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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 dicembre 2012 alle ore 23:01
    Il principe della notte

    Come comincia: Fu trovato, dopo alcuni giorni di nebbia fittissima, all’interno di un capannone industriale. Era finito lì chissà come e mi venne subito affidato.
    Non avevo mai visto così da vicino un barbagianni. Mi trovai di fronte un faccione bianco, una specie di maschera a forma di cuore con due occhi obliqui che mi guardavano seri. Mi dette l’impressione di un gatto più che di un uccello. Con il gatto aveva in comune il corpo robusto, il capo rotondo, la posizione di agguato. Oltre che, naturalmente, l’antica passione per i topi!
    Era un esemplare assai bello, fortunatamente sano, lo sguardo intelligente, l’atteggiamento da persona importante, austero, aristocratico, quasi regale.
    Il grosso volatile mi incuriosiva. Che cosa potevo fare se non cercare un buon libro di ornitologia o ricorrere a un’enciclopedia sugli animali?
    Così venni a conoscenza, fra l’altro, che i barbagianni spesso sono costretti a vivere in cattività e addestrati, come le civette, a richiamare uccelli, soprattutto allodole, durante le battute di caccia. E, ancor peggio, seppi della barbarica antica usanza di uccidere crudelmente questi uccelli e altri rapaci notturni, inchiodandoli poi alle porte di casa. In passato la superstizione popolare li faceva ritenere infatti di cattivo augurio. Mi consolai pensando che una simile idea oggi farebbe inorridire, considerato il livello della nostra civiltà e tutti gli appelli per la conservazione della natura.
    - Non voglio tenerti qui prigioniero. Meglio la libertà! - gli dissi, e lui sembrò annuire socchiudendo gli occhi.
    In quel momento squillò il telefono. Il barbagianni si mosse appena appena ma, chissà come, intuii perfettamente che aveva l’intenzione di volare.
    - Addio! - tremai - Non sono stata previdente: e ora… la statuina di finissima porcellana di Capodimonte regalo di una vecchia amica, e… la splendida lampada antica, dono di nozze di una cara cugina, e il vaso che io stessa avevo dipinto a mano e portato a cuocere in un forno dall’altra parte della città, attraversando una fiumana di auto e sudando freddo per le difficoltà di parcheggio? Addio! Sarebbe stato tutto distrutto.
    Risposi al telefono cercando di limitare al massimo i miei movimenti e di parlare a bassa voce:
    - Oh, che fortuna abbiamo avuto, va bene… Certo che sono contenta! No, no… sono solo un attimo occupata, poi ti spiegherò. Tu, intanto, comincia a studiare l’itinerario…
    E c’è ancora chi dice che il barbagianni porta male? Ebbene, la mia amica Paola mi aveva appena informato di essere riuscita a trovare i biglietti aerei per un nostro viaggio, un nostro vecchio sogno. Fino alla sera prima era stata un’impresa talmente difficile che ormai pensavamo di dovervi rinunziare.
    Quindi, durante le prossime vacanze di Natale, avremmo finalmente visitato l’isola di Lanzarote con i suoi splendidi vulcani colorati e, soprattutto, io avrei potuto rivedere mio padre che viveva alle isole Canarie già da qualche anno.
    L’uccello intanto era approdato dall’altra parte del salotto. Niente: era passato accanto agli oggetti più delicati senza romperne neppure uno. Il suo volo era leggerissimo e silenzioso.
    Pensai quale fruscio rumoroso accompagna lo spostamento di un piccione, nonostante sia di dimensione inferiore. E perfino un minuscolo uccelletto fa sentire il frullio delle alucce, per non parlare addirittura degli insetti, ancora più piccoli, che producono il ben noto ronzio.
    Il volo del barbagianni invece era un soffio. Né più né meno che quello di una farfalla.
    Ora se ne stava sulle lunghe zampe divaricate coperte di piume e ondeggiava con un movimento molleggiato simile a una danza (solo dopo appresi che era indice di disagio e di agitazione), poi decollò nuovamente, ma ora sapevo che potevo fidarmi di lui!
    Le ali erano molto ampie, il volo elegante. Si stabilì senza alcun danno sul televisore, e lì se ne stette bello tranquillo.
    Abbassai un po’ la tapparella. Conoscendo le sue abitudini notturne, mi sembrava che la luce diretta lo abbagliasse.
    Mi avvicinai all’uccello a piccoli passi. Mi feci coraggio e lo toccai. Il suo piumaggio era  soffice, quasi lanuginoso, di un bel colore grigio rossastro nella parte superiore, candido nella parte inferiore.
    Il barbagianni iniziò a lisciarsi e ordinarsi le penne con il becco curvo e giallastro. Sembrava tranquillo. Doveva avere un udito finissimo perché, ad ogni parvenza di rumore proveniente dall’esterno o dagli appartamenti vicini, si fermava bruscamente.
    - E ora che cosa si fa con te? - gli domandai mentre lui mi lanciava un’occhiata.
    Presi contatto con un’associazione naturalistica e mi feci consigliare sul trattamento da riservare all’illustre ospite. Come avevo previsto, era necessario liberarlo. Sarebbe stato troppo complicato trovargli una sistemazione e soprattutto alimentarlo adeguatamente.
    La mattina seguente collocai il barbagianni in una gabbia e lo trasportai nel grande giardino della scuola. Mi sembrava il posto più adatto e poi… immaginiamoci la sorpresa per miei alunni di prima elementare! Fui immediatamente circondata da una folla di piccoli curiosi.
    - Perché non gli diamo un nome, prima di liberarlo? - propose qualcuno.
    - Proviamoci. - risposi.
    I nomi più graziosi, all’inizio, furono Cicciottello e Pennagrigia. Poi Nicoletta, la bambina più romantica della classe, suggerì Cuoricino perché il volto le ricordava la forma del cuore. Infine Luca, il grande esperto sulla natura, ci propose “Il principe della notte”. Mettemmo ai voti tutti i nomi e vinse l’ultimo.
    Aprii la porta della gabbia. Il barbagianni restò un attimo immobile a guardarci come per decidere sul da farsi, poi prese il volo scomparendo dopo qualche istante nella foschia, mentre i bambini applaudivano.
    - Dove sarà arrivato, adesso? - chiese più tardi Nicoletta.
    - In un’altra città o in America, oppure… - si misero a fantasticare.
    A qualcuno era rimasta l’illusione che il barbagianni, prima o poi, sarebbe ritornato “a farci visita”. Confesso che un po’ lo speravo anch’io e più volte quel giorno mi sorpresi a guardare fuori della finestra…
    Poi mi augurai che il “Principe della notte” avesse trovato la libertà dei campi per sempre.

  • 27 dicembre 2012 alle ore 18:33
    Valore

    Come comincia: Una collana di perle rarissime ha il suo valore...una montagna di lingotti d'oro hanno il loro valore...il mio oggetto più prezioso, dal quale non potrei mai separarmi, comunque ha un suo valore...ma...l'anima, la mia anima, anche se malconcia, sbalottata, incerottata, incompresa o derisa, ha valore?...
    Niente, nemmeno l'infinito universo ha valore quanto la mia anima...eppure è un bene che io stesso svendo facilmente.

  • 27 dicembre 2012 alle ore 2:05
    Mario nel fantastico mondo dei choosy

    Come comincia: Mario è un professionista qualificato con anni di esperienza. A causa della crisi ha perso il lavoro ad un’età dove è difficile rimettersi in gioco: non ti danno nemmeno retta perché,classico paradosso di questi tempi, sei troppo giovane per andare in pensione e troppo vecchio per essere assunto in qualche azienda. Per cui cosa fare? Morire di fame? La Caritas? No, Mario si è accontentato, si è rimboccato le maniche,fà dei corsi e tenta “la carriera” nel mercato delle vacche. Un lavoro poco adatto ad un uomo adulto,non c’è uno straccio di rimborso spese,non c’è uno stipendio fisso garantito, devi girare per la città,fissarti gli appuntamenti e sperare che qualcuno ti firmi un contratto altrimenti non guadagni nulla,neppure i soldi che hai speso in benzina per girare la città.Mario è uno che non molla mai! Mario ha una figlia, è insegnante elementare e si arrangia con le supplenze,quando ci sono. Ha lavorato in vari call center perché il mercato del lavoro è quello che è e ci si deve “accontentare”giusto? Bene, ha studiato per fare la maestra, ha titoli professionali,diplomi e specializzazioni ma,alla fin fine non è che le siano ancora serviti. Sembrerebbe solo la storia di due persone che non sono mai state choosy,tutt’altro. Ci si mette il destino, a Mario viene diagnosticata una malattia, la vista si abbassa, comincia a muovere le mani con difficoltà,dolori diffusi gli impediscono i normali movimenti. Difficile lavorare in queste condizione per un uomo che per guadagnare qualche cosa più che lavorare deve “galoppare” per gli altri. Supportato dai medici Mario fà richiesta di prepensionamento ma gli viene negata, chiede all’agenzia la possibilità di lavorare seduto ad una scrivania, magari inserendo contratti, fare calcoli al computer o quant’altro possa servire ma gli viene negata dal suo capo strabico; servono i numeri ed il suo lavoro è fare i numeri e basta, perché Mario lavora,o meglio galoppa, in una agenzia dove si presta molta attenzione ai numeri e scarsa o nessuna a chi i numeri li fà e Mario è consapevole di essere solo un numero. Numeri numeri numeri e basta! Maledetti numeri, sempre e solo numeri che neanche nella tombola di Natale sono stati capaci di farlo sorridere regalandogli nemmeno un misero ambo. Decide che chi deve dare i numeri una volta tanto non devono essere gli altri, e che cazzo! Questa volta deve essere lui! In una gelida serata dei primi di gennaio, raggiunge Levata, apre il baule gettando il panettone scaduto che il capo strabico dell’agenzia gli ha regalato in una scarpata e decide che sarà un 21 e 18, che anche il locale Levata-Pioltello in fondo và bene, niente Frecciarossa o Regionale Veloce, Mario un choosy non lo è stato mai, e non è una questione di costi perché Mario su quel treno non ci deve salire. I fari del furgone dei necrofori illuminano nella notte ormai fonda  i colleghi del Mario subito accorsi, mandati dal capo strabico dell’agenzia  che, mascherati da avvoltoi, piangendo lacrime di coccodrillo,  raccolgono e si spartiscono litigando i fogli con i contratti di Mario sparsi sui binari.

  • 24 dicembre 2012 alle ore 23:28
    Baronia e il primo mattino del giorno

    Come comincia: Cantastorie cieco – come lo diventerà l’Ateo che mi ha immaginato - e Baronia è il mio nome, sono nato nel campo di concentramento di Treviri in una baracca di intellettuali nell’avvento del 1940, ma la mia storia si svolge nella Giudea dominata dai romani e ho visto il primo tra tutti i primi “Mattini del Mondo”. Ero il capo di un villaggio vessato e dissanguato da Roma. Decidemmo in consiglio così di  dedicarci alla volontà di una cullata estinzione, le madri non avrebbero concepito figli, noi non avremmo lavorato la terra, ci saremmo cancellati giorno dopo giorno in una sola generazione per liberarci dall’oppressione. Persino quando scoprii che la mia sposa aspettava un figlio, non esitai un solo istante nel cercare di convincerla che una bocca in più avrebbe perpetrato l’umana sofferenza.
    Ma siccome in quel periodo troppi angeli erano sulla terra alcuni di loro apparvero ai miei pastori e annunciarono la nascita del messia. Il mio villaggio mi si rivoltò contro e decisero tutti di partire per Betlemme per assistere alla sua nascita. Rimasi solo, la mia protesta si inaridì in una sola notte sospesa tra l’eternità e il dolore umano. La mia rabbia mi fece proclamare la libertà dell’uomo anche nei confronti di Dio e se anche lo avessi guardato in volto non lo avrei seguito pur riconoscendolo, la mia ribellione e il mio dolore generarono una sete che nessuna divina promessa finalmente mantenuta avrebbe placato. Tre re sconosciuti provenienti da oriente trovarono riposo nella solitudine del mio villaggio e Baldassare – il mio inventore – amplificò la mia rabbia graffiando la mia libertà affermando che ogni uomo, nella pesantezza della sua carne, è sempre altrove da dove è convinto di essere.
    Decisi allora di partire per Betlemme e uccidere con le mie mani quel neonato per convincere me stesso che la libertà dell’uomo è talmente profonda da assassinare  anche quella di Dio, non immaginando che con quella decisione mi sarei incamminato proprio verso un altrove – con la pesantezza dei miei piedi e della mia carne - dove non avrei mai pensato di giungere. Arrivai ad un monte in festa e vidi quel bambino perfetto e terrificante, Maria inondata da un angelo evanescente in una casa spoglia era diventata madre, era amorevole e a seno nudo alimentava il sangue di Dio con la tenerezza e l’illusione che fosse solo suo figlio, un semplice figlio che nessuno le avrebbe ma strappato dalle braccia per poi restituirglielo schiodato dalla croce senza vita e le certezze non sono mai presagi. Ma quella bambina in quella notte d’astri in festa aveva partorito solo suo figlio tra animali sporchi, accattoni pastori, cimici, insetti di ogni sorta… e nessuno, neanche gli angeli, sarebbe stato così crudele da cancellare quell’istante di pura maternità. Rincontrai il mio Baldassarre Jean-Paul, che senza il minimo stupore nel vedermi in quel primo mattino mi disse che io non ero la mia sofferenza, che  la lotta tra il desiderio della vita e la sua inevitabile sofferenza sono frutti dell’umana contingenza e che mi appartengono come il giorno della mia morte, certo ma sconosciuto… dato ma non rivelato. Che l’accettazione della sofferenza senza troppi giri di parole è la prima e più radicale dichiarazione di vita, la prima prova della sua potenza che mi supera infinitamente, il senso più profondo dell’umano. E un Dio in fasce e lì per questo… e per questo ha già le stimmate impresse  in quelle minuscole mani che si aggrappano al seno di una madre illusa che sia suo e solo suo: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola.”
    Decisi allora, per puro caso, di permettere a quei tre accattoni una via di fuga dalla follia di un Erode impazzito, riuscii a prender tempo combattendo contro i suoi soldati impegnati a sgozzare bambini  con le lacrime agli occhi e qualcuno di loro avrà assassinato anche il suo.

    “Ecco, sono sballottato dalla notte come una botte dalle onde e la stalla è dentro di me, luminosa e fonda, come l’Arca di Noè essa naviga nella notte, rinchiudendo in sé il mattino del mondo. Il suo primo mattino. Poiché non aveva mai avuto un mattino. Era caduto dalle mani del suo creatore indignato in una fornace ardente, nel nero, e le grandi lingue brucianti di questa notte senza speranza passavano su di lui, coprendolo di vesciche e facendo aumentare la forte affluenza degli onischi e delle cimici. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo.”
    Jean Paul Sarte, Baronia e il figlio del Tuono, piéce teatrale sulla Natività scritta nel campo di concentramento di Treviri nel 1940.

  • 22 dicembre 2012 alle ore 21:13
    La vita del bruco

    Come comincia: Un bruco giallo e azzurro incontra un altro bruco verde e azzuro e dice " Ciao, ma come sei carino, che bei colori che hai, e guarda che bella codina arricciata e spinosa, e come sei bravo a scalare questo rametto, ma che zampette curate e che unghiette pulite, tu si che sei un bruco perfetto!!!" L'altro bruco lo squadra dalla testa ai piedi, lo fissa negli occhi  e risponde " Anche tu sei carino e hai degli splendidi colori, sono diversi dai miei e non ne ho mai visti altri uguali, e hai la codina arricciolata e spinosa proprio come la mia, mi segui da un bel po' su questo rametto rinsecchito e fragile e non sei caduto, forse perché le tue zampette pur essendo non uguali alle mie funzionano ugualmente bene ,anche se non possiedi unghiette, mi osservi e sei così intento a tesser le mie lodi che non ti accorgi di te stesso e neanche ti conosci, guardati e ammira... quanto è stata maestra la natura" Il bruco giallo e azzurro resta a bocca aperta e si zittisce, e in un battito di ciglia diventa cosciente di aver sprecato tanto tempo a guardare il bello che aveva di fronte in quel momento, senza rendersi conto dello splendore che portava dentro di sé da quando era nato.
    Morale della favola " Non dire mai che l'erba del vicino è migliore della tua se prima non hai osservato bene il tuo giardino.

                                                               

  • 22 dicembre 2012 alle ore 18:22
    Ritorno alla dignità

    Come comincia: Ritorno alla dignità

    Il passaggio da una scuola
    dove non abita la parola dignità,
    ad una scuola che è diventata
    la mia seconda casa...

    Questo racconto è dedicato
    a chi lo legge...
    per portarlo a conoscenza della
    malvagità adolescenziale...

    INTRODUZIONE:

    Mi chiamo Michele e ho quindici anni.
    Vivo a Lucca una cittadina molto bella che, come altre, può nascondere realtà negative e terribili come quella da me vissuta durante l'anno in cui ho frequentato la quarta ginnasio del Liceo Classico.
    In questa scuola ho passato i più brutti momenti della mia vita. Momenti che mi danno un pianto immediato al solo ripensarci.
    Ho avuto dei compagni che chiamarli “mostri” sarebbe un complimento; compagni che mi hanno privato della mia dignità al punto che ho dovuto cambiare scuola per ritrovarla.

    Durante quell'anno maledetto passato al Classico, ho subìto gravi danni psicologici. Per fortuna i miei genitori mi hanno permesso di cambiare scuola.
    Così ho cambiato scuola. Adesso mi trovo al Liceo Musicale. Per me è diventato una casa, un luogo che mi ha accolto a braccia aperte, e dove le persone mi accettano per quello che sono. La musica che avevo in me ed insieme io stesso, abbiamo trovato casa in questa scuola.
    Devo ringraziare tutto il Musicale per il bene che racchiude e sopratutto la mia professoressa di Pianoforte, senza la quale non avrei mai avuto l'idea di entrare in questa scuola.

    Adesso ho una dignità, una scuola che amo e dove i frutti che coltivo nascono e non vengono calpestati.
    Sconsiglio a tutti di andare nella scuola che ho fatto all'inizio. Altrimenti dovrete mettere da parte la vostra dignità, perché lì a seconda di come si è, la si perde...e può darsi che non la si trovi neanche più!

    Capitolo 1
    L'INIZIO DELL'ANNO SCOLASTICO

    Erano i primi giorni di scuola. Potevo dire che era una scuola proprio bella! Infatti era un convento una volta. I compagni mi stavano abbastanza simpatici, anche se stavano sorgendo le prime offese. I professori mi piacevano...Insomma tutto sembrava  a posto, per questo non potevo mai immaginare cosa mi sarebbe accaduto in futuro. I primi giorni, mi ricordo, ero accanto a  due compagni. Uno di loro lo conoscevo di vista, perché quando ero  piccolo eravamo insieme alla scuola estiva. Quindi ci conoscevamo già un poco. I primi giorni rimanevo da solo a ricreazione, perché gli altri  stavano in gruppo tra di loro, visto che venivano quasi tutti dalla stessa scuola. Era tutta gente di alta borghesia: figli di avvocati, giudici, notai, dottori, imprenditori, architetti, eccetera. Io invece sono un normale ragazzo, figlio di un tecnico di cartiera e di una scrittrice, persone normali. Suono il pianoforte e adesso anche  il contrabbasso. Ma sono uguale a quei ragazzi e non c'era nessuna ragione per cui io venissi trattato male e crudelmente da loro. Quei ragazzi non sono, non erano e non saranno mai più importanti di me. Siamo tutti uguali. Ma forse a quei ragazzi ciò non era chiaro.
    Il primo voto che presi fu un' otto a Latino.
    Fu la prima e l' ultima volta che vidi un' otto!
    Dopo qualche giorno i miei 'compagni' iniziarono, senza motivo apparente, a chiamarmi finocchio e frocio. Non capii e non capisco tutt'ora il motivo di queste offese. Cosi iniziò il mio anno scolastico: un anno infernale.
    Mi ricordo che i ragazzi non mi volevano accanto a loro,  perché dicevano che ero una checca.
    Cosi un giorno mi spostai e andai in prima fila accanto a una ragazza e un ragazzo. Lei era buona, lui era il diavolo in terra.
    I primi giorni il ragazzo non mi considerava, ma poi iniziò a considerarmi anche lui, purtroppo, chiamandomi, al solito finocchio e frocio. Sinceramente mi aspettavo un: “Ciao,come ti chiami...?”, ma non c'è mai stato!

    Capitolo 2
    NEBBIA SULLA DIGNITA'

    Non era passato molto tempo dal cambio del posto. Già la maggior parte della classe aveva iniziato ad offendermi ed a emarginarmi. Non esistevo per loro, o forse...se esistevo era sotto forma di merda!
    I miei compagni prendevano voti alti e io bassi. Cosi trovarono il mio primo punto debole dove poter colpire: giudicarmi attraverso i voti scolastici.
    Mi dicevano che ero sfigato e finocchio! Che gli schemi che facevo per studiare non servivano a nulla! Mi sentivo inferiore e impotente. Non avevano un minimo si rispetto o pietà per me...Tempo dopo cambiai di nuovo  posto, perché  non riuscivo a stare attento. Cambiai posto, ma non fila. Ero sempre nella prima. Mi ritrovai accanto ad un figlio di avvocato, terribile come gli occhi fissi al sole! Mi ricorderò per sempre questo ragazzo. Aveva le labbra grosse ed era bassissimo, ma molto crudele. Non riuscivo a socializzare con lui, perché ogni cosa che facevo era errata. Mi diceva che dovevo non venire a scuola perché non voleva vedermi, che gli facevo schifo.
    Questi cambiamenti di posto non portavano a nulla, perché in OGNI posto che ho cambiato c'era SEMPRE qualcuno pronto a umiliarmi.
    Io mi chiedo: che gusto perverso si può provare  a violentare mentalmente una persona cinque ore su cinque?
    Io ho passato le pene dell'inferno per tutto l'anno accanto ad uno di questi aguzzini. Una cosa terribile veramente!
    Fino alla fine dell'anno sono rimasto accanto a questo ragazzo, di cui, per ovvi motivi, non dirò il nome. Per due volte l'ho anche preso a sberle nel bagno, perché mi prendevano delle crisi nervose per i suoi continui insulti. Ho fatto male lo so...La violenza chiama violenza e non avrei dovuto alzare le mani. Ma la rabbia è stata troppo forte e non mi ha impedito di farlo.
    La rabbia a volte prende il sopravvento sulla ragione.
    Pensavo che il Liceo Classico fosse una scuola d'eccellenza, ma in realtà mi è sembrata La Tana del Diavolo!

    Capitolo 3
    RICORDI.

    Una cosa che mi ricordo molto bene è ciò che succedeva quando io arrivavo a scuola e quando tornavo a casa.
    Mi ricordo che appena entravo nel portico della vecchia scuola tutti alzavano gli occhi al cielo come a dire: “ Ecco è arrivato lo sfigato”. Appena arrivavo io li salutavo e loro mi dicevano di tornare a casa, o di andare a morire, perché non mi volevano, né vedere, né stare con me... Io ci rimanevo malissimo. Cosi mi trovavo  nella solitudine completa. Poi di nuovo all'uscita. Allora erano contenti, perché me ne andavo e mi dicevano di scappare, perché mi odiavano!
    Non capivo e, credo,  non capirò mai questo disprezzo nei miei confronti.
    Io a loro non ho fatto mai nulla di male. Se qualcuno mi dicesse il perché di questa violenza, farei una scoperta straordinaria! Insomma, io non ero accettato minimamente, per usare un eufemismo.

    Capitolo 4
    GLI SPREGI.

    Quando arrivava l'ora di ginnastica io mi sentivo la persona più incapace del mondo. Non ero considerato 'umano', dai miei compagni. Ogni volta che sbagliavo qualcosa, il mio gesto era seguito da una serie di offese a non finire. La battuta di pallavolo non mi veniva mai bene: ogni volta facevo rete e tutti mi urlavano contro. E che fare in un momento nel quale tutta una classe ti urla addosso: “Incapace! Vai a morireee”. Beh tutti voi vi chiederete:
    “ Ma i professori?” e io rispondo: non gliene fregava un bel nulla! Proprio così.
    L'ora di ginnastica era quindi per me l'ora in cui la mia dignità svaniva completamente.
    Un altro spregio che mi fecero, fu quello di giovedì 11 maggio a ricreazione.
    Io soffro da anni di attacchi di emicrania, ma quella terribile che a volte fa finire all'ospedale. Ebbene quella mattina avevo proprio un attacco di emicrania da svenimento.
    I miei “carissimi” compagni mi urlavano contro apposta per farmi stare ancora più male! E mi dicevano: “ Mal di testa?? sì....ci godo!!!”.
    Beh...persone più cattive di queste è raro trovarle.
    Dopo per fortuna venne mio padre a prendermi e mi portò a casa. Ma quando ero ancora in classe con il mal di testa che mi faceva soffrire incredibilmente, non sapevo come comportarmi: era come se mi vergognassi ad averlo! 'Loro' mi facevano sentire un imbecille, perché avevo il mal di testa. Ed io, addirittura, mi sentivo in colpa...
    Tuttavia questo è niente, rispetto a tutto quello che ho passato.
    Ricordo solo che per un anno intero andai dallo psicologo a causa di queste violenze mentali. Violenze che, secondo me, non avevano una logica, visto che non ho ancora capito il motivo di tutto questo odio.

    Capitolo 5
    IL SINONIMO DELLA MIA
    CLASSE ERA: LO ZOO

    Chiamerei la mia ex-classe uno zoo, piuttosto che aula studentesca.
    Durante le lezione c'erano solo polemiche su polemiche e insulti su insulti (naturalmente questi ultimi molto spesso nei miei confronti).

    Mia mamma era rappresentante di classe e ogni volta che usciva dal consiglio era sempre accompagnata dalla medesima frase dei professori: “E' una classe molto rumorosa dove primeggia il caos e il disordine”.
    Questa era pura verità anche se i miei compagni sostenevano che la nostra classe era molto calma e rispettosa. Non era vero: eravamo cavalli imbufaliti!

    Tornando al ruolo di rappresentante di classe di mia madre, mi ricordo che qualche giorno dopo il consiglio, mi dava delle lettere da consegnare ai miei compagni. In queste  c'era scritto cosa era stato detto durante la riunione, per conoscenza a tutti i genitori. Quando io consegnavo le lettere, queste (che mia madre  redigeva per 25 persone e imbustava singolarmente) venivano buttate dritte, dritte nel cestino, e tutti commentavano con il solito “Non è vero niente!”, “La mamma di Michele è una bugiarda...”
    A volte si mettevano a cantarmi in faccia il nome di mia madre ad alta voce seguendo una brutta melodia a presa di giro. Non sopportavo questa cosa.
    Non solo criticavano me, ma anche mia madre!

    Mi ricordo, con molto imbarazzo, che a seguito di questi trattamenti avevo cominciato a bagnare il letto... A quindici anni!!!
    Ma, come mi è stato detto, era l'espressione di un grande disagio psicologico.
    Ora non mi succede più, davvero!

    Non posso dimenticare gli interventi stupidi e imbecilli dei miei ex-compagni.
    Vi racconterò un fatto che non avete mai sentito uscire dalle labbra di nessuno. I miei compagni amavano scrivere sui banchi. I professori, come di norma, invece, dovevano impedire che questo accadesse. Così, un giorno, il  professore di matematica, beccando un mio compagno a scrivere sul banco, lo rimproverò, dicendogli che non si scrive sui banchi di scuola, perché il banco di scuola non è proprietà del singolo, ma proprietà comune. A sua volta  l'alunno, rispose che il banco era anche suo perché  pagava con le tasse (!!!) e quindi ci scriveva quanto gli pareva. A quel punto il professore, secondo me sbagliando, stette zitto e continuò la lezione.
    Potrei andare avanti all'infinito con tutte queste storie, perché la mia classe ne ha fatte così tante che non basterebbe la circonferenza del nostro pianeta per determinarne la lunghezza.
    Litigi con i professori, risposte di traverso, offese (anche se non molto esplicite)...un elenco infinito. I professori non facevano mai niente. Promettevano rapporti, ma promettevano e basta.

    Capitolo 6
    L'AMBIENTE SCOLASTICO

    Immaginatevi un monastero medievale dove camminando si potevano ravvisare i toni dei canti gregoriani. Immaginatevi un porticato sorretto da colonne e pilastri con in mezzo  un bellissimo cortile decorato da alberi... e ora immaginatevi una immensa nuvola di fumo di sigarette (non solo di tabacco!) che inondava tutto questo bel vedere! Ebbene sì. La caratteristica principale del Liceo Classico è di avere una serie infinita di fumatori.
    Ma a parte questo io amavo la mia scuola dal punto di vista estetico. Era bella. Molto luminosa e antica. Ero amico delle bidelle e dei custodi. Se non fossi stato amico loro, di chi lo potevo essere in quell'inferno? Della mia classe? Dei miei compagni? no...credo proprio di no...Non si può essere amici di razzisti di alta borghesia che si credono di essere superiori e in realtà sono solo degli invertebrati privi di mentalità e rispetto. Sono esseri privi di sentimenti e di cuore. Non sanno cosa sia il rispetto e non lo sapranno mai.

    Nella parte più interna della scuola si diramavano una serie di corridoi, a volte interrotti da porticine basse, basse. Amavo questi corridoi che non finivano mai. Stanza su stanza, cunicolo su cunicolo...Tutto sembrava infinito.

    Capitolo 7
    HO BISOGNO DI AIUTO

    Verso la fine dell'anno, una mattina, decisi di riportare su un foglio tutto ciò che mi dicevano i miei compagni. Presi carta e penna e mi misi a trascrivere tutte le offese e gli insulti. Quando arrivai a casa feci leggere tutto ai miei genitori, aggiungendo anche che tutte queste decine e decine di offese mi erano state scagliate contro nel giro di un'ora. Pensate, decine e decine di offese solo in un ora! E io dovevo sopportarli per un anno intero, tutti i giorni, tutte le mattine: sempre! Un incubo!
    I miei genitori, trasalirono nel leggere quel foglio: “vai a morire! Muori! Non devi vivere! Stronzo, pezzo di merda, fottiti, che sei nato a fare?...”  e potrei continuare all'infinito.
    Il giorno dopo portai il foglio ai professori che mi promisero di tenermi lontano da quei cinque, o sei elementi che mi offendevano. Il problema era che quando spostavano i miei vicini di banco, col cambiare del professore ritornavano ai loro posti iniziali, accanto a me, per tormentarmi. E così tutto tornava come prima!

    Non avevo ancora vinto la mia battaglia. Decisi di cambiare scuola. Fu una decisione che richiese molto tempo. Volevo andare al Liceo Musicale, ma non ne ero sicuro.

    Capitolo 8
    LA NUOVA SCUOLA

    Perché andare al Musicale? Beh...io suonavo già il pianoforte, quindi mi sembrava la scuola più adatta alle mie capacità e alla mia passione per la musica. Fu grazie alla mia professoressa di pianoforte che mi convinsi che il Liceo Musicale era la scuola adatta a me.
    Arrivarono le vacanze estive. Ero contentissimo perché finalmente non avrei più visto 'quelle persone'.
    A settembre sarei andato al Musicale. Mi chiedevo sempre come sarebbe stata la nuova scuola...
    Passai tutta l'estate a studiare per poter passare l'esame di ingresso al Liceo Musicale.
    Studiai, studiai, studiai, ininterrottamente e tutti i giorni.
    Fu una lunga estate, ma il pensiero di non dover più tornare in quell'incubo mi sollevava l'animo e riuscivo, così, a lavorare con sicurezza e tranquillità.
    Arrivò settembre. Il giorno dell'esame mi presentai e mi davo da fare a sembrare baldanzoso, per alleviare il terrore che avevo dentro, perché temevo di non passare l'esame di ammissione, di non poter entrare al Musicale e
    dover tornare al classico! Ma non mi sarei mai aspettato di passare l'esame con 95 su 100!!!!!
    Ero contentissimo e viaggiavo con  un grosso sorriso  stampato sulle labbra!

    Capitolo 9
    LA MIA SECONDA CASA

    La nuova scuola la considero la mia seconda casa. Lì mi sento al sicuro. Siamo una famiglia, ci vogliamo bene, siamo musicisti, artisti! Il nuovo Liceo mi rende la vita una meraviglia. E adesso, e solo adesso, posso dire che è ritornata la dignità. E' ritornata e devo questo alla mia professoressa di pianoforte, che mi ha consigliato la nuova e amata scuola. Ai miei genitori che mi hanno permesso il passaggio e ai miei compagni del Musicale che sono delle persone dal cuore gigantesco che sanno vivere con gli altri e che sanno cosa sia la dignità. Non vivo più l'incubo dell'anno scorso. Considero il Liceo Classico una scuola di fascisti e razzisti privi di rispetto e senso civico! Una scuola odiosa che sconsiglio a tutti! Il mio primo Liceo mi ha fatto questa allucinante impressione. Mi dispiace ma è così!

    Grazie Musicale, grazie musica, grazie amici miei musicisti,
    GRAZIE DI AVERMI FATTO RITROVARE LA MIA DIGNITA'.
                                                 

  • 21 dicembre 2012 alle ore 23:15
    Tu scendi dalle stelle

    Come comincia: Era la vigilia di Natale quando Ricky arrivò, e non era ancora mezzanotte.
    Ecco perché in quella casa, per la prima volta, il Bambinello… nacque con un piccolo ritardo. Eppure, nella grotta, già da quindici giorni, una soffice bambagia era pronta ad accoglierlo. Per lo stesso motivo perfino i doni sull’albero avrebbero aspettato un bel pezzo prima di essere scartocciati…
    - Nonna, lui ha fatto cadere le salsicce. - bisbigliò la bambina più piccola cercando di non farsi sentire, ma il fratello scattò: - E lei ha rotto l’ala dell’angioletto celeste!
    - Non è vero, non è vero, lo sai che era già così! Bugiardo! - gridò la bambina battendo i piedi  dalla collera e guardando con occhi di sfida il fratello.
    Si avvicinò la nonna a passi lenti, con i suoi occhialini rotondi, il grembiulino azzurro dalle tasche sempre piene di utili cianfrusaglie e i capelli ancora abbastanza scuri raccolti sulla nuca, dai quali scappava il solito fermaglio.
    - E’ piccola, va ancora all’asilo, lei. Tu invece sei un ometto, un ometto che sa già leggere e scrivere… e che sta imparando bene anche la tabellina del tre. Tu sei la gioia della nonna tua. - disse, mentre gli occhi le diventavano lucidi.
    Con la pazienza in volto, la nonna riappese le salsicce al piccolo gancio, sull’uscio del macellaio.
    - E ora… tu hai spostato la lavandaia! - l’accusò il ragazzino.
    - Hai ragione. - ammise la nonna - Adesso la rimetto al suo posto io, davanti al lavatoio come prima.
    - Non piangere. - disse poi alla piccola - Ho sistemato tutto: il vostro presepe è bellissimo. - Le passò una mano sotto il mento e le baciò i bei capelli lucidi.
    - Papà… - disse lei. La vecchietta la guardò e la rassicurò con un sospiro impercettibile: - Viene più tardi.
    - Mi annoio. - si lamentò il bambino.
    Proprio allora la bambina più grande si mise a cantare con passione, davanti al presepe, “Tu scendi dalle stelle”. Gli altri due cominciarono a cantare con lei.
    - Bravi! Che belle vocine, e come l’avete imparata bene! - esclamò la nonna compiaciuta tornando sui suoi passi. Allora il bambino raccolse abilmente "a pugno" le mani davanti alla bocca ed emise un accompagnamento come di zampogna.
    - Bravi. Bravi tutti e tre. Maria, lascia stare un momento la cucina, vieni a sentire anche tu… - chiamò la vecchietta.
    La mamma arrivò subito e fece loro tanti complimenti. Poi la bambina più grande si mise ad ammirare la magia delle palline colorate che luccicavano sull’albero e ispezionò da vicino, uno per uno, i pacchetti con curiosità.
    - Lei vuole accendere le luci dell’alberello! Quelle si accendono quando arriva papà! - gridò allora il fratellino.
    La nonna e la mamma si guardarono senza dire una parola.
    Il bambino scrutava ogni tanto dalla finestra, ma il papà non arrivava. Controllava i movimenti dell’ascensore, ma niente. Eppure… l’anno precedente lui era arrivato parecchio tempo prima della mezzanotte, aveva fatto gli auguri e si era fermato a casa finché i doni non erano stati tutti aperti.
    - Ma quando arriva papà? E’ già tanto che non viene più a trovarci!
    Nessuno gli rispose.
    - Uffa, uffa… è tardi! - strillò sempre più impaziente.
    Gli occhi della più piccola cominciavano a perdere espressione, le palpebre, di tanto in tanto, le si abbassavano. Era stanca di aspettare. - Forse… - balbettò all’improvviso - sarà morto.
    - Che dici? Ma come ti vengono queste idee? - gridò la mamma terrorizzata. Le due rughe a fianco alla bocca erano più profonde, quella sera. Cercava di mascherare la sua amarezza e la sua angoscia: come lo avrebbe detto ai bambini che il papà non sarebbe arrivato? Cercava perciò solo di distrarli, di trovare qualunque espediente purché non pensassero a lui. Almeno quella sera. Aveva passato la notte insonne ad avvolgere con amore i regalini e ad appenderli all’albero come un buon Babbo Natale, pregustando la gioia dei suoi piccoli nell’aprire i pacchetti a mezzanotte.
    La nonna le fece segno di tacere: - Tutto si aggiusta. - la consolò, e si asciugò gli occhi di nascosto.
    - Io e la mamma - disse ad alta voce - torniamo un attimo in cucina, stiamo finendo di preparare gli strùffoli*. Siete contenti?
    La bambina più grande lo sapeva che il papà non sarebbe arrivato. Lo aveva saputo poche sere prima. Stava leggendo il Corriere dei Piccoli nell’ingresso. L’uscio di casa era socchiuso e attraverso lo spiraglio vedeva la mamma che accendeva il braciere sul finestrone del pianerottolo. Ogni tanto le belle scintille scoppiettanti salivano verso il cielo blu e lei si divertiva ad osservarle. Vide anche strane nuvole scure correre sulla faccia bianca della luna, allora la bambina si avvicinò silenziosa alla porta per ammirarle meglio. Fu in quel momento che sentì la vecchietta, vicina di casa, dire sottovoce alla mamma: - Ma come può farlo, signora Maria? Andarsene così…
    La mamma le spiegò che il papà si sarebbe trasferito fra giorni, ormai aveva deciso. Se ne andava a vivere con lei a Milano… Lei… la doveva conoscere già da un paio d’anni.
    - … Lei… - terminò con un sospiro la mamma - ha una figlia della stessa età della nostra prima bambina.
    - Gesù, che dite? Con tre figli veri! Con tre figli suoi! Come può abbandonarli? - aveva commentato la vicina.
    La bambina grande, ora che sapeva tutto, non desiderava che il papà arrivasse, quella sera. Non lo aspettava. Che le importava più rivederlo se lui preferiva un’altra bambina?
    - Vieni, - disse alla sorellina - ti faccio una bella pettinatura. - e cominciò subito a intrecciarle i lunghi capelli davanti allo specchio.
    - Brave, fra poco nasce Gesù. - disse la mamma passando.
    - Ma quando apriamo i doni? - domandò subito il bambino.
    - Presto. Ormai… manca meno di un’ora alla mezzanotte.
    - E allora… perché non arriva ancora papà?
    Ora il bambino non si riusciva più a tenere.
    - Su, giochiamo un po’ a tombola, mangiamo qualche dolcino… Oppure il panettone che vi piace tanto!… - tentò la nonna.
    - No, no, no.
      A quel punto lui faceva troppi capricci: - Voglio questo, voglio quello!…
    Voleva anche andare a salutare un amichetto nell’altra scala dell’edificio.
    - E va bene. Ma un momento solo! - disse decisa la mamma - Anzi, domanda se domani mattina vengono tutti a messa con noi. E quando entri ricordati di salutare…
    - Noi ti guardiamo dalla finestra. Torna subito! - gli raccomandò la nonna. Ma il bambino era già schizzato fuori, smanioso di novità e di compagnia.
    La vecchietta cinse le spalle della nipotina più grande. Lei, con un movimento rapido, portò via il vapore dal vetro creando un grosso cerchio trasparente attraverso cui si misero ad osservare insieme il cortile.
    Ma il bambino non passò, non si diresse verso l’altra scala. Un istante dopo, infatti, con una spinta vigorosa alla porta, era già bell’ e rientrato in casa. Si avvicinò in fretta al tavolo e rovesciò il contenuto della tasca sul piano di cristallo. Una pallottolina di velluto marrone.
    - Oh, che cosa hai portato? - si preoccupò la nonna.
    - Venite tutti a vedere! - gridò lui, gonfio di emozione.
    - Com’è piccolo! Un cagnolino! - esclamò la bambina grande.
    - Un cucciolo. - precisò lui - Era sullo scalino a piano terra, da solo. Piangeva e tremava.
    - Bello della nonna, perché l’hai preso? Questo è troppo piccolo, questo ha bisogno della mamma, non sa mangiare, questo muore… - brontolò subito la vecchietta.
    Un sorriso dolce illuminò invece il volto stanco di Maria, pronta sempre a regalare un po’d’amore a chi ne avesse bisogno. Lei non si arrendeva mai.
    - Povera bestiolina, che coraggio abbandonarlo con tutto questo freddo… Ma chi sarà stato… - disse prendendolo in una mano e tentando di riscaldarlo.
    - Certo qualche persona. - spiegò la bambina più grande - La sua mamma non l’avrebbe mai fatto…
    - Su, - disse con slancio Maria - cerchiamo un contagocce, proviamo a dargli un po’ di latte caldo.
    Come lo appoggiò sul piano del tavolo, il cucciolo divaricò tutte e quattro le zampette e finì col pancino sul cristallo. Che buffo! Non stava ancora in piedi. Si mise a strisciare girando su se stesso e dondolando la testa. La sua vista doveva essere ancora debole. Cominciò a guaire. La mamma lo riprese nella mano.
    - Non ha coda! Sarà nato così. - osservò la bambina maggiore.
    - E’ vero. Chissà come diventerà da grande!…
    - Cambierà, cambierà. Come voi bambini. Anche il suo pelo forse diventerà più lungo, e magari... più chiaro o più scuro.
    - Riccio?
    - Chissà…
    - Poi imparerà ad abbaiare!
    - E queste belle orecchiette? - aggiunse la bambina più piccola  toccando appena appena con la punta dell’indice uno di quei minuscoli triangolini.
    Il cucciolo sembrava guardarsi intorno smarrito, i suoi occhi dall’espressione innocente erano di un bel colore celestino. Il musino rotondo e piccolissimo… portava già un accenno di baffetti.
    Arrivò la nonna con il contagocce e con un secchiello di latte caldo. La mamma ne portò un sorso alle labbra: - La temperatura è giusta, ma adesso vediamo se lo beve!…
    La bambina più piccola, con le guancia di fuoco e gli occhioni luminosi, aspettava in silenzio. Non aveva più sonno, ora.
    Il cucciolino, con un accenno di sbadiglio, lasciò vedere per un istante anche la sua linguetta rosea.
    - E’ proprio bellissimo! - esclamò la grande.
    Un sorriso di soddisfazione affiorò in quel momento sul volto di Maria:
    - Succhia! Succhia! Credo che si salverà. E’ un bel maschietto.
    - Ha fame, mangia. Però… trema ancora, poverino! Prepariamogli un lettino e cerchiamogli un nome. - sussurrò con tenerezza il bambino.
    - Non penserete per caso di tenerlo! - esclamò la mamma mentre già le giungeva un piccolo coro entusiasta: - Sììììì!
    Lei lo sapeva. Certo, un cucciolo come quello era il più bel regalo che nella notte incantata Babbo Natale potesse fare ai suoi bambini.
    - Speriamo che non diventi troppo grande, magari un bestione!… - si lamentò la nonna alzando le spalle.
    - Ci vorrà un collarino con un guinzaglio per portarlo fuori! - si preoccupò la nipotina maggiore.
    Poi si misero a fare proposte sul nome da dare al nuovo arrivato:
    - Rintintin, Kim, Boby, Lassie, o forse meglio…
    - E’ più carino Billy!
    - Idea! - gridò finalmente il bambino - Chiamiamolo Ricky, come il cane della mia maestra!
    L’idea piacque subito a tutti.
    La nonna sorrise, i nipotini erano riusciti a trovare un accordo senza litigare! Bruciò una pigna sul braciere ed ecco diffondersi nella stanza un gradevole profumino di incenso. In quel momento si udì il colpo di un fuoco d’artificio. Il cucciolo sobbalzò.
    - Ma voi… sapete che ore sono? - esclamò all’improvviso la vecchietta guardando l’orologio - Mezzanotte e un quarto!
    - Davvero???
    - …E i regali? Non vi dimenticherete i pacchetti sull’albero, quest’anno… - incalzò la nonna che ormai non vedeva l’ora di andarsene a letto.
    - Oh, no! Prima però… bisogna mettere il Bambinello nella grotta. - stabilì la più grande, e intonò di nuovo con ardore “Tu scendi dalle stelle, o re del cielo…”
    La piccola famiglia si raccolse contenta intorno al presepe: il bue e l’asinello erano pronti a riscaldare Gesù, gli angioletti osannavano, i Magi si avvicinavano in groppa ai cammelli guidati dalla magnifica cometa, i pastori svolgevano le loro piccole, normali  occupazioni.
    In quel Natale di gioia, anche il cuccioletto Ricky ora dormiva sazio e tranquillo nel suo caldo cestino.

    * Uno dei dolci più tipici del periodo natalizio a Napoli.

  • 21 dicembre 2012 alle ore 15:30
    La barca e il capitano

    Come comincia: C’era una volta una bellissima barca di nome Ondasuonda che stava ormeggiata nel molo del Porto antico da tanto tempo ormai. Il Porto antico era bellissimo ed era rivolto verso occidente, tant’è che bellissimi erano i tramonti che offriva il sopraggiungere della sera. Quei tramonti visti dalla spiaggia ciottolosa e dal molo offrivano uno spettacolo straordinariamente magnifico. Al tramonto, infatti, i colori del cielo e del mare spesso si coloravano con sfumature di giallo, giallo arancione, azzurro, rosso, viola, che si mescolavano tra essi formando una specie di ragnatela che incorniciava le barche mentre solcavano lievemente il mare conferendo ad esse ancor più splendida bellezza. In quel porto c’erano tante altre barche ma Ondasuonda era la più grande, la più sicura, la più elegante, la più attraente, la più bella insomma.
    Il suo padrone Abileguido aveva avuto un attacco di cuore e di conseguenza aveva dovuto smettere di bearsi con Ondasuonda andando per flutti. Si diceva che quel porto era stato costruito durante il primo secolo prima che nascesse Cristo e questo era dimostrato anche dal fatto che le pareti antistanti il rifugio dei natanti erano costruite in opus reticulatum in cui le pietre a base quadrata venivano incastonate mettendole in questa posizione una accanto all’altra in modo da formare un reticolato molto solido, compatto, resistente a qualsiasi movimento tellurico.
    Abileguido, nome che suo padre gli aveva dato perché l’aveva predestinato a guidare magnificamente i navigli, aveva messo in vendita Ondasuonda. E questa accusava in cuor suo un grande dispiacere perché non sapeva in quali mani sarebbe potuta andare a capitare. Con Abileguido si era trovata sempre molto bene. Non per niente Abileguido l’aveva chiamata Ondasuonda la quale, se l’avesse potuto fare, avrebbe chiamato il suo capitano, così come questi si chiamava, Abileguido.
    Abileguido e Ondasuonda era diventata una coppia vincente per mare.
    Ondasuonda andava veloce sull’acqua e nessun’altra barca della stessa stazza l’aveva mai eguagliata con Abileguido al timone, sia durante le regate che per la pesca. In mare aperto Ondasuonda era sempre avanti a tutte le altre e le sue reti erano sempre piene di pesce. Ne aveva fatta di strada sul mare e aveva fatto pescare quantità di pesce incommensurabili passate alla storia del Porto antico. Durante la stessa ora e in diversi periodi dell’anno Abileguido amava fotografare il sole e poi aveva assemblato tutte le foto scattate ottenendo un’unica foto che fa comprendere come la terra sia una palla con l’asse che congiunge i due poli, Nord e Sud, inclinato. Ogni anno, prima che arrivasse la bella stagione, Abileguido faceva mettere a nuovo la barca, togliendola dall’acqua. Tinteggiava la carena di verde, la parte sopra la linea di galleggiamento di colore bianco e la piccola cabina dove era allocato il timone di uno sgargiante colore rosso porpora. Da lontano sembrava la bandiera tricolore italiana posta in senso verticale. Quelli del porto la chiamavano per questo con il soprannome “bandiera”, ma Ondasuonda non gradiva questo appellativo. Abileguido, nel frattempo, faceva anche calafatare tutto lo scafo da un bravo mastro calafato con la migliore pece in commercio. Il calafataggio era operazione essenziale per la vita di Ondasuonda e per i suoi passeggeri, perché l’acqua dal mare non doveva penetrare dentro lo scafo, pena la perdita di quell’importante equilibrio senza il quale sarebbe andata a finire in fondo al mare, diventando così inconsueta ma fissa dimora dei pesci. Per Ondasuonda sarebbe stata la fine di un sogno. È vero che agli uomini quando muoiono spetta il seppellimento in terra, ma per le barche che perdono l’equilibrio l’affondamento in mare è una vergogna insanabile. E che vergogna! È spiacevole far dire ai posteri “Ondasuonda non valeva niente; era una barcaccia tant’è che è affondata!”. La barca viene costruita per galleggiare e non per affondare. Quando affonda è per imperizia del timoniere e per le forti intemperie, e quando avviene questo rimane per la barca un’infamia disonorevole in modo irrimediabile. Per questo Ondasuonda aspirava ad avere un nuovo padrone, anzi un capitano, molto bravo che fosse esperto nella guida. Uno skipper valente e capace di usare il timone, per capirci.

    Passavano i minuti, trascorrevano le ore, avanzavano i giorni e Ondasuonda era ancora là, ancorata a quel molo del Porto antico che ormai le era diventato anche antipatico, soprattutto quando il moto ondoso molto forte la costringeva a sbattere contro il ciglio della banchina fortemente. Ciò noceva alla sua robustezza e alla sua durata e quindi al suo buon nome. Più tempo passava e più si deteriorava. Cosa poteva fare per risolvere questo problematico e ormai annoso problema? Non poteva muoversi, tuttavia, né poteva gridare ai passanti tutta la sua angoscia, la sua ansia e il suo desiderio di libertà. Mica poteva lasciare il molo e andare a farsi un po’ di propaganda da sola? Non tutti si è fortunati nella vita. E Ondasuonda era una di questi.
    Un bel giorno di primavera, quando il mondo si risveglia dal freddo e dal torpore invernale e si colma di colori che destano gioia nei cuori, diletto e felicità,  il mare era di una tale calma piatta che sembrava la superficie di uno specchio, tant’è che se uno voleva vedere il cielo non c’era bisogno che guardasse in alto, bastava che guardasse sulla superficie acquea. Ondasuonda appunto non rollava né oscillava. Quel giorno si presentò sul molo un vecchio pescatore gagliardo o tale sembrava perché aveva il berretto da marinaio di colore blu e una lunga pipa ricavata da una radica speciale. Aveva la barba canuta incolta e pochi capelli che gli coprivano la tigna ed era sdentato. Sul braccio destro aveva il tatuaggio di un’ancora e su quello sinistro invece quello di una barca a vela. Senza dubbio doveva essere un marinaio. Aveva una lontana somiglianza con “Popeye”, il famoso “Braccio di Ferro” dei cartoni animati, per intenderci. Sì, quel “Popeye” che diventa straordinariamente vigoroso ingurgitando una scatoletta di spinaci, vegetale ricco di ferro che, si riteneva erroneamente, desse tanta energia. Proprio lui, sì “Popeye”. Quel tizio si fermò a leggere il cartello su cui c’era scritto che Ondasuonda era in vendita, con l’indicazione del prezzo e del numero di telefono di Abileguido. Impiegò un po’ di tempo a leggere e a scrivere il numero su un taccuino tutto malconcio. Non doveva avere neppure la quinta elementare visto l’insicurezza che mostrava nello scrivere. Con un balzo, in un attimo, si trovò, poi, sul ponte della barca e incominciò a perlustrarla da poppa a prua e da prua a poppa. Azionò pure il motore quel ficcanaso di un marinaio senza aver chiesto il dovuto permesso! Ma chi gli aveva dato tanta libertà di fare? Avrebbe dovuto telefonare ad Abileguido! Perbacco! Ma nei paraggi non c’era neppure l’ombra di una cabina telefonica.
    Il marinaio forse pensò che avrebbe fatto prima a dare un’occhiata alla barca senza chiedere il placet a chicchessia. Mentre il vecchio pescatore stava ancora su Ondasuonda si sentì una voce che diceva: - Scusi chi è lei? Cosa sta facendo? Cerca qualcuno? - Era il custode del porto antico che vigilava sulle barche ormeggiate. 
    Il marinaio rispose con una voce alquanto rauca: - Mi chiamo Delfino, ho letto il cartello “Vendesi” e sto dando un’occhiata per vedere le condizioni in cui si trova la barca perché sono interessato all’acquisto. Volevo telefonare al padrone ma non ho visto nei paraggi una cabina telefonica. Questa barca è in ottime condizioni e mi piace. Sa dirmi se questo è il numero di telefono del proprietario –, disse Delfino indicando con la mano destra il cartello “Vendesi”.
    - Sì, è quello! Lo può chiamare e le risponderà senz’altro perché sta sicuramente a casa –,  rispose il custode del Porto antico.
    In quel preciso istante, anche se il mare era calmo, Ondasuonda oscillò sicuramente per manifestare il suo assenso per la contentezza. Era una fortuna che dopo tanto tempo fosse capitato da quelle parti un vero marinaio o presunto tale. Il nome e l’aspetto che mostrava erano una garanzia. Abileguido avrebbe chiesto le dovute referenze prima di cedere ad un estraneo quello che per lui era stato un bene fondamentale della sua stessa vita.
    Passò, da quel giorno, qualche tempo e non si vide anima viva. Il mare da calmo era diventato molto agitato. Ondasuonda continuava a rollare e a sbattere conto il duro molo. L’estate, infatti, era finita e l’autunno ne aveva preso il posto già da parecchi giorni. Temporali, burrasche, perturbazioni improvvise e raffiche di vento erano alla portata di ogni giorno.

    Una mattina piovosa, con l’acqua scrosciante che impediva di vedere limpidamente a due metri di distanza e con il mare molto mosso si presentò il capitano Delfino. Aveva una grossa valigia di cartone, inumidita dalla pioggia, legata sui quattro lati con un laccio per evitare che aprendosi facesse cadere il contenuto. Era pesante quella valigia perché quando il capitano Delfino salì sulla barca, la carena si abbassò sotto il livello del mare di parecchi centimetri. Ondasuonda scrutò qualsiasi mossa di quello strano tizio e si accorse che aveva portato il suo pesante bagaglio nella stiva dove incominciò a svuotarlo di ogni cosa. Era fatta! Delfino aveva acquistato Ondasuonda perché si comportava come un vero padrone e poi il custode questa volta non era venuto a curiosare.
    Ora sì che si poteva ritornare a navigare tempo permettendo! – Sospirò con entusiasmo Ondasuonda che subito dopo pensò: - è un brutto periodo dell’anno questo per l’acquisto di una barca o meglio per andare per mari. Non credo che Delfino voglia uscire con questo brutto … .
    Non ebbe neppure il tempo di concludere questa sua semplice riflessione che Ondasuonda sentì l’accensione del motore. Sentì l’elica girare e lei stessa muoversi prima lentamente e poi velocemente. Sembrava che Ondasuonda andasse sulle montagne russe.
    - Che guaio! Questo non sa cosa significa guidare una barca, non sa dove è messo di mare, non è per niente un esperto di mare. Non può portarmi a mare aperto con questo tempo! Non sa dove mettere le mani, povera me! Mi farà affondare sicuramente! Avevo nutrito tante speranze. Ero contenta di essere capitata nelle mani di un lupo di mare, ma mi sono sbagliata nel giudicare. Non bisogna mai e dico mai fidarsi delle apparenze! – Tutto questo balenò nella mente di  Ondasuonda.
    Cercò di gridare! Cercò di dire a Delfino che con quel mare agitato non era il caso di navigare. Il suo linguaggio, purtroppo, non era lo stesso di quello usato dagli umani e quindi Delfino, che era un umano, non poteva ascoltare la sua voce allarmata, le sue grida.
    Non ebbe il tempo di uscire dal Porto antico che un’onda anomala improvvisa, altissima con una forza gigantesca, fece sbattere contro il durissimo molo Ondasuonda che si fracassò in mille pezzi. Povera Ondasuonda!

  • 21 dicembre 2012 alle ore 11:45
    la danza della vita

    Come comincia: cosi nel bel mezzo di una strada percorsa da 37 anni , arriva il momento di cambiare, ma ormai nudo di ogni condizionamento e passione mi ritrovo qua senza piacere, e senza saper dove guardare per vedere la luce, ma non mi voglio addormentare, voglio rimanere sveglio ed aspettare che la notte passi, per vedere l' alba appropriarsi di me e donarmi un nuovo colore e con gli occhi aperti farò entrare quel dipinto che nasce da un nuovo mattino e mi rialzerò lucente e limpido per un nuovo cammino, passerò tra le mie emozioni e godendo di loro aprirò le braccia  ad una nuova vità chiamata piacere, cosi senza che nienta accadda , cosi senza cercare , cosi senza volere, nasce dentro di me un fiore di luce che illumina ciò che deve essere..cosi da diventare leggero, silenzioso e sorridente hai profumi e colori che madre natura ci regala ogni attimo che noi presi da altre cose non riusciamo a vedere, ma madre natura è qui ed ora , è sveglia e festosa pronta a farci danzare con il canto degli uccelli e ha donarci una scenografia di colori entusiasmanti ...ognuno di noi ha questa caratteristica di poter vivere gioiosi e festanti su questa terra ma ancora non siamo liberi di poterlo fare perchè la nostra mente ormai sporca da immondizia ci porta sempre a vedere quella discarica da noi creata e quindi non conosciamo l' altra parte festante di noi stessi, ci vuole coraggio per fermarsi ed aprire gli occhi , ci vuole coraggio a fare un piccolo passo anche se sappiamo ormai correre, ma un piccolo passo fatto con consapevolezza porta alla festosità della vita, il nostro più grande dono lo sprechiamo buttando spazzatura nella nostra discarica mente e ci sotterriamo noi stessi...

  • 21 dicembre 2012 alle ore 11:33
    Filippo

    Come comincia: Mia madre vendeva scatole di latta, libri usati e ogni sorta di chincaglierie con il suo banchetto ambulante sul lungomare del nostro paese giù al Sud.
    Era una donna taciturna. Ricordo gli occhiali rettangolari enormi da presbite, ricordo la sua vita da nomade in giro per il mondo a comprare e vendere gioielli che ad un certo punto dopo la morte di mio padre, un bravo skipper, si era fermata, senza cambiare mai il suo modo randagio di esistere.
    La nostra casa era un accampamento, poco più di un bivacco. Non avevamo armadi, tutti i nostri abiti erano sparsi alla rinfusa nelle camere da letto e così le pentole e i tegami in cucina, le medicine in bagno, i bagnoschiuma, gli shampoo, le creme, tutto sembrava pronto per essere messo in una valigia e andare, sparso a vista d’occhio per non essere dimenticato. La mia casa, le nostre vite, erano enormi valigie disfatte in un punto qualunque di un viaggio.
    Io e mio fratello dopo la scuola ce ne stavamo per strada, non sapevamo cosa fosse l’ora di  pranzo o di  cena. Mia madre usciva la mattina presto, montava il suo banchetto e lo richiudeva qualche ora prima del tramonto. Tornata a casa, se ne aveva voglia cucinava oppure riceveva  clienti a cui leggeva ogni sorta di carte o altro attrezzo adatto alla divinazione. Non ci hai mai chiesto di aiutarla con quelle sue cianfrusaglie, lo abbiamo fatto fino a quando ci è sembrato un gioco. Io adoravo in particolare le scatole di latta. Erano bellissime, provenivano da un altro tempo, ero rapito dalla varietà dei colori, dalla ricchezza da miniature dei disegni, da quel suono di pentole quando le richiudevi.
    Ne posseggo ancora qualcuna. Crescendo io e mio fratello abbiamo abbandonato completamente l’idea di aiutare nostra madre in quella specie di lavoro. A stento ci eravamo diplomati ma non concepivamo l’idea di avere degli orari di lavoro: eravamo due nomadi senza meta.
    Mia madre morì all’improvviso. Una notte trovai un biglietto sotto l’uscio, lo aveva lasciato un vicino: “ Sua madre è in ospedale”. Era già morta quando arrivai.
    Mi raccontarono che l’avevano  raccolta per strada, su di una panchina poco lontana dal suo banchetto: sembrava dormisse. Era morta così.
    Quando tornai a prendere le sue mercanzie abbandonate, trovai ben poco: avevano rubato quasi tutto, frugato, strappato. Solo le scatole di latta erano ancora lì. Portai a casa la mia eredità materna, la ripulii e misi tutto in uno scatolo di cartone.
    Mio fratello partì; s’imbarcò come aiuto cuoco su di una nave da crociera. Lasciai  la nostra casa, non sapevo nemmeno di chi fosse, i miei genitori erano stati sempre molto vaghi sulla questione e sia io che mio fratello eravamo molto poco curiosi  di faccende di amministrazione domestica.
    Consegnai le chiavi al portiere, lasciai la città e  mi trasferii in questo paesino, in questo monolocale.
    Mi erano avanzati un po’ di soldi dalla vendita della barca di mio padre, mio fratello mi aveva lasciato anche la sua quota per comprare la mia nuova dimora.
    <<Così ogni volta che torno da queste parti ho un buco dove andare a dormire>> mi aveva detto con quell’aria stralunata, lo sguardo spiegazzato come le sue camicie, credo che non abbia mai indossato una camicia stirata mio fratello. Quando lui partì mi chiusi in casa. C’era un campanile proprio di fronte all’unica finestra. Mi piaceva che fosse piccola, me la volevo sentire stretta addosso, come un vestito, anzi, per aderirvi meglio cominciai ad ingrassare. Mangiavo.
    Era una preghiera apparecchiare, cucinare, lavare le stoviglie, scuotere la tovaglia, riporre le bottiglie nel frigo: il mio rito, la mia giaculatoria quotidiana. Mi facevano compagnia gli odori, la luce calda del cibo, i suoni degli utensili. Gustare era l’ultimo atto solenne di quel pellegrinaggio. Divenni enorme: un enorme uomo in una piccola casa. Divoravo cibo e  libri,  mi misi a studiare come un forsennato. In tre anni e una sessione riuscii a laurearmi in lettere. Uscivo raramente, mettevo comode, lente, radici.
    Dopo quattro anni conobbi quell’uomo. Era un fotografo. Lo incontrai per strada mentre passeggiavo. Lui scattava fotografie per un servizio giornalistico. Mi chiese qualcosa, non ricordo cosa, aveva un accento torinese come mia madre, m’incuriosì.
    Disse che mi avrebbe ricompensato se gli avessi fatto da guida per qualche giorno. Era un uomo dai gesti rapidi, di poche parole, sui quaranta, uno sguardo sferzante. Gli offrii di stare da me, si trattava di pochi giorni, ci saremmo arrangiati. Si chiamava Alessandro. Alessandro Parisi.
    Cenammo in silenzio quella sera. Dopo cena lui si collegò al suo portatile, io me ne andai a letto, sul divano della cucina, gli avevo ceduto la mia camera da letto.
    Il giorno seguente mi chiese di uscire di buon’ora.  Salimmo sulla sua auto e cominciò una giostra di telefonate, soste ” per qualche  scatto” come diceva lui, una miriade di caffè consumati in fretta tra uno squillo e l’altro del telefono o della corrispondenza elettronica e perfino del fax. Aveva tutta una serie di diavolerie elettroniche a portata di mano che adoperava con una disinvoltura frenetica. Io avevo molto tempo per osservarlo, non dovevo fare altro che dirgli dov’era questa o quell’altra strada. All’improvviso mi fulminò un pensiero: perché mi aveva chiesto di fargli da guida? Aveva il suo navigatore satellitare, che ci facevo lì io, veramente?
    Glielo chiesi la sera a cena. Ero distrutto, avevo passato una giornata ad un ritmo infernale. Mentre cucinavo lo sentivo ancora trafficare con i suoi giocattoli elettronici, mi sfiniva solo guardarlo.
    Dopo cena glielo chiesi. Aveva un caffè fumante tra le mani. Aveva ancora quella furia nei gesti, nel tovagliolo quasi gettato di lato dopo ogni rapida asciugatura, nella smorfia dolorosa con cui deglutiva. Glielo chiesi.
    Mi guardò: era un deragliamento quello sguardo, mi sembrò quasi di sentire le ruote che stridevano sulle rotaie. Il suo corpo si spense, si acquietò. Rimasero accesi solo gli occhi.
    <<Ti stavo cercando >> disse.
    Mi faceva quasi paura adesso.
    <<Chi sei?>>
    <<Un amico di tuo padre>>
    <<Mio padre è morto>>
    <<Lo so>>
    Non sapevo cosa fare, dove guardare. Le campane cominciarono a dondolare all’improvviso, imbruniva. L’uomo si alzò, mi fece cenno di seguirlo.
    Si diresse al suo portatile, abbandonato sul letto. Lo accese, cercò qualcosa poi me lo porse, con una delicatezza insospettabile in un uomo così scattante. Erano immagini, fotografie.
    Mio padre apparve dopo diverse immagini, dopo una serie di paesaggi straordinari. Pensai che Alessandro avesse una magia potente nello guardo, un lasciapassare speciale che gli consentiva di viaggiare nella materia stessa degli oggetti, delle persone, dei paesaggi, e viaggiando catturava significati e angolazioni assolutamente nuovi, mai visti, invisibili. Mentre guardavo smarrito quell’enorme saccheggio alla bellezza, mi ritrovai davanti il viso di mio padre. Sorrideva, chino su di una barca, intento al suo lavoro. Non me lo ricordavo così giovane, così felice.
    <<Devo molto a tuo padre>>
    La voce di Alessandro mi riportò in quella stanza, mentre si spegneva l’eco del suono delle campane. Allora il silenzio avvolse tutto, anche le mie ovvie domande.
    Restai muto, sapevo che l’uomo prima o poi avrebbe ripreso a parlare.
    Proverò a raccontarti la sua storia come l’ho sentita dalla sua voce e dalle sue parole.

    “ Avevo vent’anni quando lo conobbi. Ero uno stupido ragazzo ricco in cerca d’avventure e di rogne. Ero spesso su di giri, capisci cosa intendo? La mia famiglia aveva assunto tuo padre come skipper per una regata. Per tutto il tempo non feci altro che tormentarlo e provocarlo, ero sicuro che non mi avrebbe potuto affrontare. Mi ignorò per tutto quel giorno eppure ti assicuro che ero veramente un cretino. Al ritorno fui l’ultimo a scendere dalla barca, ero un po’ ubriaco, continuai a provocare e ad insultare tuo padre, mi stizziva quella sua calma. Non sapendo cos’altro
    f are per farlo arrabbiare mi misi a pisciare sul ponte. Fu allora che me le diede di santa ragione.
    Qualche giorno dopo, per scusarmi, gli portai un po’ di fotografie che avevo scattato alla sua amata barca.
    <<Tu sei nato per fotografare>> mi disse
    Fu una rivelazione.
    Smisi di fare il deficiente e cominciai a studiare sul serio. Finalmente usavo i miei soldi per fare qualcosa di buono. Ho avuto grandi maestri, ho viaggiato molto, mi hanno insegnato a guardare. Ogni volta che realizzavo un buono scatto, pensavo a tuo padre, ogni volta che fotografare mi faceva sentire vivo, utile, provavo una grande gratitudine per quello skipper che mi aveva fatto scoprire chi ero.
    Presi ad andarlo a trovare ogni volta che i nostri ritorni coincidevano. Mi offriva le sue birre analcoliche ghiacciate e ascoltava i resoconti dei miei viaggi, guardava le mie fotografie.  Quando con quella sua faccia onesta mi diceva: “ Questa è proprio bella”, mi sembrava di aver vinto l’Oscar.
    Un giorno parlammo di cose di cui non avevamo mai parlato, me lo ricordo benissimo, mi pare di vederlo qui davanti a me.”

    Da quel momento sembrò davvero che ci fosse anche mio padre in quella stanza, anzi, c’ erano solo loro due. I ricordi di Alessandro erano brace viva dentro di lui che come in trance, parlava con mio padre, ora.

    << Alessandro sono preoccupato >>
    <<Che ti succede?>>
    << Il cuore. Il mio medico vuole che mi ricoveri, dice che l’infarto alla mia età è fatale.>>
    <<Il tuo medico è un coglione, ti porto da mio zio, è un bravo cardiologo, non ti preoccupare  >>
    <<Non sono preoccupato per me. I miei figli devono andare a scuola, non possono continuare a fare i randagi appresso a me e mia moglie. Se me ne dovessi andare vorrei saperli al sicuro  da qualche parte>>
    <<Dove vivete?>>
    <<Due stanze ammobiliate nel quartiere lì di fronte.>>
    <<Metti su casa, una casa vera. Vattene a vivere nell’appartamento che mi ha lasciato mio nonno, è enorme, non ci abiterei mai. >>
    <<Che significa “vattene a vivere”>>
    <<Vai lì, prendi la tua famiglia, datevi una sistemata, poi mi paghi l’affitto>>
    << Quanto>>
      <<Poi vediamo, non me ne frega niente dei soldi.>>
    - Vediamo adesso>>
    <<Senti, io sono una testa di cazzo, ho speso in macchine, bourbon e scommesse due volte il prezzo di quella casa abbandonata che tu puoi far rivivere.  Io ne ho altre di case ma di amici come te nessuno, non farmi aspettare di morire per regalartela: te la regalo, domani vado dal mio notaio e ti porto l’atto di proprietà>>
    <<Tu sei matto>>
    <<Dai skipper, attracca e goditi la famiglia>>
    <<D’accordo ma tu non fare cazzate, prendo la casa e ti pago l’affitto, d’accordo?>>

    Riuscii a convincerlo a sistemarsi in quella casa ma non accettò mai che gliela regalassi. Dopo un mese sono partito all’improvviso, ebbi appena il tempo di salutarlo. Ho vissuto in Inghilterra per otto anni. Sentivo tuo padre ogni tanto. Ho saputo della sua morte solo dopo due mesi che era avvenuta. Ho passato altri dieci anni in giro per il mondo fino a quando, quatto anni fa, sono tornato definitivamente. Proprio quando tu hai lasciato la casa e sei venuto a vivere a Soleria. Il portiere dello stabile ha restituito le chiavi al mio notaio che era al corrente di tutta la faccenda.  Fu proprio lui ad informarmi di quello che avevano fatto tuo padre  e tua madre fino alla loro morte.”

    Alessandro si passò le mani lunghe sul viso: <<Potrei avere un altro caffè?>
    Andai a prenderglielo. Quando tornai era in piedi, la mani affondate nelle tasche, guardava fuori. La luce dell’unico lampione arrivava di sbieco sulle campane: sembrava che il tempo si fosse fermato, che tutto potesse accadere da un momento all’altro.
    <<Il caffè>>
    Si girò lentamente. Si rimise seduto sul letto e riprese a raccontare.

    “Avevano continuato a versare una quota per il fitto della casa, su di un conto corrente a mio nome, per vent’anni, senza perdere nemmeno un mese. La banca alla morte di tua madre mi ha avvisato che c’era un bel gruzzolo da loro che mi apparteneva. Dannati soldi.
    Ti ho cercato. Non è stato facile trovarti. Non è stato facile ma non smettevo mai di pensare a questa faccenda. Ti ho rintracciato già da un po’ ma non sapevo come fare ad avvicinarti, non sapevo come fare per… mi sono inventato la storia della guida, prenditi questi dannati soldi, non li voglio. Sono riuscito a fare qualcosa di buono nella mia vita perché tuo padre mi ha fatto sentire speciale, accidenti, quella faccenda della casa era proprio una bella cosa, non me la togliere.”
    Era addolorato, sarebbe crollato se non gli avessi dato ascolto.
    <<D’accordo, grazie. >>
    <<Che ne dici di uscire per una birra?>>
    <<Analcolica ghiacciata?>>
    Mi sorrise, per la prima volta. Sembrava un ragazzo.
    Da allora siamo rimasti sempre in contatto e appena possibile ci vediamo.
    Non volevo che quel denaro servisse solo a me, così decisi di mettere su un locale, un posto dove mio fratello avrebbe potuto lavorare come cuoco e fermarsi, finalmente. Ci ho provato due volte prima di capire che mio fratello era un randagio, come mia madre. Ci ho messo due locali e un omicidio per capirlo.

    Scusa, ho bisogno di una pausa, non per cercare le parole, le ho
    cercate a lungo, messe in fila e spostate tante volte nella mia mente, quello che mi serve è  un’intonazione, un peso giusto da mettere nella mia voce per continuare a raccontare.

    Aveva un naso enorme. Su quel viso stava bene, era un paesaggio armonioso quella faccia, la vegetazione fitta della barba si estendeva fino alle chiome dei due alberi delle sopracciglia.
    Il promontorio del naso la solcava tutta  come l’ultima duna prima dell’oasi. Aveva sempre una birra tra le mani. Cenava spesso da noi e soprattutto beveva.  L’ho visto raramente scambiare qualche parola con altri clienti, camionisti per lo più. Era un locale situato a ridosso di un’autostrada, frequentato da gente costretta a viaggiare per lavoro. Randagi come noi: “ Stray cats”, lo avevamo chiamato.
    Pierluigi una sera litigò con il tizio che ti ho descritto, per una banalità, carne troppo cotta, poco cotta, nemmeno me lo ricordo più. Vennero alle mani, una scenata pazzesca. Se mio fratello aveva piantato tutto quel casino per una cavolata voleva dire che qualcosa non andava. Gli parlai, la sera stessa, sembrava un folle, un drogato in astinenza:  se ne voleva andare. Non riusciva a fermarsi più di un certo tempo, si sentiva in trappola, lo tratteneva solo la gratitudine nei miei confronti che avevo  usato tutto il denaro a nostra disposizione per mettere su qualcosa che potesse garantirgli una casa e un lavoro.  Pierluigi era uno sradicato, un senza radici, uno che non riusciva ad appartenere a nessuno, nemmeno ad un progetto, ad un’idea. Nemmeno a me.
    Io mi ero salvato da questa sindrome familiare perché dopo la morte di mia madre mi ero fermato con il corpo e avevo imparato a viaggiare con la mente; avevo viaggiato nello spazio e nel tempo studiando filosofia, psicologia, antropologia, lingue. Mi ero lasciato attraversare dalle parole e dal pensiero di altri uomini, avevo amato intensamente il mio progetto di laurearmi , di conoscere. Tutti questi sentimenti erano le mie radici, la mia storia. Pierluigi invece era fuori dal mondo. Non gli rimaneva che continuare a saltellare di qui e di là per giustificare a se stesso il senso di estraneità profonda che continuava a provare.  Capii che se fosse rimasto sarebbe impazzito.
    Lo aiutai a trovare un ingaggio come aiuto cuoco su di una nave, sarebbe partito entro un mese. Era deciso.
    La sera prima della partenza quell’uomo tornò al locale. Era ubriaco. Cominciò ad insultare Pierluigi che non lo sentiva perché era in cucina dall’altra parte del banco. L’uomo non la smetteva. Piano piano il locale si svuotò. Rimasero solo pochi curiosi, poi solo  io e i due buttafuori che cercavamo di fare uscire il tizio. Pierluigi uscì dalla cucina attratto dal baccano. Guardava quell’uomo come se fosse un insetto fastidioso. Cominciò a picchiarlo. Dopo poco l’uomo sanguinava, dal naso, dalla bocca. Ho afferrato Pierluigi per le spalle e l’ho scaraventato al lato opposto della sala. Volevo solo che smettesse di picchiare quell’uomo. Perse l’equilibrio. Cadde. Deve aver sbattuto la testa. Non mi ricordo. Morì due giorni dopo in ospedale. L’uomo si salvò.
    La polizia indagò brevemente e poi archiviò la morte di mio fratello come accidentale.
    Una fatalità. Ma il fato si era servito di me per portare a compimento i suoi disegni: questo nessuno sembrava ricordarselo, nemmeno io.
    Nelle testimonianze non comparve mai il fatto che io lo avessi spinto. Un piccolo fotogramma tagliato ed ecco un altro film, una storia completamente diversa: Pierluigi aveva perso l’equilibrio da solo nel corso della colluttazione.
    Quel particolare, la spinta, era scivolato via dalla memoria di tutti i presenti, soprattutto dei due buttafuori che erano proprio lì vicino, come mai?
    Perché io me ne sono ricordato dopo mesi, all’improvviso?
    Ero allo Chez Marie, il locale dove ci siamo conosciuti. Mi ero messo in affari con i due buttafuori, quelli che erano con me quando mio fratello è morto.
    C’era complicità tra noi, una strana intesa. Erano venuti a chiedermi di aiutarli finanziariamente a mettere su un nuovo locale. Li aiutai poi divenni socio. Quando mi ricordai di quella spinta mi furono chiari tanti dettagli fino a quel momento oscuri.
    Accadde una sera. Un uomo strava ballando con la sua donna, la faceva volteggiare con una certa energia; la spingeva e la riacchiappava dopo ogni giravolta. Ad un certo punto gli sfuggì, la spinse  e non riuscì a riacchiapparla. La donna perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Mi sembrò di vedere quella scena al rallentatore: il corpo sbilanciato, la gamba sollevata, le braccia che nuotavano nell’aria, la caduta inesorabile nella sua traiettoria perfetta d’atterraggio, il tonfo. Era avvenuto in un istante fuori di me. Dentro, invece, si era srotolato lentamente il frammento che avevo nascosto nell’ultimo anfratto della mia memoria. Mio fratello era morto perché io l’avevo spinto e allora lui aveva perso l’equilibrio e poi e poi. Il frammento, dolcemente, si era ricollegato alla sua sequenza. Me ne tornai a casa. Avevo ospiti quella notte.
    Cominciarono ben presto a sfilare nella luce spettrale del lampione,
    sulle campane di fronte alla finestra, da cui guardavo, insonne.
    Sfilarono il rimorso, la disperazione, la banalità del male, la nostalgia. Ero annichilito dai loro assalti, da questo loro improvviso pretendere udienza. Non avevo nemmeno una risposta, niente con cui sedare il tumulto.
    Me ne stetti lì, su quella poltrona di fronte alla finestra, per un tempo, un brandello di tempo, una quantità, giorni forse.
    All’improvviso i colpi alla porta e le scampanellate erano talmente violente che mi precipitai istintivamente ad aprire: erano i  miei soci, non mi vedevano da giorni dissero, non avevo risposto al telefono, stavano per buttare giù la porta, credevano fossi morto.
    Ci sedemmo. Uno di loro cominciò a preparare un caffè.
    <<Che ti succede?>>
    <<La spinta>> riuscii a dire. Mi sentivo sporco, non mi lavavo da chissà quanto tempo, avevo i pensieri intorpiditi dalla mancanza di sonno.
    <<Quale spinta?>>
    <<Mio fratello>>
    Abbassarono la testa. Incrociarono le braccia. Quasi simultaneamente deglutirono.
    <<Non serve adesso Filippo, come non sarebbe servito allora andare in galera >>
    <<E’ stato un incidente, fattene una ragione>>
    <<Vi devo qualcos’altro per il vostro silenzio, oltre i soldi per il locale?>>
    <<Non la mettere così Filippo, non siamo due pezzi di merda>>
    <<E poi io ero sicuro che tu te lo ricordavi di averlo spinto>>
    Li guardai. Chi erano? Di cosa stavamo parlando? Mi alzai. Me ne andai in bagno a lavarmi.
    Ho continuato a vivere, a lavorare, come un sonnambulo, fino alla sera dell’esplosione. Il resto lo conosci.
    Filippo.

  • 19 dicembre 2012 alle ore 14:22
    Allergie!

    Come comincia: – Etciu! – il suono rimbombò in ogni angolo del globo, e una grande scossa fece tremare la terra. Tutti l’avvertirono e scene di panico scoppiarono ovunque. – Harg! – un rombo ancora più terribile accompagnò una seconda scossa, seguita da un forte schiocco, Sciaf.
    Per pochi istanti tutto sembrò finire, poi la terra tremò ancora.
    Uno schianto immane aprì una profonda crepa da un polo all’altro, i vulcani esplosero e gli oceani sprofondarono su se stessi.
    Poco prima che la vita sul pianeta si estinguesse, gli ultimi superstiti udirono un ennesimo grido – Presa!

    Poco prima

    Puff, Pott, due bambini, nudi e paffuti, apparvero a mezz’aria dietro una grossa siepe, sorretti dalle loro piccole ali.
    – Stavolta ci divertiamo – disse Eros al fratello che lo fissò dubbioso. – Non preoccuparti Anteros – continuò, aprendo la scatola che aveva in mano – Ho sentito Zeus dire che quel grosso fesso laggiù – indicò più avanti – È allergico alla zanzara leone dell’Olimpo.
    L’insetto, appena liberato, fu immediatamente attratto dalla calda e sudaticcia massa muscolare del suo designato obiettivo.
    Atlante lo sentì subito arrivare, quel ronzio era inconfondibile.
    La zanzara leone si posò sul naso del Titano che cercò di soffiarla via, storcendo gli occhi per metterla a fuoco, ma l’esserino lo solleticò facendolo starnutire. – Etciu! – il mondo sulle spalle di Atlante tremò. La zanzara colpì ancora, pungendo il gigante sulla gamba. – Harg! – gridò il Titano, lasciando per un istante la presa sul globo, assestandosi un sonoro ceffone sulla coscia, Sciaf.
    Il gigante era fuori di sé dalla rabbia. Quando vide l’insetto volargli davanti lasciò ancora la presa, stavolta con entrambe le mani, e schiacciò la zanzara tra i palmi – Presa! – gridò felice.
    Voltandosi, Atlante vide che la Terra era rotolata giù dalla sua schiena, spaccandosi al suolo come un uovo.

  • 15 dicembre 2012 alle ore 18:03
    Fenomologia di G.

    Come comincia: “Ci racconta il riposo del
    pellegrino stanco; che legge
    agiografie e libri di preghiere,
    che copia antiche storie, ci dice
    il suo dettato, e intanto fuori emana
    la luce del suo cuore”.
    Antonio Machado, I miei poeti.
    G. è un ritardatario! Basti dire che G. è un apparente nome composto, apparente in quanto nessuna pausa divide i due nomi - l’attesa che sarebbe nata da una possibile separazione risulterebbe eterna ed inaccettabile per il nostro umile concetto di tempo. G. è un nome che non possiede né sdruccioli né tronchi… è un nome in linea retta; in definitiva, la lungimiranza dei suoi genitori depositò all’anagrafe, come una profezia, il tenace e guerreggiante futuro del Nostro contro ogni clessidra… di sabbia o acqua non conta!
    Chi ha il piacere e l’onore di conoscere G. e la sua voce, tanto altisonante quanto nobile resa amabile da modi d’altri tempi, non si lasci ingannare dalla sua gentile presenza; G. è un novello San Giorgio in eterna e vigile lotta contro un  drago che rigetta incandescenti ed inafferrabili attimi, questo nemico si nutre d’ ansia, di modernità e ci riconsegna infuocato tempo, con un alito insalubre, fetido e pericoloso per le nostre dormienti difese immunitarie. Ma G. contro questo oppositore ha una calma e luminescente armatura coniata in quella lega ottenuta dal suo nome in linea retta, senza sdruccioli o tronchi. La sua serenità infrange i vetri di ogni clessidra e restituisce ai deserti ogni sabbia, ai mari tutta l’acqua!
    G. – come il sottoscritto, ma con un’algebra per me inaccessibile – è paradossalmente amante degli orologi, ne stima gli abili e ingegnosi meccanismi, da buon esteta ne percepisce il futile fascino, ne apprezza gli scintillanti ticchettii come un’ esoterica e continua novità; intravede nelle sovrapposte ruote dentate, un giardino miniato di petali assoluti e geometrici piegati ad una legge – per lui - inutile e carceriera! Non mi stupirei se, nella sua fervida immaginazione, G. stesse progettando un segnatempo nel quale ogni meccanismo è libero da qualsiasi prigionia, un orologio iperbolico ed arabescato dove ogni ruota sia libera di orbitare in tutti gli angoli di questo universo, senza che venga meno quel preciso e scintillante ticchettio che tanto lo incanta, ed una volta concluso…  allacciarlo soddisfatto al polso di Dio come una preghiera.
    Tutto questo a noi, semplici corpi dimentichi dell’eternità delle nostre anime, non può che stupirci ed irretirci.
    I ritardi di G. hanno del leggendario, il suo concetto di tempo - ammesso per beneficio d’inventario che ne abbia uno - è dilatato al parossismo… quando chiunque di noi, nell’attenderlo, ha perso ogni umana speranza - e si rifugia, a seconda del carattere, nell’orazione o nella bestemmia -, il Nostro emerge come un Deus ex-machina, hieròs ed eusebés, sacro e pio; come un Lare ormai inutilmente atteso nella tesa disperazione  dei nostri nervi!
    Ed è qui che si affaccia inaspettato un miracolo della psiche! Il disperante ritardo diviene epifania! Cristallina, semplice, manifesta liberazione … i suoi modi gentili e sempre affabili poi, precipitati della sua straordinaria intelligenza, rendono definitivamente netti e rassicuranti i confini di questa Itaca insperatamente e felicemente raggiunta!  È paradossale affermare che  un inverosimile ritardo possa poi tramutarsi in una sorta di felice liberazione, ma è ciò che accade! È come se le nostre nervature disperatamente tese come le corde di un’arpa ansiose di incantare il pubblico, inizino a vibrare al tempo giusto distendendosi in melodia. G. retroattivamente rappresenta il kairos del ritardo… il tempo opportuno del ritardo!  Invito chiunque a far esperienza di questa celata geometria che ha solo la maschera del caos.
    G. è un accordatore del tempo… esercita i legamenti della nostra sopportazione dilatando con un agognato sorriso la nostra pazienza, e forse anche la sua.  Indicativo forse è il fatto che queste parole le ho scritte senza fretta, “con calma” come ama sempre intercalare ogni suo discorso il Nostro G. Io intanto anticipo gli appuntamenti con lui almeno di due ore, in modo tale da ottenere un onesto ritardo.

  • 15 dicembre 2012 alle ore 18:01
    Il sogno di Galatea

    Come comincia: Tra le braccia della narrazione c’è sempre addormentata una menzogna; ha mani piccole e occhi immensi, avvolta in un drappo ondulato di ciniglia e torpore. Così il piacere che non si nasconde percorre il corpo come la veste di una zingara dalle unghie porpora e i piedi nudi di vigna… e tutto tace nell’istante in cui un cencio di lino candido, come una veronica, ne imprigiona le forme. Tira fuori la lingua e sorride avvolta in una bruma di falò scintillanti e cani randagi.
    Galatea si assopisce in una caverna con un mostro a tre teste: nel labirinto di rocce disegna in sogno il letto del fiume dove scorrerà il sangue di Aci: vedrà e darà vita nel medesimo istante ad ogni sua insenatura, ad ogni sua arteria, ad ogni suo singolo e impercettibile fiotto d’acqua. Vedrà il trapassare di tutte le stagioni e l’addolcirsi di ogni pietra nel tempo. Immaginerà ogni filo d’erba alle sue rive e conoscerà tutte le labbra che si disseteranno del suo amore. Conoscerà il numero di tutte le gocce di pioggia che lo invaderanno, sentirà il pulsare di ogni minuscola vita che lo abiterà,  il peso di ogni passo che lo attraverserà, percepirà l’umido di ogni corpo che ne troverà refrigerio e riposo: ne conoscerà le vite, i dolori, le vicissitudini, i legami ad ogni altra esistenza e così via sino all’incommensurabilità onirica del sentire e del conoscere. Finché il suo torpore durerà ne sarà sempre sorgente e creatrice, di continuo gravida e genitrice. La Nereide bianca sarà sempre dea nel sogno e prigioniera in una eterna realtà. Ad ogni accenno di risveglio stringe gli occhi sino a sanguinarne per prolungare il suo sonno portando le braccia candide al viso come una neonata: in vita per il suo sogno, in attesa sino alla fine di ogni tempo, di ogni storia, sino al concludersi di ogni vita e di ogni memoria di tutte le vite sino a comprendere di aver creato in sogno essa stessa il suo mostruoso guardiano, la grotta in cui è prigioniera, di aver generato l’ira del Ciclope  e la morte dello splendido figlio di Fauno e Simeto.
    I piedi nudi della zingara danzano intorno a un fuoco, le sue gambe sottili divinamente illuminate danno tempo alla terra e con uno scialle dorato offerto al cielo veste la notte. Ignora di essere in un sogno. 

  • 14 dicembre 2012 alle ore 20:53
    La scelta

    Come comincia: Tutto passa, tutto scorre e di noi resta solo la traccia di un passaggio e se nel passare lasciamo un brutto ricordo anche quello nel tempo si perde con la fine di chi ha visto, i nuovi occhi non vedranno ciò che hanno visto i vecchi e non capiranno ciò che si è vissuto o ciò che è andato perduto, la franchezza arma il mio coraggio, espongo il mio pensiero che è veritiero per me soltanto, ogni individuo misura la sua vita con un'etica personale, con sentimenti diversi e ben venga altrimenti saremmo tutti single, qualcuno dovrà pur mettersi in gioco e rischiare, io invece non rischio perché ho tutto quel che mi serve, un guscio di noce e un pezzo di pane, un cielo stellato da guardare e la luna che mi fa l'occhiolino, questo mi basta per dire" effettivamente c'è chi sta peggio". Chi può dire realmente se è giusto o sbagliato, chi può tirare i dadi in una partita a due prevedendo con certezza che vincera? Nessuno. Siamo vascelli in balia delle onde quando il cuore è in tumulto e batte affannosamente per un altro cuore, l'alchimia illude e fa vedere più di quello che esiste, la mente viaggia e si crea l'emozione su lidi lontani, solitari, sperduti, dove il silenzio fa cornice ai palpiti. Si vorrebbe la fine del mondo si desidera l'assoluta perfezione della coppia, l'annullarsi della vita intorno come se a vivere ci fossimo solo noi, noi con il nostro grande amore vero che di vero possiede solo il nome Amore, un amore spesso a senso unico, che quando ci abbandona ci spoglia del bello e denudando scarnisce e impoverisce l'anima che aveva prima arricchito di così sublimi parole, la fantasia sentimentale non ha pari, dove non arriva la lingua per convincere l'essere ignaro del gioco che si beve ogni singola parola fino all'ultima lettera a lui o a lei dedicata, per soggiogare e rendere schiavi di sacro sentimento. Chi è savio fugga prima che sia troppo tardi e non ceda alla lusinga , complice perversa di misfatti d'amore, tradimenti psicologici, più gravi di quelli fisici rendono insensibili al fascino del nuovo, e compromettono un futuro di probabile felicità.  La scelta è una, si vive vedendo la luce o  non  si vive brancolando nel buio.

  • 14 dicembre 2012 alle ore 9:20
    Il filosofo maledetto e il suono d'armonica..

    Come comincia: L’anno lo si vede come sempre spegnere nei giorni che accompagnano il mese di dicembre. Questa volta il fine anno appare inzuppato di un umido che sale lento dalle suole delle scarpe. Ogni cosa sta per fermarsi, stupita. Capita sempre così in questo mese di festa. Dalle luci per strada ai colori natalizi. Dai presepi di cartapesta del mitico Antonio ai carion e alle barbe bianche. Per lo più finte. Il freddo oramai si addensa in una promessa di ghiaccio. Come quello lasciato sul vetro della macchina di prima mattina. Lo conserverò così per sempre. Intatto. E così che oggi ho deciso di sposare l’inverno. Poggio la penna sul tavolo smussato. Guardo il foglio di fronte a me e lo vedo pian piano sporcarsi d’ inchiostro.
    Son passati pochi giorni dall’ultima volta che ho disegnato linee di inconsistenza  con l’artificio della mano. Solo pochi giorni. E’ stato un parto difficile e prematuro che ha generato piccoli pensieri e discussioni. Vino rosso e parole. Fuoco a scaldare gli animi, alterati dalla vista di giorni appena passati e dall’ipocrisia politica e sociale che è sempre presente. Niente di nuovo. Solito squallore! Con la  comparsa di nani, ballerine e mostri bifronti.  Due giorni di costicine, bestemmie, salsicce e abbracci, di pugni nello stomaco e rabbia. Smorzata dal vento o bruciata dal fuoco. Solo fumo all’orizzonte. Olfattato lungo la strada, come semplice spiraglio d’aria. E  via di fuga.
    Oggi c’è un mare fantastico a Crotone…Nonostante il generale inverno alle porte c’è un sole alto e fiero che spacca la crosta terrestre e che regala squarci di vita piena. Sarebbe utile goderselo tutto, fino in fondo.  Magari che ne so sfruttare la pausa di lavoro per fare una lunga camminata  in spiaggia, sulla battigia,  per poi rifugiarsi in un locale a mangiare fagioli neri, cucinati alla messicana, accarezzati da pane abbrustolito e accompagnati da una riserva di chianti, tatuata “Gallo Nero”….E non importa se mentre scrivo capita di fare la pubblicità alle case vitivinicole, tanto qui è tutto gratis, non paga nessuno. Sia chi scrive che chi legge. In fondo vale propria la pena fare l’amore col sole e col cibo, bevendo vino e masticando parole.
    Mi sento all’improvviso precipitato nel bel mezzo della vita, a metà strada tra una carezza e un tegola in testa. Cammino adagio sul pavimento della strada . Faccio fatica a tenere saldo il piede per non scivolare. Mi accompagna solo un piccolo strumento che dirama bollettini di guerra e folate di note. Corrosive quanto bastano per saziarmi di tutto e di niente. Di vino e di parole. E di tal sazietà mi cibo e poi suono. Suono artigli d’autore seduto per terra. Note dolci, un pò malinconiche, tinte di cruda amarezza. Con gli occhi chiusi canto il mio animo disumano, il mio spirito schivo e ribelle senza cercar gente che possa udire. Sono seduto sul ciglio della strada e scrivo. E suono. Per me stesso, per le mie sensazioni e sentimenti nascosti e virluenti, tutt’altro che indifferenti, con la bozza del libro che sto per terminare, appoggiato per strada, sopra la mia ombra di piedi scalzi..Son uomo di popolo preso a prestito per strada, mal visto dagli stessi uomini “benpensanti”, ma ignaro mi abbandono al mio talento creando un rifugio per gl'occhi, per la mente, per il cuore. Il dolce suono d’armonica riempie di poesia la piazza che scorre veloce, dai soliti movimenti meccanici di chi l'attraversa giorno e notte. Con l'unica cosa che resta viva e ferma, la musica..E’ salubre pensarsi così come un solleticatore di note che scrive melodie su un pentagramma distorto. Suono, volteggio e rido. E scrivo. Lo faccio nei vicoli di questi luridi palazzi colorati di smog. Dopo aver donato un pò d'armonia con le mie leggere intonazioni, lascio i vicoli e sparisco dietro un maestoso cielo di color azzurro lucente. Non si sa chi sono, nessuno s'è mai interessato, nessuno ha ben guardato o rivolto una sola parola. E così è. Ogni giorno, alla solita ora. Il filosofo maledetto con l'armonica fa dono di musica, scritti e parole. Lancia piccoli strali nei vicoli della città. Brevi passaggi di tempo. Piccole oasi di lettura, note intonate alla memoria. In compagnia della sua armonica. E poi d’un tratto sparisce, si dissolve, dietro l’azzurro lucente.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 13:20
    Il linguaggio dei corpi in movimento...

    Come comincia: Erano stati giorni intensi quelli appena trascorsi. Notti adornate da splendide visioni. Circondate da germogli di vita. Il desiderio di abbattere il nemico a colpi di penna era sempre al centro dei pensieri di flix. D’altronde la vita è vista come una un'immensa partita a scacchi dispiegata su un grande campo di battaglia dove in gioco si scontrano desideri, piaceri, interessi, gioie e dolori. Nella descrizione di un linguaggio di corpi sempre in movimento. Possibilmente composti da abili giocatori e non da pedine di scambio....
    In fin dei conti il  gioco è guerra; la guerra è la politica continuata con altri mezzi; la politica è uno sporco gioco d'affari, una corsa di cavalli di troia, in fondo è solo intrattenimento e sport.
    Basta guardarli i politici, sempre vestiti in maniera impeccabile, perfetti; tutti animali da feste di gala, tutti intercambiabili, l'uno vale l'altro. Non c'è distinzione di questa razza in via di estinzione, si reciclano nei partiti come rifiuti solidi urbani...Tutti a riempirsi la bocca parlando di “Democrazia” ….

    Flix continuava a produrre sapere. Era sempre lì, seduto. A pensare. In trincea. Sul campo di battaglia a combattere i nemici con le armi della penna. Schivava i colpi che vedeva passare sopra la testa, provenienti da ogni angolo della terra. Cecchini posti in ogni angolo di strada. Sui cornicioni dei tetti. Negli edifici pubblici e nelle aree private. Tutti armati e con i coltelli tra i denti. Pronti a sparare e a colpire dietro la schiena. Traditori che generavano sangue. Odio. Arruolati e pronti a vendere il proprio corpo, la propria pelle al peggior offerente. Da un giorno all’altro cambiavano abito, maschera. Si vestivano di nuovo. Prima pugno alzato poi saluto romano. Prima piromani poi pompieri. Buttavano a mare la propria dignità per un tozzo di pane. Si facevano in quattro per mostrarsi amici di tutti. Erano educati e cordiali quanto bastava per legarsi le catene ai polsi e  stringere i nodi delle cravatte al collo. Tutti servili, come sempre, aspettavano il risultato delle elezioni per scegliere il nuovo messia. Il loro futuro padrone. E poi la corsa verso le poltrone. Verso quella vita comoda che aveva un prezzo, da scontare con la prigione. Mettendo in gabbia corpo e anima per una "ginnastica infinita dell’ubbidienza".
    Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Ma stabili e fiacchi. Privi di vitalità e di energia creativa. Docili e utili allo stesso tempo.

    Non restava che scrivere per compiere piccole resistenze quotidiane. Ancorare la memoria storica alla scrittura rappresentava da sempre il campo di battaglia di flix.
    Era come raggiungere una meta, partendo da nessun luogo e senza alcuna indicazione. Ma con la sola forza del pensiero si riusciva ad attraversare persino corsi d’acqua immaginari. Fiumi solitari che poi diventavano affluenti e davano vita a cascate dirompenti. Paesaggi manzoniani. Polmoni verdi e foreste pluviali tropicali.
    Il mondo era diventato una palla da gioco situata ai suoi piedi. Pronta ad essere calciata e rimandata in orbita. Sarebbe stato un dono disperdersi per sempre nell’infinito. Senza lasciare traccia. Senza lasciare alcuna minima ombra. Sparire per sempre da ogni angolo della terra. Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Danzanti al ritmo del rumore della pioggia. Un linguaggio di corpi in movimento che generava musica naturale e mirava a distruggere l’artificio del tempo.

    Invece la palla lanciata in orbita scendeva inesorabilmente sempre giù a picco.
    Viaggio di andata. Poi il triste ritorno. Verso quel luogo che tutti chiamano ragione. Dove il desiderio in gioco lasciava spazio al ripetersi del giorno. La cura dell’orto. La cura del viso. La passeggiata in splendida compagnia. Un salto al cinema. E poi il lavoro. La frenesia. Gli incontri al pub con gli amici o altrove. Tutto confezionato. Anche la musica da carion come cornice dello stesso paesaggio. Lurido e marcio.
    La stessa gente. Falsa e arrogante. Le stesse misere cose. Coreografia di un niente. Di un paese perduto all’orizzonte. Di un mare al quale si udisce solo grida di vendetta. Per aver inghiottito tutto il marciume che l’uomo ha prelevato e preleva dalla terra.

  • 10 dicembre 2012 alle ore 22:44
    "Se te pijo..."

    Come comincia: “Se te pijo…te sputo in un occhio, te acchiappo pe’ n’ braccio e te rivorto e con ber carcio ar punto giusto te spedisco tra gli infami marci con cui stanno bene quelli come te!”
    Avevo parlato ad alta voce mentre mi guardavo il viso in quello specchio appeso troppo alto da sempre e che non era stato mai cambiato in tutti quegli anni. Ne erano passati venti dal giorno in cui ero andata a vivere insieme a mio marito in quell’appartamento di due camere e salone (one? …ino!) in un condominio enorme della periferia romana.
    Mi resi conto di aver messo tanta rabbia in quelle parole che forse anche lo specchio era curioso di sapere chi fosse il destinatario di quella frase.
    “E bravo, sei  coraggioso come tanti che conosco io. Stai lontano, colpisci alla cieca, a chi tocca tocca. Giusto? Non è così? Senza nemmeno prendere la mira… il primo che capita!”
    Mi fermai a riprendere fiato e sentii allentare un po’ la tensione che aveva colonizzato l’aria tanto densamente che aveva appannato pure lo specchio.
    “Grandissimo bastardo!” ricominciai però subito “Non potevi almeno aspettare che avessi … non dico ottanta ma almeno settanta anni, per mettermi sulla testa questa croce…” e non riuscii a nominare quella malattia invalidante che mi avevano diagnosticato da pochi giorni e che non accettavo.
    “Brutto figlio di …” mi fermai. Era inutile prendersela con qualcuno, cercare un colpevole.
    La vita distribuisce doni e dolori a caso, senza cattiveria.
    Decisi, dopo quell'ultima riflessione, di non pensarci … avvelenarmi il sangue con il fiele della mia rabbia non mi avrebbe giovato in nessun modo meglio gratificarmi con i mignon che avevo nel frigo.
    "Alla faccia tua ora mi gusto questo ben di Dio..." e mi buttai a capofitto su quei dolci conservati per le amiche che mi venivano a trovare spesso.
    Mio figlio diciassettenne che, suo malgrado aveva sentito tutto, dal letto dove se ne stava a pancia all’aria guardando il soffitto, scandendo parola per parola mi regalò un pizzico della sua saggezza:
    “Poi se ti viene pure il diabete, non te la prendere sempre col destino…”

  • 09 dicembre 2012 alle ore 17:26
    Un giorno particolare

    Come comincia: Era un bel giorno autunnale, illuminato dal sole inaspettatamente fulgido, che con il suo passo lento ma costante descriveva via via il solito arco, che congiunge l’alba al tramonto, come era sua pratica quotidiana. Era un giorno particolare. Non faceva caldo. C’era un incantevole tepore tale da suscitare invidia alla primavera, il quale avvolgendo dolcemente l’aria, effondeva fragranze profumate ed effluvi emozionanti, olezzi freddamente stimolanti, profumi soavemente eccitanti, e dava sincero conforto ai cuori di Laura e Leucio, ormai in dolce posa estatica, ricca di brividi amorosi. Laura e Leucio si erano incontrati e conosciuti il giorno prima e, come succede inspiegabilmente tra una donna e un uomo, si era instaurato tra loro un improvviso e attraente rapporto empatico. In questo rapporto si erano fusi reciprocamente stima, simpatia, intimità, attrazione fisica, affinità elettive, sentimenti generanti emozioni appassionate, tremolii passionali, così da costituire tra questi un inspiegabile scioglimento e da generare una soluzione omogenea tale da alterare le caratteristiche di ognuno, come quando lo zucchero sciogliendosi nell’acqua fa acquisire a questa dolcezza e perde nel contempo la sua salda solidità causata dall'acqua. Si comportavano come se si fossero conosciuti da molto tempo, Laura e  Leucio. Passeggiando, infatti, tra i cespugli di un rigoglioso giardino stavano abbracciati come se costituissero un corpo unico, una sola entità, un’eccezionale essenza vitale, due cuori che pulsavano all'unisono. I loro sentimenti genuini, sinceri, semplici, autentici, spontanei, erano sgorgati dai loro cuori come l’acqua limpida e fresca che erompe da una scaturigine rocciosa di montagna. Laura compiva il compleanno quel giorno e voleva festeggiarlo con il suo fulmineo amore, in solitudine, lei e lui da soli.  Sentiva di rifuggire in quel memorabile giorno, importante per la sua unicità, a differenza dei compleanni trascorsi, dallo schiamazzo degli amici che avrebbe alterato quella profonda intimità passionale che si era instaurata tra lei e Leucio. Mentre il dì si approssimava ormai alla fine, decisero di recarsi al mare per osservare il tramonto all’orizzonte, dove il cielo si sposa con la terra, dove il divino si fa terreno, dove l’umanità viene esaltata dal celeste. Innanzi ai loro occhi, quando giunsero, si presentò uno spettacolo stupendo, eccitante, meraviglioso. Un pianoro fluido, azzurro tendente al rossastro con sfumature colorate indicibili, mescolate con naturale maestria, era cosparso da leggeri e tenui flutti, le cui creste illuminate dai fervidi raggi solari ormai fievoli assumevano le sembianze di tante lucciole festose che, in caotico movimento accompagnato dal monotono suono generato dalla risacca, mostravano la loro gioia e la loro contentezza per la felicità che univa i due innamorati. Laura e Leucio rimasero attoniti, intenti a giocare con i loro sentimenti reciproci, stando abbracciati e seduti sulla rena a guardare quel sublime spettacolo che la natura gli stava offrendo, e che li aveva uniti ormai per sempre. In un attimo gli apparve improvvisamente come un lampo a ciel sereno il raggio verde che catalizzò il travaso dei loro sentimenti reciprocamente.

  • 08 dicembre 2012 alle ore 3:08
    Fine?

    Come comincia: E' tutto in un secondo. Non riesci subito a distinguere la realtà. Ti stropicci gli occhi e non riesci a capire. Tutto è in bianco e nero. Sei confuso, cerchi di ricordare i colori, ti domandi se ci vedi ancora bene. Osservi meglio e la parte razionale sta cercando di emergere. Noti che tutto ciò che vedi è una diapositiva speculare di quello che fino a pochi millesimi prima chiamavi vita. Sei morto e sei deluso. Per lo meno sospetti di esser morto. Ti aspettavi che almeno una delle tante persone che ti istruì sulla vita avesse ragione. Ti dicevano: hai fatto molte cose belle e potresti finire in paradiso tra gli angeli a suonare l'arpa. Oppure: per le cose sbagliate e cattive che hai fatto, finirai in una pozza di lava ed esser punzecchiato dal forcone di qualche diavolo dell'inferno. Addirittura altri: ti decomponerai, cesserà il tuo Io e diventerai energia e vita di un prossimo essere. Invece ti ritrovi in un fermo immagine, Tutto il mondo, il tuo mondo è una statica cartolina. Hai con te la tua borsa con cui stavi andando al lavoro. Scendi dall'autobus vuoto, sei la sola persona che ci sia nel piazzale. Autobus e macchine in coda come abbandonati da un bambino gigante stufo di giocarci. Controlli il cellulare. Il display emette una luce smorta, non la solita nitida e leggi l'ora: 12.34 sei dieci minuti in anticipo. Cammini per arrivare al tuo posto di lavoro. Hai fatto metà strada e ricontrolli il cellulare. 12.34. Magari è guasto. Poi controlli l'orologio della farmacia. 12.34. Sei tu ad essere guasto. Stai cercando di capire in quale punizione sei finito, Magari adesso ti svegli e ti accorgi di essere in un sogno. Sarebbe facile e possibile. Invece ti siedi guardingo al tavolo del bar dove lavori. Nessun collega ad accoglierti e a proporti un caffè. Nessun cliente fisso da salutare, Nessun turista da aiutare a trovare l'albergo. Non ci sono nemmeno i rumori delle macchine del bar: la macchina del ghiaccio non sforna i cubetti, la radio non suona e i motori dei frighi non emettono il loro ipnotico ronzio. Abbandoni la borsa sulla sedia e ricontrolli il cellulare per l'ennesima volta. 12.34. Poi leggi anche la data 21-12-2012. Se ti avessero detto che quella era la fine del mondo, ti saresti messo a ridere. Ti aspettavi un meteorite, un terremoto o una venuta degli alieni. Oppure non sarebbe successo niente, il giorno sarebbe passato tranquillo e placido, con qualcuno che faceva la sua battuta sui Maya e il granchio che avevano preso. Invece ti ritrovi in un limbo, grigio e da solo. Prendi una bottiglia di whisky da dietro il banco. Il capo non te ne farà una colpa. La tracanni. Non hai nemmeno il sollievo dell'alcool. Non c'è gusto. Non c'è il fuoco che divampa nell'esofago. Lasci la bottiglia ed esci fuori dal bar. La strada è sgombera. Le bancarelle, quelle sono ai loro posti con la merce esposta, ma nessun venditore. Butti un occhio in banca attraverso la finestra. Nessuno in fila. Pensi che sarebbe l'unica volta che la trovi così libera e ti viene da sorridere. Poi ti morde qualcosa dentro. La solitudine, ti tira un pugno allo stomaco. Cerchi di ricordare quando sia successo il passaggio. Eri in piedi in autobus, l'autista aveva appena fermato il mezzo e aperto le porte. La vecchietta accanto a te ti sorrideva perché la stavi facendo passare per prima, mentre l'uomo vistosamente spazientito dal viaggio, ti sbuffava da dietro. Hai chiuso gli occhi in quel millesimo di secondo come sempre e ti sei ritrovato così. Diluito nel tempo, in un mondo tutto al contrario. Solo. 
    Così cammini per la strada, nessuno ti ferma e tu non puoi fermare nessuno. Entri in un negozio, poi nel successivo. Ormai hai capito che ci sei solo tu. Nemmeno la tua ombra ti fa compagnia e strilli come una femminuccia quando te ne accorgi. Respiri affannosamente e cerchi di darti un contegno. Pensi alla tua famiglia e agli amici che non potrai rivedere. Pensi alla fatica che hai fatto per crescere e per imparare le nozioni più disparate e nessuna di quelle adesso ti può aiutare. Non ti hanno preparato per questo e vorresti arrabbiarti, ma nemmeno le tue emozioni sono vivide. Lentamente stai scomparendo. Forse il tuo limbo è finito e finalmente ti ricongiungerai agli altri. Forse.

  • 08 dicembre 2012 alle ore 0:15
    Un uomo semplice.

    Come comincia: Fulvio è un uomo sulla cinquantina,calvo,alcuni peli bianchi sul torace,che lui
    ama radere,anche per dar modo ai suoi pettorali di emergere durante i mesi
    estivi.Ne ha passate tante,dagli anni settanta di piombo,quando bastava
    sbagliare vestito per beccarsi le sprangate di neofascisti e autonomi,al finto
    boom economico degli anni '80 degli yuppies,al riflusso degli anni '90,al
    post-femminismo che fece polpette di tutto quanto era maschile o maschiloide,
    fino alle ultime annate del crack economico-finanziario e la fine delle fiabe
    per bambini che da mezzo secolo le classi dirigenti-col sostanziale beneplacito
    delle opposizioni- hanno inculcato nella mente -peraltro mediocre -dell'italiano
    medio. Fulvio è scappato in campagna;si è nascosto in una vecchia casa,
    approfittando del contemporaneo abbandono della stessa da parte di tutti
    gli altri parenti.Egli è un dinosauro.L'ultimo dei custodi di quella vecchia
    villa napoleonica...Or qui or là qualche ectoplasma, discreto ed educato, si
    siede a tavola con lui,silenzioso e incuriosito.Fulvio non ci bada più di tanto;
    lui ha perso tutte le guerre,o quasi.Ambizioni economiche,sogni erotici nel
    cassetto,vagheggiamenti tardo-romantici,velleità egocentrico-esibizionistiche
    e speranze,quali che fossero. Ma ha conservato,anzi,perfezionato la sua unica
    virtù apprezzabile:la disponibilità umana. Fulvio è  stato un punching-ball per
    tanti,troppi.Lo hanno massacrato nella sua ingenuità e bontà un po' da
    sempliciotto- e si che si è laureato in lingue e letterature straniere e ha letto molti
    libri- e lo hanno ridotto ad un colabrodo,metaforicamente,senza pietà,giocando
    sulle sue stravaganze e sulla sua anticonformistica originalità un po' balzana,
    ma assolutamente innocua.  Fulvio si è ritratto a riccio,rinchiudendosi nel suo
    misero guscio,con una fede andata quasi completamente in pezzi e la fiducia nel suo
    prossimo ridotta a zero.Però sa ridere e sorridere,appena si presenta l'occasione.
    Non sa dire di no a chi lo prega e non sa non perdonare. Fulvio ama le donne.
    Se potesse,le avrebbe sposate tutte. Lui è fuggito dal mondo anche perchè non
    riesce a farsi una ragione del fatto che viga ovunque una silenziosa e spietata
    guerra dei sessi-che solitamente non fa prigionieri. Fulvio è laborioso,squattrinato
    e ,a modo suo, adorabile. Qualcuno-il più delle volte qualcuna- lo capisce e da qualche
    tempo lo coccola,forse perchè il suo modello di uomo,assolutamente anticonvenzionale,
    rappresenta un'ipotesi di uomo futuro,in quella che sarà la nuova età dell'Oro,
    avulsa da ogni violenza e sopruso,senza razzismi e abritrii.Senza guerra tra i sessi.
    Fulvio è un bambino dentro,in fondo non ha mai voluto cucirsi addosso l'etichetta di
    maschio DOC nè di uomo medio.Nemmeno di superuomo. Ha in Gesù un modello
    segretamente ammirato.Fulvio ogni tanto si guarda allo specchio,e non trova risposte,
    ma ultimamente un lumino di allegrìa tenera si sta facendo strada nella sua espressione
    normalmente semi-melanconica,da vinto verghiano. Fulvio se lo dice da solo: sa di essere
    un uomo relativamente raro,ovvero un semplice,vulnerabile,apprezzabile uomo
    buono. La solitudine è il prezzo della sua coerenza pluridecennale. Ma un giorno
    Qualcuno in alto lo ricompenserà. Per ora lo sostengono i suoi supporters scavezzacollo,
    i fantasmini del suo castello solitario e antico,avvolto nelle atmosfere perdute di
    un Novecento ormai morto e sepolto.

  • 07 dicembre 2012 alle ore 23:59
    TU POETA!

    Come comincia: Vero! Non puoi definirti poeta. Ma ci sarà un tempo, se vorrai essere Poeta... che ti fermerai… inizierai a leggere e rileggere i tuoi scritti litigandoci, amadoli… molto spesso odiandoli! E strapperai fogli… brucerai tempo… consumerai sinonimi e aggettivi per correggere quello che rileggerai per la centesima volta. Oh, sì! E continuerai a farlo nell’oscurità dell’animo. Alla luce della solitudine. Ancora e ancora… Anche piangendo. Un giorno, anni e anni e anni dopo... ti sveglierai, non ricordandolo più… e ti chiameranno Poeta...

  • 07 dicembre 2012 alle ore 15:45
    Nell'ombra

    Come comincia: Li osservi da lontano, non osi avvicinarti.
    Ti giungono i rumori della festa, le risate, la musica.
    Sai che, se solo ti vedessero, sarebbero terrorizzati dal tuo aspetto. Hanno sempre aborrito le tue deformità. Rese ancora più orripilanti dalle piaghe, e dalle ferite, che tu stesso ti sei procurato. Per il tuo piacere.
    Li odi per questo. Li odi tutti. Sono loro che ti hanno reso ciò che sei.
    Dal tuo riparo la vedi avvicinarsi, percepisci la sua energia. E’ sola. La stavi aspettando, sapevi sarebbe arrivata.
    I tuoi occhi possono scorgere la brillantezza del suo spirito puro che risplende nella notte, quasi la rischiara alla tua vista.
    Di contro intorno a te vedi solo un’aura oscura che fluttua, quasi dotata di vita propria. Capace di rendere la notte ancora più buia.
    Fremi, vorresti non doverlo fare. Ma devi, ne senti il bisogno.
    Si siede sulla sabbia, a pochi metri da te, non sa che sei lì.
    Piange sommessamente, le gambe ripiegate, il mento sulle ginocchia, le braccia allacciate alle caviglie. Il suo sguardo è perso verso il mare, verso la strada d’argento disegnata sull'acqua dalla luna.
    Vorresti raggiungerla, consolarla. Vorresti che la sua energia invadesse la tua oscurità, rischiarandola.
    Lotti con te stesso, con i tuoi bisogni. Poi vai verso di lei, lentamente.
    Il tenue sciabordio delle onde, copre i tuoi passi incerti sulla sabbia.
    Lei si volta di scatto, qualcosa, forse l’istinto, l’ha avvertita. Il tuo viso a pochi centimetri dal suo.
    La tua bocca martoriata si atteggia in un sorriso sbilenco, marcio. Nei suoi occhi leggi il terrore. La detesti per quella reazione.
    Cerca di urlare, ma la tua mano, stretta intorno al suo esile collo, glielo impedisce. La sua bocca si spalanca in un grido silenzioso.
    La spingi a terra, la immobilizzi.
    Ti pieghi su di lei. La tua bocca sul suo collo. La tieni ferma con il tuo stesso peso.
    Quando affondi i denti nella sua tenera carne, senti il suo corpo fremere convulsamente. Il sapore dolciastro, mischiato a quello lievemente metallico del sangue, ti inebria.
    Percepisci la sua energia che pulsa e a ogni istante si affievolisce, mentre la tua oscurità la sommerge, la divora.
    Ti nutri ancora, strappando un altro pezzo di lei. Dal collo il plasma caldo zampilla sul tuo viso, pompato da un cuore che batte al limite della sua sopportazione.
    La senti sussultare sotto di te. Poi più nulla.
    Ora, sazio, puoi tornare da dove sei venuto. Nell'ombra.

  • 07 dicembre 2012 alle ore 10:55
    Lettera d'amore di rabbia e di guerra

    Come comincia: Ieri non ho potuto incontrarti, ma oggi ho voglia di starti vicino. Anche se non potrò toccarti, perché ognuno distante dall’altro e rinchiusi nel proprio ufficio, vorrei accarezzarti solo con il fruscio delle parole che di questi tempi è tanta roba.
    Oggi non ho propria voglia di evadere le pratiche d’ufficio. Non ho propria voglia di lavorare. Ad essere leale devo ammettere che non sono né cattolico e né tanto meno calvinista o protestante. Per cui odio sempre lavorare. Amo come ben sai l’ozio latino. Che non significa essere lavativo o fannullone.  Ma abbracciare quella filosofia che ti consente di progredire nella vita di tutti i giorni. Il mio lavoro preferito è leggere, scrivere, giocare indifferentemente a qualsiasi cosa, andare al cinema, al teatro, ascoltare musica, bere vino.. Sono stati almeno 15 giorni infernali lavorati continuamente, sballottato tra comuni e comuni del comprensorio, oggi no. Proprio non mi va. E tutti lo sanno perchè mi presento alquanto lunatico a lavoro per non dire stizzito. Questa maschera ormai mi appartiene ma so benissimo che fa parte del mio gioco e della mia filosofia di vita. “Fare l’indiano per non andare in guerra” . Non ho alcuna intenzione di battere i record io. Per battere chi, poi? Battere me? Oggi mi sono preso del tempo a morsi, capisci? Ed ora c’ho la pancia vuota ma la mente limpida e comunque sia il messaggino che mi hai inviato l’altro ieri “dei complimenti altrui” mi è piaciuto un casino. Una carezza alle mie noie di giornate e alle stanchezze di una vita che a volte non accetti ma ti appartiene.

    Non so come accompagnarti lungo questo weekend. Oltre a condividere la stessa e identica routine di casa e di giardino. Proverò a farlo a modo mio. Man mano che scrivo qualcosa penso verrà a galla. Non escrementi spero come quelli descritti l’altro giorno. Ma sento che qualcosa verrà a galla. In superficie, dal mio spirito, tanto per intenderci. Saranno come al solito parole d’amore di rabbia e di guerra…

    La mia premura a volte abusa della volontà altrui…Ti scrivo al dire il vero non frequentemente ma aspetto sempre un tuo idillio del domani che si fa preda, ma noto le tue lontane fatiche e il tuo ventre molle che combatte, ogni mattina, una “stupida” guerra. Di luce, di specchio e di consenso. E’ come un bagliore di scie luminose che dal chiassoso cielo stramazza di suoni per terra. E che risale da terra dopo aver decimato il pianeta, terra. Immagini di forme progredite e alquanto mature che si sovrappongono ad un turbinio di sensi. Rubati. Sottratti. E nascosti. Nell’intimità eterna di un’ora.  E che disegnano un’altalena di mille emozioni e colori diversi, a volte addolcite dalle consuete presenze, a volte bramanti alla ricerca di un “demone” che si nutre di assenza. Di qualcosa che manca per riempire fino al limite l’orlo di un bicchiere, mai sazio e mai pieno. Mai pago. Per soddisfare il desiderio artefice del gioco che si fa strada e avanza, nell’interstizio del cervello.

    Scusa mia adorata baby ma volevo semplicemente dirti che la quotidianità uccide l’essenza di uomo e di donna su questa fracida terra. E che a volte o quasi sempre abbiamo bisogno di fughe in avanti per non finire intrappolati come conigli in gabbia a mangiare erba. Abbiamo nel quotidiano i nostri affetti che ci circondano. Le nostre consuetudini che ci muovono come burattini e ci confondono. I nostri piaceri che sono solo miseri benefici momentanei e fin da subito riluttanti. La nostra benzina e il nostro alcol. Motore a scoppio per il corpo e sale grosso per lo spirito. I nostri desideri che sempre più affievoliscono scontrandosi con la quotidianità del tempo. Lasciamo piccoli spazi alle trasgressioni di giornata che sono solo pensieri e parole. Scritti e risate. Non costano niente e per questo ce ne appropriamo con facilità disarmante.

    Come leggi sono un fiume in “pena” stamattina. Quella parola la metto tra virgoletta per segnalarti che non è un errore, ma ch’è giusta e voluta. La “pena” sono le spine che porto dentro la gola e che custodisco gelosamente come archivi d’autore. Tu donna di un fascino ormai divenuto ideale e che mi appartiene e che riempi il bicchiere fino all’orlo di rosso bramare! Sei la spina che rappresenta l’essenza del fiore del male. Sei il mio seme di Bacco. Sei la mia parte di donna che a ben vedere poi ogni uomo senza saperlo porta dentro di se.  Mi piace vedermi e di conseguenza vederti giocare a fare l’adulta, saltellando sull’asfalto per strada a raccogliere la pietra sul disegno della “campana”. Io sono il numero “n” che rappresenta l’infinito e l’incognita. Tu sei la deliziosa armonia della vita che procede e avanza. Dentro di me. Fuori di sè.

  • Come comincia: La vita è quella cosa che ti succede mentre stai progettando di fare tutt’altro. Aveva proprio ragione John Lennon!! Grande fatica la mattina di sabato, ottimo allenamento con corsa e ripetute. Volevo essere pronto la Domenica. La finale dei play off del campionato di II categoria pensavo mi appartenesse più di ogni altra cosa. Si lo so era solo un’aspirazione alquanto ludica per un quarantenne, però, essendomi dilettato per tutto l’anno, a quell’appuntamento ci tenevo. Non volevo mancare. E invece? Sabato pomeriggio crisi ipertensiva e ricovero coatto.
    Ed ora mi trovo qui. Al chiuso. In regime ospedaliero. E forse ne avrò ancora per alcuni lunghi e eterni giorni. Pieni di luna. E di sole. Più che udir il suono accecante dei raggi ultravioletti che s’imbattono sulle grandi vetrate del centro universitario ospedaliero di Catanzaro, mi dondolo nel buio della notte e cerco riparo. Oggi ho subito un oltraggio vero e proprio, con violenza fisica premeditata. La gastroscopia mi ha fatto entrare stamattina in un’altra dimensione. Ho vomitato l’anima dagli occhi oltre che dal naso dalle orecchie e dalla bocca. E’ un esame lancinante dove sei costretto per 5 minuti buoni ad ingoiare un tubo di gomma lungo 60/70 centimetri, subendo continue manovre.  Ho tentato più volte di ribellarmi e farla finita e scappare come clint eastwood in fuga dal penitenziario di alcatraz, ma ero sdraiato di fianco con la testa china in avanti su un bacile d’acciaio e con due energumeni ai lati che mi tenevano segregato.. Un calvario che mi ha portato tutto il giorno o quasi a penzolare come le gambe di un insetto..Quello almeno si ! Ho fatto uscire dalla stanza più di 15 specializzanti. Ad occhio e croce penso che il numero fosse così cospicuo in quanto, essendo un centro universitario, in giro si notono più camici bianchi che pazienti e parenti messi insiemi.. Si! Non è stato facile ma ci sono riuscito con un discorso secco e diplomatico. Mi sono messo fin da subito dalla loro parte cercando di andar incontro al mio essere paranoico e impertinente,  che era pronto per la sofferenza ma non per lo spettacolo della sofferenza..Il prof. universitario a dire il vero ha cercato di farmi cambiare idea, però quando mi sono messo totalmente dalla sua parte e dalla loro parte dichiarando il mio essere paziente in stato di agitazione ha dovuto per forza desistere e soprassedere..Avranno pensato quello o è veramente “storto” oppure ci sta prendendo tutti in “giro”. Né l’uno né l’altro. Sono solo un lucido maledetto in lieve stato di agitazione.  E’ stato un modo per prendere tempo a dire il vero. Ho chiesto scusa ai specializzanti, tutti rigorosamente pettinati a dovere e in camice bianco, sembravano soldati già pronti ad arruolarsi nel corpo speciale della medicina italiana.
    Dopo sono rimasto da solo di fronte a quel supplizio medico.
    Oh quanto adoro il mio lavoro! Il mio ufficio…il traffico della città…le code dietro un semaforo..la fila ai supermercati….la gente che aspetta le 14.00 dietro un orologio prima di timbrare…..Tutto ciò che mi appesantiva un tempo oggi lo vedo leggero….leggero..leggero.
    Ed ora scrivo perché è l’unica arma che ho per porre resistenza. E lo faccio sapendo che qualcuno prima o poi mi leggerà, forse domani alla luce del sole. Sdraiato sul letto, al buio di una stanza di ospedale, odo piccoli rumori e miagolii di sottofondo. Candidi violini risuonano nella mia mente in uno spazio senza luce e senza speranza di poter prendere il volo.
    Una sinfonia tenue e strepitosa entra dolcemente nelle vene della notte disperata, ferma il tempo mentre la città si muove. Nel sottofondo tamburi lontani quanto silenziosi rumori di auto in corsa mentre, sconsolato e stanco, ascolto, registro e mi dispero per una musica che ancora una volta non potrò sentire. Solo per ora…Sono stanco, proverò a prosciugare le ultime 20 pagine dei 49 racconti di Heminway prima di chiudere gli occhi. La città sembra arsa dalle fiamme talmente è forte ciò che porto al petto, eppur sembra un muro fasullo,illusione della mente, inferno nel ventre. Eccolo ora riflesso tra queste ultime due righe il mio spirito mai saturo, solo ma sempre bollente, che ride del proprio dolore,impazzisce perché ancora non conosce il suo nome,scrive parole nella sera per raccogliere domani qualche lucido fiore di primavera…

  • 06 dicembre 2012 alle ore 17:09
    Ancora

    Come comincia: Mi gettano pesanti ancore addosso, come se non le sentissi. E quando il sapore diviene troppo salato devo scioglierlo nell’alcol. Sono solo lacrime. O caldi soffi di dolore prestato all’odore dei tuoi baci, al mio peccato. Ti ho lasciato andar via e sarebbe bastato dirti Ti amo in quegli occhi verdi in cui, più di una volta, ho ritrovato il mio posto, la mia casa. E mi guardavi morire ogni giorno, ogni giorno colma di speranza, mi gettavi l’ancora. E io mi aggrappavo a quell’iride verde d’amore. Chi dice che l’amore è tinto di rosso? L’amore porta il colore degli occhi che ami. Ma a quell’ancora mi sono tenuto troppe volte. E tu lo sapevi. Mi inebriavi dei tuoi piccoli seni, del tuo caldo ventre, dei tuoi soffici capelli con i quali mi solleticavi il sonno, notte dopo notte. Un’ancora troppo pesante che cadeva dritto tra le onde, negli abissi. Erano trascorsi pochi mesi ma quell’ancora era già divenuta troppo pesante anche per te. Da tempo avrei dovuto lasciarti andare, ma ero troppo impegnato a tenermi a te. Così impegnato da non capire. Come se il mio amore, al tuo, fosse dovuto. Ma dovuto è stato solo lasciarti salpare; ho guardato i tuoi occhi verdi verdi e non ho detto nulla.

    Ora è tardi ormai. Eppure, amor mio, ti amo ancora così come sei… lontana da me.

    A x