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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 10 marzo 2016 alle ore 20:58
    Liliaceae

    Come comincia: E' paradossale pensare che ci si annoia più da vivi che da morti, sfuggire alla morte è roba da giovani, poi col tempo si impara a fuggire dai desideri. Quando si basta a se stessi niente è più abbastanza, miliardi di secondi per ricreare quel punto privo di difetti e di bellezza. Un futuro privo di significato vale solo per il bambino che gioca, un cuore morto di fame ambisce a sfamarsi di sonno, si può vivere di mancanza e la mancanza può aiutare a farti sentire vivo, l'isola destinata a non divenire arcipelago ha sempre un punto di attracco protetto e protettivo. Nessuno ti ha mai detto che l'anno finisce ad Agosto, che il solstizio è una rendita ad usufrutto, che siamo il sogno di chi dorme ad occhi aperti, che piuttosto di ammettere una verità scriviamo una poesia. Incespicare in una persona buona, ecco cosa ci frega, che di persone giuste è vuoto il mondo e la giustizia non sempre è verità. Come può meravigliarti, ora, che per capire chi sei devi sfuggirti e per capire gli altri devi fuggire da loro ? Forse siamo solo l'ombra di una aspidistra.

  • 10 marzo 2016 alle ore 11:30
    Diversamente cane

    Come comincia: Tu eri un cane diverso. Forse mi scegliesti per l'ombra breve riflessa dal mio scheletro, adatta alla tua forma e al tuo passo. Lanciarti un bastone era inutile, non ne riportasti mai indietro uno, schivavi il mare ma non le spiagge, specie quelle di roccia, a volte parevi una capra nel tuo arrampicarti. Nata libera, ti inventavi battaglie ogni giorno per voler affermare la tua superiorità, mi guardavi sempre fissa negli occhi senza abbassare mai lo sguardo, poi d'incanto, come fa il mare, ti placavi e tornavi la bambina che di tutto ha bisogno. L'estate è la stagione nella quale più manchi, la potatura ti faceva apparire più esile, cucciola indifesa e bisognosa di cure e attenzioni, ma bastava una scintilla di coda di lucertola per farti spiccare il volo. La mia incapacità a gestirmi da solo mi rendeva dipendente da ogni tuo gesto, da ogni tua empatica richiesta, guardavamo per ore il mare, quel mare che io amavo e che tu non capivi. Abbiamo vissuto reciprocamente coinvolti nei pensieri l'uno dell'altra, un uomo e un cane, indistinguibili, separati da un respiro andato a male sul quale ogni giorno ritorno, come fa il cane quando non ritorna più il padrone. Perché scegliesti me? Non avevi bisogno di nessuno.

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:50
    2011

    Come comincia: Questa la dedico a me che sono testarda, ma nel senso buono. A me che non mi fermo mai, che non mi piango addosso e non mi cambierei per nessuna ragione al mondo. Mi stimo perchè so di essere quella che sono grazie ai miei sacrifici, alle esperienze della vita e ai miei sbagli. Soprattutto grazie ai miei sbagli, perchè sono stati quelli i miei migliori maestri di vita che hanno saputo impartirmi lezioni indimenticabili.

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:34
    2012

    Come comincia: Questa è per te che hai sempre saputo cavartela anche quando non ce l'hai fatta, che hai saputo ritrovare la speranza. Per te che piangi per colpa di qualcuno. Per te che cadi e a poco a poco ti stai rialzando. Per te che hai coraggio da vendere e quando hai trovato chi ha provato intralciare la tua strada non gliel'hai permesso. Per te perchè tutto quello che possiedi hai saputo guardagnartelo e non devi ringraziare nessuno, per te che non molli mai e sei fiero/a di essere ciò che sei !

  • 07 marzo 2016 alle ore 20:29
    2012

    Come comincia:  La persona speciale non è quella che non perde mai. La persona speciale è quella che reagisce nonostante le sconfitte, è quella che dalle immancabili delusioni riesce a trarne una lezione di vita. La persona speciale la vedi da come reagisce difronte alle sofferenza, alle sconfitte da come è capace di rialzarsi dopo una caduta, la vedi da quanto è capace a stringere i denti per assorbirne il colpo, che per quanto possa essere duro non molla mai.

  • 27 febbraio 2016 alle ore 10:16
    "NESSUNO MI PUO' GIUDICARE"

    Come comincia: E’ freddo l’ inverno del 1966. Questa piccola città circondata dalle montagne sembra sia stata appoggiata lì per caso e poi dimenticata. La neve è già arrivata, luci sparse si intravedono sulle alture intorno all’abitato. Questa è l’ora dei pendolari, le sette del mattino. Il bar della Stazione è molto affollato da gente frettolosa che silenziosamente beve un caffè o fa colazione. Pochi sorrisi, il sonno ancora incombente, i nasi arrossati dal freddo, qualche saluto abbozzato. Quando è entrata, lei si è guardata attorno e ha scelto un tavolino un po’ appartato accanto al juke box. Stamattina si è alzata dal letto un’ora prima del solito per truccarsi con attenzione: mascara e lunga riga nera sopra le palpebre, sì proprio quella che non viene mai uguale da ambo le parti e a forza di correzioni diventa pesantissima. Non importa, sui suoi occhi verdazzurri sta benissimo, non manca neppure il fondo tinta, e nemmeno la matita che disegna i contorni delle labbra, riempiti da un rossetto color carne, molto brillante. Vanno di moda le cuffiette d’angora ed anche lei ne indossa una che raccoglie la sua abbondante capigliatura tizianesca. Osserva l’andirivieni della gente, ma pensa ad altro. Ha accettato l’appuntamento ma non ha voglia di vedere Lui. E’ ancora adirata, anzi, umiliata. Cosa pretende Lui? Incontri clandestini, ritagli di tempo rubati al lavoro, alla famiglia, telefonate all’ultimo momento: è capitato qualcosa non possiamo vederci. Ma la settimana scorsa ha davvero passato il limite, come ha osato farla acquattare sul fondo dell’auto perché ha visto dei suoi conoscenti nelle vicinanze? No, davvero troppo. Un’umiliazione che brucia ancora. E’ vero che a diciotto anni si riesce a scherzare su quasi tutto, ma questo no, questo l’ha fatta imbestialire, e la voglia di vendicarsi ha preso il sopravvento su ogni altra cosa. Beffarda, crudele, sibilante nel comunicargli “sai sono uscita con un ragazzo ieri sera, uno della mia età”, si è divertita allo scatenarsi della gelosia di Lui, si è divertita a litigare e poi sbattere la portiera dell’auto e andarsene. E’ pronta stamattina, è pronta a sfidarlo. Non gli permetterà di insultarla ancora. Lui non ha mai fumato? Gli dà fastidio l’odore delle sigarette? Bene, eccole qui, il pacchetto bene in vista sul tavolino del bar: lei che si accende una sigaretta sarà la prima cosa che Lui vedrà entrando. E sarà solo l’inizio. E’ talmente presa dai suoi pensieri che non lo vede entrare nel bar. Lui daltronde non guarda intorno, va direttamente al bancone a ordinare un caffè Hag. Chiuso nel suo cappotto bene abbottonato di mezza età, è pallido, il muscolo della mascella contratto, teso nei movimenti nervosi alle prese col caffè. Sembra che abbia timore di cercarla in mezzo alla gente, sembra che abbia timore di sapere se lei ci sia. Ma lei adesso l’ha visto. Si accende la sigaretta e lascia scivolare una moneta nel juke bok. Caterina Caselli irrompe nel silenzio mattutino “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Parecchi avventori si girano verso di lei, il barista la guarda contrariato: il juke box in funzione al mattino presto. Ma lei ha tutta la forza menefreghista e incosciente della sua età, e si diverte di questi sguardi scandalizzati a causa della sigaretta accesa, della musica assordante, a causa di tanta strafottenza. Anche Lui adesso l’ha vista e tutti i muscoli del suo corpo si rilassano, il viso si apre in un sorriso, e i suoi particolarissimi occhi blu si inumidiscono mentre va verso di lei. No, non è lì per giudicarla, è lì perché sente di poter vivere soltanto accanto a lei, e la stringe in un abbraccio, incurante di essere in mezzo a gente che lo conosce: sei venuta!
    Le lacrime di lei sciolgono il mascara e disegnano solchi nello spesso fondotinta per poi trascinarsi dietro il rossetto brillante, e fra le braccia di Lui rimangono soltanto piume arruffate bagnate di pianto.

  • 26 febbraio 2016 alle ore 16:54
    Affilando ancora la vecchia falce

    Come comincia: Ci sono storie di un mondo lontano nel tempo che ancora avvincono per la loro semplicità. Storie come tante delle nostre montagne, che raccontano echi di genti e di fatiche.
    Una dolce giornata di fine estate, desiderio di girovagare lungo le alture dell’Altopiano, ed ecco Coldré, un piccolo gruppo di case abbarbicate sullo spartiacque tra la valle di Ganda e la Val Vertova, a guardia della Valle Seriana, Orobie bergamasche.
    La  minuscola borgata rimane nascosta al termine di una stretta stradina nel bosco, lungo la strada che scende da Ganda a Orezzo, in località Plaz.
     Qui, tra spazi luminosi e aperti, tra case coloniche punteggiate sui pendii, tra sentieri che si inoltrano nel dolce sottobosco come entrando in un “Paese delle Meraviglie”, è emersa una piccola storia da raccontare, come una fotografia d'altri tempi:
    sul pianoro fuori da una cascina un anziano contadino è intento ad affilare la falce, seduto sulla seggiola di paglia. Davanti a sé un cippo di legno con incuneati gli arnesi su cui appoggiare la lama da affilare. Poco lontano gli ultimi gerani sul davanzale illuminato dal sole, la panchetta accanto alla porta d’entrata ingentilita da una tenda di tela, i gradini di pietra che scendono verso il belvedere, quasi  a strapiombo sulla vallata.
    L’uomo picchetta metodico, quieto, sereno, nell'aria leggera del pomeriggio, il volto scavato dalla vita, ma fiducioso. Il silenzio si lascia avvolgere dal ritmico suono metallico del martello che batte regolare sul filo della lama, là dove ciottoli e pietre hanno scheggiato il taglio.
    Il giorno si stempera nel divenire del tardo pomeriggio, il tepore scalda la schiena curva e le spalle dolenti di vecchio bracciante. Gli occhi sereni colmi di una vita intensa non abbandonano il lavoro che le mani cesellano come di vita propria. Ogni giorno la falce va battuta, per non perdere la velocità del taglio.
    Il vecchio montanaro calza scarponi consumati, che tante strade hanno percorso, ma anche se è chino sulla falce, non è immobile: con il pensiero segue il ritmo delle stagioni, sa che ritornerà l'inverno, tutto qui sulla montagna si ammanterà di neve, e seppellirà ogni contorno, ogni staccionata, ogni cortile, uniformando l’immensità, ma lui non teme la solitudine. E intanto che pialla mi racconta la sua vita tra queste montagne.
    “De zögn la ranza ‘n pögn” dicevano gli adulti all’apparire del primo caldo: a giugno la falce in mano. Il lavoro nei campi un tempo era metodico e continuo.
    A maggio, fin dalle prime luci dell’alba, gli uomini erano nei campi, dove avveniva il primo taglio del fieno, "ol mazènc", il maggengo; ad agosto era la volta del "fé córt", il fieno già più corto perché le giornate andavano accorciandosi, detto anche “ol maghèr”, senza più forza, magro, e che, se lasciato al selvaggio, sarebbe diventato “stràm.
    L’erba era tagliata a mano con la “ranza”, la falce, la cui lama andava sempre tenuta affilata grazie alla pietra cote deposta nel ”codér” legato alla cinta del contadino; man mano si avanzava nella curva data dalle braccia si creavano “i andane”, cioè l’erba avvoltolata a onde sul pendio, come un susseguirsi di archi verdi andando avanti sul pendio; in quei giorni gli uomini andavano a “spant i andane” .
    Tutte le nostre montagne venivano sistematicamente falciate, perfino dentro i cespugli così che tutto era modellato e pulito.
    L’erba stesa veniva rivoltata nei prati con il “rastèl” -il rastrello- fino alla completa essiccatura: si andava a “rastelà” o a "spant ol fé" o anche a "guarnà" secondo il momento della giornata; poi lo si radunava in covoni e portato a spalle con i "masöi" fino alla stalla o alla "porta dol fé" e accatastato in bell’ordine nella “méda dol fé”.
    Ne sono rimasti pochi ormai, di montanari che ancora portano avanti un mondo scomparso, quel mondo in cui tutto era fieno, erba, campo, mucche, stalla. Ne sono rimasti pochi.
    Ma ascoltarli, viverli nella loro saggia quotidianità, ci rende un po’ più vivi, e consapevoli che la Vita è per noi, e non serve piangersi addosso. Ma affilare il coraggio, testa bassa e andare avanti. L’eredità dei nostri montanari.
     

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:19
    Anziani

    Come comincia: Gli anziani, la loro innocente maturità. Il silenzio che insegue al contrario il verso della matassa. Ti stringono mani tremanti che assomigliano a foglie d'autunno, l'appiglio incerto di un bambino, il paradosso di una cute vissuta che sembra corteccia. Gli anziani e i loro silenzi che non sappiamo ascoltare. E ci piace pensarli pari al loro vissuto, quasi ostili a capire che la vecchiaia annulla il passato e chiude quel cerchio in cui un uomo ritorna bambino.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:11
    Invecchiare

    Come comincia: Verro a farti le carezze quando sarai vecchia. Ci sono molti modi per fermare la ruggine che prende il sopravvento sulle lamiere dei tuoi sentimenti. Sarò con te quando faremo il bilancio delle nostre scelte. Da una parte le rose, dall’altra le spine. Penso a quando saremo vecchi, alle tue mani di cartapesta che intrecciano le mie. Hai l’odore di stanze vissute, di ricordi. Oggi ho le narici sopraffatte dalla polvere della mia libreria. Hai sempre odiato la mia libreria, la occupavi con i tuoi dischi. In effetti non so cosa hai amato di me per tutto questo tempo. So solo che quando non c’eri mancavi tu, il tuo calore e la primavera intorno a me lasciava il posto all’inverno.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Il giro di boa

    Come comincia: Il giro di boa arriva per tutti. Io vedo quella maledetta boa rossa, alla soglia dei miei venticinque anni, mi appare nella sua totale nullità. Eppure qualche anno fa era solo un puntino nel mare, un miraggio. Lo strano modo di scorrere del tempo. Dapprima scorre lentamente, sembra quasi dar tregua al futuro, permettendoti di crescere. Poi accelera, come se ritrovarsi adulti attivasse il timer del conto alla rovescia. Ed ogni secondo che passa sembra nutrirsi di sogni per dar spazio ai silenzi. Silenzi in cui ti siedi e fissi il vuoto con tale impegno che quasi assume la forma dei tuoi pensieri. Silenzi in cui la tua intera vita ti scorre dinanzi agli occhi, come una sequenza di negativi che sanno perfettamente chi sei. E non puoi sfuggire a tutto questo, ai ricordi, al silenzio, al tempo che scorre, a questo affievolirsi della follia. Perché la vita è un ciclo, un abito cucito su misura e prima o poi, per quanto tu lo possa rimandare, cresci. Riconosci esattamente quella circostanza, la sensazione che provoca sfiorare la tua ventiquattrore, vedere i capelli bianchi spuntare ai tuoi genitori, le interminabili nottate spese a chiederti “ora cosa faro? dove andrò?”. A volte vorrei che tutto questo si fermasse e per un giorno intero prendere in giro la vita con mio nonno, andare in giro per le strade di Torre dell’Orso attaccato alla bici di mio padre, vedere il mio cane piangere di gioia alla vista di mia madre. Vorrei tutti i concerti, gli amici e le persone che sono passate dinanzi ai miei occhi. Vorrei tutti i miei grandi amori concentrati in una pillola. Vorrei risentire l’odore dell’Andalucia, il cielo di Londra, il mare di Porto Selvaggio. A volte avrei bisogno di un’altra vita, ma molto più spesso capisco quanto sia bella la mia.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Crescere

    Come comincia: Ad un certo punto si cresce. Crescere è quando il rumore di fondo è più tenue di quello interiore. E non contano i fatti, le giornate spese ad elencare i viaggi, le esperienze vissute, i drammi superati. Crescere non è nulla di tutto questo, è una circostanza, è la vita che ti fende l’anima. Crescere vuol dire invertire il paradigma dei genitori che si prendono cura di te. Crescere vuol dire “giustiziare” quell’unanimità con cui le forze del bene e del male collocano le tue amicizie su un piedistallo, da cui le vedi tutte uguali. Crescere vuol dire diversificare le persone e vederne i limiti. Crescere è riconoscere un’autonomia che prepotentemente ti toglie il respiro e ti senti come una nave che affronta la prima grande bufera. Crescere vuol dire subire il cambiamento quando nessuno ti spiega dove porta, quando sei un vuoto che intravede i confini del rendere. Ti accorgi che tutto ciò che ami non è quello che non eri, che non sei più dietro la quinte ma in platea come tutto il resto. Forse per questo molti si rifiutano di crescere, perché può essere una cosa difficile e non c’è più il tempo per le cose difficili.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:00
    Facciamo il punto

    Come comincia: Molti parlano di destino, di Dio, di fortuna. Io ho preferito accettare le conseguenze delle mie scelte. È strano, ma alla fine di questo percorso mi sento come il guardiano di un faro alla fine del mondo, in grado di illuminare gli abissi oscuri dei navigatori ma non sufficientemente robusto da fare chiarezza sui percorsi sterrati della propria anima. Qualcuno mi disse una volta che quando concludi un percorso di studi così importante vieni pervaso da un senso di vuoto, come se tutte le nozioni che tenti di assorbire consumassero linfa vitale ai sogni. Forse quel qualcuno aveva ragione.

    Mi è capitato in questi giorni di riavvolgere il bandolo della matassa, a ritroso. Un rewind fatto di volti, di gesti incomprensibili, di uomini e donne, di famiglia, di mani tese e pronte a ricevere, di porte chiuse in segno di sconfitta. C’è un pezzo di ognuno di voi nelle mie scelte, nelle mie vittorie, nelle mie sconfitte e quanti altri sono stati solo comparse di questo appassionante spettacolo che è la vita. Ed ognuno è il protagonista della propria scena e così io della mia, aggrappato ai sogni di chi è incapace di arrendersi alla vista delle cose senza assorbirne la poesia che cela l’esteriorità.

    Ho avuto tutto quello che un uomo della mia età può desiderare e forse qualcosa di più. La sensibilità che mi ha permesso di capire tutte le ragioni che nascondono uno sguardo, la determinazione a superare le avversità e le sfide, ma più di tutto il senso di libertà. La libertà che ti fa sentire scomodo il peso di una matricola che ti viene affibbiata. La libertà che ti porta a non aver paura di lasciare tutto e di affrontare un viaggio in cui conoscere il mondo e riscoprirsi uomo. Ed è vero, cresci solo quando ti manca la terra sotto i piedi, quando prendi un aereo, quando decidi di restare, quando sei pronto ad assumerti delle responsabilità, quando esci da quell’involucro di terracotta che è l’adolescenza e ti ritrovi da qualche parte nella terra dei “grandi” a misurarti con l’idea che anche gli adulti hanno paura.

    Oggi mi fermo e guardo al futuro con tutta la passione di chi vuole divorare la vita, trovare la propria strada, la propria alternativa. In ogni professione esiste un’alternativa per non rimanere incastrati in quelle “gabbiette di piccione”, diceva qualcuno, che ti rendono schiavo della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di essere diversi, di essere se stessi e possedere l’umiltà di chi non smette mai di imparare. Bisogna avere il coraggio di amarsi.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:59
    Sintesi

    Come comincia: Ci hanno spiegato che ogni cosa è necessaria a ricondurre l’equilibrio in questa vita. Lasciarsi piegare dal dolore è come non intuire la felicità. Esiste una condizione, in prossimità del traguardo, in cui un uomo è costretto a battibeccare con la propria coscienza. Un gioco di sottili simmetrie. Un eco che riconduce le persone ai propri sentieri; quei grandi uccelli notturni a dare le spalle alle colline innevate in cerca di nuove primavere dentro cui rifugiarsi. Il paradosso di questo ritorno, schiarita la nebbia, consiste nella passione con cui ci riappropriamo della nostra anima. Amarsi appartiene a quell’istante prima della fine.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:58
    In verità ti dico

    Come comincia: Domani, quando mi sveglierò, non so neppure se sentirò questi profumi, se sfiorandoti la pelle con il ruvido dei polpastrelli possa farti attraversare la nuca da infinite scariche elettriche. Non so se correndo lungo la costa potrò sentire quell’odore misto di ruggine e aghi di pino, quando il sudore ti scivola sulla bocca e avverti il sapido sapore della pelle. Probabilmente domani mi sveglierò e prendendo la metro mi divertirò a giocare con gli sguardi della gente riflessi nel gioco di luci e ombre, prenderò il mio solito e poco eccitante caffè d’orzo e chiuderò gli occhi prima di entrare in ufficio, per dimenticare. Un uomo quando vive si lascia dietro di se solo il rumore dei passi. Di tutti i natali, le foto, le parole, gli sguardi, gli amori, non resta nulla. Basterebbe un’istantanea per racchiudere tutto. Un solo, maledetto fotogramma che racconta l’immagine che hai di te. Questo perché amiamo mentire prima a noi stessi, amiamo vedere i nostri limiti. Amiamo illuderci, guardandoci allo specchio, che possa esistere uomo o donna capace di amare le nostre debolezze quanto i nostri punti di forza. Nessuno è veramente libero da se perché nessuno è disposto a liberarsi di se.

  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:57
    Silenzio

    Come comincia: Ci siamo immaginati diversi quando guardavamo il mare al tramonto. In quella bellezza del chiaroscuro che avvolge le onde ci siamo raccontati l’esistenza beata della nostra giovinezza. Così mentre il sole scendeva in quello specchio rosso dei tuoi capelli, il cielo dei tuoi occhi si spegneva. Ho imparato ad amare quel silenzio che ti avvolge tutte le sere. Quel silenzio che è solo una paralisi della parola ma non è vuoto. E tanto era brutale la nostra tranquillità che contavo i respiri dal rumore del fumo della tua sigaretta. Dimmi quanto conta tornare a camminare tra la gente. Raccontami degli sguardi indiscreti che eviti contando le fughe tra i sampietrini dove l’acqua scivola e lava i ricordi. Per questo sceglievi i silenzi alle parole, perché nella gente vedevi gli altri ed in me vedevi il senso delle parole nascoste. Ed io parlavo tutte le volte che mi allontanavi. Come due poli di un magnete, i tuoi silenzi e le mie parole. Ho immaginato prati verdi dove avremmo fatto correre il tuo cane ed il suo sguardo impertinente che ti fa sorridere. E quando sorridi ti riconosco, quella smorfia destra che muove l’angolo della bocca e fa respirare il sorriso bianco che mi rapisce. Io non ricordo perché ci siamo negati questa passeggiata che conduce alla scogliera e che contiene il ricordo di tutte le stanze che abbiamo vissuto. Quello che so è che da quando ho iniziato a tacere io, ascolto la musica ad alto volume, per camuffare il rumore dei miei pensieri.

  • Come comincia: Una volta, mi ricordo che stavo passeggiando lungo la costa di non so che posto avvolto nei miei pensieri e scrutando il mare tumultuoso che con le sue alte onde si scagliava contro la scogliera fredda e grigia.
    Mi sedetti su d’una panchina più riparata e avevo un piccolo isolotto proprio di fronte alla mia postazione fermo, immobile e silenzioso.
    Ero lì intento ad assimilare il tutto quando caccio dalla mia tasca il mio pacchetto di Marlboro rosse tutto stropicciato; prendo una sigaretta, la porto alla bocca e le do fuoco.
    Al secondo tiro di sospiro misto al fumo, mi si siede accanto un vecchio di paese dall’aria trasandata e cupa; mi chiede una sigaretta, io glie lo porgo e pone il suo sguardo verso l’isolotto posto di fronte a noi.
    Tra il fumo e l’odore del mare, il vecchio mi inizia a parlare esordendo col dire:
    “Lo sai, una volta di tanto tempo fa, quando ero giovane quanto te, venni qui a schiarirmi un po’ le idee. Lo sappiamo entrambi che quando un uomo ha bisogno di capirci qualcosa, si rifugia in paesaggi come questi. Mi sedetti qui, presi le mie sigarette dalla giacca a quadri ed iniziai a guardare il mare in burrasca, proprio come oggi. In quel momento non mi accorsi che accanto a me c’era seduto un uomo, vecchio quanto me ora, che ad un certo punto mi racconta una storia bellissima.
    La sua storia parlava di una gabbianella e di un mare in tempesta; mi disse più o meno così:
    C’era un mare perennemente impetuoso che non acquietava mai le sue acque; in paese era famoso per questo suo tumultuoso agire. Creava molti danni con questo suo caratterino e piano piano corrodeva le pareti delle scogliere consumando il paese. Tra gli scogli più nascosti di una delle conche che aveva creato, un giorno approdò una gabbianella piccolina che si era avventurata per sfuggire ad una brutta tempesta. Due giorni e due notti stette a riparo nella conca per riprendersi dal lungo viaggio ma il mare burrascoso non le permetteva alcun riposo. Allora, presa dalla disperazione parlò al mare invitandolo a tacere, ad acquietarsi ma il mare non diede ascolto alle sue parole; era arrabbiato perché gl’uomini del paese l’avevano sporcato di petrolio e tutti gli abitanti marini che conteneva erano stati invasi dal male nero e a poco a poco stavano morendo. La gabbianella, allora, s’innamorò del mare per quel gesto d’amore verso i suoi sudditi morenti e decise di restare lì per sempre. Ma il mare non smise mai quel vortice tempestoso e le acque sue infette non potevano sfamare la gabbianella che, tempo dopo, iniziò a soffrire la fame. Allora il mare la invitò ad andare ma lei voleva restare e il mare s’innamorò della gabbianella. Ma un giorno di giorni dopo, la gabbianella morì di fame ed il mare ne fu profondamente addolorato tanto da inondare metà paese. Al chè gl’uomini capirono il suo dolore e ripulirono il petrolio dalle sue viscere. Così tornò pulito ed i suoi abitanti furono salvati, ma la gabbianella era già morta e non poté mai abbracciare le sue acque.
    I due si erano amati per tanto tempo senza mai toccarsi e il mare non trovò motivo di smettere di arrabbiarsi ma la bontà della gabbianella l’aveva reso triste e smise di abbattere le pareti dell’isola con le sue onde. L’unica parte in tempesta di tutta l’isola è la conca che ha ospitato la gabbianella e ogni volta che qualcuno v’imbatte in quella conca si può ben udire il dolore del mare che riecheggia in tutto luogo.”
     
    Bella storia. Rimasi assai stupefatto dal modo con il quale me l’aveva raccontata.
    Terminato il racconto, il vecchietto spegne la sigaretta e si congeda; d’un tratto sull’isola di fronte alla mia postazione v’era il sole ed il mare s’era acquietato e, come mi aveva ben detto, da un angolo spigoloso di una conca, il mare ardeva disperato riecheggiando in tutto il suo splendore.  
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 9:38
    CATTIVO UMORE

    Come comincia: Mi alzo ogni mattina alle 5,30, si proprio 5,30 il perché è presto detto: devo assumere 14 medicine nell’arco della giornata cominciando da quell’orario.
    “E che ciavrà mai stò sfortunato” direte voi, me lo domando anch’io, volete che vi enumeri le varie patologie, sono tante e ve le risparmio ma vi assicuro che esistono.
    Dopo l’ ottantino un mal ogni mattino, i proverbi mi stanno un po’ sul cazzo ma in questo caso ci hanno proprio azzeccato, uffa: mia moglie anche lei mattiniera per motivi di lavoro, ha 26 anni meno di me e quindi non è in pensione. Fa le sue cosine nel suo bagno, in quello principale perché, more solito, furbescamente, s’è preso quello più accessoriato, a me il buchetto con l’indispensabile ma non mi posso lamentare perché molto generosamente talvolta me lo presta per fare la doccia (nel mio non c’è).
    Dopo questa serie di lamentele che non servono a migliorare la mia depressione dovuta anche un tempo uggioso ed una leggera pioggerellina quella che ti sta sulle palle perché non ti invita ad uscire al contrario di un bell’acquazzone che, indossato trench all’inglese, cappello floscio e stivali ti porta a sfidare il mondo specie qui a Messina dove son costretto ad usare sempre la mia Jaguar, piuttosto ingombrante, per andare al centro e girare a vuoto per un posteggio introvabile. E i mezzi pubblici direte voi? Ma quando mai: di autobus se ne vedono pochi in giro, dicono che all’ATM ne cannibalizzano due per farne marciare uno ; il tram si blocca perché con la pioggia si formano delle pozzanghere incompatibili con la sua marcia... È mai possibile che i progettisti non abbiano pensato a questo inconveniente? Qui da noi è tutto possibile ma voglio finirla con le lamentele, Messina sarebbe una città favolosa mare davanti e montagne dietro, i Monti Peloritani ma…il ma sono gli amministratori di cui mi astengo dal dare giudizi per non beccarmi querele a più non posso. Vi dico solo che ultimamente è saltata fuori una storiella indegna di un paese civile: gli assessori timbravano il cartellino di presenza per intascare le prebende per poi ,in molti casi, andare a sbrigare  i fatti loro: di quaranta quando ce ne sono presenti in consiglio comunale una metà è un piccolo miracolo, e allora perché si erano fatti nominare? A voi la sentenza. Piccola soddisfazione: i furbastri sono stati inquisiti dall’Autorità Giudiziaria.
    Sto al computer per varie incombenze, oggi ho pagato la Tari, €.414.  L’unica cosa piacevole è quella che non faccio più la fila all’ufficio postale ma mi risulta che questa tassa sia una delle più care d’Italia, siamo in vetta alla classifica,  in compenso , come regione, la Sicilia è al penultimo posto in campo nazionale, peggio di noi solo la Calabria, una bella soddisfazione!
    Citando la Calabria mi vien da pensare che sullo Stretto di Messina era stato progettato un ponte che, oltre ad essere l’ottava meraviglia del mondo, avrebbe dato lavoro per vari anni a varie migliaia di persone ma i soliti verdi, malgrado che non vi fossero pericoli per i terremoti né per l’impatto ambientale, son riusciti a ad insabbiare il progetto con la conseguenza anche di dover rimborsare la ditta che ha effettuato il progetto. Era una piacere vedere sulle auto la sigla ‘NO PONTE’. A gongolare anche i proprietari dei traghetti privati di cui uno in particolare, un ex sindaco, finito in galera per essersi appropriato di fondi che dovevano essere usati per dei corsi, ma lasciamo perdere altrimenti mi deprimo ancor di più.
    Quando alzo gli occhi dal computer vedo la mia foto in divisa da maresciallo della Guardia di Finanza, un ‘aitante e distinto’ come risulta dalle mie note caratteristiche, il viso ‘munito’ di un pizzo nero (poi fatto sparire perché imbiancatosi) insomma un fascinoso che aveva fatto innamorare la deliziosa Anna, un po’ meno sua madre  che, all’inizio,  avrebbe voluto usare nei miei confronti il revolver di suo marito ‘Forestale’, non che avesse tutti i torti, siamo coetanei con la suocera! Ora invece si aggrega a noi al ristorante ‘La Sirena’ tutti i sabati… dimenticando a casa il portafoglio!
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 8:57
    TERESA...BUM

    Come comincia: “Teresa… bum, Teresa… bum chi l’avrebbe mai creduto che  tu avessi avuto…valzer: tanti peli nel buco del cul za za za, za  za, za!”
    La non proprio fine  canzonetta era stata proposta da un gruppo di studenti non eccessivamente affezionati alla loro professoressa di matematica a Aesj ,ridente cittadina in provincia di Ancona (non  si capisce perché ridente) una sera di agosto sotto le finestre di un villino dove la predetta alloggiava in via dei Colli 23.
    Perché tanto astio nei confronti di una docente decisamente poco attraente? (pelle giallastra, occhi bovini, bocca  con denti che non vedevano un dentista da vario tempo, orecchi a sveltola che venivano accentuati dalla non salutare abitudine dell’interessata di andare in giro con i capelli alzati insomma…)
    È presto detto: la signora Teresa, ammogliata senza figli (un bene per gli eventuali pargoli)  riusciva ad essere totalmente antipatica per il  suo modo sgarbato di trattare gli studenti (specialmente i maschietti, che fosse lesbica?), a nulla erano valse le proteste dei genitori degli alunni presso il preside e così Giovanni si era premurato di scrivere parole e musica della canzoncina.
    La cosiddetta banda era formata da una decina di ‘cape toste’ studenti del locale liceo classico :
    Gianni e Gennaro, cugini, figli di industriali di macchine agricole,
    Alberto  figlio di un funzionario di banca,
    Giovanni studente, genitori separati padre un ufficiale dell’Esercito ,
    Mario detto alcolino per la sua abitudine indulgere con i liquori, commerciante di prodotti  ferrosi,
    Marco figlio di un avvocato,
    Yvonne studentessa  domiciliata in una pensione a Aesy,  genitori a Supramontana produttori del famoso vino Verdicchio di Castelli di AESY,
    Adriana figlia della titolare di un negozio di macchine da cucire,
    Luciano figlio di proprietari terrieri in provincia di Macerata (alloggiava dalla zia Maria),
    Marisa figlia di un impiegato di Arcevia (dov’è Arcevia non lo so, andate a cercarvela!) abitava da sola in una camera in affitto,
    Augusto figlio di un commerciante  di frigoriferi,
     insomma una bella banda che, in occasione della serenata, cantavano tutti in  falsetto per non far riconoscere le loro voci.
    Compiuto il misfatto, dopo che nelle finestre dei caseggiati vicini al villino cominciavano ad accendersi le luci, gli undici, gambe in spalla,sparirono dalla circolazione per andare a passeggiare col viso di innocentini sul corso di Aesy a quell’ora quasi deserto; solo il piccolo bar di Fiamma era ancora aperto per dare ospitalità ad eventuali nottambuli.
    “Fiamma rinfrescaci!” la frase di Alberto aveva provocato l’ilarità dei compagni e la  reazione della titolare del bar: “Prendo un secchio d’acqua e vi ammollo tutti!”
    I ragazzi erano degli aficionados  (si dice così?) del bar e trattavano Fiamma come una madre (lei  vedova e suo figlio morto in un incidente stradale).
    Dopo qualche sbadiglio di troppo, la banda decise di ritirarsi nelle rispettive dimore con l’eccezione di Marco e Yvonne che si recarono nello studio di avvocato del padre di lui dove li aspettava un comodo divano, Gianni con Adriana sotto braccio si diressero nella seconda casa dei genitori in via delle Mura Orientali, Alberto e Marisa nella camera in affitto di quest’ultima e gli altri… un po’ invidiosi a bocca asciutta!
    Prendendo spunto dal film ‘Amici miei, la banda  un giorno decise di andare a caccia di lepri e di conigli lungo le stradine di campagna che da Staffello portavano a Vingoli a bordo delle auto: l’Aprilia di Gennaro, la Fiat 1100 di Gianni e l’Alfa Romeo di Luciano. Come organizzarsi visto che nessuno aveva la patente di caccia? Presto fatto: di notte con i fari delle auto e con fari portatili abbagliavano i poveri animali che restavano inchiodati in mezzo alla strada e poi…il giorno dopo finivano nel capiente forno della cucina di Gianni dove la gentile genitrice, unitamente alla cameriera, avrebbe provveduto a cucinarli alla cacciatora con contorno di patate e innaffiati dal vino Rosso  Conero.
    Altro modo di passare il tempo:  Alberto, appassionato di fotografia, avrebbe provveduto a deliziare i compagni con un filmino aventi per attori lui stesso e la dolce Marisa: mora, occhi verdi, seno prosperoso, lunghi capelli neri e priva degli stessi in una parte vitale del corpo… avete capito, si proprio lì.
    Alberto aveva dovuto superare la giusta riluttanza della dolce compagna convinta a farsi vedere come attrice coprotagonista dopo lunghe insistenze da parte di Adriana e da Yvonne,  curiose come scimmie.
    Inizio: baci appassionati e veloce spogliarello da parte dei due, arrapamento del maschietto che aveva sfoderato un bell’augello (in fondo non ce l’hai così grosso invidioso commento da parte degli altri maschietti), classico sessantanove, immisio penis, lunga balaièe, immisio secondo canale (hai capito stì porcelloni!) e giochi artificiali finali.
    Un po’ di imbarazzo da parte di tutti e poi un applauso: bravi, bravi…
    Alberto: “Ragazzi io sono disponibile a fare da operatore a Gianni con Adriana ed a Marco con Yvonne che ne dite?”
    Nel frattempo i non 'accoppiati' Gennaro, Giovanni, Mario, Luciano ed Augusto, divenuti maggiorenni, cominciarono a frequentare il 'Villino Azzuro' un caseggiato vicino al cimitero dove prestavano la loro 'opera' delle signorine inquadrate da non più giovane Lalla la 'maitress' che aveva preso a benvolere i cinque giovani (ci marciava) non facendo loro pagare le 20 lire d'ingresso e facendo degli sconti anche sulle 'marchette' ((gettoni di plastica che alla fine della giornata di 'lavoro' le signorine scambiavano in moneta sonante.)
    Ma qualcosa era cambiato nella testa di Giovanni che, mamma deceduta e padre che aveva perso la patria potestà, viveva con un nonno ex fattore che non aveva molta disponibilità finanziaria. Conclusione: Giovanni aveva smesso di frequentare la solita compagnia ed aveva preso amicizia con un ricco omosessuale che lo ricopriva di regali: un mini appartamento ben arredato, vestiti eleganti, un orologio d'oro e una Fiat  500, insomma un ménage da gran signore ma quando incontrava gli ormai ex amici cambiava strada, si vergognava profondamente del suo operato sinchè un giorno la tragedia: suo nonno appassionato di armi, aveva una collezione di pistole e con una di esse Giovanni si suicidò, non era riuscito ad accettare la sua nuova posizione lui nato etero.
    Al funerale in prima fila il suo 'compagno' in lacrime, poi i parenti venuti da lontano ed in fondo i compagni profondamente scossi.
    Questo avvenimento cambiò completamente la vita degli amici: il piccolo bar dove si riunivano, era chiuso per il decesso di Fiamma; i dieci si misero a studiare seriamente per diplomarsi e poi iscriversi all'università perdendosi di vista, solo raramente si sentivano, qualcosa dentro di loro si era rotto, non riuscivano a dimenticare il caro amico Giovanni, un ricordo tragico che segnò profondamente la loro vita.

     
     

  • 19 febbraio 2016 alle ore 22:28
    Slot

    Come comincia: I bambini, quando nascono, non vedono per diversi giorni.

    Nondimeno, scrutano il vuoto attorno a loro e paiono riflettere intanto che le pupille roteano.

    <Che cosa vedrà?>, domandano i genitori nel carezzarli e sognando un futuro migliore e più felice del loro.

    I giorni si alternano rapidi. Le mamme li cullano e gli parlano piano. Poi i papà appendono alla culla, oppure al soffitto, una selva d’uccelletti tenuti assieme da un filo:

    <Per attirarne l’attenzione!>, affermano entusiasti immaginando quello che accadrà.

    Il bimbo osserva i volatili. Allunga la mano.  Sorride. Fa uno strepito, e la madre afferma: <Ti sei accorto amore come li guarda? Vuole prenderli con la mano!>

     

    Slot

    Il potente Suv scuro, nuovo di pacca, procedeva lungo la Third Avenue di New York.

    La luce delle insegne si rifletteva sui vetri dell’autovettura senza lasciare scorgere gli occupanti.

    All’interno del veicolo due uomini colloquiavano con passione su un argomento apparentemente sconclusionato: forse era per via dell’alcol bevuto nei numerosi locali ai quali avevano fatto visita durante la notte.

    Erano all’incirca le quattro del mattino...

     
    <Allora John? La fessura dov’è?>.

    <Ė là dove il cane abbaia nel vuoto. Oppure dove osserva indeciso!>.

    <Dimmi John, dove altro potrebbe essere?>.

    <Là, dove trovi il gatto dopo che l’hai cercato per ore senza scovarlo!>.

    <Solo in questi posti?>

    <No, Mark! Certo che no! Negli angoli. Tra il muro e il pavimento per esempio. -Può essere in quel piccolo spazio Mark! >.

    <E basta John? È veramente solo in questi posti?>.

    <No Mark! Trovarla è più facile di quanto non si creda. Può esistere in un mercato! In un garage! Pure dietro un albero. Sopratutto la troverai, dove sono accaduti fatti strani e inspiegabili!>.

    <Ė stabile? Rimane sul luogo?>.

    <Dipende! Se è forte, sì. Se viene e va, è ciclica. In questo caso può essere molto energica, quanto debole. Per certo è attiva per pochi istanti, sai: fluttua qua e là e poi va. Sparisce!>

    <Ho capito John! Grazie!>

    <Sicuro?>

    <Sì, sì. Ho capito. Sono certo!>

    <Allora ripeti: che cos’è esattamente?>

    <Ė un posto magico. Lo so! L’ho capito!>

    La vettura svoltò cambiando strada. Imboccò la 59esima in direzione del ponte sull’isola Roosevelt. I grossi pneumatici stridettero un poco sull’asfalto.

    <No, Mark. La fessura non è questo!>.

    <Allora John? Spiegami meglio!>.

    <La fessura è lo spazio tra quello che c’è, e quello che non c’è. Non è un posto magico! Ė il suo confine!>.

    <Adesso posso vederla?>.

    <No Mark. Non puoi!>.

    <Insomma come faccio? Ė una cosa da pazzi... >.

    L’auto svoltò prendendo la seconda Ave. Di nuovo le gomme stridettero, ma questa volta più distintamente per via dell'andatura fattasi veloce.

    <Pensaci Mark. Ricordi il gatto?>.

    <Sì John! Si!>.

    <Lo vedi uscire all’improvviso... >.

    <Sì John. Sì!>.

    < Non vedi mai da dove... >.

    <Ė vero John! Non so mai, dove si è rifugiato! All’improvviso lo trovo davanti e basta!>.

    <Ė quello il trucco.>.

    <Davvero non capisco!>.

    <Sforzati. Puoi farcela.>.

    <Sì John. Finalmente ho compreso!>.

    <Bravo!>.

    L’auto e i suoi occupanti erano dalle parti della Manhattan Art & Antique Center. Tra pochi istanti, avrebbero raggiunto la 55esima strada.

    <Ė là! Ė là John! Ė dietro a quel lampione: ne sono sicuro!>, asserì Mark.

    <Si! La vedo anch’io!>.

    <Ė forte, John? Ė forte?>.

    <Sì Mark. Ė forte! È forte!>.

    L’istante successivo, John fu dall’altra parte.

    Venti minuti più tardi la polizia intervenne sul luogo, chiamata da un autista del servizio di nettezza urbana che aveva notato uno strano ammasso di ferraglia all’angolo con la seconda Ave.

    Nei pressi di un negozio d’ottica e della pizzeria “Angelo’s” una potente automobile era andata a sbattere contro un lampione.

    Il corpo di Mark giaceva immobile con le ossa fratturate dal lato passeggero.

    Sembrava stupito, almeno a detta dell’agente che con un gesto di pietà si preoccupò di chiudergli le palpebre.

    Nei giorni che seguirono gli investigatori indagarono senza capirci un bel nulla.

    L’indagine fu presto chiusa e classificata irrisolta.

    All’ultimo istante, quando John aveva ormai lanciato la vettura contro il lampione, a Mark era venuto il dubbio che in realtà quel punto non esistesse.

    Ora John si trovava dall’altra parte della porta ma che cosa poteva fare con quella mezza autovettura?

    Pensò al padre e alla madre che cechi dalla nascita, l’avevano lasciato crescere al buio fino all’età della scuola.

    Agli assistenti sociali che vennero a liberarlo, i genitori riferirono con dispiacere di non aver compreso il momento giusto per alzare le tapparelle in casa, così il ragazzo era cresciuto nell’oscurità.

    Ad ogni modo quella brutta storia era passata e John li aveva perdonati.

    Adesso era un uomo e si spostava per mondi tra loro invisibili. Presto sarebbe tornato a trovarli e a prenderne una vettura nuova e magari, questa volta, l’avrebbe scelta rossa.

    © Veniero Rossi.
     

  • 19 febbraio 2016 alle ore 1:31
    2010

    Come comincia: Una donna sa come rialzarsi, sa quando porre la parola fine a tante cose senza inutili rimpianti, è capace di affrontare il dolore. Una donna non demorde e non si abbatte, si siede, piange, si incazza, ma non molla. Una donna sa come rialzarsi sempre più forte di prima.

  • 19 febbraio 2016 alle ore 1:17
    2011

    Come comincia: Fanculo ai falsi amici e alle false promesse, ai finti volti angelici e ai falsi predicatori squallidi che su un pulpito effimero predicano i valori. Le persone oneste spesso si ritrovano quotidianamente ad imbattersi contro la falsità dei malvagi. Andate a fanculo gentaglia di merda, falsa e ipocrita, perchè io non mi abbasserò mai ai vostri livelli, né mai parteciperò ai vostri banchetti colmi di opportunismo e di convenienza. Io sono semplice, amo le persone sincere, i miei amici di sempre che conoscono bene il significato della parola rispetto, amo chi come me tiene ancora molto a certi valori.

  • 15 febbraio 2016 alle ore 15:11
    Vita ingabbiata

    Come comincia: Ragioniamo troppo. Pensiamo troppo. Facciamo tanti "troppo". Eppure vivere è la "cosa" più elementare e semplice: vivere. Noi umani la confondiamo, la distraiamo, la colmiamo di input e complicazioni che, in realtà, non le competono. La Vita è continuo movimento, di pensiero di azione di generazione, noi la beffiamo con quadranti statici in cui affossarla. Infiliamo il Pensiero in un cubo e lo facciamo girare vorticosamente sbattendolo su una parete e sull'altra, fino allo sfinimento.
    Etichettiamo il giorno e gli diciamo come deve comportarsi: cosa deve fare, cosa deve dire, cosa deve giudicare, cosa e chi deve escludere. Fermiamo il Tempo obbligandolo a camminare lo stesso nostro passo, piccolo, minuto, insicuro.
    Fermiamo il movimento, di pensiero di azione di generazione. Tramutiamo la Vita in uno stagno di cui conosciamo il perimetro, il colore, la minima ondulazione. La Vita si ribella: sta stretta, ingabbiata, strepita, vuole scappare dalle sbarre, vuole tornare a se stessa. Vuole essere se stessa: semplice, elementare, viva.
    Quel che noi chiamiamo "problemi quotidiani" non sono della Vita, ma di quanto le abbiamo imposto di essere: un cubo.
    Forse, dovremmo renderle la libertà, e liberarci.
    (Appunti di viaggio)
     

  • 12 febbraio 2016 alle ore 20:46
    La Vita e la Morte

    Come comincia: Mi barcameno nei giorni con una sorta di pudore, nel bisogno di proteggere, l'ognuno accanto, dalla tristezza. Consolo e ci consoliamo a vicenda, pure parlare di "morte" mi sembra offensivo, di cattivo gusto, un mancare di rispetto ad anime più delicate di altre. Ma sono qui a parlarne con me, nel mio silenzio faccio pratica di tatto, fino ad arrivare a saperlo dire lievemente, così come deve essere il passaggio da una dimensione ad un'altra. E' difficile. Alcuni momenti attraversano la vita con importanti traiettorie che, se pure di luce accecante e disarmante, allineano. Ci conducono in luoghi proibiti a molti, ci lambiscono con note sublimi e ci mostrano dimensioni che sono lì, accanto e discrete. È un mondo di "fuori" o di oltre il comune pensiero, però è lì, in tenera attesa di essere riconosciuto. È un mondo pulito, è consapevolezza, è amore, è perdono, è ringraziamento. È il mondo dell'oltre, purissimo. Perfetto e purissimo, difficile da incontrare, difficile da riconoscere. Difficile. Purissimo. Sa dire addio al passato e cambiare il futuro. Quando si vivono momenti di lutto, i "protagonisti" camminano su un terreno di -essenze- molto delicato, incontrando più vite in identici momenti, unificandole in una -unica vita- Presumo nasca da questa fatica intima, dal lavorio dell'Essere che muore nel partorire se stesso nello stesso attimo in cui un proprio caro sta operando l'identico passaggio, che "racchiude" nel silenzio. Morire a se stessi e rinascere "ogni momento", è il Mantra da recitare costantemente: riconoscere la propria Essenza ed espanderla in comunione con il corpo. Morire e lasciare le proprie spoglie, è ancor più ampio: è rinascere a se stesso "Essenza" e continuare la vita in una dimensione diversa dalla conosciuta. La tristezza è mortale, siamo penalizzati del bisogno fisico del caro che è andato laddove ancora non siamo abilitati a vedere, è un vuoto che non sappiamo colmare perché non abbiamo l'abitudine a riconoscere l'Essenza. Ma noi viviamo per imparare.
    Il vivere, quanto poi si sa esprimere è faticoso, se pure ripagato con visione sempre più vivida e pura dell' esistenza, per intanto, solo il silenzio buono concede tale visione: il luogo dell'Anima. La Vita e la Morte, stesso luogo.

  • 09 febbraio 2016 alle ore 19:33
    Il pane

    Come comincia: Ci sono delle giornate che hanno bisogno di lievitare prima di poterle accettare e amare, come per il pane. Cosa c'è di più simile al "pane" che possa "alchemizzare" l'inesprimibile sentire. Forse la musica, il colore, essi sì, sanno accompagnare la trasformazione da emozione sconosciuta a se stessa, a chiara percezione. Ma pure, il manipolare l'impasto del pane è così simile al lavorio inconsapevole dell'interiore, così affine è la lievitazione, così uguale è la trasformazione del "non so dire" a "so". Manipolazione lievitazione e trasformazione: la via per passare dall'inconsapevole al cosciente. E così, anche oggi ho fatto il pane. Dopo la prima esperienza terapeutica, la seconda medicamentosa. Dovevo disperdere le particelle scomposte in me, quelle ospiti autarchiche e irrispettose, che senza presentazione alcuna, vagano nel mio corpo come fosse la "loro" casa! Dovevo fare il pane, oggi. E le ho fregate, loro, le Particelle Scomposte. Sono lievitate con il pane, si sono gonfiate in esso e si sono disperse nel calore del fuoco. E' buono il mio pane, lo mangio e mi nutro delle P. S. ammansendole e facendomi amare, e le amo, così rinnovate e buone, ci apparteniamo, sappiamo lievitare.

  • 04 febbraio 2016 alle ore 9:25
    TATO E IL MARE

    Come comincia: Disteso su una sedia a sdraio sulla sabbia, gli occhi socchiusi, Tato rimirava il mare in una notte senza luna.
    Percepiva il rumore delle onde che si rincorrevano sin sulla spiaggia schiaffeggiando la battigia per poi ritirarsi silenziosamente.
    Una brezza fresca e leggera gli accarezzava il corpo sin fino al viso, una piacevole sensazione che gli ricordava le carezze della consorte dolcissima che, con le mani diafane e sapienti gli procuravano un fremito in tutto il corpo.
    Il paesaggio scuro era suggestivo anche se incuteva un po’ di paura.
    All’orizzonte la Calabria; i suoi fari lampeggiavano squarciando a tratti l’oscurità. Qualche tremula luce in mare: barche di pescatori che con le lampare cercavano di attirare i pesci.
    In cielo una stella faceva capolino fra le nuvole che si inseguivano fra di loro nascondendola per poi riscoprirla ancora.
    Tato era estasiato, ebbro di sensazioni piacevoli si sentiva ottimista, rilassato.
    Nel telone del cielo scorgeva fanciulle danzanti ricoperte da un minuscolo gonnellino.
    “An vedi er bell’addormentato, tu moje te cerca da mezz’ora, arza le chiappe!”
    La suocera di Tato non era un esempio di finezza…