuovo sulla lingua che pensò appartenere solamente all’età adulta. Si avvicinò sempre di più alla superficie riflettente, fino quasi a baciarsi, e rimase impressionato da quello che scorgeva. Aveva il cuore in subbuglio perché la persona che aveva di fronte non sembrava assomigliare più alla figura che aveva fino allora sempre identificato con se stesso ma ad una sua nuova, “perversa”, versione. Tutto quello che l’immagine gli procurava era una strana e inaspettata sensazione di benessere, che poco dopo lasciò spazio solo a una profonda afflizione. Sentiva il ronzio della televisione provenire dalla cucina e colse la calma rassicurante in cui l’intera casa era caduta. Eppure, nel luogo dove lui si trovava, si stava consumando un’esplosione di cui nessuno riusciva a percepire il fragore. Luca era solo. Se ne stava semplicemente lì, immobilizzato davanti allo specchio, con tutta una nuova angoscia che gli era scesa nell’animo.
    All’improvviso, gli venne voglia di piangere. Non lo sapeva bene il perché, ma provava un gran senso di colpa. Si pulì in fretta la bocca con la carta igienica, controllò che lo scarico si portasse via la prova della sua “depravazione”, e uscì velocemente dal bagno. Passando davanti alla porta della cucina si fermò un istante e vide sua madre che, da sola, stava guardando la televisione. Era seduta e appariva assorta, probabilmente concentrata in qualcosa che non riguardava ciò che veniva mostrato sullo schermo. La cucina era in ordine e profumava di pulito. Luca stette parecchi secondi ad osservare sua madre senza essere visto e, tornando in camera sua, giurò a se stesso che non avrebbe più fatto niente del genere.

  • Come comincia: Kikko si sveglia, apre gli occhi di soprassalto, guarda la luce fuori… e “cazzo la sveglia!”, si alza vorticosamente, fa il doccino rituale del ripiglio, saltella mentre si mette i pantaloni e poi corre a fare colazione. Questa fase della mattinata è per lui un rito al quale per niente al mondo vorrebbe rinunciare, e, infatti, quando rientra di notte a casa fradicio e pieno di niente, se non di birra e di chupiti, la prima cosa che pensa buttandosi sul letto vestito è: “Boia dhé, domattina non ce la faccio nemmeno a fa’ colazione…”.
    Così di fronte ad una tazza di tè, scopre il gusto di svegliarsi la mattina e andare a lavoro un pochino più contento, perché alla fine lui ha trovato il suo equilibrio, la sua casa di amici, il suo lavoro “perbenino” dietro ad una scrivania, una ragazza a cui vuole bene, perché gliene ha sempre voluto. Per le passioni non c’è spazio, d’altronde prima di tutto bisogna pensare a trovare… a trovare… a trovare… aspetta un attimo?! ma che cazzo sta cercando Kikko?! E da cosa era scappato?!
    Vabbè, lui non se ne preoccupa adesso è troppo intento a guardare dentro la sua tazza di tè mentre chiude a panino le macine, le inzuppa, dà un primo morso, poi un altro e infine lascia l’ultimo cadere dentro la tazza e lo guarda attentamente galleggiare, poi, appena quel gustoso boccone comincia a dare segni di cedimento comunicando attraverso le bollicine che cominciano a formarglisi intorno, prontamente con il cucchiaino, lo avvolge e lo carica come un estremo salvataggio. Adesso sì che è contento.
    Corre in camera, e fruga in ogni dove. Una lettera trovata in una tasca di un giacchetto mentre cerca frettolosamente degli spicci e qualche euro per comprarsi il panino per il pranzo in tutte le tasche dell’armadio, è la sorpresa di quella mattina… non può credere ai suoi occhi… Celeste?! La infila in tasca, si precipita giù per le scale e corre in direzione della metro. Riesce a salire al volo e finalmente si siede impassibile al finestrino, perché per la prima volta in vita sua, forse, ha trovato “un posto”. Un attimo di respiro per riprendersi da questa incredulità… una lettera di Celeste; guarda giusto la data per rendersi conto che non è stata scritta ora, ma mesi fa e impulsivamente la infila di nuovo in tasca. Iniziano a riaffiorare i ricordi, le emozioni di quei tre giorni, quanto si sentiva combattuto, ma quanto, in realtà, la desiderava con tutto se stesso quella donna?
    È inerme, completamente incredulo al ricordo del davanzale di quella mattinata, è lì che l’ha vista svegliarsi, far filtrare la luce dalla finestra e iniziare una nenia massacrante e indefinita, che lui sapeva solo che avrebbe fatto del male… l’ha vista dirgli “è tardi”, “farai tardi a lavoro se non smetti di guardarla e morire dentro”, perché sapeva che nonostante tutto non avrebbe potuto funzionare, perché sapeva che tutto quello che stava provando in quell’addio e in quei tre giorni trascorsi insieme, avrebbero lasciato solo un alone meraviglioso che si chiama souvenir… a pronunciarlo in francese sembra ancora più dolce, come qualsiasi dolore… purché abbia derivazione “amorisiaca”…
    Kikko è seduto e non sa che fare: non leggere, gettarla via o aprire quella busta? Credere in tutto quello che ha fatto finora, oppure riassaporare il sogno di lei e leggere, leggere subito?
    Si fece coraggio, decise di seguire il suo impulso e con la mano destra, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fagotto di carta ben ripiegata di almeno tre pagine…
    Intanto, la metro scorreva veloce e ad ogni stazione qualche viso fuori ad aspettare la prossima carrozza, creava immagini di donne e uomini senza futuro, solo in balia degli eventi, completamente catapultati nel grande caldo del sottopassaggio, alcuni accaldati che si toglievano nervosamente il sudore dai baffi e dalla fronte, mentre altri erano intenti a sventolarsi con giornali, ventagli, tutto ciò che potesse essere oggetto di vento! Dinamiche usuali.
    Kikko distolse lo sguardo dal vetro lercio e cominciò a scartare quel manipolo di carta, fin quando la stese tutta e cominciò a divorarla con gli occhi e tutti i sensi.
    Ogni parola di Celeste, lo riconduceva a odori, profumi, pelle, sapori, niente era scontato… tutto era magicamente triste e meraviglioso… in quella lettera suonavano forti le parole “addio mi amor”.
    Lui vide lei in quella lettera, la vide per quello che era veramente, con il suo carattere deciso, dolce, a volte anche insolente, presuntuosa, amante vogliosa e dea tantrica, sensibilmente profonda e leggera allo stesso tempo… e fu lì, in quell’usurata poltroncina della metro, su cui milioni di culi e di vite insieme si erano seduti e riseduti, senza mai saper di averlo fatto, che lui se ne innamorò.
    Fece una pausa… chiuse gli occhi e cominciò a piangere come un bimbo. Erano anni che non piangeva così, non riusciva a trattenersi neanche lì davanti a tutta quella gente che lo guardava e che intenerita, cercava di dargli un conforto con un sorriso. Ma in quel momento c’era soltanto lui, le parole di Celeste e quelle lacrime che gli rigavano il viso e che lui disperatamene immaginava avrebbe voluto versare sopra di lei, sulla sua pelle, dentro le sue braccia, sopra le sue labbra.
    Assorto nelle sue sensazioni, sentì per la prima volta da che era salito lo scossone della carrozza fermarsi. Alzò gli occhi e vide che era proprio la sua fermata.
    Ma come tutte le più belle fiabe…
    Ogni cosa a suo tempo…
    Quel tempo che li aveva consumati e allontanati, adesso è lì che non guarda in faccia nemmeno questa volta Kikko, perché se non si sbriga rischia di perdere l’aereo che lo riporterà in Italia.
    E adesso è lui a correre, corre per la strada veloce come non lo è mai stato, con una forza e un’energia atipica per lui. Finora non si è mai scomposto di fronte ai grandi sentimenti, li ha sempre vissuti, guardati passare e scivolare via senza mai tentare di fermare quelle sensazioni... ed ora è lui che corre, ora che Celeste ha smesso, perché è esausta e stanca di combattere, adesso è lui che non può più vivere senza Amore.

  • 10 ottobre 2009
    La legione dei dispelati

    Come comincia: Io sono cinese, della plovincia di Wang-Ton, sul fiume Shang-Li.
    Sono emiglato in Eulopa, in celca di migliol foltuna, pel sfuggile alla poveltà delle mie telle.
    Nel mio paese siamo tutti poveli, anche il govelnatole locale tila avanti alla meno peggio.
    Eppule lidiamo semple, folse solo pel falci colaggio a vicenda, pel non pensale alla nostla sfoltuna, alla fame, alle malattie, alle cicliche devastazioni natulali.

     

    Sono allivato in Italia nascosto in un containel, una tlavelsata dulata quasi un mese. Quando sono sgusciato fuoli dal cassone metallico, elo più molto che vivo, ma felice di essele allivato nel paese della pasta, della pizza, della Fellali, della Felilli e del bel canto.
    In questa città, Genova, capoluogo della Legione Ligulia, la gente vive bene da secoli, hanno un passato di glandi navigatoli, di glandi commelcianti.
    Dopo avel tlovato aiuto e lavolo plesso alcuni miei compatlioti, ho celcato di inselilmi, pel quanto possibile, nella vita italiana.
    Non so cosa abbiano, qua, le pelsone. Quasi nessuno muole di fame, quasi tutti hanno casa e macchina e bei vestiti, vanno in vacanza, lavolano, hanno assistenza medica, pensione. Eppule vanno tutti in gilo con celte facce tlisti, allabbiate, sfiduciate, malevole. Se gualdi qualcuno negli occhi, mentle sei a passeggio, o si gila dall’altla palte, oppule ti fulmina con un’esplessione ilata e diffidente.
    Non capisco ancola bene la lingua italiana, ma avvelto nei toni di voce una genelale nota di labbia leplessa, di odio pel tutto e tutti.
    Ho celcato di falmi spiegale dai miei compatlioti che vivono qua da anni, che cosa abbia di sbagliato questa legione. Lolo la chiamano olmai la Legione dei dispelati.
    Quando al listolante, selvendo la clientela, celco di ascoltale e capile i lolo discolsi, sento soltanto palole di invidia, lancole; flasi immancabilmente negative, dilette a deniglale qualcuno, spesso amici e palenti, mogli, maliti e figli. Il displezzo leciploco legna sovlano. Pelfino quando pallano di spolt, del bellissimo calcio italiano, finiscono semple pel litigale e offendelsi a vicenda. Se poi pallano di soldi o di politica diventano addilittula fuliosi, feloci come tigli selvagge.
    Spelo di lacimolale in fletta abbastanza soldi pel tolnale al mio povelo paese, questa tlistezza mi sta uccidendo.

  • 10 ottobre 2009
    La corte dei miracoli

    Come comincia: Il sole tramontava invisibile dietro i profili delle case; filtrava un alone dorato e caldo dalla loro cornice nera, che avvolgeva la piccola piazza come in un abbraccio, nascondendola dalle vie del centro, immersa nell'atmosfera irreale della sera di primavera.
    Dominava lo spiazzo una chiesa grande dalle scalinate larghe, ampie e consunte dalla pioggia e dai passi; su di esse sedevano alcune ragazze a fumare uno spinello e parlar d’uomini, mentre poco distante un ragazzo dall'aria mesta rifletteva in silenzio se rientrare a casa o scappare lontano, chissà dove e chissà da cosa.
    Sulla panchina lì vicino, c’era un vecchio con una fisarmonica che, stonato, intonava una versione tutta sua di molte canzoni popolari, mentre due amici, intenti a bere birra dalla stessa lattina, a tratti si levavano a danzare in tondo sui suoi ritmi irregolari; ad entrambi mancava una gamba e le loro movenze erano goffe, ma ridevano e schiamazzavano come ragazzini nel cortile della scuola e il loro divertimento rendeva superfluo ogni giudizio.
    Al centro della piazza, un giovane dalla pelle abbronzata, di quel color del cuoio che solo i visi che hanno visto sorgere l'alba molte volte dalla strada assumono, faceva volteggiare qualche birillo colorato in aria, allenandosi in un numero da giocoliere che non gli riusciva mai e lo faceva ridere dietro la barba incolta e nera ad ogni schianto dei birilli sul selciato.
    Con lui, rideva del rumore anche un uomo solitario che, un po' discosto, regalava briciole ai piccioni e ai passeri con la naturalezza di chi ama farlo, senza il peso delle nostalgie e delle tristezze.
    Tra poco sarà notte.
    Ci sarà forse freddo e forse nessuno resterà qui nella piazza a giocare, a ballare o a sorridere di niente e di tutto insieme; ma ancora l'oro della sera cade dai tetti scuri ed è facile illudersi che questa piccola corte dei miracoli sia abbastanza grande per un'anima in più', che possa burlarsi dei loro numeri sbagliati e dei propri, della birra sgasata e delle musiche stonate senza pensare a nulla.
    Tra poco sarà notte.
    Ma per qualche minuto ancora, che tutto sia magico e perfetto come non potrebbe essere in nessun altro luogo e non vi sia altro che la poesia della loro gioia a riempire la sera.
    E per un attimo ci si chiede
    come sia possibile non credere alle favole.

  • Come comincia: Quando ero bambina, nella mia città c’era una sola libreria importante e si affacciava proprio sulla piazza principale. Non era molto grande ma, si sa, gli occhi dei piccoli vedono oltre i limiti della realtà e le dimensioni obiettive rispecchiano il significato nascosto che le cose trasmettono direttamente al cuore. Quindi, per me, quella libreria era, in verità, un regno infinito in cui addentrarsi per scoprire dietro ogni angolo qualche segreto, qualcosa d’inatteso, impaziente d’essere scovato e sfogliato.
    Si entrava salendo una scala di legno e ricordo che l’ultimo scalino scricchiolava sempre, come per annunciare l’arrivo di un nuovo cliente. Io ero piccola e leggera e mi divertivo a sfidarlo cercando di non farlo cigolare troppo sotto il mio insignificante peso. Entravo con eccitata curiosità ma anche con riverente rispetto, quasi trattenendo il fiato, perché quella era la casa dei libri.
    Una volta dentro, venivo accolta da un buon profumo familiare, dolciastro, che emanava dal miscuglio di gomme, matite, pastelli a cera, penne e pennelli esposti su uno scaffale. Sì, perché la libreria era anche il paradiso dei colori e degli odori gommosi che a me facevano gola. Oltretutto stavano proprio tutti lì, all’altezza del mio naso. Una tentazione bellissima, da cui però venivo presto distratta, perché tutt’attorno c’erano loro, i padroni di casa, che mi aspettavano: i libri! 
    Un altro buon odore era quello del legno scuro degli scaffali che si mescolava alla delicata morbidezza delle pagine bianche. Ricordo che quando una copertina attirava la mia attenzione, afferravo il libro e lo sfogliavo lasciando frusciare le pagine come lievi battiti d’ali davanti al mio viso, in modo che l’odore della carta stampata mi parlasse senza bisogno di leggere. Pensavo che ogni libro avesse il suo odore, proprio come le persone.
    I libri respiravano, trasudavano sapienza e bellezza. Erano vivi e mi sembrava che il tempo si fermasse in mezzo a loro, anche se, paradossalmente, non vedevo l’ora di crescere per leggerli tutti. Quelli che mi sembravano più interessanti stavano sempre troppo in alto per la mia portata. Proust, Kafka, Hesse, Joyce stavano lassù come misteriosi microcosmi inafferrabili. Non avevo la più pallida idea di chi fossero quei signori, eppure mi affascinavano. Pensavo che per essere arrivati tanto in alto dovevano essere stati davvero dei grandissimi scrittori e mi sarebbe piaciuto diventare brava e importante come uno di loro da grande. Non so perché ma immaginavo che su, nel cielo, quei magnifici maghi delle parole passassero il tempo a giocare tra loro e ad inventare trame talmente sublimi da poter essere lette solo dagli Angeli.
    Con gli anni, le mie visite alla libreria sono diventate un immancabile rituale e, crescendo, tanti dei suoi misteriosi libri sono diventati per me una preziosa esperienza e una piacevole compagnia. A guidarmi nella scelta era quasi sempre lei, la mia dolce, erudita libraia, che sapeva a memoria titoli e autori e conosceva esattamente la collocazione di ogni opera sugli scaffali. Amava i libri e riusciva a farli amare a me e a tutti coloro che ad essa si affidavano . Bastava chiedere a lei e, oplà, saltava fuori proprio quel libretto che sembrava non esistere e che invece sarebbe stato un delitto non leggere. Invidiavo un po’ la brava libraia, perché credevo fosse la depositaria eletta di tutto ciò che al mondo era stato scritto.
    Oggi quella libreria c’è ancora. Un po’ più grande, questo sì, ma con lo stesso odoroso miscuglio di legno e carta che la distingue da tutte le altre. L’amica libraia è tuttora la guida erudita che accompagna discreta i clienti attraverso i labirinti della cultura, della storia, della scienza, della fantasia e del divertimento. Ma la sopravvivenza è dura, oggi, per chi vive questo mestiere con passione, entusiasmo e amore perché, intorno a loro, prepotenti e inarrestabili, sono sorti i MEGA STORE del libro.
    I Mega Store sono negozi enormi, lucidi e freddi, che sorgono senza carattere, tutti uguali tra loro, in tutte le città. Anche nella mia. Non sembrano più le accoglienti dimore dei libri e dei pensieri ma asettici ospedali, ricoveri plastificati, senza calore né anima. Lì dentro non c’è rischio di sorprendersi né di ammaliarsi. Tutti gli autori sono rigidamente inscaffalati in ordine alfabetico nella zona di loro pertinenza e non ci si può sbagliare nella ricerca. Ciò nonostante, pur trovando quasi tutto, qualcosa lì manca. Manca la magia. Lì i libri non respirano, sono muti e spenti. Persino il contatto umano con il commesso o la commessa di turno, seduto davanti ad un video, mi sembra irrimediabilmente contagiato dall’atmosfera indifferente. Al posto della libraia erudita mi è capitato di trovare una giovane donna che mi ha guardato stralunata alla mia richiesta di un libro fuori moda. “Henry and June”? mi ha chiesto, sforzandosi di digitare il nome di Anaïs Nin in maniera corretta, per affidare la ricerca dello strano testo al computer. Il libro non c’era, ovviamente, ma l’espressione smarrita della ragazza mi fece recedere dal tentativo di chiedere anche “Opus pistorum” di Henry Miller o il “Diario di uno scrittore” di Dostoevskij, opere e autori il cui spelling e la relativa digitazione sulla tastiera, avrebbero potuto portarci ad un conflitto ideologico-generazionale all’ultimo sangue! Certamente avrebbe dato risultati assolutamente immediati ripiegare su un libro compreso tra le top ten di oggi, magari scritto da un noto calciatore o da un comico qualsiasi della scuderia di Zelig, in vena di più moderne e popolari analisi sociologiche.
    Molto meglio sarebbe stato, tuttavia, tornare alla vecchia cara libreria, dove l’amica libraia avrebbe certamente saputo suggerirmi un volume poco conosciuto, uno di quelli che parlano al cuore e alla mente. Sicuramente, con un sorriso, avrebbe trovato anche il tempo di scambiare due chiacchiere su com’è bello leggere, riscoprire antiche emozioni nelle letture del passato o lasciarsi sorprendere dalla piacevolezza e dall’inventiva di qualche piccolo autore d’oggi che, ahimè, nessuno di quei commessi conosce e, dunque, pochi lettori leggeranno. Forse avremmo ricordato con tenerezza Guillaume Apollinaire, il suo “Il flaneur di Parigi” e, in particolare, un racconto intitolato “La libreria del signor Lehec”, senza doverne sillabare più volte e lentamente il nome e i titoli.  Se non ricordo male, il racconto inizia così: Il signor Lehec, il libraio, amava i suoi libri al punto di venderli solo alle rare persone che giudicava degne di acquistarli … Al tempo in cui aveva la libreria in rue Saint-André-des-Arts andavo spesso a chiacchierare con lui … diventato quasi cieco si è messo in disparte … nessuno può far più ricorso ormai alla sua cortese erudizione.
    Ebbene, se di questo avessi parlato e chiesto a quella commessa del Mega Store, mi avrebbe preso definitivamente per una bizzarra lettrice demodé e, probabilmente, mi avrebbe consigliato di leggere l’ultimo trattato di Antonio Cassano, tanto per spaziare un po’ negli abissi della cultura moderna. 
    Io sono ottimista e spero che in mezzo a questi supermercati all’ingrosso di parole possano continuare a sopravvivere fieri quei piccoli regni del pensiero, della fantasia e della curiosità. Quelle librerie, cioè, con un’anima, fatta dalle libraie e dai librai appassionati come il signor Lehec.
    Ma mi chiedo: come riconoscere a prima vista i preziosi depositari del sapere del mondo da quelli invece fasulli, costretti ad affidare il proprio sapere alla memoria di un computer? Mi viene in mente quello che si fa per molti prodotti, in particolare quelli alimentari, in cui il consumatore può valutare la qualità di ognuno di essi attraverso sigle, come per esempio DOC, DOP e DOCG. Perché non utilizzare lo stesso criterio per valutare le qualità delle librerie e dei librai cui rivolgersi per le nostre scelte letterarie?
    Immaginiamo, ad esempio, una libreria dove campeggiasse la sigla LET e poniamo che questa significhi che ad accogliermi ci sarà un gentile, e probabilmente attempato, “Libraio Erudito Tradizionale”, come certamente era il signor Lehec. Oppure, una libreria LEM, dove potremmo incontrare un piacevole e spiritoso “Libraio Esperto Moderno”, come la cara libraia della mia città. Infine, tutte le altre librerie, quasi sempre enormi, in cui sicuramente incontreremo quegli addetti per i quali i libri sono soltanto titoli o nomi di autori da digitare su una tastiera, spesso non senza difficoltà. Lì, a chiunque chiedessimo, ci troveremo di sicuro di fronte ad un “Commesso Acculturato Zero”, inevitabilmente e sinteticamente identificato con la sigla: CAZ.
    Con questo metodo, entrando in una libreria che espone l’insegna LET o LEM, avrei la certezza di potermi ritrovare, come da bambina, a vagabondare nel sapere, in compagnia di una guida all’altezza, senza perdere tempo ad entrare nelle altre librerie. A meno che, spiando casualmente attraverso le loro vetrine, non vedessi davanti ad un computer un bell’esemplare di CAZ somigliante, magari, a Gorge Clooney!

  • 10 ottobre 2009
    Arriva la vita

    Come comincia: Immaginazione o realtà? Ha poca importanza, quello che conta è che venga raccontato!
    Ecco come non dovrebbe mai finire una gravidanza.
    Manca poco meno di un mese al parto, lei ancora lavora e in ufficio non si fanno molti scrupoli.
    È andata in tre banche diverse e per farlo ha dovuto prendere i mezzi pubblici, fa molto caldo e non si sente bene.
    Dopo quella giornata rientra a casa, sfinita e, come al solito, completamente priva di appetito.
    Proprio per cercare di convincerla a mandar giù qualcosa, la sorella decide di andare a comprare un po’ di gelato...
    È appena uscita quando le si rompono le acque.
    Inizia a piangere, in silenzio... non vuole che nasca, è presto e, soprattutto, non è pronta...
    Inutilmente provano a calmarla... Il padre prende la macchina e la accompagna in ospedale…
    Iniziano a farle il monitoraggio e la avvisano che manca veramente poco.
    Non ha fatto il corso pre-parto, il suo ginecologo non è reperibile... è in preda al panico...
    Nella stanza con lei c'è un’altra ragazza, ha vicino il compagno ad assisterla, com’è giusto che sia, ma questo contribuisce a farla sentire più sola che mai.
    La trasferiscono in sala travaglio e qui fanno il possibile per fermare le doglie, ma non c'è niente da fare...  la bambina ha fretta di nascere... poco dopo le due, a sole cinque ore dal ricovero, è venuta al mondo...
    I ricordi? Fuori c'era il temporale che lei tanto teme, con fulmini e tuoni... e poi il dolore... non tanto quello fisico, quello si sopporta e si dimentica facilmente, quanto quello interiore...
    È stato tutto molto veloce... dopo il parto una mezzora trascorsa in corridoio, su una brandina e poi, finalmente, la portano in corsia...
    Dorme circa un paio d'ore, poi la colazione, la visita del medico... si alza, chiama in ufficio per avvisare che non sarebbe andata... poi a casa per sentire se qualcuno sarebbe passato a trovarla...
    La madre la avvisa che l'avrebbe raggiunta appena iniziava l'orario di visita... ed è stato così.
    Si è presentata con una splendida rosa rosa...  presa dal mazzo che le avevano mandato i suoi amici...
    Conserva ancora la foto di quel mazzo di rose...
    Erano ancora insieme quando arrivò l'assistente sociale insieme alla psicologa, erano lì per domandarle se era certa di voler tenere la bambina o se, piuttosto, non preferisse, vista la situazione, darla in adozione...
    Nei mesi precedenti l'idea l'aveva sfiorata, ma in quel momento... dopo averla vista, toccata, stretta...
    Era piccola… piccolissima... pesava un chilo e novecento grammi, una ranocchietta, un batuffolo di cotone, ma la vedeva bellissima e non si sarebbe separata da lei per niente al mondo... e meno male che non l'ha fatto!
    È la sua vita, oggi!
    Dopo tre giorni la dimettono e torna a casa... sola... il suo tesoro aveva l'ittero altissimo ed è rimasta in ospedale per oltre un mese...
    Lei ha fatto avanti e indietro otto volte al giorno... sempre completamente sola...
    Ecco il ricordo dominante di quei giorni: la completa solitudine, il senso completo e totale di abbandono.
    Voglia di vivere zero, voglia di fare zero, voglia di costruire zero.
    Non serve avere un uomo vicino per crescere un figlio, ma serve qualcuno cui aggrapparsi nel momento del dolore... e lei non ce l'aveva.
    Ha dovuto fare tutto da sola, con l'aiuto immenso e splendido dei genitori e della sorella, ma era altro quello di cui aveva bisogno.
    Non sono bei racconti, ne convengo, ma a volte serve a chi scrive per tirare fuori qualcosa e a chi legge per capire meglio.
    Il ricordo di quella notte non l'ha mai lasciata, non ricorda altro che solitudine... nessun dolore, solo solitudine e senso di totale abbandono.
    La voglia di essere stretta, abbracciata, coccolata.
    Il desiderio di qualcuno che si occupasse non solo di lei, ma anche delle cose pratiche perché lei, completamente priva di forze, non ce la faceva.
    Anche semplicemente andare all'anagrafe era stato un problema... eppure eccola lì oggi... ne sta venendo fuori...
    Tutto alle spalle, o quasi...
    Storia amara, come mille altre, meglio di mille altre addirittura, ma da condividere, perché non è giusto, non ci si deve mai sentire così soli, così completamente abbandonati, mai, ma soprattutto non dopo la nascita di una vita umana.
    Il ricordo resta, fa sempre meno male, ma non può e non deve essere cancellato!

  • 05 ottobre 2009
    Notti di luna

    Come comincia:

    Nella notte qualcosa cominciò ad ululare, nessuno capì da dove venisse, era ovunque e da nessuna parte, mentre il plenilunio rischiarava dall’alto i tetti delle case ancora spente di Molde. Quell’urlo galoppò diabolico nell’aria, non aveva nulla in comune né con l’uomo né con Dio, i cani pastori di guardia alle stalle rimasero muti, non riuscirono neanche ad abbaiare. Tutti sentirono; quell’urlo s’insinuò nella mente e nelle paure di tutti. Stefan lo sentì affacciandosi alla finestra che dava sul giardino mentre cullava il piccolo Daniel, Elise lo sentì mentre cercava di bere la sua tisana contro il raffreddore, il grasso e odioso giudice Gotthard lo sentì mentre consumava il suo spuntino di mezzanotte, Holly lo senti mentre riempiva i frigoriferi della tavola calda. Le vie di Molde tornarono al silenzio poco dopo, qua e là alcune finestre si accesero, altri uscirono in strada, qualcuno caricò il fucile e ci fu chi tornò a letto disinteressato come sempre. Paura... non ancora... strane ombre però erano arrivate dalla foresta... ombre minacciose decise a nascondersi nell’oscurità.

    A tratti, tra le nuvole cariche di neve e il vento che spirava violento su Crawen Strass giù fino al vecchio porto, la luna illuminava di un bagliore cupo le vie del paese. Norman Wildmer era stato colto dalla tormenta, aveva tirato fino a tardi in ufficio per finire di timbrare le scartoffie accumulate ormai da qualche mese. Prese gli scuri accanto alle finestre e li assicuro ai montanti.


    - Nemmeno un uragano.
    Tac
    - Nemmeno una tempesta.
    Tac Tac
    - Nulla entrerà nel mio negozio.


    Il vecchio Wildmer fini di montare l’ultimo pannello di legno alla finestra e fuori il vento soffiava come un demonio…Poi si fermò a guardare fisso la porta


    -Bah! Cavolate è solo vento dopotutto.


    Ma il vento non bussava alle porte, in nessuna città del mondo, e di certo fischiava ma non ululava. Norman Fece per prendere il suo cappotto ma i rumori si facevano  sempre più forti, e ululati, e ringhi, e ancora ululati. Norman senti la  paura salire come saliva l’alcool della bottiglia di whisky bevuta durante la serata. Pensò al cane di qualcuno, qualcuno poteva averlo perso, ma sì forse era un cane, fece per aprire la porta, poi esitò ancora. Stava fermo fissando la sua mano sul pomello ma non ebbe tempo di pensare, il ringhio che stava di fuori tornò a bussare ancora una volta ma questa volta con una forza incredibile, dallo squarcio lungo la porta una belva assetata di sangue vibrava zampate bestiali, e schegge e neve e urli erano un tutt’uno nell’aria. Norman era come immobile davanti a quella scena, fermo sulle gambe, le lacrime agli occhi. Fu la durata di un secondo appena e a un tratto tutto ebbe fine, Norman smise di esistere e a Molde risuonò l’urlo di un terrore mai udito.

  • 03 ottobre 2009
    Metempsicosi

    Come comincia: - E perciò la Ditta ha ritenuto opportuno non accettare la sua domanda di trasferimento nella sede di Lione. Deve capire Gioacchino: prima di lei, altri aspiranti, forniti dei titoli richiesti, hanno prodotto la domanda. Inoltre, hanno a carico moglie e figli, sono più giovani, conoscono bene l’inglese, hanno competenze informatiche… Su, sia gentile, torni al suo lavoro e cerchi di curare un po’ di più l’abbigliamento. Diamine! opera in un ufficio aperto al pubblico!_
    Ad occhi bassi, spalle leggermente ricurve, passo trascinato e braccia a piombo lungo i fianchi, si avviò alla sua postazione: uno stramaledetto sportello aperto al pubblico, dove non si affacciava mai nessuno, dato che glielo avevano creato su misura.
    - Come si fa a non aiutare uno come lui?- si era chiesto costernato l’ingegner Domizi, quando gliene aveva parlato un suo caro amico, responsabile del Centro Recupero Disabili.
    Era davvero un povero disgraziato! La madre l’aveva abbandonato che aveva solo quattro mesi, anche se doveva averlo deciso prima ancora che nascesse: in fondo, aveva solo diciassette anni, bella come un fiore, lunghi capelli corvini, una vita davanti, non fosse stato per quella gravidanza inaspettata e indesiderata.
    L’aveva persino allattato al seno, piccolo e grinzoso com’era, e a lui sembrava di ricordare, a distanza di quarant’ anni, il profumo dolce delle sue braccia nude. Sapevano di cioccolato e cannella ed erano così morbide!
    Lo allattava vicino al caminetto e per distrarsi dai morsetti fastidiosi di quella piccola bocca avida e insaziabile, canticchiava canzonette o tamburellava nervosamente con le dita della mano libera sulla mensola di legno: ma a lui sembravano rumori buoni, quelli che ti fanno compagnia, quando hai una casa e vivi in compagnia e non sei sempre solo, triste, chiedendoti continuamente perché non puoi essere diverso, bello, sano, ricco, con un lavoro gratificante e una donna che si prende cura di te.
    Ora gli avevano negato il trasferimento a Lione: che sfiga! A Lione c’era Marcello, il suo unico amico, quello che al Centro non lo prendeva in giro per un nonnulla e se non capiva al volo ciò che gli dicevano, glielo ripeteva una, due, tre volte, finché lui faceva cenno di sì col capo, evitando di balbettare una risposta inutile, col rischio di emettere quei fischi ridicoli se nelle parole c’era una esse di troppo. E poi lo aiutava ad abbottonarsi la camicia senza saltare i bottoni e gli ricordava di indossare il cappotto, prima di uscire nel cortile per la passeggiata vigilata, se il freddo era pungente.
    Era stato Marcello a pensare ad un lavoro per lui presso la Ditta di Trasporto biancheria sporca che serviva il Centro: gli avrebbe fatto bene sentirsi utile e produttivo, l’avrebbe tirato fuori da quella mania suicida, da quel meccanismo diabolico messo in atto dalla sua mente malata, che spaventava ormai tutti: gli altri ricoverati, gli infermieri, i medici. Prima o poi l’avrebbero trovato da qualche parte, senza vita, magari coi polsi insanguinati o ai piedi della tromba delle scale. D’altronde non gli si poteva star dietro ventiquattr’ore su ventiquattro! Ormai aveva quasi quarant’anni!
    Ma a quello sportello non voleva più starci. Ne aveva fin sopra i capelli di contare le ore, i minuti, i secondi di quelle quattro ore di lavoro in cui vedeva solo il facchino che ritirava i sacchi di biancheria sporca e quello che la riportava pulita. Una firma al ritiro, una alla consegna: tutto qui.
    Non era questa la sua vita, non poteva essere questa. Perciò avrebbe voluto morire, subito, senza pensarci su un solo istante, per vedere se dopo questa ce ne fosse un’altra, dall’altra parte della barricata.
    Sentì il camioncino della Ditta che voltava l’angolo: tra qualche secondo si sarebbe fermato davanti all’ingresso dell’edificio a piano terra dove c’era il suo sportello, con la solita frenata brusca, sgommando per la velocità.
    Si alzò sorridendo dalla poltroncina girevole, chiuse lo sportello aperto al pubblico come faceva al termine delle quattro ore di lavoro e uscì in strada senza prendere il cappotto, anche se il freddo era pungente.
    Fermo sulle gambe al centro della carreggiata, quasi sull’attenti, sguardo dritto davanti a sé, aspettò che il camioncino sbucasse come al solito dall’angolo a tutta velocità, frenando inutilmente con la solita sgommata.
     
    ***
    Aprì gli occhi nel frastuono assordante delle gabbie che oscillavano urtandosi.
    La strada di campagna, piena di buche e di ciottoli, faceva sobbalzare continuamente il furgoncino di Mattia. Ogni sobbalzo una bestemmia, e negli intervalli le strofe storpiate di una canzone anni sessanta.
    Si guardò intorno, intimidito dal buio e dalla certezza di non essere solo.
    L’odore inconfondibile degli altri cuccioli, il loro ansimare, la paura che sentiva così simile alla sua, tutti quei rumori di ferraglia, la voce dell’uomo lo riempirono di un terrore sordo e impotente.
    Quando il portellone si spalancò sulla campagna, il sole lo accecò per qualche istante. L’aria pulita lo investì con l’odore dell’erba bagnata e della terra, ridandogli un poco di vigore.
    Si alzò sulle zampe, guardandosi intorno  attraverso le sbarre, e vide i suoi compagni, in piedi come lui, tutti rivolti alla luce, qualcuno così coraggioso da abbaiare in direzione del vecchio che scaricava le gabbie ad una ad una, e le portava via, ad una ad una.
    Quando venne il suo turno si acquattò sul fondo e abbassò la testa, con le orecchie ripiegate sugli occhi e si abbandonò alle oscillazioni disordinate la rassegnazione di chi si sente ormai perduto.
    Ma i profumi erano tanti e così forti che spalancò la bocca per ingoiare quell’aria fresa, odorosa di campagna, e dilatò le narici perché vi penetrasse il profumo della libertà.
    Poi la gabbia entrò nel buio di una stanza puzzolente e umida. Fu poggiata a terra e lasciata là, mentre la porta sgangherata si richiudeva cigolando.
    Che la sottomissione fosse l’unica arma vincente per la sopravvivenza l’avrebbe capito ben presto: da quegli strani spasimi dello stomaco vuoto; dalla sete che gli prosciugava la saliva; dal rumore assordante della gabbia colpita dal bastone di Mattia, quando credeva di poter protestare guaendo per l’insopportabile prurito delle pulci dentro il folto pelo color miele.
    La ciotola si riempiva raramente con rimasugli di cibo che non riusciva a masticare; si accontentava, allora, di leccarne il fondo, benché l’odore fosse ributtante e il sapore acido.
    Alle narici gli ritornava un profumo diverso, nella bocca il gusto pastoso e dolciastro di un liquido che doveva aver succhiato, una volta, e che veniva da qualcosa di vivo, morbido e caldo, rassicurante.
    Riusciva persino ad appisolarsi, quando gli tornava nella bocca quel ricordo.
    Al canile i giorni erano tutti uguali. Fuori dalle gabbie la campagna, l’erba, gli insetti che sciorinavano nell’aria entrando a volte nelle sbarre e uscendone liberamente, dopo essersi posati per qualche istante sul suo muso.
    Li seguiva con gli occhi, senza nemmeno piegare il collo, come un vecchio leone in riposo che osserva con aria di superiorità i minuscoli animali della giungla.
    Non era quello il suo posto.
    Quando si guardava intorno non riconosceva nulla di ciò che doveva aver visto, una volta. Nemmeno la voce di Mattia somigliava ad altre voci che le sue orecchie avevano registrato, una volta, da qualche altra parte. E aveva sempre freddo, ma sapeva come si può stare bene al caldo, su un tappeto morbido, vicino ad un camino acceso, con i rumori buoni che ti fanno compagnia. Doveva aver provato tutte queste sensazioni, una volta, da qualche altra parte
    Gli altri cani sembravano tutti più adulti di lui; se ne accorgeva dall’espressione dei loro occhi: feroce in alcuni. Era certo che se il vecchio avesse aperto per sbaglio la loro gabbia, lo avrebbero sbranato, saziando finalmente la fame rabbiosa e l’odio represso per così tanto tempo.
    Altri avevano nelle pupille tutta la triste malinconia dell’universo. Probabilmente a Mattia avrebbero persino leccato le mani, se avesse aperto le loro gabbie almeno una volta, per farli correre sul prato, urinare nell’erba e coprire le proprie feci con la terra.
    Come erano i suoi occhi?
     
    ***
    - Guarda quello! – gridò la ragazza dai lunghi capelli corvini – È stupendo! – E teneva l’indice puntato su di lui, non c’era dubbio, proprio su di lui. - Guardagli gli occhi. – Continuava a gridare entusiasta - Come sono dolci! Si vede che è un cucciolo affettuoso, che vuole giocare; guarda come agita la coda, sembra uno zampillo. Prendiamo quello.-
    Mattia lo tirò fuori dalla gabbia e glielo mise in braccio. Che profumo dolce avevano quelle braccia nude! Sapevano di cioccolato e cannella ed erano così morbide! L’avrebbe sporcata – pensava intimidito – Qualche pulce l’avrebbe ferita. Era così bella e lo accarezzava come se anche lui fosse profumato e pulito come lei.
    Mentre il tepore del giovane seno piano piano lo scaldava, gli parve di sentire sulla lingua un sapore antico, pastoso e dolciastro, che lo fece guaire di gioia.
    Lei allora non ebbe più dubbi. Quel cucciolo sarebbe stato suo e di nessun altro. Si sarebbe presa cura di lui, come una vera mamma, per tutta la vita.
    Si rivolse sorridendo al suo ragazzo e decretò:
    - Lo chiameremo Joker.-

  • 03 ottobre 2009
    Cocktail

    Come comincia: Cocktail non è un aperitivo o un long drink. È un uomo sui 30 anni. Il suo soprannome gli deriva dal fatto di essere il fantastico e inusuale prodotto di una miscela genetica a dir poco variegata.
    Il padre è siciliano, la madre finlandese. I nonni paterni sono uno irlandese e l’altra marocchina. I nonni materni, uno giapponese e l’altra eritrea. Come si siano stabiliti in Italia è un mistero tuttora irrisolto.
    La realizzazione di un tale, improbabile, miscuglio di razze è cosa degna di nota, il prodotto delle vite straordinarie dei sei ascendenti maggiori. Per tralasciare il retaggio genetico delle generazioni precedenti. C’è di tutto: montanari altoatesini, pescatori maltesi, coltivatori boliviani, segretarie inglesi, acrobati francesi, perfino un imam sudanese e un rabbino israeliano.
    Sembra che i componenti della famiglia *** abbiano l’irrefrenabile istinto a cercare e trovare un compagno o una compagna, il più possibile differente da loro.
    Cocktail ha una fisionomia che lo rende definibile come un arcimboldo di tratti etnici, un compendio di caratteri fisiognomici, un collage di forme esotiche.
    È di altezza media e fisico asciutto e muscoloso. Ha i capelli rossi, liscissimi. La pelle colore ramato, tendente al caffelatte, come dire, cangiante. Gli occhi a mandorla azzurri non si erano mai visti sulla faccia della terra e di nessun altro essere umano. Il naso importante, ma ben formato, gli dà un’aria autoritaria e volitiva. La bocca è carnosa e rosea, ma piccola. I denti sono forti e bianchissimi. La mandibola è pronunciata, il mento arrotondato ma vigoroso.
    Essendo cresciuto in giro per il mondo, il padre è diplomatico per una cosca mafiosa della Sicilia occidentale, Cocktail ha vissuto un po’ dappertutto, acquisendo nozioni disparate e varie quanto il suo aspetto fisico.
    La vita di questo anomalo individuo, sintesi di una bella fetta del genere umano, è stata altrettanto indefinibile.
    Il giovane ben presto si rese conto dell’attività del padre, non che fosse un killer o un estortore, diciamo più un riciclatore. Tuttavia il suo elevato senso morale gli suggerì di allontanarsi dal genitore e accompagnare la madre, artista internazionale, nei suoi pellegrinaggi ispirati.
    Per dimostrare al maschilista e reazionario padre-padrino di non essere una checca, viste le sue inclinazioni artistiche, mise incinta una ragazza californiana, di origine occitano-madagascarese, in sventurata vacanza a Palermo, a soli 18 anni, ricavandone una coppia di gemelli assortiti e salvando l’onore agli occhi del virile papà.
    Il nostro Oriente rosso, o Negroni sbagliato che dir si voglia, del genere umano, ha sempre avuto un’intelligenza spiccata e una favella molto sciolta e creativa. Purtroppo uno dei suoi ascendenti doveva essere uno scioperato di prima grandezza, un fannullone di magnitudo superiore. Pur avendo doti eccezionali ed essendo uno spirito fremente, una mente in continua fibrillazione, Cocktail non si è mai sognato di adattarsi a un lavoro fisso, a una carriera coerente e razionale.
    A 14 anni fu iscritto a forza, dal padre, all’istituto nautico di Palermo, la scelta più virile disponibile, escludendo la carriera di baby-killer, troppo prosaica per il raffinato rappresentante finanziario.
    Dopo essere stato bocciato in prima, seconda e terza classe, al quinto anno di infruttuosa iscrizione, non si può parlare di frequentazione, visto che il giovane arlecchino genetico marinava per mesi di fila, avendo trovato un’interpretazione tutta personale del concetto di arte marinaresca, il padre si convinse a lasciar perdere. Domandò al figlio diciannovenne cosa “minchia” volesse fare nella vita.
    Il polimorfo discendente lo guardò con aria trasognata e ironica, e gli rispose maliziosamente che si sentiva molto portato per l’uncinetto e il punto croce, ma sapendo di non avere chances in quel settore di squali, avrebbe optato per le arti visive.
    Il genitore lo guardò per alcuni minuti, col viso impietrito, poi afferrò il telefono, chiamò la sua ormai lontana consorte e glielo spedì in tutta fretta a casa.
    La mamma viveva, a quel tempo, in una piccola cittadina olandese, insieme a un politico locale del partito verde; accolse il figlio con la distaccata grazia che solo gli artisti sanno avere. In realtà non le importava un fico secco di riunirsi alla prole, era immersa nella sua arte e nella sua love story.
    Questa nuova situazione diede a Cocktail la possibilità di esprimersi liberamente, i soldi non mancavano, anche perché il padre gli inviava comunque sostanziosi assegni, era pur sempre il solo frutto dei suoi lombi.
    All’accademia d’arte, alla quale ebbe accesso grazie allo sponsor politico del “patrigno”, il ragazzo multicolor trovò la dimensione adatta al suo spirito irrequieto e creativo, per qualche mese. Dopodiché, stanco di anatomia, ornato e storia dell’arte, abbandonò gli studi e si dedicò alla vita attiva.
    Trasferitosi ad Amsterdam, prese in affitto una boat-house e ne fece la sua casa-studio. Il primo anno lo passò girovagando per fiumi e canali, accumulando sensazioni visive da trasferire sulla tela.
    Purtroppo si rese conto che la pittura abbisogna di un’applicazione e di una disciplina ferrea, elementi totalmente estranei al suo carattere mutevole.
    Ripiegò quindi sulla fotografia, illudendosi che la semplicità meccanica del gesto implicasse un’altrettanto facile raggiungimento di risultati.
    Dopo migliaia di scatti dell’otturatore e un sostanzioso numero di scatti di nervi, per gli scarsi risultati, Cocktail, a 22 anni, si trovò finalmente di fronte alla verità nuda e ben poco sexy : non aveva talento e ancor meno voglia di lavorare.
    Nella disperazione che scaturì dalla consapevolezza, il giovane pesce variopinto si sentì affogare nel suo stesso mare. Il mondo gli pareva una ghiotta barriera corallina, nella quale però non trovava collocazione.
    Partì quindi alla ricerca di sé stesso.
    Fu notato, durante un soggiorno in California, mentre era in visita ai suoi due gemelli, da un produttore di Hollywood che, stupito dal suo aspetto, gli domandò a bruciapelo chi fosse il suo make-up artist.
    Alla risposta di Cocktail, di non adoperare nemmeno un leggero fondo tinta, il talent scout lo scritturò immediatamente per interpretare sé stesso in un colossal di fantapolitica.
    Il circo delle produzioni cinematografiche si rivelò al ragazzo come l’apparizione nel deserto della mitica Shangri-La. Sembrava nato per fare l’attore, in effetti si rese conto di aver recitato tutta la vita. Mancando totalmente di referenti solidi e attendibili nella sua esistenza, e ispirato forse anche dal suo inclassificabile aspetto, egli era l’attore “par excellence”, l’uomo dalla personalità multipla e spumeggiante, ma privo di una identità definita.
    Cocktail ha quasi trent’anni ormai, è una star internazionale. Il suo aspetto incarna alla perfezione lo spirito dei tempi moderni. Un cortocircuito di culture, patrimoni genetici, influenze internazionali.
    Non ha ancora capito cosa vorrà fare da grande, se mai lo diventerà, ma la sua figura ispira le nuove generazioni di questo piccolo e convulso mondo. Sta diventando di moda sposarsi con la persona più diversa da sé, i chirurghi plastici e le industrie di cosmesi si stanno sbizzarrendo in trattamenti e prodotti “esotizzanti”.
    C’è già chi pensa al possibile incrocio, un giorno, con esseri di altri mondi.

  • 03 ottobre 2009
    Il volo

    Come comincia:

    Aeroporto di Fiumicino, 3 febbraio 2006


    Gli aerei passavano di continuo sopra la sua testa mentre la coda delle macchine si faceva sempre meno impegnativa. Viola stava andando da lui e lo faceva per la prima volta da sola.
    Viaggiava verso Fiumicino, e senza rendersene conto, oltrepassava quello che fino ad allora era stato il suo limite più grande. Lei conosceva per filo e per segno il suo Paese, lo comandava a bacchetta, ne era la Regina. Niente la spaventava nel suo regno. Lì si era laureata, aveva trovato il lavoro per cui aveva studiato, sempre lì aveva intrapreso le passioni che coltivava, la danza fin da piccola, la fotografia da molto meno tempo. Insomma tutto ruotava intorno a lei, tutto quel piccolo mondo era ai suoi piedi perché lei lo aveva conquistato. Adesso stava per fare una cosa che non aveva nemmeno una volta contemplato di fare... partiva da sola con la macchina, doveva arrivare all’aeroporto, trovare un parcheggio sicuro per 4 giorni, raccapezzarsi fra il check-in e i gates per non sbagliare volo…  insomma tutto era nuovo per lei. Non che sia una cosa difficilissima, ma per lei era davvero un grande salto.
    Questo pseudo-coraggio, appreso in quel mitico viaggio in macchina senza passeggeri, le parve come un gran respirone a bocca aperta di adrenalina pura. Mancava ancora un’ora all’arrivo a Fiumicino, si era accesa una sigaretta che le facesse compagnia ed ascoltava meticolosamente ogni parola di “pelle” degli Afterhours. Sembrava la scena di un film, lei si sentiva molto bella in quel momento, tutta con gli occhialoni alla rock-star un po’ dannata, il cicchino fra le dita, la musica a palla. Si girò leggermente sulla sua sinistra mentre una macchina le stava per passare accanto. Il tipo al volante si era sporto visibilmente dal finestrino e in un secondo aveva arricciato le labbra verso di lei proprio per… sputare la cingomma ormai disidratata di zucchero! no ma come ci deve essere un errore,!...no no proprio così, per sputare un chewing gum! in un nano secondo Viola si era fatta un viaggio assurdo che quel tipo si stava sporgendo con le labbra arricciate, mentre intanto il suo ego si era fatto sazio di auto-stima, perché stava chiaramente, dopo averla vista e scrutata così bella, (non solo accattivante fuori, ma sicuramente l’aveva colpito il suo alone di mistero del tutto rock and roll), per spedirle in maniera fichissima e elegante, un bacio dalla sua auto! Viola che si aspettava veramente un bacio, rimase a bocca aperta per un piccolo periodo e subito dopo, girandosi nuovamente verso la strada davanti a sé, si colse nello specchietto… e dopo un attimo scoppiò a ridere…
    Rise da sola come una scema, e provò gusto nel farlo, forse era la prima volta che rideva con se stessa, tutto sommato non era un’amica da buttar via. Ridevano insieme lei ed il suo ego, e procedevano verso quell’aereo che l’avrebbe portata dal suo unico amore. Vi’ si rese conto che era bello viaggiare da sola e confrontarsi con gli altri senza che nessuno possa intercedere per te, ci sei solo tu e la strada, tu e tutta la realtà delle cose accanto, non c’è filtro solo “direzioni”, verso cui ti senti sospinto e non sai nemmeno tu dove trovi il coraggio per scegliere quale prendere. Lei aveva le idee chiare, se non fosse stato per Mì lei quel viaggio verso l’aeroporto e poi l’aereo da sola,…forse sì l’avrebbe fatto prima o poi, ma francamente più ci pensava e più non trovava altri motivi per cui si sarebbe potuta spostare in solitudine.

    Viola arrivò all’aeroporto, trovò il parcheggio che un parente le aveva indicato, e grazie ad una ragazza molto carina che le fece vedere la strada, trovò anche il capolinea della navetta che l’avrebbe portata all’aeroporto.
    Prese la sua valigia a pois marrone con le palle celesti, e scese davanti all’aeroporto.
    Dio quanto era grande e futuristico!… Per prevaricare quel senso di grandezza un po’ opprimente per lei, si dette un tono da vera donna, tirò indietro le spalle, alzò il petto, testa alta, pancia in dentro e così via… e finalmente entrò.
    Trovò per prima cosa uno di quei carrellini fantastici che Viola pensò subito, salvano dalla scoliosi quelle che come lei hanno bisogno di avere tutto sotto controllo, e che perciò in vacanza si portano dietro il mondo intero.
    Ci appoggiò le sue borse e infilò l’i-pod a farle compagnia. Girovagava per i lunghi corridoi cantando a voce alta, le canzoni solite dei Verdena, degli After, dei Massive Attack, Vinicio, De Andrè, Battiato, Guccini… e molti altri ancora. Fatto il check-in si fermò ad un piccolo bar.
    Viola è lì e si sente in un film… il suo film, quello che ha sempre sognato… un amore da pazzie, e ora è lì a farla per davvero. Dopo aver mangiato una brioche, bevuto un succo, e fumato una sigaretta, decise di chiamarlo per sentire la sua voce. “Amore! Oddio non vedo l’ora di vederti…”.
    Vì adesso era felice perché aveva riconosciuto un tono raggiante, aveva voglia di abbracciarlo, di dargli un abbraccio cosmico, un abbraccio che avrebbe dovuto riempire il vuoto di questi mesi. Questo vuoto era stato pieno di magia, di equivoci per colpa di quel maledetto Messenger, di fraintendimenti e di risate. Le sembrava tutto ad un tratto la pellicola di un film vista al contrario che torna indietro velocemente ma su cui le immagini sono ben definite!
    Quanta voglia aveva di vederlo, quasi smaniava, e al contempo sapeva che le ore da quel momento all’abbraccio sarebbero sembrate ancora più interminabili.
    Mentre la gente la osservava da vari angoli, Viola si sfregava le mani, e fotografava in qua e là i personaggi dell’aeroporto.
    Ad un tratto il suo gate si aprì e tutti i passeggeri si accodarono per incamminarsi verso l’aereo. Si alzò anche lei e proseguì nella stessa direzione.

  • 03 ottobre 2009
    just like a dream

    Come comincia: In Veranda-momento di estrema realizzazione della propria paura.
    Il cielo quella sera si era fatto terso ma al contempo lasciava finire il tramonto di stupirci con tutti quei colori di pace. Lasciava loro tremendamente intorpiditi gli occhi ad ogni sfumatura del rosa tenue, mentre erano lì, Mia e quell’essere alato, le cui ali non si vedevano ma solo perché aveva sembianze umane…. Seduti in veranda intenti a sbirciare con rispetto dove mai finisse il mare, si erano adagiati in modo molto dolce, l’una seduta semi-composta su una poltrona in paglia corredata di cuscino morbidissimo, e l’altro sdraiato sul divano immediatamente accanto alla poltrona, con la testa lontana da lei, mentre i piedi decisamente vicini alle sue mani. Entrambi girati verso il sole che calava, non proferivano parola, solo la brezza, come è solita venirci in aiuto in questo racconto, spezzava quel silenzio che altrimenti sarebbe durato troppo a lungo.
    Lei guardava e non capiva, e soprattutto non trovava quello che stava cercando. Lui sembrava immancabilmente dialogare con quell’infinità di panorama, ogni risposta poteva leggerla in quello spettacolo naturale…. Mia guardava dritta fino in fondo al mare mentre nello stereo passava una canzone dei Cure. Due persone intente a credere nelle loro piccole, intense convinzioni, per lui fatte di sfacciata purezza e ingenuità, per lei intrise di una stanca ma pur sempre voglia di credere che tutto è possibile, anche se accompagnate da una lieve tristezza di disillusione.
    Le persone deluse da quella che erroneamente chiamiamo “vita” e che invece dovremmo dire “realtà personale”, perché ognuno si costruisce la propria, perdono il senso più piacevole dell’essere uomo o donna, e vale a dire l’impercettibile meraviglia nello stupirsi ancora ed emozionarsi per tutto ciò che si chiama sentimento….Ma…ci sono persone che non sono deluse e che tuttavia sono prive di quel potenziale dono che è la capacità di amare.
    Sono dunque queste persone, quelle che hanno “paura” di vivere le proprie emozioni, di cullarle fino a che diventino sentimento, in preda al panico del legame forse per una madre sbagliata, un padre libertino, o qualsiasi alibi psicologico che si possa trovare. Ma ci sono anche persone che credono di non far parte di questa categoria e si ritengono profondamente vere, di una purezza adolescenziale nell’affrontare le situazioni eventuali che si presentano nella vita di tutti i giorni, e difendono a spada tratta il loro coraggio, mostrando un’estrema determinatezza nei sentimenti e nella volontà di portarli avanti…ma saranno sempre così coraggiosi?!
    Gli unici in grado di farlo sono quegli esseri alati, appunto, che hanno un’unica grande caratteristica di fondo: l’ingenuità e la purezza incontaminata dello spirito che li innalza a eroi di un grande sentimento come l’amore. La loro convinzione è incorruttibile, difesa incontestabilmente da uno scudo di sogni e desideri in cui concentrano tutta la loro energia, le gioie dei successi e la drammaticità degli sbagli. La parola “vivere” è la chiave di tutto e “amare” ogni persona ed ogni cosa è il seguito.
    Prese la chitarra fra le mani con fare rassegnato e al contempo sereno per quell’ intensa situazione di pace…solleticò le corde con fare leggero, ma poi si mise a pizzicarle con decisa convinzione. Non sapeva suonare ma quel gesto ripetuto più volte la rilassava, mentre stancamente si ributtava all’indietro e scivolava stridendo le cosce sul cuscino della poltroncina impagliata. Lui si alzò di scatto e si accoccolò fra le proprie braccia lasciando scoperti solo gli occhi. Si allontanò da lei rimanendo seduto sul divanetto, la guardò dritta negli occhi e le disse: “Vuoi che sparisca…?”, lei si girò verso il mare, e pensando in un secondo che lui l’avrebbe fatto davvero, lui avrebbe rispettato qualsiasi sua scelta, rispose pesantemente con un “Si”.
    Si rigirò nuovamente verso quell’angelo che a pochi attimi da lei stava per spiccare il volo e trasformarsi in una bellissima immagine da conservare gelosamente nel cuore e nella mente. Lo vide più bello del solito, immaginò in un flash-back cosa rappresentava per lei quel ragazzino e capì che in quel momento tutto quello che aveva odiato del suo uomo ora lo stava odiando in sé: la paura… maledetta paura.

  • Come comincia: Aveva un pugnale e un abbraccio a disposizione.
    Un pugnale per trafiggere gli attimi trascorsi, le scelte prese, i ricordi di un tempo, le giornate vissute e le sensazioni condivise.
    Un abbraccio per stringerle a sé e non lasciarle fuggire via. Due direzioni opposte, due contrasti di vite, due dissonanze troppo forti per i miei gusti. Non per i suoi, però.
    Era a metà strada tra bene e male, in continua lotta con sé, con quell'anima inquieta e irrequieta governata da un maestro burattinaio capace di gestire al meglio la maschera che indossava.
    Era ed è una bambola. Un burattino, una marionetta nelle mani della persona sbagliata.
    Strada facendo, costruì un bivio vuoto e colmo di parole confuse, concentrate e ritoccate per fare un favore a sé.
    Edificò il suo castello di sabbia, servendosi degli altri, non solo delle proprie mani. E proprio quegli "altri", prima o poi, lo distruggeranno con un soffio, con un calcio, con una bugia. Perché ogni illusione che crede realtà, un giorno, vicino o lontano, svanirà. Svanirà insieme agli anni sprecati, agli errori commessi, alle incomprensioni che tu, o chi per te, ha voluto sottolineare.
    Svanirà insieme ai rimpianti e ai rimorsi che colleziona il tempo. Svanirà insieme a quel venirci incontro, a quella presenza tutt'altro che sincera, mentre, stringendoti, ho iniziato a sentire il dolore più forte, come un tradimento, peggio. Un pugnale alle spalle.
    E tu...
    ... continuerai a osservarlo con la mente confusa e, vedendolo gocciolare, capirai.
    Capirai che quello era l'unico odore di sincerità.

  • 03 ottobre 2009
    Anime scordate

    Come comincia:

    Dopo la pioggia, le strade hanno un profumo leggero e riflessi da guardare senza pensare a nulla.
    C'e' la stessa atmosfera di un giorno dopo l’ultimo, quando niente rimane ed ogni cosa si è conclusa; un passo oltre il confine, il silenzio dietro i cancelli chiusi del luna-park, il fumo dell’ultima candela ormai spenta per dormire.
    Al bordo delle scale della metropolitana una ragazzina mi osservava, vestita di veli leggeri e colori provocanti. Sembrava aver appena compiuto i quindici anni, forse neppure; teneva un sigaro tra le dita fumato per metà, mentre dagli occhi le colava il trucco per le ultime gocce di temporale che dai capelli mossi le correvano sul viso.
    "Vuoi scopare?"
    Non risposi nulla.
    Ascoltavo la sua voce annoiata, alta senza vergogna, e ne sentivo i toni un po’ discordanti e falsati, come si fosse rotto qualcosa di molto piccolo e marginale che le impediva di suonare accordi perfetti, come fosse un magnifico strumento ormai corroso dal tempo.
    La fissai a lungo, ma non vidi nulla.
    Solo il vuoto, il silenzio e il grigio: lo stesso grigio del temporale, che le colava dagli occhi come le lacrime che non sa più piangere, e le inumidiva gli abiti senza farla rabbrividire.
    Si avvicinò una donna anziana, vestita di gioielli arrugginiti e scialli di lana: con le dissonanze delle campane rotte e lo sguardo dei corvi che volavano bassi sulla piazza della stazione mi disse: "Se non ti interessa, va’ via".
    E io me ne andai.
    Perché non sono musicista da suonare alcuna nota nel loro spettacolo, e dalle loro corde lente non trarrei che silenzio o sgradevoli rumori.

    Sull’aria di una melodia
    triste come la musica mai scritta

  • 03 ottobre 2009
    Il segreto della montagna

    Come comincia:

    Sto scrivendo mentre fuori nevica, la famiglia dorme beata ed è notte fonda, i tetti e gli alberi che riesco a distinguere sono bianchissimi, solo un lontano lampione mi permette di capire in controluce che la nevicata è di quelle abbondanti.
    Le cime dei monti attorno mi guardano e mi parlano: basta saperle ascoltare e loro sono lì pronte e chiacchierone, per raccontarti tante fiabe e per farti conoscere i loro segreti.
    Mia madre da poco si è trasferita qui in montagna, dove le altezze ti portano vicinissimo al Signore e da qualche settimana anche vicino a lei.
    Con un velo di malinconia e guardando la pista da fondo, mi sono girato verso la Croda Rossa e finalmente ho sorriso: ciao mamma ora sei un segreto della montagna.
    Sorrido ancor di più pensando che tutti si sono sempre stupiti che la paura più grande di mamma fosse sempre stata proprio la neve.
    Oramai è quasi l'alba, nevica ancora e non si ode alcun rumore: è tutto bellissimo e soprattutto mi solleva, mamma, saperti qui tra i monti che abbiamo sempre amato, tra i folletti che spesso ho descritto e tra le mie poesie di montagna che hai sempre letto.
    Sei volata qui serena perché qui la serenità ci abita: ti puoi sistemare sulla Croda vicino alle renne di babbo Natale e magari un giorno o l'altro imparerai a sciare e la paura per la coltre bianca svanirà come per incanto. Verremo a salutarti spesso, ciao mamma.


    Febbraio 2008

  • 03 ottobre 2009
    Romantico acquazzone

    Come comincia:

    Era un romantico acquazzone, quello che cadeva sulla città argentata di gocce e spruzzi, colorando di lucidi contrasti sfumati i volti e gli ombrelli delle persone come acquerelli, dolci nella loro irreale tela, incantati nel mondo disegnato da un artista immaginario, geniale ed invisibile.
    Fresca era la carezza del vento appena accennato, che sussurrava canzoni brevi e sottili agli angoli delle vie; struggente, quasi malinconico, era il gocciolare copioso dei cartelli, dei tetti e delle mura antiche sotto l'abbraccio piacevole e cangiante del temporale primaverile; era un gioco irrefrenabile, un divertimento musicale, l'alternarsi rapido e caotico degli schizzi nelle pozze al passaggio delle rare biciclette, tra gli spruzzi, i salti e le risate dei monelli, negli impermeabili sgargianti.
    Loro si stringevano, come per scaldarsi.
    Lui con le spalle contro il muro, dimentico dell'ombrello e della giacca zuppa; lei sorridente, incurante delle ciocche umide e dei ricci biondi sfuggiti alla pettinatura che le adornavano il viso e i begli occhi scuri. Memori solo del momento, ai baci da scambiare, al piacere di giocare come i ragazzini che non sono più, facendo tardi ai rispettivi lavori, rovinando i begli abiti stirati, macchiando le scarpe lucide. Interessati solo a godere ogni istante di questo bellissimo, irripetibile acquazzone d'Aprile, che li ha sorpresi così felici e innamorati, quanto forse neppure loro sapevano. Bisognosi solo di se stessi e niente altro, come fosse scomparso, cancellato d'improvviso, il resto del mondo a parte loro.
    Un passante storceva il naso, commentando a mezza voce l'indecenza di due adulti che danno spettacolo in tal modo. Una vecchia donna invece ride, con un po' di malinconia e tanta gioia, mentre li osserva ad occhi lucidi, forse stringendo al cuore qualche ricordo caro.

    Il ricordo
    di un infinito istante perfetto

  • Come comincia: E’ una splendida mattina di piena estate. Il sole già alto colora le cime delle montagne e le colline scivolano come dense pennellate di verde nel lago ancora insonnolito.
    Intravedo solo una barca a remi in lontananza. Un pescatore paziente, in piedi, con la sua canna a mosca sembra frustare la superficie dell’acqua senza tuttavia ferirne lo specchio. Difficile che peschi qualcosa, e lui lo sa. Eppure quel movimento del braccio, la danza della lenza che volteggia lievemente nell’aria e il dolce cullare dell’imbarcazione sono sufficienti ad animare l’uomo di speranza o, forse, a farlo sentire semplicemente beato, all’unisono con la natura.
    Voglio unirmi anch’io. Armata solo di pagaia e di tanta energia, monto sul mio kayak che mi aspetta a riva, disturbando cautamente due fieri cigni, abituali ospiti della spiaggia. E parto.
    Una spinta decisa e vengo accolta dall’acqua che mi sostiene e mi trasporta, leggera e silenziosa. E’ bellissimo guardare il lago da questa prospettiva. Mi sento immensamente piccola e potrei essere anch’io un pesce adesso. Le colline da qui sembrano lunghe braccia che scendono giù dal cielo, fino a raccogliere l’acqua dentro palme di mani gigantesche che abbeverano l’Universo.
    Mi sento protetta e pagaio con pigrizia, gustando la lentezza dei movimenti che seguono il ritmo dolce dello sciacquio contro lo scafo. Invento una meta e punto il kayak verso la barca con il pescatore, che insiste agitando la sua frusta verso il sole. Sembra un domatore in un circo di pesci invisibili.
    Costeggiando la riva scovo un airone cenerino, immobile. Sembra una statua di marmo appollaiata su un ramo strappato da un grande pino ferito. E’ impossibile avvicinare questi uccelli, scappano via diffidenti al minimo rumore, piegando le esili zampe e guizzando nell’aria con un poderoso battito d’ali. Evito quindi di avvicinarmi eccessivamente, risparmiando alla creatura un’inutile fuga.
    Assorbita dalla bellezza del paesaggio e ipnotizzata dal silenzioso canto dell’acqua, mi ritrovo senza accorgermi a poca distanza dalla barca. Appena il tempo di vedere il vecchio pescatore infilare la canna a bordo, farmi un accenno di saluto con la mano e inforcare i remi per rientrare alla base, con l’intenzione, probabilmente, di fermarsi a fare incetta di pesce persico al mercato ittico non lontano da qui.
    Ora sono completamente sola in mezzo al lago. Che meraviglia! Sorrido pensando a tutti quelli che mi chiedono se non ho paura ad avventurarmi in solitudine con il kayak così lontano. Non è prudente, stai attenta - mi dicono – dovresti portare con te il cellulare, non si sa mai! Io scuoto la testa pensando a cosa si perdono impaludati nella rete delle loro prudenze e dei loro assurdi timori. La pace, il silenzio, il sole che infiamma i pensieri, le immagini nella mente che giocano libere inseguendo le nuvole, la carezza sfacciata del vento tra i capelli… Quel vento che rimescola i colori e sorprende ad ogni sguardo, incurante di ogni logica!
    Ferma, con la pagaia appoggiata sulle cosce, respiro un raggio di sole e faccio il pieno di energia, cullata dall’aria e dall’acqua, prima di prepararmi a rientrare. Non so quanto tempo sia passato, qui non esiste il tempo, ma sento che purtroppo è ora di tornare. Me lo dice il sudore sulla fronte e il sole che scotta sulla pelle.
    Immergo di nuovo la pagaia in verticale, facendo fare al kayak mezzo giro su se stesso come se danzasse. Ma improvvisamente lo scafo fa resistenza e si ribella ai miei ordini. Uno schiaffo d’aria mi colpisce con prepotenza in faccia, spazzando via la quiete che mi coccolava fino a un attimo prima.
    Il vento comincia a soffiare più forte e l’acqua obbedisce al suo impeto. La superficie del lago si frantuma in tante minuscole bavette schiumose che vengono da lontano. Piccole onde, continue e capricciose, ostacolano l’equilibrio del kayak, costretto sempre più ad indietreggiare in una gola nascosta dietro un’ansa del lago.
    Forza Paola, è meglio tornare, e di corsa! Mi sembra di essere dentro a un film in cui è cambiata improvvisamente scena. Tutto attorno a me è ancora terribilmente bello. Il cielo azzurrissimo è percorso ora da lingue di nuvole bianche sempre più dense che volano più veloci degli aironi e dei gabbiani. Si rincorrono e si aggrovigliano fino a proiettare ampie macchie d’ombre cupe sul lago sempre più increspato. Gli alberi lungo le sponde del lago ondeggiano arrendevoli, cimiando, come dice Camilleri in un suo bel racconto. Sì, le cime dei pini sembrano parlare, chinare la testa, chiedere pietà, meno violenza per favore… Anch’io ora vorrei avere più forza per affrontare questo vento nuovo e resistere alla sua furia.
    Provo un fascino perverso in quest’atmosfera improvvisamente inquieta. Ogni volta che immergo la pagaia in acqua sento i muscoli delle braccia gonfiarsi di sangue e indurirsi come sassi. Le spalle e i tendini del collo assecondano il movimento alternato irrigidendosi a loro volta e la pancia si tende come un tamburo. Altro che palestra, sdrammatizzo, questa è vita, questa è energia! Ma il tratto che devo percorrere per rientrare non è breve e c’è poco da scherzare pensando alla lentezza con cui riesco ad avanzare.
    Le dita sono tutte informicolate e sento già pulsare i calli dove l’asta della pagaia ruota tra le mani umide. Punto forte i piedi sul fondo dello scafo per aiutarlo a mantenere la rotta. Cerco di farmi più piccola e leggera che posso per agevolare la navigazione ma contemporaneamente chiedo alle mie braccia una forza esagerata per vincere il vento. E continuo a pagaiare forte, sempre più forte.
    Penso all’uomo in barca che avrebbe potuto forse aiutarmi e che invece non c’è più. Penso a tutti quelli che ogni volta mi mettono all’erta di fronte alla mia incoscienza e alla mia esuberanza. Penso a cosa potrei fare se all’improvviso la pagaia si spezzasse o se il kayak si capovolgesse... Cerco disperatamente di avvicinarmi alla costa ma ad ogni pagaiata lo scafo s’impenna e ogni mio sforzo fisico è sproporzionato rispetto al vantaggio che faticosamente guadagno. Spruzzi d’acqua si mescolano al vento nei miei occhi ma non importa, non ho bisogno di vedere. Penso…
    Penso che magari qualcuno a casa si starà preoccupando e verrà a cercarmi. Magari con una barca a motore mi verranno incontro. Ma non sempre da terra ci si rende conto della violenza che il vento raggiunge sul lago aperto, non posso quindi fare affidamento su un improbabile soccorso. Devo andare avanti da sola, non voglio approdare rassegnata su una riva in attesa che qualcuno si accorga della mia assenza. E poi non è vero che sono sola! Orgoglio e amore mi danno coraggio.
    Penso a chi amo e chiedo silenziosamente forza a chi mi ama. Una volta lui mi ha scritto: “Buongiorno bellissima figlia del vento e delle nuvole. Io sono qui a pensarti, geloso di tutti quelli che possono ammirarti e di Eolo che può accarezzarti ovunque io vorrei…” Sorrido commossa ed eccitata ripensando a quelle parole di uomo innamorato e monta in me un’energia nascosta, come lava che ribolle dentro a un vulcano fino a farlo esplodere di fuoco.
    Per una frazione di secondo ho sentito che avrei potuto cedere alla rassegnazione della stanchezza fisica rischiando di non venire più a galla. Ma la carica che il mio cuore riceve al pensiero di chi mi ama e ha bisogno di me è più forte. Combatto finché sento d’essere tornata in possesso della mia sicurezza e avanzo, lentamente ma inesorabilmente.
    Un’ora di dura lotta e tanta fatica ma ho vinto. Vedere la spiaggia di casa avvicinarsi e i cigni farmi spazio è il premio più bello… Le ultime bracciate, la pagaia bollente tra le mani indolenzite, le braccia stremate che non sento nemmeno più far parte del mio corpo, le ginocchia sciolte come burro… Finalmente l’acqua mi consegna alla terra. Il vento si è arreso di fronte alla mia volontà.
    Davanti a chi mi aspettava con seria preoccupazione, nascondo le ondate di paura che mi hanno a tratti attanagliata e con un sorriso beffardo racconto la mia prode sfida, asciugandomi il viso dall’acqua che s’è portata via il sudore e forse anche una piccola lacrima.
    Do un ultimo sguardo alle nuvole nere cariche di pioggia, alle acque del lago, al vento che ne increspa la superficie e sento un brivido sulla pelle. Per un attimo rivivo quei terribili momenti come un’antica allegoria greca: da un lato i potenti Eolo e Poseidone scatenati contro di me e dall’altra io e il mio piccolo kayak. Lo scafo si chiama Eros e la pagaia Afrodite. Con loro io divento invincibile!