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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 aprile alle ore 21:22
    La rosa che non colsi

    Come comincia: In una stanza immersa nell'oscurità, nubi plumbee pendevano dal soffitto come lumi spenti.
    Non erano altro che un grumo di pensieri rifiutati da chi non riusciva a comprenderne l’essenza.
    M’avventurai allora fuori di casa, iniziando a trascinarmi lungo il greto d’un fiume di cui ignoravo il nome. Le sue acque verdastre mi accompagnavano, producendo un tintinnio argentino carico di musicalità. Da lontano era possibile scorgere il campanile svettante d’una chiesetta, mentre si piantava nel cuore etereo del cielo invernale. La ferita iniziò a sanguinare d’un sangue candido, lieve, quasi fosse una pioggia d’ovatta in fiocchi cristallini. Il corso d’acqua risplendeva sotto i primi raggi solari, lambendo le mie scarpe, ansando tra pietre molate dalla perpetua carezza dei flutti. Mi vidi riflesso in quelle onde tumultuose e realizzai di vivere un sogno: avevo nuovamente smarrito il mio sole e rincorrevo chi me lo aveva sottratto...
     
    Il suono delle campane mi ricordò che era domenica. Il messaggio proveniva dalle torri consacrate, squillante come un salvadanaio mezzo vuoto, quasi fosse una richiesta d’aiuto lanciata all’indirizzo del buonismo. Già... domenica, ma quale festività aveva il potere e il diritto di turbare la silenziosa atmosfera d’un mattino affrancato dalla logica dell’efficientismo?
    Le imposizioni dei campanili scacciavano gli uccelli che avevano trovato rifugio sulle loro sommità. Una nube canora e palpitante si disperdeva all’orizzonte, alterando i richiami tonanti dell’ipocrisia.
     
    Diamanti di pioggia ornavano le braccia nude degli alberi, brillando attraverso i primi avamposti dei monti, squarciando le nuvole nere che ne ornavano le cime innevate.
    I volti di muti passanti sembrava attendessero un inverno spietato, trovando nell’acqua piovana preghiere non sempre esaudite.
    Ripensai alla rosa che non fui capace di cogliere, sapendo di pungermi, temendo di macchiarne i candidi petali e tra le lacrime mi parve d’avvertirne il profumo.
     

  • 29 aprile alle ore 18:31
    Si inseguiva il cielo sugli alberi

    Come comincia: Erano i tempi in cui si inseguiva il cielo sugli alberi di ciliegio e si credeva davvero che un giorno se ne sarebbe trovato uno dal quale poter immergere la mano nell'azzurro e magari assaggiare il dolce dello zucchero filato che erano le nuvole e non avremmo più dovuto aspettare le feste per riempirci la pancia. 
    Erano i giorni in cui gli adulti avevano sempre la pancia vuota affinché la nostra fosse sempre piena e le parti più buone del pollo andavano a chi aveva lavorato di più.
    Erano i tempi in cui si decorava la tomba dei nonni con i fiori più belli che si trovavano nei campi ed anche se si conosceva bene la morte non si sapeva che la morte fosse una cosa brutta.
    Erano i tempi in cui le ragazze avevano le trecce lunghe e leggere, svolazzavano come le farfalle e si sapeva volare veramente, con il corpo e con il cuore. La mia aveva il colore della terra fertile coltivata dai vecchi che stavano sempre con il sedere all’insù, avevano sempre la fronte bagnata ed il sudore si incastrava tra le loro rughe che sembravano scavi ordinati. Il loro sorriso era fatto di un dente bianco seguito da uno giallo ma era così bello, perdio, era bellissimo, ci si sentiva a casa in quel sorriso, ci si sentiva a casa. 
    Erano i tempi in cui si beveva l’acqua del pozzo e dovevamo essere almeno in cinque bambini per riuscire a tirarne fuori un po' e bere e bere e poi immergerci il pane per poi coprirlo con lo zucchero.

  • 28 aprile alle ore 11:43
    Senza limite

    Come comincia: Sempre – disse l’uomo con la barba folta e nera – cosa intendi per sempre – rispose l’uomo senza barba e con gli occhiali – quello che intendi tu per sempre, che poi è quello che intendono le migliaia di persone la fuori come te che si chiedono cosa s’intenda per sempre – sì ma io te l’ho chiesto per sapere quale sia il tuo reale pensiero – tu cosa intendi – te l’ho chiesto prima io – così sei proprio un bambino – e tu non mi hai ancora risposto – sai che in latino molte parole sono senza vocale finale – si, come se non avessero una ringhiera, infatti poi il latino è morto, suicidato, puff, buttato giù da un balcone – ma i latini avevano ragione su molte cose – tipo – tipo la parola sempre – ma allora lo fai di proposito, rispondimi e basta – dimmi sempre in latino – sempre in latino – no, idiota, traducimelo – semper – ecco, vedi, semper non ha ringhiere, semper non si pone dei limiti, semper non ha un carburante che finisce in riserva, semper è libero, libero fino all’infinito e anche oltre – ora finiamo ai cartoni animati – ma anche loro avevano ragione, semper è quel tempo che comincia ma non finisce mai – ah, come quando vai alla posta, sai quando entri ma non sai quando esci – la tua cultura spicciola è disarmante – ma ammetti che ti ho lasciato senza parole – sempre – cosa intendi per sempre.

    I due uomini continuarono all’infinito, lui a non capire mai e l’altro a capire troppo, finché l’altro decise di abbandonarlo sulla sponda del fiume che aveva accolto tutte le parole e nessuna parola, quando – Addio – disse l’uomo con la barba – cosa intendi per addio – rispose l’altro, perché le cose è sempre meglio dirle tutte che non dirle mai.

  • 27 aprile alle ore 20:32
    Samsara - Onde Theta

    Come comincia: Cominciò a parlarmi attraverso lingue sconosciute per sviarmi da ciò che dovevo riconoscere. Il demone era astuto, forse più di quanto pensassi.
    La mente non aspettava altro: distrazioni, immagini cui aggrapparsi e strade per poter squagliarsela come aveva sempre fatto.
    Così lui, il demone si duplicò e triplicò a vista d'occhio. Aveva le facce di undici uomini. Quegli uomini incontrati da piccola. Non ero più sul monte, ma a casa mia nel cortile con le amiche d'infanzia. Mi vedo: ho i capelli corti perché non ne potevo più del caldo e di quella assurda tradizione di donne che per nascondersi utilizzavano manti di capelli come burqa.
    Io non mi nascondevo. Gli undici se ne accorsero che ero esposta, ridevo con le amiche.
    Ho undici anni.
    La creatura si comportò come fece uno di quegli undici: mi scaraventa con un pugnale contro un muro. Gli altri ridono e starnazzano. Sono persa. Lui mi tocca e non ha occhi.
    Chiamo aiuto, ma gli astanti sono pupazzi inanimati. Dei corpi meccanici che non ascoltano, guardano e vanno via di fretta.
    Capisco cosa vuole da me e divento feroce. 
    La mia anima diventa stupida, sta per crollare, sto per crollare. 
    Chiudo gli occhi e sento sotto di me i rintocchi delle campane del Tibet.  Kim Sun Shi diventa la mia voce interiore e mi sussurra : '' guarda tutto questo e accettalo. Il passato mai più deve appartenerti. Vivilo adesso, sfrutta il tuo demone e poi lascialo andare come una piuma nel vento''.
    Gong. Le campane. Om, i canti dei monaci a valle.
    Guardai il demone dritto negli occhi e gli diedi il benvenuto con la sua scena di dolore.
    '' Che tu sia il benvenuto'' gli dissi.
    Si arrabbiò ferocemente, non mi arresi. Gli sorrisi e da undici creature bestiali , divenne una piccola formica e prese a camminare sul mio braccio.
    Fu il tramonto e richiusi gli occhi dopo aver ritrovato pace.  Accesi il fuoco che durante la lotta, s'era spento. Mi meravigliò la fiammella divampata sotto le ceneri.Era piccola, appena accennata, ma vivace, viva !  Allora  lì  appresi una grande lezione: anche quando lo spirito sembra distrutto, sotto le ceneri s'avvampa ancora la vita. Bisogna cambiar occhi , per riconoscerla. 

    Om Shanti Om

  • 27 aprile alle ore 11:23
    Il segreto

    Come comincia: Era uno dei più famosi eroi del suo tempo. In un'epoca in cui le grandi imprese erano sempre seguite da fama e gloria, la sua vita aveva intrapreso la strada verso l'immortalità. Quell'onore concesso solo a pochi, che sopravvivono alla propria morte nelle canzoni dei menestrelli e nei sogni di avventura dei fanciulli. Tutti nel regno avevano udito il suo nome almeno una volta e gran parte delle persone potevano citare almeno due delle sue molteplici avventure. Schermidore senza eguali, cuore di drago, paladino della giustizia, messaggero degli dei, si potevano comporre libri soltanto elencando gli epiteti che il suo coraggio gli aveva fruttato. Egli era un esempio per la società e, come sempre accade, questa responsabilità opprimeva e appagava il suo animo, come una droga a cui ormai era impossibile rinunciare.
    Era una notte estiva come tante, limpida e inondata dalla luce lunare che lasciava poco spazio all'immaginazione svelando ciò che l'oscurità voleva nascondere. Tutto all'interno della stanza era immobile, come assopito in un profondissimo sonno durante il quale il tempo pareva essersi fermato. L'unico a non dormire era Daneb, "il grande" come tutti usavano chiamarlo. Era in preda a quel genere d'insonnia molto cara ai poeti, perché porta con sè fantasmi del passato e ombre dei propri pensieri, che in un'interminabile parata sfilano dinnanzi agli occhi accompagnati da una musica magistralmente prodotta da un'orchestra di sentimenti. Tale sensazione, impagabile per chi è schiavo di una capricciosa dea chiamata ispirazione, è invece fonte di dannazione per chiunque abbia nell'animo un peso troppo grande per essere sopportato. Daneb apparteneva a quest'ultima categoria.
    Si girò nel letto per abbandonare la posizione che aveva portato le coperte ad una temperatura insopportabile e, posizionandosi sull'altro lato, sperò che questa forma di sollievo potesse finalmente accompagnarlo fra le braccia di Morfeo. I minuti passavano e il sonno non dava il minimo segno di voler abbandonare quell'ostinata fuga.
    Nella sua mente riviveva ogni singolo istante della giornata appena trascorsa. La festa in suo onore, come ogni anno, si era rivelata un successo epocale. Poteva ricordare uno per uno i volti delle persone che al colmo dell' ammirazione si accalcavano per il solo desiderio di poterlo toccare, di poter sfiorare con la punta delle dita un sogno inarrivabile. Desiderò ardentemente che insieme ai pensieri tornasse il sole della giornata appena trascorsa a scacciare i fantasmi che non gli davano pace. Desiderò trovarsi ancora una volta in quel bagno di folla che lo faceva sentire vivo e potente, in grado di sconfiggere qualsiasi nemico. Desiderò sentire di nuovo l'affetto della gente, ed essere acclamato come il più grande eroe mai esistito.
    Ripensò a quando era bambino e ingenuamente fantasticava su un futuro simile a questo. Egli era figlio di un fabbro e da piccolo aveva imparato a maneggiare la spada più per diletto che per interesse. All'epoca non sapeva nemmeno cosa volesse dire uccidere una persona e la spada, più che un'arma di morte, era un giocattolo come tanti. Crescendo dimostrò un'abilità innata per la scherma e il suo arruolamento nelle guardie fu qualcosa di automatico. Per un giovane privo di educazione con una spiccata propensione alla guerra, le alternative sul futuro non erano molte: o continuare l'attività di famiglia, oppure entrare a far parte delle guardie. La seconda scelta oltre a garantirgli un'istruzione di base, appagava il suo indomito spirito adolescente promettendogli grandi avventure e una carriera emozionante.
    La sua vita nelle guardie trascorse veloce e più di una volta dimostrò il suo valore sia in battaglia che fuori. Era dotato di una spiccata intelligenza logistica che, combinata al suo spirito altruista, gli permetteva di eccellere nel suo lavoro. In pochi anni arrivò a ricoprire ruoli sempre più importanti e il tutto fu coronato da una bellissima storia d'amore con una donna di nome Elsa, da cui ebbe una splendida figlia. La fama e il successo giunsero pochi anni dopo, quando fu inviato insieme ad una manciata di guardie a investigare su strani assassini nelle pianure ad ovest della città.
    Al pensiero di quei tempi provò una fitta al cuore. Un rimorso tanto potente da somigliare al dolore fisico. Si alzò seduto sul letto e si coprì il volto con le mani, come per calmarsi e scacciare i pensieri tanto insistenti da condurre la sua mente a sfiorare la follia. Scese dal letto per guardar fuori dalla finestra. La luna era ancora alta nel cielo, segno inesorabile che ancora molte ore lo separavano da un misericordioso mattino. Si voltò a guardare la sua stanza, silenziosa e immobile. Si trovava in una locanda al momento, non aveva più nulla che somigliasse ad una casa, abbandonata per il continuo bisogno di viaggiare e compiere le grandi gesta per cui era tanto famoso. Osservò l'armatura e la spada ammucchiati a fianco del letto che risplendevano di tenui riflessi lunari. Quei compagni di viaggio gli avevano salvato la vita centinaia di volte e ognuno di questi eventi era scritto con violenza sul metallo in caratteri che solo i ricordi erano in grado di leggere. Lasciò scorrere lo sguardo fino al letto completamente disfatto, come un fedele ritratto del suo attuale stato d'animo. Indugiò oltre in una veloce panoramica e vide pochi mobili, disposti strategicamente a ridosso delle pareti per nasconderne i fatiscenti difetti. Era solo. Questo era la cosa che più lo tormentava, il fatto di essere solo con se stesso. Nessuno che potesse onorarlo o che ne ricordasse i numerosi pregi. Nessuno che potesse difenderlo da quel mostro terribile chiamato coscienza, che periodicamente tornava a riscuotere un pegno di paure e rimorsi.
    Si costrinse a pensare, a indugiare con i propri pensieri sugli aspetti piacevoli della giornata appena trascorsa per impegnare la mente. Ricordò l'affetto della famiglia che aveva salvato dalle grinfie di quella tribù di orchi. Gli occhi dei bambini colmi di ammirazione e i volti dei genitori che esprimevano una gioia difficilmente riconducibile a parole. Ripensò alla fanciulla che, per ringraziarlo di averle salvato la vita, gli regalò una torta il cui profumo lasciava intuire tutto l'amore che la ragazza aveva dedicato alla sua preparazione. Senza che se ne accorgesse si mise a sorridere. Quella riconoscenza nei suoi confronti era ciò che nutriva la sua vita, che illuminava le sue giornate. Per questo ora maneggiava la spada, per questo si lanciava in imprese disperate al limite del suicidio. Ogni vita strappata alla morte era per lui la prova di essere utile agli altri, di più, la prova di meritarsi il titolo di eroe. Soddisfatto di quei pensieri piacevoli ed avendo ritrovato la sicurezza in sé stesso fece per andare a letto, quando udì una campana risuonare nella piazza della città. Si affacciò alla finestra che dominava l'ormai deserto luogo della festa, ma non vide nulla, solo striscioni i cui colori avevano perso la vivacità del giorno e bancarelle abbandonate. Stava per considerare ciò che aveva udito un semplice scherzo dei sensi quando un sommesso vociare gli giunse alle orecchie. Di nuovo osservò con attenzione la piazza e questa volta vide le ombre della notte animarsi. Ognuna di esse, come su un immenso palco, recitava il ruolo degli spettatori che si erano avvicendati durante la festa appena trascorsa. Come colui che in piena notte viene colto dalle allucinazioni e incredulo sottopone i suoi occhi ad un attento esame del cervello, egli continuò ad osservare, incapace di farsi un'idea precisa su ciò che stava accadendo. Sentì un brivido dietro la schiena quando udì una voce dominare il vociare della folla.

    Madame e messeri. Accostatevi, accostatevi a me poiché io conosco la verità. Venite e prestate orecchio al cammino che conduce un uomo al cospetto degli dei, facendone impallidire il nome!

    Daneb trasalì. Non di nuovo. Non poteva sopportare un'altra volta il racconto di quella che per tutti era la sua consacrazione ad eroe, ma per lui che conosceva la verità non era altro che la voce del rimorso. Si costrinse a ignorare i sensi che volevano ingannarlo, si convinse che quelle fossero allucinazioni. Si allontanò dalla finestra e tornò a sedersi sul letto, cominciando a sudare freddo. La voce continuò tanto improvvisamente da farlo sussultare.

    Voi tutti ora abbandonate i vostri sensi in favore unicamente dell'udito. Cedete alla pazzia e abbandonate la logica, poiché in nessun'altro modo potrete partecipare al viaggio nel tempo in cui io sto per condurvi. Se farete questo, vi prometto che i sensi sopiti si animeranno autonomamente come per magia e la realtà che ora vi circonda diventerà il racconto, mentre il racconto diventerà la realtà.
    Ogni storia che si rispetti ha un inizio ed è esattamente dove sto per condurvi. In questo momento ci troviamo nel passato, precisamente dieci anni fa, in un piccolo paesino poco distante dalla nostra bella città il cui nome è Senvel.

    Daneb si allungò fino ad impugnare la spada, era certamente opera di un qualche creatura. Il fantasma di quel bardo doveva essere un trucco per ingannarlo, ma a quale scopo? Se avessero voluto fargli del male avrebbero creato l'illusione di qualcosa di più spaventoso. A che pro fargli rivivere il racconto delle sue gesta epiche? E se la creatura sapesse il suo segreto? Le forze cedettero a quell'ipotesi e la spada si abbassò, mentre invece la voce del menestrello risuonò più alta. Impotente riascoltò il racconto che già aveva dovuto sopportare quello stesso pomeriggio. La voce parlò dei misteriosi assassini che infestavano le campagne, ripercorse le sue indagini condotte per ordine del re, fino al fatidico punto in cui i ricordi si distaccavano nettamente dalla storia. Per tutti, quando Daneb scoprì che un malvagio demone era celato dietro a quelle brutali uccisioni sfoderò la sua spada e in nome della giustizia lo trafisse ponendo fine al massacro, ma realtà voleva diversamente.
    Le sue difese crollarono mentre la voce del bardo svaniva nel suo inconscio e continuava quella della coscienza, a cui inutilmente aveva tentato di opporsi.
    Quando finalmente si trovò al cospetto della creatura colpevole degli assassinii, provò una paura viscerale. Si trovava su di una piccola collina poco distante da Senvel. Si era recato li per investigare sull'ultimo crimine quando, d'improvviso, il giorno si trasformò in notte. Una notte spietata senza luna ne stelle e accompagnata da gemiti e lamenti che sembravano trasudare dalla terra stessa. Voltandosi vide il demone: alto quanto due uomini, la forma vagamente umanoide, le ali artigliate conserte dietro la schiena e il volto sfigurato in una maschera di zanne e corna. Con la disperazione degli animali in trappola Daneb si scagliò contro il suo nemico urlando e volteggiando la spada in una serie di fendenti menati alla cieca. La creatura evitò gli attacchi e lo colpì, con tale potenza da gettarlo qualche metro più avanti. Prima che potesse riprendersi il demone si era già avventato su di lui, cingendone l'intera testa con la sua enorme mano artigliata. Avrebbe potuto concludere la cosa di li a poco fracassandogli il cranio, invece gli rivolse la parola.
    "Mortale. Attendevo il tuo arrivo."
    La voce del demone era accompagnata dai gemiti e dai singhiozzi di Daneb che si trovava ora a dover fronteggiare una morte terribile, completamente impreparato.
    "Le linee del destino sono per me un libro che posso leggere con facilità, tuttavia sono vincolato inesorabilmente al vostro libero arbitrio."
    La guardia paralizzata dal terrore tremava e faticava anche a seguire quelle poche e semplici parole che, nella sua mente, apparivano inconsistenti di fronte all'orrenda fine che lo attendeva.
    "Io ti pongo una scelta, mortale. La tua vita è vincolata a questo luogo del tempo e dello spazio. Spetta a te decidere se trasformarlo in un epilogo o in una svolta. Da una parte avrai una morte vana e ingloriosa compiuta in nome di quelle illusioni che voi mortali chiamate valori, affetto e giustizia. Dall'altra, io ti offro la vita e la gloria eterna, in cambio di un pegno di pari valore. In cambio di una vita, il prezzo da pagare è ciò che di più prezioso questa vita possiede."
    Daneb incapace di una qualsiasi riflessione piangeva come un fanciullo e non accennava a dare una minima risposta. Il demone perdette quindi la pazienza e stringendo la morsa sulla testa dell'uomo urlò con una voce terribile.
    "SCEGLI MORTALE! VUOI VIVERE O VUOI MORIRE?"
    L'urlo disperato di Daneb che conteneva la risposta echeggiò per le valli circostanti fino a svanire del tutto. Quando l'uomo riaprì gli occhi si trovò nuovamente solo in cima alla collina. Era tornata la luce del sole che rinfrancava il suo animo, allontanando il freddo della morte con un piacevole calore. Si guardò intorno incredulo, incapace di ricordare cosa fosse successo. Ai suoi piedi vide la spada insanguinata conficcata profondamente nel petto della creatura demoniaca, ormai senza vita. La confusione l'assaliva ed era incapace di ragionare. Gli tornò in mente la sua missione e come qualcuno che si aggrappa con tutta la forza ad un impulso razionale per non cedere alla pazzia, stacco la testa della creatura e si avviò per ritornare dal suo re a fare il rapporto sull'accaduto.
    Al suo ritorno venne accolto con grandi festeggiamenti. La vittoria di un uomo sulle forze del male è un impresa che non passa inosservata e in breve tempo, in tutta la città si diffuse la storia di Daneb "l'eroe". Ancora faticava a comprendere cosa fosse successo, ma lo scoprì poco dopo, quando giunto a casa trovò la moglie e la figlia brutalmente massacrate. Un lampo di bruciante lucidità lo travolse e d'improvviso capì cos'aveva fatto. Ricordò le parole del demone e comprese che questo era il prezzo che aveva dovuto pagare in cambio della sua vita. Cadde sulle ginocchia e vi rimase per ore in un fiume di urla e di singhiozzi tanto forte da attirare l'attenzione dei passanti e delle guardie. Scoperto l'accaduto il re lo convocò e gli assicurò che avrebbe dato la caccia ai colpevoli per punirli di quell'efferato crimine, ma Daneb sapeva che non sarebbe servito a nulla. L'unico colpevole dell'accaduto era lui.
    Dopo quel fatto cadde in profonda depressione e perse ogni interesse verso il mondo. Più volte fu sul punto di togliersi la vita, ma i continui onori e l'ammirazione della gente servirono a consolarlo quel tanto che bastava a provare di nuovo timore nei confronti della morte. Tormentato dal senso di colpa e incapace di fare un passo coraggioso come dire la verità o uccidersi, approfittò di ogni opportunità che aveva per fare ammenda dei suoi peccati e tenere la mente occupata. Essendo la sua unica abilità quella di maneggiar la spada si gettò in imprese dove anche i più grandi guerrieri avevano fallito, ma egli riuscì a compiere ogni incarico. Più volte fu sul punto di incontrare la morte, ma ogni volta questa lo evitava, come se qualcuno le avesse proibito di cogliere quell'anima. Con un successo dopo l'altro la sua fama crebbe all'inverosimile e così l'affetto delle persone. Ben presto sviluppò una forma di dipendenza verso le sue onorificenze, perché grazie ad esse aveva l'illusione di essere una persona nobile e coraggiosa. Grazie ad esse poteva dimenticare il dolore, che puntualmente lo visitava per ricordargli a cosa era dovuta quella fortuna.
    Si riscosse da quei dolorosi ricordi. Gli uccelli cominciavano a cantare per accogliere il mattino che tra poche ore sarebbe finalmente venuto in suo soccorso. Ancora una volta, come sempre, provò l'impulso di dire la verità, per liberare la sua coscienza da da quel peso terribile, per poter finalmente allontanare i fantasmi che lo visitavano la notte, per potersi lasciare alle spalle quel dolore che portava portava dentro di se, ma le paure lo assalirono. Temeva di perdere tutto quello che era diventato, temeva di dover affrontare la realtà che lo voleva unicamente come un vile assassino e temeva che tutto questo lo avrebbe ricondotto alla morte miserevole che aveva tentato di fuggire.
    Daneb "il grande" decise ancora una volta di tacere, di sopportare silenziosamente le strazianti grida del rimorso che gli impedivano il sonno, in favore di uno splendente mattino che lo attendeva ogni volta al termine degli incubi.

  • 27 aprile alle ore 11:20
    Un'avventura per due

    Come comincia: “Fidati, non è difficile.”
    Era quello che continuava a ripetergli Paul, e lui gli credeva, semplicemente aveva rivalutato l'aggettivo “difficile” che invece di corrispondere a “qualcosa che richiede sforzo o impegno” era diventato qualcosa del tipo “affrontare un'intera mandria di bufali in carica, armato solo di un pomodoro e di una quantità di paura sufficiente a uccidere sedici deboli di cuore”.
    Il piano era perfetto: attendere nascosti che i pirati abbordassero il vascello, a quel punto, approfittare della confusione e gettarsi a mare nuotando verso la nave nemica, dove poi si sarebbero intrufolati senza farsi scoprire. Fatto questo, tutto quello che gli rimaneva da fare era ricordare tutte le dormite fatte in chiesa durante le funzioni e convincere uno per uno tutti i santi del paradiso che quella non fosse altro che una forma di estrema devozione. Se ci fossero riusciti, sicuramente quelle pie e ingenue creature che vegliavano dall'alto dei cieli avrebbero fatto in modo che nessun pirata, nel tempo necessario a raggiungere la terraferma, avrebbe scoperto il loro nascondiglio o i continui furti nella stiva a cui si sarebbero dovuti attenere per non sostituire una morte a fil di spada con una morte per fame.
    “Scusami Paul” chiese perplesso il giovane “Ma cosa facciamo se invece di condurci sulla terraferma nei pressi di qualche città, mettessero la fonda in qualche isola sperduta dove hanno posto il loro covo?”
    Paul lo fissò con uno sguardo che tutti hanno avuto una volta nella vita. Il tipico sguardo di chi, dopo aver costruito nella propria testa un bellissimo castello fatto di propositi ed iniziative, si accorge di aver dimenticato di applicarvi l'entrata.
    Fortunatamente Paul era persona dotata di spirito e perspicacia, sempre pronta a trovare una soluzione ad ogni problema e il più delle volte questa soluzione consisteva nell'evadere il discorso.
    “David! Non puoi affrontare ogni cosa con questo spirito pessimistico altrimenti non otterrai mai nulla nella vita! Guarda! Hanno accorciato le distanze, ormai saremo a portata dei cannoni.”
    I cannoni, orgogliosi di questa presentazione, tuonarono a poppa del vascello. Due proiettili sibilarono minacciosamente ai lati dell'imbarcazione, ma il loro assalto si concluse con il classico, e mai come ora appropriato, buco nell'acqua.
    Sul mercantile ormai vi era una crescente agitazione. Il capitano urlò ai marinai di agguantare le armi, ma si sa che essendo la gente di mare molto superstiziosa, le cose agguantate in quel momento fossero altre.
    I pirati virarono sino a posizionarsi dietro il vascello in fuga in modo da sottrarre il vento alle loro prede e accorciare le distanze. L'abbordaggio era imminente, ed essendo il mercantile sprovvisto di veri e propri soldati la battaglia era più che altro una mera formalità.
    Avrebbero potuto arrendersi, ma “fortunatamente” il capitano era uomo ligio al proprio dovere e completamente devoto alla corona. Il tipo d'uomo che morrebbe piuttosto che disonorare la sua patria e questo era esattamente ciò che si accingeva a fare, l'unico problema è che trascinava con sé tutto l'equipaggio che ad un eventuale referendum, avrebbe sicuramente esposto il voto contrario. Sfortunatamente la democrazia in questo momento non poteva essere applicata in quanto non si aveva tempo di litigare per dire tutti la stessa cosa e in ogni caso di li a poco si sarebbe comunque venuti alle mani, quindi a tutti piacque lasciare le cose come stavano.
    V'è da dire a onore del vero, che spiegare il significato di resa ad un gruppo di analfabeti smaniosi di trapassarti da parte a parte per accertarsi che non hai nascosto preziosi nello stomaco, non era un'alternativa che garantiva migliori speranze di salvezza.
    David e Paul, osservavano con crescente agitazione la nave nemica fendere le onde e avvicinarsi con furiosi sobbalzi sulla superficie dell'acqua.
    "Ascoltami bene" disse Paul "Non appena il capitano virerà per esporre il fianco e la piena potenza di fuoco sui pirati, noi correremo dalla parte opposta e ci tufferemo in mare."
    "Ma ci vedranno!" protestò David.
    "Ma chi vuoi che ci veda?! Tutti saranno impegnati a osservare la nave pirata e noi approfitteremo della confusione, nessuno si accorgerà di noi"
    Il grido del capitano sembrò confermare le parole del ragazzo.
    "VELATURE DA BATTAGLIA, TUTTA A TRIBORDO, PRONTI CON I CANNONI!"
    David osservò quelli che il capitano chiamava "cannoni". Delle grosse bocche di bronzo che si affacciavano sul mare come se il movimento ondulatorio stesse avendo la meglio sul loro stomaco. Erano indubbiamente delle armi letali, ma la questione era, letali per chi?
    Il ragazzo ripensò a quando Phil, un collega marinaio, poche settimane dopo la partenza decise che la sua vita non poteva dirsi vissuta se almeno una volta non avesse sparato una cannonata.
    In seguito a quel tentativo, effettivamente, la sua vita venne considerata vissuta, per intero.
    Evidentemente gran parte della ciurma ricordava ancora molto bene l'episodio perché all'ordine del capitano tutti si allontanarono immediatamente dalle armi nella speranza che eventuali esplosioni travolgessero solo lo sventurato artigliere. Ciò a cui nessuno aveva pensato era il fatto che non ci fosse una persona incaricata al ruolo di artigliere, e quindi i cannoni si ritrovarono ben presto ad occupare, in una pietosa solitudine, il lato sinistro della nave.
    Dapprima il capitano si stupì di quanto prontamente i marinai avessero risposto al suo ordine, ma ci vollero pochi istanti per capire che l'ordine eseguito non era il suo, bensì quello che la loro testa saggiamente gli suggeriva. Furioso e all'apice della frustrazione il capitano si mise ad urlare una serie di appellativi ben poco lusinghieri che mi trattengo dal riportare per non urtare la sensibilità del lettore, è bene invece spostare la nostra attenzione su di un paio di ragazzi che stavano mettendo in atto i loro propositi di fuga.
    Approfittando del caos generato dall'istinto di sopravvivenza dell'equipaggio contrapposto agli ordini del capitano, i due si gettarono in acqua e, proprio come aveva predetto Paul, la loro fuga non venne notata da nessuno. Quello che Paul invece non aveva predetto era che gettandosi in acqua prima che la manovra di virata fosse terminata, avrebbero visto le due navi allontanarsi fino a restare completamente scoperti in acqua prima ancora dell'inizio della battaglia.
    David provò ad accennare la cosa con filosofia, per non urtare la sensibilità dell'amico "Paul, hem..."
    Paul, conscio anche lui dell'errore, decise di tagliare corto nel timore che i pirati avvistandoli volessero urtare molto più che la loro sensiblità e si limitò a rispondere "Lo sò! Zitto e nuota!"
    E' un peccato che i record sportivi vengano registrati solo nelle competizioni ufficiali, perché se invece venissero convalidati anche per prestazioni occasionali, quei due si sarebbero di sicuro guadagnati un premio per i 100 metri di nuoto in stile "arrancamento terrorizzato". Quanto meno avrebbero generato una nuova disciplina, garantendosi comunque il record di partenza.
    Quando ormai avevano quasi raggiunto la nave pirata senza essere notati da nessuno, le due imbarcazioni si stavano ormai fronteggiando esponendo l'intera fiancata l'una verso l'altra. La prima a dar voce ai cannoni fu il vascello corsaro che scaricò tutta la potenza di fuoco sul mercantile in un'ovazione di detonazioni. Con sommo stupore dei due ragazzi anche i cannoni del mercantile parteciparono all'attacco e con sommo stupore dei membri dell'equipaggio, nessuna delle armi esplose travolgendo il malcapitato, occasionale, artigliere; questo ruolo fu però eseguito egregiamente dalle terribili palle di cannone pirata, che devastarono il mercantile generando una pioggia di scheggie e di detriti scagliati in ogni direzione.
    Per un attimo non si udì altro che un rapido susseguirsi di bordate alternate a grida di dolore e di rabbia. I due giovani, seppur estranei alla traiettoria dei cannoni, si ritrovarono a fare i conti con una pioggia di macerie che precipitava con violenza su di loro.
    Dando fondo a tutte le energie rimaste riuscirono a raggiungere il lato destro della nave pirata, ossia quello opposto a dove si stava consumando la battaglia, questo offrì loro un minimo di tregua e una discreta copertura.
    "E' fatta!!! L'abbiamo scampata! Ora non dobbiamo far altro che arrampicarci e scivolare nella stiva"
    David vide scorrere nella sua mente un'ondata di obiezioni a quella singola frase e tra le molte vi era anche "Ma perché ti ho rivolto la parola quel pomeriggio di 10 anni fa?!", tuttavia una nuova esplosione molto vicina a loro, lo dissuase dall'esporle e lo convinse nell'affrettarsi ad eseguire qualsiasi ordine che lo portasse lontano da li, fossero anche i pazzi piani di Paul.
    I due giovani si arrampicarono agilmente su per la scala che dalla murata conduceva al ponte e a metà strada, si precipitarono dentro una delle feritoie riservate ai cannoni, non senza prima assicurarsi che il cannone presente non fosse presidiato, carico, o propenso ad esplodere alla minima sollecitazione.
    Giunti all'interno si trovarono in quella imbarazzante situazione che si presenta quando ti accorgi di entrare erroneamente nella stanza sbagliata, come quando inavvertitamente entri in un bagno già occupato. Forse il metodo classico per uscire da questa situazione, ossia trasformare la faccia in un peperone e chiedere scusa prima di uscire e di chiudere la porta dietro di sé poteva rappresentare un metodo di fuga, ma la mancanza di una qualsiasi porta vanificava tutta questa prerogativa. Anche il fatto che i pirati non avessero ancora notato il loro ingresso presi com'erano dall'attività dei cannoni sul lato opposto della nave, rendeva lo scusarsi una possibilità da escludere.
    Appurato quindi che il metodo classico non poteva essere applicato, i due giovani, immobili e terrorizzati nell'angolo della stanza, optarono per una soluzione alternativa.
    Ancora una volta fu Paul a prendere l'iniziativa e portandosi il dito sulle labbra, fece segno a David di seguirlo nel modo più silenzioso possibile.
    Il modo più silenzioso possibile in mezzo a dodici persone che urlano le avventure sessuali delle madri altrui, una decina di cannoni che scaricano le loro letali munizioni con boati assordanti e un susseguirsi di esplosioni che devastano la nave in piogge di detriti, potrebbe benissimo essere tramite una banda di elefanti percussionisti con il supporto dell'intera squadra dei trombettieri di corte, motivo per cui, i due ragazzi che correvano a perdifiato verso la porta più vicina, non incontrarono alcun problema di segretezza.
    Rapidamente corsero su per le scale, aprirono la porta e si precipitarono all'esterno. Giunti sul ponte si resero conto che forse avrebbero dovuto cercare un'altra strada per la stiva.
    Tutto intorno a loro la battaglia infuriava. I pirati scaricavano le armi sulla nave nemica e i pochi soldati del mercantile che erano riusciti ad abbordare la nave corsara, resistevano all'assalto accompagnati dal clangore assordante delle sciabole. Urla di dolore e di rabbia riempivano l'aria in cui si sentiva distintamente l'odore della polvere da sparo.
    A David venne da piangere, tuttavia non riuscì a capire se ciò derivasse dal terrore o dal nervoso provocato dalle rovinose iniziative dell'amico. Esasperato dal continuo peggiorare della situazione decise che fuggire era completamente inutile e se volevano avere qualche speranza di salvezza, l'unica possibilità consisteva nel difendersi. Impugnò una spada insanguinata che trovò ai suoi piedi e si gettò sul pirata più vicino sfogando tutte le sue frustrazioni. Sfortunatamente per il corsaro, Paul gli aveva fatto accumulare tante frustrazioni negli ultimi venti minuti che chiunque, anche il più abile spadaccino, avrebbe trovato difficoltà ad affrontare quella belva assatanata che menava fendenti in preda ad una rabbia furiosa.
    Paul fece per urlare un avvertimento all'amico, ma non fece in tempo. Il pirata, colto di sorpresa, non fece nemmeno in tempo a difendersi e morì trafitto dalla spada del giovane sotto lo sguardo sconvolto di tutti i presenti. L'uomo che David aveva ucciso infatti non era un pirata qualunque, bensì il capitano della nave.
    Ci furono pochi lunghissimi istanti in cui la battaglia si interruppe e tutti posarono lo sguardo su David: i pirati terrorizzati, i marinai del mercantile increduli e Paul entrambe le cose.
    Un'ovazione di gioia proruppe dalle file dei marinai del mercantile che si scagliarono contro i pirati ancora sconvolti dall'accaduto.
    La battaglia si concluse di li a poco. I pirati che non si arresero perirono sotto i colpi dei marinai esaltati, mentre gli altri furono arrestati e ridotti in catene. Mentre il capitano del mercantile illustrava ai prigionieri la viltà che si celava nel commettere atti di pirateria contro la corona, un metodo di tortura che sarebbe stato invidiato dagli stessi pirati se non fossero stati troppo occupati a inventare nuove bestemmie soffocate tra i denti, i membri dell'equipaggio del mercantile gettarono in una forsennata ricerca del bottino accumulato da quei delinquenti. Dovevano trovarlo prima del capitano, per evitare che "l'imbecille", appellativo affettuoso attribuitogli dalla ciurma, lo confiscasse per offrirlo al re una volta tornati in madrepatria.
    Fortunatamente il discorso dell'ufficiale si soffermò molto sulla terribile punizione che attendeva quei criminali, anche se i pirati non riuscivano ad immaginare nulla peggiore di quel discorso, e quindi i marinai ebbero il tempo di ispezionare minuziosamente il vascello.
    Ciò che trovarono fu di poco conto, perché il bottino consisteva principalmente in spezie e stoffe pregiate, tutte cose che non potevano essere nascoste in tasca per sfuggire allo sguardo severo del capitano e l'equipaggio ne rimase deluso.
    Chi non rimase deluso furono David e Paul, ma per capire il motivo di tutto ciò, facciamo qualche passo indietro nel tempo.
    Subito dopo l'uccisione del capitano, allo scoppiare della furiosa battaglia David si trovava ancora sul ponte, immobile e sconvolto, mentre osservava in rapida successione, prima la spada e poi il corpo esanime del corsaro morto, cercando di trovare un nesso tra le due cose che non mettesse a repentaglio la sua immediata incolumità.
    Fu Paul a tirarlo fuori dai guai e la parola "tirarlo" va presa letteralmente. Si precipitò sul ponte e lo trascinò lontano dalla battaglia fino al castello di poppa della nave.
    "Io... io.... io....." fu tutto ciò che riuscì ad articolare David con il massimo sforzo.
    "Già tu! Hai fatto un bel casino! E adesso come ne usciamo?!" Paul iniziò a guardarsi intorno freneticamente, mentre i rumori della battaglia fuori dalla stanza si facevano più furiosi. Considerato l'arredamento fatiscente ma comunque lussuoso della cabina, subito si accorse che quello doveva essere l'alloggiamento del capitano. Mappe gettate alla rinfusa e affrancate con dei coltelli coprivano il tavolo. Proprio sotto un'ampia vetrata che si affacciava a poppavia si trovava un letto che un tempo si sarebbe definito a baldacchino, ora, con quei grattacieli per tarme che si innalzavano dagli angoli e quella coltivazione di pidocchi che si trovava al di sotto delle coperte, era già tanto se poteva essere chiamato "letto". Accanto ad una rastrelliera su cui erano disposte una serie di sciabole, vi era un armadio contenente giusto quei due o tre vestiti che permettevano al capitano di cambiarsi circa una volta ogni due-tre mesi, il che lo rendeva, agli occhi del suo equipaggio, una persona raffinata. Un grosso tappeto posizionato al centro della stanza occupava gran parte del pavimento e, apparentemente, considerati gli inquietanti rigonfiamenti che lo caratterizzavano, aveva la funzione di pattumiera. Nulla di questo riuscì a catturare l'attenzione di Paul come il grosso forziere posizionato ai piedi del letto con un grosso lucchetto che sussurrava "aprimi" alla mente del ragazzo.
    "Paul... io..." disse David, mentre con la mano tremante mostrava all'amico la spada insanguinata.
    L'amico si riprese dall'ipnosi che lo scrigno esercitava su di lui e guardando ciò che il compagno gli offriva disse: "Uh! Si grazie, questa dovrebbe andare."
    Impugnò la spada e in men che non si dica ingaggiò un serrato e furioso duello con il lucchetto dello scrigno. Seppur resistendo con coraggio, la tenacia del piccolo tesoriere venne meno dopo una decina di colpi e con un rumore sordo abbandonò la sua presa sul coperchio.
    Subito Paul spalancò le fauci di quel diavolo tentatore e le sue aspettative non furono affatto deluse. L'intero contenuto era composto da collane, gioielli e pietre il cui valore aveva ben presto superato la limitata capacità di calcolo del giovane. La vista terapeutica di tutto quel ben di Dio, subito fece rinvenire anche David che, dimenticati gli affanni e i timori che l'avevano ridotto a un vegetale poco prima, si gettò accanto all'amico per ammirare quell'immenso spettacolo.
    Un forte colpo alla porta della cabina li riportò alla realtà, facendogli notare che la battaglia all'esterno non era ancora terminata. Con uno sguardo d'intesa, i due giovani trasferirono tutto il contenuto dello scrigno nelle tasche e in piccoli sacchetti che nascosero sotto i vestiti, a quel punto, tintinnando come la slitta di Babbo Natale la notte del venticinque dicembre, si precipitarono a nascondere il tutto all'interno del mercantile. Fortunatamente per loro, seppure la battaglia volgeva quasi al termine, continuava a generare un certo fracasso e quindi, poterono raggiungere la stiva della loro nave senza incontrare troppi pericoli o attirare l'attenzione.
    Da qui in poi sapete come si sono svolti gli eventi, ciò che vi manca da scoprire è come la ricchezza accumulata dai due ragazzi li cacciò in guai sempre maggiori una volta giunti a terra, ma questa, concedetemi il clichè... è un'altra storia...

  • 27 aprile alle ore 10:52
    Un libro sconosciuto

    Come comincia: Esiste un libro nascosto, o per meglio dire custodito, all'interno di un grande albero. Questo libro non ha mai conosciuto altri lettori oltre allo scrittore e all'albero stesso. Il titolo inciso sulla copertina recita Merle, mentre al suo interno è contenuto quanto segue: Prefazione Esiste un unico libro che non ho mai voluto pubblicare. Il motivo non è qualcosa di chiaramente definibile, ognuno di noi nella sua vita vive momenti che gli penetrano nella carne e si posizionano accanto al cuore. Rimangono dentro di noi e diventano un punto particolarmente sensibile del nostro animo. Come una ferita aperta, il cui solo sfiorare ti fa sobbalzare, non tanto per il dolore, quanto perchè senti che li sei vulnerabile e che tutte le barriere da te costruite a difesa del tuo essere in quel punto perdono ogni loro solidità. Non c'è nulla che debba essere mantenuto nascosto di ciò che è scritto all'interno di questo libro, eppure una parte di me teme di ciò che il mondo potrebbe fare con queste informazioni. Io, che ho raccontato di guerre e tradimenti, io che mi sono macchiato di crimini che ancora oggi mi perseguitano la notte eppure si trovano vergati più col sangue che con l'inchiostro in molte biblioteche del nostro mondo, io che ho affrontato demoni, draghi, sempre con il dovuto timore, ma mai esitando e mai lasciandomi cogliere dall'indecisione, io che mi sono trovato al cospetto di dei il cui solo sguardo poteva annientarmi.... io temo a raccontare la storia contenuta in questo libro. Una storia innocente che parla più di sogni che di fatti. L'animo dei mortali può raggiungere confini agognati anche dagli dei stessi eppure è fragile nel suo essere e se si vuole mantenere una parvenza di dignità in questa vita, bisogna fare i conti con questa insuperabile debolezza.

    Tutto avvenne più di 200 anni fa. A quell'epoca Yondalla non mi aveva ancora benedetto con il dono dell'immortalità e io non ero nulla di quello che sono oggi. Al tempo giravo il mondo più per necessità che per dedizione e la mia fama più che ai racconti era dovuta alle bricconerie che mi contraddistinguevano. Ero nulla più che un ladruncolo di strada, avevo un gran talento nel cercare guai compensato dalla mia stessa capacità di uscirne, il più delle volte correndo. Fu proprio in fuga da alcuni mercanti molto interessati a rivendere la mia pelle che raggiunsi per la prima (ed ultima) volta le foreste della vita. Non so quanto sia noto al lettore di questa locazione, quindi cercherò di illustrarla brevemente. Le foreste della vita sono quello che si potrebbe definire il cuore pulsante della natura. Chi di voi non ha mai sentito i racconti dei druidi parlare della vita che si trova nell'ambiente, negli alberi, nella terra e persino nelle rocce? Solitamente questi racconti vengono considerati come una lieta novella volta a far amare la terra che gentilmente ci ospita, ma all'interno della Foresta della Vita, tutto questo è pura verità. Immaginatevi un luogo in cui l'aria è talmente pregna di vita che ogni cosa intorno a voi sembra respirare. Un luogo in cui le piante e gli alberi sembrano sussurrare linguaggi che voi non potete comprendere, fatti di vento, scricchiolii e fruscii di foglie. Un luogo in cui gli animali scambiano il copione con gli umani e osservano gli intrusi con curiosità, come se la paura più che a loro dovesse appartenere a chi valica quel confine sacro. Un luogo in cui la luce che penetra dalle fronde degli alberi è poca e nell'aria si alternano impercettibili bagliori colorati la cui fonte è sconosciuta, sebbene molti druidi la attribuiscono agli spiriti dell'aria. Più volte è stato fatto il paragone di questo luogo con la foresta eterna, patria degli elfi, ma si tratta di due cose completamente diverse. Nonostante anche tra gli alberi argentati che ospitano le razze silvane si possa percepire la vita, questa è dovuta più alla bellezza del luogo. L'aria che traspira tra i bianchi cancelli di Lohndnimm trasmette nobiltà, fierezza e tranquillità, ciò che si trova all'interno della Foresta della Vita è qualcosa di più selvaggio e istintivo. Sono in molti a temere di avventurarsi nella patria della natura e i loro non sono timori infondati. Ma torniamo al nostro racconto o il lettore penserà che si è trasformato in un trattato geografico. Entrai nella foresta senza sapere cosa mi aspettasse. Li per li non ebbi timore, le mie attenzioni erano tutte rivolte agli inseguitori piuttosto che a rimirare il paesaggio circostante, ma quegli umani avevano già abbandonato l'inseguimento quando videro che mi addentravo nella vegetazione. Quando pian piano mi accorsi del luogo in cui mi trovavo, la morbosa curiosità che contraddistingue gli appartenenti alla mia razza ebbe la meglio sulla prudenza e sulla paura. Continuai ad avanzare sempre più nel folto della vegetazione, ma più andavo avanti più la mia presenza diventava scomoda ed evidente come una torcia nella notte. Dopo diverse ore di cammino mi imbattei in una donna che, stesa a terra, sembrava sull'orlo di varcare il sottile confine fra la vita e la morte. Mi precipitai al suo fianco e istintivamente presi la sua testa fra le mie braccia, ella aprì gli occhi e mi guardò intensamente. Non dimenticherò mai quello sguardo. I suoi grandi occhi color ambra scavarono dentro la mia anima strappando, come fosse un ciuffo d'erba novello, una compassione che nemmeno io credevo di possedere all'interno del mio animo. Venni colto dal panico, volevo aiutarla ma non sapevo che fare, provai ad urlare aiuto ma il grido venne soffocato, quasi volontariamente, dagli alberi intorno a me. La donna prese le mie piccole mani nelle sue e le strinse forte, potevo rispecchiarmi nei suoi occhi lucidi che mi fecero sentire nudo ed impotente, dopodichè il suo sguardo si spense e le sue mani caddero senza vita. Incredulo continuai a fissarla per qualche istante, probabilmente tremavo ma non me ne accorsi, ero incapace di distogliere lo sguardo da quella creatura che giaceva d'innanzi a me. Quando dopo qualche istante ripresi coscienza mi accorsi che nelle mani stringevo una piccola ghianda. Mi guardai intorno, ero circondato. Animali, alberi e altri spiriti mi fissavano con sguardo truce. Non ebbi nemmeno la forza di reagire quando un ent, mi raccolse come fossi nient'altro che un sassolino e mi portò nel cuore della foresta. Mi trovavo ora al cospetto della vera essenza della Foresta della Vita, uno spirito chiamato dagli elfi Enil'Andur, molti ritengono si tratti dello stesso spirito del mondo, quello che viene comunemente chiamato Gaia, ma tutti i druidi smentiscono la cosa. All'apparenza sembrava essere un gigantesco albero traslucido, ma capii che era solo la forma che aveva deciso di assumere per colloquiare con me, in realtà avrebbe potuto assumere qualsiasi forma avesse desiderato. Mi intimò di consegnargli la ghianda e io pretesi spiegazioni in merito. Decise di rispondere alla mia insolenza con pazienza, e mi spiegò l'infausto spettacolo a a cui avevo presenziato. Il tutto gettava le sue radici secoli prima. A quell'epoca, come ora, la foresta considerava un intruso qualsiasi essere umano, o halfling, come nel mio caso, e benchè non attaccasse a vista chi si addentrava al suo interno, lo osservava con attenzione, pronta se necessario a rispondere alle offese. Alcuni druidi e ranger si presentarono al cospetto di Enil'Andur, dichiarandosi al suo servizio e spiegando che volevano dedicare i loro sforzi e la loro esistenza a difendere e preservare tutto ciò che si trovava all'interno della Foresta della Vita. Il primo impulso fu ovviamente di respingere questa proposta, poiché è comunemente noto che le creature appartenenti alle razze sono incapaci di adattarsi al ciclo della natura e spesso lo sconvolgono per i propri bisogni. Lo spirito accolse tuttavia la loro proposta, come mi spiegò, per dare una possibilità se non a tutte le creature, almeno a quelle che sembravano voler rispettare i dogmi da lui imposti. Per secoli la convivenza si dimostrò un successo, con il passare del tempo nacquero nuove generazioni di alberi, animali e folletti, ognuno di loro considerava questa situazione come la normalità, tanto che presto i fantomatici intrusi divennero invece dei fratelli. E' in questo contesto che si introducono i due personaggi principali della vicenda: Nhel e un ranger il cui nome non mi fu mai riferito poiché bandito per sempre dalla Foresta della Vita. Nhel era una driade nata nel periodo di convivenza con i druidi, la stessa che morì fra le mie braccia, l'innominato invece fu la causa diretta o indiretta della sua morte, ma procediamo con ordine e limitiamoci per ora alle parole di Enil'Andur. Era ormai consuetudine che spiriti e folletti trascorressero le giornate in compagnia dei druidi e quindi, come lo stesso spirito ribadì a causa delle mie insistenti domande, non si diede mai molto peso agli incontri fra Nhel e il ranger senza nome. Le giornate sembravano susseguirsi liete e tranquille, scandite dal canto degli uccelli unito a quello delle fate, ma i più attenti già si erano accorti di un cambiamento all'interno dell'innominato. Mi raccontarono di quest'uomo come di un personaggio tranquillo e gentile. Questo prima della pazzia. Così la definirono. Nessuno seppe dare una motivazione in merito, l'umano di punto in bianco iniziò a covare dissapore verso la foresta e le sue leggi, dapprima con il semplice malumore poi con litigi sempre più frequenti e per motivi sempre più banali. Il culmine si ebbe in una sorta di consiglio organizzato per affrontare la sua questione. Scoppiò un diverbio fra l'umano e i suoi fratelli e questo degenerò fino alla violenza. Alla fine della baruffa, che coinvolse non solo i druidi, ma anche alcuni abitanti del bosco, l'uomo spirò in quello stesso letto di foglie che mi accoglieva mentre io incredulo ascoltavo l'evolversi della storia. La gravità di questo fatto servì a provare ad Enil'Andur che non poteva esserci coesistenza tra il popolo della natura e le razze umane. Se un solo uomo aveva creato un tale disastro, temeva al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se altri avessero seguito il suo esempio. Decise che nani, elfi e umani sarebbero dovuti tornare al loro luogo d'origine, lontani dalla foresta della vita. Fu una decisione molto sofferta, sia dallo spirito stesso sia da tutti gli abitanti della natura che ormai si erano affezionati ai visitatori. I druidi sebbene con rammarico, accettarono la decisione e si allontanarono pacificamente dalla foresta per non tornarvi mai più. I giorni seguenti furono i più difficili. La foresta sembrava aver perso una parte della sua catena e per la natura questo significava riflettere un imperfezione inaccettabile a molti di loro. Gli anni passarono, seguiti dai decenni fino ad arrivare al secolo. Ormai solo alcuni alberi ricordavano cos'era accaduto e tutto era tornato alla normalità. Tutto tranne Nhel. La driade fu quella che soffrì di più per l'allontanamento dei druidi, o come io credo, per l'uccisione dell'innominato. Quando avvenne, il suo albero si ammalò di un mare incurabile, anche per i poteri dello stesso Enil'Andur. Le foglie cominciarono a cadere e il legno a marcire, una lunga agonia che durò per un secolo, finchè, inaspettatamente, compì il folle gesto di fuggire dal suo albero, una cosa che significa morte certa per una driade, poiché esse sono magicamente vincolate alla loro controparte arborea e l'allontanamento le porta ad ammalarsi e morire poco dopo. Anche in questo caso nessuno seppe darmi una motivazione, ma l'esito mi è ben noto, visto che lo stesso giorno in cui fuggì fu quello in cui io, seppur per un breve istante, la conobbi. Ricordo che mentre Enil'Andur mi parlava un percorso si creò nella mia mente, un tragitto che congiungeva tutti i punti oscuri del racconto, fino a formare un chiaro disegno di ciò che era accaduto. Potrebbe non essere vero naturalmente, potrebbe essere solo la mia interpretazione dei fatti, ma io ed un'altra persona amiamo credere che le cose siano avvenute in questo modo. Nhel trascorreva molte delle sue giornate in compagnia del ranger ed egli trascorreva lunghe e interminabili ore a parlare dei viaggi che lo avevano portato sino in capo al mondo. La driade ascoltava rapita, pendendo da ogni parola, cullata da quella voce, che inspiegabilmente la confortava e allo stesso tempo la scuoteva, come il vento di un burrascoso temporale che scuote l'albero fino alle sue radici, ma porta seco il dolce nutrimento dell'acqua. Le sembrava tutto un interminabile gioco, affascinare il ranger non era come per tutti gli altri poiché verso di lui ogni gesto, ogni parola, assumeva un carattere totalmente diverso. Si accorgeva che il potere esercitato su di lui sortiva uno strano effetto di ritorno, come se ogni flirt fatto all'uomo si ripercuotesse su se stessa vincolandola, con un legame molto simile a quello che aveva con il suo albero. Le stagioni si alternarono insieme ai racconti; Nhel, sempre più affascinata, ascoltava le descrizioni di luoghi meravigliosi e totalmente diversi dalla foresta in cui viveva. Questa fu la scintilla della “pazzia” nell'umano. D'altronde, ciò che per Nhel era un gioco, per l'umano era qualcosa di molto più chiaro e devastante. Un'amore proibito verso una creatura che sarebbe per sempre rimasta vincolata ad un fazzoletto di terra da cui non avrebbe mai potuto allontanarsi. L'impossibilità di poterle mostrare tutti i luoghi di cui narrava lo portò a odiare le stesse regole naturali che aveva giurato di proteggere. Ogni volta che al termine di un racconto vedeva i grandi occhi color ambra della driade tornare a posarsi su quello stesso paesaggio che la accompagnava in tutte le sue giornate era per lui qualcosa di straziante. Io non so se al lettore sia mai capitato di sperimentare il complesso sentimento dell'amore, ma se così non fosse, donate fede alle mie parole quando dico che non esiste cosa al mondo che possa allontanare maggiormente la mente di un uomo dalla ragione. Nulla è banale in amore, le stesse leggi che hai sempre rispettato e seguito giorni prima, divengono inaccettabili quando tra loro si insinua il sentimento. L'umano non poté mai accettare ciò che il destino aveva disposto per la creatura che amava e questa sua utopistica battaglia, lo portò alla fine che già vi è nota. Per una battaglia che finiva un'altra cominciava. Nhel non aveva mai desiderato nulla di diverso dalla sua vita, perchè non aveva mai conosciuto nient'altro. Era felice in quello strano gioco che avvicendava le sue giornate e ora che tutto era terminato si sentiva più che mai smarrita. Gli unici ricordi che la avvicinavano all'innominato erano tutti luoghi lontani che non aveva mai neppure sfiorato se non con il lungo sguardo della fantasia. Persino gli altri abitanti di terre lontane, che tanto erano simili al suo compagno e con cui si divertiva a praticare la sottile arte della seduzione erano stati allontanati. Non era rimasto nulla nella foresta di ciò che aveva amato con tutta se stessa, si sentiva come una pianta a cui venisse strappata la terra dalle radici, per poi essere lasciata a morire su di un arido terreno. Un giorno non molto diverso dagli altri, in cui il dolore era insopportabile, decise che avrebbe visto i luoghi di cui le avevano parlato. Sarebbe uscita dalla foresta per esplorare il mondo, per alleviare quel cuore di legno stanco delle continue erosioni dovute alle tarme del rimpianto. Avrebbe portato con sé una ghianda, una figlia, ella non doveva patire la sua stessa sofferenza all'interno della foresta, una volta all'esterno sarebbe stata libera e avrebbe potuto crescere dovunque avesse preferito. Un ultimo sguardo al suo albero e poi corse via senza voltarsi. Corse. Corse per un tempo indefinibile e più correva più si sentiva esausta. Più avanzava più le gambe le dolevano, il respiro le mancava e la vista si annebbiava, fece ancora qualche passo, prima di accasciarsi al terreno, troppo stanca per comprendere cosa stesse succedendo. Le parole di Enil'Andur mi strapparono ai miei pensieri. Lo spirito voleva la ghianda. Era una loro sorella, gli apparteneva, e io un semplice ladro la cui vita e i cui diritti si assottigliavano ogni secondo che passavo in possesso di quel seme. Difficile descrivere cosa provai in quel momento, era come se per la prima volta nella mia vita sapessi cosa stavo facendo. Come se il mio solito tirare a campare fosse stato completamente spazzato via per forgiare nel mio animo quell'unico e incontrovertibile obbiettivo. Fuggii. Non so nemmeno io dire come feci, creai il più grande trambusto possibile, ricordo che più volte venni bloccato e immobilizzato e più volte mi dimenai fino a liberarmi, lasciando parte del mio sangue sulle mani dei miei assalitori. Non vedevo chi mi assaliva, vedevo solo il tragitto che cercavo di raggiungere e superare il più in fretta possibile. Correvo, saltavo, rotolavo, ogni modo, possibile pur di avanzare verso l'esterno della foresta. Inspiegabilmente riuscii nel mio intento. La fortuna deve aver giocato un ruolo fondamentale per consentirmi una fuga tanto improvvisata, ma il risultato rimane. Quando fui lontano un centinaio di metri dal limitare della foresta, caddi e rimasi a terra, incapace di muovere un qualsiasi muscolo. Mi doleva ogni parte del corpo e avevo più di un osso rotto, ma sopravvissi anche a quello. Intrapresi un viaggio che non aveva una meta, ma solo l'intenzione di allontanarsi il più possibile dalla partenza. Giunsi all'altro capo del continente in un posto a me noto chiamato Finrias, una piccola comunità di halfling che hanno perduto parte della loro inclinazione al viaggio, in favore di una comunità dove la tranquillità non è che qualcosa da fuggire. Scelsi un posto poco lontano dal villaggio e li, 187 anni fa, piantai Merle. A lungo mi sono domandato su cosa mi spingesse. All'epoca pensai fosse un atto di ribellione contro lo spirito e gli abitanti della foresta, ma è innegabile che la storia di Nhel ebbe un ruolo fondamentale nelle mie intenzioni. Probabilmente nel mio animo decisi di concederle quel sogno che le era stato negato, decisi che l'avrei portata a vedere quei luoghi tanto ambiti che non le era permesso di raggiungere. Merle crebbe subito, ansiosa di uscire dal terreno per potersi cullare alla luce del sole primaverile. Io continuai i miei viaggi ovviamente, incapace di rimanere stabile in un qualsiasi luogo, ma da allora, Finrias divenne una tappa fissa al termine di ogni mio pellegrinaggio. C'era un piccolo germoglio che mi attendeva ogni volta, saziandosi dei racconti delle mie avventure; ogni giorno cresceva forte e vigoroso. Il germoglio divenne pianta, la pianta divenne albero, passavano gli anni ed al ritorno c'era sempre il medesimo sorriso e il tocco delicato ad attendermi. Non ebbi mai l'occasione di conoscere Nhel o di constatare se la mia ricostruzione degli eventi corrispondesse o no a verità, ma una cosa è certa... Merle, sin da quando era piccola, ama ascoltare le mie storie di posti lontani e avventure entusiasmanti. Ad ogni racconto i suoi grandi occhi color ambra, gli stessi occhi color ambra, mi ringraziano profondamente per ciò che le regalo.

  • 22 aprile alle ore 1:11
    Il Sogno Di Annètt

    Come comincia: Annètt era all'uscio di mattoni e davanti a sè distese di verdi rugiade notturne.
    Fumava, lei, con il suo scialle nero arancio che le copriva a stento il petto; i suoi capelli raccolti erano troppo pesanti per l'esile collo.
    Guarda la penombra sui cipressi cullati ed ogni movimento lento era un pensiero che nasceva e si compieva nella nascita di un altro.
    E suoi occhi neri semichiusi per abbandonarsi alla tranquillità del luogo.

    La bella Annètt sola nel suo mondo inguantato dall'illusione di una qualche possibilità di riuscita.
    Quanto fragile può essere una goccia di rugiada nei pensieri eterei dell'anima illusoria di un uomo?

    Annètt inala l'ultimo respiro di quiete, poi si volta e varca la soglia; piccoli passi su marmo, la leggera mano posta sulla nera ed esile ringhiera.
    Nella sua stanza la gatta bianca che dorme sicura nei suoi vestiti e stanca del troppo sognare, china si posa su morbidi pensieri, assopendo se stessa in concessione a Morfeo.

  • 20 aprile alle ore 21:12
    La Primavera Di Balòn

    Come comincia: Balòn credeva ai sogni, amava i fiori e desiderava il sole.
    Passeggiava spensierata per le strade della città con la musica nei passi e la speranza nel cuore.
    Diffidava della gente e l'amava al tempo stesso; tre ore di solitudine e mille di compagnia.
    Questa era Balòn; una ragazzina persa in se stessa troppo furba per il divertimento, troppo ingenua per scelte importanti.

    Una sera Balòn incontrò per caso un uomo durante il suo lavoro; persona socievole dal simpatico approccio straniero: Mallè.
    Mallè coltivò il cuore di Balòn con regali e divertimenti, semplice compagnia, svago, pena e ingenuità straniera.
    Ma Balòn cercò di porre limiti ad ogni altra forma di pensiero se non semplice predisposizione all'essere socievoli.
    Il suo era un periodo così strano che decise di prendere tutto ciò che le veniva dato senza però essere troppo disponibile; per quell'essere straniero spuntato all'improvviso in una sera dove beffardo fu un alcolico sorriso, nulla diede se non amico caro.
    La purezza delle donne è troppo casta per la mano esperta di chi, per sopravviver in terra straniera, molto gli fu insegnato.

    Nei primi dì di primavera, Balòn fu portata da Mallè nel paradiso terrestre della stagione; fiori, piante, prati, alberi e buon sole.
    Risi, vapori magici, alto in cielo il sole del meriggio, assorta nell'inebrio del rilasso paradisiaco, la mano bramosa colse il collo di Balòn.
    Nel suo pugno stracci e morsi, silenzi vegetali e la macchia rossa del peccato spruzzata sulle candide e bianche margherite in sboccio. 
    In attimi quieti, cruda violenza tolsero vergini pensieri.

    Balòn, tramortita, pensò che anche in paradiso v'è la crudeltà dell'uomo che innaffia, con premeditato intento, le argute voglie del dissenso.

  • 19 aprile alle ore 22:33
    Felice e i 40 euro

    Come comincia: Stava fissando quella cifra, € 990,00! Sua moglie gli strinse il braccio, segno inequivocabile che aveva scelto, una scelta che lui condivideva ma che era fuori budget, di poco ma pur sempre oltre le loro risorse. Per mesi avevano fatto la cresta sulla spesa, tirando la cinghia e dopo mille sacrifici erano riusciti a racimolare € 950,00 da spendere per acquistare la tanto desiderata cucina. In realtà dopo molte visite nei vari punti vendita sapevano di poter spendere meno, ma adesso sembrava avessero trovato qualcosa di speciale che piaceva a entrambi. Lei stringeva sempre più forte finchè lui si divincolò delicatamente e la guardò negli occhi. Amava sua moglie e lei era fiera di quell'uomo che era riuscito dove moltissimi suoi compatrioti avevano fallito; si era integrato.
    Nove anni prima era arrivato con il suo carico di speranze e tanta volontà sicuro di poter costruire una base solida per accogliere la sua famiglia. A quei tempi erano ancora fidanzati e lei era scettica sulla sua idea di emigrare ma dopo giorni di confronti con i vari familiari lui era riuscito ad ottenere il benestare della maggioranza del clan così che, raccolti i soldi per il viaggio, lasciò il paese in cerca di un posto dove avere una prospettiva di lavoro per il futuro. Fu fortunato perché il suo viaggio via terra e via mare filò liscio come l'olio, nessun incidente, nessun contrattempo; in seguito avrebbe realizzato come finissero spesso in tragedia quei viaggi. Dopo un anno di sfruttamento da parte di una società agricola che lo faceva lavorare oltre il limite umano, ebbe la fortuna di conoscere un suo conterraneo che era riuscito a trasferirsi in una zona dove i lavoratori africani venivano assunti regolarmente per i più svariati tipi di impieghi e dopo qualche giorno di titubanze, decise di tentare la fortuna e di raggiungere il suo nuovo amico. Trascorsi alcuni giorni dal suo arrivo in città riuscì, grazie anche ai suoi conterranei presenti da tempo, ad ottenere un colloquio di lavoro e l'immediata assunzione: avrebbe cominciato il giorno successivo come manovale in un'impresa che si occupava di opere stradali. Il suo carattere mite e il sorriso sempre stampato sulle labbra lo fecero diventare una sorta di mascotte per tutti i colleghi che chiedevano spesso di poter lavorare con lui e con il tempo riuscì ad imparare così bene il mestiere fino a diventare capo squadra, e dopo due anni decise di farsi raggiungere dalla sua fidanzata. Lei potè raggiungerlo per vie ufficiali, senza dover affrontare il dramma del viaggio da clandestina e, come ad una principessa, lui le riservò all'arrivo una splendida accoglienza, infatti per l'avvenimento aveva chiesto, ed ottenuto, due giorni di permesso al suo capo. Nel frattempo era riuscito ad affittare un monolocale dove si rintanarono per due giorni interi. Nei giorni a seguire anche lei trovò un'occupazione presso una ditta di pulizie industriali. Lavoravano sodo e tutti i mesi spedivano un forte contributo ai loro familiari restati in patria. Poi si sposarono e lei rimase incinta, tuttavia lei lavorò fino a quando fu in grado di farlo e dopo un anno dalla nascita della bambina, nacque il fratellino. Il monolocale non bastava più e dopo un'attenta ricerca trovarono un piccolo appartamento in una zona abitata da parecchi connazionali. Questo permise a sua moglie di non perder completamente il lavoro riuscendo ad ottenere un part time; infatti le donne anziane del quartiere, dietro compenso, erano ben disposte a prendersi cura dei bambini di chi lavorava. Avevano delle spese piuttosto elevate, ma lavorando in due riuscivano comunque ad arrivare sempre a fine mese. L'abitazione non era ben messa, i vecchi mobili e l'angolo cottura arrugginito non facevano bella mostra e un po' alla volta, anno dopo anno, riuscirono a rendere sempre più accogliente la loro casa. Purtroppo sua moglie perse il lavoro e la crisi dilagante le chiuse qualsiasi strada per trovarne un altro e anche lui cominciò a fare i conti con la crisi; si lavorava sempre meno ed ovviamente il salario era sempre più basso. Continuando a far sacrifici erano riusciti ad accantonare un piccolo gruzzolo per comprare finalmente la tanto desiderata cucina e sua moglie, dopo anni costretta a cucinare con un fornelletto attaccato alla bombola del gas e a farsi prestare il frigo dei vicini, avrebbe realizzato il suo sogno; avere una cucina nuova.
    Leggeva negli occhi della donna il desiderio e la gioia di poter prendere quella cucina, in fondo si trattava di €40.00, una sciocchezza per una catena di distribuzione del genere. Aspettò che passasse un addetto a quel reparto e dopo alcuni minuti vide avvicinarsi una ragazza che poteva avere si e no 25 anni e si rivolse a lei in maniera educata e gentile.
    "Scusi signorina, posso chiedere a lei?"
    La ragazza rispose altrettanto gentilmente.
    "Mi dica, in cosa posso esserle utile?"
    "Io e mia moglie avremmo deciso di acquistare questa cucina"
    "Ottima scelta" Disse immediatamente la commessa senza lasciarlo finire di parlare "Se vuole le spiego alcuni dettagli sul come le verrà consegnata la cucina, gli eventuali accessori che potreste abbinarle e bla, bla bla"La ragazza non finiva più di parlare.
    Felice stava sorseggiando il suo cappuccio accompagnandolo con un cornetto alla crema e, isolato dai rumori del grande centro commerciale, rivisitava con la mente gli ultimi avvenimenti della sua vita. Il viaggio in sud America l'aveva segnato profondamente: la morte di Franco, la convinzione di aver trovato qualcosa di eccezionale ma non riuscire a focalizzare cosa, la mente avvolta da sogni e immagini mescolate con realtà ed infine i suoi genitori, mamma e papà che lo trattavano come un ragazzino, nonostante i suoi 43 anni. Tutti questi pensieri furono interrotti dalle urla di un uomo che distava pochi metri da lui. Sembrava c'è l'avesse con una commessa del centro per qualche preciso motivo,lo vedeva chiaramente fare segni e gesti all'indirizzo di un cartellinio affisso ad una cucina in esposizione; da quel che poteva capire lui, l'uomo doveva avere qualche problema con il prezzo della merce esposta. La sua curiosità prevalse su ogni altra distrazione e dopo aver pagato la consumazione si avvicinò, senza farsi notare, ai due litiganti. In realtà c'era una terza persona, una donna, che però sembrava non voler prendere parte a quella discussione. Adesso era veramene vicino e poteva sentire distintamente ciò che si stavano dicendo la commessa e l'avventore.
    "Senta, lei mi ha detto che volevate comprare questa cucina e io mi sono immediatamente adoperata per venirvi incontro, quindi non continui a sostenere le sue strampalate teorie" La commessa non urlava ma era decisa a non mollare un colpo, al contrario l'uomo rispose urlando e faticando ad esprimersi correttamente, l'ira lo portava a mescolare l'italiano con il suo idioma d'origine tanto da farne scaturire una lingua incomprensibile. La donna al suo fianco, evidentemente la moglie o la sorella, tentava di calmarlo prendendolo per un braccio parlando nella loro lingua. Ma lui non voleva sentire ragioni e dopo aver tratto un bel respiro, probabilmente per calmarsi, proseguiì nel sostenere le sue ragioni.
    "Non mi hai lasciato finire di parlare, stavo per dirti che vogliamo questa cucina ma non abbiamo abbastanza soldi per comprarla, ma se ci fai un piccolo sconto la paghiamo subito, in contanti e ci arrangiamo a portarla via"
    "Qui non siamo in una bottega o in un mercato, i prezzi esposti sono definitivi e nessuno può farle lo sconto. Si procuri il denaro mancante e avrà la sua cucina" La ragazza aveva parlato con tono distaccato senza lasciar trasparire emozioni, probabilmente era abituata a situazioni del genere e non farsi coinvolgere emotivamente doveva essere una difesa a simili situazioni. L'uomo non rispose, adesso la donna lo stava consolando ma entrambi avevano gli occhi lucidi, nei loro sguardi Felice vide sconforto e rassegnazione, non erano arrabbiati, erano avviliti. Certe scene lo colpivano nel profondo dell'animo, suo padre l'avrebbe esortato a girare i tacchi e proseguire per la sua strada, non poteva riparare a tutti i torti di questo mondo. Al contrario sua mamma avrebbe insistito, bisogna aiutare chi è in difficoltà, senza se e senza ma. Che situazione del cavolo, pensò Felice, dai papà, stavolta ha ragione la mamma, vediamo cosa posso fare. Si avvicinò ai due che nel frattempo erano restati impalati davanti alla cucina in esposizione e chiese a bassa voce:
    "Qualcosa non va?" L'uomo neanche lo sentì mentre la donna si girò di scatto verso di lui, gli occhi grandi sgranati e ancora umidi trasmettevano comunque calore. Felice provò ad insistere.
    "Vi ho sentito discutere, posso esservi utile?" Adesso anche l'uomo si accorse di lui e quasi ringhiando rispose "E tu chi sei? Cosa vuoi? Sei un commesso o un curioso?" La moglie lo trattenne "Stai calmo, ci ha solo fatto una domanda" "E io non voglio rispondere!" La donna invece era di tutt'altra idea.
    "Ci scusi, abbiamo appena finito di discutere con una ragazza che lavora qui e siamo ancora un pò agitati"
    "Questo lo avevo capito, mi interessava sapere perché avete discusso e soprattutto se posso esservi utile" Felice voleva capire fino a che punto potersi spingere e la donna pareva contenta del suo intervento.
    "Ecco, ci servirebbero" Suo marito la strattonò pesantemente riprendendola nella loro lingua.
    #Ma cosa fai? Vuoi farti prendere in giro? Stai zitta e andiamocene a casa, subito!#
    #Mi sembra una brava persona, potremmo chiedere un prestito°
    "Scusate"li interruppe Felice "Ovviamente non ho capito una parola di ciò che avete detto, ma è altrettantp chiaro che la signora sia disposta ad ascoltarmi, al contrario di lei. In fondo vi ho solo chiesto se posso esservi utile, nient'altro" Il suo tono pacato e lo sguardo sincero calmarono l'altro che poi fece cenno alla moglie di parlare.
    "Ci scusi di nuovo" Disse lei.
    "Ok, ok me l'ha già detto, vada avanti"
    "Vede, mio marito è in questo paese da nove anni e dopo tanti sacrifici!" La donna raccontò brevemente la loro storia ad un perfetto sconosciuto, ma qualcosa la induceva a non fermarsi. Felice ascoltò attentamente mentre il marito della donna annuiva con eloquenti gesti del capo, e alla fine.
    "40euro. 40 dannatissimi euro, tutto questo can can per 40 euro; siamo ridotti male" sospirò Felice e poi proseguì con nuova spinta "Mi permettete di fare un esperimento?" La coppia adesso sembrava pendere dalle sue labbra, senza capire il perché stavano riponendo fiducia in quello che poteva benissimo essere uno squilibrato o un perdigiorno qualsiasi, ma lo invitarono a provare a fare ciò che voleva.
    "Bene, grazie" Felice si mise in mezzo alla corsia del centro commerciale e, come fosse un intrattenitore del medioevo, cominciò ad attirare l'attenzione dei passanti.
    "Vedete signore e signori, i miei due amici vorrebbero comprare quella cucina. Da anni risparmiano per realizzare il loro sogno e oggi sono ad un passo dal dovervi rinunciare. 40 euro li separano dal loro desiderio, sì, avete capito bene, 40 euro. Se ognuno di noi rinuncia a qualcosa e gli regala un euro, nel giro di un quarto d'ora avremo risolto il loro problema; chi è disposto a rinunciare ad un caffè per aiutare i miei amici?" Nel frattempo si era radunato un nutrito gruppo di passanti attorno a lui e le sue ultime parole furono sentite chiaramente da almeno una ventina di persone. Alcuni di loro ripresero a camminare nella direzione in cui si stavano dirigendo, altri fecero finta di niente e poi presero direzioni diverse, infine solo una donna con due bambinetti restò lì e resasi conto di essere osservata da quello strano personaggio prese per mano i due piccoli per andarsene via. Ma i due bambini puntarono i piedi e la bambina, che poteva avere 9 o 10 anni si rivolse alla madre.
    "Ma su mamma dai un euro a quel signore" "No mamma, danne tre, uno per me, uno per te e uno per lei" Intervenne il maschietto appena più piccolo della sorella. La donna stava sorridendo a denti stretti, paralizzata dall'imbarazzo era indecisa sul da farsi e Felice cercò quindi di toglierla da quella situazione.
    "Non si preoccupi signora, vada pure. Avrà le sue faccende da sbrigare e io non voglio farle perdere tempo"
    Ma i bambini sembravano irremovibili "No mamma! Dai, aiutiamo i poveri, lo dici sempre che bisogna aiutare i poveri" Adesso l'imbarazzo era generale e la donna infilò la mano nella borsa da dove estrasse il portafoglio. Lo aprì cercando delle monete ma non ne trovò. Afferrò allora a malincuore una banconota da 5 euro e la tese a Felice che, dopo averla presa, la restituì ai bambini.
    "Grazie bambini, adesso con questi soldini vi fate comprare il gelato dalla mamma"
    "Siiii!!" Ulularono i due piccoli e senza aggiungere altro la donna si allontanò rapidamente senza voltarsi a guardare.
    "Ecco, questa è la dimostrazione di ciò che penso, lo sapevo" Felice parlava da solo ma ad alta voce e i due nuovi amici lo sentirono chiaramente, allora la donna domandò:
    "Tutto ok?"
    "No!" Rispose lui "Oggi avete potuto vedere con i vostri occhi quello che sostengo da parecchio tempo: gli alieni ci stanno invadendo, il loro è un piano lungo e articolato che ci porterà al completo annullamento, non avremo più una nostra personalità, non" Si interruppe di colpo, stava esagerando "Ma prima che mi prendiate per pazzo ecco, tenete, io spero di avere ancora un cuore. Siete una bella coppia, vi auguro ogni sorta di felicità e gioia"
    "Ma tu, come ti chiami?" Chiese l'uomo che fino a quel momento non aveva aperto bocca.
    "Felice, io sono Felice, di nome e di fatto" E si allontanò da loro fischiettando.
    "Caro guarda!" La donna teneva in mano delle banconote: 40 euro.
    "Quello non è Felice" Rispose l'uomo "E' un santo"

  • 18 aprile alle ore 21:25
    Il colpo

    Come comincia: «Fermi tutti, questa è una rapina!»
    Minchia, l’ha detto!, penso dentro al passamontagna di lana già inzuppato di sudore acido misto all’odore mentolato del Proraso. L’ha detto per davvero. E gli è pure uscito in tono cazzuto, da film americano. Guardo Carluccio alla mia destra. Gli occhi sbarrati nella fessura del suo cappuccio nero non promettono niente di buono. La mano tremula, tesa, con la pistola puntata sugli ostaggi, ancor meno. Io almeno la pistola me la son fatta dare giocattolo. Quello pure vera l’ha voluta. Chi si crede di essere, John Wayne? Incrocia disperato il mio sguardo. Se la sta facendo sotto di brutto quel ciccione di merda. Figuriamoci. Troppo emotivo. Pure al Sorcio gliel’avevo detto. Finirà col combinarci qualche casino, vedrai. Meglio fargli fare il palo a quel cacasotto.
    Ma lui, niente. Anzi. Uno così ci serve da spaventapasseri, aveva aggiunto mostrandomi tutti e trentadue i denti marci da tossico lercio. Come no. Un quintale di lardo invertebrato, altro che storie.
    Stringo appena le palpebre cercando di comunicargli di stare tranquillo, che va tutto bene, che tra pochi minuti il Sorcio ci porterà fuori di lì. Che tutto andrà per il meglio. Ma glielo leggo negli occhi che sta per sbroccare. Capirai. Il grassone si starà sparando il film della Luisa, a casa, gravida, mentre gli stira calzini e mutande. O del figlio obeso con gli occhiali a culo di bottiglia appannati. O della madre in carrozzina coi neuroni fritti da quel cazzo di giornale radio. Pensa la faccia della vecchia quando sentirà: «Rapina a mano armata stamane in un quartiere periferico di Roma. Tra i malviventi un insospettabile. Si tratta del disoccupato Carlo Rondinini…». Sai l’angina!
    «Stai calmo Carle’. Statti calmo, per la madonna» gli dico a denti stretti sperando mi possa sentire.
    «Ehi, niente scherzi del cazzo bello. Intesi?» sento intanto urlare al Sorcio rivolto al cassiere, mentre gli scodinzola la pistola sotto il naso. Per la madonna gli dovesse partire un colpo!, penso spruzzando sudore come olio fritto.
    «Avanti, apri ‘sta cassa e togliti dai coglioni. Vatti a mettere con gli altri. Corri!» gli fa poi indicando con il ferro il gruppetto di clienti sotto tiro di Carletto. L’impiegato esegue terrorizzato. C’avrà sessant’anni il poveraccio, magari è sotto pensione. Ha la pelata lucida, i ciuffi di capelli ai lati della boccia e due basettone bianche che gli arrivano sotto le orecchie. Alle sue spalle il calendario del 1978 con le date di oggi e domani segnate in rosso e sotto la scritta crociera, sottolineata tre volte. Dai Basettoni, fatti forza, che fra due giorni te ne stai stravaccato sul ponte di un ferryboat a sbirciare minorenni nascosto sotto il panama bianco, destinazione Il Cairo.
    Porta una giacca a quadri grigia e un cravattone scozzese dal nodo enorme. Come diavolo fa a non soffocare con ‘sto caldo asfissiante? Ci saranno quaranta gradi qua dentro. Il ventilatore a pale sul soffitto è fermo. Sono in maniche di camicia ma mi sento di impazzire. Sarà il passamontagna. Saranno le coronarie.
    Il vecchio raggiunge gli altri tre ammassati davanti a Carluccio, senza fiatare, le mani per aria, in segno di resa. Non sarà mica finocchio? Gli punto anch’io la pistola addosso invitandolo a inginocchiarsi. Lo stesso faccio con gli altri. Sono tre donne. Due sembrano fotocopiate, solo una versione giovane, l’altra datata. Senz’altro mamma e figlia. Si vede da come si tengono strette. Accanto a loro invece una matrona vestita a lutto, agita le mani tozze per aria, come zampe di un enorme bagarozzo. Vestita di nero da capo a piedi, piange e si dondola come le vedove a Beirut. Ciondola avanti e indietro implorandomi di non sparare. Ha lo sguardo del bovino prima di andare al macello. Cristo santo, quel lamento mi sta già trapanando il cervello. In che cazzo di lingua sta pregando? Mi metto la canna della pistola davanti al naso facendole segno di tacere.
    «Che cazzo state a fare lì impalati, le belle statuine?» ci urla addosso Enzo, facendoci segno di andarlo ad aiutare. È dietro il bancone e sta svuotando le casse. Mi avvicino io lasciando Carluccio con gli ostaggi. In quello stato meglio non metterlo troppo a contatto col capo. Agitato com’è finisce che ci scappa il morto. Con la polverina c’avrà dato dentro parecchio stamattina. Sta schizzato di brutto. Impensabile contraddirlo. Tiro fuori dai jeans un sacco di plastica, di quelli neri per l’immondizia, e glielo porgo, pregando in cuor mio di uscire da lì il più in fretta possibile. La filodiffusione sta mandando il GR1.
    Enzo controlla le mazzette una ad una per vedere se sono segnate, poi le infila nel sacco. È tirato come un’acciuga, tutto nervi e cocaina. Dalla camicia quadrettata a mezza manica spunta la testa di un cobra tatuato sull’avambraccio rachitico. Volto lo sguardo. Carluccio è talmente inzuppato di sudore che la maglietta celeste della Lazio è già pezzata di chiazze scure, grosse come pozzanghere. Ma si può andare a fare una rapina con la maglia di Chinaglia? Ha sempre la pistola puntata dritta su quei disgraziati e lo sguardo imperterrito fisso su di me, neanche fossi la Madonna pronta a rivelargli il terzo segreto di Fatima. Ma come cazzo mi ci sono infilato qui dentro? Posso mica mettermi a pensare anch’io a Franca a casa che non può lavorare, a Franca convinta che sia uscito per andare anche stamattina a timbrare il mio cazzo di cartellino. A Franca che non sa che il cartellino son più di sei mesi che non lo timbro più, visto che m’hanno sbattuto fuori a calci nel culo e mò non c’ho manco le palle di andarmi a confessare per non umiliarla. Posso mica mettermi pure io a pensare a tutte ‘ste stronzate adesso, brutto panzone di merda che continui a fissarmi in continuazione. Non ti ci ho mica portato io sulla giostra, vorrei urlargli in faccia a quel manzo flaccido.
    Cerco di modulare il respiro. Lento, sempre più regolare. Calmare. Almeno io. Mi devo cal-ma-re. Ma sudo e soffoco sotto il peso del passamontagna di lana. E non è facile ragionare così. Ho una voglia matta di nicotina. Sento il fiato stantio risalirmi su per il naso. Mi potessi almeno fumare una paglia. Mi volto di nuovo a guardare alle mie spalle. All’esterno è ancora tutto tranquillo.
    «Carlo, fatti portare dal vecchio alla cassaforte che a questi ci penso io. Forza!» tuona il Sorcio.
    Cristo santissimo. L’ha chiamato per nome. Ha chiamato il grassone col suo nome davanti a tutti. Cazzo santo, adesso gli prende un infarto a quello. Guardo Enzo nel tentativo di comunicargli di non tirare troppo la corda se non vogliamo giocarcelo, ma il suo sguardo mi restituisce due pupille inespressive, rosse e appuntite come spilli. Sembrano gli occhi di un dobermann. A questo non gliene frega un beneamato stamattina. È in sbrocco. Completamente fuori di testa, impossibile da gestire. Me l’avevano detto che era uno un po’ schizzato, che la coca se l’era mangiato, ma mica potevo organizzare un colpo da solo con quella merda obesa? Mi serviva uno già rodato. Un professionista.
    Per fortuna Carlo non sembra dare peso al lapsus del Sorcio. Al solito cerca conferma nei miei occhi. Gli faccio segno con la testa di seguire il cassiere verso il caveau. Guardo ancora alle mie spalle. Fuori la vita sembra scorrere normalmente, almeno per ora. Il solito traffico rovente, dissennato e caciarone di metà agosto. Ma chi l’ha detto che d’estate Roma si svuota?
    Abbiamo scelto la Cassa di Risparmio di Parma perché è piccola e si riesce a tenere tutto sott’occhio. Oltretutto non c’hanno manco la guardia giurata, ‘sti pezzenti. E poi è vicina al Raccordo, che se non ci muoviamo finisce che arriva già la macchina con Bruno.
    Bruno sì che è uno a posto. Ha detto che ci dà una mano, senza nemmeno niente in cambio. «Lo faccio perché sei ‘n fratello» m’ha detto ieri abbracciandomi. Ma io un regalo glielo faccio lo stesso quando esco di qua. Ci verrà a prendere fra un quarto d’ora. Poi ci accompagna alle nostre macchine e ognuno per sé. E dopo solo libertà, grana e vaffanculo mondo!
    Ho già pensato a tutto. Sei mesi in Germania. A Franca dico che vado per lavoro. Le mando un po’ di testoni per non far mancare niente alle bambine e il resto del gruzzolo lo metto in qualche banca tedesca coi controcazzi. Al ritorno investo tutto nel mattone e in sei mesi torno pulito e immacolato come un vitello da latte.
    Dalla filodiffusione adesso sta suonando Liù, degli Alunni del Sole. Gesù, mi fa venire in mente Fregene. Che cazzo non darei per starmene stravaccato ancora su quella spiaggia. La pelle arrostita dal sole, la Peroni gelata tra le mani e le tette dure di Graziella a strofinarmi giorno e notte la schiena. Quella sì che era vita!
    All’improvviso uno sparo secco seguito da un urlo di donna mi fa trasalire.
    «Porca di quella mignotta! Ce sta una qua» si sente gridare Carluccio dall’altra stanza con quella sua vocina da finocchio.
    «Per la puttana, che cazzo stai a fa?!» sbraita il Sorcio abbandonando la cassa e precipitandosi di corsa di là. Gli ostaggi, sempre inginocchiati sul pavimento, allo sparo hanno lanciato un urlo che m’ha fatto saltare più dello scoppio.
    «Enzo, nun volevo spara’ – sento Carlo piagnucolare – te lo giuro, m’è sbucata fuori all’improvviso. Me so’ messo paura!»
    Cerco di affacciarmi per capire cos’è successo ma non posso abbandonare le tre grazie. Mi sporgo un po’. C’è il cassiere seduto su una sedia girevole, le mani in faccia e ai suoi piedi le gambe di una donna stesa sul pavimento sporco di sangue. Lo sapevo, lo sapevo, cazzo! Mi mordo un labbro. Ma che madonna ha combinato quel coglione, penso sempre più sfiancato dall’afa, mentre sento Enzo cercare di tranquillizzare la donna che non è niente, di non agitarsi, che è stata colpita solo di striscio. «Tu, – sento poi il Sorcio dire all’impiegato – vai a prendere la cassetta del pronto soccorso. Disinfetta la ferita e stringigliela con uno straccio più forte che puoi. Hai capito?»
    Quello si alza di scatto e scompare in bagno. Enzo torna, guarda quei disperati per terra inginocchiati come fossero al refettorio. «Visto che succede a voler fare i furbi? State in campana.»
    Poi mi dice di farmi dare dal cassiere le chiavi del caveau e di svuotarlo.
    Neanche il tempo di muovermi che mi sento il sangue surgelare nelle vene. Un colpo secco sulla porta a vetri alle mie spalle e l’ombra di un’uniforme si materializza all’istante sulla mia cornea. Non ho il tempo di reagire. Sto istintivamente alzando le mani quando il Sorcio si butta nel gruppo e afferra la donna vestita di nero per i capelli, costringendola ad alzarsi. Col corpo di quella balena a mo’ di scudo davanti a lui e la pistola puntata alla testa si mette davanti alla porta girevole, proprio di fronte al poliziotto. Quello alza le mani. Fa cenno a Enzo di stare calmo. Poi si allontana di qualche passo e si va a nascondere dietro la Giulia verde della pula. Il Sorcio con la donna stretta al fianco ci chiama a raccolta e ci dice di andare tutti nella stanza dove c’è la ragazza ferita.
    Chiudo gli occhi e deglutisco. Lo sapevo. Lo sapevo che andava a finir male. Ma che cazzo m’ero messo in mente?
    Raggiungo gli altri di là mentre di fuori in un attimo è scoppiata l’apocalisse. Ci sono già decine di curiosi assiepati sul marciapiede, le mani sulla bocca e tra i capelli. Ingorghi di macchine, traffico in tilt. In lontananza si sentono sirene e due volanti della polizia sono di traverso, a bloccare il transito. Fra un po’ arriverà l’esercito intero. Dove cazzo credevamo di andare?
    L’ufficio dove siamo stipati è minuscolo e rovente. Neanche le pale ferme del ventilatore ci sono qui. Guardo la donna per terra. Quanti anni avrà ‘sta poveraccia. Cinquanta? O forse è la divisa che l’invecchia. Ha un tailleur grigio e la camicetta bianca. Sotto la testa il collega le ha infilato la sua giacca. Neanche a dirlo, tra tutti i presenti è me che fissa con lo sguardo disperato. La fronte le gronda goccioline di sudore. Le calze di nylon sono inzuppate di sangue nero all’altezza della caviglia. Per terra accanto alla gamba ce n’è un lago. Cristo santissimo, devo spostare gli occhi se no vomito. Il cassiere le deterge la fronte di continuo e la rassicura. Sembra di essere in un film di Dario Argento. Le tre donne sono addossate alla parete senza fiatare. Non sanno se sperare o disperare. Il Sorcio guarda me poi Carlo. «Abbiamo gli ostaggi» sentenzia neanche fossimo a Cinecittà a girare uno spaghetti western. «Non ci possono fare un cazzo!» chiude poi, solo un po’ più convinto di noi.
    È proprio quello che non avrei mai voluto sentire. Mi sento mancare. La puzza di sudore, sangue e deodoranti mischiati, mi dà il voltastomaco. Finiremo con un buco in fronte, me lo sento. Carlo ha gli occhi sbarrati. Abbassa la testa e si fissa la punta dei piedi. Non si rende neanche conto di quello che ha detto Enzo, probabilmente. Scivola con le spalle sul muro fino ad accartocciarsi su se stesso.
    Il cassiere ci guarda. Vuole capire le nostre intenzioni. Incrocio il suo sguardo. «Sta male» mi dice serio, indicando col mento la donna stesa fra le sue braccia. Enzo si volta verso di lei, poi guarda noi. Per strada oramai è tutto un ululare nauseabondo di sirene. Avranno circondato tutta Torpignattara a quest’ora.
    «Ehi Stramaglia. Che vi siete messi in testa lì dentro?» sentiamo all’improvviso gracchiare da un megafono all’esterno.
    Per la puttana, ditemi che è un sogno. Persino Enzo che fino a quel momento s’è tenuto freddo, sentendo il suo nome gridato per strada come fosse un BR, ha un sobbalzo di sorpresa.
    «Avanti, non fate stupidaggini. Se uscite adesso non vi succederà niente.» Carlo è alle mie spalle, ma sento il rantolo respiratorio del suo terrore.
    «Sanno chi siamo, Enzo – lo sento sibilare sfinito al Sorcio – arrendiamoci, è finita!»
    Mi stringo nelle spalle per attutire il colpo che come un fulmine intuisco partire dall’avambraccio ossuto di Enzo per abbattersi con tutta la sua forza sul cranio del povero Carluccio. Le donne scoppiano in un urlo sincronizzato.
    «Vai, brutto pezzo di merda porta rogna. Se ti stai a caca’ sotto esci e fatti arrestare!» gli urla addosso il Sorcio strattonandolo come un pupazzo.
    «Io piuttosto esco steso da qua dentro. Mettitelo bene in testa… e pure tu!» conclude puntandomi la pistola contro, tanto per essere chiaro anche con me. Poi tira la ragazzetta per la blusa, le punta la pistola in fronte e se la trascina a forza di là, verso la vetrata. «Ehi, Serpico! – sbraita diretto al poliziotto di fuori che lo tiene sotto tiro – Se non vi togliete da qui fuori immediatamente, giuro che finisce male, cazzo!»
    La bimba piange disperata tra le grinfie lerce del Sorcio, mentre la mamma ulula tutti i suoi decibel di disperazione a un metro dalla mia angoscia. Poi Enzo rientra e molla la ragazzetta tra le braccia protese della madre. Si lascia cadere su una poltroncina e con un colpo secco si sfila il cappuccio. Ci zittiamo tutti all’istante nel vederlo così. È spettinato, bianco da far paura, la barba incolta e due occhiaie nere sotto gli occhi, nonostante tutto ancora vispi e glaciali. «Sanno tutto di noi oramai – dice lanciando il passamontagna per terra – non ci servono più a un cazzo questi!»
    C’ha ragione. Lentamente ci scappucciamo pure noi. Mi sembra di rinascere, senza quel cazzo di coso a soffocarmi. Gli occhi delle tre donne mi scrutano con compassione. Carluccio è paonazzo in volto. Sembra una vescica piena di sangue pronta ad esplodere.
    Il Sorcio si accende una Marlboro, poi si avvicina alla donna ancora stesa per terra mettendole un palmo sulla fronte. «Prendi il telefono e chiama quelli lì fuori. Digli di portare un’ambulanza qua davanti che c’è un ferito» dice rivolto all’impiegato.
    Penso a Franca, alle bambine. Ho un groppo in gola che non mi fa respirare. Vorrei farmi due tiri a una paglia pure io, ma lì dentro di ossigeno non ce n’è più, e poi c’è una ferita. Carluccio seduto nell’angolo, per terra, pare una mongolfiera senz’aria. Ha lo sguardo allucinato e ha preso a piagnucolare peggio del bagarozzo.
    Sento la sirena dell’ambulanza in lontananza.
    «Stramaglia portaci fuori il ferito, forza!» si sente echeggiare dal megafono all’esterno.
    Il Sorcio prende il bagarozzo per un braccio. Si para dietro di lei. «Smetti di piangere o ti sfondo la testa» le sussurra delicatamente in un orecchio prima di piantarle la pistola sulla nuca. La matrona obbedisce.
    «Tu e Basettoni prendete la ferita e seguitemi» dice poi Enzo rivolto a me e al cassiere.
    «E tu coglione alzatati da lì e tieni d’occhio ‘ste due» conclude poi rivolto a Carlo.
    Carluccio resta immobile al suo posto.
    «Ehi, mi hai sentito, brutto testa di cazzo?»
    Ma Carlo non sembra sentirci né vederci più. Sta accovacciato su se stesso, la testa reclinata sul petto a farfugliare roba senza senso. Sento la densità acida dell’aria ribollire di tensione negativa in ascesa fino al soffitto. Enzo ha qualche secondo di pausa indecisa e incredula. «Avanti Stramaglia, che cosa stai aspettando? Portaci il ferito e lascia andare gli ostaggi» si sente ancora gracchiare dal megafono in strada. Il Sorcio molla il bagarozzo nella stanza e come un cobra scatta sul povero Carlo con una furia inaudita. «Cristo santo, che cazzo state a fa’?» provo a urlare, ma le sirene di fuori, le urla degli ostaggi, i colpi sordi che sento piovere sul corpo flaccido di Carletto alternati alle sue lagnose preghiere e alle bestemmie del Sorcio, non mi permettono di muovere un dito. «Dio mio, lo ammazza» sento invece sussurrare al cassiere alle mie spalle. Un attimo dopo lo vedo buttarsi sul corpo secco di Enzo cercando di farlo arrestare. Cazzo, cazzo, cazzo. Le grida delle donne mi stanno mandando in vacca il cervello. Non so più che fare. Il caldo mi divora. Qua fra un po’ finisce tutto a puttane.
    Neanche il tempo di pensarlo che sento il colpo secco di una pistola. Il groviglio di corpi davanti a me per un attimo s’immobilizza. Il cassiere stravolto è il primo a balzare in piedi. Si guarda il petto. Ha la camicia sporca di sangue. Si tappa la bocca con una mano come voler soffocare un’atroce scoperta. Sento una specie di risucchio con la gola al mio fianco. Mi volto. Il Sorcio è seduto per terra con gli occhi spiritati e le mani premute su un fianco. Grondano sangue denso e nero. Mi scruta terrorizzato. Le tre donne urlano isteriche di spavento. La prima che vedo schizzare ululando di là è la matrona. Dopo un attimo di incertezza anche la mamma e la figlia schizzano a gambe levate verso l’uscita. Il cassiere ha un lampo nello sguardo quando realizza che il sangue sulla camicia non è il suo. Osserva le donne scappare all’esterno, mi fissa interrogativo, quasi a chiedermi il permesso anche lui di scappare. Sento le lacrime sciogliersi sulle guance. Gli faccio cenno di sì con la testa e lo vedo, camminando lentamente all’indietro, sparire rapido dalla mia visuale. Per terra giace con gli occhi spalancati dalla paura la loro collega ferita.
    «Che diavolo sta succedendo?» urla il megafono dall’esterno. Mi volto a guardare Carluccio. Ha il sorriso ebete perso nel vuoto e la pistola fumante ancora tra le mani.
    Ho bisogno di un sostegno. Sento che sto per cadere. Mi appoggio alla parete alle mie spalle e senza togliere lo sguardo da quei tre, come agissi al rallentatore, comincio leggermente a scivolare anch’io verso la porta. Di là è tutto un lamento di sirene e urla concitate. Sporgo la testa verso la hall. I poliziotti hanno forzato la porta a vetri e stanno facendo uscire lentamente gli ostaggi. Guardo i tre davanti a me. Sono statue di sale. La rabbia cieca e disperata del Sorcio in un lago di sangue, la tranquillità incosciente di Carluccio, il terrore dell’ultimo ostaggio nell’intuire la mia vigliaccheria. Continuo a sgusciare verso l’uscita spalle al muro. Sento il legno della porta scivolarmi sulle dita umide di adrenalina. Vedo l’ultimo ostaggio uscire e la fessura di libertà spalancarsi davanti a me forse per pochi secondi ancora, prima dell’irruzione delle forze dell’ordine. Chiudo per un attimo gli occhi inzuppati di lacrime e sudore. Mi bruciano. Quando li riapro focalizzo solo il passaggio di luce tra me e l’esterno.
    Schizzo verso quel varco senza pensare più a niente, senza pensare alle centinaia di persone assiepate lì fuori, senza immaginare le conseguenze. M’infilo in quel cono stretto fra facce incredule e mani che cercano di afferrarmi. E finalmente corro. Il più veloce possibile, il più in fretta che posso, il sole in faccia a bruciare, l’aria rovente a mulinarmi nelle orecchie, i clacson impazziti, le gambe a galoppare che nemmeno Mennea, le urla alle mie spalle, le sirene, il rombo di un elicottero sulla testa. E poi lo sparo.

  • 18 aprile alle ore 20:17
    La strega e l'ingenuo

    Come comincia: Nel buio sconosciuto d’una città sconosciuta voci stridenti raccontano la stessa leggenda: tu, la strega cattiva, io, l‘ingenuo di turno. I silenzi mi assordano, infastidendomi e rendendomi insofferente ai pettegolezzi. Ti trovo qui, inerme, alla gogna dei benpensanti, indifesa, vittima e carnefice allo stesso tempo. La luce dell’intelletto, allora, mi apre gli occhi spenti, narrando il male oscuro che ti governa, l’ingenuità che lo genera, l’incoscienza che lo esalta. Ascolto la tua voce, la tua indecisione.
    “Non ti conosco ancora! Temo di sbagliare… di far parlare nuovamente di me. Dammi tempo... Non appartieni alle mie stesse allucinazioni, né allo stesso incubo. Mi fai paura, paura di non essere al tuo livello, di non avere a che fare con un tossicodipendente dai neuroni impazziti. Ti amo... come non amarti? Tu, però, non mi dai certezze... sei troppo normale... direi strano. Non ingannarmi!”.
     
    ”Ti sono vicino... traduco il linguaggio incomprensibile della tua essenza, pronto a guidarti in quel mondo oscuro in cui ti sei ritrovata a camminare senza appoggi, sprovvista di qualsiasi orientamento... Dal pozzo tetro della mia cecità ti condurrò in un luogo dove regna il silenzio, la pace, l’equilibrio... Non temere la realtà… Essa non ti giudica, non ti aiuta, non ti delude... E’ sufficiente accettarla!”.
     
    “Buonanotte!”.
    La tua replica non è altro che un gelido augurio formale. Echeggia nel cielo di pece, concludendo la giornata senza senso appena trascorsa.
     
    “Buonanotte mia principessa, tanto innamorata da immolare la tua esistenza alla notte perenne d’un uomo. Il buio di queste riflessioni non macchierà il manto scintillante del tuo futuro, non ti declasserà agli occhi altrui, fiera d’aver abbracciato la causa della solidarietà.”.
     
    La dura realtà si faceva avanti, ponendo in evidenza il particolare di quella notte che stava per iniziare: una solitudine deprimente. Il buio più pesto mi bendava, raggelando il sangue nelle vene, trasmettendo al mio animo una sorta di subdola sensazione di sicurezza. Il lento e inesorabile scorrere del tempo veniva scandito da un orologio immaginario che colpiva i miei timpani con la petulante insistenza d’ingranaggi arrugginiti. Nulla era certo, nemmeno che fossi solo. Tutto era stato concepito e vissuto in un incubo ricorrente dal quale mi risvegliavo puntualmente con la fronte madida di sudore. I rumori della strada andavano spegnendosi, rendendo la stanza ovattata, lontana, pronta ad amplificare i guaiti del mio cane guida che si tormentava, aspettandoti invano.
    Le promesse, la violenza compiuta verso le mie più intime aspirazioni, la prospettiva della giornata seguente illuminata dal sole dell’abbandono e dell’indifferenza mi proiettavano in una dimensione surreale, ai limiti del verosimile. La fosca atmosfera si diradava, squarciata dallo straziante latrato d’un randagio, reso guercio dall’uomo e scacciato dal branco. Quello stesso branco e gli stessi esseri umani che m’avevano ingannato, convincendomi a pensare d’essere l’unico nocchiero capace di governare il timone d’una nave in balia delle tempeste. L’oblio, sotto forma di sonno,si presentava a dispensare torpore, tentando di addolcire le lacrime salate che segnavano le mie gote. Era un pianto liberatorio, catartico, utile a cancellare la credulità che sorella ombra amava donarmi quotidianamente. Perché, dunque, incolpare altri di qualcosa che mi apparteneva? Nessuno, proprio nessuno m’aveva costretto a dar credito agli impostori.
     

  • 18 aprile alle ore 3:42
    Suor Teresa

    Come comincia: “ Forza ragazzi, andiamo”. Era la frase che Teresa ripeteva alla sua comitiva quando veniva organizzato un evento che accomunava tutti. Teresa era l’anima del suo gruppo di amici, sempre disponibile con tutti nei momenti di necessità.  Era descritta da coloro che la conoscevano come una persona dolcissima e sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Teresa apparteneva ad una famiglia napoletana benestante; suo padre era titolare di un’azienda alimentare che da molti anni contribuiva a sfamare l’intero nucleo familiare. Teresa lavorava al suo interno e, a detta del genitore, svolgeva la sua attività con estrema professionalità e dedizione.
    La giovane aveva trovato anche il tempo per innamorarsi. Era fidanzata con Fabio: un giovane, anche lui di buona famiglia, che non le faceva mai mancare le sue piccole attenzioni quotidiane. Quasi ogni mattina Teresa riceveva da parte di Fabio mazzi di fiori e regalini di ogni genere: piccole dimostrazioni d’amore che per lei significavano molto.
    Anche il volontariato faceva parte della vita della ragazza. Quando il suo lavoro glielo permetteva, prestava servizio presso alcune organizzazioni umanitarie grazie alle quali aiutava le persone bisognose.
    Tutto sembrava girare per il verso giusto per la giovane Teresa e glielo si leggeva nel profondo dei suoi occhi azzurri come il mare che trasmettevano tutta la sua felicità.
    Nonostante la sua giovane età, le prime delusioni per la ragazza non tardarono ad arrivare. Fabio, il ragazzo che amava tanto e in cui aveva riposto molte delle sue aspettative  perse improvvisamente la vita in un brutto incidente stradale.
    Questo evento portò un’enorme tristezza nel cuore di Teresa, aveva perso da un giorno all’altro la persona che amava e con cui aveva deciso di costruirsi una famiglia tutta sua. Ben presto la personalità della ragazza mutò in maniera repentina; l’incidente del suo fidanzato modificò notevolmente il suo modo di essere. Trascorreva ore intere fuori di casa spesso tralasciando anche il suo lavoro nell’azienda di famiglia. Quasi ogni giorno usciva a tarda sera per poi rincasare a notte inoltrata provocando l’ira dei genitori. “Teresa” le dicevano “E’ mai possibile che tu sia cambiata di punto in bianco"? "Dov’è nostra figlia, la ragazza dolce e disponibile di un tempo e sempre dedita al lavoro e al volontariato”? Era un ritornello che si ripeteva spesso e puntualmente Teresa rispondeva fra le lacrime: ” Basta, della mia vita ne faccio ciò che voglio”.
    Ormai Teresa era una persona diversa, quel brutto evento l’aveva portata ad una vera e propria morte interiore e, al suo posto, aveva fatto nascere una ragazza ribelle e a volte anche molto superficiale.
    I suoi genitori, che nonostante tutto continuavano ad amarla di un sentimento incondizionato, facevano anche l’impossibile per riportarla sulla retta via.  Avevano consultato i migliori psicoterapeuti ma nessuno era riuscito a curare il malessere che Teresa si portava dentro dal giorno di quel maledetto incidente.
    Sembrava ormai che quel brutto male interiore si fosse divorato la giovane vita di questa ragazza, ogni giorno era sempre più scostante, era diventato quasi impossibile parlarle e farla ragionare, come se vivesse in un mondo parallelo tutto suo.
    Anche ai suoi amici mancava Teresa, quella di un tempo e nemmeno loro riuscivano a riportarla in sé.
    Un giorno, l’organizzazione per la quale faceva volontariato, le propose un viaggio di beneficenza in Africa per offrire aiuto alle popolazioni in difficoltà del luogo.
    A questa richiesta la giovane, seppur ancora scossa dalla terribile perdita, accettò e dopo pochi giorni volò in Congo.
    Giunta sul posto, Teresa dovette scontrarsi con una realtà molto diversa dalla sua. Era abituata alla ricchezza, al suo lavoro e, nonostante la grande esperienza maturata nel volontariato, mai avrebbe immaginato che potessero esistere persone con quegli enormi problemi. Ogni giorno i suoi occhi erano costretti a vedere famiglie che per procurarsi da vivere erano costrette ad ammazzare animali o andarsi a procurare l’acqua al pozzo più vicino. C’erano addirittura bambini, anche molto piccoli, che presentavano sui loro corpicini segni evidenti di malnutrizione.
    Lo spettacolo che si presentava agli occhi di Teresa era dei più allucinati; ogni sera si addormentava pensando a ciò che aveva visto durante il giorno e ciò le provocava un’enorme tristezza nel cuore. Capì ben presto che voleva fare qualcosa per aiutare quelle persone e questa convinzione maturò ancora di più in lei quando conobbe suor Angela: una suora missionaria che da anni viveva in Africa. Spesso Suor Angela raccontava a Teresa delle sue esperienze e la ragazza era molto interessata ai racconti della religiosa.  I giorni passavano e Teresa si legava sempre di più a Suor Angela e ai bimbi che aiutava tanto che stava valutando un’importante idea per il suo futuro. Durante quel soggiorno in Africa le venne in sogno un angelo che le disse che il suo destino era di aiutare quella gente e che il Signore voleva che lei entrasse nell’ordine di Suor Angela per affiancarla in questa bellissima missione.
    Al ritorno dal viaggio comunicò la notizia ai suoi genitori che la accolsero con un sentimento misto tra felicità e perplessità. Non riuscivano a immaginare la loro figliola con l’abito da suora.
    “Sei sicura cara che questa è la tua strada”? Le chiesero i genitori “tu hai un lavoro importante nella nostra azienda, sei sicura di volerlo lasciare”?  “ Si certo” rispose Teresa con voce tremante: “questa è la strada che il Signore ha scelto per me e devo seguirla. Quelle persone hanno bisogno del mio aiuto ed io so che posso fare qualcosa per loro.” Le parole della ragazza provocarono un sussulto al cuore di entrambi i genitori che le dissero: “Figliola cara, se questo è il tuo desiderio noi, ti appoggeremo come abbiamo sempre fatto e che Dio ti benedica.”
    Qualche giorno dopo Teresa rincontrò Suor Angela che nel frattempo era tornata in Italia, per un breve periodo e insieme si recarono in convento, dove Teresa venne presentata alla madre superiora e alla sua maestra di noviziato. In convento quasi tutto il giorno era dedicato alla preghiera e alla meditazione e la ragazza sembrava essersi ben adattata a quel tipo di vita, del resto si trattava di ciò che ultimamente aveva tanto desiderato. Anche la Madre Superiora era molto contenta della nuova arrivata; lei e Teresa avevano avuto modo di parlare molto e di conoscersi e anche qui la giovane era apprezzata per la sua dolcezza e la sua semplicità. Sarebbe diventata certamente un’ottima suora. Gli anni del noviziato passarono in un batter d’occhio e arrivò il tanto atteso giorno dei voti. La cerimonia si svolse all’interno del duomo di Napoli alla presenza del vescovo e delle più alte cariche della Chiesa. Teresa era emozionatissima, proprio come una sposina nel giorno delle nozze e lei infatti stava per sposare il Signore.  A quell’evento accorsero tutti i parenti e gli amici più cari di Teresa per ammirare la novella sposa di Cristo. La cerimonia si concluse con un lunghissimo applauso e quella ragazza, che era stata a un passo dal baratro, era finalmente diventata Suor Teresa. Da religiosa Teresa si recò in moltissime altre occasioni in Africa ma, a differenza della prima volta, aveva una maggiore consapevolezza di poter aiutare tutte quelle persone grazie anche al suo cuore  sempre colmo d’amore verso il prossimo.

  • 17 aprile alle ore 22:46
    LETTERA

    Come comincia: «Antonella, o Nella come amava farsi chiamare, non sopportava il rumore della sveglia.
    Il suono stridulo, il più forte ed insopportabile che avesse mai ascoltato, sopraggiungeva all’improvviso ad interromperle la storia di un sogno, una qualsiasi storia della quale non avrebbe mai saputo il finale. Anche questo la infastidiva.
    Avrebbe voluto alzarsi e romperla una volta per tutte. Ma si girava semplicemente per cercarla e pigiare quell’odioso tasto di stop. «Ne comprerò una nuova un giorno e tu sai bene la fine che ti aspetta…» diceva a se stessa mentre infilava le pantofole ai piedi. Poi accendeva il computer prima ancora di andare a preparare il caffè. Era ansiosa di vedere se il suo amato Idag le avesse risposto. Intendiamoci bene, amato in senso metaforico, considerato che Nella non aveva nessuna intenzione di metter su una relazione seria, almeno per il momento.
    Il suo amore per Idag era lo stesso che aveva per i gatti, colmo di identica tenerezza per qualcuno che, a suo dire, aveva bisogno di un sostegno, qualcuno che fosse capace di dimostrare di esserci, veramente.
    Era un’idealista Nella, altro se lo era. Ma questa parte di se era nascosta al resto del mondo, alla maggior parte del mondo, quello che avrebbe incrociato di li a poco, fatto di visi anonimi, di gesti ripetitivi, di sguardi stupidi ed interessati.
    Idag stava li, dentro ad un pc, ed era il suo tramite verso ambizioni perdute, sogni infranti, amori impossibili.
    Quante volte era ricaduta e si era ripresa? Non lo ricordava nemmeno più. Quante volte si era detta «Basta. Da domani si ricomincia?»
    Eppure sentiva dentro di se l’energia inesauribile di chi vuole credere che un sogno possa trasformarsi in realtà.
    Spesso le veniva in mente una vignetta in cui Charlie Brown assiste ad un incontro di baseball. Nel corso della partita viene battuto un fuori campo e, incredibile, la palla gli si avvicina a velocità inaudita. Charlie, il buon vecchio Charlie, alza il braccio e blocca la palla con una sicurezza che certamente non è mai stata sua. Mentre si stupisce della sua presa, dal campo si sente la voce dell’allenatore che urla «Ingaggiate quel ragazzo».
    Ecco com’era Nella, ma lei non lo sapeva.
    Mentre il caffè iniziava ad uscire con il noto ribollio, la posta elettronica mostrava la presenza di un nuovo messaggio: era Idag.
    Corse a versarsi il caffè e a prendere le sigarette. Non avrebbe mai interrotto la lettura di una risposta tanto attesa.
    La mail così diceva:
    «Cara Antonella,
    certo non avrei pensato che alla mia età ancora qualcuno, o qualcuna, potesse raggiungermi per girovagare, o giocare, con quella parte di me così nascosta, da essere a volte sconosciuta a me stesso.
    È vero quello che ti ho scritto, che uno stimolo non può venire da dentro se il pensiero ti dice che tutto è compiuto, che quindi nulla di originale potrà mai nascere in tutto l’umano futuro. Ma questa notte, mentre meditavo sulle tue parole e su di me, mi sono reso conto di aver sbagliato a dire ciò che ho detto, a scrivere così ciò che realmente pensavo allora.
    Ma vedi Antonella, non dico questo perché tra le persone che mi hanno letto ci sei anche tu, che dall’alto della tua sensibilità hai vissuto, ed interpretato, e rielaborato il mio pensiero. Dico questo perché il pensiero cambia, come le trame dei libri. Oggi è una storia domani un’altra. Ognuno di noi è ciò che è, nel momento in cui manifesta se stesso. Dopo un secondo, un’ora, un anno, è una persona diversa, che pensa diversamente, che elabora diversamente perché tutto si modifica ed ogni cosa si evolve.
    Tu hai ventisei anni e non puoi far tue mie idee, che strisciano lentamente sotto il peso di ciò che è stata la mia vita, la mia personalissima storia.
    Devi scrivere la tua storia. E alla tua età non sempre fa bene ascoltare parole come quelle che ho scritto.
    Io non sono poi tanto speciale come tu mi descrivi. Faccio una vita come la possono fare tutti e, probabilmente se mi vedessi rimarresti delusa. Si, delusa. Ma non parlo del mio aspetto fisico o della sovente mancata corrispondenza con il suono che dona una voce. Rimarresti delusa perché infrangeresti la bolla in cui galleggia il tuo sogno. Parlo dell’immaginario che è in noi, di quelle sensazioni che ci esaltano, e ci sostengono, aiutandoci a vivere.
    Questo io oggi sono per te e te lo dico in nome della tenerezza con cui le tue parole mi hanno segnato, affinché le prospettive di una donna, all’alba della vita, varchino la soglia del bar dove ti rechi ogni mattina, per ridiscendere in un mondo reale, in cui si concretizzi ciò in cui credi.
    Ed io, in questo senso, forse, non ti ho aiutata. Scusami.
    Con grande e tenero affetto.
    Idag.»
     
     
     

  • 16 aprile alle ore 22:11
    Tu ci credi nel destino?

    Come comincia: «Annie si guardava il palmo della mano sinistra. Lo chiudeva. Lo riapriva e guardava le linee più o meno profonde. Le avevano contemplato in molti quel palmo. E qualcuno di eccessivamente speciale ci aveva visto dentro un intero mondo, di avventure e grandi vittorie.
    Quel qualcuno le aveva realizzato tanti sogni. Tutti in una riga indelebile. Le aveva vinto le guerre dopo avergliele predette. Le aveva regalato una lunga vita e così tanti sorrisi da rendergliela perlomeno serena, quanto accettabile.

    Lei guardava il palmo ogni giorno e proseguiva la sua vita a puntate.
    Si incrociava con i dispiaceri. Si buttava a terra. Poi ripensava a quel destino e piano piano riusciva a tirarsi su. Infondo era stato predetto quindi non poteva che rialzarsi.
    Incrociava le pene nei vicoli e guardandole fiera negli occhi le affrontava senza alcun timore.
    Poteva tramutare il cielo in un tappeto di stelle accese. Poteva riempire i bicchieri mezzi vuoti con i colori della gioia. Riusciva a fare tutto, semplicemente osservandosi la piccola mano incancellabile.
    Annie, ragazza fragile, nessuno le aveva predetto il futuro. Quella persona dal cuore amico le aveva solo ridato fiducia. Le aveva avvolto l’insicurezza del suo respiro con un fazzoletto di linee trionfanti. Il resto lo stava compiendo semplicemente da sola.»

  • 16 aprile alle ore 22:09
    Bambina utopica

    Come comincia: «Ciao. Sono la bambina seduta sul muretto di pietre piene di sguardi e sto osservando le stelle. Sono la bambina utopica dei tuoi pensieri nel buio. Loro si sono uniti alle danze tenendosi per mano. Hanno labbra uguali appoggiate agli stessi bordi sottili, di calici pieni di vino vermiglio. Si sono uniti alle danze a colpi di tamburo borioso anche stanotte, per la loro festa senza stanchezza. Ti hanno già parlato di prolificazione infinita. Vogliono tenere in piedi un mondo che sta già cadendo a pezzi da troppo tempo. Lo vogliono rendere immortale. Un’ invulnerabilità rabbiosa direi.
    Parlano di aborti e peccati. Di salvezza per vite innocenti. Di votazioni da dare in base a riferimenti del tutto instabili. Soggettivi di ogni male misantropo. Ma sanno quale sia l’aborto più colpevole? È proprio la vita. La vita di chi viene messo al mondo e poi lasciato lì a non comprendere. Pieno di colpe cicliche che si rigenerano in un misero non agire.
    Sono la bambina della bambina.
    Partoriscimi solo se saprai parlarmi di ciò che ti chiederò. Raccontarmi favole di cui conosci il vero lieto fine. Vestirmi di sogno che colora i miei capelli. Se puoi. Oppure non crearmi. Lasciami qui. In un utopico pensiero di vita, dentro al tuo ventre. Scaccialo. 
    Devi pensare prima a te stessa bambina dai lunghi capelli pieni di perché.
    Non sei pronta per un altro corpo che ha freddo. Non hai spazio a sufficienza per asciugare altre lacrime. Non potrai tapparmi la bocca quando griderò forte.
    Non ho sonno stanotte. Non ne avrò domani. Cancellami se non sai dirmi quale sia la strada. Se sai già di non poter riempire di zucchero le mie domande. Agrodolce dei pensieri malsani.
    Lasciami e vivi la tua vita fino alla fine, meglio che puoi. Te lo chiedo mentre dormi rannicchiata fra le tue braccia. Da questo mio muretto. Così che al tuo risveglio io non ci sia già più. Ti voglio bene mamma e ricorda che lo sto facendo per entrambe. Questa è la salvezza. La più sincera di tutte. In mezzo a verità raccontate vigliaccamente. Non permettere che altri occhi vedano. Che altri cuori si intorpidiscano. Altre menti impazziscono. Altra pelle venga auto lacerata. E così sia.»

  • 16 aprile alle ore 22:07
    Ricomincio dalla Bellydance

    Come comincia: Leda guardava le pagine bianche del suo quaderno in cerca di un'ispirazione.
    In alto aveva scritto il tema del concorso: «L'inizio», ma più ci pensava più le si presentava davanti sempre e solo la fine.
    La fine di ogni sua scelta. La fine della scuola, quando aveva deciso di abbandonare gli studi, la fine del lavoro che aveva appena perso, la fine della sua amicizia storica con Patty e soprattutto la fine recente del suo matrimonio.
    Appena chiudeva gli occhi, rivedeva quelli di Ringo, con le venature rosse e la rabbia di un forsennato.
    Rivedeva le botte, le mani bellissime che diventavano enormi e violente contro la sua faccia.
    Rivedeva quell'ultimo giorno orrendo, dove lui aveva tentato di ucciderla, preso da un ennesimo estremo raptus di gelosia.
    Ringo era stato, il primo, l'ultimo e anche l'unico uomo che avesse amato e poi sposato.
    L'aveva conosciuto d'estate ad una festa in riva al mare qualche anno addietro, una serata di quelle alle quali di solito non partecipava, fatte di ragazzi, musica, alcol e molta euforia.
    Non ricordava nemmeno perché avesse deciso quella sera di uscire.
    Aveva indossato un vestito carino, bianco e blu a righe, un pò stile marinaretta, arruffato i capelli per renderli più gonfi e sentirsi più interessante e un paio di sandali con il tacco, decisamente scomodi per una festa in spiaggia.
    Era single da troppo poco tempo per volersi impegnare nuovamente con qualcuno e non era certo uscita per rimorchiare ma si sa che quando meno te lo aspetti le cose accadono e soprattutto quando ti prefissi di non farle assolutamente accadere.
    Si era messa in disparte, col suo bicchiere di Mojito in mano che le faceva girare appena la testa e si rilassava.
    Ringo era arrivato proprio in quel suo momento di assenza. Le si era seduto accanto e, in un batter d'occhio, aveva attaccato bottone e non l'aveva più lasciata andar via.
    L'amore è così, un colpo di fulmine in una serata apparentemente uguale a tante altre, che ti rapisce senza avere il tempo di accorgertene ma Leda aveva dimenticato tutto questo: il batticuore, la bellezza di quel sentimento rosa ed il fruscio delle onde che cullavano quel momento e custodivano quel ricordo.
    Lei ormai era solamente un contenitore di paure e delusione.
    Se ne stava lì, sul marciapiede di cemento, con lo sguardo fisso a centrare il vuoto.
    I passanti la osservavano con una certa pena, così minuta e dagli occhi infossati e stanchi ma lei nemmeno se ne accorgeva.
    Poi ad un tratto una mano le arrivava contro, a distrarla, insieme ad uno di quei sorrisi che non ricordava più.
    «Hey, posso lasciarti questo? Se vuoi, stasera puoi venire da noi per provare, la prima lezione è sempre gratuita. Ciao, ciao.»
    Leda non rispose, forse sorrise, mentre afferrava distrattamente il volantino.
    Quella ragazza le aveva interrotto i ricordi tristi e avvizziti con quel suo look tutt'altro che femminile e non capiva se dispiacersene o meno.
    Aveva i capelli corti, scuri, un pò spettinati e un piercing piccolissimo spostato a destra sopra il labbro superiore, come a simulare un piccolo neo d'argento.
    I jeans larghi a vita bassa ed una maglietta nera con su scritto «Peace & Love» come una beffa della sorte che le si presentava per deriderla.
    «Si, proprio pace e amore, che grande utopia!» pensò e rapidamente, mossa da una certa irritazione, accartocciò il volantino e fece per tirarglielo dietro, poi si fermò.
    Infondo non c'entrava niente quella ragazzina brillante col suo umore nero e la sua devastazione e fare qualcosa di nuovo, invece di crogiolarsi con gli inganni del passato, non sarebbe stato affatto un errore.
    Riaprì il pezzo di carta ormai tutto spiegazzato e ci appiccicò il chewing-gum, che teneva in bocca da più di mezz'ora, proprio nel mezzo.
    Fu in quel momento che notò la pancia nuda della ragazza in foto, nemmeno a farlo apposta le aveva centravo con la gomma l'ombelico.
    Spostò lo sguardo sulla scritta :
    «Balla che ti passa. La danza del ventre ti allunga la vita !»
    Una seconda beffa.
    La vita le sembrava già insopportabile così, figuriamoci volerla allungare eppure, una strana inconfessabile curiosità, le si era mossa dentro.
    Piegò il foglietto e lo chiuse nel quaderno poi si tirò su avvertendo un leggero mancamento.
    Era piccolissima, i capelli sbiaditi a coprirle quasi tutta la faccia e un'aria davvero triste.
    Sospirò un attimo poi si avviò lentamente verso casa.
    L'aria era fresca ed iniziava a scendere la sera.
    Una volta a casa si rese conto di quanto fosse sola ed annoiata.
    Non aveva voglia di mangiare, di scrivere, né tanto meno di dormire.
    Afferrò «Vanity Fair» , la sua rivista preferita, ed inizio a leggere articoli qua e là.
    «Se gli uomini mentono», si soffermò proprio su quella recensione di un libro, inevitabilmente attratta dal titolo, che narrava di uomini in cerca di sesso nei siti d'incontri.
    Uomini che in chat barano sull'età, sulla posizione sociale, sulla loro fisicità. Maschi che cercano di abbordare nella maniera più semplice: mentendo.
    Ringo l'aveva abbordata allo stesso modo, ma non da dietro uno schermo, bensì su una spiaggia. L'aveva sedotta con il suo fascino e non le aveva nascosto né l'età, né la posizione sociale bensì una relazione parallela.
    Chiuse il giornale, riprese il volantino e guardò la via della scuola. Era a pochi metri da casa sua e farci un salto le avrebbe magari regalato  un po' di sonno e allontanato i ricordi persistenti sulla fine della sua relazione.
    Quando entrò e vide la sua immagine riflessa nell'enorme parete di specchi, ebbe un improvviso senso di sconforto, come un irreparabile ripensamento.
    Stava per fare dietro front quando riconobbe la ragazzina col piercing.
    Era seduta a terra, sopra un tappetino azzurro con le gambe divaricate che sembrava dovesse spaccarsi a metà e a tratti tendeva il corpo verso la gamba destra, a tratti verso la sinistra e alla fine in avanti con la schiena completamente tesa ed il mento quasi a toccare per terra.
    Tutto questo riusciva a farlo con una naturalezza impressionante, flessibile come un elastico da bungee-jumping e un pò di invidia la faceva.
    Quando la vide impalata lì a pochi metri dalla porta, che la scrutava stupita, subito le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi.
    «Ciao, scusami… è che… sei così brava.»
    «Grazie. Anni di allenamento e passione. Da piccola impazzivo per la ginnastica artistica e come vedi, qualcosa mi è rimasto.»
    Leda sorrise e non disse nulla.
    «Comunque piacere, io sono Maya.»
    Maya le tese la mano e in contemporanea si tirò su per presentarsi a modo.
    «Piacere mio, Leda.»
    «Bel nome. Mi piace e ancor più mi piace che tu sia venuta. Il mio lavoro di volantinaggio non è andato del tutto perso.»
    Maya fece una buffa risata poi rimise a posto il tappetino.
    Non aveva più voglia di fare stretching e poi la lezione stava per cominciare.
    «E' la prima volta che danzi?»
    «Si, beh diciamo che sono qui solo per guardare, in realtà non danzerò.»
    «Ma dai ! Qua non si guarda, si balla e tu non farai eccezione!»
    Leda ebbe uno dei suoi soliti attacchi di ansia e se lo sentì tutto salire nello stomaco, ma cercò di far finta di niente.
    «Scusa ma sei tu l'insegnante?»
    «Io? Eh magari, mi piacerebbe, ma no, non sono io, la nostra super danzatrice sta per arrivare, vedrai ti piacerà.»
    Non fece in tempo a finire la frase che dal retro sbucò una ragazza che sembrava un angelo vestito di strass.
    «Allora ragazze iniziamo?»
    Entrò sorridente poi si girò verso di lei compiaciuta.
    «Ciao, sei venuta per la prova?»
    «Beh si , vorrei solo guardare.»
    «Guardare non è consentito, sei qui ormai devi provare, ti divertirai, non preoccuparti.»
    «Ma io veramente…non ho nemmeno i vestiti adatti», farfugliò titubante.
    Leda, in effetti, era uscita di casa senza preoccuparsi dell'abbigliamento ma aveva un pantacollant ed una gonna corta di jeans, con sopra una maglietta viola aderente e sarebbe andato benissimo.
    L'insegnante infatti la guardò un attimo e la incitò nuovamente a non tirarsi indietro.
    «Togli la gonna e le scarpe e sei pronta.»
    Ormai non aveva scampo e poi sarebbe stato più imbarazzante restarsene lì imbambolata e con tanti occhi puntati contro, così si sfilò gonna e scarpe e si mise dietro a Maya.
    La lezione iniziava e con essa anche la sua nuova vita, perché, anche se ancora non lo capiva, la danza le avrebbe ridato ben presto la carica per ricominciare, nonché un buon tema per il suo concorso.

    Nadia Nunzi ©

  • 15 aprile alle ore 8:44
    Occhi di cielo e stelle

    Come comincia: (...) «I giorni stavano scorrendo col solito ritmo sempre uguale.
    Erano mesi. Forse anni che era così. Così tutto senza novità.
    La biografia era rimasta nei fogli fermi senza variare. Assopita.
    Nives non si era dimenticata di lei. No. Aveva solo spostato la testa su qualcosa di più vivo. Di più urgente di se stessa, che non voleva soffiasse via.
     
    Le note di quella mattina sostituivano la loro dolcezza con l’antipatia per chi non ha voglia di alzarsi.
    Aveva fatto tardi spesso e per di più si sentiva parecchio spaesata. Un po’ giù di morale. Non sarebbe andata a lavoro se avesse potuto. Ma lei non ne era il tipo. Non sgarrava mai quando aveva un impegno.
    Si era tirata fuori da sotto le coperte. A passi svelti era corsa in bagno con i vestiti raccolti da terra e si era preparata con la schiena attaccata al radiatore. Soffriva molto il freddo e uscire d’inverno, se non per andare a guardare il mare, non le piaceva particolarmente.
     
    Con gli occhi pieni di sonno era uscita e si era diretta a lavoro.
    Aveva portato con sé anche le parole del suo amato notturno. Aveva acceso il computer senza resistere. L’aveva cercato di nuovo timida. Con un occhio aperto e uno chiuso ed il viso di traverso di chi vuole vedere e non vedere e l’aveva trovato lì. Il suo piccolo desiderio si era avverato e aveva trascorso la notte con lui. Davanti allo schermo luminoso e alla sua voce cupa.
    Il cuore le dava un palpito distinto ogni volta che incrociava quel nomignolo. Per un attimo. Poi il ritmo tornava alla normalità. Lo aveva osservato e ascoltato tanto. Lentamente. Cercando di capire. Capire lui e allo stesso tempo capire se stessa. Di nuovo.
    Non era molto eloquente, spesso sfuggevole e lei, aveva conservato tutto il suo dire, non solo nella mente, ma su carta, salvando i file dal computer. Li aveva stampati e lo rileggeva come una terapia forse malsana, ripercorrendone le scene.
     
    «Ciao Cielo. Disturbo?»
    «No, ti aspettavo piccola. »
    «Speravo di trovarti. Ho voglia di sapere di te. Ancora. Mi dicevi che sei uno scrittore e poi...?»
    «Sì, uno scrittore. Uno che ha fatto soldi con i suoi testi quando altra gente moriva di fame. Uno che ha detto tanto e che non ha intenzione ora di scrivere il nulla.»
    «Sono giorni che penso a questa strana coincidenza di noi. Del nostro scrivere.»
    «Non è poi così strana. Una brava scrittrice è sicuramente anche molto attenta agli altri. Più sensibile. Disposta ad ascoltare. A riconoscere.»
    «Sto scrivendo proprio in questi giorni una specie di biografia. Magari te la mando così mi dici cosa ne pensi.»
    «Volentieri. Appena l’avrai finita sarò qui a leggerla con piacere.»
     
    Nives era stata curiosa quella notte. Avrebbe voluto sapere e chiedere molto ma allo stesso tempo non voleva essere indiscreta. La affascinavano quelle parole e non se lo spiegava.
    Aveva sempre dato ascolto al suo istinto un po’ stregato. Viveva di quello. Trascinata dal filo delle sensazioni buone. Quell’uomo le trasmetteva tanto e lei non voleva perdersi nemmeno le briciole. Andava a caccia di vissuto. Alla continua ricerca di un qualcosa di vero da condividere.
    L’incontro dei nomi. La casualità della loro stessa passione che era divenuta parte indispensabile di vita. Uno scrittore famoso. La curiosità cresceva.
    Quel nick poteva essere la maschera scura di chiunque eppure lei sapeva che non le stava mentendo.
    «Cielo. Cosa fai nelle tue giornate ora?»
    «Oh beh, ora che ho un mare di tempo libero posso fare molto. Come ad esempio tenere compagnia alla mia solitudine. Sai, è diversa da come ne parlano. Quando si è giovani, si ha un estremo bisogno di farsi capire, anche solo per uno sfogo del proprio ego. Poi ci si rende conto che gli altri sono, quasi sempre, solo un bagaglio inutile da portarsi dietro e si rallenta. Si riflette. Come faccio io, senza più accanimento. Ora vivo di rendita e non ho bisogno di cercare nessun editore per pubblicare. Eppure il vuoto mi sovrasta. Arrivati alla fine ci si rende conto che nulla è servito a riempire quel vuoto che la vita ti offre. Che la felicità che si cerca all’esterno in ogni cosa, non si può trovare in quelle cose stesse.»
     
     
    Nives aveva i lineamenti fermi. Rileggeva quelle tracce e una silenziosa lacrima le percorreva la guancia.
    Non riusciva a non farsi colpire da quella mestizia infinita d’animo.
    Non aveva mai incrociato gli occhi di quella persona né ne aveva mai fatto specchio del suo sorriso eppure era riuscita involontariamente a prenderne la dolcezza e la malinconia. Quasi magicamente.
    Sarebbe stata la sua amica speciale. Questo era certo e avrebbe provato a regalargli ancora qualcosa di bello anche se per pochi momenti.
     
    «Sei una persona molto dolce. Si nota sai, la tua sofferenza di vita, di cui trascini appresso le cicatrici stanche. Forse potrò capire molte cose solo nel tempo. Con l’avanzare della mia età. Eppure adesso non posso fare a meno di vivere anche con gli occhi degli altri. È nel mio carattere. Sembra un pregio ma questa sensibilità riesce a rendermi ancora più triste e complicata di quanto non lo sia già. Proprio come la felicità di cui parli. Forse non si può raggiungere nemmeno in mezzo a tutti i desideri esauditi dalle stelle cadenti. Forse perché la felicità è continua ricerca e continua insoddisfazione. Forse perché la felicità è arrivare senza la consapevolezza che all'arrivo non è cambiato nulla o semplicemente la ragione sta nei pensieri di certi sciamani che illustrano libri, dicendo di non desiderare. Che il segreto sta in quello e noi invece non ne siamo capaci. Forse perché la solitudine dà spazi e tempo ma toglie sicuramente dell'altro.»
    «Piccola. Il tempo scorre, lo fa sempre, alla fine sostituisce il dolore con la rassegnazione. Non è poi così drammatico. Non rifletterci.
    Ora ti lascio. I miei occhi stanchi chiedono riposo. Non sono più abituato a stare in piedi a lungo. E pensare che all’inizio era proprio la notte la mia compagna. Quando avevo pagine e pagine da riempire. Quando anche il dialogo degli uccelli mi sembrava cosa da dover fermare sui miei blocchi bianchi come un bisogno irrefrenabile.
    Buonanotte a presto.»
    «Non andare...»
     
    Cielo&Stelle si era sconnesso.
     
    Non era stato facile prendere sonno dopo quelle frasi.
    Aveva provato tenerezza per quella persona fragile da proteggere quasi quanto se stessa ma la distanza abissale di anni che li separava e che aveva avvertito le lasciava il lato più brutto.
    I suoi sogni erano gli arrivi di lui, le sue delusioni in un certo senso e questo non poteva che farle male.
     
    Ci aveva messo una vita Nives per accettarsi.
    Una vita a trasformare l’odio verso un mondo che non poteva cambiare, in pensiero positivo.
    Lei era stata la ragazza ribelle vista in tanti film. Dai tatuaggi facili. Era stata la bambina che aveva perso Dio nella sua crescita come si può perdere la bambola più cara in un pozzo buio e profondo, poi il treno della sua irrequieta rabbia mista a voglia di distruggere tutto compresa se stessa, ad un certo punto aveva rallentato. Senza un preciso motivo. Solo per uno scorrere di vita. E si era ripresa fra le braccia. A fatica ma con dolcezza. Forse perché aveva capito che doveva cercare prima dentro sé, quella libertà tanto desiderata. Prima che in ogni altro luogo. Aveva accettato i colori oltre al nero assoluto. Era riuscita ad amare anche il sole col suo calore a scaldarle la pelle oltre che alle tenebre
    ed ora aveva nuovamente il pedale dell’acceleratore premuto. Si stava trovando pericolosamente davanti ad un pensiero instabile.
    Di nuovo si trovava ad aggiungere domande al questionario già avviato della sua vita. Perché quel fantasma era apparso e le stava spifferando tutto in questo modo da sotto le lenzuola bianche? Perché? Non capiva. Non avrebbe voluto ascoltarlo più, perché la tristezza è un contagio appiccicoso come miele acerbo, eppure non riusciva a non farci caso. A non cercarlo negli armadi di notte.
     
     
    Sono un’anima dispersa tra i fili di una maglia tessuta con l’infelicità. Questo le aveva detto tra una frase rassicurante ed un’altra e lei si era commossa. Perché si sentiva uguale, nonostante tutto. Così in lotta con se stesso. Così vinto eppure ugualmente rasserenante e Nieves aveva tirato fuori la sua parte sensibile. L’essere debole in un ritratto di una diversa fragilità eppure così alla pari.
    Aveva sempre avuto lacrime semplici. Ogni parola detta in tono severo era un’offesa per lei. Ogni parola scritta invece con dolcezza era motivo di emozione.
    Era per questo che finiva sempre col farsi male.
    In quell’uomo aveva scoperto una doppia lama.
    Si affliggeva con lui ma voleva stargli accanto. Voleva essere la sua compagna speciale. La sua piccola dal cuore immenso che poteva fargli nascere nuovi sorrisi stanchi, nonostante temesse di ricadere.
     
     
    Così si era immersa nel suo essere. Era entrata di nascosto nell’abitazione e lo osservava da dietro.
    Ne percorreva i contorni con le dita. Sfiorava le sue spalle un po’ curve senza farsi accorgere. Leggera. Era un respiro infiltrato. Poteva vederla quella maglia, addosso, pesante. Intrisa di pene. Di gente venuta a mancare all’improvviso. Magari nell’ingiustizia di una guerra piena di sangue che non lascia il tempo di agire.
    Se si fosse voltato lento, con i movimenti faticosi degli anni e degli acciacchi, sarebbe riuscita a leggergli gli occhi scuri, piccoli, piccolissimi, con tutti i tormenti della sua esistenza.
    Avrebbe visto le macchie sulla pelle. Le rughe profonde. Ma allo stesso tempo delicate come lui.
    Ne prendeva solo un’angolazione. Quella di spalle. Senza disturbarlo. Lui intento a scrivere e leggere ancora. Proprio come lei. Su una grande poltrona.
    Era una penombra quella figura gracile. Illuminata soltanto da una piccola lampada antica sulla scrivania.
    Libri sugli scaffali. Libri a terra. Polvere muta. Eppure odore di borotalco. Di profumo buono come quello di un bambino indifeso.
    Così era. Stava tornando indietro in un conto alla rovescia. Stava quasi immobile a contemplare la clessidra che scorre nella sua sabbia senza aspettare.
    Gli avrebbe voluto prendere la mano per fargli sapere che lei era lì. Che lo avrebbe ascoltato. Che gli avrebbe regalato ancora qualcosa o forse solo qualche sorriso timido nell’attesa, ma non poteva. Non poteva raggiungerlo. Non poteva guardarlo negli occhi persi nel viso magro. Solo restare lì a seguirne il contorno e le increspature per chissà quanto ancora.
     
    Poi rinveniva.
    Era scorso un round di pochi attimi. Come un’Alice che si perde nel suo paese delle meraviglie ma in mezzo ad una strada. Con i fogli in mano e le ciglia lucide. A proteggerle gli sguardi. Con le auto davanti improvvisamente chiassose. Con l’aria fredda del mattino e la mente persa in un sogno. Osservava tutto farsi sempre più vivo. Più forte. Fastidioso. Poi raccoglieva se stessa. Piegava in quattro quelle copie e riprendeva rapida il suo passo interrotto, per avviarsi verso lo stabile.»(...)
     
     
     
     
     
     

  • 14 aprile alle ore 20:59
    Domenica d'aprile

    Come comincia: Stamane pensavo: ancora una volta torna a sorgere il sole . Torna la luce sul mondo rimasto in bianco e nero durante la notte. Gli uccelli impazziscono nel dedalo dei loro voli, atterriti dal cielo primaverile, grondante di pioggia. Aleggia nell’aria il timore d’aver smarrito il significato della vita.
     
    Lacrime di rabbia, di dolore, di sconfitta hanno iniziato, allora, a bagnare le tue gote, scavandoti il viso sofferente. L'amore a lungo vagheggiato è svanito come in un incubo: non intendevi ascoltare le mie parole e il tonfo preoccupato del mio cuore.
     
    Non lacrime, ma dolci sorrisi, non pianto, ma languidi baci, dovranno sfiorare il tuo viso, nella consapevolezza d’avere al tuo fianco la persona che hai sempre sognato, che t’ha amato e t'ama da quella misteriosa domenica d’aprile.
     
    Ho supplicato: “chiare onde marine trasportate la certezza dei sentimenti nel cielo di madreperla, ricamate nel fuoco delle stelle le nostre iniziali, affidate ai voli di bianchi gabbiani l’incredibile storia d’amore che non so raccontare. Sarà sospinta nel vento oltre la riva scogliosa, urlata nel mare in tempesta su spiagge deserte dove si ascoltano, perduti nel sole, i battiti folli del cuore.”

  • 14 aprile alle ore 19:07
    Calzanti Scarpate

    Come comincia: Logora, vecchia e sudicia, stava lì, sotto l’incerto sole d’aprile in quell’ora del pomeriggio, che le nonne fanno la maglia accanto alla finestra per racimolare quel che resta della luce del giorno.

    Se ne stava immobil...e sotto il gradino che dava sul cortile, mentre la compagna, un poco più in la, era riversa su un fianco. Sembravano urlare la loro rassegnata condizione di vita destinata alla polvere e al fango. Ogni volta che sentivano metter loro, i piedi in testa, sapevano che c’era una ragione per accettare quel supplizio.

    Il loro sacrificio assecondava una chiara necessità. In fondo era il loro lavoro, quale altro compito avrebbe potuto svolgere una scarpa, un paio di scarpe, se non quello di consumare l’esistenza calpestando il suolo nella speranza di non dover mai strisciare.

  • 12 aprile alle ore 9:50
    La Nuvola Capricciosa

    Come comincia: Dopo una notte invecchiata, sull’ uscio della porta della mia casa di campagna volevo salutare la prima luce, ma una nuvola randagia e dispettosa, si è permessa di velare il giovane sole, il quale cresciuto un pochetto l’ha dissolta con il suo calore.
    E così in questo giorno di calma estate mi sono goduto il tepore del fanciullo giorno.
    A sera avanzata ha fatto la stessa cosa con la luna, che indispettita ha chiesto aiuto ad Eolo il quale rabbiosamente l’ha spazzata via e, per lungo periodo mi ha fatto gioire fra la pace di tante aurore e molti tramonti.
     

  • 12 aprile alle ore 2:11
    Egoista per amore

    Come comincia: Un anziano signore ogni giorno, come d’abitudine, faceva la sua passeggiata pomeridiana lungo il viale che costeggiava il bosco. Un giorno vide cadere da un nido, situato su di un albero da lui poco distante, un piccolo uccellino. Lo raccolse, aveva giusto qualche piuma e non potendolo rimettere nel nido, poiché troppo in alto, decise di prenderlo con sé per evitargli una sicura morte. Pensò subito che avrebbe potuto allietare le sue giornate grigie e solitarie, con il suo canto. 
    L’uccellino aveva ricevuto tutte le cure di cui necessitava e in poco tempo, dopo che l’anziano signore lo aveva messo in una bellissima gabbia, l’uccellino cantando, ringraziava il suo benefattore. Aveva l’abitudine di cantare da quando il sole nasceva fino al tramonto, solo per allietare i giorni di chi gli aveva dimostrato amore, dandogli a mangiare, evitandogli il freddo durante l'inverno, aiutandolo ad apprendere a volare nell'esigua stanzetta del soggiorno, diventando così a sua volta, confidente delle malinconie dell'anziano signore, quando, preso dalla solitudine parlava con lui. Intanto, l'uccellino era cresciuto ed era diventato un bellissimo usignolo, era come un figlio per l’anziano, egli riversava su di lui tutto il suo affetto ed amore, non avendo nessun’altra persona d’amare.
    Il tempo scorreva e l’inverno volgeva alla fine, i giorni iniziarono a vestirsi di luce e nell'aria c’era  profumo di primavera. Fiorirono i mandorli, i ciliegi e tutta la natura si vestì a festa, la vita s’era risvegliata dal lungo sonno invernale, lasciando la tristezza dei giorni freddi e grigi alle spalle.
    L'uccellino continuava a cantare per il suo benefattore, ma in cuor suo, aveva voglia di volare e non sapeva come farlo capire a lui che, era così buono ed aveva bisogno del suo canto, per sopportare la sua solitudine.
    Passarono alcuni giorni, e l'usignolo cantava, sì, ma non metteva più tanta armonia nel suo gorgheggio, l'allegria era latitante e c'era una nota di tristezza nel suo canto. L’anziano che lo conosceva bene, si domandò perché quella nota fosse così malinconica, tanto da toccargli il cuore.
    Si accostò alla gabbia e vide che l'uccellino non mangiava più ed il suo occhio piccolo e vispo era chiuso a metà, allora domandò lui che cosa l’angosciasse. Non ebbe risposta. L’usignolo continuava a deperire.
    Pensò: “Forse non è contento, chissà, il cibo non gli piace più?” Cambiò mangime, ma l’uccellino continuava a deperire e la sua tristezza era palpabile.
    Una mattina, l’anziano signore si affacciò alla finestra, poggiò vicino a lui la gabbia sperando che il suo piccolo amico si riprendesse, ma l’uccellino ormai era debole e triste e non si mosse dal suo giaciglio situato nell’angolo della bellissima gabbia, l’anziano, alzò gli occhi verso il cielo e vide che gli uccelli riempivano gli spazi azzurri dei loro voli e con i loro canti colmavano l'aria d’allegria. Si girò e guardò il piccolo uccellino triste, che aveva accennato un volo che terminò tenendosi appena aggrappato alla sua altalena, l’anziano avvicinò la sua mano alla gabbia, e con il dispiacere che gli serrava il cuore, aprì la porticina, dicendogli:
    "Vai sei cresciuto e la tua vita è là, fra il cielo e la terra negli spazi che ti sono stati riservati per allietare tutti con il tuo canto e non solo me, povero egoista che sono.Vola e vivi la tua vita, quando vuoi vienimi a trovare, qui ci sarà per te sempre da magiare e dormire."
    L'uccellino volò sulla sua spalla, e aprì l’occhietto che subito diventò vispo, guardò il suo benefattore fino a trasmettergli la sua contentezza e farlo sentire felice per il suo gesto pieno d’amore, poi spiccò il volo lasciando dietro di sé l’anziano che lo salutava con la mano sorridendo, anche se in cuor suo soffriva tanto.
    Da quel giorno, l'usignolo riprese a cantare regalando a tutti la sua gioia, ogni giorno, non essendosi dimenticato del suo amico anziano, andava a trovarlo facendolo felice, sostava sul davanzale della sua finestra e cantava solo per lui, vivendo comunque la sua vita, come tutti gli uccelli di questa terra fanno dopo che hanno appreso a volare.
    L’anziano, nonostante la sua età, aveva capito ancora qualcosa della vita, si avvide che il suo amore per l’uccellino era paragonabile a quello di un buon genitore che sa mettersi da parte al momento giusto. I figli, come gli uccelli quando imparano a volare devono lasciare il nido per costruire a loro volta il proprio.

     

  • 11 aprile alle ore 23:37
    Donna Sofia

    Come comincia: Ore cinque del mattino: il mercato rionale della domenica si svegliava puntualmente. Si udivano già le grida dei primi venditori ambulanti intenti a catturare i clienti più mattinieri. Era un mondo suggestivo con un folklore decisamente fuori dal comune.
    Tra fruttivendoli agguerriti e venditori di abbigliamento usato, spiccava Donna Sofia, una signora sulla ottantina particolarmente amata dai bambini per la sua bancarella piena di dolciumi e caramelle di ogni genere. La sua voce squillante aveva il potere di farsi sentire più delle altre in quel mercato da molti definito magico e i bambini si accalcavano festanti sperando di accaparrarsi il dolce più buono e la caramella più gustosa.
    Donna Sofia era conosciuta da tutti gli abitanti del quartiere che la descrivevano come una donna piena di vitalità nonostante l’età avanzata e i numerosi dispiaceri che la vita le aveva riservato.
    L’anziana donna aveva perso i genitori quando era molto giovane e aveva dedicato tutta la sua vita al lavoro nei campi. Aveva sposato un uomo che l’aveva lasciata quando aspettava il suo primo ed unico figlio con cui da tempo aveva tagliato ogni rapporto. Tutto ciò che possedeva era un piccolo appartamento situato al piano terra di un palazzo che era riuscita ad acquistare con i risparmi di una vita. Nonostante il suo volto segnato da episodi spiacevoli aveva sempre il sorriso sulle labbra. Erano infatti i bambini, che lei considerava come dei nipotini, a mantenerla allegra. La loro spensieratezza e le loro allegre risate erano capaci di cancellare tutto ciò che di negativo c’era stato nella sua esistenza.
    Tra i tanti fanciulli che quotidianamente popolavano la bancarella di Donna Sofia, c’era Elena, una dolcissima bambina, figlia di una famiglia benestante del quartiere. Ogni mattina, prima di andare a scuola, si recava puntualmente da Donna Sofia a comprare le solite caramelle all’arancia di cui era ghiottissima. La sua allegria era davvero contagiosa e Donna Sofia non poteva che sorridere nel vederla arrivare.
    “Per favore Donna Sofia, sarebbe così gentile da darmi le solite caramelle all’arancia? Ne vado matta e piacciono tanto anche alla mamma”. Chiedeva Elena con voce allegra. “Eccole qui piccolina, ma attenta a non farne un’indigestione” rispondeva  Donna Sofia con tono altrettanto gioioso.  L’incontro tra Donna Sofia e la piccola Elena aveva portato gioia nel cuore di entrambe; Elena non aveva mai conosciuto i suoi nonni e quindi vedeva in Donna Sofia quella nonna che non aveva mai avuto.
    Nemmeno Donna Sofia aveva mai avuto dei nipoti e quella bimba, incontrata per caso, sembrava davvero averle cambiato la vita. Anche la famiglia di Elena era contentissima della nuova conoscenza fatta dalla loro figlioletta e spesso non si sottraevano dall’invitare a pranzo Donna Sofia evitando così che l’anziana donna potesse cadere sempre più nel baratro della solitudine. Durante il pomeriggio Elena si recava spesso in visita a casa di Donna Sofia e quest’ultima la intratteneva raccontandole favole o storie della sua giovinezza trascorsa nei campi. Tra le due si era instaurato un rapporto che aveva un sapore speciale, dove entrambe non riuscivano a fare a meno dell’altra.
    Arrivò però un bruttissimo giorno, uno di quelli che si fa fatica a dimenticare. Mentre era intenta a vendere le sue caramelle, Donna Sofia avvertì dei forti dolori ad un braccio e al petto e di lì a poco si accasciò sull’asfalto. La donna era stata colta da infarto e i tentativi per rianimarla non andarono a buon fine. Fu ricoverata nel vicino ospedale ma ogni giorno che passava, sembrava portare via la speranza di rivederla di nuovo nel suo ruolo di simpatica venditrice di dolciumi. La piccola Elena trascorreva ore intere al suo capezzale sperando che quella dolce vecchietta, che aveva imparato ad amare come una vera nonna, si risvegliasse. Anche gli altri bambini del quartiere andavano a trovarla spesso e, senza di lei, il mercatino rionale aveva perso quel tocco di dolcezza che solo Donna Sofia sapeva dare.
    La dolce e tenera Elena parlava a Donna Sofia e sperava che, ascoltando la sua voce, l’anziana donna si risvegliasse dal coma. “Ti prego Donna Sofia riapri gli occhi, come faremo noi bambini senza le tue caramelle ed io come farò senza la mia nonnina”? Erano le parole che Elena, tra le lacrime, ripeteva alla donna mentre si trovava in quella buia camera d’ospedale. La bimba non aveva perso la speranza, sentiva che prima o poi avrebbe riabbracciato la sua nonnina adottiva. Ogni sera, prima di andare a letto si ricordava di recitare una piccola preghiera per Donna Sofia, raccomandando al Signore la sua guarigione.
    La bella notizia non tardò ad arrivare. Una mattina infatti, mentre Elena era intenta, come ogni giorno, a sorvegliare Donna Sofia nel suo letto, si accorse che la vecchietta  aveva cominciato a muovere una mano.  La afferrò e vide che Donna Sofia aveva ormai aperto gli occhi. La donna, con voce flebile, si rivolse alla bambina e le disse: “Mia dolce Elena, devi scusarmi se ti ho spaventata, non volevo. Il Signore non ha voluto che andassi da lui ma ha deciso di farmi rimanere qui, accanto a te. Tu non hai conosciuto i tuoi nonni ma ci sono io adesso e non ti farò mancare l’affetto di una vera nonna”. Con il passare dei giorni le condizioni di salute di Donna Sofia miglioravano a vista d’occhio e poté finalmente lasciare l’ospedale e tornare dai bambini del mercato rionale. Ci fu un’ulteriore novità nella vita di quella tenera vecchina. I genitori della piccola Elena infatti le proposero di andare a vivere a casa loro. “Sei stata importante per la nostra piccola” le dissero “ e non vorremmo che tu  soffra di solitudine”.  A queste parole Donna Sofia scoppiò in un pianto di felicità. La vita le stava restituendo, seppur con notevole ritardo, tutto quello che in passato le aveva tolto dandole una nipotina e il calore di una vera famiglia che aveva scelto di prendersi cura di lei, facendo sparire dalla sua memoria le pene sofferte in giovane età.

  • 09 aprile alle ore 20:38
    L'Entomologo

    Come comincia: Mi vide proprio di fronte a una Madonna del Parmigianino, mentre senza ritegno mi ingozzavo di patatine fritte.
    La grande sala dedicata al Parmigianino si era svuotata di visitatori. Lo sgradevole rumore dei miei denti che trituravano le patate fritte croccanti in busta, riempiva la stanza. Guardavo con  occhio ormai  assente, con il capo leggermente reclinato a sinistra, il manto della Madonna, restaurato di fresco. Mi sembrava, in quella penombra artificiale, che lungo le pieghe morbide di un azzurro acceso, avanzasse una colonna di grandi formiche nere che si dileguavano infine sotto il piede sinistro, tenue nudità al di sotto del  manto. Cominciai a battere con intensità le palpebre per focalizzare meglio l’immagine, allungai il collo oltre la spessa transenna di passamaneria rossa, trattenni il fiato: le formiche erano là. Istintivamente distesi il braccio sinistro in avanti,come a voler rimuovere le dolci bestioline da quel capolavoro, ma subito la ritrassi; non volevo essere sorpresa a commettere gesti inconsulti.
    Percepii una presenza dietro di me. I miei occhi incontrarono i suoi, e lui accennò un sorriso.
    Ha visto ?- Gli chiesi eccitata indicando il quadro.
    Si. È una vera  meraviglia – 
    Intendo. Le formiche sul manto della Madonna, le vede ? –
    Certo. A quest’ora escono sempre allo scoperto. Succede anche al Tondo Doni e alla Venere del Botticelli,  ma solo d’estate, quando fuori è molto caldo. -Era serissimo, non traspariva alcuna ironia da quella conversazione.
    - Lei come fa a sapere queste cose ? –
    -Sono un entomologo.-
    - Già, ovviamente – Dissi io, ormai del tutto smarrita.
    Avrei voluto svenire, per poi risvegliarmi in un altro posto.
    Mi venne invece una forte nausea che mi indusse a riporre la busta di patatine in borsa. Con il fiato a  metà osservai velocemente la figura di quell’uomo, partendo dai piedi: elegante, alto e con gli zigomi un po’ pronunciati e una macchina fotografica al collo, con uno potente teleobiettivo.
    Mi scusi, dovrei fare qualche fotografia – Mi disse invitandomi a lasciargli il campo. Scattò con perizia alcune foto, puntando sempre l’obiettivo proprio lì, dove viaggiavano le sue creature.
    Sono una specie rarissima, in via d’estinzione –Tacqui, poiché non avevo nulla di sensato da dire.
     Appena terminato il suo reportage, inaspettatamente mi invitò con garbo a prendere un caffè in piazza della Signoria. A causa del suo potente fascino non potei rifiutare, e ci ritrovammo così in gioiosa conversazione seduti ai tavolini del Cavallino Bianco, come due turisti autentici. Parlammo di tutto, fuorché di arte e di formiche. Seppi che amava il cinema di Kubrick e di Antonioni, Odiava  le fettuccine al ragù , mentre era un forte sostenitore della zucca al radicchio. Un autentico snob: Amabile, divertente, sensuale. Distante dalle caratteristiche di  un entomologo , di quelli che io potevo conoscere o immaginare.
    Improvvisamente si alzò di scatto dalla sedia, guardando l’orologio.
    _ Tra quindici minuti esatti devo essere in piazza del Duomo. Se non ha nulla da fare gradirei molto che venisse con me.
    Quasi ipnotizzata, senza alcuna possibilità di replica, lo seguii, e in un lampo, camminando a passo svelto, fummo alla base della Torre di Giotto. Mi prese  la mano, e mi guidò in silenzio, a passi lentissimi, lungo il perimetro della torre. Notai che fissava una linea del muro, a circa un metro e mezzo d’altezzaTra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     - Tra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.
    Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 14:58
    Un figlio venuto da lontano

    Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino. 
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.