username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 31 ottobre 2012 alle ore 15:20
    Bonifacio VIII

    Come comincia: (Anagni, 1235 - Roma, 11 ottobre 1303)

    Quale maestosità ci offre San Pietro, con il suo cupolone e il suo interno sfarzoso! Quale ricettacolo per dipinti e affreschi, sculture e mausolei! Una gioia per gli occhi e per lo spirito! E se il visitatore sa osservare bene, si accorge che qui dentro sopravvivono incontaminati duemila anni di Storia.
    Come riuscire a rimanere indifferenti dinanzi alla Pietà del maestro Michelangelo? O alla Trasfigurazione del divino Raffaello? I turisti di tutto il mondo ci invidiano questa meraviglia e noi romani, che ce l'abbiamo dentro casa, praticamente l'ignoriamo.
    Entrare in Vaticano è un po' come entrare nella Storia dell'umanità, con i suoi pittori, i suoi scultori e i suoi architetti che nei secoli si sono alternati, dando vita a qualcosa di unico e inestimabile, dove la spiritualità ti entra nelle ossa e rimani letteralmente schiacciato dalla sua ineffabilità; ed è lì, mentre osservo la bellissima cappella Caetani che, seduto su un sepolcro, lo vedo, con quella sua aria altera e sprezzante, più degna di un dio che di un suo umile servo.
    «Ma tu sei papa Bonifacio VIII!» esclamo.
    «Proprio io, al secolo Benedetto Caetani.» si presenta con manifesta alterigia.
    «Una tra le più potenti famiglie romane.»
    «Esattamente. Ti piace San Pietro?» domanda facendo un gesto con la mano guantata, dove spiccano anelli con gemme preziose grosse come noci.
    Mi guardo attorno e mi soffermo a esaminare i passanti, che neppure mi notano.
    «A chi non piacerebbe?» rispondo elusiva, allungando una mano per toccare un turista.
    Con sorpresa, mi accorgo che la mia mano lo attraversa, come se avessi solo tagliato l'aria e sussulto spaventata. Sono, infine, morta anch'io?
    «Non temere.» mi previene con noncuranza, toccandosi il triregno e sistemandoselo meglio sulla testa. «Sei ancora viva.»
    «Tu sei il papa che ha indetto il primo giubileo della Storia, nel 1300.» mormoro, ancora perplessa.
    «Sì, è così.» ammette con straripante orgoglio. «Un esodo come mai si era visto prima. Migliaia di pellegrini si sono riversati a Roma per pregare e ottenere le indulgenze.»
    Esito un attimo, dinanzi a quest'uomo che non ho mai amato, che è stato un papa terribile, blasfemo e simoniaco e correggo sprezzante:
    «Vorrai dire che venivano sì a pregare, ma le indulgenze le pagavano a caro prezzo.»
    Alza le spalle, come se la cosa lo toccasse in modo trascurabile e replica:
    «La gente ha bisogno di sicurezze.»
    «Diciamo pure che erano le tue casse ad aver fame di soldi, visto che Filippo il Bello di Francia aveva tassativamente proibito ai prelati francesi di versare le decime nelle casse papali!»
    Arrossisce suo malgrado, impreparato al mio attacco e si inalbera, illividendo subito dopo di rabbia.
    «Come osi insultare così un uomo di Chiesa?»
    Avvampo indignata e, con sguardo furente, porto le mani sui fianchi e ribatto:
    «Tu un uomo di Chiesa? Mai udita bestemmia più colossale. Non hai mai creduto in Dio, giungendo a dire che, se Cristo non era riuscito a salvare se stesso dalla morte, neppure noi mortali avremmo potuto salvarci: te escluso, ovviamente, giacché ti consideravi un dio e ti credevi imperatore oltre che papa! Ti sei sempre circondato di amuleti, portavi al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi, giocavi ai dadi e bestemmiavi se qualcuno osava vincere; non ti sei mai fatto scrupoli nel perpetrare tutti i peccati capitali, anzi, li eseguivi alla lettera e per certo non avevi esitazioni nel portarti a letto fanciulle e paggi!»
    Mi lascia sfogare alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo e, quando intravede una possibilità di controbattere, non esita a sibilare minaccioso:
    «Tu, misero essere senza valore, hai l'ardire di giudicare un papa che tanto ha fatto per Roma? Cosa sai tu di cosa ho fatto io?»
    Indispettita e furiosa, faccio un passo verso di lui e l'accuso con tono che pare una scudisciata:
    «Mi è sufficiente sapere che hai brigato e ucciso il tuo predecessore, Celestino V!»
    [Bonifacio-VIII] «Ah!» esclama alzando una mano, irritato per essere stato costretto a rimembrare un simile episodio. «Io non ho mai ucciso nessuno!»
    Suppongo che, se mi fosse concesso, lo afferrerei per il collo e lo strozzerei senza tante cerimonie; purtroppo per me è già morto e non godrei questa soddisfazione.
    «Tu sei un uomo che non ha mai avuto una coscienza. Il povero Pietro da Morrone era un semplice e pio eremita che si è visto eleggere papa perché a te occorreva un uomo cuscinetto da porre sul trono di Pietro, quel tanto che bastava per riuscire a corrompere i cardinali per la tua elezione. Una volta certo che avresti ottenuto i voti necessari, hai condotto il mite Celestino al rifiuto e ti sei insediato sul trono con fasto e pompa magna.»
    Sogghigna divertito e incrocia le braccia sul petto, fissandomi con condiscendenza.
    «Era così che si faceva.» commenta lapidario.
    «No, non era così che si faceva.» replico indignata. «La bramosia di potere ti ha indotto a far rinchiudere Celestino nel tuo castello a Fumone, per timore che il popolo e i baroni, scoperta la pasta di cui eri fatto, reclamassero il ritorno del sant'uomo. Tu dici di non aver ucciso nessuno, ma lasciare che il frate morisse di stenti in prigione a me sembra un omicidio studiato nei minimi particolari.»
    «È morto e basta. Che colpa ne ho io?»
    Stizzita per la sua totale indifferenza, continuo:
    «Eri un giurista eccellente, tra i migliori del tuo tempo e hai stilato un rifiuto magistrale che hai portato a far firmare a Celestino: ammetto la tua bravura ed è proprio questa tua destrezza che mi porta a credere che hai fatto sì che la colpa della sua morte non ricadesse su di te. Ne eri all'altezza.» gli riconosco.
    Un gruppo di turisti si avvicina a noi, interrompendoci momentaneamente e quando ci passa davanti, mi rendo conto che continuo a vedere il mio interlocutore anche attraverso i loro corpi. E mi rendo conto altresì che ha piegato le labbra in un ghigno beffardo, come a volermi turlupinare.
    «Vedi, mia cara virago,» mormora accarezzandosi distrattamente il pallio, «il mondo si divide in due categorie, che tu lo voglia accettare o meno: coloro che contano e coloro che non contano nulla. Purtroppo per te, io ho fatto parte della prima categoria e sono passato alla Storia. Tu ci passerai alla Storia?» insinua mellifluo.
    Stringo i pugni e serro i denti per trattenermi dall'avventarmi contro di lui e rispondo glaciale:
    «Meglio non passare alla Storia e rimanere un perfetto signor nessuno, che leggere le tue infamie sui libri.»
    «Sei impertinente e indisciplinata! Se potessi ti farei abbassare le piume!»
    «Con i tuoi metodi poco ortodossi che hanno contribuito ad allontanare il papato da Roma? Oh, conosco la storia di quell'ambasciatore al quale hai rifilato un calcio rompendogli il setto nasale solo perché ti girava storto.»
    «Servono anche questi metodi.»
    Rimango un attimo in silenzio, fissando quel papa eretico e bestemmiatore ma che aveva, nonostante tutto, coraggio da vendere. Come quando il messo di Francia -Guglielmo di Nogaret- insieme al capo della potente famiglia Colonna, Sciarra, imbeccati dal re di Francia, assalirono il palazzo pontificio di Anagni, dove si era rifugiato Bonifacio. E qui lo trovarono, abbandonato persino dai suoi servitori, lasciato in balia degli eventi. Gli intimarono di consegnarsi prigioniero se voleva salva la vita e lui, fiero e indomito, rivestito con tutti i paludamenti sacri, aveva alzato il mento gridando con spavalderia:
    "Ecco la mia nuca, ecco la mia testa!".
    «Hai avuto fortuna quando il Nogaret ha bloccato la mano omicida di Sciarra Colonna.» gli rammento.
    Lo vedo aggrottare le sopracciglia e risponde con freddezza:
    «I Colonna non hanno avuto mai buon animo verso i Caetani.»
    «Eravate sempre in guerra per il predominio su Roma. Ma la rivalità ha toccato l'apice proprio contro di te, inviso anche dalle altre potenti famiglie. Persino la tua ti si è in sostanza rivoltata contro, evitando di correre in tuo aiuto quando Sciarra è entrato in Anagni. Gli stessi tuoi concittadini non hanno alzato un dito per salvarti.»
    «Poi lo hanno fatto.»
    «Certo, ma solo perché temevano la scomunica. Neppure Dante è stato clemente con te.» gli ricordo.
    «Dante era solo uno sciocco, che non capiva che il papato era superiore a tutto e a tutti. Tu,» accusa avvicinandosi con sguardo omicida, «cosa puoi sapere della grandezza della Chiesa? Hai forse vissuto in quei tempi oscuri, dove l'eresia rischiava di prendere il sopravvento, dove potere temporale e potere spirituale si scagliavano l'uno contro l'altro per la supremazia e dove ogni papa avrebbe dovuto fare come me per ridonare il primato alla Chiesa di Cristo? Come osi tu, venire ad accusare me, che sono stato papa, mentre tu sei una nullità e che tale rimarrai?»
    Indugio un attimo in silenzio, fissando quel volto iracondo, quel corpo rivestito con paludamenti sacri riccamente ricamati in oro e argento e tempestati di pietre preziose -alla faccia del voto di povertà e di umiltà- e mi rendo conto che il suo è un deliberato tentativo di turbarmi.
    Con tono pacato rispondo:
    «Hai vissuto fuori del tempo. Il medioevo era agli sgoccioli, eppure tu non hai saputo guardare oltre, non hai saputo adeguarti. Hai solo fatto quanto era nelle tue possibilità per mantenere la Chiesa in uno stato di supremazia che ormai non le competeva più. Non hai saputo vedere la nascita delle nazioni e non hai capito quanto effimero era diventato il potere spirituale. Le scomuniche avevano fatto il loro tempo: gli uomini erano più eruditi e non credevano più ciecamente.»
    «Male!» urla rabbioso, gli occhi che mandano scintille. «Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di qualcuno che li guidasse con polso fermo.»
    «E tu ti ritenevi la persona in grado di farlo.» commento mordace.
    Mi fissa con malcelato rancore e posso solo intravedere l'uomo battagliero e gaudente che ha condotto la Chiesa al tracollo, facendo sì che, dopo soli due anni dalla sua morte, il suo successore riparasse in Francia, dando inizio alla cattività avignonese.
    «Tu non hai idea.» sibila scuotendo la testa.
    Sì, probabilmente ha ragione, bisogna esserci stati per valutare; tuttavia io non voglio giudicare, voglio solo sfogare la mia rabbia contro l'uomo che ha lasciato Roma allo sbando, incurante del male che le avrebbe causato nei secoli a venire.
    «Per quanto mi concerne, hai avuto un solo pregio: quello di indire il giubileo. Indipendentemente dalle cause, è stata l'unica tua mossa che ancora oggi sopravvive e che rende a Roma la sua supremazia spirituale. Per il resto, auspico che il Cristo in cui tu non hai mai creduto, ti abbia fatto marcire all'inferno, facendoti espiare le tante e innumerevoli colpe, in primis la morte di Celestino.»
    Sogghigna divertito e si volta, avvicinandosi di nuovo al sepolcro.
    «Tu, per me,» sentenzia sprezzante, «sei nulla di più della semplice polvere che i miei piedi calpestano.»
    Non ribatto, evito la sfida e rimango in silenzio a fissarlo, mentre la sua immagine svanisce lentamente, confondendosi con il sepolcro ed io torno di carne e ossa, di nuovo viva in mezzo alla folla silente dei turisti.

  • 31 ottobre 2012 alle ore 8:00
    Il professore Rega

    Come comincia: La sveglia suonò al primo piano interno 11, alle sei, come sempre, ma il professore Rega non rispose al suo invito ad alzarsi. Aveva sessantacinque anni e quell’anno sarebbe andato in pensione. Insegnava lettere al liceo classico Giacomo Leopardi.
    Se i suoi allievi lo avessero visto a letto, con  i capelli brizzolati  arruffati, la giacca aperta per mancanza di bottoni, le lenzuola lise, le ciabatte esauste e scolorite, non lo avrebbero riconosciuto. Per loro il professore Rega non era un uomo trasandato.
    Alto, lo sguardo grigio verde attento, Rega aveva un aspetto fresco e un buon profumo corteccia e muschio. Quella mattina non si alzò.
    C’era il pranzo con gli allievi del quinto anno quel giorno. Se ne andavano, era già successo con tanti altri. Anche la moglie di Rega se n’era andata, da tre anni ormai. Era morta silenziosamente. L’anno dopo Diego, suo figlio, si era trasferito in Canada.
    Rega quel giorno non si alzò perché era stufo di addii.
    In quella casa era tutto liso, spento. Solo i vestiti erano in bell’ordine nell’armadio e le camicie perfettamente allineate nei cassetti, solo loro sembravano appartenere al presente, merito della lavanderia al civico 100 di quella stessa strada. Tutto il resto sembrava sospeso, proveniente da un tempo indefinitamente lontano.
    Erano le undici quando finalmente il professore si alzò e andò in cucina a prepararsi il caffè. La tazzina sbreccata in mano, si accomodò al computer ma prima oscurò completamente la stanza abbassando la persiana. Si vide per un attimo riflesso nei vetri: <<Come sono invecchiato>> pensò.
    Si collegò ad una chat incontri. Aveva scritto il suo profilo mentendo su tutto. In quel mondo lui era tale Socrate 60, quarantasettenne celibe, bella presenza, sensibile, amante della musica e della buona cucina. Gli scrivevano un sacco di donne. Era avido di quelle presenze e del disprezzo che provava per loro. Si era abituato a quella sensazione agro-dolce, non riusciva più a farne a meno.
    Un rumore all’uscio lo distolse dalla sua conversazione con Regina di Cuori.
    Era il portiere che, come sempre, gli lasciava la busta della spesa attaccata al pomello della porta. Poche cose: pane, latte, affettati. Rega gli lasciava la lista sotto l’uscio. Albino si preoccupava di fargli avere quanto richiesto entro mezzogiorno e se non trovava la lista comprava comunque pane e latte.
    Quel rumore avvertì Rega che era mezzogiorno. Aspettò che il portiere se ne fosse andato per prendere la busta. Non aveva fame.
    Alle quattordici uscì. Albino era chiuso nella sua casetta di portineria, si godeva la pausa pranzo.
    Il portone era vuoto, non lo vide nessuno.
    I pontili deserti erano lustri di acqua e sole. Sembrava un ragazzo Rega con la tuta da ginnastica e lo sguardo disteso dall’aria frizzante di quell’ottobre ora benevolo ora nuvoloso.

    Quando suo figlio Diego era piccolo lo portava a pescare sul molo. Poi era cresciuto ed era successa quella cosa che li aveva allontanati. Quella faccenda dell’omosessualità.
    Rega un figlio omosessuale non se lo aspettava. Niente contro nessuno per carità. Lui era un uomo di cultura, aperto, emancipato. Non come la moglie che quella sera, quando Diego li invitò a cena fuori per comunicargli la notizia, lo guardò con irritato disprezzo.
    Lui a tavola non battè ciglio, anzi, era anche un po’ seccato per tutta quella messinscena: “Vi porto a cena fuori, devo parlarvi di una cosa terribilmente importante”.
    La cena fuori, il ristorante particolare, la reticenza iniziale.
    Che bisogno c’era di tanti misteri, avrebbe potuto dirlo così, dirlo e basta, in un momento qualunque, non so, ma insomma: era gay. Così si diceva. E allora?
    E allora perché si sentiva così contrariato Rega , quella sera, andando a letto?  Non certo per quella faccenda del ristorante e tutto il resto. Diego era così, un po’ cinematografico diciamo, ma in questo non c’era niente per cui contrariarsi, anzi. A lui era sempre piaciuto quel gusto della cornice che il figlio aveva da sempre molto spiccato. Diego ritualizzava e impacchettava con grandi fiocchi tutte le banalità che possono venire in mente. Era così. Così come? Com’era Diego, adesso che ci pensava?
    Fino a quella sera aveva creduto di conoscerlo benissimo:
    Diego, mio figlio.
    E adesso se lo ritrovava gay. Cioè? Baciava gli uomini, si faceva toccare da loro, ci andava a letto, si, in quel senso.
    Ebbe gli incubi quella notte. Aveva delle parole in testa che lo braccavano, volevano esplodergli dentro e lui le ricacciava come mosche fastidiose, come serpenti viscidi, odiosi, che schifo! Ecco. Il primo boato, la prima deflagrazione seguita da tante altre piccole onde d’urto, che schifo che schifo che schifo…
    Si alzò come sempre alle sei. Corse fuori da quella casa subito dopo la doccia, aveva compito in classe, si giustificò, doveva fermarsi a fare delle fotocopie.
    S’incamminò a piedi, si sentiva osservato come se tutti i passanti potessero accorgersi solo guardandolo del suo segreto. Già, il segreto. Ma Diego a chi lo aveva detto? Prima che a loro, prima che a lui? Dio mio, forse era da tempo lo zimbello di tutta la sua famiglia e non lo sapeva. Ecco perché suo fratello Carlo, al matrimonio del figlio, aveva fatto quella battuta su Diego, sui nipoti che non gli avrebbe mai dato. Ma no, che pensava, che c’entrava adesso suo fratello Carlo. Dio mio, Dio mio, sentiva i pensieri guizzargli nel cervello, era tutto accelerato dentro di lui, non riusciva a rallentare, a riprendere il controllo.
    Passavano i giorni e la catastrofe si confermava ai suoi occhi, s’ingrandiva, mostrava risvolti inattesi, pretendeva di riscrivere la storia del suo rapporto con il figlio: quando era successo? Quale episodio? Aveva commesso qualche errore? Quando? Perché?
    Passarono gli anni. Non ci pensò più. Fece una semplice operazione di restringimento: delimitò il perimetro della sua vita, la quantità degli incontri, delle  parole pronunciate, dei pensieri persino.
    Teneva lontano quella cosa tagliandole i ponti di accesso fino a lui. Si lasciò risucchiare dai suoi studi e continuò a vivere come poteva.
    La moglie morì dopo sei anni. Diego un anno dopo si trasferì in Canada. Non lo vedeva da due anni. Non lo sentiva al telefono ormai da mesi.
    Quel temporale lo sorprese mentre guardava le barche ormeggiate. Si avviò con il bavero rialzato, non si trovava molto lontano da casa. La pioggia aumentava d’intensità ad ogni istante, magri rivoli prima, una grandine maligna poi, sferzante, sul suo corpo curvo in corsa. L’acqua veniva giù dal cielo compatta ora: era un enorme cono di luce liquida.
    Rega correva, i pochi passanti correvano, inquieti per quell’inaspettato travaso di acqua dal cielo. Rega correva ma ad un certo punto smise, rallentò, si fermò. L’acqua gli cadeva addosso con la violenza di una diga spezzata, di un argine violato. Piangeva il professore, ora, ma era acqua mescolata ad acqua, non si notava la differenza.
    Arrivò sotto casa bagnato fin dentro l’ultimo anfratto, l’ultima cellula del suo corpo. Tremava.
    Albino stava lottando contro il vento per chiudere il portone quando lo vide: “Professore, professore Rega, ma come, ve ne andate in giro con questo tempo”
    Rega non rispondeva, non sapeva cosa dire.
    La moglie di Albino, la signora Elena, arrivò con un asciugamano  bianco, morbido: “Entrate professore, entrate un momento, ho acceso la stufa “
    Rega si lasciò portare in casa. S’infilò dei panni di Albino mentre fuori la tempesta continuava ad urlare. La luce andava e veniva. Rimase fino ad ora di cena. Cenò con loro. Albino ed Elena erano increduli di avere in casa un ospite così importante, non la smettevano più di affannarsi attorno a lui, che se ne stava lì, tranquillo.
    Tornò a casa tardi. Ebbe voglia di tagliarsi le unghie, da Albino aveva notato che erano troppo lunghe. Ammucchiò le unghie recise sul pavimento, gli sembrarono tanti piccoli cadaveri.
    Si chinò a raccoglierle e notò, abbandonate in un angolo, le sue ciabatte sfondate, gli sembrarono vecchie serve fedeli in attesa di accompagnarlo verso la notte. Le ignorò. La lucina del computer occhieggiava, poco più in là. Immaginò Regina Di Cuori dall’altra parte dello schermo: sorrise.
    Finalmente vide quello che stava cercando. Il telefono.
    Cercò un numero nella rubrica telefonica. Ci volle un po’ di tempo per ottenere la conversazione con l’abbonato, il Canada è pur sempre dall’altra parte del mondo.
    Parlò a lungo con il figlio, gli raccontò del suo naufragio, di Albino ed Elena, del suo ricordo lì sul molo.

    Sul molo, Diego camminava lento, il dondolio delle onde riflesso negli occhi.
    Le barche nel porto di Halifax splendevano; un insolito sole ottobrino illuminava l’aria, senza riuscire a riscaldarle il cuore, già chiuso, nella sua compatta vita trasparente.
    Diego si strinse in quel maglione blu che aveva trovato nell’ingresso, non era suo, forse lo aveva dimenticato Leon, il suo compagno spagnolo.
    Si erano conosciuti a Praga durante una vacanza. Entrambi amavano viaggiare, erano incalliti vagabondi con un’anima da nomadi appena domata dall’educazione al progetto, alla stabilità, fiumi di parole che erano riuscite solo a modellare le cime di quelle loro vite inquiete, visionarie: altre vite, altri mondi, dichiarati inesplorabili o addirittura inesistenti da chi non aveva voglia di avventurarvisi.
    Entrambi ingegneri, si erano dedicati totalmente alla studio e alla diffusione delle energie alternative: pannelli fotovoltaici, pale eoliche. Ogni volta che vedevano un impianto del genere entrare in funzione, provavano una gioia indescrivibile, intima e profonda, condivisibile solo tra anime affini. Si amavano per questo, per lo stesso vecchio motivo per cui due creature si amano, per lo stesso misterioso, insondabile miracolo di affinità e consonanza.
    Erano in Canada da due anno, per lavoro, Halifax ultima sede, amatissima.
    Amavano entrambi quel cielo mutevole, prima una malinconia di nuvole ad incupirne lo sguardo, un attimo dopo l’urlo dell’aria mescolato allo stridio alto dei gabbiani. Poi. Il sole. Morbido velo di luce dentro cui nascondersi e pensare.
    Diego e Leon, un amore, un fiore tra un milione di altri, perfetta struttura di materia e poesia, senza altra ragione che le sue ragioni, senza altra spiegazione che la sua naturale necessità.
    Lo rivide salutarlo dall’anticamera, di primo mattino, mentre lui, assorto, si preparava il caffè.
    - Che pasa Diego?- e scompariva sorridendo dietro la porta di casa..
    - Che pasa Diego?- lo chiese a se stesso. Rabbrividì.
    Quella telefonata lo aveva costretto ad uscire di casa
    Halifax quel giorno era accogliente, gravida di un inverno ormai prossimo ma che, in quel momento, sembrava ancora lontano.
    Passò una nuvola: inattesa.
    Gli venne in mente sua madre, all’improvviso, come un ospite trovato ad attenderlo sui gradini davanti alla porta di casa.
    - Da quanto tempo sei lì mamma?- pensò.
    La rivide. Con la sua borsetta nera delle grandi occasioni, quella con la fibbia di metallo che si chiudeva con un clic ma, se facevi piano piano, non si sentiva. Diego le rubava le caramelle con quel trucco, le sue caramelle al miele per la tosse, quella tosse che se l’era portata via. Definitivamente. Lei era sempre stata un po’ lontana, come una nuvola, come la speranza di una morbidezza troppo incorporea per poterla toccare.
    Quel giorno, Diego se lo ricordava sempre quando ripensava a sua madre, lui aveva dieci anni e stava finendo di sistemare i regali sotto l’albero: era la vigilia di Natale.
    Erano soli in casa. La madre stava apparecchiando, attendevano ospiti: la famiglia del padre, lei era orfana di entrambi i genitori e aveva scarsi rapporti con i suoi numerosi fratelli.
    - Mamma come si chiamava il nonno?- le chiese Diego seguendo qualcuna delle sue insolite aspirazioni.
    - - Mosè- rispose lei brevemente, continuando ad aggiungere dettagli alla tavola ammannita con austero candore. Un’alterigia cupa emanava dai pesanti tendaggi di broccato scuro, dai  candelabri simmetricamente equidistanti, come sentinelle immobili sui bastioni di una lunga credenza bassa , istoriata con piccole architetture concentriche, in ogni angolo e spigolo, infinitamente arrotolate su se stesse, come code di spaventosi serpenti chiusi in un letargo di legno impenetrabile.
    Il lungo tavolo, posto al centro della camera rettangolare, dominava la scena, abbagliato dalla luce vitrea di un lampadario a gocce di cristallo, un enorme sole a spicchi, grappolo di diamanti duri, sospeso, in quell’aria rarefatta da cattedrale abbandonata.
    In un angolo, vicino ad un pianoforte chiuso, a pochi metri da una vetrinetta in cui si intravedevano stoviglie di ceramica , sapientemente decorate, Diego addobbava l’albero che, solenne e silenzioso, gli offriva le sue braccia aperte, sulle quali il bambino disponeva fiocchetti rossi, lentiggini bianche di ovatta, grappoli di palline multicolori.
    - Ti piace mamma?
    - Bello, si, bello- come se avesse detto passami il sale… oggi fa freddo… qualcuno ha bussato alla porta… o qualunque altra cosa.
    - - Com’era nonno Mosè? – chiese Diego all’improvviso
    - - Alto, molto alto-
    - Come quest’albero? E ti faceva volare quando ti prendeva in braccio? Così … - e prese a fare giravolte; imitava un elicottero con le braccia aperte e un rombo di labbra vibranti.
    - - Non mi prendeva in braccio, i padri a quel tempo non prendevano in braccio i figli, specialmente le figlie femmine- spiegò nervosa, affaccendata attorno a quel desco di cui, ogni volta che passava, stirava gli angoli con le mani, una carezza perentoria, senza simpatia o gratitudine.
    - Diego la guardò: - Ma almeno ti raccontava le storie?
    - Non mi raccontava niente, smettila Diego, tu sei figlio unico non puoi capire. Io avevo otto fratelli, forse mio padre non si ricordava nemmeno il mio nome – concluse sottovoce; quella cosa del nome la disse a se stessa ma Diego aveva sentito.
    - Tu menti, i genitori lo sanno come si chiamano i figli perché il nome lo hanno scelto loro e poi papà mi ha raccontato … _
    Il ceffone arrivò fulmineo, generato dal nulla. L’orma sulla guancia del bambino, unica prova del suo passaggio.
    Non lo guardò neanche, lei, se ne andò in cucina, la mano colpevole lungo i fianchi, come l’altra, nessuna differenza.
    Quella sera Diego, dopo la cena sontuosa, i regali sobri ed utili, le inutili bugie per raccontare il motivo, qualche motivo, per la presenza di quell’orma sul suo viso, fu mandato a dormire.
    Sognò nonno Mosè: lo faceva volare come un elicottero e lui rideva talmente tanto che piangeva.

    Si toccò il viso, come se quell’orma fosse ancora lì, appena sotto la peluria ispida della barba: non si era rasato quella mattina.
    Era ritornato sul molo ora, ad Halifax, dove le navi trasudavano la luce di un insolito sole ottobrino.
    Voleva rivedere il padre, al telefono lo aveva sentito vecchio. Uno stanco vecchio arreso.  Sua madre invece non si era mai arresa; Diego provò una profonda pena per lei.
    Gli sembrò che suo padre fosse tornato dopo un lungo solitario viaggio, con quella tenerezza pudica dei vecchi che sembrano chiedere scusa per le loro piccole imperfezioni: i loro corpi un po’ sgualciti, i loro sguardi umidi da randagi. Ebbe di lui una nostalgia tagliente.
    Doveva rivederlo, anzi, vederlo, per la prima volta, da vecchio.

    Leon lo guadava preparare le valigie, a cena non aveva toccato quasi nulla. Diego era calmo ma Leon sentiva quella sua urgenza: doveva assomigliare ad uno spasimo doloroso.
    Avrebbe voluto abbracciarlo, spremere fuori  dal suo corpo un po’ di quella febbre che lo stordiva, rendendolo quasi inconsapevole della sua presenza. Era solo. Erano soli.
    La mattina seguente Leon lo accompagnò con lo sguardo, dalla finestra. Salutandolo,davanti alla porta, gli aveva detto: - La prossima volta verrai con me –
    Partì. Tornava. Anche suo padre era tornato, non era più una maschera di dolore impenetrabile, come lo aveva visto l’ultima volta, aveva telefonato, voleva dire che Diego non era più colpevole, era stato assolto, anzi, prosciolto per non aver commesso il reato, era un uomo libero.
    Aveva sbagliato, suo padre si era sbagliato. Era finita.
    Quando lo rivide davanti alla porta il professore Rega capì: aveva solo avuto paura di perderlo. Si rifugiò, esausto e fragile, nel suo giovane abbraccio.

  • 30 ottobre 2012 alle ore 22:16
    Cinque personaggi per uno scrittore senza talento

    Come comincia: Salve, mi presento sono Bart Stephenson, scrittore che ha avuto un successo inaspettato col suo primo libro e vorrei raccontarvi la mia storia, qui, sul cornicione del dodicesimo piano del palazzo del mio editore e talent scout, John Frugatti.
    Potrei cominciare con "Era una notte buia e tempestosa..." oppure con "Stavo seduto al bar, bevendo il mio caffè quando..." o addirittura con "C'era una volta, un ragazzo che..." ma ho finito i cliché e quello che ho da dirvi è soltanto la verità o buona parte di essa. Ormai avevo tentato tutto: scrivere un musical, un romanzo, un giallo, un noir, una sceneggiatura per un film, la lista della spesa, una raccolta di poesie. Nessuno mi voleva pubblicare. Mi dicevano: "Già letto...", "Questa sembra la fotocopia di Rambo, se vuoi chiamo Stallone per il ruolo principale...", "Questo è interessante!" ma era rivolto alla lista della spesa. I personaggi nelle mie storie erano scontati e di conseguenza lo erano anche le storie. Non riuscivo a creare il carattere giusto per farli emergere.
    Ad esempio il soldato T.D. Smitherson era un reduce, unico sopravvissuto del suo battaglione, che voleva semplicemente tornarsene a casa finita la guerra e invece ne iniziava una nuova appena entrato nella sua contea.
    L'investigatore Dalten era sempre occupato a combattere il suo alcolismo e a risolvere intricati delitti senza risparmiarsi, soprattutto col whisky.
    Martin de Chaque era un cuoco pasticcione nato in un piccolo paesino della Francia che voleva diventare il più grande chef di Parigi e veniva aiutato da chi? Un gatto parlante.
    Nemmeno la storia di Ricky De La Santè diceva un granché agli editori, la vita di un fashion designer omosessuale, col sogno di lavorare per una grande casa di moda a New York con la fissa per gli accostamenti tra colore di smalto per unghie e vestitini per barboncini.
    Così stremato dal mio ennesimo giro a vuoto per cercare di vendere le mie scartoffie, tornai a casa, strascicando i piedi. Una volta dentro ho fatto quasi un infarto. Cinque figure mi stavano aspettando. Uno atletico, in divisa mimetica, stava controllando il suo mitra. Un altro barcollando stava rovistando tra i cassetti e di tanto in tanto beveva da una borraccia di metallo che nascondeva nel cappotto. Il terzo uno smilzo col ciuffo viola e gli occhiali asimmetrici stava selezionando i miei vestiti, buttando sul letto quelli che andavano bene e lanciando per terra quelli che andavano male. Sfortunatamente si era salvata solo una camicia hawaiana. Quello corpulento stava armeggiando con l'apriscatole per tentare d'aprire una scatoletta ma notata la data di scadenza rinunciò. Mi venne incontro l'ultimo strano ospite. Il gatto si era fermato davanti a me e mi fissava con i suoi occhi arancioni: - "Noi e te, miao, dobbiamo parlare seriamente su come ci stai trattando nelle schifezze che stai scrivendo. Miao, se dobbiamo continuare a lavorare insieme segui le nostre istruzioni e non te ne pentirai, miaooo". Sono svenuto.
    I personaggi davanti a me si lamentavano di come li facessi vivere. Così ogni sera a turno si mettevano al mio fianco alla scrivania e mi raccontavano quello che volevano fare. Mi limitavo solo a battere al computer per loro.
    Il cuoco e il gatto cucinavano cenette da gran ristorante, ovviamente annaffiate dalle scelte enologiche dell'investigatore che chiese perciò di passare da "alcolizzato" a "intenditore di vini". Lo stilista un po' alticcio una sera fece una proposta al gruppo: - "Perché non ci scambiamo i generi? Vorrei tanto provare un'avventura in mimetica come Tiddy..." Tiddy ovvero T.D. si mise a ridere fragorosamente: - "Te non dureresti una pagina immerso nel fango di una jungla attorniato dai Viet-cong... cosa faresti, li graffi tutti a morte?!". Dalten stappando un'altra bottiglia intervenne: - "Perché no? Potrei farmi un giro nei ristoranti di Martin evitare per un po' gli omicidi, prendermi una pausa...". Dominic, il gatto, come si era fatto ribattezzare si stiracchiò: - "Vorrei anch'io, miao cambiare genere, se ti va li risolvo io due o tre casi di omicidio al posto tuo, miaooo". T.D. colpendo coi pugni sul tavolo: -"Volete venirmi a dire che magari io dovrei andare a coordinare cappellini e scarpette per le modelle di New York? Finalmente vedrò un pò di passera, ci sto!" e Martin spegnendo il gas concluse "... e se Dominic ha bisogno di un assistente per le indagini sono pronto, mi sembra sia la ricetta giusta per ravvivarci!". Ero alla loro totale mercé e più scrivevo per loro e più sparivano i miei pensieri. La vera catastrofe avvenne quando consegnai per sbaglio il plico con le storie strampalate a Frugatti. Temevo di venire deriso fino alla morte e invece l'editore cascato dalla sua poltrona in pelle ha cominciato a chiamare un numero dopo l'altro e a faxare parti dei racconti ai manager della casa editrice e nel giro di due settimane il libro era su tutti gli scaffali e tradotto in più lingue. Persino un film era in progetto presso una famosa casa cinematografica. 
    Dovrei essere contento no?! Finalmente fama e gloria. Purtroppo mi hanno chiesto un seguito al libro, con gli stessi personaggi.  Non voglio mentire ai lettori, le storie non sono create da me e per questo mi trovo qua, sul cornicione deciso a scrivere la fine della mia storia, ma a modo mio.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 18:05
    Eco e Narciso o dell'amore fatuo

    Come comincia: Narcis fue molto bellissimo.
    Uno giorno avvenne ch’elli si posava
    sopra una bella fontana.
    Isguardando ne l’acqua
    vidde l’ombra sua,
    che era molto bellissima.
    Il Novellino

    Narciso era un giovane leggiadro, bello, biondo, occhi azzurri, ma dotato di una grande ingenuità. Viveva, da quando era nato, tra alte montagne innevate e verdeggianti valli, senza mai allontanarsi da quei luoghi. Ogni giorno portava a pascolare le pecore e si beava suonando il flauto, il cui suono melodioso riecheggiava tra le cime di quei monti aguzzi. Le pecore pascolavano contente al suono della magnifica musica, che veniva fuori dal piffero del loro affezionato padrone. All’approssimarsi di Espero, Narciso portava le pecore all’ovile. Insieme al padre Cefiso le contava usando un bastone di legno in cui c’erano tanti intarsi quanti erano le pecore: ad ogni pecora che solcava l’uscio del recinto corrispondeva un intarsio, per controllare che, durante il ritorno, non se ne fosse persa qualcuna. Quando nasceva un agnello, il padre faceva un nuovo intarsio sul bastone, mentre gli faceva un segno trasversale come per annullarlo quando una pecora moriva. Non appena tutte le pecore erano entrate nell’ovile, Narciso iniziava la mungitura delle mammelle rese turgide e piene dal pascolo quotidiano, e il latte ottenuto serviva per produrre sia il formaggio che la ricotta usati come alimenti. Una volta l’anno, padre e figlio tosavano i provvidenziali animali dal candido vello, e subito dopo il padre andava a vendere la lana ottenuta al mercato nel villaggio alle pendici di quelle maestose e solitarie montagne. Era felice Narciso di quello che faceva, non conosceva altro, non conosceva il mondo esterno, non aveva visto altre persone al di fuori dei suoi cari. Ogni mattina, all’avanzare dell’aurora, al canto del gallo, si alzava Narciso e dopo aver fatto colazione con il latte preparato dall’amorevole madre Liriope, donna bellissima dalle sembianze di una ninfa, aiutato dal suo cane, ritornava tra i freschi pascoli verdi a far rifocillare i provvidi e generosi ovini. Era nato e vissuto sempre là in quei maestosi luoghi sconosciuti alla moltitudine della gente.
    Un bellissimo giorno di primavera, uno dei tanti, mentre stava sdraiato, con gli occhi chiusi sulla fresca erba, immerso tra i variopinti fiorellini che davano al prato sfumature di vari colori che si mescolavano in modo indefinito ma fantastico, e suonava il flauto per rendere più gioioso il ruminare dell’erba da parte delle pecore, Narciso sentì un fruscio d’erba, un calpestio incerto che si faceva sempre più vicino. Alzò di scatto la testa aprendo, nel frattempo, gli occhi. Vide, tra le rocce che sporgevano tra la verde erba, dinnanzi a sé, seminascosta, insicura, incerta sul da farsi, una fanciulla dai capelli dorati che lunghissimi le cascavano, come una rapida d’acqua, per la schiena fin sotto le ginocchia. Il volto era seminascosto da altri capelli che le cadevano davanti agli occhi e le coprivano tutto il viso. La fanciulla, con procedere incerto, avendo preso coraggio, si avvicinò a Narciso, alzò delicatamente un braccio, e con la mano si spostò dal viso una ciocca di capelli, osservò con stupore il ragazzo che, a sua volta, per la meraviglia era rimasto con il flauto sospeso tra le labbra, senza fiato. La giovine, bella, resa ancor più bella da una bellissima collana di grossi opali di colore azzurro, rosso, giallo, latteo, che le inghirlandava il collo, parlò, dopo un attimo, con voce incerta: - È da tanto tempo che mi allieto nel sentire il suono melodioso del tuo flauto, le cui note arrivano dall’altra parte della vallata, là di fronte, su quel pianoro, dove c’è quella casa sormontata da quel bel pennacchio di fumo. Ho preso l’abitudine, ogni giorno, quando mi sveglio, di sentir l’armonico concento che proviene da qui; esso mi trasmette un immensa serenità, mi dà grande gioia e mi trasferisce un senso di benessere in tutto il corpo. Rimango assopita per tutto il tempo, sdraiata sull’erba del prato di casa mia. Nei giorni in cui piove, invece, non potendo ascoltare la tua dolce musica, la tristezza mi attanaglia per tutto il tempo.
    Narciso, meravigliato per l’inconsueto complimento, si tolse il flauto dalle labbra e rimase attonito con la bocca aperta. Non aveva visto fino allora una persona così bella, non aveva mai sentito una voce così delicata e non aveva mai ascoltato tanti apprezzamenti nei suoi confronti. Un brivido leggero si insinuò improvvisamente in tutto il suo corpo. Quasi estasiato e con la voce tremula, allora, chiese: - Chi sei tu, graziosa fanciulla che vieni da queste parti? Come ti chiami?
    - Io mi chiamo Eco. Sono figlia di Aria e di Terra! E tu? – Rispose la ragazza senza un attimo d’esitazione.
    - Che bel nome hai! Io sono Narciso, mio padre e mia madre mi chiamano così -, replicò prontamente il ragazzo, rimasto stupito della novità.
    - Porto a pascolare le pecore qui perché l’erba è buona, nutriente e sempreverde, e ricresce in pochissimo tempo, mi metto a suonare per passare il tempo e, per la verità, mi piace molto farlo -, aggiunse ancora Narciso.
    - Anche il tuo nome è bello! Ti dispiace se, quando posso, vengo ad ascoltare la tua dolce musica? – Chiese timidamente la fanciulla.
    - Puoi venire quando vuoi, a me può procurare soltanto piacere la tua visita e la tua presenza! - Rispose soddisfatto il giovane pastore.
    Eco, avendo esaudito la sua voglia di curiosità, approssimandosi la sera, salutò e andò via. Narciso, per la contentezza, incominciò improvvisamente, senza motivo alcuno, a saltellare, a girandolare, a fare capitomboli sul prato; sembrava un ossesso. Forse era diventato matto d’amore, si era innamorato di Eco inconsapevolmente, o forse era contento perché il suono del suo flauto piaceva a quella bella ragazza, oppure perché per la prima volta aveva ricevuto tutti quegli elogi?
    Passarono tanti giorni, e tanti giorni ancora, e per tanti giorni Narciso si recò con le pecore al pascolo e per altrettanti giorni li riportò all’ovile. Per tanti giorni ancora suonò con il suo flauto più a lungo e con veemenza, ma in tutti quei giorni non vide Eco. Narciso si mise a guardare sul versante opposto della vallata, là dove gli aveva indicato Eco, ma per la lontananza non percepiva le persone e, anche se fosse, non le avrebbe potute distinguere. Fino a quel momento era stato in pace, tranquillo, sereno, felice, Narciso. Dal momento in cui aveva visto per la prima volta Eco il suo animo era stato turbato. Non riusciva più a trovare la pace e la tranquillità che aveva già avuto. Eco gli aveva sconvolto l’animo anche se non lo comprendeva: forse Narciso aveva bisogno che qualcuno ascoltasse la sua dolce musica?
    Finalmente Eco ritornò e a Narciso, non appena i suoi occhi videro la candida ragazza, il cuore gli si aprì, un sollievo grande spazzò via dalla sua mente gli strani pensieri, che aveva avuto nei giorni precedenti. Una forza rigeneratrice lo avviluppò. In quel momento si sentì un altro.
    - Salve, Narciso, come stai? E’ passato tanto tempo da quando ci vedemmo la prima volta! - Disse la fanciulla.
    - Se una volta si avvera un fatto qualsiasi che avevi desiderato con tanto ardore e di cui avevi perso ogni speranza che si avverasse, il tuo animo si rigenera, il tuo cuore si riempie di felicità, la tua mente acquista nuovo vigore. Per questo, il rivederti, è per me fonte di immensa gioia -, disse con grande sollievo Narciso che aggiunse: - adesso che ti vedo, ora che i miei occhi sono allietati dalla tua immagine bella, mi sento rigenerato. Mi sento come rinvigorito. Nei giorni trascorsi, e di questo non so trovarne il motivo, mi sono sentito molto strano, forse depresso, poco tranquillo. Non sono riuscito a riacquistare quella pace e quella serenità che avevo prima di conoscerti, - rispose con un nodo alla gola Narciso.
    - Anch’io, in questo momento che ascolto queste cose che dici, provo le stesse sensazioni di allora. Volevo venire da te, ma purtroppo ho dovuto accudire mia madre che si è molto ammalata. Eccomi qui, di nuovo ad ascoltare la tua musica meravigliosa -, aggiunse Eco, che forse voleva esternare i suoi sentimenti per Narciso, ma non ebbe il coraggio.
    Trascorsero molti giorni felici, assieme su quel prato variopinto i due giovani. Eco ogni giorno andava a trovare Narciso e sdraiata sulla morbida erba trascorreva, beata, momenti felici ad ascoltare, con gli occhi chiusi, le note che uscivano melodiose dal piccolo piffero di Narciso. Narciso suonava ed Eco sognava. E così Eco sognava di trascorrere tutta la sua vita con Narciso, per questo teneva gli occhi chiusi per rendere il godimento ancora più profondo. Si era innamorata pazzamente di lui. Ogni giorno che passava il suo amore per il giovane era sempre più grande. Eros aveva centrato il bersaglio con le sue frecce dorate e, cosa fantastica, l’aveva fatto a suon di musica.
    Non c’era giorno che Narciso suonasse ed Eco non fosse là ad ascoltare le note del suo amore che le riempivano il cuore di felicità.
    Un giorno, mentre Narciso suonava ed Eco ascoltava, un vento fortissimo portò via la beata tranquillità. Una folta coltre di nubi a pecorelle, che non riflettevano però i corpi delle pecore che pascolavano sul prato, ricopriva una parte del cielo. Dopo un po’ di tempo ecco sopraggiungere delle grosse nubi nere folte che ammantarono improvvisamente la volta celeste, il sole scomparve, il giorno divenne notte, il freddo prese il sopravvento, un brutto temporale con lampi e tuoni li colse di sorpresa. Eco, spaventata, salutò Narciso e andò via. Narciso, invece, dovette rimanere a raccogliere le pecore per riportarle di corsa all’ovile. Lungo la strada del ritorno, ormai le nubi si erano diradate ed il cielo era ritornato sereno, l’aria tersa e profumata riacquistò tepore, non più una goccia di pioggia, non più un alito di vento, il sole era ritornato a rischiarare la terra. Il copioso acquazzone, sulla solita strada del ritorno, in una lieve concavità di un prato, aveva formato un piccolo laghetto, dove le pecore si erano fermate da una parte per dissetarsi. Narciso, dalla parte opposta, si specchiò per caso nelle ferme acque di quello stagno provvisorio e vide la sua immagine riflessa. La osservò. La guardò attentamente. Non capiva di cosa si trattasse. Era bellissima, aveva i capelli biondi quella figura che forse era più bella di quella di Eco. Si turbò. In un solo attimo. Il suo cuore incominciò a pulsare con una frequenza maggiore. Lui non comprendeva da cosa derivasse quell’improvviso turbamento. Fissò lo sguardo su quell’immagine, la scrutò attentamente. Un sentimento d’ammirazione forse provò. Narciso, durante quell’estatica contemplazione, mosse il capo, l’immagine si mosse, rimase fermo e l’immagine ritornò immobile. Narciso sorrise e l’immagine sorrise, fece una brutta smorfia e anche l’immagine la fece. Restò meravigliato, attonito, sbalordito, incantato, ma al tempo stesso Narciso provò tanta gioia. Pensò che un uomo vivesse sotto l’acqua così come lui viveva al di fuori. Stette lì ad osservarlo per un po’, ma intanto Espero approssimava la sera, la luce intensa si trasformava lentamente in chiarore sempre meno intenso, le tenebre stavano togliendo il posto alla luce. All’orizzonte, il cielo, inghirlandato da cerulee nuvolette, diventava, passando dal rosso al giallo, rosato, mentre una leggera brezza improvvisamente accarezzava la canuta lana delle pecore sollevandola un po’ e la nascente luna che emetteva luce ancora incerta, con la sua gobba a ponente, stava per iniziare il suo cammino notturno.
    L’ovile era ancora distante e bisognava andare. Narciso dovette abbandonare la visione quasi estatica di quell’arcana immagine misteriosa. Se ne innamorò, forse. Non dormì tutta la notte al pensiero di quello che aveva visto. Era come avvinto da un’ossessione che lo tormentava, lo angosciava insistentemente. Non pensò quella notte ad Eco come aveva fatto le notti precedenti, ma soltanto all’immagine che aveva visto nello stagno. Si era innamorato della sua immagine, ma lui non lo sapeva. Eco, ormai era scomparsa dai suoi pensieri, come se non fosse mai esistita, come se non l’avesse mai conosciuta. Il ricordo di lei si era volatilizzato dalla sua mente come fumo nell’aria. L’ansia di ritornare a rivedere quella sembianza, che viveva nell’acqua, lo attanagliò per tutta la notte. Sperò tanto che la notte trascorresse velocemente. E non appena la notte si fece giorno, Narciso fece uscire, prima che il gallo cantasse, le pecore dall’ovile e si avviò per il solito percorso. Ebbe un’amara sorpresa, Narciso. Quella mattina, il laghetto era una fanghiglia. Ebbe un attimo di smarrimento: si era invaghito di qualcuno che adesso non c’era più, di qualcuno che si era volatilizzato. Se n’andò afflitto, addolorato, depresso ma non raccontò il fatto ad Eco, che quel giorno e nei giorni successivi si accorse che c’era qualcosa di cambiato in Narciso. Era pensieroso, suonava il flauto senza impulso, senza passione, senza sentimento. Non uno sguardo, non un sorriso come le altre volte, sembrava estraniato nei confronti di Eco, che non provava la stessa ebbrezza, la medesima esaltazione d’animo, il piacevole stordimento che aveva sentito nel tempo passato, ascoltando la musica emessa dal piccolo zufolo. Era cessata la relazione empatica che si era instaurata. Eco non ebbe il coraggio di fargli domande, né quel giorno né nei giorni successivi.
    Narciso non era più come prima, la sua ebetaggine lo aveva sedotto completamente.

    Una sera di primavera, al ritorno dal pascolo, mentre Narciso controllava le pecore all’ovile, si accorse che ne mancava una, la più bella, la più produttiva, la più rigogliosa. Il giorno dopo, all’alba, andò a cercarla affannosamente. Corse tanto per la fretta di ritrovarla. Era sudato, avvilito, privo di forze, assetato quando vide, ad un tratto, una fonte, uno specchio d’acqua contornato da bellissimi fiori bianchi che trasferivano un intenso profumo all’aria e che risaltavano ancor di più, come per contrasto, per il color verde del prato. Spogli alberi abbelliti da cerulei fiori adombravano le quiete acque, su cui Narciso si adagiò per dissetarsi e per rilassarsi dopo quella frenetica corsa. Ma come per incanto, ecco che, guardando per forza nell’acqua, rivide la medesima immagine che lo aveva sedotto qualche tempo prima. L’aveva ritrovata. Era andato a cercare la pecora, aveva invece ritrovato la figura perduta. Narciso si muoveva ed anche la sua immagine si muoveva, sorrideva ed anche la sua immagine lo faceva. Così come gli era capitato di vedere nello stagno. Quell’immagine era di una persona che viveva nell’acqua e volle toccarla, volle afferrarla perché se n’era innamorato. Immergendo le mani, l’acqua si agitò e l’immagine si scombinò. Narciso, allora, si mise a piangere per la disperazione perché aveva distrutto quella meravigliosa amata figura. Copiose lagrime bagnarono il suo bel viso, ma fortunatamente l’immagine ritornò, dopo un po’ di ondeggiamento dell’acqua, perfetta come prima. Smise di piangere Narciso e, mentre si asciugava il viso, la contentezza riaffiorò nel suo animo. Immerse le braccia,questa volta, accuratamente e profondamente, per accarezzarla. Voleva abbracciare quella figura, vezzeggiarla, baciarla, amarla, venerarla come aveva fatto con Eco. Ma le sue mani non afferravano niente, non palavano nulla. Sprofondò ancor di più le braccia e per farlo immerse la testa ed una parte del corpo, ma cadde nell’acqua. L’acqua era profonda. Narciso non sapeva nuotare. Si sommosse, si dimenò, ritornò a galla, riaffiorò con la testa, gridò il giovane disperatamente ma inutilmente. Il corpo sprofondò ancora una volta, e questa volta per l’ultima volta. Soltanto delle bolle arrivarono in superficie dileguandosi nell’aria. L’albagia l’aveva avuta vinta.

    Eco, nei giorni seguenti, non vedendo Narciso al solito posto, si preoccupò. A casa non c’era, al pascolo neppure. I genitori non sapevano cosa pensare, anche loro erano preoccupati. Eco allora decise di andarlo a cercare, setacciando valli e monti circostanti, in lungo e largo ansiosamente.
    Aveva perso, nel suo peregrinare, già la speranza. Forse era caduto in qualche profondo burrone o forse si era smarrito, dato che lui era vissuto sempre tra il pascolo e la casa. Casualmente Eco, nell’affannosa ricerca, arrivò alla fonte, in quella funesta fonte e vide, sulle acque quiete, adombrate da rugosi e spogli alberi, e contornate da un tappeto di candidi e profumati fiori bianchi, un corpo di un uomo dalla bionda chioma che galleggiava, fermo immobile, inerme, senza vita. Un dubbio l’assalì. Sudò fredda. Un sospetto la turbò. Il sospetto divenne subito coscienza. Un brivido, e subito dopo un pianto vano la colsero. Gridò piangendo e con un lungo ramo secco che giaceva nei pressi tirò a sé il corpo galleggiante, ormai senza vita, di Narciso. Si tolse, piangendo, la meravigliosa collana di grossi opali che le contornava il collo e la pose attorno a quello di Narciso in segno del suo imperituro amore, ma il corpo di Narciso appesantitosi si adagiò sul fondo del laghetto. Eco aveva voluto adornare il suo amore con quella ghirlanda fatta di pietre e con essa, la fanciulla aveva perduto per sempre anche la visione del suo amato, e con esso aveva perduto definitivamente l’ascolto delle dolci note emesse dal melodioso flauto. Lo aveva amato dal primo momento che l’aveva visto, là sdraiato sull’erba di quell’altipiano, dove portava ogni giorno a pascolare le pecore. Aveva amato la sua musica, aveva amato la sua ingenuità, la sua freschezza d’animo, aveva amato la sua bellezza, l’aveva amato tutto. Piangeva e gridava ormai senza speranza di rivederlo, e mentre gridava fortissimamente, incominciò a correre disperatamente. Correva per fuggire da quell’incubo. Correva per fuggire da quel grande dolore. Le sembrava di aver fatto un brutto sogno, e voleva fuggire, correndo, da quel brutto sogno che, purtroppo sogno non era. Gridando e piangendo, corse per quelle valli e per quei monti che l’avevano vista felice e contenta, corse per quelle valli e per quei monti che avevano echeggiato la meravigliosa musica di Narciso. Ritornò sull’altipiano dal prato verde fiorito dove aveva incontrato per la prima volta Narciso. Invano. Non riusciva a rasserenarsi. Non la smetteva di piangere né di gridare. Non possedeva la forza di farlo. Gridando per quel forte dolore si consunse. Restò soltanto la sua voce tra l’aria e la terra, tra quei monti e quelle verdi valli e il cielo azzurro, definitivamente.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 11:01
    La matta

    Come comincia: Glauco e Riccardo

    Arrivarono il giorno dopo di buon’ora.
    A quell’uomo tutti i pacchi sparsi sul pavimento fecero una strana impressione: gli sembrarono treni deragliati i cui vagoni, divelti da qualche brutale forza sconosciuta, nascondevano chissà quali inenarrabili resti. Si addentrò nel labirinto scomposto di custodie di cartone abbottonatissime, nelle loro sciarpe integrali di scotch: pudori incomprensibili di carta gommata. Sospirò, erano troppe. Venne a salvarlo l’armata Brancaleone della Ditta Traslochi. Gli sembrarono uomini primitivi con le carcasse delle loro enormi prede gettate sulle spalle. Non capiva niente di quello che a gran voce non la smettevano di urlarsi: grugniti, urla di guerra, fischi forse di segnalazione, per l’avvistamento di pericoli o di prede succulente.
    Un milanese a Salerno, via Porto 106, nel giorno del suo trasloco. Era un uomo piuttosto magro, alto, che riusciva a portare con una disinvoltura ammirevole quel nome che lo sovrastava come un enorme cappello: Glauco, omaggio della mamma a Glauco Mari e alla sua delirante passione giovanile per il teatro.
    Nel pomeriggio del giorno dopo aveva già appeso l’ultimo abito. L’efficienza milanese imparata e il gusto minimalista naturale del suo carattere, avevano avuto rapidamente ragione del caos primigenio del giorno prima. Le sue due stanzette più servizi erano sistemate: camera da letto, studio, accessori. Lineare e sufficiente per realizzare la sua missione in quel luogo.
    Lo squillo del cellulare lo sorprese:
    “Allora, ti sei sistemato?”
    “Si, tu a che ora arrivi?”
    “Domani mattina, 10\10.30”
    “D’accordo.”
    “Stai bene?”
    “Credo di si. Tu?”
    “Sto bene, sto bene.  A domani allora.”
    “Ti aspetto.”

    Riccardo era il giorno, Glauco la notte, Riccardo il proscenio, Glauco le quinte, Riccardo il fuori, Glauco il dentro di quelle loro vite simbiotiche. Il fatto che fossero fratelli e gemelli era un dettaglio che da solo non poteva spiegare tanto leale attaccamento. Era stato qualcos’altro ad instillare nelle loro anime quel sentimento da commilitoni in trincea.
    Lo squillo del cellulare lo irritò, stava guardando il mare ora, non aveva mai avuto un orizzonte di acqua e scaglie di luce, aveva vissuto sempre a Milano a differenza del suo fratello vagabondo.
    “Ciao nonna, come stai?”
    “Sono un po’ preoccupata per voi”
    “Sto bene nonna non ti preoccupare”
    “Il nonno parte stasera, arriverà domattina”
    “Anche Riccardo”
    “Quando andrete lì?”
    “Domani”
    “Fammi sapere, poi.”
    “Si nonna, d’accordo. Ti bacio, ciao.”
    Tornò al suo nuovo orizzonte, come a riprendere un dialogo interrotto, come in attesa di qualche rivelazione. Si ricordò del motivo per cui era lì.
    Sua madre era matta. Così gli gridavano a scuola quand’era piccolo:  Tu sei matto, come tua madre. Matto! Matto!
    Riccardo li prendeva a calci e pugni. Lui niente, rimaneva muto, piangeva solo quando Riccardo le prendeva e lui non sapeva aiutarlo.
    Il padre era morto giovanissimo, Glauco se lo ricordava appena, come una parola di un’altra lingua, poco usata, sempre un po’ estranea.
    La madre matta era ricca. Ricca e matta.
    Tanto matta da svegliarli nel cuore della notte e trascinarli fino all’alba per strada, per sfuggire a chissà quale spettrale creazione della sua mente. Tanto matta da lavarli di continuo, da buttare via il cibo cucinato dalla governante o le buste della spesa se per caso sfioravano il pavimento. Tanto matta. Da convincerli a non raccontare niente delle loro vite: erano vittime di un complotto, i loro nemici volevano dividerli, portargli via la loro bella casa e per fare questo non avrebbero esitato ad ucciderli. Tanto matta.
    La realtà per lei era un mondo abitato da forme gelatinose, pronte alla minima pressione a cambiare forma e a rivelare le maschere grottesche dell’orrore, del disfacimento delle loro umane sembianze.
    Avevano otto anni Glauco e Riccardo quando la madre fu ricoverata perchè urlava qualcosa per strada. Non la videro più.
    Furono estratti dalle sue viscere un’altra volta ma vennero al mondo senza la fiducia. Erano stati addestrati a vivere in un mondo di ombre, di agguati, di nemici invisibili e potenti. Vissero con i nonni, consacratisi al compito di rimetterli al mondo.
    Qualche giorno prima il nonno aveva convocato lui e il fratello e all’improvviso la madre era ritornata nelle loro vite.
    Glauco guardava il mare ora e le parole del nonno gli tornavano alla mente come quelle scaglie di luce sull’acqua, una pioggerella di luci sparse:

    Adesso
    Salerno
    risposata

    vive

    Curata
    sconsigliavano
    i medici
    d’accordo

    Adesso
    vostra madre

    una casa

    Prendiamo
    pensateci

    una vacanza

    Qualche mese
    vedervi
    chiesto
    vostra madre

    Adesso.

    Le gocce cadevano senza rumore nella sua mente, nemmeno un tonfo, nessuna resistenza, Glauco era diventato mare ora e i suoi pensieri piccoli rilievi di onde.
    Dormì poco quella notte. Disteso sul suo lettino nuovo, accanto a quello vuoto del fratello, permise al passato di rientrare in scena. Si presentarono i suoi ricordi ma gli sembrò di assistere a delle prove generali: non si capiva il senso dell’opera rappresentata. La sua, le loro vite, erano precipitate nell’inesistente di una follia, non c’era una  lingua, un tempo, un’immagine, per poterlo raccontare. C’era solo un grumo che si dipanava e riattorcigliava a comando nella sua mente, senza perdere mai la sua densità oscura, completamente incapace di una rivelazione chiarificatrice.
    Esausto, si riaddormentò.

    Riccardo era pallido ma guidava, chiacchierava, fumava, raccontava le sue ultime mirabolanti imprese sentimentali: tutto assieme. Glauco si lasciava invadere dalla vivace presenza del fratello, completamente sedotto dai suoi gesti e dalle sue parole infilate una dietro l’altra con la disinvolta svagatezza di sempre.
    Arrivarono, infine.
    Nel vialetto antistante la villetta videro parcheggiata l’auto del nonno, era già lì.
    Glauco e Riccardo scesero dall’auto, camminavano vicini, lentamente, le mani in tasca, in silenzio.
    Erano attesi. Li accolse un uomo di media statura, bruno, con un sorriso incerto, come di chi non conosce le usanze per quell’evento. D’altra parte i due giovani uomini che si ritrovò davanti non lo incoraggiarono a continuare nella sua cordiale condotta. D’altra parte era la prima volta che quell’uomo vedeva i figli di sua moglie.
    Lei era in piedi, nell’atrio subito dopo la porta, i capelli scuri raccolti a crocchia, due piccole perle bianche ai lobi, lo sguardo liquido come reso umido dal vento, il naso dritto e sottile alla fine del quale si aprivano due piccole fosse che s’intuivano morbide al tatto, e più giù, la bocca, serrata, come un uccello con le ali raccolte. In attesa.
    Furono lasciati soli.

    Glauco parlò per primo mentre Riccardo, pallidissimo, guardava lui e la madre con una intermittenza quasi perfetta, sincronizzata sulla sua voglia di scappare e di rimanere.
    Glauco era dietro di lui, quasi coperto alla visuale dal corpo robusto del fratello.
    - Ciao mamma come stai?
    - Ciao Glauco – le si spezzò la voce sull’ultima sillaba.
    Null’altro, per un tempo incalcolabile.
    - Ci sediamo?
    Riccardo lo disse così, fuori tempo, fuori da quell’onda gigantesca che continuava ad infrangersi e spaccarsi dentro di loro.
    Fuori tempo. Ricccardo deragliò istintivamente le loro vite dal passato al presente, da un tempo sospeso, irreale, ad un tempo reale, lì, ora.
    - Sediamoci – disse la donna, e il tempo riaprì gli occhi.
    C’era un vento bizzoso fuori, entrava a onde dalla finestra aperta, attorcigliava l’aria facendola fischiare dolcemente, mentre si scioglieva giocando, intorno ai volti assorti, nella piccola peluria morbida delle braccia, nelle fessure delle mani piegate sul tavolo, chiuse, come a voler trattenere qualcosa.
    La donna cominciò a raccontare, aveva uno sguardo inerme e forte, Glauco avrebbe voluto abbracciarla, a tratti gli sembrava di riconoscerla, di ricordarsi qualcosa di quegli occhi, di quelle mani, si smarriva nella dolcezza di quella indagine, sussultava quando ritrovava su quel volto frammenti del suo, di Riccardo, del nonno, indizi che comparivano e scomparivano come ombre, lasciandolo con un desiderio sempre più vivo, quasi disperato, di toccare quella donna, di stringerla, per impedire che si dissolvesse all’improvviso.
    Riccardo ascoltava la madre ma spesso distoglieva lo sguardo per guardare Glauco, aveva negli occhi lo stesso furore di quand’erano bambini e lui difendeva il fratello dagli insulti dei compagni. Avrebbe voluto abbracciarlo, gli apparteneva dolorosamente, in quel momento più che mai perché sentiva, oscuramente, che quella donna se li stava riprendendo e per farlo, lui da padre doveva tornare figlio, ma non era pronto, non voleva, non lo aveva previsto.
    - Per noi sei un’estranea, lo capisci vero? Ci vorrà del tempo per fare non so cosa, in futuro intendo, per quanto riguarda il passato, è passato, appunto, inutile rivangare, non credi?
    Lo disse tutto d’un fiato: l’ultima disperata resistenza, se ne accorse mentre lo diceva e gli occhi gli si riempirono di lacrime di rabbia.
    - Riccardo – lei non lo aveva ancora chiamato, fino ad allora.
    - - Riccardo – suonò come un nome ma più lungo di un lungo discorso.
    Lo rimise al mondo così, chiamandolo, e lui smise di resistere.
    Il vento si era placato, la luce era di nuovo un velo liscio che avvolgeva tutto nella sua luminosa trasparenza.

    Il nonno li accompagnò alla loro auto, non si erano voluti fermare per il pranzo, volevano rimanere soli.
    Non dissero niente di speciale per salutarsi, affidarono tutte le loro emozioni ai gesti, agli sguardi, allo stringersi furtivo delle mani.
    Tornarono a casa. Albino li guardò attraversare l’atrio, le mani affondate nelle tasche, un pensiero bizzarro gli attraversò la mente: quelli erano i suoi figli, ormai grandi, laureati, professionisti, vivevano al nord dove si erano impiegati a condizioni più vantaggiose che se fossero rimasti lì, con lui, con loro. Nipotini e matrimoni neanche a parlarne, giovani moderni, in carriera, si sa, ma insomma, già avere avuto due ragazzi così belli, alti poi, lui ed Elena non lo erano poi tanto, e così affettuosi, educati …
    Come richiamati dal ronzio dei suoi pensieri i due uomini si girarono e tornarono indietro, sembrava proprio che si dirigessero verso di lui, che strano, non poteva essere che avevano sentito i suoi pensieri, no, che idea …
    - Chiedo scusa, vorremmo comprare del pesce, ci indicherebbe una …
    - C’è una pescheria proprio qui all’angolo, cosa vi occorre?
    - Quest’odore di mare ci ha fatto venire voglia di mangiar cozze
    - Ve le vado a prendere e ve le porto io, il pescivendolo è amico mio, state tranquilli
    Glauco e Riccardo non avevano mai sentito dire niente del genere al portiere di un palazzo, non sapevano cosa rispondere. Sorrisero, annuendo, nel timore di offendere tanta inattesa gentilezza.
    Quando ricomparve, davanti alla porta della loro casa, Albino era trionfante, la busta trasparente piena di cozze di un nero acceso in una mano, e nell’altra, una busta con dei limoni e un barattolo di pepe precipitato sul fondo: Albino aveva pensato a tutto.
    Lo fecero accomodare, chiesero quanto dovevano e senza accorgersene, finirono a chiacchierare di impepate, limoni, pepe, sistemi di pulitura e cottura.
    La cucina si animò di odori salmastri, di caldi effluvi graffiati dalla freschezza aspra del limone, dall’anima scura e profonda del pepe; sparsi ovunque, chicchi neri neri, gusci scuri, lustri d’acqua e luce, spicchi di limone di un giallo esploso gocciolante.
    Riccardo fumava appoggiato alla ringhiera del balconcino della cucina, guardava il fratello, non lo aveva mai visto così a suo agio, morbido nei gesti, completamente invaso dalla cerimoniosa presenza di quell’uomo: come si chiamava? Albino, si, gli sembrava si fosse presentato così, quella mattina al suo arrivo, gli aveva dato il benvenuto in quello stabile. Che tipo. Sembravano in confidenza lui e il fratello di solito così schivo. Ebbe voglia di partecipare anche lui a quell’intimità, voleva lasciarsi andare, voleva diventare acqua, sentì di nuovo arrivare le lacrime agli occhi. Si girò, verso il mare. Piangeva. Si sentiva solo, monco, derubato, tradito.
    - Riccardo vieni, è pronto
    Rientrò. Congedarono Albino che non ne volle sapere di restare, Elena lo stata aspettando.
    SI misero a tavola, lì, di fronte al mare. Riccardo sembrava un po’ più piccolo con quegli occhi rossi e senza più quella furia abituale nello sguardo. Glauco sembrava un po’ più grande mentre giocava a fare il padrone di casa.
    - Hai pianto
    - E’ il pepe
    - La cipolla fa piangere, il pepe fa starnutire- Risero.
    - Che pensi?
    - Niente Glauco, sono stanco
    - Me l’aspettavo più vecchia
    - Vorrei dormire un po’, ho viaggiato tutta la notte
    - Ti assomiglia, hai visto quanto ti assomiglia?
    - A ‘mpepata e cozze… mangia Glauco, a Milano te la sogni una roba così e poi lì non c’è Albino che te la va a comprare
    - Che brava persona
    - Un po’ buffo, che vi dicevate a parlare così fitto fitto come due innamorati?
    - Ma smettila… gli ho chiesto se aveva figli, ha detto no, non sono venuti…
    - Sono venuti, eccoli qua: i figli di Albino, da Milano con amore!- Risero fino alle lacrime.
    - Però quell’omino mi piace, è buono, sarebbe stato un bravo padre. Facciamo il caffè?
    - Sei diventato un salernitano perfetto: a ‘mpepata e cozze e ‘o caffè
    - Mi piace stare qui, non voglio partire subito, tu?
    - Parto domani
    - Voglio andarla a trovare, non le abbiamo portato niente, è stato tutto così veloce. Vieni anche tu, poi te ne torni a casa
    - No Glauco, non me la sento, voglio tornare a Milano, ho da lavorare
    - Promettimi che tornerai, che andremo assieme a trovarla, vorrei vederti sereno, lì, con lei
    - Mi fa una tale rabbia tutto questo … perché?
    - Forse hai paura, sei troppo abituato a fare a calci e pugni con il resto del mondo, dai fatti amare … - e lo abbracciò per farlo ridere. Lui se ne scappò sul balcone, a fumare.
    - Tu le vuoi già bene?
    - Credo di non avere mai smesso di volergliene, è un fatto naturale
    - Io no, perché?
    - Non lo so, ci devo pensare – lo vide così: appoggiato alla ringhiera, fumava, lo sguardo smarrito che guardava chissà cosa.
    - Riccardo … - si girò, aveva un abisso nero negli occhi.
    - Il caffè ... - riuscì a dire.
    Albino raccontò tutto ad Elena, tranne le sue fantasie paterne.
    Elena qualcosa intuì. Dopo pranzo, mentre il marito sonnecchiava davanti al televisore, gli disse a bassa voce: - Io ti sposerei altre mille volte, figli o non figli, altre mille volte.
    Riccardo e il nonno partirono il giorno dopo. Glauco rimase, gli piaceva quella casetta vicino al mare, vagheggiava d’acquistarla. Avrebbe pensato il nonno a sostituirlo al lavoro, era il suo capo. Riccardo tornò ai sui progetti umanitari: destinazione Bruxelles, poi chissà.
    Glauco andava spesso a trovare quella donna, sua madre, e quando tornava a casa, scriveva lettere.
    Caro Riccardo,
    è tardi ma le luci del porto prorogano all’infinito l’illusione che la notte sia remota. Sono qui, slegato da tutto quanto fino a ieri mi sembrava indispensabile: lavoro, amici, amore. Sono qui, attaccato alla vita con un unico ormeggio, una fune rimasta nascosta tra le altre in tutti questi anni, creduta smarrita per sempre e adesso unico attracco, unico sentiero capace di ricondurmi a casa. Sono sereno.
    Bonifico questo pezzo del mio cuore con nuovi ricordi, mi lascio attraversare dall’amore di questa donna ritrovata, miracolosamente, alla fine di una irreparabile tempesta.
    E tu? No, non parlare se non puoi, non mi rassicurare, non mi nutrire più della tua forza. Io sono al sicuro, in pace con me stesso, grazie a te che mi hai accompagnato fin qui.
    Adesso ho capito perché provi tanta rabbia, hai dovuto indurirti per lasciare a me la tenerezza, la fiducia che è come una pelle morbida e porosa, attraverso la quale la vita si insinua dentro di noi. Tu sei stato il mio argine, hai evitato che il fiume in piena di queste nostre vite complicate mi travolgesse.
    Adesso che ci ripenso, ti rivedo, sempre un passo davanti a me a verificare la sicurezza di tutti gli innumerevoli sentieri, città, storie, persone che ci è toccato percorrere. Adesso che ci ripenso, io non ho mai avuto paura, tu si, adesso lo so. Grazie.
    Guardami: sono un uomo, sento questa vita scorrermi dentro senza impedimenti né barriere, sono libero, di amare, cioè di perdonare.
    Sono la tua vittoria, il tuo omaggio alla vita, come la dedica incisa sulla prima pagina di un libro bellissimo.
    Ti restituisco i tuoi pensieri, la tua forza, il tuo amore disperato, prendili. E prendi pure la mia gratitudine, il mio amore profondo, la mia gioia di essere in questa vita con te. Non siamo più soli. Non sei più solo.
    Abbi cura di te. Ti aspetto. Ti aspettiamo.
    Con infinito affetto. Glauco

  • 28 ottobre 2012 alle ore 7:36
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 27 ottobre 2012 alle ore 19:34
    Cioccolata, biscotti.... ed una sedia vuota!

    Come comincia: Lei uscì sbattendo la porta.
    La situazione era veramente diventata insostenibile.
    C’era troppo angoscioso silenzio che si alternava a litigi senza fine. Loro due non avevano proprio più nulla da dirsi ed era insopportabile.
    La richiesta di lui di mettere la parola fine era fin troppo chiara e non c'era più spazio per provare a recuperare un'amicizia, per quanto bella ed importante fosse stata.
    A volte tra amici succede. In certe circostanze le discussioni diventano anche terapeutiche per certi versi, ma loro due erano andati oltre: avevano permesso ai malintesi di avere la meglio e, soprattutto, troppi estranei avevano ficcanasato nel loro rapporto.
    A lei appartiene lottare, anche per le cose apparentemente meno importanti, perché è consapevole che nei rapporti, di qualsiasi tipo essi siano, si debba sempre dare il massimo.
    Lei, però, è anche una che non sa fermarsi per prendere tempo e respirare: parte come un treno e dice cose che spesso non pensa ed in cui neppure si riconosce.
    Ma è proprio quella la sua peculiarità caratteriale di spicco: non sempre ha voglia di dare spiegazioni a persone che dovrebbero conoscerla e fidarsi di lei.

    Non sempre le va di giustificare i suoi comportamenti, anche se si rende conto che spesso ce ne sarebbe bisogno.
    Lei dopo, sempre dopo, riconosce che una buona dose di umiltà, quella si, gli è sempre mancata, poi si ripromette di ricominciare il giorno dopo, esattamente nello stesso modo in cui si affronta una dieta.
    Questo è il refrain della sua vita: quante  persone davvero importanti ha perso? Orgoglio? Probabilmente, anche se la sua maledetta insicurezza le ha sempre condizionato la vita.
    Ora è in strada già da un po' e poco le interessa di come i passanti la guardano visto che sta piangendo come una bambina.
    Non si è mai vergognata delle lacrime.
    Per lei sono un’estensione dell’anima: il veicolo trasparente all'interno del quale viaggiano momenti belli e momenti brutti ed è il modo in cui un essere umano si ripulisce dai residui anche se, a cinquant'anni suonati, il tutto può apparire come il segno di un'incapacità a vivere le emozioni con il giusto equilibrio.
    Quanto vorrebbe essere diversa, lasciare che la sua vita prenda una piega differente, e concedersi il lusso di scusare e perdonare le persone che ama, ma soprattutto se stessa.
    Fa freddo e piove, ma non ha voglia di tornare a casa perché sarebbe costretta a spiegare quello che sta succedendo ed in questo momento è proprio l'ultima cosa che sente di poter fare.
    Decide di entrare in una caffetteria per prendersi una cioccolata calda con la speranza di togliersi quel freddo che le è penetrato fin dentro le ossa.
    Dopo pochi minuti una tazza fumante è sul tavolino e intorno ad essa ci sono quattro biscotti e la sua tremenda solitudine.
    E' meno di mezz'ora che si è chiusa la porta alle spalle e se ne è già pentita.
    Poteva fare diversamente?
    Era così che doveva andare?
    Gli manca da morire.
    Osserva distrattamente il cameriere che chiude dietro a sé la porta della cucina.
    Anche lei, quel giorno, ha chiuso una porta ma, forse, quella del cuore ancora no.
    Ed è un tavolino con una tazza di cioccolata calda, quattro biscotti intorno e una sedia vuota, quello che rimane di quella sua giornata.
    Lei sta tornando sui suoi passi e lo sta facendo di corsa.... pur sapendo che è un errore, però è inevitabile considerando i pensieri che le affollano la mente e la malinconia che la sta lentamente sovrastando... già i pensieri... riuscire a fermare la testa, almeno per un momento, un istante prezioso in cui guardare le cose con obiettività e riconoscere quella realtà che le è ben chiara da sempre!!!
    Ha capito che solo con lui è felice e non si sente sola!!

  • 27 ottobre 2012 alle ore 9:19
    Una ricerca su Facebook

    Come comincia: Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
    Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
    L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
    “ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
    Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
    Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

  • 26 ottobre 2012 alle ore 8:17
    Click

    Come comincia: Click! Vi capita mai di intuire che siete finiti dentro un quadro, che vi rimarrà in mente per tutta la vita? A me, sì, e sento anche questo avvertimento sonoro, quasi un click di una vecchia macchina fotografica. In realtà, in quel momento, elettroni impazziti scolpiscono DNA, in maniera irreversibile, in qualche cellula, sparsa nella mia memoria. Subito vi viene apposto un cartello: Indelebile. E lo ritrovo, per tutta la vita, questo quadro, con le sensazioni più fini, i particolari più sorprendenti. La visione appare e ricompare nel mio quotidiano, senza coerenza con i momenti che sto vivendo. E’ una specie di balsamo sulle mie ferite, un guizzo di endorfine, spruzzate sul mio cervello. Una beatitudine improvvisa, che avevo ben previsto, nello stesso momento che accadeva.
    -“Click! Ricorda questo momento.”- Mi rivolgo alla mia compagna. Lo dico, anche a me stesso. Click! Il quadro è fermo, ricuperato per sempre. Isola di Giava,un sobborgo. Notte. Si rientra da uno spettacolo di danze giavanesi; il suono della musica bambù, la varietà delle note degli xilofoni, trilli di campanelli e vibrazioni di piatti di ottone, aromi di balsami bruciati. I costumi dei suonatori, fuggiti da fiabe. Le movenze sensuali delle ballerine, il loro trucco accentuato, il guizzare degli occhi, le mani, unghie che paiono lame, il mio stupore fanciullesco. Ho osservato i loro piccoli piedi, nel contatto con le tavole. Sono sicuro che levitavano. All’uscita dal teatro, pensavo di non ritrovare il padrone del nostro risciò, tra tanti. Ma eccolo che mi fa segno. Sventola uno sporco asciugamano con cui si deterge il sudore. All’andata mi aveva impietosito il suo ansimare nel pedalare, su per la salita. Stavo per scendere.-“ Usiamo il loro brodo per curarci l’asma”- mi spiega, per prendere fiato. Enormi pipistrelli,quasi raffigurazioni bibliche di diavoli, sono in vendita, lungo i marciapiedi, appesi ad uncini, per le ali, ad una ringhiera. Non mi accerto se siano ancora vivi. Ho appena ripreso posto sul precario mezzo, è subito caos. Siamo una cinquantina di risciò, ammassati in poco spazio, ad un quadrivio, ai bordi della foresta. Prigionieri in un incastro non districabile. Qualche lanterna alle finestre di case, malmesse. Il resto è notte. Un vento freddo scende dalla collina ed entra tra i vestiti leggeri. Il suono dei campanelli delle biciclette diventa un unico trillo assordante. Sorrisi di dentature bianche, occhi, imprecazioni, risate sguaiate. Siamo fermi in un vortice di un tempo immobile. La luna, immensa, sulla destra, esce, tra palme scure, ed illumina la scena.
    -“ Click! Ricorda questo momento”-

  • 25 ottobre 2012 alle ore 12:12
    La nuvoletta blu

    Come comincia: Non svegliatemi perché ho molto sonno….
    -vieni corri presto…guarda il cielo…le nuvole
    -te l’ho detto 1000 volte…quando dormo mi piacerebbe non venir svegliato se proprio non va a fuoco la casa
    -Dai dai fratè muoviti…esci…vieni a prua…guarda le nuvole sono blu
    - piano piano…a piccoli passi…non posso mica uscire in mutande
    -Guarda le nuvole sorridono
    -Aspetta  mi sto vestendo
    - sei un lumacone
    -Ps pssss
    -Chi è?
    …se io son ancora sottocoperta chi la sta chiamando
    -Psss…ehi….
    -Chi mi chiama??
    -Sono io …sono nuvoletta…guarda in alto
    -Una nuvola blu parlante…
    -Arrivo arrivo…eccomi
    -Buongiorno signor capitano sono nuvoletta
    -Buongiorno
    -Ehi ma cosa rispondi a una nuvola
    -Sono educato io
    -Allora ricapitoliamo… in cielo ci sono nuovole col sorriso…qui, sulla barca c’è una nuvoletta giovane che parla…tu sei ancora addormentato…ma allora io sono impazzita
    -Può essere
    La nuvoletta intanto si è seduta e tira fuori dal suo interno un libricino tutto sgualcito
    -Che fai??
    -Voglio leggervi una cosa
    -Che non sia molto lunga perché non ho ancora fatto colazione…ed oggi ho un discerto languorino
    -No non è lunga…ma verso dove ci stiamo dirigendo??
    -Verso il parco di Yellowstone….
    -Ahhh dall’orso yoghi….
    -Bene allora inizio a leggere…e intanto si naviga
    -C’era una volta in un paese lontano
    -Ehi …che ci stai prendendo in giro…che ci leggi le fiabe per bambini
    -Dai stai zitto lascia fare
    -…dicevo c’era una volta in un paese lontano una ragazza di nome Stella…aveva le trecce bionde e gli occhi verdi…la sua pelle era sempre bianca come il latte, anzi come le nuvole…..un giorno mentre andava a scuola, molto pensierosa incontrò un cane, molto trasandato, che le confidò di avere poteri magici…e che avrebbe potuto esaudire ogni suo desiderio se solo lei si fosse presa cura di lui
    Stella accetto…prese il cane a casa sua, lo lavò e gli diede da mangiare…dopo qualche mese durante una fredda giornata invernale le venne voglia di giocare con lui e di chiedergli di esaudire un desiderio…quello di volare in giro per il mondo….magicabula …e di colpo stella si ritrovò sospesa a centinaia di metri d’altezza con la possibiilità di venir trasportata dal vento….”ehi, lassù”, disse il cane…”forse ho esagerato….guarda che sei diventata una…..” ma non si accorse che stella non lo sentiva….era diventata una nuvola blu…ma per tutti era nuvoletta…per gli uccelli…per gli aerei…per le cime dei monti….per tutto ciò che sfiora il cielo….per tutto ciò che si può incontrare a quelle altezze…..
    -Signora nuvoletta si sta facendo buio….
    -Vai avanti…abbiamo le torce…stai zitto
    -…..il cane piangeva ogni giorno…era stato lui a far sparire la sua padroncina…stella invece era felice…anche se aveva tanta voglia di rivedere i suoi genitori e anche il cagnolino…ci voleva un incantesimo…una serie di coincidenze…come quelle che l’avevano trasformata lo scorso inverno ad opera del cane magico…..nuvoletta in realtà era una bella ragazzina e così per rompere la magia ci voleva l’aiuto di qualcuno che nella realtà non sia ciò che si vede ad occhio nudo….
    -Non è chiaro… che facciamo
    -È chiarissimo….allora adesso interrompo e prendo il comando…nuvoletta ora ritornerai stella
    -Come fai a dirlo?
    -Ne sono più che convinto
    -Perché
    -Perché hai detto che ci vuole qualcuno che nella realtà non sia ciò che si vede ad occhio nudo….
    -Non capisco
    -Cosa vedi davanti a te
    -Un uomo
    -Appunto…ma non è così in realtà sono un bambino
    -sicuro…..E io sono una tigre….vedo che vuoi prendermi in giro
    -Ti prego nuvoletta ascolta mio fratello….lui nell’animo è bambino…ed anch’io lo sono…possiamo aiutarti davvero
    -E allora…e allora proviamo subito….le regole sono queste….chiudete gli occhi…e lo farò anch’io…conteremo fino a sei e poi se funziona vi abbraccerò…..
    -1…2..3..4..5….e 6…..aprite gli occhi…avanti aprite gli occhi…daiiiii
    -dai apri gli occhi…dai… …sveglia….
    -Ma…ma…. …nuvoletta… cane…incantesimo…che dormita
    - ehi, ma il tempo si sta guastando…si sta avvicinado un temporale…è meglio che ci avviciniamo alla costa….
    - stella…l’incantesimo
    -Fratello, hai sognato…come sempre….non solo ad occhi aperti….ma anche ad occhi chiusi
    - ….guarda…un libretto tutto rovinato…. …guarda il titolo
    -…..Una nuvoletta nel cielo stellato

  • 25 ottobre 2012 alle ore 12:11
    Le pietre dei desideri

    Come comincia: Due desideri a disposizione…scade il 4 agosto, benone…non credo ci saranno problemi…credo che ci divertiremo…
    sballottati dalle onde ora che abbiamo visto l’isola che non c’è, siamo in grado di affrontare qualsiasi tempesta…qualsiasi uragano….e poi abbiamo le 2 pietre dei desideri….
    decidiamo che fino al 4 agosto saremo per mare…vediamo che succede…perché è impossibile che passino 24 ore senza avventure…figuriamoci 4 giorni…
    Ci avventuriamo verso l’Africa…vogliamo provare a circumnavigarla…chissà….magari incontriamo qualche sorpresa…però sarà vietato scendere…al massimo un tuffo in acqua…ok ? si d’accordo. Mia sorella si butta da sola….però stavolta sta scherzando…passano i minuti e non risale…allora prendo le bombole…la maschera e le pinne…senza agitazione…ma con una certa fretta…..e mi butto non resta altro che andarla a cercare…con un boccaglio in più…avrà sicuro bisogno di respirare
    mi trovo a pochi metri di profondità…e noto vicino alle rocce un ingresso segreto….lo attraverso…e…
    una sala enorme dove tutti ballano…esseri umani…sub…e pesci…si avete capito bene…pesci ballerini…danze scatenate….fra di loro anche mia sorella…altro che ballerina provetta…è proprio una star…al centro del palco…tutti attorno che ritmicamente battono le mani (i pesci battono le pinne)….è proprio brava…ed ora parte il duetto col pesce spada…saturday night fever anche se oggi è venerdì…
    Mi avvicino al dj…scusi signor polipo…così non vale…lei ha tutti sti tentacoli…uno per mixare…uno per cambiare i dischi…uno per reggere il microfono…e uno per dissetarsi…insomma ai miei tempi alla consolle c’erano solo dj…normali…
    -che stai a dire?
    -fratello buttati dai….sei o non sei un ballerino?
    eppure il pensiero di esser sott’acqua, con la barca tutta sola lassù non mi dava pace…non riuscivo a tenere il ritmo…dopo varie prove ci rinuncio….avevo come un presentimento…e vado a vedere la barca…non vorrei…
    -lascia stare…è appena andato capitan uncino a controllareeeeee.
    -come hai detto??
    -ops….pensi anche tu quello che penso io?
    Di corsa e via …nuotando a tempo di record risaliamo…giusto in tempo per beccare l’uncino malefico con i suoi pirati a far razzie nella nostra barca…prontamente restando in mare e senza farci vedere lancio una delle due pietre in aria e grido forte
    - tuffi con doppi avvitamenti dalla barcaaaaa…
    uno spettacolo divertentissimo…i pirati sembrano tanti pupazzetti che continuamente vengono lanciati dalla barca dentro e fuori dall’acqua fino allo sfinimento…poi calma piatta….i pirati ritornano nei fondali marini con la coda fra le gambe e capitan uncino pure…dimenticando però il suo uncino a bordo…souvenir…
    è notte fonda siamo al 3 di agosto…inizia una nuova settimana…allo scoccare delle 3 mi sveglio e vado a prendere un po’ d’aria fuori dalla mia camera…la luna è alta nel cielo…le stelle cadenti sono a decine…tutto intorno il mare è calmo…sento solo una musica magica, ipnotizzante…sembra il canto di una sirena…mi sporgo un po’ troppo per vederla e splash…eccomi a mollo…
    -ma che fai…il bagno a quest’ora….
    -ho visto una sirena
    -Della polizia?
    -Non scherzare…dico davvero
    -Non vedo nulla
    -Miei cavi eccomi sono qui
    -ci mancava la sirena con la evve moscia….ti conviene ributtarti a mare…
    -In vealtà sono qui per suo fvatello
    -Ecco una sirena che mi cercava
    -L’unica sirena che può cercarti è quella del manicomio
    -Questo fanciullo mi piace…posso povtavlo via con me
    -Cara la mia sirena …puoi fare ciò che vuoi…
    -…ma  sei impazzito…vedi una sirena e non capisci più niente
    -No, non è così…lui è vittima del mio incantesimo…ah ah ah
    -Chi sei…quella voce la conosco…
    -Si si bvava…anzi brava…hai quasi indovinato
    -E la errem oscia
    - …stavolta ci penso io…questo è capitan uncino travestito da sirena
    -Ebbene si…hai azzeccato
    La lotta inizia…e si fa piuttosto furibonda…mia sorella è tosta…ma anche il capitano…
    -Ridatemi il mio uncino
    -Ah sei tornato per quello
    -Non solo
    -Poi vi ruberò la barca e vi darò in pasto ai pescecani
    Con un abile mossa mia sorella si ritrova intrappolata…ed io sono sempre più stordito…ma riesco a lanciare l’ultima pietra dei desideri a mia sorella...che la prende al volo con i denti e subito la lancia in aria….e grida
    -Capitan sirena…ora volerai…e non atterrerai mai….
    Una magia improvvisa solleva il malcapitato…e lo tiene a mezz’aria…tra urla (sue) e risate (nostre)
    -aiutatemi vi prego…
    -mi dispiace signor pirata
    -si ci dispiace molto
    -ma questo era l’ultimo desiderio a disposizione…non si preoccupi….lassù l’aria è più fresca
    mia sorella se ne va un attimo….e ritorna con l’uncino souvenir dimenticato qualche giorno prima dal capitano
    -dove sei andata
    -ecco qua…da oggi il capitano ha di nuovo il suo uncino…
    -potrà adoperarlo per appendere prosciutti…

  • 24 ottobre 2012 alle ore 23:20
    La mano

    Come comincia: Eri solo una mano, stamane. Una mano, che, a notte, forse aveva accarezzato un'amore, una mano, che all'alba aveva preparato un caffè, una mano, che aveva salutato un volto caro, ignara dell'addio. Eri solo una mano, stamane, eppure ti ho subito riconosciuta: “ Oggi esercitazione: evidenziare i muscoli flessori della mano”. Ricordo l'odore della sala anatomica, il talco dei guanti, le risa nostre per sopravvivere. Eri solo una mano, che sembrava aver abbandonato il corpo, coperto da un lenzuolo, buttato lì, sulla strada, frettolosamente, non per pietà, ma per orrore della morte. Il traffico impazzito era un boato di motori fermi, di clacson e di sirene. Sembrava che si fosse fermata la città. Tutto questo per una mano, che nonostante il suo colore giallo pallido, sembrava voler chiedere scusa di essere stata travolta, a pochi metri dalle strisce pedonali, creando il nostro disagio.
    -” Ma che è stato?”-
    -” Ce sta 'nu muorto”-
    -” 'O cazz..?”-

  • 22 ottobre 2012 alle ore 0:23
    I mille oceani

    Come comincia: Appollaiati su una panchina, lui con la birra in una mano e la sigaretta rinsecchita nell’altra, lei timidamente seduta a gambe strette che lo guarda. E’ bello, pensa, come sembrano tutte le cose cattive, quelle che fanno male. Il suo sguardo allora scappa lontano, alla ricerca di una tana sicura. Che sembra non esserci, non esistere, è solo un rifugio fatto d’una materia molto più labile della carta.
    Fatto d’aria.
    E proprio quando giunge alla disarmante certezza della totale sottomissione a cui quegli occhi verdi la costringono, lui quegli occhi glieli punta addosso. E’ una frazione di secondo, ma lei li sente pungere. Il silenzio confortante nel quale si è rinchiusa, la sua bolla di calma, viene spazzato via come il terriccio ai piedi della panca, smosso dal vento.

    - Lo amavi?

    Sì, sì che lo amava. Chissà perché vorrebbe urlarglielo in faccia. Quel poco di pudore che le resta, tuttavia, la trattiene dal farlo. Nei suoi pochi anni ha visto quel poco che basta ad affermare senza dubbio che svendere il dolore all’umanità è una cosa del tutto inutile; l’unico frutto che offre è una silente umiliazione atroce da tollerare. Del resto, a che scopo condire con le lacrime una verità già triste di per sé? Lei ha amato un uomo - un uomo? - capace di plagiarla al punto tale da spingerla verso l’annientamento, che le diceva di bruciarsi la pelle per materializzare il dolore. Che quando lei le aveva mostrato i compiti a casa in un bagno della scuola aveva riso, aveva goduto, perché poteva finalmente essere sicuro di averla fra le mani e di poterne fare uso.
    Poi, non contento abbastanza, l’aveva tradita con ben tre donne. E se n’era andato.
    Il brutto? E’ che lei l’aveva amato, una sensazione immensa ed avvolgente come un odore restio a dissolversi.
    Può esserci qualcosa di peggiore? Sì: raccontarlo. Ammettere di fronte al tribunale mondiale la sua più grave colpa, l’errore che non s’è mai perdonata. Tribunale mondiale: che esagerazione. Alla fine, non è altro che un ragazzo quello che ha di fronte, uno che ha sbagliato tante volte, così tante che a volte lo immagina insonne, nel suo letto, mentre si rigira fra le immagini convulse di un passato ostinato a ripresentarsi alla sua porta senza chiedere permesso. Lo vede, con i capelli castani raggruppati assieme dal sudore, che pigia la ventesima sigaretta ridotta al filtro nel posacenere strapieno, fissando il soffitto con la speranza cieca di trovare un particolare, anche una piccola crepa, in grado di donare un senso a quella tonnellata di merda che tiene in groppa da 25 anni.
    Pensa a lui mentre è con lui, cerca di ricordarselo quando ce l’ha davanti, e sente che non v’è nulla di più straordinario.
    Sente che c’è qualcosa, un’indefinibile scossa di vita, per cui vale la pena sopportare la pena che l’aspetta, il giudizio silenzioso della corte. Può abbassare la guardia, anche se per poco, e dire Sì, l’ho amato molto … Purtroppo o per fortuna, ma m’è servito.
    La giuria sbuffa il fumo in fuori, la giuria ha raggiunto il verdetto. Per una volta, lei di quel verdetto non ha alcuna paura.

    - E quell’altro … Quello che ti picchiava. Quello l’amavi?
    A quanto pare i giurati non sono soddisfatti: puntano su un altro capo d’accusa, l’ennesimo. Anche quello è un ricordo gravido di nubi e ombre, tenuto nascosto per molto tempo, sebbene all’apparenza lei sia sempre riuscita ad estrarne il veleno, parlandone con tutti, con chiunque. Ma mai riuscendo a spiegarlo veramente.
    Non ha mai saputo far comprendere agli altri l’entità dell’affetto che è stata capace di dare a quell’individuo, l’unico a cui sa che non restituirebbe il saluto nemmeno in punto di morte, semplicemente perché lui - l’altro lui - le ha ripagato tutto l’amore in comode rate da cinque dita. Attorno alla sua gola o dritte in faccia. Forse, per quanto l’ha ignorato dopo l’epilogo, è arrivata ad uccidere ogni tipo di sentimento buono nei suoi confronti. Forse quel sentimento non è mai nato, perché innamorarsi è un po’ come stringere un patto di sangue con un’altra anima per tutta la durata della propria esistenza; e se per l’altro il patto continua ad essere rispettato, per lui ogni goccia di sangue versata è tornata indietro. L’unica morale è che è servita anche questa, una specie di prova, un test.

    - Alla fine ho capito quanto può essere difficile per una mamma volere bene al proprio figlio nonostante i difetti che ha.

    Lui sorride di lato, come se avesse assaggiato qualcosa di andato a male. Fissa il selciato impolverato di terra rossastra, lo centra con il mozzicone accartocciato, si estranea nell’ultimo giro di fuoco della brace. E quando ritorna a guardare lei è come se avesse fatto un incubo e si fosse svegliato appena, sconvolto e distante dal mondo.

    - Io non ti picchierei mai. L’ho fatto tante volte, con tante persone ma … Tu. Non ti picchierei mai.

    La lascia trasalire per tornare a perdersi fra i granelli di polvere; lei, da parte sua, non dice niente. Non v’è una domanda che necessiti risposta, non esiste domanda né fra le righe né altrove. Ci mette un poco ad afferrare, poi afferra, prende, ed a quel punto non avverte più il bisogno di un rifugio dalla realtà, dagli attacchi continui al suo palazzo di vetro; perché è come se stesse già al suo interno, al riparo.
    Quello di lui è stato solo un modo di ricambiare. Segreto al segreto, confessore contro confessore. Fra peccatori si stabilisce un contatto, ed anche se si edifica su un cuore sporco è lecito e, soprattutto, confortante sapere che c’è. E’ invisibile, ma c’è.

    - Grazie.

    È la cosa più naturale che le labbra di lei siano in grado di pronunciare. E lui sobbalza, come lei poco fa, perché proprio questo non l’ha previsto. Perché non ha previsto lei, il sorriso bianco che le si sta spalancando sul viso, le guance rotonde, le iridi nere e lucide come i vecchi vinili di suo padre. Pace all’anima sua. Cosa c’entra ora suo padre, boh, chi lo sa. Il vento non glielo suggerisce, e non appare segno fra i chicchi rossi del terreno che gli indichi il motivo, la molla che è scattata nella sua testa, che va avanti e indietro, e non si ferma, ogni volta che è con lei. Il ghiaccio si sta sciogliendo o è soltanto un’illusione? Eppure si sente così al caldo adesso, e sono bastati una parola ed un paio di grandi occhi scuri dalle ciglia lunghe … Naaa. Sono stronzate, tutte stronzate, c’è troppa carne a cuocere e poco spazio per aggiungerne altra.

    - Di che mi ringrazi … S’è fatto tardi comunque. Ti do uno strappo o vai a piedi? 

    Lei non fiata, e lascia che il sorriso rimpicciolisca fino a sparire. Ha tastato un cambiamento minimo ma reale; un filo elettrico tagliato in due. E’ molto probabile che sia lei la causa, però a che vale pensarci?, lui sta andando via, la pianta in asso, è il crepuscolo e l’alcova resta vuota. Stupida e assorta, si blocca a seguire i suoi movimenti, lui che scavalca la panchina, lui che si fa schioccare il collo mentre sale a bordo, arrogante ed insieme rispettoso.
    La moto si schiarisce la voce e non c’è più tempo: per riflessioni, confessioni, appelli disperati. Lui è ripassato dietro alla sua bacheca di vetro antiproiettile; fiero, intoccabile, guarda l’orizzonte e lei con i medesimi occhi assenti. Ci guarda attraverso.
    Sotto il suo sguardo lei non può che sentirsi debole, esposta. Un’imputata incapace di difendersi.

    - Dai, salta. Non voglio tenerti sulla coscienza.
    E lei non sa se subire passivamente l’attenuazione della pena o provare a chiedere un risarcimento.
    Quando gli si aggancia alla schiena e vi si schiaccia contro, smette di sapere anche il resto. Non sa più niente, solo che l’adrenalina le avvinghia i polmoni e gli odori autunnali le esplodono uno dietro l’altro nelle narici. Ha fiducia, ha coraggio, è convinta di poter rischiare.
    La seduta è momentaneamente sospesa.

  • 21 ottobre 2012 alle ore 19:18
    Le sicule alchimiste

    Come comincia: Roma 15 settembre 2015
    “… Miele era il colore dei nostri corpi addormentati sotto il sole…”
    Caro Sofio, figlio nostro, queste parole aprivano una canzone  romantica della fine degli anni 70 del secolo scorso. Oggi tu vivi a New York contento del tuo ruolo di funzionario alle Nazioni Unite  e questa lettera, che ti scrivo con il placet della mamma,  innanzitutto vuole esprimere la nostra gioia e il nostro orgoglio per te. Sperando che non diventi mai cinico come il figlio dello “zappatore”. Anche perché non ho di certo la stazza e l’età di venirti a schiaffeggiare fra le femmine con la pelliccia e gli uomini “incravattati”come il compianto Mario Merola. Ti ricordi quante risate ti facevi ogni volta che ci vedevamo quel film: la sceneggiata napoletana.  Con questa epistole, scritta a mano, vogliamo raccontarti un periodo della nostra vita, dove il miele è stato nostro compagno di buona sorte.  Quello per me e tua madre fu un periodo fosco, pesante, ma che ci ha formati come persone e come coppia. Tu sei nato da questo nostro grande amore ma anche dalla sofferenza dalla quale siamo passati in quegli anni. Pensiamo sia arrivato il momento per te, che hai superato i trenta, di sapere che i tuoi genitori non sono stati sempre quei quasi perfetti professionisti un po’ bacchettoni che andavano a dormire presto la sera facendo  la preghierina di ringraziamento. Educandoti nel rispetto e nella tolleranza verso gli altri, senza vizi e con molte virtù. Ci ha fatto riflettere quel tuo sfogo nella e-mail di un mese fa dove non ti sentivi degno di noi e avevi paura di deluderci e di non essere come persona alla nostra altezza. Questa tua insicurezza ci ha fatto sentire un po’ carogne nei tuoi confronti perché abbiamo preteso tanto da te e siamo stati sicuramente bravi a darti un esempio buono di coppia genitoriale. Noi siamo orgogliosi di come sta procedendo la tua vita e dato che ti abbiamo insegnato l’onestà e la sincerità, dobbiamo continuare ad essere i primi a mettere a nudo le nostre fragilità e debolezze anche se riguardano oramai un tempo lontano di quasi quarant’anni orsono ma per certi aspetti ce ne vergogniamo e ce ne vergogneremo sempre. Prima di iniziare il racconto di quegli anni ti ringraziamo per la grande lezione di umiltà che ci hai dato. Mettiti seduto e continua a leggere questa lettera quando avrai il tempo e la giusta concentrazione possibilmente da solo. Rileggila se puoi prima di avventarti al telefono o a risponderci via e-mail. Sicuramente tante domande ti verranno in mente e avrai anche il diritto di essere arrabbiato, deluso e d’inveire contro di noi. Forse rimarrai basito e senza parole anche se conoscendoti mi sembrerebbe un tantinello strano.  Siamo coscienti di quello che stiamo per dirti. Abbiamo anche preso in considerazione l’idea di tacere per sempre e di portarci questa nostra parte di vita come un segreto nella tomba.  Ma ci è sembrata ancora più bislacca. Quindi abbiamo deciso di confessare o come si usa di questi tempi fare outing. Bene, non te la voglio tirare per le lunghe anche perché chissà cosa starai cominciando ad immaginare con quella tua mente fervida che tanto ti aiuta nel tuo lavoro ma che a volte ti fa prendere la vita troppo sul serio. Non abbiamo fatto parte dei terroristi, né rossi né neri, anche se il periodo era quello e la cosa più importante è che non abbiamo ucciso nessuno.  Sono sicuro che dopo i tuoi smarrimenti iniziali sarai forse anche contento di avere avuto due genitori così. Soprattutto la tua mamma che mai avresti pensato che poteva avere un passato così trasgressivo vedendola negli anni un’ integerrima professoressa di Italiano. Abbiamo passato gli scorsi  giorni ricordando i fatti di ieri o  sarebbe meglio dire noi strafatti di ieri. Lo sai che mi sono sempre piaciuti i giri di parole ebbene  caro Sofio  hai capito bene.
    Torino in quegli anni era tutta un fermento di novità ma anche di disillusioni. I movimenti post sessantottini, in quei famigerati anni di piombo portarono una ventata di libertà ma nascondevano già i veleni dell’inquinamento e non parlo solo di quello ecologico ma soprattutto quello delle coscienze. Pierù così mi facevo chiamare,Piergiorgio lo odiavo, era un giovane liceale affamato d’affetto e pieno delle incomprensioni familiari. L’unica forma di coraggio ed evasione l’avevo trovata dietro le siepi del parco del Valentino. Mi bucavo per il mancato coraggio di ribellione al sistema e ai soldi di tuo nonno notaio. Caro Sofio, tuo padre, lo stimato ingegnere Pedrazzoli tanto amato dai suoi dipendenti nei suoi anni liceali è stato un drogato. Capellone e drogato uno dei tanti zombie che vagava fra le nebbie putride sprigionate dal Po. La  prima spada me la iniettai a 16 anni, non ero passato dagli spinelli ero andato subito al duro e sottile sapore metallico dell’ago. La vena si gonfiava, pizzicata dall’impotenza di essere un figlio,  la mia volontà si smarriva. In altre parole cercavo la morte. Tua madre la conobbi a scuola come puoi immaginare mi avevano bocciato e mi ritrovai in prima liceo. Nessuno si voleva sedere  con me tutta la scuola sapeva che appartenevo al gruppo dei drogati e non mi avevano sbattuto fuori indovina per chi? E la cosa mi faceva imbestialire ancora di più. Lei ebbe questo coraggio e lo pagò caro almeno nei primi anni di vita insieme. Riuscì a farmi prendere la maturità soccorrendomi tutte le volte che esageravo. A me questo non bastava, allora accettò la mia sadica e perversa sfida di seguirmi, se veramente mi amava, all’inferno dei tossici. Mio padre per dimostrarmi il suo potere m’iscrisse in ingegneria,al Politecnico, per me una facoltà valeva l’altra, e lei invece in lettere e filosofia. Dopo il primo anno di università dove sembrava si fosse aperto un varco di luce con una cura di tre mesi in una clinica svizzera ed essermi dato tre esami ripiombai nell’eroina stavolta senza una ragione apparente. Tua madre, la bellissima Cinzia dagli occhi di fiordaliso cadde anche lei perché per seguire me i suoi l’avevano buttata fuori casa. Per farla breve passammo un anno da reietti della società l’unica nota positiva il nostro legame.  Fra la gente che frequentavamo due morirono di overdose. Cinzia ci andò molto vicino. In quel momento di lucidità capii quanto lei fosse importante per me e dove l’avevo condotta veramente ai confini dell’inferno. Dovevamo scappare da lì. Nelle osterie che frequentavamo facemmo la conoscenza di Pippo, un giovane uomo siciliano, un “picciotto” come amava definirsi,  che era venuto a fare il professore di agraria che ci parlava con orgoglio della bellezza della sua terra. Decantava con passione la necropoli di Pantalica, la valle del fiume Anapo , nascosta tra i paesi di Sortino e Solarino in provincia di Siracusa. Pippo amava quel pezzo ricco di Sicilia. Ci raccontava dei campeggi fatti con gli scout quando era ragazzino, le scorribande, lui solarinese, con gli amici sortinesi, i tuffi pericolosi di Gino il panzone dalle alte rupi gridando come un grido di battaglia: “Cuccumeo, Cuccumeo”. Le notti passate attorno ad un fuoco a bere “u spiritu de Vascitrari”, a guardare le stelle ed indovinare le costellazioni. A cantare e suonare le canzoni di Bob Dylan e dei Doors. I profumi della terra, quel sole sempre caldo e con la sua luce accecante riverberata dalle coste di roccia bianca  mitigato, solo un poco, dalla frescura del fiume e dai salici d’argento. Racconti su racconti, aneddoti di amicizia e goliardia che inebriavano la mente di un calore autentico. Lui narrava, in quelle serate fredde, accompagnato dal barbera, per ammazzare la sua di  nostalgia dentro San Salvario e inconsapevolmente ci fece innamorare di quei posti. Là dove i Siculi ancora prima dei Greci avevano dato esempio di civiltà e saggezza nella cura e protezioni dei luoghi. Nella nostra fantasia vedevamo il mitico capo dei Siculi Ducezio come un grande capo pellerossa con tutta la sua tribù sulle alture dei canyon e i Greci circondati a valle come gli yankee del generale Custer. Decidemmo di partire. Pippo non credeva di essere stato l’artefice della nostra decisione.  Gli spiegammo tutto il nostro malessere. Meravigliato e con gli occhi lucidi ci abbracciò e ci diede un indirizzo di un prete beat, l’unico che in quei posti ci avrebbe capito e aiutato. Adesso ti chiedo di fermarti nella lettura. So che hai fretta di sapere ma ti chiedo di temporeggiare. Smaltisci il fiele che ha reso amara la tua bocca. Guardati le mani per avere un punto fermo per i tuoi occhi che per la nostra vergogna non sanno dove guardare, alzati e vai a bere un bicchiere di acqua ghiacciata tanto lì in America  i frigoriferi sono tutti dotati della “icemachine”. Riprenditi il tuo bel sorriso quello che sfoderi quanto l’hai combinata grossa e stringi nelle mani la fiducia per noi e non lasciarla cadere. Se hai fatto tutto o qualcosa di simile puoi riprendere la lettura altrimenti indugia ancora.  Arrivammo in Sicilia a fine Aprile. Pioveva. Ci presentammo al prete beat fradici di pioggia e di lacrime. Lui ci accolse con un gran bel piatto di spaghetti alla puttanesca ma così intrisi di peperoncino piccante che per un paio d’ore dimenticammo persino di prendere il metadone tanto ci bruciava la bocca. Rimanemmo tre settimane in parrocchia per capire e per spiegare. La domenica mattina dopo la messa delle sei ci avviammo  con lui verso Pantalica. Volevamo vivere lì in mezzo alla natura come due selvaggi, lontani da tutte le etichette e formalità che avevano soffocato la crescita delle nostre anime. Ci scegliemmo una grotta e cominciammo la nostra avventura. Un gruppo di ragazzi che accompagnava il prete ci aiutò a sistemarci donandoci un kit completo da campeggio. Di nostro avevamo solo i sacchi a pelo, una macchina fotografica, rullini in quantità industriale rubati ad uno zio fotografo di tua madre, una torcia a pile qualche libro e pochi indumenti. I primi mesi furono durissimi dovevamo fare il piano di graduale recupero e disassefuazione della sostanza. La consolazione era quel luogo meraviglioso. Un eden. Ogni giorno facevamo una nuova scoperta faunistica sul nel cielo volteggiava come a protezione l’aquila del Bonelli, e in mezzo alle siepi di alloro strisciavano i colubri a caccia di rane, a loro volta cacciati dalle faine. In quei luoghi ameni come da tradizione millenaria tramandata dai siculi i melari lasciavano i loro greggi di api al pascolo. C’erano anche le pecore certo ma a noi colpirono questi uomini che trasportavano quasi quotidianamente le legnose arnie di ferula stagionata. Le mansuete api nere orgoglio ibleo decantate anche da Virgilio compivano il miracolo tanto agognato dagli alchimisti trasformavano il polline del timo e delle altre zagare in oro. Facemmo amicizia. In paese si era sparsa voce di quella coppia di “picciutteddi do nord” che vivevano come i primitivi abitanti delle grotte per uscire fuori dal tunnel della droga. E per ironia della sorte fuor di metafora quella valle era attraversata da gallerie ferroviarie oramai in disuso lascito di una linea ferroviaria con il caratteristico trenino a vapore che univa i vari paesi montani. Nei momenti di crisi di astinenza fu proprio il prodotto principe delle api e i loro derivati che ci salvarono. Noi arrivammo in quella valle denutriti e questi uomini dall’aspetto rude ci portavano ogni giorno miele, propoli e pappa reale ed una pozione dove aggiungevano il succo dell’aloe. Ce li lasciavano,all’alba, dopo un fischio, davanti la grotta. Con questo nutrimento i nostri corpi ma soprattutto le nostre anime ripresero vigore e consistenza. Diventammo parte integrante di quell’area  a tal punto che i melari lasciarono a noi il compito di spostare le arnie. Diventammo pastori bucolici di api. Nell’attesa del loro ronzare laborioso fra le zagare e l’acqua fresca, i nostri giovani corpi si amarono sulle rocce di quel fiume lento e odoroso di origano, rosmarino e menta nepeta. I nostri visi sembravano quelle dei clown tinte dalle succose more. Ti confesso da uomo a uomo che il vigore sessuale di quegli anni forse per l’età o per la quantità di miele ingerita non mi è più tornata. Con tua madre vivevamo felici come in un parnaso. Stillavamo il miele nelle nostre bocche direttamente dai favi e disegnavamo cuori di cera sulla nostra pelle. Ci sentivamo liberi e dignitosi perché il cibo o qualche indumento che ci veniva portato dalla gente non la vivevamo come elemosina ma come baratto per il nostro lavoro di custodi delle api. Furono proprio loro le nostre maestre di vita che ci salvarono. Dall’osservazione e dalla condivisione di uno spazio imparammo cosa fosse il lavoro e il sacrificio, la passione e la dedizione,il riposo del giusto. In altre parole ci insegnarono cosa voleva significare la parola vita, a noi che eravamo stati seguaci della morte. Ti posso assicurare che c’era più vitalità in quella necropoli ferma da secoli che nel continuo movimento di gente all’uscita di una metropolitana. Passammo in questo modo tre anni. Immagina la grande metafora che ci donano le api. Dalla loro fatica creano un nutrimento dolce ma di una dolcezza diversa da quella dello zucchero di canna o di barbabietola che è più istantaneo e superficiale. Il miele lascia la sua dolcezza in profondità. La sua vischiosità ti avvolge. Alla luce del fuoco riflette come oro e rimanda come in un gioco di specchi il calore della fiamma. Ti sembra veramente che vada a nutrire l’anima. Non per niente gli dei greci si nutrivano di ambrosia che era una bevanda a base di miele. La gente ci veniva a trovare. Il prete portava sempre dei nuovi ragazzi per  insegnare loro attraverso il nostro esempio cosa significasse il concetto di essenziale e come si poteva essere felici solo con quello. Arrivavano anche altri ragazzi sbandati come lo eravamo stati noi per emularci ed uscire fuori dalla droga. Con Pippo tornato per le ferie ci facemmo tante serate e ci fu veramente di grande aiuto nel farci capire gli usi e la storia di quella gente. Oggi lo chiameremmo mediatore culturale.
    Ci furono anche momenti difficili. Capitò da quelle parti anche chi ci invitò a bucarci facendoci trovare delle siringhe pronte per l’uso.  Quelli furono episodi spiacevoli che ci confermarono che eravamo cambiati. Ne eravamo fuori. La prova era superata. Ci vennero a trovare pure i nonni vennero insieme e ci riconciliammo con le famiglie d’origine. Ma nel momento di massima felicità cominciò tutto a girare storto.  Prima un invasione di coleotteri nemici giurati delle api, decimarono gli sciami, poi un incendio doloso causato da qualche pastore ignorante ansioso di erba fresca, coinvolse  molte arnie che diventarono dei roghi. Quanta tristezza per noi. Ci sentimmo in colpa per non aver vigilato su di loro. Gli apicoltori manifestavano dei malumori e cominciarono a sostituire le casette di ferule con quelle moderne e più sicure ma che stanziavano di più negli stessi luoghi, sostituendo gli sciami autoctoni con altri importati. L’ape sicula si stressava e mal si adattava a queste “casette prefabbricate”. Io e tua madre avemmo la sensazione che anche la natura ci stesse cacciando. Come Adamo ed Eva senza aver commesso nessun peccato anzi avendo espiato tutti i nostri, fummo messi alla porta da quel paradiso. Con il senno del poi ci rendemmo  conto che fu l’ultimo gesto di benevolenza di quella terra e dei suoi abitanti. Eravamo guariti ed era giusto che affrontassimo  la nostra vita. Con una grande festa d’addio, stavolta in paese,con salsiccia arrostita sulla brace, pane e focacce alle erbe cotte nel forno di pietra e vino nero, ci salutammo promettendo che saremmo ritornati presto. Ebbene caro Sofio, non siamo mai più tornati in quel luogo. Lo facemmo diventare luogo dell’anima. Qualche volta negli anni con tua madre per qualche notizia legata a quei luoghi ne parlavamo, ricordo negli anni 90 si parlò addirittura di un mostro di Pantalica ci furono vari omicidi in quei luoghi dove avevamo costruito il nostro futuro. Se non ci fossero state delle prove tangibili come la cicatrice che ho sulla coscia ricordo di una caduta da un albero di carrubo forse ci saremmo convinti che era stato solo un trip da lsd. Non tornammo neanche a Torino ci fermammo a Roma. Voltammo pagina. Come diceva Lao Tsu “la morte del bruco è una farfalla per il mondo”nel nostro caso un’ape. La nostra dolorosa trasformazione era avvenuta. Quegli anni furono il nostro grande segreto. Il nostro collante di coppia. Tutte le foto ed i ricordi di quel periodo furono messi in un baule e mai più tirati fuori fino alla settimana scorsa. Credimi è stato uno shock riaprirlo. Da quel nostro vaso di Pandora siamo stati travolti da tante emozioni. Vedermi capellone e secco come un asparago selvatico,come quelli che si raccoglievano per farne delle frittate insieme alla ricotta di pecora.  Tua madre  l’immagine della ninfa Aretusa eterea e liquida allo stesso tempo. Poi le foto con i ragazzi di padre beat, dentro la sua 500 celestina. Quella con Jack lo scopritore dei palazzi medievali. Dei vari “zii”  melari alle prese con i bugni di ferule. Delle varie madrine con la frasche di  ulivo per ardere i forni di pietra. Quella suggestiva di Carmelo il suonatore di friscaletto con lo sciame intorno che non lo pungeva anzi sembrava danzare al ritmo della taranta. Molti di questi uomini saranno morti. Chissà se qualcuno dei figli ha continuato la tradizione dei “Vascitrari”. Un’ ultima rivelazione il tuo nome. Sofio è il maschile di Sofia non ti abbiamo chiamato così non solo per amore della sapienza ma anche in onore a  Santa Sofia patrona di quei luoghi e perché molto probabilmente tu fosti concepito nella grotta dove secondo la leggenda abitava la santa. Almeno a noi piacque pensarla in questo modo. Stiamo valutando con tua madre l’ipotesi di ritornarci l’estate prossima,dobbiamo onorare la promessa, se venissi pure tu sarebbe l’apoteosi. Perdonaci se ti abbiamo sconvolto la giornata ma tu sei un uomo di mondo e quindi ti riprenderai e siamo pronti a rispondere a tutte le meravigliose domande che ci farai su quegli anni. L’altro motivo della lettera è di carattere filantro-politico cerca di perorare sempre la salvaguardia della Sicilia ma soprattutto la zona iblea con le sue ricchezze naturali perché  per l’equilibrio della Terra sono importanti come le foreste amazzoniche. Ricorda che le api insegnarono al siculo Ducezio l’arte della vita  e del buon governare. E gli ispirarono la teoria della Synteleia.  Fino a quando ci saranno le api con la dolcezza secreta del miele ci sarà speranza per un mondo di pace.  Einstein amava ripetere: “Se le api scompariranno, all’uomo resteranno solo quattro anni di vita”.
    Salutaci Caroline e dille che siamo contenti di avere una nuora come lei.
    ti abbracciamo
    I tuoi Genitori
    Cinzia e Piero

  • Come comincia: Il 20 dicembre del 2012, alle ore 23 e 56, al mondo sembrava rimanere meno tempo di quanto ne serve per cucinare le panatine Rovagnati.  La fine era certa…
    Anche se nulla faceva presagire una qualche fine a dire il vero!
    Ma tutti sapevano ed erano convinti che questa fine sarebbe avvenuta: l’avevano previsto i Maya.

    Certo era possibile che a un certo punto si fossero semplicemente stancati di contare rendendosi improvvisamente conto che non sarebbero campati così a lungo, ma era decisamente più divertente e commerciale l’idea della fine del mondo e quasi tutti dunque aderirono a questa trovata.
    S’era persino chiesto al vaticano di spostare il natale di qualche giorno perché era davvero un peccato farsi fregare una festa così bella per qualche giorno da una stupida meteora. Persino io, scettico per mia natura, aderii a questa idea della fine del mondo.

    Furono tantissime le associazioni a sorgere nel 2012, ogni mese sorgevano nuovi culti, s’andava a caccia di filosofie da seguire e fu un periodo d’oro per tutte e sette le arti.
    Fu un periodo d'oro soprattutto per il sesso, io per esempio (come tantissimi altri) mi scrissi all’associazione non profit non profil (attico) “ La fine è vicina e tu sei tanto carina” per fare nuove “conoscenze” (di corpi, e non di nomi).

    C’aspettavamo tutti il Caos, il disastro economico e sociale, persone che non avrebbero voluto rispettare più nessuna legge e norma sociale, chissà quali guerre e quali rivolte e conquiste.
    E certo fu un anno di “casino” ma le cose andarono molto meglio di come si pensava, dopotutto la gente non aveva voglia di prendersi troppi dispiaceri vista l’imminente fine dei tempi. O forse le cose andavano male già prima e non ce ne rendevamo veramente conto, forse il caos c'era già!

    L’idea della fine così vicina, anzi, aveva portato molti a riflettere sulle cose importanti, a dedicarsi a ciò che era più importante.
    Si lavorava meno e si spendeva meglio il tempo ed il denaro, c’erano tante feste e orgie ma anche tante cene romantiche e tanto amore.

    Il 2012 fu il ritorno di Luttazzi in TV insieme a Benigni in un programma strepitoso, ed anche il fallimento (che nessuno avrebbe mai previsto) della Durex.
    Fu un nuovo “69” dal punto di vista delle liberalizzazione dei costumi e della seria messa in discussione delle dottrine religiose e delle morali nel mondo intero. 
    Insomma, mai avrei pensato che la fine del mondo sarebbe stata tanto bella prima ancora d’aver luogo!

    Nel 2011 conobbi la donna della mia vita di cui non sapevo nulla, di cui non sapevo nemmeno pronunciare il nome: una cartomante tedesca cinquantaduenne pazza con gli occhi di due colori diversi…
    Non c’era più spazio oramai per l’amore eterno, non nella mia vita almeno, il mondo stava per finire e le rose malgrado tutto costavano ancora care.
    Il mio amore era l’amore che andava di moda, quello divertente, quello che non avresti avuto mai in tutta la tua vita. 
    “Hey tu”, come la chiamavo io, aveva chiaramente visto nelle sue carte che il sole sarebbe esploso, che la terra si sarebbe aperta in due e che la luna scivolando su un detrito spaziale avrebbe inciampato e ci sarebbe finita dritto addosso.

    A me era sembrato di vedere un re di bastoni e un 8 di denari…ma la cartomante era lei e solo lei poteva dire come stavano le cose leggendo le carte siciliane e bevendosi da sola l’intera bottiglia di assenzio.

    Era difficile sapere come le cose sarebbero andate veramente, le teorie erano tantissime ed andavano dalla rivoluzione del moto dei bradipi che accelerando il loro movimento avrebbero spinto il pianeta fuori dal suo asse (rivoluzione molto lenta nella quale la maggior parte speravano perché forse sarebbe arrivata fino al 2013) al ritorno di Cell (sopravvissuto inspiegabilmente a tutte le puntate di Dragonball Z e GT) sulla terra e  senza dimenticare la solita noiosa meteora stile “Armageddon”. 
    Ma poco importava, la fine del mondo era cosa certa e quella sera alle 23 e 56 eravamo tutti riuniti in tutte le città del mondo a festeggiare una festa iniziata quarantotto ore prima con alcool etilico, Nutella e droghe a volontà.
    Fu durante quella notte che tutto avvenne, che davanti ai miei occhi avvenne la fine d’ogni cosa.

    Viaggiando alla velocità di molto ma davvero molto al secondo, una nuvola di polverio stellare di colore rosa allo schioccare della mezza notte avvolse il pianeta ed allora il cielo divenne d’un rosa quasi ridicolo.
    Nel giro di pochi secondi però il rosa iniziò a sbiadire, a sparire, andava cadendo sulle nostre teste sotto forma di strane creature rosee inespressive che per comodità ed assomiglianza a delle patate gommose chiamammo  “Sciutruplongopatatotoialivz”.
    Sembrava una specie di fantastica campagna marketing della Big Babol, eppure non lo era, o forse si ma noi comunque avevamo già deciso che il mondo doveva finire.

    Pochi secondi dopo la loro caduta sul pianeta “Fottiti fottuto alieno” era l’espressione più usata dopo “ Ok” e “scopiamo?” in tutto il mondo. 
    Queste strane creature, o meglio queste strane palle rosa, avevano come caratteristica d’essere immutabili, non si potevano dividere o distruggere o spostare. Poco importa cosa gli si facesse, dopo qualche movimento tipico da gomma da masticare in bocca, ritornavano sempre allo stato iniziale.
    La gente vi si buttava addosso disperata, cercava di fuggire da questi oggetti immobili che avevano invaso il pianeta.

    Fu veramente terribile, non facevano nulla a nessuno, stavano lì ferme senza causare nessun danno, mai visto una cosa tanto atroce in tutta la storia dell’umanità.
    Gli portammo la Bellucci e Platinette, entrambi nude. Il Cavaliere fece le sue solite atroci battute, costringemmo Tiziano Ferro a cantargli “Perdono” in francese per due ora di fila, e le circondammo con degli schermi giganti che trasmettevano di fila tutti i “natale a …” di de Sica. Azioni simili venivano tentate ovunque nel mondo ma nulla funzionava.
    Tinto Brass venne posto a capo dell’unità anticrisi italiana ma nemmeno lui riuscì a trovare il modo di porre rimedio all’immobilità di queste creature la cui presenza era inaccettabile ed insopportabile.

    Perché? Non era una questione di fatti, non davano nessun’ fastidio quelle cose rosa, era una questione di principio!
    Dopo quarantottore di estenuante lotta, oramai privi di idee, di cantanti stonati e di munizioni, eravamo disperati e queste creature iniziarono improvvisamente a mutare!

    Davanti ai nostri occhi levitarono, si sollevarono di poco più d’un metro dal suolo, e poi attorno a loro si materializzò una specie di corpo e cosi il nemico svelò la sua vera diabolica forma: quella di un maialino nero diabolico!

    Si! Proprio così!
    Occhi rossi sanguinosi e nasi porcini, tanto di sorriso, senza braccia  e con le gambe sottili come spaghetti e di colori diversi, questa era la vera forma del mostro, del diavolo spaziale.
    All’improvviso uno di questi iniziò a girare su sé stesso sulla punta delle zampe, come una ballerina di danza classica eccelsa,  e poi tutti gli altri fecero lo stesso.
    Era chiaro ed imminente l’attacco, era evidente che ci volevano tutti morti, e che ci stavano per dare il colpo finale quelle maledette orrende sporche creature porcine ballerine piccoline e insopportabilmente carine!

    Eravamo preparati a mille scenari ma a questo no, così decidemmo, per il bene di tutti, l’attacco nucleare massimo e distruggemmo il pianeta lasciando al suo posto degli antipatici e stressanti maialini neri diabolici sorridenti e ballerini….

  • 20 ottobre 2012 alle ore 20:34
    Dove va a finire il vento

    Come comincia: Gli studi della Zugna-Lo Russo rimasero chiusi per quarantottore.
    Motivazione futile dicevano alcuni, assolutamente legittima per altri.
    Angelo De Ceglie, il loro più promettente scrittore, era scomparso nel nulla.
    Dileguato in qualche regione del Portogallo, viaggio per ritrovare l'ispirazione,
    quel non so che d'illimitato.
    “Richiamate l'albergo, Baro o Bairro Alto..”
    “Abbiamo gia chiamato, ci hanno detto non l'hanno visto”
    “Te se propri un pirla!! Fatti dire a che ora ha lasciato la camera..:!!”
    “Si-si sarà fatto...”

      Ventesima sigaretta per Giovanni Zugna.
      Appostato come una civetta sul davanzale del balcone, non fa che  intimare
      ordini a destra e a manca.
      “Dì all'Eugenio di farmi pulire la macchina...già che sei ricordargli le Muratti...”
    Impensierita più che mai la moglie, Augusta, di solito così solerte con gli amici del
    marito.
      “Non sei in pensiero per Angelo, dì?”
      “Certo che lo sono, ma non tengo sempre un musun de cera..beviamo un fernet, va”
    Il telefono squillò più e più volte, ma nessuno dei coniugi aveva lì per lì il coraggio di
    rispondere.
    “E se fosse tua madre? No-no rispondi te...”
    “Bel marito che ho...Pronto!! Chi parla??!!..”
      Angelica fu invasa da un groppo in gola; qualcuno dall'altro capo del filo stava
    lanciando un SOS, con voce sottilissima e agonizzante.
    “Beh? Alura, parla!!”
    La moglie, sfiancata in viso, cadde a terra preda di uno svenimento.
    Giovanni Zugna non riuscì a sentire il boato che di li a poco avrebbe squassato Praça
    Algarve.

     
      Angelo si era portato con sé i tredici volumi di Asimov, più una manciata di saggi
      firmati da Ajtmatov.
    C'erano tante cose che aveva lasciato nella sua abitazione milanese;
      la foto del padre, la cartolina da Bangkok con i saluti di Ugo Pagliai, la stampa
      del primo raduno degli Scapigliati.
      Ma non aveva di certo rinunciato al suo portapillole d'oro, alla camicia rosella
      di Ascanio Marchesi, né all'ibrido profumo alla nocepesca, l'ultimo regalo “intimo” di Luciano.  Eh si, il Lucianìn.
    Chissà se ha completato il corso per stilista, gli mancava solo un anno; forse a quest'ora è già un pezzo più o meno grosso degli ateliers newyorkesi....

    Sveglia, sveglia che si scende.
    L'aereo è atterrato in orario, sette in punto, precisione più svizzera che portoghese.
      All'aeroporto di Faro lo assale un cruento profumo di tabacco; Angelo soffriva terribilmente di asma e di nausea da fumo.
    Prenotazione in albergo a tre stelle; un decotto alla menta, -era solito farne gran uso- e una dormita di mezz'ora, per ricaricare le pile e far svenire la tensione.
    Tensione per poi cosa...ah si, certo, il romanzo.
    Era stato chiaro l'editore Zugna, quel lunedì di fine maggio;
    “Tocca fare qualcosa di grosso adesso, te la senti?”
    Fin lì Angelo aveva scritto soltanto racconti; piacevoli e anche apprezzati dai circuiti culturali di allora.
    Forse, proprio per questo, lo scrittore De Ceglie doveva cominciare ad osare.
    A far valere la propria scrittura, con qualcosa di finalmente congruo alle aspettative
    createsi attorno.
    SAFAT;  il titolo lo aveva già partorito, l'asse della storia filava anche bene, con quel complesso giro di identità scambiatesi dai personaggi, lungo un misterioso e lamentoso
    cosmo parallelo.
    Ma c'era una voce al capitolo 7, la voce di Martim, che Angelo non aveva ancora curato.

    Il movimento anarchico della Fazenda Unida, aveva uno e un solo scopo; il terrore.
    Scatenarlo non era neanche difficile, il duro era poi darsi continuamente alla fuga.
    A ogni membro veniva affibbiato un nomignolo che inevitabilmente finiva per distinguerlo; Alvaro era soprannominato “O Fungo”, per la sua andatura quantomeno selvatica.  Gabriel, era più conosciuto come “O Melro” per come riusciva a imitare
    il suono del merlo. La ragazza, Jacinta, era  “A Dançarina”, perché era brava a saltare
    i cordoni di guardia della polizia.
    Poi c'era il leader, se vogliamo definirlo cosi.
    Martim Juan do Casada, trentottenne di un sobborgo di Évora, detto “O Cientista”, “lo scienziato” per le sue continue e miraboliche pulsioni  dinamitarde.

    “E' pronta, valla a portare a Jacinta, sbrigati”.
    Aveva fabbricato un congegno a tempo che sarebbe dovuto esplodere in Praça Algarve
    alle diciotto in punto.
    Ora di maggior affluenza turistica, e non solo.
    L'ora in cui di solito passa il sindaco della regione con consorte, avvolta da una costosissima mantella di cervo.
    Si erano mossi tutti per tempo, a bordo di anonimi scooter.
    L'ultimo della fila, O Cientista, sarebbe andato molto più lento degli altri.
    Aveva lo scopo di fare il palo ai tre che si sarebbero diligentemente mossi fino alla gelateria Do Prado, e lì la bomba- accuratamente rinchiusa in una scatola per torte- si sarebbe confusa tra crostate e dolciumi vari.

    “E' una bomba!! …...devo subito sentire qualcuno...”
    Angelo non stava più nella pelle.
    Al quarto giorno di permanenza aveva finalmente dato voce a quell'unico personaggio che troppo lo aveva fatto tribolare.
    E così il suo romanzo stava realmente conoscendo una seconda rampa di lancio.
    Sceso frettolosamente dal Bairro Alto, De Ceglie si diresse verso la prima cabina telefonica, muovendo freneticamente il gettone da 2 centavos.

    “Fate in fretta, sono alla cabina del telefono”, aveva detto Martim ai suoi compari, accendendosi in tutta calma  un sigaro Landul.
    Angelo era arrivato per primo,  stava già digitando il prefisso per l'Italia, per mettersi in contatto col suo editore e dargli la piacevole notizia che tutto filava liscio.
    “Eeei, esci da qui per favore”.
    Angelo non aveva prestato attenzione alle parole de O Cientista, che quindi mutò la richiesta in un atto di violenza.
    “”Ehhh, ma cosa faa..u.. uuuuhhhhff uuhhff, la prego non mi fumi in faccia...””
    Angelo aveva ancora la cornetta in mano, quando improvvisamente gli fu impossibile tenere il fiato per il tanto fumo addensato.
    “...marito che ho.. Pronto!! Chi parla??!!..”
    Riuscì soltanto a gemere, la nausea e il giramento di testa si erano impossessati di lui.
    Non c'era niente da fare, Martim lo scagliò brutalmente sull'asfalto, serrandosi poi dentro la cabina.
    Trenta secondi dopo l'esplosione.
    L'intensa nube tossica che si era sparsa lo aveva inghiottito senza appello.
    Ciao Angelo.

  • 19 ottobre 2012 alle ore 16:27
    Io e la Rossa

    Come comincia: “Lucio, è arrivato il tuo momento! Accensione….metti la prima, e portati lentamente sino al semaforo rosso. Al verde, sei autorizzato a entrare in pista.”. Sto abitando la favolosa, rossa, Ferrari!
    La voce di Marco, l’istruttore, mi giunge attraverso l’auricolare del casco. La vestizione è stata quanto mai accurata. La retina bianca, antifuoco, ha qualcosa di sacro a mettersi, incute timore. Il casco globoso rinnova la mia perenne claustrofobia. Mi sento prigioniero. Il penetrare nell’abitacolo ha messo a dura prova muscoli e articolazioni di un sessantenne. Alla fine ci sono riuscito. Altri colleghi medici, ben più giovani, hanno dovuto rinunciarci. Pur smontando il volante, la loro pancia non si addiceva alle dimensioni del posto. Un giorno è mezzo di motori, un ambiente inusitato per me, quello dell’Autodromo Varano De Melegari, se non mi fosse stato offerto da una ditta farmaceutica. Imparare gli elementi essenziali della guida sicura, correre sul bagnato, frenare, iniziare a girare in un turbine di schizzi d’acqua, prima di capire da quale parte controsterzare. “Lucio, no!” “Lucio, che cazzo fai?” “Lucio bene così”. Questa voce cattedratica mi ha accompagnato per tutti i test, durante tutta la mattinata. La consapevole colpevolezza dei miei anni, mi regalava il timore di sfigurare dinanzi a colleghi e colleghe della nuova generazione. Girare sulla pista di un autodromo per una persona che, al massimo, è arrivata ai 160, in autostrada, è un’esperienza esaltante. “Giù tutto l’acceleratore, giù tutto. Hai capito?” Il piede scende giù, pesante e tu diventi tutt’uno col motore, anzi pensi di essere tu, un motore. Per i test abbiamo usato solo macchine Alfa, preparate opportunamente.
    Oggi, alle ore 17, il clou del corso. Sono giunti, da poco, due rossi tir da Maranello, ne sono scese due rosse Ferrari. Siamo stati in silenziosa adorazione per molti minuti.  Ora ci tocca il premio del corso: cinque giri d’autodromo sulla favolosa Ferrari!
    Anche se Marco è a pochi centimetri da me, vivo una solitudine drammatica. Quel cambio a leve sul volante, mi è sconosciuto, ne, quei pochi giri di allenamento sull’Alfa predisposta, possono essere bastati a creare una migliore maneggevolezza. “Tenere il volante alle 9,15” Ordine imperituro. Mi accorgo del sudore che mi bagna la schiena. Accendo…eccolo il fantastico canto! Un colpo all’acceleratore e un miagolio diventa lacerante ruggito. Sul cruscotto si designa una grossa lettera uno, la prima marcia, che ho innestato. Il semaforo, all’entrata della pista, è ancora rosso. Sono in tachicardia, non avrei mai immaginato questo momento. “Verde! Dai Lucio, tocca a te” Mi sto muovendo. Seconda ..ecco la pista. Un nastro violaceo si fonde con l’azzurro del cielo. Accelero, i giri del motore impazziscono. –“ Sali, vai alla terza per tutto il rettilineo. In fondo, punta sul birillo rosso, all’entrata del curvone”- Sto volando..sono entrato in un filmato televisivo? Il piede sull’acceleratore varia i suoni del motore. Non sono in grado pienamente di recepire il mondo esterno, ne abituarmi alla singolarità del momento. Tengo d’occhio sul cruscotto quel grande numero tre, che, all’entrata della curva, lo dovrò far scendere a due, per la prima volta . Incomincio a intravedere il birillo rosso, infondo al rettilineo, sulla destra, a inizio della curva a sinistra. Scendo di marcia e un boato fa tremare la macchina. La velocità scende di colpo, cerco il freno inutilmente. – “ Non  frenare, la velocità è giusta.”- Il Birillo è davanti a me. Inizio a sterzare a sinistra, per la grande curva, a una velocità che non mi sarei mai permesso. -“ Giù tutto l’acceleratore” – La voce di Marco mi raggiunge a metà curva. Il miagolio-ruggito mi riprende le orecchie, volo in un turbine di note. Il lungo rettilineo mi viene incontro, quasi a consumarsi dentro l’abitacolo. A che velocità starò andando? Mi chiedo. Fantastico numeri. Nell’auricolare una voce dal controllore della pista: “ Lucio, spostati a destra, hai l’altra Ferrari dietro, in sorpasso, tra qualche secondo”- Un lampo rosso mi sfreccia a sinistra, quasi un proiettile…e dire che pensavo di correre follemente.

    Anno 2001

  • 17 ottobre 2012 alle ore 17:15
    Il Garibaldino

    Come comincia: Ci sono brandelli di memoria, dentro di noi, che ci accompagnano nel quotidiano e riaffiorano senza che lo si voglia, con una forza di vita, che a volte, mi turba.
    L’antico, nostro, è rappresentato dai volti e dalle parole degli anziani che ci accolsero. Un legame tra noi, bimbi d’allora, e il passato. E’ pur vero che, per accendere la curiosità di un fanciullo, sono imponderabili i mezzi con cui riusciremo a fargli trattenere, per una vita intera, il ricordo di una frase, di un momento. Perché quella frase, quel volto, quel raggio di sole e non altri? Quale alchimia ha spostato elettroni nel nostro DNA, scolpendo un quadro indelebile, che amiamo rivedere negli anni?
    Un raggio di sole, forse entra da destra, da una finestra. Forse è inverno. Le parole servono a trattenere l’irruenza dei cinque, sei anni miei. Ma non è una fiaba. Il volto di mia nonna, chino su qualcosa che ha nel grembo, forse un ricamo, un cucito. Sorride appena, non mi guarda, parla sommessamente, come se inseguisse un ricordo, un amore sottaciuto. Infatti, recepisco il suo racconto come una confessione intima. La sensibilità del bimbo è vasta e senza limiti.
    -“..garibaldino…”- Mi resta solo questo frammento, pronunciato dalla sua voce dai toni romaneschi. Nella mia mente scorgo un volto giovane, biondo, dal fazzoletto rosso intorno al collo. Eppure altre parole deve aver detto, per catturare la mia immaginazione. Certo deve avermi parlato dei Mille, della loro impresa, per avvolgermi di quel tanto di epico, questo aggettivo: “garibaldino”. Ma questo ragazzo, rimasto nella sua memoria, chissà mai, chi sarà stato! Se sapesse che è vissuto, anonimo, con me, per altri cent’anni!

  • 17 ottobre 2012 alle ore 16:30
    Napoli tra antico e moderno

    Come comincia: Due lame di luce scendono dalla bifora gotica dell’abside. Sono entrato in S.Eligio, alle dieci di stamane, in fuga dalla selva di grattacieli del Centro Direzionale, il moderno d’autore a Napoli. La pietra nera del piperno, scalfita da un recupero aspro e, a volte, violento, incupisce l’atmosfera. Un fotografo cercava inquadrature professionali, vicino a una colonna di gotico angioino. Gli occhi di un prete, scostata la tenda del confessionale, non mi lasciavano. Avevo bisogno di questo rifugio nel passato, per ripararmi da quella vertigine che avevo provato, aggirandomi in una modernità di stili, inconsueta per questa città. Napoli non è una città passiva, una Barbie, da poterle cambiare il vestitino per piacere d’altri. Il moderno di Berlino o di Parigi, qui, è masticato e digerito. La trasformazione darà forma a una nuova creazione, che possiederà i caratteri della napoletanità, un insieme di attributi a volte positivi, a volte negativi, dettati dal costume, dalla cultura, dalla storia. E’ pur vero che stamane a quell’incontro col moderno, mi ero imbattuto nella parte più penosa della precedente definizione. Le ampie vie pedonali avevano le mattonelle divelte a tratti, lasciate lì, per incuria, a dar posto a ciuffi d’erba di prato. Così le piante ornamentali avevano ceduto il passo a grovigli di cespugli anonimi. Le vetrate d’ingresso erano crostose per una manutenzione omessa. Negli angoli, chiazze odorose di orina. I cartelli indicatori, sbiaditi e manomessi, contribuivano a creare masse di dispersi. In pochi minuti di permanenza non ho saputo aiutare alcuni di loro che mi chiedevano soccorso, smarriti. La visione più straordinaria in cui mi sono imbattuto, tanto da suscitarmi una primaria angoscia e sgomento: uno dei più alti grattacieli mostrava una scheletrica scala d’emergenza di ferro color ruggine. Uomini, piccoli come formiche, scendevano e salivano, in massa. Ho pensato a un’evenienza drammatica, poi, col trascorrere dei minuti, ne ho riscontrati i tratti della normalità. I quaranta piani erano invalicabili dalle lente e incapaci ascensori, per cui la gente si dava da fare, pur di non attendere ore.
    …il fotografo è uscito, nel frattempo. Il prete l’ho perso di vista. Fuori, Piazza Mercato, una piazza disegnata dai secoli, continua la sua funzione di sempre. Si vende di tutto, dal lecito, all’illecito. La luce della bifora mi cattura. L’orecchio crea suoni immaginifici. La folla è scoppiata in un unico, devastante urlo, al cessare del rullo dei tamburi. A pochi passi da me, è caduta, nel cesto, la testa di un ragazzo di diciotto’anni, un Re, Corradino di Svevia.

  • 16 ottobre 2012 alle ore 19:08
    Una sera, a Febbraio.

    Come comincia: Il bus è affollato, sono in piedi. Fuori il tramonto scarlatto esplode su Capo Miseno e si riflette nelle vetrine dei negozi. Un raggio si è posato sul volto di una donna seduta alla mia sinistra. Ha occhi verdi chiari, uno sguardo amaro, a momenti triste. E’ vestita con eleganza, trucco lieve ma curato. Biondi capelli mesciati raccolti dietro la nuca da un fiocco viola. Un ciondolo d’ametista scende tra piccoli seni candidi. Sento il suo sguardo. Il dolore allo stomaco sta aumentando. Ha occhi verdi.  Gli sguardi si sono incrociati e sembrano non lasciarsi. Si è accorta della mia mano destra premuta sulla bocca dello stomaco. Le sorprendo una vibrazione dei muscoli del volto.
    -“ Ho un infarto”- Questa idea mi si presenta nella mente in una frazione di secondo, inattesa, imprevista. Il dolore è aumentato e mi divide in due metà come una lama. Forse sto morendo. Ma come è la morte? Si muore così? Cerco di riassumere i miei parametri vitali: respiro, sto in piedi, ci vedo. Ma forse tra pochi istanti cadrò, seminando imbarazzo, timore e disagio tra la gente. Il dolore sale verso il collo e si insinua per il braccio sinistro. Devo scendere. Lo sguardo della donna dagli occhi verdi è ancora su di me, lo sento come un fascio di luce. Siamo in due sconosciuti a sapere una sola verità. Scendo alla fermata di Piazza Bernini. Un mercoledì sera nella sua normalità. Invidio per un attimo la consuetudine altrui che non mi appartiene più. L’agonia è un tempo che precede l’esito o è una sensazione? Sono entrato nei tempi dell’agonia? Affretto il passo, contro tutte le regole mediche del caso. Cerco un taxi in sosta. La signora dagli occhi verdi è scesa. E’ ferma a dieci metri da me e mi osserva. Le mie gambe sono insicure. Sto andando in panico. Il respiro si ferma a tratti in gola, il dolore è un punto di fuoco al centro del petto. Le dita sbagliano numeri sul cellulare. Poter essere raggiunto da mio figlio, medico… Nel taxi, la voce della centralinista è metallica, impersonale, senza alcun sentimento. L’autista guida annoiato in un traffico denso, serale. Il dolore, ora, ha una pausa. La camicia è bagnata di sudore freddo. La pelle traspare pallida. I marciapiedi sono affollati; volti sconosciuti mi passano come in un film. –“E’ lei?”- Ho il tempo di chiedermi vedendo un’ombra a ridosso di un camion in sosta. Riconosco il fiocco viola. Nell’atrio del pronto soccorso, steso su una barella, il cielo è ricco di stelle. Mentre si attende qualcuno, riconosco la costellazione sopra di me….le tre stelle del Cacciatore…Sirio! Ecco, sì, “morire ad occhi aperti” come le ultime volontà dell’imperatore Adriano della Yourcenar.  Sì, ad occhi aperti, in questo ultimo passaggio sotto un cielo stellato. Sirio, non ci vedremo più.
    -“ Passami la pompa. Tu attacca la fibrinolisi. Gli hai già fatto l’eparina?”- E’ una voce forte, vicino a me. Mi da sicurezza. Non riesco a scorgere il volto. Una lampada al neon dal soffitto mi abbaglia. Qualcuno fruga con un ago nella vena del mio braccio destro.
    -“ Betabloccante”- riprende la voce. E’ come essere su un bastimento in tempesta. La voce del Capitano è quella che prevarica. Sento che mi sono affidato a qualcuno.
    -“ Stai attento alla frequenza, sta scendendo troppo”- L’altro non lo vedo, ma ubbidisce col silenzio dello schiavo..
    -“ Cazzo, atropina, sbrigati che questo se ne sta andando, siamo a 35…”-
    Questa volta vado via sul serio. 35 pulsazioni al minuto, il mio cuore si sta fermando. Mi da anche fastidio che il Capitano, mi abbia chiamato “questo qui”…ma non ho la forza di presentarmi. Non avrei mai pensato di morire così, su un lettino duro, guardando un pugno di mosche morte nel portalampada del soffitto.
    -“ Può andare ora-“ Ho perso la cognizione del tempo. Lo afferro a tratti, come sequenze di un film.
    La morfina sta facendo il suo benefico effetto. Sono entrato in un mondo calmo, senza suoni. Il volto della donna dagli occhi verdi mi riappare. Non sorride, ma sembra volermi dire qualcosa.
    -“ Questo qui può andare, Rianimazione, all’8. Passami il prossimo.” La voce del Capitano liquida “questo qui”, che sarei io.
     
    Febbraio 2000

  • 16 ottobre 2012 alle ore 9:50
    A bordo!

    Come comincia: E’ da un po’ che non prendo in mano il mio pennello.
    No, un attimo, aspettate, non devo dipingere nessuna parete, devo solo tentare di colorare una storia con il pennello della mia fantasia.
    Vediamo: inizio con l’intingerlo in un bel vaso di colori, per l’esattezza quelli dell’arcobaleno; poi a mezzaria una bella pennellata et voilà: il gioco è fatto.
    Un arcobaleno sospeso nell’aria: che sia un segno del destino?
    Sembra invitarmi a salirci sopra: che bello, a cavallo di un arcobaleno magari è un cavallo che corre pure, fatto apposta per intraprendere un viaggio ed in questo momento ho voglia di viaggiare.
    Penso e ripenso: assomiglia a qualcosa che ancora non riesco a raffigurarmi.
    Ma si, ho trovato: è un tappeto volante, si va.
    Appoggio ordinatamente vaso e pennello e rientro in casa in velocità solo per raccogliere alcune cose che potrebbero servire a bordo.
    Le inserisco ordinatamente nello zaino: una torcia, un blok notes, una penna ed un pizzico di follia, qualche ricambio, il cellulare, anzi no il cellulare no.
    Esco, raccolgo il pennello e lo metto nel mascone dello zaino, saluto il cane che scodinzola e che mi segue sino al tappeto.
    Il cielo è terso, solo qualchen uvola bianca in lontananza.
    Mi accomodo sul mio nuovo mezzo di trasporto multicolore, metto in moto…
    No, un attimo: non ho la chiave, e poi chi l’ha detto che il tappeto ha il motorino d’avviamento.
    Chissà se nel cruscotto c’è un libretto di istruzioni?
    Controllo e vi trovo un libretto con la copertina luccicante, lo sfoglio ed è tutto bianco, solo in fondo c’è un messaggio: è l’ultima pagina, il tuo libro finisce qua…mancano le altre, riempirle è compito tuo…
    Una sfida? Forse…ma avvincente.
    Si comincia.
    Proviamo a cercare una parola magica…si, ecco, è molto probabile che vi sia una semplice parola che può sbloccare l’avvio del mezzo: mi viene da sorridere…e nel preciso istante in cui sorrido si decolla…il gioco è fatto…basta ridere si parte, ok.
    E per fermarmi?
    Ci penserò più avanti, oramai sono già in volo…
    Paesaggi stupendi, voci che svaniscono, solo il silenzio delle nuvole.
    Stormi di uccelli salutano battendo le mani, ops volevo dire le ali.
    “Ehi voi, sentite, come faccio per fermarmi con sto trabiccolo?”
    Nessuna risposta, del resto gli uccelli non parlano…ma ne siamo certi?

    --continua--

  • 15 ottobre 2012 alle ore 16:05
    Urge responsabilizzare i cretini

    Come comincia: Bartolomeo Vanzetti diceva, “io voglio: un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza.”
    E a cento anni da quel “voglio”, e con uno spreco di false democrazie che impestano il pianeta, è meno utopistico volere l’universo tutto per sé, che quel poco al servizio di tutti.
    Il mondo continua ad andare alla rovescia perché il Padreterno non la smette mai di piovere, anzi diluviare idioti, matti e criminali; oppure perché noi umani siamo usciti fisicamente dalle caverne un bel po’ di millenni fa, ma una cultura e politica post-cavernicola, semplice semplice alla Vanzetti, non l’abbiamo ancora in preparazione?
    Io temo che l’Umanità abbia iniziato a vivere al buio, da quando la politica, comodamente seduta nella stanza dei bottoni economici, ha creduto di saper governare i popoli caricando i cretini e derivati sul groppone degli intelligenti.
    Ma s’è ritrovata con una razza di falsi intelligenti, che hanno accettato un sovraccarico di irresponsabili da portarsi a rimorchio, ma sottovalutandone la distruttività, alla fine li hanno perduti e si sono perduti per strada; perché il modo più semplice per aiutare i cretini a moltiplicarsi fuori controllo come i topi dell'Australia, è legittimarli a guastare, sfasciare, mangiare e arricchire a sbafo, e agli intelligenti imporre di rubare anche la notte quando dormono per pagare tutto a piè di lista o andare a morì ammazzati.
    La politica del “chi rompe paga”, sarebbe stata in grado di umanizzare e responsabilizzare tutti gli idioti, i matti e i criminali del pianeta, che non è affatto vero che siano sprovvisti di neuroni, ma che ci guadagnano a conservarseli nuovi di zecca nel congelatore, perché la vera qualità della vita a questo mondo è vivere a cervello spento, stomaco pieno, e a spese altrui, legge e giustizia permettendo. 
    Perciò, a cento anni da Vanzetti non abbiamo ancora “un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza”; perché la “civiltà dell’impunità dei cretini ” è pura istigazione a delinquere. Invoglia i peggiori a rompere, perché costringe i migliori ad incollare cocci per tutta la vita per non finire macellati da un sistema pensato (si fa per dire) dagli intelligenti per produrre, ma utile solo agli idioti del potere culturale, politico ed economico, per vivere e moltiplicarsi da guastatori.
    Fatevi il conto di quanti mangeranno sul caso del povero bambino di Padova conteso da due genitori separati, braccato e prelevato a scuola come un animale pericoloso, su ordine di legislatori, magistrati, azzeccagarbugli e strizzacervelli, strenuamente impegnati a fare il suo bene.
    Se la classe dirigente italiana  fosse chiamata ad aprire il proprio portafoglio (non quello di Pantalone) per i danni che ha prodotto in 65 anni, distruggendo del nostro Paese: popolo, territorio e sovranità; quel bambino di Padova e tutti i poveri d’Italia massacrati da ingiustizia o povertà, sarebbero miliardari.
    Temo però che il povero Vanzetti che fu marchiato e giustiziato anarchico, perché voleva “poco ma per tutti”, debba continuare a rivoltarsi nella tomba per quel "tutto che non è mai diventato per tutti", ma per pochi marpioni del potere, legittimati non si sa ancora per quanto, ad azzannarselo, (pensa tu! ) nei legalissimi Stati di diritto.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 23:36
    L’uovo cotto che rigenera

    Come comincia: Ogni notte il piccolo Popò non riusciva a dormire. Non mangiava né a cena né a pranzo Solo la mattina sorbiva un boccale di latte fresco di capra. Si stava deperendo a tal punto, povero figliolo, che ormai aveva acquistato le sembianze di uno scheletro ambulante. Luminari d’alta fama gli avevano prescritto varie cure senza alcun risultato concreto. Per questo Totò, spinto più dalla moglie che da una salda convinzione, decise di portare il figliolo dalla fattucchiera Malia che gli prescrisse come cura l’uovo di Aquila reale che, cotto alla coque, gli avrebbe ridato appetito e forte vigore.
    - Dove lo vendono? – Chiese curioso Totò.
    - Si trova solo nei nidi posti sulle alte pareti rocciose del Pizzo Carbonara –, rispose con tono altero e ironico la maga.
    Totò sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e scoscesi e perché il monte era alto quasi duemila metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è per amore del figlio, Totò si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, e con la bisaccia a tracolla partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né aveva fatto il servizio militare negli alpini, lui umile scriba! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per andare su. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per bere o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Alla fine ce la fece e fu bravo ad individuare due nidi dove trovò in tutto due uova ancora calde che pose nella bisaccia. La fortuna aiuta gli audaci e lui era stato audace. La strada del ritorno gli parve più breve. Corse Totò per la discesa. Corse anche in paese ansioso di vedere Popò riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli le due uova. Povero Totò, sfortunato Popò!

  • 14 ottobre 2012 alle ore 16:02
    Apollo e Dafne o dell’amore impossibile.

    Come comincia: "La cerca,
    la perseguita ovunque,  e se per caso
    un lampo de’ suoi belli occhi rapisce,
    gela ed avvampa di convulsa ebbrezza."
    Giovanni Prati – Edmenegarda

    Apollo era un bell’uomo, biondo, vigoroso, amante delle arti, della natura e di tutte le cose belle che esistevano al mondo. Per ciò, per il suo magnifico aspetto e per i suoi comportamenti era venerato come un dio, esattamente era da taluni venerato come il dio del sole, perché irradiava sapienza in ogni dove e dava forza e speranza ad ogni essere umano, perché teneva lontano le angosce e le ansie dal mondo, e perché curava gli uomini da ogni male. Era amante della poesia e della musica, che, in effetti, non abbandonava mai perché portava con sé sempre la cetra. Per la sua radiosa bellezza aveva incantato tante bellissime fanciulle, le Muse, nove per l’esattezza, e con ciascuna di loro, a seconda dei sentimenti momentanei che scaturivano dal suo cuore, trascorreva beatamente ogni giorno, ogni ora, ogni attimo, nella serenità, stando felicemente sdraiato su un grosso ramo di platano, sul monte Parnaso. Si era invaghito di ognuna di loro: la poetessa Calliope, la storica Clio, la vaneggiante Erato, la suonatrice Euterpe, la cantora di tragedie Melpòmene, o di quella di inni religiosi Polinnìa, o di quella di commedie Talìa, la danzatrice Tersìcore, la storica della storia del mondo Urania. Così si chiamavano rispettivamente le nove bellissime fanciulle, le ninfe che gli rallegravano la vita e contribuivano a dare a questa un senso sublime, impareggiabile, eccelso. Dalle loro labbra fluivano senza sosta racconti, gesta d’eroi, note melodiose, canti gradevolissimi, che erano graditi a tutti i comuni mortali.
    Ciascheduna era bravissima in una sola arte. Ma nessuna di loro possedeva le altre arti. Con le Muse, Apollo s’era creato un mondo fantastico, fatto di poesia, di sentimenti, d’emozioni, di musica, di sogni. Voleva un gran bene a tutte loro, ma non prediligeva nessuna perché ciascuna esprimeva una soltanto delle attività creative che egli preferiva con passione. Apollo, tramite loro e con le arti che rappresentano l’espressione dei poliedrici stati emotivi dell’uomo, faceva emergere i suoi sentimenti più reconditi nel suo animo.

    Calliope era una poetessa, che recitava dolci poesie esprimendo sensazioni rare e toccanti che inducevano in Apollo turbamenti piacevoli e sublimi. Nell’ascoltarla, il dio si librava con la mente, libero, leggero, in un mondo fantastico, lontano da ansie, preoccupazioni e tormenti. La musa ritmava le più belle poesie di Saffo e poi quelle di Mimnermo o di Anacreonte o  di Pindaro.

    Clio, invece era la musa che conosceva la storia del mondo. Sapeva della storia raccontata da Pindaro e poi da Erodoto e poi ancora da Tucidide. Ogni volta rivelava ad Apollo la storia dell’origine dell’Universo, narrava le lotte cruente che avevano visto regnare l’universo dapprima da Urano, poi da Crono, ed infine da Zeus che, vincitore finale, era stato, in seguito alla Titanomachia, colui che aveva instaurato un nuovo ordine nel mondo. Clio raccontava anche la storia divina e lodava la progenie degli dei immortali, osannava Zeus che regnava sugli dei ed estendeva il suo dominio sul mondo intero. Per governare gli uomini sulla terra, egli aveva assegnato compiti diversi a tutti gli dei. La moglie Hera doveva proteggere le donne sposate; Afrodite doveva far insorgere negli uomini il desiderio amoroso e permettere l’amore fisico a garanzia della procreazione; Pallade Atèna era tenuta a fare espandere tra gli uomini la sapienza per debellare dal mondo l’ignoranza, origine di molti mali, e quindi l’arroganza generata da essa; Ares purtroppo doveva infervorare tra gli uomini i litigi, le lotte fratricide e favorire la guerra; Demetra doveva proteggere il faticoso lavoro dell’uomo mediante il quale si fecondava la terra che gli dava i frutti necessari per l’alimentazione; Dioniso doveva garantire l’allegria e la felicità; Hestìa, invece, aveva l'obbligo di garantire la pace familiare, tutelare la famiglia e lo stato; Efèsto doveva perpetuare e custodire il fuoco; ad Artemide toccava proteggere la caccia per dare il giusto sostentamento agli uomini e doveva preservare la natura dal degrado perché in essa procreavano tutti gli animali e da essa si ricavavano i dolci e succulenti frutti; Posèidon doveva governare il mare; ad Hèrmes spettava difendere il commercio, e tutelare i viaggiatori, gli atleti e gli oratori.

    Erato era la musa che faceva assopire Apollo e lo faceva navigare nel fantastico mondo dei sogni mentre costui stava adagiato sulla dondolante amaca. Sognava il dio e si beava ogni volta dei sogni che la musa gli faceva fare. Erano tutti sogni scelti e piacevoli. Ma una volta, una sola volta, non fu così. Apollo quella volta, infatti, sognò di andare a caccia con il suo arco e le appuntite frecce poste sulla schiena nella faretra. Sognò di aver ucciso un grosso cinghiale che gli stava, con forte irruenza, andando incontro per colpirlo con il suo micidiale corno, ma sognò anche un grosso serpente, un pitone che, come gli era stato riferito da Clio, dopo il Diluvio universale, imperversava sulla terra facendo stragi di animali, di uomini e di donne. Era diventato un atroce supplizio per tutta l’umanità, quel terribile serpente. Apollo decise allora di eliminarlo per sempre dalla faccia della terra. Mentre poneva, allora, con oculata maestria la freccia letale nell’arco e stava prendendo la mira, stendendo con forza la corda lungo il braccio sinistro, egli vide Eros che dalla cima di una rupe con le sue minuscole e ridicole frecce nella faretra, si atteggiava ad arciere senza alcun effetto su quell’orrendo pitone. Apollo, incurante, tirò e con una sola freccia, in un sol colpo, infallibilmente colpì a morte il grosso pitone, trafiggendogli la testa da una parte all’altra. Contento del successo e soddisfatto per aver salvato molta gente da sicura morte, subito dopo schernì, deridendolo e beffeggiandolo, il candido Eros che, seduto su un grosso ramo di un platano, aveva osservato l’impresa rimanendo a bocca aperta, meravigliato. Ad Eros mostrava la carcassa di quell’animale mostruoso, ormai inerme, Apollo che, ridendo a squarciagola, gli diceva che con quelle sue piccole e insignificanti frecce a quel pitone non gli aveva procurato neppure un lieve titillamento. Eros, fanciullo amorevole e dolce, tuttavia, era molto permaloso e rimase molto male per quella satira fuor di luogo fino a tal punto che pensò subito alla vendetta. Volle dimostrare, in effetti, che anche le sue piccole frecce potevano stravolgere la vita di un grande uomo. Infatti, mentre Apollo come al solito si trastullava, beatamente ed estasiato, sdraiato ad ascoltare la musa Erato, fu colpito al cuore da un piccolo dardo dalla punta d’oro lanciato da Eros, che si era sentito oltraggiato, deriso, vilipeso. Il candido dio lanciò subito dopo un’altra freccia, questa volta dalla punta di piombo, colpendo al cuore una leggiadra fanciulla. Dopo qualche giorno, Apollo mentre passeggiava, vide quella fanciulla bagnarsi nelle leggiadre acque del rio che scorreva tra i verdi odorosi alberi rinfrescanti del bosco, e se ne innamorò improvvisamente e perdutamente. Si avvicinò furtivamente tra i cespugli che adornavano il fiume, ma la giovine accorgendosi dell’intruso, con un tuffo nelle acque si dileguò, lasciando Apollo amareggiato e avvinto da profonda tristezza. Quest’evento procurò ad Apollo una forte palpitazione che lo fece svegliare di soprassalto. Si adirò fortemente Apollo, che redarguì a malo modo la musa, ricordandole che i sogni che gli procacciava dovevano essere sempre piacevoli e dovevano avere un esito felice e gioioso. Rimase, infatti, innamorato di quella giovine conosciuta nel sogno ma anche molto amareggiato.

    Euterpe, suonava il flauto, e stravolgeva l’animo di Apollo, lo incantava, lo ammaliava con il ritmo prodotto dalla sua musica. Emetteva note melodiose quello strumento ricavato da una semplice canna che, prima di essere tagliata, rigogliosa si alzava flessibile verso il cielo ai margini del rivolo, che scorreva silenzioso tra i rovi di succulente e saporite more. Le ritmiche note emesse dal flauto arrivavano all’orecchio di Apollo che entrava in estasi, e inducevano, nel contempo, come per incanto, spontaneamente, alle membra della musa Tersìcore, movimenti sinuosi, lenti, armonici che fendevano l’aria che così sospinta produceva una piacevole brezza. Il tenue venticello prodotto investiva l’erba del prato su cui si librava leggera sciolta agile la danzatrice, e le irsute tenere foglioline sottili ora si piegavano, ora si drizzavano, ora flettevano, ora oscillavano, ora vibravano armonicamente con ella creando sul terreno delle fugaci figure.

    Ma non solo gioia e felicità voleva provare Apollo. Egli voleva sentire anche dolore e percepire tristezza e, per questo, Melpòmene, lo angosciava con le tristi e tormentose tragedie di Eschilo, tra cui quella di Prometeo incatenato. Raccontava, la musa ad Apollo, della sfida che Prometeo aveva intrapreso con Zeus per donare il fuoco agli uomini selvaggi, ignudi, miseri, malati, afflitti, depressi, diseredati. Era stato punito per questo Prometeo. Incatenato ad una roccia, infatti, era rimasto con il petto sanguinante, il titano che, comunque, era soddisfatto e orgoglioso per aver recato col fuoco ai mortali tutte le arti e con esse gioia e felicità. Per la sua tenacia e perseveranza, la rupe cui fu incatenato sprofondò in una voragine, ma Prometeo resistette all’evento franoso; resistette il titano anche all’aquila inviata da Zeus a scavargli la carne, a strappargli a brani il fegato, a rodergli le viscere. Povero titano che, per la grande generosità mostrata e per quella sua immane resistenza aveva sconfitto il grande Zeus, era diventato immortale! Soltanto alla madre Gea, infatti, ubbidì il nobile gigante, il cui corpo alla fine rimase intrappolato nella dura, ruvida e fredda roccia ma la sua anima si librò libera e imperitura nell’empireo.
    Melpòmene gli narrava con grande partecipazione e profondo pathos anche le tragedie del gaudente Sofocle, o quelle di Euripide.

    Dopo aver provato tanta sofferenza nell’ascoltare quelle tristi e deprimenti tragedie, c’era Talìa che rallegrava Apollo con il racconto delle commedie, allietandolo con le satire pungenti e divertenti di Aristofane.

    Durante le stellate notti d’estate, Apollo veniva edotto dalla musa Urania sulla genesi dell’universo che, per potere e volere divino, fu foggiato dal Kaos, il disordine primordiale; la musa al tempo stesso lo guidava nell’apprendimento di tutto il sapere con la poesia didascalica di Esiodo. Il Dio Supremo - raccontava Urania - aveva disposto ordinatamente nel cielo, il fulgido sole, la incantevole e romantica luna, le affascinanti comete, le misteriose stelle cadenti, i pianeti e tutte le costellazioni, e anche la via Lattea, che trasmettevano, nell’animo di Apollo, incanto, mistero, fascino e, al tempo stesso, curiosità e desiderio di sapere.

    Polinnìa, infine, senza essere da meno delle altre Muse, con i suoi inni religiosi esaltava Dioniso, mitico dio, che aveva prodotto nella notte dei tempi semplicemente il vino dall’uva, ed aveva insegnato all’uomo la tecnica di vinificare il quale, bevendo quel pastoso liquido purpureo, ne traeva gioia e felicità ed entusiamo, acquisiva espansività, si liberava l’istinto dalle inibizioni e dai complessi, si liberava dal tormento, dall’angoscia, dal dispiacere, dal dolore.

    Un giorno, Apollo, ascoltando come era solito la musica della deliziosa Euterpe, passeggiava felice e spensierato nel bosco. Inebriato da quelle note meravigliose che effondevano tra gli alberi del bosco e che echeggiavano nella profonda vallata, stordito, estasiato, inebriato, si accorse ad un certo punto di essersi stranamente smarrito. Salì su un’altura da cui si scorgeva tutta la vallata, per orientarsi; guardando attorno si accorse di un tempio, di un piccolo tempio consacrato ad Artemide, la dea della caccia,. Fino a quel momento ad Apollo era sconosciuta l’esistenza di quel tempio e incuriosito vi si avvicinò, attraverso il pronao entrò nella cella dove scorse una bellissima sacerdotessa che, inginocchiata, vegliava sulla dea e pregava. Apollo l’osservò attentamente, era candida, dolce, incantevole solo a vederla, emanava luce propria da tutto il suo corpo. Si accorse guardando attentamente che il volto della fanciulla non gli era nuovo. Lo aveva visto da qualche parte ma non si ricordava dove.
    - L’ho vista! Io la conosco! Il suo volto non mi è nuovo! Forse assomiglia a qualche musa, quella fanciulla? A Talia o ad Urania? – pensò Apollo.
    Era convinto di averla già vista da qualche parte. Dopo un attimo di riflessione, gli sovvenne in mente quell’angoscioso sogno che gli aveva fatto fare, qualche giorno prima, la musa Erato. Apollo si ricordò di quella fanciulla che, in sogno, bagnava le sue candide e nude membra nelle fresche e limpide acque del fiume e, in cuor suo, improvvisamente si ripristinò come per incanto, quel tale desiderio amoroso che col risveglio dal sonno era svanito nel nulla, lasciandogli in corpo una grande amarezza inconsueta. Nel vedere quella leggiadra graziosa fanciulla, ancora una volta, semplicemente il suo cuore venne sconvolto, anche i suoi sentimenti, che prima erano votati all’arte, alla poesia, alla musica, alla natura, al teatro, ai racconti, furono stravolti improvvisamente. La mente di Apollo fu come offuscata, un incitamento impulsivo, che non potette controllare, lo indusse subitamente all’amore per quella fanciulla, inspiegabilmente, inesorabilmente. Guardava colei che per la seconda volta aveva scavato e aperto un varco profondissimo nel suo cuore. Si dette un pizzico sulle gote fino a farsi male per capire se, quello che stava vedendo e provando, fosse ancora un sogno o fosse realtà.
    Si avvicinò dunque a quell’avvenente ninfa cui, aiutato dai versi e dalla musica che aveva imparato dalle sue Muse, trasferiva dolci parole:
    - Salve, o dolce fanciulla! – Esclamò Apollo. E la fanciulla si voltò di scatto, sorpresa da quella voce e turbata da quell’inaspettata domanda.
    - Chi sei tu, o graziosa giovinetta, che vivi in quest’oasi di pace, in questo tempio votato all’eccelsa Artemide? E’ lecito sapere il tuo nome? - Continuò con voce gentile Apollo.
    - Mi chiamo Dafne, mi sono donata con l’anima e con il corpo alla dea Artemide, che adoro più di me stessa, perché ella mi ha dato la libertà, ha fatto nascere in me l’amore per la natura e per tutte le cose belle che la natura genera ed offre; io amo la pace e la tranquillità – rispose con voce tremolante, forse un po’ impaurita, la fanciulla che concluse aggiungendo:
    - Chi sei tu, straniero, che chiedi il nome mio? – Chiese Dafne.
    - O dolce Dafne, il mio nome è Apollo, non sono uno straniero, vivo già da molti lustri in quest’immensa e bellissima vallata, e mi rammarico di non aver saputo prima della tua presenza tra questi luoghi ameni, - precisò repentinamente.
    - Anch’io amo la natura, la caccia, la verdeggiante selva che ricopre come un vellutato manto questo magnifico monte e mi diletto ad ascoltare musica e osservare il linguaggio movimentato della danza, godo nel sentire recitare versi poetici, che incantano tanto il mio cuore. Desidero conoscere le storie belle e brutte degli uomini, e voglio conoscere i segreti e i misteri che avvolgono tutti gli esseri umani. Amo soprattutto l’amore, il sentimento più sublime che l’uomo possegga, perché mi fa volare con la mente, leggero e leggiadro, libero nel mondo dei sogni e dei buoni prefiggimenti, - aggiunse Apollo che continuò, - vivo con nove fanciulle, le Muse, che mi allietano ogni giorno per tutto il giorno, mi trasmettono sensazioni eccelse e divine, sono tutte bellissime, ma nessuna di loro riesce ad eguagliare la tua bellezza, o Dafne. Una di loro, Erato, mi fa addormentare e mi fa sognare. Erato un bel dì mi ha fatto fare un sogno che allora ho considerato brutto e per questo l’ho rimproverata a malo modo, ma adesso devo ravvedermi perché nel sogno c’eri tu, o Dafne, che sei la fanciulla più bella che finora mi sia capitata. Io ho visto in sogno il tuo splendido viso, ho osservato il tuo corpo in tutta la sua eccelsa magnificenza mentre lo bagnavi nelle leggiadre fresche acque correnti di un rivolo. Io già ti conoscevo, senza averti incontrata mai.  Io, ora devo dire grazie a quel sogno, ti desideravo prima di conoscerti, il mio cuore già ardeva per te di passione. Ed oggi, l’averti ritrovata così per caso ha concesso un po’ di conforto al mio cuore che bramava di vederti e di toccarti.
    - O Apollo, ti sono grata del complimento che mi fai, ma la mia bellezza proviene dalla devozione che ho per Artemide. Ella mi mantiene pura, casta ed immacolata, - rispose emozionata Dafne.
    - Io prego, ogni giorno, la grande Artemide perché tramite ella io possa trasmettere agli uomini l’amore tra di loro al fine di debellare l’odio, e di apprezzare e rispettare la natura. Io amo Artemide più di ogni altra cosa al mondo e non posso amare nessun altro, - concluse, con voce tremebonda, la giovane che mentre parlava si allontanava accomiatandosi nella sua stanza.
    Dafne aveva giurato di rimanere devota alla dea per tutta la sua vita, cercava di non sentire, o forse non comprendeva, ciò che il cuor in quel momento le comandava. Non poteva innamorarsi, anche se quel tremolio vocale le aveva fatto presagire inconsciamente che il suo animo esprimeva un sentimento amoroso per quel biondo giovane brillante, leggiadro, caloroso, passionale, bello, che si era presentato dinnanzi a lei. Era la prima volta, comunque, che a lei si presentava un fatto del genere. Dafne ingenuamente non capiva da cosa derivasse quel brivido strano che le percorreva tutto il corpo, subitaneamente al cospetto di Apollo. Ella aveva giurato castità alla dea della caccia e non poteva tradirla. Eros, tuttavia, le aveva sconquassato il cuore per fare un dispetto ad Apollo, ma il dispetto lo aveva fatto anche a lei che non c’entrava niente. E Dafne non era ancora in grado di percepire il significato di cotanto scombussolamento che le aveva tolto la serenità e la tranquillità possedute fino a quel momento. Dafne pregò Artemide per questo, ma non ebbe alcun sollievo.
    Apollo rimasto solo andò via, quella volta, ma il suo intento era di ritornare in quel tempio per godere almeno della vista della leggiadra giovane che lo ammaliava, lo affascinava, lo rendeva inerme, gli annullava la volontà, gli scioglieva le membra.
    Si sdraiò sul letto costruito su un grosso ramo del solito platano, e non volle quella volta la compagnia delle Muse, perché voleva, senza alcuna distrazione, pensare intensamente alla sua amata e meditare coi pensieri che gli balenavano nella mente. Apollo dispiaciuto avvilito per la prima volta, depresso come non mai, si addormentò quella sera, mentre il cielo si riempiva lentamente di luccicanti e pulsanti stelle che tremolavano, fisse su un cielo ammantato di un nero mantello in accordo con il tremolio del suo cuore.
    Continuò nei giorni seguenti a visitare il tempio e a dialogare con Dafne trasmettendole le sue effusioni amorose, ma, ormai stanco dei diversi quotidiani tentativi risultati vani, arrivò al punto di chiederle di sposarlo, così e semplicemente. Dafne rimase stordita da tale richiesta ma rifiutò. Apollo insistette. Dafne ebbe ancora un attimo di smarrimento. Forse la vista di Apollo, la sua avvenenza, la sua alterezza, la sua possanza fisica, il suo fascino divino avevano fatto innamorare anche lei. Forse! Fuggì perché non se la sentì di negargli la proposta ancora una volta. Sicuramente quel gesto aveva fatto presagire che l’innamoramento aveva colpito anche lei. L’amore e la devozione, che provava per Artemide, erano così grandi che però non potevano essere intaccati. Non poteva l’innocente fanciulla contemporaneamente amare Artemide e Apollo! Correva leggera Dafne come una lepre che fugge dinnanzi al pericolo del cacciatore. Apollo la inseguì, le corse dietro per tanto tempo finché la raggiunse, le afferrò delicatamente un braccio e la tirò seco. Dafne si arrese voltandosi e cedendosi senza resistenza alcuna. Apollo strinse tra le sue braccia Dafne, e Dafne avvinghiò spontaneamente tra le sue braccia il corpo di Apollo. Si adagiarono e stesero le loro membra per terra su un cumulo di paglia secca sotto un possente platano vigoroso. Apollo avvicinò il suo petto al seno prosperoso di Dafne e i due cuori palpitarono assieme. Era bellissimo per Dafne e per Apollo provare quelle incomprensibili sensazioni che erano sensazioni d’amore. Dafne non aveva più volontà di decidere. La devozione per Artemide era come se non ci fosse più nella sua mente. Il suo modo di vivere era stato stravolto, alterato, sconvolto piacevolmente e sgradevolmente al tempo stesso. Le sue membra si sciolsero nel corpo di Apollo come lo zucchero nell’acqua, in un attimo. Apollo e Dafne divennero una cosa unica, un unico corpo. Dafne era come addormentata, il suo corpo giaceva intorpidito tra le braccia di Apollo. Era posseduta da Apollo, e Apollo era posseduto da Dafne. Ma un attimo dopo, Dafne si svegliò da quel piacevole torpore, rinsavì, la sua mente già offuscata incominciò a riprendere vigore, a ragionare, ancora la sua castità non era stata compromessa. La mente prese il sopravvento sul cuore. La fanciulla chiamò silenziosamente in aiuto Artèmide ed ebbe la forza di svincolarsi dal desiderio amoroso che l’aveva avvinta ad Apollo, per la prima volta. La sua mente era divisa tra due pensieri: l’amore per Artemide e l’amore per Apollo. Ma non poteva dividersi. Si divincolò e fuggì ancora una volta. Dafne prima era fuggita per sottrarsi alla richiesta fattale da Apollo, ora fuggiva per sottrarsi all’amore di Apollo. Apollo la inseguì un’altra volta, ma per l’ultima volta. Dafne, correndo, si infiltrò dentro un grande cespuglio di odorose piante di alloro, forse per nascondersi. E lì scomparve. Apollo la chiamò, ma inutilmente, la cercò tra quei verdi e rigogliosi virgulti, che nascondevano una stretta e profonda dolina che le piogge acide nel tempo avevano scavato nella bianca roccia calcarea. Dafne era caduta per sempre in quel buco che si trovava là celato da quel cespuglio, sempreverde e odoroso, di alloro. Non un grido, non un lamento, niente che facesse pensare ad una grande tragedia d’amore. Per amore di Artemide, ma anche per amore di Apollo, Dafne era scomparsa, scomparsa per sempre, fuggendo dall’amore e per amore. Ella giaceva ora laggiù in fondo a quella fossa naturale che era diventata la sua tomba, adombrata da quel grande cespuglio di alloro. Apollo, vide quella dolina, ma non si rese conto che Dafne fosse caduta là. La cercò invano. Era scomparsa nel nulla, la fanciulla si era dileguata nell’aria come acqua al sole. La chiamò ripetutamente: Dafne! Dafne! Dafne, amore mio, dove sei? Dafne, tesoro grande, ritorna da me! – Ma il suo richiamo fu inutile. Pianse tanto, era la prima volta che piangeva, il forte e vigoroso Apollo. Era disperato per aver perduto il suo unico grande primo e ultimo amore. L’aveva persa prima nel sogno, ora l’aveva persa per sempre. In Dafne Apollo aveva trovato la sintesi delle sue nove Muse, aveva scoperto il mescolamento armonioso della poesia con la musica, aveva ritrovato la miscellanea di tutte le arti che lui aveva amato e che aveva apprezzato sempre, e che avrebbe continuato a prediligere. Nella sola Dafne aveva trovato fuse insieme le diverse virtù delle sue nove adorate fanciulle. Rimase ad aspettarla per diversi giorni e diverse notti, dimenticandosi di ciò che faceva e di ciò che lo aveva dilettato sempre, almeno sino allora. Disperato, sconsolato, con monotono lamento mentre diceva: - Amore, amore mio, presto te n’andasti, in un tempo pari ad un batter d’ali volasti via dal mio cuore, nella tristezza mi lasciasti, nella completa disperazione mi abbandonasti, - prese alcuni teneri rami lunghi di alloro, li intrecciò con le sue mani tremanti, piegò la treccia facendone una corona che pose sulla sua testa a ricordo perenne della sua amata. E fece questo per ricordarsi anche che quello che gli era capitato non era un sogno, ma era una crudele e disumana realtà. Non gli rimase altro che ritornare a vivere come prima, ma per sempre con il rimpianto di Dafne nel cuore.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 2:11
    Short: Half Asleep / Corto: Dormiveglia

    Come comincia: Last night, just before sleeping, I was sensing him. He was sleepy and I was curled into his arms, my back against his stomach, when he whispered in my ear: "Do you think there's something down or up there?"
    All I could manage was a muffled 'mmmmmh?' before he explained: "Something like heaven or hell".
    I slowly turned around, my eyes were fully awake and staring into the spot where his were supposed to be. "I think we die to be reincarnated." I said, and so he asked: "Like in some kind of animal too?"
    "No", I went on "I think like in some other person, a new one".
    He considered this for a moment: "But we can't remember our past lives, can we?" so I answered: "No, unless this is our first one."
    He looked at me for some time before asking: "But you don't think this is your first one, do you?"
    I shook my head with another 'mmmmhm mmmmhmmm' and he went on "So, when you will be given this chance of another life again, how would you like it to be?"
    I thought it over and then said: "I guess I would like a perfect body with a smoother and better skin", laughing I went on "No... seriously? I'd love a life where some of my dreams would come true, not all of them and not the trivial ones, but the ones that count, you know? Those that really count..."
    After staring at me for a moment that lasted forever he went: "What? Being rich? Living in London? Or Dublin?"
    That was when I truly looked for his eyes and it seemed to me I could really see them. So, while melancholy sliced my heart up and simply said: "No, just... you."

    TRADUZIONE:
    L'altra sera, un attimo prima di andare a dormire, l'ho sentito. Era assonnato e io raggomitolata nelle sue braccia, la mia schiena contro la sua pancia, quando mi ha bisbigliato all'orecchio: "Pensi che ci sia qualcosa laggiù o lassù?"
    Tutto quello che sono riuscita a dire era un  'mmmmmh?' soffocato prima che lui si spiegasse: "Qualcosa come il paradiso o l'inferno".
    Mi sono girata lentamente, i miei occhi erano completamente svegli e fissavano il punto dove i suoi avrebbero dovuto essere. "Penso che muoriamo per reincarnarci." ho detto e così lui mi ha chiesto: "Come anche in qualche tipo di animale?"
    "No", ho continuato "Penso in qualche altra persona, una nuova".
    Ha riflettuto per un momento: "Ma non ci ricordiamo delle nostre vite passate, vero?" allora ho risposto: "No, a meno che questa non sia la nostra prima."
    Mi ha guardato per un po' prima di chiedermi: "Ma tu non pensi che questa sia la nostra prima, vero?"
    Ho scosso la testa con un altro 'mmmmhm mmmmhmmm' e lui ha continuato "Allora, quando ti sarà data questa possibilità di un'altra vita, come vorresti che fosse?"
    Dopo averci riflettuto sopra gli ho risposto: "Penso che vorrei un corpo perfetto con una pelle più liscia e bella", ridendo ho continuato "No... seriamente? Mi piacerebbe una vita nella quale qualcuno tra i miei sogni diventasse realtà, non tutti e non quelli banali, ma quelli che contano, sai? Quelli che contano veramente..."
    Mi ha fissato per un momento che sembrava durare per sempre prima di chiedermi: "Quale? Essere ricca? Vivere a Londra? O a Dublino?"
    In quel momento ho cercato veramente i suoi occhi e mi è proprio sembrato di vederli. Allora, mentre la malinconia mi affettava il cuore ho risposto semplicemente: "No, solo... tu."