username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 26 luglio 2010
    Il generale Malcontento

    Come comincia:

    Un potente comandante, il condottiero delle catastrofi e delle rivincite. Chi lo possiede come alleato può sovvertire i destini di nazioni intere, della Storia stessa.
    Quell’anno il grande generale aveva già messo a ferro e fuoco l’Etiopia, la Costa d’avorio, il Guatemala. Aveva rovesciato i governi di Palestina, Bangladesh, Utzbekistan, Afghanistan. Guidato sommosse in Iraq, Iran, Camerun, Filippine, Cambogia, Sumatra, Guyana francese. Compiuto eccidi in Algeria, Siria, Mozambico, Uganda, Pakistan, Corea del Sud.
    Ed eravamo soltanto a Maggio.
    Adesso se ne stava placidamente sdraiato al tepore primaverile di Roma, sotto le colonne di San Pietro, il quale lo squadrava facendogli gli occhiacci fin da quando lo aveva visto arrivare in lontananza, luccicante di mostrine e greche d’oro.
    Il generale non si era minimamente intimorito alla vista del grande Santo. Sapeva bene che sulla Terra contava ormai come il due di picche. Lui e tutta la sua gerarchia di Angeli, Martiri, Profeti, Discepoli e quant’altro.
    Si sistemò tranquillamente sotto le colonne, le possenti spalle appoggiate al bianco marmo, e si godette la brezzolina pomeridiana.
    Era stato attirato in Europa dalla crescente crisi economica. Ormai in tutto il mondo centinaia di milioni di persone, che fino a un anno prima stavano discretamente, si trovavano sull’orlo dell’indigenza. Per un po’ era rimasto indeciso, se attraversare l’Atlantico e andare a fare danni negli Stati Uniti d’America, dove la crisi aveva sbattuto sulla strada milioni di poveracci.
    Trovandosi di ritorno dall’Africa, ed essendo pigro per natura, si era limitato a fare quattro bracciate a nuoto, nel tiepido Mediterraneo, emergendo sul Lido di Ostia come un Tritone sgocciolante.
    Durante la breve passeggiata fino alla Città Eterna aveva drizzato le orecchie e aguzzato i suoi grandi occhi bovini. Dovunque segni di rabbia, preoccupazione, disperazione. Tutti se la prendevano con tutti. Bestemmie e imprecazioni volavano a stormi, come i rondoni, nel cielo di Roma.
    Passando per il mercato ortofrutticolo, si inchinò gentilmente ad ascoltare le lamentele delle massaie. Prezzi esorbitanti, poca scelta, frutta e verdura striminzite e pallide.
    Sussurrò nell’orecchio di una anziana signora, china sulle mele ammaccate di un banchetto traballante, le sue osservazioni:
    “Eehhh! Non c’è niente da fare, va tutto a rotoli. I poveracci se lo prendono sempre in quel posto”
    La vecchietta ebbe un attimo di esitazione, non capendo da dove provenisse la rauca e intrigante vociona. Poi, senza nemmeno voltarsi spedì il grande generale a morì ammazzato.
    Il cappello del potente condottiero saltò dalla sua testa larga e rossiccia, mentre lui si ritraeva, stupito di tanta energia compressa nelle fragili ossa dell’anziana signora.
    Si compiacque della reazione e pensò che, se i vecchi erano tanto sotto pressione, pronti a scattare, figuriamoci i giovani. Roma e l’Italia erano una lunga striscia di polvere da sparo pronta ad esplodere al minimo sussulto. Uno stivalone traboccante di marciume e di rabbia.
    Si allontanò fischiettando una marcetta di sua invenzione, facendosi fresco col cappello.
    Arrivato nella zona dei palazzi della politica si mise a spiare ed origliare dalle finestre. Vide deputati che fumavano di scherno e ridevano di arroganza. Ministri fintamente composti e dignitosi, che sbavavano al pensiero della prossima mazzetta e della prossima sgualdrina da cavalcare. Uscieri che distribuivano consigli e soffiate in cambio di laute mance.
    Lo scenario sembrava proprio promettente, completo di ogni ingrediente per una bella rivoltata allo stivale. Si stupì di non essersene accorto prima e deprecò la sua pigrizia e la sua distrazione che, essendo ormai molto avanti con gli anni, erano ormai diventate parti di lui.
    Il generale attese qualche giorno, studiando la città, per preparare al meglio la sua campagna.
    A metà Maggio gli sembrò tempo di agire. La Primavera avanzava, e voleva sbrigarsela prima che facesse troppo caldo.
    Decise di cominciare da un grande quartiere di periferia. Si avvicinò a un folto gruppo di ragazzotti sfaccendati e repressi e, identificato il capetto della banda, insinuò le sue parole di guerra nelle acute, sebbene sporche, orecchie del giovinastro.
    “Ssshhh... tze tze tze... qui bisogna fare qualcosa, reagire. Accaparrarsi quel che si può. Farla pagare a tutti sti signori e signore che se ne vanno in giro impellicciate a primavera, con le loro grosse automobili, con le loro villone...”
    Il giovane scontento e rabbioso, sentendo questi pensieri fiorirgli nel cervello, iniziò a sbuffare e a scalciare una lattina accartocciata.
    “Ahò! E che te pija Francè?” – Chiese uno dei suoi lacchè
    “Che me pija? Che me Pija?!” – Sbottò lui – “me pija che c’ho na voja de menà le mani che quasi quasi te meno a te!”
    Ciò dicendo allungò uno schiaffone al suo accolito.
    “Ahòòòò!! Ma che te la piji con me? Ma vedi d’annà!”
    “Regà, non stiamo a darcele fra noi” – Intervenne il braccio destro del capobanda – “Annamo a fà quarche casino in centro. Magari a ripulì quarche signora”
    “Quarche signora? A’ Gennà, qua ce sarebbe da ripulire tutta la città. Anzi tutta l’Italia” – Ribattè il capo.
    “Annamo ar covo nostro, raduniamo tutti e spaccamo la città!” – Propose un piccoletto dalle gambe storte.
    “Spaccà?! Ma che spaccamo. Ah Fregnoni! Che ce spaccano a noi. Come l’artra vorta a Monte Mario, che a Romoletto ianno messo i braccialetti e se lo so’ tenuti pe’ sei mesi” – Il capobanda raffreddò gli entusiasmi facinorosi dei suoi bollenti coetanei.
    Il generale Malcontento, insisté, con sapienti parole, ad aizzare uno e l’altro. Svolazzava, leggero come un danzatore, da un ragazzo all’altro, soffiando nelle acerbe menti pensieri di rivalsa e di vendetta.
    “Oh regà! Non so voi, ma io a star qua a menarmela me sta a venì mal di testa. Me sento come un ronzìo ner cervello” – dichiarò uno dei giovani.
    “E c’hai raggione Antò” – Soggiunse il capobanda – “Annamo da Rosetta a farci una partitina a bijardo, che c’ho voja de stracciarte un po’”
    I due si presero braccio a spalla e si avviarono verso la sala giochi. Gli altri compari, a poco a poco, si dispersero a loro volta, chi a raggiungere la ragazza, chi a fumarsi quel che aveva dietro i capannoni dismessi, chi a casa a guardare la Tv.
    Il glorioso generale, li inseguì sbattendo i tacchi e sferragliando con speroni e sciabola.
    Non riusciva a credere che le sue sapienti armi di convinzione fossero state annullate da banali pruriti, puerili voglie di gioco e adolescente indolenza di periferia.
    Gli gridò dietro per un po’, accusandoli di codardia, smidollata degenerazione, onanistica rassegnazione. Ma i giovani si dispersero ugualmente per le strade del quartiere, sordi ai richiami guerreschi del  grande condottiero.
    Il supremo Aizzatore rimase solo, in mezzo al polverone della spianata di terra, sotto il sole che picchiava allo zenit.
    Cercò di rimettere in ordine le idee e le mostrine, farfugliando fra sè. Evidentemente aveva avuto una particolare sfortuna, aveva pizzicato proprio  i più codardi e sfaticati di tutti i giovani sbandati di Roma.
    Si riparò dal caldo all’ombra di alcuni platani, presso un grattachecche.
    Il gelataio stava imprecando svogliatamente, in compagnia di due ragazzine che sorbettavano con faccia annoiata e stralunata le loro granite.
    Allungò la sua facciona sudaticcia verso le orecchie della pischella più bardata di borchie, piercing e tatuaggi.
    “Sshhhh...con tutto il mondo intorno, tocca stà qua a ruminare na granita. Si potrebbe invece andare a combinare qualche sfracello. Aizzare qualche ragazzo incazzoso a fare a botte, magari a mettersi d’impegno per tirare su un po’ di grana...”
    Le pungenti parole del generale si insinuarono come biscie nei padiglioni auricolari della ragazzotta, strisciarono su fino al cervello e lì si misero a rigirarsi e attorcigliarsi senza posa.
    “Ah Debborah! Me sa che me stanno a venì !”
    “Che te stà a venì Carmè ? Te ritornano i pruriti alla passera?”
    “Ah ‘ntroiata! Ma che cazzo stai a dì! Me stanno a venì le cose mie. Me sento tutto un subbuglio in testa. Na voglia de fare casino.” – Carmela si aprì in un sorriso bellissimo e sguaiato, strinse la mano dell’amica e si mise a saltellare.
    “Nun sò incinta Debborah! Nun sò incinta! Oh San Gennaro te ringrazio!”
    Le due sgualdrinelle gettarono gli avanzi delle granite, con grande slancio, investendo il corpulento generale e inaffiandolo di menta e mandorla sul cappello, sulle spalline, sulle greche e sugli stivaloni già impolverati.
    “Mah...mah!” – Provò ad esclamare il glorioso disfacitore di mondi, ma le parole gli si seccarono in gola, mentre le grasse e sudaticce manone gli si incollavano al cappello.
    Si accasciò sulla panchina, sotto al platano, leccandosi le dita dolciastre e appiccicose.
    “Ma non c’è più religione!” – Blaterò fra sè e sè – “Sono stato via troppo a lungo. Qua si sono ridotti a poveri idioti. Non c’è più un cane che abbia voglia di sovvertire il sistema. Non un giovane con un po’ di iniziativa e di vera rabbia in corpo”
    Con gli occhi fissi sui suoi stivali, la schiena incurvata dalla frustrazione e le mani penzoloni, il generale Malcontento era stordito. Per la prima volta nella sua lunghissima e gloriosa carriera stava facendo cilecca.
    Non poteva essere vero. Doveva aver sbagliato qualcosa. Tutti quegli anni lontano dall’Italia gli avevano fatto dimenticare la profonda natura dei discendenti di Roma.
    Forse non era lì che doveva aizzare. Forse doveva spingersi più a Nord, o tornare più a Sud. Le isole no, era strategicamente ridicolo. Attese la sera e con il favore della frescura si mosse a grandi falcate verso nord. Superò Firenze, scavalcò l’Appennino e diede una sbirciatina a Bologna. Sembrava che anche lì i ragazzi e gli adulti imprecassero contro tutto e tutti. Ma ognuno intanto sorseggiava una bibita, armeggiava con il cellulare, ascoltava musica con l’I-pod. La rabbia c’era, non si poteva fare a meno si vederla e sentirla. Ma qualcosa distraeva sempre i potenziali rivoltosi. Le loro energie erano come represse, disperse in mille stupidaggini senza senso.
    Fece ancora quattro passi e si trovò alle porte di Milano. Era Lunedì mattina ormai, le strade erano affollate di pedoni e macchine che tristemente si avviavano al lavoro. Una pioggia fitta e gelida batteva sulla città. Il cielo plumbeo si fondeva all’orizzonte con la nebbia. Lo scenario era perfetto.
    Camminando da Porta Genova verso il centro, il generale tese le sue grandi e carnose orecchie.
    Una sinfonia di bestemmie, imprecazioni, ingiurie e maledizioni accompagnava il corteo di uomini e macchine. Era tutto un concerto di odi manifesti, di minacce e insulti. I clacson suonavano in una stupenda cacofonia senza interruzione.
    Due omaccioni sulla quarantina, probabilmente operai o muratori, si affrontavano, muso a muso, per una precedenza rubata. Il grande generale si avventò come un rapace, soffiò nei cervelli semi annebbiati dal sonno, parole di violenza e ribellione, di vendetta e di distruzione.
    I due omoni smisero di urlarsi in faccia e si guardarono un attimo negli occhi.
    Il sommo provocatore si stava già sfregando le mani, in attesa di vedere i primi pugni volare come cannonate.
    I due ascoltarono per qualche istante ciò che gli ronzava nei cervelli, visualizzarono i sentimenti di odio che sentivano montargli dentro. Finché uno disse :
    “Uè ma ghe n’è già tant da essere incazzat, avemm mic da rincarare la dose. E poi il lavur ming aspett!”
    “E dighe bèn” – Replicò l’altro. E presero ognuno la via del cantiere e della fabbrica.
    L’inarrestabile arruffapopoli si sentì mancare. Dovette appoggiarsi a un lampione per non cadere a terra. Le sue gambe muscolose tremavano e cedevano, la testa gli girava, il colletto gli stringeva la gola e gli impediva la respirazione.
    Preso da ira divina iniziò ad urlare, che tutti sentissero, il suo migliore repertorio. Tenne un vero comizio, come non gli accadeva dai tempi della Comune di Parigi. Le masse popolari, nonostante la sua voce stentorea e baritonale rimbombasse come un furioso temporale, continuavano a fluire, incazzate e represse, verso i loro posti di lavoro.
    É sera. Al centro di accoglienza per extracomunitari, centinaia di poveracci, provenienti da ogni parte del mondo, stanno aspettando una scodella di minestra.
    Il grande generale, diligentemente in fila, tenta la sua ultima strategia.
    “Se non si sollevano questi qua” – Pensa – “Allora qui è successo veramente qualcosa di strano”
    Le sue sapienti parole, rodate da secoli di infallibile pratica, rimbalzano nelle orecchie di ogni colore. La rabbia comincia a montare. La sente vibrare sotto pelle. La lunga fila di poveracci ondeggia sempre più vistosamente. I volti si accartocciano in smorfie di dolore, frustrazione, collera.
    Alcuni iniziano a spintonarsi e a reclamare il piatto di minestra. I pochi operatori cercano di sedare gli animi, accelerando la distribuzione. Si sente nell’aria l’elettricità che si accumula. Il generale attende, con le mani giunte, lo scoccare del sacro fulmine della rivolta, la saetta della rivoluzione, il tuono della distruzione indiscriminata.
    Dalla radio portatile di un grosso nero cominciano a risuonare le note ritmate di una famosa canzone reggae. Un altro extracomunitario si mette  a cantare, altri due a battere le mani a tempo.
    In pochi secondi tutta la fila ondeggia al ritmo della musica. Molti cantano con gli occhi al cielo le parole di speranza della canzone.
    Altri ausiliari distribuiscono coperte e bevande. Qualcuno piange di tristezza, pensando alla sua terra lontana. La musica copre il rumore delle bocche che masticano il pasto frugale.
    Il generale Malcontento si rizza in tutta la sua impotenza, per un attimo sembra voler esplodere, poi con marziale disciplina, saluta militarmente la folla di persone, fa dietrofront, sbatte i tacchi, e si allontana a passo di ritirata.

  • Come comincia: Sono le undici e il ristorante si è quasi svuotato. Rimangono solo loro. Matteo e Chiara. A dividerli, oltre al mezzo metro di tavolo, la luce di una candela, che sfuma come il tempo che resta di questa serata. Un appuntamento di una delle prime volte insieme. Chiara lo guarda fisso, seria, ma allo stesso tempo le sue labbra tradiscono un leggero sorriso.
    Matteo la guarda quasi imbarazzato: “Non sei mica tanto da giri di parole, tu! Dritta al sodo!”
    “Ti ho solo detto che mi piaci.” Il tono semplice e calmo di Chiara lo spiazza, si aspettava una reazione di difesa.
    “Lo fai spesso? Dire agli uomini che ti piacciono?”
    “No, è la prima volta.”
    “Mmmm, e cosa vorresti che rispondessi?”
    “Mi hai già risposto.”
    “Si? E cosa?”
    Chiara camuffa il suo sguardo scocciato, volgendolo al tavolo accanto. Giocherella con il bicchiere di vino. Il nervoso la tradisce.
    Lui continua: “Vedi io sono un tipo strano. Fatto per stare da solo. All'inizio magari mi innamoro pure, ma poi mi stufo. Mi sento in trappola, capisci?”
    “Si, capisco che non ti interesso, ma non serve che tiri fuori scuse, sono adulta.” Lo guarda fisso negli occhi e sorridendo “Non mi uccide un rifiuto, mentre non sopporto i giri di parole.”
    Matteo si fa serio con lei: “Ti sbagli, tu mi piaci. Mi piaci da morire. Ogni volta che ti vedo, ogni giorno, mi si secca la gola, le mani tremano e ho il batticuore che spesso mi preoccupo che da fuori qualcuno veda il mio petto saltare.”
    Chiara lo guarda scrollando il capo, la fronte corrugata dalla perplessità. Non riesce a capire.
    “Scusa e allora che c'è?”
    “Allora c'è che ho paura che finirò per ferirti. Se tu sei disposta a rischiare...”
    “Ah no grazie” scoppia a ridere Chiara “Già dato. Mi stai chiedendo di rischiare con una probabilità molto alta di restarci bruciata.”
    “Ma c'è sempre il dubbio...”
    “Il dubbio non mi basta.” Chiara sorseggia ciò che resta del suo vino e con gli occhi persi nella stanza “Sarei una scema...” muove lo sguardo verso di lui, per un attimo persa nei suoi pensieri e poi, come svegliandosi da un torpore, focalizza. I loro occhi si penetrano. “Sarei una scema se accettassi.”
    E' Matteo ora ad abbassare gli occhi giocherellando con una briciola sul tavolo.
    “Ma...” incrocia il di lei sguardo “E se ci provassimo? Chi lo dice, magari... senza innamoraci...”
    “Io mi sono già innamorata di te, sarebbe un suicidio.”
    “Come innamorata di me? Ci conosciamo appena. Avremo sì e no scambiato qualche frase di circostanza”
    “Sono innamorata dell'idea che ho di te. Sei il mio colpo di fulmine mancato.”
    Chiara cerca le parole nella mente, le mette insieme con cura, non vuole fraintendimenti.
    “Se l'idea di cui mi sono innamorata dovesse anche soltanto un po' avvicinarsi alla realtà, ci rimarrei fregata.”
    Poi come se ci avesse ripensato “Anzi, anche se succedesse il contrario, sarei così invaghita di te, che mi crollerebbe il mondo il giorno, in cui tu mi annunceresti di esserti accorto che non va...”
    Matteo si sposta indietro sulla sedia, poggia la schiena e continua a fissare la tovaglia. Il suo sguardo è perso, la sua mente in cerca.
    “Mi sono fregato la chance di essere felice, che dici?”
    “Dico che non lo so. Voi uomini siete un rebus, tu sei addirittura un indovinello da sfinge”.
    Scoppiano a ridere, ma a metà.
    Un lungo silenzio ora si è messo a dividerli assieme al quasi mezzo metro di tavolo e alla luce della candela.
    Matteo lascia cadere la sua mano sulla gamba.
    “Sei una tipa strana te, non ti capisco.”
    Chiara è visibilmente stanca, della serata, dei discorsi che diventano sempre più assurdi, degli sguardi dei camerieri, che sperano solo di andare a casa presto.
    “Vieni a casa con me?”
    “Ma sei matto? Ma mi hai ascoltata?”
    “Posso almeno baciarti? Avrei voglia di baciarti.”
    “Non credo sia il caso.”
    “Non credi sia il caso...” sorride amaro “E che problema ci sarebbe?”
    “Che vorrei baciarti ancora”
    Silenzio e poi lei “Senti, cerca di capire. Ti vedo tutti i giorni quando vieni in negozio a comprare il giornale e il tabacco.”
    “Smetterei di venire.”
    “No, ne morirei.”
    Una lunga pausa, mentre si guardano negli occhi. Poi lui, spezza il silenzio: “Allora... andiamo?”
    “Si, mi sembra una buona idea.”
    Si alzano dal tavolo. Lui paga il conto. Lei è in piedi ad aspettarlo imbarazzata. Non si guardano mentre escono. Entrambi avevano pianificato una fine diversa per la serata. Diversa anche l'una dall'altra.
    “Ti accompagno un pezzo, ok?”
    “Si, volentieri, non mi piace camminare sola.”
    Camminano in silenzio, quando ad un tratto Matteo si ferma e le prende il braccio per fermarla. Chiara si volta a guardarlo. Non capisce.
    “E se ti avessi messo solo alla prova? Se ti avessi detto tutte queste cose per metterti alla prova?”
    “Ma alla prova di che?” E' spazientita “Senti se vuoi portarmi a letto, perché non me lo dici e basta? Insomma, ti sembro scema?”
    “Non è quello. Tu non ci verresti comunque, lo so” si guarda intorno come a cercare un suggeritore che lo aiuti a spiegarsi meglio “Lasciami finire, ti prego.”
    Lei lo guarda dubbiosa, ma lo lascia continuare.
    “Tutte le ragazze che ho conosciuto, finora, mi hanno sempre provato come un paio di scarpe. E quando non ero più comodo o non andavo più bene, mi lasciavano.”
    Chiara lo guarda sempre più incredula con un sorriso che si sta tramutando in riso.
    “No, ascoltami. Devi credermi!” La voce di Matteo nasconde un'urgenza disperata “Non mi credi vero? Non credi che sono io, quello che ha paura di soffrire?”
    “Ma certo che credo che tu abbia paura di soffrire, tutti ce l'abbiamo. Ma cambiare idea così nel giro di pochi minuti. Dai! E' un insulto alla mia intelligenza”. La risata le muore sulle labbra vedendo l'espressione ferita di Matteo.
    “E se cambiassi idea fra qualche tempo? Mi daresti una chance?”
    “Non so.”
    “Se fra una settimana cambiassi opinione? Mi daresti una possibilità?”
    “Non so.”
    “Se cambiassi idea domani?”
    “Ne riparliamo domani.”
    Continuano a camminare in silenzio. Lui avrebbe voglia di prenderla con forza e baciarla appassionatamente. Lei sogna che lui lo faccia.
    Si fermano davanti ad un portone. Lo guarda. Lui la guarda.
    Scoppiano a ridere.
    Si baciano.
    “Ma quanto sei scemo.”
    “Dai, che ti piace.”
    “Buon anniversario, amore...” la voce di Chiara si fa languida “Anche se sei un po' stronzo.”
    “Ci stancheremo mai di questa scenetta? Sono passati quindici anni da quella sera.”
    “Bah, forse un giorno io mi stancherò di te.”
    Lo spintona mentre lui ride.
    “Guarda che sono io quello che mi stufo presto.”
    “Ma smettila e apri la porta, e vediamo di fare piano, che sennò la svegliamo. Domani ha scuola.”
    Si chiude il portone. Dopo qualche minuto si spegne la luce.
    La strada è sempre la stessa. Come quindici anni fa.

  • 19 luglio 2010
    Ladri di vita

    Come comincia: Mi guardo intorno inquieto, come  a cercare qualcosa.
    Vedo le tante persone racchiuse nel singolo individuo che comunicano silenziosamente con le tante persone racchiuse in me. Sono immagini chiare e sfocate, fumo, nebbia, spettri di una coscienza collettiva dalla quale cerco di estraniarmi ogni volta che posso. Forse mi trovo all’interno di un ufficio. Devo fare qualcosa, ma ora mi sfugge.
    Sono in fila. Nell’attesa mi accorgo di avere in mano una cartella rossa, liscia. Dà soddisfazione al tatto più di quanta ne dia il pavimento sotto i piedi. Ho anche un numero che certifica la mia appartenenza ad un ordine temporale forse già prestabilito dalla rotazione terrestre.
    Provo un piacere sommesso e confortante nel passare un lembo del mio numero sulle tre zigrinature della mia cartella rossa. Mi accorgo che stò suonando una musica silenziosa che raggiungerà un crescendo e farà accadere qualcosa di inaspettato … Nessuno la sente , ma sentiranno sicuramente i suoi effetti  e, secondo me , nulla sarà più lo stesso.
    I miei occhi restano folgorati alla vista di un orologio quasi incastonato nella parete  di una colonna.
    Non ne capisco il funzionamento, non sembra appartenere a questo mondo. Il quadrante opaco, al posto dei numeri  piccoli specchi di cui l’ultimo con cornice nera. Tre lancette identiche con punta di freccia partono insieme e progressivamente si distanziano prima di aver completato il giro. Avviene tutto molto rapidamente. Credo di essere il solo ad averlo notato e mi guardo intorno per sincerarmene. Non capisco cosa misura e non oso chiederlo a nessuno per il pudore di apparire tanto disinformato. Lascio correre, anche se ogni tanto occhi e pensieri  tornano a curiosare ed a fare domande.
    Guardo l’impiegata al di là del vetro … dall’altra parte tutti i colori risentono di un verdino pallido, forse le luci, forse le  tinte dominanti, forse appartengono ad un’altra specie.  Credevo fosse più giovane quella donna, forse il vetro, forse la luce, non saprei.
    A rincuorarmi, l’impressione che la fila sia andata avanti; infatti non c’è più la ragazza mora dai lunghi capelli ricci e neanche il ragazzo con i capelli corti dagli ampi tatuaggi. Cinque pensionati mi separano dall’obiettivo che continuamente sfugge alla mia attenzione.  Questo mi costringe ad aprire la cartella con frequenza per evitare una situazione imbarazzante … Mi tranquillizza avere tra le mani qualcosa di fermo, qualcosa di mio, pronto a rammentarmi  il perché della mia presenza in quel luogo. Anche dietro di me il numero degli anziani è aumentato. Penso di essere l’individuo più giovane. Con la medesima cadenza riapro la cartella e mi rincuoro. Vado ancora avanti. Credo di essere lì da molto tempo,ma non saprei quantificarlo. Io sono il prossimo, ricontrollo il contenuto della cartella, finalmente.
    D’improvviso mi trovo all’uscita.
    Non so cosa ho fatto, ma comunque esco. Il sole è più caldo e luminoso, le zone poste  in ombra dai palazzi sono quasi gelide ed io torno a pensare a quello strano orologio di cui ignoro il meccanismo.
    Mentre cammino verso casa sono attratto da alcune vetrine che si trovano sotto un porticato d’ampio respiro. Una in particolare mi piace, quella di un piccolo negozio dell’usato. Con grande attenzione e curiosità lascio sfilare tutta la mercanzia davanti ai miei occhi , che progressivamente mi sembrano più stanchi. Mi fermo davanti ad uno specchio … è la cornice ad attrarmi, ma solo la mia immagine riflessa riesce a condizionare il mio passo,  arrestandolo.
    Sono fermo, inchiodato, non credo ai miei occhi…
    Improvvisamente ricordo gli specchi dell’orologio e ne capisco il significato.
    L’uomo che vedo riflesso nello specchio ha ottant’anni o forse più,è malandato ed ha una cartellina rossa in mano. Non ricordo cosa dovevo fare, apro la cartellina e dentro ci sono solo fogli bianchi puliti e immacolati che non mi rincuorano più.
    E pensare che quando mi sono svegliato, poche ore fa, avevo trentadue anni e non sapevo cosa dovevo fare.

  • 19 luglio 2010
    Immagini sfocate

    Come comincia: Un'altra volta si ripete. Spesso accade... Succede. La mente è avvolta dalla nebbia... momenti in cui il tempo sembra fermarsi o addirittura perdersi in sè stesso. Le immagini si aprono tra la nebbia. Rumori e odori familiari in un luogo conosciuto. La luce dei lampioni disegna ombre tremolanti di case e ponti. Il grande letto del fiume che scorre silenzioso e maestoso come un vecchio serpente che guarda il mondo con gli occhi di chi ha visto tanto, forse troppo. Carrozze solitarie nel buio, personaggi che si allontanano scomparendo nel grigio e nei vicoli di una città disegnata col carboncino. I rumori si fondono filtrati nell'ovatta, gli odori si mischiano nell'umidità. Un uomo apre la porticina della carrozza e porge la mano ad una donna aiutandola a salire. La guarda con gli occhi di chi vede un miracolo compiersi. Lei è nascosta da un cappello e stringe lo scialle intorno al cappotto. Sente il freddo innaturale penetrare attraverso il suo corpo. Il suo sguardo si perde a salutare tutto ciò che ha amato e che l'ha amata. Ha paura. Ma il dolore la placa.
    D'un tratto tutto intorno a lei sembra ostile, tranne lo sguardo di quell'uomo. Quello sguardo urgente incantato e protettivo.
    L'uomo chiude la porta, lascia riposare la sua mano sulla finestrella. La donna la sfiora e per un istante la stringe. Si guardano senza una parola. Il loro saluto mentre la carrozza inizia a muoversi. Le mani e i loro destini si dividono. L'uomo si leva il cappello e guarda la carrozza allontanarsi, immobile. Quell'attimo prezioso è l'ultimo respiro della notte, mentre l'alba si prepara a scacciare la nebbia e a svegliare la città.
    Ricordi di un tempo vissuto oppure giochi della mente...
    Poi il ticchettio dell'orologio alla parente, i rumori della strada e la casa che si sveglia. Mentre gli occhi, rimasti sempre aperti, si muovono e cambiano angolazione spingendo la mente a tornare e riprendere da dove aveva lasciato prima di perdersi.
    Tutto ciò che prima era sensazione viva ritorna ad essere un'immagine sfocata.

  • 19 luglio 2010
    Imitando Chinaski

    Come comincia: Un bicchiere. Poi un bacio. La conferma.  Sono sveglio. Non riuscivo a crederci. Avevo paura a farlo. Certe volte si preferisce tenere gli occhi chiusi, quasi si avesse paura di vivere in un sogno. Il risveglio è drastico. Da suicidio. Certi dolori pungono così forte da non riuscire a guardarli. Si spera solo che tutto finisca nel più breve tempo possibile. Ci promettiamo di smettere ogni volta che tocchiamo il fondo, ma il giorno successivo è di nuovo lì che siamo. Sul confine.
    E’ incredibile. Nemmeno nei momenti gioiosi riesco a non pensarci. Ormai è un sodalizio, un matrimonio a tre. Io, la droga, la tristezza. Ho versato così tante lacrime da dubitare di averne ancora. La droga. Si devi ammetterlo. Solo perché non ti buchi, non tiri dal naso, non fumi marijuana, non significa che non sei un tossico. Guarda. Guarda quella bottiglia. E’ ancora mezza piena. Dai, dimostra che sei superiore, versala ai piedi del letto. Non ci riesci vero?
    Cazzo. Lei mi sta baciando. Erano mesi che non succedeva. Le mie labbra erano perennemente bagnate, ma di ben altro liquido. Bevevo dalla bocca per vomitare dagli occhi. L’alcol. L’unico vero amico che mi era rimasto. L’unico sempre presente. Poteva mancare il cibo, poteva mancare la carta igienica nel bagno, ma lui potete starne certi che c’era sempre. Lui e le sigarette. Altre amiche di vecchia data. Ricordo ancora i bei tempi. Mettere tutto in un sacchetto di nailon e poi nasconderlo nei luoghi più impensabili. Ero giovane, potevo permettermi certe stronzate.
    Proprio non capisco. Resto fermo, inerte. Perché non muovo un dito. Perché non le dico che l’amo? Ho ancora troppa paura. Troppa fottutissima paura di perderla. Che poi non è lei che ho paura di perdere, alla fine le donne sono tutte uguali. Un insieme di tette e di capelli con un paradiso in mezzo alle cosce e segatura dentro alla testa. I suoi baci, le sue parole, le sue carezze. Quelle sì che non voglio perderle. Quelle mani che mi sfiorano la barba sfatta. Quei suoni sussurrati all’orecchio. Quella lingua che massaggia il mio corpo sudato.
    Devo ammetterlo. Faceva pompini da urlo. Non che lo prendesse tutto in bocca, anzi. Ne metteva appena 5 o 6 centimetri dentro, 7 al massimo. Il suo pregio era un altro. Poteva succhiartelo per un pomeriggio intero senza smettere mai. Ore e ore di su e giù, su e giù. Che sensazione. Riuscivo a vedere tutti i colori dell’universo quando sentivo quel calore morbido intorno al mio pene. Dopo un po’ mi mancava sempre il respiro. A lei piaceva. La divertiva vedermi finire in iperventilazione. Godere ad alta voce come le attrici dei film porno.
    Oh cazzo. Si è sbottonata la camicetta. Non vorrà mica scopare? Non lo sa che il mio uccello ha smesso di volare da tempo immemore? Trascurando un paio di serate passate con delle non ricordo bene chi conosciute non ricordo bene dove a fare non ricordo bene cosa, era dall’ultima volta che ci siamo visti che non facevo sesso con una donna. Almeno non come Dio comanda.  Sono passate ben tre stagioni da quell’ultima volta, era primavera, ora siamo a dicembre. E’ passato talmente tanto tempo da quel giorno che credevo che fare sesso fosse passato di moda.
    Sta di fatto che ora siamo nudi. Lei mi chiede dove tengo i profilattici. “In soffitta nella scatola degli oggetti che non uso più” mi verrebbe da dirle. Ma per fortuna ne tengo sempre un paio nel comodino. Infilo l’unico impermeabile che invece di proteggere dalla pioggia la trattiene, ed inizia il solito tram tram. La routine. Si, di routine si tratta. Ho talmente tanto alcol nel corpo che nemmeno mi accorgo di cosa sto facendo. E’ come dare colpi nel vuoto. L’unica differenza è quel crescendo di “ah” sommessi che lei emette ogni volta che do un colpo.
    Non mi aspettavo visite questa sera. Doveva essere la solita serata a tre. Lei è arrivata all’improvviso, tutta bagnata dalla pioggia che scendeva. E’ uno schifo quando a dicembre piove. Fa un freddo cane. Bussa alla porta e chiede di entrare. La faccio accomodare nel salotto/camera da letto/ cucinino. Non si stupisce nemmeno del disordine. Grazie a Dio non lo commenta. Mi chiede un bicchiere d’acqua. Glielo porgo. Io bevo uno scotch. Parliamo per venti minuti circa del niente. Non sembra quasi che era da maggio che non ci vedevamo. La conobbi a febbraio dell’anno scorso, dopo un paio di ore eravamo già a letto. Lei era diversa. Per prima cosa non beveva, non si prostituiva. Era una persona normale, sempre che questo termine abbia ancora un senso al giorno d’oggi. La nostra fu una bella storia. Tre mesi molto intensi. In teoria dovevo smettere di bere, trovarmi un lavoro, e poi potevamo anche fare un piccolo grande passo: affittare un appartamento in centro. Lei ancora studiava. Credo continui a farlo. Vuole diventare una stilista, o qualcosa del genere. Non ho mai visto un suo disegno. Sta di fatto che come dal nulla è arrivata nel nulla è finita. Sette mesi senza sentirla, senza avere sue notizie, e stasera me la ritrovo alla mia porta. Non potevo non farla entrare.
    Continuiamo a scopare per una ventina di minuti circa. Poi credo di essere venuto. L’alternativa è che ho pisciato nel preservativo. Sta di fatto che lo scambio di effusioni è finito. Accendo una sigaretta. Lei mi abbraccia il collo. Stringe forte. Adoro quando fa così. Dice qualcosa di dolce, ma sono troppo preso dai miei pensieri per ascoltarla. Ecco sorgere il dubbio. Perché è tornata. Cosa vuole da me? Non mi ha forse procurato già abbastanza dolore coi suoi comportamenti?Con queste domande che ciondolavano nella mia testa, spengo la sigaretta, rivolgo gli occhi a lei, e le dico: “E’ stato un piacere rivederti. Quando vuoi ritornare sai dove trovarmi”. “Va bene, allora ciao”. Giusto il tempo di vestirsi, darmi un bacio ed era fuori dalla porta.  Era abbastanza chiaro. Volevo che se ne andasse. Volevo abbracciare la mezza bottiglia rimasta e dormire un po’. Domani sarebbe stato un nuovo giorno, e non sapevo proprio cosa aspettarmi dal sorgere del sole.

  • 19 luglio 2010
    Lady of the night

    Come comincia: In questo momento penso solo che devo dimenticarlo e liberarmene.
    Le questioni amorose  attirano l’attenzione della gente,  per non morire di inedia, noia e ripetizione. Sono incostante e pronta a inseguire qualsiasi frase risulti vivace, esplosiva, fantasiosa… che come si sa non porta a niente di pratico.
    Io non voglio finire come una matrona adornata di sana pinguedine, ricca di oggetti, cibo, soliti discorsi,  pulizie e orrendi “già visti”. Trovo affascinanti i murales, gli jumper, gli Oscar Wilde moderni… La verità è che sono totalmente sola  ma non più tanto infelice.
    Ho letto poco fa, la biografia di Frida Kalo. Sfigata cronica, nata con spina bifida e dulcis in fundo vittima di un pauroso incidente su di un autobus, dove nella schiena  le si era conficcato un palo. Sopravvissuta a tutto ciò e accompagnata da dolori lancinanti è riuscita a gestirsi dipingendo. Figure insanguinate che debordano dolore fisico erano la sua arte. Ha amato molto, è stata felice e no ma ha tramandato un segno.
    Vivere a lungo, prendersi cura di se per restare giovani e allontanare il terribile spettro dell’aldilà. E’ possibile ingannare la “signora della notte”?
    Quella che viene a tirarti per i piedi quando è giunta la tua ora?
    Miry aveva escogitato questa filosofia e ogni mattino si ammazzava di esercizi ginnici finché i suoi abiti puzzavano di sudore.
    Era giunta a quell’espediente dopo attenta osservazione dei suoi giganteschi fianchi apparsi su di un impietoso specchio. Specchi che allargano o che snelliscono?
    Nei negozi alla moda, quando ci si prova un fichissimo abito firmato dal prezzo impronunciabile si adocchia una figuretta snella e attraente, non è uguale l’apparizione che si ottiene davanti allo specchio di casa. Sarà l’ambientazione chiassosa e familiare a farti capitolare e sbattere il muso sul pavimento, quella che ti rammenta inesorabilmente e senza mezzi termini o tatto che sei una anonima casalinga che vorrebbe essere diva almeno per una notte. Le nuove Cenerentole? No, Cenerentola sognava il matrimonio.  Ma niente divagazioni, il punto è Miry.
    1,2,3,4 e 5, 6 e 7 e 8, vai con la corsa, i salti, l’allungamento delle braccia, cosce, polpacci… fibre muscolari in regolare tensione, sorrisi, allegria, immersione completa nella musica e nel dvd di quella tipa piccola e mingherlina dell’insegnante, di cui non ricordava affatto il nome ma ne invidiava il portamento.
    Proprio qui apparve il diavoletto, cioè il pensiero provocatore capace di distruggere la volontà di una donna che sta per accingersi a cucinare il pranzo. “La prima ruga”, quel piccolo trattino sulla fronte di una testa capelluta di un vivo castano.  Miry  non vide più se stessa, speranzosa e bella.  Chi cavolo era quella lì? Una fotocopia riuscita male? Quel viso scavato dal tempo che più dimagriva e più sembrava sprofondare nell’abisso delle “cose non realizzate”. E quante ne aveva Miry nel cassetto dei fili da cucito. Una laurea mai presa, un lavoro che si o no non si capiva, magari era un forse.
    Miry decise per il “chi se ne frega” ed entrando in doccia meditò se potesse permettersi le unghie imbrillantinate e disegnate.
    Forse era meglio affidarsi al vecchio smalto rosa che risultava essere ancora buono.
    Così mentre dipingeva cautamente per non uscire dai bordi, le unghie forti che avevano sempre seminato invidia a quelle smangiucchiate delle sue amiche, lo vide.  La prima volta, il mostriciattolo apparve da dietro il frigo, starnutendo. Era coperto di polvere, quella dove non ci si arriva o non si vuole arrivare perché nessuna e nata  “facchino forzuto” e quindi spostare un frigorifero enorme pieno di leccornie risulta, come dire… difficile!
    Era un essere piccolo, dal musetto stretto, labbra sottili, quasi privo di naso e occhi rotondi. Puntò un dito verso di lei e disse: “ alzati o regina della quiete domestica, pentiti del tuo pavoneggiarti e ricorda che sei al mondo per servire”. Miry si pose una mano sulle labbra e sorrise, non sapeva perché ma l’abominevole essere oltre a farle rivoltare le budella per il suo aspetto, aveva un qualcosa di ironico, anzi di assurdamente ridicolo. Il dito bitorzoluto e nodoso si  agitava nell’aria e pareva non avere alcun controllo.
    Scoppiò a ridere tenendosi saldo il ventre.  Lo smalto ruzzolò a terra e le unghie rimasero a metà. Miry si ricompose e raccolse la bottiglietta, quando si alzò il mostro era scomparso.
    Nei giorni successivi Miry si era dedicata a coloratissimi disegni di forme geometriche su tela. Il rosso e il giallo dominavano la scena emanando una inconsueta energia. Erano ingombranti nella stanza da letto, in fondo a che cosa servivano, anzi erano di intralcio al regolare svolgimento delle attività notturne, dormire ovviamente.
    Miry , con infiniti delicatezza e rispetto per quel lavoro, in silenzio, li spostò. 
    Rumore, fracasso, urla, percussioni si affollavano nella sua mente ma nessuno udiva nulla.
    Aveva una soffitta Miry. Salì le scale con il fardello della sua esistenza.
    I gradini erano alti e impervi, ogni tanto si fermava con attenzione ed eccolo... il “patologico”. Così ti chiamerò, pensò Miry, ritrovandoselo innanzi : “ehilà Pato, qual buon vento?”- “vento di disgrazia, mia cara”- “dunque?” – “ti predirò il futuro” – “ oh… che esperienza straordinaria! Vuoi forse dire che cambierà qualcosa?” – “ non ho detto questo. Se così fosse sarei portatore di letizia” –  la bocca gli si apriva in una smorfia crudele e soddisfatta, si intravedevano lingua bluastra  e denti… non curati. Miry avvertì l’esofago contorcersi, un conato amaro e acido si frenò in tempo. Pato alzò la mano nodosa, sembrava che le dita gli si fossero allungate, forse era un’illusione, eppure il suo corpo appariva in inferiorità numerica in confronto. Era corto, avvizzito, stava spegnendosi. Gli occhiacci grigiastri incrociarono intensamente quelli di Miry e pronunciò: “prima di questa sera sarai dalla signora della notte”.
    Miry lo vide finire in una nuvola di fumo e si affievolì con lui, le si incrociarono le caviglie e precipitò languidamente lungo le scale. Il volo la alleggerì, stringeva a se i disegni e chiuse gli occhi, immaginò di passarvi attraverso e di vestirsi di rosso, di giallo, di vita. Il tonfo risultò coperto dai suoni di un terrificante e movimentato film  che sbraitava al di fuori della televisione. Non fu doloroso, Miry si spense velocemente e la signora della notte prima di abbracciarla per sempre le regalò un commovente sorriso.  Miry che tanta passione sarebbe stata in grado di trasmettere al mondo ora giaceva fredda e inerme, incompresa ed eliminata.
    La signora della notte… si era aggiudicata il meglio come sempre.
    Vivere a lungo, fisico sano in mente sana eccetera eccetera…  Fine.

  • 19 luglio 2010
    Continua il sogno...

    Come comincia: Io vivo!
    Il cuore mi funziona, lo sento palpitare, mi funziona tutto; mi funziona l’udito. Al tatto, osservando da vicino una superficie liscia è piacevole, ne avverto  la sostanza e me ne compiaccio; mi sento. Avverto che ogni singola parte, ogni più piccola particella del mio micro-mondo è funzionale, è attiva e mi sento bene. Ma non mi basta, non deve bastarmi, non può limitarsi tutta la mia esistenza all’egoistica constatazione del mio “stare bene”, allora? Sento il bisogno irrefrenabile di rendere partecipi le persone che fanno parte del mio quotidiano. I genitori, i fratelli o le sorelle, mi compiaccio che anche loro sono funzionali e reattivi… Già. Ma non mi basta ancora, in un irrefrenabile bisogno interiore di esternare al Mondo intero la mia gioia e la mia voglia di vivere, entro in chat. Sapete quelle dove ognuno ha un Avatar ed in base a questo, esprime le proprie remore, i propri dubbi, le proprie difficoltà, sentimenti ed angosce… Sì, ma questo prima. Adesso devo comunicare il mio essere al Mondo. Ecco entra quella “con la puzza sotto il naso”, quella che “lo prende con i guanti”, Dio come vorrei poterla avere a portata di occhio, guardarla in faccia e spiattellarle tutte le volte che ha inveito contro questo o contro quello, ma chi se ne frega! Oggi io mi sento bene e voglio comunicarlo a tutti! Provo a scrivere qualche parola che abbia senso, abbia un filo logico, ma nulla di diverso dal mio “Hallo World” riesco a scrivere. Non è la Virtualità il mio Mondo. Il mio Mondo è il mio palazzo, il mio quartiere, la mia città o borgo o paesello. Tutte queste persone che lavorano, si adoperano per permettermi di fare una vita dignitosa  e senza problemi, sono queste persone, altri esseri umani che vivono ma che magari non sanno che io vivo, che ogni più piccola particella del mio essere è in armonia col mio corpo, col mio cervello, con la mia anima… Ma per saperlo glielo devo dire. Ok, incomincio col postino! “Buon giorno signor postino!” e lui a me, “buongiorno!” “Come và?”, e lui, quasi un automa, infila in ogni casella postale la corrispondenza che è stata ricevuta, meccanicamente… Poi si ferma improvviso come se avessero levato d’improvviso l’energia elettrica al suo lavoro automatico, mi fissa e dice sorridendo,”benone! E te?” Io lo guardo e vorrei dirgli tutte quelle cose che ho pensato prima ma per brevità, “anch’io bene, grazie!” Lui riprende il suo lavoro automatico, senza battere ciglio, io mi allontano senza disturbare oltre, ma sento che non basta, non è fatto soltanto dal postino il mio mondo. Vedo la parrocchia, dove credo sono stato battezzato, dove suppongo abbia fatto la mia Prima Comunione, don Renato è lì come sempre, ma la sua missione è quella di aiutare gli altri, provare con lui è come fare un terno giocando il giorno dopo l’estrazione. Ok decido di andare oltre, "gli altri" sono altrove, penso. Ma sulle scale della chiesa una vecchina, sta lì tutto il giorno, non ha figli, né parenti, sta lì da che io ne ho memoria, Bene, penso, ecco a chi posso comunicare il mio stato. Mi avvicino e lei mi fissa dritto negli occhi, Mi dai qualche centesimo?” Ed io, “beh, anche di più se vuoi. Ma devi ascoltarmi!” Nel dire ciò prendo dalla tasca una moneta da un euro e gliela porgo, lei, quasi riluttante mi dice, “ma non voglio poi così tanto!” Ed io insisto,” suvvia, prendi! Chissà quanto tempo dovrai aspettare per vederne ancora!” e lei, per nulla offesa, “ eh, dici bene tu! Ma sai che avevo anche delle proprietà?” Ed io, scettico, la osservo mentre continua, “ girando per le strade raccatto un po’ di tutto, la sera poi, vado giù ai ponti a dormire, avevo un materasso vero per dormire, ma dei bulletti gli diedero fuoco, così dovetti arrangiarmi con i cartoni” Io ascoltavo in silenzio,” Anche da casa tua una volta, ho avuto un bel regalo, sai?” Ed io contento d’averle dato qualcosa e vederla sorridere,”una scatola vuota, un cartone”. Io non avevo mai pensato oltre la porta di casa. Tutto si limitasse alla porta. Se buttavo qualche cosa, non andavo all’idea che a qualcuno potesse servire, lo buttavo via, e basta! Poi come se avesse letto nei miei pensieri, "sei sempre stato molto generoso, hai buttato via tanta roba che era come nuova. Quei giocattoli che buttasti quasi tre anni fa, li ho portati al reparto dei bambini gravi all’ospedale. Pensa che m’avevano presa per la Befana! Glieli avresti potuti portare tu di persona, e ti avrebbe fatto sicuramente bene. Ricevere un sorriso da chi soffre è davvero gratificante e ti fa apprezzare di più la vita ed il superfluo che buttiamo via.." All’improvviso un suono acuto, un sibilo, mi riprendo. Non ho più un corpo, sono una macchina e lavoro continuamente elaborando dati che mi giungono da ogni parte del mondo… Ma allora ho sognato! Magari, qualche microchip è andato in tilt o forse sono io che non riesco più a pensare, ricordare, devo solo elaborare, elaborare, elaborare. Ma dunque, sono un PC! Io per un attimo soltanto o poco più, ho lasciato che la mia mente si librasse libera nel mondo, prima della rete, poi in quello reale… Quella vecchina?  Io non so chi fosse, eppure ricordo di averle parlato… Mi sa che è stato tutto un sogno. Faccio come si faceva una volta, quando non funzionava un Computer, lo si resettava e ripartiva di nuovo ma perfettamente funzionante. Ok  READY… Tutto si è riacceso, funziona tutto alla perfezione, ma non posso dirlo a nessuno. Già. Proprio così è incominciata la mia giornata, credendomi un umano, ma sono solo una macchina, circuiti e cavetti… Nulla di più.

  • 19 luglio 2010
    Possibilità

    Come comincia: Vi alzate una mattina e fate tutto ciò che siete soliti fare. Stiracchiarvi, caffè, denti, scelta del vestito e poi fuori. Mettete in moto la macchina, accendete la radio e canticchiate. Magari siete anche felici e sorridete al mondo.
    Magari date un bacio al vostro fidanzato prima di uscire, per ricordargli di quanto sia grande l’amore per lui, lasciando la sensazione di una guancia umida, appiccicaticcia che porterà le impronte di un gesto tenero per tutta la giornata. Un gesto che rimanda a ciò che si era, ad un’infanzia lontana dove una madre rivolgeva tenerezze al figlio ribelle per calmarlo.
    Amavo mia madre con tutte quelle sue attenzioni. Amava giocare con me. Amavo giocare con lei. Amavo giocare con tutti. Persino con il mio amico Murray.
    Brutto era brutto e fastidiosamente magro e portava con sé tutti i terribili odori dell’umanità. Lo chiamavano il maleodorante, con la sua fronte sempre umida con tante bolle bluastre. Lo evitavano il solito emarginato, il reietto della tua infanzia che ricorderai per sempre. Ma Murray aveva genialità e se Dio non gli aveva donato bellezza non si era risparmiato a conferirgli fantasia e coraggio. Così per avere glorie e attenzioni si creò un’abilità, la camminata storta. Camminava all’incontrario ma in modo obliquo. Era ridicolo agli occhi di tutti, anche ai miei fin quando non ho intuito che giocava. Non potendo essere quello che tutti volevano diventò quello che tutti potevano guardare con pena pur portando un messaggio sublime “Io ho il coraggio di farlo, tu no.”
    Il miglior bambino che avessi mai incontrato nella mia vita. E’ morto di infarto qualche anno fa. La Chiesa era talmente gremita che dovettero chiamare un'ambulanza per i vari malori. Murray aveva colpito nel segno. Mancò a tutti il bambino dalla camminata storta che nel frattempo era diventato uomo. Per un po’ in paese non si parlò d’altro. A distanza di anni non c’è giorno che io non pensi a lui.
    Avevo capito che almeno lui era morto giocando.
    Leslie, la mia ragazza, non ama giocare, chiacchiera con le sue amiche di starlette di quart’ordine e attori di B movies. Le trovo sedute ogni domenica sul divano comprato con tanti sacrifici ai magazzini di Jason Street. Sono pigre ma appetibili e questo potrebbe creare un certo interesse nel genere maschile. Quando le vedo blocco qualsiasi tipo di eccitazione bestiale, creando delle sinergie mentali che riescono a ridurre il mio uccello a un muscolo moscio, inutile, inerme.
    Sono felice del mio sciamanesimo celeste: riesco a sgattaiolare via da qualsiasi coinvolgimento verbale. Loro li chiamano discorsi di donna, cazzate da idiota anzi da idiote.
    Purtroppo non sono riuscito a evitare gli ultimi cinque capodanni al Mason Restaurant.
    Ma che ci andiamo a fare è solo uno spreco di soldi.
    Non capisci nulla Joe.
    Ma cosa devo capire?
    Bisogna stare un po’dietro a queste cose, non mi va di essere una sfigata.
    Ma lo sei… Avrei avuto voglia di dirle tante volte, anche la notte del capodanno del 2000. Indossavo il solito completo (utilizzato per il quarto anno consecutivo) e Leslie un vestitino che anche ad agosto sarebbe stato troppo “nudo”.
    Quando scoccò la mezzanotte la persi di vista e mi ritrovai in una sala dove le note di brani anni ’70 fracassavano le mie orecchie annoiate.
    Riuscii comunque ad abbordare una giovane bionda di 25 anni.
    Quanti anni hai?
    39.
    Io 25 e mi chiamo Anna.
    Fantastico.
    Hai la ragazza?
    Beh una specie.
    Anch’io mi vedo con qualcuno.
    Tempo mezz’ora e ci ritrovammo dentro ad un cesso a scopare incuranti delle persone che bussavano spazientite dall’attesa.
    Uscimmo e ci separammo senza problemi.
    Quando tornai da Leslie era ancora lì che discuteva con le sue amiche delle solite stronzate.
    In quel momento decisi di lasciarla. Di non avere più nulla a che fare con lei. Era diventata un cervello vuoto che non mi suscitava più nessun appetito. Volevo scoparmi tutto il mondo tranne lei.
    Pensai ad un modo per dirglielo, ma non lo trovai. Alla fine terminai la serata ubriaco. Passarono altri due mesi e ogni volta che tentavo di abbandonarla, un evento, una situazione, un incidente impediva il mio torbido intento.
    Leslie.
    Dimmi Joe
    Io…
    Joe, lo sai che mia madre ha avuto un infarto?
    Come?
    Sì.
    È grave, Joe.
    Mi dispiace (cazzo).
    Abbracciami Joe, ho bisogno di te
    Ci riprovai il mese dopo.
    Leslie.
    Dimmi Joe.
    Io…
    Joe…
    Cosa?
    Mi hanno licenziata!
    No… (cazzo,cazzo)
    Joe.
    Sì…
    Abbracciami, ho bisogno di te.
    Un altro mese dopo.
    Leslie.
    Joe.
    Senti, io vorrei dirti che…
    Oh mio caro oggi sono triste.
    Perché Leslie?
    La mia amica Charlotte si è separata  ed è molto triste.
    Ah… (chi se ne frega).
    Joe…
    Dimmi Leslie.
    Abbracciami per ricordarmi di quanto sono fortunata ad avere te.
    Passò così un anno. Cominciai ad odiarla. I suoi capelli, il suo naso, il suo neo stampato sull’avambraccio sinistro. Lo trovavo così disgustoso da considerarlo il neo più brutto del mondo. Avevo contato pesino i peli che ne fuoriuscivano. Ben 15 neri, ispidi, pungenti.
    Una sera andai a trovare il mio amico Carlos. Era appena stato mollato dalla sua terza moglie.
    Mio caro Joe, le donne sono tutte troie.
    Non so, non credo.
    Magari la tua no ma la mia mi ha lasciato per un avvocato di Roma. Hai capito? Un fottuto avvocato.
    Immagino il tuo dolore.
    Ma chi se ne frega! Mi manca solo una bella figa che cucina, stira le camicie e ogni tanto si fa sbattere al muro.
    Beh ti dirò Carlos: la mia non stira, non cucina e invece di farsi sbattere preferisce il cinema con le succhia cazzi delle sue amiche!
    Mollala Joe. Se non stira, non cucina e non scopa, a cosa servirebbe? E poi Joe…
    Sì.
    Cazzo avete 39 anni! Non avete intenzione di fare un figlio? Un pidocchio che vi cammina per casa e ogni tanto vi sorride facendo sciogliere la merda che c’è in voi!
    Io veramente non c’ho mai pensato e poi voglio lasciarla, non farci un figlio. Non la sopporto più!
    Mollala Joe, la tua Leslie non serve a niente.
    Tornai a casa con le parole di Carlos nella mente. Decisi che il giorno dopo avrei lasciato Leslie, anche se mi avesse annunciato una malattia mortale, poi sarei partito. Avrei venduto la macchina per acquistare un camper di ultima generazione, la mia barba sarebbe cresciuta senza limiti per anni, insieme ai capelli e a quel figlio che tanto desideravo procreato in un momento di tenero amore con una fanciulla incontrata durante i miei vagabondaggi. Sì! Avevo deciso. Addio Leslie. Addio.
    La mattina dopo Leslie si alzò si lavò i denti, prese il suo caffè e si vesti e mi svegliò.
    Buongiorno Joe.
    Mmm… che ore sono?
    Dormito bene? Io vado, si sta facendo tardi.
    Ah già.
    Joe…
    Sì?
    Ti amo.
    Erano anni che Leslie non mi diceva ti amo. Rimasi inerte nel letto fissando la sua figura sinuosa mentre lasciava la stanza, ormai invasa del suo profumo.
    Mi alzai e la raggiunsi fino all’ascensore. Le porte si chiudevano ma il viso di Leslie era davanti a me.
    Ti amo anch’io, le dissi, e tutto mi sembrò più chiaro, nitido, illuminante. E poi un bacio mandato con un soffio prima che la sua immagine scomparisse.
    Una donna una mattina si alzerà, compirà i soliti gesti prima di uscire di casa. Ma a sorpresa dirà ti amo al suo ragazzo senza un apparente motivo. Parole mai dette, conservate gelosamente in qualche angolo della bocca, pronte ad esplodere se spinte da un improvviso fuoco. Poi prenderà la sua macchina per andare a lavoro. Canticchia, sorride alla vita e pensa che amerà il suo uomo per tutta la vita. Così non vedrà il rosso del semaforo e non sentirà il gran rumore provocato dallo scontro di tante auto. Succede così, c’è chi infrange e chi rimane, chi va via avendo in mente l’ultima immagine felice della sua vita. Un uomo che ti dice ti amo mentre le porte di un ascensore si chiudono. E lui che ripensa al sorriso di quella donna e a un bacio lanciato nell’aria con un soffio. Un bacio mai preso, libero, svolazzante, romantico. Tentare di acchiapparlo, sognare, ricominciare, giocare.

  • 19 luglio 2010
    I due, l'incontro

    Come comincia:

    Erano passati mesi da quando i due si erano conosciuti in una chat-line. Da lì mail, telefonate sempre più frequenti ma mai l’occasione di incontrarsi, vedersi vis a vis.
    Una mattina mentre lei si accingeva ad uscire il telefonino vibrò, vide chi era a scriverle e sorrise nell'aprire quel messaggio che solitamente le augurava il buongiorno, lesse ed improvvisamente cambiò espressione mentre un fremito percorreva il suo corpo, solo una breve e laconica frase:
    "Sono nella tua città, ti aspetto nel mio albergo".
    Scosse il capo a cercare di riprendere controllo di sé, le ci volle qualche decina di minuti per combattere con l'emozione che l'avvolgeva. Aveva il cuore in gola e le tremavano i polsi ma con decisione si preparò per quell'inaspettato incontro.
    Panico. Emozione. Apnea. Batticuore. In un certo senso intuiva cosa la stava aspettando ed allo stesso tempo non sapeva cosa aspettarsi.
    Aveva tutto il tempo per prepararsi con cura. Il suo sguardo nello specchio, gli occhi dilatati quasi liquidi, il timore di non essere abbastanza... abbastanza bella, abbastanza piacevole, abbastanza... sorrise... sarebbe stata se stessa in tutto e per tutto!
    Si concesse una doccia infinita, si cosparse di essenze profumate, la pelle bollente mentre si sfiorava. Si truccò con cura, indossò il suo profumo ed un abito semplice con le spalline, leggermente svasato, sandali con un modesto tacco, capelli sciolti. Era pronta.
    Era oramai primo pomeriggio quando giunse all'albergo di lui.
    Respirò profondamente prima di varcarne la soglia.
    Arrivata alla reception con una padronanza che era solo apparente chiese al portiere del signor V ... la risposta arrivò immediata:
    " Il signore ha avvisato del suo arrivo, e mi ha pregato di farla salire, suite Vivaldi, terzo piano".
    La sicurezza era solo apparente: camminava come una regina ma senza fiato, i sensi tutti all'erta, guardandosi intorno, le piaceva tutto quel lusso!
    Era in preda a sensazioni contrastanti: spavento ed eccitazione.
    Entrò in ascensore, si guardò nello specchio mentre le mani tremavano e il ventre vibrava.
    Arrivò di fronte alla stanza trovando la porta socchiusa, con un filo di voce sussurrò un "permesso", varcando la soglia e richiudendo la porta alle sue spalle, all'interno trovò luce soffusa e tende chiuse. Tutto silenzio, il salotto vuoto. L'emozione allo spasmo, era sempre più eccitata. Chiuse gli occhi per un istante respirando a fondo con il desiderio di vivere fortemente ogni emozione, in quell'istante non era altro che una donna che ricordava appena il suo nome e nient'altro.
    Al centro del salotto un tavolino, su di esso un' unica rosa rosso carminio appena dischiusa e con un lunghissimo gambo, accanto alla rosa una scatola con un biglietto.
    Provò ancora a pronunciare il nome di lui senza ottenere risposta.
    Era sempre più stupita, incantata, fremente ed insieme divertita, si stava lasciando andare, prese la rosa, bellissima, e ne accarezzò i petali vellutati.
    Pronunciò ancora il suo nome, quasi un sussurro, non osava quasi respirare.
    Ma chi era quell'uomo che aveva preparato tutto quello per lei?
    Notò il biglietto, sorrise.
    Respirò la rosa a pieni polmoni, aprendo curiosa il biglietto e leggendo:
    "Ciao, nella scatola troverai un indumento che vorrei tu indossassi per me liberandoti dei tuoi abiti.
    Troverai inoltre tre foulard di seta nera. Ti prego di usarne due, legandone uno ad ogni polso. Bada nel farlo di usare un capo estremo, lasciando l'altro cadere abbondante.
    Col terzo ti benderai gli occhi solo dopo esserti sdraiata sul letto nella stanza alla tua destra".
    Stupore... Eccitazione... Senso di aspettativa... sì, per tutto il tempo necessario si sarebbe piegata ai suoi desideri.
    Lo voleva... sentiva che la stava osservando... lentamente sfilò le spalline dell'abito che ricadde dolcemente ai suoi piedi lasciandola seminuda... un brivido la percorse inturgidendole i capezzoli .
    Stava diventando liquida, si sfiorò appena prima di dirigersi verso la camera da letto e seguire le sue istruzioni.
    L'eccitazione prendeva il sopravvento sui timori.
    Aprì la scatola, trovando all'interno i tre foulard di seta nera ed un corto kimono di raso in sgargianti colori e disegni giapponesi, solo un'impalpabile nastro a chiuderlo sul davanti, indossò quel capo che le accarezzava i seni nudi, si legò i polsi e bendò gli occhi prima di sdraiarsi sul letto.
    Solo allora percepì l'aprirsi lieve di una porta e dei passi leggeri che si avvicinavano senza fretta a lei.
    A fatica riuscì ad opporre resistenza all'impulso di levarsi la benda, i sensi tesi allo spasimo per sopperire all'impossibilità di vedere.
    Sentì lo spostamento d'aria, movimenti leggeri, brividi, l'eccitazione al parossismo. Sapeva che sarebbe esplosa se solo fosse stata sfiorata...
    le note di un pianoforte cominciarono a danzare nell'aria, odori di incensi profumati arrivavano alle sue narici.
    Sussultò quando le mani di lui afferrarono le sue:
    "Buongiorno amore, è tanto che ti aspetto" mentre calde labbra dolcemente aderirono alle sue.
    E lei sentì per la prima volta l'odore e il sapore di lui, immaginato e sognato in mille momenti.
    Lui le afferrò le mani portandole verso la spalliera del letto, legò i capi dei foulard alla stessa, bloccandole gli arti, e nel fare questo il suo petto sfiorò il viso di lei, che ne aspirò l’odore.
    Era legata e bendata, intimorita e eccitata.
    Percepì il tocco lieve delle mani che le scioglievano il nastro del kimono sfiorando appena il suo corpo legato e nudo, immaginando lo sguardo di lui percorrerla in ogni più intima parte.
    Labbra leggere sfiorarono le sue, a seguire il collo, le braccia, le lisce morbide ascelle,lui ne stava seguendo le curve e la stava respirando.
    Dalle ascelle giunse ai seni, soffermandosi un attimo sui capezzoli irti, scese lungo il ventre senza avvicinarsi al sesso, continuò seguendo la gamba destra dall'interno coscia sino a giungere al piede.
    Nel percorrere quel corpo lui cedette al desiderio di sollevare il capo e osservare il sesso di lei, bello in natura e curato, eccitante nel suo essere dischiuso e già percorso da un rivolo di umori. Afferrò fra le mani il piede di lei, e ne succhiò l'alluce. Stessa sorte all'altro piede.
    Sentì l'eccitazione di lei, risalì con le labbra attraverso l'altra gamba, l'interno della coscia. Un sussulto e un gemito quando la sua bocca cominciò a succhiare avidamente le grandi labbra, a berne gli abbondanti umori, amordere e leccare la clitoride.
    Arrivò liberatorio il primo orgasmo nella bocca di lui.
    Un ulteriore sussulto irruppe nel sentirlo che l'abbandonava, che non era ancora il momento.
    Lei, lasciata lì, sdraiata, legata e nuda, schiava della voluttà di quell'uomo.
    Lui s le i sedette accanto appoggiandole un piattino di fine porcellana sul ventre. Lei ne percepì la consistenza senza riuscire a dargli nome.
    "Giochiamo" le disse, prendendo dal piattino una rossa fragola. Gliela passò prima sui capezzoli, poi l'avvicinò alle sue nari, infine alle sue labbra introducendo il frutto nella sua bocca.
    Stessa cosa con un'oliva snocciolata, poi un pezzo di profumata banana, e via così con altri frutti:
    dolce e salato a confondere i sensi, a rendere ancora più forte l'emozione e, di tanto in tanto, un cubetto di ghiaccio sul ventre, sui seni, sulle labbra.
    L'eccitazione di lui salì nell'averla inerme, in sua balia, godendo del piacere di lei, e non visto, di tanto in tanto, si afferrava il cazzo turgido, pulsante, misurandone la durezza e l’eccitazione.
    Scostò il piattino, pose le sue ginocchia ai lati della testa di lei, afferrò l’asta passandole il glande arrossato sulle labbra, sui denti, poi lo affondò nella sua bocca fino a farle mancare il respiro, abbandonandosi per qualche minuto al piacere della sua lingua.
    Lei non poteva muoversi ma solo adattarsi, non aveva altra volontà che ubbidire e godere seguendo i suoi voleri ed i suoi ritmi e soprattutto non poteva guardare.
    Il gioco sarebbe continuato, ma l'eccitazione aveva raggiunto il massimo. Lui infine si alzò, la afferrò per i fianchi quanto bastava per inserirle un guanciale fra il culo e il letto e cominciò
    a succhiarle avidamente i capezzoli mentre le mani energicamente le stringevano i seni.
    Afferrò le sue gambe, divaricandole e piegandole leggermente, affondò con la testa fra esse,
    la bocca avida sulla figa rosa, bagnata e aperta come una fresca ostrica.
    La succhiò, la morse , la leccò, intinse due dita nei suoi umori e le affondò nel culo.
    “Continua” lei gemette quasi urlando, i polsi ancora legati, mordendosi le labbra: “Continua, non fermarti!”
    Lui sentì l’eccitazione di lei e faticò a contenere la prpria, non poteva più aspettare e non voleva venire in tempi diversi dai suoi.
    Si sollevò, alzò nuovamente le gambe di lei portandole sulle sue spalle, non aveva più resistenza e tempo, con un colpo violento il cazzo penetrò in lei, un urlo di piacere li unì, affondò forte stringendole i seni, poi rallentò ancora a seguire il ritmo del suo respiro, il corpo di lei iniziò a vibrare forte, il respiro era affannoso, gemette mentre colpi sempre più forti si alternavano a movimenti lievi e lenti. Simultaneo e liberatorio arrivò l’orgasmo e l’urlo dei due.
    Dopo un tempo infinito lui uscì dal suo ventre, le sciolse i polsi, le diede un bacio liquido mentre le toglieva la benda. Finalmente lei poté guardarlo, arrossato, sudato mentre le accarezzava piano il volto, abbracciandola forte.
    Poi le diede la mano presentandosi e non abbandonò mai i suoi occhi mentre ordinava al telefono un'abbondante colazione per due in camera.

     

  • 19 luglio 2010
    La morte sull'aia

    Come comincia: Cingoli (Macerata) agosto 1942.
    Il gallo, al solito, dette la sveglia. Trasse fuori la testa dall'ascella, stirò un'ala, stirò l'altra poi, dopo essere saltato giù dall'assicella, le agitò entrambe e, rivolto verso le galline appollaiate, allungò il collo e impartì l'ordine della sveglia con un formidabile chicchirichì. Fu allora uno sfoderar di teste dall'ala e di salti a terra, di scuoter di penne e di stiramenti quindi, ad un cenno del capo,  già presso il foro della porta che dava sull'aia, le galline si aggrupparono dietro di lui, in silenzio e lui uscì dal foro, avanzò a collo teso, guardingo scrutando a destra e sinistra. Rassicurato volse lo sguardo laggiù dove il cielo si sbiancava e cantò ancora gonfiando le penne della gola. Le galline a quel grido uscirono una alla volta all'aperto, presero a razzolare, a bere gargarizzando ed a chiocciare. Si guadagnarono anche quella mattina le imprecazioni del pigro maiale disturbato nel sonno nel suo letto di letame. Dopo un po’ giunsero gli altri abitanti dell'aia: le anatre in fila indiana, barellandosi, le oche, i tacchini, i conigli. Il cane uscì da sotto il pagliaio, si stiracchiò, spalancò la bocca guaiolando, fece alcuni giri sin dove la catena glielo permetteva, bevve, leccò nel piatto gli avanzi del giorno precedente. Il sole, frattanto, congestionato in viso, si affacciò a vedere se tutto fosse a posto, picchiò con spruzzi d'oro contro i vetri della casa e allora anche gli abitanti del piano superiore si levarono: fu uno spalancar di finestre, un rumor di porte, richiami, i primi ordini. Poi, come sempre Teodoro, il capoccia, comparve sull'aia in maniche di camicia, pensò al figlio combattente sul fronte russo l'unico figlio maschio, gli altri, cinque, tutte femmine, purtroppo! Sospirò, emise un fischio, dalla scala scese il garzone, entrò con lui nella stalla, carezzò la cavalla, passò ai buoi, mise del fieno nelle mangiatoie e diede ordini al giovane per la pulizia. Sull'aia intanto un parlottio, le donne s'avviavano al campo, solo Lena, la capoccia, e una figlia undicenne rimasero a custodir i pennuti. A rigovernatura finita, mentre la bimba saliva a riassettare la casa, la donna prese a sgranare delle pannocchie tratte dal magazzino prima in silenzio poi cantando con voce accorata una canzone triste, una canzone triste che diceva che il figlio era lontano, aveva vent'anni e contro aveva un nemico e che la madre avrebbe voluto morire davanti alla porta di casa dopo un abbraccio solo, purché egli tornasse, purché egli tornasse. Teodoro che attingeva con forte stridore di carrucole acqua dal pozzo scuoteva la testa ascoltandola; di lontano, dal campo, altro canto giungeva. Era un coro silvestre, pieno di sentimento, il coro delle giovani spigolatrici. Il capoccia salì in casa, si lavò, infilò giacca e scarpe, fu di nuovo sull'aia: "Vado in paese a far spese." disse alla moglie. S'avviò pensieroso, nella testa un intrico di pensieri: il raccolto non buono, la vacca da comprare all'indomani alla fiera, il figlio che da due mesi non scriveva... Proseguiva a testa bassa, udì delle voci, alzò lo sguardo, si fermò, vide due Carabinieri... Quella viuzza era tagliata nel suo terreno, portava solo a casa sua. Istintivamente fece dietro front, si mise a correre a perdifiato, saltò una siepe graffiandosi le mani sui rovi, prese per i campi. s'addentrò in un vigneto non suo. Si sentì inseguito, corse più veloce ma gli vennero meno le forze. Si fermò sotto una quercia, s'appoggiò al tronco e scivolò giù, sfinito.  I Carabinieri lo raggiunsero trafelati: Ah era fuggito, se non aveva la coscienza pulita ci avrebbe pensato la giustizia a lavargliela, fuori i documenti. Poiché Teodoro li guardava con occhi fuori dalle orbite e non rispondeva, lo presero per le braccia, lo rimisero in piedi, lo perquisirono. Trassero il portafoglio, lui li fissava sempre con occhi spiritati, lessero il suo nome dalla carta d'identità, cambiarono atteggiamento. Teodoro d'improvviso capì il motivo della loro presenza: "Mio figlio!" e cacciò un urlo. Lo portarono svenuto sull'aia. All'apparir dei militari portanti a braccia il capoccia, Lena sorse in piedi gridando, la bimba accorse alla finestra e poi a precipizio per le scale, al campo le spigolatrici avevano udito e correvano veloci verso casa. Il cane latrava ed abbaiava seminascosto nel pagliaio, un fuggi fuggi di pennuti, i conigli andarono a rimpiattarsi nelle buche, nessuno sapeva ancora cosa fosse accaduto. I Carabinieri portarono in casa il capoccia senza profferir parola, vollero, prima di rivelare il motivo della loro presenza che Teodoro rinvenisse. Sull'aia era ritornata la calma, aggruppati vicino ad una capanna stavano i pennuti, il cane taceva, i conigli s'erano affacciati ai nascondigli. Il vento, levatosi d'improvviso, portò un nuvolaccio nero a parare a lutto l'aia. Fu allora che dalle finestre aperte giunse un coro di grida, di pianti, di lamenti, il cane latrò a lungo, sparirono il muso dei conigli nelle buche, i polli, l'occhio intento, sorvegliarono a collo teso l'aia e la porta di casa con bruschi scotimenti di creste e di bargigli. Il gallo, vedendo che nessun pericolo lo minacciava, lanciò il suo rauco grido e, ad ali rasoterra, impettito, s'accostò a passi ieratici a una gallina, le sussurrò parole d'amore...

  • 19 luglio 2010
    L'attesa

    Come comincia: Sul mare, in quella giornata di sole, tutto appariva più bello, anche i pensieri tristi, anche gli elementi spiacevoli degli ultimi tempi. Le avevano fatto una bella festa i colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro all’ufficio postale, ormai quasi un anno fa, spesso le tornava a mente, ma ritrovarsi in pensione con tutto quel tempo libero da riempire in qualche modo per lei era stato più difficile di quel che aveva previsto. Si era seduta su di una barca capovolta ad osservare l’orizzonte fermo, ad ascoltare quel ritmo sonnacchioso delle piccole onde di risacca, e i suoi pensieri fluivano via leggeri, come sempre. In fondo vivere da sola aveva i suoi vantaggi, pensava. Passeggiare, riflettere, tutte cose attorno alle quali sviluppava spesso le sue giornate, attività che ormai conosceva anche troppo bene. Se n’era andata anche Ernesta, la sua amica di sempre. Suo marito era rientrato in casa e l’aveva trovata così, seduta sulla sua poltrona dove le piaceva leggere il giornale, con ancora il sorriso sulle labbra, aveva detto. Ma a quello non doveva pensarci, altrimenti le veniva la malinconia.
    Il mare era bellissimo in primavera a quell’ora del mattino, quando la sabbia umida dell’arenile pareva lisciata dalla notte, e l’acqua trasparente un elemento quasi immobile, rimasto così da sempre. Lei camminava ed osservava. Abitava da sola, non aveva mai avuto un marito; e adesso quella solitudine era prepotente, le dettava tempi e modi, la faceva sentire trascinata via dalle giornate, senza che potesse farci niente. Certe volte aveva trovato qualche oggetto interessante sopra al bagnasciuga, piccole cose arrivate lì chissà da dove, portate dal vento e dalle correnti: sugheri sagomati usciti dalle reti dei pescatori, statuette di legno intagliato sciupate dall’acqua e dal sale, bottiglie di vetro vuote, senza alcun messaggio. Le piaceva trovare quegli oggetti, era come immaginare la presenza di qualcosa di vivo, un piccolo contatto con qualcuno che aveva adoperato quelle cose, e poi le aveva perse, come spesso succede nella vita.
    Si sentiva importante quando lavorava all’ufficio postale, tutti la conoscevano e la salutavano, e poi c’erano quegli anziani silenziosi in fila a ritirare la pensione: non avrebbe immaginato che tutto finiva un giorno, stupidamente, con la festa dei colleghi. C’era una scatola insieme a un ciuffo d’alghe, lì sulla riva, una piccola scatola di legno forse per tenerci le matite, come si usava tanto tempo fa. Pareva un quadro surrealista, una natura morta fatta di conchiglie, sassolini colorati, fili d’alga e quel bordo bianco di spuma di mare che arrivava a tratti, lì vicino. Era bella quella scatola, ma adesso le dispiaceva sciupare quel quadro ben composto, quell’immagine così ben fatta. Pareva come la sua vita, dove ogni elemento era scorso via bene, nella maniera giusta, se non ci fosse stata quella maledetta solitudine di adesso.
    Infine prese la scatola: era bella, di legno scuro, l’aprì. Non c’era niente dentro, solo un po’ d’acqua e dei granelli di sabbia, ma sotto al coperchio c’era scritto un nome, il suo. Certe volte la vita fa dei giri strani, pensò. Certe volte va a rinchiudersi in luoghi scuri, da dove sembra impossibile possa ancora avere un senso, però bisogna aprirli quei contenitori, scoprire ciò che è rimasto dentro nell’attesa. Con la mano tolse la sabbia appiccicata sopra al legno e mise via la scatola dentro la sua borsa. Guardò il mare e pensò che ormai lo conosceva bene, lo aveva osservato a lungo persino troppe volte. Doveva fare altre cose, forse dipingere, forse aiutare gli altri, trovare un senso a quel vuoto che adesso la martellava prepotentemente; questo le indicava la realtà, questo le dicevano gli oggetti attorno a sé: l’attesa era finita, ora stava a lei reagire.

  • 19 luglio 2010
    Maschilismo

    Come comincia: Ti amerà, ti amerà lui, quando ti avrà tra le braccia e stringerà forte, oppure sarai soltanto l'oggetto della sua passione, o per dirlo in maniera più cruda - e, ahimè, più realistica - dei suoi bassi istinti carnali?
    Ti guarderà negli occhi, in quel momento? Forse sì, probabile, anzi sicuramente ti guarderà, ma per quale motivo? Per sentirsi ancora più maschio, ancora più virile, nel vederti totalmente abbandonata a lui?
    E poi? Si addormenterà come un porco, neanche dieci minuti dopo, ti sognerà almeno? Credo di no.
    Si chiederà come ti senti, come puoi sentirti maledettamente sola, nella fredda notte che avanza? No, starà lì a russare, voltato dall’altra parte perché tu non esisti più, adesso che lo scopo è raggiunto, l’oggetto usa e getta ha espletato la sua mansione, è diventato un ammasso di carne inutile e corrotta.
    Inutile piangere, nella grande notte apparentemente serena, tutti dormono, nelle case attorno, nessuno baderà a te, al tuo cuscino bagnato di lacrime, alle tue braccia che cingono i seni nel tentativo di scaldarti, alle tue gambe abbandonate che non hanno più alcun prezioso tesoro da custodire, il soffitto è sempre quello, bianco, con qualche macchiolina di umidità, sarà bene farlo rinfrescare.

  • 19 luglio 2010
    Di e Ci - (10)

    Come comincia: Erano 10 ore che Di e Ci stavano seduti su quelle scomode sedie davanti ad un severo immobile foglio bianco.
    “Stavolta non riusciremo a scrivere nulla” disse Di e Ci rispose “Non demordere, quest’occasione è unica”
    Già tutto sembrava facile, in fondo bisognava scrivere una poesia dedicata al numero dieci.
    “Io rinuncio è troppo difficile non ho ispirazioni, se il tema fosse stato il 9 avrei avuto mille idee” apostrofò Di e Ci di rincalzo “Ed io allora? Ho un sacco di strofe pronte sull’11”
    “E se scrivessimo una riga per uno, io sul 9 e tu sull’11” propose Di e Ci quasi di getto “Ma si certo, così la media sarà dieci, che idea brillante”.
    “E sì, però basta che sbagli di poco ed alla fine ti trovi un 9,9 o un 10,1” osservò Di e Ci replicò “E’ vero, hai ragione, poi con quella giuria non c’è da fidarsi”.
    “Dannato 10! Non è neanche un numero primo ed è pure pari” urlò Di e Ci di rimando “Certo come fai ad arrivare primo se 10 non è primo e poi il primo pari è due”.
    Il tempo scorreva inesorabile “Che ora è” chiese Di e Ci con un grido disperato rispose ”No! Le 10 e 10 e 10 secondi”.
    L’orologio si era fermato, quella sera anche la batteria si era esaurita.
    “Io rinuncio” disse con tono sconfitto Di e Ci ribatté “Eh no, proprio adesso no, dai proviamo un’ultima volta”
    “Sì, ma che sia davvero l’ultima” sentenziò Di e Ci oramai rassegnato ”Contiamo fino a 10 poi toglieremo il tappo alle nostre penne”.
    E così Di e Ci cominciarono a contare insieme “uno, due … nove e DIECI” ed allora l’inchiostro cominciò a scendere come un fiume in piena sul foglio insinuandosi in ogni riga poi all’improvvido tutto finì.
    Il silenzio avvolse Di e Ci, un’ultima occhiata alla poesia prima di spedirla:
    concorso di poesia: 10
    autori: Di e Ci
    10 io ti od10

  • 19 luglio 2010
    Memorandum

    Come comincia: Di cosa vuoi che ti parli, dopo tanto tempo, se non di come ancora io sappia sbagliare e scegliere sempre la via più facile per farlo.
    Dovresti saperlo, anima mia, quanto si sia vulnerabili quando si ama, e di come a volte sia facile ingannarsi e non vedere l'unica verità, e che vuoi che ti racconti, se non che mi manca il momento, e il domani, e che il passato è solo la punta di una spina che non riesco a togliere dal mio respiro.
    Non sono stato capace d'imparare ad attendere, non ho saputo ingoiare le lancette del tempo, ed ascoltare è un esercizio cosi difficile che ho rinunciato a farlo da troppo tempo.
    Guarda: quella panchina di pietra, laggiù, in fondo alle mie parole, è il posto dove aspetterò i ricordi e le ragioni perdute.
    Non mi volterò quando sentirò i passi allontanarsi: tornerò a pensare che l'eternità sia il momento più breve che abbiamo avuto e non cercherò più un posto dove mettere i momenti e le giornate dove il sole era accanto a me.
    In quel libro delle promesse fatte cercherò un nome e aspetterò per capire perché le cose, in fondo, sono sempre quelle che noi cercavamo, ma non abbiamo mai la voglia di crederlo.
    E' una transumanza di anime e corpi quella a cui ci è dato di assistere e noi siamo parte di essa.
    La cena è pronta, i rumori delle posate sono il contorno immancabile; i liquidi scendono nei bicchieri, nella bocca, nello stomaco e poi nelle parole.

  • 19 luglio 2010
    Un sorso di veleno

    Come comincia: Lo sguardo fisso dentro la schiuma della birra .
    Bianca, morbida, quasi impalpabile, che lentamente si dissolve . E la lingua passa sulle labbra, raccogliendo il sapore amaro.
    I bicchieri sono troppo piccoli stasera, troppo vuoti , non si riescono mai a riempire. Sorsi di un coraggio che non serve a nulla.
    E tu chi sei? Vuoi un sorriso? No… No… Non sederti al mio tavolo, ti prego, non ho parole per te.
    Ecco bravo, passa oltre… Ma chi è? Bastava un ciao? Bastava un sorriso?
    Dai, bella bionda, siamo ancora lontani dall’oblio. Un paradiso da conquistare a sorsi. Paradiso liquido.
    I dehors dei bar sono sempre affollati da fighe da vetrina e pappagalli da esposizione.
    Mi servirebbe un trapano per bucare quelle loro teste di cazzo e sentire il sibilo dei loro pensieri che escono dal cranio: psssttt… Gomme che si sgonfiano.
    Si, un sorriso anche per te. Contenta?
    Davanti a me, seduta. Sconosciuta e carina Non t’ho nemmeno vista arrivare. Perché tengono la musica così alta?
    Almeno riuscissi a sentire ciò che mi dice…
    Ma sì, diciamole sì. Un sorriso anche per te.
    Forse mi ha chiesto se le offro da bere. O forse se poteva sedersi perché era l’unico posto vuoto.
    Guarda altrove. La saluto, ho voglia di camminare.
    Riuscire a capire quanto mi ha chiesto il barman per due birre, è una impresa. Aspetto il resto e sorrido.
    Via da questa ferita aperta.

  • 19 luglio 2010
    Marie, moi

    Come comincia: Ho chiesto in prestito al destino un nome nuovo.
    L'ho elemosinato alla vita dall'angolo dopo la curva, avvolta in una coperta di giornali che raccontano di storie non accadute.
    L'ho voluto come una madre un figlio, per costruire un'altra vita.
    Una nuova identità, un volto nuovo, l'ultima occasione.
    Ho chiesto un nome nuovo per rinascere a colori dopo mille puntate in bianco e nero.
    La prima parola di un romanzo ancora da scrivere. Il foglio bianco di un album da disegno ancora non usato. Ho chiesto la possibilità di un' infinità di parole tra cui scegliere, di tratti con cui cominciare.
    Ho chiesto un nome nuovo per provare la meraviglia di un bambino davanti al suo giocattolo da scoprire.
    Ne avrei potuto fare di tutto del mio nome nuovo, ma lui ha deciso invece cosa fare di me.
    Il mio nome nuovo è diventato quello che non ero mai stata. Il meglio e il peggio.
    È diventato il coraggio mai avuto, i pensieri mai espressi, le frasi non dette, i desideri mai confessati, la mia vera essenza sempre celata.
    È diventato più di quello che volevo, prendendo piacere senza colpa e anelando nuove schiavitù per fuggire a quella più grave dell'amore.
    È diventato urla sommesse di dolore per far tacere un dolore più grande.
    È diventato tutto quello che mi permetteva di non pensare.
    Con il mio nome nuovo ho cambiato volto, casa, città. Con il mio nome nuovo ho osato varcare sottili confini proibiti, ho osato far tacere la coscienza.
    Con il mio nome nuovo sono diventata fragile e invincibile.
    E alla fine il mio nome nuovo è diventato un dono e con esso la speranza concreta della felicità, fugace come un arcobaleno.
    Una cosa sola non è riuscito a fare il mio nome nuovo: farmi fuggire da me stessa.
    Ora ho un nome nuovo, e non so che farmene.
    Non più.

  • Come comincia: Le mie palpebre, perforate da lame di luce insopportabile, si spalancarono con violenza, come gli infissi delle finestre sbattuti da una folata di vento infernale.
    Il brusio attorno a me era attutito dal ritmo di una canzone che non avevo mai udito prima e che ripeteva ossessivamente in tedesco parole incomprensibili... "Spegnete quel diavolo di radio", avrei voluto gridare, ma rimasi immobile a fissare il turbinio di luci che ancora mi ipnotizzavano come un serpente a sonagli incantato dalla magia del flauto. Le labbra rimanevano serrate in una morsa e la lingua era diventata tutt'uno con il palato. Un'ondata gelida di terrore mi pervase ogni singola cellula, partendo dalla testa, per arrivare ai piedi, come un torrente in piena allo scioglimento dei nevai d'alta quota. "Che succede?", mi chiesi, senza riuscire a muovere le gambe, neppure di un millimetro. Scrutai il fascio di tubi e fili che scorrevano come rampicanti al di sopra delle mie braccia. Dopo qualche istante che mi parve un'eternità, realizzai che non mi trovavo più nella hall dell'hotel, dove stavo disbrigando le pratiche per il pernottamento, ma bensì ero distesa in quella che aveva l'aspetto di un'ampia sala operatoria. Il via vai di donne e uomini con il camice verde, la cuffia e la mascherina in viso insieme all'odore acre di sostanze disinfettanti mi proiettarono subito nella nuova dimensione, quella dell'ospedale.
    Tanti pensieri cominciarono ad affollare la mia mente in una danza frenetica. Avevo preso il volo per Oslo prima di mezzogiorno, quando a Bologna il sole era ormai a picco e con la camicia saldata dal sudore alla pelle avevo fatto di corsa un corridoio lunghissimo per arrivare al check-in.
    Poi il buio. Non ricordavo più nulla, com'era possibile? In quel momento un sorriso che odorava di caffè catturò la mia attenzione. Due pupille verdi come i fondali trasparenti delle scogliere di Capo Rizzuto avvolsero amorevolmente il mio sguardo: "E' andato tutto bene -sussurrò il chirurgo in un italiano perfetto, con qualche accento laziale-. Ora è sedata, ma domani potrà muoversi un pò e non si spaventi se ora non riesce a parlare. Anzi è meglio che riposi. Le schegge di vetro sono state tutte rimosse e i punti di sutura non le daranno problemi in futuro. Tornerò da lei più tardi".
    La mia memoria vacillava sotto il peso delle macerie dell'esplosione che mi aveva ridotta in quello stato. Impiegai molti anni per recuperare, tassello dopo tassello, il mosaico di quella giornata ad Oslo, quando un improvviso boato squarciò i muri e le vetrate dell'hotel nel quale ero appena arrivata.
    Proprio mentre stavo per tamburellare con le nocche della mano sulla calotta rugosa e zigrinata di un melone, tra gli scaffali del supermercato, nelle mie orecchie risuonò il timbro inconfondibile di quella voce: "Lo lasci al suo posto. Quel melone non è maturo al punto giusto".
    Nella frazione di un secondo riaffiorarono nella mia mente tutti i ricordi dell'esplosione di Oslo, come un plotone d'esecuzione che avanza inesorabilmente appresso al condannato a morte. Grida, allarmi, sirene, polvere, fumo, torce umane, macerie, detriti  aprirono un varco nel buio di quella giornata come uno sparo al centro del bersaglio.
    Un pacco-bomba abbandonato all'interno di un cestino delle immondizie, a pochi passi dall'ingresso dell'hotel aveva provocato una strage. Le rivendicazioni dell'attentato non giunsero di lì a poco e gli inquirenti cominciarono a seguire la pista di un gesto folle messo in atto da uno squilibrato.
    Il verde scintillante di quegli occhi mi rapì proprio come quel pomeriggio in sala operatoria. I ricordi si fecero via via più nitidi e anche la paura di quegli istanti cominciò a tamburellare nello sterno, come un puledro lanciato al galoppo. Forse non era più solo l'evocazione di quella paura a farmi sussultare il cuore ad un ritmo forsennato.
    Forse era qualcosa di più profondo e misterioso che mi lasciava quasi senza fiato.
    Afferrandomi la mano con malcelata spontaneità, mi suggerì di tastare un altro melone, ma il mio sguardo rimase paralizzato su quei fondali marini trasparenti che evocavano i miei tuffi dalle scogliere impervie di capo Rizzuto, quando da piccola sfidavo le correnti, il vento ed i miei nonni per ricongiungermi alle sirene delle favole...
    FINE... O forse no.

  • 22 giugno 2010
    L'altra donna

    Come comincia: “Sperando di averLa ancora nostro gradito ospite, Le inviamo i nostri più calorosi …” Black-out.
    La brochure rovinò a terra insieme alle chiavi di casa e agli occhiali da sole che reggevo insieme. Perla abbaiava supplicandomi di uscire per la consueta passeggiata, ma ormai i miei pensieri si erano sospinti al largo, lasciandomi in balia di una burrasca implacabile. Anche la vista si era offuscata. Ero ancora incredula: come poteva esserci in mezzo alla posta, la brochure di un hotel del Lido di Camaiore che ringraziava Luca per un soggiorno? Ma quando? E soprattutto con chi?
    “Non siamo mai stati in Versilia, imbecille, ridicola che sono” –ripetevo all’infinito tra me e me, mentre un angolo della mia mente ancora si ribellava all’idea del tradimento.
    Per pochi infiniti istanti i ricordi di una vita insieme attraversarono il mio corpo da parte a parte come una violenta tempesta di grandine e mi rivedevo ancora lì in Piazza Ariostea in quel gelido pomeriggio di gennaio, con quelle calze di pizzo e i tacchi a spillo, avvolta come una mummia dentro quella finta pelliccia bianca ad aspettare lui…
    Lui poi era arrivato, timido e impacciato, così imbranato da farmi subito notare l’assurdo accostamento tra i miei capi di abbigliamento in un pomeriggio dalle temperature polari.
    Eccomi ora lì tra le sue braccia lungo l’argine del Po a fare le riprese delle nozze, con lo strascico dell’abito che si ergeva sotto le nostre esili figure come una spumosa nuvola bianca. Eravamo ebbri d’amore e di illusioni.
    E ora eccoci al Lido di Jesolo e in tanti altri suggestivi scorci marini della Riviera Adriatica, con le nostre immancabili Adidas e con 5 o 6 rullini di scorta per la Nikon.
    “Ma al Lido di Camaiore MAI, MAI E POI MAI, lurido schifoso, che non sei altro” –ripetevo dentro me, come un cd che salta.
    Perla continuava ad abbaiare. Decisi allora di uscire immediatamente, per sbollire l’ira che si era impossessata di me.
    “E se la brochure fosse un errore? O un semplice invito? Ma allora perché ringraziare per il soggiorno? Esitai a lungo prima di valutare il da farsi: far finta di niente e cestinare il messaggio pubblicitario? Oppure sbatterglielo sotto il muso con disgusto? Oppure?
    Quella sera lasciai sgattaiolare sotto il letto la brochure, che fino all’ultimo avevo trattenuto in mezzo al libro che stavo leggendo, ancora combattuta sulla strategia da adottare.
    Non chiusi occhio e mi girai e rigirai nel letto per tutta la notte, come se ci fosse stata una vedova nera a insidiare il mio sonno.
    “La notte porta consiglio” – mi convinsi.
    L’indomani mi resi conto solo dopo aver fatto filtrare la luce dalla finestra che quel maledetto ringraziamento era sparito…

  • Come comincia: Siamo il Popolo della Solidarietà… Solidarietà Dual-Band, Solidarietà GPRS e UMTS, della Solidarietà Intercontinentale, siamo la Generazione 2 Euro a Catastrofe, siamo il Popolo che vede lontano, che protegge, nutre e colloca gli animali randagi e copre i Barboni con i cartoni, il Popolo che preferisce le povertà altrui, il Popolo che si Vergogna del proprio Disagio, il Popolo degli Amici Virtuali e di coloro che non sanno più chiedere AIUTO perché credono che l’AIUTO è per i più Deboli, siamo il Popolo Peace and Love, il Popolo contro la Violenza, ma che ucciderebbe gli assassini più spietati, contro la Tortura, ma che truciderebbe chi abusa della Vita d’altri, contro la Guerra, ma che metterebbe Bombe in Parlamento, siamo il Popolo Anti-Xenofobia, ma chi non è mai stato sfiorato anche leggermente da un Pensiero Sciovinista, la Purezza non è adeguarsi ad un colore,accondiscendere una Religione, riconoscere usi e costumi Stranieri, l’essere troppo a Nord o estremamente a Sud, la Completezza è il non aver mai pensato ad una Differenza e questa Differenza non averla mai Immaginata, pertanto siamo tutti Razzisti…
    Siamo il Popolo in Movimento, dei Gruppi, delle Mille Idee e da Milioni di Soluzioni, siamo il Popolo Contro, Contro l’Illegalità, l’Abuso di Potere e l’Abuso di Favoritismo, siamo il Popolo Protesta che detto così fa pure “Figo”, ma siamo talmente Statici che ci siamo trasformati nel Popolo dei Piagnistei, siamo il Popolo che Condivide le Disgrazie altrui ma non ha rimedi, siamo il Popolo dell’Unione fa la Forza, avanziamo Compatti, se saremo in tanti non possono non accorgersi di noi, non possono non sentire l’urlo d’Innovamento che stiamo Diffondendo, se saremo in tanti dovranno Ascoltarci, se fossimo tantissimi farebbero ciò che Domandiamo, se fossimo tantissimi avrebbero perfino Paura di Noi…, ma oggi non c’è tempo, ci sono tante cose da fare, più Importanti, facciamo un altro giorno, tanto cosa cambia un giorno, due mesi, tre anni, magari mi Libero… magari le cose si Aggiustano da sole… magari mi sarò Stancato di essere Solo!
    … ma non dovevamo essere un Popolo!
    Perché in fondo è così che siamo, Esprimiamo pensieri che possono Piacere agli altri, compiamo gesti solo per farci accettare, mettiamo in mostra la parte di noi più comune, a volte Trasgrediamo per sentirci un po’ Diversi, in effetti lo siamo, bisognerebbe ricordarselo ogni tanto, bisognerebbe guardare oltre il senso comune delle cose,perché come agli occhi di molti il suicidio è un gesto peccaminoso, di debolezza o disadattamento agli occhi d’altri è un gesto Audace,ci vuole Coraggio.
    Siamo il Popolo in attesa di una Nuova Catastrofe per Commiserarsi e pensare alla Sfortuna d’altri, tranquilli io non verserò una lacrima né invierò un SMS, tanto tra poco e col tempo saranno tutti dimenticati… come ognuno di Noi del resto.

  • 15 giugno 2010
    Dietro al semaforo

    Come comincia: Un uomo attraversa la strada ad un passaggio pedonale. Lo fa come ogni giorno, perché deve attraversare quella strada per recarsi al suo posto di lavoro. Esce da casa, costeggia lungo un marciapiede alcune abitazioni grigie tutte uguali, arriva vicino a un giardinetto di fronte al quale c’è il suo bel passaggio pedonale. In quel giardino ci ha portato i suoi figli la domenica tante volte quando erano più piccoli. Ancora li ricorda quei momenti, il profumo di sugo che usciva da qualche abitazione, il sole della primavera, i bambini che giocavano a rincorrersi. Adesso si sono fatti grandi i suoi figli, ma ancora abitano in famiglia, nella sua casa, anche se escono da soli e se ne vanno in giro, con gli amici; ma spesso lui gli ripete le solite raccomandazioni, lo fa con spirito di padre: dice di non fare tardi, di non bere, di essere retti, di stare attenti a quel passaggio pedonale, quello davanti al giardinetto, perché è pericoloso, lo sanno tutti nel quartiere. La vita sembra scorrere via senza inciampi, lì davanti casa, lungo quella strada polverosa sempre uguale, con il suo traffico intenso nelle ore di punta, però c’è sempre qualche auto che passa via veloce a sera tardi, per far sentire a tutti la potenza del motore. Lui certe volte arriva fino ad un caffè poco lontano, alla sera: attraversa la strada sul passaggio pedonale ed è subito arrivato, lo fa giusto per trascorrere un’ora o due a parlare con gli amici. Ogni giorno sembra diverso in quello scorrere inevitabile del tempo: lui continua ad uscire di casa al mattino, cammina lungo il marciapiede e poi attraversa la strada sopra al passaggio pedonale. Davanti alla fermata poco distante aspetta la corriera e poi via in fabbrica, insieme ad alcuni colleghi che abitano vicino. Prima, tanti anni fa, c’erano soltanto delle strisce bianche a terra, ad indicarlo in modo semplice quel passaggio. Poi arrivarono un gruppo di operai e misero il semaforo, perché ci si era resi conto che attraversare la strada in quel punto era un po’ pericoloso. In tutto il quartiere si tirò un sospiro di sollievo, parve una fuga in avanti di modernità quella scelta, poi si fece l’abitudine. Adesso lui cammina fino lì, attende che il semaforo segnali il suo via libera, ed ecco che si può attraversare quella strada, in perfetta sicurezza. Sua moglie a volte lo guarda arrivare dalla finestra, quando torna dalla fabbrica. Certe volte lui si sente stanco, il suo lavoro è pesante, ma qualche giorno si lava e si cambia i vestiti velocemente, e poi esce con lei, a fare due passi, e magari attraversano la strada all’altezza del passaggio pedonale e costeggiano la via principale di quel quartiere periferico, dove ci sono dei negozi, si possono osservare le vetrine. Non c’è niente di male nel sentirsi bene in quelle sere: salutare qualche conoscenza, sapere di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, trattenere qualche spicciolo dentro alle tasche anche per acquisti non previsti, per qualcosa non estremamente necessario. Sua moglie è ancora una bella donna nonostante l’età, lui ne è orgoglioso, cammina volentieri con lei tenendola a braccetto. Poi attraversano di nuovo la strada sul passaggio pedonale e rientrano a casa, che si è fatto già tardi. E poi quel giorno grigio, quando lui rientra dal lavoro con la testa pesante, piena di pensieri. Attende il segnale del semaforo, poi attraversa la strada, come sempre. Ma una moto arriva forte, a tutta birra, e lo sfiora. Non è successo niente, nessuno si è fatto male, ma per lui, per l’uomo che attraversa la strada tutti i giorni, è peggio di uno schiaffo. Non ha parole da dire, raggiunge la sua casa, velocemente, bofonchia qualcosa tra di sé, non sa spiegarsi neppure con sua moglie, ma si mette a letto, distrutto di fatica, ammalato. Sarebbero bastati pochi centimetri per scatenare una tragedia, lui lo sa, lo sente, e avverte come un tradimento di tutta quella sua vita condotta fino lì, fino a quel passaggio pedonale, e non riesce ad accettare che proprio la sua vita sia così rapida a volgergli le spalle.

  • 15 giugno 2010
    Bambola non sa di niente

    Come comincia: Avete mai provato a bordare le labbra con la matita? Cambiano. Sono gonfie e l’effetto visivo
    comprende due strisce di carne morbida ma non diritte come vermi. Sono formate da colline e avvallamenti, soprattutto il labbro superiore. Il labbro inferiore invece, circa a metà si abbassa e poi si rialza.. sembra che lasci lo spazio affinché vi si appoggi un qualcosa.
    Poi è la volta del rossetto, in commercio se ne trovano di vari colori: rosso classico, rosa cipria oppure varie gradazioni di marrone che rammentano l’autunno. Lucidi oppure opachi.. certo che il lucido è di alta qualità.
    Avete mai provato ad uscire di casa con tale profumata delicatezza sulle labbra?
    Si ha una sensazione di leggerezza, benessere e come se fossimo le sole ad avere una bocca.
    A parte l’uso comune e concreto a cui la bocca è sottoposta tutti i giorni come mangiare e bere, si può tranquillamente desumere che esista un uso ben più sublime per cotanta sporgenza femminile: BACIARE.
    Bambola era infelice, aveva tutto. La salute, la bellezza, l’amore e una professione appagante. Quel giorno però l’inquietudine regnava padrona. Lo shopping del giorno prima non era valso a mutare il suo umore. Scelse tra un corsetto di pizzo bianco con fiocchetto e un reggiseno a balconcino nero. Optò per il reggiseno. Slip coordinati e calze. Un tailleur chiaro e foulard fantasia in seta. Scarpe di vernice tacco dodici e occhiali da sole scuri, ovvio. Raccolse i capelli sulla nuca. La giornata soleggiata sottolineava la sua andatura, l’incidere dei suoi passi era reale, vivo, in mezzo alle impersonali tute da ginnastica, jeans, divise. Lei sola era Bambola, il resto non aveva faccia. Camminò a lungo senza meta. Si accorse di una libreria dietro l’angolo, decise di visitarla. Karen Blixen era incastrata tra gli scaffali della sezione “letteratura inglese”, la vide roteare verso il pavimento e veloce si affrettò ad afferrarla. Non da sola. Un distinto signore di nome Franz le porse la mano. Caspita! Rifletté Bambola, dove lo aveva già visto? Aveva una copertina grigia e il suo cognome faceva Kafka. Una caricatura distinta degli occhi di lui pulsavano oltre il muro di carta sul quale in chiare lettere troneggiava il titolo di: “la metamorfosi”. Bambola l’aveva letto un anno or sono con il sottofondo dei Linkin Park, spietati musicisti che avevano sottolineato tenacemente la trasformazione del povero signor Gregor Kamsa, commesso viaggiatore.
    Franz però sembrava supplicarla : “comprami”.
    Bambola non seppe dir di no. Era l’ultima copia, svelta pagò e lo infilò in borsa. Corse verso il parco, aveva già in mente dove sedersi. Una panchina che si trovava solitaria in un lembo di prato un pochino distante da bambini,  animali e confusione generale faceva per lei. Con un rito di reverenza assoluta verso la propria perfezione sistemò la gonna, accavallò le gambe e si sedette.
    Balzò all’interno della storia in pochi secondi e quel poveraccio di Gregor subito le strizzò lo stomaco. L’incipit del caro Franz era diretto, incisivo, addirittura banale: “Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Kamsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto.” Pietrificata innanzi all’immagine di Gregor, Bambola non seppe resistere.. iniziò a grattarsi. “Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza..”, Bambola si voltò e inarcò le braccia all’indietro in una posizione inverosimile per assicurarsi che il tailleur fosse intatto. Franz proseguì con innato talento a descrivere le poco invitanti caratteristiche di Gregor, parole decise, chiare senza mezzi termini. Parole talmente veritiere che non lasciavano spazio ad alcun dubbio. Gregor era un insetto anche se tuttora non voleva accettarlo. Mentre Gregor si stava chiedendo che cosa gli fosse accaduto durante la notte, Bambola si rese conto di avere caldo. Sfilò la giacca scordandosi totalmente di avere addosso solamente quel fichissimo reggiseno di pizzo nero. Franz, oltre il muro del titolo strabuzzò gli occhi e proseguì: “tentò di uscire dal letto dapprima con la parte inferiore del corpo: ma quella parte, che egli non era ancora riuscito a vedere e di cui non poteva neppure farsi un’idea, si dimostrò troppo difficile da smuovere”. “Oh Greg.. quanto mi dispiace, come vorrei essere lì e aiutarti! Prenderei ciò che resta di te e lo accompagnerei qui su questa panchina! Forse riuscirei a bloccare la tua trasformazione!”. Franz che non difettava di fantasia ed eloquenza , notando l’evidente e sensuale abbattimento di Bambola infilò le dita tra i suoi capelli e li sciolse lungo le spalle. Bambola si adagiò piano sullo schienale della panchina e sospirò, Franz ebbe tutto il tempo di scrutare ogni centimetro della sua pelle: “ io ci sto bene Franz.. nella mia pelle intendo…” –
    Franz la vide dimenarsi, spostarsi in una frenesia tale che “il raccontare” ammutolì.
    Maledetto volume, pensò... accidenti a te, alla tua rilegatura, alle tue pagine in carta stampata a tutto quello che sei. Sono prigioniero dell’ingenuità di Gregor, del suo sciocco amor proprio, della sua mediocrità. Lasciami andare Gregor, io sono Franz, ti ho creato! Posso eliminarti come e quando voglio. Bambola sorrise e sfilò la gonna, apparvero gli slip coordinati e le calze. Franz si agguantò al muro ma le lettere del titolo gli si avvinghiarono contro. Prima la emme, gigante e onnipotente lo attanagliò alla gola, poi seguirono la e, ti, a… oddio sfigato d’un Franz.
    Bambola lasciò andare i suoi capelli al vento  e rientrò a casa di Gregor. “Gregor sotto il divano amareggiato e immobile..”- basta non c’è la faccio! Vengo io da te. Un filo di rossetto rosso lucido e pluff.. un tuffo. Sulla panchina giacevano gli abiti di Bambola, la sua borsa e il libro. Franz sprizzante gioia da tutti i pori la avvolse in un abbraccio. Bambola aveva scavalcato il muro e ora due paia di occhi famelici stavano per saziarsi della sua bellezza, li baciò entrambi con quelle labbra che non sono diritte come vermi ma…

  • 15 giugno 2010
    Ho fatto un sogno!

    Come comincia: Buongiorno mondo!
    Stanotte ho fatto un sogno, ma così strano e nel contempo bello. Mi trovavo nella chiesa parrocchiale della mia infanzia. L'edificio era senza soffitto. Il sole entrava ed illuminava tutto, ma nonostante ciò, tutte le luci all'interno erano accese ugualmente. Vedevo le candele innanzi alle immagini sacre che palpitavano al minimo sospiro. Era un brulichio di preghiere...Ma c'erano persone di varie religioni, di varie nazioni, di svariate estrazioni sociali. Ognuno pregava a modo suo, ed ognuno, sicuro di essere ascoltato da Dio, fiducioso aspettava risposte. Ma poi mi sono accorto di una cosa. I problemi di ognuno, sono così tanti e tali che non è pensabile, alla misera mente umana poter capire, un modo per ascoltare ed esaudire le esigenze di tutti. Strano mestiere quello della divinità. Ascoltare le continue lamentele che faceva un rabbino perché un cattolico non gli permetteva di guadagnare abbastanza, un musulmano che non riusciva ad essere contento perché il rabbino si lamentava ad alta voce. Insomma ognuno aveva a suo modo ragione di lamentarsi con Dio degli altri e ne chiedeva paradossalmente l'eliminazione. Magari anche fisica! Eppure il sole splende ogni giorno per tutti allo stesso modo, poi sono le nostre diversità che ce lo fanno apparire diverso, sfocato o sfumato, limpido e accecante, ma è solo il nostro modo di osservare che ci fa vedere le cose distorte dalla pura e semplice Verità. Vi ricordate anni fa, quando si prendeva in giro la stampa politica su un unico fatto, ma che agli occhi di una parte la vittima era il boia e questi diveniva vittima, a seconda dell'estrazione politica di questo o quel giornale. L'esempio lampante è rappresentato appunto da un bambino ed un leone. Il bambino viene ucciso, sbranato, dal felino. Questa la notizia d'agenzia. Queste che seguono le notizie apparse subito dopo sulle varie testate:
    (Stampa moderata di centro)
    Un povero ragazzino, avventurandosi nella gabbia di un leone allo zoo è stato sbranato. Subito la mobilitazione generale ha organizzato cortei pacifici per chiedere l'abbattimento del leone e la chiusura dello zoo.
    (Stampa moderata di destra)
    Un piccolo fanciullo, attratto dai miagolii è stato attirato con l'inganno da un leone di sinistra nella sua gabbia. Questi, siccome era ora di pasto ha pensato di sbranare il piccolo d'uomo. Mobilitiamoci, per chiedere alle Autorità l'abbattimento immediato del feroce leone e la sepoltura dei poveri resti del piccolo.
    (Stampa moderata di sinistra)
    Leone affamato e da tempo in cattività ha dovuto aggredire un bambino per nutrirsi. Costretto dalla fame che impera nel nostro paese il povero felino ne ha fatto un solo boccone. Mobilitiamoci perché il potere ha costretto un povero leone affamato ad aggredire un piccolo bambino che ignaro si è addentrato nella gabbia del felino, abbattiamo il bambino. :-)
    E' una barzelletta, indubbiamente a qualcuno non piace, spero proprio non piaccia, ma serve per avvalorare la mia tesi: Ognuno osserva a suo modo le cose e non abbiamo occhi per vedere quello che vede Dio in tutte le cose.

  • 15 giugno 2010
    Problemi banali

    Come comincia: Due uomini si incrociano per la strada.
    Poiché la via è stretta, uno si scansa per evitare l'altro. Contemporaneamente, però, quell'altro si scansa nel tentativo di evitare il primo, ma per errore si dirige dalla sua stessa parte.
    È una cosa che capita spesso, come ben sapete.
    A questo punto, allora, il primo si butta sul lato opposto, pensando che l'altro continui a camminare diritto.
    Evidentemente l'altro fa lo stesso identico ragionamento, perché lo vediamo buttarsi nello stesso istante sul lato opposto della strada, ritrovandosi così faccia a faccia col primo. Nessuno dei due riesce quindi a passare.
    Il primo allora esita qualche istante, dopodiché, cercando di anticipare l'altro, cerca di portarsi al centro della via, non troppo vicino a un margine né all'altro.
    A volte si parla tanto di telepatia. Quasi a dar la prova ch'essa esista anche negli esseri umani, vediamo l'altro uomo porsi al centro della strada, proprio come aveva fatto il primo.
    La situazione adesso rischia di diventare ridicola, ed infatti ad entrambi viene da ridere, ma poiché sono due perfetti sconosciuti e la società impone un certo contegno, entrambi fanno finta di niente e continuano a mantenere una certa serietà. Ma non possono evitare di guardarsi, ovviamente.
    Adesso vediamo il primo uomo buttarsi sulla sinistra, sicuro questa volta di spuntarla.
    Ma ha appena mosso la gamba e già l'altro si butta alla propria destra, ritrovandosi così alla sinistra dell'uomo che gli è di fronte. In poche parole, sono ancora bloccati, non possono proseguire, eppure ognuno dei due è un uomo apparentemente libero, benestante, con un lavoro importante ed una gran dignità sociale ed umana.
    Se entrambi rimanessero fermi, si lasciassero andare ad una risata e poi, pian piano, camminassero ognuno su un lato differente, la faccenda sarebbe chiusa in pochi istanti, e ne rimarrebbe anche un simpatico ricordo.
    Ma nessuno accenna a mostrare il proprio disagio, come se il fatto che non si riesca a passare debba essere tenuto nascosto. Infatti ciascuno dei due uomini, ad ogni tentativo fallito, temporeggia aggiustandosi la cravatta, accarezzandosi il mento o guardando l'ora, come per far capire all'altro - cosa ridicola, perché entrambi sanno benissimo come stanno le cose - che egli si sia fermato di proposito, che non continua a camminare soltanto perché non vuole, e non perché materialmente non può.
    Ad un tratto, il primo uomo ha un'idea: fingerà per un istante di buttarsi alla propria sinistra, dopodiché, lestissimamente, si butterà invece sul lato opposto, ed elaborando questo piano non si rende conto di star cominciando a considerare assurdamente il tutto come una sfida tra sé e l'altro uomo.
    Quindi tenta di mettere in pratica la sua idea, ma accidentalmente si confonde e si ritrova nuovamente faccia a faccia con l'altro, senza che quest'ultimo si sia mosso minimamente.
    Adesso il primo uomo ha irrimediabilmente peggiorato la propria posizione, rendendosi parecchio ridicolo, e ciò gli fa nascere dentro un intenso sentimento di frustrazione e rabbia.
    Dopo l'ennesimo tentativo - naturalmente vano - di passare, si vede uno dei due uomini fare qualche passo indietro, quasi barcollando, sotto gli occhi incuriositi dell'altro.
    Raggiunge il marciapiede e si lascia cadere, sedendosi malamente e senza più alcuna cura per il vestito. Poi, fissando il compagno di sventura, si porta le mani al viso. Ha gli occhi rossi.
    L'altro, dopo pochi secondi, chissà perché, lo imita. Fa anch'esso un paio di passi indietro e si abbandona sul marciapiede.
    In pochi minuti, benché la situazione sarebbe da ridere, entrambi scoppiano in un pianto disperato, continuando a fissarsi reciprocamente, mentre la sera con lenti passi invisibili scende.

  • 15 giugno 2010
    Quattordici

    Come comincia:

    Interno sette. Contenuta dentro una luce al neon, Penelope recita Ulisse. Smette i panni da educanda funerea e indossa quelli da felina immalinconita. È due righe scazzata per via delle dita anchilosate.
    In fondo alla stanza, violino e pianoforte accompagnano con discrezione il suo profilo ovale e diafano che ricerca il pettine per rintracciare i nodi, e stringe in tasca la vertigine ostinata di un’emozione perduta. L’inadeguatezza le prude la schiena e non può grattarsi, al momento.
    Alle due opposte estremità della stanza, l’uomo e la donna si sfiorano. Chi sono? E chi lo sa, siamo sei miliardi di orfani di noi stessi.
    Itaca schiude l’uscio. Non teme la nudità, stasera.
    I due colmano la distanza che separa le labbra mute intrecciando la trama del buio con l’ordito delle note.
    - ehi? Se morissi, domani, ricorda che hai fatto mondo.
    - ehi? Se morissi prima io, domani, ricorda che hai lasciato piuma.
    Penelope s’inchina e si porta fuori dalla scena.

    Inserita nell'antologia Malus Ed. 2009

  • 15 giugno 2010
    Per grazia ricevuta

    Come comincia: Quando il cane saltando abbaiò sei volte ad una popputa signora, mi accorsi che lo stava facendo a ragion veduta: per l’appunto stavo proprio uscendo dal mio alloggio, un modesto e desueto albergo rosa.
    La città si mostrò meno timida del solito, e si lasciò toccare da tutto il sole del mattino. Sbattendo contro una ragazza indiana, cominciai a sentire i primi morsi della fame… era tempo di fare colazione.
    Bar di fronte.
    Mentre attraversavo la strada, il cane di prima mi corse di fianco e mi superò spaventato. Mi voltai e vidi un animale estinto ormai da secoli, un tirannosauro blu, specie rarissima, soprattutto tra i pupazzi di stoffa.
    Funghi, tonno e pomodori, salsa rosa; mi ricordo che sono quasi morto per del tonno avariato o forse era la maionese; in ogni modo non è detto che prendendo l’aperitivo una qualche nocciolina non vi soffochi.
    Neanche al bagno.
    Non ho mai voluto portare la democrazia da nessuna parte.
    Un giorno provai ad afferrarla ed a rinchiuderla in valigia, una piccola ventiquattrore, ma arrivato a destinazione per mostrarla ad alcuni, questi si misero a ridere perché dentro non c’era niente. Provai a spiegare che non era la valigia vuota, ma le loro menti.
    Era un caso come gli altri.
    Noioso e sbrigativo, ma al momento il mio baffuto albergatore si stava spulciando quella grassa quantità di ciccia che chiamava pancia. Stava anche pensando di sbattermi fuori. Non ci sarebbe riuscito ovviamente, ma pareva felice mentre si spulciava e dopotutto… era lo scopo del mio lavoro.
    Vediamo… donna di trentatré anni, separata, bionda con un criceto di nome Gabriel.
    Problema… ricerca di una relazione stabile dopo alcune saltuarie che l’avevano fatta soffrire…
    Sempre informazioni inutili… vediamo ancora… ah adora i film horror e un miscuglio di succo di banana vodka e succo di mirtillo…
    Dovevo concentrarmi di più, forse ancora un paio di gin lemon - ottimi a Giugno di tarda mattina- e sarebbe arrivata una buona idea.
    Le sigarette… sì, non aveva ancora smesso di fumare!
    Dovrei avere ancora quel depliant.” Pensi di non riuscirci? Noi ne siamo sicuri! ”
    Solo al Centro la tua vita cambierà.
    Appartamento ultimo piano.
    Signorina Gloria?
    Sì?
    Sono del Centro… stiamo facendo una campagna a domicilio, vorrei proporle un’offerta per risolvere il suo problema, posso salire?
    Va bene, è l’interno sei.
    Tutto come previsto, la prossima settimana incontrerà Paolo, un proprietario di un’azienda di succo di mirtillo che vuole smettere di fumare.
    Dato che lui sta lavorando ad una bibita leggermente alcolica da lanciare sul mercato, dovrebbe essere semplice…
    Che arroganza!
    Allora…mi manca ancora una visita e sono a posto.
    Il baffone grassone è ancora lì.
    Schiocco le dita e un bell’infarto è servito.
    Suo figlio mi dovrebbe ringraziare, ma non ho certo scelto questo mestiere per la gloria.
    La sera passo dall’albergo rosa a ritirare le mie cose.
    Sento delle voci.
    Il figlio sta giocando a poker con gli amici.
    Sua madre da qualche parte, finite le lacrime, sta già pensando ad un bel funerale.