username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 30 novembre 2005
    Storia di vite spezzate

    Come comincia: L'uomo è sdraiato sulla strada, puzza e trema. Guarda i ragazzi intensamente. Marika gli sorregge la testa dritta mentre Ivan si concentra per capire cosa il vecchio barbone sta cercando di dire. Il vecchio, con appena un fil di voce, si avvicina all'orecchio di Ivan e con l'ultimo respiro nei suoi polmoni sparla, dice di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli… non fa a tempo a finire la frase che se ne va. Marika sente un brivido dietro alla schiena come quel giorno lontano, in cui all'ospedale guardava Gaia tenere stretta la mano della mamma mentre i suoi occhi pieni di terrore cercavano invano di non chiudersi. Si reggeva all'ultimo filo di vita con tutte le sue forze, ma tra il silenzio dei suoi figli riuniti al capezzale, perse la battaglia contro la malattia che aveva combattuto così a lungo. Quel giorno Marika non parlò non mangiò e non dormì. Perché proprio questa vita? Perché proprio la sua famiglia? Ivan chiama un'ambulanza con il suo cellulare nuovo di zecca. Il proprietario sicuramente non si era accorto della mano lesta che si era insinuata esperta nella giacca per sfilarglielo sulla metropolitana. Non appena sceso, Ivan aveva buttato via la SIM e l'aveva sostituita con la sua. Era tanto tempo che sognava un cellulare così. Mentre guarda gli occhi sbarrati del povero barbone, pensa tra se che non vuole morire in un angolo di strada non trafficata, senza amici e con due completi estranei che cercano di salvarlo…i soldi contano, contano eccome! Ha già quindici anni e fra un po' sarà ricco. Marika lo riporta alla realtà. Devono andare a prendere Luna all'asilo e poi incontrarsi con Gaia che ha delle grandi novità. Dov'è finita l'ambulanza? Non c'è tempo, pensa Ivan, e con uno strattone trascina via Marika, la quale non oppone resistenza. Il vecchio resta per terra da solo fino all'arrivo dell'ambulanza.
    L'asilo è una costruzione nuova. La maestra sta seduta sui gradini. Vicino a lei c'è Luna. Gioca con la sua bambola senza un occhio e parla da sola tra se e se. La maestra ha l'aria stufa e tra l'indice e il medio della mano destra tiene una sigaretta accesa, mentre con l'altra mano corre veloce con il pollice sulla tastiera del suo Nokia. Scrive al fidanzato che stasera tarderà perché come al solito i fratelli della bimba senza genitori, non sono ancora arrivati.
    Marika non saluta nemmeno, prende la mano di Luna e la porta con se. Non c'è tempo. Gaia li aspetta già da venti minuti in piazza e sicuramente è lì con Thomas. Non l'ha ancora perdonato. E' convinta: è stato lui a vendere la roba a suo padre quella sera maledetta. L'hanno trovato nella vasca da bagno e non c'era più nulla da fare. Roba tagliata male.. succede… questo l'unico commento di Thomas. Da quel momento in poi odiava quel ragazzo con tutto il cuore. Gaia saluta Marika e da un bacio a Luna. chiede dov'è Ivan e poi spedisce Marika a casa con la bimba. E' un lavoro complesso e non vuole due bambine tra i piedi. Marika sa che deve ubbidire. Il giudice ha deciso che a occuparsi di loro sarebbe stata la sorella maggiore e quindi non ha scelta. Ancora due anni e sarà maggiorenne. Farà i bagagli e partirà inseguendo i suoi sogni. Riflette mentre cammina trascinandosi dietro Luna, che borbotta con la sua bambola.
    Ivan saluta Gaia e nello stesso momento anche Thomas appare da dietro l'angolo. Li guarda con i suoi occhi freddi come il ghiaccio e tira fuori una pistola. Gaia gli chiede se è matto a tirare fuori un'arma lì in mezzo alla strada, ma Thomas e Ivan si stanno già dirigendo verso la banca. Si guardano e fanno cenno di si con la testa. Prima di entrare si infilano i passamontagna e spingono la porta. Entrano.
    Le grida di Ivan e Thomas all'unisono minacciano le persone nella banca. Urlano di alzare le mani. Li stanno rapinando. Thomas l'antifona la sa a memoria e il piano l'ha ripassato più volte con Ivan. Sono convinti che dopo questo colpo si rilasseranno un po'. Una nuova macchina, discoteca. Forse un viaggio. A Gaia, per tenerla buona, hanno detto che il denaro servirà per la casa, dalla quale sono stati sfrattati dieci giorni fa. La gente si butta a terra. Due guardie giurate cercano di tirare fuori la pistola. Thomas spara, Ivan si gira e aiuta il compagno. Preme il grilletto. Per le guardie non c'è più nulla da fare. La gente grida. Una donna piange e stringe a se il figlio. Non c'è tempo da perdere. Un cassiere schiaccia l'allarme. Tutto accade così veloce, troppo in fretta. Thomas spara, ancora e ancora. A vanvera. Non vede più nulla, la paura lo acceca. Ivan ancora in preda al panico: ha appena ucciso un poliziotto. Un uomo. Non si muove, come paralizzato. Gli occhi sbarrati del vecchio all'angolo sono di nuovo lì e quelle parole che dicono di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli…. Sei persone per terra in un lago di sangue, non respirano più. La gente non urla più. Prega che tutto finisca. Thomas urla a Ivan di uscire con tutto il fiato che ha in gola. Corrono verso la porta. Sulla strada si sentono già le sirene della polizia. Il rumore dei freni sull'asfalto. I poliziotti saltano fuori dalle macchine gridando ai ragazzi di fermarsi e gettare le armi. Ivan la getta e si sdraia tremando. Thomas gira su se stesso, guarda Gaia gridare ma non capisce. Corre verso di lui. Uno sparo. Lei si accascia. Thomas si inginocchia vicino a lei. Le sorregge il capo. Trema. Lacrime nei suoi occhi. Il sangue le scivola tra i denti mentre le ultime parole sussurate sono la casa, Marika, Luna. Una nuova bambola per Luna. Poi il Buio.

  • 30 novembre 2005
    Sceneggiatura di un amore

    Come comincia: Una sera di luna piena, che si specchia in ogni pozzanghera, ed un cielo stellato da fare sembrare ogni altra cosa insignificante e minuscola, due ragazzi innamorati sono fermi su di un prato, in un parco nella periferia della città.
    L'aria è autunnale, un misto fra freddo e umido che trapassa le ossa fino a far tremare ogni lembo del corpo.

    Lei guarda lui fisso negli occhi: "Mi ami?" e distoglie lo sguardo con fare insicuro. Poi si volta di scatto verso di lui e ancora una volta, affondando i suoi occhi in quelli di lui: "Mi ami…" una pausa raggelante li divide: "Ma cosa vuol dire per te l'Amore?"
    Lui - ormai sull'orlo di una crisi di nervi -, sfibrato da una conversazione lunga e prevedibile, la guarda stanco e dice: "Non lo so… so solo che ti amo".
    Abbassa lo sguardo e gli occhi gli si inumidiscono.
    Sta cercando disperatamente di raccogliere i suoi pensieri migliori e di congiungerli in uno unico, ma chiaro, per spiegarle quello che prova.
    Non vuole dire nulla di sbagliato. Sembra sempre che come apra bocca faccia un errore. Si sente come Indiana Jones in una foresta amazzonica, piena zeppa di sabbie mobili, che quando metti il piede nel punto sbagliato è finita!
    Alza la testa e la guarda negli occhi.
    Vorrebbe scavare, scavare in fondo ai suoi pensieri. Cosa darebbe per sapere quello che lei vuole sentirsi dire. Non l'ha mai capito. Non l'ha mai capita.
    Queste lunghe pause lo irritano. Lo portano alla disperazione più profonda. Gli fanno paura.
    Ogni secondo di pausa per lei vuol dire che lui è insicuro, e che non sa veramente cosa prova per lei.
    Aggrotta le sopracciglia e sbotta: "Cavolo! Ti amo! Io Ti Amo! T I A M O !!! E ancora TI AMOOOO!"
    Le afferra le braccia, è livido dalla rabbia: "Cosa vuol dire per me l'Amore?? Non lo so! Non lo so per Dio! So solo che non ho mai provato nulla di simile in tutta la mia vita!" La lascia e si allontana continuando ad urlare: "Mi porta via il cuore, lo lacera, lo picchia e lo butta a terra! Ma poi lo rialza… NON RIESCO A SPIEGARLOOOO" Si porta le mani ai capelli e si guarda intorno come qualcuno che cerca aiuto nel buio, in un vicolo cieco, senza una meta o un fine.

    Lei lo guarda impassibile. Cerca anche lei di scrutare il suo ego. Di trovare un significato in tutto questo.
    Lo sa, che gli sta facendo del male. L'ultima volta aveva giurato a se stessa di non farlo più. Di non torturarlo più. Ma è più forte di lei. Le fa paura. Quello che lui potrebbe pensare o sentire la terrorizza.
    Guardando nel vuoto lei sorride: "Anch'io ti amo."
    Poi si gira verso di lui.
    Il suo sguardo è esausto, lo sguardo di chi non sa più dov'è e perché: si è perso così tanto tempo fa che comincia a credere di trovarsi solo in un brutto sogno.
    E' lì, davanti a lei, ha ancora le mani nei capelli. Lentamente le braccia gli scivolano verso il basso a ciondoloni, e rimane incredulo a guardarla. Sfinito e incredulo.
    Cosa ha fatto ora?
    Cosa le ha detto?
    Lo sta prendendo in giro?
    Domande che gli frullano nella testa come automobili ad un incrocio con il semaforo guasto all'ora di punta.
    Quanto è durata questa discussione?
    C'era il sole in cielo. Erano abbracciati stretti, stretti sulla panchina, e poi è iniziato tutto.
    Lui le accarezzava i capelli e le sfiorava la guancia con le sue labbra morbide e calde. Di colpo, le stesse labbra calde si sono avvicinate al suo orecchio e timide hanno sussurrato: "Ti amo".
    Così è cominciato tutto! Ora se lo ricorda!
    Tutto per due parole che non significano niente, ma possono significare tutto; e adesso, dopo interminabili ore scandite da silenzi pieni di significato e tentativi esasperati di spiegazioni sbagliate (spiegazioni di che cosa poi?), lei si arrende. Si arrende così.
    Lui la guarda sempre più incredulo e diffidente.
    La sfida le si legge nelle pupille. Gli prende le mani e le porta al suo viso come una richiesta muta di complicità e tenerezza. Lo stringe a se e sussurra: "Mio Dio! Era questo che volevo sentirti dire!".
    Lui, le braccia ancora ciondolanti, non riesce a lasciarsi andare alle carezze e a questo abbraccio che sa di inganno, ma anche di tregua. Non dice nulla. E ci prova. Le cinge la vita, con cautela.
    Lei socchiude gli occhi. Finalmente lui risponde all'abbraccio e le sue dita le esplorano i lineamenti del viso fino ad accarezzarle il collo morbido per poi risalire lentamente e soffermarsi sulle labbra, che sussurrano: "Questo… Che l'Amore non si può spiegare, non si riesce a quantificare. Si sta male. Vorrei urlare a tutto il mondo quanto ti amo."
    Lei riapre gli occhi, si allenta dalla stretta e lo guarda. Spalanca le braccia e si lascia andare all'indietro. La sua voce da quel fievole respiro che era, si alza: "Voglio gridarti quanto ti amo!"
    Si libera dal suo abbraccio e comincia a girare su se stessa come una trottola a braccia aperte: "Che ti amo tanto così!"
    Si ferma barcollando e comincia a ridere, come se fosse ubriaca. Ubriaca di sentimenti mescolati, che fanno male come un cocktail di superalcolici. La voce la lascia e ansimando sussurra: "Ma è sempre troppo poco. Sempre maledettamente troppo poco…".
    Le lacrime scivolano sul suo viso.
    Si lascia andare, ma lui la prende prima che perda l'equilibrio.
    Anche lui sta piangendo. È felice, è sollevato.
    L'abbraccia forte a sé. La bacia prima teneramente e poi la passione… fino ad accarezzarsi le labbra e le anime.

    Ma alla fine: cosa vuol dire "Ti amo"?

  • 30 novembre 2005
    Il viola ed io

    Come comincia: Sin da bambina sono stata così. Un po’ strana: allegra, ma non troppo. Triste ma non troppo. Una sorta di pianta grassa né troppo felice, né troppo infelice.
    Qualcuno mi ha parlato una volta di una sindrome, una specie di malattia mentale o stato psicologico a causa del quale alcuni individui non sentono il dolore. Mi sono domandata spesso se ciò è possibile. Se nella mia testa si può formare una tale condizione da impedirmi di soffrire.
    Sul prato. In mezzo al verde e ai rumori di una primavera che sembra arrivare, ma che all’ultimo momento ci ripensa. Guardo il cielo. Mi prude il naso. Vedo avvicinarsi un’ape. Mi alzo? Ho paura. Ma paura di che? E’ solo dolore fisico.
    Ad un tratto l’ape si trasforma. Una luce verde l’attraversa, diventa rossa e poi di un giallo così intenso che mi lacrimano gli occhi. Non ci vedo più.
    Riacquisto la vista: l’ape è diventata un elefante con un corno da rinoceronte in mezzo alla fronte e con un paio di grandi occhi viola. Mi guarda e mi fa cenno con la zampa di seguirlo. In groppa ha una sella d’oro tempestata di diamanti, ma quando mi appresto a salire comincia a dimenarsi. Si arrabbia. Scappa.
    Io comincio a correre per seguirlo.
    Il prato da verde che era, si fonde insieme a tutti i colori dell’arcobaleno. Mischia e rimischia come un pittore mescola i colori su una tavolozza con il pennello. Oddio mi gira la testa.
    Cado in un vortice viola e vengo inghiottita. Giro, giro e giro come una trottola su un tavolo da gioco, come la pallina della roulette.
    All’improvviso inverto la rotazione. Da veloce comincio a ruotare sempre più lentamente. Vedo la Torre Eiffel tra le rovine del Foro Romano. Ci sono anche le piramidi e le sfingi che danzano intorno a loro, come indiani nel Far West intorno al fuoco, prima di iniziare un combattimento.
    Sono felici e cantano una canzone che mi sembra familiare.
    Ecco che in un momento, una foca azzurra con un sorriso smagliante si avvicina. Mi prende per mano e mi invita a ballare. Balliamo la rumba! Divinamente ci muoviamo su questa pista da ballo viola.
    Improvvisamente la foca, che si chiama Madeleine, mi pesta un piede. Le dico che non fa nulla e che non mi ha fatto male, ma lei scoppia a piangere fragorosamente. Un pianto isterico. Comincia a strapparsi i baffi.
    Continuo a rassicurarla e provo anche a toccarla, ma continua a piangere sempre più forte.
    La musica smette ed ecco che tutto diventa blu scuro. Sembra quasi una notte sintetica. Mi guardo intorno e la foca non c’è più. Sono da sola. Completamente abbandonata a me stessa e fa anche freddo. Non mi sono nemmeno portata una giacca e comincio a tremare. Le mani sono ghiacciate, i piedi immobilizzati.
    In fondo alla sala vedo un puntino viola, che sembra una luce. Diventa sempre più intensa e mi attira. Non ci posso fare niente, anche se non so dove sto andando, vengo richiamata da quel luccichio insistente che sembra chiamarmi. Ho paura perché non so dove metto i piedi mentre cammino verso il puntino.
    Un rumore assordante mi spappola quasi del tutto i timpani. Un fischio rimbomba nei meandri del mio cervello e scuote qualsiasi neurone ancora vivo come un terremoto. Mi tappo le orecchie, ma non serve a niente. Non smette: è nella mia testa. Lo sento come si affanna a distruggere ogni lembo del mio capo. Mi maciulla la ragione.
    Non ce la faccio a stare in piedi. Mi inginocchio e infilo la testa fra le gambe. Stringendo per aiutare le mani a schiacciarmi la testa e farlo smettere.
    Di colpo vengo aspirata in alto, sempre più in alto. Non riesco a tenere le mani sulle orecchie e mi lascio andare. Il fischio c’è sempre, ma è più fievole. Sotto di me vedo le montagne con le loro cime aguzze e la paura mi assale.
    Ho una paura matta di cadere e spalmarmi come Nutella su qualche roccia.
    Guardo su, giù, a destra e a sinistra, ma nulla: nessuno mi tiene, nessun uccello, nessun filo. Fluttuo sola e soletta per il cielo infinito. Sento il rumore dell’aria e il vento freddo che mi taglia il viso.
    Vedo puntini davanti a me. Tanti puntini. Sono stelle, penso, e si avvicinano. Oddio mi schianterò contro qualcosa! Me lo sento!
    Ma no! Non sono stelle. No, non può essere. Non ci credo. Sono galline. Uno stormo di galline vere che vola per il cielo. Le loro piume sono viola e indossano occhiali da aviatore. Mi gridano qualcosa, ma il rumore del vento mi tappa le orecchie. Mamma mia! Mi vengono addosso! Non riuscirò mai a schivarle tutte. Tento di cambiare rotta. Muovo le gambe come se nuotassi a stile libero e poi a rana, ma non riesco a muovermi. Mi raggomitolo su me stessa e stringo i denti. Le galline mi raggiungono. Me le sento sfrecciare intorno. Mi assalgono. Sbatto fra di loro come la sfera in un flipper. Perdo l’equilibrio e cado.
    Però non a strapiombo: lentamente come una piuma. Rimbalzo da una nuvola all’altra: sono tutte viola. Ne assaggio un pezzo: hanno il sapore squallido come quella volta che, da piccola, mi hanno operato alle tonsille. L’anestetico scendeva direttamente nella mia gola sottoforma di fiocchi di neve attraverso un tubo. Mi addormento.
    Mi risveglio su un covone di paglia. Un forcone è stato infilzato a pochi centimetri dalla mia testa e su di esso qualcuno ha appeso un grembiule viola.
    Sento delle voci, ma non vedo nessuno. Risate, mi giro: niente. Sghignazzate, mi giro dall’altra parte: ancora nulla. Aspetto un po’ e fischietto con nonchalance. Di scatto mi volto e le vedo: cinque rane gialle a pois viola che mi osservano. Indossano degli scarponcini alla moda stile anfibi anni ottanta. E’ vero! Non sono più di moda! Chiedo loro dove li hanno comprati giacché oramai sono praticamente introvabili nei negozi. Mi contemplano e poi si guardano: sghignazzano nuovamente e poi saltellano via lasciandomi seduta lì su quel covone a pensare a dove abbiano mai comprato quelle scarpe.
    Penso, penso e ripenso. Mi sento stanca. Mi sdraio sul covone che è diventato caldo come le coperte che si riscaldano con l’elettricità.
    Ecco che il cielo si incupisce e all’orizzonte appaiono i primi lampi. Non so dove andare. Spaesata in mezzo ad un prato viola sdraiata su un covone.
    Da esso, tutto ad un tratto, scivolano fuori dei tentacoli gialli e mollicci. Mi prendono le braccia e le gambe sollevandomi. Infine mi poggiano per terra accanto al covone che ormai è diventato un ammasso di tentacoli gialli e verdognoli. Non mi lasciano né le gambe e né le braccia mentre io cerco di divincolarmi con tutte le mie forze. Uno dei tentacoli che mi tiene una gamba mi tira uno schiaffone da panico e poi dal cielo piove un unico potentissimo getto d'acqua viola che si infrange sulla mia faccia.
    Apro gli occhi. Sono sdraiata sul pavimento. Ciccio, il barman, ha in mano un secchio, che fino a qualche minuto prima era colmo d'acqua fredda.
    Baby e Titti sono inginocchiate vicino a me e mi tengono ferme gambe e braccia. Titti blatera qualcosa come il fatto che ho avuto delle convulsioni strane e Ciccio mi fissa con gli occhi spalancati e terrorizzati di chi ha visto morire qualcuno; poi mi dice, con voce spezzata, che gli dispiace e che non avrebbe dovuto sbriciolare quella pastiglia maledetta dentro il mio cocktail.
    Io lo guardo, aggrotto la fronte e dico: “Ciccio, fammi ancora uno di quei cocktail viola, da bravo”. Scoppio a ridere e poi il buio.
    Intorno a me sento solo le voci agitate che gridano. Sono svenuta? Sto morendo? O sono morta?
    Ma chi se ne frega! Mi sono divertita una cifra!

  • Come comincia: Marco chiese una bicicletta al suo papà e lui la comprò.

    Punto. Questa è la storia. Vi chiederete: “Come? Tutto qui?!”.

    Allora:
    “La bicicletta era fiammante rossa con i rapporti. Marco era troppo piccolo per saperli usare, ma era orgoglioso della sua bicicletta rossa fiammante con l’adesivo dell’ultimo Giro d’Italia sul manubrio. Il signore che l’aveva venduta al suo papà, aveva detto che era un pezzo da collezione. Una vera chicca. Sarebbe costata molto di più, ma per quel bambino simpatico e allegro il signore aveva chiuso un occhio.

    Quello che Marco e il suo babbo non sapevano era che la bicicletta apparteneva a qualcun altro, ed era stata rubata qualche settimana prima in un parco giochi.
    Fabio, il proprietario, era un bimbo di sette anni – la stessa età di Marco – e quel giorno era infinitamente triste.
    La sua bicicletta rossa fiammante era stata un regalo dello zio per il suo compleanno. Erano andati a vedere insieme il Giro d’Italia quel giorno, e lo zio gli aveva regalato un adesivo da attaccare al manubrio.
    Nonostante la mamma e il papà lo rincuorassero dicendogli che gli avrebbero comprato una bicicletta nuova uguale alla sua, Fabio era inconsolabile.
    Voleva solo ed esclusivamente indietro la sua!

    Marco, dall’altra parte della città pedalava felice e contento con il suo papà che lo osservava orgoglioso. Si sentiva come Bartali su quella bicicletta e non l’avrebbe lasciata per nessuna ragione al mondo!
    Marco cresceva a vista d’occhio.
    Quando divenne troppo grande per la sua amatissima bicicletta, suo padre decise di venderla. Marco lo supplicò per giorni interi finché un bel giorno il babbo capitolò. Impacchettò la bicicletta per bene nel nylon e la parcheggiò in cantina.

    Marco era un uomo ormai. La sua fidanzata, Erica, si era abituata alle sue stravaganze. La sua collezione di biciclette di ogni epoca sul mobile in soggiorno non le dava più fastidio, anzi alla fine ci si era quasi affezionata.
    Quando morì suo padre, poco dopo la morte della sua amata mamma, sembrava che per Marco la vita fosse finita. Non avesse più senso.
    Grazie ad Erica, però, riuscì ad andare avanti e cercò di spazzare via il dolore che stava provando. Lei aspettava un bimbo. Questo era il futuro e lui avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello. Il lavoro era divenuto a questo punto una pizza. Sempre gli stessi compiti, mai un aumento di stipendio e i capi sempre a fargli notare che non valeva nulla. Poi nacque Andrea. Da quel giorno Marco non fu più lo stesso. Il lavoro era passato del tutto in secondo piano, sempre che fosse mai stato importante. I capi potevano dire tutto ciò che volevano. Lui valeva. Valeva eccome! Il suo valore era tutto in quella creatura piccola che ogni giorno imparava qualcosa di nuovo. Il miracolo della vita. E Marco era parte di quel miracolo.
    Avrebbe tanto voluto che suo padre fosse stato lì in quel momento. Che avesse potuto abbracciare suo nipote. Ma lo sentiva vicino come non mai. Mai prima di quel giorno all’ospedale, tenendo in braccio quel fagottino, aveva capito cosa voleva dire essere padre.

    Andrea ormai cresceva velocemente. Marco cresceva con lui. Quando suo figlio compì sette anni, si decise. Prese la forza e andò in cantina. Era la cantina della sua vecchia casa. La casa del suo babbo. Lei era lì. Ancora avvolta nel nylon con un dito di polvere sopra. La sua amatissima bicicletta. Rossa fiammante come il primo giorno che la vide!
    La spolverò e la rimise in sesto per benino. Nel giorno del suo compleanno, Andrea la ricevette in regalo. Gli brillavano gli occhi e Marco, pieno di gioia, gli insegnò a pedalare come tanti anni fa aveva fatto con lui il suo babbo.
    L’adesivo di quel lontano Giro d’Italia resisteva ancora. Resisteva a tutto: urti, pioggia, graffi, ruggine. Era come se lui e la bicicletta fossero un tutt'uno da sempre.
    Andrea continuava a crescere ogni giorno di più, come era cresciuto Marco alla sua età.
    Non passò molto tempo e la bicicletta riprese il suo posto in cantina. Avvolta nel suo vecchio amico nylon.

    Andrea ora studiava all’università. Aveva deciso di non allontanarsi da casa e di seguire un corso il più vicino possibile. Suo padre, infatti, non stava più molto bene anche se non lo voleva dare a vedere per non essergli di peso.
    Erica se n’era andata da qualche anno ormai, lasciando un vuoto enorme nei cuori dei due uomini. Se n’era andata proprio come la sua mamma e Marco non era riuscito a superare il dolore.
    Pian piano si era lasciato andare e la sua vitalità si era spenta come una candela accesa per mesi.
    Andrea passava il tempo fra l’università e casa sua. Studiava e curava suo padre. Quest’ultimo oramai era più di là che di qua, ma l’amore che provava per suo figlio lo tratteneva ancora.
    Un giorno chiese ad Andrea di portarlo in cantina.
    Lì rimase assorto nei suoi pensieri per ora, davanti alla sua vecchia bicicletta rossa fiammante impacchettata nel nylon.
    Quanti bei ricordi, quante risate.
    Quegli anni sembravano così lontani eppure erano passati come un soffio. Guardava suo figlio e negli occhi gli si leggeva un misto di venerazione e invidia.
    In quei giorni Andrea studiava sempre più spesso nella caffetteria all’università. C’era una ragazza, che ci lavorava come cameriera, Isabella. Lui se n’era innamorato perdutamente.
    Beveva litri di caffè tutti i giorni solo per poterla vedere. Era bellissima e gentile. Sorrideva sempre. Lui non trovava il coraggio di chiederle di uscire. Sicuramente sarà fidanzata era il pensiero ricorrente che gli schizzava nella testa.
    Isabella in cuor suo, sperava ogni giorno che lui la invitasse ad uscire, anche solo per andare al cinema o mangiare un boccone da qualche parte. Sarà fidanzato era il pensiero ricorrente che le martellava il cervello.

    Un lunedì mattina, Andrea si recò come il suo solito alla caffetteria. Era deciso ormai! Le avrebbe chiesto di uscire.
    Lei era lì. Aveva avuto paura di non trovarla. Per uno strano motivo aveva sentito il terrore irrazionale di non vederla. Ma era lì. Era bellissima. La coda per il caffè sembrava non finire mai e Andrea era spaventato al pensiero che a causa dell’attesa, quel briciolo di coraggio che aveva racimolato, scomparisse.
    Quando arrivò il suo turno rimase bloccato lì. Lei era in piedi davanti a lui, lo osservava e sorrideva. Sembrava che il tempo si fosse fermato e che le ginocchia non sapessero più dov’erano di casa.
    Si guardarono a lungo senza proferire verbo.
    Ad un tratto da dietro una voce li riportò alla realtà: “E allora vogliamo fare notte?”, sbottò l’uomo alle sue spalle. Andrea sussultò e così anche Isabella. Per un attimo il suo splendido sorriso si spense sulle sue labbra e Andrea la guardò preoccupato.
    Come se la sorte di tutta l’umanità e dell’universo intero dipendesse da un suo sorriso.
    Lei abbassò lo sguardo “Se non mi dici cosa vuoi fra un po’ ci linciano”.
    “Te” la risposta scivolò dalla bocca di Andrea inaspettata. “Non un tè, te: voglio te” si corresse per paura di venire frainteso.
    Isabella arrossì, ma dal suo sorriso ora trapelava la felicità che le era salita dal cuore.
    Andrea restò seduto nella caffetteria fino all’ora di chiusura. Si erano messi d’accordo di andare al cinema, ma quella sera il cinema se lo scordarono.
    Passeggiando chiacchierarono per tutta la notte. Nel freddo della città.
    Il primo bacio fu un fulmine. Paragonabile alla sensazione di infilare le dita in una presa elettrica.
    Passarono i mesi.

    Un giorno di gennaio Marco non si svegliò. Andrea lo trovò nel suo letto, come se dormisse, col sorriso sulle labbra e una delle sue biciclette da collezione sul comodino vicino alla foto della sua Erica.
    I giorni a seguire furono per Andrea una doccia fredda. Era solo. Isabella era dovuta partire dopo nemmeno una settimana dal loro primo bacio perché la sorella aveva partorito.
    Passava le giornate davanti alla TV a piangere e dormire. Isabella lo chiamava ogni sera, ma lui non riusciva a parlare.

    Un giorno di marzo suonarono alla porta. Andrea andò ad aprire e per la prima volta in tutti quei lunghi mesi il mondo sembrava aver cambiato luce. Isabella stava lì in piedi e sorrideva. Lo abbracciò e lo baciò. Quella notte fu per Andrea come una rinascita o un risveglio da un coma profondo.
    Sdraiati l’uno vicino all’altra, accarezzandosi, si raccontarono tutto. Le loro più grandi paure, i loro sogni più nascosti.
    Improvvisamente Andrea, senza sapere il perché, raccontò di suo padre e della sua bicicletta rossa fiammante. “Lo sai, il mio babbo amava tanto la sua bicicletta. La venerava”
    Isabella sorridendo “Si, so cosa vuol dire” sussurrò “Mio padre ha rimpianto la sua bicicletta fino alla sua morte. Diceva che lo aveva stregato. Da quando da piccolo l’avevano rubata. Mio nonno mi raccontava sempre che suo fratello l’aveva regalata a mio papà quando aveva appena sette anni. Poi erano andati a vedere il Giro d’Italia e l’adesivo sul manubrio era il ricordo che lo faceva stare più male”.
    Andrea sussultò.
    Isabella continuava “Pensa che quel giorno, mio padre era così felice, e per paura che qualcuno si sbagliasse e la portasse via, sotto la sella della bicicletta scrisse il suo nome”.
    Rideva mentre Andrea rimaneva in silenzio a riflettere.
    Si alzò di scatto e le disse di seguirlo. Lei, che non capiva il perché, si alzò e lo accompagnò senza fare domande.
    Scesero insieme le scale che portavano alla cantina. Andrea aprì la porta e accese la luce.
    Era lì. Nell’angolo. La bicicletta rossa fiammante che era della sua famiglia ormai da due generazioni.
    Lentamente Andrea, come se avesse paura che si frantumasse e cadesse in mille pezzi, la liberò dal nylon che la proteggeva. Sotto il sedile c’era un nome. “Come si chiamava tuo padre?” chiese con un filo di voce ad Isabella. “Fabio” bisbigliò lei.
    Andrea girò la sella verso la luce per fare vedere ad Isabella quello che aveva letto lui.
    Il nome scritto sotto il sedile, con la calligrafia di un bambino, lo si leggeva distintamente dopo tutti quegli anni: Fabio.
    Isabella ed Andrea si guardarono a lungo negli occhi. Un sorriso complice. Un bacio. Il destino sottoforma di una bicicletta rossa fiammante.”

    Ora si che la storia è finita, ma non quella della bicicletta...

  • 30 novembre 2005
    Mi dispiace, scusami

    Come comincia:

    Il sole era alto in cielo. Era mezzogiorno. C'era vento e non faceva caldo. La mia testa girava ancora e sentivo i brividi attraversarmi tutta. Avevo passato la notte in bianco, l'ennesima.
    Perché glielo lasciavo fare? Perché non mi ribellavo?
    Era passato più di un anno ormai ed era troppo tardi. Mi ero innamorata.
    Avevo giurato a me stessa che non mi sarebbe più successo. Nessuno mi avrebbe fatto ancora del male. L'avevo sentito dire alla televisione una volta: le donne cercano sempre lo stesso uomo. Se quello prima le aveva ferite, ne cercavano uno uguale. Mi aveva fatto ridere, io non ero così stupida. Non mi sarebbe sicuramente successo di nuovo. Nessun uomo mi avrebbe fatto soffrire ancora ed eccomi seduta sull'orlo del fiume a guardare la mia immagine riflessa in una piccola insenatura di acqua stagnante. Il viso pallido e stanco. Gli occhi gonfi e rossi.
    In tanti dicevano che ero una bella ragazza, ma dove mi ero persa?
    Mi ero persa ancora una volta.
    Nella mia testa rimbombavano i commenti dei miei amici, quello che mi dicevano in faccia. Non volevo nemmeno immaginare cosa si raccontavano mentre non c'ero. L'altra sera al pub era stato un susseguirsi di "Ma non vedi che non gliene frega nulla di te?" oppure "Se gliene importasse qualcosa ti cercherebbe…" e ancora "Si sta divertendo senza di te, non ti sei mai chiesta a che cosa gli servi?". Infine quello più pesante, che aveva fatto male da morire: Anna, la mia migliore amica "Pensavo di poter essere finalmente felice per te. Invece è l'ennesimo stronzo che ti fa soffrire.".
    Seduta vicino all'acqua con quel suo mormorio rilassante, cercavo di scacciare i cattivi pensieri. Mi dicevo che tutte quelle cose non erano vere. Lui aveva detto di amarmi. Mi aveva cercato per tutta la vita e mi aveva trovato. Voleva stare con me per sempre e farmi felice. Ero la donna perfetta. Ma non ero io. Era una sua fantasia e come tutti gli altri, quando si era accorto che la sua non era una donna perfetta, si era creato un mondo per allontanarsi. Ero diventata scomoda. Ero diventata "come tutte le altre".
    Le parole dolci e le promesse erano svanite nel nulla e al loro posto erano rimaste le battutine sarcastiche e ironiche, che pugnalavano come un coltello affilato. Non avevo più la forza di combattere e abbattere quel muro freddo, ma lo amavo. Lo amavo così tanto che spesso mi mancava l'aria.
    Mi sentivo morire in quei momenti. Un dolore come se due mani enormi s'infilassero nel mio petto e, afferrandomi il cuore, dapprima lo stringessero e poi lo lacerassero a metà. Non era una metafora, provavo una vera e propria sofferenza fisica e anche il groppo in gola, i brividi attraverso il corpo.
    Erano appena passate due ore. Gli avevo solo detto che mi faceva del male comportandosi così. Non aveva risposto ed io me n'ero andata.
    Lo faceva per punirmi? Si sentiva felice ferendomi così? Provava qualche soddisfazione nascosta che io non capivo?
    Ero stanca e stufa. Mi conoscevo e sapevo che così non sarebbe andata avanti a lungo. Io non avevo la pazienza delle altre sue donne e l'amore non sarebbe bastato. Gli avrei ancora dato un po' di tempo. Un anno ancora forse e poi gli avrei detto, guardandolo negli occhi, che non aveva più senso. Stavo male con lui anche se lo amavo intensamente. Non mi avrebbe mai potuto dare quello di cui avevo bisogno: la sensazione di essere amata.
    Io non avevo paura di restare da sola. Sola ero rimasta a lungo. Meglio sola tutta la vita che la percezione di essere inutile e superflua.
    Mi guardavo e mi osservavo. Le lacrime fluivano dai miei occhi, automaticamente ormai. Nemmeno mi accorgevo di piangere e mi capitava spesso ultimamente. Non era debolezza anche se lui lo pensava. Era dolore.
    Per lui ero diventata trasparente. Un bisogno. Un soprammobile. Pronta ad essere presa ed usata nel momento del bisogno.
    Cosa dovevo fare?
    Io l'amavo ed ero sicura che anche lui mi amava. Il suo, era però un amore "part time"! Sorrisi a quel pensiero.
    Mi specchiai ancora. Ero lì da sola. Inutile aspettare. Lui ed il suo orgoglio non sarebbero venuti a cercarmi.
    Mi alzai faticosamente. Indolenzita, con le mani scrollai dai jeans i residui di terra e sassi che mi si erano appiccicati addosso.
    Lentamente discesi il piccolo sentiero che conduceva alla casetta. La primavera stava arrivando e si sentiva nell'aria. Per qualche giorno aveva piovuto e l'odore umido faceva bene ai miei polmoni. Tutto intorno era un esplodere e mescolarsi di colori vecchi e nuovi, che salutavano l'inverno.
    La casa era lì, dove l'avevo lasciata. Sarebbe stato quasi meglio, come in una favola, non averla trovata più. Un sogno/incubo da dimenticare.
    Mi fermai per qualche istante davanti alla porta d'entrata. Girandomi vidi le auto. La mia, parcheggiata al sole, sembrava chiedermi di salire e scappare via.
    Entrai. Lui era in soggiorno con gli occhi fissi sulla tele. Era domenica e c'era il Gran Premio di Formula Uno. Il rombo monotono dei motori che scivolavano sul circuito mi fece venire in mente quanto monotona fosse diventata la mia vita. Mi avvicinai alla poltrona. Lui, come se nulla fosse, forse in preda ad uno strano istinto di affetto, mi prese la mano e l'accarezzò. Magari voleva venire a cercarmi, ma l'interesse per la meccanica e le corse l'aveva trattenuto.
    "Non ha più senso. Me ne vado." quelle parole scivolarono dalla mia bocca come se a pronunciarle fosse stata un'altra donna.
    La mano di lui si irrigidì sulla mia. Continuava a fissare la televisione. Forse non era più concentrato come prima, ma era l'ultimo giro! Io e la mia isteria avremmo indubbiamente potuto aspettare ancora un po'…
    Mentre mi allontanavo verso la nostra camera per mettere insieme le mie poche cose, lo sentivo alzarsi dalla poltrona. Distinguevo esattamente la sua incertezza. Era l'ennesimo mio capriccio? Li chiamava capricci. Diceva che noi donne eravamo state viziate con le attenzioni e ne volevamo sempre.
    Mi ero sempre chiesta che fatica poteva provare un uomo a mostrare attenzioni. Una parola dolce, un sorriso, un messaggio attaccato alla porta del frigorifero, una telefonata solo per sentire la nostra voce. Perché a noi tutto ciò non costava nulla? Meno di un minuto del nostro preziosissimo tempo.
    Domande che mi frullavano nella mente mentre tremavo e piegavo i miei vestiti davanti alla valigia aperta.
    Sentivo che lui stava in piedi dietro di me. Avvertivo la sua presenza, ma non volevo guardarlo. Avevo paura del suo viso e della sua espressione.
    Tempo fa gli avevo detto per l'ennesima volta che mi sentivo trascurata e lui si era arrabbiato. Mi aveva urlato e detto cose che non volevo ricordare. Da quel giorno non le volevo più risentire; le volevo cancellare dai miei ricordi.
    Mi ero tenuta tutto dentro.
    Chiusi la valigia. Mi dovevo girare per uscire dalla camera. Trattenendo il respiro mi voltai verso di lui. Mi guardava impassibile senza dire nulla. Stava preparando un discorso nella sua testa, ma non era sicuro delle parole da usare? Aveva il viso stanco e per un momento esitai. Soffriva anche lui?
    Sentivo le lacrime che spingevano per venire fuori, ma non volevo piangere davanti a lui. L'avrei fatto in macchina, come sempre. Lui aveva letto da qualche parte, forse in internet o su qualche rivista mensile per soli uomini, che il pianto delle donne era una specie di ricatto. Un modo per cercare attenzioni. Ma se era così, perché il mio cuore si spezzava sempre di più e il dolore cresceva ogni volta che una sola lacrima scendeva dai miei occhi? Avrei voluto chiederlo a quel giornalista, che sembrava conoscere ogni nostro più piccolo sentimento nascosto. Mi avrebbe risposto razionalmente.
    Razionalmente. Anche lui vedeva tutto così. Persino il nostro amore. L'aveva definito una reazione chimica, come se fossimo un esperimento. Due particelle che si attraggono.
    Io non ci riuscivo. Non vedevo nulla di razionale nell'amore e nemmeno nel dolore. Non cercavo attenzioni piangendo. Le volevo quando ero felice. Pretendevo di essere felice!
    Feci qualche passo verso la porta. "Mi dispiace, scusami." la sua voce alle mie spalle aveva spezzato quel silenzio imbarazzante. Contai mentalmente tutte le volte che avevo sentito o letto quelle stesse sue parole.
    Razionalmente potevo pensare che ogniqualvolta un uomo le pronunciasse, cercava di mettere tutto a posto alla svelta evitando di perdere tempo in inutili discussioni. Io invece, fino a quel giorno, ci avevo creduto veramente che gli dispiacesse e che qualcosa sarebbe cambiato. Con la valigia in mano e la sensazione d'amaro in bocca, le scuse non mi bastavano più. Sembravano l'ennesima presa in giro.
    Mi avvicinavo alla macchina e sapevo che non mi avrebbe seguito. Certo, mi avrebbe telefonato fra qualche giorno e avrebbe fatto finta di nulla, nella speranza che la mia isteria fosse passata.
    Mi avrebbe cercato per amore o per paura di restare da solo? Non sarei tornata da lui con questo dubbio.
    Guidavo verso casa e mi accorsi che non piangevo. Il senso di oppressione nel petto non c'era più. Il dolore resisteva.
    Mi sarebbe passato. Come sempre dopo un po'…

  • 23 novembre 2005
    The Joker

    Come comincia:

    Il mio problema è di essere egocentrico per eccellenza, e non ho mai sopportato l’idea di avere una vita, come dire, normale.
    Oddio, essere un comune mortale mi avrebbe demoralizzato e giuro che se lo fossi stato, oggi non sarei qui a parlare con voi.
    “Certo, staresti in un normale ufficio, a fare il tuo normale lavoro, onestamente come i comuni mortali!”
    “In ogni caso non ci starei in quel dannato ufficio, sarei morto, mi sarei ucciso con le mie stesse mani! Invece i giornali hanno parlato di me, e domani ci saranno centinaia di articoli che parleranno di me!”
    “Credi di essere una grande celebrità?!”
    “Lo sarò!”
    “Non credo che ci sia motivo di vanto per quello che hai fatto!”
    “Lo sarò! Questo mi basta!”
    “Tu sei pazzo!”
    “No, sono egocentrico!”
    “Credi che questa sia una giustificazione? Credi che questo sia un buon motivo per rapinare decine di locali?”

    So solo che mi divertivo da matti, era il momento più bello della mia giornata:

    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen questo è il mio show quotidiano, quindi, mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Poi sceglievo una persona a caso, solitamente una persona poco robusta o che aveva la possibilità di sfuggire alla mia visuale.
    “Tu, vieni qui!”
    La persona si avvicinava ed io gli consegnavo una busta nera.
    “Svuota il registratore di cassa e metti tutti i soldi qua dentro. E muoviti!”, gli urlavo.
    Non avevo preferenze nello scegliere i locali, andavo a ‘fiuto’. A volte entravo nei locali
    senza un programma definito, di preciso in mente avevo solo l’inizio e la fine, il resto veniva da sé.

    Avevo sempre avuto la fissa per quella maschera maledetta.
    Comprai tutto: la crema bianca, il rossetto rosso fuoco e la matita nera.

    “Signori state fermi e giuro che non vi succederà nulla.” 
    Puntavo la pistola contro la persona che avevo designato per raccogliere i soldi e gridavo: “Tu, sbrigati se non vuoi avere una lapide al cimitero!”
    Era tutto questione di minuti, quattro, al massimo sei quando erano locali con due o tre registratori di cassa. In quel caso le persone designate erano due, ma cercavo di evitare questo tipo di locali, perché spesso avevano delle telecamere a circuito chiuso, pronte a mettermelo nel culo.
    “Allora ti sbrighi!” gridavo alla persona che stava raccogliendo i soldi.
    Ma questo accadeva raramente perché la pistola puntata contro metteva il pepe nell’anima!
    Dopo i calcolati quattro o sei minuti, la persona mi si avvicinava tremante con la busta di soldi tra le mani.
    “Adesso mettiti buono in quel posto e non muovere il culo fino a quando non sarò uscito da questo posto di merda! Chiaro?”
    La persona eseguiva senza obiettare, poi davo uno sguardo completo al locale per vedere se mi era sfuggito qualcosa o qualcuno, per sapere come comportarmi fuori.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”

    Dopodiché avveniva la parte più rischiosa della scena, perché poteva sfuggirmi tutto di mano, ma tutto non avrebbe avuto senso senza quel gesto in cui scaricavo tutto me stesso.

    L’inchino.
     
    Mi inchinavo, portando il busto in avanti di quarantacinque gradi, il cilindro nella mano destra che scivolava davanti al capo. I capelli lunghi cadevano a peso morto a pochi centimetri da terra.
    Poi alzavo la testa e sorridevo ai miei spettatori.


    Avevo sempre tutto con me.
    Il trucco.
    In macchina, prima di iniziare lo spettacolo mi spalmavo la crema bianca intorno al viso, tralasciano le labbra e due linee semisferiche sulle guance che andavo a pitturare con il rossetto. Poi, prendevo la matita nera e disegnavo due linee verticali sotto gli occhi, di pochi centimetri, e due triangoli neri sulle sopracciglia.
    Mi guardavo nello specchietto retrovisore, sorridendo in modo da sottolineare i canini.
    Quando mettevo in testa il cilindro nero, l’opera era terminata.
    Lanciavo ancora un’altro sguardo nello specchietto, e sorridevo ancora.
    Poi mi buttavo nello spettacolo!


    Faceva più caldo del solito, la macchina aveva una temperatura prossima ad un forno.
    Il sudore mi rigava il viso, dovetti passare la crema più volte per fissarla. Quando terminai tutto, lanciai uno sguardo fuori, al locale predestinato, poi guardai di nuovo la gente, ero in attesa del buon momento per scagliarmi fuori. Intanto il caldo aumentava.
    Quando fu il momento adatto, infilai la pistola sotto la giacca e scesi di corsa. In un attimo raggiunsi il locale.
    C’erano due uomini in fila alla cassa, una donna davanti al banco dei liquori, il cassiere al suo posto e il commesso dietro al bancone.
    Calcolai in un attimo le distanze e chi doveva raccogliere i soldi. I tre clienti erano in un’ottima visuale e apparentemente innocui, ma gli impiegati potevano avere qualche allarme a portata di mano.
    I calcoli erano fatti. sfilai la pistola dalla giacca e iniziai lo spettacolo:
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, questo è il mio show quotidiano, quindi mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Puntai la pistola contro il cassiere,
    “Tu, vieni qui!” Gridai a lui e al commesso dietro al bancone, affinché avessi una migliore visuale. Consegnai la busta nera al cassiere, ordinando di consegnarmi tutti i soldi del registratore di cassa, mentre il commesso si occupava dei portafogli dei clienti. Questa era una mossa che non avevo mai fatto.
    “Signori, state fermi, e giuro che non vi succederà nulla. - gridai ai clienti- E voi, sbrigatevi se non volete avere una lapide al cimitero!”
      La mia pistola passava sui volti di tutti i presenti.
    “Allora, cazzo, vi sbrigate!”
    Quella volta la pistola puntata non aveva messo il pepe nell’anima.
    Si sbrigò prima il commesso che si occupava dei clienti. Si avvicinò tremante con in mano alcuni portafogli e due cellulari.
    “Pezzo di merda, mettili in una busta!”
    “Quale busta?” mi chiese tremando.
    Mi innervosii: non riuscivo a capire se il commesso la stesse tirando per le lunghe o se fosse rincoglionito davvero.
    “Non avete una busta del cazzo?!”, mi alterai.
    “Certo, certo, signore” –disse- mentre si allontanava verso il bancone
    “Dove stai andando?” gridai.
    “Signore, a prendere una busta, come vuole lei, signore.”
    Puntai la pistola verso il cassiere.
    “Tu sei ancora lì? Sbrigati!”
    “Butta per terra quello che hai e non ti muovere di un millimetro, intesi?!” gridai al commesso.
    Il commesso obbedì immediatamente, mentre i minuti calcolati erano terminati già da un pezzo e pensavo alla cosa più banale che potesse accadermi, cioè che un nuovo cliente entrasse nel locale e mi sparasse alle spalle.
    Cercai con gli occhi qualcosa che riflettesse. Le bottiglie davano un’immagine troppo distorta, per il resto niente poteva essermi utile. 
    “Pezzo di merda, muoviti!”
    Il cassiere si mosse verso di me con la busta in mano.
    Il tempo filava via, il sudore colava e la crema bianca sul viso si scioglieva.
    Lanciai uno sguardo all’orologio: erano passati più di dieci minuti, non era certo il tempo che ci voleva per svuotare un registratore di cassa.
    Le sirene in lontananza mi diedero la conferma della mia impressione: quel bastardo del cassiere aveva dato l’allarme!
    “Figlio di puttana!”, gridai.
    Sparai due colpi, ma non colpii nessuno, e di questo poi ne fui felice.
    Uscii di corsa dal locale e mi infilai in macchina, buttando tutto il mio peso sull’acceleratore. L’urlo della sirena si avvicinava, accelerai ancora di più sviando in alcune stradine. Gli spettatori si affollavano sui marciapiedi.
    “Il mio spettacolo sta continuando!” esultai.
     Accelerai ancora di più, mentre la polizia mi stava alle calcagna. Sviai ancora in altre stradine, ma un’altra volante della polizia sbucò dalla strada di destra. Il suono delle sirene si faceva assordante.
    Quando mi voltai vidi una terza macchina che mi inseguiva. Lo spettacolo si faceva più scenografico, pensai. Imboccai altre stradine prima di ritrovarmi di nuovo sulla strada principale. Gli spettatori sui marciapiedi erano sempre di più.
     Era l’ora di punta, e su quella strada avrei incontrato traffico. Mentre ragionavo su quale stradina infilarmi, i miei occhi si distraevano a guardare le frotte di curiosi intenti ad assistere alla mia scena.
    Scena! Pensai.
    La mia scena.
    La polizia, la gente.
    “E perché no?!”, dissi.
    La polizia era sempre più vicina.
    Accelerai di colpo, la vidi allontanarsi.
    Già immaginavo i titoli sui giornali.
    L’immancabile ingorgo di quell’ora era lì, pronto ad acclamarmi, insieme a quattro volanti della polizia e agli spettatori, sempre lì, sui marciapiedi apposta per me.
    In piena corsa tirai il freno a mano e mi ritrovai catapultato in un paio di giri. Sentii i freni urlare.
     Appena la macchina si fermò, presi il cilindro, velocemente salii sul tettuccio della macchina.
    Da lì c’era un ottima visuale.
    La gente sui marciapiedi affollati, la polizia che mi veniva incontro. Le luci della sirena facevano da scenografia.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”
     Misi il cilindro in testa e mi inchinai al mio pubblico.


     Il mio spettacolo terminò lì, con tre pallottole nel cuore del Joker.
    Prima di morire sorrisi a centinaia di persone che erano accorse per assistere alla mia morte.
    La morte del Joker!
    “Perché la polizia ha sparato?”
    “Probabilmente era armato”, sentii dire.
    I loro occhi erano tutti per me, e lo sarebbero stati anche gli articoli dei giornali del giorno dopo.
    Per quanto riguarda il dialogo iniziale, quello era nella mia fantasia sin da bambino.
    Quando mi accorsi che stavo diventando un comune mortale, decisi di dare una sterzata alla mia vita.

    …Per tutto il resto…
    …Signori e Signore, Ladies and Gentlemen…

  • 23 novembre 2005
    Una gita nel 1945

    Come comincia: Dovevo avere poco più di due anni il giorno della mia prima uscita dalla città. Forse quella era anche la prima gita che i miei genitori facevano dopo la fine della guerra, grazie alla ricomparsa dei primi, rari litri di benzina venduti non a borsa nera. Era un pomeriggio di tardo autunno, probabilmente. Il mio fratellino maggiore dormiva sdraiato sul sedile posteriore dell’auto ed io, felice, me ne stavo in braccio a mia madre e guardavo di tanto in tanto fuori del finestrino della nostra Fiat Balilla nera a tre marce, già vecchia nel 1945. Ogni tanto, distrattamente guardavo, e ascoltavo mia madre e mio padre che conversavano o tacevano lieti. Assaporavo un’ineffabile e pervasiva felicità, che poche volte ebbi ancora modo di provare, prima che mi fosse usurpata per sempre dal nascere, inopinato ed incalzante, dei miei fratelli più piccoli. Assaporavo dunque quella serena pienezza estatica che la titolarità del grembo materno, caldo, sacro, luogo di delizia, sola può dare, quando ad un tratto trasalii: ebbi la subitanea consapevolezza d’essere come risucchiato, precipitato al cospetto del “mondo di fuori”, la cui presenza improvvisamente mi turbava e mi affascinava ad un tempo. Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di piccolo bambino, ai piedi di quella collina della campagna romana su cui la nostra auto si arrampicava percorrendo una sconnessa strada bianca, il dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai più diversi e cupi toni di verde e screziata di macchie color rosso ruggine, estesa fino a lambire laggiù nere e minacciose montagne. Non so immaginare a conclusione di quali percorsi di tacita cognizione e di subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma indicando quello che scorgevo fuori del finestrino mi trovai ad urlare: “il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…” e così via per qualche interminabile momento, quasi in stato crepuscolare, estraniato ormai dal paradiso interiore in cui ero immerso fino a pochi attimi prima. Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita ma, dimentica del mio essere un bambino di due anni, con ansiosa e sollecita apprensione, cercava anche di riportarmi alla realtà, alla sua realtà. Non poteva certo mia madre avere idea di quanto quell’episodio di mutamento di esperienza di “vivendo” mi aveva inesorabilmente cambiato. Avevo maturato una percezione del mio esistere qualitativamente differente: nulla di ciò che sentivo d’essere prima era scomparso, ma ciò che ero stato si trovava ad essere ricompreso in qualcosa di esperenzialmente sovraordinato che prima non c’era. E’ del resto ovviamente banale che mia madre, dal suo punto di vista, si preoccupasse del mio confondere una foresta estesa e vista dall’alto, con il mare. E’ altrettanto ovviamente banale che una tale preoccupazione fosse del tutto fuori luogo: che importanza poteva avere per me confondere una foresta con il mare dal momento che io non avevo mai visto prima né l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi avrei conosciuto da vicino anche il mare e la foresta cominciavo a sapere ormai cosa fosse. Ma era accaduto qualcosa di una portata ben più grande: ciò che aveva suscitato quel mio sconvolgente meraviglioso trasalimento era la scoperta tacita, esperienziale, diretta, per molti anni per me indicibile e incomunicabile, ma chiarissima da subito, dell’esistenza in me (nella mia “mente” avrei detto più tardi), contemporanea, contigua e integrabile, ma non omologabile, di una realtà di soggetto esperiente da un lato e dall’altro di una realtà in qualche modo inesorabilmente esterna, percepibile ma non esperibile. E mia madre stessa apparteneva (umanità tapina!) a questa seconda forma della realtà. Io avevo perduto la cittadinanza della valle dell’Eden e mia madre era lì a preoccuparsi che io avessi scambiato una cosa che ancora non conoscevo, una foresta, con un’altra cosa che ancora non conoscevo, il mare. La lettura dell’episodio ricordato può essere fatta solo attraverso l’analisi del frammento di “vissuto reale” che in qualche modo ripercorro nella sua interezza e nella sua estensione spazio temporale, nel ricordo d’ogni minimo dettaglio attinente alle scene che si susseguono, ogni volta che lo riporto alla mia attenzione. Ciò non può essere fatto altrimenti che usando gli attuali modi di ricostruirlo, ogni volta diversi, ma ogni volta perfettamente identici come esperienza di vissuto. Voglio dire con questo che quello riportato è qualcosa che, visto dal mio essere soggettivo, appare di qualità sostanzialmente diversa dalla maggior parte degli altri ricordi. Qui non manca nulla, è come se un pezzo della mia vita, venti trenta minuti, sia stato riprodotto e memorizzato nella sua interezza e nella sua plastica immutabilità: il vivere sentendosi parte di qualcosa, senza possibilità di manipolazione alcuna della realtà, in quanto non descrivibile né accessibile perché attinente alla parte tacita dell’esperienza.

  • Come comincia: Enea percorreva lentamente il marciapiede del viale allontanandosi da Ponte Garibaldi, si sentiva stanco e depresso e, come gli accadeva spesso quando era di umor nero, stava rimuginando su ciò che da sempre considerava il primo affronto perpetrato nei suoi confronti: l'essere stato chiamato Enea. Benché ormai il suo rancore si fosse molto attenuato, gli tornavano ancora spesso in mente gli stupidi lazzi dei compagni di scuola, chissà perché tanto stimolati da quel nome.
    In pochi minuti al sereno del giorno era subentrata una notte gelida come poche ne ricordava a Roma. Tutto normale, pensò, a metà Gennaio.
    Passò davanti al cinema Induno, distrattamente, ma dopo qualche passo trasalì rabbrividendo per il freddo e decise di tornare indietro per vedere quale film fosse in programma, poi, dimenticando di farlo, comprò un biglietto ed entrò direttamente nella sala completamente vuota.
    Stava ormai per tornare alla cassa a chiedere spiegazioni quando le luci si spensero ed iniziò la proiezione del secondo tempo del film "I pugni in tasca" di Bellochio. Bel film, pensò, bella Paola Pitagora. Aveva già visto il film un paio di anni prima al cinema Arlecchino in via Flaminia, allora assieme a non più di tre o quattro altri spettatori, nonostante il grande entusiasmo con cui il film era stato accolto dalla critica.
    Uscendo dopo circa un'ora si trovò a camminare svelto, irrigidito dal freddo.
    Poche auto passavano e nessun pedone, una Roma irreale, siberiana, il cielo nella notte ancora rosso a ponente. Seguendo con la mente il corso disordinato di pensieri in libertà, attraversò il Tevere passando per l'Isola Tiberina, poi seguì i lungofiume fino a ponte Sant'Angelo.
    C’era una sgradevole tramontana e, dentro, sentiva il sangue stentare a scaldarlo e rabbrividiva. Da un poco stava seduto sul parapetto. Entro pochi  minuti sarebbe stato costretto ad alzarsi ed a cercare riparo.
    Un vecchio macilento gatto stava fermo, quasi appoggiato con il fianco al parapetto, rigido, più morto che vivo. La mente di Enea ora vagava, non vedeva più il gatto.
    La nostalgia lo sgomentava. Improvvisamente ebbe l’impressione di vedere la sua donna, già non più sua, lì davanti a qualche metro esitante, ma subito di vederla precipitare lontano da lui e dal luogo. Quasi gridò forte il suo nome, forse lo fece, e non c’era nessuno vicino.
    Si alzò strinse il bavero della giacca attorno al collo ed accese una sigaretta. Aveva inciampato nel gatto, lo smosse allora con la punta della scarpa e s’accorse che era rigido stecchito. Si chinò e vide gli occhi del gatto aperti spalancati. Se non è ancora morto, pensò, non ha scampo.
    Allora Enea quasi corse in direzione di Corso Vittorio e gli facevano male i muscoli e le ossa per il freddo.
    Si trovò a salire le scale buie di un vecchio palazzo in via dei Banchi Nuovi, ed a cercare alla luce di un fiammifero l'interno 10.
    Guido Coletti, il suo amico degli anni della scuola elementare di Via Cassiodoro, grembiuli blu e colletto inamidato con l'ignobile fiocco bianco, lo guardò incuriosito e stupito attraverso l'uscio semiaperto. "Enea!" esclamò, "sono contento di vederti"...
    Enea salutò Guido con calore ma subito si distrasse alla vista, nell'atrio in penombra, del suo compagno di tante vicende ciclistiche, Fabrizio Semper, in vicinanza alquanto disinvolta di una ragazza dalla strana, enigmatica avvenenza.
    "Ciao amico mio" disse Fabrizio" lei è Faatin... 

    Ma Enea ormai era lontano con la mente. Faatin pensava, la "mia" Faatin, la venditrice di dischi.

  • 22 novembre 2005
    Cuore di sognatore

    Come comincia:

    La luna brillava stagliando la sua forma di falce nell'aria tersa del cielo notturno, come pronta a tagliare quel lenzuolo scuro dietro cui si nascondono da sempre inimmaginabili segreti.
    Una terrazza all'ultimo piano è quello che ci vuole in certe notti. Dario, a luci spente, stava con gli occhi fissi contro il cielo infinito, quell'infinito che ogni volta gli faceva venire idee strane e meravigliose, immagini e sensazioni che non conosceva ma che sentiva sue.
    Uno sguardo all'orologio: mezza notte, l'ora delle streghe e dei fantasmi. Si volse intorno per vedere se qualcuno di loro non fosse per caso passato a trovarlo… Niente. Il guaio è che quelle creature esistono solo in un mondo che è dentro di noi.
    Introdusse un cd nel lettore, si sdraiò sul divano a dondolo e con Santana in sottofondo e le stelle per compagnia, attese che Morfeo lo chiamasse dal mondo dei sogni. Nel frattempo pensava che il bello della fantasia è che ti riempie la casa di gente anche quando non c'è nessuno. Chissà, magari su qualcuna delle stelle che stava guardando c'era qualcun altro che quella notte non dormiva… Chissà su quale...
    All'una, di Morfeo neanche l'ombra e siccome il disco era finito e di far cruciverba non aveva voglia, per non parlare della TV, decise di uscire a prendere un po' d'aria notturna.
    Il suo appartamento era al quinto piano e stava per prendere l'ascensore come al solito, quando realizzò che non c'era alcuna fretta, nessun impegno da rispettare, poteva prendere tutto il tempo che voleva. Optò per le scale.
    Il rumore dei passi sul marmo scandiva i piani mentre per i corridoi si spandeva un'aria - un'impressione forse - di qualcosa di sacro, di intimo, sebbene ai suoi passi non facesse eco che il silenzio. Pure, ciò evocava nella sua mente un coro di voci, una ridda di impressioni, immagini. Era come se ogni porta raccontasse la sua storia con voce calma, discreta e riservata.
    Ognuna di quelle porte chiuse suscitava in lui la sensazione di un che di vivo e pulsante. Tra tutte però, una voce in particolare sovrastava le altre, anche se egli riuscì a sentirla veramente solo quando vi fu davanti: quella del portone. Era come la prima pagina di un giornale, non raccontava una ma dieci, cento, mille storie, tutte custodite in quel mondo ovattato e muto che si trovava oltre di esso: le strade, di notte.
    Fuori lo accolsero l'aria fresca ed il silenzio, quest'ultimo ora molto più grande, una specie di enorme coperta sopra la città. Qualche macchina, ogni tanto, passava frettolosa, incurante del limite di velocità, descrivendo il suo passaggio nell'aria con scie luminose, che svanivano dalla vista per rimanere, ancora per un istante, immagine residua nell'occhio abbagliato, mentre il cupo rombo del motore diveniva un'eco sfumata in lontananza.
    Nessun pensiero, nessuna frase, nessun ricordo gli veniva in mente. Solo quell'enorme rispettoso silenzio da cui si sentiva avvolto. Giunto ad un incrocio sorrise al semaforo che ripeteva il suo discorso colorato alla strada vuota e gli venne da pensare che neanch'esso dormiva, nella fissità dei suoi tre occhi alterni. Passando accanto ad una fontanella gli venne di bagnarsi la gola: il getto prepotente gli inondò la faccia e qualche goccia lo fece rabbrividire scivolandogli giù per il collo. Anche l'acqua era lì, imperterrita, costante, nonostante l'ora. Si guardò attorno: tutto era lì come sempre. Non smettevano di esistere quando la gente andava a dormire, la strada, il semaforo, l'acqua, i lampioni.
    Forse, pensava, era lui che se ne andava mentre le cose rimanevano al loro posto… Ma le cose non imparavano, non cambiavano, lui si… Chissà quante persone erano passate negli ultimi…toh…vent'anni.
    Venti anni. Un'eternità a pensarli tutti insieme, un attimo a viverli giorno per giorno… E chissà quante cose erano cambiate… come certo era cambiato chi era passato di là…
    Il mondo era sempre stato lì, intorno a lui e sempre ci sarebbe stato, dopo di lui. E parlava, a modo suo, aspettando solo che qualcuno si fermasse ad ascoltarlo, come Dario stava facendo in quel momento. Ad ascoltare la Storia Infinita, l'eterno giro della Ruota della Vita.
    Camminò ancora un po' ma, chissà perché, sentiva di aver finito, di aver capito qualcosa di nuovo, una specie di nuova lezione: la lezione del silenzio. Ora non doveva più ascoltarle, le mille voci del silenzio, se le sentiva dentro come una confortante compagnia. E il pensiero di essere sempre in moto, anche quando i sensi dicono il contrario, lo rese sereno: si sentiva semplicemente felice di far parte dell'Universo, come le stelle che brillavano lassù in alto sopra la sua testa, di far parte della Vita, felice di esistere.
    Questo fu il pensiero che lo riportò a casa e che gli chiuse gli occhi, come la carezza premurosa di una persona amata.

  • 22 novembre 2005
    Dietro le tende

    Come comincia:

    La signora Rossana era una vecchia amica. Vecchia per modo di dire. Quando era ragazza, ed io solo un bambino, la sua famiglia era stata vicina di casa dei miei e avevo assistito, inconsapevole, a tutti i suoi cambiamenti adolescenziali, rimpiangendo di aver perso una compagna di giochi con cui scambiare fumetti. Ricordo ancora il mio stupore quando la vidi per la prima volta in minigonna, e mia madre, cercando di interpretare i miei pensieri inespressi, mi disse, con un mezzo sorriso misterioso, che Rossana non poteva più giocare con me perché era diventata “signorina”. Tanto valeva mi dicesse che era diventata un’aliena dello spazio!
    Crescendo, non ci eravamo mai persi del tutto di vista. La nostra era un’amicizia in sordina, di quelle che ti vedi una volta ogni mille anni ed è come se ti fossi lasciato un attimo prima.
    Era stata la prima persona cui avevo osato mostrare i miei primi raccontini, ricevendone preziosi incoraggiamenti, e per questo le ero molto grato. Così, nonostante con gli anni fossero cambiate tante cose per entrambi, vedersi era sempre una gioia. Facevamo lunghissime chiacchierate e tante risate.
    A volte, nei momenti in cui la discussione si faceva seria, sentivo nell’aria come una sorta di elettricità. Incrociando il suo sguardo mi sembrava di cogliere come dei lampi, come se in quegli occhi qualcosa si affacciasse a spiarmi. Ma mi dicevo che erano tutte mie fantasie e non ci badavo.
    Un giorno, avrò avuto si e no diciassette anni, come le altre volte, ero passato a trovarla nel primo pomeriggio e dopo il solito caffè ci eravamo spostati in salotto. C’era qualcosa di diverso nell’aria, un aroma, un profumo nuovo, che non riuscivo a collegare a niente, sebbene sulla tavola in mezzo alla sala trionfasse un gran vaso pieno di fiori freschi. Rossana aveva il solito finto – ora lo so - buonumore che hanno tutti quelli che dicono a se stessi e agli altri che tutto va bene, anche quando non è vero, e parlava stranamente meno del solito, senza però sviare l’attenzione dalle mie parole.
    Io parlavo e parlavo, raccontandole, da insicuro cronico qual’ero, dei miei mille interrogativi esistenziali, fatti di vicende scolastiche, lavorative ed amorose. Ad un certo punto non ebbi altro da dire, mentre lei mi fissava con un misterioso sorriso incoraggiante, ma senza dire una parola. Mi sembrava strano che non dicesse nulla, chiacchierona come la conoscevo, ma se cercavo di coinvolgerla in una discussione, si limitava ad abbassare gli occhi, per poi rialzarli subito dopo, lasciando le mie domande per aria.
    Finalmente mi chiese dei miei racconti, come fosse l’unico argomento di cui si aspettasse di sentire parlare, e la cosa un po’ mi spiazzò. Da mesi, ormai, non riuscivo a buttar giù una parola che mi piacesse, ed il cestino sotto la mia scrivania era zeppo di fogli appallottolati. Pensai che in qualche modo avesse intuito che evitavo l’argomento ma accettai l’occasione che lei mi offriva, per vuotare il sacco.
    Così le spiegai di come sentissi in testa milioni di parole e migliaia di storie, che aspettavano solo di essere messe su carta, e di come sentissi un tappo dentro che non permetteva loro di uscire. Di come le parole mi sparissero dalla mente, al limite della deficienza mentale, ogni volta che provavo ad esprimerle, e di come, nel contempo, le sentissi affollarsi davanti all’uscita della mia mente, come una folla scalmanata che chiedesse attenzione. Degli orrendi risultati ottenuti cercando di dar loro un ordine ed un senso e di come non mi interessasse il successo e la fama, ma solo dare libero sfogo a quella ridda, a quella fiumana di personaggi che chiedevano di poter parlare attraverso me. Del senso di liberazione e tristezza, al tempo stesso, che provavo ogni volta che riuscivo a mettere la parola FINE ad una nuova storia. E di come questa terribile tensione mi avesse più volte fatto venire voglia di buttare la macchina da scrivere dalla finestra…
    Mi volsi a guardarla. Mi ero lasciato prendere dal mio sfogo al punto tale da non percepirne più la presenza accanto a me. Ma Rossana era ancora lì, il sorriso un po’ divertito, lo sguardo sempre dolce. Io invece mi sentivo in terribile imbarazzo, messo a nudo, con una vampa di calore sul collo e sulle guance. Va bene che lei era un’amica e potevo star sicuro che non lo avrebbe raccontato ad anima viva, ma sentivo di aver abbassato tutte le mie difese, rivelandole cose che già mi faceva male raccontare a me stesso. Erano i miei sogni più nascosti, le mie ambizioni più segrete, e continuavo a sentirle sempre un pelo al di là della punta delle mie dita. Era la mia ferita segreta. Il tormento che faceva ridere i miei amici quando provavo a parlarne con loro. Ma non Rossana, lei non rideva.
    Forse dal mio improvviso silenzio capì che stavo scappando. Stavo, infatti, per alzarmi con l’intenzione di trovare una scusa per andar via, quando me la trovai di fronte, vicinissima. Mi prese una guancia nella mano, cosa che mi diede come una scarica elettrica, che attribuii alla tensione del discorso. Poi mi diede un bacio, dolcissimo, a fior di labbra, ed io sentii che qualcosa dentro di me si rilassava, si distendeva. La guardai stupito e grato, pensando che…
    “Vieni”, disse piano. Mi affidai a lei e mi ritrovai in camera da letto, tra le sue braccia. Anch’io la stringevo con braccia che sembravano non essere più mie, che si muovevano senza mia volontà, mentre il resto del mio corpo rivendicava una vita propria con una forza che non avevo mai sperimentato. Col suo corpo sul mio, mi sentii bene come non mi ero mai sentito prima.
    Mi accasciai, infine, con la faccia sul suo seno, respirandone il caldo profumo, e chiusi gli occhi.
    Si alzò dal letto dolcemente, lasciandomi fra le coperte ed i cuscini che ancora odoravano di lei. Quando riaprii gli occhi era quasi del tutto rivestita. La mia Rossana era ridiventata la signora Rossana e questa signora aveva due figli ed un marito che presto sarebbero tornati.
    Mi rivestii in silenzio. Non sapevo cosa dire o quali domande fare. Lasciai che fosse lei a fare il primo passo. A dirmi, magari, cosa dovevo fare.
    Rossana mi prese il viso fra le mani, fissandomi dritto negli occhi. “Scrivi, hai capito? Qualunque cosa tu faccia nella vita, non smettere mai di scrivere. So cosa sei capace di fare, cosa riesci a trasmettere, l’ho provato con tutto quello che mi hai portato finora. Tu hai un dono, non puoi buttarlo via. Non rinunciare ai tuoi sogni, non smettere mai di provare a realizzarli, o non ti resteranno che rimpianti. Lasciali uscire quei personaggi di cui parlavi, lasciali parlare, uno per uno. E se un giorno non sapessi cosa raccontare, racconta di oggi. Sarò l’unica a sapere che è vero”.
    L’abbracciai, confuso e commosso. C’erano tante domande che avrei voluto farle, in verità, ma mi sembravano tutte inutili.
    “Ora và” disse lei, “non preoccuparti per me, andrà tutto bene. Pensa solo a scrivere e a farti la tua strada. Farò sempre il tifo per te e un giorno sono sicura che leggerò di te sui giornali”.
    Non potevo fingere che non fosse successo nulla. Le sue parole erano una spinta ad andare avanti ma, lo sentivo, anche un addio. Ci salutammo, fingendo entrambi, come se così non fosse, ma fu l’ultima volta che la vidi.
    Qualche mese più tardi, un giorno, tornando da scuola, seppi che Rossana si era improvvisamente separata dal marito ed era andata ad abitare, insieme ai figli, in un’altra città. Nessuno sapeva quale. Di lei s’era persa ogni traccia. Ci rimasi male. Poi pensai che quella fosse proprio la sua intenzione e non provai neanche a cercarla. Del resto non avrei saputo come.
    Due anni dopo fui io a fare le valigie e a salire sul treno della speranza, alla volta di Milano, dove mi aspettavano gli studi universitari. Non ho mai più smesso di scrivere ed oggi mi guadagno da vivere lavorando per un giornale. Al di là degli articoli, però, ho anche scritto e pubblicato storie di vario tipo.
    Per cui questo proprio lo dovevo, a Rossana, che ovviamente non è il vero nome di quella donna per me straordinaria. Anche se tutti gli altri penseranno che è solo una storia, spero che lei legga queste parole e sappia che aveva visto più lontano di me, perché con quel gesto mi ha garantito un futuro.

  • 22 novembre 2005
    Dio li fa e fra di loro...

    Come comincia:

    Ero passato da Giacomo per vedere se fosse a casa. Avevo proprio voglia di vederlo.
    Più unico che raro il tipo. Pacioso, tranquillo, magro come un manico di scopa. Con quella sua poesia particolare capace di vedere la bellezza anche nelle cose più piccole. Parlare con lui era un toccasana, specie per uno con le fiamme nel cervello come me.
    Ad aprire venne una tipa che non avevo mai visto. "Giacomo è in giro per il mondo", disse, "ci sono solo io".
    Che ci faceva quella in casa di Jako? Che fosse una parente? Guardandola, riuscivo ad accostarla a lui con la stessa facilità con cui si associa un bacio ad una martellata sui denti.
    Indossava dei blue jeans aderentissimi e una t-shirt bianca tanto-stretta-al-punto-che-m'immaginavo-tutto. Ammetto che rimasi colpito dalla sua… espressività!
    "Resti lì o ti decidi ad entrare? Non posso mica stare tutto il giorno sulla porta!
    La sua voce mi colse impreparato (e distratto!) ed automaticamente feci un passo avanti. Nel chiudere la porta, più che passarmi accanto mi spinse contro la parete del corridoio.
    Era piuttosto scostante, per usare un eufemismo. Ogni parola, ogni sillaba, era come una scarpa che ti arrivava in testa. Il suo tono, i suoi gesti, il suo intero modo di atteggiarsi sembrava ripetere con insistenza "chi diavolo sei? Che vuoi? Perché non te ne vai?", pur invitandomi apparentemente a sedere in salotto.
    Cercando di resistere a quell'incoerente bombardamento e nel contempo di mantenere la calma, sedetti e azzardai un tentativo di conversazione. Avrei solo voluto sapere se c'era la possibilità di vedere il caro Jako entro la giornata. E avevo anche aperto bocca per chiederglielo, quando lei sparì in direzione della cucina, per tornare dopo un paio di minuti con un bicchiere d'acqua, colmo fino all'orlo.
    "Bevi!", ordinò perentoria e nel porgermelo me ne rovesciò metà sull'inguine.
    Calda! Era bollente! Scattai in piedi con un urlo, cercando di scuotermi di dosso, se non l'acqua, almeno il calore! E avrei dovuto berla, quell'acqua, anche quando avessi avuto sete?
    Mi volsi verso di lei con-moto-ondoso-tendente-al-molto-mosso… E lei rideva! Era piegata in due dal ridere, si stava letteralmente sganasciando! A momenti le cascava il bicchiere di mano.
    Cominciai a sentire una specie di calore in fondo alle viscere. "Male!", pensai. "E' dal basso che la pentola comincia a bollire!"
    "Senti…", sbottai, e stavo per dar seguito ai miei pensieri quando lei, messo al sicuro il bicchiere, mi si piazzò davanti, piantandomi gli occhi negli occhi, sebbene la superassi in altezza di un palmo abbondante. Quindi ripartì col suo show, girandomi attorno e squadrandomi con la stessa espressione di ribrezzo che, probabilmente, avrebbe usato guardando un enorme escremento puzzolente.
    Il calore mi si stava propagando allo stomaco, lo sentivo arrampicarsi verso la gola come la creatura del film "Alien".
    Ma lei si fermava? Cercava di salvare il salvabile? Di correre ai ripari? Ma che! Mi puntò il seno piccolo e sodo contro il petto e spinse in avanti come se avesse potuto farmi volar via come un fuscello.
    Prima che potessi formulare il pensiero, la mia mano era già partita verso il suo viso. L'impatto generò il più sonoro ceffone che avessi mai sentito.
    Per qualche secondo il tempo parve fermarsi, ebbi l'impressione che l'eco dello schiaffo sfumasse in dissolvenza spandendosi per le stanze. La sua testa era rimasta girata e quando tornò a rivolgersi verso di me lo fece lentamente, come se si muovesse al rallentatore.
    Guardai la mia mano come fosse quella di un altro, sebbene la sentissi ancora pulsare di calore. Non era possibile che avessi reagito in modo tanto impulsivo… Non era da me! La fissai con lo stupore di chi ha appena visto una bomba scoppiargli in faccia. I suoi occhi di un azzurro pallido, fino a poco prima quasi glaciali, esprimevano ora uno stupore molto simile al mio. Mi aspettavo di lì a poco un'espressione di vendetta. Invece…
    Il colorito roseo della guancia non toccata contrastava visibilmente col rosso porpora dell'altra. In quel momento mi sembrò quasi una bambina che avesse ricevuto un'inaspettata punizione.
    Mi sentii un verme. Avrei dato non so cosa per essere lontano le mille miglia da quella stanza. Aprii la bocca per scusarmi in qualche modo di quel gesto che io stesso non sapevo spiegarmi, approfittando del fatto che i suoi occhi non si erano ancora staccati dai miei, finché sentivo di avere la possibilità di farlo.
    Come accennai a scandire la prima balbettante sillaba lei mi coprì delicatamente le labbra con una mano, poi avvicinò le sue alle mie mentre vedevo i suoi occhi farsi sempre più grandi… Un attimo prima avrei dato un braccio per farmi perdonare, ora non chiedevo altro che perdermi in quello sguardo improvvisamente dolcissimo… Non capii più nulla…
    Quando mi svegliai fuori s'era fatto buio. Mi alzai per andare in bagno, dopodiché avevo tutta l'intenzione di coccolarmi la mia strana e sconosciuta guerriera. Solo ora infatti mi rendevo conto di non conoscerne neanche il nome. Stavo per tornare da lei quando, uscendo dal bagno, sentii un rumore di chiavi all'ingresso.
    In un attimo immaginai la mia "bellissima" figura. Raccolsi alla rinfusa tutta la mia roba, disseminata per la stanza, e mi richiusi in bagno. Non so se vi è mai capitato di avere allucinazioni. Io credetti di averle in quel momento.
    Udii distintamente la voce di Giacomo chiamare "Linda, amore, ci sei?" e sentii le mie mani sudare di colpo. Poi udii la voce di lei (Linda?) rispondere "si, sono qui tesoro. Mi cambio un attimo e arrivo. Sai, è venuto un tuo amico a cercarti e mi ha tenuto un po' compagnia. Adesso credo sia in bagno". Sentii la pelle d'oca su tutta la schiena.
    Con la faccia più accomodata di questo mondo feci capolino dalla porta del bagno. Avrei voluto strisciare. Ai miei occhi l'evidenza si poteva tagliare col coltello. Invece…
    "Andrea, vecchio vagabondo! Come stai?" E mi abbracciò fraternamente, in quel modo che solo lui possiede. Poi, insieme ad una pacca sulla spalla, mi diede il colpo di grazia, "allora hai già conosciuto mia moglie!" Avrei voluto sprofondare sotto terra, esplodere in mille pezzi… "Ci siamo sposati un mese fa e non lo abbiamo ancora detto a nessuno degli amici. Tu sei il primo"
    "Beh", risposi, mangiandomi un po' le parole, quasi potesse essere una giustificazione, "questo veramente Linda non me lo aveva detto"
    "Hai ragione", intervenne lei, che nel frattempo aveva indossato una tuta ginnica ed un body. Un velo di trucco leggero ma ben dosato attenuava di molto i segni della colpa, "ci siamo messi a chiacchierare e abbiamo dimenticato le cose più importanti. Ora, però, scusatemi ma devo proprio scappare in palestra". E schizzò via, baciando il marito al volo e lanciandomi nel contempo un'occhiata più che significativa.
    Mi sentii abbandonato al mio destino, di fronte al mio tribunale. Chiusi gli occhi in attesa della successiva domanda di Giacomo, quella che certamente mi avrebbe inchiodato. Invece…
    "Sai, Linda ha appena iniziato a dirigere un corso di Comunicazione Psicocorporea", esordì il mio ignaro amico, "ah, si? Che roba è?" chiesi con l'animo di Giuda dopo il tradimento, "una roba stranissima!" continuò lui, apparentemente imperturbabile, "pensa che la teoria su cui si basa questo corso sostiene che imparando a trasmettere le giuste emozioni si può portare gli altri a reagire secondo i tuoi desideri. Una sorta di persuasione occulta. In teoria potresti far fare a chiunque tutto ciò che vuoi, agendo col tuo comportamento sulle emozioni più elementari e profonde dell'altra persona e senza che l'altro neppure se ne accorga. Ma ovviamente tutto questo è solo teoria"
    Mi volsi a guardare in faccia Giacomo per la prima volta da quando era entrato, mentre un sospetto nasceva e si faceva rapidamente strada nella mia testa… Quella strana sensazione di essere sballottato da uno stato d'animo all'altro, quasi non potessi evitare di agire come avevo fatto, come se non avessi altra scelta… Le strane provocazioni di Linda, i suoi comportamenti irritanti ed assurdi, finché non avevo perso il controllo… E quando mi sarei aspettato una reazione, ecco comparire l'esatta opposta, con tutto quello che era seguito…
    Finalmente compresi. Compresi che Giacomo non era l'unico ad essere stato ingannato, anche se sentivo che, anche per vigliaccheria, non gli avrei detto nulla. Avrebbe visto il suo sogno andare in pezzi e non volevo essere io a svegliarlo. Rifiutai quella responsabilità. Si vedeva che amava davvero quella donna. Doveva arrivarci da solo. Anche se mi sembrava di abbandonarlo. E quando, o se, fosse successo, allora sarei stato lì ad aspettarlo, pronto a dargli una mano a raccogliere i cocci, se necessario. Ma non in quel momento.
    Di una cosa però ero certo: avevo ritrovato il mio amico e per quanto mi sentissi un pugno nello stomaco, non lo avrei fatto soffrire. No, non sarei stato io. Qualcun altro ci stava già pensando. E se un giorno avesse scoperto cosa c'era stato fra me e sua moglie, allora avrei fatto i conti con lui. Ma solo con lui. Faccia a faccia.
    "Beh? Non dici niente?" la voce di Giacomo mi distolse dai miei pensieri. Aveva appena finito di parlarmi della più grande novità della sua vita e si stupiva della mia momentanea indifferenza.
    Gli gettai un braccio sulle spalle, provando in un attimo tutto l'affetto che si può provare per un vero amico "ma dai! Sul serio?" e allargando la bocca in un sorriso amaro, "Chissà com'è brava..!"

  • Come comincia:

    A mia figlia Aurora

    Mi chiamo Bart Friman, come mio nonno, che a dire il vero si chiamava Bartholomew Freeman, militare della RAF e inglese doc, il quale decise di fermarsi in Italia alla fine della guerra, per sposare mia nonna Michela, che, tra un bombardamento e l'altro, era incinta di mio padre.
    L'uso e le inflessioni dialettali della ricostruzione, nel dopoguerra, hanno poi storpiato la forma del mio cognome, ma la sostanza del mio essere italoinglese, o angloitaliano, mi ha destinato, in modo quasi karmico, ad oscillare come un pendolo, per viaggi prima, per lavoro poi, tra la Malpensa e Heathrow…
    Insomma, chiamatemi Bart e saremo amici.
    Per vivere, faccio sia lo psicologo criminale che lo psicologo infantile. Secondo qualcuno dei miei illustri colleghi lo sono di nome e di fatto. Criminale ed infantile, non psicologo.
    A mia difesa ammetto di avere la tendenza a muovermi un po' sopra le righe, nel mio lavoro. Ricordo che mio figlio Michael, dieci anni, l'anno scorso, durante uno scambio di idee sulle regole, mi disse: "Il cappello parlante ti avrebbe destinato alla serpe verde…"
    Il punto secondo me è che se si vuole raggiungere una verità oggettiva in storie e situazioni a volte complesse quanto drammatiche, non sempre ci si può muovere secondo le regole…
    Qualche mese fa, per esempio, ricevetti da una clinica del veronese l'invito a presentarmi per assumere l'incarico di una perizia su un caso controverso di duplice infanticidio. Quando lo assunsi non immaginavo quanto avrebbe potuto esserlo.
    Secondo la scheda informativa anticipatami via mail dal procuratore legale, che lessi durante il viaggio in aereo, la signora Stefania S., 35 anni, era accusata di aver ucciso le due figliolette di 12 e 11 anni durante una sorta di raptus, avvenuto in una sperduta località di montagna, senza alcun testimone. Successivamente era stata ritrovata in casa, in uno stato confusionale sospeso a metà tra realtà e allucinazione e ricoverata in una clinica psichiatrica.
    La scheda diceva inoltre che la donna era separata e del marito, Andrea T., non si aveva più traccia. Le ultime notizie lo davano mesi addietro in partenza, a quanto pareva definitiva, per la Spagna. "Un marito-padre esemplare", segnai a margine sulla mia scheda.
    La prima volta che la incontrai, la paziente era in pieno stato allucinatorio, la terapia farmacologica aveva solamente limitato le sue azioni.
    Durante i primi colloqui asserì, con voce calma e delirante convinzione, di vedere nella sua stanza della clinica, le due figliolette morte, che venivano ora a salutarla e a farle compagnia, ora a rimproverarla e perseguitarla, non tanto per la morte che ella, presumibilmente, aveva, volontariamente o meno, causato loro, quanto per non essere stata una buona madre e non averle, a suo giudizio, sapute amare abbastanza. In quei momenti la paziente era così tormentata dal senso di colpa da dover essere contenuta a letto per evitare gesti autolesivi.
    Per una pietosa fortuna, uno di quei misteriosi, e a volte misericordiosi, meccanismi della psiche aveva rimosso dalla sua memoria il momento del delitto, così come il concetto stesso della scomparsa delle bambine. Diversamente, sarebbe stato molto difficile evitare azioni estreme.
    Dai reiterati colloqui con la paziente risultava impossibile risalire a cosa effettivamente fosse successo al momento del duplice delitto. La sua mente oscillava continuamente tra la realtà della clinica, il campeggio con le bambine e alcuni suoi ricordi d'infanzia…
    Su quest'ultima area, in particolare, si erano istintivamente concentrati i miei sforzi investigativi. C'era qualcosa di oscuro nei ricordi della paziente: quando si avvicinava al ricordo di quella che sembrava una gita in campagna fatta da bambina con i suoi genitori, di colpo si bloccava, chiudendosi in un mutismo assoluto, le braccia strette intorno alle ginocchia, mentre i suoi occhi sbarrati esprimevano un terrore senza nome…
    Come sempre in questi casi, il mio compito era dimostrare se la paziente fosse consapevole o meno delle sue azioni al momento del delitto, o almeno, visto che non c'erano altri testimoni, dovevo cercare di capire cosa fosse realmente successo… Ma rimettendo insieme i vari pezzi del puzzle non riuscivo a venirne a capo. Mancava qualcosa…
    Riascoltando i resoconti registrati della paziente provavo una sensazione di tragedia incombente, di dramma dietro l'angolo. Ma non riuscivo a focalizzarlo…
    Amo il mio lavoro, e ho scelto di svolgerlo da libero professionista per avere la massima libertà d'azione possibile e nessun superiore cui dover rendere conto. Ma ci sono momenti in cui mi scontro con la realtà di fatto che tutti gli sforzi di una sola persona non sempre sono sufficienti a trovare il proverbiale bandolo della matassa.
    La ricostruzione del passato della paziente sarebbe stata una buona via per raggiungerne i ricordi rimossi, ma sembrava che tutti i suoi congiunti appartenessero già da tempo al mondo dei più, eccezion fatta per il marito che, a quanto pareva, non aveva alcuna voglia di farsi trovare e che in ogni caso, tra l'esserci o il non esserci… Con buona pace di Amleto.
    Per fortuna a volte il destino, il caso o come lo si voglia chiamare dà una mano… anche se nei modi più impensati.
    La direzione della clinica mi aveva assegnato, in modo alquanto freddo e formalmente distaccato, uno studiolo, dove poter tenere le mie carte per tutta la durata delle indagini peritali. Circa una settimana dopo il mio arrivo, rientrando una mattina dal mio giro tra commissariato, dove avevo chiesto ed ottenuto dal magistrato di riesaminare i documenti stilati dalla scientifica, e tribunale, dove il procuratore legale mi aveva fatto il quadro della situazione della mia assistita, trovai sulla scrivania la stampa di una mail indirizzata alla direzione della clinica, lasciata lì senza un biglietto, un post-it o altra spiegazione. Lì per lì pensai ad un errore di consegna, ad una svista: non ero certo io il direttore! Tuttavia lessi…

      Spettabile Direzione Clinica "Villa Lavinia",
      mi chiamo Enrica S. e sono la sorella della signora Stefania S. che ho saputo essere vostra degente. Mi scuso per essermi fatta viva solo ora, ma ormai da anni vivo e lavoro in Francia e per vicissitudini che sarò lieta di spiegarVi, da quando mi sono trasferita non ho più avuto contatti con mia sorella.
      Solo pochi giorni fa, durante un viaggio di lavoro, ho appreso casualmente dalla stampa italiana la notizia della tragedia avvenutale. Non essendo riuscita ad aiutarla prima, ho sentito il bisogno di fare qualcosa adesso, dopo tanti anni.
      Desidero riabbracciare mia sorella e, se possibile, aiutarla nella sua attuale situazione.
    Sarò ovviamente lieta di ricambiare la Vostra cortesia dove mi sarà possibile e come riterreTe più opportuno.
      Sperando che la mia proposta incontri il Vostro interesse, porgo

    Cordiali saluti

    Enrica S

    .

    Fissai immediatamente l'incontro con la signora Enrica per la metà della mia terza settimana di indagini e di tollerata (dalla direzione) permanenza in clinica.
    Quando, il mercoledì successivo, accompagnata da un'infermiera, Enrica S. entrò nel mio studiolo, per un attimo non credetti ai miei occhi: non era solo la sorella della mia paziente, era la sua gemella identica!
    Ripresomi, dopo un momento di sguardi reciprocamente imbarazzati, la feci accomodare su una delle due poltroncine in pelle sotto la finestra, tanto per dare un tono meno ufficiale e formale alla cosa.
    Poi iniziai: - lei mi scuserà, ma vedendola sono rimasto senza parole! - - Non si scusi - rispose, con un lieve accento francese, e la sottile tendenza ad accentuare le vocali finali… - capisco la sua reazione, nella mia mail non l'avevo precisato… - poi, come percorsa un brivido improvviso aggiunse - Le spiace se fumo? Mi aiuterebbe a rilassarmi, vista la ragione della mia presenza qui… -
    Annuii semplicemente, passandole, in modo piuttosto goffo a dire il vero, un posacenere che si trovava sulla scrivania e che avevo usato fino a quel momento come fermacarte.
    Mentre Enrica accendeva la sua sigaretta con pochi gesti essenziali, mi concessi un istante per riprendermi e studiarla: se fisicamente era identica a Stefania, quanto era diversa dentro?
    Un tailleur gessato, che mi parve sobrio ma elegante, con la gonna che da sopra il ginocchio lasciava scoperte due gambe notevoli ed evidentemente ben curate, la giacca aperta sulla camicia bianca, una di quelle con il colletto largo, i primi due bottoni slacciati, i lembi scostati quel tanto da attrarre senza dare adito a facili promesse… Le lunghe dita affusolate e sottili estrassero la sigaretta da un elegante astuccio in pelle, senza alcuna fretta, senza alcun movimento brusco, fluidamente…
    I suoi gesti non sembravano studiati ma notai che anche lei stava usando quegli istanti per riflettere, come per concentrarsi su qualcosa che era ancora lontano, nella sua mente.
    Oltre la prima, lunga boccata di fumo che si stese tra di noi come una nebbia sottile, osservai un viso sul quale il trucco era stato steso in modo talmente impeccabile e apparentemente discreto da sembrare quasi inesistente, mentre lasciava che l'attenzione di chi osservava fosse attratta dai suoi lineamenti in modo quasi casuale…
    Tutto, nella donna che avevo di fronte, parlava di cura del particolare, di meticolosa attenzione al dettaglio, dosata in modo tale da renderla attraente ma non appariscente. Una volontà di ferro in guanto di velluto, pensai. Forza, stile e discrezione… Mentre lasciavo che il mio istinto reagisse alle sensazioni che ella mi dava, una improvvisa convinzione si accese in me: quella donna aveva sofferto prima di diventare ciò che io vedevo, doveva aver costruito se stessa pezzo dopo pezzo e non doveva essere stato facile. Ecco perché la sua eleganza, il suo atteggiamento mi apparivano così… forgiati, più che semplicemente indossati.
    Lasciai che finisse la sigaretta mentre mettevo via il mio blocco per appunti, in modo da rendere il nostro colloquio il più disteso e rilassato possibile.
    Quando il suo sguardo cominciò a volgersi verso un punto indefinito oltre il vetro della finestra, -cosa può dirmi - iniziai con calma - della sua infanzia con sua sorella? La prego, non risparmi alcun particolare. Per quanto possa sembrarle insignificante, potrebbe essere importante per risalire alla verità circa i fatti che riguardano sua sorella Stefania -
    Senza distogliere lo sguardo dalla finestra, con un tono di voce apparentemente atono e distaccato, come se le sue parole provenissero da un angolo remoto dei suoi pensieri: - ho letto sui giornali che la tragedia è avvenuta in un bosco di montagna, e che sono stati trovati strani giocattoli, fatti con rami e pezzi di stoffa, vicino al luogo del delitto - rispose.
    - Si - confermai dopo un istante - questo le ha fatto venire in mente qualcosa? -
    - Per caso mia sorella ha parlato di un fantasma nel bosco? -
    - Si - risposi ancora, mentre sentivo che tanto valeva giocare a carte scoperte se volevo guadagnarmi la sua fiducia. - Anzi, a dire il vero è il centro del suo delirio. Dai colloqui effettuati dall'equipe della clinica e da me stesso, sembra che sua sorella sia convinta che le bambine siano state rapite dal fantasma di una bambina persasi in quel bosco anni fa. Ne imita spesso il triste richiamo con voce infantile, come se l'avesse sentita veramente, ma non si riesce ad andare oltre… - Il fantasma chiama la mamma, vero? - chiese Enrica con un tono che mi parve scontato e rassegnato, come di chi fa una domanda sapendo già la triste risposta. Ciò attirò la mia attenzione.
    - Si signora, ma, mi scusi, come fa lei a conoscere questi particolari? Non mi pare che la stampa li avesse resi noti… -
    - La voce della bambina che chiama la mamma - si volse, assumendo un tono forzatamente lento, come stesse cercando di trattenersi, di arginare qualcosa che dentro di lei stava arrivando di corsa, troppo di corsa, forse, da molto, molto lontano… - la bambina scomparsa nel bosco che chiama la mamma… Quella bambina è lei! La voce che dice di sentire è la sua stessa! La sua… di tanti anni fa… -
    Avevo quasi timore di parlare, di interrompere il flusso dei suoi pensieri, ma ebbi l'impressione che esitasse un attimo di troppo, come chi getti lo sguardo in un pozzo buio e profondo ed avvertendo istintivamente la paura di cadervi, se ne ritragga - la prego, signora, si spieghi meglio - tentai di incitarla, cercando nel contempo di farle sentire la mia presenza, fuori e dentro il suo mondo di immagini mentali.
    Si distolse per un attimo dai suoi pensieri e mi fissò, come a volersi sincerare che fossi veramente lì con lei, accanto a lei - sono cose che credevo di aver ormai dimenticato… Dopo tanti anni ero riuscita a non sognare nemmeno più quella storia… Ma quando ho letto l'articolo sul giornale… E' stato come se tutte le porte della mia memoria si spalancassero di nuovo… come se tutto stesse succedendo ancora… Così ho capito che dovevo fare qualcosa, che non potevo continuare a scappare… -
    Si rivolse di nuovo al vuoto del cielo plumbeo di quel pomeriggio - quando eravamo bambine… - cominciò, con voce spezzata, esitante… Ed in quell'istante sentii che ora eravamo entrambi sull'orlo di un abisso, dalla cui sommità una bambina con la voce di donna mi indicava, col ditino teso, qualcosa che avveniva laggiù, sul fondo, in un buio denso e vischioso di nere ombre vive…
    - Quell'uomo… nostro padre… abusava di noi… di me e mia sorella… di nascosto da nostra madre. Mi prendeva da sola, me o Stefania… e quando aveva finito…mi minacciava… dicendo che se avessi parlato a qualcuno di quello che lui chiamava "il nostro segreto", sarebbe successo qualcosa di brutto a mia sorella o a nostra madre.
    Noi due, terrorizzate, per anni non ne parlammo nemmeno fra noi, convinte che almeno all'altra fosse stata risparmiata quella… brutta cosa… quella bestialità. Nostra madre era una donna dolce ma debole, non sospettava minimamente cosa avvenisse tra noi… e nostro padre. Fino al giorno della gita nel bosco…
    Era novembre inoltrato. Avevamo circa undici anni. Gli alberi avevano tutti i colori dell'autunno e le foglie cadute formavano tutto intorno un morbido tappeto che scricchiolava leggermente sotto i nostri piedi. Andammo tutti insieme a fare una gita per i boschi e ne approfittammo per mangiare all'aperto. Era una bellissima giornata. Dopo pranzo, i nostri genitori si addormentarono in macchina e noi, io e mia sorella, sedute su una vecchia coperta schiena contro schiena, cominciammo a giocare costruendo delle bambole con pezzi di stracci vecchi, che avevamo trovato in auto, e ramoscelli d'albero.
    Quando fu il momento di vestire le nostre bambole… entrambe ci rendemmo di colpo conto che le stavamo vestendo in modo tale da legar loro le gambe molto strette, in modo che non si potessero allargare senza essere spezzate… e nessuna delle due aveva suggerito all'altra come fare…
    Quel particolare ci aprì di colpo gli occhi, all'improvviso ci rendemmo ognuna conto che l'altra sapeva tutto, sul segreto di papà… Non ci fu bisogno di parole… se anche avessimo saputo cosa dire…
    All'improvviso udimmo aprirsi lo sportello dell'auto… e cominciammo a tremare… sentivamo sulle foglie secche il suono degli scarponi da montagna di nostro padre, farsi sempre più vicino… Ci disse di andare a cercar funghi con lui finché la mamma dormiva, così al suo risveglio le avremmo fatto una sorpresa…
    A volte i bambini capiscono molto più di quel che non dicano… fu un attimo… Stefania ed io cominciammo a correre per il bosco mentre nostro padre ci inseguiva, gridando che ce l'avrebbe fatta pagare se non ci fossimo fermate… e noi cercavamo di correre ancora più forte, tenendoci strette per mano… cercando ognuna di dare forza all'altra… ma nostro padre ci stava raggiungendo… sicuramente lo avrebbe fatto… ancora.
    All'improvviso ci trovammo sull'orlo di un crepaccio, a strapiombo su un torrente gonfiato dalle piogge autunnali… lui stava arrivando… nel panico ci dividemmo e corremmo in direzioni opposte… Io riuscii a nascondermi in mezzo ai rovi, pungendomi e graffiandomi dappertutto, sperando che lui mi superasse… dal mio nascondiglio invece lo vidi raggiungere e afferrare mia sorella per i capelli… e Stefania… nel tentativo di divincolarsi… cadde nel torrente…
    Corsi allora dalla mamma e le rivelai tutto piangendo, chiedendole perdono perché la stavo mettendo in pericolo… ma anche Stefania ora era in pericolo… Ricordo che mi guardò incredula per attimi interminabili… poi, vedendo nostro padre tornare indietro con la faccia stravolta, gli occhi sbarrati e la camicia strappata sul petto, mi caricò in macchina e senza dire una parola mi portò dai Carabinieri. Per fortuna di nascosto da nostro padre aveva imparato a guidare… Io rimasi in caserma, mentre lei tornava nel bosco a cercare mia sorella. Con loro.
    Non vidi più nostro padre e non so che fine abbia fatto. Anni dopo seppi che era stato arrestato. La mamma ci raccontò che non voleva più averlo in casa e che lui se n'era andato. Invece c'era stato il processo, dove lui aveva confessato tutto… Per una volta, noi non ne avevamo saputo nulla. Per una volta era stata la mamma a proteggerci.
    Ritrovarono mia sorella nel letto del torrente, l'acqua fortunatamente aveva attutito la caduta e lei si era ritrovata sulla riva, tutta zuppa e infangata, con una delle nostre bamboline di stracci stretta al petto. Riuscirono a ritrovarla perché la udirono chiamare nostra madre… con la stessa voce da bambina che ha sentito lei, dottore.
    Mi guardò. Lacrime silenziose le correvano insieme lungo le guance, nere di mascara… Le porsi un fazzoletto in un gesto che mi parve poca cosa rispetto al suo dolore di bambina e di donna con dentro un simile segreto…
    - Quando tornammo a casa - continuò, accettando con un minuscolo sorriso il mio misero gesto ed asciugandosi le guance - mi resi conto che mia sorella non ricordava nulla di tutto quel che le era successo -
    Si fermò un momento, come a riprendere fiato.
    - L'unica cosa che, anni dopo, mi fece capire che, da qualche parte, dentro di lei, quei ricordi orribili c'erano ancora, fu una strana favola che inventò quando frequentavamo le superiori: la storia di una bambina abbandonata nei boschi il cui fantasma di notte chiamava la madre. Oltre questo mia sorella non ricordò mai nulla. Io e la mamma decidemmo fosse meglio così, che era già sufficiente che li ricordassimo noi, quei momenti…
    Qualche anno dopo io vinsi una borsa di studio all'estero e scelsi la Francia, dov'era ambientata la maggior parte dei film che guardavo allora. Là conobbi Jean-Pierre. Aveva poco più dei miei anni ma era già il tipo di uomo che avrei voluto fosse mio padre: dolce, forte e premuroso. Decisi che almeno sarebbe stato il padre dei miei figli.
    Ci sposammo dopo circa un anno ed io rinacqui con lui. Tornai in Italia solo quando morì mia madre, ma non mi fu possibile incontrare Stefania: suo marito aveva deciso di lasciare il funerale prima della fine della cerimonia e lei lo aveva seguito, senza opporre alcuna resistenza. Capii subito che aveva trovato un altro padre da cui farsi maltrattare, ma non potei fermarla.
    Così me ne tornai a Lione, sperando che Stefania trovasse la forza di chiedere il mio aiuto: l'avrei accolta immediatamente e senza riserve in casa mia… Ma non lo fece mai…
    - Ecco dottore, - disse traendo un gran sospiro, come a riprendere il controllo di sé e della realtà circostante, mentre finiva di asciugare la ultime lacrime - questi sono i fatti. Sono venticinque anni che mi porto dentro questo peso. Spero che aver ricordato tutto quel che ho impiegato anni a dimenticare, serva almeno ad aiutare mia sorella. Ora, se non ha altro da chiedermi, potrei vederla?
    - Mi alzai lentamente, interiormente ancora scosso da quella vicenda. Aprii la porta e gettai uno sguardo in direzione della guardiola d'ingresso - Infermiera, per favore potrebbe accompagnare la signora alla camera 28? - Poi mi rivolsi a quella donna coraggiosa e… - Arrivederla signora Enrica, e grazie di essere venuta. La farò richiamare per l'epoca del processo, ma stia tranquilla, ora sono sicuro di riuscire ad aiutare sua sorella. Le auguro tutta la felicità che merita -
    - Faccia il possibile, dottore. Vorrei tanto portare mia sorella in Francia con me per farla curare lì e starle accanto, finalmente insieme dopo tutti questi anni… Anche lei ha diritto ad un'altra possibilità… - altre lacrime stavano già brillando tra le sue ciglia - faccia tutto il possibile. Adieu -
    Il giorno del processo l'aula traboccava di folla. La vicenda aveva suscitato così tanto scalpore da attirare, oltre ai giornalisti, decine di persone ansiose di sapere come la corte avrebbe giudicato "la donna che aveva assassinato le sue figlie". L'imputata non era in aula, il Direttore sanitario della clinica ne aveva certificato l'impossibilità a presenziare.
    Quando fu il momento di presentare le prove a discarico l'avvocato Orlandi, il cui studio legale aveva chiesto il mio intervento quale perito della difesa, si alzò in piedi e con voce calma declamò: - Signor giudice, Vostro onore, signori giurati, è mio parere che i fatti esposti nella presente perizia, alla luce della testimonianza inattaccabile della signora Enrica S., sorella dell'imputata, e della documentazione giudiziaria allegata, riguardante i fatti avvenuti all'imputata stessa quand'era bambina, dimostreranno senza dubbio alcuno a questa corte, che l'imputata non era, al momento dei fatti in oggetto, capace di intendere e di volere, in quanto prigioniera involontaria dei propri ricordi rimossi.
    Come spiegherò alla corte, la notte del duplice infanticidio, per un bizzarro e tragico scherzo del destino, alcuni orribili ricordi tornarono di colpo alla mente dell'imputata, per chissà quale fattore scatenante, ed ella, fino a quel momento madre tenera e premurosa, per evitare alle figlie la stessa sorte che aveva subito da bambina, le nascose, per così dire, nell'unico modo in cui, nella sua mente sconvolta, suo padre, il proprio padre, non le avrebbe mai trovate. Fatto, quest'ultimo, supportato dallo stesso attuale delirio dell'imputata, come risulta dalle registrazioni comprese nella presente perizia, secondo la quale per l'imputata le figlie non sono morte, ma sono nascoste da qualche parte nel bosco e prima o poi torneranno… -
    Stefania S. venne riconosciuta colpevole del duplice omicidio ma in base agli articoli di legge sull'infermità mentale, venne dichiarata "incapace di intendere e di volere al momento dei fatti" e la sentenza finale fu che trascorresse un periodo di cura in una struttura psichiatrica giudiziaria da definirsi.
    Enrica, la gemella, riuscì ad ottenere, in quella stessa occasione, il nulla osta, in quanto unica congiunta vivente, a che il periodo di cura venisse trascorso a Lione, ove risiede tuttora.
    Durante il percorso alla volta del Catullo, dove mi aspettava l'aereo che mi avrebbe riportato a Gatwick, ripensai a quanto e cosa avevo sentito in tutta quella storia. Per distrarmi, durante il viaggio ripensai a mio figlio Michael, dal quale ero ansioso di farmi spiegare, per l'ennesima volta, la storia del cappello parlante e della serpe verde…
    Lieto fine di una brutta storia? Non lo so, in questi casi è sempre una vittoria di Pirro. Una brutta storia, comunque, come ne capitano di brutte nel mio lavoro.
    Passando per Trafalgar Square, diretto a casa, mentre Londra si prepara al Natale e i cori di ragazzi intonano le carole di casa in casa, infilo una mano nella tasca del soprabito e accarezzo il portachiavi che mi ha regalato mio figlio, il cui ciondolo riproduce il pupazzo Simpson che porta il mio nome. I bambini… che cosa meravigliosa…

     

  • 22 novembre 2005
    Il viaggiatore

    Come comincia:

    Non so come mi chiamano, non dico mai il mio nome. Se mi guardo allo specchio vedo solo gli indumenti che indosso. Non la mia faccia. Non ho un posto dove vivere. Mi sposto di continuo e non resto mai per molto tempo nello stesso luogo. Anche se preferisco girare per le periferie. Sono più tranquille.
    Porto un vecchio trench nero che non tolgo mai. Immagino che quando mi muovo da un posto all'altro, questa specie di scopettone che mi porto dietro cancelli ogni segno del mio passaggio. Non ci tengo a lasciare tracce. Non in quest'epoca o in questa vita.
    Mi limito a guardarmi in giro, anche se quel che vedo non mi piace. Notte e giorno strade sporche, vuote. Mendicanti, tossici strafatti, tossici con la scimmia, ubriachi, puttane e travestiti. Quel che resta dell'umanità.
    Certo, esistono anche i quartieri eleganti, "belle" case, "belle" macchine, "belle" donne… Una notte passai per caso per uno di questi quartieri "belli". Potevano essere le due. All'improvviso sentii arrivare un'ambulanza a sirene spiegate e la vidi inchiodare davanti ad una di quelle "belle" case… Una "bella" donna s'era fatta un "bel" cocktail di brandy e barbiturici. O così almeno dissero quelli dell'ambulanza, quando la portarono via, col lenzuolo sulla faccia. Viveva in mezzo al "bello" eppure era morta. Di sua volontà.
    Non c'è differenza. Siamo tutti fatti di carne e sangue. Si muore tutti allo stesso modo.
    Quando vidi IL CIELO SOPRA BERLINO di Wenders mi identificai più con l'angelo che con le persone. Io non avrei mai rinunciato alle ali. Perché mescolarsi alle miserie della gente se puoi scivolare via non visto?
    Non credo di essere egoista, io ho rinunciato a me stesso. Ho voluto dimenticare chi sono, il mio nome, la mia età e ciononostante vivo lo stesso. Shakespeare diceva che la rosa se anche non si chiamasse così avrebbe comunque lo stesso profumo.
    A volte, però, mi chiedo se sono ancora vivo oppure no. Ho tagliato talmente tanti ponti dietro di me, che dubito persino di esistere. Altre volte ho l'impressione di essere uno spettro.
    C'è talmente tanto marciume in giro, che persino i colori dei graffiti sui muri si confondono con i cocci di bottiglie e le siringhe usate. A volte trovo dei corpi nelle discariche o nei sottoscala.
    "Cose" che non sono più persone ma solo altri rifiuti da portare via. Senza speranza né memoria.
    Qui nessuno viene mai a cercare nessuno. E' tutto squallido, sordido, senza senso.
    Ho pensato tante volte alla morte. Ma per morire bisogna prima essere sicuri di essere vivi.
    Ora, però, sono stanco. Troverò un posto dove sdraiarmi e aspetterò. Quando verranno per portarmi via, me ne sarò già andato. Spero in un luogo e in un tempo migliori di questo.

  • 22 novembre 2005
    L'eterno momento

    Come comincia:

    Esiste l'aldilà? E' vero che c'è un'altra vita dopo quella terrena? Per quelli che si pongono il problema, esistono solo domande senza risposta. Mentre quelli che evitano di porsele, le rimandano finché non è più possibile farlo.
    Esiste poi una terza categoria di persone, che, per uno strano scherzo del caso o per un dono non richiesto, non può evitare di affrontare l'argomento. Mai. Per tutti i giorni di questa vita. Persone dotate di una sensibilità tale da percepire ciò che altri non riescono neanche ad immaginare.
    Chi possiede il dono, e ha il coraggio di seguirlo, può vivere una vita straordinaria, riuscendo talvolta a portare consolazione dove esiste disperazione. Chi decide di non farlo, invece, vive una vita da incubo, inseguito ovunque da ciò che la scienza interpreta come allucinazioni e alienazione. La strada che si sceglie a questo bivio è solo frutto di scelte personali, ma prima di arrivarci esiste il cammino verso la consapevolezza, verso la presa di coscienza, un cammino che mette a dura prova…
    Janet T. era una di queste inconsapevoli persone. Venticinquenne all'epoca dei fatti, si trovava in Italia, ospite dell'università di Padova, grazie ad una borsa di studio sulla letteratura popolare e folkloristica. Britannica di nascita, era cresciuta coltivando la passione per le tradizioni della sua terra natale, nutrendosi di leggende popolari e storie gotiche. Aveva deciso di venire in Italia per completare la sua formazione. Ma non avrebbe mai immaginato come.
    Una sera, Janet era in giro con alcuni amici, per le vie del centro patavino. Era mezzanotte passata e il gruppo stava facendo un'ultima passeggiata prima di separarsi, commentando il film che aveva appena visto. Passando accanto ad una finestra a pianterreno, chiusa da una robusta inferriata, Janet udì distintamente un cigolio, come di un grosso peso che oscillasse da un sostegno arrugginito. Un brivido improvviso la fece stringere nelle spalle, nonostante la temperatura primaverile. Quel suono le aveva fatto lo stesso effetto di un'unghia sulla lavagna… E di qualcosa di più spiacevole, che però, lì per lì, non avrebbe saputo spiegare. Ne parlò con i suoi amici per cacciar via quell'oscura sensazione, ma nessun altro sembrava averlo udito. Eppure era stato un suono sgradevolmente forte e chiaro… Decise che anche lei doveva averlo confuso con qualche altro suono.
    Diverse sere più tardi, rientrando al convitto dopo aver passato la giornata a studiare in biblioteca, passò casualmente di nuovo per quella strada. Era sovrappensiero, stava ripassando mentalmente alcuni appunti che aveva preso, e non aveva neanche fatto caso a quale traversa avesse imboccato. Era solo cosciente del fatto che, passando da quella parte, sarebbe arrivata a casa una decina di minuti prima.
    All'altezza della stessa finestra inferriata, udì ancora quello strano cigolio. Di nuovo sentì rizzarsi i capelli sulla nuca, mentre un'improvvisa voglia di correre via da lì le fece aumentare l'andatura. L'aveva sentito di nuovo e dalla stessa finestra, stavolta ne era sicura. Non era solo il suono ad esserle sgradevole, era la sensazione che quel suono comunicava a darle la pelle d'oca. Un attimo dopo il suo passaggio, il suono di colpo cessò, come un pendolo che di colpo si fosse bloccato a mezz'aria. Tornò indietro lentamente e con un accendino provò a dare un occhiata a quella strana finestra.
    Era aperta, al di là dell'inferriata non c'era altro scuro né anta che ne bloccasse l'accesso. Con le mani che le tremavano irragionevolmente, introdusse l'accendino acceso tra le sbarre e guardò intorno. Ovunque, in giro, lì dentro, si vedevano solo contatori della luce, dell'acqua e del gas. Il soffitto della stanza era in cemento e non c'era nulla che facesse pensare ad un qualcosa di appeso. Fin dove arrivava la debole luce della fiammella non c'era la minima traccia di un gancio o di un sostegno. Perplessa, lasciò che il pollice mollasse la levetta del gas e che la fiamma si spegnesse, mentre la sua mano si trovava ancora oltre le sbarre.
    Qualcosa di gelido in quell'attimo le sfiorò il dorso della mano.
    Per lo spavento ritirò di scatto il braccio, lasciando cadere l'accendino. Lo udì cadere sul pavimento, mentre si allontanava di corsa. Si fermò sotto un lampione, trafelata, dopo alcuni minuti. La mano era intatta e non le faceva alcun male. Forse era stato un insetto o un pipistrello… Ma nessun animale, pensò, trasmette una simile sensazione di gelo. Era stato come sentire per un attimo tutta la mano diventare dura, fredda e insensibile. Qualche volta, riflettè, le era successo di dormire su un proprio braccio e di sentirlo intorpidito e informicolito per il mancato afflusso di sangue, ma il freddo, la sensazione di gelo che aveva provato no, quella non la conosceva. Quel tocco era stato… Come il tocco di qualcosa che si fosse avvicinato nel buio e avesse cercato di afferrarle la mano! Senza però riuscirci...
    Era stato in quel preciso istante che aveva provato il desiderio irrazionale di scappare via…
    Giunta al convitto si chiuse in camera, evitando di far parola dell'accaduto con chiunque avesse incontrato: non voleva passare per matta. Era stato già abbastanza difficile farsi degli amici in un paese che non era il suo, non voleva complicare la sua vita sociale. Ma quella stanza, per tutta la notte, rimase nei suoi pensieri.
    La mattina dopo tornò a quella finestra, con una torcia nella borsa. La luce del giorno lasciava in penombra certe zone del locale, ma si capiva bene cosa fosse: uno scantinato dove erano allocati i contatori del caseggiato. La finestra stava quasi all'altezza del soffitto e non si vedevano ragnatele o altri insetti più o meno volanti. E nessun rumore che non fosse il ronzio dei contatori.
    Va bene la suggestione, il buio e la paura, diceva fra sé, ma quel cigolio c'era stato, lei l'aveva sentito, così come aveva provato quella strana paralisi alla mano… O forse no? Era confusa. Ma se c'era in lei una caratteristica evidente, questa era la cocciutaggine. Decise, quindi, che doveva venire a capo della cosa.
    Passò e ripassò per quella via tutte le volte che poté, finché c'era luce, senza vedere altro che un'inferriata. Nel tardo pomeriggio, infine, si arrese all'idea di sospendere una tale evidente assurdità. Tornando verso casa, sbucando dalla traversa, vide un'anziana signora venire nella sua direzione, portando borse della spesa un po' troppo pesanti per la sua età. Recuperando un po' della sua britannicità, si offrì di aiutarla, cosa che la donna accettò più che volentieri.
    Camminando con le sporte in mano, probabilmente perché aveva tenuto la cosa talmente stretta dentro di se da avere voglia di sfogarsi con qualcuno, raccontò alla donna la sua strana avventura, con il tono più scettico ed autocritico che le venne.
    La donna impallidì visibilmente e chiese più volte a Janet di ripetere il suo racconto, insistendo stranamente proprio sui particolari che la giovane, per vergogna, stentava un po' a rivelare. Ora che ne parlava a qualcuno, si sentiva piuttosto ridicola.
    L'anziana le chiese la cortesia di portarle la spesa fin su, al secondo piano dello stesso caseggiato cui apparteneva il misterioso scantinato, con la promessa di restituirle l'accendino che le era caduto dentro. Anche se sembrava prendere tempo, mentre rifletteva su qualcosa…
    Quando scesero, trovarono l'accendino per terra, esattamente dove Janet si sarebbe aspettata di trovarlo. Inaspettatamente la donna accostò la porta dello scantinato e rivolgendosi alla giovane "lei mi ha raccontato quella che lei stessa ha definito una storia assurda, signorina", disse, "lasci ora che io gliene racconti un'altra". Janet improvvisamente cominciò a sentirsi a disagio.
    "Dodici anni fa mio figlio si suicidò, proprio in questa stanza", il tono della signora era serio e pacato, ma Janet sentì ugualmente la pelle d'oca su tutto il corpo. "S'impiccò ad una carrucola, che ora non c'è più, che era fissata al soffitto. Quando vennero, i carabinieri notarono, però, qualcosa di strano. Pareva che, sul punto di lasciarsi cadere, mio figlio avesse cambiato idea, ma fosse scivolato. Sul soffitto c'erano dei graffi, come se avesse cercato un appiglio senza trovarne". Janet ebbe come un senso di vertigine che la costrinse ad appoggiarsi ad una parete.
    Intanto la donna continuava "io e mio marito, troppo sconvolti per rimanere, ci trasferimmo in campagna. Ma quando, qualche anno dopo, anche lui morì, decisi di tornare in questa casa. Non volevo stare da sola con i miei ricordi. Prima di rientrare, però, feci dare un'intonacata a questa stanza, rendendola così com'è adesso. Da quando sono tornata però, certe notti sento come un cigolare metallico", Janet spalancò gli occhi sulla donna. "Lei può anche non credere a queste cose, signorina, ma io sono convinta che quel cigolio sia il suono di un rimpianto. Un momento prima di morire, mio figlio aveva cambiato idea, non voleva più lasciare questa vita. Capisce, signorina? E' come se fosse rimasto incastrato in quell'istante tra la vita e la morte, in un ultimo tentativo di afferrare la vita che gli stava sfuggendo".
    "All'inizio avevo paura, pensavo che mio figlio volesse punirmi perché non avevo saputo capirlo ed aiutarlo". Sul viso della donna scendevano ora lacrime silenziose. "Poi però, col passare degli anni, ho capito che mio figlio si fa sentire per dirmi che mi vuole bene e che non vuole lasciare del tutto questa vita perché mi sta aspettando. Mi creda signorina, non c'è nulla in questa stanza che giustifichi i suoni che si sentono in certe notti"
    Janet era sbigottita, non sapeva più cosa credere. Balbettando obiettò "m-ma io… cosa c'entro io?" "Non so cosa dirle signorina, ma è un fatto che lei abbia sentito ciò che pensavo di poter sentire solo io. Forse lei ha la capacità di sentire le anime dei trapassati. Se così fosse, se dovesse accorgersi che è così, non abbia paura. Cerchi solo di capire cosa le chiedono. Se si fanno sentire, è perché vogliono dire qualcosa a qualcuno, o hanno delle cose in sospeso. Non abbia paura. Adesso sarà meglio che vada, signorina. Credo di averle preso più tempo del necessario. Arrivederci e in bocca al lupo per i suoi studi".
    Janet uscì in silenzio da quella stanza, da quella casa. Non riusciva a pensare a nulla. I suoi impegni, i suoi studi le sembravano improvvisamente cose così tanto piccole... Tornò al convitto, salì di filato in terrazza e rimase lì, a cercare di godersi gli ultimi raggi del tramonto. Diede una scorsa all'agendina che portava in borsa, fitta di impegni…
    La chiuse e la fece volare dalla terrazza.

  • 22 novembre 2005
    Lo sciamano e la supernova

    Come comincia:

    Mungwa, il vecchio sciamano di un antico popolo, era solito trascorrere le calde notti estive senza luna, fuori dalla sua capanna, sdraiato sull'erba sulla sua pelle d'orso, a pregare alle stelle del cielo.

      Le storie che aveva ascoltato attorno al fuoco da bambino e che aveva raccontato centinaia di volte ai suoi molti nipoti da vecchio, dicevano tutte che quelle piccole luci sfavillanti erano gli spiriti dei suoi antenati e ad essi egli chiedeva consiglio sulle questioni della tribù.
      Una notte di queste, in cui il vecchio saggio stava interrogando gli spiriti della notte, si accorse improvvisamente che nel cielo c'era qualcosa di diverso! In un angolo buio e profondo, dove i suoi occhi a stento distinguevano le piccole luci, s'era acceso un nuovo piccolo sole!
      Era un prodigio! Un segno degli dei! Ma cosa voleva dire?
      In vita sua di segni e prodigi divini ne aveva visti tanti. All'epoca del grande calore, quando la tribù stava morendo di sete, aveva pregato il Dio Sole affinché placasse gli spiriti della natura. Allora aveva sentito tremare la terra sotto i piedi, una rupe s'era improvvisamente squarciata davanti ai suoi occhi ed egli ne aveva visto scaturire l'acqua che avrebbe salvato la tribù e gli animali dall'arsura.
      Ancora, all'epoca del grande orso bianco, quando la neve aveva ricoperto i boschi trasformandoli in labirinti di ghiaccio, le pelli degli animali non bastavano a scaldarsi e la tribù stava morendo di freddo, il dio della luce, che vive al di sopra delle coltri di nubi, aveva nuovamente ascoltato le sue preghiere e una freccia di fuoco aveva saettato dal cielo, come la testa di un serpente, abbattendo un albero talmente alto e grosso che c'erano voluti venti guerrieri per farne legna da ardere. La tribù aveva così potuto superare l'inverno.
      Ma mai avrebbe immaginato che la sua fede, seppur costante, gli avrebbe ottenuto il privilegio di essere scelto per l'immenso onore di assistere ed annunciare la nascita del Figlio del Dio Sole! Mungwa si prostrò a terra, il cuore colmo di commossa riconoscenza.
      La brutta sorpresa fu, però, vedere che nessuno nella tribù voleva credere alle sue parole. Il consiglio degli anziani lo ascoltava in silenzio per poi congedarlo senza avergli dato alcuna risposta, i giovani guerrieri, presuntuosi e irriverenti, lo schernivano, le donne ridevano senza alcun rispetto. Nessuno sembrava più ricordare che fino al giorno prima una sua parola aveva avuto il potere di cambiare qualunque decisione fosse stata presa per la tribù, e, cosa peggiore, tanta incredulità e mancanza di fede rischiava di far adirare il dio Sole, con chissà quali terribili conseguenze!
      Fiducioso, ogni notte Mungwa osservava con segreta gioia che il bagliore del piccolo sole andava via via aumentando e certamente di lì a poco, nel cielo del mattino, tutti avrebbero visto due soli, padre e figlio, in tutta la loro divina maestà. Allora tutta la tribù - la cui incredulità nel frattempo aveva raggiunto il culmine, nessuno, infatti, gli dava più credito né fiducia - si sarebbe ricreduta sulla sincerità delle sue parole. Questa sicurezza nutriva in cuor suo una grande speranza.
      Per questo la notte della luna nera il suo dolore fu grande quando si accorse che nel punto in cui nelle ultime notti aveva visto brillare la giovane luce del Figlio del Sole, non c'era più nulla! Il grande prodigio non si sarebbe più verificato! "Ma perché", chiedeva affranto il vecchio, interrogando le fidate stelle, "per quale motivo?". Di colpo capì e il suo cuore si spezzò: il motivo non poteva che essere l'incredulità del suo popolo!
      Si! Di colpo era chiaro, lampante, che il Dio, vedendo così poco rispetto per la sua divina prole, aveva destinato ad altri la testimonianza di quel prodigio. Il suo popolo non l'aveva saputo meritare! Per colpa sua!
      Come poteva egli, un tempo stimato gran sacerdote, continuare ora a pregare il Sole per la tribù quando non era stato capace di far capire loro la divina notizia? Aveva fallito il suo scopo, il compito per il quale era stato cresciuto ed educato. Era indegno di portare ancora i sacri simboli.
      Li bruciò, in un furioso olocausto, insieme alla sua capanna e alla sua pelle d'orso. Sigillò la sua lingua, poiché non era riuscito a farsi ascoltare, e finì i suoi giorni in una caverna, lontano dalla tribù, scolpendo nella roccia, in silenzio, animali di pietra che avrebbe dedicato agli dei in segno di eterna penitenza. Nessuno udì più la sua voce.
      Nello spazio profondo, a migliaia e migliaia di chilometri dal nostro mondo, una vecchia stella si era serenamente spenta, ignara di tutto, dopo aver consumato il suo ultimo respiro in un enorme bagliore di luce.

  • 22 novembre 2005
    Non aprite quelle porte

    Come comincia:

    Egregio Professor Beckford,
    mi chiamo Simone Corvo. Mi permetto di scriverLe per esporLe alcune mie considerazioni, peraltro fondate e corroborate da esperienze personali, in merito ad alcune delle tesi da Lei esposte nel Suo intervento al Convegno su “Lovecraft e la Simbologia Onirica del Necronomicon”.
    Nel suo intervento Lei affermava, cito testualmente le sue parole, che “essendo l’intero pantheon lovecraftiano una complessa e strutturata metafora della realtà interiore dello scrittore e delle sue angosce, anche le note porte, spalancate dal sempre nominato poeta arabo Abdul Alhazred, che, solo, avrebbe osato gettare uno sguardo nell’abisso dell’orrore cosmico, perdendo in ciò la propria salute mentale, sono, analogamente, da ritenersi una metafora della soglia che separava la fragile salute mentale dello scrittore dalla stessa follia che aveva preso, a suo tempo, entrambi i suoi genitori”.
    Esimio professore, io posso concordare con lei sul fatto che la fantasia sia stata, per il Solitario di Providence, una prodigiosa ancora di salvezza contro l’abisso della follia in cui probabilmente sarebbe precipitato se non avesse cominciato a trasporre su carta i suoi incubi notturni, trovando nell’esercizio narrativo un insperato mezzo per espellerli dalla propria mente angosciata. Sicuramente, fu merito della sua fervida fantasia se lo scrittore riuscì a condurre, nella sua pur breve esistenza, una vita quasi normale lasciandoci così il patrimonio letterario che conosciamo.
    Il punto sul quale però dissento dalle sue, mi permetta di dirlo, scettiche posizioni, e che mi ha spinto in questa sede a scriverle, è che le porte, le famose porte che lei ritiene essere solo una metafora letteraria, quelle porte, esistono realmente.
    Se le mie impressioni non mi hanno ingannato, immagino a questo punto che le si sia allargato sul viso quel sorriso tra l’ironico e lo sprezzante che Lei mostrò in più di un’occasione, al suddetto Convegno, rispondendo agli interventi provenienti dalla platea.
    Mi creda, professore, non è assolutamente mia intenzione, in questa modesta sede, farle la morale, non credo di averne il diritto né le opportune competenze. Né intendevo disturbarla solamente per rivolgerle le mie rimostranze, che sarebbero, in ogni caso, opinabili. Se oggi mi sono deciso ad invadere la sua privacy è solo per sottoporre alla sua attenzione di valido studioso le prove del fatto che almeno alcune, tra le cose di cui Lovecraft scrisse, non erano e non sono pura invenzione letteraria.
    Non mi riferisco né agli scritti pnakotici né alle tavolette di Kutu, che rimangono materia ed appannaggio di un grande della letteratura. Mi riferisco, invece, come sopra le accennavo, alle porte esistenti tra questo ed altri livelli di esistenza che non appartengono al regno della materia così come la intendiamo noi.
    Per anni ho raccolto dati e testimonianze sui cosiddetti fenomeni paranormali, specialmente quelli legati all’ambito parapsicologico, che pure, lentamente, sta cercando di uscire dal regno della superstizione per entrare in quello della scienza, come dimostra, tra le altre cose, la cattedra di Parapsicologia all’Università di Edimburgo. Tuttavia, i dati più sorprendenti e sconcertanti, per quanto supportati da numerose testimonianze, rimangono scientificamente inesplicabili.
    Troppe volte infatti ho visto e sentito di incauti sprovveduti, giovani e meno giovani, ignoranti o supposti saccenti, che giocando con cose che non comprendevano hanno scatenato forze al di là del loro controllo…
    Dal gioco fatto da adolescenti in vena di forti emozioni con un semplice foglio scritto, utilizzando come indicatore un banale bicchiere di plastica, alle sedute pseudo mistiche messe in atto con la tavola dell’ouija da individui in cerca di risposte o conferme sull’altra vita, alla seduta spiritica improvvisata dalla classica comitiva di amici alla fine di una notte di festeggiamenti di vario tipo…
    Tutte queste cose, professore, questi cerimoniali incautamente improvvisati, se da un lato sono un gioco più o meno divertente per chi lo fa, aprono d’altro canto realmente delle porte su questo mondo e non è detto che chi o cosa risponda sia effettivamente chi dice di essere.
    Ho parlato correttamente di risposta, professore. Proprio lo scetticismo di cui anche lei si fa portatore, in quanto libero pensatore, è una delle cause per cui si finisce fin troppo spesso con lo scherzare con pericoli al di là di ogni umana immaginazione.
    Non è l’oggetto utilizzato a creare il varco che conduce a questo livello di realtà ma la volontà delle persone convenute, ragion per cui, ad esempio, il cerchio dei convenuti non dev’essere spezzato durante la seduta spiritica, pena la perdita del contatto.
    Quanto a chi risponda poi…
    Nessuno può dirci dove si vada, una volta lasciato questo livello di esistenza, ed occorre una gran fede già per supporre che ne esistano altri, ma numerose testimonianze sostengono, ad esempio, che se una persona non si sente pronta a lasciare questa vita nel momento in cui lo fa, può vagare per un tempo indefinibile in una dimensione intermedia tra questo ed il successivo livello di coscienza, in cui si rende perfettamente conto di quel che ha perso, desiderandolo ancora fortemente, senza riuscire a staccarsene definitivamente, come dovrebbe.
    Mi rendo conto che fin troppe produzioni cinematografiche hanno attinto a piene mani a tali conoscenze, riducendole a tal punto al livello di semplice fiction da banalizzare il fatto che, lo dico e lo ripeterò all’infinito, di fiction non si tratta.
    Quando una porta viene aperta, come uno squarcio che crei un ponte tra due realtà diverse, non si sa mai chi possa rispondere. Forse un qualche prigioniero dello stadio intermedio che cerca disperatamente di tornare in una realtà che ormai non gli appartiene più, soffrendone in un modo che non possiamo neppure immaginare ed arrivando così a trasformare quel dolore in qualcosa di negativo che non mancherà di manifestarsi in qualche modo strano, bizzarro o terribile… Oppure qualche altra entità, circa le quali, comunque le si voglia chiamare ed a qualunque schieramento le si voglia attribuire, circola la più vasta confusione, potrebbe sfruttare lo stesso varco per penetrare in questa realtà per scopi che è meglio lasciare alla fantasia degli scrittori. Nessuna delle poche, reticenti testimonianze raccolte in tal senso parla di incontri positivi o felici.
    La verità sembra essere che coloro che lasciano questa vita non hanno o non dovrebbero avere motivo per cercare di tornarvi.
    Mi rendo anche conto che queste mie parole, se lette da quegli incauti le cui azioni critico, potrebbero, mio malgrado, fungere invece da catalizzatore, annullando di fatto il motivo per cui le sto scrivendo.
    Perciò professore, sinceramente, se le mie parole hanno in qualche modo toccato la sua attenzione, continui pure a svelare quali segreti personali possano nascondersi dietro l’impulso di una mente letteraria creativa, ma non dubiti mai del fatto che Lovecraft, che lo volesse o meno, ha realmente lasciato un monito che vale la pena rispettare: non provi mai ad aprire quelle porte e non si avvicini mai ad esse con atteggiamento distaccato e razionalista. Non scherzi mai con cose più grandi di lei. La esorto ad avere almeno un minimo di quel rispetto dovuto all’ineluttabile destino che accompagna l’essere umano. Dopodiché la lascio tornare alle sue spero molte occupazioni, augurandomi che siano tante da non lasciarle mai il tempo di ripensare a questo argomento.
    Scusandomi del disturbo arrecatole dalle preoccupazioni di questo vecchio, la cui attuale principale occupazione, dopo tanti anni dedicati allo studio della morte, consiste nel godere il più possibile le piccole gioie di quello che gli rimane di questa vita, la saluto con i miei più

    Cordiali saluti
    Simone Corvo
     

  • 22 novembre 2005
    Prigioniero

    Come comincia:

    Pensando alla mia ordinaria esistenza… più che ordinaria… meno che ordinaria… Sentivo le mie aspirazioni e i miei sogni svanire come nebbia al sole, senza dolore, solo un addio sussurrato. Si allontanavano in silenzio mentre la realtà presente intorno a me, la camera, la tavola, le sedie, d’improvviso s’ingigantivano come a gridare il loro diritto alla mia attenzione.
    Mi sentivo vuoto, immobile come il comignolo sul tetto dei vicini, pieno di nerofumo, di aria, di niente.
    Sentivo il mio corpo sporco e vecchio come una crisalide: forse mi stavo trasformando in qualcosa di ignoto, di nuovo e ributtante al tempo stesso.
    Mentre la vasca si riempiva, pensavo che questo mio essere avrebbe potuto anche non essere. Dio, come mi sentivo inutile e vuoto. Ero indifferente a me stesso. Avrei potuto spararmi in bocca e non me ne sarebbe importato nulla. Nel mio stato d’animo, vivere d’inedia o morire non faceva molta differenza.
    Chiusi l’acqua, infilai il soprabito e uscii fuori. Mi odiavo, mentre le mie mani si muovevano: odiavo le mie azioni ripetute meccanicamente, il conformismo che ti riveste man mano che vivi. D’altronde, uscire fuori nudo sarebbe servito solo a confermarne l’esistenza, la sua e quella della sua logica da etichetta, come per i barattoli al supermercato.
    Più che uscire, scappai fuori, come se il palazzo andasse a fuoco. Mi voltai a guardarlo: alto, con tutte le sue finestre, i suoi balconi e l’enorme portone. Di colpo l’immagine del palazzo scomparve di fronte ai miei occhi, fagocitata dal ricordo della facciata del mio vecchio liceo, con tutte le finestre uguali, in file ordinate come i banchi nelle classi… Per poi trasformarsi nel penitenziario in cui una notte avevo sognato di trovarmi. Una divisa grigia, anonima fra le tante, ed un numero appiccicato all’altezza del cuore… Un altro detenuto mi salutò gentilmente passandomi accanto… No! Era il tizio del quarto piano! Ero imbambolato davanti a lui e lo guardavo senza riuscire a staccare la lingua dal palato.
    Indeciso su cosa dire, accennai in risposta col capo e girai sui tacchi allontanandomi a passo sostenuto, mentre sentivo il suo sguardo stupito sulla schiena. Non poteva capire, non avrebbe potuto capire anche se avessi cercato di spiegargli la nostra condizione. “Siamo prigionieri!”, avrei voluto gridargli, “…E non lo sappiamo!”.
    Correvo. Correvo per allontanarmi dalla sua ignoranza ingenua, dal peso di una spiegazione che non avrei voluto sapere nemmeno io e correvo, trafelato, come un disperato, mentre non riuscivo a respirare, ma continuavo a correre.
    Vedevo le facce della gente passarmi accanto, fredde, inerti, indifferenti… Avrei voluto scuoterli tutti, gettare via le sporte della spesa con la reclame della plastica riciclabile stampata sopra, i barattoli, i pacchi, le bottiglie… Strappar loro i vestiti, squarciargli il petto e tirargli fuori il cuore per mostrarglielo, ancora pulsante, farglielo vedere mentre ancora vive, pompa e schizza sangue dappertutto…
    Mi fermai dietro l’angolo di una traversa. Grosse gocce di sudore mi scendevano sulle tempie, sugli occhi, sulle labbra. Ero spossato, il petto mi si agitava come un mantice, non mi reggevo più e i piedi mi facevano male, dentro le scarpe.
    Appoggiai le spalle al muro e allungai le gambe. Mentre deglutivo sentii il cuore in gola, dentro le orecchie, nelle mani, nelle ginocchia, dappertutto… Temetti di vedermelo schizzar fuori dalla bocca: pompava, batteva come un tamburo, vivo, pulsante. Ed io ero stanco morto.
    Le mani tiravano il collo del maglione, improvvisamente troppo stretto, mentre la vista mi si appannava e vedevo pallini di tutti i colori.
    Un bambino, presumibilmente sbucato da sotto terra, dato che non l’avevo neppure notato, mi tirò il lembo del soprabito. “Signore, sta male?”
    Lo fissai con gli occhi ancora sbarrati per lo sforzo, dovevo avere un aspetto pauroso perché s’irrigidì e arretrò di un paio dei suoi passi. Rilassai le palpebre e accennai un sorriso mentre gli passavo la mano sulla testolina bionda. Era così piccolo, dolce ed ingenuo… Al pensiero che sarebbe potuto diventare come me un freddo, insensibile ed efficiente cittadino del mondo…
    “Va via di qui! Scappa!” gli dissi con la voce ancora rotta dallo sforzo. Ma lui non si mosse, piccolo e curioso di tutto. “E’ un gioco nuovo?”, chiese.
    Come potevo spiegargli l’orrore intorno e dentro di noi? “Si”, risposi, “ma ora corri”. E ripresi la mia corsa, anche se più lentamente.
    Le mie gambe si fermarono di colpo quando alla fine della traversa mi ritrovai sul piazzale di fronte casa mia. Mi guardai intorno sgomento: non mi ero mai allontanato! Girai su me stesso, smarrito proprio di fronte al mio vecchio palazzo
    . Avevo corso in tondo senza rendermene conto, credendo di allontanarmi, illudendomi di sfuggire al mio ruolo di pezzo del meccanismo, al mio ruolo di uno dei tanti perso nella marea del caos cittadino. E questo mio mondo, senza minimamente scomporsi, mi aveva lasciato sfogare e adesso spalancava la porta della mia cella per farmi rientrare.
    Mi veniva da piangere, come quando da bambino litigavo con qualcuno più grosso di me e naturalmente le prendevo. Avrei potuto correre lontano chilometri da lì, ma in un modo o nell’altro sarei tornato.
    Con le ultime forze di un condannato rientrai in casa, mi spogliai buttando tutto a casaccio e mi immersi nell’acqua ormai tiepida della vasca, sprofondandomi sott’acqua, con un barlume d’idea di farla finita. Lì sotto i miei occhi aggiunsero acqua all’acqua, perché sapevo che non ce l’avrei fatta a morire. Perché sapevo di essere prigioniero e non avrei potuto che sbattere la testa contro le mura di quel carcere che era la mia vita.

  • 22 novembre 2005
    Ritratto

    Come comincia:

    Nadia pensava sempre al sesso e sempre ne parlava, ridendo con le colleghe e scherzandoci sopra, tra una pratica e l’altra, guardando, sbirciando intorno coi piccoli occhi scuri sempre in moto, da sopra la sua minigonna, alla ricerca del nuovo cliente “carino” da accogliere e con cui trattare… Chiacchierava, rideva e scherzava. Per nascondere la paura.

    La paura di crescere e la voglia di giocare, a patto che il gioco non fosse troppo serio, non avesse troppe regole e non implicasse troppe responsabilità.

    C'era un che di frastornante in questa sua attrazione-repulsione, che disorientava tutti quelli che la incontravano. Gli uomini finivano col pensare che lei li odiasse tutti, perché ricevevano le sue attenzioni solo fintanto che non cominciavano a rispondervi. Le donne, che fosse perennemente affamata di uomini, al limite della decenza. Forse avevano ragione entrambe le parti. Entrambi la vedevano fare le fusa intorno all'ennesimo prescelto, e darsi alla fuga quando quest'ultimo cominciava a chiedere qualcosa di più concreto delle sue promesse più o meno velate.

    Qualcuno dei suoi cavalieri occasionali, che aveva esagerato coi modi e con le richieste, interpretando i suoi no per altrettanti si, dopo averla messa con le spalle al muro se l'era vista scoppiare in lacrime e questo, per fortuna di lei, gli aveva tolto qualunque baldanza. Nadia stessa non avrebbe saputo spiegare perché si comportasse così. Il fatto di dover rispondere alle richieste che lei stessa aveva provocato, di dover mantenere quelle promesse, la faceva scappare. Il tutto, ogni volta, nell'arco di poche settimane, dopodiché questo suo circolo vizioso si spostava semplicemente su un nuovo "uomo perfetto".

    Le amiche più intime le dicevano che lasciarsi un po’ andare, superare il limite che ella si poneva, sarebbe stato l'unico sistema possibile per cambiar vita o, come le diceva Paola, "per cominciare a vivere".

    "Una volta tanto bisognerebbe che il tuo cavalier azzurro non si fermasse al primo no e ti forzasse un po' la mano" esclamava delicata e serafica Paola, durante i loro tè pomeridiani del sabato, "cioè le gambe!" concludeva schietta Rosa, con una gran risata. Nadia la trovava sempre un po'...troppo sboccata - la parola esatta sarebbe stata forse un'altra ma pensarla la infastidiva - anche se non poteva evitare di percepire quanto il solo pensiero di ciò che le sue amiche le prospettavano, le rimescolasse la pancia.

    Quegli incontri a tre erano per Nadia le uniche vere occasioni di sfogo e per quanto le altre due fossero più o meno sue coetanee, si rivolgeva loro come a due vecchie zie cui poter chiedere consiglio su tutto. Specie su tutte quelle esperienze che non aveva il coraggio di vivere.

    Eppure, quando tra i vapori della vasca da bagno, piena fino all'orlo, riparata sotto un soffice strato di schiuma e rilassata da abbondanti sali, rivedeva le sue fantasie, dalla più romantica alla più sfrenata, le sentiva, in fondo, segretamente sue, per quanto rispecchiassero tutto quello che "le zie" le avevano sempre raccontato. Anzi, in quei momenti di raro abbandono le sue sensazioni erano talmente intense e spontanee, che era meraviglioso lasciare che le mani e la natura una volta tanto facessero il loro corso. Ma allora perché non riusciva ad avere una vita sentimentale piena e soddisfacente? Su una scala da uno a dieci il suo livello di emozione quotidiana era, mediamente... zero!

     Insomma, aveva quasi trent'anni e si sentiva sana sotto tutti i punti di vista, il grande specchio del bagno, un po’ appannato dal vapore, le rimandava l'immagine di un corpo forse un po' troppo esile, ma tonico, un seno forse un po' piccolo ma ben fatto, una vita sottile su due gambe snelle e asciutte. "Un corpo da ballerina", diceva sua madre compiaciuta, ammirandola nel suo costume da bagno sgambato.

     Certo, c'era anche il collo un po' troppo lungo, le labbra un po' troppo carnose e pronunciate, quel modo di tenere i piedi un po' a mo' di papera, il mento un po' troppo a punta, le ossa delle spalle un po’ troppo sporgenti e spigolose... "Ma che cavolo..!" esclamava allora allo specchio, fermando i suoi pensieri quando la lista nera minacciava di diventare troppo lunga, "…in fondo nessuno è perfetto!".

    "Acerba" sussurrava allora una vocina sottile e tagliente, nella sua testa, facendole lanciare ancora uno sguardo di sottecchi allo specchio, mentre finiva di asciugarsi i corti capelli, né lisci né crespi, "insulsi" sentenziava ancora la vocina, e un istante dopo l'asciugamano, avvolto a turbante, li aveva già coperti.

    Quando, per qualche strana ragione, riusciva per un istante a bloccare le tumultuose sensazioni che l'eccessiva vicinanza di un uomo le dava, riusciva a identificare, nel crogiuolo ribollente delle proprie piccole paure, la terribile sensazione di non avere più via di scampo, l'inevitabilità di doversi scoprire, dichiarare, e l'impossibilità di non poter essere altro che se stessa.

    Il solo pensiero di essere definitivamente scoperta, svelata da un uomo, peggio, ad un uomo, la sensazione orribile di esserne in qualche modo alla mercé, la metteva in un tale stato di agitazione che sentiva tutto il corpo trafitto ovunque, come da centinaia di sottili spilli. Scappava allora da quei pensieri, rifugiandosi dentro il pigiamone rosa felpato con gli orsacchiotti, sul divano, sotto un caldo plaid, con pile di fumetti sul tavolino accanto e la radio accesa in sottofondo, fermamente sintonizzata sulla sua stazione preferita.

    Per un po' riusciva a provare un certo sollievo, magari riusciva a leggerne anche un paio senza perdere il buonumore. Poi però, inevitabilmente, si faceva strada, tra le battute di Topolino e Pippo, la sensazione di star perdendo qualcosa d'importante... La stessa sensazione, lo stesso nodo allo stomaco che avvertiva guardando certi film e che inevitabilmente la faceva commuovere fino al pianto dirotto, ogni volta che il dr. Jeckill si uccideva per uccidere Mr. Hyde, o King Kong precipitava dal grattacielo... E si che erano film che non le ispiravano altro che orrore e repulsione, e che il più delle volte aveva accettato di vedere solo perché qualcun altro lo voleva e a lei non andava in quel momento di restare sola. Eppure...

    Le scene con animali uccisi, poi, proprio non le sopportava, sia che fossero film o documentari. Certo lei in casa non avrebbe tenuto neanche un criceto, ma l'idea che si potesse far deliberatamente soffrire esseri innocenti per puro divertimento la mandava semplicemente in bestia, al punto da diventare noiosa ed intrattabile per chiunque le stesse intorno.

    Ma sempre, sempre aveva dentro quella sensazione di fondo di perdita… di mancanza… di vuoto senza soluzione, come se avesse perso, o stesse perdendo, non “qualcosa” ma “la possibilità di qualcosa”, una possibilità però talmente oscura e nebulosa da non riuscire a spiegarla neanche a se stessa.

    Quella stessa sensazione il lunedì mattina in ufficio, davanti alla solita pila di pratiche da archiviare, di scartoffie da smaltire, si trasformava, diventava dispetto, poi rabbia, infine malinconia, come se rimpiangesse qualcosa che però non ricordava di aver né fatto né vissuto.

    "Cos'è che mi manca" si chiedeva in certi giorni, a volte quasi ossessivamente, "cos'è che ho dimenticato...". Niente. Non le veniva in mente niente. Un niente totale, da farsi venire il mal di testa. Come tutto fosse già ovvio, già evidente, già lì sotto i suoi occhi e non ci fosse nient’altro da chiedersi, nient’altro su cui interrogarsi. Alla fine era molto più semplice prepararsi alla serata con le amiche, alla ricerca di qualcuno a cui far girare la testa per un po', prima di lasciarlo… a bocca asciutta, naturalmente!

  • 22 novembre 2005
    Rivelazioni Apocrife

    Come comincia:

    "In principio era il Verbo,
    il Verbo era presso Dio
    e il Verbo era Dio.
    Egli era in principio presso Dio:
    tutto è stato fatto per mezzo di lui,
    e senza di lui niente è stato fatto
    di tutto ciò che esiste."

    Dal Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-3

    Abbazia di... Lì...1962

    Eminenza,
    mi permetto umilmente di scriverVi per metterVi a parte di alcune circostanze che hanno appesantito a tal punto la mia anima, da spingermi a chiederVi udienza per la Santa Confessione. A Voi solo, che foste così magnanimo da riportarmi sulla via della vocazione quando temevo di aver smarrito la fede, vorrei rivelare il peso che mi angoscia al punto tale, da temere di farne il minimo cenno a qualsivoglia confratello o superiore, in questa Abbazia.
      Il mio nome di battesimo poco importa, da quando presi i voti, sono conosciuto col nome di frate Ignazio. Mi piaceva pensare, peccando forse di superbia, che la fiamma, "ignis" appunto, da cui origina tale nome, rappresentasse il bisogno di conoscenza, che mai può spegnersi, e che nel nostro ordine era tenuto, pensavo, in grande considerazione.
    Il mio primo incarico ufficiale fu quello che ancor oggi, fedelmente, ricopro: bibliotecario curatore. La biblioteca della nostra abbazia è molto antica e possiede copia di alcuni fra i testi più antichi dell'intera cristianità, il cui accesso è però limitato ai soli padri superiori e solo in particolari occasioni. Di solito per i nostri studi utilizziamo delle copie.
    Per questo, qualche mese fa, mi sorprese molto il fatto che il nostro padre priore affidasse proprio a me la catalogazione e la riproduzione di un manoscritto esoterico in latino antico, risalente a prima vista ai primi anni dopo Cristo, noto come "Manoscritto di Fish", ufficialmente ritenuto apocrifo e blasfemo prima ancora che arrivasse da noi e del quale nessuno sembrava volersi interessare troppo. Si mormorava infatti che trattasse in termini espliciti del momento della ribellione di Satana a Dio. Di solito questi compiti vengono affidati a cariche ben più specifiche della mia, a persone più colte e preparate di me, mentre io al massimo sono solo il custode del lavoro di ben più capaci confratelli. L'incarico mi venne passato quasi con noncuranza, come fosse di routine, quando invece era il mio primo lavoro in tal senso e ne sentivo già tutta la responsabilità. Si trattava, del resto, di un testo evidentemente molto antico e, a mio modesto avviso, sicuramente prezioso. Mi venne invece precisato che l'importanza di quel testo era puramente di datazione storica e che, prima avessi svolto quel compito, prima sarei stato libero di tornare alle mie solite occupazioni.
    Non ero solito sollevare questioni, ma mi parve che nel darmi questa consegna il padre priore avesse un'inusitata fretta.
      Mi accinsi al mio compito con tutta l'attenzione del caso. Dello sconosciuto autore non si aveva alcuna notizia. Per questo, pensai fosse importante datare storicamente il testo. L'unica traccia a mia disposizione, per quello che già si presentava come un difficile lavoro di ricerca, era costituita da una sorta di epigrafe in latino, probabilmente molto posteriore al testo originale, scritta però in una sorta di stile arabeggiante, con influenze non meglio definite tra il cabalistico e l'astrologico, che si riferiva a quanto pare allo sconosciuto autore. Ne riporterò anche la forma, invero piuttosto curiosa.

    L'iscrizione diceva:

    Alla luce di Sadalmelik,
    dalle acque di Athesis,
    sorse colui che aprì le porte
    all'Era di Aquarius.
    Rivoltò le idee e
    sconvolse la realtà,
    capovolgendo il mondo,
    segnato dal dodicesimo Arcano.
    Riportò gli opposti all'Unità originale
    e fece confluire le sacre acque.
    Sorse per portare luce alle tenebre
    Ma le tenebre lo respinsero.

      Non sono un esperto di astrologia, tantomeno di astronomia e non mi riuscì di ricavare le possibili notizie nascoste nello strano componimento, i cui versi sembravano far riferimento ad una sorta di epifania, forse da parte di uno sconosciuto profeta minore. Ma non mi riuscì di comprendere altro. L'ultima citazione, invero, mi ricordava vagamente un versetto del "Prologo" del Vangelo di Giovanni. Il resto mi era del tutto oscuro.
      Chiesi un parere ad uno dei miei padri spirituali, più edotto di me nei culti misterici e in generale nei simbolismi mistici dell'epoca pagana, come di quella oscura delle eresie medioevali. Ciò che ne ricavai fu quel che mi parve un ansioso ed alquanto sbrigativo consiglio di evitare certe materie di studio, "per il bene dell'anima". Non Vi nascondo che rimasi deluso. Sembrava che tutti avessero avuto unicamente fretta di scaricare quell'onere a qualcun altro. Cosa che mi fece ritenere d'aver compreso come mai un tale onore, io lo ritenevo tale, fosse giunto sino a me. Probabilmente lo sconosciuto tomo doveva aver fatto il giro dei confratelli.
      Alla fine della giornata mi ritrovai nella mia cella, con il volume da catalogare ancora sullo scrittoio e nessun aiuto per farlo.
      L'indomani, dopo le laudi mattutine, mi ritirai nel mio ufficio e mi armai di dizionari e pazienza, invocando la benedizione divina e mormorando tra me "ad impossibilia nemo tenetur".
      Avevo mille domande che attendevano risposta e l'unica cosa che potevo fare era rivolgerle al testo, sperando di trarne qualche dato sensato che le esaudisse.
      Cominciò così un complicato lavoro di traduzione che mi prese parecchi giorni, diventando sempre più febbrile man mano che andavo dipanando la matassa dell'argomento. Le albe si alternavano ai tramonti. Uscivo dal mio ufficio solo per le consegne quotidiane e per i momenti di preghiera comune, fremendo d'impazienza nell'attesa di tornare al mio lavoro. Cominciai persino a trascurare la cura della mia persona, cosa che mi procurò una nota di biasimo da parte del mio superiore.
      Ogni mattina non vedevo l'ora di riprendere in mano il mio manoscritto e quanto più ne decifravo il contenuto, tanto più cresceva in me il desiderio di andare avanti, mentre diminuiva quello di condividerne i misteri con i confratelli. Inizialmente avevo spesso chiesto loro, durante i pasti, se ne avessero sentito qualche notizia, anche vaga, prima che giungesse a me. Ne avevo ricevuto silenzi attoniti e rassicurazioni frettolose.
      Dopo un paio di mesi di febbrile ed accurato lavoro sul delicato volume, e di notti insonni, popolate sovente da orrendi incubi, completai la traduzione del manoscritto. Nessuno nel frattempo me ne aveva chiesta notizia, sembrava che ognuno fosse contento per il solo fatto di non essere quello che l'aveva ricevuto.
      Infine, conoscevo il motivo di tanta riluttanza. Il segreto del "Manoscritto di Fish".
      Rinvenuto in chissà quale paese anglosassone, il testo era stato frettolosamente battezzato in quel modo per l'immagine di un pesce sulla copertina e il riferimento all'acqua contenuto nella strana epigrafe.
      Possibile, mi ero chiesto inizialmente, che nessuno avesse intuito che il pesce rappresentasse l'acronimo che i primi cristiani usavano per riferirsi a Gesù Cristo, rinvenuto su dipinti murali in moltissime catacombe? Non era l'inglese la lingua giusta, e neanche il latino, ma il greco antico! La parola era - la trascriverò alla meglio in lingua, la mia macchina da scrivere non riporta, purtroppo, i caratteri corretti - ICHTHUS ovvero "pesce" in greco antico, che sta, come Voi di certo saprete, per Iesous CHristos THeou Uios Soter cioè: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore!
      Ma il vero segreto custodito dal misterioso manoscritto era tutt'altro. Molto più sconvolgente. Al punto tale da essere, ritenni, pericoloso. Mi avevano affidato un testo proibito più che apocrifo. Di quelli che un tempo avrebbero mandato sul rogo come eretico chiunque ne fosse stato scoperto in possesso e che anche in quel momento occorreva maneggiare con estrema cautela!
      Ve ne riporterò il contenuto il più fedelmente possibile, perché non vada nuovamente perduto.
      L'autore pare essere un certo Nicodemus, allievo ed amico, oltre che compagno di prigionia, a quanto sembra, dell'evangelista Giovanni. Quanto al contenuto, lascio a Vostra Eminenza ogni commento.

    In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Così, diceva Giovanni, mio fratello e maestro nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mentre ci trovavamo nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù, quando rapiti entrambi come in estasi, udimmo una voce, come di tromba, che ci diceva: "quello che vedrete scrivetelo in un libro e mandatelo alle sette chiese affinché esse sappiano. Tu Giovanni, scriverai di come le cose sono e saranno alla fine dei tempi, e tu Nicodemo, di come tutto ebbe inizio". Ebbi appena il tempo di volgermi verso il mio maestro che in un lampo venni trasportato e mi trovai in un cielo oscuro e silenzioso, senz'altro che buio e luci di stelle intorno. Ebbi paura perché non avevo che il nulla sotto di me, eppure il mio corpo sostava per aria come fossi su solido ebano. Mi volsi e quasi caddi dalla paura, poi capii e il mio cuore si calmò: la possente creatura dal volto cerchiato di luce, che mi aveva condotto fin lì, mi teneva nel palmo della sua mano e con voce calma e potente mi parlò: "guarda bene e rammenta. Quelle che vedi non sono stelle. Sei all'inizio dei tempi e non esistono ancora né sole, né luna, né stelle. Guarda…" Meraviglia! Quelle che mi erano sembrate stelle immobili erano forme luminose viventi! Creature meravigliose e possenti, simili ad uomo nell'aspetto, ma fatte come di luce viva, dotate di ali multicolori. Come rispondendo ad un silenzioso richiamo presero a volteggiare intorno ad una luce sfolgorante ed immota. Improvvisamente si udì una voce che era come cento e cento corni che suonassero insieme, come il vento di mille tempeste quando mugghia tra le palme e la sabbia diventa come coltelli sulla pelle. Le mie orecchie ne rintronarono e caddi sulla mano del mio gigante. Non avevo capito quale suono fosse stato emesso e chiesi alla mia guida alata "dimmi, potente essere, cos'era quella voce che ho udito, ti prego nel nome di Colui che tutto può". L'essere sorrise amabilmente "l'hai detto uomo, era la Sua voce, che le tue orecchie mortali non possono tollerare". Stupito, mi volsi verso la stella immota prostrandomi e gridando "perdonami, Signore, per non averti riconosciuto!". "Non temere" mi rassicurò la mia guida celeste,"Egli ti ha messo nelle mie mani perché tu sia fedele testimone. Sono stati chiamati dei nomi, tra cui uno che non ti aspetteresti mai di udire". In un attimo mi trovai condotto al centro della stella immota, abbacinato dalla sua luce sfolgorante. Quando ai miei occhi fu permesso di vedere, caddi di nuovo! Mi trovavo in un enorme tempio, costruito in una pietra più candida dell'avorio, più dura del bronzo, più trasparente del cristallo, al cospetto di un enorme trono circonfuso di luci multicolori, circondato da creature meravigliose, che cantavano un inno di gloria con voci soavi. Un canto di gloria, potenza e bontà infinita. Il trono improvvisamente si accese della luce più brillante e fulgida che avessi mai potuto immaginare. Udii la voce della mia guida che mi diceva "non temere, i tuoi occhi sono protetti per Suo volere. Se dovessi scorgere il Suo volto in pieno splendore, così come Egli è, della tua spoglia mortale non rimarrebbe nulla. Ora ascolta in silenzio. Ti sarà concesso di assistere ma non di intervenire". Dalla porta del tempio vidi arrivare in volo quattro luci sfavillanti, che affievolendosi appena, toccando il suolo, rivelarono quattro splendide creature, magnifici guerrieri in armatura d'oro, come i loro lunghi capelli. Sulle spalle di ognuno ardevano quattro ali come lingue di fuoco e al fianco portavano spade dalla lama di fiamma. I cori tacquero al loro ingresso. I quattro avanzarono maestosamente, silenziosamente, come neanche toccassero terra, fermandosi infine ai piedi del trono. Su di esso, la luce divina si rifrangeva come un gigantesco diamante colpito dal sole, ma più sfolgorante di mille soli messi insieme. La voce di tuono risuonò calma e pacata, come di padre amorevole, "Gabriel…Mikael…Raphael…figli miei" al suono dei rispettivi nomi, i cavalieri alati, ad uno ad uno, poggiarono un ginocchio a terra chinando il capo. L'ultimo però mi era ignoto e non ricordavo altri nomi oltre quelli dei tre arcangeli. "…Luxifer". Il quarto arcangelo s'inginocchiò, chinando il capo profondamente. Udendo quel nome trasalii, colto da immenso terrore. Lucifero! L'Avversario, il Signore della menzogna, l'Angelo Ribelle, il Signore dei Rinnegati… Mi volsi verso la mia guida celeste… Possibile che non lo sapessero ancora? Possibile che l'Onnipotente ignorasse che il Serpente giaceva ora ai piedi del trono? Il mio custode mi fece cenno di tacere, aspettare e osservare. Udii la voce uscire dal trono di luce e scandire queste parole "Luxifer, Figlio dell'Aurora, Portatore di Luce, Primo fra gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini… figlio mio prediletto! Di te mi sono compiaciuto!" Ero senza fiato! Ammutolito! Poteva il Signore dei mortali e degli immortali incorrere in un così lampante errore? Mi sentivo preso da mille pensieri. Ero al cospetto dell'Onnipotente e dei suoi angeli. Dovevo forse assistere al tradimento di Lucifero? Come Giuda Iscariota nel Getsemani col Messia? Mi chiedevo cosa fare… Il tocco di una mano sulla spalla mi distolse dai miei pensieri. La mia guida aveva assunto dimensioni pari alle mie ed ora mi stava accanto, come un uomo di grande statura. Sentii la sua voce rassicurante nella mia testa sebbene le sue labbra non si muovessero "abbi fede e non temere. L'Onnipotente può forse incorrere in errore?". Il mio cuore si riempì di vergogna. Avevo dubitato. Al cospetto di Dio, avevo dubitato. Non ero degno di essere testimone di tali misteri. Eppure ero ancora lì, la mia guida mi sorrideva dolcemente, come un padre di fronte ad un bambino che non capisca ciò che vede. La voce del Signore si alzò dal trono. "Luxifer… un grande compito ti attende… Nei tempi che verranno riempirò il vuoto che ci circonda con vita mortale…genererò stelle, mondi ed esseri viventi, creerò la luce e la dividerò dall'oscurità, e la vita si moltiplicherà nei secoli. Creerò esseri a mia immagine e somiglianza su ogni mondo e su uno di questi genererò una creatura che chiamerò uomo. Gli donerò intelligenza e libertà di scelta, e affinché possa vivere felice per sempre, metterò tutte le altre creature del suo mondo ai suoi piedi. Tuttavia… Essendo mortale e finito, durante la sua vita terrena sarà una creatura imperfetta e la paura della sua stessa finitezza potrà indurlo in errore. Avrà molto da imparare prima di essere pronto per il progetto cui l'ho predestinato, e dovrà imparare dagli stessi errori che commetterà. Questo sarà il tuo compito!" L'arcangelo Luxifer, luminoso e splendido nella sua aura d'arcobaleno, lentamente sollevò il capo ma senza fissare direttamente il trono. Poi parlò con voce profonda e chiara "Signore, cosa vuoi tu dunque che io faccia per la creatura uomo e la sua discendenza?". "Figlio", rispose amorevole la voce dal trono, "dovrai indurlo in errore!". Ero sbigottito! Tutto ciò che avevo intorno era meraviglia ai miei miseri occhi, ma mai avrei immaginato un tale evento. La lungimiranza dell'Onnipotente prevedeva anche che il male entrasse nel mondo, dunque! Al pari di me, anche Luxifer sembrava senza parole. "Padre", disse con il volto segnato da uno stupore simile al mio, "non comprendo il tuo volere… Dovrei indurre in errore una creatura a te tanto cara? Per quale motivo dovrei farlo?" "Non temere, figlio" rispose il Signore nel suo immenso splendore, "l'uomo nascerà con la capacità di discernere, non desidero che una mia creatura mi sia fedele perché senza altra scelta, lo creerò nell'amore e per questo stesso amore darò lui lo stesso dono che diedi a te e a tutti i tuoi fratelli". "Padre immensamente buono", disse allora Luxifer prostrandosi, "ma perché, allora, dovrei introdurre il dolore e la sofferenza nella sua vita, se tu lo crei nell'amore?". "Affinché possa crescere e migliorare nei secoli che verranno, affinché possa emergere dall'infanzia spirituale in cui la sua stirpe dovrà nascere!" furono le parole del Signore. Oh, quale mirabile evento ero stato destinato a testimoniare! A tal punto giungeva da sempre l'amore del Padre per l'uomo sua creatura! Ma l'Agnello? Il Messia? Qual'era stata dunque la missione divina di Gesù? Quali risvolti celava la Sua venuta nel mondo? Per la prima volta l'Arcangelo alzò il volto verso il trono celeste in un meraviglioso sorriso "allora ne sarò l'istruttore? La guida?". "Mai direttamente!" lo interruppe il Padre. "Ancora non intendo il tuo volere, Padre Onnipotente! Come dovrò dunque agire nei suoi confronti?" chiese ancora l'Arcangelo. Il Padre Sempre Amorevole, rispose "l'uomo dovrà sempre scegliere il suo destino, non gli saranno fatte concessioni e il suo cammino non sarà facile. Perché possa giungere alla perfezione che in forma di anelito gli instillerò, dovrà sempre confrontarsi con i desideri e le paure che l'esistenza stessa gli farà nascere dentro. Tu avrai il compito di suscitare in lui questi desideri, di metterlo alla prova quanto più le sue parole proclameranno la sua fedeltà alle leggi che gli darò, di attingere a piene mani alle sue paure e ai desideri più distruttivi e malvagi che la sua natura fisica mortale gli farà covare" "Perdonami, Padre Altissimo, ma perché mai dovrebbe l'uomo cadere in tali inganni e tentazioni se godrà sempre del Tuo amore?" Chiese ancora Luxifer. "Perché ogni volta che discenderà nel mondo, sigillerò i suoi ricordi ed egli dimenticherà il luogo della sua origine divina. Diversamente non lascerebbe mai la perfezione spirituale del Regno Celeste e una volta incarnatosi potrebbe sentire l'esistenza terrena come un'inspiegabile punizione, un dolorosissimo esilio e questo potrebbe portarlo ad interromperla di sua mano, ignorando come essa sia solo un momento della sua evoluzione". "Ma così, Signore, non smarrirà la via che riconduce a Te?", obiettò l'Arcangelo. Rispose il Padre di tutti "dovrà essere la fede a guidarlo, non la certezza. Manderò sempre nel mondo messaggeri ispirati dalla mia parola, a testimoniarla. Uno di essi è fra noi, in questo luogo, ora" e in un solo momento tutti gli esseri luminosi convenuti nella casa del Padre, si volsero nella mia direzione, come avessero sempre saputo dov'ero e perché. Mi prostrai dalla paura. "Non temere" disse il mio custode "rialzati e osserva". "L'uomo dovrà credere in me per poter tornare a me. Nel tempo che verrà, manderò il mio Unigenito ad indicare la via da seguire, ma anche in quel caso l'uomo potrà decidere se credere alle parole dell'Emanuel o meno. Tu Luxifer dovrai sempre suscitare in lui il dubbio, l'incertezza, la disperazione. Dovrai rendere difficile il suo soggiorno terreno affinché la sua fede sia forgiata nel fuoco della prova ed egli possa temprarsi. Le ricchezze e i piaceri materiali che incontrerà sul suo cammino lo distrarranno, allontanandolo dalla Via. Ma sarà sempre e solo lui che avrà il potere di tornare" "Sarà dunque solo, mio Signore, nelle sue tribolazioni?" obiettò l'Arcangelo, "non riceverà alcun aiuto?". "Ogni uomo avrà il suo destino", rispose il Signore, "il suo percorso da seguire, e ciò che varrà per uno non servirà ad un altro. Si. Ognuno di loro sarà solo sul proprio cammino. E tu, figlio mio, riceverai l'odio, il rancore, il disprezzo ed ogni forma di repulsione dalla genia umana. Ti chiameranno con molti nomi, poiché in te vorranno vedere la causa delle loro sofferenze, finché non comprenderanno che molte di esse saranno state la conseguenza di loro scelte. Incolperanno te per non guardare a loro stessi e spesso il loro risentimento giungerà fino a me per le conseguenze delle loro stesse decisioni" "Ma come faranno a capire, a comprendere, se saranno soli nel deserto della loro esistenza?" chiese l'Arcangelo. "Qui, sta la durezza del loro cammino, dovranno trovare la forza di credere anche quando si sentiranno soli, con un'idea che non potranno toccare come unica alleata. Un giorno manderò loro mio figlio Gesù, affinché gli mostri come un semplice uomo senza alcuna ricchezza e con la sola fede può riuscire a guadagnarsi il Regno Celeste. Anche lui come un uomo dovrà soffrire delle sofferenze degli uomini affinché essi sappiano che conosco il loro dolore. Un giorno tenterai anche Lui…". "Io, tentare il Figlio Unigenito?" obiettò Luxifer, arretrando di scatto. "Come Unigenito", continuò pacato Colui che Era, E' e sempre Sarà, "Egli, diversamente dagli uomini, non perderà il suo legame spirituale con me e con la sua essenza divina. Ma come uomo, affinché la redenzione dell'uomo sia compiuta, dovrà, invece, provarne sulla carne e nell'anima il dubbio, l'incertezza e la disperata solitudine, fino al momento estremo. Quando sembrerà persa ogni speranza, infine, il Figlio risorgerà e tornerà a me, dimostrando agli uomini che la mia Parola è verità. Allora chi crederà in me crederà in Gesù e chi crederà in Gesù tornerà a me. Coloro che non crederanno ripeteranno l'esistenza mortale all'infinito, affinché comprendano e superino la materia per tornare allo spirito. Perché l'uomo impari ad essere libero dovrà rimanere solo, con tutte le seduzioni che tu gli offrirai per addolcirne il cammino e fermarne il percorso. Dovrai tentarlo in ogni modo, nella carne e nello spirito. Ma non ti sarà permesso di interferire nella sua esistenza, potrai solo sedurlo o dissuaderlo. La scelta finale sarà comunque dell'uomo. Accetti tu, dunque, Luxifer, il compito che ti affido?" Vidi allora Luxifer prostrarsi ai piedi del trono e rispondere come aveva fatto Gesù nel Getsemani "Padre, se puoi allontana da me il calice che mi offri, ma la Tua non la mia volontà sia fatta". Come ebbi udito quelle parole, in un attimo mi ritrovai nel buio vuoto di stelle, sulla mano della mia guida. Attraversammo distese di buio dove nessuna luce e nessun suono si spandeva. Mi ritrovai in pochi momenti sulla cima della collina da dove l'angelo mi aveva rapito, a giorno fatto, come non mi fossi mai mosso da lì. "Ora sai quel che devi fare. Scrivi e testimonia ciò che hai visto con i tuoi occhi, e avrai adempiuto al tuo scopo" disse la mia guida celeste prima di volgermi le spalle e ridistendere le candide ali. "Aspetta, angelo", dissi d'impeto, "sei venuto a prendermi e mi hai riportato per Suo volere, lo so, ma ti prego, dimmi almeno il tuo nome, affinché possa ringraziarti, se il ringraziamento di un uomo vale qualcosa per una creatura come te". La mia guida si volse, per la prima volta con un sorriso triste, e disse "il mio nome celeste è Azrael, sono l'angelo che presiede al passaggio tra questo mondo e la Casa del Padre". Rimasi ancora una volta stupito "intendi dire…" "Si, sono quello che nel tuo mondo chiamano l'angelo della morte. Quando per te sarà giunto il momento di tornare al Padre celeste, verrò a riprenderti. Fino ad allora addio Nicodemo, e sii benedetto dal Signore". Mi inginocchiai in silenzio, segnandomi con il segno della croce, mentre improvvise lacrime di commozione scendevano dai miei occhi. Quando rialzai lo sguardo Azrael non c'era più. Questa è la testimonianza di ciò che io, Nicodemo, ho visto e sentito in corpo e in spirito per volontà del Signore Onnipotente, che risplende sul suo trono nei secoli dei secoli, mentre mi trovavo nell'isola di Patmos. Dichiaro a chiunque ascolta le parole di questo libro: chi vi aggiungerà qualcosa sarà punito dal Signore, che per bocca del Suo angelo mi ha comandato di scriverlo; e chi toglierà qualcosa da queste parole, sarà privato della visione della Casa del Padre descritta in questo libro. Colui che attesta queste parole le ha vissute per volontà del Padre. La grazia del Signore sia con tutti voi. Così sia.

    Ecco, Eminenza, questo è tutto il contenuto del libro in questione. Perdonatemi se il linguaggio da me adottato è un po' troppo moderno. A dire il vero, come dicevo prima, ebbi talmente fretta di giungere alla conclusione dello scritto che rinviai gli abbellimenti stilistici che si usano nelle traduzioni di testi come questo. Nel periodo in cui lavoravo a questo testo sognai in continuazione il trono di Dio e l'angelo della morte. Ma da quando ho finito, dormo di nuovo sereno. Rimetto perciò a Voi il contenuto del libro, il testo è qui presso l'Abbazia, sotto la mia custodia. Prego il Signore affinché Voi sappiate trovare la giusta soluzione in merito. Mi rimetto alla Vostra decisione che spero Vorrete comunicarmi.

    Vostro, frate Ignazio c/o Abbazia di...

     * * * * * * * * *

      Telegramma ricevuto da frate Ignazio, da sua Eminenza, Monsignor... in data... 1963:

    Presa visione testo stop
    Custodite libro et suo contenuto in luogo sicuro stop
    Custodite et dimenticate stop
    Nostro Ufficio negherà ogni vostro contatto a tale proposito stop

      Telegramma ricevuto dalla Segreteria di Sua Eminenza, Monsignor... in data... 1963:

    Obbedisco stop
    Unica considerazione stop
    Evidentemente il diavolo serve stop

    Nota dell'Autore
    Il contenuto del presente racconto, al di là delle fonti ufficiali di riferimento, esplicitamente citate e/o nominate, è da ritenersi assolutamente opera di fantasia, senza riferimento volontario alcuno a scritti, fatti o personaggi realmente esistenti o esistiti, eventuali analogie con i quali sono da ritenere puramente casuali.

     

  • 22 novembre 2005
    Sonno

    Come comincia:  Buio. Un luogo caldo e sicuro. Dalla penombra indistinta arrivano improvvise le immagini…
    Sensazioni lontane nel tempo…
    Un enorme seno caldo e morbido, un vuoto di dolore che viene riempito… Un senso di appagamento… Che sfuma e si trasforma…
    Bambini che giocano, gridano, piangono, ridono… Il dolore di un ginocchio sbucciato, l'improvvisa paura del sangue. Rabbia e desiderio di vendetta, voglia di rivincita che supera il dolore…
    La scena cambia… Una camera arredata, timore e desiderio… lei, un volto senza più nome… La prima volta, l'ansia, la fretta, la paura… "ti è piaciuto?"…
    La fine delle superiori, un'estate di viaggi alla ricerca di nuove esperienze…
    L'università… i problemi coi soldi e l'affitto, le notti in bianco, gli esami… la laurea! Finalmente un lavoro, una casa, la libertà, vivere da solo… vivere con lei…
    Le immagini sfumano violentemente… La curva… la macchina che sbanda… il terrore nei suoi occhi…vetri rotti…la scarpata…il suo funerale.
    La farmacia, gli ultimi soldi, il pacchetto in tasca… il flacone vuoto che rotola sul tavolo, la scritta VALIUM che appare e scompare, il letto disfatto, la luce che si spegne…
    Le immagini improvvisamente si fermano e sbiadiscono fino a perdere ogni contorno. Ritorna il buio, le ombre calano veloci e pesanti…
    "Sto arrivando, amore"…Silenzio...

  • 21 novembre 2005
    Quel silenzio

    Come comincia: Quel silenzio non lo sopporto, quegli sguardi pesanti.. quelli della gente, per strada, specialmente sulla metropolitana.

    Visi che sembrano dirti tutto e niente, visi che vogliono comunicare ma che sono frenati da un'ipocrisia sociale profonda e insensata.
    Quel silenzio freddo ma così comune, agghiacciante e repressivo. E vorrei dirvi che mi sento sola, che vorrei conoscervi tutti, vorrei dirvi com'è stata la mia giornata, cosa sento e vorrei chiedervi di voi. Pensare che se lo facessi sarei solo una matta, un'ubriacona, una che sicuramente ha sniffato prima di salire su quel vagone o chissà, anche peggio. Mi spaventa e mi logora questa sensazione di gelo che avverto, che filtra nella pelle, che mi indebolisce lo spirito, che mi confonde l'umore.
    Abbiamo le stesse esigenze: il bisogno reciproco l'uno dell'atro eppure lo rinneghiamo. Chi sei tu? Non ti conosco, non abbiamo mai pranzato insieme, non ci siamo mai presentati, qual è il tuo nome? Che cosa vuoi da me? Che informazione ti serve? Se posso ti aiuto ma poi ognuno per la sua direzione mi raccomando.
    E una parola gentile o di troppo ha la capacità di stupirmi, di stravolgermi la giornata, in modo positivo naturalmente. La voglia di comunicare è così alta e irrefrenabile, è un desiderio così passionale che rimane ingabbiato nella sua animosità di esprimersi, soffoca talmente si agita per liberarsi.
    E' questa sensazione che ho spesso prima di andare a letto: soffoco, mi manca l'aria, ho bisogno di respiri più ampi quasi a dire "ehi, domani ci riprovo, domani magari succede un miracolo".
    Ma non succede.
    E mi ripeto che sarebbe bellissimo poterti chiedere come stai e come ti senti anche se non ti conosco, sarebbe confortante confrontarci sulle nostre vite o semplicemente sulla nostra giornata, su quell'esatto momento e dirci le solite cose, anche banalità, anche retoriche, farci due risate e tutto sarebbe molto diverso, insieme.
    Qualcuno direbbe che soffro di solitudine…sì probabilmente è vero, ma è un'ulteriore cosa che mi accomuna a voi, agli altri. "Gli altri"! Ma che vuol dire "gli altri"? Ma chi saranno mai ? Perché non ci rendiamo conto che la vera follia è considerarci distanti, indifferenti?.. Non volevo usare questo aggettivo ma non trovo un sinonimo, forse non esiste.
    Soffro di solitudine perché desidero intensamente dei rapporti sinceri, costruttivi, pieni di valori, duraturi, su cui appoggiarmi, su cui adagiarmi anche, per condividere il peso delle paure e dei dubbi, per sorridere e ridere delle piccolezze e frivolezze dell'esistenza. Voglio persone oneste, che mi vogliano bene e voglio dar loro tutto ciò che posso. Lo volete anche voi, vero?
    ...Visto? Non siamo diversi, stesse esigenze, stessi bisogni.
    Ma non ci incontriamo mai, troppo timidamente sospetti, timidamente e fermamente lontani come se il contatto potesse procurare una scossa a cui non si è abituati, che non si sa gestire, fuori dai canoni, dalle convenzioni.
    Come si fa a spezzare le convenzioni? Come mi piacerebbe..
    Solo alcune, quante bastano per sentirsi slegati da un circolo vizioso che non ci fa incontrare mai.
    E quel silenzio è così assordante, così troppo esplicito, mi sembra paradossale e invece è concreto. Quegli sguardi, quei visi.
    Scrutano, analizzano, fantasticano, riflettono, maliziosamente si nascondono poi riappaiono impassibili e privi di espressione. Attenzione hai sorriso! Potrei pensar male, potrebbe essere un equivoco, forse non stavi sorridendo a me, forse pensavi ad altro e distrattamente mi hai donato un sorriso! E' stato bello comunque, l'ho apprezzato, grazie.
    E' così che vanno le cose, ci limitiamo, è inevitabile provare un senso di disorientamento, noi non siamo realmente così distanti, noi realmente vorremmo solo sentirci vicini, molto vicini e non potremmo mai temere nulla.
    La nostra natura non è solitaria, andiamo contro natura, violentiamo i nostri impulsi e diventiamo malinconici.
    Una malinconia che si colma solo se comincio a conoscerti e se riesco a distrarmi da questi pensieri, tuffandomi in te, ascoltandoti, afferrandoti.
    In quel silenzio insaziabile e insopportabile mi ci racchiudo e mi ci rannicchio perché pur senza parole mi sento meno sola nell'avervi accanto, nel sentire che io di quel silenzio faccio parte.

    Prima o poi una parola ve la dico.

  • 21 novembre 2005
    La nonna Maria

    Come comincia: Stasera guardavo il fuoco e mi sei venuta in mente tu: un ricordo forte, schioppettante come quella brace, luminoso, colorato come quelle fiamme rosse gialle e arancioni, robusto come quella legna che bruciava, e tenero come il calore che avvertivo sulla pelle.
    Mi rifugiavo sempre nel tuo seno abbondante e tenero e ora che quel petto materno dove affondare il mio viso stanco non c'è più mi stai sempre comunque accanto e mi permetti di rifugiarmi nel tuo ricordo o, semplicemente, in un camino acceso.
    E mi raccontavi la storia di Mariarosa tutte le sere e mi addormentavo felice di quella lettura analfabeta che ce la metteva tutta per coccolarmi, e mi ricordo ancora e ancora tutto. Il lievito Bertolino e le patate fritte pronte, che friggevano ancora, appena arrivavamo da quella regione fredda del nord e tu ci aspettavi, sempre. Ci accoglievi nel senso profondo del termine, ci amavi nel senso più vero e puro che questa parola contiene.
    E l'asinello fino in campagna e tu a piedi che mi trascinavi avanti e indietro e io ero felice e sorridevo e quella era la mia libertà, quello tutto il mio mondo, la mia realtà, e mi bastava.
    E mi sei rimasta dentro come quel fuoco che continua a bruciare, ti ho sulla pelle e ti conservo come la cosa più cara della mia vita, prima di me stessa. Forse perché sei stata la mia prima perdita cara, la prima morte che ho affrontato ancora piccola ma in età cosciente, fragile, quando capivo ogni cosa e ogni sentimento. Sono una parte di te perché cresciuta nel tuo essere splendido di donna, di madre, di moglie, di nonna capace di amare in modo sconfinato. Anche se non posso ufficializzarlo, io ti santifico. Perché per me sei simbolo di pace, simbolo del bene senza ritorno, senza aspettative, sei il dare per eccellenza, per l'indiscutibile e incomparabile spontaneo piacere di dare, sei la generosità, l'altruismo. E lo eri anche nella malattia, soprattutto nella malattia, in quel tuo soffrire in silenzio e con pazienza senza far pesare il tuo dolore, senza lacrime di troppo, senza falsi ipocriti lamenti, mai per attirare l'attenzione. In quel tuo preparare la pizza anche quando le ossa erano spezzate. E quell'ultimo bacio che ti ho dato l'ultima sera che ti ho vista ancora respirare, quel 16 notte maledetto, me lo sentivo che sarebbe stato l'ultimo, e sono felice di averti stretta a me ancora una volta.
    E lo stagno a Cateora, ore a giocare con le rane e i girini che catturavamo con i rami raccolti per terra, in compagnia di amici, cugini, parenti, la mia famiglia. E per la mano con te a raccogliere i pomodori fra i prati, con le tue amiche di campagna, e la quercia amica mia, le risa e il cibo, tanto in quei giorni d'estate, con l'aria fresca e pulita che picchiava forte e dolce sui nostri corpi vivi e sani. E le messe con te, con il vestito della domenica, e le tue preghiere sottovoce, e le tue palme pasquali addobbate per noi, piene di dolci e regali e colori e benedette da Dio e dal tuo sguardo amorevole. E quel sorriso, uguale a tua figlia e uguale al mio. E quelle mani che guardavi spesso, quasi a controllare i segni del tempo che c'erano ma che ti rendevano solo più bella, più cara agli occhi altrui, più saggia. Per me sei tutto questo ma molto di più, non so scrivere la tua storia, non so rinchiuderti in queste righe se non in minima ridicola parte, non so esprimere ciò che sei per me come vorrei, perché l'amore si dimostra, si esprime coi gesti, con le carezze, con la bontà, e a parole perde tanto del suo calore, diventa limitato: il tuo amore invece è senza limiti e dura e continua adesso. Mi sono chiesta spesso perché è capitato a te, perché hai sofferto così tanto, ma così tanto davvero, fino a che quel male ha deciso di spegnere la tua carne. E forse è successo perché in qualche modo dovevi proteggerci, a volte penso che magari hai sofferto per evitare che soffrissimo noi di qualcos'altro, per salvarci insomma. Io non lo so, tu avevi tanta fede e io cerco con tutta me stessa di averne anche se ancora tanti sono i dubbi. Ma credo in Dio, perché credo in te. Non può non esistere e non mi serve averne prova, ne ho la certezza: ti ho conosciuta.
    E ti parlavo nel buio quando mi hai lasciata, per consolarmi, per avere spiegazioni sulle insicurezze e sulle paure ingombranti che sentivo. E comunque ogni volta la tua risposta è arrivata in un senso di benessere immediato, che riesci a darmi con il tuo spirito di sempre.
    E le camminate su quella salita di via Tiro a Segno, e le pizze da Concetta, le torte con doppia crema e i miei compleanni a casa con te. E le chiacchierate con zia Anna, i miei primi amori, il dialetto esilarante che mi circondava e che ho imparato. E le bistecche sulla brace, sottili, deliziose, che mi tagliavi con le mani nude, ruvide di terra, che mi davi da mangiare condite come solo tu sapevi fare, e quei sapori li hai portati con te perché mai mi è ricapitato di provarli. E pacchi su pacchi che ci spedivi dal sud ogni volta che potevi, pacchi carichi di cibo, di te, di affetto, stracolmi di tutti i generi alimentari che avevi a disposizione e per noi valevano oro, erano regali meravigliosi, insostituibili, era come accorciare per qualche minuto la distanza pesante che ci teneva lontane, era come se in quei pacchi ci fossero state parti di te, e c'erano. E le bruschette, il capicollo, il pane duro con l'olio e quello sì che era tutto biologico, e le galline, le tue, e le uova fresche freschissime, sbattute al mattino con cacao, che non ho più gustato così. E la tua pasta fatta in casa, e le mattine all'alba, chilometri a piedi perché era bello, perché si poteva, perché le gambe reggevano, perché la campagna aspettava te. E tutta la natura ti amava come ti amo io. E mi facevi sorridere quando ti vedevo senza dentiera e t'imbarazzavi, ti vergognavi forse ed eri più indifesa e più dolce del solito. E gli struffoli col miele a Natale e le lucerne che aspettavo tanto e che non mi sono più piaciute da allora. E i tuoi vestiti uguali, la tua camminata zoppicante. Grazie per i ricordi.
    E la tua stazza grossa che nascondeva una dolcezza intensa, i tuoi capelli arruffati, bianchi. con qualche ciuffo ancora colorato di nero come quando eri ragazza, e la foto di tuo marito, di quel nonno che non ho mai conosciuto, che era in guerra quando ancora io non ero nel destino di nessuno, quel nonno bellissimo come nessuno, con uno sguardo bellissimo, e lo so che vi amavate, me lo immagino, mai hai pensato di sostituirlo e farti consolare da altri visi, e ricostruisco un po' la tua storia anche se non la so, ma fantastico con i pensieri ed è bello. E quella figlia, unica in tutti i sensi. L'hai avuta, il nonno te l'ha lasciata da curare, crescere, educare, amare, e ci sei riuscita in pieno, e guarda che nipoti meravigliosi hai!Ma tu questo lo sai. Quella figlia che è vera e viva più che mai, che ha lo sguardo dei suoi genitori, porta con sè la loro sincerità che traspare da ogni sua parte e io la riconosco sempre, anche quando ci trattiamo male. Continuo ad amarla. Sempre. Come faccio con te.
    E il tuo letto grande, il tuo profumo, e le lenzuola ricamate, l'acqua calda che mancava in quel bagnetto piccolo ma così famigliare. E quelle scale infinite per raggiungere la cucina di casa, il tuo affanno mentre le salivi. E la tua semplicità assoluta che ci hai trasmesso con naturalezza perché tu eri così, senza artifici, e le apparenze non contavano. Tu eri solo sostanza e che sostanza! E queste lacrime non te le dedico perché fanno parte di una mia debolezza umana. Io ti dedico i sorrisi e le mie risa e i miei abbracci a persone che amo davvero e le mie carezze spontanee, sentite, ed è come se le dessi a te. E quella sera che hai lasciato le stampelle e hai camminato col bastone, un miracolo forse, ma forse solo illusa speranza. E sei ritornata sulla sedia a rotelle, tu che eri fuoco, tu che eri forza, sei rimasta a letto, anche se di forza ne hai avuta fino all'ultimo. E non c'è bisogno di dire niente. La tua salma l'ho guardata, dopo il mio rifiuto, ho ceduto, e ti ho vista che eri andata via ma per me sei sempre qua. E in questi occhi ti rivedo ti rivivo e ti dedico sì la mia vita. E con te non ho paura di nulla. Mi hai fatto amare l'esistenza e il mondo, osservandolo e provando interesse e curiosità per ogni singola cosa. E perdona questa mia pigrizia, questo mio tempo, questa mia società, questa mia città che così poco ti somiglia. Perdona quest'egoismo che così tanto si allontana dal tuo modo di essere. Perdona questa fragilità che certo non mi hai insegnato. Perdonami tutto ciò che d'impuro porto dentro, ma i giorni passano e anche gli anni, i tempi cambiano, le persone, impaurite, induriscono gli animi per difendersi, e si cresce in modo diverso. Ringrazio il Cielo per essere cresciuta con te. Mi ricordi la bellezza della vita in ogni suo dettaglio, ed è per questo che, anche se spesso ingenuamente, vedo la bellezza riflessa ovunque e in chiunque. E so sorprendermi ancora davanti a un tramonto. Sei soddisfatta? Dovresti. Hai lasciato un ideale di perfezione prima di andartene, ideale che cercherò di trasmettere al mio prossimo e comunicare come posso.
    Grazie per l'umiltà che ho ereditato. Grazie per l'infanzia che mi hai regalato. Grazie per il tempo che mi hai dedicato.
    Grazie. Sarai sempre la nonna migliore del mondo, la mia.
     

  • 19 novembre 2005
    Il mio mare

    Come comincia: Aveva paura di immergersi in quell'acqua calda, come un timore di far godere troppo il suo corpo a contatto con una forma di felicità assoluta. L'odore.
    Quell'acqua aveva un odore inebriante, mai percepito prima. Continuava ad inspirare continuamente e sempre più profondamente. E meditava.
    Poteva raggiungere una sensazione universale, quasi non reale, era ad un passo da tutto questo. Continuava a meditare, si sentiva esterrefatto, colto da un altro mondo, altri colori.
    Ma aveva paura.
    Il pianto era in gola e il sorriso sulle labbra. Non capiva più nulla. Le lacrime incominciavano a scenderli lentamente sul viso, mentre le rughe degli occhi e le fossette sulle guance erano inebriate da un sorriso che sembrava non finire mai.
    Ma aveva paura.
    Tremava dalla troppa gioia, soffriva e gemeva nel pensare al suo mare. Il mare. Non capiva cosa c'entrasse il mare in tutto questo. Non riusciva neanche ad immaginarla quell'enorme distesa d'acqua. Lo faceva star male il pensiero del suo mare che non finiva mai. Voleva fermare l'immagine, renderla sua.
    Niente da fare.
    Il mare, ancora acqua, lievi onde, la spuma sull'acqua, il mare, il suo suono. Non finiva mai. Gli occhi erano intrisi di pianto, aveva smesso di sorridere. Il mare c'era ancora. Era stupendo, limpido, straordinariamente calmo.
    Troppo calmo.
    Quelle piccole onde avevano smesso di andare e venire. Ma il mare non cedeva. Sempre più infinito, sempre più stupendo. Si sentiva sull'orlo di un precipizio. Le vertigini gli bloccavano le gambe, e i polmoni si aprivano e si chiudevano sempre più lentamente. L'aria che buttava fuori veniva resa tremolante dalle labbra che di tanto in tanto si accostavano.
    Il mare dannazione!
    È troppo bello, troppo pieno d'acqua, troppo infinito per il mio pensiero. Avrebbe voluto nuotare. Di notte, a largo, da solo, col mare. Volere ma rifiutare, aver paura di non volerlo fare. L'aveva immaginato senza volerlo. Il mare lo aveva trafitto e ribaltato tra il suo dolore e il suo amore. Lo aveva reso inerte, svuotato e rigettato in terra senza avviso.
    Era il suo mare.
    Ma lui, stava sempre lì, al bordo di quella piccola vasca di acqua calda. Riuscì a sfuggire dal suo pensiero assillante. Nella vasca galleggiava una paperella gialla, che a premerla emetteva un buffo suono. La strinse tra le mani, sorrise, si asciugò il pianto. Prima un piede e poi l'altro.
    S'immerse nel suo mare.