username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 04 maggio 2015 alle ore 17:01
    2012

    Come comincia: La vita ti insegna a scegliere chi sono le persone degne di restarti accanto. Coloro che ti hanno gettato con arroganza del fango addosso e si sono divertiti a farti sentire inferiore sono i primi ad essere il "Nulla". La tua costanza e la tua determinazione ti permetteranno di scegliere chi merita un posto speciale nella tua vita e tu sarai fiero/a di aver valutato bene quando voltandoti indietro con un sorriso guarderai chi hai scartato e dirai:" Andate a fanculo siete stati solo una perdita di tempo"!

     

  • 02 maggio 2015 alle ore 8:35
    2010

    Come comincia: Sbagli..quanti sbagli, quanti errori che ci procura la vita, ma senza gli sbagli potremmo dire di essere vivi? Io credo di no, non ci sentiremo affatto vivi. Solo automi destinati a compiere meccaniche movenze dettate da situazioni certe che non inducono in errore…e che vita sarebbe? A cosa serve una vita cosi? Siamo nati per compiere delle scelte, a volte giuste, altre volte sbagliate, ma è quello che a noi veramente serve per vivere… quello che il mondo chiama semplicemente… ESPERIENZA!

  • 01 maggio 2015 alle ore 17:36
    Io credo in me... (2010)

    Come comincia: Io credo in me, credo in ciò che sono e in ciò che non sarò mai.
    Credo nella mia lealtà, al mio essere generosa, credo nel mio coraggio che non trema davanti alla paura, credo nella mia coerenza, nel mio donarmi agli altri. Amo i miei pregi e accetto i miei difetti non rinnego nulla del mio essere, nemmeno ciò che di me non amo. Io credo in me, una donna come tante, nulla di eccezionale, una donna più che normale. Amo questa vita che comunque vada è mia e solo mia...
    E se non riuscirò mai a migliorare ciò che sono almeno vivrò sapendo che io mi sono amata.

  • 01 maggio 2015 alle ore 9:44
    04 nov 2010

    Come comincia: Sono orgogliosa testarda e determinata a volte permalosa. Quando sono nervosa me la prendo con tutti quando qualcosa non mi va bene, non riesco a stare zitta lo dico anche a costo di risultare antipatica. Per me non conta se una persona e' ricca o povera, amo o odio per me non ci sono mezze misure, non amo i ti voglio bene gratuiti, preferisco un vaffanculo sincero. Non sono amata da tutti e mi sta bene così. Ma se voglio bene a qualcuno, do tutta me stessa e non tradisco mai chi amo!!!

  • 01 maggio 2015 alle ore 0:17
    La fabbrica dei calendari

    Come comincia: L’unica cosa sicura è un futuro incerto, quindi meglio prepararsi, con la testa soprattutto, perché anche affrontare attese decrescenti è una bella sfida.
    Era quello il pensiero che, da quando aveva ricevuto la lettera di licenziamento, spesso ripeteva a se stesso; una forma di autodifesa, utile per non farsi fagocitare dalle preoccupazioni, dall’ansia, da quel malessere della mente che impedisce di guardare oltre.
    Certo l’età (cinquant’anni compiuti) non aiutava e il mondo del lavoro nell’ultimo decennio aveva cambiato pelle e anima.
    Duecentoottantanove: quello era il numero di dipendenti che la fabbrica in cui aveva lavorato per due terzi della sua vita raggiunse nel momento di massima espansione.
    Alla fine, dopo prolungati periodi di crisi, ristrutturazioni e cessazione di alcune produzioni, erano rimasti in venti, e da lì a poco la manifattura avrebbe chiuso definitivamente.
    Le lettere di licenziamento erano già arrivate e nel giro di alcune settimane si sarebbero ritrovati tutti disoccupati.
    “A causa delle crescenti difficoltà, siamo costretti, nostro malgrado, a cessare l’attività; pertanto … “  iniziava così il comunicato che l’azienda aveva esposto in bacheca per annunciare la fine; era la stessa bacheca che, negli anni di uno sviluppo che sembrava un treno in corsa,  aveva ospitato i volantini che comunicavano ai lavoratori i risultati conseguiti con le lotte sindacali.
    Nell’ultimo decennio quel pezzo di legno era diventato un incubo: periodicamente vi compariva una lettera che comunicava la chiusura di un reparto e l’apertura della procedura di riduzione del personale.
    Chi restava, chi non veniva espulso si considerava un sopravvissuto, almeno per quella volta.
    Guido quella mattina di gennaio entrò in fabbrica più presto del solito, attraversò il corridoio dove c’era la macchinetta per timbrare il cartellino e arrivato nel cortile interno, anziché entrare in ufficio si diresse verso il reparto di produzione.
    Quando aprì la porta, un brivido lo sorprese, e non solo perché il riscaldamento era spento da diverse settimane; una debole luce entrava dai vetri sporchi e, a chiazze, illuminava le grigie pareti e il pavimento unto di grasso impastato con la polvere.
    Lì, a distanza regolare, restavano i segni dei pesanti telai in ghisa da poco rimossi.
    Ricordava bene ciò che accadeva nel momento in cui quelle macchine entravano in funzione tutte insieme: il cemento vibrava e nel giro di pochi secondi un rumore fatto di schianti cadenzati, riempiva l’aria ed entrava nel cervello.
    Chi ci lavorava con il tempo s’era abituato al ritmo infernale che regnava nel reparto, ma non era in ogni caso un bel vivere. Eppure quel mestiere, ripetitivo, maledetto, ai limiti della sopportazione, aveva permesso a buona parte degli operai di costruirsi una vita, a volte piatta, ma comunque dignitosa.
    Un posto di lavoro fisso, un salario che con qualche ora di straordinario, magari in nero, perdeva un po’ della sua miseria, non erano cose da sputarci addosso; e poi con qualche battaglia sindacale si riusciva sempre a portare a casa dei miglioramenti.
    Tra quei telai la precarietà quasi non esisteva, anzi quella sicura fatica quotidiana spesso era l’unica certezza, e poteva aiutare a superare le altre precarietà della vita.
    Lavoro, lotte e sacrifici erano la porta d’ingresso verso un benessere che, dicevano, presto avrebbe arricchito tutti.
    Ecco che fine hanno fatto quelle aspettative crescenti! disse tra sé mentre guardava l’unico telaio rimasto.
    Presto, una squadra d’operai l’avrebbe sezionato e caricato in un container in partenza per l’oriente.
    E’ lì che erano già andati tutti gli altri.
    Il proprietario aveva fretta di vendere, perché anche quei paesi stavano diventando esigenti, e presto i suoi telai, vecchi e obsoleti, sarebbero diventati invendibili.
    Aveva inoltre fretta di cessare l’attività perché il terreno su cui sorgevano i capannoni, grazie ad un’amministrazione comunale disponibile e all’interessamento interessato di alcuni professionisti prestati alla politica (o meglio: che avevano preso in prestito la politica) presto sarebbe diventato area residenziale e commerciale; e non c’era tempo da perdere perché anche il settore edile cominciava a scricchiolare, e vendere quello che si costruiva diventava ogni giorno più difficile.
    In paese le fabbriche più importanti avevano chiuso da tempo e le opportunità di lavoro si erano spostate nei servizi e soprattutto in quel grosso aeroporto intercontinentale che ogni giorno inventava qualche nuova località verso cui far partire o da dove fare arrivare migliaia e migliaia di persone.
    L’aeroporto assorbiva manodopera d’ogni tipo: da quella altamente qualificata che in genere veniva da fuori, a quella senza professionalità, quasi tutta del circondario.
    Lì però non era come in fabbrica; i lavori erano quasi tutti a termine, stagionali e inoltre richiedevano tempi e disponibilità assoluta: un vero scombussolamento della vita, senza certezze, sicurezze, prospettive per il domani.
    Tanti lavoratori, dopo la moria di manifatture che aveva colpito il paese, erano riusciti a farsi assumere con la qualifica di precari a tempo indeterminato in quella stazione del cielo; e ora saltavano da un contratto all’altro come stambecchi.
    Probabilmente, a marzo, quando la sua fabbrica avrebbe chiuso definitivamente i cancelli anche lui si sarebbe ritrovato nella stessa situazione.
    Uscì dal reparto di produzione ed entrò in ufficio; non c’era ancora nessuno.
    Accese il computer e scaricò la posta: tutte stronzate!
    Spostò l’intero contenuto nel cestino; adesso la cartella di posta in arrivo era vuota: come il reparto di produzione.
    Quella non era proprio giornata.
    Mancavano ancora pochi minuti alle otto e c’era il tempo per un caffè; di regola non si dovevano consumare bevande prima delle nove, ma che cosa gli poteva succedere? Ormai aveva già in mano la lettera di licenziamento.
    Tornò nel vuoto reparto di produzione e si diresse verso il distributore: l’unica cosa calda rimasta; inserì alcune monetine, selezionò una bevanda e poi spostò lo sguardo sulla colonna che stava alla sua sinistra.
    Si ritrovò a ridere: neanche il calendario con le donne nude era rimasto.
    In un momento di rabbia, gli operai addetti allo smontaggio dei macchinari dopo aver raccolto tutti i calendari (genere come mamma ti ha fatto) li chiusero in una busta che poi buttarono nel container; prima però su quella busta vergarono alcune frasi del tipo:
    “Tutto ci avete preso!  Allora pigliatevi anche queste quattro zoccole!”
    In quel frangente si ricordò di quello che successe diversi anni prima, quando una scolaresca visitò la fabbrica.
    Alla fine del tour, il padrone, o meglio il datore di lavoro (come lo chiamano oggi) offrì a tutti quei ragazzi, storditi dal rumore e per niente entusiasti, una bevanda calda; poi quando si spostarono nel cortile, con un tono che trasudava orgoglio da tutti i pori della pelle, chiese loro qual’era stata la cosa che più li aveva colpiti.
    Nel silenzio generale si sentì la voce di un ragazzo che, deciso, rispose:
    - Il calendario appeso di fianco alla macchina del caffè.
    Tutta la scolaresca scoppiò a ridere.
    - Chi è quello? -  chiese alquanto arrabbiato il padrone rivolgendosi alla persona che aveva di fianco.
    - Non ci faccia caso -  rispose il professore d’italiano, cercando per quanto possibile di mantenersi serio -  so’ ragazzi! -
     

  • 29 aprile 2015 alle ore 17:29
    .

    Come comincia: Non cercare l'amore esso arriva quando meno te l'aspetti. Non amare chi non ti ama e non sprecare neanche una lacrima per chi non ti merita. Non riservare nessun posto nel tuo cuore per chi non ce l'ha per te. Non cambiare per nessuno perché chi ti ama ti accetta così come sei. Non vivere aspettandoti l'impossibile, ma goditi quello che hai. La vita va vissuta ogni attimo, con amore per quello che fai. La vita va avanti in fretta e non aspetta nessuno ed è un dono che non ti verrà regalato un'altra volta.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:41
    .

    Come comincia: Ho vissuto periodi della mia vita molto difficili e insopportabili. Ma proprio quelle situazioni mi hanno insegnato tanto, sono stati proprio quelli i momenti in cui ho imparato e sono cresciuta. Chi non ha provato il dolore non potrà capire chi sta male, non imparerà ad aiutare chi sta crollando, non saprà cogliere le richieste d'aiuto specialmente quelle urlate nel silenzio. I falsi moralisti, più che aiutare tenderanno a peggiorare la vita degli altri, non sono in grado di aiutare se stessi figuriamoci se riescono a soccorrere gli altri . La loro vita resterà sempre colma di realtà insignificanti. Trascorreranno l'esistenza perdendosi la gioia nell'aiutare chi ha bisogno a la meravigliosa bellezza che c'è nelle cose.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:39
    .

    Come comincia: Gli ipocriti fanno solo tanto baccano e nient'altro. Le loro parole giungono come un ronzio fastidioso al mio orecchio, predicano molto bene per rendersi strabilianti agli occhi di chi li ascolta, a quanto pare hanno imparato a memoria il capitolo dei valori del perdono, della sincerità,dell'amore, dell'amicizia e potrei continuare all'infinito. Certe cose non si possono insegnare se non le vivi in prima persona, ma soprattutto se non le metti in atto. I valori non si possono trasmettere con le parole, si dimostrano con l'esempio non con le prediche.

  • 28 aprile 2015 alle ore 14:37
    .

    Come comincia: Sono dolce e sensibile, ti aiuto se hai bisogno, ma prendimi per i fondelli, fammi un torto oppure gioca con il mio cuore e non ci penserò due volte a regalarti il mio lato bastardo. Non gioco mai ad armi pari ti farò sempre più male io. Chi fa la doppia faccia, chi sputa giudizi falsi su di me dovrà vedersela con il mio lato peggiore, perchè così come loro non si sono creati scrupoli nel ferirmi e infangarmi, così anch'io senza esitare ricambierò e se sarà il caso tirerò fuori i miei artigli. Me stessa sempre nel bene e nel male, non ho paura di essere ciò che sono !

  • 24 aprile 2015 alle ore 11:57
    .

    Come comincia: Quante volte hai creduto nelle favole pensando che il bravo ragazzo fosse l'eroe della tua vita, ma poi quando hai guardato in faccia la realtà, hai capito che ti sbagliavi, perchè in un mondo come questo caratterizzato da stronzi che se ne vanno con le troie, è necessario essere in grado di prendere il dolore della cocente delusione e stare su. Hai capito che ti serve tanta forza per non farti calpestare la dignità da uno stronzo che non ti merita e che non ha voluto neanche impegnarsi a capirti, leggerti dentro e conoscerti meglio. Hai imparato a tue spese che bisogna avere tanta forza per andare avanti senza guardare al passato, anche quando questo ti è costato perdere le persone a cui tenevi di più, hai lasciato cadere le lacrime ancora una volta e hai capito che desiderare di stare ancora tra le sue braccia che ti stringano forte, che ti proteggano e ti amano fa molto male. Oggi sai che non ne vale la pena, perchè lui non è più lì con te e non può vedere le lacrime piene di amarezza che sgorgano dai tuoi meravigliosi occhi.

  • 23 aprile 2015 alle ore 22:50
    Il Respiro della Libertà

    Come comincia: Il coraggio, la forza: a Carlo non mancavano.
    Lo sapevano bene i suoi compagni di gioventù, perché lui alle sfide mai si sottraeva.
    Come quella che si svolgeva là, dove i frastuoni della fabbrica si spegnevano per lasciare il posto al silenzio della campagna e subito dopo agli umori della palude: terra pregna d’acqua marcia ma anche di vita, che si faceva sentire prima che vedere.
    La prova, rigorosamente riservata ai maschi, era molto impegnativa, senz’altro la più difficile da sostenere: parteciparvi era già un risultato.
    Bisognava, superando paura e schifo, trovare una biscia e, prima che strisciasse via, afferrarla per la coda e tenerla il più a lungo possibile sollevata da terra.
    Imbattibile Carlo: era sempre quello che resisteva di più.
    Questo il racconto di Vincenzo a cui avevo chiesto di parlarmi di lui.
    So che si conoscevano e che a un certo punto tutti e due entrarono nella Resistenza.
    Fu lì che le loro strade si divisero: Vincenzo aderì alle formazioni della zona, mentre Carlo si unì a quelle dell’Alto Vergante, dove prese “Nuvola” come nome di battaglia.
    Carlo fu tra i primi a salire in montagna; fu lui a insegnare a tanti ragazzi il coraggio di masticare la guerra.
    Tra i tanti Guido: un giovane milanese aspirante partigiano, arrivato in montagna con il cappottino, le scarpette della festa e una pistola che ancora non sapeva usare.
    Un giorno il ragazzo gli chiese perché aveva scelto quello strano nome di battaglia.
    Lui molto semplicemente spiegò che guardando il cielo aveva visto una bella nuvola e quindi …
    Ma a me piace pensare che dietro quel nome ci fosse dell’altro.
    Una nuvola può apparire o scomparire, mostrarsi con orgoglio o discretamente nascondersi, presentarsi da sola o in compagnia, stare tranquilla in un cielo o scatenare l’inferno in terra: non per distruggerla ma per continuare a farla respirare.
    Come loro che erano lì in montagna e che si battevano non per il gusto di combattere e fare del male, ma per ridare vita, speranza a una nazione asfissiata dalla dittatura e offesa dalla guerra. 
    Come le nuvole, anche loro a volte fuggivano e si nascondevano; altre volte erano loro a inseguire e a ferire.
    Prima di entrare nella Resistenza, Nuvola faceva l’operaio; quando salì in montagna decise che l’azzurra tuta da lavoro sarebbe diventata la sua divisa, con l’aggiunta di un fazzoletto rosso al collo e di un fucile sulle spalle.
    Anche quel giorno di fine marzo del ’45 portava quella strana divisa.
    Alle brigate partigiane della zona era giunto l’ordine di scendere al piano e di ritrovarsi nelle vicinanze del paese di Invorio, dove c’erano alcune cascine in cui avrebbero potuto fermarsi.
    La decisione di lasciare le postazioni sicure in montagna, a molti sembrò assurda, oltre che pericolosa; nessuno però mise in discussione l’ordine ricevuto, anche perché la guerra sembrava ormai all’epilogo e la vittoria sicura.
    Fu un grave errore abbandonare la prudenza che sempre aveva accompagnato le loro azioni, e in guerra gli errori si pagano.
    I fascisti arrivarono in massa alle prime luci di un’alba fredda e piovosa; quando i Partigiani udirono le prime raffiche di mitra l’accerchiamento era ormai completato ed era troppo tardi per cercare di opporre resistenza. 
    Ci furono comunque alcuni coraggiosi tentativi di reazione, che però ben presto mostrarono tutta la loro fragilità: dall’altra parte c’era un nemico bene armato e con il vantaggio dell’agguato.
    Non restava altro da fare che cercare di uscire dalle cascine e attraversando il prato raggiungere il bosco, sfidando quel cerchio di fuoco.
    Facile a dirsi, meno a farsi, perché anche per fuggire a volte ci vuole coraggio, soprattutto quando a inseguirti sono delle pallottole.
    Il primo a uscire fu Mario, nome di battaglia Vento, le raffiche di mitra lo falciarono quasi subito; poi fu il turno di Nuvola che scattò in piedi e si lanciò in una folle e zigzagante corsa, alcune pallottole lo raggiunsero, lui però riuscì ad arrivare ai bordi del bosco.
    Era ferito ma vivo, solo alcuni passi lo separavano dalla salvezza.
    Poi quella tuta: troppo larga… quella maledetta tuta s’impigliò in un rotolo di filo spinato e lui perse tempo cercando di liberarsi dal groviglio di ferro e stoffa che lo bloccava.
    Il coraggio, tutto il coraggio di cui era capace non bastava più e le forze gli mancavano.
    I fascisti lo raggiunsero: e furono pugnalate e poi dolore, sangue e alla fine il nulla...
    Certe volte, perso in uno sguardo al cielo, mi capita di pensare a Nuvola, al bel nome di battaglia che si era dato, a quella strana divisa e al suo ribelle percorso di vita.
    Ne tratteggio l’immagine e sebbene non l’abbia mai conosciuto, mi ritrovo a pensare a lui con la stessa intensità emotiva che mi coglie quando ritorno a quei buoni compagni di viaggio che, prima di andarsene, hanno dato respiro alla mia vita, impregnandola di passioni, amicizia, amore.
    Ma Nuvola è ancora qui, insieme a Ugo, a Nicola e a tanti altri.
    Si ribella la mia mente a questo mondo di maestri della dimenticanza: sempre pronti a levare l’ancora alla barca dei ricordi per mandare alla deriva la memoria; si ribella e torna a pensare a Nuvola e agli altri, come a dei preziosi amici.
    Lontananze che si annullano, anime che tornano corpi, assenze che si fanno presenze.
    Sono ancora qui: sento il loro soffio vitale… respiro libertà.

     

  • 21 aprile 2015 alle ore 13:01
    .

    Come comincia:  Sin dal primo giorno che ti ho visto, sin dal primo momento che ho sentito la tua voce, sin dal primo istante che ho incrociato il tuo primo sguardo, la prima volta che mi hai detto:"Ti amo", la mia vita è cambiata, il tuo amore mi ha reso una persona migliore. E' la tua presenza nella mia vita ad ispirarmi a migliorarmi giorno dopo giorno, io ti amo con tutti i miei cinque sensi.

  • 21 aprile 2015 alle ore 12:51
    .

    Come comincia:  A volte la maggior parte delle cose le facciamo per il rispetto che portiamo verso gli altri, ma non tutti la pensano così. D'altronde il rispetto va guadagnato. La fiducia va conquistata e facilmente si può rompere. Dopo tutto siamo esseri umani e tutti sbagliamo, nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare quello che facciamo e quello che diciamo.Ma se ci puntano il dito contro per giudicarci e per ferirci impariamo quanto sia bello e facile trattenere le lacrime e fingere un sorriso.

  • 21 aprile 2015 alle ore 10:03
    .

    Come comincia:  Tutti abbiamo una passione. Qualcosa di forte,di immensa potenza,che ogni giorno ci spinge ad andare avanti,a lottare,che ci ispira,che ci fa semplicemente stare bene. Avere una passione,una vera passione,è necessario certe volte,è un modo per fuggire da tutta questa merda. La passione ti libera. La mia passione sei tu,e non mi importa di essere compresa o meno,non mi importa che gli altri condividano questa mia stessa passione. Tu sei ciò che ogni giorno mi strappa un sorriso,tu sei ciò che ancora mi fa battere il cuore.

  • 20 aprile 2015 alle ore 15:24
    Silenzi di dentro

    Come comincia: La via dei perché è una tondeggiante lega di metalli che magistralmente serpeggia su terre manipolate dall'essere umano. Millesettecento chilometri di binari ne raccolgono le domande, disperdono le risposte, flagellano le menti nell'attrito di ruote di ferro su binari di ferro spandendo luminose e veloci scintille dai colori dell'iride. Saranno le intuizioni, quelle scintille iridate? Non è così che si manifestano le intuizioni? O saranno le risposte o forse le domande che prendendo colore forma e suono e potenza, si impongono alla mente?

    Sono le intuizioni, la tacita voce che bisbiglia all'orecchio di rimando al soffio del respiro che ha esposto nel suo silenzio, la domanda.

    È così oggi che dipingo il mio spazio, penna in mano, foglio di carta riciclato (ah, quante cose già passate, finite, restano scritte sul retro di questo foglio!), seduta accanto al finestrino a percepire l' ampiezza che sfugge aldilà della coda dell'occhio. Sì, è così oggi che coloro il mio spazio di viaggio in Freccia Rossa, in compagnia di elucubrazioni su domande risposte e intuizioni. Attenta a ogni leggero suono, mi par di sentire, attraverso le vibrazioni materiche del sedile in pelle ecologica che avvolge il mio corpo, e da questo tek che sostiene la carta su cui scrivo, una preghiera, intensa, rumorosa quasi. Quasi fosse un coro di voci disordinate che vogliono essere ascoltate, forse non sono elucubrazioni le mie, oggi in questo viaggio, sono forse voci rimaste impigliate nelle materie di questo treno, e nei suoni delle voci risaltano termini frequenti: domande risposte intuizioni.

    Suoni diversi per voci diverse, una unica nota le accomuna, in spazi diversi e in pause diverse su di un pentagramma di note spuntate, un unico accordo per un unico pensiero: domande risposte intuizioni. E io ascolto. Svello dalla cacofonia ogni altro fonema, e ascolto. Caduta nell'interstizio del legno, una lacrima e il suo disperato perché, perché: del mio cuore s'innalza la marea e straripa invadendo i canali delle orbite per poi stramazzare impudiche fra le ciglia,chi ero io prima di queste lacrime, chi ero io, prima. (Saranno i fiotti di luce veloci oltre il finestrino, a disperdere il viso dagli occhi annegati di lacrime e domande, saranno stazioni anonime e vocianti ad accogliere e rispondere a quest'anima che solo poco fa vedevo e sentivo annegare nel suo perché).

    Come il tek su cui scivola la mia anima, avevo lisciato il mio pensiero, ogni venatura un percorso già tracciato attraversato conosciuto, tutto era perfetto, tutto consapevole.La mia vita come il tek, liscio, ordinato, poroso quanto basta per respirare,ma senza interferire con l'aspetto ordinato, essenziale. Oggi è sabato, è giorno da condividere con gli amici virtuali e non, è giorno di abbandono della routine settimanale di lavoro – casa – lavoro, è giorno di riposo e domani,domani è il giorno del pranzo con i genitori, ma prima porto l' automobile al lavaggio come ogni domenica mattina, poi un salto in pasticceria per comprare i classici bignè della domenica da portare a mia madre. Tutto perfetto, ogni venatura del tek è come leggere ogni piega della mia anima: liscia, perfetta,porosa quanto basta per respirare senza interferire con l'immagine interiore ordinata, essenziale.

    Una lacrima è caduta nell'interstizio minuscolo, microscopico del tek, e si è aperto un baratro. Un sabato che ha deragliato dai binari ed è divenuto un viaggio, non un giorno, un viaggio: “ma cos'è la mia vita se non una squallida sequenza di rumorosi attimi sovrapposti ad altri?”

    D'un tratto s'apre il varco della comprensione e vedo il sabato, no, non è un giorno in cui mi stacco dalla routine, il sabato ha una routine come la domenica, diversa dai cinque giorni che li precedono, ma routine. Vedo attraverso il varco dal momento in cui i miei occhi incontrano la figura piccola e colorata seduta davanti a me, e con stupore mi rendo conto che il bambino c'era anche sabato scorso e l'altro sabato e l'altro ancora, seduto sempre allo stesso posto, difronte a me, ma fino a questo momento lui faceva parte di ogni cosa delle stesse cose della mia vita, di quegli attimi sovrapposti ad altri, c'era e lo vedevo, eppure solo oggi so che c'è.

    Gabriele mi ha accarezzato le dita, ha poggiato il suo indice minuscolo sull'unghia del mio dito medio e lentamente strofinato, come a voler comprendere la materia di cui è composta, poi delicatamente lascia scivolare il ditino lungo le nocche per arrivare a seguire una immaginaria linea sul dorso della mia mano. Mi ha guardato e mi ha sorriso, ci siamo guardati, un angolo di luce ci ha avvolti, e abbiamo conversato senza mai aprir bocca, mi ha mostrato se stesso raccontandosi da prima di nascere fino a questo momento, accompagnandomi istante per istante in ogni fotogramma della sua vita. Mi ha raccontato tutto,le parole silenziose fluivano come un fiume lento, e pacatamente lambivano lamia mente risvegliandola, nutrendola.

    -“Vagavo gioiosamente nell'Infinito ascoltando con attenzione la voce di pensieri non nati, mi soffermavo a curiosare in particolare nelle case di alcuni umani che sui pensieri avevano costruito delle griglie, mi domandavo come potessero supporre che così facendo i loro pensieri rimanessero imbrigliati, non è proprio possibile! Il pensiero è etereo, sfugge alla materia per quanto ci si voglia costruire sopra anche una roccaforte. Sai, ne ho visitate tante di queste persone, mi sembravano fatte in serie, tutti uguali i pensieri e tutte uguali le griglie, un po' noioso per me che sono un vulcano di energie sempre in fermento. Ho vagato tanto, per più di cento anni, penso, non so con precisione, a me non è congeniale il calcolo del Tempo, e ci tengo a che non cambi mai questa mia caratteristica. Comunque ho vagato davvero tanto tanto tempo fino a che mi ha attratto un ronzio continuo che proveniva da una casa della tua città, il ronzio del “silenzio di dentro”. Non sai cosa è il silenzio di dentro? Eh, è un silenzio che “non si vede e non si sente”. Ci sono dei silenzi morbidi e colorati, ogni colore fa vibrare una nota delicata che l'orecchio non sente ma percepisce, e colui che li vive sente la sua anima cullata in una perpetua armonia, e il suo viso è luminoso e sorridente, questo si chiama silenzio che avvolge, è un silenzio buono, dona pace serenità amore, è il collegamento di ogni parte dell'essere umano con ogni parte dell'Universo. Il silenzio di dentro non ha colori e non è morbido, a un orecchio attento arriva un ronzio e il ronzio è duro, come figlio del cemento.Io dico che il silenzio di dentro è il cemento dell'anima! In quella casa della tua città, vivono due persone sane intelligenti forti, hanno un buon lavoro, una bella casa, un'automobile ciascuno e per coronare il loro benessere pensavano di avere un figlio, lo volevano bello sano intelligente come loro, un figlio che rompesse il silenzio di dentro, e in questo figlio hanno riposto ogni speranza di vita, non di sopravvivenza silenziosa liscia lineare perfetta con venature perfette come questo tek, ma una vita cullata di armonia. E sono nato, li ho scelti io, ho sentito la loro disperata cacofonia grigia, la loro disperata e muta preghiera di aiuto, li ho amati da subito, dal ronzio grigio, loro mi hanno sorriso nel silenzio che avvolge, e sono nato. Sono nato autistico, perché li amo.

    Ci amiamo, armonia di note dell'Universo.”-

    Ecco, la mia lacrima è risalita dal microscopico anfratto del tek e si è liberata nel Cosmo,ha prima volteggiato leggera attorno a me, disintegrando ogni sua particella per divenire sottile e fluido suono dalle venature color dell'iride, un impalpabile stralcio di arcobaleno ha illuminato il vagone del Freccia Rossa 9508. E' sabato, un giorno vivo, è caduta la polvere grigia dal suo abito, si è lanciato al di fuori del cerchio della routine di ogni giorno dagli attimi aggrappati ad altri attimi neutri ed è volato sulle ali della vita. 

    Avvolto da un silenzio buono avvolgo me stesso nel sorriso degli occhi di Gabriele, gli porgo una carezza sui riccioli scomposti, un lieve cenno alla sua mamma dal viso luminoso e mi incammino sul marciapiede della stazione, sono arrivato alla porta del mio giorno nuovo. Non sento voci gracchianti di altoparlanti, li percepisco al di fuori del mio corpo, sento invece armonia dai colori morbidi dentro me,tutt'attorno è più luminoso e vivo, il mio cuore canta una canzone nuova, lo sento palpitare ad ogni cambio di nota. È sabato, non voglio incontrare amici 

    virtuali e non, mi porto lentamente lungo il viale alberato dalle fronde danzanti, voglio ascoltare il silenzio. 

    Annamaria Vezio ed. 2014

     

  • 17 aprile 2015 alle ore 22:43
    Il latte della Lola

    Come comincia:  
    Ma voi, “Il latte della Lola “, quello della pubblicità per intenderci, l'avete mai visto?
    Io sì.
    Da ragazzo trascorrevo le vacanze estive dai nonni materni che vivevano in un piccolo paese della bassa bergamasca: quattro case e otto cascine nei dintorni.
    Tutti i giorni, nel tardo pomeriggio, andavo alla stalla di mio zio Giovanni (Gianni per tutti noi, anzi Zio Giani, perché le doppie da quelle parti non si usano molto) a prendere il latte appena munto.
    Vi assicuro: non era un bel vedere.
    Il bergamino toglieva dal bidone uno strato di mosche (tutto sommato felici, dopo una vita di merda, di morire in quel nettare candito e dolciastro) e poi con il mestolo versava il latte nel mio pentolino.
    Uscivo dalla stalla perplesso e anche un po' schifato.
    Recentemente, dopo molti anni d’assenza, sono tornato in quel paese e l'ho trovato rovesciato come un calzino.  Un parente (mio zio Giani) si è offerto di farmi da guida tra i cambiamenti e i ricordi: i suoi nitidi, i miei un po' sfuocati dalla lontananza.
    La stalla della Lola e delle sue compagne non c'è più; è stata ristrutturata, o forse sarebbe meglio dire riconvertita: fuori mattoni a vista antichizzati e grandi vetrate, dentro uffici ultramoderni.
    Come si dice: dalle stalle alle stelle.
    Al cascinale, in passato utilizzato come essiccatoio per il grano, è toccata una sorte ancora peggiore: la demolizione; al suo posto una bella stecca di villette a schiera.
    Proseguendo mi accorgo che anche il mitico Circolo vinicolo ha chiuso i battenti.
    Ricordo che nei mesi estivi il lungo porticato di quel locale diventava sala cinematografica.
    Pesanti e polverosi teloni chiudevano le aperture verso il cortile, oscurando il loggiato.
    Subito dopo partiva la proiezione di pellicole in bianco e nero, già allora molto vecchie
    Fuori le stelle, dentro i bambini e le donne, al circolo gli uomini, contenti per qualche sera di non sentire le mogli lamentarsi perché tiravano tardi o esageravano con il vino.
    Ora quel posto è diventato un locale trendy: musica afro e birra tedesca.
    In piazza noto che la pompa dell'acqua potabile è stata rimossa; tutti ormai hanno l'acqua in casa (nel senso che non devono uscire con i secchi per prenderla) e la fontanella in finto sasso fuori, naturalmente con il mestolo appeso: giusto per ricreare un senso dell’antico. 
    La ruota del mulino è sparita, e anche il fiume, nel tratto che attraversava l'abitato, non si vede più: l'hanno intubato così non porta umidità.
    Lì vicino, quasi tutti i giorni, si teneva uno spettacolo gratuito.
    Alcuni ragazzi, con una carabina ad aria compressa, sparavano ai topi che, nuotando velocemente nell'acqua, cercavano di raggiungere la ruota del mulino per guadagnare un passaggio verso il deposito dei cereali.
    Una caccia grossa:
     - Sa rigordet zio che ratu?
    Lui conferma e ride, poi, prendendomi sotto braccio, m’invita a bere qualcosa.
    Ma dove? mi chiedo, visto che il circolo ha chiuso per fallimento e il pub apre quando lui va a dormire.
    Ci spostiamo ancora di qualche metro e siamo davanti alla ex scuola elementare, chiusa da diversi anni per mancanza di materia prima, cioè di bambini.
    I locali, rimasti vuoti, ora sono utilizzati da un'associazione culturale e ricreativa, insomma ci hanno fatto un piccolo centro sociale.
    Al bar self-service, lo zio, oltre ad offrirmi da bere, fa anche da barista e cassiere; sguattero no, perché per i bicchieri c'è la lavastoviglie, tutto a norma di legge, o meglio: di modernità.
    Uscendo gli chiedo se ci sono ancora le cascine; dice di sì, ma aggiunge che adesso sono un'altra cosa.
    Stalle, fienili, letamai: tutto in prefabbricato.  Anche la gente è cambiata, adesso lì ci lavorano solo indiani.
    E pensare che una volta la provincia di Bergamo mandava mungitori in giro per il mondo; ora invece tutti a lavorare nell'industria, nelle centinaia di fabbriche spuntate tra i coltivi di grano: cubi di cemento che troncano la vista di una campagna che qualche anno fa pareva non finire mai.
    Tutto sommato però è una vita meno grama di quando, se non volevi puzzare di stalla dalla mattina alla sera, dovevi alzarti ogni giorno prestissimo e prendere il pullman per andare a Milano a fare il carpentiere o il manovale.
    Certo che noi uomini siamo strani, rincorriamo la modernità e quando l'abbiamo raggiunta ci facciamo prendere dalla nostalgia per quello che abbiamo lasciato. 
    Ma forse questo è normale, siamo cresciuti in un periodo che è stato un concentrato di cambiamenti e che in pochi anni ha cancellato tradizioni secolari e modificato radicalmente il nostro modo di vivere.
    Sto scivolando nella retorica, torniamo a noi.
    Per quanto riguarda il latte della Lola: scordatevelo!
    Non ci sono più le stalle di una volta, e nemmeno le bestie, e nemmeno le mosche.
    Oggi le mucche sono semplicemente delle macchine da latte, producono il doppio e vivono la metà; il resto è solo pubblicità: bella, creativa, capace di suscitare emozioni forti, ma pur sempre pubblicità.
    - E' ora di tornare a casa, -   dico a mio zio
    - sta scendendo la nebbia e vorrei ripartire.
    Ecco! La nebbia è l'unica cosa che non è scomparsa: ora puzza meno di stalla e più di petrolio, ma è rimasta al suo posto.

  • 17 aprile 2015 alle ore 11:35
    .

    Come comincia: Quello che ho imparato in questa vita è che essa non da nessuna garanzia, non si mette in pausa, non da seconde possibilità. La vita va vissuta con tutti i suoi alti e bassi, è giusto dire alla persona che ami che cos'è per te. La vita è danzare sotto la pioggia battente, è tenere per mano qualcuno, è confortare un amico che ha bisogno, è svegliarsi guardando il sole sorgere, è addormentarsi tardi, è fidanzarsi, è avere la forza di sorridere anche quando si è tristi. Questi sono i momenti della vita che vale la pena vivere.

  • 16 aprile 2015 alle ore 17:51
    Le fragole che ci spettano

    Come comincia: Ci casco, oramai, per necessità, o meglio, per il desiderio di ritrovare un gusto, celato, da anni, dentro di me, puro. Mela, pomidoro, patata e, oggi, la fragola hanno oramai lo stesso sapore. E tu affondi i denti, fai girare lingua e papille e la delusione t’investe. Oggi è toccato a immondi fragoloni di Carrefour. La tecnica della genetica riesce solo a tanto? E vorremo costruire uomini così? Immensi, colorati, abbaglianti e tragicamente insapori. La visita a nonna Olga, a Genova, era domenicale. Da una casa buia e odorosa di cere di mobili e pavimenti ci si immetteva in un giardino luminoso di aiuole curate, fiori traboccanti, profumi, aromi di terra appena innaffiata. Su di un tavolino di ferro battuto, ricoperto da una tovaglia dei suoi ricami, ci attendeva il centro dell’attrazione, che aveva fatto sì che noi bimbi, con i genitori, avessimo attraversato mezza Genova. Una mezza bottiglia di estratto di tamarindo (regalo annuale di mio padre al nonno, che la richiedeva con insistenza e che riusciva, con parsimonia, a farla durare da onomastico a onomastico), e una scatola di latta con vecchie raffigurazioni dorate. Questa racchiudeva il ben di Dio, frammenti della lavorazione dei fru-fru al cioccolato della fabbrica Saiwa di San Martino, per quei tempi, un affare! Ma nonna era già scomparsa e china tra le sue aiuole: - “Venite, venite, sono nate le fragoline.” Le vedo ancora, rubini piccolissimi, tra geometriche foglioline verdi. Passate dalle sue mani, avevo timore di schiacciare tra le mie dita, quel po’di polpa dal profumo e sapore incancellabile. Chissà, se quelli della Carrefour ne hanno mai assaggiata una dalle mani della nonna!

  • 14 aprile 2015 alle ore 17:14
    Questi Fantastici Diavoli

    Come comincia: Trovato da Feltrinelli ieri sera, l’avevo portato con me, in ambulatorio, per assaporarne le prime pagine: “Un paradiso abitato da diavoli “di Benedetto Croce. La mia camera dà sul cortile, e i suoni vi giungono dopo il filtro di mura storiche, che hanno lasciato passare lo stridore di ruote di carrette di appestati e di felpate carrozze di cardinali e re, in pompa magna. Al primo intervallo di lavoro, il caffè delle undici, avevo trovato una piazza insolitamente affollata, il traffico fermo e un lussuoso carro da morto svelava il motivo di quella adunata insolita. Il fonendo posato sulla schiena di donna Rosalia, oltre al crepitio dei suoni bronchiali, generati da due pacchetti di sigarette quotidiane, mi rilasciava altre note che stentavo a collegare tra loro. Uno scrosciare ripetuto di applausi ad intervalli regolari, una voce femminile gorgheggiante tra rabbia e dolore, il suono chiaro delle note di una tromba che recitavano il Silenzio di un cimitero di guerra. Poi, guizzante, a tratti su tutto, un suono indimenticabile per me, nella mia prima notte napoletana, venuto da Genova: il fischio lacerante, metallico, impertinente della caldaia dei lupini. Era morto il giovane venditore di lupini della Sanità.

  • 14 aprile 2015 alle ore 12:44
    .

    Come comincia: Donne volgari, grezze e ignoranti che si definiscono di raffinate, istruite e di classe. Mi fate solo ridere, provo tanta compassione per voi. La classe non è quello che pensate voi, la classe è tutt'altro. La classe sta nell'intelligenza di amarsi, apprezzarsi per come si è e soprattutto di essere se stesse. La classe sta nel saper esprimersi, a volte anche una parolaccia se è espressa con stile resta di classe, ma se esce dalla bocca da una donna grezza, sempre grezza rimane. Con certe doti si nasce, non si acquisiscono, nè si possono imitare. E' lungo il viaggio per capire certe cose. Ciao brutte cafone!

  • 13 aprile 2015 alle ore 22:40
    .

    Come comincia: Se ti spezzano le ali, se calpestano i tuoi sogni, se ti riempiono 
    di ferite, non demordere, ci sono sempre altre strade da intraprendere. Dalle esperienze negative si cresce, dal dolore si diventa piu' forti, quello che stai vivendo adesso, sara' la scuola che ti insegnera' domani a rialzarti ogni volta che cadrai. Impara a sorridere di fronte agli sciocchi, sii fiero/a di te e cammina con dignita', nessuno e' così onnipotente da fermare la tua corsa e da umiliare la tua persona.

  • 12 aprile 2015 alle ore 21:13
    .

    Come comincia: Questa è per te che hai sempre saputo cavartela anche quando non ce l'hai fatta, hai saputo ritrovare la speranza. Per te che piangi per colpa di qualcuno. Per te che cadi e a poco a poco ti stai rialzando. Per te che hai coraggio da vendere e quando hai trovato chi ha provato intralciare la strada non gliel'hai permesso. Per te perché tutto quello che possiedi hai saputo guadagnartelo e non devi ringraziare nessuno, per te che non molli mai e sei fiero di essere ciò che sei!

  • 12 aprile 2015 alle ore 21:05
    .

    Come comincia:  Inutile dire dopo un amore finito "l'amore fa schifo".Perchè non è l'amore a fare schifo , ma la gente che lo rende cosi . E' la gente che tradisce, mente, illude ,usa. L'amore è qualcosa di bello, basta trovare la persona che non lo rovini !

  • 12 aprile 2015 alle ore 21:04
    Trova quella persona...

    Come comincia: Trova quella persona...Che non si stanca mai di stare con te. Quella che non giudica quello che sei. Quella che non ti vuole cambiare ma ti accetta così come sei. Quella che si mette tutti contro pur di stare accanto a te. Trova quella che riesce a farti dimenticare i problemi quando pensi di non potercela fare.

  • 12 aprile 2015 alle ore 21:03
    .

    Come comincia: Arriva il momento che ti stanchi di correre dietro alle persone che non ti cercanoti stanchi di cercare spiegazioni, approvazioni,ti stanchi di cercare la verità,ti stanchi di dover credere per forza a qualcuno,... ti stanchi di stare male,ti stanchi di doverti giustificare,ti stanchi di rincorrere quello a cui non arriverai mai... arriva un giorno che ti stanchi e decidi di andare per la tua strada, infondo chi ti vuole bene veramente ti resterà sempre accanto.