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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Siamo davvero strani, noi uomini. Fissiamo una giornata e decidiamo che, in quelle 24 ore, abbiamo la possibilità di festeggiare e ricordarci di chi amiamo, anzi, meglio, di gridare ai quattro venti quanto quella persona sia importante nella nostra vita. Dobbiamo farlo, perché è nello spirito della festa e perché, subito dopo, saremmo così riassorbiti dal flusso incalzante del tempo, che sembrerà inopportuno farlo o dirlo di nuovo, in un giorno ordinario. Ne volete una prova? Ripercorrete i post e le foto dei vostri amici facebook: quasi nessuno, ieri, avrà dimenticato di celebrare la propria madre, di mostrare ai suoi contatti una di quelle deliziose foto scattate durante la propria infanzia, di ribadire, a suon di proverbi e di citazioni famose, quanto amore possa sfoderare una mamma.
    Se tornate quest'oggi sul luogo del delitto, troverete un nuovo, impressionante silenzio: la festa è finita, si ricomincia l'inevitabile giungla di impegni quotidiani, si aggiorna il proprio profilo, con la volontà, stavolta, di condividere le solite foto o qualche altra frase ironica, detta con gli amici. I riflettori si sono spenti e , per tornare ad assaporare quell'ondata di affetto, che, per alcuni, potrebbe persino risultare prossima all'insorgenza del diabete, dovremo aspettare l'anno prossimo: stesso giorno, stessa ora, il circo mediatico di ricordi, riflessioni e dichiarazioni zuccherose ricomincerà ancora, nell'alveo delle migliori tradizioni e del più classico dei conformismi. Ma negli altri giorni, mi chiedo io? In tutti gli altri 364 giorni che compongono un anno, che cosa se ne fa di quell'amore, di quella gratitudine tanto sbandierata nella rete? Sembrerebbe quasi che abbiamo bisogno di appuntamenti ben fissati, di feste ricorrenti per fermarci un attimo, alzare per un momento lo sguardo dal nostro piccolo mondo quotidiano e realizzare quanto quell'amore materno, umile, dolce ed incondizionato, ci abbia permesso di diventare le persone che siamo. Eppure, quell'amore viscerale ci accompagna sempre, ogni giorno: non ha bisogno di occorrenze da calendario per uscire alla ribalta ed, anzi, anche a costo di farsi quasi invisibile ed accantonarsi in un angolino, ci assiste sempre, ci guarda da lontano e continua a proteggerci, vegliando su di noi, quasi come un angelo custode. E noi, invece di fermarci un istante e farne tesoro, riconoscendone tutta la bellezza, aspettiamo con impazienza una giornata incipiente di maggio: quello è il momento, quella è l'occasione per farlo, ci ripetiamo. E se quella festa della mamma, quella celebrazione di un affetto straordinario e di una dedizione incondizionata, fosse dentro di noi, ogni giorno? A volte, basterebbe così poco per sentirla: dire un grazie dal profondo del cuore, dare un abbraccio al termine di una chiacchierata sofferta, sentire il calore di una carezza sulle guance inumidite di pianto, dimenticarsi i fascicoli sulla scrivania e rimanere al telefono, raccontandosi tutto, come quando si è bambini. Sono gesti semplici, innocui, ma capaci di mettere al riparo il nostro animo da quello che, credo, sia davvero il male maggiore: il vuoto interiore, l'aridità, l'apatia. Si deve esprimere l'amore, si deve trovare del tempo per ringraziare chi si ha vicino e renderlo partecipe della gioia di averlo nella propria vita. Altrimenti, si rischia di rimanere imprigionati solo su di sé, sul proprio mondo, pensando che nulla, all'esterno, possa essere così importante da farci alzare la testa e sollevare lo sguardo che tenevamo a lungo abbassato.
    Non aspettate il calendario, la festa rituale, i giorni prestabiliti: non c'è cosa più bella che accantonare, per un attimo, i propri impegni e celebrare, dentro di sé, nell'intimità del proprio cuore, la bellezza di un amore, la forza dell'amicizia, la gratitudine verso chi ci ha voluto e sostenuto fin dal principio. Regalate un sorriso, aprite il vostro animo, fate una chiamata che state rimandando da tempo o vi dimenticate sempre di fare. Perché sono questi, in fondo, i regali più belli che si possa ricevere: quelli inaspettati, quelli che rischiarano una piovosa giornata ordinaria e, non si sa come mai, fanno spuntare sul nostro volto un sorriso più potente della bufera e del temporale.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/05/celebrate-now.html

  • Come comincia: Siamo quotidianamente in balia di messaggi inquietanti, preoccupanti e caotici: sembra quasi che interpretare il mondo circostante diventi sempre più difficile, sempre più complesso. Dalla nostra, abbiamo una sola consapevolezza, quella di vivere in un'epoca di crisi, in un lungo, interminabile tramonto di grandi ideali e sogni, dove un inestinguibile grigio si è impossessato di tutto e ci impedisce di vedere i colori con la stessa lucentezza di qualche generazione fa. La parola crisi (segue)
    rimbomba spesso nelle nostre teste, riecheggia spesso nei nostri discorsi e, lentamente, diventa l'alibi per non andare oltre, per giustificare stancamente ciò che di storto ci capita, quasi come una patente di accettazione e rassegnazione con cui proteggerci, con cui falsamente rassicurarci. Nessuno, però, spende un po' del suo tempo a spiegare come sia questo rumore di fondo pessimista e martellante, questo ritornello ormai irrinunciabile per tutti noi a cominciare la crisi, ad avallarne lo sviluppo e a rinforzarne la cupa presenza nelle nostre menti, nei nostri cuori. La crisi comincia soprattutto quando la si percepisce dentro di sé, quando si sente, nella "pancia", che ormai la battaglia è persa e che il mondo è troppo corrotto e contaminato per essere ancora quel bel giardino fiorito che ci immaginavamo da bambini. La crisi siamo noi, con i nostri dubbi e i nostri sconforti, con quel velo che annerisce tutto e non solleviamo mai per vedere da vicino ciò che ci circonda e che pensiamo, a torto, di conoscere bene. Crediamo ci sia sempre tempo per controllare statistiche poco rassicuranti, per alzare la voce e prendercela contro lo stesso sistema che ci ha reso quali siamo tuttora, ma mai per dare un po' di speranza, mai per dar voce alla bellezza di un tramonto, di una canzone o di un incontro fortunato. Sembra che non ci sia spazio per tutto questo e, lentamente, cominciamo a farne a meno e a pensare che davvero non ci sia più nulla di cui rallegrarsi, che i bombardamenti mediatici hanno ragione e la nostra vita scorrerà implacabilmente rinchiusa nei binari della crisi e della recessione. Cosa succederebbe, invece, se ognuno di noi perdesse qualche minuto prezioso per raccontare qualcosa di bello, qualcosa che lo ha appassionato, qualcosa che lo ha emozionato? Continuiamo a dire che nulla, nella decadenza contemporanea, può stupirci più, ma, in realtà, l'uomo è nato per meravigliarsi, per guardare l'ambiente circostante, senza smettere di farsi domande e scoprire, spesso, come ci sia più gusto nel porsi interrogativi, che non nel rispondersi. Perché, allora, non prendersi qualche minuto, in treno, per appoggiare la schiena allo schienale ed osservare un sole nascondersi nelle montagne o le onde infrangersi contro una spiaggia ancora deserta? Certo, all'apparenza sembra meno interessante, perché ormai ci siamo abituati a  ricordare gli innumerevoli ritardi di Trentitalia, a lamentarci per la scortesia degli altri passeggeri e a sbuffare frequentemente pensando a quante ore ancora ci aspettino. Eppure, è proprio un gesto così semplice, così puro nella sua ingenuità, a poterci ridare, anche se per pochi minuti, quel sorriso che, magari, latitava da tanto sulle nostre labbra, una gioia inebriante ed appagante di cui siamo sempre alla disperata ricerca. Mentre ci angustiamo, mentre siamo chini a curarci di noi e guardare solo alle nostre quotidiane disavventure, il mondo, là fuori, continua: il sole continuerà sempre a tramontare con la sua bellissima luce arancione, le montagne innevate continueranno a stagliarsi in lontananza, il mare continuerà ad abbracciare il cielo azzurro in un nodo inscindibile. E se questi spettacoli, invece di scomparire, sono ancora vicini a noi, davanti ai nostri occhi un po' disattenti, perché non ne siamo grati? Perché continuiamo a parlare di crisi, invece di parlare di luci, colori, emozioni?

    Tutti hanno paura della recessione, della disoccupazione e della precarietà, con dei motivi troppo validi per essere respinti, ma c'è un altro bene, assai più grande, che nessuno di noi sembra abbia timore di perdere o sembra ricordare nei suoi pensieri: la passione. La passione è la forza che continua a spingere ancora questo mondo, pur con le sue storture e i suoi stanchi ingranaggi: è la passione del falegname che intaglia nel suo legno e lo sente vivo al suo tocco, è quella dell'insegnante che, nonostante lo abbia ripetuto milioni di volte, continua ad emozionarsi leggendo per i suoi alunni la storia dell'Innominato, è quella del ballerino  a cui bastano poche note per sentirsi bene e lanciarsi nella pista, incurante dei giudici pronti a misurarne minutamente ogni movimento. Siamo noi a non darle mai spazio, a trascurarla sempre nei nostri discorsi, a fingere che non esista e che, nella vita, sia il guadagno o l'avidità a spingerci. Eppure, la crisi vera sarebbe questa: non incontrare persone dallo sguardo sognante, con gli occhi vivaci ed il sorriso evidente, perché certe di aver trovato uno scopo, una intima ragione per alzarsi ogni mattina ed affrontare continue sfide e prove. E mentre tutti controllano strani indici numerici ed urlano alla perdita di valori, io sento la speranza, sento la gioia di essere viva e di sapere che, ancora oggi, ognuno di noi può fare la differenza ed accendere il mondo di bellezza e luce. Perché la passione non è morta, ma, anzi, scorre veloce nelle nostre vene e, finché ci saranno scrittori ispirati, medici devoti alla loro causa o maestre contente dei progressi dei loro bambini, nessuna crisi potrà davvero fermarci o farci desistere dall'amare questa vita.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/e-tempo-di-passione.html

  • Come comincia: Quest'oggi, un bellissimo sole si staglia su un cielo senza nuvole: è difficile dover radunare le proprie cose, preparare i  bagagli e correre in stazione per prender il treno. A volte, basterebbe davvero così poco per essere felici: già appoggiarsi sul davanzale della propria finestra e vedere la città attraversata da questa luce calda e avvolgente riempiono il proprio cuore di gioia più di quanto si possa dire. Sembra, per un momento, che tutto il mondo si sia magicamente arrestato, che nulla di brutto possa davvero accadere per interrompere questo piccolo, meraviglioso spettacolo. Ma, soprattutto, si sente
    quel calore, quel tepore diffuso dai raggi del sole che accarezza la pelle e pare darle una luce nuova, con il suo tocco tenero, ma deciso. Mi ricordo che, da bambina, dopo ore trascorse in spiaggia, fra giochi e bagni in mare, senza fermarsi un attimo, mi avvicinavo il braccio al naso e sentivo un profumo diverso, inebriante:  con quell'odore, ad occhi socchiusi, ripercorrevo la mia giornata e riuscivo a percepire, anche di sera, la fragranza della salsedine, unita al calore della pelle esposta così a lungo alla luce del sole, formando un connubio meraviglioso e , per una bambina come me, irresistibile.
    Crescendo, ho imparato a ripetere questo gesto meccanicamente, quasi per rispolverare una cara abitudine della mia infanzia, di quell'età per tutti dorata e persa in ricordi puri ed immacolati, proprio come un cielo terso in Aprile. Ora, però, se anche lo stupore non è più lo stesso di fronte a gesti come questo, è nata una nuova, più grande consapevolezza: abbiamo ancora bisogno di calore e non solo quello di una bella mattinata di primavera. Ciò di cui abbiamo bisogno, davvero, è del calore delle persone, dei nostri simili, di chi ci circonda. Pensiamo sempre che il nostro tempo sia prezioso e che, nella tortuosa gincana della giungla metropolitana, poco tempo sia rimasto per fare una sana chiacchierata, per rivedere il compagno di banco del liceo o per  concedersi un buon caffè con un amico caro. Amiamo circondarci di SmartPhone, Tablet, WhatsApp e Social Network, pur di sentirci parte di un grande flusso globale, quando in realtà, prima di andare a dormire, fissando per lunghi minuti il soffitto, sentiamo che, nonostante tutto, siamo soli, vuoti e, forse, anche nudi davanti a noi stessi. Crediamo di avere qualcosa di ben più importante da fare o che, forse, le gratificazioni del lavoro possano supplire alla mancanza di avere persone disposte ad ascoltarci. Ci diciamo che va bene così, che in fondo siamo tutti venuti al mondo da soli, con le nostre forze e che, con le nostre stesse forze, dobbiamo lottare, ogni giorno. 
    Quanto mentiamo a noi stessi, quanto andiamo contro ad una delle più grandi verità di questa terra: l'uomo è fatto per parlare, per condividere il suo viaggio e la sua vita con i propri simili. Come faccio ad esserne così sicura, a pretendere di aver capito, poco più che ventenne, come funzioni la vita? 
    Da due eventi, semplici nella loro essenza, ma entrambi importanti per capire, sentire come sia solo questa la strada giusta. Ieri, ho ascoltato un amico: l'ho ascoltato mentre, casualmente, la nostra conversazione toccava tematiche importanti e , senza nessun preavviso, si soffermasse su di lui, su un evento del suo passato che ancora lo lasciava stupito, se non amareggiato. Vedevo la sua timidezza nel mettermi a conoscenza del suo profondo rammarico, ma allo stesso tempo, il sollievo nel dare sfogo, nel nominare, anche se per pochi minuti, quel piccolo dolore accantonato in nome della quotidianità, della routine, dell'andare avanti ad ogni costo. Mi sono intrufolata in punta di piedi nella sua vita, cercando di dimenticare la mia storia ed abbracciare la sua visuale, di far mia la sua delusione. Eppure, non ho permesso che tutto ciò scemasse in un repertorio di brutti ricordi: ho cercato di confortarlo, di rincuorarlo non con parole di circostanza o con frasi stereotipe, ma mostrandogli qualcosa di me, regalandogli qualcosa di mio in cambio. Decisi di raccontargli una mia esperienza, molto simile alla sua, e quanto io ne avessi tratto per essere migliore, per non farmene fermare: ho semplicemente condiviso con lui qualcosa del mio profondo, qualcosa del mio io e ho cercato di infondere in lui la stessa speranza, lo stesso entusiasmo con cui ho superato il mio impasse, pur con le stesse paure ed incertezze. Bastavano i suoi occhi per capire che la mia mossa avesse colto nel segno: ora erano accesi, ridenti, non più velati della stessa malinconia di prima ed il viso aveva anche il suo solito sorriso spuntato nelle labbra. Certo, una bella chiacchierata a cuore aperto non modificherà quanto è successo, non toglierà a lui il suo dolore, come non annullerà le mie cattive esperienze: eppure, è bastato ascoltarsi un po' e condividere la propria vita per sentirsi meno soli, più vicini, più sereni. E come si può barattare questo, cosa può sostituire il calore umano di un abbraccio sentito o di una stretta di mano decisa? In quel momento, una mia parola ha potuto fare la differenza, un gesto così piccolo come un sorriso ha dato qualcosa di prezioso a qualcuno che ne aveva bisogno, pur senza averlo specificamente chiesto. Questo è il potere della condivisione, dello stare in mezzo agli altri ed irradiare la gioia e la speranza, anche quando sembra che non possa esserci più nulla da fare, anche quando tutto sembra perduto. Ma, ci si potrebbe chiedere, perché dovremmo disperdere nostre energie nel farlo? Che senso avrebbe aiutare altre persone, se ciascuno di noi è così diverso e ha compiuto esperienze totalmente differenti? 
    Professor Lamberto MaffeiA questa domanda, risponderò grazie alle parole di qualcun altro, che mi ha fatto indirettamente capire come questa sia la strada giusta. Questo tale non è una persona qualsiasi: sto alludendo al professor Maffei, presidente dell'Accademia dei Lincei, nonché neuroscienziato di fama mondiale, con un curriculum troppo lungo per essere anche solo ripercorso in breve. Ebbene, questo uomo, così famoso eppure così umile e pronto ad ascoltarci, ha concluso il suo intervento, quest'oggi a Trento, con una bellissima frase: il cervello umano ha bisogno di stimoli, ha bisogno di un ambiente recettivo in cui svilupparsi, altrimenti muore. Di primo acchito, sembra un'affermazione perfino ovvia e scontata, ma, in verità, mentre la annotavo  velocemente fra i miei appunti, ne ho percepito davvero la portata e l'effettivo significato : ognuno di noi può stimolare, incuriosire ed affascinare gli altri molto più di quanto si crede. Ognuno di noi può fare qualcosa di speciale e divenire un esempio per tutti gli altri. Ognuno di noi può venire in questo mondo ed inciderlo profondamente, perché ne abbiamo tutti gli strumenti e la forza. Siete ancora scettici? Le ricerche del professor Maffei lo comprovano: alcuni anziani, con i tipici segni iniziali della demenza senile, se opportunamente coinvolti in una terapia comprendente attività mirate e coinvolgenti, hanno presentato un ritardo significative nell'insorgere dei sintomi più gravi. E sapete quale è stata una delle attività offerte al suo interno?? Proprio l'ascolto, il confronto con l'altro, il comunicare insieme. Non credo ci sia nulla di casuale in tutto ciò, ma anzi la conferma di quanto sospettavo da tempo: la parola è un motore grande, immenso, le cui potenzialità sono spesso taciute, perché non sempre è facile buon uso e non sempre i contenuti da affidare all'altro sono facili, semplici o piacevoli.  E se tenessimo più a mente che anche una macchina potente come il nostro cervello ha bisogno di stimoli, di aprirsi all'esterno e alle sue molteplici possibilità, perché la solitudine e l'isolamento non fanno altro che minarne lo stesso funzionamento, forse davvero carpiremmo l'elisir di lunga vita. Perché la vita è questo: una lunga, sorprendente serie di suoni, immagini, parole che si incrociano inestricabilmente con altre combinazioni, per creare qualcosa di diverso, ma pur sempre meraviglioso.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/parole-che-si-incrociano-di-cecilia.html

  • Come comincia: In questo mondo, poche meraviglie possono davvero eguagliare l'entusiasmo, la passione, quel fuoco interiore per cui, la mattina, nonostante il suono stridulo della sveglia ed il caldo accogliente delle coperte, si aprono gli occhi e ci si mette comunque in moto, determinati e consapevoli. Realizziamo subito che dovremo correre, districarci in un tortuoso slalom fra impegni e appuntamenti, cercando a fatica di non essere fagocitati da incombenze che sembrano solo aumentare, ma, in fondo, tutto questo non può limitarci, non può impedire al nostro sorriso di spuntare, di illuminare il nostro viso o gli occhi stanchi per le poche ore di sonno. Ecco, senza che ce ne rendiamo davvero conto, il nostro piccolo miracolo, la chiave di volta per la felicità: sapere ciò che più amiamo e dedicarvi tutte le nostre forze, ogni nostro più minuto pensiero. Cosa potrebbe, in fondo, eguagliare una spinta, un desiderio così intenso, per cui si è disposti a varcare ogni sera la soglia di casa a passi lenti, ma con un segreto compiacimento, una remota sensazione di essere nella giusta direzione?

    Sembra una domanda retorica, ma in fondo molti di noi saprebbero avanzare una risposta: la giovinezza. Quei vent'anni di nottate in bianco, di avventure indicibili con gli amici, che scolorano presto nei ricordi, quell'energia che gli "adulti impoltroniti" rimpiangono, quasi fosse un perduto elisir, sembrava già agli antichi quanto di più vicino ci fosse al segreto dell'immortalità. E, forse, essi non erano così lontani dal vero: ci chiediamo spesso cosa potremmo ancora fare, se avessimo di nuovo quegli occhi vispi e mai sazi di esplorare, quel corpo in continuo movimento, quelle occhiaie appena visibili, che tradiscono le maratone di studio delle notti precedenti, quella sconsideratezza e temerarietà che, talvolta, può consegnarci i nostri più grandi successi. Ora, pensate ad unire questi due portenti: l'entusiasmo per ciò che più amate fare, abbinata alla selvaggia bellezza dei vostri vent'anni, tutti ancora da vivere. Crederete di aver scoperto una miscela potente, inarrestabile e avrete ragione: con il rosso Ferrari della nostra passione ed un pilota assetato di vittorie come il nostro impeto giovanile, come arrestarsi?  Il gran premio è cominciato e  i giri di pista, seppur faticosi e sempre a rischio di sorpassi, si susseguono vorticosi e ci spingono ad arrivare al traguardo, pregustandone il trionfo. Eppure, anche in una corsa come questa, dove il motore non sembra mai esaurirsi, fino a che la nostra volontà di andare avanti e di pensare in grande ci spingono a premere energicamente quell'acceleratore, ci sono diversi pit-stop, interruzioni, che abbiamo imparato a chiamare, con l'esperienza, intoppi. 
    Il guaio è che, proprio ai box, non troveremo sempre il sorriso gentile di chi ha preparato la Ferrari, lo sguardo convinto di chi crede nella nostra vittoria e già vede la bandiera sventolare per noi: la vita, grande maestra, ci ha dimostrato più volte che, sotto il casco o la tuta del compagno di corse, potrebbe nascondersi proprio il seminatore del dubbio, il polemico cronico, l'invidioso attento a non essere scavalcato e a non farsi sorpassare. Certo, con un casco così stretto e dalla visiera così rigida, sembra difficile poter spaziare, poter assaporare il gusto di traguardi inaspettati e di vittorie incerte fino all'ultimo: eppure, vedere poco non è mai stato un valido pretesto per non chiudere gli occhi e sognare di più. Ed il non saperlo fare, il non capire quanto l'immaginazione sia più efficace di gomme adatte al bagnato, o motori di ultima generazione, non deve essere nemmeno un buon motivo per trattenere il pilota e distoglierlo dalla sua corsa. Figurarsi, poi, nel caso di un pilota un po' ribelle, curioso ed impaziente di stringere quel trofeo, come il nostro ventenne: fatica sprecata, visto che la sua benzina scorre nelle sue vene, nell'adrenalina che lo invade ogni volta che sente di essere nel posto giusto, al momento giusto. 
    Ora, abbandonate gli esotici circuiti di formula uno, sparsi fra mete da sogno e deserti afosi, per tornare alle nostre vie, ai centri storici illuminati dal timido sole primaverile, alle strade dal traffico congestionato: scorgerete quel pilota nel volto di tanti ragazzi, magari con lo zaino in spalla, con un libro sotto il braccio o con un biglietto aereo verso un paese remoto nella mano. Sono quei ventenni fortunati che incidono la loro vita e stanno cominciando il loro gran premio, alla ricerca di una vittoria tanto agognata fra curve strettissime e prove interminabili. Sono quei giovani che sapete di temere, perché non avete mai visto nessuno con quel fuoco interiore, con quella caparbietà, con la testardaggine di andare oltre la stanchezza, il sonno, la fatica per cercare "di più". Sono quei ragazzi che sfiorano il segreto dell'invincibilità, che si sentono quasi dei titani e tengono il mondo a portata di mano, perché sentono, nel profondo del loro cuore, che nulla sia poi davvero "lontano". 

    Perciò, la prossima volta che vedete uno di loro, che lo accogliete nei vostri box per una sosta tecnica, per una riparazione o per una revisione, ricordatevi del dolce miracolo davanti a cui vi trovate. Ricordatevi dell'importanza di ciò che state facendo e di averne cura, come se maneggiaste un oggetto prezioso e delicato, invece di sminuire quel giovane pilota per rinforzare la vostra consapevolezza un po' ingrigita dalle difficoltà della vita. Ma, soprattutto, ricordatevi che aggiungere curve tortuose o sabotare le gomme non porrà mai fine al gran premio, ma, anzi, renderà quella corsa ancora più emozionante. E che quel pilota, su cui avete visto riflesso i vostri rimpianti e le vostre frustrazioni, guarderà proprio voi, dal podio, mentre stringerà il suo trofeo, dedicandovi la sua vittoria.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/03/non-calpestateci-i-sogni-di-cecilia.html
     

  • Come comincia: A volte, le più grandi intuizioni sulla vita, sulla nostra essenza, sui grandi perché del nostro cammino, non sono altro che il bagaglio, insperato e provvidenziale, di un viaggio.
    Suona banale o quasi scontato, ma spesso dimentichiamo quanto viaggiare sia importante, quanto quelle immagini, che corrono davanti ai nostri occhi, siano destinate a rimanere impresse e, forse, a far scaturire qualcosa. E non servono grandi mete, luoghi esotici o avventure da mille ed una notte: basta solo aprire gli occhi, ascoltare il proprio cuore e lasciare la mente libera di spaziare e di intrufolarsi anche negli angoli più
    remoti ed indesiderati del nostro animo.
    Non è difficile, ci diciamo, crediamo sia un'operazione tanto banale, quanto inutile, ma, in realtà, si minimizza sempre ciò di cui, in fondo, si ha un pò paura, ma si fa fatica ad ammetterlo. E allora ci nascondiamo dietro a tecnologici tablet, a giornali pieni di notizie apocalittiche o all'ultimo album del nostro cantante preferito, cercando di smorzare quel rumore di fondo che ci assilla e, magari, ci chiede di essere considerato un po' di più, perché anche lui ha qualcosa da dire.
    Eppure, di tutto l'incessante vociare, condividere e twittare della società moderna, forse ci è sfuggita proprio la pacata bellezza di una consapevolezza interiore, di una voce interna che conosce i nostri pensieri e continua ad accompagnarci, commentando gioie, delusioni, sorprese di ogni giorno che passa.
    Ho imparato ad intrattenere deliziosi dialoghi con questa voce tempo fa, all'inizio della mia avventura nel mondo universitario trentino: imparai presto che fare l'università in un luogo distante non significa solo grande autonomia e un nuovo capitolo tutto da percorrere, ma anche avere tanto tempo a propria disposizione, in quei regionali veloci che tanti lavoratori, pendolari, giovani italiani prendono frequentemente, proprio come me. Così, ho cominciato a guardare fuori, a lasciare che i miei occhi abbracciassero i differenti paesaggi che incontravo, a sbirciare cosa facessero i miei compagni di viaggi, scrutare i loro volti e cercare di interpretare le loro emozioni, le loro smorfie. E, credetemi, nulla sorpassa la bellezza di questo lento soffermarsi, di questa silenziosa esplorazione della realtà, di questo tempo speso a capire se stessi ed il perché si è proprio lì, in quel momento.
    Ho capito così che un raggio di sole, abbagliante e con la sua luce avvolgente, è capace di rischiarare qualsiasi nube possa addensarsi nel mio cuore e riesce sempre a strapparmi un sorriso e rendermi grata per essere qui, anche oggi, ad ammirare questo spettacolo.
    Ho capito che non c'è nulla di più bello di osservare il mare con le sue coste, increspate dalle onde, con gli scogli che affiorano appena dalle acque e l'orizzonte da abbracciare con lo sguardo, per poi alzare gli occhi e ritrovarsi, come d'incanto, davanti a cime impreziosite dal candore puro della neve, a montagne imperiose e possenti, pronte a toccare il cielo: nulla, come questi due paesaggi, potrebbe meglio descrivere il percorso della mia vita.
    Ho capito, infine, che la vera umanità è quella che si incontra nei binari di una stazione, fra le sue scale labirintiche e davanti a quegli enormi tabelloni elettronici: è racchiusa nella gioia di una nonna nel riabbracciare il nipotino che non vedeva da tempo, nel fidanzato che stupisce la sua amata e le darà quel bacio bramato da settimane, nel padre che torna a prendere la figlia e le sussurra, con grande commozione, "bentornata a casa".
    E se noi ci immergessimo un po' più in questo viaggio e sentissimo dentro di noi le emozioni provate da quei volti, da quegli sguardi, da quegli sconosciuti, eppure così simili a noi, il mondo, ne sono sicura, sarebbe davvero un posto migliore.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/02/il-viaggio-dellanima.html

  • Come comincia: E’ sorprendente constatare come questi giorni trascorsi a Cambridge scorrano velocemente ed instancabilmente, accostandosi l’uno all’altro senza soluzione di continuità: abbiamo già varcato la soglia di Ottobre e, senza aver avuto nemmeno il tempo di realizzarlo, le mie prime settimane settembrine di ambientamento non sono altro, ora, che preziosi e lontani ricordi.
    La mia preoccupazione più grande è che questa esperienza, così affascinante e travolgente, finisca troppo presto, proprio come il più bello dei sogni notturni svanisce nel giro di qualche minuto al risveglio mattutino: per fortuna, però, tutto questo non è un parto della mia  fervida fantasia, anche se talvolta, lo ammetto, mi do un leggero pizzicotto, per provare anche a me stessa che non sto affatto sognando, anzi
    vivendo l’avventura più emozionante della mia esistenza!
    Esatto, avete capito proprio bene, è così, seppure ogni parola che uso per descriverla e raccontarvela mi sembra insufficiente ed inadeguata, inadatta a restituire tutta la ricchezza di ciò che mi sta generosamente donando.
    Eppure, ogni  singolo vocabolo.trasuda e racchiude al suo interno tutte le multiformi emozioni provate lungo questo tortuoso, imprevedibile cammino: accostandoli gli uni agli altri, avrete ricostruito non una semplice permanenza all’estero, bensì un viaggio alla scoperta di me stessa, di chi sono e di chi voglio essere.
    Perchè ciò che di più prezioso ed importante ho imparato in queste settimane non è custodito fra le preziose pagine di un voluminoso libro della Classical Faculty Library, bensì fra le pieghe palpitanti ed umbratili del mio animo: credevo di venire qua solo per arricchire il mio bagaglio di conoscenza ed invece ho finito per esplorare me stessa, per comprendermi meglio di quanto facessi prima.
    Ora sento acuta e vibrante, dentro di me, la consapevolezza di volere il meglio, di desiderare il massimo ed è proprio questo che mi sta dando Cambridge, insieme alla certezza che tutto questo è vicino, raggiungibile e straordinariamente a portata di mano.
    Lo conferma la mia ricerca quotidiana in biblioteca: con tutto quel materiale così sterminato e monumentale a disposizione, sono sempre nuove e diverse le idee  e gli spunti che mi vengono in mente, mentre la mia ipotesi di lavoro prende gradualmente forma e si sostanzia ogni giorno di più, spingendomi a proseguire ancor più ardita e volenterosa.
    Non potrei arrecare prove certe ed oggettive, ma non è affatto un caso che tutti questi stimoli ed incentivi provengano dalle lunghe, ma intense ore trascorse in biblioteca: spero proprio che fra le righe della mia tesi traspaia quell’aria di laborioso, ma appassionato studio respirata qui, in uno degli atenei più prestigioso del mondo.
    A volte, quando esco per pochi minuti dalla biblioteca per prendere il pranzo o mangiarmi velocemente uno spuntino, preoccupata che i rumori turbolenti ed incessanti del mio stomaco disturbino troppo il silenzio e la ricerca altrui, osservo con attenzione le foto dei professori e dei ricercatori, tutte minutamente raccolte in un piccolo quadro sulla parete: tra tanti nomi, venerabili ed altisonanti, di studiosi prima sentiti solo per fama durante qualche lezione, mi piacerebbe molto che un giorno, per adesso ancora lontano, campeggiasse e comparisse il mio nome , a coronamento di un percorso inizato tanti anni fa e ancora ininterrotto.
    Di certo la mia immaginazione rimane ancora fervida ed attiva pure nella nebbiosa terra inglese, ma la mia determinazione e l’aspirazione non mancano ed, anzi, la permanenza a Cambridge le stanno sempre più risvegliando e portando alla ribalta.
    Ma non temete: non mi sto prendendo troppo sul serio come potreste pensare o, peggio, seppellendo fra montagne di libri e manuali, dandomi arie da classicista attempata.
    Molto spesso, anche se non si direbbe, ricordo a me stessa di essere una semplice ragazza di 21 anni ed evito che la smania di conoscere e sapere prenda definitivamente il sopravvento: per questo, dalle 5 del venerdì pomeriggio, orario di chiusura della biblioteca, l’unico scopo che io e le mie due compagne di avventura Giulia e Laura ci proponiamo è quello di divertirci  e ridere in compagnia, come qualsiasi altra nostra coetanea.
    E abbiamo preso molto seriamente questo impegno: lo scorso venerdì, per esempio, abbiamo degnamente salutato la nostra settimana di intensa ricerca con un buonissimo ed immancabile fish and chips, accompagnato da una buona pepsi, il tutto per la modica cifra di  sole cinque sterline: tutto merito di una fantastica promozione, “friday fish”, assolutamente decisiva nel fatidico momento della scelta del pub, nella miriade di locali e ristoranti che caratterizza Regent Street, una delle vie più frequentate ed importanti di Cambridge.
    E’ stato bello poter osservare finalmente Cambridge nella sua veste notturna, piena di giovani pronti a divertirsi e a godersi la loro prima serata libera nel week end: ci siamo ben mimetizzati fra loro, mentre passeggiavamo per le vie illuminate, stavolta senza il pensiero e la fretta di doverci recare in biblioteca.
    E’ stato tutto merito di Laura e della sua gentilezza se ho potuto apprezzare e vedere Cambridge by night, con le sue numerose chiese e di suoi imponenti college avvolti nel manto oscuro della notte: purtroppo gli autobus diretti a Bottisham sono frequenti durante il giorno, ma non durante la sera e l’ultimo parte da Cambridge alle 18,45, davvero troppo presto per assaporare la movida universitaria.
    Per fortuna, Laura si è offerta di ospitarmi per i prossimi venerdì e serate in programma nella sua ampia stanza ad Hargwick, un village poco distante da Cambridge, ma sicuramente meglio collegato del mio in materia di trasporti: nonostante le vie poco illuminate, con le luci dei pochi lampioni che producono ombre strane ed, a tratti, inquietanti, ci siamo incamminate spedite verso casa, dove ho potuto fare la conoscenza della sua padrona di casa Giulia, una donna cortese e carismatica e ringraziarla per l’ospitalità.
    Dopo una lunga chiacchierata, in cui ripercorrevamo i momenti più belli della nostra giornata, un sonno profondo e ristoratore ci ha fatto subito sprofondare nel regno di Morfeo.
    E ne avremmo avuto tanto bisogno, visto che il giorno dopo ci avrebbe atteso una giornata di nuovo all’insgena della cultura: avremmo partecipato all’evento celebrativo della carriera della celebre Joyce Reynolds, che la facoltà di Cmabridge ha l’onore di annoverare fra i suoi docenti emeriti.. e che io ho il piacere di vedere tutti i giorni seduta in biblioteca a leggere libri e prendere note, proprio come me, nonostante la sua età avanzata.
    Ma non dovete immaginarvi una noiosa e formale conferenza, piena di topi di biblioteca intenti ad aggiornarsi sulle loro pedanti ricerche: come chiariva la brochure distribuita all’entrata, l’intenzione degli organizzatori era dar vita ad un incontro informale ed amichevole fra colleghi e l’atmosfera così serena ed armoniosa dava loro ragione!
    Ancora una volta, ho potuto constatare che l’Italia, così travagliata al suo interno, dia splendida mostra di sè all’estero: molti erano gli interventi di studiosi italiani giovani ed affermati e, fra il pubblico, ho persino  riconosciuto un dottorando, in cui mi ero imbattuta a Trento nel primo anno di università ad un ciclo di incontri organizzati da un’altra studentessa chi avrebbe mai potuto pensare che, da allora, lo avrei rivisto e , per giunta, proprio a Cambridge?
    Ma la sorpresa più grande e gradita è stata vedere la cordialità e la disponibilità con le quali alcuni importanti studiosi, intervenuti nella mattinata, si sono approcciati a noi, timide scolarette ritrose, durante il ricco buffet, offerto a tutti i presenti, nella suggestiva cornice del lussuoso Newnham College: mi ha dato soddisfazione poter esporre il mio progetto di ricerca per la tesi ed ottenere la loro attenzione, osservare i loro sguardi intenti ed assorti mentre formulavo la mia prima opinione critica (che, a quanto pare, sembrava anche molto buona e ben fondata)
    Ma la cultura non ci avrebbe impedito di assaporare ancora un pò quel sabato pomeriggio stranamente soleggiato: dopo aver ascoltato gli ultimi interventi, ci siamo ritagliate del tempo per una bella passeggiata fra prati e salici, proprio in riva al fiume, sempre percorso da allegri gondolieri che trasportano miriadi di turisti, e poi fra gli ultimi colleges non ancora esplorati.
    E’ stato proprio ad una di quelli, al Corpus Christi, che abbiamo incontrato casualmente e fatto la conoscenza di Stefania, una nostra simpatica ed intraprendente connazionale che lavora come ragazza alla pari proprio qua a Cambridge, dove rimarrà fino a marzo, desiderosa di potenziare il suo inglese e di vivere un’esperienza nuova e dirompente, proprio come noi.
    Non potevamo esimerci dall’approfondire la nostra conoscenza come si usa nella nostra patria, ovvero davanti ad un buon caffè, vagamente simile al nostro indimenticabile espresso: tanti gli argomenti di cui parlare e tante le affinità che ci legano a lei, conosciuta per caso solo qualche minuto prima.
    Il desiderio di rincontrarsi e di rivedersi è presto sorto e , per quetso, non abbiamo tardato a scambiarci contatti e recapiti: se tutto va bene, domani si aggregherà a noi per una cena ad un ristorante italiano, De luca’s, sempre nell’affollata e multietnica Regent’street.
    Ma per quel giorno le mie avventure non erano ancora terminate: il mio solito autobus per tornare a Bottisham non sarebbe passato prima di un altra ’ora  e mezza ed invece di maledirmi per non aver ben controllato l’orario, ho fatto la conoscenza di un simpaticissimo ed esilarante autista di un’altro autobus, che mi ha lasciato ad una fermata proprio all’entrata del mio piccolo village.
    Nonostante i pochi attimi di panico iniziale, è stato esilarante raccontare la mia bizzarra giornata a questo strano tipo, così pieno di battute sagaci ed umoristiche, capace di salutarmi alla mia discesa con un adios e di aiutarmi con tanta solerzia e premura, pur non avendomi mai vista!
    Ma stavolta, non so come nè perchè, ma avevo ben piantata nel cuore la remota convinzione che me la sarei  comunque cavata e tutto sarebbe scorso liscio: così è stato e ricordo la contagiosa euforia e la gioia indescrivibile con cui feci ritorno a casa dopo due giornate così splendide e piene di attività, dove anche la minima difficoltà, con un pò di calma e padronanza, si sono placidamente risolte.
    Speriamo di replicare stavolta il successo della scorsa settimana: sabato, io e Laura partiremo alla volta di Brighton, per un’allegra gita tutta al femminile, in grado di darci tutta l’adrenalina e la carica di cui avremo bisogno dopo così tanti giorni di intenso lavoro.
    Invece per domenica, dopo una mattinata di ozio e relax ( e, perchè no, anche di  immancabili faccende da sbrigare ) abbiamo in programma un bel pomeriggio di shopping  e passeggiate proprio a Cambridge: con la biblioteca chiusa, possiamo goderci la città ed i suoi graziosi negozietti in tutta tranquillità, senza l’urgenza di dover correre da nessuna parte, ma anzi con il piacere di esplorarla e conoscerla sempre meglio.
    A me e Laura si unirà anche la mia nuova room-mate, Fumni, arrivata lo scorso sabato dal Sud di Londra, dove vive con la sua numerosa famiglia, anche lei matricola fresca fresca dell’università di Cambridge: ora, insieme a Chinì, formiamo un curioso, ma unito trio e abbiamo già deciso di recarci tutte e e tre insieme a Londra il prossimo sabato.
    Io non potrei essere più soddisfatta: entrambe conoscono la metropoli come le loro tasche e si prospetta all’orizzonte un’altra giornata intensa, ma divertente, senza che le battute e risate manchino mai!
    Con noi si unirà anche Giulia e sua sorella, che verrà a trovarla proprio dall’Italia: sarà bello vedere riunito, in un solo giorno, le mie compagne classiciste italiane con le mie nuove coinquiline inglesi.
    Speriamo solo che anche il tempo sia dalla nostra parte: è ancora difficile abituarsi ad alcune giornate dal cielo plumbeo e cupo, completamente grigio e magari accompagnato anche da una intermittente pioggerellina, però quando il sole risplende su Cambridge, illuminando i ponti e le enormi facciate dei colleges, non puoi non osservare, ammirato ed estasiato, il bellissimo panorama che la città svela davanti ai tuoi occhi e sentirtene così intimamente compiaciuto.
    Fino ad adesso, nonostante le sfide e gli imprevisti di ogni giorno, pare proprio aleggiare il sereno sulla mia permanenza qua, ma spero davvero e farò di tutto affinchè questo trend positivo non si esaurisca e cercherò di cavalcarla fino in fondo. Se ci riuscirò o meno, lo potrete testare voi stessi, continuando a leggere le mie righe.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • Come comincia: E’ passata ormai poco più di una settimana da quando arrivai, timida e titubante, qui a Cambridge: è tempo di fare un bilancio di quanto vissuto finora.
    L’ansia e la preoccupazione di annoiarmi e di dover passare tutto il giorno sola in una polverosa, vecchia biblioteca, ormai, non sono che vecchi e sbiaditi ricordi: era questo martellante e tetro pensiero a farmi partire con così tante riserve e così tanti dubbi.
    Ora, invece, che i fatti mi hanno largamente smentito, mi ritrovo a chiedermi spesso come posso aver anche solo ipotizzato uno scenario tanto apocalittico: forse solo
    l’esperienza personale e diretta mi avrebbe potuto indurre a più miti e riflessioni giudizi.
    A volte, percorrendo le vie di Cambridge o sfogliando le pagine di un qualche libro della biblioteca, mi domando cosa posso aver fatto di tanto speciale per meritarmi un’opportunità unica ed irripetibile come questa: la mia, mi dico, è una fortuna e un’occasione che non posso permettermi di rovinare o sciupare, non con tutto quello che mi ha offerto e che ancora ha da offrirmi.
    E’ proprio per questo che si fa sempre più impellente e categorico l’imperativo di non sprecare, di non lasciarsi sfuggire nemmeno un secondo, nemmeno un istante di vita qui a Cambridge: è come se mi sentissi invasa da una continua e crescente voglia di sperimentare, provare, esplorare e la mia innata curiosità non fa altro che aumentare la mia irrequietezza , la mia euforia.
    Così si pianifica, si organizza e si parte, con l’unico scopo di vivere l’avventura e godersi il momento: da questo spirito sono nate la mia visita a Londra, lo scorso sabato, e al centro storico di Cambridge.
    Londra è stato l’inatteso, ma splendido regalo che mi sono voluta concedere per festeggiare degnamente la mia prima settimana in terra inglese: a distanza di una sola ora di comodo treno da Cambridge, era troppo invitante per lasciarsela sfuggire!
    La giornata è trascorsa fra intense camminate negli imponenti e maestosi streets del centro, intervallate di tanto in tanto da qualche salita in metropolitana, questa grande sconosciuta per me: Buckingham Palace, il Big Ben, Piccadilly Circus, Carnaby street, Oxford Street, Covent garden e la National Gallery sono tutti scorsi sotto i miei occhi incantati e rapiti nel giro di poche, vorticose ore.
    Il tutto fu impreziosito dall’assaggio di una specialità inglese per me nuova, ma qui molto comune ed assolutamente deliziosa: jacket potato, un degno ristoro per il mio esigente palato italiano.
    E’ stata proprio la mia amica teramana Laura a consigliarmela: le ore trascorse in compagnia, fra risate e passeggiate, a Londra ci hanno unito e legato, spronandoci a ricercare, insieme, sempre nuove occasioni di svago e di divertimento.
    Non abbiamo tardato molto a realizzare quanto ci eravamo ripromesse nel treno di ritorno a Cambridge: martedì pomeriggio abbiamo salutato la biblioteca più presto del solito e ci siamo dirette alla volta del famoso Fitzwilliam Museum, a pochi passi dalla nostra università.
    Le nostre espressioni diventavano sempre più sbalordite e ammirate, man mano che continuavamo a percorrere le numerose sale, una di seguito all’altra: passavamo dalle bellissime ceramiche orientali alle armi medievali, non facendoci mancare neppure statue e monili greci, sarcofagi egiziani e quadri del Rinascimento Italiano e dell’Impressionismo Francese.
    Già solo con questa visita, il pomeriggio sarebbe stato sufficientemente appagante, ma noi non potevamo fermarci e, in realtà, neppure lo volevamo: uscendo dal museo ci siamo volte all’esplorazione di due dei numerosi colleges che Cambridge offre ai suoi studenti, Petershouse e Pembroke College.
    E’ impossibile, una volta averne visto gli interni, non desiderare di esserne uno dei suoi fortunati coinquilini: questi giardini ben curati pieni di fiori, le grandi distese erbose, di questo verde brillante ed intenso, le stanze ampie e sontuose, le architetture così vagamente medievali, tutto contribuisce a creare un angolo di mondo pieno di pace ed armonia dove studiare, alla fine, diventa quasi un piacere, più che un dovere.
    Per concludere in bellezza il nostro stravagante pomeriggio, nulla di meglio che una tipica merenda inglese ( a base di muffin al cioccolato) in uno dei numerosi parchi di Cambridge, disseminati qua e là nel centro cittadino: mentre stavamo assecondando il nostro crescente appetito, già nuove idee per i prossimi giorni venivano raccolte ed attentamente vagliate, desiderose di replicare il successo di quella giornata.
    Ecco cosa bolle in pentola: domani ci avventureremo in un tipico pub inglese in centro, mentre sabato  pomeriggio ci ritaglieremo del tempo per una passeggiata, fra negozi e monumenti..direi che non c’è male, no?
    Inaspettatamente, anche il tempo sembra darci il suo assenso e dimostrarsi particolarmente favorevole a noi povere italiane poco abituate al freddo: la scorsa domenica si sono registrati ben 22 gradi e stamane c’è un cielo limpido e terso come non l’avevo mai visto.
    Quando è così, non si può chiedere di meglio per cominciare la giornata: seduta nel grazioso bar della facoltà, sorseggiando il mio American Coffee (che trovo delizioso, forse per osmosi culturale, al contrario di molti miei connazionali, fedelissimi all’espresso), ho davvero l’impressione che il mondo mi sorrida!
    Con il proseguire dei giorni, aggiungi accorgimenti su accorgimenti al tuo bagaglio di esperienza e, senza che tu te ne renda conto, arrivi ad un livello di padronanza della situazione sempre più alto, con l’effetto di ampliare ancor di più il ventaglio di possibilità che ti si offrono.
    Basta pensare al mio viaggio quotidiano in autobus da Bottisham a Cambridge: una volta sperimentata la bellezza dalla vista del suo secondo piano, non vi rinuncio più e ormai posso considerare come mio a tutti gli effetti il primo posto, davanti al grande vetro centrale, dal quale godo di un panorama spettacolare, soprattutto quando accarezzato dai primi raggi mattutini del sole, come oggi.
    Mi aspetta un nuovo, intenso giorno di consultazione di libri in biblioteca: ormai non noto nemmeno più in che lingua siano scritti e leggere inglese mi diventa naturale quanto l’italiano.
    Ma non disperate, le ore trascorse in biblioteca non sono affatto così tetre e silenziose: con Giulia e Laura, mentre stiamo tutti insieme con le nostre ricerche, scappa sempre una battuta, un sorriso, uno sguardo di intesa ed il tempo sembra scivolarmi via  fra le mani come se stringessi troppo forte un pungo di sabbia.
    Quando sei fuori, all’estero, da solo, all’inizio di una esperienza come questa, il legame che si crea con le persone nella tua stessa condizione è ancora più stretto e profondo: provando le tue stesse emozioni, sono proprio loro a saperti comprendere più di ogni altro e ad infonderti fiducia nei (pochi, ma immancabili) momenti di sconforto, che può essere sconfitto solo con una buona dose di solidarietà femminile e spirito di condivisione fra compatrioti.
    Anche il rapporto con i miei padroni di casa, Daniela e Lawrence, si sta approfondendo sempre di più: a cena le occasioni per ridere insieme non mancano mai ed è bello sentire qualcuno preoccuparsi per il tuo benessere e chiederti anche solo come sia andata la tua giornata.
    Le loro due bambine, Elena e Juliet, hanno eletto la domenica, mio unico giorno di riposo, come occasione perfetta per giocare insieme a mamma e figlie e vorrebbero che io prolungassi la mia permanenza qui a Cambridge in casa loro: non essendo possibile, ho proposto loro di venire in estate a casa mia per qualche giorno ed hanno prontamente accettato!
    Quella stessa domenica ho avuto anche il piacere di conoscere la mia room-mate: si chiama Chini, è di origini nigeriane e vive nel Kent e la prossima settimana comincerà a frequentare le lezioni di psicologia all’università Anglia Ruskin qui a Cambridge.
    Ci stiamo pian piano conoscendo ed ogni giorno scopriamo cose diverse l’una dell’altra: il divertimento e le battute sono assicurate ed è bello, la sera, farsi compagnia mentre si cena o si guarda la televisione, senza contare che questa nuova amicizia, per il mio inglese, è decisamente un toccasana.
    Ma Chinì non è solamente un’astratta esercitazione di english speaking quotidiana: rivedo in lei, all’inizio del suo percorso universitario, molti dei dubbi e delle aspettative che ho vissuto anche io, due anni fa, venendo a Trento.
    Da allora, sono molto cambiata, cresciuta, maturata e credo che la mia permanenza qua a Cambridge non farà altro che catalizzare ed accelerare questo processo: sono queste le esperienze che lasciano un segno indelebile dentro di te e ti rendono la persona che sei.
    Cambridge, ancor di più, Londra sono città dai variegati e multiformi stimoli culturali, caratterizzate da un’effervescenza e vivacità intellettuale così coinvolgente che non te ne puoi non sentire ispirato e rinvigorito: è proprio così che mi sento ora e la mia quotidiana dedizione allo studio e alla consultazione ne ha piacevolmente risentito.
    Non mi importa di non poter fare le cinque di mattina ballando selvaggiamente in discoteca o sorseggiando drink in un pub con altri ragazzi stranieri: non è per questo che sono venuta qua e, francamente, non è la mia massima aspirazione.
    Ritengo molto più appassionante e coinvolgente lasciarmi tentare dall’entrata, quasi sempre gratuita, di mostre e musei: qui investono molto e bene sulla cultura ed è porprio quello che voglio fare io con me stessa.
    L’entusiasmo per i miei studi ha trovato qui un humus molto fertile e ricettivo per svilupparsi e crescere sempre di più: spero non corra il rischio di subire la fine opposta, al mio rientro in Italia, che sta imboccando tutt’altra direzione in merito.
    Ma il mio ritorno in Italia è ancora molto lontano, anche se siamo arrivati all’inizio di Ottobre, senza nemmeno accorgermi: il tempo davvero vola, quando ci si trova così bene!
    Per ora, la mia affinità con Cambridge e la sua stupenda università sta crescendo sempre di più, staremo a vedere cosa ci riserva il futuro. Naturalmente, voi sarete i primi a saperlo!
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • Come comincia: L’occasione per lo scrivere me la fornisce il mio secondo viaggio alla volta di Cambridge: d’ora in avanti, la mia routine consisterà nel prendere, alle otto di ogni mattina, questo bellissimo, pulitissimo autobus inglese per arrivare da Bottisham, piccolo paesino, a Cambridge.
    Questo piccolo viaggio mi permette di pensare a tante cose: a tutte le emozioni provate in questi giorni, a cosa significhi stare qui, al senso che avrà tutta questa esperienza per me.
    Ricordo ancora quando sono arrivata, ormai tre giorni fa: la trepidazione dell’atterraggio, la consapevolezza che la mia avventura cominciava proprio lì, a London Stansted.
    Anche il tempo mi chiariva che avrei salutato un po’ l’Italia: un cielo grigio e 
    un’aria gelida mi accolsero all’arrivo, quando ero partita da Falconara con il sole!
    Ma un po’ di Italia la rivedo ogni giorno: la mia padrona di casa, Daniela, è una ragazza romana che si è stabilita qui e ha formato, con il suo compagno Lawrence, una scoppiettante e vivace famiglia mista,  in cui si passa velocemente dall’inglese all’italiano e viceversa, senza soluzione di continuità.
    E’ divertente giocare con le loro due bambine, Elena e Juliet, sentendole alternare il loro perfetto British English ad un esilarante romanesco.
    Sono state proprio loro le persone con cui ho trascorso le mie prime ore a Bottisham ed, in un certo senso, mi sono sentita subito a casa: una bella cena in tipico english style, con verdure cotte e agnello, coronò la mia prima giornata in questo grazioso “village”.
    Mi viene ancora in mente la fierezza e la soddisfazione nel disfare la valigia e riporre le mie cose nell’armadio: sentivo che potevo farcela da sola, con le mie uniche forze e questo senso di indipendenza e di autonomia, provato anche a Trento, ora, con la mia permanenza all’estero, non faceva altro che approfondirsi e sostanziarsi  sempre di più.
    Non mancarono, però, le prime disavventure: quella gelida domenica, mi ritrovai in esplorazione a Bottisham da sola, con l’unico ausilio di un ombrelletto tartassato dalle forti ventate, alla ricerca delle fermate dell’autobus, che avrei dovuto prendere l’indomani, ma ahimè, poco visibili.
    Per fortuna, un grazioso pranzo in un pub di Bottisham, a base di “Breast chicken”, e le preziose indicazioni di Daniela e di mio padre, oltre che alla portentosa tecnologia di Google-maps, fecero tornare di nuovo il sereno: ora, martedì 17 Settembre, dopo un lunedì di rodaggio, posso ritenermi soddisfatta e dire, finalmente, che ho la situazione in pugno. 
    Perché è così: quando sei da solo, in un paese straniero in cui non conosci nessuno, ogni difficoltà appare insormontabile  e lo sconforto ti invade, facendoti credere che non sei in grado di fare nulla per tuo conto.
    Poi, però, quando le cose lentamente si raddrizzano e cominci a capirci davvero qualcosa in tutto questo, nulla ti rende più orgoglioso e felice: ti ritrovi a sussurrarti, fra te e te, “Io ce l’ho fatta, io ce la posso fare”e credere fermamente in quelle parole, perché oggi lo si è dimostrato e così i giorni a venire.
    Certo, l’emozione del primo giorno non si scorda mai: era veramente qualcosa di superlativo la mia espressione alla vista della Classical faculty library , la biblioteca degli studi classici di Cambridge.
    Non avevo mai visto nulla di simile: interi scaffali e scaffali colmi di libri, perfettamente ordinati e catalogati, con un acribia e una precisione a dir poco rassicurante.. il paradiso di ogni classicista, come me!
    Passerò lì gran parte delle mie giornate, in compagnia di due simpatiche ragazze romane conosciute ieri: direi che non avrei potuto scegliere habitat migliore!
    Ogni tanto, mentre studio o sottolineo  delle parole, alzo la testa e getto uno sguardo intorno a me: vedo tanti miei coetanei o, comunque, tanti altri studenti, alle prese coi miei stessi grattacapi, ma con quel delizioso british accent, che mi sto sforzando di adottare anche io.
    La facoltà è bellissima: è grande, tecnologica, spaziosa, con il museo di archeologia proprio sopra la biblioteca e una stanzetta accogliente, comoda per un veloce break prima di immergersi di nuovo in mezzo allo studio.
    Per ora ci sono pochi ragazzi, le lezioni cominceranno i primi di ottobre e allora Cambridge sarà più animata che mai: in tutta la città, i colleges, le residenze per gli studenti, cominceranno a riempirsi ed infoltirsi di gente, pronta per un nuovo anno accademico.
    Nonostante ciò, la biblioteca non è affatto deserta ed, anzi, ben frequentata: passandoci quasi tutta la giornata, vedo molte persone, adulte e più o meno giovani, sedersi ai desks e leggere avidamente pagine e pagine di libri, intervallando per alcuni momenti con la scrittura al computer di ciò che hanno da dire e ricercare.
    Potrà sembrare, la mia, una fredda e monotona routine, ma non è affatto così: girando per quegli scaffali, perdendomi fra tutti quegli splendidi libri, alla ricerca di quello giusto per me, è come se respirassi la grandezza e l’immortalità di quei grandi uomini, dei quali analizziamo ancora le idee e l’operato, anche a millenni di distanza.
    Certo, il senso di fallimento e piccolezza è dietro l’angolo: talvolta, mi sento quasi una timorosa formica vicino a degli inarrivabili giganti, incapace di alzare lo sguardo verso di loro, tanta l’inadeguatezza che prova.
    Poi, però, mi scuoto da questi tristi pensieri e la febbrile attività di ricerca per la tesi mi invade completamente, instillandomi la voglia di proseguire, passo dopo passo, verso la meta, anche se, per adesso, sembra ancora lontana.
    Ma non mi lamento: l’inverno sarà lungo e la biblioteca molto calda, quindi ci sarà il giusto tempo per non lasciare nulla di intentato.
    I giorni, inizialmente, sembrano non scorrere mai, invece il tempo sta già passando e, piano piano, sto sentendo Cambridge come casa mia e mi sto lentamente abituando  (anche se con molto sforzo!) alle sue giornate grigie e ai suoi orari così diversi dai nostri.
    Anche la gente è diversa: è gentile, sorridente, rispettosa, ti chiede scusa se ti urta per sbaglio in strada e ringrazia l’autista al termine della corsa.
    E’ la prova che un mondo migliore non solo è possibile, ma esiste per giunta e basta saperlo vedere: non credo, con questo, che l’Inghilterra sia un assoluto paradiso, ma penso che sia illuminante ed istruttivo, per noi italiani, starci e respirarne un pò l’aria.
    Ho scoperto, con mia meraviglia, che  Cambridge si sta trasformando in una colonia di italiani: l’università è piena di studenti e professori miei conterranei ed ogni tanto, anche camminando velocemente, sento l’eco di qualche parola italiana, che si impone subito al mio orecchio per la sua estraneità a questo contesto.
    Eppure, mi godo anche il mio silenzio, mentre ascolto di sfuggita le conversazioni degli inglesi, in autobus, al bar o negli streets: mi sembra di essere lo spettatore invisibile di un qualche spettacolo che quotidianamente va in scena e e mi ricorda come la bellezza di questo mondo consista proprio nella diversità e in tutto ciò che possiamo apprendere da questa.
    Ma, lo devo proprio ammettere, cenare così presto, rispetto ai miei precedenti canoni, mi fa ancora strano: il compagno di Daniela dice che presto mi abituerò anche a questo e ne vedrò i positivi influssi.
    Per adesso, mi accontento di accorciare le mie ore da sveglia dopo la cena e cerco di coricarmi un po’ prima del solito: la sveglia alle sette e l’intensa giornata, fra spostamenti e ricerca, si fa sentire.
    Eppure, la sera è difficile prendere sonno: tante le emozioni provate, i ricordi della giornata appena trascorsa da riassaporare e le sfide della giornata successiva da affrontare in mente.
    Ma questo è positivo: significa che sto vivendo questa esperienza proprio come andrebbe vissuta… e che sono pronta, pronta per tutte le avventure che mi riserverà nei prossimi giorni. E che continuerò a raccontarvi.
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

  • 04 agosto 2015 alle ore 21:03
    I vuoti

    Come comincia: I bambini raramente cercano spazi. Attendono le partenze con trepidazione, perché non vedono l'ora di incontrare gli amici di sempre. Corrono lungo i viali dei ricordi d'un'estate passata, per andare a bussare alla porta dell'amico che ti aspetta già da un po' e ti accoglie con la stessa frase ogni anno '' mi sei mancato''. Ci si dà appuntamento alla stessa ora e allo stesso posto, perché è il nostro posto. Un posto d'amore sodale. Non c'è tempo per gli spazi, e se una sera non esci perché il mare stanca, l'amico viene a prenderti per giocare a carte in mezzo alle scale di casa. Ci si sbuccia le ginocchia, si ride e si piange, ma insieme. Anche se sei solo, sei insieme all'amico che pensa a te. E non vede l'ora di vederti. I grandi vogliono sempre più spazi e fingono siano rivendicazioni di libertà. Ma è solo egoistico possesso del tempo. '' Ho un impegno, mi spiace'' . Fino a quando lo spazio diventa un vuoto col filo spinato. Qui non si passa e se ti sbucci le ginocchia è affar tuo, te l'avevo detto. I grandi sono pieni di '' te l'avevo detto'' . Non vogliono più sbucciarsi le ginocchia. Credono di aver imparato tutto, come se imparare volesse dire smettere di amare, di avere il coraggio di dire mi manchi. Come se volesse dire smettere di vivere.

  • 04 agosto 2015 alle ore 4:13
    SOLE

    Come comincia: Ecco che il sole è tramontato. No, non è ancora tramontato, ma è sparito dietro un condominio, mi ha abbagliata con gli ultimi riflessi così folgoranti da non poterli guardare, e poi è sparito. Per me è come se fosse tramontato. Fino a domattina non lo rivedrò. Domani mattina il rito si compierà come ogni giorno del Mondo, del nostro Mondo. Domani mattina tanti milioni di persone si affacceranno a guardare il sole che sale alto nel cielo. Chi lo guarderà da un panfilo ondeggiante sul mare azzurro, oppure da una spiaggia, chi lo guarderà da una casa, un ospedale, da dietro le sbarre delle finestre di un carcere. Qualcuno lo guarderà dall'alto di una montagna e lo sentirà così vicino, altri lo guarderanno dalle impalcature di una costruzione a cui stanno lavorando, oppure alzando gli occhi da un campo dove sono chinati per raccogliere i frutti della terra, sarà quell'attimo in cui attaccheranno le labbra ad una bottiglia di plastica piena d'acqua asciugandosi il sudore col dorso della mano, o peggio, alzando gli occhi da un campo profughi. Lo guarderà chi è in viaggio per andare in vacanza o per tornare, oppure per lavoro, e abbasserà il parasole per non rimanere abbagliato. Lo guarderanno anche ladri, assassini, torturatori, truffatori, corrotti. Tutti lo guarderanno, e come ogni giorno, la croce che ognuno di noi si porta sulle spalle brillerà ai raggi di quella stella che mai ci dimentica. 
    Anch'io domani mattina aprirò la portafinestra sul mio balconcino e lo guarderò: e il Sole ammiccherà rispondendo al mio saluto: Eccoci qua amico mio, tu sempre puntuale, e io? Beh, non posso lamentarmi: anche stamattina mi sono svegliata. 

  • 02 agosto 2015 alle ore 14:23
    DOMENICA D'AGOSTO

    Come comincia: Genova Pra Palmaro. C'andavo al mare con mio padre. Uno di quei casotti di legno sopraelevati tipo palafitte era il chiosco dei "Bagni Gatto". Un bar tutto di legno con piccolo saloncino, tavolini e il juke box che spandeva la sua musica. La gente ballava sulle note di Smoke gets in your eyes oppure Only You. Quanto mi struggevo quando mi perdevo a guardare il figlio del proprietario dei bagni. Si chiamava Giancarlo. Biondo, abbronzatissimo, con due occhi felini verde smeraldo e il sorriso un po' insolente di chi sa di essere bello. Il cuore mi batteva forte. Ah, se mi avesse invitata a ballare! Io avevo undici anni e mi portavo addosso la mia fragile pelle da rossa, abbondantemente ustionata dall'imprudenza, e ulteriormente torturata da mio padre che, con la delicatezza di un ippopotamo, mi spalmava senza pietà la vegetallumina un po' ovunque. Me ne stavo appoggiata, non seduta, su una sedia vicino al juke box, a gambe e braccia rigide, arrostita a puntino, attenta a che nessuno mi sfiorasse neppure per sbaglio. Sapevo che dopo la fase delle piaghe, ci sarebbe stata quella della spellatura che mi avrebbe resa vagamente leopardata, le efelidi disseminate sulla pelle troppo rossa sarebbero diventate verdi, ed io sarei sembrata una marziana. E Giancarlo? Leggevo nel suo sguardo una sorta di pietà, quella che si riserva a una bambina. Il suo divertito: come va oggi? Brucia sempre? Mi trafiggeva l'anima. E poi lo guardavo nascondersi sotto l'impalcatura dei casotti con le ragazze: belle, abbronzate, più grandi di me naturalmente. E mio padre si avvicinava, cosa vuoi? vuoi un gelato, un ghiacciolo? Andiamo a prendere la focaccia con le cipolle e i fichi neri? Anche per lui ero una bambina. Ma quella domenica d'agosto successe qualcosa. Una signora, mi sembra di ricordare fosse di Milano era nel bar mentre tutti ballavano. Appena le note di Smoke gets in your eyes invasero la saletta, lei venne verso di me e mi invitò a ballare. Fu il primo ballo della mia vita e non dimenticherò mai una donna che evidentemente aveva capito tutto il mio desiderio di ballare e di far parte del mondo dei "grandi". Fui così felice, anche se, certo, Giancarlo non mi vedeva proprio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:19
    TENTAZIONI

    Come comincia: Sono andata al supermercato, e mentre bighellonavo fra una corsia e l'altra mi sono trovata davanti allo scaffale delle marmellate, casualmente! Mi sono detta, ecco, quando mi venisse voglia di roba dolce, mi potrei mangiare un cucchiaino di marmellata. Ho guardato, cercato, e scelto "senza zuccheri aggiunti", è già qualcosa. Un bel vasetto di confettura di arance che ha anche quella puntina di amarognolo che mi piace tanto, e poi ha anche qualche tocchetto di scorza che mi piace tanto. Ho fatto la spesa e me ne sono tornata a casa col prezioso vasetto nel carrellino di nome Danilo. Caro Danilo, adesso quando arriviamo a casa dobbiamo fregare Paolo e fare in modo che non veda la marmellata, altrimenti sai la glice-sua, dove va a finire? Siccome Paolo, quando torno con la spesa, si siede in pole position e analizza tutto ciò che poso sul tavolo, ho dovuto fare artifizi alla Silvan, ma nascondendo la marmellata in mezzo a un fascio di foglie di coste, l'ho piazzata nel frigorifero, e poi sistemata nel cassetto delle verdure dove sono sicura che lui non va a guardare. Ma la presenza della marmellata in casa ha attivato una specie di iter perverso per cui a un certo punto non ho più capito se la voglia di dolce mi faceva pensare alla marmellata, oppure la marmellata mi faceva venire voglia di roba dolce. Il dubbio ha cominciato ad affliggermi: e se poi un cucchiaino non mi basta? E se non riesco a fermarmi? Ma va là, non sono mica più una bambina, i prossimi sono 67, eh, santo cielo, sono altro che adulta e ho il mio bel carattere. Ci mancherebbe che mi lasciassi dominare da un po' di marmellata di arance! Comunque la presenza del vasetto mi perseguitava. Appena Paolo è andato a dormire, mi sono precipitata in mezzo alle coste e ho acchiappato il vasetto, stando bene attenta a fargli fare il "plop" dell'apertura col rubinetto dell'acqua aperto, perchè Paolo ha le antenne tese anche quando dorme. Poi, sicura che lui non avesse sentito niente, ho preso un cucchiaino, macchè cucchiaino, un cucchiaio non sarà mica troppo, in fondo non è tanto più grosso di un cucchiaino, e poi, uno solo.... Danilo, posteggiato vicino al pianoforte mi guardava malizioso. Beh, credi che non sappia fermarmi? E lì sì, finalmente ho avuto la prova della forza del mio carattere e della mia ferrea volontà: me la sono mangiata tutta. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:11
    CAFONE

    Come comincia: Oggi in trattoria c'era un signore molto distinto, di quelli che ormai non si vedono quasi più. Elegante, in abito gessato, capelli bianchi ben pettinati, viso abbronzato e rughe interessanti. Diciamo fra i settanta e gli ottanta. Al suo tavolo due donne e un altro signore. Mi sono perfino chiesta cosa ci facessero in un bar trattoria molto alla buona e senza pretese. Insomma pensate quello che volete, ma stridevano parecchio con l'ambiente. A un certo punto del pranzo, uno di quei pranzi domenicali da cui mi lascio sempre incautamente coinvolgere salvo poi non aspettare altro che l'ora di andarmene, a un certo punto Paolo ha cominciato a scalpitare perchè aveva voglia di fumare. Va bene, tanto lo so già, vai a fumare, fuori naturalmente. Bisogna dire che Paolo, quando sta seduto molto tempo, rimane piuttosto ingrippato, e quando si rimette in piedi, prima di camminare come si deve, la sua andatura è un po' claudicante, strana, insomma.....si fa notare. Mentre lo guardavo allontanarsi e mi apprestavo alla paziente attesa del suo ritorno e anche del cibo che non arrivava mai, cosa vedo? Vedo il distinto signore che non solo deride Paolo e il suo modo di camminare, ma lo scimmiotta, ridendo e facendo ridere i suoi amici. Davvero non credevo ai miei occhi. La leonessa che abita dentro di me ha ruggito rabbiosa. Il rispetto per me stessa, il rispetto per la signora della trattoria con cui sono in confidenza, e forse anche il fatto che non avevo bevuto abbastanza, mi hanno impedito di prendere per il collo il distinto signore e appiccicarlo alla parete. Invece l'ho solo guardato, e l'ho visto: una povera nullità in elegante gessato grigio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 19:58
    LA FUGGIASCA

    Come comincia: Ah, ecco qua i numeri. Menomale che li ho conservati.
    -Pronto, buongiorno, scusi se disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No. Ma chi parla?
    -Sono il suo....fidanzato.
    -Ah sì? Mia sorella ha un fidanzato? Non lo sapevo. E allora, se non lo sa lei dov'è......
    -Il fatto è che se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera di addio sul tavolo della cucina ed è sparita. Sono disperato.
    -Ahahah! Non mi stupisce. Avete litigato?
    -Ma no, cioè sì, qualche volta, come tutti.
    -Non come tutti, in casa mia non si litiga. Comunque no, non è qui. Mi spiace. Buongiorno.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno, scusi il disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No, chi la vuole?
    -Sono il suo ....fidanzato.
    -Non sapevo che mia sorella fosse fidanzata.
    -Già, certo.
    -Perchè la cerca qui?
    -Perchè se n'è andata, mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina ed è sparita, e io sono disperato.
    -Mi spiace tanto, se si facesse viva le dirò che lei la sta cercando. Salve.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno signora. Per caso sua cognata è lì da voi?
    -Quale delle due?
    -Quella più giovane.
    -No, non è qui, e lei chi è?
    -Io sono il suo....fidanzato.
    -Ah, si è fidanzata? Non lo sapevo.
    -Già, immaginavo.
    -Se è la sua fidanzata, come fa a non sapere dov'è?
    -Veramente se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina, ed è sparita. Sono disperato.
    -Beh, non è venuta qui.
    -Senta, per gentilezza, se si fa viva può dirle che ho tanto bisogno di parlare con lei?
    -Va bene, lo farò.
    -E poi ci sarebbe un'altra faccenda. Sua cognata aveva fatto la salsa, una trentina di bottiglie, potrebbe chiederle dove le ha messe? Non riesco a trovarle.
    -Ahahahah! La salsa! Guardi che non stiamo parlando della stessa persona. Non credo proprio che mia cognata abbia fatto la salsa.
    -Come no, è già il secondo anno che fa la salsa.
    -Ma parla di mia cognata quella di vent'anni?
    -Ventuno, per la precisione.
    -Va bene, venti...ventuno...ma lei le bottiglie le ha viste?
    -Certo che le ho viste, erano trenta, ma sono sparite anche loro.
    -Ah, capisco, certamente se si farà viva le chiederò notizie della salsa, ma penso che gliel'abbia fatta fare un anno di troppo! E' meglio che lei si metta l'anima in pace: non tornerà.
    tutututututututututututututututututututu

  • 28 luglio 2015 alle ore 10:22
    FRITTO MISTO

    Come comincia: Friggere richiede tempo e pazienza: gamberi, calamaretti, seppiette.....insomma va fatto bene. Naturalmente ho scelto la prima giornata di caldo bestiale, ti pareva, perciò non è stato riposante. Invece per qualcuno....
    "Cosa dici, Paolo, saranno cotte le seppioline?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Secondo te, i calamaretti vanno bene?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Cosa ne pensi dei gamberi? E' ora di toglierli?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    Certo, solo che a forza di assaggi, quando finalmente mi siedo, stravolta dal caldo, per mangiare, lui praticamente ha già mangiato.
    "Mangerei un pezzetto di formaggio"
    "Eh no, adesso aspetti, mi sono appena seduta...."
    "Certo che aspetto. Non c'è fretta. Guarda, solo un pezzetto di formaggio e una fetta di anguria...ma aspetto!"
    Faccio finta di niente e continuo a mangiare.
    "Lo sai che è proprio buona l'anguria? Per caso hai preparato la caffettiera?"
    I calamaretti cominciano ad andarmi di traverso.
    "Sì, la caffettiera è pronta."
    "Ah bene, solo per sapere. Così mangio un pezzetto di formaggio, una fetta di anguria e il caffè...ma senza fretta."
    Certo, senza fretta, rifletto che devo mantenere la calma.
    "E' buono il fritto, vero? E' riuscito bene. Adesso un po' di formaggio, l'anguria, e io sono a posto."
    A questo punto scatto in piedi per andare a recuperare formaggio e anguria.
    "Ma no, potevi finire di mangiare...io avrei aspettato."
    Lui è preoccupato, e non mi può vedere in faccia perchè gli volto le spalle. E io, ormai superati tutti gli stadi....sto silenziosamente ridendo. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 9:57
    VACANZE?

    Come comincia: Finalmente superata l'infatuazione per il campeggio in montagna, con mia grande soddisfazione si opta per le vacanze al mare. Brevi vacanze perché Mario ha diversi impegni anche in agosto per cui la prima vacanza sarà di una settimana, solo negli anni seguenti riusciremo a prolungare le ferie fino a due settimane. Vorrei soprassedere sulla prima vacanza perché effettivamente in una settimana non può succedere granché. Servirà, questa vacanza, per ritornare poi per diversi anni nello stesso posto. Lido di Venezia, punta estrema degli Alberoni. Laggiù avrò il piacere di divertirmi a più non posso. Mario decide di affittare un appartamentino in un residence. Ovviamente piccolo e su tre livelli: cucinino sotto, servizi a metà scala, camera e cameretta al primo piano, giardinetto sul retro, e perfino un piccolo pertugio nel muro esterno da utilizzare come cantinetta.. Noi non partiamo con le valigie come tutti i normali individui, noi le valigie le diamo al corriere perché il portabagagli dell'auto è adibito al trasporto del vino che ci servirà durante le ferie. Con grande cura diversi bottiglioni di barbera frizzante, tutti quelli che ci stanno, vengono posizionati lì, e, affinché non esplodano durante il viaggio, un telo da mare viene imbevuto d'acqua fredda per preservare il prezioso nettare, e verrà imbevuto diverse volte durante il viaggio, in modo che i bottiglioni arrivino a destinazione integri. Quando si dice le priorità! In questo eccezionale caso, io posso anche dimenticare il cavatappi perché i bottiglioni sono provvisti di "macchinetta", ma è evidente che io non lo dimenticherò, a costo di appendermelo al collo. Non si sa mai. Tutto bellissimo, si direbbe. Certo, a parte il fatto che abitare in un appartamentino obbliga a preparare da mangiare, a mettere in ordine, a fare la spesa. Ho in dotazione una bicicletta. Al mattino, dopo che si è fatta colazione, Mario e Raffaella vanno al mare, io invece inforco la bici e vado a fare la spesa. C'è una unica panetteria e commestibili in paese, ma i turisti sono tanti, e così inevitabilmente la coda è lunga ed estenuante. Fatta la spesa vado al mare? Ma non scherziamo: fatta la spesa torno a casa a preparare qualcosa per mezzogiorno da mangiare in spiaggia, riordino, faccio i letti, e, se ho tempo, comincio a mettere le basi per la cena che avverrà naturalmente in casa. Eseguito tutto, ormai è mezzogiorno, e ho corso, diciamolo pure. Inforco la mia amica bicicletta e, con armi e bagagli, volo alla spiaggia. Là, Mario sta facendo le parole crociate e Raffaella, con il salvagente infilato, rompe le scatole, chissà da quanto, per andare a fare il bagno. "Papà, che ore sono? Andiamo a fare il bagno?"  "Non è ancora ora, fra quindici minuti".  "papà, sono passati 15 minuti?"  "No non sono passati". Sugli orari non si discute, per fare il bagno a mezzogiorno bisogna avere fatto colazione alle otto, altrimenti tutto slitta, anche la mia pazienza.  Io sono stanca, sudata, carica come un mulo, vado in capanna dove c'è un armadietto contenente sale pepe olio e cosette varie che lasciamo sempre lì. Mi sento trasparente: Raffaella continua a piagnucolare che il tempo non passa mai e Mario continua a prendere il sole e fare le parole crociate. Io nel frattempo porto fuori il tavolo e lo posiziono sotto la tenda che fa da dehor, apparecchio con la tovaglia di carta, i piatti di plastica, i bicchieri di vetro, perché quando si beve i bicchieri devono essere di vetro, non certo di plastica o di cartone. E adesso? Già adesso bisogna andare al bar a prendere l'acqua fresca, e magari qualche stuzzichino se è desiderato. "NO, ma non andare adesso, che poi l'acqua si riscalda subito, andiamo a fare il bagno". Certo, andiamo a fare il bagno almeno qualcuno finalmente sarà contento: Raffaella. Andiamo a fare il bagno e subito dopo vado al bar a prendere quello che ci manca. Finalmente ci sediamo a mangiare e comincio ad assaporare la brezza marina, ma dura poco, bisogna rimettere subito tutto in ordine, e siccome dietro le capanne ci sono lavandini e si possono lavare i piatti, finalmente posso nascondermi per un po' all'ombra. Mi siedo per terra, sulla sabbia fresca e appoggio la schiena  al legno delle baracche, socchiudo gli occhi e mi lascio accarezzare da un lieve sospiro di vento, sperando che nessuno venga a cercarmi. Impossibile, mi ferisce le orecchie la voce squillante di Raffaella: "Dov'è la mamma?"  "E' andata a lavare i piatti". Ma porca miseria, dove posso fuggire? Mi sento braccata, perennemente braccata! "Cucù!" Ecco Raffaella. "Dai vieni, siediti un po' qui"  Ma lei ha sempre un mucchio di cose da dire, da chiedere, da puntualizzare perché la sua è l'età in cui i bambini sono antipatici, tutti, e sfido chiunque a dire che non esiste un'età in cui i bambini sono antipatici. 
    Sono solo le due del pomeriggio, e penso con terrore che la giornata sarà ancora lunga, che la vacanza sarà ancora lunga!

  • 27 luglio 2015 alle ore 14:03
    GLI SPOSI

    Come comincia: Quando arrivai nella cittadina notai subito quanto fosse carina e pulita. Mi trovai di fronte ad una casa tutta bianca. Sulla facciata c'era un dipinto che raffigurava un uomo e una donna nell'atto di camminare, l'uno accanto all'altra. Lei aveva lunghi capelli neri spettinati e indossava un abito leggero mosso dal vento. Lui la teneva per mano e aveva il viso rivolto verso di lei. Era un bel dipinto e mi avvicinai per guardarlo meglio. Mi venne incontro un uomo di mezza età, sorridente e gentile.
    "Bello, vero? Da guardare e da leggere."
    Infatti a fianco del dipinto c'era qualcosa scritto, che andai a leggere. C'era perfino il titolo sopra quelle poche righe: "Gli Sposi". Lessi:
    "L'usanza di quel tempo era che la moglie camminasse sempre qualche passo dietro al marito, per cui, quando fu l'ora di uscire insieme, la giovane sposa si fermò sulla soglia di casa per cedere il passo al marito affinchè la precedesse, come consuetudine. Lo sposo allora le accarezzò la fronte:
    "No, tu non camminerai dietro di me perchè non mi sei suddita, nè sottoposta, nè schiava. Tu sei la mia amata compagna, ispirazione e guida di ogni mio pensiero ed azione, e vorrei che camminassi davanti a me per indicarmi la via, così sarei certo di non sbagliare; ma non sarebbe prudente perchè in caso di pericolo improvviso non potrei farti da scudo col mio corpo per proteggerti. Perciò camminerai al mio fianco in modo ch'io, ogni volta che volgerò lo sguardo, potrò godere della dolcezza del tuo sguardo, dello splendore del tuo sorriso, della benedizione di ogni piega del tuo viso; e se abbasserò lo sguardo potrò vedere i nostri passi percorrere vicini ogni sentiero."
    La giovane sposa spostò una ciocca di capelli che le copriva in parte il viso, e lasciò che il bagliore degli ultimi riflessi del tramonto ne inondasse i morbidi lineamenti. Appoggiò la mano sulla spalla del marito in una tenera carezza e gli sussurrò:
    "Sarà, il nostro, un lungo viaggio insieme."
    Rimasi un po' lì ferma a fissare quel dipinto e ad interrogarmi sulla profondità del significato di quelle poche righe. Ma perchè scrivere sulla facciata della casa, pubblicamente, e probabilmente sfidando le convinzioni e tradizioni secolari di una piccola comunità!
    "Sono i miei genitori." Sentii dietro le mie spalle la voce dell'uomo di prima.
    "Hanno sempre combattuto perchè ogni uomo vedesse in ogni donna ciò che mio padre vedeva nella sua. Io sono qui, a guardia di questa facciata, monito per tutti gli uomini che ancora non hanno compreso il miracolo dell'uomo e della donna."
    Cosa significava "a guardia di questa facciata?" Istintivamente mi allontanai per guardare, e così vidi che non c'era nessuna casa, soltanto una facciata.
    Mi voltai verso l'uomo, con dentro i miei occhi tutte le domande del mondo.
    "Hai visto bene, la loro casa fu distrutta, dall'ignoranza, e chissà da cos'altro, ma questa facciata rimase in piedi, ed io sarò qui a proteggerla finchè ne avrò la forza."
    Poi tacque, sedette accanto al muro, e sembrò già avermi dimenticata.
    Io riuscii, prima di andarmene, solo a mormorare "grazie"

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:58
    QUADRO SVEDESE

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata e mi sono messa a cercare di ricordare cosa avevo sognato. Una specie di incubo. A forza di pensare mi è venuto in mente. Santo cielo, la Vetrini, la professoressa di educazione fisica in prima superiore. Da quali meandri della mente sia saltata fuori questa qui, è tanto inspiegabile quanto spiacevole. La prima lezione dell'anno, tutte in fila, noi studentesse, passate in rassegna come militari, dal suo sguardo ostìle che non faceva presagire niente di buono. Chissà perchè io diedi una fuggevole occhiata all'orologio che, stranamente, portavo al polso. La cerbera se ne accorse.
    "Signorina Boccardo, ha frettta? Qualche impegno, per caso?"
    indirizzandomi un'occhiata che avrebbe sciolto e fatto evaporare all'istante un iceberg.
    Io, da ribelle quindicenne, alzai il mento in evidente atteggiamento di sfida.
    E fu subito odio.
    Cominciò a detestarmi prima ancora di constatare che io e la ginnastica eravamo maledettamente incompatibili. Ma c'erano giorni in cui mi odiava di più, e allora mi spediva al quadro svedese. Devo ancora capire adesso come ci si debba arrampicare su quel coso. E chi mi metteva a fianco? La Silvia: snella, carina, mai un capello fuori posto, ottima ginnasta, non sudava mai, sempre fresca come appena uscita dalla doccia. Anch'io sembravo appena uscita dalla doccia, ma da quanto ero intrisa di sudore. 
    "Guardi la sua compagna, e impari."
    La Silvia in un attimo si "faceva" il quadro in tutte le direzioni con la velocità di una lucertola su un muretto, mentre io rimanevo ipnotizzata a guardarla, appesa a un legno come un macaco a un ramo, e aggrovigliata come un gomitolo di lana dopo che c'ha giocato il gatto. Ci sarebbe voluto il foglio con le istruzioni per districarmi. Perchè, bisogna dirlo, ero anche "robustella".
    C'è un lato positivo nel sogno di stanotte. Che tutto ciò è passato. Se la incontrassi oggi, la Vetrini, saprei io cosa dirle.

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:42
    LA GAFFE

    Come comincia: Quando avevo circa 40 anni e mia figlia ne aveva 17, frequentai per un breve periodo un signore che aveva circa 50 anni. Lui faceva parte di un ambiente un po' diverso dal mio, diciamo "in", mentre il mio di ambiente era quello che ormai conoscono tutti. Lavoro mentale e manuale nei trasporti, 12/13 ore al giorno. Cene in trattorie operaie a fine giornata, dopo essersi lavati mani e braccia fino al gomito, col sapone da bucato. Carattere molto diretto, senza mezze misure, semplicità e allegria. Comunque io e lui (si chiamava Sergio) ci conscemmo per caso e ci fu subito simpatia reciproca e cominciammo a uscire insieme fino a che, una sera, decise di presentarmi al suo gruppo di amici. L'appuntamento era presso un club privato. Lui mi presentò tutti gli amici fino ad arrivare ad una signora in compagnia di un ragazzo molto giovane. Rimasi colpita, e, senza pensarci un minuto, esclamai:
    "Sergio, potevi dirmelo che si potevano portare anche i figli: avrei portato Raffaella."
    Una frase che rimase lì a mezz'aria nel silenzio generale e, direi, nel gelo generale.
    Capii subito che qualcosa non andava, anche per lo sguardo "armato" della signora in questione. Allora mi voltai in cerca di Sergio che si era allontanato un po' e mi dava le spalle. Lo raggiunsi, dico la verità, senza aver capito:
    "Ma cosa è successo?"
    E lui, con le lacrime agli occhi dal ridere:" Quello è il suo accompagnatore"
    "Oddio che figura, ma che figura, non potevi avvisarmi?" Ero sbalordita.
    E lui: "Figurati, non mi sono mai divertito tanto!"
    Intanto lì vicino una signora stava dicendo: "Ma dove l'avrà trovata una così!"
    Il fatto è che mi potrebbe capitare anche adesso perchè io sono ancora così. 

  • 27 luglio 2015 alle ore 12:57
    L'AMICO DI UN ATTIMO

    Come comincia: "E' morto. Si è ucciso."
    "Ma cosa è successo?"
    "Non so: pare che un uomo si sia suicidato."
    La gente si era raccolta attorno a un'aiuola in fondo al parco ed era un brusìo generale.
    "Ma chi è?"
    "Non si sa: nessuno lo conosce."
    Anch'io mi insinuai in mezzo a quel gruppo di persone proprio mentre il corpo dell'uomo veniva pietosamente coperto con un telo. Ma ebbi un attimo di tempo per vedere il suo viso, e rimasi impietrita a fissarlo. Era lui? Sì, non c'era dubbio: era lui. Continuavo a fissare il telo, incapace di muovermi, fino a quando sentii qualcuno che gridava:
    "Largo, largo, fate largo. Lasciate passare."
    Stava arrivando l'ambulanza. Il corpo fu steso su una barella e velocemente portato via. Subito tutti se ne andarono: chi scuotendo la testa, chi con un nuovo dolore impresso nella memoria. Qualcuno, visibilmente scosso, piangeva allontanadosi. Io ero ancora lì immobile a fissare quel telo che non c'era più senza trovare la forza di andarmene, finchè un signore mi prese a braccetto e, trascinandomi via, mormorò:
    "Sono cose che succedono. Lo conosceva?"
    Scossi la testa in segno di diniego.
    "Vada a casa signorina, vada. L'accompagno?"
    "No grazie, sto bene." Volevo stare sola e forse lui capì perchè mi salutò e se  ne andò, dopo avermi raccomandato di andare a bere qualcosa di forte.
    Mi avviai lentamente col viso di quell'uomo impresso nella mente. Quel viso: aveva l'espressione stupefatta e rilassata allo stesso tempo: chissà se il suo ultimo pensiero era stato per Lucia!
    Senza neppure rendermene conto mi ritrovai di fronte alla panchina dove l'avevo incontrato il giorno prima e ripensai a quell'incontro. L'uomo era seduto lì e si fissava pensosamente le mani. Il mio sguardo si era fermato su quelle mani che erano grandi e ben curate. Era un uomo di circa quarant'anni dallo sguardo intenso e intelligente; il fisico asciutto.  L'abbigliamento era di stile antiquato, ma pulito e in ordine. Aveva alzato gli occhi verso di me quando gli ero quasi di fronte come se volesse dirmi qualcosa, ed io istintivamente avevo rallentato, fermandomi quasi, attratta da quegli occhi insistenti nei miei. Tuttavia non era accaduto nulla subito. Soltanto dopo pochi altri passi avevo sentito la sua voce:
    "Signorina, scusi."
    Mi ero fermata, indecisa, senza voltarmi.
    "Signorina, non si preoccupi, non voglio darle fastidio, vorrei soltanto chiederle un favore."
    Ero tornata indietro e stavo ferma di fronte a lui, che abbozzando un faticoso sorriso, cercava qualcosa in tasca.
    "Mi scusi sa, ma non conosco nessuno in questa città. Devo partire per un lungo viaggio e ho bisogno di far recapitare questa lettera: però non voglio spedirla. Devo avere la sicurezza che arrivi a destinazione."
    Intanto aveva estratto dalla tasca una busta bianca sigillata e me la porgeva con un leggero tremore della mano. Io non sapevo bene cosa fare però avevo preso la lettera e, automaticamente, letto l'indirizzo: Signora Lucia Correnti - Piazza S.Filippo 23- Roma.
    "Roma! Ma io...io non so. Non so se potrò andare a Roma."
    Balbettavo, mentre il suo sguardo si faceva sempre più intenso e la sua mano stringeva la mia con la lettera.
    "La prego, non c'è fretta, basta che arrivi, non importa quando. La prego, la prego!"
    C'era una tale forza in quegli occhi che avevo dovuto abbassare i miei. La mano mi faceva quasi male, stretta dalla sua. Avevo annuito perchè non riuscivo più a parlare. L'emozione mi chiudeva la gola. Avevo aperto la borsa e messo via la lettera, ma lui già non mi vedeva più. Il suo sguardo si perdeva malinconico oltre gli alberi del parco.
    Quasi parlando a se stesso aveva aggiunto sottovoce:
    "Mi chiamo Claudio. Grazie."
    Io avevo soltanto sorriso con le labbra tremanti e me ne ero andata.
    Ora, intanto che ripensavo a tutto questo, avevo estratto la lettera dalla borsetta e la rigiravo fra le mani chiedendomi se avevo sbagliato il giorno prima ad andarmene, lasciandolo solo. Avrei potuto fare qualcosa per lui? Le sue parole mi bombardavano la mente: "devo partire per un lungo viaggio."
    Decisi di non prendere il tram per andare a casa. Avevo bisogno di camminare e di pensare. Sentimenti contrastanti affollavano il mio cuore. Ma poi, improvvisamente, ebbi la sensazione che il parco fosse diventato solitario e triste. Mi affrettai, mentre un brivido di freddo mi percorreva la schiena, e gli alberi danzavano fra le lacrime che mi inondavano il viso.
    Non vidi nulla e nessuno, ma quando giunsi a casa non piangevo più e sapevo quello che dovevo fare: dovevo andare a Roma: subito. Preparai una borsa da viaggio e avvisai che mi sarei assentata dal lavoro per un paio di giorni. Mentre facevo i preparativi per la partenza un senso di sollievo mi pervadeva: era la serenità che mi dava l'idea di poter fare qualcosa per Claudio. Non volevo pensare a lui come al suicida del parco e nemmeno come all'uomo della panchina, ma semplicemente volevo pensare a Claudio, l'amico di un attimo, che mi aveva chiesto un favore nel momento più disperato della sua vita.
    Arrivai a Roma il mattino seguente. La giornata era splendida. Respirai profondamente, abbassando il finestrino, mentre il treno rallentava, ormai prossimo alla stazione, affascinata da quel cielo terso e l'aria frizzante. Per un attimo dimenticai il motivo per cui ero a Roma.  Sul taxi il cuore mi batteva forte. Non sapevo cosa e chi avrei trovato al 23 di Piazza S.Filippo. Chi era Lucia? E se mi avesse posto delle domande? Sospirai: al momento opportuno avrei trovato le risposte. Cercavo di tranquillizzarmi ma avevo le mani sudate e le gambe mi tremavano. Il tassista chiacchierava e rideva per conto suo, per niente preoccupato che io non partecipassi affatto alla conversazione, né ridessi alle sue battute. Quando arrivammo, pagai, scesi dal taxi e mi fermai, incerta, di fronte al numero 23: una palazzina a tre piani, bella, certamente abitata da gente benestante. La piazzetta era silenziosa ed io stavo lì a fissare la targhetta CORRENTI senza trovare il coraggio di suonare il campanello. Mi venne anche la tentazione di tornare indietro, ma gli occhi di Claudio tornavano e la stretta della sua mano era ancora impressa sulla mia. Ad un tratto sentii la voce:
    "Cerca qualcuno?"
    Alzai lo sguardo e vidi alla finestra del primo piano una signora.
    "Sì, cerco la Signora Correnti."
    "Sono io. Le apro subito."
    Ormai non potevo più fuggire. Entrai e salii fino al primo piano dove la porta era già aperta e una signora che poteva avere l'età di Claudio mi sorrideva facendomi cenno di entrare. Era decisamente bella, elegante e dai modi gentili, aveva gli occhi chiarissimi, grandi e strani. Mi guidò nel salotto e, quando mi fui seduta
    "Dalla voce lei deve essere molto giovane"  mi disse sorridente.
    Ecco cosa c'era di strano in quegli occhi: Lucia non vedeva. Mi ripresi subito ma non potei fare a meno di stupirmi:
    "Ma lei dalla finestra..mi ha vista."
    "Oh! Sì l'ho vista. L'ho vista come vedono i ciechi. Sa, non deve impressionarsi. Noi che non vediamo siamo molto più sensibili....e forse vediamo molto di più."
    Una risata argentina da ragazzina seguì le sue parole. Ebbi il coraggio di ridere anch'io e comunque mi sentii a mio agio.
    "Ho 24 anni e vengo da Torino e....Roma è veramente bella; tutte le volte che la vedo mi sembra la prima volta."
    Non volevo entrare subito in argomento, non mi sentivo pronta.
    "Sì, è vero, è bellissima. Sa, io non sono stata sempre cieca. Mi è accaduto in seguito ad un incidente d'auto, ed avevo proprio la sua età."
    "Oh!" Non riuscii a dire altro.
    "Sono stata più fortunata di altri, almeno posso continuare a vedere i miei ricordi. Ma lei....non mi ha ancora detto perché è venuta qui, e mi sembra di capire che non le è nemmeno tanto facile dirmelo." E seguì un'altra risata argentina.
    Quella donna cieca mi vedeva fino in fondo all'anima ed io non riuscivo a stare ferma sulla poltrona. Inspirai tutta l'aria possibile, e d'un fiato parlai.
    "Devo consegnarle una lettera, una lettera di Claudio" e la mia voce si ruppe, in attesa.
    La guardavo attentamente, ma il suo viso rimase impassibile.
    "Claudio" mormorò quasi fra sé  "Claudio! Era molto innamorato: ma lei lo conosce da molto? Come sta?"
    Evitai di rispondere.
    "Ho la lettera per lei" Le ricordai.
    " Ah sì, la lettera. Me la dovrà leggere."
    "Ma io veramente...non vorrei.."
    "Direi che non abbiamo altra scelta. Non crede?"
    "Ma lei avrà sicuramente qualcuno di più intimo. Credo..credo che sia una lettera privata e..."
    "Lasci perdere. Da molti anni vivo sola e qui non viene nessuno. L'unica persona che può leggermi la lettera è lei."
    La sua voce si era indurita e le sue labbra avevano una piega ironica. Capii che non potevo far nulla per evitare di leggere, e di malavoglia aprii la busta. Dentro di me tutto si ribellava all'idea di frugare fra quelle righe che non mi appartenevano. Lucia incalzò spazientita:
    "Allora! Vuole leggere?"
    Cominciai con voce tremante:
    "Lucia, cara!"
    Avevo la gola secca e le parole non volevano uscire. Ripresi:
    "Lucia, cara! Ti scrivo perché sto partendo e penso che starò lontano molto tempo. Per anni ho vissuto nella nostalgia e in preda al rimorso pensando che se quella terribile sera di tanto tempo fa non me ne fossi andato dopo aver litigato con te, tu non saresti salita in auto con Francesco, e nulla sarebbe accaduto. Ho sofferto tanto, ed ancora di più quanto tu mi hai lasciato: secondo te una donna cieca sarebbe stata un peso troppo grande per un uomo. No Lucia, non è così. Lo so bene io che ho vissuto e vivo nel rimpianto; che sono venuto tante volte a Roma fermandomi a guardare da lontano la tua casa senza mai trovare il coraggio di suonare alla tua porta. Ho atteso, oddio quanto ho atteso, una telefonata, una lettera, un segno qualunque che mi ridasse ossigeno per vivere. Ma non è mai accaduto nulla. Quante volte mi sono chiesto angosciato se dentro di te ci sia rancore, disperazione per la tua situazione! Quante volte ho sperato che tu mi dessi la possibilità di assisterti, di amarti, di viverti accanto. Ora sto per partire. Vorrei provare a rifarmi una vita, ma prima di andarmene volevo dirti queste cose. Sei nel mio cuore Lucia, come allora. come una ferita che nulla può cicatrizzare. Ovunque io vada il dolore mi accompagnerà sempre. Quella sera di sedici anni fa è come un film che continua ad attraversare la mia mente senza che io riesca a distruggerne la pellicola. Ti ho cercata in ogni donna che ho incontrato, ma tutte sparivano al tuo confronto. Perché, perchè un così grande sacrificio per te e per me! Perché rinunciare all'amore. Ormai è tardi  per cercare queste risposte. Sono stanco. Addio Lucia, addio cara, e abbi cura di te. Perdonami, se puoi.  Claudio.
    Non potei reprimere un singhiozzo mentre appoggiavo la lettera sul tavolo.  Lucia era silenziosa, ma del suo viso non si muoveva un muscolo. Il silenzio era anche troppo in quella stanza arredata all'antica, con le gelosie accostate. Il sole filtrava attraverso le fessure disegnando una strana penombra, e il mio cuore stava scoppiando.
    "E' pronta?"
    "Per cosa?" dissi io asciugandomi le lacrime.
    "Per scrivere. Spero che non le dispiacerà troppo portare a Claudio una lettera da parte mia"
    Rividi il viso di Claudio senza più vita e il mio cuore si strinse.
    Lucia si alzò e, con la sicurezza di chi, pur non vedente, conosce a memoria l'ambiente in cui vive, prese da uno scrittoio carta e penna e le posò sul tavolo. Io mi apprestai a scrivere chiedendomi intanto come lei riuscisse a nascondere così bene ogni sua emozione.
    In piedi, dandomi le spalle, cominciò a dettare:
    "Claudio carissimo, mi rendo conto oggi, leggendo la tua lettera, di quanto sbagliai allora non dicendoti subito la verità, e cioè il vero motivo per cui ti lasciai. Non ho mai provato rancore verso di te perché quella maledetta sera, era su quell'auto che volevo salire. Proprio quella sera io e Francesco avevamo deciso di sposarci. Allora eravamo tutti molto giovani. Io non volevo farti del male. Uscire con te mi era servito per chiarire i miei rapporti con lui, ma non volevo giocare con i tuoi sentimenti, semplicemente li avevo sottovalutati. Eravamo molto innamorati, io e Francesco, e quella notte, con la sua morte, anche la mia vita finì. Non volli mai un altro uomo nella mia vita. Quando mi resi conto di quanto fossero profondi i tuoi sentimenti non mi sentii di deluderti e così mi rifugiai nella mia disgrazia per interrompere il nostro rapporto. Pensavo che anche tu avresti dimenticato in fretta. Mi accorgo di avere sbagliato due volte con te, ma spero che saprai perdonare e forse, più presto di quanto immagini, saprai anche sorridere di avvenimenti di tanti anni fa: perché in fondo fu soltanto una ragazzata. Ti auguro buona fortuna, Claudio, e, se vieni a Roma, ti aspetto.  Lucia."
    Avevo le mani gelate, gli occhi brucianti, e tanta fretta di andarmene da quella casa.
    Lucia sorrideva mentre, imbustata la lettera, me la porgeva:
    "Lei avrà sicuramente l'occasione per consegnare a Claudio queste righe, visto che lo conosce. Grazie per la sua gentilezza, signorina. Le chiamo un taxi?"
    "No no grazie, desidero camminare un po'." 
    "Qui vicino c' è un bellissimo lungofiume: da lì potrà ammirare il panorama di quasi tutta la città. Grazie ancora e buon viaggio di ritorno a Torino."
    Finalmente me ne andai. Mi sentivo invecchiata. Camminando mi ritrovai proprio sul lungofiume che a quell'ora era deserto, e mi abbandonai su una panchina. Fu lì che strappai la lettera di Lucia in tanti piccolissimi pezzi lasciando che il vento li sparpagliasse, e fu lì che, piangendo, parlai con Claudio:
    "Ho consegnato la tua lettera Claudio. Anche lei ti ama..ti ama..ti ama......."

  • 24 luglio 2015 alle ore 18:27
    Fiore Rosso

    Come comincia: Concatenazioni di spazio e di tempo, mio dolce fiore rosso.
    Non so cosa farmene di parole che regalo gratuitamente a persone di tutto il mondo, per il mestiere che porto. Guardare la luna e dedicartene un pezzo, scorgere una lucciola nel buio ed avvicinarla alla tua ombra, prendere tra le mani la sabbia e vederti specchiata in ogni singolo granello puro e cristallino.

    Oh sì, dolce fiore rosso; potei darti tutte le parole che vuoi sentirti dire, nessuna esclusa. Ma siamo sicuri che la tua ricerca possa perdersi in tali frivolezze terrene da oscurarti da sola i passi e il cuore, non scorgendo la persona che ti ama?
    Dolce fringuello di candide ali da libellula, tu illumini il cielo di questa piccola e immensa terra, abbracciando il sole e sposando la luna inerme lì nel nero limpido di chi ci governa. Sei negl’occhi di chi guarda; ed io, potrò stare nei tuoi di occhi?  

    Fantasie; ingenui fantasie di un docile amatore che per anni ha dovuto trovar mille modi per dir sempre lo stesso; ma le mie emozioni necessitano di più forme per essere espresse, per non essere dimenticate, tanto meno per essere capite.
    E il tempo punisce simil cose scagliando schegge aguzze di stalattiti nel centro dell’africa più nera!
    Pueril inganno, potrei dire; non so se ho più predisposizione all’inganno o che sia oggetto dell’inganno stesso.
    Fatto sta che ogni giorno, splendido ed oscuro che sia, c’è sempre qualcuno o qualcosa che m’inganna gl’occhi o son io che, con tali occhi, inganno il mondo?  

    Chi può dirlo.

  • 23 luglio 2015 alle ore 7:08
    IN ASCENSORE

    Come comincia: L'anno è il 1975 o 1976, Raffaella è piccola, ha quattro o cinque anni. Mario ha deciso di farmi un regalo speciale: la notte di capodanno al casinò di Sanremo. Ma io non so, non so neppure cosa mettermi, non sono abituata a certe cose. Comprati quello che ti serve, dice lui, senza strafare, ma vestiti. Va bene, vado in un negozio di Torino e mi compero un abito nero, lungo, da sera e poi un giaccone bianco leggermente peloso, sintetico ma molto di effetto. Sulla scollatura dell'abito campeggia una bellissima rosa verde che so già, avrò le mie difficoltà a sistemare. Borsettina da sera, una bustina argentata di quelle in cui non ci sta niente, tanto per intenderci. Insomma, alla fine un insieme niente male. Abbiamo già individuato il posto dove lasciare Raffaella, presso le suore dell'Incoronata a Spotorno, che ce la tengono volentieri per un giorno e una notte. Arriviamo a destinazione, dopo essere partiti direttamente dall'ufficio, vestiti da lavoro, perché non c'è stato tempo per cambiarci. Non troviamo alberghi con camere libere. Cerchiamo, anche con una certa disperazione, finché troviamo una sistemazione a Taggia. Mi sfugge il nome dell'albergo.  Il personale ci accoglie con indifferenza, anzi visibilmente contrariato dal nostro abbigliamento, ma riusciamo a ottenere la camera per malandata che sia, infatti è piuttosto indecente, il bagno con water intasato quindi inservibile, ma ci adattiamo, d'altronde non c'è altro. Ci cambiamo di abito, io mi trucco, mi pettino bene, e mi immedesimo nella mia parte. Indosso l'abito da sera, la giacca bianca, le scarpe col tacco, i guanti neri di pizzo, e in una mano reggo la mia bustina argentata. Mario indossa il suo vestito che ha scelto appositamente per la serata e si fa bello. Quando scendiamo per uscire e andare a Sanremo il personale si inchina al nostro passaggio, ci accompagna all'uscita e ci offre qualunque tipo di supporto. A me scappa da ridere: che stupidi, non vedete che siamo quelli di prima? Ma così agghindati assumiamo una nuova identità e il nostro indice di gradimento è alle stelle. Quando entriamo al Casinò, nel salone dove si festeggerà il capodanno, prima si passa dal guardaroba e lì', proprio accanto a Mario, si ferma anche Sylva Koscina. Lei è il suo sogno proibito,  la sua dea, il materializzarsi di tutti i suoi desideri, cosicché lui non capisce più niente. Arrossisce, si schernisce, saluta devotamente, le dà la precedenza, prego faccia prima lei, gli manca solo la bava alla bocca. Io faccio finta di niente perché ritengo sia la cosa più intelligente da fare, inoltre non intendo rovinarmi la serata. Lei se ne va altezzosa e indifferente, e noi entriamo nel salone. Da lì la serata scorre piacevole, balliamo, beviamo qualcosa, una bottiglia di spumante Martini 35.000 lire. A Mario non si drizzano i capelli solo perchè non ne ha. Nell'insieme una bella notte di capodanno. Torniamo in albergo e poche ore dopo dobbiamo ripartire. Io preparo la valigia, rimetto l'abito da lavoro e anche Mario, che poi mi dice: vado a prendere l'auto, tu porta giù la valigia. Ma è pesante! Ma c'è l'ascensore! Ma ho paura, lo sai che ho paura! Ma va, non farmi ridere, è un piano solo! E io sarò lì ad aspettarti. Inutile discutere. Lui va e io mi avvio verso l'ascensore. Entro, schiaccio il pulsante per il piano terra e rimango immobile a fissare le porte, con il fiato sospeso. L'ascensore si ferma e le porte non si aprono. Mi assale il panico e comincio a schiacciare il pulsante dell'allarme. Nessuno si fa vivo. In preda all'agitazione infilo le mani nella fessura fra le due porte e comincio a tirare da una parte e dall'altra finchè riesco a spostarle di almeno trenta centimetri. Peggio, perchè dietro le porte c'è il muro. A questo punto non capisco più niente. Continuo disperatamente a premere sul pulsante dell'allarme e a battere i pugni. Il cuore mi batte in gola e penso, adesso mi viene un infarto. Ma perché nessuno mi soccorre! Poi, dopo un po', in un attimo di sconforto più acuto, rimango in silenzio, e mi pervade una strana sensazione, quella di essere osservata, sì, sono certa che qualcuno mi stia osservando. Inizio a sentirmi a disagio e mi volto: dietro di me le porte dell'ascensore sono spalancate e diverse persone nella hall dell'albergo mi stanno guardando con gli occhi sbarrati. In un attimo mi è tutto chiaro: doppie porte. Mentre io mi agitavo e battevo i pugni impazzita e tentavo di divellere le porte, dietro di me altre porte si erano aperte e la gente ammutolita stava assistendo alla mia follia. Prendo la mia valigia e vado alla reception cercando di darmi un contegno. Io ho suonato, dico, ma non è venuto nessuno. L'addetto mi guarda sospettoso, ma non mi risponde. Beh, ho quasi distrutto l'ascensore e adesso non so che fare, che dire. Menomale che arriva Mario, intorno il silenzio è totale. Sono qui, cinguetto, sono qui. Quando si avvicina, andiamo subito via, andiamo subito via, gli dico sottovoce. Ma perchè, cosa è successo?  Niente, andiamo subito via! Ma li hai avvisati che il water è intasato? Ma figurati, già chissà cosa stanno pensando, andiamo via, te lo racconto in viaggio. Che gli ascensori mi terrorizzino, è evidente.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:37
    LETTERA A BABBO NATALE

    Come comincia: Caro Babbo Natale, lo so che quando hai riconosciuto la mia calligrafia in mezzo a tutte le letterine ti si sono drizzati i capelli, la barba, i baffi e anche le renne, e hai pensato: e adesso che "caspita" vuole questa "rompiscatole"! So anche che hai articolato il tuo pensiero con termini ben più crudi e alla moda, ma tu non puoi dirli perchè sei Babbo Natale, ed io non posso scriverli per buona educazione. Non ti preoccupare, non ho intenzione di metterti in difficoltà, sebbene una richiesta ce l'abbia anch'io. Ci si abitua a quasi tutto e voialtri, grandi vecchi, siete così lontani dalla nostra realtà. Ormai in pensione da tempo immemorabile! No, non fare quella faccia, lo so che hai dovuto tenere questo lavoretto natalizio per arrotondare. Ma il tuo capo? Quant'è, più o meno duemila anni che sta in pensione? Quando ebbe bisogno di un consigliere personale, suo figlio gli disse: ho la persona che fa per te, e indovina un po', gli presentò tale Ponzio Pilato che in quel tempo girava il mondo col bidoncino d'acqua di riserva al seguito, e l'asciugamani in spalla. Non so se lo sai, ma fu lui a dare inizio a quel gran lavarsi le mani che prese piede (simpatica questa frase!) e che a tutt'oggi viene praticato con grande attenzione, dando origine a intere innumerevoli generazioni di persone con le coscienze nere e le mani pulitissime. Cosicchè Ponzio Pilato divenne il consigliere personale del tuo capo, col risultato che il tuo capo ci consegnò quella specie di mostro a dieci teste che si chiama Libero Arbitrio....e adesso scornatevi fra di voi, io vado in pensione, fu il suo saluto. Ma ho divagato, devo tenere le briglie strette se no chissà dove vado.
    Tornando a noi, caro Babbo Natale, ti dicevo che ci si abitua a quasi tutto, il "quasi" è una licenza poetica, la verità è che ci si abitua proprio a tutto,e soprattutto a tutto il peggio, ma c'è qualcosa che mi tormenta e non riesco ad abituarmici. E qui vengo alla richiesta. Ogni giorno dell anno, ma proprio tutti i giorni, non so se mi spiego, c'è qualcosa a cui non posso sottrarmi che mi procura un gelido brivido che mi percorre tutta, ti assicuro che è una sensazione molto spiacevole, specialmente d'inverno, per cui, se tu potessi portarmi in dono un bidet con le pareti riscaldate, te ne sarei infinitamente grata. Tua devota Lora Beatrice Ludovica B.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:34
    LA VITA

    Come comincia: Stamattina alle quattro mi sono svegliata all'improvviso, apparentemente senza motivo. Strisce di una chiarissima notte di neve si riflettevano sulla parete della camera in un silenzio innaturale. Ho pensato che avesse nevicato, invece no. Subito, come se gli abitanti di un borgo avessero aperto tutti le finestre contemporaneamente, la mente ha cominciato ad inviarmi pensieri di ogni tipo, mescolati senza logica: ricordi, persone, bollette da pagare, rate, progetti, preoccupazioni, dolore, speranze, sogni, di tutto. Ho trascorso un po' di tempo in buona compagnia, in compagnia della mia vita, della mia importantissima vita. Forse questo è il motivo per cui mi sono svegliata, per ricordare quello che spesso mi capita di dimenticare, e cioè quanto la mia vita sia importante, e come sia facile certe volte smarrire la consapevolezza della sua importanza. Capita a tutti? Non so.
    Paolo dormiva accanto a me. L'ho sfiorato con una carezza, e la notte chiara di neve senza neve, ha raccolto l'ultima mia sensazione prima che mi riaddormentassi: niente scalda come un altro corpo

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:31
    PRIMO CAFFE' DEL MATTINO

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata molto presto e, visto che non riuscivo più a riaddormentarmi, mi sono alzata. La Polly mi aspettava al varco e così le ho dato da mangiare e le ho cambiato l'acqua da bere, mentre attendevo che "venisse su" il caffè. Poi la caffettiera ha cominciato a brontolare e il profumo ha invaso la casa: la mia casa, e prima, la cucina della casa di mia madre, quando al mattino mi alzavo per andare a scuola. Il profumo del primo caffè del mattino preparato in casa è unico, inconfondibile, è denso di sentimento e si porta dentro l'intimità di tutta la famiglia che appena sveglia è di poche parole e di molta fretta, ma, inconsapevole, assorbe sensazioni che creano ricordi, emozioni destinate a non morire.
    Tutto questo da un caffè? Direte voi. Sì, tutto questo da un caffè, ed è perciò che io continuo ogni mattina a preparare la moka, ripetendo un rituale antico, e poi sorseggio il mio caffè mentre sullo schermo del computer scorrono tante fotografie che rappresentano tutte le persone del mio mondo: e mentre sorseggio il mio caffè le guardo, e non mi ricordo che tante di loro non ci sono più.