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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 agosto 2009
    La notte dell'Azteca

    Come comincia: Quanti anni sono passati da quella notte del 17 giugno del settanta, tanti, i miei riccioli neri, morbidi e piccoli, sono diventati radi e bianchi, mio papà è ancora lì ad attendere un’altra notte come quella, mio nonno non attende più. Eravamo tutt’e tre quella notte ad aspettare che si compisse il desiderio di vedere all’Azteca quello che io non avevo mai visto, quello che mio padre non ricordava, era troppo piccolo, e quello che mio nonno voleva rivedere. Tre generazioni d’Italiani che aspettavano, insieme a tutti gli altri, che guardavano con gli occhi sbarrati, fissi all’orologio, arrivato all’ultimo giro, mentre un sorriso mi mordeva le labbra, c’era silenzio in tutte le case, in tutte le strade, quel biondino, dal viso anche simpatico ed allegro, dallo sguardo un po’ spento, a metà fra l’ ”Oktoberfest” e la passeggiata romantica sui ponti a Venezia, ci fermò sulla sedia, e mi regalò il sapore dell’angoscia. Ancora mezz’ora senza sapere se accadrà, ancora mezz’ora fra le ombre che volteggiavano nella stanza, fra tante paure, e il cuore che batteva più forte. Mio nonno se li ricordava i tedeschi, ed anche mio padre. Quante volte di sera, sul finire della cena, mio nonno mi raccontava le storie di quell’Italia che non avevo visto, di quell’Italia povera, e che si credeva guerriera, ma non lo era, che si credeva potente, ma non lo era, che si credeva figlia di Roma, ma non lo era. Quante sere ho passato ad immaginare come doveva essere un soldato della “Wehrmacht” sull’uscio di casa, e come doveva essere non avere nulla da mangiare. Quando scartavo il grasso dal prosciutto mi arrivava sempre la solita frase della mamma: ”L’avessimo avuto in tempo di guerra, quel grasso”. I tedeschi erano famosi in casa mia, e per la prima volta nella vita li stavo affrontando anch’io, insieme a tutti gli altri italiani, assieme a mio padre ed a mio nonno, assieme a quegli undici ragazzi, che a volte mi sembravano eroi d’Omero ed a volte pulcini bagnati ed impauriti. Il tempo sembrava essersi fermato, quella notte, sembrava tutto si dovesse concludere in quella mezz’ora, ogni minimo movimento appariva come quello decisivo e risolutivo, ogni respiro era più affannato, ogni sguardo si faceva indagare come se fosse lo sguardo di chi conosceva l’esito, ed ogni cuore disperava e gioiva. Il tempo traslava nella testa di ognuno ad altri giorni, ad altre storie, ad altra gente, ma non passava, non sembrava più essere dove si era, sembrava partire per altri luoghi.“Quanti Italiani ci sono in Germania ? Per quelli bisogna vincere.” Una frase, gridata da un balcone vicino, a rompere il silenzio, a riportare tutti a quella sera, a quel momento. Era tutto grigio, bianco e nero, noi grigi, loro bianchi, il bianco sembrava più vivo, sembrava correre più forte, sembrava  invincibile. Cominciavo a trattenere il fiato, e cominciavo a respirare dietro le spalle di Domingo, quasi a spingerlo, in quelle sue affannose ed infinite corse a rincorrere qualcuno o a scappar via. Domingo, dal viso scavato, gli occhi grandi, tutto spigoli, la barba del giorno prima, e la mano alta, a parlare, a chiamare, ad urlare, Domingo, che volava via, che sembrava non farcela più, e poi si raggomitolava e ripartiva, Domingo, che aveva gli occhi spaesati come un soldato l’otto settembre, Domingo correva per tutti, per quelli che erano lì, e per quelli che erano a casa. E quella mezz’ora diventava ogni istante più lunga dell’infinito, o più breve di un lampo, ed i pensieri viaggiavano alla stessa velocità, e le domande nella testa si facevano strane, improvvisamente mi ritrovai a pensare: “Ma anche i tedeschi sono svegli adesso, e sono stremati come noi?” E quella sera iniziai a voler bene ai tedeschi, ed a amare il senso di lealtà, e la bellezza malinconica della sconfitta. Il silenzio durava pochi eterni minuti, le urla duravano il tempo d’un respiro, c’entrava tutto in quegli istanti, anche il mio maestro che l’aveva detto, ed il maresciallo di fronte, che per lui , quello che viene, viene già è tanto. Ma per me no, per me che respiravo più forte ogni minuto che passava, per me che spingevo Domingo con lo sguardo, per me no, io volevo vedere quei ragazzi, che parlavano come me alzare le braccia verso il cielo, e gridare al mondo che eravamo vivi. Finì in un lago di sudore, finì fra tanto rumore, tante urla, tutte le auto correvano per ogni strada, senza meta, e quanti tricolori a sventolare, era la prima volta che vedevo tutti quei tricolori, e tanta gente di ogni età ballare in strada, e fare rumore con tutto quello con cui è possibile. Io no, restavo a guardare, non avevo più fiato, l’avevo speso tutto insieme a Domingo.

  • 13 agosto 2009
    Contenitore per anima

    Come comincia: "Contenitore per anima, vendesi. Quasi nuovo, garanzia eterna. Colore blu metallico. Completo di tracolla e filtro."
    L’offerta mi aveva tentato, il prezzo era senz’altro vantaggioso. Il CPA è l’unico articolo che vale di più usato che nuovo, per l’ovvia ragione che se è stato usato e svuotato vuol dire che funziona, e se funziona è eterno, praticamente, salvo ovviamente manomissioni o danni.
    I CPA, per qualche strano motivo, pure essendo fabbricati tutti con una tecnologia, materiali e standard identici, non funzionano tutti. La percentuale dei TPA, i cosiddetti Tombe Per l’Anima, è orribilmente e irrimediabilmente alta, quasi il 15 per cento. Un TPA imprigiona l’anima, per l’eternità. Pare che sia un problema quantistico, anche se la percentuale di apparecchi difettosi è superiore a quella di qualunque altro manufatto.
    Chi accetterebbe di farsi custodire l’anima in un involucro non sicuro?
    E’ una roulette russa usare un CPA nuovo, non collaudato.
    E i collaudatori sono pochi, anche se pagati cifre favolose.
    Io ero uno di questi. Un collaudatore di quelle che tra noi chiamavamo semplicemente “le bare”, per scaramanzia.
    L’ho fatto per 3 anni, un collaudo al mese. Oramai ero ricco, potevo permettermi di passare il resto della vita in agiatezza, a 40 anni.
    Non sono molte le persone disposte a farsi travasare l’anima una volta al mese, dal proprio corpo al contenitore e viceversa.
    A me era andata bene. 35 travasi, tutti a buon fine.
    Il problema è che, nel frattempo nonostante sia ancora giovane, mi sono ammalato gravemente.
    Le cure costeranno molto e richiedono un travaso d’anima, e quindi un contenitore mio.
    Il CPA è un articolo per ricchi, molto ricchi. Così come i corpi di ricambio, anche se quelli si trovano facilmente, muore o scompare tanta gente ogni giorno.
    Mi è stato chiesto spesso, cosa si prova a non avere l’anima per alcune ore. Beh, è come dormire, ci si ricorda soltanto dei sogni che si stavano facendo al risveglio, per il resto nulla.
    Ho acquistato il CPA. Me lo consegneranno oggi pomeriggio a domicilio, con molta discrezione, è l’articolo più prezioso della storia umana.
    Quando sarò pronto al travaso, per la prima volta in vita mia un travaso sicuro, andrò alla clinica del dottor Ridley. Gli lascerò in custodia la mia anima e il mio corpo, separatamente, la prima per essere conservata, il secondo per essere curato.
    Ho scelto di curare il mio corpo originale, invece di cercarne uno nuovo, perché ci tengo alla mia persona. Sono abbastanza bello, alto e atletico, vale la pena recuperarlo. Inoltre la nano-tecnologia me lo renderà perfino migliore di prima. Fegato nuovo, reni nuovi, pancreas nuovo.
    Ricomincerò a vivere, un po’ meno ricco di prima, ma finalmente libero e sano.
    Dopo essermi venduto l’anima per 35 volte, credo di essermelo meritato.

  • 13 agosto 2009
    TATO PENSA

    Come comincia: Cosa accade quando non ho nulla da fare e, meglio, non ho voglia di far niente? È estate, mi stendo sul divano, cuscino sotto la testa, pancia all'aria ammiro il paesaggio guardando fuori del balcone, un paesaggio che mi è familiare, ma che trovo sempre piacevole e rilassante. Nudo guardo 'Ciccio' a riposo (riposo ogni tanto interrotto da qualche resurrezione...con l'andar degli anni si diventa filosofi!). Mi stiracchio come un gatto appena desto, sento l'apatheia (ricordo del classico) e di non essere soddisfatto della vita che conduco. In verità motivi di contentezza non ne ho molti: mia moglie, in menopausa, dice di amarmi alla follia ma, non appena cerco di mettermi in bocca una sua tettina, fa la gatta indisponibile dinanzi ad un felino arrapato. Tata, il mio sogno segreto, m'ha fatto chiaramente capire che 'nun cè trippa pè gatti!' È evidente che non le piaccio. Le ho offerto diecimila Euro, mi ha risposto di no, pensa che non ce li abbia, infatti non ce li ho! È solo il mio ottimismo che mi aiuta a superare le rotture quotidiane: intanto sono in vita, alcuni miei amici sono passati dalla posizione verticale a quella, definitiva, orizzontale, altri si trascinano tristemente parlando sempre di malattie e dichiarano, melanconicamente, di aver raggiunto da tempo la pace dei sensi, una prospettiva a cui non voglio pensare, come si fa a vivere senza la dolcissima 'chatte'? Ma la mia fantasia costante è Tata, la vedo sorridere, rughette intorno alla bocca, occhi... con la solita espressione: 'vedi d'annattene!' Le ho riferito la storia di un disavvenente che, durante una crociera, con notevole faccia tosta, avvicina e riesce a 'farsi' una principessa mentre tutti gli altri pretendenti vanno in bianco, beh... ho fatto la fine degli altri: bianco totale! Mò però me so’ rotto, che mai c'javrai più dell'artre femminucce: lanugine d'oro, lapislazzuli sulla labbra della 'gatta'?, ma vedi d'annattene a fan...

  • 13 agosto 2009
    Lettera aperta

    Come comincia: I nostri sogni e desideri cambiano il mondo...
    Ma sarà davvero così! Forse avere sogni non è sufficiente... occorre avere la forza e il coraggio di trasformali in qualcosa di concreto e reale, ma non è così semplice, soprattutto se si è da soli.
    Sembra di vivere in un mondo in cui tutto va esattamente al contrario: vieni valutato in base a quello che hai e non per quello che sei; le persone, che dicono di esserti amiche sono pronte a pugnalarti alle spalle in qualunque momento in cambio di denaro e potere, si è disposti ad aiutare chi in realtà non necessita di aiuto e le persone che sono davvero in difficoltà sono lasciate SOLE. Tutto questo ti sembra strano? Eppure, caro amico, questa è la realtà!
    Non avrebbe più senso nulla per me, non avrebbe più nemmeno senso scrivere se non fosse per la forte consapevolezza che non si vive veramente se non si spende questa vita non solo per dare una mano all’altro, ma per costruire condizioni di giustizia, per interrogarsi sul perché di ogni cosa. Questo è e resterà il mio impegno costante, puntuale, assolutamente non delegabile.
    "Per cambiare gli altri, occorre prima cambiare se stessi" ed io voglio proprio cominciare da me: devo affrontare le mie insicurezze, le mie debolezze, devo trovare la forza che mi consentirà di dare forma alle mie idee.
    È innegabile la paura, la paura di non farcela e di non concludere nulla. Ma non sarebbe anche peggio non provarci affatto? Sarei una vigliacca, non posso fare finta di nulla, mettere la testa sotto la sabbia, devo lottare a costo di pagarne personalmente le conseguenze. Molti continueranno a dirmi che sono una povera sciocca, un'ingenua sognatrice che non ha ancora capito come gira il mondo, ma preferisco continuare a sognare ad occhi aperti se questo mi consente di continuare a credere che qualcosa può davvero cambiare.
    Se è vero, così come credo che sia, che l'Universo si prodiga affinché ciascuno realizzi la propria "leggenda personale", allora riuscirò nel mio intento e anch'io contribuirò, anche se in piccola parte, a creare le condizioni per rendere il mondo un posto meraviglioso in cui vivere.
    Ma adesso devo lasciarti, spero che queste parole risuonino nel tuo cuore affinché non sia sola nella mia battaglia, ma possa contare sul tuo sincero e necessario aiuto. Perché da soli si è deboli, ma insieme si trova la forza per affrontare ogni avversità.

  • 07 agosto 2009
    Quand'ero bambino...

    Come comincia: Quand’ero bambino (più o meno ai tempi in cui Annibale prendeva le multe perché parcheggiava gli elefanti sulle Alpi), sognavo. “Beh, lo fanno tutti” dirai tu. E’ vero. Ma non sognavo di diventare un famoso calciatore, né un “velino”, e neppure un reporter, o presidente. No. Sul banco di scuola, con la cartina del Ticino aperta davanti al naso, sognavo di sentieri che congiungevano località così distanti tra di loro in auto, ma così vicine a piedi: Fusio vicino ad Airolo, Camorino vicino ad Isone, Piotta vicina al passo del Lucomagno. Guardavo quanto erano alti questi sentieri, come si chiamavano le montagne che li ostacolavano, se si potevano percorrere in bici (che fantasia, le bici di allora avevano tre marce e il freno-pedale, le migliori...), e mi ripromettevo “ci vado”.

     


    Sognavo di percorrere quei sentieri, e congiungere il territorio, in un modo mio, con i piedi e la testa. Cercavo di immaginare cosa avrei potuto incontrare, quali difficoltà, cosa avrei visto. Il maestro, che mi vedeva assente, lo sguardo fisso lontano (lo conosci il vecchio detto “Più lo sguardo è rivolto lontano, più l’attenzione è rivolta dentro di sé”?), mi rimproverava, ma bonariamente: andavo bene a scuola, e forse riusciva a capire cosa stessi facendo. Forse, sognava anche lui. Adoravo questo maestro, che mi ha condotto dalla terza alla quinta elementare: non ostante apparisse burbero, aveva un cuore d’oro, e sapeva insegnare con la testa e con il cuore.


    Poi, sono arrivate le maree della vita. Quando sei giovane, ti sembra di possedere e controllare il mondo, e non ti accorgi che in realtà sei in balia di ogni corrente, di ogni refolo di vento, purché venga dalla direzione giusta. Sono caduto in acqua, mi sono perso, e ho smesso di sognare. I sentieri della cartina sono rimasti là, ormai dimenticati, pallido lumino perso tra gli affanni ed i piaceri, tra i doveri e le voglie. Gli studi, il militare, le pene d’amore, la prima bicicletta, ed il primo motorino. Amici e compagni, lavoro e tempo libero, soldi e spese. Lei, con la quale ho condiviso ormai quasi metà della mia vita. I ragazzi, il loro crescere, e il mio crescere assieme a loro, il gioire per le loro vittorie, e soffrire in silenzio per le loro sconfitte. Ma sempre liberi, liberi di costruire la loro vita, come pensavano e come pensano sia giusto, anche quando non ero o non sono d’accordo.


    A poco a poco ho iniziato ad imparare a nuotare in questo grande mare. Ho preso a tenere la testa alta, anche quando arriva l’onda. Ho imparato a fiutare le maree e le correnti, e tenere la mia posizione anche quando queste cercano di portarmi oltre, al di là della mia volontà. E poi, ho scoperto che potevo tornare a terra, sulla riva, libero dalla stretta dell’acqua. Ho posato il piede sulla sabbia ferma, e mi sono accorto che ero io, lavato e mondato, arricchito e cambiato da questa lunga nuotata nell’oceano della vita. Non un fiume, che ti trascina oltre, e ti porta in posti sconosciuti: no, sono tornato là da dove ero partito. Diverso e uguale, nuovo e vecchio.


    E ora, che avrei potuto guardare il mio maestro delle elementari negli occhi, e dirgli “finalmente sono un uomo”, e parlare con lui, ringraziarlo per ciò che mi ha donato allora, e che mi ha aiutato a superare i fortunali di quel mare immenso, lui non c’è più, travolto in giovane età da vicende che non avrebbero dovuto capitare, e che gli hanno tolto la dignità come non dovrebbe succedere a nessuno.


    Ma nel silenzio della notte sulla spiaggia, con lei al mio fianco, uscita forse assieme, forse prima di me, e che mi ha atteso pazientemente, una piccola luce nella memoria ha rischiarato l’oscurità, e reso meno pesante e doloroso il rumore della risacca, che ancora mi chiama e mi attrae. Non l’ho riconosciuta subito, e ho dovuto scavare tra macerie di ricordi, alcuni belli, altri brutti, alcuni di cui sono orgoglioso, ed altri di cui mi vergogno, per capire da dove arrivasse quel fioco lumicino. E raggiuntolo finalmente, dopo grande lavoro, sudore e fatica, che ha richiesto onestà e disciplina, nella mia mente ho visto una cartina, una cartina del Canton Ticino, edizione del 1965: appoggiata sul banco di scuola, con il passo del Cristallina e il lago Ritom, con la cima del Gaggio e la Strada Alta della Leventina. E ho visto un bambino che sognava, guardando quella cartina, pensando al passo del Cristallina che lassù, unisce la Vallemaggia con la valle Bedretto.


    Quand’ero bambino, sognavo...


    Così, ho deciso di realizzare i sogni di quel bambino, e di farli miei, scoprendo che posso sognare anch’io, ora, dopo tutto questo nuotare senza fari che ti conducano da qualche parte.


    Non più le correnti e le maree, bensì i miei passi sulle montagne mi conducono da una vetta all’altra, da un passo ad un'alpe, da un villaggio ad una capanna alpina. Con lei, che condivide la mia fatica ed il mio piacere, assaporando la pietra sotto il piede, o il fruscio dell’erba, l’ombra dei pini, e il ramarro che ti guarda da dietro una felce. Il piacere di un incontro su sentieri frequentati solo da chi sa impegnarsi per gustare il bello, e che ha rispetto per ciò da cui è circondato.  La vena di roccia rosa che puoi vedere solo dopo qualche ora di cammino, e il piacere di una minestra d’orzo in capanna, con persone che forse non hanno percorso lo stesso cammino per arrivarvi, ma ti capiscono, e li capisci, perché forse, anche loro, da bambini sognavano.


    Sono partito per il passo del Cristallina, obbligo morale verso quel fanciullo che non sapeva cosa lo attendesse nella e dalla vita. In una giornata di nebbia, ho percorso tutto il sentiero, e nel punto più alto, alla prima passeggiata (c’è chi dopo anni non ne ha ancora visto uno), dalla bocchetta nella nebbia è comparso uno stambecco: maestoso, sicuro, e senza paura. A meno di 20 metri mi ha guardato (ci ha guardati) ed è salito su di una roccia, senza timore, per farsi ammirare. Le corna inanellate dagli anni passati (erano una quindicina), lì, davanti a me nel silenzio della nebbia, mi ha salutato. Non ha parlato, ma il messaggio era chiaro: “Benarrivato”, mi ha detto, “ti ho atteso per tanto tempo. Questo è il mio regno, e lo condivido volentieri con te. Ricordati, è casa mia: abbine rispetto, e sii felice percorrendolo. Non è privo di ostacoli e di pericoli, ma per chi lo sa apprezzare, offre grandi doni”. E mi sono vergognato di averlo fatto attendere tanto a lungo...


    Ora percorro vie che erano dei nostri padri, indispensabili allora per la vita, e tenute aperte dal mio passo, dal suo passo. Sentieri che congiungevano Parigi con Roma, e Vienna con Barcellona. Sentieri che i Valser utilizzavano per dominare le Alpi, rispettandole e proteggendole. Ogni passo mi unisce a centinaia di anni di storia, di sudore, di fatiche, di pesi portati a valle o sui monti, di imprecazioni e di pecore sperse in un burrone. E qualche volta, qualcuno non faceva ritorno. Sono passi, i miei, che mappano il territorio, accendendo un piccolo lume su ogni cima che raggiungo, ogni bocchetta che passo, e che tessono una rete che congiunge questi fari immaginari. Mi dici Pesciora, Cantonill, Gumegna: ci sono stato, li ho sofferti e conquistati, sono miei. Ogni punto che raggiungo realizza il sogno di quel bambino, e così facendo ho scoperto che forse, la cartina del Ticino era troppo grande per lui, ma che inizia ad essere piccola per me.


    Sogno di lunghi viaggi, che mi portino in posti dove tutti sono già stati, ad incontrare persone e paesaggi. Sogno di viaggi lenti, fatti godendo ogni singolo passo, annusando e guardando, riflettendo e notando ciò che si para lungo il cammino. Sogno di un saluto dato col cuore a qualcuno che mi guarda passare, ricambiato con un sorriso sotto i baffi, perché sicuramente starà pensando “anche tu realizzi un sogno?”, e di amicizie silenziose che non richiedono parole per essere vissute (un mio detto è “Il rumore lo si condivide con i conoscenti, il silenzio lo si condivide solo con gli amici”), ma solo di passi fatti assieme, e di pasti consumati in comune su di una roccia.


    Quand’ero bambino, sognavo...


    E al di là di ogni immaginazione, il bambino è tornato, impaziente di partire: troppo lunga la settimana, con i suoi obblighi ed impegni, troppo corto il fine settimana. Sento continuamente il richiamo degli scarponi, e i piedi che dicono “andiamo, andiamo...”. E sempre più pesante mi diventa la puzza della città, odori di chimica che scuotono le mie narici, rumori che assalgono le mie orecchie, abituate ad ascoltare il fruscio di una lucertola tra le frasche, per poterla individuare. Così, attendo con impazienza il momento di partire, per ascoltare la sinfonia dell’acqua, e l’accompagnamento del vento, per annusare il profumo dei prati magri, e della resina nella pineta, per vedere una piccola V sul terreno, segno del passaggio di un capriolo, o un laghetto alpino con una trota che mi osserva, chiedendosi se anch’io perderò il mio tempo con una canna da pesca, cercando di catturarla...


    Sogno, ed è un sogno in divenire, realizzato e sempre incompleto, perché c’è ancora un sentiero che non ho percorso, un amico da salutare, una cima da conquistare, ed un passo da attraversare. E’ un sogno grande quanto il mondo, che mi aiuta a scoprire chi sono, cosa avrei potuto essere, e cosa diventerò, forse. E’ un sogno che desta forti emozioni da condividere, piaceri di cui parlare, e ricordi da raccontare, quella volta che non si arrivava più in capanna, o la neve che mi sbarrava il passo, la volpe nella neve che attendeva un boccone, perché sa che le sei amico, e la marmotta che fischiava mentre un rapace volteggia lassù.


    E ti chiedi dov’è che vivi veramente... Qui, tra le luci che non si spengono mai, o lassù, che quando è buio hai un tetto più bello di quello di qualsiasi cattedrale mai costruita (i celti non costruivano templi, sapevano che nessuna opera umana poteva superare quello che l’universo aveva da offrire). Ti chiedi quando potrai salpare veramente l’ancora, non nel mare, ma sulle montagne. Guardi dalla finestra, e vedi cime che hai già percorso, che ti chiamano, e pensi: vengo.


    E non ti rammarichi per il tempo perso, per i passi non compiuti, per gli amici non incontrati, per le cime non conquistate: ogni percorso ha i suoi tempi, e solo quando sai vivere in armonia con questo ritmo puoi incamminarti veramente. E c’è chi ci arriva prima, e chi ci arriva dopo. Alcuni di noi si perdono nel mare, incapaci di uscirne. Altri, troppo stremati dalle fatiche, restano sulle spiagge, cercando conforto e sicurezza nella vicinanza con gli altri che ce l’hanno fatta. Alcuni, forse troppo pochi, si alzano in piedi, guardano lassù, e, riconoscendo il sogno, partono.


    Quand’ero bambino, sognavo...


    Ed è il più bel regalo che mi potessi fare.