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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Le afferrò i capelli. Lei non lo sentì arrivare. Egli Apparve all'improvviso, proprio dietro le sue spalle. Roberta stava guardando fuori dalla finestra. Lo faceva spesso, osservare i fiori, l’aiutava a rilassarsi.
    Quindi cercò di scuotere la testa per liberarsi, ma la morsa dell’orco era così stretta che nulla poté fare. A raccontarla tutta però, bisogna anche ammettere che nulla avrebbe voluto fare. Il dolore che le stava provocando le dava piacere. Un piacere che nasceva non da una pulsione masochista, ma dalla rassicurazione che anche questa volta avrebbe picchiato lei, e da questo pensiero nasceva la consapevolezza che il piccolo Edoardo l’avrebbe scampata.
    L’orco con la mano sinistra tra i capelli, le teneva il capo immobile, fu in quel frangente che con la destra le mollò un gancio, colpendola in pieno l' occhio destro. Cadde. In bocca avvertiva un sapore insolito, come se avesse mangiato della polvere di ferro. -Che strano- pensò -come è possibile che mi sanguini la bocca se mi ha colpito sulle ciglia-? Lui si allontanò. Era rimasta sola, distesa sul tappeto della cucina, era tutto finito; la manifestazione violenta quotidiana di quell’uomo che in passato giurò davanti a Dio di proteggerla era così, almeno in apparenza, terminata. -Anche oggi siamo sopravvissuti- pensò.- Invece si sbagliò. Lui stava tornando. In mano aveva un enorme coltello da cucina, teneva lo sguardo perso, un sorriso plastico. I suoi occhi avevano un’espressione inebetita ma terrificante. Lei non riusciva a muoversi e non era neppure in grado di gridare. Lui si avvicinò tanto lentamente quanto inesorabilmente. Era ormai a pochi centimetri da lei. Chinò il busto, tirò indietro il braccio, fece un lungo respiro, convogliò tutta la sua brutale forza violenta in quella mano in cui impugnava il coltello e sferrò il colpo mortale. Roberta aprì gli occhi. La sveglia segnava le 3.35, suo marito era accanto a lei e dormiva come un angioletto. -Meno male è stato solo un brutto sogno-Pensò. Un incubo spaventoso. Roberta si tranquillizzò e riprese a dormire sonni tranquilli. Questo mio racconto per "ricordare" che non è così per tante altre donne. Infatti una donna su quattro (dicono le statistiche), almeno una volta nella vita, subisce violenza e quasi sempre da mariti, fidanzati o compagni di vita. La violenza domestica continua ad essere un problema culturale che viene a mio avviso mal gestito. Certo, si sono fatti tanti passi in avanti se si pensa al recente passato. Fino al 1981 infatti, nella nostra legislazione esisteva ancora il cosiddetto delitto d’onore, cioè il riconoscimento dell’onore come valore socialmente rilevante di cui bisogna tener conto anche a fini giuridici, e in particolar modo in ambito penale.
    Oggi le leggi sono cambiate, ma purtroppo non i numeri. Ancora moltissime persone di sesso femminile devono sottostare alla brutalità della cosiddetta violenza domestica . Una indagine ONU attesta inoltre, che la violenza contro le donne è il crimine più diffuso nel mondo, ma purtroppo anche quello meno denunciato. Tuttavia ( e per questo ancora più grave) non è una situazione che si limita al nostro Paese, o a quelli considerati “meno civili” . La violenza, oggi, resta una fra le prime cause di morte per le donne dai 16 ai 44 anni per tutto l’Occidente. A questo punto mi sorge spontanea una domanda: Per quale motivo astruso, o perverso una donna non dovrebbe denunciare la violenza subita da un partner? Psicologi, psichiatri, sociologi, scrittori , avvocati e “tuttologi” si sbizzarriscono nell’asserire supposizioni, e lo fanno talvolta scomodando perfino illustri pensatori di diverse epoche e infinite dottrine, ma credetemi, la motivazione sostanziale resta unica, e cioè che la società moderna non è capace di garantire sufficientemente protezione a tutte quelle donne che restano vittime della forma più subdola di violenza esistente nel mondo: quella domestica.
    In conclusione prendo a prestito le parole dello scrittore Antimo Pappadia che quando fu nostro ospite alla biblioteca Passerini Landi di Piacenza disse che il grado di civiltà all’interno di una società, si denota dal ruolo e dal modo in cui una donna viene considerata dalla comunità in cui vive. Finché ci sarà violenza domestica sulle donne, nessuna società potrà mai considerarsi per nessuna ragione completamente civilizzata.

  • 29 settembre 2012 alle ore 3:41
    Quegli occhi verdi

    Come comincia: Fare il cameriere è un bel mestiere. Conosci parecchie persone, provenienti da chissà quale angolo del mondo, ognuno ti porta qualcosa e se è possibile ad ognuno regalo qualcosa io. Certo, non sempre è rose e fiori, c'è chi si lamenta del prezzo, del panino che è troppo grande o troppo piccolo, del caffè che è troppo freddo o troppo caldo, ma si sa il mondo è bello perchè è vario.
    Dopo tanti anni di servizio, non vi dirò quanti e non siate maliziosi, si apprende una cosa importantissima: si impara ad osservare.
    Ad esempio la maggior parte delle coppiette che arrivano, sono tutte felici, tubano sui tavoli, tant'è vero che occorre farsi spazio tra le loro posizioni "kamasutresche", altre invece sembrano sull'orlo di una guerra totale e svelto cerco di eliminare più oggetti dal tavolo per prevenire il lancio di questo o di quello.
    L'unica cosa che mi lascia sgomento è quando c'è la coppia dove lui comanda lei. Comandare forse è riduttivo. Umiliare, forse è ancora troppo poco.
    Si sedette una volta una coppia, dove lui tronfio del suo bell'aspetto, del vestito griffato, dell'orologio di marca e gli occhiali scuri ordina sicuro, per lui, un bel Negroni con tanto gin. E per lei? Per lei niente, se ne sta ferma. Zitta. Anche lei vestita bene, il tallieur, con quegli occhiali scuri, dalla lente molto ampia, tanto che sembra un ape. Lei composta non si smuove e non parla. Lui invece sembra un tutt'uno col cellulare, chiama, manda sms, ride e scherza con chi è dall'altra parte del telefono, senza degnare una parola la donna.
    Mi chino per vedere se volesse ordinare anche la signora e lui brusco "portagli dell'acqua naturale..." e lei "magari gass..." lui la interrompe "liscia va bene e portami un'altro Negroni e non essere tirchio col gin!". Così non mi resta che prendere l'ordine e portare "per sbaglio" l'acqua gassata. Forse in quel momento sono riuscito a vedere un lieve sorriso della donna, subito smorzato dall'uomo che prendendo le sigarette lancia un'occhiataccia a lei e di striscio anche a  me. Non è da me ascoltare gli affari degli altri, ma vedevo che ormai lui si era incattivito. Tirava una boccata alla sigaretta e beveva il drink, versando sulla donna una serie di parole che avrebbero fatto impallidire un gestapo: "Sei sempre la solita ... Non ti devo portare in giro ... stavi meglio in quel porcile di casa ... se non fosse per me staresti nella merda ...  sei sempre pronta a fare gli occhi dolci a destra e a manca ... sei una nullità ...  forse era meglio se mi scopavo tua sorella ...  sei un'idiota ... ti dovrei far vedere io ... aspetta che andiamo a casa e vedi come ci si comporta ...". Vedevo una bella donna spegnersi poco a poco, diventare sempre più piccola, sembrava diventare una bambola di pezza. Lui invece diventava un gigante, un gigante cattivo. La donna stava cercando di mantenersi, di non crollare in un pianto e cercava disperatamente nella borsa, un fazzoletto. Trovato si alzò e corse dentro al bar e chiedendo ad una mia collega, si indirizzò verso il bagno. L'uomo mi fece un cenno, come si fa ad un cane e mi ordinò un terzo Negroni. Gli portai il peggior Negroni della mia carriera, e lui se lo scolò in due secondi, accendendosi un'altra sigaretta e guardandosi in giro.
    Lui si concedeva il lusso di guardare le altre ragazze, di fare a loro sorrisetti maliziosi. Nel frattempo la donna stava ritornando al tavolo, senza gli occhiali addosso, perché se li era dimenticati nel bagno. Quello che non mi dimenticai io furono invece i suoi occhi. Belli, verdi ma tristi. Lui ricominciò ad insultarla con frasi come "Cretina! Quegli occhiali mi costano una fortuna! Spera solo di ritrovarli altrimenti ti faccio vedere io!". Fu solo allora che i nostri sguardi si incrociarono di nuovo, forse per l'ultima volta. Non avevo notato i segni sotto gli occhi, scambiandoli per un trucco sbavato. Forse l'animale l'aveva picchiata, probabilmente non una sola volta. Durò solo qualche istante, un attimo che se lei mi avesse chiesto aiuto non gli avrei negato niente. Lei corse in bagno, ritrovò gli occhiali e rinascose i suoi, anche se tristi, occhi verdi.
    L'animale a quel punto mi chiese il conto. La donna, sminuita a bambola di pezza si alzò e guardandomi con quegli occhialoni sembrò sul punto di chiedermi qualcosa. Non fece mai in tempo, perchè lui la prese per il braccio con forza e se la portò via, lasciando anche a me con un buco nel cuore e senza possibilità di farla uscire da quel mondo di terrore.

  • 26 settembre 2012 alle ore 9:57
    Il gabbiano di Piero

    Come comincia: Abitavo, con una gabbianella affettuosa, in riva al fiume che si snoda come un serpente tra i palazzi di questa grande città.
    Avevo un nido intessuto con foglie e rami ma anche con dei pezzi di carta che trovavo a terra davanti ai negozi... gli “scontrini”.
    Questi “pezzi di carta” ricoprono le strade tanto che non capisco perché gli umani li prendano per poi disfarsene appena sono fuori dalla vista di chi gliel’ha dati.
    Ho detto “abitavo”, perché da quando sono rimasto solo, ho abbandonato quel nido e ne ho occupato uno già bell’e fatto in un vicolo, una stradina stretta e maleodorante, su uno di quei palazzi austeri del centro storico, con tanta pietra bianca per vestito.
    Da quando sono rimasto solo sono sempre un po’ triste. Così ogni giorno, ali distese e vento tra le piume, parto da lì e planando arrivo sopra questa piazza brulicante... da quassù mi godo sempre la stessa scena, uguale da anni…
    Fiumi di persone scorrono veloci per le strade, lasciando rifiuti di ogni genere. Sembra marchino il territorio come facciamo noi animali ed è forse per questo che alcuni, pochi per fortuna, schizzano qua e là un po’ di urina e ... depongono escrementi!
    Due giri, come gli aerei sopra le piste d’atterraggio prima della discesa, e poi scendo in picchiata:
    “Uhhh! Largo. Fate largo, arrivooooo!” M’inebrio… mi piace quell’esaltante sensazione di libertà e di possesso degli spazi aperti. Punto un posto adatto dove posarmi a riprendere un po’ di fiato,  uhm… un po’ d’aria inquinata, volevo dire!
    Non vado diritto alla meta, con gli umani è meglio essere prudenti… non si sa mai.
    La prima tappa mi piace sceglierla molto alta, scelgo sempre la larga campana sostenuta dai pali altissimi che si innalzano dal suolo, i lampioni. Questi lampioni si illuminano di sera e tanti anni fa per il mio amico Piero erano un posto sacro per gli incontri.
    Sto a guardare, voglio individuare un boccone gustoso, qualcosa di esotico.
    Vengo qui proprio per questo, passano di qua tanti cristi provenienti da ogni parte di questo mondo enorme, visi diversi dove puoi leggere disagio, dolore e umiliazione … e negli occhi fissi, affetti lontani. Ho visto anche giovani allegri che vengono a conoscere a scoprire; li sento ridere e pronunciare ogni tanto la parola “gita”.
    Da giovane anch’io ho fatto tanti di quei viaggi: dietro battelli piccoli, sulla scia di transatlantici, ho risalito fiumi e poi li ho discesi fino dove mischiano le loro acque con quelle del mare; ho attraversato valli e mi sono fermato nei porti.
    Che vita! Ora però sono fermo, fermo per modo di dire, qui in questo posto caotico, in questa città bella, Roma come la chiama Piero.
    Piero. Eccolo laggiù, seduto a terra, accovacciato su dei cartoni, fermo davanti ad un barattolo raccolto dai secchioni, appoggiato a terra e davanti ai suoi piedi un bel cartello … insomma proprio bello non è, ma ha il pregio di essere scritto senza errori.
    Piero è come me, non ha un mestiere o meglio non ce l’ha più da quando se n’è andato di casa perché non sopportava la voce autoritaria, dice lui, della  moglie. Mangia o meglio ingoia qualcosa,  si compra un panino con le monete lasciate da qualche passante. Nemmeno li guarda e non ringrazia, mi viene un dubbio che sia stato lui ad essere autoritario e siccome nessuno se lo filava…è scappato!
    Nel suo cartello ha scritto che ha fame e non ha lavoro, ma tante volte spende tutte le elemosine per comprare qualche buon boccone per quel bastardino di cane che è sempre con lui ed è tutta la sua famiglia (bèh!  Senza contare me). Quindi tanta fame …
    Anche a me tira qualche pezzo di pane di quando in quando.
    Ultimamente sono un po’ preoccupato per la sua salute, lo vedo dimagrire sempre più. Quando è arrivato era un uomo dalle spalle diritte, guardava avanti e litigava per difendere il posto migliore dove il fiume di persone è sempre fitto.  Ho cercato di dirglielo in tutti i modi: guardo il pezzo di pane e poi lui, quando penso che abbia capito con il becco glielo rilancio.
    E che fa Piero? Sorride, scuote la testa e mi rimprovera:
    “ Gabbiano …Gabbiano,  mangia tu che io ho mangiato.”
    A volte mi chiedo “Ma chi me lo ha prescritto un amico che è così testardo?”
    Da qualche giorno ho visto che gli si avvicina un uomo alto, sembra scuro di carnagione, ma potrebbe essere solo sporco, che gesticolando alza la voce, ma non ho capito ciò che urla perché quando scendo si allontana sempre.
    Forse, semplicemente, finisce il suo show e se ne va.
    Sapeste quanti cristiani strani, si aggirano, si fermano e svernano (veramente alcuni ci passano tutto l’anno!) o semplicemente sono di passaggio in questa grande piazza. 
    La gente esce numerosa da questa immensa costruzione piatta, bianca da cui sporge una pensilina enorme che viene in avanti sollevandosi, poi si riabbassa e nell’ultimo tratto ha un’impennata: sembra un’onda enorme più grande di quelle che ho visto viaggiando dietro le navi nel mare aperto. 
    Sono sempre stanchi, gli occhi gonfi e si trascinano dietro scatole e scatole con le ruote, “valigie” o “bagagli” li chiamano.
    Ora è tempo di andare un po’ più giù, mi potrei fermare su qualche albero perché finalmente non ci sono più. Chi? Gli storni! Pensate che erano quasi quanto tutti gli abitanti di questa città, compresi quelli delle periferie sud, nord … insomma più di quattro milioni! Quando arrivavano, alla fine della loro giornata in giro per la campagna romana, si finiva di vivere in questa grande piazza. Prima di tutto si oscurava il cielo, il chiasso … il chiasso assordante dei milioni di trilli acuti e poi la m…. non termino per decenza, ma era proprio cacca di storno, moltiplicatela per il loro numero e avrete l’immagine di come diventavano le strade, i marciapiedi e le auto parcheggiate, i passanti, tutto. Insomma una nevicata colossale che invece di essere bianca e soffice era sul marrone tonalità “cacarella” e mai termine fu più appropriato.
    Avrei voluto avere una di quelle… come le chiamano, ci vorrebbe Piero lui sa tutto, quelle macchine per rivedersi, una volta hanno ripreso pure me.
    Mi sono visto sui giornali appesi alle edicole.
    Con una di quelle c’era da divertirsi: immortalare chi correva per evitare di essere colpito da questi proiettili espulsi dagli storni, chi scivolava e cadeva sul quel mare profumato e chi si puliva o cercava di farlo perché non c’è altra cosa che sporca appiccicandosi come i nostri escrementi (naturalmente parlo dei nostri, quelli di noi uccelli). Qualche esemplare che si è salvato ed era tra quelli che hanno soggiornato qui, mi ha raccontato che per liberarsene  in certi paesi hanno usato la dinamite!
    Qui, a Roma, sono stati più umani (e come potrebbero essere gli uomini?) con enormi megafoni hanno provato a scacciarli con diversi suoni diffusi all'interno dei loro dormitori, l’ultimo era il loro verso di allarme, quel verso emesso in natura da individui del gruppo che si trovano in situazioni di pericolo. Tutto il gruppo immediatamente abbandona il posatoio e si allontana dal luogo che è pericoloso. Ora non ci sono più e non mi dispiace affatto!
    Allora sosto un po’ o no? No, oggi voglio scendere subito.
    Giù, sono a terra, mi ricompongo, mi pettino qualche piuma fuori posto, mi stropiccio gli occhi, stiro i muscoli…
    Eh! La vecchiaia! Una volta non dovevo perdere tutto questo tempo, scendevo, afferravo il boccone adocchiato e via di nuovo in volo.
    All’inizio è meglio che rimanga un po’nascosto dietro un cestino o un auto o un albero per guardare intorno: osservo la postazione di Piero, controllo...
    Sembra tutto tranquillo, Piero ancora dorme,  è sotto il tetto di cartoni e il bastardino gli è seduto vicino e lo guarda… che amico! Mi preoccupa questa sua apatia, se non mette il barattolo … anche oggi non avrà monete per comprare il pranzo!
    “Ehi! Sveglia, sveglia! Non sente o non  vuole sentire? Bastardino chiamalo anche tu, dobbiamo svegliarlo.”
    Non otteniamo nulla, ora lo becco, vediamo che succede.
    Finalmente si è mosso, torno a respirare, cominciavo a…
    “Ahi, che colpo, che dolore alla zampa, mi sanguina… che è stato? Ho sentito una botta tremenda al fianco e sono stato scaraventato lontano. Chi è stato? Chi mi ha dato un calcio?”
    Ho una ferita, sto male, aiutatemi!
    Ora capisco, è stato quell’uomo alto, quello scuro a darmi il calcio ed ora urla…  “Te ne vai o no?”
    “No! Lascia stare Piero, finiscila!!” urlo cercando di recuperare le forze…
    Ce l’ha con Piero! Lo sta riempiendo di calci e nessuno lo ferma.
    “Uomini, ma che fate, perché passate dritti, non avete cuore! Aiutatelo…” urlo mentre cerco di camminare...
    Se solo riuscissi a volare.
    Se continua lo uccide. Il bastardino è a terra anche lui sanguina, non fa nulla, sicuramente è svenuto.
    “Forza gabbiano, anche fosse l’ultima cosa che fai…”mi ripeto e ce la sto mettendo tutta veramente…
    Come ai bei tempi, apro le ali e spicco il volo. Bello, mi piace, acquisto velocità, sono una scheggia…
    Il mio becco aperto affonda nell’occhio di quell’umano che smette di dare calci al mio amico Piero.
    Mi sento afferrato e di nuovo scaraventato lontano.
    Il dolore questa volta è terribile ed è all’altezza del cuore...
    Le forze mi abbandonano, chiudo gli occhi… no!
    Voglio ancora vedere e, davanti ai miei occhi socchiusi,  passano gli ultimi fotogrammi di questa storia: l’uomo che urlava  è a terra e con le mani si copre il viso insanguinato, sento il suono di una sirena, vedo correre gente in divisa e … il mio cuore batte per l’ultima gioia.
    Piero si è tirato su, mi guarda, ha gli occhi lucidi:
    “Gabbiano, gabbiano…”

  • 24 settembre 2012 alle ore 20:29
    L'Arcade Sconfitto

    Come comincia: "Deponi le armi, barbaro! Non sono qui a tagliarti la gola, ne uccidere i tuoi cari o rubare la tua terra. Sono qui a porti la mia mano."
    "Arcade hai elmo, scudo e spada spezzati. Non hai altre armi, non hai altri scudi e hai sul collo una sola testa. Vorresti pormi la mano solo perchè, ormai distrutto, non hai altro per difenderti se non con la tua stessa nudità?"
    "Ho perso il mio splendore, ho combattuto battaglie senza mai fermarmi davanti agl'occhi di nessuno, ho ucciso e sono stato ucciso una, due, mille volte ma adesso, vestito di solo me stesso mi sono fermato davanti a tuoi di occhi e con la pace del cuore, se uno ne possiedo ancora, ti porgo la mia mano come mai ho posto a nessuno. Se non vuoi accettarla, uccidimi, non avrò rimpianti ne opposizioni ma almeno pensaci, pensaci e poi uccidimi."
    "Perchè dovrei stringere la tua mano per poi ucciderti?"
    "Se prendi la mia mano vuol dire che ci hai pensato e se ci hai pensato, vuol dire che eri indeciso, e se eri indeciso vuol dire che non eri intenzionato e se non si è intenzionati io per te, in questo momento, non ero che niente."

  • 22 settembre 2012 alle ore 21:45
    Un piccolo granello di sabbia

    Come comincia: Si può raccontare di tutto ciò che si è potuto imparare o non da esperienze di vita. Da cose condivise a pelle, cicatrici che non si rimargineranno mai, dolore devastante, fino a farti sentire nudo dinnanzi all'evidenza. Avremmo voluto fare il di più, ma ci è solo consentito di vivere una sola volta, ci sfuggirebbe di dire (per fortuna), ma peccheremmo di presunzione. Occhi che hanno visto tanto, e tanto ancora vedranno.Momenti anche belli, ma di linea incandescente, da sottolineare con un pennarello rosso, da mettere ben in evidenza. Si potrebbe scrivere tanto, di errori fatti, ma con la consapevolezza di aver fatto, trovando sempre una via d'uscita. Ora ci rivolgiamo a te, che ci stai leggendo, con la tua aria da gran saputello, vorremmo dirti che anche un piccolo granello di sabbia in un oceano del deserto è sempre utile e serve sempre.Si vive circondati in un' epopea di truffaldini, ma nonostante ciò, non ci troveranno mai chini o accasciati dal dolore, ma sempre allerta , alla ricerca della luce  che ci indichi il nostro cammino...

  • 21 settembre 2012 alle ore 23:11
    I vecchi raccontano

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù”… da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. –“Avevo sì e no, sei anni…”- Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “ Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti..” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 20 settembre 2012 alle ore 11:10
    lezione 1 : Draghi

    Come comincia: “Ma i draghi non esistono più, maestro Thorvard, lo dice sempre anche mio padre. A lui date retta!” Kjetill, il biondo ragazzino che dimostrava 15 anni per un umano ma ne aveva parecchi di più essendo un mezz’elfo, non faceva altro che urlarlo nelle orecchie a punta del suo druido insegnante, tutti i santi giorni. Ma doveva imparare che, i draghi, sono esseri pericolosi e che, esistano o meno, andavano studiati per contrastarli. Se un giorno fossero ricomparsi, era una questione di sopravvivenza della razza umana ed era dovere, di ogni regnante, occuparsene in prima persona, che a lui piacesse o no, era l’erede al trono. Tutti si aspettavano grandi cose da lui, magari che fosse anche migliore di suo padre, Eli Den Riktige , Re di Villa da ormai 40 anni, la capitale della regione del Krigerland e anche città più economicamente ricca di tutto Saga. “I draghi sono esseri senzienti, tanto quanto noi se non di più, principe.” Disse l’avvenente elfo, ormai anziano, che lavorava a corte come saggio consigliere, da prima che lo stesso Re attuale fosse nato. “Dovete sempre aver timore di loro. Sono dei predatori e nessuno potrà mai dimenticare cosa fecero in passato.” Ma Kjetill non demordeva in quanto a battutacce e attaccò di nuovo: “Oh, me lo avete già raccontato troppe volte, che eravate un giovanotto della mia età, quando l’ultimo drago è stato ucciso, solo per aver incendiato, per sbaglio, il raccolto destinato all’esercito delle Amazzoni, guidato dalla mia prozia Abbey”. “Abigail non Abbey, ma come fate ad esser così poco rispettoso! E’ stato un caso, che lo avesse fatto, per SBAGLIO!” La calma del druido stava per crollare, ma sapeva controllarsi, era un qualità elfica la pazienza: “E comunque è risultato un danno economico non da poco, se andaste avanti a leggere, capireste perché questo libro è molto importante. Ai loro danni potete riparare soltanto Voi della famiglia reale, è il Vostro compito, anche loro sono Vostri sudditi e vanno aiutati a comportarsi bene.” Così il futuro Re, per sua disgrazia figlio unico, avuto per miracolo da una Regina ormai più che 400enne, si mise a leggere ad alta voce, senza più interrompersi. In fondo quelle bestie avevano un che di affascinante. “…Il drago è la rappresentazione di un qualcosa di molto distruttivo per la civiltà, il simbolo del potere eterno, per questo viene anche perseguitato. Cenni di fisionomia e carattere generici, testo redatto dal Grande Druido Jeg Var Å.S. 693 (A.D. 3.695 dopo la partenza dal pianeta Terra). La struttura ossea richiama i grandi dinosauri del passato, vissuti sul pianeta Terra miliardi di anni fa, con aggiunta d’ali da pipistrello rapportate al loro peso. Sono come grossi lucertoloni (non misurano, in lunghezza, mai meno di 35 cm neanche da cuccioli), carnivori che sputano fuoco, o hanno fiato letale che immobilizza. Esistono del ghiaccio e del fuoco. Amano vivere in profondità, nelle caverne oscure e buie, rischiarate solo dalla lucentezza dell’oro che, accumulato negli anni, forma la loro cuccia, su cui dormono proteggendolo. Spesso, i colori delle loro squame sono anche il rosso e il nero, oltre al classico verde, con gli occhi gialli e le corna bianco avorio, come i denti aguzzi. Di cosa si cibano sembra spesso, esser carne di vergine, poiché tramandato dalle leggende, ma forse quelli d’Oriente erano erbivori. Quelli nati in quest’ultima regione erano più serpentiformi e potevano volare anche senz’ali, ma avevano criniere leonine, per dare più luminoso risalto al loro muso dagli occhi saggi e corna ramificate, che determinavano la loro età (più rami hanno più sono vecchi come i cervi). Esistevano del cielo e dell’acqua, comparivano spesso anche in color giallo, blu o bianco, oltre ai colori simili a quelli degli europei. In tutto l’Oriente erano venerati come Dei e in Cina avevano anche un segno zodiacale e quindi una costellazione con il loro nome. Esistevano anche altre versioni di draghi, come le Viverne o i serpenti d’acqua, tipo la mitica Nessie o la Coccatrice, che assomigliava ad uno struzzo afroamericano. Il drago cosiddetto Occidentale Europeo, è quello che purtroppo, si è sviluppato meglio su Wildt, il nostro nuovo pianeta ormai da 40 generazioni umane, quindi di costui si parla in modo più ampio in questo trattato. Il drago è forza, luce, libertà, cacciatore e preda, aggressivo ma fedele, un essere dalle mille capacità di trasformazione. Oltre a tutte queste sue qualità naturali, è anche simbolo di fedeltà, come il cane, un perfetto compagno dell’uomo barbaro d’un tempo, meglio di un cavallo, perché puoi sorprender il nemico dall’alto, se viene addestrato per farlo. Nel mondo fantasy, degli scrittori terrestri del XX secolo, acquisirono anche altri colori metallici come l’oro, il platino, il bronzo, l’argento, il rame e l’ottone, quindi potrebbero anche essere esistiti di quelle sfumature o forse era solo uno scherzo della limitata vista umana, a quel tempo, pare che sulla Terra, non ce ne fossero più da un bel pezzo.” Prese fiato e gli scappò di fare un’altra battuta delle sue a voce alta, i trattati erano tomi noiosissimi da leggere, preferiva le avventure degli eroi. “Lo sapevo, i draghi sono stati tutti sterminati sulla Terra, qui non ce n’è!” Thorvard, che sapeva cosa piacesse al giovane, decise di dargli corda, per portarlo a continuare la lettura. “Non vi piacerebbe, essere un eroe come quelli dei tempi antichi, con la possibilità di cavalcare e volare sull’ultimo esemplare esistente?” Kjetill sgranò gli occhi dallo stupore “Ma come? Nonna Asgerdr, una volta, mi ha raccontato che lei non è mai riuscita a cavalcarlo…” Il druido lo interruppe “Lei non era pronta, non ha mai voluto amare Sunshine, leggi ed impara a conoscerlo, io so, io me lo sento, Voi siete il cavaliere che Lui aspetta da tempo”. Detto questo, il ragazzo non poteva che entusiasmarsi e riprese avidamente la lettura. “Il Signore dei Draghi” è il nome del drago più leggendario mai esistito, il Padre di tutti i Draghi, Guardiano dei Segreti degli Dei, pare fosse il figlio di un’ antichissima Dea della Terra, Nikeya di Norvei . Questa è la descrizione fatta da un suo prete, dei barbari del Nord Ovest, di nome Øyvind, che pare glielo abbia visto cavalcare (la fonte è una tavoletta Sumerica tradotta da un Ateniese del 500 A.C. della Terra, trovata su Saga: questo, tra l’altro oggi, è il nuovo nome di quello che rimane emerso dell’antico continente Euroasiatico su Wildt): Le sue squame, corazzate, sono fatte di specchio, per riflettere il sole ed abbagliare chiunque al suo passaggio, in volo o per esser confuso col sole. Ha però gli occhi celesti, come il cielo più limpido, quasi vitrei, dallo sguardo saggio, non furente e non dolce. Le corna d’avorio, che spuntano sopra ai lati della fronte, sono bianche come la neve. La pelle è argentea e resistente. Sputa fuoco quando espira, ma anche ghiaccio quando soffia. Ha il fisico di un drago occidentale, ma il muso di un drago cinese, con tanto di baffi rossi, ma non ha la criniera tipica. Lingue di fuoco, come ciuffi di pelo, sporgono dal fianco delle quattro zampe, all’altezza delle caviglie. Sulla schiena, la sua spina dorsale spunta aguzza ogni 20 cm, bianca come le corna, correndo lungo tutto il dorso fino alla coda, dalla punta leggermente arrotondata ma affusolata. Beve acqua gelida, ma non disprezza i liquori distillati dagli esseri umani. Mangia lava non ancora solidificata per ricaricare le sue energie psichiche e non disdegna la carne, che accompagna con insalate d’erbe varie. Non lo cavalca spesso, la Grande Madre, preferisce che ci segua dall’alto come un’ombra, è lungo 8 metri, dal muso alla punta della coda e alto 3 metri, quando è seduto. Il carattere di Costui, pare sia maschio, è quello di un cucciolo di cane, che pensa solo a giocare e a farsi coccolare, ma all’occorrenza, sa essere un guardiano perfetto, che incute paura al solo guardarlo arrivare. Unico difetto, è che ha spesso il raffreddore e rischia di incendiare tutto ciò che gli capita a tiro di moccolo. Parla la lingua dei Ghiacci Eterni e sa leggere le Rune , ma capisce i pensieri della Signora, anche se Le capita di esprimersi in altre lingue. Con gli altri è schivo, non si fida che di Lei, ma non attacca mai per primo, non chiede mai molto in cambio, non frequenta altri draghi, preferisce la nostra compagnia o i voli in solitudine. Non ama l’acqua come i suoi stretti parenti, ma si lava sotto le cascate e all’occorrenza pesca in mare. Sa scolpire vetro, acciaio e ossidiana. Non ama molto invece i tesori d’oro, anche se apprezza le nostre offerte, perché sa di esser, lui stesso, un diamante vivente tanto luccica e preferisce dormire su un morbido letto di muschio e foglie fresche. Non ama il buio, ma nemmeno la luce forte, si confonde bene anche nel bosco, tra la nebbia o la neve. Quando è stufo di volare, torna a noi sotto forma di ciondolo o di cane. E’ nato da un uovo d’ossidiana nera, che poi si è mangiato per farsi i denti. Ha tanti anni che non saprei contarli, poiché lui è il solo a saper viaggiar nel tempo e questo non lo fa mai invecchiare, ma non credo sia immortale. Colleziona invece antichi mobili in legno, che riempie di mappe e tomi, la sua caverna, come il nostro tempio, è una biblioteca immane. Sapete perché penso che questo drago sia più un cane che altro? Perché, spesso, si comporta come un cane da caccia, fa persino il riporto delle prede alla sua padrona! Il signore dei Draghi, so che spesso viaggia sotto mentite spoglie, c’è chi dice che può trasformarsi anche in umanoide e quindi, consigliano di diffidare dei maghi burloni perché potrebbe essere lui, ma non i maghi boriosi, non è il tipo. Gli piace essere trattato come un oracolo, ama gli indovinelli e le poesie, parla facendo giochi di parole e non lo si può considerare un cavallo, anche se in battaglia è un ottima arma, lui preferisce considerarsi un aiuto, in cambio di un favore, che è sempre a nostro vantaggio. So che hanno cercato di ucciderlo in molti, ma non ci sono mai riusciti.” Il ragazzo smise di leggere e fissò il maestro, aveva una domanda sulle labbra, ma non sapeva se chiederla o no, Thorvard il saggio, intuitivo come solo un elfo può essere, sorridendo, però gli rispose: “Nella nostra mitologia compaiono Santi della Ex Chiesa Cattolica o Eroi della Vecchia Mitologia Pagana , tutti alle prese con lui o altri della sua specie, alcuni sono morti durante i tentativi più disparati, altri hanno creduto di averlo ucciso: Thor, San Giorgio, Sigfrido e anche altri tuoi parenti lontani. Ma lui non deve mai e poi mai essere ucciso, il suo compito è così necessario, per la nostra sopravvivenza oggi, che piuttosto va protetto da se stesso. Bene ora vai pure a mangiare, dopo partiremo alla sua ricerca, il tempo è giunto nuovamente.” Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte, uscì, dalla sala di lettura della biblioteca di Vistunet, di corsa, facendo cadere la sedia indietro. Aveva un sorriso furbo sul volto.

  • 19 settembre 2012 alle ore 11:29
    Lettera mai spedita

    Come comincia: Il cellulare è lì, poggiato sul tavolo, sembra guardarla ed invitarla a comporre il numero, ma non sempre la cosa più giusta da fare è la più semplice ed allora lei, pur continuando a guardarlo, preferisce prendere carta e penna ed iniziare a scrivere.
    "Ciao, sono io, non ti meravigliare per queste poche righe che sto per scriverti ed evita anche di preoccuparti, non ho alcuna intenzione di fare scenate, ho solo bisogno di spiegare, per poter mettere il punto in fondo alla frase, per poterti dire addio con serenità, per poter ripartire senza rimpianti!
    Non mi aspettavo una tua reazione così drastica, un allontanamento si, ma la chiusura totale no, non me la sarei mai immaginata. Pensavo di conoscerti e che tu conoscessi abbastanza me per capire che il mio confidarmi era semplicemente il bisogno di essere sincera con te, di confessare quello che provavo, senza, per questo, aspettarmi nulla da parte tua.
    Sai avrei potuto rigirare tutte le tue accuse e dirti quello che era arrivato al mio di orecchio, ma ho preferito tacere ed ho intenzione di continuare a farlo, perché hai scelto di fidarti di chi ti ha raccontato tutto quello che mi hai, con tanta violenza, vomitato addosso, senza pensare che, magari, potevano essere state fraintese parole, discorsi o anche, semplicemente, quella persona poteva aver tratto delle sue conclusioni, attribuendo a quanto detto da me un significato che non era quello che io volevo dargli. Taccio, perché è evidente che la tua scelta l'hai fatta e che il mio pensiero non conta!!!
    Non voglio rimproverarti nulla voglio semplicemente dirti che quello che c'era tra di noi (e sto parlando dell'amicizia) per me era vitale... e tu lo sapevi!!!
    Voglio dirti che se avessi ricambiato i miei sentimenti non sarebbe cambiato nulla da parte mia, perché mi sono già trovata in una situazione simile (e te ne ho parlato) ed ho preferito sparire, cancellare lui e tutti i miei amici, piuttosto che mettermi in mezzo ad una relazione... e lì ero ricambiata... talmente tanto che dopo 20 anni quella stessa persona continuava a cercarmi....
    Voglio dirti che sono una persona pulita, vera e sincera... se hai scelto di cancellarmi dalla tua vita, evidentemente, non lo hai percepito e tutte le parole che mi hai detto erano solo dettate dal momento.
    Io non rinnego nulla di quello che abbiamo condiviso: ero, sono e sarò sempre orgogliosa di averti conosciuto!!!!
    Come ti scrissi allora ti auguro buona vita e di essere sempre felice."
    Finito, prende il foglio, lo piega con cura, lo inserisce in una busta e.... e si rende conto che non ha un indirizzo a cui spedirlo!! La posta elettronica non è lo strumento giusto per una lettera del genere, vuole che veda la scrittura incerta, vuole che senta l'odore della carta, che noti le lacrime che sono andate a sbiadire, qua e là l'inchiostro...
    Scrive il nome ed il cognome sulla busta, poco sotto la città, lascia lo spazio necessario ad aggiungere l'indirizzo, poi torna a guardare il cellulare: potrebbe scrivere un sms per domandarlo quell'indirizzo, ma decide di non farlo, mette la lettera nella borsa e pensa che se sarà destino il modo di fargliela avere lo troverà, fino ad allora sarà custodita gelosamente e lei, rileggendola, troverà un po' di pace, sapendo di essere una persona pulita, vera e sincera.

  • 18 settembre 2012 alle ore 4:13
    Pub d'Inverno

    Come comincia: Le note di una canzone di trent'anni fa accompagnano le sue labbra al bicchiere, rivoli di birra si tuffano nella sua bocca, mentre un'altra nuvola di fumo sta per invadere i suoi polmoni.
    Le soffuse luci gialle di quel pub sfiorano le spalle di quella donna solitaria, il calore e il rumore del locale tentano di fare l'amore nel clamore di una risata spesa qualche tavolo più in là. Il freddo detta legge fuori la porta di quella birreria e il vento sembra ormai il ritornello di una filastrocca candida e malinconica: " un'altra birra..."
    Avvolta in quelle sfumature di grigio, la donna se ne stava in disparte a pensare e a rivoltare le tasche della sua mente per controllare che nulla fosse sfuggito a quell'olimpico esame di coscienza che stava affrontando. Cosa la stava affliggendo?
    Amore? Soldi?
    Lo sa solo lei, o almeno questo è ciò che lei vorrebbe. Stava cuocendo la sua anima in un brodo di insicurezza e timore, la birra scompariva dal bicchiere, l'ennesima sigaretta bionda si spegneva a metà nel posacenere e le sue scarpe da ginnastica non sapevano più quale ritmo battere su quello sgabello di legno.
    Assolo di sassofono accompagnato da una batteria vestita di Jazz...

    Nella babilonia di blasfemie inutili e battute lerce, si sente la porta d'entrata del locale canticchiare: un cappotto con un uomo dentro di sè si fa strada tra i tavoli e la strafottenza dei presenti; sembra il Generale Inverno.
    Toglie via la sciarpa e i guanti, si libera del copriabito che lo abbraccia e dà vita ad una sedia scostandola dal tavolo. Chi è? Cosa ci fa lì?
    Lo sa solo lui, o almeno questo è ciò che non vorrebbe.
    Osserva quel covo di prigionieri spensierati, ergastolani felici; i suoi occhi color "ieri" non tradiscono nessuna debolezza, le sue mani accendono una sigaretta con la maestria di un dannato. 
    Pianto di chitarra blues con tuoni e fulmini di contrabbasso...

    Lui vede lei, lei è di spalle, con i gomiti sul bancone.
    S'alza lui, sospira lei.
    Poco da dire.
    Con la nonchalance di chi sta per morire, lui s'avvicina; il continuo tintinnio dei boccali accompagna i suoi passi, mentre anche uno sgabello s'inchina e si prostra dinnanzi a lui, invitandolo a sedersi.
    Lei è in un totale e agonizzante sovrappensiero, sente solo che qualcosa si è appoggiata al suo gomito: è l'inizio della conversazione.

    Lui: "Sembri una persona che sta per rendersi conto che è triste"
    Lei: "tu dici? Potrebbe anche essere che hai ragione ma sinceramente è la confusione che mi attanaglia."
    Lui: " Cosa fai nella vita?"
    Lei: "Per ora mischio il nero al bianco sperando che ne esca qualcosa che non sia il grigio"
    Lui: " Mmh... hai da accendere?"
    Lei: "certo."

    La donna è immersa con tutta sè stessa nella contemplazione di quell'orribile parato che ricopriva il pub, e nonostante le sue parole fossero indirizzate a quell'ignoto destinatario che le siede accanto, la sua mente è in viaggio verso la 'valle del dubbio'.
    Un maestoso minuto e mezzo di silenzio.

    Lui: " che pensi?"
    Lei: "non lo so... chi sei tu?"
    Lui: "Bella domanda. Posso dirti che non sono nessuno, ora per te posso essere qualsiasi cosa tu voglia o non voglia. Beh, di certo potrai pensare che ci sto provando con te per il semplice fatto che il prossimo giro di birra lo offro io o che sono un disperato in cerca di una chiacchierata che allunghi la mia vita di un giorno, ma mai come ora non posso dirti chi sono in realtà."
    Lei: " E allora perché sei qui con me adesso? Perché ti sei preso la briga di venire a parlare con me?"
    Lui: "La tua malinconia ha un suono più forte di questo Jazz che ci sta tenendo compagnia; avverto il disagio che soggioga la tua anima  e non posso fare a meno di essere seduto qui accanto a te per strapparti di bocca qualche parola. So già che non dormirò se non riuscirò a disegnare un sorriso sul tuo volto e ad accendere un luce piccolissima nei tuoi occhi che, ora che finalmente mi hai degnato di uno sguardo, mi sembrano tanto belli quanto appannati."

    Lei inizia davvero a guardarlo anche se con un distacco che a malapena riesce a coprire una certa curiosità. 
    Scende ancora il silenzio.
    Ad un tratto egli s'alza in piedi e lascia 3 banconote sul bancone; un sospiro e ripende a parlare:

    Lui: " Beh ora devo proprio andare, questo sconosciuto che ti ha sommerso di chiacchiere ha molti impegni eheh... scusa se ho saltato tutti i convenevoli e le formalità ma non mi sembrava il caso. Alloggio al Samaras Hotel. Buona notte... o addio, non saprei."
     
    Prese il suo corpo e la sua anima e li lanciò fuori dalla birreria mentre lei ancora incredula non riuscì ad articolare nessun'altra frase di senso compiuto oltre che : "grazie per la birra..."

  • 16 settembre 2012 alle ore 10:57
    Mio Padre

    Come comincia: Vorrei chiamarti e gridarti il bene e l'amore che ti voglio e che mai ho potuto dirti.,prendere le tue mani, grandi e forti, callose e consumate dal lavoro, ma sempre ben curate, accarezzare la tua spalla curva, per i pesi trasportati. Una vita da operaio che inizia all'alba la tua: sveglia alle cinque, il caffè per te e la mamma, uno sguardo ai figli che ancora dormono. Poi un bacio per la mamma e di corsa a prendere il pullman per andare in cantiere, con gli altri operai e gli innumerevoli amici e le chiacchiere fino al cantiere, per 10 ore o più di lavoro al giorno per non farci mancare niente. Una vita la tua, di lavoro e sacrificio.Nulla ti importava, solo di vedere i tuoi figli sereni e gioire di questa famiglia numerosa di cui andavi fiero. Sento ancora il profumo del tuo dopobarba preferito, l'odore acre della nicotina delle tue sigarette le Nazionali, e non dimentico i momenti che ci hai dedicato: sempre presente, mai stanco per ascoltarci anche dopo le ore di lavoro nel cantiere.Io piccina, e i miei fratelli aspettavamo con gioia il tuo ritorno, subissandoti di mille domande e mille perchè e tu sorridevi e avevi una risposta per tutti. Sono stata fortunata ad avere avuto un padre come te, sempre presente, e mi manca tanto la tua gelosia che avevi per noi figli,il bene, l'amore, e il senso di protezione che mi facevi sentire sicura.Sono cresciuta  grazie a te ai tuoi valori veri e del rispetto verso gli altri.Troppo presto e troppo in fretta sei andato via, lasciando un vuoto enorme al posto della tua presenza ma anche l'eredità di una grande ricchezza interore.  Grazie papà TVTB ...

    copyright di Anna Maria Barletta 2012@

  • 14 settembre 2012 alle ore 12:57
    Sliding doors tuttocompreso

    Come comincia: Non era così furbo come voleva far credere, però quello meno furbo di lui riusciva a cascarci. Faceva l'agente di commercio e credeva di poter fregare il mondo. Obiettivo? Fare soldi.

    Niente morale, niente di niente. Una volta accerchiata la preda, il pollo, la braccava, l'attorcigliava con quelle stramaledette parole sul futuro, sulla vita, sui risparmi. Qualche idiota di turno doveva pur cascarci. E infatti più di qualche idiota, che credeva ancora nel salvadanaio, nel sacrificio per la famiglia, c'era, e lui aveva l'occhio lungo per certi casi disperati.

    Una volta, una sola volta nella vita però gli andò male. Non perse il lavoro, non perse la calma, non perse se stesso, anzi, forse si ritrovò. Gli arrivò un bel colpo di pistola all'improvviso, mentre tornava a casa soddisfatto della propria giornata appagante.

    Erano circa le ventuno e quindici. Le ventuno e sedici quando sentì un dolore fortissimo alla spalla destra, le ventuno e diciassette quando riuscì a comprendere cosa gli stesse succedendo. I tre minuti più assurdi della sua vita. Forse gli ultimi.

    Ripensò alla nonna, alle zie, ai giochi dell'infanzia, si ricordò persino di Dio. Strano come succede. Una sera fai il leone. Sei il capobranco. Il leader. E poi  "bang" , sei tra la vita e la quasi morte, sei nella paura, hai una fottutissima paura, che poi non è così diversa dalla paura che hai quando guardi in faccia tuo figlio e non sai quanto durerà il tuo sorriso. Chiedi a Dio se duri almeno fino a che riesci a fare un pò di soldi per pagare almeno tutte le spese e avere un pò di tempo per portarlo al parcogiochi per un gelato.

  • 13 settembre 2012 alle ore 20:55
    Solo

    Come comincia: Si trattava di un specie di fiera, e stavo gironzolando nei dintorni per conto mio  quando mi imbattei in lei.
    Era con altre persone, mi salutò e aprofittando del fatto che gli altri si erano fermati si avvicinò e mi disse:"Dobbiamo parlare".
    Non la vedevo da alcuni giorni.
    "Non qui, aspettami nel bagni, ti raggiungo fra un attimo".
    Annuii e mi diressi dove stabilito.
    Arrivò poco dopo di me.
    "Bimba!!! che bello incontrarti! Dimmi... cosa c'è?".
    "Non possiamo continuare così...e comunque io non posso... dobbiamo metterci un freno e lo sai... ho deciso che sia oggi.
    Adesso. Ora. Salutiamoci così".
    Rimasi senza parole...
    "Lo so... lo so che avevamo deciso così... ma credevo che avessimo ancora un pò di tempo..."
    "Lo credevo anch'io... ma non ha senso tirare avanti. Visto che ci siamo incrociati salutiamoci adesso e amen".
    Ci fu un attimo che sembrò eterno, calò il silenzio e ci fissammo senza aprire bocca, senza sapere o volere fare o dire la parola o il gesto successivo...quello definitivo.
    Fu in quel momento che entrò lui.
    "Amore sei qui? Ah hai incontrato qualcuno vedo... ?"
    C fu un attimo di smarrimento, lei si girò è gli rispose: "No amore, solo un vecchio collega... ci stavamo giusto salutando"
    "Non credo di conoscerlo..."
    Presentazioni di rito.
    "Magari può venire a bere qualcosa con noi, così finite di parlare, no? Mi sembrava di aver interrotto qualcosa"
    "Ma no, non hai interrotto niente...veramente... ci stavamo proprio salutando... ".
    Lui insistette e non so come mi ritrovai insieme a loro  e ad altre persone che non conoscevo intorno a un tavolaccio di legno grezzo con delle panche, lei era a capotavola, lui accanto a lei e io un paio di posti più in là.
    Nel chiacchiericcio generale lei mi disse: "Comunque deve finire, non ci rivedremo".
    Lui colse il discorso e le disse: "Perchè non dovreste rivedervi, scusa?"
    "Lascia fare amore, non è niente, non preoccuparti, è giusto così..."
    Lui si girò verso di me e chiese: "Ma.. come mai non dovreste più rivedervi? Che c'è? Sembravate amici poco fa... tu cosa dici?".
    "Vedi, lei per me è..." Mi interruppe: "Scusa se ti interrompo ma devo proprio andare al bagno, continuiamo quando torno".
    Lei mi guardò severa: " Taglia corto, comunque la metta non cambierà le cose e lo sai, deve finire".
    "Lo sai quanto tengo a te".
    "Non ha la minima importanza, non cambia, perciò..."
    Quando tornò  decisero di andare via, e io dovevo finire quello che avevo cominciato, così mi diressi con loro alla fermata dell'autobus... non so per quale coincidenza eravamo venuti  tutti in autobus.
    Salì molta gente, e mi ritrovai dall'altra parte rispetto a loro... dovevo raggiungerli, mi era stata fatta una domanda e tenevo a rispondere.
    Ci misi un pò a guadagnare l'altro lato del bus, ma quando lo raggiunsi erano spariti.
    Mi guardai intorno smarrito ma non c'erano più... una vecchietta con il fazzoletto in testa e il viso pieno di rughe che era stata seduta con noi al tavolo mi disse: "Sono scesi qualche fermata fa, lascia perdere, non ti hanno aspettato.. lascia perdere, è meglio così"
    "Ma.. io dovevo parlargli... dovevo rispondergli... non può capire"
    "Lascia stare, è meglio così, hanno deciso di scendere prima che tu  li potessi raggiungere"
    "Mi dica soltanto una cosa... chi l'ha deciso?"
    "Lei"
    Mi sentii mancare il cuore.
    "Lui voleva aspettarti ma lei gli ha detto: scendiamo, dammi retta, lascia stare amore, ti prego scendiamo... l'ha afferrato per la mano ed è scesa. Meglio così, ascoltami figliolo..."
    "Grazie signora..."
    Senza sapere dove fossi, inebetito, scesi alla prima fermata, nella notte.
    Fu a questo punto che mi svegliai, con un'amarezza enorme nel petto, pesante come un macigno, una sensazione di vuoto enorme dentro e intorno a me, come se dentro si fossero appollaiati degli avvoltoi.
    Il letto era vuoto.
    Fuori soffiava la prima bora e la pioggia picchiava sui vetri.
    SOLO.
    Adesso si, mi sentivo veramente solo.
    Mi sentivo tradito, deluso, amareggiato, ferito, abbandonato.
    Se n'era andata senza neppure salutarmi, come un ladro notturno, era sgusciata via  anche dal sogno.
    Non l'avrei più rivista.
    Che potevo fare? Che potevo farci?
    Il cuore in tumulto anche se spento... mi rigirai con la tristezza addosso come un  lenzuolo e mi misi a fare l'unica cosa che potevo fare.
    Aspettai come un pacco dimenticato in una stazione di essere consegnato a un' alba qualsiasi.

  • 13 settembre 2012 alle ore 10:16
    Vivere

    Come comincia: Pensare ossessivamente al passato frena il cammino del presente verso il futuro, è complicato non farlo specie se il passato è migliore della nostra vita attuale ma il rischio è di stallare e cadere giù come un' aereo con i motori in avaria .
    Dovremmo indurire le vene per ammorbidire la nostra esistenza, dovremmo prendere a schiaffi la nostalgia e abbracciare un presente che non apprezziamo , che diventerà anch'esso , inevitabilmente passato.
    Vivere è stordimento, vivere è una vertigine di emozioni , non è semplice vivere.
    Non saremo mai subito pronti a fronteggiare le asperità che la vita ci scaglia contro, all'inizio siamo preda della forza che si espande dall’ evento rovinoso che essa produce ma poi ci rialziamo, usciamo dalle macerie feriti si, ma non a morte.
    Dunque, che fare ? Ammassiamo il dolore in un cassetto e tiriamolo fuori solo per non dimenticarlo, perchè anche periodi laceranti , se sono stati vissuti al cento per cento , possono diventare solo un ricordo, coglierne l'essenza è il segreto e cioè che vivere significa anche soffrire e quindi un passato che ci ha lasciato dentro frammenti di tristezza ma che ci ha insegnato a reagire e a vivere il presente ed il futuro con più determinazione.
    L'occultamento del dolore è cagionevole, è come non volersi specchiare perchè abbiamo timore di vedere dentro il nostro animo, è un'errore farlo, anzi dovremmo avere una stanza di specchi dove poter setacciare la nostra immagine in tutte le sue sfaccettature.
    E' tutto così difficile ma è questa la sfida che la vita ci lancia, essa è spietatamente bella come una donna sensuale ma crudele.
    Vivere è valere e valere è interagire con ogni singolo evento, vivere è sposarne la parola e rimanerne legati nella gioia e nel dolore.
    Vivere significa amare , dalle cose più semplici alle cose più scontate che poi non lo sono, come l’amore che ti viene consegnato dagli altri.
    Ma è la sofferenza che ci mette alla prova e riuscire a viverla in tutta la sua afflizione è un filtro per la nostra esistenza, perché vivere il dolore in tutte le sue taglienti angolature è consapevolezza , è raziocino , è già reazione.
    Quando stiamo male siamo come un foglio di carta spiegazzato dove le parole sopra scritte restano imprigionate, sgualcite e tremolanti ; si’ , è vero ci chiudiamo e non esprimiamo perché abbiamo paura.
    Paura di stare peggio di quanto già stiamo, ma non serve a niente, soffocare uccide, respirare il dolore fa rinascere.
    Nessuno è in grado forse di attuare questi esempi di connubio uomo/vita ma una cosa è certa e cioè che se noi dipingessimo la nostra vita somiglierebbe ad un quadro di Picasso ; scombinato, strano , incomprensibile ma pur sempre bellissimo.

  • 13 settembre 2012 alle ore 9:41
    Rosa rossa del deserto

    Come comincia: Mia madre mi diceva sempre, non guardare all'apparenza, poichè chi ti sembra amico e che con sole  parole,  ti sta donando il suo cuore, non credere mai, non sono le parole a fare i fatti, ma la reatà, sento ancora il suo eco, la sua voce, e se fosse qui le direi : HAI RAGIONE.
    Destino ha voluto che questo mi accadesse, di fidarmi ciecamente di una "amica", ma alla fine la verità esce allo scoperto prima o poi... E con un pò di astuzia, sono riuscita a saper il tutto, questo mi ha ferita molto, mi ha cambiata, mi ha fatto maturare, e mi ha fatto capire che non bisogna dare il bene solo ad una persona, ma a tutti quelli che ne hanno veramente bisogno, che hanno l'umiltà nel cuore e nell'anima, e non cercano di fregare il prossimo, io da oggi in poi mi fiderò soltanto di quelle rose rosse del deserto, come lo sono io, possiamo sembrare aride di sentimenti , invece siamo piene e rigogliose in tutto, e sentirne il  profumo e la  passione in tutto come una rosa rossa del deserto .Morale del tutto:fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, questo è certo ed è sicuro...

  • 12 settembre 2012 alle ore 13:01
    Fame

    Come comincia: Quella sera non c’era nessuno. Il freddo irrigidiva i polpastrelli e seccava le mani. Anche gli alberi giacevano solitari, soli, senza foglie ad armonizzare il paesaggio. Erano giorni che non c’era nessuno. Forse mesi. Anni.
    La solitudine logora, lo sapete? Eh sì, la solitudine fa brutti scherzi. La solitudine gioca con le nostre emozioni e si sfoga attraverso le nostre azioni.
    Chi potevo chiamare? Con chi sarei andato a bere quella sera? No, ormai non vi era rimasto più nessuno che fosse disposto a frequentarmi. Pericoloso. È questo che sono diventato. Eppure, giacendo al suolo con me stesso, sono sempre più popolare. Popolare e temuto.

    Ho ucciso il mio migliore amico quattro anni fa. Perché l’ho fatto? È stato un incidente. È quello che mi dico e che dico a tutti. Nessuno ci crede, nemmeno io.
    Lo uccisi perché avevo fame. E sete. Questo è quello che pensavo mentre affondavo il taglierino attraverso l’arteria femorale di quel disgraziato.
    Il sangue eruttò come un vulcano che sta esplodendo e fu a quel punto che sentii fame. E poi sete.
    Lo morsi ripetutamente sul suo grasso collo, mentre con gli occhi sgranati sembrava implorare, più che pietà, solo una spiegazione. La giugulare esplose al terzo morso e iniziai a nutrirmi.

    Non sono un vampiro. I vampiri non esistono, sono pura finzione. I vampiri non fanno nemmeno paura, sapete? I vampiri sono conosciuti da tutti, sono famosi. È ciò che non conosciamo che ci fa paura.
    L’inaspettato provoca stupore … e lo stupore è il sentimento più vicino alla paura.

    Sono nato e cresciuto in una famiglia di orientamento cattolico. Mio padre nacque a Gaeta e mia madre visse tra la Sicilia e Roma, la mia città.
    Ho frequentato le scuole pubbliche e il liceo scientifico del quartiere. Ricevetti un’educazione severa, ma non opprimente. I miei genitori sono sempre stati nel giusto. Quasi sempre.
    Era il 2011 e frequentavo il quinto anno, ultimo prima del diploma. Quell’anno cambiò la mia vita. Mi sentivo solo, anche se ho sempre avuto molti amici. Soprattutto avevo fame. Più ero solo e più avevo fame, ma era una fame difficile da saziare.

    Iniziò lui ad essere sempre più ostile nei miei confronti, senza motivo. Soffrivo d’ansia quel periodo ed ero in cura da una psicologa. Lui non mi era vicino. Non mi era vicino per niente. Mi stava lasciando solo, e io avevo sempre più fame. Litigammo un giorno e mi trattò male, sapete? Non mi ero mai sentito così male. E così solo. E morivo di fame. Gli ansiolitici e antidepressivi che prendevo a quel tempo non mi aiutavano. Io volevo mangiare, volevo bere!
    Io dovevo.
    Decidemmo di parlarne faccia a faccia, così una sera passai sotto casa sua. Lui urlava continuamente contro di me. E più urlava e più la mia gola era secca e il mio stomaco brontolava. Cazzo non ce la facevo più.
    Ma fu lui ad attaccarmi, ad aggredirmi. Dovevo difendermi, capite? Solo che non resistevo più.
    Io avevo fame e in quella gelida notte non c’era niente –nessuno- da mangiare, tantomeno da bere. E io ero furioso e solo, sempre più solo. La polizia venne dopo le chiamate del vicinato, dopo le urla.

    Mi trovarono in un bagno di sangue. La barba incolta che portavo di solito era bagnata e sporca di sangue, del suo sangue.
    Quando l’agente avanzò verso di me intimandomi di tenere le mani alte e ben in vista, puntandomi una Beretta carica, io stavo ancora mangiando.
    Prima di farmi ammanettare ebbi anche il tempo di bere dal suo collo, perché l’agente, poco più che ventenne, non riusciva a muoversi. Era paralizzato. Si concluse così, quella notte di febbraio.

    Sono uscito dal carcere di Regina Caeli, dopo quattro anni di isolamento perché mi ritenevano pericoloso. Hanno sbagliato. Mi hanno ucciso. Sono riuscito a uscire grazie alla mia “infermità mentale”. Ma io non ero pazzo. Avevo bisogno di compagnia. Sono rimasto in una fogna per quattro anni senza vedere nessuno. Sapete la cosa peggiore? Non ricevetti mai una visita in quattro anni, nemmeno dalla mia famiglia. Ero stato cancellato, escluso. Morivo di fame, sapete? Io stavo morendo di fame. E avevo sete. Ma questo lo tenni sempre per me.

    Fa freddo e un venticello invernale scuoteva di brividi il mio corpo. Mi ritrovo di nuovo qui, solo, illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Sono solo. Ed ho fame. Muoio di sete. Rompe il silenzio solo il rumore dei passi di una ragazza che percorre la strada per tornare a casa. Com’è bella. Io conosco quella ragazza. È bellissima. Era la mia ragazza quattro anni fa. Non la vedo da quattro anni. Mi avvicino lentamente. Lei mi vede, ma non mi riconosce. Oppure fa finta di non conoscermi. Velocizza il passo. Le vado dietro. Sto morendo di fame.

  • 11 settembre 2012 alle ore 16:11
    Mare

    Come comincia: L’impatto violento con la fina sabbia del litorale del Golfo lo fece trasalire. Le callose piante dei suoi piedi poco erano abituate a posarsi su un tappeto così delicato. Quanto tempo era passato dall’ultima volta?
    L’insenatura selvaggia del Golfo era cambiata nel tempo, caspita se era cambiata! “Commercializzata” pensò. Standard. Verso la fine del XX secolo cosa ancora poteva resistere a questo necessario processo?
    È la lotta per la sopravvivenza.
    Gli stabilimenti balneari si ergevano l’uno sull’altro e gli ombrelloni impiantati arrivavano fino alla soglia del bagnasciuga, nel mese d’agosto.
    In lontananza, a qualche stabilimento di distanza, un bambino dall’odioso accento casertano piangeva e si dimenava, correndo all’impazzata come forma di protesta all’invito della madre di abbandonare la spiaggia per la cena.
    Erano le 20.40, il sole aggressivo, superbo, sfiancante e fiero del giorno lasciava il posto al crepuscolo e, improvvisamente, il silenzio.
    Sentì freddo e si accorse che stava tremando. Le onde che si andavano schiantando e intrecciando sulla spiaggia erano magicamente silenziose.
    In lontananza, chissà dove, il silenzio fu spezzato da una sottile vibrazione, un suono fioco e indistinguibile.
    Si avvicinava, diventava più nitido: era il suono di un campanello.
    All’improvviso, come d’incanto, non era più solo in quella spiaggia. Il lontano suono del campanello era vicino ormai, ed era accompagnato dal grido forte e deciso del venditore di ciambelle che, come prevedeva la sua annuale recita, invitava i passanti ad assaggiare “le sue specialità” per soli due euro.
    La spiaggia era affollata ed i bambini irrequieti lottavano con i propri genitori affinché venisse comprato loro un gelato, un pallone, o potessero farsi il bagno, rassicurandoli, dicendo loro che avevano fatto il ruttino e, pertanto, avevano digerito.
    Ora il venditore di ciambelle si trovava a pochi passi da lui e poteva assaporare con il naso il caldo e delizioso aroma di fritto che appesantiva l’aria.
    Trasalì. Una manina afferrò il suo braccio e, prima che potesse voltarsi, una voce infante lo richiamò.
    “Andiamo a fare il bagnetto?”
    Sentì il sangue che scorreva nelle sue vene fermarsi. Gelarsi. Conosceva quella voce, ne era sicuro! L’aveva sentita per anni, come poteva sbagliarsi? Ma… “L’acqua è calda dai! Sei un fifone…”.
    D’improvviso si accorse di non essere più lui, ma…
    “Secondo me hai solo paura perché non sai nuotare, perché sai che io nuoto meglio di te!”.
    Si voltò e si ritrovò a stringere la manina di una bambina di nove anni, capelli nero pece, occhi castani, e lei gli stava sorridendo, mettendo in mostra gli enormi dentoni bianchi separati da una fessura decisamente poco estetica.
    Provò ad articolare qualche parola, ma nemmeno un suono uscì dalla sua bocca. Ci provò di nuovo e… non riusciva a parlare perché stava mangiando.
    Un’ ombra di terrore –confusione- attraversò il suo volto ma.. ma quello non era il suo volto! Quello non era il suo corpo,non era..
    “Che ti prende? Non riesci a fare un boccone più grande e finire quella pizzetta? Io da mo che l’ho finita! Ah già, ma tu sei piccolo.”
    “IO NON SONO PICCOLO”, urlò, e immediatamente si rese conto di essere piccolo, molto piccolo. Il timbro della sua voce era quello di un bambino di cinque anni, di lui a cinque anni.
    La manina che l’aveva afferrato –un minuto fa? Un’ora fa? … vent’anni fa?- non era più una manina, si rese conto che era più grande della sua.
    “Allora? Andiamo alla boa e poi torniamo?” chiese di nuovo la bimba.
    “Aly non dire scemenze, hai appena mangiato! Guarda che se solo..”
    “Bla, bla, bla..” l’interruppe con il suo solito tono beffardo, il suo tono di sfida, il suo tono vincente.
    “Smettila!” le urlò contro, ma lei aveva già mollato la presa dal suo braccio e si stava inoltrando in acqua.
    Tutto svanì.
    Tutto svanì come quando ci si sveglia di soprassalto da un incubo. Il mare ruggiva silenziosamente d’innanzi a lui e il ricordo di quell’incubo andava gradualmente svanendo, come svaniscono le impronta nella sabbia scavalcate dal mare.
    Era ubriaco, ne era cosciente, ma poco cambiava. Negli ultimi anni per quanti giorni era stato sobrio?
    Aveva voglia di nuotare, lì, in quel mare, in quel giorno di fine agosto. No, non ora. Ma mancava poco.
    Guardò l’orologio: 20.42. quanto passavano lenti i minuti? Quanto dura realmente un giorno? Bel titolo!, ridacchiò tra se e se. “Quanto dura realmente un giorno?”.
    Un autore come Stephen King ne avrebbe potuto tirar fuori un capolavoro del terrore, almeno ché  Moccia non l’avesse preceduto con qualche “trattato” filosofico-amoroso. (sempre che poi non esiste già un titolo così per qualche film o libro o opera teatrale).
    No, non era ancora l’ora giusta, aveva voglia di una sigaretta prima di nuotare. Hai bisogno del buio, vigliacco.
    “Vaffanculo” si rispose da solo. Sapeva che era vero, che finché l’ultimo microscopico raggio di sole non si fosse nascosto dietro l’orizzonte, non avrebbe trovato il coraggio.
    -Mare, mare, mare, mare..- Slacciò il primo bottone della giacca, -... mare, mare.. mare..- poi il secondo, il terzo.. –Mare.. sto arrivando, aspetta..- lasciò cader via la giacca, butto la sigaretta: entrò -.. Sto arrivando.. mare, mare.. Aly!- in acqua. Erano le 20.59, era buio. La spia rossa della sigaretta era l’unico spiraglio di luce sulla spiaggia. Un’ ombra falciava le onde e avanzava verso il largo. –Andiamo alla boa e torniamo…-
    Accanto alla sigaretta che si lasciava finire avidamente dal vento restavano un paio di scarpe con dei calzini ammucchiati dentro, una giacca di pelle nera.
    Nella tasca destra della giacca aveva dimenticato qualcosa. Andò via senza il suo portafortuna.

  • 09 settembre 2012 alle ore 8:40
    Credere

    Come comincia: Credere:
    “ Ritenere vera una cosa, avere la persuasione che una cosa sia tale quale appare in sé stessa o quale ci è detta da altri, o quale il nostro sentimento vuole che sia.”
    Proprio a Cuba, di fronte ai manifesti del Che, alle sue frasi, incollate sui muri, al suo sorriso, al suo volto, quasi un’immaginetta sacra su oggetti d’uso, ho avuto una sorta di nostalgia nel credere. Quest’atto di certezza, proprio di una stabilità di giudizio e frutto di una elaborazione del nostro cervello. La Chiesa taglia corto e della certezza ne fa un dono di Dio, la fede. Se non c’è, pazienza!  Credere, deve essere una sensazione inebriante, estremamente totalizzante in ogni sua manifestazione corollaria. Ricordo mio padre che mi disse, una sera, sui moli del porto di Genova: -“ Era una nave, così, quanto quella. Tutta piena di giovani. C’erano i miei compagni. Credevano in Lui. Massacrati tutti, in Africa, tutti. Non se ne salvò uno. “- Possibile che il credere generi chimere così allettanti da non far scorgere gli abissi della vita? Quale luce, quale miraggio sorge nella mente di chi, improvvisamente crede? “ Lo stato nascente”- dice Alberoni: l’esplosione iniziale di un innesco di una reazione chimica, difficilmente controllabile. La miccia appena accesa di una mina. Il fascino di una configurazione nuova, inattesa, inimmaginabile.  “FANATICO”, un insulto. Non basta insultarlo, se non mi è chiaro il fuoco che gli arde dentro, quando il kamikaze, s’imbottisce di plastico, salutando moglie e figli, e va a farsi esplodere tra la gente, a lui nemica. Non credo alle novantanove vergini che lo attendono all’aldilà. La religione, in questo compenso, è tristemente terrena. Il sorriso di suo figlio vale ben altro, ma lui riesce a ignorarlo. O la mente del bonzo, che si da fuoco sui gradini del tempio per un’ideale, una protesta, lui, che quando spegne una candela, teme la piccola fiammella.
    Nostalgia del credere…in quante cose ho creduto da bambino!  E le più ingenue, quelle travolte da una pronta delusione, sono quelle che sopravvivono negli anni.  Una per tutte: nonno Angelo, teneva sotto il letto, in un paniere, avvolto con maglie di lana, una decina d’uova di gallina. Una mattina, un pigolio nuovo in quella stanza buia, mi annunciò la nascita dei pulcini.  Far credere a un bimbo di quattro anni, d’allora, che bastasse star accovacciato, sul cesto, su altre uova, senza romperle e generare qualsiasi animale, fu cosa facile. Mi ricordo che scelsi da covare da un piccolo uovo, un animale che mi affascinava, l’elefante. Villa Adela per un giorno non ebbe le mie scorribande.

  • 08 settembre 2012 alle ore 11:38
    Un Penziero Profonno

    Come comincia: Dar treno da S. Marinella a Roma,
    su le mura gialle, de 'n cimitero, vicino a Palidoro
    'na scritta riportava come 'n tesoro:

    MASSIMO VIVE!

    Tra li campi de pannocchie e le chiome de li pini a faje 'n po' da tetto...
    anche dar treno in corsa se leggeva su quer muro, ch'appresso ar treno, coreva come 'n grido drento ar petto!
    Come pe dì: amico mio, che stai à annà lontano... smiccia quì
    indove c'è massimo nostro sotterato,
    tra 'sti pini l'avemo lassàto
    indove st’arberi che danno retta ar mare, movono le chiome ne 'la sera...
    a riportà l'ebbrezza de chi più non spera... e
    de quanno in moto, ariccojeva er vento su ' la pelle
    e faceva 'sta strada millanta vorte, a la serena, sotto ' er manto de stelle!
    Forse puro quà vorta, che je correva appresso er sole, ner mentre che se vortava a guardà er mare...
    quanno che tanta bellezza l'ha tradito
    e l'ha lassàto a terra, tramortito... e mo tace.

    'sta scritta oggi c'è pè arubba l’attenzione a te, viaggiatore giocònno,
    pè fa arifiorì un penziero profònno, e dasse er core in pace,
    svortà la testa ar mare, e poi dall'antra parte, a Massimo, che è scritto vive, ma nun è più a 'sto monno!”

  • 07 settembre 2012 alle ore 11:40
    Res publica

    Come comincia: Mi addormento col trucco sbiadito, sbiadita io come la sera,  è la notte, l'unico modo per sparire, per placare quella sofferente lagna del giorno, dopo che ti spacchi in tante te. No, non è lamento, non è immaturità o impreparazione, è solo stanchezza, la testa si rifiuta, non questione di ricordarsi dei valori, dei buoni propositi, di spingersi oltre. Troppe ne ho dentro di fotografie interrotte, troppa la mezz'aria che ho dovuto respirare spalancando la bocca, rimboccandomi le maniche. Sarà dura, lo è sempre stata e lo sarà, anche quando i cantanti si ritirano dal palcoscenico perchè troppo stressati dalla carriera, è dura guardare chi si diverte, chi è felice, fa  quasi male anche provare a sentirsi bene. Perchè mi viene così assurdo emozionarmi per un giorno di festa comandato, dal momento che passo tutti gli altri a commuovermi per fiori spuntati, becchi di uccellini e labbra semiaperte di mio figlio che dorme. E non provo nemmeno più rabbia, è tutto solo torpore, sotto una pelle che digita ideogrammi invisibili e porta a casa il conto. Lì vedo tutti i miei terrori, sono lì ogni sera come i sette nani, i sette sosia, le sette bellezze e le sette nere. Non mollano il mio passo probabilmente dalla scorsa vita già infiammata da un'altra me insofferente. E pur quella vocina mite a volte, vince su tutti gli altri baritoni, quell'occhio grande di donna forte si riflette in me dandomi la carica, miracolosamente. E il tempo dei ringraziamenti lo passo al telefono con la mamma e la sorella, le amiche. Lo so è incommentabile la sofferenza altrui, ma condivisibile. E le mie braccia non finiscono mai.

  • 06 settembre 2012 alle ore 9:43
    Dov'è?

    Come comincia: Il cuore batte?
    Siamo sicuri che batta davvero?
    Non ricordo l’ultima volta in cui mi sono sentito realmente vivo. Non ricordo l’ultimo sorriso sincero.
    Ricordo i momenti in cui le lacrime hanno preso il sopravvento, interiormente.
    Sono sempre stato bravo a nascondermi dietro la facciata di stronzo insensibile.
    Non ricordo dove l’ho perso, il cuore.
    Credo che sia annegato nel lago insieme a te, sorellina.
    Dove mi trovo adesso?
    Vedo le luci dei bar, vedo donne che mi chiedono se voglio divertirmi con loro. Sono talmente perso e ubriaco da non ricordare la strada di casa. Dove sto andando, sorellina?
    Quando ho iniziato a ubriacarmi come uno stronzo?
    Non esisto più. Sono un corpo pieno d’alcool. Sono uno stronzo che sputtana i suoi soldi nel calore della vodka, nel sorriso di un bicchiere di whiskey.
    Ho gli occhi che sanguinano. Li sento sanguinare, lo vedo, il sangue. Sangue così trasparente da sembrare pioggia. Piove dentro ai miei occhi spenti. Piove e sembrano quasi lacrime, ma io non piango, io, io non piango, sorellina.
    Tutto il mio corpo piange.
    Le puttane continuano a chiedermi soldi, ho già pagato la mia puttana, la tengo in mano ed è fredda e calda come voi, ed è liquida come voi, come me.
    Sono fatto di niente. Sono fatto di lacrime, stasera.
    Umiliatemi pure, uccidetemi con le vostre parole, stasera sono un uomo solo senza faccia. Invisibile a me stesso. Ho creato un rifugio sicuro nella mia mente perversa. Un rifugio talmente sicuro che nemmeno io ci posso entrare. Non conosco la combinazione. Sono fottuto.
    E sento gli urli della gente stasera, vi sento urlare come se aveste ritrovato la voce solo ora.
    Stanotte ho perso la mia anima in un qualche bar.
    Mi sveglio la mattina senza capire quello che mi sta succedendo intorno, faccio finta di non capire.
    Ma stanotte, stanotte capisco bene tutto. Stanotte tutto mi è chiaro.
    Sono estremamente fragile, questa sera.
    Prego, prego perché non mi è rimasto niente.
    Prego e vorrei strangolarmi, affogarmi, martoriarmi.
    Estremamente solo.
    La solitudine ti uccide, mi uccide.
    Mi infilzo la testa con stupide frasi tipo :” Sto bene” – “Non ho bisogno di nessuno”.
    No, non sto bene.
    Ho perso quello che sono. Ho perso quello che potevo essere.
    Smettila di piangere, urlo, e devo proprio sembrare un pazzo, con la bottiglia in mano e l'altra in faccia per uccidere le lacrime.
    Bruciano come olio bollente, scorticano la mia faccia. Lava calda sul mio viso di latte ed espressioni.
    Avrei voluto essere io quello morto affogato.
Avrei voluto essere io il figlio frocio perfetto con la moglie traditrice perfetta.
    Avrei voluto essere chiunque tranne me stesso.
    L’alcool mi brucia la gola, alcool scadente comprato in un negozio scadente.
    Alcool che mi fotte la gola e lo stomaco, mi uccide il fegato.
    Sto bruciando e nessuno se ne accorge.
    Nessuno mi aiuta ad alleviare il dolore.
    La gente mi scansa, puzzo di vodka e sigarette, puzzo di lacrime e paure.
    Tutti hanno una storia da raccontare. Tutti hanno cicatrici dentro e fuori il corpo.
    Io non sono diverso da tutti loro.
    Non sono diverso dalla puttana 50enne che vende ancora il suo corpo per cercare di dare qualcosa a suo figlio. Non sono diverso dal venditore di hotdog in cima alla strada.
    Loro hanno le loro storie scritte in faccia, sulle dita e sulle rughe.
    Hanno scritto la loro storia col sangue, il sudore, le lacrime.
    Io l’ho scritta con la penna della sconfitta. Col malessere interiore.
    Non so nemmeno più dov’è l’inizio, forse su una spalla? Oppure su un piede?
    Da dove inizia tutto?
    Dove sono finite le mie ossa di cenere?
    Non riconosco il suono della mia voce, non riconosco le pieghe delle mie mani.
    Chi cazzo sono?
    Di che cosa sono fatto?
    Ossa, ossa, ossa. Ossa e Odio.
    Ossa e delirio costante.
    Ossa e merda.
    Sono l’uomo che si è perso nel mondo.
    Tutti cercano di mangiarmi coi loro problemi.
    Tutti vogliono qualcosa da me.
    Non riesco ad aiutare me stesso figuriamoci gli altri.
    Piango silenzio. Piango parole mai dette.
    Cosa sono diventato? Mi sto rammollendo.
    Un uomo solo che piange.
    Dio quanto mi faccio schifo. Quanto sono debole. Essere cinici aiuta, nessuno proverà mai compassione o pena per te. La compassione degli altri è sinonimo di morte.
    Stanotte, qui, in questa strada piena di puttane, turisti, spacciatori, drogati e alcolizzati, io sono vestito, per la prima volta, di me stesso, dei miei problemi.
    Stanotte tornerò a casa e rimetterò tutto nel cassetto.
    Sono così stanco di me stesso.
    Credo di aver esagerato.
    Lo ripeto ogni giorno.
    Mi ripeto ogni giorno che la smetterò di bere.
    Sono il figlio ribelle di me stesso.
    Ho il fegato che piange da quanto ho bevuto.
    Solo un ultimo sorso.
    Solo un altro ultimo sorso.
    Per stasera è abbastanza.

  • 05 settembre 2012 alle ore 18:36
    Il Sapore di un Bacio

    Come comincia: Il sapore di un bacio, se Ti lasci andare e chiudi gli occhi, Ti mette i brividi; se poi Ti dimentichi di tutto il resto, se capisci di non voler allontanare le Tue labbra dal Tuo “lui” o dalla Tua “lei” e quando Ti allontani, apri gli occhi, ed è sempre troppo presto...
    Il sapore di un bacio non lo dimentichi se è una vita che lo aspetti. Il sapore di un bacio arriva dritto al cuore e, se poi Ti perdi e non rifletti, è quasi forte come far l'amore...
    Il sapore di un bacio accende la notte, colora una giornata uggiosa.
    Il sapore di un bacio è il raggio di sole che colpisce chi non sogna più.
    Il sapore di un bacio è una pennellata di bianco su una parete nera e vuota.
    Il sapore di un bacio è un’onda che Ti pervade, Ti bagna ma Ti restituisce asciutta dalla paura di darlo.
    È forte come il sole a primavera, dolce come lo sguardo di un neonato, puro come l’affetto di un genitore, trasgressivo come il “primo” bacio.
    Non importa se dopo prendi anche le botte, il sapore di un bacio Ti ripaga di tutto. No, non è sapore normale, devi godertelo piano, con gusto, con sincerità, con passione, con tenerezza; con quella voglia matta che hai di riceverlo e di donarlo.
    Il sapore di un bacio Ti lascia sospeso tra la luna e le stelle per non farlo cadere...
    Il sapore di un bacio Ti fa riflettere, così Ti senti un po’ diverso da come Ti sentivi prima e pensi, fra Te, "però, che strano" sarà più bello ora o domattina quando ci penserò e ripenserò e lo sognerò?!...
    Il sapore di un bacio dato è Dio. Perché, se ci pensi, è solo Lui che può consegnarTi ad una emozione unica, irripetibile, meravigliosa.

    Quindi dateli, i Vostri baci, niente c’è di più meraviglioso ed eterno di quella emozione…
    Potrete dire, con amore e gloria, “io l’ho vissuta, quella emozione…”

  • 04 settembre 2012 alle ore 16:37
    L'oscena sensazione

    Come comincia: Forse non potete immaginare l’oscena sensazione del medico, che, dopo complesse analisi e meditazioni, ha la certezza del vostro male. Non sempre le cose, in medicina, si svolgono con la linearità degli schemi che si rinvengono nei trattati. Il male è sempre, il più delle volte, oscuro e gioca una partita astuta e disperata di propria sopravvivenza con il medico. Io mi trovo spesso, di fronte al malato, come a cercare una soluzione di un romanzo giallo, dove l’assassino è la malattia. Il male sa nascondersi, mutare volto. Se lo stai per afferrare, a volte, una prova, analisi o sintomo, ti svia e ti ritrovi a vagare per un labirinto. Il paziente ti osserva, attende, valuta il tuo agire. Vuole la risposta, la esige. Se tu, medico, stai tardando, spesso non hai il coraggio di guardarlo negli occhi. Ed ecco che un giorno, improvvisamente, il male ti compare davanti, chiaro, nudo. Finalmente lo hai braccato, gli dai un nome, valuti le sue possibilità distruttive. –“Cazzo, ti ho preso, dove ti eri cacciato?”- Si scatena, allora una sensazione endorfinica di scoperta, di vittoria, di trionfo della tua perspicacia diagnostica. Sei attraversato da un brivido di onnipotenza. Hai in mano il male, quel che siano le sue future possibilità. Sensazione oscena, avevo detto? Spesso il tuo intimo, serpiginoso piacere non è lo stesso del tuo paziente, anzi…

  • 04 settembre 2012 alle ore 0:22
    Vernice

    Come comincia: Da ragazzino davo fuoco alle rane.
Non lo facevo con cattiveria, per me non c’era niente di sbagliato, era scienza.
Capire cosa poteva succedere ad un anfibio se gli davo fuoco.
Iniziai ad avere questi comportamenti dopo la morte dell’unica persona che abbia mai amato. Mia sorella.
    Lei era la mia parte buona.
Lei coi suoi capelli nero pece, piume di corvo. Gli occhi verde smeraldo, come le rane che uccidevo.
Aveva 15 anni, io 12. Lei era la mia vita. Anche i cinici bastardi hanno avuto un cuore, io ne sono l’esempio. Io e lei eravamo una famiglia, ci sentivamo a disagio insieme.
    L’acqua. Lei. Io. La morte.
    Si può morire in tanti modi. Il risultato è sempre quello.
    Mia sorella, i suoi capelli neri, i suoi occhi dolci. Mia sorella e il laghetto. Affogata come se non avesse mai imparato a nuotare.
    Ma lei sapeva nuotare, lei ha deciso di chiudere la sua vita senza lottare, lei ha fatto la scelta giusta.
Tornare da scuola e vedere l’ambulanza e la polizia. Le lacrime di mia madre miste a quelle di mio padre. “La nostra piccolina..!” Lacrime.
    Stai zitta stronza. Torniamo piccolini solo dopo che siamo solo mangime per vermi.
    Sono sicuro che si sia uccisa. Nessun rimpianto o rimorso, perché aspettare qualcosa che dovrà comunque succedere?
    “… Perché siamo qui? Perché siamo vivi? Siamo esche, esche per sciagure e merda. Non siamo altro che questo. Non saremo mai niente di bello. Ci può sembrare di fare qualcosa di buono, ma qualcosa di buono è seguito da merda. Lo sai vero? Devi capirlo bene, questo. La morte sarà il nostro premio per essere stati pazienti. Magari.. magari siamo già morti. Non pensi?”
    Magari, sorellina, magari sono già morto. Magari..
    I giorni dopo alla sua morte sono stati la mia caduta nel baratro.
    Il cibo non aveva sapore, i fiori non avevano odore. Mi sentivo come un quadro squarciato, accoltellato dalla natura distruttiva dell’uomo, di noi stessi.
    Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le piume di corvo dei suoi capelli sparsi sull’erba, il suo sorriso rivolto alle nuvole bianche, alle forme della nostra fantasia. Riesco a sentire la sua mano nella mia.
    Lei mi ha dipinto, mi ha dipinto come voleva. Tutti i colori cupi sono stati buttati sulla tela, la mia anima.
    Lei ha preso le sue mani minute e ha urlato mentre affondava le sue dita scheletriche nei colori dell’odio e dell’amore. Ha intinto il mio corpo nel blu, nel verde, nel rosa, nel rosso. In tutti quei colori accesi che piacciono alle persone. Così io sono un dipinto dai mille colori. Ancora fresco. Ancora bagnato. Ancora pieno dei graffi delle sue unghie verniciate.

  • 01 settembre 2012 alle ore 17:09
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.