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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Capitolo primo tratto da “Lungo viaggio verso il ritorno”

    Leo camminava a testa bassa, con lo zaino sulle spalle
    (che quel giorno sembrava più pesante del solito), al
    suo fianco il suo miglior amico, il suo cane, Bobo, che come di
    consueto lo aspettava all. uscita dalla scuola, e insieme ritornavano
    a casa.
    .Uffa, adesso chi la sente la mamma!..
    Era passato da poco il Natale, era ripresa la scuola e con lei
    le nuove interrogazioni. Quel mattino si era respirata un’aria pesante
    nella Prima C, la classe di Leo: quando il professor Rossi
    aveva consegnato le verifiche corrette, da riportare firmate l’indomani,
    Leo aveva incrociato le dita e sperato fino all’ultimo che
    L’inchiostro avesse formato se non altro, senza volere strafare,
    almeno un sei, ma quel tre di un rosso abbagliante spadroneggiava
    accanto al suo nome ed era talmente evidente che non c’era
    speranza di salvezza.
    Con la testa china, Leo stava attraversando la stradina sterrata
    che passava attraverso i campi, una scorciatoia che utilizzava
    spesso per arrivare prima a casa.
    Bobo, eccitato per la bella passeggiata che gli si prospettava,
    aveva già addentato un bel bastone e, saltellando attorno al
    ragazzino, tentava di farselo lanciare, ma quel giorno il suo
    padroncino non ne voleva proprio sapere di giocare con lui; era
    immerso nei suoi pensieri, i suoi passi erano lenti e insicuri, proprio
    come quelli di un bambino che stava imparando a camminare.
    Bobo abbaiò e con le zampette di pelo bianco si afferrò alle
    gambe del suo amico.
    .Dai Bobo! Fai il bravo, oggi sono troppo triste per potere
    giocare!. esclamò.
    Il cane mugugnò, come se avesse intuito il malumore del suo
    padrone dal tono della voce.
    Era quasi la mezza, l.aria di gennaio era pungente, il cielo si
    stava ricoprendo di nubi grigiastre e tra breve avrebbe ripreso a
    nevicare.
    Leo si sedette sul vecchio muretto in pietra che costeggiava
    la stradina e Bobo si acquattò vicino ai suoi piedi.
    .Che devo fare Bobo?. sbottò Leo. .So già che la mamma
    non prenderà bene quel tre in storia! Mi aveva pregato di studiare,
    ma io non le ho dato retta. Odio studiare, ma sopra ogni cosa
    odio studiare la storia!..
    Bobo lo guardava incuriosito e con le orecchie basse partecipava
    alla sua disperazione.
    Leo aveva mille pensieri che gli frullavano in testa, si vedeva
    già seduto al tavolo con il libro davanti a leggere e rileggere un
    centinaio di volte la lezione di storia, con sua madre in piedi,
    accanto a lui, con le braccia conserte, che non lo perdeva di
    vista neanche un momento.
    Un fiocco di neve gli cadde sul naso, scuotendolo dai suoi
    pensieri. Alzò gli occhi al cielo ormai ricoperto di nubi e vide un
    turbine di molteplici fiocchi che stava ondeggiando in tondo sopra
    la sua testa aprendo le danze all.imminente nevicata.
    Bobo abbaiava correndo avanti e indietro. Il ragazzino sospir
    ò profondamente, s.incamminò verso casa e pochi minuti dopo
    vide la mamma che dietro le tendine attendeva il suo ritorno.
    .Leo, ma dov.eri finito? Stavo per telefonare allo studio di
    papà, ero molto preoccupata!..
    .Ciao mamma!. disse lui con voce appena percettibile.
    .Che cos.è quella faccia? È successo qualcosa a scuola?.
    ribatté la donna.
    .Come al solito alla mamma non si può nascondere proprio
    niente!. pensò rammentando le parole del babbo, che diceva
    sempre: .Le donne hanno il sesto senso e non puoi nascondere
    7
    nulla, tanto lo scoprirebbero ugualmente!..
    Leo non sapeva che cosa fosse. .Forse è una specie di potere
    che hanno solo loro., considerò tra sé.
    .Leo, a che cosa pensi? Dai! Ti ho fatto una domanda, rispondi!
    ..
    Il ragazzino trasalì. Scosso dai suoi pensieri, accennò un sorriso
    e tentando di nascondere la sua agitazione disse: .Niente
    mamma! Ho solo una gran fame! Che hai preparato di buono?
    Io e Bobo stiamo letteralmente morendo di fame!..
    Bobo abbaiò solidale con le parole del suo padroncino.
    .Va bene, ho capito birbante! Ne riparleremo più tardi, ora
    a lavarti le mani!..
    Seduto al tavolo della cucina con il piatto ancora intatto, ora
    Leo separava i piselli dallo spezzatino, tentando di trovare una
    soluzione a quel tre, ma non gli veniva in mente nulla; intanto
    Bobo stava spazzolando la sua ciotola talmente bene che sembrava
    appena lavata.
    Bobo era un cane di piccola taglia, un bastardino che l.anno
    prima, alla fine delle vacanze, Leo aveva scorto al ciglio dell.autostrada,
    mentre la stava percorrendo al rientro dalla villeggiatura.
    Suo papà si era fermato e aveva soccorso l.animale abbandonato.
    Allora era solo un piccolo batuffolo di pelo bianco e
    nero che piangeva impaurito, ma nel momento in cui il ragazzino
    lo aveva preso in braccio tra lui e il cucciolo era scoccata una
    scintilla, quasi un .amore a prima vista..
    Da allora erano diventati inseparabili e facevano quasi tutto
    insieme: Bobo per Leo era come un fratello.
    .Ma guarda te! Avevi così fame che non hai toccato nulla!
    Sarai mica malato?..
    La mano della mamma si stampò sulla fronte di Leo, facendolo
    sussultare sulla sedia
    .Non sei caldo! Ma allora, amore mio, cos.è che ti preoccupa?
    Dillo alla tua mamma, sai che a me puoi dire tutto!..
    .Oh oh ! Sono fritto. Quando parte così non molla più finch
    é non ha scoperto tutto; lo fa anche con papà e alla fine lui
    confessa sempre. pensò Leo.
    .Ecco mamma, si tratta del compito di storia..
    .Siì? Allora?..
    .Beh... vedi... ho sbagliato qualcosina e il professore mi.....
    .Il professore ti...? Su, coraggio! Non sarà poi così grave!..
    .Ecco vedi.... Mami, ho preso un t... tre!..
    .Cooosaaaaa hai preso? Fa. che abbia capito male! Oh la
    mia povera testa! Aspetta che mi siedo, non posso crederci, di
    nuovo un tre!..
    La mamma crollò sulla sedia con gli occhi fuori dalla testa e
    con voce stridula proseguì: .Leo, come hai potuto?! Abbiamo
    studiato e ristudiato quel capitolo mille volte e poi tu mi avevi
    promesso che ti saresti impegnato!..
    Leo con lo sguardo fisso sul pavimento disse: .Lo so mamma!
    Mi dispiace tanto, ma io non ce la faccio! È troppo difficile
    la storia: tutte quelle date, quelle storie!..
    Poi, alzando lo sguardo, strinse forte le mani a pugno e con
    sprezzo del pericolo continuò: .Mamma, è tutta gente morta!
    Che importanza vuoi che abbia sapere ciò che è successo un
    tempo? Anche papà dice che quel che conta è il futuro, perciò
    perché perdere tempo col passato?..
    .Cooosaaaaa? Che diamine dici Leo! Fila in camera tua e
    restaci finché ti sarai schiarito le idee!..
    Sdraiato a pancia in giù sul letto con accanto il suo fedele
    amico, Leo disse: .Oh! Mi sa che stavolta ho esagerato! Dovevo
    starmene zitto... ora la mamma sarà ancora più arrabbiata.
    Povero me! Che disastro che ho combinato!..
    Bobo gli leccò la faccia per rincuorarlo in qualche modo.
    L.orologio scandiva le ore, erano già passate le cinque e
    Leo era ancora in camera sua ad attendere il verdetto, la sua
    condanna.
    Intanto davanti a lui troneggiava sullo scaffale il suo acerrimo
    nemico.
    .È tutta colpa tua!. urlò al volume di cuoio blu posto sulla
    mensola.
    .Maledetta storia! Ti odio, ti odio! Se non esistessi sarebbe
    meglio, ora ti faccio vedere io che fine fai!..
    Spinto da un impeto di rabbia, salì sulla seggiola per prendere
    quel maledetto libro che i nonni gli avevano regalato per il
    suo compleanno.
    .Un.enciclopedia sulla storia. Blah!. proruppe ancor più indignato.
    Il volume era molto pesante, ma, pur essendo un bambino
    gracilino per i suoi dodici anni, lo afferrò con forza e tentò di
    scendere dalla seggiola per poi distruggerlo, ma purtroppo il suo
    piano fallì: la sedia barcollò miseramente, finché Leo cadde in
    malo modo sul pavimento e con lui il volume, che lo colpì in
    fronte.
    Tutto accadde in pochi secondi e impetuoso il buio avvolse
    il piccolo Leo.
    I rumori provenienti dalla stanza del ragazzino preoccuparono
    la mamma, che corse velocemente su per le scale, aprì la
    porta della cameretta e lo trovò a terra con Bobo accanto intento
    a leccargli la faccia.
    Leo era come accartocciato sul pavimento, privo di conoscenza.
    La donna si buttò a terra sollevandolo.
    .Leo, amore mio svegliati! Che ti è successo?..
    Ma nulla! Leo non si svegliava. La donna si accorse che
    stava sanguinando da una ferita sulla nuca e terrorizzata chiamò,
    singhiozzando, l.ambulanza.
    Ora l.ambulanza correva a sirene spiegate verso l.ospedale
    e anche Leo stava intraprendendo il suo .viaggio verso il ritorno
    ..Capitolo primo tratto da “Lungo viaggio verso il ritorno”

    Leo camminava a testa bassa, con lo zaino sulle spalle
    (che quel giorno sembrava più pesante del solito), al
    suo fianco il suo miglior amico, il suo cane, Bobo, che come di
    consueto lo aspettava all. uscita dalla scuola, e insieme ritornavano
    a casa.
    .Uffa, adesso chi la sente la mamma!..
    Era passato da poco il Natale, era ripresa la scuola e con lei
    le nuove interrogazioni. Quel mattino si era respirata un’aria pesante
    nella Prima C, la classe di Leo: quando il professor Rossi
    aveva consegnato le verifiche corrette, da riportare firmate l’indomani,
    Leo aveva incrociato le dita e sperato fino all’ultimo che
    L’inchiostro avesse formato se non altro, senza volere strafare,
    almeno un sei, ma quel tre di un rosso abbagliante spadroneggiava
    accanto al suo nome ed era talmente evidente che non c’era
    speranza di salvezza.
    Con la testa china, Leo stava attraversando la stradina sterrata
    che passava attraverso i campi, una scorciatoia che utilizzava
    spesso per arrivare prima a casa.
    Bobo, eccitato per la bella passeggiata che gli si prospettava,
    aveva già addentato un bel bastone e, saltellando attorno al
    ragazzino, tentava di farselo lanciare, ma quel giorno il suo
    padroncino non ne voleva proprio sapere di giocare con lui; era
    immerso nei suoi pensieri, i suoi passi erano lenti e insicuri, proprio
    come quelli di un bambino che stava imparando a camminare.
    Bobo abbaiò e con le zampette di pelo bianco si afferrò alle
    gambe del suo amico.
    .Dai Bobo! Fai il bravo, oggi sono troppo triste per potere
    giocare!. esclamò.
    Il cane mugugnò, come se avesse intuito il malumore del suo
    padrone dal tono della voce.
    Era quasi la mezza, l.aria di gennaio era pungente, il cielo si
    stava ricoprendo di nubi grigiastre e tra breve avrebbe ripreso a
    nevicare.
    Leo si sedette sul vecchio muretto in pietra che costeggiava
    la stradina e Bobo si acquattò vicino ai suoi piedi.
    .Che devo fare Bobo?. sbottò Leo. .So già che la mamma
    non prenderà bene quel tre in storia! Mi aveva pregato di studiare,
    ma io non le ho dato retta. Odio studiare, ma sopra ogni cosa
    odio studiare la storia!..
    Bobo lo guardava incuriosito e con le orecchie basse partecipava
    alla sua disperazione.
    Leo aveva mille pensieri che gli frullavano in testa, si vedeva
    già seduto al tavolo con il libro davanti a leggere e rileggere un
    centinaio di volte la lezione di storia, con sua madre in piedi,
    accanto a lui, con le braccia conserte, che non lo perdeva di
    vista neanche un momento.
    Un fiocco di neve gli cadde sul naso, scuotendolo dai suoi
    pensieri. Alzò gli occhi al cielo ormai ricoperto di nubi e vide un
    turbine di molteplici fiocchi che stava ondeggiando in tondo sopra
    la sua testa aprendo le danze all.imminente nevicata.
    Bobo abbaiava correndo avanti e indietro. Il ragazzino sospir
    ò profondamente, s.incamminò verso casa e pochi minuti dopo
    vide la mamma che dietro le tendine attendeva il suo ritorno.
    .Leo, ma dov.eri finito? Stavo per telefonare allo studio di
    papà, ero molto preoccupata!..
    .Ciao mamma!. disse lui con voce appena percettibile.
    .Che cos.è quella faccia? È successo qualcosa a scuola?.
    ribatté la donna.
    .Come al solito alla mamma non si può nascondere proprio
    niente!. pensò rammentando le parole del babbo, che diceva
    sempre: .Le donne hanno il sesto senso e non puoi nascondere
    7
    nulla, tanto lo scoprirebbero ugualmente!..
    Leo non sapeva che cosa fosse. .Forse è una specie di potere
    che hanno solo loro., considerò tra sé.
    .Leo, a che cosa pensi? Dai! Ti ho fatto una domanda, rispondi!
    ..
    Il ragazzino trasalì. Scosso dai suoi pensieri, accennò un sorriso
    e tentando di nascondere la sua agitazione disse: .Niente
    mamma! Ho solo una gran fame! Che hai preparato di buono?
    Io e Bobo stiamo letteralmente morendo di fame!..
    Bobo abbaiò solidale con le parole del suo padroncino.
    .Va bene, ho capito birbante! Ne riparleremo più tardi, ora
    a lavarti le mani!..
    Seduto al tavolo della cucina con il piatto ancora intatto, ora
    Leo separava i piselli dallo spezzatino, tentando di trovare una
    soluzione a quel tre, ma non gli veniva in mente nulla; intanto
    Bobo stava spazzolando la sua ciotola talmente bene che sembrava
    appena lavata.
    Bobo era un cane di piccola taglia, un bastardino che l.anno
    prima, alla fine delle vacanze, Leo aveva scorto al ciglio dell.autostrada,
    mentre la stava percorrendo al rientro dalla villeggiatura.
    Suo papà si era fermato e aveva soccorso l.animale abbandonato.
    Allora era solo un piccolo batuffolo di pelo bianco e
    nero che piangeva impaurito, ma nel momento in cui il ragazzino
    lo aveva preso in braccio tra lui e il cucciolo era scoccata una
    scintilla, quasi un .amore a prima vista..
    Da allora erano diventati inseparabili e facevano quasi tutto
    insieme: Bobo per Leo era come un fratello.
    .Ma guarda te! Avevi così fame che non hai toccato nulla!
    Sarai mica malato?..
    La mano della mamma si stampò sulla fronte di Leo, facendolo
    sussultare sulla sedia
    .Non sei caldo! Ma allora, amore mio, cos.è che ti preoccupa?
    Dillo alla tua mamma, sai che a me puoi dire tutto!..
    .Oh oh ! Sono fritto. Quando parte così non molla più finch
    é non ha scoperto tutto; lo fa anche con papà e alla fine lui
    confessa sempre. pensò Leo.
    .Ecco mamma, si tratta del compito di storia..
    .Siì? Allora?..
    .Beh... vedi... ho sbagliato qualcosina e il professore mi.....
    .Il professore ti...? Su, coraggio! Non sarà poi così grave!..
    .Ecco vedi.... Mami, ho preso un t... tre!..
    .Cooosaaaaa hai preso? Fa. che abbia capito male! Oh la
    mia povera testa! Aspetta che mi siedo, non posso crederci, di
    nuovo un tre!..
    La mamma crollò sulla sedia con gli occhi fuori dalla testa e
    con voce stridula proseguì: .Leo, come hai potuto?! Abbiamo
    studiato e ristudiato quel capitolo mille volte e poi tu mi avevi
    promesso che ti saresti impegnato!..
    Leo con lo sguardo fisso sul pavimento disse: .Lo so mamma!
    Mi dispiace tanto, ma io non ce la faccio! È troppo difficile
    la storia: tutte quelle date, quelle storie!..
    Poi, alzando lo sguardo, strinse forte le mani a pugno e con
    sprezzo del pericolo continuò: .Mamma, è tutta gente morta!
    Che importanza vuoi che abbia sapere ciò che è successo un
    tempo? Anche papà dice che quel che conta è il futuro, perciò
    perché perdere tempo col passato?..
    .Cooosaaaaa? Che diamine dici Leo! Fila in camera tua e
    restaci finché ti sarai schiarito le idee!..
    Sdraiato a pancia in giù sul letto con accanto il suo fedele
    amico, Leo disse: .Oh! Mi sa che stavolta ho esagerato! Dovevo
    starmene zitto... ora la mamma sarà ancora più arrabbiata.
    Povero me! Che disastro che ho combinato!..
    Bobo gli leccò la faccia per rincuorarlo in qualche modo.
    L.orologio scandiva le ore, erano già passate le cinque e
    Leo era ancora in camera sua ad attendere il verdetto, la sua
    condanna.
    Intanto davanti a lui troneggiava sullo scaffale il suo acerrimo
    nemico.
    .È tutta colpa tua!. urlò al volume di cuoio blu posto sulla
    mensola.
    .Maledetta storia! Ti odio, ti odio! Se non esistessi sarebbe
    meglio, ora ti faccio vedere io che fine fai!..
    Spinto da un impeto di rabbia, salì sulla seggiola per prendere
    quel maledetto libro che i nonni gli avevano regalato per il
    suo compleanno.
    .Un.enciclopedia sulla storia. Blah!. proruppe ancor più indignato.
    Il volume era molto pesante, ma, pur essendo un bambino
    gracilino per i suoi dodici anni, lo afferrò con forza e tentò di
    scendere dalla seggiola per poi distruggerlo, ma purtroppo il suo
    piano fallì: la sedia barcollò miseramente, finché Leo cadde in
    malo modo sul pavimento e con lui il volume, che lo colpì in
    fronte.
    Tutto accadde in pochi secondi e impetuoso il buio avvolse
    il piccolo Leo.
    I rumori provenienti dalla stanza del ragazzino preoccuparono
    la mamma, che corse velocemente su per le scale, aprì la
    porta della cameretta e lo trovò a terra con Bobo accanto intento
    a leccargli la faccia.
    Leo era come accartocciato sul pavimento, privo di conoscenza.
    La donna si buttò a terra sollevandolo.
    .Leo, amore mio svegliati! Che ti è successo?..
    Ma nulla! Leo non si svegliava. La donna si accorse che
    stava sanguinando da una ferita sulla nuca e terrorizzata chiamò,
    singhiozzando, l.ambulanza.
    Ora l.ambulanza correva a sirene spiegate verso l.ospedale
    e anche Leo stava intraprendendo il suo .viaggio verso il ritorno
    ..

  • 31 marzo 2012 alle ore 2:54
    I cinque sensi formano il sesto

    Come comincia: Stamattina respiravo il profumo del caprifoglio a pieni polmoni. Che soddisfazione.
    Cosa altro si potrebbe aggiungere?
    I papaveri?
    Bene, rendiamo giustizia alla vista oltre che all'olfatto e ammiriamo i campi di papaveri in fiore,
    in questi giorni colorano l'anima e distolgono dai pensieri chi non è schiavo di essi.
    Ma l'udito resterà deluso se non si prova ad ascoltare all'aurora o al tramonto il canto felice, deciso, convinto, quasi supponente delle svariate specie di volatili che vivono in condomini a forma di quercia o di pioppo, o in soffitte di acero o acacia, oppure, come i pettirossi, anche dentro oggetti in disuso o in piccoli bunker derivati dal terreno. E' così semplice la vita? Il gusto non è forse l'essere capaci di assaporare tutto questo? Intanto il barista al mattino, dopo la terza, tossisce incolpando il tempo e le polveri sottili. Si sta bene senza far nulla quando non si ha nulla da chiedere alla vita, in fondo io sono qui e non sogno di stare in nessun altro posto, ma se domani dovessi partire sarei felice comunque, non mi mancherebbe nulla dal momento che mi sono già gustato tutto. Ed ho toccato, con mano e non solo, quando la curiosità era una risposta e non una domanda. Mi sono liberato di tutto ciò che cercavo, che volevo, che mi faceva sentire uguale. Un lento smantellare ciò che dentro non ci si può portare, ed ora si è creato tanto spazio. Ho imparato che il silenzio non arrugginisce ed ora rido da solo quando penso a quanto ho corso, senza immaginare che non è l'automobile a farti correre e mi derido se penso a quando credevo di volare senza immaginare che non è l'aereo a farti decollare. E così un giorno smisi di votare, una delle mie più grandi sconfitte a livello morale e una delle più grandi mancanze di rispetto nei confronti di chi non lo può fare. Mi dicevo: -sono stato costretto dal sistema- E ci credevo alle mie parole, uniche attenuanti al mio annaspare. Beh non ho capito bene dove voglio arrivare ma la natura mi ha insegnato ad andare più veloce stando fermo, cioè non sono mai in ritardo e l'anticipo non esiste. Se consideri il vento un alleato, non avrai mai perso tempo, in fondo non ha tempo chi del tempo non sa che farsene.
    Se mi sarà proibita la fragola aspetterò la prugna, se non arriverò a cogliere la prugna ci saranno le more e i meloni e la stagione delle pere nelle ore più calde mi darà una mano a sopravvivere. Recupererò le forze all'ombra del salice gustando i fichi e respirando il profumo dell'hibiscus e della bluddeja festeggiata da decolli e planate di miriadi di farfalle felici come me, poi sarà il tempo delle mele e del sorgere dei colori più belli da ammirare tra un velo di nebbia e un soffio di umida tramontana. Si, è vita semplice, già vissuta, ma non dal me che sono oggi. E allora mi chiedo quanti occhi ho, quante mani ho, quante orecchie ho, quanti nasi ho e quanta voglia ho di gustarmi ancora la vita per quello che è e non per quello che voglio?  Respirando gli ultimi respiri di un cane ho scoperto di essere io il mio tempo , parlando con i merli, gli usignoli, i pettirossi, le gazze, ho scoperto di saper ascoltare, accarezzando tartarughe e ricci ho imparato a"toccare", mangiando ogni frutto, nel momento in cui lui si vuol dare, ho imparato a gustare. Specchiandomi ogni giorno con i tanti me ho scoperto che sto imparando a vivere, il mestiere più difficile.

  • 30 marzo 2012 alle ore 21:04
    Ezio Flavio

    Come comincia: (Durostoro, Mesia, 390 ca. - Roma, 454)

    [Ezio] È incredibile quanto sia vivo il sottobosco di notte. Si odono creature notturne che comunicano tra loro cinguettando, sibilando, ululando ed io quasi impallidisco dinanzi a queste spettrali presenze di cui odo solo il rumore. L'oscurità domina e tutti noi sappiamo quanto il buio faccia paura, quanto faccia credere che un semplice strisciare sopra le foglie possa essere qualcosa di diverso e mostruoso dal semplice e quanto mai naturale strisciare di un serpente.
    Mi muovo con cautela, allungando le braccia in avanti come un cieco e quando inciampo su una radice nodosa, una mano forte, dura e callosa, mi sorregge per evitare di farmi fare un ruzzolone. Sto per gridare di paura, lasciando sfogare la tensione accumulata, quando odo una voce sentenziare:
    «Stai attenta, figliola. Il sottobosco nasconde sempre minacce.»
    Mi giro e lo vedo, con indosso una tunica romana, una candela nella mano libera e il tenue chiarore che illumina il suo volto duro, gli occhi perspicaci e attenti.
    «Ma tu sei…» balbetto incredula, mentre lui mi lascia il braccio e si osserva intorno.
    «Sì, sono proprio io, Ezio, uno dei grandi della corte di Ravenna.»
    «Ezio! Il generale Ezio che ha sconfitto Attila?»
    «Quello e altro.» inizia facendo un mezzo inchino di presentazione.
    Rimango piacevolmente sorpresa dalle buone maniere di quel rude soldato romano, che di romano, poi, non ha nulla. Ma suo padre, un barbaro Goto, era diventato generale dell'impero romano e lui, da bravo figliolo, ne aveva seguito le orme.
    «Devo riconoscere,» ammette con tono mesto, «che essere stato ostaggio per tre anni del Visigoto Alarico e poi degli Unni di re Rua, mi ha fatto crescere in fretta. All'epoca era la prassi normale quando si stipulava un patto.» aggiunge con noncuranza.
    «Quanti anni avevi?» domando incuriosita, mentre mi risistemo la manica della maglia che lui aveva involontariamente tirato per non farmi cadere.
    Ci pensa un po' grattandosi il mento, rendendosi conto che era arduo tornare indietro con la mente a tanti secoli prima, quindi risponde:
    «Circa quindici. Ma se consideri che di origini sono barbaro anch'io…»
    «Deve essere stata un'esperienza difficile.»
    «Difficile?» sogghigna con tono insinuante. «Tu non ne puoi avere idea. Io giungevo da un paese civilizzato, da un luogo che aveva fatto la Storia e mi sono ritrovato in un mondo dove un australopiteco avrebbe storto il naso.»
    Sorrido condividendo il suo estremo paragone e suggerisco:
    «Quell'esperienza ti ha però aiutato in seguito.»
    «Eh, sì.» confessa. «Quando mi sono scontrato con i Visigoti in Gallia, conoscevo fin troppo bene i modi di fare di quei barbari, tanto da sopraffarli.»
    «Soprattutto gli Unni.»
    Si guarda intorno, sempre all'erta, girando la candela per vedere meglio, quindi mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio:
    «Qui lo dico e qui lo nego: i romani erano ottimi soldati, eppure i barbari erano una vera forza della natura. Loro la battaglia ce l'avevano nel sangue. Erano un popolo di guerrieri, uomini e donne, vecchi e bambini. Nulla a che vedere con la nostra civiltà.» aggiunge con un gesto secco della mano.
    Annuisco, concordando con lui e un sorriso gli piega le labbra, compiacendosi che riuscissi a comprendere la sua posizione.
    «Tu, però, hai fatto sì che l'altro tuo alter ego, il generale Bonifacio, risultasse un traditore di Roma agli occhi di Galla Placidia.»
    Si scurisce in volto e mi fissa a lungo, prima di annuire.
    «Sì. Ma all'epoca non ci si scandalizzava di simili comportamenti. La moralità era opinabile.»
    «Però dichiarando Bonifacio nemico di Roma, questi è stato costretto a rivolgersi ai barbari.»
    Annuisce e all'evanescente fuoco della candela vedo il suo volto incupire al ricordo.
    «Si è unito a re Genserico e i Vandali da lui comandati non si sono di certo fatti pregare nell'invadere la penisola: in Italia sono giunti e non se ne sono più andati.»
    Esito un attimo, quindi gli faccio notare:
    «Le rivalità e i rancori che correvano tra te e Bonifacio, hanno praticamente scisso in due l'ultimo esercito romano, te ne sei mai reso conto? Tu da una parte, con le tue gelosie, lui dall'altra, fedele servitore ferito nell'orgoglio per un tuo raggiro.»
    Mi fissa quasi con astio e mi trafigge con il suo sguardo feroce, incutendomi un rispettoso terrore.
    «Tu parli di morale, tuttavia te l'ho già detto: all'epoca era opinabile. Ma, in fondo, se davvero vuoi capire, basterebbe solo che tu volgessi lo sguardo verso gli alti vertici e ti accorgeresti che la morale non esiste neppure ora.»
    Sbatto le palpebre più volte e infine convengo con lui, commentando mesta:
    «Allora i tempi non sono poi tanto mutati.»
    «Brava! Lo vedi che, se ti ci metti, riesci a comprendere?» esclama dandomi una pacca sulla spalla.
    Quel semplice gesto per poco mi manda gambe all'aria e la scapola mi rimane un po’ dolorante, eppure non gliene faccio una colpa: cosa possediamo noi del XXI secolo di forza muscolare rispetto ai nostri antenati? Nulla, solo un vago ricordo.
    «In quell'occasione Bonifacio ti ha battuto, anche se il vincitore sei risultato tu.» riprendo.
    «Be', che vuoi. Lui aveva vinto sul campo di battaglia, invero, però io l'ho sfidato a singolar tenzone e lì lui è caduto: ho vinto io.» si inorgoglisce.
    «Così facendo, hai anticipato il medioevo e i suoi cavalieri.»
    Lo vedo sorridere e un attimo dopo, con velocità fulminea, estrae il pugnale legato in vita per conficcarlo nel corpo di una grossa migale che si arrampica su un albero. Inorridisco e un brivido mi corre lungo la schiena, facendomi drizzare tutti i peli: cosa posso farci se sono aracnofobica? Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, quindi mi concentro di nuovo su Ezio.
    «Tu e Bonifacio eravate i soli due grandi generali di Roma che avrebbero potuto salvare l'impero.»
    Aggrotta le sopracciglia e annuisce pensieroso.
    «Sì, è vero. Ma che vuoi farci?»
    «I Campi Catalaunici, dunque, devono essere un bel ricordo.» commento.
    Lo vedo illuminarsi in volto, quel volto duro da soldato tutto d'un pezzo e gli occhi vispi si accendono come due stelle.
    «Ci puoi giurare, figliola!» esclama gonfiando il petto. «Ah, che battaglia! Ricordo la sicurezza di Attila, lui, così fiero e altero dei suoi Unni selvaggi e crudeli, e noi, soldati disciplinati pronti a bloccare la barbara avanzata come un muro. Teodorico, re dei Visigoti, che mi affiancava con il suo esercito, è caduto eroicamente. Ma tu,» mi accusa con cipiglio, «hai mai partecipato a una battaglia?»
    Sgrano gli occhi scuotendo la testa orripilata e rispondo:
    «Non mi è stato dato il piacere.»
    Lui fa un gesto vago con la mano, come a voler scacciare una mosca fastidiosa e riprende:
    «Attila era sicuro di vincere, di sopraffare i miei uomini, eppure alla fine Roma ha vinto.» conclude senza celare l'orgoglio.
    Mi metto a ridere di cuore, cosicché lui si adombra di nuovo in volto, e gli faccio notare con eccessiva superficialità:
    «Non dirlo troppo forte o i nostri tifosi penseranno che abbiamo vinto una partita di calcio contro una squadra chiamata "Attila"!»
    Lo sento grugnire qualcosa di inintelligibile e la sua espressione furiosa mi fa tornare immediatamente seria.
    «Rispetto,» sentenzia con tono e sguardo algido, «rispetto prima di tutto per chi ha donato la propria vita sui campi di battaglia. E su quel campo ne sono morti più di centomila.»
    Chino mesta la testa, intimorita dalla sua autorità e bisbiglio:
    [Ezio unni] «Perdonami, non era mia intenzione offendere.»
    «Voi giovani moderni non siete sorretti da nessun ideale.» sibila con disprezzo.
    «Forse no o forse sì.» insinuo. «Dipende dai punti di vista. Le cose, in questi ultimi secoli, sono notevolmente cambiate.»
    «In peggio.» grugnisce da buon generale.
    Scuoto la testa e gli faccio notare:
    «La vittoria su Attila, oltre a consolidare la tua fama, ha attirato l'invidia di Valentiniano, l'imperatore d'occidente.»
    Fa un gesto di stizza e digrigna i denti, mostrando tutto il rancore che porta.
    «Quell'essere spregevole, quell'infante ed effeminato mezzo uomo, era geloso e invidioso della mia fama e della mia potenza!»
    «Spregevole forse per te.» correggo.
    «Certo! Mi ha ammazzato, con le sue mani, quel fedifrago! Se sua madre Galla Placidia fosse stata ancora viva, non sarebbe accaduto. È giunto dalla lontana Ravenna fino a Roma con la scusa delle nozze di mio figlio con sua figlia, ma in realtà con il solo scopo di eliminarmi! Se questo non lo giudichi spregevole…»
    «Non spetta a me dare giudizi: io non sono Dio.»
    Gonfia un'altra volta il petto, porta la candela davanti al mio viso e mi fissa a lungo, dall'alto verso il basso; quindi mi fa un cenno con la mano ed io osservo la quercia alle sue spalle, mentre lo sento insinuare con dolcezza:
    «In un certo qual senso, per un periodo di tempo, io lo sono stato.»
    Sulla quercia, all'improvviso, appare lui, ai tempi del suo massimo splendore, circondato da servi e schiavi, mentre se ne sta disteso su un triclinio, in compagnia di commensali goliardici che mangiano e bevono ascoltando i versi di un poeta. Quell'attimo di vita mi lascia a bocca aperta per la bellezza e la solarità e mi chiedo dove sia finito lo splendore della Roma imperiale.
    Poi, all'improvviso, il buio torna ad avvolgermi e mi accorgo che Ezio sta per spegnere la candela e sparire per sempre dalla mia visuale. Vorrei trattenerlo, ma non so come e provo a chiedere:
    «Hai fatto tanto per Roma: se ti fosse concesso, lo rifaresti?»
    Mi fissa come se fossi impazzita, come se per lui la domanda non sussistesse e risponde:
    «Aho, bella mia, siamo romani, no? E con questo ho detto tutto.»
    E detto da lui, un barbaro, mi lascia ben sperare.

  • 30 marzo 2012 alle ore 13:11
    Lasciarsi andare

    Come comincia: Nessun punto di riferimento, nessuna meta, cammino lungo un sentiero e poi d'improvviso un fiume, mi getto nudo, raggiungo la cascata e dietro di essa il sole.
    C'e' un bel tramonto, la sabbia ha lo stesso colore del paradiso, mi alzo e i miei piedi scavano la rena bagnata, intorno a me la melodia del silenzio.
    Aspergo i miei capelli, le gocce di sale scendono sulle mie labbra e gusto il sapore del mare, salgo su una duna e al di la' di essa la notte, una notte illuminata dalle candele accese intorno ad un casa con un tetto di paglia.
    C'e' una tavola imbandita di cibo e vino, si alza un vento fresco e rigenerante che asciuga il mio corpo spoglio, mi adagio sulla sabbia con un calice colmo di bacco e sorrido , il cielo e' una coperta di stelle.
    I miei occhi sono ancora chiusi, ho respirato libero perche' mi sono lasciato andare come un'aquilone che sfugge dalle mani di un bambino e dolce e' annegare nel mare della fantasia.

  • 29 marzo 2012 alle ore 20:48
    Ritorno a casa, l'ultima notte

    Come comincia: L’odore di quella notte era ormai impregnato nelle lenzuola gentilmente odiate, che scoprendoci ci facevano patire dal freddo. Lenzuola che in un frettoloso arrovellarsi ci rimettevamo al caldo e ci costringevano a un abbraccio ancora più forte, ancora più intimo e nostro. Nella camera accanto, anche Vicky e Aaron si stavano amando. Anche da sveglio Renato continuava ad annusare le fodere del cuscino, per lui l’essenza dei nostri corpi che si muovevano in quel microcosmo, erano un viscerale modo per respirare la realtà e l’essenza del nostro amore. Avevo sempre preso beffa di questo suo modo di fare, rasentava il ridicolo, tanto da distinguerlo e il sol pensiero, adesso, m’intenerisce. Quella notte nessun dubbio, né insicurezze, per la prima volta ci siamo amati in modo incredibile, con dolcezza, passione e testardaggine. Ci siamo affidati, concessi. Io e lui. Cosa importava che sarebbe successo il giorno dopo?

    I governi di tutto il mondo hanno organizzato voli per permettere, a chi volesse, di tornare a casa. Spento il telefono cellulare e salutato gli amici inglesi, mi sto imbarcando da Londra Stansted alla volta di Catania. Io e mio marito abbiamo preso aerei diversi. Ero cosi abituato alla sua presenza che mai avrei pensato di soffrire cosi tanto. Lo immagino adesso accanto a me a tenerci la mano, mentre ancora qualche turista ci osserva stranito senza capire che siamo sudditi di un regno libero.
    Invece, mi ritrovo a fianco di una signora che non fa altro che sgranocchiare in modo insistente patatine che puzzano di formaggio. Sorrido col naso arricciato dal forte odore e provo vergogna e imbarazzo ad ammettere il dolore della distanza. Io, che nella nostra relazione ho sempre fatto di tutto per essere insieme rimanendo due entità separate. Detestavo l’idea di due cuori e una capanna o di divenire la tipica coppia che diventa una cosa sola privandosi del proprio Io. Dopo aver rinunciato a me stesso per folle amore, le sofferenze mi hanno portato a guardare dentro, a scoprire l’importanza della mia individualità. Quanto e in che misura possiamo donare di noi stessi?

    D'altronde... l'altra metà della mela è la scoperta della profondità del nostro Essere, l'amore per noi stessi. Chi arriverà, si potrà poi gustare il buon frutto che siamo diventati senza mai consumarci. Perché il sentimento d'amore per se stessi, accomunato alla condivisione per l'amore puro di un'altra persona, può portare solo del buono. In due diventiamo un albero di mele!
    Osservo fuori dal finestrino il decollo, Londra scompare tra le nuvole. Si torna a casa. L’ultima notte del mondo.

    Ci credo realmente? Ci penso realmente? Ho sentito di gente che passerà questa notte a piangere, chi davanti alla tv con una buona birra, con gli amici in discoteca o a rapinare una banca. Chi, prima della fine, si toglierà la vita in un grande raduno orgiastico organizzato nel preistorico sito di Stonehenge da alcuni monaci invasati. Da bravo ragazzo del sud Italia, la passerò nel calore familiare a strafogarmi di cibo sino alla mezzanotte, finalmente dimenticando tutti i problemi che abbiamo avuto per incomprensioni o testardaggini reciproche. A cosa servirebbero?

    Che buffo! Per la prima volta chiamo casa la città che mi ha visto nascere, che ha dato senso a ogni mia ribellione. Una città che ho amato per la sua cultura, per il suo mare e odiato per la sua mentalità che non mi rendeva libero, dove l’unica ragione concessami era quella di chiudere in gabbia il mio essere, senza la possibilità di distendere la mia voglia di espressione per uno strano e antiquato codice morale sociale. Sono andato via di casa mandando a fanculo tutto e ho fatto bene! Non c’è rimpianto alcuno se rispetti quel che sei, i tuoi sogni, il tuo destino… non vuol dire essere “cattivo”, ma ascoltare il richiamo della vita. Ho avuto la possibilità di amare e sposarmi, diventando uno scrittore cosi come avevo desiderato. L’aereo prende velocità, oggi torno a Casa!

    Il menù che mia madre ha preparato è paragonabile a un cenone della vigilia di Natale, anzi due, o persino tre. Nell’SMS che mia sorella Sara mi ha inviato, ha confermato che seguiremo la tradizione dell’abbuffata e tutto, rigorosamente, a base di pesce! Come antipasto insalata di mare, scampi grigliati e cozze alla marinara. Primi piatti, usiamo il plurale perché altrimenti son cazzi, spaghetti alle vongole, linguine allo scoglio e gnocchi mari e monti. Secondi piatti orata al forno, branzino al cartoccio, frittura di pesce. Non possono mancare contorni e dolci vari, ma se continuo a trascrivere il menu, mi viene un’indigestione da pre-pasto.

    La mia felicità è esplosa nel leggere gnocchi. Mamma che buoni! Ho espresso il desiderio di avere quel piatto di pasta fresca fatto in casa in ricordo di quando avevo cinque anni. Quel piatto mancato mi aveva dato la ragione di fuggire da casa. Vedevo mia madre che si affaccendava con i clienti del ristorante che mio padre gestiva in una vecchia osteria del centro storico, invece di accudire me. Minacciai di andar via se non li avesse cucinati, e lo feci. Mio fratello venne a recuperarmi pochi chilometri più avanti, vicino alla Fontana dell’Elefante. Ricordo che tornando a casa, sul suo motorino, avevo sul viso un broncio incredibile. Proprio quel giorno fui rimproverato, dicevano che ero un bambino cattivo, per tutta risposta andai dove mio fratello aveva parcheggiato la vespa e da sotto la sella tirai fuori il suo pacchetto di sigarette. Aveva quattordici anni e i miei non volevano assolutamente che lui fumasse. Giuseppe iniziò a rincorrermi perché mi voleva picchiare. Che storie ingenue, il sorriso del ricordo si accompagna ai miei occhi lucidi.

    Dal finestrino dell’aereo s’intravedono già i primi raggi caldi di luce rossa che scendono giù dal cielo, torneremo a far parte del cosmo. È pace! Anche se non so spiegare perché, si percepisce quello che accadrà questa notte, è come un tepore che rassicura. Nessuna distruzione apocalittica annunciata. Niente catastrofi naturali, ma una sola e semplice rigenerazione chiesta dalla natura. Non moriremo, semplicemente svaniremo, rinasceremo in altre forme o corpi. Ecco perché abbiamo creato biblioteche musei e interi video per spiegare a chi verrà dopo di noi quanto amore e quanto odio siamo stati capaci di donare al mondo. Augurando a chi ci sostituirà di non commettere ancora, stupidamente, gli stessi orribili errori.

    Vorrei andare nella Chiesa che mi ha visto crescere, che mi ha dato una via alternativa da seguire alla strada rifiutando la cultura di odio e mafia che si era creata tra gli anni ‘70 e ‘80 in città. Vorrei prendere una scala e arrivare a quel crocefisso. Staccare Gesù dalla sua croce, accarezzare il suo freddo e ligneo viso e dirgli che son stato bene, e soprattutto che era libero. Che benché sia risorto, l’uomo continuava a vivere come se lui fosse in croce perché in quel peccato godeva di dipendenza. Concludere con un grazie e ancora dirgli: «avevi ragione, anche io sono amore!»
    È solo diventando un cittadino cosmopolita, a Londra e viaggiando, che ho scoperto che per vivere non avevo bisogno dell’approvazione degli altri. Che il mio scopo di scrittore era quello di educare le genti alla visione complessiva del mondo e della realtà. Che un neo messo al punto giusto può stare anche bene. Anime. Siamo tutti uguali, figli di esperienze diverse, di voglie e esigenze contrarie. Solo stupidi uomini. Questa notte l’ultima del mondo, ne ha dato la conferma. Siamo semplici idioti che all’amore contrapponiamo la testarda guerra.
    Gli altri, io, siamo tutti mondi separati e distanti che vagano in questo universo. Siamo mondi dentro al mondo.

    Come terminerò questa sera? La cena, un ballo abbracciato stretto, anzi strettissimo a mia madre, per dirle che sono lì e che questa volta non partirò più. Che nonostante le mie ribellioni adolescenziali, l’ho sempre amata da morire. Poi, quella sigaretta mancata con mio padre e quella perdonata a mio fratello. Una sigaretta per accompagnare una conversazione da adulti. La mia prima sigaretta nell’ultima notte del mondo, sembra un ottimo inizio, no? Finalmente, giocare con i nipoti. Io, lo zio lontano dall’affetto disattento.
    Perché dovrei piangere? Perché dovrei accusare dolori ormai trascorsi? Sono diventato ciò che volevo. Anche se ero alla ricerca di me stesso, l’unica cosa che dovevo fare era solo aver il coraggio di ascoltarmi. Nella mia ribellione ho trovato me stesso. Ed è cosi bello, entusiasmante, importante e figo festeggiare questa notte.

    Scompariremo, semplicemente questo. Un’ultima cosa mi spetta da fare prima di buttarmi a testa in giù nel copione di questa smielata fine. Una cosa che volevo portare a compimento da troppi anni, recarmi a casa del mio ex ragazzo e prenderlo a pugni. Sul serio! Posso perdonare tutto il male gratuito ricevuto, ma mai chi per anni si è preso beffa dei miei sentimenti, costringendomi a privarmi della mia anima… per amore. Speravo che almeno in questa notte, la mia scrittura melodrammatica avrebbe lasciato lo spazio a qualcosa di più importante e simpatico, invece solo confusi appunti.
    Sono un inguaribile coglione!

     
     

  • 29 marzo 2012 alle ore 20:01
    SOLI ALLA DERIVA

    Come comincia: Il mare è calmo. Un’anziana signora siede sulla sabbia e cerca con lo sguardo qualcosa alla deriva. C’è silenzio. Ed è proprio da questo sordo rumore che le si animano pensieri e le si confondono i ricordi. La donna è lì accarezzata dal vento, sola a pensare, a cercare una sola e indispensabile risposta.

    Perché l’avevano abbandonata ? In fondo lei non era un cane e anche se lo fosse stato…bè non lo avrebbe trovato divertente. Il tempo passa come un mendico senza meta e lei aspetta, aspetta quando si accorge di non essere sola. A fianco a lei, sta per sedersi un uomo della sua stessa età, i due si guardano nel buio della notte. Tra le ceneri di un rimpianto le onde dei loro sguardi bagnano le coste dei loro occhi e insieme continuano a cercare una risposta ai confini del giorno.

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:57
    A SCUOLA DI VITA | Articolo

    Come comincia: “Io penso che un uomo che non conosce se stesso, non potrà mai essere chiamato saggio. Anzi, direi che la massima sapienza consiste proprio nel conoscere se stessi”. Il pensiero di Platone racchiude probabilmente ciò che ogni uomo, durante la propria crescita fisica e morale punta a raggiungere: la pienezza e la conoscenza di se stesso. Ci si impegna a trovare un senso alla vita senza accorgerci che ciò che ci renderebbe davvero felici, è proprio l’essenziale che è davanti ai nostri stessi occhi. Purtroppo, molti più giovani cercano risposte invano, in luoghi e situazioni che sanno di buono, ma che nascondono spesso un retrogusto aspro ed amaro. Eppure basterebbe dare loro più ascolto e più attenzioni, educarli fin da piccoli alla condivisione delle proprie gioie e delle proprie debolezze, abituarli al confronto e non alla ribellione, considerare le loro opinioni parte delle numerose possibilità di vedere e vivere una qualunque situazione.
    Non è sempre colpa di una mancata educazione familiare, se spesso ci si ritrova a leggere storie di ragazzi difficili, abbandonati alle proprie speranze e forse ancora in cerca di un aiuto.
    Tutto, nel quotidiano, sembra dare più importanza a cose futili e meschine, ad una sorta di materialismo mediatico che punta ad evidenziare il danno, l’errore del giovane e quasi mai la possibilità di un recupero, di una spiegazione o di un qualsiasi modo per affrontare davvero il problema che è alla radice di tutto.
    E se allora, il resto del mondo, potrà continuare a parlare e discutere di altro, toccherà prima o poi, ad ogni giovane doversi rimboccare le maniche ed iniziare una ricerca, un esame sulle proprie azioni. Dovremmo caricarci sulle nostre spalle la metà del peso della sofferenza dei nostri amici, impegnarci a portare avanti il meglio di noi stessi, leggendo il nostro cuore e maturando così un destino eterno nel tempo. Un pensiero positivo che sappia radicare in noi e in tutti coloro che ci sono attorno. Un pensiero forte che deve riuscire a mobilitarci a non nascondere nulla di ciò che pensiamo e di ciò che vorremmo mostrare, ma che per timori ed incertezze fermiamo e chiudiamo in una gabbia immaginaria. Bisogna avere il coraggio di ricominciare, di rinascere dalle proprie ceneri come fossimo una fenice e solo quando, inizieremo a seminare e a respirare nuova linfa ci accorgeremo che non siamo e non saremo mai soli, perché c’è sempre un Cielo sopra di noi… perché la gioia di amare e la gioia di essere amati possano diventare la vita stessa.

    "A SCUOLA DI VITA" Articolo di Filippo Gigante, pubblicato sul numero 8 di "Il Saio 24 ore" (Mensile della Gioventù Francescana di Cerignola)

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:56
    IL CUORE BATTE PER TUTTA LA BELLEZZA DEL MONDO

    Come comincia: A volte il cuore mi si riempie di così tante emozioni che quasi sembra scoppiarmi... spesso, potrei starmene in silenzio e smettere di cercare una ragione per ogni cosa che mi accade, ma è difficile dare a tutto una spiegazione, così inizio a rilassarmi e ad ascoltare un po' di musica... Rileggo alcune lettere e alcuni vecchi messaggi e mi commuovo un po' e poi tutto mi scorre nelle vene, facendomi comprendere che tutto ciò che vivo è parte di me e che nessuno può cancellare nemmeno un singolo frammento vissuto. Nella mia mente ci sono tutti gli istanti, le parole dette e ascoltate, i film visti con gli amici, le strade percorse, i baci donati e quegli abbracci intensi ed interminabili... le lacrime delle mie numerose commozioni e quelle del dolore, i sorrisi di piacere e quelli della gioia dello stare insieme... Il cuore batte sempre più forte, quando osserva e ricorda tali bellezze vissute... ed ora son quì che attendo ancora di vivere altre novità, altre esperienze, altri istanti di vita.

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:53
    Stralci tratti dal mio romanzo BIANCO E NERO

    Come comincia: Ricomincio a pensare alla parola "fine" e si intrecciano, legati ad un lontano confine, quei ricordi amari che sembrano ferirti ripetutamente quando meno te lo aspetti. Se la mente ritorna a pensarci è perché il cuore ha salde le radici del tempo. Poi fa eco nell'aria la parola "inizio" e tutto, davanti a te, sembra far largo a qualcosa di nuovo, di diverso ma che prende esempio e sostegno dallo stesso passato di cui si nutrono le ferite dell'anima. E lì, dove saluti tra un inizio ed una fine, inizi a respirare l'essenza della parola "rinnovamento". ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante ▌

    ‎"Sai dirmi qual è il giorno più bello della tua vita?" - FORSE QUELLO DELLA MIA NASCITA... O QUELLO DI UN VECCHIO NATALE TRASCORSO ANCHE CON I MIEI AMICI... DAVVERO, NON SAPREI COSA DIRTI... - "Eheheeh... sta sereno, siediti un momento e ascoltami con attenzione (...) il giorno più bello di ognuno di noi è quello che raccoglie tutti i frammenti che collezioniamo durante tutto il nostro percorso. Ogni gesto, ogni istante racchiude in sé quel pezzettino che unito a tutti quei miliardi e miliardi di altri pezzettini crea la delicata bellezza di ogni tempo (...)" ▌BIANCO E NERO ▌

    Vorrei sapere se fosse possibile distruggere, in un attimo, i tanti castelli costruiti in aria e se fosse giusto agire con pazzia... bruciando tutto ciò che ostacola le storie di chi vuol solo amarsi e scappare via da questa stupida quotidianità... Vorrei sapere così tante cose a cui questa realtà non può risponderci, vorrei sapere se ci sei mio Dio... vorrei sapere se adesso sei in ascolto.... perché ho paura di questo mio tremolio improvviso... Vorrei vivere la delicatezza di ogni momento, vorrei amare senza più una bugia che fa capolino per distruggere tutto. E se chiedo troppo, adesso non chiedo più scusa a nessuno... qualcosa di bello, me la merito anch'io!  ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante ▌

    La mia vita continua a donarmi sempre qualcosa di speciale, oltrepasso i cattivi momenti e vado avanti a testa alta con la mia fede e la mia salda volontà di voler trasmettere, a chi mi vive accanto, la massima positività delle cose. Mi piace consigliare ed essere consigliato, ma sono contrario al comando e alla costrizione. Ognuno è libero di agire nel rispetto dell'altro. Smettiamola di lamentarci per qualsiasi cosa, dobbiamo imparare ad osservare e vivere pienamente la bellezza di ogni momento trascorso con le persone più care.
    ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante  ▌www.filippogigante.it 

  • 29 marzo 2012 alle ore 13:02
    Chiamala bandiera rossa.

    Come comincia: Si, la mia generazione ha visto nascere il comunismo, anche se l’origine storica andava ben più indietro. Ricordo il primo bagliore di rosso, intravvisto una sera, a Villa Adela, sulle alture che arginavano lo Scrivia. Si stava nella grande cucina a piano terra, dopo cena, tutti attorno alla sola luce della stufa, che trapelava da uno sconnesso sportello. Tra parole che rimbalzavano nel buio, solo occhi e qualche sorriso rasentato da una luce sanguigna. L’attesa era il cuocersi delle patate nella cenere. La fame era insaziabile, a quei tempi. Una patata stava per un dolce. La Guerra era nelle parole e nei racconti che salivano lassù, in collina. Ai colpi sul portone verde di casa qualcuno rispose con un timoroso “Chi è?”. Entrarono in tre. Volti bui, vestiti di lane grosse. Odoravano di neve e fumo. Non fucili, solo infilati alla cintola, mozziconi di scopa che affondavano in scatolette di metallo. Bombe a mano, precarie. Parlavano veloci, dialetti che non capivo. Scorsi, con stupore di bimbo, per la prima volta, un fazzoletto rosso al collo, logoro, unto di sudore. I volti con la mimica delle allusioni, forse per non spendere troppe parole. Quel buttare giù, di un solo sorso, bicchierini colmi di grappa che nonno gli riempiva. “Bevete ragazzi..venite dal gelo”. Si ascoltava radio Londra. La sigla, con i tamburi, la ricordo, posso ancora rabbrividire. “La coperta, la coperta!” –invocava nonna Amina. Si creava, stendendola, una barriera, affinché il suono non uscisse di casa e ci denunciasse al passante. Uscirono, veloci, senza parole e senza preavviso al gesto di uno di loro, forse il capo.
    -“ Vedrete che ci libereranno dalla guerra e torneremo alle nostre case”- ci rassicurava nonno Angelo.

  • 29 marzo 2012 alle ore 11:57
    Il Cantico della Solitudine

    Come comincia: Ci sono momenti o giorni in cui, all’improvviso, sentiamo il bisogno di stare soli.
    E‘ una sorta di ramadan esistenziale che talvolta ci cattura senza particolari motivi.  Succede e basta.  E’ come se sentissimo la necessità di allontanarci per un po’ dai riti della quotidianità, dai rumori usuali e persino dalle persone che condividono la nostra sfera più intima, per non trascinarle in una dimensione emotiva spesso incomprensibile persino a noi stessi.
    Non ne ho le prove ma credo che tutti si siano ritrovati in questo stato d’animo almeno una volta nella vita. E ciascuno, in quel momento di distacco, reagisce a suo modo, immergendosi nelle pagine di un libro, danzando al suono di una musica immaginaria, oppure passeggiando nel silenzio, in luoghi preferibilmente ameni e solitari.
    A me capita spesso. Di libri ne ho consumati tanti e non ne sarò mai sazia; qualche volta ballo ancora al buio, a piedi nudi, al ritmo d’invisibili tamburi; molto più spesso, però, scelgo di camminare all’aperto, seguendo panorami che ispirano il mio clima emotivo. E’ come se andassi alla ricerca di un linguaggio universale e troppo spesso dimenticato. L’unico che non ha bisogno di parole né di grammatica, perché è un antico codice scolpito nell’anima, una specie di Arca dell’Alleanza tra Uomo e Universo. 
    E’ straordinario ciò che si riesce a provare immergendosi nella quiete di un giardino o di un bosco, lontano dal frastuono e dalla fretta. Meglio ancora, lungo un fiume o sulle rive di un lago, placida fonte d’ispirazione e consolazione, perché lo scorrere dell’acqua diluisce anche gli affanni dell’esistenza.  Può capitare, allora, di scoprirsi meno soli. E’ sufficiente ascoltare il coro misterioso che si leva lentamente dai recessi frondosi degli alberi, prima in maniera cortese, quasi a bussare alla porta del nostro respiro, poi in maniera più audace, con note sempre più incalzanti e festose.
    Soprattutto in primavera, magari dopo un acquazzone, il concerto degli uccelli si manifesta come un brioso carnevale. Somiglia a un dialogo spirituale, un concerto scritto su un pentagramma invisibile, ricamato da timbriche tanto colorate da stemperare il grigio che c’è in noi. I vocalizzi dei pennuti parlano d’amore, di corteggiamento, di seduzione e si rincorrono come se giocassero a imitare le nostre emozioni: dal petulante chiacchiericcio alla sonora risata, dal martellante gorgoglio al melodrammatico lamento, dagli acuti trilli ai flautati mormorii. Ogni specie ha un suo gergo emotivo e riuscire a interpretarne gli imperscrutabili misteri è stato desiderio dell’uomo sin dall’antichità. Gli ‘auspices’ romani leggevano i presagi anche dal canto degli uccelli, considerati, con i loro voli, messaggeri di rivelazioni divine e, secondo una credenza ebraica, i Libri Sapienziali erano stati dettati a Salomone da eloquenti cinguettii.
    Se queste erano leggende, è invece molto probabile che gli inventori della musica siano stati proprio gli uccelli e noi, moderni auspices, ne abbiamo ricavato ispirazione. Ascoltandoli con attenzione, possiamo cogliere vere e proprie liriche che si elevano con la stessa variazione ritmica e le stesse relazioni tonali di cui si servono i musicisti e i compositori. Secondo alcuni studiosi, gli uccelli canterini avrebbero inventato la forma della ‘sonata’, che esordisce con un tema d’apertura, si evolve in fantasiose variazioni e infine si ricongiunge al tema iniziale.
    Non mi meraviglia, dunque, che Mozart sia stato profondamente influenzato dal loro canto. Possedeva uno stormo che amava ascoltare in solitudine, per trarne stimoli creativi. Tra i suoi taccuini, è stata rinvenuta un’annotazione su un passaggio del ‘Concerto per pianoforte in sol maggiore’, interpretato secondo due chiavi: la sua e quella del pennuto. Lo storno, nel suo spontaneo canto aveva, infatti, trasformato i diesis in bemolle e accanto alla versione dell’uccello, Mozart annotò: “E’ una meraviglia!” Immagino che quando l’uccello morì, il compositore debba aver sentito un grande silenzio dentro di sé, tanto da comporre il noto “Ein Musikalischer Spass” (“Uno scherzo musicale”) ispirato al canto del suo defunto ‘maestro’ pennuto.
    Se un genio come Mozart è stato realmente incantato dai vocalizzi del suo storno, non c’è da stupirsi di fronte alle tante leggende fiorite attorno al canto degli uccelli. Una di queste è particolarmente pittoresca. Racconta di un monaco che, nel giardino del suo monastero, pregava il Signore di regalargli una gioia ineffabile e sconosciuta, finché una mattina, un angelo vestito di piume gli si posò accanto mentre meditava. Il monaco allungò il braccio per afferrarlo ma ogni volta che la sua mano sfiorava la creatura piumata, questa volava più lontano, finché si ritrovarono entrambi fuori del monastero, in un bosco folto e profumato. Posatosi su un albero, l’uccello si mise a cinguettare un concerto di arpe, flauti e violini, tanto che il monaco, rapito dalla melodia, dimenticò lo scorrere del tempo. Dopo un lungo sperdimento, a fatica tornò in sé ma quando fece rientro all’abbazia, nessuno lo riconobbe, perché tutti gli abati erano morti trecento anni prima. Il monaco capì, così, di avere trascorso tre secoli ad ascoltare il misterioso uccello.
    Quell’angelico canto non solo aveva donato al monaco la tanto sospirata gioia ineffabile. Aveva anche fermato il tempo, sospendendo le sue emozioni in un limbo di eterna felicità. Forse, attraverso il canto di quella creatura alata, il monaco s’è idealmente avvicinato a quei Serafini del Paradiso dantesco che appartengono al più alto ordine degli angeli con il ruolo di guardiani del trono di Dio. Questi angeli cantano incessantemente le Sue lodi, intonando suoni di una bellezza celestiale che il Poeta chiama Musica delle Sfere, udibile solo da chi fosse stato educato con coscienza iniziatica all’estatico ascolto.
    Ecco: sono questi, e mille altri, i pensieri e le rimembranze che possono scatenarsi dentro di noi quando vaghiamo solitari nella natura. In quei momenti, cioè, in cui viviamo sentimenti di estemporanea purificazione spirituale, di ricongiunzione pastorale con il mondo, di una parafrasi personale del francescano Cantico delle Creature. E’ come respirare l’essenza dell’essere, attingere a un benefico rifornimento vitale per tornare più sereni alle faccende quotidiane. Perché questo è, alla fine, il nostro destino: vivere l’universo mondo nella sua interezza, dalle stelle alla Madre Terra ma, soprattutto, insieme ai nostri simili, con loro e per loro. Non c’è niente da fare: siamo soprattutto esseri sociali. Abbiamo bisogno degli altri, di dare e ricevere affetto, di vivere l’amore, le passioni e la carnalità ma anche le nostre debolezze, i sogni, le illusioni e le fantasie.
    Perché siamo esseri effimeri che anelano all’immortalità.
    Perché siamo, semplicemente, umani!

  • 28 marzo 2012 alle ore 17:57
    Gli amorali felici - 2^ parte

    Come comincia: "È un bell'uomo ma non ci avevo mai fatto un pensierino, torniamo in sala."
    Carlotta aveva messo al corrente del fatto il consorte il quale s'era fatto delle matte risate. 
    Venne allora fuori il dialetto romanesco:
    "Anvedi quell'angioletto pretacchione, avevamo un John Holms nel palazzo e non lo sapevamo, n'antro pò te se faceva n' mezzo alla sala!"
    All'Epifania i quattro si scambiarono i regali: tutto sul genere vestiario: camice, pullover, cravatte, calzini il tutto condito con: che bello, di buon gusto, quello che mi mancava, l'ho sempre desiderato, più o meno tutti sembravano sinceri.
    Massimo: "Musica rock o lento sentimentale?"
    Naturalmente optarono per il sentimentale con scambio di coppia.
    La scena dell'ultimo dell'anno si ripetè ma, sia Massimo che Rossana ignorarono i rispettivi coniugi.
    Dopo un paio d'ore:
    "Veramente una bella Befana, speriamo di rivederci." Alessio si era sbilanciato, forse l'alcol gli aveva dato quel coraggio che in passato gli era mancato.
    Il pomeriggio seguente i maschietti al lavoro e le femminucce:
    "Sono curiosissima, dimmi di cosa avete parlato quando siete rientrati in casa."
    "Alessio si dimostrava imbarazzato, l'ho fatto andare su di giri e, per ultimo, mi ha confessato che da sempre ha una passione per te, ammira la tua bellezza e poi ama i seni grossi... dalle mie parti..."
    Gli eventi in un certo senso precipitarono, qualcosa in Alessio era cambiato, Rossana aveva riferito a Carlotta che suo marito era cambiato, sempre triste, parlava poco, si era fatto concedere  quindici giorni di malattia, passava la mattina a leggere il giornale, dopo mangiato a letto e poi dinanzi al televisore, dialogo praticamente inesistente come pure i rapporti sessuali.
    "Non riesco a farlo parlare, mi riferisce che ha sempre mal di testa, mangia poco al contrario di prima ed è praticamente assente, spero di farlo aprire, non riesco a capire cos'abbia, non vuole consultare un medico, ti farò sapere."
    Dopo due giorni:
    "Sono finalmente riuscita a far parlare Alessio, è innamorato di te, mi ha detto che gli sei entrata nel sangue, non fa altro che pensarti, per me ti vuole solo scopare, che mi dici?"
    "Non ho capito, vuoi che mi sacrifichi affinchè il tuo beneamato ritorni quello che era prima o..."
    "La situazione è senza sbocco, mio marito non intende riprendere a lavorare, dice che è senza forze, è in depressione, la nostra famiglia potrebbe andare a rotoli, sono disperata, se vuoi parlane con tuo marito..."
    "Vieni a casa mia, c'è Massimo, vorrei che fossi tu a parlare con lui, potrebbe capire che voglio prendermi una licenza erotica quando non è così, in parole povere dovrei fare la buona samaritana sessuale!"
    Rossana si presentò poco dopo in vestaglia, in viso era terrea segno di una vera sofferenza, fu lei a rappresentare a Massimo la situazione.
    Un lungo silenzio:
    "La questione ruiguarda Carlotta che è la diretta interessata, d'altronde io ho approfittao di sua moglie, sarebbe uno scambio di 'cortesie' ma, mentre per me era puro piacere, per quello che ho ascoltato per lui è una questione di equilibrio mentale, ammesso che non faccia la parte."
    "Ti assicuro di no, mi hai tolto una grossa preoccupazione, lo convincerò che Carlotta desidera far l'amore con lui." Abbracciò sia Carlotta che Massimo.
    Passarono due giorni:
    "Alessio aspetta una tua telefonata per sapere quando Massimo non sarà in casa."
    "Va bene domani pomeriggio a casa mia, Massimo sarà nello studio, devi prestarmi il tuo interfono."
    A pranzo Massino e Carlotta non facevano altro che ridere, forse per mascherare l'imbarazzo.
    Alle quindici una telefonata:
    "Mio marito busserà a casa tua."
    Preparazione di Carlotta: bidet alla cosina, un negligè sopra un baby doll rosa e messa in opera dei due trasmettitori, uno sotto il letto e l'altro nello studio in cui si era rifugiato Massimo.
    Al suono del campanello Carlotta con un sorriso stampato sul viso fece entrare un Alessio imbarazzatissimo.
    "C'è la moto di tuo marito qua sotto."
    "È andato in ufficio in macchina, non vedi che piove."
    "Vieni in camera da letto, c'è il condizionatore acceso, ma che fai non ti spogli?"
    Alessio era in tuta da ginnastica, se ne liberò velocemente restando in canottiera da cui spuntava un coso grosso ma moscio.
    "Levati sta canotta, sei ridicolo e comincia a spogliarmi lentamente, prima il negligè, poi la parte superiore, poi quella inferiore e alè che ne dici?"
    "Ti ho sognato tante volte ma ora che ti ho davanti...vedi non mi è diventato nemmeno duro, forse il troppo desiderio..."
    "Ah troppo desiderio (Carlotta stava imitando il romanesco di suo marito) vediamo che posso fare, vieni te lo prendo in bocca."
    "Ben felice..." al dialetto romanesco Alessio aveva contrapposto il suo veneto.
    Ci volle del tempo ma, ad operazione compiuta, Carlotta si trovò la bocca completamente intasata da un coso lungo ma soprattutto grosso, lo tirò fiori e si mise a contemplarlo.
    "Quanto sarà, venticinque centimetri?"
    "Vemtotto, me lo hanno misurato a scuola gli amici, ventotto centimetri."
    "Mo che ci facciamo co sti bentotto centimetri?" Carlotta cercava di metterlo sullo scherzo ma era preoccupata.
    "Vorrei baciarti in bocca."
    "Niente da fare, quella è proprietà di mio marito, vai sul collo e sulle tette."
    Il buon Alessio dimostrava di saperci fare, Carlotta sentiva l'eccitazione montare rapidamente, le tette in particolare erano la passione dell'amante, sicuramente si rifaceva di quelle piatte della consorte, Carlotta trasferì una sua mano sul clitoride e godette alla grande.
    Alessio si mise di lato col coso che guardava il cielo, Carlotta lo percepiva sempre più mostruoso e aprì il cassetto del comodino da cui prese un tubetto di lubrificante che, saggiamente, aveva acquistato per l'occasione, si unettò ben bene la 'gatta', lubrificò pure il cosone del compagno e:
    "Entra piano piano."
    Una parola, Carlotta strinse i denti, mai nella sua vagina era entrata una verga così grossa e dire che all'università se l'era spassata con vari compagni di studio.
    Alessio non si era spinto molto all'interno:
    "Vediamo se hai punto G, a mia moglie non sono riuscito a trovarlo."
    Carlotta pensava : "Questo si mette pure a fare esperimenti su di me, ma ha preso per una nave scuola"  ma dovette ricredersi, stava provendo qualcosa di nuovo, di eccitante, di molto eccitante, forse era il calibro del membro che era riuscito a farle provare quel piacere particolare, la scoperta del punto G.
    "Ce l'hai, ce l'hai!" Alessio era contento come  un bambino, era riuscito per primo a farle provare quell'orgasmo speciale, le dispiaceva che suo marito ascoltasse tutto, non voleva che si sentisse defraudato di quel piacere che sua moglie non aveva mai provato con lui.
    Alessio entrò più in profondità sino a quando non  raggiunse il collo dell'utero, quando il suo compagno godette Carlotta provò un'altra piacevole sensazione quale quella di uno schizzo violento sul suo utero, anche questa novità piacevole ma non profferì parola. Alessio proseguiva alla grande ad un ritmo sempre più serrato sin quando godette una seconda volta con ulteriore piacere per Carlotta.
    "Alessio qui ci vuole una pausa!"
    "Io son capace di godere anche tre o quattro volte di seguito!"
    "Considera che la mia cosina è un pò arrossata e deve riposarsi, t'è capì"
    Insieme si recarono in bagno, Carlotta fece un bidet alla sua beneamata e, mentre si spalmava una pomata lenitiva vide Alessio col coso 'ben dur' come nel poema erotico 'Ifigonia in culide.'
    "Me lo vorrei lavare ma ho difficoltà, non riesco a farlo ammosciare, mi aiuti?"
    Questa era nuova, lavare un'uccellone, non riusciva nemmeno a prenderlo tutto con una mano.
    "Ma scusa a che ti serve, potresti farlo a casa tua."
    "Ti prego ho sempre desiderato goderti in bocca, ti prego."
    A Carlotta venne da ridere, ma si era in gioco...
    In fondo era piacevole, una sensazione forte mai provata ma doveva stare attenta che non gli arrivasse in gola, si dedicò solo alla punta della cappella con le labbra, qualche morso leggero, molta lingua ma di far godere Alessio non se ne parlava proprio.
    "Aiutati con le mani."
    Giusto consiglio che portò a vari schizzi violenti sul bel faccino di Carlotta che non volle farsi godere in bocca.
    Fine della scopata, Alessio si congedò con un bacio sulla fronte della occasionale amante e riprese la via di casa.
    "Complimenti te la sei goduta alla grande alla faccia del povero marito che non ce l'ha così grosso ma che gli è diventato duro, non so per qual motivo e che ti vuole goderti in bocca."
    Anche Massimo fu accontentato, poco dopo una telefonata:
    "Alessio è sotto la doccia, dirti che è cambiato è il minimo, tutto merito tuo, ti vorrei ricompensare."
    "Se la ricompensa è quella che penso io ti dico che per oggi ne ho avuto abbastanza, ho dovuto accontentare anche Massino che si era arrapato, ne avrò per giorni prima di riprendermi e poi quel coso grosso di tuo marito, non so come tu faccia."
    "Gliela mollo molto raramente, preferisco i fiorellini..."
    "Si ma il mio sarà indisponibile per molto tempo, quello zozzone è riuscito anche a trovarmi il punto G e mi ha detto che tu non ce l'hai."
    "Oh che bello, quando staremo insieme te lo troverò anch'io. Non vedo l'ora di riabbracciarvi, sono felice, non uso quasi mai questo termine ma in questo momento lo sono, ciao a tutti e due."
    Massimo: "Vorrei esaminare la nostra situazione con freddezza: abbiamo compreso che fare sesso con altri non è stato per noi un problema, diciamo che la novità non c'è dispiaciuta ma domandiamoci: in fondo chi ci ha guadagnato? Il tormento di Rossana è il suo lato maschile che non poteva soddisfare e l'estasi quando era riuscita nel suo intento di averti e lo ha fatto furbescamente diventando la mia amante, pensaci bene."
    "In questo momento penso solo a recuperare la nostra intimità, basta col punto G, lo schizzo sul mio utero, la mia bocca riempita da un grosso membro, desidero solo stare abbracciata con te, accarezzarci, baciarci, rotolarci nel letto ed avere un amplesso non sofisticato, mi piacerebbe la posizione del missionario, vorrei che stessi a lungo dentro di me."
    I giorni seguenti furono un ritorno al passato, i due innamorati avevano ritrovato un'armonia che mancava loro da tempo.
    Carlotta decise di prendersi una vacanza riguardo ad esperienze sessuali extra, aveva ripreso normali rapporti con suo marito e non le interessava altro.
    Questa decisione non era ovviamente di gradimento di una certa femminuccia la quale si travestiva da diavoletto tentatore ogni volta che si incontravano.
    "Ti trovo in forma, sei sempre più splendida, forse il rapporto con mio marito..."
    "È stata un'esperienza particolare che non intendo ripetere."
    Rossana aspettava che Massimo uscisse di casa per contattare Carlotta:
    "Non ci crederai, Alessio manca da casa da quindici giorni, mi ha confessato di aver incontrato sul treno una sua corregionale e, invece di rientrare a Messina ogni volta che è libero va in albergo a Milano con la gentile signora. Per fortuna la cotale è benestante e così non ne soffre la cassa comune, la situazione mi lascia indifferente."
    "Ti credo" pensava Carlotta "per te un fiorellino vale molto di più di un membro maschile sia grosso che piccolo!"
    Non trovando riscontri in Carlotta Rossana, ormai disperata, contattò telefonicamente in ufficio Massimo il quale, rientrando a casa,:
    "Mi ha telefonato la tua amica."
    "Se è quella a cui penso dovrebbe essere anche amica tua!"
    "Ne parliamo dopo cena, sento un odore stuzzicante proveniente dalla cucina." Massimo aveva cambiato discorso, aveva capito che non era il caso di insistere.
    La curiosità indusse Carlotta a riprendere il discorso dopo cena.
    "Raccontami di Rossana..."
    "Non sono sicuro che ti farà piacere quello che mi ha detto, facciamo finta di nulla, penso che sia meglio così." Massimo aveva parlato furbescamente per aumentare il desiderio da parte della consorte di conoscere il contenuto del loro colloquio."
    "E no, adesso voglio sapere tutto!" 
    "L'hai voluto tu, Carlotta semplicemente mi ha proposto un bel trio stabile per sempre."
    "Un conto è parlarne, in pratica... d'altronde è quello che desidera ogni uomo, avere contemporaneamente due femminucce meglio se una o ambedue omosessuali!"
    "Carlotta l'ipocrisia non alberga in me, ti piace alberga?"
    Un giorno dopo l'altro... Massimo impegnato in banca, Carlotta a scuola ad insegnare e, a casa, a correggere i compiti, nessuno dei due coniugi trattava l'argomento Rossana.
    Erano trascorsi quasi due mesi quando una sera Carlotta scoppiò a piangere subito abbracciata da Massimo che non ritenne opportuno fare domande.
    A letto, abbracciati, Carlotta:
    "Non so qual è il motivo per cui ho taciuto sino ad oggi, c'era qualcosa in me che mi impediva di aprirmi, non riesco ad analizzare la mia reticenza. Tempo addietro Rossana ha bussato alla mia porta, era sconvolta, tremava tutta e non riusciva a trattenere i singhiozzi. Quando si è calmata ho capito la situazione: mi desiderava a tal punto da sentirsi male, la notte insonne, talvota vomitava, mal di pancia continuo, passava dal letto al divano, non aveva più forze.
    Provai un senso di pena e finimmo a letto. Provai orgasmi multipli, Rossana era riuscita a trovare il mio punto G e mi baciava il clitoride in maniera deliziosa prima dolcemente poi in maniera forsennata lasciandomi senza forze.
    Quella non fu la solo esperienza anzi mi feci trascinare praticamente tutti i pomeriggi... mi sento schiavizzata dalla situazione, per me è diventata come una droga, sento di non poterne fare a meno, aiutami..."
    Massimo baciò a lungo la sconsolata consorte la quale pian piano riuscì a calmarsi.
    "L'unica soluzione è quella di interporre fra di voi un maschietto escludendo Alessio, penso che sia il solo modo per riportare un pò di tranquillità fra di voi, la vostra è passione, piacere puro, parlane con Rossana."
    Il colloquio fra le due signore  portò serenità fra di loro e alla decisione di un pranzo a tre la domenica successiva che, a distanza di tempo, Massimo definì memorabile, un sigillo fra amorali felici.
    Rossana già alle nove aveva bussato alla porta di Carlotta e le due signore si erano chiuse in cucina assolutamente off limits per Massimo, per poi uscirne, sodisfatte verso mezzogiorno.
    Le portate del pranzo erano eccellenti, le signore avevano superato se stesse ma il pensiero dei tre era altrove, al dopo pranzo.
    Passaggio nel salone a rimirare il panorama, il maschietto al centro abbracciato alla due dame, un lungo bacio multiplo a sigillo del loro 'matrimonio.'
    Il segnale della prossima battagli fu dato da Massimo che infilò le mani fra le cosce delle signore le quali, quali colombe dal desio chiamate, si chiusero in bagno con Massimo in attesa nel salone, fu Carlotta a prendere per mano il consorte per condurlo in camera da letto.
    Buio appena rischiarato da una candela che emanava odor di sandalo. L'atmosfera era surreale, Massimo si trovò a fronteggiare due fiorellini (depilati per l'occasione), popò e tette in un rimescolarsi continuo, talvolta non riusciva a capire a chi appartenesse il buchino in cui si era infilato, le signore se la godevano alla grande usando anche un vivratore.
    Dopo la seconda goderecciata, il padrone di casa ritenne opportuno lasciare il campo e, dopo un breve lavaggio allo strapazzato ciccio, si rifugiò nel soggiorno.
    Sprofondato in una chaise longe ricordò la parole del nonno Alfredo:
    "Potrai giudicare una situazione sentimentale solo dopo esserti svuotato delle energie erotiche, solo così potrai dare un giudizio obiettivo della situazione."
    Massimo era in quella situazione, ad occhi chiusi rivide le facce sorridenti di Carlotta e di Rossana  ritratte inn un cerchio tondo come nei fumetti e che lo guardavano con un sorriso sornione.
    Cosa veramente li univa oltre al sesso? Complicità, anticonformismo, tenerezza, amicizia, amore o l'unicità della situzione?
    L'amore non era certo quello che aveva appreso dai genitori, dagli insegnanti, dalla lettura dei libri e dalla vita di tutti i giorni. I bacchettoni l'avrebbero preso per un arrivista, coccolato da due donne unite fra di loro da una forte carica erotica, Quali i loro sentimenti nei suoi confronti e, soprattutto, quale sarebbe stato il loro avvenire, in futuro sarebbe cambiato qualcosa? Troppi interrogativi senza risposta.
    Dalla stanza da letto un silenzio totale, forse le signore si stavano ponendosi lo stesso problema, meglio abbandonarsi al destino.

     

  • 28 marzo 2012 alle ore 14:35
    Tudo bem

    Come comincia: Mi sento stupendamente bene! Sì, quella sensazione unica di euforia che ti attraversa d’improvviso corpo e mente, frutto di un’unicità di elementi positivi che mi sono piovuti addosso, per caso, in una giornata insolita. Il posto non è comune: è il momento del tramonto, a Ponta Negra, un quartiere della periferia di Manaus, sulla riva del Rio delle Amazzoni. Seduto al tavolino della Choparia San Marcos, osservo il mio brumoso e invitante bicchiere di capirina ghiacciata. Il Rio scorre immenso, in un ritmo non percepibile a vista d’occhio, quasi un vasto lago. I trentadue km di separazione, tra le sponde, sono inconsueti per noi italiani. Una linea verde, la foresta amazzonica, è la riva di fronte, laggiù, nel controluce di un tramonto dai colori di vampa. Rari bianchi battelli, a due piani, scendono, sfiorando un cristallo che prende gli ultimi raggi del sole. Al tavolino affianco, una famiglia d’indios, divora rumorosamente bolinhos de bacalhau, polpettine adorabili. Due fidanzati si tengono per mano attraverso lattine di birra vuote, lasciate sul tavolo. Prostitute bambine attraversano gli spazzi, con eleganza felina, guardando e facendosi guardare dagli avventori maschi. La litania calda e monotona di una canzone portoghese si contrappone alle note aspre del traffico dell’Avenida che lambisce il bar. Una vettura si è fermata ed ha parcheggiato con cura. Ne è sceso un elegante ragazzo di colore. Capelli lucidi di fissatore, una corporatura insolita. E’ il vestiario a colpirmi: una casacca bianca e pantaloni della stessa tela. Ne riconosco la divisa degli infermieri ospedalieri del Nord America. Ha le mani dietro la schiena e osserva con attenzione scrupolosa noi avventori, dal ciglio della strada. Sento che il suo sguardo si è posato su di me. Ne avverto il peso e l’invadenza. Non sembra lasciarmi. E’ come se mi avesse scelto, come se avesse riconosciuto qualcosa di me. Si dirige lentamente tra il sentiero dei tavoli verso il mio posto. Ora il suo sguardo l’ho addosso.  Mi fa un leggero inchino, il sorriso è invitante. Dalle sue mani, tenute sino ad ora, dietro la schiena, ora appaiono uno sfigmanometro e un fonendoscopio. E’ leggermente chino su di me. Lo sguardo è intenso.  Sento il suo fiato vicino al mio orecchio, poi il suono della sua voce :          
    -“ Tudo bem?”.

  • 26 marzo 2012 alle ore 10:34
    Tutto ha inizio

    Come comincia: E vita fu.
    Ancora una volta, il miracolo della vita, l’ennesimo, si era consumato in quel luogo indecentemente stracolmo di rumori metallici, che neanche il vocio umano riusciva a superare .
    Appena nato, un gruppo di rumorose donne aveva provveduto a ricoprirlo con una buffa stoffa, raffigurante grossi riquadri dai colori sgargianti: ciò affinché non sentisse freddo, questo, almeno, era il pensiero del protagonista della nostra storia, del tutto ignaro del crudele
    destino che lo attendeva. Chiassose e squillanti voci accompagnarono la sua accurata vestizione: meticolosamente, tali donne si accertarono che quella buffa veste non presentasse alcuna piega e aderisse perfettamente al suo ossuto corpo. Tali gesti, molto accurati, nei suoi confronti lo fecero sentire davvero amato e importante. La sua gioia raggiunse il culmine, quando le donne, che si erano occupate fino adesso di lui, alla fine esclamarono: “È proprio bello, lo
    chiameremo Marcello!”. Successivamente, una di queste lo sollevò, con
    garbo, tra le sue mani e lo rivestì di una plastica trasparente, in modo tale che il suo coloratissimo vestito non si potesse rovinare. Era una donna giovane, dai modi alquanto gentili e cortesi. Marcello, sollevando lo sguardo, incrociò il suo ed ebbe la sensazione di tuffarsi in un immenso mondo sommerso, ma ne colse anche una vena di stanchezza e, forse, anche di tristezza. Le mani con cui la donna lo ricopriva di detta platina, allorquando avevano sfiorato qualche raro lembo del suo ossuto scheletro, rimasto scoperto, si erano rivelate dure e screpolate: dimostravano essere molto provate dal lavoro. Capì che, dietro quel volto gentile, si celava una vita ricca di sacrifici, un marito, forse anche dei piccoli figli da accudire. Il lieve sorriso, che fiorì sul suo bellissimo viso, scivolò piano in fondo al suo, ancor giovane, cuore. La donna diede un’ultima occhiata, per controllare l’accuratezza del suo lavoro e lo portò in fondo a un lungo corridoio. Poggiato, infine, in un enorme cartone, insieme a un numero straordinario di suoi simili, si chiedeva che ne sarebbe stato di lui. E, con lui, continuavano a chiederselo tutti i suoi compagni, se fossero di avventura o sventura ancora era troppo presto per poterlo dire.
    Immaginiamo, infatti, un gruppo di persone che, per un motivo qualsiasi, che qui non stiamo a definire perché irrilevante, si trovano ad essere ignare del proprio destino e a condividere, tutte insieme, questa incertezza. Con molta probabilità, accadrà che ciascuna di queste persone tenterà una previsione personale, più o meno ottimistica, in base o alla propria propensione caratteriale o alle proprie esperienze di vita. Ci sarà, dunque, in questo gruppo, ignaro della futura sorte, chi, essendo stato fino adesso molto sfigato oppure, per carattere, davvero molto pessimista, fino a poter essere definito “catastrofico”, si troverà ad immaginare una lugubre previsione: il peggio del peggio, fino addirittura all’estremo auspicio negativo, la fine della stessa vita, la morte, o, ancora peggio, una morte crudele e dolorosa. E chi, Gastone nella vita, o solo molto ottimista, avrebbe invece previsto soluzioni alquanto più piacevoli.

  • 24 marzo 2012 alle ore 17:18
    Gli amorali felici

    Come comincia: Il sole filtrava dalle tapparelle sul viso di Carlotta, fastidoso, uffa era l'ora di alzarsi. Svogliatamente la belle femme mise fuori dal letto i piedi, cercò le pantofole, dove cacchio... sotto il letto.Direttamente in cucina, il caffè per svegliarsi ma che giorno era? Sguardo al calendario: domenica! C...o ritornare a letto? Ormai... dove si era cacciato Massimo?Era proprio rinco: Massimo la domenica si dedicava al motocross, era con la nuova moto, una bestia secondo lui, fonte di guai a parere di Carlotta che già in passato aveva dovuto far da infermiera al beneamato che si era rotto tre costole, mah ognuno ha le sue passioni; il maritino affermava che gli serviva per svagarsi dalla routine di impiegato di banca; in compenso, facendo fuoristrada, si imbatteva in alberi da frutto e nello zainetto entravano, secondo la stagione,  fragranti arance, mandarini, limoni , ciliege, fragole, pere, almeno da quel lato...In bagno accese la radio,  sintonizzata su radio Maria. Figlio di un cane, ambedue erano bellamente atei ma quel sun of the bitch lo faceva apposta per prederla per il c..o, d'altronde la loro relazione era basata anche sul senso dello humor, l'avrebbe ripagato con la stessa moneta.Allo specchio: occhiaie, più vicino allo specchio: erano proprio occhiaie, forse mattutine, i quarant'anni suonati mostravano il loro lato spiacevole ma non poteva lamentarsi: occhi verdi ereditati dalla nonna materna, bel nasino ma soprattutto la bocca dalle labbra sensuali e dentatura perfetta il tutto per un sorriso accattivante e decisamente erotico.Doccia e poi laccatura delle unghie dei piedi. Poca voglia di andare in cucina a preparare il pranzo. Visita nel freeser: un 'condipresto' di pesce avrebbe insaporito le fettuccine, pesce (ovviamente surgelato) al forno, verdure cotte sempre provenienti dal congelatore.Le tredici, di Massino nessuna traccia,  poco dopo spunta il signore:"Ciao cara, oggi niente frutta, landa desolata.""Sbrigati a far la doccia, è tutto pronto, ho fame.""Mangia, vengo subito."Durante il pranzo la tv mandava in onda una porogramma sulla vita di marinai su di un peschereccio, Massimo sembrava preso dal programma, nessuna conversazione.A guardarlo bene anche lui mostrava delle occhaie e sembrava stanco, negli ultimi tempi c'era qualcosa che non andava, anche i loro rapporti sessuali si erano diradati, lui che... a pensare male si fa peccato ma...Carlotta abbandonò i cattivi pensieri e si dedicò alla lavatrice, c'era pure una montagna di panni da stirare, il filippino sarebbe venuto il lunedì che ci pensasse lui, l'avrebbe fatto rimanere più a lungo e poi c'era i compiti di francese da correggere, domenica prossima avrebbe prenotato in un agriturismo.Pomeriggio noioso, c'era pure la formula uno e chi staccava il beneamato dal televisore come pure per la squadra della Roma, tifoso accanito, dove era finito il Massimo premuroso, affettuoso, sorridente, era così per tutti i matrimoni? Il non aver avuto figli (dipendenva da Carlotta) doveva essere un motivo per sentirsi più uniti ma negli ultimi tempi...Carlotta si recò nel salone, si mise sa stirare, voleva allontanare i pensieri spiacevoli, aprì il balcone, stava imbrunendo: il solito spettacolo della costa calabra illuminata, i traghetti della 'Caronte' che traghettavano le auto da Messina a Villa S:Giovanni. Quella visione era uno dei motivi che l'avevano indotta ad acquistare quella casa sulla strada panoramica.Massimo sul divano appisolato, Carlotta si dedicò alla correzione dei compiti.Cena: scatoletta di tonno, spinaci surgelati lessi, frutta non le andava proprio di impegnarsi in cucina, non era dell'umore giusto. Tutto nella lavastoviglie."Vado da Rossana."Uh uh di Massimo.Rossana occupava un appartamento nella stessa scala, anche lei non aveva figli, ogni tanto si facevano compagnia facendo la maglia, loro comune passione.Il marito, Alessio,era ferroviere viaggiante sui vagoni letto, restava fuori casa anche giorni interi e così la due signore erano divantate amiche.Rossana, casalinga, aveva circa la stessa età di Carlotta ma fisicamente erano molto diverse, la prima decisamente mediterranea: capelli corvini, lunghi, occhi di un profondo nero, naso piuttosto pronunziato, bocca carnosa, fisico atletico (era stata giocatrice di pallacanestro), aveva qualcosa di piacevolmente mascolino.Rossana accolse Carlotta con la solita cordialità, si sedettero sul divano del salone, gustarono dei dolcetti fatti in casa (Rossana in cucina era proprio brava), un limoncello, liquore poco alcolico ma di sicuro effetto se bevuto in buona quantità come stava accadendo quella sera alle due signore.Rossana era in vestaglia che lasciava scoperte le sue lunghe gambe, non faceva nulla per coprirsi e si intravvedevano degli slip rossi."Pensavo che la biancheria intima rossa si usasse nelle feste natalizie, siamo a giugno...""Ho pure il reggiseno rosso, guarda..."Rossana misura di seno due scarso, Carlotta quattro."Andiamo in terrazzo, comincia a fare caldo."Rossana aveva cinto le spalle di Carlotta comn le braccia. rimiravano il panorama senza parlare.Pian piano una mano di Rossana di era insinuata nel reggiseno di Carlotta:"Il mio non è gran che ma è molto sensibile, prova a toccare il capezzolo, diventa subito duro."Carlotta era come in trance, si era ritrovata in mano due tette sode dovute alla ginnastica  (l'interessata frequentava una palestra) ma non si era ribellata, una sua mano  si immerse nel sesso dell'amica, un folto boschetto e dentro una natura bagnata, prese a toccarle il clitoride, a lungo, sin quando Rossana:"Basta, ho goduto." seguito da un bacio in bocca, un vero bacio, profondo, sensuale, lunghissimo.Rossana  non si era fermata alla bocca, le sue labbra avevano raggiunto il seno di Carlotta, una mano era scesa sul suo 'fiorello' sino a quando anche lei...Rossana aveva preso ad accarezzare il viso di Carlotta, era accaduto qualcosa di assolutamente inaspettato."Ciao, torno a casa."Carlotta, frastornata, si sentiva addosso il profumo dell'amica, si mise sotto la doccia, Massimo era a letto che leggeva la 'Gazzetta dello Sport'."Rossana che fa, c'era il marito?""No, Alessio ha telefonato, era a Milano, vedi talvolta accadono fatti imprevisti e imprevedibili, possono lasciare il segno...""Sei criptata.""Non so quello che dico, buonanotte."Le due amich e in seguito si erano incontrate nel portone d'ingresso, nessun accenno a quel fatto..., delle due sicuramente la più colpita era Carlotta, qualcosa era cambiato in lei ma non in Rossana, forse non era la sua prima esperienza omo.Un pomeriggio Rossana bussò alla porta di Carlotta:"Posso entrare? Non fare quella faccia, sin dall'antichità esistevano rapporti lesbo, ne è piena la letteratura, non pensare che non mi piacciano gli uomini!""Ho scoperto un mondo nuovo, permettimi di essere un pò scioccata anche se sinceramente la cosa non mi è dispiciuta, mi pare di aver tradito Massimo, d'accordo mi dirai che il rapporto con una donna non è infedeltà...""Non pensi che anche lui in fatto di infedeltà...""A questo punto mi sembra tutto possibile anche se...""Voi siete due persone aperte, anticonformiste, parlane con tuo marito.""Sono confusa...""Voglio farti una proposta indecente come in quel film, vuoi partecipare a un mio banchetto erotico col mio amante maschio, è un bell'uomo, piacerebbe anche a te.""Troppo complicato anche se hai smosso la mia curiosità."E come se l'aveva smossa la sua curiosità, Carlotta cercò di immaginare la sua amica te a tete col suo amante, questo pensiero stranamente la eccitava, sino a poco tempo prima la sua vita le sembrava monotona, ora...Un pomeriggio: "Vieni a casa mia, ci sono delle novità, domani pomeriggio ho appuntamento a casa mia col quel tale di cui ti ho parlato..."Carlotta si trovò a dire:"Va bene ma non voglio partecipare, farò la guardona se ti va.""D'accordo starai in cucina, ho un apparecchio interfono di quello che si usa per controllare i bambini da un'altra stanza, sentirai sentirai solo le voci, scendi lle quattordcii e trenta, lui arriva dopo mezz'ora."Carlotta non aveva problemi, quel pomeriggio Massimo  era in banca sino a tardi, puntualmente scese dall'amica all'ora stabilita, provarono l'apparecchio, funzionava."Una cosa mi devi promettere, qualsiasi cosa accada non devi muoverti dalla cucina, giuramelo.""Non capisco questo tuo tono melodrammatico, te lo prometto, non mi muoverò."Dalla cucina Carlotta sentì suonare il campanello dell'ingresso poi passi sino alla camera da letto."Sono arrapatissimo, vado in bagno."Le voci giungevano arrochite, l'apparecchio non era dei migliori."Voglio saltare i preliminari, girati di spalle!""Quanta fretta, prima vorrei un cunnilingus.""Lascia stare la tua cultura classica, lo sai che ho studiato ragioneria.""Il cunnilingus è parola riportata anche in giurisprudenza, dovresti conoscerla."Era chiaro che Rossana si stava bellamente prendendo gioco dell'amante il tutto per far dilettare l'amica ascoltatrice."Meledizione spigamelo tu sto cunn... cunn...""Allora preferisci una fellatio?""Qui c'è qualcosa che non va, non so nemmeno che cos'è sta fell..."Un lungo silenzio, il maschietto doveva aver mostrato a gesti i suoi desideri."Ho capito vuoi 'incedere intra tergas'? Ti è sempre piaciuto, mi hai detto che con tua moglie non è possibile perchè soffre di emorroidi, le 'tergas' sono il mio delizioso popò!"Dopo la spiegazione stava accadendo qualcosa di concreto perchè nessuno profferiva parola, solo dei mugolii.Carlotta era curiosa di sapere se il signore era entrato 'intra tergas' cosa che non doveva dispiacere alla sua amica dato che la moglie del cotale... A proposito anche lei aveva lo stesso problema, mah le coincidenze."Aspetta nel comodino prendo un vibratore, me lo passo sul clitoride, doppio gusto!"Rossana si dimostrava molto attiva, una vera porcona, voleva provare tutte le sensazioni.Dopo un "Che bello" da parte del maschietto, la situazione si era normalizzata nel senso che ambedue si stavano concedendo un 'post ludio' come avrebbe detto Rossana."Dove hai posteggiato la moto, non vorrei che tua moglie...""Non c'è pericolo, ho messo la Harley sulla strada, non si vede da casa mia."Una fitta al cuore di Carlotta, anche Massimo possedeva quella moto e anche lei soffriva di emorroidi... il suo istinto era quello di entrare in camera da letto ma, ragionandoci sopra, preferì evitare e calmarsi, comprese allora la richiesta della sua amica di non spostarsi dalla cucina qualsiasi cosa fosse avvenuta.Aveva bisogno di una bicchiere di acqua fresca, aprì il frigorifero niente minerale solo vino bianco e birra, optò per quest'ultima.Dall'interfono capì che la 'pugna' era ripresa, Rosana voleva farla partecipare."Mi metto 'sicut ovis' vuol dire a novanta gradi così lo sento sino in fondo, stacci a lungo."La prima bottiglietta di birra era finita, Carlotta ne aprì una seconda, poi un terza e già ne sentiva l'effetto, ormai era quasi certa che dall'altra parte ci fosse suo marito.Si era seduta ed aveva appoggiato le braccia sul tavolino apogiandovi la testa, forse si era appisolata quando sentì una mano carezzarle i capelli, dinanzi a lei c'era Rossana sorridente."Ti sei goduta la sceneggiata, era tutta per te."Carlotta aveva la bocca impastata:"Mi potevi avvisare, stavo per venire in camera da letto, non sei stata sincera, non sei mia amica!"Rossana ne approfittare per incollare le sue labbra su quelle dell'amica, un lungo bacio con 'admittionis linguae' come avrebbe detto lei."Sei troppo imbambolata non combinare guai quando rientri a casa, non servirebbe a nulla, una scopata non può modificare il vostro rapporto, una decisione sbagliata potrebbe compromettere la vostra unione, mi racccomando.""Io mi domando cosa ne è del tuo matrimonio.""Alessio è un veneto buono, affettuoso, comprensivo, molto ingenuo, gli voglio molto bene, da me accetta tutto, stiamo bene insieme, cerca di guardare la situazione a volo d'uccello.""A proposito d'uccello comè quello di mio marito, con me non lo usa da tanto tempo."Non l'userò più se non col tuo consenso, vorrei avere con voi un rapporto affettuoso, anticonformista."Rientrato a casa Massimo si rifugiò sotto la doccia, saggia decisione."In ufficio una giornataccia, una rottura di scatole una dopo l'altra, in questo momento la borsa va su e giù."Pensiero di Carlotta:"Anche tu poco fa andavi su e giù maledetto porco!"Cena tranquilla, ovvio addormentamento di Massimo sul divano."Va a letto a riposarti delle fatiche bancarie!""Hai ragione, una proposta: il fine settimana lo passiamo a Cefalù in quell'albergo sul mare come in viaggio di nozze, mancano solo due giorni."Il pomeriggio seguente al telefono:"Dimmi Carlotta...""Il bel tomo ha fatto l'attore, cena e poi a letto, mi ha promesso un week end a Cefalù. speriamo che riprenda le forze, anch'io vorrei la mia parte escluso 'l'intra tergas' per i motivi che tu sai.""Stasera ritorna Alessio, mi fa tenerezza come un figlio, forse è per questo che l'ho sposato, mi sento di proteggerlo dalle cose del mondo, come ti ho detto è l'ingenuità in persona. Mi sento molto vicina a te ed a tuo marito non è solo una questione fisica ma qualcosa di più profondo, acnhe per me è una situazione mai provata ma molto piacevole, spero che tu riesca a sintonizzarti col mio pensiero.""Non è facile, ci proverò."In macchina il viaggio era piacevole propriziato da una giornata piena di luce, in sottofondo la voce  sensuale di Diana Krall la cantante preferita di Massimo, un'atmosfera distesa, lui sorridente, ogni tanto baciava affettuosamente la mano dell'amata, guidava lentamente per gustare il panorama.Pranzo e poi passeggiata sul lungomare circondati da giovani allegri e vocianti, Carlotta provava sentimenti contrastanti, si può essere anticonformisti ma non era facile non ricordare quanto recentemente avvenuto, cinse con le braccia la vita di suo marito, via i cattivi pensieri, camminarono a lungo senza parlare."Sono un pò stanca, ritorniamo in albergo anche tu recentemente hai passato brutte giornate..."Massimo era impallidito, guardò in viso Carlotta, che avesse intuito qualcosa della sua avventura, decise di non incontrare poiù la sua amante.A letto baciò appassionatamente la sua amata come non aveva fatto da molto tempo, si soffermò a lungo sulle deliziose tette forse in ricordo di quelle più piatte dell'amante, un rapporto fisico come non aveva avuto da molto tempo.Dopo il rientro in sede i rapporti fra le due signore erano mutati, quando si incontravano da parte di Carlotta un gelido saluto per far comprendere che la loro amicizia doveva considerarsi giunta a termine.Una mattina:"Carlotta non chiudere il telefono, sento il bisogno di parlarti. Mi è accaduta una cosa strana che mi è difficile esternare, forse non capirai come non è stato facile anche per me analizzare la situazione e comprenderla, la mia vita è stravolta.Ho sempre pensato che i rapporti omosessuali fossero puramente fisici ma mi sono ricreduta in base alla mia esperienza: da quando sono stata con te non desidero altro che starti vicino, sei entrata nel mio cuore e nella mia anima, di giorno ti parlo cpome se fossimo vicine, di notte sei sempre nei miei sogni, percepisco spesso dolori alla pancia, in casa sono sempre truccata e in ordine sperando in una tua visita, sono psicologicamente prostrata, vorrei almeno vederti, non voglio una tua risposta immediata...""Sono anch'io confusa, sarebbe una sconvolgimento della mia vita, lasciami del tempo per ora non so dirti altro."I giorni passavano, Carlotta non si sentiva di riprendere i rapporti con Rossana, troppo scompiglio nella sua mente, anche Massimo se ne era accorto ma aveva preferito non chiedere spiegazioni.Un pomeriggio Carlotta scorse in terra, all'ingresso, una busta; la posta veniva depositata all'ingresso e se v'era una raccomandata il postino citofonava e allora?Gran sorpresa, uno scritto a mano: 'Chi ti fa soffrire? Chi ora fugge presto ti inseguirà, chi non ti ama presto ti amerà anche se non vuole, Saffo.'Un attacco diretto, disperato...Carlotta si sdraiò su una poltrona del salone, cercava di cacciare dalla mente l'immagine dell'amica angosciata, guardava il panorama che sembrava avvicinarsi per poi allontanarsi, chiuse gli occhi...Passò del tempo, non aveva le forze di alzarsi, quello ascritto della poetessa greca l'aveva colpita, erano parole di disperazione ma non riuscì a prendere il telefono per contattare Rossana, proprio non se la sentiva.Il tempo che passa lenisce i dolori ma era un non senso per Rossana che deperiva di giorno in giorno. Alessio, preoccupato, aveva ottenuto quiondici giorni di ferie per stare vicino alla consorte che si stava lasciando andare ogni giorno più triste e depressa. Il medico di famiglia, interpellato, non era riuscito a riscontare un vera causa di queli malori, forse si trattava di depressione ed aveva prescritto dei medicinali.Gli eventi precipiterono una notte: un'ambulanza a sirene spiegate era giunta sotto l'ingresso principale destanto la curiosità degli inquilini. Gli infermieri erano giunti al piano di Rossana e l'avevano caricato in barella ripartendo in gran fretta."Carlotta che può essere successo a Riossana, sai se avesse problemi di salute, più tardi telefonerò ad Alessio per avere notizie."Al mattino Alessio fu circondato dagli abitanti della scala che domandavano notizie, affermò che forse la moglie, non riuscendo a dormire, aveva esagerato con i tranquillanti,ora stava meglio.Il telefono:"Sono Alessio, Carlotta ti dispiace venire a casa mia, non vorrei parlare per telefono."Carlotta era perplessa, non immaginava il perchè di quell'invito o forse si..."Noi non abbiamo molti amici, Rossana in ospedale si sente sola, penso che le farebbe piacere una tua visita , puoi andare anche fuori orario, chiedi del primario, è mio amico.""Massimo vorrei andare a trovare Rossana, mi accompagni?"Rossana era in una stanza con quattro letti, gli altri tre occupati da persone anziane, stava sonnecchiando, si svegliò quando Massimo le prese una mano.Era irriconoscibile, occhi infossati, il viso cereo, dimagrita."Sono inguardabile, se mi aiutate a scendere dal letto andiamo a parlare altrove."Con l'aiuto dei due coniugi Rossana si sedette sul divano di un salottino, nessuno profferiva parola."Vogliamo che ritorni a casa, ti riprenderai meglio che in ospedale, ti starò vicina."Carlotta si era sbilanciata, aveva compreso quale fosse il problema della sua amica, le sue parole ebbero un'effetto immediato, Rossana abbracciò entrambi, era rinata."Voglio tornare a casa subito, vado dal primario."In macchina Rossana accese l'apparecchio radio, cercò della musica allegra, sorrideva di continuo.A casa Alessio mostò tutto il suo stupore, abbracciò la moglie e ringraziò gli amici."Massimo hai nulla da dirmi, vorrei fare un bagno di sincerità anche se potrebbe essere complicato per entrambi.""Non vorrei che la sincerità possa portare delle ombre sul nostro rapporto, fino a che punto la verità potrebbe distruggere il nostro legame, per me perderti sarebbe la fine." "Dipenderà da noi, sono a conoscenza del tuo incontro con Rossana, ero sul punto di parlartene quando è accaduto qualcosa di inspiegabile che ha coinvolto anche la mia persona, Rossana ha preso l'iniziativa ed abbiamo avuto un rapporto lesbo. Pensavo che fosse cosa di una sola volta ma lei si è innamorata di me, mi ha anche inviato una poesia di Saffo, le cose sono a questo punto.""Alessio che parte ha?""Lo sai che è un ingenuo, certe cose non le pensa nemmeno lontanamente, il problema è tra noi tre, vogliamo essere una coppia aperta e fare felice Rossana oppure...""Per me va bene.""Certamente brutto maiale avresti a disposizione due fanciulle che fanno l'amore fra di loro e tu ti sollazzi con entrambe, vorrei sapere se lo faresti con un altro uomo.""Cerco di essere sincero anche con me stesso, tu sei la sola donna di cui mi sia innamorato, quando ti guardo sento in me tanta dolcezza, anche se talvolta mi sono preso qualche licenza era solo una questione sessuale, devi credermi.""Allora facciamo felice Rossana, forse anche a me è piaciuto il rapporto fisico con lei ma ne avevo paura."Carlotta e Massimo stabilirono il primo incontro ufficiale a casa loro, di sera, dopo una cena intima.La due signore provvidero alle cibarie, ognuna mise mano al proprio repertorio culinario, il più felice era Massimo, unica regola: niente sesso sino alla fine della cena.Rossana si era presentata con un vestito molto sexy di un celestino molto trasparente, Carlotta non fu da meno con una camicietta ampiamente scollata che lasciava vedere la sua supremazia in fatto  di seno.Un'atmosfera irreale, Massimo aveva messo un CD di musica indiana molto languida, qualcuna aveva barato perchè aveva infilato il suo piede sul coso di Massimo che, forse per l'atmosfera sensuale era ben duro sin dal primo momento, Massimo aveva ricambiato accorgendosi che la dirimpettaia aveva dimenticato le mutandine.Torta gelato con un brut italiano, fine della prima parte.In un bagno le damigelle nell'altro Massimo che all'uscita trovò le due signore gia spaparazzate nel letto, il suo posto al centro ma ci rimase poco perchè si ingarbugliarono subito in quanto le dame, su iniziativa di Rossana, si stavano esibendo in un plastico sessantanove.Massimo si infilò nella prima 'gatta' a portata di mano ma la gran voglia lo portò ad un finale precipitoso... si mise allora all'ascolto delle due signore che se la godevano alla grande.La battaglia per lui riprese quando il suo coso fu circondato da due labbra ardenti che presto lo fecero rimettere in sesto per un'altra pugna, stavolta sul retro che manco a dirlo era quello di Rossana la quale aveva in bocca una tetta di Carlotta...Erano circa le due quanto decisero che l'abbraccio di Morfeo fosse la degna conclusione di quella bella serata.Analizzando la situazione il loro cos'era anticonformismo? Sicuramente ma c'era qualcosa di più, forse Massimo e Carlotta si illudevano che i loro rapporti non fossero cambiati ma gorse non era così. Sicuramente la più appagata era Rossana perchè poteva dar sfogo alla sua vera natura, Massimo se la godeva alla grande perchè aveva sempre a disposizione quello che desidera da sempre: il popò dell'atletica amante, Carlotta?Neanche l'interessata riusciva a comprendere la sua accondiscendenza, aveva la sicurezza dell'amore del marito e allora perchè quel rapporto lesbo, forse era anche quella la sua natura ovvero... in fondo non aveva importanza, il menage andava avanti alla grande, unica regola: la notte ognuno nel proprio letto e, naturalmente, niente contatti all'arrivo di Alessio che non ritenevano potesse essere della partita mom che a Carlotta dispiacesse anzi era un bel fusto biondo (a lei erano capitati solo mori), era un pò curiosa ma quel che più la frenava era che il tale era religioso, la domenica non mancava mai alla messa, esclusione dovuta.L'estate, l'autunno e poi l'inverno non avevano mutato le abitudini sessuali del trio, qualcosa cambiò durante le feste di Natale: Carlotta aveva conosciuto un ufficiale del Circolo di Presidio, padre di un suo alunno, il quale, preso forse anche dal fascino della professoressa di suo figlio, le fece pervenire degli inviti per il cenone e per il ballo di capodanno.Maschietti in smoking, femminucce: Rossana fasciata da un tubino nero, Carlotta in vestito blu con ampia scollatura che metteva in mostra quello di cui più orgogliosa: il seno perfetto di cui non si vedeva solo il capezzolo.Malvista dalle signore (la maggior parte vetuste) aveva attirato l'attenzione di vari ufficiali specialmente di quelli più avanti d'età che facevano la fila per invitarla a ballare.L'interessata inorgoglita e sorridente non si sottraeva e così Massimo ed Alessio erano costretti a scambiarsi Rossana come compagna di ballo.Poco prma della mezzanotte Alessio prese per mano Carlotta:"Col permesso di Massimo voglio iniziare il nuovo anno ballando con te."Nessuno si oppose e così quell'inedita coppia si tuffò nell'arte di Tersicore sin quando, dopo circa mezz'ora, trascorsa la mezzanotte, l'orchestra si prese un meritato riposo."Rossana ed io andiamo ad incipriarci il naso alla toelette.""Rossana è accaduto qualcosa che definirei strano: tuo marito o aveva visto il film in cui Vedone si metteva del cotone nei pantaloni per mostrare di avere...""Non te l'ho detto prima ma mio marito ce l'ha molto grosso di natura, mi ha detto che a scuola lo chiamavano John Holms che, mi ha spiegato, era un attore porno particolarmente dotato.""D'accordo ma per tutto il tempo del ballo ce l'aveva sempre in posizione eretta e, sfacciatamente, si strofinava a me ad occhi chiusi, ad un certo punto ho pensato che avesse goduto, non è poi quel santarellino che vuol apparire.""Il fatto che sia religioso non vuol dure... molto probabilmente gli sei sempre piaciuta ma non l'ha mai dimostrato, alla prima occasione ne ha approfittato per... ma scusa a te piace?"

  • 24 marzo 2012 alle ore 13:34
    L'aria mi insegue

    Come comincia: Aiutati che Dio t'aiuta si dice, ma se puoi aiutarti da solo sei già un pezzo avanti.
    Mi ero deciso a dare sfogo alla mia creatività, così avevo tolto di mezzo tutto quello che mi circondava – buttato, regalato, venduto. Per ricominciare da capo, mi dicevo. Avevo le migliori speranze per una rinascita delle mie facoltà intellettuali.
    Un tempo sapevo scrivere – mi dicevo – disegnare, inventare. E ora cosa invento? Cosa penso tutto il giorno? Quando faccio un bilancio notturno dei pensieri che hanno attraversato le mie membra durante la giornata, mi vergogno di me stesso.
    Non mi merito un cervello, non c'è bisogno di un apparecchio così sofisticato per decidere cosa mangiare o quale film vedere. Si dice che l'uomo sfrutti solo il 10% delle sue risorse. Io non arrivo al 2. Forse farei meglio ad usare l'imperfetto perché ad un certo punto il cervello l'ho sfruttato, anzi sfinito. Un giorno sono cambiato. Una notte per l'esattezza. I pensieri erano così rapidi che mi tremavano le palpebre ero talmente emozionato. Ma non potevo condividere con nessuno i miei successi. Chi avrebbe potuto apprezzare tutto quello che mi passava per la testa senza vedere una prova tangibile, un risultato. Questo non è mai stato un problema per me, il giudizio degli altri mi lascia completamente indifferente, forse anche per questo sono solo da qualche anno. Nessuno si sente importante accanto a me, non che io sia presuntuoso o che non goda ogni tanto di un po' di compagnia. Ma non cerco consigli, né opinioni. Questo evidentemente disturba molto i miei interlocutori. Chiusa parentesi. Stavo parlando di ciò che mi è accaduto qualche tempo fa.
    Una rivoluzione tanto silenziosa quanto devastante.
    I tempi erano maturi. Dovevo sviluppare nuove capacità. Quella mattina cominciai a sgombrare il campo. In un ambiente vuoto sarei stato costretto a cercare nuovi stimoli, ad abbandonare il regno delle cose per tornare ad abitare la coscienza.
    Così ero solo in un ambiente vuoto e già un'infinità di immagini popolavano la mia testa. Cominciamo bene. Fu uno dei giorni più soddisfacenti della mia vita, ogni angolo di muro suscitava in me uno stimolo, una catena di ricordi e di progetti che subito si spezzava per lasciare spazio ad altre interminabili associazioni di idee. Non sentivo il bisogno di scrivere, di suonare o di dipingere. Pensavo di poter fare qualsiasi cosa senza necessità di mettermi alla prova.
    La creatività non deve essere applicata se non si sente il bisogno di dimostrare nulla. E' proprio in questo stato di grazia che l'appagamento è completo. Passarono delle settimane, ero così immerso nella moltitudine di concetti che mi attraversavano, che non mi pesava affatto rimanere immobile. Sarebbe stata superflua qualsiasi attività, qualsiasi movimento. La mia occupazione e la mia gioia quotidiana erano lì, dentro di me, non dovevo fare niente. Solo lasciarmi attraversare. Dopo poco smisi completamente di gestire il mio cervello, non ne sentivo la necessità e avevo paura, con il mio controllo, di limitare le potenzialità meravigliose che si stavano offrendo al mio intelletto.
    Peccai decisamente di ingenuità. Mi sono fidato di quella parte di me stesso che non mi apparteneva più, che si era via via allontanata da me fino a distaccarsene completamente. In realtà era quello che desideravo, liberare le idee, andare a briglia sciolta. E' stato bello finché è durato.
    La seduzione dei primi giorni ha lasciato il posto all'ansia. E' tanto che non dormo, non c'è distinzione tra sonno e veglia. E' un flusso continuo. Vedo ombre ovunque. La casa è vuota, ma non sono più solo. Non mi muovo per paura, sento che ogni mossa possa rompere un equilibrio fragilissimo. Sono oppresso, sfinito, logorato.
    Provo a muovermi di un centimetro alla volta, giorno dopo giorno, per non alterare nulla. Sento che posso morire, non so come, ucciso da chi? Da cosa? Sono sicuro di essere solo. Cosa può farmi del male? L'aria? I muri? Non lo so, ma mi sento in pericolo. Immagini che non potrei descrivere né disegnare. Ma l'aria intorno a me mi minaccia, mi insegue, mi bracca. Dopo giorni raggiungo la posizione eretta, un passo alla volta potrei riuscire ad uscire. Forse è solo l'aria che c'è qui a minacciarmi, forse una volta fuori sarò salvo. Chissà.
    Vi chiederete come sono arrivato davanti a questo quaderno. Non vi terrò sulle spine.
    Ero debole, non mangiavo né dormivo da un bel po' – non sono in grado di quantificare – mi muovevo a fatica. Devo aver avuto un aspetto terribile, quando ho aperto la porta del mio appartamento sono caduto per lo sforzo. Ho sbattuto la testa sul gradino. Svenuto.
    Ora sono in ospedale: nutrito e rinsavito. Mi hanno affidato ad un dottore, mi spiega ogni giorno che niente e nessuno mi minaccia. Tantomeno l'aria.

  • 24 marzo 2012 alle ore 10:16
    Ce l'ho scritto in viso

    Come comincia: Difficilmente la dimenticherò.
    L’avevo già incrociata, ma non c’eravamo fatte una bella impressione.
    Senza nemmeno salutarci, ci siamo allontanate in punta di piedi, sperando un giorno, magari non troppo lontano, di poterci rincontrare e conoscerci davvero.  Mi ha dato appuntamento per un’altra volta.
    Io sono arrivata puntuale come non mai e lei…lei non si è presentata.
    Mi ha lasciata lì, ad aspettare inutilmente il suo ritorno.
    Nell’attesa, l’ho confusa con strane sensazioni di gioia e divertimento che riuscivo a scorgere di tanto in tanto. Che sembrava potessero bastare.
    Che sembrava potessero dare un senso a tutto. Ma mi sbagliavo. Non era lei.
    Oggi invece sì, è lei.
    Ce l’ho scritto in viso. Lo vedo riflesso nei miei occhi in cui ci sei tu.
    È lei. È la felicità.

  • 23 marzo 2012 alle ore 21:16
    Cronaca

    Come comincia: Regolamento di conti: ucciso al mercato un pregiudicato di 46 anni. Fuggiti i due killer

    Spari, un morto e momenti di terrore al mercatino di via Vergini nell’ora di massimo affollamento del mercato domenicale. Tra mamme, bambini e alimenti in vendita un pregiudicato di 46 anni, Antonio Esposito, è stato freddato da tre colpi al torace e alla testa da un killer che lo aveva chiamato per nome. Il killer è subito fuggito con un complice su uno scooter. Gli inquirenti: «Ma nessuno sembra aver visto niente».

     
    Caro Antonio, avevi sei anni, quando entrai per la prima volta in casa tua, un piccolo appartamento dove vivevate con una miriade di fratelli e sorelle. Mamma a mezzogiorno preparava i pasti da portare a Poggioreale a qualcuno dei tuoi. Donna grandiosa a tutt’oggi nel resistere ai colpi tremendi della sorte che si è trovata a percorrere. Già oggi è uscita dal S.Gennaro, dove l’avevano portata dopo la notizia della tua morte. Ha un cuore debole. E sei il secondo maschio che perde. L’altro per un incidente d’auto. Quando ho parlato positivamente di lei nei salotti romani mi hanno guardato con sospetto. La definivo una donna omerica, una guerriera di vita, ben diversa da quelle che mi circondavano tra capi firmati e noiosi pomeriggi di canasta. Mamma non se li è mai permessi. Ho conosciuto negli anni le sue preoccupazioni di madre per voi ,figli. Papà è morto da anni, ma segnò con un episodio, uno dei momenti più patetici della mia carriera. Erano venuti ad arrestarlo. Il vico era tutto un tumulto. Un amalgama di gente. Il questore, ricordo il nome, poiché tuo padre sosteneva di essere ammalato e intrasportabile, mi mandò a chiamare tramite tua madre in ambulatorio. “-Duvite scinnere, immediatamente”- Due camionette della polizia bloccavano il vico ( erano ancora quelli i tempi). Entrai sentendomi lo sguardo di tutti addosso. Fu allora che il questore mi chiese una cosa che nei tempi non ho mai potuto spiegarmi, tranne che con la sua paura di agire in prima persona. “Lei è il suo medico? Lo visiti e mi sappia dire se è trasportabile, anzi, cortesemente mi rediga una sua ricetta”. Capii che era un tranello e in quei pochi minuti visitai tuo padre che mi guardava calmo attraverso le sue lenti ornate d’oro. Sentivo gli sguardi di quelli che riuscivano a mettere la testa nel basso. Pensai che non avevo scampo, tra una dichiarazione di falsa intrasportabilità che mi avrebbe potuto dare conseguenze penali ed una di trasportabilità, pericolosissima per me. Fu allora che rivolto a tuo padre spiegai che la intraspotabilità  sottintendeva  il fatto che il trasporto in carcere doveva  far verificare un evento mortale e ovviamente, non era il caso suo. Ricordo lo sguardo di tuo padre, immobile, indecifrabile. Scrissi sul foglio bianco: “Trasportabile” e mi congedai, sicuro che avevo finito di fare il medico alla Sanità. Per due mesi non ebbi nessuna reazione ai miei incubi. Per Natale mi arrivò una scatola di cioccolatini con il nome di tuo padre. Papà aveva capito il mio imbarazzo…Ti lascio ora Antonio e se qualcuno si scandalizzerà a queste mie righe, a questi voglio ricordare che Antonio non ha avuto le opportunità dei nostri figli, Antonio è nato in un quartiere a rischio, dove il rischio è la vita di ogni giorno. Antonio paga col sangue e con la vita l’essere nato in questo quartiere dove lo stato non ha mai dato nulla, fuorché la custodia di una giustizia che non viene insegnata con l’esempio, ma con la forza.

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:14
    Almeno nu tappo

    Come comincia: “Un tappo, almeno, ‘nu tappo, dottò!” Strana invocazione, per lo meno insolita, inusuale, intrigante, equivoca,  forse. Può capitare, ma solo a Napoli, ed in un quartiere come la Sanità che, alle dieci di mattina, giunga nella sala d’aspetto di un ambulatorio, un’avvenente, anche se non più giovane, signora, in pigiama trasparente e pantofole con pon pon di piume bianche. Aria assonnata, capelli biondi, giù per il collo. Sul volto, residui di un trucco, sbavato dal sonno. Il corpo, lo s’intravede, ancora accattivante. Le areole dei seni sono macchie scure, sotto la camicia bianca.
    I vecchiarelli pensionati in attesa di venir ricevuti, le cedono il posto, estatici. In un ambulatorio del nord, sono sicuro che sorgerebbero indignazioni e mormorii. No, qui lo si
    accetta. Si è, popolarmente, razionali.
    Dolores, la Puttana, esce dunque da una nottata di lavoro, e se interrompe il sonno ristoratore e dovuto del mattino,  la spiegazione ci deve pur essere.
    “ Mi duvite, visità, aggio quaccosa, sicuramente!”
    Si dispone stesa sul lettino, il pigiama è sceso per terra, con un solo movimento. La
    pelle di Dolores emana un odore che mi riporta alla pubertà. Per età, e forse per educazione, mi sono trovato ad odorare, soltanto, l’entrata di un casino. Tredici, quattordici, anni, di domenica, in una Genova invernale, deserta e buia, un carruggio urinoso con uomini che uscivano da una porta di piastrelle  abbaglianti di luce.
    A me ed al mio amico Nanni, ci bastava e, in realtà, ci era solo permesso, di sostare su quella linea di luce, che dava su una stretta scala. Una serie di gradini, di bianco marmo, portava su, su, verso un irraggiungibile paradiso. Si restava li, per pochi attimi, annusando, come cani da caccia, tutto il piacere immaginabile, che ci era concesso. Mentre il cuore affannava di colpi. Quell’ odore greve di piscio, sperma imputridito, lavanda
    col di Nava, brillantina da poco, sciroppo di rose, detersivo da gabinetto. Esattamente l’odore, che ci faceva fremere di piacere. Un piacere, unico, irriproducibile.
    Dolores mi ripropone questo odore, ogni volta che la visito. Lei lavora al ‘69 CLUB’ di Piazza Municipio, con una quarantina di ragazze slave. Piccoli separè per ragazzaglia danarosa, al sabato sera. Champagne da 100 euro a bottiglia. Le ragazze retribuite dal padrone, secondo il numero dei tappi, che  riportano a fine serata.
    Dolores a fine visita, si riveste. mi guarda, lasciandomi un tenue sorriso: “Però, ‘na vota duvite venì. Almeno nu’ tappo!”

  • Come comincia: Un sabato mattina di sole e di azzurro come solo Napoli sa dartelo. Quella cartolina gialla, che mi è arrivata in settimana, la sento ancora in tasca. – ‘Stazione Polizia ***** – comunicazione licenza collezionista d’armi’ - Forse sarebbe il caso di fermarmi un attimo e vedere cosa vogliono - mi dico.
    Gareggio con il desiderio di continuare la passeggiata o fermarmi. Decido per andare a conoscere di che si tratta. Mi viene ad aprire un poliziotto. Gli mostro la cartolina e mi fa strada in un ufficio. Mi sorprende vedere due poliziotte sedute a due scrivanie. La femminilità a parer mio alleggerisce il posto in cui mi trovo.
    “Si accomodi” - Mi invita una longilinea creatura con un sorriso rassicurante.  Devo ammettere che è carina, ha capelli castani lisci sino al collo, la cravatta le dona. Le porgo la cartolina e chiedo spiegazioni dell’invito.
    “ Lei ha un permesso di collezionista di armi ? “
    “ Sì, lo richiesi negli anni 70 a seguito di una legge, per una collezione di armi antiche ereditata da mio nonno materno…sono archibugi ad avancarica e spade.”
    Mi accorgo che estrae dalla cartella una copia del documento che ho a casa e me lo porge.
    “ Sono queste?”-
    “ Esattamente queste”- le rispondo.
    “Dove si trovano?”
    Mi accingo a spiegarle che nel frattempo mi sono separato da mia moglie e che nella divisione della ‘roba’ sono comprese anche le armi.
    Qui la poliziotta ha un sussulto, si sposta una ciocca di capelli dal viso e si rabbuia in volto.
    “Lei mi vuol dire che ha spostato delle armi senza il permesso della Questura Centrale?”
    “Armi ? Ma sono archibugi arrugginiti ad avancarica e spade da cavalleria dell’ottocento, non le definirei vere armi”
    “Per la legge sono armi” interviene dalla scrivani accanto la collega, un tipo dimesso, casalingo.
    Comincio a sentirmi in difficoltà. Le sento avverse ed eccessivamente scrupolose .
    “ Quindi, adesso le sue armi dove sono ?”
    “ A Marano, abito sulla collina del Pigno, in una villetta di un contadino che mi ha affittato un appartamento”
    La ‘Bella’, consentitemi di chiamarla così, si è irrigidita notevolmente. Giocherella con una penna sulla scrivania.
    “Quando si è trasferito a Marano ha provveduto ad una nuova denunzia ai carabinieri di quel luogo?”
    “No, nessuno mi ha mai detto questo” mi sento con le spalle al muro. L’atmosfera si fa via via più elettrica.
    Vedo la poliziotta sempre più cupa. Si alza con la mia cartella per andare in un altro ufficio. Resto con quella che io penso sia la sua segretaria: la ‘Casalinga’ per intenderci. Infatti, questa telefona alla figlia che ha lasciato a casa e le dà gli ordini della prima mattina , poi si preoccupa di un suo disturbo e vedendo la mia borsa da medico mi coinvolge nelle cure. Il tono sembra diventato famigliare.
    Intanto è tornata la ‘Bella’: “Quindi la collezione, a parte la divisione, è ancora completa?”
    Mi viene in mente una serata a casa mia. Una cena con amici, tra cui un vero collezionista, Fabio Manzo, si accorge che io possiedo una baionetta sabauda, ottima da inserire in un suo fucile che ne è sprovvisto. Staccarla dalla vetrina e dargliela è un attimo. Mi piace donare.
    “Manca solo una baionetta sabauda, regalata ad un amico”, soggiungo.
    Nuovo sussulto della ‘Bella’, la ciocca di capelli le ritorna sul volto.
    “Lei ha avvisato la questura di questo passaggio?”
    Mi trovo oramai con le spalle al muro. Possibile che sono così superficiale. Le leggi non sono il mio forte e poi dove le trovo, visto che nessuno me ne ha mai informato all’atto di rilasciarmi il documento.
    “ No, confesso che non l’ho fatto” Mi sento un bandito, la mia mimica si adatta al senso di colpa.
    La ‘Bella’ si alza e scompare per la seconda volta. Restiamo in silenzio con la ‘Casalinga’ che ritelefona alla figlia: l’argomento è stavolta il gatto di casa. Guardo fuori della finestra, la giornata azzurra di sole oramai  non mi appartiene più.
    Ritorna la ‘Bella’; si deve essere consultata con un superiore. Ha in mano un codice. Lo sfoglia attentamente.
    “Senta,” - mi guarda freddamente negli occhi - lei è incappato in tre articoli del codice penale, quindi è mio dovere dirle di chiamare il suo avvocato”.  Ma che succede, sono forse finito in un telefilm americano? Mi sento in pieno panico tanto che mi vien fuori un mesto sorrisetto e d esclamo “Ma mi volete arrestare?”
    Dico ciò per pura iperbole, solo per avere una risposta rassicurante. Ma mi riprendo e ostentando coraggio affermo a voce alta che non ho bisogno di nessun avvocato, non ritenendo di aver fatto nulla di male.
    “E’ un consiglio dovuto” mi risponde seccamente, per riuscire nuovamente con il codice.
    Ritorna il silenzio. Vorrei andar via. Tra l’altro devo fare delle visite mediche domiciliari. Dico ciò alla ‘Casalinga’.
      “ Le farà dopo, non le faremo perdere tempo”. Caspita, ma sono trascorse già due ore.
    Rientra la ‘Bella’. Ha stavolta un passo veloce tanto da urtare contro la scrivania.
    “La informo che dovremo fare un sequestro”
    Se si tratta di prendere, le armi, lo trovo anche un atto liberatorio, dopotutto se tenerle è così complesso, alla mia morte creerei seri problemi agli eredi!
    “Le vado subito a prendere. Tra un attimo sono qui”. faccio con tono conciliante.
    “No, lei viene con noi sino a casa sua”
    “Va bene, allora siccome ho parcheggiato la macchia lontano da qui, la vado a prendere e vi accompagno”-
    “No, lei viene con la nostra auto” Il tono è secco, sembra un comando militare.
    Improvvisamente mi si apre dinanzi agli occhi il quadro della situazione: arriverò nel cortile di casa in mezzo a due poliziotte. Cosa penseranno di me i vicini? Sono piombato in un cattivo sogno o in un incubo?
    Cerco di spiegare la situazione imbarazzante in cui mi andrò a trovare per colpa loro. Sono un medico dopo tutto!
    “Dottore ma non pensa al piacere di essere scortato da due belle donne!”: sorridono entrambe, ma non certo io.
    “Purtroppo dovremo aspettare le 13 a fine turno, per avere la sostituzione qui.” Non mi resta che attendere su quella sedia che si fa sempre più dura. Vorrei telefonare a mio figlio, dirgli di correre in mio aiuto, ma conosco il suo carattere, temo una sua reazione eccessiva. Sono claustrofobo e il mio subconscio avverte la situazione ‘chiusa’. Per un attimo penso d’infilare la porta e scappare. Poi rifletto sull’inseguimento, sulla cattura, sulle manette. Desisto! Resto in quella camera per quattro ore. In realtà, mi dico, sono trattenuto dalla giustizia, sono un fermato. Alle 13 rientrano entrambe: hanno il cappello calzato sul capo.
    “Andiamo”-
    Fuori vi sono loro colleghi che smontano da una volante e la lasciano alle mie compagne. Io vengo fatto accomodare dietro. Ma non mi fanno abbassare la testa con le mani come vedo fare in tv. Non ho mai capito il perché.
    Nella strada v’è il solito traffico del sabato nel Vomero Alto, un traffico denso, quasi al passo. Dalle altre auto si sporge lo sguardo dei curiosi. Speriamo di non incontrare volti conosciuti. Mi sorprendo a trovarmi in una situazione che non avrei mai immaginato. Vorrei tanto porre fuori dal finestrino  un foglio del mio ricettario con su scritta una spiegazione del tipo ‘Non sono quello che pensate’; mi basterebbe!
    All’arrivo nel cortile della villetta in cui abito, il proprietario che ha problemi di abusivismo, appena scorge la volante, si mette in macchina e scappa. Una sola coppia di sposini giovani mi scorge uscendo e mi toglierà il saluto per sempre.
    Una volta a casa le due poliziotte fanno l’appello delle armi. Manca, notano, la vetrina con chiave e l’allarme per una custodia sicura. “Sarà un altro capo di imputazione”, mi dico. Mi chiedono un sacco della spazzatura grande per introdurre il tutto ed usciamo così: io, la ‘Bella’, e la ‘Casalinga’, con questo grosso sacco nero che cela l’incelabile, forse refurtiva o droga per gli altri.
    Tornati intanto in  auto la ‘Bella’ mi dice sorridendo: “Lei dottore non è di Napoli; sa cosa si dice delle donne a Napoli?”
    Al mio mutismo soggiunge: “ Le donne ‘fetano!’; capisce il significato?-” Resto in silenzio, stupito.
    Rientrati in stazione, si affollano i colleghi delle poliziotte che vogliono vedere le armi. Alcuni ne restano affascinati e asseriscono che devono essere messe in cassaforte non in un semplice armadio.
    Ma non è finita. Dopo varie consultazioni, mi avvisano che dovrei andare con loro, alla mia ex-casa dalla mia ex-moglie per recuperare il resto delle armi.
    Mi rifiuto nettamente e devo attendere un’altra ora il loro ritorno. Mentre si rifà capannello attorno ai nuovi pezzi, la ‘Bella’ esclama che non ha trovato una spada spagnola. Mi attende un altro articolo del codice. Ricordo quella spada comprata in un negozio di souvenir a Barcellona durante il viaggio di nozze. Non era una vera spada, ma l’avevo inclusa nella lista.
    Vengo fatto accomodare al piano superiore al tavolo del commissario. La ‘Bellaì gli sta a destra in piedi e gli indica tutti i miei reati. Sembra compiaciuta del suo lavoro e ne attende i complimenti. Discutono sui numeri degli articoli da imputarmi. Poi battono a macchina un documento che mi fanno firmare. Sono le 16, sono entrato in quella stazione alle 9 di mattina. Mentre guadagno l’uscita guardo la quantità dei numeri degli articoli del Codice Penale che ho infranto e mi soffermo sulla dizione “IN LIBERTA’ PROVVISORIA”.

    Ps: mi permetto di raccontare quanto accadutomi in quanto il giudice esaminando il caso non ha ritenuto di procedere nei miei confronti.

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:10
    Una notte con Ginger di Positano

    Come comincia: Mi ha sempre suscitato meraviglia quel legame improvviso, che si instaura tra te ed un essere, sia animato che non. In meno di una frazione di secondo, la tua attenzione scarta, dal panorama immenso del tuo sguardo, una miriade di superflui per focalizzarsi sull’uno, che ti prende, come se lo riconoscessi o l’attendessi da sempre.
    L’avevo incontrata forse due o tre volte, in maniera casuale, forse in piazza o in un vicolo. Giruzzo o’ scartellato, per quel suo gibbo, nato da una caduta infantile, mal curata, quella mattina che si evidenziò ai miei occhi, la seguiva a pochi passi, per non turbare l’immagine della sua bellezza. La natura disegna linee e forme, a volte in maniera lontana dalla nostra estetica, o ci viene incontro, ci aiuta, ci fa tremare, godere per le sue creazioni: un fiore, un tramonto, un essere.
    La Ginger di Positano era tra queste meraviglie. Oltre al gioco delle masse e delle linee, lo stupore dell’eleganza del procedere, che dal movimento di queste, si generava. Giruzzo ne era pienamente cosciente e sembrava che volesse trarre beneficio alla sua bruttezza da quella contiguità incessante.  Si era accorto del mio interesse e salutandomi da lontano con “Salve, dottò” si avvicinava a me, lentamente, come se mi desse tempo per ammirare la sua Ginger. Mi sentivo gli occhi addosso, mentre io la guardavo attentamente. Fu un attimo, e fu allora che si instaurò quel legame di cui vi parlavo.
    Il giorno seguente, entrò, da solo, in ambulatorio, tra una visita e l’altra, creando lo scompiglio nella sala d’attesa. “ Ho capito che vi piace la Ginger.  Se la volete, ve la do per un milione e mezzo, ne vale molto di più, ma per voi…..” Un sorrisetto, accattivante era presente sul suo volto.
      Non mi aspettavo quest’offerta che sconvolgeva tutta la mia vita e l’immediatezza del fatto fu un anestetico agli infiniti problemi che avrebbe comportato questa scelta.
    “Giruzzo, quando?”- sentivo che queste parole di assenso uscivano da sole dalla mia bocca.
    “ Domani mattina, a fine ambulatorio, la porto qua”
    “ Non ho liquido, ti faccio un assegno” volavo in piena ipnosi.
    “ Senz’altro, domani, domani” ed uscì di scena, lasciandomi con il cuore in gola e con uno strano tremore.
    Sentii la porta riaprirsi e il suo volto scuro, inespressivo: ”- Ci sta una cosa. Vi dovete prima procurare, per portarvela a casa….”.
    “Cosa, Giruzzo?  Che devo fare?”, chiesi incerto e incalzante.
    “ Una gabbia, una gabbia delle sue dimensioni che stia nella vostra Citroen AX. Trasportarla non sarà cosa facile, vedrete. Andate, adesso, a Secondigliano, da Mimmo ‘Cani e Gatti’ -, è un mio amico, lui vi saprà indicare.”
    A fine studio, mi precipitai da Mimmo, che mi fornì di una cuccia-gabbia, che occupava quasi interamente il vano posteriore della AX, ciotole per alimenti e altro.  La mattina dopo, l’ambulatorio trascorse veloce sino al momento in cui la collaboratrice mi comunicò: “Ci sta Giruzzo c’o’cane lupo, dice che ve lo vulite accattà-” Il tono era di per se stesso già un rimprovero, ma l’entrata di Ginger sciolse ogni dubbio e timore. Era lei, la desiderata, la stupenda Ginger dell’allevamento di Positano, dal pedigree aulico e dalle miriadi di coppe vinte alle più importanti mostre canine. 
    Ginger annusò in lungo e in largo la scrivania, perdendo saliva. Tutti gli oggetti volarono a terra. “Vedete, mi sono distratto un attimo - disse Giruzzo accorciando il lunghissimo guinzaglio di pelle scura - Dovete stare accorto, è come possedere una cavallina di razza.”
    Ricevuto l’assegno, Giruzzo sparì senza voltarsi un attimo verso la sua ex compagna.
    Restammo soli, io e Ginger, per la prima volta. Nella camera, il ritmo veloce della sua respirazione, le pupille che mi seguivano, l’odore forte, acre del pelo. Ci scrutammo per alcuni istanti consapevoli entrambi che la nostra vita stava mutando. La conoscenza reciproca è pur sempre un
    atto imbarazzante anche tra due esseri di razza diversa. “Chi sei?” è un legame muto che sembra restare sospeso nella camera.
    Ricordo perfettamente le ore successive: Prendere Ginger e scendere per le scale,  l’inizio della mia odissea.: il guinzaglio è da concorso, quasi una gomena pesante e lunghissima. Arrivo in Piazza, così con la Ginger a sei, sette metri che mi tira come se dovessi fare dello sci acquatico. Ora sento gli occhi della gente su di me. Visione insolita, il dottore con un cane. Ma è la Ginger ad attirare la maggioranza dei commenti.  Recupero tutta la lunghezza del guinzaglio. Ho la Ginger che mi cammina a destra. La mia immagine ora deve essere molto vicina a quella di Darix Togni con la tigre, di quando andavo al Circo. Ginger dà frattanto strattoni tremendi e riesco con fatica ad arrivare alla macchina. La gabbia ci attende.-”Forza Ginger, dentro!”-.
    Al mio comando Ginger si pianta sulle quattro zampe, immobile e mi guarda. Cerco di indicarle il percorso, ma invano. Provo a tirarla, facendo forza sul collare, ma la sento ringhiare. Si è fatta una piccola folla. Volano i consigli: Ginger balza sul sedile anteriore del passeggero. E’ il caso di rinunziare alla gabbia e di partire. Si procede per un traffico denso di mezzodì, mentre la Ginger si agita, smania, lecca il parabrezza, mi contende la leva del cambio, di cui rode il pomo e per ultimo s’impossessa della mia guancia su cui riversa linguate umide e odorose. Mi compiaccio: possedere un cane è anche questo!
    L’arrivo a casa è sotto gli occhi accorti del padrone di casa, contadino: ” I cani, noi li teniamo all’aperto, a guardia del pollaio, in casa sporcano”  E’ un consiglio, un ordine? Gli spiego che questa non è un cane comune ma una specie di soubrette della sua razza. Sa come comportarsi. Infatti, appena entro in casa con un emozionato pipì mi allaga l’ingresso;  poi inizia a percorrere tutta l’appartamento, ansimando e sbavando. Sembra non vedere i vetri delle imposte, in quanto vi ci sbatte contro con violenza e emettendo poi  un guaito di dolore.
    Non mi degna di uno sguardo. Forse avrà sete, cosicché le riempio una ciotola d’acqua. Beve rumorosamente, spruzzando due terzi del liquido tutto intorno. Riprende la sua corsa disperata tra un estremo e l’altro dell’appartamento. Mi mette un’agitazione tremenda. Altro che la vita col cane dei romanzi. Provo a telefonare a Giruzzo. C’è la segreteria telefonica. Sento un rumore di vetri: ha preso in pieno la vetrinetta delle ceramiche nel corridoio. Provo a soddisfare il suo appetito, ma sparge dappertutto le cento palline del cibo.
    Comincio a pensare che mi attende una vita movimentata. Il suo ritmo non cede alla stanchezza. Mi ricorda i leoni in gabbia. Avanti ed indietro con disperazione. Solo allora comprendo che deve essere vissuta all’aperto e la casa non le sta addosso. La porto nel cortile per i bisogni. Fa di tutto: si avventa sulle tartarughe della vasca che stanno prendendo il sole, identifica i cavalli nel recinto e si avventa pure contro di loro.  Quando la riporto a casa si libera dei suoi biisogni sul tappeto persiano. Povera casa mia, tra palline di cibo sintetico, orina, feci e frammenti di vetro, in poche ore è irriconoscibile. Il sentore, aspro, selvaggio di Ginger si posa su tutto.
    A sera non tocco cibo. Sono estenuato, fisicamente e psichicamente.”Si stancherà bene, ad una certa ora?” mi chiedo. Vado a letto alle 9, confidando nel buio. Ma il ritmo è sempre quello. Il suo ansimare è il solo rumore della notte. Le sue pupille s’intravedono nel buio. Provo a riposare. Non ci riesco. Alle 11 sento che si viene a stendere sul mio scendiletto. Finalmente ! Ecco adesso, l’immagine del cane accucciato vicino a me, che dormo, soddisfa i miei desideri. Mi sporgo per guardarla, ma si alza con le due zampe anteriori sul mio corpo e inizia a leccarmi la faccia. Trovo la cosa affatto piacevole, anche perché non sembra arrestarsi. Ho la sensazione che mi voglia soffocare. Subito dopo, Ginger riprende il monotono ansimare, facendo un rumore metallico con le unghie sul pavimento. Nel dormiveglia, ho la sensazione dell’incubo. A tratti ritorna vicino a me e se si accorge che la guardo mi soffoca di leccate, viscide, salivose. Raggiungo la cucina per prendere un bicchiere d’acqua dal frigo, ma scivolo su pipì ed altro. Capisco che non potrò continuare così.
    La delusione mi coglie all’alba e mi fa arrivare ad una decisione estrema ma vitale. Restituire Ginger a Giruzzo! Alle 6 di mattina sono fuori del suo basso, senza essermi fatto la barba e con una camicia del giorno passato. Devo avere un aspetto consono, se Giruzzo mi chiede: “Che è successo Dottò?”
    “Giruzzo, non è cosa per me, tenetevi Ginger….”
    “Dotto, mi dispiace tanto per voi, ma l’assegno l’ho cambiato.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:07
    Solo un bacio

    Come comincia: “Un bacio dottore, un bacio!”  Annuccia mi si è avvicinata insolitamente, stamattina, appena entrata in ambulatorio. In pochi istanti la progressione del suo accostarsi a me, ha elaborato una successione di sequenze che hanno interessato i miei sensi, in tutta la loro completezza.
    La vista: doveva aver appoggiato nell’ingresso il casco e il giubbotto di pelle. Aveva solo una camicetta bianca, sbottonata, con cura, sul davanti. Tra candidi pizzi, il rosa dei suoi seni. Una geometria perfetta di emisfere affioranti. Il jeans, attillatissimo, assecondava le linee sfuggenti del corpo, dando risalto all’emergere dei fianchi, appena eccessivi, per la sua età.
    L’odorato: cambiando uomo, negli ultimi tempi, aveva tralasciato Dior. “Questo è fissato con Kenzo.
    “Un’aurea odorosa, intensa, promettente, la precedeva di pochi metri, da quando aveva aperto la porta. Poi, l’avvicinarsi  ancor più, il protendere la guancia verso le mie labbra, diveniva una tempesta  calda di fragranze esotiche, di mari lontani.
    L’udito: le note giovanili della sua voce sono da tempo offuscate dal fumo
    delle sue quaranta sigarette al dì. Per cui, un rintronare fosco di consonanti,  nelle note più basse, mi riporta ad una cave parigina. “ Il mio dottore”. mi  lascia questi suoni nella tempia destra, in un sussurro che prende forza, rintronandomi nei meandri del cervello.
    Il tatto: le sue labbra sfiorano la guancia destra. E’ una pressione che  traduco nella leggerezza di una carezza. Ne elaboro all’istante anche quell’ umido che, intuisco, sa di saliva. La pressione persiste, ne conto gli attimi.
    Poi, il distacco dalla mia pelle che sembra trattenere l’orma di quel bacio. Il gusto: Le mie labbra sfiorano appena la sua guancia.  “Annuccia, hai un  fondo tinta che è amaro”, le dico ritraendomi e riconquistando le mie  posizioni.
    Annuccia me la trovo, ancora di fronte, che mi sta fissando, con il suo solito sorriso ambiguo. “Ce simme fatte viecchi, dottò!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:06
    Medicina cinese

    Come comincia: “La prossima fermata è il Cihui Center of  Traditional Chinese Medicine”- dice la guida al microfono del bus, facendoci presagire la fine miracolosa di tutti i nostri mali, per chi ne avesse, s’intende.
    Ci fermiamo di fronte ad un edificio di tipo occidentale. Attendono sui gradini del portone per darci il benvenuto, medici, infermieri, inservienti. Da lontano già scorgo i loro sorrisi. Alla nostra discesa dal bus iniziano ad inchinarsi ritmicamente. Non sono sincroni, mi sembrano tasti di un pianoforte mentre viene sfiorato dalle dita. Veniamo introdotti in una sala di accoglienza con sgangherati tavolini e sedie metalliche che a tratti rivelano macchie di ruggine. Tovaglie di carta rosa con piccoli bicchierini colmi di tè fumante. Sediamo imbarazzati e curiosi. Qualcuno dei nostri commenta a voce alta, sicuro di non essere compreso. L’equipe si è schierata lungo le pareti e continua a sorriderci. Una dottoressa sulla cinquantina, grassottella e baffuta, con un camice liso ci distribuisce un volantino in inglese. Comincia in lingua cinese ad emettere suoni gutturali. La nostra guida traduce. E’ una specie di presentazione: una filosofia millenaria servita in maniera spicciola ad uso turistico, quindi notevolmente riduttiva.
    “Ogni cosa nell’universo - ci dice la grassona - è un misto di due entità, il maschile ed il femminile. Dal suo equilibrio nasce la perfezione e quindi,il conseguente stato di salute, dalla sua rottura l’imperfezione, la malattia. Il medico cinese tradizionalista ricerca e cura questi equilibri.”
    Al termine del discorso ci presenta l’equipe: un anziano medico, un po’ curvo, occhi quasi fessure aldilà di spesse lenti, un fisioterapista, massaggiatore, un tipo etereo, lineare nella sua magrezza che si intravede attraverso un camice non più candido, un agopunturista dal volto globoso, con un sorriso ammiccante. Sembra uno dei tanti budda visti nei templi in questi giorni.
    Ci precisano che la visita medica è gratuita, massaggi e agopuntura, trenta dollari a prestazione. Gridolini e cinguettii delle signore del nostro gruppo. C’è una certa eccitazione. Gli uomini sembrano più timidi. Ben presto si formano piccole code di fronte a diversi ambulatori con cartelli indicativi in inglese. Mi faccio avanti nell’angusto ambulatorio del mio collega medico per curiosare: è alle prese con una signora di Padova di mezza età. Signora, brillante nel comportamento e ricercata nel vestiario.
    Presente la guida come interprete, la porta resta aperta per gli ultimi curiosi. Qui il segreto professionale non deve esistere. La signora si siede di fronte la scrivania e perde il suo sorriso iniziale al cospetto del medico che ha iniziato a scrutarla attraverso le sue fessure a immagine di occhi. Il medico le prende il polso e il ritmo dell’universo sembra perdere colpi per alcuni minuti. Righe di sole filtrano attraverso la serranda abbassata proiettando un alternanza di luce ed ombre sui volti. Le cicale cinesi, una vera esperienza sonora, sembrano perforatrici meccaniche. Hanno crescendi da officina meccanica. Il tempo trascorre. Mi sorprendo in un atto di coscienza a pensare alle mie scarse possibilità divinatorie nella palpazione di un polso. Provo un senso di inferiorità verso il collega. La signora mi lancia uno sguardo smarrito. Il medico non accenna a lasciare libero il polso. La rassicuro con un sorriso.
    Ora il dottor Cihui, dimenticavo, così si chiama, sembra riaversi dalla trance, abbandona il polso e si dirige lentamente a recuperare da un armadietto un vecchio sfigmanometro a mercurio.  Avvolge con circospezione un untuoso manicotto attorno al candido braccio della signora. E’ sicuramente il secondo atto di un movimento drammaturgico. Tempi lunghissimi, esitazioni volute; un volto fermo nei suoi lineamenti tanto da ricordarmi i tratti di una maschera del teatro di Pechino. La mano pompa lentamente aria nel manicotto, lo sguardo è fisso sulla colonnina di mercurio che sale a tratti.  Sgonfia e ripompa per alcune volte, rincorrendo vibrazioni e battiti di cui solo lui è vate. Si alza per riporre l’apparecchio e mi accorgo che i miei sensi cominciano a sopravalutarlo. Mi sembra che leviti sul pavimento. Ma forse sto esagerando. Il silenzio è rotto improvvisamente da un suono gutturale.
    Parla! La guida ha un sussulto e riprende il suo ruolo di traduttrice.“ Il dottore dice alla signora di far vedere la lingua.” La signora ha un movimento di pudore, si ritrae, ci guarda allarmata. Pian piano appare tra le sue labbra appena dischiuse una lingua in tutta la sua consistenza carnosa. Le palpebre di Cihui hanno vibrazioni impercettibili. I tempi sono gli stessi: oramai sono un esperto. Nell’unità spazio temporale la lingua della signora ha spasimi, sembra gonfiarsi, si inturgidisce, si dirige ora a destra ora a sinistra. Un tenue sorriso del medico e un cenno della mano acconsentono al rientro dell’esausto organo. Siamo giunti inaspettatamente all’epilogo. Ora è il momento della riflessione di Cihui. Il suo sguardo ci supera, va oltre i limiti della stanza. E’ una sfinge. Si risente il roco gracchiare. “ Lei signora, soffre di disturbi circolatori”, traduce la guida. Quasi un oracolo. Mi sento un pò deluso, ma la signora riprende la sua iniziale eccitazione, si illumina e salta in piedi: “ Bravo!”, grida.
    Si scambiano sorrisi ed inchini. La visita gratuita deve essere realmente terminata. Cihui scrive in fretta una ricetta e la passa ad un infermiere appena sopraggiunto. Tra sorrisi ed inchini scompare per sempre. Ci ritroviamo tutti ai tavolini per sorseggiare i resti di un tè abbandonato. Ci si scambia impressioni. Resto vicino alla signora di Padova. Dopo qualche minuto riappare l’infermiere con un sacchetto trasparente di erbe secche. Parla miracolosamente italiano: -“Un cucchiaino, come tisana mattino e sera. Quando terminate scriveteci a questo indirizzo. Il prezzo della medicina è centocinquanta dollari”.-.
    I numeri dei dollari volano per la sala. Come visita gratuita non è male! La signora di Padova è entusiasta e con il sacchetto in mano conta i dollari.
     
    (Da Medici in vacanza’, prefazione di Ambrogio Fogar – 1995)

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:03
    Nunziatella 'a ballerina

    Come comincia: L’ultima volta che Nunziatella è venuta in ambulatorio, accompagnando il suo
    figlioletto, Giruzzo, risale a mesi fa. Poi incontri saltuari, frettolosi, il più delle volte
    visivi, ad una certa distanza; magari intravista dall’auto, o mentre camminava sul
    marciapiede opposto. Ha un portamento che colpisce lo sguardo e  il pensiero; un passo agile, elevato, di poco, da terra; un corpo che non si fa  immaginare, ma si da con gioiosa ostentazione. L’accompagna un sorriso, lieve, quasi come una nota musicale.
    “Ballo il latino-americano“ Mi disse tempo fa, in una delle prime visite ambulatoriali, ammiccando alla musica di sottofondo del mio I-pod sulla  scrivania che spandeva una bossa di Toquino. Alzandosi dalla sedia per  salutarmi, intrecciò alcune note di bossa al suo corpo flessuoso di ballerina,  lasciandomi insolitamente stupito.
    Oggi è venuta a visita. A chiusura della mia vita di medico mutualista, in  pensione da pochi giorni, mi preoccupo di presentare al collega, che ha rilevato il mio ambulatorio, le varie tipologie di pazienti, che frequentano il  mio teatrino quotidiano.
    “Oreste, ti presento Nunziatella, soprannominata ‘a Cubana. E’ una ballerina
    di latino-americano.” Nunziatella è già a pochi passi dalla scrivania. Intravedo il sorriso  ironico delle due segretarie, al di là della porta socchiusa. “E’ tutta rifatta” mi placano spesso, con una punta d’invidia muliebre. Ma Nunziatella è davanti a noi con il suo corpo prorompente, eccessivo per quella vicinanza.
    “No,no…non più latino-americano. Ora faccio danza del ventre.
    “Una voce, roca di fumo, esce da  labbra esaltate dal trucco. Il sorriso tenue c’è. La nostra immaginazione  maschile già vola. Sta a me, ora, saper innescare quel complesso di esibizionismo tipico di  ogni artista. Ci sono riuscito negli anni. Nel mio ambulatorio hanno cantato, suonato, recitato e fatto giochi di prestigio.
    “Nunziatella….non puoi non accennarci, ora che l’hai detto, due soli passi  di danza del ventre”. Srotolo affannosamente l’indice musicale dell’I-Pod, per cercare una tentazione musicale, che possa attirarla ad iniziare la danza, ma mi escono i  titoli più opposti: "No, maledizione, c’è adesso un quintetto per pianoforte di Schubert
    "Con un occhio seguo Nunziatella, guardo se si sta posizionando. Pregusto.
    Ma il sorriso è scomparso. Apre la borsetta, ne tira fuori un biglietto e me lo
    porge bruscamente.
    “Dottò, se vulite vedermi… stasera, da ‘Ciro ‘o Beduino’, ai quartieri spagnoli!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:01
    Perchè a Rione Sanità

    Come comincia: “Ma che cazzo ci fai, a Rione Sanità, a Napoli?” Questa domanda mi è stata fatta, forse in un italiano più elegante, molte volte, nella mia vita. Bastavano poche centinaia di metri, da questo quartiere, per generare questa curiosità. Se si saliva nell’alto Vomero, le domande erano più incalzanti. Qualcuno si aiutava con una gestualità da filodrammatica, magari mettendosi le mani tra i capelli.
    Se poi mi trovavo a Roma, in occasione di una festa tra amici, la mia presentazione era da circo equestre: “Ecco a voi, Lucio, il medico di Rione Sanità!”. Risolini, stupori, fremiti di signore eleganti. Uno sguardo distaccato dei loro accompagnatori.
    A Genova, la mia città natale, le cose si mettevano male. Non penso che nessuno abbia mai capito bene, cosa volesse significare questo quartiere. Anche perché bisogna almeno passarci una volta, per iniziare a comprenderne bellezze e ombre.
    Questa dissonanza, (perché di dissonanza si tratta, in quanto non si ammette che uno del nord lavori tra quelli del basso sud. Siamo uno dei popoli più razzisti, al mondo, pur non credendoci tali.) hanno commentato anche alcuni giornalisti.
    Proprio ai primordi della mia professione, in occasione del ‘morbo sinciziale’, un virus
    sconosciuto, che mieteva vittime a Napoli, tra i lattanti, mi venne a intervistare e fotografare un fotoreporter, reduce dai massacri della guerra, in Congo. Vivendo, con me un’intera giornata, ne uscì frastornato, forse ancora di più, che da una missione bellica. Dopo quindici giorni, mi spedì il servizio, pubblicato su di una rivista, con l’onore della copertina a colori. Mi deluse però la didascalia: ‘….mentre visita un bambino a Rione SALINAS (!).’ Forse ricordava J. Steinbeck!
    Mimmo Liguoro, giornalista del TG 3, mi raggiunse con la sua troupe, anni fa, e mi dedicò un inserto nel suo documentario su Napoli, che in seguito, trascrisse in un capitolo, alla pubblicazione successiva del libro.
    Ma non ho risposto forse alla domanda iniziale. Ho vissuto quarant’anni meravigliosi, ricchi di esperienze umane. Comparandomi con i colleghi bene dei quartieri bene, penso che abbiano perso molto della vita di ogni giorno, evitando la conoscenza di persone che sanno sopravvivere al malessere, al sopruso, all’abbandono quotidiano. Tutto questo tra pietre greche, paleocristiane, tra palazzi settecenteschi. Uno scenario da non perdere.