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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • giovedì alle ore 13:34
    2014

    Come comincia:  Non sono perfetta e me ne dispiaccio molto, odio la solitudine, sono sempre in ritardo, non amo le imposizioni, non telefono a nessuno. Non mi piace essere sbagliata e cerco sempre di migliorarmi, sono un enorme caos nei ritardi e nei confronti di chi mi aspetta. Sono molto dura con me stessa. Odio essere ignorata dalla persona che amo, piango se lo fa. Sono timida, mi infastidisco facilmente di alcune persone. Non cerco nulla, lascio che le cose arrivino a me. Non sono perfetta, ma la bellezza delle mie imperfezioni è la parte che più mi interessa e mi appaga.

  • mercoledì alle ore 15:45
    LUCIA LA SVEDESE

    Come comincia: Alberto M. un destino: la Guardia di Finanza. Suo  padre Armando, tifoso delle Fiamme Gialle a cui non  era riuscito ad accedere per l’amputazione di una gamba in seguito ad incidente stradale, era riuscito a far arruolare il primogenito Alfredo all’Accademia non così con il fratello Alberto che, pur di raggiungere lo scopo, aveva fatto domanda per allievo finanziere e nell’ottobre 1954 era stato ammesso alla Legione Allievi di Roma perché, nel frattempo, tutta la famiglia si era trasferita a Jesi (An) per aver Armando vinto un concorso quale direttore della Banca di Credito Anconetana. Così Alberto, iscritto al Distretto Militare di Ancona, si trovò a vivere di nuovo a Roma, dove era nato, con le stellette ma senza ancora le Fiamme che avrebbe ricevuto dopo sei mesi di corso. Ben diversi erano i compiti assegnati agli allievi finanzieri che, oltre alla piazza d’armi ed allo studio delle materie tributarie erano costrettoi a pulire i cessi (o meglio le latrine) alla cui porta d’ingresso, tutto dire, tronava uno scritto (non dico nel centro ma almeno, figli di p...cacate dentro!), a far pulizia nel locali e talvolta in cucina a pelar patate ed altri analoghi piacevoli servizi  che non aveva previsto di dover compiere ma, In fondo, la sua vita era migliore di quella di molti suoi colleghi arruolatisi come dire, per fame, perché provenienti da famiglie indigenti mentre lui veniva foraggiato dal padre meglio dalla madre, ricca di famiglia, con ben 50.000 lire al mese, una pacchia! Alberto nei primi venticinque giorni dall’arruolamento durante i quali non c’era libera uscita, passava il tempo ad ascoltare un suo collega toscano, tale Colbucci, virtuoso di sassofono e con lui anche  Antonio T. suo collega con cui aveva stretto amicizia.  Altri allievi frequentavano in locale messo a disposizione del Cappellano Militare, munito di televisione in bianco e nero, Cappellano dai gusti particolari che non interessavano minimamente  Alberto da sempre eterosessuale. Al ventiseiesimo giorno grande libera uscita per i trecento allievi che, ovviamente pensavano solo ad una cosa… Alberto, circondato da alcuni di essi, li divise fra vari ‘casini’ di Roma (allora la Merlin non aveva ancora rotto i…con la sua assurda legge) riservando per sé e per Antonio il migliore a Piazza di Spagna, un casa di gran lusso e di 500 lire a marchetta che per allora era una bella cifra. Appena entrato ebbe una sorpresa, la maitresse Lalla di Furlè (Forlì) che aveva conosciuto a Jesi gli corse incontro abbracciandolo e: “Nipotino mio che piacere vederti.” Gli avventori in sala un bumm generale che fece arrossire Alberto a cui cadde a terra il cappello.
    “Lalla ti prego sono in divisa!”  “Fottetene di questi quattro froci, si siete  un branco di frocioni, vieni con me al primo piano, ci sono belle signorine.” Alberto ed Antonio si sedettero su un divano in attesa. Effettivamente si presentarono quattro bellezze, Alberto prese la prima che aveva accanto e si recò in camera, dopo circa mezz’ora riapparve soddisfatto nel salottino dove ritrovò Antonio. “Già fatto?” “Vedi non ho soldi sono orfano e…” “A mbecille li potevi chiedere a me, qua 500 lire e vai!” Al ritorno di Antonio discesero le scale, pagarono alla cassa e via a cercare un autobus per rientrare in caserma appena in tempo. Finito il corso, dopo gli esami ci fu il campo estivo a Fiano Romano; scomode dormite in tenda con pagliericcio, esercizi militari come il passo del gattino, del leopardo e amenità del genere. Al rientro dal campo la destinazione finale: Alberto alla Legione di Torino, Compagnia di Domodossola, Antonio a quella di Palermo. Compagnia di Cefalù. Nel frattempo un lutto nella famiglia di Alberto. Suo fratello Alfredo molto amico di Bacco e dei dolciumi, ricoverato in ospedale per un crisi acuta di diabete, era deceduto. Dopo i funerali, cui aveva partecipato anche Antonio, i due amici si aggiornarono con la proprie novità: Alberto aveva sposato Flora L. e Antonio Lucia M. Descrizione delle  consorti: Flora insegnante di ginnastica, castana, media altezza, un bel fisico da atleta, sempre allegra e sorridente, ottimista, anticonformista. Alberto si considerava fortunato, aveva trovato la donna ideale. Antonio piuttosto titubante non riusciva a descrivere in modo completo la moglie: Lucia è figlia di contadini ricchi, suo fratello Calogero insieme  ai genitori e villici alle dipendenze coltivavano  vari terreni di proprietà ed avevano in gestione un Bad and Breakfast, Lucia era molto differente di fisico dai genitori e dal fratello decisamente robusti e non alti e bruni, Lucia era  bionda, un metro e settantacinque, fine nei modi, occhi di un blu profondo, viso da madonna, seno non eccessivo, gambe chilometriche, piedi deliziosi, una modella! I genitori, molto orgogliosi di quella bella figliuola, respingevano gli ovvi pettegolezzi dei paesani richiamandosi a lontani parenti nordici, la verità era che Lucia era stato un cadeau alla signora durante una notte di amore da parte di un bel fusto svedese di passaggio al Bad and Breakfast.  L’avevano iscritta al liceo classico in un collegio femminile condotto da suore ma dopo aver la stessa conseguito il diploma non intesero mandarla all’Università perché la loro figlia si era messa in testa di fare la modella, in un ambiente di perdizione pensavano loro e così Lucia rimaneva giorni interi a vedere la tv o a leggere libri ovviamente rompendosi i cabasisi per dirla alla siciliana. Un giorno conobbe Antonio che era andato al Bad and Breakfast per una verifica fiscale e, pur di togliersi dalla scatole, accettò anche se malvolentieri la sua corte e lo sposò, finalmente lontano da casa sua. Talvolta Lucia guardava suo marito con tristezza: dalla padella alla brace, il marito era decisamente rozzo ma almeno lei, foraggiata dai genitori, riusciva ad avere molta libertà, guidava una Alfa Romeo spyder,  si consolava così. Destino volle che sia Alberto che Antonio vincessero il concorso per allievi sottufficiali presso il Lido di Ostia, era il 1958. Grandi abbracci, studiavano insieme come insieme andavano in libera uscita, ogni tanto riuscivano ad avere un giorno di permesso che passavano la maggior parte del tempo in albergo con la relative consorti che li raggiungevano ad Ostia. Per fortuna il tempo passava veloce, fine del corso, esami, campo estivo a Canazei in Trentino, rientro ad Ostia, cucitura sulla giubba dei gradi di vicebrigadiere, ulteriore fortuna, assegnazione di ambedue alla Legione di Messina, Alberto assegnato al Servizio Informazioni (era anche fotografo), Antonio al Nucleo di Polizia Tributaria per i bei voti ottenuti agli esami. A lui era stato assegnato un alloggio in caserma mentre Alberto aveva acquistato un appartamento in viale dei Tigli, zona Vip. Rimasto unico erede della famiglia M.,Alberto alla morte dei genitori si trovò con un sostanzioso gruzzolo e pensò bene si acquistare una villa sui Monti Peloritani che sovrastavano la città di Messina. La fece rimodernare, prima di tutto con una piscina, al pian terreno un gran salone con televisione e con stereo di ultima generazione oltre ad un tavolo per banchettare e comode poltrone, vicino un'ampia cucina. Al piano superiore tre camere da letto con relativi servizi ed in ultimo una gran terrazza da cui si poteva spaziare con lo sguardo sino alle isole Eolie, un bijou. All’inaugurazione oltre ad Antonio e Lucia furono invitati tutti gli amici ed i superiori ufficiali dei due vicebrigadieri (era sempre bene tenerseli buoni!)Il pranzo fu servito alla grande da due camerieri in divisa prestati per l’occasione da un famoso ristorante di Ganzirri che avevano portato tutte le vivande con un camioncino della ditta. Grande allegria, brindisi a ripetizione, tutti un po’ brilli meno Alberto che voleva tenere sotto controllo la situazione, infine balli scambiandosi le relative consorti,un successone! Spariti gli ospiti, rimasero Alberto, Flora,  Antonio e Lucia. L’Albertone aveva subito apprezzato le ‘doti’ della mancata modella e si era messo in testa di…Ne aveva parlato con Flora che, da buona anticonformista, si era fatta della matte risate: “Brutto zozzone ti vuoi fare la moglie del tuo migliore amico è immorale.” E giù risate a non finire che volevano dire una sola cosa: divertiti. Flora era innamorata folle di Alberto e lasciava correre qualche sua scappatella avendo ormai conosciuto la sua natura. A questo punto ritenne opportuno darli una mano per sbloccare la situazione sia con Lucia che con Antonio, come? Ballando stretto con quest’ultimo sino a condurlo nel suo talamo. Rimasti soli Lucia capì la situazione e divenne seria:”Anche se ho studiato dalle monache non sono così sprovveduta, tua moglie si è portato in camera Antonio e tu?" “Dipende da te, inutile dirti che ho apprezzato sin da subito il tuo stile, la signorilità con cui tratti le persone, il tuo fisico e soprattutto la tua intelligenza, sei una donna fuori del comune, mi domando…” “Ti domandi perché ho sposato Antonio, dovevo allontanarmi ad ogni costo dall’ambiente retrivo di casa mia. Ti dico che in campo sessuale sono un disastro, Antonio dice che sono frigida e poi dinanzi a te mi vergogno, non voglio fare la vergine dai candidi manti ma…” “Lascia stare Stecchetti, vedo che dalle monache non leggevi solo libri ‘castigati.” “Ho una pessima esperienza in fatto di sesso,ero vergine e la prima volta Antonio mi ha fatto molto male, in seguito non ha apprezzato le sue goffe avances…” “Ti chiedo solo di rilassarti,lascerò acceso solo un abatjour.” E prese a baciarla in bocca, per poi passare sulle deliziose piccole tettine ed infine sulla madre di tutte le godurie. Lucia aveva un clitoride pronunciato, molto sensibile e cominciò a godere a ripetizione e quando Alberto la penetrò dolcemente ebbe come delle convulsioni, tremava tutta, Alberto ebbe  paura che si sentisse male, ma quale male, dopo un po’ Lucia prese a baciarlo follemente, sei un dio mi hai distrutta!” “Vedi Antonio prima di te ha avuto contatti solo con puttane professioniste e quindi non conosce affatto il corpo femminile, non so che consigliarti, quando vuoi sono a disposizione (bravo il furbetto!), intanto prova a sgrezzare il consorte. La mattina dopo tutti assonnati dinanzi ad una ricca colazione preparata magistralmente da Flora per recuperare le forze. Lascio alla fantasia dei lettori il finale di questa storia vera a secondo della propria mentalità, ognuno troverà una soluzione per questo wife swapping. Non sapete che vuol dire? Gnurants consultate il vocabolario di inglese!
     

  • domenica alle ore 9:06
    Giruzzo Poppella 'O Mastre 'e feste

    Come comincia: Vico Tronari e vico Carrette alla Sanità, sono due budelli mozzi, che si arrendono ad una montagna di tufo, che sorregge la Reggia di Capodimonte. L'enorme e tetra cava, che fa da limite, sembra una bocca in attesa di divorare persone, cose e sentimenti. Tronari, i minatori del '700, fabbricatori di tuoni e di massi di tufo, utili alla costruzione; alle carrette, poi, era affidato il compito del trasporto sino alla Reggia. Oggi, il luogo è abitazione di disperati. Poco dopo l'alba, i furgoni della Polizia Penitenziaria scaricano assonnati reclusi in tuta, destinati al domiciliare diurno tra i loro famigliari. A passarci, si prova un imbarazzo tutto particolare, un brivido persistene alla schiena, mentre, intorno, sguardi si chiedono e ti seguono, senza lasciarti. Enzuccio Poppella fu uno dei miei primi pazienti della mutua. Arrivai, a vico Tronari, una mattina d'inverno, tra pioggia e vento gelido. Il vico era deserto, senza suoni, fuorchè quelli degli elementi. La vetrata del basso, opaca di brina, sembrò invitarmi a essere spinta con una mano per poter entrare. Accompagnai il gesto con un autorevole e quasi gridato: “Poppella?” Che voleva essere l'annunzio del mio arrivo. Appena schiusi la porta, m'investì un'ondata di palloncini colorati in fuga. Me li trovai sul volto, pronti a superarmi, per alzarsi nel cielo. Il mio stupore fu infranto da un urlo maschile, imperioso: “Chiudite, chiudite...” Cosa che feci appena entrato. Il basso classico, un lettone, un comò, un lettino. L'intravedere di un cucinino e una tazza di cesso, appena celata da una tenda. La luce veniva dall'altarino illuminato di S.Vincenzo. Lo spazio, che mi si offriva, era occupato da un centinaio di palloncini colorati fluttuanti liberamente. Bolle di sapone silenziose. Tra queste si poteva intravedere o intuire, sotto un cumulo di coperte, la moglie Titina, e Inetta, la figlia dodicenne. Giruzzo, un ragazzone di un grasso trabordante, primeggiava in maglietta e mutande, seduto sulla sponda del letto, affianco ad una enorme bombola d'ossigeno, che dichiarava la sua provenienza illecita, dalla vistosa scritta, Ospedale S.Gennaro dei Poveri. Il tocco ritmato ed esperto, con cui apriva e chiudeva la valvola, gonfiando palloncini, che, chiusi all'imboccatura, con un gioco di sole due dita, prendevano il volo, liberamente, nella stanza, mi rapì lo sguardo. -”Scusate, ma domani ci sta 'na festa importante in piazza. Esce il Santo e devo farne più di cento, in un solo mazzo, da liberare al momento. Non mi conoscete ancora dottò, io so 'o mastre 'e feste a Sanità.” Fu una visita medica laboriosa, ma indimenticabile, alle tonsille della piccola Inetta. Con una mano dovevo lottare con i palloncini, che si frapponevano tra me e Inetta. Lei, tra l'altro, sembrava saper convivere con questa situazione per me insolita. Aveva un gesto elegante della mano nell'allontanare i palloncini tra me e lei. A visita terminata, vennni fatto uscire con cura, stringendomi tra una fessura della porta vetrata. Nessun palloncino uscì con me! Trascorse la festa del santo e il giorno dopo, sentii una certa animosità tra i suoni della sala d'aspetto, che mi giungevano, mentre visitavo. Sono oramai abituato a decifrare sposalizi, nascite, morti e ammazzati dal tono delle voci. Ma qualche risatina trattenuta, alleggerì i miei timori. Tra un crescendo di voci, si aprì la porta e apparve, Giruzzo Poppella! Un volto arrossato, vivido, lucido. Avesse corso? Sudore? Ma quel rossore eccessivo, violaceo. Ora l'occhio si fermava su tracce grasse di una pomata gialla sulla pelle del volto, fino a macchiare la bianca camicia. I capelli erano resti di cespuglietti confusi, così come le sopracciglia e le ciglia, reliquie. La mimica di Giruzzo era di una tristezza clawnesca. -”Poppella ?- gridai, essendo giunto, da solo, all'intuizione decisiva.

    -“Sì , dottò, ieri mi si so appicciati tutti i palloncini in piazza, all'uscita del Santo.”-

  • 11 agosto alle ore 12:23
    2012

    Come comincia: La persona DAVVERO SPECIALE è quella che non sa di esserlo… che fa ogni cosa mettendoci il cuore.. che non dà per ricevere, ma per il solo piacere di vederti sorridere.. che gioisce con te per i tuoi successi e ti asciuga quelle lacrime che nessun’altro vede… è una PERLA…e come tale è rara e preziosa! Se la incontri…abbine cura e tienitela stretta.

  • 11 agosto alle ore 12:11
    2012

    Come comincia: Gli arroganti cercano sempre di schiacciare la parte buona che c’è in noi. Si vantano di possedere qualità che non hanno, di essere grandiosi in tutto, ma non hanno capito che prima di tutto chi lo è non lo dice , lo dimostra e sono gli altri a farglielo notare. Chi si loda si imbroda . Ricordatevelo!

  • 11 agosto alle ore 12:10
    2012

    Come comincia: Vuoi sapere cosa devi fare per vivere la vita al massimo ed essere felice? Devi svegliarti la mattina senza lamentarti. Devi sapere che meriti di sorridere.Devi sapere che stai facendo la cosa giusta, non importa cosa. Devi fare cio’ che vuoi senza guardare quanto sia stupido farlo. Si tratta di essere te stesso/a, perchè nessuno può dirti che quello che stai facendo è sbagliato.

  • 11 agosto alle ore 12:09
    2012

    Come comincia: Voglio ringraziare tutte quelle persone che in un modo o nell’altro hanno colorato la mia vita, a chi è rimasto per poco tempo , ma ha reso indimenticabili certi momenti, a chi mi ha fatto piangere, a chi mi ha fatto star male perchè mi ha recato dispiaceri e delusioni. Voglio dire grazie anche a chi mi ha fatto star bene e mi ha regalato sorrisi, a chi c’è sempre stato e ci sarà ancora per me perchè mi stima per come sono. Si è grazie a voi se oggi sono una persona sicura.

  • 11 agosto alle ore 12:08
    2012

    Come comincia: Le persone più si proclamano oneste e più sono scorrette, più si dipingono sincere e più dimostrano solo falsità. Poi c'è quella categoria di persone che parlano molto e non concludono niente, molti si dichiarano amici, ma solo a parole e a nessuno importa dei tuoi problemi. In questo mondo di chiacchiere bisogna farsi furbi, ricordatevi che nessuno vi regala niente per niente!

  • 11 agosto alle ore 12:07
    2012

    Come comincia: Non è colpa tua se sei il pensiero principale di quei poveri mediocri, perdenti e falliti, la colpa è del tuo saper fare, delle scelte che hai fatto e delle tue capacità. Loro continuassero a seminare merda, tu procedi verso la strada della realizzazione !

  • 11 agosto alle ore 12:06
    2012

    Come comincia: A chi mi ha tradito, a chi mi fatto piangere, a chi mi ha ferito voglio dire Grazie, perchè ciò che sono oggi lo devo a voi infami. Sono fiera di me, quindi se credevate di potermi distruggere e mettermi in un angolino vi siete sbagliati,i vostri piani andranno sempre in fumo. Anzi,colgo l'occasione per ringraziarvi anche per avermi fatto aprire gli occhi, ed è sempre grazie a voi se oggi sono diventata piu' forte che mai!

  • 11 agosto alle ore 11:49
    2012

    Come comincia: Chi dice che valgo zero non solo mi dedica attenzioni per ore e ore e intere giornate, ma mi fa capire che non è colpa mia se sono diventata/o il centro della vita di chi mi invidia. Si nota chiaramente che quando il culo brucia e la bocca sparla è perchè vedono in me pregi che loro non possiederanno mai.

  • 10 agosto alle ore 22:27
    OCCHIO PER OCCHIO, MANO PER MANO

    Come comincia: Luca era mio, ora sta con Tamara.
    Lo voglio, mi vuole, però non deve avermi.
    Giovedì, tre del mattino.
    Sono sveglia come un grillo e il cervello, affamato di sonno, proietta densi spettri nel buio fitto che avvolge la stanza.
    Tamara, la ragazza che vive al piano di sopra, è rientrata incespicando, sfatta e ridacchiante, poco dopo la mezzanotte insieme a Luca, il suo ragazzo: da allora non sono più riuscita a chiudere occhio.
    L’anno scorso abbiamo frequentato lo stesso corso di Etica e le ho fatto ottenere un voto eccellente, ma ora- sarà il senso di colpa, sarà l’imbarazzo, saranno entrambe le cose quasi non riesce a guardarmi negli occhi.
    Però ho sentito mentre amoreggiavano.
    Alle cinque rinuncio definitivamente all’idea di dormire. Mi infilo un pullover e mi muovo in punta di piedi verso la cucina, che è in comune. Mi appollaio sul davanzale e guardo la città davanti a me. Una fioca luna sembra vigilare sui palazzi del quartiere. Poi nella calma assoluta dell’alba, un cane emette un grido. 
    Un attimo dopo sento lo strisciare di pantofole nel corridoio, la porta si apre e un fascio di luce mi acceca. "Spegnila", sibilo. 

    E’ Luca. Si scusa e spegne immediatamente la luce. Ammorbidisco il tono. "Non riesco a dormire", dico.
    Si versa un bicchiere d’acqua e si siede sul davanzale di fianco a me. E’ in boxer."Nemmeno io" risponde a bassa voce. Il suo torso di ragazzo mi attira, e la linea di peluria che prosegue oltre l’elastico dei boxer mi eccita all’istante. E’ bello Luca: grosse labbra screpolate, capelli nero vinile, e una carnagione bianca farinosa. Al punto che viene quasi voglia di soffiarla via.
    Si sistema dall’altro lato del davanzale. Il cane guaisce di nuovo, in lontananza.
    "La prima volta che l’ho sentito ho pensato che stessero uccidendo un bambino" dice.
    Sbuffo sentendolo pronunciare quelle parole: "la settimana scorsa, là fuori è stata stuprata una donna. I residenti hanno ignorato le sue grida d’aiuto, pensavano fosse un cane".
    Luca guarda in basso e fissa la piazza vuota, gli occhi grandi da bambino piccolo. 
    Devo fare uno sforzo per non allungarmi verso di lui e togliere con una carezza quell’inquietudine dal viso. Accavallando le gambe per crearmi una base d’appoggio, lascio che il pullover scenda lentamente verso il basso facendo intravvedere il mio corpo. Il pensiero che Luca possa guardarmi, odorarmi, allungare una mano e toccarmi mi scatena piccole scariche d’eccitazione. Accendo una sigaretta, tengo la punta verso l’alto e da sopra quel luccichio lo osservo, me lo gusto. Appoggiandomi al muro, raccolgo le ginocchia al petto. Mentre gli passa il fumo si sforza di mantenere il contatto visivo, di guardarmi negli occhi, ma non resiste e lo sguardo scivola in basso verso quel triangolo scintillante nell’annacquata luce della luna. Mi accorgo che cambia posizione, il petto si gonfia, si contrae e riesco quasi a sentire il battito del suo cuore.
    Restiamo seduti in quel silenzio carico di tensione, senza dire una parola, quindi lascio cadere le gambe per attirare il suo sguardo. Fissa a lungo e in modo ostinato combattendo con la coscienza.
    "Devo andare" dice serio e se ne va.Più tardi sobbalzo nel sonno, quando Tamara sbatte la porta uscendo per la lezione del mattino.
    Resto in ascolto: sento Luca annaspare fino al bagno, poi tornare a gettarsi pesantemente sul letto, infine il lieve oscillare del materasso. Salgo nella stanza di Tamara. Busso una sola volta ed entro. 
    Con un gesto repentino, furtivo, si alza fino a sedersi.
    Non dico una parola, mi limito ad avvicinarmi e scivolo sotto il rifugio offerto dalle coperte.
    "Non posso farlo", dice. "Lo voglio, ma…". 
    Mi tolgo il pullover."Non ti preoccupare,cerco solo un po’ di compagnia. Non dobbiamo nemmeno toccarci". Mi sdraio di nuovo e con un gesto gli indico di fare lo stesso.
    Spalla a spalla ci masturbiamo come due adolescenti a occhi spalancati.
    Luca geme fuori di sé, cerca di trattenersi per non venire rallentando il ritmo mentre accellero per mettermi pari. Raggiungiamo l’orgasmo assieme, i nostri corpi si contraggono verso l’alto e di lato, le anche si sfregano l’una contro l’altra, gli spasmi continuano anche dopo l’abbandono finale.
    Mi sollevo mentre lui mi guarda con occhi imploranti, desideroso di possedermi decentemente – ancora, ancora. indica il suo corpo che si solleva in modo regale.
    Una parte di me vorrebbe accondiscendere al bisogno espresso dal suo sguardo, un’altra e ancora affamata, non appagata, desidera essere soddisfatta.
    Ma sono già in ritardo per la lezione.
    Mi infilo il pullover ed esco dalla stanza.

  • 08 agosto alle ore 16:46
    Respiro profondamente.

    Come comincia: Il riposo non è inutilità, sedersi talvolta sull'erba
    In una giornata estiva ascoltando il mormorio dell'acqua,
    O guardando le nuvole che galleggiano attraverso il cielo,
    È forse un spreco di tempo?
     
    Le piccole perline di condensa sul piatto d'argento della torta gelato.
    I segni incisi su cosce nude dalle sedie di vimini all'aperto.
    Il metronomo sonnolento che vortica dal ventilatore a soffitto e la frescura del condizionatore.
    I raggi del sole che sembrano fiamme appena coperte dalle tende che rende il brillare di arancione in un breve secondo prima di rilasciarlo alla notte.
    Il cane pigro dorme con la testa in grembo.
    Le felci del portico.
    Ie ortensie blu.
    L'odore di mais fresco sulla griglia.
    La sensazione di una notte ancora calda.
    Lo schiaffo della vecchia porta schermata.
    Sabbia.
    Rose.
    Anguria.
    Estate.

    È una tale ironia che l'ora in cui celebriamo l'arrivo dell'estate è l'ora in cui iniziano il viaggio in inverno. I giorni si limitano da qui. A un tratto, questi pomeriggi estivi così amati hanno i loro secondi baciati dal sole, rasati dal tempo, ognuno crescendo più brevemente, infinitesimilmente, appena notato, finché non solleviamo i nostri volti a un cambiamento del vento e un incantesimo che trasforma l'acero Verdi a ruggine e margherita gialle all'oro. Di tutte le stagioni, l'estate sembra effimera. Come le meravigliose memorie di spiaggia che facciamo in questo momento, i bordi di ogni giorno d'estate si sente morbidamente sfocata, come le vecchie fotografie così tante di loro sono destinate a diventare.
    Quindi chiudo gli occhi. Respiro profondamente.
    E amore ogni giorno d'estate.

  • 07 agosto alle ore 10:14
    Amiche

    Come comincia: Linda guardava il paesaggio attraverso il finestrino del taxi. Tanta campagna, verde e lussureggiante. Pensò che però d’inverno doveva essere molto triste, almeno lo sarebbe stato per lei, ma forse per Loredana no. Non si vedevano da molti anni e lei si sentiva inquieta e impaziente allo stesso tempo. Il suo sguardo divorava la strada, quanto aveva desiderato questo incontro! Ma non era stato facile rintracciare Loredana. Quando finalmente si erano sentite per telefono lei aveva capito che il tempo non era trascorso, la loro amicizia era lì, viva e consapevole come sempre. Un discorso mai veramente interrotto, che aveva solo usufruito di una pausa lunga trenta anni ed era ripreso subito, come se il tempo non fosse passato e loro due fossero ancora ventenni, anzi lei ventenne, e Loredana più vecchia di quindici anni. La differenza d’età non aveva impedito il nascere di una grande amicizia, di un affetto profondo, poi la vita aveva dettato le sue regole ed ognuna aveva proseguito per la sua strada. Linda riconobbe subito la casa perché Loredana gliela aveva descritta minuziosamente. Sorrise e pensò che non avrebbe potuto essere diversa da così quella casa. Tanto verde intorno, il patio, il dondolo, un roseto, una panchina di legno e ferro battuto. Loredana la chiamava la panchina del pensiero. Lei si sedeva lì a pensare, a ricordare, molto spesso a commuoversi. Congedato il taxi, Linda premette il pulsante del campanello e rimase subito affascinata dal suono: una leggera, sottile armonia di campanelle molto incisiva ma che non disturbava per nulla l’udito. Un cane scodinzolante e accogliente si presentò dietro al cancelletto, e subito dopo Loredana apparve nel patio. Istintivamente allargò le braccia mentre andava verso Linda, e l’abbraccio fra le due amiche fu lungo e pieno d’affetto. Quando Linda entrò nella piccola cucina si sedette sulla sedia di formica e appoggiò le braccia sul tavolo di formica, mentre dall’altra parte del tavolo Loredana faceva la stessa cosa. Loro erano abituate così, la cucina era il luogo aggregante, il luogo delle confidenze. Prima di parlare si guardarono a lungo, con tenerezza. Avevano condiviso davvero tanto ed entrambe lo sapevano. Nei loro occhi però era rimasto quel giorno, quel particolare giorno, quell’11 settembre 1986. Loredana aspettava un bambino ed aveva appena completato il secondo mese di gravidanza. Si sentiva male e avvertiva la necessità di andare in bagno, non sapeva perché, non capiva ciò che stava accadendo, ma d’istinto nel bagno anziché sedersi sul wc si era seduta sul bidet e lì, in preda ad una grande sofferenza, aveva visto materializzarsi quel poco che c’era, quel poco che avrebbe dovuto diventare il suo bambino. Disperatamente aveva chiamato Linda, che per fortuna era lì, fra i singhiozzi avevano raccolto quel poco residuo di una futura vita e messo in un vasetto di vetro. Il dolore, l’angoscia, non sembrava altro che un grosso grumo di sangue, di cellule, ma quello era il bambino, il bambino di Loredana che non sarebbe mai nato. E poi la corsa in auto dal medico attraverso la città...
    Adesso nei loro sguardi c’era quel momento, e il “come stai?” di Linda, chiedeva di quel terribile giorno, chiedeva di tutti gli anni dopo, di tutti gli anniversari, di tutti gli 11 settembre, così tanti! Quando Loredana pensava: oggi avrebbe 20 anni, oggi 22, oggi 30, chissà come sarebbe! Chissà come sarebbero i suoi occhi, le sue labbra, chissà cosa penserebbe! Linda prese le mani di Loredana abbandonate sul tavolo e le strinse, e le strinse forte. Entrambe avevano gli occhi pieni di lacrime. Linda sentì la necessità di stringere al petto l’amica e accarezzarle i capelli. E si accorse che stava pensando ciò che l’amica le stava sussurrando fra le lacrime:
    -Sai Linda, un bambino mai nato rimane con te tutta la vita.

  • 04 agosto alle ore 2:33
    Il raccolto

    Come comincia: Alzandosi di buon ora, come ogni dì, il seminatore uscì per compiere il suo operato.
    Intento alla semina, con lena e vigore, sparse i semi in svariati punti del suo podere; distrattamente alcuni semini caddero sul muretto adiacente l’aia.

    A sera inoltrata, mentre il contadino riposava, stanco per l’intensa giornata lavorativa, alcuni vandali si introdussero di soqquatto nel podere, e, per sfregio appiccarono il fuoco al campo del seminatore e si diedero subito alla fuga.

    Verso notte fonda cominciò poi a piovere forte e il campo in fiamme venne invaso da tantissima acqua scrosciante, che spense del tutto le fiamme.

    L’indomani, di buon ora il contadino si alzò al canto del gallo e con suo immenso stupore vide ettari di steppa arsi, successivamente spenti dalla pioggia intensa della nottata.

    Disperato per l’accaduto, cercò di racimolare i semi rimasti, ma, ispezionando con lo sguardo il terreno si accorse a malincuore che i pochi semi residui erano andati a male bruciacchiandosi per il forte calore emanato dall’infame vampa. Fortunatamente, gli unici semi precedentemente rimasti sul muricciolo, scorti all’improvviso vennero accuratamente colti dal seminatore, il quale li controllò singolarmente con pazienza e diligenza da certosino.

    Contento, decise di aspettare qualche altro mese per seminare nuovamente il campo.

    Purtroppo, lo sfortunato contadino di lì a poco si ammalò, contagiato da un virus che aleggiava in quel periodo nella sua contea.
    Pieno di sconforto, decise quindi di abbandonare il lavoro e i progetti rurali.

    Come se non bastasse, i semini precedentemente scampati al rogo vennero divorati da alcune fameliche locuste in migrazione verso paesi più caldi, le quali entrando da uno spiraglio lasciato aperto per sbaglio dal contadino, si intrufolarono così nel magazzino dove giacevano i semini superstiti.

    Irato, e al contempo demoralizzato, il povero fattore non avendo né amici con cui aprirsi, né alcun appoggio materiale o morale, all’apice dell’esasperazione e al culmine dello sconforto, decise tristemente di togliersi la vita, che Dio gratuitamente gli aveva donato.

    Preso ormai dal panico e dall’afflizione, irruppe dunque con risolutezza e veemenza in cantina.
    Preso un cappio, decise di farla finita con quell’esistenza scellerata e sventurata.
    Si recò lestamente alla più vicina quercia dove avrebbe consumato il gesto letale.

    Miracolosamente, mentre ormai era deciso sulla sua sorte, con un colpo d’occhio scorse su di un ramo della quercia un qualcosa, un oggetto che lo avrebbe distolto dal gesto folle.
    Quell'oggetto, era una splendida Corona del Rosario, il cui legno simile al tronco rimembrò al seminatore il colore del suo podere, e, i grani stessi del Rosario vennero da lui associati mentalmente ai semini.
    Pazzo di gioia, il contadino afferrò la fortuita Corona, e baciandola cominciò a lodare, ringraziare Dio per quel dono che indubbiamente veniva dal Cielo.

    Sgranando ogni singolo grano del Rosario, cadde in profonda e ardente preghiera. Iniziò una meticolosa, spontanea contemplazione della sua vita passata, piena di rimorsi, ipocrisie, omissioni, odi e profondi rancori.

    Piangendo con contrizione e dolore, rendendosi conto che aveva sfiorato la morte col suo insensato gesto, decise che da quel momento in poi avrebbe rivoluzionato la sua vita.
    Difatti, l’indomani, a mente serena scelse di recarsi in chiesa.

    Dopo aver assistito alla celebrazione, e dopo aver fatto un attento esame di coscienza, decise di confessarsi.Si sentì ritemprato, finalmente libero, e, il Signore in breve tempo gli fece percepire nell’animo la sua nuova vocazione.
    Infatti, da quel momento in poi non sarebbe stato solo un semplice seminatore, ma anche un operaio celeste mandato da Dio a testimoniare la propria conversione e il suo miracolo personale ai fratelli, spargendo così nei solchi palpitanti dei loro cuori la Grazia che viene dall’Alto, con semi che sarebbero poi germogliati per chi li avrebbe accolti, in frutti d’Amore e Salvezza.

  • 04 agosto alle ore 1:56
    Il killer del chicco nero

    Come comincia: Ore 7:30
    L'aroma inconfondibile che proveniva dalla cucina, svegliò il detective Cromwell, che destandosi, si diresse celermente verso la fonte di quel profumo unico ed inebriante.
    Entrando in cucina il detective venne accolto dalla moglie e dal suo unico figlio, Scott, il quale era intento ad assaporare la sua tazzona di caffelatte.

    La signora Cromwell servì al marito il caffè ancora caldo, mentre il piccolo Scott osservava beato in Tv le movenze del suo idolo, Jack Morel, il quale si stava esibendo in scatenati passi di stepping al ritmo delle hit più quotate dell'ultimo decennio.

    <<Scott! Scott! Sei sordo per caso? Non senti che la Tv ha un volume troppo alto? Abbassalo, o stacco io stessa la spina!>> esordì Martha.
    <<Cara, non fa niente! A me non dà fastidio la Tv; non rimproverare nostro figlio Scott in quel modo!>> disse il detective.
    <<Ma, caro, dobbiamo insegnargli le buone maniere, o no? Io dico di sì, David!>> ribattè la moglie.
    <<Ok...Ok! Non adirarti mamma, rimedio subito!>> esclamò il piccolo Scott, il quale, obbediente decise di spegnere la televisione per prepararsi ad andare alla gita organizzata dalla scuola che frequentava.
    L'istituto, aveva prescelto come meta domenicale una rinomata piantagione di caffè.

    David e Martha si scambiarono uno sguardo fugace, e, il piccolo Scott con il sorriso stampato in volto, corse su per le scale diretto alla sua stanzetta, dove cominciò lesto a preparare lo zainetto per la gita scolastica.

    David decise di accompagnare personalmente il figlio alla vicina fermata dello scuolabus, ed entrambi salutarono affettuosamente Martha, che era occupata a rassettare la camera da letto.

    Ore 8:15
    Lo scuolabus di Scott riparte, mentre David manda saluti al figlioletto, che dal finestrino ricambia calorosamente il saluto, e gioioso si unisce alle discussioni dei suoi compagnetti.

    David prima di tornare a casa, passa dall'edicolante di fiducia, il buon vecchio Joe, per acquistare la sua copia del quotidiano locale.

    In prima pagina, accompagnato da titoloni e foto, David nota subito un articolo interessante e al tempo stesso raccapricciante:
    "Misteriosi omicidi, casi irrisolti. Il killer del chicco nero colpisce ancora".

    Da buon detective, David cerca di tracciare mentalmente un possibile profilo dell'insolito killer, ma si rende conto di non avere molte informazioni al riguardo se non delle foto in bianco e nero, e poche righe stampate sul quotidiano. Decide quindi di abbandonare momentaneamente la sua breve analisi.

    Ore 9:00
    Martha e il marito sono a Messa, ma, David è pensieroso, non riesce a partecipare spiritualmente al solenne rito domenicale.
    Ripensa ossessivamente alle due foto delle vittime viste sul quotidiano, al loro squallido assassinio; entrambi deturpati in viso, con un chicco nero al centro della fronte, un chicco di caffè.

    Martha si accorge dello stato di disagio del marito, ma decide di non disturbarlo per il momento.

    Ore 11:00
    I due coniugi sono adesso a casa.
    David, sulla poltrona, con gli occhi strabuzzati e la mente altrove; Martha intenta a preparare il pranzo.

    Martha, aspettando il momento opportuno, decide quindi di chiedere al marito il perché di quel suo stato di assenza e stranezza, e, con la scusa di dare un'occhiata al quotidiano ancora tra le mani del consorte, nota inebetita le foto in prima pagina, e caccia un urlo agghiacciante.
    David balza in aria, come destatosi da un coma. Guarda il volto terrorizzato della moglie.
    Martha, dal canto suo, cerca di darsi un controllo, ma la paura è palese, e il marito per tranquillizzarla la stringe a sé con dolcezza, le bacia le gote, pallide per lo spavento.

    Ore 13:00
    La gita domenicale di Scott si svolge tranquilla, tra giochi di gruppo, cori, cenni sulla coltura e lavorazione del caffè, che gli insegnanti illustrano con maestria ai giovani.

    Intanto, tra le verdi macchie, una figura misteriosa si nasconde camaleonticamente, spia le mosse dei bimbi in festa e dei rispettivi insegnanti.
    Il malintenzionato indossa astutamente una tuta mimetica, che lo cela perfettamente in quell'habitat.
    Attende paziente il momento più idoneo per agire e uscire così allo scoperto.

    Ore 13:40
    Un manipolo di contadini, è dedito alla paziente e certosina raccolta di caffè in un'immensa piantagione, a circa un miglio di distanza dal possibile killer e delle sue probabili vittime, le quali, all'insaputa del pericolo in agguato ascoltano con attenzione gli insegnamenti sui metodi di lavorazione della pianta del caffè in quella regione soleggiante e rurale, dove il "culto" per il caffè è un consolidato stile di vita, che permette ai contadini di guadagnare dignitosamente, senza più vivere di espedienti.

    Ore 14:10
    Il silenzioso killer, ben camuffato, nota che il piccolo Scott si è allontanato dal gruppo, mentre il resto della scolaresca gioca ancora a nascondino.

    Il piccolo, si trova a pochi metri dal killer, ignaro del pericolo incombente.

    Con passo felpato, il killer si avvicina rapido alla vittima, e, senza fare il minimo rumore rapisce il bambino serrandogli la bocca, e, trattenendolo con forza corre via portandolo con sé.

    Ore 14:30
    David e Martha intanto sorseggiano dopo il pasto un rigenerante e fumante caffè.

    Il detective si accende una sigaretta, e, ormai rasserenatosi, scruta nuovamente la prima pagina del quotidiano.

    <<David, a che ora andrai a prendere nostro figlio?>> dice Martha.
    <<Non preoccuparti cara, gli insegnanti hanno comunicato che il rientro dalla gita è previsto per le 18:00>> risponde David.

    Ore 15:10
    i contadini intanto si riposano dal lavoro nella piantagione, concedendosi una meritata pausa.

    Jimmy, uno di loro, esclama:
    <<Ragazzi, è trascorso appena un mese da quando lavoro con voi, e già siete per me come una seconda famiglia! Amo questo impiego!
    Ho deciso di festeggiare questo mio primo mese di lavoro; siete tutti invitati a casa mia per sorseggiare un caldo cappuccino preparato da mia moglie, che è anche un'ottima cuoca!>>.

    <<Wow! Jimmy ci invita tutti da lui!
    Ragazzi, andiamo a fare gli onori di casa!>> dice Donald rivolgendosi agli altri compagni di lavoro.

    Ore 16:20
    Scott si ritrova bendato, con la bocca coperta, legato ad una seggiola.

    Sente dei rumori non precisati.

    Annusando l'aria, crede di capire in che posto si trovi: una fabbrica di caffè.

    L'odore forte che permea l'aria lo desta dal torpore, ma, il piccolo imbavagliato, non può fare la minima mossa falsa o attirerebbe l'attenzione del suo non ancora identificato rapitore.

    Il killer misterioso intanto si bea tra i macchinari del "suo piccolo regno", e macina sapientemente del buon caffè tostato.

    Ore 16:40
    Donald e gli altri contadini, dopo aver assaporato le prelibatezze della moglie di Jimmy, elogiano la donna per la sua cucina, cominciano quindi ad intonare un ritornello in onore di Jimmy e del suo primo mese lavorativo con loro.

    Passato un po' di tempo, tutti i lavoranti si dirigono nuovamente verso la piantagione e tornano al proprio operato, tra canti e letizia.

    <<Jimmy!>>, esclama Donald <<Non ti ho ancora portato alla fabbrica abbandonata!
    Si trova a poche miglia da qui; è un vero peccato che il proprietario abbia chiuso i battenti. Ma, avrei una mezza idea!
    Potremmo riaprirla e allestirla a nuovo, noi stessi! Credo che ci siano buone possibilità di farla rifiorire come ai vecchi fasti!>>.

    <<Beh! È un'idea da prendere in considerazione, Donald! Intanto portami lì, sono curioso di vedere questa fabbrica!>> risponde Jimmy.

    Ore 17:30
    <<David, credo che tra un po' dovresti cominciare ad andare per prendere nostro figlio. E' quasi l'ora del rientro!>> dice Martha.

    <<Sì, stavo giusto per prepararmi ad andare, cara. Allora a dopo, ciao amore!>> esclama David, e bacia con passione la moglie.

    Ore 18:00
    David è alla fermata dello scuolabus.

    Il pullmino arriva, e David vede con sorpresa che suo figlio non è tra i presenti.

    Uno degli insegnanti accorre verso lui, e gli dice: <<Signor Cromwell sono mortificato! L'abbiamo cercato per ore, in lungo e in largo! Oh, Dio mio, che disastro! Scott, il piccolo Scott, abbiamo perso le sue tracce! Giocavano a nascondino, ma poi si è fatto tardi..e lui è...e lui è..svanito nel nulla! Signor Cromwell, non so come possa essere accaduto!>>.
    <<Co-come!? Io vi lascio il mio bambino, e voi...! Ma come avete po-potuto!?>>
    urla furioso David.

    Ma, David, non si vuole dare per vinto.

    Dopo aver imprecato verso gli insegnanti e la scolaresca, si precipita verso il luogo della scomparsa, rubando agli occhi di tutti il pullmino della scuola, ormai vuoto.

    Una volta giunto nella piantagione, corre per ore a perdifiato gemendo, urlando il nome del suo piccolo, ma, niente.
    Nessun segno, nessuna pista da seguire per il detective.

    Ore 18:15
    Jimmy e Donald giungono alla vecchia fabbrica.

    Intanto Scott ode in lontananza dei vocii e uno scricchiolio; è la porta del fabbricato che si spalanca, e i due contadini si accingono a varcarne la soglia.

    Il killer accortosi di nuovi "ospiti" nel "suo regno", afferra di peso il bambino ancora attaccato alla sedia, e lo scaraventa nel ripostiglio.
    Dopo ciò, con nonchalance va ad accogliere i suoi due nuovi "ospiti", e, con fare dannatamente cordiale e falso, li riceve come due vecchi conoscenti.

    Li fa accomodare nella "sua" magione, mostrandogli orgoglioso quanto egli si prodighi per reggere da solo il fabbricato ormai in disuso.

    I contadini entusiasti e stupiti, ascoltano con estrema sollecitudine l'uomo, ignari di chi costui sia veramente.

    Donald si allontana un attimo, e stranito sente dei sordi tonfi giungere dal ripostiglio.

    E' Scott, che, come un forsennato si agita imbavagliato sulla seggiola, cercando di attirare l'attenzione dei nuovi arrivati.

    <<Cavolo! Che diamine...!?>> esclama Donald, vedendo Scott nel ripostiglio, e subito provvede a slegarlo.

    Intanto il killer, con i suoi panegirici intrattiene Jimmy; ma, non appena l'uomo si distrae un attimo, il killer lo colpisce con forza alla nuca con un oggetto contundente stordendolo.

    Ore 18:20
    David, in preda al panico, è ancora in cerca del piccolo.
    Ormai stremato e senza voce, decide di avvisare telefonicamente qualche suo collega ispettore della scomparsa del figlio.
    Ma, ahimè, in quella maledetta campagna non c'è campo, e David in piena crisi isterica scaglia il cellulare lontano da sé.

    Si accascia con le ginocchia in terra, frigolando come un bambino.

    Ore 18:30
    Il killer ha perso le tracce del piccolo Scott e di Donald, il quale, capendo la situazione di estremo pericolo è fuggito via in cerca di aiuto.

    Ma, il killer ha preso adesso in ostaggio Jimmy e vuole divertirsi a torturarlo con i suoi modi bruti.

    Jimmy, ancora stordito, tenta di reagire; prova a rialzarsi.

    Scopre con sgomento di essere stato incatenato a un pilastro arrugginito.

    L'uomo tenta di liberarsi, da' potenti strattoni, ma non ha scampo.

    Il killer gli si avvicina, e, in preda al suo malato delirio, lo tagliuzza con sadismo deturpandogli il viso con una scheggia lunga e aguzza, per poi dargli il colpo di grazia con un affilatissimo stiletto dritto al cuore.

    Una volta ucciso l'uomo, il truce killer compie ancora una volta il suo macabro rituale, mettendo sulla fronte del defunto un nero chicco di caffè.

    L'astuto assassino fugge poi come nulla fosse, orgoglioso di aver mietuto la sua terza vittima con il suo rituale orrendo.

    Ore 19:00
    Ancora in fuga a rotta di collo, Donald e Scott cercano aiuto e soccorso nei paraggi, per denunciare l'accaduto.

    Poco dopo, si imbattono in David, ancora sgomento, lacrimante ed accasciato al suolo per la perdita del figlio.

    Scott, vedendo il padre con le lacrime agli occhi, subito gli si butta tra le braccia, e Donald gli spiega l'accaduto.
    Ma nessuno sa ancora della tragica fine toccata al povero Jimmy.

    Ore 19:10
    Il killer è in fuga tra la piantagione; nella corsa, addenta alcuni steli d'erba con voracità, sghignazzando nel suo delirio.

    Un passo falso; l'omicida inciampando sul terreno, cozza la testa su un grosso masso e cade tramortito.

    Ore 19:15
    Donald, David e Scott giunti al fabbricato, vengono a conoscenza della brutale uccisione di Jimmy, e ripartono alla ricerca dell'assassino.

    Ore 19:25
    Il killer, con il sangue che gli scorre ancora dalla ferita alla fronte dovuta alla caduta tenta di rialzarsi e vacilla, ma viene improvvisamente assalito dagli istinti feroci scatenati in Donald e David, i quali lo tartassano con colpi decisi fino a porre fine alla sua insulsa esistenza.

    David, in particolare, riversa sull'assassino tutta la sua giusta rabbia e odio primordiale.

    L'indomani, dopo che la polizia ha rinvenuto il corpo di Jimmy e del killer, uno degli ispettori decide di accusare David e Donald della barbara uccisione commessa nei confronti dell'assassino del chicco nero, e, nonostante sappia che abbiano agito per una giusta motivazione, ordina ad alcuni subalterni di metterli in manette conducendoli poi alla prigione più vicina.

    Fortunatamente, passato qualche mese, sia Donald che David vengono quindi scagionati durante un'udienza in tribunale tenutasi dopo un periodo trascorso in cella.

    Intanto, la stampa locale e tutti i mass-media si incentrano a lungo sulla vicenda, che fece poi molto scalpore anche negli anni successivi all'accaduto.

    Trascorso qualche tempo, Donald, dal canto suo decide di contattare David, proponendo di riaprire insieme il vecchio fabbricato, in memoria della promessa fatta un tempo all'amico Jimmy.

    Dopo circa due anni di sodo lavoro, la fabbrica di caffè dei due divenne nota.
    Acclamata da tutti come la più produttiva e proficua dell'intero Stato.

    David, avendo ormai abbandonato i panni del detective, dedicò la sua restante vita all'industria di caffè insieme alla moglie, al figlio e all'amico Donald.

    Le loro vite cambiarono in meglio, e tutto prese una nuova svolta.

  • 04 agosto alle ore 1:53
    L'Alchymien

    Come comincia: Così comincia la storia di Gilbert Kassinski, giovane sognatore dotato di gran perspicacia e genialità oltremisura, il quale cercava la formula perfetta per la sua nuova invenzione, l’Alchymien....

    L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi e flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi e lavorando interi giorni e intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario doveva essere perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert era un tipo solitario, il suo unico vero “amico” era il suo fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron).
    Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come se fosse un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert, era più simile ad un laboratorio-officina piuttosto che ad una vera abitazione, e le pareti erano tappezzate di formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati dei mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili a dei vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati e corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti e colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale, il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando venne proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, ed i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini ed i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte, mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata e protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile di giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti, dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque.

    <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>.
    <<Preferisco rimanere ancora un po’>> rispose Gilbert << piuttosto preparami un po’ di thè caldo, Rod!>>.
    <<Come desidera signore>> e Rod si allontanò.

    Gilbert andò a controllare nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato.

    Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, e immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito…finalmente, era così semplice, ed io invece….!!>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche.

    Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo, e rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole.

    L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza ed un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo.
    Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod.
    In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert.

    Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero, ed un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio, e si lanciò sugli ignari uomini lupo; scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede.

    Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, e i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso.

    Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod.

    <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..??>>.

    Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide e impossibili da forzare, e gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura.

    Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò ad udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno.
    Una mano gelida enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e, dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì e lo portò a spalla.

    In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri, rovinando con un tonfo al suolo.

    Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto.
    <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>>.

    Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e, tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono, a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta.
    <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg. <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e, gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare.

    Rod venne condotto alle porte di Vega City.
    Con stupore, comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert.

    Le enormi porte di Vega si spalancarono.
    Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica.

    L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture ed interrogatori, ma, il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale.

    Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena ed isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi.

    Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò.
    Con suo profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente e confabulando tra loro sullo strano arrivato.
    Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta anti-termica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite.

    Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere, un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere delle profonde cicatrici e dei segni di bruciatura sul volto.

    Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono con una tunica accessoriata di svariate fibbie e cinghie.
    Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Poi gli venne messa con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che gli impediva quasi di respirare.

    L’energumeno, lo strattono' poi con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili.

    Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, quando tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico.

    Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono, e, due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi e si preparò al peggio.
    Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria, e le due pantere si accasciarono a terra, in preda a convulsioni e ruggiti di dolore.

    Gilbert non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda ad un occhio.

    <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>>, disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo, a sua volta, non degnò nemmeno di uno sguardo Gilbert, e, senza pronunciare alcuna parola si diresse velocemente verso una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con un balzo felino.

    La folla sugli spalti cominciò a irritarsi, e tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo fuori da lì.
    Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella e venne lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo.

    Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma, per tutta risposta, udì solo il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati.

    Trascorsero parecchie ore; Gilbert rimuginando e patendo pensava ancora al suo ignoto salvatore.

    L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade.

    Il mattino seguente, l’uomo si medicò con delle strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda, per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta.

    Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo ed acqua unita alla desolazione lo assalivano.

    Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione.
    Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero; subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato.

    <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale>>.
    <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni?...e cos’è un viaggiatore del tempo??>>.
    <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo, dei manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare nel tempo per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra ad una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati, ed io sono stato inviato dal Consiglio per fermare le loro abominevoli mire>> spiegò Rudolph.
    <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te e ti aiuterò nella tua impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine.
    <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati, o non andrai da nessuna parte!>> rise sommessamente Rudolph.

    Dopo essersi rifocillato, Gilbert disse a Rudolph di essere pronto, e così un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite un comando vocale apparve, ed entrambi si lanciarono verso la fonte di luce.

    Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert.
    Rudolph sbottò: <<Mi manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>>, e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche.
    Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert, avevano dei numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti, e Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e sulle loro sorti.

    Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien.
    Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti.

    <<Adesso manca l’ultimo manufatto, si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>>.
    <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a trovare il mio amico Rod, è il mio maggiordomo androide…non so che fine abbia fatto!>>.
    <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide>>.
    Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione.

    Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e, gli stessi per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City.

    A diverse miglia da li un altro portale.
    Tre figure umanoidi emersero dal nulla.
    Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, degli alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano, ma con il corpo ricoperto di squame e la pelle olivastra.
    Erano a torso nudo, ed indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e degli stranissimi stivali. Ai polsi portavano dei bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito.

    <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni…credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>>.

    I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare dove si arrampicarono freneticamente sino in cima.

    Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali, si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso.

    <<Dobbiamo agire.. fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert.
    <<Aspetta amico!>> rispose subito Rudolph, <<Non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>>.

    Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui.
    Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua ed uno degli alieni lo inseguì immediatamente.

    Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti e terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò dei grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane.

    Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno e lo tempestò di colpi di machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco e netto colpo alla gola.

    <<Rudolph! Rudolph!>> esclamò Gilbert <<Perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>>.
    <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph.

    Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma, prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa gli intimarono di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete e colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma, l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo, ed il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert.

    Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi, ma, prima che potesse serrarsi del tutto due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno.
    Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti.
    Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo ed i suoi rilevatori ottici.

    Gilbert indietreggiò intimorito, ed uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri; si trattava di un nosferatu e di un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede.
    Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, che però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra.

    Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida.

    <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico, e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve… fuggiamo!>> e si diressero all’interno di una palazzina diroccata.

    Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e le loro rivalità.

    Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina, ma non trovarono le loro prede e ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente, ma, durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita.

    Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert.

    <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro.

    Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano ed alzando lo sguardo si accorse di trovarsi dinanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso.

    Riuscirono nell’impresa e si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore.
    Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile.
    Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute.

    <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>>.
    Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, ed i suoi circuiti erano in tilt.

    Gilbert pianse amaramente, e disse:
    <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…!>>.

    Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò della promessa fattagli, e della sua scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto.

    Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività, ed ogni cittadino tornò alle proprie mansioni.

    Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo.

    Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne.

    Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto.

    <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> -disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>>.

    E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante ed una forte luce invase la stanza come una supernova.

    Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo.
    Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava e baluginava di una nuova luce, fioca ma meravigliosa.

    Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario e pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso.

    L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno ed andò a riprendere Rod come promesso.

    Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto, e l’androide tornò perfettamente in funzione.

    Fu così che tutto tornò alla sua giusta collocazione.

    Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi.
    Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia.

    Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza, fino alla fine dei tempi.

  • 03 agosto alle ore 16:13
    HELIOS 4Mani con GIUSEPPE IANNOZZI

    Come comincia: Mi siedo e guardo dalla finestra.
    Anche se la nostra terrazza è lussureggiante di fiori e arazzi, siamo sicuramente intrappolati dentro di noi. Già dall’alba la calura si spande sopra il giardino, sbianca i fiori, gli conferisce un colore, per così dire, appassito, e fa presto l’erba a perdere la sua freschezza quasi volesse diventare paglia. Soltanto una camera, di tanto in tanto, riceve un po’ d’ombra. Helios fa fin troppo bene il suo dovere, porta in alto il suo carro di fuoco e il cielo lo illumina e lo riscalda: forse non vede che l’azzurro è bucato, o forse gliene frega niente, perché siamo stati noi, noi uomini a rovinare tutto con l’inquinamento. Fa il suo lavoro Helios perché così gli è stato comandato da un’autorità che sta più in alto di lui. Da oriente a occidente si muove, spunta delle montagne i ghiacciai, e giorno dopo giorno prosciuga fiumi e torrenti. Si specchia Helios sul mare che subito si scalda ma troppo davvero; e si frangono le onde contro scogli e faraglioni, non è però felice il mare inquinato com’è, e agonizzano le tante creature marine che, forse, mai noi vedremo. È di un blu sporco il mare, di un blu che non è bello, che non è più quello che un Dio, o chi per esso, pensò all’inizio dei Tempi.
     
    Parole amare, quasi orwelliane, le ascoltiamo alla radio: il consiglio che da un po’ tutti ci viene dato è quello di non uscire nelle ore più calde del giorno. Avventurarsi fuori di casa non è facile per nessuno, nemmeno per i più giovani: il caldo sfianca, fa lacrimare gli occhi, e non basta tenere un passo misurato e calmo, e non sempre è possibile camminare riparati dall’ombra di qualche caseggiato e più di rado da quella di qualche macchia verde. Quel che ci resta è di spiare il mondo di fuori affacciandoci alla finestra, consolazione ben magra questa. Sono giorni torridi, roventi, che non lasciano respirare, sono giorni pazzi che ci conducono alla follia. Aspettare l’autunno, questa sembrerebbe la soluzione, avere una pazienza mica da ridere. E però tutte le stagioni, anche quelle che dovrebbero essere fresche, sono oramai bizzose: un giorno fa un caldo da morire, quello appresso invece ci investe con un freddo straordinario. Ecco, siamo noi testimoni di un mondo che, lentamente e in maniera inesorabile, sta andando a farsi benedire. Il domani è incerto e non solo sul piano climatico: i poveri diventano sempre più poveri per colpa di una società egoista all’ennesimo grado, l’etica e la cultura si perdono e nessuno se ne cura, e avanza solo chi non guarda in faccia nessuno, chi vende panacee e menzogne. 
    Un giorno ci affacceremo alla finestra e scopriremo un paesaggio triste, deserto, sbiadito, privo di quella sana lussuria che certi romanzi classici ci hanno insegnato ad amare. Un giorno spalancheremo le nostre finestre e ci sarà poco o niente da ammirare. L’estate non è più l’estate florida di un tempo che sembra lontano un’eternità, e nemmeno la primavera, l’autunno e l’inverno sono più quelli di una volta.  
    È tutto molto triste, è qualcosa che non può non deprimere chi ama la vita, o no?

  • 25 agosto 2016 alle ore 16:21
    GRANDI AMORI

    Come comincia: Talvolta il progresso crea molti problemi più di quelli che risolve, questo era il caso di Max Arbusi, fotografo messinese, che al momento del passaggio delle foto dalla pellicola al digitale  si trovò di non poter più far uso delle sue macchine fotografiche a pellicola peraltro pagate un occhio della testa. Con i telefonini  anche gli sprovveduti riescono a eseguire servizi fotografici tipo cresime, comunioni, anche matrimoni e così il buon Max si girava i pollici dentro il suo negozio di piazza Cairoli a Messina. E dire che la sua ditta era molto conosciuta anche in tutta la provincia, era anche fotografo ufficiale di un giornale locale, del tribunale e di altri organi cittadini. Inoltre aveva dovuto sostenere la spesa per l’acquisto di una pluriaccessoriata  Canon che veniva usata in ben poche occasioni. Questa era la situazione quando al buon Max giunse inaspettata una proposta di una società di navigazione svedese di imbarcarsi sulla loro nave ‘The Great Beauty’ per riprendere la vita di bordo. Vedovo con due figlie maggiorenni pensò bene di aderire alla richiesta. Spese gran parte dei suoi risparmi per acquistare un vestiario degno di una nave dei gran lusso i cui passeggeri avevano pagato una cifra enorme per fare la crociera. Altro valido motivo per accettare la proposta era il fatto che la recente morte della consorte lo aveva portato ad una profondo prostrazione con  l’allontanamento dalla vita e dagli amici e, dietro consiglio di uno psichiatra, l’assunzione di farmaci antidepressivi.Giunto a bordo, si presentò al primo ufficiale che gli assegnò una cabina ovviamente senza vista esterna ma a lui poco caléva: piccola ma con aria condizionata e bagno annesso, per lui una reggia.
    Prima incombenza importante: visita dei vari locali dove doveva operare. Il suo compito era quello di documentare la vita di bordo in tutti i suoi aspetti, non solo le solite ovvie cartoline ma soprattutto luoghi e personaggi particolari: sala macchine, cucina, sala giochi, piscine,sale convegno, ascensori che sembravano aerei, palestre,  i vari ristoranti per vegani, vegetariani, ebrei, mussulmani ed altri di cui non riusciva a capire la destinazione oltre ovviamente a quello italiano sempre molto frequentato per la bontà e varietà delle cibarie di cui approfittava appena libero dal servizio. Quello che più apprezzava erano cibi particolari come la cacciagione, stambecchi (?), carni di tutti i tipi, pesce e piatti romani (il capo cuoco era di Trastevere). Altra puntata al teatrino in cui ogni sera si esibivano varie compagnie di varietà in cui facevano bella mostra ballerine poco vestite e maschioni muscolosi per le signore o per quei signori dai gusti particolari, ce n’era per tutti! La mattina presto, al rientro in ‘cuccetta’ era sfinito, dopo le ultime foto scattate ai signori mangioni delle tre di mattino; ogni giorno macinava chilometri, la nave era immensa con cinque ponti, per fortuna non soffriva del mal di mare. Dopo qualche giorno ‘ciccio’ prese giustamente a lamentarsi, i suoi quarantacinque anni ebbero il sopravvento una mattina quando una cameriera venne a mettere in ordine la sua cabina, Max provvide a far mettere in ordine anche il suo coso ma gli costò una cifretta, la tipa non era là per divertirsi e così Max decise di guardarsi intorno per sollarsarsi si ma senza sborsare i soldini che si stava guadagnando con grande fatica . Sul primo ponte di buona mattina signore non più giovani, probabilmente vedove o nubili  certamente piene di grana, chiacchieravano per far trascorrere il tempo. Alla vista del fotografo, fecero segno di non voler essere riprese ma Max, vecchio del mestiere, aveva prevista la situazione ed aveva acquistato  un apparecchio, il circomirrotach, che fotografava a novanta gradi; semplificando puntava dritto l’obiettivo dinanzi a sé ma riprendeva le persone senza che queste se ne accorgessero.
    Dopo un bel po’ di scatti, mostrando,una notevole faccia tosta, recuperando quel po’ di francese che ricordava: “Mesdames, voici vos fotos, vous étes fabuleux!” Dopo un attimo di perplessità le signore si misero a ridere e una dama in italiano: “Lei è un simpaticone, apprezziamo la sua faccia tosta ma vorremmo sapere come ha fatto a riprenderci.” Max mostrò sorridendo il trucco e spiego che molti non volevano essere ripresi ma lui era a bordo con quel compito e quindi…”
    “Venga a colazione con noi, due di noi parliamo italiano, una il francese e le altre inglese ma non ha importanza, venga” e prese sotto braccio un Max sorpreso ma contento di aver fatto breccia…  in fondo quella signora  al suo braccio poteva avere cinquant’anni ma ben portati e soprattutto migliorati dalla frequenza di case di bellezza. “Sono Marisa, romana,  non le dispiace se l’ho presa sottobraccio?” “E’ un piacere, sono solo a bordo e per il mio lavoro frequento molte persone ma non parlo quasi mai con qualcuno e poi…” “Non mi dica che le piaccio! Una proposta, stasera c’è il ballo del capitano, si faccia vedere con o senza il suo attrezzo, parlo della macchina fotografica…” e gran risata, la signora aveva il senso dello humor. Max col nuovo smoking faceva la sua porca figura e fu apprezzato da Marisa e dalla sua amica  seduta al tavolo, ragazza trentenne, longilinea, ex modella, molto bella con la caratteristica di aver un viso molto più giovanile della sua età. “Questa è Chantal, francese di Parigi, ex modella è pittrice e ospite a casa mia ai Parioli.” Dopo un classico ‘enchanté’ Max si mise subito all’opera e riprese la baby sia da sola che abbracciata alla sua amica, le foto furono apprezzate. “Lei è molto bravo, anzi niente lei passiamo al tu: io sono sentimentalmente libera, non me la passo male finanziariamente e mi piace girare il mondo e conosce persone nuove, Chantal è venuta a Roma per una mostra dei suoi dipinti, si è innamorata…della città e da allora siamo buone amiche.”
    Ormai era diventata una consuetudine, Max tutte le sere si univa alle due nuove conoscenti e, dopo aver scattato delle foto al personale dell’orchestra, agli attori, ai locali del back stage e passava con loro il resto della serata ballando saltuariamente con le due dame, anche loro si  davano al ballo fra di loro con passione naso naso, guardandosi negli occhi, sembravano due innamorate…
    Marisa aveva notato che Max ogni sera assumeva una pillola, l’ultima volta andò a recuperare l’involucro della medicina e rimase basita: il  Maldoxan era il prodotto antidepressivo usato da suo fratello che era morto suicida un anno prima, non era riuscito a superare il dolore per la morte della sua amata consorte, si era gettato dal terrazzo di casa loro. Marisa preferì non fare domande, sarebbe stato inutile e spiacevole ma quando una sera Max non si presentò all’appuntamento alla solita ora,Marisa  lasciò Chantal e si recò nella cabina del fotografo il quale, dopo molte insistenze, aprì la porta. Non era lo stesso,  stravolto in viso, si era gettato di nuovo sul letto, non riusciva a stare in piedi, era senza forze. Marisa riuscì a scuoterlo e venne a sapere che Max aveva finito le pillole che assumeva ed era in crisi di astinenza. “Andiamo dal medico di bordo…” “Non posso, se si viene a sapere che sono un depresso c’è il pericolo che mi sbarchino al primo porto.” Marisa con piglio guerresco, ricordando la tragica fine di suo fratello, si recò dal medico di bordo il quale dopo molte resistenze e cedendo al fascino della sua interlocutrice, le diede una sola pillola del prodotto ma le prescrisse, in francese,  una sua confezione che Marisa stessa avrebbe potuto acquistare la mattina dopo in una farmacia di Tangeri dove la nave sarebbe attraccata. Presa dal sacro fuoco Marisa, sbarcata dalla nave, ebbe la fortuna di trovare lì vicino una farmacia e si presentò con la ricetta per la somministrazione di  10 e non di 1 confezione del prodotto dopo aver modificato così la richiesta. IL farmacista, ex legionario, si accorse subito del trucco e in un primo tempo si rifiutò di consegnare il Maldoxan ma alla vista di 500 Euro… E così la vita del trio riprese regolarmente anche se con qualche variazione: mentre ballavano Marisa si accorse che qualcosa al centro dei pantaloni di Max aumentava notevolmente, si mise a ridere e lo baciò in bocca con la conseguenza che ambedue, chiesta scusa a Chantal si recarono nella cabina del fotografo il quale, messo da parte il suo attrezzo di lavoro, ne sfoderò un altro decisamente allungato che fece dire a Marisa: “Mon ami mai visto un aggeggio così… così grande, sii delicato!” Come inizio un bacio prolungato, profondo sensuale e poi alle ancora deliziose tettine sensibilissime che portarono alla padrona ad un orgasmo per lei inusuale, anche l’ombelico prese parte al banchetto ma la chatte, baciata magistralmente, fece impazzire la padrona che godette alla grande varie volte, alla fine Marisa prese lei stessa ‘ciccio’ in mano e lo introdusse con un po’ di dolore ma molto piacere nella ‘gatta’ ormai inondata, resistette a lungo ma poi: “Mi hai distrutta”, ciao.
    Durante il consueto incontro serale Max notò che Chantal lo guardava in modo diverso dal solito, capì che Marisa le aveva parlato del loro rapporto ravvicinato e prese anche lui a guardarla negli occhi come per dirle alla volgare messinese: “Camaffare?” (tradotto che vogliamo fare?). Inaspettatamente la baby, di solito  molto riservata, lo abbracciò e in un italiano rabberciato: “ Tu stato molto bene con mia amica, pure io…ma non amo uomo con barba…”Il che voleva dire : se vuoi venire con me  tagliati il pizzo! Il giorno successivo ‘l’onor di barba’ sparì dal viso di Max il che fu il lasciapassare nella cabina di Chantal. “Io mai amato maschietto, tu molto gentile, prima fare foto a me nuda.” Chantal aveva dettato le sue condizioni e, dopo una rapida doccia, presentò il suo ‘merveilleux’ corpo agli occhi attoniti di Max il quale attinse alla sua professionalità per ottenere foto ad alto livello: le gambe lunghissime incrociate con le mani sul volto; mezza rovesciata col sedere in primo piano preso dal basso e poi il fiorellino sempre dal basso contornato da una foresta bionda; raggomitolata sul letto, gambe aperte, indice e pollici a forma di occhiali sugli occhi, viso truccatissimo  a mò di ragazza orientale, viso in primissimo piano con bocca ed occhi invitanti; le mani abbracciate al suo corpo girato di spalle e tante altre pose seducenti.
    Fu la baby a stabilire la fine del servizio fotografico, con le mani spinse Max nudo sul lettone che da supino mostrò subito la sua dote principale sorprendendo  la demoiselle la quale:”Mais est une chêne! (quercia)”;  ma non si perse d’animo, forse ricordando i vibratori che usava con la sua amica cominciò a strofinare ‘la quercia’ sul suo clitoride e poi cercare di farsi penetrare ma… allora ricorse alla masturbazione per lubrificare la vagina senza alcun risultato… infine  prese con tutte e due le mani il ‘pirla’ del suo amante finché  lo stesso prese ad ‘eruttare’ ed allora raccolse lo sperma e si impiastricciò il clitoride e vagina facilitando, anche se con un po’ di dolore, l’ingresso  del non amato cazzo sino al fondo a toccare il collo dell’utero  finalmente provando un orgasmo al quale non era mai giunta in quelle condizioni. Felice prese a baciare in bocca un istupidito Max che rimase a lungo  nelle sapienti mani di Chantal finché la stessa: “Jamais entendu autant de plaisir que nous ferons ensemble.” Al telefonino di Chantal giunse da parte di Max il seguente messaggio: “Sono in libera uscita sino a quando…non mi riprenderò dalle fatiche erotiche!” e cominciò a disertare la compagnia serale, situazione non  passata inosservata  ad una cotale normalmente seduta ad un tavolo vicino al trio che prese al balzo la situazione: “Mi scusi se la disturbo, vorrei un ricordo di questa crociera e se lei ha tempo e voglia vorrei che mi scattasse delle foto nei vari locali della nave.” La cotale altezza media, bruna con lunghi capelli ricci che incorniciavano un  viso piacevole anche se un po’ triste, tette non eccessive, longilinea,  gambe affusolate, vestita elegantemente non era stata mai notata da Max che però l’apprezzò sin dal primo sguardo. “Sarà per me un piacere.” E la seguì sino alla sala da gioco. “Se ha finito di fotografarmi con gli occhi vorrei che …” “Mi scusi ma sinceramente mi ha incuriosito, di solito non vengo agganciato da…” “E invece stavolta le parti si sono capovolte ma se a lei non va.” “Ricominciamo da capo: sono Max Arbusi fotografo di Messina  a sua disposizione…” “Caro Max mi chiamo Calogera per tutti Lilla, non amo il mio nome ma l’ho ereditato da una nonna benestante a cui i miei genitori hanno voluto fare questo omaggio.” “Mi permetto di darle di tu, per me sarai Cherì alla francese, un aggettivo che penso ti si addica, di solito  ritengo sciocco fare dei complimenti ma nel tuo caso… sei una signora di gran classe anche se mi meraviglio che sia sola, non vorrei tornare al teatrino, meglio mangiare qualcosa in uno dei bar della nave.” Così iniziò la relazione fra i due che cominciarono a frequentarsi quasi tutti i giorni anche in considerazione di un fatto imprevedibile e particolare:  Marisa e Chantal decisero di sposarsi sulla nave, matrimonio non valido civilmente ma non perseguibile penalmente perché celebrato fuori delle acque territoriali, agganciarono con un ‘cadeau en argent’ il buon capitano, prossimo alla pensione, a cui quei soldini fecero  molto comodo e così, con testimoni due ufficiali di bordo divennero marito e moglie (marito Marisa ovviamente) e poi una gran festa  nel gran salone della nave alla presenza dei croceristi entusiasti di quell’avvenimento particolare. Ovviamente Max fotografò sia la scena del matrimonio che dei festeggiamenti ma ad un certo punto consegnò a Marisa la scheda delle foto, lei:“poi ti manderò un regalone.” Max sparì dalla scena in compagnia di una cherì ansiosa di abbracciare e baciare la sua nuova conquista. “Non vorrai seguire l’esempio delle mie amiche…” ”Più in là ti racconterò la mia complicata storia anche se mi ero prefissa di non farne partecipe nessuno, mi stai diventando molto caro anche se forse non vorrei…” una piccola lacrima sgorgò dai meravigliosi occhi di Lilla, Max capì di non era in caso di insistere a chiedere spiegazioni e l’accompagnò alla sua cabina senza chiederle di entrare.
    “A domani  sogni d’oro.“ Appuntamento la mattina successiva a bordo piscina a quell’ora quasi deserta e chery: “È per me doloroso ripercorrere la mia vita passata ma…ero molto giovane, abitavo con i miei in provincia di Catania, conobbi un giovane del posto fascinoso, sicuro di sé, elegante, apparentemente agiato che mi convinse alla solita fuitina siciliana ma, al rientro, si dimostrò un errore imperdonabile; nel frattempo sposati, mio marito di dimostrò violento tanto di dover ricorrere alle cure al pronto soccorso, ai miei dissi di essere caduta dalle scale. Un giorno bussarono a casa nostra due carabinieri con un mandato di cattura, mio marito era un mafioso ma nella notte, avvisato da una talpa, era fuggito dandosi alla latitanza. Dopo un mese,in un incidente stradale, morirono i miei genitori che mi lasciarono una buona eredità in denaro, in abitazioni e in negozi ma i parenti di mio marito si fecero avanti e mi fecero capire che avrei dovuto dare a loro la maggior parte dei miei beni. Ricorsi allora ad un amico avvocato il quale si rivolese al Tribunale il quale con una sentenza  dispose che: potevo cambiare nome e documenti, vendere tutti i miei beni, avere la separazione per colpa del coniuge e scegliere una residenza, sconosciuta all’anagrafe. Per caso venni a sapere di questa crociera e così mi sono imbarcata sulla Great Beauty, decisione allora per me inspiegabile ma ora…Max ho paura, mi sto innamorando di te anche se mi piacevi di più col pizzo, che fine ha fatto? Ho capito, rasato a richiesta delle due signore di cui…non ti domando nulla, per te dev’essere acqua passata altrimenti…” “Non uso mai la parola amore, per scaramanzia ma nel nostro caso…sei tutta la mia vita e vorrei anch’io festeggiare un nostro matrimonio virtuale, che ne dici stasera? Niente cena, panini alla piastra e poi…” La dolcezza fu alla base del rapporto sessuale fra Max e Lilla, una odorosa crema aiutò la baby a sostenere l’assalto di un ‘ciccio’ arrapatissimo e l’inizio di un amore con la A maiuscola che Venere, Giunone e Mercurio, amico di Max, videro di buon occhio dando la loro benedizione.

  • 19 agosto 2016 alle ore 22:29
    Mi vuoi sposare?

    Come comincia: "Mi ricordo ancora perfettamente il giorno in cui le ho chiesto di sposarmi sai? Mi ricordo perfettamente quanto penai per farla uscire di casa, per mandarla in quella spa con una amica, pur di avere campo libero. Mi ricordo l'eccitazione, le sensazioni, l'euforia per quello che stavo per fare. Quanto ero contento. Chiederle di rimanere insieme fino alla fine, non era uno scherzo, era importante, non sai quanto...
    Quando arrivò lo chef a domicilio ed iniziò a preparare il menù che avevamo concordato, che sapevo le sarebbe piaciuto, ero un fascio di nervi. Iniziai a preparare la tavola, la musica che doveva esserci in sottofondo, ancora me la ricordo la canzone della vanoni che avevo scelto con cura.
    Poi tornò, dopo un messaggio della mia amica che mi avvertiva, io che la accoglievo sulla soglia e la accompagnavo a prendere l'aperitivo servito dallo chef, lei ed il suo sguardo sorpreso.
    Poi il pranzo, le chiacchiere, ed il sospetto che leggevo sul suo volto.
    Alla fine del pranzo mi misi in ginocchio e le chiesi di sposarmi, porgendole l'anello fatto fare su misura, come piaceva a me, squadrato, con un piccolissimo diamante incastonato.
    Al suo Si, in quel momento pensai che tutta la felicità del mondo si fosse concentrata per un momento in un solo luogo."
    "Ma allora perché l'hai lasciata?"
    Dietro gli occhi velati di lacrime passarono una lunga serie di nuvole nere, prima di rispodere.
    "Ti rispondo nello stesso modo in cui ho risposto al lei il giorno che me ne sono andato, non lo so."

  • 19 agosto 2016 alle ore 22:01
    Follia

    Come comincia: S. ha sempre saputo di essere bravo in quello che faceva.
    Lo faceva bene, con passione, con così tanta passione che dopo un po' non ebbe più tempo per altro. Se ne accorse, non con una epifania improvvisa e sorprendente, ma poco a poco, lentamente, una idea cominciò a diffondersi nella sua testa come un virus.
    Più quell'idea si faceva strada tra gli altri pensieri votati alla sua passione più aveva l'impressione di perdere il controllo. Erano così tanti anni che coccolava ed alimentava la sua passione che sapeva gestirla, sapeva dove avrebbe trovato gratificazione, quando e come impedire che prendesse il sopravvento. Almeno così era convinto.
    In realtà la sua passione era ormai diventata la sua ossessione, era lei che decideva per lui, che decideva quando renderlo cieco, quando e cosa fargli sentire, come usare quel burattino per il prorpio piacere.

    Quando il virus e la passione cominciarono a bisticciare nella sua testa le cose cominciarono ad andare male. Da principio cercò di tenere a bada entrambi, ma capì presto di non avere alcuna arma, controllo, possibità. Lo capì per un breve istante, quando si ritrovò chiuso in casa con la testa talmente occupata a vorticare tra le due cosequalsiasi distrazione preclusa perché l'attenzione era solo per quei due litigiosi esseri.

    Nella sua testa battaglie si susseguivano, in un paesaggio di memorie, tra pensieri e costruzioni di carattere, il virus che attaccava mendando fendenti e chiedendo indietro tutto il tempo che la passione aveva rubato, la passione difendendo la propria posizione e scagliando affondi per riavere quello che il virus aveva piano piano sottratto per tornare ad avere la supremazia su quella marionetta.
    Ma anche i pensieri si stancano, pur senza demordere, fino a che i fendenti e gli affondi non colpivano più l''una l'altra, ma finivano per distruggere quello che avevano a portata, quello che avevano intorno. Andarono avanti così, a lungo, finchè non si accorsero che avevano ditrutto tutto, che non era rimasto nulla su cui ergersi vincitori.
    Quando capirono non poterono fare altro che accasciarsi sul niente che rimaneva ed abbandonarsi alla stanchezza.

    Lo trovò un martedì mattino la domestica.
    Senza alcun pensiero finalmente.

  • 19 agosto 2016 alle ore 20:54
    Retromarcia

    Come comincia: C. "Mi dici che hai?"
    N. "Ho preso una strada a senso unico e senza uscita, sto cercando di tornare indietro, ma è come guidare una macchina con il llunotto posteriore oscurato, di notte, in una strada stretta e senza illuminazione. Ci metterò un po', ma alla fine ne uscirò e prendererò una altra strada."
    Sul volto di C. lo sguardo interrogativo di chi non ha la più pallida idea di cosa stai parlando e sulla bocca qualcosa che potrebbe essere un "vaffanculo" o un "ma che cazzo stai dicendo". Ma dura poco, sorprendetemente, lo sguardo stranito scompare sostituito da un mezzo sorriso ed un incoraggiamento sussurrato "Hai solo bisogno di un po' di tempo".
    Un altro sorso di birra per entrambi, da quelle due bottigglie di Corona che grondano sudore freddo in quella calda serata di agosto e gli argomenti tornano ad essere quelli di sempre.
    Succede così, che anche se mascherata, una confidenza diventa un segreto condiviso e comincia a pesare di meno, e quasi ti sembra di avere qualcuno che, mentre fai manovra per tornare indietro, comincia a darti indicazioni come un parcheggiatore abusivo.

    Qualche giorno dopo, stessa Corona sudata, stesso tavolino, soliti argomenti.
    Tra un tiro e l'altro dell'ennesima Marlboro C. "Allora, come procede la retromarcia?"
    Stavolta lo sguardo stralunato è quello di N., colto alla sprovvista, ma dopo averci pensato un po' "Procede, a fatica, ma procede."
    C."Ce la fai?"
    N "E' dura, lo sai, dovrei prendere una decisione drastica."
    C. "E tra quanto la prenderai?"
    N. avrrebbe voluto avere la risposta, oppure che il mondo in quel momento si fermasse, che smettesse di girare, che il tempo gli facesse la grazia di fermarsi, almeno un po', giusto quello che basta per trovarla quella risposta a cui aveva pensato così spesso, invece rimase in silenzio per troppo tempo.
    C. "Sei messo peggio di quanto pensassi..."
    Fu come se il parcheggiatore abusivo avesse urlando "Indietro non in avanti!" mentre l'auto procedeva a scatti.

    Mesi dopo, cercando di non farsi rubare anche l'ultimo briciolo di vita dal resto del mondo, di nuovo di fronte ad una birra, con una altra sigaretta ed i soliti discorsi in bocca.
    C. "Sei di nuovo strano, ancora in retromarcia?"
    N. "No, finito"
    C. "E allora cos'è sta faccia?"
    N. "Me ne vado"
    C. "Ma dove cazzo te ne vuoi andare?"
    N. "Lontano, ma non posso dirti niente adesso"
    C. "Ma sei un bastardo! Non ci credo! Tiri il sasso e nascondi la mano! Dimmelo!"
    N "Puoi insistere quanto vuoi, ma non ti dirò niente stasera, mettiti l'animo in pace"
    C. "Almeno verrai a salutare prima di partire!"
    N. "Lo sto facendo adesso"
    C. "Ma tra quanto parti?"
    N. "Presto, molto presto"
    C. "Domani? Domenica? Lunedì?"
    N. "Presto"
    C. "E non vuoi dirmi niente?!"
    Il battibecco occupò il resto della serata, come il parcheggiatore abusivo che chiede il suo compenso e l'autista che non vuole cedere perché alla fine ha fatto comunque tutto da solo. Nonostante solitamente vinca il parcheggiatore stavolta l'autista se ne andò vincitore, ma senza soddisfazione.

    Al tavolo oggi C. è seduto da solo, anche se le bottiglie sul tavolo sono sempre due.
    C. "Il brindisi è con te bastardo, ma alla salute mia e mi berrò anche la tua."
    C. è vestito elegante, gli sta bene, anche se lo fa troppo serio per come lo conosce N., che se fosse stato presente lo avrebbe preso in giro, anche per le lunghe scarpe nere che sembravano quasi valigie.
    C. finisce tutte e due le birre, si alza, paga il conto e si avvia a casa, esattamente come tutte le altre volte.

    N. è seduto ad un tavolino di un bar da tanto tempo, con una birra ormai calda in mano.
    Ha l'impressione di avere la testa vuota, leggera, come quando sei di fronte ad uno spettacolo della natura che ti riempie gli occhi a tal punto da non poter aver nessun altro pensiero, perché l'unica cosa che riesci a fare è cercare di imprimerti in testa quell'immagine meravigliosa. I suoi occhi vedono da quando si è seduto pezzi di vita sulla banchina del treno, costantemente in movimento, brulicante ed affannante vita. Di punto in bianco solo un pensiero "E' solo una altra strada", si alza e si avvia verso il binario.

  • 19 agosto 2016 alle ore 9:51
    Tu sai perché

    Come comincia: Era seduta vicino a lui e guardavano attraverso la stanza, un altro tavolo.
    Lui era trasandato e selvaggio, i due anelli che indossava sul pollice e medio raccontavano la storia dei suoi avi. I suoi occhi neri nascondevano le cicatrici di una vita che non aveva scelto.
    Lei pensò che lo conosceva troppo bene per qualcuno che non conosceva quasi per niente.
    Stavano guardando il tipo carino, che era uscito con lei stasera, e che ora stava chiacchierando con la sua migliore amica.
    “Non è l’uomo giusto per te, sai.” Le disse muovendo distrattamente il plettro tra le dita. “Ha occhi inquieti. Ti farà soffrire.”
    Lei lo osservò da lontano: “Anch’io ho occhi inquieti.”
    “No, tu hai… tu hai il caos negli occhi. Come l’Universo all’inizio dei tempi. Non è la stessa cosa.”
    Il suo accento slavo misto al suo inglese imperfetto lo rendevano ancora più ombroso, ma il suo sguardo tradiva la bontà del suo cuore.
    “Tu sei una stella luminosa fissa nel cielo, lui è solo una fredda cometa alla deriva. Non sa quel che vuole. Non lasciare che i suoi detriti offuschino la tua luce. Sai che ho ragione.”
    Lei si girò a guardarlo: “Come fai a esserne così sicuro e perché sai che lo so?”
    Lui ricambiò lo sguardo e lei sentì il suo calore attraversarle le ossa.
    Mentre lo fissava negli occhi, come uno specchio impietoso essi le mostrarono tutte le bugie che si era detta per anni.
    Le disse semplicemente: “Potrei dirtelo o non potrei, non ha importanza, tu sai perchè.”
     
    Originale:
    You know why
     
    She was sitting next to him. They were looking across the room at another table.
    He was scruffy and wild, the two rings he wore on his thumb and middle finger told the tale of his ancestry. His black eyes hid the scars of a life he never chose.
    She tought that she knew him too well for someone she didn’t quite know.
    They were watching her date, the nice looking fellow, who was now chatting with her best friend.
    ‘He’s not the right man for you, you know.’ He told her moving absent-mindedly the guitar pick through his fingers. ‘He’s got troubled eyes. He will hurt you.’
    She looked at him from a distance: ‘I have troubled eyes too’.
    ‘No, you have chaos in your eyes. Like the Universe at the beginning of time. It’s not the same thing.’
    His slavic accent mixed with a slightly imperfect English made him even more shadowy, but his look betrayed the kindness in his heart.
    ‘You are a bright star fixed in the sky, he is just a cold comet going astray. He doesn’t know what he wants. Don’t let his debris dim your light. You know I’m right.’
    She turned to look at him: ‘Why are you so sure, and why do you think I know?’
    He returned her gaze and she felt the warmth of it hitting her bones.
    As she looked into his eyes, like an unforgiving mirror, they showed her all the lies she had been telling herself for years.
    He simply told her: ‘I could tell you or I could not, it doesn’t really matter, because you know why.’

  • 16 agosto 2016 alle ore 16:20
    Un dolce ritorno

    Come comincia: Dopo trent’anni Alberto stava rientrando al natio borgo selvaggio. A bordo della nave da crociera ‘Costa Magnifica’ si era imbarcato nel porto di Buenos Aires con destinazione Italia, scalo a New York. Gli veniva amaramente da ridere nel paragonare il viaggio di andata con quello attuale di ritorno. Attualmente occupava una cabina singola di prima classe con tutti i confort compresi musica in sottofondo e l’aria condizionata che mandava i suoi dolci e freschi effluvi senza alcun rumore. Scendeva la sera, orario di cena, per motivi anche per lui non ben definiti, aveva preferito avere un tavolo in perfetta solitudine mentre tutti gli altri commensali parevano divertirsi alla grande abbuffandosi e bevendo oltre il normale con la solita scusa: è tutto pagato. Alberto aveva disertato il classico pranzo col comandante molto ambìto da molti per motivi che a lui sfuggivano, insomma si stava comportando da romito (giusto aggettivo anche se inusuale) per non parlare delle avances di varie pulselle le quali evidentemente avevano apprezzato il suo stile: altezza 1,80, anni quarantacinque, abbronzato, capelli castani con striature di grigio, viso mascolino,  occhi grigi un po’ tristi, fisico atletico, vestito elegante. Il motivo del distacco dal sesso femminile era dovuto alle recenti vicende che lo avevano portare alla decisione di rientrare in Italia dopo ventisette anni di emigrazione forzata in Argentina. Correva il suo diciottesimo compleanno, festa sull’aia del terreno che coltivava in aiuto ai suoi genitori in villaggio Strada Nuova di Cingoli (Mc), erano presenti alcuni parenti siciliani che erano venuti ad accomiatarsi in quanto stavano partendo per l’Argentina, il suolo che coltivavano non dava più loro da mangiare a sufficienza e quindi l’emigrazione era l’unica via di uscita. Ispirazione immediata: “Papà e mamma ho deciso, andrò con gli zii in Argentina, il tempo di fare un po’ di soldi e poi ritornerò.”  Il gelo era sceso sui commensali, Alberto era l’unico figlio maschio della  famiglia Mugianesi, oltre a lui altre tre sorelle tutte dedite al lavoro dei campi. Classica valigia da emigrante di cartone pressato e spago, imbarco nel porto di Catania in una nave che aveva visto tempi migliori ma il basso prezzo del biglietto non permetteva altro agli emigranti. Cabina da quattro posti che ospitava otto persone, due per cuccetta, servizi igienici carenti, sala mensa per modo di dire, tutti stretti gli uni agli altri, cibo scarso e mal cucinato. I trenta giorni di imbarco un pessimo ricordo sino allo sbarco a Buenos Aires dove erano ad attenderli dei carri tirati da buoi, il loro mezzo di locomozione per arrivare alla fazenda dove erano destinati. Stanchissimi, un letto sgangherato con materasso riempito di foglie di mais anziché di lana gli era sembrato il giaciglio della ‘principessa del pisello’ di antica favola. Mattina sveglia alle cinque: mungitura delle vacche, trasporto del latte nel locale dove si producevano formaggi, pulizia delle stalle e tutto quanto riguardava l’andamento della fattoria. Il sole cocente non migliorava la fatica dei trabajadores, alcuni dei quali italiani soprattutto del profondo sud i quali, abituati a lavori duri, non si lamentavano al contrario di Alberto che stringeva i denti rimpiangendo la dolce sua casa sgangherata ma… Il lavoro con intervallo per il pranzo, finiva la sera dopo cena tutto a base di carne e poi alle 22  tutti a letto. Alberto aveva preso l’abitudine di spendere pochissimo, i soldi guadagnati li ripartiva in parti uguali fra risparmio ed invio ai suoi in Italia. Unico svago il sabato sera: in un locale della fattoria si ballava il tango, Alberto si appassionò nell’arte di Tersicore ed ebbe i complimenti da parte di qualche pulsella molto brava in quel campo ed anche in altri…   era diventato un bellissimo uomo conteso dalle signorine ed anche da alcune signore non proprio soddisfatte delle prestazioni amorose dei rispettivi compagni.  La svolta nella sua vita avvenne quando nella fattoria venne in visita la padrona,  tale Maria Dolores Catena Crocifissa che dal nome faceva presagire, come sicuramente era,una donna dai costumi rigidissimi e poco incline alle cose di questo mondo. Fisicamente da quel che si poteva intuire dai larghi e lunghi vestiti, doveva avere un corpo longilineo, alta circa un metro e settanta, occhi nerissimi, viso serio poco incline alle facili battute. La dama era accompagnata dal consorte, un signore insignificante,magro, più piccolo di lei in quanto a statura ma maggiore di età che si appoggiava ad un bastone. I padroni vollero conoscere i nuovi arrivati e quando a Maria Catena Dolores Crocifissa si presentò il bell’Alberto la stessa ebbe una reazione che lei stessa non riuscì bene a comprendere: era rimasta affascinata dal bel giovane tanto da non trovare nemmeno parole di convenienza. Questo non le impedì di farlo invitare dal suo segretario alla cena dei padroni.  “Mi raccomando si lavi bene e metta il miglior vestito che ha.” il consiglio del segretario dei signori. La dama mangiava poco ed ancor meno apprezzava le battute degli altri invitati che volevano avere la sua benevolenza, tutti conoscevano la potenza economica dei due coniugi: immensa! Madama decise di prendere il  caffè in un vicino salottino dove, sempre a mezzo del suo segretario, invitò l’Albertone in verità un po’ frastornato. Un finto baciamano da parte sua fu molto apprezzato da Maria. “Mi parli di lei, quando è arrivato in Argentina.” Alberto sinteticamente raccontò la sua vita in Italia anche quella parte in cui, oltre a lavorare nei campi, si recava a scuola ed aveva studiato il latino ed il greco. Madame era in subbuglio: educata dalle suore Carmelitane era pregna di puritanesimo e non ammetteva alcun peccato di natura sessuale, aveva sposato il marito dietro spinta dei rispettivi genitori che volevano riunire i loro patrimoni. A letto il buon Ferdinando si era dimostrato un disastro, qualche volta a malapena riusciva a fare il suo dovere di coniuge con poco piacere da parte della consorte la quale si era convinta che il sesso fosse una cosa sporca da non praticare ma dopo l’incontro con Alberto Mugianesi qualcosa scattò nel suo cervello puritano: di notte lo sognava in pose lascive con la conseguenza di pianti di pentimento. A tal proposito chi ci andava di mezzo era il povero curato della chiesa vicina il quale talvolta veniva svegliato nel pieno della notte dalla dama la quale voleva confessarsi subito per aver avuto ‘cattivi pensieri’. Don Basilio vecchio e malato non aveva alcuna voglia di aprire la chiesa per confessare Maria ma le generose elargizioni in denaro lo convincevano a dar retta a quella pazza puritana. La svolta alla vicenda avvenne in modo naturale: don Ferdinando, in seguito ad un caduta da cavallo, si ruppe l’osso del collo e così Maria Catena Dolores Crocifissa, divenuta vedova, ebbe strada libera alle sue mire di poter godere legalmente delle ‘grazie’ di quell’Alberto che l’aveva fatta innamorare.
    Ovviamente il parroco pretese tre mesi di indottrinamento prematrimoniale al quale  Maria si sottoponeva con grande entusiasmo, un po’ meno Alberto che, da buon ateo, riteneva ridicole e inutili  quelle pratiche ma il gioco valeva la candela anzi un bel candelotto!
     Il matrimonio, in forma solenne, avvenne la sera di una calda giornata estiva: tutta l’élite della zona fece da contorno festante agli sposi senza tener in alcun conto la differenza di venti anni di età fra i due, un piccolo dettaglio quando si tratta di gente benestante! Maria ecc. ecc., dopo vari anni di convivenza con Alberto, ebbe la sfortuna per lei (ma non per il consorte) di cadere sui scalini della chiesta e di rimanerci stecchita da qui il ritorno di Alberto nei luoghi di nascita. Il  marito di Maria si era nel frattempo preparato il terreno per far rientro al natio borgo selvaggio acquistando due fattorie, una a villa Strada e l’altra a Troviggiano dove erano impiegati circa cinquanta contadini,  l’Albergo ‘ Il balcone  delle Marche’ che aveva fatto ristrutturare con il disegno di un architetto di grido e poi, vendute tutte le proprietà, si era trovato in banca un gruzzolo davvero consistente. Suo corrispondente in affari era il notaio Nascinbene di Macerata che aveva ben curato tutti i suoi lucrosi affari. La nuova vita di Alberto Mugianesi, anni quarantacinque, iniziava in quel momento. Il motivo dell’uso della nave anziché dell’aereo per rientrare in patria era stato un capriccio: portare con sé la Alfa Romeo Giulietta spider color bianco che era stata la sua più fida compagna di scorribande… Sbarcato nel porto di Ancona, strada per Jesi, svincolo per Cingoli e ‘approdo’ all’albergo ‘Il Balcone delle Marche’.
    IL suo arrivo non era passato inosservato, il direttore gli era andato incontro con inchino profondo e sorriso a trentadue denti, il personale riunito, insomma una presentazione ufficiale.
    Cingoli è un paese di circa tremila abitanti, altezza 500 metri sul livello del mare, boschi a vallate alberati, numerosa fauna locale ambita preda di cacciatori venuti anche da altre contrade, inverno rigidissimo ma estate deliziosamente fresca, clima che attirava molti turisti non entusiasti del mare. Passati gli attimi iniziali, Alberto prese contatti con i notabili del paese, ritornò a visitare la vecchia casa di campagna (ormai in sfacelo) dove era nato e vissuto, i genitori erano deceduti, le sorelle emigrate in Germania. Si sentiva come un corpo estraneo  in ambiente non suo e quindi decise di prendere contatti sia con le autorità che con i comuni cittadini. Con il Sindaco ed il Parroco fu facile: ambedue erano in eterna ricerca di denaro per sistemare gli edifici pericolanti del Comune e della Chiesa,col portiere dell’albergo ancora più facile. Dario, padre di quattro figli, in eterna lotta con i debiti, ebbe un sostanzioso aumento di stipendio. “Signor Alberto come posso ricambiarla’” “Tienimi al corrente di tutti i pettegolezzi del paese, fammi sistemare la Alfa Giulietta e dammi del tu.”  Anche ‘ciccio’ aveva i suoi problemi presto risolti da Rosina, donna delle pulizie il cui marito, falegname, si interessava poco del legno e più del vetro (amava il vino) e così la consorte era costretta a straordinari per mandar avanti la famiglia e i due figli. Quando Alberto velatamente gli fece la proposta di riempire con la sua presenza le sue notti insonni fu talmente entusiasta che abbracciando il futuro amante caddero ambedue a terra con grandi risate. La signora, di schiatta contadina, si faceva apprezzare per aver tutte le sue cosine intime dure come il marmo, era disponibile a tutti i giochini di Alberto che in piena notte era capace di svegliarla per una sveltina.  Ultima cosa importante il collegamento con la cittadinanza che lo conosceva solo per le varie storie che circolavano sul suo conto.  Alberto decise di programmare una festa nel grande salone dell’albergo invitando tutti i cittadini a partecipare al banchetto. Cibarie a volontà, vivi e liquori, striscioni di benvenuto all’ex emigrante che aveva fatto fortuna all’estero, discorsi da parte delle autorità: Prete, Sindaco, farmacista, comandante stazione dei Carabinieri e di alcuni proprietari terrieri, un successo sottolineato da musica argentina,il tango naturalmente, ballo al quale Alberto era ovviamente il ballerino principale ma, alla fine della serata, l’anfitrione, stanco, decise di ritirarsi in una saletta riservata dichiarando il suo ko.
    La cosa non era passata inosservata a due damigelle in villeggiatura da Roma Aurora e Greta che si avvicinarono all’anfitrione, si sedettero al suo tavolo e: “A coso che ne dici di farci assaporare le tue doti di ballerino?” Aurora aveva dimostrato una bella faccia tosta ma non era stata ricambiata:”Ragazze sono sincero, se me la sbatteste in faccia in questo momento andrei in bianco, che ne dite di rimandare a giorni futuri quando…”
    Alberto si era disteso su un divano, occhi chiusi, percepì le labbra delle due damigelle che a turno se lo baciavano ma restò immobile e si addormentò. Si ritrovò la mattina successiva con una coperta addosso,  sicuramente Dario aveva provveduto a non fargli percepire il freddo della notte e non appena aperti gli occhi il fido portiere: “Alberto ti accompagno in camera tua, fatti una doccia e se te la senti vieni a pranzo, è l’una.” Recuperato il suo vigore, l’Albertone pensò bene di riagganciare le due pulselle che, da quello che ricordava, dovevano essere di notevole bellezza oltre che di faccia tosta. Il solito Dario fornì le notizie richieste, chi meglio di lui, aveva il registro delle presenze! Aurora Rocchegiani anni 23, Greta Bellinvia anni 24 ambedue residenti a Roma in via Merulana 123. Alberto pensò bene che fosse buona norma aggiornarsi del significato dei nomi e così venne fuori che Aurora raffigurava una rosseggiante, luminosa, splendente d’oro mentre Greta era persona preziosa e rara. Munito delle informazioni non fu difficile agganciare le due amiche nell’atrio dell’albergo mentre stavano per uscire. “Che ne dite di una passeggiata in spider in luoghi rupestri intorno a Cingoli?” Le due baby non se lo fecero dire due volte  e con un salto entrarono in macchina. “Atletiche le signorine immagino palestrate e poi dai nomi importanti.” E qui Alberto fece sfoggio del suo sapere sull’araldica lasciando un po’ stupite le damigelle. Aurora altezza 1,65, capelli corvini crespi che  incorniciavano un viso dalla pelle bianchissima, occhi sorridenti, bocca da…, seno forza quattro, gambe muscolose, un’atleta mentre Greta era all’opposto: capelli lisci, lunghi, biondi, occhi da militare ossia grigio verdi, naso all’insù, bocca dalla labbra più sottili dell’amica, seno minuto, gambe chilometriche, altezza 1,75. Quel che colpiva in lei erano gli occhi che cambiavano in continuazione espressione dalla più divertita alla burbera e a quella triste. “Dato che vedo che hai una Canon perché non ci fotografi anche con essa oltre che con gli occhi bello zozzone, tale ti ritengo ed è un complimento!”
    Così parlò Greta sfoggiando uno sguardo di sfida. Alberto aveva fermato lo spider in uno spiazzo, dinanzi un bel panorama: “Amo gli spazi aperti che mi danno sensazioni di benessere in cui lo sguardo non è imbrigliato ma è libero di allargarsi all’infinito, non ricordo dove ho letto questo pensiero ma è la sensazione che provo in questo momento.” “Greta abbiamo scoperto un filosofo, di solito sono brutti e vecchi mentre lui mi fa arrapare!” e lo prese a baciare forsennatamente in bocca, Alberto non si sottrasse dinanzi agli occhi divertiti di Greta la quale: “Vorrei che ci raccontassi qualcosa della tua vita, sei piaciuto ad ambedue la prima volta che ti abbiamo visto e mò, e mò siamo in crisi!” Alberto si mise in mezzo e le abbracciò entrambe così si  incamminarono lungo un sentiero, un quadro da dei pagani, un mortale fra due dee. Il giorno successivo fu quello delle rispettive confidenze: le due ragazze non avevano molto da raccontare, amiche sin da piccole ora frequentavano l’università in scienze moderne. Più difficile per Alberto che fu sincero sino al fatto della conoscenza della futura moglie che tralasciò, non voleva far la parte del macrò e così si inventò la storia del padrone che lo aveva preso a benvolere e lo aveva istruito nel mestiere di giocatore in borsa; era divenuto tanto bravo da superare il suo insegnante e diventare ricco.
    Anche se non era stato convincente le due baby non fecero obiezioni. I rapporti fra i tre divennero ogni giorno più stretti, licenziata con una sostanziosa buonuscita la brava Rosina i tre cominciarono la manovre di avvicinamento sessuale: prima bacini bacini poi bacioni bacioni e poi finirono tutti e tre nel lettone. Alberto divenne sempre più pretenzioso: chiese alle amiche che avessero anche rapporti fra di loro, Aurora e Greta, sempre più innamorate non si tirarono indietro e così giunse la metà di settembre quando le ragazze dovettero rientrare a Roma.
    Dilemma: lasciarsi oppure…Prima ipotesi scartata dal trio che giunse alla conclusione, poi messa in atto, che Alberto comprasse casa a Roma, magari nello stesso loro isolato e così fu.
    Questa volte le invidiose dee Venere e Giunone ebbero pietà e non interferirono nel trio, un trio formidabile nel quale erano  sorti, anche se inusuali, due sentimenti: passione e amore!

  • 16 agosto 2016 alle ore 11:27
    Issigonis (chi era costui?)

    Come comincia: Che i romani avevano ed hanno la consuetudine di dare soprannomi ai loro concittadini è cosa risaputa ma che ad Alberto Sciarra avessero appiccicato quello di ‘Issigonis’ era un mistero per tutti ma non per Nando, il portiere dello stabile in via Conegliano dove il cotale dimorava. Alberto era da circa vent’anni il proprietario di una Mini verde decisamente scalcinata e bisognevole di riparazioni ma a cui l’interessato non poteva provvedere col suo stipendio di impiegato delle poste tenuto conto delle spese di affitto, di condominio, di luce, di gas ecc. insomma quelle che tutti noi hanno e che ci  condizionano la vita finanziaria. Nando era un appassionato di auto, acquistava regolarmente la rivista ‘Quattroruote’ e quindi era venuto a conoscenza che padre delle Mini di Alberto era un certo ‘Issigonis’ingegnere britannico di origine greca progettista di quella auto che, a suo tempo, aveva un po’ rivoluzionato i gusti degli automobilisti. Alberto era spesso triste, conduceva una esistenza grama con poche soddisfazioni: niente donne se non raramente qualche prostituta e talvolta un qualcosa che assomigliava a quel monte citato nei promessi sposi, (!) un  tran tran quotidiano casa ufficio, serate dinanzi alla TV, insomma uno schifo di vita. Suo nonno aveva sentenziato: ‘ Tre sono le cose che ti rompono i coglioni: la cattiva salute, la povertà e la solitudine!’ Proprio vero, a parte la salute abbastanza buona per il resto…  solo un colpo di fortuna avrebbe potuto cambiare la sua vita e quel colpo avvenne la mattina di un sabato. Telefonata:“È lei il signor Alberto Sciarra?” Ancora intontolito dal sonno e credendo ad uno scherzo: “Ma lei che cacchio vuole a quest’ora  da me, chi è?” “Mi scusi se non mi sono presentato , sono il notaio Luigi Camberra, ho lo studio in via Cavour qui a Roma, sono il corrispondente di uno studio notarile di New York il cui titolare mi ha incaricato di farle conoscere la notizia che, in seguito alla morte di un suo parente, tale Sinesio Sciarra, lei è l’unico erede avendo l’interessato diseredato tutti i suoi figli, mi sente?” “Per favore mi dia il suo numero di telefonico, lo richiamerò fra poco.”  E così fece il prode Alberto, avuta conferma della veridicità della notizia, vestitosi alla svelta, senza nemmeno lavarsi si precipitò in quello studio. “Mi scusi la diffidenza ma in giro ci sono stante persone che non hanno nulla da fare e che …” “Comprensibile signor Sciarra, i beni di suo zio sono molti e molto sostanziosi: abitazioni, terre coltivate, ristoranti ed altro,  fra poco le leggerò l’elenco…” “Lasci stare l’elenco, per ora desidero solo una cosa che lei interessi la Banca Popolare S.Eustochia di via Taranto affinché metta a mia disposizione somme di Euro in contanti ed una carta oro con credito illimitato.” “Signor Sciarra lunedì verso mezzogiorno potrà recarsi in quell’Istituto di Credito e, mostrando un suo documento, avrà tutto quello che desidera, di nuovo complimenti.” Il perché Alberto ce l’aveva con quella banca era dovuto al fatto che il suo direttore gli aveva negato per ben due volte la concessione di un mutuo per l’acquisto di un’abitazione.  L’entrata in banca da parte di Alberto fu trionfale, non più tronfio distacco da parte del direttore ma un inchino a novanta gradi: “Signor Sciarra abbiamo ricevuto la  bella notizia da parte del notaio Gamberra, inutile dire che siamo a sua disposizione.” “Se non ricordo male…” “Signor Sciarra lasciamo stare il passato, le ho preparato una carta oro con credito illimitato e cinquantamila Euro in contanti.” Alberto volle fare il grande salutando personalmente tutti gli impiegati e, impettito, lasciò l’istituto di credito. Il nostro protagonista per organizzare la nuova vita prese un quaderno per gli appunti.  Primo: trenta giorni di aspettativa non retribuiti, acquisto,di una nuova Mini e di vestiario, una donna di servizio e qualche femminuccia, per ora poteva bastare.” “Taxi S.Giovanni? Per favore un  vostro taxi venga a prendermi in via Conegliano 8, grazie.” “Dottò dove annamo?” “Dove ci so i negozi più eleganti.” “Ho capito via del Corso.” “Preferisco venire davanti con te, ti dispiace?” “Dottò è un piacere, sa quanti maleducati trasporto!” All’arrivo in via del Corso:  lauta ricompensa e poi: “Dammi un tuo biglietto da visita, se ho bisogno ti chiamo.” “Grazie tante dottò.” Al suo ingresso nel negozio si avvicinò un giovane efebo che, guardandolo come un appestato: “Non vorrei che lei avesse sbagliato negozio…” “A coso io me compro te e tutto il negozio!” Nel frattempo si era avvicinato il direttore:”Lo scusi ma Joe è americano e non…” “Lasciamo perdere, questa è la mia carta di credito oro,  mi devi vestire dalla testa ai piedi. Dopo circa un’ora e mezza sul pavimento del negozio erano accatastati un bel numero di pacchi e pacchetti… “Vorrei portarmi via tutto con me…” “Abbiamo un furgoncino per queste occasioni.” “Dottò dove annamo?” (A Roma darti il titolo di dottò è segno di rispetto) “Dimme un po’ ma quel commesso…” “Il direttore è ambidestro, insomma gli piacciono sia le femminucce che i maschietti effeminati.” L’arrivo  a casa ovviamente non passò inosservato, ormai si era sparsa la voce chissà come dell’eredità di Issigonis o meglio del signor Alberto, nessuno più avrebbe avuto il coraggio di chiamarlo per soprannome. Altre modifiche alla vita del nostro eroe: posto fisso per l’auto nel garage sotto casa, acquisto dell’altro appartamento del suo piano dopo la morte del proprietario, contatti con l’architetto del terzo piano per un progetto di risistemazione dei due appartamenti in uno, ingaggio di una cameriera a tutto servizio, acquisto di un bilocale ad Ostia vicino alla spiaggia.  Il portiere Nando al quale si era rivolto: “Ma quale cameriera, mia moglie Rosa è bravissima, è subito a sua disposizione, Rosa!!!” La dama quarantenne era la classica figlia di contadini, robusta ma non obesa, altezza media, tette notevoli, bel sedere insomma ci poteva venire fuori qualcosa. E così fu. “Issigonis o scusa signor Alberto qualche ordine particolare per la casa e..per lei personalmente.” “Rosa lascia stare il lei, è un po’ che vado in bianco che ne diresti se ci facciamo una doccia insieme?” Il dopo doccia fu entusiasmante, per farlo contento Rosa accettò il meglio di un rapporto sessuale senza escludere nulla, Alberto fu soddisfatto e mise mano al portafoglio. Nel frattempo acquistò una Jaguar cabriolet, una passione quella sua per le macchine inglesi. In seguito sesso a go go quando non era di turno la cameriera ufficiale. “Alberto ma non pensi ad altro che alla pelosa?” “No mi piace pure il tuo culino, la tua bocca, le tue tette e quando mi lecchi tutto troiona mia!” Un giorno entrando nella portineria vide una ragazza al posto di Nando. “Scusi signorina il portiere?” “Mio padre è uscito, può dire a me.” Quel pezzo di gnocca la figlia di Nando e di Rosa? Non assomigliava a nessuno dei due! Alta, bionda con capelli a chignon, sguardo affascinante, tette piccole ma sensuali, gambe chilometriche , qui c’era qualcosa che non andava.  Alberto decise di indagare: venne fuori che Nando e Rosa in passato gestivano una locanda ma, venuto a conoscenza di quel posto di portiere, tenuto conto che gli affari non andavano nel modo migliore, lasciò la locanda per avere un alloggio gratis ed un buon stipendio. Dopo accurate indagini, Alberto pensò di aver scoperto l’arcano: un cliente di passaggio, non certo di natura mediterranea, aveva lasciato il segno dato che Rosa talvolta arrotondava gli introiti con qualche incontro occasionale, il riscontro di questa conclusione era che ogni anno, prima del compleanno di Miriam, questo il nome della figlia, perveniva dalla Svezia una raccomandata con dentro… Passato un mese, finiti i lavori dei due appartamenti riuniti, l’Albertone pensò bene di organizzare un sabato sera una festa alla quale furono stati invitati tutti gli inquilini della sua scala. Un successone: il buffet era stato affidato al bar Berni della stessa via,  il padrone aveva chiesto una cifra esorbitante, era stato accontentato, il salone di Alberto sembrava il bar della stazione Termini.  Il padrone di casa era stato invitato a ballare da Rosa: “Ti prego abbracciami e balliamo, lo desidero senza che ci sia di mezzo il sesso.”  “Mia cara caschi male, una volta mi sono rivolto ad una scuola di danza, dopo due lezioni il proprietario mi ha restituito il canone dicendo. “Non le voglio rubare i soldi, ballare non è cosa sua!” Quel che cambiò l’atmosfera della festa fu l’ingresso nell’appartamento di Miram: truccatissima, soliti capelli a chignon con striature di grigio, camicetta rosa scollata che lasciava intravedere due meravigliosi seni,  minigonna fucsia  e scarpe con tacco altissimo che la faceva sovrastare alla maggior parte dei presenti, una bomba che non lasciò indifferente il padrone di casa. “Quella è mia figlia per te off limits! Miriam esce di casa solo per andare all’università ed in palestra, non metterti idee sbagliate in testa, é sicuramente ancora vergine!” Rosa aveva assunto il ruolo di  madre ultraprotettiva ma ne aveva ben donde perché Issigonis  era rimasto completamente abbagliato, mai vista nemmeno al cinema cotal bellezza ma come avvicinarla? Non certo all’università ma in palestra? Un pomeriggio seguì la baby e dopo un po’ entrò anche lui nel locale iscrivendosi come frequentatore giornaliero, sabato compreso.  Dopo qualche giorno Miriam si accorse della presenza di Alberto, gli fece un cenno della mano ma nessun contatto diretto. L’amante di sua madre però non demordeva, voleva sapere di più sulla baby e così si accorse che la cotale era troppo in confidenza col suo palestrato istruttore americano, una volta li vide uscire dal bagno delle femminucce, altro che vergine, Miriam scopava della grossa e allora anche lo zio Alberto poteva provarci, ma come? Ricordò che durante la festa Miriam gli aveva accennato di un certo profumo giapponese molto di moda ma costosissimo. La mattina seguente visita ad una profumeria del centro certamente molto fornita. “Signore sono a sua disposizione.” una commessa brunetta niente male. “Mi hanno parlato bene di una profumo giapponese che va per la maggiore.” “ Molto probabilmente si riferisce al ’My Tsu Quo’, vado a prenderne una confezione.  Già dalla scatola esterna si capiva che doveva essere qualcosa di speciale, figura di una giapponesina col costume nazionale circondata da fiori. “Non le ho detto il prezzo.” “Non è un problema questa la mia carta di credito.”E poi sguardo della commessa dritto negli occhi del buon Alberto per come per dirgli: “Anche a me piacerebbe averlo, se tu vuoi…” Altrettanto diretto sguardo di Alberto alla commessa: “Ho già dove foraggiare il mio cavalluccio, niente da fare.” Allora sorse il problema come agganciare Miriam per regalarle il profumo. Un giorno vide portiere e consorte uscire dal portone, sicuramente Miriam li stava sostituendo. Alberto scese in portineria: “Che ti dice ‘My Tsu Quo’?”  “Da quando signor Alberto lei si interessa ai profumi?” “Lascia perdere il signore, per chi ci crede sta in cielo, e ti rispondo: da quando ha conosciuto una strafica ragazza che non lo fa più dormire la notte!” “Ho capito, tu do del tu: mi hai vista con Frank in palestra, a me piace godermi la vita, non sono puritana come mia madre, dimmi la verità hai già  comprato quel profumo, me lo vuoi regalare ma in cambio di…”  “Una gita in Jaguar sino al due vani che ho ad Ostia vicino alla spiaggia.”  “Penso che nel due vani sia compreso un bel letto matrimoniale!”  “Oddio messa così…” “Appuntamento fra due giorni alle nove di mattina a piazza Ragusa, dirò ai miei che sono impegnata all’Università, vieni in macchina, mi troverai ad aspettarti” La situazione si era favorevolmente evoluta a suo favore forse con troppa facilità ma chi se ne fregava l’importante era che..si sarebbe fatto una gnocca che più gnocca non si può.  Miriam era con camicetta trasparente e gonna ampia e non reagì quando Alberto le mise una mano fra le cosce. “Abbia pazienza, aspettiamo di essere a casina tua, mi son portata anche il costume, avremo tutto il giorno per noi.”  Alberto avrebbe preferito andare subito al dunque ma la baby  si presentò con un mini costume ispirato alla spiaggia di Paema in Brasile. “Andiamo in acqua perché vedo che il mio ciccio si sta…” Fammi vedere il micione.” E abbassò il costume ad Alberto il cui coso prese a crescere a vista d’occhio. “Chi l’avrebbe detto un super dotato, ce l’hai più grosso di quello di Frank, complimenti!” “Lascia stare i complimenti, si sta avvicinando l’ora di pranzo, andiamo nella trattoria qui vicino poi riposino…”  Riposino un par di balle, alla vista del corpo nudo di Miriam Alberto si buttò come aperitivo sul classico sessantanove e poi entrata trionfale nella vagina in verità piuttosto stretta. “Prendo la pillola e quindi…ma vacci piano…piano…piano. Miriam stava godendo alla grande, varie volte, faceva concorrenza alla genitrice. Dopo un lungo post ludio venne fuori il profumo e, come ringraziamento,  Miriam lo baciò in bocca. Al rientro Nando. “Ti vedo abbronzato.”                                                     Alberto ripensò a quanto dettogli dal nonno, ora poteva ben dire di avere scacciato due cose in passato negative per lui, viva la vita!