Racconti anno 2010 su Aphorism.it

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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 luglio 2010
    Il generale Malcontento
    Intro: Il racconto di Stefano Di Lorito, tramite uno stratagemma ben congeniato, giunge a una conclusione triste e reale: solamente chi sta muorendo di fame, al giorno d'oggi è pronto a ribellarsi. In un mondo dove parecchie persone si curano solo del proprio orto e non si ha più voglia di combattere.
    Come comincia:

    Un potente comandante, il condottiero delle catastrofi e delle rivincite. Chi lo possiede come alleato può sovvertire i destini di nazioni intere, della Storia stessa.
    Quell’anno il grande generale aveva già messo a ferro e fuoco l’Etiopia, la Costa d’avorio, il Guatemala. Aveva rovesciato i governi di Palestina, Bangladesh, Utzbekistan, Afghanistan. Guidato sommosse in Iraq, Iran, Camerun, Filippine, Cambogia, Sumatra, Guyana francese. Compiuto eccidi in Algeria, Siria, Mozambico, Uganda, Pakistan, Corea del Sud.
    Ed eravamo soltanto a Maggio.
    Adesso se ne stava placidamente sdraiato al tepore primaverile di Roma, sotto le colonne di San Pietro, il quale lo squadrava facendogli gli occhiacci fin da quando lo aveva visto arrivare in lontananza, luccicante di mostrine e greche d’oro.
    Il generale non si era minimamente intimorito alla vista del grande Santo. Sapeva bene che sulla Terra contava ormai come il due di picche. Lui e tutta la sua gerarchia di Angeli, Martiri, Profeti, Discepoli e quant’altro.
    Si sistemò tranquillamente sotto le colonne, le possenti spalle appoggiate al bianco marmo, e si godette la brezzolina pomeridiana.
    Era stato attirato in Europa dalla crescente crisi economica. Ormai in tutto il mondo centinaia di milioni di persone, che fino a un anno prima stavano discretamente, si trovavano sull’orlo dell’indigenza. Per un po’ era rimasto indeciso, se attraversare l’Atlantico e andare a fare danni negli Stati Uniti d’America, dove la crisi aveva sbattuto sulla strada milioni di poveracci.
    Trovandosi di ritorno dall’Africa, ed essendo pigro per natura, si era limitato a fare quattro bracciate a nuoto, nel tiepido Mediterraneo, emergendo sul Lido di Ostia come un Tritone sgocciolante.
    Durante la breve passeggiata fino alla Città Eterna aveva drizzato le orecchie e aguzzato i suoi grandi occhi bovini. Dovunque segni di rabbia, preoccupazione, disperazione. Tutti se la prendevano con tutti. Bestemmie e imprecazioni volavano a stormi, come i rondoni, nel cielo di Roma.
    Passando per il mercato ortofrutticolo, si inchinò gentilmente ad ascoltare le lamentele delle massaie. Prezzi esorbitanti, poca scelta, frutta e verdura striminzite e pallide.
    Sussurrò nell’orecchio di una anziana signora, china sulle mele ammaccate di un banchetto traballante, le sue osservazioni:
    “Eehhh! Non c’è niente da fare, va tutto a rotoli. I poveracci se lo prendono sempre in quel posto”
    La vecchietta ebbe un attimo di esitazione, non capendo da dove provenisse la rauca e intrigante vociona. Poi, senza nemmeno voltarsi spedì il grande generale a morì ammazzato.
    Il cappello del potente condottiero saltò dalla sua testa larga e rossiccia, mentre lui si ritraeva, stupito di tanta energia compressa nelle fragili ossa dell’anziana signora.
    Si compiacque della reazione e pensò che, se i vecchi erano tanto sotto pressione, pronti a scattare, figuriamoci i giovani. Roma e l’Italia erano una lunga striscia di polvere da sparo pronta ad esplodere al minimo sussulto. Uno stivalone traboccante di marciume e di rabbia.
    Si allontanò fischiettando una marcetta di sua invenzione, facendosi fresco col cappello.
    Arrivato nella zona dei palazzi della politica si mise a spiare ed origliare dalle finestre. Vide deputati che fumavano di scherno e ridevano di arroganza. Ministri fintamente composti e dignitosi, che sbavavano al pensiero della prossima mazzetta e della prossima sgualdrina da cavalcare. Uscieri che distribuivano consigli e soffiate in cambio di laute mance.
    Lo scenario sembrava proprio promettente, completo di ogni ingrediente per una bella rivoltata allo stivale. Si stupì di non essersene accorto prima e deprecò la sua pigrizia e la sua distrazione che, essendo ormai molto avanti con gli anni, erano ormai diventate parti di lui.
    Il generale attese qualche giorno, studiando la città, per preparare al meglio la sua campagna.
    A metà Maggio gli sembrò tempo di agire. La Primavera avanzava, e voleva sbrigarsela prima che facesse troppo caldo.
    Decise di cominciare da un grande quartiere di periferia. Si avvicinò a un folto gruppo di ragazzotti sfaccendati e repressi e, identificato il capetto della banda, insinuò le sue parole di guerra nelle acute, sebbene sporche, orecchie del giovinastro.
    “Ssshhh... tze tze tze... qui bisogna fare qualcosa, reagire. Accaparrarsi quel che si può. Farla pagare a tutti sti signori e signore che se ne vanno in giro impellicciate a primavera, con le loro grosse automobili, con le loro villone...”
    Il giovane scontento e rabbioso, sentendo questi pensieri fiorirgli nel cervello, iniziò a sbuffare e a scalciare una lattina accartocciata.
    “Ahò! E che te pija Francè?” – Chiese uno dei suoi lacchè
    “Che me pija? Che me Pija?!” – Sbottò lui – “me pija che c’ho na voja de menà le mani che quasi quasi te meno a te!”
    Ciò dicendo allungò uno schiaffone al suo accolito.
    “Ahòòòò!! Ma che te la piji con me? Ma vedi d’annà!”
    “Regà, non stiamo a darcele fra noi” – Intervenne il braccio destro del capobanda – “Annamo a fà quarche casino in centro. Magari a ripulì quarche signora”
    “Quarche signora? A’ Gennà, qua ce sarebbe da ripulire tutta la città. Anzi tutta l’Italia” – Ribattè il capo.
    “Annamo ar covo nostro, raduniamo tutti e spaccamo la città!” – Propose un piccoletto dalle gambe storte.
    “Spaccà?! Ma che spaccamo. Ah Fregnoni! Che ce spaccano a noi. Come l’artra vorta a Monte Mario, che a Romoletto ianno messo i braccialetti e se lo so’ tenuti pe’ sei mesi” – Il capobanda raffreddò gli entusiasmi facinorosi dei suoi bollenti coetanei.
    Il generale Malcontento, insisté, con sapienti parole, ad aizzare uno e l’altro. Svolazzava, leggero come un danzatore, da un ragazzo all’altro, soffiando nelle acerbe menti pensieri di rivalsa e di vendetta.
    “Oh regà! Non so voi, ma io a star qua a menarmela me sta a venì mal di testa. Me sento come un ronzìo ner cervello” – dichiarò uno dei giovani.
    “E c’hai raggione Antò” – Soggiunse il capobanda – “Annamo da Rosetta a farci una partitina a bijardo, che c’ho voja de stracciarte un po’”
    I due si presero braccio a spalla e si avviarono verso la sala giochi. Gli altri compari, a poco a poco, si dispersero a loro volta, chi a raggiungere la ragazza, chi a fumarsi quel che aveva dietro i capannoni dismessi, chi a casa a guardare la Tv.
    Il glorioso generale, li inseguì sbattendo i tacchi e sferragliando con speroni e sciabola.
    Non riusciva a credere che le sue sapienti armi di convinzione fossero state annullate da banali pruriti, puerili voglie di gioco e adolescente indolenza di periferia.
    Gli gridò dietro per un po’, accusandoli di codardia, smidollata degenerazione, onanistica rassegnazione. Ma i giovani si dispersero ugualmente per le strade del quartiere, sordi ai richiami guerreschi del  grande condottiero.
    Il supremo Aizzatore rimase solo, in mezzo al polverone della spianata di terra, sotto il sole che picchiava allo zenit.
    Cercò di rimettere in ordine le idee e le mostrine, farfugliando fra sè. Evidentemente aveva avuto una particolare sfortuna, aveva pizzicato proprio  i più codardi e sfaticati di tutti i giovani sbandati di Roma.
    Si riparò dal caldo all’ombra di alcuni platani, presso un grattachecche.
    Il gelataio stava imprecando svogliatamente, in compagnia di due ragazzine che sorbettavano con faccia annoiata e stralunata le loro granite.
    Allungò la sua facciona sudaticcia verso le orecchie della pischella più bardata di borchie, piercing e tatuaggi.
    “Sshhhh...con tutto il mondo intorno, tocca stà qua a ruminare na granita. Si potrebbe invece andare a combinare qualche sfracello. Aizzare qualche ragazzo incazzoso a fare a botte, magari a mettersi d’impegno per tirare su un po’ di grana...”
    Le pungenti parole del generale si insinuarono come biscie nei padiglioni auricolari della ragazzotta, strisciarono su fino al cervello e lì si misero a rigirarsi e attorcigliarsi senza posa.
    “Ah Debborah! Me sa che me stanno a venì !”
    “Che te stà a venì Carmè ? Te ritornano i pruriti alla passera?”
    “Ah ‘ntroiata! Ma che cazzo stai a dì! Me stanno a venì le cose mie. Me sento tutto un subbuglio in testa. Na voglia de fare casino.” – Carmela si aprì in un sorriso bellissimo e sguaiato, strinse la mano dell’amica e si mise a saltellare.
    “Nun sò incinta Debborah! Nun sò incinta! Oh San Gennaro te ringrazio!”
    Le due sgualdrinelle gettarono gli avanzi delle granite, con grande slancio, investendo il corpulento generale e inaffiandolo di menta e mandorla sul cappello, sulle spalline, sulle greche e sugli stivaloni già impolverati.
    “Mah...mah!” – Provò ad esclamare il glorioso disfacitore di mondi, ma le parole gli si seccarono in gola, mentre le grasse e sudaticce manone gli si incollavano al cappello.
    Si accasciò sulla panchina, sotto al platano, leccandosi le dita dolciastre e appiccicose.
    “Ma non c’è più religione!” – Blaterò fra sè e sè – “Sono stato via troppo a lungo. Qua si sono ridotti a poveri idioti. Non c’è più un cane che abbia voglia di sovvertire il sistema. Non un giovane con un po’ di iniziativa e di vera rabbia in corpo”
    Con gli occhi fissi sui suoi stivali, la schiena incurvata dalla frustrazione e le mani penzoloni, il generale Malcontento era stordito. Per la prima volta nella sua lunghissima e gloriosa carriera stava facendo cilecca.
    Non poteva essere vero. Doveva aver sbagliato qualcosa. Tutti quegli anni lontano dall’Italia gli avevano fatto dimenticare la profonda natura dei discendenti di Roma.
    Forse non era lì che doveva aizzare. Forse doveva spingersi più a Nord, o tornare più a Sud. Le isole no, era strategicamente ridicolo. Attese la sera e con il favore della frescura si mosse a grandi falcate verso nord. Superò Firenze, scavalcò l’Appennino e diede una sbirciatina a Bologna. Sembrava che anche lì i ragazzi e gli adulti imprecassero contro tutto e tutti. Ma ognuno intanto sorseggiava una bibita, armeggiava con il cellulare, ascoltava musica con l’I-pod. La rabbia c’era, non si poteva fare a meno si vederla e sentirla. Ma qualcosa distraeva sempre i potenziali rivoltosi. Le loro energie erano come represse, disperse in mille stupidaggini senza senso.
    Fece ancora quattro passi e si trovò alle porte di Milano. Era Lunedì mattina ormai, le strade erano affollate di pedoni e macchine che tristemente si avviavano al lavoro. Una pioggia fitta e gelida batteva sulla città. Il cielo plumbeo si fondeva all’orizzonte con la nebbia. Lo scenario era perfetto.
    Camminando da Porta Genova verso il centro, il generale tese le sue grandi e carnose orecchie.
    Una sinfonia di bestemmie, imprecazioni, ingiurie e maledizioni accompagnava il corteo di uomini e macchine. Era tutto un concerto di odi manifesti, di minacce e insulti. I clacson suonavano in una stupenda cacofonia senza interruzione.
    Due omaccioni sulla quarantina, probabilmente operai o muratori, si affrontavano, muso a muso, per una precedenza rubata. Il grande generale si avventò come un rapace, soffiò nei cervelli semi annebbiati dal sonno, parole di violenza e ribellione, di vendetta e di distruzione.
    I due omoni smisero di urlarsi in faccia e si guardarono un attimo negli occhi.
    Il sommo provocatore si stava già sfregando le mani, in attesa di vedere i primi pugni volare come cannonate.
    I due ascoltarono per qualche istante ciò che gli ronzava nei cervelli, visualizzarono i sentimenti di odio che sentivano montargli dentro. Finché uno disse :
    “Uè ma ghe n’è già tant da essere incazzat, avemm mic da rincarare la dose. E poi il lavur ming aspett!”
    “E dighe bèn” – Replicò l’altro. E presero ognuno la via del cantiere e della fabbrica.
    L’inarrestabile arruffapopoli si sentì mancare. Dovette appoggiarsi a un lampione per non cadere a terra. Le sue gambe muscolose tremavano e cedevano, la testa gli girava, il colletto gli stringeva la gola e gli impediva la respirazione.
    Preso da ira divina iniziò ad urlare, che tutti sentissero, il suo migliore repertorio. Tenne un vero comizio, come non gli accadeva dai tempi della Comune di Parigi. Le masse popolari, nonostante la sua voce stentorea e baritonale rimbombasse come un furioso temporale, continuavano a fluire, incazzate e represse, verso i loro posti di lavoro.
    É sera. Al centro di accoglienza per extracomunitari, centinaia di poveracci, provenienti da ogni parte del mondo, stanno aspettando una scodella di minestra.
    Il grande generale, diligentemente in fila, tenta la sua ultima strategia.
    “Se non si sollevano questi qua” – Pensa – “Allora qui è successo veramente qualcosa di strano”
    Le sue sapienti parole, rodate da secoli di infallibile pratica, rimbalzano nelle orecchie di ogni colore. La rabbia comincia a montare. La sente vibrare sotto pelle. La lunga fila di poveracci ondeggia sempre più vistosamente. I volti si accartocciano in smorfie di dolore, frustrazione, collera.
    Alcuni iniziano a spintonarsi e a reclamare il piatto di minestra. I pochi operatori cercano di sedare gli animi, accelerando la distribuzione. Si sente nell’aria l’elettricità che si accumula. Il generale attende, con le mani giunte, lo scoccare del sacro fulmine della rivolta, la saetta della rivoluzione, il tuono della distruzione indiscriminata.
    Dalla radio portatile di un grosso nero cominciano a risuonare le note ritmate di una famosa canzone reggae. Un altro extracomunitario si mette  a cantare, altri due a battere le mani a tempo.
    In pochi secondi tutta la fila ondeggia al ritmo della musica. Molti cantano con gli occhi al cielo le parole di speranza della canzone.
    Altri ausiliari distribuiscono coperte e bevande. Qualcuno piange di tristezza, pensando alla sua terra lontana. La musica copre il rumore delle bocche che masticano il pasto frugale.
    Il generale Malcontento si rizza in tutta la sua impotenza, per un attimo sembra voler esplodere, poi con marziale disciplina, saluta militarmente la folla di persone, fa dietrofront, sbatte i tacchi, e si allontana a passo di ritirata.


  • Intro: "La strada è sempre la stessa. Come quindici anni fa." Si chiude così questo racconto di Katia Guido. Un piacevole finale a sorpresa; uno scritto fluido di una coppia in cui l'amore e la complicità sono più forti del tempo.
    Come comincia: Sono le undici e il ristorante si è quasi svuotato. Rimangono solo loro. Matteo e Chiara. A dividerli, oltre al mezzo metro di tavolo, la luce di una candela, che sfuma come il tempo che resta di questa serata. Un appuntamento di una delle prime volte insieme. Chiara lo guarda fisso, seria, ma allo stesso tempo le sue labbra tradiscono un leggero sorriso.
    Matteo la guarda quasi imbarazzato: “Non sei mica tanto da giri di parole, tu! Dritta al sodo!”
    “Ti ho solo detto che mi piaci.” Il tono semplice e calmo di Chiara lo spiazza, si aspettava una reazione di difesa.
    “Lo fai spesso? Dire agli uomini che ti piacciono?”
    “No, è la prima volta.”
    “Mmmm, e cosa vorresti che rispondessi?”
    “Mi hai già risposto.”
    “Si? E cosa?”
    Chiara camuffa il suo sguardo scocciato, volgendolo al tavolo accanto. Giocherella con il bicchiere di vino. Il nervoso la tradisce.
    Lui continua: “Vedi io sono un tipo strano. Fatto per stare da solo. All'inizio magari mi innamoro pure, ma poi mi stufo. Mi sento in trappola, capisci?”
    “Si, capisco che non ti interesso, ma non serve che tiri fuori scuse, sono adulta.” Lo guarda fisso negli occhi e sorridendo “Non mi uccide un rifiuto, mentre non sopporto i giri di parole.”
    Matteo si fa serio con lei: “Ti sbagli, tu mi piaci. Mi piaci da morire. Ogni volta che ti vedo, ogni giorno, mi si secca la gola, le mani tremano e ho il batticuore che spesso mi preoccupo che da fuori qualcuno veda il mio petto saltare.”
    Chiara lo guarda scrollando il capo, la fronte corrugata dalla perplessità. Non riesce a capire.
    “Scusa e allora che c'è?”
    “Allora c'è che ho paura che finirò per ferirti. Se tu sei disposta a rischiare...”
    “Ah no grazie” scoppia a ridere Chiara “Già dato. Mi stai chiedendo di rischiare con una probabilità molto alta di restarci bruciata.”
    “Ma c'è sempre il dubbio...”
    “Il dubbio non mi basta.” Chiara sorseggia ciò che resta del suo vino e con gli occhi persi nella stanza “Sarei una scema...” muove lo sguardo verso di lui, per un attimo persa nei suoi pensieri e poi, come svegliandosi da un torpore, focalizza. I loro occhi si penetrano. “Sarei una scema se accettassi.”
    E' Matteo ora ad abbassare gli occhi giocherellando con una briciola sul tavolo.
    “Ma...” incrocia il di lei sguardo “E se ci provassimo? Chi lo dice, magari... senza innamoraci...”
    “Io mi sono già innamorata di te, sarebbe un suicidio.”
    “Come innamorata di me? Ci conosciamo appena. Avremo sì e no scambiato qualche frase di circostanza”
    “Sono innamorata dell'idea che ho di te. Sei il mio colpo di fulmine mancato.”
    Chiara cerca le parole nella mente, le mette insieme con cura, non vuole fraintendimenti.
    “Se l'idea di cui mi sono innamorata dovesse anche soltanto un po' avvicinarsi alla realtà, ci rimarrei fregata.”
    Poi come se ci avesse ripensato “Anzi, anche se succedesse il contrario, sarei così invaghita di te, che mi crollerebbe il mondo il giorno, in cui tu mi annunceresti di esserti accorto che non va...”
    Matteo si sposta indietro sulla sedia, poggia la schiena e continua a fissare la tovaglia. Il suo sguardo è perso, la sua mente in cerca.
    “Mi sono fregato la chance di essere felice, che dici?”
    “Dico che non lo so. Voi uomini siete un rebus, tu sei addirittura un indovinello da sfinge”.
    Scoppiano a ridere, ma a metà.
    Un lungo silenzio ora si è messo a dividerli assieme al quasi mezzo metro di tavolo e alla luce della candela.
    Matteo lascia cadere la sua mano sulla gamba.
    “Sei una tipa strana te, non ti capisco.”
    Chiara è visibilmente stanca, della serata, dei discorsi che diventano sempre più assurdi, degli sguardi dei camerieri, che sperano solo di andare a casa presto.
    “Vieni a casa con me?”
    “Ma sei matto? Ma mi hai ascoltata?”
    “Posso almeno baciarti? Avrei voglia di baciarti.”
    “Non credo sia il caso.”
    “Non credi sia il caso...” sorride amaro “E che problema ci sarebbe?”
    “Che vorrei baciarti ancora”
    Silenzio e poi lei “Senti, cerca di capire. Ti vedo tutti i giorni quando vieni in negozio a comprare il giornale e il tabacco.”
    “Smetterei di venire.”
    “No, ne morirei.”
    Una lunga pausa, mentre si guardano negli occhi. Poi lui, spezza il silenzio: “Allora... andiamo?”
    “Si, mi sembra una buona idea.”
    Si alzano dal tavolo. Lui paga il conto. Lei è in piedi ad aspettarlo imbarazzata. Non si guardano mentre escono. Entrambi avevano pianificato una fine diversa per la serata. Diversa anche l'una dall'altra.
    “Ti accompagno un pezzo, ok?”
    “Si, volentieri, non mi piace camminare sola.”
    Camminano in silenzio, quando ad un tratto Matteo si ferma e le prende il braccio per fermarla. Chiara si volta a guardarlo. Non capisce.
    “E se ti avessi messo solo alla prova? Se ti avessi detto tutte queste cose per metterti alla prova?”
    “Ma alla prova di che?” E' spazientita “Senti se vuoi portarmi a letto, perché non me lo dici e basta? Insomma, ti sembro scema?”
    “Non è quello. Tu non ci verresti comunque, lo so” si guarda intorno come a cercare un suggeritore che lo aiuti a spiegarsi meglio “Lasciami finire, ti prego.”
    Lei lo guarda dubbiosa, ma lo lascia continuare.
    “Tutte le ragazze che ho conosciuto, finora, mi hanno sempre provato come un paio di scarpe. E quando non ero più comodo o non andavo più bene, mi lasciavano.”
    Chiara lo guarda sempre più incredula con un sorriso che si sta tramutando in riso.
    “No, ascoltami. Devi credermi!” La voce di Matteo nasconde un'urgenza disperata “Non mi credi vero? Non credi che sono io, quello che ha paura di soffrire?”
    “Ma certo che credo che tu abbia paura di soffrire, tutti ce l'abbiamo. Ma cambiare idea così nel giro di pochi minuti. Dai! E' un insulto alla mia intelligenza”. La risata le muore sulle labbra vedendo l'espressione ferita di Matteo.
    “E se cambiassi idea fra qualche tempo? Mi daresti una chance?”
    “Non so.”
    “Se fra una settimana cambiassi opinione? Mi daresti una possibilità?”
    “Non so.”
    “Se cambiassi idea domani?”
    “Ne riparliamo domani.”
    Continuano a camminare in silenzio. Lui avrebbe voglia di prenderla con forza e baciarla appassionatamente. Lei sogna che lui lo faccia.
    Si fermano davanti ad un portone. Lo guarda. Lui la guarda.
    Scoppiano a ridere.
    Si baciano.
    “Ma quanto sei scemo.”
    “Dai, che ti piace.”
    “Buon anniversario, amore...” la voce di Chiara si fa languida “Anche se sei un po' stronzo.”
    “Ci stancheremo mai di questa scenetta? Sono passati quindici anni da quella sera.”
    “Bah, forse un giorno io mi stancherò di te.”
    Lo spintona mentre lui ride.
    “Guarda che sono io quello che mi stufo presto.”
    “Ma smettila e apri la porta, e vediamo di fare piano, che sennò la svegliamo. Domani ha scuola.”
    Si chiude il portone. Dopo qualche minuto si spegne la luce.
    La strada è sempre la stessa. Come quindici anni fa.

  • 19 luglio 2010
    Memorandum
    Intro: Struggenti e poetiche, queste righe di un monologo dedicato alla persona amata. Si parla di amore, tempo, ricordi. Si parla di promesse, paure, inganni. Una riflessione che sembra più una confessione di ciò che non si è riusciti a dare, di ciò che non si è riusciti a dire.
    Come comincia: Di cosa vuoi che ti parli, dopo tanto tempo, se non di come ancora io sappia sbagliare e scegliere sempre la via più facile per farlo.
    Dovresti saperlo, anima mia, quanto si sia vulnerabili quando si ama, e di come a volte sia facile ingannarsi e non vedere l'unica verità, e che vuoi che ti racconti, se non che mi manca il momento, e il domani, e che il passato è solo la punta di una spina che non riesco a togliere dal mio respiro.
    Non sono stato capace d'imparare ad attendere, non ho saputo ingoiare le lancette del tempo, ed ascoltare è un esercizio cosi difficile che ho rinunciato a farlo da troppo tempo.
    Guarda: quella panchina di pietra, laggiù, in fondo alle mie parole, è il posto dove aspetterò i ricordi e le ragioni perdute.
    Non mi volterò quando sentirò i passi allontanarsi: tornerò a pensare che l'eternità sia il momento più breve che abbiamo avuto e non cercherò più un posto dove mettere i momenti e le giornate dove il sole era accanto a me.
    In quel libro delle promesse fatte cercherò un nome e aspetterò per capire perché le cose, in fondo, sono sempre quelle che noi cercavamo, ma non abbiamo mai la voglia di crederlo.
    E' una transumanza di anime e corpi quella a cui ci è dato di assistere e noi siamo parte di essa.
    La cena è pronta, i rumori delle posate sono il contorno immancabile; i liquidi scendono nei bicchieri, nella bocca, nello stomaco e poi nelle parole.

  • 19 luglio 2010
    Un sorso di veleno
    Intro: Seduto al bancone del bar, in preda all’amarezza e alla disillusione, il personaggio di questo breve racconto, sfoga internamente la sua rabbia contro i clienti del bar, mentre si nasconde dietro una facciata di sorrisi ipocriti e falsa condiscendenza. Meglio scappare.
    Come comincia: Lo sguardo fisso dentro la schiuma della birra .
    Bianca, morbida, quasi impalpabile, che lentamente si dissolve . E la lingua passa sulle labbra, raccogliendo il sapore amaro.
    I bicchieri sono troppo piccoli stasera, troppo vuoti , non si riescono mai a riempire. Sorsi di un coraggio che non serve a nulla.
    E tu chi sei? Vuoi un sorriso? No… No… Non sederti al mio tavolo, ti prego, non ho parole per te.
    Ecco bravo, passa oltre… Ma chi è? Bastava un ciao? Bastava un sorriso?
    Dai, bella bionda, siamo ancora lontani dall’oblio. Un paradiso da conquistare a sorsi. Paradiso liquido.
    I dehors dei bar sono sempre affollati da fighe da vetrina e pappagalli da esposizione.
    Mi servirebbe un trapano per bucare quelle loro teste di cazzo e sentire il sibilo dei loro pensieri che escono dal cranio: psssttt… Gomme che si sgonfiano.
    Si, un sorriso anche per te. Contenta?
    Davanti a me, seduta. Sconosciuta e carina Non t’ho nemmeno vista arrivare. Perché tengono la musica così alta?
    Almeno riuscissi a sentire ciò che mi dice…
    Ma sì, diciamole sì. Un sorriso anche per te.
    Forse mi ha chiesto se le offro da bere. O forse se poteva sedersi perché era l’unico posto vuoto.
    Guarda altrove. La saluto, ho voglia di camminare.
    Riuscire a capire quanto mi ha chiesto il barman per due birre, è una impresa. Aspetto il resto e sorrido.
    Via da questa ferita aperta.

  • 19 luglio 2010
    Lady of the night
    Intro: La percezione dell’inevitabile che incombe e i piccoli gesti, un rituale, quasi a non farsi sorprendere impreparati o, forse, per esorcizzare l’imminente appuntamento.
    Come comincia: In questo momento penso solo che devo dimenticarlo e liberarmene.
    Le questioni amorose  attirano l’attenzione della gente,  per non morire di inedia, noia e ripetizione. Sono incostante e pronta a inseguire qualsiasi frase risulti vivace, esplosiva, fantasiosa… che come si sa non porta a niente di pratico.
    Io non voglio finire come una matrona adornata di sana pinguedine, ricca di oggetti, cibo, soliti discorsi,  pulizie e orrendi “già visti”. Trovo affascinanti i murales, gli jumper, gli Oscar Wilde moderni… La verità è che sono totalmente sola  ma non più tanto infelice.
    Ho letto poco fa, la biografia di Frida Kalo. Sfigata cronica, nata con spina bifida e dulcis in fundo vittima di un pauroso incidente su di un autobus, dove nella schiena  le si era conficcato un palo. Sopravvissuta a tutto ciò e accompagnata da dolori lancinanti è riuscita a gestirsi dipingendo. Figure insanguinate che debordano dolore fisico erano la sua arte. Ha amato molto, è stata felice e no ma ha tramandato un segno.
    Vivere a lungo, prendersi cura di se per restare giovani e allontanare il terribile spettro dell’aldilà. E’ possibile ingannare la “signora della notte”?
    Quella che viene a tirarti per i piedi quando è giunta la tua ora?
    Miry aveva escogitato questa filosofia e ogni mattino si ammazzava di esercizi ginnici finché i suoi abiti puzzavano di sudore.
    Era giunta a quell’espediente dopo attenta osservazione dei suoi giganteschi fianchi apparsi su di un impietoso specchio. Specchi che allargano o che snelliscono?
    Nei negozi alla moda, quando ci si prova un fichissimo abito firmato dal prezzo impronunciabile si adocchia una figuretta snella e attraente, non è uguale l’apparizione che si ottiene davanti allo specchio di casa. Sarà l’ambientazione chiassosa e familiare a farti capitolare e sbattere il muso sul pavimento, quella che ti rammenta inesorabilmente e senza mezzi termini o tatto che sei una anonima casalinga che vorrebbe essere diva almeno per una notte. Le nuove Cenerentole? No, Cenerentola sognava il matrimonio.  Ma niente divagazioni, il punto è Miry.
    1,2,3,4 e 5, 6 e 7 e 8, vai con la corsa, i salti, l’allungamento delle braccia, cosce, polpacci… fibre muscolari in regolare tensione, sorrisi, allegria, immersione completa nella musica e nel dvd di quella tipa piccola e mingherlina dell’insegnante, di cui non ricordava affatto il nome ma ne invidiava il portamento.
    Proprio qui apparve il diavoletto, cioè il pensiero provocatore capace di distruggere la volontà di una donna che sta per accingersi a cucinare il pranzo. “La prima ruga”, quel piccolo trattino sulla fronte di una testa capelluta di un vivo castano.  Miry  non vide più se stessa, speranzosa e bella.  Chi cavolo era quella lì? Una fotocopia riuscita male? Quel viso scavato dal tempo che più dimagriva e più sembrava sprofondare nell’abisso delle “cose non realizzate”. E quante ne aveva Miry nel cassetto dei fili da cucito. Una laurea mai presa, un lavoro che si o no non si capiva, magari era un forse.
    Miry decise per il “chi se ne frega” ed entrando in doccia meditò se potesse permettersi le unghie imbrillantinate e disegnate.
    Forse era meglio affidarsi al vecchio smalto rosa che risultava essere ancora buono.
    Così mentre dipingeva cautamente per non uscire dai bordi, le unghie forti che avevano sempre seminato invidia a quelle smangiucchiate delle sue amiche, lo vide.  La prima volta, il mostriciattolo apparve da dietro il frigo, starnutendo. Era coperto di polvere, quella dove non ci si arriva o non si vuole arrivare perché nessuna e nata  “facchino forzuto” e quindi spostare un frigorifero enorme pieno di leccornie risulta, come dire… difficile!
    Era un essere piccolo, dal musetto stretto, labbra sottili, quasi privo di naso e occhi rotondi. Puntò un dito verso di lei e disse: “ alzati o regina della quiete domestica, pentiti del tuo pavoneggiarti e ricorda che sei al mondo per servire”. Miry si pose una mano sulle labbra e sorrise, non sapeva perché ma l’abominevole essere oltre a farle rivoltare le budella per il suo aspetto, aveva un qualcosa di ironico, anzi di assurdamente ridicolo. Il dito bitorzoluto e nodoso si  agitava nell’aria e pareva non avere alcun controllo.
    Scoppiò a ridere tenendosi saldo il ventre.  Lo smalto ruzzolò a terra e le unghie rimasero a metà. Miry si ricompose e raccolse la bottiglietta, quando si alzò il mostro era scomparso.
    Nei giorni successivi Miry si era dedicata a coloratissimi disegni di forme geometriche su tela. Il rosso e il giallo dominavano la scena emanando una inconsueta energia. Erano ingombranti nella stanza da letto, in fondo a che cosa servivano, anzi erano di intralcio al regolare svolgimento delle attività notturne, dormire ovviamente.
    Miry , con infiniti delicatezza e rispetto per quel lavoro, in silenzio, li spostò. 
    Rumore, fracasso, urla, percussioni si affollavano nella sua mente ma nessuno udiva nulla.
    Aveva una soffitta Miry. Salì le scale con il fardello della sua esistenza.
    I gradini erano alti e impervi, ogni tanto si fermava con attenzione ed eccolo... il “patologico”. Così ti chiamerò, pensò Miry, ritrovandoselo innanzi : “ehilà Pato, qual buon vento?”- “vento di disgrazia, mia cara”- “dunque?” – “ti predirò il futuro” – “ oh… che esperienza straordinaria! Vuoi forse dire che cambierà qualcosa?” – “ non ho detto questo. Se così fosse sarei portatore di letizia” –  la bocca gli si apriva in una smorfia crudele e soddisfatta, si intravedevano lingua bluastra  e denti… non curati. Miry avvertì l’esofago contorcersi, un conato amaro e acido si frenò in tempo. Pato alzò la mano nodosa, sembrava che le dita gli si fossero allungate, forse era un’illusione, eppure il suo corpo appariva in inferiorità numerica in confronto. Era corto, avvizzito, stava spegnendosi. Gli occhiacci grigiastri incrociarono intensamente quelli di Miry e pronunciò: “prima di questa sera sarai dalla signora della notte”.
    Miry lo vide finire in una nuvola di fumo e si affievolì con lui, le si incrociarono le caviglie e precipitò languidamente lungo le scale. Il volo la alleggerì, stringeva a se i disegni e chiuse gli occhi, immaginò di passarvi attraverso e di vestirsi di rosso, di giallo, di vita. Il tonfo risultò coperto dai suoni di un terrificante e movimentato film  che sbraitava al di fuori della televisione. Non fu doloroso, Miry si spense velocemente e la signora della notte prima di abbracciarla per sempre le regalò un commovente sorriso.  Miry che tanta passione sarebbe stata in grado di trasmettere al mondo ora giaceva fredda e inerme, incompresa ed eliminata.
    La signora della notte… si era aggiudicata il meglio come sempre.
    Vivere a lungo, fisico sano in mente sana eccetera eccetera…  Fine.

  • 19 luglio 2010
    Imitando Chinaski
    Intro: L’uomo ci mette una vita per trovare una sistemazione decente e appagante, ma basta poco per trovare la perdizione e il nulla. Alcol, droga e fumo accompagnano spesso chi non ha la forza di reagire alle avversità. A volte non basta neanche incontrare nuovamente un vecchio amore per ritrovare la normalità.
    Come comincia: Un bicchiere. Poi un bacio. La conferma.  Sono sveglio. Non riuscivo a crederci. Avevo paura a farlo. Certe volte si preferisce tenere gli occhi chiusi, quasi si avesse paura di vivere in un sogno. Il risveglio è drastico. Da suicidio. Certi dolori pungono così forte da non riuscire a guardarli. Si spera solo che tutto finisca nel più breve tempo possibile. Ci promettiamo di smettere ogni volta che tocchiamo il fondo, ma il giorno successivo è di nuovo lì che siamo. Sul confine.
    E’ incredibile. Nemmeno nei momenti gioiosi riesco a non pensarci. Ormai è un sodalizio, un matrimonio a tre. Io, la droga, la tristezza. Ho versato così tante lacrime da dubitare di averne ancora. La droga. Si devi ammetterlo. Solo perché non ti buchi, non tiri dal naso, non fumi marijuana, non significa che non sei un tossico. Guarda. Guarda quella bottiglia. E’ ancora mezza piena. Dai, dimostra che sei superiore, versala ai piedi del letto. Non ci riesci vero?
    Cazzo. Lei mi sta baciando. Erano mesi che non succedeva. Le mie labbra erano perennemente bagnate, ma di ben altro liquido. Bevevo dalla bocca per vomitare dagli occhi. L’alcol. L’unico vero amico che mi era rimasto. L’unico sempre presente. Poteva mancare il cibo, poteva mancare la carta igienica nel bagno, ma lui potete starne certi che c’era sempre. Lui e le sigarette. Altre amiche di vecchia data. Ricordo ancora i bei tempi. Mettere tutto in un sacchetto di nailon e poi nasconderlo nei luoghi più impensabili. Ero giovane, potevo permettermi certe stronzate.
    Proprio non capisco. Resto fermo, inerte. Perché non muovo un dito. Perché non le dico che l’amo? Ho ancora troppa paura. Troppa fottutissima paura di perderla. Che poi non è lei che ho paura di perdere, alla fine le donne sono tutte uguali. Un insieme di tette e di capelli con un paradiso in mezzo alle cosce e segatura dentro alla testa. I suoi baci, le sue parole, le sue carezze. Quelle sì che non voglio perderle. Quelle mani che mi sfiorano la barba sfatta. Quei suoni sussurrati all’orecchio. Quella lingua che massaggia il mio corpo sudato.
    Devo ammetterlo. Faceva pompini da urlo. Non che lo prendesse tutto in bocca, anzi. Ne metteva appena 5 o 6 centimetri dentro, 7 al massimo. Il suo pregio era un altro. Poteva succhiartelo per un pomeriggio intero senza smettere mai. Ore e ore di su e giù, su e giù. Che sensazione. Riuscivo a vedere tutti i colori dell’universo quando sentivo quel calore morbido intorno al mio pene. Dopo un po’ mi mancava sempre il respiro. A lei piaceva. La divertiva vedermi finire in iperventilazione. Godere ad alta voce come le attrici dei film porno.
    Oh cazzo. Si è sbottonata la camicetta. Non vorrà mica scopare? Non lo sa che il mio uccello ha smesso di volare da tempo immemore? Trascurando un paio di serate passate con delle non ricordo bene chi conosciute non ricordo bene dove a fare non ricordo bene cosa, era dall’ultima volta che ci siamo visti che non facevo sesso con una donna. Almeno non come Dio comanda.  Sono passate ben tre stagioni da quell’ultima volta, era primavera, ora siamo a dicembre. E’ passato talmente tanto tempo da quel giorno che credevo che fare sesso fosse passato di moda.
    Sta di fatto che ora siamo nudi. Lei mi chiede dove tengo i profilattici. “In soffitta nella scatola degli oggetti che non uso più” mi verrebbe da dirle. Ma per fortuna ne tengo sempre un paio nel comodino. Infilo l’unico impermeabile che invece di proteggere dalla pioggia la trattiene, ed inizia il solito tram tram. La routine. Si, di routine si tratta. Ho talmente tanto alcol nel corpo che nemmeno mi accorgo di cosa sto facendo. E’ come dare colpi nel vuoto. L’unica differenza è quel crescendo di “ah” sommessi che lei emette ogni volta che do un colpo.
    Non mi aspettavo visite questa sera. Doveva essere la solita serata a tre. Lei è arrivata all’improvviso, tutta bagnata dalla pioggia che scendeva. E’ uno schifo quando a dicembre piove. Fa un freddo cane. Bussa alla porta e chiede di entrare. La faccio accomodare nel salotto/camera da letto/ cucinino. Non si stupisce nemmeno del disordine. Grazie a Dio non lo commenta. Mi chiede un bicchiere d’acqua. Glielo porgo. Io bevo uno scotch. Parliamo per venti minuti circa del niente. Non sembra quasi che era da maggio che non ci vedevamo. La conobbi a febbraio dell’anno scorso, dopo un paio di ore eravamo già a letto. Lei era diversa. Per prima cosa non beveva, non si prostituiva. Era una persona normale, sempre che questo termine abbia ancora un senso al giorno d’oggi. La nostra fu una bella storia. Tre mesi molto intensi. In teoria dovevo smettere di bere, trovarmi un lavoro, e poi potevamo anche fare un piccolo grande passo: affittare un appartamento in centro. Lei ancora studiava. Credo continui a farlo. Vuole diventare una stilista, o qualcosa del genere. Non ho mai visto un suo disegno. Sta di fatto che come dal nulla è arrivata nel nulla è finita. Sette mesi senza sentirla, senza avere sue notizie, e stasera me la ritrovo alla mia porta. Non potevo non farla entrare.
    Continuiamo a scopare per una ventina di minuti circa. Poi credo di essere venuto. L’alternativa è che ho pisciato nel preservativo. Sta di fatto che lo scambio di effusioni è finito. Accendo una sigaretta. Lei mi abbraccia il collo. Stringe forte. Adoro quando fa così. Dice qualcosa di dolce, ma sono troppo preso dai miei pensieri per ascoltarla. Ecco sorgere il dubbio. Perché è tornata. Cosa vuole da me? Non mi ha forse procurato già abbastanza dolore coi suoi comportamenti?Con queste domande che ciondolavano nella mia testa, spengo la sigaretta, rivolgo gli occhi a lei, e le dico: “E’ stato un piacere rivederti. Quando vuoi ritornare sai dove trovarmi”. “Va bene, allora ciao”. Giusto il tempo di vestirsi, darmi un bacio ed era fuori dalla porta.  Era abbastanza chiaro. Volevo che se ne andasse. Volevo abbracciare la mezza bottiglia rimasta e dormire un po’. Domani sarebbe stato un nuovo giorno, e non sapevo proprio cosa aspettarmi dal sorgere del sole.

  • 19 luglio 2010
    Ladri di vita
    Intro: Come in una similitudine col Ritratto di Dorian Gray , il nostro protagonista, contrariamente alla storia di Oscar Wilde, si guarda allo specchio e si rende conto degli anni passati. Realizza solo alla fine di essere diventato vecchio, prossimo alla fine…
    Come comincia: Mi guardo intorno inquieto, come  a cercare qualcosa.
    Vedo le tante persone racchiuse nel singolo individuo che comunicano silenziosamente con le tante persone racchiuse in me. Sono immagini chiare e sfocate, fumo, nebbia, spettri di una coscienza collettiva dalla quale cerco di estraniarmi ogni volta che posso. Forse mi trovo all’interno di un ufficio. Devo fare qualcosa, ma ora mi sfugge.
    Sono in fila. Nell’attesa mi accorgo di avere in mano una cartella rossa, liscia. Dà soddisfazione al tatto più di quanta ne dia il pavimento sotto i piedi. Ho anche un numero che certifica la mia appartenenza ad un ordine temporale forse già prestabilito dalla rotazione terrestre.
    Provo un piacere sommesso e confortante nel passare un lembo del mio numero sulle tre zigrinature della mia cartella rossa. Mi accorgo che stò suonando una musica silenziosa che raggiungerà un crescendo e farà accadere qualcosa di inaspettato … Nessuno la sente , ma sentiranno sicuramente i suoi effetti  e, secondo me , nulla sarà più lo stesso.
    I miei occhi restano folgorati alla vista di un orologio quasi incastonato nella parete  di una colonna.
    Non ne capisco il funzionamento, non sembra appartenere a questo mondo. Il quadrante opaco, al posto dei numeri  piccoli specchi di cui l’ultimo con cornice nera. Tre lancette identiche con punta di freccia partono insieme e progressivamente si distanziano prima di aver completato il giro. Avviene tutto molto rapidamente. Credo di essere il solo ad averlo notato e mi guardo intorno per sincerarmene. Non capisco cosa misura e non oso chiederlo a nessuno per il pudore di apparire tanto disinformato. Lascio correre, anche se ogni tanto occhi e pensieri  tornano a curiosare ed a fare domande.
    Guardo l’impiegata al di là del vetro … dall’altra parte tutti i colori risentono di un verdino pallido, forse le luci, forse le  tinte dominanti, forse appartengono ad un’altra specie.  Credevo fosse più giovane quella donna, forse il vetro, forse la luce, non saprei.
    A rincuorarmi, l’impressione che la fila sia andata avanti; infatti non c’è più la ragazza mora dai lunghi capelli ricci e neanche il ragazzo con i capelli corti dagli ampi tatuaggi. Cinque pensionati mi separano dall’obiettivo che continuamente sfugge alla mia attenzione.  Questo mi costringe ad aprire la cartella con frequenza per evitare una situazione imbarazzante … Mi tranquillizza avere tra le mani qualcosa di fermo, qualcosa di mio, pronto a rammentarmi  il perché della mia presenza in quel luogo. Anche dietro di me il numero degli anziani è aumentato. Penso di essere l’individuo più giovane. Con la medesima cadenza riapro la cartella e mi rincuoro. Vado ancora avanti. Credo di essere lì da molto tempo,ma non saprei quantificarlo. Io sono il prossimo, ricontrollo il contenuto della cartella, finalmente.
    D’improvviso mi trovo all’uscita.
    Non so cosa ho fatto, ma comunque esco. Il sole è più caldo e luminoso, le zone poste  in ombra dai palazzi sono quasi gelide ed io torno a pensare a quello strano orologio di cui ignoro il meccanismo.
    Mentre cammino verso casa sono attratto da alcune vetrine che si trovano sotto un porticato d’ampio respiro. Una in particolare mi piace, quella di un piccolo negozio dell’usato. Con grande attenzione e curiosità lascio sfilare tutta la mercanzia davanti ai miei occhi , che progressivamente mi sembrano più stanchi. Mi fermo davanti ad uno specchio … è la cornice ad attrarmi, ma solo la mia immagine riflessa riesce a condizionare il mio passo,  arrestandolo.
    Sono fermo, inchiodato, non credo ai miei occhi…
    Improvvisamente ricordo gli specchi dell’orologio e ne capisco il significato.
    L’uomo che vedo riflesso nello specchio ha ottant’anni o forse più,è malandato ed ha una cartellina rossa in mano. Non ricordo cosa dovevo fare, apro la cartellina e dentro ci sono solo fogli bianchi puliti e immacolati che non mi rincuorano più.
    E pensare che quando mi sono svegliato, poche ore fa, avevo trentadue anni e non sapevo cosa dovevo fare.

  • 19 luglio 2010
    I colori più intensi
    Intro: I veri valori della vita ci sfuggono a causa dei nostri comportamenti spesso frenetici e finalizzati al tornaconto personale. Le vere gioie e i veri sapori del vivere bisogna saperli cercare con semplicità e rallentando la nostra pazza corsa.
    Come comincia: Mi chiamo Mario e oggi andando a lavorare, mentre camminavo lungo la strada, ho avuto come una folgorazione. Ero fermo, intrappolato nella lunga fila di macchine che ogni mattina intasano le strade di questa città, il sole ancora alto nel cielo mi colpiva il viso arrivandomi dritto negli occhi e costringendomi a stringerli.
    Mi sono sorpreso a guardarmi nello specchietto retrovisore proprio nell’atto di compiere questa smorfia e d’un tratto mi sono visto per quello che ero. Due righe profonde mi solcavano gli occhi, una a destra e l’altra a sinistra, su un lato una di queste righe mi arrivava fin sotto la guancia, lambendomi i contorni delle labbra. “Gli anni passano”, ho pensato tra me e me, ed io ogni giorno compio gli stessi gesti, propino ai miei ragazzi le stesse identiche lezioni da un tempo immemorabile, stagione dopo stagione, le stesse metafore, le medesime parole, gli identici autori, Pascoli, Leopardi, Foscolo, Manzoni, e poi di nuovo, classe dopo classe.
    Cerco nei volti assonnati dei miei alunni, una risposta, una conferma, un appiglio che mi faccia capire che ne vale la pena, che nella mia vita qualcosa palpita ancora, mi chiama, mi fa segno, mi consiglia di seguire una strada, ma niente, solo stanchezza, monotonia ed il peso di un’esperienza oramai ingombrante, che non fa altro che offuscare ogni tentativo di rinascita.
    Ieri sera l’ennesima discussione con Giulia, è tornata tardi, l’ho rimproverata e lei ha rimbrottato che io non so parlarle, non so guardarla con gli occhi di un padre, che tutti questi anni a contatto con i giovani non mi hanno aiutato a capire minimamente il mondo degli adolescenti e poi ha aggiunto che sono un insensibile, un egoista pieno di se e su questa chiosa mi ha sbattuto la porta della sua camera in faccia.
    Ho aspettato di sentire la chiave girare nella serratura e sono andato a dormire. Stamattina non faccio che pensare alle sue parole, alla mia piccola Giulia di un tempo, che sta diventando una donna e sente l’assenza di un padre troppo preso da sé, troppo impegnato a inseguire non si sa cosa, per starle dietro. Ho capito che devo smetterla, ho realizzato che devo iniziare a guardarmi attorno e a cercare di farlo con occhi diversi, magari con quelli di chi mi sta accanto, delle persone che ogni giorno incontro, dei miei ragazzi per esempio.
    Oggi gli lascerò un tema, non saranno felici, dal momento che non l’ho preannunciato, ma vorrei che si guardassero dentro e lo scrivessero così, di getto, senza troppo rifletterci. Ho pensato ad un titolo, che spero non li faccia ridere. Immagino già le loro facce quando dirò loro : “Oggi voglio invitarvi a fare un viaggio, un viaggio alla scoperta dell’io. Per fare questo viaggio avete bisogno di una penna e di un foglio, due per i più prolissi , prendete la penna e scrivete: “Da dove vengo? Dove sto andando, avete due ore di tempo, buon lavoro.”
    Dal tema di Mohamed:
    “Chi sono non l’ho deciso io e nemmeno da dove vengo, forse a conti fatti si direbbe che nemmeno dove sto andando sia affar mio. Sono Mohamed, 18 anni compiuti da un mese e ne vado fiero. Da quello che mi ricordo sono nato a Tozeur, ma i miei genitori mi hanno portato qui a Palermo che avevo quattro anni, della mia terra però conservo ancora l’odore di mia nonna, che con una mano delicata mi sfiorava la testa e mi stringeva al suo petto infondendomi un benefico calore, poi ho solo frammenti nella mia mente e neanche bene organizzati, colori, sapori, suoni che mi sembrano tanto lontani da farmi dubitare di aver vissuto veramente in quei luoghi. I miei genitori mi parlano spesso della mia città e della mia gente, ma per me la mia gente è la gente che vedo tutti i giorni, i volti che incontro nel mio rione uscendo di casa, scendendo le scale, andando a comprare il pane o tirando due calci ad un pallone con i miei amici di sempre. Quando ero poco più che un ragazzino abitavo in una casa che mio padre aveva affittato per pochi soldi, la mia famiglia non guadagnava bene, mia madre andava da un avvocato a fare le pulizie e mio padre, che non aveva ancora un’occupazione, si arrangiava come poteva. Per quello che so parcheggiava le auto ed in cambio si faceva dare qualche spicciolo, così riusciva a tirare su un discreto gruzzolo che però non era mai abbastanza, gran parte dei soldi, infatti, li spediva ai suoi sette fratelli e a mia nonna, noi dovevamo accontentarci di quello che avevamo e farcelo bastare. La mia casa non era un granché, ma era la mia casa, quella in cui tornare la sera dopo le scorribande in giro per la città, quella dove ho vissuto, anche se ci pioveva dentro, fino all’età di 12 anni. Tony era il mio migliore amico, in realtà si chiamava Antonino ma tutti lo chiamavano così, quel nomignolo era più facile da ricordare ed anche da sentire, visto che le urla di sua madre a ora di cena risuonavano fino all’ingresso della Villa Giulia. La sua palazzina sorgeva di fronte alla mia e come la mia era di un colore giallognolo e con le crepe sul prospetto. Io e Tony facevamo sempre strada insieme al ritorno da scuola e parlavamo tanto, ci scambiavamo i segreti, di quelli che solo i bambini riescono ad avere. Un giorno Tony mi confidò di essersi innamorato di una ragazzina, anche lei viveva alla Kalsa, a pochi isolati dalle nostre case, mi fece promettere solennemente di non dirlo ad anima viva, ed io mantenni il segreto perché mai avrei tradito la sua fiducia, però ciò che non riuscii a confessargli fu che anch’io ero mi ero innamorato di Annetta,così si chiamava la nostra vicina, e passavo le notti a sognare di lei, di quanto sarebbe stato bello riuscire a parlarle e guardare da vicino quei suoi occhi verdi che tanto mi ammaliavano. I miei vicini di casa me li ricordo quasi tutti, anche se in realtà non ne ricordo i nomi, i volti potrei descriverli uno per uno, sarà che non sono passati tanti anni, o sarà che li associo sempre a qualcosa. Al primo piano stava una famiglia numerosissima, o forse due a giudicare dal baccano che facevano. Nonne, nipoti, zii e tanti bambini, spesso le loro urla e i pianti notturni mi svegliavano e la cosa mi infastidiva alquanto, ma alla domenica quando cucinavano un odore di coriandolo e curcuma arrivava alle mie narici, allora capivo che stavano preparando il riso con le verdure al vapore e sapevo che dopo qualche ora avrebbero bussato alla mia porta. Sapevo anche che mia madre aprendo si sarebbe ritrovata davanti una signora in sahari che le offriva un ottimo piatto di riso alle verdure, poi lei l’avrebbe invitata a bere un te che la signora gentilmente avrebbe rifiutato, rispondendo intimidita e in un italiano incerto, che l’aspettavano di sotto per mangiare, questo stesso rituale si ripeteva quasi tutte le domeniche. I pomeriggi dopo la scuola li passavo sempre per strada, perché i miei non c’erano quasi mai. Fino all’età di dieci anni stavo dalla zia Nina, un nonnina senza denti che abitava in una casa con i soffitti altissimi su cui si intravedevano degli affreschi, l’intonaco però veniva giù a pezzi e l’umidità aveva rovinato quasi tutto, così io fantasticavo su quelle figure dalle teste mozzate e dai contorni indefiniti, immaginavo storie di mostri e di fantasmi, ed avevo messo in giro la voce che la casa della Zia Nina fosse popolata da spiriti e che la notte quelle bizzarre figure staccandosi dal soffitto andassero in giro per la strada terrorizzando la gente. Ero bravo a raccontare certe storie che propinavo ai bambini più piccoli creduloni ed impauriti, con il beneplacito di Tony, un perfetto complice divertito ed ammiccante. La zia Nina era gentile, mi sorrideva sempre e mi lasciava andare nel cortile a giocare con gli altri, ricordo la sua voce stridula e i suoi vestiti neri, come mia nonna, anche lei mi metteva una mano sulla testa ed il suo viso era una mappa sulla quale poter leggere dolori e sofferenze, tante, come quella di un figlio morto a soli venti anni in un modo che rimase ignoto a tutti. In estate quando il caldo era asfissiante mi faceva mangiare la granita al limone che preparava in casa, a me non piaceva perché era troppo aspra, ma non avrei mai detto nulla che potesse dispiacerle, così la mandavo giù velocemente e dopo pochi minuti avevo un gran malditesta. Io e Tony siamo cresciuti insieme, il nostro luogo di ritrovo era una panchina davanti la chiesa, ci passavamo le ore a chiacchierare, a fare e disfare sogni e progetti. Quante volte seduto su quella panchina ho guardato in mare le barche che entravano al porto o che partivano per chissà dove e ho immaginato di andare via, qualche volta anche di tornare. Ho pensato ai i miei antenati quelli che mio padre chiama “la mia gente, che secoli fa fra i vicoli incerti di queste stesse strade, tra l’intreccio di viuzze contorte e polverose, trovarono riparo dall’afa e dalla pioggia e vissero storie d’amore e d’ odio, proprio come oggi. Forse non so bene da dove vengo e dove sto andando, ma ho chiaro ciò che sto vivendo. Vivo una realtà che si può concepire come un unico tempo dilatato ed infinito in cui c’è spazio per tutti, se solo lo si vuole, in cui ricordi presenti e futuri si affastellano e si stratificano donandoci un'unica grande memoria. Adesso sono cresciuto ed io e la mia famiglia abbiamo cambiato casa, i miei sono riusciti ad affittarne una più grande, più solida in un altro quartiere, ma a volte mi capita di sentire ancora le grida della madre di Tony, l’odore di coriandolo e di curcuma salire dal primo piano, la zia Nina vestita di nero che mi sorride con in mano un bicchiere della sua indimenticabile granita. Io sono ciò che voglio essere, è vero, e soprattutto ciò che voglio ricordare, ma piccoli frammenti di quella gente che ha popolato il giardino della mia infanzia sono entrati in me irrimediabilmente ,mi appartengono, così come la mia panchina, la vista sul mare, i vicoli e le strade del mio quartiere, le case cadenti che si appoggiano le une alle altre, le meraviglie che si intravedono dietro le persiane socchiuse quando alzi lo sguardo.”
    Tornando a casa, sprofondato sul divano ho letto e riletto il tema di Mohamed, sono anni che lo conosco, è uno dei miei migliori alunni, ho letto tanti altri suoi temi, ma mai nessuno come questo è riuscito a farmi assaporare la vita, il valore della nostra memoria, la semplicità. Credo che lui sia già un uomo, non importa quanto giovane, non importa se con poca esperienza, ciò che conta è che sia riuscito a cogliere l’essenza stessa dello stare insieme, del vivere e del trarre il meglio da ciò che si vive, con innocenza forse, ma con tanta consapevolezza. Ho capito che si può scegliere di gustare gli attimi, di viverli intensamente come se fossero gli ultimi, si può vivere accorgendosi di chi ci sta intorno, amando anche ciò che sembra squallido, con fantasia, coccolando la nostra anima con i colori più intensi e gli odori più penetranti, purché siano vivi, purché ci scuotano e ci riportino a qualcosa, un ricordo, un pensiero che ci lega e ci riconduca alle nostre più antiche e primitive radici. Credo che mi alzerò da questo divano e andrò a fare due passi, chissà che Giulia non voglia venire con me.

  • 19 luglio 2010
    Notte insonne
    Intro: L’angoscia di una figlia che veglia la madre durante una lunga notte, in attesa di un segno di vita. La sensazione atroce che stritola il cuore nel vedere quella donna, un tempo forte, inerme e sofferente in un letto d’ospedale. È l’attesa che ti mangia dentro.
    Come comincia: L’ospedale è deserto a quest’ora di notte, pochi rumori dalle stanze di degenza, qualcuno che russa, le luci soffuse, me ne sto seduta su di una sedia di plastica ad ascoltare la mia angoscia crescere, controllo con la poca lucidità che mi rimane se tutto va bene, se respira, se la goccia dell’ultima flebo scende regolarmente. Me lo avevano detto che era faticoso, mi avevano raccontato di quanto fosse sfiancante assistere una persona malata, e potevo solo ipotizzare, ma nessuno mi aveva raccontato lo strano senso d’impotenza misto a un’inconsueta fiducia strisciante e ingiustificata che ti s’installa dentro.
    Adesso non mi resta che vegliare su di lei e sperare, che la speranza non costa nulla dicono, anche se a me costa tanto, pregare, illudersi che tutto potrà tornare come prima, che io potrò riabbracciare mia madre e parlarle come facevo un tempo non molto lontano. Invece da quando gli aghi le sono entrati nella pelle, da quando, pillole e medicamenti di ogni genere le sono stati somministrati, da allora tutto è cambiato. Guardo le sue mani fragili, le vene blu, sono come le mie, i suoi occhi spenti, la sua bocca, “io sono come lei”, mi dico.
    Confondo il suo dolore con il mio, anche se so che non sarà mai lo stesso, mai fino in fondo. Mi sento in colpa per qualcosa che forse avrei potuto fare, qualcosa di più che starmene in una stanza d’ospedale a guardarla giacere in fondo ad un letto, ci sono sempre i “se” e i “ma” che mi aspettano dietro l’angolo, e i “forse” che non tardano ad arrivare neanche questa notte.
    Questa notte insonne come tante, in cui mi ostino a scrivere per non addormentarmi, per non dimenticare. Le riflessioni sulla vita e sulla sua brevità non mi confortano, però tutto questo tormento qualcosa stranamente sembra insegnarmi, voglio vivere pienamente la vita che mia madre mi ha regalato, madre apprensiva come solo le nostre del sud riescono a essere, madre accogliente che pensa a me anche quando sta da schifo. Voglio scrivere e fare qualcosa di buono, per la mia vita e per lei. Voglio pienezza e complessità, ma anche genuina semplicità. Perché non posso fare altro che questo? Oggi in mezzo alla disperazione e allo smarrimento qualcuno mi ha teso la mano parlandomi di sentimento, che bella questa parola, sentimento. Che forza sentire qualcuno che mosso da uno slancio mi abbraccia con il pensiero, mi coccola, non mi fa sentire più inutile. Gli sono grata, ed è meraviglioso che io riesca ancora a essere grata a qualcuno, pensavo che ogni forma di riconoscenza si fosse spenta dentro di me, invece no, ecco zampillare di nuovo la speranza, la fiducia.
    Quando è finito l’orario delle visite ed ho salutato gli altri, la porta si è chiusa dietro di loro e il silenzio mi ha schiacciato. Mi attendono ancora diverse ore prima che venga l’alba, per ingannare il tempo provo a pensare alle cose più banali, cosa farò domani fuori da qui? Che cosa mangerò? Chi incontrerò? Chi chiamerò? Il telefono diventa indispensabile in queste occasioni, parenti e amici ti telefonano perché ti vogliono stare vicini, perché vogliono sapere, ed io accolgo le loro richieste, paziente racconto per filo e per segno la mia giornata, i medici che ho incontrato, le cure, gli esami e i progressi che ci illudiamo di vedere. Quando interrompo ciascuna di queste comunicazioni, mi sento svuotata, depauperata, come se avessi tirato fuori tutto quanto e per me non rimanesse più niente.
    E invece lei è sempre li, con la sua espressione sofferente. Oggi abbiamo cambiato ospedale e reparto. Forse i medici capiranno, forse mi ridaranno mia madre. Quella di sempre, quella che mi capiva al primo sguardo, la madre attenta, che mi telefonava e mi chiedeva scusa per avermi disturbato, o quella curiosa e benpensante che al mio primo racconto un po’ sopra le righe mi diceva: - I tempi sono cambiati, adesso si usa così -, e poi mi sorrideva maliziosa. E’ vero mi ha sempre un po’ adulata, e quel poco di sicurezza che ho la devo proprio a lei, non di certo a mio padre che tutto d’un pezzo non mi ha mai detto che mi vuole bene. Con lei no, è sempre stata tutt’altra storia. Noi ce lo siamo sempre detto “ti voglio bene”, forse perché mia nonna non lo aveva mai fatto con lei da bambina e quindi ci teneva a essere diversa, forse perché tacitamente abbiamo sempre saputo che bisognava dirlo, finché il tempo ce lo avesse concesso. Lo so che lei mi sente, percepisce il mio calore, ed io continuo a dirle che le voglio bene, ma non basta.
    Dio se bastasse andrei avanti per tutta la notte. Invece sono qui, seduta sull’odiosa sedia. In questi giorni ho visto tanti camici di diverso colore, bianchi, blu, verdi. A me sembrano tutti uguali, da tutti vorrei delle risposte, ma nessuno sembra averne per me. Guardo implorante e ogni tanto qualcuno mi parla benevolo, cerca di rassicurarmi. Un dottore l’altra notte ci ha provato. Forse mi ha fatto pure piacere, non lo so, ero vulnerabile, avevo voglia di condivisione, ero preoccupata, dapprima parlavamo della salute di mia madre poi non so come ci siamo ritrovati a parlare di tutto e di niente, voleva rivedermi, offrirmi un caffè, non gli ho risposto, dopo qualche ora è venuto a trovarmi in camera di mia madre e ha farfugliato confuso e imbarazzato qualcosa, - coglione!- ho pensato e l’ho visto scomparire in fondo al corridoio con il suo camice pulito e ben stirato.
    Davanti ad un altro medico ho pianto, un pianto a dirotto pieno di singhiozzi come quello di una bambina. Gli occhi fissi su di me dell’internista mi hanno messo a disagio e subito ho cercato di riprendermi, mi aveva detto di stare tranquilla, che avrebbe presto fatto una diagnosi e trovato una cura, sono passate due settimane, e non ho più rivisto il suo pullover rosso spuntare da sotto il camice aperto, non ci sono state né diagnosi certe, né cure, mia madre sta sempre peggio.
    Trasportarla in quest’altro ospedale è stato un incubo. Non c’erano ambulanze, mio padre nel panico ha deciso di portarcela lui mia madre, con la macchina. Da quando siamo qui, ho già visto due dottoresse, entrambe mi hanno chiesto le medesime cose, ed io come un piccolo automa ho ripetuto la mia lezioncina. Ma lei è sempre li. Ferma, quasi immobile, ed io a volte vorrei girare la testa dall’altra parte per non essere costretta a fare i conti con la realtà. La parte irrazionale di me si rifiuta di accettarla questa realtà così poco gentile, così dura, che ti schiaffeggia e non ti da diritto di replica.
    Ma mancano ancora quattro ore all’alba e a me non resta che aspettare, infilarmi dentro qualche bel ricordo e provare a immaginare di essere altrove, leggera, felice, appagata. Poi però basta uno sguardo, mi basta guardare la mia faccia riflessa nello specchio del bagno e i miei pensieri non fanno che posarsi du di lei. Oggi l’infermiera le ha dato meno della sua età, nonostante avesse dipinta sul viso la sofferenza. Io ho preso da lei, la mia faccia da ragazzina inganna tutti, adesso sembro ancora più piccola e indifesa, chiusa dentro una giacca troppo stretta, i capelli sulle spalle, me ne vado in giro per i corridoi con la mia aria sparuta e le mani in tasca da maschiaccio. – Le mani in tasca non si mettono – mi diceva mia madre quando ero piccola, - si rovinano i vestiti, si sformano, non è elegante -. Adesso se mi vedesse, mi riproverebbe.
    La mia idea di farmi trasportare da pensieri più ameni è svanita, mi piacerebbe scrivere di altre storie, ne avrei tante da raccontare. Da qualche tempo mi è presa la mania di registrare tutto, mi vengono dei pensieri strani ed ecco che pigio il tasto del mio cellulare e registro, mi viene in mente una storia ripescata dal passato e penso di scriverci su, adesso sarebbe bello concentrarsi su questa o quella cosa, ma tutto mi riporta qui, a questo luogo e non posso non rimanere incollata con le mani sulla tastiera a scrivere spasmodicamente ic et nuc.
    Penso che in ospedale tutti diventiamo uguali, paranoici e senza armi, alla mercé di qualcun altro. Anche la persona più temeraria e combattiva qui diventa un numero. Accanto al letto di mia madre ci sta un donnone che russa come un treno a vapore, e poi una distinta signora che mi fa molta tenerezza perché sembra non essere mai stata in un luogo simile, e ogni cosa le appare nuova e degna di stupore, per un nonnulla mi chiama e sono costretta a interrompere il flusso dei miei pensieri per occuparmi di lei. L’avrò rincuorata già una decina di volte nella nottata. Mia madre invece non si lamenta, dorme e il suo respiro è affannoso, chissà cosa sogna e se sogna mi chiedo.
    I muscoli mi fanno male, avrei bisogno di muovermi, magari fumare una sigaretta con un occhio attento alla porta d’ingresso che se si chiude, rimango fuori, però poi mi dico che posso attendere ancora un po’, giusto per sorvegliarla, guardare ancora un’altra goccia scenderle in vena, starà lì forse quel pizzico di benessere in più, sarà questa goccia quella che insieme a un’altra e poi a un’altra ancora la farà stare meglio?
    Sto diventando matta, la corpulenta signora russa sempre di più, m’impedisce di pensare, mi freeza i pensieri, decido di mettere su le cuffie e accendo l’I-pod. La voce di Françis Cabrel mi rilassa, nessuno ascolta musica francese, nessuno che conosco. Io la adoro, è un po’ fuori moda forse d’altri tempi, ma ho proprio bisogno di poesia, di chansonier. Mi abbevero a questa dolce fonte e per un attimo provo a respirare. Domani ci sarà il sole probabilmente, domani, domani. L’attesa mi snerva, aspettare non è mai stato il mio forte, sono un’impaziente nata io. Proprio per questo ho sempre commesso errori, per troppa fretta. Ma qui mi dicono che bisogna attendere, qui non c’è niente da fare, la fretta è bandita, mi si obbliga a stare ferma, ad aspettare delle risposte.
    Ogni tremito, ogni respiro irregolare di mia madre mi fa sussultare, chiamo le infermiere, gentili controllano la temperatura, - tutto nella norma – mi dicono, esco a prendere una boccata d’aria. Dei gabbiani volano bassi, in città la loro presenza indica quasi sempre cumuli di spazzatura, poi sento degli usignoli, il loro cinguettio è rapido e soave. Torno dentro, salgo i gradini piano, oramai li conosco a memoria, arrivo fino al primo piano, c’è una piccola cappella, mi soffermo, non so più pregare, distolgo lo sguardo e vado avanti. Ritorno alla mia sedia di plastica e al concerto in do minore della russatrice.

  • 19 luglio 2010
    Possibilità
    Intro: Situazioni scontate, abitudini che si lasciano a languire in uno stato di indolenza e superficialità. Bastano un gesto, una parola, a paventare lo spettro di un tempo che volga al termine?
    Come comincia: Vi alzate una mattina e fate tutto ciò che siete soliti fare. Stiracchiarvi, caffè, denti, scelta del vestito e poi fuori. Mettete in moto la macchina, accendete la radio e canticchiate. Magari siete anche felici e sorridete al mondo.
    Magari date un bacio al vostro fidanzato prima di uscire, per ricordargli di quanto sia grande l’amore per lui, lasciando la sensazione di una guancia umida, appiccicaticcia che porterà le impronte di un gesto tenero per tutta la giornata. Un gesto che rimanda a ciò che si era, ad un’infanzia lontana dove una madre rivolgeva tenerezze al figlio ribelle per calmarlo.
    Amavo mia madre con tutte quelle sue attenzioni. Amava giocare con me. Amavo giocare con lei. Amavo giocare con tutti. Persino con il mio amico Murray.
    Brutto era brutto e fastidiosamente magro e portava con sé tutti i terribili odori dell’umanità. Lo chiamavano il maleodorante, con la sua fronte sempre umida con tante bolle bluastre. Lo evitavano il solito emarginato, il reietto della tua infanzia che ricorderai per sempre. Ma Murray aveva genialità e se Dio non gli aveva donato bellezza non si era risparmiato a conferirgli fantasia e coraggio. Così per avere glorie e attenzioni si creò un’abilità, la camminata storta. Camminava all’incontrario ma in modo obliquo. Era ridicolo agli occhi di tutti, anche ai miei fin quando non ho intuito che giocava. Non potendo essere quello che tutti volevano diventò quello che tutti potevano guardare con pena pur portando un messaggio sublime “Io ho il coraggio di farlo, tu no.”
    Il miglior bambino che avessi mai incontrato nella mia vita. E’ morto di infarto qualche anno fa. La Chiesa era talmente gremita che dovettero chiamare un'ambulanza per i vari malori. Murray aveva colpito nel segno. Mancò a tutti il bambino dalla camminata storta che nel frattempo era diventato uomo. Per un po’ in paese non si parlò d’altro. A distanza di anni non c’è giorno che io non pensi a lui.
    Avevo capito che almeno lui era morto giocando.
    Leslie, la mia ragazza, non ama giocare, chiacchiera con le sue amiche di starlette di quart’ordine e attori di B movies. Le trovo sedute ogni domenica sul divano comprato con tanti sacrifici ai magazzini di Jason Street. Sono pigre ma appetibili e questo potrebbe creare un certo interesse nel genere maschile. Quando le vedo blocco qualsiasi tipo di eccitazione bestiale, creando delle sinergie mentali che riescono a ridurre il mio uccello a un muscolo moscio, inutile, inerme.
    Sono felice del mio sciamanesimo celeste: riesco a sgattaiolare via da qualsiasi coinvolgimento verbale. Loro li chiamano discorsi di donna, cazzate da idiota anzi da idiote.
    Purtroppo non sono riuscito a evitare gli ultimi cinque capodanni al Mason Restaurant.
    Ma che ci andiamo a fare è solo uno spreco di soldi.
    Non capisci nulla Joe.
    Ma cosa devo capire?
    Bisogna stare un po’dietro a queste cose, non mi va di essere una sfigata.
    Ma lo sei… Avrei avuto voglia di dirle tante volte, anche la notte del capodanno del 2000. Indossavo il solito completo (utilizzato per il quarto anno consecutivo) e Leslie un vestitino che anche ad agosto sarebbe stato troppo “nudo”.
    Quando scoccò la mezzanotte la persi di vista e mi ritrovai in una sala dove le note di brani anni ’70 fracassavano le mie orecchie annoiate.
    Riuscii comunque ad abbordare una giovane bionda di 25 anni.
    Quanti anni hai?
    39.
    Io 25 e mi chiamo Anna.
    Fantastico.
    Hai la ragazza?
    Beh una specie.
    Anch’io mi vedo con qualcuno.
    Tempo mezz’ora e ci ritrovammo dentro ad un cesso a scopare incuranti delle persone che bussavano spazientite dall’attesa.
    Uscimmo e ci separammo senza problemi.
    Quando tornai da Leslie era ancora lì che discuteva con le sue amiche delle solite stronzate.
    In quel momento decisi di lasciarla. Di non avere più nulla a che fare con lei. Era diventata un cervello vuoto che non mi suscitava più nessun appetito. Volevo scoparmi tutto il mondo tranne lei.
    Pensai ad un modo per dirglielo, ma non lo trovai. Alla fine terminai la serata ubriaco. Passarono altri due mesi e ogni volta che tentavo di abbandonarla, un evento, una situazione, un incidente impediva il mio torbido intento.
    Leslie.
    Dimmi Joe
    Io…
    Joe, lo sai che mia madre ha avuto un infarto?
    Come?
    Sì.
    È grave, Joe.
    Mi dispiace (cazzo).
    Abbracciami Joe, ho bisogno di te
    Ci riprovai il mese dopo.
    Leslie.
    Dimmi Joe.
    Io…
    Joe…
    Cosa?
    Mi hanno licenziata!
    No… (cazzo,cazzo)
    Joe.
    Sì…
    Abbracciami, ho bisogno di te.
    Un altro mese dopo.
    Leslie.
    Joe.
    Senti, io vorrei dirti che…
    Oh mio caro oggi sono triste.
    Perché Leslie?
    La mia amica Charlotte si è separata  ed è molto triste.
    Ah… (chi se ne frega).
    Joe…
    Dimmi Leslie.
    Abbracciami per ricordarmi di quanto sono fortunata ad avere te.
    Passò così un anno. Cominciai ad odiarla. I suoi capelli, il suo naso, il suo neo stampato sull’avambraccio sinistro. Lo trovavo così disgustoso da considerarlo il neo più brutto del mondo. Avevo contato pesino i peli che ne fuoriuscivano. Ben 15 neri, ispidi, pungenti.
    Una sera andai a trovare il mio amico Carlos. Era appena stato mollato dalla sua terza moglie.
    Mio caro Joe, le donne sono tutte troie.
    Non so, non credo.
    Magari la tua no ma la mia mi ha lasciato per un avvocato di Roma. Hai capito? Un fottuto avvocato.
    Immagino il tuo dolore.
    Ma chi se ne frega! Mi manca solo una bella figa che cucina, stira le camicie e ogni tanto si fa sbattere al muro.
    Beh ti dirò Carlos: la mia non stira, non cucina e invece di farsi sbattere preferisce il cinema con le succhia cazzi delle sue amiche!
    Mollala Joe. Se non stira, non cucina e non scopa, a cosa servirebbe? E poi Joe…
    Sì.
    Cazzo avete 39 anni! Non avete intenzione di fare un figlio? Un pidocchio che vi cammina per casa e ogni tanto vi sorride facendo sciogliere la merda che c’è in voi!
    Io veramente non c’ho mai pensato e poi voglio lasciarla, non farci un figlio. Non la sopporto più!
    Mollala Joe, la tua Leslie non serve a niente.
    Tornai a casa con le parole di Carlos nella mente. Decisi che il giorno dopo avrei lasciato Leslie, anche se mi avesse annunciato una malattia mortale, poi sarei partito. Avrei venduto la macchina per acquistare un camper di ultima generazione, la mia barba sarebbe cresciuta senza limiti per anni, insieme ai capelli e a quel figlio che tanto desideravo procreato in un momento di tenero amore con una fanciulla incontrata durante i miei vagabondaggi. Sì! Avevo deciso. Addio Leslie. Addio.
    La mattina dopo Leslie si alzò si lavò i denti, prese il suo caffè e si vesti e mi svegliò.
    Buongiorno Joe.
    Mmm… che ore sono?
    Dormito bene? Io vado, si sta facendo tardi.
    Ah già.
    Joe…
    Sì?
    Ti amo.
    Erano anni che Leslie non mi diceva ti amo. Rimasi inerte nel letto fissando la sua figura sinuosa mentre lasciava la stanza, ormai invasa del suo profumo.
    Mi alzai e la raggiunsi fino all’ascensore. Le porte si chiudevano ma il viso di Leslie era davanti a me.
    Ti amo anch’io, le dissi, e tutto mi sembrò più chiaro, nitido, illuminante. E poi un bacio mandato con un soffio prima che la sua immagine scomparisse.
    Una donna una mattina si alzerà, compirà i soliti gesti prima di uscire di casa. Ma a sorpresa dirà ti amo al suo ragazzo senza un apparente motivo. Parole mai dette, conservate gelosamente in qualche angolo della bocca, pronte ad esplodere se spinte da un improvviso fuoco. Poi prenderà la sua macchina per andare a lavoro. Canticchia, sorride alla vita e pensa che amerà il suo uomo per tutta la vita. Così non vedrà il rosso del semaforo e non sentirà il gran rumore provocato dallo scontro di tante auto. Succede così, c’è chi infrange e chi rimane, chi va via avendo in mente l’ultima immagine felice della sua vita. Un uomo che ti dice ti amo mentre le porte di un ascensore si chiudono. E lui che ripensa al sorriso di quella donna e a un bacio lanciato nell’aria con un soffio. Un bacio mai preso, libero, svolazzante, romantico. Tentare di acchiapparlo, sognare, ricominciare, giocare.

  • 19 luglio 2010
    Primo incontro
    Intro: Un incontro alquanto fugace ma intenso può stravolgere il corso della vita di ognuno di noi, ed è proprio quello che accade al nostro protagonista. Un amplesso intenso, ma duraturo quanto una fiammata di carta brucia le certezze di chi scrive.
    Come comincia: Le vidi alla stazione. Amiche, complici, con quell’aria frivola e spensierata che solo alla loro età si può avere.
    Le guardai, passai oltre. Loro non mi notarono.
    Erano troppo giovani, anche se Noemi era molto accattivante.
    Le seguii un po’ con lo sguardo, poi sparirono fra la gente.
    Ero quasi arrivato all’uscita quando ebbi l’impressione di star facendo la scelta sbagliata. Perché me ne stavo andando? Dopotutto Noemi non mi piaceva? Allora perché me ne stavo andando?
    Decisi di tornare indietro, ma non era semplice ritrovarle. Feci due, tre volte su e giù per l’atrio ma si erano come volatilizzate.
    Le occasioni bisogna coglierle al volo -pensai- ma non bisogna neanche disperare alla prima difficoltà.
    Le vidi sedute su una panchina ancora occupate a ridere e a confabulare fra loro.
    -Ciao…- dissi, guardandole con la testa leggermente piegata e abbozzando un lieve sorriso. Speravo che Noemi mi riconoscesse subito, dopotutto le avevo inviato un mms con un mio primo piano.
    -Ciao.- mi rispose, senza neanche alzare la testa per vedere chi fosse.
    Restai lì in piedi per qualche secondo, con il mio sorriso congelato stampato in faccia. Non mi aveva riconosciuto, forse non aveva ricevuto la mia fotografia? Comunque, neanche si era presa la briga di controllare chi fosse, ma la mia permanenza davanti a loro ottenne l’effetto di farle sollevare la testa per controllare chi fosse ad invadere il loro spazio personale.
    Mi guardò per un attimo come chi cerca di mettere a fuoco un’immagine poco chiara.
    -Ciao… Ah scusa sei tu? Scusa, pensavo fossi uno dei tanti che continuano a salutarci per attaccare bottone-.
    Si alzò sorridendo e si avvicinò a me.
    Notai che Giorgia non mi aveva salutato, cercava di evitare il mio sguardo e sembrava molto a disagio. Tentai di scambiare qualche parola anche con lei, ma fu inutile, rispondeva a monosillabi e con aria di sufficienza.
    Era molto strano, in fondo conoscevo molto meglio lei rispetto a Noemi, c’eravamo sentiti qualche giorno prima e sembrava tutto a posto. Le avevo anche chiesto se potesse consigliare alla sua amica di vestirsi in modo non troppo appariscente, era stata proprio lei a dirmi che Noemi vestiva in maniera un po’ eccentrica (minigonne inguinali e tacchi da do-dici) ma aveva anche detto che per quanto riguardava il trucco ed i vestiti, il suo giudizio contava ben poco e non mi prometteva nulla.
    È inutile dire che Noemi si presentò all’appuntamento con una minigonna rosa plissettata così corta che ad ogni passo metteva in evidenza il contrasto fra l’elastico delle autoreggenti e le cosce. Gli stivali erano neri con tacco dieci, e la maglietta nera attillata non lasciava nulla all’immaginazione. Aveva un atteggiamento allegro e frizzante, quando si avvicinava sentivo un profumo dolce e caldo e si distingueva chiaramente la nota di testa del suo lucida labbra… Una fragranza di fragola che mi rammentava, chissà perché, Luna Park e zucchero filato. Ora che la vedevo ero compiaciuto che avesse ignorato il mio suggerimento. Era bellissima.
    Giorgia continuava a non considerarmi. Fu Noemi a sbloccare la situazione rivolgendosi all’amica:
    -Io e Tiziano andiamo… Tanto Alessandro arriverà fra poco. Ci vediamo qui alle cinque.-
    Detto questo mise il suo braccio sotto il mio, un gesto che interpretai come una cosa molto carina, e ci dirigemmo verso l’uscita della stazione. Per quel giorno non pensai più a Giorgia, solo in un secondo momento realizzai che doveva avercela con me per qualche motivo, ma quale?
    Avevo parcheggiato l’auto in una via secondaria vicino alla stazione, passammo sotto i portici del centro; ci guardavamo, sorridevamo, dicevamo banalità. Una volta in macchina la situazione si fece un po’ più rilassata. Lei mi parlò del posto dove abitava, una cittadina sperduta fra i monti, dove c’era movimento soltanto durante l’alta stagione.
    S’interruppe… Sorrise:
    -Ma che cazzo sto dicendo, non me n’è mai fregato niente del mio paese.-
    Continuavo a guidare; avevo deciso di portarla a casa dei miei, dato che il mio monolocale era sottosopra, o per meglio dire, impraticabile. Mi fermai ad un semaforo rosso, mi sporsi verso di lei e la baciai. Lei rispose con tale foga che per un attimo rimasi sorpreso; piacevolmente sorpreso. Verde, ripartii assaporando ancora il suo bacio, feci ancora qualche metro divincolandomi nel traffico, altro semaforo rosso. Allungai una mano toccandole l’interno coscia, era da quando era salita in macchina mettendo in mostra le gambe che volevo farlo.
    Lei spinse il bacino in avanti come ad invitarmi a toccarla in maniera più decisa; ma eravamo pur sempre ad un semaforo. Spostai il bordo dell’elastico del perizoma e la toccai; verde. Ripartii, con un gesto istintivo e primordiale mi annusai le dita, lei mi stava osservando. Dal suo sguardo capii che l’era piaciuto quel gesto spontaneo, mi osservava come se avesse capito qualcosa di me che persino io ignoravo.
    Arrivammo a casa dei miei per mezzogiorno, mi preoccupai di chiederle se avesse fame.
    -Ho delle altre priorità…- mi rispose con aria provocante; ma non stava scherzando.
    Entrammo finalmente nella luccicante casa che mia madre decorava al pari di una villetta per bamboline infiocchettate; Noemi si guardò intorno.
    -Quante cose…- disse forse un po’ sorpresa.
    -Non vivi nel terrore costante di rompere una di quelle porcellane?- continuò, come a voler costatare che quel tipo d’abitazione non era esattamente consono per un trentottenne disoccupato e solo quale mi ero descritto. Lasciai ancora per un poco che m’immaginasse sposato e con figli a carico, poi le spiegai:
    -Siamo a casa dei miei, loro non ci sono. Da me c’era troppo casino…-
    Mi aspettavo che chiedesse qualche altro chiarimento. Detta così, la mia spiegazione sembrava più che altro una scusa, invece la sentii alle mie spalle, mi stava abbracciando. Mi girai e iniziammo a baciarci. Dopo qualche secondo mi staccai da lei di mezzo passo, le poggiai le mani sulle spalle e la spinsi verso il basso. Rimasi lì in piedi degustando ogni singolo movimento della sua lingua, ogni affondo della sua bocca; il piacere era così intenso che per un attimo ebbi l’impressione di perdere l’equilibrio. Cercai un appiglio, trovandolo in un mobile basso alla mia destra, lei assecondò il movimento senza distrarsi un attimo dal suo compito. La guardai mentre era completamente immersa in un gioco che le piaceva molto, aveva il suo giocattolo preferito fra le mani… Il resto non esisteva più… Io non esistevo più. Presi esempio da lei, reclinai la testa all’indietro, chiusi gli occhi, e tutto scomparve.
    La portai in quella che una volta era stata la mia camera, dove continuammo i nostri giochi per qualche ora. Fra un rapporto e l’altro si  accendeva una sigaretta gustandosela con la stessa intensità di un orgasmo. Le piaceva fumare, per lei era una necessità primaria, si capiva da come apriva il pacchetto, da come portava la sigaretta alle labbra, dall’espressione di pieno appagamento che le si disegnava in viso dopo l’aspirazione della prima nota. La luce dell’abat-jour la illuminava di una luce tenue, aveva solo le autoreggenti e gli stivali e non sembrava minimamente imbarazzata nel mostrarsi nuda. Era uno spettacolo. Aveva la pelle estremamente liscia, leggermente abbronzata, le gambe lunghe e affusolate. Mi piaceva veramente tanto.
    -Posso farti delle foto con il telefonino?- le domandai.
    -Se vuoi…- acconsentì girandosi leggermente come per mettersi in posa.
    Pensavo che probabilmente non l’avrei più rivista, quindi perché non fare delle fotografie? Quando mi sarebbe ricapitato di avere una splendida diciassettenne tutta per me nel mio letto? D’altronde è la stessa cosa che si fa quando si fanno foto ricordo in posti esotici dove probabilmente non torneremo mai più. Giocò un po’ a fare la modella, “la modella troia” avrebbe detto lei, e si fumò altre innumerevoli sigarette.
    Volle vedere le altre foto che avevo in memoria. Alcune erano di altre ragazze, mi sentii un po’ imbarazzato all’idea che le vedesse, ma alla fine acconsentii.
    -Questa è una tipa un po’ esibizionista che ho incontrato in chat, le piace farsi vedere nuda… Ma non la conosco di persona. Ah, questa invece è Serena, la mia ragazza. Te ne ho parlato, vero?- le spiegavo; mi parve corretto darle delle spiegazioni, pur sapendo che anche lei aveva altre relazioni. In realtà, non sembrava interessata alle mie delucidazioni: credo che avesse capito benissimo quanto mi piaceva, e questo le bastava.
    Guardai l’orologio a parete della cucina; erano le cinque passate.
    -Noemi, sono le cinque- dissi un po’ allarmato ripensando che aveva appuntamento per quell’ora con Giorgia.
    -Le cinque? Cazzo ma di già?-
    Cominciò a rimettere tutto a posto, senza però dare alcun segno di premura. Avevo già notato qualcosa che mi aveva incuriosito nei suoi atteggiamenti. Si muoveva con calma, in un mondo tutto suo, sembrava che per lei il tempo scorresse più lentamente che per noi comuni mortali e anche le incombenze quotidiane sembravano non toccarla; quando le avevo chiesto a che ora sarebbero arrivate alla stazione di Porta Nuova mi aveva risposto:
    -Non lo so, io non guardo queste cose. È sempre Giorgia che si occupa degli aspetti pratici.-
    La riaccompagnai alla stazione, ma non parcheggiai l’auto. Come al solito il traffico era così congestionato che dovetti accostare vicino all’ingresso e farla scendere al volo. Innestai la prima e mi allontanai continuando a guardarla nel riflesso dello specchietto retrovisore. Alzai il volume dello stereo e ripercorsi la strada che avevo fatto qualche ora prima, nella testa un succedersi d’immagini del pomeriggio appena trascorso. Non mi era ben chiaro come potevo inquadrare questa nuova situazione, ma mi sentivo bene. Guardai nel cruscotto e notai che aveva dimenticato un pacchetto di sigarette. Sorrisi, ma dove aveva la testa? Ne presi una e l’accesi; potrà sembrare assurdo ma quella sigaretta in qualche modo mi collegava ancora a lei. Non potevo crederci, stavo fumando perché lei fumava; sapevo che era un atteggiamento adolescenziale, ma non me ne fregava niente. I miei pensieri furono interrotti quando svoltai in una via che mi sembrava particolarmente familiare. Era la via della sede della facoltà di farmacia, e più avanti il bar dove solo la settimana prima avevo pranzato con Serena. Avvertii per qualche istante un lieve senso di colpa. Serena si era lasciata con il ragazzo qualche mese prima, ed io ero arrivato in un momento in cui aveva bisogno di qualcuno con cui passare dei bei momenti, ma non penso che fosse proprio innamorata o forse in quel momento mi faceva comodo pensarla così.
     Non tornai nel mio monolocale, ma riandai a casa dei miei genitori. Non so perché, ma penso fosse per lo stesso motivo per cui si dice che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Forse si vuole tornare a verificare se realmente è successo quel che ricordiamo, forse si pensa che in qualche modo si possano riafferrare quelle stesse emozioni di prima… O forse, per il solo motivo di compiacersi di quel che è successo.
    Guardai il mio letto disfatto, il tappeto del soggiorno che si era spostato quando c’eravamo sdraiati sopra, gli asciugamani in bagno gettati in un angolo. Erano tutti testimoni silenziosi di un incontro che ebbe considerevoli conseguenze sul corso del tempo a venire. Una lama tagliente era entrata nella mia vita, una lama in grado di tagliare a metà il mare ghiacciato che avevo dentro. Un taglio doloroso ma necessario per scrutare oltre la facciata dell’imperturbabilità. Era il pomeriggio del 18 Aprile 2006.

  • 19 luglio 2010
    Immagini sfocate
    Intro: Un sogno reale o una realtà sognata? La mente cerca storie e situazioni che l’inconscio davvero vorrebbe vivere. Il tutto poi si dissolve, rendendo i contorni e i personaggi sfocati. Fino al prossimo sogno o ricordo.
    Come comincia: Un'altra volta si ripete. Spesso accade... Succede. La mente è avvolta dalla nebbia... momenti in cui il tempo sembra fermarsi o addirittura perdersi in sè stesso. Le immagini si aprono tra la nebbia. Rumori e odori familiari in un luogo conosciuto. La luce dei lampioni disegna ombre tremolanti di case e ponti. Il grande letto del fiume che scorre silenzioso e maestoso come un vecchio serpente che guarda il mondo con gli occhi di chi ha visto tanto, forse troppo. Carrozze solitarie nel buio, personaggi che si allontanano scomparendo nel grigio e nei vicoli di una città disegnata col carboncino. I rumori si fondono filtrati nell'ovatta, gli odori si mischiano nell'umidità. Un uomo apre la porticina della carrozza e porge la mano ad una donna aiutandola a salire. La guarda con gli occhi di chi vede un miracolo compiersi. Lei è nascosta da un cappello e stringe lo scialle intorno al cappotto. Sente il freddo innaturale penetrare attraverso il suo corpo. Il suo sguardo si perde a salutare tutto ciò che ha amato e che l'ha amata. Ha paura. Ma il dolore la placa.
    D'un tratto tutto intorno a lei sembra ostile, tranne lo sguardo di quell'uomo. Quello sguardo urgente incantato e protettivo.
    L'uomo chiude la porta, lascia riposare la sua mano sulla finestrella. La donna la sfiora e per un istante la stringe. Si guardano senza una parola. Il loro saluto mentre la carrozza inizia a muoversi. Le mani e i loro destini si dividono. L'uomo si leva il cappello e guarda la carrozza allontanarsi, immobile. Quell'attimo prezioso è l'ultimo respiro della notte, mentre l'alba si prepara a scacciare la nebbia e a svegliare la città.
    Ricordi di un tempo vissuto oppure giochi della mente...
    Poi il ticchettio dell'orologio alla parente, i rumori della strada e la casa che si sveglia. Mentre gli occhi, rimasti sempre aperti, si muovono e cambiano angolazione spingendo la mente a tornare e riprendere da dove aveva lasciato prima di perdersi.
    Tutto ciò che prima era sensazione viva ritorna ad essere un'immagine sfocata.

  • 19 luglio 2010
    L'attesa
    Intro: Un ritratto malinconico, ma bellissimo di una donna sola. Sola in riva al mare e sola nella vita. Quando sulla spiaggia trova una scatola di legno, con all’interno il suo nome, sa che è tempo di reagire. Tempo di vivere.
    Come comincia: Sul mare, in quella giornata di sole, tutto appariva più bello, anche i pensieri tristi, anche gli elementi spiacevoli degli ultimi tempi. Le avevano fatto una bella festa i colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro all’ufficio postale, ormai quasi un anno fa, spesso le tornava a mente, ma ritrovarsi in pensione con tutto quel tempo libero da riempire in qualche modo per lei era stato più difficile di quel che aveva previsto. Si era seduta su di una barca capovolta ad osservare l’orizzonte fermo, ad ascoltare quel ritmo sonnacchioso delle piccole onde di risacca, e i suoi pensieri fluivano via leggeri, come sempre. In fondo vivere da sola aveva i suoi vantaggi, pensava. Passeggiare, riflettere, tutte cose attorno alle quali sviluppava spesso le sue giornate, attività che ormai conosceva anche troppo bene. Se n’era andata anche Ernesta, la sua amica di sempre. Suo marito era rientrato in casa e l’aveva trovata così, seduta sulla sua poltrona dove le piaceva leggere il giornale, con ancora il sorriso sulle labbra, aveva detto. Ma a quello non doveva pensarci, altrimenti le veniva la malinconia.
    Il mare era bellissimo in primavera a quell’ora del mattino, quando la sabbia umida dell’arenile pareva lisciata dalla notte, e l’acqua trasparente un elemento quasi immobile, rimasto così da sempre. Lei camminava ed osservava. Abitava da sola, non aveva mai avuto un marito; e adesso quella solitudine era prepotente, le dettava tempi e modi, la faceva sentire trascinata via dalle giornate, senza che potesse farci niente. Certe volte aveva trovato qualche oggetto interessante sopra al bagnasciuga, piccole cose arrivate lì chissà da dove, portate dal vento e dalle correnti: sugheri sagomati usciti dalle reti dei pescatori, statuette di legno intagliato sciupate dall’acqua e dal sale, bottiglie di vetro vuote, senza alcun messaggio. Le piaceva trovare quegli oggetti, era come immaginare la presenza di qualcosa di vivo, un piccolo contatto con qualcuno che aveva adoperato quelle cose, e poi le aveva perse, come spesso succede nella vita.
    Si sentiva importante quando lavorava all’ufficio postale, tutti la conoscevano e la salutavano, e poi c’erano quegli anziani silenziosi in fila a ritirare la pensione: non avrebbe immaginato che tutto finiva un giorno, stupidamente, con la festa dei colleghi. C’era una scatola insieme a un ciuffo d’alghe, lì sulla riva, una piccola scatola di legno forse per tenerci le matite, come si usava tanto tempo fa. Pareva un quadro surrealista, una natura morta fatta di conchiglie, sassolini colorati, fili d’alga e quel bordo bianco di spuma di mare che arrivava a tratti, lì vicino. Era bella quella scatola, ma adesso le dispiaceva sciupare quel quadro ben composto, quell’immagine così ben fatta. Pareva come la sua vita, dove ogni elemento era scorso via bene, nella maniera giusta, se non ci fosse stata quella maledetta solitudine di adesso.
    Infine prese la scatola: era bella, di legno scuro, l’aprì. Non c’era niente dentro, solo un po’ d’acqua e dei granelli di sabbia, ma sotto al coperchio c’era scritto un nome, il suo. Certe volte la vita fa dei giri strani, pensò. Certe volte va a rinchiudersi in luoghi scuri, da dove sembra impossibile possa ancora avere un senso, però bisogna aprirli quei contenitori, scoprire ciò che è rimasto dentro nell’attesa. Con la mano tolse la sabbia appiccicata sopra al legno e mise via la scatola dentro la sua borsa. Guardò il mare e pensò che ormai lo conosceva bene, lo aveva osservato a lungo persino troppe volte. Doveva fare altre cose, forse dipingere, forse aiutare gli altri, trovare un senso a quel vuoto che adesso la martellava prepotentemente; questo le indicava la realtà, questo le dicevano gli oggetti attorno a sé: l’attesa era finita, ora stava a lei reagire.

  • 19 luglio 2010
    La morte sull'aia
    Intro: Un avvenimento tragico porta scompiglio tra gli animali che vivono nell’ aia. Si spegne ben presto, per loro, la paura di una minaccia incombente… sfuma l’ eco di un canto accorato e triste lasciando spazio ad un doloroso presagio.
    Come comincia: Cingoli (Macerata) agosto 1942.
    Il gallo, al solito, dette la sveglia. Trasse fuori la testa dall'ascella, stirò un'ala, stirò l'altra poi, dopo essere saltato giù dall'assicella, le agitò entrambe e, rivolto verso le galline appollaiate, allungò il collo e impartì l'ordine della sveglia con un formidabile chicchirichì. Fu allora uno sfoderar di teste dall'ala e di salti a terra, di scuoter di penne e di stiramenti quindi, ad un cenno del capo,  già presso il foro della porta che dava sull'aia, le galline si aggrupparono dietro di lui, in silenzio e lui uscì dal foro, avanzò a collo teso, guardingo scrutando a destra e sinistra. Rassicurato volse lo sguardo laggiù dove il cielo si sbiancava e cantò ancora gonfiando le penne della gola. Le galline a quel grido uscirono una alla volta all'aperto, presero a razzolare, a bere gargarizzando ed a chiocciare. Si guadagnarono anche quella mattina le imprecazioni del pigro maiale disturbato nel sonno nel suo letto di letame. Dopo un po’ giunsero gli altri abitanti dell'aia: le anatre in fila indiana, barellandosi, le oche, i tacchini, i conigli. Il cane uscì da sotto il pagliaio, si stiracchiò, spalancò la bocca guaiolando, fece alcuni giri sin dove la catena glielo permetteva, bevve, leccò nel piatto gli avanzi del giorno precedente. Il sole, frattanto, congestionato in viso, si affacciò a vedere se tutto fosse a posto, picchiò con spruzzi d'oro contro i vetri della casa e allora anche gli abitanti del piano superiore si levarono: fu uno spalancar di finestre, un rumor di porte, richiami, i primi ordini. Poi, come sempre Teodoro, il capoccia, comparve sull'aia in maniche di camicia, pensò al figlio combattente sul fronte russo l'unico figlio maschio, gli altri, cinque, tutte femmine, purtroppo! Sospirò, emise un fischio, dalla scala scese il garzone, entrò con lui nella stalla, carezzò la cavalla, passò ai buoi, mise del fieno nelle mangiatoie e diede ordini al giovane per la pulizia. Sull'aia intanto un parlottio, le donne s'avviavano al campo, solo Lena, la capoccia, e una figlia undicenne rimasero a custodir i pennuti. A rigovernatura finita, mentre la bimba saliva a riassettare la casa, la donna prese a sgranare delle pannocchie tratte dal magazzino prima in silenzio poi cantando con voce accorata una canzone triste, una canzone triste che diceva che il figlio era lontano, aveva vent'anni e contro aveva un nemico e che la madre avrebbe voluto morire davanti alla porta di casa dopo un abbraccio solo, purché egli tornasse, purché egli tornasse. Teodoro che attingeva con forte stridore di carrucole acqua dal pozzo scuoteva la testa ascoltandola; di lontano, dal campo, altro canto giungeva. Era un coro silvestre, pieno di sentimento, il coro delle giovani spigolatrici. Il capoccia salì in casa, si lavò, infilò giacca e scarpe, fu di nuovo sull'aia: "Vado in paese a far spese." disse alla moglie. S'avviò pensieroso, nella testa un intrico di pensieri: il raccolto non buono, la vacca da comprare all'indomani alla fiera, il figlio che da due mesi non scriveva... Proseguiva a testa bassa, udì delle voci, alzò lo sguardo, si fermò, vide due Carabinieri... Quella viuzza era tagliata nel suo terreno, portava solo a casa sua. Istintivamente fece dietro front, si mise a correre a perdifiato, saltò una siepe graffiandosi le mani sui rovi, prese per i campi. s'addentrò in un vigneto non suo. Si sentì inseguito, corse più veloce ma gli vennero meno le forze. Si fermò sotto una quercia, s'appoggiò al tronco e scivolò giù, sfinito.  I Carabinieri lo raggiunsero trafelati: Ah era fuggito, se non aveva la coscienza pulita ci avrebbe pensato la giustizia a lavargliela, fuori i documenti. Poiché Teodoro li guardava con occhi fuori dalle orbite e non rispondeva, lo presero per le braccia, lo rimisero in piedi, lo perquisirono. Trassero il portafoglio, lui li fissava sempre con occhi spiritati, lessero il suo nome dalla carta d'identità, cambiarono atteggiamento. Teodoro d'improvviso capì il motivo della loro presenza: "Mio figlio!" e cacciò un urlo. Lo portarono svenuto sull'aia. All'apparir dei militari portanti a braccia il capoccia, Lena sorse in piedi gridando, la bimba accorse alla finestra e poi a precipizio per le scale, al campo le spigolatrici avevano udito e correvano veloci verso casa. Il cane latrava ed abbaiava seminascosto nel pagliaio, un fuggi fuggi di pennuti, i conigli andarono a rimpiattarsi nelle buche, nessuno sapeva ancora cosa fosse accaduto. I Carabinieri portarono in casa il capoccia senza profferir parola, vollero, prima di rivelare il motivo della loro presenza che Teodoro rinvenisse. Sull'aia era ritornata la calma, aggruppati vicino ad una capanna stavano i pennuti, il cane taceva, i conigli s'erano affacciati ai nascondigli. Il vento, levatosi d'improvviso, portò un nuvolaccio nero a parare a lutto l'aia. Fu allora che dalle finestre aperte giunse un coro di grida, di pianti, di lamenti, il cane latrò a lungo, sparirono il muso dei conigli nelle buche, i polli, l'occhio intento, sorvegliarono a collo teso l'aia e la porta di casa con bruschi scotimenti di creste e di bargigli. Il gallo, vedendo che nessun pericolo lo minacciava, lanciò il suo rauco grido e, ad ali rasoterra, impettito, s'accostò a passi ieratici a una gallina, le sussurrò parole d'amore...

  • 19 luglio 2010
    Marie, moi
    Intro: Il potere di un nuovo nome. Anche se il destino ascolta la tua richiesta e te ne dona uno nuovo di zecca, esso cambierà un’infinità di cose nella tua vita, ma non cambierà mai la tua vera essenza. Un nome la tua anima ce l’ha già e non si può cambiare.
    Come comincia: Ho chiesto in prestito al destino un nome nuovo.
    L'ho elemosinato alla vita dall'angolo dopo la curva, avvolta in una coperta di giornali che raccontano di storie non accadute.
    L'ho voluto come una madre un figlio, per costruire un'altra vita.
    Una nuova identità, un volto nuovo, l'ultima occasione.
    Ho chiesto un nome nuovo per rinascere a colori dopo mille puntate in bianco e nero.
    La prima parola di un romanzo ancora da scrivere. Il foglio bianco di un album da disegno ancora non usato. Ho chiesto la possibilità di un' infinità di parole tra cui scegliere, di tratti con cui cominciare.
    Ho chiesto un nome nuovo per provare la meraviglia di un bambino davanti al suo giocattolo da scoprire.
    Ne avrei potuto fare di tutto del mio nome nuovo, ma lui ha deciso invece cosa fare di me.
    Il mio nome nuovo è diventato quello che non ero mai stata. Il meglio e il peggio.
    È diventato il coraggio mai avuto, i pensieri mai espressi, le frasi non dette, i desideri mai confessati, la mia vera essenza sempre celata.
    È diventato più di quello che volevo, prendendo piacere senza colpa e anelando nuove schiavitù per fuggire a quella più grave dell'amore.
    È diventato urla sommesse di dolore per far tacere un dolore più grande.
    È diventato tutto quello che mi permetteva di non pensare.
    Con il mio nome nuovo ho cambiato volto, casa, città. Con il mio nome nuovo ho osato varcare sottili confini proibiti, ho osato far tacere la coscienza.
    Con il mio nome nuovo sono diventata fragile e invincibile.
    E alla fine il mio nome nuovo è diventato un dono e con esso la speranza concreta della felicità, fugace come un arcobaleno.
    Una cosa sola non è riuscito a fare il mio nome nuovo: farmi fuggire da me stessa.
    Ora ho un nome nuovo, e non so che farmene.
    Non più.

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