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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 aprile alle ore 0:43

    Come comincia: Finirà l'urlo di battaglia di puniche genti, cesserà la sofferenza di Pericle, cadranno i cieli pesanti sull'empireo, si arrotoleranno i mari tornando pace nel tridente. Troverà respiro Eolo e Giove cancellerà ogni dissenso, sol quando il trasparente nucleo del macroscopico Io, allineera' suo fascio di luce, al Sé. E sarà riconoscimento, consapevolezza e accoglimento. Sarà benevolenza di sé e d'ogni altro accanto. Sarà pace e bellezza. Sarà verità e giustizia, e amore.

  • 29 aprile alle ore 9:05
    Andare al lavoro

    Come comincia: Traffico. Come sempre alla solita ora solito semaforo forse anche le solite persone che attraversano. Sembra incredibile tutte queste macchine e non c'è mai nessuno in giro se esci. Abbasso gli occhi per guardare la radio che trasmette questa canzone come minimo dieci volte al girono. Forse dovevo veramente cambiare le casse...guardo il sedile e la borsa è lì come al solito: l'ho gettata come di consueto in fretta e furia perchè il mercoledì devo mangiare veloce visto che tengo il corso alle 14.00; mezz'ora di strada sì, se non avessimo tutti deciso di metterci al volante alla stessa ora. Certo che Avicii ha solamente qualche anno più di me e tanti meno sbattimenti... facessi io la sua vita. Menziona sempre questa California anche se è svedese,ma dico io, compratela sta maledetta casa in California e smettila di cantare l'amore e balle simili che da quando ti sei dato al country ogni tuo singolo è uguale al precedente. E' verde e parto ovviamente in seconda tanto la frizione di Carolina, la mia bimba una Fiat Punto celeste del 2006, è già in dirittura di arrivo. Guardo sulla sinistra e noto con piacere che il Famila non si è spostato di un millimetro. Adoro i Supermercati: al loro interno sembra tutto in ordine caldo e perfetto proprio come piace a me. Ho la mania di sistemare gli oggetti perchè la mia vita è un disastro, cerco l'ordine che per me è diventato essenziale per avere tutto sottocontrollo e vedo che nei supermercati anche la musica è al volume giusto, ne troppo alta ne troppo bassa e mai come nella mia macchina in cui le interferenze della radio sembrano storpiare ogni canzone anche orecchiabile. Sorrido. Vedo il bar dove lavora Martina ma non rido perchè ci lavora lei, troppo schizzignosa troppo magra e poi si crede così bella che nemmeno un filo di fondo tinta si mette in viso, forse crede di essere Penelope Cruz dei poveri... Cerco se per caso c'è parcheggiata la tua macchina. Sono le 13.20 e tu lavori solamente mezza giornata e non arrivi mai a casa senza "cicche e ape"...ogni volta spero di trovare la tua auto solo per vederti uscire dal bar e non salutarti, tirare dritto per la mia strada come se la tua presenza mi scivolasse addosso...Ahah, pazzesco come io possa cedere a tali piccolezze. Studio giurisprudenza, faccio l'istruttrice per arrodondare i conti eppure nonostante tutte le mie letture iperintelligenti complicati affascinanti faccio sempre queste cadute di stile. Già...infondo sono del "Paese" anche io.

  • 28 aprile alle ore 23:25
    The Japanese monkey

    Come comincia: The Japanese monkey
    (fuscata macaco)

    *
    Nella cucina la colazione era pronta.

    «Sandro! Sandro!» udì chiamare a gran voce.

    La piccola scimmia osservò l’uomo dal basso. Preoccupata, tentò di avvinghiarlo alla gamba. 

    L’uomo, in pigiama a strisce, si alzò dalla sedia.

    Cogliendone l’inquietudine piegò il busto per abbracciarla.

    Diede un ultimo fugace sguardo al tavolo bianco che lo separava dalla luce; scorgendo nella cornice di legno scuro alla parete il verde del prato.

    Oltre la finestra, alcuni conigli selvatici giocavano a rincorrersi.

    « Sandro! Sandro! » Tornò a udire e le grida giungevano da fuori.

    «Li avrebbe abbandonati?» si domandò la scimmia.

    Cogliendo il pensiero l’anello robotizzato avanzò spaventato in direzione della camera da letto andando a nascondersi nello zainetto lasciato in terra accanto allo stipite.

    Il giocattolo preferito dall’uomo, un trenino elettrico, si collocò tremante sotto il giaciglio.

    I cerchi metallici presenti nel corridoio, ruzzolarono velocemente, finendo a trovare rifugio sotto il tappeto del salone.

    «Sandro! Sandro!». Tornò a reclamare la voce.

    Di là della soglia, ora spalancata, i suoi occhi incontrarono quelli grandi e grigi di una donna in lacrime.

    «Sandro, Sandro!». Continuava a esclamare la voce.

    Guardandole il volto che gli parve ingigantito e distorto si ricordò di lei.
    Era Stefania; sua moglie!

     Disperata la donna incalzava, quasi non restasse tempo: “Sandro, Sandro, rispondimi.”

     Poi il volto si impietosì e parlò dolcemente: « Amore mio… che cosa accade?»

    L’uomo sorrise per un istante al volto di colei aveva amato, mentre in camice bianco i dottori le cingevano delicatamente le spalle allontanandola dalla stanza con le pareti foderate in cui si trovava rinchiuso.

    La porta imbottita si serrò dietro a loro, emettendo un suono metallico.

    Tornò il silenzio.

    La lampada al soffitto continuò a illuminare l’interno di luce fredda.

    - Avevo le braccia legate al letto… quel mondo non mi apparteneva! Tornai in fretta dalla piccola scimmia che mi attendeva assieme agli anelli e al trenino elettrico. Non li avrei più abbandonati pensai, poi venne la nebbia e mi acquetai. :)
     

  • Come comincia:  
    Riflettere" verbo transitivo, significa: rimandare/ specchiare/ manifestare; intransitivo: rivolgere la mente/ considerare con attenzione/ meditare/ pensare/ ragionare. Per chi non ama sfogliare il vocabolario, ne trova ampie espressioni in internet; lì ho trovato questa: "rimandare indietro, da parte di una superficie riflettente, un flusso di energia". Antica e amante della mia lingua come sono, e anomala come sono, sento pulsare l'unione delle due fonti in un unico e solo significato: riflettere l'onda che confluisce e unisce il pensiero all'intimo/cosmico sentire, e come fosse uno specchio che riflette l'Animo, lo amalgama al Pensiero. Quindi: da una parte il Sentire, Percepire, Intuire; dall'altra Constatare, Pensare, Ragionare; e dedurre.
    I giorni di Silenzio spadellano Riflessioni, inconfutabili verità nate dal discernimento scevro da ogni umano convulso pensiero; spadellano realtà senza desiderio di ghirigori, altrimenti detti pettegolezzi o leziosi gracchiare da stagno mentale. I giorni di Silenzio sono l'"Occhio di bue" sulla scena: evidenziano anche il più piccolo dettaglio.
    Così guardo, assimilo, discerno. E sono pronta a dirlo, a me stessa.
    Sempre in Silenzio seguo il mondo che mi circonda, fuori e dentro web. E discerno, come foss'io il chirurgo che osserva sul tavolo di laboratorio, ogni forma a cui dare un nome.
    E' l'Epoca del cambiamento: ogni Elemento ha debordato dal vaso di Pandora, il Tutto vaga nell'Etere, ogni bene e ogni male, i giusti sapranno recuperare ciò che è bene e i malvagi s'inebrieranno d'ogni male. E ne siamo coscienti, lo constatiamo sbalordendoci di quanto accade su tutto il globo terrestre, ma lo riteniamo "sempre" un male altrui, un bene altrui, noi non ci sporchiamo le mani, il Mostro o l'Angelo, è aldilà dalla nostra porta. Certo siamo compassionevoli: ci addoloriamo o gioiamo. Ma non siamo colui che è il Male e colui che è il Bene. Goliardici novelli cavalieri, brandiamo spade a difesa o a giudizio di costui o colui, inconsapevoli e malamente armati, senza volerlo, alimentiamo le brutture, ci aiutiamo ad essere falsi, a indossare armature. E ci perdiamo nel vortice. Non abbiamo alcuna consapevolezza se non quella che "dobbiamo lottare" ma, ahimè, abbiamo perso il Fine. E' forse iniziare ad estirpare dal Proprio giardino la gramigna, la saggia soluzione? Penso di sì. Iniziamo per favore. Iniziamo a smetterla, nel reale e nel web, di aver timore di appartenere a questa o quella fazione: si è se stessi proprio quando non si è di quello o di quell'altro; non nascondiamoci a Tale perché non vuole essere uguale a tal'Altro perché vuol essere Superiore, più Popolare, non è quanto sta distruggendo in verità, il Nostro Mondo? Vero che siamo Noi i primi complici dello scoperchiamento del vaso di Pandora? Siamo noi quel che fugge dal vaso. Qui, nel web, è lo specchio della Realtà, quella che aborriamo a parola, pure siamo i primi fautori, i protagonisti indiscussi, ché la realtà è questa: maschere colorate di parole, di lance pronte, di spade sguainate, di giochi di Potere. La realtà siamo Noi, qui, in casa, in piazza, nelle stragi (di parole e di azioni), nelle insoddisfazioni che si fingono saggezze: nel perpetrare l'Ego contro l'Io. Non so chi avrà voglia di riflettere, conosco i chiaroscuri della Realtà: popolare è colui che meglio è in grado di fare marketing, alla politichese per intenderci. Riflettere è roba silenziosa, roba per l'interiore, le piazze seguono le voci più popolari, più altisonanti. Il silenzio non fa rumore, parla all'anima e con essa si misura.
     

  • 25 aprile alle ore 18:09
    Veloci treni

    Come comincia: II Mi mancano quei lunghi viaggi in treno. Distanze che squarciavano tempi e culture. Tempi lenti che concedevano gli spazi per vivere, viaggiando. Cose e movimenti delle cose, istanti protratti. Sorrisi, oh santi sorrisi, chi li dona è angelo. I viaggi ora sono corti, troppo corti, il mondo si è rimpicciolito, e pure il tempo. Non mi concede di ammirare e lasciarmi rapire: perdermi nella vita. E allora guardo finestrini e volti riflessi, li fotografo. Tempi che scorrono con violenza, volti schiaffeggiati dalla corsa. Poco tempo. Troppo poco tempo per camminare insieme alle proprie vite, ci si cammina accanto, discretamente accanto, mai insieme. Mai. Eh sì, mi mancano i lunghi viaggi. Vorrei ancora perdermi sui tavolini di un treno e avere  momenti per svolgermi come bobina di un vecchio film, nel vagone che mi ospita. Disperdere ogni mio intimo sentire sulle pareti e poi in esse ritrovarmi. Riprendere i frantumi ed essere sempre io, io nei frammenti degli altri. Io nel viaggio di tanti, un uno-tanti in perfetta assonanza: stesso viaggio differenti destinazioni. Pure stesso viaggio di stesso valore. Ma oggi, i treni viaggiano veloci, non lasciano il tempo di scandagliare ogni momento, di suggere l’emozione dal tempo che passando lascia onda profonda, di quelle che restano addosso anche quando sei giunta alla tua stazione. Peccato viaggiare così velocemente, si perdono intere esistenze, restano incastrate in un nodo, mentre urlano di essere sciolte da lunghi binari. È buono viaggiare velocemente: i confini sono squarciati, annullati; ma quanti nodi sono rimasti abbracciati ai finestrini, quanti racconti nel vapore sui vetri, e quante anime bloccate fra i sedili che non hanno potuto parlare, sussurrare, dire di sé quanto avrebbero lasciato fluire in un durevole viaggio. Mi piace il treno che mi porta presto alla mia destinazione, pure mi ha tolto i momenti lunghi che di me facevano l’essere vivente, di prepotente vita, assieme ai miei compagni di viaggio.

  • Come comincia: La prodigalità della gente semplice è purtroppo, limitata a strati sociali di piccoli gruppi cittadini. Fino all'avvento della "grande modernità" attorno agli anni 70, e ancor di più, 80, era uso comune darsi disponibile all'altro, era un "dovere morale" inculcatoci dai nostri genitori, ci era naturale, faceva parte del nostro tessuto, scorreva nel nostro sangue. Avevamo quel bisogno bellissimo di aprire le braccia all'altro che vedevamo come fratello. Poi appunto, "la grande modernità" ci ha riproposto una nuova educazione attraverso la mondanità televisiva, ci ha insegnato che "l'accanto" è pericoloso, l'altro è pericoloso, e abbiamo iniziato ad aver paura del fratello, a chiudere le braccia e tenerle conserte, perfino la voce si è abbassata e il saluto è divenuto sussurro, fino a sparire. Lo sguardo, anch'esso, da diretto è divenuto a mezza palpebra: non vediamo nemmeno più chi abbiamo davanti. Il progresso ha camminato a passo da gigante e noi intanto stavamo chiudendo il cancello del cuore, per paura, per insicurezza; ci ha trovati impreparati e ancor più spaventati dal "buio" che avanzava, abbiamo serrato tutti i battenti. E ci siamo chiusi dentro. Dentro noi stessi, ma per paura, inizialmente solo per paura. Cosicché, l'umano spaventato ha imparato a cancellare la paura crogiolandosi nel suo piccolo orto; poi ha visto che il suo orto, senza condividerne il prodotto con gli altri, rendeva maggiori conserve, e si è convinto che doveva costruire una fortezza in cui conservare tanto ben di Dio. La fortezza l'ha costruita attorno al suo orto con sé dentro all'orto. L'egoismo. L'uomo si è educato alla solitudine, ha cancellato la sua memoria atavica di cittadino del mondo perdendo l'abitudine a "incontrare" un suo simile, quindi il suo cuore pompa a ritmo lento, niente capriole o strizze per emozioni: non ne vive più! E ora non sa più nemmeno cosa sia una emozione, una condivisione, una parola; le sue braccia sono ormai anchilosate attorno al suo petto, e non può, proprio non può più aprirle... E' un brutto panorama, pure ci sono tanti tantissimi orti senza recinzione, ci sono tante persone e popoli con le braccia pronte, il cuore che batte forte, gli occhi che sanno vedere e orecchie pronte all'ascolto. C'è vita oltre braccia conserte.
     

  • Come comincia: Per una ragazza come Sara, poco più che ventenne e precaria, essere nominata scrutatore in un seggio elettorale è l'occasione per un piccolo guadagno in più.
    Domenica si mette in viaggio per raggiungere La Nuova Fiera di Roma sede ove è stato istituito il seggio degli italiani all'estero votanti per corrispondenza.
    Abita un po' lontano quindi deve prendere un trenino e 2 mezzi e poi mettersi in cammino sotto un cocente sole d'aprile.
    L'enorme struttura sembra vicina ma c'è ancora molto da camminare. Non è sola, man mano che si avvicina alla meta aumentano coloro - tanti, la maggior parte giovani come lei - che vanno nella stessa direzione fino a diventare un mare di corpi addossati ai piedi di una scalinata.
    Sara dovrà attendere là il suo turno per ore sotto il sole.....E dovrà aspettare ancor più degli altri perchè è uno scrutatore supplente.Arriverà in ritardo alla sezione dove, prima di lei si è presentato un altro scrutatore sostituto.
    Le sezioni in quel padiglione sconfinato sono circa 1800; sono suddivise in file interminabili di tavoli che si fa fatica a ritrovare se ci si allontana solo per andare alla toilette...
    La sezione di Sara è così completa: il Presidente, un Segretario e ben quattro scrutatori mentre la maggior parte delle altre non è stata ancora raggiunta neanche da un solo scrutatore! (E così sarà per molte ore ancora.....alcuni scrutatori non si presenteranno affatto...)
    E' allora che Sara si chiede come mai il personale comunale incaricato non interviene per rendere il servizio più funzionale?!?!!!
    Al conteggio delle schede Sara è sorpresa perchè delle migliaia di elettori scritti in elenco solamente qualche centinaio ha espresso il voto..... Pensa che essendo italiani all'estero forse sono poco sensibili al tema del referendum.......
    Apprende però che anche nelle restanti sezioni di tutta Italia l'affluenza è minima.....E' allora che la sua mente si illumina perchè ha capito di avere la risposta : "....Ho capito perchè l'affluenza è così bassa: GLI ITALIANI SONO UN POPOLO DAVVERO UBBIDIENTE! HANNO DATO RETTA AI POLITICI MA SOPRATTUTTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CHE PIU' VOLTE IN TELEVISIONE LI HA INVITATI A NON RECARSI A VOTARE PER QUESTO REFERENDUM..... Sono stata molto attenta....Egli NON ha detto di andare a votare per esprimere un "NO" piuttosto che un "SI"....... HA INVITATO PROPRIO A NON RECARSI ALLE URNE.........!"
    Sara è stata una studentessa molto brava e ricorda che a scuola le hanno insegnato che l'espressione di voto è un DIRITTO / DOVERE per ogni cittadino.......ma questo stride con le parole udite in televisione.......
    Le hanno insegnato anche l'aritmetica e Sara ha realizzato che i costi di questo referendum si aggireranno attorno ai 300 milioni di euro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    COME SPIEGARE ALLA GIOVANE SARA I PERCHE' DI QUESTA VERGOGNA ITALIANA???????????

  • 16 aprile alle ore 17:59
    Lettera della Vita alla Morte

    Come comincia: Lettera della Vita alla Morte
    Dimmi solo perché non dovrei odiarti? Tu arrivi ed io svanisco. Porti via i sogni più belli, le speranze i desideri e lasci intorno a te tanto dolore e tristezza.  Non hai rispetto per nessuno, arrivi implacabile e distruggi tutto ciò che io ho creato e che stavo creando. Dimmi a cosa ti serve interrompermi nell’essenza di un bambino o fermarmi sull’asfalto di una strada nel fiore della mia bellezza? A cosa ti serve annunciarti con giorni e giorni di estenuante malattia o spezzarmi per mano indegna? Come mai fai tanto male agli esseri umani e alle creature di questo Pianeta?  A volte ti presenti addirittura durante il mio primo respiro o compari in lontananza con privazioni e dolori che nessuno mai dovrebbe provare.  Non distruggi soltanto l’anima che colpisci, ma devasti l’esistenza di chi la circonda, degli amori e degli affetti che la sostenevano e che da quel momento in poi cessano di vedermi come un dono e un sorriso. Hai portato il dolore in tante case, l’inferno in tante storie.  Ti sei resa complice di mani infami e di menti perverse e non hai risparmiato al Mondo la tua brutalità. Ti sei nascosta dietro scuse, emblemi, caste, partiti, religioni o disgrazie senza mai prenderti la tua reale colpa. Ha fatto alleanze con la Natura, con il Fuoco, con l’Acqua e di tanto in tanto hai armato le mani dell’innocenza. Sei vile, vigliacca, perfida e nefasta. Vorrei maledirti con tutta me stessa e farti sentire tutto l’odio che provo per te. Tu sei un male talmente grande che non trovo cosa peggiore di te da augurarti. Io non ti comprendo, ti disprezzo e basta.

    La risposta della Morte

    Tu mi odi perché non vuoi comprendermi. Io ti libero dalla schiavitù della materia, esalto la tua energia e apro la tua Conoscenza. A me hanno dato le colpe del dolore, i disagi dell’umanità, ma non sono altro che la vittima degli errori umani. Per ignobili interessi mi hanno fatto giudice di esistenze e punizione di colpe giudicate da altri. Tu sprechi il tuo tempo e faciliti il mio arrivo, non sei educata al mantenimento della tua esistenza, ma propizi i presupposti del mio dominio convinta, invece, di allontanarmi. Tu sei la mia complice inconsapevole e, senza la tua scellerata condotta, sarei sicuramente meno presente. Per questa strana razza umana hai sempre meno valore. Ti scambiano per denaro, ti cedono per potere, ti distruggono per orgoglio, ti avvelenano, t’illudono, ti debilitano per propinarti rimedi impagabili e ti costringono ad un giogo infinito perché tu desideri ciò che non hai e paghi ciò che è già tuo. I Demoni incarnati ti nascondono la mia reale natura, ti vietano di comprendermi, di accettarmi e di tollerarmi. Sono io che arrivo in modo inaspettato o sei tu a chiamarmi perché dia valore al tuo lavoro? Mi prendo cura della tua essenza e ti preparo ad una nuova esperienza sperando che tu abbia compreso la prima. Accudisco il trauma del tuo abbandono dandoti il tempo che ti occorre per capirlo e guidandoti verso una nuova luce. Se solo la tua stirpe dedicasse qualche attimo in più al mio Mondo, alla mia Dimensione, nulla apparirebbe così insuperabile. Non sono altro che il tuo gemello in un diverso spazio, non sono altro che te stessa con un’altra veste. Mi scorgi come un nemico perché non guardi lontano, mi maledici perché non sai chi sono; io arrivo solo a coronare il tuo operato. I Culti mi usano, ma non sanno, alcuni mi bramano a tuo danno, altri mi trovano con l’inganno. Tu servi chi mi ha reso l’Orco delle Fiabe, tu alimenti chi ti costringe a desiderarmi come liberazione dal tuo calvario. Hai creduto alle maschere che mi hanno dipinto perché tu mi temessi, hai ceduto alle caste il tuo innato rapporto con me e, con ciò, hai cessato di parlarmi. Io sono solo la porta di un’altra stanza; sono il naturale scorrere degli eventi. Se tu ti guardassi dentro, scopriresti che non esisto, non sono altro che la tinta che cambia colore al tuo vestito. Quando arrivo tu, non scompari, ma scendi solo dal tuo mezzo per cavalcarne uno nuovo. Chi rimane non ha voluto imparare a guidare il tuo nuovo mezzo, non vede il colore del tuo rinnovato vestito, ti cerca tra le colpe del passato e cede alle lusinghe di chi t’imbriglia nelle file dei cancelli o nel fuoco delle tuo turbamento. Tu non mi comprendi perché non sai chi sei, né da dove vieni. Se vuoi disprezzami, ma ricordati che abbiamo nomi diversi, solo per indicare due punti di una corda che non si spezza mai.

  • 11 aprile alle ore 12:24
    Momenti di dentro

    Come comincia: Scorrono momenti, dentro, che sono intere vite alla moviola. Non si collegano con il pragmatico passare dei minuti, non sono "evidenti". Sono variazioni di colore nel volteggiare di immagini sbiadite, l'essenza è al di sopra e simultaneamente nel centro, nello sterno e nell'aria. La parola tenta di perimetrare e nel farlo si perde e disperde l'Essenza. Sono fluidi del Silenzio, i momenti dentro, amorevoli, rigeneranti. Compagna di Giasone, argonauta del "me di Cosmo" viaggio nella Vita.

  • 05 aprile alle ore 19:21
    Enri Monroe part 1

    Come comincia: Che quanto una persona lasci trasparire sia la parte normale è una considerazione abbastanza riconosciuta, giacché viviamo in compagnia di mostri e bestie feroci che albergano in noi  e teniamo a freno sin dall’adolescenza.
    In merito a quanto sia realmente apprezzato il punto e alla capacità di calmare queste fiere ho però dei dubbi, perché la maggior parte delle persone che conosco sceglie di indagare quasi mai e crede unicamente a ciò  che fa comodo.
    In ultimo, sono convinto che se avesse a osservare  troverebbe malvagità e strani esseri che per natura sono licantropi e pure che se in questo mondo tanto serve il bene, molte più risorse abbia al proprio servizio il male…
     
     
    Erni Monroe
    Lupo mannaro seriale
    *
     
    Erni Monroe si avvertiva strano in quel freddo pomeriggio di fine inverno.
    Mancava qualche minuto a segnare sull’orologio da polso, le sei meno quindici.
    La testa gli doleva.
    Attribuii l’emicrania a un raffreddore.
    Tuttavia non poteva esser quello a cagionare lo strano stato di sofferenza che subiva, perché in concomitanza dei picchi più lancinanti si formavano pensieri violenti di cui abitualmente era privo.
    Neppure si è mai sentito affermare in giro che una malattia da raffreddamento possa far tanto.
    Per sfuggire a quelle ridondanze, al termine del lavoro, aveva deciso di non rientrare in abitazione e  fare un giro per il quartiere, fidando di incontrare volti nuovi.
    C’era stato un tempo, in età giovanile, per gli amanti dei particolari,  in cui per sfuggire ai pensieri cupi che di tanto in tanto lo attanagliavano, si recava in centro città.
    In quelle vie riservate dal traffico trascorreva le ore a osservare, di vetrina in vetrina, le nuove tendenze e le persone.
    Questo per un poco di tempo l’aveva distratto.
    Poi era nato il desiderio di andare oltre  e di conoscere.
    Di sapere di più su quei volti in strada.
    Così, quando camminando finiva a incrociare lo sguardo di qualche passante gli si metteva cautamente attorno e attesa l’occasione scambiava qualche parola.
    A volte la cosa diveniva emozionante.
    Capitava di finire a casa di sconosciuti, o di rimanere coinvolto in feste a sorpresa o altre cose che non si attendeva.
    Per lo più finiva a letto.
    Alcune volte erano stati amplessi amorosi, in altri casi rapporti di gruppo, cose feticiste, altre con qualche punta di sadismo e anche maso quando desiderava raggiungere il piacere tramite il dolore.
    Bade nulla di sconvolgente se vuole, o meglio nulla che non accada ogni giorno migliaia di volte tra persone consenzienti e di storie Erni Monroe avrebbe potuto  raccontarne tante.
    Male che andasse l’incontro si concludeva con una chiacchierata e un caffè.
    Un fatto del genere, oggi, lo avrebbe aiutato a superare il momento.
    Neppure di questo, invero, Erni Monroe aveva esattamente bisogno.
    Quanto si proponeva nel pomeriggio, non era davvero cosa normale.
    C’è da affermare che non fosse totalmente conscio.
    Poteva dirsi di Erni Monroe che fosse un uomo comune.
    Almeno a giudicare da alcuni aspetti esteriori, giacché del privato si conoscesse unicamente che mai si era sposato.
    Quanti non lo sono però, e in ogni caso rimangono delle bravissime persone?
    Il matrimonio è questione legata alla fortuna.
    Alla capacità di rinnovare l’amore.
    Al tempo che si può dedicare alla famiglia.
    Per cui la cosa non avrebbe destato in nessuno il benché minimo allarme.
    Così, Erni Monroe svolgeva con regolarità un lavoro da impiegato e per quest’attività riceveva un puntuale ed equo stipendio.
    Il che gli aveva permesso di avere una casa tutta sua.
    Una buona auto e di concedersi qualche normalissimo svago di tanto in tanto.
    Oltre a tutto, a parte per quelle emicranie che lo afferravano all’improvviso, era provvisto di ottima salute e un fisico che manteneva sufficientemente in forma.
    A dire il vero, i capelli canuti lo invecchiavano.
    Nulla da eccepire se non perché riducevano in maniera considerevole le possibilità d’incontro con persone giovani e per questo, quell’emozione che Erni Monroe istintivamente andava cercando era difficile da soddisfare.  
    Diciamo che era plausibile pensare, di doverla ricercare almeno con attenzione.
    Si aggiunga che Erni Monroe aveva scelto in modo pessimo il quartiere, il quale, essendo non distante dal proprio e del tipo residenziale, rimaneva alquanto privo di passerelle e individui che le riempissero.
    Attorno a lui,  palazzine da un paio di portoni al massimo si alternavano ai lati della via protette da cancelli ferrati.
    Larghi marciapiedi e cani signorili accompagnati a spasso dai proprietari costituivano il panorama prossimo.
    Piuttosto bassa la presenza femminile; indubbiamente: un guaio!
    Senza riflettere voltò in direzione di una zona più popolare.
    Là i caseggiati erano continui e gli accessi continui.  
    Imboccò il sentiero in ghiaia che conduceva al centro del comprensorio quando scorse una figura femminile sul terrazzo di una di queste abitazioni.
    Era impegnata a stendere dei panni.
    Immaginò potesse trattarsi di pantaloni aderenti, magliettine e persino sensuali mutandine ordinatamente poste sul retino fermo alla balaustra.
    Oltre a questo, la donna gli sembrava abbastanza attraente. 
    “Perché no?” disse, ritenendo che potesse essere anche lei in cerca di emozioni.
    Si avvicino e quando giunse nei pressi di quel terrazzo, badò a farsi notare dalla strada camminando avanti e indietro come stesse attendendo qualcuno ma puntando nelle sua direzione.
    Confidava di incuriosirla con una punta di mistero.
    Un modo di fare comprendere a cosa fosse interessato.
    “Chi è quello?”
    “Perché mi osserva con interesse?”.
    Avrebbe detto la donna non appena si fosse accorta di lui.
    Poi avrebbe riflettuto sull’opportunità di condurlo in casa e non far sfuggire l’occasione di svagarsi,  facendogli comprendere, magari con un gesto, un sorriso, l’effettiva disponibilità o la presenza di un marito.
    In questo caso avrebbe atteso il momento, tornando nei gironi.
    Era là, sotto a quella casa a pendere da quelle labbra.
    “Non stupiamoci più di tanto.”, affermava con i colleghi e gli amici al bar Erni Monroe:
    “Perché piace tanto a noi, quanto loro… “.
    E la frase era sufficientemente eloquente…
     
    Se vogliamo, potremmo affermare che quella che Erni Monroe metteva in scena sotto a quella finestra  era una forma di comunicazione base, posturale, intesa ad avviare stimoli istintivi, compreso la paura, presente in tutti noi, al fine di eccitare.
    Null’altro che un gioco inteso a rapporti fuggevoli.
    Qualcosa che non lasciasse strascichi e memoria.
    Erni Monroe non era mai andato oltre a qualche falso inseguimento.
    È vero pure che una volta a suo agio si rivelava un amante dolce e attento al contempo al piacere dell’altro e che il rapporto sessuale spiccio che si augurava di avere, grazie alle endorfine liberate, gli avrebbe attenuato il dolore alle tempie.
    Se si vuole, entro certi limiti: una cura naturale.
    Per questo evitò di osservare il vecchio che gli veniva incontro lungo il viottolo, voltando, al passaggio, la testa sul lato opposto.
    Del resto nessuna donna desidera far conoscere ai vicini di avere ricevuto visita da uno sconosciuto e meno che mai che il marito, un figlio, apprenda la storia.
    Quando fu vicino all’ottuagenario, passò la mano sul volto, così da coprire persino lo zigomo e udì dire:
    “Buona sera” a mezzo tono.
    Bofonchiò qualcosa di conveniente, sicuro che quel rincitrullito non avrebbe saputo riconoscerlo un quarto d’ora più tardi.
    Erni Monroe quel giorno indossava panni scuri e comuni.
    Jeans e giubbotto urbano come tanti.
    Un paio di dozzinali scarponi da città.
    E tanta preoccupazione, ad ogni modo non aveva senso, pensò  Erni Monroe, perché non stava facendo nulla di male.
    La donna tardò a far caso al lui.
    Alla fine però se ne  accorse e il volto si scurì.
    Portò con fare incerto i capelli biondastri dietro le orecchie, poi prese la decisone di rientrare in casa  e calare le serrande.
    “Ci stava…” disse Erni Monroe rammaricato.
    “Era prevedibile. Non tutte hanno voglia di divertirsi!”.
    Sbuffò
    Poi considerò che:
    -La donna non fosse sola in casa.
    - Qualche impedimento biologico.
    Pure ipotizzò di essere assai meno attraente di un tempo.
    La considerazione non gli piacque, ma della circostanza doveva farsene una ragione.
    La sessualità, la comunicazione sono elementi che cambiano con la società.
    Un tempo basta provare con le tante ragazze e se non era il caso, rimaneva cosa evidente.
    Oggi, dove si barattano effusioni per una ricarica di telefonino, dovresti cercare di comprendere anche in gusti prima di avviare una relazione.
    Non tutto è scontato e Erni Monroe si avvertiva inadeguato.
    Il suo mondo e il fare, era medesimo di allora.
    Si diede da fare per dissimulare.
    Stiracchiò la schiena per affermare che era in quella corte, unicamente con l’intenzione di svolgere quattro passi e che la donna aveva confuso l’interesse.
    Perciò tornò a osservare il cielo con l’occasione di un gruppo di rondoni protesi a volteggiare sugli ultimi raggi di sole ma in realtà attento a scrutare l’intorno per comprendere se altri si fossero accorti di lui.
    Sai mai che ci fosse stato qualche bastardo in finestra pronto ad accusarlo di essere un molestatore?
    Poi se ne andò.
    Qualcosa tuttavia era saltato nella testa e provocava un corto circuito.
    Erni Monroe  in quei momenti aveva chiaro solamente un fatto e cioè che desiderava in tutti i modi  fare sesso con una sconosciuta.
    Le orecchie tornarono a far male all'interno.
    Le narici si allargarono per espellere aria
    Sotto i passi veloci, il brecciolino scricchiolava schizzando al lato.
    Se ne rese conto e rallentò l’andatura.
    Cercò di rilassarsi.
    Era abbastanza lontano dal punto in cui, qualche minuto prima, aveva avvistato la donna.
    Non aveva mai faticato tanto a procacciarsi un’occasione e nemmeno era giunto in questa zona del quartiere in cui le palazzine erano moderne e di colore grigio.
    Qui dovevano avere costruito da poco.
    “Non più di dieci anni. “, disse. E “Doveva essere un luogo  silenzioso!” a giudicare dagli ampi giardini con pini e salici piangenti.
    Nascose nuovamente la faccia, quando ebbe l’impressione di avvicinarsi a una telecamera di forma circolare posta in prossimità delle entrate principali.
    Voltò per andare sul retro del palazzo con tale scioltezza che chiunque avesse osservato in quella direzione, avrebbe pensato che fosse uno del posto pure che non lo era.
    Imboccò la prima rampa di scale di marmo peperino che trovò con l’uscio stradale aperto.
     
    Erni Monroe aveva svolto per anni un’attività di vendita a porta a porta e imparato a eludere la guardiania e come fare per accedere alle palazzine.
    Sapeva riconoscere gli occupanti e la situazione economica dai rumori che provenivano dall’interno dell’appartamento oltre che dagli odori del pranzo.
    Persino la quantità di aroma al caffè l’aiutava ad azzeccare quanti abitavano la casa.
    Poi c’erano quegli strani scarabocchi ai lati del campanello o della porta:
    il quadrato indicava che l’abitazione era disabitata.
    Una “X” l’avrebbe definita un buon obbiettivo, ma ciò non lo era per le sue intenzioni.
    Una famiglia tipo, dove vendere di tutto, senz’altro è piena di marmocchi.
    Non sarebbe andata bene.
    Erni Monroe era giunto al secondo piano.
    Suonò il campanello di un appartamento senza note o segni strani.
    Lo scelse apposta chiamando in aiuto la dea bendata.
    La melodia che scaturì ebbe l’effetto di risvegliarlo.
    La porta si aprì qualche istante più tardi senza rumore sui cardini preceduta dal timbro ovattato di un paletto ritirato.
    Nella luce fioca delle scale, faticò a mettere a fuoco il volto di un uomo dalla testa pelata.
    Era più basso di lui di una ventina di centimetri e notevolmente panciuto.
    Ebbe un fremito di paura.
    Una donna non lo avrebbe spaventato.
    Ce ne sono tante di donne in casa. Perché a quella porta si presentava un uomo?
     

  • 05 aprile alle ore 19:16
    Enri Monroe part 2

    Come comincia: Perché a quella porta si presentava un uomo?
    Pensò che la fortuna non fosse dalla sua.
    “ La famiglia Frangipani forse?” domandò in maniera da escludere l’errore mentre stagliava un cordiale sorriso.
    Ci fu un istante un cui ebbe l’impressione che la finzione non avesse retto.Il proprietario dell’appartamento lo scrutò di tutto punto. 
    Allora ripeté:“ Frangipani?”, ma adesso non rideva.
    Desiderava andare via.
    Erni Monroe pensò che avrebbe potuto mettere da parte quell’inquietudine che l’assaliva.
    Tirare le redini al cervello e ricondurlo alla ragione.
    Prendere un calmante e mettersi a sfebbrare nel letto.
    “No. No! Non sono io! “ esclamò l’altro, “ Frangipani abita sotto di noi!”.
    Quindi osservò:
    “Lei è  salito un piano di troppo”.
    “Ops! Scusi tanto!”, rispose Erni.
    Ovviamente era un trucco.Badare ai nomi impressi sui campanelli a partire dal piano più basso l’aiutava nella conversazione.
    A chi avesse aperto e si fosse dimostrato poco furbo a farlo, avrebbe asserito che in qualche modo questo o quel condomino lo aveva inviato da lui perché era un uomo di cultura o donna molto intelligente.
    Davanti a un tavole e un caffè avrebbe stretto un bell’ordine per un’enciclopedia.
    Poco contava che il giorno seguente si accorgesse della bufala.
    Sarebbe apparso chiaro che il complimento fosse offerto per accaparrarsi un minimo di amicizia da parte di chi gira il mondo e sbarca il lunario vendendo a porta a porta.Insomma, unicamente: una bugia a fin di bene!
    Ora utilizzava quell’esperienza per togliersi dall’impaccio.
    “Aspetti l’accompagno. Sono amici!”. Aggiunse il tale.
    Erni Monroe ritenne avere esagerato con il sorriso.
    Era in un guaio.
    Quell’uomo panciuto e in apparenza burbero lo avrebbe accompagnato dai Frangipani e cosa avrebbe inventato una volta che avessero aperto?
    “No. No. Non si disturbi.  È una sorpresa! “ disse allontanandosi.
    Era già a mezza scala quando udì il soffio della porta che si richiudeva e s’innestava nuovamente il fermo metallico.Il pericolo però non era scampato.
    Tra un’oretta l’inquilino sopra ai Frangipani sarebbe sceso a informarli della visita e vedere come stavano realmente le cose.
    Caso mai fosse un parente, avrebbero riso sulla circostanza e bevuto un liquore assieme a loro.
    Tuttavia, nel caso che Erni Monroe  si fosse allontanato, probabilmente non sarebbe seguito nulla.In città si è abituati ai ladri, ai venditori e, a parte qualche interrogativo, ci sarebbero passati sopra pensando anche loro come a un pericolo acquisto scampato.
    Ed era nel sottoscala al compimento della considerazione.
    Perché si fosse infilato là, lo sa il Diavolo e il Signore.
    Possibile volesse far perdere le tracce passando dal garage coperto.
    Pure che fosse talmente confuso da non riconoscere dove si trovasse.
    Fatto è che quanto di più ambiva lo scoprì  davanti agli occhi:
    Nemmeno trent’anni.
    Mora con tacchi.
    Una ragazza magra, carina e avvenente.
    Nessuna fede al dito.
    Fu a quello che badò, principalmente.
    Escludere che un uomo l’attendesse con impazienza, era importante.
    Quella donna doveva essere la figlia di qualcuno nello stabile.
    Si augurò non fosse della famiglia Frangipani, ma neppure questo caso lo preoccupò.
    Non doveva nulla a costoro e aveva stimato in un’ora circa,  l'arco temporale in cui avrebbe cominciato a circolare la voce di un estraneo nel palazzo.
    Per avere soddisfazione non occorreva che qualche minuto.
    Lei lo osservò cercando di riconoscerlo.
    Quell’uomo la scrutava in maniera strana.In qualche maniera s’intuì la domanda:
    “Che cosa fa questo nella zona riservata sotto lo stabile?”.
    Nemmeno fu scaltra da comprenderlo velocemente e scappare.
    Voltò la testa in direzione dell’ascensore che non era al piano.
    Fosse stato presente, si sarebbe infilata dentro e diretta in casa.
    Mai che una cosa funzioni come deve, quando serve al bene. 
    Il dolore nella testa di Erni Monroe divenne furibondo.
    Osservò anche lui in direzione della cabina mancante.
    Ebbe il tempo di leggere accanto a quell’uscio metallico la parola “Stanzino”.
    Una cosa in grassetto su un foglio di carta mantenuto sulla superficie da un nastro trasparente  ingiallito.
    Chissà perché creano alcove nei punti più strani.
    Quanto la gente normale considera meno, è il funzionamento di  in un cervello starato, cosicché quanto per loro appare un luogo da evitare perché sudicio o maltenuto, risalta per l’altro confortevole antro per dare accoglienza agli istinti.
    E quel ripostiglio fu l’ultima cosa dal quale fu attratto prima di farsi accanto alla ragazza tagliandogli la strada.
    Poi fece pressione sulla leva per aprirla.
    Là per là, nemmeno lui credette che fosse possibile.
    La maniglia si era abbassata dolcemente e la cosa più impensabile di tutte, era che la porta si era spalancata.
    -Il male conta su certe casualità, ma lo dico da prima.
    Erni Monroe agì lesto stringendole con forza la mano sulla bocca.La ragazza ebbe l’impressione che le rompesse la mandibola.
    Inciampò sul tacco.Lui avvertì sotto il palmo, la pelle morbida e fiato caldo.
    Si eccitò il quel momento.
    Percepì il pene scoppiare nei pantaloni.
    La trascinò dentro quella stanza buia e sporca richiudendo l’uscio con il retro della scarpa:“ Stai zitta o ti ammazzo!”, sibilò subito nell’orecchio.Il rumore delle borse con la spesa che andavano in terra e dei barattoli di passata che rotolavano aggobbendosi, accompagnò la cattura e gli diedero forza.
    Oramai le cose prendevano ordine compiendosi secondo una tabella mai studiata ma di fatto: logica.
    Conseguenziale.Erni Monroe doveva indurla a fare ciò che voleva nel minor tempo possibile.Doveva convincerla e fiaccare ogni resistenza.
    Per ciò adoperò  i mezzi fisici che possedeva e senza un minimo di sensibilità torse da un lato il collo della ragazza e le piegò bruscamente la schiena in maniera di indirizzarla sul pavimento.
    Finirono per scivolare sopra in due.
    Lei batté la nuca su qualcosa di ovattato.
    Una serie di vecchi cartoni abbandonati.Erni Monroe cominciò a baciarla.Lei non riusciva a respirare e provava repulsione per quell’alito fetido e malato sopra di lei.
    Erni Monroe, messosi accanto,  passò a leccare il collo magro che aveva solo intravisto ma che ricordava perfettamente.
    Il sapore dolciastro del profumo indossato gli s’impastò con la saliva.
    Voleva essere dolce.
    Finì a dare dolore succhiando profondamente la pelle all’altezza della giugulare e morderla forte.
    La ragazza sembrava svenuta.
    Una reazione di salvaguardia che il genere umano condivide con qualche specie animale: fingere di esserlo per allontanare il nemico.
    Se così capita in natura, non con altrettanta facilità accade tra noi.
    Erni Monroe, infatti, concluse che provasse piacere anche a lei.Le strappò il corpetto che indossava.
    Negli istanti successivi udì il suo fiato minaccioso, mischiarsi a quello flebile e corto di lei.Si adoperò d’impegno per toglierle la maglia, il reggiseno.
    Pareva avere ottime cognizioni delle chiusure, degli agganci anche se in realtà tentativi non erano altro che parvenze di  buone maniere, perché finiva a lacerare ogni cosa.Smise di interessarsi ad altro che non fossero i seni torniti che sia alzavano e abbassavano regolari.
    Ascoltò eccitato quel cuore, andato oltre il limite.
    Era buio quel posto ma la luce gialla filtrava dal fondo della porta, rendendo in parte visibile la scena.Lei lo osservò in ginocchio sul fianco.
    Sembrava un lupo nell’atto di sbranare la carne.Le sembrò addirittura di vederlo leccare le dita.Erni Monroe le mollò un gancio sul volto prima di chiedere
    :“ Stai ferma?”.
    Era certo di non avere messo troppa forza, ma a sufficienza che comprendesse il quesito.
    Se Erni Monroe avesse potuto distinguere l’ematoma che si andava formando, avrebbe compreso l’atrocità della botta.
    “Come ti chiami?” domandò cercando di tranquillizzarla e faticare meno.
    “Lasciami andare. Non dirò nulla. Sei ancora in tempo. “, supplicò la ragazza.
    Erni Monroe non aveva fatto tutto questo baccano per piantarla ora.Rispose: ”Forse!” con ironia.
    Tornò a umettarle i seni e passare sopra le dita.I seni parvero inturgidirsi.
    Semplice reazione meccanica in un corpo giovane e perfetto.
    Retaggio animale, pensò Erni Monroe.
    “Porco lasciami andare. I miei fratelli ti uccideranno!”, intimò lei.Erni Monroe provò timore.
    Non è facile battersi contro più persone anche quando si è abbastanza prestanti.
    Tuttavia, aveva messo in conto anche di poter essere linciato.
    Rise spavaldo bando a farsi udire solo da lei.Lei gli sputò in faccia.
    Lui asciugò il volto passandolo sul braccio.
    "Comportati bene e ne uscirai viva!” promise, prima di baciarle il ventre e scendere con la testa nel pube.
    Erni Monroe faticò ad azzeccare la lingua sul clitoride.La ragazza si contorceva.
    Dovette metterle una mano sulla gola.Una maggiore pressione l’avrebbe accoppata.
    Razzolò in quella peluria ogni fonte di umore nutrendosi avido.La ragazza tentò di allontanare la presenza spostandone la testa.
    Un colpo all’altezza del pancreas la lasciò esanime.Aveva il quel punto, un profumo che poche hanno, pensò Erni.
    Si deliziò convinto costituisse la base di una essenza che la zia indossava.
    Tornò a pensare di essere fortunato.
    Gli era capitata la donna che ogni uomo vorrebbe accanto per tutta la vita e coltivò per un momento l’idea che fosse possibile  con calma farla innamorare.
    E che l’aveva presa in prestito prima di altri.Si era quello che desiderava.
    Appropriarsene.
    Gestire la persona come fosse cosa personale.Altro che ricercare soddisfazione nel lavoro.
    “Tanto la carriera ti è negata.”, disse a un certo momento.
    Neppure essere generoso con gli amici lo appagava.Quali poi?
    “Gente disposta a venderti al migliore offerente.”,
    Erni Monroe in questi brevi luccichi di insensato ragionamento, assolveva  la propria condotta e la lussuria.
    Affondò oltre la lingua e gli parve che tutto fosse morbido e desideroso.
    Agguanto la pelvi e si beo per questo.
    “Brava!”, disse nel portarsi sopra al corpo di lei con la patta sbottonata.
    Lei strinse le cosce per respingerlo.
    Erni Monroe perse subito la pazienza.Le vibrò un manrovescio.
    Le calò più in basso i pantaloni  lacerandoli.
    “Maledetti!” impreco insoddisfatto per lo sforzo.
    Afferrò una gamba sotto un braccio.
    Con l’altro fece altrettanto.
    Entrò profondamente.
    La donna decise di non provare altro dolore.
    Quando fu dentro, le passò le mani al collo e comandò:
    “ Come ti chiami? Vuoi dirlo o no?”
    Rispose piano: “Manuela”.
    Cominciò a cavalcarla affermando:“ Manuela fammi venire!”.
    Manuela piangeva.
    Non poteva credere a quanto capitava.
    Aveva partecipato a qualche discussione sul tema.
    “Sì, certo. “ aveva asserito.“Uomini che ti palpano stanno ovunque! Sono maiali, salvando quelle povere bestie…”
    Senza convincersi che potesse capitare anche a lei.
    Almeno a quella maniera.
    Per anni aveva fatto avanti e dietro da quelle scale senza che capitasse niente.
    Ora era rinchiusa a due passi dai genitori.
    Che cosa aveva fatto di male per meritarselo?
    In cosa aveva sbagliato?
    Era meglio assecondare quella furia con la speranza che una volta finito i comodi, andasse via, oppure resistere e farsi accoppare?
    Non lo sapeva.
    Nessuno te lo insegna.
    Se ne parla ma poi?
    C’è un metodo?
    Una maniera?
    Tremava e piangeva che altro poteva?
    Avere risposto con forza le era costato un pugno in pieno volto.
    L’avere rifiutato i luridi baci, un altro colpo al fianco.
    Ora aveva perduto la sensibilità della parte.
    Una sberla le aveva chiarito altri argomenti.
    Nessuno l’avrebbe più guardata e nessun uomo l’avrebbe più voluta.
    Avvertì il bisogno di vomitare e tossì di lato.
    Erni Monroe sembrò non dar peso ma tornò a porre  la mano sulla bocca, infilando eccitato il dito medio al suo interno.
    Manuela quasi soffocò.
    Non ebbe coraggio a fare altro.
    Erni Monroe venne.
    Cessò tutto in quel momento.
    Calma al termine della tempesta o era nell’occhio del ciclone?
    Il mostro le giaceva sopra esanime.
    Probabilmente, dopo l’amplesso era in contatto con Dio o meglio, il suo opposto.
    Erni Monroe la udì ripetere
    :“Bastardo! Bastardo!”.
    Pareva una nenia, di una bambina.
    Il male al capo era cessato.
    Avrebbe voluto dormire.
    Non ce ne era il tempo.
    Era passata mezz’ora da quando aveva domandato dei Frangipani, ma il tempo con la ragazza si era dilatato quanto una giornata intera.
    Senza staccarsi dal corpo delicato della ragazza, ritrovò tra le dita il capo di un cordino elettrico abbandonato.In verità conosceva benissimo, dove trovarlo.
    Lo avvoltolò come per misurarlo.
    Saranno stati sessanta centimetri di lunghezza.
    Sufficiente e abbastanza resistente.
    Non ebbe pietà.Alzò le spalle e sui gomiti.
    Attorcigliò il legaccio al suo collo.
    Manuela parve non accorgersene.In ultimo per difendersi dalla brutalità aveva separato la mente dalle membra.
    Quanto accadeva era distante.
    Non la riguardava.
    Altra reazione completamente umana a differenza di Erik Monroe che non ne ebbe.
    Parte di quei capelli scuri impastata di sangue finì dentro il legamento.
    Manuela prima di morire tornò in se e ferì profondamente con le unghie curate la carne attorno alle braccia di Erni Monroe.
    Tuttavia nulla che un uomo anestetizzato dall’adrenalina del coito non possa sopportare.
    Manuela tentò pure di ferirlo al volto:
    “Porta questi segni davanti a tua figlia!”, disse roca.
    In tutta risposta Erni Monroe le morse la mano troncandole un dito e non mollò la presa.
    Aggiunse un nuovo morso sulla guancia, quasi un ultimo bacio.
    I segni delle arcate rimasero impressi.
    Poi venne nuovamente.
    Non comprese come.
    Accadde nel momento esatto che ebbe il sentore che il cuore di Manuela fosse fermo.
    Lo avvertì dal calore del corpo e dal pulsare della vagina.Le urine calde di lei gli bagnarono lo scroto.
    Ebbe timore a rimanerle dentro.
    Si sfilò.
    Arrivò all’interruttore che si era frettolosamente ricomposto.
    Diete una rapida occhiata alla stanza rettangolare.
    Il corpo della ragazza giaceva molle perpendicolare alla parete su un pavimento fatto di cartoni da consegnare al macero.
    Il volto riverso verso la parete e i bei capelli corvini che aveva, coprivano le orecchie e la bocca lasciando scoperto il bernoccolo rigonfio di sangue blu.
    Ancora ammirò la cute liscia e il corpo flessuoso.
    Per un attimo parve disgustato.
    Quella donna non appariva così bella e desiderabile come l’aveva conosciuta.
    Già.
    L’aveva massacrata.
    Tolto il futuro.
    Mostrato l’orrore.
    Infame, sminuiva l’aspetto.
    Richiuse la luce e scostò la porta.
    Da sopra si avvertiva vociare e suonare ai campanelli.
    Gli sembrò di udire:” Signora Lucia, è passato da lei un uomo alto un metro e ottanta, sui quaranta, quarantacinque anni?”.
    Pochi minuti e sarebbero scesi a controllare nell’interrato.
    Abbandonò la posizione lasciando accostata la porta.
    Convinto di riuscire perché il ritrovamento del corpo avrebbe disorientato e rallentato gli inseguitori.
     
    Erni Monroe, un vero predatore, raggiunse il viottolo senza incontrare chicchessia.
    Tagliò per i vialetti, spostandosi rapidamente tra i caseggiati.
    Badò a non farsi riprendere dalle telecamere e a passare troppo vicino ai balconi.
    Per tutto il percorso portò varie volte la mano sulla fronte come avvertisse male alla tempia, anche sapendo che per diversi giorni sarebbe stato bene, benissimo.
    Non avrebbero fatto nulla con suo DNA.
    Mai fatto un esame.
    Mai dato a nessuno,
    Nei pressi di casa accese il telefono.
    Squillò poco dopo.
    All’altro capo, una voce femminile domandò allegramente: “Amore andiamo al cinema stasera?”
     
     
     

  • 03 aprile alle ore 12:14
    La Felicità Esiste

    Come comincia: Spesso mi è capitato di andare verso una meta non definita, e anche se all'inizio vedevo man mano che camminavo dei cartelli con scritto "Infelicità" o anche "Divieto di Allegria" ho sempre letto diversamente quei cartelli... non perchè mi andava di leggerli a modo mio bensì perchè quei cartelli erano stati messi apposta da qualcuno.

  • 29 aprile 2015 alle ore 17:29
    .

    Come comincia: Non cercare l'amore esso arriva quando meno te l'aspetti. Non amare chi non ti ama e non sprecare neanche una lacrima per chi non ti merita. Non riservare nessun posto nel tuo cuore per chi non ce l'ha per te. Non cambiare per nessuno perché chi ti ama ti accetta così come sei. Non vivere aspettandoti l'impossibile, ma goditi quello che hai. La vita va vissuta ogni attimo, con amore per quello che fai. La vita va avanti in fretta e non aspetta nessuno ed è un dono che non ti verrà regalato un'altra volta.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:41
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    Come comincia: Ho vissuto periodi della mia vita molto difficili e insopportabili. Ma proprio quelle situazioni mi hanno insegnato tanto, sono stati proprio quelli i momenti in cui ho imparato e sono cresciuta. Chi non ha provato il dolore non potrà capire chi sta male, non imparerà ad aiutare chi sta crollando, non saprà cogliere le richieste d'aiuto specialmente quelle urlate nel silenzio. I falsi moralisti, più che aiutare tenderanno a peggiorare la vita degli altri, non sono in grado di aiutare se stessi figuriamoci se riescono a soccorrere gli altri . La loro vita resterà sempre colma di realtà insignificanti. Trascorreranno l'esistenza perdendosi la gioia nell'aiutare chi ha bisogno a la meravigliosa bellezza che c'è nelle cose.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:39
    .

    Come comincia: Gli ipocriti fanno solo tanto baccano e nient'altro. Le loro parole giungono come un ronzio fastidioso al mio orecchio, predicano molto bene per rendersi strabilianti agli occhi di chi li ascolta, a quanto pare hanno imparato a memoria il capitolo dei valori del perdono, della sincerità,dell'amore, dell'amicizia e potrei continuare all'infinito. Certe cose non si possono insegnare se non le vivi in prima persona, ma soprattutto se non le metti in atto. I valori non si possono trasmettere con le parole, si dimostrano con l'esempio non con le prediche.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:37
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    Come comincia: Sono dolce e sensibile, ti aiuto se hai bisogno, ma prendimi per i fondelli, fammi un torto oppure gioca con il mio cuore e non ci penserò due volte a regalarti il mio lato bastardo. Non gioco mai ad armi pari ti farò sempre più male io. Chi fa la doppia faccia, chi sputa giudizi falsi su di me dovrà vedersela con il mio lato peggiore, perchè così come loro non si sono creati scrupoli nel ferirmi e infangarmi, così anch'io senza esitare ricambierò e se sarà il caso tirerò fuori i miei artigli. Me stessa sempre nel bene e nel male, non ho paura di essere ciò che sono !

  • 24 aprile 2015 alle ore 11:57
    .

    Come comincia: Quante volte hai creduto nelle favole pensando che il bravo ragazzo fosse l'eroe della tua vita, ma poi quando hai guardato in faccia la realtà, hai capito che ti sbagliavi, perchè in un mondo come questo caratterizzato da stronzi che se ne vanno con le troie, è necessario essere in grado di prendere il dolore della cocente delusione e stare su. Hai capito che ti serve tanta forza per non farti calpestare la dignità da uno stronzo che non ti merita e che non ha voluto neanche impegnarsi a capirti, leggerti dentro e conoscerti meglio. Hai imparato a tue spese che bisogna avere tanta forza per andare avanti senza guardare al passato, anche quando questo ti è costato perdere le persone a cui tenevi di più, hai lasciato cadere le lacrime ancora una volta e hai capito che desiderare di stare ancora tra le sue braccia che ti stringano forte, che ti proteggano e ti amano fa molto male. Oggi sai che non ne vale la pena, perchè lui non è più lì con te e non può vedere le lacrime piene di amarezza che sgorgano dai tuoi meravigliosi occhi.

  • 23 aprile 2015 alle ore 22:50
    Il Respiro della Libertà

    Come comincia: Il coraggio, la forza: a Carlo non mancavano.
    Lo sapevano bene i suoi compagni di gioventù, perché lui alle sfide mai si sottraeva.
    Come quella che si svolgeva là, dove i frastuoni della fabbrica si spegnevano per lasciare il posto al silenzio della campagna e subito dopo agli umori della palude: terra pregna d’acqua marcia ma anche di vita, che si faceva sentire prima che vedere.
    La prova, rigorosamente riservata ai maschi, era molto impegnativa, senz’altro la più difficile da sostenere: parteciparvi era già un risultato.
    Bisognava, superando paura e schifo, trovare una biscia e, prima che strisciasse via, afferrarla per la coda e tenerla il più a lungo possibile sollevata da terra.
    Imbattibile Carlo: era sempre quello che resisteva di più.
    Questo il racconto di Vincenzo a cui avevo chiesto di parlarmi di lui.
    So che si conoscevano e che a un certo punto tutti e due entrarono nella Resistenza.
    Fu lì che le loro strade si divisero: Vincenzo aderì alle formazioni della zona, mentre Carlo si unì a quelle dell’Alto Vergante, dove prese “Nuvola” come nome di battaglia.
    Carlo fu tra i primi a salire in montagna; fu lui a insegnare a tanti ragazzi il coraggio di masticare la guerra.
    Tra i tanti Guido: un giovane milanese aspirante partigiano, arrivato in montagna con il cappottino, le scarpette della festa e una pistola che ancora non sapeva usare.
    Un giorno il ragazzo gli chiese perché aveva scelto quello strano nome di battaglia.
    Lui molto semplicemente spiegò che guardando il cielo aveva visto una bella nuvola e quindi …
    Ma a me piace pensare che dietro quel nome ci fosse dell’altro.
    Una nuvola può apparire o scomparire, mostrarsi con orgoglio o discretamente nascondersi, presentarsi da sola o in compagnia, stare tranquilla in un cielo o scatenare l’inferno in terra: non per distruggerla ma per continuare a farla respirare.
    Come loro che erano lì in montagna e che si battevano non per il gusto di combattere e fare del male, ma per ridare vita, speranza a una nazione asfissiata dalla dittatura e offesa dalla guerra. 
    Come le nuvole, anche loro a volte fuggivano e si nascondevano; altre volte erano loro a inseguire e a ferire.
    Prima di entrare nella Resistenza, Nuvola faceva l’operaio; quando salì in montagna decise che l’azzurra tuta da lavoro sarebbe diventata la sua divisa, con l’aggiunta di un fazzoletto rosso al collo e di un fucile sulle spalle.
    Anche quel giorno di fine marzo del ’45 portava quella strana divisa.
    Alle brigate partigiane della zona era giunto l’ordine di scendere al piano e di ritrovarsi nelle vicinanze del paese di Invorio, dove c’erano alcune cascine in cui avrebbero potuto fermarsi.
    La decisione di lasciare le postazioni sicure in montagna, a molti sembrò assurda, oltre che pericolosa; nessuno però mise in discussione l’ordine ricevuto, anche perché la guerra sembrava ormai all’epilogo e la vittoria sicura.
    Fu un grave errore abbandonare la prudenza che sempre aveva accompagnato le loro azioni, e in guerra gli errori si pagano.
    I fascisti arrivarono in massa alle prime luci di un’alba fredda e piovosa; quando i Partigiani udirono le prime raffiche di mitra l’accerchiamento era ormai completato ed era troppo tardi per cercare di opporre resistenza. 
    Ci furono comunque alcuni coraggiosi tentativi di reazione, che però ben presto mostrarono tutta la loro fragilità: dall’altra parte c’era un nemico bene armato e con il vantaggio dell’agguato.
    Non restava altro da fare che cercare di uscire dalle cascine e attraversando il prato raggiungere il bosco, sfidando quel cerchio di fuoco.
    Facile a dirsi, meno a farsi, perché anche per fuggire a volte ci vuole coraggio, soprattutto quando a inseguirti sono delle pallottole.
    Il primo a uscire fu Mario, nome di battaglia Vento, le raffiche di mitra lo falciarono quasi subito; poi fu il turno di Nuvola che scattò in piedi e si lanciò in una folle e zigzagante corsa, alcune pallottole lo raggiunsero, lui però riuscì ad arrivare ai bordi del bosco.
    Era ferito ma vivo, solo alcuni passi lo separavano dalla salvezza.
    Poi quella tuta: troppo larga… quella maledetta tuta s’impigliò in un rotolo di filo spinato e lui perse tempo cercando di liberarsi dal groviglio di ferro e stoffa che lo bloccava.
    Il coraggio, tutto il coraggio di cui era capace non bastava più e le forze gli mancavano.
    I fascisti lo raggiunsero: e furono pugnalate e poi dolore, sangue e alla fine il nulla...
    Certe volte, perso in uno sguardo al cielo, mi capita di pensare a Nuvola, al bel nome di battaglia che si era dato, a quella strana divisa e al suo ribelle percorso di vita.
    Ne tratteggio l’immagine e sebbene non l’abbia mai conosciuto, mi ritrovo a pensare a lui con la stessa intensità emotiva che mi coglie quando ritorno a quei buoni compagni di viaggio che, prima di andarsene, hanno dato respiro alla mia vita, impregnandola di passioni, amicizia, amore.
    Ma Nuvola è ancora qui, insieme a Ugo, a Nicola e a tanti altri.
    Si ribella la mia mente a questo mondo di maestri della dimenticanza: sempre pronti a levare l’ancora alla barca dei ricordi per mandare alla deriva la memoria; si ribella e torna a pensare a Nuvola e agli altri, come a dei preziosi amici.
    Lontananze che si annullano, anime che tornano corpi, assenze che si fanno presenze.
    Sono ancora qui: sento il loro soffio vitale… respiro libertà.

     

  • 21 aprile 2015 alle ore 13:01
    .

    Come comincia:  Sin dal primo giorno che ti ho visto, sin dal primo momento che ho sentito la tua voce, sin dal primo istante che ho incrociato il tuo primo sguardo, la prima volta che mi hai detto:"Ti amo", la mia vita è cambiata, il tuo amore mi ha reso una persona migliore. E' la tua presenza nella mia vita ad ispirarmi a migliorarmi giorno dopo giorno, io ti amo con tutti i miei cinque sensi.

  • 21 aprile 2015 alle ore 12:51
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    Come comincia:  A volte la maggior parte delle cose le facciamo per il rispetto che portiamo verso gli altri, ma non tutti la pensano così. D'altronde il rispetto va guadagnato. La fiducia va conquistata e facilmente si può rompere. Dopo tutto siamo esseri umani e tutti sbagliamo, nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare quello che facciamo e quello che diciamo.Ma se ci puntano il dito contro per giudicarci e per ferirci impariamo quanto sia bello e facile trattenere le lacrime e fingere un sorriso.

  • 21 aprile 2015 alle ore 10:03
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    Come comincia:  Tutti abbiamo una passione. Qualcosa di forte,di immensa potenza,che ogni giorno ci spinge ad andare avanti,a lottare,che ci ispira,che ci fa semplicemente stare bene. Avere una passione,una vera passione,è necessario certe volte,è un modo per fuggire da tutta questa merda. La passione ti libera. La mia passione sei tu,e non mi importa di essere compresa o meno,non mi importa che gli altri condividano questa mia stessa passione. Tu sei ciò che ogni giorno mi strappa un sorriso,tu sei ciò che ancora mi fa battere il cuore.

  • 20 aprile 2015 alle ore 15:24
    Silenzi di dentro

    Come comincia: La via dei perché è una tondeggiante lega di metalli che magistralmente serpeggia su terre manipolate dall'essere umano. Millesettecento chilometri di binari ne raccolgono le domande, disperdono le risposte, flagellano le menti nell'attrito di ruote di ferro su binari di ferro spandendo luminose e veloci scintille dai colori dell'iride. Saranno le intuizioni, quelle scintille iridate? Non è così che si manifestano le intuizioni? O saranno le risposte o forse le domande che prendendo colore forma e suono e potenza, si impongono alla mente?

    Sono le intuizioni, la tacita voce che bisbiglia all'orecchio di rimando al soffio del respiro che ha esposto nel suo silenzio, la domanda.

    È così oggi che dipingo il mio spazio, penna in mano, foglio di carta riciclato (ah, quante cose già passate, finite, restano scritte sul retro di questo foglio!), seduta accanto al finestrino a percepire l' ampiezza che sfugge aldilà della coda dell'occhio. Sì, è così oggi che coloro il mio spazio di viaggio in Freccia Rossa, in compagnia di elucubrazioni su domande risposte e intuizioni. Attenta a ogni leggero suono, mi par di sentire, attraverso le vibrazioni materiche del sedile in pelle ecologica che avvolge il mio corpo, e da questo tek che sostiene la carta su cui scrivo, una preghiera, intensa, rumorosa quasi. Quasi fosse un coro di voci disordinate che vogliono essere ascoltate, forse non sono elucubrazioni le mie, oggi in questo viaggio, sono forse voci rimaste impigliate nelle materie di questo treno, e nei suoni delle voci risaltano termini frequenti: domande risposte intuizioni.

    Suoni diversi per voci diverse, una unica nota le accomuna, in spazi diversi e in pause diverse su di un pentagramma di note spuntate, un unico accordo per un unico pensiero: domande risposte intuizioni. E io ascolto. Svello dalla cacofonia ogni altro fonema, e ascolto. Caduta nell'interstizio del legno, una lacrima e il suo disperato perché, perché: del mio cuore s'innalza la marea e straripa invadendo i canali delle orbite per poi stramazzare impudiche fra le ciglia,chi ero io prima di queste lacrime, chi ero io, prima. (Saranno i fiotti di luce veloci oltre il finestrino, a disperdere il viso dagli occhi annegati di lacrime e domande, saranno stazioni anonime e vocianti ad accogliere e rispondere a quest'anima che solo poco fa vedevo e sentivo annegare nel suo perché).

    Come il tek su cui scivola la mia anima, avevo lisciato il mio pensiero, ogni venatura un percorso già tracciato attraversato conosciuto, tutto era perfetto, tutto consapevole.La mia vita come il tek, liscio, ordinato, poroso quanto basta per respirare,ma senza interferire con l'aspetto ordinato, essenziale. Oggi è sabato, è giorno da condividere con gli amici virtuali e non, è giorno di abbandono della routine settimanale di lavoro – casa – lavoro, è giorno di riposo e domani,domani è il giorno del pranzo con i genitori, ma prima porto l' automobile al lavaggio come ogni domenica mattina, poi un salto in pasticceria per comprare i classici bignè della domenica da portare a mia madre. Tutto perfetto, ogni venatura del tek è come leggere ogni piega della mia anima: liscia, perfetta,porosa quanto basta per respirare senza interferire con l'immagine interiore ordinata, essenziale.

    Una lacrima è caduta nell'interstizio minuscolo, microscopico del tek, e si è aperto un baratro. Un sabato che ha deragliato dai binari ed è divenuto un viaggio, non un giorno, un viaggio: “ma cos'è la mia vita se non una squallida sequenza di rumorosi attimi sovrapposti ad altri?”

    D'un tratto s'apre il varco della comprensione e vedo il sabato, no, non è un giorno in cui mi stacco dalla routine, il sabato ha una routine come la domenica, diversa dai cinque giorni che li precedono, ma routine. Vedo attraverso il varco dal momento in cui i miei occhi incontrano la figura piccola e colorata seduta davanti a me, e con stupore mi rendo conto che il bambino c'era anche sabato scorso e l'altro sabato e l'altro ancora, seduto sempre allo stesso posto, difronte a me, ma fino a questo momento lui faceva parte di ogni cosa delle stesse cose della mia vita, di quegli attimi sovrapposti ad altri, c'era e lo vedevo, eppure solo oggi so che c'è.

    Gabriele mi ha accarezzato le dita, ha poggiato il suo indice minuscolo sull'unghia del mio dito medio e lentamente strofinato, come a voler comprendere la materia di cui è composta, poi delicatamente lascia scivolare il ditino lungo le nocche per arrivare a seguire una immaginaria linea sul dorso della mia mano. Mi ha guardato e mi ha sorriso, ci siamo guardati, un angolo di luce ci ha avvolti, e abbiamo conversato senza mai aprir bocca, mi ha mostrato se stesso raccontandosi da prima di nascere fino a questo momento, accompagnandomi istante per istante in ogni fotogramma della sua vita. Mi ha raccontato tutto,le parole silenziose fluivano come un fiume lento, e pacatamente lambivano lamia mente risvegliandola, nutrendola.

    -“Vagavo gioiosamente nell'Infinito ascoltando con attenzione la voce di pensieri non nati, mi soffermavo a curiosare in particolare nelle case di alcuni umani che sui pensieri avevano costruito delle griglie, mi domandavo come potessero supporre che così facendo i loro pensieri rimanessero imbrigliati, non è proprio possibile! Il pensiero è etereo, sfugge alla materia per quanto ci si voglia costruire sopra anche una roccaforte. Sai, ne ho visitate tante di queste persone, mi sembravano fatte in serie, tutti uguali i pensieri e tutte uguali le griglie, un po' noioso per me che sono un vulcano di energie sempre in fermento. Ho vagato tanto, per più di cento anni, penso, non so con precisione, a me non è congeniale il calcolo del Tempo, e ci tengo a che non cambi mai questa mia caratteristica. Comunque ho vagato davvero tanto tanto tempo fino a che mi ha attratto un ronzio continuo che proveniva da una casa della tua città, il ronzio del “silenzio di dentro”. Non sai cosa è il silenzio di dentro? Eh, è un silenzio che “non si vede e non si sente”. Ci sono dei silenzi morbidi e colorati, ogni colore fa vibrare una nota delicata che l'orecchio non sente ma percepisce, e colui che li vive sente la sua anima cullata in una perpetua armonia, e il suo viso è luminoso e sorridente, questo si chiama silenzio che avvolge, è un silenzio buono, dona pace serenità amore, è il collegamento di ogni parte dell'essere umano con ogni parte dell'Universo. Il silenzio di dentro non ha colori e non è morbido, a un orecchio attento arriva un ronzio e il ronzio è duro, come figlio del cemento.Io dico che il silenzio di dentro è il cemento dell'anima! In quella casa della tua città, vivono due persone sane intelligenti forti, hanno un buon lavoro, una bella casa, un'automobile ciascuno e per coronare il loro benessere pensavano di avere un figlio, lo volevano bello sano intelligente come loro, un figlio che rompesse il silenzio di dentro, e in questo figlio hanno riposto ogni speranza di vita, non di sopravvivenza silenziosa liscia lineare perfetta con venature perfette come questo tek, ma una vita cullata di armonia. E sono nato, li ho scelti io, ho sentito la loro disperata cacofonia grigia, la loro disperata e muta preghiera di aiuto, li ho amati da subito, dal ronzio grigio, loro mi hanno sorriso nel silenzio che avvolge, e sono nato. Sono nato autistico, perché li amo.

    Ci amiamo, armonia di note dell'Universo.”-

    Ecco, la mia lacrima è risalita dal microscopico anfratto del tek e si è liberata nel Cosmo,ha prima volteggiato leggera attorno a me, disintegrando ogni sua particella per divenire sottile e fluido suono dalle venature color dell'iride, un impalpabile stralcio di arcobaleno ha illuminato il vagone del Freccia Rossa 9508. E' sabato, un giorno vivo, è caduta la polvere grigia dal suo abito, si è lanciato al di fuori del cerchio della routine di ogni giorno dagli attimi aggrappati ad altri attimi neutri ed è volato sulle ali della vita. 

    Avvolto da un silenzio buono avvolgo me stesso nel sorriso degli occhi di Gabriele, gli porgo una carezza sui riccioli scomposti, un lieve cenno alla sua mamma dal viso luminoso e mi incammino sul marciapiede della stazione, sono arrivato alla porta del mio giorno nuovo. Non sento voci gracchianti di altoparlanti, li percepisco al di fuori del mio corpo, sento invece armonia dai colori morbidi dentro me,tutt'attorno è più luminoso e vivo, il mio cuore canta una canzone nuova, lo sento palpitare ad ogni cambio di nota. È sabato, non voglio incontrare amici 

    virtuali e non, mi porto lentamente lungo il viale alberato dalle fronde danzanti, voglio ascoltare il silenzio. 

    Annamaria Vezio ed. 2014

     

  • 17 aprile 2015 alle ore 22:43
    Il latte della Lola

    Come comincia:  
    Ma voi, “Il latte della Lola “, quello della pubblicità per intenderci, l'avete mai visto?
    Io sì.
    Da ragazzo trascorrevo le vacanze estive dai nonni materni che vivevano in un piccolo paese della bassa bergamasca: quattro case e otto cascine nei dintorni.
    Tutti i giorni, nel tardo pomeriggio, andavo alla stalla di mio zio Giovanni (Gianni per tutti noi, anzi Zio Giani, perché le doppie da quelle parti non si usano molto) a prendere il latte appena munto.
    Vi assicuro: non era un bel vedere.
    Il bergamino toglieva dal bidone uno strato di mosche (tutto sommato felici, dopo una vita di merda, di morire in quel nettare candito e dolciastro) e poi con il mestolo versava il latte nel mio pentolino.
    Uscivo dalla stalla perplesso e anche un po' schifato.
    Recentemente, dopo molti anni d’assenza, sono tornato in quel paese e l'ho trovato rovesciato come un calzino.  Un parente (mio zio Giani) si è offerto di farmi da guida tra i cambiamenti e i ricordi: i suoi nitidi, i miei un po' sfuocati dalla lontananza.
    La stalla della Lola e delle sue compagne non c'è più; è stata ristrutturata, o forse sarebbe meglio dire riconvertita: fuori mattoni a vista antichizzati e grandi vetrate, dentro uffici ultramoderni.
    Come si dice: dalle stalle alle stelle.
    Al cascinale, in passato utilizzato come essiccatoio per il grano, è toccata una sorte ancora peggiore: la demolizione; al suo posto una bella stecca di villette a schiera.
    Proseguendo mi accorgo che anche il mitico Circolo vinicolo ha chiuso i battenti.
    Ricordo che nei mesi estivi il lungo porticato di quel locale diventava sala cinematografica.
    Pesanti e polverosi teloni chiudevano le aperture verso il cortile, oscurando il loggiato.
    Subito dopo partiva la proiezione di pellicole in bianco e nero, già allora molto vecchie
    Fuori le stelle, dentro i bambini e le donne, al circolo gli uomini, contenti per qualche sera di non sentire le mogli lamentarsi perché tiravano tardi o esageravano con il vino.
    Ora quel posto è diventato un locale trendy: musica afro e birra tedesca.
    In piazza noto che la pompa dell'acqua potabile è stata rimossa; tutti ormai hanno l'acqua in casa (nel senso che non devono uscire con i secchi per prenderla) e la fontanella in finto sasso fuori, naturalmente con il mestolo appeso: giusto per ricreare un senso dell’antico. 
    La ruota del mulino è sparita, e anche il fiume, nel tratto che attraversava l'abitato, non si vede più: l'hanno intubato così non porta umidità.
    Lì vicino, quasi tutti i giorni, si teneva uno spettacolo gratuito.
    Alcuni ragazzi, con una carabina ad aria compressa, sparavano ai topi che, nuotando velocemente nell'acqua, cercavano di raggiungere la ruota del mulino per guadagnare un passaggio verso il deposito dei cereali.
    Una caccia grossa:
     - Sa rigordet zio che ratu?
    Lui conferma e ride, poi, prendendomi sotto braccio, m’invita a bere qualcosa.
    Ma dove? mi chiedo, visto che il circolo ha chiuso per fallimento e il pub apre quando lui va a dormire.
    Ci spostiamo ancora di qualche metro e siamo davanti alla ex scuola elementare, chiusa da diversi anni per mancanza di materia prima, cioè di bambini.
    I locali, rimasti vuoti, ora sono utilizzati da un'associazione culturale e ricreativa, insomma ci hanno fatto un piccolo centro sociale.
    Al bar self-service, lo zio, oltre ad offrirmi da bere, fa anche da barista e cassiere; sguattero no, perché per i bicchieri c'è la lavastoviglie, tutto a norma di legge, o meglio: di modernità.
    Uscendo gli chiedo se ci sono ancora le cascine; dice di sì, ma aggiunge che adesso sono un'altra cosa.
    Stalle, fienili, letamai: tutto in prefabbricato.  Anche la gente è cambiata, adesso lì ci lavorano solo indiani.
    E pensare che una volta la provincia di Bergamo mandava mungitori in giro per il mondo; ora invece tutti a lavorare nell'industria, nelle centinaia di fabbriche spuntate tra i coltivi di grano: cubi di cemento che troncano la vista di una campagna che qualche anno fa pareva non finire mai.
    Tutto sommato però è una vita meno grama di quando, se non volevi puzzare di stalla dalla mattina alla sera, dovevi alzarti ogni giorno prestissimo e prendere il pullman per andare a Milano a fare il carpentiere o il manovale.
    Certo che noi uomini siamo strani, rincorriamo la modernità e quando l'abbiamo raggiunta ci facciamo prendere dalla nostalgia per quello che abbiamo lasciato. 
    Ma forse questo è normale, siamo cresciuti in un periodo che è stato un concentrato di cambiamenti e che in pochi anni ha cancellato tradizioni secolari e modificato radicalmente il nostro modo di vivere.
    Sto scivolando nella retorica, torniamo a noi.
    Per quanto riguarda il latte della Lola: scordatevelo!
    Non ci sono più le stalle di una volta, e nemmeno le bestie, e nemmeno le mosche.
    Oggi le mucche sono semplicemente delle macchine da latte, producono il doppio e vivono la metà; il resto è solo pubblicità: bella, creativa, capace di suscitare emozioni forti, ma pur sempre pubblicità.
    - E' ora di tornare a casa, -   dico a mio zio
    - sta scendendo la nebbia e vorrei ripartire.
    Ecco! La nebbia è l'unica cosa che non è scomparsa: ora puzza meno di stalla e più di petrolio, ma è rimasta al suo posto.

  • 17 aprile 2015 alle ore 11:35
    .

    Come comincia: Quello che ho imparato in questa vita è che essa non da nessuna garanzia, non si mette in pausa, non da seconde possibilità. La vita va vissuta con tutti i suoi alti e bassi, è giusto dire alla persona che ami che cos'è per te. La vita è danzare sotto la pioggia battente, è tenere per mano qualcuno, è confortare un amico che ha bisogno, è svegliarsi guardando il sole sorgere, è addormentarsi tardi, è fidanzarsi, è avere la forza di sorridere anche quando si è tristi. Questi sono i momenti della vita che vale la pena vivere.

  • 16 aprile 2015 alle ore 17:51
    Le fragole che ci spettano

    Come comincia: Ci casco, oramai, per necessità, o meglio, per il desiderio di ritrovare un gusto, celato, da anni, dentro di me, puro. Mela, pomidoro, patata e, oggi, la fragola hanno oramai lo stesso sapore. E tu affondi i denti, fai girare lingua e papille e la delusione t’investe. Oggi è toccato a immondi fragoloni di Carrefour. La tecnica della genetica riesce solo a tanto? E vorremo costruire uomini così? Immensi, colorati, abbaglianti e tragicamente insapori. La visita a nonna Olga, a Genova, era domenicale. Da una casa buia e odorosa di cere di mobili e pavimenti ci si immetteva in un giardino luminoso di aiuole curate, fiori traboccanti, profumi, aromi di terra appena innaffiata. Su di un tavolino di ferro battuto, ricoperto da una tovaglia dei suoi ricami, ci attendeva il centro dell’attrazione, che aveva fatto sì che noi bimbi, con i genitori, avessimo attraversato mezza Genova. Una mezza bottiglia di estratto di tamarindo (regalo annuale di mio padre al nonno, che la richiedeva con insistenza e che riusciva, con parsimonia, a farla durare da onomastico a onomastico), e una scatola di latta con vecchie raffigurazioni dorate. Questa racchiudeva il ben di Dio, frammenti della lavorazione dei fru-fru al cioccolato della fabbrica Saiwa di San Martino, per quei tempi, un affare! Ma nonna era già scomparsa e china tra le sue aiuole: - “Venite, venite, sono nate le fragoline.” Le vedo ancora, rubini piccolissimi, tra geometriche foglioline verdi. Passate dalle sue mani, avevo timore di schiacciare tra le mie dita, quel po’di polpa dal profumo e sapore incancellabile. Chissà, se quelli della Carrefour ne hanno mai assaggiata una dalle mani della nonna!