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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 ottobre 2016 alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 10:55
    Innesto

    Come comincia: Lo sai come si fanno, gli innesti? Il contadino incide un taglio su un ramo, poniamo di un arancio, asportandone un pezzo di corteccia. Solitamente in primavera, sul finire del gelo. Poi prende il ramo di un albero diverso, poniamo un mandarino, e lo taglia. Quindi innesta il ramo reciso dal mandarino sul taglio inciso nell'arancio. Se i due tagli sono perfetti, se combaciano perfettamente, se le piogge sono abbondanti e il sole brilla come si deve, dopo un poco nasce un nuovo ramo che non è più un arancio, non è più un mandarino. Ma una perfetta fusione di due dolori, da cui nascono frutti che nessun'altra pianta del mondo potrà mai donare, una specie che non esiste in natura. Tu non mi sei entrata dentro, a ben pensarci. Io non ti sono entrato dentro. Abbiamo solo fatto, sul limitare di questo gelido inverno, un semplice innesto.

  • 27 ottobre 2016 alle ore 12:43
    Essere esordiente

    Come comincia: L’essere esordiente è uno strano essere.
    Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di clacson, però.

    La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

    La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e organi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

    Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

    Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non tanto come un singolo calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

    I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte e te la ripropongono già sapendo la risposta e pregustando il loro nuovo sollievo nel dirti che loro, su internet, non comprano niente, altrimenti avrebbero speso fantastiliardi di dollari per te. In realtà, comincio a sospettare che i parenti si aspettino tu prenda in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendole piovere stile aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

    Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano nei pantaloni, eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

    E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

    Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno: andare in giro a piazzare Tupperware e libri insieme.

  • 26 ottobre 2016 alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 11:07
    LE LOLITE CRESCONO

    Come comincia: "Ci hai fatto caso che ad Ambra stanno crescendo le tettine, sta diventando una donnina.""Di testa è sempre una bambina." "Non sono molto d'accordo, tu la vedi da madre io...""Non mi dire che ti senti un po' padre." "Volevo dire da estraneo."
    Andrea, cinquantenne, da poco pensionato della Guardia di Finanza, si stava intrattenendo, insomma parlando, con Arlène sua buona amica, insomma avete capito, sua...Erano le diciassette, un buon tè verde, biscottini usciti dalle sapienti mani, sapienti in senso sia culinario che...di Arlène quarantenne, divorziata, sua dirimpettaia e amante da quando la sua ex consorte, Armida, aveva fatto la valige per assoluta incompatibilità di carattere.Arlène bionda, longilinea era dolce, sopportava il carattere un po' particolare di Andrea e questo era il motivo principale del loro buon rapporto e poi era bravina anche a letto cosa molto apprezzata da un Andreacchio, rimasto un po' cucciolone, insomma un bambinone al quale devi dire sempre di si, inquadrati i due? Bene.Altro personaggio di questa vicenda Ambra, tredicenne sua figlia, molto amica e compagna di classe di Angelica, sguardo furbetto, caratteristica particolare: un sedere a mandolino che l'interessata muoveva con studiata indifferenza. Giudizio dei professori maschi puritani: "Se fosse mia figlia..." degli zozzoni: "Cresci e ripassa!"
    'Ciavete fatto caso che er nome de tutti i personaggi del racconto hanno inizio con la lettera a, no? Be fatece caso!' Scusate il romanesco ma è una frase copiata da uno scheck di Aldo Fabrizi.Ritorniamo alle tettine di Ambra oggetto di interessamento di Andrea."Non è che di botto ti sei scoperto pedofilo?" "Non scherzare, tua figlia è anche mia figlia anche se, come Angelica, mi chiama zio, a me basta la madre, a proposito che ne diresti..." "Direi di no, oltre che lavorare in ufficio chi a casa lava, stira, cucina, fa le pulizie, rifa i letti, scopa, in senso di pulire per terra?" "Lascia perdere prima che ti spunti l'aureola di santa, lo sai che sono ateo." "Stasera pizza alla napoletana di Kamut e contorni vari, niente fornelli accesi, telefona in pizzeria alla tua amica Deborah con l'acca e cerca di non fare come al solito lo svenevole, sei ridicolo!" "Cara Deborah con l'acca che ne diresti di farmi pervenire illeche et immediate la pizza napoletana di Kamut?" "Non abbiamo la pizza illeche et immediate, ti mando solo quella di Kamut." "Come al solito hai fatto una figura ridicola come se tutti avessero studiato latino, a proposito vedi di dare una mano ad Ambra e ad Angelica sia col latino che col francese, a scuola le professoresse mi hanno detto che ne mangiano poco."
    "Forse dipende anche dal fatto che ambedue le due signorine hanno: capelli lunghi a treccia unica posteriore, occhi e bocca truccati, niente reggiseno e dalle maniche corte della maglietta si intravede l'inizio di tettine, pantaloni stracciati lunghi sino al ginocchio, scarpe con troppo tacco ed andatura..." "Stai descrivendo due passeggiatrici romene del porto di Messina, ci vedo un pizzico di gelosia."
    "Hanno suonato al campanello, sta arrivando la pizza 'illeche et immediate', chiama le due mocciose." Avevo dimenticato di dirvi che anche Angelica abitava nello stesso palazzo e quindi era sempre a casa di Arlène. Ambra: "Stasera l'arte culinaria si spreca: anatra all'arancia, pollo alla diavola, scaloppine al marsala, evviva." "Stasera le due spiritosone sono di corvè, tutte e due a lavare i piatti mentre io e vostro zio sul divano a vedere la televisione, c'è Montalbano." Arlène si era vendicata. In fondo ad Andrea la situazione non dispiaceva, circondato da tre esseri femminili anche se due immature si ma sin quanto immature? Un episodio mise in allarme il maschietto della scala A), un pomeriggio: "Vieni a casa mia, le due scimunite sono andate a casa di un'amica, sono arrapatissima."Un volo e subito sotto la doccia. Arlène un corpo da statua greca: 1,75, seno marmoreo misura tre, vita stretta, gambe chilometriche, piedi bellissimi. Quello che più attraeva Andrea era il fatto che la signora aveva punta del seno e labbra della cosina di colore rosato, in passato aveva avuto un rapporto con una negretta e ne era uscito disgustato, insomma era un pò razzista in fatto di sesso.
    Sul lettone,la baby a gambe aperte:"Da dove comincio?" "Non è possibile..."
    "Allora scelgo io: alluci in bocca, sono diventato feticista, la colpa è tua sono troppo belli, come ha fatto tuo marito a lasciare un essere come te, un imbecille!" "Ti rendi conto di quello che dici, lascia stare la filosofia e baciami il fiorellino a lungo!" "Agli ordini, eseguo."Arlène dopo due orgasmi fece cenno di avere bisogno di un po' di tregua che Andrea non concesse entrando in una vagina completamente allagata e arrivando sino in fondo col suo 'marruggio' grande e lungo, la natura era stata benevola con lui. Arlène dopo un altro orgasmo cominciò prima a leccare e poi a mordere il collo dell'amante il quale, da vecchio zozzone cambiò porta d'ingresso con delicatezza ma il calibro era quello che era e Arlène strinse i denti; ogni tanto accontentava il buon Andrea che nel frattempo le procurava un orgasmo con il dito medio sul clitoride, insomma una goderecciata gigante.In pieno post ludio i due sentirono sbattere la porta d'ingresso, Arlène schizzò via dal letto, anche se sua figlia immaginava il suo rapporto con Andrea non voleva farsi vedere in quello stato."Ciao cara sei rientrata presto." "Ho mal di pancia, stasera non mangio, vado in camera mia."Istintivamente quel ritorno prematuro non aveva convinto Andrea, da Ambra c'era di aspettarsi di tutto, non si era sbagliato, i fatti futuri gli diedero ragione."Zietto devo confessarti una cosa."
    "Conoscendoti non sono sicuro di poterti dare l'assoluzione, vai dal canonico della chiesa qui vicina." "Un prete non capisce nulla di sesso perché non ha esperienza in quel campo e poi..." "Ho capito ti sei fatta un boy friend e..." "Niente boy friend ho avuto un rapporto con Angelica, non so nemmeno io come sia successo, eravamo sul letto e ripassavano una poesia che dovevano imparare a memoria quando Angelica mi ha messo una mano fra le cosce, ho avuto un orgasmo profondo molto di più di quelli che provo da sola, sono in crisi." E mò che gli dici ad una tredicenne dal primo rapporto lesbico, vorrei vedere voi. Andrea prese il viso di Ambra fra le mani: "Alla tua età si scopre il sesso etero, a te è capitato il rapporto omo, non porti tanti problemi, nel medio evo gli omosessuali venivano incarcerati e tutt'oggi nei paesi arabi vengono sanzionati con la morte ma devi sapere che, specialmente fra le femminucce, in questi rapporti c'è tanta dolcezza al contrario dei maschietti in ogni caso è una storia vecchia come il mondo, avrai sentito parlare della poetessa Saffo che nell'isola di Lesbo amava circondarsi di belle fanciulle con cui aveva dei rapporti detti appunto lesbici. Rasserenati, sei giovane, stai aprendo gli occhi sul mondo, talvolta ti apparirà strano, accetta le cose come sono, cerca solo di non fare sbagli irreparabili come quello di rimanere incinta alla tua età, può succedere e la tua vita ne verrebbe sconvolta, insomma hai capito, quando hai dei problemi c'è qui il vecchio zio Andrea." "Non sei vecchio!" "Alla tua età consideravo vecchi quelli che avevano pochi anni più di me, insomma hai capito son qua!" Andrea era in crisi non per quello che aveva saputo da Ambra ma sul fatto di far sapere o meno ad Arlène quello confidatogli da sua figlia, perché aveva preferito lui, un estraneo, a sua madre, forse per vergogna; decisione: niente rapporto ad Arlène. Dopo quell'episodio Andrea guardava la due fanciulle con altri occhi come, le vedeva toccarsi vicendevolmente il fiorellino in cui erano spuntati i primi peli. La visione gli aveva procurato un innalzamento di 'ciccio' che lo aveva lasciato perplesso, cosa poteva succedere se durante una lezione di latino la mano sua o di una fanciulla prendeva una direzione 'sbagliata', non voleva pensarci, ne sarebbe venuto fuori un gran casino! "Zietto ti devo comunicare una novità, mi son fatta un boy friend, si chiama Alessandro è figlio della preside." "Bene così avrai la promozione assicurata, sto scherzando, impegnati nello studio, te l'ho detto varie volte nella vita non si finisce mai di studiare, io anche prima di congedarmi mi aggiornavo sulle materie tributarie." "No volevo dirti un'altra cosa, io ogni tanto gli prendo in mano il coso che diventa duro ma è piccolino, con l'età crescerà?" Porcaccia miseria...che atteggiamento prendere: "È una cosa normale per quella età farsi un'esperienza; non c'è nulla di male basta che non combinate guai," ma che guai potevano combinare boh..."Parliamo di altro, è un po' che tu e Angelica non venite a farmi vedere i compiti e a fare un po' di ripetizione, prova a chiamarla." "È a letto con la febbre." Andrea istintivamente capiva che non era il caso di restare solo con Ambra: "Mi hanno chiamato dalla caserma, devo fare delle foto, ciao." Andrea non si era sbagliato, ogni giorno incontrava Ambra sempre triste, per le scale lo salutava appena finché una sera alle ventidue sentì bussare violentemente alla porta d'ingresso, Ambra in lacrime si abbracciò ad Andrea, lacrime sempre più irrefrenabili, finirono sul letto.
    "Quando riuscirai a calmarti vorrei sapere cosa ti sta succedendo, guardami in faccia."
    Ambra non si staccava dall'abbraccio, ci volle del tempo finché "'Tu non sei stato mai per me uno zio, nemmeno un padre ma molto di più. A otto anni, tu eri ancora sposato con Armida, un pomeriggio entrai a casa tua, in salotto, con la scusa di un bicchiere d'acqua allontanai tua moglie e rubai da un album una tua foto in divisa. Alcune mie compagne di classe si accorsero della foto e ridendo mi chiesero se ero innamorata di quel bel giovane in divisa, era vero. Già da allora provavo per te un sentimento profondo che aumentava di giorno in giorno, ero diventata gelosa di tua moglie ma mi è parso d'impazzire quando giorni fa, rientrando in casa prima del tempo ti ho visto mentre facevi l'amore con mia madre, tu nudo, un dio con un coso grosso e lungo che avrei voluto io avere dentro di me, avrei voluto uccidere mia madre, mi chiusi in camera mia e non andai a scuola per una settimana, ora son qua..." Nel frattempo Andrea si era ritrovato nudo spogliato da Ambra che aveva preso in mano e poi in bocca il suo 'ciccio' diventato grosso e duro come non mai per poi dilagare nella boccuccia della ragazzina che seguitava, seguitava, seguitava... Un piacere inaspettato, un ricordo confuso, il cervello annebbiato, senza forze Andrea si ritrovò solo, solo col casino combinato senza quasi accorgersene ed ora? Cominciava ad albeggiare, Andrea girava per casa come istupidito in cerca di una soluzione, non poteva certo far fìnta di nulla, come comportarsi con madre e figlia eh, maledizione a lui era nei guai, Ambra non lo avrebbe mollato visto come si era comportata unica soluzione: la fuga ma dove? Il suo pensiero di rivolse a sua cugina Silvana di Roma che era stata per lui una sorella nei momenti difficili. Via, valige e partenza immediata con la fida Jaguar X type acquistata con i proventi della vendita della villa della defunta zia Giovanna. Durante il traghettamento un buon cappuccino con brioche, una buona boccata di aria marina, era proprio rinfrancato, non si poteva far condizionare da una quattordicenne si ma...uffa per lui era stato solo un pompino ma per lei il suo grande amore? Squillo del telefonino ahi ahi chi poteva essere, basta guardare...Arlène:
    "Ciao cara, ti avrei chiamato io, sono sul traghetto per Villa S.Giovanni, una telefonata di Silvana da Roma, suo figlio Cesare ha avuto un brutto incidente stradale, è ricoverato in coma, lo sai quando c'è un problema siamo sempre a disposizione uno dell'altro, per me Cesare..." "È come un figlio, mi pare che figli ce ne hai troppi in giro, soprattutto femminucce!" "Non ti metterai a fare la gelosona, non è da te, era un po' di tempo che pensavo di cambiare aria nel senso che andrò ad abitare a Cerenova dove Silvana ha una villa e poi se capita l'occasione, chissà al mare con tanta di quella foca..." "Non te ne approfittare perché sono innamorata di te, ciao." Andrea sperava di non ricevere altre telefonate invece...era Ambra, decisione immediata:"Cara ti sei voluta fare lo zio, mi sta bene ma 'semel in anno licet insanire', scrivitelo e traducilo, capirai, ciao."Si era levato un peso ma che sarebbe successo al ritorno? Basta pensare, non aveva avvisato la cuginetta:"Silvana indovina dove sono?" "A letto con qualche mignotta ho indovinato?" "Ci sei andata vicino, poi ti dirò, sono sul traghetto Messina - Villa S.Giovanni, verso sera sarò a casa tua."
    "Mi hai incuriosita, non riesco ad immaginare che porcata avrai combinato, da te mi aspetto tutto." "Mi hai dato dello zozzone e io non ti racconto niente, tieh."
    "Racconti, racconti, stasera andremo nella trattoria 'Urbana' sotto casa, hanno cambiato gestione e cucinano alla grande, ciao." Era un po' di tempo che mancava da Roma, ad Andrea la città gli sembrò diversa anche se nulla era cambiato: casa di Silvana in via Cavour 101, l'edicola all'angolo, l'ingresso di un piccolo albergo, il negozio di frutta e verdura, la macelleria, la chiesa di S.Maria Maggiore, i bar...l'aria di Roma, la sua Roma, dove era nato, mai dimenticata anche dopo i molti trasferimenti in giro per l'Italia. "Fatti una doccia, puzzi come un cane!" "Come saluto di benvenuto non c'è male!" "Sto scherzando, mi fa sempre piacere quando mi vieni a trovare, il racconto dei tuoi casini dopo cena, a stomaco pieno, sei come l'aspirina. Cesare stava bene, abitava per conto suo, ogni tanto cambiava fidanzata, a Messina ne aveva portate quattro tutte alloggiate all'hotel 'Paradise' a spese dell'Albertone o a Panarea presso l'albergo dell'amica Lidia. A cena il telefonino di Silvana squillava a ripetizione causa il lavoro di consulente tributaria e del lavoro, i clienti non gli davano pace nemmeno la sera. "Chiudi stà porcheria e che c..o!" "Aggiornami senza imbrogliare, non ti vergognare io sono come una vecchia mignotta a cui i cosi grossi non fanno effetto!"
    Uberto fu sincero, Silvana non battè ciglio: "Penso che sarai mio ospite a lungo, le lolite sono pericolose poi c'è di mezzo anche la madre, nemmeno Stecchetti quello scrittore pornografo del prima novecento avrebbe avuto la fantasia di un casino totale come il tuo." I giorni successivi Alberto si scoprì turista : stazione Termini, via Nazionale, piazza di Spagna, altare della Patria, via del Corso, fontana di Trevi tutto immortalato dalla fida Canon. Tornava a casa stanco e affamato ma si doveva improvvisare cuoco, Silvana sempre al lavoro non aveva tempo di cucinare ma non gli dispiaceva. Ricordava quando a Montecrestese, da finanziere, in una brigata di confine sopra Domodossola espletava il suo turno di cuciniere. Qualche giorno al mare a Cerenova nella villetta di sua cugina: sulla spiaggia a prendere il sole, cosa strana per lui non sentiva il bisogno di attaccare bottone con qualche baby sola sulla spiaggia, brutto segno non apprezzare più le attrattive femminili! La sera al solito ristorante:
    "Fammi un resoconto dei giorni passati al mare." "Solitudine totale, forse sento ancora lo shock del casino combinato a Messina." "Non è stata colpa tua, ti sei trovato in mezzo tra madre e figlia, non è che ti sei fatta pure la nonna?" Un pomeriggio squilla il telefonino, Arlène, dubbio se rispondere o meno..."Mon petit chou (la baby era di origine francese) sento il bisogno di parlarti, ormai è passato un anno e, come sai, il tempo...La scimunita mi ha messo al corrente, immagina la mia prima impressione, le due persone che più amo al mondo, ho abbracciato Ambra che nel frattempo, ne aveva combinata un'altra: aveva ripreso i rapporti omo con la su amica Angelica, ora pare che la situazione sia tornata alla normalità ammesso che nel nostro caso il vocabolo abbia un significato, non sono una conformista ma...mi senti, dimmi qualcosa, ho bisogno di sentire la tua voce." "Son qua, anche se potrà sembrarti improbabile ma è un anno che..." "Non so se mi faccia piacere o meno, dobbiamo ritrovarci, il tempo passa, o torni a Messina o io vengo a Roma." "Voglio parlarne con Silvana, è il mio 'consigliori', ti farò sapere.""Silvana..." "Ho capito tutto, la tua bella ti reclama ma tu non sai se tornare a Messina o restare qua ospite indesiderato, ci ho azzeccato?" "Alcune volte mi fai impressione, sei una maga, una maga buona che consiglierà |^ÌTtóxAtfeefto-di.."
    "Di fare quello che più desidera, nella tua camera potrei metter un altro letto, scegli tu."
    L'idea di fare il turista per Roma al braccio Arlène era una soluzione gradita, avrebbe anche fatto vedere alla sua bella la casa di via Conegliano vicino S.Giovanni dove era nato e vissuto sino al momento dell'arruolamento nella Guardi di Finanza, decisione apprezzata anche dalla cuginetta. Arrivo alla stazione Termini col cuore in gola da parte di ambedue gli innamorati, valige disfatte e immissione dei vestiti nell'armadio poi la solita cena a tre."Arlène più ti guardo e più mi piaci, non capire male, io apprezzo chi ama mio cugino e mi sembra che tu...A còsi non mettiamola sul patetico, Nando portaci una bottiglia del tuo meglio vino, dobbiamo festeggiare." A casa: "Belli qui ci sono due lenzuola la migliori del mio corredo, sono profumate alla violetta."
    Dapprima timidamente e poi sempre più violentemente a due presero a far l'amore, alla fine spossati: "A coso mi hai distrutto la cosina, ci vediamo fra un altro anno."
    "Non ti ho domandato di Ambra." "È ospite della famiglia della sua amica Angelica, non c'era altra soluzione, io non potrò stare a lungo a Roma, ho solo quindici giorni di licenza." I quindici giorni passarono in fretta, Arlène aveva pronte le valige quando:
    "Aspetta, una telefonata di mia figlia: dimmi tutto cara, come... non so che dirti poi mi informerai meglio quando verrò a Messina, un saluto da parte di Andrea, ciao cara."
    "Allora le ultime novità spero piacevoli." "Bah! Ambra si è fidanzata con un certo Agilulfo, anche se ha un nome impossibile è un ragazzone che conosco, suo compagno di scuola, un bravo ragazzo, di buona famiglia, spero riuscirà a cambiare la vita di mia figlia." "Cara Silvana valige doppie, torno nella città dello Stretto, quando vorrai sarai mia gradita ospite, a proposito tu niente maschietti?" Andrea riuscì a schivare un cucchiaio di legno, l'ultimo saluto della cuginetta.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:50
    I LICENZIOSI

    Come comincia: I licenziosi chi sono? Senza scomodarvi a consultare il vocabolario ve lo suggerisco io: sono quei simpaticoni che se ne fregano delle convenzioni e, a modo loro, vivono felici.
    La simpatica storia che sto per raccontarvi è vera, non ci credete? Fatti vostri in ogni caso ritengo che la possiate apprezzare solo se avete il senso dello humor, non siete conformisti e soprattutto se amate il sesso!
    Protagonisti: Alberto e Nausicaa (ma voi pronunziatela con una sola a) e poi Massimo con Quinta regolarmente maritati sinché...
    "Che é sto casino, i nostri sovrastanti..." Alberto si era rivolto alla amata consorte commentando il rumore di vasellame sbattuto violentemente per terra e sulle pareti che proveniva dal soprastante appartamento dove dimoravano (non sempre pacificamente) i loro amici Quinta e Massimo. Vi meraviglierete, come d'altronde io la prima volta, quando ho appurato che ad un essere umano femminile fosse stato imposto al posto del nome un numero. Spiegazione: nella valle dell'Esino, fiume vicino a Jesi (An), forse per non scontentare i nonni o per altri ignoti motivi, ai nascituri venivano imposti invece di un comune nome dei numeri bah!
    "Il solito litigio, amore mio pensa ai bagagli." Nau aveva in testa il prossimo viaggio a Parigi e non aveva alcuna voglia di pensare ai fatti altrui.
    Finita la buriana, i due futuri turisti sentirono bussare violentemente alla porta d'ingresso.
    Elettra struccata e incazzata nera aveva poggiato a terra due valige: "Questa è la volta buona, ho trovato un messaggio di qualche bagascia sul telefonino di Massimo, torno da mia madre a Cingoli!" Per i non marchigiani è una località collinare in provincia di Macerata detta balcone delle Marche.
    Con un abbraccio i tre amici si salutarono, ogni frase sarebbe stata inutile.
    Dopo circa un'ora un bussare sommesso alla porta, era Massimo.
    "Siediti, stiamo preparando i bagagli, partiamo domani per Parigi, fermati mangerai un boccone con noi."
    "Massimo, forse avrai capito che questa è la volta buona, quando non va...se Nausica è d'accordo ti invitiamo a venire con noi, conosco un dirigente ali'Alitalia, penso che troveremo un posto anche per te, allegria!"
    Over booking adiuvante, i tre amici si trovarono in aereo seduti in tre posti vicini con in mezzo la femminuccia del gruppo.
    Alberto incallito fumatore di pipa,: "Vado in bagno..."
    Massimo era veramente a terra, occhi chiusi, forse una lacrima, la sua vita sconvolta. Nau gli accarezzò il viso e poggiò l'altra mano sulla coscia del vicino il quale, inaspettatamente, aumentò vistosamente di volume al centro, insomma lì, situazione rilevata da Nau con un sorriso di compiacimento: ancora, malgrado i trentacinque anni, riusciva a sollecitare gli appetiti sessuali dei maschietti. Bacino sulle labbra di Max e poi ritirata strategica, stava rientrando Alberto.
    Arrivo in taxi all'hotel De Ville. Il portiere parlava italiano: "Benvenuti signori i vostri nomi?" Alberto: "C'è un problema il nostro amico non ha prenotato e quindi..." "Spiacente signore, siamo al completo, a ferragosto..." Cinquanta Euro passano di mano da Alberto al portiere il quale: "Forse una soluzione ci sarebbe, mettere un lettino nella vostra camera."
    Panorama stupendo con vista sulla Torre Eiffel, camera abbastanza grande, lettino posizionato vicino finestra. "Massimo molla il muso, siamo qua per divertirci, ti troviamo una bella pollastra e via..." Cena deliziosa innaffiata da un buon Bordeaux che aveva messo in allegria la compagnia, passeggiata vicino alla Senna e poi ritorno in albergo.
    Massimo "Posso farmi la doccia?" "Nau: vai caro noi abbiamo da fare..." e mise in atto l'intenzione. Un doverosa premessa: al contrario di altre femminucce, Nau amava molto il sesso anale e per migliorare la prestazione ...
    Un passo indietro: da una rivista porno acquistata da Alberto aveva notato la pubblicità di due vibratori, uno normale con le solite batterie e l'altro molto particolare in quanto aH'interno cavo era possibile immettere dell'acqua tiepida che poteva venire spruzzata da due simil testicoli che, compressi, facevano giungere al collo dell'utero il liquido in sostituzione dello sperma, insomma un'aggeggio sofisticato che Nau decise di acquistare. Il giorno seguente si presentò dinanzi ad un porno shop e stava per entrare quando vide che come commesso c'era una femminuccia invece del solito maschietto possibilmente omo. Difficile capire quel che passò per la testa alla consorte di Alberto, forse una crisi di pudicizia fatto sta che ritornò a casa incazzata con se stessa.
    Pranzo col muso lungo, alla fine : "Posso aiutare la mia signora?" Nau raccontò l'episodio ed Alberto decise di far lui i due acquisti. Al suo rientro grande curiosità e Nau decise di provare subito quello con lo spruzzo con grande sua goduria. Ritorniamo a Parigi: in mancanza del vibratore la bella si accontentò di un sessantanove e, al rientro nella stanza di Massimo, insieme al consorte andò in bagno per una doccia ristoratrice.
    Al ritorno a letto: "Buonanotte caro, sogni d'oro." E si girò dalla parte del letto di
    Max. All'inizio non ci fece caso poi, allungando il collo, notò alla luce riflessa del lampione sottostante che il profilo del corpo di Massimo aveva come dire, un andamento particolare: al centro si ergeva un alberello piuttosto pronunziato. La signora, accertatasi che il consorte già dormiva della grossa, decise d'impulso di andare di persona a verificare quella specie di cannocchiale.
    Le venne in mente l'inizio di un canto carnascialesco romano: 'Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento'in questo caso bastavano due palmi...
    Come suo costume, d'istinto decise che voleva prendersi una vacanza sessuale, prese in mano quel coso il quale reagì allungandosi ancora di più, altro che alberello era una sequoia! Come aperitivo un piccolo bacio sulla punta e poi immissione in bocca che praticamente fu riempita, dopo qualche su e giù il ciccio di Max decise che la cosa era molto piacevole e quindi inondò la bocca della signora che apprezzò il buon sapore molto migliore di quello di suo marito. Stava per ritirarsi quando constatò che il cannocchiale non solo non si era ritirato anzi sembrava ancora più lungo e grosso... Decisione: uno smorcia candela (se non sapete l'origine della locuzione ve la spiego dopo) in parole povere decise di cavalcare Max anche se si accorse subito della difficoltà considerate sia la lunghezza e soprattutto il diametro del pene. In passato aveva avuto esperienze con vari maschietti ma mai una bestia di quella portata mai, ci volle del tempo prima di arrivare in fondo. Lo schizzo dello sperma gli ricordò quello provato con il vibratore. A quel punto presa da una frenesia sessuale decisa che anche culino dovesse provare qualcosa di insolito, strinse i pugni quando... Alla fine di recò in bagno dove per sua fortuna teneva una pomata per lenire il dolore, decise che non avrebbe mai più cercato di provare analoga esperienza. Uno strano collegamento di quando era in collegio le sue colleghe che studiavano tedesco pronunziavano ridendo la frase: 'la gatta nel carbone', non aveva mai provato a tradurla in tedesco, provateci voi!
    La mattina si trovò sola nella stanza, raggiunse i due maschietti al bar per la colazione. Il Barman: "La signora gradisce della panna nel cappuccino?" Nau si mise a ridere ricordando lo sperma di Max ingoiato lasciando il marito interdetto per quella risata per lui inspiegabile...
    Un passo indietro: lo smorcia candele era una canna in cima alla quale veniva apposto un cono di alluminio che serviva in chiesa per spegnere le candele poste più in alto, parlo di anni addietro.
    La vacanza dei tre? I giorni successivi vita da turisti comuni: viaggio in bateau mouche quei battelli che 'solcano'la Senna e ti fanno vedere Parigi dal basso, visita di qualche museo (Alberto si rompeva...), anche qualche locale classico per turisti tipo Moulin Rouge, in fondo una noia, solo una certa Nausicaa (con due aa) avrebbe avuto un ricordo indelebile.. "Cara è un bel po' che sei in bagno, si tratta di colite?" "Di culite, di culite maledizione!"
    La gatta nel carbone si traduce in tedesco in: 'katze in der kohle'!

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:07
    MELANIA CRESCE

    Come comincia: Era il 31 marzo 1967 quando la dolce Melania Milafi aveva lasciato il comodo pancino della mamma per respirare l'aria marina della città di Messina dopo che un ostetrico, per dovere professionale le aveva accarezzato, non proprio dolcemente, il piccolo sederino suscitando la arrabbiata riprovazione dell'interessata.
    Il lieto evento tanto desiderato dalla mamma Mara, figliatrice di razza, era stato accolto con gioia dal papà Gaetano, dal fratello Antonio, bel pupone grassottello e dalla sorella Anna detta 'chatte' (gatta) a causa del suo sguardo felino dei suoi occhi verdi che non promettevano nulla di buono per chi osasse contraddirla. La piccola Melania crescendo era attenta a tutto quanto la circondava; sempre calma e sorridente si metteva in agitazione solo a stomaco vuoto ed a pannolino pieno.
    I familiari accorrevano in gran fretta per evitare piagnistei udibili in tutto il palazzo. Una volta soddisfatta la baby riprendeva la normale tranquillità.
    Riconosceva le persone che la attorniavano abitualmente ed alle quali distribuiva larghi sorrisi, non altrettanto bene con estranei accolti con pianti di ripulsa. "Gaetano come ti spieghi che tu e tua moglie, classici esemplari del tipo mediterraneo avete sfornato una figlia biondissima?
    Gaetano, buono d'animo, attaccato alla religione sino allo spasimo, non accettava la provocazione con senso dello humor ed evocava lontani parenti di origine irlandese che sicuramente avevano contribuito a trasmettere le caratteristiche nordiche alla bimba. Mara dalla moralità ineccepibile, non accettava il sarcasmo e fulminava con lo sguardo truce l'improvvido irrisore.
    Melania cresciuta assai viziata, voleva far valere sempre il suo punto di vista talvolta con richieste decisamente stravaganti come quella di voler andare a passeggio di notte. Altra peculiarità, non apprezzata dai fratelli, era quella di cercare l'anima' dei giocattoli, compresi quelli di Antonio e di Anna con la conseguenza di ridurli in uno stato pietoso e di vedersi precluso l'ingresso nella comune sala giochi.
    Un giorno scoprì un passatempo piacevole: a cavalcioni sulla sponda del lettino aveva provocato eccitazione nello strusciarsi il fiorellino con la conseguenza finale di una gradevole goduria alla quale, in seguito, ricorse spesso. Stranamente Melania, sin dalla prima volta, aveva accettato con piacere la novità di frequentare l'asilo; si trastullava con maschietti e con femminucce ma non aveva abbandonato la inveterata abitudine della sistematica distruzione degli altrui balocchi (i suoi erano diventati dei rottami) vezzo non apprezzato dai compagni di giochi.
    Nemmeno le maestre erano immuni dalle sue burlette: una voltatila richiesta di una maestra di andare a prendere una palla rossa, l'aveva scelta di color verde ed aveva ripetuto lo scherzo tante volte sinché convinse la insegnanti che fosse daltonica. A casa mamma Mara ripetè l'esperimento e capì subito che la piccola rompiscatole aveva messo in atto uno dei suoi giochetti.
    Altri problemi erano sorti allorché la deliziosa baby era stata iscritta alla prima elementare: abituata a svegliarsi dolcemente in tarda mattinata, rimpiangeva l'asilo giudicando I scuola elementare un motivo di disturbo delle sue buone abitudini. Mara come il papà Gaetano ed i fratelli dovevano essere presenti al posto di lavoro o a scuola alle 8,30, orario che Melania giudicava antelucano.
    La storia si ripeteva ogni mattina, Melania veniva appoggiata ed in seguiti sbatacchiata sul divano del salone al fin di farla svanire dal sonno.
    Tale comportamento non aveva dato esito alcuno in quanto l'interessata riprendeva placidamente a dormire il sonno del giusto per cui un giorno Mara, esasperata, IOaveva adagiata delicatamente ma con decisione sul piano esterno della porta d'ingresso.
    La mancanza del solito calore, non solo umano, svegliò di botto la piccola sfortunata che capì l'antifona e corse precipitosamente a farsi vestire, con le buone maniere... A Melania si potevano rimproverare tante manchevolezze ma non quella di essere una studentessa negligente. A scuola seguiva con attenzione le spiegazioni degli insegnanti, a casa era scrupolosa nel seguire i compiti assegnatile, i maestri erano entusiasti, i genitori piacevolmente sorpresi soprattutto la mamma che negli studi non era stata eccelsa (aveva preso dal padre).
    La famiglia Milafi era inaspettatamente aumentata di numero allorché un implume passerotto, caduto dal nido, era approdato sul terrazzino di casa. "Dono del Signore" aveva chiosato papà Gaetano, "Rottura di scatole" aveva commentato la più pratica mamma Mara che vedeva aumentato il 'bordellino' in casa.
    Ciccio Pupella (questo il nome appioppato al volatile dal buon Gaetano) cresceva circondato dalle affettuosità di Antonio e di Anna che lo imboccavano con una cannuccia, Ciccio li ricambiava con leggere beccatine sulle mani o sui lobi delle orecchie quando si arrampicava sulle loro spalle.
    Talvolta veniva ristretto in gabbia per evitare che lasciasse in giro le sue 'fatte', evento non apprezzato dall'interessato che non si rendeva conto delle ragioni della sua prigionia.
    Quello che però faceva più incazzare Ciccio Pupella era l'abitudine di Melania di prenderlo in mano e di portalo in bocca subissato di tanti 'bacini'. "Melania non mettere l'uccello in bocca, è un volatile" sentenziava Mara senza rendersi conto del doppio senso...Un giorno Ciccio Pupella, stanco dei continui 'bacini', adocchiata una finestra aperta, divenne uccel di bosco.
    Melania cresceva bene in altezza, anche il seno le era cresciuto prosperoso al contrario della sorella Anna praticamente piatta. In comune le due sorelle avevano gli occhi ereditati dal padre, grandi e luminosi che cominciavano a truccare quando uscivano, di nascosto di mammina. AQUIBNDICI ANNI per Melania il primo flirt con grande frustrazione della genitrici che era in costante lite condominiale con lo zio del prescelto: Melania si era fidanzata con Tonino Marrazzo. Mara accampava sempre nuove scuse per impedire alla figlia di incontrarsi con boy friend, in verità non era facile in quanto Tonino era il classico bravo ragazzo, studioso, serio, ben educato, il suo 'difetto' era quello di essere il nipote di Giuseppe Marrazzo.
    "Mamma non facciamo niente di male, ti prego fammi andare al cinema con lui.
    "Ci mancherebbe pure che facessi qualcosa di male, vada per questa volta ma che non diventi un'abitudine."
    Mara era giunta al matrimonio vergine ed aveva idee molto severe in fatto di sessualità. Per paura che le figlie facessero qualcosa di proibito rappresentava situazioni di pericolo come quella di essere considerate dalla gente delle poco di buono, di rimanere incinta di non potersi più sposare perché non più vergini.
    La pillola anticoncezionale, poi, portava al tumore, il papà rincarava la dose affermando che i rapporti prematrimoniali rappresentavano un peccato mortale. Melania non andava al di là di casti bacini che però producevano in Tonino effetti prorompenti aH'interno dei suoi pantaloni. Dubbiosa la baby si limitava a toccare il 'coso' al di sopra della stoffa ma col tempo, presa dalla curiosità, aveva acconsentito che Tonino 'lo tirasse fuori.'
    Subito gli era parso mostruosamente grosso e decise che mai avrebbe permesso di farselo introdurre nel suo piccolo buchino. In seguito, innamorata più che mai,aveva acconsentito ad effettuare 'lavoretti' manuali ed infine anche 'orali', quesfultima pratica aveva dei risvolti di sapidità non piacevoli e c'era voluto del tempo per abituarsi. L'unica cosa che non apprezzava in Tonino e che non sapeva farla godere. Il boy, come molti suoi coetanei, aveva idee confuse sulla conformazione sessuali tà femminile, le sue mosse maldestre avevano convinto Melania a riprendere le buone abitudini acquisite da bambina. Una svolta nella vita di quesfultima avvenne allorché giunse a scuola il nuovo professore di educazione fisica: durante l'ora di ginnastica : durante l'ora di lezione tutte le sue compagne di classe erano eccitate. Sandro Ridolfi proveniva da Ferrara ed aveva partecipato alle ultime olimpiadi nel corpo libero. Era stato eliminato al primo turno ma restava il fatto che poteva sfoggiare un fisico muscoloso, scattante e col petto con la classica forma di carapace di testuggine.
    Abitava in una villa vicino al lago di Ganzirri di proprietà di suoi cugini, i Milioti, ricchi commercianti di vini. Il motivo di quel trasferimento a Messina non era dato sapersi ma, tutto sommato, non interessava nessuno o quasi.
    Un giorno Melania, mentre giocava a pallavolo cadde a terra ed affermò di essersi fatta male ad una caviglia. L'insegnante Ridolfi ritenne opportuno penderla in braccio ed accompagnarla con la sua auto al pronto soccorso. Dinanzi al medico di turno Melania non ricordò con sicurezza quale caviglia si fosse infortunata... "Professore sono pesante, si è stancato a tenermi in braccio?"
    "Per ora mi sono stancato di farmi prendere in giro, ti accompagno a casa e vedremo quello che diranno i tuoi genitori!" "Professore non mi rovini, soprattutto mia madre la prenderebbe male, la prego...sono pronta a pagare pegno."
    'Tradotto in parole povere quale sarebbe?" "Quello di darmi il suo indirizzo di casa sua. " "A che servirebbe?"
    Nella vita non si sa mai." Melania aveva buttato l'amo e vi aveva inserito un verme appetitoso, se stessa, si era stancata di un bambino, tale considerava Tonino e voleva concedersi nuove esperienze.
    I giorni passavano inutilmente, Melania si sentiva offesa, non era una ragazza da buttare anzi...
    "Professore mi si è acuito di nuovo il dolore alla caviglia."
    "Il dolore non è un pochino più in alto?" Melania era diventata rossa in viso, per fortuna nessuna aveva potuto udire la conversazione, era in fondo alla palestra. "Posso andarmene dopo che mi ha trattato da puttana?"
    "Non era mia intenzione, ti chiedo scusa, tieni."
    Sandro le aveva passato un biglietto con un numero telefonico l'indirizzo della sua abitazione a Ganzirri.
    Melania doveva risolvere due problemi:
    escogitare una scusa per allontanarsi da casa;
    trovare un mezzo di locomozione per raggiungere Ganzirri da viale dei Tigli, non aveva la patente né tanto meno una macchina.
    Soluzione:
    -copertura da parte di Margherita sua compagna di scuola;
    una bicicletta procurata dalla stessa.Melania percorse velocemente gli otto chilometri di distanza, senza, per fortuna, incontrare alcun impiccione parente o amico che fosse.
    Sandro era dinanzi al cancello della villa ad aspettarla, prese la bicicletta e la depositò nel garage fuori della vista di estranei.
    "Che bel posto, vorrei visitare il giardino, da fuori sembra magnifico."
    Sandro non fu particolarmente felice della richiesta che considerò improvvida ma non fece commenti.
    Melania ebbe modo di ammirare i prati all'inglese, le siepi ben tenute, gli alberi di alto fusto, le terrazze che degradavano verso il lago ed infine la gabbia degli uccelli.
    Furono accolti da un 'cornuto' parola pronunziata da un bell'esemplare giallo e nero di pappagallo.
    "Vedi questo è il pierino della specie, è un pappagallo indiano che, oltre che alle parolacce apprese da un giardiniere palermitano, imita in maniera perfetta tutti i suoni. Sto scass...zzi in passato ha fatto impazzire un po' tutti: col suo trespolo era stato piazzato all'ingresso della villa. Aveva imparato così bene ad imitare lo stridio del cancello che, ad ogni sua performance, qualcuno andava a controllare. In ultimo è stato sgamato ed immediatamente esiliato fra gli altri uccelli." Entrarono in casa, all'interno si avvertiva la mano di un architetto, gli alti muri erano rivestiti con marmi pregiati, i mobili di legno massiccio erano di fattura antica, ben restaurati, tutto dava l'idea di opulenza e di buon gusto.
    "Questa è la mia stanza arredata con arte povera ma l'ho migliorata con un televisore maxischermo e con un home thèatre. Poco dopo infatti la stanza fu inondata da una musica romantica.
    Sandro prese Melania fra le braccia iniziando a ballare ma per modo di dire in quanto non si spostava da una mattonella, si francobollò sul suo corpo mentre le mani presero a strizzare violentemente le natiche di Melania che si trovò in bocca un grosso randello che le impediva di respirare. Per ultimo dovette assaporare una spuma acida che nulla a che fare aveva con quella di Tonino. La signorilità e lo stile non erano di casa dalle parti di Sandro abituato più a trattare con professioniste del sesso.Melania andò in bagno a vomitare, era stralunata.
    "Ti senti male?"
    'Tra poco ti sentirai male tu, maledetto maiale" e prese in mano un grosso candelabro. L'insegnante di ginnastica fece ricorso a tutte le sue qualità di atleta ed approdò velocemente al piano di superiore, non riusciva a capacitarsi del comportamento di Melania, talvolta le donne...
    Melania in bagno di riempì la bocca di dentifricio per cercare di eliminare quel cattivo sapore, in garage prese la bicicletta e via a casa di Margherita alla quale raccontò gli ultimi avvenimenti ed insieme concertarono di riferire tutto al preside il giorno seguente.
    professor Pugliatti le accolse col solito sorriso che sparì presto dalla sua bocca allorché apprese le malefatte del professor Ridolfi.La versione dei fatti di Melania era un pò 'prò domo sua' ma fu creduta in toto. Dopo quattro giorni il professore di ginnastica Sandro Ridolfi andò a mostrare il suo carapace in un'altra scuola d'Italia trasferito d'ufficio dal Ministero della pubblica Istruzione, pare che avesse avuto altro analogo incidente a Ferrara...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 17:57
    SALVO E LA GELOSIA

    Come comincia: Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner.
    La gelosia:
    "È un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre", Shakespeare ha ragione;
    è un sentimento degli dei pagani verso gli uomini; gli dei non gradivano che i mortali si 'facessero' le loro femminucce;
    è una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura;
    è la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te.Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancor di più; se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna.
    Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici.
    Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole!
    Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei...
    Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente, offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso e lussureggiante bel vedere non devi lamentarti affermando:
    "Non dovevi farlo!" non spiegando a chi ti riferisci:
    alla consorte troppo ... generosa;
    al fotografo che ci ha guadagnato sopra;
    all'allupato, abbagliato spettatore che sbiluccica le immagini.Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati.
    Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri, rivolgiti agli dei Dioniso o Pan se sei pagano o, se cattolico, a san Giuseppe od anche a san Martino, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltar pagina: sdraiati su di un morbido giaciglio con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina la tua amata che, languidamente, emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che, guardandoti, ti sussurra:
    "Sto con lui ma è come se giacessi con te, la mia gioia è pure ia tua..." Ammira la sua faccia tosta!
    Ecco vedi come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché moglie allenata è come un'atleta, rende di più...
    Ed, infine, non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola a mio favore con la tua amata, te ne sarei tanto grato...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 11:12
    IPPOCRATE TRADITO?

    Come comincia: Uno degli argomenti con cui amate interrogarmi è quello che riguarda le “ medicine alternative “ e le cure spirituali. Ad ogni domanda su questo tema ho sempre risposto in maniera vaga e poco esaustiva, oggi però, in seguito ad una mail che mi arrivata “ piena di certezze “, voglio esporre il mio parere.Faccio una premessa antipatica ed è quella riguardante la Sanità. Nonostante la buona fede di tanti medici e operatori del settore ospedaliero, ritengo che, ad oggi, la Sanità si comporti e sia a tutti gli effetti un’ Azienda predisposta al business e al profitto. Sarebbe pertanto illusorio e “ paranormale “ credere che l’ AZIENDA SANITA’ rinunci ai propri clienti e ai propri interessi. Alla luce di questa PERSONALE considerazione è dunque improbabile che vengano somministrate le cure migliori, più adatte, più economiche e soprattutto risolutive. E’ forse più facile e credibile che si curi un problema per farne sorgere un altro, in modo da creare una costante necessità dei servizi offerti dall’ Azienda. E’ anche ipotizzabile che, lobby economiche e case farmaceutiche si attivino per carpire la buona fede dei medici e degli operatori sanitari, incuranti minimamente ( tali lobby ) dell’utente finale degli effetti del prodotto somministrato. Alla luce di questa premessa, fatta di CONSIDERAZIONI PERSONALI, ritengo che sia opportuno rivolgere l’attenzione ANCHE verso cure alternative e alimentazioni il più possibilmente naturali.

    Detto questo però sono fermamente convinto che, nonostante i difetti del corpo siano riconducibili a carenze energetiche dello spirito, di questioni mediche debbano occuparsene i medici e che la MATERIA vada curata con la chimica e la biomeccanica più che con le cure spirituali. Con ciò non voglio affermare che l’energia spirituale non sia in grado di curare e di ripristinare alcune funzionalità del corpo fisico, ma POCHISSIME PERSONE HANNO UN’EVOLUZIONE E UNA CONSAPEVOLEZZA TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE. Se un soggetto che non si è mai occupato della propria “ anima “ pensa di curare un cancro in pochi mesi di meditazione, dieta e preghiera, forse è meglio che si prepari ad un sereno passaggio dimensionale. Se una persona ritiene dai aver percorso un cammino spirituale valido a tal punto da consentirgli di curarsi laddove sorgano dei problemi legati alla materia, e questo cammino non è stato altro che la frequentazione quotidiana di santuari o la recita di rituali e pergamene, forse è opportuno che aggiunga insieme allo “ spirito “ anche una buona dose di medicina. RIPETO : con ciò non voglio dire che le cure “ energetiche “ non funzionano, ma sono lunghe, faticose e inutili se praticate nel tipico contesto sociale in cui vive la maggior parte di noi. E’ doveroso da parte mia fare anche un’altra considerazione ed è quella di ricordarvi che le “ PERSONE CHE HANNO UN’EVOLUZIONE SPIRITUALE TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE, “ difficilmente si ammalano. Sconsiglio anche vivamente di rivolgersi ad operatori che promettono di curare problemi seri e gravi legati alla vostra salute e al vostro corpo poiché, nonostante ritenga valide alcune pratiche esoteriche e alchemiche non sono di certo l’alternativa valida alla medicina. Un conto è un’infiammazione di un muscolo o un orzaiolo, che possono essere tranquillamente trattati con Pranoterapia e Ritualistica, altro conto è una leucemia o un sarcoma e, soprattutto gli operatori realmente in grado di agire e condizionare l’energia vitale dell’individuo, si contano sulle dita di una mano. LE PRATICHE SPIRITUALI E NATURALI AIUTANO E VELOCIZZANO I PROCESSI DI GUARIGIONE. IN ALCUNI SOGGETTI, CHE HANNO UNA GRANDE EVOLUZIONE SPIRITUALE POSSO SOSTITUIRE COMPLETAMENTE LE EVENTUALI CURE MEDICHE.

    Pur non entrando in una vera e propria spiegazione del rapporto spirito/corpo = energia/materia dell’ibrido umano, vorrei argomentare le considerazioni che ho appena fatto. La Materia/Corpo è alimentata da l’ Essenza dell’individuo, ovvero una forma di energia consapevole e cosciente che possiamo tranquillamente chiamare “ Anima “. Questa Energia si connette al corpo con una serie di flussi immaginabili come dei fili conduttori, più forti sono questi connettori e questi flussi e più il corpo prende vigore e si rafforza, ma perché siano forti i connettori, occorre che l’ Energia Anima sia brillante e vitale. Se la materia prende il sopravvento sull’ essere ibrido, i connettori si affievoliscono e il corpo diventa il padrone delle nostre necessità. Cibi grassi, zuccheri, vita sedentaria ecc.. soddisfano le esigenze di un corpo, ma non di uno spirito. Ansie, paure , frustrazioni, invidie ecc.. creano invece le condizioni perché sia il corpo mentale ad essere egemone e anche questo riduce al minimo la vitalità dell’ energia anima. Chi pertanto ha vissuto una vita fatta di questi presupposti non può certo permettersi di curarsi in pochi mesi di attività spirituale, questo perché per ripristinare una buona connessione energetica tra gli elementi occorre tanto tempo , tanta pazienza e tanto sacrificio ( sacrificio solo per chi è abituato ai vizzi del corpo ). Chi invece ha curato da sempre lo spirito, è certo di avere una buona fonte di energia che saprà, non solo proteggere il corpo da eventuali problemi legati alla materia, ma ripristinare più velocemente problemi e disagi di carattere fisico. Purtroppo come spesso succede, a rovinare i rapporti a due, c’è il terzo incomodo della Mente, cresciuta in base ai parametri sociali in cui si sviluppa l’individuo e, quelli occidentali, non sono mai rivolti allo spirito. Nel dubbio, cominciamo fin da ora a rafforzare la propria energia anima, in modo tale da averla pronta in caso di necessità, ma è doveroso ricordare anche che l’ anima non si rafforza all’interno di cammini religiosi che, nella stragrande maggioranza non si comportano altro come la SANITA’.

    Ensitiv

  • 20 ottobre 2016 alle ore 8:43
    UN AMORE FOLLE

    Come comincia: “Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento!” Questa tiritera Maurizio l’aveva recitata a tavola dove sedevano anche la madre Eleonora ed il padre Armando il quale: “Ah regazzì chi t’amparato ste zozzerie e poi dinanzi a tu madre!” “Nun ce crederai ma l’ho sentita da te quand’eri sotto la doccia solo che tu dicevi due e non tre palmi il motivo è che…” “Lasciamo perdere, stavo scherzando e finiamo stò piatto di pappardelle all’anatra in onore di tua madre che s’è sacrificata tutta la mattina ai fornelli.”
    Alberto era il capo della famiglia  Bevilacqua cognome quanto mai inappropriato in quanto  i suoi antenati erano immigrata a suo tempo nella città eterna provenienti dalle Marche, famosa regione per il vino ‘Verdicchio’.
    Rispetto a tante altre unioni famigliari quella di Alberto poteva considerarsi d’esempio: lui consulente presso uno studio tributario,belloccio ,  la gentile consorte una ammazzone di m.1,80  simpaticissima e sempre sorridente insegnante di ginnastica, il figlio Maurizio con fisico materno, bravo a scuola  con girl-friend Susanna anche lei sedicenne iscritta al primo liceo classico. Talvolta Mau ne combinava qualcuna delle sue come quando fece pervenire ad una sua compagna di classe molto religiosa, timida e vergine un ‘pizzino’ con su scritto: ‘you make me a  blowjob?’  che la ragazza tradusse puntualmente come una richiesta di sesso orale. Il biglietto fu portato in cattedra al professor Gatti laico, miscredente e ateo come Maurizio ma che non poté far altro di far presente la situazione al preside con la conseguenza della sospensione di Maurizio dalle lezioni per tre giorni con un rimprovero scritto.
    Tutto sommato la questione fu presa in famiglia come una ragazzata con la promessa dell’interessato di farsi fare quel lavoro dalla sua ragazza!
    Il menage famigliare era piuttosto costoso, affitto per l’abitazione,  oltre le normali spese di gestione una Smart per Eleonora, un Cinquecento per Alberto e un motorino per Maurizio e così Eleonora di pomeriggio si recava presso una vicina palestra per fare la ‘fitness instructor’ e da qui cominciarono i problemi, vi spiego il perché. Frequentatore della palestra un tale di nazionalità inglese ma di madre italiana tale Archie Morris cinquantenne, uomo di stile nel vestire e nel porgersi alla gente, elegante nel tratto piuttosto ben visto dal gentil sesso, scapolo, concessionario delle marche inglesi di automobili Aston Martin, Mini e di motociclette Ariel. Inutile dire che le signore frequentatrici la palestra gli giravano intorno come trottole ma il cotale con un sorriso le allontanava sin quando…e qui cominciarono a sorgere problemi.
    Chissà quale meccanismo amoroso era scattato nella mente di Archie ma la visione di Eleonora lo sconvolse e dire che di donne in passato ne aveva sempre fatto collezione senza legarsi a nessuna ma…e così prese a farle la corte: “Gentile signora, purtroppo i miei cinquantanni mi hanno portato come non gradito regalo una leggera pancetta di cui farei volentieri  a meno, mi darebbe un a mano per ‘spianarla’ un po’, le sarei grato.”
    Per Eleonora era una normale richiesta di un cliente della palestra a prese a cuore la cosa tanto da star molto vicino all’italo inglese e riceverne le confidenze.
    “Sono di padre inglese ma di madre italiana, di Roma, purtroppo mia moglie, un cancro… e i miei genitori morti in un pauroso incidente stradale così mi ritrovo solo, ho un appartamento a Londra vicino a Tamigi dove  talvolta mi ci reco per il week-end, gli affari vanno bene ma…e dopo quel ma un sospiro come per chiedere aiuto. Ogni giorno che passava il distinto inglese era più in armonia con Eleonora che non disdegnava le sue confidenze e la sua compagnia tanto da essere invitata a cena, invito non accettato consorte di Alberto che però cominciava ad essere in crisi con se stessa. Una volta si ritrovò nella tasca della sua tuta un assegno di conto corrente in bianco. Chieste spiegazioni, il buon Archie la buttò sul ridere. “Un piccolo omaggio alla sua bellezza!” chiamalo piccolo, Eleonora poteva scriverci qualsiasi cifra, l’assegno tornò al suo proprietario. In seguito il cotale le mostrò nel suo telefonino un collier di oro bianco con perle e diamanti: “Bello vero?”. Altra volta: “Che ne dice di cambiare la sua Smart con una Mini Countryman, è molto ‘alla page’. Eleonora conosceva quella macchina e ci avrebbe fatto volentieri un pensierino, maledizione, ci voleva proprio quell’inglese a complicarle la vita. Pensò di dare di dimissioni dalla palestra ma poi..per motivi vari (ufficialmente per motivi economici) ma la verità era un’altra: l’inglese gli era entrato nel cuore con i suoi modi signorili, mai un’avance  sessuale ma si vedeva che il cotale avrebbe volentieri …
    Il cambiamento dell’umore di Eleonora non sfuggì ad Alberto. Quando si erano conosciuti avevano fatto un patto: massima sincerità nei loro rapporti, in qualsiasi campo non un contratto all’americana che ritenevano piuttosto volgare senza fiducia reciproca e quindi…
    “Appena me la sento ti dirò tutto, per ora…”
    Eleonora da poco tempo soffriva di mal di pancia mai avuti in passato, si dice che l’intestino è il secondo cervello,  questa affermazione nel suo caso era veritiera.
    Un sabato sera, quando Maurizio era uscita con la fidanzata Eleonora prese coraggio e mise  al corrente Alberto di tutta la storia senza tralasciare alcun particolare, il consorte che aveva immaginato qualcosa di simile le chiese solo: “Mi ami ancora?” “Moltissimo te le giuro ma…”
    Un pomeriggio Archie prese coraggio e invitò Eleonora e la sua famiglia a passare il weekend presso la sua villa sull’Appia antica, proposta passata al vaglio di Alberto che, ragionandosi sopra, ritenne di accettare, a quel punto…
    Ne doveva avere di soldi Archie, la villa di due piani, molto ben tenuta doveva costare un occhio della testa per tenerla in ordine com’era, due ettari di terreno intorno con piante esotiche, prato all’inglese e siepi curate; la famiglia Bevilacqua con al seguito Susanna era  rimasta basita da tanto lusso ostentata con leggerezza dal padrone di casa. La cena, servita da cameriere in smoking era fuori del comune: tagliatelle al sugo di lepre, cacciagione di varie specie, molto difficile da reperire, e poi costolette di agnello a scotta dito, insalate di tutti i generi, frutta servita in grandi vassoi d’argento. anche le posate erano dello stesso materiale, un omaggio al lusso!
    Archie stava facendo di tutto per sembrare simpatico e mostrò con modestia la sua magione, impossibile non rimanere impressionati.
    Alla fine della serata: “Quando vorrete sarete tutti i benvenuti” e a Maurizio: “Sono concessionario delle moto Ariel, penso che, come tutti i giovani vorrai avere una moto, dimmi quando avrai compiuti il diciottesimo anno sarà tua.
    Ritorno a casa in silenzio, nemmeno Maurizio, di solito casinista, aveva voglia di parlare, ognuno per motivi propri, soprattutto Alberto il quale il giorno dopo chiese ed ottenne di non andare in ufficio per una settimana, aveva bisogno di star solo per riflettere. La mattina a piedi lungo gli argini del Tevere irato à patri numi come nella poesia del Foscolo.
    “Eleonora dobbiamo fare il punto della situazione, inutile tacere dinanzi ad un problema, che desideri fare, io non ti lascerò mai, ti amo e sarebbe per me una perdita irreparabile.”
    “Non pensavo mai di amare due persone, è quello che mi sta succedendo, ho pensato a lungo, dipende anche da te, Archie mi vuole a tutti  costi, se sei d’accordo passerei un po’ di tempo con lui a Londra…”
    “Insomma una poliandria come nel Tibet ovvero una bigamia, devo stabilire con me stesso se riesco a sopportare la situazione, nostro figlio che penserà? dammi qualche giorno di tempo.”
    “I giovani di oggi  sono più aperti di noi in fatto di sesso, penso che avrà capito tutto, sarà allettato dal dono della moto che a Roma hanno solo i ricchi, costa un patrimonio.”
    Maurizio telefonò ai suoi parenti a Jesi,nelle Marche, avrebbe passato qualche giorno con loro, nel frattempo Eleonora avrebbe assaggiato l’aria di Londra e non solo, l’aria…
    Dopo quindici giorni la famiglia Bevilacqua era di nuovo al completo nella casa di  Roma in via Appia Nuova,  non quella Antica dov’era la villa del signor Morris.
    “Non voglio fare il ‘cuckold’ all’inglese ma vorrei sapere come sono andate le tue cose in campo sessuale.”
    “Non per consolarti ma Archie ce l’ha più piccolo del tuo e in campo erotico non è bravo come te, senza paragoni!”
    Era una bugia, un buon inglese aveva dimostrato quanto fosse sbagliato il proverbio: “Niente sesso siamo inglesi”, Eleonora aveva goduto alla grande come non mai, la sua era stata una bugia consolatoria per il marito. 
    Conclusione di questa avventura insolita: Eleonora, invidiata dalle sue colleghe che si posero tante domande poté mettersi al volante di una nuovissima Mini Clubman verde, il colore alla moda, Maurizio folleggiava per le vie di Roma con una strepitosa Ariel con dietro la deliziosa Susanna, Alberto...Alberto per orgoglio rinunziò ad una Aston Martin DB11 e rimase fedele a mamma Fiat con la sua 500, non aveva voluto speculare sulle qualità nascoste ma redditizie della consorte, talvolta l'orgoglio non paga!
     

  • 17 ottobre 2016 alle ore 1:42
    UN CUCKOLD, UNA SWEET, UN AMORE PARTICOLARE.

    Come comincia: Maurizio non era solito prendere il tram per rientrare a casa dall’Università ma la Cinquecento in riparazione lo aveva costretto ad usare quel mezzo di trasporto per ritornare a casa a Messina, in viale dei Tigli. Il tram stava giungendo ad capolinea vicino alla villa Sabin ma, stranamente una giovin signora se  ne stava in piedi  appoggiata alla maniglia di un sedile.
    Mau, da sempre dedito alle conquiste femminili,  pensò bene di avvicinarsi e, con fare indifferente, andò a sedersi sul sedile dove la dama aveva poggiato le mani. Sguardo indifferente della stessa che seguitò a guardare il panorama sin quando il mezzo di trasporto si fermò ed aprì le porte.
     ‘Capolinea’ la voce del conducente indusse tutti a scendere. La bionda scese e, lento pede,  si incamminò verso un vicino cancello dove erano situate varie villette. Mau la pedinò sin quando la stessa entrò in un portone poi riprese la strada per arrivare a casa sua.
    La visione di quella femmina di lusso (alla Pittigrilli, non sapete chi è, è uno scrittore a suo modo porno del primo novecento)le era rimasta impressa nella memoria: fronte alta, occhi grigi, naso all’insù come piaceva a lui (le femminucce dai grandi nasi gli sembravano dei travestiti) ed una bocca carnosa che invitava a pensieri...cattivi, maglietta rosa senza reggiseno, le tette deliziosamente piccole si muovevano ad ogni sobbalzo del tram. (Mauro non amava i seni da balia) occhi grigi, vita stretta,  pantaloni aderenti che mettevano in evidenza un bel sedere, altezza quasi quanto la sua che era di un  metro e ottanta, insomma un gran pezzo di…
    Nei giorni successivi Mau pensò molto a quella magnifica visione, sentiva che gli era entrata nel cuore, nel cervello, nel…insomma  se ne era innamorato anche se riteneva ridicolo innamorarsi di una femminuccia vista una sola volta, ma tant’è! Questa infatuazione lo portò a effettuare cose non proprio, come dire, intelligenti come fare un appostamento di ore all’ingresso principale dell’abitazione della cotale, sembrava un quindicenne alla sua prima cotta. La cosa non passò inosservata alla signora che una volta lo notò e lo affrontò: “Non so se debbo essere lusingata o preoccupata la mia domanda è…” “Le rispondo subito, anche se mi ritengo un razionale questa volta sto vivendo una situazione forse ridicola, non sono il solito disturbatore del gentil sesso, il fatto è che lei è la persona che mi ha stregato, voglia scusarmi.” E stava per andar vita quando…”Mi faccia compagnia, sto andando a prendere la mia auto, destinazione centro di Messina per acquisti.” Infatti poco dopo apparve una Jaguar con alla guida madame che con un sorriso lo fece accomodare nel sedile del passeggero.
    “Penso che avrà problemi di parcheggio per l’auto, il mio abituale è quello del Cavallotti, lo conosce?” “In verità no, in ogni caso è il benvenuto, non è molto tempo che abito in questa città, sono di parte femminile svedese, i miei, purtroppo sono deceduti in un incidente stradale, son qua con mio marito, forse lei lo avrà sentito nominare, è il chirurgo plastico Giuseppe M…., a proposito mi chiamo  Lucia come tante svedesi.”Un stretta di mano poi posteggiata l’auto visita a vari negozi femminili, cosa sempre aborrita da Maurizio, i maschietti al seguito di femminucce animate da furor di acquisto lo aveva sempre fatto ridere, ora ci era cascato lui!
    “Ora che ho finito di far il cavalier servente io vorrei tornare a casa, l’accompagnerò alla sua, mi indichi la strada.”
    Maurizio si fece portare sin nel cortile di casa sua, avrebbe voluto invitarla…”Non è il caso, arrivederci.” “Non è il caso di cosa?” “Dica la verità voleva che salissi nel suo appartamento o mi sbaglio?” “Nessuno sbaglio, lei è una maga, vorrei darle del tu e…” “Vorrebbe ben altro mio bel giovane ne pas? Diamoci del tu senza illusioni da parte sua, questo è il numero del mio cellulare, usare con parsimonia.” “Marito geloso? “Assolutamente no, è più svedese di me altro che siciliano!, au revoir.” Una perfetta marcia indietro e Lucia sparì dalla visione di Maurizio che lemme lemme salì in ascensore sino al suo piano.
    “Mau figlio mio hai una faccia…” “Quella che mi hai fatto tu dolce mammina, ho incontrata una fata.” “Basta che non sia una strega, vieni a tavola, a proposito sa cucinare?”  La signora Rosa era la classica genitrice della maglia di lana e del figlio paffutello. E chi pensa a mangiare pensò Mauro, era senza forze, non vide l’ora di buttarsi sul letto dove lo raggiunse  Mercurio, il suo dio preferito, che lo dileggiò sin quando Morfeo non lo prese fra le sue spire.
    Ormai Lucia era diventata per il giovane un pensiero fisso, la immaginava a casa sua a letto che dormiva, il suo risveglio, il nudo sotto la doccia e, in campo sessuale, un punto interrogativo. Che voleva dire che suo marito era più svedese di lei, troppi interrogativi, Mau si decise a telefonarle, era le otto e mezzo di mattina: “Sono…” non riuscì a fiore la frase che: “Ho capito subito che eri tu anzi mi sono meravigliata che non mi hai chiamato prima, desidero andare al mare, ti vengo a prendere con la Jaguar, non desidero mettere piede nella tua bagnarola, sto scherzando, fra un pò mi vedrai spuntare nel cortile.”
    “Andiamo al lido di Mortelle, ho affittato una cabina per tutto il mese.”
    La Jaguar sembrava volare sulla strada Panaramica dello  Stretto, Lucia guidava fregandosene bellamente del codice stradale e facendo sorpassi uno dietro l’altro.
    “Guarda che c’è il limite dei 50 orari, oltre alla contravvenzione potrebbero toglierti punti dalla patente.” “Nessun problema, tutto a carico di Giuseppe.”
    Maurizio non parlò più per tutto il tragitto, cercava di immaginarsi il costume che avrebbe indossato Lucia e…rimase di stucco quando la signora toltosi il leggero vestito apparve con un costume  brasiliano: un francobollo davanti ed un filo di dietro, una piccola fascia copriva solo il capezzolo. “Non fare quella faccia, mi sembri Pierino nel paese delle meraviglie!” e di slancio corse verso la battigia per poi infilarsi pian piano in acqua.
    “Non amo il freddo anche se per metà sono svedese, andiamo al largo, sai nuotare?”
    “Come un pesce” e presero a fare a gara chi era più veloce sinché si trovarono abbastanza al largo.
    “Vorrei parlarti di un argomento importante, mio marito: è un cuckold termine inglese che indica chi si eccita nel vedere la propria donna  sweet  fare sesso con un altro. Ho avuto questa esperienza per volere di Giuseppe che ha invitato un suo amico che però era non bello, volgare e soprattutto non ci sapeva fare a letto, una esperienza da dimenticare e così ho preteso da Giuseppe  che, pur accontentandolo, avrei io scelto un partner e il cotale sei tu ma non faremo sesso sin quando non saremo a casa mia per ora solo una assaggio orale.
    Maurizio prese a fare il morto mentre Lucia si dedicò ad una fellatio  sin quando la sua deliziosa bocca fu riempita da una flusso violento e prolungato. 
    “Ha un buon sapore, ho avuto mano felice nello sceglierti, ed ora a riva.”
    Dopo aver preso il sole per circa due ore ritorno a casa. “Ti telefonerò io per l’appuntamento, ciao mon amour.”
    I giorni passavano senza notizie di Lucia, Maurizio era impaziente e nervoso.
    “Figlio mio ti vedo triste, la tua bella ti ha lasciato?”
    Poco dopo giunse una telefonata: “Sabato sera alle 18 a casa mia, vieni a piedi.”
    il laconico messaggio. I due giorni più lunghi della vita di Maurizio; cercava di studiare ma con poco profitto, gli esami all’Università erano imminenti.
    Vestito elegante ma sobrio Maurizio si presentò a casa di Lucia mezz’ora prima dell’orario stabilito.
    “Sei in anticipo, io e mio marito ci stiamo preparando, vai nel salone e accendi la tv.” Giuseppe era un quarantino moro, altezza media niente di speciale pensò Maurizio, sicuramente ricco. Presentazioni: ‘Come sta’ da parte di Mau invece del solito ‘piacere’ segno di stile da parte sua.
    “Sediamoci, abbiamo ordinato la cena in da un ristoratore qui vicino, d’estate fa troppo caldo per cucinare e Lucia…” “Non sa cucinare” pensò Maurizio ma quel lato della baby sinceramente gli interessava poco.
    La padrona di casa apparve poco dopo: una visione: sotto un vestito elegante e trasparente si intravedevano reggiseno mini e slip pure mini.
    “Ho conosciuto mia moglie e Rimini un anno addietro, ero là per un convegno di studio e lei in vacanza con i suoi genitori, inutile dirle che mi ha colpitola sua avvenenza, bene diamoci del tu dato che sappiamo tutti il motivo per il quale sei qui.”
    Suono del campanello dell’ingresso: due camerieri con la cena e due bottiglie di un vino bianco siciliano. “Non dico buon appetito, è volgare vero cara?” La cara sembrava fra le nuvole, forse già pregustava l’incontro mentre Maurizio era perplesso per come si sarebbero svolti gli avvenimenti.
    “Io e mio marito nel mio bagno, tu nell’altro, appuntamento in camera da letto, march.” Lucia era sorridente.
    Maurizio fu il primo a prendere possesso del talamo, si coprì col lenzuolo per non far vedere subito il suo coso già in posizione di assalto al solo pensiero di un futuro godereccio.
    I due coniugi apparvero abbracciati e si baciarono palesemente per dimostrare il loro affetto reciproco. Chiuse le finestre il locale fu illuminato solo dalla luce di un abat-jour, atmosfera godereccia!
    Lucia prese in mano la situazione, scoprì il corpo di Maurizio supino, si fece penetrare in vagina e,vis a vis, prese  a cavalcarlo dolcemente. Giuseppe dinanzi a quello spettacolo si eccitò e si impossessò del culino della consorte prima lentamente poi sempre più velocemente per circa cinque minuti, smise per qualche secondo e poi riprese  sin quando godette una seconda volta e si ritirò in buon ordine lasciando libero il campo alla consorte ed all’amante i quali, vista la situazione, presero a dare sfogo alla voglia repressa da troppo tempo prima con un sessantanove e poi con tutto il repertorio della scienza erotica. Il marito seduto su una poltrona prese a masturbarsi.
     “Ammazzete che zozzone” pensò Maurizio per un istante ma poi riprese ad infilarsi nei pertugi di Lucia la quale dopo un lasso di tempo: “Basta, mi hai distrutto!”
    Il sabato era ormai  un appuntamento fisso con la solita coreografia solo che qualche volta Giuseppe si metteva supino e penetrava Lucia davanti e Maurizio dietro, quella stanza sprizzava sesso da tutte le parti!
    Anche le cose belle hanno una fine. Dopo circa sei mesi Maurizio prese delle scuse per evitare il sabato di andare a casa di Lucia la quale non se ne lamentò gran che. Conclusione la baby si era trovato un altro fustaccio per sé e per il per il marito cuckold e Maurizio una bella siciliana mora, meno altadell’amante ma con tette più voluminose, sguardo caliente ed una furia a letto.
    Mercurio di congratulò col suo protetto per la fine della storia, troppo impegnativa, e soprattutto per la conquista di una bella fidanzata molto gelosa ma non consapevole delle precedenti gesta del suo Mau che, da gentiluomo, tenne per sé la storia.
     
     

  • 12 ottobre 2016 alle ore 16:46
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) nè nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante è il guadagno conseguenza del lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi… fortunati.
    Abitante a Messina Ferdinando sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio.
     Ferdy a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente ma solo formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle che volentieri di sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo: altezza unoesettantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma..ma..con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo.
    Anna era felicemente maritata con Alberto più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato.
    Un giorno Anna: “Ferdy perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”
    Ferdinando nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Ferdy ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Freddy fu invitato nel teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Freddy rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Ferdy non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato.
    Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Ferdy, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!”
    Alberto la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”
    Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e domani era un sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Naturalmente chiamò al telefonino Ferdy che non credeva alle sue orecchie, con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Ferdinando era un unico isolato a due piani, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.
    “Non sapevo che avessi un cane, bellissimo. “ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”
    “Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro"…” È questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale e quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici ma…
    “Ferdinando vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …”
    “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alberto.
    Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Ferdy fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cuinnilingus poi a sua volte  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Ferdy proprio non ne voleva sapere di alzarsi.
    “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”
    Quella per Ferdy sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Ferdinando che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alberto a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Ferdy prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Ferdy che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto più lungo di quello di Alberto pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Ferdy che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…
    Ferdy sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!” Nessuna fermata, Ferdy era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Mi hai distrutto, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione finale.”
     Dire che la vita di Ferdinando era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Ferdinando il quale però non dimenticava la cara Anna che aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa da Anna la quale piuttosto impacciata : “Ferdy stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare ..”
    Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alberto supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di Alberto in fica e Ferdy immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di prendere in bocca il coso lungo di Ferdy per una goderecciata finale e poi: i coniugi nel lettone e Ferdy sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.
    Ferdinando trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

  • 31 ottobre 2015 alle ore 0:07
    La Gatta

    Come comincia: C'era sempre dell'astio quando guardavo i suoi occhi; ad un certo punto, mi veniva sempre in mente la storia del gatto nero (il mio con precisione), quel gatto che avevo tanto amato e che se n'era andato così, il due di ottobre, mandandomi segnali nei sogni per poi stendermi il morale completamente. 
    Tutt'ora, se sono in compagnia di gatti, ripenso sempre a quegl'occhi e così mi ritorna alla mente quella storia che tanto cerco di dimenticare.

    Il fatto è che mi capita sempre quando guardo i miei di occhi, e penso spesso che i miei ed i suoi sono stati così vicini ed uguali che, un pezzo della storia, l'abbiamo vista insieme; lei la mia e io la sua.
    Poi faccio finta di nulla, il sipario cala e cambio pensiero. E' un pò così che va la vita, no?
     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:27
    Let's go!

    Come comincia: Let's go. Andiamo.Lascia perdere quegli incroci bloccati dalle menti confuse, lì le anime hanno smesso da tempo di chiedersi perchè si ostinano ad aspettare un turno che non arriva mai.marcia: fa inversione e fa strage di chi ti viene contro. Ricordati di guardarli negli occhi, quando metterai il piede sull'acceleratore. Troverai sguardi smarriti e terrorizzati dal doversi ridestare dal proprio torpore. E' proprio allora che dovrai annullare ogni pietà. Fa pure una strage, tu ne uscirai indenne.Percorri quella strada che non hai percorso mai. Non hai bisogno di lampioni che la illuminano. Meno luce c'è, più puoi servirti del tuo faro personale. Illumenerà cose che mai avresti pensato potessero esserci. Tipo la fine in fondo ad un tunnel.

    Le rotonde devono essere una giostra. Giraci attorno quanto tempo vuoi, ogni volta che vuoi. Lascia perdere i clacson dei sicuri di sè che non vedono l'ora di sbarazzarsi del tuo "rottame" per lanciarsi spediti sulla strada prescelta. Saranno i primi a tornare indietro quando troveranno un ingorgo.Tu prenditi tutto il tempo del mondo prima di svoltare. 

    E se dovesse finire la benzina, continua a piedi.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:25
    Goodbye

    Come comincia: La cosa che aveva tra le mani emise un latrato. O quello le sembrò, per quanto potesse importarle. L'unica cosa certa era che, qualsiasi fosse stato il verso giusto da attribuirgli, stava senz'ombra di dubbio soffrendo.
    Le aveva artigliato le braccia nel vano tentativo di fermarla, ma i colpi erano andati a segno ugualmente. Inevitabilmente.
    Il suo sangue s'era mischiato a quello della cosa, scorrendo lungo gli arti, imbrattando il bianco immacolato del pigiama che indossava. Ad un certo punto era riuscito a sfuggirle. L'aveva inseguito sotto al letto, afferrandolo per quella specie di manto che usava rivestirne il corpo. Altri latrati erano seguiti, altri singulti, altre urla quando aveva compreso d'essere impotente a quelle percosse, a quella violenza, a quell'ira.Aveva provato a sfuggirle optando per l'armadio. Non si sarebbe mai azzardata ad inseguirlo al buio. Si sbagliava.
    Il colpo che gli sfondò il cranio arrivò più velocemente della sorpresa.
    "... Cosa stai facendo?".Non s'era accorta delle luci che erano state accese nella sua camera.
    Fece un passo indietro portando con sè la mazza da baseball, su cui cadde inevitabilmente lo sguardo circospetto della donna.
    "Ho ucciso uno scarafaggio, mamma."
    Gli angoli della bocca della donna salirono a formare un sorriso.
    "Nell'armadio? Da sola e al buio? Non c'era il tuo uomo nero, lì dentro?".
    Il tono canzonatorio con cui furono propinate le domande penetrò appena le orecchie impassibili della bambina.
    Sorrise scanzonatamente, con un modo di fare che non le era mai appartenuto, facendo rabbrividire la donna che aveva davanti.
    "Non più."

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:18
    Inchiostro improvviso.

    Come comincia: Irriducibili correnti anti gravitazionali, chiedo venia dei miei peccati non compiuti, delle risate disperse al vento e delle lacrime che han toccato terra.
    Figlia dell'aria, ho sempre piegato, mi sono protratta laddove il limbo fungeva da culla dell'anima, i tormenti miei compagni, le domande mie consigliere.e terre bagnate dal sole che trafigge le schiere di nubi guidate dal vento.Il tempo, amico dei malanni, mi sorride, mi carezza e mi graffia. Raccolgo in bocca senza parola alcuna il mio stesso sangue, assaporandone il sapore.

    Mai nulla m'è sembrato più vero.

  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:16
    L'ultima spiaggia

    Come comincia: - Spara! -. 

    Aspirò profondamente dalla sua sigaretta, lasciando che il fumo abbandonasse le sue labbra lentamente. Come l'acqua trasportata dalla corrente, che le lambiva i piedi nudi affondati nella sabbia.

    La luna era particolarmente luminosa quella sera, non potè fare a meno di notare.

    - SPARA! - .

    "Cristo..." imprecò dentro di sè, rivolgendo gli occhi al cielo per scusarsi immediatamente.

    - SPARA! SPARA! Andiamo... è quello che vuoi. Lo sai che è quello che vuoi....SPARA! - .

    C'era qualcosa d' incredibilmente fastidioso in quella voce. Non la ripetitività dell'ordine. Nè l'ordine in sè per sè. Nè tantomeno il contenuto dell'ordine stesso. Quanto il suono. Possibile che fosse stato sempre quello? Da quando precisamente aveva iniziato a credere fosse diverso?Si voltò, lasciandosi cadere la sigaretta dalle labbra.

    "Ecco da quando." .

    - Raccogli quella cazzo di pistola e spara! CRISTO! SPARA, SPARA! - . I pugni stretti convulsamente. Gli occhi iniettati di sangue, deliranti. Il ghigno provocatorio.

    Era diventato identico al proprio riflesso. Quello di un po' di tempo fa.

    Gli avrebbe detto che sembrava trattarsi dell'ultima spiaggia, se non le fosse venuto subito da ridere per l'ironia scaturita dalla consapevolezza del posto in cui si trovavano.

    L'aveva seguita di soppiatto per tutto il tragitto, mal celando di proposito la sua presenza.

    Era stata tentata più volte di voltarsi, raggiungerlo laddove si nascondeva e urlargli di andare al diavolo. Ma non l'aveva fatto. La curiosità morbosa era l'unico elemento del suo carattere che proprio no, non era riuscita a smussare durante il suo percorso. L'aveva lasciato fare per vedere fin dove si sarebbe spinto. Ed erano arrivati fino a lì. Lei avanti, lui dietro. Come in una continua giostra in cui si fanno più giri da diverse angolazioni per vedere cosa si prova. Ma quello era tutto fuorchè una giostra. Semmai un gioco al massacro. Sadico tanto quanto i film che le piaceva vedere.

    Era risaputo che i registi prendessero spunto dalla realtà. Quelli più attinenti a quest'ultima non erano i fantasy, le romantic comedy o i thriller. Erano gli horror. Proprio perchè no, sembrava non esserci il benchè minimo spazio per quella cosa chiamata "amore" in quell'angolo sperduto dell'universo in cui erano stati relegati a sopravvivere. E semmai ce ne fosse stato di spazio, era tristemente limitato e difficilmente reperibile. Barattabile spesso e volentieri con maree d' illusioni.

    E il motivo per cui si era ritrovata a riflettere su tutto quello si trovava lì, di fronte a lei. Perchè se non ci fosse stata la benchè minima ombra di quella cosa limitata, difficilmente reperibile e barattabile, no. Non si sarebbe mai e poi mai prestata a quel gioco. Era arrivato anche il momento di piantarla di prendersi per il culo da sola.

    - Mi hai deluso. - trovò solo la forza di dire. Tre parole che racchiudevano il prima, il durante e il dopo di una storia predestinata da tempo a chiudersi così, probabilmente. Che lui nemmeno sentì. Gli occhi iniettati di sangue erano ancora rivolti alla pistola che giaceva poco distante dai suoi piedi. Laddove il mare, purtroppo, non riusciva ad arrivare.

    Estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto che aveva costretto nelle tasche dei jeans e se l'accese, mentre lui la guardava.

    - TI HO DETTO DI SPA-...-.

    Mai e poi mai si sarebbe aspettato l'occhiata glaciale che lei gli rivolse. Poi la vide tirar fuori un'altra boccata di fumo e rivolgere gli occhi nuovamente al cielo.

    Avrebbe potuto accontentarlo, si era ritrovata a pensare, facendo saettare lo sguardo dall'arma ai suoi piedi al concentrato di disperazione che le era davanti. Sì. Disperazione era il termine più adatto che potesse descriverlo. Forse l'unico.

    No. Non l'avrebbe fatto, pensò istantaneamente, prendendo ad avanzare lentamente verso di lui, osservandolo diventare sempre più piccolo man mano che camminava. Sovrastò con la sua ombra quelle che giacevano in prossimità della sua presenza. Troppe, per una persona sola.

    Scosse la testa e sospirò, quando si trovò a condividere la stesso suolo su cui poggiavano anche i suoi piedi.

    - Troppo semplice. - gli sussurrò in un orecchio, mentre la luna lasciava spazio al sole in un gioco di colori irripetibile e i suoi piedi si allontanavano, lasciandolo alle spalle.

     

  • 28 ottobre 2015 alle ore 10:19
    Ai miei tempi

    Come comincia: "Alzi la mano chi non si è sentito dire almeno una volta nella vita <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> Pochi, vero?"
    Aspettò la reazione dei presenti, una trentina in tutto, che non ebbero nulla da obiettare. Si sistemò la chioma fluente color rame e si tolse gli occhiali con entrambe le mani fissandoli tutti; li aveva in pugno e la cosa la eccitava parecchio. Concluse dicendo "Bene, la prossima volta ci concentreremo su questo punto. Grazie per l'attenzione, vi auguro una buona serata" I presenti ricambiarono e con ordine si avviarono verso l'esterno della grande stanza.
    Lei uscì per ultima, spense le luci e chiuse la porta a chiave, le avevano assegnato quell'incarico e lo eseguì con attenzione. Fuori, nel lungo corridoio dell'università, si era formato un piccolo capannello di ragazzi vicino al distributore di bevande, l'ora tarda e l'argomento impegnativo avevano messo alla prova la resistenza di tutti; anche lei si avvicinò e uno dei presenti, un ragazzo sulla ventina d'anni, le chiese "Posso offrirle un caffè prof?" Lei fece un cenno affermativo "Volentieri Giulio" Dopo alcuni istanti stava gustando la forte bevanda calda.
    Rientrò a casa e aspettò un attimo sulla porta d'entrata, lui non si fece attendere e appena arrivato la prese con forza e la trascinò in camera da letto, la sua irruenza e la sua foga giovanile le provocavano un'immensa eccitazione e dopo aver fatto l'amore con passione fino allo sfinimento si abbandonò, abbracciata al ragazzo, ad un sonno ristoratore
    Era sabato mattina e doveva far lezione presso il liceo del quartiere, mentre lui avrebbe dovuto presentarsi in università per ascoltare un relatore, ma ovviamente non si svegliò.
    "Eh giovanotto, così non va. Gli impegni sono impegni" Le sussurrò lei con dolcezza mentre lui si stropicciava gli occhi ancora assonnato" "Che ore sono?" Chiese lui vedendola in piedi e già pronta per uscire "Sono le 8 e 30 caro. Io alle 9.00 ho lezione e ne avrò fino alle 13.00. Tu fai pure i tuoi comodi, ma al mio ritorno ti voglio fuori di qui" "Ma, Alice?" Provò ad obiettare lui "Niente ma, signorino. Il fatto che tu abbia accesso al mio letto non significa che sia mio ospite, quindi ripeto: al mio ritorno ti voglio fuori di qui e lascia tutto in ordine altrimenti sono guai" Lui chinò il capo e lei le poggiò la mano sulla testa accarezzandolo teneramente "Dai, mi faccio sentire io, una di queste sere vieni qui a cena e poi si vedrà" Lui alzò il capo con lo sguardo di chi aspetterà ardentemente quel momento. Non si disserò più nulla e lei uscì di casa per raggiungere la scuola a piedi.
    Il breve tragitto, circa 10 minuti di camminata, le serviva spesso per riflettere sulla sua vita. Professoressa di lettere, con un'altra laurea in psicologia nel cassetto e con la passione per la psicoanalisi e l'introspezione, a 38 anni era una splendida donna senza legami fissi e viveva intensamente tutte le sue giornate. In quel periodo l'università di psicologia le aveva assegnato una cattedra serale per delle lezioni extra corso da tenere a quegli alunni interessati ad argomenti non propriamente didattici e lei aveva accettato immediatamente l'incarico, fu lì che conobbe Giulio, il ventenne che si portava a letto da ormai alcuni mesi.
    Arrivò a scuola puntuale e al cambio dell'ora, quando la campanella avvisò l'intero istituto che la prima ora era finita, lei era già davanti alla porta della 3°D. Il suo collega di informatica quasi la investì uscendo dall'aula, era un piccolo uomo  sulla quarantina, uno di quelli che passano inosservati in mezzo alla gente, ma lei sapeva che a suo modo era un genio e stavolta lo sorprese chiedendogli "Professore, sempre di corsa. Ha da fare domani sera? Il PC di casa mia è in panne e se non le creo disturbo la inviterei volentieri a cena, poi potremmo dare un'occhiata a quell'aggeggio infernale, con tutta calma ovviamente" Il professore diventò rosso come un pomodoro maturo e quasi balbettando riuscì a rispondere "Si, ok, va bene. A che ora posso venire da lei?" "Alle 19.00 andrà benissimo e mi dia del tu, siamo amici io e lei" "D'accordo, ci sarò" Si limitò a rispondere sempre più impacciato.
    La scena non era sfuggita agli alunni della sua classe e appena tutti furono seduti una voce si levò dal fondo dell'aula ""Lo ha fatto sprofondare nell'imbarazzo prof!" Aveva parlato uno dei ragazzi più tremendi della classe, ma lei colse l'occasione per rispondere a sua volta con una domanda a bruciapelo "E voi, come vi sareste comportati? Cioè, voi maschietti, come avreste reagito al suo posto? E voi ragazze, vi sareste poste come ho fatto io?" Mentre poneva questo quesito si accomodò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e notò lo sguardo famelico dei ragazzi e l'ammirazione da parte delle ragazze. Come previsto i ragazzi risposerò nei modi più bizzarri e fantasiosi, era un caldo sabato di maggio e anche loro avevano bisogno di staccare un po'. Nel frattempo le tornarono alla mente le reazioni dei ragazzi dell'università alle domande che aveva posto loro la sera prima e decise di provare a fare lo stesso con gli alunni del liceo. Fu sorpresa nel constatare che, nonostante il clima da rompete le righe che si era creato in classe, posero tutti attenzione a quelle domande e in un attimo la stanza si trovò immersa nel silenzio. Stavano riflettendo, pensò lei, o non avevano afferrato l'argomento? Stava per parlare quando una delle alunne alzò la mano e disse "Mio padre profe me lo ripete tutti i giorni" "Si, anche mia madre" Si affrettò a confermare la sua vicina di banco" "E quindi?" Provò ad insistere lei "E quindi è sempre la solita rottura" Concluse uno dei ragazzi facendo scoppiare tutti a ridere. Lei colse il momento e giocò a carte scoperte, voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti quei ragazzi sovraeccitati dagli ormoni che spingevano a mille. "Quindi mi volete dire che ogni qualvolta che i vostri genitori, parenti o chiunque essi siano, vi rievocano i tempi andati per voi è una rottura di scatole" Adesso tutti sorrisero ma in modo più contenuto, la profe parlava sul serio.
    "Vede profe" Prese a dire uno dei ragazzi "I miei genitori sono separati e ogni volta che sto con uno di loro fanno a gara per farsi belli ai miei occhi, ma spesso nemmeno si accorgono di quello che faccio o che penso. Ma quando si tratta di riprendermi usano spesso parlare dei loro tempi: ai loro tempi non c'era il cellulare, il computer era per pochi, la macchina era un lusso e tanti altri paragoni che mi fanno arrabbiare" Il ragazzo aveva chinato lo sguardo in basso e serrava i pugni dal nervoso "Si Roberto, capisco. E tu cosa rispondi in quelle occasioni?" "Chiedo se ai loro tempi anche i loro genitori fossero separati" Calò nuovamente il silenzio, ma lei aveva rotto il ghiaccio e adesso poteva far affiorare le emozioni dei suoi ragazzi, misurò le parole e con calma riprese a dire "Certo Roberto, i tuoi genitori si nascondono dietro il ricordo dei tempi passati per coprire le proprie difficoltà. Tu però sei un ragazzo in gamba e sono sicura che supererai anche questa esperienza. Chi di noi può dirsi immune da errori e disavventure?" "Profe" La interruppe Daniela "Mia madre dice sempre che ai suoi tempi poter andare a scuola era un privilegio per pochi, bisognava lavorare per guadagnarsi la pagnotta e secondo lei io e i miei coetanei siamo una massa di smidollati senza futuro" "Si, anche mio nonno me lo ripete spesso" Rimarcò uno dei ragazzi "Dice che abbiamo tutti la schiena di vetro" "E secondo voi è vero?" Si affrettò a chidere lei "No!" Urlò una delle ragazze "Cioè, forse io non sarei in grado di fare il lavoro pesante che fanno i miei, ma i tempi son cambiati, ora si può sopravvivere senza spaccarsi la schiena" "Giusto" Confermò la sua compagna di banco "Ci sono mille lavori che non richiedono sudore e fatica" lei adesso aspettò un momento, leggeva sui volti dei giovani una sorta di aria trionfale, loro studiavano, non si sarebbero mai sporcati le mani, allora chiese "Certo Veronica, ci sono un sacco di mestieri che non richiedono fatica e dimmene alcuni ad esempio" La ragazza rispose senza esitazioni "ll suo ad esempio, non mi sembra un lavoro tanto faticoso" E tutti scoppiarono nuovamente a ridere e quando si furono calmati lei ribattè "Già, hai ragione Veronica, io non mi sporco le mani, lavoro in un ambiente asciutto e pulito, non faccio sforzi fisici ed ho anche un mucchio di ferie, sono proprio una privilegiata. E dimmi Veronica, i tuoi genitori, che lavoro fanno?" La ragazza arrossì imbarazzata e rispose a bassa voce "Mio padre fa l'imbianchino e mia madre lavora in tessitura" "Che schifo" La apostrofò lei " Mestieri non degni per una ragazza come te" In pochi capirono il suo tono ironico e quindi continuò chiedendo "Meglio il mio di lavoro, vero? Tu lo faresti Veronica, faresti la professoressa? Saresti meglio dei tuoi genitori, vero?" La ragazza era chiaramente confusa, ma rispose quasi seccata "No, non lo farei" "Infatti" affermò Alice che sentiva salire il tono della discussione e proseguì chiedendo"E quindi cosa vorresti fare? Voi tutti, cosa vorreste fare per vivere?" Nessuno rispose, adesso l'atmosfera scherzosa si era trasformata in un brusio di mugugni e lamenti e lei decise di rimettere un po' d'ordine alle loro idee. "Ascoltate ragazzi, a mio modo di vedere non importa cosa e per quanto tempo si faccia qualcosa, l'importante e che ci si dedichi con impegno e serietà. Il mondo è vario, le persone sono varie,  perciò ognuno di noi ha pregi e difetti, dovremmo cercare di valorizzare i pregi e limitare i difetti. Dunque un buon imbianchino e una buona tessitrice, sono al pari di un buon ingegnere o di un buon avvocato. Bisogna sempre cercare di dare il massimo e capire quali sono le proprie capacità per indirizzarle al meglio" La stavano ascoltando attentamente "La mia generazione, perché ahimè sono un po' più matura di voi, non aveva alcune cose che oggi avete voi, come del resto la generazione prima della mia non ne aveva altre e così via. Penso però che il nocciolo della questione sia che ogni generazione debba essere in grado di sfruttare al meglio i mezzi e le opportunità a disposizione in quel momento, le difficoltà maggiori le incontra sempre chi invecchia, perché fatica a stare al passo con i tempi" Ora i ragazzi sembravano un po' confusi, forse neppure lei capiva ciò che voleva dire e restò zitta quel tanto da permetterle di riordinare le idee, ma proprio mentre stava per riprendera il discorso una delle ragazze intervenne
    "Allora profe sta dicendo che ogni tempo ha un suo perchè, ogni generazione, pur se costretta a convivere con le altre, deve vivere il proprio tempo in base all'età e all'esperienza maturata nell'arco degli anni senza interferire con le altre, ma cercando di interagire. E' così?" Alice sorrise, i ragazzi avevano sempre una marcia in più "Sì Elisa, più o meno e ciò che intendevo dire"
    La lezione scivolò via tra domande e risposte piene di contenuti, era orgogliosa dei suoi ragazzi e dopo due ore di confronto, al cambio dell'ora, si gustò un buon caffè in sala professori, le ultime due ore le avrebbe trascorse in 1°A, ma lì avrebbe svolto una normalissima lezione.
    Rientrò a casa con la testa piena di interrogativi, Giulio nel frattempo era andato via e lei tirò un sospiro di sollievo; a volte l'esuberanza del ragazzo la trascinava in un turbine amoroso che poi le lasciava poco tempo per occuparsi delle sue faccende ma in cuor suo si rendeva conto di essersi affezionata a quello scavezzacollo.
    Il confronto di quella mattina e la spontaneità dei suoi ragazzi aveva fatto riaffiorare nella sua mente alcuni ricordi nascosti in un angolo del suo cervello, ricordi belli e ricordi brutti.
    Da ragazzina, ultima di quattro sorelle, aveva capito di essere la più carina e non perdeva occasione per mettersi in mostra provocando spesso scontri verbali e fisici tra loro sorelle. Suo padre, operaio di una fonderia, le ricordava sempre che spesso non è il fiore più bello, ma l'arbusto brutto e insignificante che sopravvive alle avversità del tempo, il bel fiore invece per preservare la sua bellezza deve sfruttare il poco tempo a disposizione per trasmettere le sue caratteristiche alle generazioni future.
    Purtroppo capì quelle parole solo il giorno in cui suo padre, coinvolto in un incidente, morì; lei aveva venticinque anni. Allora tutte le frasi, gli esempi e le immagini di suo padre distrutto dalla fatica ma sempre fiero e sorridente, le sfilarono nella mente aprendo il suo cuore e il suo cervello. Fu in quel momento che decise di laurearsi anche in psicologia, riuscendovi in poco tempo e con pieno merito. Purtroppo le sue idee, a volte troppo anticonformiste, la esclusero dal giro che contava e il suo sogno di poter aprire le menti della gente sfumò miseramente. Per fortuna non aveva tralasciato il suo impiego d'insegnante, lavoro che all'inizio le permise di sopravvivere e con il tempo iniziò a regalarle anche parecchie soddisfazioni, in fondo per lei i professori moderni sono anche un po' psicologi e con i ragazzi riusciva sempre ad instaurare un buon rapporto di fiducia traendo spesso spunto dalle loro riflessioni.
    Anche la madre ricordava spesso a lei e le sorelle come avesse provveduto, fin da giovane, alle faccende di casa, visto che purtroppo la sua di mamma era morta giovane e lei era l'unica donna di casa con il papà e tre fratelli che facevano i muratori, altri tempi ripeteva sempre. E così Alice, tra una cosa e l'altra era cresciuta come quasi tutti con in testa il ritornello <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> e adesso che si trovava a confrontarsi con la generazione dopo la sua, voleva sfruttare tutta l'esperienza per trovare spunti e apportare accorgimenti al suo scritto, stava infatti realizzando un testo che mirava a far integrare le idee delle nuove generazioni con l'esperienza delle vecchie, la foga dei giovani con la riflessione delle persone più mature. Alle volte rideva tra se, spesso le capitava di incontrare giovani molto più maturi di persone più anziane.
    Era sabato sera, nel pomeriggio si era sentita con alcune delle sue amiche ma aveva declinato i vari inviti a serate più o meno movimentate. Non aveva neppure voglia di stare con Giulio e stava pensando di mettersi sul divano a guardare la tivù. Fuori però il cielo era ancora chiaro e i rumori tipici della primavera, con la gente che si riversa per le strade, le fece venire un'idea folle e intrigante; alcune delle sue alunne del liceo le avevano detto di ritrovarsi spesso fuori da un locale pieno di giovani ed al sabato sera era davvero una <figata> come dicevano loro.
    Si preparò, jeans e camicetta che non lasciava molto all'immaginazione, decise allora di abbinare il tutto con una giacchetta non elegantissima ed optò per dei sandali con tacco alto, d'altronde poteva vestirsi di stracci che avrebbe sempre attirato l'attenzione, era davvero bella.
    Raggiunse il posto che le avevano indicato le sue alunne e nel volgere di un istante si trovò immersa in mezzo ad un nugolo di ragazzi e ragazze che potevano avere al massimo diciotto anni, nonostante il suo aspetto giovanile si sentì in imbarazzo e stava per alzare i tacchi quando alle sue spalle una voce famigliare la chiamò ad alta voce. "Profe! Professoressa! Alice!" Si voltò trovandosi di fronte due delle sue alunne della terza liceo "Profe, è uno schianto" "Grazie Veronica. Anche voi siete bellissime" Le ragazze non aggiunserò altro e prendendola per mano la invitarono a seguirla e lei non oppose resistenza, gettandosi nella mischia.
    Passò la serata ballando, bevendo e fece impazzire un mucchio di ragazzi che sbavavano ai suoi piedi. In preda ad un attacco di euforia si lasciò andare facendo qualche tiro di spinello e solo grazie all'intervento delle sue alunne non costrinse uno dei ragazzini ad appartarsi con lei.
    "Profe che fa? E' impazzita?" La redarguì severamente Veronica. Alice ebbe un sussulto, voleva risponderle che lei era adulta e vaccinata e sapeva ciò che stava facendo, ma lo sguardo severo della ragazza le fece riprendere il controllo e allora si rese conto di cosa veramente stesse succedendo: lei era bella, poteva atteggiarsi come una giovane donna e di sicuro avrebbe retto il confronto, ma la realtà era un'altra; lei, tra quei giovani, era vecchia, era di un'altra generazione, era di un altro tempo.
    "Scusate ragazze, scusate davvero. Siete state veramente gentili ad accettarmi tra di voi ed io mi sono comportata da sciocca. Vi chiedo ancora scusa" Le ragazze sorrisero e la abbracciarono come fosse una loro vecchia amica "Adesso però vai a casa Alice" "Si Veronica, vado a casa"
    Trascorse la domenica smaltendo i postumi della sbornia accovacciata sul divano, non riuscì neppure a bere un bicchier d'acqua tanto era forte il senso di nausea. Limitò il martellante mal di testa con pasticche e bustine e si ripromise di non far più una bravata del genere e per fortuna Giulio era via quel giorno, non avrebbe retto la sua presenza. Si addormentò ad un'ora imprecisata del pomeriggio e fu svegliata dal suono penetrante del citofono. Si alzò e si trascinò fino alla cornetta "Si? Chi è?" Riuscì a biscicare a malapena "Sono Marco, il professore d'informatica. Ricordi il nostro appuntamento?" Esitò nel pronunciare quell'ultima parola e nonostante l'appannamento ad Alice sfuggì un sorriso, quell'uomo era tanto timido. "Si certo" mentì spudoratamente "Sali, stavo finendo di fare la doccia. sto al secondo piano, ti lascio la porta socchiusa"
    Sentiva il rumore dell'acqua della doccia, esitò un istante ma poi entrò con decisione e richiuse la porta dietro di se. Restò lì in piedi per una decina di minuti, poi lei usci dal bagno, avvolta in un accappatoio striminzito e lui non poté far a meno di ammirarla in tutta la sua bellezza. Lei arrossì, era abituata agli sguardi famelici degli uomini, ma lui la stava guardando in un altro modo. "Scusa Marco ma oggi sono stata poco bene" Lui aveva già notato il disordine che regnava in casa, tipico di chi aveva passato la notte fuori facendo baldoria e non si era preoccupato di riordinare
    "Se vuoi torno un'altra volta" disse lui candidamente. Qualcosa nel suo sguardo e nella sua voce però, avevano colpito Alice che invece rispose "No Marco, resta con me. Anzi, se non ti chiedo troppo puoi prepararmi qualcosa per il mal di stomaco? In cucina troverai tutto l'occorrente" Non capì mai cosa le fosse passato per la testa in quel momento ma lui non disse nulla e si dileguò in cucina. Lei si sdraiò sul divano e dopo alcuni minuti lui tornò con in mano una tazza fumante "Cos'è?" Chiese lei sorridendo "Acqua bollente con scorze di limone. Ai miei tempi era il miglior rimedio per i postumi di una sbornia" Ai miei tempi, pensò lei, mai si sarebbe aspettata una simile risposta da quell'uomo, ai miei tempi significava che anche lui era stato giovane, che anche lui aveva una storia da raccontare. "Per favore Marco, siediti vicino a me, raccontami la tua storia" L'uomo fu sorpreso da quella richiesta ma poi il suo sguardo incrociò quello di Alice e il suo cuore ebbe un sussulto, nessuno aveva mai voluto sentire la sua storia.
    "Quella sera sbocciò un tenero sentimento che ancora oggi, dopo tanti anni, mi lega a Marco. Abbiamo quasi settant'anni eppure ci vogliamo bene come allora e abbiamo viva la passione per l'insegnameto. Quindi ragazzi ricordate una cosa; non stancatevi mai di ascoltare e fare tesoro delle esperienze di chi è più vecchio di voi, anzi, usate i vostri giovani cervelli per migliorare i nostri errori e non spaventatevi di fronte ai confronti e alle difficoltà" Alice tirò il fiato e tossì leggermente "Per stasera è tutto, potete andare" I ragazzi restarono composti ai loro posti e dal fondo dell'aula si alzò la voce di una delle ragazze "Scusi profe, una cortesia, se non è stanca potrebbe raccontarci una delle sue eperienze giovanili?" Annuirono tutti e lei nonostante la sorpresa fu felice di accontentarli. "D'accordo ragazzi, statemi a sentire. Ai miei tempi..."

  • 27 ottobre 2015 alle ore 15:25
    Andata e ritorno con sorpresa

    Come comincia: Non è un giorno qualsiasi, è la prima volta per te. Prendi coraggio, entri alla stazione e ti sembra di esser giunta nella terra di nessuno: la paura di essere derubata o molestata dal primo passante, il senso di sporcizia, disordine e l'immancabile ritardo annunciato dalla voce gracchiante di un microfono scassato ti gettano nello sconforto più totale. Lo sapevi, dovevi prendere l'automobile, ma il viaggio è lungo e sei stanca; i tuoi amici comunque hanno promesso di venirti a prendere all'arrivo. Incroci le mani  e alzando lo sguardo invochi l'altissimo "Che Dio me la mandi buona".
    Hai pensato bene di non portarti un bagaglio troppo ingombrante, si tratta di star via un paio di settimane e il caldo persistente continuerà a lungo, quindi solo abiti leggeri e lo stretto necessario; si va al mare non serve aver con se troppa roba.
    Il cellulare vibra nella tasca dello zainetto, nella fretta l'hai infilato tra bevande e spuntini e quando riesci a recuperarlo ha smesso di vibrare, chi sarà mai? E chi vuoi che sia, è tua madre che vorrà sapere se tutto procede bene, la richiami? Si, altrimenti sai che angoscia, non te lo perdonerebbe mai. Inoltri la chiamata ma dall'altro lato nessuna risposta, succede sempre così quando non riesci a rispondere ed immediatamente provi a ricontattare chi ti cercava: nessun segno di vita. "Accidenti, mi hai cercata tu!" Spazientita stai per chiudere la chiamata quando un flebile "Pronto" arriva alle tue orecchie "Mamma!" Sei nervosa, respiri a fondo e riprendi con calma "Dimmi mamma, tutto ok?" "Si. Tu come stai?" Hai la forza di non rispondere subito in malo modo e in quei brevi istanti pensi a tua madre che ti ha messo al mondo e cresciuta con tanto amore "Bene mamma. Tra poco arriva il treno, se vuoi ti chiamo quando sarò giunta a destinazione" Non era quello che volevi dire ma ormai è fatta "Va bene, come preferisci e mi raccomando, stai attenta" "Si mamma, saluta papà, vi voglio bene"
    Hai venticinque anni ma per loro sei ancora la piccola di casa e invece ti sei appena laureata, hai già ricevuto tre proposte di lavoro e gli uomini si scornano per avere la tua attenzione e anche in quel preciso istante un ragazzo, dall'aspetto stralunato, ti sta fissando da pochi metri di distanza. Te ne accorgi e ti sposti vicino ad un gruppo di orientali tutti indaffarati con i loro cellulari ed aggeggi elettronici di vario tipo. Il ragazzo si accorge della tua mossa, sorride e tu non puoi fare a meno di notare di quanto sia carino mentre una vampa di calore ti fa diventar rossa in viso. Uno degli orientali, forse cinesi, nota la cosa e con un cenno eloquente ti indica al resto del gruppo che subito sorride; a questo punto sei diventata color rubino e istintivamente ti allontani da loro.
    Maledetto ritardo, una volta sul treno ti isolerai dal resto del mondo collegandoti alla rete con il tuo ultimo gioiello tecnologico ricevuto in regalo dai nonni il giorno della laurea. La foga e la fretta di allontanarti ti hanno portata ai margini della stazione vicino ad un gruppetto di uomini dall'aspetto poco raccomandabile, hai paura di irritarli con dei movimenti repentini e quando senti un brivido lungo la schiena e stai per urlare ecco che uno di quegli individui domanda "Hai da accendere?" "No! Non fumo!" Rispondi urlando ed arretrando come una bestia braccata "Ok, grazie" Risponde invece tranquillo l'altro. Ma che ti succede? Sei una donna, laureata per giunta, di cosa hai paura? Ma proprio mentre stai cercando di riprendere il controllo della situazione senti qualcosa, forse una mano, che stringe sulla spalla e subito ti si gela il sangue nelle vene. Ti giri di scatto terrorizzata trovandoti di fronte, con la mano tesa in segno di elemosina, una donna sporca e maleodorante; stai per scappare quando incontri il suo sguardo, quegli occhi parlano di una vita fatta di sofferenza e solitudine. Porti le mani al viso, ti hanno educata all'altruismo e al rispetto quindi afferri il tuo portafogli, ne estrai una banconota da 5 euro e la porgi nella sua mano; lei immediatamente la serra e poi si dilegua senza se e senza ma. Che ti aspettavi, dei ringraziamenti? Quella poverina deve vederne di tutti i colori e probabilmente nel suo ambiente 5 euro sono un tesoro, sarà corsa subito a nascondersi.
    Ti senti meglio, quel piccolo gesto ha scaricato le tue ansie e nel frattempo è arrivato anche il treno. Hai prenotato una cuccetta con letto per la notte, sai che con te ci saranno altre cinque persone e speri di non fare brutti incontri, sei la prima ad accomodarti, gli altri passeggeri non sono ancora arrivati, ma appena ti sei seduta entra una bella signora non più nel fiore della giovinezza. La saluti per cortesia e lei ti risponde gentilmente accennando un sorriso mentre sistema il suo bagaglio, poi infila degli occhiali da vista e si immerge nella lettura di un libro. Un libro, pensi, che strano modo di far passare il tempo, tu hai già collegato il cellulare alla rete e ti pregusti un viaggio tranquillo, ma proprio mentre la mente si sta eclissando dalla realtà nello scompartimento irrompe rumorosamente un bambino di colore che avrà si e no 5 anni. Lo fulmini con lo sguardo mentre lui ti fissa con i suoi occhioni innocenti spaventato dalla tua espressione e subito una mano lo afferra e una voce squillante lo richiama a se. Un uomo possente ma dall'aspetto gioviale chiede scusa per l'irruenza di suo figlio, parla un buon italiano e subito dietro di lui appare la figura di una bella donna che si presenta come la mamma del bambino. Ok, pensi, vi siete presentati, adesso tenete a bada il marmocchio che non voglio essere disturbata. Al contrario di te la signora anziana accoglie la famigliola con sorrisi e cortesia e subito ne nasce uno scambio di battute che tanto ti infastidisce.
    Cosa me ne frega di chi siete, cosa fate e da dove venite. Appena sarò scesa dal treno non vi vedrò mai più, quindi non rompetemi le scatole e mentre fai questi pensieri ti sei messa le cuffiette ed hai alzato il volume del tuo apparecchio.
    Il treno si mette in movimento e lentamente prende velocità, sei talmente isolata dal resto del mondo che non ti sei accorta che manca il sesto passeggero e quando te ne rendi conto sospiri di sollievo, uno scocciatore in meno.
    Dopo circa dieci minuti dalla partenza ti alzi, prendi con te lo zainetto e ti dirigi verso il bagno, ti fa un po' schifo l'idea di dover entrare in quel piccolo sgabuzzino, ma non puoi pensare di affrontare tutto il viaggio senza mai utilizzarlo, meglio rompere subito il ghiaccio. Dopo aver affrontato quella difficile prova ti avvii verso il tuo scompartimento con la speranza di trovare un minimo di silenzio, da quando siete partiti quei quattro non hanno mai smesso di parlare un attimo e quando arrivi a destinazione trovi una sorpresa, il sesto passeggero è il ragazzo che ti fissava alla stazione. Istintivamente ti irrigidisci sulla soglia e lui, che si è accorto di ciò, sorride, si alza in piedi e con la mano ti invita ad accomodarti.
    Carino e pure gentile, speriamo anche riservato, forse il viaggio sarà meglio di quanto credevi. Infatti dopo un primo momento di stallo decidi di interagire con i presenti ed è così che scopri che la famigliola è di origine africana, poco ti importa di quello che dicono ma il belloccio vicino a te pare interessato e non vuoi sembrare scortese cercando anzi di partecipare attivamente alla conversazione. Il ragazzo parla bene, è istruito e in pochi attimi il suo carisma cattura l'attenzione di tutti i presenti, anche il bambinetto sembra affascinato dai suoi racconti. Vi dice di essere figlio di buona famiglia, laureato da circa un anno, ma che non ha ancora deciso cosa fare da grande. Parla dei suoi viaggi, delle sue avventure e di come sia vario il mondo. Senza volerlo ti sei appoggiata a lui, senti il suo calore, il suo odore e in te crescono forte il desiderio e l'eccitazione tanto che anche lui se ne accorge e forse anche gli altri presenti. E' un attimo, vi alzate all'unisono e vi recate verso quello sgabuzzino che tanto ti fa schifo chiudendovi dentro. Unite i vostri corpi con foga animalesca dando sfogo a istinti da troppo tempo sopiti e mai avresti pensato di ritrovarti in una situazione del genere. Sono attimi intensi, momenti in cui ti liberi di ogni vincolo morale e quando raggiungete l'apice del piacere urli come mai avevi fatto prima. Adesso che siete paghi e soddisfatti quell'ambiente stretto e maleodorante vi fa sorridere e con movimenti scoordinati vi divincolate e vi date una sistemata. Rientrate nel vostro scompartimento a distanza di alcuni minuti l'uno dall'altra per dissimulare l'accaduto, ma le vostre facce parlano chiaro. L'anziana signora solleva leggermente lo sguardo dal libro ma ha la delicatezza di non far trasparire alcun giudizio e si rimette a leggere, mentre la coppia, sorridendo, bisbiglia qualcosa nella loro lingua e poi si mette a giocare con il bimbo. Ora lui è seduto vicino a te e senti il suo odore acre, vedi il suo corpo sudato e anche un po' sporco e ti domandi cosa ti abbia spinto a fare ciò che hai fatto e mentre ti arrovelli nel cercare delle risposte lui si è già addormentato; uomini! Pensi sorridendo.
    Il viaggio procede da alcune ore senza intoppi, lui dorme ancora, l'anziana si è appisolata mentre l'uomo è uscito dallo scompartimento col figlioletto e ti accorgi che la madre ti fissa. Infastidita distogli lo sguardo, ma lei insiste e allora ti arrabbi "Cos'hai da fissarmi?" La donna non si scompone e di rimando ti pone una domanda che mai ti saresti aspettata "Lo ami?" Lo ami? Ma cosa cavolo mi chiede, eppure il suo sguardo fermo ti costringe a darle una risposta, in fondo che ti costa? "No, certo che non lo amo" "Però ti sei donata a lui" Replica subito lei e la cosa ti fa incazzare "Si, e allora? Sono grande, vaccinata e faccio ciò che mi pare" Hai urlato svegliando la signora dal suo torpore, lui no, dorme come un ghiro. "Mio marito mi ha comprata" Dice la ragazza con naturalezza "Da noi è ancora pratica comune, ma non credere che siamo dei selvaggi. Prima di arrivare a ciò ha dovuto superare delle prove per ottenere il benestare della mia famiglia ma soprattutto il mio. Lui mi rispetta, come moglie e come donna, e io rispetto lui. Non so cosa voglia dire amore per voi, noi però ci vogliamo bene" Sei turbata, cosa centra quella storia con te? Perché ti ha detto quelle cose? "Sapete" interviene a bassa voce l'anziana "Io facevo il mestiere" e per conferma ribadisce "La prostituta" e appena vi vede pronte ad ascoltarla prosegue "La mia è una famiglia ricca, da generazioni. Non mi mancava nulla, tantomeno gli uomini, eppure dopo aver provato per gioco a vendere il mio corpo con il tempo ho capito di essere più rispettata dai miei clienti che dagli uomini che si dicevano disposti a fare follie pur di avermi tutta per loro" Lascia in sospeso il discorso e dopo aver sospirato a fondo conclude "Adesso ho smesso, sono stanca. Raggiungo mia sorella, al mare" E senza aggiungere altro infila gli occhiali e si immerge nella lettura.
    A questo punto per te il quadro è chiaro, stai viaggiando con una schiava e il suo padrone, con una puttana e con un belloccio che dopo aver soddisfatto i suoi istinti sessuali ronfa accanto a te. Tu non sei una schiava, decidi del tuo destino, e tantomeno non sei una prostituta, il tuo corpo non lo vendi, lo dai a chi ti garba e per quanto riguarda il giramondo ti è anche piaciuto, sei una donna libera. Eppure perché non ti senti a posto con te stessa?
    Si è fatto tardi ed è ora di preparare le cuccette per la notte, senti la famigliola borbottare qualcosa prima di coricarsi, forse una preghiera e dopo aver preso posto nei rispettivi lettini il padre augura una buona notte a tutti. La signora anziana chiede di poter leggere ancora un po', non vuol disturbare con la luce accesa, si accontenterà del lumino della sua cuccetta; le fate un gesto di assenso e ti chiedi che diavolo mai avrà di così interessante da leggere.
    Non hai sonno e nemmeno il belloccio, di cui non sai neanche il nome, mostra segni di sonno, ha dormito tutta la giornata, pensi, come farà ad avere sonno? Uscita nel corridoio incontri il suo sguardo e non c'è bisogno di parole, in un baleno siete nuovamente rinchiusi nell'angusto gabinetto: lui è una furia, lo desideri, ma questa volta la tua parte razionale del cervello analizza ogni cosa, ogni istante e alla fine neppure raggiungi la pienezza del piacere. Vi ricomponete con calma, in silenzio. Di dormire non se ne parla, vi accomodate su due sgabelli e cominciate a parlare come due vecchi amici di scuola; più che altro tu ascolti, lui è un fiume in piena e continua a parlare di se, della sua vita senza freni, della sua libertà. Sprizza gioia da tutti i pori coinvolgendoti nelle sue emozioni ma quando gli menzioni la tua meta si rabbuia all'improvviso e ti confessa di essere stanco. Prima di lasciarlo andare ti rivolgi a lui in modo diretto anche se il tuo rossore in viso tradisce la vergogna. "Senti, lo abbiamo fatto due volte e neppure so come ti chiami. Io sono Silvia, e tu?" "Carlo, io sono Carlo. Buonanotte"
    Il sole sta sorgendo ad Est, la famigliola e la signora anziana sono già svegli e stanno consumando la colazione in cabina ed anche tu accusi un certo languorino. Ti alzi piano e dopo aver dato il buongiorno ai presenti estrai dallo zainetto la tua colazione, un frutto e una bottiglietta d'acqua naturale, lui dorme ancora. Tra un'oretta giungerai a destinazione, dopo aver percorso tutta la penisola senza mai fermarsi, da ora il convoglio fermerà in tutte le stazioni locali. Il padre esce con il bimbo che comincia a non resistere più dall'eccitazione, probabilmente sono anche loro vicini alla meta e infatti la madre del piccolo ti chiede "Allora, stanotte hai capito se lo ami o no?" Non hai voglia di rispondere, non sai che dire, ma lei insiste "Alla prossima fermata noi scendiamo, allora?" Vi siete incontrate da alcune ore, su un treno, eppure senti che la sua non è solo curiosità femminile, lei vuole veramente conoscere la tua risposta, o forse semplicemente ti ha presa a cuore, chissà? Ok, tanto non la rivedrai più "Si, penso di essermi innamorata di lui, sei contenta?" Per tutta risposta lei si alza, recupera il bagaglio e si appresta a raggiungere la sua famiglia, ma quando il treno comincia a rallentare si ferma sulla soglia e ti fissa di nuovo con quegli occhioni profondi "No ragazza, non sono contenta. Ti auguro buona fortuna, ma stai attenta, lui non ti porta rispetto" E senza aggiungere altro se ne va lasciandoti con quel dubbio. Quando il treno riparte hai già sistemato il tuo bagaglio, vuoi essere pronta per quando sarà il tuo momento di scendere, non hai dato seguito alle parole della ragazza africana, hai rimosso tutto e ti sei concentrata sul pensiero di lui, affascinante, avventuriero e caliente, forse ti stai proprio innamorando. Con la coda dell'occhio noti l'anziana signora riporre il suo dannatissimo libro nella borsa e con calma olimpica preparare il suo bagaglio, anche lei ti ha osservato. "Tra poco tocca a me scendere, vi lascerò soli per un po'" Parla a bassa voce, come sempre "Se ho capito bene ti sei innamorata, giusto?" Oddio anche lei, ma che gli prende alla gente, perché non si fa gli affari propri? Ti costringi a stare calma, in fondo è stata una compagna di viaggio educata ed assolutamente non fastidiosa e non rivedrai più neppure lei. "Si, mi sono innamorata e appena saremo soli lo obbligherò a dirmi dove vive e cosa fa" " E poi andrai a vivere con lui?" Ti anticipa lei "Chi lo sa?" Ti limiti a rispondere.
    Il treno rallenta fino a fermarsi e la signora con calma si appresta ad uscire dallo scompartimento, ti offri di accompagnarla "Grazie ragazza, faccio da sola. Ti auguro tanta felicità, ma ricorda, quell'uomo non ti rispetta" E nel dirti ciò estrae il suo libro dalla borsa e te lo infila nello zaino.
    Il treno riparte, la prossima fermata è la tua e mentre sei immersa nei tuoi pensieri lui si alza, si da una sistemata e prepara le sue cose "La prossima fermata è la nostra" Dice. Il tuo viso si illumina come un faro, ecco un segno del destino, se scende con te avrai di sicuro modo di rivederlo quindi pensi di esporre subito i tuoi pensieri. "Senti Carlo, io pensavo.." "Di rivederci una volta scesi dal treno?" Ti interrompe bruscamente "Di dare un seguito a quello che è accaduto stanotte? Di provare ad uscire insieme? No Silvia, non hai capito nulla, tu per me sei stata solo una bella avventura. Io non amo i legami fissi, anche se in realtà ho una fidanzata a cui voglio molto bene e che a modo mio amo sinceramente, ma lei è una ragazza semplice e garbata e magari un giorno, quando sarò stanco di questa vita, la sposerò e ci farò dei figli, ma oggi mi sento uno spirito libero e tu sei l'ennesima preda cascata nella mia rete" Talmente è stato duro e diretto che non hai la forza di replicare. In cuor tuo lo sapevi che sarebbe finita lì, ma sentire quelle parole uscire dalla bocca di colui a cui hai donato tutta te stessa ti ferisce e in quell'istante ti tornano alla mente le parole delle due compagne di viaggio: quell'uomo non ti rispetta!
    Il treno rallenta, negli ultimi minuti di viaggio nella cabina si era creato un clima surreale e ti sembrava di essere sospesa in un universo parallelo. Lui non ti ha più degnata di uno sguardo e adesso i tuoi movimenti sono quelli di un automa; il convoglio si è fermato e lentamente scendi dalla scaletta ripida e stretta e subito vieni avvolta da una vampa di calore e nelle orecchie rimbomba forte il tuo nome "Silvia! Silvia!" Sono le tue amiche Cinzia e Anna che ti corrono incontro a braccia aperte e subito ti sommergono di abbracci e baci, ma sei ancora in stato confusionale per la faccenda con Carlo. "Carissima, come stai? Come è andato il viaggio? Gli altri sono al villaggio che ti aspettano, abbiamo un sacco di sorprese per te e la prima la vedrai tra poco" Cinzia è il solito fiume in piena, neppure volendo potresti tenerle testa, men che meno adesso che hai il morale sotto i piedi, al contrario Anna è più silenziosa del solito, dopo gli abbracci iniziali si è messa in disparte come se attendesse una punizione. Cinzia vi conosce e subito interviene. "Che avete voi due? Allora Anna, vuoi dirle la novità o devo pensarci io?" Osservi Anna che a testa bassa traffica nervosamente con il suo cellulare e poi tutto d'un fiato esclama "Mi sono fidanzata!"
    Anna la timida, Anna la secchiona, ma anche Anna la bella ragazza e soprattutto Anna dal cuore d'oro. Ti torna il sorriso e subito la abbracci "Sono contenta per te, che tipo è" "Oh, tra poco lo conoscerai" Interviene Cinzia che proprio non riesce a stare zitta "Era sul tuo stesso treno"
    Vi raggiunge con il suo intercedere caracollante e lo sguardo stralunato, l'orribile presentimento che ti aveva colto pochi istanti prima si è materializzato davanti a voi. "Lui è il mio ragazzo" Riesce a bisbigliare la cara Anna che poi vi presenta "Lei è la mia amica Silvia" Ti viene da vomitare ma reciti la tua parte alla perfezione e allunghi la mano afferrando la sua "Lui è Carlo" conclude Anna rossa in viso.
    Siete in spiaggia, la brezza marina ti da un gran sollievo, è una magnifica giornata e mentre sono tutti in acqua tu preferisci restartene distesa sul lettino ad arrostire al Sole, immersa nei tuoi pensieri. Hai avvisato i tuoi genitori dell'arrivo a destinazione, li hai rassicurati e hai promesso loro di chiamarli almeno una volta al giorno, li hai fatti contenti.
    Quando frequentavi il liceo hai avuto una breve ed intensa storia con un ragazzo che allora ti sembrava l'amore della vita: il tuo primo rapporto completo, le promesse e i sogni da adolescenti, il tutto condito da picchi di gioia e dolore. Vi eravate lasciati dopo circa un anno, senza un motivo preciso, forse solo perché stavate crescendo e cercavate nuove esperienze. In fondo lo avevi amato intensamente e tutt'oggi quando vi capita di rivedervi passate momenti di spensieratezza stupendi, in effetti hai un buon ricordo di lui, delle sue tenerezze, del suo modo di sussurrarti parole dolci. Quel ragazzo ti rispettava e forse un domani, chissà?
    Quella sera uscite tutti insieme, si va in un ristorantino che vi hanno consigliato gli animatori del villaggio.
    Avevano ragione, l'ambiente è adatto a compagnie di giovani ed il cibo, accompagnato da abbondante vino, è squisito. La serata fila via liscia, tra canti, brindisi, rievocazioni di vecchi episodi e speranze per il futuro. Senza volerlo ti sei seduta vicino ad Anna che a sua volta sta accanto a Carlo e quando lui si lancia tra i tavoli con gli altri ragazzi improvvisando  un ballo senza senso ti trovi a fissare la tua amica che canta e sorride.
    Anna la timida la chiamavate, ed ora è lì che stravede per il suo ragazzo, il bel Carlo. Ci hai pensato bene, non hai colpe, non sapevi e quindi non devi farti perdonare nulla, ma quel tarlo che ti frulla per la testa ti fa male, ti sta massacrando. Bevi ancora un bicchiere di vino nella speranza di avere la forza di dire ciò che va detto e senza esitare oltre afferri delicatamente il braccio della tua amica che si gira verso di te e di nuovo ti assale quel senso di vomito "Anna" "Dimmi Silvia" "Sei innamorata di Carlo?" Per un attimo lei si irrigidisce, poi, convita che tu abbia bevuto un bicchiere di troppo ti  risponde come si farebbe ad un bambino "Che domande, certo che lo amo e lui ama me. Continua a ripetermelo da quando siete arrivati" E adesso? Chiudi gli occhi  e stringi forte i denti, poi la guardi e le dici "Ne ero sicura, ma volevo sentirtelo dire. Ti voglio bene Anna" "Anche io Silvia"
    ll treno sta per partire, si torna a casa. Stai leggendo il libro che hai trovato nello zainetto, per tutto il viaggio d'andate ti eri chiesta di cosa si trattasse e adesso stai soddisfacendo la tua curiosità. 
    Hai passato due splendide settimane in compagnia dei tuoi amici visitando posti fantastici e mangiando come un maialino. Hai visto Anna felice con Carlo, hai sopportato stoicamente Cinzia che non ha mai smesso di parlare; cara Cinzia lei si che avrebbe bisogno di un uomo.
    Con te nello scompartimento ci sono due giovani ragazze abbronzatissime probabilmente reduci come te dalle vacanze, una coppia di anziane sorelle e un uomo sulla quarantina, non bellissimo ma fascinoso. Il convoglio parte e tu ti alzi con movenze inequivocabili fissando l'uomo che immediatamente ricambia quello sguardo e capisce le tue intenzioni. Esci dalla cabina e ti dirigi verso il piccolo bagno assicurandoti che lui ti segua e poi vi chiudete dentro.
    Nel frattempo il libro che avevi appoggiato malamente sul sedile è caduto per terra ed una delle ragazze lo raccoglie per riporlo al suo posto e intravede il titolo. "Chissà che cavolata di libro è" Dice rivolta all'amica "Perché?" "Senti che titolo <Donne, fatevi rispettare>"
    Sorridono le due ragazze, mentre tu, dopo esserti data una sistemata, stai incassando il compenso per la tua prestazione.

  • 24 ottobre 2015 alle ore 12:19
    Inquinamento psico-insostenibile

    Come comincia: Nella società finisce anche per accumularsi tutta la spazzatura immateriale che produciamo, frutto di gran parte dei nostri pensieri sistematicamente influenzati da pochi e, comunemente, accettati da molti. Siamo sommersi di immondizia eterea che non possiamo smaltire perché non facilmente afferrabile. Occorrerebbe anche qui ingegnarsi per trovare rimedi capaci di eliminare un tasso di inquinamento cognitivo divenuto anch'esso ormai insostenibile. L'istruzione, almeno per come l'abbiamo lasciata (o voluta?) ridurre, sembra divenuta insufficiente a ricostituire una vita sociale psico-sostenibile. 
    Forse, su questo, si riflette ancora troppo poco.

  • 23 ottobre 2015 alle ore 11:11
    ALBERTO...ALBERTO.

    Come comincia: Alberto Minazzo, quarantenne, Maresciallo  Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po’ tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con ‘Alberto… Alberto!’ e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d’ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d’oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:’aitante e distinto’ come da note caratteristiche, un metro e 80 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessanta, deliziosamente furbacchiona se l’era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso ‘Madonnina dello Stretto’, sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all’ingresso  dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh… Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue,  era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    “Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?”
    “Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata”
    “Nel senso di una fesseria?”
    “No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l’ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qua.”
    “Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio.”
    “Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?”
    “Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao.”
    Allora parliamo della moglie di Alberto la deliziosa Anna: anni 23, bruna con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p…..ra, seno piccolo ma molto sensibile come pure la … gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi Minazzo abitavano all’ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Eva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe,  modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere  il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l’ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell’appartamento di Alberto quando non c’era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    “Marescià però c’iai nà bella vicina!”
    “Io c’iavrò pure una bella vicina ma c’iò pure una moglie dalle lunghe unghie.”
    “Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!”
    “Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!”
    Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare.
    “Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!”
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    “Buona passeggiata signori!”
    Denise: “Cosa voleva dire il portiere?”
    Alberto: “Quello che ha detto, buona passeggiata.”
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva  Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere…la baby era pure in minigonna!
    “Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!”
    “Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!”
    “Non fare l’offeso tanto non c’è niente da fare, Denise non ama i piselli!”
    “Ecco il perché dell’inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!”
    “Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!”
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter…ma adesso che sapeva che Denise era lesbica… forse avrebbe voluto averne due anche di…
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore.
    Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finchè Morfeo li prese entrambi.
    Dell’episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    “Vado a trovare Denise…voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi  mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio.”
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitavano, fecevano in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi Minazzo pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l’era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno  aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra.
    L’acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    I coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all’acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.
    Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all’unisono decisero che era giunta l’ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All’ingresso incocciarono Nando:
    “Novità?”
    “Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia.”
    Il gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell’episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un’ipotesi, una spiacevole ipotesi.
    Il giorno successivo Alberto sentì l’ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    “Sono Alberto Minazzo, io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto.”
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    “Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna.”
    “È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla.”
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi…
    “Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire.”
    “Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!”
    Dopo essersi preso dell’imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del  mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione…
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un’ora, non era orario di visite.
    La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un’infermiera:
    “Non la fate stancare, è molto debole.”
    Fu  Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    “Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai…”
     Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po’ di colorito in viso, si mise seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All’arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    “Evviva!”
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c’era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    “Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia.” Alberto faceva il giovialone.
    “Fatto piccolo miracolo, grazie.” Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l’importante era il risultato.
    “Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso.”
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all’interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un ‘consiglio di guerra’, decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio ‘condito’ con sorrisi che preludevano ad un da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po’ istupidito la scena surreale.
    “Imbecille ti vuoi spogliare!”
    Quell’aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle ‘gatte’ sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il ‘ciccio’ del giovin signore si era notevolmente ‘inalberato’ e si trovò a penetrare alternativamente nella due ‘chattes’ giungendo quasi subito all’orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po’ faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po’, gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente il maschietto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D’altronde qual è il desiderio di ogni uomo? Diciamolo francamente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!
     
     

  • 22 ottobre 2015 alle ore 17:09
    "U’ Scogliu do Zitu e a Zita"

    Come comincia: Ogni estate, dopo il matrimonio, la località scelta come luogo di vacanza, è stata un piccolo paese della Sicilia meridionale in provincia di Agrigento, luogo natale di mio marito Giuseppe.
    I primi anni ci andavo controvoglia.
    Mi dava fastidio la troppa luce, non sopportavo il caldo torrido, le persone sembrava ostentassero una superiorità che non condividevo e per questo mi erano sinceramente antipatiche. Ogni cosa, poi, lentamente, si vestì di significati diversi… o forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che, quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, il soggiorno è diventato più gradevole.
    Oggi amo quella terra arsa e le sue contrade polverose, il mare cristallino e, quando la mattina, raggiungiamo la spiaggia mi sembra di sentire ancora il profumo intenso dei gigli bianchi che, quarant’anni fa crescevano sulle dune di quella sabbia finissima.
    Era il mese di agosto del 1996 e quella mattina impiegai più del solito per raggiungere mio marito che mi aspettava nella nostra auto sotto casa per andare insieme in spiaggia mentre nostro figlio, poco più di un adolescente, rimaneva a dormire visto che si coricava all’alba come tutti i ragazzi ...e comunque era già qualche anno che giustamente preferiva scendere al mare da solo e raggiungere la sua comitiva.
    Mi dilungavo sempre un po’ in chiacchiere con mia suocera che rimaneva sola a casa.
    “Che prepari oggi di buono? Noi mangiamo qualcosa al bar in spiaggia... ” e sentivo che non le faceva proprio piacere il fatto che il figlio, dopo un anno di lontananza, preferisse rimanere al mare piuttosto che stare un po’ più con lei.
    “Dai vieni anche tu” le proponevo ma lei si scherniva e rispondeva che non aveva più l’età per passeggiare in spiaggia e, accompagnando le parole con il gesto di una mano, mi ordinava: “Vai!”
    Non sono mai stata una nuotatrice provetta.
    Rettifico: non sono mai stata una nuotatrice.
    Amo il mare ma ho rispetto della sua grandezza e della sua potenza. Lo amo e lo temo allo stesso tempo e quest’ultimo sentimento mi ha sempre precluso la gioia di viverlo e apprezzarne tutta la bellezza e la forza di cui è ricco. È stato a causa di questo timore che poche volte sono stata in grado di nuotare nei tratti in cui i miei piedi non fossero sostenuti dal fondale quando, dopo un certo numero di bracciate a stile libero, mi fermavo a riprendere fiato. Senza la sabbia sotto i piedi, allora ma ancor di più oggi, comincio ad agitarmi e ad annaspare invocando aiuto finché non arriva qualcuno...
    Quel giorno era tardi perciò decidemmo di non immergerci in acqua ma di concederci una bella passeggiata.
    Incontrammo subito una coppia di amici di mia cognata ma che erano diventati anche amici nostri, per una certa proprietà transitiva.
    “Passeggiate?”. “Andiamo al faro!”. “Anche noi... andiamo insieme?”... e ci incamminammo.
    E’ stupefacente la varietà di quella costa di mare il cui fiore all’occhiello è la scogliera di marna bianca, una roccia sedimentaria a grana fine formata da calcare e argilla. Scogliera modellata dal vento e dalla pioggia che l’hanno trasformata in una gradinata naturale chiamata, a ragione, “Scala dei Turchi”. Il suo bianco acceso risplende in mezzo ad una costa di tufo arenario, lo stesso materiale rossiccio che tagliato a mattoni viene usato per la costruzione di case ma anche dei bellissimi templi che s’innalzano in una valle di quel distretto agrigentino ....appunto la valle dei Templi.
    La sabbia è chiara e finissima. Il mare è disseminato di scogli scuri e alti di origine vulcanica: paradiso dei ragazzi per le loro esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati. Come se non bastasse, dopo essere rimasto fermo perché sostituito con uno più moderno, dal promontorio di Capo Rossello, campeggia nuovamente alto il faro con il suo lungo fascio di luce...
    La passeggiata al faro, o meglio sotto il promontorio che lo ospita, è una delle mete più gettonate per l’inusuale spettacolo, che si gode a guardare a naso in su… una parete a picco sotto il faro. Una parete che si sta sgretolando e i cui grandi massi potrebbero venir giù da un momento all’altro tra lunghe scie grigie di argilla che la tappezzano a tratti.
    Ѐ lì che torme di ragazzi si ricoprono di argilla e poi passeggiano lungo il litorale sicuri di richiamare l’attenzione.
    La riva è sempre affollata di bagnanti e si deve procedere per due, perciò mi ritrovai sola con Franca al mio fianco e i nostri mariti po’ indietro. Ogni tanto si fermavano a ricordare le prodezze della gioventù con qualche paesano. A tratti ci giungevano le loro risate e, quando non li sentimmo più, non ce ne preoccupammo.
    Arrivammo al porticciolo sotto il faro proprio nel momento in cui un amico di mio marito, Filippo, stava uscendo, solo, con il gommone per fare un “giro”.
    “Dai, chiedigli se possiamo salire anche noi!” chiese pronta Franca.
    Un sorriso e un “Naturalmente” in risposta ci catapultarono sul gommone. Io e Franca ci sistemammo una di fronte all’altra, Filippo mise una mano al timone e uscimmo dal porticciolo procedendo lentamente e solo quando fu possibile il motore rullò e partimmo... Ebbi una strana sensazione, quasi mi sembrò di non voler più uscire in mare, stavo per chiedere di riportarmi indietro ma guardai il cielo: era sereno e il sole splendeva alto! Non c’era alcun pericolo. Mi girai a guardare la spiaggia ... dei nostri mariti non c’era traccia.
    Mi rilassai e decisi di godermi quella gita in gommone.
    Tra gli spruzzi e il vento che ci sferzava il viso per sentirci dovevamo urlare... ma poi cosa? La felicità era lì  nell’assaporare quei momenti unici.
    Arrivammo a Rocca Gucciarda, che è un isolotto a circa duecento metri da riva con fondali profondi, paradiso dei sub.
    Questo isolotto, che in realtà è formato da due scogli legati da una sottile striscia di roccia, ha ispirato la leggenda in cui due giovani innamorati, per non separarsi come era stato loro ordinato,  si tolsero la vita lanciandosi dalla punta di Capo Rossello. I due scogli sarebbero emersi proprio nel punto esatto dove i due avevano sacrificato la loro giovane vita e per questo Rocca Gucciarda è detta "U’ Scogliu do Zitu e a Zita".
    Filippo fermò il gommone perché è quasi un rito rimanere in contemplazione di quella meraviglia. Strano! Di solito ci sono gommoni e pedalò che gli girano intorno come api attorno al miele. In quel momento nessuno.
    Senza preavviso, senza un cenno di intesa Franca  si tuffò dal gommone... “Faccio una nuotata, dai vieni pure tu!”
    Sapevo che c’erano sette metri d’acqua e per arrivare, al sicuro, su Rocca Gucciarda una decina di metri, ma sfido chiunque, in grado di dare qualche bracciata e rimanere a galla, a non accettare l’invito... e non dico di Franca ma di quelle acque smeraldine, con la loro trasparenza che lascia vedere il fondale di grandi massi ricoperti di poseidonia ed altre alghe. Mi affidavo alla presenza di Franca e del gommone... e sull’esperienza di Filippo praticamente nato in quelle acque.
    Successe tutto nel giro di pochi secondi.
    Franca che non mi conosceva molto bene, visto che mi ero tuffata, pensò che fossi in grado di nuotare da sola e, in modo molto plateale con tanti spruzzi,  raggiunse l’isolotto e ne cominciò il periplo nascondendosi alla mia vista.
    Filippo che sicuramente aveva pensato le stesse cose di Franca, mentre diceva forte ”Torno subito!” girò il timone e diresse altrove... sparendo anche lui dalla vista.
    Mi vidi morta sul fondale.
    Urlai ma Franca non poteva sentirmi e nemmeno Filippo. Ripensai alla mattina quando uscendo di casa avevo inciampato... e qualche giorno prima i tg regionali avevano diffuso la notizia,  di avvistamenti di squali in quelle acque.
    Mi giungeva una musica da lontano. Mi sembrava il ritmo incalzante del film “Lo squalo”.
    Mi guardai intorno non c’erano pinne... mi stavo perdendo dietro fantasie ridicole. Dovevo trovare un modo per rimanere a galla, scegliere tra morire o tirare fuori il coraggio. Sapevo fare il morto a galla e pensai che in quel modo potevo evitare di farlo sul fondo.
    Ogni tanto mi arrivava qualche onda che mi faceva traballare, stringevo i denti e cercavo di mantenere la calma. Ogni tanto tiravo su la testa per guardare verso riva. Mio marito, ne ero certa, aveva visto tutto e, conoscendo il terrore che mi attanagliava in quella situazione, stava morendo di paura come me. Di Franca e del gommone nemmeno l’ombra.
    Se non arrivava qualcuno ... quel pensiero mi avrebbe portato alla fine prima ancora di finire sul fondo. Davanti ai miei occhi passò la mia vita, poi pensai alle cose che ancora dovevo fare, a mio figlio ancora adolescente…
    Il pensiero di mio figlio che poteva rimanere orfano mi dette un ultimo stimolo a resistere.
     Strinsi i denti e gli occhi per non farci entrare l’acqua, ma questa cominciava ad entrare dal naso... Era finita, non mi restava che pregare. Aprii gli occhi per guardare l’ultima volta il cielo e… magia o miracolo non lo so, vidi la mia salvezza: un pedalò che fino a quel momento era stato dietro Rocca Gucciarda e che procedeva col suo ritmo traballante verso di me.
    Mi piace pensare che a sostenermi fino a quel momento sia stato il coraggio e la forza “do Zitu e a Zita”.
     

  • 21 ottobre 2015 alle ore 20:53
    La solitudine

    Come comincia: La solitudine avanza sul filo dell’orizzonte, artiglia anima e cuore di chi, spaesato, arranca lungo i viali. Intorno solo silenzio, schegge di acciaio e cemento svettanti fino al cielo, nubi basse come corona al dolore dell’uomo. Porta il grigio di sere solitarie, il gelo delle finestre vuote sul mondo.
    La solitudine si stende sui prati senza voci di bimbi, né giochi, né tramonto rosso.
    All'imbrunire il cuore sente tutto il peso della propria esistenza, portata con fatica tra errori e disillusioni. Sente tutto il peso della povertà, vissuta come anelito e fame di vita. Sente tutto il peso della mortalità, scacciata in un angolo del cuore nello stordire dei rumori del giorno. Sente di essere solo.
    Eppure è proprio al Crepuscolo che l'anima eleva la sua canzone più struggente, vera e sincera. Eppure è proprio al crepuscolo che l'occhio vede oltre la barriera dei sensi ottenerbrati dall'affanno del giorno, e lo sguardo, lucidato da tutte le opache imperfezioni delle nebbie, appare più cristallino, vivido, luminoso esso stesso, come in "una lente del cuore". Il grande Michelangelo ha saputo dare vita ai colori del marmo, alla vena pulsante della roccia, ed è il Crepuscolo dell'oblio, ed è l'alba dell'Eternità
    Appoggiata ad un albero di noce, una fascina di legna sembra attendere un ritorno. Con occhi stanchi un vecchio cacciatore ritrova storie e ricordi; da tempo ha gettato le armi, da tempo il suo cuore è gonfio di rimpianti. Ma il bosco, con il suo silenzioso abbraccio, scalda le sue ossa, ammorbidisce il suo sguardo, sostiene le sue notti. Dietro la boscaglia i giovani virgulti tessono le loro trame, come fiabe antiche di nostalgia.