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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile 2011 alle ore 20:19
    RE CAPI D'UCCELLO

    Come comincia: L’antefatto

    C’era una volta un re che, quando ormai credeva di non avere figli, fu rallegrato dalla nascita di un erede. Immaginatevi la sua gioia! Diede una grande festa cui invitò, oltre a re, principi e nobili dei regni vicini, anche tutte le fate e i maghi del reame, ma… dimenticò la fata nera che se la
    legò al dito. Così proprio al culmine dei festeggiamenti apparve inattesa e lanciò una tremenda maledizione per vendicarsi dello sgarbo.Il principino era condannato a trasformarsi in uccello al calar del sole per riprendere le sembianze umane solo all’alba dopo essersi bagnato in una bacinella d’acqua purissima che la regina doveva preparargli ogni giorno.Se ciò non fosse avvenuto il figlio diletto sarebbe volato lontano nel regno della strega malefica e non sarebbe più tornato.

    L’aiuto degli uccelli

    Passarono gli anni…il principe diventò un bellissimo giovane e s’innamorò di una principessa che ricambiò il suo amore promettendo di diventare sua moglie Quando seppero dell’infatuazione della figliola, i suoi augusti genitori tentarono in tutti i modi di dissuaderla, ricordandole il maleficio. Infine, poiché la fanciulla persisteva nel suo proposito negarono ufficialmente il consenso alle nozze. Al rifiuto il principe non si diede per vinto e, visto che l’incantesimo gli aveva dato il comando sugli uccelli tanto da essere soprannominato dal popolino “re capi d’uccello”, si fece aiutare dai fidati sudditi alati per costringere il re a concedergli in sposa la principessina.
    Una prima volta radunò migliaia e migliaia di volatili: ognuno di loro portava nel becco una pietruzza e, ad un suo ordine, le terre del sovrano furono sepolte da uno strato di sassi.
    Non bastò questo ad ottenergli il sospirato consenso e allora…di nuovo il principe chiamò a sé i suoi fedeli uccelli.
    Erano talmente tanti da oscurare il cielo!
    Tutti riempirono il becco con un goccio d’acqua e, volati sul regno vicino, lo annegarono sotto un vero e proprio diluvio. Ma il re, ostinato, continuava a dire di no.
    Il principe allora comandò alle sue truppe di volare contro il nemico e di bombardarlo con milioni di fuscelli ardenti. E finalmente, quando nuvole di fuoco avvolsero lo sfortunato reame, i genitori della bella principessa acconsentirono al matrimonio.

    Finalmente sposi!

    Ecco che infine i due giovani sono sposi. Tocca ora alla sposina preparare tutte le notti la bacinella con l’acqua per il marito che torna dalle scorribande notturne. La regina madre glielo aveva raccomandato: per nessuna ragione doveva dimenticarsi di rinnovare l’acqua ogni giorno, altrimenti Capi d’uccello sarebbe volato via e non lo avrebbe più rivisto. Passarono anni felici, ma un brutto giorno la principessa si scordò di preparare la vasca con l’acqua. Così lo sposo, non potendo ritornare uomo, fu costretto a volare nel regno della fata malvagia.

    Capi d’uccello vola via

    Figuratevi la disperazione della moglie! Non sapeva darsi pace per la sua sbadataggine riempiendo di alte grida e pianti il palazzo, poi convocò i saggi e le fate del regno chiedendo se ci fosse mai un modo di riavere l’amato sposo. Quando stava per perdere l’ultima speranza di veder esaudito il suo desiderio, una vecchia fata, commossa da tanto amore, decise di aiutarla. Se davvero voleva ritrovare il marito, la giovane avrebbe dovuto affrontare un viaggio lungo e pieno di pericoli. Per raggiungere la terra della strega “un paese dove non canta gallo, dove non luce luna, dove non nasce nessuna creatura” le sarebbero occorsi sette anni di cammino, per cui avrebbe consumato sette suole di ferro e altrettanti bastoni e, una volta arrivata alla meta, doveva essere pronta ad affrontare rischi terribili.

    Verso il paese della strega

    La voglia di strappare il marito dalle grinfie della strega e tornare a riabbracciarlo vinsero però ogni paura e, preparato tutto il necessario, la sposa coraggiosa iniziò il viaggio. Cammina, cammina, erano già passati sette anni, iniziava a consumare la settima suola e ad appoggiarsi al settimo bastone quando la giovane penetrò nel folto di una foresta.
    Nell’ombra oscura si levavano le braccia minacciose degli alberi, la principessa avanzava a fatica rabbrividendo per la natura selvaggia del luogo.
    Ad un tratto il silenzio fu rotto da una voce profonda, cavernosa “Tagliami, ti prego, le lunghe ciglia che mi oscurano gli occhi!”. Chi aveva parlato? Trattenendo i battiti impazziti del cuore la giovane aguzza la vista e…vede! Un albero enorme dalle forme umane l’aveva invocata:nel tronco scorge un volto rugoso con gli occhi chiusi completamente ricoperti di peli.
    Ripete la preghiera il gigante e la fanciulla decide che sì lo aiuterà, ha con sé un paio di forbici, proprio quello che serve. Zac, zac, in quattro e quattr’otto il gigante ritrova la vista, ringrazia e, sentita la storia della principessa, le indica la strada, intanto le dona una noce da conservare con cura e da rompere al bisogno. La giovane sente la meta vicina e il passo ritorna spedito, incontra altri due giganti e ad entrambi apre gli occhi. Riceve in dono da uno una nocciola e dall’altro una arachide magica, inoltre  le danno indicazioni per non smarrire la strada.

    Nel regno della strega

    È mattina quando la principessa esce dalla selva ed in poche ore arriva al paese della strega. Lungo la strada incontra un donnone che trasporta una cesta piena di pane, nello sforzo i grossi seni fuoriescono dal corpetto e pendono fin quasi a sfiorare il terreno. Impietosita la giovane solleva le enormi poppe della fornaia accomodandole nel reggiseno con manifesto sollievo della donna che ringrazia e insieme chiede come ricambiare tanta gentilezza.
    Sentendo la storia di quell’infelice e il suo desiderio di salvare il marito le parla così :- La casa della strega sorge isolata nel punto più alto del paese, quando sarai là, avvicinati di nascosto e aspetta che la strega cominci a filare come fa ogni mattina stando sul balcone. Mentre lei canta sul ritmo del fuso che gira veloce a piano terra, tu dai un colpo deciso al fuso. Subito la strega chiederà chi sia stato, ma tu guardati bene dal rispondere, lascia che riprenda a filare
    e allora dai un altro strattone. Ancora chiederà e tu resta nascosta in silenzio! Finalmente alla terza interruzione la strega esclamerà “Chi mi tocca il fuso salga su! Salga su per amore di Capi d’uccello, figlio di Barbara bella!” Solo allora potrai salire in casa, la strega non potrà farti del male e potrai riabbracciare il tuo sposo.-

    Nella casa della strega

    Tutto andò proprio come aveva detto la donna: la strega filava e cantava mentre il fuso girava veloce; ecco il primo colpo e l’invito a salire, l’attesa e il secondo strattone seguito dalla richiesta di farsi avanti.
    Non è ancora tempo, bisogna aspettare che il canto insieme al filare riprenda. Un ultimo urto interrompe il ronzare del fuso e stridula suona la voce della vecchia “ Salga su! Per amore di Capi d’uccello, figlio di Barbara bella! “
    E la principessa potè entrare nella casa della strega a riabbracciare lo sposo.

    Preparativi di fuga

    Immaginatevi la rabbia della maga e la gioia dei due sposi finalmente nelle braccia l’uno dell’altra dopo tanti patimenti!
    Non ci volle molto però perché quella prigionia, per quanto dorata, cominciasse a pesare e così pensarono a come riuscire a fuggire.
    Dovete sapere, cari lettori, che gli sposini erano segregati in una stanza in cui tutti i mobili e le suppellettili erano animati, occorreva dunque farseli amici perché non spifferassero tutto alla padrona.
    Detto, fatto, la sera prima del giorno progettato per la fuga, la principessa preparò un’ enorme paiolata di polenta e cucchiaio dopo cucchiaio tutti ebbero la loro parte a patto che tenessero il segreto. Tutti, meno il pestasale!

    La fuga

    Al primo albeggiare i due giovani scavalcano la finestra della camera, sono in strada, portano con sè un po’ di cibo e d’acqua; Capi d’uccello ha preso anche, non si sa mai, la bacchetta magica della strega.
    Corrono a gambe levate lontano: verso la salvezza.
    E’ giorno fatto quando la strega comincia a chiamare gli sposi ” Capi d’uccello, principessa, alzatevi! Su! E’ tardi, pigroni.” E, per tutta risposta, dalla camera da letto veniva la voce di un mobile che diceva “Veniamo! Tra un po’. ”
    Il gioco andò avanti per qualche tempo, finchè il pestasale ( ricordate? ) non esclamò “Altro che tra un po’! I due piccioncini sono scappati.”

    L’inseguimento e la salvezza

    Passato lo stupore, una gran rabbia montò dentro il petto della terribile maga  “ Gliela farò pagare! “ diceva tra sé e sé “Oh, se me la pagheranno, appena li riacciuffo! ” e, inforcata la scopa, volò in caccia dei fuggiaschi.
    I nostri eroi nel frattempo avevano percorso alcune miglia stando sempre all’erta, così, quando si levò improvviso un gran vento, Capi d’uccello comprese che stava arrivando la strega e si preparò a riceverla. Estratta la bacchetta magica toccò con la punta la sposa e disse “ Tu carrettino con la frutta, io ortolano! “
    Non erano passati che pochi momenti e la strega si presentò chiedendo “ Buon uomo, avete visto per caso due giovani correre sul sentiero?” e il principe di rimando “ Ho bella frutta! Volete meloni, ciliegie o preferite le pesche? “ Stizzita la strega se ne tornò a casa, ma il pestasale le rivelò l’inganno “ Capi d’uccello era il fruttivendolo e se ne stava con la moglie trasformata in carro di frutta! “
    Per poco la vecchiaccia non schiattava dalla rabbia per essere stata presa in giro, poi ripartì con la fida scopa decisa a riprendersi i fuggitivi. Ma di nuovo il soffio improvviso mise in guardia Capi d’uccello.“ Tu chiesa e io sacrestano! “ disse senza perdere tempo e intanto sfiorava la sposa con la magica bacchetta.
    La strega, come con l’ortolano, domanda ora al sacrista se ha visto i giovani in fuga, ma questi “ E’ presto per la messa oggi, venga più tardi! “ E per la seconda volta la fattucchiera torna indietro scornata, ma ne riaccende subito l’ira il solito pestasale, rivelandole chi si nascondeva sotto i panni del sacrestano e nelle mura della chiesa.
    “ E’ davvero troppo! Guai a loro se li riacchiappo! “ urla e rapida torna all’inseguimento sulla magica scopa.
    “ Non c’è tempo da perdere! “ Capi d’uccello ha sentito fortissimo il vento furioso scuotere le cime degli alberi facendo rotolare nere nuvole nel cielo percorso da lampi e cupi rimbombi. Prende per l’ultima volta la bacchetta e pronuncia l’incantesimo “ Tu mare, io marinaio in barca “
    Ed è così che, remando con vigore raggiunge la riva, tocca terra ed è in salvo: fuori dal regno della strega. Dimentica però la bacchetta e con lei la sposa che resta onda marina, mentre Capi d’uccello, libero dal sortilegio malvagio, riesce a tornare nelle sue terre accolto con grandi festeggiamenti dal re e dalla regina.

    Le nuove nozze

    Sono passati diversi mesi da quando il principe è tornato libero dall’odioso incantesimo. Dimentico della moglie, si è fidanzato e tutto il regno è in festa per le nozze imminenti. Sulla spiaggia un bimbo nota una strana bacchetta, la prende e l’immerge nell’acqua del mare.
    Che portento è mai questo?! Le onde si dileguano e lasciano posto a una fanciulla bellissima: la principessa. Deve ritrovare il suo principe e riprende il cammino, finchè giunge alle mura di una grande città imbandierata a festa. A una ragazza chiede dove si trovi, che cosa si festeggi; così viene a sapere che è nel regno di Capi d’uccello e che questi di lì a tre giorni si sarebbe sposato.

    Dorme lo sposo e lei si dispera

    Nella sfortuna la principessa fu però fortunata perché, guarda caso, la giovane
    con cui parlava le disse fra l’altro di essere la valletta di camera del principe.
    Subito la principessa l’implorò di farle trascorrere una notte nella stanza del giovane, l’avrebbe pagata bene. E prima che la serva potesse opporle un rifiuto ruppe con un sasso la noce da cui scaturì un telaio tutto d’oro: la ricompensa promessa. In fondo, pensò la ragazza, non le sarebbe stato difficile accontentare quella strana richiesta e del resto la donna non sembrava avesse cattive intenzioni, mentre l’oro era davvero irresistibile. Si accordarono.
    Il principe quella notte dormì profondamente per il sonnifero versato nel vino della cena, la moglie dimenticata accanto al letto fino al canto del gallo cantava con voce triste “ Sette anni ho viaggiato per poterti riavere, sette suole di ferro ho consumate, sette verghe metalliche ho logorate per appoggiarmi nel fatale andare. Ora che sono davanti a te, Ninnello mio, tu dormi alle mie grida disperate, dormi e non ti vuoi svegliare. Con questo pugnale mi voglio
    ammazzare! ”
    Il giorno seguente di nuovo la principessa convinse la cameriera ad introdurla nella stanza del principe. Questa volta dalla nocciola spezzata uscì un arcolaio interamente d’oro e la serva non seppe dire di no. E tutta la notte echeggiò dei lamenti strazianti della giovane donna, in lacrime accanto allo sposo inconsapevole addormentato.
    Restava una sola notte prima delle nozze e solo l’arachide per poter stare un’ultima volta col principe e uccidersi accanto a lui se non si fosse destato: così aveva deciso la giovane sempre più disperata.
    L’avida servotta era stata ben contenta di guadagnarsi il fuso d’oro spuntato dall’arachide infranta, però…

    Tutto è bene quel che finisce bene

    Siete ancora lì, cari i miei lettori, curiosi di sapere come andrà a finire? Bene!
    Ora, visto che era ormai la vigilia del matrimonio, il principe chiamò il barbiere di corte perché lo acconciasse nel modo migliore e, sapete come sono chiacchieroni i parrucchieri, parlando del più e del meno l’acconciatore chiese al principe chi mai fosse che da due notti lanciava grida di dolore dalla sua camera. Il giovane lì per lì rispose in malo modo al figaro, ma poi decise di vederci chiaro, la sera stette ben attento a tavola e, notato lo strano atteggiamento della cameriera nel versargli il vino, finse di bere e poi in camera, con gli occhi chiusi sdraiato sul letto, attese.
    Mancava poco alla mezzanotte quando una bellissima giovane entrò, si pose al capezzale e, dopo aver lungamente accarezzato con lo sguardo il volto del principe che credeva addormentato, iniziò il suo lamento.
    Il principe ascoltava: non gli pareva nuova quella voce, il volto in penombra mostrava un profilo familiare. Chi? Chi era quella dolcissima figura accanto a lui che gli faceva battere il cuore?
    Era vicina l’alba e il gallo s’apprestava a cantare al tramonto della Luna.
    La principessa con voce fievole si accinse al gesto estremo “ Sette anni ho pianto viaggiando per ritrovarti, consumando sette suole e sette bastoni di ferro in cerca di te. Ora che ti ho ritrovato, tu dormi, Ninnello mio, alle mie grida disperate e non ti vuoi svegliare. Con questo pugnale mi voglio ammazzare! “
    Il primo raggio di luce penetrò nella stanza proprio mentre la giovane col pugnale brandito si apprestava all’estremo sacrificio e… il principe ricordò.
    Di colpo tutto il passato di gioie e dolori tornò vivo nella memoria. Rapido
    Capi d’uccello bloccò la mano della moglie gridando “ Ferma! Ora sei di
    nuovo con me e non ti perderò mai più, mia amata sposa. “

    Il lieto fine

    Sapete com’è, l’unica un po’ scontenta fu la promessa sposa che però si consolò ben presto con un bellissimo principe che già aveva adocchiato fra gli invitati.
    Quanto ai nostri giovani, ormai svaniti i malefici della strega, vissero tantissimi anni nella più perfetta felicità, ebbero tanti figli e furono allietati da miriadi di nipotini.
    E la strega ? Se proprio ci tenete, cercatela in altre fiabe!

    Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che detto ho la mia!

    FINE

      7/07/’06 Michele PRENNA 

  • 29 aprile 2011 alle ore 21:37
    Tabacco

    Come comincia: Presentazione

    C’era una volta un povero calzolaio soprannominato Tabacco perché aveva sempre in bocca la pipa, il sigaro o la sigaretta e, quando non fumava, fiutava
    la polvere aromatica che teneva in una scatoletta di metallo lucida per l’uso.
    Tabacco per il resto si contentava di poco per essere felice: dopo il lavoro curava l’orticello, passeggiava al fresco degli alberi nel bosco vicino a casa,
    si preparava fischiettando colazione e cena che non mancavano mai di un bicchiere di quello buono.
    Dopo la morte della madre nella vita del ciabattino non c’erano state donne che gli fossero piaciute tanto da fargli desiderare di sposarsi; aveva avuto le sue avventure da giovane e adesso che era un po’ in là con gli anni si faceva compagnia da solo godendosi le bellezze della natura, i piaceri del fumo e le delizie della tavola.

    L’ospitalità di Tabacco

    Una sera sul tardi, mentre fuori imperversava un violento temporale, Tabacco se ne stava accanto al camino  aspettando che i fagioli nel pentolino fossero ben cotti.
    Già pregustava la bella mangiata di legumi quando ad un tratto udì picchiare con violenza contro l’uscio. “Chi mai poteva essere con quel tempo da lupi? ” pensò il calzolaio, ma continuando i colpi andò a vedere.
    Sulla soglia stavano, fradici d’acqua, tre uomini: due giovani e uno anziano; il più vecchio parlò per primo chiedendo qualcosa da mangiare e ricovero per la notte.
    Bisognava essere davvero duri di cuore per rifiutare di soccorrere quei poveracci e Tabacco, anche se non era uno stinco di santo, in fondo non era cattivo, così li fece accomodare nella cucina vicino al tavolo apparecchiato
    a cui aggiunse altre tre scodelle insieme a cucchiai e bicchieri.
    “Intanto” disse “mangiate un boccone! Avrei voluto offrirvi qualcosa di meglio, ma non sono ricco e, se vi contentate, una zuppa di fagioli con un tozzo di pane e un bicchiere di vino stasera è tutto quello che ho per cenare. Poi potrete trascorrere la notte vicino al camino, al caldo.”

    I tre desideri

    I tre viandanti non si fecero certo pregare oltre, si accomodarono nella stanza
    e fecero onore al pasto frugale e al vinello dell’ospite complimentandosi per la bontà dei fagioli cotti proprio a puntino. Quello dei tre che dal portamento sembrava il capo, dopo aver chiesto a Tabacco come si chiamava e viveva, volle manifestare più concretamente la sua gratitudine e, rivolgendogli la parola, cominciò a dire ”Caro Tabacco, davvero da tempo
    non ero stato accolto così bene. Mi hai fatto sentire a casa mia dividendo con me e i miei compagni, anche se non ci conoscevi, la tua cena. Voglio perciò compensarti e lo faccio davvero volentieri. Esprimi tre desideri e io, che sono il Signore, li esaudirò.” 
    Alla rivelazione di chi si celava sotto i panni di quel pellegrino, il calzolaio quasi sveniva dall’emozione; subito disse che era contento così, poi, vista l’insistenza di Gesù, gli comunicò il primo desiderio
    “ Signore, vedi questa tovaglia? Ebbene fai che tutte le volte che dirò – tavola apparecchiata! – si riempia dei cibi e delle bevande più squisite secondo le mie necessità e i miei desideri.” Ed il Signore di rimando “ Sia! ”. Mentre il ciabattino parlava così col Cristo, il viandante vecchio cercava di attirare la sua attenzione. Era evidente che voleva suggerirgli qualcosa, ma Tabacco era troppo preso dalle sue richieste per pensare a dargli retta.
    ” Adesso ”riprese il Signore” esprimi il secondo desiderio.” E Tabacco “ Fai che quando ordino al mio tascapane di acchiappare qualcosa, questo la prenda e non la molli se non glielo dico io.” Ed il Signore di nuovo “ Sia! ”
    Pietro intanto, avrete certo capito che i due compagni del pellegrino altri non erano che i suoi discepoli prediletti: Pietro e Giovanni, soffiava sotto voce e gesticolando ”Chiedi la grazia del Paradiso! ” ma il nostro Tabacco non l’udì perché era troppo concentrato a pensare il terzo e ultimo desiderio.
    Trovato! “ Signore, vedete questo bastone? Ebbene fate sì che picchi a tutta forza se lo chiedo e smetta di bastonare solo al mio comando.” Ed il Signore esaudì Tabacco cosicché il ciabattino aveva esaurito i tre desideri che gli erano stati concessi.

    Il rimprovero

    L’indomani i tre ospiti salutarono il calzolaio e San Pietro, trattolo da parte, gli disse “ Stanotte hai avuto una grande opportunità e l’hai sprecata malamente. Potevi chiedere di andare in Paradiso e non l’hai fatto! Quando verrà il momento te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi.”

    La casa degli spiriti

    Erano passati diversi anni da quando Tabacco aveva ospitato Gesù e i due Apostoli; grazie alla tovaglia miracolosa il nostro eroe non aveva dovuto più preoccuparsi di mettere insieme pane, companatico e vino buono tanto che era riuscito a risparmiare una discreta sommetta con cui voleva togliersi la soddisfazione di poter avere una casa bella e spaziosa, proprio da signori.
    Così quando seppe che nel paese vicino veniva messa in vendita a buon prezzo una villa che nessuno voleva perché si diceva infestata dagli spiriti il nostro Tabacco, per niente impressionato, fece la sua offerta e, in mancanza di altri acquirenti, l’ebbe, come si suol dire, per un pezzo di pane.
    Armi e bagagli il nostro s’installò nella nuova dimora cui non mancava anche un bel giardino e attese a piè fermo l’assalto dei fantasmi.

    Un povero diavolo

    Per qualche tempo non accadde nulla, sembrava davvero che la fama sinistra del luogo non avesse più alcuna ragione finchè una notte…
    S’era alzato un gran vento che faceva sbattere le imposte e piegava fin quasi a spezzarle le cime degli alberi facendo volare lontano le foglie gialle d’autunno, poi era iniziata la pioggia sempre più fitta e battente accompagnata da fulmini e tuoni. Al ciabattino venne in mente che assomigliava tanto alla notte in cui aveva ospitato i santi pellegrini.
    La pendola della sala aveva appena finito di battere per la dodicesima volta quando dalla cappa del camino rimbombò potente una voce “ Tabacco! Guarda che mi butto giù! “
    Per nulla intimorito il ciabattino rispose “Va bene, buttati pure. “
    La voce risuonò minacciosa ancora una volta e, visto che Tabacco faceva spallucce e sfidava lo spirito a mostrarsi, con un alto urlo il diavolo si calò per la cappa e, avvolto da una gran nuvola di fumo, si pose di fronte a quello sfrontato di un essere umano.
    Ma il calzolaio non attendeva altro, prese il tascapane e ordinò “ Acchiappa! “ e, prima che il demonio si riavesse dallo stupore di trovarsi imprigionato, facendo cenno al bastone, il terribile vecchietto proseguì “ Picchia, bastone bello! Batti bene il sacco a tutta forza! “
    Povero diavolo! Pensava di spaventare e si ritrovava pieno di lividi e botte!
    Ebbe un  bel gridare “ Pietà! “ implorando di smetterla, le bastonate continuarono sempre più forti finchè Tabacco, sentendo la voce di quello sventurato affievolita e quasi spenta, non ritenne che la lezione poteva bastare.
    Appena il tascapane si riaprì e il bastone riposò non parve vero al demonio tutto acciaccato e in pezzi lasciare senza altri guai la stanza riguadagnando l’Inferno da dove era venuto.
    Da allora si guardò bene dal tornare in quella casa e il nostro Tabacco potè starci tranquillo e felice fino alla fine dei suoi giorni.

    Dal Paradiso all’Inferno

    Quando l’anima immortale del ciabattino decise di abbandonare quel corpo fin troppo consunto, volò rapida in cielo al Paradiso, ma il vecchio portiere,
    vedendo chi era, si ricordò dell’antica ospitalità e soprattutto del desiderio sprecato, così disse che lì non c’era posto per lui, cercasse altrove.
    Sorpreso Tabacco non replicò e di filato scese al regno del demonio picchiando forte al massiccio portone.
    Era ben deciso a non farsi mettere alla porta una seconda volta!
    A dire la verità anche il diavolo si ricordava del calzolaio. Come lo vide gli parve di sentire ancora la gragnola di colpi in tutto il corpo e cercò di evitare
    di avere quello scomodo ospite, ma Tabacco fu pronto a minacciarlo di un’altra presa col tascapane e successive legnate così che, fatto buon viso a cattiva sorte, accettò di accoglierlo all’Inferno.

    Il diavolo si dispera

    Davvero era ben strano il luogo dove era capitato, pensava il ciabattino. Chi mai avrebbe immaginato uno stanzone grande all’infinito con, lungo le pareti, innumerevoli pentole incoperchiate perennemente in bollore?!
    E cosa gli toccava fare! Il diavolo gli aveva dato un incarico preciso in cambio dell’ospitalità: curare che le pentole bollissero bene sempre; mai il fuoco doveva ardere meno intenso o peggio spegnersi. Comunque non erano affari suoi e il lavoro non era pesante, solo che alla lunga era di una noia mortale e poi chissà cosa c’era in pentola di tanto duro da cuocere. In fondo gli venivano in mente gli amati pentolini di fagioli.
    Capite bene che, una volta arrivata, la curiosità prima o poi sarebbe stata soddisfatta e infatti… in un momento in cui il diavolo se n’era andato a fare un giro sulla Terra, il nostro curiosone sollevò cautamente un primo coperchio, poi un altro, un altro, un altro ancora. Che disastro! Ogni volta un sibilo come di vapore usciva dalla pentola e dentro…niente! Tutte le anime dannate in men che non si dica facevano ricreazione, spassandosela un mondo.
    Ritornato in fretta e furia, il diavolo ebbe il suo daffare a rimettere in ordine il locale, dopodiché affrontò Tabacco a brutto muso con un diavolo per capello. Evidentemente l’Inferno non era il suo posto, aveva combinato un caos indescrivibile e quindi era meglio per tutti e due se se ne andava alla svelta e non si faceva più vedere.
    Mentre lo apostrofava in tal modo il padrone di casa accompagnava Tabacco all’uscio e glielo richiudeva con un gran botto dietro le spalle.

    Ritorno al Paradiso

    Per l’anima di Tabacco era tutto da rifare, ma il ciabattino non era tipo da perdersi d’animo facilmente, decise di risalire al Paradiso e di sistemare una volta per tutte i conti in sospeso con il suo portinaio.
    Anche stavolta il santo custode si preparava a scacciare l’indegno calzolaio, ma questi rapidissimo lanciò oltre la porta il cappello e subito iniziò a gridare perché Pietro lo lasciasse entrare a riprenderlo.

    La furbizia di Tabacco

    Era tale e tanto il baccano scatenato sulla soglia del giardino di delizie che neppure i cori angelici riuscivano a coprirlo sicchè giunse fino alle orecchie del Signore.
    Che mai succedeva? Da quando in qua il Paradiso si metteva a far concorrenza all’Inferno? Ed il Padreterno venne a vedere.
    Come fu contento nel rivedere il calzolaio che lo aveva accolto e rifocillato!
    Ma perché Pietro non lo faceva entrare?!
    Il guardiano spiegò le sue ragioni: quell’anima non meritava il Cielo poiché  aveva preferito la pancia piena alla salvezza eterna.
    Assentì gravemente il Signore, ma poi “ Consentigli almeno di recuperare il
    berretto! ” disse e, salutato il ciabattino, tornò sul trono.

    La conquista del Paradiso

    Avuto il permesso, Tabacco entra nel Paradiso, ma a sorpresa si siede sul cappello urlando e strepitando che non intende muoversi di lì e che bastonerà di santa ragione chiunque s’avvicini.
    San Pietro, sbalordito ed esasperato, alla fine si rassegna e gli permette di stare dove si trova.
    Così Tabacco si conquistò un posto in Paradiso!
    Mai  modo di dire fu più appropriato.

    FINE

  • 29 aprile 2011 alle ore 15:19
    Due mondi

    Come comincia: L’INCONTRO

    Tempesta: non si erano mai visti tanti lampi rasentare a pelo le punte degli abeti, aguzzi come lance, scuri come falci, ed i tuoni squarciavano l’incessante battere delle gocce sulle pesanti  fronde. Correndo tra rami e sassi, affondando gli artigli nell’umido terreno, si muoveva veloce verso un odore dolciastro: insopportabile, quanto irresistibile, quasi fosse una tortura non poter sapere di cosa si trattasse esattamente.  Sapeva di non averlo mai sentito; era convinto che fosse vicino, sempre più, ed era convinto di non poterne fare a meno, per quanto fosse nauseante di primo acchito ed allettante se respirato a pieni polmoni.  Un paradosso di sensazioni, una tempesta non solo esteriore l’aveva rapito e condotto lontano dai terreni usualmente battuti, lontano dai sentieri conosciuti, al di là di ogni limite consentito. Ogni pietra, ogni roccia e tronco e foglia impregnata d’acqua che calpestasse, ogni stridulo rumore, più remoto sentore, lo conducevano verso una parte di foresta che non aveva mai vissuto prima di allora. Il brivido lo attraversava e pervadeva, dalla punta delle ritte orecchie all’ultimo pelo della folta coda. Cominciò ad un tratto a percepire un lieve pianto, nascosto tra i suoi balzi, fatto di deboli singhiozzi e celeri sospiri. S’avvicinò sempre più a quel dolce lamento, come fosse una canzone, nenia in onore della pioggia, che s’inabissava nei più profondi luoghi e risuonava tra i rami più alti. D’un tratto arrestò la sua folle corsa d’innanzi ad una grotta, ai piedi di una piccola collina: da li proveniva sia l’odore che il triste pianto. Si fece forza, gocciolando sul flaccido terreno, le orecchie basse, la coda a mezz’aria, apprestandosi ad entrare. Qualche passo sull’asciutto e si scrollò di dosso l’acqua in eccesso, facendo schiantare parecchie gocce sulle pareti scavate dello scuro anfratto. Poi il silenzio. Il cadere della pioggia pareva appartenere ad un’altra dimensione, i tuoni sembravano addirittura lontani. Quel luogo pareva come incantato, celato in una sorta di spazio senza tempo, parentesi dell’universo conosciuto. D’improvviso una figura davanti ai suoi grossi occhi che la conoscenza portò a produrre un sottile ringhio, ma che l’istinto ridusse poco dopo al silenzio. Il volto rigato, i vestiti zuppi ed occhi rossi, ancora ricolmi di lacrime. Lo stupore si trasformò in trepidante attesa; la tensione si sciolse in un baleno. Ciò che gli si palesò davanti, se pur incarnazione di quello da cui per natura ed insegnamenti avrebbe dovuto tenersi più che lontano, gli fu subito vicino. Il pericolo gli parve non poi così tanto tremendo. La trasgressione fu semplice ed immediata. In pochi istanti gli si era ribaltato un mondo; aveva lui ribaltato il mondo stesso, in ogni sua più radicata certezza e consapevolezza; aveva infranto la regola più importante. Inevitabile e facile: naturale ed indissolubile. Quello che era accaduto in quel giorno di tempesta mai nessuno avrebbe potuto cancellarlo, anche se verteva pericolosamente contro ogni ragionevolezza. Un lupo ed un vampiro non avrebbero mai dovuto incontrarsi al di fuori della battaglia: pena la morte. Eterni rivali come eterna era la loro permanenza nel mondo; questo era il loro passato, presente e futuro di sempre. Futuro che era stato compromesso, cambiato in una manciata di secondi. Mai più nulla sarebbe stato come prima. Il lupo divenne bambino qual era, la piccola vampira ritrasse le fauci. Tutto era cambiato.

    UNA VITA INSIEME
    Spesso si ci chiede come sia possibile conoscersi così a fondo senza mai essersi incontrati; come fosse stato possibile quella notte il loro incontro; per quale motivo fosse accaduto. Leggerezza: l’unica con la quale avevano vissuto fino all’accorgersi di esser alla fine diventati grandi, di nascosto, come se la vita, per quanto la loro davvero lunga, fosse solo un gioco. Come se il prendersi per mano a tempesta conclusa, il rincorrersi tra gli alberi, il vociare, le risate, l’incontrarsi per anni nello stesso luogo, non fosse stato tutto parte di un disegno ben preciso, nonostante per loro fosse soltanto il “caso”, solo un “gioco”. Dal destino non si fugge, per quanto si possa correr forte. Il gioco si sarebbe alla fine esaurito per lasciar spazio a qualcos’altro: ad uno sguardo, come inizio di una nuova avventura, ben più complessa della precedente. Lian la guardava sciacquarsi il viso tra le limpide acque della fonte, sedendo su un antico muretto, poco distante. Dovevano essere antichi resti romani. Il cuore fece un balzo insolito quando lei cercò il suo sguardo per sorridergli.
    - Che c’è?-
    Arrossì e lo distolse: - Nulla…- S’affretto a ribattere.-
    Lei rise, consapevole della reazione suscitata. Era forse ancora un gioco, ma non poi del tutto.
    Eden sollevò un poco la candida gonna, del colore delle nuvole, in perfetta armonia con il pallore della pelle e gli occhi di un ghiaccio verosimile, per raggiungerlo. Gli sorrise ancora, prima di chiedergli una mano, protendendo la sua con naturalezza.
    - Devo tornare…-
    Come il rintocco dell’ultima campana della sera.
    - Tra poco gli altri si sveglieranno.-
    Ed il risuonar di antiche voci sperse.
    - Anch’io.- Lian sentiva i pensieri dei membri del suo branco ininterrottamente.
    - Allora a domani.-
    - A domani…- Dovette lasciare quella mano. Succedeva sempre, ogni giorno, da tantissimo tempo, per poi vederla scomparire saltellante dietro la radura e sentir svanire il suo profumo a poco a poco, fino a perdere i suoi pensieri tra il soffiar del vento. Un corvo batté le proprie ali sopra quelle teste che si allontanavano l’una dall’altra. Lian lo seguì nel suo lesto sorvolare gli alberi, ciò gli impedì  di sentirsi soffocare per l’allontanarsi di Eden. Poteva sentire i suoi pensieri, quando erano molto intensi, ma questo non gli bastava. La connessione era un suo dono particolare; infatti tra lupi era possibile essere sempre in contatto, in qualsiasi circostanza, mentre l’eccezione di Eden all’interno della rete di connessione doveva esser data dall’amore che Lian provava per lei, profondo ed incorruttibile nel tempo, questo aveva reso possibile tale telepatia. La foresta era fitta e solitaria, la notte; la casa dei vampiri era sempre rumorosa e movimentata da qualche festa. Loro caratteristica era infatti il vivere nella totale agiatezza e quindi potersi permettere il vizio della lussuria, tanto ambito, quanto quasi irraggiungibile, nella sua completa perfezione, da qualsiasi essere umano.
    - Dove sei stata? –
    - Madre!-
    L’occhio vigile della madre sembrava poterle scrutare nel più profondo.
    - In nessun posto.- s’affrettò a voltarle le spalle per poi correre fino in cima alle scale, ma con sua non tanto grande sorpresa se la ritrovò proprio lì, al finire dell’ultimo gradino.
    - Allora? – Il viso sempre più increspato, nonostante sembrava esser stato plasmato con la calce.
    Dei vampiri si diceva che essi possedessero una bellezza straordinaria, al di là del naturale; una bellezza quasi demoniaca, tanto perfetta da poter derivare solo dal maligno. Era vero.
    - Ho fatto un giro.-
    L’altra alzò gli occhi e la riprese:- Guarda le tue amiche! – dall’alto della scala getto uno sguardo su due ragazze che si intrattenevano con un gruppo di uomini, davanti al tavolo del biliardo, tra un bicchiere e l’altro. – Loro sì, che si divertono! Tu te ne stai sempre per conto tuo: passi le tue giornate a leggere o fuori chissà dove, chissà con chi… Sono anni oramai che ti comporti così.-
    - Non vedo dove sia il problema.-
    - Quando eri bambina credevamo tutti fossi una sognatrice, addirittura che avessi un amico immaginario. Io non l’ho mai creduto in realtà, ma fu tuo padre a suggerirmelo.-
    - Buffo…-
    - E’ tutto quello che sai dire?-
    Eden non rispose. Al solo pensiero di suo padre le venivano i brividi.
    La madre, accorgendosi di averla turbata, fece un lungo sospiro e tornò sui suoi passi, lasciandola sola.

    “Ehi, Lian!” l’accolse il suo più fidato amico, Ero.
    “Ehi!” gli diede una lieve testata in segno d’affetto. Non aggiunse altro,  come se il fardello infilato tra i denti potesse impedirglielo. I lupi però non parlano.
    “Che cos’è quella roba?”
    Lian non rispose; allora Ero lo prese per un angolo e cominciò a tirare, fino a che non si sentì il rumore di uno strappo. Fu una spallata di Lian farlo desistere. Nell’urto però la roba cadde a terra e si sparpagliò intorno.
    “Vestiti?” esclamò con sorpresa.
    “Sei il solito ficcanaso…”
    “Che te ne fai dei vestiti?”
    “Di solito li lascio più indietro…Ma chissà perché oggi non l’ho fatto.”
    “Non hai risposto…” Ero gli ballava intorno, morendo dalla curiosità di scoprire che cosa stesse combinando l’amico.
    “Smettila.”
    “Dai: dimmelo, dimmelo, dimmelo!”
    “Smettila!” ringhiò l’altro “non capisci che potrebbero sentirci?”
    D’un tratto Ero si fermò. Intuendo la gravità della situazione, ci mise un po’ per rispondere, ma alla fine si sentii offeso dalla presenza di un segreto tanto grande e gli voltò le spalle.
    “Ed ora che succede?” lo rincorse Lian.
    “Cosa vuoi che succeda, amico, io non ho segreti per te!”
    Lian sembrò colpito e promise: “Te lo dirò, vedrai.”
    “E quando?”
    “Presto.”
    Ero la buttò sul ridere: “Presto, quindi adesso?”
    “Così mi fai arrabbiare…”
    “Che paura” assunse un atteggiamento baldanzoso “se Lian si arrabbia, davvero!”
    Lian gli diede un’altra spallata, che Ero subito gli restituì, che poi divennero due e poi subito dopo tre, fino allo sfociare dello scherzo in una vera e propria zuffa.
    “Che cosa succede qui?”
    Un esterno autorevole gli si palesò poco distante. Era Dum, l’anziano del branco. Il pelo canuto e gli occhi ghiaccio facevano sempre il loro effetto. Guardò duramente Ero, poi se possibile ancora di più Lian e a quest’ultimo rivolse l’ordine: “Seguimi.” E Lian lo seguì.
    Era un pomeriggio soleggiato al di là delle alte cime frondose, dai quali spiragli scendevano sottili fasci di luce e si poteva anche intravedere il passaggio di qualche candida nuvoletta  se si aveva la pazienza di aspettare.  Eden era pacata, ma allo stesso tempo raggiante, Lian era invece ombroso, di sicuro qualcosa lo turbava. Si fece pregare per tirar fuori quello che lo rendeva così pensieroso.
    - La nostra natura – si decise infine – comincia ad essere evidente.-
    - Che cosa vuoi dire?-
    - Comincia ad essere un problema.-
    - Dum…- lesse Eden nei pensieri di Lian, con estrema facilità. Gli prese una mano e rivide tutta la scena. Poi, lasciandogliela, rimase in silenzio. Non era più così raggiante.
    Lian, notando lo sconforto, l’abbracciò con delicatezza, sussurrandole: - Ma non ho detto che mi voglio arrendere.-
    Eden sorrise. I vampiri non potevano piangere che sangue, ma Eden non piangeva quasi mai. L’ultima volta era stata alla morte della sorella maggiore che, dallo spirito ribelle, era stata punita per essersi addentrata nel mondo degli uomini, suscitandone il terrore.  Erano state molto legate ed era stato il padre a compiere tale crudele atto finale. Lui ed Eden si parlavano appena.
    Ricordando tali accadimenti Eden disse:
    - Sai a cosa andiamo incontro…-
    - Lo so – le rispose – ma non è detto che debba essere la nostra fine. Chissà se un giorno…-
    Ma Eden lo interruppe:- Non siamo più bambini, Lian! Il mio è un destino pesante e le nostre famiglie non lo accetterebbero mai e a te taglierebbero la testa solo se sapessero che ti trasformi quando sei con me, o forse solamente perché sei con me…-
    - Se solo sapessero chi sei…-
    - Ancora sogni!-
    - Vorrei che tu sapessi ancora sognare insieme a me.- Le rimproverò, con amarezza.
    Eden lasciò il giaciglio in cui si erano abbandonati all’incedere del tempo e raggiunse un tronco poco distante, a cui il tempo aveva riempito la superficie di muschio ed aveva fatto seccare il cuore. Lì un sottile raggio riusciva ad accarezzarle il volto, facendolo brillare, come se la sua pelle fosse fatta di polvere di stelle. Lian ne rimase affascinato.
    - Come sei bella…-
    Eden rimase immobile.
    - E la sarò eternamente.- disse per sottolineare ancora una volta la loro abissale lontananza, come acqua e olio che per quanto si cerchi di amalgamare insieme, si divideranno sempre.
    - Se il mio destino è morire – sentenziò Lian – morirò al tuo fianco. Non riuscirai a tenermi lontano da te.-
    La raggiunse e la baciò intensamente, per poi aggiungere:
    - Non è stato un caso, quella notte, che io ti abbia sentita e poi trovata.-
    - Destino?-
    - Sì…- la baciò di nuovo – Destino.-

    LA PACE NON Può DURARE PER SEMPRE
    Un corvo li sorprese, spezzando quel momento, col suo freddo batter d’ali. Lian si ricordò di averlo già visto.
    - E’ molto strano.-
    - Cosa?- Eden credeva fosse impazzito – Cos’è strano?-
    - Quel corvo…- Indicò on lo sguardo.
    - E’ un corvo.- Lo prese in giro.
    - Era qui anche ieri.-
    - Come sei sospettoso! Potrebbe essere solo un caso.-
    - Solo un caso?-
    - Sì.-
    - Ma non abbiamo appena finito di dire che nulla avviene per caso?- la prese nel sacco.
    - Allora ricordi, mi ascolti?-
    - Ne avevi qualche dubbio…-
    - Mmm…- ad Eden piaceva tantissimo punzecchiare Lian, era il loro passatempo preferito.
    Lui la buttò a terra ed insieme si ritrovarono a pochi centimetri l’uno dall’altra sull’umido terreno del sottobosco, circondati dal tutto e da niente. Esistevano solo loro, in quello spazio senza tempo, nel possibile dell’impossibile di quella storia senza precedenti.
    D’un tratto un suono sordo, poi uno acuto dritto alle orecchie di Lian, che divenne serio.
    - Cos’ hai?- chiese Eden, carezzandogli una mano.
    - Sento urlare la tua gente, ma così lontano…- detto ciò si alzò in piedi e lì rimase, senza nemmeno scrollarsi via le foglie che gli erano rimaste appiccicate ai vestiti.
    Anche Eden si fece prendere d’improvviso da un senso di ansia ingiustificata. La foresta si riempì di rumori mai sentiti, nel profondo di un silenzio che non aveva età. Di lontano le orecchie di lupo avevano captato una storia di dolore e morte e non era stata soltanto una sensazione, ma un accadimento vero e proprio.
    - La mia gente?- Eden avrebbe preferito qualche dettaglio in più.
    - Un essere femminile, dicono che sia stato eliminato…-
    - Come eliminato?-
    - Tolto di mezzo.-
    Lian scandì le sue parole con chiarezza, senza voler lasciare spazio a nessun tipo di fraintendimento. Gli occhi di lei divennero lucidi e tremolanti, il timore traspariva tra il chiaro azzurro d’iridi ghiacciate; le labbra dischiuse ed immobili esalavano freddi e rapidi respiri. Il lupo che dimorava nell’uomo non aveva volto le orecchie in nessun’altro luogo dal primo segnale di pericolo udito; restava immobile e dalla sua espressione non si poteva dedurre che cose orribili.
    - Che cosa l’ha uccisa?- chiese Eden impaziente – Un altro vampiro, un lupo, forse?-
    Lian le ringhiò soltanto per aver pensato una cosa simile.
    - No- le rispose senza tanto girarci intorno – Un umano.-
    Il che era molto peggio. Se fosse stato un vampiro la risposta sarebbe stata semplice; un poco più complessa se fosse stato un lupo, ma un uomo, inteso come essere umano, era la causa più terribile. Quando un vampiro moriva a causa di un uomo non era mai il solo. La storia insegna: ce ne sarebbero stati altri, forse una guerra, ma Eden non voleva precipitarsi nel pensare subito al peggio. Fremeva dall’andare di persona sul posto per accertarsi con sicurezza che Lian non si fosse sbagliato. Tragico il mondo quando credi di essere al sicuro; quando al contrario non lo sei. Corsero il più velocemente possibile verso il luogo dell’orrore; senza mai guardarsi, i loro pensieri restavano connessi. Era una realtà difficile la loro; frutto soltanto di qualche leggenda o fantasia, la loro esistenza, per molti, per alcuni invece realtà minacciosa da dover forzatamente risolvere. E quale modo di risolvere al meglio la situazione che l’uomo abbia mai conosciuto se non l’estinzione, la distruzione, ovvero il macchiarsi di orribili crimini in nome di una qualsivoglia giusta causa o per quei figli che ancora debbano essere messi al mondo? L’orrore negli occhi di Eden non appena ciò che le apparve fu chiaro come alla luce del sole. Si trattava di Yava, sua affezionatissima sorella minore. La rabbia fu incontenibile.
    - Sono ancora qui, da qualche parte.- dichiarò Lian, guardandosi attorno.
    Eden cominciò a deformarsi dagli zigomi, alla fronte, poi gli occhi ed infine i denti. I rossi capelli le si arricciarono per diventare ancora più vividi. Lian la guardò attonito senza più riconoscere in lei ciò di cui era innamorato. Il corpo di Yava nel frattempo si stava sgretolando al fine di mischiarsi al suolo su cui era caduta per sempre.  Grigia cenere tra giallastri fili d’erba, corrotti dal male. Nessuno spirito, nessun’anima che vi uscisse. I vampiri erano vuoti al loro interno; soltanto una mostruosa illusione e parvenza di essere umano. L’unica  cosa che vi assomigliasse davvero fu il gesto di Eden di inginocchiarsi accanto a quel piccolo cumulo grigiastro per dire qualche parola, non che pregasse il Bene, affinchè Yava potesse trovare per lo meno la strada per raggiungere la sorella, in qualunque posto fosse.
    - Viviamo, se pur morti, in una realtà tanto grande, quanto è piccolo il luogo in cui siamo confinati: legati da mille paure, come quella di non sapere come andare avanti, nonostante il nostro essere immortali. Noi siamo pochi e loro tanti. Ci chiamano “assassini”, ma sono loro che ci hanno imprigionati qui e condannati a vivere segregati per sempre. Moriamo a causa della nostra e della loro etica, come mosche, sterminate dall’inverno. Noi, senza tempo, afflitti dalla paura del domani.  E’ ridicolo! –
    Non piangeva Eden, anche se Lian poteva percepire il suo dolore come fossero lame conficcate nel suo petto.
    - Quando alla fine non sarà rimasto nulla di noi, neanche allora il genere umano potrà dirsi soddisfatto. Continuerà a crescere per sperperare, ad indottrinarsi per generare malcontenti e guerre. Rincorrerà stupide ambizioni per tutta la vita, dimenticando le cose più importanti, come per esempio l’amore. Essi si condannano ad una breve e triste vita fatta di piccole gioie, grandi sacrifici e grandi sofferenze e vogliono punire noi, che siamo felici e perfetti.  E se sapessero con più certezza di voi lupi, si organizzerebbero subito anche per la vostra estinzione.
    Eden fermò le sue parole. Un esercito di piccole rane bluastre e fluorescenti era sbucato da dietro gli alberi.
    - Le vedi anche tu? – Gli chiese, spalancando gli occhi.
    Lian annuì.
    - Allora è vero… Il nostro mondo sta morendo. La magia intende abbandonare questa foresta desolata.-
    Rimase seduta, mentre questi esseri le passavano accanto, saltellando.
    - Migrano verso l’interno-  spiegò Lian – perché la guerra sta per cominciare.-
    - Devo avvertire la mia gente – decise Eden.
    - Verrò anch’io! – La sua voce dura e le sue intenzioni irremovibili.
    Eden non batté ciglio: sentiva una scure penderle sopra la testa. Al momento rivelare l’orrore sembrava essere il meno peggio. Lupi e vampiri erano nemici fin dall’inizio dei tempi. Pena per una loro eventuale unione era la morte. Mentre camminavano, fianco a fianco, la loro forza  s’intrecciò attorno ai loro corpi per formare un legame unico, fermo ed indissolubile, fatto di speranza, di coraggio, ma anche di profonda rassegnazione.
    - Padre…-
    Una decina di vampiri presi dall’ira gli furono subito addosso.
    - Le rane se ne stanno andando, come lacrime della foresta, nelle quali è contenuta tutta la nostra magia e saggezza.-
    - Un lupo.-  Ringhiò iracondo.
    - Il suo nome è Lian ed è con me.-
    - Come hai osato?-
    - Non è lui il problema, padre. La guerra sta per cominciare.-
    Il vampiro per eccellenza non sarebbe passato sopra all’onta procuratagli dall’ingenua figlia. Avrebbe prima ucciso entrambi, per poi occuparsi della guerra che incombeva sulle loro teste. Ma questo Eden lo sapeva ancor prima di mettersi in cammino. L’onore al primo posto: per essere temuto e rispettato da tutti. Un capo non poteva mai smettere di guardarsi alle spalle. Mai.
    - Ha ragione! – esclamò la madre, da cui si era appena congedato un messo –
    - Hai tradito la tua famiglia, la nostra razza. Ciò è imperdonabile- decretò il vampiro, fermo della sua posizione - e sarà causa della tua morte, come per tua sorella, la legge dei vampiri è uguale per tutti coloro che siano tali.-
    - No! – s’intromise la femmina, mostrando pietà per la sua progenie – E’ venuta per avvisarci, non ripetere gli stessi errori del passato, c’è sempre tempo per cambiare le linee guida della nostra specie, nel tentativo di essere migliori!-
    - Essere migliori?- derise le affermazioni appena udite, nonostante venissero dalla sua eterna compagna – noi vampiri siamo perfetti e quindi per noi è impossibile essere migliori di così!-
    Scoprì i denti, per mettere in atto le sue intenzioni. Lian si mise in mezzo, trasformandosi.
    - Sali! –
    Eden gli salì in groppa ed insieme volsero alla fuga. I vampiri, lanciatisi all’inseguimento con il loro leader, però erano troppi. Correvano tutti in direzione della loro fine.
    - Ho fatto un sogno: – confidò eden al suo amore – ho sognato il mondo degli umani svilupparsi verso l’alto in vetrate altissime e sottili, lucenti torri, illuminate giorno e notte dal riverbero del cielo, ed a terra ogni cosa correre su veloci binari, in grado di prolungarsi anche sopra l’infinita grandezza del mare, per permettere loro di raggiungere ogni luogo senza staccarsi da essi. Ho visto l’uomo divenire grande e conquistare tutto, persino il sottosuolo, dopo aver vinto l’impossibile temperatura del centro del pianeta. L’ho visto volare in tutta la galassia, per poi scoprirne tantissime altre e diventare il signore incontrastato di tutte. Ho poi visto noi sopravvivere appena e voi vivere ancora più nell’ombra, decimati. Per quanto possano essere stupidi e limitati, in confronto all’infinito, il mondo è loro.-
    Il lupo fu raggiunto e morso alle zampe. Rovinò a terra; Eden cadde poco distante. In una frazione di secondo i vampiri gli furono addosso e per quando Eden fu di nuovo in grado di mettersi in piedi, il lupo era già in fin di vita. Così prese un ramo e gli fu accanto, sotto lo sguardo impietoso del padre, lo baciò e si trafisse al petto, condannandosi a morte. Le sue ultime parole, mentre con la coda dell’occhio scorgeva già i lumi delle torce degli uomini che venivano a compiere il massacro, furono a quest’ultimo rivolte:
    - Il senso della vita non sta nell’ambizione, nell’onore o nelle ricchezze, ma nell’amore, ed io oggi muoio per rammentarti questo, affinché abbia in testa queste mie parole, nel giorno della nostra morte.-

  • 26 aprile 2011 alle ore 13:10
    Il vizio dell'amore

    Come comincia: Have no fear in your heart.
    (Bird York - Have no fear)

    Bastava confondere un poco il sogno con la realtà. E guardarsi. Dormirsi e respirarsi e toccarsi le mani. Cancellando lo stupido confine a forma di cuscino blu.
    In questa zona dove io tremo c’è la primizia di un raggio di sole. E tu sei lì che un poco mi stringi quando quello si è già nascosto. Ed io sono lì che chiudo fermamente gli occhi quando ti vedo.
    Sii felice se con coraggio piano ti sfioro e per favore non parlare. Non parlarmi mai di te. Nella colpa si sente maggiore il peso delle parole a quello del silenzio. In
    silenzio, domani sarà egualmente bello se ancora sarai lì che un poco mi stringi. Tu.
    Mi (co)stringi.
    Sono in questa zona, dove io solo tremo, e custodisco le cose che non possono essere. E custodisco anche te.

    Non succede niente, niente, eppure.
    Ciò che non quadra è quel triangolo.
    Ci vogliamo bene assai o ci vogliamo e basta. Se c’è una differenza sostanziale, di certo, l’ascolterò. Pretendere che non sia, non essendo, mi pare davvero chiedermi abbastanza. Come un Non è abbastanza? Io soffro già. C’è la paura nell’aria. Ci sono i futuri contenuti. Ci sei tu. Ed io sogno che mi tocchi, che mi lecchi
    le vene.

    - Resta.

    Quando non sogno penso, molto, e penso, molto di più, quando non penso affatto. Pensa che cosa stupida è questa: il pensare. Stupidamente. Stupida mente.
    Di giorno i miei pensieri pensati non sono opportuni. E’ perciò che te li mando di notte. Non dovrei, lo so bene. Non conviene. E’ forse solo un vizietto il mio? Sii puntuale una volta. Dimmi esattamente chi gode. Dimmi chi sta sopra chi è sotto sopra dimmelo. Se una (persona) è preziosa vale? E tu? Tu? Sai che non mi accontenterò delle tue parole. La verità è che non so rinunciarti. L’abiura cos’è? Avere coscienza. Avere pudore. Chissà cosa conta (alla rovescia). Se tre
    noi due
    o solo una.
    Io potrei disegnare la tua bocca anche ad occhi chiusi.
    Sta per nevicare.
    Dicembre è tutta la mia anima.

    *

    Mi tieni in sospeso e così io, crudamente, mi spoglio. Tu copriti ti prego anche stanotte di armoniosa pace prima che l’istinto si prenda la tua parte di letto. E leghi il lenzuolo, blu anche quello, assieme alle altere mani. Copriti se lentamente ripasso il modo in cui ti curi i capelli, le movenze delle tue labbra schiuse che sono come di cuore, la curva rigida del naso e il soffio calmo che mi ti avvicina, le mosse delle gioviali ciglia e quando arricci lo sguardo e sorridi per compiacere e piacermi e le guance anche, e quello, lo sguardo dico, che allora si allunga parecchio e la facilità con cui
    tu
    rifletti e rispecchi quello che sei. Io alzo le mani e le sopracciglia.

    Non succede niente, niente davvero, eppure.
    Ciò che non quadra è quel triangolo. Appeso si allontana dalla punta.
    E’ solo allora che ti dico tante cose con la lingua. Tante quante sono le carezze. Tanto quanto mi arrivi.
    Ti dico Dormi?
    Mi dici No e neanche tu.
    Ti dico Tre. Ti dico Due. Ti dico Per una volta hai ragione. Aha, hai ragione se pensi che ho il vizio dell’amore. Amore fisico. E’ che lui mi ha educato così. La fortuna, qui, qual è? La memoria emotiva? Io odio certi meccanismi. La gente ha il diritto di essere dimenticata non credi?

    - Tornerò da Marte.
    - Resta. Stai.

    *

    Ed è successo di primavera lo Svegliamoci bambine. La nostra terra non si ferma a guardarsi. Dormirsi e respirarsi e toccarsi le mani. Trema sotto i tuoi passi feriti. E’ un terremoto in cui tu perdi sangue.
    Io in quota barcollo. Tra un tratto e l’altro. Ti (co)stringo. Fortemente. Forte mente. Sciocca tu.
    Nell’aria, nella fottuta aria, si sente lo stesso terrore, ma la scossa è d’amore low cost.
    Trattengo il fiato. Aspiro.
    Cado nell’epicentro emozionale.
    Cado sopra il nome di tuo padre.
    Collasso nel vedere che.
    In questa zona qui, questa zona dove io tremo, è bastato confondere quel poco di te con quel poco di me per non averti per sempre, anche se.

  • 22 aprile 2011 alle ore 15:35
    Home sweet home (un'allegoria)

    Come comincia: “I can’t find your face
    In a thousand masqueraders”
    (Alice Cooper – Hell is living without you)

    Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.
    (J.L. Borges – Le rovine circolari)

    La sera di fine maggio in cui scese dal treno che lo riportò a casa dal Simposio Internazionale su Max Scheler, il professor Lucio Belgradi, sessantunenne ordinario di Storia della Filosofia contemporanea presso la locale università, si fermò sul marciapiede del binario 7 a fissare, con una tenerezza inaspettata per la sua silhouette gigantesca, il faccione familiare della luna sopra le torri merlate della Fortezza cittadina, in lontananza, in cima al poggio. Belgradi era infatti uomo di proporzioni e forza ciclopiche, munito di una candida barba imperturbabile (atarattica, come si dice nel suo campo di studi), al meridione di un naso dritto e fiero come la prora di una nave da crociera, e ricamato, sulla fronte ampia da studioso, da una profonda cicatrice sbilenca.
    Non era stato via troppo tempo, il filosofo. Il convegno era durato solo cinque giorni; i lavori erano stati qualificati e interessanti; la compagnia era stata come sempre conviviale e allegra, nonostante che gli argomenti trattati trasudassero polverosa seriosità; solo Gaetano Lo Turco, il collega messinese dal notevole talento (non supportato da altrettanta notevole umiltà), non aveva mancato l’occasione per ribadire durante la cena sociale, con il consueto sarcasmo fuori luogo, la vetustà dell’approccio di Belgradi al mondo del grande fenomenologo tedesco. Ma Lo Turco non lo poteva soffrire nessuno degli altri congressisti, tutti lo avevano contestato, i toni si erano fatti accesi (complice una quantità considerevole di vino, grappe e limoncini; i filosofi sono spesso fatti così durante le ore ritagliate allo studio e alla docenza) e quel siciliano spocchioso era stato ridotto al silenzio da una mitragliata di attacchi, e non solo teoretici. 

    Il professore, nell’avvicinarsi all’uscita della stazione semideserta a quell’ora, telefonò alla moglie Carla per avvisarla dell’imminente ritorno a casa, colto com’era da una nostalgia irrefrenabile e primordiale per le mura domestiche che cresceva passo dopo passo. Un chilometro su di un marciapiede quasi diritto lo separava da casa: il lungo viale alberato in leggera salita fra i radi lampioni accesi lo accompagnava con sentori di pesca e mandorle, portati dalle sferze di un vento amico che incendiava il suo benessere issandolo a un titanico vigore. Una luna adulta tonda e butterata in bilico fra il costone della montagna e il mondo d’ombre della piana sottostante lo chiamava a seguirlo. Poche le automobili, pochissimi i passanti a quell’ora, la pianura illuminata a puntini di case in fondo alla valle sotto i suoi piedi; Belgradi si sentiva ora il superstite – o forse il pioniere – di un’umanità raggiante, mentre ormai annottava; si pensò l’Oltreuomo di Nietzsche in tutta la sua straripante e meridiana (nonostante l’ora) gaiezza.
    Momento dell’ombra più corta. Fine dell’errore più lungo. Culmine dell’umanità. Incipit Zarathustra. Eh eh, pensieri in libertà dopo un convegno. La libertà che si concede un filosofo dopo un convegno è quella di non smettere mai di pensare alla filosofia, disse a se stesso…

    Svoltò a destra, fra coni di luce diafana, nel respiro tiepido della sera. Imboccò il vicoletto in piano che costeggiava la parrocchia del Divino Amore, oltrepassata la quale si sarebbe trovata la sua villetta a due piani. E Carla. E Filippo, il loro unico figlio, architetto.
    Messosi appena comodo fra un pensiero tardo - ottocentesco e un desiderio domestico, si accorse tuttavia di qualcosa di insolito. Qualcosa di strano. Qualcosa che non andava.
    In effetti, l’unica presenza che Belgradi riuscì a trovare al di là dell’oratorio, in quella viuzza a un passo da casa, fu una gran nebbia caduta improvvisa come un secchio di vernice da un’impalcatura. Compatta, violenta, avvolgente, fredda. Troppo fredda. Annichilente. Quasi che l’alito umido di Dio avesse soffiato un grigio indistinto sulle sagome del mondo e sui sensi degli uomini. Sconcertato dal repentino mutamento atmosferico, e smarrito in un nulla che aveva abraso ogni passaggio dell’uomo sulla Terra e casa sua, la gigantesca figura di studioso si fermò. Poi riprese cautamente a procedere nella cecità vaporosa. Camminava a zigzag, nel tentativo di individuare con le mani la solidità di pareti familiari, di cancelli, di porte che conosceva a memoria. A destra. A sinistra.
    Il vicolo si era fatto improvvisamente troppo ampio e le sue mani raccoglievano solo aria umida e cortocircuiti di speranza. I rumori si erano spenti; congelati gli odori.
    Tutto si era liquefatto nella caligine di una notte troppo uguale e troppo ferma.
    Solo il terreno era ancora solido, ma nascosto alla sua vista. L’uomo camminava avanti per decine di metri, poi indietro, poi a destra e a sinistra. Anche i suoi piedi erano invisibili, avvolti com’erano dalla coltre che saliva. Si accorse che stava vagando in uno spazio smisurato e cieco, privo di muri, alberi, auto parcheggiate, cani, lucertole, uomini e donne, luna, stelle, casa, Carla… Intanto il vapore saliva, saliva, fino a nascondergli le mani.
    Poi Belgradi si fermò, cercò il cellulare. Si frugò addosso, ma non riconobbe più i suoi vestiti. La giacca di tweed, la polo rossa, i pantaloni beige. Tutto era cambiato, aveva addosso gli abiti di qualcun altro, vuoti. Anonimi. Inutili. Si tastò per l’ultima volta, con frenesia.
    Preso da disperazione e da spasimi di freddo, iniziò a correre a perdifiato in quel nulla avvolgente, con l’ultima forza rimastagli.

    Come soffiata via da labbra lontane, la nebbia sparì e Belgradi si ritrovò seduto su uno sconfinato prato soffice, tagliato di fresco (lo avvertiva dal profumo tipico dell’erba appena rasata), in pieno giorno, divorato dalle fauci di un sole spietato.
    In lontananza vide che si ergeva, come un baule calato per caso, un palazzo stretto stretto, color perla, alto sei piani. Si alzò da quell’oceano d’erba e, a passi svelti, per quanto ancora trepidi, si diresse verso il caseggiato. Quando ritenne di essere alla giusta distanza per vedere senza essere visto, l’uomo si fermò e si risedette. Si sentì abitato dal chiaro, dal verde e da una calma rinata.
    Le finestre, quadrate, incorniciate da stipiti verdastri, erano nude, prive di tende. 
    Solo verde inghiottito dal verde nel dominio tirannico della luce.
    Rialzandosi, poté intravvedere dentro le stanze dei primi piani: ogni vano era un quadretto felice in cui un uomo stava costruendo scene di intimità familiare con una donna.
    Al primo piano i due mangiavano serenamente, l’uno di fronte all’altra, seduti al tavolo. Al piano di mezzo, lui e lei ridevano sul divano davanti a un programma TV. Al terzo, infine, i due si amavano disperatamente, frugandosi con rabbia. Nonostante la sua mole, non gli riuscì di andare con la vista sopra il terzo piano.
    In ogni caso tutte le scene furono parzialmente ricostruite dall’immaginazione di Belgradi, in quanto il riflesso del sole sui vetri gli impediva ancora di distinguere con inequivocabile nitore non solo i lineamenti dei protagonisti dell’idillio domestico, ma anche l’esatto sdipanarsi degli eventi osservati nelle stanze.

    Durante tutto quel pomeriggio di sole partorito dalla nebbia, il filosofo stette immobile a osservare la casa, bloccato e incuriosito, incapace di avvicinarsi tanto quanto di lasciare quella platea. Nei raggi del pomeriggio che doravano la facciata dell’edificio, la sua figura sembrava ancora più monumentale.
    Alla fine, spazientito, si alzò per tornare indietro, dando le spalle alla palazzina.
    Fu un attimo. Dietro di lui un rumore di maniglie e infissi: più di una, all’unisono.
    Voltandosi di nuovo verso il palazzo, vide in faccia ciò che finora non aveva potuto percepire a causa del riflesso sui vetri: a ogni piano della casa, figure completamente identiche avevano aperto di scatto, nello stesso istante, le finestre.
    Ma quello che a Belgradi parve di scorgere in quell’attimo di visuale nitida fu l’aspetto stupefacente dei protagonisti e il loro abbigliamento (qualcuno che il nostro ben conosceva aveva parlato di identità degli indiscernibili): barbe candide di fantocci rugosi, giganteschi ma in qualche modo sgonfiati e concavi, sormontavano giacche di tweed, polo rosse e pantaloni beige. La luce diagonale del pomeriggio aveva disegnato sui loro volti un’identica espressione di curva euforia.
    A Belgradi parve di essere fronteggiato da una torre di specchi che riflettevano all’unisono, deformata e a cent’anni, la sua immagine.
    Maschere ridenti, grinzose e rattrappite con i suoi lineamenti.
    Si rivoltò con terrore per scappare. Ma loro erano già dietro di lui a passo cadenzato, preciso, uniforme.
    Due file di tre.
    Un avanzare di braccia e gambe decrepite, di schiene ingobbite, in coordinazione veloce, energica, inesorabile.
    Nella sua fuga precipitosa, il filosofo credette di udire, dietro di sé, una polifonia di voci maschili salutare ognuna, ma all’unisono, una donna di nome Carla.
    Carla.
    Carla.
    Senza interrompere quella marcia esatta, in un crescendo di immonda allegria, il manipolo prese a fischiettare un motivetto ritmato, militare.

    E fu la notte, crollata sul pomeriggio come una palazzina sbriciolata da un sisma. Una luna superba sgattaiolò nel buio, proiettando sulla Terra sette profonde cicatrici sbilenche.

    "D’improvviso mi svegliai fradicio di sudore e lacrime ma finalmente sollevato, fra estenuati singhiozzi, nel riconoscere la testiera del mio letto e il mio cuscino, e nel sentire la voce di Carla sussurrarmi: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io -  Al buio le carezzai i capelli, ne riconobbi il profumo dopo la notte. Richiusi voluttuosamente le palpebre, inspirai un attimo di benedetta intensità. Mi rasserenai.
    Fu un istante. Solo un istante.
    Non appena riaprii gli occhi, mi accorsi con orrore di toccare il corpo di un manichino giallo di porcellana con i capelli laccati di Carla; un pupazzo cieco, rigido, inanimato, con un sorriso sghembo dal quale usciva meccanicamente sempre quella stessa frase: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io -.
    Una luna troppo vicina addentata come Emmenthal leccò la mia guancia, mentre, sospesi sopra i cirri, venivamo trascinati sempre più velocemente da ombre oblunghe di leoni e tori, noi sul nostro letto in bilico su capitelli fluttuanti nell’aria fissa. Con un fragore di polveriera, il cielo si squarciò: la mia Carla, o il suo gelido simulacro di amore posticcio, cominciò a precipitare; i suoi occhi cavi sempre più lontani, in basso, confusi nell’azzurro, irrimediabilmente perduti, trainavano una voce via via più sottile, oramai evaporata …: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io ….-"

    Ma la storia potrebbe finire anche così:

    "D’improvviso mi svegliai fradicio di sudore e lacrime ma finalmente sollevato, fra estenuati singhiozzi, nel riconoscere la testiera del mio letto e il mio cuscino, le pareti perlacee della mia camera al filtrare del primo chiarore del mattino.
    Però Carla non c’era. In un’altra stanza, all’altro capo dell’appartamento, potei scorgere la sua voce. Stava parlando con qualcuno, mi tranquillizzai. Poi udii senza riuscire a distinguere proprio ogni parola: - Sì, dottore, buongiorno, sono disperata, mi aiuti, è da un po’ di tempo che Lucio si comporta in modo strano: dimentica i nomi, le cose, perde l’orientamento, pensi che ieri non ha riconosciuto Filippo, nostro figlio, lo ha scambiato per un suo tesista in filosofia, lui che fa l’architetto –
    Poi, tumulato sotto lenzuola appallottolate, potei sentire solo una voce maschile rispondere una parola confusa, forse tedesca, io che il tedesco lo conoscevo così bene, eh sì, proprio bene bene, una parola, dicevo, forse già sentita, Alz, Alz, o qualcosa di simile, ma il tono era fioco e io ora non me la ricordo più…"

  • 22 aprile 2011 alle ore 15:26
    L'ENORME UCCELLO ROSSO

    Come comincia: L’ENORME UCCELLO ROSSO
    Una sera uscii dal mio lager di lavoro con l’illusione di andare ad una casa, a salutare una moglie, a baciare un figlio, a dormire in un letto, per poi ritrovarmi di lì a poche ore, a rientrare nel mio lager con annessi cancelli di ferro e filo spinato tutt’intorno. Una sera dunque, una delle migliaia sprecate per la mia vita di artista, uscii invece con la mia tuta da operaiaccio e vidi di fronte a me, lì sospeso nel cielo, un enorme uccello, grande e rosso con una testa enorme. Lo so, lo so a cosa state pensando, come se conoscendomi, da me da un momento o l’altro ve lo sareste aspettato. Ma vi dico subito che non era un cazzo gigante che svolazzava su per il cielo come un pallone aerostatico. Era bensì l’uccello simbolo dell’Auchan che a completamento di un altro grande mostro che avevano costruito proprio lì, di fronte alla nostra fabbrica-lager, avevano issato con fili quasi invisibili e con gran fretta quella sera.
    E l’uccello stava lì quasi pensieroso, e cadeva proprio di fronte all’uscio della nostra mensa come a dire “ anche quando mangiate non dimenticatevi dell’uccello … enorme ”. Allora metti che qualche donna o qualche frocio sia stato in quel giorno indisposto, perché fargli venire il vomito proprio mentre mangiavano? Ma il vomito vero era che ora c’era un altro centro mentale dove correre a spendere ( chi poteva ), un altro centro insano come un manicomio fallito, proprio di fronte ad una fabbrica che s’apprestava, per papocchie varie fra i grandi, a mandare centinaia di operai a cassa integrazione. Ora dico, per me le fabbriche non avrebbero mai dovuto esistere, come i lager nazisti di Auswitz ecc, ma questo era un vero e proprio insulto per noi, deportati dalla società ad entrare ogni mattina presto e a rotta di collo, ( infrangendoci non solo il sonno ma anche i nostri sogni, come ad esempio una mattina  bestemmiai perché la maledetta sveglia aveva interrotto un orgasmo che stavo per avere con una collega che neanche mi cagava), nel nostro lager a cui eravamo dal destino stati assegnati e qualcuno era stato pure contento. Pure io fui contento fino a prendere la mia prima paga, prima cioè di sapere poi bene cosa fosse il denaro. E quindi con il tramonto che quell’enorme uccello si era preso tutto per se, sul suo petto gigante ( eravamo in estate quasi, altrimenti per i nostri orari col cazzo che vedevamo il colore, anche dell’ultimo raggio di sole ), sputai quasi in faccia ad un altro disgraziato che come me aveva finito il suo turno di lavoro e camminava come un moribondo che appena si reggeva in piedi, una caramella che non avevo finito di succhiare. Mi misi nel mio catorcio che bolliva come una pentola a pressione e col culo che mi scottava sul sedile mi avviai verso solo la fine di un altro giorno che moriva per la mia vita, e la mia vita era piena di cadaveri. Non un giorno che sussultava di vita! A volte penso che i nazisti non erano stati niente in quanto al furto di anime. E appena fuori del cancello vedo una sola ombra sul lungo marciapiede di periferia, un’ombra femminile, e penso “ ecco almeno una visione di femmina nel rosso di un tramonto profondamente dissanguato ”, ma spero che non sia lei, ed invece e’ proprio lei. La puttana che sta’ andando a battere, proprio lì, fra la fabbrica e l’ipermercato delle delizie e dei pazzi gioiosi. Passa vicino al piccolo cimitero e si fa il segno della croce a rispetto di un Dio che non ha rispetto per lei e dei morti che sono gli unici a non poterla guardare. I morti sono morti, e Dio dell’universo s’è lasciato andare con la mano ed ha creato un universo tanto grande in cui ci si è perso lui stesso ed è per questo che non l’abbiamo mai visto. E ribestemmio di nuovo per quella giornata, perché la sola bella cosa della vita, la visione di una donna, anche se una puttana, mi era stata cancellata con il gesto del segno della croce che s’era fatta, ed eravamo al secondo sogno infranto per quella giornata.
    E mi venne da pensare a cos’era il mondo, possibile che c’era gente, una marea di gente che così  l’aveva voluto il mondo? Possibile? Non mi ci si potevo proprio abituare io a questo mondo.
    Ero nato in cattività e questo sembravo saperlo solo io.
    Misi le dita nel taschino e ripresi a succhiare un’altra caramella.
    Cercai di trarre del dolce da quella pietra di zucchero attaccata al palato, come un’ape che prosciuga di nettare il suo fiore, ma è molto più fortunata l’ape.
    Sulla strada c’erano tre o quattro bar a testimonianza che ce n’era di gente che non c’aveva nulla da fare e se la spassava seduta sopra gli sgabelli al banco, e mi accostai a caso ad uno di quelli. Lasciai il mio catorcio aperto, in balia di chiunque avrebbe voluto approfittarne per farsi un giro, e ordinai una serie di bicchieri. La barista era una bella bionda straniera. Sembrava che in quel periodo andassero di moda le bionde straniere al banco. Anch’io in quel periodo sentivo una certa attrazione per le donne straniere dai capelli chiari. Allora al quinto bicchiere gli chiesi di uscire facendomi capire a modo mio, che me ne fregava se per farmi capire facevo gesti con le mani sembrando una scimmia? Certe volte per fare l’amore non serve tanto parlare. La invitai sperando che  non fosse anche lei una vittima della società malata, e che avesse in mente altri tipi di uccelli rossi.
    Quando me ne andai, guidando il mio macinino, feci il resoconto di quel lunedì: avevo sprecato le prime dieci ore del giorno e negli ultimi cinque minuti avevo dato il meglio di me contribuendo alla felicità del mondo,oltre che del mio essere. Avevo iniziato il percorso verso una nuova conquista e avevo bevuto per dimenticare un’altra giornata andata a male come un formaggio pecorino avariato e puzzolente. Male che mi sarebbe andata, mi avrebbe fermato la polizia e avrei passato una notte in cella con altri evasi dalla società, e solo così forse potevamo dimenticare l’incombenza a tutti i costi dell’enorme uccello rosso.

  • 22 aprile 2011 alle ore 15:23
    Rigor mortis

    Come comincia: Cara Veronica,

    è un po’ che non ci sentiamo, ma sono sicura che mi perdonerai dopo che ti avrò spiegato la ragione per cui non ti ho più scritto: sono morta tre mesi fa. Mi dispiace, non ho potuto dirtelo prima, ma, capirai, sono stata impegnata in mille faccende da quel giorno in poi.
    Anzi no, sono certa che non puoi capire, i vivi sono così insensibili… Tu, in particolar modo, poi, sei sempre stata la più insensibile fra tutte le nostre compagne di scuola.
    Scusami, non volevo offenderti, cara, tu hai tanti pregi: sei sempre stata intelligente, elegante, affascinante, ti è sempre piaciuto divertirti (quante ne hai fatte, con quel tuo faccino da scoiattola…), con te è impossibile annoiarsi, si ride sempre e poi ti sono sempre stata affezionata, anche se sei così diversa da me… Ma la sensibilità, lo ammetterai anche tu, non è mai stata il tuo forte…

    Non voglio proseguire su questa china; volevo solo raccontarti che cosa mi è successo da quel giorno.
    Sono morta la notte del 3 settembre, così, all’improvviso. Nessun presentimento, nessun segno premonitore. Ero andata in piscina a fare aquagym la sera prima. Avevo ancora negli occhi gli lo sguardo caldo di Enrico, l’istruttore, e il suo corpo bruno, marmoreo, che scorrazzava con autorevolezza sul bordo della vasca impartendo ordini ritmati a un acquario di foche adoranti. Sai, avevo lasciato Marco da un paio di mesi e cominciava a mancarmi la presenza di un uomo e, diciamo anche… beh, credo tu abbia capito (per queste cose sei sempre stata sensibile eh?). Forse quest’ultimo aspetto mi mancava anche prima, visto che Marco, beh, insomma, non è che fosse mai stato di un’abilità e di una fantasia sconvolgenti (e forse anche per quello mi ero stufata di lui, del suo amare stanco e ripetitivo, anche se, mentre lo mollavo, gli avevo raccontato le solite storie per non umiliarlo). Insomma, appena rientrata a casa, mi sono fatta un panino e una mela, divorandoli con appetito mentre ancora fremevo per quell’Apollo delle acque clorate. Poi, senza  guardare neanche un minuto di TV, me ne sono andata a nanna, sognando che avrei rivisto il mio bell’istruttore tre giorni dopo.

    Invece, guarda tu, al mattino dopo succede che non mi sveglio. Ma non ho sofferto, anzi; mi sono trovata cullata in una beatitudine mai provata prima, senza ansie, nervosismi, sensi di colpa verso nessuno (ti ricordi quando mi chiamavi Anna Karenina per le mie inquietudini?). Neanche dopo la maturità, ti ricordi, quando avevamo girato per un mese la Francia in autostop, mi ero sentita così libera e leggera.

    Sono arrivati gli uomini delle onoranze funebri, quel mattino. Tutti attorno al mio letto a occuparsi di me, come in una spa quattro stelle. Chi mi toglieva il pigiama, chi mi lavava, chi mi pettinava, chi mi truccava, chi mi rivestiva. Mani su mani di sconosciuti che si prendevano cura di me stesa supina. Tutti così dolci, così premurosi, così discreti.
    Finché, completata quella liturgia organizzata di carezze, uno, il più audace, ha deciso di non fermarsi lì.

    Mi ha sfilato lentamente il vestito che avevo scelto, un giorno per gioco, per il mio funerale (quel tailleur nero casto con gonna al ginocchio che mi aveva regalato Marco per la laurea, te lo ricordi? Era tutto talmente nero e serio che mi chiamavi la Pinguina Innamorata…) e ha iniziato a sfiorare le mie gambe gelate, su e giù, dapprima soavemente, poi con un impeto crescente…Gli altri, all’inizio sbigottiti, poi sempre più galvanizzati, hanno iniziato a seguirlo. Ti giuro, cara, che, se non fossi morta, avrei iniziato a gridare per l’umiliazione.
    Mio Dio, Veronica, che porci: mani, labbra, lingue, a frugare in ogni parte del mio corpo irrigidito. Dita e bocche che si insinuavano dappertutto, in ogni mio pertugio deceduto. Erano talmente eccitati che due di loro, pensando di leccare il mio ombelico, si sono messi a limonare fra di loro sulla mia pancia nuda. Che ridere!
    Ehm, volevo dire, che orrore, che schifo! Ma si fa così? Con una morta? Ma ti rendi conto?
    Dopodiché mi hanno rivestito, deposto nella cassa e mi hanno portata via non so dove.

    Il giorno dopo sono ritornati da me. Erano molti di più.
    Mi hanno di nuovo spogliata, rapidamente.
    Una tenda di banconote appoggiate sul mio petto, passate da una mano all’altra, come se le mie defunte tettine fossero diventate la cassa 3 dell’Esselunga. Se non fossi stata in quello stato, avrei urlato loro tutto il mio sdegno: - Per chi mi avete preso, eh? Mica sono la vostra zoccola…
    Ma quella volta hanno veramente esagerato.

    Senza carezze, senza romanticismi, il primo di loro è entrato in me. Ha iniziato a dimenarsi nel mio ventre secco di cadavere. Poverino, che fatica deve avere fatto.
    Scusa, mi è venuta così, non volevo dire questo. Volevo dire, era una bestia, un animale selvaggio. Un andirivieni brutale di colpi elettrici di bacino. Poi ha finito.
    Lui.
    Subito è partito il secondo, un’altra belva. Poi il terzo, il decimo, il ventesimo, e così via. Uno dopo l’altro. Scariche furiose fra le mie gambe inerti senza soluzione di continuità. Tra l’uno e l’altro si battevano il cinque, si passavano il testimone. Ero diventata la loro staffetta olimpica (ti ricordi, Vero, come mi piaceva correre quando facevamo le Medie?). Tutti urlavano sguaiatamente come gorilla. Tutti ridevano.
    E’ stata una giornata lunghissima, estenuante. Poi sono stata di nuovo lavata, rivestita, e infilata nella cassa foderata. Come un violino o una mitraglietta dopo un’esecuzione! E’ stato terribile, credimi, veramente un’esperienza terribile.

    Il giorno dopo, quell’esecrabile cerimonia si è ripetuta. E quello dopo, ancora. Ogni volta erano più vigorosi e pieni di potenza. E pensa che fantasia, i maiali!  Il quarto giorno sono arrivati con un panetto di bottarga di muggine e me l’hanno grattugiata tutta addosso. Ma dimmi tu se non è gente malata, quella! Poi, mentre mi davano una bella ripassata (scusami se parlo così, ma sono ancora un po’ scossa), si sono aspirati tutta quella polvere rossastra, che peraltro a me ha sempre fatto un po’ schifo.
    Ah ma se fossi stata viva, gliela avrei fatta vedere io (e non fare battute!) a quei criminali!
    Sono andati avanti in quel modo per qualche giorno. C’erano sempre più maschi, e sempre più brutali. Tutti a far la fila, tutti a visitare il fenomeno da baraccone. Tutti a spendere soldi per la povera puttana morta. Valli a capire gli uomini! Ero diventata il loro freak show, come nella canzone di Vinicio, quella che parla del Gigante e del Mago.
    Uno di loro, in un moto pietoso di tenerezza, ha intrecciato una margherita fra i miei capelli. Dopo avermi fottuta in ogni modo. Che stronzo!

    Poi, un bel mattino, sono arrivati solo in due. C’era molto silenzio attorno a me, insolito. Forse avevano ancora intenzione di rispogliarmi. Ma non se la sono più sentita. Dovevo cominciare a puzzare troppo anche per loro; quasi mi vergognavo, io che sono sempre stata una ragazza pulita e profumata; e forse il mio aspetto cominciava anche ad assumere fattezze orribili. Doveva essere troppo persino per quei mostri.
    Così, bruscamente, nella stessa maniera in cui, le volte precedenti, mi avevano svestita per dar corso alle loro bizzarrie, mi hanno risistemata in quelle pareti di noce. Poi hanno sigillato la cassa. Questa volta con la lamina di zinco.
    Poi siamo arrivati in chiesa. Quando è partito il primo rintocco di campana, non mi sono mai sentita così sola.

    In confidenza ti dico (anche se forse non dovrei…) che ora un po’ mi mancano quelle attenzioni maniacali, quelle cure costanti tutte e sole rivolte a me.
    Non so se ti scriverò più, ma spero che capirai la situazione (anche se sei insensibile, ih ih)…
    Ti voglio bene.
    Sempre tua (anzi eternamente tua…).

    ANNA

    Ps. Forse non sta bene dirlo, ma che arnesi, Veronica! Dovevi vederli com’erano sempre dritti, petrosi, arborei. Sempre pronti, tutti per me! Io li ho ancora in mente. Pensavo che solo i morti come me potessero avere quella consistenza… E come pompavano bene, con furia precisa e appassionata. Se non fossi morta, ti direi che non avevo mai provato quelle scosse per tutto il corpo.
    Se penso a quella biscia d’acqua striminzita che aveva Marco fra le gambe!

  • 21 aprile 2011 alle ore 14:13
    Chi la dice, l'aspetti.

    Come comincia: Ciro Scotto stava a gambe aperte piegato con le mani in avanti sulla scrivania dell’ufficio del dottor Morabito.
    Con il culo all’aria aveva fatto le chiappe fredde fredde.
    Tremava. Sudava. Si stava letteralmente cacando sotto.
    Dietro di lui il dottor Morabito, con l’uccello in mano, e con lo sguardo di un mastino napoletano in calore. Due grossi energumeni, vestiti tutti di nero, stavano fermi davanti alla porta.
    Chiunque, se gli avessero preannunciato una situazione del genere, si sarebbe messo a ridere.
    Ciro Scotto no. Anzi, aveva detto: «Per 500 euro in più al mese, a Morabito gli do pure il culo.»
    Furono le ultime parole famose di un povero cristo, impiegato di sesto livello alla Tetrac S.p.a.

    Sei mesi prima…

    Il distributore del caffè faceva un rumore metallico mentre preparava la bevanda.
    Ne uscì un espresso color merda sciolta.
    Se lo spartirono in tre. Ciro Scotto, Antonio Romano e Alfredo Mosconi, quest’ultimo soprannominato spruzzino, perché quando parlava sputava dappertutto schizzi di schiuma bianca.
    A loro quella merda piaceva.
    «Avete saputo degli incentivi?» fece Romano, girando la stecchetta per lo zucchero.
    «Ho saputo» rispose Ciro.
    «Io no» se ne uscì preoccupato Mosconi.
    Romano: «Più soldi per tutti tranne che per noi.»
    «Cazzo dici?»
    «Dico quello che ho sentito. Tutti tranne che a noi tre» ribadì. «Il sindacato se ne fotte, e il Gran Capo fa quello che cazzo gli pare.»
    «Chi, Morabito?»
    «Proprio lui.»
    «Merda!»
    «Da quando abbiamo fatto quel casino pazzesco. Siamo noi che abbiamo alzato la voce per avere gli incentivi, e quello hai capito cosa fa? A tutti e a noi niente. E’ il suo modo di vendicarsi. Ci aveva avvertito che stavamo giocando con il fuoco, e alla fine…»
    A Mosconi gli era passata pure la voglia del caffè. Il suo umore, mediamente basso, prese una piega ancora peggiore. Cominciò a bofonchiare qualcosa sputacchiando fiotti di saliva.
    «Ho sentito dire un’altra cosa pure» fece Ciro, con la cazzimma di Alfonso Signorini, quando racconta a tutta Italia i cazzi degli altri.
    I due lo guardarono trepidanti.
    «La conoscete la Brandi?»
    «Chi, la troia bionda del terzo piano?»
    «Proprio quella la. Ho sentito dire che gliel’ha data a Picciolli, il Direttore Generale.»
    Romano sbarrò gli occhi come uno zombie.
    Mosconi scatarrò anche il mezzo sorso di caffè che aveva deciso di mandare giù.
    «Da non credere, vero?»
    «Che zozzona!»
    «Che troia! Ecco come ha fatto ad avere l’ottavo.»
    Ciro Scotto sapeva i cazzi di tutti. E di questo non c’era da meravigliarsi. Quello di cui c’era da meravigliarsi era come cazzo facesse a saperlo. Era il suo hobby. Scoprire e sapere tutto di tutti. Se eri nascosto nel buco del culo del mondo, stai certo che Ciro Scotto sarebbe venuto a saperlo. Ti avrebbe scoperto.
    Ciro Scotto era brutto. Aveva il naso di un maiale e i denti a cavallo. Non era sposato. Non era fidanzato. E quel che è peggiore, è che si credeva pure bello. Aveva le gambe come due rami storti e la pancia di una al sesto mese di gravidanza. In testa aveva un mucchio di capelli, e quando si grattava, faceva strage di pidocchi.
    A un certo punto, mezzo divertito, Ciro se ne uscì con un’altra delle sue. «All’incirca un mesetto fa mi è capitato di ascoltare una conversazione tra donne. Una cosa che non vi potete immaginare.»
    «Chi sono le galline in questione?» domandò incuriosito Romano.
    «A parte la Brandi, che all’epoca era ancora immacolata, c’erano la Piscopo e la Migliaccio. Ero chiuso nel cesso delle donne. Ero talmente strafatto di sonno che non mi sono nemmeno accorto di aver sbagliato bagno. A un certo punto ho sentito un vociare di donne. Solo in quel momento mi sono accorto di aver fatto una stronzata. Comunque, per non tirarvela a lungo, hanno cominciato a parlare di pompini.»
    «Pompini?» trasalì eccitato Mosconi, con un rivolo di bava all’angolo della bocca. «E cosa dicevano, e? Dai, raccontacelo.»
    «Ho riconosciuto subito le loro voci. La Brandi diceva che se le fosse capitata l’occasione, un pompino a chi sa lei lo avrebbe fatto senza pensarci due volte. Ma da come vi ho detto, è andata ben oltre. La Piscopo invece ha detto che le faceva schifo succhiare l’uccello degli altri. Lei quella cosa la faceva solo a suo marito.»
    «E la Migliaccio?» volle sapere Mosconi, con un’espressione tra lo sconvolto e l’arrapato.
    «La più sporca è proprio lei» rivelò Ciro. «Ricordo che ha detto: “Mica è la fine del mondo. Bisogna pur fare qualche sacrificio per fare carriera. Se per voi sacrificio vuol dire limitarsi a un pompino…”. A quel punto, la Brandi le ha domandato fino a dove sarebbe stata disposta a spingersi. E sapete che ha risposto?»
    «Cosa?» chiesero in coro i due.
    Ciro fece segno di tre.
    «Una cosa a tre?» trasalì Romano.
    «Che zozza!» esclamò Mosconi.
    «Dici bene. Una gran zozza.»
    Poi Romano imbastì un’espressione seria, anche se con molto sforzo. «Se io fossi una donna, una cosa del genere non la farei mai.»
    «Nemmeno io» fece Mosconi.
    Ciro Scotto, in totale disaccordo, chiarì subito la sua posizione. «Se io fossi una donna, sarei una gran mignotta. Ma vi rendete conto? Le donne c’hanno un tesoro in mezzo alle gambe, e la maggior parte di loro non se ne rende ancora conto.»
    «Effettivamente è un dettaglio che non va trascurato» osservò Romani, «un deterrente da sfruttare però solo in casi estremi.»
    «Ragazzi, siamo seri» s’incavolò Ciro. «Per 500 euro in più al mese, a Morabito gli do pure il culo.»
    I due scoppiarono a ridere.
    Anche Ciro si mise a ridere, ma nel suo sorriso c’era qualcosa di perverso; un ghigno che rivelava la sua natura corruttibile.
    Romano tornò di nuovo serio. «Spero tu stia scherzando.»
    «No» replicò prontamente Ciro.
    «Fai schifo» se ne uscì disgustato Mosconi.
    La pausa caffè era terminata.
    La paranza si sciolse.
    Dopo quei discorsi, a Mosconi era salita una gran voglia di spararsi una sega. Ma doveva trattenersi e aspettare di fare ritorno a casa.

    Sei mesi dopo.

    Morabito era lì, come un cavallo selvaggio, pronto a castigare la sua preda. Davanti ci aveva il culo bianco formaggino e pieno di peli di Ciro Scotto. Il poverino era terrorizzato. Ma ce l’aveva voluto lui.
    «La…la…pre…go, do…t…tore» balbettò. «Ci avrei ri..ri..pensato.»
    «Nemmeno per sogno, Scotto. Non può tirarsi indietro. Troppo tardi.»
    Ciro si voltò e continuò a supplicarlo.
    «Tenetelo fermo» comandò Morabito ai due energumeni.
    I due afferrarono Ciro, e lo tennero fermo contro il tavolo, aspettando che il Gran Capo passasse all’esecuzione.
    Il poveretto sudava freddo.
    Il cuore gli marciava in petto come un tamburo.
    Sentiva che stava per svenire.
    Meglio.
    Schizzato com’era, Morabito lo avrebbe castigato anche incosciente.
    Non se ne sarebbe nemmeno accorto.
    I gorilla continuavano a tenerlo forte.
    Aveva il culo gelato e il buco stretto e tirato come quello di una formica.
    Se Morabito sceglieva di andarci piano, come minimo ne avrebbe sentito gli effetti per una settimana. Il pensiero che lo schizzato ci provasse gusto nel vederlo soffrire, gli fece immaginare il peggio.
    Ciro aspettava solo di svenire. Di crollare a terra. Di sprofondare nel mondo dei sogni. Sentiva che c’era vicino. Molto vicino.
    Ma quando cazzo sveniva?
    Provò un ultimo tentativo. «La prego, mi lasci andare.»
    «Spiacente» replicò imperterrito come un boia Morabito. «Colpa dei tuoi amichetti che hanno messo in giro questa storia dei 500 euro. Dovevi aspettarti che quei senzacervello non avrebbero tenuto la lingua a freno. Sei stato un ingenuo. E io ho deciso di volerti aiutare. I 500 euro in più al mese te li voglio dare.» E iniziò a smascellarsi con un desiderio sadico stampato sulla faccia. «Sei stato tu a dettare le condizioni» continuò a infierire.
    «Verbali, solo verbali» provò a giustificarsi Ciro.
    «Verbali o no, io sono uno che mantiene sempre le sue promesse.»
    Morabito si lanciò come un mulo.
    Ciro non svenne.
    Zac. Pochi minuti e fu tutto finito.
    Il povero Ciro Scotto tornò placidamente alla sua scrivania, con un aumento di 500 euro al mese e una nuova storiella da raccontare.
    Quando si mise a sedere, coraggiosamente, si limitò a una smorfia di dolore.

  • 20 aprile 2011 alle ore 13:37
    L'eredità

    Come comincia: Sofia aveva ereditato. Un gatto con un occhio solo, che si chiamava Nemo. Un portagioie pieno zeppo di cianfrusaglie da mercatino delle pulci. Una vecchia macchina da scrivere senza il tasto del punto.
    Nemo, non appena entrato in casa, annusando tutto con cura, si era cercato un posticino: la sua nuova casa. Al portagioie aveva trovato un posto Sofia, invece. Lì sulla mensola in salotto. Non aveva il coraggio di buttarlo via.
    Aveva appoggiato la macchina da scrivere sul tavolino e si era seduta sul divano a fissarla.
    Chissà quante parole aveva battuto durante la sua vita quell'arnese caduto miseramente in disuso e impietosamente sostituito da attrezzi tecnologici più o meno complessi e performanti.
    Sofia non riusciva a distogliere lo sguardo. Era come se si aspettasse che la macchina iniziasse a scrivere da sola. A raccontare quel che era successo.
    Di scatto si alzò per andare a prendere dei fogli. Esagitata li infilò nella macchina e si rimise a sedere, fissandola, con il cuore che le batteva in gola. "Ma sei diventata matta?" gridò scuotendo la testa. Persino Nemo, che sonnecchiava con l'occhio buono semichiuso, si irrigidì e la interrogò con lo sguardo.
    La macchina era una macchina e non avrebbe potuto mai raccontare quel che era accaduto. Nemmeno se lo spirito di Rachele, come in un film, avesse preso a battere i tasti per far sì che giustizia fosse fatta e poter lasciare finalmente il mondo da anima libera, non più in pena.
    Nemo si, se avesse potuto parlare, avrebbe raccontato tutta la verità, ma da buon gatto si limitava a dormicchiare, cercando di dimenticare scene, che avrebbe volentieri fatto a meno di vedere.
    I giorni prima del funerale erano passati dalla stazione di polizia all'obitorio e infine l'ultima fermata di Rachele: il crematorio.
    Da quando la conosceva, le ripeteva sempre che, se le fosse successo qualcosa di grave, avrebbe voluto essere bruciata. Aveva visto fin troppi funerali di persone a lei care. Aveva visto fin troppi visi e corpi venire inchiodati in una cassa di legno e buttati sottoterra. Ogni volta si sentiva soffocare. Non ci voleva finire così. No. Meglio le fiamme, e se fossero continuate in eterno, come le avevano detto da bambina parlando di quelle religioni così diverse che usavano bruciare i loro morti invece che sotterrarli, almeno non avrebbe sofferto il freddo. Scherzava. O forse no.
    "Morte per cause accidentali". Sofia aveva letto quelle parole sul rapporto della polizia. Quattro parole e un punto.
    Il tasto che mancava sulla macchina da scrivere non era caduto da solo. Rachele, le aveva raccontato che, presa da un raptus, un giorno lo aveva staccato di forza.
    "Cara Sofia, quando arriverai alla mia età lo capirai forse." Avrebbe compiuto novantanni il prossimo mese. "I punti non servono a nulla. Chi ti dice che in una storia i punti servono, si sbaglia. Tutti gli altri: le virgole, gli spazi, i punti esclamativi, quelli di domanda ecc., quelli sì che servono. E' vero, ho dovuto sacrificare i due punti, ma gli elenchi si fanno anche senza. Il punto, no, non serve che una sola volta. Nella storia, come nella vita, ne esiste uno solo. Quello che metti alla fine."
    Quando le parlava così, spesso, Sofia non la sopportava. Le dividevano quasi due generazioni, ma non era quello il problema. Sofia non era come lei. Non viveva d'aria. Non si nutriva di emozioni. Forse la irritava proprio questo: non essere capace di vivere così.
    Sofia voleva correre, scappare, andare via lontano. Vivere emozioni intense, ma le voleva cercare altrove. Rachele si era spostata di rado dal suo paese. Aveva avuto una vita piena di emozioni lo stesso. Sofia invece, viaggiava si. Tanto. Ma sebbene viaggiare le procurasse una gioia immensa e nuove sensazioni e scoperte, non riusciva a emozionarsi così come riusciva Rachele, anche di fronte allo sbocciare di una margherita sul ciglio della strada.
    "Sarà inciampata, sa... l'età...". Le parole del medico dell'obitorio le ronzavano ancora nella testa. Inciampata? Sì, poteva ben essere successo. Ma una persona come Rachele non se ne va inciampando. Avrebbe potuto crederci se non avesse visto Nemo, lì per terra... accovacciato in un angolo con lo sguardo fisso sul mobile della cucina. Mancava una foto.
    Rachele amava i mercatini delle pulci. Ci aveva comprato il portagioie e anche quasi tutte le gioie mezze rotte che conteneva.
    Un giorno era tornata a casa con la macchina da scrivere e tre foto. "Me le ha vendute un ragazzo. Aveva un sguardo così triste. Tutti evitavano il suo banchetto perché dicevano che era matto. Ma da quando in quà un matto ha un banchetto al mercato?". La sua risata era così forte che, quando erano in un luogo pubblico, Sofia si vergognava a tal punto da evitare di raccontare qualsiasi cosa minimamente divertente. Per quanto forte, però, era contagiosa e alla fine Sofia, rossa di vergogna, non riusciva a trattenersi e cominciava a ridere senza riuscire a smettere.
    Rachele scriveva tanto con la sua macchina. Tutto quello che scriveva, lo faceva leggere a Sofia e poi lo distruggeva. Erano racconti bellissimi, frutti di sogni di un'immaginazione che sconfinava nel geniale. Non le servivano posti nuovi, lei prendeva ciò che vedeva e lo trasformava in incredibili avventure al di fuori del tempo e dello spazio. Sofia divorava i racconti con avidità e soffriva nel vederli bruciare veloci così come li aveva letti, nel caminetto o nella stufa della cucina. "Perché non li pubblichi, nonna?" le chiese un giorno. "E' un vero peccato che vadano persi così".
    "Non vanno persi... Li scrivo per te, li regalo a te. E finché saranno qui dentro," le batteva dolcemente l'indice sulla fronte, sorridendo "non andranno mai persi. Lo sai che non sono ricca. Non posso, come le nonne delle tue amiche, comprarti giochi o vestiti. Questo è quello che ho. Ed è solo per te. Tu e soltanto tu puoi decidere cosa farne, un giorno."
    Fuori era buio ormai. Nemo si era addormentato. Chissà che sogni faceva. Chissà se sognava il giovane, che era entrato due giorni fa a casa di Rachele, per riprendersi la foto. Quella con il topo, in mezzo a quella del gatto e del serpente. Non poteva lasciare il topo lì in mezzo, sarebbe morto! E poi la porta non era chiusa a chiave!
    Rachele era uscita dal bagno e lo aveva visto in mezzo alla cucina, spaventato. Gli si era avvicinata per chiedergli scusa del fatto che non l'avesse sentito bussare e se volesse un caffè e qualche pasticcino, visto che oramai era lì. Stefano, perché gliel'aveva chiesto quel giorno al mercato il suo nome, la voleva solo scansare per raggiungere la porta e fuggire.
    Sofia aveva detto alla polizia che mancava una foto. Il poliziotto l'aveva guardata con un misto di apprensione e pena. Aveva annotato il fatto, ma non essendoci altri segni di furto tranne la presunta mancanza di una foto senza valore, comprata al mercatino delle pulci in un banchetto di uno sconosciuto, sul rapporto non l'aveva nemmeno accennato.
    Sofia guardava la macchina e all'improvviso si ricordò.
    "Tu puoi decidere cosa farne, un giorno".
    Sofia aveva ereditato.
    Un gatto con un occhio solo, che si chiamava Nemo, un portagioie e una macchina da scrivere. Quello che aveva già erano i doni di sua nonna. Li aveva accumulati negli anni ed erano tutti lì a portata di mano.
    Benché fosse notte inoltrata, Sofia non era stanca.
    Cominciò a scrivere i racconti di Rachele e usò il punto solo quando ebbe battuto l'ultima parola.
    Qualche mese dopo, li pubblicò ed ebbero un successo inaspettato.
    Sofia aveva ereditato
    Nemo, un portagioie senza valore apparente, una macchina da scrivere senza il punto e... un piccolo, grande tesoro.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:47
    Biomat 2030 (parte 2)

    Come comincia: Paolo Pensatori era sdraiato sul suo letto. Non avendo un materasso Biomat, né vecchio né tantomeno nuovo, cambiava frequentemente posizione. La calura dell’estate gli faceva bollire il sangue e il lenzuolo si scaldava e inumidiva rapidamente, costringendolo a una continua danza coricata.
    Si rigirò su un fianco, ma ben presto il braccio incominciò a indolenzirsi e formicolare, per cui dovette mettersi supino e agitarlo un po’, facendolo penzolare dalla sponda del letto.
    Erano appena le 5 del mattino, ma il caldo era opprimente, Milano faceva di tutto per ricordare ai suoi abitanti di essere una città dal clima infame. Guardò la sveglia, fece un rapido calcolo di quanto ancora potesse concedersi di quello stressante riposo e si convinse che tanto valeva alzarsi.
    Alle 6 si sarebbe dovuto svegliare comunque, per inforcare la bicicletta, pedalare fino al capolinea della metropolitana e con essa raggiungere la città, per recarsi al lavoro. Faceva le pulizie in vari posti, al mattino in un condominio privato, al pomeriggio puliva le vetrine di alcuni negozi del centro, e alla sera il grosso del lavoro, le pulizie nel centro commerciale di Piazza ****.

    Tutti quei lavori gli procuravano appena di che tirare avanti. Nel 2030 la società italiana si era ulteriormente avvicinata agli standard globali. Mezzo mondo relativamente benestante, mezzo mondo morto di fame, e una piccolissima élite di milionari e miliardari. In teoria lui apparteneva alla prima categoria, essendo inserito nel mondo del lavoro, seppur sempre precario e insicuro, mentre i milioni di disoccupati, giovani e meno giovani, consumavano la propria esistenza nella disperazione.
    Il lavoro era schiavitù per la maggior parte delle persone, ma senza quella schiavitù c’erano solo emarginazione totale e miseria.

    Il blindato della polizia passò sferragliando nella strada sottostante, un riflettore illuminò le sue finestre, per poi passare a quella seguente e poi all’altra ancora, setacciando il quartiere in cerca di comportamenti sospetti.
    Alcuni colpi d’arma da fuoco risuonarono in fondo alla via. Il blindato rombò in tutta la sua rauca potenza e si lanciò verso i criminali. Probabilmente una delle tante bande di poveracci che si erano traformate, nel tempo, in vere e proprie cosche di briganti, compiendo atti di rapina, ribellione e violenza gratuita in egual misura.

    Da parecchi anni l’ordine pubblico era una specie di parola vuota e priva di senso. E più si svuotava di significato più appariva e risuonava sui giornali, alla tv, dappertutto.
    Arginare la marea endemica di delitti, piccoli e grandi, futili e atroci, era divenuto una specie di caccia alle mosche. La miseria aveva abrutito e incattivito intere generazioni, nessun valore politico, religioso, civile, era ormai capace di ricondurre milioni di sbandati, diseredati e reietti, sulla via dell’integrazione.
    Contava solo il denaro, come era sempre stato nel mondo, con la differenza che non esisteva più nemmeno una parvenza di morale, motivata o infondata, a calmierare i comportamenti.

    Paolo accese la tv con un gesto automatico.
    Dentro alla scatola magica una soubrettina quattordicenne ballava e cantava il tormentone dell’estate, mentre i sottotitoli comunicavano la nuova strategia anticrimine, rivolta alle fasce adolescenti. Proibizioni, piani di istruzione, riforma delle carceri. Intanto la pubescente ninfetta gridava a voce acuta “Io sono cattiva, e faccio la cattiva, non mi star davanti, vado solo coi vincenti...”

    In strada le scariche di mitragliatrice silenziata, per non turbare troppo la popolazione, risuonavano come schiocchi di palloncini, tra i palazzoni della periferia milanese. Nel caldo fermo e opprimente nessuno si stupiva, erano divenuti parte integrante dell’esistenza. L’indomani qualche traccia di sangue per terra,  qualche buco in più nei muri e nell’asfalto, qualche macchina bruciata, qualche imprecazione, e tutto sarebbe andato avanti lo stesso.

    Paolo Pensatori si sfregò le mani, rese secche dall’uso quotidiano di detersivi sempre più aggressivi e risolutori, se le passò sul viso, una barba ispida e pungente gli ricordò che quella sera doveva vedersi con Giulia, la sua quasi ragazza, e doveva radersi. Disgraziata quanto lui, commessa nel supermarket dove faceva le pulizie, si erano conosciuti litigando, per una improvvida scivolata della giovane schiavetta sull’ingresso ancora bagnato del centro commerciale.
    Lui l’aveva aiutata a rialzarsi, lei gli aveva rivolto un diluvio di insulti. Per fare pace Paolo l’aveva invitata a cena e quella sera stessa avevano scopato.
    Non c’era grande sentimento fra loro, piuttosto una ruvida e cinica complicità sessuale. Non si consideravano amici che scopano o colleghi che scopano, si sentivano invece come due diavoli o due angeli maleducati e prigionieri. Ognuno con il suo grosso e pesante fardello di esperienze crude e sofferte, avevano trovato nel loro menage fatto di litigi e scopate, una valida valvola di sfogo.

    Lui però non le aveva mai messo le mani addosso, a differenza di tanti altri, era un poveraccio, poco acculturato e senza un futuro in cui sperare, ma non era un delinquente o un violento, anzi, era fin troppo rassegnato e accondiscendente con tutti. La sua vita era su un binario di quieta disperazione, senza sogni, senza illusioni, senza scosse.

    Lei gli rinfacciava spesso questa sua passività, lo chiamava codardo, paraculo, fregnone, ciapparatt, e lui le rispondeva in egual modo, dandole della sciaquina, ignorante, zoccola. Litigavano, si urlavano un po’ in faccia, e poi finivano a letto, a stemperare la rabbia delle loro vite normali e disgraziate, come milioni di altri.

    ****

    Roberto Mussi era seduto alla sua postazione di lavoro, nel suo cubicolo di due metri per due, all’interno dell’open space di 400 metri quadrati, al 12° piano del Pirellone 2. Stava scambiando email di fuoco con un collega in America, al quale domandava da una settimana gli aggiornamenti del software a cui lavoravano da più di un anno. Erano indietro con i tempi di produzione in maniera spaventosa, in ditta si sapeva già che non sarebbero riusciti a rispettare i tempi previsti e si era scatenata la caccia ai colpevoli. Le voci di imminente ristrutturazione avevano fatto tremare tutti i cento e passa informatici, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. La sede di Milano era la meno minacciata, essendo occupata soltanto nelle procedure di analisi del prodotto. Ma comunque tutto il lavoro aveva preso una piega isterica e scorretta, ognuno cercava di pararsi il sedere, di scaricare sugli altri la colpa dei ritardi.
    Roberto passava in rassegna schermate di codice, alla caccia di bachi, correggeva gli errori che riusciva a scovare, e faceva ripartire la simulazione, per tutto il giorno, da sei mesi. Ormai lo faceva automaticamente, si sentiva lui stesso un’appendice del computer o una subroutine del programma.
    La sua professione gli dava di che vivere decentemente, aveva un appartamento, non troppo decentrato, una macchina, una fidanzata, con la quale contava di sposarsi entro un paio d’anni.
    Ma la sua vera gioia non era quel lavoro monotono e snervante. Le sue vere sfide le viveva di notte, in rete. Era un hacker di quelli tosti, uno che era riuscito a violare database di banche, ministeri, agenzie investigative. Il suo nikname era famoso in rete. Si faceva chiamare Bio, per affermare la sua superiorità di essere umano, biologico, sulle macchine.
    La rete, per Bio, non aveva quasi segreti. Non aveva mai cercato il guadagno dalle sue imprese, sarebbe stato un rischio assurdo. Sapeva bene che quando uno comincia a fregare denaro è destinato ad essere acchiappato. Già fare danni era una cosa grave, un crimine per il quale erano previste pene sempre più pesanti. Ma tutto sommato ogni azienda e ogni privato cittadino si metteva in conto il rischio di violazione, e tutto andava a incrementare i cospicui guadagni delle compagnie assicurative. Un circolo vizioso che funzionava, e tutti erano contenti, o per lo meno non troppo infelici.

    Bio aveva seguito, alcuni mesi avanti, la promozione del nuovo materasso Biomat 2030. lui ne possedeva un modello vecchio di tre anni, comodo, funzionale, ormai irrinunciabile. Per un maschio italiano che vive da solo, non dover cambiare le lenzuola e rifare il letto è già un gran bel previlegio, e Biomat 1.3 assecondava con indubbia efficienza la sua indolenza.
    Ma Biomat 2030 era qualcosa di diverso. Era una nuova frontiera del sonno, della comodità, del piacere.
    Roberto aveva desiderato immediatamente Biomat 2030, ancor più dell’avvenente Melissa Johanssen, che godeva tra le appendici del nuovo materasso biologico. Il pensiero di essere massaggiato e manipolato dal materasso, magari insieme alla sua fidanzata. gli aveva risvegliato i sensi, già piuttosto eccitabili.

    Il prezzo di Biomat era però proibitivo. Era destinato ad una fascia di utenza alla quale lui non apparteneva, avrebbe dovuto accendere un mutuo per comprarselo. E non poteva permetterselo.

    Il direttore della sede milanese dove lavorava, Fulvio Marcellini, con il quale era stato in amicizia, prima che sposasse la figlia del presidente e la sua carriera partisse a razzo verso orbite a lui sconosciute e inarrivabili,  quando lo incrociava nei corridoi o sull’ascensore, non mancava mai di sventolargli in faccia le sue esperienze con Biomat 2030. Amplessi multipli, acrobazie inverosimili. Sicuramente inventava molto, con quella sua arrogante finta complicità di ex amico, che serviva soltanto ad affermare ogni volta che lui era arrivato, mentre Roberto ristagnava in una posizione medio bassa, senza prospettive, senza una casa in centro, senza un Biomat 2030.

    La maliziosa mentalità hacker di Roberto cominciò subito a meditare vendetta, quasi per un riflesso condizionato. In fondo cos’è un hacker, se non un tardo adolescente frustrato, che combina guai agli altri per compensare la propria insoddisfazione, un “casseur” virtuale.

    Quella sera, dopo mesi di riflessioni e scambi di informazioni con altri hackers, Roberto “Bio” Musso, entrò in rete, a caccia del suo quasi omonimo materasso, irraggiungibile oggetto del desiderio.
    Comparve, mascherato da messaggio di posta, davanti a molte delle porte di ingresso della Permaflux, ma tutte gli negarono l’accesso. Si finse acquirente del nuovo materasso, cercando di attivare un’ ordinazione on line, che poi non avrebbe potuto pagare. Il sistema di firewall era ben congegnato, i suoi tentativi di intromissione non ebbero successo.
    Dopo quattro ore che si aggirava intorno alle alte mura elettroniche della Permaflux, le molteplici tracce delle sue intrusioni attirarono l’attenzione del sistema di difesa della multinazionale. Un messaggio di avvertimento lampeggiò sul suo monitor, il sistema non avrebbe tollerato un ulteriore tentativo di intromissione da parte del suo ID, riconosciuto e registrato.
    Ce n’era a sufficienza per fare incollerire anche il più posato dei pirati informatici, essere beccato così facilmente era una vergogna incancellabile per Roberto. Per fortuna nella rete circolano solo le notizie dei successi o quelle degli arresti clamorosi, non i milioni di facciate che gli hackers, maldestri o geni, prendono quotidianamente.
    Per quella sera la partita era chiusa. Avrebbe dovuto riprovare su una macchina diversa, cammuffata e irriconoscibile. Avrebbe provato dal computer del lavoro. Conosceva la rete aziendale come le sue tasche, l’aveva progettata in gran parte. Con le risorse della sua azienda avrebbe fatto meglio il giorno dopo.

    ****

    Il manifesto gigante di Melissa Johanssen, distesa su un Biomat 2030 luminoso e dai colori cangianti, troneggiava all’ingresso della tangenziale. Francesco Esposito accelerò la sua BMW, facendo stridere le gomme, nonostante i numerosi dispositivi antiskating della berlina nuova fiammante. Un autotreno, che giungeva da dietro alla infima lentezza di 80 chilometri all’ora, azionò il tuonante clacson, solo per infastidire la manovra del giovane e aitante napoletano.
    Esposito abbassò il finestrino e mostrò la mano in inequivocabile messaggio e sfrecciò via a centottanta in 6 secondi netti.
    Aveva fretta di arrivare a casa, la telefonata che lo aveva raggiunto durante la sua trasferta a Sanremo, lo informava della consegna del suo nuovo e costosissimo Biomat 2030.
    Non vedeva l’ora di provarlo. Si era già accordato con un paio di amiche, modelle dell’agenzia per cui lavorava come talent scout, per collaudare lo stupefacente materasso in un fantasioso e trasgressivo triangolo quadrilatero.
    A Sanremo non aveva avuto fortuna al gioco, il suo conto corrente era vuoto come il suo stomaco, ma la banca non avrebbe brontolato questa volta, stavano per arrivare i primi dividendi della sua nuova scoperta. Lo stomaco si limitava a emettere qualche sporadico lamento e a versare copiosamente succhi gastrici inutili e dannosi. Una ennesima pastiglia di antiacido risolse il problema al primo semaforo del centro. Ormai le divorava come caramelle.

    Per riuscire a entrare nel mondo della moda e dello spettacolo Francesco Esposito aveva fatto di tutto, dalle marchette con il boss gay di turno, o con la babbiona rifatta male, al sotterfugio, al ricatto, al piagnisteo con il politico parente. La famiglia aveva sborsato fior di quattrini per mantenerlo a Milano, nei due anni che gli ci erano voluti a raggiungere l’obbiettivo. Appartamento in centro, macchina costosa, abbigliamento adeguato, coiffeur una volta a settimana, cene, spettacoli e concerti. Francesco si era fatto vedere ovunque per tutti quei due lunghi anni, durante i quali i genitori credevano stesse sgobbando come un pazzo sui libri di giurisprudenza e i tirocinii in studi legali. Era il loro figlio primogenito, non potevano negargli nulla. Lo volevano a tutti i costi stabilito e realizzato al nord. Quando seppero che la laurea era soltanto una chimera e il loro benedetto figliuzzo si era fatto un nome nella Milano dello spettacolo, come intermediatore, non poterono far altro che accettare la nuova sorprendente professione del giovane che, a quanto pare gli stava dando anche ottimi guadagni, seppure a fasi alterne.

    La potente BMW si arrestò davanti al condominio ****, davanti alla porta del garage. Esposito attese fremendo che la porta metallica si aprisse, tamburellando sul volante al suono della canzone tormentone dell’estate. La piccola  Jo Trillo cinguettava e ugolava la sua canzone d’esordio “Sono cattiva”. Era una sua scoperta, l’aveva lanciata lui, dopo averle dato una bella ripassata ovviamente. Era una sciacquina, tanto stupida quanto carina, ma aveva tutti i numeri per sfondare. Il pezzo lo avevano scritto a quattro mani due vecchie volpi della music factory, la casa di produzione imparentata con la sua agenzia di moda e spettacolo. In pochi mesi Jo Trillo era divenuta l’idolo di schiere di ragazzine urlanti e maschietti brufolosi e arrapati. Ed era una sua creatura, che gli stava fruttando il meritato guadagno e rispetto nell’ambiente. Le critiche sollevate dai soliti benpensanti erano servite soltanti a rendere Jo Trillo più desiderabile e invidiata, e Francesco Esposito più arrogante e soddisfatto.

    ****

    Quando Paolo Pensatori varcò la porta dell’ipermercato, verso l’ora di chiusura, le luci di Milano già sfavillavano sull’asfalto, e gli ultimi avventori si affrettavano all’uscita. In mezzo a loro la piccola e formosa figura della sua ragazza, Giulia, uscì correndogli incontro, fino a cozzare contro il suo petto imponente e le sue guance appena rasate.
    Nel confuso squittire della commessa, Paolo riuscì solo a capire due parole...Biomat 2030....vinto.
    Dopo aver fatto calmare la focosa cassiera, si fece rispiegare tutto dall’inizio con calma. Giulia aveva partecipato al concorso promosso dalla Permaflux, allegato alla rivista di cosmesi che comprava da sempre. Aveva vinto un Biomat 2030 full-optional. La sua foto sarebbe comparsa sulla rivista del mese seguente, sdraiata come la divina Melissa Johanssen, sul rivoluzionario materasso.
    Alla notizia, ripetuta saltellando come Piggy del Muppet show, Paolo non si scompose più di tanto, anzi per nulla. Si limitò a sussurrare all’orecchio eccitato della sua quasi ragazza che con quel materasso le avrebbe fatto vedere le stelle. Detto questo si divincolò dall’inusuale abbraccio di Giulia e si avviò a pulire i pavimenti.

    Due giorni dopo un furgone della Permaflux si aggirava guardingo per i viali tutti uguali della periferia, in cerca della fortunata vincitrice. Incappò malauguratamente in una delle numerose bande di nuovi briganti e furgone e materasso scomparvero nella nebbia mattutina. A nulla valse il rumoroso inseguimento del blindato della polizia.
    A causa delle richieste inevase, l’ambìto premio di Giulia la cassiera, non sarebbe stato consegnato prima di due mesi. Per il servizio fotografico sulla rivista sarebbero ricorsi a un bel fotomontaggio professionale, curato dalla efficientissima Ruffi, Ani & Felici.

    Paolo faticò del bello e del buono per cercare di consolare l’afflitta commessa. Conclusero con una solenne litigata ed una ancor più solenne scopata, sul vecchio e umidiccio materasso di Paolo.

    Il Biomat 2030 trafugato finì invece in casa di Don Peppino detto “ O’squartamaiali”, nel quartiere fortezza di Napoli Est, dopo lungo e periglioso viaggio occultato all’interno di un camion di ricambi per auto. Don Peppino non sapeva che farsene di quella roba da finocchi, ma la sua amante, giovane e concupiscente, lo desiderava molto. E lui non era soltanto uno squartamaiali, sapeva anche come mostrarsi generoso con le sue donne.

    ****

    Nella sera del 14 Agosto 2030, Roberto “Bio” Mussi, era rimasto in ufficio dopo l’orario. Ormai tutti i colleghi se ne erano andati, confabulando come al solito sugli effetti della ristrutturazione imminente dell’azienda. Temendo per il posto di lavoro, ognuno si dava da fare più del solito, ma non tanto da scoraggiare il prode Roberto. Aveva atteso fin dopo le sette e mezzo, poi si era recato in bagno, aveva fatto una clamorosa evacuazione intestinale, si era preso un caffè doppio alla macchinetta, e quindi si era risistemato alla sua scrivania, davanti al computer che gli avrebbe aperto le porte della Permaflux, vendicando l’onore ferito alcuni giorni prima.

    Armeggiò, nel buio e nel silenzio dell’ufficio deserto, con cavi e hard disk esterni. Collegò quel che doveva al server centrale e installò sulla macchina un programma creato ad hoc per quell’impresa memorabile.

    Per alcuni minuti Bio si aggirò nei meandri della rete, in cerca del canale giusto, per confondere le tracce e raggiungere ancora una volta gli alti bastioni elettronici della Permaflux.
    Agghindato come un ordine di servizio esterno, riuscì a penetrare nel cortile virtuale dell’azienda, aggirando i feroci cani da guardia elettronici e gli occhiuti sorveglianti binari.
    Forzò un paio di porte, anonime e grigie, sul retro della facciata numerica, si intrufolò su per scale fatte di bits, fino a raggiungere il piano desiderato. Lì risiedeva la mente che aveva progettato e gestiva più di mezzo milione di Biomat 2030. Sfogliò con attenzione interi volumi di dati, schemi, formule, codici, in cerca di una falla nel sistema. Una anomalia, piccola ma riconoscibile, nella rete di dati, attirò il suo sguardo come una smagliatura nella calza di seta nera di Melissa Johanssen. Ecco il difetto, ecco il tallone d’Achille del grande, stupefacente Biomat 2030.
    Seguì l’anomalia fino alle sue più profonde implicazioni, trovando funzioni occultate, mascherate da ingenue uova di pasqua e faccine buffe. Ne ruppe alcune e prese a schiaffi molte faccette. Finché raggiunse il cuore del sistema di Biomat 2030. Era lì, aperto davanti a lui come il cuore pulsante davanti a un chirurgo o a un sacerdote Maya. Era in quei momenti che tutta la sua vita di grigio e frustrato travet trovava la sua riscossa, la vendetta.
    Il software interno del materasso gestiva tutto il sistema di chips, dal cambiamento di colore, alle modalità di massaggio, alle funzioni di raccolta ed eliminazione dello sporco.
    Era facile. Sarebbe bastato cambiare i parametri di misura delle particelle. Da pochi millimetri e scarsa consistenza, a infinito.

    Ammirò per qualche secondo la sua opera, poi, con gesto armonioso da pianista, premette il tasto invio.

    La notte tra il 14 e il 15 Agosto 2030, in tutto il paese, quasi un milione di persone fu avvolta, soffocata, fagocitata e quindi espulsa dal meraviglioso sistema Biomat 2030.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:46
    Biomat 2030 (parte 1)

    Come comincia: “Il materasso biologico è una realtà ormai consolidata. Da trent’anni produciamo e innoviamo costantemente, grazie ai progressi delle nanotecnologie, della cibernetica e dell’intelligenza artificiale, questo fantastico strumento di riposante piacere”.

    Gianmarco Piedolin, portavoce storico della Permaflux, ammiccava dal teleschermo con la sua consueta voce garbata e accattivante. Era l’anniversario del Biomat, e in quell’anno fatidico la Permaflux presentava un nuovo modello ultratecnologico, un ulteriore balzo in avanti nella “cultura del sonno” come era stata battezzata dai pubblicitari, ormai un decennio prima.

    “Come ben sanno i nostri affezionati clienti, che sono oramai più di 2 milioni soltanto in Italia” – A questa puntualizzazione Piedolin lanciò una delle sue celeberrime occhiatine sornione e complici .

    “Il Biomat ha rivoluzionato il modo di dormire, l’ha reso un autentico e, dobbiamo dirlo, ormai irrinunciabile piacere. Chiunque abbia provato il materasso biologico sa di cosa stiamo parlando.
    Il modello di quest’anno, il meraviglioso Biomat 2030 Golden Age, vi stupirà, come ha stupito me, che ho avuto il piacere di provarlo in anteprima. Ma lascio la parola all’ingegner Rossi, capo progetto del nuovo Biomat 2030 Golden Age”.

    L’ingegner Rossi, chiaramente meno a suo agio con la telecamera, si aggiustò furtivamente la cravatta troppo stretta, il suo viso prese una leggera colorazione rossastra, mentre toccandosi gli occhiali con gesto automatico e inconsapevole, cercava di seguire le indicazioni della regia, fissando la telecamera negli occhi.

    “Ehm...buongiorno Gianmarco, è un vero piacere essere qui insieme a te, a presentare Biomat 2030 Golden Age” – Un reiterato aggiustamento degli occhiali accompagnò l’esordio televisivo dell’ingegner Rossi.

    “Biomat 2030 è un nuovo capitolo, letteralmente una nuova evoluzione del biomaterasso” – I suoi occhi si fecero lucidi, quasi commossi – “Abbiamo lavorato per tre anni, prima di essere soddisfatti delle nuove tecnologie applicate a questo stupefacente modello. La Permaflux ha acquisito ben 19 nuovi brevetti per realizzare questo prodigio”.

    Mentre la voce dell’ingegnere capo snocciolava le caratteristiche di Biomat 2030, le immagini sapienti, girate dalla prestigiosa agenzia pubblicitaria Ruffi, Ani & Felici, mostrava le fatali curve di Melissa Johanssen, astro nascente del model fashion internazionale, artisticamente e sensualmente adagiate sul Biomat 2030. La carnagione abbronzata della splendida modella, i suoi lunghissimi capelli biondi e lisci, il sorriso e gli occhioni verdi, ipnotizzavano ed eccitavano i milioni di telespettatori sintonizzati su Canal Future.

    Coricato sul suo Biomat 2.2, Fulvio Marcellini seguiva con sguardo concupiscente la trasmissione. I suoi occhi indugiavano sulle divine forme di Melissa, e la sua mente assaporava già il piacere sensuale di dormire fra le braccia intelligenti e servizievoli del nuovo Biomat 2030. L’aveva ordinato immediatamente, a scatola chiusa, attraverso un contatto molto in alto nella gerarchia della Permaflux, ancora prima di conoscerne le caratteristiche, fiducioso che il nuovo modello avrebbe dato nuovo piacere ai suoi incontri coniugali e alle sue ore di ozio. La moglie era via per uno dei suoi periodici soggiorni in beauty farm, le avrebbe fatto una sorpresa certamente gradita.

    “Biomat 2030 sfrutta al massimo l’interazione tra biotecnologia, nanotecnologia, cibernetica, e informatica. È un vero e proprio “essere pensante”. Tutti già conoscono le caratteristiche che hanno reso famoso il materasso biologico. La sua struttura di macromolecole di plastica organica, coadiuvata dal sistema NanoSyncro, gli permette di modellarsi al corpo della persona, in qualunque posizione essa preferisca dormire. I sensori cibernetici del nuovo Biomat 2030 fanno di più, monitorano gran parte delle funzioni fisiologiche dell’utente, ne analizzano la temperatura su ogni centimetro di pelle, analizzano il respiro e le emissioni di qualunque tipo, assorbendole e inglobandole nel sistema di pulizia automatico potenziato, asportando ed espellendo continuamente qualsiasi impurità o sporco. Lo sanno bene tutti coloro che hanno famigliari invalidi, quanto sia faticoso e sgradevole accudire una persona costretta a letto. Biomat 2030  libera il malato e i suoi famigliari dello sgradevole compito di pulire e cambiare il letto continuamente, oltre a permettere un costante monitoraggio di molti valori fisiologici”.

    “Sapete tutti” – Intervenne Piedolin – “voi tutti che usate Biomat da molti anni, ma lo diciamo per coloro che ancora non posseggono uno dei nostri gioielli, che il materasso, la coperta  e i cuscini in dotazione, permettono di dormire senza l’uso di lenzuola, federe e altre coperte. Così come è preferibile dormire sempre senza alcun capo d’abbigliamento indosso, per sfruttare appieno le funzionalità del biomat” – Con un gesto il presentatore restituì la parola all’ingegner Rossi.

    “Sì Gianmarco, è proprio così. E Biomat 2030 fa molto di più. La sua struttura macromolecolare elasticizzata adesso consente a Biomat di conformarsi a tutte le esigenze dell’utente...anche le più intime” – Così dicendo l’ingegner Rossi arrossì vistosamente. La regia passò immediatamente sulle immagini del bel corpo di Melissa che veniva abbracciato dalle protuberanze azzurre del Biomat 2030, che iniziavano a massaggiare il suo corpo dolcemente.

    “Biomat 2030 può generare forme tridimensionali di differente consistenza e praticamente di ogni dimensione, concave o convesse. Può quasi diventare come un amante...”

    “Questa è una novità strepitosa, amici spettatori che ci seguite!” – La voce di Piedolin iniettò una dose di malizioso entusiasmo – “Immaginate cosa può fare, per voi, e per il vostro partner, questo stupefacente Biomat 2030! È quasi come avere un terzo amante, solo che non si tratta di un’altra persona, ma dell’incredibile, servizievole, mutevole, intelligente...Biomat 2030!”.

    Fulvio Marcellini assisteva attonito alla performance del materasso con la modella svedese. Protuberanze di varie forme e dimensioni scorrevano il suo corpo, come se fossero cose vive. Melissa accoglieva le carezze di Biomat 2030 con evidente piacere. Afferrò una grossa protuberanza fallica e se la strofinò sul pube. Il materasso ora cambiava colore, passando dal blu al viola, al rosso, all’arancione. Le immagini sfumarono mentre la bella svedese si accingeva ad aprire le cosce per accogliere l’organo artificiale del biomaterasso.

    “Le telecamere puntarono sul volto di Piedolin che, preparato professionalmente come sempre, aveva assunto un’espressione voluttuosa e una voce calda e sensuale  – “ Signori, e Signore...lasciamo alla vostra immaginazione quello che può fare per voi, con voi, Biomat 2030”.

    Milioni di telespettatori avevano seguito la promozione del nuovo materasso biologico. I centralini della Permaflux furono immediatamente intasati di telefonate. Le richieste del prodotto raggiunsero livelli senza precedenti.

    Nelle settimane seguenti Biomat 2030 apparve in ogni negozio Permaflux del paese. I commessi, istruiti sulle numorose rivoluzionarie caratteristiche del materasso biologico, snocciolavano le qualità del prodotto a file di acquirenti. Le code davanti ai negozi divennero spesso fonte di problemi per l’ordine pubblico. Mai un prodotto così sofisticato e costoso aveva generato una corsa all’acquisto di tali dimensioni e intensità emotiva.

    Alla fine dell’anno la Permaflux quantificava le vendite realizzate in quasi 500.000 pezzi, il massimo che la produzione aveva potuto sfornare e distribuire. Per l’anno seguente la società multinazionale prometteva una produzione più che raddoppiata dell’ambìto articolo.

    Al negozio di Via Indipendenza, Alessandra Fumagalli stava ascoltando con rapito interesse le spiegazioni del commesso.
    “Vede signorina, con questa semplice presa USB, Biomat 2030 è connesso in rete, attraverso un vero e proprio computer interno. Scarica in tempo reale gli aggiornamenti del software, comunica i suoi dati fisiologici a una centrale, dove vengono analizzati e immediatamente restituiti al suo indirizzo email, per una verifica. Praticamente un check up continuo. Se le viene un po’ di febbere, Biomat lo rileva, se nel suo sudore sono presenti valori anomali o sostanze anormali, “Lui” se ne accorge e la avvisa”.

    “O perbacco!” – Esclamò Alessandra Fumagalli – “C’è qualcosa che non fa?”

    “Eh eh eh” – Ridacchiò il giovane commesso – “Non va a lavorare e non lava i piatti. Però si mantiene perfettamente igienizzato da solo, e praticamente pulisce la sua pelle ogni volta che va a dormire, grazie al sistema di micromassaggio e di raccolta di ogni tipo di rifiuto organico. Può tranquillamente fare i suoi bisogni nel letto. Anzi è addirittura consigliato. Biomat li raccoglie in tempo reale, lei non si accorge nemmeno di averli fatti. E inoltre analizza ogni eiezione a scopo medico. E in più sono state aggiunte più di due milioni di diverse sfumature di colori, modificabili a piacimento. Più di così...”

    Il commesso allargò le braccia e sgranò gli occhi, vendere Biomat 2030 era un piacere. Non c’era da convincere nessuno, semmai si doveva frenare l’entusiasmo degli utenti, e calmarli abbastanza da poter spiegare ogni funzione del prodigioso materasso.

    (CONTINUA)

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:21
    Il campanello

    Come comincia: Suonerà. Prima o poi. Lo so. Io aspetto.
    Seduto su questa poltrona, in questa piccola sala d’aspetto, inganno l’attesa giocherellando con le dita. Tamburello sui braccioli, percorro le pieghe del mio abito, ravvio i capelli.
    Mi è stato detto che quando il campanello suonerà dovrò entrare per quella porta bianca.
    C’è un orologio appeso al muro, rotondo, semplice, silenzioso. Anche nel silenzio ovattato della sala d’attesa, devo tendere l’orecchio per avvertirne i tenui ticchettii.
    Mi costringo a non guardare l’ora, i minuti che scorrono lentamente, quasi come se il tempo abbia rallentato volutamente, per farmi assaporare l’attesa.
    Ci sono alcune riviste sul tavolino davanti a me, ne sfoglio qualcuna, sono tutte vecchie di un anno e più. Chissà perchè nelle sale d’attesa le riviste sono sempre vecchie, come se veramente il tempo si fermasse fuori dalla porta.
    Sono i soliti rotocalchi, gossip, belle ragazze, storiacce, pretese di miracoli popolari, assediate dalla onnipresente pubblicità.
    Per ingannare l’attesa mi immergo nelle mie fantasie, immagino come cambierà la mia vita quando il campanello suonerà. Lo so che non dovrei farlo, porta sfortuna anticipare gli eventi con l’immaginazione. Ma è inevitabile.
    Quando varcherò quella porta bianca, con la maniglia dorata, non sarò più quello che sono adesso. Non sarò più un uomo in attesa della sua occasione. Sarò un membro attivo della società, un elemento attivo e produttivo. Avrò una posizione riconosciuta e riconoscibile.

    Penso a cosa è stata la mia vita finora, e desidero soltanto lasciarmela alle spalle. Considero questi anni passati a studiare, cercare, frequentare, come il preludio alla vera vita, fatta di azione, di rapporti, di costruttività. Ho faticato tanto sui libri, ho viaggiato un po’, per quanto potevo permettemi, in modo da ampliare le mie cognizioni, le mie idee.
    Sono anni che attendo questo momento. Anche se adesso devo stare seduto qua per mezz’ora, un’ora, o due ore, è una bazzecola. Devo solo rilassarmi, concentrarmi, ripassare tutto quello che devo dire, come devo comportarmi. Non posso sbagliare. Non devo sbagliare.
    Va bene, un’occhiatina all’orologio, tanto per resettare la percezione del tempo. Sono qui da venti minuti. E già ho fatto il giro di tutta la mia vita passata, e percorso un buon tratto della mia vita futura. Le aspettative.
    Peccato che ormai non si possa più fumare nei luoghi chiusi. Una sigarettina mi riconcilierebbe con il mondo, renderebbe l’attesa meno nervosa.
    Mi mangio una caramella alla menta. Meglio che niente. Così avrò l’alito profumato durante il colloquio. L’ho imparato da tanto tempo questo particolare importante, se devi parlare con qualcuno devi avere l’alito profumato. Cambia tutto. La fiatella è la causa del fallimento di innumerevoli colloqui, di lavoro, d’amore, d’amicizia. Cosa c’è di più sgradevole che avere davanti qualcuno che quando apre bocca ti appesta con un lezzo proveniente dalle sue viscere?

    Me la mastico con lenta sensualità, assaporo a fondo il bruciore delle papille gustative, quasi una scarica di adrenalina, schiarisce la mente.
    Chissà che suono avrà il campanello. Sarà squillante, mi farà fare un salto sulla poltrona, oppure sarà un sommesso ed educato suono di campana tubulare?
    Ecco continuo a distrarmi, invece di rimanere concentrato sul colloquio, la mente non smette di correre avanti e indietro, di rimbalzare da un’aspettativa a un ricordo, da una frase da dire a parole affioranti a caso dalla distesa ribollente del passato.

    Non mi sarò mica estraniato troppo, come mi succede spesso? Il campanello avrà mica suonato? Magari ha un fatto solo un debole tocco argentino, e io, immerso nelle mie elucubrazioni, non l’ho sentito?
    Ecco. Adesso divento ansioso. Che ora è? Sono qui da quaranta minuti. L’attesa inizia a diventare un po’ lunga. Ma lo fanno spesso ai colloqui. Credo sia una strategia preliminare, per vedere se il soggetto è dotato di pazienza e umiltà. Per vedere se è realmente motivato.
    Ne ho fatte tante di ore di anticamera nella mia vita. In senso letterale e in senso metaforico. A volte mi sembra di aver vissuto sempre in attesa, seduto su una poltrona, o una sedia, o un divano.
    Possono farmi aspettare anche due ore, io non mi lascio innervosire. Non più di quanto lo sia normalmente. Ormai ho sviluppato una specie di voluttà dell’attesa. Anche agli appuntamenti arrivo sempre in anticipo, per godermi l’attesa, che spesso con le sue fantasiose invenzioni, è più piacevole di ciò che viene dopo. Ho imparato anche a godere delle ipotesi, degli immaginari sviluppi di un appuntamento. Almeno, se poi le cose non vanno bene, mi sarò regalato qualche minuto, o quarto d’ora, di sogni ad occhi aperti.

    Ci sono ricascato. Mi sono di nuovo distratto. E il campanello avrà mica suonato? C’è troppo silenzio qua, la mente se ne fugge via dal vuoto, i pensieri fanno baccano per tenere desta l’attenzione.
    Mi alzo, mi sgranchisco un po’. Se entra qualcuno non voglio farmi trovare accasciato sulla poltrona come un sacco. Magari entrasse qualcuno. Mentre mi stiro le braccia e le spalle, mi guardo intorno, immagino sempre che in queste sale d’attesa ci sia una telecamera nascosta, dalla quale le persone che stanno dall’altra parte della porta osservano, analizzano, valutano. E poi decidono se suonare il campanello.
    Un’ora. Io sono una persona paziente, ma credo che far aspettare troppo gli altri sia una gran maleducazione. Altro che espediente valutativo. Qui si tratta di pura e semplice arroganza e maleducazione. O disorganizzazione. O dimenticanza.
    Non si saranno mica dimenticati di me?
    Azzardo un passo verso la porta bianca. Ma non posso bussare e mettere il naso dentro. Sarebbe contrario a qualunque regola. Oppure mi affaccio dalla porta da cui sono entrato. La segretaria sarà seduta dietro la sua postazione, magari a limarsi le unghie, o a leggere uno di questi vecchi rotocalchi.
    Però sarebbe un passo falso, come dire : mi sto stancando dell’attesa. Anche lei fa parte del gioco. Potrebbe essere la mossa che mi mette fuori partita. Vogliono testare la mia pazienza. Va bene, ho sopportato ben di peggio che una lunga attesa in anticamera.

    Un’ora e mezza. Adesso è veramente troppo. Ne ho fatti di colloqui in vita mia. Quando si ritarda oltre un certo limite, si dice. Si danno spiegazioni. Si chiede scusa per la dilazione e magari si offre un caffè, si fanno due chiacchiere, due convenevoli. Bisogna anche saper trattare l’ospite, un’abitudine che si sta perdendo sempre di più, nella vita privata come in quella pubblica.
    Adesso mi affaccio dalla segretaria, le dico che dovrei andare in bagno. Legittimo.
    La maniglia si girà con un cigolìo perforante e grottesco. Forse il silenzio pneumatico di questa ora e mezza ha acutizzato le mie orecchie. Fa niente.
    Guardo in direzione della reception. La ragazza non c’è. Sarà andata in bagno? O forse è stata chiamata dal capo, magari le stanno dicendo di suonare il campanello e farmi entrare. Torno di corsa nella sala d’attesa, badando di non far rumore. Ma su questa moquette spessa due dita non c’è pericolo. La maniglia cigola di nuovo, infida.

    L’inutile sortita mi fa sentire come un malandrino, o un maldestro intruso, comunque come uno che non rispetta le regole.
    Mi rimetto seduto sulla poltrona. Ecco. Bel bello, come se fossi appena arrivato. Fresco come un fiorellino e pronto ad esibire il meglio della mia personalità.
    Certo che quest’ufficio è il meno frequentato che abbia mai visto. Oppure è insonorizzato alla perfezione. Non si sente volare una mosca, trillare un telefono, tacchettare una segretaria.
    Mi rassegno a questa insipiente attesa. Assurdo che le aspettative di una persona siano avocate a questa pratica stressante e inutile. Sarebbe meglio se qualcuno ti chiamasse all’improvviso, senza preavviso, e ti dicesse : “prego, venga, c’è questo lavoro da fare e abbiamo pensato che lei sia adatto”.
    Due ore. Maledizione. Magari gli si è guastato il campanello. Di là spingono come matti su un bottoncino, credendo di far suonare sto maledetto cmpanello, e invece non succede niente. Si è staccato un filo. E magari pensano che io mi sia addormentato, o che me ne sia andato.
    Pensieri stupidi, lo so. Impossibili. Qualcuno verrebbe a controllare perchè non ho aperto quella maledetta porta bianca e non sono entrato.
    Certo che sono dei bei maleducati e arroganti in questo posto. Non che sia una novità, ne ho visti di ogni tipo, colore e sesso, di capi e capetti e caporioni. Pensano veramente che il tempo degli altri non valga un cazzo. Mi sto arrabbiando.
    Non devo arrabbiarmi. Mi conosco. Mi si legge in faccia al primo sguardo, se mi girano le balle. Mi brucerei il colloquio e l’opportunità in due secondi. Dopo due ore di attesa. Due ore e dieci và.
    Insomma. Quanto rimango in attesa, senza fare nulla, senza riprovare a beccare la segretaria e chiederle se si sono dimenticati di me?
    Dovrebbero scrivere una legge apposta, che regoli i tempi e i modi di attesa ai colloqui. Non più di mezz’ora. Dopo la quale, o si viene ricevuti, o si riceve un indennizzo. Ecchecazzo!

    Ci casco sempre. Sono un tipo polemico. Chissà quante altre persone se ne starebbero buone buone, sedute composte, a sfogliare giornalacci di merda, senza battere ciglio. Anzi, gongolando dentro di sè per la bella opportunità che hanno. Forse è questo il mio problema, penso di avere diritto ad un trattamento particolare, più gentile, più disponibile. Naaa. Ne ho visti talmente tanti di uomini e donne, arcigni, acidi, cattivi nel profondo, fastidiosi e dannosi come zecche. Eppure inamovibili e promuovibili. Il mondo va storto, ecco la verità. Prosperano gli stronzi e i cialtroni, gli arroganti e i malversatori. Mente le brave persone passano ore inutili, in inutili anticamere, in attesa di colloqui inutili, per lavori inutili.

    Ci casco sempre, non c’è niente da fare. Mi prende la rabbia, la demotivazione, la ribellione. È più forte di me. Se quel cazzo di campanello suonasse ora, entrerei da quella fottuta porta bianca, li guarderei in faccia, e li manderei a fare in culo. Schifosi bastardi arroganti.

    Azz! Ha suonato! No, forse mi sbaglio, era il telefono della segretaria. Non è poi così insonorizzata questa sala d’attesa. Era uno squillo di telefono sì? Io entro. Dico che ho sentito uno squillo. Legittimo. Sì vado.

    Busso? Sì busso và. Discretamente. Educatamente. La porta si spalanca quasi da sola, come se fosse sospesa su cardini oliati e premurosi. Non c’è nessuno. Io sono qua da due ore e mezza. E non c’è nessuno.
    Adesso mi girano veramente. Torno nella sala d’attesa, la attraverso a lunghe falcate. Apro l’altra porta e vado alla reception. Neanche la segretaria c’è. Ma che cazzo di posto è?
    Mi avventuro per un corridoio. In fondo a destra ci sono le toilettes. Bene. Una sana pisciata ci vuole, la vescica mi preme da più di un’ora. Fottuti bastardi.
    Belli i bagni però. Tutti lustri e lussuosi. Profumati.
    Esco dalle toilettes, la segretaria mi viene incontro sorridendo imbarazzata. Mi chiede scusa per l’inqualificabile ritardo, ma il suo capo ha avuto un incidente con la macchina. È all’ospedale, grave.
    Il suo sguardo corrucciato è convincente, sembra sinceramente afflitta e preoccupata. Io la guardo a mia volta, con la rabbia che si scioglie nella compassione. Mi sento stupido. Stupido e cattivo.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:12
    Diva

    Come comincia: Mi stavano tutti sempre intorno, mi vezzeggiavano, mi nutrivano, mi lavavano, mi truccavano, mi vestivano, mi facevano giocare e divertire in tutti i modi possibili. Sembrava che il loro mondo ruotasse intorno a me.
    Mi chiamavano Diva.
    Venendo da un contesto difficile, per non dire disperato, non ero abituata a tanto calore umano, a tante attenzioni, a tanto benessere materiale.
    Ero molto giovane quando divenni Diva e, nell’ingenuità di quell’età, mi lasciai prendere e trasportare verso la vita dorata e viziata che neanche immaginavo potesse esistere.
    A dire la verità non ho mai pensato di possedere qualche talento, sono sempre stata semplicemente me stessa. Mi sono sempre espressa secondo le mie possibilità e inclinazioni, senza pretendere di essere qualcosa di speciale. Ma per le persone che mi hanno chiamata Diva, evidentemente ero qualcosa di unico e perfino portentoso. Altrimenti non mi avrebbero portato in braccio come una preziosa regina per tutti quegli anni.
    Non so, forse il tempo ha appannato la mia immagine, l’età ha cancellato a poco a poco le mie qualità e la mia bellezza, senza che me ne accorgessi, abituata com’ero ad essere chiamata Diva e ad essere trattata come tale.
    I primi tempi mi stupivo, quando entrando in qualunque salotto o luogo di ritrovo, tutti si profondevano in complimenti e carezze e regali. Mi sentivo veramente una regina.
    Poi divenne abitudine, ero arrivata al punto che mi aspettavo sempre quel tipo di trattamento, qualunque mancanza di riguardo e di attenzione mi mandava in crisi. Ero viziata. Mi ero calata anima e corpo in quel ruolo prestigioso, volevo avere tutti a disposizione, tutti attenti alle mie esigenze. Credevo fosse giusto così. Me lo avevano fatto credere. Avere successo intossica, come una droga, ti cambia la personalità, ti fa vedere il mondo con occhiali rosa, come si dice.

    Vivere quella vita da favola, per me che arrivavo dai bassifondi, da una famiglia numerosa, dalla fame vera, è stato qualcosa di troppo grande per saperlo gestire. Devo aver sbagliato qualcosa di fondamentale.
    Negli anni, ho visto l’entusiasmo, l’affetto, scemare a poco a poco. Ho visto cambiare gli atteggiamenti, dall’adorazione fino all’insofferenza. Io ovviamente mi intristivo sempre di più, per questa mancanza di attenzioni.
    Ho incominciato a diventare scorbutica, anche isterica. Non sopportavo di essere relegata in secondo piano, di essere messa da parte.
    La colpa probabilmente è solo mia, ho avuto troppo dalla vita e sono diventata orgogliosa e presuntuosa.
    Dev’essere la giusta punizione quella che sto vivendo ora.
    Però non mi sarei mai aspettata di essere abbandonata così, su quest’autostrada, sotto il sole di Agosto. Forse torneranno a prendermi, forse torneranno ad amarmi, ad adorarmi e chiamarmi Diva. Forse c’è stato soltanto un errore, una dimenticanza.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:10
    Blu Marino innamorato

    Come comincia: Blu Marino era un bel colore, giovane, luminoso, traslucido.
    Si stendeva dalla linea d’orizzonte, in alto nel cielo e in basso nel mare, variando in mille fantasiose sfumature.
    Verso sera, quando il sole calava placidamente, Blu Marino si incupiva poco a poco, divenendo sempre più scuro, fino a cedere il campo al Signor Nero.
    Era felice di quella sua condizione, ampia e privilegiata, che gli permetteva di esprimersi in mille tonalità e riflettersi sulle onde e nelle nuvole.
    All’Alba, quando il sanguigno Rosso, il simpatico Arancione e l’allegro Giallo si allargavano nella grande sfumatura che cedeva il passo di Signor Nero a Blu Marino, Violetta si affacciava per pochi minuti all’orizzonte, ammiccando e sorridendo a tutti.
    Ogni giorno Blu Marino attendeva con trepidazione quei brevi momenti, Violetta del Mattino era assai diversa dalla sua sorella Violetta della Sera. La prima era tutta un sorriso, gioia di vivere ed energia radiante. La seconda era sempre un po’ triste, occhieggiava tra le Nuvole e a volte cerchiava la Luna piena di un’occhiaia livida.
    Blu Marino era innamorato di Violetta del Mattino. Ed era molto triste perché poteva vederla soltanto per brevi istanti, durante l’Aurora.
    Per un inummerevole susseguirsi di giorni e di notti, si arrovellò, cercando di escogitare un trucco per poter avvicinare Violetta.

    Si rivolse agli uccelli del Mattino e a quelli della Sera, interrogò le Nuvole e assillò il Sole e la Luna.
    Finché tutti quanti i colori si stancarono di quel tormentone e decisero di intervenire.
    Poco prima dell’Aurora, quando Violetta si apprestava a sporgersi dall’orizzonte, per la sua breve apparizione, Rosso la afferrò per la folta chioma e la tirò a sè, stringendola fra le sue energiche striature. Giallo ed Arancione si misero a spingere con tutte le forze, trascinando Rosso e Violetta più in alto che poterono.
    Dallo Zenit, Blu Marino vide Violetta avvicinarsi e allargarsi sopra le onde del mare, mai l’aveva vista così grande e accesa di luce.
    Il Sole sorgente, spingendo tutti con il suo potente calore, continuò ad alzare i colori nel cielo, finché Rosso, Arancione e Giallo, si fecero da parte, con la complicità delle Nuvole.

    Blu Marino e Violetta si trovarono faccia a faccia per la prima volta. Le loro sfumature si fusero una nell’altra, Blu Marino attirò a sè la sua amata e insieme fuggirono verso lo Zenit, protetti dalle Nuvole e sospinti dal Sole.

  • 19 aprile 2011 alle ore 14:07
    Dama Luigina e il cavalier Astolfo

    Come comincia: Narra la leggenda che Luigina, contessa di Borgonovo al Secchio, fu donna tanto bella quanto sfortunata. Ella fu maritata, ancor bambina, al conte Ulderico Arcosanto, figlio primogenito del vecchio Sigismondo, settimo conte di Casal del Soldo.
    Si narra anche che Astolfo, cavaliere nobile ma povero, era di un coraggio pari solo alla sua prestanza e alla sua bellezza.
    Essi furono attratti uno nelle braccia dell’altra, da così potente passione che neanche la certezza della fatale punizione poté impedire al loro amore di sbocciare e, per questo, cagionarne la fine ed elevarli alla gloria immortale dei poemi.

    Tutte fandonie. La contessa Luigina era in verità donnetta bassa, dalle spalle cadenti, i fianchi sproporzionatamente grossi, e voce stridula. Ella era di carattere arcigno e volubile, non mancando mai, in tutta la sua esistenza, di denigrare uomini e donne che non le fossero assoggettati e soprattutto utili.

    Il cavalier Astolfo, dal canto suo, era sì figlio cadetto di nobile famiglia lombarda, ma essendo povero in canna, abbracciò il mestiere delle armi con scopi ben lontani dalla sacra missione di proteggere gli uomini e le donne dalle ingiustizie. Era infatti mosso più dalla mira del facile guadagno che non del raddrizzare le storture del mondo.

    Un mattino di Maggio la contessa Luigina, moglie ormai da più di dieci anni di Ulderico, passeggiava nel loggiato che dalla rocca domina tutto il paese sottostante.
    Rimuginava ella, nelle ore oziose e conturbanti del tepore primaverile, su come spingere il conte suo marito a donarle il maniero di Favastretta, che voleva poi assegnare in dote a una sua protetta, la dolce Passerina dei Tebaldoni, sua cugina germana.
    Passerina era vedova di un capitano delle guardie reali, che aveva lasciato la pelle sul campo di battaglia, durante la grande guerra. Essendo rimasta sola e senza dote, pregava da tempo la cugina Luigina di farle ottenere i mezzi per sostentarsi ed eventualmente trovare un sostituto del coraggioso e sfortunato marito.
    La contessa, dal canto suo, mirava a gettare Passerina nelle braccia del vecchio marchese di Solignacco, feudatario confinante del Casal del Soldo. Il matrimonio, essendo ormai il marchese più che sessantenne, sarebbe stato facilmente privo di discendenza. A tempo debito i due feudi sarebbero stati uniti sotto l’autorità del conte Ulderico, per poi passare al futuro figlio di Luigina.

    Angustiata quindi Luigina per quel piano audace e astuto, si arrovellava su come trovare il modo di aver dono dal conte suo marito del suddetto maniero.
    Vide una coppia di colombi tubare, il maschio rincorrendo la femmina, finché un altro maschio, intromettendosi fra i due, dapprima scacciava il rivale. Ma osservando alfine la femmina che, con gesto magnanimo cedeva alle profferte del primo spasimante, le venne così agio di praticare anch’ella il medesmo giuoco.

    In quel momento, dalla porta dei porcari, entrava bel bello, tronfio e squattrinato come d’uso, il cavalier Astolfo, in fuga da Città del Salto, per via di una certa torbida faccenda di vendette e dadi truccati.
    Luigina vide dal loggione l’aitante Astolfo scender da cavallo, spolverarsi la giubba ed il cappello, e avviarsi con passo allegro verso la taverna, non senza aver prima giuocato con le vesti della prostituta Galena, all’angolo di vicolo de’ bardi.

    Egli parve alla risoluta contessa l’uomo giusto al momento giusto: straniero, sufficientemente attraente da provocare la gelosia del marito, ma troppo male in arnese, a giudicare dal cavallo e dalle vesti, per potersi illudere di essere più che uno strumento nelle sue mani.

    Mandò un messo fidato dal palazzo alla taverna, ad informarsi sull’identità del cavaliere e quanto avesse potuto apprendere della di lui vita e condizione.

    Tutto il pomeriggio ella stette in angoscia, attendendo il ritorno del servo. Finché al crepuscolo questo comparve alla porta del palazzo ed ella lo interrogò immediatamente. Seppe che il messo, oltre a domandar del cavaliere, con lui s’era assai accompagnato, in gioco ed in bevute, tanto che a mala pena stava in piedi e dalla bocca gli uscivan solo effluvi e borbottii. Una buona dose di frustate ricondusse il servo sulla via della ragione, e così poté narrare alla contessa quanto saputo del misterioso cavaliere.

    Appreso ch’ebbe ella del lignaggio di Astolfo, antico e nobile seppure privo di rendite e castello, si convinse ancor più ch’era egli l’uomo della provvidenza, per giocare il ruolo del piccione impiccione.

    Lo invitò quindi a palazzo, come è d’uso e cortesia fare tra uomini e donne blasonati, per quella sera stessa.

    Nel ricevere la missiva, Astolfo trovò insieme all’invito un focoso biglietto d’amore, che Luigina aveva abilmente vergato, copiando passi sparsi dell’Alighieri e del poeta locale detto “il puttanaccio”.
    Fiutando come segugio un possibile amoroso gioco e fors’anche occasione di guadagno, il cavaliere non si fece pregare nè tantomeno attendere, e all’ora solita di cena, minuto più minuto meno, smontava da cavallo nel cortile del palazzo.

    A tavola Luigina, di fronte al conte suo marito, si profuse in complimenti per Astolfo, il suo retaggio, il suo mestiere e il portamento. Di certo, domandò, egli ne aveva di eroiche imprese da narrare.
    Affilato più di lingua che di spada, Astolfo si dilungò alquanto a narrare improbabili conquiste, atti d’armi, d’onore e carità cristiana. Tanto che il conte Ulderico, ometto sgraziato e gobbo, per via di lunghi incroci fra troppo stretti consanguinei, frustrato fin dall’infanzia per la debolezza delle membra e la fragilità del carattere, si sentì umiliato dalle portentose gesta dell’ospite.
    Luigina non risparmiò le strizzatine d’occhio ad Astolfo e le frecciate al consorte, al punto che quest’ultimo, dopo cena, si ritirò nei suoi alloggi piegato da una colica.

    Profittando del malessere di Ulderico, la contessa si intrattenne con il cavaliere ospite, più di quanto decenza e regola avrebbero imposto ad una donna del suo rango. Tutto ella fece per ingelosire il marito, suonarono il cembalo e il liuto fino a tarda ora, cantando ballate d’amore e canzoni di focosi approcci.
    Steso nel suo letto, Ulderico stringeva una mano sullo stomaco ed una sulla fronte, ascoltando il cicaleccio dei due colombi dabbasso, piangendo lacrime di dolore, al cuore come al ventre.

    Ospite dei conti per la notte, Astolfo si sottrasse di buon grado alle profferte di Luigina, accusando la stanchezza per il viaggio, il troppo cibo, il vino generoso, una vecchia ferita di guerra, nonchè un mal di testa opprimente che, come le spiegò, lo tormentava da mesi, per via di un malocchio ricevuto nell’oltrepo pavese.
    La contessa, ch’era sì pronta a concedersi ad Astolfo, come a molti altri prima di lui, era però più interessata al suo piano segreto, e quindi poco si dolse dei mancati amplessi, disponendosi a dormire nel suo letto, in compagnia di cane, gatto e una caraffa di sidro al miele.

    La notte fu agitata soltanto dal russare del cavaliere e dal mugolare di Ulderico, preda come s’è detto, di colica di stomaco.
    Al mattino Luigina accolse con ostentato garbo e dolcezza il marito, profugo di una notte tormentata e insonne. Astolfo consumò la sua lauta colazione e si dileguò con la pancia piena e una collana d’oro al collo, regalo della generosa contessa.
    Vedendo il marito piegato sulla sedia, ingobbito più del solito, e imbronciato come un cane a cui abbian sottratto l’osso, la furba Luigina dedicò al conte carezze e parole dolci, come non faceva da tempo, ripetendo abilmente il gioco che aveva visto fare alla colomba il giorno innanzi.
    Roso di  gelosia e consumato dall’invidia, Ulderico fu preda facile dell’astuta contessa. Ciò che fa grande un nobile,  ella gli disse, non è la prestanza, nè il coraggio, e tanto meno la bellezza, ché son tutte cose che qualunque stolto e poveraccio può vantare. La vera qualità del nobiluomo, argomentò, è la generosità, che solo un potente può permettersi, e solo un grande sa adoprare.
    Mosso ad orgoglio dalle sapienti parole della moglie, l’imbelle conte pregò Luigina di chiederle qualcosa, qualunque cosa in regalo, lui le avrebbe dato dieci volte più di quanto chiesto, per dimostrarle quanto fosse nobile.
    Allo schermirsi di lei, che tutto già le aveva donato e di nulla era mancante, egli insisteva, quasi piangendo, che non le negasse il piacere e l’orgoglio d’essere più nobile degli altri, e domandasse qualcosa in dono, qualunque cosa.
    Ella, sapientemente, finse di vagar con la mente quà e là, più volte dichiarando che nulla le mancava e nulla desiderava in più di ciò che già egli le aveva dato. Alle lacrime di Ulderico ella rimediò ricordando, come per caso, quel maniero sul fiume a sud, così ben esposto e così ricco di prati e boschi intorno,  che le era da sempre assai caro e, se proprio avesse lui voluto, quello le donasse.

    Grande fu la gioia del conte nell’udir quelle parole, egli fu grato alla consorte magnanima, d’avergli permesso un grande gesto, e immantinente fece chiamare il notaro per rogitare la cessione.

    Questa storia ben poco potrebbe avere della canzon d’amore e dell’eroiche imprese, o della tragedia romantica che tutti conosciamo. Se non fosse che la sera stessa il cavalier Astolfo, accortosi che la collana donatagli dalla contessa, non era d’oro zecchino, ma patacca di mediocre fattura, indispettitosi oltremodo, meditò poco i propri atti e si precipitò a palazzo col favore delle tenebre.
    Arrampicandosi su per la cinta muraria, fin sopra al loggione, con un balzo fu davanti alla finestra di Luigina. Ella stava già dormendo della grossa, come una leonessa soddisfatta, avendo ottenuto quel giorno quanto aveva meditato per lungo tempo.
    Astolfo si infilò di soppiatto nella camera. Nel buio incespicò nel cane, che dormiva ai piedi del letto, ricevendone un immediato morso e scatenando un baccano indiavolato. I servi accorsero e, anche se mezzo addormentati, in breve scontro ebbero la meglio sul disarmato e maldestro cavaliere. Quando Ulderico irruppe a sua volta nella camera della moglie, si trovò davanti all’incontestabile evidenza dei fedifraghi colti in flagranza di adulterio.
    Altro non restò, al povero conte, per quanto poco uso alle armi e alla violenza, che scannare i due presunti amanti.

    Questo inatteso epilogo e inaspettato inganno è all’origine della triste storia di Luigina di Borgonovo e del cavalier Astolfo, che affiancano nelle narrazioni tragiche e romantiche, i Lancillotto e le Ginevra, i Paolo e Francesca, gli Otello e Desdemona, i Romeo e Giulietta.
    E tanta e tale è la certezza di ciò che vi ho narrato, per avermelo tramandato persone di famiglia, fidate e oneste, che il dubbio mi sorprende, a volte, a domandarmi se anche le altre storie, non siano in realtà invenzione, abbellimento necessario di venture ben poco nobili e virtuose.

  • 19 aprile 2011 alle ore 13:27
    Discount

    Come comincia: Era scontato, lo stracchino di marca, così ne ho comprato un panetto da mezzo chilo, pur sapendo che sarebbe inacidito ben prima di poterlo consumare tutto.
    È stato un gesto volontario di spreco. Magari piccolo, insignificante, ridicolo perfino. Ma in quel momento volevo sprecare, volevo fare una cosa che sapevo sbagliata. Volevo sbagliare sapendo di sbagliare. Per una volta volevo una conseguenza certa, scontata, delle mie azioni.
    Ero stanco, degli infiniti, irrisolvibili, imprevedibili epiloghi delle mie storie. Stanco dell’inutilità delle mie fatiche quotidiane. Il lavoro, la casa, il rapporto con la mia attuale fidanzata, la cura degli affetti. Tutte cose, dalla concretissima e irrimandabile rata del mutuo, alle più aleatorie  e areiformi problematiche del ménage a deux con ***, che non andavano mai nella direzione desiderata, o anche solo prevista.
    La mia vita era una macedonia di spiacevoli sorprese, condita dal succo ambiguo della prevedibile imprevedibilità. Sembra un controsenso, un banale gioco di parole, lo so, ma l’unica certezza che mi è rimasta, è quella di non avere certezze. L’unica previsione che riesco ancora a fare, è che sicuramente sbaglierò la previsione. Intanto metto nel carrello anche questa vaschetta di macedonia, che rispecchia così bene la mia condizione. Potenza della metafora.
    Nulla va come vorrei. Niente funziona come dovrebbe. Probabilmente sono io ad essere sbagliato, non dico di no. È un’ipotesi che ho sempre preso in considerazione, fin da bambino. Come tutti credo. Ma quel residuo di raziocinio, o presunto tale, che ancora credo di avere, mi dice ogni giorno che tutto il mondo è sbagliato, tutti siamo sbagliati. È evidente. É scontato.
    Anche la cioccolata da spalmare è scontata. Bella tentazione. È scontato che ci casco. Un altro atto di arrogante autolesionismo edonistico, masturbatorio perfino. La cioccolata, come surrogato del sesso, e dell’affetto, è masturbazione. O la masturbazione è cioccolata.
    Io e *** non facciamo sesso da due mesi. È scontato che qualcosa si è incrinato nel nostro rapporto.
    Lei  protesterà per la comparsa del vasetto nella dispensa, ma poi condividerà con piacere quello strappo alla nostra dieta, al nostro scontato salutismo di coppia colta e consapevole. E magari recepirà il messaggio.

    Ci sono così tante cose scontate, o meglio, che si dànno per scontate. 0,99 al chilo i clementini. Prezzi che suggeriscono quasi la filantropia. È scontato che ci caschiamo tutti. La strategia del deprezzamento, vero o presunto. Colgo d’un tratto l’intelligenza, la furbizia delle persone che si mostrano umili, che dànno di sè un’immagine semplice. Apparentemente.
    Una rete di agrumi senza semi si deposita nel carrello.

    I grandi frigoriferi del reparto surgelati rinfrescano l’ambiente, quasi ci vorrebbe un maglione in più. Le confezioni scontate fanno bella mostra di sè, attraverso la caligine delle porte di vetro.
    I bastoncini di pesce te li tirano dietro a 1,5 euro. Li ho già comprati una volta, erano grigi dentro. Da bambino erano bianchi, nivei, perfetti. Anche i bastoncini di pesce non sono più quelli di una volta. Era scontato che anche quella ingenua perfezione decadesse.

    Prendo un sacchetto di baccalà, sotto le dita sento i pezzi di pesce, duri come pietre, freddi e inodori. La memoria mi riporta alle vasche di stoccafisso dei negozi sotto casa. L’odore si sentiva da una parrocchia all’altra.

    Noi nati negli anni sessanta, siamo la generazione del packaging. L’arte del confezionamento è nata in quegli anni. Piano piano ci siamo abituati a riconoscere le cose dalla scatola, dalle etichette, dai nomignoli, dai colori. Tutto sempre molto scontato.

    Spingo abilmente il carrello tra i corridoi traboccanti di merce. Dovrei essere felice di questo stato, di questo momento di facile acquisizione, di comoda offerta.
    Le lusinghe del discount riempono in fretta il mio carrello. Oggi poi ho deciso di essere indulgente, addirittura ingenuo. Mi lascio abbindolare volutamente. Cedo alle tentazioni dei prezzi, delle belle confezioni e dei ricordi d’infanzia. *** avrà certamente da ridire sulla mia spesa, lei è sempre così irreprensibile, così razionale e utilitaristica. Così pragmatica. Quando le conviene.

    La convenienza si insinua tra i miei neuroni, mentre completo il giro dell’oca. Salto la casella dei prodotti dietetici, supero il reparto assorbenti, evito le bancate di detersivi che pungono le narici, percorro a passo lento gli scaffali della pasta e dei sottaceti e sott’olio. Passo in rassegna, come un generale, le file allineate di bottiglie di vino. Tonno scontato, carne in scatola scontata, spaghetti scontati, Bonarda scontata. L’abitudine riprende il sopravvento, prendo le cose di sempre, giudiziosamente ossequioso alla conveniente tradizione personale.

    Mi presento in coda, davanti a me ci sono tre persone, con i carrelli belli colmi anche loro. Occhieggio i loro gusti, spio la loro privacy calorica, lascio che la mia presunzione legga le loro liste della spesa, come se fossi un sociologo o un medico che cerca sintomi e segnali. Loro fanno lo stesso, è scontato. Arriva il mio turno. Sono tentato di chiedere uno sconto. Ma al discount è già compreso, non si usa più chiederlo, sarebbe assurdo, ridicolo e anacronistico. Perfino provocatorio e maleducato. Ed è scontato che io sia una persona civile ed educata.

  • 16 aprile 2011 alle ore 12:44
    La Stanza dei Mille Volti

    Come comincia: Dalle cronache di Mastro Jacopo:
    La Stanza dei Mille Volti
    di Jason R. Forbus

    «...Se vai in cerca della luce, Benedetto, perché hai scelto gli antri? Le caverne non racchiudono la luce che cerchi. Ma continua a cercarne i raggi nelle tenebre, perché solo in una notte fonda brillano le stelle».
    – Iscrizione all’entrata del Sacro Speco

    Il buio assoluto era calato sul piccolo monastero in cima alla montagna. Si camminava per quella notte senza stelle con una torcia in mano. Il maestro e l’allievo si sentivano come pellegrini e stranieri nella propria casa, deformata da tenebre aliene. I portici, così luminosi di giorno, sembravano le fauci di un drago dormiente quella notte.
    «D-dove mi portate?» Il ragazzo, vinto da freddo e paura, spezzava le parole.
    L’anziano maestro si limitò a fissarlo per intimargli silenzio, o forse incoraggiarlo. Jacopo non lo scoprì mai: il maestro non proferì parola alcuna, quell’uomo severo non avrebbe infranto la Regola.
    Il silenzio era assoluto. Nulla mormorava. Lo strascicare a terra delle lunghe vesti monacali era assorbito dalle antiche pietre.
    Giunsero dinnanzi la porta che i monaci – quando l’abate non era nei paraggi – chiamavano la “Porta Che Mai Doveva Essere Aperta”. Lo studente la riconobbe come l’incubo e il mistero che aveva da sempre rappresentato per lui e i suoi compagni. Quanto desiderava che fossero stati tutti qui, insieme! Allora non avrebbe avuto paura di niente.
    La prova era giunta inaspettata, nelle ore del sonno. Abate Alfredo lo aveva svegliato bruscamente, come quando accadeva qualcosa di brutto e bisognava svegliarsi nel cuore della notte e pregare affinché gli spiriti maligni si mantenessero alla larga. Ma lo sguardo del maestro stasera era diverso dal solito… Così Jacopo, infreddolito e spaventato, si era alzato dalla branda e aveva seguito il maestro in pensieroso silenzio.
    Non servì nessuna chiave per aprire la porta. Al loro approssimarsi, essa scricchiolò sui cardini arrugginiti e si aprì da sola, come se li stesse aspettando. Il giovane ebbe un sussulto mentre le pesanti porte di legno si spalancavano, rivelando uno spazio più buio della notte stessa.
    «C-che l-luogo è questo, maestro?»
    «Vieni» disse dunque una voce, una voce che sapeva di polvere accumulatasi nei secoli «la prova ti attende.»
    Le spalle del maestro erano rimaste perfettamente immobili, non era stato lui a parlare. Ma allora chi, da dove era giunta quella voce??
    Il maestro annuì. Era infine giunto il suo momento. Dopo anni di apprendistato, avrebbe affrontato la prova.
    “Non vi è ritorno per coloro che falliscono.” Così rammentò il precetto della prova mentre, cuore in gola, muoveva il primo, titubante passo nella stanza. La porta si richiuse dietro le sue spalle: in qualche modo immaginava che sarebbe successo. Il maestro non lo aveva accompagnato all’interno, la prova era per lui solamente. Jacopo era solo… o almeno così sperava.
    Tremante come una foglia, il ragazzo si inoltrò nella stanza. Brancolava nel buio come un cieco, in un buio insopportabilmente caldo e denso di malsana umidità. Che posto era mai quello?
    Centinaia di bagliori verdastri apparvero, all’improvviso, puntellando le pareti di quella che si rivelava essere una piccola sala quadrata. In principio, Jacopo pensò si trattasse di candele cosparse di quella polverina persiana di cui non riusciva mai a ricordare il nome. Ma esaminandole meglio, quando i suoi occhi si furono riabituati alla luce, il ragazzo si accorse suo malgrado che i bagliori erano tutto fuorché luci di candele.
    «AAAAAHHHH!!!» Un orrore indescrivibile gli gelò il sangue nelle vene. Le gambe gli divennero di burro e Jacopo cadde a terra pesante come un sasso.
    Facce, c’erano facce ovunque fuse nella pietra. Si contorcevano in smorfie terrificanti, strabuzzavano gli occhi fin quasi a farli scoppiare! Soffrivano, supplicavano, inveivano, vittime di un grande tormento. Quelle facce si protendevano verso di lui, nel disperato tentativo di raggiungerlo. A Jacopo ricordarono dei mendici affamati.
    Il colorito di quei volti deformi non possedeva più nulla di umano. Avevano assunto una tonalità verde fluorescente, la stessa che illuminava la piccola sala di una luce sinistra. Quei volti appartenevano esclusivamente a uomini, di varie età, ma perlopiù ragazzi. Ragazzi… come lui.
    «Jacopo, sono qui» Fu come ricevere un pugno nello stomaco. Un pugno doloroso.
    Quella voce tremolante e vagamente femminile… l’avrebbe riconosciuta fra milioni.
    «G-Giannino, sei tu?»
    «Sì. Sono qui, alla tua sinistra…»
    “Non voltarti, non voltarti, non farlo!” Jacopo si ripeté per alcuni, lunghissimi secondi, prima che il suo collo si torcesse di sua spontanea volontà.
    Allora Jacopo lo vide: boccheggiante, con gli occhi strabuzzati dall’orrore, eppure lo riconobbe. Era proprio il suo amico di un tempo, Giannino! Scomparso qualche mese prima nel cuore della notte… “Proprio come me”.
    «Ci hanno mentito, Jacopo! Il sangue mi brucia, fa così male! Aiutami, Jacopo, aiutami!!»
    E quindi Giannino, o ciò che restava di lui, contorse la bocca in una grande O e cominciò a strillare, strillare, un urlo agonizzante, inumano.
    «NOOOOOO!!» Jacopo chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie. Passarono secondi, minuti in questo modo, prima che il ragazzo ritrovasse la volontà di guardare.
    Adesso gli occhi di Giannino erano chiusi e il suo volto, mescolato fra tanti altri, sembrava dormire. Il suo doveva essere un sonno inquieto.
    L’allievo deglutì e volse lo sguardo in alto, nell’inconscia speranza di scoprire le porte del paradiso in simile inferno. Sopra al soffitto, in sinuosi caratteri gotici, vi era un’iscrizione in latino: “La Stanza dei Mille Volti”. Sotto l’iscrizione vi erano quindi due altorilievi, probabilmente opera dello stesso scalpello: la prima raffigurava il volto di un uomo, bellissimo, con i teneri boccoli di pietra ad incorniciarne un viso angelico; il secondo, invece, era l’orripilante volto di un demone dalle fauci spalancate e le lunghe corna minacciose. Come per istinto, Jacopo avvertì che le due sculture erano legate in qualche modo alla prova che doveva affrontare. Ma in che modo?
    La risposta doveva trovarsi da qualche parte nella stanza. Nonostante la paura lo stesse divorando, la chiamata al dovere per Jacopo fu irresistibile. Non avrebbe deluso suo padre, non dopo tutti i sacrifici che aveva fatto per pagargli gli studi. Racimolò le ultime briciole di coraggio che gli erano rimaste e cominciò le sue indagini, tenendosi a debita distanza dalle pareti.
    Tutti quei volti lo mettevano a disagio. Possedevano un’intelligenza latente, maligna. Jacopo capì che la sua presenza li indispettiva. Avvertiva anche odio, un odio profondo in quelle espressioni piene di dolore.
    Il caldo era davvero insopportabile e Jacopo sudava copiosamente. Il ragazzo si tolse la pesante veste invernale di dosso, lasciandola cadere sul pavimento coperto di polvere. Libero da quel peso opprimente, Jacopo si sentì subito meglio.
    Cadendo, la veste sollevò un nugolo di polvere e scoprì una piccola nicchia. Al suo interno giacevano una fionda, un sassolino e una pergamena legata da un laccio di cuoio. Jacopo raccolse la pergamena con le mani sudate e fredde, a dispetto del caldo intollerabile, e l’aprì lentamente. La pergamena diceva quanto segue: “Colpisci il vero volto del male con l’arma di Davide. L’eterno tormento attende colui che si mostra indegno agli occhi del Signore. Amen.”
    Jacopo lesse e rilesse più volte quel breve messaggio, nella vana speranza di scoprire qualcosa di più, un altro indizio. La sua unica certezza riguardava “l’arma di Davide”, la fionda. La strinse nel palmo della mano. Il legno era caldo e solido, e gli infuse rinnovato coraggio.
    L’allievo tornò ad esaminare gli altorilievi. Aveva resistito ai volti, il suo cuore non si era arreso. Ed ora che aveva controllato la sala in lungo e in largo, questa gli sembrava l’unica, possibile soluzione all’enigma. Mentre tendeva il sasso verso i volti dell’angelo e del demone, Jacopo non poté fare a meno di sospirare.
    “Il vero volto del male, il vero volto del male”, continuava a ripetersi, conscio che un errore gli sarebbe costato ben più della vita. L’ovvia soluzione era colpire il volto del diavolo. Il diavolo era il male, il vero male del mondo. Anni di attento studio delle Scritture glielo avevano insegnato, impresso nella mente. Eppure non riusciva a lanciare il sasso. Qualcosa nel suo cuore lo ammoniva al riguardo, e Jacopo temeva fosse la voce ingannevole del Maligno. Fu la scritta sul soffitto a decidere la sua azione finale. L’ultima decisione.
    La Stanza dei Mille Volti lasciava intendere ad un luogo di inganno, dove il male è subdolo e si cela dietro delle maschere… Vi fu un tempo in cui Lucifero fu un angelo, “il portatore di luce”. Da allora, aveva assunto mille nomi, e mille forme.
    Mille volti, mille maschere.
    Jacopo scagliò il sasso prima che il dubbio potesse fermare la sua mano. Il proiettile colpì il volto dell’angelo che si infranse in mille frammenti, rivelando l’orripilante faccia di un diavolo. Nello stesso momento la maschera del diavolo si disintegrò, e il volto di un bellissimo angelo apparve. Per alcuni, lunghissimi secondi, l’intera sala fu scossa da un piccolo terremoto. Quindi le facce nelle pareti si contorsero vorticando, rimpicciolendosi fino a scomparire nel nulla. E, come per incanto, la porta della stanza si aprì.
    I portici erano illuminati dai primi raggi del sole nascente, e la luce trasformava il piccolo monastero in un palazzo di luce. Quando Jacopo sentì la fresca aria mattutina accarezzargli la guancia, si rese finalmente conto che era finita e cominciò a piangere.
    Sull’uscio, il maestro lo attendeva trepidante. Jacopo uscì, la fionda ancora stretta nel palmo della mano, e fu allora che il vecchio monaco lo salutò, spezzando il lungo silenzio della prova:
    «Jacopo» disse «io ti nomino Maestro dei Mille Volti.»

  • 14 aprile 2011 alle ore 7:50
    Il letto di villa Adela

    Come comincia:  “ Qualche volta mi vien voglia di infilarmi sotto le coperte, fra loro due ( i genitori) come quando ero piccola.
    Ma non si può più.”
    da L'AMANTE di A.B Yehoshua

    I momenti magici della nostra infanzia, indimenticabili, dopo una vita trascorsa! Era una festa, a Villa Adela, quando papà tornava da militare. Lassù, in quella villa di collina, che dava sullo Scrivia, la sua venuta era un avvenimento travolgente. Si iniziava con il cigolare del grande cancello, giù in fondo al viale. Nonna, dal primo piano, urlava:-” Franca c'è Tullio!” Ed era un accorrere alla balaustra del giardino, per accertarsi.
    -” E' lui! Gli hanno dato il congedo! “ Gli si correva incontro, quasi a gara, a chi lo abbracciasse per primo. Un intreccio di suoni d'amore, di gioia. Un corale famigliare che si attardava a ripercorrere il viale, in salita, tra il ripetersi di abbracci e di baci. Io restavo in braccio a lui, in quel percorso. Ero a pochi centimetri dal suo volto, rasato di fresco, al profumo di Lavanda Col di Nava. La brillantina era un fantasioso luccicare dei suoi capelli. Ma ciò che mi colpiva del suo vestiario erano il cinturone con la pistola e gli stivali. Questi ultimi annunciavano, al momento di toglierli, un operazione del tutto complessa, ma esaltante. Veniva aperto un marchingegno di legno, “il tirastivali”, con cui papà si liberava, in un attimo, dalla stretta di quegli accessori di pelle nera.  Provavo sempre una certa delusione visiva, nel vederlo uscire dalla camera da letto, in vestiti borghesi.  Io lo seguivo col mio “moschetto del Duce”, un arma inseparabile, nella fantasia dei miei giochi. Ricordo che in Villa Adela, sopraggiungeva, dopo i primi momenti d'incontro, l'imbarazzo del nuovo venuto, come se la lontananza, reciproca, avesse cambiato le lancette delle intese interpersonali. Ma nonna Amina pensava lei, in cucina, a rifondere umori, preparando tagliatelle all'uovo, in pochi minuti, tra uno spolverio di farina. A sera, e qui mi ha condotto, in un richiamo pindarico, il passo di Yehoshua, si andava a letto, nel lettone grande, su al primo piano, tutti e tre, papà, mamma e me. Io chiedevo perentoriamente di stare in mezzo a loro. Mi sentivo protetto. Ricordo ancora quella sensazione, anche perché, più di una volta, dormendo all'esterno, ero caduto dal letto, che era in ferro battuto e di altezza considerevole. La stanza, fredda, freddissima, tanto che al mattino, al risveglio, andavo a staccare piccole stalattiti di ghiaccio, interne alle finestre e spezzavo la tenue lastra, in cui si era trasformata l'acqua del catino della toeletta. Il calore dei loro corpi, l'aiuto della bottiglia, riempita con cura da papà, con acqua calda e un ferro da calza, perché non si venasse, che ci si passava con i piedi, tra noi, dava il senso di una cuccia prenatale. Parlavano tra loro, lentamente, raccontandosi le loro vite diverse e lontane. Papà accendeva una sigaretta  e ne intravvedevo la brace che illuminava parte del suo volto.
    -” Dormi, ora, e zitto”- Era il comando iniziale. Io chiudevo gli occhi e cercavo il sonno , che non veniva. Ero convinto di saper recitare, per loro, la mimica del sonno.
    “Dorme ?”- Chiedeva papà, con insistenza, più volte, a mamma.
    “ No, sta con gli occhi chiusi e finge.”
    Mi stupiva questa capacità di mamma di sapermi scoprire nel mio inganno, in piena oscurità, e un poco mi addolorava quell'accusa di finzione.
    Alla mattina, svegliandomi al lato esterno di mamma e non più tra loro, provavo un senso profondo e inspiegabile di inganno, ricevuto durante il mio sonno, che mi aveva colto inavvertitamente. Un vero, inspiegabile, miserevole, inganno.

    l.pr.

  • 13 aprile 2011 alle ore 0:32
    Borderline

    Come comincia: La strada era un tatuaggio inciso sulla schiena cespugliosa del deserto. Mancavano poche miglia alla frontiera quando mi fermai a quella vecchia stazione di servizio, con l’insegna dondolante nel vento e una palazzina fatiscente dove un vecchio dietro a un bancone si mescolava con l’arredamento. Fu lui a farmi notare l’arrivo di una Ford nera dalla quale scesero un gigante dalla pelle nera ed un biondo con la faccia sfregiata. Il primo si mise a curiosare attorno alla mia auto, l’altro con un ghigno compiaciuto, sembrava giocare dando calci alla polvere o a uno scorpione.
    “Il negro è il capo.” Disse il vecchio “Il biondo è solo uno psicopatico mentre quello in macchina ci scommetto che è Ramiro o l’Indio o come diavolo si fa chiamare.” Un fucile a canne mozze apparve sul bancone.
    “Questo e’ per te.” Disse come se mi offrisse un ombrello. Poi mi ordinò di chiudermi nel cesso mentre lui avrebbe chiamato la polizia. Quando guardai di nuovo fuori, il nero mi stava fissando. Teneva fra i denti un sigaro o un pezzo di legno che passava da un angolo all’altro della bocca. Mi ritrassi di scatto palesemente in ritardo. Mi aveva visto.
    In bagno seduto sul water, puntai il fucile rimanendo in attesa finché due spari non squarciarono la quiete ed il cigolio della porta non mi fece rizzare i peli della nuca. Eccolo. E’ il gigante nero che viene a prendermi. Lo udii fermarsi ed esitare. Sparai prima che fosse lui a farlo ed il piombo scardinò la porta, scaraventandolo contro la parete che schizzò come fosse la ruota di un pavone. Fissai incredulo quei disegni di sangue come fossero geroglifici da decifrare. Non era il nero. L’uomo che avevo ucciso era un poliziotto.
    “Lance! Tutto ok lì dentro?” I poliziotti sono sempre in due.
    'Ed ora cosa faccio? Gli dico che mi sono sbagliato?' Cercai di pensare velocemente ma quando la porta si aprì calai d’istinto il fucile sulla testa del poliziotto che finì pancia a terra. Ci vollero due colpi per stordirlo. Mi accovacciai con le mani sul viso mentre la ruota del pavone colava righe cremisi sulle piastrelle.
    Fuori trovai il vecchio riverso a terra. Non aveva più la faccia, un colpo d’arma da fuoco gliel’aveva portata via. La Ford era scomparsa così come la mia auto, al suo posto c’era un’auto della polizia, ovviamente vuota.
    Valutai la situazione. Lo sbirro tramortito mi aveva visto prima di perdere i sensi. Avevo ucciso il suo collega e per quanto ne sapeva lui, anche il vecchio. L’unica soluzione era far fuori anche lui. Nessun testimone, nessun omicidio.
    Tornai nel cesso e sotto lo sguardo accusatorio del collega lo spogliai della divisa. Quando parve rinvenire puntai il fucile su di lui, prono ed in mutande.
    “Cazzo, non ce la faccio!” dissi al collega che mi fissava da in mezzo alla sua ruota da pavone. Girai il fucile e lo tramortii di nuovo pensando fosse più facile farlo mentre fosse svenuto, come fosse un cadavere. Fui tentato di fare uno sparo di prova sul pavone ma poi, pressato dal tempo, tornai a puntare il fucile sullo stordito, girai la testa dall’altro lato e premetti il grilletto. Una volta cancellate le impronte, presi la macchina della polizia e puntai verso la frontiera.
    Guidai sotto l’afa per pochi minuti e rallentai alla vista di un pick up in panne. Attorno ad esso c’era una famiglia di indiani, vestiti come barboni. Un vecchio era al volante, al suo fianco una donna cullava un neonato, altri due giovani armeggiavano sotto il cofano. Nessuno fece cenno ma accostai ugualmente per non creare sospetti e non lasciare nulla al caso.
    “Tutto a posto agente ce la caviamo.” Tagliò corto uno dei due quando mi avvicinai, l’altro andò sul retro del pick up a recuperare un attrezzo. Non sembrava vero, di essermela cavata così in fretta. Quando li salutai feci appena in tempo a scorgere l’ ombra di un rapido movimento alle mie spalle, poi fu buio pesto.
    Mi risvegliai legato all’interno di una baracca in uno dei tanti insediamenti abusivi lungo il confine, agglomerati di lamiera, promiscuità e tutto ciò che un confine reclama.
    “Me lo spieghi che cazzo ti è saltato in mente?“ Sbraitava il vecchio.
    “Credevo si fosse insospettito pà, che avessero scoperto la sceneggiata dell’auto e tutti quei bambini scomparsi! Quando mi sono trovato lì, con la chiave inglese in mano, mi è venuto automatico!”
    “Cosa dicono gli altri del villaggio? Hai parlato con Big Joe?” Chiese l’altro fratello.
    “Dicono che sono cazzi nostri ecco cosa dicono Lowell. Se per domani non la risolviamo, daranno fuoco alla macchina, al poliziotto e poi a noi.”
    All’alba del giorno dopo mi coprirono con un telo che sapeva di merda di capra e terra secca e mi buttarono nel baule del pick up. Ci inerpicammo su una collina pietrosa oltre la quale si snodava il grande fiume che segnava il confine, il punto delle transazioni rapide ed illegali, prima che un elicottero di pattuglia passasse come un falco alla ricerca di cibo. Attraverso un guado giunse un altro pick up dal quale ne scese un tizio grasso, sudato e nevrotico.
    “Vediamo di sbrigarcela prima che albeggi.” Disse “ Il bambino è sul pick up?”
    Gli indiani esitarono a rispondere. Quando il faccione sudato mi apparve da sopra le paratie, sgranò gli occhi come un polpo infilzato da una fiocina.
    “Cristo Santo! Ma che razza di storia è questa? Dov’è il bambino?”
    “E’ un periodo di magra Roscoe”
    “Senti musi rosso, vorrei essere chiaro. Io ho una certa reputazione nel ramo, non vorrete che mi presenti ai chirurghi con un adulto, per giunta sbirro, magari col fegato cirrotico ed i reni da buttar via, vero? Ho scritto ‘coglione’ qui sulla faccia? Eh? C’è scritto ‘coglione’ qui?”
    Il vecchio fu costretto a rispondere negativamente, così come Ronald e Lowell. Prima che il sole s’impossessasse del deserto, eravamo già tornati alle baracche.
    Il mattino seguente mi caricarono di nuovo sul pick up. Prima di seppellirmi, avevano deciso di fare un ultimo tentativo contattando dei professionisti di città, gente tosta, sequestri, droga. Uno sbirro avrebbe potuto interessare, magari come ostaggio o merce di scambio. Così mi trovai di nuovo lì, legato come un capretto ad attendere che il viso del professionista spuntasse da sopra il pick up e quando lo fece, non mi piacque per niente. La faccia di un nero con una stecca di liquirizia in bocca (ecco cos’era) riempì lo spazio sopra di me. Un breve sorriso gli segnò il viso.
    “Per i bambini di solito chiediamo mille” disse il vecchio in apprensione “ma per questo sono cinquemila, è merce rara.”
    La liquirizia passò da una parte all’altra della bocca.
    “A me sembra un po’ caro” obiettò il nero con una smorfia “tanto è che poi bisogna ammazzarlo. E poi non mi piacciono quelli che vendono i bambini, preferisco quelli che vendono gli sbirri.”
    Gli indiani risero nervosamente senza capire la battuta. L’aria si stava facendo pesante e quando il vento alzò il risvolto di una giacca rivelando una pistola, quello fu il segnale per il primo sparo e per molti altri ancora, a velocità ravvicinata. Un proiettile perforò la parete del baule poco sopra la mia testa, un tonfo scosse la fiancata dell’auto. Nel fragore degli spari e dei vetri a pezzi, l’auto ruggì aggredendo la collina mentre sopra di me il cielo e le nuvole si shakeravano in un cocktail impazzito.
    Tornammo alle baracche che ero pronto per essere giustiziato. Era sopravvissuto solo il vecchio, sul suo viso l’espressione sospesa fra tragedia, salvezza ed ineluttabilità. I figli erano rimasti giù al fiume e non a trattare sul prezzo. Da una baracca uscì la donna col neonato in grembo. Rimase sulla porta a guardare il pick up sforacchiato dai proiettili poi, scoppiando in lacrime, si chiuse di nuovo all’interno.
    Al tramonto il vecchio mi portò al confine del villaggio dove la traccia di una pista formata dagli pneumatici si perdeva verso sud. Nel mezzo aveva piantato un palo al quale mi legò. Davanti ad esso, un cerchio di pietre racchiudeva delle sterpaglie e dei pezzi di legno.
    “Questa notte verranno a prenderti.” Mormorò dopo avermi guardato a lungo. Detto ciò accese il fuoco e gettò il mio canne mozze a terra, con un gesto che significava l’estinzione di ogni debito. Se ne andò mentre le tenebre stavano già ghermendo il cielo e il falò, come un faro, indicava la rotta agli stranieri in arrivo.
    Giunsero da nord e la notte s’infiammò come l’alba. Le baracche bruciavano fra le urla degli uomini e le lamiere contorte. Mentre l’odore di benzina e carne bruciata mi graffiava le narici, davanti a me con i colori dell’apocalisse che le baluginavano sul viso, apparve la donna col neonato. Piangendo infilò una mano nelle vesti e ne estrasse un coltello. Chissà perché in quel momento fui convinto che avrebbe tirato fuori un biberon. Rassegnato mi preparai al colpo, invece mi tagliò i legacci in un atto che non seppi mai interpretare. Forse fu pietà, forse paura, oppure il desiderio che l’incubo finisse nello stesso istante in cui lo spirito malvagio fosse stato liberato. Scomparve fra le luci danzanti delle fiamme, mentre tre sagome scure torreggiavano fra le luci dei fuochi.
    Attesi nascosto fino a quando il villaggio non fu un braciere silenzioso e pulsante, come se il deserto si fosse spellato la faccia. Prima dell’alba raggiunsi l’ansa del fiume dove trovai i corpi dei due fratelli l’uno a poca distanza dall’altro. Scambiai gli indumenti con i loro e poi andai al guado, varcando il confine.
    Al di là tutto era uniforme e nulla era diverso. Le pietre rosse, i cespugli e la solita puzza di merda di capra e terra secca. Il paesaggio non era cambiato. Era il confine stabilito dagli uomini a renderlo diverso, a farne un crocevia di violenza o una porta per la salvezza o per l’inferno.
    Di fronte a me la strada sterrata si allungava fin oltre il visibile. In fondo ad essa come un neo sull’orizzonte, un fuoristrada si avvicinava a tutta velocità alzando intorno a sé un’aureola di polvere.
    Appoggiai la mano sul calcio del fucile, guardai il sole vibrare dietro una collina e mi incamminai verso il nuovo giorno.

  • 11 aprile 2011 alle ore 16:41
    TutùTank

    Come comincia: Nell’hangar, di notte, cerca di assecondare la sua voglia di danzare, mentre tutti gli altri dormono. Si sforza di non far rumore con i cingoli, alza il cannone e infila il tubo di un idrante che gli serve da tutù e inizia a fare avanti e indietro. Il suo mito personale è il tank cinese che si esibì in piazza Tien-an-men in coppia con uno studente: un successone acclamato da miliardi di spettatori. Purtroppo ogni volta che il tutùtank improvvisa una danza puntualmente i colleghi lo scoprono e lo riempiono di cannonate ammazzandosi dalle risate.

  • 11 aprile 2011 alle ore 11:37
    Il passaggio

    Come comincia: Fu quasi inavvertito, come quello che dalla veglia porta al sonno, un attimo di sospensione tra due dimensioni della coscienza, una sorta di vuoto prenatale, in cui lo spirito intorpidito galleggia senza peso.
    Guardò in basso e le parve che i suoi piedi nudi poggiassero su una sottile lastra di cristallo, sospesa a mezz’aria, come un immenso pavimento trasparente senza inizio e senza fine, al di sotto del quale si stava rappresentando una scena di vita quotidiana e la storia era già in medias res.
    Gli attori erano tutti in azione, completamente presi dalla loro parte, ciascuno perfettamente integrato nella vicenda, che appariva di un realismo quasi perfetto.
    Vide i due pompieri che si affannavano nel tentativo di estrarre il corpo di una giovane donna dalle lamiere accartocciate dell’auto, schiantata sul palo del semaforo, quasi spaccata a metà, mentre il rosso continuava a lampeggiare con intermittenza.
    Un po’ discosto, per non intralciare le operazioni, un uomo piangeva, con le mani sul volto, mentre la sua voce ripeteva a intervalli regolari “ È tutta colpa mia. È tutta colpa mia”.
    Intorno un gruppetto di curiosi tentava di guardare la scena, addossandosi al cordone di protezione e ingrossandosi sempre più. Una madre, tenendo per mano un bambino in lacrime,  alzandosi sulla punta dei piedi, tendeva il collo per vedere meglio la scena.
    Un vigile urbano con la paletta in mano e il fischietto tra le labbra tentava di far scorrere il traffico, indirizzando le auto sull’altra corsia perché si alternassero ordinatamente con quelle che giungevano dalla direzione opposta.
    Ferma in attesa, un’ambulanza con le porte aperte illuminava con la sua luce blu intermittente i volti degli attori.
    Mentre si svolgeva la rappresentazione e ciascun interprete recitava fedelmente il proprio pezzo di copione, le lancette di un enorme orologio appeso al cielo, così lente da sembrare ferme, tremavano vibrando nello spazio breve che separa i minuto precedente da quello successivo.
    Guardò di nuovo giù nella strada. Il corpo era stato estratto dal groviglio di lamiere e deposto su una barella di emergenza. Il medico chino su di esso scosse il capo desolato, poi, con la lentezza della compassione, avvicinò la mano al viso cereo della giovane per chiuderle gli occhi. In quel preciso istante, come in una zumata improvvisa, azionata da un maldestro cineamatore dilettante, il corpo della donna e il suo si staccarono simultaneamente, l'uno dalla strada e l'altro dal cielo, per congiungersi inscindibilmente, rimanendo per un attimo sospesi a mezz’aria, in una dimensione senza tempo.
    Poi le lancette del grande orologio si mossero, scattando in avanti, dal minuto immediatamente precedente a quello successivo e il passaggio si completò: il tunnel, buio come nero di pece, fu invaso da un lampo di luce accecante, mentre il grande sipario si chiudeva sul suo ingresso.

  • 06 aprile 2011 alle ore 11:10
    Due amori

    Come comincia:

    -Non si tratta di inutili parole, ma di fatti- mi sussurrò Antonio, stringendomi le spalle col  braccio.
    -Ti do tre milioni e tu mi porti Penelope in Turchia, ad Antalya,- insisté.
    -Che ci faccio con tre milioni? Non mi bastano, non se ne parla…- obiettai, conoscendo bene Penelope e le sue esigenze.
    -Non fare il difficile, lo so che Penelope ti piace. Ho visto come la guardi, come la sfiori…-  mi stuzzicò malizioso. -E poi, quando ti capita… hai un mese intero da trascorrere solo con lei, lontano da quel ladro che la mantiene e che la trascura…-
    Annuii in silenzio, fissando i suoi occhi lucenti da felino attraverso la fessura delle palpebre.
    “Ha ragione”, pensai dopo averlo salutato,”io amo Penelope e farei di tutto per stare un po’ con lei”.
    Penelope la vidi per la prima volta a Favignana. Era sola come me, stava quasi in disparte sulla banchina della tonnara vecchia, carezzata dalle acque limpide della baia, dalla brezza tiepida di giugno. Ed era, non ho bisogno di dirlo, bellissima.
    -Il denaro non è importante,- mi assicurava per telefono Antonio, - l’importante è il mare, l’avventura…- e io, ingenuo, gli credevo. Anzi credevo a tutti quelli che mi lusingavano con le sirene dell’avventura ad ogni costo.
    Col senno del poi devo ammettere a me stesso che la storia dell’avventura costi quel che costi io l’ho pagata di prima persona e a caro prezzo. Mentre quei riccuna che me la facevano continuamente baluginare davanti l’inutilità del denaro hanno continuato ad essere ricchi. Anzi, sempre  più ricchi, adoperando altri minorati mentali, tali e quali a me, per fare i loro porci comodi. Ma questa è un’altra storia che un giorno vi racconterò.
    Quel giorno d’inizio giugno Antonio mi consegnò le chiavi di Penelope. Perché Penelope, l’avrete capito, è uno splendido sloop di quaranta piedi in vetroresina dalle linee molto marine chel’armatore lasciava marcire nelle acque sporche del porto per quasi trecento giorni all’anno. Io ero felice (da giovani basta un nulla), avevo una barca, un porto d’arrivo ben distante e quattrini sufficienti. E poi  un carico di nafta, mezza tonnellata d’acqua e cibo in scatola a volontà.
    Sull’equipaggio avevo avuto mano libera da Antonio:  -porta chi vuoi-  precisò, - basta che a me non mi costi nulla-. Frase che tradotta nella lingua di Dante significa qualche altro disperato simile a me e in cerca d’avventura come me, disposto a tutto per il mare. Qualcuno convinto di fare lui l’affare della vita, lavorando un mese gratis  a favore di chi può permettersi di pagare due milioni al mese senza difficoltà.
    Il mare… chi non conosce il mare non può capire. Non potrà mai capire come ti entra dentro, con quale forza, con quale prodigiosa intensità scuote i tuoi sensi contaminando ogni tua emozione. Chi non conosce il mare non potrà mai distinguere il suo odore mai uguale, il suo sapore sempre diverso, i  suoi colori sempre cangianti, i suoi umori perennemente mutevoli.
    Il mare è un’onda che ti droga, e una droga che alle volte ti uccide.
    Blasco l’avevo conosciuto ad una regata d’altura il marzo precedente e sapevo che voleva mettersi alla prova con qualcosa di più impegnativo.  Certo il fatto che ci avesse fatto perdere,  volando in acqua in mare aperto colpito dal boma di randa, non deponeva a suo favore. Ma tant’è. Nonostante la mezz’ora nel mare frangente di marzo al largo di Ustica cercando di recuperarlo, lo chiamai… gratuito con un mese a disposizione c’era solo lui. Era un entusiasta Blasco, si entusiasmava rapidamente di tutto e per tutto, e non si rendeva conto che io  lo stavo usando e che qualcun altro stava usando me. Così va la vita.
    Il giorno della partenza  il mare era increspato solo dalla brezza del mattino: drizzammo la randa e il genoa e via; bussola a novanta gradi verso il misterioso Oriente. Da Palermo filammo al traverso per tutta la giornata  con le sole vele  lungo la costa settentrionale della Sicilia. Blasco, elettrizzato, cazzava e lascava  senza sosta le scotte con i winch, regolava il trasto di randa e il caricabasso, insomma si dava da fare. Tirando le somme era un buon diavolo e sapeva anche cucinare. Io  invece ero incatenato al timone e almeno per il momento non ne volevo sapere di mettere il pilota automatico; volevo godermi il comando della mia (finalmente mia) Penelope e carezzarla con le dita, proprio come si fa con una bella donna.
    -Hai mai visto le Eolie dal mare?- domandai a Blasco all’altezza di Cefalù.
    -No- rispose lui.
    - Allora vedrai le isole Eolie dal mare- promisi cambiando rotta e puntando sul mare aperto.
    Arrivammo che stava facendo buio: Alicudi è l’ultima (o la prima) ed la più selvaggia delle sette sorelle. Non c’è nulla, a parte il fortunoso attracco per l’aliscafo e poche case appollaiate lungo i suoi ripidi pendii vulcanici. Non una strada, non una macchina, persino l’elettricità  è scoperta recentissima e per fortuna non viene adoperata per illuminare le poche vie. Il risultato, infatti, è un cielo notturno  magnifico:  migliaia di  gemme così brillanti che osservarle da lì equivale a vederle per la prima volta. E poi il mare, un liquido blu eternamente frangente su di antiche lave nere e capace di tingere la mia immaginazione con i colori dell’infinito. Mi ormeggiai alla meno peggio all’unico molo  e saltai a terra; mi sentivo come il capitano Cook, ma ero solo io.
    Poco vento e molto motore, Filicudi, Salina, Lipari, Vulcano.  Diedi fondo nella baia di ponente, ben distante dagli scogli e dalla riva e lasciai Blasco in libera uscita. E lui, contento ed entusiasta come mai, raggiunse in un attimo la spiaggia col tender. Io preferii rimanere solo con la mia Penelope, memore di una brutta avventura capitatami in quello stesso posto tempo prima:  quando un’improvvisa tempesta spedò le ancore di tutte le barche  in baia facendone affondare anche un paio. Io fui fortunato e riuscii a salire in tempo e a dare motore verso il largo. Altri lo furono meno di me.  Gente con tanti soldi e poco cervello. Così va la vita.
    Ma quella sera meglio avrei fatto a lasciare Penelope sola e a seguire il prode Blasco a terra. Entusiasta per natura,  marinaio per volontà e per passione, casanova da strapazzo per vocazione ormonale, idiota come tutti gli uomini accecati dal testosterone. Quella sera Blasco, al ritorno dalla sua spedizione in terra incognita,  portò a bordo un’olandesina di sì e no vent’anni con un corpo da modella e un viso d’angelo…  o forse era il contrario. Poco importa.
    - Questa è Kelly…- la presentò Blasco con un sorriso che gli allargava la faccia come a un jolly, ma senza campanelli. -Le ho promesso un passaggio sino ad Atene- mi comunicò sicuro di sé. Come se il mio assenso fosse scontato.
    -Ma quale Atene e Atene,-  sbottai.  -Noi ad Antalya dobbiamo andare.  E tu non sei autorizzato a dare passaggi a nessuno… Qua comando io!-
    -Ma Antonio non t’ha detto porta chi vuoi basta che sia gratis? Lei gratis è...-
    -Gratis non esiste niente. E porta chi vuoi Antonio l’ha detto a me che sono il capitano, non a te che sei il mozzo!- lo ripresi con vigore.
    -E io, infatti, a te lo sto chiedendo…  e poi una mano a bordo ci serve… mi ha anche detto che sa cucinare.-
    -Sì, hamburger, birra e salsiccia-  sfottei.  - Di donne a bordo non ne voglio. Portano male. Portano sfiga!- obiettai.
    -Ma l’hai vista? Hai visto che corpo, che gambe, che seni… che occhi –  mi tentò, il diavolo accecato dal testosterone.
    -Seeee,  gli occhi ci taliasti. Niente donne, è un’ordine-  esclamai categorico, con piglio militare.
    - Kelly,  avvicinati- le ordinò Blasco nel suo pallido inglese, mettendola in mostra e facendola girare su se stessa.
    La ragazza, occhi verdi, bocca rossa e una maglietta bianca che più che nascondere lasciava intravedere ogni ben di Dio, si accostò a me e mi baciò sulla guancia destra, alitandomi sul collo. Rimasi interdetto e la guardai di traverso, presagendo guai a non finire. Fui sul punto di buttarla fuori, ma il diavolo, complice il mio testosterone, accecò anche me.
    -Va bene,- acconsentii riluttante.
    -Dagli la tua cabina a prua e prendi la cuccetta a poppa. Si cena tra mezz’ora, si parte all’alba. Voglio arrivare in Calabria prima di sera…- ordinai.
    -Agli ordini capitano- rispose Kelly  contenta, nel suo traballante italiano, fissandomi con i suoi occhi da gatta in calore.
    La cena a base di aricciole pescate alla traina se ne andò insieme a due bottiglie di Bianco d’Alcamo. E mentre mi addormentavo pensai al fatto che quella donna si trovava a bordo da poche ore e già m’ aveva fatto infrangere il divieto assoluto dell’alcool mentre si è in navigazione. Così va la vita.
    Non incontrammo vento  sino allo stretto di Messina e procedemmo a motore. Poi, finalmente, la brezza si alzò potente al nostro traverso. Drizzammo  il genoa, lo scafo si inclinò, la spuma iniziò a spazzare il ponte, e cominciò la bolina.  Iniziai a dare ordini di virata continui, zigzagando tra i traghetti che fanno la spola tra le due rive dello stretto, i cargo che passano da Oriente ad Occidente e le ultime spadare dalle lunghe antenne a caccia dei spada.
    -Vira a dritta- ordinai e sentii  l’adrenalina scorrermi dentro, i sensi acuirsi, i muscoli farsi più potenti.  Lo facevo per tenermi in allenamento, ma volevo anche sfiancare Blasco, che aveva trascorso tutta la mattinata a pomiciare con Kelly, a toccarla, a strusciarsi su di lei. Lo volevo stancare… punire. Il testosterone faceva effetto, la gelosia anche.
    In quel frangente Kelly, non potendo fare uso di Blasco, si avvicinò a me. Io stavo dritto sulla ruota del timone, da vero capitano, con un occhio alle navi che ci incrociavano e avevano sempre la precedenza e un occhio al mostravento  a riva. Kelly prese posto dietro di me  e cominciò a carezzarmi le spalle, scendendo  giù, verso la schiena, verso i glutei. Rimasi impietrito, nuovamente interdetto, ma  lasciai fare; sorridendo la lasciai fare…  il diavolo e il testosterone la lasciarono fare.
    Kelly aveva diciannove anni, ma ne poteva avere trentanove per come sapeva giocare con gli uomini. Infatti a Melito di  Porto Salvo lo dimostrò ancora. Il porto era angusto, con l’entrata semi interrata, tanto interrata che  il progettista  si sarebbe meritato d’esser legato all’ultima crocetta della maestra e portato a spasso per il Mediterraneo. Ma in quel momento avevo unicamente bisogno di carburante e di acqua prima di affrontare la traversata  dello Jonio; e di tornare indietro a Reggio o di salire a Crotone non mi andava proprio.
    Entrando nel porto per poco non mi arenai. Mi innervosii e comunicai alla ciurma di voler fare solo acqua e benzina e di mollare subito gli ormeggi per Cefalonia.
    -Ho voglia di camminare un po’- obiettò nel suo italiano cantilenante la dolce Kelly.
    -Ho detto di no- replicai bruscamente.
    Anche Blasco insisté, dando manforte alla bella olandesina.  Purtroppo per me non valgo un mignolo della grinta del comandante del Bounty e acconsentii a passare la notte in quel buco di posto dimenticato da Dio e ricordato male anche dagli uomini per andare dietro ai capricci della bella figlia dei tulipani. La notte la trascorsi insonne tra i mugolii amorosi di Kelly e i muggiti di Blasco che, nella cabina accanto, si divertivano, mentre fuori i pochi pescatori del porto  sicuramente lo facevano apposta ad urtare la barca ad ogni passaggio.
    Il giorno dopo i due amanti ancora dormivano e io ho lasciai il porto più squallido del Mediterraneo settentrionale con bussola a novanta gradi, direzione isola di Cefalonia, porto di Argostoli. Il mare era calmo, il vento spirava dai quadranti meridionali, branchi di delfini mi inseguivano saltando a prua della barca accompagnandomi gioiosamente; tutto sarebbe stato perfetto se non avessi  ricominciato a sentire mugolii e fremiti di libido. Verso le dieci il casanova e la gatta uscirono con loro comodo  a prendere il sole. Io ero già arrostito e stanco, misi l’automatico e mi sdraiai all’ombra della randa.
    -La terra quasi non si vede più- mi fece Blasco e io annuii.
    -Quanto ci impiegheremo per arrivare a Cefalonia?- chiese mettendomi di cattivo umore.
    -Due tre giorni- risposi seccamente, infastidito. Poi scesi in quadrato a fare il punto nave stimato e dopo averlo fatto salii con in mano  il mio sestante e il volume con le tabelle effemeridi dell’Istituto Idrografico della Marina per fare il punto nave con il sole. Kelly prendeva  il sole in topless sulla tuga e vederla così, bella, giovane, luminosa, mi tolse  letteralmente il fiato.
    -Segna sulla carta- ordinai a Blasco – latitudine trentasette gradi quarantasette primi e ventotto secondi nord, longitudine sedici gradi trentadue primi e dodici secondi  a est. Corrisponde al punto stimato?-  chiesi.
    -Per niente-  rispose  lui acido, geloso dei miei lunghi sguardi molli a Kelly.
    -Dammi qua- lo zittii io.
    -Difficilmente corrispondono. E se non fosse per me vi perdereste in una tinozza. Deficiente,- lo apostrofai e tornai al mio posto all’ombra della randa. Kelly ci osservava divertita, alzando leggermente il capo, mettendo in mostra i bei seni acerbi:  sapeva o, almeno, intuiva di essere lei la causa del malumore tra noi due e non faceva nulla per metterci una pezza.
    La navigazione proseguì tranquilla fino a quando non incrociammo un relitto che galleggiava a sinistra, ad una cinquantina di metri da noi. I miei sensi si destarono e si rimisero all’erta, fiutando il pericolo: -dobbiamo fare i turni per la notte- dissi. - Faccio il primo fino alle due del mattino, poi ti sveglio e fai una tirata fino alle sei.-
    -Non c’è pericolo,- obiettò  languido Blasco, - la rotta commerciale passa più a sud… -
    -Tu fai quello che ti dico io. Possono esserci navi che transitano più a nord della rotta stabilita. E per loro noi siamo invisibili, - tagliai corto rimettendomi al timone.
    Kelly nel frattempo si era messa ai fornelli , soltanto un pareo trasparente copriva le sue attraenti nudità e osservarla diventava una tortura senza fine, quasi quanto le stupide effusioni di Blasco ripetute sotto i miei occhi. Ad ogni modo Kelly si dimostrò un’ottima cuoca e la cena passò allegramente, lei seduta al mio fianco e pronta a versarmi  il mio adorato Grecanico nel calice,  a  stuzzicarmi maliziosa, sfiorandomi i piedi con i suoi. La sera stessa Penelope, che sino a quel momento aveva sopportato  di buon grado il mio malumore e le mie disattenzioni cedette ad una sventolata di scirocco. Accelerò d’improvviso, il pilota automatico non resse la rotta e cominciò a fischiare. Corsi al timone e lo disinserii. Mollai la scotta di randa e ridussi il genoa, la navigazione riprese tranquilla, Penelope mi aveva fatto capire che non la potevo tradire, che con lei dovevo stare sempre in guardia. Mi feci  praticamente tutta la notte di guardia, perché Blasco si era  sbronzato con la  mia riserva di Grecanico; solo Kelly mi venne a fare visita verso le tre del mattino  con un caffè caldo in mano  accucciandosi  accanto a me, inebriandomi col suo profumo. Mi tenne sveglio, mi coccolò con la sua cantilena italo-olandese, mi raccontò dei suoi sogni, del viaggiare per il mondo libera, senza legami e costrizioni.  -E i soldi?- chiesi io a un certo punto.  -I soldi si trovano- rispose lei  facendo spallucce .
    Verso le cinque, albeggiava, le ordinai di andare a dormire e io proseguii la mia veglia con Penelope, la moglie che non tradisce mai.
    Erano due giorni che vedevo solo acqua, il vento si era calmato, il mare quasi non si muoveva. Ritirai il bucato e le stoviglie alla traina in mare e li sciacquai in acqua dolce. Ammainai la randa e il genoa e mi tuffai nel blu: sotto di me cinquemila metri di acqua. Attorno a me solo Penelope alla deriva, inerte, intenta a scarrocciare lentamente verso nord, mentre una testuggine mi nuotava vicino osservandomi quieta, per nulla preoccupata. Avrei voluto essere come lei, o come un delfino, come un tonno… felice in un adesso eterno e senza tempo. E invece il diavolo era in agguato, mi seguiva. Sfiorai  la testuggine e lei fuggì nel blu profondo spezzando l’incanto.  Ancora in acqua osservai Kelly distesa sul ponte. Era veramente magnifica e Blasco, completamente inebetito, fuso,  pendeva letteralmente dalle sue labbra.
    -Ti potrei lasciare a mollo a duecento miglia dalla costa e scappare con Penelope, Kelly e vivere felice per il resto della mia vita-  mi urlò Blasco armeggiando col timone. L’incanto si spezzò definitivamente. Quasi gli credetti: anzi lo presi talmente sul serio che iniziai a nuotare velocemente verso la scaletta. Rideva, l’infame, e con lui la dolce Kelly.” Ho fatto la figura del codardo”, pensai una volta a bordo , “ io lo odio”.
    Un altro giorno passò nell’ozio,  ci prendevamo cura soltanto di noi stessi e di Penelope, mentre la costa greca si avvicinava e  il nervosismo saliva. Cercai di pensare solo alla mia Penelope, di concentrarmi solo su di lei, ma vidi Kelly e poi Blasco e mi ricordai di quanto mi diceva sempre Antonio: “donne e barche guai e delizie”.
    Cefalonia apparve la mattina del giorno seguente, eravamo più a sud del previsto, Zante a dritta, Cefalonia a sinistra. Preferii puntare su Cefalonia, per le coste frastagliate, i fiordi profondi, le possibilità praticamente illimitate di ormeggi tranquilli.
    Argostoli ci accolse sonnolenta  verso mezzogiorno. Il porto era praticamente tutto nostro, poche barche ormeggiate  battenti le bandiere più diverse:  svedesi, inglesi, americane, australiane. L’unico marinaio della capitaneria di porto di Argostoli ci accolse annoiato invitandoci a  compilare distrattamente dei  moduli, osservando ancor più distrattamente i nostri passaporti. O meglio, controllò solo quello di Kelly e subito  attaccò bottone in inglese, costringendomi ad interromperlo non troppo gentilmente. Mi guardò di traverso e mi disse di andare via. Per una volta Blasco mi diede una pacca sulla spalla e tirò via, per la mano, la dolce Kelly. Così va la vita.
    Feci rifornimento d’acqua e di verdure e prenotai la cisterna per il carburante che arrivò poco dopo cigolando. La baia lasciava senza fiato, profonda, tra mare e monti,  le acque calme e trasparenti, migliaia di ricci ad aspettare solo qualcuno che li facesse diventare un condimento per la pasta. In Grecia ogni angolo ricorda la Sicilia: nei nomi, Panormos e Drepanon dovunque, nei colori, nella vegetazione, nei monti  calcarei che si tuffano nel mare, nella cucina, nei sapori. Persino la gente sembra la mia gente. Il Mediterraneo, riflettei, è una grande patria che ha perso ogni memoria di sé. Mi venne subito voglia di verdura, e le insalate greche con feta, pomodoro , zucchine e cipolla mi deliziarono  innaffiate da birra ghiacciata e ouzo, dopo giorni di acqua brodo.
    Ci dondolammo per qualche giorno tra Zante e Cefalonia, poi risalii la costa dell’isola;  volevo far vedere a Penelope la sua isola, la bella Itaca. Penelope mi ringraziò a modo suo,  la sentivo contenta, e anche Blasco si rilassò, mentre Kelly metteva da parte quegli atteggiamenti da femme fatale. Come sempre mi sbagliavo. Mandai Blasco a terra in cerca di cibo fresco e Kelly rimase in barca con una scusa qualsiasi: -Non me la sento, vai tu- gli disse.
    Quando Blasco sparì dalla vista, Kelly cominciò a stuzzicarmi: non reagii. Allora lei mi saltò addosso come una belva affamata. Ottenne ciò che voleva con la sua merce più preziosa. Non avevo scampo, ero suo.
    Da Itaca verso la terraferma, il vento rinforzò avvicinandoci alla costa greca;  decisi di non passare per Corinto, e di puntare a sud oltre il Peloponneso,  verso l’isola di Creta. Oltrepassammo Oxia con mare frangente e vento quasi al traverso, dieci nodi pieni facendo rotta a sud. Penelope cavalcava  le onde che era una meraviglia e decisi di montare il gennaker. Sistemai le scotte e drizzai la grande vela asimmetrica all’esterno del genoa.
    Solo chi va per mare può capire. Dodici nodi, acqua libera a prua, libertà sciolta da vincoli.
    Eppure il diavolo è sempre dietro l’angolo e questa volta mi attendeva oltre il Peloponneso, tra Citera e Candia.  Blasco, per quanto inebetito, si era accorto che tra me e Kelly era successo qualcosa ed era tornato aggressivo, quasi isterico. Il Meltemi  aveva cominciato a soffiare impetuoso da nord gonfiando il mare al largo di Heraklion, le onde si alzavano una dietro l’altra e frangevano. L’anemometro segnava i quaranta nodi di vento. Terzarolai la randa, ingarrocciai un piccolo fiocco a prua, ma commisi l’errore di essere troppo prudente. Penelope perse velocità…  l’acquistava  sul cavo d’onda, ma ne perdeva troppa in salita rischiando di straorzare in cima a causa del frangente. “Ci vuole velocità” pensai “surfare sulle onde è il rimedio”.
    -Molla un terzarolo- ordinai a Blasco che stava raggomitolato nel pozzetto accanto a Kelly  stravolta dalla paura.
    - Sulla tuga non ci salgo manco morto- mi urlò di rimando.
    Persi la pazienza: -il timone automatico questo mare non lo regge e di sicuro non lo reggi neanche tu,- gli gridai. -Alza il tuo culo molle e leva una mano di terzaroli, altrimenti finiamo a mollo, deficiente cacasotto.-
    -Tu sei pazzo!- mi rispose rosso in viso, mentre Kelly piangeva di fianco a lui. D’un tratto un’onda più alta e frangente delle altre ci colpì da prua. Penelope, troppo lenta, venne investita dal frangente, ma questa volta non riuscì a liberarsene: straorzò  sull’onda coricandosi con la mura di sinistra quasi in orizzontale, le crocette quasi in acqua.
    -Tenetevi- li avvertii e vidi la piccola Kelly quasi librarsi in aria. Misi la barra tutta a dritta, sperando che la fortuna e la fisica facessero il resto,  riuscendo a riportarla in orizzontale. Penelope non mi aveva tradito.
    -Bastardo! Ci farai affondare-  gridai a Blasco, ma lui non replicò, né si mosse e perciò decisi di rischiare con l’automatico che, appena inserito, iniziò a gemere e a fischiare. Feci entrare Kelly nel quadrato e le ordinai di chiudersi dentro; feci appena in tempo a scorgere il caos dabbasso. Mi precipitai alla randa, sciolsi le borose, ma la drizza non ne volle sapere di andare su, la pressione del vento era troppa.
    -Il paranco- indicai a Blasco -drizzala col paranco…- Penelope straorzò ancora. E questa volta fu peggio della precedente. Riafferrai il timone e diedi barra a dritta, poi mi venne l’idea…  il motore.
    Tentai di accenderlo, sperando che le due straorzate non avessero prodotto danni e la fortuna mi assistette. Diedi tutta manetta e Penelope, finalmente, riacquistò velocità. Ogni cosa tornò al suo posto. Avevo pagato l’errore, ma ce l’avevo fatta.
    -Sei un vigliacco e un pezzo di merda, Blasco. Ti sbarco ad Heraklion,- lo ripresi, quando la buriana si fu calmata.
    - Sono un vigliacco- ammise lui -io ho paura, perché amo la vita e ho paura di perderla. A te invece la vita  fa schifo e giochi a fare il coraggioso. Non è coraggio, sei uno psicopatico- mi rinfacciò. -E Kelly?- chiese dopo un po’.
    -Kelly può fare ciò che vuole- gli risposi.
    -Hai fatto l’amore con lei, vero?- domandò.  -Lo sai che era mia, che ci tenevo…-
    -Ho fatto l’amore con lei,- ammisi affrontandolo e in risposta mi arrivò un pugno in faccia. Me l’ero meritato.
    Seguirono ore di silenzio: -va’ via- dissi a Blasco non appena attraccammo ad Heraklion - e portati pure Kelly.-
    -Non voglio andar via- mi pregò allora Kelly abbracciandomi.
    -A me basta Penelope- borbottai laconico, scostandola da me con disprezzo.
    Non bisogna mai avere due amori alla volta e la strada per Antalya era ancora lunga...