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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 15 settembre 2014 alle ore 11:52
    Amori senza confini.

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mammalucco!"
    Al citofono Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffele (Fefè per gli amici).
    La succitata stava aspettando il suo beneamato col motore della macchina acceso, entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di Messina.
    Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal modo, sfogava la sua rabbia.
    Ma non era finita:
    "Mentre io  vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaele in fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con un bacino non sempre ci riusciva come questa volta allontanato con una gomitata.
    "Ma almeno sai chi erano i mammalucchi?"
    "Io penso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco, stupido come sei tu, non fare il saccente solo perchè hai frequentato il classico!"
    La loro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro, abitavano nello stesso,palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza media poi Raffaele si era iscritto al clssico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitori dello stesso concorso, alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Ecco ci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    In fondo era una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni, l'inziativa, ovviamente, da parte di Eva.
    "Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi dire scopare."
    "Ci mancava pure il trivuiale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio fiorellino!"
    Eva era giunta a questa decisione allorchè fequentavano la terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto rapporti completi con qualche suo compagno di scuola.
    Un giorno afoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare.
    "Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'aria condizionata.
    Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procurata una crema lubrificante e i preservativi, "Ci mancherebbe pure che restassi incinta, ne verrebbe fuori un mammalucchino!"
    "Lavati bene, l'ulrima volta il truo 'ciccio' puzzava di formaggio!" nikn era vero, mpre solito una proocazione.
    Ambedue a letto Eva:
    "Io sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "Io sono ateo e preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?"
    "Ti sei indottrinato col camasutra ma io insisto,"
    "Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda."
    Uscito iil nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale p meglio ci provò.
    "Ho vinto e si fà a modo mio."
    "Ti prego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "Non tti rimangi la parola?"
    "I miei genitori sono siculi, la parola va rispettata!"
    "Bene allora dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina." 
    "Sei ermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sari tu (Fefè fece il finto tonto) la richiesta è quella di una inchiappettata."
    "Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    "Provare il tuo delizioso popò."
    "Te lo puoi dimenticare!"
    "Come la metti che la parola va rispettata?"
    "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in furuto."
    Fefè si tenne sul classico; baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva.
    "Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu!"
    "Non immagini quante mogli ti invidierebbero, una gentile signora, una volta, mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!"
    "Brutto porco allora te la sei scopata!"
    "Era la madre di un mio compagno di scuola, è stata lei a provocarmi, non potevo tirarmi indietro."
    "Ne riparleremo un'altra volta, per ora ti dico solo vacci piano!"
    Fefè baciò ancora il fiorellino sacrificale, ci puntò la cappella del suo 'ciccio' senza muoversi per vedere le reazioni di Eva.
    "Che sta succedendo o megklio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"
    Fefè fu molto delicato, 'ciccio' penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo del delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata.
    "Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua, grazie per la delicatezza."
    Eva non era iltipo del ringrazio facile, l'interessato apprezzò.
    Molto era cambiato nel rapporto fra i due amanti, non appena avevano l'opportunità, la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di Eva.
    Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a baciarle il buchino posteriore. 
    "Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua tata e, mentre tu godi pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito."
    "Mò ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente, quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo."
    "Ed io invece no e non ti sposerò mai!"
    "Sposaerti, sei folle, stare insieme a te ventiquattrore su ventiquattro e chi ti sopporta!"
    "Vuol dire che senza uìil vincolo del santo matrimonio (anzuìi non santo perchè ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene?"
    "Se ci provi e me ne accorgo farai la fine di Bobbit quell'americano cui la moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!"
    A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.
    Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di acquistare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.
    I padroni accolsero i fidanzati cion calore: uno biondo con occhi azzurri, corporatura media, l'altro più alto di statura, classico tipo mediterraneo.
    Cominciariono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno colore azzurro mare e l'altro rosa.
    "Ma ti si vede tutto, che diranno i tuoi genitori?"
    "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso."
    Fefè in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora..."
    "Ma lasci stare, la signorina ha un fisico fantastico, se lo può permettere!"
    Aveva parlato il biondo con un italiano con classico accento di un paese del nord Europa.
    Poi era intervenuto il mediterraneo:
    "Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."
    Più chiaro di così!
    "Io sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidamzata è Eva."
    "Fidanzata non si sa sino a quando."
    Siete due giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto."
    In machina i commenti:
    "Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frewquentarli."
    "Non essee conformista di cosa hai paura che ti si inchioppettano, per quelli di penso io."
    "Sei il solito buffone, va bene andremo a quella cena."
    L'invito arrivò dopo dieci giorni.
    "Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori di Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante 'La risacca dei due mari', vi guiderò col mio telefonino."
    Eva quella sera era uno spettacolo: truco alla vamp, camicietta rosa e ampia gonna turchese, quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridossimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione...
    "Si caro, sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne dici?"
    "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due..."
    "Io lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!"
    £Speriamo che non mi prendano per un magnaccia!"
    Daniele al telefonino:
    "Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato."
    Venne loro incontro.
    "Scusa se ti ho dato del tu."
    "Va benissimo."
    "Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adattato alla cucina mediterranea."
    Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumanre 'Ferrari'.
    "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."
    Erk si presentò col grembiule da cuoco:
    "Che splendida signora, quasi quasi lascio Daniele e mi metto con lei!"
    Fefè: " A Erik lassa pede Eva e dicci cosa hai preparato di buono."
    "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."
    Tavola ovale imbandita: classici tre bicchieri di cristallo, piatto grande di sottofondo, posate d'argento bih...
    Risotto, cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice, involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratisima.
    "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristoramte!"
    "Non ci fate caso, Fefè è stato a Roma un mese presso parenti ed ha acquistato l'accento romanesco ma è solo ridicolo lui messinese buddacio."
    "Che vuol dire buddacio, in svedese come si dice?"
    "Sarebbe come dire sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."
    Una cena da ricordare, i quattro uscirono nel prato antistante l'abitazione e si sparazzarono su due divani a dondolo.
    Fefè tirò fuori una pipa.
    "Il fumo da fastidio a qualcuno?"
    "Si a me!"
    "Ma chi ti ha chieste niente madame coccodè!"
    "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate là in  fondo la Calabria, sembra una cartolina." Erik dimostrava così il suo amore per la terra di adozione.
    "Domattina potreste venire a fare il bagno, ci sono anche due nostre amiche molto simpatiche."
    "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?
    "A li mortè!"
    "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca asvegliarsi in tempo!"
    E così fu, alle nove posteggiata la Peugeot dulls strada, suonarono alla porta di Erik e di Daniele, già in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si diressero verso la spiaggia.
    "Io ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia con i galli."
    La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Evam Fefè se ne fregò e rimase solo  sotto l'ombrellone.
    Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò davanti due figone che più figone non si può.
    "Posso esservi utile ma io sono un ospite, i padroni di casa sono al mare con la mia ragazza."
    "Noi siano Ginevra e Ursula amiche di Erik e di Daniele."
    Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva.
    La due ragazze si tolsero i vestiti e  rimasero in buchini talmente mini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento.
    Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontani dagli altri bagnanti.
    Al rientro dal bagno, Erik e Daniele si proffusero in effusioni con le nuove venute," che fosseo bisessuali, boh."
    L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola.
    "Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo, ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno compagnia" Così parlò Daniele.
    Erik nel frattempo, rientrato in casa, aveva portato delle bibite fresche ben accette a tutti.Ginevra e Ursula, per ringraziarlo, lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro.
    Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare, Eva aveva piantato in faccia un bel punto interrogativo, come darle torto.
    In loro aiuto venne Daniele:
    "Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposateb in Gerrmania."
    Eva: "Perchè non pèortano,l'anello al dito?"
    Frase infelice che fece sganasciare dal ridere la compagnia, Fefè compreso.
    "Io dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica. un bacione in fornte."
    "Parlateci di voi, siete fidanzati, conviventi oppure..."
    "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dai suoi genitori, stare con lui è una lagna..."
    Eva si era sbilanciata forse presa da quell'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava.
    Ursula: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto."
    "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino."
    "Cosa essere zerbino."
    Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi alla porta d'ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa.". 
    "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un pò."
    "Il pupo me lo coccolo io!"
    Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini, preferiamo le femminucce!"
    Defè: "Anch'io!"
    Altra risata generale, Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere pure lei.
    "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico, preferiampo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perchè noi viviamo lontane da Messina, sempre col tuo permesso."
    Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:
    ""Ci penseremo, addio a tutti."
    In macchina silenzio sino all'arrivo in casa:
    "Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perchè che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..."
    "Parliamone francamente, anche se talvolta sei una rompiscatole  ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega proprio niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi."
    "Per me è una tragedia, avrei voluto,un ranocchio che ti assomigliasse brutto stronzo e non l'avrò mai..."pianto di Eva.
    "Cerca di ricomporti altrimenti cosa penseranno a casa tua, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino."
    Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava.
    "L'ho detto per sdrammatizzare!"
    "Sdrammatizzare un corno, ti conosco, sei un porco!"
    Per cinque giorni nessun contatto con Erik e con Daniele poi una telefonata:
    "Sabato sera festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore 21."
    I recenti avvenimenti sembravano aver cambiato il carattere di Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato.
    Alla festa oltre Ginevra e Ursula c'erano molte altri ivitati che Eva e Fefè classificarono come appartenenti al circolo gay di piazza Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Alcuni si presentarono sponte loro a Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti: "Siete una bella coppia." 
    Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.
    A quel punto Fefè su buttò su Ginevra, la bruna, Ursula era la bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non  sopportava le donne stupide.Aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva davanti un futuro padre ma niente provette, tutto al naturale.
    Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni...
    "Ho visto che ti divertivi con quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."
    "Lo sai bene che è gyu quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un pò tutto cominciando dal sesso, non so cosa mia sia successo,è per me inspiegabile, forse sto vedendo, le cose dal loro punto di vista, ma ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella bella brunona brasiliana che ballava con Erik è un trans."
    "Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne riparleremo a mente serena."
    Il giorno dopo inufficio:
    "Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole avere un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale, senza provette."  
    Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questa era la sua condizione.
    La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l'approvazione entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l'evento?
    Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale di Daniele e di Erik  prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero atteso l'evolversi dell'evento dinanzi alla televisione tanto per non pensare ai due in love.
    La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti ad un eventuale nascita di un bebè che avrebbe avuto oltre la mamma anche tanti zii.
    Ginevra prese per mano Fefè e i duer scomparvero dietro una tenda.
    In bagno Fefè entrò subito in erezione con la sua sproporzione fuori del normale e con lo sguardo atterrito di  Ginevra.
    "Non ti preoccupare, so essere molto delicato."
    "Stiamo un pò abbracciati, vorrei della tenerezza, non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo.
    Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula: è cominciato quando stavo con un ragazzo molto bello desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze.
    Io dividevo la stanza con Ursula: un giorno mi trovò chem piangevo nel mio letto per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Uesula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta, così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un pò tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia.
    Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma quando ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dinmostrata gelosa quando lo ho detto che avrei voluto un rapporto con te anche perchè avevamo programmato che io avessi un figlio."
    Fefè iniziò il suo,repertorio con un cunnilingus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria varie volte.
    L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra ma pian paino si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto da far neravuigliare anche Fefè.
    "Resta dentro finchè vuoi, anche se non sarà più duro così sarò sicura per una gravidanza."
    Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando con le godurie"Sento la vagina un pò irritata."
    "Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva." 
    Nel salone, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sè una visione di quello che era successo.
    Giunti a casa loro, senza il bacino di rito, Fefè ed Eva si misero a letto.
    Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne più trattato dai due fidanzati finchè non giunse la telefonata di Daniele:
    "Ci siamo perduti, cos'è successo?"
    "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare."
    "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao."
    Erik e Daniele erano vestiti tutti di bianco dalla camicia alle scarpe.
    ""Questa è la nostra divisa quando è in vista un avvenimento imnportante, lo sveleremo a fine pasto."
    Erik: "Arriviamo al punto, se non abbiamo capito male voi abitate a casa dei rispettivi genitori, giusto?"
    "Vero, io e Fefè vorremmo una casa nostra, cerchiamo di mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..."
    "Bene, soluzione trovata, abiterete nell'appartamento di sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legane di affettuosità e di stima, che ne pensate?"
    "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto."
    "Ma quale affitto, noi siamo ricchi, ve lo intesteremo, questa è la sorpresa n'est pas."
    Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.
    "Avete perso la voce?"
    "La vostra gentilezza e generosità pòtre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire di no a tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..."
    2Non c'è problema, l'appartamento di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresos esterno proprio ed una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, affare fatto allora?"
    "Vorremmo prima parlarne coni nostri genitori nonb specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:
    "Eva ragioniamo, quell'appartamento, fra l'altro pure ammobiliato, vale un patrimonio, cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali non mi potrei abituare."
    "Ne so quanto te, siamo così simpatici da meritare un sì grande regalo, forse gli omo hanno  un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia, boh..."
    I relativi genitori non erano stati affatto contenti della notizia, vivere insieme senza essere sposati!
    "Papà ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero due giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva  con qualche dubbio da parte di Fefè.
    "Sei sicura di essere all'altrezza, non faremo una brutta figura?"
    Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."
    Quel sabato Eva fece un giro nei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:
    risotto cozze, vongole, seppie e cannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto,gamberi impabati e tanti contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè.
    Applauso da parte di tutti.
    Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..." e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.
    "A parte l'ammirazione per le tua arti di cuoca ho visto Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?"
    "L'ho pensato anch'io, non è un brutto uomo ma..."
    Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò.
    Erik; "Ieri sera ho mangiato,come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il, fatto che questa mattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."
    Alla fine tutti in mare, scherzi da parte di tutti con finale di abbassare i costumi agli altri con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva ch<e ad un certo punto si trovò denudata con grandi risate da parte dei due omo, un pò meno da parte di Fefè che però non fece nulla per far finire il gioco. 
    Riposino pomeridiaano poi la sera al ristorante 'Lam Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambito dalla Messiba bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.

    .
                                                 

     

  • 12 settembre 2014 alle ore 10:22
    L'incontro

    Come comincia: Ho donato amore a chi non ha apprezzato il dono.
    M'illudevo d'aspettative dovute alle grandi parole che mi venivano promesse e la mia anima spiccava il volo!
    Ma non ricevevo della stessa misura di quello che donavo...
    Poi tutto finiva!
    I ricordi erano come sale nelle ferite. Mi provocavano un dolore lacerante all'anima.
    Mi rimaneva un grande vuoto, dove precipitavo. Rimando sola e ferita nella caduta.
    Dovevo arrancarmi per risalire, ma era ripida, senza un appiglio per aggrapparmi.
    perdevo le forze e ricadevo.
    Il cuore ne soffriva. Una continua tempesta si abbatteva dentro, così chiuse la porta all'amore per mettersi al riparo.
    Scese il buio. Cadde nel sonnone l'AMORE cominciò a sognarlo!
    L'uomo dei miei sogni sapeva amarmi.
    Sognarlo l'aiutava a battere quando portava la morte dentro.
    Mi chiedevo, per quanto tempo ancora dovessi sognarlo e se lui esisteva veramente!     Nelle notti di solitudine confidavo i miei sogni alle stelle.
    Sperando che mi facessero da messaggeri: " portare i miei pensieri alla mente di quest'uomo". Riferirgli di cercarmi.
    Un giorno incrociai lo sguardo di un uomo.
    Mi colpì l'intensità di luce che avevano quegli occhi nel guardarmi.
    Sentii un forte impulso al cuore... che di colpo lo svegliò!
    Non mi staccava gli occhi di dosso. Si penetravano con i miei, fino a guardarci dentro.
    Non l'avevo mai visto, ma avevo la sensazione che ci fossimo conosciuti.
    Da tempo la sua anima si univa alla mia. Mi amava nei sogni.
    Aveva anche un corpo. Esisteva!
    Mi sorrise. Il suo viso era splendido. Radioso come il sole m'illuminò. Schiarì il buio che portavo dentro.
    Il cuore cominciò a scalpitare. Batteva forte contro quella porta. Voleva spalancarla per lasciarlo entrare. Il redentore era arrivato a liberarlo dalla prigionia. Era stanco di essere alimentato dai sogni. Voleva battere di suo: amare e sentirsi vivo!
    Comunicavamo con gli occhi:
    " Ti ho trovata!"
    " Ti aspettavo!"
    Si avvicinava verso me.
    " E' lui!" mi gridava il cuore, ma temevo che la ragione intervenisse. Era diventata premurosa e voleva proteggerlo.
    " Non ti fidare o ne soffrirai!" mi ripeteva con rimprovero, quando mi dichiaravano amore. Ma stavolta rimase a tacere. Acconsentì che ascoltassi il cuore.
    In un lasso di tempo, immagini del mio vissuto attraversavano la mia mente. Mi rividi sola, triste, sofferente. Lasciai morire la donna insicura e fragile che c'era in me.
    Da quel momento apparteneva al passato.
    Giunse di fronte a me. Stese la sua mano per presentarsi.
    Appena la sfiorai, nacque in me la donna forte, sicura, determinata a vincere! Non avrei più perso l'amore.
    Mi strinse la mano mentre pronunciava il suo nome. Quella stretta legò un nodo invisibile. Un legame che ci avrebbe tenuti uniti fino all'ultimo istante della nostra vita.
    Scambiammo due chiacchiere di conoscenza. Non uscì una parola di bocca che mi dichiarasse amore, ma mi spogliava con gli occhi, mi desiderava, mi faceva sentire tra le sue braccia.
    L'emozione che mi scatenava la sua presenza, il cuore sentiva tante parole, quante ne bastavano per raccontarmi tutta la nostra vita. Come se tutto già fosse scritto, ed io sfogliando le pagine, vedevo passare i giorni fino a invecchiare con lui.
    Il destino fu l'autore e noi i protagonisti. Con l'istinto accettammo l'invito di trovarci in quel posto, in quell'istante per incontrarci ed iniziare il capitolo...
    La morte è venuta a prendermi.
    seduto al mio capezzale mi tiene la mano. Sapevo fin dalla prima volta che la strinse, che non l'avrebbe più lasciata. Me lo dettava il cuore.
    Rivedo il nostro incontro e tutti gli anni trascorsi insieme.
    Guardo il suo viso solcato di rughe. Porta i segni dei suoi anni, ma l'amore che ha portato dentro è rimasto giovane come allora! Si rinnovava ogni giorno con sorprese e armonia.
    Il tempo ha reso curve le sue spalle, in quel corpo esile, ma le sue braccia sono state mura di fortezza, perché ha saputo proteggermi, facendomi sentira sicura. Non era la sua forza fisica che mi tratteneva, ma in ogni suo abbraccio trovavo conforto, calore, dolcezza. Era il suo essere speciale a tenermi legata.
    Guardo i suoi capelli stempiati divenuti color argento.
    Porta i segni di ogni sua trasformazione. Cresceva ogni giorno nello spirito e nella fede, rendendolo sempre più maturo.
    trovavamo un senso a ogni evento e situazione, apprendendo gli insegnamenti che la vita c'ha dato.
    Ci siam promessi di prenderci cura l'uno dell'altra e di renderci felici... E ci siamo riusciti.
    Ogni incontro d'amore e felicità è un incontro con Dio. Da quell'incontro, Dio è stato con noi!
    Con lui ho amato la vita in tutte le sue forme.
    Abbiamo portato dentro noi, il sole di mezzogiorno.Caldo, focoso che ci accendeva di passione.
    Passando ad un calore tenue e piacevole sulla pelle, come il sole del tramonto, tingendo il cielo di sfumature con i colori dei nostri sentimenti.
    Ho capito lo scopo di questa mia esistenza.
    Dovevo crescere, imparare, perfezionarmi. Avevo bisogno di lui per completarmi.
    La mia missione l'ho portata a termine.
    Gli anni hanno consumato i nostri corpi. Il mio è giunto ad una fine, ma la mia essenza continuerà ad esistere!
    La morte è solo un passaggio d una nuova vita, perché nulla finisce, ma tutto si trasforma.
    Guardo i suoi occhi cambiati nella forma, ma hanno la stessa luce di sempre. Ha osservato ogni cosa nella sua profondità e non nella superficie che alla sua vista appariva.
    Li vedo tristi e mi parlano ancora:
    " Come farò senza di te? Mi mancherai!"
    Gli parlo con gli occhi trasmettendogli l'ultimo mio pensiero, mentre gli stringo la mano e accesso un sorriso per salutarlo:
    " Non essere triste amore mio! Tornerà come al principio. Esistevo già nel tuo cuore e nei tuoi pensieri, rendendoti felice nei tuoi sogni, prima di conoscere questo corpo. Non lo vedrai più, ma io continuerò ad esistere nel tuo cuore e nei tuoi pensieri con i ricordi. Andrò io per prima, perché dovrò aspettarti ancora. Sarà il destino a decidere quando lasciarti andare. Mi cercherai e le nostre anime s'incontraranno ancora!"

  • Come comincia: Rivolgendo la nostra attenzione alla “condizione giovanile” il primo dato emergente  è che sia  nel linguaggio comune sia nel lessico delle scienze sociali non sussista una salda definizione in relazione al contenuto delle parole “giovani” e “gioventù” [1] e tanto meno esista una stabile demarcazione del confine anagrafico nel quale si colloca la giovinezza. La giovinezza deve essere vista come un’età di confine collocata tra l’infanzia e l’età adulta, ma è assai difficile fissare tali limiti in quanto questi cambiano nelle diverse epoche storiche, da società a società. Dunque: già problematico, parlando di scuola secondaria, inserirvi il concetto di gioventù scolastica.  Il concetto di scuola e gioventù si è fatto più problematico dal momento che lo stato sociale degli ultimi decenni ha dato luogo ad un prolungamento della fase giovanile del ciclo della vita ed è questa la caratteristica predominante che accomuna i giovani d’oggi sia italiani che europei. Nella società che definiamo contemporanea i confini dei vari cicli di vita, principalmente quello relativo ai giovani, sono molto più ambigui e non definiti cronologicamente rispetto alle società passate. Stiamo parlando chiaramente di coloro che dobbiamo considerare gli allievi la cui cultura sociale ed umana dovrebbe trovare accoglienza e realizzazione nelle nostre scuole. Ma sappiamo davvero chi sono? Giovani che vivono in ambienti della conoscenza multimediali e per questo presentano ciò che Derrick de Kerckhove[2]  definirebbe un brainframe, e quindi uno schema di produzione del pensiero, diverso da quello legittimato dalla scuola del passato (e purtroppo anche attuale): un pensiero che è principalmente immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non-proposizionale, a-testuale e  tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità.  Come si fa, dunque, a proporre punti di riferimento rispetto alla “nuova scuola”, così come quei dodici proposti da Renzi, se prima non ci si pone di fronte alla “materia” che vogliamo elaborare nelle nostre “fabbriche di pensiero”?
    E’ il solito discorso sbagliato: vogliamo edificare una fabbrica di marmellata mostrando interesse per la pubblicità, l’inscatolamento, la struttura architettonica, il colore dei camici e delle cuffie degli operai e l’etichetta, dimenticandoci della marmellata.
    Per modificare l’istituzione scolastica italiana occorre partire, invece, proprio da loro: da questi “giovani” , di cui non siamo neanche in grado di definire chiaramente l’età, per  pensare ad una scuola nuova adatta ai“nuovi” giovani. Insomma: vuol dire ripensare alla “forma-scuola”, fare sì che assuma una nuova identità, che si rigeneri dal di dentro, che sovverta le instabili e consumate stabilità, mettendosi al passo coi tempi dei nuovi giovani, che rinunci ad assumere come proprie verità divenute obsolete, per condurre avanti con nuova audacia la freschezza di ipotesi che non diano più per scontate verità  accettate per tali soltanto per comoda abitudine.
    Per farlo, è indispensabile precisare che cosa è divenuta oggi la scuola. Per farlo occorre viverla dal di dentro e parlare con chi la vive dal di dentro, non porre in moto meccanismi stereotipati e virtuali che con la verità della scuola italiana, ma soprattutto degli studenti che la vivono, non hanno più nulla a che vedere. Chi sono questi ragazzi? Stiamo parlando davvero di quelli che alcuni esperti definiscono "una generazione di tiranni"? O non sono, invece, il frutto della tirannia di una società che non ha più tempo da dedicare loro?  Quella stessa che li relega, perché non diano fastidio, alle sedie dei computer o delle televisioni o all’ascolto di cellulari eternamente ronzanti, oppure, anche durante le ore di scuola, nascosti nei banchi, a giocare con i mille giochi che quelli stessi cellulari propongono loro? Questa generazione di sconfitti e insoddisfatti la stiamo creando noi, in tutti i sensi. Nascono da noi, crescono con noi in quanto la società gli offre "oggetti del desiderio" assolutamente indispensabili, di cui un momento prima non conoscevano neanche l'esistenza. La società è fatta di pubblicità incontrollate ed incontrollabili., dove appare un mondo che non esiste se non nella fantasia folle di chi cerca di piazzare un prodotto. La società non dice la verità. Non la dice sui cellulari che usano e rischiano di bucargli il cervello, sui giochi a computer che li fanno diventare ossessivi e spesso li istigano alla violenza, sui telegiornale, che mostrano in continuazione un mondo di falsità, bugie, delinquenza, giustizia fallace, sui telefilm, sulle soap opera (infinite), persino nei cartoni animati, che non fanno altro se non riempirgli la testa di illusioni e falsi mondi del benessere e del malessere. Li creiamo noi, a scuola, quando non offriamo loro l'esempio da seguire di un insegnante che arriva in orario, abbia giustamente i suoi dubbi, si ponga anche un po' in discussione, ma rispetti le regole e spieghi con chiarezza le ragioni per cui vanno rispettate. Un insegnante che abbia un minimo di conoscenza della psicologia oltre della propria materia, seppure questa sia la matematica. E che possa anche contattarsi con quelle giovani teste così differenti dalle giovani teste di trent’anni fa. La scuola deve costruire innanzitutto insegnanti in grado di reggere il passo con un dialogo differente. Prima di tutto anch’essi giovani, perché venga colmato almeno in parte il gap generazionale. Insegnanti che credano nel loro lavoro e non si sentano sconfitti in partenza in quanto malpagati, incompresi, offesi nell’esercizio delle loro funzioni. Vogliamo parlare di merito? Possiamo accettare che si tratti di un merito culturale: il lifelong learning (o apprendimento permanente), inteso come un processo individuale intenzionale che abbia l’intento di acquisire ruoli e competenze e che comporti un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Ma senza dimenticare che il nostro insegnante deve innanzitutto essere in classe, presente,  pronto al sorriso ed al rimprovero, certo delle sue certezze ma disponibile al dialogo. Deve prendere, purtroppo, un po' il posto dei genitori, assenti o deludenti, dei politici corrotti, della politica inconcludente. Insomma occorre fornire loro un insegnante che insegni, oltre la sua materia, anche ad aprire gli occhi sul mondo, giacché è in quel mondo loro, i nostri giovani, debbono vivere. Parliamo dunque degli “insegnanti”, del valore che debbono dare al contatto con individui veri, quali sono gli allievi, che non sono degli “avatar” da videogiochi, personaggi virtuali che possono “morire” e basta un “push” per far ritornare in vita. I nostri allievi sono teneri esseri umani, che si “formano” nel magma del nostro “sociale”. Il virtuale imperversa nelle loro vite, la pubblicità gli offre realtà del tutto o in gran parte distorte, fasulle; la politica viene letta in differenti chiavi di lettura, ma resta, molto spesso, ciò che è: inconoscibile. Quanto la religione. La “nuova scuola” che sia o meno quella proposta da Renzi nei suoi dodici punti, deve essere tale da fare sì che questi nostri ragazzi riescano a comprendere ed accrescere se stessi attraverso essa e trovino uno spazio non virtuale nel mondo in cui vivono. Solo così saranno loro gli artefici del mondo di domani. Bianca Fasano.

    [1] Cfr. Cavalli A. , voce “Giovani” in Enciclopedia delle Scienze Sociali, volume IV della Treccani, 1994. pp. 326-336.
    [2] (1944),linguista e antropologo belga naturalizzato canadese, allievo del sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan.
     

  • 11 settembre 2014 alle ore 11:03
    Una fredda calda sera

    Come comincia: A volte capita che negli angoli più nascosti, sperduti di un vecchio armadio, di un vecchio cassetto trovi cose che sapevi di avere, ma che da tanto, troppo tempo non vedevi e così ti trovai lì, un po’ impolverato, traboccante di fotografie che addirittura fuoriuscivano dalle tue pagine, perché a quell’epoca tutte le foto venivano stampate, tenute, tenute come se si avesse in mano la cosa più preziosa e fragile del mondo, tenute lievemente con le punta delle dita per non lasciare le proprie impronte su di esse, dando così ad ogni foto un valore immenso, un valore che ora si è un po’ perso.
     
    E così per caso, senza nessun motivo apparente, in una fredda serata invernale mi trovai seduto a terra a sfogliare quel vecchio album di foto di un passato reso immortale, con quella curiosità di riscoprire cose passate, cose lontane. Con gli occhi spalancati cominciai a sfogliarlo lentamente, rividi persone che ormai non vedo e sento da molti anni, rividi persone che purtroppo non ci sono più, momenti, posti, luoghi ormai lontani, fuori dal tempo. Su alcune foto l’occhio diventò lucido, su altre ci scappò un sorriso, su altre ancora rimasi bloccato rimanendo lì a fissarle per dei minuti e su altre mi soffermai solo pochi secondi.
     
    A volte, quando capita, è bello ricordare, è bello sapere che certe cose sono sempre lì racchiuse in un vecchio album che risveglia ricordi lontani e anche se un po’ impolverati, basta poco per farli tornare nitidi.
     
    Finii di sfogliare l’album dopo un paio d’ore, ore bellissime, intense, piene di emozioni, di sensazioni, di ricordi belli e tristi, di qualche lacrima, ore che fanno parte della vita, della mia vita.
     
    Lo rimisi in un angolo sapendo che in futuro lo avrei ritrovato per farmi rivivere le stesse emozioni, forse anche di più.
     
    A volte negli angoli più remoti ritrovi te stesso, un te stesso che non ricordavi, anche se sempre lì e da lì puoi ripartire con una marcia in più sentendoti meno solo.
     
    A volte basta una fredda sera per scaldarti il cuore.
     

  • 07 settembre 2014 alle ore 10:23
    Dio non parla napoletano

    Come comincia: Dio non parla napoletano: è un dio troppo difficile, astruso, ascoso, senza volto, né immagine da appendere a un altarino. Non sorride, non parla, non colloquia tra loro.
    Il paganesimo è ancora una nebbia densa, pesante, che non dirada da vicoli e bassi. Virgilio, mago per  Napoli, attese per anni, in caverne di tufo, di passare lo scettro a S.Gennaro. Il bisogno del sacro ha mille rivoli, siano sembianze, avvenimenti o altre magie. A ciarlatani o santi, si chiede, si prega, si inveisce. L’immaginetta o l’adesivo creano congreghe  virtuali di appartenenza. L’importante è mostrarle comunque.  I santi gareggiano, tra loro, nella magnificenza del miracolo. Il sangue, vita liquida, è preferito sul palcoscenico del quotidiano. Il miracolo non avviene una sola volta, nella sua storia, come evento unico, fragorosamente soprannaturale, ma ha una sua ripetitività, un appuntamento popolare, atteso, dovuto. E’ un vaticinio, interpretabile da tutti.  Un miracolo semplice, facilmente verificabile. Un sì o un no, un testa o croce, dotato di sacralità. Quale aiuto avrebbe dovuto avere questo popolo, martoriato nei secoli, se non l’accorrere del miracolo, magia di pensiero, dolce e irrinunciabile lenimento.

  • 03 settembre 2014 alle ore 17:51
    Felice, tra sogno e realtà

    Come comincia: Aveva lavorato tutta la settimana a ritmi serrati per portare avanti un progettto importante. Il suo capo gli aveva dato carta bianca, conosceva Felice e sapeva di potersi fidare ed infatti fu contento dei risultati ottenuti; l'ultima fase del progetto gli avrebbe consegnato un articolo che avrebbe reso parecchi soldi. Anche Felice conosceva il suo capo e sapeva che quando era soddisfatto diventava più malleabile e disponibile.
    Adesso Felice era seduto a tavola e si stava apprestando a cenare con i suoi genitori. Sua madre aveva preparato uno sformato di verdure e formaggio che gradivano tutti e suo padre dopo la prima forchettata confermò soddisfatto:
    "Squisito cara, il tuo sformato è eccezionale, come sempre"
    "Grazie tesoro. Felice, è buono?" Chiese la donna al figlio.
    "Si mamma, veramente buono. A volte penso che  tu abbia rubato i segreti a qualche grande chef" Disse sorridendo, ma la madre non si fece distrarre da quelle lusinghe e chiese con calma:
    "Sei di nuovo strano ultimamente, qualcosa non va?" Il marito guardò la moglie con aria interrogativa, perché lui era sempre all'oscuro di tutto? Felice sospirò ma lo sguardo dei genitori lo invitava a dare una risposta. Allora prese coraggio e cominciò a spiegare ciò che ultimamente gli era capitato; il viaggio in sud America, le visioni mistiche, il contatto con esseri extraterrestri e tutta una serie di fatti che lo avevano coinvolto in varie occasioni. Parlò senza enfasi, cercando di farsi capire, soprattutto dal padre che nonostante fosse un brav'uomo era di vedute ristrette; al contrario la mamma si era sempre rivelata disponibie ad ascoltarlo. Finì di raccontare convinto di aver combinato un bel casino, adesso le uniche persone su cui poteva fare veramente affidamento lo avrebbero preso per pazzo e addio serenità. Si aspettava dei commenti sarcastici, delle accuse addirittura, invece fu sorpreso dal silenzio; i due anziani non fiatarono e continuarono a mangiare come se non l'avessero sentito. Poi alcuni piccoli dettagli gli fecero comprendere che loro avevano ben capito le sue parole e con un atto di grande amore stavano in silenzio cercando di elaborare ciò che avevano appena udito per poter rispondere al figlio senza urtarne la sensibilità. Suo padre stringeva le posate in modo innaturale e il suo sguardo era fisso sulla moglie che invece tranquillamente continuava a mangiare. Dopo alcuni momenti, che ai due uomini parvero ore, lei sollevò lo sguardo verso il marito e con un'occhiata chiarì subito un particolare, lui non doveva intervenire prima di aver fatto finire lei; l'uomo abbassò lo sguardo in segno di assenso e la donna cominciò a parlare.
    "Felice, se ho ben capito stai dicendo che hai avuto dei contatti con gli alieni. Mi piacerebbe capire come sei arrivato a questa conclusione, quali fatti ti hanno convinto di essere stato veramente in situazioni fuori dal comune senza pensare che potrebbe essersi trattato di sogni o allucinazioni. Mi hai detto che ultimamente sogni spesso e fatichi a collegare i sogni con la realtà, quindi tutto quello che ci hai raccontato potrebbe essere frutto di sogni o visioni. Fai uso di droghe? Bevi roba forte? Esageri con i medicinali?" Felice non rispose e si limitò a guardare la madre che capì dal suo sguardo come fosse impossibile collegare quei fatti con l'eventuale uso di stupefacenti da parte sua, cosa che peraltro non era vera. Sua madre lo sapeva, ma voleva avere conferma di ciò per continuare il discorso "Ne ero convinta, per fortuna da quel punto di vista non ci hai mai dato problemi. Adesso, visto che hai avuto il coraggio di aprirti con noi e visto che l'argomento e piuttosto complicato, io e tuo padre dobbiamo farti una confessione" E con un cenno la signora Maria invitò il marito a parlare, trovandolo pronto.
    "Vedi Felice, quello che ci hai raccontato non ci meraviglia minimamente, anzi, conferma tutto quello che ci è successo tanti anni fa e che ci aveva fatto vivere nel terrore di essere impazziti. Con il passare del tempo ci siamo abituati a convivere con alcune situazioni che potremmo definire bizzarre, i tuoi fratelli sono all'oscuro di tutto e sarebbe meglio non raccontare nulla di quello che ci stiamo dicendo, è giusto che loro vivano la loro esistenza normalmente" L'anziano prese il bicchiere vicino a sé, lo riempì di vino e ne bevve una gran sorsata per poi riprendere a parlare "Anche io e tua madre abbiamo avuto esperienze simili. La prima volta che vennero a farci visita ancora non eri nato, furono loro ad avvisarci che tua madre era incinta e che tu saresti nato sotto una buona stella, eri uno dei prescelti ci dissero. Io e la mamma ci convincemmo di aver sognato, non potevamo e non volevamo credere a ciò che avevamo visto e sentito; ma dopo nove mesi stavi per nascere tu e loro si ripresentarono mostrandosi felici per tale evento. La felicità che riuscirono a trasmetterci ci tranquillizzò a tal punto da convincerci di essere protagonisti di un mistero atto a far nascere bambini con capacità superiori da mettere al servizio dell'umanità intera, da qui il tuo nome: Felice" L'uomo aveva parlato velocemente e adesso mostrava i segni di stanchezza tipici di chi si è tolto un grosso peso dallo stomaco; Felice aveva ascoltato a bocca aperta. Quelle rivelazioni l'avevano sconvolto quanto tutte le apparizioni e i sogni a cui era soggetto ultimamente. Fu sua madre a concludere il discorso "Negli anni si ripresentarono alcune volte, volevano assicurarsi che tu stessi bene e con il tempo ci abituammo a quelle visite, non eravamo pazzi, vivevamo tra sogno e realtà e tu facevi parte di un loro programma ben preciso. Il nostro compito era quello di proteggerti in attesa che giungesse il momento giusto" La madre disse le ultime parole senza avere il coraggio di fissare il figlio negli occhi. Felice restò lì per qualche attimo a fissare il pavimento, incapace di dire una sola parola. Adesso capiva tante cose, tanti loro atteggiamenti, a volte al limite del ridicolo e capiva anche perché, pur avendo incontrato molte donne, non aveva mai resistito a lunghi legami ma si era dedicato solo a degli incontri occasionali. Qualcosa o qualcuno facevano si che lui restasse sempre solo, accudito dai suoi genitori che in realtà erano anche i suoi tutori. Eppure sentiva il loro amore e anche lui, nonostante tutto, voleva molto bene ad entrambi, del resto non erano sempre stati al suo fianco? Cominciò a dubitare anche del suo lavoro, tutta quella libertà, la possibilità di gestirsi a suo piacimento e comunque di essere abbondantemente retribuito, che ci fosse anche lì lo zampino degli alieni? Si alzò dalla sedia senza parlare, avrebbe rischiato di dire cose in modo avventato e non gli sembrava il caso, non voleva litigare. Ma la madre non riuscì a trattenere la lingua e chiese speranzosa "E adesso che farai? Hai deciso di eliminarci dalla tua vita? Noi ti  vogliamo bene, puoi contare su di noi, come sempre" Felice si era fermato ad ascoltare le parole della madre e rispose delicatamente "Lo so, anche io ve ne voglio. Forse siamo vittime o protagonisti di qualcosa più grande di noi e non ve ne faccio una colpa. Tra qualche giorno partirò per il sud America e voi sapete perché. Ma adesso sono stanco, vado a letto. Buona notte mamma, buona notte papà" I due genitori augurarono buona notte al figlio e dopo aver sistemato la cucina si ritirarono nella loro stanza con il cuore pesante ma convinti di aver fatto la cosa giusta.
    Felice non riusciva a prender sonno, travolto da un turbine di pensieri. Molte cose avevano assunto un aspetto diverso dopo le rivelazioni dei suoi genitori e la consapevolezza di essere coinvolto in qualcosa di incredibile lo eccitava parecchio. Stava ripercorrendo mentalmente gli avvenimenti dell'ultimo periodo, gli strani sogni, gli incontri con personaggi bizzarri, era nel pieno delle sue fantasie quando la porta della camera si spalancò e si parò davanti a lui suo padre. Accese la lampada sul comodino per vederci meglio e quando mise a fuoco la scena si rese conto che l'uomo stava dormendo; un sonnambulo, pensò Felice. Sapeva che non doveva fare movimenti bruschi e in particolar modo non doveva risvegliare il padre che adesso si stava avvicinando a lui e in un attimo fu lì, seduto sul suo letto. Felice provò a sfiorarlo per vedere se reagiva in qualche maniera ma in quel momento suo padre cominciò a parlare "Perché te ne stai qui a dormire mentre in giro ci sono persone che hanno bisogno di te? Non è qui il tuo posto, va e aiuta i bisognosi" Felice avrebbe voluto rispondere che era stanco e provato quando un presentimento lo indusse a vestirsi ed uscire in fretta e furia da casa senza preoccuparsi di lasciare il padre solo in quella situazione, ma appena uscito si ritrovò immerso in un parco dove la fitta vegetazione oscurava le luci dei lampioni e il riflesso della luna piena. Non si preoccupò di capire cosa stesse accadendo, qualcosa lo stava guidando in un posto preciso di quel groviglio di piante e giardinetti e in un attimo giunse in un piccolo spiazzo dove alcune panchine fungevano da giaciglio per dei senza tetto. Uno di loro era stato preso di mira da tre individui e due di loro lo stavano picchiando selvaggiamente con dei bastoni, mentre l'altro sembrava come paralizzato. Il malcapitato era talmente terrorizzato che non riusciva ad emettere il minimo grido nonostante le botte e gli insulti che stava subendo. Felice non ci pensò su un attimo e immediatamente si scagliò come una furia contro gli aggressori. I tre furono sorpresi da quell'intervento ma si riorganizzarono subito e mentre Felice era avvinghiato a uno di loro gli altri due cominciarono a colpirlo incuranti di far male anche al proprio compagno. Quella cattiveria e quel disinteresse totale per la sorte altriui, fecero scattare in Felice delle energie che lo portarono a reagire come una belva. Insensibile ai colpi che lo investivano si scagliò contro i due aggressori e con una forza a lui sconosciuta riuscì a strappare dalle loro mani i bastoni e dopo averli colpiti ripetutamente accecato dalla rabbia, li lasciò scappare via, come due bestie ferite. Nel frattempo il senza tetto si era rialzato e con movimenti guardinghi si era avvicinato al terzo aggressore che era restato a terra, ferito dai colpi dei propri compagni. Felice notò quel movimento e senza spaventarlo ulteriormente si avvicinò all'uomo e gli chiese "Come ti chiami?" L'altro non sembrava aver capito e allora ripeté con più calma "Ho chiesto come ti chiami, non aver paura" "Mi chiamo Felice, di nome ma non di fatto" Felice restò folgorato da quelle parole, poi si accorse che il terzo aggressore sanguinava e si chinò su di lui per aiutarlo. Si girò verso l'altro Felice per chiedere aiuto ma lui era scomparso, svanito nel nulla. Ok, voleva dire che stava meglio; adesso doveva occuparsi del ferito. Come prima cosa Felice tolse il passamontagna nero che nascondeva il volto dell'aggressore e fu una gran sorpresa scoprire che si trattava di una ragazza che poteva avere si e no una ventina d'anni. Non era ferita gravemente ma chiamò lo stesso i soccorsi e una pattuglia di carabinieri. La ragazza fu trasportata al più vicino ospedale per degli accertamenti, mentre Felice fece la sua deposizione alle forze dell'ordine. Venne così a sapere che ultimamente quegli episodi di violenza stavano aumentando a dismisura e le vittime e gli aggressori erano sempre diversi: operai, borghesi, giovani, vecchi, disagiati, studenti e via discorrendo. Non c'era un filo logico che unisse quelle esplosioni di violenza ma qualcosa stava rendendo la vita sempre meno sicura. Si congedò dai carabinieri e, pur non sapendo dove si trovasse di preciso, nel volgere di un attimo si ritrovò in camera sua. Suo padre non era più nella stanza e adesso gli fu chiaro di aver sognato, come sempre più spesso accadeva, ora doveva solo coricarsi, addormentarsi e al suo risveglio avrebbe dimenticato tutto, o no?
    "Felice! Felice! Suona la sveglia, alzati o vuoi far tardi al lavoro?" La voce della madre lo strappò da un sonno profondo. Si stropicciò gli occhi e uscì dal letto stanco e provato. Avvertiva dei forti dolori in varie parti del corpo e notò dei lividi su braccia e gambe e un dubbio lo assalì, allora non era stato un sogno. Si diede una rinfrescata e si vestì per affrontare la giornata di lavoro, blue jeans e camicia con mocassini, voleva stare comodo. Dalla cucina arrivava profumo di caffè e di pane tostato, sua madre aveva preparato la colazione e dopo essersi servito si accomodò al suo posto. La donna si sedette accanto a lui e i due cominciarono a fare colazione.
    "Dov'è il papà?" Chiese lui.
    "E' uscito presto, sono venuti i carabinieri e hanno chiesto di seguirlo in caserma perchè il loro comandante aveva alcuna domande da rivolgergli" Rispose tranquilla la madre. I carabinieri? Pensò Felice.
    "Mamma, stanotte è successo qualcosa di strano? Il papà è uscito di casa?"
    "Non che io sappia. Avete ronfato come tromboni e non vi ho svegliato per lasciarvi riposare" In quel momento fece la sua comparsa in cucina il padre e la moglie chiese: "Allora? Come è andata? Cosa volevano?" L'uomo prese una sedia e si accomodò con calma, si servì un bicchiere di succo di frutta e bevve con avidità, si pulì la bocca con un tovagliolo e prese a dire:
    "Hanno arrstato due vagabondi, due bastardi che stanotte hanno aggredito un senza tetto" Si versò dell'altro succo ma stavolta non bevve "Un terzo aggressore, una ragazza, è all'ospedale" Attese un attimo per vedere le reazioni dei presenti, ma la moglie e il figlio non fiatarono e allora concluse dicendo "La ragazza si è ripresa, ha detto di essere stata soccorsa da un uomo, un uomo che aveva con se una foto, la mia foto" Un flash squarciò la mente di Felice, quella notte suo padre era entrato in camera portando con se qualcosa e ora ricordava chiaramente, era una foto dell'anziano, la foto che aveva scelto per la tomba. Suo padre lo stava fissando con aria interrogativa, voleva sapere.
    "Stanotte papà sei venuto in camera mia, eri sonnambulo e portavi con te una foto, quella che ti ritrae in giardino e che hai deciso di mettere sulla tua tomba quando verrà il momento. Istintivamente l'ho presa io, nel momento in cui mi hai invitato ad uscire per aiutare chi è in difficoltà, poi al parco è successo un gran casino e quando sono tornato a casa tu eri in camera tua a dormire, te lo ricordi?"
    "Hai detto tu che non ero sveglio e comunque non ricordo di essermi mai alzato, neanche per andare al bagno" Felice si accontentò di quella spiegazione e tralasciò di menzionare di aver contattato i carabinieri ai quali aveva fatto una deposizione, probabilmente quell'episodio non era reale. Ma adesso era veramente stufo di quella situazione sempre più spesso in bilico tra sogno e realtà, non sapeva se avrebbe retto oltre. Il padre sembrò leggergli nel pensiero e prima che la moglie intervenisse per tranquillizzare il figlio disse: " I carabinieri hanno detto che la ragazza all'ospedale ha chiesto notizie del suo soccorritore, stranamente nessuno dei presenti sul posto ricorda chi fosse ma lei ha detto di ricordarsi chiaramente di lui"
    Felice aveva chiesto informazioni nell'area apposita e dopo pochi istanti era al piano indicato da dove non provenivano rumori, segno che nessuno era presente e lui ebbe un'esitazione prima di avviarsi verso la stanza della ragazza. Quando fece per muovere il primo passo capì immediatamente di essere di nuovo fuori dalla realtà e reagì stizzito.
    "Ancora, non c'è la faccio più. Sono stanco di questa situazione, dimmi perché devo vivere così, dimmelo?" "Perché sei uno dei prescelti, lo sai" Rispose la femmina davanti a lui "Io non sono un bel niente, sono stanco, non so più quando sono sveglio e quando sto sognando. La mia vita è un inferno, voglio tornare ad essere libero di vivere, altro che prescelto" "Adesso smettila!" Disse decisa lei "Stai zitto un attimo e seguimi" Lei lo prese per mano e lo condusse lungo il corridoio dell'ospedale fino ad arrivare nei pressi di una stanza dove lo obbligò ad entrare senza far storie. Felice si trovò difronte la ragazza del parco, era bellissima. Lei non si accorse subito della sua presenza ma quando alzò il capo e lo vide un sorriso smagliante investì Felice che cominciò ad avere le palpitazioni.
    "Tu sei l'uomo del parco, quello che mi ha salvata dal pestaggio di quei due mostri, grazie, grazie di cuore" Felice ebbe un sussulto e si voltò alle spalle per vedere se ci fosse ancora la presenza femminile che lo aveva accompagnato lì, ma ovviamente era sparita. La ragazza lo invitò ad avvicinarsi "Dai, vieni a sederti qui vicino a me, non sono poi così malconcia" Felice si mise seduto in fondo al letto vicino ai suoi piedi e la ragazza allungò un braccio sfiorandogli una gamba con la mano. Lui fece per ritrarsi ma lei lo anticipò "Non sono un mostro, ti devo la vita e voglio raccontarti la mia storia, stanotte mi hai tolto da un bell'impiccio" "Non credo abbia voglia di sentire il racconto delle tue bravate notturne, andare in giro a picchiare dei poveracci è da vigliacchi oltre che da delinquenti" Lei sorrise in modo malizioso e lo riprese simpaticamente "Hai finito il tuo sermone? Hai voglia di sentire la mia storia o hai già tirato le tue conclusioni?" Quella ragazza lo stava travolgendo "Ok, sentiamo la tua storia, tanto ormai sono qua" "Sei qua perché volevi vedermi, dì la verità" Felice abbasso lo sguardo e lei riprese facendosi seria "Alcune notti vado in giro con dei compagni, amici e amiche di tutte le età e di vario ceto sociale. Non siamo idealisti e non chiediamo niente a nessuno, siamo solo spinti dalla voglia di aiutare la gente che se la passa peggio di noi. L'altro giorno eravamo nel pub dove ci ritroviamo per fare il punto della situazione e due ragazzi si sono avvicinati a noi chiedendoci di poter entrare a far parte del gruppo. Ok, gli diciamo, sono sempre bene accetti nuovi volontari. Il sabato pomeriggio io e un altro ragazzo del gruppo andiamo al centro anziani dove abbiamo organizzato un torneo di briscola per far divertire un po' gli ospiti della struttura. I due nuovi si offrono volontari per aiutarci e noi accettiamo di buon grado. Per qualche giorno i due si uniscono a noi nelle varie uscite e sembra che tutto proceda per il meglio, fino a ieri sera. Io e altre due ragazze abbiamo in programma di portare qualcosa ai senza tetto che passano la notte al parco, ma una chiamata urgente le costringe ad andare in soccorso di una donna che viene maltrattata dal marito, ma questa è un'altra storia. I due nuovi si offrono di sostituirle e dopo le dieci di sera ci rechiamo al parco. Avevano con loro delle sacche lunghe e capienti, ma eravamo d'accordo di portare vari oggetti e non ho dubitato del loro contenuto. Giunti al parco abbiamo trovato il primo disgraziato che riposava su una panchina, io mi sono avvicinata a lui per svegliarlo e per rassicurarlo sulla nostre intenzioni, ma all'improvviso i miei due compagni mi hanno spostata di lato e con furia selvaggia hanno cominciato a picchiare quell'uomo. Io sono restata pietrificata dall'orrore, stavo per fare qualcosa quando sei arrivato tu. Il resto della storia la conosci meglio di me" Lei si prese le gambe tra le braccia e assunse l'espressione di chi ha vuotato il sacco e adesso aspetta il giudizio del suo interlocutore. Felice rimase un attimo in silenzio, stava ripensando a molte cose. Poi un sorriso apparve sul suo volto e chiese:
    "Come ti chiami?" La ragazza rispose automaticamente "Aurora" "Bene Aurora, io sono Felice è ho 43 anni. Tu quanti ne hai?" "24" rispose lei "Sei giovane ma hai già le idee chiare, mi piaci. Stanotte è successo qualcosa fuori dalla logica, io non avrei dovuto trovarmi lì, ma è andata così e sono contento. Infatti ho conosciuto te ed ho scoperto che non c'entri nulla con quella vergognosa aggressione che per fortuna non ha causato danni eccessivi. Ma dimmi, perché indossavi il passamontagna?" "Perché vogliamo restare anonimi, il nostro aiuto, quando è possibile, deve giungere ai bisognosi in forma anonima" Felice si accontentò di quella risposta e concluse "Ok, adesso però devo andare, ti auguro una pronta guarigione e spero di rivederti in un'altra occasione" Quindi si alzò dal letto e si avviò verso l'uscita della camera ma Aurora lo chiamò "Felice!" Lui si voltò verso di lei "Grazie Felice, sono sicura che ci incontreremo di nuovo" Felice fece un cenno d'assenso con la testa e poi uscì dalla stanza. C'era la femmina di prima ad aspettarlo e lui sapeva già cosa avrebbe detto quindi la anticipò "Si, lo so. Sono il prescelto e lei è una di quelle che andava aiutata. E' una bella ragazza, ma troppo giovane, avete fatto in modo che la incontrassi e adesso sto male" "Cosa farai adesso Felice?" Chiese lei "Torno a casa dai miei genitori, non ho intenzione di andare a lavorare" "Non fare finta di niente, sai a cosa mi riferisco" Lui si arrestò di colpo e si girò verso di lei "Sto cercando di capire se sono sveglio o se sto sognando!" Disse a muso duro "Sei sveglio" Rispose lei "Merda!" Esclamò lui "Qualcosa non va?" "La ragazza, Aurora!" "Cos'ha che non va?" "Niente" "E allora?" Felice gonfiò il petto ma non riusci a trattenersi "Mi sono innamorato di lei!" Stava urlando. L'altra non si scompose e come un computer sillabò "Non hai risposto alla mia domanda però, cosa farai adesso?" Ora lo sguardo di Felice era deciso "Ma è ovvio, parto per il sud America"

  • 03 settembre 2014 alle ore 14:02
    Enrico Toti

    Come comincia: (Roma, 20 agosto 1882 - Monfalcone, 6 agosto 1916)
     
            Le Alpi, questo maestoso spettacolo della natura, questo baluardo che ci ripara dai freddi venti del nord e che, in teoria, ci avrebbe dovuto salvare dalle invasioni. L'abbagliante candore del Bianco è così forte che sono costretta a socchiudere gli occhi, mentre la gente intorno a me si affretta verso la funivia, imbacuccata nelle tute a vento, simili a variopinti pinguini e abbasso lo sguardo per scrutarmi: anch'io sembro un pinguino e la cosa mi fa sorridere divertita.
    Un rapace, che non riconosco a causa del riverbero provocato dalla neve, sfreccia nel cielo terso, emettendo un acuto che rimbomba nella vallata e che richiama la mia totale attenzione. È spettacolare.
    Alcuni turisti di lingua tedesca scherzano, con le gote rosse che spiccano sulla pelle candida, i capelli chiari come oro e gli occhi azzurri come il cielo e sto per unirmi a loro, quando qualcuno mi afferra saldamente per un braccio trattenendomi. Inghiottisco l'urlo di spavento che mi è salito in gola e mi giro di scatto, rimanendo a fissarlo con occhi sgranati. Una rapidissima occhiata alla sua sola gamba destra mi fa deglutire e rimango a fissarlo incantata.
    «Ora non fanno più paura, vero?» esordisce con forte accento romano.
    Ammicca ai ragazzi teutonici ed io scuoto la testa, rendendomi conto che sono emozionatissima. Il mio respiro è corto, il cuore mi galoppa indemoniato dinanzi a questo giovane minuto, dai baffoni spioventi e dal naso pronunciato.
    «Enrico Toti.» sussurro, ancora incredula.
    Accenna un impercettibile inchino e guardo la sua famosissima gruccia che lo sorregge.
    «Ma tu ti fidi di loro?» domanda.
    Capisco che si sta riferendo ai turisti e con naturalezza rispondo:
    «Sì, mi fido. Non è più come una volta, credimi.»
    Esita, poco convinto, e continua:
    «Eccellenti soldati. Veri guerrieri. È stato duro combatterli, lasciatelo dire da chi li ha visti in opera con i propri occhi: vere macchine belligeranti.»
    «Oh, ma loro non sono più…»
    «Le hai viste le loro trincee? Le loro, non le nostre o quelle francesi.» ribadisce. «Erano in grado di scavare trincee corredate di tutto, persino di brande comode, in metà del tempo che occorreva a noi o ai nostri alleati. Non ho mai visto trincee simili. Veri e propri baluardi invalicabili.»
    Annuisce mentre parla, gli occhi al cielo, persi in un ricordo lontano nel tempo che noi, sebbene vicini all'epoca, non riusciamo a percepire nella sua piena crudezza. Posso solo provare a immaginare i nuovi italiani, coloro che dal 1870 facevano parte dell'Italia unificata, questi giovani che, di punto in bianco, si sono visti crollare i confini tra una regione e l'altra, i sardi venuti a stretto contatto con i pugliesi, i toscani, i veneziani, i romani e non più pugliesi, romani o sardi, bensì italiani con tanto di patria, di inno nazionale, in tutto e per tutto uguali agli inglesi, ai francesi, agli austriaci, ai russi.
    «Mio Dio! Quale periodo di sublime abnegazione per il raggiungimento di un alto ideale.» sussurro mio malgrado stregata.
    «Puoi dirlo forte, ragazza!» esclama con gagliardo orgoglio.
    Un secondo dopo lo vedo rabbuiarsi e si china un po' in avanti, per sussurrare:
    «E pensare che oggi qualcuno vorrebbe che l'Italia si dividesse nuovamente! Ma ti rendi conto?»
    Posso capire benissimo lo sdegno di chi, come lui, ha donato la vita per l'Italia e mi domando cosa ne pensa dell'Italia attuale. Meglio sorvolare.
    «Tu sei di Roma, vero?» indago.
    «Roma, sì, l'ultima a essere annessa al regno, grazie ai valorosi bersaglieri.»
    Gli brillano gli occhi e ne approfitto per chiedere:
    «È per questo che ti sei arruolato nei bersaglieri, nonostante la menomazione?»
    «Certo! Bersaglieri in bicicletta. Be',» ammette con una certa riluttanza, «ho dovuto insistere un po'.»
    Sorrido, ripensando alla sua vita, al suo incidente sul lavoro che, nel 1908 come oggi, gli ha portato via la gamba; alla sua ferrea volontà di essere in tutto e per tutto uguale agli altri, la bicicletta che lo ha portato in giro per il mondo, fino allo scoppio della guerra, la Grande Guerra.
    [gototi] «Il mio ardore di patriota non poteva tollerare che Trento e Trieste fossero ancora in mano agli austriaci, per questo ho fatto di tutto per arruolarmi. Ho interceduto presso il duca d'Aosta, pur di partire per il fronte.»
    «E una volta lì?»
    Lo vedo esitare un attimo, si gratta la nuca e sorride, con quel suo sfavillante ottimismo che lo ha sempre contraddistinto.
    «Be', il fronte non era certo rose e fiori. Facevo la spola tra i feriti, portando conforto, posta e tutto l'aiuto possibile. Ma ero comunque un infiltrato.» confessa.
    «Un infiltrato?» ripeto sconcertata.
    «Che vuoi… La mia unica gamba non mi permetteva di venire arruolato; tuttavia io sono partito lo stesso, con una divisa senza mostrine né stellette, ma con tanta voglia di dimostrare il mio orgoglio di essere italiano.»
    «Sei stato a lungo a Cervignano, vero?»
    «Sì. Mi trovavo bene, anche se a volte incappavo nei soldati che provenivano dal fronte e non comprendevano il mio entusiasmo. Certo,» aggiunge alzando le spalle, «immaginavo gli orrori delle trincee, eppure per me partecipare alla guerra significava coronare il sogno dei nostri padri che erano riusciti a unificare l'Italia, significava legittimare Porta Pia e dimostrare che i loro sforzi non erano stati vani.»
    Tutto il suo volto, dagli occhi alla bocca, splende di luce propria mentre parla e un groppo mi chiude la gola all'improvviso. Quest'uomo era animato da ideali puri, scevri di politica e di retorica, spinto solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio di essere italiano e domando:
    «Quanto ha contato per te essere romano?»
    «Tantissimo. Ero il figlio dell'ultima roccaforte papalina, quella che si ostinava a mantenersi indipendente e che non ci pensava minimamente a riconoscere i Savoia come sovrani legittimi. A Roma si respirava aria strana quando sono nato, appena dodici anni dopo la presa di Porta Pia: da una parte l'atavico attaccamento al papa, dall'altro il nuovo legame al re. Ma noi romani siamo gente strana, ci adattiamo a tutto. Sono fiero e orgoglioso di essere romano ed è stata questa consapevolezza a spingermi fino alle trincee: dimostrare il valore di un trasteverino.»
    «Alla fine sei riuscito a farti arruolare.»
    «Sì! Finalmente, nel 1916, mi presero nel Terzo Ciclisti Bersaglieri, la Brigata Pinerolo. Da quel momento in poi potei stare con i miei compagni in trincea e, sebbene non mi fosse stato concesso di partecipare attivamente agli scontri, rimanevo sempre con i miei commilitoni, e spesso leggevo loro il giornale, le lettere, perché… Be', coloro che studiavano all'epoca erano pochissimi, io sono stato fortunato a fare le elementari e non ero ignorante. Ho persino scritto su un giornale. E loro mi chiedevano di leggergli le lettere, di scriverle ed io facevo quanto possibile per mantenere alto il morale. Spesso mi avventuravo nella terra di nessuno e loro mi rimproveravano, dicendomi che era pericoloso, ma io non temevo la morte.»
    «Eri un po' spericolato, ammettilo.» sorrido.
    Annuisce e inspira a fondo l'aria fredda.
    Provo a immaginarlo quando, deciso l'attacco di quel 6 agosto a quota 85, si getta con i suoi compagni contro le trincee nemiche, sorretto dalla gruccia che lo accompagnava sempre, mentre incita i compagni a squarciagola. Provo a immaginarlo mentre si siede sul muretto della trincea e spara con il fucile a ridosso degli austriaci, animato dall'entusiasmo e sorretto da un ideale più grande di lui, mentre dalla sua bocca escono continuamente esortazioni ai suoi commilitoni.
    [toti1] Come per magia, sento gli spari nemici che lo colpiscono, li sento come se mi rimbombassero nelle orecchie e per un attimo il cuore mi si ferma, come colpito a morte. Sgrano gli occhi e davanti a me non c'è più la neve, non c'è più la funivia, bensì solo buche enormi, fili spinati, trincee, feriti, morti. Apro la bocca per urlare, ma il grido mi muore in gola, alla stessa maniera in cui i soldati vengono falciati dalle mitragliatrici. Non so dove questi uomini prendono il coraggio a due mani e si gettano a capofitto verso la morte sicura: io questo coraggio non l'avrò mai.
    Poi lo vedo, lui, irritato per essere stato colpito, afferrare la sua gruccia in un ultimo disperato tentativo per scagliarla contro il nemico, in un gesto che più eloquente non potrebbe essere. Lo vedo accasciarsi, sussurrare le sue famose parole: "Tanto nun moro io", baciare il piumetto del suo cappello e restituire la sua dolce anima a Dio.
    Mi rendo conto che i miei occhi sono pieni di lacrime e deglutisco più volte per non scoppiare a piangere.
    «Aho, ma che ti metti a piangere?» esclama incredulo.
    Scuoto la testa senza riuscire ancora a parlare. Mi accorgo che la neve è tornata a dominare con il suo candore, manto purificatore sulle follie umane e inspiro a fondo.
    «La medaglia d'oro te la sei più che meritata.»
    «Avrà consolato mia madre e mia sorella. A me è sufficiente sapere e sperare che gli italiani di oggi amino ancora l'Italia come l'abbiamo amata noi.»
    «Questo… Questo non lo so.» ammetto e mi vergogno come una ladra.
    Lo vedo sorridere e sposta la gruccia per posizionarla meglio.
    «Io credo… Io sono sicuro che i miei romani, quando passano davanti al mio monumento al Pincio, non possano far altro che condividere i miei stessi ideali. Se così non fosse,» aggiunge tristemente, «allora il sacrificio di tante generazioni è stato vano.»
    «Non il tuo.» mi appresto ad affermare. «Noi romani non potremmo mai dimenticare. Mai.»
    Mi fissa a lungo, quindi volge lo sguardo ai turisti austriaci, il pensiero perso in un ricordo lontano e un attimo dopo lo vedo annuire, prima di svanire confondendosi con la neve.
    Rimango immobile, infagottata come un pinguino e di getto porto la mano al cuore, mentre nella mente mi torna un ritornello che oggi non dice più nulla, ma che era caro ai nostri soldati: "Il Piave mormorò: non passa lo straniero!".

  • 03 settembre 2014 alle ore 11:48
    Pippetto

    Come comincia: Ritrovare queste due foto del ’45, fatte a Villa Adela, Serravalle Scrivia, l’ultimo anno di guerra, mi ha riportato ad un episodio, che non mi sono mai saputo spiegare interamente. Nel tardo pomeriggio, in prossimità del tramonto, ci si metteva fuori, sull’erba, sotto il grande ciliegio. Vedete mia madre, che ha terminato di allattare mia sorella Lilia, di pochi mesi, mia zia Maria, la sorella, e nonna Amina, classica figura meridionale, di Melfi, che ho conosciuto sempre vecchia, anche quando, sicuramente, vecchia non era. Date un’occhiata alla culla, un blocco di legno consistente, imprestato, per l’occasione, da contadini vicini e pietosi, dati i tempi. Il suo trasporto, da casa al prato, e viceversa, richiedeva più di una persona. Lì, dopo la poppata, Lilia si faceva il suo sonnellino. Zia Maria, reduce da Genova, sicuramente, raccontava i suoi amori a mia madre. Nonna Amina ascoltava, continuando a rammendare. Mi sembra ancora di sentire le voci, il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli, il profumo dei fiori e della terra. D'altronde, mi potete scorgere, ci sono anch’io: sei anni e mezzo: vispo e attento. Nel mio cervello, si è conservato d’allora, un suono particolare, che si è annidato in qualche cellula, un rombo, sordo, quasi una vibrazione dell’aria, che iniziava dietro la collina, difronte, con una sola nota bassa, per poi proseguire, in crescendo. “Pippetto, Pippetto, sta arrivando!” E’ un allarme improvviso, una voce d’ansia e di timore, che esce dalla gola di una di loro e copre, per un attimo, il suono che scende dalla collina. A me, quel nome piaceva, e piace ancora adesso. Sapeva di favola. O forse, già intuivo, dai racconti dei grandi, la poesia picaresca di questo pilota, che a sera, se ne veniva, tutto solo, chissà da dove, con una sola bomba da sganciare, e un rotolo di mitraglia da scaricare, così, come si usa in guerra, a un sorteggiato dal caso. Eccolo, l’uccello nero affiorare dal sommo della collina. Vola basso. E’ una fuga precipitosa verso casa. Speriamo che non ci scorga. Si corre al riparo, misero riparo, essendo l’unica casa della vallata. Il rombo si fa più vicino, i vetri tremano, poi si attenua. “E’passato”. Si riesce e si torna sul prato. Un rituale serale, oramai atteso.      Ora subentra il ricordo scandalo, che a dir vero, solo con l’abitudine, raggiunta, alla guerra, ho potuto assolvere. Rieccolo apparire, ad uno dei tramonti, Pippetto! Frettoloso alzarsi di noi, pronti a dirigersi verso casa. Ma Lilia ha terminato la poppata e ha iniziato, solo ora, a dormire, dopo una giornata capricciosa, nella sua culla di legno.                                        “Lasciamola qui, nella culla! Dorme troppo bene, per svegliarla! Venite via, svelti!”  Una decisione improvvisa, insolita, sbrigativa di mia madre, prima di iniziare a correre. La scena l’ho negli occhi: noi, ora, verso il riparo, prossimi a casa, e la culla in mezzo al prato, in un abbandono straziante, alla mercé di Pippetto, che sta sopraggiungendo. Il bambino, che è in me, avverte un’ingiustizia inspiegabile verso un altro essere, mia sorella, e questa sensazione mi è rimasta dentro, per una vita.
     
    N.B. Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia.
    I "Pippo", a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, arrivavano in volo radente, per evitare la contraerea, sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte. Le azioni erano rese possibili dalle prime installazioni di apparecchi radar su aerei che proprio con i "Pippo" compirono una sperimentazione su larga scala.
                                                       

  • 02 settembre 2014 alle ore 12:56
    Allegro andante - Intermezzi

    Come comincia: Quella sua vita era piena di segni e respiri lasciati in balìa dei venti, appesi su alberi come bambini lasciati a dondolare raccordando la terra al cielo.

    Ci sono io poi. Ma cos'è la parola io? La rivendicazione superba d'esistenza? Una partita a scacchi col destino, o forse il vessillo egoistico d'una traccia di permanenza che tutto sa e tutto vede?
    Abbandono questi lacci e riprendo l'essere. Sono quindi colei dell'aria e le stelle senza ossa e sangue e, allora, non m'accontento di arrancare, sopravvivere, non mi basta l'aria che respiro.  E in questa milizia rigorosa  di brame, mi prendo il vento e l'altrove.

    I segni, gli oracoli alchemici, la gioia senza ragione, la mente senza nuvole di pensiero. 

    Voglio la parte di me che torna, l'ala che manca al lancio nel vuoto. Te.
    Voglio tutto di te.
    Voglio tutto di me. 

  • 29 agosto 2014 alle ore 16:28
    E vissero a lungo...

    Come comincia: "Riccà guarda stò biglietto." Arianna era rientrata a casa, buttato il soprabito su una sedia dell'ingresso era volata nelle braccia di Riccardo che l'aspettava nel salone spaparazzato sul divano a guardare la tv e gli aveva porto un bigliettino: "B.P.E. 1.000" che cacchio vuol significare, è la marca di una moto?" "Se avessi studiato ragioneria al posto del tuo classico avresti capito subito che B.P.E. sta per 'buono per euro' e 1.000 sono gli euro. "Seguito a non capire, in cucina è pronto il pranzo." Riccardo,. cinquant'anni, pensionato delle poste, condivideva con la moglie quarant'enne un pentavani all'ultimo piano di via Cerere nella zona nord di Messina, quella snob. Libero da impegni di lavoro, si era scoperto casalingo e faceva trovare un pasto pronto all'amata consorte al rientro dal lavoro di cassiera alla Banca Rurale di Catenanova. Arianna mangiava lentamente facendo crescere la curiosità del marito. Era proprio un essere delizioso la sua Arianna: bruna, 1,70 di altezza, sguardo sbarazzino, bocca turgida ma non volgare, un tre di seno ma il lato più accattivamnte erano le gambe lunghe , affusolate, caviglie sottili, un tipo che non passava inosservato."Pensi di tenermi a lungo sulla corda?" "Gira il biglietto" 'Comm.Nullo Ciavarella - gioielliere - via Alessandria 125 - Messina'." "Inquadrato, è la più importante gioielleria di Messina,ma il titolare è messo male sia col nome che col cognome." "Ma è messo bene a quattrini anche se si è dimostrato uno spilorcio, 1.000 euro, un'offesa!" "Un pò di chiarezza non farebbe male." "Allora sei proprio tonto, mi si vuole fare per 1.000 euro, t'è capì!" Preso alla sprovvista Riccardo rimase a contemplare la consorte oggetto di desiderio del gioielliere. Non era geloso anzi questa categoria era stata sempre presa di mira dai suoi strali ma dinanzi ad una realtà non prevista..."Secondo stò zozzone io valgo 1.000 euro, sai che faccio? Ci aggiungo uno zero e vediamo la situazione, il signore con scuse varie si presenta quasi ogni mattina al mio soprtello, che ne dici?" "Che ne dico, la patatina è tua, sei tu che gliela devi mollare, eventualmente!" "Hai detto bene eventualmente, quello è pieno di palanche, per 10.000 euro magari un lavoro orale, fra l'altro ha la pancia e la tua età, vedremo." Quella sera Riccardo ed Arianna fecero all'amore in maniera forsennata, l'idea di un'eventuale avventura da parte dells signora aveva acceso il desiderio di entrambi, boh? Allle quindi del giorno seguente Riccardo aspettava con ansia il ritorno della consorte e rimase sulla porta d'ingresso per essere messo al corrente delle novità."E allora?" "Il cotale ha messo un bell'O.K. sul bigliettino, mi aspetta in gioielleria questo pomeriggio, mi accompagnerai tu in macchina." "Allora hai deciso?" "Voglio vedere come prosegue stà storia, voglio divertirmi un pò a spese di quel mammalucco, se vuole assaggiarmi deve tirar fuori un bel pò di dindini, intanto lo faccio arrapare ancora di più..." Riccardo posteggiò la sua Peugeot a circa duecento metri dalla gioielleria, Arianna scese pigramente dalla mcchina e, ancheggiando, si diresse verso il negozio. Mille  fantasie nella mente di Riccardo, cosa stavano facendo i due, Arianna aveva detto di non volersi mollare subito, un bacio, una toccata nelle parti basse, un pompino...questi pensieri fecero uno strano effetto sul povero Riccardo che si trovò con un'erezione non prevista, non sapeva più che pensare. Pian piano 'Ciccio' rientrò nella cuccia, era passata circa mezz'ora quando Arianna si presentò sempre ancheggiando dinanzi alla macchina di Riccardo che mise in moto senza parlare. "Non sei curioso di sapere com'è andata? Si che sei curioso,siamo entrati nel suo studio, la moglie il pomeriggio non va in negozio, Nullo ha cercato di baciarmi, cosa che non gli ho permesso, non mi andava proprio, ci siamo seduti sul divano e Nullo ha preso a pomiciarmi tutta, mani sul fiorellino, sulle tette, sul popò, sembrava impazzito, l'ho lasciato fare tanto era patetico. Sulla scrivania avevo notato un mazzo di banconote da 500 euro, con disinvoltura mi sono alzata e l'ho riposto nella borsetta. In quel momento ho pensato che sarebbero serviti per pagare il costoso condominio con piscina e campo da tennis oltre che il mutuo e bollette varie. Ritornata sul divano l'ho trovato con i pantaloni abbassati, sotto una pancia grossa sbucava una cosa piccolina ma tanto piccolina che sembrava il pene d'un bambino. Ho evitato di ridere e l'ho preso in mano. C'è voluto del tempo prima che diventasse duro e mi ha chiesto di metterlo in bocca. Niente da fare, il pezzo sale e quindi sega e via." Riccardo guidava lentamente, il silenzio era sceso fra i due, diversi i loro pensieri: Arianna pensava che 10.000 euro per una sega era un buon prezzo, Riccardo aveva in mente Arianna con in mano un pene non suo, anche se piccolino ma sempre un pene! L'argomento non fu oggetto di discorso per molto tempo, la vita fra i due coniugi si svolgeva come se nulla fosse successo sinchè un giorno al rientro a casa di Vittoria all'ora di pranzo: "Riccardo sabato andiamo in gioielleria, ho voglia di un braccialetto particolare a forma di serpente." "Inutile chiederti in quale gioielleria, vero?" "Indovinato ma andremo insieme perchè sarà presente la consorte del cotale." Il negozio era molto ampio, vetrine dappertutto con all'interno vasellame, gioielli, ceramiche, tutti pezzi di gran lusso. Al banco due commesse ed una signora di una certa età che trattavano con i clienti. Nullo comparve da dietro un tenda, forse stava spiando l'arrivo della sua desiderata, baciò la mano ad Arianna e uno strascicato 'piacere' a Riccardo e: "Cosa posso servirle bella signora'" "Un braccialetto alla Cleopatra, a forma di serpente, dottore ne ha?" "Siamo fornitissimi, ne ho un paio che le piaceranno." Nel frattempo la consorte del titolare si era avvicinata al terzetto e: "Nullo non mi presenti ai signori?" "Mia moglie Clara, Claretta per gli amici." "Sono Riccardo Rossini e questa è mia moglie Arianna, siamo abbagliati da tante belle cose!" "Siamo i più forniti a Messina." La signora non dimostrava i suoi cinquant'anni, non alta di statura sfoggiava un corpo giovanile, in viso qualche ruga ben coperta da evidenti ricorsi a saloni di bellezza. "Per 10.000 euro mi farei fare da lei un bel pompino così la signora capirebbe la differenza fra una cosetta minuscola ed un cazzo gigante!" pensava Riccardo sorridendo dentro di sè. Il prezzo del gioiello fu di 3.000 euro che Arianna pagò in contanti (soldi guadagnati col sudore della...) e, ai saluti: "Forse potremmo rivederci, siete una coppia simpatica,vero Claretta?" Claretta non si pronuinziò, salutò Riccardo e Arianna con un sorriso poco convinto, le donne hanno il famoso sesto senso. La novità comparve all'improvviso: "Per oggi pomeriggio ho invitato Nullo a casa nostra, mi voleva portare in albergo o nella sua villa a Castanea, non mi sono fidata, preferisco che venga qui." Riccardo rimase senza parole. "Caro non ti preoccupare, ci sono di mezzo cento foglietti! Conti presto fatti, 200 x 100 = 20.000 euro! Non essere geloso, per me sarà una passeggiata." Riccardo aveva i suoi buoni dubbi, per quella cifra Nullo non poteva che pretendere tanti bei servigi! Di comune accordo i due coniugi avevano predisposto un interfono nella camera da letto ed uno nel bagno comunicanti con lo studio così Riccardo poteva tenere sotto controllo la situazione. Alle quindici il campanello, Riccardo si rifugiò nello studio, Arianna aprì la porta d'ingresso. "Ti ha visto qualcuno?" "Si una signora che si è fermata al secondo piano, le ho detto che andavo al penultimo. Tuo marito?" "Tornerà tardi, è a casa di amici." In bagno: Cara guarda che bel regalo per te, sono 20.000." Con indifferenza Arianna: "Mettili in quel cassetto, lavati, io ho provveduto a sistemare la mia cosine." Riccardo sentiva perfettamente quello che accadeva in camera da letto, aveva chiesto ad Arianna di parlare molto specificando quello che stava facendo, infatti: ""Vengo sopra di te, lo preferisco, sai la pancia..." "Fatti baciare, ho portato con me un vibratore." "Non capisco a cosa ti serva ad ogni modo niente baci in bocca piuttosto comincia dalle tette con piccoli morsi, attento a non farmi male, ecco bravo così, intanto ti tocco il cosino, guarda è già duro, scendi sotto, la gattina è molto vogliosa, si così,ancora,fammi godere tanto..." Arianna  recitava bene la parte, ad un tratto un rantolo, faceva finta di godere la puttanella! "Smetti un attimo, fammi riprendere...ecco ora vengo di nuovo su di te così potrai rimetterlo in fica." Arianna aveva usato volutamente quel termine volgare per crare una situazione più arrapante per il soggetto e farlo smettere il prima possibile ma aveva fatto male i suoi conti. "Cara ci metto molto a godere, abbi pazienza." Cattiva notizia sul fronte Arianna, doveva fare una bella fatica su quel pancione. Un tratto di silenzio, solo qualche piccolo ansimare, poi: "Cara che ne dici di metterti alla pecorina, hai un popò delizioso, vorrei assaggiarlo!" "Te lo puoi dimenticare, niente culo!" "Raddoppio l'offerta." Dopo un attimo di silenzio: "Sei convincente!" Arianna aveva accettato,altri 20.000 euro! Non doveva provare gran dolore con quella poiccola cosa, aveva provato ben altro col 'ciccio' di Riccardo! "Vado in bagno a prendere la vasellina." "Un'altra cosa, vorrei che mettessi il vibratore in vagina mentre ti inchiappetto, proverai doppio gusto!" Fantasioso il panzone. Dopo un pò si udì un rantolo di Arianna, a Riccardo sembrò vero, forse il vibratore aveva fatto il suo effetto, anche Nullo doveva essere soddisfatto. "Cara un'ukltima cosa, devi concedermela, voglio entrare nella tua deliziosa pelosa nel frattempo io mi infilo il vibratore nel mio didietro." Arianna non aveva protestato, dopo un bel pò di tempo un rantolo maschile, Nullo aveva goduto, doppio gusto! Riccardo si sentiva frastornato, aveva partecipato a tutte le evoluzioni amorose della consorte e dell'amante, si sentiva svuotato di energie. Dopo l'uscita di casa di Nullo: "Cara, sbaglio o hai goduto veramente col vibratore?" "Te ne sei accorto, quell'aggeggio vibrava sul mio clitoride e sono venuta, tutto sommato penso che potremmo comprarlo." Quella notte Riccardo poreferì rinunziare al sesso, forse un pò di gelosia ma rivedeva nella mente la sua bella infilzata davanti e di dietro, in parte consolato dai 40.000 euro. L'episodio erotico-monetario fu messo dfa parte, nessuno dei due coniugi ne parlava, era ritornato il tgran tran quotidiano:pranzo pronto alle quindici, il pomeriggio Arianna sbrigava le faccende domestiche, un pò di televisione, qualche puntata al cinema, il sabato o la domenica al ristiorante o in qualche agriturismo. In campo erootico una sola novità: Arianna aveva voluto far godere Riccardo con i suoi deliziosi piedini e c'era riuscita in pieno! L'imprevisto dopo circa un mese. A casa Rossini giunse una telefonata, erano le dieci del mattino:Riccardo: "Ciao cara, cosa fai di bello?" "Non sono la sua cara ma Claretta Ciavarella, desidero parlarle con urgenza, mi troverà nel posteggio dinanzi a casa sua fra mezz'ora."Stupito, imbarazzato, sorpreso Riccardo si sedette in poltrona nel salone, che fare? Per prima cosa telefonò ad Arianna e la mise al correntre della telefonata ricevuta, per risposta una gran risata."Che hai da perdere, non ti violenterà di certo, non sei curiso?" Dopo mezz'ora una Volvo entrò nel cortile, Riccardo si era vestito di tutto punto, si sistemò in macchina al posto del passeggero, la signora mise in moto e si diresse verso nord. "Gentile signora gradirei sapere dove siamo diretti." "Puoi darmi del tu, chiamarmi Claretta, ormai siamo poarenti..." Più esplicita do così! Riccardo prese ad osservarla più attentamente: capelli a caschetto di un grigio medio, tinta ben fatta, viso regolare (niente naso lungo che Riccardo detestava), labbra carnose quanto basta."Completo io il tuo esame, non ho la dentiera, vado in palestra tre volte alla settimana, due in un istituto di bellezza. Stiamo andando a Castanea delle Furie dove ho una villa, telefona alla tua bella che rientrerai a casa a pomeriggio inoltrato." Questi erano ordini veri e propri, Clara dimostrava di avere una personalità atta al comando. Riccardo come un automa prese il telefonino e comunicò la notizia ad Arianna, la consorte che sapeva con chi era in compagnia non fece commenti.Giunti nella frazizone Clara posteggiò  l'auto dinanzi aduna villa in stile spagnolo a due piani, chi l'aveva progettata aveva buon gusto. Salirono al seondo piano dopo essersi liberati dei cappotti. "Vado ad accendere il 'caldo bagno' in camera da letto e in bagno, quando non si è vestiti è preferibile un ambiente riscaldato. Riccardo era stupefatto, affascinato da quella donna che aveva pianificato tutto con tanta naturalezza, nessun commento gli uscì dalle labbra. "Nel frattempo sediamoci nel salotto, penso che tu meriti una spiegazione. Visto il buco di 40.000 euro sul nostro conto ho chiesto chiarimenti a mio marito che ha confessato, siamo ricchi e ci possiamo permettere qualche spesa pazza ma sono curiosa di sapere cosa di particolare ha trovato Nullo in tua moglie, è una donna piacevole ma come lei..." "A questa domanda può rispondere solo tuo marito, io sono il diretto interessato quindi di parte, lui che ti ha detto?" "All'inizio mi ha raccontato un sacco di balle ma poi ha sputato la verità, è venuto a casa tua ed ha avuto rapporti intimi con tua moglie...non dire che non lo sapevi...bene eri al corrente di tutto e quella somma vi ha fatto gola." "Noi siamo una coppia aperta e non ci nascondiamo nulla, all'inizio ero perplesso, ho detto ad Arianna che, essendo lei l'interessata, doveva prendere lei la decisione, non sono un'ipocrita." "All'inizio le aveva promesso ventimila euro, come somno diventati 40.000 non me lo ha voluto dire, ne sai qualcosa?" "Arianna mi ha confidato che il signore ha voluto qualcosa di non programmato, il prezzo è raddoppiato." "Non riesco ad immaginare cosa fosse, a quel punto..." "Mia moglie ha il lato B particolarmente attraente e il tuo bel marito ha insistito per assaggiarlo." "Figlio di gran...20.000 euro per una inchiappettata!" Clara si stava dimostrando molto più furba di quanto Riccardo pensasse. "Ti svelo il motivo per cui siamo qui, ho cinquant'anni, dopoil matrimonio somno stata una sposa fedele ma dopo che due mesi fà si è sposata la mia seconda figlia è scattato in me qualcosa...una ribellione a trent'anni di vita deludente vicino ad un uomo ricco ma senza personalità, fra l'altro ha un pene piccolo, non fare quella faccia, sicuramente tua moglie ti ha informato ed ora ho deciso di andare all'arrembaggio! Quando ti ho visto mi sei subito piaciuto, non voglio un giovane che possa ricattarmi, penso che in campo sessuale tu ci sappia fare, è quello che voglio da te, me lo devi per pareggiare i conti con mio marito.Al contrario di tua moglie non chiederò soldi. Andiamo in bagno, ormai l'ambiente sarà caldo, sempre che tu sia d'accordo..." Clara aveva un bel fisico, la palestra e i massaggi avevano sortito un bell'effetto sul suo corpo, le tette ancora sode, il ventre piatto ed anche il sedere niente male. "Ti riempo la vasca, io sotto la doccia." Claretta prese un flacone di bagnoschiuma molto profumato, lo versò nell'acqua della vasca, si sedettero sul bordo nient'affatto intimiditi della loro nudità. Riccardo 'sprofondò' sotto la schiuma, chiuse gli occhi per rilassarsi. Il caldo dell'acqua gli fece un certo effetto a un certo coso che spuntò dalla schiuma perfettamente 'in armi' Claretta ne approfittò per prenderlo in mano e: "Finalmente un cazzo degno di questo nome. Come ti dicevo non ho mai tradito mio marito anche se ho avuto molte occasioni, sono stata educata dalle Orsoline e questo mi ha condizionato. Per consolarmi del mancato pioacere dovuto al pisellino di Nullo, mi son fatto comprare due vibratori, uno per la vagina ed uno, più piccolo per il popò, mi vergognavo ad andare in un sexy shop, lui sa che li uso." Hai capito, i coniugi Ciavarella ambedue muniti di vibratori! Avvolto in un accappatoio Riccardo fu accompagnato da una mano gentile ma ferma in camera da letto, il locale era caldo ed accogliente, Ciccio, sempre duro, spuntava dall'accappatoio. "Rik che buon sapore!" Claretta aveva iniziato a baciare Riccardo sulla fronte, sulla bocca dove penetrò una lingua molto mobile che fece provare all'interessato sensazioni mplto piacevoli. Pian piano la lingua scese sui capezzoli, svicolò sotto le ascelle, poi l'ombellico, ignorò il pene, poi luingo le gambe ed infine una per una le dita dei piedi. Una novità piacevole ma Ciccio voleva la sua parte e l'ebbe quando la pulsella ci montò sopra. Fu un'entrata rapida perchè la vagina era letteralamente inondata, la zozzona era talmente bagnata che qualche goccia si sparse sulle lensuola! Ci sapeva fare la baby, riusciva a strofinare il clitoride sul pene emettendo urletti di piacere e seguitò a cavalcare il suo cavaliere provando orgasmi multipli, altro che 'sono stata educata dalle Orsoline', se le povere monache lo avessero saputo! Ciccio era rimasto in pisizizone eretta, l'età prolunga i tempi dell'eiaculazione. La signora che ti fa? Va in bagno e ritorna con un tubetto per lubrificare il buchino posteriore, si mette in posizione ovina, guarda in faccia Rik che, capita al volo la situazione, provvide alla bisogna.Entrava lentamente, centimetro per centimetro, aveva provato una certa resistenza, non voleva far troppo male alla signora, finalmente la spada entrò sino all'elsa. Ciccio cominciò a godere, madame se ne accorse ed aumentò il ritmo sino a quando Riccardo dette il colpo finale come nei fuochi d'artificio. Così finì l'inconro fra i due, un'incontro indimenticabile! Al rientro a casa Arianna aveva stampato in viso un bel punto interrogativo. "La signora ha recuperato parte dei soldi spesi dal marito!" fu il commento di Riccardo. Passarono vari giorni senza novità sin quando: Caro, Nullo vorrebbe una mia foto significativa." "Specifica il termine 'significativo'." Possibilmente in bianco e nero, vestita succintamente, prezzo da stabilire." Riccardo non era molto d'accordo ma per le insistenze della moglie si fece convincere. Cercando fra le foto da lui stesso stampate, ne selezionò alcune finchè ne scelse una, sicuramente la più bella: Arianna appariva con un sorriso splendente, una camicietta nera trasparente che lasciava intravvedere il seno, un reggicalze con mutandine alla brasiliana, si intravvedeva perfettamente una nera foresta. "Quanto gli chiederai? A questo punto vorrei conoscere se la gentile consorte gli ha confessato il nostro incontro ravvicinato, chiediglielo." Il giorno successivo al rientro a casa di Arianna. "Prima voglio mangiare poi ti racconto." "Appena ricevuta la busta Nullo si è chiuso in bagno e ne è uscito dopo circa un quarto d'ora rosso in viso, scommetto che si era sparato un bel segone, va matto per me. Mì ha sdetto d'aver saputo dalla consorte del vostro incontro, nessun commento." Due giorni dopo:"Caro Riccardo l'ultima novità, Nullo ha fatto vedere la foto alla moglie che, nel vederla è rimasta, come dire, impressionata, non so se è il termine giusto,  ha anche detto di voler fare una gita insieme all'agriturismo 'La baracca dei Nebrodi'. A questo punto sono curiosa, vorrei andarci." Riccardo pensò: "Nullo si è scopato mia moglie, altrettanto io con la sua e così siamo pari per modo di dire perchè il pollo ha sganciato 40.000 euro ma quest'incontro a che fine?" "Ci vengono a prendere con la loro macchina, appuntamento alle 10 nel nostro cortile." Era primavera, Arianna indossava un vestito fantasia, leggero, quasi trasparente con ampia gonna. All'arrivo della Volvo un collettivo asettico 'buon giorno' poi la partenza. Nssuna conversazione, forse un pò di imbarazzo, prima dell'ingresso in autostrada Claretta ferma la macchina: la conversazione langue, propongo che Riccardo sieda vicino a me e Nullo dietro con Arianna, che ne dite?" Proposta accolta. Arianna e Nullo presero a parlare ma il rumore del motore dell'auto impediva di sentire le loro parole. Clara aveva indossato anche lei una gonna molto larga, quando si dice la malignità! "Noto che guidi molto bene, sei sicura e veloce." Guardando nello specchietto di cortesia Riccardo notò che Nullo si era molto avvicinato ad Arianna che, però, mostrava di non gradire molto la vicinanza e si era spostatab all'estremo del sedile. Riccardo ne approfittò per insinuare la mano sotto la gonna della guidatrice che si guardò bene dal protestare (che cosce morbide!).
    Al casello la mano fu ritirata ed il viaggio proseguì fra tronanti sicchè giunsero a destinazione. "Riccardo guarda che panorama magnifico, si vede pure il mare." "Arianna: "Lasciamo da parte i convenevoli, sappiamo tutti come sono andate le cose, tutti d'accordo?" Chi tace...Sorrisi da parte di tutti, Riccardo si trovò sottobraccio di Clara ed altrettanto fece Nullo conn Arianna. Dopo aver gironzolato nel giardino sottostante, i quattro fecero l'ingresso nel locale. Al loro arrivo un premuroso signore, sicuramente il padrone,venne loro incontro. "Sono il signor Ciavarella, ho prenotato per quattro, se possibile vorremmo una saletta riservata." Furono accontentati o meglio fu accontantato Nullo che aveva avanzato la richiesta per secondi fini pensò Riccardo. La conversazione fra Riccardo e Claretta era costante, sorrisi, battute, qualche barzelletta mentre fra Arianna e Nullo languiva. Fra l'altro Nullo mangiava poco al contrario del solito tanto che la consorte: "Caro ti senti bene, ti vedo palliduccio." "No cara tutto bene." A questo punto un'alzata d'ingegno di Riccardo: "Col pollo mi sono unto le mani, vado a lavarmi." "Clara: ti seguo, anch'io mi sono impiastricciata." Incontrarono un cameriere: "Io e mia moglie vorremmo lavarci, dov'è il bagno?" Appena all'interno, chiusa a chiave la porta, un polipo entrò nella bocca di Riccardo il quale ricordava bene il precedente, per accontentare 'ciccio' già in posizione orizzontale, piegò a 90 gradi l'accondiscendente Claretta e la penetrò selvaggiamente, ben assecondato dall'interessata. Dopo circa venti minuti uscirono dal bagno ridendo allegramente come due studentelli in gita scolastica. Al tavolo Nullo: "Anch'io mi sono sporcato le mani, Arianna mi fai compagnia?" Malvolentieri l'interessata fece un segno d'assenso. "Ragazzi quando domandate dov'è il bagno dite che siete marito e mogglie come abbiamno fatto noi!" Dopo circa un quarto d'ora rientro dei due al tavolo, Nullo rosso in viso, Arianna con la faccia annoiata. Riccardo all'orecchio di Claretta: "Scommetto che tuo marito voleva scopare o farsi fare un pompino ma si è dovuto accontentare di una sega!" Gran risata di Claretta. Il quartetto sembrava affiatato, sembrava.Riccardo il più fortunato viaggiava alla meraviglia: moglie e amante, Arianna marito e amante (malvolentieri), Claretta, messi da parte i vibratori, l'amante, Nullo il più sfortunato solo le briciole: nessuna rapporto con la consorte, amante col contagoccie e talvolta il vibratore per il suo poco nobile popò. Così vissero a lungo...Come nelle favole di Esopo anche in questa storia c'è una morale: nella vita c'è chi gode alla grande talvolta a spese dei meno fortunati.

  • 29 agosto 2014 alle ore 14:52
    Michelangelo Buonarroti

    Come comincia: (Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)
     
      Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio, così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo. Lassù, in mezzo alle nuvole come un uccello con le ali spiegate, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un chiaro spettacolo della natura!
    Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati e il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto la testa.
    «Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù.»
    Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto le palpebre più volte, incredula e atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
    «Mi… Michelangelo.» balbetto in un sussurro.
    «Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale, avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!» sbotta irato.
    Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata e indispettita al contempo.
    «Leonardo non era effeminato!» ribatto.
    A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
    «Osi negare l'evidenza?» borbotta.
    «Lui era dolce, bello, elegante…»
    «Oddio, eccone un'altra!» esclama inorridito.
    Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
    «È vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?»
    «Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.»
    «Hai attirato l'interesse del Magnifico.»
    «Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.» aggiunge e la voce gli si incrina un po’, tradendo l'emozione.
    Provo a immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
    «Sbaglio o ammiravi Savonarola?» domando.
    «I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo e alla Sua umiltà.»
    «Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!» esclamo sbigottita.
    Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
    [images3] «Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.»
    «Quel taccagno!» e sembra che sputi le parole. «Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato e ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.»
    «La famosa Pietà.» mormoro incantata.
    Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
    «Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.»
    Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andasse d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe e irascibile. Eppure tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
    «La fama a soli ventitré anni. Da allora sei stato richiestissimo.»
    «Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.»
    «Lo dici come se fosse la cosa più facile del mondo!»
    Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
    «Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.»
    Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
    «E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?» domando.
    Fa un gesto stizzito con la mano, si agita sul sedile e a me incute un po' di timore.
    «Io e lui…»
    «Lui Leonardo?» specifico.
    «Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…»
    «Giulio II, il papa battagliero?»
    «Proprio lui.»
    Sogghigno e provo a immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi e insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli!
    «Quindi niente più raffigurazione a Palazzo Vecchio.»
    [images1] «No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.»
    Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
    «Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.»
    «Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?»
    «Certo, nella basilica di S. Pietro in Vincoli.»
    «Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.»
    «E il papa?»
    Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
    «Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.»
    «Sì, però alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".»
    «Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?» borbotta incrociando le braccia sul petto.
    Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando.
    «Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?» sbraita irritato. «Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito e alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a spiare senza commentare e poi, una volta terminata e aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!»
    Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
    [images2] «Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,» racconta, «e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ciò nondimeno alla fine l'ho fatto.»
    «E quale mirabile meraviglia!»
    Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
    «Li hanno coperti.» commenta lapidario.
    Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero turbato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi a ogni membro.
    «Sì, però noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.» rispondo con soddisfazione.
    «Voi progrediti?» ripete inarcando un sopracciglio.
    Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
    «Quale assurda pretesa.» mormora scuotendo il capo.
    Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che ci esalta, noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
    «Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.»
    «A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo trapassato: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.»
    «Anche Tommaso Cavalieri.» insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
    Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
    «Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.» lo sfido alzando il mento.
    Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
    All'improvviso si sporge verso di me e indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, bensì aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono rimasta a bocca e occhi spalancati. La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto e una hostess mi fissa sorridendo affabile, offrendomi dell'acqua.
    Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

  • 25 agosto 2014 alle ore 20:53
    operazione acqua pulita

    Come comincia: Mi presento
     
    Mi chiamo Elio e l’acqua è il mio mondo.
    Sì mi chiamo Elio, come il gas nobile che fa volare in cielo i palloncini in lattice, quelli tutti colorati e dalle forme più bizzarre, che si vedono spesso nelle fiere di paese.
    Un giorno ho chiesto a mia madre il motivo della scelta di quel particolare nome, mi ha risposto che era il nome di mio nonno materno e, come per discolparsi, ha aggiunto che non poteva immaginare che il suo unico figlio sarebbe stato appassionato di nuoto, attratto dall’acqua e non dall’aria.
    Come spesso accade ho iniziato nuoto da bambino perché ero mingherlino e avevo problemi alla colonna vertebrale, così i miei genitori mi portavano in piscina due o tre volte a settimana. Ho provato anche altri sport, quelli di squadra, ma non riuscivo a essere felice, orgoglioso dei miei risultati come quando sono da solo in acqua, solo contro il tempo, e per vincere devo basarmi soltanto sulle mie forze, senza dipendere da nessun altro.
    Per comodità, da molto tempo, tengo i capelli rasati quasi al massimo. I capelli lunghi non li ho mai sopportati, troppo tempo sotto l’asciugacapelli dopo gli allenamenti. Per non far notare troppo la differenza non mi faccio neanche crescere la barba: appena è di tre, quattro giorni e si nota la differenza con la testa mi dirigo in bagno e mi rado, con pennello e rasoio. Sì, potrei anche usare le macchinette elettriche per tagliare tutto, barba e capelli, ma mi piace sentire l’odore del sapone che monta e la sensazione di freschezza della rasatura. E poi me l’ha insegnato mio padre.
    Inoltre ho paura che, se non mi sbarbassi, la gente mi griderebbe frasi del tipo: “Hai montato la testa al contrario?”.
     
    Il centro sportivo lo frequento diversi giorni a settimana e conosco la maggior parte delle persone che vanno lì regolarmente.
    È un posto molto grande, con piscina, campi da calcetto e da tennis, sauna e palestra.
    È il luogo che considero come la mia seconda casa, o almeno lo era fino a poco tempo fa.
    Dall’arrivo di quel palestrato di Giorgio, non è più così. Giorgio, detto “Bullone” sia per i suoi modi di fare da spaccone sia per il tatuaggio sul collo.
    Lui è il capetto del reparto palestra. Se hai bisogno di qualcosa te la trova subito. Soprattutto sostanze per riuscire a recuperare in poco tempo le forze perse, durante gli allenamenti. Dice che non sono proibite, ci sto facendo un pensiero … 
    Ha una gran bella macchina che io non mi potrei mai permettere e sinceramente non capisco neanche come la possa mantenere lui.
     
    Quando entro in piscina sono in armonia con il mondo. Nella mia vita ho imparato a distinguere i problemi in due categorie: o rimanevano fuori dall’acqua o entravano lì con me. I primi non erano importanti, i secondi a fine allenamento, dopo una lunga nuotata, avevano trovato una loro soluzione, o almeno qualcosa di molto simile.
    I miei allenatori sono stati pochi e tutti importanti: mi hanno fatto crescere, maturare, sia come atleta, sia soprattutto come uomo.
    Quando sono completamente sommerso dall’acqua mi sento libero all’ennesima potenza. I gesti sembrano più lenti, ma è lì che riesco a dare il meglio di me. La virata è il mio pezzo forte, quello dove riesco ad accumulare distacco dagli avversari.
    Odio stare sopra il trampolino, invece. È un posto che non sopporto: l’unico pezzo di ferro in un mondo d’acqua! Ho sempre paura di scivolare e farmi male, non riesco a dare il meglio di me. Non mi mai è mai passato per la testa di scegliere i tuffi come specialità!
    La doccia è la degna conclusione degli allenamenti. Quando sento l’acqua calda scorrere addosso ai muscoli intorpiditi, sento un gran sollievo. È in quel momento che penso al mio domani, al mio futuro. Il rumore dell’acqua che scorre via sulle mattonelle lucide del pavimento per finire dentro lo scarico è una specie di musica.
     
    Ora sono a un punto di svolta della mia carriera di sportivo, un punto di non ritorno. È anche per questo che sto scrivendo queste pagine. Anche se non so se le farò mai leggere a qualcuno, alla mia famiglia, alla mia ragazza, al mio allenatore.  
    Devo capire se voglio diventare un professionista e quindi trasferirmi in un'altra città oppure rimanere qui in provincia, dove ho già vinto tutto e posso solo migliorarmi contro il cronometro e vedere passare il tempo e le generazioni future, invecchiando senza troppi patemi d’animo.
    Siamo in pochi ad avere questa possibilità e credo che alcuni miei compagni di squadra, abbiano iniziato a “barare”, aiutati da Bullone. Non mi piace fare la spia, ma il sospetto ce l’ho...
     
    Aprile
     
    Mi chiedo perché continuo a scrivere questo diario. Forse è un modo per non sentirmi in colpa su ciò che credo di sapere e non voglio scoprire? O forse vorrei anch’io diventare cliente di Bullone e fregarmene di tutto? 
    Non so di chi fidarmi... ho dei sospetti anche sul mio allenatore, Carlo: credo che sia d’accordo con lui, con Giorgio.
    I miei genitori? Hanno già tanti problemi, non posso aggiungere loro questo macigno, non lo sopporterebbero.
    La mia ragazza? Ci frequentiamo da troppo poco tempo. Se sapesse temo che scapperebbe via e non voglio rischiare la nostra relazione.
    Non so se andare a denunciare la cosa dai Carabinieri o alla Polizia, ma non ho prove, solo supposizioni. Magari mi chiederebbero di diventare una spia, di fare l’infiltrato, entrare in contatto con quelli di cui sospetto, cercando di farli ammettere e non so se ne sarei capace.
    Intanto i risultati in vasca iniziano a peggiorare. Il problema è che in poche settimane alcuni miei compagni mi hanno surclassato. Tengono delle capsule nei loro armadietti, mi hanno detto che sono energizzanti, integratori naturali tipo ginseng,erba mate, maca, germe di grano, guaranà, spirulina, la crema di Budwing e altre cose simili... Io personalmente conosco poco queste sostanze... ci sarà da fidarsi?
    Non so se andare dal dottore da cui vanno gli altri a farmele prescrivere: mi hanno dato il suo biglietto da visita e io non l’ho gettato via, l’ho riposto nello scompartimento più nascosto del portafoglio, senza pensarci troppo.
    Da quel giorno c’è un’immagine che ricorre spesso nella mia mente, il nome e il numero stampato sul biglietto: prendono vita e mi si avvicinano. Sta diventando un incubo...
     
    Maggio
     
    Eccomi qui, seduto nella sala d’attesa del dottore, non ci sono molte persone sedute. Ho preso appuntamento, voglio fare una visita, almeno voglio provarci.
    La segretaria mi ha fatto cenno di entrare. Il dottore non è come me lo sono immaginato, davanti a me c’è un bell’uomo, chissà perché me lo immaginavo grasso, con una vistosa pelata. Dopo essermi presentato e avergli fatto il nome del centro sportivo, come se fosse una parola magica, è diventato più gentile, ma anche più pacato nei modi, tranquillo, rilassato.
    Tra i vari discorsi, allora, ho voluto inserire anche il nome di Giorgio e del mio allenatore Carlo. Ma lui mi ha guardato in modo enigmatico, quasi di rimprovero, come se quei nomi non si dovessero mai pronunciare, come da bambino, quando dicevi una parolaccia davanti a tutta la famiglia.
    Mi ha visitato in quattro e quattr’otto e mi ha lasciato una ricetta bianca, direi quasi anonima se non fosse per il timbro e la firma, se vogliamo chiamare così questo scarabocchio. Mi ha anche raccomandato di non esagerare con le pillole... No, niente ricevuta né fattura...
    Il dottore non era nel mio quartiere, quindi ho chiesto alla segretaria dove trovare una farmacia nelle vicinanze. Me ne ha indicata una a pochi metri dallo studio. Sono entrato come se dovessi rapinarla: testa bassa, bavero della giacca rialzato, mi sono diretto al bancone cercando di non incontrare lo sguardo di nessuno. Qui non mi conoscono ma non voglio correre rischi, un conoscente può sempre sbucare all’improvviso da dietro l’angolo. La dottoressa dietro al bancone mi ha chiesto se avevo la tessera sanitaria per scaricare lo scontrino dalle tasse, ma le ho risposto di no, volevo solo sbrigarmi!
    Tornato a casa ho subito cercato su internet le sostanze contenute nelle pillole dentro al flaconcino. Non contento, ho letto anche le “istruzioni per l’uso”, quei foglietti scritti in caratteri piccolissimi, che una volta aperti ti passa la voglia di prendere la medicina e che nessuno riesce a ripiegare in modo corretto e riporre nella custodia.
    Come mi sento, ora? Non lo so. Non so se fidarmi e iniziare a prenderle oppure buttarle nel gabinetto, come accade nei film quando il tossico viene sorpreso dalla polizia in casa con la droga.
    Domani le nasconderò nell’armadietto della palestra, le metterò in fondo, dietro al beautycase uso dove tengo le cose per la doccia.
     
    Giugno
     
    Adesso che si sa che sono andato da quel medico, gli atteggiamenti da parte dei miei compagni nei miei confronti sono migliorati. Io ancora non ho provato quelle pillole, ma glielo sto facendo credere. Alcuni discorsi mi fanno paura, qualcuno ha parlato delle mie “medicine”, dicendo che anche lui aveva “iniziato così”...
    “Iniziato? Ma io non ho cominciato nulla, io le prendo solo come energizzanti, per riprendermi dalla fatica, rimettermi in forze velocemente”.
    “Sì, lo pensavo anch’io in principio! Poi mi hanno convinto a prendere qualcosa di più potente... Stai cominciando a salire su una scala mobile, ma non vedi la fine, e soprattutto, come tutte le scale mobili, non puoi fermarti né tornare indietro, e neanche scendere, puoi solo andare avanti!”.
    Anche Bullone ora mi considera suo “amico”, ma ho paura che se le mie prestazioni non migliorano capiranno che li sto ingannando. È qualche mese ormai che questa storia va avanti, ancora non ho deciso se tentare il passaggio a professionista, ma il tempo sta per scadere.
    Ieri notte ho anche dormito male, tra me e me ho dato la colpa a quello che avevo mangiato. Mi sono alzato dal letto e ho aperto la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Per fortuna è estate e il tempo lo permette. Davanti al panorama il tempo passava, ma io ero sempre in balia dei miei dolori. E dei miei pensieri.
    Le ferie si stanno avvicinando, ma io non ho programmi per quest’anno né voglio pensarci!
    Fare come fanno tutti? Cercare di capire cosa sta succedendo? Andare a denunciare questo giro? Non lo so, non lo so, non lo so! Comunque non oggi, forse domani.
     
    E voglio anche smettere di scrivere questo diario.
     
    Luglio
     
    Era da quasi un mese che non scrivevo più, ma ho dovuto riprendere!
    È successo! Tutti lo conoscevano nel quartiere, tutti pensavano che sarebbe capitato prima o poi… Giorgio è stato arrestato!
    I poliziotti l’hanno preso in una retata, l’altra sera, in un pub malfamato. Lui confessa dice di essere innocente, ma le accuse a suo carico pare siano molte. Sembra che la Polizia lo consideri un pesce piccolo, comunque.
    Sicuramente Bullone aveva dei capi a cui doveva dar conto, lui si occupava della nostra zona e la sua specialità era trovare “carne fresca”, atleti giovani, come me. Non si sa chi lo abbia tradito, si fanno due ipotesi: uno dei suoi collaboratori o uno che si riforniva tramite lui, come me.
    Ora lo interrogherà e probabilmente inizierà a parlare, a dire quello che sa. Ho paura! L’angoscia mi soffoca.
    Ho seguito il telegiornale regionale con molta attenzione, è stato uno dei primi servizi mandati in onda.
    Il capo della squadra mobile ha spiegato che avevano già molte prove e che hanno voluto chiudere l’operazione in fretta, prima di una prossima gara sportiva molto importante. L’hanno chiamata operazione “acqua pulita” e hanno detto che sicuramente “ci saranno altri sviluppi”.
    Ho paura che queste novità riguarderanno anche me, che magari mi vengano a prendere a casa!
     
    Sono passati un po’ di giorni, io ho scelto di non andare più in piscina, voglio che si calmino un po’ le acque.
    Che bello il silenzio: nessuno parla, nessuno può criticare, nessuno può insinuare, nessuno può accusare...
     
    Non c’erano novità sulle indagini, eppure oggi il primo servizio al telegiornale era dedicato proprio all’operazione “acqua pulita”.
    Carlo è stato trovato impiccato nel suo ufficio vicino alla piscina. Lo ha scoperto la mattina presto la donna delle pulizie, entrando nella sede della polisportiva.
    Ha lasciato un biglietto d’addio: “Non posso andare in prigione. Chiedo scusa a tutti, ma non posso continuare a vivere così. Chiedo scusa per il male che ho fatto! Non volevo. È stato qualcosa di più grande di me… Carlo”.
    La polizia stava indagando su di lui. Gli agenti hanno trovato alcuni documenti compromettenti nel suo portatile personale,  anche se prima di morire Carlo aveva provato ad eliminare tutto il contenuto dell’hard disk. I tecnici informatici della polizia però sono riusciti a recuperarli. Ci sono tabelle piene di nomi, medicinali e conti.
    La piscina rimarrà chiusa fino a quando le indagini non saranno terminate.
    Ho pianto in camera mia, da solo, come quando ero piccolo, giocavo con gli amici, cadevo e mi sbucciavo il ginocchio. Allora, però, cercavo con gli occhi mia mamma per gettarle le braccia al collo e farmi consolare.
     
    E’ arrivata, è tra le mie mani, tremo.
    Una lettera da parte della polizia. La apro con il batticuore. Mi hanno invitato a presentarmi al commissariato domani mattina, alle ore 9.00. Mi dico che non può essere una situazione così preoccupante: tra le righe leggo la frase “come persona informata sui fatti”. Ho tirato un sospiro di sollievo così forte che forse i vicini di casa l’ hanno sentito! Porterò con me il flacone delle pillole, la ricetta e questo diario, mi darà forza.
     
    Ottobre
     
    Il giudice ha deciso di non procedere contro di me! Ho trattenuto le lacrime a forza quando l’ho saputo! Ha detto che è stata importante la mia disponibilità a chiarire da subito la mia posizione. Il fatto di non aver mai preso le pillole che il medico mi aveva prescritto, poi, mi ha salvato: la vita e il futuro. Inoltre nel computer di Carlo non è stato trovato nessun indizio a mio carico. Il mio nome e cognome non comparivano, era venuto fuori solo da alcune dichiarazioni di Bullone.
    Non so chi o cosa devo ringraziare, la fortuna, forse la mia paura. O è stata la forza di volontà che non mi ha fatto cedere alla tentazione? Adesso devo rimboccarmi le maniche e dare il meglio di me.
     
    In questi giorni, in piscina campeggia questo cartello:
     
    Apertura del centro polisportivo
    Nuova gestione
     
    Corsi di:
    nuoto
    acquagym
    pallanuoto 

    campi di:
    calcio a cinque
    calcio a sette
    tennise tanto altro!!!!
     
    Accorrete tutti!!!!
    Che cosa aspettate?
     
    Per info rivolgersi in segreteria nei seguenti orari:
    Lunedì - venerdì: 10-13 17-20
    Sabato: 10-13.
     
    E in fondo all’avviso queste parole:
    Istruttore di nuoto: Elio Vitale.
     
    La nuova società mi ha contattato proponendomi questo lavoro! Quando me lo hanno detto non ci volevo credere: dopo essere stato a un passo dalla prigione … Ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo …
    Dovrò studiare, seguire un corso e prendere un brevetto di “Docente istruttore di nuoto”.
    Ho deciso. Rinuncio ai miei sogni agonistici, alla carriera, farò l’insegnante.
    Istruttore di nuoto: ai miei allievi spiegherò che l’importante è divertirsi e dare il meglio di sé, onestamente, senza imbrogliare.
    Mi viene da piangere, ma questa volta di gioia!
                                                                                                           

  • Come comincia: Il Parente di Famiglia nasce nell’agosto del 1940, in seconde nozze, quarto dopo tre fratelli di prime nozze. Non sappiamo come abbia trascorso i primi di anni d’infanzia caratterizzati dalla guerra. Sappiamo solo che suo fratello maggiore sfollò a Campagna (SA) e si trovò sotto le macerie dell’unico bombardamento inglese andato a  buon fine (si fa per dire) su Campagna, uscendone fortunatamente abbastanza illeso. Ma del parente di famiglia non sappiamo nulla. Le prime notizie che abbiamo su di lui risalgono al ’51, alla nascita della sua sorellina. Pare che il padre  gli abbia sottolineato il lieto evento con le parole: “E’ nata colei con cui devi dividere le proprietà di tua madre”. Non sappiamo se queste parole furono quelle determinanti per la sua psiche o vennero solo a sigillare un modo di essere già in atto.
    Ad ogni modo il ragazzo cresce, si diploma ragioniere ed entra in banca.
    Il padre ha costruito una casa di due piani per la famiglia. Vi aggiunge un’ala per ricavare due appartamentini per i figli maggiori già sposi. Il padre provvede alla struttura. I due figli provvedono da soli alle rifiniture ed ai pezzi d’opera. Il maggiore si stabilisce in quello al pian terreno. “Perché mio padre mi vuole vicino” è la versione ufficiale. “Perché doveva correre a separare il padre ed il fratello quando si afferravano” è la versione della moglie.
    Alla fine la casa viene divisa in quattro appartamenti. Per il Parente di Famiglia, il padre aveva stabilito che gli venisse acquistato un appartamento fuori di lì. "Altrimenti questo vi farà vedere i sorci verdi", dice. Invece i fratelli costruiscono un ampio appartamento sopra l’ala nuova e parte di quella vecchia. L’operazione è completamente priva di costo per il Parente di Famiglia. Non sappiamo se questo o altro sia stato l’evento che gli abbia inculcato in testa che i fratelli avessero l’obbligo di mantenergli la casa vita natural  durante.
    Anni dopo il Parente di Famiglia si lamenta d’infiltrazioni dal soffitto ed, ancora senza costi per lui, gli viene costruito un bel tetto sulla testa.
    Diventa grande amico di un ragioniere commercialista con cui divide informazioni su investimenti. Fatti suoi. Gli piace anche dare soldi in prestito. Credo anche questo fatti suoi, purché gli interessi non superino il tasso d’usura. 
    Intanto il fratello maggiore si è trasferito altrove.
    Gli anni passano. Anche la sorellina si sposa. Riceve spesso la visita del fratello che le dice: “Io devo sapere quello che è mio”. 
    Intanto la manutenzione della palazzina lascia a desiderare. La sorella che abita a pianterreno ha infiltrazioni di umido dal terreno. Occorre fare i lavori, ma non si fanno. Si attende sempre che provveda il fratello maggiore.
     Anche il secondo fratello lascia la casa ed il Parente di Famiglia prende in mano la gestione spicciola della palazzina.
    Comiciano a staccarsi pezzi d'intonaco, ma non si fa niente.

    L’affettuoso Parente di Famiglia esterna il suo affetto, il suo rispetto e la sua gratitudine per il fratello maggiore, da cui tante attenzioni ha ricevuto, facendogli visita a Natale presentandosi con un panettone.
    Intanto la sorella esegue dei lavori nelle proprietà che ha ricevuto dalla madre. L’affettuoso Parente di Famglia le fa causa per danni spillandole dieci milioni (delle vecchie lire). Non sappiamo se fosse già sua intenzione o una levata di scudi dei fratelli l’abbia indotto a tornare almeno parzialmente sui suoi passi, fatto sta che restituisce quei soldi alla sorella facendo due buoni di cinque milioni ciascuno ai due figli della sorella. Però continua a trattare male il marito della sorella e dà in escandescenze e gli imputa la colpa ogni volta che il cancello della palazzina si rompe. Cancello che si rompe spesso ed aggiustato da una ditta di fiducia del Parente di Famiglia.
    A 52 anni il Parente di Famiglia va in pensione ed ha più tempo per dedicarsi alle sue attività preferite.
    Si realizza l'impianto di messa a terra nelle scale, in contemporanea il Parente di Famiglia si ristruttura e rinnova l'impianto elettrico a casa sua. 
    Anche la sorella lascia la palazzina ed entra un nuovo proprietario. Si fanno i lavori per l'umido dal terreno. Direttore dei lavori un nipote del Parente di Famiglia.
    La figlia del  fratello maggiore va a vivere nella palazzina.
    Il Parente di Famiglia presenta un preventivo per infiltrazioni d'acqua dal terrazzo scritto con una Olivetti uguale alla propria. La nipote non sa quando, se e cosa sia stato fatto. Paga solo le quote richieste. Pochi mesi dopo chi abita sotto il terrazzo, amica del Parente di Famiglia,  si lamenta di nuovo di infiltrazioni. “Ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”, chiede la nipote del Parente di Famiglia. Non riceve risposta e per un po’ non ne sente più parlare.
    Il fratello maggiore deve fare delle terapie. Il Parente di Famiglia, sempre sollecito e premuroso, insiste per essere lui ad accompagnarlo.
    Un anno dopo è il marito della nipote del Parente di Famiglia a svolgere il ruolo di amministratore del condominio. Il Parente di Famiglia non versa mai le sue quote. Continua ad effettuare, non richiesto, spese per il condominio e chiede che le sue quote gli siano compensate per le spese sostenute. Non contento contesta sempre i conti del nipote.
    Il nipote deve anche occuparsi dei calcinacci che cadono da vent'anni, delle pluviali non immesse in fogna, dei danni vecchi che escono fuori, della pitturazione della scale che attende dal tempo in cui fu messo mano all'impianto elettrico, etc. etc.
    Il Parente di Famiglia che quando faceva l’amministratore-ombra non tollerava domande, altrimenti erano urla, e non mostrava mai fatture, contesta in continuazione i conti del nipote e chiede di avere (ed ottiene)  le copie di tutte le fatture e ricevute.
    Quando il nipote dà le dimissioni, il Parente di Famiglia contesta ancora i suoi conti e si rifiuta di pagare quanto richiesto: 198 euro. Riconosce solo un debito di 33 euro. Per tacitarlo, l’assemblea accetta la sua proposta: dividere i 165 euro rimanenti in parti uguali.
    Pochi mesi dopo il Parente di Famiglia cambia idea e manda una citazione al nipote: adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali, però, attesta, ha pagato di sua iniziativa 216 euro al giardiniere quindi cita il nipote perché gli versi i 18 euro di differenza. La citazione viene da un avvocato genero dell’amico ragioniere commercialista.
    Il nipote si era già rivolto ad un avvocato. L’avvocato dice che è sua abitudine ispezionare i luoghi per rendersi conto della situazione. Quello che vede è di suo gusto.
    Il Parente di Famiglia torna a fare l'amministratore-ombra.
    Sottrae 140 euro alla nipote nel bilancio ordinario e le fa avere un decreto ingiuntivo per 240 euro senza alcun documento valido a sostegno.
    La nipote paga. Tre mesi dopo l'ufficiale giudiziario minaccia di sfondarle la porta di casa, come se non avesse pagato. La nipote apre gli occhi. Lo zio agisce da "Amico di Famiglia": vuole mangiarle l'appartamento. 
    Il Parente di Famiglia scrive una lettera di calunnie contro il nipote accusandolo in pratica di aver rubato 80.000 euro (evidentemente gli operai che hanno  installato impalcature e lavorato per tre anni lo hanno fatto gratis). Invia copia della lettera anche ai parenti. Invia la lettera anche all’avvocato del nipote che gli fa presentare denuncia per calunnia.
    Si sposa la figlia del Parente di Famiglia. Il Parente di Famiglia cerca di far avere un biglietto alla nipote dicendo che dovevano tornare ad essere una famiglia, etc. etc. Ma non interpreta il suo ruolo di colomba che reca il ramoscello d’ulivo con il ritiro della citazione in cui chiede 18 euro. Non si presenta con una lettera di scuse. La nipote lo ignora.
    La figlia del Parente di Famiglia si sposa, godendo per lo scenario delle sue foto della palazzina rimessa a nuovo grazie al lavoro di amministratore del cugino acquisito. Come previsto, il giorno dopo il matrimonio il nipote acquisito del Parente di Famiglia riceve la lettera raccomandata di un altro avvocato che chiede i documenti che il Parente di Famiglia ha già in copia.
    Questo nuovo avvocato ha il papà anch’egli ragioniere commercialista. Poco dopo il nipote del Parente di Famiglia riceve un’altra citazione. L’avvocato con il papà ragioniere commercialista, evidentemente ignorando che come “consolidata consuetudine” il Parente di Famiglia non versava le sue quote condominiali, chiede 460 euro di rimborso.
    In più, senza portare alcun documento o prova, afferma che il nipote ha causato “grave danno”.
    Passano gli anni. Il Parente di Famiglia si avvicina di nuovo al nipote tentando l’approccio: lasciamo stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Non si sa a quale scopo o, meglio sì: si diverte di più nel lanciare le sue staffilettate quando l’altro ha abbassato la guardia oppure ogni tanto ha bisogno di rifarsi la facciata di "persona per bene" affezionato alla famiglia.
    Intanto continua a non versare le sue quote, ma a pagare di sua iniziativa le bollette del condominio chiedendo il rimborso o la compensazione e fa scappare tutti gli amministratori esterni che si sono succeduti nel tentativo di gestione del condominio. 
     
    L’avvocato del nipote, che aveva trovato la casa di suo gusto, lascia cadere nell’oblio la citazione in cui il Parente di Famiglia  riconosce che come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali e lascia andare avanti la seconda. Lascia cadere la richiesta di danni, tanto cara e divertente per il Parente di Famiglia. Non c’è consistenza. L’affare è altrove.

  • 25 agosto 2014 alle ore 12:37
    Anamour, Edizioni Creativa 2014.

    Come comincia: capitolo 2_ Solitario
    Gli tengo in piedi la casa perché da solo si perde, questo

    mi ha detto. Fa quasi tutto, ma poi gli manca

    l’attenzione al passar dei giorni e si trova con montagne

    di roba sul tavolo, nei lavelli, e polvere che appare su

    ogni cosa ... non se lo spiega, la vede lì, cresciuta dal

    nulla, e si ferma a osservarla.

    Ha voluto che ci conoscessimo a pranzo, appena arrivati

    in terrazza – era tutto apparecchiato per bene – si è

    presentato: mi chiamo Silvio, mi ha detto.

    Ha preso a parlare come un ruscello che sgorga, fragile,

    dal terreno e te ne accorgi quando la terra si fa scura

    caricandosi d’acqua.

    Così le sue parole, subito piccole, quasi casuali, si sono

    riempite di significato dando vita a un racconto troppo

    intimo per un primo incontro.

    Ora dice che, da quando le sue donne l’hanno lasciato,

    non è più interessato alla vita come vorrebbe.

    Vive di istanti che cuce l’uno assieme all’altro, ma fa

    fatica a cogliere un filo che li unisca come in una storia.

    Si trova solo da poco ma era da tempo destinato a

    questo stato.

    Ha fatto troppi errori che, sommati l’uno all’altro, hanno

    creato una situazione che mi sembra irrimediabile.

    Lo osservo un po’ inespressiva e lui riattacca a parlare

    come se si dovesse liberare di tante piccole noie, stese

    sull’anima come la polvere compatta di tanti giorni.

    Continua spiegandomi perché sta da solo in una casa così

    grande.

    Sua moglie, distratta, ce l’ha lasciato dentro ... senza

    chiedere nulla. Una volta ancora.

    Non ha mai chiesto nulla se non certezze, l’unica cosa

    che lui non avrebbe mai saputo darle.

    Cose come un bel sorriso quieto, una mano tesa

    immobile a mezz’aria, un pensiero cortese, una

    formalità ripetuta uguale a se stessa ogni giorno.

    Giunta allo stremo, nel colmo dell’insicurezza

    economica, ha deciso di partire.

    È scappata come davanti a un uomo violento. Fuggita da

    quelle ombre che incontrava ogni giorno, ormai da troppi

    anni.

    Sagome scure irriconoscibili, disegnate coi margini netti

    e tenaci di un’incomprensione sottile, colma di silenzi

    lontani.

    È sparita mettendo in fretta in borsa quei silenzi

    trasformati in distanze incolmabili. Punti interrogativi

    atrofizzati, timidi, che non meritavano più attenzione.

    Mi racconta tutto e, a questo punto, fatico a seguirlo.

    Un po’ in ansia per l’avvicinarsi dell’appuntamento che

    ho nel pomeriggio, osservo la cura con la quale serve il

    pasto come un atto mirato a calmarmi.

    Deve essersi reso conto di quanto tempo ha passato a

    parlare o, forse, si tratta semplicemente di un’abitudine

    costruita negli anni.

    Nulla che abbia a che fare col rispetto per l’ospite né,

    tanto meno, col fascino che le mie poche, attente,

    parole possono aver avuto al suo orecchio.

    Frasi brevissime sparse qua e là nei pochi momenti di

    silenzio.

    Utili per vendersi al meglio forse, e che mi trovano

    silenziosa ed esausta un attimo dopo esserci riuscita.

    Le risento stentate, forse troppo mielose per produrre

    fascino, me ne rendo conto al cambio di piatto al suo

    ritorno.

    Ho vissuto sempre dentro di me in questi primi mesi

    dopo il mio ritorno, attaccata e centrata sui miei

    pensieri.

    Tanto da scordarmi che il mio aspetto suonava in

    perfetto accordo con la mia voce: nulla oltre pulizia e

    ordine.

    Unghie pulite, non curate, capelli pettinati non

    immaginati, abiti anche troppo stirati, ma banalmente

    comodi.

    Nessun vezzo che esprima il mio amore per il ballo o

    trasformi qualsiasi altro sentimento in un tratto della

    mia immagine.

    Volevo quel preciso aspetto e, allo stesso tempo, lo

    pativo come una punizione.

    Allo stesso modo provavo un certo piacere a confortare

    quell’uomo ma non potevo che farlo in quel modo:

    sufficientemente programmato da sembrare solo

    corretto e un po’ freddino, ad alcuni forse addirittura

    falso.

    Comunque, stanca di quella lunga confessione,

    approfitto della sua assenza in cucina per il caffè o

    chissà cos’altro, mi bastano pochi secondi di vuoto sulla

    terrazza, il vapore caldo che producono ancora i tetti

    che tremano come in un miraggio e scappo via con la

    mente.

    I ricordi sono ancora lucidi, è passato poco tempo dal

    mio ultimo viaggio.

    Parto verso la pioggia quotidiana che segue le mattine

    ventose.

    Vedo le nuvole che scendono dalla cordigliera, il verde

    impenetrabile dei parchi del fine settimana e, lontani di

    giorno e prossimi la sera, i tuguri del bàrrio sulle prime

    pendici a est.

    Ogni colore vivido come gli schizzi di tempera sul foglio

    bianco della mia Stella, ogni foglia pesante dell’ultima

    pioggia subita.

    Sento il profumo della mia terra bagnata e l’odore dei

    freni della Transmilenio sui lunghi binari in discesa.

    La puzza del quartiere con le sue lucine fioche che

    ciondolano, lente, nel buio dei cavi elettrici rubati.

    La voce della gente ... per ultima, sfumata, quasi assente

    fino al silenzio e il suo viso, quello dell’uomo che mi ha

    costretta a fuggire.

    Un viso che sfuma via in fretta su quello di Silvio che

    riappare.

    Ordinato, capelli troppo pettinati anche lui come me ma

    diverso, mi guarda e si accorge che sono partita.

    Deve aver realizzato, anche se non lo spero affatto,

    l’aspetto innaturale di quel pranzo sulla terrazza.

    I tempi troppo dilatati per un primo incontro, l’intimità

    artificiale, forse anche la mia fretta inopportuna e

    improvvisamente vivace.

    Si scusa con poche parole informali, che confermano le

    mie sensazioni, e porta via tutto accatastandolo in

    cucina malamente, con qualche rumore.

    Salutandomi, davanti al caffè della moka, mi dice che

    non è la solitudine a dettargli le mosse e, che gli creda

    per cortesia, intendeva solo mostrare il giusto rispetto.

    Appena scese le scale mi chiama al telefono e mi dice

    che allora, se per me va bene, cominciamo pure da

    domani, e si scusa ancora.

    Ho passato qualche ora, al lavoro nel pomeriggio, su

    quelle due frasi “mostrare il giusto rispetto” e “se per

    lei va bene”, senza capirle.

    Dopo qualche settimana, avendo preso un po’ di

    confidenza, davanti a un altro caffè mi ha raccontato il

    perché della sua solitudine.

    Era una situazione più naturale, ero più presente anche

    io, oltre che libera nel pomeriggio.

    Produceva il busto di papa Giovanni, mi ha detto.

    Ogni anno ne aggiornava il disegno.

    Gli umori della gente inseguono il mutare del tempo e lui

    faceva lo stesso col busto del “papa buono”.

    Un giorno arriva un commerciante che gli propone di

    produrli in Cina.

    Lui, visto troppo vicino il nemico, decide di diventarne

    socio.

    Tre anni dopo le copie perfette del suo modello invadono

    tutti i negozi del Vaticano.

    Le scopre anche sulle bancarelle di Piazza Navona, senza

    che siano transitati dal suo ufficio commerciale e capisce

    che il socio orientale ha scelto di fargli la guerra.

    Di schianto si accorge dell’errore.

    Il fatturato che, di lì a poco, diventa un terzo del mese

    prima e sempre peggio.

    La gente che deve mandare a casa dopo mesi di lotte e

    salti del cuore.

    Non riesce a parlare a nessuno di ciò che nemmeno lui

    accetta.

    Una sera, però, abbandona il suo mutismo e decide che a

    sua moglie ne deve parlare.

    Sbaglia il momento o i modi forse.

    Lei non lo capisce o comunque non gli scusa l’errore.

    Anzi, di fronte alle cifre che le svela mano a mano che le

    domande si fanno più precise e pressanti, lo lascia e di

    colpo quel mutismo si trasforma in silenzio: puro,

    equilibrato e finalmente intimo.

    Le figlie vanno con lei e, poco dopo, lascia il lavoro

    anche l’ultimo dipendente dell’azienda, anch’essa ora

    colma di quello stesso silenzio che sembra ancora più

    assoluto e desolante per quanto è stato improvviso.

    Vede spesso le figlie.

    Ora lo guardano con gli occhi della madre, è normale

    dice, ma lui aspetta con quanta più calma riesce a

    tenere: cresceranno.

    Ha mollato, d’un botto, tutto ciò che parlava di sé: il suo

    ufficio, la politica, la finanza, il partito e gli eventi.

    Da allora passeggia per i vicoli del Vaticano nel tardo

    pomeriggio e, prima o poi, tornerà a lavorare, dopo che

    il tempo avrà cambiato umore.

    Mi racconta tutto questo non riuscendo a nascondere uno

    strano piacere che, di nuovo, non capisco.

    Sottolinea gli sbagli commessi col ritmo lento della voce.

    Sembra volerli memorizzare mettendoli in fila come i

    panni ad asciugare, ben stesi che non ti facciano patire a

    stirarli.

    Riesce a piangere solo quando suona la musica.

    Si chiude nelle note tutti i giorni dalle nove del mattino

    sino a quando vado via, verso l’ora di pranzo, attraverso

    Via del Boschetto.

    Prima di uscire lo vedo che apre la porta di quella

    camera col pianoforte enorme nero e lucido.

    Noto in lui uno sguardo un po’ più leggero, non certo

    spensierato ... sollevato piuttosto.

    Mi rivedo in quegli occhi quando affamata riesco a fare

    uno spuntino, piluccato tra un lavoro e l’altro.

  • 19 agosto 2014 alle ore 23:27
    Tu, che ci sei, non essendoci.

    Come comincia: Il nostro non fu un vero incontro o meglio, sono io che ti incontrai. Ciò che vedevo di te era poco, o quasi niente, una piccola ombra proiettata sul pavimento del negozio. Io aspettavo che la mia amica mi chiamasse per chiedermi quale fosse migliore tra una maglietta viola scolorita e un giacchettino a jeans borchiato, e tu invece eri da sola che, dall’altra parte della fessura, ti cambiavi continuamente. Erano le tue caviglie, quelle che vedevo sul pavimento, un cerchietto, che sembrava fosse d’argento, toccava la tua caviglia provocando un docile suono. Ti alzavi sulle punte per provarti il pantaloncino e poi aspettavi inerme qualche minuto, per decidere se ti stesse bene o meno. La mia amica, di nome Carla, mi chiamò, e mi riportò subito sulla terra ferma. Mi chiese che stessi facendo e io risposi con qualche monosillabo sottovoce. Commentai, e chiusi la porta, ma quando mi diressi dall’altra parte per continuare a sognare, e attendere la tua uscita da quel camerino, tu non c’eri più. Al tuo posto, fissa sul pavimento, c’era una piccola sedia con qualche vestitino sopra. Vidi un camicetta di pizzo bianco, forse troppo grande per il tuo docile corpo che immaginavo nella mia mente.
    Ciò che vidi di te, furono solo le caviglie, con dei lineamenti così precisi e morbidi, che leggiadri si muovevano sul pavimento. E poi il nulla, andai via, e pensai tutta la sera a quanto sarebbe stato bello incontrarti, al nostro primo appuntamento mancato, ai nostri viaggi persi nei sogni, e a te, che di te, non sapevo nulla.

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:30
    La passione e l'amore - seconda parte

    Come comincia: La marchesa si dilettava a parlare francese così l'Albertone poteva sfoggiare la sua lingua straniera preferita.
    Fuori dalla stazione tronegiava la Silver Cloud III. come sbagliarsi, ad un cenno di Alberto l'autista di precipitò a prendere la valigia dell'ospite e poi aprì la portiera posteriore dell'auto, Alberto la richiuse posizionandosi sul sedile al lato dell'autista.
    "Senta Alfredo, anche se lei è più anziano di me vorrei che ci dessimo del tu, i romani lo fanno non per invadenza ma per un rapporto più amichevole."
    "Come vuole lei, anzi tu."
    Il viaggio fu piacevole, pian piano l'auto percorreva strade in salita, sempre più in salita.
    "Alfredo fra poco arriveremo sulla cima dell'Etna!"
    "No signore, anzi Alberto, siamo quasi arrivati."
    Dinanzi ad un cancello Alfredo azionò un telecomando.
    "Vedi, là in fondo in quella dependence alloggiamo noi della servitù: Carmela la cameriera, Alfio il giardiniere e Cettina la cuoca."
    Al suono del clacson comparve Gea.
    "Benvenuto, mi segua, le mostrerò la sua camera, Alfredo..."
    "Alfredo ha finito il suo compito, la valigia me la porto io."
    "Colazione alle 13,30."
    "Ma io ho già fatto colazione...va bene ho capito."
    Alberto troppo tardi aveva compreso che i nobili chiamano colazione il pranzo, cominciava bene!
    Una sciacquata pantalloni beige, camicia a righe multicolori 'Armani', apeta sul davento per mostrare il pelo mascolino e via!
    Madame la marchesa giunse al braccio di Gea, molto signorile nel vestire sempre di nero ma di stoffa più leggera e senza gioielli.
    Un finto baciamano apprezzato con un cenno del capo dall'interessata ma non dalla dama di compagnia che lo immortalò con uno sguardo gelido.
    Pensiero di Alberto: "Ma guarda sta stronza!"
    "Anche se siamo lontani dal mare riesco a farmi pervenire pesce fresco: ho ordinato pappardelle cozze e vongole, aragosta olio e limone, tanti contorni e le alici marinate che non mancano mai nella mia dieta, il medico afferma che aiutano contro l'osteoporosi, faccio finta di crederci perchè mi piacciono."
    Dopo il caffè i tre 'emigrarono' in giardino.
    "Gea fà fare un giro nel parco al nostro ospite così digerirete, a me la solita sigaretta, l'unico vizio che pratico..."
    "Lei ha il senso dello humor, noi romani..."
    "Ce l'avete sin troppo!"
    "Gea non ama molto i romani, se vuole lei stessa le dirà il perchè."
    I due si incamminarono lungo un viale al centro di un prato all'inglese, lontano, dietro alberi di alto fusto, il parorama di Taormina.
    "Taormina è una città che amo, ci vado spesso perchè..."
    ""È la località preferita per le sue numerose conquiste, si vede subito da quell'aria di supponenza, questa cade ai miei piedi!"
    "Spero di no, sarebbe spiacevole che si facesse male, vorrei che diventassimo amici."
    Sino al rientro in villa silenzio totale. Gea era vestita collegiale:camicietta rosa chiusa sino al collo, ampia gonna nera, scarpe ballerine.
    "Allora com'è andata la passeggiata, le è piaciuto il mio giardino, Geab le avrà mostrato la voliera, era stata messa su da mio marito fran cacciatore..."
    Quella frase sospesa fece capire al bell'Alberto che i maschietti non erano benvoluti da quelle parti, fece buon viso a cattivo gioco:
    "Col permesso della signora marchesa vorrei visitare l'interno della magione."
    "Che bel vocabolo, oggi nessuno lo usa più, Alberto che studi ha fatto?"
    "Liceo classico ma come lingua straniera il francese, purtroppo oggi va dio moda l'inglese."
    "Io amo molto il francese, la mia insegnante era di madre lingua francese, potremo fare un pò di conversazione."
    "Io ricordo ancora delle poesie di La Martine e di De Vigny."
    "Un giorno me le reciterà, per ora col suo angelo custode giri per la mia magione."
    Al piano terra un grande salone arredato con mobili antichi, alle pareti scudi, alabarde, corazze e arazzi al centro un grande tavolo. Non erano di gusto di Alberto ma quasi sicuramente quello del defunto marchese amante della selvaggina femminile.
    Cena frugale e poi in giuardino, il clima fresco del mese di luglio allegrò la compagnia che appoggiò le proprie membra su sedie da giardino ben imbottite.
    "Gea per favore va a prendere il mio bocchinio e una sigaretta, lei Alberto non fuma?"
    "Il signore ha altri vizi." dopo la battuta Gea scomparve dietro una tenda.
    "Non faccia caso al comportamento di Gea, è stata sposata e poi abbandonata da un architetto romano che, guarda caso, anni fà ha conosciuto proprio al Bellini di Catania."
    "Ben strana coincidenza, cambiando discorso marchesa volevo dirle che sono pratico di fotografia ma sono anche un maresciallo della Guardia di Finanza, ero a teatro per fotografare un tale..."
    "Le assicuro che m'è venuto un dubbio nel conoscerla, aveva qualcosa di militare che mi ha incuriosito, e bravo il nostro maresciallo non appena Gea lo saprà..."
    "Farà salti di gioia!"
    "Importante che nkn sia un architetto!" La marchesa prese a ridire gioiosamente.
    "Gea indovina che professione esercita il qui presente Alberto, non ci azzeccherai mai!"
    Gea impallidì vistosamente.
    "No non è quello che pensi tu, il signore è un sottufficiale della Guardia di Finanza. ti piacciono le Fiamme Gialle?"
    Gea aveva incollato il suo sguardo sul viso del buon Albertone che stette a rimirarla con sguardo ironico.
    "Sono benemerite!"
    "No quelli siono i nostri cugini Carabinieri, noi non siamo nei secoli fdeli, il nostro motto è 'Nec recisa recedit."
    "In quanto a fedeltà ci credo, conosco il latino ma non capisco che c'è di tagliato che non recede."
    "A Gea, lassamo perde alla romana!"
    Alberto capì subito di aver fatto un errore, il romanesco nkon era gradito da quelle parti.
    "Ma io ho anche parenti veneti e lombardi, mia nonna..."
    "Lasci stare le parentele, non credo una parola di quello che dice."
    "Gea quando si arrabbia è più bella!"
    "Questa frase è la ciliegina sulla torta, a teatro facevo meglio a restare nel palco!"
    "Ragazzi tregua, intanto penso che siate coetanei e potete darvi del tu, Gea vorrei andare a dormire, non ho bisogno di te, accompagna Alberto nella sua stanza da letto..."
    Questa volta fu la marchesa a scoppiare a ridere.
    "Signora marchesa vedo con piacere che il qui presente le ha fatto tornare il sorriso. è da tempo che non la vedo così, spero tanto che il qui presente faccia lo stesso effetto su di me!"
    "Mi hai letto nel pensiero, Gea cerca di volermi bene, in fondo sono un povero diavolo che non ha colpa di essere nato sotto il cupolone!"
    "Buona notte povero diavolo, ti auguro sogni d'oro ma quello che tu pensi sarà solo un sogno!"
    Mah, poteva andare peggio, Gea prima o poi avrebbe mollato, forse..."
    Sveglia tipo militare:
    "Sono le dieci dormiglione, la marchesa è andata a Catania, mi ha assegnato il compito di essere al tuo servizio nel senso di servirti la prima colazione, che pensavi furbacchione..."
    "Il furbacchione vorrebbe farsi una doccia, scusa ma sento qualcosa nell'occhio sinistro, guarda un pò da vicino..."
    Quella era l'occasione buona, o la va...Alberto trascinò Gea sul letto; presa alla sprovvista la damina non reagì e forse era quello che desiderava, non si saprà mai, la conseguenza fu che i due cominciarono a baciarsi, via la gonna, via anche le mutandine, viam il reggiseno, entrata alla grande nella beneamata.
    Il 'ciccio' di Aklberto, da tempo a secco, inondò subito la vagina ma si riprese di buona lena sino ad una seconda eiaculazione, Gea rispose alla grande.
    La baby fu la prima a riprendersi:
    "Vado a lavarmi." e sparì dietro la porta del bagno.
    Al rientro in camera prese lentamente a vestirsi.
    "Adesso che ci penso non ha preso nessuna precauzione, non vorrei..."
    "Adeso che ci penso...non vorrei...sei quello che immaginavo, un incosciente ma non pensarci troppo, non posso avere figli, ci mancherebbe altro che avere un marmocchio che ti somigliasse!" Era ripresa la guerra. 
    Alberto provò il piacere della vasva di idromassaggio, si sbarbò, lentamente si vestì e si posizionò su una sedia al di fuori della villa.
    Dopo mezz'ora comparve la Rolls Royce, ne scese madame la marchesa tutta in ghingheri, niente vestito nero ma una gonna rosa pallido con una camicietta turchese, che cambiamento!
    "Madame dire che non la riconosco è la pura verità, è in gran forma!"
    "Questa mattina mi sono svegliata di buon umore, ho chiesto a Gea di cercare dei vestiti più allegri, era molto che non li indossavo, tutto merito suo!"
    "Mi fa sentira sarto Valentino, in ogni caso è un vero piacere."
    "Permetta che la prenda sotto braccio, mi accompagni dentro."
    A quella vista Gea che si trovava nel salone rimase di sasso, l'Albertone in un sol colpo aveva conquistato la vecchia e la giovane!
    "Cara non fare quella faccia, dì alla cameriera di portare in tavola, ho una fame da lupo!"
    I giorni passavano piacevolmente uguali ma senza quello che Alberto avrebbe voluto: una ripetizione di quella mattina che...Non riusciva a capire quell'astio di Gea, molto probabilmente non le era dispiciuto quell'incontro ravvicinato, anche la marchesa doveva aver intuito che il loro rapporto era cambiato ma, trascorsi cinque giorni Alberto decise di riprendere la via del ritorno.
    "Maresciallo questa magione è sempre aperta per lei, mi telefoni quando vuol ritornare e porti con sè l'atterezzatura fotografica, ho una mezza idea..."
    Accompagnao alla stazione di Catania dal fido Alfredo:
    "Ciao a presto  Alberto, penso proprio che ci rivredremo."
    Alberto aveva seri dubbi a tal proposito, a Messina riprese il solito tran tran, era sempre di cattivo umore, anche il colonnello Speciale se ne accorse:
    "Senti signor marchese piuttosto cher vederti in questo stato ti concedo venti giorni di licenza, fuori dai piedi!"
    Telefonata a casa della marchesa:
    "Sono Alberto vorrei parlare con la padrona di casa."
    "Non ti basta la dama di compagnia, vai sull'alto!"
    "Scusa Gea non ti avevo riconosciuto, ho passato brutte giornateb a Messina..."
    "Non fare la vittima, ti passo la marchesa."
    "Bel maresciallo venga subito, io e Gea sentiamo la sua mancanza!" C'era dell'ironia in quella frase.
    "Da parte sua è credibile ma da parte della persona vicino a lei..."
    "È molto cambiatam le manca moltissimo, mi chiede sempre di lei."
    Alberto smise di sentire, la marchesa aveva messo una mano sulla cornetta per non far sentireb la reazione di Gea.
    "Allora a presto!"
    Solito passaggio: stazione di Messina - stazione di Catania, Rolls Royce, arrivo in villa.
    "Per festeggiare il suio ritorno menù speciale: risotto al sugo di anatra, coniglio con peperoni, uccellagione cotta al girarrosto, porchetta di maiale, contorni alla grande, lambrusco di 'Casali' che faccio venire direttamentte da Reggio Emilia, Carmela si è fatta onore!"
    "Non poteva andarti meglio figliol prodigo, come finale che desideri?" Gea aveva detto!
    "Non mettere in imbarazzo il nostro ospite, si vede dal suo sguardo quello che vorrebbe!"
    La marchesa si era sbilancaiata con una battuta decisamente forte.
    Tutto finì con un caffè sul patio.
    "Alberto le ho fatto portare l'attrezzatura fotografica perchè vorrei che riprendesse la villa sia all'interno che all'esterno, voglio mandare le foto a dei miei parenti americani, spero mi accontenterà, ovviamente sarà ricompensato.
    "Madame la marchesa lei mi ha ampiamente ricompensato con la sua conoscenza, ho apprezzato la sua signorilità, quando lei vorrà le reciterò la poesia 'Le lac' di Lamartine, tratta di una coppia di amanti che ogni anno, lasciati a casa di rispettivi coniugi, se la spassano sul lago di Ginevra."
    "Ecco ci mancavano pure i congiugi amanti!"
    "Gea si beccò lo sguardo malevolo sia della marchesa che di Alberto, vista la mala parata la giovin signora prese la via dell'abbandono della sala.
    "Mi prenda sotto braccio, andiamo in giardino e mi reciti la poesia."
    "Ainsi. toujours poussès ver de nouveaux rivages,
    dans la nuite eternelle emportès sans retour,
    ne pourrons- nou sur l'ocean des ages
    jeter l'ancre un sel jour?"
    "È molto romantica, approfitto dellla sua compagnia per passeggiare un pò lungo i viali, non lo faccio mai con gran dispiacere del giardiniere che ci tiene a far vedere la sua opera, ah ecco Alfio che si avvicina."
    "Signora marchesa ci voleva un ospite per vederla fra i miei fiori, guardi che rose, ho fatto vari incroci, vi sono colori che non esistono sul mercato, ammiri i glicini, i salici piangenti, signora marchesa me ne vado, sono commosso!"
    "Alfio è con noi da molti anni ma raramente gli do la soddisfazione di ammirare il giardino, mi ricorda troppo le passeggiate con mio marito anche se..."
    "Ho visto la sua foto nel salone, bell'aspetto dal sorriso accattivante..."
    "Troppo accattivante, l'ho amato molto anche se mi ha fatto soffrire, o mon dieu l'ho trascinata nei miei tristi ricordi, vediamo se riusciamo a ripescare da qualche parte Gea."
    La cotale era seduto nel patio, si avvicinò e prese sotto braccio la marchesa.
    "Questi sono i miei gioielli mi pare la frase di una matrona romana che mostrava i suoi figli alle amiche piene di gioielli."
    Entrrono in casa.
    "Mi sono un pò stancata ma sono felice, lo sarei di più se vedessi un sorriso sul volto di voi due."
    "Io provvedo subito e vorrei essere imitato da quella damina che ho apprezzato sin dalla prima volta..."
    "Questa è la frase riportata nel libro in cui gli spasimanti dell'ottocento traevano ispirazione per le loro lettere d'amore: signorina sin dalla prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato dalla sua bellezza..."
    "Conosco quel libercolo e l'ho usato spesso per le mie conquiste solo che le interessate mi hanno riso addosso!"
    "E hanno fatto bene!"
    "Gea Alberto ti sta prendendo in giro, questi vostri battibecchi mi intristiscono, pensavo che l'arrivo di Alberto avrebbe portato un'ondata di allegria, Gea..."
    "Riconosco le mie colpe, con l'Albertone pace totale anzi lo prendo sotto braccio e gli faccio vedere la voliera del signor marchese, allons..."
    "Allora coniosci il francese piccola imbrogliona, ti mollerò tutta la poesia di De vigny 'Le cor', si tratta di un corno...attenzione quello è uno che suona!"
    "Guardami negli occhi, noi non potremo mai andare d'accordo, lo so, è colpa mia ma tu oltre ad esssere romano sei pure tifoso della Roma e gli assomigli pure... quel tale quando c'erano le partite della sua squadra si incollava sul televisore e non esisteva più nulla, non voglio più parlarne...ti faccio una proposta: vengo a letto con te ma tu il giorno dopo vai via per sempre..."
    "È un pò duro da accettare ma non vedo bia d'uscita, accetto.Ora incollati un bel sorriso sul volto, facciamo contenta la marchesa."
    "I miei ragazzi finalmente..."
    "Marchesa fotograferò la villa poi rientrerò a Messina, il mio colonnello avrà bisogno del suo fotografo preferito."
    "Sarà per noi un dispicere vero Gea?"
    L'interessata annuì.
    Il giorno seguente Alberto si alzò presto, con la fida Topcon si incamminò nella tenuta, rientrò in villa all'ora di pranzo, il pomeriggio si dedicò agli interni, la sera lavoro eseguito.
    Al termine della cena:
    "Marchesa porto con me i rullini, le spedirò le foto appena possibile, sono un pò stanco e col suo permesso vado a dormire, ciao Gea."
    "Buon riposo, domattina Alfredo lo accompagnerà alla stazione di Catania, buon viaggio se non ci rivedremo."
    L'imbrogliona rideva sotto i baffi, sapeva cosa l'aspettava!
    Dopo la doccia Alberto accese l'abat-jour sul comodino, ci mise sopra un panno azzurro, voleva creare un'atmosfera romantica all'arrivo della beneamata che non si fece attendere.
    Sul vano della porta, illuminata dalla luce del corridoio, le dea apparve in tutta la sua bellezza sotto una vestaglia lunga trasparente.
    "Ti prego un cunnilingus..."
    "Qui comando io, vada per il cunni!"
    Gea cominciò subito ad apprezzare i leggeri moris e la sapiente lingua dell'amante, gedoettequasi subito ma trattenne la testa di Alberto sul suo pube, voleva ancora...
    Dopo la terza goderecciata:
    "Ti prego vieni dentro piano piano."
    "Piano piano un corno, ci sono scivolato, sei un lago!"
    "Una cosa che a mio marito non ho mai permesso."
    Gea si girò di spalle, prese un vasetto che aveva portato con sè, si lubrificò ben bene il buchino posteriore per la gioia di Alberto che non si aspettava quel finale pirotecnico.
    Un bacino finale e poi la triste uscita di scena, Alberto rimase supino a guardare il soffitto pieno di angioletti.
    Il giovin signore si sveglò alle otto, fece colazione, stranamente in vista nè la marchesa nè Gea, solo Alfredo ad aspettarlo.
    Treno Catania - Messina.
    All'ingresso in caserma il solito paesano caciarone:
    "C'iai l'occhio stanco, quante te ne sei fatte?"
    "Fatti i cazzetti tuoi!"
    Il colonnello Speciale lo accolse con una battuta:
    "Fra nove mesi qualche sorpresa? Se è maschio..."
    "Lo chiamerò Andrea!"
    Alberto inviò le foto alla marchesa che rispose con un mese di ritardo.
    "La ringrazio per le foto, sono molto belle, recentemente non sono stata molto bene, Gea al contrario è ogni giorno più bella, è anche ingrassata un pò. Auguri."
    Alberto rilesse la lettera varie volte, cercò fra le righe un significato recondito che poteva essere:
    - le due signore erano amanti e lui era stato solo un diversivo per Gea;
    - la marchesa voleva un'erede a cui lasciare il suo patrimonio, Gea non era stata sincera, non era vero che non poteva avere figli e quindi...
    Alberto si buttò sul letto: la seconda ipotesi lo sconvolse, sapere di avere un figlio e non poterlo vedere, crescere, coccolare...era stato proprio un imbecille, un fottuto imbacille!

                                                   f   i   n   e

     

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:16
    Buongiorno Felicità

    Come comincia: Fin dal primo giorno che mi registrai sul social
    anche se non avevo un' idea precisa sul cosa
    volessi fare, col tempo assimilai e accettai
    in modo naturale e spontaneo di usare
    la rete in modo responsabile.
    Amo scrivere da queste parti (in rete).
    Cerco e cercherò nel mio piccolo
    di trasmettervi più emozioni possibili
    con la consapevolezza di essere
    una persona come tante in un luogo come tanti
    in un contesto come tanti... ma dal punto fermo
    su idee e indoli che tengo a me rispettando
    quelle altrui. Buongiono Felicità.

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:07
    La storia della bellezza

    Come comincia: C'era una volta, una volta che non c'era. In un posto che non c'è, c'erano due esseri vaganti nell'oltre tempo e nell'oltrespazio. Essi erano alla ricerca del nonsoché e del nonsoquando e in tale ricerca vi ponevano tutta la loro energia, tutto il loro carisma. Un dì X e Y ( li chiameremo così per convenienza d'etichetta) trovarono sul loro cammino un piccolo fiore senza nome, perché tutto ciò che è bello non ha un nome.
    X ed Y restarono colpiti da quella creatura, così fragile, ma così piena di profumi e significati lontani. 
    X però cominciava a titubare della natura del fiore: '' A me questo profumo riporta alla mente vecchi dolori di vite passate, meglio strappargli qualche petalo! ''
    Y assistette passivo a quello scempio. Pieno di malinconia e sentimenti alla '' nonsoché'' recise il fiore del tutto, aiutando alla fine X ad eliminare tutto di quel fiore '' scomodo''. 
    Ancor più vacui di prima, X ed Y incontrarono una bambina chiamata '' Anima'' che si aggirava in quel luogo senza spazio e tempo. Anima era abituata a spettacoli del genere, aveva già visto esseri indefiniti uccidere il significato. Così disse ad X ed Y : ''Miei cari, avete ucciso il motivo del vostro vagare, avete reciso l'amore con la sofferenza. Non si ha paura del buio, perché questo lo conoscete già, come condizione primordiale. Voi avete paura della luce, avete paura di splendere''. 

  • 16 agosto 2014 alle ore 14:32
    La gioia di un abbraccio

    Come comincia: La nave si era appena allontanata dal porto. I gabbiani volavano in cielo nel rosso tramonto di Agosto. Mattia continuava a fissare l’orizzonte… Aveva chiesto per anni a Dio di trovare un angolo di Paradiso. D’improvviso si sentì ricolmo di gioia e il cuore gli batteva a mille: due braccia lo afferrarono.

    Il caldo abbraccio dell’amore: aveva finalmente trovato il suo Amore. Sofia, lo stringeva a sé e lui la guardò teneramente. 

    Il mare era calmo e una leggera brezza avvolse i due giovani amanti che, colti da quel dolce torpore, si strinsero e fissarono insieme quell’orizzonte. Il futuro non li spaventava, sapevano che la loro storia d’Amore li avrebbe portati verso l’infinito e oltre e che tutto ciò che sembrava impossibile diventava semplicemente possibile e semplice da vivere. 

  • 16 agosto 2014 alle ore 13:13
    Come vedevo un social

    Come comincia: Fin dal primo giorno che entrai in un social
    vedevo attorno a me delle cose che sembravano vere
    solo nel momento che si osservavano:

    Una foto di un bimbo sorridente, o di una donna contenta e felice
    o altro, e pensavo dentro di me che tale persona era sempre felice
    in ogni momento della giornata.. ma così non è.. ma io sentivo
    invece che era così.

    E col tempo capii che anche se era stupendo mettere su un social
    foto bellissime era anche vero che non rispecchiavano uno stato
    d'animo perenne e costante.

    A tutt'oggi io amo usare il social e lo faccio in modo respinsabile
    e a contario del passato non condivido mai video osceni
    o contenuti ambigui e/ o violenti.

    Fa parte della mia persona, come anche fa parte di un contesto
    che reputo giusto e onesto nei miei e nei confronti altrui.

     

  • 15 agosto 2014 alle ore 16:43
    La passione e l'amore.

    Come comincia: "M'ha telefonato mio marito..."
    "Novità?"
    "Torna dopodomani..."
    "...prima o poi..."
    "Mi sento morire..."
    "Porta Raffaella da tua suocera e poi vieni a casa mia."
    La storia fra Miriam e Alberto era iniziata tre mesi prima. La dama, un metro e ottanta, lunghi capelli biondi, ben proporzionata, dal sorriso affascinante, un passato da atleta (lanciatrice di giavellotto), casalinga, era sposata con un ometto pari età, Andrea Mancuso. trentacinue anni, un metro e sessantacinque, chiuso di carattere ma ricco di famiglia, ingegnere presso L'ENI, rimaneva lontano da casa lunghi mesi impiegato presso piattaforme petrolifere dando la possibilità alla bella Miriam di spassarsela bellamente.
    Alberto, quarant'anni, scapolo incallito, un metro e ottantacinque, tombeur des femmes, prestava la sua opera presso la Guardia di Finanza col grado di maresciallo. Anche la divisa contribuiva ad aumentare il suo fascino e il successo con le femminucce (anche mogli di colleghi) era assicurato.
    Abitavano nello stesso palazzo. Il loro primo incontro era avvenuto un giorno di novembre, particolarmente piovoso, in cui Miriam aveva avuto difficoltà a trasferire i pacchi della spesa dalla sua macchina sino all'ingresso della scala.
    Il bell'Alberto si era premurato ad aiutarla salendo al suo piano con l'ascensore.
    "Qui finisce il nostro percorso." Alberto aveva buttato l'amo.
    "No entri a casa mia, gliela faccio visitare."
    "Proprio bella, mobili modernio anche se io preferisco quelli antichi."
    "Allora mi faccia vedere casa sua!"
    "Scusi il disordine ma oggi non è il giorno del filippino."
    "Vedo che ha ancora il letto sfatto, chissà quante femminucce ci sono passate!"
    "Una meno di quante ne vorrei!"
    "Non capisco.."
    Miriam invece lo capì subito perchè si trovò lunga distesa sul letto non rifatto con Alberto sopra di lei, così era iniziata la loro, stroria.
    Domanda immancabile: "Mi domando e penso non essere il solo come o meglio perchè hai sposato tuo marito."
    "Mio padre era morto e la sua pensione di riversibilità non era sufficiente per mantenere la mia famiglia soprattutto per acquistare i medicinali per mia madre gravemente ammalata. Andrea da tempo mi faceva una corte assillante, era ricco di famiglia, sapeva di non avere alcuna possibilità ma non demordeva. Spinta da mia madre e dai suoi parenti mi sono lasciata convincere a sposarlo ben sapendo che mi sarei prese tante licenze extramatrimoniali sin quando ho conosciuto te e mi sono innamorata, maledizione!"
    "Maledizione perchè?"
    "E me lo domandi. Adesso al solo pensiero che mi tocchi mi rende nervosa, infastiita, trovo la cosa insopportabile..."
    "Lascialo."
    "Raffaella è troppo piccola e lo adora, sarebbe per lei un trauma e poi non saprei dove andare lasciando casa nostra, lui mi farebbe la guerra con la separazione per mia colpa, senza alimenti e poi chiederebbe l'affidamento di nostra figlia."
    "Cerco di mettermi nei tuoi panni..."
    "Non penso che possa riuscirci, per un uomo il sesso è qualcosa di più superficiale e poi non sei innamorato di me..."
    "Sai l'amore..."
    "Lascia perdere, sei molto bravo con le parole e forse riusciresti a convicermi che tu.."
    Miriam si era messa a piangere.
    Erano passati vqri giorni senza che i due amanti potessero sentirsi.
    Una mattina Alberto sentì bussare alla porta con violenza. Scalzo andò ad aprire., Miriam entrò e si butto sul letto.:
    "Hai staccato il telefono e il cellulare."
    "Si non volevo che mi chiamassero dalla caserma, ho fatto due notti..."
    "Due notti con chi o meglio con quale baldracca!"
    Alberto prese il viso di Miriam fra le mani, il pauinto di una donna era per lui il peggior castigo che potesse capitargli, gli toglieva tutte le difese, sentì crampi allo stomaco.
    "Riesci a spiegarmi cosa è successo?" (si era completamente dimenticato del rientro di Andrea in famiglia.
    "Il 'padrone' mi ha telefonato dall'aeroporto di Catania: 'fra due ore sarò lì, preparami una buona cena.'"
    "E per una cena la fai tanto lunga!"
    Miriam guardò Alberto con odio.
    "Dopo la cena c'è il digestivo!"
    Alberto capì che non era il cvaso di fare ancora l'imbecille, Miriam era in piena crisi di rigetto del marito per colpa del bel maresciallo di cui si era innamorata, allora cercò di entrare in campo con la psicologia.
    "Amorino usa un pò di fantasia, chiudi gli occhi e vedi me al posto di tuo marito."
    Un rapporto sessuale violento fu la logica conclusione che però non riuscì ad alleviare le angosce di una sconsolata Miriam.
    "L'ho mandato a far la spesa, gli ho fatto un elenco lungo un chilometro così possiamo parlare più a lungo. È stato tremendo, quando mi si è avvicinato tremavo come una foglia, ha cominciato a baciarmi il fiorellino poi mi ha penetrato con violenza, maledetto, mi ha fatto male non era lubrificata, ha seguitato a lungo malgrado facessi finta di godere tante volte, mi sono mossa col bacino e finalmente si è sbrigato.
    Mi sono voltata di spalle e allora sai che ha fatto il bastardo, ha tentato di inchiappettarmi come dici tu, mi son girata di colpo e m'è venuta voglia di strozzarlo (il culino è solo tuo). Mi ha di nuovo penetrato e qui ho dovuto muovermi molto per farlo venire presto: Sono andata in bagno a farmi una doccia, mi sentivo sporca, sono distrutta."
    Che dire ad una donna disperata:
    "Cara quello che mi hai descritto mi ha addolorato, che dirti?"
    "Che mi ami,"
    "Questa era una domanda alla quale Alberto non  amava rispondere e cercava sempre di svicolare.
    "Lo sai, cara."
    "No me lo devi dire."
    "Certo che ti amo..."
    Il ritorno di 'Ulisse' scombinò i programmi di Alberto, non appena poteva Miriam, allontanato da casa Andrea con motivazioni varie, si infilava nel letto dell'amante per una sveltina e poi rientro a casa e la solita domada:
    "T'è piaciuto?"
    "E me lo chiedi cara, sei stata magnifca come il solito.!" Che palle!
    Poi una combinazione fortunata, il colonnello Andrea Speciale invitò il maresciallo nel suo ufficio:
    "Minazzo ho bisogno di te come fotografo dobbiamo amdare a Catania per un servizio, ce l'hai lo smoking?"
    "Comandante c'è un veglione?"
    "Niente veglione dobbiamo andare in un posto dove tutti lo indossano, ne parleremo strada facendo, mettiti in borghese, elegante mi raccomando."
    La sera, barba rasata, tutto in ghingheri Alberto prese l'ascensore e, caricata la valiga in macchina, si diresse all'uscita del parcheggio sotto lo sguardo della beneamata che spiava da dietro una finestra. Telefonino lasciato a casa, avrebbe usato quello di servizio.
    All'ingresso in caserma il maresciallo di picchetto suo paesano:
    "Arbè 'ndo vai, anche il comandante è tutto incriccato."
    "'Ndo vado? A mignotte e tu sei invidiosso!"
    "Ma vedi d'annattene!"
    "Minazzo hai preso tutto il materiale fotografico, è un servizio impegnativo!"
    "Comandante il novanta per cento del materiale è di proprietà esclusiva del sottoscritto, la sa quanto sono stitici a Palermo?"
    "Vabbè, ma non t'allargà troppo." Il colonnello era siciliano ma aveva prestato servizio a Roma per dieci anni.
    A Catania in un albergo prenotato, niente caserma, non volebano farsi riconoscere, era un servizio concordato con la rete occulta di Roma.
    L'indomani nella hall li colonnello gli presenrtò un maggiore e due marescialli in forza al Nucleo Centrale.
    Il maggiore chiese ad Alberto se l'attrezzatura fotografica fosse valida.
    Il colonnello s'interpose:
    "A Roma dicono che è er mejo ma tu non tirare fuori la solita tiritera che gli aggeggi li hai comprati con i tuoi soldi, ti farò dare un encomio, contento'"
    "Comandante se al posto dell'encomio ci fosse un pò di grana..."
    "Minazzo vedi..."
    "Ha capito, ci vado subito..."
    Mangiarono inn due tavoli separati, in unn il, cononnello e il maggiore nell'altro i tre marescialli e l'autista ma di sapere notizie sul servizio nisba.
    Di pomeriggio il cononnello Speciale convocò l'Albertone in camera sua.
    "Stasera devi fotografare un trafficante internazionale di droga. A Roma hanno saputo che presenzierà al teatro Bellini, è in programma un'opera, musica che non amo ma che dobbiamo sorbirci, mi pare che anche tu..."  
    "Anch'io ma forse ci consoleremo con la visione di qualche..."
    "La tua è una fissazione, vedi piuttosto di non sbagliare, faremmo una figura di cazzo!" 
    "Comandante ho un circomirrotach che..."
    "Che minchia è sto circ..."
    "È un falso obiettivo, io punto un soggetto e ne fotografo un akltro a 90 gradi."
    "Mi affido a te, voglio sia il bianco e nero che il colore."
    All'ingresso del teatro una moltitudine di gente ben vestita, tutta la Catania bene, oltre a vecchie signore incartapecorite deliziose fanciulle 'in fiore' al braccio di giovani rampolli.
    L'unico che rimase fuori fu l'autista che, non di buon umore, parcheggiò la Fiat 131 con targa civile in mezzo a macchine di lusso. Sicuramente avrebbe dovuto aspettare circa quattro ore in mezzo ad autisti gallonati che gli avrebbero fatto domande sui suoi 'padroni', preferì recarsi in un vicino bar con telefonino acceso.
    Nel foyer gli appartenenti alle Fiamme Gialle si erano posizionati lontano dal bar per non dare nell'occhio. Solo il maresciallo fotografo girava fra gli ospiti rimediando sguardi malevoli oltre che per motivi di privacy (non tutte le coppie erano regolari) anche perchè le signore non amavano essere riprese stracariche di gioielli; molto prebabilmente i mariti non erano in regola con le tasse!
    Alberto era in contatto visivo col maggiore di Roma il quale ad un certo punto gli fece un segnale: era giunta la persona da fotografare.
    Il cotale: altezza m.1,65 circa, biondo, occhi azzurri, inquietanti, dava l'idea del killer, fisico tarchiato ingabbiato in uno smoking che gli stava decisamente stretto. Al suo fianco eilah una  bruna dieci centimetri sovrastante, capelli neri a chignon, occhi verdi sorridenti, fisico intrappolato in un tubino nero di sartoria tagliato più in basso all'altezza del seno che, in seguito a manovre improvvise della proprietaria, mostrava un capezzolo sotto lo sguardo indifferente dell'accompagnatore ma non di quello dei vicini maschietti che mostravano un'espressione da ebete e si beccavano un bel calcio negli stinchi dalle gentili compagne.
    Passato il primo momento di stupore, Alberto mise il famoso circomirrotach sull'obiettivo 300 mm., riprese i due da tutte le posizioni (compreso il capezzolo di fuori), usò due caricatori da 36 pose, sicuramente un bel servizio, il cononnello Speciale avrebbe fatto una bella figura con i signori di Roma.
    Al suono di un campanello tutti ai loro posti, la Fiamme Gialle in platea all'ultima fila, i due di cui sopra in prima fila. l'Albertone, con la solita faccia tosta, aveva fatto finta di sbagliare e si era infilato in un palco occupato da due signore: una circa sessantenne dall'aspetto di nobildonna, l'altra più giovane.
    Dopo le scuse per l'intrusione,la signora anziana, con un cenno del capo, gli fece cenno di accomodarsi. La dama con vestito nero di sartoria, leggermente scollato, mostrava due file di perle non coltivate di notevole valore. La ragazza, pari altezza di quella di Alberto, bruna, capelli corti, sguardo da combattente, bella bocca carnosa, vestito nero al ginocchio, vita stretta, seno terza misura, niente gioielli.
    Ad un certo punto il falso free lance sgusciò dal palco con uno 'scusate' seguito dalla giovin damigella.
    "Sono Alberto Minazzo e, per essere sincero, non amo l'opera o meglio non la capisco, datemi il duca..."
    "Sono Genoveffa Lucio del Priore... vedo che non fa i commenti dei soliti imbecilli, le sono grata, anch'io non amo l'opera ma a proposito del duca..."
    "Parlavo di Duke Ellington, un celebre jazzista."
    "Lo conosco, mio padre amava quel genere di musica."
    "Vorrei cogliere l'occasione per immortalarla, con la fotografia me la cavo bene."
    "Non amo essere ripresa, senza offesa ma non amo la sua categotria, i fotografi sono maleducati ed invadenti."
    "Stavolta la foto l'ha fatta lei a me, concordo con lei che talvota i paparazzi sono molto fastidiosi ma campano con gli scoop...facciamo pace, le offro qualcosa al bar, a quest'ora non c'è nessuno."
    "Mi chiami Gea, non mi piace essere chiamata così ma ormai lo fanno tutti."
    "Ho un'idea sulla provenienza del suo cognome, se me lo permette..."
    "Mi ha incuriosita."
    "Sin dai tempi che furono i sacerdoti che si trovavano nelle condizioni di dover dare un  nome ai trovatelli, insomma a quelli che venivano abbandonati nella famosa 'ruota' dei conventi, con un pizzico di cattiveria imponevano ai poveri bambini dei nomi che richiamavano la religione ma che facevano risaltare la loro posizione sociale di figli di n.n.Questa è solo una tesi, forse non è il suo caso."
    "La sua è un'ipotsi alla quale non avevo mai pensato o meglio la sconoscevo proprio."
    "Bene, cosa vogliamo ordinare, per lei penserei ad una Cocacola."
    2Proprio non ci ha azzeccato, sono per il 'Negroni' ma voglio tornare nel palco non vorrei che la marchesa avesse bisogno di qualcosa."
    "Marchesa di che?"
    "Marchesa Eleonora Gentiloni, vedova, molto benestante, è sua la Rolls Royce posteggiata fuori."
    In verità Alberto, da vecchio amante delle macchine, aveva notato una Silver Cloud III color argento, alla faccia...
    Sefuì Gea sino all'ingresso del palco, fece per tornare indietro ma la pulsella lo prese per mano e lo introdusse nel palco; con un sorriso la vecchia signora lo invitò a sedersi vicino a lei.
    Dopo circa dieci minuti il bll'Albertone pensò al colonnello Speciale e agli amici di Roma.
    "Marchesa devo assentarmi per scattare delle foto."
    "Si faccia vedere all'uscita..." non finì la frase che la Fiamma Gialla si era fiondata fuori alla ricerca degli 007 e del comandante di Legione il quale, al suo apparire, lo squadrò in maniera poco amichevole.
    All'orecchio del colonnello: "Comandante tutto a posto, in tasca ho duen rullini scattati."
    "Si ma dove ti era cacciato, sicuramente con qualche mignotta, vieni con me nell'atrio."
    "Colonnello ha familiarizzato con una marchesa..."
    "Non fare lo stronzo, io riparto per Messina, tu mettiti a disposizione del maggiore, nei giorni prossimi ha bisogno di un fotografo, mollagli i due rullini e adesso ritorna dalla tua marchesa, marchesa buah!"
    Alberto non se lo fece dire due volte, dopo il saluto d'obbligo 'comandi', con molta calma si diresse verso il palco della nobildonna nel momento in cui scrosciavano gli applausi, l'opera era finita.
    "Marchesa col suo permesso vado a scattare altre foto, ci potremo vedere all'ingresso. sempre che..."
    ""A più tardi."
    Alberto raggiunse il maggiore ed i due colleghi, ricevette l'ordine di stare a dispisizione in albergo, appuntamente fra due giorni alle ore 20.
    Felice come una Pasqua (si dice così?) il bell'Alberto si catapultò  fuori dal teatro con appresso l'attrezzatura fotografica, vide la Rolls Royce che emergeva fra le altre auto, l'autista aprì lo sportello posteriore.
    "Entri non azzanniamo i bei giovani vero cara?" La cara era seduta davanti con il viso rivolto all'indietro.
    "Gea le avrà detto che non ama la categoria dei fotografi ma penso che con lei abbia fatto un'eccezione."
    "Penso di si...sono impegnato per tre giorni poi farò rienrto a Messina, per ora sono alloggiato all'hotel 'Romano house', devo cercare un taxi per rientrare in albergo."
    "Non ci pensi nemmeno, Alfredo ci condurrà lì, Alfredo conosci la strada?"
    "Si signora."
    Sceso dall'auto Alberto, con finto baciamano alla marchesa, si congedò dalla compagnia. Per due giorni gironzolò per Catania senza acquistare nulla, gli oggetti che gli piacevano avevano prezzi non alla sua portata, il cibo dell'albergo era ottimo servito da camerieri disponibili ed efficienti.
    La sera dell'appuntamento, alle venti in punto, era dinanzi all'hotel con un borsone pieno di materiale fotografico. Un'Alfa Romeo 2000 gli si avvicinò, all'interno i signori romani, si posizionò vicino ai due colleghi, durante il primo tratto silenzio poi il maggiore:
    "Noi ci interpelliamo solo per nome: io sono Ferdinando (da buon romano Nando), l'autista è Romolo, vicino te Nicolò e Oronzo.
    Ci diamo del tu, non siamo formalisti. Sento dall'accento che sei romano di dove'?
    "S:Giovanni, via Taranto."
    "Incredibile, a distanza di chilometri...io abito in via Magna Grecia e Romolo in via Appia, oltre che paesani siamo vicini come abitazione!"
    "Parliamo di cose serie, io Alberto sono romanista e voi?"
    Silenzio da parte di tutti.
    "Ho detto qualcosa che non va?"
    "Purtroppo con due romanisti, io Nando e Romolo abbiamo due laziali! Fra l'altro uno è pugliese e l'altro trentino e ti vanno a farebil tifo per la Lazio...lasciamo perdere, siamo arrivati."
    Dinanzi un grande edificio con una targa 'Import - export', fuori due spazzini che spazzavano dove mondezza proprio non c'era.
    Il maggiore:
    "All'opera ci sono tre cugini prestatici dalla Benemerita che hanno disattivato l'allarme, sono entrati aprendo porte dalla  serratura cifrata, tu devi fotografare dei documenti che non possiamo sottrarre, ufficialmente l'Autorità Giudiiziria non sa nulla dell'operazione, dobbiamo fare tutto bene e in fretta."
    Alberto tirò fuori uno stativo dove poggiare i documenti da riprodurre con la fedele Topcon e obiettivo grandangolare.
    Nessun contatto con i cugini tutti impegnati nel proprio lavoro e poi via ognuno per la propria strada senza saluti nè strette di mano.
    Alberto, i rullini al maggiore, fu riaccompagbnato in albergo.
    Nando: "ciaio romanista, questi i nostri indirizzi di Roma, se dovessi passare da quelle parti..."
    Alberto si svegliò alle dieci, telefonata a casa della amrchesa.
    "Casa della marchesa Gentiloni, parla Carmela."
    "Gentile signora Carmela, dica alla signora marchesa che sono Alberto e vorrei parlarle."
    "Un attimo."
    "Allora bel fotografo si è liberato dagli impegni?"
    "Si gentile signora ma debbo rientrare a Messina."
    "Quando vorrà venga a trovarci, sarà un piacere per me e anche per Gea, vero cara?...Chi non risponde assente e quindi a presto."
    A Messina il buon Albertone pensò di chiedere al colonnello Speciale quindici giorni di licenza.
    "Mi piacerebbe sapere dove andrai a fare danno, a Catania? Vuoi diventare marchese?"
    Dopo dieci minuti di presa in giro Alberto ottenne la sospirata licenza.
    "Signora marchesa mi sono liberato dagli impegni, prenderò il treno che arriva a Catania alle 12 di domani per con un taxi..."
    "Niente taxi, Alfredo verrà a prenderla alla stazione, a bientot!"

     

  • 13 agosto 2014 alle ore 15:30
    Jennifer. Bangkok

    Come comincia: Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l'aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro. Jennifer e' il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell'estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto. Ma non c'era stato riscatto, tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza. Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli. Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio,chiaro, che lascia intravedere le tue gambe magre e nessuna forma di donna. Tredici anni e ne dimostravi dieci. Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine. Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi,tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati,film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l'inglese...e tu lo avevi imparato, dotata e veloce. Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame. Mangiavi, mentre lui riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo. Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: "Guarda!" A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok. Lo guardasti, interrogativa. -"Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po' di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia". -"Va bene?" Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l'indomani,in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare. Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre. Lei capì. Capì e avrebbe voluto urlare: -" Noooo! Jennifer, noooooo!!!". Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece,tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli. Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t'aveva dato e ti facevano male ai piedi. Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile. Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto. Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere. In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto. Lacrime scendevano silenziose, rassegnate. Avevi capito. Tua madre ti abbraccio' e pianse con te. Col dorso della mano asciugasti le lacrime: "Domani...domani metterò un altro colore".

  • 13 agosto 2014 alle ore 11:42
    Phenomena la ballerina di valzer

    Come comincia: Una carriera straordinaria nelle sale del liscio dove la idolatravano per le sue doti mistiche, poi l’incostanza, giri di valzer sbagliati cosi come sbagliato è stato quel taglio di capelli e il matrimonio con quel becco del Civetta. Così è che la ballerina di liscio che credeva di essere un fenomeno, la ballerina che non era capace eccetto quando diventava un fenomeno e che senza sprechi di umiltà credeva di essere la migliore, e solo per una patacca vinta al “Festival del Tacco d’Oro” (e anche lì alla fin fine nessuno era d’accordo) dove si era esibita accompagnata da quella sgangherata orchestra di Triciclo e Balloncini si è trovata nuovamente disoccupata. Anche il ballo liscio ha le sue regole, anche nel ballo liscio, soprattutto nel valzer alla fine conta quello che riesci a produrre e, nel caso di Phenomena poco, troppo poco. Tra i tanti pelati, nani e ballerini è vero che c’era uno che aveva messo gli occhi su Phenomena, ma lei ha preferito coltivare e difendere il suo orticello dalle incursioni, ma appunto un orticello, quando aveva a disposizione intere praterie per i suoi giri di valzer. Così una sera gli amici l’hanno vista ballare dalle parti di Gambolò, in una sera di un giorno di festa in cui anche rumore degli amici fa male perché hai paura che la festa la facciano a te. L’unica misera offerta era arrivata da li, 50 cents a valzer tra coppie danzanti al tempo di tre quarti. Aveva la faccia che ha un tacchino nel giorno del ringraziamento, ripeteva a tutti sto bene e ho fiducia.

  • 09 agosto 2014 alle ore 17:11
    Il pollaio di Taranto

    Come comincia: Nervoso per il caldo, il condizionatore c'è, ma spento.
    Saranno le nove del mattino,  la segretaria dello sportello, giunta da poco, non ha ancora il camice e non ha avuto il pensiero di accenderlo; il dubbio che mi rende irrequieto è se abbia dimenticato di farlo oppure se, sbattuta la borsa di Louis Vuitton falsa sul desk, abbia prolungato il suo caffè nel retro, indolente e cinica rispetto al fatto che nella sala d'attesa siamo già in dieci,  lì seduti da mezz'ora. A squagliare. Senza aver potuto prendere il numero dall'apparecchio elettronico perchè è spento. 
    Impauriti, violentemente zitti, ormai omologati dai nomi delle medicine che quasi hanno sostituito i nostri o almeno quello di mio padre e degli altri pazienti. Ma quando si è in uno studio privato di un primario, pazienti o parenti del paziente, anche i sani diventano un pò pazienti: pazienti impazienti. Senza false morali, la malattia ce l'hai tu, ma io sfogo la mia sanità rubando un pò del tuo cancro: ci si sente diversi perchè in salute, in questi casi; tutto al contrario, qui siamo la minoranza. Un pò come quando sei in ospedale passando le ore al capostipite di un letto e cominci a vagare: vai in cappella, preghi, commenti, ti stendi sulla panca, o vai al bar, nei giardini, ti intrufoli nei reparti, osservi e parli con le infermiere carine o con quelle più materne che odorano di brodo, e giudichi lo stato di igiene dei pavimenti e dei bagni. Fai delle figure di merda elefantiache e leggi nelle colte bacheche di convegni sul morbo di Lowrence d'Arabia, o sulla sindrome dei globuli fucsia. E' la follia. Una sana follia che ti fa scoprire tutto un altro popolo, quello degli ospedali. E' come un viaggio in una terra in cui si parla una lingua a sè, quella del dolore e dell'ironia dovuta alla rassegnazione. Ciò che ho combinato negli ospedali lo sa solo Dio ed i malati di quel momento, sdraiati nei letti: come quando fecevo cantare un reparto intero ed ogni malato riproduceva il suono di uno strumento musicale. Mai come allora le flebo erano state utili.  

    Mio padre è un paziente paziente, almeno in apparenza, ed è di certo più educato di me. Ne guardo la camicia a quadretti, osservo la densità della sua sudorazione, poichè senza il condizionatore potrebbe cominciare a sudare, e non ho acqua con me, ma stranamente è asciutto. La camicia gli sta bene, celeste con quadretti blu, la pelle bianca, qualche pelo, bianco anche lui con la radice ancora nera. C'è un lungo momento della vita in cui bambini ed anziani si assomigliano: nelle esigenze, nei capricci, nel colore della pelle, la delicatezza della pelle, il colore bianco delle pance, la quantità di cibo, la scherzosità ed anche qualche chiaro istinto da rompicoglioni. Ma la camicia lo rende bello, la V del collo lascia immaginare che deve essere stato un bellissimo uomo. Io però sudo e perfino il mio caldo nervosismo sudato diviene schizofrenico, dato che accenno qualche sorriso guardando mio padre di nascosto,di sbieco, mentre lui non se ne accorge. O finge: sarà stato un bell'egocentrico negli anni '60..
    Siamo il numero dieci, prima di noi nove persone, e ad un ritmo di visita regolare per mezzogiorno e mezzo potremmo uscire di lì.  Il condizionatore si accende, il piccolo schermo elettronico della numerazione parte da 01, i caffè sono stati presi, le mani disinfettate, le pareti prendono vita, il colore pastello color giallo-cacca-pergamena diventa un colore serio e borghese,  la stalla di pazienti e impazienti ravviva nella mente il ricordo di aver pagato molto per quella visita, moltissimo. Ci si sente pazienti impazienti importanti. Che squallore, nemmeno un attimo prima di morire i responsabili di quel verdetto ricreano per tutti la decenza di rendere tutti uguali. Ci sono morti di serie A e morti di serie B a questo mondo.
    Si comincia. 
    Nell'istante preciso in cui appare 01 ed apro il mensile sulla salute che non ho mai letto nè leggerò mai al di fuori di quella stanza, ben nove persone si alzano contemporaneamente, chi con un sorriso, chi con rassegnazione.  Io e mio padre alziamo la testa come due galline di fronte alla porta del pollaio che si apre facendo entrare la luce di un sole di campagna accecante: tutti i nove si dirigono verso la porta del "dottor Chiunque tu sia spero di vederti per l'ultima volta". La mente ha un potere eccezionale in certi casi, poichè in un attimo seleziona le immagini e fa la radiografia della situazione, come se fossimo un pò medici anche noi.
    La vecchia è davanti. Tutti gli altri sono dietro, la seguono, hanno età diverse, ma..non posso credere ai miei occhi : si conoscono tutti. Qualcuno si somiglia, alcuni si tengono a debita distanza, alcuni parlano a volume alto, una ride con l'anziana signora, altri sono seriosi, altri ancora sono seri. Vanno tutti insieme nella stanza dello specialista. 
    Rimaniamo io e mio padre, soli nella stanza, come quelle due galline di prima: ci guardiamo inebetite. Se fosse sonoro questo racconto, qui ci starebbe il verso di due chiocce interdette e attonite. E potremmo con ogni probabilità cagare almeno un uovo a testa.
    Ci sentiamo felici, sollevati, liberi dall'umanità, due A-polli della sanità locale, guariscono perfino le nostre sfighe. Per un attimo. Soprattutto quelle di mio padre, sempre per un attimo. Ma siamo italianissimi in questo e la curiosità tipica dell'italietta paesana comincia la sua scalata verso l'appagamento della brama di sapere: vogliamo capire cosa succede! Non c'è nessuno, se non quella segretaria truccata di primo mattino con troppo rossetto, in camice bianco finalmente, da cui pero' si intravede un bel seno meridionale. Mio padre mi fulmina con lo sguardo e mi impone di cioncare su quella sedia e di farmi un anfiteatro di "fatti" miei. Non c'è bisogno di parole quando un padre deve tirare il guinzaglio, ma io in realtà sempre lasciato libero di agire , mi alzo di scatto. Il mio intento è solo conoscere l'andamento della fila, poichè essendosi acceso tardi il conta-esseri umani elettronico, quando tutti noi eravamo già dentro, non so se mio padre sia da considerarsi numero dieci o numero due. E' per il suo bene che lo faccio!  Ma mio padre queste uniche parole mi rivolge :- "Stai a sedere, sennò con me non vieni più". La morale contro la realtà dell'essere, il perbenismo saggio di chi ha 80 anni contro la voglia mortale di conoscenza terra terra. Un ricatto. So perfettamente che anche lui vorrebbe sapere, ma l'essere un paziente paziente si impone sulla comune ed umana impazienza. Non ho certo preso da lui, fortunatamente. Se ad 80 anni avrò il cancro, come è solito averlo qui a Taranto, sarò molto più sfacciato e divertente. Non c'è cosa peggiore dell'etica del paziente quando nessuna etica è stata seguita da parte di chi ha provocato il nostro ammalamento. Credo sia mio diritto vendicarmi su di loro e vivere appieno anche i miei difetti da gallina epica. Del resto non sto ammazzando nessuno. Io. 
    Tutto questo ricopre l'arco di tempo di soli cinque minuti. Padre e figlio alle prese con la morale in uno studio oncologico, d'estate: è  Bio-etica anche questa, mica i soliti dilemmi, cose da matti ! Ma all'improvviso la stessa porta che prima era stata un'entrata diviene un' uscita: tutta la comitiva di amici, capitatanati dalla vecchiaccia forzuta,ma lenta nel suo incedere, saluta roboante la segretaria e gli assistenti del retrobottega. Del dottor "Chiunque tu sia basta che salvi mio padre " si sente una flebile voce plurilaureata nel dire cose, ma non se ne vede la forma. Sono quasi sul punto di salutare, anche io, poichè salutare è salutare, ma mio padre mi si aggancia sul collo come un avvoltoio dittatore, sapendo che saprei andare ben oltre il saluto, col carattere estroverso che mi ritrovo. La porta si richiude al passaggio dell'orda di colleghi pazienti.
    Nuovamente rimaniamo soli. Il silenzio di mio padre è tipico di chi conosce il tempo delle visite: cosa vuol dire quando una visita dura così poco? E' un responso? Un pagamento? Il ritiro di un esame! Un regalo di natale tipico di quelli che si fanno agli specialisti, ma non è Natale, è il 7 agosto ! Che Santo è il 7 agosto? Sarà il suo onomastico. "Ma sciatvene a mare, scià... " (  trad dal pugliese: - "ma andate al mare, andate..." - con  tono di scherno ).  Va bene, è il nostro turno.
    La segretaria ci invita ad entrare per essere accolti da suà maestà il primario specialista. L'incontro è breve ed essenziale, io posso entrare per accompagnare mio padre, ogni nuvola ed ogni pensiero bizzarro di argomenti cui troppo la nostra attenzione si rivolge, riempiendo la vita di tante inutilità, sparisce. Torniamo seri, silenti ed impauriti. Omologati al destino di tanta gente ed ai respiri di un U.F.O. di bianco vestito che è di fronte a noi, uno che fa la professione di medico, possiede la dottrina, lui è la scienza e di lui cerchiamo di non dover interpretare null'altro che ciò che egli dice; non vogliamo avere paura, vogliamo capire ma non capire troppo, non vogliamo ma vogliamo interromperlo, così ascoltiamo ed io per primo divento un pulcino educato che vorrebbe solo imparare il più possibile  per non far parte di quel destino. "Tra un mese il prossimo trattamento".
    Qui c'è l'aria condizionata per fortuna, anche il verdetto è un pò condizionato, più fresco direi, meno caldo sulla pelle scuoiata di mio padre, che si ritrova "dall'altra parte" e sulla sua pelle sente tutte quelle parole come ferri infuocati cui non c'è scampo, se non rendendo vivo ogni momento in cui ancora si è vivi. Quindi caro padre, sono felice se ogni tanto ci ritroviamo insieme come due galline, altre volte come A-polli fortunati se il condizionatore di una pessima sala d'aspetto , cosi incolore e ignava, così odorante di caffè di una segretaria col seno accogliente, si accende per noi.  Almeno morirai ridendo per un figlio un pò matto. E' tutto colore che si sparge su pareti color merda.
    Andando via ringrazio, so essere molto educato quando voglio.
    Ma ...colpo di scena!  Un padre, che era stato un bel matto da giovane, mio padre, Giancarlo, chiede a Vanessa, questo il nome della nostra Giunone al desk oncologico, chi fossero tutte quelle persone, come mai tutte insieme li dentro, come mai così spensierate. Forza papà, sei un grande!  Fanculo la morale!  Ecco da chi ho preso, il carattere del paziente viene fuori, l'impazienza di carattere avanza goliardica tra padre e figlio: siamo una bella famiglia tarantina! E provo fierezza nel vedere come un uomo saggio sappia accondiscendere ai suoi bisogni infantili, come indossare una bella camicia a quadrettini blu per farsi bello di fronte ad una bella segretaria. Ora mi spiego perchè ogni volta che si reca in quello studio mette le sue camice più belle.
    Giunone, così amabile e materna verso il mio vecchio padre, ci informa che trattavasi degli otto figli della signora anziana, venuti per salutare il primario per l'ultima volta, poichè la signora dopo due mesi avrebbe fatto un viaggio lunghissimo, l'ultimo. Non c'era più tempo. Gli otto figli avevano accompagnato la loro vecchia mamma ed uscivano da quella porta, tutti insieme. Come una grande chioccia con i pulcini.
    Mio padre ed io usciamo, sbottoniamo ancora di più le camicie, poichè all'uscita del portone la calura del 7 agosto ci accarezza i peli del petto che gridano pietà. Siamo belli insieme. Ridiamo. Non so perchè. Ma ridiamo.

  • 08 agosto 2014 alle ore 17:55
    Pericle, Silvania e Maretta.

    Come comincia: Le colpe dei padri non debbono ricadere sui figli, non ricordo che l'ha detto ma è una verità accettata da tutti.
    Nel caso di Pericle la colpa non era del padre, assente al momento della nascita, ma della zia Armida che, professoressa, laureata in lettere antiche, aveva ritenuto di affibbiargli un nome impegnativo presagio di un futuro importante per il nipote che, per sfortuna dello stesso, era stata la sua madrina quella che, unitamente alla levatrice che aveva assistito al parto in casa nel 1935 e l'aveva denunziato all'anagrafe di Roma.
    Forse la scelta degli altri due nomi era più favorevole per il piccolo Pè (così veniva chiamato in famiglia): Alberto e Massimo ma una maledetta virgola fra i nomi stessi gli gli impediva ufficialamente di usarli tutti insieme.
    Come inizio della sua vita forse Pè poteva sperare di meglio anche perchè, crescendo, il diminutivo del suo nome veniva in conflitto con parole insulse tipiche dei grandi che usavano un linguaggio da deficienti per farsi capire dai piccoli tipo: pepè per le scarpe e il poverino non capiva perchè il suo nome venisse raddoppiato.
    Cresciuto, aveva provato ad adire le vie legali, insomma era ricorso all'Autorità Giudiziaria per poter usare solamente uno degli altri due nomi ma il giudice che non era al corrente che Pericle veniva dai parenti peggiorato in Pè, aveva respinto l'istanza.
    Tutto sommato i motivi che avevano modificato in pejus la vita rispetto alle sue aspettative erano ben altri ma Pè, giunto al settantatreesimo compleanno, aveva cancellato i suoi precedenti di vita o meglio li aveva passati al setaccio ricordando quelli rimasti in superfice, i più piacevoli o meglio quelli meno incasinati.
    Ora sdraiato sul divano del salone della sua dimora al quinto piano di un appartamento di un quartiere bene di Messina, si godeva lo spettacolo del porto e della Calabria, visione disturbata da una pioggia insistente e dal vento gelido situazione che a Pè poco caleva: si trovava in ambiente dalla temperatura accogliente, protetto dal freddo dai doppi infissi e circondato da ninnoli scelti con gusto ma al prezzo di continui ricorsi alla carta di credito da parte della deliziosa Silvania, sua consorte, che lo adorava (parole di lei) ma troppo in confidenza col conto corrente in continua discesa.
    In fondo Pè e Silvania avevano avuto una sorte in comune riguardo ai loro nomi.
    All'anagrafe di un giorno di luglio dell'anno 1961, papà Gaetano aveva avuto la sfortuna di trovare un sostituto dell'impiegato dell'anagrafe che, un pò duro di orecchi e dalla cultura incerta, aveva aggiunto inspiegabilmente una indesiderata 'i' al nome di Silvana, Annamaria,  situazione venuta alla luce solo al momento dell'iscrizione all'asilo della desiderata, deliziosa, pelosa e decisamente ossuta brunetta.
    Seppur dall'aspetto minuto e piuttosto piatta, Silvania, comunemente interpellata senza la 'i', aveva dimostrato di saper ottenere quello che più desiderava tanto da fiaccare le resistenze della dolcissima (si fa per dire) Mara (nome originale Maria) sua madre che aveva tentato con forza a dissuaderla di prendersi per marito un separato non più giovanissimo e dall'aspetto poco rassicurante di 'tomber de femmes'.
    Il vecchio leone, soddisfatto della sua attuale posizione, dopo quarantaquattro anni di onorato servizio nella Guardia di Finanza, si sentiva un pensionato di lusso, molto coccolato anche dopo sedici anni di matrimonio dalla incantevole (quando truccata) Silvana 'chatte' anche se con qualche acciacco che lo avevano indotto a perderer le inveterate abitudini extra uxorie.
    Il soprannome di Maretta era opera di Pè che mal aveva digerito le interferenze della suocera e Mara era costretta a subire il dispregiativo del suo nome.
    Eternamente a dieta ferrea causa il colesterolo ed i trigliceriidi superiori alla norma, di una esofagite da riflusso e da artrosi varie, Pè era costretto a frequentare una palestra lontano trenta chilometri dalla sua abitazione a Torregrotta, località che raggiungeva a bordo di una fiammante e superaccessoriata Jaguar acquistata con i soldi della zia Giovanna passata a miglior vita.
    Pigro di natura, Pè cercava tutte le scuse per evitare le quattro ore settimanali di torture di ginnastica decisamente impegnativa che faceva in compagnia di persone della sua età dall'aspetto orribile.
    Sembrava che una mente diabolica avesse scelto le madame dalle patologie diverse che avevano in comune la volgarità dell'aspetto e l'eloquio rozzo oltre che la pinguiedine di notevole grado.
    Il titolare, un simpaticone italo-venezuelano lo aveva rassicurato sul suo stato di salute (dimostri vent'anni di meno) e questo lo consolava anche se non gli toglieva nemmeno uno dei suoi anni.
    L'unica persona gradevole in palestra era la segrataria, tale Rosy, alta, slanciata, sorriso accattivante, sporgenze anteriori e posteriori apprezzabili che però era molto riservata. La avances di Pè avevano avuto esito negativo (se avessi vent'anni di meno di avrei sposato), la risata argentina di Rosy aveva posto fine ad un improbabile corteggiamento.