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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 novembre 2012 alle ore 11:26
    Come Pinocchio

    Come comincia: Nonostante il mio comportamento indisciplinato superai brillantemente gli esami di terza media, dopo di che mio padre Gimì mi iscrisse all’istituto magistrale “Alfredo Oriani” della mia città, Roma.
    Senza troppa lode ma riuscendo ad essere promossa tutti gli anni senza riparazioni di qualche materia a settembre, arrivai al terzo anno di corso.
    Emilia era una delle poche compagne di classe dell’istituto magistrale che frequentava la mia casa.
    Veniva spesso con il fine dichiarato di fare i compiti insieme ma sinceramente non ricordo di aver mai studiato qualcosa insieme a lei.
    Ricordo chiaramente cosa succedeva quando mi veniva a trovare. Mi rivedo disegnare per lei che non aveva “predisposizione per il disegno”. Per questo motivo con tutta l’affabilità di cui era sempre portatrice, mi chiedeva se le davo un aiutino. L’aiutino consisteva nel farle tutto il compito di disegno. A me piace e piaceva anche allora disegnare, perciò mi rendevo disponibile senza fatica...
    A volte anch’io andavo a casa sua; conoscevo la madre, la nonna ed il fratello più grande... un bel ragazzo.  Una casa più bella e più grande della mia, che testimoniava l’appartenenza ad un ceto diverso dal mio. Non mi sono mai sentita a disagio in nessun ambiente, ma un giorno una battuta che forse ho interpretato male, mi ha fatto sentire fuori luogo. Avevo sottolineato la bellezza del fratello e, non ricordo bene chi, mi rispose che “quel” ragazzo poteva scegliere tra tante e tante corteggiatrici... Certo non mi sarebbe dispiaciuto se mi avesse rivolto un qualche interesse, ma sapevo che non ero adatta a lui e al suo ambiente. Quella battuta mi sembrò un avvertimento alle mie supposte mire, che non erano assolutamente pericolose e per questo motivo mi sembrò un attacco forte e inutile a chi, come me, non aveva armi da mettere in campo.
    Ci rimasi male e cominciai a frequentare la loro casa molto sporadicamente, solo quando fossi invitata esplicitamente.
    L’amicizia però non ne riportò alcuna conseguenza e Emilia continuò a venire a casa mia e io a farle i disegni.
    Un giorno davanti alla scuola ci ritrovammo insieme aspettando la campanella d’entrata.
    Nel tragitto dalla fermata del pullman al portone della scuola avevo incontrato e salutato con tutta la mia esuberanza di allora la professoressa di educazione fisica.
    C’era una gran confusione: era la festa della matricola.
    I ragazzi diplomati degli anni precedenti e iscritti all’università erano lì per invitarci ad andare con loro in giro a festeggiare, più che altro a fare “casino” e la famosa “questua” delle matricole.
    Emilia subito decise di andare con loro.
    “Ci vado tanto ho la giustificazione per ieri, che ero assente... cambio solo la data. Che fai? Vieni pure tu? Dai vieni... ci divertiamo.”
    Sonia e Paola, le amiche con le quali dividevo tutto, mi guardarono con un’espressione che voleva esprimere tutto il loro disaccordo. Prima mi ricordarono che la professoressa di educazione fisica mi aveva visto, poi conclusero dicendo “Noi entriamo.” sperando che le imitassi o forse ne erano talmente sicure che non spesero una parola di più.
    Girarono i tacchi e si avviarono verso la scuola.
    Emilia, accodata alle matricole festanti con i loro cappelli colorati e i fischietti e i tamburi che ogni tanto riprendevano lo sconquasso assordante, continuava a chiamarmi dal bel mezzo di un gruppo di ragazzi che lei conosceva.
    Ero tra due fuochi: dal portone della scuola il portiere, che era un’istituzione per personalità e autorevolezza, continuava ad avvertirmi:
    “Guarda che se non entri ... passi i guai. Ha detto il vicepreside che domani, chi non entra oggi, dovrà essere accompagnato da un genitore. Entra!”
    Dall’altra Emilia.
    “Vieni con me.. ci divertiamo!”
    Pensai a quanta adrenalina quella trasgressione poteva scaricare nel mio pavido sangue...
    Andai con Emilia. Non si fece niente di speciale. Si camminava chiacchierando e chiedendo la questua. Arrivammo al Pincio e lì ci fermammo. Qualche canto e qualche danza dei più arditi... e tutto finì lì.
    Mi sentivo Pinocchio allettato dall’amico a marinare la scuola ma non collegavo bene il finale: ritrovarsi, insieme a lui, ciuchino in un circo.
    Erano le quattordici quando arrivai, con notevole ritardo, a casa.
    Mio padre era nero.
    “A quest’ora si arriva? Ci siamo preoccupati! Che cosa hai fatto? Ho telefonato a Paola, lei è arrivata puntuale, mi ha detto che non ti ha visto all’uscita.
    Il pranzo è freddo, è in tavola da un’ora.”
    La mia amica Paola aveva mentito per me ed io avevo deciso di inventare una scusa...
    Aprii la bocca per rispondere ma la bugia si rifiutò di uscire...  dopo tre secondi vuotai il sacco. Era la prima volta che marinavo la scuola e, d’altra parte, se mio padre mi doveva accompagnare il giorno dopo per la giustificazione...
    Piangendo mi liberai di quella colpa.
    Il giorno dopo mio padre vestito con la divisa d’ordinanza, prima di recarsi nella caserma di piazza del Popolo dove svolgeva il suo incarico di Appuntato dell’Arma dei Carabinieri, mi “scortò”, come il primo giorno delle magistrali, fino alla presidenza della scuola dove fu ricevuto dal vicepreside.
    Dovette subire la predica con tutti i “Se” del caso: “Se succede un’altra volta” “Se non si comporta bene...”
    Dovette chinare la testa e chiedere scusa per me che ero rimasta fuori dalla porta ad aspettare.
    Quando uscì mi disse solo che mi giustificavano ma che se avessi marinato di nuovo la scuola lui non si sarebbe più umiliato per me.
    Il dispiacere che provai fu enorme, avrei preferito una punizione per me e non per lui, come fu in effetti.
    L’anno dopo, nel giorno della festa della matricola, scanso equivoci, mi “scortò” sempre in divisa fino al portone della scuola.
    Solo che le matricole si erano organizzate meglio. Avevano fatto una catena umana e impedivano l’accesso degli studenti dentro l’istituto.
    Comunque con il suo vocione e con l’autorità della divisa riuscì a passare ed io entrai a scuola.
    Non ci furono lezioni perché c’ero solo io...
    Bighellonai in portineria fino alle dieci quando il portiere mi disse:
    “Te ne puoi andare... il preside ti dà il permesso:”
    E dove andavo? I miei compagni erano tutti in giro con le matricole, ormai lontani dalla scuola.
    Non mi restò che tornare a casa.
    Faticai a spiegare perché ero tornata e a far credere che la scuola fosse realmente chiusa.

  • 30 novembre 2012 alle ore 1:09
    Il desiderio di Badjirgal

    Come comincia: I miei occhi si schiusero, sentii i bulbi freddi. Ciò che vidi fu il buio. Tentai di muovermi. Presto mi resi conto di non avere i piedi. I miei artigli strinsero e punsero qualcosa di membranoso, di duro: cuoio. Un braccio umano. Fremetti. Sentii delle voci: non conoscevo quelle parole, ma capii. Dovevo andare: presto. Venni alla luce. Il mondo mi apparì diverso. Troppo profondo, troppo largo. Tentai di sbattere le palpebre per lo stupore, ma non ci riuscii: dovevo averle perse. Di fronte a me bianco, sopra azzurro. Presto. Il braccio dell'uomo scattò verso l'alto. Capii. Mossi le braccia in un moto disperato, tentai di allargare le dita. Presi quota. Sentii addosso della pelle diversa, molle e coperta: il vento gelido s'insinuava tra le mie piume. La terra si fece più lontana ad ogni clap flap. Le mie ali battevano feroci e leggere. Scivolai in avanti, disfacendomi nel vento. Sentii una forte vertigine. Mi sembrò di cadere nel vuoto. Fendendo l'aria appresi il cielo. Lo stomaco si svuotò. Riconobbi la tundra. Veloce. Presto. Senza sorpresa notai una macchia bianca nel bianco imperituro. Correva nella terra. La chiamai con uno stridio acuto che si schiantò fuori dalle labbra che non sentii di possedere. Il cuore batteva velocissimo nel mio piccolo, piccolo torace. I muscoli s'infiammarono. Le ali battevano febbrilmente in un dolce moto armonico che mi sembrò andare avanti da millenni, nello stesso identico dolce modo. Presi quota. La caccia m'inoculò in una nuvola. La vista sparì. Sentii di congelare. Ebbi fede. Barcollai nella penombra, senza riferimenti: mi sembrò di esser fermo, eppure sapevo: scelsi di scendere, perché così la mia anima disse. Avanti. Presto. Chiusi le ali, le strinsi forte al torso. Le piume di punta sfrigolavano nel vento, ballando. Calai in picchiata fuori dallo sbuffo di gelo-vapore. La macchia procedeva a zig zag, nel tentativo di depistarmi. Le sue lunghe orecchie dondolavano. La chiamai, ancora. L'eco nel vuoto del mio grido da uccello. Perdevo quota rapidamente. Il permafrost ricoperto di neve sembrava pericolosamente pesante e vicino. Seppi. Adesso. E' l'attimo. Stesi le ali: sentii dolore. L'aria le gonfiava, i pettorali erano tesi: fui pieno di fuoco. Alzai le zampe. Gli artigli sguainati trafissero la carne del coniglio. Un fiotto di sangue mi scaldò improvvisamente il ventre piumato. Abbrancai la creatura con la disperazione dell'annegato. Sentii i tendini lacerarsi, i muscoli sventrarsi, gli ossicini resistere. Sbattei violentemente le ali, nell'ultimo ciclo di zucchero combusto. Ripresi quota. La bestia si agitava, continuando a muovere le zampe nel tentativo di sfuggirmi.
      I muscoli dell’addome mi tirano a sedere. La fronte è madida di sudore. Mi tocco la faccia: i palmi si bagnano. I midolli mi bollono nelle ossa, sbuffo. Gli occhi aperti si abituano al buio. Percepisco i contorni delle cose. Perdo i sensi.

  • 29 novembre 2012 alle ore 18:55
    Lingue di fuoco

    Come comincia: Non era stato il falò del solito contadino imprevidente, questo sembrava certo. Per più giorni si cercò di indagare ma, come spesso accade, non si riuscì a scoprire la vera causa di quel disastro.
    Era partito nel primo pomeriggio, qualcuno lo aveva notato in un punto della pineta, già a metà costa, e subito aveva dato l’allarme.
    Cominciava a snodarsi agile tra le erbe alte, la sterpaglia e il sottobosco. Poi… l’incendio era divampato rapido in tutto il suo furore.
    A distanza di ore, lingue ardenti serpeggiavano ancora lungo la collina a diverse altezze e ormai… cercavano di ingoiare anche gli alberi più maestosi. Prima un lieve odorino di resina, piuttosto piacevole, poi puzzo soffocante di brace e di carbone.
    Alimentato dal vento, il fuoco si propagò spietato verso est. Stormi di uccelli impazziti provenivano da quella direzione. Lanciavano disperati richiami. Tentavano di mettersi in salvo e forse ci sarebbero riusciti. Ma gli uccellini più piccoli, e quelli ancora intenti a covare le uova nei nidi, o ad allevare la prole… E poi, quelli còlti di sorpresa e già accerchiati da tutte le parti… come avrebbero fatto? Sarebbero rimasti sepolti nel rogo.
    A quelli pensavo con profondo dispiacere. Provavo una stretta al cuore. E mi venivano in mente tutti gli animaletti più flemmatici, più impacciati, più indifesi del bosco: gli insetti leggeri, le lucertole nascoste nelle fessure, i timidi coniglietti selvatici, e i ricci…
    I ricci! Per loro era certamente la morte, lentissimi com’erano tanto da finire molto spesso schiacciati dalle auto. Erano le vittime preferite della strada, quelli che maggiormente pagavano il progresso. Durante l'estate, di mattina, si trovavano a decine sull’asfalto: accecati dai fari durante le ore notturne non avevano trovato scampo. A nulla erano valsi i loro dorsi irti di aculei! Come difendersi? L’auto è veramente la maggiore nemica dei ricci. Può compiere stragi.
    Insensibili a molti veleni, capaci di combattere perfino con le vipere, eccoli ora di fronte a un nuovo pericolo. Quanti di essi sarebbero stati annientati da quelle terribili fiamme?…
    Si fece sera. Mentre preparavo le valigie, vedevo dalla vetrata del balcone un pino letteralmente avvolto dal fuoco, come un rosso fantasma, la sua folta cima bruciava, mandava fumo, sprizzava scintille. Il tronco infine si piegò, crollò.
    In pochi minuti spariva una splendida creatura. Era stata allevata dalla Natura con amore per chissà quanti anni! E ora…
    Scoppiarono alcune pigne fiammeggianti. Aghi infuocati partirono, ahimè, per colpire nuove zone. 
    Quel mostro furibondo non si calmava, non lasciava tregua al bosco, anzi sembrava vanificare la fatica degli uomini accorsi per domarlo. I volontari prima, e ora anche i vigili del fuoco. Tutti all’opera. Giungevano fino a me voci disperate, urla e richiami.
    Ecco, una parvenza di tregua? No. Un bagliore rossastro, e in un attimo riprendeva più vigoroso di prima. Bisognava ricominciare tutto daccapo. Aprire varchi. Il cielo aveva cambiato colore. Il mondo andava in rovina.
    Suonarono alla porta. Erano Lorenzo e Toni, due ragazzi che dedicavano tutto il tempo libero a organizzare escursioni naturalistiche per l’isola. Durante le passeggiate, coglievano anche la minima occasione per fornire informazioni su questo o quell’animale, su questa o quella pianta, e contribuivano con tutta l’anima a educare la gente al rispetto per l’ambiente. Ce ne vorrebbero tanti di ragazzi come loro.
    Lorenzo e Toni venivano dal luogo dell’incendio.
    - E’ una vera rovina. - dissero - Non avevamo mai visto niente di simile: se le fiamme non saranno domate o almeno isolate, si rischia lo sgombero di tutte le abitazioni più vicine. 
    Prima che potessi dire la mia, mi mostrarono una borsa di tela.
    - Guarda, credo che ti interessino. - continuò Lorenzo - Erano tutti e due sul sentiero, abbiamo pensato di portarteli. In mezzo a quel putiferio, povere bestie, non avrebbero avuto scampo, mentre con te… sappiamo che sono in buone mani!…
    - Questo sì… è vero, grazie. Solo… che… domani mattina parto, ho l’aereo alle sette per Milano.
    I due amici si guardarono non sapendo cosa fare.
    Io conoscevo i ricci soltanto attraverso le illustrazioni dei libri e qualche documentario.
    Guardai quelle due pallottole spinose e ne raccolsi una. Aveva un colore grigio giallastro, mentre l’altra era marrone e molto più scura. Il riccio era abbastanza pesante e non manifestava nessuna voglia di aprirsi. Sarebbe stato bello vederlo, così da vicino, con il suo grazioso musetto aguzzo e la sua caratteristica “pettinatura” a spazzola! Intanto… mi piaceva molto il suo odorino di selvatico.
    Lo rimisi delicatamente insieme al compagno.
    - Va bene, ora mi organizzo. Ci penso io. Domani stesso li porterò nel giardino di mia sorella. Là credo che staranno benissimo.
    Lorenzo e Toni tornarono di corsa a prestare la loro opera come volontari. Non c’era tempo da perdere.
    Liberai le due bestiole nella stanza da bagno, chiusi la porta e completai velocemente le valigie. Andai a letto più presto del solito. Ormai non ero più preoccupata per i ricci, il trasporto sarebbe stato semplicissimo e in fondo, anche per loro, si trattava solo di un’oretta di volo…
    Durante la notte fui svegliata improvvisamente da qualcuno che picchiava sulla porta. In pochi attimi mi resi conto che il rumore proveniva dal bagno, sembrava un esercito di disperati che si accalcava su quella porta. Erano i ricci. Battevano sul legno con tutta la potenza delle loro zampine, graffiavano con le loro forti unghiette, era come un frastuono stonato prodotto da tamburi, un fracasso di cavalli ubriachi al galoppo.
    Mi ricordai che i ricci hanno abitudini notturne, opposte quindi alle mie che amavo concludere le giornate presto e svegliarmi, magari, alle prime luci del giorno.
    Pensai che avessero fame, quindi portai loro un piattino con il latte, poi richiusi la porta. Neanche per sogno. Ripresero immediatamente con quel comportamento chiassoso, con quell’infernale baccano. Dormii davvero poco.
    All’alba sentii il rombo di un aereo, vidi che si abbassava più volte sul mare per raccogliere acqua e, dopo un istante, la scaricava sulla zona dell’incendio.
    La scena ormai era desolante: un’enorme macchia nera si apriva là dove fino a ieri spiccava il bel verde dei pini.
    E intanto… gli ultimi tizzoni ardenti erano ancora duri a morire!
    Cominciava a cadere una pioggerella leggera. Mi piangeva il cuore a lasciare così, con quella immagine, il bellissimo luogo delle mie vacanze.
    Per fortuna c’erano i due ricci a tenermi, si fa per dire, allegra. Tutto il tragitto si trasformò in una specie di combattimento fra loro, che tentavano in tutti i modi di uscire dalla borsa di tela, e me, che dovevo ricacciarli continuamente giù affinché non scappassero nel taxi prima, e nell’aereo più tardi…
    Finalmente arrivai a casa. Liberai i ricci, questa volta in cucina. Lasciai loro una ciotolina di latte, e corsi a salutare mia sorella che abitava a soli cinquecento metri di distanza. Volevo darle subito la bella notizia che la sua famiglia di animali stava per arricchirsi! Avrebbe dovuto solo controllare che la recinzione del giardino non desse ai ricci la possibilità di fughe pericolose in strada.
    Quando tornai a casa era già buio. Accesi la luce in cucina e rimasi senza fiato: uno dei due ricci si fermò di colpo mentre leccava  una goccina di latte e guardò verso di me coi suoi occhietti brillanti ma un po’ pensosi come quelli di tutti i ricci. L’altro, con cammino pesante, si andò a rifugiare dietro un mobiletto; e sul pavimento… lì, proprio in mezzo alla stanza… tre esserini coperti di aculei biancastri come di plastica o di gomma chiamavano la mamma con una vocina acuta e stridente.
    Almeno uno dei due ricci, quindi, era femmina. Quante emozioni proprio appena prima del parto! il pauroso incendio, quelle strane case con i pavimenti freddi e lucidi e, più ancora, il volo ad oltre novemila metri d'altezza…
    I piccoli comunque stavano bene.
    Spensi la luce e corsi da mia sorella a portarle il nuovo, strabiliante annuncio.

  • 29 novembre 2012 alle ore 12:26
    Il bivio

    Come comincia: Ogni notte Fiamma non riusciva a dormire. Non mangiava più. Si stava deperendo tanto, povera figliola, che ormai era pelle e ossa. Rogo era venuto a conoscenza di un luminare famoso che aveva guarito molti giovani di quel male. Ci volevano, però, tanti danari. Si sarebbe dovuto impegnare per tutta la vita. In paese circolava la voce che nel vicino villaggio della Gente che non c’è, abitava la maga Hydra che richiedeva molto meno e che aveva fatto dei miracoli approvati dal vescovo.
    Rogo però non credeva ai ciarlatani che vendevano fumo alla povera gente credulona. Per pagare il luminare, tuttavia, si doveva indebitare mentre per la maga bastava la paga di un giorno. Che fare allora? Spinto dalle assillanti insistenze della moglie Candela più che da salda convinzione, Rogo decise, anche se a malincuore, di portare la figliola da Hydra che le prescrisse come cura un unguento. Aveva bisogno,per questo, dell’acqua prelevata dalla sorgente del Tevere, che poi doveva essere anche benedetta dal vescovo.

    - Prendi quest’ampolla di vetro fragilissimo.Un’altra uguale non c’è. La riempi fino all’orlo e la tappi. Non devi farne cadere neppure una goccia! – Ordinò con voce imperiosa Malia.

    - Posso, invece, portarmi una borraccia di alluminio che è più sicura? - Chiese timidamente Rogo.
    - No! L’unguento non funzionerebbe! Se vuoi salvare la vita di tua figlia, devi fare così come io ti ordino, – rispose con decisa alterigia la maga.

    Rogo sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e perché la fonte era ad un’altitudine di oltre milleduecento metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è, per amore della figlia e senza una forte convinzione Rogo,con uno strano presentimento, si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, mise l’ampolla dentro la bisaccia e partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né alpino, lui umile contadino di pianura sapeva usare vanga e zappa! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per salire sul monte Fumaiolo. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Faceva caldo. Alla fine ci riuscì e fu bravo ad individuare il viottolo che lo portò alla sorgente tra rovi spinosi e fronde fitte. Ivi giunto, si chinò e riempì l’ampolla. Si avviò, quindi, sulla via del ritorno che gli parve più breve. Corse Rogo per la discesa. Corse per tutta la strada del ritorno. Corse anche in paese, ansioso di vedere la figliola Fiamma riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli l’ampolla di vetro che si frantumò in mille pezzi. Disgraziato Rogo per aver previsto il rischio e non averlo saputo evitare! Sfortunata Fiamma perché in ogni caso non sarebbe stata salvata! Disperata Candela che, a causa della sua ignoranza, da quel dì non volle vedere più il marito. Fortunata la maga che sicuramente evitò un sicuro fiasco. Chi paga a questo mondo è sempre la povera gente e i furbi l'hanno sempre vinta.

  • 28 novembre 2012 alle ore 17:43
    La teoria B

    Come comincia: È molto semplice Mamo.
    La formazione del mondo intendo Mamo... io l'ho capito subito come avvenne e la sua origine Mamo di un banale incredibile... altro che mistero ga... odioso Mamo.
    All'inizio un gigantesco tipo annoiato immortale e stranamente trasparente e no... che s'era scoperto poteri inimmaginabili e non poteva fare niente Mamo.
    Che non esisteva nulla su cui dirigere le sue propensioni... manco uno stupido spettatore intendo... oltre un'immensa cielo desolazione Mamo e lo stress e la noia ed il senso di inutile montavano Mamo... indi in lui la rabbia cresceva Mamo e diventò incontenibile Mamo codesto fermento d'animo... incontenibile... incontenibile... incontenibile tanto da indurlo disperato e pur di fare qualcosa ad usare le sue prerogative immense per trasformarsi in bomba Mamo... per diventare un kamikaze e distruggere l'ingiustizia in cui si realizzava inguaiato e fare scoppiare la situazione Mamo... talmente odiava questo tutto/nulla in cui stava immerso.
    Ed aveva poteri immensi dicevamo Mamo...
    e dunque usò il suo corpo da laboratorio e si manipolò le strutture chimiche a dovere Mamo... fino ad arrivare a rompere chissà cosa oltre l'atomo Mamo ed infine sprigionò il fatal contatto e fu il big bang Mamo.
    Una botta furiosa Mamo... durante anni ed anni Mamo. Credo nemmeno lui lo sospettasse Mamo.
    E polveri roventi in ogni dove Mamo ed ammassi incandescenti Mamo e... importantissimo... pezzi... ricordiamo immortali... dello sproporzionato essere superiore sparsi dappertutto Mamo e piano piano i più grossi diventarono il sole e la luna eccetera eccetera Mamo... mentre i piccoli agglomerarono dentro lava in fase di raffreddamento... ed assumendo le caratteristiche dell'organo... "divino"... da cui il frammento proveniva... minuto previo minuto sono evoluti... dentro un geode Mamo... chi in rubino... che magari figliava dal cuore Mamo... chi virando su gallina. 
    Probabile povera discendente di caviglia spappolata Mamo.
    Ed i geodi stavano dentro la roccia Mamo ed i fiumi erosero la roccia Mamo e le acque trascinarono grandi sassi a valle Mamo ed i sassi si apersero Mamo... e spuntò una scimmia Mamo... e spuntò il seme di betulla e spuntò quello di pino Mamo... e spuntò l'ametista e spuntò la balena e spuntarono il coccodrillo la rana e tutti gli altri Mamo... ed ognuno conservando la porzione di immortalità che la formula del suo "gene" aveva dentro Mamo.
    Ergo alcuni pressoché interamente Mamo altri purtroppo meno Mamo.
    Nella totalità comunque... all'inizio... parti di "dio" rigenerate attraverso il combinarsi con massimo uno o due elementi  alla volta e possibilmente sotto vuoto.
    Solo in seguito... spostandosi intorno con le loro possibilità motorie... che poverino colui innescato dai capelli si sa non avrebbe mai potuto mostrare esagerato movimento... cominciarono ad incontrarsi ed alle volte perfino a realizzarsi della medesima specie... pure se un minimo... in dei punti... ancora diversi Mamo...
    e furono il sesso la prole e la società Mamo.
    Organizzata Mamo a seconda dei casi... in città o in bosco... in branco... in cespuglio o in stormo.
    È filante assai Mamo.
    Per me è avvenuto così il fatto Mamo.
    Gli esseri brutti hanno preso che ne so da calcificazioni sul colon... quelli belli da alcune lacrime e sono spiegate pure le differenze inspiegabili Mamo.
    "Li" intelligenti dallo spirito di reazione e gli stupidi dai peli del naso Mamo.
    Non c'è soluzione Mamo e non serve prova Mamo infatti al solo permettersi di pensare l'assoluto si frantuma ogni volta immediatamente in miriadi di pezzettini Mamo.
    Immediatamente...
    e prova migliore di questa non esiste Mamo.
    Non esiste.

  • 26 novembre 2012 alle ore 14:52

    Come comincia:

  • 25 novembre 2012 alle ore 20:39
    Cara Penelope

    Come comincia: Se mai l'uccello delle tempeste arriverà a te, sposa mia d'Itaca, sappi che mai ho smesso di pensarti insieme al figlio diletto e che presto, Athena me l'ha detto, tornerò alla patria riva sassosa ove fedele attendi. "Sono passati venti anni, rimproveri giustamente, perché tanto tempo?". Mi pare di sentirti, dolce voce amata venata di pianto. Dieci ne occorsero giri del Sole per vincere Ilio superba che tanti portò all'Ade ed io credevo che poco mancasse alla nave con vento a favore perché ti potessi abbracciare. Invano, me misero! Peccai contro Posidone accecandogli Polifemo ciclope sicché il mare nemico più volte mi sospinse lontano a perigliose avventure. Fui irretito da Calipso divina, in prigione dorata sette anni. Non sai qual fatica staccarmi! Bastava? Ma no...provò Circe, la maga, a incantarmi e a scamparne soccorse a me Ermes. Finalmente naufrago, quando già mi sentivo perduto, m'aiutò fanciulla mortale che la Dea ispirò favorevole.
    Ora dalla nave in rotta per Itaca il messaggio annunciante l'arrivo mando a te confidando nel volo del gabbiano primo che avvistai segnalante la terra.
    Sorridi allo sposo diletto!
    Il tuo Ulisse

    ps Per fortuna questo scritto mai giunse a destinazione... 

  • 24 novembre 2012 alle ore 22:33
    A mia madre

    Come comincia: -“Devi scrivere di mamma..”- mi dice spesso mia sorella, Lilia. - “Perché non l’hai fatto ancora?”-
    …………………………………..
    Ho cercato le prime immagini di mia madre nelle prime sequenze di vita di quel bimbo, che io ero, a Villa Adela, a Serravalle Scrivia, dove ho trascorso gli anni più fragorosi della mia vita, dai quattro ai sei anni. Ne ho rinvenute poche, frammentate. Quadri con voci e fondali, dove lei non appare mai, in primo piano, forse inglobata da quella magica simbiosi che fa, di un figlio e una madre, un pezzo solo di carne e spirito. Lei, troppo giovane, per affiorare in un mondo di anziani, genitori suoi e paterni, figure solide, forti, invadenti, sfollati, in fretta, dai bombardamenti di Genova.  Sudisti e nordisti, obbligati a vivere per necessità, gomito a gomito, una vita scomoda. Il primo ricordo? Le pezze di acqua e aceto, nelle notti di febbre. Avverto, ancora, il peso della sua mano, che depone il panno gelido. Dopo il Causith, la febbre scendeva per crisi, lasciandomi prostrato, in un bagno di sudore. Il cambio del pigiama, nella stanza fredda, fatto in fretta, in piedi sul letto. Il sonno rassicurante mi attendeva, dopo il bacio. Il suo canto di mattina, al risveglio, per le stanze della vasta villa. La radio non era ancora la sorgente dei suoni. La gente cantava. Papà era grande, in bagno, alla barba, con “vieni c’è una strada nel bosco”. Mamma, con “ ma l’amore no, l’amore mio non può”. L’ora della merenda, alle quattro: pane, burro e zucchero, preceduto dal suo richiamo, a me, che andavo, libero, per campi. Risento la sua voce tra gli alberi della villa, che sembra cercarmi. Un inverno gelido di neve e ghiaccio: toccava scendere per un viottolo, sino alla pompa del pozzo. Una ruota, da far girare, mandava su, in villa, l’acqua al grande serbatoio. D’inverno ghiacciava. Mamma, la più giovane, si avviava con una pentola di acqua bollente per sgelare il congegno. La vedo rientrare in casa, sul riquadro della porta, coperta da pezze di lana. Dalla mano destra cola sangue rosso. “Sono scivolata sul ghiaccio” Mamma era meridionale, di Petralia Soprana, Palermo. Il senso tragico, greco, se l’è sempre portato dietro. Una lite con sua sorella, zia Maria: urli e strilli, in uno sfondo di luce mattutina. Entrambe si tirano per i capelli, forsennatamente. Generano polvere luminosa, in quell’azzuffarsi. I parenti, invano, cercano di districarle.  Quei capelli, che mi tirerà durante le ore di studio, lei affianco, ed io svogliato. Provo ancora quella sensazione dolorosa d’intercapedine tra i capelli e il cranio. Io, all’inferriata della finestra del pianterreno, osservo fuori: neve nei campi, alta, bianca e sugli alberi colmi. Mamma e zia, ragazze, che corrono, verso casa, affondando a mezza gamba. Un caccia scende rasente sul pendio della collina. Il fragore del motore. Passa a pochi metri dalle loro teste. La casa trema.  “Dio! Se mitraglia!” Una voce alla mia spalla sinistra, mi mette panico. Piango e urlo: “Mamma!”. Il viso premuto sul vetro freddo, che si opaca al fiato. Mamma e zia continuano a correre verso casa, tra nuvole di neve. Mi sembra di udire le loro invocazioni. L’aereo ritorna, dopo un’azzardata virata, scende, con un rombo assordante, a pochi metri dalla casa.  –“ Sta ridendo, sta ridendo! Hai visto il pilota rideva! - La stessa voce. Mi rassicura. “ Ha giocato al gatto e al topo!”. L’aereo scivola verso l’orizzonte. Bombardano il ponte sullo Scrivia; la villa trema, i vetri cadono a pezzi, su di noi, che stiamo chini nel sottoscala. Mamma, sicura e calma, a noi, che premiamo le mani sulle orecchie, per non farci saltare i timpani: “ I grappoli di bombe, scendendo, urtano tra di loro; si sente il tà-tà-tà, metallico, prima dello scoppio.”- A sera, gli ufficiali tedeschi vengono a gustare il Nocillo di nonno Angelo. Papà mette sul grammofono, Lilì Marlene. Questo motivo rassicura tutti. Si ascolta in un silenzio religioso, quasi fosse una preghiera. Mamma e zia, sono ai piani superiori. Per ordine di nonno Angelo e nonna Amina, non devono scendere. Avverto il loro silenzio, la sua mancanza. Il suo amore per le piante, per i fiori. Le ginestre la facevano impazzire. Il suo volto, tra un mazzo enorme di gialle e profumate ginestre, ritorna negli anni, sorridente, a ogni primavera. Una mattina arrivò Fofò, amico d’infanzia di mamma e zia Maria, da Potenza. Ha la divisa da graduato tedesco. –“E’ un furbacchione!”- Io lo sto ad ammirare con stupore. Mamma e zia sembrano ritornare bambine. Per la prima volta qualcuno mi regala giocattoli. Ne riempio due cassetti. Dovrò imparare a giocare. Fofò ritornerà, a guerra terminata, col distintivo del Partito Comunista. Risentirò: “E’ un furbacchione!” E’ primavera, forse, in villa esplode un pandemonio di felicità. Urla, risate s’intrecciano nelle varie camere. Qualcuno dal paese, è arrivato urlando: “L’armistizio!” Divento una palla da far saltare dalle braccia dell’uno all’altro.  Rido anch’io. Quel ragazzo che sale, affannato, su per il viale alberato, urlando:- “I partigiani hanno arrestato suo marito. In paese, dicono che fosse il federale di Genova”.-  La tragedia riappare sul volto e i gesti di mamma. Papà era un semplice impiegato, si appurerà. Mamma si coprirà di un eczema per anni. Il mio primo giorno di scuola, in paese, l’esame, da privatista, dalla prima elementare, fatta con nonno Angelo, alla seconda elementare. Appena scompare il suo volto, dalla porta dell’aula, mi prende un vomito irrefrenabile. Lo spazzino del paese è chiamato in aiuto. Genova, casa nuova, la guerra è terminata. Ho una camera tutta mia. Mamma, a sera, è stata sostituita da un lumino da notte.  Non mi basta. Le persiane resteranno aperte a far entrare la luce della Lanterna, più rassicurante del piccolo lumino. Resterò, a scuri aperti, per tutta la vita. E’ un pomeriggio autunnale di giorno feriale, mamma mi porta dai suoi genitori. Genova è di sole e di mare, alla Foce. I baracconi si stanno montando per le feste. Noi, li s’attraversa. Scorgo, addossato al legno di un capanno, mio padre. Abbraccia una donna bionda, voluminosa. – “Mamma, guarda, c’è papà!”- Un riflesso di natura, senza un frammento di ragionamento. Solo dopo pochi istanti, compresi il danno che avevo creato. Mamma tornò meridionale e tragicamente greca, in una furibonda scazzottatura. Mamma, non vi ho detto ancora, era molto bella. Salita in Liguria con i genitori, aveva abbandonato un mondo di elite. Da ragazza andava a sciare d’inverno, (dei suoi pantaloni da sci, ne ricavammo uno, alla zuava, per me, che portai per parecchi anni, d’inverno) aveva volato sui quei trabiccoli scoperti, della prima guerra mondiale, a due posti. (“guai ad aprire la bocca, al vento, nelle picchiate, non si richiudeva più!” – mi aveva sempre affascinato questo particolare aviatorio) e le vacanze, a Livorno, erano un film, a raccontarsi. Gli Orlandi, questi ricchi fratelli, con panfilo ,di cui lei parlava sempre, chi saranno mai stati! Sposatasi a diciassette anni con papà, impiegato, aveva incontrato tutte le resistenze e i pregiudizi dei suoi genitori verso una meridionale. Aveva una bellezza semplice, elegante.  Ai miei primi pantaloni lunghi, quando, nelle gite in campagna, ci raggiungevano i lazzi di qualche passante, che ci scambiava per una coppietta, ricordo che ne restavo turbato. Da tempo se n’è andata, frantumandosi ossa e cervello, come lei non avrebbe mai voluto, in quel pessimo gran finale, che ci attende, al fine di una vita. Sino all’ultimo giorno voleva essere “a posto, con capelli e viso”.

  • 22 novembre 2012 alle ore 23:53
    Morire. Ancora.

    Come comincia: Le persone sono false.
    Tutte.
    Nessuno racconta mai del tutto la verità.
    Si omette sempre, per proteggerci, per non rischiare, per qualche fottuto stupido motivo.
    Io mento spudoratamente, sempre.
    Su cosa penso, su come sono, su quello che vorrei.
    Mento mettendomi mille maschere che tengo chiuse nel cassetto.
    Faccio la stronza quando sono dolce.
    Faccio la dolce quando sono fredda.
    Muoio, sempre.
    Ogni singolo istante della mia vita muoio.
    Muoio perchè non ho più voglia di stare qui a parlare.
    Non ho più voglia di spiegare il perchè sono fatta così.
    Voi..voi siete gli assassini della mia mente malata.
    Della mia sanità mentale.
    Sono stanca.
    Voglio morire.
    Ancora.

  • 22 novembre 2012 alle ore 0:59
    T.D. Smitherson e le F.A.T. model

    Come comincia: I pesanti anfibi non smettevano di fare quel rumore stridulo mentre attraversavano il pavimento a specchio. Ogni persona al suo passaggio si faceva da parte, nessuno osava contraccambiare il suo sguardo, micidiale come una raffica di mitra. Arrivato davanti alla porta, i muscoli del suo braccio si gonfiarono attorno la maniglia e d'impeto aprì la porta. 
    - Dove diavolo sono quelle modelle? Entro dieci minuti le voglio nel set per fare le foto o puoi giurarci che  le mando a ... - uno squillo del telefono sul tavolo interruppe l'ira dell'uomo.
    Prese in mano il telefono stringendolo come per uccidere un boa costrictor - Qui T.D. Smitherson, consulente d'immagine che cazzo volete?- la voce dall'altra parte era quella di Flex l'assistente del fotografo Von De Fluchten -Sig... signor Smitherson... s-sono Flex... c'è un pro-problema c-con le modelle...-
    Il telefono era stato riagganciato. Flex stava tremando al solo pensiero della reazione di T.D. non appena avesse saputo come erano state conciate le povere modelle. Flex sapeva che era stata un'idea di Von De Fluchten che è famoso per le sue foto-choc con modelle e modelli ripresi nelle più impensabili situazioni, ma arrivare a quel punto... Stava davanti alle grandi finestre che davano sulla via principale della moda di New York e immaginava che l'ira di T.D. gli avrebbe fatto un volo da una di quelle. All'improvviso una figura entrò da una finestra mandandola in mille pezzi. Era T.D. che si era calato dal suo ufficio al ventiseiesimo piano ed era rumorosamente piombato al quindicesimo dove c'era lo studio fotografico, sfruttando una corda che teneva per ogni evenienza nel cassetto.
    - Dove sono? Dove sono quelle sottilette di modelle? - 
    - Ecco... io s-so dove sono, ma non le c-chiamerei sottilette! -
    - Che stai dicendo? Peseranno in tre 40 kg... che diavolo gli frulla in testa a Von Flafflel? -
    - Von De Fluchten... ecco trovava troppo magre le modelle... e-e allora gli ha messo degli steroidi nell'insalata e... -
    La stanza cominciò a tremare. Si sentivano pesanti passi arrivare da dietro la porta. T.D. prese posto davanti all'ingresso brandendo una pianta finta da ufficio. Un ficus. La porta si aprì e goffamente tre ciccione cercarono di entrare dentro allo studio. Erano Florence, Annette e Tabata. 
    Erano diventate F.A.T. model... dietro a loro Von De Flucthen.
    - Ecco in loro tutten splendore, Ja! Con Kveste io riempire tutten cataloghen di moda!-
    T.D. non ci voleva credere. Aveva trasformato tre grissini in abbondanti babà. 
    -Tu mi vuoi rovinare! Passi verniciarle di verde, attaccarle con la colla al soffitto, chiuderle in una bottiglia gigante, riempirle di graffette colorate, ma renderle ciccione! Non entrano nei vestiti che devono pubblicizzare! Che dico agli sponsor? -
    - Tu digli che modellen grassottellen son più bellen... -
    T.D. stava girando in tondo rimuginando sul da farsi. Pensava "hanno preso gli steroidi, sono grasse cosa posso fare?" ebbe l'idea! - Ragazze adesso farete un corso ultrarapido di dimagrimento! Visto che siamo su un grattacielo di trenta piani voglio che cominciate a correre per le scale, trasportiate tutto l'arredamento del primo piano al trentesimo, quello del ventinovesimo al secondo e così via! Fatemi anche delle flessioni se siete stanche ed ora avanti marsc'! -.
    Le modelle salivano e scendevano, scendevano e salivano trasportando mobilia, impiegati e piante di ficus finte su e giù nel grattacielo. Piano piano i pesanti cumuli di grasso stavano lasciando spazio a possenti bicipiti e tricipiti, le modelle ormai quando si sentivano stanche non facevano solo flessioni, ma anche squat con le scrivanie sulle spalle, curl con le piante, e alzavano con una mano sola sopra la testa degli impauriti impiegati. 
    Nel frattempo Von De Fluchten scattava foto su foto. Ormai era sera e T.D. dopo avergli fatto cambiare l'arredamento a tutto l'edificio non ne voleva più sapere di fare il servizio fotografico.
    - Non ne posso più. Per oggi è andata così! Domani faremo le foto -.
    Ma Von De Fluchten sogghignava... 
    Il giorno dopo T.D. stava tornando al suo ufficio, che era stato spostato al quinto piano. Flex gli venne in contro con il catalogo fresco di stampa. 
    - Signor Smitherson, d-deve credermi n-non ne sapevo niente! Ma Von de Fluchten ha dato già le foto in stampa e-e... è questo il risultato.
    T.D. sfogliava le pagine e dalle foto si vedevano delle possenti modelle alzare tavoli, impiegati, mobili, sempre in posa sugli scalini, immerse nel verde di piante di ficus, finte.
    Salì velocemente le scale fino al sedicesimo piano dove incontrò Von de Fluchten e il direttore della rivista, tale Pinnard. T.D. avrebbe volentieri stritolato il collo al fotografo se non fosse per il mega sorriso di Pinnard. 
    - Signor Smitherson eccellente idea la sua, eccellente! Non solo abbiamo rinnovato i locali a costo zero, ma le foto sono fantastiche! Le modelle hanno anche ricevuto parecchie offerte di lavoro come lottatrici di wrestling e in una famosa ditta di traslochi! E' incredibile! Complimenti -
    - Beh... io veramente ho solo visto l'opportunità... ed è andata bene! - T.D. continuava ancora a lanciare occhiatacce a Von De Fluchten -se mi combini un'altra cosa del genere...- ma il fotografo      sorridendo - Beh... ci sarebbero quelle foto con i gattini siamesi... ho paura che non vadano tanto d'accordo con i dobermann... -. T.D. tirò dietro una pianta di ficus a Von De Fluchten, l'unica vera. 

  • 21 novembre 2012 alle ore 20:26
    La Prediletta

    Come comincia: In un tempo non sospetto, nella città di An Najaf, un rispettabile fornaio e la sua sposa diedero alla luce una figlia. Felici, i due sposi donarono a quella perla un nome che col tempo si rivelò un inganno.
    Al sesto mese la piccola aprì gli occhi al mondo. Nessuno spettacolo come quello deluse e terrificò mai due anime semplici come le loro; la bambina non aveva iridi. Il suoi occhi erano nudi… vuoti. Il padre, anima pia e devota - e quindi resa debole dall’amore -, nonostante fosse invaso dal dolore non si fece abbattere da quello spettacolo. Strinse tra le mani candide di farina quel fiore sterile e, asciugandosi le lacrime, poggiò sorridendo la sua fronte su quello della bambina. La madre, donna fiera, forte e senza debolezze, mai accettò quell’albero senza frutti che aveva avuto il disonore di far germogliare nelle sue viscere. Dimenticò quell’essere senza un volto come ci si dimentica di una malattia ormai guarita; ma quella cicatrice abominevole era lì, nonostante tutto, a ricordarle tutta la sua vergogna. Da allora il ventre della donna si prosciugò. Quell’anima intransigente decise irrevocabilmente per il suo corpo ancora carico di fertilità. 
    Nessuno dei due genitori però, certi della cecità della figlia, si adoperarono ad educare quegli occhi spaventosi alla vista. Ma la piccola vedeva. Miracolosamente quelle due stelle glauche e vuote avevano uno sguardo.
    Uno zio, ancora celibe - un mercante che aveva visto sia l’oriente che l’occidente, e che conosceva tutte le avversità con le quali Allah arricchisce il mondo – attraversò da sinistra a destra la sua mano sulla culla di quel viso che non lasciava intravedere un’anima e si accorse che quello sguardo nudo seguiva il suo palmo. Lo stupore regnò in quella casa abbandonata da Dio. Si gridò al miracolo e quel giubilo si effondeva nonostante il terribile silenzio di una madre disinteressata.
    An Najaf divenne la città del miracolo, la notizia corse lungo tutte le rive dell’Eufrate. Il padre e lo zio educarono da soli quella figlia, le insegnarono a leggere e ad imparare a memoria i versetti del Corano, ed una pia vedova le insegnò a lavorar da sarta… . Intanto la fanciulla cresceva, i suoi capelli neri facevano da contrasto ad una pelle bianca e benedetta. E ogni venerdì, da buona fedele, copriva la dolcezza del suo volto con un velo di seta di Damasco; un velo azzurro che faceva sembrare quei terribili occhi due nuvole. Quella bambina divenne una giovane donna, bella… tanto bella da esser chiamata la Diletta del Profeta, sua sposa. Tutti in città onoravano quel prodigio che univa insieme abominio e bellezza. Tutti cantavano e celebravano le grazie di quella ragazza toccata miracolosamente da Allah nella sua sventura. Ma nessuno poteva reggere il suo sguardo, era impossibile… quelle pupille bianche sconcertavano tutti, tranne il padre e lo zio. La Diletta del Profeta imparò così a chiudere gli occhi e a sorridere ogniqualvolta le si rivolgeva la parola e, scusandosi per il gesto, diceva: “io rinuncio al mio sguardo affinché il vostro possa vedermi.” La giovane sarta cresceva saggia e onorata, ma sola, costretta a chiudere gli occhi al mondo per esser vista senza orrore; ma nulla trapelava dal suo volto, pieno di sorrisi e carico di una bellezza senza paragoni.
    Una calda mattina d’estate i quattro figli del governatore scesero lungo le rive del fiume a giocare… da lontano videro un corpo disteso, ne riconobbero il candore e la bellezza delle forme, era la Diletta che riposava su un cuscino di petali rose carminio, quegli innocenti spettatori subito pensarono che il Profeta l’avesse trasportata lì per non farle patire il caldo. I quattro bambini corsero in città… e gridando al miracolo chiamarono a raccolta tutta la popolazione. Si bruciò incenso nella Moschea, si spanderono oli profumati davanti all’uscio della dimora della “benedetta sposa del Profeta”.  Tutta la città raggiunse la riva dell’Eufrate per celebrarne il miracoloso risveglio. Ma avvicinandosi alla donna si resero conto che ella non riposava su un cuscino di petali, ma che il suo capo era avvolto in una pozza di sangue. La girarono e scoprirono che non aveva più gli occhi. Al posto di quelle nuvole ora c’erano due abissi oscuri, atroci e vuoti, scavati con una ferocia inaudita. La donna, forte di una disperazione efferata e silenziosa, si era strappata gli occhi durante la notte e li aveva gettati nel fiume. Tutta la città si allontanò dal quel corpo… maledicendo la giovane per la grazia che non era riuscita a sopportare.
    Questa storia mi è stata raccontata in una povera casa di Bassora, la figura che me la narrò mi accolse recitando questi versi della Sura An-Nazi’at: “Quel giorno tremeranno i cuori e saranno abbassati gli sguardi”. Quella sagoma, – antica e sottile come la sabbia del deserto - sempre rivolta al muro, contava i giorni raccogliendo grani di pepe in due ciotole di coccio, poste una alla sua destra e una alla sua sinistra, ed ogni volta che narra questa storia affonda le sue mani in quei due vasi stringendo e sbriciolando quei grani di pepe.
    Il suo nome è Munira – colei che sparge luce – ed ha per marito un fornaio, come suo padre, e la sua splendida figlia è un’abile sarta, come lo era stata lei.  

  • 20 novembre 2012 alle ore 18:36
    Nota incauta sull’Ossimoro

    Come comincia:                                                    "Povero Bobby, erano quattro anni
                                                        che era morto ed era ancora caldo.
                                                               Un vero cadavere vivente
                                                                   -E com’era allegro!”
                                                         ( Ionesco, La cantatrice calva).

    Sinceramente ignoro – e la sincerità è pessima amante della letteratura – se  l’ ossimoro sia stato mai affrancato dalla coazione dell’esercizio retorico e, reso oggetto di cura dai suoi incoscienti  adepti.
    L’ossimoro è pervaso da una invadente nuance, qualcosa di tenero e temibile ne rende tanto cauto l’utilizzo quanto prodigiosa la lettura; per sua grazia “piove in petto una dolcezza inquieta”… sussurra imperioso Montale in “Ossi di Seppia”. In tutta onestà cercherò di evitare  ulteriori  citazioni, non per metodo, ma per acquistare congedo da quel miraggio, consolidato nello sguardo della storia della letteratura,  rappresentato dalle “figure retoriche”, tanto utili quanto non strettamente necessarie. Nessuna selvaggia apologia dell’ autodidattica – perché ogni vero autodidatta è abitato di continuo da una profonda umiltà, partorita da felici doglie d’incertezza – ma, una semplice constatazione: perché dedicarsi sempre e solo alla critica letteraria, senza mai soffermarsi allo stupore del lettore? Ammiro, imito i buoni lettori, merce rara e preziosa, come mercanti ebbri di storie, tesori provenienti da oriente e sempre in cammino verso l’occidente del pensiero.
    Un excursus etimologico è d’obbligo nel caso dell’ossimoro, come, e  forse più, di ogni altra figura retorica; Oxymoros, acuto e sciocco, la possibile e dispersiva fascinazione della paleonimìa tenga sempre in allerta il lettore. Ecco cosa accade quando si accostano parole opposte per significato, l’ossimoro è acuto e sciocco, si badi sciocco… non folle, in quanto la follia è sempre progenie di acume e sciocchezza.
    Paradosso non eclatante è la stessa coincidenza tra nome e definizione: l’ossimoro stesso è già ossimoro, puro, irrisorio incanto del linguaggio,  un arabesco sempre chiuso ed aperto, un limite  diafano della parola.
    In genere, ma mai regola, l’ossimoro chiude un verso, in alcuni casi, azzardati ed eroici, addirittura un concetto; è un sigillo in geroglifico che non permette un oltre ma lo lascia immaginare. In poche parole è come porsi di fronte ad uno specchio ma, paradossalmente, vedersi di spalle; si è di fronte a se stessi, potremmo alzare una mano, toccare con la punta delle dita le nostre labbra, ma non riuscire a vedere questa scena. Immagine caleidoscopica… inquieta e, per questo, carica di fascino. Ma nulla che un buon gioco di specchi non possa geometricamente realizzare! Ci sarà un motivo se il giullare ancora ride quando la corte è vestita a lutto…  forse il pianto stesso del potente monarca?
    Tutto assume l’indiscreta e gelida forma di una “impasse” . Alla lettura di un ossimoro restiamo fermi su quelle parole, invasi da stupore, ma con un intimo desiderio di fuga.  Non credo esista spirito sottile che non abbia saggiato desiderio, inquietudine ed imbarazzo tra le pagine di un buon libro, così come un buon amante di “ogni primo bacio”.
    Esistono anche azioni in ossimoro: pensiamo al terzo atto – scena seconda -  dell’ Amleto; artisti girovaghi rappresentano l’ assassinio del padre del principe danese da parte di Claudio. La dinamica dell’azione è giocata tutta sul paradosso; gli attori recitano, Amleto, corifeo, gode, il re è giudicato e condannato da un tribunale di straccioni che han messo in scena il pensiero di un folle. La disperazione saltella, in modo apparentemente indiscriminato, dal dolore celato del principe di Danimarca alla finzione degli attori… fino a giungere lacerante, nella coscienza del fratello omicida! Così Claudio scopre, in modo sarcastico e tragico, che la follia di Amleto è in realtà, acuta e dolorosa conoscenza dell’atto efferato da lui compiuto. La vera follia adesso è consegnata all’animo disperato di Caino. Il messaggio e la sentenza sono giunti per vie tanto ignobili quanto impensate; ora tutta la tragedia sarà l’effetto domino di quella pantomima. L’atmosfera è soffocante, Amleto incalza, i suoi commenti diventano di volta in volta sempre più chiari al fratricida, i commensali ridono, applaudono e si ingozzano ignari, i tremori della colpa ghiacciano Claudio sino alla sincope; il sudore gli gela le tempie, il volto… le spalle. La corona ora è un peso immondo ed insopportabile. La sala è un vortice infernale nello sguardo colpevole del re. Ora tutto è chiaro, ora tutto gli è stato svelato ma, allo stesso tempo, tutto è finito! La verità si è vestita di stracci per schernire e schiacciare la colpa. Per grazia di Atena, Ulisse è reso canuto e mendico per realizzare la sua vendetta… per riconquistare Itaca. Tutto questo non può che imbarazzarci e stupirci, non può non esser nel contempo… prodigioso e letteralmente tragico!  Gli esempi si perdono; a dire il vero mi sarebbe bastato, in maniera molto più sintetica, citare il plautino Euclione e definirlo un “pezzente ricco”, ma la semplicità – dono perfetto – offenderebbe in modo irreparabile gli animi artificiosamente tormentati dei nostri tempi! Ma ci basti pensare che da vivi, immancabilmente, spendiamo buona parte dell’ esistenza pensando alla nostra morte – e Dio solo sa se potremo fare il contrario –, per sentirci di continuo abitati dal paradosso.
    In definitiva l’ossimoro ci si presenta innanzi inesorabile e sorridente, ad ogni vero slancio del pensiero come un muro di diamanti, un prisma prezioso dove l’oltre ci è permesso solo come l’iridescente visione ottenuta attraverso un caleidoscopio.
    L’ossimoro è un bacio, è prender dimora presso l’ amato senza varcare la soglia della sua anima, un sostare tra le sue labbra… sentirne scorrere il sangue in volto. Ma tutto questo resta un limite, un confine sempre desiderato ma non oltrepassabile. È deliziosa consolazione, osservare degli amanti intrecciar le mani, ed avere coscienza che sono inconsapevoli e teneri allievi… votati al continuo esercizio di un indefinibile ed incantato assurdo. Perché si sa, ciò che non può giungere ad una conclusione non può dirsi mai finito, e che nome dare a ciò che non ha mai fine… se non  infinito?

  • 20 novembre 2012 alle ore 12:57
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.”  La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi  e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però!  Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start!  Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

  • 19 novembre 2012 alle ore 22:29
    In limine labyrinti, l'eternità è un gatto bianco

    Come comincia: Misurare lo stupore, chimera della commensura, claustrale economia del piacere e di notte un gatto bianco si dissolve al di là di una ringhiera. “Il Labirinto” è incomprensibile e Bataille di certo avrà pensato, come nota a margine della sua prosa, alle leggere e consolatorie catene dell’eternità del prigioniero Blanqui:
    “Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola.”
    In “Limine Labyrinti”, sul filo roccioso e sottile dell’esistere, è un “privilegio” persino lo “scorrimento monotono” della sabbia di una clessidra, anche il frantumarsi e il precipitare nel vuoto dell’imbrecciato dei nostri passi. Auguste risolve ogni labirinto riproponendolo all’infinito ma, allo stesso tempo, lasciandolo tale: preferisce ripercorrerne in modo indefinito ognuno , “sprofondare” e annientarsi nell’eternità di ogni suo gesto vissuto, veder fallire ogni sua azione e pensiero in una cella… e così diverrà monotona e infinita la scoperta di ogni “nuova terra”, tradita dalla noia eterna ogni originalità, intuita ab aeternum ogni intuizione, drammatica ogni gioia, insensata ogni logica, logico ogni incubo, creazione ogni distruzione e distruttiva ogni creazione. Nell’eternità degli astri il labirinto è di specchi - dilatato da un tempo ciclico - e ci disorienta ad ogni riflesso ripetuto come nell’irrisolvibile vertigine di coscienze delle coscienze di Dunne. Ma anche la tragica intuizione di un cosmo che si ripete e si riproporrà all’infinito resta solo una parvenza, un’illusione di conoscenza: perché nella sua prigione Blanqui avrà sempre la stessa intuizione: ciò che ha pensato lo penserà di nuovo- come lo avrà già pensato indefinite volte-, ciò che ha scritto avendo addosso gli stessi abiti lo scriverà e riscriverà ancora con la stessa penna, sullo stesso foglio. Anche il suo elevarsi al sopra di ogni pensiero sarà un “già accaduto che accade e sempre accadrà”, nessun “privilegio” nell’eterno sentirsi privilegiati da questa “perennità”, nessuna consolazione nell’aver preso dimora in questa eternità. In nome della libertà Blanqui ha finito per recludere il tempo nello spazio e lo spazio nel tempo: nei suoi trentatré anni complessivi di carcere l'Enfermé si è consolato condannando senza appello l’universo ad un ritorno eterno, e non ad un “eterno ritorno”. Nessuna eresia salvifica come poteva essere quella di Origene, né – tantomeno - una Stoica consapevolezza imbarazzata dalla morte. Il ritorno eterno di Auguste Banqui non permette inganni, elusioni o sotterfugi, perché nella ripetizione eterna dell’identico anche questi si saranno già realizzati, si realizzano e si realizzeranno ancora, così come per Bataille è il percorrere l’incommensurabile e inquietante labirinto dell’esistenza: perché ogni inganno, ogni elusione o sotterfugio diverrebbero parti integranti del labirinto, nuovi luoghi da percorrere, nuovi e inaspettati percorsi da affrontare. E intanto il gatto bianco è rispuntato fuori dall’inferriata, nessuno saprà mai cosa ha fatto o scoperto in questo morso “inutile” di tempo. 

  • 18 novembre 2012 alle ore 8:50
    Admeto e Alceste, o dell’amore familiare

    Come comincia: Admeto sin da bambino dal padre Ferete, re di Tessaglia, venne educato alla lotta, e il suo animo venne temprato per affrontare il pericolo senza alcun pizzico di paura. Da giovane mostrava un’ottima possanza fisica ed un aspetto rude, rozzo, da villano. Non sembrava appartenere ad una famiglia regale. Non amava stare in corte, infatti. Non amava i cortigiani, ma amava la natura, amava la caccia, amava vivere nelle selve e respirare l’aria tersa e fresca dei boschi. Andando a cacciare una volta per i boschi della Tessaglia, fece amicizia casualmente con l’eclettico Apollo che in quel periodo, pascolando le sue pecore in una radura, si trastullava tra i verdi nitidi alberi ascoltando le sue adorate e istruite Muse che portava sempre seco. Apollo irradiava sapienza e riusciva a profetizzare anche il futuro, essendo dotato di un sesto senso molto sviluppato, aveva un magnifico aspetto ed i suoi comportamenti erano nobili e per questo era venerato da tutti gli uomini che cercavano di imitarlo in ogni cosa. Apollo e Admeto si misero a cacciare, accompagnati dal suon di musica emessa dalle vibrazioni delle corde di un’armoniosa cetra. Admeto fu subito colpito, attratto, stupefatto dalle dolci note e dai poetici versi emessi dalle Muse che echeggiavano euritmicamente tra i folti boschi, che come una coltre folta adombravano gli alti monti della Tessaglia. Apollo trasmise a quel rude lottatore i modi gentili, garbati, distinti, e gli insegnò ad apprezzare i sentimenti umani e la storia del mondo. Divennero così amici inseparabili che Apollo fece conoscere ad Admeto le meravigliose arti che lui amava tanto e che in vari modi esprimevano i sentimenti dell’uomo, e cioè la poesia, la musica, la lirica. Gli trasmise pure il modo di comportarsi gentilmente verso tutti ed in particolare verso le donne, gli fece comprendere il modo di indagare sulle cose e di scoprirne la bellezza, gli insegnò anche ad apprezzare il canone della bellezza femminile. In pochissimo tempo, Admeto divenne un altro, diventò un uomo colto che apprezzava la bellezza in ogni sua espressione, artistica o naturale, acquistò un comportamento nobile e educato tant’è che il padre quando ritornò da quella breve vacanza stentò a riconoscerlo. Per ringraziare Apollo per la trasformazione che aveva operato sul figlio, Ferete lo ospitò trattandolo meglio di un familiare. Quando per la sua eccelsa fama Apollo fu invitato dal re Pelia, a Iolco, per avere pareri e consigli sull’organizzazione della spedizione degli Argonauti, che aveva come obiettivo la conquista del Vello d’oro, l’amico inseparabile Admeto andò con lui. I due rimasero ospiti di Pelia per diversi giorni e durante quella permanenza Admeto conobbe, per caso, la più bella dolce candida innocente genuina figlia di Pelia. Alceste era il suo nome. Ella personificava quella bellezza canonica che Apollo aveva insegnato a fare apprezzare all’amico Admeto. Fu attratto dallo sguardo penetrante della ragazza che esprimeva tanta dolcezza e un’inusitata bontà, fu colpito da quei cerulei occhi che sembravano due preziosi smeraldi posti negl’incavi oculari, fu affascinato dalla folta chioma bruna cadente che le copriva sfiorandola delicatamente tutta la schiena. Era una meraviglia delle meraviglie! Che donna! Admeto fino allora non aveva visto una donna più bella di Alceste. L’incontro avvenne casualmente, un giorno, mentre Admeto con Apollo da una parte e, Alceste con il padre, dall’altra, erano andati ad ammirare la possente nave che avrebbe portato gli eroi greci alla conquista del tanto desiderato Vello d’oro. I loro sguardi s’incrociarono mentre Admeto scendeva nella stiva e Alceste saliva per le ripide scale. Gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra: un sussulto ebbero i loro cuori, un tremore pervase le loro membra, un improvviso desiderio amoroso li avvolse subitaneamente. Si sciolsero le membra dell’uno. Si sciolsero le membra dell’altra. Non una parola uscì dalle loro labbra. Si ammutolirono come per incanto. Nell’attimo, prima che s’incontrassero, i due giovani erano tranquilli e sereni. Un attimo dopo, i loro animi non erano più pacati ed avevano perduto il vivere tranquillo. I due, indipendentemente l’uno dall’altro, non riuscivano a spiegarsi il motivo che aveva generato questi inconsueti turbamenti. Eros aveva sconvolto i loro cuori con impeto, aveva sconvolto i loro sentimenti e la loro mente, aveva dato impulso irresistibile ai loro animi ormai indotti all’amore. Apollo chiese ad Admeto perché si fosse ammutolito di botto.  Pelia chiese alla figlia perché fosse diventata improvvisamente triste e pensierosa. Nessuno dei due rispose. Erano avvinti dalle emozioni nuove, inimmaginabili, imprevedibili, mai provate prima d’allora. Non dormirono tutta la notte. Si alzarono presto dal letto. Osservarono ciascuno dalla propria dimora, il sole sorgere e con questo una speranza, la speranza di potersi rincontrare, di potersi guardare, di potersi scambiare una parola, una frase, un complimento. Erano avvinti da un’ansia irrefrenabile, erano sconvolti, l’una era attratta verso l’altro, e l’altro verso l’una, inspiegabilmente, vicendevolmente! Eppure non c’era stato nessun accordo tra i due, non si erano scambiati neppure una parola!  Admeto non aveva alcuna possibilità di prendere contatti con Alceste in quanto il padre di lei, gelosissimo delle figlie ed in particolare di lei, la teneva segregata con le ancelle nella sua stanza. Se usciva doveva essere accompagnata dal padre. E fu per ciò che Admeto decise di confidare il suo segreto ad Apollo che, per appagare la necessità amorosa dell’amico, organizzò una battuta di caccia al cinghiale suscitando la voglia in Pelia. Non era mai capitata una cosa simile, che un ospite organizzasse qualcosa in casa altrui. Ma Apollo per la sua fama e la sua autorevolezza lo poteva fare e lo fece. La ebbe vinta facilmente perché Pelia fu felice di esaudire il desiderio dell’ospite gradito. Quel giorno fu un gran giorno per Admeto e Alceste, perché la caccia permise loro di smarrirsi nel bosco, e quindi di incontrarsi e conoscersi. Cavalcarono insieme, e insieme si fermarono là dove il bosco era più impervio e più folto. Si guardarono negli occhi questa volta volontariamente e non come la prima volta per caso, ma non avevano la forza di parlare per il grande stato emotivo che li avvinghiava. Finalmente fu Admeto che per primo ebbe il coraggio di parlare: - Come sei bella, o dolce Alceste! Non ho mai visto una donna più bella di te. Non appena ti ho incontrato e i tuoi occhi si sono incrociati con i miei, il mio cuore ha sussultato, un brivido ha percorso tutto il mio corpo, un freddo sudore ha ricoperto le mie membra.
    - Admeto, questo è il tuo nome, vero? – disse Alceste, che continuò dopo un tacito assenso del giovane – Anch’io ho avuto le medesime sensazioni che tu poc’anzi hai esternato con tanto fervore e senza pudore alcuno. Il tuo sguardo mi ha stravolto, mi ha fatto perdere quella serenità che avevo fino a qualche giorno fa. Un desiderio di te mi ha avvinto senza che io ti conoscessi o sapessi chi tu fossi e da dove venissi. Adesso so chi sei, ma solo adesso. Questo vuol dire che il sentimento strano che mi attira a te non è dovuto alla tua possanza, alle tue gesta, al tuo valore o ancor di più alla tua appartenenza ad una famiglia regale.
    - Alceste, quello che dici sono le più belle parole che le mie orecchie volevano sentirti dire. E’ bastato uno sguardo, in un attimo, ed ecco che è nato il mio amore per te. Non so spiegarmi il motivo, ma è così! Ho promesso a tuo padre di partecipare alla spedizione degli Argonauti, ma quando tornerò gli chiederò la tua mano e ti sposerò. Andremo ad abitare per sempre in Tessaglia dove governeremo il mio popolo con saggezza e con amore, dato che i miei genitori ormai sono vecchi. E’ questo ciò che io desidero, – rispose Admeto senza timore di essere negato.
    - Lo voglio anch’io, anche se per tutto il tempo che sarai via, io ti aspetterò con ansia e con la speranza che tu possa ritornare sano e salvo da quella difficile impresa, - aggiunse Alceste.
    - Non preoccuparti, cara Alceste, amor mio, durante la mia gioventù ho affrontato tante peripezie, sono andato incontro a tanti pericoli, ho partecipato alla lunga guerra di Troia e, con successo, anche alla caccia al crudele cinghiale di Calidone. Ormai sono temprato per la spedizione in Colchide che, io non credo, sia più pericolosa delle altre. Quando tornerò daremo vincolo al nostro amore che già esiste, daremo sfogo al nostro rapporto con creatività senza sensi di colpa, né di vergogna, né di paura del sesso.
    La spedizione degli Argonauti fu molto perigliosa e molto tormentata ma il ritorno, molto impervio, a Iolco avvenne così come era stato preventivato da Admeto.
    Ci fu una gran festa nei giorni successivi, e il re Pelia, per la contentezza dovuta alla riuscita della spedizione e alla ricchezza che ciò rappresentava per tutto il popolo greco, non potette negare la mano della figlia Alceste al giovane eroe tessalo. Erano tutti felici dell’unione di Admeto con Alceste, ma la contentezza nella reggia di Iolco durò fino a quando i novelli sposi comunicarono che dovevano trasferirsi in Tessaglia. Del resto, quella era una strada obbligata per Admeto, che doveva prendere al più presto il posto del padre Ferete che, ormai vecchio, non riusciva più a governare bene il suo popolo.
    Vissero di comune accordo marito e moglie ed erano amati dal popolo per la loro saggezza nell’amministrare la cosa pubblica. Ebbero due figli uno dopo l’altro, Eumèlo e Càricle, senza soluzione di continuità, che allevarono con grande gioia e nella felicità. Li avviarono ad un’educazione secondo i canoni che Apollo aveva insegnato ad Admeto, tant’è che Eumèlo quando divenne grande divenne capo dell’esercito dei Tessali. Purtroppo quei momenti di contentezza e di soddisfazione non durarono ancora, in quanto sovvenne un intoppo dovuto ad una grave e rara malattia che colpì il giovane re Admeto. Furono chiamati i più bravi guaritori della città per curare e salvare il loro re, che ormai si avviava a morte sicura, soltanto un miracolo lo poteva salvare.
    Alceste, una notte in cui era riuscita a prendere sonno, ebbe un presagio mentre dormiva. Sognò le Moire, tre sorelle deformi storpie decrepite, Cloto, Lachesi e Atropo, le inesorabili e crudeli tessitrici della vita d’ogni essere umano. Sognò, dimenandosi nel talamo coniugale, madida, smaniosa, dapprima Cloto che teneva la rocca per filare, mentre Lachesi avvolgeva il filo al fuso ed infine sognò Atropo che si accingeva a tagliare, colta da invidia per la bellezza di Alceste e per la felicità che regnava in quella famiglia, con crudeltà e con senso cinico, il filo con le forbici, quel filo a cui era sospesa la vita del marito. Atropo, sempre in sogno, con la sua voce decrepita e rauca, esclamò sghignazzando con tono altisonante ed echeggiante: - Alceste, se vuoi salva la vita di Admeto, in cambio voglio la vita di Ferete o di un’altra persona oppure, se vuoi veramente del bene a tuo marito, addirittura, la tua stessa vita. Si svegliò, di soprassalto, l’infelice Alceste, ancorché tremula, depressa, triste, con il corpo ancora bagnato di sudore, impaurita per il sogno funesto doloroso infausto orribile. Doveva sperare egoisticamente nella morte, ormai prossima, del vecchio suocero? Oppure in quella della decrepita suocera? O doveva dare in cambio la sua vita? Ciò l’avrebbe fatto volentieri. Ma come poteva un essere umano dare in cambio la sua vita per la vita di un altro?  Qual era il modo, lo strumento per fare questo? Suicidarsi o farsi uccidere? Pensò e ripensò a questo mentre giaceva, giorno dopo giorno, sul talamo dove il marito stava per abbandonare lei e i suoi figli per sempre, su quel talamo che aveva visto tanto amore spruzzare da tutte le parti da rendere quella casa beata paga giubilante, invidiabile. Ma come avrebbe potuto continuare a vivere Alceste senza il suo grande amore Admeto, e come avrebbe potuto continuare ad educare gli amati figli e ad insegnare loro come affrontare la vita e superare le avversità che questa pone continuamente? Piangeva continuamente per il forte dolore e per la disgrazia che le stava per capitare, ed anche per l’incertezza del futuro che le si presentava. Si stava consumando Alceste; inorridita, esausta, non mangiava più, non dormiva più, e non servivano a niente ormai le tisane che le ancelle le preparavano per farla rinvenire. Alceste, avvilita, abbracciava il letto nuziale bagnandolo di lacrime, baciava quel talamo che aveva accolto amorevolmente e che aveva visto lei e Admeto amarsi e procreare i frutti più grandi del loro amore, i due amorevoli figli. Stava per morire Alceste mentre Admeto, come per miracolo, stava riprendendosi, apriva gli occhi, chiamava le ancelle, incominciava a mangiare, a bere, ad alzarsi dal letto, a riprendere le forze che aveva perduto. Ci sono cose al mondo che avvengono inspiegabilmente, cui non può darsi spesso un’interpretazione razionale e plausibile. In questi casi si pensa subito all’evento sovrannaturale, al fatto ultraterreno, al prodigio, al miracolo. È per questo che qualcuno pensò che le crudeli e invidiose Moire ci avevano messo lo zampino e stavano per vedere la loro orrenda e disumana bramosia accolta e appagata. La situazione si era capovolta. Adesso, era Admeto che si preoccupava della vita della moglie, la quale si era ammalata gravemente in vece sua. Se Alceste avesse avuto un po’ più di pazienza, se avesse avuto la forza di resistere per altro tempo ancora, se non si fosse impaurita di rimanere sola, se avesse avuto un po’ di fiducia nel caso, invece di credere al presagio di un brutto sogno che l’aveva indotta a cedere alla depressione, che l’aveva portata a fuggire dall’esistenza, per paura di non saper affrontare la vita da sola, senza il marito, non si sarebbe ammalata gravemente. La sua resa di fronte alla morte le stava portando via la vita…, trovando così il modo di cedere la sua vita in cambio di …. . Alceste, se avesse avuto la capacità di resistere, se avesse avuto il coraggio e l’equilibrio interiore necessari avrebbe visto con i suoi occhi il marito ritornare in vita, avrebbe osservato dal viso di Admeto lo scambio del pallido pallore macabro con il roseo colorito di sempre, come per incanto; Alceste avrebbe goduto delle carezze e delle dolci parole di Admeto, che avrebbe continuato ad amarla più di prima, forse meglio di prima e ad accudire i loro due pargoletti. Ed invece…
    In uno di quei giorni tristi capitò da quelle parti, per caso, Eracle, l’eroe più grande che la Grecia abbia avuto. Eracle era l’eroe che aveva dovuto affrontare le malvagità degli uomini, che aveva lottato per superare tutte le grandi avversità tra cui quella che gli si presentò sin dai primi giorni di vita. Giaceva ancora in fasce, in culla, dove fu costretto a strozzare due serpenti messi apposta dall’invidiosa Era per ucciderlo. Eracle era l’eroe che aveva dovuto compiere e superare le dodici fatiche imposte dal crudele e sadico fratello primogenito Euristeo, grazie alla sua forza, all’addestramento e alle virtù trasmessigli dalla madre Alcmena e ai valori umani che gli erano stati inculcati sin da bambino dai suoi grandi maestri, Chitone e Eumolpo. Eracle, per l’educazione ricevuta, riusciva ad organizzarsi mentalmente, era molto socievole, aveva una sana personalità, non aveva altre aspirazioni, se non quelle di aiutare sempre il prossimo, non conosceva i sentimenti negativi ed eliminava dalla sua mente le angosce che qualche problema gli avesse potuto causare.
    L’eroe, quel giorno, venne ospitato volentieri dal triste e depresso Admeto, già guarito, e ciò avvenne quando la povera Alceste era ormai in fin di vita per la forte depressione che l’aveva colpita. Ma nulla di tutto questo Admeto disse, per non farlo dispiacere per il gran senso di ospitalità che possedeva, all’amico ospite, al quale però non sfuggì niente. Eracle, infatti, scrutando l’espressione del viso e l’inconsueto modo di parlare, capì che Admeto insolitamente era angosciato ed addolorato. Indagò, allora, tra i servi che pieni di ammirazione per le sue gesta e per la sua carismatica personalità non gli nascosero la verità. Senza dire niente, Eracle andò a cercare di corsa l’amico Asclepiade, bravo luminare, che possedeva un’officina medicamentosa, non molto lontano dalla città, ma in un luogo sconosciuto ad Admeto. Procurò grande preoccupazione al medico, che vide l’eroe presentarsi all’improvviso e affaticato, senza respiro per la folle corsa. Eracle si riposò e non appena riprese fiato, espose allo scienziato che non veniva per sé medesimo ma per tentare di salvare la moglie del re Admeto, suo fraterno e carissimo amico.  Descrisse la situazione di grave pericolo di morte in cui versava la povera donna Alceste. Non c’era tempo da perdere. L’Asclepiade si rese conto dello stato di salute in cui si trovava la donna e della sua afflizione e, in un batter d’ali, preparò un miscuglio di foglie di esedra, una pianta molto rara che cresceva spontanea lungo la costa, tra gli scogli, e che aveva le proprietà di aumentare la frequenza respiratoria e la pressione del sangue, e di semi di fieno greco il cui decotto serviva come ricostituente. Eracle corse ancora, questa volta verso la casa di Admeto. Alfine giunse in tempo, dando inaspettatamente il preparato all’amico cui spiegò cosa doveva fare per guarire la moglie e salvarla dalla morte. Era vero ciò che diceva Eracle e ciò che pensavano le persone che lo conoscevano: quell’Asclepiade salvava tutti quelli che si rivolgevano a lui, meglio di un dio. Non si moriva più da quando quel medico aveva acquisito dal suo grande maestro Asclepio l’arte di guarire gli infermi. Dopo diversi giorni di cura e con l’amorevolezza di Admeto, Alceste si riprese da quel torpore che l’aveva avvinta, e fu finalmente salva. Il merito era stato di un amico che era stato ospitato in un giorno molto triste, forse il più triste della vita di Admeto. La stima che Admeto poneva nei confronti di Eracle aveva creato nell’eroe quello slancio di umana sensibilità che aveva portato Alceste alla salvezza e al ritorno alla vita. Eracle, infatti, aveva manifestato il suo ancestrale altruismo ancora una volta, aveva commesso quel gesto non solo per amicizia ma anche per diventare più importante agli occhi dell’amico e per accrescere la propria autostima. Questo suo comportamento gli conferiva una nobiltà d’animo eccezionale.
    Alceste ed Admeto, grazie ad Eracle, continuarono a vivere felici come prima, ma forse più di prima, consapevoli, questa volta, delle sciagure e dei disagi che può apportare ad una famiglia la scomparsa di uno dei due coniugi.

  • 17 novembre 2012 alle ore 16:14
    Il gatto di Leningrado

    Come comincia: La notte fra l’11 e il 12 agosto 1988 feci vari sogni, interrotti da rumori insoliti. Mi trovavo in un albergo piuttosto movimentato a Leningrado, in attesa di proseguire per Mosca.
    La mattina raccontai a Domenico uno dei sogni, quello che più mi turbava: un cane stava per inghiottire un uccellino e io provavo una gran pena dovendo assistere alla scena senza poter far niente.
    Certo non immaginavo che, poco dopo, mi aspettava un’esperienza abbastanza simile al sogno.
    Uscimmo a fare due passi lungo la Neva. Vedemmo un gattino rotolarsi stranamente sull’asfalto e sparire in un baleno dentro un buco del marciapiede. Riapparve dopo un istante, ma sparì di nuovo. Pensammo che forse, non essendo abituato alla vita di strada, fosse stato colto di sorpresa da tutto quel traffico. O, chissà, magari era stato addirittura investito da qualche auto…
      Mi affacciai per curiosità in corrispondenza del buco e scoprii che il gatto, di lì, aveva rischiato di finire dritto nel fiume. Per fortuna però era riuscito ad aggrapparsi ad un pilastro del ponte. Doveva essere terrorizzato, e da quella scomoda posizione guardava verso l’alto.
    Non si poteva farlo annegare! Ci voleva un appiglio, magari una fune alla quale permettergli di afferrarsi.
    Sopraggiunse una signora anziana, italiana anche lei, ma appartenente a un altro gruppo di turisti. Fu colta da una gran pena per l’animale. Le sembrava di avere in camera una cordicella, ma non ne era certa. Le raccomandai di tornare il più presto possibile. Il gattino infatti non avrebbe potuto resistere a lungo in quella posizione tanto precaria.
    I minuti erano preziosi. Chiamai un ragazzo che si stava allenando a correre lungo il fiume. Lui guardò giù, ma a gesti mi spiegò che non poteva farci niente.
    Lì vicino c’era un cantiere. Ci poteva essere materiale utile, ma come fare? Mi rivolsi a un altro passante che mi fece capire di aver fretta. Però, impietosito, quando gli mostrai il cantiere, ci andò di corsa con Domenico.
    Nell’attesa, pensai che avrei potuto salvarlo a nuoto… quel povero micino! Avevo sempre avuto ottima dimestichezza con l’acqua, la corrente sembrava minima, agevole il punto da cui tuffarsi. Ma fu un pensiero lampo: non mi andava di fare uno spogliarello in quel centro cittadino così frequentato e per giunta in un paese straniero, né di bagnarmi in quell’acqua verdognola e certamente inquinata.
    Intanto il micino aveva cominciato a lamentarsi come cercando aiuto. Per fortuna arrivavano di corsa il passante e Domenico con una lunga tavola da impalcatura. L’abbassarono con cautela dal parapetto verso il punto dove era situato il gatto. Ma ahimé… lui, ancora più spaventato di prima, lasciò la presa, scivolò lungo la parete fino all’acqua, e si allontanò verso il centro del fiume con un tentativo di nuoto.
    Ero disperata, mi sentivo un’egoista per non essere stata capace di tentare il salvataggio quando era ancora possibile. Ormai non c’era davvero più niente da fare! Cercai di chiamare il micetto verso la riva, di attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Diverse persone impietosite si erano fermate a guardare la scena.
    Tornava di corsa anche la signora italiana tirando fuori dalla borsa, invece della cordicella, una serie di calze di nylon bene annodate fra loro. Ma il gatto era sempre più lontano.
    Lungo la riva era ormeggiata una piccola imbarcazione completamente coperta da un telo. Fin dall’inizio avevo pensato che sarebbe stato il mezzo più adatto per tentare quel salvataggio. Ma di chi era? A chi rivolgersi?
    Mi accorsi all’improvviso che, arrivato chissà da dove, un uomo era montato proprio su quella barca. Corsi a mostrargli il gatto ma lui, con un gesto di impazienza, mi fece segno che già lo sapeva. Dunque, qualcuno doveva averlo chiamato.
    Ritornai a puntare gli occhi sul gatto senza però trovare la forza di tuffarmi. Ormai non ce la faceva più, nuotava senza direzione girando rapidamente su se stesso. Ogni tanto la testa affondava sott’acqua, poi, miracolosamente, riaffiorava…
    Tornai dall’uomo della barca supplicandolo a gesti di far presto. Lui intanto aveva già tolto l’ancora, ma aveva difficoltà a liberare la barca dal telo e quindi non poteva avviare il motore.
    Guardai di nuovo il povero “naufrago” sempre più scontenta di me. Anche la signora italiana era lì piangente. Diceva: - Ormai non ce la fa più, ormai annega…
    Accanto a noi c’era una giovane donna vestita di nero, piuttosto elegante, che si copriva gli occhi con le mani. Era vero: il gatto sollevava la testa sempre più raramente.
    Intanto la barca era partita a remi. I secondi sembrarono un’eternità, ma eccola raggiungere il gatto. L’uomo si sporse e lo raccolse accarezzandolo. Il povero animale vomitò una grande quantità di acqua e si aggrappò disperatamente a una fune che trovò sull’imbarcazione.
    Alcuni di noi si avvicinarono. Il gatto piangeva, era bagnato fradicio e aveva la pancia gonfia. A quel punto la signora vestita di nero mi gridò: - Madame, à l’hotel!…
    Io presi il gatto accarezzandolo. Attraversammo la strada. Seguii la bella signora fino all’atrio di quell’albergo e poi nell’ascensore. Lei sparì per un attimo, tornò con un asciugamano e avvolse l’animale stringendolo al petto.
    Le chiesi in francese se il gatto fosse suo. Forse è stata lei, pensai, a chiamare l’uomo della barca. All’approdo aveva tentato anche di dargli una mancia, ma lui l’aveva rifiutata.
    Mi rispose che il gatto non era suo.
    Fuori mi aspettava la signora italiana. Doveva scappare perché il suo pullman era in partenza, tutti i passeggeri erano già saliti. Era emozionata. Mi disse “speriamo che viva”, mi spiegò che lei era veneta e aggiunse “siamo di posti così diversi, ma tutti uniti per salvare una povera bestiola!”.
    Mi sentivo molto affaticata, ma ora contenta.
    Due giorni dopo andai a chiedere notizie del gatto in albergo. Non ebbi la fortuna di incontrare la signora che parlava così bene il francese. E col russo, si sa, è tutta un’altra cosa!
    La lingua era difficilissima e non riuscivo a far capire la parola “gatto”. Tentai col francese e con lo spagnolo. Non conoscevo altre lingue. Anzi…
    Ricorsi prima a un “miao”, poi a una serie di gesti di cui i napoletani come me sono maestri. Capii che finalmente avevano afferrato la “storia” del gatto e allora… ebbi un altro lampo di genio.
    - Caput? -  pronunziai. Chissà come e quando avevo imparato il significato di quella parola! Forse durante qualche vacanza all’estero, ma mi fu davvero molto utile.
    Mi risposero subito di no. Capii che non era morto. Sorrisero con aria rassicurante aggiungendo una breve frase. Intuii che il gatto poteva essere tornato dalla padrona.
    Non sapevo se fosse proprio così, se fosse esattamente ciò che avevano cercato di spiegarmi, ma ero felice. Il gattino era sopravvissuto!

  • 15 novembre 2012 alle ore 19:17
    Il dono più grande

    Come comincia: Ti ritrovi improvvisamente a non sapere quello che vuoi dalla tua vita, ti sembra di non capire bene quello che ti sta succedendo e cadi, cadi talmente in basso che risollevarti e tornare su sembra un obbiettivo irraggiungibile, impossiblie da raggiungere. Sono tanti i doni della vita... La vita essa stessa è il dono più importante che abbiamo mai potuto ricevere, solo che ci metti un attimo a dimenticarlo e pensare che nulla per te ha più un senso ed i giorni passano, passano e la testa si perde nel vuoto, un vuoto che nasce da dentro e non trova una spiegazione. Il problema sai qual'è caro amico? Il problema è che tu non sai chi sei, non ti conosci abbastanza per poter arrivare a  capire quanto importante tu sia in questo mondo. Tu hai tutto e credi di non avere niente, tu guardi ma non osservi, senti ma non ascolti, dici di amare ma non sai cos'è l' Amore, più semplicemente esisti ma non Vivi...

  • 15 novembre 2012 alle ore 16:40
    La favola di c'è orco ed orco

    Come comincia: Che dici se ti racconto una favola Sandro?
    <Una favola tipo c'era una volta Cobra?>.
    Sì Sandro.
    <Ok dai Cobra... perché no?>.
    Allora ovviamente c'era una volta una fanciulla carina carina Sandro e viveva in una povera casa piena di poveri fratelli... poveri nonni e povera mamma sottomessi ad un bruto padre terribile Sandro.
    E vagando nel bosco alla ricerca di cibo e legna Sandro codesta fanciulla si perse una mattina spaventandosi... non appena ne fu consapevole... senza equilibrio alcuno.
    E venne il temporale Sandro e l'impaurita fanciulla cammina cammina... e vennero i fulmini Sandro e la terrorizzata fanciulla cammina cammina e vennero i lupi Sandro e questa fanciulla cammina cammina... e vennero gli orsi Sandro e la fanciulla cammina cammina... e venne la notte Sandro e fanciulla cammina cammina... e venne il gufo Sandro e cammina cammina... e vennero le pupille inquietanti nel buio Sandro e cammina cammina e vennero parecchie albe Sandro e cammina cammina... cammina cammina... cammina cammina la fanciulla infine si accorse di essere rimasta incinta Sandro.
    Non so se comprendi Sandro.
    Ora non era più perduta nel bosco Sandro... ora il bosco stava il solo luogo sicuro in cui sottrarsi dai rimbrotti dei grandi e dalle legnate violente del padre.
    Che peraltro... non appena realizzato... nel frattempo Sandro si dava da fare preoccupato... organizzava squadre di ricerca... ed aveva ingaggiato perfino un principe azzurro di pronto intervento nel caso la sua creatura fosse caduta nelle grinfie di una strega.
    Ma lei cammina cammina si nascondeva sempre meglio e cammina cammina s'allontanò inesorabilmente.
    I fratelli piangevano Sandro i nonni disperavano Sandro e non ti dico i numeri della madre Sandro... uno strazio struggente quella dimora Sandro.
    Bensì il padre inalberato non s'arrese mai e continuò a cercare a perlustrare a chiedere ed ad informarsi su avvistamenti strani o misteriose fanciulle sconosciute di passaggio... finché ventisei anni appresso finalmente la riconobbe in una senzatetto della capitale.
    E lei insieme lo riconobbe e l'emozione di entrambi scaturì in un tenero abbraccio ed in una domanda dalla voce roca e grezza Sandro...
    perché non tornasti fanciulla?
    All'inizio cammina cammina mi persi padre fu la risposta e cammina cammina vagai per ritrovare la strada se non che cammina cammina ad un certo punto mi ritrovai incinta padre e cammina cammina realizzai di non sapere assolutamente nulla di chi potesse ritenersi il papà né della maniera in cui fece in modo di potersi ritenere tale e dunque cammina cammina con paura e vergogna decisi di andarmene padre.
    Per così poco fanciulla mia?... sbottò l'uomo.
    Su dai torniamo a casa tutti ti aspettano e bastava lo chiedevi a me chi era il papà fanciulla cammina cammina.
    Tu non hai niente da nascondere e non possiedi nessuna colpa fanciulla cammina cammina.
    Sarò anche un orco però so riconoscere ed accettare i doni che ottengo allorché perdo la testa libidinoso fanciulla cammina cammina.
    Li so ammettere ed accettare e per il resto dio ha voluto svenisti e sta ottimo credi il non ricordi conseguente fanciulla cammina cammina...
    sta ottimo.
    <E vissero felici e contenti Cobra?>.
    Non barare Sandro... mi avevi chiesto se la favola partiva con c'era una volta mica se finiva e vissero felici e contenti... ed adesso ti devi accontentare di un finale del genere Sandro...
    mi dispiace...
    Sandro.

  • 15 novembre 2012 alle ore 16:20
    Nomi e soprannomi

    Come comincia: Sento che Gabriella, la mia segretaria, è in difficoltà, al telefono, nella stanza accanto. Mi giungono frammenti di frasi “ Ma come posso io.”- “Ma si immagini sei io chiedo in sala..”- “Il nome almeno me lo vuole dire?”..Il tono della voce è acuto, non consono a lei.
    Vado in suo soccorso e le chiedo cosa stia accadendo. Gabriella è da pochi mesi che lavora con me e vive, in uno stupore quotidiano, i rapporti con i miei pazienti.
    - “Dottore, c’è una signora, al telefono, che mi dice di andare in sala d’aspetto e chiedere se ci sta ancora il “ fratello di Peppino o’ scemo”. Insiste che se non lo chiamo così lui non capisce…"

  • 14 novembre 2012 alle ore 21:19
    Lettera a un Genio

    Come comincia:  Lettera a un Genio

    2 maggio 2007 --- ore 2.00

    = Bè, mio caro: inizialmente, che delusione! Tutti fantasticano di trovare la tua lampada in qualche  luogo romantico, che so …baule in soffitta, “mercatino delle pulci”, polveroso scaffale d’un affascinante negozietto d’antiquariato, dove un vecchio ammiccante e cerimonioso mercanteggi per un bel po’ sul prezzo da attribuire allo strano oggetto che occhieggia tra un’antica ceramica e un tomo rilegato in pelle ….mica d’averla tra le mani dopo che un cane l’ha scovata in una discarica!

    Ma  è  andata  così.
    Chiamo  seccata  Brando,  pastore  maremmano che - sordo a ogni divieto - adora ficcarsi tra i rifiuti, lui torna con questa roba in bocca. “Cos’hai lì? …e molla!”  Per togliere un po’ di bava e vedere meglio cos’era strofino con lo straccio finto-scamosciato che ho in tasca, in genere usato per pulire il parabrezza. All’uscita repentina di tutto quel fumo, che volevi facessi?

    Adesso mi dispiace d’averti scagliato via urlando ma che vuoi ….viviamo in un momento in cui di ordigni esplosivi purtroppo si parla quotidianamente; dai terroristi a Unabomber gente che s’intenda di come far saltare gli altri pare ce ne sia un’enormità.  Anche quando ho sentito la voce cantilenante -“Ordina padrona, io ti esaudirò”- provenire dalla fumosa sagoma azzurrina sinceramente ho pensato a uno scherzo idiota ….che so, delle mie amiche: conoscono il percorso della giratina serale di Brando; contando sul fatto che è un buon cane ma (tutto sommato) disobbediente e testardo ….avessero messo nella discarica qualcosa che accostandosi emana un ologramma? I cani vanno dritti verso le cose insolite, hanno un odore nuovo.

    Mi sono avvicinata solo quando ho sentito piangere: cavoli, avessi scambiato dei lamenti per quella voce nasale e melliflua, la gente butta i neonati nei cassonetti e a volte vengono trovati vivi - grazie a Dio - proprio così, per caso. Eri lì, accucciato e frignante, turbante di sghimbescio, spalle scosse da singhiozzi.
    Non un bebè, ma piangevi allo stesso modo, con voce acuta, straziante, farfugliando “Non mi vuole …neanche questa volta, nemmeno questa qui!”. T’ho fatto sobbalzare col mio “Ehi!” ma mica potevo batterti un colpetto sulla schiena, ti pare? ....Dalla meraviglia, vedendomi vicina a te, hai sgranato gli occhi bellissimi, bistrati.

    ”Sono tuo servo, il Genio, vedi? Ti prego, dimmi cosa desideri, sono secoli che nessuno mi fa più l’onore di servirsi di me: maledetta Epoca dei Lumi: tutti a negare fantasia, antiche favole, magia …Su, dimmi cosa vuoi per favore, odio sentirmi inutile, è umiliante!” hai detto stringendo pugni azzurri, serrando bei denti, celesti pure quelli.

    Guardo il cane: Brando siede tranquillo, gli occhi sono tornati quelli d’un cucciolo. Tu, ragazzo di fumo dalle belle fattezze mediorientali, attendi ansioso, il petto trasparente ma piacevolmente muscoloso nell’affanno fa alzare ed abbassare il gilet damascato, pantaloni a sbuffo un po’ stropicciati, babbucce dalla punta curva all’insù  ….tutto come da copione, gradevole però.
    “Senti - ti ho detto - accompagnami che strada facendo parliamo:  ho una certa ideuzza…”
    Ci siamo avviati, Brando trotterellava alle calcagna, ti ho spiegato tutto.

    A pochi metri dall’edificio eri tutt’un sorriso, gli occhi brillavano: come me, trovare dopo un vagabondare infinito la casa definitiva ti è sembrato meraviglioso. Mi hai salutata proprio come nelle favole, è stato bello, emozionante, l’aerea mano che sfiorava appena il cuore, le labbra, la fronte. Poi - assottigliandoti sino a divenire un filo - sei rientrato nello stretto beccuccio della lampada. Svelta l’ho intascata prima di suonare il campanello e farmi accompagnare, come ogni giovedì, dal professor Vanni.

    E’ al finale questa mia che tu non leggerai, caro ragazzo cilestrino, volevo annotare la particolare serata di ieri.
    Patti chiari: il prossimo padrone è Vanni, perfetto conoscitore dei tuoi dialetti: potrai parlargli con reciproca soddisfazione nella tua lingua, chiarirgli annosi dubbi. Quando Vanni - come gli altri è anziano ma molto lucido - sentirà che la sua ora s’avvicina “passerai” al curatore della sezione vasellame, poi alla ricercatrice di miti e leggende, al traduttore di  scritture arcaiche del bacino del Mediterraneo, al cartografo innamorato delle tue terre.

    Cosa potevo chiedere per me?
    Denaro, ritornare giovane, un amore, viaggi?  Sono una vecchia ragazza appagata da quello che ha avuto. Ho viaggiato tanto facendo l’hostess, non cercavo che un cantuccio tranquillo. Dalla morte di papà, vivo con Brando in un monolocale zeppo di libri al limite della città a un passo da prati e ruscelli  e sì, va bè, anche abbastanza dalla discarica ma la gente ha cominciato a buttar qui roba dopo un po’ che l’avevo comprato: esco col cane, leggo, dormo, ogni tanto un’amica con la quale condividere interessi e svaghi. Mi basta.
    Adesso chiudo questa mia. ‘Notte Genio e BUONA  ETERNITA’! =

    Spenta la luce, Brando sospira soddisfatto allungandosi sullo scendiletto. Chiarore di plenilunio filtra dalla finestra fin sul comodino dove s’intravede un’altra sorridente figura azzurra, incorniciata. Ha  lo sguardo intelligente, i baffoni, la fisionomia di papà, appassionato  cultore di favolistica araba e fondatore della “Casa di Riposo per studiosi del Medio Oriente”.

  • 14 novembre 2012 alle ore 17:40
    Il mio caimano nero

    Come comincia: (con parole mie e musica di Rino Gaetano)

    Ricordo ancora quando ho visto per la prima volta la luna risplendere nel cielo di Roma. Il vagone della metropolitana usciva dalla galleria e iniziava a rallentare lungo un paesaggio che un tempo apparteneva alla campagna.  Lavoravo in città da un paio di mesi, ma una profonda apatia mi faceva trascorrere le serate in casa, da solo.
    E nemmeno mi confortava la finestra della mia stanza, affacciata sul muro di un vecchio deposito. La luna a Roma proprio non ero riuscito ancora a vederla e mi stavo abituando al pensiero che il satellite fosse andato a cercarsi un pianeta più dignitoso sul quale riflettere la sua poesia.
    Fino ad  allora avevo vissuto soltanto in posti di mare, dove la notte i raggi lunari rischiaravano la spuma delle onde. Ora invece guardavo la luna galleggiare sopra i silos e i palazzoni addobbati di parabole, che mi apparivano come alberi ammuffiti carichi di ciliegie velenose.
    Quella sera viaggiai con l’ultima corsa. Unico passeggero, giunsi alla mia fermata e mi infilai frettolosamente per le rampe della metropolitana, per quei corridoi stretti e lerci che mi ricordavano la scena di un vecchio film dell’orrore, dove un elegante impiegato della city veniva sbranato dalla bestia sulla scala mobile dell’Underground.
    Roma non è la capitale britannica, ma la sua metro di notte ha lo stesso fascino torbido, lo stesso sapore inquieto e fantastico che si respira nel mito londinese.
    Svoltai per l’ultimo scalone che mi avrebbe riportato in superficie, quando mi accorsi di lei; non della bestia, ma della sua vittima. Una donna di colore giaceva a terra in ginocchio, stretta nelle braccia come un feto vomitato dalla notte.
    E quello che poteva sembrare in apparenza un tiepido pianto era invece un urlo soffocato nella gola. La raccolsi tra le mie braccia, tremava e gemeva senza lacrime. Gli abiti strappati, la biancheria asportata. Alcune perline continuavano a sfilarsi da una collana, scivolando sul corpo e rimbalzando sul pavimento bisunto. Decisi subito di portarla con me, in quella casa da dove non si vedeva la luna.
    I primi giorni trascorsero lenti e faticosi. Dentro di me la chiamavo “il mio caimano nero”. Mi aspettavo da un momento all’altro che in lei si risvegliasse lo spirito di un antico rettile; denti acuminati e ganasce pronte a divorarsi il mondo e le sue indegne creature. Lei, invece, immobile nel suo dolore carico di vergogna e rancore, accompagnava la mia malinconia.
    Mi disse un giorno che veniva da un paese lontano, di averlo abbandonato per sfuggire a un destino di miseria e di abusi. Pensavi che qui fosse diverso?
    Era in città soltanto da qualche settimana, aveva vissuto quei giorni da alcuni conoscenti che probabilmente non l’avrebbero nemmeno cercata. Ogni sera tornando dal lavoro la trovavo seduta sul divano, ammaccata dai pensieri e dal tormento dei ricordi. Il ricordo della violenza. E più della memoria, a torturarla era un male invisibile che l’aveva privata delle uniche cose che possedeva, il pudore e la speranza.
    Eravamo due persone sole. Che non potevano comunicarsi altro che la loro sofferenza.
    Ma il tempo passava, io reagii e imparai a prendermi cura di lei. Le preparavo sempre da mangiare. Abbondanti piatti di carne per rimetterla in forze prima di tutto.
    Sceglievo spezie raffinate, piante aromatiche e frutta esotica per accompagnare il ferro e le proteine che l’avrebbero guarita, almeno nel corpo. Cominciò lentamente a riprendersi, a riconoscere il sapore delle mie vivande e la familiarità dei mie gesti, quando ero io ad imboccarla. Percepiva attenzioni e affetto come gli ingredienti di una ricetta nuova e misteriosa. La nutrivo con la stessa carne che l’aveva violata.
    Passai cento volte fuori quella fermata della metro e interrogai mille persone. La città mi indicò la strada per arrivare a quello che cercavo. Spiai le mie bestie per giorni e presto riuscii a catturarle. Avevo sentito di antichi guerrieri che si cibavano delle proprie vittime per assimilarne la forza e il valore; all'interno di culture primitive si riteneva che mangiando carne umana si potessero trasferire le virtù dal morto ai vivi o che si potesse esorcizzare lo spirito del defunto.
    Lei intanto migliorava ora dopo ora. Il suo sguardo tornava vigile. Il suo aspetto gradevole. La sua pelle nera appariva sempre più soda, densa e luminosa. I tessuti recuperavano la loro naturale tonicità. Adesso era viva e incensata come una dea. Dopo ogni pasto mi sorrideva. Recuperava forze e fiducia, se non verso se stessa, almeno nei confronti del prossimo. Ero contento e avevo cibo a sufficienza per giorni, settimane.
    Quando le guardie mi vennero a cercare rividi in lei una sofferenza senza fine, mentre il suo corpo scivolava lentamente sul pavimento. Si raccolse in un angolo del corridoio, le ginocchia strette nelle braccia, la testa china, nascosta nei lunghi capelli corvini. Come la prima volta che la vidi.
    Uscendo sulle scale, mi immaginai i suoi occhi spariti ancora una volta nel deserto della vita, lì dove soltanto io potevo ammirarli.

  • 13 novembre 2012 alle ore 15:29
    Tu..

    Come comincia: Devo ammettere che non me lo sarei mai aspettato.Di nuovo.A scrivere di nuovo per te.Perchè alla fine anche se sei lontano,anche se non posso più abbracciarti..alla fine ti penso sempre.E penso alle tue parole che mi facevano stare bene.E mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in me,tu lo sai?Quanto tempo è passato dall'ultima volta..dall'ultimo pianto,dal tuo ultimo ricordo.E rivederti in tutte le cose adesso non fa più male..è quasi un sollievo.Certo un sollievo che mi sta avvelenando un pò il cuore.Ma buono e sincero..e soprattutto vero.Perchè dov'è adesso la verità?Dove sono i sentimenti VERI,le parole VERE,le emozioni VERE.è tutto un susseguirsi di sbagli,di lacrime,di rabbia,delusione..sempre e sempre.Allora mi chiedo il perchè delle cose.Il perchè dei miei sbagli e il perchè delle mie illusioni,cercando quella cosa bè..nè unica e nè rara..inesistente.Alla fine penso che l'unica soluzione sia accontentarsi di quello che si ha.So che a te non andrebbe a genio tutto questo,che mi ripetevi sempre che io merito il massimo..merito amore,dolcezza...quella che sapevi darmi tu.Ma alla fine..a cosa mi serve sperare e credere in un qualcosa che non c'è?è una perdita di tempo..
    Solo te mi hai saputo dare tutto questo.ma purtroppo adesso non ci sei..e mi manca da morire quelle risate..quella felicità,quella sensazione di stabilità e di contentezza..che mi hai dato solo tu..sempre e solo tu.

    parlare,sparlare,fare del male,odiare.
    Mi chiedo come si possa continuare a prendersi in giro continuamente.
    e continuare a prendere in giro.

    Dove sei adesso?
    Avrei bisogno di te in questo momento.niente pensieri,niente dubbi.la felicità.

    Ti amo da morire..
    LO sai..
    ma purtroppo tu non potrai mai leggere tutto questo.

  • 11 novembre 2012 alle ore 5:06
    L'Altro Lato di Shiva

    Come comincia: Si muove furtiva e guardinga.
    E' la tigre Shiva.

    -Nella maligna e volubile giungla indiana, quel felino baciato dagli dei si nasconde tra la vegetazione animata. Si muove lentamente, ha tutto sotto controllo, tiene le orecchie sull'attenti.
    Fiera e maestosa, sinuosa e suadente.
    Il suo manto si fa strada in quel dedalo pieno di vita con fare guardingo. Osserva la sua ignara e ingenua preda. Tutto è pronto, sta per balzare...-

    Shiva è orfana, colei che le avrebbe fatto da madre e insegnante è stata uccisa e dilaniata dai bracconieri. Maledetti bracconieri...
    E' cresciuta da sola, senza una guida, con l'incredibile fardello della sopravvivenza da portare sul dorso sin dalla tenera età; un cucciolo di tigre in mezzo alla giungla che deve proteggersi da qualsiasi cosa: lupi, giaguari, elefanti e bracconieri. La paura di perire sotto i colpi di uno di questi nemici, con il tempo, avrebbe forgiatol suo carattere ed il suo spirito. Le ferite da leccare, la fame e la solitudine avrebbero fatto di quell'esserino peloso una macchina per uccidere; un trionfo del cinismo animale e dell'ira che, a sue spese, imparerà a difendersi da sola senza mai fidarsi di nemmeno uno degli altri animali della giungla.
    Non si fida degli elefanti, pachidermi così maestosi e potenti da poterla uccidere con una sola zampata. Non si fida dei giaguari, membri della stessa famiglia cui ella appartiene; infidi e infami, potrebbero rubarle le prede. Degli uomini nemmeno a parlarne.
    E' sola e inquieta.

    E' passata un'eternità da quando si nascondeva in un tronco cavo di un albero per paura di essere colpita dalla frutta e dalle risate delle scimmiette schernitrici. Nella sua "infanzia" sapeva di essere l'ultima tigre della giungla; sapeva di essere destinata ad essere sola in una foresta piena zeppa di nemici. Eppure, lo spirito di sopravvivenza ebbe la meglio: costretta a vivere da sola, costretta ad uccidere per vivere, costretta a ruggire per difendersi; Shiva crebbe sapendo di essere l'animale più temibile e forte di tutta la giungla. La sua forza fisica la rende una roccia di carne, i suoi artigli sono saette affilatissime, le sue zampe sono vulcani pronti ad esplodere e le sue fauci sono dispensatrici di morte certa e limpida.

    Non ha più paura di niente.
    Uccide le sue prede con una freddezza malefica, sbrana i cervi come fossero coniglietti.
    E' talmente sicura del fuoco che le arde dentro che ormai ruggisce contro gli elefanti, minaccia i giaguari e le scimmie ormai non possono fare altro che portare la pellaccia al sicuro quando passa vicino ai loro alberi. Tutti la rispettano, tutti la temono.
    Il cucciolo è diventato Tigre e se potessero, anche gli alberi estirperebbero le loro radici per sfuggire ai suoi artigli.
    Con l'anima ardente e la bocca ancora sporca di sangue, un giorno Shiva, passeggiando in un sentiero, si imbatte in una fila di orme; orme di lupo. Quanto sono strane!
    La sua zampa è completamente diversa, ci vorrebbero altre quattro orme per farci entrare la sua zampa possente. Shiva, incuriosita, segue quelle tracce.
    Dei latrati in vicinanza!
    Attenta a non farsi sentire, Shiva si nasconde e assiste allo spettacolo: un branco di lupi che ha piazzato in quella radura la loro tana; Shiva rimane stupita e attonita.
    Quei lupi giocano a rincorrersi e a fare la lotta, mangiano insieme e si leccanoo le ferite. Più che un branco sembrano una famiglia.
    Quasi fosse un istinto primordiale, Shiva tenta di avvicinarsi ma i lupi impauriti dalla sua presenza scappano lasciando indietro solo i maschi adulti a difesa del loro territorio; la tigre ruggisce con tutta la sua forza, lanciando una zampata sul muso di uno dei lupi, incamminandosi poi verso le sterpaglie. 
    Il resto del branco accorre ad alleviare le ferite del lupo colpito, leccando e strusciando i loro meravigliosi manti sul lupo accasciato al suolo. Shiva li spia...

    Il giorno dopo Shiva accorre al fiume per dissetarsi. Ci sono i lupi.
    Sotto la spinta dello stesso istinto primordiale del giorno prima, Shiva si avvicina ad uno dei lupi con le orecchie basse e la coda tra le gambe, il lupo non si accorge della tigre... 
    Shiva lo osserva: orecchie grandi, muso affusolato, zampe piccole, denti diversi. Shiva scappa via.
    Al ritorno dal fiume, i lupi trovano nella loro radura i corpi esanimi di tre cervi adulti, il che voleva dire cibo per tutto il branco almeno per due giorni. Un quarto cervo era ancora tra i denti di Shiva. Lei li aveva portati.

    I lupi si avventano sulle carcasse agguantando brandelli di carne ancora fresca e nutriente. Sono tutti impegnati a mangiare e non c'è tempo per distarsi, nemmeno la fine del mondo li avrebbe smossi da quel banchetto assai raro. Shiva accenna un respiro poco affannoso. Sente il suo manto sfiorare il pelo del lupo. Per un attimo si sente a casa...
    Tre, forse quattro cuccioli le si avvicinano accaraezzando le sue zampe con il muso, tutti gli altri sono lì, incuranti della presenza della regina della giungla, quasi come se l'avessero accettata. 

    D'improvviso, Shiva, con un balzo magnifico, scappa via.

    -...Il felino affonda gli artigli nella carne stracciando via pezzi di carne viva dall'ungulato consapevole di essere arrivato al capolinea. I lunghi denti si fanno strada nella gola del cervo recidendone tutte le vene e le arterie. Il sangue sgorga come solo una cascata sa fare-

    Shiva.
    Regina senza sudditi.
    Orgoglio della natura, pupilla dell'ira.
    Figlia della forza, madre della solitudine.

    Non è un lupo nè un elefante nè un giaguaro.
    E' una Tigre. E' sola e Unica.

    Avrebbe voluto distendersi e lasciarsi leccare le ferite o farsi accarezzare da quei lupi.
    Avrebbe voluto ciò con tutto il suo cuore ma la paura e il conseguente rifiuto all'apertura sono difficile da estirpare da un animo tanto abituato a combattere contro il mondo, anche quando il mondo ti invita ad abbracciarlo.

  • 10 novembre 2012 alle ore 23:02
    Il rifugio

    Come comincia: Nonostante l’ultimo tratto di salita si fosse rivelato particolarmente ripido al punto tale da rendere difficoltoso il respiro, la giovane donna si stava inerpicando sicura verso la meta che non risultava poi così lontana.
    Tutto attorno parlava di inverno e di un inverno particolarmente rigido e duro a morire; nulla accennava ad un possibile risveglio della natura ed il freddo penetrava nelle ossa.
    Le cime delle montagne erano tutte innevate e riflettevano un chiarore eccessivo ed innaturale sull’intera vallata dove, a tratti, si intravedevano lontani puntini di temerari sciatori fuori pista.
    Le nuvolette di vapore che uscivano dalla sua bocca ansante dipingevano insoliti ghirigori nell’aria tersa per poi condensarsi sul naso umido mentre gli occhi accennavano quasi a lacrimare.
    Mani e piedi non resistevano più al freddo intenso e penetrante nonostante l’abbigliamento decisamente invernale della donna.
    Ormai riusciva già ad intravedere la scritta sulla porta della baita: “Rifugio Fortezza” a significare che il più era fatto e a breve avrebbe potuto godere il meritato relax.
    Negli ultimi metri le gambe quasi non rispondevano più al richiamo del corpo e i polpacci si stavano facendo duri come pietre. Quanto mai non si era provveduta di un bastone!
    Al delicato tocco della sua mano inguantata la porta del rifugio si aprì come se qualcuno dall’interno fosse pronto a tirare la porta in segno di accoglienza e subito la sala interna nel suo insieme si rivelò confortevole all’aspetto.
    Il soffitto basso in legno, i faretti laterali di luce soffusa, la stufa scoppiettante di legna ben stagionata e la polenta fumante già nei piatti dei primi avventori avrebbero colto di sorpresa chiunque non fosse stato pronto alla visione del vero Paradiso.
    La giovane donna, non volendo farsi troppo notare, si appoggiò al primo tavolino vuoto che trovò sulla sua strada e si abbandonò con molta grazia su una delle tre sedie vuote disponibili, quella addossata alla parete che permetteva un ottimo sguardo di insieme sull’intera sala.
    Dapprima si soffermò a scrutare le montagne attraverso le finestre appannate dal vapore come se attendesse delle conferme, come se le sembrasse ancora impossibile di essere riuscita ad arrivare da sola fino lì!
    Accavallando le gambe mise in evidenza i suoi calzettoni rossi a rombi che bloccavano a tre quarti di gamba i pantaloni di velluto blu a coste sottili. Lentamente si sfilò dal collo l’enorme sciarpa rossa, pesante al punto di farla quasi soffocare, si sbottonò il giaccone e da sotto emerse il golf aderente di lana blu che aveva sottratto di nascosto dall’armadio della figlia.
    Per ultimi si tolse i guanti che ripose con la sciarpa nello zainetto ed iniziò a giocherellare con la vera mentre un cameriere si avvicinava per chiedere le ordinazioni.
    “Vediamo … polenta e brasato … e vino rosso della casa!”
    Si mise in attesa ma evidentemente l’anello la infastidiva per cui lo sfilò e lo depose nel portamonete che si trovava nella tasca interna dello zaino.
    Vampate di calore le accendevano il viso mentre le brillavano gli occhi per l’emozione nuova, ma i piedi restavano ghiacciati, forse gli scarponi non erano adatti a quell’impresa.
    Nonostante il poco spazio, provò ad allungarsi il più possibile verso il calore emanato dalla stufa a cui avvicinò pericolosamente le estremità in cerca di conforto.
    All’improvviso fu investita da una folata di aria gelida: la porta lasciò entrare una comitiva forse sopraggiunta con la funivia oppure, più probabile, reduce dalla scalata della parete a gradini. Anch’essi avevano raggiunto la meta agognata.
    Fu costretta a stringersi ancora di più per permettere a due giovanotti appena arrivati di prendere posto nelle due sedie rimaste vuote accanto a lei al suo stesso tavolo.
    Mentre i due si stavano sistemando, il cameriere le portò la polenta calda e il vino. La giovane signora sentì vagamente l’accenno ad un “Buon Appetito” da parte dei vicini ed ebbe l’impressione ci fosse una punta di invidia nella loro voce forse perché lei era già riuscita a farsi servire mentre loro chissà quanto avrebbero dovuto attendere.
    Gli uomini erano comunque cortesi nei modi e nei gesti; cercavano di farle spazio e uno dei due le versò il vino nel bicchiere.
    Un trillo interruppe l’approccio tra di loro: non ci voleva una chiamata proprio in mezzo a quella confusione … ma la donna non poteva non rispondere.
    Data la linea un po’ difficoltosa, la sua voce si profilò subito alta, essendo disturbata anche nell’ascolto dal brusio proveniente dai tavoli vicini.
    La conversazione telefonica si fece presto molto concitata; dal tono severo della voce e da alcune parole pronunciate fu evidente che al telefono c’era la figlia per cui, anche senza l’anello, fu chiaro ai due commensali che la signora era sposata.
    La discussione si interruppe improvvisamente. “E’ caduta la linea?”, “Forse è meglio spegnere il cellulare per conservare un po’ di carica …”. I ragazzi si dimostrarono collaborativi senza essere invadenti ed il clima si fece più distensivo.
    Non appena arrivò loro da mangiare, si fecero buona compagnia al punto da intonare con gli altri a fine pranzo qualche canto di montagna.
    Dopo il grappino erano tutti più rilassati, quasi con un accenno ad una allegria contenuta forse dovuta al sopraggiungere di un sano abbiocco.
    “Andiamo a smaltire il pranzo su, al pianoro?”. La donna non se lo fece ripetere due volte, si rivestì di tutto punto e li seguì in silenzio decisa a godere il più possibile dello spettacolo che la attendeva lassù, dove lo sguardo si perdeva all’infinito tra monti e valli per poi fissarsi sulla piccola distesa lontana del lago gelato.
    Restarono in silenzio a lungo ad assaporare il calare delle ombre della sera.
    Poi rientrarono in fretta al rifugio,
    Dormirono vestiti, distribuiti promiscuamente sui letti a castello, ancora sotto l’effetto del calore ambientale sprigionato dalla stufa e dei bicchieri bevuti durante tutta la giornata con la scusa di doversi scaldare e riparare dal freddo.
    Lentamente il freddo della notte penetrò nelle loro ossa.
    La mattina seguente i due giovanotti si svegliarono con difficoltà, ancora con i postumi della serata trascorsa tra i brindisi e sotto l’effetto dei sogni notturni in cui ricorreva spesso il volto di lei, quasi diafano ma molto intrigante ….
    … ma della giovane signora al mattino non restò nessuna traccia!
    Nessun biglietto.
    Anche il letto quasi non aveva segno di averla ospitata come se avesse dormito sull’orlo o sollevata …
    Nessuno l’aveva vista andare via.
    Anche se non era stata troppo loquace e se lo sguardo risultava a volte un po’ distratto e trasognato, altri momenti pensieroso e malinconico, ciononostante nessuno si abbandonò a brutti pensieri o a tristi presagi.
    “Sicuramente avrà preso la prima funivia del mattino per rientrare presto a casa … quando si hanno impegni di famiglia …”.
    Questo fu il convincimento di uno dei due ragazzotti e l’altro annuì in silenzio rimpiangendo l’ennesima occasione mancata. 

  • 10 novembre 2012 alle ore 14:57
    La pietra

    Come comincia: Stamane, di buon ora, all’angolo tra via Foria e Via Cirillo, un insolito movimento di vigili, che, a quell’ora si attardano, d’abitudine, al primo caffè, lasciando adito a ogni malvagità degli automobilisti contro i frettolosi pedoni, perennemente indifesi. Un lampeggiante carro dei pompieri sottolineava, già in lontananza, che la cosa doveva essere seria. Venivo avanti col passo del mattino, quello dell’anziano, che si sente rinvigorito dal riposo della notte. Il sapore dell’ultimo caffè, prima di uscire, il sole, prepotente e chiaro, mi davano un’euforia insolita.  Improvvisamente l’ho scorta. Una precaria recensione con un nastro rosso e bianco, ne delimitava il suo territorio. Uno spruzzo di mille frammenti le facevano da cornice. Lei era distesa su di un fianco e mi guardava.
    -“ Ciao, Lucio, in ritardo, stamane?”- Sarà stato un quintale di peso, nera, sporca, rozza, possente, tanto da non frantumarsi in quel volo, dopo che si era staccata dall’alto cornicione.
    -“ Sì, in leggero, ma quanto mai, proficuo ritardo, se questo doveva essere il nostro incontro.”-