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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 marzo 2011 alle ore 17:28
    Chiave al collo

    Come comincia: Avevo spento le luci per annegare il volto sopra quella copertina mobile, cartoncino rigato di un blu vaporoso come le tempeste che piegano gli archi alla nebbia.
    Tu te ne stai li, imbarazzato, nella tua intimità spogliata di ogni astio , a immaginarti come sarà fatta adesso, se ha qualche ruga color cenere, se tossisce
    ancora dopo ogni sigaretta fumata.
    E forse è anche giusto consumare il pensiero un pò cosi, senza alcuna pretesa di rivederla, strappando di tanto in tanto la cartolina di un ricordo; frammenti, suggestioni, la benzina del motore che ci lasciò per strada la mattina dell'esame, le briosches calde del bar Ventura, la vena sempre gonfia del suo braccio.
    Perché mai ha intitolato il suo romanzo "Chiave al collo"? Le regalai io un ciondolo con una chiave effigiata sopra, doveva significare fedeltà, legame integro, incurante delle pressioni e dei posteggi della noia.
    Però se mi avesse dato anche solo un minuto in più per spiegarmi...ma lei niente, era fatta cosi, doveva imporsi, regolare lei i ritmi del quando e del come.
    E pensare che io ci sarei andato volando a Rovigo, l'avrei condotta come un re in quella casa editrice, sarei partito a razzo, senza la minima titubanza.
    Ma qualcosa era già cambiato, io, lei, o il fumo delle nostre Camel; ognuno al suo tavolo pensando agli affaracci propri, riempiendo posaceneri di rischi non realmente calcolabili.

    <<Mmmm....e di un Negroni che ne pensi?>>
    << Penso che una volta ci aggiungevi due scorzette di arancia,anziché una.>>
    <<Hai una memoria da paura, potresti scrivere anche tu lo sai..>>
    <<No, farei troppa confusione. E poi sei tu la scrittrice.>>
    <<Però tu avevi più immaginazione di me. Ricordi quello che mi hai detto in corso Newton? Porga qui grazie.>>
    Ci portiamo a casa la vetrina ok? E tu continui a farmi gli occhi che mi stai facendo adesso, piccoli e bisognosi.
    << E dove sarebbe l'immaginazione?>>
    <<Beh, a me quella frase piacque molto. Avevo anche pensato di rubartela, e inserirla in una mia poesia.>>
    <<E' vero che ti sei sposata?>>
    <<No, solo una trovata pubblicitaria per lanciare il libro...certo che è vero, stupido.>>
    << Avete figli?>>
    <<E' un argomento delicato, preferirei bypassare.>>

    Una volta la tenni stretta cosi forte che pensavo non avrebbe resistito, e si sarebbe messa a urlare di piantarla come suo solito.
    Invece non lo fece.
    Fu in quel preciso istante, che avrei voluto diventasse lei la madre dei mie figli, perché era in quel modo che avrei desiderato abbracciarla davanti a loro.
    <<Ohi, ragioniere, ti ricolleghi? Cosa ordini?>>
    <<Eh si, quello che vuoi...mmm... filetto al pepe verde>>
    <<E filetto sia anche per me...a cosa stavi pensando?>>
    <<Pensavo...che il locale è passato di moda, guarda quanti tavoli vuoti.>>
    <<Meglio, mi sono pericolosamente abituata alle folle, dovevo tornare a Porto Viro per respirare un pò di tranquillità. E riabbracciare te, s'intende>>.
    Ecco, adesso magari userà la parola amico,e io dovrò fare finta di niente, che mi stia bene, autorizzandola persino ad utilizzarla quando vuole.
    <<Va tutto bene?>>
    <<Si si, mi chiedevo soltanto cosa pensi di me, se.. insomma...ti sono venuto in mente qualche volta..>>
    <<Se proprio vuoi saperlo, gran parte del romanzo l'ho scritto pensandoti; poi certo le cose cambiano, tu sei una persona a cui tengo particolarmente, un amico
    sincero e leale>>.
    Eccola li. Esco a fumare, è meglio.

    <<Allora?>>
    <<Niente....mi hai fatto un po' male, tutto li>>
    <<Giulio, non avrei voluto, non era mia intenzione.>
    <<E piantala con 'sto tono da professoressa, Vita.Lascia stare, vado via.>>
    Si, sono andato correndo verso l'auto che sarà già stata multata.
    Non ho neanche sentito la sua voce richiamarmi, proferire un dai torna, mi sarei accontentato della più stupida parola.
    Avrà fatto ritorno al tavolo, pagato il conto in silenzio, e se ne sarà andata.
    Divieto di sosta, tutto calcolato.

  • 29 marzo 2011 alle ore 18:30
    Gli istanti drenati

    Come comincia: Balbettò per quella decina prolungata di secondi, sovrastando il silenzio della platea al coperto.
    Cercò in fretta un appiglio, si barcamenò tra le posture più insensate, schivando le catene di persone che a mano a mano lo soccorrevano.
    Voleva tornarsene in camerino, gli serviva modulare la voce ancora di quel tanto per risolvere l'antico problema di sempre.
    Trovare il coraggio di chiederle scusa, contrabbandare il proprio cuore al prezzo di un più autentico ciao, senza il patema di chiedere ad altri il favore di ogni visita.
    Macché.
    Alisa a quest'ora dorme, c'è la scuola, quella ricerca sulle cellule zigote...chissà com'è finita.
    <<Lucio, ah stai qui, vieni il medico ti visita...>>
    Come sa essere nera la notte dopo che piangi e non sai perché, dopo che alle stelle non vuoi chiedere più niente,
    perché ti ricordi di avere in mano qualcosa,e allora trascini le gambe in faccia a gente che pensa di saperne più di te, che ti strappa il contratto come fossi merce avariata.
    <<Era l'ultima occasione signor Benvisti, e lei ha confermato la mia ipotesi; è un cantante da bottega, un cincischiatore da circo, ma che dico, peggio, molto peggio...>>

    <<Le chiavi della Porsche>>
    <<Eccole Lucio...si può sapere dove vai?>>
    <<Vado a sperperare questi centoni>>
    Strano non avesse più balbettato. Aveva le ciglia ben più acute di altre volte, come se i pensieri stavolta si fossero assottigliati quanto basta da non prendere più voce.
    La sua donna (lui la definiva cosi), lo salutò ammiccando lo slang da lui composto per quella pubblicità di maccheroni.
    <<E soffice va nella bocca...>>
    <<No, non baciarmi.>>
    <<Fanculo, Lucio, vattene!>>

    Faceva freddo e la neve si chinava senza resistenze.
    La Porsche si allungava nell'asfalto depistando fanali e semafori, tra i luccichii di qualche fuoco appiccato ai rifiuti.
    Il più inutile posto di blocco lo scovò proprio lui al termine dello stradone obliquo di Ansfield, rotta di collisione tra bande
    dedite allo smercio di stupefacenti e bische a buon mercato.
    <<Signore, dove deve andare?>>
    <<Cerco Marcus, il Nordamericano>>
    <<Lei sa chi è Marcus, vero?>>
    <<Si, il pezzo da novanta.>>
    Sorpassata la polizia fantoccio, Lucio frenò davanti a un caseggiato dipinto a murales, con una grande foglia d'acero aggrappata
    al ribassamento del tetto.
    Bussò con particolare audacia, vedendosi arrivare il mento sopraelevato di un guardiano sdentato.
    <<Sei il cantante?>>
    <<Si, devo...>>
    <<Entra e basta.>>

    Tutti i presenti nella stanza cominciarono a gridare "Guayaquil, guayaquil!", bevendo margarita e applaudendo alla prossima sciocchezza di turno.
    <<Dai italiano, facci sentire la tua stronzata>> - <<Bravo, bevi, e lanciati...paparino...>>
    Lucio percepiva solo tanta stanchezza in corpo, e qualcosa giù nel petto sentirsi spezzare, per sempre.
    <<Iiii-iiiio...aaa-deeee--sso...mi aaaa--mmmaaa-zzzo>>>
    <<Eeeeeeeeeeh, paroloooooni...>>- <<Gna-gna, bevo alla tua stronzata italiano>> - <<I want youuuuu!!!!!!!!!! Ahahahahhahahaha!!>>- <<Si, canta di nuovo, baby>>
    Lucio lasciò la stanza rannicchiato in se stesso come un bambino.
    Scattò l'allarme di una Rover rossa, affiancata ad altre auto in prossimità del garage.
    Nessuno si mosse, e la caciara proseguì a grida di "Escondido, escondido!".

  • 23 marzo 2011 alle ore 0:06
    Malto e Taco (seconda parte)

    Come comincia: Passò un bel po’, forse un ora, dopodichè Malto uscì dalla porta principale e lentamente con le mani in tasca se ne tornò per la sua strada. Nessuno l’avrebbe notato. Poco dopo un incredibile boato fece scuotere le strade e i palazzi vicini. La casa era in fiamme. Silvia, che non si era allontanata di molto ebbe un cedimento, si bloccò dallo stupore e poi trovò le forze per chiamare i pompieri.

    - Esplosione nel quartiere nord. Intorno alle diciannove una casa è stata devastata dal fuoco di un’esplosione, probabilmente di una bombola a gas. Muore il marito unica persona presente nell’edificio lasciando una moglie e molti misteri dati i suoi, quanto pare, precedenti nella malavita. Il servizio è di M. Trifogli…- Sì oggi ci saranno i primi accertamenti di quella che pare essere stato un semplice errore umano. La bombola era stata lasciata aperta per una buona mezz’ora… La moglie sarà comunque indagata dal procuratore per omicidio… -

    Passarono due giorni come da programma. Malto si vestì di tutto punto per andare alle cena con la donna e i suoi soldi. Per strada e nei bar si parlava ancora dello scoppio nella via del quartiere nord e tutti si chiedevano come fosse potuto succedere...
    «Taco è un ristorante non posso portarti. Lo so è un paese ingiusto ma te l’ho detto i better days sono alle porte, pazienta mio caro pazienta» fece un bellissimo sorriso spensierato e uscì fuori.

    Il locale era famoso per la sua inaccessibilità di prezzi, solo persone facoltose, magnati e gente con la puzza sotto il naso frequentava quei posti. Malto si presentò con un bellissimo vestito, l’unico che aveva per le grandi occasioni. Conosceva molti dei ciccioni presenti, li aveva fotografati a loro insaputa con zoccole e trans in posizioni e luoghi assurdi.
    «La sua signora è al tavolo che attende» disse un cameriere con la mano dietro la schiena e facendo un piccolo inchino. Malto gli lasciò cinquanta euro nel taschino e andò al tavolo.
    «Buonasera!»
    «Buonasera figlio di puttana hai idea del casino in cui mi hai lasciata?»
    «Il buongiorno si vede dal mattino… Senti mi dispiace ma è andato un pochino storta la faccenda, te l’ ho detto dovevi chiamare un professionista. Alla fine hai avuto quello che volevi no?»
    «Certo, come no ! Non ho più la mia casa e sono sotto accusa!»
    «Sì ma non troveranno niente perché non hai commesso tu il reato e tutto il resto»
    «Ma mi vuoi dire che cazzo hai fatto un’ora là dentro?»
    «Bè tuo marito era nel cesso a cagare e non volevo finisse così la sua vita! Allora ho aspettato e…» fece una pausa « C’ è stato un’ora cazzo! Un’ora! così ho deciso di usare il gas, mi sono rifiutato di sparargli. Era sul cesso! Capisci? Andiamo un minimo di dignità, è il luogo della pace intima per il maschio… gli ho fatto un favore, decisamente»
    «Sei una testa di caz… » soffocò le ultime parole perché il signore al tavolo accanto si era girato.
    «Ascolta hai un mare di soldi, tuo marito era un assassino, si è saputo ora, la gente non può che essere contenta, l’ hai sistemato ti ridaranno tutti i tuoi soldi e pace fatta. Sei indagata ma cosa pretendevi che i giornali tacessero tutto e che la polizia facesse finta di niente? Non ti preoccupare fanno il loro lavoro. Tu lasciali fare, non troveranno prove a causa delle fiamme e se ne verranno fuori con la solita storia: una fuga di gas ha innescato tutto com’ è successo più volte»
    «…» Non rispose voleva dire qualcosa ma si convinse che aveva ragione lui, in fondo poteva essere andata molto peggio. Chiamò il cameriere e ordinò per entrambi.
    La cena proseguì senza intoppi anzi il dialogo sembrava rasserenarsi tra i due, forse un po’ per il vino o forse perché l’uomo tende a dimenticare…

    Alla fine della serata Malto leggermente sbronzo prese la sua macchina e sotto la bauliera trovò la valigetta piena di soldi come da programma «Che donna!» si fece una fragorosa risata e se ne tornò a casa.
    Taco era dietro la porta che aspettava. Malto si abbassò e lo strinse forte a sé.
    «Sei pronto? I biglietti li ho io sì» Guardò un attimo in tutte le stanze prese due valigie e lo zaino, lanciò un bacio al sua casa e disse a voce bassa «Figi stiamo arrivando!»

    Silvia tornava al suo albergo nello stesso istante in cui Malto usciva di casa. L’uscere la avvisò di una lettera che era stata recapitata nel pomeriggio quando lei non c’era.
    La signora non voleva novità così disse che l’avrebbe letta il giorno seguente e si incamminò verso l’ascensore. Si bloccò all’istante quando l’uscere disse il nome del mittente. Suo marito. Cercò di non scomporsi e tornò immediatamente a prendere la lettera. Non voleva leggerla davanti a quello sconosciuto, come se avesse potuto leggerla nella sua testa! Così prese l’ascensore e una volta in camera iniziò a leggere.

    Cara Silvia,
    nella vita ci sono i deboli, i forti e i furbi, non sono mai stato forte, a volte debole sì, ma ciò che mi ha sempre distinto dagli altri, modestie a parte, è sempre stata la mia furbizia e se vogliamo dirla tutta anche un po’ di culo non mi è mai mancato.
    Queste non sono le parole del tuo amato marito ma di Malto. Sì. Sono io. Mi dispiace ti sei fidata troppo e nella vita non è mai bene. Tuo marito è vivo e vegeto in qualche isola sperduta del mondo, io probabilmente sarò già in viaggio per le Figi con un volo di sola andata. Ti chiederai com’è possibile tutto questo: semplice, il cadavere nella casa non è di tuo marito ma di un poveruomo che ho dovuto dissotterare dal cimitero. Tuo marito era in salotto quando sono entrato. Abbiamo fatto una bella chiacchierata come ai vecchi tempi. È un personaggio in gamba mi ha sempre dato molte dritte. Anni fa pescavamo spesso insieme, ci siamo pure presi una bella sbronza una volta, che notte! Ebbene sì, cara Silvietta ci conoscevamo già. Una volta mi ha contattato per fare delle foto e da lì è nato un po’ il mio lavoro. Ho lavorato per lui per un bel po’ poi mi sono stufato e, non so come, ne sono uscito. Sorpresa eh? Tra tutti quelli che potevi incontrare proprio me! Il coglione del parco che parla con il cane. Starai maledicendo il fato, ma è la vita: un giorno freghi e il giorno dopo sei fregato. Insomma tuo marito, o meglio il noto Tito, era ed è il più grosso mafioso della nostra città. Naturalmente non lo sapeva nessuno al di fuori di qualche poliziotto corrotto, negozianti omertosi e il  clan di cui ho fatto parte per un po’. Solitamente le mogli sanno cosa il marito combina ma in questa caso Tito non ha mai voluto immischiare la dolce mogliettina. Poi, quando la dolce consorte ha saputo ha voluto fare di testa sua e vendicarsi in maniera atroce. Non è bello avere il marito mafioso, però già che c‘eri potevi startene zitta e godertela! Le donne! Non le capirò mai. Comunque, ho contattato Tito qualche giorno prima e abbiamo preparato il piano. Era tanto che voleva chiudere con quella città così ha approfittato della cosa. Mi dispiace dirti che si è gia incassato i soldi dell’assicurazione e che il pomeriggio stesso ha spostato tutti i soldi da un'altra parte. La polizia pian piano scoprirà tutto, compresa la provenienza della pistola visto che Pino, quello che te l’ha venduta, non sta mai zitto, già una volta mi ha messo nella merda… Beh, la giustizia farà il suo corso, Tito non lo vedrai più e nemmeno me.
    Usa questa lettera per scagionarti anche se non so quanto ti sarà utile… Mi sa che sei nella merda… Mi dispace. Saresti stata un’amante fantastica…

    Buona serata
    Malto

  • 23 marzo 2011 alle ore 0:04
    Malto e Taco (prima parte)

    Come comincia: «… Arrestati in tarda mattinata due immigrati di origine magrebina in zona stazione. Nella valigia rinvenuta l’arma del delitto: un cacciavite. Nel pomeriggio i due, interrogati, svelano il movente: era troppo bella, ora non l’ avrà nessuno.  Il servizio è di…-La televisione aveva un volume insopportabile, era udibile da almeno due isolati di distanza. Malto amava dare noia ai vicini: non lo salutavano mai. Lo fissavano sempre come se da un momento o l’altro dovesse esplodere o fare qualcosa di straordinario. Non aveva niente di meraviglioso: aveva le foto, un cane e una testa tutta sua. A volte girava completamente nudo in casa a porte e finestre aperte, un po’ per convincersi che nel suo piccolo era un uomo libero e un po’ per rovinare la giornata di qualche fanciulla che passava di lì sotto.« Taco dove minchia sei?....TACO! Quel cazzo di cane un giorno o l'altro lo faccio fuori… TACO PORCA MISERIA sono già le tre se non ti porto al parco finisce che scagazzi dovunque come l’ultima volta, quella signorina si è accorta del puzzo di merda sulla sciarpa e non ha più voluto le mie foto… Eccoti!»Era un bastardino dal pelo corto, le orecchie sugli occhi e il muso lungo simile ad un doberman. Non abbaiava mai. Si faceva i fatti suoi, era un cane depresso: tipico dei cani di città che non escono mai e si cibano di avanzi del padrone.«Andiamo giù al parco così ti fai tutti gli sporchi bisognini, io intanto cerco la bionda dell’altro giorno eh? Che dici?»Malto amava quel meticcio, si sarebbe tirato nel fuoco per lui, forse perché rivedeva in lui la sua infanzia solitaria e silenziosa o forse perché era l’unico amico che aveva al mondo.Era un fotografo, Malto. Vendeva i suoi scatti a gente che lo pagava di sottobanco. Solitamente pagavano bene per le immagini di magistrati, ministri o senatori che se la facevano con qualche mignotta del parco o zona stadio. Conosceva bene quei posti e conosceva le baldracche che lavoravano là, spesso faceva in modo che gli incontri tra persone importanti e belle donne non fosse… casuale; non faceva niente di male! La sua convinzione era che in fondo loro si facevano una scopata e lui ci prendeva qualche soldo. La loro reputazione faceva schifo comunque. Odiava il paese, odiava i politici e la gente che sorrideva a caso «Lo fanno per farci credere che tutto stia andando bene» si ripeteva ogni volta.Era una giornata di sole. Prese il cappellino rosso, il guinzaglio e qualche spiccio.«Che hai cucciolo? Sei più depresso del solito» Disse Malto al cane aspettandosi una risposta. Taco fece un grugnito, una specie di rutto soffocato e prese per le scale. «Hai maledettamente ragione quella pizza all’uovo non era il massimo, la prossima andrà meglio, giuro… » L’ultima parola la disse urlando perché il cane era gia al piano terra « …Lo sto perdendo lo sento!» Chiuse la porta e gli corse dietro.Erano fuori. La strada non era affollata: c’era qualche neretto qua e là e la solita vecchia del portone accanto che sputava in terra ogni volta che lo vedeva.«Allora oggi andiamo al lago, che dici? Dai, su col morale!» Cercò di dirlo sorridendo ma non ci riuscì, la vita era un peso: non si poteva fare.«Arriveranno “better days” come dice la canzone Taco, better days! Tu avrai una cagnetta e io la mia donna, avremo le birre e abbastanza soldi per la pay tv; la pay tv è forte fratello…» Parlava a voce alta, i bambini gli ridevano dietro e le mamme impaurite li portavano lontano. A lui non interessava, ci aveva fatto l’abitudine. Camminava in maniera stupida: la suola calcava l’asfalto solo da metà in poi, praticamente stava in punta, ballonzolava e ogni tanto si inclinava un po’ verso destra abbassando la spalla, sembrava uno zoppo ubriaco «… Ci sono un sacco di porno e dicono che puoi vedere come si cucinano le cose più strane come i topi o le cavallette. Ti piacerebbe un piatto di cavallette? Io ad esempio non ho mai mangiato i vermi… tu sì ti ricordi!» Mentre se la rideva di grosso tirò un calcio ad un sasso colpendo una vecchia.«Ehi tu! Ma dico sei scemo?» Gli urlò uno sulla cinquantina a pochi passi dal cadavere che aveva colpito.« …Non ti ricordi mai una mazza Taco sei incredibile…» Continuava a parlare con il cane, senza curarsi minimamente della vecchia che perdeva sangue da una gamba e il signore che la curava bestemmiando.Il tizio, quando ebbe finito di medicare quel reperto con due gambe e una dentiera, si avvicinò a Malto e disse « sei drogato? Capisci la mia lingua? Hai appena ferito una signora, il minimo che mi posso aspettare è che tu chieda scusa. Allora?»Malto si girò sulla “a” dell’ ultima parola come se qualcosa l’avesse svegliato. Aveva la sua solita faccia da ebete stanco con gli occhi socchiusi. Fece un respiro, prese coraggio e disse: «Andiamo, avrà si e no due ore di vita ancora , le ho fatto un favore, dovrebbe ringraziare lei a me! Lo sa quanti cadaveri come lei ci sono in questo paese? Lo sa quanto spendiamo per loro e le maledette case di riposo? Se morirà avrò fatto un favore al paese intero, sono un patriota cazzo, voglio delle stelline anch’ io, facile andare in guerra! Al massimo ti ammazzano e tela vai a spassare con il padre eterno! La vera guerra è qui, è nei parchi, nella burocrazia… Lei ha degli ideali ? Ce l’ha un sogno? Lo so che dirà di no, quindi mi eviti il pianto e si tolga dalle palle che oggi non è giornata» fece quindi un cenno con la mano tra il “vai a quel paese!” e un “ciao!” e se ne andò per la sua strada. Il signore sbiancò di colpo, come se improvvisamente la Madonna, nuda e con una coca cola in mano, gli fosse apparsa davanti; cominciò a battergli l’occhio destro e mosso da un istinto di orgoglio ancestrale provò a ribattere « Tu sei solo un…» ma non riuscì a finire la frase.«Che modi Taco! La gente non ha capito niente della vita, vive in una specie di grande fratello personale e si aspetta pure di vincere un premio. Sai qual è l unica cosa buona? Dico nella vita… Sai qual è? Il sole! Non costa niente e te lo puoi godere quanto vuoi» Il cane si fermò e alzò lo sguardo come se avesse capito di cosa stava parlando. Si fermò anche Malto, continuando a guardare in alto «dici che ce lo toglieranno?» Lo disse sconsolato e fissò per terra per qualche minuto come se tutte le certezze della vita fossero crollate d’improvviso. Taco capì la tristezza del padrone e gli si appoggiò alla gamba facendo dei piccoli guaiti.«Sei un amico Tac! Meno male ho te» lo accarezzò dietro l’orecchio e con un po’ di fiducia in più riprese a camminare.Arrivò al laghetto pochi minuti dopo. Era un posto incantevole, i mocciosi però rovinavano tutta la poesia ridendo e urlando. Malto ne beccò uno che pisciava all’albero dietro alla panchina dove si era messo a sedere e gli tirò un bastone. Non lo prese.«È suo?»Malto si girò di scatto pronto ad affrontare un altro nemico…« È bellissimo quanto ha? »Era una ragazza, stavolta bruna, un bel corpo, forse un po’ magro ma decisamente accativante.« Cinque o sei non ricordo» disse Malto cercando di capire meglio quella figura che aveva davanti controsole.«Mi chiamo Silvia» disse la ragazza mostrando la mano«Piacere Mattia ma la prego mi chiami Malto. I nomi di battesimo sono una fregatura non piacciono mai a nessuno eppure continuano a darli»La donna accennò un sorriso...«Anch’ io ho una canina è piccola ha appena un anno, è là legata con mio figlio»«Tiene suo figlio legato? In effetti è un buon rimedio contro i rapimenti. Mia mamma mi sparava i piombini nella schiena quando mi allontanavo troppo, ho ancora i segni…»«No! no, ah! ah! ah! Lei è molto simpatico signor Malto…» disse la signora accarezzando Taco sotto di lei.«La prego tolga il “signor” rende il mio nome più stupido di quello che è…» Disse senza cambiare espressione.« È un artista? Cosa fa nella vita? Non ho potuto fare a meno di notare la sua macchina fotografica, è veramente grossa»Bastò quell’ultima parola e pensò di fotografarla nuda sopra il cesso di casa e di farsela subito dopo nella doccia. Aveva un viso particolare e quelle labbra ispiravano solo sesso.«Beh, sì. Faccio foto ma non so cosa sia un artista. L’ ho sempre fatto, fin da piccolo, sono nato per fare questo. Lo so perché ho sognato Dio e lui mi ha detto di farlo. Aveva la barba e un benjo in mano» fece un sorriso, il primo della giornata.«Faresti delle foto per me?» la donna gli si sedette accanto con un fare così femminile che ebbe una sussulto là sotto.«Gliel’ho detto, lo faccio di lavoro. La avverto non faccio foto ai bambini è il mio unico limite. Una volta avevo anche un biglietto da visita. Malto photo & graphics NON FOTOGRAFO BAMBINI»«Le lascio il mio numero, mi dia il suo, la contatterò in settimana forse anche domani»Malto prese un biglietto del treno che aveva in tasca e sotto la scritta Milano centrale segnò il suo numero e lo dette alla dolce femmina.«Adesso devo andare» si alzò si guardò in torno fece un cenno con la mano e tornò dal figlio.«Che brava donna, visto?» disse Malto rivolgendosi al suo amato cane « I “better days” Tac i “better days” stanno arrivando, prendiamo i frutti di quello che abbiamo seminato!» Sapeva bene di non avere seminato nulla ma crederlo lo rendeva felice.----------Passarono due giorni di splendida monotonia. Il cellulare squillò una mattina alle nove in punto, un orario impossibile per Malto: solitamente dormiva più o meno fino alle due. Aveva la bocca impastata, la bava sul colletto del pigiama e un alito che sapeva di kebab.«Pronto…»«Sono Silvia! Quella del parco. Stasera è libero?»«Aspetti che guardo l’agenda…» si alzò andò nel bagno fece una pisciata e grattandosi la pancia riprese il cellulare « …sono stranamente libero. A che ora?»«Le dieci al bar all’angolo, porti pure il suo cane non faranno storie»«Perfetto… stasera alle dieci»«A stasera, arrivederci!»«Arrivederci…»Attaccò il telefono e tornò a letto pensando di nuovo alla donna nuda sul cesso… Gli sarebbe davvero piaciuto.Alle dieci meno un quarto era fuori di casa, il posto era vicino ed era in perfetto orario. Taco era lentissimo non sopportava il buio e chiudeva gli occhi per dormire. Era quello che sapeva di dover fare quando il capo spegneva la luce.«Ancora un piccolo sforzo amico mio, mi devi sostenere: ho un’ingroppata in programma e non puoi rovinarmela!» Fece a tempo a finire la frase che già da lontano Silvia lo chiamava.«Malto! Venga le ho riservato un tavolo» E s’ infilò nel bar.Era buio. Le luci illuminavano il bancone del bar e i tavolini, il resto era ombra e buio. Un vecchietto si rovesciò in terra sbronzo come non mai e quello dietro gli fregò la sedia. Il barista fece cenno a Silvia: la bevuta era pronta.«A cosa brindiamo? A noi due?» disse Malto sorridendo. Lei sorrise ma non rispose, Poi disse « Parliamo subito di lavoro»“ Subito al sodo, così ti voglio!” Pensò Malto e non potè fare a meno di ripensare al suo bagno e a lei che faceva una verticale sul lavandino nuda.«Mio marito se la fa con un'altra, lei dovrà fare delle foto per me» lo disse rovistando nella borsa.«Suo marito è un pazzo, lei è molto bella perché dovrebbe farlo? »«Lo dovrà scoprire lei…» Il complimento sembrava non averla toccata «…Questo è l’indirizzo… una foto e questo è un anticipo. Non parli a nessuno e usi il mio numero con discrezione» Alzò la mano dalla borsa e gli passò una busta bianca e un foglietto con su scritto un indirizzo un nome e un cognome sotto a una polaroid.«Perché non ha chiamato un investigatore? Io sono solo un fotografo e parecchio scarso direi, mi beccheranno! A nascondino da piccolo non duravo più di due minuti »« Ho dei buoni motivi per aver scelto lei, deve solo scegliere se accettare o meno, non la sto forzando. Domani sera sarò di nuovo qua e mi dirà la sua idea. Adesso si goda la bevuta. Devo andare»«Aspetti io …»«Ho già pagato, è ospite mio, conosco il padrone non si preoccupi. Arrivederci e buona serata» sparì dietro a un tizio e no la vide più.« È pazza di me lo sento...» tirò giù un sorso di tequila, trattene un rutto «lo so!» parlò come se Taco gli avesse fatto una domanda «… Ma le belle donne si fanno desiderare, scappano e poi si ripresentano piangendo. Era tanto che non bevevo una tequila, penseremo domani alla questione» si strinse nelle spalle e continuò a bere.--------Fece una lunga e piacevole dormita sognando a tratti lei nel bagno e un albero che parlava cinese. Si alzò con un leggero mal di testa, il barista la notte precedente aveva insistito perché si bevesse la quarta tequila e a una tequila si sa: non si dice mai di no.Appena aperti gli occhi senza muoversi dal letto allungò la mano sul comodino prese una sigaretta e la accese facendo un lungo tiro e aspirando l’impossibile, era il suo buongiorno, se non lo faceva diventava nervoso. Prese la busta accanto al pacchetto e guardò quanti soldi gli erano stati anticipati. Dopo qualche secondo finì di contare cinquemila euro. Tirò un moccolo che rimbombò in tutta la stanza, si vestì in fretta chiamò il cane e si gettò in strada cantando come un’imbecille «… Better days are coming next to ya… oh yeah oh yeh…» Tirò un calcio a un gatto che passava di lì continuando a cantare il motivetto. Era felice. Quella donna era la sua fortuna aveva tutto quello che una donna doveva avere: un corpo e un mare di soldi.Tornò la sera con meno di cento euro in tasca. Incredibile come si potessero perdere i soldi al gioco, ma in fondo era felice: aveva la sua donna.---------Il bar era sempre buio, forse di più. C’erano molte più persone e il brusio era tangibile. Silvia sedeva a un tavolo in un angolo del bar. Stavolta Malto era da solo. Taco dormiva di gusto: sarebbe stato un peccato svegliarlo.«Buonasera Malto!» disse sorridendo la bruna.Malto si sedette accanto a lei. Aveva un cenno di sorriso sul lato destro della bocca e lo sguardo in basso.  Improvvisamente scattò verso di lei:«Chi devo uccidere?»«…» la donna sgranò gli occhi. Era decisamente sorpresa.«Non sono uno stupido, lei lo sa, e sa anche che sono abbastanza disperato per volere quei soldi, e questo le deve bastare...»«Beh… meglio! Evitiamo di prenderci in giro, però preferirei evitasse d’essere cosi esplicito, qualcuno potrebbe sentire » disse la donna alzando lo sguardo in qua e là«Mi darà un’arma? Non ho voglia di sporcarmi, Taco potrebbe impressionarsi»«Le darò un’arma, se vuole un’arma, altrimenti come vuole lei» disse interessata e sorridente.«Voglio una pistola, se possibile con il silenziatore. Cazzo James Bond era un figo col silenziatore! Almeno evito di fare casino»«Avrà tutto… »«Possiamo darci del tu?»«Certo»«Allora?»«Allora cosa?»«Dove l’hai? Insomma non la vorrai prendere di giorno. Il tuo contatto è sicuramente reperibile, muoviamoci in fretta. Questa storia m’interessa ma non voglio finire in galera. Ci siamo visti due volte e sempre nello stesso bar, dici di conoscere il barista e di fidarti ma in realtà gli hai mollato qualche soldo prima che entrassi per fare bella figura, quindi in un processo si ricorderà di noi e parlerà malino. La storia del giovane amante che uccide il marito di lei funziona sempre e gli avvocati ci puntano un sacco, a meno che NON sia tuo marito la vera preda...»«Sbalorditivo, ti facevo più stupido!»«Io in sogno ti facevo e basta…» disse lui abbassando lo sguardo pensieroso.«Come scusa?» lo disse stringendo gli occhi e inclinando la testa come fanno gli stranieri quando li mandi a fanculo e non capiscono.«No niente…a llora ti ripeto chi devo…»  riprese Malto con tono deciso.«… Non lo dire!» Alzò la mano come a fermarlo.« …SALUTARE con un’arma in mano e dire ciao! La morte ha mandato me, saluti da tua cugina: grande zoccola» con uno slancio prese la bevuta e tirò giù un bel sorso.«È mio marito non ti ho mentito… Sì vai pure ad informarti ma se fossi in te non lo farei per non dare troppo nell’occhio, devi fidarti di me per fare questo lavoro»«Mi fido ciecamente ma voglio più soldi»«Non sono così ricca!»«Non sono così idiota! Non mi stai chiedendo delle noccioline…»«Il doppio dell’anticipo?»«Il quadruplo»«… Avrai tre volte tanto! Non ti concedo altro altrimenti…»« Che fai ne trovi un altro? E lasci in giro uno che sa tutto … mmm… Non mi sembra il caso. Il quadruplo»«Hai vinto. Andiamo» si alzò dal tavolo un po’ più nervosa di quando era arrivata.«Bene…» disse Malto, finì con un sorso la bevuta e si alzò.Erano fuori c’era un po’ di nebbia e non c era un’anima viva.La donna fece un cenno. Malto la seguì senza staccare gli occhi dal suo sedere, gli avrebbe fatto un sacco di foto, ma proprio un sacco…«Avvicinati, così sembra che mi stai seguendo, poi va a finire che qualcuno si ferma e mi chiede qualcosa. Sarai il mio uomo per stasera»«Vorrei esserlo per la vita baby» si avvicinò e l’abbracciò.«Non fare l’idiota è solo per evitare noie…» era nervosa. Aumentò il passo.Arrivarono di fronte ad un garage.«Vai tu!» disse Malto.«Dobbiamo farlo insieme…» si girò di scatto per dirlo.«TU cononosci il tuo uomo e TU hai soldi per l’oggetto, la mia faccia non ce la metto aspetterò su quella panchina al buio, ti lascio le mie chiavi di casa in segno di fiducia»«… E va bene ma non starò tanto quindi non ti addormentare…»«Aaah peccato io speravo in un bacino del buon risveglio»«Cominci a darmi sui nervi» disse in tono brusco.«Non mi sembra né il momento né il caso di innervosirsi, insomma ma ti devo insegnare tutto!» si girò e si andò a sdraiare sulla panchina.Passarono pochi minuti e Silvia era già di ritorno. Malto sentì il suono delle suole delle scarpe avvicinarsi.«Alzati dobbiamo andare!» Apostrofò lei alquanto innervosita. La situazione sembrava scivolarle di mano.«Casa mia o casa tua?» Malto la prese per la vita e portò la sua bocca vicino a quella di lei.«Non ti ho pagato per una scopata! Sei solo un poveraccio, non mi farei mai toccare da te! Tieni le tue cazzo di chiavi!»«Siamo sull’ acidino eh! Dammi la roba dai, domani sera sarai una donna felice! Con qualche soldino e un marito in meno» disse Malto girandogli l’indice sulla faccia come si fa ai bambini di due anni.«Non mi fido di te…»«Ormai il dado è tratto, siamo in ballo e dobbiamo…»«Risparmiami queste stronzate!»«Minchia oh! Una spina nel fianco!»«Ascolta bene, tu entrerai come un ladro farai quello che devi fare e poco dopo entrerò io per accertarmi. Chiamerò la polizia e tra due giorni avrai i tuoi soldi»«Ok, mi sembra ragionevole, la polizia potrebbe insospettirsi se ti trovasse il giorno stesso in un bar a parlare con uno sconosciuto e magari con una valigia in mano…» Lo disse con fare dubbioso poi proseguì… «E tuo figlio?»«Non ho un figlio e non ho una canina» Malto accennò un pianto poi disse«Non me lo dire, sul figlio c’ero arrivato ma cazzo la canina! Ci speravo, a Taco gli si spezzerà il cuore si era innamorato, non mangia da due giorni l’amore leva l’appettito»«Sei pazzo… E non farmi altre domande non ce n’è bisogno!»«Sì capo! Allora dove e quando?»«Domani sera alle sei dovrò uscire per fare la spesa sarà il momento giusto»«… E bang bang!» disse Malto simulando un gangster.«Ti prego!»«Ora siamo compassionevoli, che avrà fatto quel pover uomo per meritarsi questo?!»«Non dobbiamo dirci altro, l’indirizzo lo sai! Non mi contattare, tra due giorni sarò al “Castello Del Pesce” il ristorante. Mangeremo insieme…»« … Come due innamorati! Non vedo l’ora!»«Addio e non fare cazzate… Vorrei non averti mai conosciuto»«Anch’ io ti amo!» le mandò un bacio e tornò per la sua via deserta.Il giorno seguente il cielo sembrava conoscere il futuro perché era grigio come non mai, senza pioggia, qualche tuono il lontananza e portava con sé uno strana sensazione di caldo, di quello che ti si attacca tra i pori della pelle.Alle sei in punto Silvia uscì di casa. Malto era lì di fronte nascosto dietro un grosso albero; aveva un cappuccio in testa, i guanti e la pistola dietro nei pantaloni. Aspettò un attimo e poi iniziò il lavoro. La casa aveva un ingresso sul retro... (Continua... Vedi Malto e Taco Parte seconda)

  • 10 marzo 2011 alle ore 10:17
    Un sogno operaio

    Come comincia: Quel reparto in quanto tale non esiste più, da molti anni. Svuotato di impianti e di persone è stato trasformato in un magazzino di approvvigionamenti della linea Ut. A regime, lì dentro, nel grande salone centrale lavoravano a turni oltre 1500 persone: attrezzeria, macchine transfert a controllo numerico, trapani, trance, presse, piegatrici, tornî automatici e semiautomatici, frese, puntatrici, banchi di controllo e di montaggio. Ai lati del grande capannone, la termoplastica, la manutenzione, la galvanica, il magazzino. Era la prefabbricazione, il cosiddetto Prefa, reparto delle produzioni metalliche necessarie alle centrali di commutazione di tipo elettromeccanico. Eppure dagli stessi anni - anzi no, dapprima - ritorno spesso in quel grande capannone, nottetempo, alla ricerca della mia sala di tornî e di frese, la mitica 1148. Sono assente ormai da troppo tempo e ho sempre il patema d’animo per come potrei essere accolto dai miei compagni di lavoro che invece sono sempre lì, laboriosi e caciaroni. Mi guardano, mi sorridono e mi salutano con gli occhi e mai che da una voce salga un rimprovero, una presa in giro. É rarissimo che io mi fermi, lambisco i confini del reparto e mi allontano per risolvere qualche altro problema sindacale. Loro non chiedono mai nulla, sanno che le novità - se ci fossero - gliele avrei già contate da me. La garanzia per loro é che io ci sia e che mi ricordi della loro esistenza. Mi é successo, per la prima volta, che un operaio senza volto mi contasse un sogno dentro il mio sogno. Mi invitò a entrare nel suo laboratorio, una stanza con finestroni che, dal primo piano, davano sul verde, e banchi di lavoro, appoggiati ai muri dirimpettai, sopra cui erano disposti gli strumenti del mestiere. Discosto, un grosso impianto in metallo di colore verde ne completava la gamma. Un luogo che non ricordavo di aver mai visto sebbene la struttura mi rimemorasse le aule della vecchia scuola aziendale, prima della ristrutturazione. L’operaio che mi aveva accolto indossava la tuta in giacchino e pantaloni blu. Non mi raccontò del suo specifico lavoro né della mansione a cui era adibito. A occhio e croce, poteva avere la qualifica di operaio specializzato provetto o, addirittura, quella di categoria speciale. Al mio interlocutore premeva narrarmi un’altra storia. Debbo ammettere che la mia attenzione, pur essendo tutto un po’ sfumato, fu subito attratta dalle pareti su cui erano appese teche in legno strette e bislunghe dentro cui faceva impressione una lunga sfilza di cd musicali con tante copertine multicolori, contrassegnati da un numero progressivo. Di questo mi voleva parlare e me ne parlò. Lui suonava la chitarra, con una certa maestria, da molti anni ormai. Sfornava un cd a proprie spese ogni anno e ne erano trascorsi ben 17. Nel suo carniere ne aveva una ventina e la sfasatura era spiegata dai cd speciali per straordinarie occasioni e da un “greatest hits”. L’operaio ogni anno, da 17 anni, inviava il suo cd all’Ufficio Risorse Umane dell’azienda. Non chiedeva nulla nella lettera che accompagnava la spedizione, solo i saluti di prammatica e i propri dati di riconoscimento aziendale. Non ricevette, per anni,  alcuna risposta ma non si diede per vinto: ogni anno, a disco nuovo, effettuava la solita spedizione. Il decimo anno, gli arrivò con la posta aziendale una lettera in cui un tal Vattelapesca lo ringraziava a nome dell’azienda per il dono ma pure gli sentenziava che la società non aveva nel suo “core business” nulla che si avvicinasse al campo musicale. L’operaio ripose il nuovo cd nella teca del reparto, aggiunse con un pennarello il numero progressivo e l’anno e tornò ad applicarsi al proprio core business lavorativo. Trascorso un anno, la sua fervida inventiva si esplicò in un certo numero di brani musicali per un nuovo cd che, appena stampato, inviò per posta interna al solito Ufficio Risorse Umane. Due anni prima, al quindicesimo anno, gli arrivò un’altra lettera che lesto mi mostrava. Un altro Vattelapesca lo ringraziava di nuovo a nome dell’azienda per il dono, gli rimemorava che la società non aveva nel suo core business nulla che si avvicinasse al campo musicale e gli suggeriva una serie di indirizzi a cui sarebbe stato più consono spedire il risultato del suo ingegno armonioso. Si trattava ovviamente di informazioni minime che ogni buon musicista conosceva a menadito, a cui probabilmente era ricorso più di una volta. Gli anni successivi, senza demordere, a nuovo cd nuova spedizione. Mi diceva poco convinto: <<Capiranno prima o poi se non...>>, <<son tarlucchi!>> toccò a me concludere. L’operaio non fu mai chiamato a colloquio, nessun megadirigente  si  sognò di effettuare un’indagine per comprendere se e quanto l’operaio fosse appagato nella sua specifica mansione e gratificato nel proprio ambito lavorativo. A fronte delle 17 lettere in 17 anni che ti arrivavano in bottiglia, le tre letterine aziendali non spiccavano per sagace intuito e per efficace gestione di una risorsa umana. A me la morale del sogno, anche nel sonno, é stata subito chiara.

  • 05 marzo 2011 alle ore 0:48
    l'isola della... menta

    Come comincia: Quell’accidente d’isola difficilmente localizzabile sulle carte nautiche faceva impazzire la bussola dei marinai a causa dell’eccessiva concentrazione su di essa, di sostanze contenenti agenti ferrosi polarizzati chissà come da cariche elettromagnetiche. La rotta delle navi eludeva quell’atollo puzzolente e malsano, in quanto il cattivo odore che ventilava da quel posto arrivava a disturbare i nasi dei passeggeri  imbarcatisi chissà dove.  Vista da un improbabile orizzonte quel punto fermo nel mezzo dell’Atlantico ricordava una vallata immersa in una nebbia perennemente marronastra. I suoi  isolani erano per lo più abbienti e passavano il tempo a bighellonare fra chiacchiere mondane e cure del corpo – un modo come un altro per rimandare la inevitabile e naturale decadenza fisica poiché quella interiore era iniziata da un bel pezzo- I tanti svaghi soliti e “annoievoli” portavano con essi un percorso di vita solita e banale. Quegli abitanti avevano potuto permettersi di possedere di tutto, agevolati di molto dalla potenza del denaro. Si erano confinati in quell’isola fingendosi defunti organizzando finti funerali e falsificando resoconti medici e atti di morte. Quella nuova genesi di elusi era alla ricerca di reconditi piaceri, di nuove motivazioni da supportare a un modo di vivere diverso, di adorare possibilmente nuovi dei. Quelli vecchi -di dei- si erano resi obsoleti, compresi i miti del possesso e la bramosia smisurata di denaro. Alcuni di loro veneravano tronchi di quercia marciti, portati a spiaggia dalle correnti marine –quelle Amadriadi avevano perduto la sembianza umana e si erano raccomandate alla pietà dell’oceano, implorando il mare di essere naufragate su lidi sconosciuti, dove poter ricominciare una nuova esistenza tributata degli onori che si devono a semidei sconfitti.- altri si raccontavano storie indicando un pinnacolo roccioso dell’isola dicendo parlandosi quasi sottovoce e con un timore di peculiarità ancestrale: sapete, da lì cadendo morì Dio.
    In quel piccolo golfo, dove ribeve la schiuma il genio salmastro del mare, cresceva rigogliosa una sterpaglia fatta di piante, che avendo assorbito dalla sabbia inquinata il fosforo e il mercurio, avevano assunto forme inusuali, sembrava non appartenessero al regno vegetale. Quegli steli carnosi  maleodoranti e viscidi nei loro colori bluastri facevano affluire alla mente il ricordo delle ecchimosi contornate dal sangue pesto. La loro crescita avveniva in senso obliquo rispetto al suolo, e puntavano l’unica estremità oscurata di un fiore nero verso la foschia dell’orizzonte. Quelle coscienze sporche, confinate e tenute scrupolosamente a bada, circoscritte in quel luogo segreto, lontano da eventuali curiosi, piantonati da Aurighe lobomotizzate- eterne essenze prive della ragione- alle quali avevano impiantato nel vuoto lasciato dal cervello la violenza dell’obbedienza. 
    Le navi che passando al largo, scaricando i liquami prodotti dalla defecazione dei passeggeri lasciavano una scia che andando ad accumularsi sull’acqua si faceva trasportare dalla marea frangendosi poi sugli scogli dell’isola.  Quel colore brunastro era forse il sottoprodotto della tanquilla cattiveria e della ignavia umana Scivolava sulla sua schiuma nell’insenatura, depositandosi su quell’unico lembo di sabbia nera. Questo rappresentava un momento di sacralità per gli abitanti, un battesimo rigeneratore  avvertito ore prima per via del maestrale che ne trasportava l’olezzo. Tutti allora correvano a incontrare quel Battista pagano che avrebbe spianato loro la via dell’estasi mistica introducendoli nel regno della redenzione. Arrivavano ansimando e si beavano nel respirare gli effluvi, poi lautamente banchettavano con il cibo metabolizzato

  • 03 marzo 2011 alle ore 18:42
    Scambio di analisi

    Come comincia: Max, mi spiace, il linfoma è di natura maligna, lo stadio è terminale. Phill, l’amico e dottore, aveva letto le analisi in quel momento e Max era basito all’idea di riferir quell’esito a Edy. L’uomo angosciato vagò tutto il giorno e passando in agenzia turistica, prenotò una crociera in Egitto, sarebbe stata l’occasione per render felice la compagna prima di assaporare l’amara notizia. Passeggiavano sul ponte della nave, Max prese la mano di Edy, proprio per dirle…Squillò il cellulare di Max: sono Phill e volevo darti una bella notizia…Max sobbalzò, era la sveglia, la spense e bacio Edy che dormiva accanto a lui!