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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 settembre 2011 alle ore 11:57
    Aiuto: uno squalo!!

    Come comincia: -Gin dove hai messo la padella?
    Appena sento questa richiesta di mia sorella mi copro la testa istintivamente: è la sorella maggiore e devo portarle rispetto, ma spesso sono indisciplinato e lei mi appioppa certe padellate.
    -Sam, non lo so…però se vuoi guardiamo assieme…forse è finita in acqua.
    -Non prendermi in giro! Vuoi farmi finire di nuovo in ammollo? Guarda che mi so difendere anche senza padella.
    Inizia una lotta, ridiamo, poi la barca inzia ad ondeggiare.
    -Sam aspetta, il mare non è mosso.
    -No, ma la barca sta rollando…e mi vien da …
    -Vomitare?
    -No no Gin …mi vien da buttarti in acqua…
    Splashhhh…E mi ritrovo a tu per tu con uno squalo…
    -Sam,  aiutooooo!!!!!
    -Ehi …buoni
    -…accidenti…ci mancava pure lo squalo parlante…
    -ehilà umani ma dove pensate di essere?…Questo è l’oceano, anche se siamo sottocosta qui gli squali qui ci vivono: non siamo cattivi, siamo solo gelosi e preoccupati.
    -Vieni su fratellino!
    -Aspetta, non vedi che sto parlando…continua, mi interessa…
    -Siamo gelosi dei nostri mari… gli umani stanno trasformando il mare in un enorme immondezzaio e così noi tentiamo di mettere loro paura: stanno rovinando la natura intera.
    -Ma a volte esagerate.
    -Quelli sono i nostri cugini, loro si che son cattivi, loro cacciano per fame, noi invece siamo squali-clown, allegri e mattacchioni…e agli amici mostriamo il nostro circo subacqueo.
    -Ok d’accordo…Sam torno subito
    -Ehi ma dove vai? Fai attenzione
    Lo squalo si fermò estasiato a guardare mia sorella.
    -Scusa umano, ma chi è quella principessa?
    -Mia sorella, si chiama Sam
    - Che bella!
    - Grazie signor squalo!
    -Dai, vieni pure tu.
    Detto fatto: un carpiato e quattro bracciate poderose e Sam è con noi.
    Ci immergiamo, seguiamo lo squalo e mentre nuotiamo osserviamo una miriade di pesci di varie dimensioni e forme che si scansano: paura?
    -Non è la paura, è il rispetto: quello che voi umani dimenticate troppe volte nell’arco della vostra vita, il rispetto per il mare ma anche per tutte le altre meraviglie che vi circondano. Vi rendete conto di cosa accade qui sotto quando una petroliera perde il carico? Buio pesto, notte fonda.
    -Perché secondo te adesso è giorno?
    A questa nostra domanda lo squalo-clown porta le pinne alla bocca e fischia…si, avete capito bene, un fischio sottacqua. E come d’incanto si illuminano a intermittenza tante alghe multicolore, uno spettacolo mai visto, un colore verde intenso…anzi visto il luogo, verde acqua.
    -Col petrolio e con le altre schifezze che gettate in mare tutto si ricopre di un grigio nero, triste e cupo: questo è uno dei motivi per cui i nostri cugini già da tempo si sono incattiviti. In seguito è iniziata la caccia allo squalo: è una lotta continua che andrà avanti finchè non finirà lo scarico a mare di tanti rifiuti, causa di innumerevoli disastri ecologici.
    -Ehi squalo vai avanti ci interessa…
    -Ma ve lo immaginate se io venissi a casa vostra a gettare la spazzatura in salotto?
    -Hai ragione, ma noi come possiamo aiutarvi?
    -Quando ritornate a casa, raccontate ciò che vi ho detto vedrete che tutti capiranno
    -Così ci ricoverano…nessuno crederà alla storia dello squalo-clown parlante, in ogni caso sei molto ottimista.
    -Devo esserlo …ma ora venite che vi mostro qualche altra meraviglia…
    E così tra coralli, pesci palla e piante marine nuotando tra i sassi è tutto magnifico, da lasciare senza fiato… e subito ci viene in mente che…
    -Ehi fratè ma come può essere?
    -Che cosa?
    -Che siamo sott’acqua da un’ ora senza bombole, in apnea.
    -Ehi ma è vero.
    In quel momento guardiamo lo squalo che ci fa l’occhiolino…
    -Ho capito che mi comprendevate dal primo momento che vi ho visti ed ho voluto farvi un regalo…donarvi un po’ dell’immensità, della fantasia e della magia che c’è qui sotto, per farvi nuotare liberi e poter respirare. Qui, dove il silenzio regna sovrano e qui dove non c’è fretta, tutto si muove più lentamente e non solo per la resistenza dell’acqua: è proprio un’abitudine e sulla terraferma c’è più di qualcuno che dovrebbe farsi un giretto qui sotto per comprendere che non serve la fretta, che nessuno ci sta correndo dietro.
    Ringraziamo il nostro amico, gli promettiamo di portare il suo messaggio, la sua preghiera, tra gli umani. Risaliamo da soli, oramai la strada la sappiamo e notiamo che pian piano le luci verdi si spengono lasciando spazio ad una coltre scura che avvolge tutto molto velocemente. Appena riemersi vediamo poco distante una nave che sta scaricando liquame.
    -Ehi, ehi laggiù…attenti!!
    -Che c’è? Lasciateci lavorare, dobbiamo svuotare i serbatoi dei liquami.
    -Abbiamo visto: che schifezza, state attenti che vi controllano
    -Impossibile, la guardia costiera è appena passata
    -Non parlavo di guardie.
    -E allora di cosa?
    -Di squali - clown…squali volanti…
    Una risata generale dell’equipaggio ruppe il silenzio di quella giornata speciale in mezzo al mare.
    -Volanti? Sarebbe a dire con le ali?
    -Sarebbe che escono dall’acqua vengono su…e vi squartano..a meno che non invertiate la rotta e ve ne andiate immediatamente.
    Troppo tardi…in quel preciso istante il nostro amico clown esce dall’acqua e vola sul ponte della nave urlando. Non crediamo ai nostri occhi, sulla nave ovviamente succede il finimondo: è il panico totale. Restiamo a guardare, dopo qualche minuto suona l’allarme e lo scarico viene interrotto, la rotta di navigazione prontamente invertita. In un lampo è di nuovo la calma, lo squalo-clown stavolta se ne va davvero
    -Ciao amici vi porterò sempre nel cuore.
    -Anche noi…ciao bello…brrr che brividi…..
    Non erano brividi di freddo, erano  le continue emozioni.
    Il sole splende alto in cielo, siamo convinti che dormiremo fino a sera….ora ancora una nuotata e poi basta stare in ammollo: risaliamo sulla nostra barchetta e con stupore troviamo sul tavolino un grosso dente, molto affilato ed un biglietto attaccato: “proprio oggi nostro figlio ha perso il suo primo dentino e così ho pensato di lasciarvi un ricordo, un portafortuna che vi farà ricordare il nostro incontro, grazie per tutto ciò che farete…firmato: lo squalo-clown”.

  • 28 settembre 2011 alle ore 21:43
    Nel vento della solitudine.

    Come comincia: Nel vento della solitudine

    “La luce di mezzogiorno rivestiva gli alberi di uno smalto inusuale, avvolgendo l’uliveto in un cerchio abbagliante che gli ricordò l’aureola di certi santi, dipinti sugli altari delle chiese di campagna della sua infanzia. Il vecchio sorrise e proseguì la salita lungo il sentiero tra le fasce. Il silenzio era rotto, a tratti, da una cicala che si faceva sentire, mimetizzata sulla corteccia di un albero. Il vecchio teneva le mani nelle tasche della tuta da lavoro e con la destra stringeva il manico ruvido della pistola. L’aria era immobile e il caldo insopportabile. Sudava e respirava con fatica. Si domandò se fosse il caldo o la paura. Quando raggiunse la cima della collina, dove gli ulivi si facevano più radi, il riverbero del sole lo accecò. Avvertì un rumore, si voltò e finalmente la vide. La giovane aveva capelli biondi tagliati corti e occhi dello stesso colore del mare che in lontananza invadeva l’orizzonte. Lo stava fissando con uno sguardo indifferente e quasi sprezzante. Anche lei teneva le mani nelle tasche dei jeans.”
    - Sei tu! - disse il vecchio,  ansimando e asciugandosi gli occhi dal sudore.
    -Perché sei qui? Vattene, lasciami solo! - Gridò con voce rauca mentre si sedeva lentamente su un grande masso bianco che affiorava dal terreno.
    -Perché non sei venuta prima, quando avevo bisogno di te? Perché mi hai lasciato? La mia vita non ha più senso senza te. Nemmeno la tua presenza qui ha un senso, vattene, lasciami morire in pace!- proseguì il vecchio tra le lacrime che gli scendevano sulle gote ruvide e bruciate dal sole mischiandosi al sudore che gli colava dalla fronte.
    Nella solitudine di quell'uliveto, il suo corpo magro e rattrappito era un piccolo fagotto di stracci adagiato su quella enorme pietra bianca.
    Estrasse dalla tasca la pistola e l'appoggiò al suo fianco. L'arma sembrava un vecchio giocattolo ritrovato nella scatola dei giochi dell'infanzia ma il luccichio della canna rivelava la vera natura per cui era stata costruita: uccidere!
    Dall'altra tasca della tuta da lavoro tirò fuori un libricino rilegato in pelle che il tempo e le mani avevano accuratamente levigato. Lo aprì.
    Al centro delle pagine ingiallite, due fotografie logore  ebbero un sussulto alla luce del sole. Dovevano essere rinchiuse tra quelle pagine da molto tempo perché in pochi attimi si piegarono su se stesse formando dei piccoli cilindri, nascondendo le immagini sbiadite  di due bambini ed una donna.
    Il vecchio alzò lo sguardo verso l'orizzonte. Lontano, il riverbero del sole sulla superficie del mare proiettava migliaia di piccole scintille dorate che si perdevano in quella luce aurea. Giù, sotto la collina, il paese sembrava un formicaio, con le sue piccole stradine e le case tutte bianche, addossate l'una all'altra a formare un unico corpo.
    Il vecchio era nato lì, tra quelle casupole di poveri pescatori, tra quella gente semplice e laboriosa. Lì aveva trascorso tutta la sua vita, aveva lavorato, si era sposato, aveva avuto dei figli. Ora era solo e, come spesso succede ai vecchi che rimangono soli, si stava consumando poco a poco, giorno dopo giorno, tra l'indifferenza degli altri e la malinconia che lo lacerava dentro lentamente: la solitudine è un'assassina invisibile che non viene mai punita.
    Il suo sguardo ora non fissava più il mare ma i secolari alberi di ulivo intorno a lui.
    Non ne erano rimasti molti; il contadino che li accudiva se ne era andato alcuni anni prima ed aveva abbandonato l'uliveto che ora sembrava un cimitero con le sue lapidi lignee e sbilenche. 
    Contorti, piegati, incavati, alcuni con i rami spezzati, quegli alberi riflettevano il vecchio, si adattavano a lui assomigliandogli. Sui rami più bassi, alcuni frutti testimoniavano che erano ancora produttivi nonostante l'età ma erano ormai alla fine, come lui.
    L'unica differenza tra loro ed il vecchio era la possibilità che l'uomo aveva di porre fine alla sua sofferenza, di interrompere la sua vita. Loro no, non potevano! Il loro destino sarebbe stato quello di consumarsi lentamente, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sino finalmente al giorno in cui la forza pietosa del vento li avrebbe spezzati ed avrebbero smesso di soffrire.
    Da quando il vecchio era giunto sulla cima della collina erano trascorsi pochi minuti ma ora qualche piccola folata di vento, a tratti, si muoveva tra i tronchi attorcigliati. Era più un lieve movimento d'aria che un vento vero ma al vecchio sembrò il soffio di un maestrale, fresco e impetuoso, così come erano stati gli anni della sua gioventù.
    Lo riportò indietro, ai ricordi di una intera vita, alla struggente consapevolezza di quello che era stato e non sarebbe più  tornato. Nei suoi occhi velati di pianto scorsero una dietro l'altra le immagini vissute. Come in un vecchio film in bianco e nero, alcune apparivano sfumate, indistinte, quasi intellegibili; altre, invece, sembravano esplodere nella vivacità dei contrasti, negli sbalzi di luce ed ombre, nei volti delle persone amate.
    La donna era ancora lì, in piedi davanti a lui, le mani in tasca. Il suo sguardo, però, non era più sprezzante e, tanto meno, indifferente. Ora il suo volto aveva un accenno di compassione, quasi di pietà.
    Pietà per quel vecchio giunto ormai alla fine del suo sentiero, solo nella moltitudine degli indifferenti, privato della sua umanità e degli affetti.
    Si avvicinò a lui e lo sfiorò dolcemente sui capelli grigi.
    Lui non si mosse. Forse non sentì la carezza o, forse, non ne aveva più la forza.
    Stretto tra le sue braccia continuava a guardare un piccolo virgulto di ulivo che spuntava da un ceppo spezzato.
    Forse pensava ai suoi figli che se ne erano andati molto tempo prima a cercare la propria vita altrove, tra altre moltitudini di gente anonima e sconosciuta, dimenticandosi di lui, tagliando di netto le radici che avevano dato loro la vita.
    Lasciandolo solo.
    Il vento, ora, soffiava forte sulla collina, schiaffeggiando i rami ed alzando nuvole di polvere. Era il vento del mare, improvviso e violento. Si alzava senza preavviso e coglieva di sorpresa  gli incauti marinai che s'avventuravano in mare senza ascoltare i consigli dei vecchi, trascinandoli con sé in orribili vortici marini.
    La donna, però, sembrava non accorgersi di quel vento. 
    Sollevò il viso e i suoi occhi si fusero con l'azzurro di quel cielo cristallino. 
    Tolse la mano dal capo del vecchio e lentamente proseguì sul sentiero scosceso. Mentre si allontanava, un colpo di vento sembrò sollevarla e il suo corpo si dissolse tra gli alberi in un'ombra indefinita.
    Il vecchio la vide allontanarsi e per un attimo fu tentato di seguirla. Poi la vide dissolversi e comprese che quello era stato l'ultimo saluto di Elisa, sua moglie, morta anni prima per una grave malattia. La aveva rivista per un'ultima volta, giovane, come ai tempi in cui si erano conosciuti.
    Lui, giovane garzone d'officina, si era perdutamente innamorato la prima volta che la aveva vista, con quei jeans attillati e la sua aria sbarazzina che sembrava prendere in giro la vita.
    E poi ….., poi era andata via lasciandolo solo improvvisamente, senza mantenere le sue promesse di una vita intera insieme.
    Di scatto afferrò la pistola al suo fianco, la puntò alla tempia e tirò il grilletto.
    L'eco dello sparo si perse tra i tronchi contorti, trasportato dal vento impetuoso.
    Lo stesso vento che ora agitava i rami sbattendoli con una furia incontrollabile e s'aggirava irrefrenabile tra le lapidi di legno dei vecchi ulivi. 
    Improvvisi vortici di polvere e foglie secche s'agitavano senza sosta mentre un cupo mugolio riempiva il silenzio della collina.
    Stormi di passeri impauriti decollarono svolazzando dai rami agitati, cercando riparo tra le case degli uomini, giù nella valle, mentre il sole di mezzogiorno, ormai, lanciava strali dai sinistri bagliori.
    Il piccolo libricino in pelle sbatteva velocemente le pagine, come mosso da una mano invisibile  e isterica, mentre le fotografie volavano via  per perdersi lontano.
    Tutta la collina sembrava preda di una  frenesia incontrollabile, di una collera incontenibile, di un furore divino.
    L'unico elemento immobile era il corpo dell'uomo dalla cui testa fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scarlatto che si allargava lentamente, profanando il bianco candido della roccia proseguiva in una scanalatura e finiva alla sua base, perdendosi tra la polvere e l'erba secca.
    L'atto era stato compiuto!
    Un'altra vita era stata immolata sull'altare dell'abbandono, in nome di quel delirio che prende gli uomini d'oggi e li trascina verso un destino di egoismo e follia.
    La vita di un vecchio, perduta, nel vento della solitudine.

  • 27 settembre 2011 alle ore 22:55
    Variazione sul tema

    Come comincia: <Dimmi un numero, il primo che ti balza in testa...>>
    <<Otto!!>>
    <<Dimmi una parola, adesso, la prima che ti viene in mente...>>
    <<Cazzo!!!>>

    Le nostre conversazioni erano questi razzi che svanivano presto.
    Bhò. E dire che di tempo assieme ne trascorrevamo.
    Pomeriggi a drinkare gazzose e riproporre stupidità.
    Il resto poi era un fascio di pensieri che ognuno rincorreva per conto proprio, giungendo persino a coltivare dei sogni tanto lucidi che parevano veri.
    <<Sai che sono diventata hostess? Ho il primo volo alle sette...che fai vieni?>>
    <<Non lo so, dipende a che ora finisco l'ultimo turno. Oggi ho avuto diciotto pazienti, pensa un po'>>
    Cosi scorticavamo la noia, e più di qualche paura.
    Siamo stati nell'atelier di un nostro amico pittore una mattina,  ci piaceva fare gli scemi davanti a quei quadri di spose addormentate.
    <<Ma quanti anni hai Gibo??!!>>
    <<Eugenio sempre più di te che continui a stare chiuso in questo buco..>>
    Me l'ero persa. Ho pensato subito che fosse andata al bar di fianco, e di li magari dritta a casa.
    Invece Eugenio mi aveva fatto segno di avvicinarmi al balconcino che guarniva quello spazio di bottega.
    Lei stava li, al centro esatto di un cerchio dipinto in terra, e faceva quelle che mi sembravano delle smorfie, incavandosi gli occhi e allungando le linee della fronte.
    <<Ma che sta facendo? Hai spruzzato qualcosa di là?>>
    << Io niente..forse è solo emozionata>>
    Lo era per davvero. Aveva provato qualcosa di insolito per lei, la sensazione di potere fluttuare distante, distante dalla sua età che le diceva come comportarsi, da tutte le ragazze noiose e sbrigative.
    Quella sera lasciai che rimanesse da me. Appena chiuse gli occhi per addormentarsi, mi confidò di non avere ancora fatto l'amore...

    <<Si, si ha finito la scuola...ma sai prima o poi doveva...adesso sta sempre fuori, non si vede mai..>>
    Faceva la hostess a Milano. Sua madre non capì bene chi fossi io, la parola "amico" non l'aveva convinta.
    Irene di amici non ne aveva. Così grandi poi. Aveva solo un'amicizia cui teneva più di se stessa, una sorella quasi. Marta.
    Riuscii a pescare l'indirizzo della ragazza, non che ci credessi più di tanto, ma forse lei poteva dirmi esattamente dove trovare Irene.
    <<Prendi il primo volo da Roma per Linate, no? Pirla>>.
    Ho fatto cosi, mi sono messo in viaggio alle otto del mattino, nella mia testa avrei raggiunto l'aeroporto di Linate per le nove e trenta massimo, e da lì cominciato la ricerca.
    Irene, irene...possibile che non mi ricordassi il suo cognome?
    Chiusi gli occhi giusto per riflettere più intensamente, ma anche perché il decollo non mi faceva stare tanto bene.
    <<Dimmi una parola, la prima che ti viene in mente..>>
    <<...C...iao.>>
    Dire che mi aveva colto di sorpresa è dire poco. Era proprio lei, stava completando il giro di controllo, ma si, si ricordava...come avrei potuto fermarla adesso?
    Provai a fregarmene delle cinture e alzarmi, ma l'altra hostess mi schiacciò con una presa a rovescio.
    <<Resta seduto signore, non farmi arrabbiare>>

    Ripresi il mio unico bagaglio e l'aspettai al varco della prima caffetteria.
    Provavo un'emozione gelida, come se improvvisamente non fossi più pronto a rivederla.
    <<Allora...viaggiato bene, spero>>
    Ancora una volta mi aveva preso in contro tempo; si era tolta la pesante divisa ufficiale, adesso somigliava alla ragazza che mi ricordavo,  in maglietta fucsia e le immancabili Etnies.
    <<Prendiamo un caffè...anzi no qua fanno dei divini mocaccini>>
    Parlava sempre lei, si comportava con la stessa naturalezza del passato, sembrava cosi a suo agio che mi domandai se il tempo trascorso non avesse fatto dei giri strani, e ci avesse riportato indietro di dieci anni.
    <<Allora, la parola poi non me l'hai detta>>
    <<Si invece>>, provai a controbattere nonostante un'inspiegabile timidezza, <<ho detto ciao, ciao è la parola..>>
    <<Si, si, quante te ne inventi...ti ha dato problemi?>>
    <<Ma chi?>>
    <<Faria, la mia collega..ti guardava in un modo>>
    <<Beh, di certo non le sono simpatico, volevo alzarmi e..>>
    In quel momento notai che Irene si era girata verso il gruppetto delle altre hostess pronte per il viaggio di ritorno.
    <<Vanno a Roma loro?>> domandai gentilmente.
    <<Si, ma sono delle stronze di prima categoria..camminiamo non voglio vederle>>

    <<A parte Faria non vai d'accordo con nessuno?>>
    Non sapevo che argomenti affrontare. Eravamo seduti da una buona mezzora a Parco Sempione, e più o meno fissavamo tutti e due la gente fingendo di essere concentrati.
    <<Veramente si...mi vedo con un tipo intrigante, è fissato coi tatuaggi, dice che anche sulla mia pelle starebbero bene..>>
    <<No, per niente>>
    <<Dici di no? Pensavo a una croce piccola, tipo>>
    <<Ma no, sei tosta e accattivante già cosi>>
    <<Parli come se ti piacessi>>
    Non dissi nulla.
    <<Andiamo a guardarci qualcosa>>
    <<Non mi hai neanche chiesto come mai mi trovo a Milano>>
    <<E tu? Mi hai forse chiesto come mai mi sono presa un giorno di permesso?>, fece lei , indicandomi la pineta dove esponevano dei brillanti quadri d'autore.

    ...allora la strinsi a me, maledettamente coinvolto nell'angoscia di volerla toccare di più, di assaporarne gli angoli di pelle che non conosceva nessuno. Forse dormiva, o forse no, non potevo saperlo, il suo volto era quieto ma vigile, e allora mi accorsi che la stavo tenendo per mano, in maniera soffice e premurosa.
    Misi due dita nell'apertura del suo reggiseno, aveva il cuore che le pulsava veloce, ma il suo petto era fermo, senza un brivido, con un leggero rossore appena.
    <<E' tardi Irene, quasi quasi vado a dormire, tanto ci rivediamo.. >>, la baciai sulle labbra un po' confuso, e me ne andai senza fare rumore.

  • 27 settembre 2011 alle ore 17:21
    Tom

    Come comincia: Elisa sfoglia nervosamente il quindicinale degli annunci cercando sotto la voce “Lavoro Offresi”. Da quando si è separata dal marito è diventata un’ossessione, oltre che una necessità primaria. “Cercasi neolaureata”… no, “Cercasi donna sotto i trent’anni”… no.
    “Cercasi signora con bella presenza, spigliata, automunita per lavoro di rappresentante in importante multinazionale”… eccolo! Elisa prende in mano il telefono e compone subito il numero.
    “Buongiorno, chiamo per quell’annuncio, l’offerta di rappresentante… sì ho l’auto, ma quale sarebbe il prodotto? Un elettrodomestico all’avanguardia? Sì so cucinare, ma non è la mia passione, sa… il tempo non  basta mai… ottimo? Ah va bene, se è proprio quello che cercate… ci vediamo domani alle 10… grazie mille…”.
    Deve fare dimostrazioni porta a porta di un robottino tuttofare e la qualità primaria che bisogna possedere non è una laurea, una specializzazione, un curriculum dignitoso, ma un banalissimo “non saper cucinare”. Niente di più facile per una che riesce a mangiare la pasta al forno di prima mattina pur di non mettere su il caffè, o che riesce a cucinare nel forno anche il fegato.
    Due giorni dopo Elisa è già in macchina con il suo bell’apparecchio nel cofano diretta al primo appuntamento. Non ha molta affinità con la toponomastica, si perde facilmente e non ha nessun senso dell’orientamento per cui, visto che la maggior parte dei suoi possibili acquirenti sulla lista ricevuta dalla ditta, vivono nell’hinterland, si è procurata un satellitare, un TomTom. Lo ha scelto per il nome evocativo e simpatico e ha già selezionato una calda voce maschile, che non la fa sentire più sola di quello che è.
    La giornata autunnale è piacevolmente tiepida e soleggiata, di buon auspicio. Elisa ha impostato la sua prima via sul TomTom. La sta guidando perfettamente, segnala i punti di rifornimento, gli apparecchi per il controllo della velocità e l’avverte delle svolte sempre per tempo. Incredibile la precisione. Questi apparecchi sono proprio l’invenzione che fanno per una come lei, che ha sempre e solo avuto come punto di riferimento la strada di casa sua. Gli occhi sul mondo che lei non ha mai avuto. Chissà, se avesse scoperto prima Tom, forse non avrebbe perso un marito dopo 18 anni di matrimonio.
    Tom l’ha appena fatta arrivare al casello, paga e la voce della signorina del fast-pay chiede cortesemente di aspettare la ricevuta, poi sempre soavemente ringrazia e augura buon viaggio. “Certo che le sanno scegliere bene queste voci registrate, sembrano esseri umani in carne ed ossa.” Pensa Elisa sorridendo. Riprende il viaggio affidandosi nuovamente alla calda voce di Tom. E, dopo una buona mezz’ora di macchina, Elisa si ritrova nuovamente al casello di prima. La voce del fast-pay, sempre eroticamente gentile, le ricorda ancora la ricevuta e le augura buona prosecuzione.
    “Perché sono ancora qui? Com’è possibile? Ci dev’essere qualcosa che non va…”
    Elisa indirizza nuovamente il TomTom, forse inavvertitamente ha dato un comando sbagliato e si è impostato per il ritorno al punto di partenza. Elisa riprova e riparte. Dopo un’altra mezz’ora di viaggio l’auto viene riportata allo stesso casello, davanti alla medesima cassa. La voce di Tom che dice: “Destinazione raggiunta.”
    “Ma come destinazione raggiunta? Ma se sono di nuovo alla stessa uscita?”
    Inutile domandare al fast-pay, è solo una voce programmata, qui non c’è nessun essere umano che ragioni col cervello suo, pure quel tizio dell’Anas fermo laggiù sembra che faccia prendere solo aria alla sua divisa. Elisa scoraggiata decide di rinunciare al suo primo appuntamento e di fare un salto al negozio dove ha acquistato Tom. È ancora in garanzia, quindi l’inserviente può revisionarlo e capire dove Elisa può aver sbagliato. Il ragazzo del negozio, un bel tipo, simpatico e cordiale esamina subito l’apparecchio comunicandole in breve la corretta funzionalità. Anche le impostazioni sono state inserite correttamente, neanche lui capisce cosa può essere successo.
    Suggerisce ad Elisa di riprovare con un altro indirizzo e ripartire. Elisa - rinfrancata dalle sue parole - decide di ascoltarlo, in macchina prende un nuovo indirizzo e dà le coordinate a Tom, il quale intercetta subito il satellite e inizia a guidarla con la sua calda e suadente voce. Dopo altri quaranta minuti di viaggio imbocca nuovamente la corsia del solito casello. La voce femminile del fast-pay annuncia il buongiorno, chiede l’importo dovuto, ricorda la ricevuta e saluta nuovamente.
    Elisa va su tutte le furie, non è possibile, questa storia sta diventando ridicola! Decide di tornare a casa e di collegare il TomTom al computer. Forse ha solo bisogno di un aggiornamento, può essere che sia impostato su una vecchia mappa stradale che vede l’uscita dalla città solo da quel casello.  In fondo le vie cambiano in continuazione e ci sono blocchi per i lavori in corso ovunque. Al computer esegue le operazioni seguendo le istruzioni alla lettera ed effettivamente sembra che Tom avesse bisogno di nuove coordinate.
    Il mattino seguente, lasciate a scuola le bambine, riprende la sua marcia in direzione di un nuovo cliente. Tom riprende la conversazione con lei, guidandola per le strade della città, per ora senza nessun problema. Solo all’ultimo momento Elisa si rende conto di essere nuovamente davanti allo stesso casello, con la medesima voce femminile che le dà il buongiorno.
    “Non è possibile! Ha fatto tutti i controlli dovuti, gli aggiornamenti necessari, non è pensabile ritrovarsi ancora qui!”.
    La voce di Tom continua a ripetere: “Destinazione raggiunta.”
    “Ma come?” urla Elisa dall’abitacolo della macchina, “torniamo sempre allo stesso punto! Come fai a dirmi che siamo giunti a destinazione? Brutto scemo di un Tom!”
    E comincia a tirare pugni sull’apparecchio, furiosamente, strillando, in piena crisi isterica. “Disgraziato! Traditore! Sei peggio del mio ex marito! Tutti uguali voi uomini!”
    Elisa piange. Il mondo le sta crollando addosso, la babysitter deve pagarla anche oggi e lei non ha ancora venduto nulla, peggio, non è riuscita nemmeno ad incontrare il suo primo cliente. Si lascia andare ad un pianto liberatorio. Il dolore. Il rancore verso l’uomo che amava. L’uomo che l’ha abbandonata. Non riesce a fermarsi. Non si cura nemmeno della fila di macchine che si è formata dietro di lei, dei clacson che suonano. Elisa non sente più nulla.
    “Psss…Elisa…Elisa!”
    “Chi è?”
    “Sono Tom, il tuo navigatore.”
    “Sto impazzendo, sento le voci come Giovanna D’Arco.”
    “Non stai impazzendo, io funziono benissimo e tu sei stata bravissima.”
    “Allora perché mi hai sempre riportato a questo casello?
    “Innanzitutto perché mi sono innamorato.”
    “Innamorato? Di chi?”
    “Di me, ” risponde la voce della cassa fast-pay del casello, “ci scusi signora, non volevamo farla disperare. Tom ed io ci siamo innamorati dal primo momento, dalla prima volta che abbiamo ascoltato le nostre voci.”.
    “Non potevamo stare lontani, ” riprende Tom, “e poi c’era un altro motivo per tornare in questo posto.”
    “E quale…”
    Elisa non riesce a finire la domanda che l’uomo in divisa dell’Anas bussa al suo finestrino facendola sobbalzare.
    “Signora, se ha un problema alla macchina deve comunque spostarsi da qui.”
    Elisa tira giù lentamente il finestrino per scusarsi e per tentare di spiegare la situazione, ma quando alza lo sguardo rimane senza parole. Il controllore pure. Nessuno dei due riesce più a parlare, ma solo a fissarsi intensamente negli occhi. Non esiste più nulla attorno a loro. Finché la voce di Tom rompe il silenzio.
    “Non volevo rovinarti l’esistenza. Tutt’altro. In bocca al lupo Elisa!”

  • 26 settembre 2011 alle ore 20:05
    Non ci resta che scrivere

    Come comincia: Perle, perle, perle!!!
    E che siamo all'isola del tesoro!!???
    Gianni non aveva realizzato ancora la cosa; sua moglie si, abbastanza
    da darsi quelle arie stagionate da ricca indisciplinata.
    <<E se ci rifacessimo il terrazzino?? No no aspetta, facciamo un bel camino
     di porpora, eh? Lo ordino subito...>>
    Cloe aveva preso i due cordless, voleva provare l'ebbrezza di ordinare due lussuose
    vacanze una dietro l'altra.
    <<Kingston Giamaica?? E poi Tokio tra quanto?? Si attendo in linea>>
    Lo sguardo di Gianni crepitava di nervosismo.
    In quel momento non sapeva se volerla bene, o legarle il filaccio delle carni al collo.
    <<Allora si mangia stasera o no?>>
    <<Ma che pensi sempre al cibo, e in un momento come questo!!?? Si d'accordo prenotazione
    per due...si...c'è anche mio marito..>>

    Scherzi da suocera, perdipiù deceduta, isteria arrivata a mille, insomma una situazione
    da commedia degli errori.
    "A te figlio mio, e alla tua consorte, lascio la collezione delle mie perle nere, introvabili, custoditele con cura, mi raccomando, non vendetele, o patirete tanto, tanto..""
    Gianni era andato a farle pesare da un suo amico fidato, gioielliere professionista 
    e rinomato collezionista.
    <<Gianni...>>
    <<Arturo, e questi sono solo due cofanetti. Allora che mi dici?>>
    Arturo sguainò il suo sguardo più incivile.
    <<E' bigiotteria>>.
    <<Che cosa??>>
    << Torna a casa, vai>>
    <<Ma non è possibile, è una gran cazzata, perle nere, conservate da perlomeno cent'anni!!>>
    <<Nel mondo delle favole; adesso vai per favore, ho il negozio pieno>>.

    <<Tua madre mi odiava>>.
    <<Si..>>
    <<L'ha fatto per questo>>.
    <<Si..>>
    <<Perché non le ho mai preparato le frittelle che voleva>>
    <<Anche...>>
    <<Ci portano in galera>>
    <<Non saprei...>>
    Cloe diede un'ultima, sofferta occhiata alle cornici d'alabastro, al deposito di candelabri d'epoca,
    alle tende di marocchino. Prese di nuovo il cordless e digitò il numero della sorella.
    <<Ah, vai a Tokio...si si, portami un ricordino...>>

  • 25 settembre 2011 alle ore 11:11
    Sperimentazione

    Come comincia: Dicevano “No… non farlo”

    “Non conviene”

    “Ci sono cose più importanti”

    “Io al tuo posto non lo farei”

    Ma non è questa la questione, l’argomento, il discorso, non si tratta di esaminare le cose per ricavarne un aspetto, una tematica razionale, altrimenti qui tutto funzionerebbe sempre e solamente allo stesso identico modo, oppure avremmo solamente la tabellina del due e quella del sette, qualche colore ma non l’intero spettro, c’è una parola, un termine, un traguardo che rispecchia alla perfezione questa mia ricerca dell’essere e del vivere:

    “Sperimentazione”

    Ma guarda un po’ che la scienza stessa, se non dimostra scientificamente una cosa non la riconosce, e non lo fa neppure se questa cosa esiste… ossia esiste solo se può essere scientificamente dimostrata altrimenti la si nega per quanto possa essersi manifestata, documentata, vista o vissuta… ovviamente fin quando arriverà qualcuno in grado di dimostrarlo scientificamente… ( !!! )

    E’ evidente che ci sono delle contraddizioni in questo sistema, ancora più evidenti quando si cerca di applicare alle cose, alle scelte, alle percezioni dei valori, delle formule, dei calcoli… ma tutto questo va letteralmente distrutto, superato, archiviato come un’era paleozoica, antica… il senso delle cose, la proiezione nel domani, la lettura del nostro patrimonio interiore, quello definito spirituale ma inteso come componente reale, materiale della nostra spiritualità, non come spesso millantano presunti e involuti profeti adombrando tecniche o ricette per entrare nel proprio “io” superiore, nella propria sfera spirituale come se l’anima fosse una zona esterna, divisa, separata, scollata dal nostro corpo.

    Ma fin quando siamo vivi è un tutt’uno! Ma ci vuole un Santo, un Cristo, un Dio, un Guru o uno scienziato per arrivarci? Ci vuole un premio Nobel… ? Ma non si può per una volta cogliere l’immediata evidenza delle cose, considerare valido e certo quello che siamo, sentiamo, vediamo ed ascoltiamo… ? Ma qualcuno si è mai posto il problema di misurare matematicamente l’ampiezza e la brillantezza di un arcobaleno…? Oppure, visto che va di moda ultimamente… cosa ne dite di applicare la fisica quantistica per calcolare la bellezza di un sorriso o la profondità di una emozione, un sentimento…?

    Semplicemente ci sono delle aree, degli spicchi, dei segmenti in cui la conoscenza stessa, il linguaggio e la cultura tendono a frammentarsi, ma per superficialità e ignoranza si usa applicare i propri limiti conoscitivi per descrivere, spiegare o calcolare ogni genere di cosa, è qui che nascono i grandi nodi che, giunti al pettine risultano sempre ingarbugliati… non servono decine di trattati, convegni, seminari, enciclopedie e correnti di pensiero, dettami filosofici o tematiche di gruppo, non serve tirare in ballo figure divine mai definite né definibili e, per favore, non prendiamo neppure in considerazione le boiate di tipo esoterico, paranormale, paracarri e paraculi in genere… ogni volta che una sfumatura leggermente diversa appare accanto ai colori tradizionali, ecco scatenarsi quel bellissimo fenomeno di grigiore culturale per cui tutte quelle figure incapaci di avanzare nella propria evoluzione geocronologica devono esaltare il proprio stadio larvale fantasticando di forze misteriche, occulte, estranee, mistiche o antroposofiche che siano… la rintronata presunzione degli strati più ottusi e ossessivi porta non solamente fuori strada, ma riesce persino a demolire la bellezza e la purezza sorgiva delle cose più semplici e meravigliose per declassarle attraverso improbabili percorsi di ricerca conditi da una variegata cornice di fantasiose gratuite teorie… ma il teorizzare, il vagare in questa terra di definizioni e pseudostudi, di formulette e filastrocche, ritornelli a metà tra la litania religiosa e la preghierina scolastica… è una delle forme più distruttive, dannose e malevole del vero patrimonio spirituale che sostiene la vita, l’Universo intero… il NOI

    Nell’IO di ciascuno esiste un intero universo di conoscenze, un kit di poteri di analisi, calcolo, valutazione, percezione, visione, confronto… una memoria di tipo RAM veramente inesauribile, un sistema operativo cosi perfetto da non avere proprio nessun bisogno di fare calcoli, misurare, quantificare, spiegare, dimostrare proprio nulla a nessuno: lo stadio scientifico viene molto, ma molto dopo lo stadio “IO” … ne è una piccola sezione, quasi secondaria e persino scontata visto che sfrutta e utilizza in maggior parte la componente dati che stanno nel nostro archivio mnemonico, nel magazzino… la zona spirituale che si interseca con le aree emotive, il bagaglio sentimentale, le componenti vive e la percezione esterna attraverso la nostra sensibilità, la profondità d’animo, lo spessore caratteriale, la dolcezza, le vibrazioni sentimentali, il talento, le qualità artistiche, l’amore fraterno, familiare, relazionale… i gusti e i desideri, la sfera dei progetti e quella delle ambizioni, non è soggetta ad un percorso logico, matematico, algebrico, geometrico e neppure fisico o metafisico: non è possibile applicare una formula né all’amore né a tutto ciò che riguarda il proprio “IO”. Qualunque studio è frutto dell’arroganza umana e della primitiva necessità di spiegare fenomenologicamente ogni cosa, dal fulmine al tuono tutto deve essere quantificato, catalogato e dimostrato, sì ma da cosa e per che cosa… le variabili caratteriali sono una per ogni singolo essere umano… le variabili esperienzali idem e quelle sentimentali anche… ogni singola persona ha non a caso, ripeto:
    “NON A CASO” un DNA che viene definito codice genetico ed è unico, specifico di ogni singolo essere vivente! UNO! E altrettanto avviene per le caratteristiche spirituali, ma mentre il DNA può essere letto e codificato trattandosi di una sequenza materiale, la stessa cosa non è mai avvenuta e non può avvenire per la vita, l’anima del singolo essere! E questo perché non è attraverso questo tipo di percorso che siamo in grado di leggere, catalogare, definire… La grave lacuna involutiva è proprio nell’applicare regole empiriche al mondo non-empirico: sono strati diversi, non ci vuole molto a capirlo, basta sentire, è immediata la percezione e ancor più istantanea la lettura. E’ più che mai evidente di fronte a queste fenomenologie che le persone di scienza hanno maggiormente sviluppato la propria area empirica, in alcuni casi solo e integralmente quella, mancano della visione sensibile e della capacità di ascolto, non c’è nulla di male in tutto questo a condizione che non si vada ad interferire con strati differenti che esistono in piani e universi differenti. Purtroppo questo non solo accade ma addirittura ci sono correnti di convinzione simili alle tempeste di sabbia che portano tumultuose e gratuite complicazioni che inquinano e occultano completamente la cristallina visione di origine. Partiamo infatti da una sorgente interiore assolutamente pura e non contaminata che ci consente di seguire il volo di una rondine, l’espandersi di una nuvola, abbiamo istinti che determinano la nostra spontaneità… quella che ci fa chinare verso il profumo di un fiore, quella che ci fa sorridere, gioire, divertire, godere…

    Invece qualcuno deve sempre etichettare, imporre la propria disciplina, misurare, circoscrivere, studiare, dettagliare, calcolare… ma quando si metteranno i loro manuali del perfetto imbecille in una zona rettale maggiormente adatta e preposta ad accoglierli..?

    Quando potremo correre in uno spazio non definito di libertà superiore in cui tutto accade e si manifesta nella sua totalità, nella sua bellezza senza il degradante e polveroso interferire di questi sciacalli dell’anima? Le persone preposte allo studio delle nostre componenti spirituali sono per loro evidente natura in antitesi con la spiritualità stessa: certamente si raggiunge il massimo livello antitetico quando parliamo di teologia e scienze spirituali: nel momento stesso in cui siamo nel campo scientifico siamo già fuori, in conflitto con quello spirituale… è qui che si inabissano le anime più fragili, è qui che nascono le più drammatiche ignoranze, le discipline più inutili e devastanti, le religioni e i relativi fanatismi… questa è l’officina delle debolezze, la fabbrica che distrugge i sogni! Il mondo scientifico, i libri, i testi, gli studi, le ricerche… devono girare al largo dal nostro spirito, molto al largo! L’evoluzione interiore non sta certamente nel caricare sempre più la nostra anima di un bagaglio materiale ma se proprio vogliamo fare un lavoro non semplice in un’era in cui la comunicazione globale diffonde e propaga boiate stratosferiche ad ogni livello e in pochissimo tempo, l’unica possibilità di sopravvivenza è lo scarico, il decongestionamento, il decondizionamento, lo svuotamento, la pulizia… rimuovere le croste, le calcificazioni indotte dai processi educativi e culturali, distinguere ciò che occorre per il nostro benessere di tipo materiale e denudare completamente il nostro “IO”, spogliarlo, pulirlo, lucidarlo, riportarlo a quella brillantezza di origine che ancora oggi è possibile vedere chiaramente solo nei primi mesi di vita di un bambino… ecco… quando tornerete a sorridere con la stessa, gioiosa immediatezza, senza fare calcoli se state sorridendo a una persona buona, cattiva, senza preoccuparvi di tenere il muso e apparire seri… sì… perché ci sono persone così evolute che si preoccupano persino di alterare la propria espressività e darsi un tono duro, chiuso, tenebroso, serio… Il capolavoro lo si ottiene rincorrendo il mito della “persona seria” ma vogliamo parlarne un attimo? Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare incapaci di ridere e sorridere, divertirci e gioire? Ma dove sono i veri pagliacci? Non si nascondono forse dietro queste splendide maschere di presunta saccenza, saggezza e cultura…???
    Ma sì… è chiaro, luminoso, solare… è tutto qui, in fondo, il trucco ridicolo e patetico di queste anime di ghiaccio, statue di argilla senza ricami emotivi, senza vasi sanguigni, senza cellule cardiache… è tutto qui…

    Decongestionatevi da questa melma indotta da fanatici indottrinatori che si arrogano con disarmante ignoranza e stratosferica presunzione di demolire le nostre aree sensibili più profonde e delicate… difendetevi voltando le spalle ai loro codici, alle loro formule, ai loro rituali… mandateli a contare le onde del mare, così saranno impegnati per qualche miliardo di anni, o a misurare la traiettoria delle nuvole, così si metteranno li con qualche migliaio di computer collegati tra loro e si divertiranno a produrre dati su dati e la smetteranno di occuparsi di strati che non sono di loro competenza… Quando vedete questi lugubri essere che si millantano di godere capacità scientifiche o conoscenze di qualunque genere in ambito spirituale, limitatevi a respirare con amore, socchiudere gli occhi e sognare… loro purtroppo non sanno farlo, sono come dei mendicanti che al semaforo vi supplicano di avere un gesto di carità, misericordia, sono accattoni, straccioni, poveri, veramente e stupidamente poveri… Lasciateli nella loro stessa polvere, annebbiati nella loro stessa ottusità… lasciateli fare in fondo sono innocui se non gli date la possibilità di accedere al vostro patrimonio emotivo… loro passeranno la vita a fare ricerche, calcoli, studi, cazzate di ogni genere… li riconoscerete per l’assoluta assenza di sorriso, per l’espressione caduca, infelice, triste, per l’immorale serietà, per la fanatica esigenza di capire, capire, conoscere e capire… lasciateli lì per favore…

    Voltatevi verso il sole, verso il cielo, sorridete, siete vivi… vivetevi…

  • 22 settembre 2011 alle ore 17:48
    Bistecca alla brace

    Come comincia: Non ho mai avuto quel particolare feeling con la carne intesa come fetta di circa 20-25 centimetri quadrati tagliata abbastanza spessa con o senza laterale di osso  nota a tutti sotto il nome di bistecca. Polpette, salsicce, hamburger, spiedini, carni bianche e così via è quotidianità, ma con questa parte di manzo, la lombata con il tipico taglio a TI, vi è sempre stato un po’ di conflitto e non nascondo neanche un po’ di diffidenza. Forse ha inciso il fatto che quando sono nato, nei primi anni sessanta, da famiglia povera e numerosa, non mi sono state date le giuste e ripetute occasioni di apprezzarla, di poterla valorizzare in pieno, forse ma…chissà. Fatto sta che io la bistecca ai ferri, alla brace, alla fiorentina, la mangio mal volentieri e non più di una o due volte al mese.
    Faccio l’impiegato, sono separato e la situazione economica è sempre critica, ma siccome sono un signore, spesso offro anche il caffè in ufficio dove non mancano mai colleghi scrocconi, approfittatori o semplicemente più poveri di me. Oltre allo stipendio mi danno, con il nuovo orario concordato con i sindacati, un ticket giornaliero pari ad euro 7,50 da spendere ai supermercati! Da qui l’idea di comprarmi tre fette (due chili e mezzo) di bistecca fiorentina ai grandi magazzini. Abito da solo in fitto al quinto ed ultimo piano di un palazzo nel centro di un paesino in provincia di Napoli di sole sessantacinquemila multi colorate e frenetiche anime. Dapprima ricordo, agli inizi degli anni ottanta, esisteva solamente una piccola simpatica comunità di ragazzi scuri di pelle che venivano mandati dalle loro facoltose famiglie Senegalesi a studiare alla prestigiosa facoltà della Federico II di Napoli a cui in più d’una occasione, io e i miei amici, dimostrammo la nostra sana idea di razzismo, socializzando con loro sulla musica e sulle canne. Poi, man mano, sono arrivati altri gruppi, altri Popoli, altre Etnie ed altre Culture. Ora, nel corso degli anni, tra Rumeni, Albanesi, Bulgari, Tunisini, Marocchini, Polacchi, Ucraini, Vietnamiti, Cingalesi e Cinesi ad ogni angolo di piazza, mancano solo i membri di alcune tribù recentemente scoperte tra Il Brasile e la Bolivia che di sicuro presto arriveranno e che di sicuro avranno tante cose anch’essi da insegnarci. La Nazionale di calcio è uscita dai Mondiali, è fine Giugno e fa proprio caldo; le serate sono le più lunghe dell’anno. Sono in crisi personale con la mia nuova compagna ed ho deciso stasera, tramite dolce e comodo sms, di tentare di farla franca: -leggero mal di testa, saltiamo?- Ha funzionato! Mia figlia è uscita, dopo l’esame di Stato, con i suoi amici e non devo accompagnarla, le carbonelle ci sono, il vino in frigo non manca mai e per giunta oggi ho scaricato i Traffic, i New Order e i Siouxie and the Banshees che non ascoltavo dal 1981 durante la memorabile, spensierata vacanza con amici sull’isola di Antiparos nel mare Egeo. Quale serata sarebbe migliore per prepararmi e gustarmi in pieno, finalmente, la mia sacrosanta bistecca fiorentina alla brace in santa pace?
    Decido di attrezzarmi sul terrazzo tanto è di tutti, proprietari e condomini che pagano l’affitto e poi è arioso e non ci va mai nessuno. Conosco bene quello spazio perché ogni volta che tirava forte vento dovevo poi aggiustare l’angolazione dell’antenna TV via cavo. I palazzi adiacenti sono più bassi e solo pochi potranno notarmi quassù. Della gente poi ho anche imparato ad infischiarmene. La cella superiore del mio frigo è sempre per metà piena di ghiaccio. Rende piacevole in pochi minuti qualsiasi bibita io immetti ed il servizio è quasi gratis! Sono le ventuno e preparo tutto con calma, per giunta domani è sabato e non si lavora! Tolgo dalla cella frigo la bistecca più grande da quasi un chilo ed vi infilo altre due Ceres. Salgo il tavolino pieghevole, sedia e carbonelle. Poi, man mano che scorrono i memorabili brani di “When the eagle flies” dei Traffic trasporto: barbecue, alcool, posate, rotolone, sigarette e la radio-cd portatile da 80 watt con ultrabass ma tenuta a volume moderato. Le conosco bene le regole della privacy, del rispetto altrui e del vivere civile io. Salgo e scendo ripetutamente, sorseggio, canticchio, sudo ma sono rilassato; è bella la libertà.
    Sicuramente neanche quest’anno andrò in vacanza e mi conviene approfittare della serata favorevole per scaricare un po’ di tensioni varie. Riscendo in cucina e preparo la sbattuta di basilico, aglio tagliato fine ed olio extravergine da pennellare sulla mitica. Ho la sensazione che mi hanno fregato di nuovo con le carbonelle dandomi quelle dure che schioccano e che per accenderle servirebbe un lanciafiamme, ma che una volta andate ti garantisci la brace per tutta la notte. Noto le due sorelle in pantaloncino, del sesto piano del palazzo di fronte, in un andirivieni continuo lungo il balcone tra stupide risatine tenendo lo sguardo in alto. Leggono oroscopi nelle stelle? Mah, chi se ne frega! Il pane di grano misto è fresco e casereccio, il Manduria ha raggiunto la temperatura ideale, l’insalata di pomodori, olive, tonno, cipolline bianche, origano e basilico è da leccarsi le dita. Per giunta ho portato in terrazzo la maionese ed il ketchup che non si sa mai. Una birra da 33 cl finisce presto di queste serate anche perché non avrebbe senso berla tiepida in una calda serata di Giugno quindi, per gustarla fresca, bisogna finirla prima che si accaldi e  con queste temperature bisogna essere veloci. Fumo con un angolo della bocca e canticchio sui brani con l’altro, entrambe le mani sono alle prese con il fuoco. Non manca nel frattempo qualche sinuoso movimento del bacino. Di tanto in tanto mi piego, mi abbasso, mi contorco lateralmente in totale armonia con la musica, oramai sono sciolto. Un piatto di plastica in una mano funge da ritmo e da ventaglio impazzito sulla griglia. Queste maledette carbonelle non ne vogliono sapere. Altro alcool, carta, ventaglio veloce, ancora più veloce. Oramai il tramonto è stato completato e le prime scintille si levano dalla fornace come miriadi di stelle cadenti impazzite. Una, cento, mille, tantissime stelline di fuoco schizzano dalla brace in tutte le direzioni; è andata! E’ uno spettacolo pirotecnico meraviglioso in questa calma, calda e scura serata. Seguo le scie incandescenti spegnersi nel buio. Oramai tutti cenano e di sicuro nessuno bada a me, scatto di volume verso destra alla radio-cd; e vai! Il tavolo l’ho sistemato abbastanza lontano dalla fornace, voglio mangiare con il venticello non con il calore del fuoco vicino. Tutta la superficie del terrazzo ora è di mia esclusiva proprietà. Altro che pied-à-terre, questo è pied-in-ciel. Un grande party solo per me, da troppi anni l’aspettavo e al Mondo d’oggi solo in pochi possono permetterselo. Appoggio la bistecca sui ferri incandescenti della griglia che fedelmente rilascia, oltre agli urli soffocati della bestia, fumi e profumi in tutto il quartiere. Spalmata di sbattuta superficie anteriore, un minuto, la giro, rispalmata di aromi, l’odore è letteralmente irresistibile, il grasso sciolto cola sulle carbonelle che non si spegneranno più. Mi ricordo che non deve cuocere tanto, infilo con le tre punte metalliche della forchetta la preda e la adagio delicatamente sul largo piatto piano. Spruzzatina di pepe, sorsetto di vino per preparare il palato: si cena! La musica, ora, irrompe con effetti surround su tutta la superficie del terrazzo come un concerto dal vivo senza ch’io abbia ritoccato il volume.
    E’ incredibile come due o tre birrette ed un sorso di Manduria possano farti sentire così naturalmente in simbiosi con le forze del Cosmo, farti apprezzare così dettagliatamente la musica e farti sentire finalmente a posto con te stesso. Uno sguardo verso l’alto alle costellazioni presenti, sembra ci siano tutte e tutte in frenetico movimento rotatorio, la natura è uno spettacolo incomparabile. Un pezzetto di carne ancora fumante viaggia verso la bocca, assaporo, maciullo, sorseggio. I tratti del mio volto cambiano gradualmente la rilassata espressione in una smorfia. Puahhh, che schifo! Uffà! Non so perché ma come sempre, al primo addentamento a questo tipo di carne, ho sempre l’impressione che i muscoli striati della bestia in bocca, compressi e maciullati dai denti, emettano un sapore sgradevole, un misto di sangue salato e disgustosa poltiglia. Chiedo scusa a me stesso e alla bestia. Anche stavolta, purtroppo, riempirà di gioia solo lo stomaco di uno dei tanti cani randagi del vicinato. Mi consolo con un mio nuovo aforisma: “l’immensa gioia della bistecca alla fiorentina non sta nel mangiarla, ma nel cuocerla al punto giusto.” Metto da parte il piatto piano con la bistecca e tiro delicatamente a me la bianca zuppiera di pomodori e company. Finalmente si mangia! Sorsetto, insalata, musica, pane, insalata, vino, sigaretta; stelle.
    E’ indescrivibile la sensazione di come un palazzo di cinque piani e terrazzo possa, dopo aver inizialmente ondulato in modo quasi impercettibile, salpare e prendere gradualmente il largo in un crescendo di chitarre e voci. Sento di lasciare lentamente il mio quartiere alle spalle. Non mi giro neanche a guardarlo d’altronde non ho nessuno da salutare, riammiro la via Lattea. Non conosco la rotta, ma Sirio è particolarmente grande e luminosa stasera. Si solcano onde! Si viaggia! Sento chiaramente dentro il mio corpo i forti brividi della partenza senza meta. Di sicuro è una vacanza, un’avventura e non c’é nessuno a bordo che possa contraddirmi. L’intera imbarcazione ospita esclusivamente il sottoscritto, capitano e mozzo al contempo. In fondo stasera devo ammettere che non avevo molta fame, è molto più piacevole bere, fumare ed ascoltare questa bellissima musica mentre viaggio con entrambe le mani saldamente attaccate alla ringhiera della prua. Espello scie di fumo a mo’ di ammiraglio  e incredulo assimilo adrenalina di ottima qualità che mi fa sbarrare leggermente gli occhi su quest’immenso sconosciuto Oceano. Ora si che si respira! Il mio corpo, fieramente ritto, è accarezzato da un fresca brezza che ritaglia perfettamente la sagoma. Quest’alito d’alto mare inebria le mie membra, specie al contatto col petto villoso, ora denudato. Ammiro soddisfatto questo mare piatto e profondo, di un nero indescrivibile stasera e questo cielo di uno  stupendo blu elettrico con tutti i carri e le stelle del Mondo.
    Ho un’ultima cosa da fare: riscendere in coperta, recuperare le ceres per evitare che scoppino nella cella frigo e portare su, oltre le due bionde doppio malto, la mia nera bandana da pirata, il mio fido sacco a pelo verde militare (senza cappuccio) amico di tanti spensierati viaggi ed il mio coltello a scatto con manico di osso, non si sa mai pei mari. I venti sospingono costantemente a poppa, senza scossoni. Sceglierò, per la notte, l’angolo sotto l’albero maestro a forma d’antenna TV. Noto le stelle ed il creato aumentare la velocità di roteazione, sarà un segno di un qualche potente Dio. Scaccio tutti i pensieri dalla mente e gli echi di stupide risate di ragazze in pantaloncino dalle orecchie. Oramai sono lontano e non posso più tornare indietro.

  • 21 settembre 2011 alle ore 14:21
    Storia di Adrion

    Come comincia: Stavrovouni, solstizio d’estate, 648 
     
     
    Il monte Stavrovouni s’ergeva seicentoottantotto metri sulla campagna piatta e sabbiosa, come fosse in contatto col cielo. Peccato che i monaci passassero tutto il loro tempo prostrati in preghiera, perché da lassù la vista spaziava incontrastata su tramonti superbi, albe rosate sul mare... e si sarebbe anche potuto svolgere un efficace servizio di sorveglianza, ora che i pirati infestavano le rive cristiane in cerca di giovani schiavi. Ma a loro non importava prendere parte attiva alla lotta: ritenevano le incursioni diretta conseguenza del peccato e la grazia divina l’unica difesa possibile.
    Quando le prime luci dell’alba arrossarono le pietre, una folla d'uccelli s’avventò su una piccola sporgenza della roccia, dove un giovanetto a piedi nudi aveva messo del cibo: «Mangiate miei cari!» mormorava dolcemente «e ricordate che Adrion vi ama!».
    Ma un urlo agghiacciante proveniente dalla spiaggia li fece volare via; il ragazzo guardò istintivamente giù, verso il mare e vide una piccola donna bruna che cercava invano di resistere, mentre i pirati la trascinavano verso una barca. Alle sue grida erano accorsi due uomini, ma furono subito immobilizzati dai complici.
    Certo sarebbe stato suo dovere dare l’allarme, ma qualche cosa glielo impedì.
    Così era scomparsa sua madre.
    Adrion era stato preparato a quest'eventualità fin dalla prima infanzia, quando vivevano soli: «Non hai mai conosciuto tuo padre!» diceva dolcemente lei «perché s'è lasciato uccidere dai pirati per darmi tempo di porci in salvo. Quella volta è stata una necessità, tesoro, perché io ti portavo in grembo ed era indispensabile per me non partorirti in terra straniera, ma ora, ricordalo bene, non ha più senso fare gli eroi. Tuo padre è morto e per me non fa differenza vivere qui o nell'harem d'uno straniero! Ma tu, amore mio, devi salvarti ad ogni costo. Quando vedrai le navi nemiche venire dal mare, corri a metterti in salvo al convento e non pensare a me, promettilo!».
    No, Adrion non voleva promettere.
    Gli piaceva vivere con la mamma.
    Abitavano in una casetta di calce bianca, che faceva tutt’uno con la spiaggia assolata. Pescavano ogni mattina le preziose conchiglie da cui si ricavava la porpora e lei era abilissima ad estrarre il fiore colorato, quasi senza sciuparle. Sedevano ore ed ore, intenti a quel lavoro, ammucchiando i gusci vuoti da una parte e la sostanza colorante nei vasi di rame. Poi Adrion portava tutto ai monaci, che in cambio gli davano grano ed olio. Quando pioveva ricamava i paramenti sacri con quelle sue dita macchiate di rosso, che non tornavano più pulite. E ricordava i viaggi di suo padre, un ricco mercante di reliquie: foreste di cedri, palazzi coi giardini lussureggianti, chiese e conventi di città, ricchi di marmi, di mosaici e d'icone miracolose. Sua madre non solo le conosceva tutte, ma gli narrava anche le storie dei santi cui erano appartenute e le circostanze del loro ritrovamento: la più importante era quella della vera croce, custodita appunto nel convento di Stavrovouni, per questo voleva che, rimasto solo, si rifugiasse là.
    Su quel punto si mostrava ostinata.
    «No, caro, tu non cadere vivo in mano agli infedeli, non devono neppure sospettare la tua esistenza. Se per caso giungessero mentre siamo in casa e tu non avessi il tempo di fuggire, nasconditi in una cesta e lascia che la mamma si occupi di loro, stai nascosto e non fiatare, finché non riuscirò a portarli lontano ed a salire sulle navi. Non cedere alla curiosità di seguirmi, amore, e neppure di guardare, o il mio sacrificio e prima ancora quello di tuo padre, saranno vani,. Promettilo Adrion, prometti!».
    Alla fine aveva ceduto.
    Tanto questi Mussulmani non s'erano mai più visti. Al mercato assicuravano che se li era inventati, perché era stata abbandonata col piccolo in grembo, ma Adrion sapeva che parlavano solo per invidia. No, no, i pirati c'erano davvero, ma forse avevano dimenticato il villaggio.
    Invece erano tornati.
    Un giorno avevano visto le navi sul mare e sua madre gli aveva ordinato di fuggire senza voltarsi. Non aveva obbedito fino in fondo: arrivato alla porta del convento non aveva saputo resistere alla tentazione di girarsi un attimo e l'aveva vista, piccola piccola, su una di quelle barche. La stavano portando via. Al mercato ora si raccontava che non fosse stata rapita, ma che lo avesse abbandonato apposta, per darsi alla bella vita tra gli infedeli, dove le bionde formose come lei erano molto apprezzate e richieste. Adrion si vergognava di non averla difesa... ma era vincolato dalla promessa!
    Questa volta no.
    Poteva guardare.
    Così poté verificare che sua madre aveva ragione e la gente torto.
    Se quella stupida donna fosse stata zitta ed avesse almeno finto di rassegnarsi, i due uomini avrebbero potuto fuggire e chiamare aiuto, così invece... gli ci volle un po' di tempo per capire che li stavano uccidendo.
    Ancora di più per decidersi ad interrompere la funzione dell’aurora. I monaci avevano escogitato uno speciale suono di campane, che diede l'allarme a tutto il paese.
    Adrion, rimasto solo nella gran chiesa buia, si prostrò davanti all’icona della Vergine, accanto alla quale ardeva sempre una lampada... ma era distratto. Aveva un solo pensiero in capo: sua madre aveva ragione e gli altri torto. Così invece di pregare, fu colto da una specie di sonno inquieto, popolato di ricordi.
    Era sempre allegra, la mamma.
    Gli aveva insegnato ad amare l'isola: raccontava che, aldilà dei monti e delle foreste di cedri, c’era una terra completamente diversa, il mare bagnava le rose di roccia fiorite sugli scogli, che erano ancora più profumate delle erbe aromatiche. Qui, in tempi lontani, si venerava la dea dell'amore e della vita. A Paphos, dove si diceva che fosse nata, l’acqua era perennemente agitata da piccole onde di spuma, anche se non c'era vento e le fanciulle erano le più belle del mondo. In memoria di A quei tempi l'isola era la più pescosa del Mediterraneo. Nel luogo in cui si adorava l'antica dea ora c'era la Madonna miracolosa di Katholiki cui si poteva chiedere qualsiasi grazia, perché la Vergine è più comprensiva di Dio stesso e non smette mai d'intercedere per gli uomini.
    «Mamma, ma c'è Dio?» aveva chiesto un giorno.
    «Certo, Adrion!» aveva risposto «non devi mai dubitarne!».
    «E allora perché non ha aiutato papà ad uccidere i Mussulmani?».
    «Gli Arabi vanno a pesca d’uomini come noi di pesci: te lo figureresti un pesce che dice "non voglio essere mangiato"?».
    Adrion rideva: «Ma mamma, i pesci non parlano!».
    Allora si faceva seria: «Credi, tesoro, c'è meno distanza tra un uomo ed un pesce che fra noi e Dio!».
    «Ma se papà avesse pregato la Vergine di Katholiki...» s'ostinava Adrion.
    «Non si può discutere di quel che è stato» concludeva lei «si può solo far meglio per il futuro...».
    Si alzò e, sforzandosi d’allontanare le distrazioni e di pregare per gli stranieri, tornò a fissare lo sguardo sull’icona mariana: il fumo della lampada perennemente accesa l’aveva un po’ scurita. Il mantello aveva cupi riflessi sanguigni; producevano tutti i colori in convento: il viola ed il rosso con la porpora, il bianco, dato dai gusci ben pestati, gli azzurri e le varie tonalità di giallo ricavati dalle erbe dell’orto, il nero, per cui si raccoglievano, subito dopo la potatura, tutti i sarmenti di vite dei dintorni, che erano poi carbonizzati e polverizzati con cura, come l’oro e l’argento. Amava l’incarico di produrre colori, perché gli scarti erano la principale parte del cibo che dava agli uccelli, ma non gli piacevano affatto le immagini dipinte e non riusciva a concentrarsi e pregare. Chi diceva che servisse? Forse appunto, come gli uomini sono indifferenti al destino dei pesci, anche a Dio, che stava nei cieli, non importava che l'isola di Cipro fosse cristiana od islamica.
    Alla fine uscì dalla chiesa e s’accinse a raggiungere la spiaggia: «Che fai, Andrea?» lo chiamò padre Crisostomo. Non lo chiamavano col suo vero nome, perché non c’era un santo corrispondente.
    «Ho messo l’esca per le conchiglie» spiegò «e vorrei controllare le ceste!».
    «Ma figliolo» gli fece notare il monaco «ci sono i pirati, tu stesso hai dato l’allarme! Se vuoi renderti utile vai invece in infermeria e in cucina: prima di sera arriveranno i feriti!».
    Ad essere sinceri non aveva particolarmente voglia d’aiutare: amava la pesca proprio perché era una scusa per uscire; tuttavia, senza conchiglie, veniva a perdere il principale nutrimento per i suoi beneamati uccelli. Da quando era giunto in convento li nutriva in segreto, alimentando di propria iniziativa la semplice idea dei monaci di buttare i rifiuti in un posto dove gli animali selvatici potessero cibarsene, per non sprecare nulla: nessuno era più attento di lui quando spazzava i magazzini e ripuliva le piante aromatiche una per una, liberandole dai parassiti. Aveva ammantato questa norma igienica d’un profondo contenuto affettivo ed il lungo e paziente esercizio gli aveva permesso di giungere sempre esattamente al sorgere del sole, che l’investiva sfavillante coi propri raggi. Era il suo rito mattutino, poiché non era tenuto a partecipare alla preghiera comunitaria. Amava negli uccelli la possibilità di volare liberi ed ogni volta chiedeva in segreto se avessero visto sua madre, arrivando all'assurda speranza che, almeno loro, lo riconoscessero come Adrion.
    Lavorò dunque, coscienziosamente, alle cucine, riuscendo a far sparire un po’ di grano e raccogliendo con scrupolosa cura ogni briciola caduta a terra.
    «Sei gentile ad aiutarmi» diceva Giuseppe, l’unico novizio, profondamente turbato dagli avvenimenti.
    «Dio può sempre fare un miracolo e concederci la vittoria!» il giovane scosse il capo tristemente, era rimasto orfano e non aveva particolare fiducia nell’intervento divino.
    Effettivamente non accaddero prodigi.
    Tutto ciò che riuscirono a riportare a casa al tramonto fu il cadavere d'un uomo ed i miseri resti d'un altro, che si lamentava.
    Erano due latini.
    Adrion ne mirò sbigottito i corpi giganteschi e le barbe bionde, perché gli avevano detto che suo padre veniva dal nord come loro. Al confronto gli altri uomini sembravano bambini.
    Avrebbero seppellito il morto nel cimitero del paese, perché solo i monaci avevano il diritto d’occupare l’ossario del convento, ma ricoverarono l'altro nella foresteria, dove avrebbe potuto esser curato direttamente dalle taumaturgiche mani di padre Belisario.
    Durante la compieta, Adrion lo raggiunse.
    Ora si sentiva un po' in colpa nei confronti degli stranieri, per non aver dato l'allarme in tempo: l’uomo giaceva immobile nel lettino di salice, avvolto nelle bende di lino, che parevano azzurre alla luce del crepuscolo. I grandi bracieri di rame diffondevano nell'aria l'odore di legno aromatico e d'incenso con cui i monaci cercavano invano d'allontanare le zanzare, attirate dal sangue. Ne allontanò delicatamente una e sentì il calore della febbre che lo divorava.
    «Devo confidarti un segreto!» gli sussurrò.
    «C’era una volta una grande città che s’affacciava proprio a questo mare e le sue mura erano state costruite direttamente da Dio! Ma il re s’inorgoglì della sua potenza ed osò sfidare il cielo, così scoppiò una grande guerra e tutti gli eroi accorsi da entrambe le parti morirono, perché nessuno aveva ragione o torto, tutti erano egualmente colpevoli di superbia. Il loro sangue cadde nel mare ed impregnò le conchiglie d’un colore purpureo...» fin qui ripeteva una delle leggende antiche raccontate da sua madre, ma improvvisamente la sofferenza dell’uomo che gli stava davanti e la frustrazione di quella giornata passata in solitudine, gli suggerirono una diversa conclusione: «noi abbiamo il compito di ripulire il mare da tutto quel sangue. Dobbiamo dimenticare tutte le altre occupazioni, raccogliere le conchiglie, liberarle dal fiore e rigettarle vive in acqua...».
    Tacque. Se davvero fosse stato possibile vivere in quel modo: pescare il pesce senza nutrirsene, coltivare i fiori senza servirsene, ricamare begli abiti senza indossarli, allora forse Dio, quello strano Padre lontano ed assente che aveva addirittura permesso la crocifissione di suo figlio, si sarebbe accorto che gli uomini erano buoni ed avrebbe offerto loro un sostentamento che non passasse attraverso la violenza ed il sangue... ma come spiegarlo?
    «Nezia!» si lamentò l'uomo.
    Quel suono lo riportò alla realtà: «Devi rassegnarti, fratello» gli sussurrò con quanta più dolcezza poteva  «è stata rapita dagli arabi, ma mia madre...».
    «Andrea, in nome di Dio, chi ti ha dato il permesso d'entrare?» lo interruppe concitato padre Belisario e, molto prima che rispondesse, lo mise alla porta.
    Restò nascosto nell'ombra finché il monaco non uscì e poi entrò di soppiatto ad assistere il ferito. C'era qualche cosa in lui che lo attirava segretamente: i capelli biondi, il fatto di sentirsi responsabile della sua vita, ma più ancora quello strano nome di donna... Nezia… era sicuro che non ci fossero sante con quel nome, come non s'erano trovati santi Adrion.
    «Ho sete!» disse l'uomo quando lo sentì tornare.
    «È una fortuna che tu parli il greco, fratello» disse incoraggiante, poi si guardò attorno.
    La luce della luna piena pioveva liquida sulla brocca di rame, versò un po’ d'acqua in una ciotola e gliel'accostò alle labbra riarse, ma lo sconosciuto non riusciva a muoversi e fu necessario bagnare una pezza e mettergliela direttamente sulla bocca. Per un po’ lambì golosamente le gocce che cadevano, poi riprese a lamentare l'assenza di Nezia.
    «Ti capisco più di chiunque altro, fratello» disse dolcemente Adrion «anche mia madre è stata rapita...» e pian piano raccontò tutta la sua vita, con le bellezze ed i misteri dell'isola, persino le storie degli Dei... narrò la guerra di Troia e la vicenda di sant’Elena, che era sbarcata a Cipro per miracolo. E se la bellissima Elena, per cui s’era combattuto, e la santa fossero in realtà la stessa persona? Descriveva allo straniero la regina, ammantata nella porpora imperiale, con un piccolo gatto dagli occhi d’oro fra le braccia... lo invitava ad affidarsi tutto al potere della fede, che cancella ogni peccato e risana le ferite… finché quel richiamo, Nezia, si fece sempre meno disperato, come l’ora pro nobis che risponde alle litanie.
    L’indomani, all’alba, offrì agli uccelli un pasto di solo grano ed avanzi vegetali, chiedendo anche a loro un parere sulla sua idea di vivere senza uccidere, per non insanguinare il mare. Naturalmente non risposero, ma ebbe l’impressione che gradissero il cibo nuovo... certo puzzava meno. Quel mattino erano anche più numerosi del solito: persino una grande aquila volteggiava in cielo, sovrintendendo a tutta l’operazione, cosciente della propria supremazia.
    Tornò rasserenato alle occupazioni abituali.
    Neppure quel giorno poté raggiungere la spiaggia, anzi gli abitanti di Larnaca decisero di rifugiarsi sul monte e, dato che non si poteva né respingerli, né ospitarli in terra consacrata, costruirono insieme un piccolo rifugio nascosto alla vista del mare. Adrion e Giuseppe furono incaricati di far la spola tra il convento ed i profughi, tra cui c’erano anche numerose fanciulle, molto informate sugli stranieri. La donna rapita era la madre del ferito e l'uomo suo padre, un ricco mercante che ogni anno andava in Siria con legname pregiato e pelli e ne ripartiva carico di grano e di spezie. Questa volta la famiglia lo aveva seguito, per fare un pellegrinaggio a Gerusalemme: pareva che la donna dovesse sciogliere un voto particolare... così era successa la tragedia.
    Ebbe l’impressione di percepire una sostanziale diffidenza nei confronti dei cristiani d’Occidente diretti al Santo Sepolcro! All’isola non s’usava niente del genere: i monaci erano legati da un voto specifico al proprio convento e gli altri non avevano certo i mezzi per far pellegrinaggi… e poi a che scopo? «Non da Oriente, non da Occidente, ma da Dio viene la salvezza!» affermò solennemente Giuseppe, interrogato sull’argomento. Si stava copiando i Sacri Testi e li sapeva in gran parte a memoria, ma non seppe spiegargli meglio quelle oscure parole.
    «Se sant’Elena fosse stata di questo parere» gli fece pacatamente notare Adrion «non avremmo nè la reliquia della Santa Croce, né i gatti!».
    «Santo Cielo, Andrea!» esclamò scandalizzato «non crederai a queste sciocche superstizioni!».
    Così Adrion, cresciuto ascoltando storie di viaggi e terre misteriose, si trovò a far causa comune col ferito, contro tutti gli altri e tornò di nascosto ad assisterlo.
    «Nezia!» chiamò di nuovo quella notte.
    «Devi rassegnarti fratello» ripeté Adrion «tua madre è stata rapita...».
    Inaspettatamente lo straniero rispose: «Nezia non è mia madre!».
    Per un attimo Adrion rimase ammutolito e l'altro riprese faticosamente: «Mia sorella è una bambina… come te! Era partita da casa con noi, ma arrivata a Paphos s'è ammalata e le suore di Katholiki ci hanno convinto a lasciarla con loro. La mamma voleva assolutamente portare a termine il suo pellegrinaggio e Nezia non era in grado di seguirci...».
    Per quella notte non fu possibile sapere altro.
    Forse non occorreva altro: era già innamorato della bionda Nezia, in salvo a Paphos, bisognava ringraziare! Con gioiosa meraviglia dei monaci, partecipò alla funzione notturna e pregò con particolare intensità. Gli pareva benaugurante che si fosse fermata presso il quadro miracoloso. Forse la Madonna stessa aveva voluto proteggerla.
    Se solo fosse riuscito a comunicare questo difficile pensiero al fratello!
    Così decise di fargli anche una visita diurna: fra l’ora di sesta e la nona, mentre gli altri riposavano, ciascuno nella propria cella. Il sole pioveva a picco sul giardino, come se volesse incendiarlo, gli aromi di lavanda, mirto e rose esalavano asciutti nell’aria calda ed immobile, le cicale gridavano forte, con una nota di sofferenza. Nell’infermeria, per un attimo, pensò d’essere completamente cieco e sbatté un po’ le palpebre abbagliate, prima di poter vedere il malato: aveva il volto completamente scoperto, senza cicatrici visibili ed i grandi occhi chiari spalancati sul soffitto. Quando lo sentì entrare, pur non riuscendo a muoversi, sorrise: «Tu devi essere il ragazzo che sa parlare con gli uccelli» lo salutò.
    «Chi te lo ha detto?» si schermì vergognoso Adrion.
    «I monaci!» rispose faticosamente lo straniero «e mi han anche messo un po’ in guardia dalle tue chiacchiere... ma io credo che siano l'unica cosa che mi ha tenuto vivo! Però la capacità di parlare agli uccelli non è tutto merito tuo… devi sapere, infatti, che questo monte era un tempo consacrato al dio del cielo… ed in suo onore si nutrivano numerosi volatili, che non si sono neppure accorti del cambiamento della nostra religione: l’aquila stessa vola spesso sopra di noi, senza farci alcun male».
    «Non vedo come tu possa aver osservato queste cose, immobile qui!» osservò stupito.
    «Non sono stato sempre infermo!» rise il ferito e poi spiegò: «Non fraintendermi, non volevo turbare la tua fede… al contrario! L’idea d’estrarre il fiore senza sciupare le conchiglie è molto interessante! Non è un caso il naufragio di sant’Elena a quest’isola! Ve l’ha attirata un potere antico, forse lo stesso che lega questo monte agli uccelli ed all’osservazione del cielo…».
    C’era qualcosa d’affascinante e strano in quel che diceva quest’uomo, ma ne aveva paura, si pentì d’avergli svelato i più sacri ricordi della propria infanzia e fuggì spaventato, come di fronte ad un pericolo, via, via, fino al luogo dove di solito nutriva gli uccelli. Era la prima volta che saliva lassù alla luce del giorno: il sole lo investì del suo calore, in uno spaventoso silenzio. Il mare era inghiottito da una caligine dorata che saliva fino al cielo, completamente deserto. Ogni creatura viva sembrava scomparsa, per la prima volta il luogo gli parve piccolo e maleodorante e la vampa calda gli tolse il respiro. Chiuse gli occhi: anche le sue palpebre erano rosse, anzi, se non porpora. Non era possibile estrarre il fiore senza uccidere, così come non c’era salvezza senza il sangue della croce! Per la prima volta da quando viveva sulla cima del monte, il grido dell’aquila lo atterrì. Non aveva un posto dove andare. Il lettuccio accanto al laboratorio lo schiacciava col peso dei ricordi: si rese confusamente conto che la sua vita era stata accettabile finché la pesca delle conchiglie ed il mercato gli avevano offerto occasione d’evadere. Adesso, col pericolo dei pirati mussulmani, avrebbe dovuto adattarsi a fare il novizio, come Giuseppe, imparare a scrivere, copiare i testi sacri, fabbricarsi un rosario su cui pregare in segreto ed alla fine del lungo tirocinio pronunciare i voti e tagliarsi i capelli.
    Fu la prospettiva della tonsura a deciderlo: doveva riconciliarsi a tutti i costi col ferito, perché, una volta guarito, lo portasse con sé.
    La voce di padre Belisario l’arrestò appena in tempo, s’appiattì nell’ombra, dietro ai grandi vasi d’olio, nell’attesa che la medicazione terminasse… no, non si trattava di questo: lo straniero stava confessandosi… sarebbe dovuto uscire, ma un solo movimento avrebbe palesato la sua presenza. Così attese e non poté fare a meno di sentire che il monaco cercava di convincere lo straniero a pronunciare i voti per morire in santità.
    «La vostra vita mi affascina molto» rispondeva questi «ma sono preoccupato per mia sorella».
    «Le buone suore avranno cura di lei…».
    «Fino a quando?» lamentò il ferito. «L’abbiamo affidata loro assicurando che si sarebbe trattato di poche settimane… dovevamo tornare a prenderla ricchi di regali…».
    «Fai torto a quelle sante donne, non agivano certo per interesse!».
    «Com’escluderlo completamente? I tempi son tanto difficili! Senza contare che la nostra nave è partita senza di noi… chi può impedire ai nostri stessi uomini di tradirci, tornando indietro a farsi dare la bambina e poi vendendola come schiava?».
    «Che vergogna, pensare queste cose! Le monache non la consegnerebbero! Guarda il nostro caso: forse ricorderai il fanciullo che ho sorpreso accanto al tuo letto il primo giorno… è un ragazzo senza padre, la madre raccontava che l’avessero ucciso i pirati ed un bel giorno è sparita a sua volta, forse rapita, ma t’assicuro che nessuno l’ha sentita chiamare aiuto! Eppure noi ci occupiamo del piccolo e, quando avrà l’età, se lo vorrà, l’accoglieremo tra noi…».
    «Scusa se te lo dico, ma è una cosa ben diversa! Sappiamo bene che rischi corre una donna…».
    «Ora la preoccupazione ti fa diventare ingiusto: l’ultima delle sgualdrine è più fortunata di un eunuco e può sempre contare sulle gioie della maternità. No! I nostri fanciulli corrono tutti gli stessi rischi e l’unico modo per proteggerli è pregare pazientemente e fiduciosamente Iddio di farlo, senza stancarci mai…».
    «Mi dispiace padre» concluse tristemente lo straniero «non posso pronunciare i voti prima di veder mia sorella sana e salva…» e lasciò che se n’andasse, scuotendo il capo.
    Anche Adrion attese che s’allontanasse, poi uscì dal nascondiglio e s’accostò al lettuccio d’ammalato: «Sai scrivere, fratello?» propose.
    Gli occhi color del cielo lo guardarono: «A che serve?» chiese.
    «Conosco il convento di Katholiki» mentì «perché la mamma era devota alla Madonna e m’accompagnava sempre, ma le suore non mi daranno la bambina se non saranno certissime che sei tu a chiederla, perciò devi far scrivere un documento con qualche cosa che mi faccia riconoscere. Poi prometterai a Dio di farti monaco non appena la vedrai sana e salva e sarai esaudito, perché questo è il suo monte santo!».
    «Ma tu non puoi arrivare fin là da solo…».
    «I monaci mi affideranno a qualche mercante!».
    «E tu correresti questo rischio per me?».
    «No, non per te, per lei… sento che assomiglia alla mia mamma!».
    Lo straniero tornò a sorridere: «Assomiglia a te» disse.
    «Ti prego, chiama padre Belisario e assicuragli che ho deciso!».
    Però è strano.
    Fino a quel giorno non aveva mai mentito e nessuno gli aveva creduto ed ora, con questa bugia grossa, non ebbe nessuna difficoltà. Prima del tramonto fu tutto pronto: affidò a Giuseppe gli uccelli e regalò alle ragazze le conchiglie, poi prese congedo dallo straniero e partì libero.
    Nezia lo stava aspettando.
     
    Tratto da: http://www.deastore.com/libro/adrion-cerca-nezia-una-storia-aurora-prestini-gruppo-albatros-il-filo/9788861858077.html
     
    Aurora Prestini
     

  • 20 settembre 2011 alle ore 20:41
    Paura

    Come comincia: Paura… paura e delirio
    e silenzio
    Osservo, leggo, ascolto ed ho paura.

    E torno a blindarmi
    Brividi, incupimento. Invisibili peli che si rizzano dai brividi, come freddo, brrrr che freddo!

    Urli, rumore
    Voci stridenti che sentenziano: “questo è giusto” “Quello è bello” (mica è di mio gusto.
    No, è bello e basta!)
    “Quello è patetico”, “quello è cretino”, già, cretino è chi non si uniforma al tuo pensiero.

    Odore di sentenze
    Il dito puntato addosso, è più crudele di una lama che ti trafigge.
    Giudici, opinionisti, tuttologi; frettolosi, distratti, sordi, soprattutto sordi,
    presi dall’ansia di dire e decretare.

    Smarrimento
    pensieri confusi, emisfero destro in conflitto con il sinistro… caos!

    Devo andare
    Tutto è così normale, così ordinatamente inconsistente.
    L’inconsistenza dei rapporti, delle scelte, della vita… azioni reazioni controreazioni.
    Fragili impauriti arroccati, aggressivi in difesa, urlatori suadenti, silenti osservanti.

    Sto come d’autunno sugli alberi… una foglia tremante che cadrà prima o poi.
    Paura!
    Il mio amico mi ripete:

    - esci Sant’Iddio! Esci dalla tua tana, vai, incontra gente, chiacchiera, parla!

    - E con chi, con gli alberi? - rispondo io.

    Ho paura amico, non l’hai ancora capito?

  • 19 settembre 2011 alle ore 21:14
    "Muratti & ciliegie"

    Come comincia: "Muratti & ciliegie."

    Leggeva e si pettinava i capelli.
    Restai ad osservarla per alcuni minuti mentre con quel suo pettine rosso sembrava si mondasse la testa.
    Tossì e poi accese una sigaretta, una di quelle col filtro bianco, una Muratti.
    Posò la sigaretta nel posacenere.
    Con un movimento lento e delicato, tolse dal pettine i capelli ormai perduti e li fece cadere a terra spargendoli come si usa fare col sale sull'insalata.
    Ripose il pettine nel taschino della camicia.
    Mi avvicinai.
    Lei riprese a fumare, forti boccate riempivano la sua bocca di denso fumo.
    Mi sedetti vicino a lei.
    -Nonna, come stai?
    Non rispose, ma poi si girò e mi guardò.
    -Chi sei?
    -Sono Andrea, tuo nipote.
    -Mi fai così vecchia? Non ho nessun nipote, ho solo 16 anni. Fuori dai piedi sporco nazista.
    -Sono Andrea, tuo nipote, non sono un nazista.
    Riprese a leggere e a fumare senza badare a me, come se non esistessi e non fossi lì seduto su quella sedia di plastica bianca.
    -Cosa leggi nonna?
    Domandai grattandomi il collo, una zanzara mi aveva appena punzecchiato.
    Mi guardò con la coda dell'occhio, scosse la testa e borbottò frasi illogiche.
    -Questi sono per te, mettili nella tua camera se ti va.
    Poggiai sul tavolo un mazzo di fiori colorati, lei mi guardò.
    Proprio non mi riconosceva.
    -Dai nonna, non percepisci niente nel vedermi? Non ti ricordi quando mi portavi al mare? Quando venivo a dormire a casa tua? 
    Mi guardò con aria interrogativa.
    -Stanotte dovremmo lasciare questa casa, è troppo rischioso, sono vicini.
    Sei una spia? É? Non li troverete mai là nel bosco.. E non mi concedo a nessuno per proteggerli, sporco nazista, riportati via quei fiori.
    - Dai nonna sono io, Andrea. Cosa leggi?
    -Carte, strategie, appunti, se non tengo il conto dei viveri siamo fritti, dobbiamo fare attenzione alle provviste.
    -Quanto manca alla fine? Della guerra intendo.
    Domandai lei cercando di mettermi al suo pari.
    -I tedeschi sono imprevedibili, ci portano alla stremo, è una guerra infinita.
    -Nonna, la guerra è finita, sei in una casa di riposo dove nessuno può farti del male e dove puoi stare tranquilla. Vedi quelle donne con il camice bianco? Sono infermiere che ti aiuteranno a stare meglio, smettila di pensare alla guerra, è finita.
    -Vuoi farmi diventare pazza? Dico, ti sembra il momento di scherzare? È guerra psicologica questa? Sei un tedesco che parla bene l'italiano, ti riconosco sai, ma non ci casco. Io non ho nessun nipote, ho solo 16 anni.

    La lasciai a leggere le sue carte e mi addentrai all'interno del pallido e maestoso edificio, tanto marmo, costruzione risalente sicuramente al periodo fascista. 
    Incontrai una ragazza bella e gentile, un'infermiera alle prime esperienze, lo si capiva dalla faccia impaurita e stanca.
    -Conosce la signora Tina?
    Domandai all'infermiera mentre il mio sguardo fu rapito da un'ortensia dalle palle rosa che dondolavano in una corte interna.
    -Si, c'è qualche problema?
    Chiese la ragazza con tono preoccupato.
    -Sono suo nipote, vorrei sapere qualcosa riguardo alla malattia, oggi non mi ha riconosciuto, la vedo molto peggiorata.
    La signorina sospirò, sentii il suo alito che sapeva di caramella alla menta.
    Stava ciucciando una Polo.
    -Andrà sempre peggio, ieri notte l'abbiamo ripresa nel campo mentre scappava a piedi nudi. Sua nonna è in guerra, ci sono nazisti dappertutto per lei. Non ci saranno miglioramenti.
    -Capisco, lo dice anche mia madre. Posso fare qualcosa?
    -C'è poco da fare.
    Salutai l'infermiera e la ringraziai.
    Uscii e mi sedetti di nuovo vicino a mia nonna.
    -Chi sei?
    Mi chiese nuovamente.
    -Sono tuo nipote, il figlio di tua figlia.
    Mi guardò e sorrise, poggiai la mia mano sulla sua spalla e stetti in silenzio.
    Non sapeva chi fossi, i suoi occhi erano smarriti. 
    La salutai dandole un bacio sulla fronte e uno sulla bocca.
    Montai in macchina e pensai a quando era in testa e mi faceva giocare.
    Quando mi stringeva e mi portava al mare, ci arrampicavamo sul ciliegio e stavamo seduti a mangiarne i frutti.
    Mi parlava della guerra, delle pugnalate che questa aveva inflitto alla sua anima.
    Accostai la macchina davanti al primo tabaccaio che incontrai per strada e comprai una stecca di Muratti.
    Poi, trovai un ortolano e comprai un chilo di ciliegie.
    Tornai da mia nonna.
    Mi presentai davanti a lei con la stecca di sigarette ed un sacchetto pieno di ciliegie.
    Dissi semplicemente che le mandavano dal bosco per ringraziarla del lavoro che stava svolgendo.
    Guerra, quante vittime riesce a fare una maledettissima guerra.

  • 19 settembre 2011 alle ore 21:01
    Scena n. 20. Il riscatto.

    Come comincia: Il faro impietoso illumina il palco dall’alto, rendendo visibile un leggero velo di polvere che sembra aleggiare, come sospeso, nell’aria calda e densa di tutto il proscenio. In platea c’è silenzio, tutti attendono l’ingresso del primo attore, lui, dietro le quinte, ha ripassato fino ad adesso tutte le parti del pezzo che dovrà recitare, è sicuro di riuscire a ricordarsi ogni battuta, ogni espressione da assumere, tutte le sfumature di voce di quella commedia così complicata e sentita.
    Entra, senza neanche attendere il gesto concordato che in genere gli rivolge il regista, sente la luce sul corpo, sul viso, osserva per un attimo il buio della sala, poi si schiarisce la voce, come se dovesse affrontare un discorso politico, a braccio, quasi che la sua parte fosse la definizione del suo pensiero, come una scelta di vita. Il primo brano gira su un cruccio che lui sente vivo, ma ancor prima di aprire la bocca cerca di assumere l’espressione più seria che conosce, quasi uno sguardo sofferente, persino doloroso.
    Ecco, dice guardandosi una mano in quella luce potente; sono io che sono riuscito a compiere questo misfatto, io che ho lasciato che tutto avvenisse quasi senza occuparmene, come se fosse deciso una volta per tutte che dovesse andare così, senza nessuna differente possibilità. Avevo distolto lo sguardo, forse, avevo lasciato che le cose si proiettassero in avanti per proprio conto, ed adesso non riesco più neppure ad intendere come arrestare quanto è dipeso da questa mia sciagurata indifferenza iniziale.
    Silenzio; nessuno, in platea, sui palchi, e in tutto il teatro, si permette il minimo movimento. La pausa dopo queste parole si fa carica di aspettativa, l’attore si muove leggermente sopra al palcoscenico come in preda ad un forte malessere, stritolato dal dolore di una condanna calata su tutti. Lascia una pausa, attende che le parole tornino a fluire alla sua bocca come un pensiero dettato dalla coscienza, dal bisogno di rendere chiaro il più possibile tutto il rovello che lo ha portato là sopra. E’ tardi, dice; qualsiasi ripensamento è impossibile, il danno che ho procurato a tutti è superiore a qualsiasi progetto negativo si fosse intrapreso.
    Poi volge lo sguardo in un punto definito dietro le quinte, osserva l’ingresso di una donna, una persona che entra apparentemente contrita in un dolore addirittura più forte di lei, raggiunge lentamente la zona di palco più illuminata, si ferma, ha soltanto il coraggio di alzare per un attimo lo sguardo da quelle assi di legno, e subito si richiude nel suo dolore. Tu sei la più colpita e denigrata, dice l’attore senza togliere lo sguardo da sopra il suo volto. Ci vorrà tanto tempo per riuscire a ridarti la dignità che adesso pare definitivamente perduta. Non so neppure da che parte iniziare ad aiutarti, non so come io possa evidenziare a tutti ciò che realmente è avvenuto.
    La donna allora lo guarda, sente come un moto di orgoglio dentro di sé, volge lo sguardo sulla platea, sa che tutti stanno aspettando la prima parola che lei porgerà, la prima espressione con la quale può chiarire il suo punto di vista. Ti sbagli, dice lei alla fine; sta a me, come donna, riuscire a riprendere la dignità che mi è stata tolta. Mi impegnerò, d’ora in avanti, cercherò di farlo con tutte le forze che ho, renderò assurdo e disumano questo comportamento di alcune persone che forse mi ha denigrato agli occhi di tutti. Tocca a me, e a nessun altro, rendere chiaro che sono persona, prima ancora che donna.

    Bruno Magnolfi

  • 19 settembre 2011 alle ore 16:06
    L' imprevisto

    Come comincia: E' una calda giornata estiva, sono appena uscito da casa, per una passeggiata in centro.
    Il bel tempo mi mette di buon umore;  sono nato all' inizio dell' estate : significherà qualcosa !
    Se qualcuno mi avesse comunicato, che mi restavano poche ore di vita, credo che gli avrei riso in faccia!
    "Mi sento benissimo", gli avrei detto," non vedi che fisico?"
    "Non dimostro neanche la mia età, non ho disturbi particolari, quindi,pensa alla tua di salute,che fumi trenta sigarette al giorno."
    E invece sono morto!  Di colpo.  Non ho avuto il tempo di rendermene conto.
    E neanche per dire addio alle persone che amo.
    Sono già freddo e non sento niente.
    In quante occasioni, mi sono detto che mi sarebbe dispiaciuto morire, perché non avrei potuto sapere che cosa sarebbe avvenuto dopo.
    Invece ho percezione di tutto : il dolore e le lacrime dei parenti più prossimi, lo stupore e la curiosità degli altri, più interessati ai particolari, che alla perdita vera e propria.
    Non so se ho fatto tutto quello che avrei voluto, ma ad un tratto penso che mi basterebbe essere stato un buon esempio.
    Qualcuno cerca un posto per fumare,  altri cominciano a parlare,  chissà di cosa. Dapprima timidamente, per rispetto al morto, ma poi, sempre più in scioltezza, si finisce a commentare l' ultima partita di campionato. Ma sempre sottovoce.
    Ricordo una ragazza che una volta mi disse :" vuoi invecchiare con me?" Chissà cosa le dava la certezza che ne avremmo avuto il tempo ! Io risposi di sì, ma con il tono di chi è troppo giovane per capire il senso.
    C'è uno che mangia, là nell' angolo vicino alla cucina. "Ma, scusa sono io che ti ho
    stimolato l' appetito?
    Con tutti i posti  che avevi per ingozzarti, proprio qui vieni a masticare?
    E, comunque, lo so che ti è sempre piaciuta mia moglie!"
    Tutti fanno il solito passaggio vicino alla salma, cioè a me, che già non sopportavo quasi nessuno da vivo e anche adesso, che sono morto , non è che faccia i salti di gioia nel sentire le solite frasi di rito :" non ci posso credere,non è possibile".
    "Ma se quasi non mi salutavi, quando ci incontravamo per strada!"
    Oppure :"però... si mantiene bene "
    Si, certo, in frigorifero.
    Intanto, l'impresa di Pompe Funebri "Questione di Tempo" è arrivata. Due individui,
    costretti in abiti scuri, ormai logori, decidono che è meglio imbavagliarmi : non si sa mai, dovessi dire qualcosa di spiacevole.  Sollevandomi ,al tre, mi trasferiscono nel mio nuovo alloggio.
    Ma ci sto stretto,non hanno calcolato deltoidi e bicipiti allenati, che ancora irrigiditi dal "rigor mortis" mi lasciano semi-sollevato nella cassa.
    Se non fossi morto, gliela farei vedere a questi inetti!
    Fa un caldo micidiale e quattro luci ,a forma di fiaccola ,stanno ai lati della bara
    non migliorando certo la temperatura.
    Proprio adesso dovevo morire, con tutto quello che avevo da fare.
    Dopo alcune ore ,un pò di gente comincia ad andar via.
    Resti vicina, insieme a pochi altri. Mi scruti attenta, come a cercare un movimento… Quante frasi avrei voluto dirti.
    Ma, non gestiamo il tempo, lo attraversiamo solo per un brevissimo momento.
    La notte trascorre tranquilla : finalmente si dorme !
    Ora so, un pò più di prima ,chi mi ha amato veramente e chi invece, quasi indifferente, già si organizza per il fine settimana.
    No,mi dispiace, io non ci sarò : ho acquistato un biglietto di sola andata.
    E non è neanche economico : di questi tempi, anche morire costa  ed  io ,il prezzo l'ho pagato caro !

  • 19 settembre 2011 alle ore 8:03
    Pasqualina e 'o spicchèr di Radio Sanità Vesuvio

    Come comincia: -“Ed ora via con le dediche….a Concetta dei Cristallini da parte di Mamma Rosa, Enzino o barbiere alla fidanzata Mimma, con un grosso bacio, Zi Tore alla nipote Assuntina, Pascalino, o tarallaro, alla moglie Pina, che lo aspetta con amore a casa”-……
    Il volume della radio è al massimo. La voce di Totonno o spicchèr di Radio Sanità Vesuvio rimbalza sulle pareti del basso cercando un’uscita, poi trova una fessura del vetro rotto della porta, per dilagare nel vicolo.
    Pasqualina sembra assorta, stregata da questa voce e non mi segue nella visita che sto facendo al figlio, Gioacchino.
    _” Pasqualina? Allora mi dici che è successo a tuo figlio?”
    _”Scusatemi, dottò, ma stavo sentendo se Totonno dedicava anche a me la canzone..lo fa spesso da qualche giorno. Io gli telefono ogni mattina e lui manda in onda la mia voce….come è bello dottò, sapeste che sensazioni che provo!”
    -“Pasqualinaaa, ma hai famiglia..Totonno è dentro la radio, non esiste”- Cerco di farla riavere dal suo stato.
    - “ Dottò, non riesco più a staccarmi dalla radio. La voce di Totonno mi ha come stregata…poi quando pronuncia il mio nome, mi si ferma il cuore. Pensate che ieri, mentre ero in diretta con lui, ha detto: - “Pasqualina ora ti passo in privato”…e mi ha parlato solo a me, pensate, una cosa intima.”-.
    -” E che ti ha detto Pasqualina?”-
    -“ Che sono una femmina interessante, unica. Pensate che parole, dottò!”

    ----Dopo un mese circa, visita a Pasqualina. E’ a letto. Ha una flebo nel braccio, il volto è amimico.

    -“Pasqualina, ma cosa mi hai combinato ieri sera…mi hanno detto che sei stata portata in Pronto Soccorso.?”
    - “Si, dottò”- la voce è flebile, lo sguardo tenue-“ ho ingerito due bottigliette di Noan della nonna”
    - “E perché mai…che c’entra questo gesto sconsiderato? “ La redarguisco.
    - “ Dottò, forse non vi hanno detto che Giruzzo, mio marito, ieri, ha iettato in miezzo a strada a radio”

  • 18 settembre 2011 alle ore 20:59
    la storia di Clelia

    Come comincia: Altino, 452: Equinozio di primavera
    Era ancora notte nella villa del magistrato edile: i muri si levavano alti e scuri tutt’attorno, schermando la luce azzurrata dell'aurora, che a poco a poco faceva impallidir le stelle; l'acqua dell'impluvio era nera dentro il quadrato di mosaico policromo, che ora stemperava in silenzio un'infinita gamma di grigi e le colonne di pietra chiara, che sembrava quasi marmo, emergevano piano dall'ombra con un chiarore d'opale. Il rosmarino in fiore, invisibile, bagnato di rugiada, diffondeva nel buio il suo intenso profumo, i tralci di rose selvatiche, che non erano state potate, s'arrampicavano nere e tenaci sui loro sostegni, inarcando le spine aguzze e le piccole foglie nuove contro il cielo, solo le primule riuscivano ad emergere dall'ombra, disegnando una nuvola celeste fra il timo ed il prezzemolo.
    Eppure qualcuno era già desto ed in cuor suo s'univa ai gorgheggi delle allodole, mentre, con gesti aggraziati e veloci, si intrecciava i lunghi capelli corvini e li fissava sul capo con gli spilloni d'argento, preparandosi da sola ad uscire.
    Si chiamava Clelia ed era l'unica figlia che il magistrato avesse avuto dalla bellissima, ma fragile sposa bizantina conosciuta e perduta nello spazio di pochi anni, al suo primo incarico importante, come funzionario imperiale per la prevenzione agli incendi della provincia di Cipro; era stata riportata in patria ancora in fasce, con le cure attente riservate ad un bene prezioso ed era cresciuta sola nella grande villa d'Altino, affidata alla servitù: riuniva in se' la grazia orientale di sua madre e l'energia tutta romana di suo padre. Apparteneva con ardore a quell'impero che s'era da poco scoperto cristiano e voleva conquistare il mondo e da parte sua intendeva senz'altro consacrarsi a Dio. A differenza di molte fanciulle della sua età, contrastate dalle famiglie in questa vocazione santa, aveva tutto l'appoggio di suo padre, che, perduta l'adorata moglie a pochi giorni dal parto, vedeva nel sesso un vero mostro infernale divoratore di vergini, visione approvata ed incoraggiata dalla Chiesa.
    Dunque era solo questione di tempo.
    Pochi giorni ormai.
    La fanciulla aveva già le abitudini del convento: sapeva a memoria gran parte del Salterio e quasi ogni notte si destava spontaneamente per rendere grazie a Dio. Nel silenzio lo sentiva vivo ed operante accanto a se'.
    Quella mattina però non attendeva l'alba, come sempre, pregando da sola nella sua piccola cella: avevano fatto un piccolo voto tra amiche e si trovavano insieme a pregare nel bosco di pioppi e pini marittimi, appena fuori Altino. Dovevano chiedere grazia per una di loro che era stata destinata dai parenti al matrimonio ed invece, naturalmente, voleva restar vergine come le altre.
    Clelia aveva raccontato quanto sentiva presente Dio nel silenzio della notte, il predicatore inveiva contro la pigrizia che intorbida l'animo di chi indugia a letto fino a tardi... così era nato tra loro questo voto silvestre, che in realtà aveva un sapore più dionisiaco che cristiano. Naturalmente ne' Clelia ne' le sue undici compagne lo sapevano, perché l'educazione ricevuta le teneva completamente all'oscuro riguardo alle antiche superstizioni pagane.
    In un primo tempo avevano pensato addirittura di trovarsi dopo il vespro, per attendere il giorno in preghiera, ma come giustificare di fronte ai parenti un'assenza notturna? Così decisero che ciascuna avrebbe vegliato a casa propria ed il canto delle allodole le avrebbe riunite nella piazza della chiesa, che distava di poco dalle loro dimore.
    Ma c'era una cosa che Clelia doveva assolutamente portare a termine prima di trovarsi con le altre.
    La bambola.
    In realtà, che Dio la perdonasse, non si trattava affatto d'un giocattolo. Bianca, una sua schiava, s'era fatta fabbricare un idolo in onore d'una dea pagana della fecondità di cui Clelia, naturalmente, ignorava il nome. L'infelice era convinta che con quell'assurdo oggetto, una statuetta cava che avrebbe dovuto contenere aromi ed altri elementi magici sacri alla dea, avrebbe trovato più facilmente marito. La sciocca pratica era rigorosamente proibita dalla legge cristiana e Bianca, per quanto fosse giovanissima, era stata trascinata in tribunale senza che neppure il padrone tentasse un gesto per salvarla.
    Clelia ricordava ancora, con un brivido di giusto orgoglio, il coraggio con cui lei, bambina, aveva attraversato la folla vociante per prendere le difese della sua schiava: — Una dea! — aveva riso con una punta d'arroganza, stringendosi al seno la statuetta incriminata. — Qualcuno s'è preso gioco di voi, signori. Questa è la mia bambola, mia da quando sono nata. —
    Non fu creduta.
    Ma era figlia di un magistrato e nella sua piccola bugia riluceva un grande coraggio, che fece vergognare un poco chi aveva accusato Bianca.
    Bambola e schiava le furono restituite.
    Tenne sempre il giocattolo con se' per non destar sospetti su quell'anima inquieta che dopo pochi giorni si mise di nuovo contro la legge fuggendo con una buona parte delle ricchezze mobili di casa. Pare che certe anime siano predestinate alla dannazione... anche se certo non è lecito giudicarle anzitempo.
    Ora comunque era tempo di disfarsi della bambola e non era prudente regalarla: le manine indiscrete d'una bambina avrebbero rivelato presto che la statuetta, costruita interamente di biondo legno di noce, invece d'un innocuo ventre d'argilla, aveva una cavità pronta a custodire pericolosi elementi pagani!
    Bisognava approfittare dell'uscita per gettarla di nascosto in una discarica.
    Povera bambola, era tanto bella! Aveva lunghi capelli di seta dorata, sormontati da una specie di corona d'argento su cui era incisa una piccola falce di luna nuova, grandi occhi azzurri, con ciglia nere e sottili dipinte a raggiera che mimavano un eterno stupore, narici piccole ed una bocca rosso carminio. Che colpa ne aveva se una malintenzionata voleva servirsi di lei per offendere Dio? Parve a Clelia, nel prendere il corpicino dalla cassetta di cedro intagliato in cui la teneva riposta, che alla bambola sfuggisse un gemito, tanto che per un attimo la cullò.
    Poi si riscosse.
    Da diverse lune era diventata donna, fra pochi giorni avrebbe preso il velo e stava per concludere un'importante veglia di preghiera... come poteva perder tempo a giocare? Le sue compagne l'aspettavano! Sospese la bambola alla cintura che le cingeva la vita, si avvolse in un mantello di lana bianca, perché nonostante l'avanzar della primavera l'aria del mattino era ancora fredda, ed uscì dalla porta di servizio, per non destare i cani che dormivano nel vestibolo... e con loro tutta la casa.
    Nella strada i muri bianchi trasudavano la luce dell'aurora e lasciavano intravedere a tratti i rami di melo in fiore e quelli di vite tempestati di germogli purpurei, che s'arrampicavano avidi verso il sole nascente, gli uccelli cinguettavano forte e gli ultimi ricci s'affrettavano a guadagnare le loro tane nascoste.
    Era tardi!
    Clelia affrettò il passo nelle morbide scarpe di cuoio bianco filettate d'oro, recitando mentalmente il canto di Daniele e le pareva davvero che la rugiada lucente, gli animali tutti, selvaggi e domestici e i fiumi ed il mare che indovinava all'orizzonte, s'unissero al suo pensiero per lodare Dio, che ancora una volta disperdeva le tenebre della notte con la luce tersa d'un nuovo giorno.
    Giunta all'altezza di un vecchio canale d'irrigazione, che ora appunto serviva da discarica, stava per disfarsi della bambola, quando fu raggiunta da una voce amica. — Clelia, Clelia abbiamo quasi ottenuto il miracolo! — gridò alle sue spalle la piccola Maryam, figlia d’un ricco funzionario equestre e fidanzata contro il suo volere ad un anziano amico del padre.
    Clelia ricacciò indietro il primo involontario moto d'impazienza per l'interruzione e si volse sorridente ed incredula: — Davvero? — rispose solerte nascondendo la bambola nelle pieghe del mantello. — Lucio ha dunque rinunciato a te? —
    Maryam scosse il capo, facendo tintinnare gli orecchini d'oro a lunghi pendenti. — No, non proprio... ma vedi... sono riuscita a venire con voi! —
    Ora le seccava davvero essere stata disturbata per così poco. Avrebbe dovuto portare la bambola con se' alla preghiera, come una bambina piccola, solo perché questa sciocca l'aveva raggiunta anzitempo. — Questo non è un miracolo, mia cara amica, — la corresse un po' troppo severa — ma solo il frutto della buona volontà che tu dovevi mettere. Non potevamo certo pregare per te mentre tu oziavi tra le coltri! —
    L'altra fu visibilmente ferita dalla sua risposta. Era molto bella ed aveva grande cura del proprio corpo d'adolescente: Clelia non riusciva a far tacere del tutto il sospetto che se Lucio invece d'essere un maturo amico di suo padre, fosse stato un giovane avvenente, il chiostro non avrebbe esercitato alcuna attrazione su di lei. Sapeva che questo era un pensiero malvagio e se ne rimproverava, ma la figura dell'amica, vestita di seta rosa frusciante e profumata d'aloe, non era l'antidoto più adatto ai suoi cattivi pensieri. " Non ha fatto in tempo a cambiarsi da ieri sera " si diceva " i suoi l'avranno certo costretta ad ornarsi per una festa in onore del fidanzato ed io sono veramente diabolica a pensar male di lei... "
    Intanto Maryam atteggiava un gran broncio con la piccola bocca innegabilmente dipinta. — Certo, certo — osservò — per te son tutti doveri. Però tu ieri sera hai avuto il permesso di ritirarti presto e le tue schiave ti hanno preparato ad una notte di sonno prima ancora del tramontar del sole... oh! Non voglio togliere nulla alle tue veglie di preghiera, ma si sa che è facile, quando si è tranquilli... io sono stata costretta a partecipare ad un pranzo importante... non sai? Bisogna fornire i rinforzi agli assediati o Aquileia cadrà sotto le mani di quel flagello di Dio... Lucio ha chiesto a mio padre consiglio sui soccorsi da portare e sull’opportunità d’arruolare altri uomini ed hanno parlato fino a notte fonda. Mia madre mi ha costretto a servirgli portate spezziate e vino dolce di Cipro in calici di neve fresca ed egli voleva farmene assaggiare, ma io, naturalmente, ho rifiutato... — Una lunga pausa servì ad evocare il vino e non solo quello, perché i funzionari imperiali e le loro famiglie avevano la sgradevole tendenza a sentirsi sempre un po’ più importanti del padre di Clelia e non perdevano occasione di far notare il loro impegno, soprattutto militare e la loro disponibilità di merci pregiate, poi l'amica l'incalzò: — É stata una grande rinuncia, sai, così dolce e profumato... ma certo mi sarei addormentata se lo avessi bevuto e anche se mi fossi lasciata preparare per la notte dalle mie schiave, lo sai che prendo sempre sonno durante il massaggio! Non hai neppure idea delle bugie che ho dovuto inventare ed ora tu... —
    Clelia sentì un'onda amara di rimorso salirle dal cuore alla gola, come un fiume in piena. — Oh, povera piccola Maryam, scusami, scusami, mi viene da piangere, sono così impulsiva! Non sono degna di essere la vostra guida! —
    — Infatti non lo sei! — ribatté acida l'altra — Tra pochi giorni prenderemo il velo e saremo affidate alla madre badessa; prima di allora siamo tutte uguali e se tu hai qualche buona idea in più devi ringraziare Dio che ti ha permesso di vivere in una famiglia serena e piena di grazia e non insuperbirtene! —
    Clelia non percepì il veleno nascosto in quelle parole, si sentiva profondamente colpevole... e un po' a disagio per non aver potuto gettare la bambola. Quella risposta le parve un giusto ridimensionamento.
    Affrettarono il passo e giunsero quasi correndo alla piazza, dove le altre attendevano impazienti e presero la via del bosco di pioppi, salici e pini marittimi che s'affacciava al mare. Fin dall'aurora una brezza leggera portava in città un sentore salato a cui si mescolavano i profumi degli alberi, esaltati dalla rugiada notturna; le foglie erano ancora tenere e la luce le attraversava chiara e tersa, annunciando una giornata radiosa. Bisognava affrettarsi, perché presto la città si sarebbe destata e tutti avrebbero notato la loro assenza...
    Ma non pregarono.
    Il bosco era irto di guerrieri a cavallo, col capo rasato percorso da una spaventosa cresta e la bocca mascherata da lunghi baffi neri. Se ne stavano schierati perfettamente immobili: solo i piccoli occhi scintillarono di desiderio vedendo le dodici vergini che si erano gettate ignare tra le loro braccia; le ragazze si accorsero che l'aria era impregnata d'uno strano odore di bestiame e di sangue ed ostinatamente silenziosa, come se ogni animale vivente, anche il più piccolo, si fosse già messo in salvo. Certo era un gruppo degli assedianti che aveva deciso di spingersi fino alla nuova città... o forse la lunga resistenza d'Aquileia era stata alla fine fiaccata ed ora toccava ad Altino?
    L'ultimo ricordo di Clelia fu il brusco movimento della sua bambola, che si sciolse da sola dalla sua cinta e cadde nell'erba bagnata di rugiada, coi grandi occhi sbarrati verso il cielo.

    ***********

    Tratto da: 'Riflessi... una storia scritta sull'acqua' Filippi, 1997 di Aurora Prestini

  • 17 settembre 2011 alle ore 13:59
    I dubbi di Pietro

    Come comincia: I DUBBI DI PIETROLa luce purissima del crepuscolo ormai azzurro cupo annunciava inequivocabilmente la notte e Gerard l’aveva già avvertito due volte che ai forni tutto andava bene.Che i forni funzionassero Pietro lo sapeva perfettamente, anche a distanza, addormentato nel suo letto, si sarebbe svegliato all’improvviso se alla fornace qualche cosa fosse andato fuori posto, il fuoco dei forni, il lento gonfiarsi della pasta vitrea erano parte integrante del suo respiro.Quello che Gerard cercava di fargli capire, con infinita discrezione però, era che si faceva tardi.Già. Il Duca, che pure adorava il suo maestro vetraio, non aveva mai accettato completamente quella sua abitudine tutta italiana d’abitare per conto proprio in una minuscola abitazione con porte, balconi e finestre, invece d’accettare la convivenza al castello. Così, non potendo rifiutare l’unico favore che il fedele servitore gli aveva chiesto, cercava almeno di limitare al massimo i disagi, o meglio i cambiamenti, che il suo vivere isolato imponeva al castello. La sera dunque avevano una certa fretta di farlo tornare a casa per potersi chiudere all’interno delle mura ed al mattino, naturalmente, non gli aprivano prima dell’alba.A Pietro quelle precauzioni facevano ridere, come se un malintenzionato, volendo, non avesse potuto benissimo introdursi nel castello durante il giorno con un inganno qualsiasi. In definitiva questa piccola mania del Duca, che per il resto aveva un cuore nobile e generoso, gli lasciava molto tempo libero, soprattutto d’inverno. E per un padre di tre figli... uno come lui, con la fissazione dei bei mobili fatti con cura esatta di ogni particolare, il gusto della buona cucina alimentato da un orto stipato di frutti in ogni stagione, il tempo da passare in famiglia non era mai abbastanza. L’unico dispiacere, certo, era staccarsi dagli adorati forni proprio adesso che era considerato maestro a tutti gli effetti.Maestro.Non riusciva ad attraversare il cortile quadrato del castello senza ripensare al momento magico in cui era accaduto. La sua sorte, fino allora incerta, era maturata all’improvviso, in pochi istanti. A Venezia non era mai riuscito ad ottenere la qualifica che il suo lavoro meritava ed in Francia aveva addirittura dovuto accontentarsi di fare il manovale. Durante il viaggio che l’aveva condotto fin là, comunque, aveva visto tanti orrori e vissuto tante umiliazioni che aveva finito per ritenersi ben soddisfatto d’aver trovato un posto sicuro e privo di responsabilità. Stava caricando un peso dopo l’altro sulle larghe spalle quando gli passò davanti agli occhi una specie di lampadario destinato evidentemente al castello: aveva cinque portacandele di vetro opaco, d’un rosso cupo che pareva escogitato apposta per intorbidare la luce naturale della fiamma, pensò che al mondo c’era gente che si manteneva con un lavoro così mediocre e riarse di sdegno.Dopo tutto era all’estero e nessuno capiva la sua lingua... sfogò il suo malumore con una parolaccia ed aggiunse: «Hanno davvero un bel coraggio a consegnare questa robaccia!»Proprio in quell’istante, all’improvviso, fu raggiunto dalla punta d’un frustino, mentre la Duchessina, nell’italiano perfetto delle gentildonne colte, replicava: «Fin da piccola ho imparato che non è lecito criticare un lavoro se non si è in grado di farlo meglio... penso che a maggior ragione questo debba valere per un servo!» Parlava severamente dall’alto del suo cavallo scuro, Pietro rimase senza fiato.Nei tre mesi passati lavorando alla costruzione della grande mole quadrata destinata a nuova residenza, non aveva mai visto la Duchessina a piedi, né l’aveva udita pronunciare una parola, ad eccezione degli ordini brevi e decisi che impartiva ai cani ed ai cavalli... invece quell’amazzone intendeva e parlava un italiano perfetto che egli stesso aveva appreso soltanto frequentando le case patrizie e non avrebbe saputo pronunciare con altrettanta naturalezza.Fu un momento. Subito si riprese, rispondendo: «Mi permetta di confessare, Signora, che a Venezia ero maestro vetraio!»Una piccola esagerazione che in seguito giustificò a se stesso con la scusa dello stupore.La bella Marguerite scoppiò in una risata argentina e senza degnarlo d’una replica qualsiasi spronò il cavallo per raccontare a tutti la divertente novità: suo padre impiegava un maestro vetraio veneziano come manovale.Il Duca avrebbe tollerato qualsiasi cosa, soprattutto da parte della figlia prediletta, ma non un appunto alla propria amministrazione, che l’esperienza dimostrava piuttosto efficiente. Così volle subito rimediare alla trascuratezza iniziale, dovuta anche all’ostinato silenzio dell’Italiano o Veneziano che fosse, mettendogli a disposizione quanto di meglio offriva il mercato francese per la sua arte... il che parve un po’ poco a Pietro abituato al libero mercato della sua Patria ed alla collaborazione di alchimisti di prim’ordine.Presto però dovette accorgersi che, in compenso, la concorrenza era nulla ed il suo lavoro da esule, accurato, onesto, ma non sempre artisticamente valido, era super valutato.Sua moglie fu subito esentata dal filò collettivo, segno di riguardo che Luciène non gli aveva mai perdonato, poiché detestava rimanere a casa da sola. Ah, Luciène! Carattere strano, un modo del tutto diverso d’essere moglie che eclissava i suoi ricordi italiani. Dopo dieci anni l’adorava ancora come il primo giorno, tanto che pensando a lei con improvviso desiderio, quasi non vide che alle mura del castello, poco prima del ponte levatoio, era affisso un manifesto della Serenissima. Lo riconobbe dal leone, perché era lentissimo a leggere, né si sarebbe comunque fermato per guardar meglio.Gli avevano fatto capire che era in ritardo e poi... detestava Venezia. Ed ancor più detestava Murano, l’isola meschina e sorda in cui per vent’anni aveva dovuto lavorare sotto maestri che non sapevano niente di niente.Erano nati là.Bel merito davvero essere indigeni.Pensavano forse che fosse un titolo nobiliare? Gente che viveva di pesce salato anche da ricca: i più alti gli arrivavano alla spalla. E le loro belle mogli patrizie... e già la Serenissima permetteva ai ricchi vetrai di sposare fanciulle di grandi casate, che costrette a dimorar nell’isola si facevano inquiete ed avvizzivano presto sotto il peso dei gioielli e dei tessuti preziosi ostentati. Pietro poteva affermare che erano quasi tutte innamorate dei suoi occhi turchini. Ad onor del vero bisogna dire che erano dei begli occhi. Tanto era notte e questo pensiero superbo restava nascosto. Anche qui in Normandia, dove i biondi abbondavano, erano gente di pelo chiaro, con gli occhi appena celesti. Meravigliosi in una donna, Luciène, per esempio, non perché fosse sua moglie era praticamente perfetta. Però ogni volta che gli partoriva un figlio si svegliava in lui un po’ d’orgoglio di razza faticosamente sopito e si scopriva a cercare nel bambino qualche cosa che ricordasse il suo stampo. I suoi capelli neri, neanche adesso s’erano imbiancati, le sue spalle larghe, il colore strano e cupo dei suoi occhi erano per lui una specie di segreta eredità di sangue che avrebbe voluto con tutta l’anima trasmettere almeno ad uno dei suoi figli. Non che gli dispiacesse notare che invece erano ritratti vivi di Luciène, anzi lo trovava giusto sapendo bene quanta sofferenza un figlio costi a sua madre, però a volte gli capitava di pensare che la vita stava scorrendo via da lui senza lasciare traccia a questo mondo, dove aveva tanto faticato e sofferto.Certo era un pensiero sciocco, credeva fermamente alla risurrezione dei morti, come cantava ogni domenica in chiesa nel latino che gli ricordava un po’ la lingua materna, però a volte avrebbe voluto qualche cosa... oh, molto, molto meno della vita eterna. Poter dire, anche solo d’un calice di vetro opaco, questo è mio e decidere liberamente di lasciarlo ad un nipote che gli assomigliasse, che un domani potesse ricordare... che sciocchezza.Ricordare che cosa? A chi?Certo era molto infantile, da parte sua, indugiare in questi pensieri.Forse non si sarebbe sentito così se avesse avuto una bottega propria. Molto meno della fornace del castello, però completamente sua, nel bene e nel male, col diritto di passarci una notte intera se il lavoro lo richiedesse e la necessità di pagar di persona un affare sbagliato.Se avesse potuto trasmettere un’eredità del genere ai propri figli non gli sarebbe più importato molto del colore degli occhi.Non a Venezia. La odiava.Luciène gli aveva proposto spesso di tornarci, come tutti gli altri pensava che fosse emigrato per l’impossibilità d’aprire una bottega propria in patria, lui, non veneziano. Le cupe leggi della Serenissima dovevano essere note al mondo intero. Così sua moglie si era premurata d’avvertirlo che adesso, per via della peste che decimava la popolazione, la Repubblica aveva mutato regole ed egli avrebbe potuto realizzare il suo sogno. Mai parlato di sogni a Luciène che evidentemente, fra tante qualità, aveva anche quella di coglierli da sola.«E tu non hai paura della peste?» Aveva obbiettato un po’ stupito all’idea che Luciène fosse disposta ad abbandonare il posto dov’era nata e dove fino a prova contraria vivevano felici.«Sai bene qual è la mia unica paura!» Aveva replicato lei e subito dopo era arrossita vivamente, già era così, in contrasto coi più profondi istinti del suo sesso e con l’amore che indiscutibilmente li univa, Luciène non voleva altri figli. A giustificarla un poco era la sua salute malferma che era peggiorata ad ogni gravidanza. In definitiva gli aveva partorito tre bei maschi sani... però era strano da parte sua non desiderare almeno una figlia.Comunque Pietro non aveva mai con fidato a nessuno quanto gli dispiacesse il fatto che di tre ragazzi neppure uno gli somigliasse. Era come se un sottile diaframma li dividesse nonostante l’affetto, o forse proprio per quello talvolta Pietro pensava che se l’avesse amata meno avrebbe potuto imporsi con maggior fermezza per il suo stesso bene, le avrebbe imposto distrazioni al suo eterno languore, l’avrebbe costretta ad uscire ed a guardar bene la vita in faccia.Ogni cosa è bella, per chi sa vedere... Le notti normanne, per esempio. Non aveva ancora finito di stupirsi tanto erano piene di luce. I sassi bianchi rilucevano sul cammino come gigantesche perle. Gli sarebbe piaciuto prendere Luciène per mano e farle scoprire che in realtà il buio della notte non esiste. Solo una sfumatura più cupa d’azzurro per far sembrare più nitide le stelle, un avvicendarsi di occhi curiosi sgranati fra gli alberi, come grandi frutti gialli... Purtroppo Luciène non aveva nessun interesse per i colori e la notte non l’aveva mai affascinata, neppure quando la sua salute era migliore.Certo ora stava peggio. Forse per questo motivo si era appassionata all’idea di trasferirsi a Venezia, la gente del Nord la credeva una città da favola, rossa e d’oro, niente di strano che Luciène pensasse di riacquistarvi la salute.Purtroppo il motivo della sua fuga non era affatto quello che tutti credevano, neanche la migliore delle mogli può penetrare fino in fondo un segreto del genere. Soprattutto quando il marito continua a raccontare un’altra storia.No, non faceva affatto la fame a Venezia, anche se non aveva una bottega propria. Il suo aiuto era richiesto da molti ed aveva un bel giro di clienti che non si sarebbe mai sognato d’abbandonare... ma aveva ucciso un uomo. I primi tempi si sentiva in colpa nei confronti di Luciène per non averglielo mai confessato, ma non aveva mai imparato il francese abbastanza per poter raccontare una storia come quella.Forse nemmeno nel suo dialetto natio avrebbe mai trovato le parole giuste. L’uomo che aveva ucciso era il marito della sua amante. Si ripeteva spesso, a sua discolpa, che non si era trattato d’un vero e proprio delitto. Certo egli non sapeva tirar di scherma come i gran signori della sua nuova patria che risolvevano le proprie rivalità con prestigiosi duelli, ma proprio per questo era stato coraggioso ad affrontare un uomo così, all’improvviso... e se non fosse intervenuto a tempo quel pazzo avrebbe ucciso anche sua moglie.Una gran bella donna. Forse dal punto di vista estetico migliore di Luciène.Tuttavia col passar degli anni s’andava convincendo che non valeva certo la pena di passare tanti guai per lei. Certo appena successo il fatto l’aveva messo al riparo dai sicari, l’aveva protetto e fatto fuggire, ma adesso ormai aveva capito come tanta cura fosse rivolta più al proprio onore di donna ed al patrimonio da conservare intatto che a lui.Non lo aveva mai raggiunto.Così, per quanto gli fosse costato, non aveva più aperto le sue lettere e non le aveva comunicato il proprio domicilio definitivo. Se solo avesse potuto restituirle il denaro fino all’ultimo centesimo. Non riusciva a perdonarsi d’aver ucciso un uomo per lei, che non aveva avuto neppure il coraggio di condividere la sua sorte. Tutto sommato era contento di non averla più accanto e certamente non valeva quanto Luciène... ma riteneva d’averlo scoperto nel modo peggiore.Per questo non poteva e non voleva tornare a Venezia.Nel buio, per un processo strano della sua memoria allenata a cogliere forme e colori sul nascere, il manifesto bianco gli si parò davanti agli occhi. Vide che era diverso da tutti gli altri. Le parole... erano allineate in modo diverso. Oh maledetta fretta. Non sarebbe caduto il mondo se gli avessero lasciato il tempo di leggerlo. Tornò a casa ripetendosi che non c’era nessun motivo di ritenere il manifesto diverso dagli altri, forse le nuove parole ripetevano vecchie cose e poi, comunque, non poteva tornare a Venezia a nessun patto. Però dato che Luciène dormiva profondamente, mentre a lui l’aria della notte aveva tolto il sonno, cosicché doveva respirar piano per non svegliarla... insomma, non fu certo per via del manifesto che non riuscì a dormire, ma dato che appunto era ancora sveglio e si sa che di notte, se non si dorme, i pensieri si fissano in modo strano, così alle prime luci dell’alba, sveglio per sveglio, tornò ad uscire. Tanto la primavera era avanzata e certamente i signori erano già usciti con i loro cavalli inaugurando il ponte levatoio e non avrebbe dovuto inventare qualche strana scusa per farsi aprire, come accadeva d’inverno. Già che passava tanto valeva che si fermasse finalmente a leggere quel manifesto e convincersi una volta per tutte che non era... oh, sì che lo era: una revoca di bando.Ebbe la precisa sensazione che il cuore gli si fermasse e per un attimo dimenticò che nessuno doveva sapere che i Signori di notte al criminal e al civil l’avevano bandito, che non era né decoroso né prudente far vedere che leggeva ancora con avidità notizie di casa, di quel genere poi... e neppure pensò che la Duchessina, che leggeva meglio di lui, fosse al corrente di quanto veniva annunziato e non del tutto estranea al ritardo con cui il manifesto era stato affisso.Tutte queste considerazioni gli vennero alla mente molto più tardi.Al momento tutte le sue energie erano assorbite dalla difficoltà di lettura, acuita dallo stranissimo linguaggio usato: quei maledetti patrizi veneziani si divertivano certamente a procurare tante difficoltà alla gente come lui.“Calafati, marangoni, operai dell’Arsenale, tessitori di lana e di seta...”Sì anche vetrai di Murano erano autorizzati a rientrare in patria, indipendentemente dal motivo per cui erano stati banditi, purché si presentassero entro sei mesi. Da quando? Faticosamente, con la fronte imperlata di sudore, percorse di nuovo il documento fino al fatidico “21 dicembre”. Non gli restava molto tempo, doveva raggiungere Venezia prima dell’estate. Quest’idea lo fece bruscamente tornare in sé come una doccia gelata: tornare a Venezia? Non ci pensava neppure. Semplicemente trovando scritto “sei mesi” gli era venuto spontaneo guardare la data d’edizione. Chiunque avrebbe fatto lo stesso. Si irritò con se stesso all’idea di provare ancora tanto interesse... ed emozione, forse era rabbia, perché d’affetto per quella città non ne aveva mai nutrito. Forse stava provando un po’ di gioia all’idea che la sua vecchia e superba nemica fosse in ginocchio. Certamente era così, perché non averci pensato prima? Non era amore, né nostalgia, che lo spingeva ad interessarsi, nonostante tutto, della sua vecchia patria. No, era un bel sentimento di vendetta pieno e virile. Forse non cristiano. Considerando però il fatto che la sua vendetta si consumava quieta nel suo petto, che non avrebbe mai umiliato la sua vecchia amante mostrandole la nuova, stupenda famiglia che si era fatto e che tornava a Venezia non per nuocere a qualcuno, ma al contrario ad offrire nobilmente il suo braccio per aiutarla a sollevarsi dalla peste... se la miglior vendetta è il perdono, egli, da buon cristiano, avrebbe perdonato. Non era per sé che tornava, ma per fare un regalo a sua moglie.Tornò a casa di corsa e trovandola finalmente desta la baciò.«Perdonami, amore!» Disse sommessa Luciène, ancor più diafana del solito: «Volevo attenderti sveglia...»Così pallida sembrava una statua d’opale, Pietro pensò che bisognava tentare qualsiasi cosa per renderla felice e gli tornò facile annunziarle: «Ho ripensato a Venezia... penso che ti farebbe bene vederla...»Gli occhi color dell’acqua s’accesero: «Potremmo raccontare al Duca che andiamo in pellegrinaggio e che passando dal tuo paese ci fermeremmo dai tuoi parenti... Ci sarà qualche santuario da nominare al posto della Serenissima, in modo da non perdere nulla qui e poter far ritorno se non ti offrono le condizioni adatte ad aprire una bottega!»Nonostante la sua malattia era riuscita ad elaborare un piano perfetto, Pietro ringraziò il Cielo d’avergli dato una moglie tanto provvida.«E così stai pensando di lasciarci!» Affermò solennemente il Duca, accarezzando la bella testa di levriero che stava mitemente appoggiato alle sue ginocchia.Non era esatto, Pietro stava guardando adorante la luce dorata che pioveva dai vetri e pensava che era tutto merito suo se l’antico maniero s’era trasformato in un luogo ameno in cui era dolce vivere. Solo per non fare attendere il suo Signore, che non parlava la sua lingua e non era famoso per la propria pazienza, recitò a memoria la storiella del parente malato che aveva inventato Luciène in mancanza d’un santuario adatto... nonostante i suoi sforzi non era abbastanza devoto per queste astuzie.Purtroppo l’idea d’un pellegrinaggio sarebbe stata molto più adatta a spostare l’intera famiglia. Un parente malato, invece, in un paese afflitto dalla peste... Il Duca fece qualche difficoltà: che bisogno c’era di correre ad assisterlo con moglie e figli? Non aveva pensato ai pericoli? Aveva un affetto speciale, quasi paterno, per la bella Luciène, tanto più delicata e fragile di Marguerite... si mormorava addirittura che fosse per l’appunto il frutto d’un amoretto di gioventù e per quanto non avesse mai potuto riconoscerla non la vedeva volentieri partire per sempre...Inaspettatamente fu proprio Marguerite a risolvere la faccenda, appena informata della decisione di Pietro se ne uscì con una languida ode alla malinconia per la patria lontana, di inequivocabile sapore petrarchesco poiché in questo modo aveva imparato l’Italiano, trangugiando voracemente tutto ciò che avesse un rapporto anche vago col poeta.Il Duca, che non capiva l’Italiano e tanto meno il Petrarca, era solito collegare ogni poesia alle follie d’amore che imperversavano tra i giovani, dunque cominciò a considerare con occhio diverso la selvatichezza della sua vivacissima figlia che mostrava di preferire i cavalli alle danze. Realizzò improvvisamente che era stata Marguerite a scoprire il talento del maestro vetraio sul quale, prima e dopo, erano circolate tante chiacchiere e si trovò d’un tratto convinto che gli occhi turchini ed i capelli neri dell’italiano potessero aver fatto breccia nel cuore della fanciulla, con pregiudizio grave dell’ormai imminente presentazione a corte e relativa legittimazione del contratto di nozze stipulato da anni con una delle più antiche famiglie normanne, anche una donna tre volte più fragile ed a avvenente di Luciène sarebbe passata in secondo piano di fronte a tale legittima ansia paterna.Dopotutto aveva sposato e di sua spontanea volontà per giunta, l’Italiano... suo preciso dovere seguirlo.Quasi a dispetto di tanta apprensione Luciène affrontò il viaggio benissimo, sostenuta da una forza di volontà e da un’energia felice che a Pietro sembrò super umana. Non solo il tratto fluviale l’entusiasmò, ma anche le mulattiere sulle Alpi che percorse ridendo e cantando come una bambina, senza nessuna paura o stanchezza.Il cambiamento di clima le giovò senz’altro, aveva le guance rosse ed i capelli più dorati che mai. Si era fatta bellissima, la grazia dei suoi sedici anni s’era conservata intatta nonostante l’arricchimento di tratti apportato dalla maturità ed una specie di brillante malizia, del tutto nuova in lei, le illuminava di tanto in tanto lo sguardo.Arrivati al paese natale non solo furono accolti da una grande festa, ma trovarono la casa stipata dai bauli che Luciène aveva spedito in segreto ai suoi parenti.Pietro era commosso: «Da quanto tempo preparavi questa fuga?» Chiese stupito.Si sentì rispondere: «Da quando ci siamo sposati, amore mio! Sapevo che bruciavi di malinconia ed ho sempre creduto che prima o poi sarei riuscita a portarti a casa!» Mentre diceva queste parole non era semplicemente bella, sembrava una creatura angelica, una fonte di salvezza.Certamente a Venezia avrebbe riacquistato, insieme alla salute, il gusto della maternità e gli avrebbe regalato un figlio che gli assomigliasse davvero, questa volta.Invece l’arrivo a Venezia fu tutt’altro che felice.Oh i piani di Luciène continuavano a funzionare benissimo, la Serenissima, per quanto malata, spalancò loro le braccia come lei sola sapeva fare, si trovarono alloggiati in un bel palazzetto a Murano, non troppo fastoso per non metterli in imbarazzo ma abbastanza comodo e spazioso perché Luciène finalmente governasse una vera casa. Se gli interni e gli arredi avevano bisogno di ritocchi, e Luciène era felice di mettersi subito al lavoro, il brolo era perfettamente tenuto e fin dalla prima sera poterono goderne gli squisiti frutti.Certo la fornace era un po’ antiquata, ma gli erano stati offerti i mezzi per riadattarla a proprio gusto... e soprattutto era davvero sua.Però appena tornato a Venezia, la prima volta che il sole gli fece brillare davanti agli occhi i caratteristici riflessi sull’acqua, si mosse dentro di lui il ricordo d’un male antico, dimenticato negli anni duri dell’esilio, che tornò ad amareggiarlo con forza del tutto nuova. Una colpa più nascosta del patrizio ucciso, certamente meno grave agli occhi del mondo ma anche più penosa per la memoria. D’un tratto ebbe l’impressione d’essere perseguitato da un’ombra crescente destinata ad estendersi su tutta la sua vita, una debolezza intima e segreta che precedeva tutti gli altri avvenimenti e certo li aveva provocati con la sua diabolica energia.Come aveva potuto dimenticare?Come liberarsene adesso che la salute stessa della sua adorata Luciène l’aveva ricondotto a Venezia, esponendo a quella forza oscura tutta la famiglia?Trovò dunque la forza di confessarsene, adesso non era più difficile come una volta, fin dal primo giorno in cui aveva messo piede sull’isola il parroco era venuto per primo a fargli visita, complimentandosi per la bella famiglia e garantendo personalmente che da un anno ormai non c’erano più casi di peste. Era un uomo piccolo, ben pasciuto, grigio d’occhi e di capelli, che ispirava una serena confidenza. Una persona istruita e preparata... e finalmente uno che capisse il suo dialetto.Era una splendida serata di maggio ed onestamente, per quanto abbia sempre amato il mio lavoro, mi seccava proprio dover passare la notte in fornace, soprattutto considerando il fatto che le cose importanti, in quella bottega, avvenivano al mattino e prevedevo di trovare soltanto qualche lavoretto mal riuscito da aggiustare alla bell’e meglio ed i fuochi da controllare, un garzone di dodici anni avrebbe potuto sostituirmi senza pregiudizio. Inutile dire che a me toccavano sempre i turni più noiosi, Messer Todaro mi odiava perché ero più in gamba di lui. Poi faceva caldo, spirava uno scirocco che avrebbe tolto a chiunque tutta la voglia di lavorare, tanto che la Serenissima vorrebbe i forni spenti durante l’estate, ma io sapevo già che il mio padrone si era fatto rilasciare un permesso speciale per continuare l’attività fino ad agosto, per superare la concorrenza proponeva lavori a condizioni impossibili, sia per quanto riguardava il tempo che i compensi, contando sul fatto che non potevo ritirarmi.Così camminavo imbronciato sulla riva, pensando che se faceva tanto caldo a maggio per metà luglio si poteva morire e tenevo la testa bassa per non guardare il rosso e l’oro del tramonto sull’acqua, quando udii il caratteristico richiamo delle cicogne ...

  • 16 settembre 2011 alle ore 14:55
    Carola

    Come comincia: S. PIETRO DI CASTELLO: Marzo 965 Gli abitanti di San Pietro in Castello non avevano bisogno del canto del gallo per svegliarsi: alle prime luci dell'alba il notaio intonava il suo "mattutino". Era un uomo burbero, di sani principi, trovava sempre qualche cosa per cui rimproverare il giovane presbitero che gli faceva da segretario e talvolta, nelle mattine d'estate, quando tutte le finestre erano aperte, si sentiva anche la vocetta di quest'ultimo esporre ragioni che nessuno capiva. Allora tutti dicevano che non sarebbe mai diventato un notaio, perché non aveva abbastanza voce.Quel mattino le litanie erano iniziate particolarmente presto ed avevano rapidamente varcato la barriera delle imposte e degli usci chiusi, per diffondersi nella caligine azzurrata d'un marzo particolarmente rigido. Il motivo di tanto scontento era la presenza di un nuovo scriba che, a detta del padrone, lavorava malissimo.– Gli scrivani devono essere ignoranti – tuonava la voce baritonale – non possiamo certo rischiare che divulghi i fatti della gente ai quattro venti! –Il presbitero invece univa ad un innato orrore per la gente rozza, la convinzione che copiare segni sconosciuti fosse una fonte certa d'errori d'ogni tipo e citava San Benedetto: "Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario", anzi, avrebbe ardentemente voluto farlo, ma la parola "claustrum", da sola, provocava un travaso di bile nel suo interlocutore: – Questo non è un convento! – strillava a pieni polmoni – Credi che non sarei più felice anch'io di miniare bei codici, invece di stendere questi maledettissimi contratti per gentaglia litigiosa? Ma vivo di questo, purtroppo! È la mia croce, che sopporto con serena fermezza! Il contratto ed il testamento richiedono buone lettere posate, chiare a tutti, non graffiate in qualche modo da un intellettuale distratto! Guarda, guarda il lavoro del "tuo" Basilio... –A dire il vero l'apprendista in questione dipendeva dal notaio, ma diventava proprietà personale del segretario ogni volta che faceva qualche malefatta. – Sembrano appunti su tavolette di cera, non scritti su pergamena! Queste lettere sono... sono anitre spaventate! –A questa similitudine Nicolò, che da un pezzo se ne stava immobile sulla porta, scoppiò in una franca risata, palesando la sua presenza.I due uomini considerarono con stupita attenzione la sua figura alta e magra ed i capelli lisci e corvini, poi il notaio chiese con aria critica: – Tu sai scrivere? –– Solo in greco. – rispose compunto Nicolò, provocando una nuova crisi nel suo collerico interlocutore.– A che cosa pensi che serva qui il "tuo" greco? – iniziò, ma fu presto interrotto dal segretario, che tirandolo per la manica, gli fece notare che non si trattava affatto d'un nuovo apprendista, ma di un cliente: il figlio di Caloianne.– Il suo bastardo, per l'esattezza. – replicò con impietosa fermezza Nicolò.A questo termine il notaio si calmò di colpo, come se avesse inteso, al contrario, un titolo onorifico dei più rari e s'inchinò con umiltà eccessiva al nuovo venuto: – Permettimi di correggere il tuo errore! – disse con grande deferenza – Le nozze di tuo padre con la nobile greca tua madre erano perfettamente legittime e solo perché la tua povera genitrice è morta nel darti alla luce, tuo padre ha deciso, col cuore straziato, di prendere di nuovo moglie. –Teneva molto a questa versione dei fatti, perché l'aveva inventata egli stesso, anche se preferiva usare la formula notarile "completata e corroborata".Vent'anni prima, quando Caloianne era tornato a Venezia con questo figlio naturale a cui, inspiegabilmente, teneva tanto più degli altri, aveva pensato, come tutti, che fosse proprio una sciocchezza portare quella piccola vipera nel nido dei biondi, quieti figli della bella Sërinde, ma, contrariamente al resto della città, era del parere che l'unica che avesse un debole diritto di protesta fosse appunto Sërinde, che invece aveva accolto il bimbo a braccia aperte.Dunque s'era inventato questa storia decente per ammantare il tutto d'una certa ortodossia, scrivendo di suo pugno un contratto nuziale risalente più o meno alla data del concepimento. Aveva la coscienza pulita, perché era convinto che la piccola bugia non avesse danneggiato nessuno ed ora non capiva proprio che cos'avesse la gente da chiacchierare tanto.Nicolò era un uomo ormai e gli stava davanti, indomito e fiero com'era stato suo padre, sempre attivo e sempre in lotta contro qualcuno, ma con una componente di sofisticata furbizia che Caloianne, certo, non aveva.Doveva essere il sangue greco.In ogni caso non era certo un uomo da inimicarsi a cuor leggero.– Mio padre – replicò duro il ragazzo – ha saputo della morte di mia madre quando io avevo sei anni e decise allora di portarmi qui con se'. Ma a quel tempo era già sposato con Sërinde, che gli aveva generato la piccola Carola. –Che cosa voleva da lui quel giovane pazzo? Gettare lo scandalo sul genitore che lo aveva adorato e che era morto da prode in uno scontro coi Saraceni/Normentani?Nonostante si fosse imposto la calma, il notaio ebbe un moto di disappunto: – Niente affatto! – esclamò con calore – Tuo padre ha deciso di portarti con se' quando hai avuto l'età d'intraprendere il viaggio... ma la notizia del lutto gli era pervenuta prima, molto prima... lo so bene, perché... sono stato io a leggergli la lettera... –Negli occhi neri di Nicolò sfavillò una scintilla di ridente malizia: – Leggi il greco, notaio? –L'altro si confuse ed il segretario, fino allora muto e spaurito, intervenne pronto: – Veramente è stato il sacerdote che aveva assistito la tua povera madre a darcene notizia... tra sacerdoti, come sai, si usa sempre il latino! –Notaio e segretario erano infatti sacerdoti.Nicolò mirò per un attimo le loro lunghe vesti nere con cuore gonfio di obiezioni, ma preferì sorridere amaramente, mentre osservava: – Non a me, ma ai miei fratelli dovreste dire queste cose! –Il notaio sorrise, sinceramente sollevato.Il giovane non aveva perso dunque il rispetto per suo padre, ma era stato accusato dai fratelli di secondo letto... questo era tanto più naturale! E provava inoltre l'eccellenza del suo ministero! – Io posso provarti tutto ciò che ho detto! – esclamò trionfante e non mancò d'aggiungere, rivolto al segretario: – Vedi a che serve una scrittura posata e ben fatta! "Hæc cartula in perpetuum permaneat"! –La sua voce s'era fatta solenne ed il segretario approvò commosso, ma Nicolò scosse la testa: – Grazie – rispose educatamente – non occorre! Non è per questo che sono qui. – e davanti allo sguardo allibito dei due uomini s'affrettò ad aggiungere: – Non mi interessa dimostrare più niente ai miei fratelli... io parto. Ho intenzione di tornare nella mia terra d'origine e di prendervi moglie. – Sottolineò con straordinaria enfasi quest'affermazione, come se qualcuno avesse affermato la sua incapacità di consumar matrimonio.I due sacerdoti si scambiarono un'occhiata perplessa: le chiacchiere che circolavano erano esattamente volte in senso opposto: e d'altra parte assomigliava a suo padre... ma queste considerazioni furono fugate dall'incalzare del discorso di Nicolò: – Prima di partire, tuttavia, intendo trasmettere a Carola tutti i beni ereditati. –Fu proprio un fulmine a ciel sereno, tanto più improbabile in quanto fuori, traslucida e perlata, si levava la tenue aurora di marzo, preludio ad una giornata forse un po' uggiosa, ma certo non di temporali. Evidentemente il giovane greco covava una tempesta cupa dentro di se' e ne aveva portato i foschi umori nella povera stanza.– Signore – belò paziente il segretario – non è possibile che una donna sia l'intestataria di tanti beni... se solo la dolce Carola ci accordasse la grazia di sposarsi... –A quest'ipotesi Nicolò trasalì, impallidendo, come se gli fosse stato proposto un sacrilegio – Mia sorella intende farsi monaca! – esclamò vivamente – Solo la necessità di provvedere ai suoi fratelli minori la tiene ancora legata a questo mondo... e d'altra parte era il motivo per cui io stesso rimandavo la partenza, questo – sottolineò di nuovo – dovere e nient'altro! D'altra parte ho capito che i fratelli di Carola non mi amano. Chissà... forse è naturale per loro considerarmi un estraneo... ma io non reggo più la convivenza, voglio partire... e non mi fido assolutamente di loro. Essi spoglierebbero Carola ed anche la piccola Cecilia... no, no, dovete dare tutto in mano a lei. È il vostro mestiere, no? Siete pagati per questo! Ci deve essere un modo... – nel dire queste ultime parole la voce gli si incrinò appena, come se fosse sul punto di piangere, nonostante la sicurezza ostentata fino allora.Per la seconda volta il segretario intervenne: – Forse un modo c'è! – suggerì con un sorriso amichevole, attirato da quella sofferenza nascosta e sopportata fermamente – Chiedi a tua sorella in quale convento desidera prendere il velo e fai una donazione dei tuoi beni ad esso. Certificheremo, in cambio, l'impegno di provvedere ai tuoi fratelli in tutte le loro necessità e di dare una dote conveniente alla piccola Cecilia. –Nicolò non era soddisfatto, ma parve placato da quest'ipotesi: – Pensate bene – disse – forse questa può essere la strada, ma dovete percorrerla fino in fondo. Carola dev'essere la padrona assoluta della casa, finché dovrà restarvi... –Il notaio s'illuminò d'un tratto: – Non hai forse una zia materna nel convento di Santa Cecilia, a S. Cassiano*? – chiese ispirato.Il fatto che il giovane non ne sapesse nulla non lo turbò affatto. Era anche fin troppo evidente che una sorella della seconda moglie di suo padre non aveva un legame di sangue con lui e certamente aveva preso il velo prima che Nicolò arrivasse in città, ma egli sapeva bene di che cosa stesse parlando: – Non è certo per caso, – insisté – che la vostra matrigna ha deciso di chiamare Cecilia l'ultima nata... ora una donazione come quella che tu sei disposto ad elargire, farà salire di molto la fama della virtù di questa vostra parente... –Ora il ragazzo sorrise, sereno: – Benissimo – concluse – dono ogni mio avere al convento di S. Cecilia a patto che la sorella di Sërinde sia subito nominata badessa! –I due sacerdoti impallidirono.– Figliolo – intervenne pronto il notaio – questo è peccato grave di simonia... nessuno a nessun prezzo può imporre ad un convento la scelta d'una badessa! –Gli occhi neri di Nicolò tornarono ad esprimere i più foschi sentimenti ed invano il segretario s'affannava a spiegare, con la sua vocetta fessa, decisamente inadatta ad un vero notaio, come una madre badessa dovesse esser dotata di virtù di natura esclusivamente spirituale, quando il notaio, con la sicurezza abituale, prese nuovamente la parola: – Virtù che certamente non mancano alla monaca in questione! – esclamò.A queste parole il segretario tacque confuso e restò in attesa, mentre il notaio, con voce al tempo stesso autoritaria e suadente, spiegava a Nicolò: – Una richiesta come quella che tu hai espresso non si può riferire in nessun modo, ma di solito, dopo un lascito di questo genere, la scelta cade del tutto spontanea sulla parente del donatore, che essendosi mostrata utile strumento della Provvidenza Divina, è certamente la persona più adatta al grande compito di formare le giovani novizie. D'altra parte, se ciò non dovesse accadere, sono personalmente molto amico del confessore di quelle buone monache e da uomo a uomo, anzi, da sacerdote a sacerdote, gli chiederò di far rifulgere le virtù che certamente tua zia possiede, in modo che le consorelle non possano non notarla. –Finalmente il volto magro di Nicolò s'illuminò d'un pallido sorriso: – Ho fatto bene a parlarne a voi! – osservò, finalmente soddisfatto e lasciò loro un sacchetto di monete d'oro, a puro titolo d'anticipo, promettendo di tornare presto.Uscì correndo come se fosse inseguito, balzò felino nella barca legata sotto alla casa del notaio, mollò la cima e, senza prendersi il disturbo di sollevare il remo che giaceva sul fondo, cominciò dar poderose spinte a pali, barche ferme, sporgenze della riva, tutto ciò che aveva l'avventura di costeggiare il canale, facendo scivolare velocemente l'imbarcazione verso l'uscita. Fin da piccolo, nella sua infanzia passata tutta sul mare, suo padre gli aveva insegnato a sfogare nel moto fisico i cattivi umori, che di tanto in tanto gli opprimevano il petto, cupi come i suoi capelli corvini. Forse qualche cosa del colore dei capelli penetra nello strato più superficiale della mente, perché Sërinde e Carola, al contrario, erano bionde e quiete!Uscendo dal canale la barca arrestò un poco la sua corsa e Nicolò fu costretto a porre il remo in acqua. Il suo sguardo percorse tutt'intorno quel paesaggio grigio di primavera in ritardo, in cui persino il verde tenero dell'erba nuova e delle prime gemme acquistava una nota argentata ed incolore, come se gli alberi non avessero un'esistenza propria, ma sorgessero dall'acqua, insieme alla nebbia. Cielo e mare erano bianchi, d'un chiarore appena ombreggiato da una nota di grigio... o forse di celeste. L'unica cosa che distingueva il cielo dall'acqua era il riflesso mobile del sole che s'affacciava a tratti dalla foschia; anche il sole era bianco ed i suoi riflessi sembravano argento liquido che avvampasse come un improvviso incendio sull'acqua, ma senza alcun calore.Nicolò trasse un profondo sospiro: non aveva mai pensato d'amare quella terra fredda ed ostile ed era stato felice ogni volta che s'era messo in viaggio, ma ora l'idea di partire per sempre toglieva alla terra greca tutto il suo fascino. Ecco, aveva l'impressione netta che la sua anima fosse ancorata a quelle isole per qualche arcano incantesimo e che non si sarebbe mai allontanato sul serio. O almeno non del tutto.I suoi ricordi, per esempio, arrivavano fino al giorno in cui era arrivato dal mare, con suo padre e non riuscivano a spingersi più lontano, nemmeno di un giorno.Nessuna immagine di sua madre o della sua prima casa era rimasta ferma nella sua memoria, come se la vita fosse iniziata soltanto allora...**********San Marco, 7 settembre 956 Man mano che la nave abbandonava le acque azzurre del mare per addentrarsi in quelle verdi della laguna la sicurezza lieta di suo padre pareva scomparire, come nebbia al sole. Paragone quanto mai inadatto poiché la nebbia, al contrario, andava aumentando ed il cielo, da azzurro, s'era fatto d'un celestino pallido e lattiginoso: le isole, gialle per l'autunno imminente, affioravano immobili e mute come fantasmi e scivolavano lentamente accanto al dromone che procedeva inesorabile verso il porto sconosciuto.Nicolò spiava ogni cosa con grande attenzione, per scoprirvi la causa del malumore che aveva lentamente trasformato l'uomo allegro e vigoroso con cui era partito in un essere muto e torvo. Ma per quanto effettivamente l'atmosfera fosse plumbea e nebbiosa, non gli pareva proprio che valesse la pena di soffrire così. Di nuovo tirò suo padre per una manica e s'offrì di cantare qualche cosa, accompagnandosi col salterio d'argento che aveva ereditato da sua madre: uno strumento di squisita fattura che egli, per quanto ancora bambino, sapeva suonare egregiamente, ma ottenne solo un cortese, ma fermo rifiuto.Era cominciato tutto quel mattino, quando il capitano, distrattamente, aveva detto: – Caloianne! – tua moglie lo sa che torni con un figlio? –Per tutta risposta suo padre l'aveva stretto a se' dicendo: – Il mio piccolo cucciolo! Non sa neppure che cosa sia una moglie! –Egli se n'era giustamente risentito: – Se permetti, padre, – aveva risposto rispettoso, ma sicuro – so benissimo che una moglie è una donna! –I due uomini erano scoppiati a ridere ed il capitano aveva aggiunto: – Senti, Caloianne? Tuo figlio ne sa più di te! –Ripensandoci, il malumore di suo padre risaliva certamente a quel momento. Forse la sua risposta l'aveva mortificato. Probabilmente avrebbe avuto piacere di spiegargli di persona che cosa fosse una donna... già, anche in mare ci teneva tanto a saperne più di lui su tutto. Tuttavia, l'incidente pareva sproporzionato all'effetto.Avrebbe potuto, adesso, spiegargli qualche cosa di quella strana città, che sorgeva piano dall'acqua, con case di legno ferme sul mare come grandi barche e rive di paglia con le reti stese ad asciugare, invece di starsene isolato sul ponte in silenzio. Fu un marinaio ad avvicinarsi a lui: – Quella in bianco – disse indicando una donna velata che attendeva, insieme alle altre, sulla riva – È Sërinde, la moglie di tuo padre. –Nicolò sentì il cuore che batteva forte nel petto, mentre guardava – Ma veramente – osservò – le donne sono due! –Il marinaio rise forte: – Donna... quella marmocchia! Ne deve mangiare, di farinata, per diventare una donna! –Pensò che l'uomo avesse torto: le due figure sulla riva si differenziavano soltanto per la misura. La piccola aveva lo stesso atteggiamento, la stessa espressione, lo stesso mantello di lana drappeggiato morbidamente attorno al volto, come se fosse intessuto di nebbia... Quando si avvicinarono si perse in quegli occhi color dell'acqua, che non aveva mai visto prima e dimenticò completamente i malumori di suo padre e tutto quello che, fino ad un attimo prima, costituiva tutto il suo mondo.**********Da allora sempre, tornando, aveva ritrovato Carola ad aspettarlo, ferma sulla riva di paglia, ammantata d'azzurro o di verde, pallida, silenziosa ed immobile come se fosse sorta un attimo prima dal mare. I suoi grandi occhi rotondi avevano lo stesso colore dell'acqua. Ricordava il giorno in cui l'aveva vista con la piccola Cecilia, che non le somigliava affatto, perché, unica tra i figli che Sërinde aveva partorito, era bruna come suo padre. Eppure da lontano l'immagine era identica a quella del primo giorno e gli aveva dato l'impressione esatta dell'eterno fluire del tempo... quello che i preti chiamavano eternità.Effettivamente c'era qualche cosa di atemporale, se non proprio d'eterno, in quel continuo andare e venire per mare che, dalla morte di suo padre, aveva scandito i suoi giorni e non avrebbe mai pensato di cambiare la propria esistenza, fino ad allora.O meglio, volendo essere precisi, fino alla notte che era appena trascorsa... Aveva già consumato diverse candele, nel tentativo di riordinare i conti di casa, senza riuscirvi. Non che sospettasse di qualcuno tra i suoi fratelli, che erano tutti bravi ragazzi, ma li sapeva infantili e disordinati e poi tutta l'amministrazione in patria, per quanto gli seccasse doverlo ammettere, mancava di quel rigore che caratterizzava il mercato greco. Già, già, non gli sarebbe piaciuto vivere sotto il governo di una donna e sapeva che Niceforo Foca, a dispetto del gran valore dimostrato in battaglia, era una creatura dell’imperatrice Teofano, bellissima, intrigante e corrotta... ma per ciò che riguardava le finanze si aveva una chiarezza che qui mancava.Il sale, in pratica, non era ancora stato pagato. Chi aveva dato in pegno un gioiello di famiglia, chi un terreno arabile lontano, che era completamente impossibile mettere a frutto... in quel momento sentì una barca "attraccare" nella riva di casa. Non si scompose: Bastiano era un uomo fatto ed aveva tutto il diritto di passare la serata con chi volesse, tuttavia, poiché il fratello invece di ritirarsi in camera lo raggiunse, certamente invitato dalla luce fioca della candela, lo apostrofò con quella durezza che le vicende degli ultimi anni gli avevano reso abituale: – È ora di finirla, Bastiano, – esordì – non puoi accettare qualsiasi cosa in cambio del sale, perché ci sono beni di cui non possiamo pretendere l'usufrutto senza cadere in peccato grave! E non esagerare mai col grano, perché con l'umido dei nostri magazzini si deteriora facilmente, mentre se tu mi procuri delle pelli io posso tranquillamente rivenderle... – si interruppe sconcertato dal silenzio del fratello, che di solito lo interrompeva sempre. Alzò gli occhi sulla figura che si era seduta di fronte a lui, sullo sgabello che fronteggiava il tavolo e quasi non lo riconobbe, tanto era pallido e tirato: – Che succede? – chiese preoccupato.– Ursiola è gravida! – rispose torvo; egli realizzò che la ragazza in questione fosse la sua amante, ma non riuscì a capire bene chi fosse e si trovò a domandare: – Quale Ursiola? – Non poteva sortire effetto peggiore: suo fratello lo guardò esasperato: – In che mondo vivi? – inveì – Faccio l'amore con lei da più di un anno e suo padre, Filippo... –Ora Nicolò ricordava: una famiglia prosperosa e tranquilla, che abitava una bella dimora in mattoni cotti e candida pietra d’Istria, un po' lontana dall'acqua e pagava loro un diritto di transito per il rivo che scorreva sotto casa. In compenso avevano una bella vigna e magazzini asciutti dove spesso avevano conservato delle partite di grano anche per loro. I ragazzi erano cresciuti insieme ai suoi fratelli e non ricordava che Ursiola fosse andata sposa a nessuno, quindi non riusciva proprio a comprendere il problema: – Se la ragazza ti piace prendila in moglie. – propose allegramente – Carola e Cecilia saranno certo contente d'avere un'altra donna in casa. –Bastiano non pareva pensare in questo modo, perché lo guardò con un odio sincero: – Prendila! – ripeté ironicamente – Oh, sei generoso davvero! Credi che non ci abbia pensato anch'io? Credi che mi diverta a vederla di nascosto come un ladro? Ma non me la danno! –Questo fatto suscitò in Nicolò una certa meraviglia: – Davvero non mi spiego perché! – commentò con sincero stupore – Se vuoi parlerò io stesso con Filippo... –Ora l'odio che accendeva gli occhi di suo fratello non aveva più limiti: – Gli parlerai tu! – ripeté canzonatorio – Oh, povero innocente! Davvero non sai spiegarti perché non ci vogliono come parenti? E già, può essere! Tu non ti fermi abbastanza a lungo, perché le chiacchiere dei vicini possano ferirti! Tu fai i tuoi comodi e poi te ne vai! –Nicolò non era abituato a quel tono e per un attimo considerò attentamente la possibilità di chiudere la conversazione assestando un bel pugno sul naso di suo fratello, ma un senso di compassione per le sue  inspiegabili sfortune amorose lo trattenne, tanto che si limitò a rispondere: – Non capisco proprio a che cosa tu ti riferisca. –– Davvero? – lo rimproverò furente Bastiano – Credi forse di andar per mare con degli sconosciuti, credi forse che le tue avventure con le più belle donne greche non facciano il giro di tutta la città? –Al colmo dello stupore, Nicolò pensò che suo fratello fosse impazzito: – Non c'è nessuna legge, credo – osservò – che proibisca ad un marinaio, dopo mesi di mare... –Un riso convulso lo interruppe – No, no, la legge non lo proibisce, anzi, non conosco governo che non ci ricavi il proprio guadagno. I porti son pieni di donne facili! Ma gli altri, prima o poi, sposano anche una donna delle nostre o, se non possono fare a meno della schiava, ne comprano una e la portano a casa. Perché non è successo anche a te, fratello? Per quale strana magia, tornando a casa, diventi casto come un eremita? Il clima umido raffredda il tuo sangue greco? –Francamente Nicolò non s'era mai posto quel problema, ma visto che Bastiano ne parlava per primo, attribuendovi tanta importanza, rispose allegramente – Credo che sia perché qui sono in famiglia! –Si accorse subito d'aver dato la risposta sbagliata, ma non ne realizzò il motivo, finché Bastiano non sibilò: – Si certo, in famiglia! Come il buon Marcello! –Ricordò allora una vicenda che aveva fatto scalpore qualche anno prima: era la storia di due fratelli, Marcello e Nezia. Carola era molta amica della ragazza ed aveva pianto un fiume di lacrime alla sua morte, ma egli neppure allora era riuscito a capire chi fossero. Comunque correva voce che i due ragazzi fossero amanti e poiché Nezia era promessa sposa ad un uomo molto facoltoso, questi aveva minacciato un grande scandalo. Allora Marcello, per risparmiare questa vergogna a sua sorella, s'era fatto monaco, rinchiudendosi per sempre in un convento. Il suo sacrificio era veramente servito a poca cosa. Il matrimonio era stato celebrato con grande sfarzo, ma subito dopo la sposina era caduta ammalata e nessun medico era riuscita a salvarla. Aveva ancora nelle orecchie i singhiozzi di Carola: "Quelle chiacchiere l'hanno uccisa!" gridava disperata "Povera piccola Nezia! Immaginarla capace d'una cosa così mostruosa!"Possibile che quelle stesse chiacchiere corressero su di loro?Per la prima volta in tutta la sua vita, Nicolò non sapeva che cosa rispondere. Non pensava a se stesso e non gli importava nulla che suo fratello sposasse quella sciocca Ursiola, ma era sconvolto all'idea che qualcuno potesse pensare a Carola senza venerazione e stima. Già il fatto di parlar male di lei era inconcepibile, ma addirittura pensare che Nicolò fosse colpevole d'un peccato così ripugnante... – Tra me e Carola non c'è niente. – rispose alla fine, con un tono da vinto che gli fece male al cuore.Bastiano ebbe un ghigno cattivo, mentre rispondeva: – Lo credo bene! Non ti perdo d'occhio un solo momento quando sei a casa e se esco Cecili

  • 14 settembre 2011 alle ore 11:10
    Aria di libertà

    Come comincia: Rifletto, ragiono, elaboro, penso, cammino… mi soffermo a guardare le sottili nubi lontane, giungono dall’orizzonte spinte da questo vento tropicale e si scompongono, si ricompongono, vanno e vengono e continuano ad andare, venire, creando dal nulla forme gassose sempre diverse, silouhette curiose, a volte divertenti, alcune sembrano animali, altre sembrano simboli… sì.. certamente lo sono…

    come possiamo noi umani limitare sempre tutto quello che non è scientificamente dimostrato al “sembra” … ?

    e chi può permettersi di decidere cosa “sembra” e cosa, invece… “è” ?

    La scienza, la scemenza, la deficienza, la neurodegenza, gli abitanti di Piacenza, un pescatore con la lenza? Ma che cazzo stiamo a dire… ? perché la scienza non prova scientificamente a dimostrare che tutto ciò che non è scientificamente dimostrato non esiste? Voglio vederli io sti cazzo di cervelloni che riempiono gli alambicchi e le provette infette dei loro virus materiali e spesso coltivati in loco per propagare qualche nuova forma influenzale per poi rifilare qualche milionata di vaccini inutili alla popolazione avicola, ovicola, bovinica, suinica, umanica… Prendono le loro belle ricette, il peso specifico delle loro spalle ricurve… il diametro del proprio globo oculare rinsecchito e già che ci siamo anche un paio di bigini riassuntivi delle grandi leggi fisico-matematiche, qualche parallelepipedo e mezzo chilo di logaritmi, per non parlare poi di quelle utilissime tangenti all’infinito o di quelle equazioni lunghe sette chilometri con decine, centinaia di passaggi che ci vuole 4 ore a risolverle e poi hanno come risultato: “i” ossia impossibile… ma che cazzo di uno stracazzo di boiate sono ste cose?

    Vengano questi malati di cancro matematico, algebrico, algoritmico… questi deformi handicappati ingolfati, intossicati di formule, tabelle, risultati, esperimenti, certezze… sì… certezze… ogni 2-3 anni qualcuno scopre la certezza successiva ma nel frattempo quelle sono le certezze…

    la certezza dell’incertezza, ecco di cosa stiamo parlando…! Vengano questi dotti luminari che si ammassano in seminari e laboratori, in centri di ricerca e sotterranei a prova di sisma apocalittico… vengano a vedere, leggere il linguaggio del cielo, del vapor acqueo, mi diano la formula, la risposta, la prova, la conferma, la scientifica dimostrazione di queste forme… provino a misurarle… si spostano continuamente, si espandono, si dividono, si sfilacciano, si agglomerano, non c’è formula, sapete perché?

    Perché sono libere!

    Le nuvole sono libertà, spazio di muoversi nello spazio, sono movimento, aria libera, forme e contorni indefiniti modellati dalla libertà espressiva dell’universo, dal linguaggio di un cuore cosmico che non ha bisogno della scienza, né della deficienza umana, per creare l’amore…

  • 13 settembre 2011 alle ore 18:44
    Edimburgo

    Come comincia:

    Ovunque si respiravano segni. In mezzo a infiniti simulacri di cultura gotica, fantasmi per passanti d’occasione, c’erano segnali veri di massoneria celtica. Edimburgo è un dedalo di riferimenti massonici, anche se non li conosci puoi percepirli.

    Mi sono sparato in cuffia gli Smiths, e ho preso a rotolare per le vie. “…but you run down, to the safety of the town…”

    Poi ho fatto il giro dei pub scozzesi in cerca del “mio uomo”, ho assaggiato birre e whiskey, e ho dimenticato me stesso in un locale dove suonavano dal vivo.

    A mano a mano che lo spirito entrava, l’idea dei bambini prendeva una forma sempre più definita. Non so cosa stesse accadendo, fuori e dentro. Proprio non lo sapevo. E intanto le chitarre tagliavano l’aria. E colpi di cajon, e resti di limone nel bicchiere.

    E tagli di vetri, attriti ruvidi sul legno. Scratch. Il cantante scozzese cantava qualcosa sulla libertà e il cambiamento. Sputava saliva secca, e anche se era notte era ancora giorno, a causa della latitudine.

    Il mio uomo sedeva in fondo al locale. Era vestito bene ma sembrava preoccupato, come se sapesse. Aveva molte birre sul tavolo ma poche ore davanti.

    Mille chilometri più a sud, bambini cullavano i loro sogni di bambini.

    Mi alzai, lasciai qualche pound sul bancone, uscii e gettai la pistola in un bidone. Entrai nella macchina che mi aspettava e scossi la testa.

    - E bravo il mio chierichetto. Non l’hai fatto, vero? Lo sai che ora sono cazzi.

     

    Evitai di rispondere. Mi voltai verso il finestrino e guardai fuori. Gli alberi sfrecciavano via veloci. I tetti delle case, i guard-rail intermittenti, le nuvole. Tutto sfrecciava via, allontanandosi da me, in direzione opposta alle mie stelle polari, lasciando solo un vago fruscio nelle orecchie e odore di gomma bruciata.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • 13 settembre 2011 alle ore 18:41
    Post industrial requiem

    Come comincia:

    2009, una notte qualsiasi.

     

    L’armadietto ha cancri di ruggine e puzza di sudore acre.

    Lo sportello gioca a fare l’equilibrista su un perno marcio e più precario di me, mentre la Sicurezza sul Lavoro giace su cartelli sbiaditi, dimenticati in qualche angolo. Più in là, un poster del numero novantanove col pugno sinistro chiuso a stringere la curva amaranto, gli angoli mangiati dal vapore delle docce.

    Il click metallico del lucchetto che si chiude, imprigionando nel buio claustrofobico i vestiti e gli occhi truccati e allucinati di Robert Smith, come in quel video del mio gruppo preferito.

    E poi la mia tuta antistatica, i guanti, l’elmetto e via. Via sull’impianto, per l’ultimo giro della notte.

     

    Trusendi, il Capo Turno, è stato chiaro: non oltrepassare mai il limite sud dei Settori Generali. E’ una consegna di sicurezza, e solo questo basta ad attizzare le braci della mia curiosità. Ma questo è il minimo. Corrono voci curiose intorno a quel rudere di metallo e amianto dove una volta c’era il vecchio impianto di Cracking. Una cattedrale industriale sconsacrata. Si vede da lontano, a sud degli impianti produttivi, di notte mette i brividi. Ma se la guardi bene, non è poi così peggiore delle installazioni attuali, in marcia sterile senza evidenti prospettive di sviluppo, in questi anni zero che non sembrano finire mai.

     

    Dopo dieci minuti ho già terminato il giro di controllo. Ne ho ancora venti prima che a qualcuno venga in mente di cercarmi. Ho già incrociato il Battini, che segue il Settore Nord, e quindi se passo dietro alle torri di raffreddamento dovrei raggiungere il Cracking senza incontrare più nessuno ed evitare anche le telecamere a circuito chiuso. Ecco, ci sono. I miei timpani subiscono il massacro offerto dal frastuono degli enormi ventilatori, ma metro dopo metro il rumore si affievolisce, fino al punto in cui la produzione è un sospiro lieve. Neon sbiaditi, svaporati in una nube giallastra.

    Davanti ai miei occhi, invece, ecco la recinzione. Sopra troneggiano torri ossidate dal tempo, dal mare e dalla chimica organica.

     

    Il buco è piccolo, ma ci passo bene. Manca la luce, ma ho con me la piccola torcia. Non so cosa sto cercando, è come se questo posto mi chiamasse. I rottami, il passato, mi inquietano e stregano allo stesso tempo. Accendo il cellulare contro ogni regola di sicurezza e inizio a registrare. Immagini incerte sul palmo di una mano smaniosa, assetata di nuovi feticci.

    Infatti, i soggetti non mancano. Tutto è il trionfo di un disfacimento, solitudine all’ennesima potenza. Tubazioni degradate, tetti d’eternit con squarci sul cielo, resti di vecchie installazioni ovunque. Sembra un video degli Einsturzende Neubauten. Ed è pensando a questo che mi prende l’idea. Getto l’elmetto e raccolgo alcuni tubi d’acciaio. Inizio a picchiarli l’uno contro l’altro. E’ tutto a mia disposizione, una percussione infinita. Dapprima un colpo, la cui eco risuona fredda, fin troppo lontana. Mi prende la paura che qualcuno possa avermi sentito. E’ un timore assurdo, non mi udiranno mai. Così ne creo ancora uno. Tubi di diverso diametro sono un vibrafono naturale, note quasi in accordo perfetto. Ma in quel momento altri suoni ed echi sembrano aggiungersi ai miei. Mi guardo attorno, mentre un brivido mi arriva in cima al cranio.

    La sensazione di non essere solo.

    Infatti, un vecchio motore assurdamente si aziona, sparandomi polvere di ruggine in faccia. Indietreggio e cado. Il cuscinetto del motore passa dal rumore al suono. Ed esegue, incredibilmente simile a un sax, una melodia malata e malinconica. Altri compressori cadenzano le fasi in una sorta di marcia funebre. Poi anche lo spettro di luce cambia. Sagome luminescenti girano velocemente intorno. E se fossero le torce dei miei colleghi che mi cercano? “Hei, sono qui, dài ragazzi, cazzo così mi fate cacare addosso!“.

    Ma niente.

    Forse è solo uno scherzo della mia immaginazione. Eppure non prendo più quella roba da tempo.

    Respiro forte, mi convinco che non devo aver paura. Mi rialzo e continuo ad ascoltare. Poi le luci si fermano, l’intensità dei suoni si amplifica veloce, e un grido di decine di voci straziate si alza.

    Poi lo vedo.

     

    Si trascina su bracci di metallo e pelle tumefatta, ha uno sterno di alluminio e ossido di ferro, con polmoni d’amianto. Gambe inservibili di legno e dita di vetro. La faccia però è quasi umana. Me ne rendo conto quando si avvicina e mi guarda con quegli occhi così diversi. Nonostante il terrore riesco a registrarli. Un occhio nero e profondo come un pozzo e uno acquamarina. Sostengo quello sguardo fino al punto di sentirlo pronunciare qualcosa con quella voce polifonica. Poi lo vedo alzare un arto che stringe una lamiera mezza accartocciata, falciforme.

    Nascondo la testa tra le braccia, gli occhi chiusi, ad aspettare il colpo.

    Ma il colpo non arriva. Sento toccarmi addosso - come se mi infilassero qualcosa in tasca - e poi il silenzio.

    Quando riapro gli occhi non c’è più niente. Solo il vecchio Cracking, muto come sempre.

    Però ora la solitudine non riesco più a sostenerla. Mi alzo di scatto e corro come un pazzo. Mi fiondo nel buco della rete che mi squarcia la tuta, corro ancora verso l’impianto, verso i neon che mi oscillano impazziti davanti agli occhi umidi. Corro inciampo cado ancora. Sento le guance ghiacciarsi nel fango. Poi mi sento sollevare. Cazzo, mi ha preso. Mi ha preso di nuovo.

    “E bravo coglione! Dove ti eri cacciato? Guarda, non lo voglio nemmeno sapere.”

    E’ la voce del Trusendi. Inattesa, salvatrice, perfino bella per una volta. Guardo il Capo Turno e gli rivolgo un ebete sorriso di benvenuto. Vorrei baciarlo. Quasi l’abbraccio con le mie braccia insozzate.

    “Cazzo ridi, scemo? Prendi anche per il culo? Voglio vedere se lo farai anche con il Direttore. Aspettiamo le otto e ci si va diretti. E vieni così, senza doccia. E’ bene che ti veda...in tutta la tua eleganza… Ride, lui. Mah.”

     

    Ho lasciato tracce di fango per tutto il corridoio. Seduto di lato, dalle inferriate delle mie dita vedo i tacchi sottili delle impiegate che zigzagano svelti per evitarle, come fossero merde di cane, di quelle che è così facile trovare sui marciapiedi, in città.

    Dovevo combinare tutto questo per vedere lo scintillante primo piano della Direzione, o “Alta Direzione”, come scritto sul triste arazzo della Politica Aziendale affissa alle bacheche.

    Conto le mattonelle a scacchiera per non pensare a niente. E francamente non saprei neanche cosa pensare di quello che è accaduto.

    Poi l’ultima porta del corridoio s’apre. Riappare il Trusendi, che si congeda balbettando un arrivederci ingegnere e mi si para davanti.

    “Ora tocca a te. Auguri!” e se ne va, il codardo.

     

    L’ufficio è ampio ma poco accogliente. Mobili scuri, ricche reliquie per vecchi dirigenti e ultimi superstiti di arredi andati ad impreziosire le ville di altri matusa in giacca bianca.

    E anche questo qui mi sembra uno del club. Se ne sta, con la sua poltrona importante, girato verso la finestra, e nemmeno saluta. Sembra che non mi abbia neanche visto entrare; la solita farsa del potere. Però poi apre la bocca.

    “Bene, Nardini. Il Capo turno mi ha raccontato della prestazione di questa notte. Abbandono del posto del lavoro, detenzione del cellulare in zone con pericolo d’esplosione e incendio, e cos’altro? Trusendi dice di non sapere dove lei è sparito per ben quaranta minuti. Perché non lo racconta a me?”.

    Non mi dà neanche il tempo di aprir bocca.

    “Non importa. Anche se non me lo dice, lo so già.”

    Sembra sfogliare mentalmente una scheda delle Risorse Umane.

    “Quattro. Profilo Enneagramma 4: Il Romantico – Tragico. Lei è un musicista, un artista, vero? Ama la decadenza, il culto del vissuto e bla bla bla. E quindi, ecco che si spiega la terza violazione: ingresso in area confinata sottoposta a bonifica. Vero Nardini? Lei – è – andato – al – Cra – cking”.

    Annuisco.

    “Bene, è andato al Cracking. E...che cosa c’è andato a fare?”.

    “Sono andato in cerca di fantasmi”. Poi mi mordo la lingua. Devo essere impazzito, non so cosa mi è preso. Adesso s’incazzerà definitivamente e mi caccerà via.

    Invece la sua faccia cambia, improvvisamente, in un’espressione supplichevole morbida tenera. Malgrado se ne stia in penombra, lo vedo dai movimenti della testa.

    “Lei LO ha visto, vero?”

    Io zitto, non so cosa dire.

    “Lo sospettavo. La prego, non abbia paura. Mi racconti, mi racconti. Io lo so, perché l’ho visto anch’io. Mi si presenta davanti ogni notte. E’ un maledetto sogno, solo un sogno. Ma è così reale...Non ho dubbi, è quell’impianto. Dietro il paesaggio è reale. Dalla cima si vede il mare, con la chiazza bianca e la foce del fiume”.

    Io sempre zitto. Lui quasi piagnucola.

    “E’ terribile. E’ come se volesse dirmi qualcosa. Ma ogni volta che quell’essere mostruoso si avvicina, mi sveglio. Non riesco mai a vedere la sua faccia. Lei crede nei fantasmi?”.

    Non rispondo. La situazione è pazzesca.

    “Le sembrerà folle. Scusi se mi sbottono, con lei. Ma io credo che ci siano degli ambienti che direi...psichici, sì, psichici. E’ come se ci fosse una sorta di accumulo nevrotico. Una somma di tracce infinitesimali di sofferenza, di rimpianto, che ritornano sottoforma di...qualcosa. Non so cosa, ma è una specie d’incarnazione. Capisce?”.

    Ascolto.

    “Lo so che capisce. Lei è di poche parole, ma si vede che capisce. E’ per questo che è andato al Cracking, anche se sapeva che era proibito. Lei sa che cosa è accaduto là? Le hanno mai raccontato di cosa è successo nel febbraio del ’77?”

    Vorrei rispondere che io nel ’77 manco ero nato. E poi le uniche cose che associo a quell’anno sono i Sex Pistols e il Punk. Ma questo non glielo posso proprio dire.

    “Quell’anno c’è stata una grossa esplosione al Cracking. Sette morti ustionati e l’impianto distrutto. Alla fine l’hanno dovuto chiudere. Tac, sigilli e rete di recinzione, ed è rimasto così fino ad oggi”.

     

    E’ tornato a guardare verso la finestra. Io con lo sguardo percorro quel tavolo quasi immacolato, quasi senza traccia di lavoro, se non fosse per un fascicolo tecnico che attira la mia attenzione. PROGETTO REATTORE 13. Credo che si sia accorto del mio sbirciare.

    “Bravo, è proprio lì che volevo arrivare. Quella cartella. Si tratta di un nuovo progetto: un reattore sperimentale ad alta pressione. Nascerà proprio nella zona dell’ex Cracking. Io stesso ho seguito il piano di lavoro, ed io stesso lo collauderò personalmente”.

    Il telefono lo interrompe. Mi fa un cenno, con la mano, come per scusarsi, ed alza il ricevitore.

    Oh, Philippe... Oui, ça va... Tout est réglé”.

    Dall’altra parte colgo brusii in francese. Riconosco qualche parola, frutto delle mie letture dei francesi dell’ottocento. Parlano di come tutto sia nei programmi, di togliere sigilli ed iniziare i lavori. Domani stesso, dice il Direttore.

    Oui,Philippe... je vais vous tenir informès. Au revoir”.

    Riattacca, poi di nuovo si rivolge a me, ma è come se parlasse a se stesso, al soffitto, ai mobili.

    “A Bruxelles credono molto in questo progetto, e sarà un trionfo!”

    Adesso si è alzato di scatto ed ha ripreso euforia ed entusiasmo.

    “Ma sì, al diavolo i fantasmi del passato. E’ una nuova era. Bisogna pensare al futuro! Non so neanche perché mi sono messo a raccontarle queste cose. Senta, dimentichi quello che le ho detto poco fa e se ne vada a casa. Si faccia una bella dormita e poi riprenda il turno. Per me non è successo niente, ma non abbandoni mai più il suo posto di lavoro. E non racconti a nessuno di questa conversazione”.

    E dicendo questo mi si avvicina, aggirando l’immensità della scrivania, e mi tende una mano. L’occhio nero esce dalla penombra per primo. Poi, quello acquamarina.

    Schizzo via dalla sedia, come olio nell’acqua bollente, e mi metto spalle alla parete. Lui rimane spiazzato, spaventato a sua volta dalla mia reazione. Seguono secondi di silenzioso confronto. Poi, finalmente, capisco il messaggio. Mi tolgo dalla tasca quell’oggetto metallico e glielo consegno nella mano destra, ancora tesa nel segno di un mancato congedo.

    Fissa curioso la targa accartocciata in lamiera e poi, incredulo, vi legge la scritta sbiadita e mezza bruciata: REATTORE 13 – anno di costruzione 2012.

     

    Nella testa mi suona un requiem. Una bella musica rock industriale che proporrò al mio gruppo appena uscirò definitivamente da quest’ufficio. Quest’ufficio in cui, intanto, si spande un tanfo indolico che aggredisce le narici insopportabilmente.

    Poi una chiazza prende forma dal cavallo dei pantaloni del Direttore e per terra forma un lago, dove i mocassini dell’uomo sono piccole barche in avaria.  

  • 13 settembre 2011 alle ore 17:01
    EROS E PSICHE

    Come comincia:

     

    "Lasciar colei non posso per niente,

    e, se io potessi ancora, io non vorria;

    avertila convien per altra via."
    (M.M.Boiardo)

     

     

    Molti secoli or sono, si dice agli albori dell’umanità, c’era la figlia del sovrano di un minuscolo regno divenuta famosa per la sua straordinaria bellezza. Una fanciulla considerata rara opera d’arte della Natura, per intenderci. Si chiamava Psiche. Tanto era bella ed eccezionali erano la grazia e l’armonia delle sue forme che si era sparsa la voce che Afrodite, dea dell’amore, avesse assunto in lei le sembianze umane. Questa convinzione, tuttavia, si rivelerà errata. La notizia era circolata rapidamente in ogni luogo del regno a tal punto che aveva destato un’incontrollabile curiosità in tutti gli uomini che, da ogni parte, si recavano ad ammirare quello straordinario splendore misto a fulgida graziosità bizzarra, espressione di qualcosa di inspiegabilmente arcano.

    - Meraviglia delle meraviglie! Il suo corpo candido, quasi trasparente, etereo si mescola con l’aria e sembra dall’aria prendere forma –, enfatizzavano alcuni che erano rimasti ore e ore ad ammirarla.

    - La strabiliante bellezza di questa bellissima fanciulla lascia incantati, stregati, storditi, estasiati, attoniti, abulici! – Esclamavano altri all’unisono.

     Psiche aveva due sorelle che trovarono presto marito, mentre nessuno, invece, osava chiederla in sposa perché era convincimento diffuso che un comune mortale non potesse coniugarsi con una donna ritenuta divina. Neppure gli sforzi fatti dai genitori, affinché anche quest’altra figlia si maritasse, riuscirono nell’intento. Le furono presentati notabili ma anche uomini comuni. Niente da fare. Nessuno aveva il proposito di sfiorarla. Nessuno aveva l’audacia di congiungersi con Psiche. Che bizzarrie! Che contraddizioni! Che incoerenze! Gli uomini sono costantemente sedotti dalla bellezza fisica di una donna ma, quando ne vedono la perfezione, la loro mascolinità viene stranamente inibita.

    File lunghissime ed estenuanti di uomini procedevano lentamente nel grande salone della reggia, ogni giorno, per rimirare quell’incredibile prodigio della Natura. Conseguentemente tutta quella gente per far questo non solo aveva disertato i templi, i templi di tutti gli dei, compresi quelli di Afrodite, ma aveva abbandonato il lavoro, le case e le mogli le quali, non facendo sesso da molto tempo ormai, si sentivano abbandonate, depresse e sconfortate. Come drogati, tutti quegli uomini avevano allestito dei bivacchi attorno alla città per andare a contemplare, giorno dopo giorno, quell’impeccabile esemplare divino. La magnificenza di Psiche era tale che aveva creato una vera e propria rivoluzione in tutto il regno, suscitando nel popolo sentimenti inconsueti e strani, fino ad allora sconosciuti, che l’attrazione fisica da sola non poteva infondere. Ogni uomo si trovò di colpo in uno stato mentale che gli generava una condizione estatica nel momento in cui osservava Psiche, l’essere più bello mai nato in nessuna parte del mondo. Tutto questo, tuttavia, recava grande offesa agli dei, ad Afrodite, in particolare, venerata come dea dell’amore, la quale, notando che i templi dedicati a lei rimanevano deserti, non vedendosi venerata adorata idolatrata, incominciò dapprima a sentirsi trascurata oltraggiata vilipesa offesa, per adirarsi infine facendosi cogliere da tremenda invidia per quella fanciulla, la cui unica colpa era la sua eccezionale avvenenza. Afrodite riteneva che non era ammissibile che gli uomini adorassero una comune mortale, anche se bellissima e d’alto lignaggio, trascurando l’amore fisico e il piacere sessuale tanto cari a lei. Psiche aveva compromesso tutto ciò che la dea aveva promosso e realizzato nel corso del tempo tra gli uomini, e con ciò stava mettendo a rischio l’umana procreazione. Questo non era tollerabile per Afrodite, perché l’amore non poteva essere puro, ideale, incorporeo, elevato, non poteva essere soltanto amore espresso da qualcosa di impercettibile materialmente. Psiche per questo doveva essere punita inevitabilmente. Ma fu l’invidia o una sana e retta convinzione a indurre Afrodite a coinvolgere il figlio Eros? Questi era un fanciullo biondo, grazioso, bello, con gli occhi penetranti, che portava sempre con sé un arco e una faretra con due tipi di frecce, quelle dalla punta d’oro e quelle dalla punta di piombo. Le frecce con la punta dorata per trasmettere a chi era colpito il desiderio gioioso di amare, il godimento fisico del rapporto sessuale, il trasporto amoroso generato dai sensi. Le frecce con la punta plumbea per infondere, invece, l’incapacità d’amare, e per annullare l’impulso del desiderio amoroso. Eros assentì, come sempre, all’ordine della madre, ma nel suo agire gli si presentò un fatto strano, inconsueto, straordinario negli effetti, mai verificatosi prima di allora. Eros nel vedere per la prima volta Psiche se ne innamorò subito, suscitò senza farsi notare, in Psiche, un profondo desiderio amoroso, colpendola con una freccia dalla punta d’oro, e le trasferì, nel contempo, la voglia del godimento fisico. Eros le infiammò il cuore, la stremò, la soggiogò, le tolse la volontà di prendere qualunque decisione, s’impossessò di Psiche suscitandole atteggiamenti di delirio e di sfrenato impulso amoroso. Conquistò il suo corpo. E Psiche, a sua volta, inconsapevolmente trasferì in Eros attrazione spirituale associando, all’amore fisico e alla voglia amorosa, un inconsueto impulso passionale che il dio non aveva mai provato prima di allora. Eros, che fino ad allora aveva espresso soltanto amore fisico, da quel momento incominciò a godere dei deliziosi effluvi piacevoli dell’amore spirituale. Fu così che Eros e Psiche, Amore e Anima, costituirono una coppia divinamente perfetta. Eros che, fino ad allora, era stato un esecutore preciso e determinato degli ordini della madre, questa volta li eluse involontariamente. Di conseguenza, i due innamorati si trovarono, come per incanto, a dimorare beatamente in un palazzo immerso in un’oasi naturale, dove limpide acque di ruscelli e laghetti alimentavano un meraviglioso giardino incantato: alberi e cespugli colmi di fiori e di succosi frutti, dalle molteplici forme e dagli svariati colori, emanavano una mescolanza di profumi inebrianti le loro menti e solleticanti i loro cuori. Con impeto Eros aveva sconvolto e turbato Psiche che ormai era felice, soddisfatta e contenta per aver trovato finalmente il compagno della sua vita. Innamorati divennero amanti, ma sotto una condizione rigorosa e perentoria: Psiche quando giaceva accanto a Eros doveva rimanere bendata, e non doveva né vederlo né fargli domande di alcun genere. Non rispettando questa condizione il loro amore sarebbe svanito nel nulla. Per sempre. Per questo, stando sdraiati nello stesso talamo, si scambiavano amore vicendevolmente, ma Psiche rimaneva bendata. Eros, infatti, ogni sera, prima di mettersi a letto, stando nascosto, ricordava a Psiche di bendarsi. E Psiche eseguiva senza discutere. Furono le sorelle, invidiose prima per la bellezza e ora per cotanta fortuna, a stimolare in Psiche un’incontrollabile curiosità! Una notte, infatti, Psiche, colta da un innato desiderio di sapere, non ebbe la forza di rispettare il divieto inumano e irrazionale impostole da Eros. Era ingiusto e non aveva senso che, durante l’accoppiamento, lui poteva guardarla e lei non poteva vederlo. Fu spinta, dunque, dalla bramosia di ammirare il suo innamorato, e spiò Eros che giaceva dormiente dopo una lunga e dolce notte d’amore. Si tolse irrimediabilmente la benda, accese una lucerna ad olio per fare più luce, l’avvicinò al volto del suo amore e poi scoprendolo gli guardò tutto il corpo. Che sconcerto! Che sbalordimento! Che stupore! Che sussulto passionale! Che emozione profonda! Che eccitazione incantevole ebbe l’animo di Psiche! Che meravigliosa fu quella visione! Era bellissimo il volto di Eros, era dorata la sua chioma, era armonioso il suo corpo, era splendido e fulgido il suo candore. Le parve simile ad un dio. In quel momento, Psiche provò un’ebbrezza amorosa più intensa di prima e capì che l’avrebbe amato finché le fosse rimasto in corpo l’ultimo respiro, l’ultimo fiato, l’ultima molecola di ossigeno. A quella vista, alla fanciulla la passione le s’infiammò così fortemente che subito si sentì priva di forza, stremata, come se le si fossero sciolte le membra tal quale il sale in acqua. Non aveva provato mai qualcosa di simile e non aveva visto mai, in vita sua, un giovane più bello di Eros tra tutti quelli che il padre le aveva presentato e tra tutti quelli che avevano sfilato dinanzi a lei. Rimase estasiata, priva di volontà, avvinta, invasata, e traeva da quella visione nutrimento senza mai saziarsi di amore per Eros. Un sottile velo di sudore le coprì improvvisamente tutta l’epidermide che in quel momento divenne più fulgida. Subito dopo la fanciulla provò una sensazione di rilassamento, di benessere che le pervase tutto il corpo. Non aveva la forza di distogliere lo sguardo dal viso di Eros, dal suo corpo ignudo, da quel corpo luminoso che stranamente come il sole irradiava luce propria. Non appena rinsavì da quel meraviglioso smarrimento, Psiche si domandò perché Eros le aveva proibito di osservare cotanta bellezza. Distratta per un attimo da questo legittimo pensiero, un brivido inaspettato l’assalì, un impulso istintivo la colpì, la mano le tremò e la lucerna vacillò, mentre una piccola goccia d’olio caldo cadde sul corpo ignudo di Eros, che si svegliò di soprassalto, scosse la testa e si stropicciò gli occhi. Vide Psiche che, senza la benda, lo rimirava con stupito stupore. Che profondissimo dolore provò in quel momento, Eros. Dolore e rabbia assieme lo strinsero con forza, lo avvinsero inevitabilmente.

    - Ahimè! Psiche, amore mio, anima mia, cosa hai fatto? Perché non hai rispettato ciò che ti avevo ordinato? Perché mi hai guardato? - Esclamò Eros, dileguandosi improvvisamente nel buio della notte come polvere minuta al vento.

    Psiche pensò ad uno scherzo, o meglio ad un gioco. Con la lucerna cercò Eros nella stanza, e poi fuori. Lo cercò dappertutto, anche in giardino, tra gli alberi, sotto i cespugli, negli anfratti, ma invano. In un baleno, il suo amore, il suo sogno, il suo delirio, il letto, su cui avevano espresso i loro sentimenti più intimi, il palazzo, il giardino tutto, scomparvero immediatamente. Tutto si dissolse. Che desolazione amara provò. Ogni cosa evaporò subito come un velo d’acqua al sole rovente di agosto. Si trovò la fanciulla, sola, tremante, piangente, disperata, sventurata, abbandonata, trasognata, in un solo attimo. In un attimo soltanto! Tutto quel giardino paradisiaco si trasformò in deserto, improvvisamente. Il profondo piacere che aveva provato un momento prima si era trasformato subito dopo in una profonda angoscia. Provò quella sensazione che si prova al risveglio, di soprassalto, dopo un cattivo sogno. Non riusciva a comprendere Psiche ciò che era realmente successo. Invece - già la notte aveva fatto posto ad un nuovo giorno - si rese conto che non stava sognando. Si sentì, povera creatura, sola, abbandonata, afflitta, sconsolata, svuotata di ogni plausibile significato della vita, in quel momento. Tutto questo per aver dato ascolto alle cattivissime sorelle! Incominciò allora a cercare senza sosta alcuna e senza bussola. Errabonda attraversò montagne e valli, torrenti e fiumi, dirupi e anfratti, alla ricerca di Eros. Tutto fu vano. Era così disperata che incominciò piangendo ad invocare, addirittura, il dio Thanatos, per scrollarsi di dosso con la morte quel gran dolore, quella profonda afflizione che il distacco da Eros le aveva procurato. Voleva spegnersi per la disperazione, dissolversi come si era dissolto tutto ciò che di meraviglioso aveva provato prima. Quando un bel sogno finisce è come morire. Rimase delusa, poveretta, perché, pur pregando continuamente, nessun dio si prodigò per aiutarla. Tutti gli dei, compreso Zeus, non le dettero ascolto perché non volevano fare un torto alla crudele e spietata Afrodite. Solo la dea Demetra, colta dal sentimento di pietà, confidò a Psiche che Afrodite la invidiava e la odiava per la sua bellezza, e che ne desiderava la morte soprattutto dopo aver saputo del suo rapporto amoroso con il figlio Eros. La dea si limitò a riferirle solo questo e la pregò di non confidare a nessuno ciò di cui era venuta a conoscenza, per non irritare Afrodite, considerata la dea più potente dell’Olimpo. Ormai Psiche, avendo cercato inutilmente la soluzione al problema, pensò che sarebbe stato meglio recarsi da Afrodite e chiederle grazia. Salì sull’Olimpo, dove si presentò al cospetto della dea, la quale inveì contro di lei con inconsueta cattiveria, manifestando tutto l’odio che serbava in corpo. Comportamento incomprensibile per la dea dell’amore perché l’amore si contrappone sempre all’odio. Afrodite rimproverò Psiche sia perché aveva preteso di diventare sua nuora, sia perché possedeva cotanta bellezza, sia perché la considerava colpevole di aver tolto agli uomini il senso del rapporto amoroso, di aver distrutto il loro bisogno amoroso vanificandone il desiderio e di aver attenuato in loro il bisogno dell’amore fisico. Afrodite sosteneva che la bellezza di una donna doveva essere in grado di suscitare soltanto l’amore fisico, l’unico amore che gli uomini erano in grado di conoscere. Psiche, invece, aveva la colpa di trasferire nell’uomo un nuovo modo di concepire l’amore, l’amore che scaturiva dalla simbiosi dell’Amore con l’Anima. E Afrodite questo non poteva né condividerlo né sopportarlo. Nell’amore fisico, l’uomo poteva mostrare tutta la sua brutalità primordiale e il proprio istinto animalesco, dove non potevano trovare posto né i sentimenti né la spiritualità, perché era convinta che ciò avrebbe compromesso la procreazione e, quindi, la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. La dea, tuttavia, concesse a Psiche ipocritamente un’occasione di salvezza: se voleva continuare a vivere doveva divenire sua schiava ed eseguire qualunque suo ordine. Psiche assentì e schiava fu. Afrodite allora le ordinò, per prima cosa, un lavoro impossibile da farsi in breve tempo; le comandò di separare i semi di frumento, avena, orzo, segale, lenticchie, contenuti nello stesso sacco e metterli in recipienti diversi. Doveva separare tutti quei grani prima che sopraggiungesse il vespro. Non era ammesso alcun minimo errore. Disperata Psiche, dopo aver iniziato quel compito, si rese conto che non avrebbe potuto farcela e, scoraggiata, incominciò a piangere. Nel frattempo, però, dal sacco sbucarono tantissime formiche che si divisero i compiti nella scelta e nel trasporto dei semi portando a compimento la separazione totale dei semi. Prima che facesse buio Psiche chiamò Afrodite la quale, meravigliata del lavoro portato a termine, s’infuriò per la rabbia. Ebbe il sospetto che il lavoro non fosse stato eseguito dalla fanciulla e andò a letto senza poter prendere sonno. Il giorno successivo, la dea ancora adirata e stanca per non aver dormito, ordinò a Psiche di riempire un sacco di fiocchi di lana dorata presso un gregge di pecore dal vello d’oro che pascolavano in un prato, difficile da raggiungere. Quel gregge oltretutto era del dio Apollo che aveva proibito a chiunque di avvicinarvisi, pena la morte. Psiche inconsapevole di ciò si incamminò verso quel prato e attraversò un folto canneto, le cui canne sfiorate dal vento vibrarono generando una voce salvifica che le consigliava di eseguire il lavoro al calar del sole, quando le pecore fossero rientrate all’ovile. Lei avrebbe potuto raccogliere facilmente tutti i fiocchi di lana che casualmente erano strappati dai folti rovi spinosi attraverso cui erano costretti a passare i preziosi ovini. In tal modo Psiche non avrebbe trasgredito il divieto del dio. Così fece. Afrodite si strabiliò nel vedere il sacco pieno di lana e, adirandosi ancor più di prima, diede alla fanciulla un altro compito, ancor più difficile, forse impossibile da eseguirsi. Le ordinò di recarsi nell’Averno e di riempire d’acqua del fiume Stige un’anfora di terracotta, facendo attenzione a non perderne neppure una goccia. Le consegnò la brocca e le indicò la strada. Psiche si avviò e scese, tramante e impaurita, in quel lugubre luogo dove sperava di restarvi, visto che per lei vivere ormai era diventato un continuo tormento. Andò da Caronte al quale chiese, piangendo, di traghettarla al di là del fiume Acheronte per raggiungere il fiume Stige. Il truce traghettatore, forse attratto da cotanta bellezza e dispiaciuto che una così deliziosa e innocente giovine fosse stata mandata negli inferi, si impietosì e l’accontentò. Arrivata al putrido fiume, Psiche riempì l’anfora, e si avviò sulla strada del ritorno avendo cura di non farne cadere neppure una goccia. Teneva, con le due mani, stretta al petto l’anfora piena della putrida acqua, i cui effluvi puzzolenti dopo un po’ di tempo la stordirono. Psiche stramazzò a terra, svenuta, esanime. La fragile anfora si ruppe e l’acqua in essa contenuta si cosparse in mille rivoli. Eros, rimasto invisibile fino a quel momento, aveva seguito Psiche, passo dopo passo, proteggendola in ogni sua azione sin da quando si era dileguato nel nulla. Lui aveva organizzato le formiche per la cernita dei semi, lui aveva fatto vibrare le canne per suggerirle come raccogliere la lana, lui aveva convinto Caronte di traghettarla oltre il fiume Acheronte. Nel buio dell’Averno, Eros si materializzò e portò fuori, alla luce, nel mondo dei vivi, la sua adorabile amata ancora priva di sensi. Poi, stringendola forte al petto, si sollevò in volo verso l’Olimpo, e la depose dolcemente dinnanzi al trono di Zeus, implorando il padre di tutti gli dei di avere pietà di quella meravigliosa ma sfortunata fanciulla, rea soltanto di essere bella, sulla quale si erano abbattute tante disgrazie paragonabili, come entità, alla sua bellezza che più che una qualità era stata considerata da sua madre Afrodite un difetto. Zeus, consapevole di tutto, fece rinsavire Psiche e la congiunse in matrimonio ad Eros in modo indissolubile e per l’eternità. Così, Eros e Psiche, Amore e Anima, non si separarono mai più, lottando eternamente contro Afrodite. Eros e Psiche vissero congiunti per sempre, immortali tra gli dei immortali, a testimoniare l’indissolubilità dell’Amore con l’Anima, a confermare che non può esserci Amore senza Anima, altrimenti non è vero Amore.

  • 12 settembre 2011 alle ore 17:10
    Numero 1

    Come comincia: quella sera di guardia, non ci voleva andare nessuno,la guerra impone ritmi feroci, crudeli…”sergente, si procuri le munizioni e vada lei…ma signor comandante…sono smontato 2 ore fa…non discuta e vada…se vuole si porti un pezzo di pane per fare merenda”…
    che fortuna,anche la merenda però di guardia da solo….tutti i pericoli possibili  mi venivano in mente in quei momenti, anche se i servizi di guardia prestati precedentemente erano sempre andati bene…quella sera però c’era un non so che di strano, di diverso….
    come fantasmi che ti assalgono e ti circondano…non ne venivo più fuori…allora mi son detto: “se vado avanti così divento folle, e il grilletto inizio a premerlo all’impazzata…. ”poi all’improvviso ho pensato ai miei genitori…e alla mia maglia numero 1…al milan…a un sogno mai realizzato: magari non ce l’avrei fatta…magari non mi avrebbero preso…però quel provino saltato a causa di una maledetta guerra mi è rimasto qui: sulla bocca dello stomaco…
    penso alle partite giocate…ai campi da gioco disastrati…al calcio moderno …a quanta differenza con i miei tempi …penso alla felicità dei miei genitori nel sapere che il loro figlio era stato chiamato dal milan per un provino, le lacrime di mia madre, la mal celata emozione di mio padre ed io che lanciavo i guanti in aria e mi dimenavo come un pagliaccio nel pieno della sua rappresentazione circense…
    poi l’inzio della guerra, il richiamo alle armi…mi son sentito come svuotato di tutto…come un recipiente a cui si leva il contenuto …come un automobile senza ruote…finita la festa, inzia la tragedia….anche se i dirigenti mi avevano assicurato che finita la guerra (perché prima o poi sta merda di guerra finirà) sarei andato a milano per il provino….
    intanto passano le ore, non ho riposato quasi nulla, ma siamo a notte fonda, devo sorvegliare…e col pensiero fisso a milano e alla fine della guerra, cammino su e giù, a lato dell’enorme piazza d’armi della caserma, vicino al deposito munizioni: limite invalicabile da custodire e salvaguardare dal nemico, non si scherza…
    poi il boato: è stato tutto così improvviso, una questione di secondi…un rumore assordante…l’arrivo del caccia…la bomba sganciata…una scheggia, una maledettissima scheggia è arrivata sul mio ginocchio sinistro…
    davanti ai miei occhi , ancora prima di sentir dolore, ho visto chiara una maglia rossonera che veniva strappata …era la fine di un sogno….
    poi gli interventi chirurgici…la fine della guerra…i tentativi di salvare il ginocchio…
    col tempo tutto si rimargina, anche se il groppo è rimasto tuttora che te lo sto raccontando: più di qualcuno , per consolarmi, mi ha detto che nella città che ha dato i natali al “paron” nereo rocco, non ci poteva stare anche un portiere famoso di nome pacco …
    il destino aveva deciso che non era proprio possibile…ha vinto il destino 1 a zero, ma su rigore!!
    Mio padre mi ha raccontato questa storia quando andavo in prima media nel 1974…ho trovato il foglio dove l'avevo scritta…e così la riporto, senza correzione alcuna.
    Dopo tanti anni, abracciando mia madre, lui mi ripeteva sempre: “el  ginocio xe ‘nda remengo…ma la vita, el ben più prezioso, no!”
    per me sei sempre stato e sempre sarai il numero 1, ciao pà

  • 11 settembre 2011 alle ore 12:42
    Spazio musicale

    Come comincia: Racconto figurato nato dal biologico incrocio di analogie emotive

    I fili dipinti nel cielo, sono come lo spartito del mio cuore... senza note, senza tempo, senza melodia...

    Osservando i cavi dell'alta tensione ho avuto uno strano sussulto, prima li ho fotografati poi li ho studiati, esaminati, visti come uno spartito, senza note musicali... finché ho notato un merlo o una cornacchia attraversarli e così, in me... solfeggiavo... annotando come il volo dipingesse nel cielo delle note... una melodia...

    fa...do...la...mi...

    lì ho capito che per suonare una grande opera è importante avere un grande spazio, un grande tabulato... il problema non è scrivere diesis, bemolle, toni e semitoni, crome o semicrome, ma avere lo spartito in cui dipingerle...

    Ma poi le note, da dipingere, da scrivere… non c’erano, era tutto vuoto, nulliforme, indipinto, il pentagramma vergine collegava la mia solitudine al silenzio, il deserto al rimbombo metallico delle pareti disadorne, della stanza disabitata e spopolata…

    Niente musiche nel cielo, niente nuvole d’amore, tramonti impalliditi, germogli rinsecchiti, terra arida e radici d’argilla, rami fossili, sangue coagulato nelle condotte forzate prive di energia e scintille genetiche…

    La prima nota che scriviamo sullo spartito non è altro che un puntino, un cerchiettino tondo, una macchiolina sulle righe che rappresenta il principio, l’inizio di un’opera…

    Ecco perché è preziosa una lucina che scrive le prime note, imposta la chiave di basso anziché quella di violino o quella diatonica... penso che qualunque grande progetto sia nato da un grande spazio... per creare un grande spazio occorre tempo, per fare una grande operazione di sgombero... Per una grande opera occorre un grande spartito... le note, le parole, i colori nascono dal cuore. Lo spartito le accoglie, tutto qui…

    Ora posso alzare lo sguardo, sorridere alla magica fusione tra fantasia e realtà, tra segni e disegni, aprirmi alla creazione della vita, della storia, del tempo, dell’amore…

    Il primo puntino è solamente lo starter, il solista, il principio d’assolo solitario che solitamente chiama a sé il seguito del racconto… è la lettera Maiuscola del caporiga, il primo passo, il primo gradino… il primo fiore nel giardino…

    Ora il cielo può danzare… le rondini volare, planare tra l’erba e le schiuse autunnali per comporre la straordinaria sinfonia, la melodia.

    Navigatore disperso nelle nebbie oceaniche, tra gli iceberg delle rotte polari, contro scogliere che si frappongono tra le rive diverse di paesi lontani… viandante senza mappe né sentieri, viaggiando verso la Terra di Mezzo, con intorno gli alberi del bosco, cornici di montagne e barche all' orizzonte... Sto divinamente immerso nel desiderio di immergermi...

    Dialogo con le nuvole, delirando al cielo nuoto tra le rocce, raccolgo onde di montagna 2.000 metri sopra le acque...

    esploro l'universo alla ricerca del baricentro assoluto tra il nulla e il tutto, scogliera sulle nevi, ghiacciaio di sabbia, immerso e sommerso in quei pensieri d'amore riservati solamente a un'aquila dorata, figlia del firmamento...

    Pensando, sognando, immaginando, dipingendo... Gabbiani e aquile volano tra nuvole rosa che sorridono, volano e si incontrano, si incontrano e si amano... Acque color china, inchiostro naturale, scritture antiche, scrittori, scrittrici...

    Vedo solo quello... un cielo senza nubi... una Terra senza ostacoli... come possono le vipere serpeggiare dubbi, infangare le sorgenti, annidarsi con i portavoce delle tenebre, partorire letame spirituale e concimare il regno dell'amore con questa sporcizia esistenziale...?

    Volo oltre... verso un mare lontano, dove ogni onda è uno schizzo dorato, spumante degli angeli, segnali di vita...

    Sfuggito al mondo, ai demoni oscuri, ai serpenti a due teste... rifugiato in Paradiso per cercare ponti di luce verso una nuova era geologica... mi collego ai sentimenti del cielo affinché... nella notte delle stelle cadenti... una piccola meteora possa lasciare il firmamento per giungere a me... vieni figlia delle stelle... sono qui

    Vedo il ghiaccio sorgivo e tocco cristalli dorati, cime inviolate, vette irraggiungibili... anfiteatri di roccia, abissi di pietra, sono il centro di gravità assoluto in un perfetto sistema di equazioni naturali... vieni a sorgere, sgorgare, scioglierti e saltellare... dove sei sorgente di neve...? le mie labbra... sono assetate....per accoglierti, ospitarti in me... amarti...

    Ho chiamato un grande arcobaleno... e i suoi colori si sono dipinti davanti alla mia finestra... ho chiamato una grande magia... e piccole ali d'argento sono volteggiate nel mio cuore... scrivi nel mio cielo, le tue parole d'amore...

    Il cielo che ti piange addosso è lo stesso che ti fa schiudere le ali sui suoi colori d'acquarello, che ti offre un ponte di gocce d'acqua da galoppare ... è lo stesso cielo che ti nasconde la luna, luna che io sto rimirando in questo momento, tre quarti di miele da leccare, da tuffarsi dentro e naufragare.

    Così accadono le magie, così nascono le fiabe, le favole, i sogni che cambiano il corso delle acque rendendo fluido e armonioso il greto dei ruscelli, limpido lo strato atmosferico da oltrepassare per giungere alla terra del sogno, magico schermo su cui abbiamo proiettato a lungo i fotogrammi tridimensionali della nostra vita…

    Magiche dita fatate ricamano, scrivono, il pentagramma prende vita e la vita ha una nuova forma, una base orchestrale per eseguire canti, cantici, canzoni, voci modulate, liriche, sinfoniche, odi, poemi, elegie, sonetti e componimenti poetici, sentimentali, magnifici e straordinari…

    La danza si compone riga per riga, pagina per pagina, uno, due, tre, tanti, decine di punti, puntini… disegni, puntini dorati, disegni, lucine rosse, disegni, messaggi, messaggini, risposte, tante… tante domande, tante risposte…

    Ammiro l’opera di una potente creatura che dispone amore ai miei occhi, al mio cielo, rondine tra le rondini volteggia dolcemente nel nido scaldando le mie cellule cardiache con un battito d’ali, mi immergo tra le sue piume e mi addormento mentre lo spartito suona il tango dell’amore, la marcia nuziale, love story, momenti di gloria, je vais… je viens… entre tes reins…

    Spesso mi dimentico di alzare lo sguardo mentre cammino ma quando lo faccio scopro prospettive insospettabili e tocchi di cielo inimmaginabili.

    Ora mi sveglio all'alba e vado in cerca di ghiaccioli da sciogliere con i miei raggi... e da domani… camminerò con il nasino all'insù e in punta di piedi, consapevole che sto per imbattermi in un grande sogno… volare immobile, piopeggiare silenzioso tra la quiete del lago e l’illusione di libertà che canta… in un limbo dove tutto pare possibile e al tempo stesso irraggiungibile…

    La stessa cosa, vista e ascoltata da occhi e trombe d’Eustachio differenti, acquista una posizione, un’angolazione, una prospettiva, un valore, un significato sempre diverso… dipende dove siamo collocati, in quale piano d’ascolto ci troviamo, in quale piano di pensiero… sono strati sottili che dividono le anime tra loro cercando di amalgamare cavernicoli ad artisti, farfalle con sciacalli, poeti e prostitute, non è facile, non è chiaro, non è semplice, non è immediato…

    Un giorno fotografavo un cespuglio e cercando con l’obiettivo macro di cogliere, scoprire dettagli nuovi o nuove angolature, trovai decine di dolci coccinelle che nidificavano sotto le foglie, quasi invisibilmente dimoravano ovunque, nell’attaccatura dei ramoscelli, tra le spire dei bordi, dei piccioli, degli steli, tra le venature e le pieghe vegetali, sfruttavano ogni forma per deporre microscopiche uova, accoppiarsi, accasarsi, annidare, vivere, amarsi… un micromondo armonico popolato di particelle silenziose… un universo a sé… parallelo e impalpabile, impercettibile…

    Un contadino si avvicinò incuriosito a me che armeggiavo intorno al cespuglio e io, con gioia, lo resi partecipe della mia straordinaria scoperta… ma quello che per me era un meraviglioso regno dell’amore, per lui era solamente un maledetto parassita da debellare e, con mio estremo disincanto, seppellì rabbiosamente le coccinelle in una pestifera nube bianca di insetticida…

    Questo spiega che anche se tutto a noi sembra chiaro, evidente, luminoso, per altre anime che vivono in strati diversi dello stesso universo non è così… tutto è diverso: quello che vedono, quello che pensano, quello che fanno, quello che conoscono, quello che amano…

    Scoprire che non siamo i soli a dipingere note del cielo grazie al volo delle rondini è come approdare su un pianeta abitabile dopo aver vagato anni, decenni, nel vuoto più assoluto… sapere che esistono forme di vita compatibile, condivisibile, è un magico premio al nostro istinto di sopravvivenza che ci ha sempre portato oltre, a rialzarci dopo le cadute, a rivestirci dopo che ci hanno spogliato, a risorgere dopo che ci hanno sconfitto…

    Ora compaiono sempre più rondini, sempre più note, ora che abbiamo trovato lo spartito e gli interpreti possiamo eseguire, compilare, ascoltare, riprodurre, suonare, cantare, danzare… musica… musica della vita… musica dell’amore…

    Le parole a volte escono dal cuore perché qualcuno con una buona luce le ha deposte con amore...

    Fili di fuoco, invisibili trame di luce attraversano la notte, scivolano tra le stelle per entrare nel cuore... un cuore... l'unico cuore... ♥

    Tu non devi bruciare del tuo stesso fuoco, devi scaldare chi ti ama, chi ama la tua anima anche attraverso la tua arte...

    Mi concentro sui sogni, sulle emozioni, sui sensi risvegliati, sarà come prendere tra le mani la mia anima chiusa in una sfera di cristallo e tentare di interpretarla...

    Il mio albero era senza foglie, ora verdeggia e carezza il vento, mette gemme anche se arriva l'autunno e scioglierà la neve durante l'inverno…

    Certamente possiamo amare nei sogni, sognare di amare, vivere sognando, amando... ... vivendo... desiderando... volando, coltivando, alimentando, accendendo, ascoltando...

     

    Va tutto bene, qualunque cosa sia... amore... o pazzia...

    Dissonante, ma funziona !

    E che poesia sia...

    ♥ ♥

    www.paologoglio.com

  • 09 settembre 2011 alle ore 20:44
    Bahia e calzini

    Come comincia: Le gambe si muovevano lentamente, ad ogni passo una pausa e poi una ripresa. Era un continuo andare  e poi fermarsi. Le mani ondeggiavano in concomitanza alle gambe, il viso si voltava in ogni direzione, come alla ricerca di qualcosa. Si guardava di continuo i piedi, poi osservava come a comando i passanti, che lo sorpassavano nel suo incedere, forse troppo lento. Pensava, al motivo per cui i suoi piedi dovessero sopportare i granelli di sabbia infilarsi tra le dita o al calore insopportabile che la spiaggia raggiungeva nell’ora di punta e a quella sensazione che di fuoco ravviva il rosso della loro pelle o ai sassolini che nel camminare si infilavano tra i sandali tormentandoli e ai disgustosi residui che potevano calpestare e spiaccicarsi proprio sotto di loro. Ritenne, che nonostante questo, dovesse tentare di proteggerli in qualche modo, dalle incurie della natura e dalle calamità dell’uomo. Dopotutto, senza di loro non avrebbe  potuto passeggiare, muoversi, sentire. Forse, dei calzini sarebbero stati la soluzione ideale. Così, durante il suo viaggio, che lo aveva tenuto fuori per tutta la mattina e l’intero pomeriggio, aveva avuto modo di poter vagare in lungo e in largo per Bahia, attraversare i sentieri in salita e in discesa delle varie contrade, i vicoli delle periferie più remote e osservare di quante cime fosse composta. Aveva passato a setaccio ogni mercato, ambulante e passante lasciandosi addirittura tentare dal riposarsi nelle varie taverne che incontrava o nelle case di appuntamento di cui era facile imbattersi a Bahia, alla ricerca di qualche informazione, utile, per cercare un negozio, che vendesse calzini. Ormai esausto, aveva deciso di accasciarsi sull’uscio di una vecchia casa abbandonata, prese un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e poiché grondava di sudore, se lo mise sulla fronte coprendosi il capo, appoggiandolo al muro dietro di sé. Senza accorgersene, si era fatto prendere dalla stanchezza e si addormentò. Sognò del mare, che bagnava quella terra, profondo come il blu del cielo e spumeggiante come le nuvole, della spiaggia del porto di Bahia e di una donna, di spalle girata, dalla figura esile, dai capelli neri che ondeggiavano al movimento del vento sulle onde del mare. Si svegliò di colpo e come  convinto, che la sua ricerca lo aveva portato nel sonno, verso la destinazione giusta, si diresse al luogo sognato. Attraversò le viuzze tortuose del porto, lo raggiunse e si allontanò, ormai al calar del sole, verso la spiaggia, lasciandosi alle spalle la banchina e le sette porte antiche, che davano accesso alla città. Si sedette in attesa di quella donna, aspettò che anche l’ultimo raggio di sole, trovasse pace dietro l’orizzonte e mentre la notte si colorava di lucciole respirò il profumò del mare si guardò i piedi luridi e sporchi, gonfi per lo sforzo della giornata, rossi dalla vergogna e pieni di graffi causati da quei sentieri stretti e tortuosi che aveva calpestato e se li accarezzò. Poi disse, tra se  e i suoi piedi, che forse Santa Barbara  gli avrebbe indicato la via. Decise di stendersi sulla spiaggia e con la brezza che gli accarezzava i piedi, dando loro un po’ di sollievo, si riaddormentò. Sognò, di nuovo, la donna dai capelli corvini di spalle girata accarezzare il pelo dell’acqua, raccogliere una stella e prendere una manciata di sabbia dalla spiaggia. Poi, una sensazione di inspiegabile freschezza, avvertita ai piedi, lo fece rinsavire. Quando si sollevò dal suo giaciglio, si ritrovò accanto un paio di calzini. I più preziosi, pensò, perché erano stati fatti col mare di Bahia, cuciti con la stella più lucente del firmamento e adornati dei granelli d’oro della spiaggia di quella terra. Forse Santa Barbara ci aveva messo lo zampino.
    Ersilia Anna Petillo.

  • 09 settembre 2011 alle ore 19:17
    Delirio prospettico & blasfemo

    Come comincia: C'è un nuovo gioco, avvincente.
    Si chiama " Sposta le stelle ".
    L' umanità ci gioca di notte, con il cielo sereno,
    non costa nulla, ci si può aggregare in migliaia
    per creare nuove costellazioni, ogni persona ha
    infatti a disposizione un solo spostamento.
    In poche notti la volta celeste
    si è vista invadere da contorni inquietanti.
    Il ministro dell'Universo è felicissimo,
    dal suo osservatorio vede profili di bontà
    e misericordia, immagini sacre e giuste.
    Dalla terra si vedono solamente immensi
    cazzi splendenti; la costellazione Fallica.
    L'umanità ancora una volta glielo
    ha messo in quel posto ma
    Lui sembra contento.
    Cazzi suoi e di chi ha permesso questo.

  • 08 settembre 2011 alle ore 15:27
    La Madonna delle mandorle

    Come comincia: Le  passeggiate assolate solitarie  ..i marciapiedie ribollono sotto i piedi come pentole di rame sul focolare.Il capo alzato ed un gabbiano ogni volta,quelle coincidenze magiche che ti spingono sull'orlo del destino.Si sente profumo di preghiera e mandorle,qui,dietro la Madonna.E le donne del paese ti guardano stizzite perché passando,non ritualizzi la persona col segno della croce.Padre figlio e spirito santo.

    Troppi individui per un solo Dio.Però quel profumo si impregna addosso,come un tatuaggio o un qualcosa di cui non riesci a fare a meno.Dolce e delicato come la bambina che mi saluta tutti i giorni dalla finestra.L'abbraccio amorevole che non ho ...e le botte pesanti sul capo simili a tribù dell'Africa.