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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 aprile alle ore 17:29
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    Come comincia: Non cercare l'amore esso arriva quando meno te l'aspetti. Non amare chi non ti ama e non sprecare neanche una lacrima per chi non ti merita. Non riservare nessun posto nel tuo cuore per chi non ce l'ha per te. Non cambiare per nessuno perché chi ti ama ti accetta così come sei. Non vivere aspettandoti l'impossibile, ma goditi quello che hai. La vita va vissuta ogni attimo, con amore per quello che fai. La vita va avanti in fretta e non aspetta nessuno ed è un dono che non ti verrà regalato un'altra volta.

  • 28 aprile alle ore 14:41
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    Come comincia: Ho vissuto periodi della mia vita molto difficili e insopportabili. Ma proprio quelle situazioni mi hanno insegnato tanto, sono stati proprio quelli i momenti in cui ho imparato e sono cresciuta. Chi non ha provato il dolore non potrà capire chi sta male, non imparerà ad aiutare chi sta crollando, non saprà cogliere le richieste d'aiuto specialmente quelle urlate nel silenzio. I falsi moralisti, più che aiutare tenderanno a peggiorare la vita degli altri, non sono in grado di aiutare se stessi figuriamoci se riescono a soccorrere gli altri . La loro vita resterà sempre colma di realtà insignificanti. Trascorreranno l'esistenza perdendosi la gioia nell'aiutare chi ha bisogno a la meravigliosa bellezza che c'è nelle cose.

  • 28 aprile alle ore 14:39
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    Come comincia: Gli ipocriti fanno solo tanto baccano e nient'altro. Le loro parole giungono come un ronzio fastidioso al mio orecchio, predicano molto bene per rendersi strabilianti agli occhi di chi li ascolta, a quanto pare hanno imparato a memoria il capitolo dei valori del perdono, della sincerità,dell'amore, dell'amicizia e potrei continuare all'infinito. Certe cose non si possono insegnare se non le vivi in prima persona, ma soprattutto se non le metti in atto. I valori non si possono trasmettere con le parole, si dimostrano con l'esempio non con le prediche.

  • 28 aprile alle ore 14:37
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    Come comincia: Sono dolce e sensibile, ti aiuto se hai bisogno, ma prendimi per i fondelli, fammi un torto oppure gioca con il mio cuore e non ci penserò due volte a regalarti il mio lato bastardo. Non gioco mai ad armi pari ti farò sempre più male io. Chi fa la doppia faccia, chi sputa giudizi falsi su di me dovrà vedersela con il mio lato peggiore, perchè così come loro non si sono creati scrupoli nel ferirmi e infangarmi, così anch'io senza esitare ricambierò e se sarà il caso tirerò fuori i miei artigli. Me stessa sempre nel bene e nel male, non ho paura di essere ciò che sono !

  • 24 aprile alle ore 11:57
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    Come comincia: Quante volte hai creduto nelle favole pensando che il bravo ragazzo fosse l'eroe della tua vita, ma poi quando hai guardato in faccia la realtà, hai capito che ti sbagliavi, perchè in un mondo come questo caratterizzato da stronzi che se ne vanno con le troie, è necessario essere in grado di prendere il dolore della cocente delusione e stare su. Hai capito che ti serve tanta forza per non farti calpestare la dignità da uno stronzo che non ti merita e che non ha voluto neanche impegnarsi a capirti, leggerti dentro e conoscerti meglio. Hai imparato a tue spese che bisogna avere tanta forza per andare avanti senza guardare al passato, anche quando questo ti è costato perdere le persone a cui tenevi di più, hai lasciato cadere le lacrime ancora una volta e hai capito che desiderare di stare ancora tra le sue braccia che ti stringano forte, che ti proteggano e ti amano fa molto male. Oggi sai che non ne vale la pena, perchè lui non è più lì con te e non può vedere le lacrime piene di amarezza che sgorgano dai tuoi meravigliosi occhi.

  • 23 aprile alle ore 22:50
    Il Respiro della Libertà

    Come comincia: Il coraggio, la forza: a Carlo non mancavano.
    Lo sapevano bene i suoi compagni di gioventù, perché lui alle sfide mai si sottraeva.
    Come quella che si svolgeva là, dove i frastuoni della fabbrica si spegnevano per lasciare il posto al silenzio della campagna e subito dopo agli umori della palude: terra pregna d’acqua marcia ma anche di vita, che si faceva sentire prima che vedere.
    La prova, rigorosamente riservata ai maschi, era molto impegnativa, senz’altro la più difficile da sostenere: parteciparvi era già un risultato.
    Bisognava, superando paura e schifo, trovare una biscia e, prima che strisciasse via, afferrarla per la coda e tenerla il più a lungo possibile sollevata da terra.
    Imbattibile Carlo: era sempre quello che resisteva di più.
    Questo il racconto di Vincenzo a cui avevo chiesto di parlarmi di lui.
    So che si conoscevano e che a un certo punto tutti e due entrarono nella Resistenza.
    Fu lì che le loro strade si divisero: Vincenzo aderì alle formazioni della zona, mentre Carlo si unì a quelle dell’Alto Vergante, dove prese “Nuvola” come nome di battaglia.
    Carlo fu tra i primi a salire in montagna; fu lui a insegnare a tanti ragazzi il coraggio di masticare la guerra.
    Tra i tanti Guido: un giovane milanese aspirante partigiano, arrivato in montagna con il cappottino, le scarpette della festa e una pistola che ancora non sapeva usare.
    Un giorno il ragazzo gli chiese perché aveva scelto quello strano nome di battaglia.
    Lui molto semplicemente spiegò che guardando il cielo aveva visto una bella nuvola e quindi …
    Ma a me piace pensare che dietro quel nome ci fosse dell’altro.
    Una nuvola può apparire o scomparire, mostrarsi con orgoglio o discretamente nascondersi, presentarsi da sola o in compagnia, stare tranquilla in un cielo o scatenare l’inferno in terra: non per distruggerla ma per continuare a farla respirare.
    Come loro che erano lì in montagna e che si battevano non per il gusto di combattere e fare del male, ma per ridare vita, speranza a una nazione asfissiata dalla dittatura e offesa dalla guerra. 
    Come le nuvole, anche loro a volte fuggivano e si nascondevano; altre volte erano loro a inseguire e a ferire.
    Prima di entrare nella Resistenza, Nuvola faceva l’operaio; quando salì in montagna decise che l’azzurra tuta da lavoro sarebbe diventata la sua divisa, con l’aggiunta di un fazzoletto rosso al collo e di un fucile sulle spalle.
    Anche quel giorno di fine marzo del ’45 portava quella strana divisa.
    Alle brigate partigiane della zona era giunto l’ordine di scendere al piano e di ritrovarsi nelle vicinanze del paese di Invorio, dove c’erano alcune cascine in cui avrebbero potuto fermarsi.
    La decisione di lasciare le postazioni sicure in montagna, a molti sembrò assurda, oltre che pericolosa; nessuno però mise in discussione l’ordine ricevuto, anche perché la guerra sembrava ormai all’epilogo e la vittoria sicura.
    Fu un grave errore abbandonare la prudenza che sempre aveva accompagnato le loro azioni, e in guerra gli errori si pagano.
    I fascisti arrivarono in massa alle prime luci di un’alba fredda e piovosa; quando i Partigiani udirono le prime raffiche di mitra l’accerchiamento era ormai completato ed era troppo tardi per cercare di opporre resistenza. 
    Ci furono comunque alcuni coraggiosi tentativi di reazione, che però ben presto mostrarono tutta la loro fragilità: dall’altra parte c’era un nemico bene armato e con il vantaggio dell’agguato.
    Non restava altro da fare che cercare di uscire dalle cascine e attraversando il prato raggiungere il bosco, sfidando quel cerchio di fuoco.
    Facile a dirsi, meno a farsi, perché anche per fuggire a volte ci vuole coraggio, soprattutto quando a inseguirti sono delle pallottole.
    Il primo a uscire fu Mario, nome di battaglia Vento, le raffiche di mitra lo falciarono quasi subito; poi fu il turno di Nuvola che scattò in piedi e si lanciò in una folle e zigzagante corsa, alcune pallottole lo raggiunsero, lui però riuscì ad arrivare ai bordi del bosco.
    Era ferito ma vivo, solo alcuni passi lo separavano dalla salvezza.
    Poi quella tuta: troppo larga… quella maledetta tuta s’impigliò in un rotolo di filo spinato e lui perse tempo cercando di liberarsi dal groviglio di ferro e stoffa che lo bloccava.
    Il coraggio, tutto il coraggio di cui era capace non bastava più e le forze gli mancavano.
    I fascisti lo raggiunsero: e furono pugnalate e poi dolore, sangue e alla fine il nulla...
    Certe volte, perso in uno sguardo al cielo, mi capita di pensare a Nuvola, al bel nome di battaglia che si era dato, a quella strana divisa e al suo ribelle percorso di vita.
    Ne tratteggio l’immagine e sebbene non l’abbia mai conosciuto, mi ritrovo a pensare a lui con la stessa intensità emotiva che mi coglie quando ritorno a quei buoni compagni di viaggio che, prima di andarsene, hanno dato respiro alla mia vita, impregnandola di passioni, amicizia, amore.
    Ma Nuvola è ancora qui, insieme a Ugo, a Nicola e a tanti altri.
    Si ribella la mia mente a questo mondo di maestri della dimenticanza: sempre pronti a levare l’ancora alla barca dei ricordi per mandare alla deriva la memoria; si ribella e torna a pensare a Nuvola e agli altri, come a dei preziosi amici.
    Lontananze che si annullano, anime che tornano corpi, assenze che si fanno presenze.
    Sono ancora qui: sento il loro soffio vitale… respiro libertà.

     

  • 21 aprile alle ore 13:01
    .

    Come comincia:  Sin dal primo giorno che ti ho visto, sin dal primo momento che ho sentito la tua voce, sin dal primo istante che ho incrociato il tuo primo sguardo, la prima volta che mi hai detto:"Ti amo", la mia vita è cambiata, il tuo amore mi ha reso una persona migliore. E' la tua presenza nella mia vita ad ispirarmi a migliorarmi giorno dopo giorno, io ti amo con tutti i miei cinque sensi.

  • 21 aprile alle ore 12:51
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    Come comincia:  A volte la maggior parte delle cose le facciamo per il rispetto che portiamo verso gli altri, ma non tutti la pensano così. D'altronde il rispetto va guadagnato. La fiducia va conquistata e facilmente si può rompere. Dopo tutto siamo esseri umani e tutti sbagliamo, nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare quello che facciamo e quello che diciamo.Ma se ci puntano il dito contro per giudicarci e per ferirci impariamo quanto sia bello e facile trattenere le lacrime e fingere un sorriso.

  • 21 aprile alle ore 10:03
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    Come comincia:  Tutti abbiamo una passione. Qualcosa di forte,di immensa potenza,che ogni giorno ci spinge ad andare avanti,a lottare,che ci ispira,che ci fa semplicemente stare bene. Avere una passione,una vera passione,è necessario certe volte,è un modo per fuggire da tutta questa merda. La passione ti libera. La mia passione sei tu,e non mi importa di essere compresa o meno,non mi importa che gli altri condividano questa mia stessa passione. Tu sei ciò che ogni giorno mi strappa un sorriso,tu sei ciò che ancora mi fa battere il cuore.

  • 20 aprile alle ore 15:24
    Silenzi di dentro

    Come comincia: La via dei perché è una tondeggiante lega di metalli che magistralmente serpeggia su terre manipolate dall'essere umano. Millesettecento chilometri di binari ne raccolgono le domande, disperdono le risposte, flagellano le menti nell'attrito di ruote di ferro su binari di ferro spandendo luminose e veloci scintille dai colori dell'iride. Saranno le intuizioni, quelle scintille iridate? Non è così che si manifestano le intuizioni? O saranno le risposte o forse le domande che prendendo colore forma e suono e potenza, si impongono alla mente?

    Sono le intuizioni, la tacita voce che bisbiglia all'orecchio di rimando al soffio del respiro che ha esposto nel suo silenzio, la domanda.

    È così oggi che dipingo il mio spazio, penna in mano, foglio di carta riciclato (ah, quante cose già passate, finite, restano scritte sul retro di questo foglio!), seduta accanto al finestrino a percepire l' ampiezza che sfugge aldilà della coda dell'occhio. Sì, è così oggi che coloro il mio spazio di viaggio in Freccia Rossa, in compagnia di elucubrazioni su domande risposte e intuizioni. Attenta a ogni leggero suono, mi par di sentire, attraverso le vibrazioni materiche del sedile in pelle ecologica che avvolge il mio corpo, e da questo tek che sostiene la carta su cui scrivo, una preghiera, intensa, rumorosa quasi. Quasi fosse un coro di voci disordinate che vogliono essere ascoltate, forse non sono elucubrazioni le mie, oggi in questo viaggio, sono forse voci rimaste impigliate nelle materie di questo treno, e nei suoni delle voci risaltano termini frequenti: domande risposte intuizioni.

    Suoni diversi per voci diverse, una unica nota le accomuna, in spazi diversi e in pause diverse su di un pentagramma di note spuntate, un unico accordo per un unico pensiero: domande risposte intuizioni. E io ascolto. Svello dalla cacofonia ogni altro fonema, e ascolto. Caduta nell'interstizio del legno, una lacrima e il suo disperato perché, perché: del mio cuore s'innalza la marea e straripa invadendo i canali delle orbite per poi stramazzare impudiche fra le ciglia,chi ero io prima di queste lacrime, chi ero io, prima. (Saranno i fiotti di luce veloci oltre il finestrino, a disperdere il viso dagli occhi annegati di lacrime e domande, saranno stazioni anonime e vocianti ad accogliere e rispondere a quest'anima che solo poco fa vedevo e sentivo annegare nel suo perché).

    Come il tek su cui scivola la mia anima, avevo lisciato il mio pensiero, ogni venatura un percorso già tracciato attraversato conosciuto, tutto era perfetto, tutto consapevole.La mia vita come il tek, liscio, ordinato, poroso quanto basta per respirare,ma senza interferire con l'aspetto ordinato, essenziale. Oggi è sabato, è giorno da condividere con gli amici virtuali e non, è giorno di abbandono della routine settimanale di lavoro – casa – lavoro, è giorno di riposo e domani,domani è il giorno del pranzo con i genitori, ma prima porto l' automobile al lavaggio come ogni domenica mattina, poi un salto in pasticceria per comprare i classici bignè della domenica da portare a mia madre. Tutto perfetto, ogni venatura del tek è come leggere ogni piega della mia anima: liscia, perfetta,porosa quanto basta per respirare senza interferire con l'immagine interiore ordinata, essenziale.

    Una lacrima è caduta nell'interstizio minuscolo, microscopico del tek, e si è aperto un baratro. Un sabato che ha deragliato dai binari ed è divenuto un viaggio, non un giorno, un viaggio: “ma cos'è la mia vita se non una squallida sequenza di rumorosi attimi sovrapposti ad altri?”

    D'un tratto s'apre il varco della comprensione e vedo il sabato, no, non è un giorno in cui mi stacco dalla routine, il sabato ha una routine come la domenica, diversa dai cinque giorni che li precedono, ma routine. Vedo attraverso il varco dal momento in cui i miei occhi incontrano la figura piccola e colorata seduta davanti a me, e con stupore mi rendo conto che il bambino c'era anche sabato scorso e l'altro sabato e l'altro ancora, seduto sempre allo stesso posto, difronte a me, ma fino a questo momento lui faceva parte di ogni cosa delle stesse cose della mia vita, di quegli attimi sovrapposti ad altri, c'era e lo vedevo, eppure solo oggi so che c'è.

    Gabriele mi ha accarezzato le dita, ha poggiato il suo indice minuscolo sull'unghia del mio dito medio e lentamente strofinato, come a voler comprendere la materia di cui è composta, poi delicatamente lascia scivolare il ditino lungo le nocche per arrivare a seguire una immaginaria linea sul dorso della mia mano. Mi ha guardato e mi ha sorriso, ci siamo guardati, un angolo di luce ci ha avvolti, e abbiamo conversato senza mai aprir bocca, mi ha mostrato se stesso raccontandosi da prima di nascere fino a questo momento, accompagnandomi istante per istante in ogni fotogramma della sua vita. Mi ha raccontato tutto,le parole silenziose fluivano come un fiume lento, e pacatamente lambivano lamia mente risvegliandola, nutrendola.

    -“Vagavo gioiosamente nell'Infinito ascoltando con attenzione la voce di pensieri non nati, mi soffermavo a curiosare in particolare nelle case di alcuni umani che sui pensieri avevano costruito delle griglie, mi domandavo come potessero supporre che così facendo i loro pensieri rimanessero imbrigliati, non è proprio possibile! Il pensiero è etereo, sfugge alla materia per quanto ci si voglia costruire sopra anche una roccaforte. Sai, ne ho visitate tante di queste persone, mi sembravano fatte in serie, tutti uguali i pensieri e tutte uguali le griglie, un po' noioso per me che sono un vulcano di energie sempre in fermento. Ho vagato tanto, per più di cento anni, penso, non so con precisione, a me non è congeniale il calcolo del Tempo, e ci tengo a che non cambi mai questa mia caratteristica. Comunque ho vagato davvero tanto tanto tempo fino a che mi ha attratto un ronzio continuo che proveniva da una casa della tua città, il ronzio del “silenzio di dentro”. Non sai cosa è il silenzio di dentro? Eh, è un silenzio che “non si vede e non si sente”. Ci sono dei silenzi morbidi e colorati, ogni colore fa vibrare una nota delicata che l'orecchio non sente ma percepisce, e colui che li vive sente la sua anima cullata in una perpetua armonia, e il suo viso è luminoso e sorridente, questo si chiama silenzio che avvolge, è un silenzio buono, dona pace serenità amore, è il collegamento di ogni parte dell'essere umano con ogni parte dell'Universo. Il silenzio di dentro non ha colori e non è morbido, a un orecchio attento arriva un ronzio e il ronzio è duro, come figlio del cemento.Io dico che il silenzio di dentro è il cemento dell'anima! In quella casa della tua città, vivono due persone sane intelligenti forti, hanno un buon lavoro, una bella casa, un'automobile ciascuno e per coronare il loro benessere pensavano di avere un figlio, lo volevano bello sano intelligente come loro, un figlio che rompesse il silenzio di dentro, e in questo figlio hanno riposto ogni speranza di vita, non di sopravvivenza silenziosa liscia lineare perfetta con venature perfette come questo tek, ma una vita cullata di armonia. E sono nato, li ho scelti io, ho sentito la loro disperata cacofonia grigia, la loro disperata e muta preghiera di aiuto, li ho amati da subito, dal ronzio grigio, loro mi hanno sorriso nel silenzio che avvolge, e sono nato. Sono nato autistico, perché li amo.

    Ci amiamo, armonia di note dell'Universo.”-

    Ecco, la mia lacrima è risalita dal microscopico anfratto del tek e si è liberata nel Cosmo,ha prima volteggiato leggera attorno a me, disintegrando ogni sua particella per divenire sottile e fluido suono dalle venature color dell'iride, un impalpabile stralcio di arcobaleno ha illuminato il vagone del Freccia Rossa 9508. E' sabato, un giorno vivo, è caduta la polvere grigia dal suo abito, si è lanciato al di fuori del cerchio della routine di ogni giorno dagli attimi aggrappati ad altri attimi neutri ed è volato sulle ali della vita. 

    Avvolto da un silenzio buono avvolgo me stesso nel sorriso degli occhi di Gabriele, gli porgo una carezza sui riccioli scomposti, un lieve cenno alla sua mamma dal viso luminoso e mi incammino sul marciapiede della stazione, sono arrivato alla porta del mio giorno nuovo. Non sento voci gracchianti di altoparlanti, li percepisco al di fuori del mio corpo, sento invece armonia dai colori morbidi dentro me,tutt'attorno è più luminoso e vivo, il mio cuore canta una canzone nuova, lo sento palpitare ad ogni cambio di nota. È sabato, non voglio incontrare amici 

    virtuali e non, mi porto lentamente lungo il viale alberato dalle fronde danzanti, voglio ascoltare il silenzio. 

    Annamaria Vezio ed. 2014

     

  • 17 aprile alle ore 22:43
    Il latte della Lola

    Come comincia:  
    Ma voi, “Il latte della Lola “, quello della pubblicità per intenderci, l'avete mai visto?
    Io sì.
    Da ragazzo trascorrevo le vacanze estive dai nonni materni che vivevano in un piccolo paese della bassa bergamasca: quattro case e otto cascine nei dintorni.
    Tutti i giorni, nel tardo pomeriggio, andavo alla stalla di mio zio Giovanni (Gianni per tutti noi, anzi Zio Giani, perché le doppie da quelle parti non si usano molto) a prendere il latte appena munto.
    Vi assicuro: non era un bel vedere.
    Il bergamino toglieva dal bidone uno strato di mosche (tutto sommato felici, dopo una vita di merda, di morire in quel nettare candito e dolciastro) e poi con il mestolo versava il latte nel mio pentolino.
    Uscivo dalla stalla perplesso e anche un po' schifato.
    Recentemente, dopo molti anni d’assenza, sono tornato in quel paese e l'ho trovato rovesciato come un calzino.  Un parente (mio zio Giani) si è offerto di farmi da guida tra i cambiamenti e i ricordi: i suoi nitidi, i miei un po' sfuocati dalla lontananza.
    La stalla della Lola e delle sue compagne non c'è più; è stata ristrutturata, o forse sarebbe meglio dire riconvertita: fuori mattoni a vista antichizzati e grandi vetrate, dentro uffici ultramoderni.
    Come si dice: dalle stalle alle stelle.
    Al cascinale, in passato utilizzato come essiccatoio per il grano, è toccata una sorte ancora peggiore: la demolizione; al suo posto una bella stecca di villette a schiera.
    Proseguendo mi accorgo che anche il mitico Circolo vinicolo ha chiuso i battenti.
    Ricordo che nei mesi estivi il lungo porticato di quel locale diventava sala cinematografica.
    Pesanti e polverosi teloni chiudevano le aperture verso il cortile, oscurando il loggiato.
    Subito dopo partiva la proiezione di pellicole in bianco e nero, già allora molto vecchie
    Fuori le stelle, dentro i bambini e le donne, al circolo gli uomini, contenti per qualche sera di non sentire le mogli lamentarsi perché tiravano tardi o esageravano con il vino.
    Ora quel posto è diventato un locale trendy: musica afro e birra tedesca.
    In piazza noto che la pompa dell'acqua potabile è stata rimossa; tutti ormai hanno l'acqua in casa (nel senso che non devono uscire con i secchi per prenderla) e la fontanella in finto sasso fuori, naturalmente con il mestolo appeso: giusto per ricreare un senso dell’antico. 
    La ruota del mulino è sparita, e anche il fiume, nel tratto che attraversava l'abitato, non si vede più: l'hanno intubato così non porta umidità.
    Lì vicino, quasi tutti i giorni, si teneva uno spettacolo gratuito.
    Alcuni ragazzi, con una carabina ad aria compressa, sparavano ai topi che, nuotando velocemente nell'acqua, cercavano di raggiungere la ruota del mulino per guadagnare un passaggio verso il deposito dei cereali.
    Una caccia grossa:
     - Sa rigordet zio che ratu?
    Lui conferma e ride, poi, prendendomi sotto braccio, m’invita a bere qualcosa.
    Ma dove? mi chiedo, visto che il circolo ha chiuso per fallimento e il pub apre quando lui va a dormire.
    Ci spostiamo ancora di qualche metro e siamo davanti alla ex scuola elementare, chiusa da diversi anni per mancanza di materia prima, cioè di bambini.
    I locali, rimasti vuoti, ora sono utilizzati da un'associazione culturale e ricreativa, insomma ci hanno fatto un piccolo centro sociale.
    Al bar self-service, lo zio, oltre ad offrirmi da bere, fa anche da barista e cassiere; sguattero no, perché per i bicchieri c'è la lavastoviglie, tutto a norma di legge, o meglio: di modernità.
    Uscendo gli chiedo se ci sono ancora le cascine; dice di sì, ma aggiunge che adesso sono un'altra cosa.
    Stalle, fienili, letamai: tutto in prefabbricato.  Anche la gente è cambiata, adesso lì ci lavorano solo indiani.
    E pensare che una volta la provincia di Bergamo mandava mungitori in giro per il mondo; ora invece tutti a lavorare nell'industria, nelle centinaia di fabbriche spuntate tra i coltivi di grano: cubi di cemento che troncano la vista di una campagna che qualche anno fa pareva non finire mai.
    Tutto sommato però è una vita meno grama di quando, se non volevi puzzare di stalla dalla mattina alla sera, dovevi alzarti ogni giorno prestissimo e prendere il pullman per andare a Milano a fare il carpentiere o il manovale.
    Certo che noi uomini siamo strani, rincorriamo la modernità e quando l'abbiamo raggiunta ci facciamo prendere dalla nostalgia per quello che abbiamo lasciato. 
    Ma forse questo è normale, siamo cresciuti in un periodo che è stato un concentrato di cambiamenti e che in pochi anni ha cancellato tradizioni secolari e modificato radicalmente il nostro modo di vivere.
    Sto scivolando nella retorica, torniamo a noi.
    Per quanto riguarda il latte della Lola: scordatevelo!
    Non ci sono più le stalle di una volta, e nemmeno le bestie, e nemmeno le mosche.
    Oggi le mucche sono semplicemente delle macchine da latte, producono il doppio e vivono la metà; il resto è solo pubblicità: bella, creativa, capace di suscitare emozioni forti, ma pur sempre pubblicità.
    - E' ora di tornare a casa, -   dico a mio zio
    - sta scendendo la nebbia e vorrei ripartire.
    Ecco! La nebbia è l'unica cosa che non è scomparsa: ora puzza meno di stalla e più di petrolio, ma è rimasta al suo posto.

  • 17 aprile alle ore 11:35
    .

    Come comincia: Quello che ho imparato in questa vita è che essa non da nessuna garanzia, non si mette in pausa, non da seconde possibilità. La vita va vissuta con tutti i suoi alti e bassi, è giusto dire alla persona che ami che cos'è per te. La vita è danzare sotto la pioggia battente, è tenere per mano qualcuno, è confortare un amico che ha bisogno, è svegliarsi guardando il sole sorgere, è addormentarsi tardi, è fidanzarsi, è avere la forza di sorridere anche quando si è tristi. Questi sono i momenti della vita che vale la pena vivere.

  • 16 aprile alle ore 17:51
    Le fragole che ci spettano

    Come comincia: Ci casco, oramai, per necessità, o meglio, per il desiderio di ritrovare un gusto, celato, da anni, dentro di me, puro. Mela, pomidoro, patata e, oggi, la fragola hanno oramai lo stesso sapore. E tu affondi i denti, fai girare lingua e papille e la delusione t’investe. Oggi è toccato a immondi fragoloni di Carrefour. La tecnica della genetica riesce solo a tanto? E vorremo costruire uomini così? Immensi, colorati, abbaglianti e tragicamente insapori. La visita a nonna Olga, a Genova, era domenicale. Da una casa buia e odorosa di cere di mobili e pavimenti ci si immetteva in un giardino luminoso di aiuole curate, fiori traboccanti, profumi, aromi di terra appena innaffiata. Su di un tavolino di ferro battuto, ricoperto da una tovaglia dei suoi ricami, ci attendeva il centro dell’attrazione, che aveva fatto sì che noi bimbi, con i genitori, avessimo attraversato mezza Genova. Una mezza bottiglia di estratto di tamarindo (regalo annuale di mio padre al nonno, che la richiedeva con insistenza e che riusciva, con parsimonia, a farla durare da onomastico a onomastico), e una scatola di latta con vecchie raffigurazioni dorate. Questa racchiudeva il ben di Dio, frammenti della lavorazione dei fru-fru al cioccolato della fabbrica Saiwa di San Martino, per quei tempi, un affare! Ma nonna era già scomparsa e china tra le sue aiuole: - “Venite, venite, sono nate le fragoline.” Le vedo ancora, rubini piccolissimi, tra geometriche foglioline verdi. Passate dalle sue mani, avevo timore di schiacciare tra le mie dita, quel po’di polpa dal profumo e sapore incancellabile. Chissà, se quelli della Carrefour ne hanno mai assaggiata una dalle mani della nonna!

  • 14 aprile alle ore 17:14
    Questi Fantastici Diavoli

    Come comincia: Trovato da Feltrinelli ieri sera, l’avevo portato con me, in ambulatorio, per assaporarne le prime pagine: “Un paradiso abitato da diavoli “di Benedetto Croce. La mia camera dà sul cortile, e i suoni vi giungono dopo il filtro di mura storiche, che hanno lasciato passare lo stridore di ruote di carrette di appestati e di felpate carrozze di cardinali e re, in pompa magna. Al primo intervallo di lavoro, il caffè delle undici, avevo trovato una piazza insolitamente affollata, il traffico fermo e un lussuoso carro da morto svelava il motivo di quella adunata insolita. Il fonendo posato sulla schiena di donna Rosalia, oltre al crepitio dei suoni bronchiali, generati da due pacchetti di sigarette quotidiane, mi rilasciava altre note che stentavo a collegare tra loro. Uno scrosciare ripetuto di applausi ad intervalli regolari, una voce femminile gorgheggiante tra rabbia e dolore, il suono chiaro delle note di una tromba che recitavano il Silenzio di un cimitero di guerra. Poi, guizzante, a tratti su tutto, un suono indimenticabile per me, nella mia prima notte napoletana, venuto da Genova: il fischio lacerante, metallico, impertinente della caldaia dei lupini. Era morto il giovane venditore di lupini della Sanità.

  • 14 aprile alle ore 12:44
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    Come comincia: Donne volgari, grezze e ignoranti che si definiscono di raffinate, istruite e di classe. Mi fate solo ridere, provo tanta compassione per voi. La classe non è quello che pensate voi, la classe è tutt'altro. La classe sta nell'intelligenza di amarsi, apprezzarsi per come si è e soprattutto di essere se stesse. La classe sta nel saper esprimersi, a volte anche una parolaccia se è espressa con stile resta di classe, ma se esce dalla bocca da una donna grezza, sempre grezza rimane. Con certe doti si nasce, non si acquisiscono, nè si possono imitare. E' lungo il viaggio per capire certe cose. Ciao brutte cafone!

  • 13 aprile alle ore 22:40
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    Come comincia: Se ti spezzano le ali, se calpestano i tuoi sogni, se ti riempiono 
    di ferite, non demordere, ci sono sempre altre strade da intraprendere. Dalle esperienze negative si cresce, dal dolore si diventa piu' forti, quello che stai vivendo adesso, sara' la scuola che ti insegnera' domani a rialzarti ogni volta che cadrai. Impara a sorridere di fronte agli sciocchi, sii fiero/a di te e cammina con dignita', nessuno e' così onnipotente da fermare la tua corsa e da umiliare la tua persona.

  • 12 aprile alle ore 21:13
    .

    Come comincia: Questa è per te che hai sempre saputo cavartela anche quando non ce l'hai fatta, hai saputo ritrovare la speranza. Per te che piangi per colpa di qualcuno. Per te che cadi e a poco a poco ti stai rialzando. Per te che hai coraggio da vendere e quando hai trovato chi ha provato intralciare la strada non gliel'hai permesso. Per te perché tutto quello che possiedi hai saputo guadagnartelo e non devi ringraziare nessuno, per te che non molli mai e sei fiero di essere ciò che sei!

  • 12 aprile alle ore 21:05
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    Come comincia:  Inutile dire dopo un amore finito "l'amore fa schifo".Perchè non è l'amore a fare schifo , ma la gente che lo rende cosi . E' la gente che tradisce, mente, illude ,usa. L'amore è qualcosa di bello, basta trovare la persona che non lo rovini !

  • 12 aprile alle ore 21:04
    Trova quella persona...

    Come comincia: Trova quella persona...Che non si stanca mai di stare con te. Quella che non giudica quello che sei. Quella che non ti vuole cambiare ma ti accetta così come sei. Quella che si mette tutti contro pur di stare accanto a te. Trova quella che riesce a farti dimenticare i problemi quando pensi di non potercela fare.

  • 12 aprile alle ore 21:03
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    Come comincia: Arriva il momento che ti stanchi di correre dietro alle persone che non ti cercanoti stanchi di cercare spiegazioni, approvazioni,ti stanchi di cercare la verità,ti stanchi di dover credere per forza a qualcuno,... ti stanchi di stare male,ti stanchi di doverti giustificare,ti stanchi di rincorrere quello a cui non arriverai mai... arriva un giorno che ti stanchi e decidi di andare per la tua strada, infondo chi ti vuole bene veramente ti resterà sempre accanto.

  • 12 aprile alle ore 14:54
    IO E LULÚ

    Come comincia: IO  E  LULU’
    Cari lettori e soprattutto care lettrici vi domanderete chi è Lulù, se non ve ne frega
    niente potete smettere di leggere il seguito di questo mio zibaldone ma non saprete
    mai quello che perdereste e quindi... fate un pò voi.
    Lulù non è per me quel personaggio creato da Frank Wedekind (non sapete chi è Frank
    Wedekind?) capisco a cultura ve la passate non troppo bene ma, senza voler fare
    l'acculturato presuntuoso, ve lo dico io.
    Il predetto era uno scrittore che immaginò il personaggio di Lulu (senza accento) come
    l'incarnazione tragica e moderna del mito della donna fatale, un archetipo,una figura
    in cui gli elementi conflittuali, a volte autodistruttivi, si sposavano con una pulsione
    alla seduzione. (Non  avete capito un gran che? Andate a ripetizione c…o! )
    Non è questa la mia Lulù anzi posso affermare che non ha nulla in comune col
    personaggio sopra descritto, la mia Lulù è una immagine sgorgata da un cristallo di
    rocca di forma rotonda che porto sempre con me: la sua figura è simile ad un goccia d'acqua con la punta all’ingiù, ha solo due grandi occhi espressivi con i quali parla con me (solo con me per gli altri è Invisibile).
    Non ha altri elementi per comunicare ma ci riesce perfettamente nel passare dalle
    espressioni di dolcezza, a quelle di tristezza, a quelle di gioia, talvolta anche di collera
    (quando ne combino una delle mie).
    È insomma la mia confidente ed anche la mia consigliora per lo meno ci prova anche se non sempre seguo i suoi sensati suggerimenti, diciamo che mi è molto affezionata ma non per questo passa sempre sopra alla mie 'marachelle' anzi.., e per questo mi è un po' antipatica!

  • 12 aprile alle ore 12:11
    CUORE DI MAMMA

    Come comincia: Nel silenzio della notte un pianto sommesso, Alessandro piangeva, era già la seconda volta, sua madre Giada si era svegliata e cercava di rendersi conto se era proprio suo figlio Alessandro; cosa poteva avere un ragazzone di sedici anni a parte la sua malattia sconosciuta per cui da Roma si erano dovuti trasferire a Milano all'istituto 'Humanitas'.
    Nella capitale i medici erano stati incapaci di fare una diagnosi precisa, meglio rivolgersi ad un istituto specializzato in malattie rare e così Giada Gallo, insegnante di educazione fisica in un liceo romano si era fatta trasferire in un istituto milanese insieme a suo figlio studente della quinta ginnasiale.
    La mattina madre e figlio a scuola, iI pomeriggio il pargolo a studiare e la genitrice in giro per la città a 'vetrine'.
    Erano stati fortunati perché l'ospedale aveva stipulato una convenzione con l'istituto case popolari che aveva messo a disposizione delle camere per gli ammalati e per i loro accompagnatori, madre e figlio avevano una stanza con due letti.
    Giada era passata nel letto di Alessandro che gli volgeva le spalle, sempre più scosso da singulti prolungati.
    "Amore mio dì tutto a mammina...."
    "M'ha detto che sono omosessuale anzi proprio frocio!"
    "Ma chi cavolo..."
    "Irene una mia compagna di scuola, m'ha detto che solo ai froci non diventa duro,
    a  me…a me…eravamo nel bagno della scuola.”."
    "Mammina son cose che si dicono…."
    "No a me è successo altre volte anche a Roma, ha proprio ragione Irene sono , sono… sono…”
    "Tu non sei… non sei... non sei, vieni qui."
    Giada aveva preso in mano il coso di suo figlio e lo maneggiò sino a quando 'e
    prese ad aumentare di volume, molto di volume."
    "E tu saresti frocio, quella è solo una stronzetta puttanella che non si intende di cazzi, tu ce l'hai grossissimo, molto più grosso di quello del tuo povero padre...unico che ho conosciuto.
    Ale, una madre fa questo ed altro per suo figlio ma sarà l'unica volta, lo capisci? Riprendi i contatti con la tua puttanella,"
    Giada, istruttrice di educazione fisica, fisico di atleta, m.1,80 di altezza,
    giocatrice di palla al volo, era stata sposata con Maurizio Gallo, appassionato di
    moto che, per la sua passione, ci aveva lasciato la vita in un incidente di gara.
    Non si era risposata, aveva tanti ‘ronzoni’ ma era di gusti difficili.
    A questo punto aveva ritenuto opportuno conoscere la ‘puttanella’ ed i suoi genitori.
    Edoardo Caruso, ricco rappresentante di case automobilistiche , ‘tombeur des femmes’ e sua moglie Ambra, bella, di classe, frequentatrice dì negozi di lusso e di case di bellezza, senza figli, più sensibile  alla bellezza femminile che a quella maschile.
    Edoardo ad Alessandro: "Vorrei conoscere tua madre, noi passiamo il week end nella nostra villa sul lago di Como, vi manderò a prendere dal mio autista."
    Naturalmente Edoardo prese subito a corteggiare vistosamente Giada:
    "Diamoci del tu; come fa una sventola come te a rimanere sola; non ti preoccupare,
    mia moglie non è gelosa; io ho un pied a térre a Milano vicino al mio ufficio."
    "Mammina sei nel mirino del padre di Irene.”
    "Può fischiare al pappagallo, non gliela mollo neanche se fosse l'unico uomo al
    mondo, non sopporto i presuntuosi e poi sono la tua amante!"
    Edoardo era il classico tipo che, se non può ad ottenere qualcosa, si incaponisce
    finché non riesce nel suo intento, sempre che ci riesca, nel caso di Giada per ora
    andava in bianco,
    "Mammina mollagliela, chissà che regalone ti farà."
    "Il regalone me lo farà proprio se non gliela mollo e poi, sinceramente, non amo i
    presuntuosi, mi piace essere corteggiata con discrezione, anche essere amata, non
    sono una mignotta."
    Alessandro parlava così perché andava alla grande con Irene che finalmente
    apprezzava il suo 'cosone' gigante. Ambra, la ‘suocera’, aveva cominciato a guardare Giada con un certo interesse,
    "Tua madre è un bel pezzo di donna, deve essere stata un'atleta, una bella atleta.”
    "Mammina hai un'estimatrice,"
    “Te ne sei accorto anche tu, pensa mi ha invitata nella villa di Como all’insaputa del
    marito, ci voglio andare per curiosità."
    "Mammina dove sei?"
    "Sull'autostrada per Como, sono in Maserati Ghibli, la sto guidando lo.”
    "Vai piano, mi raccomando!"
    Quella notte Alessandro dormì da solo, mammina era a Como con Ambra, non ce la vedeva quale amante di una lesbica, al ritorno si sarebbe fatto raccontare tutto.
    La sera al rientro:
    "Sono troppo stanca, sei sicuro di voler sapere proprio tutto, non giudicherai male
    mammina..."
    "L'hai detto tu, l'amor filiale è specialissimo, a domani mattina."
    La mattina seguente:
    "Allora: cominciamo con l'arrivo, villa sul lago, motoscafo in darsena, giardino pensile con statue, interni ottocenteschi, particolarità: una scala lunghissima che dal secondo piano arriva al piano terra.
    Sparizione ed apparizione di Ambra in stanza da letto avvolta in una camicia da notte lunga sino ai piedi, rosa, trasparente, un letto circolare, lenzuola color oro.
    Ambra ondeggiando si posiziona sul letto, mi invita con un cenno, lentamente si spoglia, resta nuda, ha un corpo bellissimo, si sdraia, gambe aperte, non è bionda, la mia testa sul suo pube, vuoi essere masturbata con la lingua, riesce a godere due volte, mi bacia in bocca, a lungo, sua testa sul mio pube, lingua sapiente, d'improvviso si stacca, avvenimento imprevisto,presenza del marito, imbarazzo, io:
    “Non mi interessi, vedi d'annattene, tè lo dico alla romana.”
    Risposta:” vento del deserto.” Mio Imbarazzo d'interpretazione, ci arrivo dopo un po’:
    “D’accordo, non posso che essere d'accordo.”
    Su suo cenno sessantanove di noi due donne, pene in erezione, sua immissione dentro i nostri buchini a lungo sino a sera, mio rientro a Milano, son qua!”
    Alessandro:”Particolari sul ‘vento del deserto’ che ti ha fatto cambiare opinione sugli avvenimenti a venire.”
    “Guarda fuori dalla finestra.”
    “Una Maserati Ghibli, una Maserati Ghibli!”
    “Non ti ripetere, la vedo, l’ho guidata da Como sin qua, le chiavi col marchio del ‘Tridente’ sono nella mia borsetta, fine della storia!”
    “Mammina sei stata forte!”
    “Spero che avrai imparato la lezione, nessuna bravura da parte mia, il desiderio nell’uomo (e nella donna) può portarti a scelte irrazionali, tienilo a mente!”
    Da quel momento le ottobrate romane diventarono per Giada e per Alessandro uno sbiadito ricordo, la nebbia milanese un po’ meno spiacevole.
    Come può cambiare una situazione un regalo da ottantamila euro!         

  • 10 aprile alle ore 19:08
    .

    Come comincia: Non è vero che le persone tristi si riconoscono dalla sofferenza che hanno negli occhi...anzi spesso ridono e cercano di stare in compagnia dando forza agli altri...si scusano quando sbagliano...Non è vero che le persone tristi spesso piangono...anzi raramente piangono...piuttosto ti ridono in faccia per non farti sapere che il loro cuore e' a pezzi.Non hanno paura a rimanere sveglie tutta la notte a ripensare e a fissare il soffitto...il giorno dopo alla luce del sole tornano a sorridere...Le persone tristi sono fragili....difficili da capire se stanno sorridendo a te oppure a se' stesse.

  • 10 aprile alle ore 19:07
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    Come comincia: Quando il mondo ti sembra un'assurda farsa, pensa che al mondo c'è chi soffre e anche solo una piccola parola di incoraggiamento può far vedere la luce dove c'è il buio più totale, anche una parola dolce può aiutare chi ha bisogno di una mano tesa. E finché il sole ci sarà, finché il mare brillerà, finché il vento continuerà a soffiare, io ci sarò con la mia mano più tesa del solito ad ancorare quel cuore bisognoso di me.

  • 10 aprile alle ore 19:05
    Io...

    Come comincia: Io sono una persona diversa dalla massa.Io non dipendo da nessuno per la mia felicita',ne' sono qui per soddisfare le aspettative di nessuno,ne' di fare ogni sforzo
    per rendere felici gli altri a costo di mettere a repentaglio la mia felicita'.Non permettero' a nessuno di strapparmi la felicita',ne' saro' vittima di inganni o manipolazioni.Io sono uno spirito libero e spensierato e nessuno puo' disturbarmi emotivamente.Io non invidio nessuno,perche' sono fiduciosa delle mie capacita' e non cerco mai di essere cio' che non sono.Non permettero' a nessuno di modificarmi o plasmarmi a suo piacimento,perche' io ho la mia personalita' e so di essere unica.Io so come reagire e sopravvivere alle mie condizioni.Se cado avro' la possibilita' di tornare piu' forte,perche' sono determinata indipendentemente dalle cattiverie che mi circondano.Possono scoffigere il mio cuore solo con l'amore.Me ne frego di quanto il mondo sia pazzo,me ne frego del caos che mi circonda,io so di valere e so di poter gestire la mia vita splendidamente.