username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia: che giornatine…una dopo l’altra …senza un attimo di tregua….oggi  7
    agosto riprendiamo la nostra idea americana e senza ulteriori indugi ci
    lanciamo a tutta birra verso i grattacieli...
    stavolta la polverina la usiamo in abbondanza e la colazione la
    facciamo a Manhattan…
    che splendore...le punte dei grattacieli toccano veramente le nuvole…e
    noi lo sentiamo…lo vediamo??…no no lo sentiamo…si sente ridere…
    come chi ride?…sono le nuvole
    -siamo noi non vedete
    -chi voi?? …aiuto Simo
    -dai gigante ti conosciamo… il canestro stava in alto, ma non quanto i
    grattacieli da riuscire a farci il solletico
    -Sam le nuvole che parlano…ridono…ehi non ho bevuto…ma sto viaggio
    sta diventando proprio ubriacante
    -fratè famme fa colazione…godiamoci New York e anche le nuvole …e fai
    attenzione a dove metti i piedi…qui è pieno di cantieri…non puoi
    camminare sempre con il naso all’insù
    Appena finita la frase la buca dei lavori in corso è
    mia...patapam
    -Gin rispondi…ti sei fatto male…accidenti  di un fratello…se lo
    becco gli do una bella padellata…devo scendere…devo cercare di
    aiutarlo
    Lì sotto rimbombava tutto…erano i sotterranei della metropolitana…pieni
    di umidità, oscurità…e segreti…
    cadendo avevo preso una bella botta e rimbalzando ero finito dritto
    dritto sullo scivolo che porta fino al centro della terra tramite un
    grande tubo…chilometri di discesa …iuuuuuu
    -Simoooo…non puoi sentirmi speriamo tu riesca a notare lo scivolo…è
    fortissimo…ma soprattutto speriamo che ti venga in mente di usarlo
    Intanto qualche km più in alto…
    -Ehi uno scivolo…peccato avevo voglia di altalene..vabbè sarà per la
    prossima volta…Gin dove seiiiii??
    L’oscurità era impressionante solo qualche isolata lucciola
    sotterranea che ogni tanto rischiarava leggermente l’ambiente mi
    faceva diminuire quel senso di groppo alla gola…quel senso di
    impotenza…insomma paura…
    -stavolta siamo divisi e sarà dura riunirci…quanti bei ricordi…che
    bello ritrovarsi…ma mi sa che è durata troppo poco…a meno che…
    Dovevo assolutamente farmi sentire oppure sarei rimasto lì per semrpe
    -Gin…niente da fare…è inutile…devo andare a chiamare i soccorsi
    intanto al centro della terra iniziavo a girovagare per prendere
    confidenza con l’ambiente  circostante…palme…spiagge dorate…mare
    verde smeraldo…però finora nessuna forma di vita…ero letteralmente senza meta, senza
    idee…e purtroppo senza sorella…stavolta non serviranno polverine
    magiche e neanche incantesimi…ero troppo isolato…avevo perso tutti i
    contatti con il mondo e stavo iniziando a conoscere un’ altra
    dimensione…
    Intanto Sam senza perdersi d’animo è già alla polizia…le ricerche
    hanno inizio nel giro di un’ora ma dopo 2 giorni di approfondite
    perlustrazioni…nulla…
    Io invece cibandomi di radici e foglie (le uniche cose commestibili che
    avevo trovato) stavo diventando un vero e proprio naufrago…barba lunga e
    sguardo un po’ rassegnato…notti passate disteso sulla sabbia a
    scrutare lontano nella speranza di notare qualcuno…
    -forse questo viaggio doveva finire proprio così…o forse non doveva
    mai iniziare…in ogni caso se tornassi indietro rifarei esattamente
    tutto…si perché solo così sono riuscito a ritrovare mia sorella…spero
    che la mia famiglia abbia notizie…e che mia sorella riesca a dare
    l’allarme…io sto bene (si fa per dire)…però la speranza sotto sotto
    c’è…mai mollare
    i giorni i minuti le ore…non ho più il senso del tempo…non so che fare
    …non incontro nessuno…prendo un ramo…pieno di una resina
    verdastra…poi tiro fuori dalla tasca dei pantaloni il notes un po’
    sgualcito ed inizio a scrivere…forse così passerà la malinconia….
    A Roma è il 9 agosto
    -Gin…guardo il sole e penso a dove sarai finito …io sono di nuovo a
    casa ho iniziato la solita vita…sono al pc…rileggo tante cose…le
    ricerche sono state interrotte per il momento…ho avvisato i tuoi…senza
    allarmarli troppo …ho detto che stai bene…ogni sera dalla finestra ti
    mando una lucciola…nella speranza di…
    Il 10 agosto si avvicina…san Lorenzo…la notte delle stelle cadenti..ed
    eccezionalmente, visto che le stelle quando cadono finiscono al centro
    della terra…ho deciso che assieme alle lucciole ti mando anche una
    stella con desiderio incluso…hai visto mai?…forse ...anzi, magari, ti farà
    da guida
    10 agosto ore 8 roma
    un bar qualsiasi una sorella velatamente malinconica e con vestito
    svolazzante arancione, occhiali da sole e capelli cortissimi entra a far
    colazione
    -caffè e brioches grazie
    il barista le indica un tavolino dov’è sistemato un uomo con la barba
    lunghissima…in canottiera: è molto sporco e trasandato..e sembra anche
    molto stanco
    -prego si accomdi signorina…oggi offre il signore laggiù
    -come sarebbe???…chi è…mamma mia…che puzza
    -non so non l’ho mai visto prima d’ora….è entrato circa 1 ora
    fa…avevamo appena aperto…a mangiato già 8 brioches…era affamato…ha
    detto che finalmente vede Roma…che aspetta sua sorella…..il suo nome è...
    un brivido…Simo si siede…non può essere…e invece la stella cadente è
    arrivata proprio dove doveva arrivare
    -sssshhhh
    un lungo abbraccio
    -Sam….sono sbucato in mezzo al colosseo…ho salutato la stella…ed ora
    ringrazio te per non aver mai perso la speranza…per aver creduto che a
    volte i sogni si avverano e le fantasie divengono realtà…
    da oggi per me le stelle cadenti avranno un significato particolare...e finalmente so dove vanno a finire dopo la caduta...ben ritrovata sorellina...

    ©

  • Come comincia: L’idea di raggiungere gli Stati Uniti d’America non ci ha mai abbandonati e tra i miei rimbrotti, e le mie lamentele ci avviamo verso il nuovo mondo.
    Gli incontri speciali non mancano e le chiacchiere delle nuvole non ci meravigliano più di tanto…. Piuttosto, quello che ci meraviglia è questa realtà completamente diversa da quella che siamo abituati a vivere, per lo meno io…. Non conosco le abitudini di Trieste, ma Roma è una città sonnacchiosa…. Pigra…. A noi piace fare le cose con calma, prenderci il giusto tempo per tutto…. Qui, invece, vanno tutti di corsa…. Frettolosi, apparentemente distratti, ma sicuramente concentrati solo su se stessi…. A mio avviso si perdono il meglio della vita…..
    Camminiamo tutti e due con il naso all’insù, lo spettacolo dei grattacieli, nella Grande Mela è qualcosa da non perdere…. naso all’insù, ma stranamente sono molto più attenta di mio fratello, al punto di invitarlo a fare attenzione ai vari cantieri aperti e mal segnalati….
    Non dovevo dirlo…. Non dovevo neppure pensarlo…. Un istante, è bastato un istante ed ho visto mio fratello sparire nell’oscurità……
    “Giannnnnnn dove sei finito???? Non farmi scherzi stupidi, ti prego….. lo sai che parlo malissimo l’inglese… dai non puoi lasciarmi sola, ho paura, come torno???”
    In questo momento viene fuori tutto il mio egoismo…. Mica penso a mio fratello, potrebbe essersi fatto male, potrebbe essere finito ovunque…. no, penso a me stessa a quello che ho perso…..a come fare per tornare a casa….
    Entro nel foro….. vedo un lungo scivolo, ma ho paura…. Non mi azzardo ad avventurarmi…. Se Gian non fosse finito lì??? Poi veramente non ne saremmo mai venuti fuori…. Decido di risalire, anche in fretta a dirla tutta.
    Gian, nel frattempo, al centro della terra, completamente solo, non sa come fare per mettersi in contatto con questa sorella maldestra che gli vuole un gran bene, ma che finisce sempre per metterlo in difficoltà.
    Solo dopo saprò quanta solitudine ha dovuto sopportare e questo mi spiega anche perché nel buco ci sia finito lui e non io…. Io non sarei stata in grado di sopravvivere lì sotto, io non avrei avuto la capacità di resistere alla solitudine. Sono estremamente fragile da quel punto di vista.
    Per fortuna il mio egoismo lascia in fretta il posto al buon senso…. Prendo e vado a cercare qualcuno che possa aiutarmi a tirar fuori dai guai il mio Jolly.
    L’inglese è un grosso ostacolo da superare, non è vero che non so parlarlo e lo capisco sufficientemente bene…. Mi vergogno, come in tutte le mie cose…. Mi vergogno perché non mi ritengo abbastanza brava. Ma stavolta metto l’orgoglio in tasca….mio fratello è più importante ed ha bisogno di me….
    Inizio a fermare tutte le persone che passano di lì per chiedergli di aiutarmi….. ma non c’è niente da fare, nessuno sembra disposto a starmi a sentire….. corrono, devono andare al lavoro, devono prendere la metro, devono far colazione….
    Inizio a gridare…..in italiano, anzi in romano, che rende di più “Ohhhhhhhh, mi fratello sta’ la sotto…. Ma me volete da’ ‘na mano???? Ma ve’ rennete conto der pericolo che sta a corre???? È mi’ fratello nun ve’ po’ passà tutto sotto er naso….. me dovete aiutà!!!!”
    Niente da fare…. L’indifferenza più totale…. Decido di andare alla polizia….
    Gian, intanto, completamente solo, scrive, per scacciare solitudine, paura, rimpianti!!!
    Spera che possa dargli una mano, ma sa che è complicato…. La polvere magica ce l’ha lui e poi, se separati, non funziona…. E’ al centro della terra e si è reso conto immediatamente che io non potevo sentirlo, se non con il cuore…. Doveva indirizzarmi lui…. Doveva essere lui ad indicarmi la strada.
    E ci stava provando, con tutte le sue forze, ma non lo sentivo…. Non riuscivo a sentire il suo richiamo.
    Ero troppo spaventata…. Mi sentivo sola ed abbandonata….
    Razionalmente sapevo che mai mio fratello mi avrebbe fatto una cosa del genere, ma in quel momento di ragionevole io non avevo proprio niente. Sono certa che lui al mio posto avrebbe reagito diversamente, avrebbe saputo aiutarmi meglio e di più….. ma io sono fatta così…..ed è brutto anche solo dirlo…..
    Arrivata alla stazione di polizia, dopo aver perso due ore cercando di farmi capire, sono riuscita a far muovere qualcosa, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare dove fosse andato a finire il mio Gigante.
    Sono passati due giorni e, nella Grande Mela, hanno deciso di sospendere le ricerche….. non mi sono arresa, ma posso far ben poco contro la burocrazia americana….
    Torno in Italia, a Roma. Per prima cosa avviso la famiglia di mio fratello, provo a rassicurarli, (impresa per altro impossibile!!!). Non so cosa fare….. accendo il pc ed inizio a rileggermi le nostre mail, le prime, quelle da cui è partito tutto, quelle che mi hanno fatto ritrovare mio fratello, poi le note, poi le canzoni…. Trascorro tutta la notte in finestra…. Guardo le stelle…. Vorrei scrivere, ma sono troppo preoccupata….. Ormai Gian è parte di me, una parte importantissima e fondamentale per andare avanti nel migliore dei modi. L’ho angosciato talmente tanto durante questo viaggio che inizio a pensare si tratti di una punizione. Ma se è così perché non ci sono finita io in quel burrone? Peggio di così non potrei stare. I sensi di colpa si alternano al desiderio di riabbracciare mio fratello…. L’ho appena ritrovato e non posso di certo perderlo, eppure, dopo tre giorni senza sue notizie, sembra proprio che sarà così.
    Ripercorro le tappe del nostro viaggio, rivedo i folletti, le fate….. ripenso al ramo di pino, al castello delle favole, alla Muraglia cinese. Rivedo la Val Rosandra….. poi, improvvisamente, ecco una stella solcare il cielo. Esprimo un desiderio, so che non si dicono i desideri, ma in questo caso serve…. “Stella cadente per me non devo chiederti niente, non voglio altro che un favore, spiega la strada al mio fratellone!!!”
    La sussurro con gli occhi pieni di lacrime, poi chiudo la finestra e decido di mettermi a letto….. è tardissimo, ma tanto non dormirò.
    È il 10 agosto, la notte di San Lorenzo, ma non ci avevo pensato, troppi pensieri per la testa!
    Quando mi alzo la mattina dopo ho poca voglia di fare, quindi scendo a far colazione al bar….. caffè e cornetto, come al solito, come quando vado in ufficio, come quando Gian era ancora con me, magari lontano 800 chilometri ma comunque reale e presente.
    Il ragazzo del bar mi guarda sorridendo e mi indica un tavolo….. lo guardo di rimando ed i miei occhi chiedono spiegazioni. Discorso di sguardi da incorniciare…. Tipico di noi romani…. La persona che occupa il tavolo è un omone: barba lunga, sporco, chiaramente affamato e forse anche molto stanco….. mi avvicino al barista e …… “ma chi è? Perché mi mandi lì???”
    “Simò, non l’ho mai visto, ma dice che te conosce….. e da quarche particolare che m’ha riccontato, me sa proprio che è vero….. va vedè te chi è, tanto sto qui, tranquilla, nun je permetto de’ fatte niente!!”
    Mi avvicino un po’ rincuorata…. Mi basta un secondo….. non potrei mai non riconoscere quegli occhi, quello sguardo…… “Gian, fratellone mio…… Gigante, Jolly, Tesoro, Regalo prezioso…… sei qui???? Sei tu sul serio??? Che meraviglia, che gioia……”
    “Simo, ssshhhh, tranquilla si, sono io!!! Sto bene, solo un po’ provato, ma sto bene!!! Ti ho sentita sai? Ho sentito il tuo richiamo…. Ma non potevo darti segnali…. Ossia, ci ho provato, ma non mi sentivi, non riuscivi a sentirmi….. “
    Ecco, questo succede se non si impara a fidarci delle persone.
    Se c’è una cosa di cui sono certa in questo momento è dell’affetto che mio fratello nutre per me, ma nonostante questo, ho dubitato, ho pensato che avesse voluto volontariamente allontanarsi da me…. Sono riuscita a ritrovarlo solo perché ho messo da parte le paure e le incertezze e per la sua volontà di rimanermi vicino, nonostante tutto, nonostante me….
    E, forse, perché no, anche per il suo desiderio di vedere Roma…..
    Volete sapere dove lo ha portato la mia stella cadente??? In centro del Colosseo….. e non può essere un caso “atterrare” nel centro del simbolo di Roma.

  • Come comincia: In una calda sera d'estate lei cammina, la cicca di una sigaretta ormai finita tra le dita ed il cuore in tumulto.... è in anticipo sull'orario dell'appuntamento.... volutamente in anticipo.....
    Dentro casa non resisteva più.... troppi pensieri per la testa, la paura che saliva in maniera esponenziale e l'ansia che piano piano prendeva il sopravvento, arrivando quasi a mozzarle il respiro, scuotendole il corpo.....
    A testa alta.... come è solita camminare scruta i volti delle persone, i palazzi noti, gli alberi, le vetrine dei negozi...... Poi, in lontananza, scorge un sorriso, lo vede, non lo immagina, lo vede.
    Ecco, ora non può più scappare, ma ci pensa, accidenti se ci pensa..... "Ora giro sui tacchi e me ne vado.... tanto lo sa..... tanto capirebbe!!!", ma la curiosità è troppa, tanta quanta la consapevolezza che quella persona può donarle tanto, inoltre, istintivamente sente di potersi fidare, di dover vincere il tumulto che le sta montando dentro.....
    Sono a pochi passi ormai....
    L'incontro si realizza con un abbraccio ed immediatamente l'ansia inizia a scendere, ecco ..... due mani si tendono verso le sue, le afferrano e le stringono…. un gesto semplice, ma che riesce a trasmetterle un senso di pace incredibile e, contemporaneamente, a far diminuire la tensione.
    Il sorriso non è scomparso, anzi, è sempre presente, poche frasi, ma non buttate lì per riempiere il silenzio che potrebbe diventare imbarazzante, no, sono parole pesate che arrivano dirette al cuore, lo accarezzano ed in questo modo riescono a far nascere un'emozione forte che è difficile spiegare.
    I due decidono di fare quattro passi, perchè sicuramente il passeggiare aiuta, distrae, scioglie l'imbarazzo, tranquillizza......
    Lei per quelle strade è nata e cresciuta, si sente "padrona del territorio" ed acquista sicurezza. Inizia a parlare, sempre più serena, con crescente tranquillità, si accorge che le piace raccontarsi ed altrettanto ascoltare il racconto di chi le è di fronte.... La conversazione è iniziata e sarà lunga.... interessante..... piena di spunti.... seria e divertente..... sport..... vita passata e presente..... viaggi.... sciocchezze combinate..... ricordi dolorosi..... amicizie che si sono rivelate false ed altre che si sono rafforzate con il passare degli anni..... le ore passano velocissime.... tra fiumi di parole che si susseguono le une alle altre senza soluzione di continuità...... discorsi incompiuti.... frasi che si sovrappongono.....
    Si ora nè è sicura..... la vita le ha fatto un regalo..... ma lei è stata brava perchè ha saputo accettarlo.... ha,ancora una volta, sconfitto se stessa e le sue paure.... regalandosi un momento di vita ..... regalando al suo cuore una nuova emozione!!!!

  • 25 giugno 2011 alle ore 16:10
    Volando quà e là per i monti

    Come comincia: finalmente

    si, finalmente posso portare mia sorella sui monti

    è un sogno che si avvera ….un suo desiderio da esaudire…e dopo mesi

    finalmente posso farlo

    il camper lo parcheggiamo all’ingresso della val fiscalina…subito

    un’occhiata a cima 11, cima 12, croda del becco, punta 3

    scarperi….. e ovviamente maestose le 3 cime di lavaredo

    -fratè ho i brividi

    -nooo stai male proprio ora

    -nooo son brividi di felicità

    -allora ho già un programmino

    -camineremo 3 giorni…riposeremo 3 notti…in tenda,,,in rifugio o …se il

    tempo ce lo consentirà….. direttamente all’aperto: i sacchi a pelo

    sono di quelli buoni che resistono a temperature ben più rigide…una

    cosa: dobbiamo assolutamente trovare la nostra baita…lo so che è qui….

    -Fratè manca una cosa

    -Non capsico il tempo è bello i monti son qui a 2 passi il viaggio è

    stato stupendo

    -Si si tutto verissimo però mi mancano le sorprese…ora qui è troppo

    tranquillo

    -Sarebbe a dire?

    -Sarebbe che qui in montagna c’è pace e tranquillità…però ora che

    siamo arrivati noi…magari

    E per prima cosa….inizia subito a nevicare…

    -Ehi sorè guarda…nevica in settembre….

    -Uauuuu che bello

    Come seconda cosa arriva una carrozza trainata da cavalli con cocchiere

    in abito tipico del luogo

    E fin qui nulla di strano, a parte la neve

    Però siccome la carrozza ha le ruote (versione estiva) al seguito

    arriva la slitta che d’inverno sostituisce la carrozza…e a dare il

    cambio al cocchiere in tenuta estiva…arrivano con doposci ai piedi 4 bei

    topini….manca cenerentola insomma….

    -Fratè ma era preparato…lo sapevi…

    -Secondo te…son stupito pure io

    Questo 1° giorno è già magico eppure non ci siamo ancora mossi

    -Simo losai che sto pensando a quant’è bella la montagna…ti stupisce

    sempre anche stando fermo ad ammirarla in silenzio

    Siamo a -3 (giorni no gradi….) ….ancora 2 giorni e poi gran finale

    Notte tranquilla…mi sveglio per primo

    -Sorè oggi c’è il sole

    Riflessi colori….splendido…e poi la neve che è scesa nella notte….è

    tutto bianchissimo

    -Sorè vorrei portarti in quota a vedere i panorami da sogno che ti ho

    sempre raccontato…e allora viaaaa

    Passo sella val badia val fleres monte elmo falzarego Pordoi…e

    ancora valle aurina anterselva prato piazza val di vizze passo

    giovo..val racines

    Stiamo veramente saltellando qua e là

    …..In realtà siamo in volo

    Altrimenti in 24 ore era impossibile girare così alla rinfusa e così

    tanto…un saliscendi meraviglioso….

    Ma proprio quest’ordine disordinato ha emozionato non solo Simo (che

    ora ha tutti i capelli ricci) ma pure me (che non ho i capelli ricci)

    che queste zone le ho esplorate più volte….

    -Fratè ma lo sai che un regalo così non l’avevo mai ricevuto

    -Mi dispiace

    -Come sarebbe

    -Mi dispiace di non esser risucito ad impacchettarlo

    Il volo ci riporta nella val fiscalina dove vista l’abbondante

    nevicata…è tutto bianco…e la pista da fondo agibilissima

    -Simo aspetta un attimo

    -Ehi dove vai?

    -Dammi 20 minuti e ritorno

    Al mio ritorno dono a mia sorella un pacco lungo circa 2 metri e

    strettissimo

    -Ecco simo per te

    -Ma dai…non dovevi…

    -Te lo dovevo…è un pacco regalo vero …incartato e

    infiocchettato……finalmente….io mi vado a preparare

    -Per che cosa…mah è proprio un pazzerellone….vediamo che c’è qui

    dentro

    -Eccomi simo…prontissimo…. hai aperto

    Ero pronto per farmi la pista…e simo….pure

    -Fratè mo te “pisto”….grazie del pensiero…ma se trovo na padella te

    rovino

    -Ma come? io faccio un regalo a mia sorella e lei mi tratta così…nel

    pacco non c’era mica una bomba….

    -Avanti dillo a chi legge che c’era…me so dovuta adatta’….dopo

    qualche botta al sedere son riuscita a stare in peidi da ferma…mo me

    muovo

    -Un paio di sci da fondo nuovissimi color giallo…con scarpette rosse e

    racchette…buon sci sorellina

    Ecco il penultimo giorno

    simo ha imparato a far fondo….tecnica classica e pure skate….qualche

    albero abbattuto…qualche turista investito….ma nulla di grave….

    Posso dire che è molto brava (del resto ha preso tutto da suo

    fratello)…e dopo sta frase me so preso na bella bacchettata in testa

    visto che la padella non si trova

    -Fratè so sfinita

    -Dai sorellina che ora prendiamo la funivia…ho noleggiato due paia di

    sci da discesa….

    -Noooo di nuovo

    -Dai dai…che ti diverti

    Simo sorride…e si sale

    Giungiamo ai 2000 metri dell’elmo…si domina tutta la valle di

    Sesto….e dal versante Nord l’Austria

    Gli impianti aprono alle 9.30…siamo i primi

    Mia sorella estrae una bottiglietta e ne sorseggia il contenuto

    -Doping?

    -Chissà…..

    -Sorè facciamo chi arriva primo a quella casetta laggiù…vedi c’è

    anche il fumo che esce dal camino

    -Gian ma non so sciare

    Simo aveva uno sguardo strano….

    -Seguimi sorè

    E come partiamo simo mette il turbo…velocità supersonica…slalom tra gli

    alberi…salti incredibili per una principiante…..l’uomo degli impianti

    saluta…lei ricambia e si getta in un fuori pista da applausi

    Arrivo anch’io

    Simo sorride

    -Allora?

    -Simo…che c’era nella bottiglietta?

    -vuoi la verità?

    -si

    -Beh…era l’ultima polverina magica…in sciroppo però…..

    ridiamo e Togliamo gli sci…bussiamo ma nessuno risponde allora entriamo

    Ci accorgiamo che non c’è nessuno…l’atmosfera è ovattata ancor più

    che fuori…il fuoco del camino arde…sul tavolo 2 biccheironi di latte e

    menta…sul divano il canzoniere ed una chitarra…..

    -ehi simo ma quella è la mia chitarra

    -E questo è il mio canzoniere…

    -Dov’è la bottiglia simo….l’hai usata qui appena arrivata con gli

    sci …..per farmi un regalo

    -No ti giuro l’ho bevuta tutta prima

    -sembri sincera

    -E allora??

    -Allora lo dico io

    -Questa non può essere che

    -Siiii sorè… l’abbiamo trovata

    -Se guardi dall’interno fuori vedi solo nuvole…eppure uscendo è tutto

    normale…sciatori…vociare….e la casupola è una di quelle normalissime

    costruzioni montane

    - dall’interno pura fantasia…..e i racconti del caminetto possono

    prender forma…i nostri racconti

    Ora finalmente abbiamo trovato l’indirizzo della nostra baita e sulla

    porta possiamo incidere i nostri nomi principessa e jolly ovviamentefinalmente

    si, finalmente posso portare mia sorella sui monti

    è un sogno che si avvera ….un suo desiderio da esaudire…e dopo mesi

    finalmente posso farlo

    il camper lo parcheggiamo all’ingresso della val fiscalina…subito

    un’occhiata a cima 11, cima 12, croda del becco, punta 3

    scarperi….. e ovviamente maestose le 3 cime di lavaredo

    -fratè ho i brividi

    -nooo stai male proprio ora

    -nooo son brividi di felicità

    -allora ho già un programmino

    -camineremo 3 giorni…riposeremo 3 notti…in tenda,,,in rifugio o …se il

    tempo ce lo consentirà….. direttamente all’aperto: i sacchi a pelo

    sono di quelli buoni che resistono a temperature ben più rigide…una

    cosa: dobbiamo assolutamente trovare la nostra baita…lo so che è qui….

    -Fratè manca una cosa

    -Non capsico il tempo è bello i monti son qui a 2 passi il viaggio è

    stato stupendo

    -Si si tutto verissimo però mi mancano le sorprese…ora qui è troppo

    tranquillo

    -Sarebbe a dire?

    -Sarebbe che qui in montagna c’è pace e tranquillità…però ora che

    siamo arrivati noi…magari

    E per prima cosa….inizia subito a nevicare…

    -Ehi sorè guarda…nevica in settembre….

    -Uauuuu che bello

    Come seconda cosa arriva una carrozza trainata da cavalli con cocchiere

    in abito tipico del luogo

    E fin qui nulla di strano, a parte la neve

    Però siccome la carrozza ha le ruote (versione estiva) al seguito

    arriva la slitta che d’inverno sostituisce la carrozza…e a dare il

    cambio al cocchiere in tenuta estiva…arrivano con doposci ai piedi 4 bei

    topini….manca cenerentola insomma….

    -Fratè ma era preparato…lo sapevi…

    -Secondo te…son stupito pure io

    Questo 1° giorno è già magico eppure non ci siamo ancora mossi

    -Simo losai che sto pensando a quant’è bella la montagna…ti stupisce

    sempre anche stando fermo ad ammirarla in silenzio

    Siamo a -3 (giorni no gradi….) ….ancora 2 giorni e poi gran finale

    Notte tranquilla…mi sveglio per primo

    -Sorè oggi c’è il sole

    Riflessi colori….splendido…e poi la neve che è scesa nella notte….è

    tutto bianchissimo

    -Sorè vorrei portarti in quota a vedere i panorami da sogno che ti ho

    sempre raccontato…e allora viaaaa

    Passo sella val badia val fleres monte elmo falzarego Pordoi…e

    ancora valle aurina anterselva prato piazza val di vizze passo

    giovo..val racines

    Stiamo veramente saltellando qua e là

    …..In realtà siamo in volo

    Altrimenti in 24 ore era impossibile girare così alla rinfusa e così

    tanto…un saliscendi meraviglioso….

    Ma proprio quest’ordine disordinato ha emozionato non solo Simo (che

    ora ha tutti i capelli ricci) ma pure me (che non ho i capelli ricci)

    che queste zone le ho esplorate più volte….

    -Fratè ma lo sai che un regalo così non l’avevo mai ricevuto

    -Mi dispiace

    -Come sarebbe

    -Mi dispiace di non esser risucito ad impacchettarlo

    Il volo ci riporta nella val fiscalina dove vista l’abbondante

    nevicata…è tutto bianco…e la pista da fondo agibilissima

    -Simo aspetta un attimo

    -Ehi dove vai?

    -Dammi 20 minuti e ritorno

    Al mio ritorno dono a mia sorella un pacco lungo circa 2 metri e

    strettissimo

    -Ecco simo per te

    -Ma dai…non dovevi…

    -Te lo dovevo…è un pacco regalo vero …incartato e

    infiocchettato……finalmente….io mi vado a preparare

    -Per che cosa…mah è proprio un pazzerellone….vediamo che c’è qui

    dentro

    -Eccomi simo…prontissimo…. hai aperto

    Ero pronto per farmi la pista…e simo….pure

    -Fratè mo te “pisto”….grazie del pensiero…ma se trovo na padella te

    rovino

    -Ma come? io faccio un regalo a mia sorella e lei mi tratta così…nel

    pacco non c’era mica una bomba….

    -Avanti dillo a chi legge che c’era…me so dovuta adatta’….dopo

    qualche botta al sedere son riuscita a stare in peidi da ferma…mo me

    muovo

    -Un paio di sci da fondo nuovissimi color giallo…con scarpette rosse e

    racchette…buon sci sorellina

    Ecco il penultimo giorno

    simo ha imparato a far fondo….tecnica classica e pure skate….qualche

    albero abbattuto…qualche turista investito….ma nulla di grave….

    Posso dire che è molto brava (del resto ha preso tutto da suo

    fratello)…e dopo sta frase me so preso na bella bacchettata in testa

    visto che la padella non si trova

    -Fratè so sfinita

    -Dai sorellina che ora prendiamo la funivia…ho noleggiato due paia di

    sci da discesa….

    -Noooo di nuovo

    -Dai dai…che ti diverti

    Simo sorride…e si sale

    Giungiamo ai 2000 metri dell’elmo…si domina tutta la valle di

    Sesto….e dal versante Nord l’Austria

    Gli impianti aprono alle 9.30…siamo i primi

    Mia sorella estrae una bottiglietta e ne sorseggia il contenuto

    -Doping?

    -Chissà…..

    -Sorè facciamo chi arriva primo a quella casetta laggiù…vedi c’è

    anche il fumo che esce dal camino

    -Gian ma non so sciare

    Simo aveva uno sguardo strano….

    -Seguimi sorè

    E come partiamo simo mette il turbo…velocità supersonica…slalom tra gli

    alberi…salti incredibili per una principiante…..l’uomo degli impianti

    saluta…lei ricambia e si getta in un fuori pista da applausi

    Arrivo anch’io

    Simo sorride

    -Allora?

    -Simo…che c’era nella bottiglietta?

    -vuoi la verità?

    -si

    -Beh…era l’ultima polverina magica…in sciroppo però…..

    ridiamo e Togliamo gli sci…bussiamo ma nessuno risponde allora entriamo

    Ci accorgiamo che non c’è nessuno…l’atmosfera è ovattata ancor più

    che fuori…il fuoco del camino arde…sul tavolo 2 biccheironi di latte e

    menta…sul divano il canzoniere ed una chitarra…..

    -ehi simo ma quella è la mia chitarra

    -E questo è il mio canzoniere…

    -Dov’è la bottiglia simo….l’hai usata qui appena arrivata con gli

    sci …..per farmi un regalo

    -No ti giuro l’ho bevuta tutta prima

    -sembri sincera

    -E allora??

    -Allora lo dico io

    -Questa non può essere che

    -Siiii sorè… l’abbiamo trovata

    -Se guardi dall’interno fuori vedi solo nuvole…eppure uscendo è tutto

    normale…sciatori…vociare….e la casupola è una di quelle normalissime

    costruzioni montane

    - dall’interno pura fantasia…..e i racconti del caminetto possono

    prender forma…i nostri racconti

    Ora finalmente abbiamo trovato l’indirizzo della nostra baita e sulla

    porta possiamo incidere i nostri nomi ...anzi non serve, ci sono già...

  • 22 giugno 2011 alle ore 21:42
    Per una nocciolina in più...

    Come comincia: Quando alle prime luci dell’alba mi sono accorto di aver dormito

    tutta la notte da solo in riva al mare ho capito che qualcosa non

    andava….

    in tasca avevo 2 noccioline, di quelle che si danno agli scoiattoli…ma

    su quell’isola dalla sabbia color bianco e dal mare limpidissimo con

    fondali coloratissimi….nessun scoiattolo avrebbe potuto fissare dimora…

    Andiamo con ordine…

    Ero partito con mia sorella alcuni mesi fa…per un viaggio intorno al

    mondo…lei era un po’ triste…volevo farle ritrovare la voglia di fare,

    …forse una mia presunzione, ma ero convinto che ce l’avrebbe fatta:

    se lo meritava…e così in bici con pochissimo bagaglio…qualche attrezzo

    per l’eventualità di dover riparare la bici….un’agendina ed una

    penna per scrivere il nostro diario…il canzoniere, senza chitarra perché

    troppo ingombrante….tante idee nella testa, anche se un po’

    confuse….tanto, tantissimo entusiasmo….

    - Simo facciamo che queste due noccioline saranno i nostri

    portafortuna, una la dono a te

    -E l’altra te la mangi?

    -Dai non scherzare….le noccioline non dovranno mai ritrovarsi assieme…

    -Perché mai?

    -Perché sarebbe il segnale che io e te ci saremmo divisi…magari per un

    periodo soltanto…ma vista la fatica per ritrovarti.,..non vorrei

    accadesse neanche per un secondo…dobbiamo recuperare gli anni perduti….

    -Dai dai…non fare il sensibilone…avanti in sella

    Ecco, questo più o meno l’antefatto

    Poi boschi…vallate…praterie…qualche cittadina….ma tanta natura…laghi

    fiumi…vulcani….cascate….e tantissimi animali….notti stellate…

    E mentre riordino le idee…un’onda mi bagna da capo a piedi….e

    dall’onda esce un cavalluccio marino….strano però…un cavalluccio

    con le codine….

    -Ciao forestiero

    -Un cavalluccio che parla?

    -si e volendo posso anche ballare

    A questa frase mi sono dovuto sedere: ehi Gian, ma che succede, tua

    sorella non c’è…non si sa dov’è finita….hai di nuovo la sua

    nocciolina…e parli con i cavallucci dalle codine rosse….sei partito per

    aiutare lei….adesso ti ritrovi un po’ fuori di testa

    -Mi sa che mi dovranno ricoverare….

    -No non serve amico mio….io ti aiuterò a ritrovare Simona….

    -Adesso è arrivato l’investigatore

    -Non deridermi…poi ti ricrederai….dammi la nocciolina

    -Perché dovrei?

    -Perché il mio fiuto risalirà al nascondiglio di Simo…perché potrei

    anche chiamare un amico a darci una mano

    -E chi sarebbe….Nemo?

    -No, sarebbe lo scoiattolo Renato…lui di sicuro la conosce

    -La nocciolina? Ahahah

    -No, Simo….perché Renato per lei è un nome importante

    -Guarda che se mi prendi in giro in questo momento così strano…io ti

    butto a mare…

    -Fai pure….

    -Dai tieni sta nocciolina…e chiama Renato…

    -non serve….guarda laggiù

    Dagli alberi lì vicino scende subito un simpatico esemplare di

    scoiattolo con una coda enorme ed uin pelo curatissimo….in un lampo è da

    noi

    -Eccomi…son qua per servirvi miei signori

    -Senti….ascolta

    -Dai non esser timido

    -Non sono timido…solo che non ho mai parlato con uno scoiattolo….so che

    tu mi puoi aiutare a ritrovare mia sorella….a capire cosa sia successo

    stanotte

    -Certamente….andiamo nella grotta marina qui vicino….ci tuffiamo e dopo

    asver nuotato in direzione del muschio poco prima della scogliera

    azzurra ti immeregerai per arrivare al nascondiglio di Simo…lei è

    lì…vuole stare sola…vuole scrivere un libro….almeno così ha detto

    Faccio tutto ciò che dice Renato…arrivo in una stanza sottomarina…ma di

    Simo neanche l’ombra….un arredamento molto curato…una stanza piena di

    libri….. appunti su una scrivania super disordinata…ed un pc: acceso…..i

    vetri della finestra erano piuttosto sporchi…li pulisco con la manica

    della giacca…e guardo fuori…

    -Ehi ehi…fermatela….

    -Chi….??

    Lo scoiattolo ed il cavalluccio mi guardano sorrdidendo

    -Mia sorella…..Si sta arrampicando su quella roccia

    -Siii…cheb rava…e ci saluta

    -No non è possibile….lei non è mai stata in montagna…lei ha le

    vertigini….lei…

    -Ma te ne stai zitto….proprio tu…che l’hai sempre incoraggiata….ora

    che fa qualcosa di diverso…che fai?…la blocchi….??…hai forse paura del

    distacco…non è più una bambina…ce la fa benissimo da sola….

    -ma lei mi diceva spesso…non lasciarmi mai sola fratellino….

    -ha bisogno della tua fiducia

    -E’ vero avete ragione…ho sempre cercato di appoggiarla, di

    comprenderla, di proteggerla…ma.….ma forse ho anche sbagliato, forse ho

    esagerato…ha dato molto nella sua vita ed ancora lo farà….perché è

    tuttaltro che indifesa….

    Inizio a sorridere…capisco tutto…Simo sorride…..forse aspettava

    proprio questov momento: suo fratello che la guarda mentre spicca il

    volo

    -….guardala…manda baci

    Si si sorellina….adesso corro ad abbracciarti…e le noccioline?…beh

    quelle le regalo a voi…

    - ciao cavalluccio…buona fortuna scoiattolo Renato….

    Ho un’idea: ora sarà lei a proteggere me…sarà lei a portarmi un po’

    in giro per il mondo…..speriamo accetti…adesso glielo vado a dire…..

  • 22 giugno 2011 alle ore 19:00
    Discorsi di un uomo in preda a sé stesso.

    Come comincia: Non potevo crederci, mi sentivo quasi violato nell'animo, negli anfratti più oscuri ed intimi della mia personalità. Come essere colpiti da un fulmine, ci si sente vittime di una profonda ingiustizia, ci si continua a chiedere perchè proprio a noi, perché proprio quel giorno. Non era da me perdermi in un bicchier d'acqua così piccolo, avevo avuto dei cedimenti durante il percorso quotidiano della vita, ma erano sempre state piccole scosse d'assestamento, mai un vero e proprio terremoto, di quelli che ti staccano violentemente i piedi da terra. Ma ora, nel tempo d'un battito d'ali di farfalla, il mio mondo era totalmente cambiato, avevo incrociato un'ombra occulta, una personalità che emanava una profondità sconcertante nel buio dei suoi occhi, che sembravano quasi trattenere a fatica, e volontariamente, i messaggi d'aiuto che teneva dentro di sé. Era quel fare ambiguo che mi aveva inizialmente portato a una fredda indifferenza, ma che parallelamente giocava col mio inconscio, stuzzicandone le più remote pieghe. Una bomba ad orologeria, un vulcano che riempie le sue viscere di magma nel profondo silenzio della notte e che all'improvviso scatena la sua inarrestabile potenza inoculando negli spettatori quel forte senso di meraviglia e di impotenza, che spezza qualsiasi velleità di salvezza.
    Ammetto, non volevo crederci neanche io, ho pensato subito ad un errore di valutazione, a delle emozioni amplificate da un particolare momento d'abbandono, ad un perverso gioco al martirio, di quelli che ci porta a fare cose che non siamo minimanente in grado di portare avanti. Ma solitamente era il tempo a levigare tutto come un fiume in piena, smussando anche le rocce più aguzze in pochi istanti così da modificare il paesaggio della mia anima nel giro di qualche giorno, eppure questo meccanismo si era inceppato col suo incontro, il tempo si beava di me facendo finta di essersi dimenticato del necessario aiuto di cui avevo bisogno.
    Furono pochi i momenti in cui ebbi la fortuna di entrare in contatto con quella presenza così singolare, con quell'anima sonora che emetteva un flebile canto d'incomprensibile bellezza, malcelato da un velo di freddezza costruita ad arte come riparo dal complicato regno del sentimento, ma nonostante ciò cominciavo a non fare più a meno di quella melodia, mi piaceva anche solo ascoltare il silenzio da lei generato in quei momenti d'imbarazzo che al buon osservatore paiono regali rari e da custodire gelosamente. Avevo completamente perso ogni senso di realtà, la sua presenza, come la sua assenza, erano in grado di cambiarmi l'umore in un secondo, di trasformare il mio sentire come argilla nelle mani di un abile scultore e questo, intimamente, mi dava fastidio. Non potevo accettare che le mie azioni, questa volta, fossero legate al movimento di un'altra persona, privandomi di quella autonomia che mi ero conquistato e di cui andavo così fiero.
    Ma non potevo fare altrimenti, ero come un pesce oceanico preso all'amo, che scuote la lenza con tutte le sue forze, fino ad esaurirle, rendendo quasi banale il compito del pescatore. Ed era questa banalità, questo totale lasciarsi andare, la mia rovina più grande, stavo offrendo tutto quello che avevo ad un prezzo irrisorio. E ben pochi sono in grado di accettare un dono così grande senza pagarne un prezzo tanto alto da giustificarlo.
    Era questa la conclusione a cui, dopo diverse notti insonni, ero arrivato. Mi ero innamorato, ero stato così sciocco da aprirmi ad un'altra persona, senza porre ripari, senza accettarne le conseguenze. Ed ora mi ritrovavo così, solo, in compagnia del suo ricordo, accoltellato nell'animo dalla sicurezza che in quel momento lei stava pensando ad altro, magari ad un quartiere lontano, ad un vecchio poeta, ad una serata tra amiche. E io non mi rassegnavo, perchè come Ulisse avevo ascoltato il suono della sua anima, ma non ero stato tanto accorto da legare il mio corpo ad un saldo riparo.
    Quanto avrei voluto che anche solo una nota del mio essere fosse arrivata alle sue orecchie, alla sua pelle, al suo cuore mascherato e velato di malinconia. Quanto avrei voluto guardarla e aspettare che fosse lei a sorridere, così da chiudere gli occhi ed aver impressa per sempre quell'immagine e poter dormire, finalmente, col sogno del domani.

  • 19 giugno 2011 alle ore 21:52
    Rin e Ran

    Come comincia: E' la storia di Rin e di Ran, due ragazze apparentemente identiche: brune di capelli, scure di carnagione, sorriso bianco da cartellone pubblicitario.
    Sì, all'apparenza sono molto simili. Amano i gatti, il cibo giapponese, i film di Kitano. Amano perfino lo stesso uomo.
    Tanto che una sera si ritrovano sullo stesso lungomare - è estate e fa un caldo torrido -, a pochi metri di distanza l'una dall'altra, inconsapevoli compagne d'attesa e di lenzuola. Rin indossa un paio di jeans e una maglietta scura, accollata, ché detesta i colori accesi - anche se sua zia continua a ripeterle che le donano meravigliosamente. Ha paura di mostrarsi, Rin, o più che paura è un sentimento, quello che prova, che combacerebbe più con la definizione di fastidio. Sì, preferisce star coperta, perché tanto - pensa - sotto i vestiti siamo tutti uguali. Più o meno.

    E dall'altro lato c'è Ran, solare, estiva, una tavolozza di gialli e di rosa. Si guarda le gambe, non troppo lunghe ma sode e ben tornite, e fa un sorriso al pensiero di lui, della faccia che farà lui, delle mani di lui che gliele divoreranno, quelle gambe, non appena la vedrà. Ed ha un brivido quando ricorda quello che è successo dopo, l'ultima volta. Un po' se lo augura che accada ancora, più che altro perché ha una voglia matta e poi perché domani vedrà Len: non può andare da lei a mani vuote, senza nulla da raccontare.
    Ah!, quasi dimenticava. E' quasi un mese che non aggiorna il blog ... Dovrà rimediare pure a questo.

    La sera d'estate porta con sé un vento senza ossigeno, aria che attanaglia i polmoni ed irrita gli occhi. Rin si stringe nelle spalle, sospesa fra un sospiro d'insolita libertà ed una profezia di dolore: vorrebbe piangere, scappare, pur di non sentire il vuoto spandersi come petrolio dentro di lei.
    E' peggio del fuoco, del ferro bollente - pensa, riportando la mente ad una vecchia bruciatura che si procurò armeggiando con le pentole, - è come un'agonia. Forse T. prima di buttarsi dall'ottavo piano l'ha sentito, e non ce l'ha fatta, non ha retto.

    E Ran invece è lì, che ammicca al primo che passa succhiando un po' di fumo dalla sua Marlboro Light - le altre marche fanno schifo, o almeno così le hanno detto le sue amiche. Prima di uscire, mentre si truccava, ha rivisto per la ventiquattresima volta l'ultima sequenza di Moulin Rouge!, quando Nicole Kidman muore eroicamente fra le braccia di Ewan McGregor. Quant'è bello quel film, è proprio... bello, bellissimo. Troppo BELLO. S'è ripromessa di annotarsi un paio di citazioni sull'amore - in quel film ce ne sono a iosa -, e di raccoglierle tutte in un quadernino da regalare al suo "cicci". Il suo Ewan: lui si che ne capisce di poesia, cinema, arte. E' proprio la persona giusta, ne è convinta da sempre, dal primo momento. E poi a letto la sculaccia, ed è una cosa che la fa morire.

    Quasi quasi però me ne torno a casa, riflette Rin, perché in effetti è mezz'ora che aspetta, nervosa e vibrante nel cono di luce gialla del lampione, ed è stanca di aspettare, lei DETESTA aspettare - e non vuole certo finire col dire "è tutta la vita che aspetto", oppure "la mia vita è stata un'attesa continua" quando avrà ottant'anni, no, si rifiuta di farlo. Ma poi le balza alla vista l'immagine di casa sua, suo padre che fa i cruciverba in salotto mentre mamma sistema la cucina, e suo fratello che parla a telefono e parla, parla, PARLA...
    Così decide di restare, tanto cosa saranno altri dieci minuti se già ne sono trascorsi trenta?, guarda il cellulare ed il display è miseramente vuoto, c'è soltanto l'orologio digitale e i due puntini che lampeggiano la ipnotizzano per alcuni secondi. Perché m'è venuto in mente T.?

    E nel frattempo, dall'altra parte del marciapiede, una vecchia Tempo accosta accanto alle aiuole, il finestrino semiaperto dal quale fuoriesce un lungo avambraccio smagrito. Ran risplende di gioia, raccoglie il suo portachiavi a forma di cuore da terra - le era caduto mentre cercava le sigarette - e lo infila di forza nella sua borsetta rosa col glitter; quindi si avvicina alla macchina, sosta per un momento davanti al vetro abbassato con un sorriso beota incollato sul viso, dopodiché fa il giro ed apre lo sportello di sinistra per salire.
    La Tempo riparte ma Rin non la nota, non la vede nemmeno. I minuti da dieci diventano venti, da venti diventano trenta, e quando scocca un'ora esatta Rin sa che la profezia s'è avverata, non ne ha prova ma lo sa, ne ha la certezza, e sta così male che non riesce a piangere, perché - dice a sé stessa - ci sono cose tanto grandi da diventare inspiegabili.
    Così decide di restare, un'altra volta, la seconda in una sera. Si siede su una panchina e aspetta, chissà che non passi qualcuno che conosce con cui poter fare quattro chiacchiere, ridere, smettere di pensare. Ci saranno spore di malinconia nella brezza marina, pensa, e ride di se stessa, di come non si stanca mai di cercare  modi nuovi di cantare al mondo.
    Sempre lì, sulla panchina, instancabilmente

    canta.

  • 15 giugno 2011 alle ore 20:35
    Impercettibilità

    Come comincia:  Stefano aveva avuto diversi presagi, piccoli indizi, accadimenti minimi e, per così dire, emblematici, che qualcosa di tremendo gli stesse accadendo. Qualcosa d’imprecisabile, che non riusciva ancora a mettere perfettamente a fuoco, eppure qualcosa di terribile.
    Non era facile precisare quando avesse avuto il primo sospetto, quale fosse stato il momento preciso in cui aveva avvertito, per la prima volta, quella sensazione, quella consapevolezza o timore.
    Si trattava di questo: Stefano stava divenendo impercettibile.
    
    Benché non potesse dire con certezza quando fosse cominciata la cosa, né con quali episodi, sapeva dire ed elencare esattamente i fatti che dimostravano l’ipotesi, o perlomeno la rendevano fortemente probante. Questa era, infatti, talmente enorme che egli stesso faticava a prenderla in considerazione. Eppure, a ben vedere, i fatti erano là, le circostanze, o coincidenze, erano troppe, per essere semplicemente tali.
    Riflettendoci, prima di divenire impercettibile, aveva notato che gli altri, tutti gli altri, s’allontanavano progressivamente da lui. Aveva osservato con precisione, e ripetuto più volte l'osservazione, che gli altri, colleghi d’ufficio, estranei, ma anche parenti od amici, avevano cominciato a parlargli da una distanza che era mediamente superiore a quella tenuta quando si parlavano fra loro. Non solo, ma in quest’ultimo caso si sorridevano, mentre, quando per qualche motivo erano costretti a rivolgersi a lui, divenivano terribilmente seri.
    Come si diceva, questa osservazione fu fatta più volte, e più volte verificata, finché un giorno Stefano si preoccupò: doveva pur esserci un qualche motivo per cui gli altri gli si mantenevano mediamente a distanza. Finalmente, dopo diverse notti insonni, fu certo d’aver capito: doveva essere l'alito, doveva avere un alito indicibilmente pesante.
    Non aveva modo di controllare direttamente l'ipotesi, ma, dovendosi escludere che fossero altre parti del corpo a male-odorare, dato che faceva risciacqui continui, dedusse che era l’alito.
    Fece di tutto: si recò dal dentista e si fece estrarre qualche dente, divenne vegetariano e si purgò di frequente. Finalmente, s’accorse che gli altri non gli stavano più mediamente a distanza, e, inoltre, gli sorridevano. Ma non era lo stesso sorriso che si scambiavano fra loro - sorriso benevolo che è segno d’intesa, comunicazione o tolleranza - no, era un sorriso perfido, non sai se di pena, derisione o scherno.
    Tutt’al più compassione.
    Eppure Stefano era un uomo rispettabile: bibliotecario, critico letterario, serio. Sempre impeccabilmente vestito. Almeno così credeva.
    Poi gli venne il dubbio. In effetti, da quando la moglie l’aveva lasciato, nessuno controllava il suo modo di vestire. Può darsi che avesse qualcosa fuori posto: la cravatta, i calzini, o, forse, un buco nei pantaloni. Un giorno tornando a casa scoprì il bavero della giacca alzato. Un altro giorno perfino - Dio mio - la cerniera aperta.
    Da quel giorno tenne, con studiata noncuranza, una mano sulla cerniera.
    Ma i sorrisi non cessarono; e quando non lo deridevano davanti, era quasi certo che lo deridessero alle spalle.
    Pensò potessero essere queste ad avere qualche inghippo: con due specchi contrapposti imparò a controllarle. Sembrava tutto a posto: non vi erano gobbe o deformità. I capelli dietro la nuca avevano lo stesso colore – giallo carota spento, un po’ marcio - che avevano sul davanti, dato che utilizzava una pessima tintura.
    Aveva preso l'abitudine d’analizzarsi ogni volta che andava in bagno a lavarsi le mani.
    Si analizzava con attenzione, per controllare che ogni cosa fosse al suo posto, ed uguale al giorno prima. L’analisi seguiva un preciso protocollo pazientemente messo a punto, in seguito a numerose prove ed errori.
    Per ultimo controllava l’alito, appannando lo specchio.
    Quasi sempre era tutto a posto.
    
    Finché un giorno udì chiaramente: "Ug luk tan plunk?"
    Era il suo collega Fantoni che si rivolgeva alla Morelli, ma in che razza di lingua parlava? Non ebbe il coraggio di domandare a Fantoni cosa avesse chiesto alla collega, perché, in fondo, non erano affari suoi; tuttavia la cosa lo impensierì parecchio.
    Nei giorni che seguirono non fece che rimeditare la frase: per quanto cercasse di girarla e rigirarla, non riusciva ad associarvi alcun senso. Non era possibile che fosse in lingua straniera, poiché Fantoni non conosceva le lingue. E, a ben pensarci, neanche la Morelli. Poi, perché parlarsi in lingua?
    Era necessario indagare.
    Da quel giorno prese l’abitudine d’ascoltare con attenzione ogni frase che la gente si scambiava nelle occasioni più varie: il cliente con la commessa, il bigliettaio col passeggero, i passeggeri fra loro.
    Non gli accadde più di risentire un’intera frase in quell'oscuro linguaggio, però non poteva escluderlo, soprattutto singole parole. Ogni tanto riusciva ad afferrare suoni strani, gutturali o, viceversa, striduli. Lo strano era che quelle parole venivano quasi sempre associate a sorrisi d’intesa fra coloro che se le scambiavano.
    Ormai aveva allenato l'occhio e la mente a notare ogni particolare, ogni mossa o gesto sospetto, e niente poteva sfuggirgli. In autobus - ad esempio, ma anche in treno - aveva notato che il posto che gli stava a fianco rimaneva quasi sempre vuoto, anche quando vi fossero passeggeri in piedi. E se, talora, qualcuno si decideva a sedergli accanto, lo faceva con circospezione, quasi dovesse vincere un senso di ribrezzo clandestino.
    Tutto ciò non significava ancora impercettibilità.
    
    Nei mesi che seguirono la vita di Stefano fu un alternarsi periodico e prevedibile d’esaltanti vittorie e obbrobriose sconfitte, di pindarici voli nell’Olimpo dello Spirito, e poco onorevoli cadute nelle tentazioni della carne e del peccato.
    Finché un giorno accadde uno di quei piccoli episodi, quei fatti inesplicabili e, forse per questo, irrimediabilmente fatali: Stefano osservò con attenzione la propria carta d'identità, ch’era saltata fuori dal fondo della tasca d’una giacca dismessa, e che non osservava da tempo. S’accorse allora d'un fatto gravissimo, inconcepibile: il nome ed il cognome che vi si leggevano erano suoi, e perfino l’indirizzo e la data di nascita.
    Diverso era il discorso della foto. Senza dubbio il viso ritratto doveva essere il suo. Tuttavia... il volto che l’osservava dalla foto aveva qualcosa d'imprecisato - forse una luce sinistra negli occhi, forse il rilievo degli zigomi o la curva del mento - che non gli apparteneva. Non poteva giurarlo, ma più l’osservava e più si convinceva che quel volto non per il suo. Non c'era niente chiaramente fuori posto, niente che fornisse una prova ineccepibile, sicura. La differenza stava in qualcosa di più profondo delle apparenze, delle ingannevoli rigidità della forma e delle linee.
    La differenza era l'animo, il carattere: l’uomo della foto era duro, volitivo. Guardando quelle nere pupille, quello sguardo dritto e sicuro, si sarebbe detto perfino senza scrupoli od emozioni. Lui, viceversa, era sempre stato un uomo profondamente buono, onesto, addirittura esemplare, incapace di nutrire il benché minimo odio o rancore per chicchessia.
    Il problema era dunque la foto. Era pur vero che il carattere dell'uomo che vi era ritratto era inconciliabile col suo, ma poteva darsi che la foto ritraesse il lato oscuro di sé, che la macchina fotografica, oggetto meccanico e perciò privo di gusti o inclinazioni, avesse fissato proprio uno di quei rari momenti in cui s'esprimeva la faccia nascosta dell’essere. Quella parte di se stesso che si cerca di seppellire nelle catacombe, ma che a volte riemerge con forza.  Tuttavia, dovevano pur esistere dei criteri obiettivi per stabilire se l'essere che la foto ritraeva era lui medesimo - seppure trasformato da un metamorfosi interiore in atto - oppure un uomo a lui completamente alieno, con una propria storia ed un universo personale.
    Si mise a riflettere con intensità sul problema dell'obiettività del giudizio.
    
    Dopo elaborate riflessioni, si portò allo specchio con l'intento di misurare i rapporti esistenti tra le varie parti del suo viso e confrontarli con quelli che, in corrispondenza, appartenevano al volto ritratto dalla foto.
    Se non che, guardandosi allo specchio, si avvide che la propria immagine, dapprima sicuramente presente e riproducente, in modo più o meno esatto, i movimenti e le posture dei vari tratti del suo viso, improvvisamente  era sparita.
    Stefano rimase fortemente impressionato della cosa. Chiuse gli occhi, se li stropicciò, tornò a guardare: niente. Prese una pillola bianca, una gialla e una blu e riguardò. Questa volta gli sembrò che nello specchio qualcosa si muovesse: un'ombra, quasi un velo o una tenda, sospinta da una lieve brezza, ma non poteva giurarci, e, in ogni caso, non gli somigliava. Maledizione. Non è che Stefano non ci vedesse, anzi. Ricontrollò: aveva gli occhiali sul naso, e, del resto, i bordi in legno dello specchio erano ben visibili, e in esso era riflesso, giustamente, tutto il bagno. La vasca, il cesso, il bidè, lo stenditoio. C'era tutto. Maledizione.
    Non stiamo a riportare i tentativi – del resto vani - che Stefano fece per ritrovare la propria immagine. La situazione era imbarazzante.
    Ad un certo punto trovò un parziale alleggerimento alle proprie ambasce pensando che il problema poteva avere una soluzione molto più semplice di quanto non sembrasse a prima vista, ciò che accade quasi sempre per i problemi più complessi. Poteva darsi, semplicemente, che lo specchio non funzionasse, che fosse, per così dire, esaurito.
    In fondo lui non s'intendeva di specchi.
    Quella notte fu completamente e volutamente insonne: doveva riflettere.  Perché, se è vero che la spiegazione più probabile all'episodio era quella del semplice guasto meccanico, vi era un’altra spiegazione che egli rifiutava disperatamente di prendere in considerazione, ma che riemergeva con forza, in particolare verso le ore del mattino, allorquando, il volto poggiato fra le mani, le braccia poggiate sul davanzale, si avvide che i tepori della prima luce s’elevavano da dietro i monti e tra poco sarebbe stata l’alba.
    La spiegazione poteva essere, semplicemente: Stefano – lui medesimo - stava divenendo impercettibile.
    
    La mattina dopo decise che si sarebbe lasciato crescere la barba. In fondo, l'unico momento in cui quell'oggetto gli era indispensabile era al mattino, quando si radeva. Il resto del tempo poteva ignorarlo.
    E così fece: l’avvolse accuratamente in carta da pacchi e lo portò in cantina. Adesso quell'oggetto era divenuto completamente inutile, anzi pericoloso.
    Il fatto di non essere ossessionato ogni mattina da quel volto pieno di rughe, pustole e nei, che gli faceva le boccacce cacciando fuori una lingua nauseante fra file di denti sporchi, aveva, del tutto imprevedibilmente, i suoi pregi. Se ne avvide nei giorni che seguirono: il suo umore migliorò notevolmente; pensò perfino di tornare al lavoro.
    Il problema era solo che ogni tanto dimenticava il suo volto: palparlo con le dita, scorrere la linea incurvata del naso, le sfere degli occhi o i bitorzoli sulla fronte, non aiutava più di tanto.
    Traeva allora di tasca quella foto e l'osservava a lungo: quegli occhi bellissimi, profondi, l'ammaliavano. Quelle sopracciglia folte e scure - unite al centro - denotavano un carattere deciso, una forza ed un’intelligenza superiore. Quel volto scavato, quegli zigomi alti, quello sguardo volitivo ed imperioso, gli comunicavano energia.
    E ci voleva molta energia, e coraggio, per fare quello che aveva deciso di fare.
    
    Folate di vento s'incuneavano nel bavero del suo cappotto, fredde e pungenti come lama di coltello. La cappa del cielo era totalmente ed irrealmente oscura, come non fossero mai esistite stelle a rischiararla.
    All'orizzonte una macchia rossastra dai contorni netti, circolari, sembrava dimenticata ed inutile, non riuscendo ad illuminare alcunché che la circondasse. Il freddo gelido aveva, infatti, spazzato completamente le nuvole, ed il cielo era assolutamente nero.
    Vagava così da ore per la periferia cittadina, intabarrato in un pesante cappotto. Il fiume scorreva lento oltre il muretto che limitava il marciapiede. Fermando i propri passi e i propri pensieri poteva udire il flottare e gorgogliare cupo dell'acqua contro l'ammasso di rocce che ne arginavano il corso. 
    Scaglie di luce guizzavano e sparivano sulla superficie increspata del fiume come branco di anguille; il freddo era così intenso che un cerchio feroce gli comprimeva la nuca fino quasi a schiacciarla.
    Forse era l'incapacità d'accettare l'idea che la mente avesse concepito un piano così mostruoso.
    Dilatò le narici e cercò d’inspirare quanta più aria potesse.
    Anche se era sempre stato un pusillanime e non aveva, in passato, neanche osato concepire idee simili, in fondo il gesto che stava per compiere era fra i più antichi, com’era ampiamente descritto dalla Bibbia; si trattava soltanto d’uccidere, come s'era sempre fatto per i motivi più vari: Dio, la nazione, il denaro, l'onore...
    Lui forse l’avrebbe fatto per un motivo meno nobile, ma non era il caso di sottilizzare.
    Avrebbe ucciso per affermare la sua esistenza: solo se si esiste si è in grado di negare l'esistenza altrui.
    Senza contare che in quel modo la sua esistenza sarebbe apparsa reale non solo ai suoi occhi, ma l'intera società avrebbe dovuto proclamarla ed ufficializzarla; un processo pubblico non avrebbe potuto essere evitato. Così il suo nome e la sua storia sarebbero stati impressi nei libri della Legge, sepolti negli annali delle cancellerie. In qualche modo affidato alla storia.
    Gonfiò il petto e sentì entrargli dentro un sottile sentimento d’esultanza. Pensò che, come sempre, le idee geniali sono le più semplici.
    
    Palpò il cappotto per accertarsi della presenza dell'arma: era lì, fredda, immensa, e terribilmente vicina. Un brivido gli fu provocato dalla pressione della lama sul petto: ne accarezzò mentalmente i bordi affilati, ne immaginò la forza, la durezza, l'immenso ed affascinante potere.
    Lentamente un’oscura ed inspiegabile eccitazione cominciò ad attraversare il suo corpo, a partire dal basso. Gli si drizzarono, come percossi da un brivido, i peli delle gambe, poi quelli delle cosce; infine l'eccitazione salì verso l'alto come una calda e inarrestabile onda.
    Man mano che saliva, percepiva il suo corpo in una luce nuova, lo sentiva teso e scattante in ogni nerbo, in ogni più intima fibra.
    Quando l'onda raggiunse il cervello si sentì finalmente sicuro, forte e felice come non lo era mai stato: se avesse voluto, avrebbe superato d'un balzo il letto del fiume, tanto forti ed elastici erano i muscoli delle gambe. Avrebbe volato, perfino, sopra la città, spiccato un volo nell'oscurità della notte. Niente poteva fermarlo. La sua voce era divenuta così possente che poteva squassare il buio, rompere gli abissi di silenzio che incatenavano l'universo.
    Si sentì stretto nei suoi pesanti vestiti. I suoi passi erano adesso così agili e felpati che sembrava non più camminare, ma scivolare silenzioso sulle cose, sui marciapiedi, sull'asfalto bagnato. Il suo moto era talmente privo di sforzo che sembrava non essere lui a muoversi, ma il mondo circostante.
    I lampioni, in ferro battuto - le braccia lugubri – dopo avere gettato malamente sull'asfalto una luce fioca e giallognola, fuggivano via come fila d’impiccati. Palazzoni antichi, erosi da muffe, si specchiavano anch'essi sull'asfalto, lugubremente capovolti e deformi.
    Era entrato in una dimensione ignota; sapeva vedere non con gli occhi, ma direttamente con la mente. La sua vista poteva, infatti, traversare i muri dei palazzi e penetrare nelle tenebre degli scantinati, vedere gli occhi, minuscoli e luminosi come spilli, di topi e scorpioni in agguato. Poteva elidere ogni barriera di tempo, di spazio e di senso.
    Il silenzio era assoluto, angosciante; qualche macchina, sfrecciante veloce sull'asfalto, sembrava scivolare senza emettere suoni.
    D'improvviso la via che percorreva prese ad animarsi. Si avvide dapprima d'una coppia di giovani che si stringevano, si sorridevano e si scambiavano baci, vestiti d'abiti leggeri, quasi incuranti di vento e freddo. Vide poi un signore anziano che teneva per mano un bambino; quest'ultimo camminava davanti, strattonando il vecchio dalla manica. Man mano che si avvicinava al fondo della via, la folla cresceva come fiume in piena. Dalla luminosità diffusa che si spandeva nel cielo capì la ragione di tanto affollamento. Ne ebbe conferma quando vide i bracci meccanici d’una ruota enorme girare, trasportando nel cielo un gran numero di persone, in gran parte ragazzi. Dapprima lentamente, poi, a velocità sempre più vorticosa da sembrare folle.
    Infinite luci multicolori ruotavano e sfrecciavano nel cielo, imprimendovi scie colorate che s’intrecciavano in fantasmagorici caroselli. Erano le luci - gialle e rosse - della ruota gigante, o quelle verdi dei carri che scivolavano a velocità vertiginosa sulle montagne russe, o le luci bianche, accecanti, della casa degli specchi.
    In contrasto con le strade deserte percorse finora era presente adesso un gran folla. Volti di giovani e vecchi, di uomini, donne e bambini. E tutti erano animati da radioso fervore, e tutti sorridevano e gridavano, e i loro passi s'intersecavano e intrecciavano. Ciascuno andava infatti il direzioni diverse, casuali, come sempre avviene nelle folle in festa.
    Non riusciva a capire il senso, l'affannarsi di quei visi e la felicità che vi era impressa: sentì il cuore torcersi in una stretta. S'accorse d’odiare la folla; non questo o quello il particolare, ma la folla.
    Osservò un nugolo di giovanissimi scivolare dentro contorti scivoli metallici e ridere fragorosamente, mentre il vento s'insinuava sotto le vesti delle ragazze, scoprendone  candide e sensualissime gambe.
    Osservò ragazzi - ma anche adulti - a bordo di automobili armate di mitra, sollevarsi in cielo e rincorrersi su orbite circolari, che s’affannavano a spararsi addosso fasci di luce. Erano così presi dal gioco, così intenti a colpirsi ed evitare d'essere colpiti, che, se il braccio che li sorreggeva si fosse spezzato, avrebbero continuato a farlo anche durante la caduta.
    Odiava la folla, tutti coloro che riuscivano anche per poche ore a dare un senso collettivo alla loro esistenza; a dimenticare la loro individualità e a muoversi, gestire e pensare come gli altri. Nella folla il sentimento d’impercettibilità, la sensazione di vacuità, di leggerezza della propria esistenza che da tempo lo tormentata, diveniva, se possibile, ancora più acuta.
    Fu rafforzato nella propria decisione: avrebbe agito assolutamente a caso, avrebbe lasciato che la roulette della vita ruotasse a suo piacimento, e che fosse la fine della sua corsa a decidere della vita d'un uomo.
    Il cavallino nero della giostra, fermandosi, avrebbe indicato il predestinato. S'arrestò in corrispondenza d’un piccolo uomo, forse un nano, avvolto in un pesante pastrano, con un grande cappello in testa.
    Camminava ondeggiando, con un’andatura strana, molto goffa.
    Lo seguì per un pezzo, tenendosi sempre alle sue spalle, ed evitando così di guardarlo in viso. Quando la goffa figura s'allontanò a sufficienza e si portò per strade deserte, incuneandosi nei vicoli bui della città, preparò l'agguato: precedette il nano e ne attese il passaggio restando fermo sul marciapiede, e nascondendo la faccia col bavero del cappotto. Appena questi gli passò accanto, lo pugnalò alla schiena, gli lasciò il coltello conficcato nel corpo e fuggì.
    
    Chissà perché, immaginò una folla enorme a inseguirlo. Quando, invece, dopo una lunga corsa attraverso vicoli bui e viali bagnati, si fermò, s'accorse d'essere solo.
    Pensò che era stato troppo facile, quasi deludente: non avere visto il volto della vittima lo aveva privato d'ogni emozione, aveva tolto alla sua azione ogni caratteristica di trasgressione, d’immoralità. E adesso non provava alcun rimorso.
    Se non vi era rimorso, non poteva esserci colpa.
    Tornò indietro per ritrovare la vittima ed avere perlomeno la certezza d'essere colpevole, ma, dopo avere errato fino all'alba per vicoli oscuri e vie sconosciute, si rese conto d'essersi smarrito.
    
    Si trovava all’estrema periferia della città. Sullo sfondo palazzoni grigi, enormi. Davanti a lui la campagna, desolata e spoglia; lontano, la barriera dei monti. Accanto a sé si levava una gran croce in legno ed un Cristo in lamiera: s’inginocchiò e lo pregò di svegliarsi.
    Naturalmente non si svegliò, la sua preghiera restò inaudita e si ritrovò ai piedi di quel Cristo di latta, accovacciato, infreddolito e triste.
    E dolorante di dubbi.
    
    Il primo dubbio, e forse il più semplice, era relativo all'Organo preposto all'acquisizione della confessione. Decise per una qualsiasi sede di polizia e si recò al commissariato.
    Un agente era seduto ad un lato dell'ingresso, dietro uno vetro:
      «Desidera?»
      «Confessare un delitto» rispose con una voce cavernosa, che non sapeva d'avere.
      «Stanza numero quindici. Si sieda ed attenda» fece l'usciere, senza alcuna inflessione o tonalità particolare. Anzi, con tono naturale, come fosse già avvertito della sua venuta. Osservandolo con la coda dell'occhio s'accorse che rideva.
    Salì due rampe di scale. Percorse un interminabile corridoio sul quale s'affacciavano stanze vuote e, infine, vide la stanza. Vi entrò e si sedette su una poltroncina girevole, attendendo.
    
    Dopo un'ora cominciò a stancarsi. Si girò e rigirò sulla sedia concentrandosi sul cigolio che questa faceva ruotando sul perno centrale. Da qualsiasi parte girasse gli occhi era sempre la medesima desolazione: scartoffie, scaffali, scartoffie, pile di fogli, scaffali, scartoffie. Alle pareti stampe.
    Provò a spostare lateralmente la testa, prima a destra, poi a sinistra. Stava sulle spine. Avanti ed indietro. Idem. Non vedeva l'ora di dire: "Signor commissario, confesso". Di gettarsi ai suoi piedi, se era necessario, di baciargli le mani: "Signor commissario, sono stato io. Ho ucciso un uomo innocente. Mi arresti, mi impicchi, faccia quello che deve fare..."
    «Chi è lei?» fece una voce alla sua schiena. Sobbalzò.
    «Petrella Stefano» rispose, scendendo dalla sedia e scattando in piedi.
    «S’accomodi, prego, cosa desidera?»
    «Signor commissario, sono qui per confessare...»
    «Con calma, parli con calma, giovanotto» fece il commissario, «e compili questo foglio». Porse a Stefano un foglio e si allontanò.
    Stefano girò e rigirò il foglio fra le mani senza riuscire a capire bene quale fosse il dritto e quale il rovescio.
    Allorché riuscì a leggerlo gli risultò incomprensibile, quasi fosse scritto in quel misteriosissimo linguaggio che l'aveva ossessionato tempo prima. Voleva alzarsi dalla sedia per chiedere aiuto al commissario, ma questi era ormai lontano, e Stefano si sentì perduto.
    Aveva voglia d'alzarsi e scappare, voglia d’uscire da quell'incubo infernale. Ma le gambe erano così pesanti da paralizzarlo sulla sedia. S'accasciò sul tavolino, scoppiando in irrefrenabili singulti.
    «Su, su, coraggio! Si faccia animo!» fece paterno il commissario, che nel frattempo era tornato e s'era portato alle sue spalle, « Mi dica.»
    E Stefano disse tutto: parlò ore e ore e raccontò tutto nei particolari. Di come avesse scelto la sua vittima, di come l'avesse seguita e spietatamente accoltellata.
    Adesso piangeva apertamente e fragorosamente, tanto che il commissario gli carezzava dolcemente la nuca per rincuorarlo.
    Mai Stefano avrebbe vissuto un'esperienza così coinvolgente ed intensa quanto tale confessione. Sentiva le lacrime salirgli agli occhi dal profondo dell'intimo e riversarsi all'esterno senza freni, copiose, luccicanti e salvifiche. E non si vergognò di quelle lacrime, anzi, ne andò fiero, essendo esse il segno tangibile del pentimento e della colpa.
      Quando finalmente ebbe finito si girò. S'accorse così che il commissario non c'era. Si guardò a destra, a sinistra, attese, ma non giunse nessuno. S’alzò dalla sedia e si mise a girare nella stanza con nell'animo un'ombra di sottile tristezza.
    Dopo un tempo che gli sembrò interminabile, il funzionario ritornò. Stefano ebbe l'impressione che lo sguardo del commissario lo attraversasse senza tuttavia scorgerlo, come potrebbe attraversare una silhouette d’alluminio o, tutt'al più, una nuvola di fumo.
    «Commissario…» fece Stefano ansioso.
    « Sì? »
    « Signor commissario...» ripeté Stefano, non sapendo bene cosa dire.
    Quasi gli venne di continuare: «Mi aiuti!», ma si rese conto che la frase suonava idiota. Tuttavia, ogni continuazione gli sembrava idiota, e se ne stette, perciò, silenzioso e triste.
    «Egregio signore,» fece il commissario, sedendosi al suo posto e rivolgendogli un sorriso aperto, ma non eccessivo, cortese, ma non confidenziale, «egregio signore, se posso permettermi, le darei un consiglio: si riposi. Lei è senz'altro molto affaticato e stanco. Si prenda delle vacanze, vada in montagna, si diverta. »
    Disse quest'ultima frase con un tono che non ammetteva repliche. Gli porse, quindi, la mano con un sorriso più largo. Stefano capì che era un chiaro invito a sollevare i ponti, ad alzare i tacchi, ad andarsene, insomma.
    Non ci stava: era incredibile, assurdo, allucinante.
    «Ma, Signor commissario, io ho ucciso un uomo! » fece Stefano, e questa volta avrebbe quasi gridato, tanta era la rabbia che sentiva salirgli in seno.
      «Lei non ha ucciso nessuno, si tranquillizzi.» sorrise sicuro il commissario. «Lei ha solo creduto d’uccidere. Ha solo sognato, immaginato d’uccidere. Vede, Signor Petrella, per tutti noi la vita reale, quella di tutti i giorni, è dura, tetra. Talora insopportabilmente noiosa. Ecco perché esistono i sogni. Nei sogni sparisce la noia, la consuetudine, la polvere del quotidiano, e la mente s’immerge in un mondo fantastico in cui tutto è possibile. In cui non esistono più confini fra il lecito e l'illecito, fra il possibile e l'impossibile. Ecco perché i più profondi ed inconfessabili desideri nel sogno diventano realtà. Ecco perché lei ha immaginato d’uccidere il nano che si porta dentro.»
    Maledetto d'un commissario, bestia d'un commissario. Piccolo, insignificante, idiota d'un commissario che si permetteva di fargli la predica. Gli avrebbe spaccato il muso. Lui AVEVA ucciso, ne era certo. Anzitutto, ne era capace, poi, anche ammesso che non avesse ucciso, uno che lo desideri a tal punto da progettarlo in ogni particolare, come aveva fatto lui, era già un killer, un feroce assassino, un mostro. Perché non ammetterlo? Certo non si sarebbe arreso così presto, aveva le palle e l’avrebbe dimostrato.
    «Signor commissario,» riprese, nascondendo in una piega delle labbra un impercettibile ed incontrollato movimento muscolare, « lei sa benissimo che quanto ha appena detto è assolutamente senza prove. Io non devo certamente insegnarle il mestiere, ma lei non può non sapere che quanto ha detto sono solo congetture, ipotesi, illazioni. Il fatto è uno solo,» fece una pausa che gli sembrò perfetta per spezzare il discorso e dare enfasi a quanto seguiva, «ed è questo: un cittadino, un onesto cittadino, si presenta a confessare un delitto, a costituirsi liberamente e spontaneamente in ossequio alle leggi. E lei cosa fa? Gli dice che non è vero niente, che s’è sognato tutto, che deve tornarsene a casa... Lei, commissario, non solo è imputabile d'omissione di atti d'ufficio, ma anche d’oltraggio, perché, non so se se ne renda conto, mi sta dando del visionario, dell'idiota, del piccolo millantatore...».
    Calcò la voce sugli ultimi termini affinché fosse assolutamente chiaro che era offeso, infuriato, giustamente indignato dal comportamento del commissario. Alzò quindi la faccia per guardarlo dritto negli occhi: rideva. Non c'era alcun dubbio: rideva, fra le mille sfumature del sorriso, aveva impresso sulle labbra il più subdolo e velenoso: il compatimento.
      «Egregio signore» finalmente si degnò di parlare il commissario, «forse lei ha ragione, ed io le debbo delle spiegazioni. Lei avrà senz'altro notato che durante la sua permanenza in quest'ufficio mi sono spesso assentato, e ne sarà rimasto, suppongo, anche un po' sconcertato. Ebbene, lei non deve pensare che la Polizia sia così insensibile e proterva d’abbandonare un cittadino nei propri uffici. Io, signor Petrella, durante quei lunghi intervalli, ho lavorato per lei. Ho controllato, verificato il suo racconto nei minimi particolari e, se sono giunto alle conclusioni che conosce, è perché ne ho seri e fondati motivi, mi creda. Vede, anzitutto, non c'è un cadavere. Non c'è nessun cadavere. Non è giunta ai nostri uffici alcuna segnalazione di cadaveri, feriti od altro. Già questo basterebbe, non crede? »
    Questa volta fu il commissario a fare una lunga pausa, come ad aspettare una risposta, benché fosse chiaro che la domanda non ne attendeva alcuna.
    Il cervello di Stefano lavorava ad una velocità vertiginosa. Ne avvertiva il frenetico ed intenso lavorio nel pulsare delle vene ai lati delle tempie: era come se uno sforzo immane si riversasse su un obiettivo inafferrabile, perché i suoi pensieri, benché numerosi, benché amari ed intensi, non riuscivano ad incanalarsi verso un preciso indirizzo, ma turbinavano, violentemente ed incoerente-mente, sicché il pulsare delle vene divenne improvvisamente il percuotere del maglio su un’incudine.
    Stefano sbiancò in viso e si sentì leggermente mancare.
    Il commissario continuò implacabile: «...e poi, come se non bastasse, il suo racconto è incoerente, o meglio irrealistico. Da mille particolari una persona attenta può comprendere che in esso lei ha riversato le sue pulsioni più profonde, i suoi desideri più forti ed inconfessabili. Mi segue? » 
    Stefano non lo seguiva più da un pezzo.
    «Tutti i particolari» continuò il commissario, «s'inquadrano, chiaramente, in un contesto onirico. Dall'assoluta assenza di rumori, a quel suo modo di scivolare sull'asfalto, quasi fosse una creatura incorporea, un essere puramente mentale».
    Il commissario esultò, quasi fosse riuscito a dimostrare un teorema di algebra superiore.
    «Capisce bene perché dico che lei ha bisogno di riposo. Ma forse mi sbagliò, forse lei ha bisogno di ben altro.»
    Stefano afferrò l'allusione, e l’intese, correttamente, come una oscura minaccia, come un avvertimento su quanto gli sarebbe accaduto se si fosse assurdamente intestardito in quella storia, in quel volere, assurdamente, attribuirsi delle colpe che non gli spettavano.
    Chiese sommessamente scusa ed uscì a testa bassa, come un cane bastonato.

    Uscì a testa bassa, stringendosi il cappello in mano ed attraversando la porta, dopo essersi dimenticato d’aprirla.

  • 15 giugno 2011 alle ore 12:16
    Inside

    Come comincia: Lo squillo del telefono lo distolse dalla concentrazione che in quelle ultime due ore aveva disperatamente tentato di recuperare, facendogli buttar fuori a denti stretti imprecazioni di ogni sorta in suoni bassi e gutturali. Il nervosismo salì vertiginosamente quando chiunque vi fosse dall’altra parte della cornetta decise di interrompere il suo tentativo di comunicazione esattamente nel momento in cui si era alzato.

    Maledicendo nuovamente l’apparecchio telefonico, lo afferrò e lo lanciò contro il muro, provando una malsana soddisfazione nell’udir la plastica dell’oggetto rompersi all’impatto violento, per poi cadere rovinosamente sul pavimento, in tanti piccoli pezzi, davanti ai suoi occhi.

    Si massaggiò le tempie, chiuse gli occhi e inspirò a fondo.

    Eseguì lo stesso mantra più volte, fino a giungere sul ciglio della porta della propria camera. Quando riaprì gli occhi, la disperazione più atroce s’impossessò di lui, portandolo a far saettare lo sguardo in diverse direzioni, più volte.

    Mancavano tre giorni all’esame e il numero dei libri che aveva ancora da leggere era inestimabile.

    Con la testa a penzoloni si diresse alla sua scrivania e poggiò una mano su un tomo piuttosto spesso che giaceva poco lontano, sfogliandolo svogliatamente e sbuffando con particolare enfasi.

    Quando il suo pollice fu arrivato all’in circa a metà del tomo, un dolore improvviso lo sorprese, facendogli ritirare di scatto la mano.

    - Che è successo al telefono? - .

    La voce di sua madre lo distrasse in quel preciso istante, facendolo sobbalzare. Era rincasata, entrata nella sua camera e non se n’era accorto.

    - Ha avuto un incontro ravvicinato col muro… - rispose con un tono tra il sarcastico e l’ovvio, a voce bassa, degnandola appena di uno sguardo e tornando ad osservare il libro che poco prima stava sfogliando, tenendosi stretto il pollice all’interno della propria mano. La aprì appena, scorgendone un particolare che lo lasciò interdetto: sangue.

    - Questo l’avevo notato. Me ne chiedevo il motivo, piuttosto! – replicò sua madre, con un tono più alto del precedente, che poteva essere tranquillamente interpretato come il primo sintomo di una sfuriata di quelle che lui conosceva benissimo.

    - Scusami, mamma – capitolò, saggiamente, voltandosi verso di lei. – Sono nervoso e ho agito d’impulso… ne comprerò uno nuovo personalmente, te lo prometto - . Ritornò a voltarsi verso la scrivania, analizzando attentamente la ferita al dito. Mai gli era capitato di procurarsi un taglio così profondo, graffiandosi semplicemente con della carta.

    Sentì la donna alle sue spalle sospirare sonoramente.

    - Matt… perché la finestra è chiusa e le tende sono tirate? Potresti usufruire ancora un po’ della luce del sole invece di startene al buio con la sola lampada della scrivania acce… - .

    - Perché così riesco a concentrarmi meglio, mamma – la interruppe, scandendo meticolosamente le parole e pronunciando con enfasi l’ultima. Ogni volta era la stessa storia.

    Erano pure affari suoi se voleva starsene rintanato - come poco dopo non mancò di pronunciare la donna per l’ennesima volta – in quel modo! Era snervante sentirselo ripetere in continuazione.

    - Senza contare che potresti anche uscire una sola volta nell’arco di tutto il mese che ti separa dal prossimo esame! – riprese la madre, col suo classico tono ironico che a lui non era sfuggito. – Di questo passo finirai col farti divorare dai libri! - .

    Sospirò, sollevato. La solita noiosa predica era finita, dopo quell’esclamazione era uscita di nuovo, dicendo che sarebbe rincasata per l’ora di cena.

    Fino ad allora, aveva tutto il tempo di finire di leggere gli ultimi cinque capitoli e iniziare il prossimo libro. Con esattezza non era detto che potesse farcela… semplicemente, doveva!

    Annuì tra sè e sé, andando a sedersi alla sua solita postazione e riprendendo la lettura da dove l’aveva interrotta, venendo attratto poco dopo da un bizzarro gioco visivo che gli fece sollevare gli occhi e cercare conferma di quanto avesse visto.

    Assurdo come la stanchezza potesse giocare brutti scherzi… gli era quasi sembrato che il tomo sopra al quale prima aveva poggiato la mano si fosse aperto.

    Rise della sua stessa stupidità, scuotendo la testa e riportando lo sguardo sul libro che aveva di fronte a sé, spalancando di botto gli occhi.

    Era convintissimo di star leggendo tutt’altra pagina... perché il numero che la contrassegnava era diverso, così com’erano diverse le parole in essa contenute, allora?

    Tutto sommato sua madre non aveva tutti i torti, stava decisamente esagerando.

    Chiuse il tomo che aveva davanti con un gesto secco della mano, conducendosi l’altra al volto per stropicciarsi gli occhi. Troppo tardi si accorse d’essersi imbrattato il viso col sangue che ancora fuoriusciva dal pollice precedentemente ferito.

    Imprecò – per l’ennesima volta nella giornata – ad alta voce, cercando sulla scrivania qualcosa con cui potesse pulirsi il volto e fermare quella pseudo emorragia che sembrava non volersi proprio placare.

    Arresosi all’idea di non poter trovare nulla di utile, si decise ad abbandonare la stanza e recarsi in cucina, attraversando il lungo corridoio buio senza accendere alcuna luce.

    Era abituato al buio, non era costretto a muoversi a tentoni per raggiungere un’altra stanza.

    Quando il viso fu pulito, toccò al pollice sanguinante, al quale prestò maggiore attenzione. Vi era più di un taglio a renderne l’aspetto curioso, sembrava quasi che se lo fosse chiuso tra due estremità taglienti.

    Sobbalzò, avvertendo il cuore battergli così forte da produrre una sorta di eco all’interno di sé stesso. Aveva appena avvertito un rumore. Un tonfo per la precisione, che sembrava essere provenuto dal lato opposto della casa, dove si trovava la sua camera.

    Muovendosi lentamente – quasi come se la velocità con la quale si muoveva avresse potuto davvero qualcosa – raggiunse la porta della cucina e accese le luci, illuminando così anche metà corridoio.

    Quello in cui vivevano lui e sua madre non era un quartiere malfamato, ma non era raro sentire ai notiziari episodi di rapina avvenuti anche nei posti più tranquilli e impensabili.

    Per precauzione ritornò indietro - questa volta rapidamente - aprì un cassetto e ne estrasse un lungo coltello appuntito. Qualora avesse avuto la meglio si sarebbe trattato di legittima difesa. Non che volesse davvero uccidere chiunque si fosse intrufolato in casa, ma non poteva nemmeno immaginare, d’altronde, che risvolti avesse potuto avere quella situazione.

    Prepararsi alla peggiore delle ipotesi servì a farlo agitare di più e a farlo tremare convulsamente, man mano che avanzava con cautela lungo il tratto di corridoio che lo separava dalla sua camera.

    Un altro tonfo, seppur di minore intensità rispetto al primo, gli giunse alle orecchie, facendogli scorrere numerose goccioline di sudore lungo il volto.

    Ormai era giunto a destinazione, non aveva più alternative.

    Piombò nella propria camera con un salto, brandendo il coltello e puntandolo in direzione del vuoto.

    Non c’era nessuno.

    Si guardò attorno circospetto, affannando, continuando a brandire l’arma in ogni direzione in cui si voltava, lasciandosi sfuggire, improvvisamente, una risata, che si premurò di troncare sul nascere.

    Il suo sguardo si era posato sul tomo che prima gli aveva – inspiegabilmente – ferito il dito, che ora giaceva a terra.

    Non trascorse molto tempo prima che riprendesse a ridere, istericamente, lasciando andare il coltello a terra e portandosi le mani alla bocca per costringersi a fermarsi.

    Quale razza d’idiota poteva immaginare lo svolgersi di un film di serie B, impallidendo e armandosi all’udire un solo patetico rumore?

    In questo caso i rumori erano stati due, ma poco importava.

    Il libro poteva essere caduto verticalmente, ribaltandosi poi una volta toccato terra. Ciò avrebbe automaticamente spiegato il perché fosse aperto.

    In fondo la copertina era rigida, le leggi gravitazionali avrebbero avuto molto da insegnargli se non avesse deciso, dopo quel patetico episodio, di farla decisamente finita, procrastinare il prossimo esame e chiudere momentaneamente i libri a chiave, tenendoli il più possibile lontano da lui.

    Era decisamente un’ottima idea, si ritrovò a pensare quando si fu chinato ad osservare l’ammasso compatto di carta che gli era costato quasi un infarto. Quello che si ritrovò a pensare immediatamente dopo era che, nonostante la ritrovata lucidità, le stranezze quella giornata sembravano non essere minimamente intenzionate ad abbandonarlo.

    Al centro esatto del libro, c’era qualcosa che, oltre che stonare, decisamente non ricordava di aver mai visto prima. Tra il bianco delle pagine e il nero dell’inchiostro, s’intravedeva distintamente qualcosa di viola, qualcosa che sembrava sporgersi verso l’alto, quasi a voler agevolare i suoi tentativi di metterla a fuoco.

    Pietrificato sul posto e con gli occhi fuori dalle orbite, Matt assistette alla scena che gli si parava avanti. Quello che inizialmente era sembrato un semplice puntino innocuo stava assumendo le fattezze di una lunga lingua violacea acuminata. Ai bordi delle pagine al centro delle quali si stava agitando, due file di denti andarono a contornarne il perimetro, arcuandosi a tal punto da sembrare zanne.

    Quando quello che un tempo era stato il suo libro si mosse, afferrandogli la caviglia con la lunga lingua e piantando i propri denti nel polpaccio, Matt si convinse che non era un’allucinazione dovuta al troppo stress. Il dolore era troppo vero perché non potesse essere reale.

    Si alzò di scatto, dimenando la gamba alla quale era attaccata il mostro di carta nel tentativo di scrollarselo di dosso. Ma quello non mollava la presa, anzi, sembrava, a ogni tentativo, affondare di più i denti nella sua carne. I pantani della tuta grigia erano ormai intrisi di liquido cremisi, così come il pavimento sotto al quale si stava consumando quell’innaturale pasto.

    Urlò con quanto più fiato avesse in gola, poggiando le braccia sulla scrivania – ora alle sue spalle – nel tentativo di darsi un appoggio, ma un dolore lancinante gli scosse ancor di più le membra, facendogli voltare il capo, inorridito, verso la sua mano destra.

    Il libro accanto al quale l’aveva poggiata si era aperto, prendendo a mordergli le nocche con veemenza, fino a scorticarle.

    In un impeto di rabbia dettato dal dolore e dalla disperazione, afferrò con la mano libera il monitor del pc poco distante, lanciandolo, insensatamente, a terra, nella speranza di poter ottenere qualche effetto che, sorprendentemente, non tardò ad arrivare.

    Il libro che si stava dedicando alla sua gamba estrasse i denti dalla carne, emettendo un suono gutturale disgustoso che gli rimbombò in testa a lungo, al punto da fargli rimandar indietro un conato che, insistentemente, voleva trovar sfogo in un rigetto.

    Probabilmente il fracasso provocato dal monitor doveva aver colto di sorpresa il mostro, inducendolo a fermarsi. Poteva essere una chance di fuga.

    Si mosse rapidamente, incurante del dolore, finendo subito, al primo passo, disteso a terra. Al suo comando la gamba ferita non si era mossa, ciò poteva solo significare che gli avesse reciso i muscoli. Tentennante, si convinse a dare una rapida occhiata all’arto, prendendo ad urlare ancora più acutamente quando si rese conto che non vi era più carne a comporvi la caviglia.

    Seppur completamente intriso di sangue, poteva esser certo che ciò su cui teneva puntati gli occhi fossero ossa. Giunto ad una così sconvolgente conclusione, in preda allo shock, nemmeno si accorse che il mostro era ritornato alla carica, prendendo, questa volta, a divorargli l’altro arto. Così come non si accorse del tremolio delle mura provocate dalle mensole, da cui altri libri provvisti anch’essi di denti arcuati si agitavano, nel tentativo di abbandonare il loro posto e cadere sul corpo della loro vittima che, immobile e pallida, con gli occhi sbarrati, dopo un ultimo vano tentativo di chiedere aiuto non potè più far nulla.

    Non appena la signora Scott ebbe inserito le chiavi nella toppa fu colta da una brutta sensazione e un tremolio, apparentemente ingiustificato, mandò a vuoto svariati tentativi di entrare in casa.

    Quando ci fu riuscita, per prima cosa accese tutte le luci che potè. Quell’improvvisa e strana angoscia proprio non voleva smetterla d’infastidirla.

    - Matt! – urlò per riempire quel silenzio innaturale più che per l’effettiva necessità di voler attirare l’attenzione del figlio.

    Non le giunse risposta e il cuore accelerò i battiti.

    Attraversò l’atrio e si diresse in cucina, lanciando un veloce sguardo in fondo al corridoio, in direzione della camera del ragazzo, dalla quale non sembrava provenire alcun rumore.

    Presa com’era dai suoi pensieri passò accanto ai cassetti senza, inizialmente, accorgersi di nulla, poi tornò indietro e sollevò lo sguardo, notando che uno di essi era aperto.

    Con il cuore che le martellava nel petto corse verso la camera del figlio, inciampando più volte nei suoi stessi piedi. Il constatare che mancasse qualcosa dal cassetto aperto l’aveva resa peggio di un blocco di ghiaccio, incapace di razionalizzare.

    Incapacità che svanì quando capì che non avrebbe potuto stare dinanzi alla porta della camera di Matt imbambolata, doveva aprirla.

    Non avrebbe mai immaginato che potesse esistere qualcosa di così tanto straziante, ne che, in un momento del genere, l’unica cosa che sarebbe stata in grado di fare fosse quella di rimanere immobile, completamente pietrificata, ad osservare con occhi spalancati quanto risultasse innaturale l’ordine che regnava in quella camera rispetto a ciò che vi era al centro.

    Il corpo di Matt era a terra, immerso in una pozza di sangue, con un coltello piantato nel petto, semi illuminato dalla luce giallognola della lampada da scrivania, che rendeva il tutto ancora più inquietante e sinistro nel buio.

    Ma più inquietante ancora, per la signora Scott, sarebbe stato voltarsi e ad assistere ad un evento assolutamente fuori dall’ordinario.

    La sua ombra, ingigantita e sformata, mostrava una fila di denti all’interno di una bocca grande, dipinta in un ghigno, che andava ingigantendosi man mano che si spalancava, per divorare la donna.

  • 13 giugno 2011 alle ore 21:19
    Compito in classe

    Come comincia: Li guardava mentre sfogliavano i dizionari di Latino, concentrati nella ricerca del termine migliore o nella speranza di trovare la frase fatta che potesse risolvere quel passo davvero incomprensibile.
    Qualcuno bisbigliava una disperata richiesta di aiuto al compagno del banco accanto o addirittura cercava di mettersi in contatto con l’amica del cuore, seduta all’angolo diagonalmente opposto dell’aula, per captare a distanza qualche salvifico suggerimento.
    Claudia, forte del suo otto al primo trimestre, se ne stava tranquilla, china sul suo foglio, come se nulla potesse toccarla o distrarla in quel lavoro che alla maggior parte dei suoi compagni stava dando tanto filo da torcere.
    Di tanto in tanto si portava alla bocca il cappuccio della penna, mordicchiandolo, ma non per ansia, solo per concentrarsi meglio, per assicurarsi di applicare bene la regola che le pareva di aver individuato nel periodo che stava traducendo.
    Fausto, invece, seduto davanti a lei, si era già fatto prendere dalla disperazione: si capiva chiaramente che era in difficoltà da quel suo volgersi indietro continuamente, da quel passarsi con forza le dita tra i capelli, come a voler scavare nel cervello per trovarvi allineate in bell’ordine tutte le regole morfosintattiche mai studiate e così indispensabili in quel frangente.
    Catia e Irene si scambiavano occhiate malinconiche, accompagnate da sospiri di rassegnazione, mentre Gino si consolava con le patatine nascoste in bella vista dietro l'astuccio della Comix, portandole alla bocca una dopo l’altra e smettendo di masticare ogni volta che lei lo guardava. L’importante era che riuscisse a tradurre qualcosa, pensò tra sé, distogliendo lo sguardo, altrimenti sarebbero stati davvero pasticci per lui!
    Nel banco alla sua destra,Luigia cercava di dissimulare,sfogliando e risfogliando il dizionario, i maldestri tentativi di consultare il fogliettino delle declinazioni e delle coniugazioni, sapientemente attaccato sulla pagina della Y: erano così rari i termini che iniziavano con la Y in latino!
    Al centro dell'aula, il gruppetto dei “discreto” traduceva con una certa tranquillità e con una serietà ammirevole: il metodo di lettura e analisi previsionale del testo era stato assimilato bene e i risultati si vedevano, per fortuna!
    La campanella della prima ora fece trasalire tutti, provocando mormorii di terrore misti ad esclamazioni di meraviglia sulla velocità stratosferica del tempo durante il compito di latino.
    Non appena il silenzio fu ripristinato, si alzò in piedi Emanuele per chiedere, con la solita aria innocente, di poter uscire “solo un attimo”: avrebbe lasciato il foglio della brutta copia sulla cattedra e sarebbe tornato in men che non si dica. Allora lei si alzò e gli si avvicinò, per dare un’occhiata alla traduzione e tirarlo fuori dal baratro con qualche consiglio: forse avrebbe rinunciato a correre al bagno per farsi qualche tiro di sigaretta tanto inutile per il compito quanto dannoso per i polmoni.
    Portata a termine la missione di soccorso, se ne tornò alla cattedra e riprese ad osservare i suoi alunni.
    Suoi! Fino a quando? La scuola avrebbe chiuso i battenti il 12 giugno, quell’anno, e per lei non ci sarebbe stata un’altra apertura a settembre. Aveva prodotto domanda di collocazione a riposo e non si poteva più tornare indietro, la richiesta era irreversibile, definitiva, i termini per la revoca erano scaduti.
    Aveva tenuto segreta la notizia il più a lungo possibile e l’aveva fatto soltanto per i suoi ragazzi, per evitare che si facessero prendere dall’ansia al pensiero di dover cambiare insegnante l’anno successivo: ciò avrebbe comportato la necessità di adeguarsi ad un metodo di insegnamento diverso, probabilmente anche migliore, ma tuttavia diverso; avrebbe richiesto uno sforzo di adattamento a situazioni nuove, come imparare a conoscere il carattere del docente che l’avrebbe sostituita, “inquadrarlo” per scegliere la tattica di interazione più efficace e conveniente ad entrambi, alunni e “avversario/possibile amico”; sarebbe stato indispensabile “studiarsi” bene a vicenda per imparare a conoscere i punti di forza e debolezza dell’uno e degli altri, per poi avviare il rapporto docente-discenti su basi chiare e soprattutto leali.
    A tutto questo pensava durante il periodo in cui aveva tenuto nascosta la decisione alle sue tre classi. Perché quell’anno erano appunto tre: una prima, una terza e una quarta.
    Tre classi importanti, ciascuna per una buona ragione: la prima, proveniente dalle scuole medie, si stava avviando al percorso di studi superiori; la terza era passata dal biennio al triennio, con un grande sforzo di adeguamento a metodi, programmi, docenti diversi; la quarta si preparava ad affrontare l’anno terminale di studi e l’Esame di Stato.
    E lei le lasciava,in un momento così delicato.
    Li guardava con grande tenerezza, mentre si affannavano a tradurre le ultime righe del “De Catilinae coniuratione”, lanciando occhiate frequenti e disperate alle lancette degli orologi o ai display dei cellulari (nascosti in bella vista sotto i banchi).
    Qualcuno già aveva trascritto in bella copia la traduzione e, fingendo di rileggere il proprio compito, tentava di suggerire qualcosa ai compagni in panne; altri coprivano le cancellature con il correttore, malgrado i ripetuti divieti, nella speranza che l’impaginazione pulita potesse compensare la presenza di qualche errore; altri ancora continuavano a sfogliare il dizionario, tentando di aggiungere uno o due termini all’ultima parte lasciata in sospeso.
    Quando avevano avuto la certezza che sarebbe andata via, dopo aver preteso di sentirlo dalle sue labbra, qualcuno aveva pianto,tutti si erano intristiti. L’avevano anche rimproverata di non aver pensato a loro abbastanza, di essere cattiva, le avevano chiesto di ritirare la domanda, di rimanere un anno, due ancora, per accompagnarli alla maturità, e poi sarebbe potuta andare via tranquillamente.
    Mentre girava tra i banchi per raccogliere gli elaborati, consegnati puntualmente oltre il termine assegnato, li guardava ad uno ad uno e li sentiva tutti suoi, come fossero davvero dei figli adottivi, completamente annullate le distanze, le differenze di ruolo, il giusto distacco che deve esserci, secondo le regole, tra un docente e un alunno.
    E in quei pochi minuti le tornarono alla memoria tutte le esperienze più belle, gratificanti, piacevoli di tanti anni di insegnamento in quel liceo, che era stata un po’ anche casa sua, e in una carrellata velocissima le sfilarono dinanzi centinaia e centinaia di volti giovani e allegri, a volte tristi e malinconici, a volte anche adirati e bellicosi, ma in ogni caso pieni di vita e di speranza e si rese conto che una fase della sua vita si sarebbe chiusa al termine di quell’anno scolastico.
    Non sarebbe tornata a lavorare l’ autunno successivo.
    Ma quel pensiero non la intristì.
    Se aveva seminato bene e con amore, avrebbe raccolto la dolcezza dei frutti anche stando lontana dal campo.

  • 10 giugno 2011 alle ore 18:42
    Tutto

    Come comincia: È terribile vivere paralizzati in una stanza. Sentirsi morire lentamente di noia, disperazione, angoscia, nella crudele monotonia di giorni sempre uguali. Un alternarsi senza senso di luce scialba, spenta, soprattutto d'ombre.
      Nel dubbio, che diviene via via tremenda certezza, di non venire riamate dalle persone che ami, essendovi fra te e loro il più profondo muro d’incomunicabilità.
    Tuttavia l'istinto alla vita ha quasi sempre il sopravvento e finisci con l'accettare anche la condizione più mostruosa.
    T’accorgi di riuscire a sopravvivere anche così, e, in certi istanti almeno, di riuscire a provare qualcosa che forse gli altri chiamano felicità.
    
    Anche se tua madre si curava di te, amorosa, tenera, dolcissima, non potevi non avere il dubbio che anche a lei fosse impossibile amarti, ed il senso profondo della tua diversità si faceva più vivo, palpabile, angoscioso.
    Così ti rinchiudevi sempre più in te stessa: lasciavi che la fantasia immaginasse l'universo che non avevi, il sole che non vedevi, il vento, le stelle, l'infinito...
    Quante volte, nelle sere ancora calde del primo autunno, quando non eri ancora relegata fra grigie pareti ed un cielo di cemento, e il vento spazzava via le nuvole, ti sei chiesta se lassù esistessero altri esseri con lo stesso tuo desiderio d'amore e la stessa infelicità .
    Poi hai cominciato ad illuderti che essere paralizzati, non sentire un corpo cui si è legati, potesse avere il vantaggio di liberare le sconosciute potenzialità della tua mente.
    La tua MENTE.
    Quel benedetto – maledetto - te stesso che puoi riuscire ad amare od odiare, ma di cui non puoi liberarti.

    La prima volta l'idea l'hai avuta per amore.

    Ci furono i giorni in cui tua madre s’ammalò: cancro al cervello.
    Tu DOVEVI guarirla: quante volte t’aveva curato amorosa, sorridente. Aveva cantato con gioia nella stanza, per te. Per non farti pesare la tua condizione. Fartela dimenticare.
    E quante volte avresti voluto abbracciarla, baciarla...
    Marco, tuo fratello, che avrebbe dovuto occuparsi di te, ti lasciava, in quei giorni, quasi sempre da sola, relegata in quella maledetta stanza, dimenticandosi di te.
    In quei giorni imparasti l'odio per gli altri, i normali, i sani, nell'inferno della tua condizione che non ti concedeva neanche l'estrema possibilità pietosa concessa agli infelici.
    Ti concentrasti con tutte le tue forze cercando di pensare al suo male, fino a quando non riuscisti a immaginarlo vivo, nitido, reale, presente in tutti i suoi particolari nella tua mente, e continuasti a ripetere spasmodicamente, con forza, senza stancarti: - Sparisci,  SPARISCI!

    E tua madre guarì: il cancro scomparve ed i medici parlarono di miracolo.
    Quell'unica volta provasti la felicità.
    Fu, invece,  la tua maledizione.

    Ti penti, ora, d’avere amato tanto tua madre. Maledici la tua condizione che ti ha impedito di parlare, spiegarti, farti capire,  gridare: - Sono stata io... ho solo voluto aiutarti.
    Quando tua madre vide gli oggetti muoversi nell’aria, i piatti andare nell'acquaio e ritornare, asciutti, al loro posto per lo sforzo – il tuo sforzo - di risparmiarle i lavori più ingrati, i tuoi familiari, atterriti, decisero di lasciare quella casa e gli spiriti che l'abitavano.
    T’abbandonarono.
    L'ultimo pensiero di tua madre - non si può lasciare qualcuno che s’è veramente amato - fu per te:
    - E la nostra meravigliosa Azalea?  - disse prima d’andarsene (mi sembrò di cogliere dolore nella sua voce calda, dolcissima).
    - Lascia lì quella maledetta pianta! - rispose burbero mio padre.
    - Tutto in questa casa è maledetto.
    Mi sono sentita spezzare.
    
    Così sono rimasta SOLA.
    Poca luce nella stanza. Fili polverosi dalle persiane sbarrate.
    Un rancido odore di chiuso s’è diffuso nell'aria.
    Penso all'universo che ho conosciuto e non potrò più riavere. Definitivamente.
    Penso al sole caldo, luminoso, alle stelle luccicanti a miriadi, inutili, ora che il mio cielo è grigio e piatto cemento.
    Penso al vento malinconico e dolcissimo delle sere d'autunno.
    Al mio volto, a me sconosciuto, che gli altri dicevano bellissimo, vellutato, prezioso più dei petali d'una rosa, che lentamente sfiorisce, inutile e dimenticato.
    E sento un odio sottile, bruciante, salire dal fondo dell'animo e pervadermi.
    Chiudo gli occhi e scopro all'improvviso di desiderare profondamente una cosa sola, con tutta l'anima, con tutte le forze: che tutto sparisca. TUTTO.

  • 10 giugno 2011 alle ore 18:27
    L'omino col sorriso negli occhi

    Come comincia: Vi potrebbe capitare, un giorno, di passare dalle parti di Palmi, la ridente cittadina che s’affaccia come la tolda d’una nave sul paesaggio dello Stretto, e che vi consente d’ammirare, da lontano – in certe giornate di primavera, quando l’aria per qualche strano incantesimo diventa di cristallo - la Sicilia, i suoi monti e le sue isole: le Eolie con lo Stromboli e il suo pauroso pennacchio.
    Sarà difficile che vi capiti, perché per raggiungere tale cittadina occorre utilizzare la più allucinante delle autostrade, che s’arrampica, piena di curve e incredibili tornanti, deviando - per gli eterni lavori in corso - per viuzze secondarie, che s’insinuano fra alti monti e penetrano nel loro ventre, in oscurissime gallerie e labirinti.
    Ma se vi capitasse, non dimenticate di visitare la perla più preziosa di tale cittadina, che, come accade con le cose preziose, la cui preziosità è ignota a chi la possiede, è posta nello scantinato d’un enorme edificio pomposamente chiamata Casa della Cultura. E’ questo un  grandissimo edificio posto su una collina, così grande che, volendolo, vi si potrebbero racchiudere tutti gli abitanti della cittadina.
    Questa Casa, immersa nel verde, costruita ai piedi del piccolo monte che, come leone accovacciato fa la guardia alla piccola città, contiene innumerevoli tesori: una pinacoteca di rilievo, con quadri di Guttuso, Morandi e tanti altri, una biblioteca con centinaia di migliaia di volumi, molti dei quali antichi e preziosi pezzi unici. E contiene uno dei più  straordinari musei esistenti: il Museo Etnografico e Archeologico, che riunisce splendidi esempi della cultura locale: straordinarie offerte votive, piccole statuine in cera che riproducono, con candore incantevole, parti del corpo umano che il Santo ha risparmiato o fatto ricrescere, una collezione di infinite asticelle in legno - le conocchie - finemente intarsiate con arte e pazienza ai limiti dell’umano.
    Bene, questo museo, nei suoi vastissimi e freschi scantinati (motivo in più per visitarlo, se il viaggiatore fosse pervenuto da queste parti in una di quelle afose e terrificanti estati di fine millennio), contiene un’ampia raccolta di cimeli e reperti archeologici, rinvenuti durante gli scavi nella località di Taureana, l’antica Oppidum Tauroentum, porto importante della Magna Grecia, da cui si presume passassero molte navi dirette dalla Grecia a Roma, e viceversa.

    Il museo ha molti addetti e guardiani, perché molte sono le sue sezioni, ma i guardiani del Museo etnografico e archeologico, quello che sta negli scantinati, sono solo due, entrambi orgogliosi della loro divisa blu, ma piuttosto infelici. Perché il museo, nonostante la sconfinata bellezza (raccoglie oltre a una serie innumerevoli di oggetti risalenti alla civiltà romana: monete, pettini di metallo, monili, bracciali in oro di pregevole fattura che le matrone romane ordinavano agli abilissimi orafi della Magna Grecia, molti reperti statuari, bassorilievi, cippi e busti di matrone e condottieri di difficile identificazione), ha pochissimi visitatori. Praticamente solo uno.
    Costui, un ometto che sembra uscito dalle favole, ispira uno stranissimo rispetto: il sorriso triste stampato nei suoi occhi, la nobiltà e la fierezza della piccola figura, sempre vestita in lino chiaro, le spalle ricurve, tutto ciò ispira un rispetto che, in certo senso, impedisce a chiunque d’avvicinarlo e chiedergli alcunché.
    Non si sa quasi nulla di lui. Qualcuno dice che sia un filosofo - un grande filosofo, presidente di qualche importante associazione filosofica - altri dicono che questa è una leggenda, che il signore in bianco è solo un pensatore, cui nessuno s’è mai sognato d’assegnare titoli.
    Dal momento che nessuno osa rivolgergli parola, per quella forma di rispetto - forse timore - che suscita il diverso, lo straniero o l’estraneo (sebbene tutti siano concordi nel dire che, per quanto ricordino, l’omino è sempre vissuto in paese) nessuno sa dire quanti anni abbia, né, naturalmente, il suo nome. Riguardo all’età le opinioni sono le più discordi. Qualcuno giura che, fatti i debiti conti, non può averne meno di settanta. Altri metterebbero la mano sul fuoco che non ne ha più di cinquanta, e che siano solo i suoi modi, così modesti e timidi, così inusuali e fuori dal tempo, a farlo sembrare più vecchio di quanto non sia in realtà. Quelle spalle leggermente ricurve, strette in se stesse, come se l’omino si scusasse d’esistere e, stringendole,  volesse farsi più piccino, e quel suo sorriso degli occhi che nessuno sa definire e nessuno sa capire.
    Anche sul nome non vi è accordo. Di sicuro si sa che è unico: nessuno ha mai portato il suo nome da queste parti, e nessuno lo porterà mai, perché l’omino non è mai stato visto con una donna. Si favoleggia che nella sua gioventù abbia amato un’incantevole donna del luogo, che è poi scomparsa e nessuno sa dove sia andata. Ma questa, forse, è solo una favola che la sua figura, così ieratica, così letteraria, ispira.

    Costui, come si diceva, è il visitatore regolare e praticamente unico della sezione del Museo etnografico e archeologico. Unico perlomeno nel lungo periodo dell’anno che esclude l’estate, perché in quest’ultimo periodo molti turisti cercano refrigerio alla calura fra le sue sale silenziosissime, piene di teche illuminate da numerosi fari e luci al neon che rendono l’atmosfera un po’ irreale, come si fosse sulla tolda d’una astronave immensa, pronta a salpare per gli abissi dello spazio. 
    In questo periodo (che l’omino deve considerare orrendo) egli non si vede più nei sotterranei del museo, semplicemente sparisce. Nessuno sa che fine faccia. Talora lo si vede passeggiare, prima del tramonto, sul  corso della cittadina. Andare su e giù, con le mani dietro la schiena, le spalle curve, e quegli occhi – d’un azzurro acqua - che se ti capita di guardarli ti sembrano impauriti o persi. Il sorriso triste che recavano impresso è sparito e l’uomo sembra chiedersi: «Quando finirà  questa iattura?»
    Allora la gente lo guarda e pensa, divertita e preoccupata: «Poveretto. Deve amarla tanto.»
    Ma il resto dell’anno, tutto il resto dell’anno, l’omino è sempre lì, davanti alla  sua Dea, ad  Afrodite.
    Il direttore del Museo, tale S.M., è il più classico esemplare di burbero simpatico che ci sia. Sempre sorridente, con un sorriso simpaticissimo che trabocca dal faccione largo, incorniciato dalla barba rossiccia e ispida.  Quando vuol far vedere d’essere arrabbiato fa udire il suo vocione tonante: le urla rimbombano allora nelle sale semivuote del palazzo, così forte da impressionarti. Sapendo che sono sue nessuno vi fa caso, anche se qualcuno, per gentilezza, si gira.
    Quella volta che seppe  che l’omino, che chiameremo Bàrlebi, dato che è un simpatico nome che stranamente gli s’addice, aveva allungato le mani sulla sua Afrodite, quasi gli venne un colpo e chiamò immediatamente a rapporto i due guardiani della sezione, facendogli una scenata che sarebbe stata paurosa se fatta da chiunque altro.
    Fatta da lui provocò solo il fatto che i due guardiani, a rapporto sull’attenti, abbassarono gli occhi, fecero la faccia contrita e assicurarono che avrebbero provveduto come con gli altri reperti di valore.

    Il giorno dopo, quando puntuale sull’orario d’apertura pomeridiana, Bàrlebi  attendeva che aprissero il museo, uno dei due guardiani fece all’altro: - Gli parli tu? L’altro rispose: No, parlagli tu.
    Così il primo prese Bàrlebi sottobraccio e lo condusse in una delle sale del sotterraneo, appartata, dove poteva parlargli senza che vi fossero testimoni. Sapeva che quanto stava per dirgli era delicato:
    «Signor Bàrlebi, mi perdoni, sa, per quello che sto per dirle. Non vorrei mancarle di rispetto o che pensasse – Dio non voglia - che noi si pensi minimamente male di lei. Lei sa quanto noi tutti la stimiamo. Stimiamo i suoi studi in campo filosofico e sappiamo che lei è persona importante…»
    Non sapeva come entrare nel discorso. Non sapeva come dirgli quanto doveva dirgli e che di sicuro non sarebbe stato piacevole per lui. Avrebbe potuto offendere quello strano ma illustre personaggio, l’unico fra i suoi concittadini che capisse la bellezza e l’importanza del Museo e che lo visitasse con costanza, con assiduità. Innamorato, soprattutto, del suo pezzo più importante: la straordinaria Afrodite che qualcuno attribuiva, addirittura, a Fidia.
    Dopotutto, cosa sarebbero serviti ben due guardiani se nessuno avesse più visitato il Museo?
    Bàrlebi era, dunque, molto importante per urtarlo troppo. Non conoscevano bene il suo carattere, nonostante la frequenza quotidiana degli incontri. Può darsi che sotto l’apparente docilità, la mansuetudine che sembrava provenire dal fondo della galassia, si celasse un carattere suscettibile, che sentendosi annunciare la cosa che ormai s’era resa inevitabile, la prendesse a male, come un’accusa indiretta alle attenzioni che Bàrlebi nutriva, senza mistero per alcuno.
    Ma il direttore del museo, nonostante la bonomia che lo contraddiceva, non s’era mai visto così arrabbiato e categorico: la decisione era presa e la cosa si era resa inevitabile.

    Bàrlebi lo guardò con uno sguardo in cui tenerezza e comprensione avevano preso il posto dell’usuale sorriso.
    «Signor Bàrlebi» riprese il guardiano «il fatto è…».
    S’interruppe e non seppe come andare avanti.
    Bàrlebi sembrava ora un po’ inquieto. Capiva che il guardiano stava per dirgli qualcosa di spiacevole ed era preso fra due spinte contrastanti: aiutare il poveruomo a dire quanto doveva dire, e che evidentemente gli provocava molto dolore, oppure scappare, perché intuiva che quel qualcosa di grave riguardava la sua vita e minacciava di sconvolgerla.
    Si erano accorti? Possibile? Aveva fatto tutto con la massima discrezione. E poi era avvenuto una sola volta. Aveva resistito così a lungo. Aveva resistito anni prima di farlo, quando finalmente aveva ceduto, spinto da una forza interiore così intensa da risultare perfino dolorosa.
    Ed era accaduto una sola volta: dopo averle parlato per anni, dopo avere atteso invano un suo cenno, anche minimo, anche impercettibile agli altri. Non a lui, lui avrebbe senz’altro visto e capito. Niente. Anni d’attesa. Infinite poesie e struggimenti. Parole sublimi che sgorgavano dall’animo con una freschezza e una luce che un poeta non avrebbe saputo avere. Lei niente. Lei ferma, immobile, soprattutto silenziosa.
    Sì, gli era sembrato talora d’avvertire dentro di sé delle parole, un ruscello, un fiume di parole che potevano provenire da Lei. Ma quelle parole somigliavano troppo alle sue. Quella voce somigliava troppo alla propria, per non esserlo davvero. Allora aveva capito: non era Lei a parlare. Lei era lì, fredda e inaccessibile com’era sempre stata, fin dal primo momento. Fredda inaccessibile e altera. Con la sua inarrivabile bellezza, la sua incorruttibile giovinezza. Mentre per lui... anni e affanni pesavano. La vista non era più quella avuta in gioventù. E neanche l’udito era più lo stesso.
    «Signor Bàrlebi, mi ascolti…» continuava a ripetere il guardiano, il quale cercava senza troppo successo d’inserirsi nel corso dei pensieri dell’uomo, sapendo bene quanto fosse difficile farlo. Bàrlebi era solito sostare, rapito, davanti alla Dea, così rapito e assorto d’apparire quasi in tacita conversazione con la stessa.
    Si sarebbe detto che anche Lei gli parlasse, se non fosse risaputo che gli dei non parlano.
    Quando Bàrlebi era preso in tali atteggiamenti, nessuno si sognava di disturbarlo: sembrava quasi di rompere un momento d’intimità religiosa, di preghiera. Era  come se un raggio impalpabile di luce unisse le due fronti: quella chiara, luminosa di lei, con la bella fronte di lui, ampia e pensosa, traversata da finissimi solchi, incorniciata da una chioma candida e fluente.

    «Signor Bàrlebi…» riprese il guardiano con tono cordiale, senza tradire, questa volta, il minimo tono di rimprovero nella voce. Noi tutti sappiamo quanto lei ami la nostra Afrodite. Come tutti noi, del resto. Nessuno si sognerebbe di supporre che lei possa farle del male. Tuttavia, vede, come certamente saprà, in passato sono accaduti casi molto, molto spiacevoli. Avrà sentito parlare di quel tale che ha preso a martellate nientemeno che La Pietà….»
    Bàrlebi era stupito, spaventato. Dove volevano arrivare?
    Cosa avevano deciso di fare? Va bene, aveva ceduto al desiderio e le aveva dato una carezza, ma era accaduto solo una volta. Possibile che fossero così crudeli da…
    «Sì, signor Bàrlebi. Dobbiamo farlo: sono ordini superiori. Direttive che partono da Roma, sa?»
    Cosa, cosa avete deciso di fare, per l’amore di Dio?!
    Una fitta dolorosa strinse il cuore dell’uomo. Non voleva neanche tentare d’immaginare cosa avevano deciso di fare: racchiuderla in una teca di cristallo. Anche Lei: la Dea Afrodite? La Dea nata dall’acqua. La Dea col vento nei capelli. Racchiuderla in una teca di cristallo? Soffocarla. Metterla sotto vetro  con orribili balenii di luce a deturpale il viso, e il corpo. Quel corpo straordinario che conosceva ormai in ogni più intima piega. Non la mente, no. Quella non era certo di conoscerla. Ma il corpo sì. Quello aveva potuto conoscerlo, osservarlo, rimirarlo da ogni possibile prospettiva. Quel corpo - adesso ne era certo - attraverso il quale Lei gli parlava.
    Racchiuderlo in una teca era semplicemente mostruoso. Si disse che  la barbarie non poteva avere raggiunto limiti così estremi: non sapere riconoscere la bellezza, la vita. Imprigionarla, nasconderla. Prima nel fondo d’uno scantinato, poi nell’indistruttibilità, nella lontananza e freddezza  d’una teca.
    Il guardiano era adesso silenzioso e triste. Sapeva d’avere arrecato molto dolore a quell’uomo che in fondo comprendeva e compativa. Anche il guardiano, molto tempo prima, aveva amato e sapeva che l’amore, quello vero, non conosce confini d’età o di razza. Lui, ad esempio, aveva amato, da giovane, un cavallo. Quando quello era caduto spezzandosi una gamba e avevano dovuto macellarlo, una parte di sé era morta con lui. E se si poteva amare un cavallo forse era possibile amare anche una forma, un’idea.
    
    L’indomani una teca di cristallo, lucido, spesso, traversato da orribili lame di luce, imprigionò la Dea.
    Bàrlebi scomparve. Nessuno seppe dire che fine avesse fatto. Col tempo qualcuno cominciò a dubitare perfino che fosse esistito.

  • 10 giugno 2011 alle ore 13:57
    Lentamente

    Come comincia: Si rigirò nel letto sfatto, nelle lenzuola accartocciate e bagnate di un sudore freddo, ormai gelido, incapace di ritrovare il suo tepore, riflesso di un’illusione, del tentativo di un inganno che barcollava, esitando nel disperato tentativo di reggersi ancora in piedi. Si voltò e rimase sospesa in un’attesa indefinita, come se fosse intenta ad ascoltare un suono distante, un’eco di parole che faticavano a trovare la strada di casa, parole perse nel vento silenzioso di sguardi che precipitavano nel vuoto, cercando di evitarsi, di nascondersi tra le pieghe di un’abitudine che li logorava, ma allo stesso tempo li faceva sentire al sicuro. Gli occhi, i suoi occhi… nulla di più scontato e banale di un paio di occhi. Lo specchio dell’anima… la solita, inutile, frase fatta. Si potrebbe provare ad andare in giro per strada e dire al primo idiota in cui ci imbattiamo: occhi. Di sicuro, dopo il primo smarrimento che proverebbe nel vedersi gettata in faccia quella parola, buttata lì, senza alcun motivo, sorriderebbe, imbarazzato, ma poi subito risponderebbe lo specchio dell’anima. Già, non c’è nulla di più scontato e banale di questo: Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Eppure, per quanto banale, era proprio così. Dagli occhi colano le emozioni, anche quando facciamo il possibile per trattenerle, o forse negli occhi si concentra tutto, ogni più piccolo movimento ed espressione del nostro corpo si condensa in quei piccoli buchi acquosi che tanto affascinano i poeti. Solo allora capii, solo in quel preciso istante compresi che le cose finiscono perché devono finire, che non c’è nulla di cui sorprendersi, nessun motivo per cui disperarsi o interrogarsi, logorandosi con inutili domande. Lo capii guardandola negli occhi, in quegli occhi grandi, scuri, profondi, quegli occhi che erano cambiati, senza un perché. Erano diversi i suoi occhi ora, non erano più i miei, non erano più quelli che avevo baciato, leccato, in cui ero precipitato e infine annegato. In fondo, non c’era proprio nulla da capire, le cose iniziano, senza ragione, e nello stesso, identico modo, finiscono, solo che noi non ce ne accorgiamo, ed è questo che ci coglie di sorpresa, è questo che ci spinge a chiederci il perché, a cercare un modo per evitare l’inevitabile, provando un profondo senso di sconfitta che ci annienta, se falliamo. Ma la fine era già lì, forse era lì fin dall’inizio, solo che eravamo troppo distratti per notarla, e quando ci ritroviamo faccia a faccia con lei, distogliamo lo sguardo, siamo troppo stupidi e testardi per riuscire a fissarla negli occhi ed accettarla per quello che è… semplicemente la fine, nient’altro che questo. Ed allora, meglio alzarsi e andare via, invece che restare fermi aggrappandosi ai titoli di coda che inesorabilmente scorrono sullo schermo.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:28
    Il guardiano del tempo

    Come comincia: Da sempre l’uomo s’è chiesto come siano fatte le creature aliene. Questo sforzo d’immaginarne la forma, d’indovinarne la civiltà, ha prodotto innumerevole letteratura fantastica, e tuttavia, per quanto fervida possa essere stata la fantasia degli autori (o delle persone che avrebbero assistito agli incontri ravvicinati) l’ingenuità di tali rappresentazioni traspare inesorabilmente dalla loro natura sempre più meno antropomorfica: gli alieni sono stati rappresentati con antenne sulla testa, con la pelle verde, alti tre metri o sessanta centimetri, ma sempre, invariabilmente, con forma più meno umana.
    Io stesso avevo degli alieni una visione altrettanto ingenua: li immaginavo svettare per l’universo nelle loro lucide astronavi, dotati di corporatura magra e molto esile, sormontata da una grossa testa sproporzionatamente grande in modo da contenerne lo smisurato  cervello.
    Testa ovviamente calva, con grandi occhi rotondi, neri e  tristi: forse perché la felicità è associata all’infanzia e questi uomini, vaganti per l’universo da tempi immemori, non potevano essere giovani. 
    Avevo superato il dubbio principale sulla loro esistenza , ovvero la  domanda del perché non tentassero di comunicare con noi, quando avevo realizzato che dopotutto noi non tentavamo di comunicare con le formiche.  Non mi sbagliavo sulla loro esistenza, mi sbagliavo viceversa (e quanto grande e tragico è stato questo errore!) sulla loro forma, e soprattutto sul loro essere.
    Ed è per questo tragico errore che adesso mi trovo su questa landa desertica e sconfinata in uno degli innumerevoli pianeti (Zamor) della stella Xenon 103 ad un milione di miliardi d’anni luce dalla mia amatissima Terra.
    Passo i miei giorni a cercare di capire perché mi abbiano portato quassù, qual è il loro scopo, quali siano i loro piani,
    A COSA GLI SERVO.

    Ma non riesco a trovare una risposta, per ora.

    Vago per questo maledetto pianeta fatto di polvere e rocce, rocce e polvere; niente che mi dia un brivido di bellezza, tranne questo enorme sole che va a morire pigramente dietro l’orizzonte di rocce, in un’azzurra agonia.
    Di tramonti così ne ho contati tremila cinquecento trentasette. 
    A volte mi chiedo dove siano andati a finire i miei amici; a quale sperduto e desolato pianeta farà la guardia Paolo, quale landa infinitamente triste e sconfinata esplorerà Gustavo.
    Mi chiedo quanti di noi avevano capito che il viaggio sarebbe cominciato con quell’episodio apparentemente del tutto banale chiamato morte; mi chiedo se avessimo mai potuto immaginare che quel tarlo che s’insinuava  nel corpo, quel bubbone che cresceva avvicinandoci al viaggio finale, NON ERA UMANO.
    Ma forse era troppo atroce da concepire. Eravamo troppo lontani dal vero per potere realizzare l’idea: li abbiamo sempre avuto fra noi, DENTRO DI NOI, troppo vicini per poterli scorgere, troppo lontani dalla nostra immaginazione per poterli mettere a fuoco. Piccoli maledetti, schifosissimi vermi, che ci usavano, usavano ciascuno di noi, per i loro inconoscibili scopi.

    Ma adesso che finalmente hanno lasciato il mio corpo ho un grande vantaggio: contemplo l’orizzonte pietroso di Zamor ed il suo sole orrendamente azzurro e penso che mi resta un’eternità di tempo per scoprire i loro piani.
    Del resto il silenzio abissale in cui è immerso questo pianeta, questa roccia inerte e spaventosa, mi conferisce una strana lucidità ed a tratti mi sembra d’intuire la risposta alle domande lancinanti che affollano la mia mente dal giorno in cui, aperti gli occhi, mi sono ritrovato in questa  luce azzurra, densa come ovatta.
    La domanda che scacciata, ritorna con insistenza come una mosca molesta è:  sono loro ad usarci, o Qualcuno li usa a sua volta, novelli e forse  inconsapevoli angeli di morte?
    E’ tuttavia necessario che impari a controllare i miei pensieri: a tratti ho vivissima la sensazione che qualcuno riesca a rubarmeli, e che tutto ciò che vedo e penso venga catturato ed inviato ai nodi d’una immensa ragnatela e da qui rimbalzi come in un infinito gioco di specchi, rimbalzi di nodo in nodo fino al centro...

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:24
    Una piccola storia

    Come comincia: Prima d'addormentarsi si hanno, talora, intuizioni difficili solo da supporre a mente sveglia. Queste, se permettono di capire cose normalmente oscure, possono complicare quelle semplici, proprio come avviene quando, con la complicità della notte, le ombre s’allungano e deformano, animando i fantasmi della mente.
    Ma se le cose note, al buio, possono assumere sembianze mostruose, tanto più quelle sconosciute susciteranno timore.
    - Mamma, ho paura...
    - Accucciati sul sedile e dormi. Non c'è nulla di cui aver paura. Fra poco saremo a casa: il babbo ci aspetta.
    Nuvole blu cobalto si rincorrevano nel cielo, in gara con la luna piena, immensa, irrealmente chiara. Nei campi filari di pioppi, esili, piegati dal vento, ordinati e silenziosi come fila di soldati.
    - Com'è grande la luna e così vicina... Viene con me, mi vuole bene. La luna è mia amica!
    

    Folate di vento staccavano le ultime foglie dalle bianche betulle antistanti la scuola e s’insinuavano, scuotendoli, fra gli esilissimi rami con fruscii e strani sussurri. Scivolavano, infine, increspandole, su fredde pozzanghere.
    Dai finestrini appannati della macchina s'intravedeva, imponente, immerso nella foschia del mattino, il vecchio edificio. Il rosa antico dell'intonaco impallidiva nella nebbia, trascolorava come se il cumulo degli anni si fosse abbattuto su di esso, improvviso ed impietoso.

    - Tesoro, da un po' di tempo hai preso un vezzo che dovresti toglierti.
    - Un vezzo?  Cos'è un vezzo, mamma?
    - Bertold caro, è un’abitudine. Nel tuo caso una brutta abitudine. Ti sei accorto che, senza ragione, sempre più spesso, scuoti la testa e guardi in alto?  Non farlo più, caro, se non vuoi addolorare la tua mamma. Adesso vai, o farai tardi...
    
    Bertold è un bambino taciturno, dalla fantasia non comune. Ama guardare incantato la natura per ore; ama inventarsi i propri giochi.
    I suoi compagni sono grilli e farfalle, ma anche cicale, mosche, e ramarri...
    Abitano in una villa all'estrema periferia metropolitana, dove la città, abbandonando l'intrico di strade e case, slitta in vasti pianori, desolati, non più campagna per l'assenza d'alberi o casolari. Non ancora metropoli, dato che la civiltà esiste solo in lunghe teorie di tralicci elettrici, enormi e inquietanti.
    Bertold non ha fratelli. A scuola dimostra precocità ed intelligenza. Frequenta la prima.
    - Sentiamo Bertold in lettura...
    - Io sono Bertold. Bertold sono io. Sono Bertold io. Sono io Bertold?
    - No, piccolo, l'ultima intonazione è sbagliata. Devi dire: Sono io Bertold.
    Scroscio di risa.

    Anche a scuola Bertold riesce ad esprimere la propria creatività: lo fa durante le ore di disegno.
    Si dedica a tale attività con passione, tanto da non accorgersi del galoppare veloce delle ore. Vi è comunque una stranezza che la maestra non tarda a scoprire: il bambino, durante tale attività, si lascia spesso prendere la mano. Il piacere di disegnare lo trasporta lontano, fuori dal reale. I suoi soggetti, anche se incantati, immersi in un’atmosfera dove magia e favola s'intrecciavano e dialogano in modo strano ed inusuale, non avevano nulla a che fare con quelli da lei proposti.

    Stavolta si diverte con i colori a dita: giallo, blu, bianco...
    Il disegno è bello: il profilo del volto di Bertold, chiaro, avvolto dall'oscurità, sorride alla luna.
    La maestra lo sta chiamando ripetutamente, ma Bertold non può ascoltare: il suo viso splende d'un chiarore diffuso, bianco latte, come se i raggi d'un astro lontanissimo vi riversassero luce opalescente. La sua mente sta percorrendo universi sconosciuti, da cui la maestra, con tutto il mondo che la contiene, è irrimediabilmente lontana.
    La maestra è preoccupata. Se la cosa si fosse ripetuta avrebbe dovuto parlarne con la psicologa.

    Grida cristalline, chiassose, inseguono il suono allegro della campanella e si rincorrono nel cortile della scuola, fin sulla strada.
    Bertold s'avvia, taciturno, verso il fondo del viale. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena. Laggiù, in macchina, la mamma lo sta aspettando.
    Si ferma un attimo a sentire il sole di mezzogiorno che gli accarezza il viso, poi – impercettibilmente -  scuote la testa e guarda in alto.
    Quindi, corre verso la macchina, sorridendo.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:17
    Sensibilità

    Come comincia: Carla era girata verso la parete, leggermente piegata sul lavabo, il grembiule a pallini annodato all'altezza della vita con un fiocco rosso. 
    Ogni volta che si girava Stefano ne dimenticava il volto. Stranamente aveva sempre avuto quella curiosa defaillance. Perciò talvolta la chiamava: « Carla! », semplicemente perché lei si girasse: «Sì, caro...».
    Quando si girava tornava ad essere lei: non riusciva a capire come avesse fatto a dimenticare quel visino fragile, quei lineamenti così delicati e teneri, quel colorito chiaro. Ogni volta che l'osservava gli procurava l'identica emozione della prima volta: quella che poteva procurare una statuina in vetro, di spessore così sottile che la più delicata delle carezze avrebbe potuto frantumare.
    L’emozione che l’aveva innamorato.
    Quando quel viso tornava a volgersi, con quel sorriso aereo, spirituale, che non sostava sulla bocca, ma si stendeva come velo ad abbracciare gli occhi, bellissimi - le ciglia lunghe e sottili,  le guance d'un rosa pallidissimo, la fronte aperta e chiara, da cui si dipartivano i lunghi capelli - aveva già dimenticato perché l'avesse chiamata. Anzi, il cuore gli pulsava dentro in modo così forte e irregolare che finiva con lo spaventarsi. Scuoteva allora la testa come per svegliarsi e borbottava confusamente qualcosa, come colto in fallo.
    Il sorriso di prima sembrava traversato da ombre veloci, ma subito tornava a risplendere, l'azzurro degli occhi tornava a rilucere: Carla gli veniva accanto, s’accucciava, tenera, al suo petto, gli prendeva la mano e se la portava al viso, poggiandola alle guance, freschissime: era l'unico modo per ricevere una carezza.
    Non che Stefano non amasse farlo. Dio solo sa quale tempesta di sentimenti si scatenasse in lui quando, facendosi violenza, vi riusciva. Ma per la solita preoccupazione: quel viso era troppo puro per essere inquinato dal contatto con mani che ogni giorno stringevano altre mani, rozze e sudate. Potendolo, avrebbe racchiuso la moglie in una teca, l'avrebbe posta su un altare e sarebbe rimasto a venerarla.
    « Caro...»
    Quali ignobili pensieri vagavano ora per la sua mente? Gli era sembrato, addirittura,  che la mano di lei gli avesse sfiorato i genitali.
    «Carla, dolcissimo tesoro, ...preferisci  Brahms o Chopen? » 
    L’ennesima ombra le traversò le pupille, come nube la faccia della luna.
    Stefano suppose che oggi non avesse voglia di quella musica.
    Era così sensibile, Stefano, così pronto a cogliere il più piccolo turbamento che traversasse l'animo di lei. Così sensibile... 

    Lunedì 29 marzo. 
    Non ho mai scritto un diario. Se adesso mi sono decisa a farlo è perché sono incazzata nera. Stefano è un coglione, un figlio di puttana, uno stronzo. Fa finta di non vedere, di non capire. Non riesco a ottenere da lui una carezza neanche a pagarla. Parlargli è assolutamente inutile. Ho voglia di piangere o  morire.
    O, almeno, di mandarlo a cagare.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:08
    Risvegli

    Come comincia: Come faceva ogni mattina, Stefano allargò le braccia per stirarsele. Da qualche tempo gli capitava di svegliarsi nelle posizioni più insolite: talora in posizione obliqua rispetto all’asse del letto, tal altra a sinistra della testata, mentre era quasi certo d’essersi addormentato a destra. Quel letto era, infatti, troppo grande per una sola persona: gli sembrava di poterci navigare.
    Allargò le braccia come sempre. E le ritrasse immediatamente: il suo braccio sinistro era andato a cozzare contro qualcosa di morbido, e vagamente roseo. Anche se la cosa poteva sembrare assurda, si sarebbe detto un seno di donna.
    Che fare?
    Si girò sul lato destro e si disse che talora i sogni sono così generosi da lasciarci addosso le loro sensazioni, anche dopo essere evaporati.
    La tentazione d’allungare di nuovo il braccio si fece fortissima.
    Pian piano, tremando un poco per la sua stupidissima paura, senza girarsi, allungò lentamente il braccio alla sua sinistra, come una biscia in esplorazione. Dovette fermarsi dopo appena trenta centimetri, perché, di nuovo, la mano andò a collidere contro qualcosa di caldo, soffice e cedevole. Eppure questa volta era certo d’essere perfettamente sveglio.
    Sì, avvertiva un leggero cerchio alla testa, ma niente di speciale.
    Stefano era razionale: sapeva che in queste circostanze l’unica cosa da fare era girarsi a controllare di persona, perché non c’è dubbio che quello che stava toccando ora era un sedere, un sedere di donna. Nel suo letto.
    Ed era anche riflessivo: si ripeté che da anni una donna non metteva piede nel suo letto.
    Da quando la moglie l’aveva lasciato mandandolo poco gentilmente al diavolo per le sue elucubrazioni. Aveva detto proprio così. Boh. E certamente cinquant’anni non erano un’età in cui si possa supporre un attacco improvviso, fulminante di... di... come diavolo si chiama quella malattia che ti fa dimenticare progressivamente tutto? Perfino come ti chiami, e che finisci col non riconoscere neanche le persone che hanno resistito trent’anni al tuo fianco. Alzhaimer? Forse.
      Escludendo dunque l’ipotesi d’Alzhaimer fulminante, restavano alcune teorie secondarie (ma perché non si decideva a girarsi, così la faceva finita?)
    Ipotesi numero uno: non era altro che un cuscino. Lui notoriamente, soprattutto quando aveva mal di pancia, si girava e rigirava nel letto. Così, poteva essere accaduto che uno dei due cuscini con cui continuava a dormire (uno dei due ormai inutile cuscino) s’era messo di traverso, e veniva adesso scambiato per un corpo di donna, complice forse l’alcool della sera prima: un bicchierino di nocino regalatogli dalla sorella.
    Ma insomma? Diamo i  numeri? Giriamoci e facciamola finita.
    Era castana di capelli. Molto lunghi e sottilissimi: un castano granturco con strisce chiare al centro. Il volto non lo si vedeva perché era girata, ma il resto!
    La sottoveste d’acrilico, sottilissima, rosa e trasparente, era l’unica cosa che la coprisse, dato che le lenzuola erano state scostate e l’unica cosa che avesse addosso era quella sottilissima, benedetta, sottoveste. Non aveva mai visto niente di simile: fianchi larghi, un… come chiamarlo… fondo schiena, ampio, rotondo, roseo e morbidissimo che non vedeva da tempo, neanche nei sogni più generosi.
    Fosse stato minimamente saggio avrebbe fatto salti di gioia per la novità che quel giorno, benedetto, gli portava.
    Altrimenti, pensa che noia. Da quanto tempo vestiva solo di grigio, compreso il cappello? Pure i sogni gli erano divenuti grigi, per non parlare dei ricordi. Ad esempio l’ultimo… fondo schiena che ricordava era quello sgraziato e piatto della ex. Non aveva mai avuto il coraggio di dirle la semplice verità: che, forse, avrebbe fatto meglio a coltivare meno rotocalchi e ciance, e più i glutei.

    Ma adesso cosa doveva fare. Svegliarla. Dirle, mi scusi signorina, che ci fa nel mio letto?
    Un po’ surreale. Meglio far finta di niente. Tanto, per essere viva era viva. Il calore che s’era trasferito alle sue mani in quel fuggevolissimo contatto, non lasciava dubbi. Sarebbe stato il caso di ricontrollare, naturalmente.
    Ma non ce ne fu bisogno: si gira, apre gli occhi - bellissima - e fa, ridendo:
    Buon giorno, amore.
    Socchiude gli occhi e gli s’avvicina aspettandosi, evidentemente, un bacio. Cosa, sennò?

    Aveva labbra molto grandi che al contatto con le sue cedevano, rivelando una morbidezza inattesa: stava baciando una sconosciuta. Lui che, bene che fosse andata, per arrivare al bacio non aveva impiegato mai meno di due mesi. Con le ragazze più pazienti: le altre lo mollavano molto prima.

    Ipotesi numero due. Evidentemente s’era sbagliata: aveva aperto per sbaglio una porta che non era la sua e s’era infilata nel suo letto. Inoltre doveva avere una miopia avanzata, se al mattino, svegliandosi, l’aveva scambiato per il marito.
    Stefano era un genio: centoquindici di QI (adesso, perché da giovane aveva sfiorato i centotrenta).  Sì, la soluzione era semplice e chiara.
    Sei sicuro di sentirti bene, Stefano? Stamattina mi sembri un po’ strano. Cosa ti senti?
    Aveva detto Stefano. Era quasi certo d’avere sentito quel nome. Quasi, perché lui, per principio, non era mai sicuro di niente: era la sua filosofia di vita.
    Anche quando la moglie l’aveva mandato al diavolo non era sicuro che  dicesse sul serio.
    Dovette aspettare sei mesi per convincersene.
    Possibile che anche il marito si chiamasse Stefano?
    Possibile, in fondo era un nome comune.
    Meglio far finta di niente:
    Bene, cara. Ho solo un cerchio alla testa.
    Devi riguardarti, caro. T’ho già detto che da un po’ di tempo lavori troppo.
    Finora bene, ma quando si fosse trattato di chiamarla, come diavolo l’avrebbe chiamata?
    Deciso: Angela. L’avrebbe chiamata Angela.
    Era un bel nome, anche se forse non era quello della ragazza che gli stava a fianco e che lo trattava come lo conoscesse da sempre.
    E se non si fosse chiamata Angela?
    Si sarebbe messo a ridere facendo finta d’avere scherzato, d’avere usato quel nome solo perché era bello.
    Che sapeva benissimo che lei si chiamava… Come si chiamava?
    
    Aveva un po’ di confusione in testa. 
    Tornò a pensare d’avere bevuto, la sera prima, troppo nocino, e giurò a sé stesso che non l’avrebbe più toccato.
    Sebbene, in fondo…

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:01
    Diario di un uomo e del suo piccolo cuore

    Come comincia: RENAZZO 22 MAGGIO 2009
    Arriva l'estate, e dovrei salutare, dire le solite cose, che non sono capace. Io so fare ad apparire o a scomparire, non ho mezze misure, non ho nulla da offrire, niente parole per stupire, non ho sogni da trasformare, ho solo voglia di andare nel niente, dove c'è tutto ciò che è importante. Ho bisogno di tacere, come una cantina chiusa che attende lo sfiorire della vigna per farsi più profumata e attraente; e non esser più quell'umido fresco, che ammuffisce i ricordi, bugiarda sensazione di stare bene….
    Avrò impronte addolcite, da bambini che giocano ad essere meno grandi di quello che sono, in fondo occupo solo più spazio di allora, forse per questo cerco l'acqua del mare, che tutto si inghiotte mentre.... sembra dare. Ho sentito un profumo provenire da oltre quelle pianure, che tutte le genti, le case, le strade parevano emanare, sarà quella la strada?Sarà quello il mio mare? Ho vestito persone di sogni, che mi hanno ignorato, avevano un sangue diverso, non sapevano tremare, come faccio io quando le sento arrivare. E non è mai troppo presto, e non è mai troppo tardi per scoprirsi diversi o migliori, è, che se resti sospeso, la speranza sta muta. Ho sentito quel fiato in un colpo di vento, e ne ho visto il brivido, specchiandomi nel ricordo di chi mi ha sorriso anche solo una volta, anche di chi, sciocca e feroce come l'estate , camminando, ridendo spalle al sole, il suo dolore tace.
    E’ inesorabile il male quando sai da dove proviene ma non lo vedi apparire, solo i suoi occhi dicono il vero, tutto il resto è speranza, o soltanto egoismo.

    LIDO DI DANTE 13 GIUGNO 2009

    Anche oggi le solite parole di tutte le mattine non diverse, quel tronco è ancora lì, senza posto definito ma immobile, come me, lei si va deformando, la sua brutta compagnia pare inesorabile, appare scheletrica, mi guarda, forse neppure mi vede più.
    Fatica persino a trovare l'acqua, per fortuna che è l'acqua a trovare lei. Oleandri in festa,canne che puntano dritto,verso un cielo coperto di nuvole taroccate, sedici giorni che non mi lavo,eppure nessuno lo nota, odore di pini in questo luogo senza perché, qui non trovi nulla neppure se scavi, evita dunque fatica e mettiti a guardare come fanno tutti.

    Per chi non vuol sentire c'è il grecale,abile e scaltro, soffia con foga abusando di ogni feritoia ; qui la paura di esistere si dimentica di quelli come me. La capanna fatta coi legni portati dal mare
    protegge il mio piccolo cuore che solo all’ora della risacca si affaccia curiosa, chissà quanto male deve patire, ma fa finta di nulla, cammina a fatica, ma sa dove andare, vorrei che seguirla per sempre potesse essere il mio unico mestiere.
    A quest’ora il mare, dopo avermi a lungo ascoltato, mi parla. Mi fissa dritto negli occhi, sussurra che sto diventando mio padre. A me non piaceva mio padre,ma ora capisco il senso di quel televisore sempre acceso.

    VERNASCA 26 LUGLIO 2009
    Sono seduto su una panca di passaggio al belvedere dell'Antica Pieve, voci di cicale intente a dialogare, cosa avranno da dirsi non so, dovrei volare per capire le intenzioni del vento.
    Mi colpisce alle spalle un raggio di sole, imbevuto di freddo, come un suono di campane; da qui, ora, vedo l' Emilia al risveglio….da qui,stanotte ho visto una stella lasciarsi cadere, in assenza di vento, lei che sta in cielo non sapeva volare, e mi sono aggrappato al pensiero che tutti gli inizi han da finire. Rilasciando un sorriso bagnato nel vedere la stella cadere, mi è scoppiato dentro un principio di incendio, erogato da un desiderio; ho chiesto che il suo piccolo cuore si spenga da solo come fanno le stelle nel cielo, che decidono loro quando è ora di andare, di lasciarsi cadere, di avere una fine dignitosa e composta, hanno dato la luce,che decidano loro quando è ora di basta. E si spenga magari di notte quel piccolo cuore, più grande del mare,più caldo del sole, e che corra felice in quel sonno infinito, su di un prato verde contornato da fiori di tutti i colori, e un ruscello di acqua corrente che la disseti all'ombra di querce giganti, annegandoci dentro tutti i miei postumi e sciocchi rimpianti.
    Qui al belvedere, la sento in ogni rumore, è lei la foglia che cade, è lei il respiro di un fruscio del ramo, è lei il cauto percorso di una lucertola, ma ci sono solo io qui, e mi chiedo se sia lei a morire
    o non sia io ad avere una umana crisi di assenza.
    Io mi sento così, come tutte le cose che non portano a niente
    come un uccello che vorrebbe salpare,
    come un natante che vorrebbe volare,
    come il passato presente di un giorno,
    in cui deve succedere tutto e non succede mai niente,
    come aceto di vino rovesciato sui frutti più dolci.
    Come è amaro il mattino,coi suoi occhi lontani,
    quel piccolo cuore che batte al cospetto dell'angelo biondo, che seppe incantarla in un giorno di maggio, quando tutte le foglie parevano felici, e in tutte le sere c'era la voglia di tornarsene a casa.
    Ora quell'angelo biondo tutto bellezza e coraggio, le sta leggendo il libro più bello, quello più saggio, quello che Candy conosce a memoria, perché  è stata la sua essenza a far si che la vita di un cane meticcio diventerà storia.
    Il passo dell'uomo col cane è un passo diverso, è il passo di un padre, che da bambino si è perso,
    e impara a gustarsi ogni momento sia fatto di gioia o di silenzio.
    La sua luce che affievolisce mi riempie del suo splendore, ho paura ma è lei che trema, piango ma è lei che soffre, non esiste giustizia a questo mondo, e quel piccolo cuore che ancora batte lo dimostra......

    RENAZZO 27 luglio 2009

    alle ore 15,02 il piccolo cuore si è spento.
    Ora riposa dentro la cesta nel suo giardino, a sud ovest,
    con lo sguardo rivolto a sud-est, un telo turchese,il suo e mio preferito le fa da cornice.
    Ha gli occhi più belli che io abbia mai visto, le unghie tagliate e il pelo corto e profumato di borotalco. Nella sua nuova casa gli amici di sempre: la gattina Giusy e il somarino Gianni, una copia di un libro scritto per lei, un osso fatto di corda, il suo cappellino di jeans per le lunghe passeggiate nel cestino della bici che l'angelo biondo le costruì con amore e dedizione, il suo papillon rosso, ed il cuscino a forma di osso, altri doni d'amore dell'angelo biondo.

    MARINA DI RAVENNA 27 AGOSTO 2009
    Su un calendario arido di appuntamenti giace la scritta : ore 18.00 filaria... Vorrei scavare,per venirti a cercare, oggi è un giorno così, di stanca estate, estate che pare essere già finita, o che forse, non è mai incominciata. Ti ho adagiata in basso, eppure ti cerco sempre più in alto, dove ti sei elevata, dove certi giorni come oggi non ci arrivo. Mi mancano i tuoi occhi attenti, che premevano sul mio cuore, senza fare male. Mi mancano le nostre passeggiate, ora sono un uomo pigro, che siede al fianco della tua presenza, ti cerco perché di te non posso fare comunque senza, e ti parlo ancora, come ti parlavo in quei giorni di Giugno, soffocanti, dimagranti, pian piano ti rimpicciolivi, divorata dalla brutta malattia, che pareva non avere pietà del tuo corpo, e del mio egoismo.
    Mi mancano i tuoi sospironi, quelli che includevano lo stirare le zampe fino a raggiungermi, fino a lasciarmi il segno. Mi manca la tua voglia di giocare, che era anche la mia,e che ora non ho più. Mi manca la tua voce,quella che imitavo e che tu sapevi essere tua, anche noi così come gli umani avevamo i nostri piccoli segreti da dividere, così come ci dividevamo il pranzo. Mi manca la tua compagnia, quell'essere al mio fianco come un tutore, accompagnarmi nei miei lunghi viaggi, o nelle mie lunghe attese, sempre con la voglia di rivederti, di stringerti, di respirarti, di spazzolarti, di svegliarmi la notte per venirti a cercare, per sentirti stare bene. Mi manca una parte di me che mi pare di aver perduto, o forse non ho mai avuto, tu che hai saputo donarmi perfino l'arte del pianto, quanto sale che ho perduto in questa estate che ancora deve cominciare. Mi manca la tua complicità, il tuo conoscere le mie intenzioni, non so più dove andare, non saprei neppure pronosticarmi un futuro. Io che vivo senza passato, mi ritrovo fermo immobile a guardare il cielo,
    dimostro un attaccamento simbiotico, l'esatto contrario di ciò che tu mi hai insegnato. Sto diventando schiavo, parlo poco,non eccedo,smetterò di viaggiare perché senza la tua  gioia niente mi emoziona più. Ho vissuto di ciò che adoravo, ma non so se sono mai stato capace di amare ciò che adoravo, non dovresti mancarmi, non dovrei mancarmi, io non ci sono più, non mi trovo, non ho più la certezza dell'incertezza del domani. Non ho più voglia,se non di scavare.

    CENTO 1 APRILE 2010

    Negli anni scorsi il primo di Aprile è sempre stato un giorno di festa.
    C ‘hai presente la torta con le candeline, le foto, il battere le mani, i baci baci, e tutto ciò che è festa? La torta era rigorosamente al cioccolato che mangiavamo noi, e alla crema che mangiava lei, la panna montata la dividevamo in parti uguali.
    Le candeline erano azzurre, a volte rosse, ogni anno sempre una in più, e per contenerle tutte avevamo patteggiato di fare ogni anno una torta più grande. Ricordo che l'ultimo primo aprile però, non venne mangiata tutta, e io spalleggiando il tuo non entusiasmo ti dissi : "il prossimo primo Aprile cambieremo pasticcere, faremo una torta di pesce, tutta sogliola e sarago", in fondo è o non è il giorno del pesce d'Aprile? “. Non volevo vedere ma sapevo che quello sarebbe stato l'ultimo primo d'Aprile.
    Oggi è il “primo” primo Aprile che non festeggio, e che passo da solo dopo tanto tempo, che poi almeno un gelato lo avrei potuto mangiare, e la giornata non è finita, magari tra un po sulla strada di casa potrei anche fermarmi, ma non lo so, chi lo può sapere? E’ che oggi dopo tanti anni non ho battuto le mani, non ho dato baci baci, niente foto se non a qualche stupido oggetto, niente festa. Mi sovviene, ora, che preparai una torta lo scorso autunno, proprio pensando a questo giorno, torta fatta con le mie mani.  Una torta di terra e terriccio, impastata poi con acqua e neve, dal profumo buono di primavera, e come candeline svettano germogli di tulipani, sotterrati a cinque centimetri, ormai pronti a sbocciare. E’ che speravo almeno uno sbocciasse oggi, noi bambini siamo così, ingenui, forse stupidi, pensiamo sempre alla cosa più bella, che anche quando tutto va male, pensiamo alla cosa che va meno male. Non è sbocciato il tulipano, ma son tutti lì pronti a farlo, e sapendoti pigra magari aspetterai ancora un poco a farti vedere coi nuovi colori...E’ sbocciato soltanto un bellissimo narciso giallo, che fa da cornice alla torta di terra, e poco importa se poi, nel pomeriggio è piovuto. Perché oggi è piovuto col sole, come fosse un giorno di Marzo,  ma è pur sempre e per sempre il primo d'Aprile.

  • 05 giugno 2011 alle ore 15:03
    L'insostenibile leggerezza.

    Come comincia: Svegliarti, pensare, sorridere.
    Ed ogni giorno continuare nello stesso ordine, cambiare tutto della propria vita eccetto quello.
    Svegliarti, pensare e  sorridere. A lui.
    E fare tue le sue abitudini, trasmettergli ogni istante un po’ di te, guardarlo dormire, sacrificarti, occupare meno spazio possibile nel vostro letto, coprirlo meglio d’inverno perché non senta quanto freddo c’è fuori, stringerlo, guardarlo con la bocca dischiusa e gli occhi serrati, accarezzargli i capelli, sentirlo respirare. Nel buio.
    E non importa quanto ti farà soffrire perderlo, ci penserai dopo.
    Dopo averlo amato.

    Quante banalità, mi viene da pensare.

    Lui si distese nel letto e prese la mia mano
    << fammi vedere>>
    <<cosa?>> gli chiesi
    <<quanto vivremo assieme…>>
    L’insofferenza si stava facendo sentire? Dunque era quello il principio del declino?
    Non era nulla di tutto ciò, solo una piccola parte di quella insostenibile leggerezza dell’essere, che si faceva strada tra il nostro amore e la nostra vita.
    Le scelte sono insignificanti, lo sai amore mio?
    Io non ti ho scelto, né tu hai scelto me. La nostra vita è senza senso.
    Ci siamo incontrati casualmente, una sera, ed io avevo sofferto, come avevi sofferto tu.
    Appartenevo ad un altro, prima e prima di lui ad un altro ancora. E così pure tu: tante donne prima di me ti avevano chiamato per nome e quel nome era stato anche il loro.
    Io non ho scelto di amarti, non ho scelto di starti accanto… è successo.
    Ma tu, dimmi cosa  hai scelto di vedere in questa “piccola donna”, sciocca e sognatrice, che ti scrive parole senza senso e desidera cose che solo tu puoi darle.
    Non esistono le scelte, mi risponderai a tua volta.
    Perché l’amore è imprevedibile e violento, è fatto di paure ed inquietudine, di scontri e di sconfitte, di dolore e sofferenza.
    L’amore è ciò che non esiste ma si prova, è un inganno, una facezia, lo spettro del piacere e dell’affetto, l’egoismo e la libidine, la necessità e l’abitudine, un istinto primitivo: riconoscersi dall’odore.
    A pelle.
    Pure e semplici reazioni chimiche.
    Io non posso crederci… perché lo sento quando ti sto accanto.
    Perchè sei tu che mi completi, che perdi le tue fattezze pur di assumere le mie.
    Sei tu che fermi il mondo per una mia lacrima e lo sollevi per un mio sorriso; tu che lo attraversi con me per mano.
    E allora mi chiedo: se non siamo stati noi a scegliere tutto questo, quale miracolo è avvenuto perché io potessi averti accanto?
    << La voglio fare io una domanda a te>>
    << falla pure, sono qui…>>
    <<cos’è per te l’amore, Tereza>>
    E’ uno specchio in cui rimirarsi, incontrarsi e conoscersi.
    E’ un muro col quale scontrarsi.
    E’ la gioia di aversi.
    Il dolore di perdersi.
    La rabbia, questo sì, nel dividersi.
    Il rancore  che si prova nell’essere costretti.
    E se mi lascerai, Tomas, non sarà una scelta mia ed io ti odierò in ogni istante della mia vita.
    <<L’amore è non perdonarsi mai.>>

  • 03 giugno 2011 alle ore 22:05
    Una vita da sogno

    Come comincia: Qualcuno, in questi giorni intensi, azzarda “ipotesi”: Ester non da indizi di coscienza, il suo cervello è cognitivamente morto. Se andiamo a vedere negli scaffali delle biblioteche, troviamo volumi freschi di stampa che cercano di indagare la natura della coscienza, in alcuni autori, anche molto noti, si da il caso che quest’ultima non esista, o quanto meno nella forma a noi nota, sia come un illusione: pensare di avere una coscienza, dicono, è come aprire la porta del frigorifero e vedere se la lampadina è accesa. Tutti invero, sono in accordo che una vera e propria definizione della coscienza è lontana un miglio, e come detto, forse non esiste. Nel caso di Ester, si ha fretta e le definizioni sono fatte per essere scritte sui libri: Ester non ha coscienza. Se è immobile e non risponde è cognitivamente morta. Visto che anche i medici sono costretti a lasciare un barlume di incertezza nelle loro prognosi, mi piacerebbe riempire questo vuoto con un’ultima possibilità. Se Ester stesse vivendo una vita “tutta mentale”? Se la sua attività cognitiva fosse rivolta “tutta” verso l’interno? Se l’esistenza della donna fosse legata al filo evanescente dei suoi, seppur flebili, pensieri? Questa sarebbe lo stesso vita?
    Il cervello umano spicca tra quello del regno animale per la sua plasticità e capacità di riconfigurare le proprie sinapsi. Non voglio andare oltre, lasciamo che Ester ci racconti la propria esperienza.
    Sto correndo, mano nella mano, con un uomo stupefacente, nella sua eterea bellezza, in un prato da sogno, fiorito. Danzano intorno a me margherite, viole, gelsomini e una miriade di altri fiori, bellissimi, che non saprei definire. Forse neanche voi sapreste definirli, credo che non potrete farlo mai. Il cielo è azzurro, un azzurro intenso, brillante, tutto intorno a me è luminoso, una luce che nell’altra vita, non avevo mai visto; sembra che stia vivendo una sempiterna primavera. Ma non è sempre stato così.
    Pare lontanissimo, tanto quanto l’inizio dei tempi, quel giorno che mi svegliai da un incubo indicibile. Non saprei definire il susseguirsi velocissimo degli eventi di quel tempo, forse non vi era nessuna logica dietro questi, nessun reciproco collegamento. Sembra solo che ho vissuto cose bruttissime, terrorizzanti,  bizzarre, che, con il cuore, non auguro a nessuno. Da quel poco che posso dire, ora, è che il colore dominante era scuro, nero, violaceo, ma in realtà, probabilmente, non era nessun colore ben definito. Sentivo di essere immobile, come se fossi inchiodata al pavimento, in uno stato di dolore stazionario, che credevo invincibile. Avevo la sensazione di emettere grida tanto stridenti quanto sorde. Grida di dolore miste ad una insolita solitudine. Il mio stato di allora, lo definirei, adesso, uno stato di costrizione infinita, come se qualcuno oltre a bloccare le mie membra stesse tentando di soffocarmi con un cuscino, facendo pressione sul mio volto. In definitiva, qualche elusivo elemento di quelle scene disordinate, senza alcun senso, mi dava la sensazione che qualcosa di me, forse, l’avrei perso per sempre. Al contempo, dalle mie viscere, proveniva una voce indicibile che di tanto in tanto mi dava la possibilità di provare speranza. Una leggera, ma costante sensazione che accompagnava l’incubo di quel tempo, era quella di scivolare, scivolare, sentivo di cadere nel  vuoto. Un vuoto senza punti di riferimento, ma estremamente colorato. Dapprima  era un vuoto buio, incolore, poi appariva sempre più colorito e man mano che la tinta  addolciva i miei incubi, questo vuoto appariva più chiaro, e più lo diventava, più avevo la sensazione di cadervi dentro ad una velocità impressionante, stavo per toccare il limite. Ad un certo punto, la velocità era diventata tale da abbagliare le mie sensazioni, di una luce bianchissima, accecante, la sentivo dal profondo delle mie viscere, come non mai.
    Un giorno che si perde indefinitamente all’indietro nel tempo, mi svegliai, in un luogo a me estraneo, con la sensazione di aver fatto un brutto, bruttissimo sogno. Un sogno molto confuso e talmente reale che offuscava inesorabilmente i miei ricordi pregressi. A dire la verità pare che non mi sia mai svegliata del tutto. Almeno rispetto ad adesso. Infatti, allora la mia vista era come annebbiata, sembrava che lo spazio intorno a me fosse ricolmo di fumo, i colori sbiaditi, quasi inesistenti. Rispetto a quel tempo, il fumo è svanito, vedo tutto, intorno a me: paesaggi variopinti, colori forti, oggetti ben definiti. Devo dire che da quando mi svegliai da quell’incubo, dalle mie viscere proveniva una profonda solitudine, ma man mano che il tempo passava da qualche parte al mio interno subivo iniezioni come di speranza. Così pian piano, iniziarono a comparire i colori, gli oggetti, le parole. Quest’ultime erano estremamente colorate, anzi ogni lettera aveva una tinta a se stante. Alcune parole le vedevo benissimo, altre erano più elusive, sbiadite difficili da afferrare. Ho passato, non so quanto tempo a prendere queste parole evanescenti e a sistemarle una a fianco all’altra, scambiarle di posto per ottenere un nuovo mix di colori. Ho imparato ad amare i colori. Quelli scuri ancora mi fanno paura, quelli chiari mi mettono calma e voglia di fare. Per molto tempo il mio lavoro, qui, è stato quello di sistemare parole, generando configurazioni di colori indescrivibili. Un giorno riuscii a vedere queste parole, da più lontano e a coglierne l’insieme. Era per me molto faticoso, riuscire a metterne a fuoco molte, tutte in fila e vederle come una sola parola. Diventai, però molto brava, la pratica fatta con l’inteso lavorio di sistemazione (a volte era come se per intere giornate stavo sulla stessa parola e ne coglievo sempre gli stessi colori) fece sì che imparai a osservarne molte assieme, tutte in una. Dopo questo risultato, mi sembrava incredibile, ma attorno a me iniziarono a comparire una serie di oggetti; avevo tutt’intorno uno spazio (non ci avevo mai fatto realmente caso) che potevo riempire a mio piacimento. Un etere inafferrabile dove, ormai, non potevo sistemare solo lunghe catene di parole colorate, ma anche mucchi di forme. Potevo prenderne una, spostarla, anche trasformarla. Inizialmente non riuscivo a farci granché e mentre nelle mie intenzioni volevo ottenere una cosa, in realtà ne ottenevo un’altra. Anche in questa mansione diventai brava, fin tanto che capii che potevo collegare le forme alle parole. Da questo ne traggo, ancora oggi, un estremo piacere. Come faccio? Semplicissimo, basta prendere un po’ del colore in prestito dalle parole e dare una passata su queste forme, a mio piacimento, e il gioco è fatto! Ora sembra una storia lontana, ma sento di aver passato un’eternità a svolgere questa attività ripetitiva, ma estremamente creativa. A volte mi chiedo da cosa sia composto questo prato in cui sono immersa, così variopinto. Probabilmente gli elementi fondamentali sono molte, molte catene attorcigliate di parole, di tutti i possibili colori. Non sembra possibile che l’abbia creato io, tutto da sola.
    E quest’uomo al mio fianco? Che dire, lo amo e sono felice, ora con lui, poi un giorno chissà, se non mi andrà più, lo dissolverò e ne immaginerò un altro ancora migliore, sempre con po’ pazienza, un po’ di esercizio e molta, molta creatività. Se tutto questo dovesse essere un altro sogno, vi prego, preferisco non essere svegliata.

  • 03 giugno 2011 alle ore 21:01
    E' venuta mi ha bagnato tutto

    Come comincia: Dalla perfetta intesa e sincronizzazione iniziale, giovanile, della tipica frase “due corpi, un’anima”, si arriva, man mano che passano gli anni, alla totale asincronizzazione nella coppia al punto che ogni cosa che fai o che faccia tua moglie risulta sempre sbagliata.
    Oggi, approfittando di qualche ora della sua assenza per la spesa giornaliera, mi sono recato in giardino per godermi un po’ di sacrosanto silenzio all’interno della mia abitazione, visto che lei sbraita anche per i miei starnuti e per i miei colpi di tosse.
    Avevo staccato l’interruttore d’inaffiamento automatico del giardino per ripulire un po’ di foglie morte e sistemare il vialetto in modo decente. Si vede che le assenze di mia moglie in casa mi sono talmente salutari che al suo rientro, dopo un’ora esatta, neanche me ne sono accorto pensando fossero passati solamente cinque minuti. Tra l’altro ero intento, curvato tra i cespugli, ad annusare aromi e profumi dei nostri splendidi fiori.
    Mia moglie dice che l’acqua purifica, disinfetta dai parassiti e terrebbe aperti gli irrigatori nel giardino per tutte le ventiquattro ore. Li abbiamo anche fatti modificare, dopo svariate pressioni alla ditta, per un getto più potente. Appena entrata in casa, ancora con la spesa in mano, per prima cosa ha alzato il grosso interruttore senza fregarsene minimamente della mia collocazione all’interno del perimetro della casa. Inzuppato fradicio in soli pochi secondi. Ho rinunciato anche a scappare e mettermi al riparo in quanto gli irrigatori 2000 plus modificati, sono collocati in qualsiasi angolo del giardino.
    E’ venuta, mi ha bagnato tutto.

  • 01 giugno 2011 alle ore 18:37
    Bioenergia

    Come comincia: Vi è un Pianeta dove le persone possono conoscersi a fondo senza aver mai parlato tra loro, né avuto a che fare. Si temono e si rispettano per uno strano alone energetico che circonda i loro corpi. Nelle strette di mano, poi, vengono scambiate tantissime informazioni e guardandosi negli occhi riescono a cogliere il dolore o la serenità interiore di chi gli sta di fronte.
    In questo posto l’energia vitale primaria, quella contenuta in ogni singola cellula di ogni singolo individuo, aumenta o diminuisce, si restringe o si espande, a seconda che le persone, durante il percorso della loro vita, amano o odiano, fanno del bene o fanno del male. Anche l’invidia, l’arroganza e tutti gli abusi verso i propri simili contribuiscono allo sfiaccamento ed alla perdita della brillantezza e del vigore di quest’energia che, diventando scialba, non riesce più a difendere l’organismo dai molteplici attacchi esterni: virus, batteri ecc. In non rari di questi casi, la bioenergia, può tramutarsi in negativa, autodistruttiva, portare a terribili malattie ed anche alla morte.
    Sempre su questo Pianeta l’energia delle persone umili ed altruiste, quelle “positive” per intenderci, gli uomini di buona volontà, è talmente tanta, carica e luminosa che fuoriesce da tutti i pori della loro pelle e tutti la possono percepire. Un alone caldo, invisibile agli occhi ma non ai sensi, specie a quelli degli altri animali, che riescono a coglierla anche a parecchi metri di distanza. Loro, “i positivi”, possono trasmettere quest’energia ad un altro essere vivente tramite il semplice contatto delle mani ricaricando localmente quel corpo seppur momentaneamente.
    Quasi tutti hanno imparato che i neonati, i bimbi, i più piccini, sono colmi di quest’energia. Libera, pura, positiva e splendente, che fluisce nei loro corpi come un limpido fiume di luce. Gli adulti li accarezzano e li stringono a loro continuamente cosa che consente di stimolare e di arricchire la forza di ognuno.
    Tanti hanno poi imparato a mettere i propri piccoli a dormire tra loro nel lettone matrimoniale per assicurarsi questi vantaggi per tutta la durata della notte.
    Di mattina, questi, si notano e si riconoscono facilmente: sono i più felici di tutti.
    Benvenuti sulla Terra!