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“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile alle ore 22:08
    Campo di terra rossa
    Intro: Sì anche una partita di tennis racchiude tanta, tantissima vita... la pallina corre da un campo all'altro e segna anche il ritmo della fatica e...dei pensieri.
    Come comincia: Terzo game: 0 2
    Come ho fatto a perdere il mio turno di battuta! Ho iniziato male cazzo! Questo è il punto, non posso attaccare con una palla così, senza grinta, senza convinzione. E’ come buttarsi giù dal settimo piano, devo concentrarmi, non sto giocando bene, non sono al meglio ma ora si riparte, devo fare un contro break e poi man mano riprendo in pugno il set. Calma! Il mio dannato
    avversario ha una palla sporca, molto ad effetto, gioca di polso lui, il maestro lo impiccherebbe in pubblica piazza. Non dovevo giocarci, fa palla corta e palla lunga, alza un’infinità di pallonetti, non è leale. E’ chiaro che vuole vincere a tutti i costi, se ne frega lui dello stile, ma io che voglio? Perdere? No assolutamente, dai Gianni che ce la fai, gioca il tuo tennis, non stargli dietro, non assecondarlo e fai uscire questo maledetto braccio, aprili i colpi! Non trattenerli, se apri il giusto, la palla corre veloce e rimane in campo, lo vuoi capire?
    Ad un passo dal contro break, sul vantaggio esterno, per troppa foga butto in rete un rigore a porta vuota, una schiacciata a campo aperto, non è possibile! Vantaggio pari, ace, vantaggio interno. Ho le gambe molli, sono a sinistra, aspetto la sua battuta, non può azzeccarne un altro di ace, non può, butta la palla esterna, la seconda battuta, la forza e va lunga: vantaggio pari. Troppa grazia, non posso sprecarla: siamo pari, non devo pensare che prima avevo in mano il game, devo pensare che poi lo stavo perdendo e che ora siamo di nuovo al punto di partenza. Sì, ma sono sullo 0 2, se riesco a vincere questo game, poi ci sarà da sudare per pareggiare. Sconforto, la strada è lunga. Calma c’è tempo!
    Brutti pensieri, come nella vita: ogni volta che sto là a raccogliere il premio di tanti sforzi, qualcosa va storto, o semplicemente, non riesco a vincere. Come quando ero piccolo, che mi bloccavo e non riuscivo mai a reagire e la notte sognavo di essere picchiato e di rimanere paralizzato con le braccia che restavano attaccate al corpo. Brutti pensieri, siamo al primo set e ci stiamo giocando il terzo game, siamo pari e se mi riesce il contro break, il peggio sarà passato!
    Non pensare Gianni, approfitta che lui deve allacciarsi una scarpa, raccogliti, concentrati. Soffio via dal naso un mare di muchi, sputo rabbia e tanta terra rossa, mi sfrego la fronte con il braccio: quanto sudore. Ma va bene così, il turno è suo, è lui che deve vincerlo questo game, gli altri due game non esistono più. Il tempo li ha fagocitati, di tutte le fatiche, le sofferenze, l’ardore e la delusione rimane un numerino freddo: 0 2 che per lui è un 2 0, che lo fa sentire un padreterno. Lo vedo ora che si appresta a battere che è tranquillo, questo me lo cucino facile facile, sta pensando. Mi prende una stretta allo stomaco, provo vergogna, forse lui è chiaramente superiore, forse non c’è partita. Lotta Gianni, niente vale la pena di essere lasciato, lotta come nella vita, slegati le braccia, staccale dal corpo, colpisci, colpisci, colpisci!
    Daniela non ti ho mica lasciato per quello che tu pensi, io non volevo lasciarti, sono state le circostanze e poi tu non hai fatto niente per impedirmelo, tu hai fatto il tuo gioco, hai preso atto, mi hai rinfacciato un paio di cose e poi niente, ognuno per la sua strada.
    Noo, non posso pensare a Daniela in questo momento, sulla sua battuta ero inchiodato come una statua di marmo, fortuna che è andata lunga, ma sulla seconda devo stare attentissimooooo.
    Reggo: dopo due battute siamo ancora vantaggio pari, so che questo game è topico, chi vince questo dopo va in discesa, com’è stato per te Daniela. Dopo che ci siamo lasciati, ti è andato tutto alla grande, sei in gran forma e ancora più bella, sei sempre in tutti i posti che contano e tutti ti leggono in faccia che ora stai meglio e che in fondo con me eri sprecata.  Cazzo, Daniela sei tu che l’hai voluto, con la solita saggezza sorniona delle donne hai semplicemente aspettato. Quello che arranca sono io, come in questo fottutissimo game, sempre a rincorrere, a disperarmi per un misero punticino, com’è stato con te Daniela.
    Ora lo capisco: ti ho lasciato ma ci ho perso io, è come se dicessi al mio dannato compagno di singolo che sono stufo, che mi ha rotto le palle con le sue pallette colme di effetto, il suo tira e molla con i giochetti di polso, che per me il tennis è libertà, sfogo, colpi veloci, intensi e ampi e tanta corsa, tanta foga, senza furbizie, sport puro senza cattiveria. Come se ora, che è di nuovo vantaggio suo, lo lasciassi solo su questa maledetta terra rossa a inzupparsi la maglietta di sudore e argilla, dicendogli: basta, non mi piace più! Sei più forte? Ok sei più forte ma non è la mia partita, hai vinto? Bravo! Ma io me ne vado! Risultato: ho perso, ho perso te e questo malefico terzo game.
    Non dovevo pensare a te, il mio istinto suicida si è rifatto vivo come al solito.
    Cambio campo
    « Cazzo si suda, Gianni»  mi dice Aldo col fiatone, felice di sbracarsi sulla panca per qualche attimo.
    « Fa caldo ancora, è vero»  bevo tutto di un sorso « 3 a 0, mi stai massacrando!»
    « No, è che mi stanno entrando un po’ di colpi e tu oggi mi sembri un po’ distratto.»
    « E’ vero. Non sono rilassato.»
    « No problem, Gianni, l’importante è divertirsi.»

    Quarto game

    Mah! È lui a divertirsi, gli va tutto bene, siamo già 0 15, se perdo anche questo, rischio il cappotto. Il 6 a 0 lo saprebbero tutti domani in ufficio e ci starei male, male. Non posso consentire che le cose vadano avanti così: Daniela, sono due mesi che ci siamo persi, io ti ho lasciato, ma ora mollami tu, lasciami andare!
    0 30, sono trascinato da quest’andazzo, come quando sei alla guida da ore e ore e ogni tanto ti senti affievolire in un dolce sopore e vorresti farti trasportare, te con la tua macchina, in un mondo dolce e ovattato, dove distendere le gambe, chiudere gli occhi, affidare il volante a un angelo benevolo e farti trasportare in un luogo soffice, dove l’aria ti carezza, la terra ti accoglie morbida sotto i piedi e tutti ti sorridono.
    Ma cazzo! Io odio Aldo, la sua fottutissima pancetta, la sua calvizie e gli occhi bovini, le sue performance da leccaculo in ufficio, la sua terribile famigliola e i suoi spregevoli riti: lavarsi sempre i denti dopo il break, avere sempre una bottiglia d’acqua non gasata sulla scrivania, possibilmente non molto fredda, tenere il condizionatore a basso regime, massimo 22 gradi. E votare a destra, perché è più sicuro, perché i comunisti fanno paura! Vaffanculo Aldo, vaffanculo pure te Daniela. Ci voglio morire su questa terra rossa, mi voglio riempire i polmoni di questa poltiglia, voglio sputare sangue ma lo 0 4 non te lo concedo.
    Piazzo 3, proprio 3, ace e mi riporto in vantaggio e poi chiudo, sì chiudo, di volée, un attacco furibondo e finalmente faccio il mio primo punto e ora cara Daniela sull’ 1 a 3 ce la giochiamo!

  • 30 aprile alle ore 20:28
    Corto # 4 - Indelebile
    Come comincia: Mi ricorderò sempre del vento delle antiche estati. Del suo odore di fiamme e di sale che insaporiva l'infanzia.

  • 30 aprile alle ore 0:52
    Come un palombaro
    Come comincia: Cadeva la pioggia e lei pensava di annegare in quel mare infinito. Qualunque cosa l’aveva abbandonata, non provava più niente. Le sembrava che i suoi pensieri fossero sospesi, e giungessero a rallentatore. Come quando una parte di noi si addormenta, e, oltre la ragione, rimane inerme ad osservare. Avrebbe dovuto muoversi, non poteva stare lì. Si stava bagnando tutta, non aveva nemmeno l’ombrello ! La fermata del bus era a pochi passi, poteva distinguerla chiaramente. Doveva raggiungerla, per confondersi tra la folla e ritrovare una parvenza di normalità. Anche il trucco l’aveva tradita. Quando si passava le mani sul viso vedeva tracce di rimmel. I suoi occhi dovevano essere neri, di trucco impiastricciato e pioggia, di vita vera, di donna “sporca” del proprio dolore. Avrebbe dovuto prendere un Kleenex dalla borsetta e pulirsi la faccia, ma era come paralizzata, mentre una debole voce pazza dentro di lei, le suggeriva che stava bene così, che rappresentava perfettamente il momento. Non vi era nulla di normale, in quel pomeriggio freddo e paradossale. Vide la gente muoversi in gruppo verso la pensilina, segno che l’autobus stava arrivando. Di lontano i fari illuminavano la strada e furono la conferma. Nella frazione di un secondo, pensò se avesse dovuto chiamare qualcuno. Qualcuno da avvertire e far sprofondare nel suo stesso inferno. Pensò che non c’era nessuno che odiasse tanto, e al quale augurasse questo. Tutto a tempo debito, ma non ancora, non adesso. Si concesse del tempo per realizzare, per cercare di comprendere e metabolizzare. Alcune infermiere, stavano fumando al riparo di un terrazzino, e parlavano animatamente attendendo il cambio del turno. Una signora anziana le passò davanti e la sfiorò, con un enorme borsa di pelle. Anche lei non aveva l’ombrello, anche lei sembrava essere assente. Un uomo parlava concitato al telefonino, e stava dicendo a qualcuno che era arrivato, che era lì fuori e stava per entrare. Vite che transitavano, altri destini, altre storie, altre notizie con cui convivere oppure venire a patti. Non c’era più tempo, l’autobus aveva accostato e le ultime persone stavano già salendo. Si costrinse a muovere i piedi, come fosse un ricordo atavico di chi in un’altra vita é stato palombaro. Un passo dopo l’altro. Reminiscenze innate di chi, comunque, vuole sopravvivere. Piedi pesanti che d’un tratto si sollevano, si spostano, cambiano posizione. Piano, così. Questa sarebbe stata la sua vita d’ora in poi. Un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro. Il referto era ancora fra le sue mani. Fu un gesto automatico, di chi necessita  liberarsi di una prova che potrebbe comprometterlo presto. Salì sull’autobus, e fu felice di confondersi fra la folla, quasi il suo dolore, lì, non potesse trovarla. Non potesse colpirla. Per un po’, l’avrebbe lasciata in pace, il tempo di una corsa, prima di tornare nuovamente sola. L’autobus si allontanò, e con esso il suo carico di gente. Nel cestino dell’ospedale, un foglio di carta bagnato rimase a danzare alla  pioggia e alla luce dei lampioni. Ormai illeggibili le parole, tutte, tranne una. “Tumore”, c’era scritto, mentre tutti continuavano la loro vita, e, a raccogliere quella confessione, non era presente nemmeno la luna.

  • 29 aprile alle ore 15:22
    Maledetto caffè
    Come comincia: Era nata storta quella giornata e si aspettava il peggio.
    "Maledetta pinzatrice!" Erano finite le puntine proprio mentre  stava per gustare il caffè con dei biscottini al burro, doveva ricaricarla. Nel frattempo la mente tornò a un'ora prima, nella cucina del suo bilocale.
    Si era preparato una scodella di caffè e latte da consumare con un cornetto alla marmellata del giorno prima e maldestramente l'aveva rovesciata sul tavolo sporcandosi i pantaloni appena ritirati in lavanderia. Nel tentativo di pulire velocemente aveva fatto cadere a terra la scodella che si era frantumata. "Stai lì, non ti muovere, stasera ti sistemo io" parlare da solo era un modo per farsi compagnia anche se in realtà desiderava qualcosa di più. Detto ciò si era cambiato ed era uscito per raggiungere l'ufficio.
    Non c'erano, o meglio, non si trovavano in quel macello. Il suo cassetto conteneva più oggetti di un bazar tutti sparsi in disordine e sperare di trovare una piccola scatoletta di puntine per pinzatrice era assurdo. Optò per la soluzione numero due, come sempre.
    "Amedeo prestami le puntine per favore, grazie" Amedeo, quasi sessantenne, era un impiegato modello che teneva sempre tutto in ordine; era la sua ancora di salvezza.
    "Te ne ho già data una scatoletta ieri, ricordi?"
    "No, non ricordo e se te le chiedo è perchè le ho finite"
    "O perchè non le trovi?"
    "Dai, non farla tanto lunga, non le paghi mica tu. Sgancia il malloppo"
    "A buon rendere caro il mio Fausto" Nel frattempo il caffè si era raffreddato e lui odiava berlo così, lo buttò via. Visto il debito appena contratto, decise di togliersi subito il pensiero e si diresse verso la macchina delle bevande, avrebbe pensato dopo alle sue scartoffie da sistemare. Inserì i gettoni e selezionò un caffè lungo, da bere con calma e poi seleziono una cioccolata, che tanto piaceva ad Amedeo.
    "Tieni brutto crumiro, che ti possa andar di traverso" Tale era l'amicizia con l'anziano collega che gli sfottò erano una consuetudine e infatti l'altro rispose:
    "Alla tua, giovane taccagno"
    Adesso finalmente si sarebbe goduto il suo cafffè in santa pace, come piaceva a lui; e invece no, stava per portare il bicchiere alla bocca quando:
    "Oh, eccola qua ragioniere. Temevo non fosse venuto oggi, ero passato poco fa ma non l'ho vista"
    Avrebbe voluto mandarlo a quel paese, come tutti del resto, ma lui era il capo.
    "Dica signore. Mi ero recato un attimo alla macchina del caffè"
    "Ottimo. Un buon caffè è quello che serve per cominciare bene la giornata"
    [Se mai riuscirò a berne uno] pensò Fausto. Infatti per lui il caffè era un rito oltre che un energetico. Posò il bicchiere ancora pieno e sorrise al capo mentre pensava [Maledetto, sentiamo cosa vuole veramente]
    "Ho qui quel fascicolo di cui le parlavo ieri pomeriggio. Stanotte ci ho lavorato su e sono riuscito a fissare dei punti da trasmettere al nostro cliente" disse in modo deciso il capo.
    "Vuole che mandi un fax?" Conosceva già la risposta. Nell'era dell'informatica e della posta elettronica, il suo capo si ostinava a mandare fax e voleva anche la conferma di invio e ricezione su carta; che spreco pensava Fausto tutte le volte.
    "Grazie ragioniere, faccia alla svelta e dopo mi porti tutto" e addio caffè caldo.
    In realtà non era ragioniere, si era diplomato in una di quelle scuole che ai suoi tempi andavano per la maggiore <programmatore e addetto alle mansioni di ... bla bla bla> nemmeno lui si ricordava di preciso tutta la tiritera e per semplicità lo chiamavano tutti ragioniere; tutti, tranne lei.
    Al fax non c'era nessuno ovviamente, dei diciotto addetti in quel piano solo il suo capo usava il fax e probabilmente era l'unico in tutto il palazzo. Inserì il documeto e digitò il numero per l'invio, dopo pochi attimi udì il cicalio che confermava l'avvenuta ricezione dall'altra parte, adesso si trattava di aspettare la stampa della conferma. Invece si illuminò una spia rossa e sul display apparve la scritta <TONER ESAURITO> "e ti pareva!" Esclamò quasi divertito Fausto. Per il fax ci si doveva arrangiare, non era possibile contattare nessun centro di assistenza, costava troppo. Così fu costretto ad andare nel magazzino al piano di sopra dove venivanio conservate la cancelleria e le varie cianfrusaglie inutili. Si era appuntato il codice del toner su un foglietto per evitere errori e prima di salire aveva avvisato l'addetto. Arrivato a destinazione gli consegnò il codice e l'altro lo guardò di sbieco.
    "Si, hai letto bene. Mi serve il toner del fax, lo sai che il mio capo è un tipo all'antica" proclamò Fausto.
    "Siamo tutti all'antica" rispose l'uomo e con il suo bastone si avviò zoppicando in mezzo agli scaffali. Prima di quell'impiego faceva il taxista, poi fu investito da un furgone e nell'impatto perse l'integrità di una gamba. Sua nipote era impiegata in ditta e lo fece incontrare con il responsabile del magazzino che stava per  andare in pensione. Non ebbe problemi a farlo assumere, la sua gamba malmessa non era un ostacolo per le attività che avrebbe dovuto svolgere. Infatti oltre ad essere responsabile del magazzino era anche il tuttofare del palazzo: manutentore, sostituto, aiutante e svolgeva altre mansioni che non richiedevano particolare prestanza fisica. Renato era una brava persona oltre che un bravo lavoratore.
    "L'articolo che cerchi non c'è. Devo inserirlo nel prossimo ordine ma non sarà disponibile prima di un paio di giorni" Sapeva di avergli dato una brutta notizia e in fondo gli dispiaceva "vai giù al secondo piano, mi sembra che nell'ufficio delle <fattucchiere> il fax funzioni ancora"
    "Dalle fattucchiere? non voglio andare da loro" rispose in modo sgarbato Fausto.
    "Fai come ti pare, ma il tuo capo non sarà contento"
    "Hai ragione, scusa Renato, non volevo essere sgarbato con te anzi, grazie per l'informazione" Le <fattucchiere>, così chiamate perchè erano delle autentiche streghe. Erano tre zitelle attempate che dirigevano l'ufficio revisioni, scorbutiche e maleducate facevano del loro meglio per rendersi antipatiche a chunque incrociava la loro strada. La leggenda narrava di persone che, dopo aver avuto a che fare con loro, venivano colpite da strani sortilegi o maledizioni.
    "Sono tutte baggianate" si diceva lui. Baggianate o no, quando fu sul punto di entrare in quell'ufficio mise in tasca una mano ed incrociò le dita [sia mai vero] pensò sorridendo.
    "Lei chi è'? Cosa vuole?" Esclamò una delle tre [un incontro con il Papa e poi un razzo per raggiungere la luna, dove vivrò il resto della mia vta da eremita] "Vorrei spedire un fax, è possibile?"
    "Un fax? Nell'era della posta elettronica? Senta giovanotto, qui si lavora, non abbiamo tempo da perdere" gracchiò la pù anziana delle tre. [Ma sentila questa, non ha tempo da perdere. Sembra di essere in uno di que salotti d'epoca dove le vegliarde si raccontavano stronzate sorseggiando tè caldo, altro che lavorare] In quel momento la terza impiegata fece il suo ingresso con un vassoio
    "Il tè è pronto ragazze, possiamo fare colazione" affermò senza degnare di uno sguardo il povero Fausto.
    "Mhmmm. Questo guastafeste deve spedire un fax" sibilò la sua collega.
    "Fate pure con comodo, basta che mi facciate entrare, ci penserò io a spedire il documento"
    "Ma si Fulvia, lascialo fare. Sembra un tipo a posto"
    [Ancora! Ma qui tutti credono di essere i padroni] avrebbe voluto urlare Fausto.
    "Va bene ragazzo, sei simpatico alla mia amica Agnese, accomodati pure ma non toccare niente [Neanche per sogno,mando il fax e poi tanti saluti] "Grazie signore, faccio in un baleno" Ci mise cinque minutii; il fax, vecchio e sgangherato, andava che era una bomba.
    "Grazie signore, ancora grazie" Tagliò corto uscendo da quella stanza.
    "Torni presto a trovarci, le offriremo volentieri un tè caldo" stava dicendo la signora Agnese, ma lui era già all'entrata dell'ascensore.
    "Adesso andiamo dal capo con il suo cavolo di fax e poi torniamo alle mie scartoffie. Già, un'altra magnifica giornata spesa per il bene della ditta"
    Il capo non c'era "E' dovuto correre in banca per delle faccende urgenti" precisò la sua segretaria.
    "Non fa nulla, le lascio questi incartamenti che mi ha chiesto di spedire, se puo consegnarglieli mi farebbe un favore" stava usando tutto il suo autocontrollo.
    "Nessun favore, me li lasci pure. Se ha detto a lei di spedirli ovviamente si tratta di qualcosa di poco rilievo, solitamente fa fare a me le cose importanti" [certamente, e anche altro] "La ringrazio comunque" e si girò per tornare al suo posto. Nel corridoio incontrò il responsabile dei rapporti con i rappresentanti del ramo vendite, la signorina Emma. In realtà non gli era ben chiaro il suo ruolo, ma la ragazza era davvero un gran pezzo di figliola.
    "Oh Fausto, proprio lei cercavo. Arrivo adesso dalla sua postazione" essere cercato da lei avrebbe dovuto creargli una gioa immensa, da tempo desiderava incontrare quella ragazza. Forse inconsciamente se ne stava innamorando, ma ogni volta qualcosa lo bloccava e non riusciva mai a fare il primo passo. Si era informato sul suo conto, non era fidanzata e per di più era una ragazza alla mano, ma niente da fare, come se qualcosa lo frenasse restava sempre apatico nei suoi confronti.
    "Mi dica signorina Emma, posso fare qualcosa per lei?" Ovviamente, altrimenti non lo avrebbe cercato.
    "Si; cioè, ci sarebbe una cosa urgente che lei potrebbe risolvermi" Lui la fissò invitandola a continuare. "Ecco, mi vergogmo un pò, ma so che lei è veramente disponibile e visto il suo ruolo non le ruberei troppo tempo prezioso" [ e visto che ti trastulli tutto il giorno, vedi di fare qualcosa di utile per me] stava pensando lui per lei "Su, non abbia timore, se posso la aiuterò volentieri" si limitò invece a dire.
    "Ho finito gli assorbenti e nessuna delle mie colleghe ne ha uno da prestarmene, potrebbe fare un salto al market qui di fronte a prendermene una confezione?" chiese la ragazza sussurrando
    "Ma come? Nelle vostre borse dalle mille risorse tenete di tutto e mi vuol far credere che nessuna donna nel palazzo ha un ..." stava urlando "Sssssss...!!!!" Abbassi la voce, per favore" Lo interruppe lei. "No, nessuna. Ne uso un tipo particolare che nessuna delle mie colleghe utilizza. Mica posso mettermi alla ricerca di un assorbente per tutto il palazzo, mi capisce?"
    "Ok, la capisco, ma allora perchè non va lei a comprarseli?"
    "Perchè sono impegnata in un a riunione importantissima e mi sono già assentata parecchio. Pensavo di rivolgermi a lei perchè..."
    "Va bene, va bene, messaggio ricevuto. Mi dica il nome dell'articolo e vedrò di fare alla svelta.
    Lei scrisse qualcosa su un biglietto, ci mise dentro i soldi e disse: "Grazie, lei è un tesoro" e gli stampo un bacio sulla guancia.
    Impiegò meno tempo del previsto e come concordato lasciò il pacchetto nel cassetto della scrivania di Emma che nel frattempo lei aveva lasciato aperto. Tra una cosa e l'altra si era fatto mezzogiorno, ora della pappa. Recuperò i buoni dalla sua scrivania e si diresse in mensa.
    Amedeo e gli altri du ecolleghi erano già seduti al loro tavolo e Fausto, dopo aver riempito il vassoio di pietanze, li ragggiunse come al solito. Fu Amedeo ad aprire le danze.
    "Allora? Che mi combini, fai lo straordinario?" Ridacchiava mentre parlava
    "Ho avuto una mattinata pesante, mangiamo senza parlarne per favore" rispose Fausto
    "Certo, una mattinata pesante. D'altronde il commessoviaggiatore è un mestiere faticoso e tu non sei abituato a simili sfacchinate" continuò in modo scherzoso il collega
    "Amedeoooo!?!"
    Conosceva quel tono, era meglio lasciar perdere, per ora.
    Dopo pranzo Fausto tornò alla sua postazione. Aveva una maledetta voglia di caffè. Alla macchinetta c'era la fila, come tutti i giorni a quell'ora, attese che si diradasse e poi si avviò con calma olimpionica alla <macchina dei desideri> come la definiva lui. Non c'era più nessuno, stava premendo il tasto <caffè lungo> quando alle sue spalle udì "A me macchiato, grazie." Era Emma che si stava avvicinando a lui "me lo offre un caffè? "Certo, come posso rifiutarmi?" Il suo voleva essere un complimento ma la ragazza lo intese come un dovere verso una donna. "Se non vuole faccio da me" rispose lei in cagnesco "No, non mi fraintenda, faccio subito" Si affrettò a precisare lui. Schiacciò il pulsante e una lucina arancio si accese sulla tastiera, il piccolo display riportava la scritta <LATTE ESAURITO>
    "Ecco, vede? Era destino. Non voleva offrirmelo e la macchinetta l'ha tolta dall'impiccio" e senza aggiungere altro si voltò e si allontanò di gran carriera.
    "Ma come? Sono andato a prenderti i pannolini, te li ho portati dove volevi, faccio per offrirti un caffè macchiato e questa stronza di macchinetta ha finito il latte. Cerco di essere carino perchè sono cotto di te e tu  mi tratti così?" Inutile, lei aveva già voltato l'angolo del corridoio. [Maledizione, un'altra occasione persa Fausto]
    Era talmente confuso che si dimenticò di bere il caffè. Dopo dieci minuti era al suo posto e stava pagando quella dimenticanza. Le palpebre pesavano più del solito, aveva sonno e non riusciva a concentrarsi.
    "Fausto! Fausto! Vedi di restar sveglio. Se ti addormenti e ti beccano passeremo tutti dei guai" Amedeo aveva ragione. Decise quindi di farsi un caffè, stavolta nulla lo avrebbe fermato. Aveva già in mano il gettone quando vide arrivare il suo capo.
    "Eccola qua ragioniere. Lasci che le offra io un caffè, stamattina mi ha fatto un grande piacere inviando quel fax, era di vitale importanza. Ho saputo delle sue disavventure: fax fuori uso e conseguente capatina dalle fattucchiere. Posto orripilante quello" Parlava, parlava, ma non tirava fuori il gettone. Fausto osservava le sue mani che cercavano disperatamente nelle varie tasche di pantaloni e giacca, ma di monete neanche l'ombra" Accidenti, devo aver lasciato i gettoni nella tasca dell'altra giacca. Peccato, mi stavo già gustando un buon caffè" Ammise candidamente il suo capo.
    "Non si preoccupi, ci penso io. Un caffè a lei ed uno a me" ed estrasse i gettoni
    Il primo bicchiere era pronto, la macchinetta emise un suono per avvisare e Fausto con tutta la diplomazia possibile porse il caffè al suo capo. "Grazie ragioniere e proprio quel che ci voleva" [a chi lo dice!?] Inserì il secondo gettone e selezionò un caffè ristretto per riprendersi dal coma soporifero
    <CAFFE' ESAURITO> "Porca put..." "Ragioniere, qualcosa non va?"
    "Nulla signore, nulla"
    "Perfetto! Il lavoro ci attende, mi segua" nell'ora successiva, a corto di caffeina, Fausto fu costretto a subire le spiegazioni, i chiarimenti, i diagrammi e tutta una serie di notizie riguardanti il nuovo progetto, faticando spesso a rimanere sveglio "Quindi se ci concentriamo su questi tre punti le sarà chiaro il fatto che non possiamo sbagliare, d'accordo?" Non aveva seguito il discorso, ma a quel punto doveva tenersi buono il capo, annuendo energicamente.
    "Ottimo ragioniere, ottimo. Sapevo di poter contare su di lei, domani mi darà tutti i risultati sviluppati"
    Si era illuso di svolgere facilmente il compito assegnatoli, ma non aveva capito niente e adesso non sapeva da che parte iniziare. Piano B, come sempre.
    "Amedeo sei avanti con il tuo lavoro?" Chiese in modo spavaldo
    "Se mi mantieni per una settimana alla macchinetta direi.... vediamo un pò.... ho praticamente finito"
    "Due giorni, fatteli bastare" rilanciò Fausto.
    "Azz... mi ero dimenticato questa pratica e...."
    "Hai vinto, hai vinto. Falso e bugiardo, vada per una settimana" Fausto sapeva di aver ottenuto il massimo, Amedeo avrebbe risolto il suo problema in un batter d'occhio. Infatti il collega ci mise meno del previsto per sbrigargli la pratica e in uno slancio di umana condivisione dichiarò solennemente:
    "Per stavolta ti abbuono tutto, ho lavorato gratis. In effetti questo lavoretto potevi farlo tu ma oggi ti manca la caffeina e sei senza energie" Il solito Amedeo, collega e amico. Le loro schermaglie erano un modo per rompere la monotonia del lavoro e Fausto era felice di avere un collega così.
    "Grazie Amedeo, a buon rendere"
    "Di niente. Riguardati piuttosto, sei uno straccio"
    Non era la giornata storta, era un periodo storto che durava da molto. Tutta la sua vita era storta. "Maledizione!" Imprecò a denti stretti chiudendo gli occhi, senza sentirla arrivare.
    "Grazie per  stamattina. Si zente bene Fausto?" Quella voce lo ridestò in un baleno
    "Certo Emma, certo. Solo un pò di stanchezza" lei non la bevve.
    "Ultimamente mi sembra strano, ci sono forse dei problemi? Posso aiutarla in qualche modo?"  [Certo, stasera vieni a casa mia a cena e magari dopo scopriamo di essere innamorati pazzi]
    "Allora Fausto che mi dice?"
    "Dico che stasera la vorrei a cena a casa mia, vestita in modo sexy e smettendola di darmi del lei. Ecco cosa le dico" le parole erano uscite dalla sua bocca fluide e spontanee. Si accorse dell'errore tremendo quando ormai aveva fatto la frittata. Gli occhi di lei si socchiusero [aiuto!!]
    "Che modo strano per invitare una ragazza, piuttosto arrogante e maleducato. Sa cosa le dico? Accetto il suo invito, il tuo invito. Preparami qualche buon manicaretto, sono molto golosa. Ci vediamo alle otto, aspettami" e senza aggiungere altro si voltò con fare civettuolo e si allontanò ancheggiando più del solito, o era lui che stava sognando? Il resto della giornata passò in un istante. Aveva invitato la ragazza dei suoi sogni a cena e lei aveva accettato. Lui però non sapeva cucinare, mangiava sempre cibi precotti, scatolame e tutto ciò che non richiedeva grandi doti da chef.
    "La rosticceria all'angolo, è l'unica soluzione e poi di corsa a casa a rassettare e preparare"
    La rosticceria era ben rifornita e non conoscendo i gusti di lei si fece consigliare dalla titolare. La signora lo aiutò nella scelta di alcune pietanze gustose ma nel contempo delicate, cibi che solitamente piacevano al tipo di donna che le aveva descritto. Fausto pagò il conto e ringraziò ancora la donna che gli fece un cenno con il pollice levato. Uscì fischiettando [sta a vedere che la giornata nata storta si trasforma in un trionfo] La sua mente stava fantasticando e lui si lasciò trasportare da quella piacevole sensazione.
    L'appartamento, vecchio e malandato, aveva bisogno di molte migliorie, ma adesso doveva cercare di renderlo presentabile e accogliente. Si mise d'impegno e in un'ora riuscì nel miracolo di rendere quella topaia, come la definiva lui, in un accogliente appartamentino. Aveva riordinato, pulito, disinfettato, preparato la tavola e aveva ancora un buon margine di tempo per ricontrollare tutto.
    "Si, così va bene. Adesso mi faccio un buon caffè, me lo merito. Poi doccia e vai con la serata e speriamo che quel seccatore del mio vicino non venga a suonarmi il campanello anche stasera" Andò in cucina e preparò la moka del caffè, nell'attesa si mise a sedere sul divano, voleva assaporare tutti quei momenti con calma. Anni di insuccessi e umiliazioni avevano lasciato il segno nel suo animo, che come una voragine assorbiva giorno dopo giorno la sua voglia di vivere. Quante giornate nate male e finite peggio, quanti bocconi amari aveva dovuto sorbirsi. "Aspettami" aveva detto lei. Aspettava da sempre quel momento. Socchiuse gli occhi sognante, quella sera avrebbe dato una svolta alla sua vita.
    BOOOOOMMMMMM!!!!!! Il botto squarciò l'intera palazzina.
    Ad Emma, che si era recata all'appuntamento e che di fronte al cumulo di macerie chiese cosa fosse successo, l'agente in divisa rispose:
    "Dalla prima ricostruzione dei fatti risulta che il caffè, fuoriuscito dalla moka che continuava a bollire, abbia spento la fiamma ed il gas della bombola abbia saturato, in poco tempo, il piccolo appartamento. Qualcuno, nel frattempo, deve aver suonato il campanello provocando quello che vede e per gli occupanti non c'è stato nulla da fare. Mi dispiace signorina" concluse l'agente.
    Fausto si svegliò di colpo, aveva udito un boato e voleva capire cosa fosse successo. [Che strano] pensò, si sentiva leggero, quasii evanescente e lievitava sopra l'edificio distrutto. Vedeva le cose, sentiva voci e rumori di quella scena ma capiva di non farne più parte; ci mise alcuni secondi poi realizzò l'accaduto, la giornata storta era finita peggio, come sempre e a denti stretti esclamò "Maledetto caffè!"

  • 28 aprile alle ore 15:19
    Lassù nell'infinito
    Come comincia: Mister Jonny, era un ometto insignificante  perennemente inquieto che palesava il suo malessere girando continuamente i suoi occhietti neri in cerca di qualcuno che gli prestasse un minimo d'attenzione.
    Lo chiamavano così gli operai, dei quali era caposquadra, della fabbrica in cui lavorava da  tempo.
    Il suo vero nome lo conoscevano in pochi.
    Ma sapeva l'inglese sfoggiandone la conoscenza tra le risatine sommesse dei colleghi.
    Avrebbe voluto lavorare nei piani superiori.
    Lassù dove gli impiegati e la direzione guardavano tutti dall'alto in basso.
    La sua carriera non aveva fatto progressi e la sua frustrazione crebbe a dismisura.
    Quella sera  decise di fare una cosa che progettava da tempo. Attese che tutto il personale lasciasse la fabbrica, ben nascosto dietro una pila di scatoloni, e quando il silenzio fu totale, si avviò verso l'ascensore; sarebbe salito negli uffici per provare almeno una volta la sensazione di essere importante.
    zzzzzz...Quel lieve ronzio appena percettibile che accompagnava il movimento della cabina, gli sembrò musica rispetto allo sferragliare del montacarichi che usava da sempre. Pensò che non avrebbe fatto tappa al primo e al secondo piano. No, avrebbe raggiunto l'ultimo e lì avrebbe visitato l'ufficio della Direzione. Aveva tutto la notte per goderne l'agio e l'eleganza che immaginava ci fossero!
    Saliva...saliva...saliva; lento e inesorabile. Sempre più in alto.
    Fuori dal grattacielo.
    Ancora più su.
    Rimase così sospeso nell'aria sospinto da un vento leggero che lo faceva dondolare paurosamente.
    Il ronzio era cessato.
    Attese che la cabina si aprisse anche se quello strano movimento ondulatorio lo insospettiva.
    Rimase in balia della sua paura fissando quelle porte chiuse e i tasti non più illuminati.
    Il sudore freddo che gli colava nella schiena, aveva bagnato anche la fronte e le mani chiuse a pugno.
    "Premi il pulsante"... una vocina gli sussurrò all'orecchio.
    Dentro quel box d'acciaio, cominciò a mancargli l'aria e si decise.
    Spinse il tasto rosso col dito tremante.
    L'ascensore si aprì e fu proiettato fuori come un missile.
    Quello che vide fu magnifico!
    Sempre più grande, sempre più vicino!
    Miste Jonny riposa nel vecchio cimitero dietro la ferrovia.
    Ma qualcosa di lui lassù è rimasto.
    In alto, molto in alto come voleva lui.
    Il suo spirito.
    Asceso purtroppo dopo un corpo che non l'aveva considerato.

  • 28 aprile alle ore 15:13
    L'ombra
    Come comincia: Tommaso aveva un chiodo fisso.
    La moglie, una donnina esile ormai sfiorita, aveva notato da giorni che la faccia del marito si stava segnando di rughe profonde che non le pareva di avergli mai visto prima.
    Anche il suo colorito ramato da muratore stava prendendo un colore giallastro.
    Gli occhi segnati dallo sguardo inquieto e circospetto, la guardavano senza vederla.
    Lei pensò che si stesse ammalando e gli chiese premurosa cosa mai gli stesse capitando.
    Le rispose che stava bene e che era solo un po' stanco.
    Il fatto era un altro però.
    Alla moglie non volle dirlo, con  un collega invece si confidò.
    "Da un pò di tempo c'è un'ombra che mi segue dappertutto.
    E' sempre dietro di me e sempre a destra.
    S'allunga, s'accorcia e la vedo con la coda dell'occhio anche se il sole non c'è, di sera e al buio.
    Devo scoprire di cosa si tratta.
    Non ho paura ma sapere di avere un ombra perenne al mio fianco che non è la mia, mi fa impazzire".
    L'amico pensò che pazzo lo fosse già.
    Non lo dette a vedere ma la sua espressione tradì il suo pensiero.
    Il giorno dopo tutti gli operai del cantiere parlavano dell'ombra di Tommaso.
    Nessuno mi crede, pensò, ma quando avrò scoperto di cosa si tratta, smetteranno di prendermi in giro.
    Ci pensava  e ripensava.
    E l'ombra continuava a seguirlo.
    Un ombra che non era la sua ed era sempre a destra.
    Quella sera decise di parlarne alla moglie.
    Forse la vede anche lei... magari, pensò.
    Le chiese di guardare alla sua destra.
    "La vedi?"
    Lei non guardò in quella direzione.
    Guardò lui e scosse lentamente la testa.
    Lui si voltò, e con la coda dell'occhio vide l'ombra allungarsi fino a diventare una lunga striscia nera che stava sparendo dietro la porta.
    Stava fuggendo da lui.
    Corse fuori come un forsennato per seguirla e acchiapparla.
    Voleva sapere chi era.
    La moglie lo vide allontanarsi di corsa dimenando le braccia.
    Per l'ultima volta.
    Nessuno lo vide più.
    Tommaso sparì per sempre.
    E con lui la sua ombra.
    La sua ossessione.

  • 28 aprile alle ore 15:04
    I gradini della morte
    Come comincia: L'asfalto nero e lucido di pioggia riflette la pallida luce di un lampione.
    Tic tic tic
    Rumore di tacchi a spillo che si alternano a scrosci improvvisi e a strani silenzi.
    Foulard rosso in testa e grigia plastica addosso, la donna apre il cancello, si toglie le scarpe e in punta di piedi entra in giardino.
    Una luce improvvisa illumina il vialetto. Dietro una tenda un ombra scruta la notte.
    Non vede nessuno.
    Foulard rosso vuole scendere giù.
    Senza far rumore.
    Direttamente in cantina.
    E' buio pesto ma lei vede e va.
    Cinque gradini da fare e poi... l'attesa.
    Il suo cuore è come una sveglia che si mangia le ore.
    Lei satura di pioggia è lì come una pozzanghera verticale.
    Cigolio.
    "sta arrivando... sono pronta. Non chiedere se c'è qualcuno, vieni, vieni.. "
    Stivali di gomma che scendono sopra un pigiama.
    La pila proietta la luce sull'immagine spettrale di lei che gli sorride.
    La lama gli trafigge il petto e lui non sente niente.
    Solo stupore mentre un sapore di ferro gli invade la bocca.
    "Sarai il mio ultimo capolavoro"
    Foulard rosso si toglie la plastica gocciolante e lo copre.
    Eretta e immobile come un palo si confonde tra sette sculture ramate posta a raggiera intorno a lei.
    Sette bellissime teste.
    Tic tic tic
    I tacchi riprendono a risuonare sull'asfalto.
    Non piove più e il lampione si è spento nel buio assoluto.

  • 28 aprile alle ore 15:03
    I gradini della morte
    Come comincia: L'asfalto nero e lucido di pioggia riflette la pallida luce di un lampione.
    Tic tic tic
    Rumore di tacchi a spillo che si alternano a scrosci improvvisi e a strani silenzi.
    Foulard rosso in testa e grigia plastica addosso, la donna apre il cancello, si toglie le scarpe e in punta di piedi entra in giardino.
    Una luce improvvisa illumina il vialetto. Dietro una tenda un ombra scruta la notte.
    Non vede nessuno.
    Foulard rosso vuole scendere giù.
    Senza far rumore.
    Direttamente in cantina.
    E' buio pesto ma lei vede e va.
    Cinque gradini da fare e poi... l'attesa.
    Il suo cuore è come una sveglia che si mangia le ore.
    Lei satura di pioggia è lì come una pozzanghera verticale.
    Cigolio.
    "sta arrivando... sono pronta. Non chiedere se c'è qualcuno, vieni, vieni.. "
    Stivali di gomma che scendono sopra un pigiama.
    La pila proietta la luce sull'immagine spettrale di lei che gli sorride.
    La lama gli trafigge il petto e lui non sente niente.
    Solo stupore mentre un sapore di ferro gli invade la bocca.
    "Sarai il mio ultimo capolavoro"
    Foulard rosso si toglie la plastica gocciolante e lo copre.
    Eretta e immobile come un palo si confonde tra sette sculture ramate posta a raggiera intorno a lei.
    Sette bellissime teste.
    Tic tic tic
    I tacchi riprendono a risuonare sull'asfalto.
    Non piove più e il lampione si è spento nel buio assoluto.

  • 27 aprile alle ore 15:55
    Mafia casalinga
    Intro: Un ragioniere settantenne, ex-bancario in pensione da vent'anni.
    Un'insegnante di scuola media, in pensione.
    Un segretario scolastico.
    Un ingegnere, ricercatore del CNR.
    Sono i miei vicini.
    Persone per bene.
    Persone di rispetto.
    Come comincia: Sotto assedio. Così deve sentirsi chi ha la sventura di avere chiesto denaro ad uno strozzino.
    La tua vita, i tuoi pensieri diventano ostaggio di una ossessione. La  morsa che ti attanaglia la gola non ti lascia mai. Un pensiero fisso è sempre con te. Quando mangi, quando dovresti lavorare, quando stai con i tuoi cari o con i tuoi amici, se riesci a conservare i tuoi amici, persino quando dormi, se riesci a dormire.
    Ho la fortuna di non avere mai chiesto un prestito.
    Però, fatte le debite distanze, è così che mi sento. Sotto assedio.
    La mia ossessione non è il denaro che lo strozzino di turno pretende da me.
    La mia ossessione è il denaro che gli approfittatori di turno ancora pretenderanno da me.
    La mia ossessione sono le menzogne che gli sfruttatori di turno ancora spargeranno in giro.
    La mia ossessione sono le aggressioni fisiche o verbali che ancora devo temere quando esco dall’uscio di casa mia.
    La mia ossessione sono le minacce, velate o no, che mi arrivano sotto ogni forma. Sotto forma di parole, sotto forma di lettera, sotto forma di verbale assembleare, sotto forma di dispetti.
    Lo sgomento si trasforma in dolore lancinante perché i miei persecutori sono persone che mi dovrebbero amare e proteggere.
    La mia vita sotto assedio non ha origine dalla richiesta di un prestito.
    La mia vita sotto assedio ha origine dalla richiesta di trasparenza nell’ amministrazione del  condominio dove abito.
    Una richiesta lecita, anzi superflua. Ed invece no.
    E' un piccola palazzina, 5 condomini in tutto, un ambiente quasi familiare. L'amministrazione è affidata a turno agli stessi condomini. E' subito evidente che l'amministratore ufficiale è in realtà poco più di un fantoccio agli ordini del capo-palazzo, un ragioniere settantenne in pensione da vent'anni, collerico ed irascibile se contraddetto. L'amministrazione è alla buona, il capo-palazzo chiede il pagamento delle quote e si occupa di tutto. Decide dei lavori straordinari e chiede le quote senza mai mostrare evidenza dei lavori o fatture. Non presenta mai un rendiconto completo e trattiene gli avanzi di cassa di fine anno. Va be'. Siamo in famiglia, siamo tra di noi. Vogliamo formalizzarci? Dobbiamo solo trattenerlo quando tende ad esagerare, come quando pretendeva che si spendessero 16 milioni (di lire) per la pitturazione delle scale, mentre ne occorrevano al massimo 3. Dopo due anni diventa amministratore di turno mio marito, che tende a contenere l'ingerenza del capo-palazzo. Per la prima volta in quel palazzo l'amministratore presenta un rendiconto a fine anno. Le fatture e le ricevute sono a disposizione di chi ne chiede la visione (prima il capo-palazzo si metteva ad urlare se qualcuno faceva qualche domanda). Le quote mensili vengono diminuite. Nonostante la trasparenza e la diminuizione delle spese, i vicini si mostrano diffidenti ed addirittura pagano in ritardo o non pagano per niente le quote di loro competenza. Mio marito, stufo, cede l'amministrazione.
    Chiedo informazioni su dei lavori che sarebbero stati eseguiti.
    Mi ritrovo ad essere strattonata e spintonata.
    Informo che chiederò visione dei giustificativi di spesa.
    Mi viene consegnato un verbale di assemblea firmato da tutti i miei vicini, zeppo di abusi, intimidazioni, insulti e calunnie contro me e mio marito. Il verbale è evidentemente dettato dal livore del capo-palazzo.
    Mio marito riceve due citazioni, una in contrasto con l’altra ed entrambe in contrasto con quanto il “capo-palazzo” affermava un anno prima.
    Un anno prima il capo-palazzo protestava di non dover pagare 198 euro, ma solo 33. Lo abbiamo accontentato e, su suo suggerimento, abbiamo diviso i rimanenti 165 euro in parti uguali tra tutti i condomini, 5 in tutto.
    L’anno successivo cita mio marito,  quale ex-amministratore, perchè ci ha ripensato e chiede 50 euro.
    Sei mesi dopo, ci ripensa ancora  ed induce la vicina che funge da amministratore ufficiale a citere mio marito per chiederne invece 400.
    Considerata l’educazione dei miei vicini, chiedo di vedere una fattura.
    L’assemblea fa sparire miei 140 euro di credito e mi comunica tramite ingiunzione che devo pagare 240 euro.
    Forse i miei vicini vogliono ringraziarmi perché fino ad un anno prima ero costretta ad anticipare le mie quote condominiali per pagare le bollette, dato che i miei vicini non versavano le loro.
    O forse intendono rimproverare mio marito che non aveva fatto emettere ingiunzioni  di  pagamento  contro  i vicini di casa che per un intero anno non avevano versato le loro quote o contro il marito della signora che ora funge da amministratore, che aveva aspettato un anno per versare l’ultima rata per lavori di manutenzione.
    Ultimamente incontro molti amministratori di condominio.
    Tutti mi elencano i documenti che devono presentare per ottenere un’ingiunzione. Ed a volte non sono sufficienti.
    Invece i miei vicini di casa riescono ad ottenere un’ingiunzione senza una delibera di riparto spese, senza un riparto conforme al regolamento di condominio e senza, non dico un sollecito, neanche una prima educata richiesta.
    Chi sono i miei vicini di casa?
    Che poteri hanno?
    Mio marito suggerisce di non perderci tempo e pago l’ingiunzione.
    Due mesi dopo trovo nella mia cassetta postale un foglio strappato, senza data, senza recapito telefonico, in cui un ufficiale giudiziario m’invita a contattarlo e m’informa che la prossima volta, se non mi trovano, potrebbero sfondare la mia porta di casa.
    Se ne occupa l’avvocato di mio marito.
    Scopre che chi aveva fatto emettere l’ingiunzione aveva poi agito come se non avessi pagato.
    Non posso più far finta di non sapere con chi ho a che fare.
    Ora è evidente. Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.

    Chiedo di avere copia dei documenti relativi ai lavori per cui ho ricevuto l’ingiunzione.
    Il giorno dopo un cumulo di rifiuti impedisce l’accesso al mio box negli scantinati.
    Un avvocato con il papà ragioniere, specializzato in richieste di risarcimento danni, afferma che mio marito avrebbe causato “grave danno” al condominio. Non specifica quale sia il “grave danno”, non lo quantifica in termini di denaro, non produce nessuna documentazione.
    C’è sempre tempo per questo. I danni si trovano e nel tempo si creano.
    Tre mesi dopo nell’androne del palazzo compare un foglio.
    É una richiesta per il nuovo amministratore, un amministratore professionista che gode di ampia fama in zona, stimato dal fratello del “capo-palazzo” e dal nipote del “capo-palazzo” che abita anch’egli nel piccolo condominio:
    <<Poiché la palazzina è stata completamente ristrutturata di recente, con un esborso finanziario di rilievo, i condomini, tenendo conto che sono stati eseguiti “tutti” gli interventi indicati dall’amministratore p.t. e confermati dagli accertamenti tecnici eseguiti dal Direttore dei lavori e formalizzati nei computi metrici preventivi che l’Assemblea ha approvato, ritengono che non vi siano da eseguire lavori di manutenzione straordinaria – anche con caratteristiche di urgenza.
    Qualora il nuovo amministratore prospetti un intervento evidenziandone il carattere di urgenza, dovrà motivarlo debitamente in quanto la relazione tecnica che predisporrà - nel caso dovesse trattarsi di un inconveniente preesistente – sarà utilizzata dal Condominio per una citazione nei confronti dell’amministratore all’epoca in carica e del professionista, che ha prestato la sua assistenza con la direzione dei lavori di ristrutturazione, per l’esecuzione da essi compiuta e per la rivalsa del risarcimento dei danni>>.
    Gli intenti sono chiari. Qualsiasi problema possa avere una palazzina vecchia di sessant’anni, carente nella manutenzione da oltre cinquant’anni, come scrisse lo stesso “capo-palazzo” che abita nella palazzina da sessant’anni, la colpa (ed il risarcimento) deve essere imputata all’ultimo arrivato.
    Due mesi dopo, l’assemblea attesta la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento” dell’amica di famiglia del “capo-palazzo”.
    Non è una novità. Ho sentito questa lamentela praticamente ogni anno dei sette anni vissuti in questa palazzina.
    Sono stati eseguiti dei lavori già due volte da quando vivo in questa palazzina.
    Almeno mi hanno raccontato che sono stati eseguiti.
    Aspetto la relazione tecnica predisposta dal nuovo amministratore.
    Aspetto che l’amministratore proceda d’urgenza. Niente di tutto questo.
    L’assemblea, in attesa di decidere quali lavori eseguire e quando iniziarli, decide solo di emettere bolletta straordinaria mensile di 200 euro a carico di ogni condomino.
    I condomini sono 5. La quota ordinaria a carico di ogni condomino è sui 40 euro.
    In attesa di decidere quali lavori fare e quando iniziarli, in teoria un solo condomino versando 250 euro potrebbe provvedere al fabbisogno ordinario di tutto il condominio.

    Mi sento sotto assedio.
    Come se mi avessero  chiesto di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Non ho un’impresa o un’attività commerciale.
    Voglio solo vivere nella mia casa.
    Eppure mi sento sotto assedio.
    Come se, per vivere nella mia casa, mi avessero  chiesto il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.

    L’amministratore mi assicura verbalmente che ha visto con i suoi occhi le infiltrazioni in tutte le stanze dell’appartamento. Addirittura scorre acqua sulle pareti.  Non mette niente per iscritto. Posso anche aver capito male.
    Chiedo all’amministratore di documentare i danni. Non ricevo risposta.
    Sotto assedio. Così deve sentirsi chi ha la sventura di avere chiesto denaro ad uno strozzino.
    La tua vita, i tuoi pensieri diventano ostaggio di una ossessione. La  morsa che ti attanaglia la gola non ti lascia mai. Un pensiero fisso è sempre con te. Quando mangi, quando dovresti lavorare, quando stai con i tuoi cari o con i tuoi amici, se riesci a conservare i tuoi amici, persino quando dormi, se riesci a dormire.
    Ho la fortuna di non avere mai chiesto un prestito.
    Però, fatte le debite distanze, è così che mi sento. Sotto assedio.
    La mia ossessione non è il denaro che lo strozzino di turno pretende da me.
    La mia ossessione è il denaro che gli approfittatori di turno ancora pretenderanno da me.
    La mia ossessione sono le menzogne che gli sfruttatori di turno ancora spargeranno in giro.
    La mia ossessione sono le aggressioni fisiche o verbali che ancora devo temere quando esco dall’uscio di casa mia.
    La mia ossessione sono le minacce, velate o no, che mi arrivano sotto ogni forma. Sotto forma di parole, sotto forma di lettera, sotto forma di verbale assembleare, sotto forma di dispetti.
    Lo sgomento si trasforma in dolore
    Considerata l’educazione dei miei vicini, chiedo di vedere una fattura.
    L’assemblea fa sparire 140 euro da me versati e mi comunica tramite ingiunzione che devo pagare 240 euro.
    Forse i miei vicini vogliono ringraziarmi perché fino ad un anno prima ero costretta ad anticipare quote condominiali per pagare le bollette, dato che i miei vicini non versavano le loro quote.
    O forse intendono rimproverare mio marito che non aveva fatto emettere ingiunzioni  di  pagamento  contro  i vicini di casa che per un intero anno non avevano versato le loro quote o contro il marito della signora che ora funge da amministratore, che aveva aspettato un anno per versare l’ultima rata per lavori di manutenzione.
    Ultimamente incontro molti amministratori di condominio.
    Tutti mi elencano i documenti che devono presentare per ottenere un’ingiunzione. Ed a volte non sono sufficienti.
    Invece i miei vicini di casa riescono ad ottenere un’ingiunzione senza una delibera di riparto spese, senza un riparto conforme al regolamento di condominio e senza, non dico un sollecito, neanche una prima educata richiesta.
    Chi sono i miei vicini di casa?
    Che poteri hanno?
    Per vedere la fattura sono costretta ad impugnare la delibera di approvazione del bilancio.
    Nel frattempo pago l’ingiunzione.
    Due mesi dopo trovo nella mia cassetta postale un foglio strappato, senza data, senza recapito telefonico, in cui un
    zona, stimato dal fratello del “capo-palazzo” e dal nipote del “capo-palazzo” che abita anch’egli nel piccolo condominio:
    <<Poiché la palazzina è stata completamente ristrutturata di recente, con un esborso finanziario di rilievo, i condomini, tenendo conto che sono stati eseguiti “tutti” gli interventi indicati dall’amministratore p.t. e confermati dagli accertamenti tecnici eseguiti dal Direttore dei lavori e formalizzati nei computi metrici preventivi che l’Assemblea ha approvato, ritengono che non vi siano da eseguire lavori di manutenzione straordinaria – anche con caratteristiche di urgenza.
    Qualora il nuovo amministratore prospetti un intervento evidenziandone il carattere di urgenza, dovrà motivarlo debitamente in quanto la relazione tecnica che predisporrà - nel caso dovesse trattarsi di un inconveniente preesistente – sarà utilizzata dal Condominio per una citazione nei confronti dell’amministratore all’epoca in carica e del professionista, che ha prestato la sua assistenza con la direzione dei lavori di ristrutturazione, per l’esecuzione da essi compiuta e per la rivalsa del risarcimento dei danni>>.
    Gli intenti sono chiari. Qualsiasi problema possa avere una palazzina vecchia di sessant’anni, carente nella manutenzione da oltre cinquant’anni, come scrisse lo stesso “capo-palazzo” che abita nella palazzina da sessant’anni, la colpa (ed il risarcimento) deve essere imputata all’ultimo arrivato.
    Due mesi dopo, l’assemblea attesta la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento” dell’amica di
    famiglia del “capo-palazzo”.
    Non è una novità. Ho sentito questa lamentela praticamente ogni anno dei sette anni vissuti in questa palazzina.
    Sono stati eseguiti dei lavori già due
    Lasciando quella povera famiglia a pagaiare su una canoa per spostarsi da una stanza all’altra, l’amministratore convoca di nuovo l’assemblea tre mesi più tardi.
    Ordine del giorno: decisione in merito alle infiltrazioni acqua appartamento Gilla Pistoia e incarico tecnico.
    Partecipo all’assemblea direttamente. É la prima volta da quasi due anni.
    Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che chiederà i danni. Sento l’amministratore dire che “quando si faranno i lavori, si spicconerà sotto, si valuterà la situazione e si vedrà a chi attribuire i danni”. Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che andrà a dormire in albergo a spese del condominio.
    Sento il “capo-palazzo” affermare: <<Anch’io chiederò i danni!>>.
    Nulla di tutto questo è riportato nel verbale. Posso anche aver capito male.
    Ripeto la mia richiesta di una relazione tecnica e chiedo che la mia richiesta sia trascritta a verbale. L’amministratore scrive:<<la sig.ra Liliana Mazza chiede che gli venga consegnata copia della perizia o DIA dell’arch.Tizio Tazio >>.
    É la prima volta che sento nominare l’architetto Tizio Tazio. Apprendo così che c’è già un tecnico incaricato. Non avevo nominato nessuna DIA. Chiedo all’amministratore di correggere la mia richiesta sul verbale.  A questo punto il
    verbale riporta che <<l’Assemblea a causa di un problema di salute dell’Amministratore viene sciolta>>.
    È necessario accertare lo stato dei luoghi ed i danni subìti dalla povera signora.
    Solo la richiesta al Tribunale di una consulenza tecnica d’ufficio permette di ottenere un sopralluogo.
    Il giorno del sopralluogo il “capo-palazzo” non c’è. Quella settimana è in vacanza.
    Cinque mesi dopo che l’assemblea aveva attestato la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento”, il tecnico d’ufficio verifica che sul soffitto in casa dell’amica del “capo-palazzo” c’è un’unica macchia, massimo cm5 x cm5, di formazione recente e di causa non accertata.
    L’amministratore aspetta altri due mesi per convocare l’assemblea che deve decidere i lavori. Lo sollecito ad anticipare i tempi ed ad agire direttamente nel caso vi siano le condizioni per intervenire d’urgenza.
    Come sempre, non ricevo risposta
    Perché l’amministratore non interviene?
    Ho una mia ipotesi.  È  solo un’ipotesi.
    Fino alla notizia del sopralluogo non c’erano le attestate numerose infiltrazioni.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno. Sono sicura che ci saranno. Il giorno del sopralluogo il mio perito di parte ha individuato una probabile causa di infiltrazione: la guaina impermeabile in corrispondenza della parete che delimita l’appartamento del “capo-palazzo” risulta tagliata e strappata. Non sono tagli dovuti a vecchiaia o cattiva manutenzione. Sono tagli causati da uno strumento atto al taglio, non è dato sapere se volontariamente o incidentalmente. Costo di una riparazione d’emergenza? Massimo 150 euro.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno.
    A quel punto la sig.ra Pistoia chiederà i danni a chi, secondo lei, ha causato il ritardo dei lavori chiedendo l’accertamento tecnico preventivo.
    Non posso fare il processo alle intenzioni. Arriva il giorno dell’assemblea.
    L’amministratore mi ha convocato per approvare il bilancio consuntivo ad anno solare ancora in corso.
    L’amministratore non presenta nessun bilancio perché le spese sono ancora in corso.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato perché vuole dare le dimissioni ed occorre nominare un nuovo amministratore.
    L’amministratore non dà le dimissioni.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato per deliberare sui preventivi del lavoro terrazzo.
    L’amministratore non presenta e non fa presentare nessun preventivo perché afferma che i lavori deve deciderli il consulente tecnico d’ufficio.
    Non è vero, ma se anche fosse, perché l’amministratore mi ha convocato?
    Come da copione, l’amica del “capo-palazzo”, che ha anche la delega del “capo-palazzo”, dichiara che chiederà i danni a chi ha chiesto l’accertamento tecnico preventivo. La sua dichiarazione è a verbale.
    Questa volta non c’è rischio che abbia capito male.

    Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se mi fossi rifiutata di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.

    7 ottobre  2009

    P.S. Aprile 2010. L’assemblea è convocata per decidere su “Lavori terrazzo”.

  • 27 aprile alle ore 13:03
    Sow Tiff
    Come comincia: Letture, Passatempi, Credenze, Esperienze.. Ognuno scelga ciò che vuole leggerci.

    Mi ricordo una particolare serata invernale di quelle talmente fredde che l’idea del gelo ti rimane attaccata mentalmente a tal punto da non desiderare di uscire fuori casa nemmeno quando sei gia fuori dal corpo fisico. Ero sdraiato sul letto e seduto sul divano, paradossale vero? Vi assicuro che era proprio così, il mio corpo fisico era totalmente rilassato sul letto, mentre il mio corpo astrale stava decidendo se uscire o non di casa. Spesso, quando non so dove andare o hi disturbare, mi limito a girellare tra le stanze in attesa di qualche meta interessante da pensare e così feci anche quel giorno. Ero “comodamente seduto sul divano, quando un’ energia mi passo accanto velocemente, si avvicino alla porta di casa come se volesse uscire per poi riproiettarsi in un’altra stanza in modo abbastanza rumoroso. Di qualunque cosa si tratti è pur sempre un estraneo che ti entra in casa, perciò in un primo momento fui spaventato e pronto a rientrare nel mio corpo. Di nuovo mi passò veloce davanti , ma questa volta si soffermò sulla porta ed io, vinta la paura, l’afferrai per un braccio e cercai di scoprirne il volto. Con mia grande sorpresa vidi che era un’energia femminile, dai tratti asiatici e con la faccia mascherata di bianco tipo una geisha giapponese dei primi del ‘900. La invitai a sedersi vicino a me e lei mi sorrise, come se sapesse molto più lei di me, che io di lei, ma comunque mi assecondò e si sedette. Le chiesi chi fosse e di nuovo la vidi sorridere, indugiava come se non volesse dirmi il nome o l’origine del suo essere, ma alla fine cedette e mi pronunciò queste parole “ sono “ Sow Tiff “. Cosa voleva dire quel nome, aveva un significato o era una semplice mia codifica per renderlo memorizzabile? Pronunciato il suo nome si alzò quasi per congedarsi da me, ma il congedo fu tutto da parte mia, poiché per paura di dimenticare questo nome lo stavo ripetendo continuamente fino ad arrivare allo stimolo fisico vero e proprio che altro non era che il pronunciarlo a voce alta. Come spesso ho già spiegato, gli stimoli fisici, provocano un immediato rientro dentro il corpo e così fu, mi ritrovai nel mondo reale con un incomprensibile nome da ricercare su internet per verificare o scoprire qualcosa di interessante che, ad oggi, non ho ancora scoperto. Sow Tiff; chi era? Cosa faceva nella mia stanza? Tratti asiatici, ma con un nome che nulla aveva a che fare con l’ Asia. Si scriverà così? Del resto lo aveva semplicemente pronunciato. Scrissi questo nome sul web convinto che avrei trovato un sfilza di file tif, ma con mio stupore digitando TIFF su google compariva una scritta : Thailand International Forniture Fair… un legame con l’ Asia lo avevo trovato.

  • 26 aprile alle ore 23:10
    Il concorso
    Intro: Gli esami non finiscono mai... e anche i concorsi! Quale cabala potrà mai farci capire se ne imbrocchiamo uno giusto?
    Come comincia: Eravamo seduti tutti in prima fila su delle seggiole abbastanza scomode, davanti a noi una pedana con su un lungo banco e dietro loro due, i nostri giudici.
    L'imponente palazzo della cultura nello stile architettonico dell'epoca  fascista  era ormai annerito dallo smog e aveva molte sale chiuse e in disuso.
    La manifestazione a cui partecipavamo si svolgeva in una grande sala, piena di drappi rossi e affreschi alle pareti, ma il pavimento era logoro e la polvere copriva ogni cosa.
    Il tema della competizione era chiaro e scarno: rappresentare un soggetto marino, ognuno di noi aveva ricevuto un tappo di sughero grande più o meno come il pollice di una mano adulta, uno stuzzicadenti e un piccolo fogliettino quadrato di stagnola, di colore azzurro, con i lati della stessa lunghezza dello stuzzicadenti, infine uno scatolino di colore grigio che aveva l'unica funzione di fare da contenitore del nostro lavoro.
    Eravamo in sei, ammessi a quel concorso sulla creatività in virtù dei nostri scritti, con i quali avevamo superato la prima prova, che aveva bocciato più di una trentina di partecipanti.
    Ero fiero di essere lì ma anche molto perplesso: con quegli  strumenti a disposizione non c'era stato dato molto spazio per creare.
    Avevamo avuto un’ora di tempo per il nostro lavoro, quando finimmo, ci guardammo in silenzio, sistemammo le nostre opere nel contenitore ed aspettammo che i due professori giudicassero i manufatti.
    Il Prof. Antinolfi aprì la seduta, salutando noi e i pochi astanti e ci pregò di portare i contenitori sul banco, mentre il Prof. Calvi puliva con ostentazione i suoi occhiali con la montatura di tartaruga.
    Eravamo tutti molto emozionati, vidi che la mia vicina di seggiola aveva addirittura un tremolio continuo al labbro.
    I due professori iniziarono ad aprire i contenitori e a porre i lavori in fila sul banco, parlottando tra loro, molto compresi di sé e con uno sguardo perennemente severo.
    Tre lavori rappresentavano una barchetta, il sughero era stato la-vorato come uno scafo, lo stuzzicadenti fungeva da albero e la stagnola infilzata nel medesimo, da vela. I Prof si dilungarono a lungo sulla finitura del tappo, in particolare su una delle tre barchette, dove il sughero era stato semplicemente appuntito ad una estremità per simulare la prua, senza alcuna altra modifica. Il Prof. Calvi ci vide una grossa ricerca sui temi del realismo e intuì una seria analogia con il lavoro del Tosi, che citò con ossequio.
    Il quarto lavoro rappresentava un soggetto che pareva un uomo, il sughero era stato lavorato come un busto senza gambe, la stagnola faceva da mantello e lo stuzzicadenti da lancia, per il partecipante doveva essere il dio Nettuno ma il fatto che lo stuzzicadenti non avesse le tre punte fece storcere le labbra ad Antinolfi.
    Il quinto era un pesce, così sembrava dalla forma che aveva il sughero, era adagiato sulla carta azzurra, un po' increspata a simulare un mare agitato e lo stuzzicadenti era ficcato nel sughero come un arpione. Calvi pareva interessato, era originale, troppo violento ma originale. Antinolfi disse solo che il pesce arpionato prima o poi sarebbe affondato, per lui era un'opera effimera.
    Il sesto, il mio lavoro, fu l'ultimo ad essere esaminato, la carta stagnola era molto increspata con lo stuzzicadenti adagiato su, il titolo era: naufragio.
    Antinolfi disse scandalizzato:
    « Qui non si sono rispettate le regole, qui manca il tappo!»
    E in aula cadde un silenzio da sala operatoria.

  • 26 aprile alle ore 23:03
    Editing
    Intro: dedicato a tutti gli scrittori e agli editor!
    La paura di condividere. L' estrema protezione della nostra creatura, un romanzo, un racconto che vede la luce e che temiamo sempre possa essere violentato!
    Come comincia: Rossi mi stressava, seguivo le sue mani piccole piccole sottolineare, tratteggiare, cerchiare.
    Vedevo la sua penna rossa scrivere ai lati del foglio: questo non va, questo toglilo, per noi non esiste, la nostra casa editrice questa cosa non te la stampa, etc., etc. Insomma un calvario!
    Avevamo già fatto incontri sulla coerenza, sulla compatibilità, Rossi aveva già fatto le sue segnalazioni sul climax, sull’aderenza degli stili alle varie situazioni, controllato che questi fossero in linea con quelle descritte. Pensavo fosse finita, ma quella mattina nel suo ufficio successe l'irreparabile.
    Eravamo ad un piccolo tavolo tondo, di lato alla sua grossa scrivania ricoperta di libri, fogli A4 battuti a computer , manoscritti attaccati con grosse spille, libri, depliant e due computer, uno portatile e uno fisso, due cellulari e un telefono a spina, una calcolatrice, un vaso di fiori vuoto, due tazze di caffè anch'esse vuote ma sporche di zucchero raggrumato sul fondo, due cornici con foto di bambini, un cavalluccio a dondolo di ferro che si manteneva per miracolo su un'asticella per via di un contrappeso.
    Per cui la scelta di sederci l'uno affianco all'altro al tavolo e non di fronte non era dovuta ad ospitalità, non era stata fatta per farmi sentire più a mio agio, era semplicemente l'unico ripiano vuoto del suo ufficio, perché ovviamente i mobili, le mensole e quant'altro erano ricoperti di carta, di una enorme quantità di carta, scritta, rilegata, piegata.
    Ci eravamo infognati, già poco prima mi aveva detto che la tensione non attanaglia, ma al massimo invade, per cui dovevo cambiare la frase. Ok, va bene, gli avevo risposto.
    Ci eravamo infognati su quel che accadde, accadde: non gli piaceva, lo trovava ripetitivo , quasi cacofonico, andava sostituito con un soggetto e un solo verbo, tipo: quel fatto, quella cosa, l'evento accadde.
    « Ma perché? A me piace così, che differenza fa? Mi piace, crea movimento, il pensiero vi si aggancia e il lettore segue  meglio il percorso...»
    « Ma che dici, cambialo!»  Si alzò, anche quel giorno avevamo finito senza finire tutto, si avanzava lentamente.
    Mi sentii sfibrato e prese a montarmi la rabbia, sentivo che lui ci godeva a rompermi i coglioni, il potere che aveva lo ingigantiva, lui che era quasi un nano.
    Sbottai: « Vaffanculo Rossi, tu saresti capace di editare anche un elenco telefonico, pensi di sapere tutto, ma chi cazzo sei?» Me ne andai sbattendo la porta.
    Per le scale mi prese lo scoramento, e ora? Pensai: cavolo era un anno che aspettavo di pubblicare quel cazzo di romanzo, ci avevo speso soldi e rimessoci quasi la salute e mettersi contro Rossi era stata una vera stronzata!
    Gli telefonerò per scusarmi, conclusi, ma non riuscivo a rasserenarmi, la verità vera era che non mi andava di sottostare a tutto quello, che ero stufo che la gente rovistasse nelle mie cose, che mi mettesse le mani in bocca per individuare denti malati che malati non erano e piazzarmi denti finti, costosi che non erano i miei.
    Fu per strada che mi folgorò un'idea, quando vidi una ragazzina distribuire volantini, affrettai il passo, dovevo attrezzarmi.
    La mattina dopo mi piazzai all'angolo della strada dove erano gli uffici dell'editore, avevo stampato una cinquantina di copie delle prime due pagine del mio romanzo, ripreso nella sua versione originale, quella solo mia.
    Avevo già essiccato la cartuccia della stampante ma poco male, ero contento.
    Avevo scritto a stampatello, bello grande, a margine del primo foglio, sopra il titolo:
    se ti piace, torna domani a prendere altre due pagine, io sarò qui, dove mi hai trovato oggi.
    Incominciai a distribuire i fogli, avevo solo cinquanta  possibilità , occorreva scegliere bene, non potevo mica sperperare tutti i miei risparmi in cartucce da stampante e risme di A4. Perciò cercai di dare i fogli a chi mi pareva potenzialmente più interessato al mio racconto, ma era una roulette russa.
    Quando finii, tornai a casa pieno di dubbi, forse avrei fatto meglio a mettere il mio lavoro su un sito in internet, ma era come imbucarlo in una bottiglia e buttarlo a mare, certo  in rete c'era un mare di persone, non di acqua, ma temevo lo stesso effetto.
    Arrivai al terzo giorno, avevo ancora le cinquanta copie delle pag 3 e 4, intatte: nessuno era tornato. Cominciava a fare caldo e nessuno tornava. Quello fu un brutto pomeriggio, pensai che l'indomani avrei fatto l'ultimo tentativo, poi sarei andato da Rossi a chiedergli scusa e mi sarei lasciato stritolare dalle sue manine piccole piccole.
    Ma l'alba del quarto giorno rischiarò la mia vita, due ragazzi, tenendosi per mano, si avvicinarono.
    « Allora è vero, ci sei! Ci dai le altre due pagine?»
    Li baciai sulle guance, forse sembravo un barbone, ma due persone erano coinvolte dalla mia storia. Mentre li vedevo allontanarsi, gonfiai il petto e mi dissi: allora quel che accadde, accadde piace a qualcuno e rimasi speranzoso ad aspettare qualche altro ritorno.

  • 26 aprile alle ore 22:38
    Davanti al mare
    Intro: Dedicato a chi ama scrivere o semplicemente ama una donna!
    Come comincia: Notte fonda, mare intenso che risucchia la battigia sino a metà spiaggia e mi scava l’anima ogni volta scuotendola. Sono stato lì tutto il giorno a scavare dentro di me, ogni centimetro esplorato portava a niente, eppure ero sicuro di trovare qualcosa. Stringevo la sabbia tra le mani impotenti a trattenerla eppure il tuo volto non mi sfuggiva, mai!
    Non senti gli umori del tuo corpo se non ti accucci tranquillo in riva al mare per estrarre dal suo rumore imperioso (sempre!), lento e ritmico delle notti di bonaccia, fragoroso nelle impervie di una notte burrascosa, dei piccoli ami dove attaccare le tue sensazioni per riporle un attimo, tenerle fuori da te, affidarle al comando del mare, strappandole al terremoto inquietante che ti
    logora l’anima.
    Puoi scrivere mille volte e mai riporti le tue sensazioni vere, come se esse, uscendo da te, s’inquinassero nel breve tragitto che le porta davanti ai tuoi occhi. Meglio pensare ad altri, meglio affidare i tuoi tormenti a persone splendide, gemelli inappuntabili delle tue voglie di successo, che ti rappresentino nel migliore dei modi, con il viso fresco, l’abito migliore che hai nel guardaroba e l’anima candida di chi non ha travaglio, ma sa e si muove come sa.
    Difficile contrastare l’aria gelida che ti prende in faccia e ti squarcia il petto, se non sei attrezzato a ingoiare, a bere tutto quello che ti offre una notte gelida davanti al mare.
    Come puoi vivere senza rimettere in scena te stesso ogni volta che percorri le tue strade, che segui il tuo filo, che pure rinneghi sempre? Non puoi mica alzarti e far finta di niente? Sarebbe
    sconcertante ripiegare il mare o addirittura accartocciarlo e buttarlo via, dai, sarebbe osceno!
    Non ti trovo, scavo dentro di me e non so in quali anfratti dell’animo ti sei rifugiata o dove io ti ho sepolto per distruggerti o proteggerti, tanto è lo stesso, troppo amore uccide persino un figlio.
    Non puoi presentarti con quel viso struggente, foriero di chissà quali sogni e startene lì immobile davanti a me, senza mai permettermi di toccarti, di riuscire a immaginare il tuo corpo, di riconoscerlo come il mio e di portarti con me, fuori e dentro di me e che tutti lo vedano, lo sentano, e infine lo riconoscano.
    Strano resistere sulla spiaggia a onde così violente e non lasciarti andare, non farti entrare l’acqua dentro per unirla ai moti perenni del cuore e placare l’angoscia, affidando alla risacca tutti i dubbi che ti tormentano sino a restare inerte e muto, placato per sempre.
    E’ una lotta che il mare amplifica, ognuno porta dentro di sé la sua vittima e il suo carnefice, ognuno espande quello che vuole di sé o quello che può, o più semplicemente quello che sa, ci si può affidare all’acqua per traghettare i pensieri, le emozioni su un punto fermo, immutabile, che testimoni l’avvenuto, il pensato, per sempre?
    Sfuggire, sì, a se stessi è pratica costante e comune, ma chi ha il nostro assillo deve lottare ancora più duramente.
    Chi vuole scrivere ha due nemici, il suo racconto interiore e la proiezione sul foglio bianco che come il mare cancella continuamente tutto quello che gli affidi.

  • 26 aprile alle ore 18:25
    Lettera ad un amico speciale!
    Intro: Dare a qualcuno tutto il tuo amore non è un’assicurazione che sarai amato a tua volta!
    Non ti aspettare amore indietro; aspetta solo che cresca nei loro cuori; ma se non succede, accontentati che cresca nel tuo.
    Come comincia: Caro...
    so che non avrò mai il coraggio di inviarti questa lettera, ma sento il bisogno di scriverla ugualmente, è come se mettere su carta quello che ho dentro mi aiutasse a uscire fuori da questo senso di confusione e smarrimento.
    L'orgoglio di entrambi ci ha separati e continua a regnare sovrano tra noi, dettando le regole di ogni nostro incontro: ignorarci o salutarci appena è quello che riusciamo a fare, non andiamo mai oltre, IO non riesco ad andare mai oltre. Forse non è solo colpa dell'orgoglio, i ruoli che ricopriamo ci impediscono di essere sinceri, ogni cosa potrebbe essere vista in altro modo e anche il gesto più bello potrebbe essere considerato come falso. Ma è anche vero che preferisco rimanere nel dubbio che forse dell'affetto tra noi ci sia realmente e che preferiamo non celarlo, piuttosto che avere la certezza, con un tuo rifiuto, di essermi immaginata ogni cosa. Se solo ci fossimo conosciuti "prima"...sono certa che sarebbe andata diversamente, ma il destino ha voluto così, forse dietro c'è una ragione che ancora non riusciamo a scorgere, capiremo ogni cosa quando sarà arrivato il momento che ciò accada.
    Anche se le nostre vite si sono incrociate da poco, ho la sensazione di conoscerti da sempre. Dietro il tuo atteggiamento, spesso distaccato e inevitabilmente insopportabile, vedo un uomo fragile, ma al tempo stesso coraggioso, che non ha paura di inimicarsi il mondo intero, se questo significa dar voce a quello che sente dentro; un uomo che va avanti sfidando tutto e tutti pur di veder concretizzare i suoi sogni; un uomo che non si arrende alle minime difficoltà e che trova sempre il modo di riemergere. Sono una sognatrice anch'io, pensavo che per "crescere" dovessi smettere di sognare, ma adesso mi rendo conto che è il mio modo di stare al mondo, non potrei vivere senza i miei sogni e senza farmi trasportare ogni giorno dalle emozioni di vivere una nuova avventura o di imbattermi in un nuovo incontro. Tutte le persone speciali che ho incontrato nel mio percorso me le porto dentro, ciascuna di loro mi ha aiutato a scoprire parti di me che nn sapevo neanche esistessero. Mi hanno voluto bene forse di più di quanto io me ne voglia e con il loro AMORE sono riusciti a cambiarmi, a rendermi una persona nuova. Dai loro sguardi potevo leggere che loro credevano in me e questo ha contribuito al mio miglioramento. Tu sei uno di loro, non so quanto ci sia di consapevole o quanto di casuale in quello che è accaduto nella nostra storia, ma se sono riuscita a fare l'inimmaginabile è perchè leggevo dal tuo sguardo che tu sapevi che ce l'avrei fatta. Tu hai creduto in me, forse dalla prima volta che il tuo sguardo ha incrociato il mio, ed io ho voluto credere che avessi ragione e così ho acquistato quella forza e quell'energia che mi hanno fatto diventare quella che sono adesso.
    Credo purtroppo sia arrivato il momento di lasciarti andare, devo trovare il modo di portarmi dentro quanto di bello c'è stato tra noi, senza che il tuo ricordo mi tormenti ancora o che il pensiero di te riemerga nei momenti più inaspettati della giornata, facendomi perdere di vista la mia strada. Ma non è molto semplice: per iniziare a scrivere un nuovo capitolo della mia vita, devo chiudere quello che ho iniziato, ma come posso riuscirci se la nostra è una storia rimasta a metà! Il non esserci più chiariti, il non aver più parlato, non mi aiuta a concludere il capitolo che riguarda noi due. Da qui nasce l'idea di questa lettera, una lettera che non leggerai mai, ma che aiuterà me ad andare avanti, ad andare oltre, a liberarmi della tua presenza, per ritrovare dentro di me lo spazio per nuove avventure e nuovi incontri, che mi aiuteranno a prendere maggiore consapevolezza di chi sono.

    Un abbraccio sincero
    tua Narly
    26 aprile 2009

  • 26 aprile alle ore 16:39
    Il fiume
    Come comincia: Durante una scampagnata mi sono fermato ad ascoltare la storia di un fiume, seduto su uno dei suoi argini. Il racconto era coinvolgente in quanto sembrava riassumere le vicissitudini della mia esistenza.
    Le acque gorgogliavano, ricordando la loro abbondanza e pescosità. Rivedevano i volti delle decine di pescatori che le ammiravano nel loro corso, nascosti dalla vegetazione rigogliosa.
    Il canto garrulo degli uccelli risuonava nelle valli profonde ed ubertose. Il sole si rifletteva sul fiume, sprigionando pagliuzze dorate tra i sassi bianchi del greto.
    Il candore di quegli stessi ciottoli si fece più evidente con il subdolo arrivo della siccità, che indusse i pesci ad allontanarsi impauriti.
    I pescatori non arrivarono più a bearsi di uno spettacolo, ormai appartenente al passato.
    Sulle sponde deserte si aggirava soltanto una donna che, incurante della siccità, del caldo soffocante e dell’aridità del terreno, sperava nella pioggia, in quell’evento naturale che avrebbe riportato ogni cosa alla normalità.
    Un temporale fece strada a nuvole gonfie d’acqua che si rovesciò sul letto del fiume, rigenerandolo. I pesci fuggiti tornarono e, con essi, anche i pescatori, che avevano dimenticato la secca fatale.

    I passeri ripresero a cinguettare sugli alberi carichi di foglie d’un verde smeraldo ed il sole si riaffacciò a brillare nel cielo turchino, come le acque chiacchierine del fiume.
    La pioggia, tanto invocata,iniziò a cadere senza sosta, facendo straripare il corso d’acqua e creando, attorno ad esso, una palude stagnante.
    Ancora una volta tutti erano scomparsi, inghiottiti dalle tenebre dell’egoismo.
    La solita presenza, discreta e costante, riuscì a risolvere l’ennesimo problema del fiume. Daria, vale a dire la vera amica, l’amore disinteressato, prese a rimuovere il fango e, con determinazione, restituì l’antica trasparenza alle acque del fiume.

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