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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 novembre 2006
    Vacanze di vita

    Come comincia: Lui rivedeva i momenti della sua vacanza.

     


    Lui riviveva i momenti della sua vacanza.


    Avanza con passo deciso, il passo di colui che sa cosa dovrà fare , cosa sarà costretto a fare. Ogni tanto la sua camminata decisa e imperturbabile veniva interrotta da fugaci movimenti della testa, degli occhi…


    Lui la cerca


    Lui non la trova


    Eppure decide di non interrompere la sua camminata, no non ora.


    Lui avanza sempre deciso per la sua strada.


    E intanto mentre percorre a passo lento la strada per il porto,percorre a passo molto più rapido e spedito le strade dei suoi pensieri.


    Ripensa al primo giorno quando è arrivato.


    Da solo, una vacanza in compagnia solo di un libro , e ovviamente in compagnia di se stessi.


    Ripensa alla prima volta che l’ha vista.


    Troppo indaffarata ad accogliere gli altri ospiti , troppo impegnata a sfoggiare sorrisi a trentadue denti per mostrarsi sin da subito gentile e disponibile,


    Troppo gentile, lui la fissa


    Troppo disponibile, lei lo nota


    I loro sguardi si incrociano,così,per la prima volta,come si possono incrociare gli sguardi di miliardi di persone


    Troppo impegnate a cercare di recitare al meglio la propria parte nel cortometraggio della vita.


    Lei avanza verso di lui.


    Lui la guarda come in trance.


    Non si sono mai visti prima eppure per una settimana diventeranno fratello e sorella, e la cosa bella sapete qual è?


    Che né lui né lei in quel momento possono immaginarlo.


    Lui continua la sua incessante fuga verso il porto. Fugge da una realtà troppo perfetta, quasi diretta nel migliore dei modi dal migliore dei registi.


    Perché?


    Già perché? Sapete a volte un perché, una semplice e quotidiana parola di sei lettere, pronunciata almeno una decina di volte da un comune uomo, può essere un sassolino nella scarpa anche per il più certo degli uomini.


    Lui adesso è un uomo pieno di certezze. Un uomo nuovo. Ma fino a che punto queste certezze possono stare in piedi, fino a che punto possono essere chiamate certezze?


    Guardando dritto davanti a se, scorge la spiaggia, e non può fare a meno di ripensare alle interminabili notti, passate con i camerieri dell’albergo, anche loro divenuti inconsciamente suoi fratelli e inseparabili compagni di bevute e di indimenticabili notti passate in una discoteca dal tipico sapore vacanziero, dove tra un bicchiere , quattro chiacchiere, e due mosse stupide per fare i fighi in pista ,si consumavano le serate.


    Perché allora lasciare tutto questo?


    Ricorda gli occhi color verde della ragazza seduta dietro il bancone della reception. Anche lei divenuta a far parte di questa famiglia.


    Ricorda i pomeriggi passati in barca dove aveva imparato a conoscere fino in fondo le bellezze di quelle isole.


    Lui ricorda il sole, il sapore del mare,il vento fra i capelli, quella strana sensazione che ti da il sale marino sulla pelle.


    Lui ricorda lei stesa sulla prua di quella barca piena di tanti altri turisti che sembravano quasi dissolversi con le onde che si stagliavano sulla barca.


    Per lui adesso esiste solo lei.


    Lei si alza dalla prua e scuote il telo dove era sdraiata prima. Lui allora decide di alzarsi e andarle incontro.


    Ora sono entrambi in piedi sulla prua pronti per tuffarsi in quel mare che pareva esser vetro trasparente, liscio , piano , cristallino. Ma la tentazione di romperlo è troppo forte.


    Lui guarda lei.


    Lei guarda lui.


    Cercano nei loro occhi la fiducia, quasi il coraggio di compiere quel gesto.


    Si buttano, riemergono, si guardano, sorridono.


    Lui pensa e prosegue entrambe i cammini e mano a mano che procede verso il porto pensa, ricorda,rivive. Ma le sue certezze a mano a mano crollano come pezzi di scoglio colpiti da una forte mareggiata.


    Lui vuole voltarsi.


    Ma sa che così facendo tradirà se stesso.


    Lui sa cosa vedrà quando si sarà voltato.


    Tuttavia non vuole, non può.


    Ormai la sua ora è giunta. Il suo traghetto sta per partire deve affrettarsi.


    Tuttavia lui si blocca. Dialoga col suo compagno di viaggio, l’unico con cui è venuto e decide di chiedersi un’ ultima volta


    Perché?


    Lui decide di girarsi,sa cosa vedrà.


    Si gira.


    Ora davanti a lui vi è ciò che si aspettava. Il mare, la costa, e le barche dei pescatori che escono per portare da mangiare alle proprie case. Il sole che sorge. E di fronte alle sue incertezze e ai suoi perché di fronte a quel paesaggio idilliaco così perfetto decide che in mezzo a tante incertezze vi è una cosa certa…


    La vita continua.


    Sorride, si volta.


    Ora è pronto per ripartire.

  • 13 novembre 2006
    La festa di compleanno

    Come comincia: Hobm, l'ultimo della sua gente, stava riposando.
    Qualche ora prima aveva dovuto far fronte ad un serio problema, e quindi aveva esaurito una buona parte delle sue energie. Mentre riposava il suo ottenebramento lo aveva portato in un luogo strano, uno di quei posti che venivano classificati come “ onirismo genetico archetipale”.
    Non era nuovo a questo tipo di esperienza, ed era abbastanza istruito per rendersi conto che si trattava di un “sogno”, rimembranza inevitabile della specie a cui apparteneva. I suoi antenati infatti avevano vissuto su un pianeta, Gaia, che lui non aveva mai visto, essendo nato nello spazio. Sapeva che quando la sua energia era esaurita, l’ottenebramento poteva riportare a galla il suo stato primitivo.
    Nel “sogno”si trovava in una scatola, una specie di cubo nel quale vi erano delle aperture quadrate; da lì poteva vedere un luogo pieno di colori, un “giardino” forse. Sentiva strani rumori, che tuttavia nell’ottenebramento gli erano perfettamente noti. “Uccelli”, pensò. Qualcosa frullò verso di lui, lasciando intorno un odore primitivo. Hobm sorrise nel sogno, poi si alzò una brezza calda e vide “foglie” agitarsi nel vento. Ebbe un attimo d’esitazione. Per un istante perse la consapevolezza del suo ottenebramento, ed ebbe paura. Si riprese subito. Si ricondusse alla guida del suo sogno ed il suo “camminare” divenne consapevole.
    Allora si lasciò andare, ed andò a spasso per un sentiero ricco di creature colorate. “Fiori”, seppe, e ne sentì l’odore. “Acqua” fu la risposta alla sua domanda davanti ad un “ruscello”. Si tranquillizzò e decise di proseguire nella rigenerazione.
    Sapeva che da lì a poco il “sogno” si sarebbe concluso e che presto sarebbe tornato nel “luogo zero”. Condurre una nave nello spazio gli era costato molto. Molto lavoro, molta osservazione, molto apprendere, molto silenzio. Adesso poteva godersi “ l’ottenebramento”.
    Non poteva assolutamente comunicare con i suoi simili, quelli della Colonia, che stava conducendo.
    Conosceva a memoria “Il Piano” e tutti i suoi regolamenti. Se avesse avuto un solo attimo di esitazione, molte vite sarebbero andate in frantumi per sua causa. Molte vite, molti progetti, tutto Il Piano avrebbero collassato.
    Qualche ora prima aveva dovuto risolvere un grosso guaio. L’antimateria stava per esaurirsi, e la scorta non era sufficiente per far fronte agli anni-luce da percorrere prima del rifornimento. Le particelle virtuali incostanti, delle quali il Mega-Motore si nutriva, facendole poi collidere nel suo interno, per qualche motivo erano quasi finite. L’ultima volta era successo molti livelli di energo-consapevolezza prima. Allora aveva dovuto proiettare la legge quattro- nove su tutti gli abitanti della Colonia, i quali non si accorsero minimamente dell’ibernazione temporanea che Hobm attuò, e che consentì poi in via del tutto eccezionale il campo di ricerca totale di antimateria. All’epoca individuò facilmente la zona più ricca di carburante, e senza destabilizzare nessuno, caricò la nave velocemente. Gli abitanti della Colonia, non erano consapevoli di essere parte del Piano e del suo svolgersi.
    Ora il problema fu diverso. In zona galattica non c’era nessuna fonte, e l’unico modo per rifornirsi e proseguire, costò ad Hobm gran parte della sua energia, sacrificata fino al punto di uscire dal punto-zero, mettendo a rischio la propria incolumità. Uscire dal punto-zero infatti significava avvicinarsi di gran rotta ai buchi neri, catturare l’antimateria velocemente, sottoponendosi ad una forza psichica contrastante difficilissima da sostenere ed oltretutto tenendo la Colonia all’oscuro, per evitare il panico che ineluttabilmente si sarebbe trasformato in una forza di risucchio inevitabile. Tutto andò bene, salvo pagare lo scotto della propria decisione.
    Gli Esseri come lui erano stati debitamente modificati, prolungati, accreditati e super-consapevolizzati per questo scopo, ma ciò non escludeva imprevisti di sorta, e questo Hobm lo sapeva bene. Sapeva bene tante cose, ed umilmente proseguiva in piena solitudine.
    Adesso il suo ottenebramento rigenerante si stava concludendo. Ne uscì con un grande sforzo. Guai a non dirigerlo! Avrebbe significato una totale perdita della rotta. Le sue prolunghe si agitarono causando scosse che avrebbero pervaso a lungo lo spazio, portando informazioni alla zona sconosciuta, dove ogni cosa convergeva, creando cause ed effetti permanenti.
    Lentamente si schiarì la visuale con il Mantra di prassi, e quando la hostess addetta al rifocillamento gli portò da bere, immerse la prolunga nel liquido caldo senza che lei si accorgesse di nulla.
    Per un attimo provò la Nostalgia. Si districò a fatica dal suo manto, grazie anche al liquido schiumoso e pluri-assaporabile e ringraziò i cinque occhi dolci della hostess , prima di scuotersi ulteriormente.
    Percepì le risate provenire dalla zona settima della Colonia, e si ricordò della festa di compleanno che stava per iniziare.
    Inserì il pilota automatico e si avviò alla festa dispiegando le prolunghe nella zona sottostante: il terzo livello al centosedicesimo piano.
    Quando fu presente, regalò il suo sogno al festeggiato, proiettandolo con discrezione nella sua mente. La brezza raggiunse tutti i partecipanti, che videro le “foglie” agitarsi nel vento, e l’odore del giardino permase a lungo, fino a che Hobm si riavviò lentamente verso la cabina di comando.
    Lasciò una scia appiccicosa e profumata.
    Sarebbero passati molti secoli, prima che la Colonia potesse rivederlo.

  • 13 novembre 2006
    Ubriaco. Drogato, perso.

    Come comincia: Non sei uno che fuma, ma quella sera andare dal tabaccaio è la cosa più spontanea del mondo, non hai neanche il vizio di bere ma quella stessa sera accetterai volentieri un drink…

     


    Quella sera la tua testa non può pensare a cosa fa male e cosa no quella sera la tua testa non deve pensare affatto, l’unico pensiero è liberare la testa da tutto, e prima un bicchiere e poi una sigaretta ti sembra di ripulire te stesso, ogni sigaretta che aspiri ti sembra che un po’ di malessere se ne stia andando espirando il fumo… o almeno questo è quello che credi… e in effetti la testa comincia  a pesare, per due minuti circa sei felice, due minuti dopo stai imprecando, vorresti gridare un enorme vaffanculo perché vedi gli altri che hanno il loro momento ma il tuo tarda ancora ad arrivare, perché hai corso tanto, hai sudato tanto ma dove sei andato, verso cosa andavi, da chi andavi… e da dove ti muovevi? allora tanto vale buttare giù un altro bicchiere e continuare a correre, tanto prima o poi da qualche parte si arriva, qualcuno  lo si incontra… ma ora a questo non ci devi pensare, devi solo buttare giù… non sai cosa… l’importante è bere… finché non starai ballando a ritmo della cetra di Diòniso, e intanto il pacchetto di sigarette si è dimezzato… un altro vaffanculo al mondo perché i sogni non solo rimangono tali ma la loro realizzazione si allontana sempre di più, finché non li vuoi più realizzare… e non sai più cosa vuoi…. desideri e basta… ora non sei più padrone di te stesso… parli ma non sai che dici... e intanto parli… tanto vicino alla follia quanto alla verità dell’esistenza… linea che il vino ha reso ancora più sottile… e intanto sei arrivato all’ultima sigaretta, all’ultimo tiro… piano, piano… deve arrivarti dritto ai polmoni… è quello che deve farti più male, tanto male che  tutti gli altri problemi devono diventare secondari, devi solo pensare a mantenerti in piedi… ma nonostante ciò gridi un ultimo vaffanculo, il più rabbioso e il più triste... per tutte quelle volte che la tua stella non si è mai accesa e ha lasciato te al buio che ora non sai dove andare e corri nel vuoto, non sai a chi parlare e parli al vuoto… ora sei perso, mentre stai tornando a casa ti chiedi se è veramente quello il tuo posto… chiudi il portone e alle tue spalle hai lasciato un’altra solita giornata…


    Un atro giorno, un altro luogo… ti sembra di essere un fumatore e accetti volentieri qualche drink, ma non hanno più alcun effetto…senti di non averne bisogno finalmente sorridi perché stai bene veramente questa volta, perché quel luogo straniero ti ha incantato, rapito, avvolto nel suo splendore… e ti sta indicando una nuova strada… ora stai camminando senza stancarti, non sai mai dove andare ma l’importante è camminare… c’è sempre qualcosa da trovare, qualcuno a cui parlare, forse non capisci la sua lingua ma la parli, oppure la capisci ma non riesci proprio a esprimerti… ma sai una soluzione si trova... basta camminare alla fine arrivi alla tua strada che ti indica la tua meta… forse eri davvero finito come ti dicevano… o perso… ma lontano da casa tua.


    Il cielo sembra più libero, la testa è libera ma non pesante, vorresti gridare di gioia perché hai appena scoperto quanto di bello c’è nel mondo… perché in una città straniera hai perso e ritrovato te stesso…

  • 13 novembre 2006
    Un cuore che batte

    Come comincia:

    Il sole d’inverno trafigge la nebbia sui monti…


    Non c’è vita che scampi alle delusioni.


    Dopo tante parole ci sono anche grandi silenzi…


    Insegnami a non vergognarmi mai dell’amore anche se troppo ferisce…


    Insegnami a sopportare gli errori ed i fallimenti senza straziarmi dal dolore ma con dignità, forza, carattere, magari senza piangere…


    Fino adesso troppe lacrime ho versato per questa vita che per ogni attimo di felicità, mi regala ore di tristezza…


    L’amore non sempre chiama amore anzi, spesso lo fugge ma un cuore che batte a volte può fare più luce del sole


    Voglio una nuova vita un po’ meno sbagliata e la voglio sentire scorrere tra le dita. Anche se ora sono fragile ciò non significa che debba arrendermi…


    Sento il bisogno di costruire di nuovo castelli in aria e sognare illudendomi che la realtà non è poi così malvagia e che la speranza è un filo sottile ma resistente al quale potrai sempre aggrapparti senza correre il rischio di cadere nel vuoto.


    Voglio aprire gli occhi, spalancare le porte del cuore, allentare la morsa di questo dolore che ho provando a volare più in alto che posso, librarmi nell’azzurro dei miei sogni sperando che non finiscano mai…per non essere da sola.


    Ci sarà tanto tempo per capire cosa si nasconde dietro quella porta chiusa e forse, un giorno, troverò la forza di usare la chiave che tengo stretta tra le dita, per aprirla, ma dovrò essere pronta e sicura di saper affrontare cosa c’è dall’altra parte.


    Ogni gioco ha le sue regole ed io devo saperle accettare se voglio farne parte.


    Raccontami di te e quanta vita c’è in ogni tua parola, in ogni tuo sorriso, in ogni tuo movimento…


    Dimmi che posto occupo nella scala dei tuoi valori.


    No, non temo la risposta…


    Voglio lasciarmi andare a pensare di avere voglia di ricominciare…


    Ognuno per se ha un destino, giorno dopo giorno… vivendolo.

  • 10 novembre 2006
    Scelte

    Come comincia: Solo il rombo del motore spezzava la quiete della lunga e silenziosa strada che Marco e Dave stavano percorrendo sulla Dodge affittata per il loro lungo viaggio.
    Lo avevano programmato dal primo anno di università e finalmente lo stavano vivendo, il famoso coast to coast negli USA, era il viaggio del dopo laurea e meritava il raggiungimento di una simile meta per essere messo in atto.
    “Ma ci pensi Dave, siamo su una highway americana, proprio come nei film!” - disse Marco.
    "Già solo che noi non siamo né Thelma e Louise né due pericolosi fuorilegge inseguiti da tutte le polizie degli States." - rispose sarcastico Dave, mentre guidava l’auto a velocità moderata.
    "Sbaglio o sento una punta di acidità nella tua voce. Cos’è che non va?" - domandò Marco osservando l’amico che guidava accigliato e con espressione non particolarmente serena.
    "Niente... E' solo che da quando siamo in viaggio riflettevo sugli avvenimenti accadutici negli ultimi tempi." - rispose Dave rasserenandosi un po’.
    “Appunto non vedo quale siano le tue preoccupazioni, ci siamo laureati insieme tu in informatica ed io in filosofia, stiamo realizzando un progetto pensato all’età di diciotto anni e se proprio lo vuoi sapere tutto ciò che abbiamo vissuto durante quest’anno non mi è affatto dispiaciuto!” - replicò Marco con veemenza.
    Il sole stava tramontando creando uno stupefacente gioco di luci ed ombre e lasciando spazio nel cielo alla corte della luna e delle stelle.
    Dave accese gli anabbaglianti e continuò - “Ma pensa al corso delle scelte fatte fino ad ora, pensa se non avessi fatto informatica non ti avrei mai conosciuto in quel negozio dove stavi acquistando un computer in previsione di scrivere lunghe tesine filosofiche!”.
    Marco rise pensando a quante ricerche e tesine aveva battuto su quel computer e alle difficoltà che che avrebbe incontrato senza il valido insegnamento di Dave all’uso di quell’aggeggio infernale.
    “La conversazione sta prendendo una piega fatalistica dunque.
    Interessante, il razionale Dave che fa delle elucubrazioni mentali sul destino e magari tra un po’ ti chiederai chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”
    “Sì! Ammetto che il discorso intrapreso non è dei miei preferiti, ma anche in un programma per computer ci sono dei bivii, delle scelte che si devono fare e che portano l’algoritmo a risolvere il problema in modi diversi.” - disse serio Dave.
    "Ok! Comunque non ho ancora capito dove vuoi arrivare." - chiese perplesso Marco.
    “Sinceramente, neanch’io so dove voglio arrivare. Stavo solo meditando su come è possibile che in tutti questi anni abbiamo scelto sempre le strade giuste e che nessuno di noi due si sia perso su altri percorsi, ma sai quante variabili ci sono...”
    “Fermati, alt, alt, non stai considerando una cosa, la cosa più importante, ciò che ci distingue dalle tue fredde macchine, cioè la volontà umana capace di perseguire un obbiettivo e raggiungerlo, in tutte le condizioni, anche le più avverse” - lo interruppe Marco con forza.
    “D'accordo, comunque rifletti su gli ultimi cinque anni passati insieme, dapprima il nostro incontro nel negozio, poi la nascita della nostra amicizia, in seguito i corsi universitari scelti, che sembravano tagliati ad hoc per le nostre due personalità, il che ha permesso il conseguimento delle nostre due lauree nei tempi prestabiliti.” - ribadì Dave.
    “E allora? Non riesco ancora a capire...” - disse stupito Marco.
    “Sta zitto e ascolta! Hai mai pensato se in quel negozio io avessi scelto di non aiutarti nell’imparare l’uso del computer, o se tu avessi sbagliato il tuo corso di studi, oppure quando abbiamo litigato tu mi avessi mandato al diavolo invece di cercare di rimettere le cose a posto.” - incalzò Dave mentre il sole era ormai sparito e le uniche luci, sulla sinistramente desolata autostrada, erano quelle della Dodge.
    "O ancora, se io non avessi preso seriamente la promessa di compiere questo viaggio insieme a te al termine degli studi, pensa adesso potrei essere in vacanza con la mia ragazza e invece sono qui a realizzare un viaggio sognato per cinque anni... Quale sarebbe stata l’ alternativa?"
    Marco capì il senso del discorso di Dave.
    "Quindi la domanda è questa: saremmo stati più felici o meno felici se avessimo percorso strade diverse da quelle percorse sinora?" - disse Marco ormai coinvolto nel discorso - "Comunque questa speculazione la si può estendere a tutta la vita, ma mi sta bene considerare solo gli ultimi anni. Possiamo provare ad immaginare le situazioni che non abbiamo mai vissuto.”
    Dave lo guardò soddisfatto - "Proprio qui volevo arrivare. Simuliamo le nostre vite condizionate dai percorsi alternativi, cammini che a volte non si sono presi per una decisisone a volte istantanea.
    Quante volte si è detta la frase: <<se potessi tornare indietro di un giorno o di un’ora o addirittura di un minuto!>>.
    Pensaci Marco un’intera vita condizionata da un evento di un minuto."
    “In effetti è un’ ipotesi raggelante comunque reale.” - disse cupo Marco.
    "Allora comincio io" - disse Dave.
    La notte era ormai inoltrata ed era una notte calma di una quiete innaturale, silenziosa e non c’era un alito di vento, l’unico essere animato era l’auto che sfrecciava sulla strada.
    “Dunque se in quel negozio ti avessi ignorato, non ti avrei mai conosciuto, quindi l’unica conseguenza sarebbe stata la perdita di questo viaggio.”
    "Molto materialista devo dire!" - disse ridendo Marco.
    “Ok anche la perdita di una bella e lunga amicizia. Ma passiamo ad un’altra scelta, se avessi sbagliato facoltà, probabilmente avrei lasciato gli studi e mi sarei messo a lavorare come impiegato, ciò avrebbe implicato un addio alla goliardia in cambio di responsabilità, ragazza fissa con probabile matrimonio, insomma una vita già disegnata, senza le incertezze che ancora mi si profilano.”
    “Materialista e pessimista.” - disse Marco.
    “Se non avessi deciso di frequentarti, non avrei conosciuto la mia attuale ragazza, tu sai che la considero perfetta per me.” - concluse Dave.
    "A grandi linee anche la mia vita alternativa, che non sarà mai, sarebbe andata come la tua, anche se rimane sempre una serie di ipotesi e non di certezze.
    Ad esempio anche da impiegato avresti potuto vincere alla lotteria e vivere da nababbo, oppure avresti potuto conoscere una tua collega d’ufficio, che magari ti avrebbe irretito più della tua attuale dolce metà e così via..." - replicò Marco.
    “Già hai ragione, però chi ci dice che il cammino intrapreso attualmente non ci porti ad un triste traguardo.” - disse lugubre Dave.
    “Insomma stasera ti è venuta la mania di emulare Nostradamus, nessuno può conoscere il proprio futuro, al massimo puoi basarti sulle probabilità e sulla tendenza che il corso degli eventi sembra aver preso!
    E da come si sono messe le cose non sembra che il 'traguardo' sia così triste.” - disse un pò alterato Marco.
    Dave lo guardò serio, poi si allacciò la cintura di sicurezza.
    “Marco sai molte volte le scelte che sembrano le migliori possono essere le peggiori.”
    “Ma cosa stai dicendo? Adesso non ti capisco proprio, che c’entra questa ovvietà? ” - disse Marco con un misto di curiosità ed una punta di timore per qualcosa che nemmeno lui capiva, ma che sentiva addosso.
    Dave accellerò spingendo al massimo la macchina, Marco rimase ammutolito, Dave frenò bruscamente, le sue braccia si tesero sul volante, la cintura si bloccò al sedile, l’ auto si fermò.
    Dave guardò accanto e vide la testa di Marco spaccata contro il parabrezza, ormai in frantumi vermigli, stette a guardare il corpo esanime dell’amico per un’ora, in completo silenzio.
    “Avresti dovuto scegliere di non chiedermi aiuto cinque anni fa.”

  • 10 novembre 2006
    Solo una volta

    Come comincia: L'avvocato aveva interrotto la comunicazione con fare isterico, urlando nella cornetta il suo disprezzo. Ora respirava nervoso, lo sguardo fisso sulla scrivania.
    Ilaria provò a richiamare la sua attenzione, senza risultato. Con i fogli pronti per la dettatura quotidiana, attese disposizioni.
    Nel silenzio pesante della stanza, finalmente, s'udì il pugno dell'avvocato sul legno rossiccio della scrivania.
    "Merda- urlò- non la smetterà mai di rompere! Eccheccavolo...".
    Poi, confuso, alzò lo sguardo su di lei.
    "Dov'eravamo?". Ilaria tentò di spiegare ma l'avvocato coprì la sua voce: "Anzi no, lasci perdere... strappi tutto... ne riparleremo nel pomeriggio... Santiddio".
    Seguì, inattesa, una lunga confessione, fatta di riferimenti più o meno osceni ad una moglie che lo tradiva apertamente e che poi osava essere gelosa,  che gli rinfacciava addirittura semplici sorrisi o gentilezze o commenti positivi su amiche e colleghe. Disse di quando, in vacanza, lei si era lasciata andare ad un ballo sfrenato sui tavoli di un locale snob e di come lui avesse dovuto scusarla coi parenti bacchettoni. E ancora di quando l'aveva vista nuotare nuda in compagnia di un ragazzo di almeno vent'anni più giovane di lei...
    "Posso andare?" chiese la segretaria. "Sì...anzi no... resti... mi devo ancora sfogare... quella pazza di mia moglie... vuole divorziare... capisce? Divorziare... per gelosia! Assurdo vero? E' gelosa! Quasi che fosse colpa mia se..."
    E rimase a fissarla inebetito. Poi si alzò e s'avvicinò alla sua sedia. La guardò come mai, implorando qualcosa...
    "Sei bella, sai?"
    "Scusi?"
    Le accarezzò il volto, il collo, le spalle. La fece alzare e la tenne per mano mentre tornava alla sua poltrona.
    Ilaria restò zitta anche quando, sedutosi, la tirò a sé, sulle sue ginocchia.
    "Aiutami!" diceva piano, mordendole delicatamente un orecchio.
    "Non riesco più a..."
    Lei s'alzò di scatto, lui scivolò giù, sul pavimento e l'attirò a sé, su di sé, stringendola forte.
    "Lo faccia per me - diceva - non si preoccupi, sarà solo per questa volta..."
    Lei ansimava, arrossiva, si difendeva.
    Lui le alzò la gonna e, con scatto rapido, le fu addosso, voglioso.
    "Ti regalerò un orgasmo che ricorderai per sempre - diceva - vedrai... ti piacerà".
    Ilaria sentiva solo voglia di piangere e non aveva forza per lottare con lui.
    "La prego... ti prego..."
    Lo guardò in volto, disperata, poi iniziò a baciarlo con dolcezza. Lui gradì molto e s'abbandonò sul pavimento, ad occhi chiusi. Ilaria, timidamente, gli tirò giù la cerniera dei pantaloni e lo cercò, innocente e tenera. Poi si chinò a baciarlo e fece tutto quello che, da almeno un anno, sognava di fare con lui tutte le volte che lo pensava...
    Da tempo e in segreto, infatti, già lo amava. E ora lo possedeva. Lo sentì fremere, gioire, soffrire, gemere...
    "Sei brava... accidenti... sei fantastica".
    Prima che potesse tornare all'attacco gli fu sopra, con le mutandine scostate, e gli regalò la certezza d'essere uomo. Poi, sempre restando zitta e tremando ancora, s'alzò in piedi e, senza ricomporsi neppure, salì sul davanzale della finestra aperta. Sospirò una volta sola e si lasciò cadere nel vuoto. Col sapore inebriante di lui ancora sulle labbra.

  • 10 novembre 2006
    Intermezzo

    Come comincia: Ogni volta che mi guarda intensamente, mi spoglia letteralmente coi suoi occhi.
    Avverto quasi il sibilo del suo pensiero che, se parte in sordina, corre poi veloce e fiero fino al coinvolgimento totale. Dei sensi e delle intenzioni.
    Ed è una piacevole tortura resistere al suo sguardo, tener testa al suo lento, fascinoso, possedermi.
    Eccolo qui. Anche oggi mi guarda. Seduto alla sua scrivania mi scruta e mi desidera. Alzo piano lo sguardo e mi cattura. Mi porta fino al sogno e mi abbandona.
    Allora son io che guardo e imploro e lui mi tiene a sé deciso e coinvolgente, complice magnifico di questo morboso gioco...
    Accenno un bacio, risponde col sorriso. Ed io mi sento sua, ancora e ancora...
    Poi, dall'alto del suo imprigionarmi, concede finanche tenerezza e dedizione.
    E allora rido anch'io della mia sorte strana! Essere posseduta dalla sua foto. Qui, sul mobile, cartacea e innocua!

  • 10 novembre 2006
    Un buon inizio

    Come comincia:

    Il signor Negri, un uomo sulla settantina, sordo da cinque anni e grigio da sempre, si alzò quella mattina con le intenzioni molto chiare: avrebbe cominciato a scrivere la sua biografia.

    Una volta preso il caffé, si recò nel suo studio, tirò fuori da un cassetto un quaderno vuoto con le righe grandi della quinta elementare e una penna ancora racchiusa nella sua confezione originale. Poi si sedette, sistemando la sedia ben vicina alla scrivania.

    Iniziò il quaderno scrivendo il suo nome nella copertina interna, a lettere chiare, in stampatello. Sbarrò con due brevi segni, perfettamente paralleli, la riga dove occorreva indicare la classe. Scese con lo sguardo alla riga sotto, quella della materia. Fissò la riga vuota per alcuni secondi.
    Si guardò attorno per un po’, poi finalmente le parole affiorarono nella sua testa e contemporaneamente si impressero sulla carta.
    “Un buon inizio,” scrisse.

    Soddisfatto del titolo che aveva dato alla sua biografia, chiuse il quaderno e si alzò.
    Una decina di minuti dopo la signora Matilde, la governante che da più di trent’anni si prendeva cura della sua casa, si affacciò nello studio vuoto. Notò subito il quaderno appena iniziato. Si avvicinò alla scrivania, aprì il quaderno e lesse il titolo alla riga della materia. Un sorriso nostalgico sbocciò sul suo viso. Lentamente, senza che lei potesse fare nulla per fermarlo. Richiuse il quaderno.

    Si diresse alla finestra, poco distante dalla quale si trovava un cavalletto. Poggiata sul cavalletto una tela con su dipinti pochi tratti in un’unica tinta. Nessun altro colore sulla tela, nessuna sfumatura: solo i contorni del paesaggio fuori dalla finestra. La signora Matilde prese la tela, e se la mise sotto braccio. Piegò il cavalletto e lo prese sotto l’altro braccio.
    “Tornerò a prendere anche te, tra poche settimane,” disse al quaderno.

    Proseguì quindi lungo il corridoio verso il grande salone. Quando entrò si fece largo tra kit del fai da te usati una sola volta; un mucchio di creta informe; il contorno di un puzzle da 5 mila pezzi; un violino, un oboe, un trombone e un pianoforte, ciascuno suonato una volta appena; un pezzo di legno con intagliata la sagoma di un cavallo a dondolo; e almeno un migliaio di libri di cui sapeva che erano state lette solo le prime pagine.

    “Un buon inizio”, sussurrò pensando al titolo del quaderno del signor Negri e sorrise rendendosi conto che quella biografia appena iniziata era l’unica opera che aveva completato.

  • 06 novembre 2006
    Amore del mio amore...

    Come comincia:

    Mi vestirò di gelo, trasparente, per ricevere l'amore dalle strade. Nei miei capelli non metterò più nulla, perchè il vento possa scherzare con la luna.


    Ai piedi due stelle, sai?, quelle che vivono di riflessi, perchè tu possa indovinare sempre la scia che porta al mio bene.


    E ti aspetterò, oggi come ieri, come domani, per celebrare con te l'amplesso del perdono.


    Sarò quel guanto che accarezza il tuo cuore, il ruscello che ti fa gemere d'incanto...


    Amore mio dolcissimo!


    Nel corpo di tutti questi anni già compiuti, ritroverai la sorgente della gioia!


    E' la mia anima, eternamente bambina, che avvolgerà di tenere carezze la tua romantica figura...


    Ti amo, cuore delle mie verità, eterno Amore!


    Nudi, come sempre, sfioreremo il cielo che ci venne negato!


    Allora tanto gelo si scioglierà e saremo di carne,ancora,come quando per la prima volta sentimmo scorrere questo sangue nelle mille vene!


    Ogni anfratto sarà per te la strada buona, ogni battito d'ali una promessa.


    Amore mio! Non dimenticare di esserci quando riacquisteremo i sensi per l'amore!


    Ti morderò, ti bacerò, berrò del miele tuo tutto il creato!


    E tu di me a spicchi e baci avrai la mia essenza maliziosa e vera!


    Unità feconda saremo.


    Amplesso eterno.


    Piacere carnale che s'irradia...


    Devi solo aspettare che sia notte e poi vedrai la luce del mio pianto...


    Gioielli splendenti le gocce di dolore vissuto...


    E t'immergerai, attento e voglioso, nel rosso mare della meraviglia!


    Amplesso di catene sciolte, il nostro, aurora di quel peccato che rende eterni!


    Ti amo.


    Amore del mio amore fatto carne.

  • 06 novembre 2006
    La Spiaggia

    Come comincia: Quella mattina per entrambi non fu un così piacevole risveglio. Sia Agata che Lucio avevano dormito nel proprio letto, a non più di cento chilometri di distanza l’uno dall’altra. Lei avrebbe dovuto lavorare per tutta la mattinata, mentre lui era reduce da una settimana abbastanza pesante, conclusasi con uno dei peggiori venerdì vissuti fino a quel momento. Non erano assolutamente riusciti a trovare un accordo su chi dovesse cedere stavolta. Agata pretendeva che Lucio si mettesse in treno appena dopo pranzo e che la raggiungesse nel primo pomeriggio, per passare lì da lei sia quello che rimaneva del sabato, sia la domenica, per poi ripartire nottetempo con l’ultimo convoglio e fare ritorno verso la sua città. Lucio non riusciva a capire invece, perché Agata facesse tutte quelle storie e perché non potesse prendere l’auto e raggiungerlo appena dopo terminata la mattinata lavorativa. Lui non amava guidare, motivo per cui non aveva nemmeno un’automobile. Muoversi in treno il più delle volte lo spazientiva, ma quando era costretto a farlo lo accettava di buon grado. Ma quella mattina non ne aveva intenzione alcuna, voleva solamente stare tranquillo e andare al mare, a rilassarsi, cullato dal dolce rollio delle onde che muoiono sulla battigia. Una delle principali differenze delle città in cui vivevano, era proprio questa. La città di Lucio era a misura d’uomo, certo, caotica quanto basta, in special modo durante i mesi estivi, ma lambita dalle acque stupende d’un mare cristallino. La città di Agata era una piccola metropoli, piena di ricchezze e divertimenti, ma rumorosa e fredda, affogata nella disperazione del cemento. E quelle diversità erano già state la causa di litigi molto pesanti. Pesanti mai come quello che stavano vivendo in quelle ore. Di buon’ora Agata s’era dovuta alzare e andare al lavoro, lasciando sul cellulare di Lucio dei messaggi quantomeno poco propensi al dialogo. Appena Lucio li aveva letti, neanche così tardi rispetto all’ora in cui erano stati inviati, una leggera indignazione s’era impossessato di lui, tanto da rispondere per le rime alle accuse di lei. Dopo una serie di rapidi scambi di parole non troppo cortesi, il silenzio era sceso a regnare tra loro due. Silenzio che Lucio aveva tentato di far abdicare in favore di più miti sovrani, ma che Agata continuava a volere come despota indiscusso. L’ultimo messaggio di Lucio recitava queste parole.

     


    « Non ce la faccio più a stare dietro ai tuoi sbalzi d’umore. Lo sai che ho bisogno di tranquillità. Questo gioco di specchi rotti non può più funzionare. Se davvero mi ami, ti aspetto dove tu sai. Baci, piccolina. »


    La spiaggia dove si erano conosciuti due anni prima era una piccola rada incastonata fra due spuntoni di roccia calcarea. Vi si accedeva solamente dal mare, facendo un tratto abbastanza lungo a nuoto. Si erano ritrovati lì dopo che entrambi si erano stufati di arrostire al sole con le rispettive comitive. Era bastato uno sguardo per capire che quello non sarebbe stato solamente un incontro fugace. Agata era in vacanza lì con degli amici, ed era stata proprio lei ad insistere perché cominciassero a frequentarsi con piacevole insistenza. Fu un’estate stupenda, al morire della quale, cominciarono i primi battibecchi. Fare la spora tra le città che li ospitavano si rivelò costoso e stressante. Eppure erano andati avanti, il loro amore era andato avanti nonostante tutte le avversità. Almeno fino a quel momento, fino a quella mattina.


    Lucio arrivò al solito lido che non erano ancora le undici. Prima di potersi andare a sdraiare sulla sabbia ancora infuocata dai caldi giorni precedenti, dovette sbrigare dei servizi che nei giorni infrasettimanali gli erano impossibili da compiere. Nulla di chissà che, ad ogni modo. Non aveva nemmeno svolto completamente il telo da mare che già i primi nuvoloni si davano battaglia col sole. E pensare che fino a quel momento non è che la giornata fosse chissà di che splendore, ma nemmeno che minacciasse addirittura pioggia.


    « Queste sono le maledizioni di Agata, sicuro. », pensava Lucio nemmeno tanto convinto di quello che asseriva. Non si fece di certo scoraggiare da quel po’ di nuvolaglia e si sistemò subito per fare una bella nuotata. Approdò sulla spiaggia sua e di Agata che già pioveva. Non c’era anima viva, e voleva ben vedere con quel tempaccio. In dieci minuti il cielo era diventata una nera prateria e non si vedeva spiraglio alcuno dentro di essa. Seduto a riva per riprendere fiato, come aveva fatto quella mattina di due anni prima, si accorse di sentire freddo. Lasciò il proprio corpo in balìa degli agenti atmosferici, quando decise di stendersi sulla riva sinuosa di quell’arenile con lo sguardo rivolto un po’ verso il mare, un po’ verso il cielo. Uno dei più forti temporali di quegli ultimi anni si abbatté sulla zona, lasciandolo perplesso dapprima, terrorizzato, col passare dei minuti. Interminabili minuti.


    Il mare si era trasformato in un’immensa distesa di sangue. Sangue rappreso, raggrumato. Così viscoso che non riusciva a toglierselo dalle caviglie, dai polsi, nonostante piovesse a dirotto. E più cercava di allontanarsi dalla costa, più le ondate rosse lo raggiungevano percuotendolo con violenza. Fu un attimo. Ma  bastò a fargli capire tutto. Il corpo che aveva intravisto era quello di Agata. La corrente lo portava alla deriva. Lo portava lontano da lui. Quello che galleggiava senza vita era il fantasma d’un amore che entrambi credevano non potesse mai abbandonarli. Lucio raccolse tutte le sue forze e si tuffò. Abile nuotatore sembrava potesse passare indenne fra le braccia del brigante e salvare la sua bella. Ma non fu così. Il suo corpo senza vita fu trovato alcuni giorni dopo la mareggiata. Come solo alcuni giorni dopo fu trovato il corpo di Agata fra le lamiere contorte della sua auto, finita per la velocità eccessiva in una scarpata.


    Chissà se l’ultimo pensiero di entrambi fu lo stesso nell’istante del trapasso.


    Credo di sì, dato che la spiaggia ancora oggi dona le conchiglie dei sorrisi e dei baci che furono a chi è in grado di ascoltare pur avendo le mani sulle orecchie.

  • 06 novembre 2006
    Freddo

    Come comincia:

    Freddo.

    L’unica parola che mi viene in mente ripensando a quella sera.

    Nell’aria il sapore di terre lontane e nel cuore il freddo di un inverno che stentava a morire.

    Ho vaghi ricordi di quella sera, frammenti più che altro , che si spargono come i pezzi di un vetro infranto  da uno sparo che rende fredda quella che poteva essere una calda ed accogliente casa.

    Un altro fallimento per me, un’altra parte del mio cuore che smette di splendere e si ingrigisce tra i fumi che si respirano in questa città; Fumi che sembrano inquinare l’animo di chi li respira. Siamo tutti sotto lo stesso tetto e probabilmente moriremo tutti sotto questo.

    Rifletti vecchio c’è qualcosa che non torna,  un dettaglio , un qualcosa che nella fugacità del momento sarà sfuggito a te, che mentre ti godevi la scena con la stessa freddezza con la quale un assassino punta il suo mirino, sorseggiavi l’ultimo dei ritrovati tra i super-alcolici pregando qualche dio nascosto che quello schifo che con tanta fierezza bevi possa cancellarti dalla mente quanto stai vedendo.

    Diceva di essere tua.

    Diceva per me esisti solo tu, per me sei il principe, e io sono la principessa, insomma:un gioco che tutti prima di pregustarsi una calda notte d’affetto avranno fatto almeno una volta nella loro vita.

    Stai vagheggiando vecchio, concentrati…

    È bello pensare quanto sia difficile e complesso creare qualcosa e quanto invece sia ancora più facile distruggerla.

    La guardi. Non riesci proprio a convincertene eh?

    Eppure tu…si tu patetico fallito…lo hai sempre saputo che sarebbe finita così.

    Eppure perché? Cosa speravi di ottenere?Hai sperato davvero che per una volta l’amore potesse trionfare?

    Hai sperato davvero questo?

    No,no, ora capisco…

    Hai sempre saputo di essere un perdente ma per una volta hai voluto dimostrare che non era così.

    Che anche tu potevi averla vinta una volta tanto, che anche tu potevi avere qualche soddisfazione.

    Che anche tu potevi essere rosso…e non grigio.

    La musica tuonava in una tempesta di fumo e alcool..

    E lui caro vecchio amico ti si avvicina con fare di chi si pente di averti investito il gatto.

    Scusami ti dice.

    Io ci tengo alla tua amicizia.

    Lo guardi negli occhi. Non abbassare lo sguardo ,vecchio. Non ora.

    Lui continua a parlarti a dirti frasi e parole che tu riesci a cogliere minimamente. Ricordi, sei naufrago di una tempesta.

    Finisce di parlare.

    Stringi i pugni. Pronunci qualcosa che si perde nelle onde e nel vento, lui si avvicina come per porti l’orecchio e capire.

    Colpisci vecchio, colpisci.

    Cosa aspetti, fagli perdere la voglia di posare quelle labbra su quelle della tua donna amata.

    Stai per colpire. Rimani freddo impassibile come prima di battere un rigore.

    Alzi la mano, indietreggi il braccio:un gancio da manuale.

    Lui è ancora con la guancia rivolta verso di te.

    Ogni singolo muscolo della tua faccia si contrae in un misto letale tra il dolore e la rabbia.

    Scocchi il pugno.

    Stai per toccare la sua faccia…

    Aspetta…aspetta però…

    Cosa c’è ora? Perché ti sei fermato?Cosa ti ha fatto cambiare idea?

    Capisco…non puoi…

    La rivedi e ricordi.

    Rivedi i suoi occhi. Si,si, quelli stessi che ti hanno fatto sognare rive isolate e paesaggi lontani.

    Ti amo principessa.

    Ti amo e ti odio.

    Ritrai il pugno. Prendi la giacca. Vai via.

    Prima di andartene però vuoi rivederlo.

    Rivedere ancora quello sguardo.

    Quello sguardo che ti ha dato la vita e che poco a poco

    Te la sta togliendo.

    Addio principessa. Non ti scorderò mai.

    Sei fuori dal locale, dalla tempesta.

    Decidi che per quella sera sei sufficientemente fatto,quindi di fare un giro in riva al mare.

    Sei solo.

    È strano.

    Eppure li in quella riva volevi essere in sua compagnia, guardarla negli occhi, respirarla, poterla amare, e viverla.

    E invece sei solo.

    Rifletti.

    Il tuo spolverino nero si piega alla brezza. Come il tuo animo del resto.

    Guardi le stelle.

    Quante volte hai paragonato quegli occhi alle stelle, quante  e quante volte ridevi di quando lei ti diceva mi lasci senza parole.

    Pioveva la notte nella quale l’hai potuta avere.

    Anche solo per un attimo. Per un fugace attimo, che è stato in grado di aprirti le porte del paradiso.

    Provi un caloroso affetto quando ripensi a quegli attimi.

    Ma ora è tutto finito.

    Guardi l’orologio. È tardi il sole domani sorge anche per me.

    Una lacrima scende sul tuo viso.

    Addio principessa, ti amerò per sempre.

    Chini il capo, ti giri, te ne vai.
    Freddo: l’unica parola che mi viene in mente…

  • Come comincia: Storia di Valentina. Una ragazza come le altre con un cuore grande e tanta voglia di donare il suo amore alle persone che la circondano. Un solo problema: non sapeva come farlo.
    Un mattina di inverno prestissimo Vale, come la chiamavano gli amici, o almeno coloro che lei definiva cosí, si alzò. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Un appartamento in un vecchio sobborgo di quella grandissima città che la assorbiva come una particella insignificante e che le sembrava un universo cosí vasto e immenso da potersi perdere e dimenticare tutto.
    Appena scesa in strada il freddo pungente la avvolse e la voglia di correre di nuovo in casa a riscaldarsi era così forte che la combattè a forza di saltelli su e giù dagli scalini. Si accese una sigaretta e si incamminò. Le strade erano ancora buie e deserte e qualche appartamento cominciava a illuminarsi come un bimbo che apre piano gli occhi dopo un bel sonno ristoratore. In lontananza si sentiva il rumore dei camion che ogni mattina passavano e pulivano i marciapiedi con le loro spazzole rumorose. Valentina sentì come tutte le altre mattine quella strana sensazione mista a paura e tranquillità che quelle passeggiate le davano, ma c'era un qualcosa di diverso. Pensò come una settimana fa quella serata così strana le aveva fatto conoscere Michele, colui che le aveva fatto passare notti insonni e fatto battere il suo cuore per la prima volta dopo tanto tempo. Chissà quando lo avrebbe rivisto. Pensò al suo sguardo incredibilmente dolce e al suo sorriso così rassicurante che le avevano trapassato il cuore lasciandole il suo ricordo inciso indelebilmente. Sorrise mentre attraversava la strada. Passò davanti alla solita latteria che come tutte le mattine, puntualmente stava aprendo. La signora la salutò come faceva tutte le mattine, ma Vale non si accorse dello solito sguardo, che alle sue spalle la osservava con scherno. Lei sapeva che molta gente la prendeva per pazza: alzarsi alle cinque di mattino e camminare per vicoli bui e deserti. Una ragazza di venticinque anni. Quelle passeggiate la tenevano viva. Il suo cuore da tempo non provava più alcun sentimento, come fosse caduto in un coma profondo che non lo faceva soffrire, ma non gli regalava nemmeno sensazioni vive. Michele… il suo pensiero le fece trattenere il respiro. Sentiva ancora la sua voce che, calma e sicura, le parlava di storie che nemmeno si ricordava. Raccontava con una passione contagiosa e sebbene non si ricordasse le storie, Vale sentiva la passione e il coinvolgimento dentro di sé come se quelle sensazioni fossero state le sue. Ecco il camion dei netturbini che le passò accanto e il rumore assordante la distolse dai suoi pensieri. Si infilò nel solito vicolo, quello che portava alla casa di Giuliana. La sua migliore amica. Colei che ascoltava sempre tutte le sue infinite e noiose storie anche più volte e sembrava non le dessero fastidio mai. Senza di lei si sentiva persa. In qualunque situazione lei doveva esserle accanto. Giuliana non capiva questo bisogno. Non capiva neanche Vale. Le voleva bene e la ascoltava e questo era più di quello che qualunque persona avesse mai fatto per lei. Passó davanti alla sua casa e lasciò una lettera nella cassetta. Era una lettera che aveva scritto quella stessa notte. Lei non era brava con le parole e quasi sempre, se aveva cose importanti da dire, le scriveva. Era come se scrivendo tutti i suoi sentimenti (che fossero positivi o negativi) scivolassero via dalla sua mente d'incanto e per qualche minuto si sentiva serena. Serena non si era sentita mai completamente. Sebbene cercava la serenità con tutte le sue forze, dentro di lei sapeva che non l'avrebbe mai trovata. L'angoscia di questa certezza la lacerava e molte sere si ritrovava davanti allo specchio in lacrime, i suoi polmoni respiravano così affannosamente da farle male. Avrebbe voluto urlare, scagliare qualcosa contro quello specchio, che così tante volte sembrava un nemico crudele. Si stendeva a letto, chiudeva gli occhi e si immaginava come risucchiata in un'altra vita; tanto diversa dalla sua ma così bella da farla finalmente respirare, calma. Lentamente durante quelle visioni, riusciva a prendere sonno e la mattina si svegliava alle cinque con quella strana sensazione di insoddisfazione, che la spingeva fuori dalle lenzuola verso i vicoli che ora stava percorrendo. La luce cominciava a insinuarsi tra le vie e le ombre le sembravano sempre più grandi, ma meno minacciose. All'angolo c'era come sempre lo stesso vagabondo che ogni sera si stendeva al caldo in un cartone. I suoi occhi non trasmettevano alcuno stato d'animo. Spenti e rassegnati ad un destino che non aveva più la forza di cambiare. Per un attimo Vale lo invidiò. Lui sicuramente non si rigirava e rigirava tutta la notte nel suo letto in preda ad attacchi di panico e ansia che lo facevano sudare e stare male. Poi d'un tratto si vergognò di quello che pensava, distolse lo sguardo e cercò di scacciare altri pensieri stupidi, che potevano riaffiorare. Giuliana fra un po' si sarebbe alzata e uscendo di casa per andare al lavoro, avrebbe trovato la sua lettera. L'avrebbe letta e a seconda del suo umore avrebbe deciso se chiamarla o meno. Spesso sentiva che Giuliana la compativa. Non ne era offesa e nemmeno delusa. Si sarebbe compatita anche lei se avesse potuto e forse già inconsciamente lo faceva. Mentre attraversava la strada parallela a quella dove abitava sentì un forte brivido lungo la schiena. Michele le aveva accarezzato una guancia per scostarle la ciocca dei suoi lunghi capelli neri dagli occhi. In quel momento aveva sentito lo stesso brivido, ma l'intensità e la sensazione erano diversi. Mentre con Michele aveva provato un senso di tranquillità mista a eccitazione che la fece sorridere, in quel momento sentiva una sorta di inquietudine che le percorse tutto il suo corpo. Quante volte Giuliana le aveva dato della stupida per il solo e semplice fatto che se ne andava tutta sola soletta la mattina per i vicoli come una vecchia pazza. Chissà cosa avrebbe pensato Michele nel vederla ora in quelle condizioni. Lei avrebbe voluto essere abbracciata e baciata, amata e coccolata solo per una sera. Giuliana la spronava a farsi avanti, ma lei era come paralizzata. Era terrorizzata al solo pensiero di fargli percepire quanto lui l'avesse stregata. Un momento gli si avvicinava e quello dopo si allontanava. Si poteva leggere nel suo di lui sguardo lo sgomento e l'incomprensione per quel atteggiamento. Si erano lasciati con un ciao. Senza nemmeno un numero di telefono o un indirizzo. Valentina sapeva che non lo avrebbe mai più rivisto e il dolore che provava le strozzava la gola. Giuliana le aveva detto che avrebbe dovuto comportarsi diversamente e, sebbene Valentina le volesse bene (come una sorella), sentire quelle parole di ammonimento era insopportabile. Perché non la capiva? Ma lei si capiva?
    Quella mattina aveva dimenticato il cellulare, che nel suo appartamento squillava in continuazione. Giuliana la chiamava. Era inquieta e cercava invano di sentire la voce di Valentina per assicurarsi che stesse bene.
    Valentina sentì solo il rombo del motore e una luce accecante, non sentì dolore e neanche paura nel momento in cui il camion, che ogni mattina sembrava fare le corse per portare il latte in latteria, la travolse. La signora della latteria era lì di fronte al negozio che guardava gli angoli delle strade impaziente chiedendosi dove fosse finito il benedetto corriere con il latte. Non sapeva che quella mattina non lo avrebbe ricevuto. Le strade erano silenziose e Giuliana sussultò al rumore dell'ambulanza in lontananza. Di ambulanze ne aveva sentite tante, ma quella era come un messaggio. Riprese a chiamare Valentina. Tremava mentre faceva il numero e lasciò squillare finchè la voce dell'operatore non la fece sussultare. Riagganciò, si sedette sul letto e fissò il muro dinanzi a sé come se avesse già capito tutto.
    Michele era nel suo appartamento, dormiva e il suo viso era disteso e emanava una strana dolcezza. Per un momento la pelle della sua guancia di corrugò come se una folata di vento gli avesse fatto venire la pelle d'oca. Si mosse lievemente e subito la sua espressione si riaddolcì e un lieve sorriso gli dipinse l'angolo delle labbra.
    Il barbone aveva gli occhi aperti. Scosse la testa e li chiuse. Unì le mani come in una preghiera.
    Giuliana aprì la lettera e le prime righe che lesse furono: "Scusami amica mia se non riesco a seguire i tuoi consigli, ma volevo solo dirti che ti voglio bene e che la prossima volta cercherò di farlo." Il tono della lettera era allegro. Era la prima lettera con un tono sereno che Vale le avesse mai scritto, e in quel momento Giuliana pianse.
    Valentina sentì il respiro fermarsi. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Ma quella mattina era diversa. La luce la trapassava e lei si sentiva finalmente serena.

  • 30 novembre 2005
    Sole - Luna

    Come comincia: "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Si ora….. subito….. ancora un minuto…"

    Era mattina. Avevo nove anni. Dalla finestra vedevo il sole che stava lì in mezzo al cielo, fisso a guardare. "Mamma? Che ha il sole da guardare così? Perché sta fermo e mi fissa?"
    "Il sole non ti fissa. E' una cosa inanimata. Marika, dai allora! Finisci i tuoi cornflakes che sennò fai tardi a scuola!!"
    Guardavo la mamma che correva di qua e di là in cerca delle ultime cose da mettere nella borsetta prima di infilarmi in macchina, scaricarmi a scuola e andare di corsa al lavoro. Mi girai ancora a guardare il sole e gli feci la linguaccia. Mi dava fastidio quella cosa lì che mi fissava tutto il giorno e ogni volta che pioveva saltavo per casa tutta felice e contenta. Nei giorni di pioggia mi piaceva uscire, ma la mamma mi diceva sempre che pioveva troppo e che se continuavo a uscire con la pioggia prima o poi mi sarei ammalata.
    "Allora! Finiscila di fissare fuori dalla finestra! Muoviti! Mangia!"
    Mi scossi dalla sedia. Uffa ma perché sempre tutto di corsa? Sempre tutta questa smania di arrivare puntuali? La scuola neanche mi piaceva. La mamma mi diceva che la gente che non va a scuola poi finisce sul marciapiede a piangere e chiedere i soldi come quel barbone davanti al centro commerciale.
    Io avevo paura dei barboni. Mi guardavano sempre con quell'aria lì. Si, insomma, come se mi volessero prendere e nascondere dentro la giacca, per poi mangiarmi.
    La mamma mi tirò via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. Mi strattonò per un braccio, mi diede la cartella e mi trascinò, sempre senza dire una parola fuori di casa. Scavava in quella borsa in cerca delle chiavi, che cinque minuti prima aveva preso dalla mensola e infilato nella borsa. Io sbuffai. Eccole! Chiudeva la porta sempre due volte e poi controllava che fosse chiusa sul serio. Io esaminavo ogni più piccola mossa perché volevo capire cosa stesse facendo.
    Mi prese per la manica della giacca e mi strattonò ancora fino alla macchina. Non facevo mai in tempo a sedermi che già mi allacciava quella fastidiosissima cintura. Sempre in silenzio. Metteva in moto la macchina e anche per uscire dal vialetto di casa, controllava che non arrivassero macchine. Chissà da dove sarebbero dovute spuntare queste benedette macchine.
    Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola aspettò e prima di scendere mi diede un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via se andava sgommando."
    Prima o poi si ammazzerà. Pensavo.

    Era pomeriggio. Avevo 18 anni. Ero appena uscita dalla scuola guida. La mamma mi aveva spinto ad iscrivermi perché da quando mio padre se n'era andato di casa 8 anni prima, era diventata una donna autonoma. Di quelle, per dirne una, che si servono degli uomini solo per soddisfare i loro bisogni sessuali. Studiavo ancora. Avevo ripetuto la quarta classe due volte. La mamma quell'anno era veramente fuori di sè! Mi diceva che sicuramente la mancanza di intelligenza, la svogliatezza e il mio essere ribelle l'avevo ereditato da quello lì. "Quello lì" era mio padre. Odiavo quando lo chiamava in quel modo e c'erano giorni che mi esasperava a tal punto che capivo il perché l'avesse lasciata. Non capivo però il perché avesse lasciato me senza portarmi, invece, via con lui.
    Avevo fretta. Presi la bicicletta e infischiandomene del semaforo che era così rosso che sembrava scoppiare, attraversai la strada. Un'automobilista inchiodò e suonò il clacson così forte che pensavo sfondasse il parabrezza con la mano attaccata al volante. Gli sorrisi e tirai dritto.
    C'era sempre il sole lì a guardarmi. Ogni passo che facevo. Che strazio pensavo. Non potrebbe piovere? Mi ricordai della prima volta con Ale. Quando sul prato dietro ai cespugli, durante la gita in terza, lui mi aprì i bottoni della camicetta. Sembrava come se volesse rompere tutto dalla fretta. "Ma sono sempre circondata da persone nevrotiche" pensavo tra me e me. Speravo che finisse presto. Lucia mi aveva detto che lei l'aveva fatto e che era stata la cosa più bella della sua vita. Che si è donna solo quando lo si prova. Mentre pensavo a quello che diceva Lucia, Ale già ansimante, mi ficcava la lingua in gola e con le mani, tutte e due, impastava i miei seni. Cominciava ad essere una rottura, ma perché Lucia si e io no. La sua mano destra era già alla cerniera dei miei jeans. "Piano" pensavo "che non posso mica permettermi di salire in bus con i jeans rotti". Sentivo le sue dita che massaggiavano le mie mutandine. Pensavo a Lucia. Poveretta. Se questo vuol dire "la cosa più bella della sua vita". Strinsi i denti quando alla fine si decise a fare quello per cui eravamo lì.
    Ci provò una, due, tre volte prima di entrare.
    Durò pochi secondi, anche se dal male mi sembravano ore. Poi si accasciò su di me. Ero sotto di lui che cercavo di togliere i suoi capelli dalla mia bocca. Lui era come morto. Per qualche secondo pensavo che dall'eccitazione qualche vena gli fosse scoppiata nella testa e fosse morto davvero. Poi si mosse. Mi guardò sorridendo e mi chiese "E' stato bello, vero?". "Si" risposi.

    Era sera. Avevo 28 anni. Ero al lavoro. Marco mi aveva chiamata per dire che quella sera tardava. "Tanto per cambiare" pensai buttando giù il telefono. Mi chiedevo sempre che cosa avesse un bancario da fare fino alle nove, dieci di sera in banca. Mah.
    Guardavo il monitor. Era estate e c'era un caldo bestiale. Erano quasi le sette e fra un po' sarei uscita per tornare a casa. Avrei cucinato per il mio fidanzato e poi mi sarei sdraiata davanti alla TV a guardare un film con George Clooney. Sperando che Marco si addormentasse e non mi chiedesse di fare l'amore con lui.
    Fidanzato. Che cosa strana. Due anni fa, quando l'avevo conosciuto, era un punkettaro anarchico, che diceva di voler cambiare il mondo. Lui no che non si sarebbe mai piegato alle convenzioni dello stato di merda in cui vivevamo. A me piaceva a quel tempo. Mi piaceva la passione nei suoi occhi mentre parlava di politica e di quei sporchi giochi di potere, come li chiamava lui. Mia madre il giorno che lo vide, sbiancò. Aveva i jeans tutti strappati, come la maglietta. I capelli rasati ai lati con una cresta nel mezzo verde, che poco ci azzeccava con il colore viola dei sui anfibi vecchi di sette anni. Nell'orecchio non aveva un orecchino, bensì una spilla di sicurezza. Guardava mia madre con uno sguardo schifato. Io la guardavo con uno sguardo divertito.
    Quel giorno era stato un incubo per lei, ma sperava che finisse presto.
    Dopo nemmeno un anno, il cambio radicale. Marco mi disse che voleva essere accettato dalla mia famiglia, perché mi amava. Mi disse che mia madre gli aveva trovato un lavoro nella sua banca, ma che avrebbe dovuto cambiare un po' il suo look. Un po'?? da un giorno all'altro il mio allora ragazzo e a breve fidanzato sembrava come posseduto. Abiti scuri, scarpe laccate. Capelli né troppo corti, né troppo lunghi. Maniche delle camicie sempre lunghe (per nascondere i tanti tatuaggi). E quel sorriso da ebete che gli era cresciuto così… durante la notte. Forse per darmi fastidio.
    Uscivo dall'ufficio sempre verso le sei, ma stasera dovevo fare gli straordinari. Alle sette ero davanti alla porta che dava sulla piazza a fumare una sigaretta. Guardai al cielo. Ed eccolo lì. Il sole a guardare come un allocco, più pallido del solito però. "Uffa" sbuffai. Mi perseguiterà in eterno.
    Feci il giro largo. Non lo facevo mai. Passai davanti alla banca di Marco. Non c'era nessuno. Tutte le luci erano spente. Doveva essere già a casa. Dal giorno del nostro fidanzamento, era passato un anno ormai e lui continuava a fare straordinari per il mutuo, diceva, ma non avevamo nemmeno iniziato a cercare casa.
    Girai l'angolo e salii le scale. Glielo dovevo dire. Fra un po' ormai se ne sarebbe accorto. Aprii la porta, che chiudevo sempre due volte, controllando fosse chiusa prima di andarmene. In casa non c'era nessuno. Aspettai fino alle nove. Arrivò Marco dicendomi "Questo lavoro mi ucciderà. Ho finito solo dieci minuti fa!" mi disse sorridendo "che c'è? Che mi devi dire di così importante tesoro?".
    Lo guardavo, lo guardavo con lo sguardo di chi ha capito, ma se ne frega. Senza interesse: "Sono incinta. Da tre mesi".

    E' notte. Ho 38 anni. Luna mi aspetta a casa. L'ho chiamata così per fare un dispetto al sole. Ha solo nove anni e avrà tantissima paura. Sono sdraiata sul pavimento. In una via laterale vicino alla piazza davanti alla mia ditta. Sono ormai cinque anni che mi ammazzo di lavoro. Marco ci ha lasciate. Per una neo hippy che vuole cambiare il mondo. Ora ha i pantaloni della tuta mezzi sporchi, la barba, suona il bongo e dice che lui, in fondo, non è mai cambiato. Che la nostra storia gli ha fatto capire che non ci si può nascondere dietro alle convenzioni per essere felici.
    Il mio capo per darmi l'aumento mi ha chiesto se una sera avrei potuto andare a casa sua. "Sai… così… ehm… per parlarne" ha detto.
    "Perché non ne possiamo parlare in ufficio?" gli ho chiesto seccata. "No".
    Questa mattina Luna non voleva mangiare i suoi cornflakes. Io non trovavo il rossetto che dovevo mettere in borsetta. Le ho urlato contro che doveva muoversi o avremmo fatto tardi. Continuavo a cercare. Nei cassetti, nella mensola, sul divano in salotto. Sono tornata in cucina.
    Le ho tirato via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. L'ho strattonata per un braccio dandole la cartella e trascinandola, sempre senza dire una parola fuori di casa. Ho rimestato nella borsa in cerca delle chiavi. Cinque minuti prima di uscire le prendo sempre dalla mensola e le infilo nella borsa. Che stupida. Luna ha sbuffato. Ho chiuso la porta due volte e poi ho controllato che fosse chiusa sul serio. Mi sentivo osservata da lei in ogni mossa che facevo.
    L'ho presa per la manica della giacca e strattonata fino alla macchina. Prima che fosse seduta cercavo di metterle la cintura. Ho messo in moto la macchina e controllato se arrivava qualcuno. "E' il vialetto di casa tua per la miseria!" ho pensato."Da dove dovrebbero spuntare queste benedette auto?" Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola ho aspettato e le ho dato un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via sgommando. Prima o poi mi ammazzerò. Pensavo.
    E il sole! Ancora lì. Che palle. Ma perché c'è sempre.
    Pochi minuti fa uscivo dall'ufficio. E' buio. Cammino e sento dei passi dietro di me. Mi sento sola. Non so perché lancio uno sguardo al cielo, come per cercare qualcuno. Ma nulla solo stelle. Neanche la luna. Chissà dove sarà…
    Quando mi butta a terra non capisco subito cosa mi succede. Sento il suo peso su di me. Il silenzio. Non grido nemmeno, io. Sento una cosa fredda e pungente sul mio collo. Mi strappa la camicetta e il reggiseno. Anche la gonna. Capisco cosa mi sta succedendo. Grido. Un pugno mi prende la guancia. La sento gonfiarsi e sento l'occhio come schizzare fuori dalla orbita. Il sapore del sangue nella bocca. Chiudo gli occhi. Mi gira la testa. Lui ha quasi finito. Lo sento. Prego che finisca presto. Svengo.

    "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Oh Dio!" "Oh Dio mio!"
    Apro gli occhi. La luce mi acceca. E' Ale. Mi ha trovata lui. Qui. Sta chiamando la polizia con il cellulare. Non riesco a parlare. Mi fa male tutto. Guardo in cielo. Il sole mi sorride. Io gli sorrido. "Voglio tornare a casa. Voglio tornare a casa da Luna."
    Chiudo di nuovo gli occhi. Non ce la faccio sono stanca. Ma fra un po' andrà meglio. Tutto andrà meglio. Sento la sirena.

  • 30 novembre 2005
    Amore relativo

    Come comincia:

    È notte. È buio
    Lui la guarda negli occhi. I suoi capelli le oscurano il viso. Cerca di spostarli dal viso, ma il vento è troppo forte.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte, mentre sulla strada le macchine sfrecciano incuranti sul ponte più alto.

    *******


    Il giorno prima era una bella giornata d'autunno. Tara e Colin avevano deciso. La loro vacanza li avrebbe portati in Austria. Di tutte le città che avevano visitato negli ultimi anni, Innsbruck e Vienna erano fra quelle che mancavano all'appello.
    Avevano discusso a lungo su dove andare e come. Specialmente sul come. Avevano speso tutto in Olanda e invece di cercarsi un lavoro occasionale, che gli avrebbe almeno permesso di viaggiare con il treno, avevano deciso di continuare così. In autostop.

    Tara era incaricata di trovare il passaggio. Colin diceva che per una ragazza era semplice attirare l'attenzione e bella com'era, Tara, non aveva certo problemi di sorta.

    Arrivarono ad Innsbruck alle due di mattina, con un camionista di nome Rocco. Il viaggio l'avevano passato all'interno della cabina stretti come sardine. Era infatti uno di quei camion della seconda guerra mondiale, che ormai nessuno usava più.

    Forse per l'ora o forse per il freddo la città sembrava desolata. Dai pub sulla via principale si udivano gli schiamazzi degli ultimi clienti che ormai ubriachi se ne tornavano a casa. La lingua non la capivano, ma conoscevano bene la situazione. Quante sbornie in pub, dai quali venivano regolarmente cacciati fuori. Sean che litigava con il proprietario del pub. Maggie che cercava di trattenerlo perché non finisse a pugni come al solito. Tara e Colin che ridevano da matti godendosi la scena. Quanto gli mancavano i loro amici.

    Quando avevano deciso di intraprendere questo viaggio che dall'Irlanda li avrebbe portati a visitare tutta l'Europa, non avrebbero mai pensato che Dublino potesse mancargli così tanto. Ma ora erano quasi alla fine del viaggio. Dopo Innsbruck infatti si sarebbero diretti a Verona, in Italia, per poi andare a Roma e da lì tornare a Dublino.

    Si guardarono a lungo e alla fine Colin, sbuffando, si decise. C'era un pub irlandese sulla destra e decise di entrare per chiedere ospitalità. Il proprietario, James, era un uomo sulla quarantina. Gli occhi gli luccicavano forse dalle tante birre che si era scolato e sorrideva al muro come se ci fosse qualcuno. Quando vide Colin, in un tedesco sforzato, gli disse che il pub era chiuso. Colin gli rispose in inglese che non era lì per farsi una birra, ma per chiedere ospitalità. James scoppiò in una fragorosa risata e senza pensarci su due volte spinò una birra e gliela offrì.

    Dopo avergli raccontato delle peripezie e avventure che gli erano capitate, Colin chiese all'oste se poteva passare la notte al caldo nel suo pub. Anche la sua ragazza che aspettava fuori. Tara! Ma certo… sbronzo com'era si era dimenticato di lei.

    Ridendo come un pazzo uscì a chiamarla.

    *******


    Tara si era seduta sul marciapiede e giocherellava con un pezzo di carta trovato sul camion di Rocco. Era stanca ed aveva freddo, ma non aveva voglia di entrare con Colin e ubriacarsi. Non aveva voglia di ridere ed essere carina per fare colpo sul proprietario e alleggerire il compito a Colin di trovare un posto per la notte.
    Sospirando i suoi pensieri spaziavano nei ricordi. L'ultimo anno di università. Era lì che aveva conosciuto Colin. Lei studiava letteratura, lui faceva il giardiniere.
    Un giorno studiando nel giardino dell'università si era accorta del bel giovane che potava le aiuole. Lui la guardava sorridendo.
    Era sempre stato così Colin, sorriso sulle labbra e uno sguardo che diceva: fanc… tutti, io so quello che voglio e come ottenerlo.

    Le aveva regalato una rosa per chiederle un appuntamento. Lo faceva con tutte, Tara lo sapeva. Non c'era ragazza in tutto il college che non avesse passato almeno una notte con lui. Non era capace di avere una relazione seria. Gliel'aveva detto subito dopo il primo bacio. Lei non sapeva perché fosse così sincero con lei.

    Alla rosa Tara rispose dicendo che a lei i fiori non piacevano per nulla e che si sarebbe potuto risparmiare la fatica di abbordarla in un modo così scontato.

    Colin la guardava incredulo. Nessuna gli aveva mai detto una cosa del genere. Nessuna aveva mai resistito al suo sguardo misto tra lo strafottente e il dolcissimo. Scoppiò in una fragorosa risata. Anche Tara, dopo qualche secondo di silenzio, scoppiò a ridere. Rimasero lì sdraiati sul prato per quattro ore a parlare di tutto e di niente.

    Perché era cambiato così tanto? O forse era sempre stato così. D'altronde lui lo diceva sempre di essere un grande stronzo bastardo. Lei lo sapeva. Lei lo capiva.
    Lo amava. O forse no.

    Non aveva voluto innamorarsi di lui. Non voleva innamorarsi di nessuno. Aveva sofferto. La gente rideva quando lo diceva. Chi non aveva sofferto per amore? Ma per favore!... cosa credeva di essere l'unica martire sulla terra?!

    Non aveva voluto fidarsi di lui. Non si fidava di nessuno. Troppe volte era stata usata da persone che credeva amiche. L'amicizia e l'amore sono come una bella favola. Diceva. Come quando da piccoli si crede in Babbo Natale. Si aspetta il Natale come fosse il giorno più importante dell'anno. E poi un bel giorno qualcuno, non ci si ricorda nemmeno chi, ti dice che non esiste Babbo Natale. Questo lo aveva detto a Colin, dopo averci fatto l'amore. Lui le aveva chiesto se quando faceva sesso lo faceva per amore. Lui non credeva a quelle stronzate. Cosa c'entra il sesso con l'amore. Quando si ha voglia la si ha. Così.
    In effetti se si fosse innamorato di tutte quelle che aveva portato a letto…

    Tara si ricordava ancora quel momento. Si ricordava il momento in cui guardandolo capì che avrebbe dato tutto per lui. Il momento in cui sapeva che ormai lo amava senza speranza.
    Dopo una festa. Quando era corsa al bagno perché stava male. Si era alzata dal tavolo e l'intero pub le girava intorno. Le voci e il chiasso della gente rimbombavano nella sua testa. Doveva correre. Non poteva farlo lì davanti a tutti. Mentre vomitava si sentiva morire. Forse aveva bevuto troppo… forse aveva fumato troppo. Aveva paura. Paura di morire. Aveva sempre avuto paura di morire. Ogni mattina dopo una sbornia si sentiva depressa. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Ma come sarebbe stato. Dio. Che paura… gli mancava il respiro. Ancora uno sforzo e poi ti sentirai meglio, diceva a se stessa. Sentì una mano che le accarezzava i capelli. Una voce che le diceva: "Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola."

    Colin l'aveva portata a casa quasi in braccio. Spogliata e messa a letto. Non l'aveva lasciata un attimo. Le aveva continuato ad accarezzare i capelli finchè il mondo non aveva smesso di girarle intorno. Finchè non si era addormentata. Quella notte lei sapeva che ormai si era innamorata. Che forse anche lui, a modo suo, l'amava. Che Colin era l'unica persona che aveva al mondo. L'unica a cui forse fregava qualcosa di lei.

    Cosa era cambiato allora?

    Non si era mai accorta delle volte che lui la dimenticava nei pub? Che la faceva aspettare ore su una panchina mentre chiacchierava con i suoi amici?
    Si alzò dal marciapiede e cominciò a camminare. Dove andava non lo sapeva nemmeno lei. Ma lontano. Lontano. Che c'era di meglio se non scappare ora. Ora che nessuno sarebbe riuscito a trovarla. Poteva scomparire. Andare da sola in Italia. I tassisti la guardavano con disinteresse. Qualcuno le chiese qualcosa, ma lei non capiva. Continuava a camminare.

    *******


    Colin la cercava. Correva sulla strada. Chiedeva in inglese ai tassisti se avevano visto una giovane ragazza con uno zaino. Loro alzavano le spalle.

    Tara! Taraaaaa! Non sentiva le urla disperate di Colin. Camminava verso l'autostrada. Colin sicuramente era ubriaco a ridersela con l'oste e forse si sarebbe addormentato su un tavolo.

    Un furgone si fermò e le chiese dove stesse andando. Il suo passaggio verso l'Italia. Erano due ragazzi che andavano a lavorare all'area di servizio e che le avrebbero dato volentieri un passaggio. Poi avrebbe trovato sicuramente qualcuno per l'Italia.

    Si era fermata al McDonalds a mangiare un panino. Era stanca e triste. Un po' si pentiva. Colin si sarebbe arrabbiato quando si sarebbe accorto di quello che aveva fatto.
    Dalla grande finestra si vedevano le montagne nere. Gli alberi che sembravano così piccoli.

    Uscì al freddo e si incamminò. Qualcuno le aveva detto che dal Ponte Europa si poteva guardare giù e sentirsi in paradiso. Sentiva il ponte tremare sotto i suoi piedi ogni qualvolta un camion passava vicino a lei. Il vento era forte. Faceva fatica a respirare. Sentiva lo strapiombo alla sua sinistra. E sentiva l'altezza. C'era una luce.

    *******


    Colin era disperato. Un tassista impietosito si avvicinò e gli fece capire di aver visto Tara. Gli mostrò la direzione verso la quale si era incamminata. Non finì nemmeno di parlare. Colin correva. Correva forte.
    Parlava da solo mentre correva…
    Non sentiva nemmeno la terra sotto i piedi. Respira.
    Lo sapeva. Sapeva che Tara se n'era andata. Respira
    Lui capiva sempre cosa le passava per la testa. O almeno credeva. Respira.
    Lo sapeva che stava male. Respira
    Lo sapeva che avrebbe dovuto dimostrarle quello che provava per lei.
    Non respirava. Lo sforzo e il cuore che gli batteva forte nel petto. Dio, non voleva perderla.
    L'alcol gli faceva credere di correre più piano e allora si sforzava di più. La milza faceva male. Fitte insopportabili. Si fermò. Era vicino al casello. Provò la fortuna cercando di fare autostop. Ma chi si sarebbe fermato?
    Era sudato.
    Gli occhi gonfi e respirava affannosamente.
    Non si sarebbe fermato nemmeno lui se si fosse visto.

    Continuava a camminare. Sull'autostrada. I clacson che lo assordavano. La corsia d'emergenza sembrava non finire mai. Ma dove cavolo stava andando? Tara. Io non posso. Non voglio. Non riusciva a pensare chiaramente.

    Vedeva una luce. Un ponte. Sentiva il ponte ondeggiare sotto i piedi. Il vento lo trascinava in avanti. Non faceva più fatica. Sentiva lo strapiombo alla sua destra. E sentiva l'altezza.
    Una figura davanti. Una visione o realtà? Gli girò intorno e si fermò.
    La guardava. Lei guardava lui.
    Lui faceva fatica a respirare. Lei non lo vedeva, il vento le faceva andare il vento negli occhi.
    Lei aveva freddo. Lui sudava.

    Le montagne vicine erano calme. Come se si godessero lo spettacolo. Il rumore del vento tra gli alberi sembrava un grido sordo. Smetteva di tanto in tanto. Sembrava trattenesse il respiro per cercare di sentire e capire quello che stava succedendo.
    Le macchine sfrecciavano incuranti.

    Lui la fissava negli occhi. Non le vedeva il viso. Il vento era troppo forte e le scompigliava i capelli.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiavano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte.

    Uno strappo. Taraaaaaaaaaaa! Coliiiiiiiin! Ti amooooooooo…

    Un bacio.

    *******


    La luce della mattina rischiara le montagne. Dal ponte una voce in tedesco che urla. Colin grida che non capisce.
    La voce ripete in inglese: Siete matti??? Non si possono usare le attrezzature da bungee jumping a proprio rischio e pericolo! Ora vi tiro su, ma la multa è salata idioti!"

    Colin guarda Tara e sorride. Si, il suo sorriso "fanc… tutti". La guarda e dice: "Mi dispiace, non c'è più romanticismo al mondo, amore…"
    Lei risponde: "Ho freddo e mi gira la testa."

    Chiudono gli occhi mentre in tre li stanno issando. Colin bacia Tara sulle labbra. Come non l'aveva mai baciata. Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola.

  • 30 novembre 2005
    Storia di vite spezzate

    Come comincia: L'uomo è sdraiato sulla strada, puzza e trema. Guarda i ragazzi intensamente. Marika gli sorregge la testa dritta mentre Ivan si concentra per capire cosa il vecchio barbone sta cercando di dire. Il vecchio, con appena un fil di voce, si avvicina all'orecchio di Ivan e con l'ultimo respiro nei suoi polmoni sparla, dice di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli… non fa a tempo a finire la frase che se ne va. Marika sente un brivido dietro alla schiena come quel giorno lontano, in cui all'ospedale guardava Gaia tenere stretta la mano della mamma mentre i suoi occhi pieni di terrore cercavano invano di non chiudersi. Si reggeva all'ultimo filo di vita con tutte le sue forze, ma tra il silenzio dei suoi figli riuniti al capezzale, perse la battaglia contro la malattia che aveva combattuto così a lungo. Quel giorno Marika non parlò non mangiò e non dormì. Perché proprio questa vita? Perché proprio la sua famiglia? Ivan chiama un'ambulanza con il suo cellulare nuovo di zecca. Il proprietario sicuramente non si era accorto della mano lesta che si era insinuata esperta nella giacca per sfilarglielo sulla metropolitana. Non appena sceso, Ivan aveva buttato via la SIM e l'aveva sostituita con la sua. Era tanto tempo che sognava un cellulare così. Mentre guarda gli occhi sbarrati del povero barbone, pensa tra se che non vuole morire in un angolo di strada non trafficata, senza amici e con due completi estranei che cercano di salvarlo…i soldi contano, contano eccome! Ha già quindici anni e fra un po' sarà ricco. Marika lo riporta alla realtà. Devono andare a prendere Luna all'asilo e poi incontrarsi con Gaia che ha delle grandi novità. Dov'è finita l'ambulanza? Non c'è tempo, pensa Ivan, e con uno strattone trascina via Marika, la quale non oppone resistenza. Il vecchio resta per terra da solo fino all'arrivo dell'ambulanza.
    L'asilo è una costruzione nuova. La maestra sta seduta sui gradini. Vicino a lei c'è Luna. Gioca con la sua bambola senza un occhio e parla da sola tra se e se. La maestra ha l'aria stufa e tra l'indice e il medio della mano destra tiene una sigaretta accesa, mentre con l'altra mano corre veloce con il pollice sulla tastiera del suo Nokia. Scrive al fidanzato che stasera tarderà perché come al solito i fratelli della bimba senza genitori, non sono ancora arrivati.
    Marika non saluta nemmeno, prende la mano di Luna e la porta con se. Non c'è tempo. Gaia li aspetta già da venti minuti in piazza e sicuramente è lì con Thomas. Non l'ha ancora perdonato. E' convinta: è stato lui a vendere la roba a suo padre quella sera maledetta. L'hanno trovato nella vasca da bagno e non c'era più nulla da fare. Roba tagliata male.. succede… questo l'unico commento di Thomas. Da quel momento in poi odiava quel ragazzo con tutto il cuore. Gaia saluta Marika e da un bacio a Luna. chiede dov'è Ivan e poi spedisce Marika a casa con la bimba. E' un lavoro complesso e non vuole due bambine tra i piedi. Marika sa che deve ubbidire. Il giudice ha deciso che a occuparsi di loro sarebbe stata la sorella maggiore e quindi non ha scelta. Ancora due anni e sarà maggiorenne. Farà i bagagli e partirà inseguendo i suoi sogni. Riflette mentre cammina trascinandosi dietro Luna, che borbotta con la sua bambola.
    Ivan saluta Gaia e nello stesso momento anche Thomas appare da dietro l'angolo. Li guarda con i suoi occhi freddi come il ghiaccio e tira fuori una pistola. Gaia gli chiede se è matto a tirare fuori un'arma lì in mezzo alla strada, ma Thomas e Ivan si stanno già dirigendo verso la banca. Si guardano e fanno cenno di si con la testa. Prima di entrare si infilano i passamontagna e spingono la porta. Entrano.
    Le grida di Ivan e Thomas all'unisono minacciano le persone nella banca. Urlano di alzare le mani. Li stanno rapinando. Thomas l'antifona la sa a memoria e il piano l'ha ripassato più volte con Ivan. Sono convinti che dopo questo colpo si rilasseranno un po'. Una nuova macchina, discoteca. Forse un viaggio. A Gaia, per tenerla buona, hanno detto che il denaro servirà per la casa, dalla quale sono stati sfrattati dieci giorni fa. La gente si butta a terra. Due guardie giurate cercano di tirare fuori la pistola. Thomas spara, Ivan si gira e aiuta il compagno. Preme il grilletto. Per le guardie non c'è più nulla da fare. La gente grida. Una donna piange e stringe a se il figlio. Non c'è tempo da perdere. Un cassiere schiaccia l'allarme. Tutto accade così veloce, troppo in fretta. Thomas spara, ancora e ancora. A vanvera. Non vede più nulla, la paura lo acceca. Ivan ancora in preda al panico: ha appena ucciso un poliziotto. Un uomo. Non si muove, come paralizzato. Gli occhi sbarrati del vecchio all'angolo sono di nuovo lì e quelle parole che dicono di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli…. Sei persone per terra in un lago di sangue, non respirano più. La gente non urla più. Prega che tutto finisca. Thomas urla a Ivan di uscire con tutto il fiato che ha in gola. Corrono verso la porta. Sulla strada si sentono già le sirene della polizia. Il rumore dei freni sull'asfalto. I poliziotti saltano fuori dalle macchine gridando ai ragazzi di fermarsi e gettare le armi. Ivan la getta e si sdraia tremando. Thomas gira su se stesso, guarda Gaia gridare ma non capisce. Corre verso di lui. Uno sparo. Lei si accascia. Thomas si inginocchia vicino a lei. Le sorregge il capo. Trema. Lacrime nei suoi occhi. Il sangue le scivola tra i denti mentre le ultime parole sussurate sono la casa, Marika, Luna. Una nuova bambola per Luna. Poi il Buio.

  • 30 novembre 2005
    Sceneggiatura di un amore

    Come comincia: Una sera di luna piena, che si specchia in ogni pozzanghera, ed un cielo stellato da fare sembrare ogni altra cosa insignificante e minuscola, due ragazzi innamorati sono fermi su di un prato, in un parco nella periferia della città.
    L'aria è autunnale, un misto fra freddo e umido che trapassa le ossa fino a far tremare ogni lembo del corpo.

    Lei guarda lui fisso negli occhi: "Mi ami?" e distoglie lo sguardo con fare insicuro. Poi si volta di scatto verso di lui e ancora una volta, affondando i suoi occhi in quelli di lui: "Mi ami…" una pausa raggelante li divide: "Ma cosa vuol dire per te l'Amore?"
    Lui - ormai sull'orlo di una crisi di nervi -, sfibrato da una conversazione lunga e prevedibile, la guarda stanco e dice: "Non lo so… so solo che ti amo".
    Abbassa lo sguardo e gli occhi gli si inumidiscono.
    Sta cercando disperatamente di raccogliere i suoi pensieri migliori e di congiungerli in uno unico, ma chiaro, per spiegarle quello che prova.
    Non vuole dire nulla di sbagliato. Sembra sempre che come apra bocca faccia un errore. Si sente come Indiana Jones in una foresta amazzonica, piena zeppa di sabbie mobili, che quando metti il piede nel punto sbagliato è finita!
    Alza la testa e la guarda negli occhi.
    Vorrebbe scavare, scavare in fondo ai suoi pensieri. Cosa darebbe per sapere quello che lei vuole sentirsi dire. Non l'ha mai capito. Non l'ha mai capita.
    Queste lunghe pause lo irritano. Lo portano alla disperazione più profonda. Gli fanno paura.
    Ogni secondo di pausa per lei vuol dire che lui è insicuro, e che non sa veramente cosa prova per lei.
    Aggrotta le sopracciglia e sbotta: "Cavolo! Ti amo! Io Ti Amo! T I A M O !!! E ancora TI AMOOOO!"
    Le afferra le braccia, è livido dalla rabbia: "Cosa vuol dire per me l'Amore?? Non lo so! Non lo so per Dio! So solo che non ho mai provato nulla di simile in tutta la mia vita!" La lascia e si allontana continuando ad urlare: "Mi porta via il cuore, lo lacera, lo picchia e lo butta a terra! Ma poi lo rialza… NON RIESCO A SPIEGARLOOOO" Si porta le mani ai capelli e si guarda intorno come qualcuno che cerca aiuto nel buio, in un vicolo cieco, senza una meta o un fine.

    Lei lo guarda impassibile. Cerca anche lei di scrutare il suo ego. Di trovare un significato in tutto questo.
    Lo sa, che gli sta facendo del male. L'ultima volta aveva giurato a se stessa di non farlo più. Di non torturarlo più. Ma è più forte di lei. Le fa paura. Quello che lui potrebbe pensare o sentire la terrorizza.
    Guardando nel vuoto lei sorride: "Anch'io ti amo."
    Poi si gira verso di lui.
    Il suo sguardo è esausto, lo sguardo di chi non sa più dov'è e perché: si è perso così tanto tempo fa che comincia a credere di trovarsi solo in un brutto sogno.
    E' lì, davanti a lei, ha ancora le mani nei capelli. Lentamente le braccia gli scivolano verso il basso a ciondoloni, e rimane incredulo a guardarla. Sfinito e incredulo.
    Cosa ha fatto ora?
    Cosa le ha detto?
    Lo sta prendendo in giro?
    Domande che gli frullano nella testa come automobili ad un incrocio con il semaforo guasto all'ora di punta.
    Quanto è durata questa discussione?
    C'era il sole in cielo. Erano abbracciati stretti, stretti sulla panchina, e poi è iniziato tutto.
    Lui le accarezzava i capelli e le sfiorava la guancia con le sue labbra morbide e calde. Di colpo, le stesse labbra calde si sono avvicinate al suo orecchio e timide hanno sussurrato: "Ti amo".
    Così è cominciato tutto! Ora se lo ricorda!
    Tutto per due parole che non significano niente, ma possono significare tutto; e adesso, dopo interminabili ore scandite da silenzi pieni di significato e tentativi esasperati di spiegazioni sbagliate (spiegazioni di che cosa poi?), lei si arrende. Si arrende così.
    Lui la guarda sempre più incredulo e diffidente.
    La sfida le si legge nelle pupille. Gli prende le mani e le porta al suo viso come una richiesta muta di complicità e tenerezza. Lo stringe a se e sussurra: "Mio Dio! Era questo che volevo sentirti dire!".
    Lui, le braccia ancora ciondolanti, non riesce a lasciarsi andare alle carezze e a questo abbraccio che sa di inganno, ma anche di tregua. Non dice nulla. E ci prova. Le cinge la vita, con cautela.
    Lei socchiude gli occhi. Finalmente lui risponde all'abbraccio e le sue dita le esplorano i lineamenti del viso fino ad accarezzarle il collo morbido per poi risalire lentamente e soffermarsi sulle labbra, che sussurrano: "Questo… Che l'Amore non si può spiegare, non si riesce a quantificare. Si sta male. Vorrei urlare a tutto il mondo quanto ti amo."
    Lei riapre gli occhi, si allenta dalla stretta e lo guarda. Spalanca le braccia e si lascia andare all'indietro. La sua voce da quel fievole respiro che era, si alza: "Voglio gridarti quanto ti amo!"
    Si libera dal suo abbraccio e comincia a girare su se stessa come una trottola a braccia aperte: "Che ti amo tanto così!"
    Si ferma barcollando e comincia a ridere, come se fosse ubriaca. Ubriaca di sentimenti mescolati, che fanno male come un cocktail di superalcolici. La voce la lascia e ansimando sussurra: "Ma è sempre troppo poco. Sempre maledettamente troppo poco…".
    Le lacrime scivolano sul suo viso.
    Si lascia andare, ma lui la prende prima che perda l'equilibrio.
    Anche lui sta piangendo. È felice, è sollevato.
    L'abbraccia forte a sé. La bacia prima teneramente e poi la passione… fino ad accarezzarsi le labbra e le anime.

    Ma alla fine: cosa vuol dire "Ti amo"?

  • Come comincia: Since I was a child I have been like this. A bit weird: happy but not too much. Sad but not too much. Like some kind of fat plant, not too happy but not too sad either.
    Once someone told me about a kind of syndrome, some mental disease or psychotic state that prevents people from feeling pain. I have asked myself over and over whether this is possible. Could my head form such a condition so that I will stop hurting?
    I am on a meadow. All around me there is green mixed with all sounds of a spring that seems to come, but that changes its mind suddenly. I look at the sky. My nose itches. I can see a bee approaching. Shall I stand up? I am scared. But scared of what? It's just physical pain.
    Suddenly the bee changes. A green light pierces it, turns it red and then so yellow that my eyes burns. I can't see anymore.
    My sight comes back: The bee is now an elephant with a rhino horn on its forehead and a pair of huge purple eyes. It looks at me and gestures me to follow with its paw. On its back there's a golden saddle adorned with diamonds, but as I try to mount it, the animal starts to flail. It gets angry and runs away.
    I start running to follow.
    The green meadow melts together with all rainbow colours. Mixing up again and again like a painter mixes up the colours with a brush on his palette. Oh God, my head spins.
    I fall down into a purple vortex and I get swallowed up. I whirl and whirl around like a spin on a gaming table, like a roulette ball.
    Suddenly I detour and start spinning the other way round. Then I slow down. I can see the Eiffel Tower in the middle of the Forum Romanum. There are also pyramids and sphinxes dancing around them like American Indians dancing around the fire before going into battle.
    They look happy and sing a familiar song.
    There comes a blue seal with a dazzling smile. It takes my hand and asks me to dance. We dance the rumba! We move beautifully on a purple dance floor.
    Suddenly the seal, whose name's Madeleine, steps on my foot. I tell her that it's nothing, that it doesn't hurt, but she starts to cry like crazy. She's in hysterics and starts pulling out her moustache.
    I keep on trying to calm her down, I even try to touch her but she cries louder and louder.
    The music stops and everything turns dark blue. It looks like a synthetic night. I look around and the seal has vanished. I am on my own. Totally abandoned and it's getting cold. I didn't carry a jacket with me and now I start to tremble. My hands are frozen and my feet are paralysed.
    At the back of the dance floor I can see a small purple dot, which looks like a light. It gets stronger and stronger and it attracts me. I can't fight it, even if I don't know where I'm going, this persistent sparkle lures me in. I am scared because I can't see where I'm stepping.
    A deafening noise crashes my eardrums. A hiss resounds through the maze in my brain and shakes almost ever single neuron still alive like an earthquake. I hold my ears, but it doesn't help. It doesn't stop: it's in my head. I can feel as it tries to destroy every single piece of my skull. It crushes my reason.
    I can't stand. I get down on my knees and put my head between my legs. I squeeze my head to make it stop.
    Suddenly I get sucked in and up and up. I can't hold my ears and I let it go. The hiss is still there, but it's getting thinner. When I look down I can see the mountains with their sharp tops and I get scared.
    I am afraid to fall down and get spread like peanut butter on some of those rocks.
    I look up, down, on the right, on the left, but there is nothing: nothing that holds me, no birds, no strings. I fluctuate on my on in this endless sky. I can hear the noise of the wind, feel the cold that cuts my face.
    I see dots in front of me. So many. They must be stars, I think, but they come nearer. Oh God I will knock into something! I can feel it!
    But no! It's not stars. No, it can't be true. I can't believe it. It's hens. A flock of real purple hens that fly in the sky. Their feathers are purple and they wear aviator glasses. They shout at me, but I am deafened by the wind. Oh boy, they are flying into me! I will not be able to dodge them all. I try to detour. I move my legs swimming freestyle, then like a frog, but I can't move. I huddle up and grind my teeth. The hens are on me. I feel them shootint around me. I bounce around like a flipper ball. I lose my balance and I fall.
    But I fall slowly, like a feather. I bounce again from one cloud to another: they're all purple. I swallow some: they taste bad, like back then at the hospital when I got my tonsils pulled out. The anesthetic went through a pipe down my throat like snow flakes. I fall asleep.
    I wake up on a straw sheaf. A pitchfork pierced near my head and a purple apron hangs on it.
    I can hear voices but I can't see anyone. Laughter, I turn around: nothing. Sneerings, I turn the other way: still nothing. I wait a bit and whistle nonchalantlty. Abruptly I turn around and I see them: five yellow and purple polka dots frogs that are looking at me, They wear some kind of brand new boots that were trendy in the nineties. I ask them where to find those as no one sells them anymore. They gape at me and start sneering again, then they jump away leaving me alone while a wonder where the hell did they buy those boots. I am still thinking and I get tired. I lay down on the sheaf that is getting warm like those electric duvets.
    The sky is getting cloudy and I can see the first lightings on the horizon. I don't know where to go for shelter. I don't know where I am, alone in the middle of a purple meadow on a sheaf!.
    Suddenly from the sheaf yellow tentacles shoot out. They take my arms and legs pulling me up. Then they just set me down next to the sheaf, which is now a mass of yellow-greenish tentacles. They still hold me down while I try to break free with all my strength. One of the tentacles holding my leg slaps me so hard and then from the sky there comes a single strong jet of cold water that splashes on my face.
    I open my eyes. I am on the floor. Ducky, the barman, holds a bucket that looks like it was full of water a minute ago. Baby and Titty are kneeling next to me and hold my legs and arms down. Titti is blabbering about me having convulsions and Ducky gapes at me like somebody who just saw someone else die in front of him. He starts telling me that he is sorry, that he shouldn't have thrown that pill into my cocktail. I look at him and frown. Then I say: “Ducky, be a good boy and fix me another of those purple cocktails, will you?”
    I start laughing and then darkness enfolds me.
    Around me I can hear shaken voices shouting aloud. Did I faint? Am I passing away? Or am I dead? Who cares? I had a hell of a fun!

    TRADUZIONE

    Sin da bambina sono stata così. Un po’ strana: allegra, ma non troppo. Triste ma non troppo. Una sorta di pianta grassa né troppo felice, né troppo infelice.
    Qualcuno mi ha parlato una volta di una sindrome, una specie di malattia mentale o stato psicologico a causa del quale alcuni individui non sentono il dolore. Mi sono domandata spesso se ciò è possibile. Se nella mia testa si può formare una tale condizione da impedirmi di soffrire.
    Sul prato. In mezzo al verde e ai rumori di una primavera che sembra arrivare, ma che all’ultimo momento ci ripensa. Guardo il cielo. Mi prude il naso. Vedo avvicinarsi un’ape. Mi alzo? Ho paura. Ma paura di che? E’ solo dolore fisico.
    Ad un tratto l’ape si trasforma. Una luce verde l’attraversa, diventa rossa e poi di un giallo così intenso che mi lacrimano gli occhi. Non ci vedo più.
    Riacquisto la vista: l’ape è diventata un elefante con un corno da rinoceronte in mezzo alla fronte e con un paio di grandi occhi viola. Mi guarda e mi fa cenno con la zampa di seguirlo. In groppa ha una sella d’oro tempestata di diamanti, ma quando mi appresto a salire comincia a dimenarsi. Si arrabbia. Scappa.
    Io comincio a correre per seguirlo.
    Il prato da verde che era, si fonde insieme a tutti i colori dell’arcobaleno. Mischia e rimischia come un pittore mescola i colori su una tavolozza con il pennello. Oddio mi gira la testa.
    Cado in un vortice viola e vengo inghiottita. Giro, giro e giro come una trottola su un tavolo da gioco, come la pallina della roulette.
    All’improvviso inverto la rotazione. Da veloce comincio a ruotare sempre più lentamente. Vedo la Torre Eiffel tra le rovine del Foro Romano. Ci sono anche le piramidi e le sfingi che danzano intorno a loro, come indiani nel Far West intorno al fuoco, prima di iniziare un combattimento.
    Sono felici e cantano una canzone che mi sembra familiare.
    Ecco che in un momento, una foca azzurra con un sorriso smagliante si avvicina. Mi prende per mano e mi invita a ballare. Balliamo la rumba! Divinamente ci muoviamo su questa pista da ballo viola.
    Improvvisamente la foca, che si chiama Madeleine, mi pesta un piede. Le dico che non fa nulla e che non mi ha fatto male, ma lei scoppia a piangere fragorosamente. Un pianto isterico. Comincia a strapparsi i baffi.
    Continuo a rassicurarla e provo anche a toccarla, ma continua a piangere sempre più forte.
    La musica smette ed ecco che tutto diventa blu scuro. Sembra quasi una notte sintetica. Mi guardo intorno e la foca non c’è più. Sono da sola. Completamente abbandonata a me stessa e fa anche freddo. Non mi sono nemmeno portata una giacca e comincio a tremare. Le mani sono ghiacciate, i piedi immobilizzati.
    In fondo alla sala vedo un puntino viola, che sembra una luce. Diventa sempre più intensa e mi attira. Non ci posso fare niente, anche se non so dove sto andando, vengo richiamata da quel luccichio insistente che sembra chiamarmi. Ho paura perché non so dove metto i piedi mentre cammino verso il puntino.
    Un rumore assordante mi spappola quasi del tutto i timpani. Un fischio rimbomba nei meandri del mio cervello e scuote qualsiasi neurone ancora vivo come un terremoto. Mi tappo le orecchie, ma non serve a niente. Non smette: è nella mia testa. Lo sento come si affanna a distruggere ogni lembo del mio capo. Mi maciulla la ragione.
    Non ce la faccio a stare in piedi. Mi inginocchio e infilo la testa fra le gambe. Stringendo per aiutare le mani a schiacciarmi la testa e farlo smettere.
    Di colpo vengo aspirata in alto, sempre più in alto. Non riesco a tenere le mani sulle orecchie e mi lascio andare. Il fischio c’è sempre, ma è più fievole. Sotto di me vedo le montagne con le loro cime aguzze e la paura mi assale.
    Ho una paura matta di cadere e spalmarmi come Nutella su qualche roccia.
    Guardo su, giù, a destra e a sinistra, ma nulla: nessuno mi tiene, nessun uccello, nessun filo. Fluttuo sola e soletta per il cielo infinito. Sento il rumore dell’aria e il vento freddo che mi taglia il viso.
    Vedo puntini davanti a me. Tanti puntini. Sono stelle, penso, e si avvicinano. Oddio mi schianterò contro qualcosa! Me lo sento!
    Ma no! Non sono stelle. No, non può essere. Non ci credo. Sono galline. Uno stormo di galline vere che vola per il cielo. Le loro piume sono viola e indossano occhiali da aviatore. Mi gridano qualcosa, ma il rumore del vento mi tappa le orecchie. Mamma mia! Mi vengono addosso! Non riuscirò mai a schivarle tutte. Tento di cambiare rotta. Muovo le gambe come se nuotassi a stile libero e poi a rana, ma non riesco a muovermi. Mi raggomitolo su me stessa e stringo i denti. Le galline mi raggiungono. Me le sento sfrecciare intorno. Mi assalgono. Sbatto fra di loro come la sfera in un flipper. Perdo l’equilibrio e cado.
    Però non a strapiombo: lentamente come una piuma. Rimbalzo da una nuvola all’altra: sono tutte viola. Ne assaggio un pezzo: hanno il sapore squallido come quella volta che, da piccola, mi hanno operato alle tonsille. L’anestetico scendeva direttamente nella mia gola sottoforma di fiocchi di neve attraverso un tubo. Mi addormento.
    Mi risveglio su un covone di paglia. Un forcone è stato infilzato a pochi centimetri dalla mia testa e su di esso qualcuno ha appeso un grembiule viola.
    Sento delle voci, ma non vedo nessuno. Risate, mi giro: niente. Sghignazzate, mi giro dall’altra parte: ancora nulla. Aspetto un po’ e fischietto con nonchalance. Di scatto mi volto e le vedo: cinque rane gialle a pois viola che mi osservano. Indossano degli scarponcini alla moda stile anfibi anni ottanta. E’ vero! Non sono più di moda! Chiedo loro dove li hanno comprati giacché oramai sono praticamente introvabili nei negozi. Mi contemplano e poi si guardano: sghignazzano nuovamente e poi saltellano via lasciandomi seduta lì su quel covone a pensare a dove abbiano mai comprato quelle scarpe.
    Penso, penso e ripenso. Mi sento stanca. Mi sdraio sul covone che è diventato caldo come le coperte che si riscaldano con l’elettricità.
    Ecco che il cielo si incupisce e all’orizzonte appaiono i primi lampi. Non so dove andare. Spaesata in mezzo ad un prato viola sdraiata su un covone.
    Da esso, tutto ad un tratto, scivolano fuori dei tentacoli gialli e mollicci. Mi prendono le braccia e le gambe sollevandomi. Infine mi poggiano per terra accanto al covone che ormai è diventato un ammasso di tentacoli gialli e verdognoli. Non mi lasciano né le gambe e né le braccia mentre io cerco di divincolarmi con tutte le mie forze. Uno dei tentacoli che mi tiene una gamba mi tira uno schiaffone da panico e poi dal cielo piove un unico potentissimo getto d'acqua viola che si infrange sulla mia faccia.
    Apro gli occhi. Sono sdraiata sul pavimento. Ciccio, il barman, ha in mano un secchio, che fino a qualche minuto prima era colmo d'acqua fredda.
    Baby e Titti sono inginocchiate vicino a me e mi tengono ferme gambe e braccia. Titti blatera qualcosa come il fatto che ho avuto delle convulsioni strane e Ciccio mi fissa con gli occhi spalancati e terrorizzati di chi ha visto morire qualcuno; poi mi dice, con voce spezzata, che gli dispiace e che non avrebbe dovuto sbriciolare quella pastiglia maledetta dentro il mio cocktail.
    Io lo guardo, aggrotto la fronte e dico: “Ciccio, fammi ancora uno di quei cocktail viola, da bravo”. Scoppio a ridere e poi il buio.
    Intorno a me sento solo le voci agitate che gridano. Sono svenuta? Sto morendo? O sono morta?
    Ma chi se ne frega! Mi sono divertita una cifra!

  • Come comincia: Marco chiese una bicicletta al suo papà e lui la comprò.

    Punto. Questa è la storia. Vi chiederete: “Come? Tutto qui?!”.

    Allora:
    “La bicicletta era fiammante rossa con i rapporti. Marco era troppo piccolo per saperli usare, ma era orgoglioso della sua bicicletta rossa fiammante con l’adesivo dell’ultimo Giro d’Italia sul manubrio. Il signore che l’aveva venduta al suo papà, aveva detto che era un pezzo da collezione. Una vera chicca. Sarebbe costata molto di più, ma per quel bambino simpatico e allegro il signore aveva chiuso un occhio.

    Quello che Marco e il suo babbo non sapevano era che la bicicletta apparteneva a qualcun altro, ed era stata rubata qualche settimana prima in un parco giochi.
    Fabio, il proprietario, era un bimbo di sette anni – la stessa età di Marco – e quel giorno era infinitamente triste.
    La sua bicicletta rossa fiammante era stata un regalo dello zio per il suo compleanno. Erano andati a vedere insieme il Giro d’Italia quel giorno, e lo zio gli aveva regalato un adesivo da attaccare al manubrio.
    Nonostante la mamma e il papà lo rincuorassero dicendogli che gli avrebbero comprato una bicicletta nuova uguale alla sua, Fabio era inconsolabile.
    Voleva solo ed esclusivamente indietro la sua!

    Marco, dall’altra parte della città pedalava felice e contento con il suo papà che lo osservava orgoglioso. Si sentiva come Bartali su quella bicicletta e non l’avrebbe lasciata per nessuna ragione al mondo!
    Marco cresceva a vista d’occhio.
    Quando divenne troppo grande per la sua amatissima bicicletta, suo padre decise di venderla. Marco lo supplicò per giorni interi finché un bel giorno il babbo capitolò. Impacchettò la bicicletta per bene nel nylon e la parcheggiò in cantina.

    Marco era un uomo ormai. La sua fidanzata, Erica, si era abituata alle sue stravaganze. La sua collezione di biciclette di ogni epoca sul mobile in soggiorno non le dava più fastidio, anzi alla fine ci si era quasi affezionata.
    Quando morì suo padre, poco dopo la morte della sua amata mamma, sembrava che per Marco la vita fosse finita. Non avesse più senso.
    Grazie ad Erica, però, riuscì ad andare avanti e cercò di spazzare via il dolore che stava provando. Lei aspettava un bimbo. Questo era il futuro e lui avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello. Il lavoro era divenuto a questo punto una pizza. Sempre gli stessi compiti, mai un aumento di stipendio e i capi sempre a fargli notare che non valeva nulla. Poi nacque Andrea. Da quel giorno Marco non fu più lo stesso. Il lavoro era passato del tutto in secondo piano, sempre che fosse mai stato importante. I capi potevano dire tutto ciò che volevano. Lui valeva. Valeva eccome! Il suo valore era tutto in quella creatura piccola che ogni giorno imparava qualcosa di nuovo. Il miracolo della vita. E Marco era parte di quel miracolo.
    Avrebbe tanto voluto che suo padre fosse stato lì in quel momento. Che avesse potuto abbracciare suo nipote. Ma lo sentiva vicino come non mai. Mai prima di quel giorno all’ospedale, tenendo in braccio quel fagottino, aveva capito cosa voleva dire essere padre.

    Andrea ormai cresceva velocemente. Marco cresceva con lui. Quando suo figlio compì sette anni, si decise. Prese la forza e andò in cantina. Era la cantina della sua vecchia casa. La casa del suo babbo. Lei era lì. Ancora avvolta nel nylon con un dito di polvere sopra. La sua amatissima bicicletta. Rossa fiammante come il primo giorno che la vide!
    La spolverò e la rimise in sesto per benino. Nel giorno del suo compleanno, Andrea la ricevette in regalo. Gli brillavano gli occhi e Marco, pieno di gioia, gli insegnò a pedalare come tanti anni fa aveva fatto con lui il suo babbo.
    L’adesivo di quel lontano Giro d’Italia resisteva ancora. Resisteva a tutto: urti, pioggia, graffi, ruggine. Era come se lui e la bicicletta fossero un tutt'uno da sempre.
    Andrea continuava a crescere ogni giorno di più, come era cresciuto Marco alla sua età.
    Non passò molto tempo e la bicicletta riprese il suo posto in cantina. Avvolta nel suo vecchio amico nylon.

    Andrea ora studiava all’università. Aveva deciso di non allontanarsi da casa e di seguire un corso il più vicino possibile. Suo padre, infatti, non stava più molto bene anche se non lo voleva dare a vedere per non essergli di peso.
    Erica se n’era andata da qualche anno ormai, lasciando un vuoto enorme nei cuori dei due uomini. Se n’era andata proprio come la sua mamma e Marco non era riuscito a superare il dolore.
    Pian piano si era lasciato andare e la sua vitalità si era spenta come una candela accesa per mesi.
    Andrea passava il tempo fra l’università e casa sua. Studiava e curava suo padre. Quest’ultimo oramai era più di là che di qua, ma l’amore che provava per suo figlio lo tratteneva ancora.
    Un giorno chiese ad Andrea di portarlo in cantina.
    Lì rimase assorto nei suoi pensieri per ora, davanti alla sua vecchia bicicletta rossa fiammante impacchettata nel nylon.
    Quanti bei ricordi, quante risate.
    Quegli anni sembravano così lontani eppure erano passati come un soffio. Guardava suo figlio e negli occhi gli si leggeva un misto di venerazione e invidia.
    In quei giorni Andrea studiava sempre più spesso nella caffetteria all’università. C’era una ragazza, che ci lavorava come cameriera, Isabella. Lui se n’era innamorato perdutamente.
    Beveva litri di caffè tutti i giorni solo per poterla vedere. Era bellissima e gentile. Sorrideva sempre. Lui non trovava il coraggio di chiederle di uscire. Sicuramente sarà fidanzata era il pensiero ricorrente che gli schizzava nella testa.
    Isabella in cuor suo, sperava ogni giorno che lui la invitasse ad uscire, anche solo per andare al cinema o mangiare un boccone da qualche parte. Sarà fidanzato era il pensiero ricorrente che le martellava il cervello.

    Un lunedì mattina, Andrea si recò come il suo solito alla caffetteria. Era deciso ormai! Le avrebbe chiesto di uscire.
    Lei era lì. Aveva avuto paura di non trovarla. Per uno strano motivo aveva sentito il terrore irrazionale di non vederla. Ma era lì. Era bellissima. La coda per il caffè sembrava non finire mai e Andrea era spaventato al pensiero che a causa dell’attesa, quel briciolo di coraggio che aveva racimolato, scomparisse.
    Quando arrivò il suo turno rimase bloccato lì. Lei era in piedi davanti a lui, lo osservava e sorrideva. Sembrava che il tempo si fosse fermato e che le ginocchia non sapessero più dov’erano di casa.
    Si guardarono a lungo senza proferire verbo.
    Ad un tratto da dietro una voce li riportò alla realtà: “E allora vogliamo fare notte?”, sbottò l’uomo alle sue spalle. Andrea sussultò e così anche Isabella. Per un attimo il suo splendido sorriso si spense sulle sue labbra e Andrea la guardò preoccupato.
    Come se la sorte di tutta l’umanità e dell’universo intero dipendesse da un suo sorriso.
    Lei abbassò lo sguardo “Se non mi dici cosa vuoi fra un po’ ci linciano”.
    “Te” la risposta scivolò dalla bocca di Andrea inaspettata. “Non un tè, te: voglio te” si corresse per paura di venire frainteso.
    Isabella arrossì, ma dal suo sorriso ora trapelava la felicità che le era salita dal cuore.
    Andrea restò seduto nella caffetteria fino all’ora di chiusura. Si erano messi d’accordo di andare al cinema, ma quella sera il cinema se lo scordarono.
    Passeggiando chiacchierarono per tutta la notte. Nel freddo della città.
    Il primo bacio fu un fulmine. Paragonabile alla sensazione di infilare le dita in una presa elettrica.
    Passarono i mesi.

    Un giorno di gennaio Marco non si svegliò. Andrea lo trovò nel suo letto, come se dormisse, col sorriso sulle labbra e una delle sue biciclette da collezione sul comodino vicino alla foto della sua Erica.
    I giorni a seguire furono per Andrea una doccia fredda. Era solo. Isabella era dovuta partire dopo nemmeno una settimana dal loro primo bacio perché la sorella aveva partorito.
    Passava le giornate davanti alla TV a piangere e dormire. Isabella lo chiamava ogni sera, ma lui non riusciva a parlare.

    Un giorno di marzo suonarono alla porta. Andrea andò ad aprire e per la prima volta in tutti quei lunghi mesi il mondo sembrava aver cambiato luce. Isabella stava lì in piedi e sorrideva. Lo abbracciò e lo baciò. Quella notte fu per Andrea come una rinascita o un risveglio da un coma profondo.
    Sdraiati l’uno vicino all’altra, accarezzandosi, si raccontarono tutto. Le loro più grandi paure, i loro sogni più nascosti.
    Improvvisamente Andrea, senza sapere il perché, raccontò di suo padre e della sua bicicletta rossa fiammante. “Lo sai, il mio babbo amava tanto la sua bicicletta. La venerava”
    Isabella sorridendo “Si, so cosa vuol dire” sussurrò “Mio padre ha rimpianto la sua bicicletta fino alla sua morte. Diceva che lo aveva stregato. Da quando da piccolo l’avevano rubata. Mio nonno mi raccontava sempre che suo fratello l’aveva regalata a mio papà quando aveva appena sette anni. Poi erano andati a vedere il Giro d’Italia e l’adesivo sul manubrio era il ricordo che lo faceva stare più male”.
    Andrea sussultò.
    Isabella continuava “Pensa che quel giorno, mio padre era così felice, e per paura che qualcuno si sbagliasse e la portasse via, sotto la sella della bicicletta scrisse il suo nome”.
    Rideva mentre Andrea rimaneva in silenzio a riflettere.
    Si alzò di scatto e le disse di seguirlo. Lei, che non capiva il perché, si alzò e lo accompagnò senza fare domande.
    Scesero insieme le scale che portavano alla cantina. Andrea aprì la porta e accese la luce.
    Era lì. Nell’angolo. La bicicletta rossa fiammante che era della sua famiglia ormai da due generazioni.
    Lentamente Andrea, come se avesse paura che si frantumasse e cadesse in mille pezzi, la liberò dal nylon che la proteggeva. Sotto il sedile c’era un nome. “Come si chiamava tuo padre?” chiese con un filo di voce ad Isabella. “Fabio” bisbigliò lei.
    Andrea girò la sella verso la luce per fare vedere ad Isabella quello che aveva letto lui.
    Il nome scritto sotto il sedile, con la calligrafia di un bambino, lo si leggeva distintamente dopo tutti quegli anni: Fabio.
    Isabella ed Andrea si guardarono a lungo negli occhi. Un sorriso complice. Un bacio. Il destino sottoforma di una bicicletta rossa fiammante.”

    Ora si che la storia è finita, ma non quella della bicicletta...

  • 30 novembre 2005
    Mi dispiace, scusami

    Come comincia:

    Il sole era alto in cielo. Era mezzogiorno. C'era vento e non faceva caldo. La mia testa girava ancora e sentivo i brividi attraversarmi tutta. Avevo passato la notte in bianco, l'ennesima.
    Perché glielo lasciavo fare? Perché non mi ribellavo?
    Era passato più di un anno ormai ed era troppo tardi. Mi ero innamorata.
    Avevo giurato a me stessa che non mi sarebbe più successo. Nessuno mi avrebbe fatto ancora del male. L'avevo sentito dire alla televisione una volta: le donne cercano sempre lo stesso uomo. Se quello prima le aveva ferite, ne cercavano uno uguale. Mi aveva fatto ridere, io non ero così stupida. Non mi sarebbe sicuramente successo di nuovo. Nessun uomo mi avrebbe fatto soffrire ancora ed eccomi seduta sull'orlo del fiume a guardare la mia immagine riflessa in una piccola insenatura di acqua stagnante. Il viso pallido e stanco. Gli occhi gonfi e rossi.
    In tanti dicevano che ero una bella ragazza, ma dove mi ero persa?
    Mi ero persa ancora una volta.
    Nella mia testa rimbombavano i commenti dei miei amici, quello che mi dicevano in faccia. Non volevo nemmeno immaginare cosa si raccontavano mentre non c'ero. L'altra sera al pub era stato un susseguirsi di "Ma non vedi che non gliene frega nulla di te?" oppure "Se gliene importasse qualcosa ti cercherebbe…" e ancora "Si sta divertendo senza di te, non ti sei mai chiesta a che cosa gli servi?". Infine quello più pesante, che aveva fatto male da morire: Anna, la mia migliore amica "Pensavo di poter essere finalmente felice per te. Invece è l'ennesimo stronzo che ti fa soffrire.".
    Seduta vicino all'acqua con quel suo mormorio rilassante, cercavo di scacciare i cattivi pensieri. Mi dicevo che tutte quelle cose non erano vere. Lui aveva detto di amarmi. Mi aveva cercato per tutta la vita e mi aveva trovato. Voleva stare con me per sempre e farmi felice. Ero la donna perfetta. Ma non ero io. Era una sua fantasia e come tutti gli altri, quando si era accorto che la sua non era una donna perfetta, si era creato un mondo per allontanarsi. Ero diventata scomoda. Ero diventata "come tutte le altre".
    Le parole dolci e le promesse erano svanite nel nulla e al loro posto erano rimaste le battutine sarcastiche e ironiche, che pugnalavano come un coltello affilato. Non avevo più la forza di combattere e abbattere quel muro freddo, ma lo amavo. Lo amavo così tanto che spesso mi mancava l'aria.
    Mi sentivo morire in quei momenti. Un dolore come se due mani enormi s'infilassero nel mio petto e, afferrandomi il cuore, dapprima lo stringessero e poi lo lacerassero a metà. Non era una metafora, provavo una vera e propria sofferenza fisica e anche il groppo in gola, i brividi attraverso il corpo.
    Erano appena passate due ore. Gli avevo solo detto che mi faceva del male comportandosi così. Non aveva risposto ed io me n'ero andata.
    Lo faceva per punirmi? Si sentiva felice ferendomi così? Provava qualche soddisfazione nascosta che io non capivo?
    Ero stanca e stufa. Mi conoscevo e sapevo che così non sarebbe andata avanti a lungo. Io non avevo la pazienza delle altre sue donne e l'amore non sarebbe bastato. Gli avrei ancora dato un po' di tempo. Un anno ancora forse e poi gli avrei detto, guardandolo negli occhi, che non aveva più senso. Stavo male con lui anche se lo amavo intensamente. Non mi avrebbe mai potuto dare quello di cui avevo bisogno: la sensazione di essere amata.
    Io non avevo paura di restare da sola. Sola ero rimasta a lungo. Meglio sola tutta la vita che la percezione di essere inutile e superflua.
    Mi guardavo e mi osservavo. Le lacrime fluivano dai miei occhi, automaticamente ormai. Nemmeno mi accorgevo di piangere e mi capitava spesso ultimamente. Non era debolezza anche se lui lo pensava. Era dolore.
    Per lui ero diventata trasparente. Un bisogno. Un soprammobile. Pronta ad essere presa ed usata nel momento del bisogno.
    Cosa dovevo fare?
    Io l'amavo ed ero sicura che anche lui mi amava. Il suo, era però un amore "part time"! Sorrisi a quel pensiero.
    Mi specchiai ancora. Ero lì da sola. Inutile aspettare. Lui ed il suo orgoglio non sarebbero venuti a cercarmi.
    Mi alzai faticosamente. Indolenzita, con le mani scrollai dai jeans i residui di terra e sassi che mi si erano appiccicati addosso.
    Lentamente discesi il piccolo sentiero che conduceva alla casetta. La primavera stava arrivando e si sentiva nell'aria. Per qualche giorno aveva piovuto e l'odore umido faceva bene ai miei polmoni. Tutto intorno era un esplodere e mescolarsi di colori vecchi e nuovi, che salutavano l'inverno.
    La casa era lì, dove l'avevo lasciata. Sarebbe stato quasi meglio, come in una favola, non averla trovata più. Un sogno/incubo da dimenticare.
    Mi fermai per qualche istante davanti alla porta d'entrata. Girandomi vidi le auto. La mia, parcheggiata al sole, sembrava chiedermi di salire e scappare via.
    Entrai. Lui era in soggiorno con gli occhi fissi sulla tele. Era domenica e c'era il Gran Premio di Formula Uno. Il rombo monotono dei motori che scivolavano sul circuito mi fece venire in mente quanto monotona fosse diventata la mia vita. Mi avvicinai alla poltrona. Lui, come se nulla fosse, forse in preda ad uno strano istinto di affetto, mi prese la mano e l'accarezzò. Magari voleva venire a cercarmi, ma l'interesse per la meccanica e le corse l'aveva trattenuto.
    "Non ha più senso. Me ne vado." quelle parole scivolarono dalla mia bocca come se a pronunciarle fosse stata un'altra donna.
    La mano di lui si irrigidì sulla mia. Continuava a fissare la televisione. Forse non era più concentrato come prima, ma era l'ultimo giro! Io e la mia isteria avremmo indubbiamente potuto aspettare ancora un po'…
    Mentre mi allontanavo verso la nostra camera per mettere insieme le mie poche cose, lo sentivo alzarsi dalla poltrona. Distinguevo esattamente la sua incertezza. Era l'ennesimo mio capriccio? Li chiamava capricci. Diceva che noi donne eravamo state viziate con le attenzioni e ne volevamo sempre.
    Mi ero sempre chiesta che fatica poteva provare un uomo a mostrare attenzioni. Una parola dolce, un sorriso, un messaggio attaccato alla porta del frigorifero, una telefonata solo per sentire la nostra voce. Perché a noi tutto ciò non costava nulla? Meno di un minuto del nostro preziosissimo tempo.
    Domande che mi frullavano nella mente mentre tremavo e piegavo i miei vestiti davanti alla valigia aperta.
    Sentivo che lui stava in piedi dietro di me. Avvertivo la sua presenza, ma non volevo guardarlo. Avevo paura del suo viso e della sua espressione.
    Tempo fa gli avevo detto per l'ennesima volta che mi sentivo trascurata e lui si era arrabbiato. Mi aveva urlato e detto cose che non volevo ricordare. Da quel giorno non le volevo più risentire; le volevo cancellare dai miei ricordi.
    Mi ero tenuta tutto dentro.
    Chiusi la valigia. Mi dovevo girare per uscire dalla camera. Trattenendo il respiro mi voltai verso di lui. Mi guardava impassibile senza dire nulla. Stava preparando un discorso nella sua testa, ma non era sicuro delle parole da usare? Aveva il viso stanco e per un momento esitai. Soffriva anche lui?
    Sentivo le lacrime che spingevano per venire fuori, ma non volevo piangere davanti a lui. L'avrei fatto in macchina, come sempre. Lui aveva letto da qualche parte, forse in internet o su qualche rivista mensile per soli uomini, che il pianto delle donne era una specie di ricatto. Un modo per cercare attenzioni. Ma se era così, perché il mio cuore si spezzava sempre di più e il dolore cresceva ogni volta che una sola lacrima scendeva dai miei occhi? Avrei voluto chiederlo a quel giornalista, che sembrava conoscere ogni nostro più piccolo sentimento nascosto. Mi avrebbe risposto razionalmente.
    Razionalmente. Anche lui vedeva tutto così. Persino il nostro amore. L'aveva definito una reazione chimica, come se fossimo un esperimento. Due particelle che si attraggono.
    Io non ci riuscivo. Non vedevo nulla di razionale nell'amore e nemmeno nel dolore. Non cercavo attenzioni piangendo. Le volevo quando ero felice. Pretendevo di essere felice!
    Feci qualche passo verso la porta. "Mi dispiace, scusami." la sua voce alle mie spalle aveva spezzato quel silenzio imbarazzante. Contai mentalmente tutte le volte che avevo sentito o letto quelle stesse sue parole.
    Razionalmente potevo pensare che ogniqualvolta un uomo le pronunciasse, cercava di mettere tutto a posto alla svelta evitando di perdere tempo in inutili discussioni. Io invece, fino a quel giorno, ci avevo creduto veramente che gli dispiacesse e che qualcosa sarebbe cambiato. Con la valigia in mano e la sensazione d'amaro in bocca, le scuse non mi bastavano più. Sembravano l'ennesima presa in giro.
    Mi avvicinavo alla macchina e sapevo che non mi avrebbe seguito. Certo, mi avrebbe telefonato fra qualche giorno e avrebbe fatto finta di nulla, nella speranza che la mia isteria fosse passata.
    Mi avrebbe cercato per amore o per paura di restare da solo? Non sarei tornata da lui con questo dubbio.
    Guidavo verso casa e mi accorsi che non piangevo. Il senso di oppressione nel petto non c'era più. Il dolore resisteva.
    Mi sarebbe passato. Come sempre dopo un po'…

  • 23 novembre 2005
    The Joker

    Come comincia:

    Il mio problema è di essere egocentrico per eccellenza, e non ho mai sopportato l’idea di avere una vita, come dire, normale.
    Oddio, essere un comune mortale mi avrebbe demoralizzato e giuro che se lo fossi stato, oggi non sarei qui a parlare con voi.
    “Certo, staresti in un normale ufficio, a fare il tuo normale lavoro, onestamente come i comuni mortali!”
    “In ogni caso non ci starei in quel dannato ufficio, sarei morto, mi sarei ucciso con le mie stesse mani! Invece i giornali hanno parlato di me, e domani ci saranno centinaia di articoli che parleranno di me!”
    “Credi di essere una grande celebrità?!”
    “Lo sarò!”
    “Non credo che ci sia motivo di vanto per quello che hai fatto!”
    “Lo sarò! Questo mi basta!”
    “Tu sei pazzo!”
    “No, sono egocentrico!”
    “Credi che questa sia una giustificazione? Credi che questo sia un buon motivo per rapinare decine di locali?”

    So solo che mi divertivo da matti, era il momento più bello della mia giornata:

    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen questo è il mio show quotidiano, quindi, mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Poi sceglievo una persona a caso, solitamente una persona poco robusta o che aveva la possibilità di sfuggire alla mia visuale.
    “Tu, vieni qui!”
    La persona si avvicinava ed io gli consegnavo una busta nera.
    “Svuota il registratore di cassa e metti tutti i soldi qua dentro. E muoviti!”, gli urlavo.
    Non avevo preferenze nello scegliere i locali, andavo a ‘fiuto’. A volte entravo nei locali
    senza un programma definito, di preciso in mente avevo solo l’inizio e la fine, il resto veniva da sé.

    Avevo sempre avuto la fissa per quella maschera maledetta.
    Comprai tutto: la crema bianca, il rossetto rosso fuoco e la matita nera.

    “Signori state fermi e giuro che non vi succederà nulla.” 
    Puntavo la pistola contro la persona che avevo designato per raccogliere i soldi e gridavo: “Tu, sbrigati se non vuoi avere una lapide al cimitero!”
    Era tutto questione di minuti, quattro, al massimo sei quando erano locali con due o tre registratori di cassa. In quel caso le persone designate erano due, ma cercavo di evitare questo tipo di locali, perché spesso avevano delle telecamere a circuito chiuso, pronte a mettermelo nel culo.
    “Allora ti sbrighi!” gridavo alla persona che stava raccogliendo i soldi.
    Ma questo accadeva raramente perché la pistola puntata contro metteva il pepe nell’anima!
    Dopo i calcolati quattro o sei minuti, la persona mi si avvicinava tremante con la busta di soldi tra le mani.
    “Adesso mettiti buono in quel posto e non muovere il culo fino a quando non sarò uscito da questo posto di merda! Chiaro?”
    La persona eseguiva senza obiettare, poi davo uno sguardo completo al locale per vedere se mi era sfuggito qualcosa o qualcuno, per sapere come comportarmi fuori.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”

    Dopodiché avveniva la parte più rischiosa della scena, perché poteva sfuggirmi tutto di mano, ma tutto non avrebbe avuto senso senza quel gesto in cui scaricavo tutto me stesso.

    L’inchino.
     
    Mi inchinavo, portando il busto in avanti di quarantacinque gradi, il cilindro nella mano destra che scivolava davanti al capo. I capelli lunghi cadevano a peso morto a pochi centimetri da terra.
    Poi alzavo la testa e sorridevo ai miei spettatori.


    Avevo sempre tutto con me.
    Il trucco.
    In macchina, prima di iniziare lo spettacolo mi spalmavo la crema bianca intorno al viso, tralasciano le labbra e due linee semisferiche sulle guance che andavo a pitturare con il rossetto. Poi, prendevo la matita nera e disegnavo due linee verticali sotto gli occhi, di pochi centimetri, e due triangoli neri sulle sopracciglia.
    Mi guardavo nello specchietto retrovisore, sorridendo in modo da sottolineare i canini.
    Quando mettevo in testa il cilindro nero, l’opera era terminata.
    Lanciavo ancora un’altro sguardo nello specchietto, e sorridevo ancora.
    Poi mi buttavo nello spettacolo!


    Faceva più caldo del solito, la macchina aveva una temperatura prossima ad un forno.
    Il sudore mi rigava il viso, dovetti passare la crema più volte per fissarla. Quando terminai tutto, lanciai uno sguardo fuori, al locale predestinato, poi guardai di nuovo la gente, ero in attesa del buon momento per scagliarmi fuori. Intanto il caldo aumentava.
    Quando fu il momento adatto, infilai la pistola sotto la giacca e scesi di corsa. In un attimo raggiunsi il locale.
    C’erano due uomini in fila alla cassa, una donna davanti al banco dei liquori, il cassiere al suo posto e il commesso dietro al bancone.
    Calcolai in un attimo le distanze e chi doveva raccogliere i soldi. I tre clienti erano in un’ottima visuale e apparentemente innocui, ma gli impiegati potevano avere qualche allarme a portata di mano.
    I calcoli erano fatti. sfilai la pistola dalla giacca e iniziai lo spettacolo:
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, questo è il mio show quotidiano, quindi mi raccomando, tutti concentrati su di me!”
    Puntai la pistola contro il cassiere,
    “Tu, vieni qui!” Gridai a lui e al commesso dietro al bancone, affinché avessi una migliore visuale. Consegnai la busta nera al cassiere, ordinando di consegnarmi tutti i soldi del registratore di cassa, mentre il commesso si occupava dei portafogli dei clienti. Questa era una mossa che non avevo mai fatto.
    “Signori, state fermi, e giuro che non vi succederà nulla. - gridai ai clienti- E voi, sbrigatevi se non volete avere una lapide al cimitero!”
      La mia pistola passava sui volti di tutti i presenti.
    “Allora, cazzo, vi sbrigate!”
    Quella volta la pistola puntata non aveva messo il pepe nell’anima.
    Si sbrigò prima il commesso che si occupava dei clienti. Si avvicinò tremante con in mano alcuni portafogli e due cellulari.
    “Pezzo di merda, mettili in una busta!”
    “Quale busta?” mi chiese tremando.
    Mi innervosii: non riuscivo a capire se il commesso la stesse tirando per le lunghe o se fosse rincoglionito davvero.
    “Non avete una busta del cazzo?!”, mi alterai.
    “Certo, certo, signore” –disse- mentre si allontanava verso il bancone
    “Dove stai andando?” gridai.
    “Signore, a prendere una busta, come vuole lei, signore.”
    Puntai la pistola verso il cassiere.
    “Tu sei ancora lì? Sbrigati!”
    “Butta per terra quello che hai e non ti muovere di un millimetro, intesi?!” gridai al commesso.
    Il commesso obbedì immediatamente, mentre i minuti calcolati erano terminati già da un pezzo e pensavo alla cosa più banale che potesse accadermi, cioè che un nuovo cliente entrasse nel locale e mi sparasse alle spalle.
    Cercai con gli occhi qualcosa che riflettesse. Le bottiglie davano un’immagine troppo distorta, per il resto niente poteva essermi utile. 
    “Pezzo di merda, muoviti!”
    Il cassiere si mosse verso di me con la busta in mano.
    Il tempo filava via, il sudore colava e la crema bianca sul viso si scioglieva.
    Lanciai uno sguardo all’orologio: erano passati più di dieci minuti, non era certo il tempo che ci voleva per svuotare un registratore di cassa.
    Le sirene in lontananza mi diedero la conferma della mia impressione: quel bastardo del cassiere aveva dato l’allarme!
    “Figlio di puttana!”, gridai.
    Sparai due colpi, ma non colpii nessuno, e di questo poi ne fui felice.
    Uscii di corsa dal locale e mi infilai in macchina, buttando tutto il mio peso sull’acceleratore. L’urlo della sirena si avvicinava, accelerai ancora di più sviando in alcune stradine. Gli spettatori si affollavano sui marciapiedi.
    “Il mio spettacolo sta continuando!” esultai.
     Accelerai ancora di più, mentre la polizia mi stava alle calcagna. Sviai ancora in altre stradine, ma un’altra volante della polizia sbucò dalla strada di destra. Il suono delle sirene si faceva assordante.
    Quando mi voltai vidi una terza macchina che mi inseguiva. Lo spettacolo si faceva più scenografico, pensai. Imboccai altre stradine prima di ritrovarmi di nuovo sulla strada principale. Gli spettatori sui marciapiedi erano sempre di più.
     Era l’ora di punta, e su quella strada avrei incontrato traffico. Mentre ragionavo su quale stradina infilarmi, i miei occhi si distraevano a guardare le frotte di curiosi intenti ad assistere alla mia scena.
    Scena! Pensai.
    La mia scena.
    La polizia, la gente.
    “E perché no?!”, dissi.
    La polizia era sempre più vicina.
    Accelerai di colpo, la vidi allontanarsi.
    Già immaginavo i titoli sui giornali.
    L’immancabile ingorgo di quell’ora era lì, pronto ad acclamarmi, insieme a quattro volanti della polizia e agli spettatori, sempre lì, sui marciapiedi apposta per me.
    In piena corsa tirai il freno a mano e mi ritrovai catapultato in un paio di giri. Sentii i freni urlare.
     Appena la macchina si fermò, presi il cilindro, velocemente salii sul tettuccio della macchina.
    Da lì c’era un ottima visuale.
    La gente sui marciapiedi affollati, la polizia che mi veniva incontro. Le luci della sirena facevano da scenografia.
    “Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, spero che lo spettacolo vi sia piaciuto, e che vi comportiate allo stesso modo se avrete il piacere di assistere ad un altro mio show!”
     Misi il cilindro in testa e mi inchinai al mio pubblico.


     Il mio spettacolo terminò lì, con tre pallottole nel cuore del Joker.
    Prima di morire sorrisi a centinaia di persone che erano accorse per assistere alla mia morte.
    La morte del Joker!
    “Perché la polizia ha sparato?”
    “Probabilmente era armato”, sentii dire.
    I loro occhi erano tutti per me, e lo sarebbero stati anche gli articoli dei giornali del giorno dopo.
    Per quanto riguarda il dialogo iniziale, quello era nella mia fantasia sin da bambino.
    Quando mi accorsi che stavo diventando un comune mortale, decisi di dare una sterzata alla mia vita.

    …Per tutto il resto…
    …Signori e Signore, Ladies and Gentlemen…

  • 23 novembre 2005
    Una gita nel 1945

    Come comincia: Dovevo avere poco più di due anni il giorno della mia prima uscita dalla città. Forse quella era anche la prima gita che i miei genitori facevano dopo la fine della guerra, grazie alla ricomparsa dei primi, rari litri di benzina venduti non a borsa nera. Era un pomeriggio di tardo autunno, probabilmente. Il mio fratellino maggiore dormiva sdraiato sul sedile posteriore dell’auto ed io, felice, me ne stavo in braccio a mia madre e guardavo di tanto in tanto fuori del finestrino della nostra Fiat Balilla nera a tre marce, già vecchia nel 1945. Ogni tanto, distrattamente guardavo, e ascoltavo mia madre e mio padre che conversavano o tacevano lieti. Assaporavo un’ineffabile e pervasiva felicità, che poche volte ebbi ancora modo di provare, prima che mi fosse usurpata per sempre dal nascere, inopinato ed incalzante, dei miei fratelli più piccoli. Assaporavo dunque quella serena pienezza estatica che la titolarità del grembo materno, caldo, sacro, luogo di delizia, sola può dare, quando ad un tratto trasalii: ebbi la subitanea consapevolezza d’essere come risucchiato, precipitato al cospetto del “mondo di fuori”, la cui presenza improvvisamente mi turbava e mi affascinava ad un tempo. Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di piccolo bambino, ai piedi di quella collina della campagna romana su cui la nostra auto si arrampicava percorrendo una sconnessa strada bianca, il dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai più diversi e cupi toni di verde e screziata di macchie color rosso ruggine, estesa fino a lambire laggiù nere e minacciose montagne. Non so immaginare a conclusione di quali percorsi di tacita cognizione e di subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma indicando quello che scorgevo fuori del finestrino mi trovai ad urlare: “il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…” e così via per qualche interminabile momento, quasi in stato crepuscolare, estraniato ormai dal paradiso interiore in cui ero immerso fino a pochi attimi prima. Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita ma, dimentica del mio essere un bambino di due anni, con ansiosa e sollecita apprensione, cercava anche di riportarmi alla realtà, alla sua realtà. Non poteva certo mia madre avere idea di quanto quell’episodio di mutamento di esperienza di “vivendo” mi aveva inesorabilmente cambiato. Avevo maturato una percezione del mio esistere qualitativamente differente: nulla di ciò che sentivo d’essere prima era scomparso, ma ciò che ero stato si trovava ad essere ricompreso in qualcosa di esperenzialmente sovraordinato che prima non c’era. E’ del resto ovviamente banale che mia madre, dal suo punto di vista, si preoccupasse del mio confondere una foresta estesa e vista dall’alto, con il mare. E’ altrettanto ovviamente banale che una tale preoccupazione fosse del tutto fuori luogo: che importanza poteva avere per me confondere una foresta con il mare dal momento che io non avevo mai visto prima né l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi avrei conosciuto da vicino anche il mare e la foresta cominciavo a sapere ormai cosa fosse. Ma era accaduto qualcosa di una portata ben più grande: ciò che aveva suscitato quel mio sconvolgente meraviglioso trasalimento era la scoperta tacita, esperienziale, diretta, per molti anni per me indicibile e incomunicabile, ma chiarissima da subito, dell’esistenza in me (nella mia “mente” avrei detto più tardi), contemporanea, contigua e integrabile, ma non omologabile, di una realtà di soggetto esperiente da un lato e dall’altro di una realtà in qualche modo inesorabilmente esterna, percepibile ma non esperibile. E mia madre stessa apparteneva (umanità tapina!) a questa seconda forma della realtà. Io avevo perduto la cittadinanza della valle dell’Eden e mia madre era lì a preoccuparsi che io avessi scambiato una cosa che ancora non conoscevo, una foresta, con un’altra cosa che ancora non conoscevo, il mare. La lettura dell’episodio ricordato può essere fatta solo attraverso l’analisi del frammento di “vissuto reale” che in qualche modo ripercorro nella sua interezza e nella sua estensione spazio temporale, nel ricordo d’ogni minimo dettaglio attinente alle scene che si susseguono, ogni volta che lo riporto alla mia attenzione. Ciò non può essere fatto altrimenti che usando gli attuali modi di ricostruirlo, ogni volta diversi, ma ogni volta perfettamente identici come esperienza di vissuto. Voglio dire con questo che quello riportato è qualcosa che, visto dal mio essere soggettivo, appare di qualità sostanzialmente diversa dalla maggior parte degli altri ricordi. Qui non manca nulla, è come se un pezzo della mia vita, venti trenta minuti, sia stato riprodotto e memorizzato nella sua interezza e nella sua plastica immutabilità: il vivere sentendosi parte di qualcosa, senza possibilità di manipolazione alcuna della realtà, in quanto non descrivibile né accessibile perché attinente alla parte tacita dell’esperienza.

  • Come comincia: Enea percorreva lentamente il marciapiede del viale allontanandosi da Ponte Garibaldi, si sentiva stanco e depresso e, come gli accadeva spesso quando era di umor nero, stava rimuginando su ciò che da sempre considerava il primo affronto perpetrato nei suoi confronti: l'essere stato chiamato Enea. Benché ormai il suo rancore si fosse molto attenuato, gli tornavano ancora spesso in mente gli stupidi lazzi dei compagni di scuola, chissà perché tanto stimolati da quel nome.
    In pochi minuti al sereno del giorno era subentrata una notte gelida come poche ne ricordava a Roma. Tutto normale, pensò, a metà Gennaio.
    Passò davanti al cinema Induno, distrattamente, ma dopo qualche passo trasalì rabbrividendo per il freddo e decise di tornare indietro per vedere quale film fosse in programma, poi, dimenticando di farlo, comprò un biglietto ed entrò direttamente nella sala completamente vuota.
    Stava ormai per tornare alla cassa a chiedere spiegazioni quando le luci si spensero ed iniziò la proiezione del secondo tempo del film "I pugni in tasca" di Bellochio. Bel film, pensò, bella Paola Pitagora. Aveva già visto il film un paio di anni prima al cinema Arlecchino in via Flaminia, allora assieme a non più di tre o quattro altri spettatori, nonostante il grande entusiasmo con cui il film era stato accolto dalla critica.
    Uscendo dopo circa un'ora si trovò a camminare svelto, irrigidito dal freddo.
    Poche auto passavano e nessun pedone, una Roma irreale, siberiana, il cielo nella notte ancora rosso a ponente. Seguendo con la mente il corso disordinato di pensieri in libertà, attraversò il Tevere passando per l'Isola Tiberina, poi seguì i lungofiume fino a ponte Sant'Angelo.
    C’era una sgradevole tramontana e, dentro, sentiva il sangue stentare a scaldarlo e rabbrividiva. Da un poco stava seduto sul parapetto. Entro pochi  minuti sarebbe stato costretto ad alzarsi ed a cercare riparo.
    Un vecchio macilento gatto stava fermo, quasi appoggiato con il fianco al parapetto, rigido, più morto che vivo. La mente di Enea ora vagava, non vedeva più il gatto.
    La nostalgia lo sgomentava. Improvvisamente ebbe l’impressione di vedere la sua donna, già non più sua, lì davanti a qualche metro esitante, ma subito di vederla precipitare lontano da lui e dal luogo. Quasi gridò forte il suo nome, forse lo fece, e non c’era nessuno vicino.
    Si alzò strinse il bavero della giacca attorno al collo ed accese una sigaretta. Aveva inciampato nel gatto, lo smosse allora con la punta della scarpa e s’accorse che era rigido stecchito. Si chinò e vide gli occhi del gatto aperti spalancati. Se non è ancora morto, pensò, non ha scampo.
    Allora Enea quasi corse in direzione di Corso Vittorio e gli facevano male i muscoli e le ossa per il freddo.
    Si trovò a salire le scale buie di un vecchio palazzo in via dei Banchi Nuovi, ed a cercare alla luce di un fiammifero l'interno 10.
    Guido Coletti, il suo amico degli anni della scuola elementare di Via Cassiodoro, grembiuli blu e colletto inamidato con l'ignobile fiocco bianco, lo guardò incuriosito e stupito attraverso l'uscio semiaperto. "Enea!" esclamò, "sono contento di vederti"...
    Enea salutò Guido con calore ma subito si distrasse alla vista, nell'atrio in penombra, del suo compagno di tante vicende ciclistiche, Fabrizio Semper, in vicinanza alquanto disinvolta di una ragazza dalla strana, enigmatica avvenenza.
    "Ciao amico mio" disse Fabrizio" lei è Faatin... 

    Ma Enea ormai era lontano con la mente. Faatin pensava, la "mia" Faatin, la venditrice di dischi.

  • 22 novembre 2005
    Cuore di sognatore

    Come comincia:

    La luna brillava stagliando la sua forma di falce nell'aria tersa del cielo notturno, come pronta a tagliare quel lenzuolo scuro dietro cui si nascondono da sempre inimmaginabili segreti.
    Una terrazza all'ultimo piano è quello che ci vuole in certe notti. Dario, a luci spente, stava con gli occhi fissi contro il cielo infinito, quell'infinito che ogni volta gli faceva venire idee strane e meravigliose, immagini e sensazioni che non conosceva ma che sentiva sue.
    Uno sguardo all'orologio: mezza notte, l'ora delle streghe e dei fantasmi. Si volse intorno per vedere se qualcuno di loro non fosse per caso passato a trovarlo… Niente. Il guaio è che quelle creature esistono solo in un mondo che è dentro di noi.
    Introdusse un cd nel lettore, si sdraiò sul divano a dondolo e con Santana in sottofondo e le stelle per compagnia, attese che Morfeo lo chiamasse dal mondo dei sogni. Nel frattempo pensava che il bello della fantasia è che ti riempie la casa di gente anche quando non c'è nessuno. Chissà, magari su qualcuna delle stelle che stava guardando c'era qualcun altro che quella notte non dormiva… Chissà su quale...
    All'una, di Morfeo neanche l'ombra e siccome il disco era finito e di far cruciverba non aveva voglia, per non parlare della TV, decise di uscire a prendere un po' d'aria notturna.
    Il suo appartamento era al quinto piano e stava per prendere l'ascensore come al solito, quando realizzò che non c'era alcuna fretta, nessun impegno da rispettare, poteva prendere tutto il tempo che voleva. Optò per le scale.
    Il rumore dei passi sul marmo scandiva i piani mentre per i corridoi si spandeva un'aria - un'impressione forse - di qualcosa di sacro, di intimo, sebbene ai suoi passi non facesse eco che il silenzio. Pure, ciò evocava nella sua mente un coro di voci, una ridda di impressioni, immagini. Era come se ogni porta raccontasse la sua storia con voce calma, discreta e riservata.
    Ognuna di quelle porte chiuse suscitava in lui la sensazione di un che di vivo e pulsante. Tra tutte però, una voce in particolare sovrastava le altre, anche se egli riuscì a sentirla veramente solo quando vi fu davanti: quella del portone. Era come la prima pagina di un giornale, non raccontava una ma dieci, cento, mille storie, tutte custodite in quel mondo ovattato e muto che si trovava oltre di esso: le strade, di notte.
    Fuori lo accolsero l'aria fresca ed il silenzio, quest'ultimo ora molto più grande, una specie di enorme coperta sopra la città. Qualche macchina, ogni tanto, passava frettolosa, incurante del limite di velocità, descrivendo il suo passaggio nell'aria con scie luminose, che svanivano dalla vista per rimanere, ancora per un istante, immagine residua nell'occhio abbagliato, mentre il cupo rombo del motore diveniva un'eco sfumata in lontananza.
    Nessun pensiero, nessuna frase, nessun ricordo gli veniva in mente. Solo quell'enorme rispettoso silenzio da cui si sentiva avvolto. Giunto ad un incrocio sorrise al semaforo che ripeteva il suo discorso colorato alla strada vuota e gli venne da pensare che neanch'esso dormiva, nella fissità dei suoi tre occhi alterni. Passando accanto ad una fontanella gli venne di bagnarsi la gola: il getto prepotente gli inondò la faccia e qualche goccia lo fece rabbrividire scivolandogli giù per il collo. Anche l'acqua era lì, imperterrita, costante, nonostante l'ora. Si guardò attorno: tutto era lì come sempre. Non smettevano di esistere quando la gente andava a dormire, la strada, il semaforo, l'acqua, i lampioni.
    Forse, pensava, era lui che se ne andava mentre le cose rimanevano al loro posto… Ma le cose non imparavano, non cambiavano, lui si… Chissà quante persone erano passate negli ultimi…toh…vent'anni.
    Venti anni. Un'eternità a pensarli tutti insieme, un attimo a viverli giorno per giorno… E chissà quante cose erano cambiate… come certo era cambiato chi era passato di là…
    Il mondo era sempre stato lì, intorno a lui e sempre ci sarebbe stato, dopo di lui. E parlava, a modo suo, aspettando solo che qualcuno si fermasse ad ascoltarlo, come Dario stava facendo in quel momento. Ad ascoltare la Storia Infinita, l'eterno giro della Ruota della Vita.
    Camminò ancora un po' ma, chissà perché, sentiva di aver finito, di aver capito qualcosa di nuovo, una specie di nuova lezione: la lezione del silenzio. Ora non doveva più ascoltarle, le mille voci del silenzio, se le sentiva dentro come una confortante compagnia. E il pensiero di essere sempre in moto, anche quando i sensi dicono il contrario, lo rese sereno: si sentiva semplicemente felice di far parte dell'Universo, come le stelle che brillavano lassù in alto sopra la sua testa, di far parte della Vita, felice di esistere.
    Questo fu il pensiero che lo riportò a casa e che gli chiuse gli occhi, come la carezza premurosa di una persona amata.

  • 22 novembre 2005
    Dietro le tende

    Come comincia:

    La signora Rossana era una vecchia amica. Vecchia per modo di dire. Quando era ragazza, ed io solo un bambino, la sua famiglia era stata vicina di casa dei miei e avevo assistito, inconsapevole, a tutti i suoi cambiamenti adolescenziali, rimpiangendo di aver perso una compagna di giochi con cui scambiare fumetti. Ricordo ancora il mio stupore quando la vidi per la prima volta in minigonna, e mia madre, cercando di interpretare i miei pensieri inespressi, mi disse, con un mezzo sorriso misterioso, che Rossana non poteva più giocare con me perché era diventata “signorina”. Tanto valeva mi dicesse che era diventata un’aliena dello spazio!
    Crescendo, non ci eravamo mai persi del tutto di vista. La nostra era un’amicizia in sordina, di quelle che ti vedi una volta ogni mille anni ed è come se ti fossi lasciato un attimo prima.
    Era stata la prima persona cui avevo osato mostrare i miei primi raccontini, ricevendone preziosi incoraggiamenti, e per questo le ero molto grato. Così, nonostante con gli anni fossero cambiate tante cose per entrambi, vedersi era sempre una gioia. Facevamo lunghissime chiacchierate e tante risate.
    A volte, nei momenti in cui la discussione si faceva seria, sentivo nell’aria come una sorta di elettricità. Incrociando il suo sguardo mi sembrava di cogliere come dei lampi, come se in quegli occhi qualcosa si affacciasse a spiarmi. Ma mi dicevo che erano tutte mie fantasie e non ci badavo.
    Un giorno, avrò avuto si e no diciassette anni, come le altre volte, ero passato a trovarla nel primo pomeriggio e dopo il solito caffè ci eravamo spostati in salotto. C’era qualcosa di diverso nell’aria, un aroma, un profumo nuovo, che non riuscivo a collegare a niente, sebbene sulla tavola in mezzo alla sala trionfasse un gran vaso pieno di fiori freschi. Rossana aveva il solito finto – ora lo so - buonumore che hanno tutti quelli che dicono a se stessi e agli altri che tutto va bene, anche quando non è vero, e parlava stranamente meno del solito, senza però sviare l’attenzione dalle mie parole.
    Io parlavo e parlavo, raccontandole, da insicuro cronico qual’ero, dei miei mille interrogativi esistenziali, fatti di vicende scolastiche, lavorative ed amorose. Ad un certo punto non ebbi altro da dire, mentre lei mi fissava con un misterioso sorriso incoraggiante, ma senza dire una parola. Mi sembrava strano che non dicesse nulla, chiacchierona come la conoscevo, ma se cercavo di coinvolgerla in una discussione, si limitava ad abbassare gli occhi, per poi rialzarli subito dopo, lasciando le mie domande per aria.
    Finalmente mi chiese dei miei racconti, come fosse l’unico argomento di cui si aspettasse di sentire parlare, e la cosa un po’ mi spiazzò. Da mesi, ormai, non riuscivo a buttar giù una parola che mi piacesse, ed il cestino sotto la mia scrivania era zeppo di fogli appallottolati. Pensai che in qualche modo avesse intuito che evitavo l’argomento ma accettai l’occasione che lei mi offriva, per vuotare il sacco.
    Così le spiegai di come sentissi in testa milioni di parole e migliaia di storie, che aspettavano solo di essere messe su carta, e di come sentissi un tappo dentro che non permetteva loro di uscire. Di come le parole mi sparissero dalla mente, al limite della deficienza mentale, ogni volta che provavo ad esprimerle, e di come, nel contempo, le sentissi affollarsi davanti all’uscita della mia mente, come una folla scalmanata che chiedesse attenzione. Degli orrendi risultati ottenuti cercando di dar loro un ordine ed un senso e di come non mi interessasse il successo e la fama, ma solo dare libero sfogo a quella ridda, a quella fiumana di personaggi che chiedevano di poter parlare attraverso me. Del senso di liberazione e tristezza, al tempo stesso, che provavo ogni volta che riuscivo a mettere la parola FINE ad una nuova storia. E di come questa terribile tensione mi avesse più volte fatto venire voglia di buttare la macchina da scrivere dalla finestra…
    Mi volsi a guardarla. Mi ero lasciato prendere dal mio sfogo al punto tale da non percepirne più la presenza accanto a me. Ma Rossana era ancora lì, il sorriso un po’ divertito, lo sguardo sempre dolce. Io invece mi sentivo in terribile imbarazzo, messo a nudo, con una vampa di calore sul collo e sulle guance. Va bene che lei era un’amica e potevo star sicuro che non lo avrebbe raccontato ad anima viva, ma sentivo di aver abbassato tutte le mie difese, rivelandole cose che già mi faceva male raccontare a me stesso. Erano i miei sogni più nascosti, le mie ambizioni più segrete, e continuavo a sentirle sempre un pelo al di là della punta delle mie dita. Era la mia ferita segreta. Il tormento che faceva ridere i miei amici quando provavo a parlarne con loro. Ma non Rossana, lei non rideva.
    Forse dal mio improvviso silenzio capì che stavo scappando. Stavo, infatti, per alzarmi con l’intenzione di trovare una scusa per andar via, quando me la trovai di fronte, vicinissima. Mi prese una guancia nella mano, cosa che mi diede come una scarica elettrica, che attribuii alla tensione del discorso. Poi mi diede un bacio, dolcissimo, a fior di labbra, ed io sentii che qualcosa dentro di me si rilassava, si distendeva. La guardai stupito e grato, pensando che…
    “Vieni”, disse piano. Mi affidai a lei e mi ritrovai in camera da letto, tra le sue braccia. Anch’io la stringevo con braccia che sembravano non essere più mie, che si muovevano senza mia volontà, mentre il resto del mio corpo rivendicava una vita propria con una forza che non avevo mai sperimentato. Col suo corpo sul mio, mi sentii bene come non mi ero mai sentito prima.
    Mi accasciai, infine, con la faccia sul suo seno, respirandone il caldo profumo, e chiusi gli occhi.
    Si alzò dal letto dolcemente, lasciandomi fra le coperte ed i cuscini che ancora odoravano di lei. Quando riaprii gli occhi era quasi del tutto rivestita. La mia Rossana era ridiventata la signora Rossana e questa signora aveva due figli ed un marito che presto sarebbero tornati.
    Mi rivestii in silenzio. Non sapevo cosa dire o quali domande fare. Lasciai che fosse lei a fare il primo passo. A dirmi, magari, cosa dovevo fare.
    Rossana mi prese il viso fra le mani, fissandomi dritto negli occhi. “Scrivi, hai capito? Qualunque cosa tu faccia nella vita, non smettere mai di scrivere. So cosa sei capace di fare, cosa riesci a trasmettere, l’ho provato con tutto quello che mi hai portato finora. Tu hai un dono, non puoi buttarlo via. Non rinunciare ai tuoi sogni, non smettere mai di provare a realizzarli, o non ti resteranno che rimpianti. Lasciali uscire quei personaggi di cui parlavi, lasciali parlare, uno per uno. E se un giorno non sapessi cosa raccontare, racconta di oggi. Sarò l’unica a sapere che è vero”.
    L’abbracciai, confuso e commosso. C’erano tante domande che avrei voluto farle, in verità, ma mi sembravano tutte inutili.
    “Ora và” disse lei, “non preoccuparti per me, andrà tutto bene. Pensa solo a scrivere e a farti la tua strada. Farò sempre il tifo per te e un giorno sono sicura che leggerò di te sui giornali”.
    Non potevo fingere che non fosse successo nulla. Le sue parole erano una spinta ad andare avanti ma, lo sentivo, anche un addio. Ci salutammo, fingendo entrambi, come se così non fosse, ma fu l’ultima volta che la vidi.
    Qualche mese più tardi, un giorno, tornando da scuola, seppi che Rossana si era improvvisamente separata dal marito ed era andata ad abitare, insieme ai figli, in un’altra città. Nessuno sapeva quale. Di lei s’era persa ogni traccia. Ci rimasi male. Poi pensai che quella fosse proprio la sua intenzione e non provai neanche a cercarla. Del resto non avrei saputo come.
    Due anni dopo fui io a fare le valigie e a salire sul treno della speranza, alla volta di Milano, dove mi aspettavano gli studi universitari. Non ho mai più smesso di scrivere ed oggi mi guadagno da vivere lavorando per un giornale. Al di là degli articoli, però, ho anche scritto e pubblicato storie di vario tipo.
    Per cui questo proprio lo dovevo, a Rossana, che ovviamente non è il vero nome di quella donna per me straordinaria. Anche se tutti gli altri penseranno che è solo una storia, spero che lei legga queste parole e sappia che aveva visto più lontano di me, perché con quel gesto mi ha garantito un futuro.

  • 22 novembre 2005
    Dio li fa e fra di loro...

    Come comincia:

    Ero passato da Giacomo per vedere se fosse a casa. Avevo proprio voglia di vederlo.
    Più unico che raro il tipo. Pacioso, tranquillo, magro come un manico di scopa. Con quella sua poesia particolare capace di vedere la bellezza anche nelle cose più piccole. Parlare con lui era un toccasana, specie per uno con le fiamme nel cervello come me.
    Ad aprire venne una tipa che non avevo mai visto. "Giacomo è in giro per il mondo", disse, "ci sono solo io".
    Che ci faceva quella in casa di Jako? Che fosse una parente? Guardandola, riuscivo ad accostarla a lui con la stessa facilità con cui si associa un bacio ad una martellata sui denti.
    Indossava dei blue jeans aderentissimi e una t-shirt bianca tanto-stretta-al-punto-che-m'immaginavo-tutto. Ammetto che rimasi colpito dalla sua… espressività!
    "Resti lì o ti decidi ad entrare? Non posso mica stare tutto il giorno sulla porta!
    La sua voce mi colse impreparato (e distratto!) ed automaticamente feci un passo avanti. Nel chiudere la porta, più che passarmi accanto mi spinse contro la parete del corridoio.
    Era piuttosto scostante, per usare un eufemismo. Ogni parola, ogni sillaba, era come una scarpa che ti arrivava in testa. Il suo tono, i suoi gesti, il suo intero modo di atteggiarsi sembrava ripetere con insistenza "chi diavolo sei? Che vuoi? Perché non te ne vai?", pur invitandomi apparentemente a sedere in salotto.
    Cercando di resistere a quell'incoerente bombardamento e nel contempo di mantenere la calma, sedetti e azzardai un tentativo di conversazione. Avrei solo voluto sapere se c'era la possibilità di vedere il caro Jako entro la giornata. E avevo anche aperto bocca per chiederglielo, quando lei sparì in direzione della cucina, per tornare dopo un paio di minuti con un bicchiere d'acqua, colmo fino all'orlo.
    "Bevi!", ordinò perentoria e nel porgermelo me ne rovesciò metà sull'inguine.
    Calda! Era bollente! Scattai in piedi con un urlo, cercando di scuotermi di dosso, se non l'acqua, almeno il calore! E avrei dovuto berla, quell'acqua, anche quando avessi avuto sete?
    Mi volsi verso di lei con-moto-ondoso-tendente-al-molto-mosso… E lei rideva! Era piegata in due dal ridere, si stava letteralmente sganasciando! A momenti le cascava il bicchiere di mano.
    Cominciai a sentire una specie di calore in fondo alle viscere. "Male!", pensai. "E' dal basso che la pentola comincia a bollire!"
    "Senti…", sbottai, e stavo per dar seguito ai miei pensieri quando lei, messo al sicuro il bicchiere, mi si piazzò davanti, piantandomi gli occhi negli occhi, sebbene la superassi in altezza di un palmo abbondante. Quindi ripartì col suo show, girandomi attorno e squadrandomi con la stessa espressione di ribrezzo che, probabilmente, avrebbe usato guardando un enorme escremento puzzolente.
    Il calore mi si stava propagando allo stomaco, lo sentivo arrampicarsi verso la gola come la creatura del film "Alien".
    Ma lei si fermava? Cercava di salvare il salvabile? Di correre ai ripari? Ma che! Mi puntò il seno piccolo e sodo contro il petto e spinse in avanti come se avesse potuto farmi volar via come un fuscello.
    Prima che potessi formulare il pensiero, la mia mano era già partita verso il suo viso. L'impatto generò il più sonoro ceffone che avessi mai sentito.
    Per qualche secondo il tempo parve fermarsi, ebbi l'impressione che l'eco dello schiaffo sfumasse in dissolvenza spandendosi per le stanze. La sua testa era rimasta girata e quando tornò a rivolgersi verso di me lo fece lentamente, come se si muovesse al rallentatore.
    Guardai la mia mano come fosse quella di un altro, sebbene la sentissi ancora pulsare di calore. Non era possibile che avessi reagito in modo tanto impulsivo… Non era da me! La fissai con lo stupore di chi ha appena visto una bomba scoppiargli in faccia. I suoi occhi di un azzurro pallido, fino a poco prima quasi glaciali, esprimevano ora uno stupore molto simile al mio. Mi aspettavo di lì a poco un'espressione di vendetta. Invece…
    Il colorito roseo della guancia non toccata contrastava visibilmente col rosso porpora dell'altra. In quel momento mi sembrò quasi una bambina che avesse ricevuto un'inaspettata punizione.
    Mi sentii un verme. Avrei dato non so cosa per essere lontano le mille miglia da quella stanza. Aprii la bocca per scusarmi in qualche modo di quel gesto che io stesso non sapevo spiegarmi, approfittando del fatto che i suoi occhi non si erano ancora staccati dai miei, finché sentivo di avere la possibilità di farlo.
    Come accennai a scandire la prima balbettante sillaba lei mi coprì delicatamente le labbra con una mano, poi avvicinò le sue alle mie mentre vedevo i suoi occhi farsi sempre più grandi… Un attimo prima avrei dato un braccio per farmi perdonare, ora non chiedevo altro che perdermi in quello sguardo improvvisamente dolcissimo… Non capii più nulla…
    Quando mi svegliai fuori s'era fatto buio. Mi alzai per andare in bagno, dopodiché avevo tutta l'intenzione di coccolarmi la mia strana e sconosciuta guerriera. Solo ora infatti mi rendevo conto di non conoscerne neanche il nome. Stavo per tornare da lei quando, uscendo dal bagno, sentii un rumore di chiavi all'ingresso.
    In un attimo immaginai la mia "bellissima" figura. Raccolsi alla rinfusa tutta la mia roba, disseminata per la stanza, e mi richiusi in bagno. Non so se vi è mai capitato di avere allucinazioni. Io credetti di averle in quel momento.
    Udii distintamente la voce di Giacomo chiamare "Linda, amore, ci sei?" e sentii le mie mani sudare di colpo. Poi udii la voce di lei (Linda?) rispondere "si, sono qui tesoro. Mi cambio un attimo e arrivo. Sai, è venuto un tuo amico a cercarti e mi ha tenuto un po' compagnia. Adesso credo sia in bagno". Sentii la pelle d'oca su tutta la schiena.
    Con la faccia più accomodata di questo mondo feci capolino dalla porta del bagno. Avrei voluto strisciare. Ai miei occhi l'evidenza si poteva tagliare col coltello. Invece…
    "Andrea, vecchio vagabondo! Come stai?" E mi abbracciò fraternamente, in quel modo che solo lui possiede. Poi, insieme ad una pacca sulla spalla, mi diede il colpo di grazia, "allora hai già conosciuto mia moglie!" Avrei voluto sprofondare sotto terra, esplodere in mille pezzi… "Ci siamo sposati un mese fa e non lo abbiamo ancora detto a nessuno degli amici. Tu sei il primo"
    "Beh", risposi, mangiandomi un po' le parole, quasi potesse essere una giustificazione, "questo veramente Linda non me lo aveva detto"
    "Hai ragione", intervenne lei, che nel frattempo aveva indossato una tuta ginnica ed un body. Un velo di trucco leggero ma ben dosato attenuava di molto i segni della colpa, "ci siamo messi a chiacchierare e abbiamo dimenticato le cose più importanti. Ora, però, scusatemi ma devo proprio scappare in palestra". E schizzò via, baciando il marito al volo e lanciandomi nel contempo un'occhiata più che significativa.
    Mi sentii abbandonato al mio destino, di fronte al mio tribunale. Chiusi gli occhi in attesa della successiva domanda di Giacomo, quella che certamente mi avrebbe inchiodato. Invece…
    "Sai, Linda ha appena iniziato a dirigere un corso di Comunicazione Psicocorporea", esordì il mio ignaro amico, "ah, si? Che roba è?" chiesi con l'animo di Giuda dopo il tradimento, "una roba stranissima!" continuò lui, apparentemente imperturbabile, "pensa che la teoria su cui si basa questo corso sostiene che imparando a trasmettere le giuste emozioni si può portare gli altri a reagire secondo i tuoi desideri. Una sorta di persuasione occulta. In teoria potresti far fare a chiunque tutto ciò che vuoi, agendo col tuo comportamento sulle emozioni più elementari e profonde dell'altra persona e senza che l'altro neppure se ne accorga. Ma ovviamente tutto questo è solo teoria"
    Mi volsi a guardare in faccia Giacomo per la prima volta da quando era entrato, mentre un sospetto nasceva e si faceva rapidamente strada nella mia testa… Quella strana sensazione di essere sballottato da uno stato d'animo all'altro, quasi non potessi evitare di agire come avevo fatto, come se non avessi altra scelta… Le strane provocazioni di Linda, i suoi comportamenti irritanti ed assurdi, finché non avevo perso il controllo… E quando mi sarei aspettato una reazione, ecco comparire l'esatta opposta, con tutto quello che era seguito…
    Finalmente compresi. Compresi che Giacomo non era l'unico ad essere stato ingannato, anche se sentivo che, anche per vigliaccheria, non gli avrei detto nulla. Avrebbe visto il suo sogno andare in pezzi e non volevo essere io a svegliarlo. Rifiutai quella responsabilità. Si vedeva che amava davvero quella donna. Doveva arrivarci da solo. Anche se mi sembrava di abbandonarlo. E quando, o se, fosse successo, allora sarei stato lì ad aspettarlo, pronto a dargli una mano a raccogliere i cocci, se necessario. Ma non in quel momento.
    Di una cosa però ero certo: avevo ritrovato il mio amico e per quanto mi sentissi un pugno nello stomaco, non lo avrei fatto soffrire. No, non sarei stato io. Qualcun altro ci stava già pensando. E se un giorno avesse scoperto cosa c'era stato fra me e sua moglie, allora avrei fatto i conti con lui. Ma solo con lui. Faccia a faccia.
    "Beh? Non dici niente?" la voce di Giacomo mi distolse dai miei pensieri. Aveva appena finito di parlarmi della più grande novità della sua vita e si stupiva della mia momentanea indifferenza.
    Gli gettai un braccio sulle spalle, provando in un attimo tutto l'affetto che si può provare per un vero amico "ma dai! Sul serio?" e allargando la bocca in un sorriso amaro, "Chissà com'è brava..!"