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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 08 luglio 2015 alle ore 20:17
    A UN TRATTO

    Come comincia: A un tratto mi diventa insopportabile il mare di mediocrità in cui mi devo muovere, che mi avviluppa come un bozzolo, la mia, quella degli altri, delle cose, degli eventi, quella che, estesa, dilagata, come magma ha invaso tutto, si è infiltrata in ogni anfratto, ha coperto ogni cosa. La mediocrità che quotidianamente mi viene vomitata addosso da ogni dove, e la mia, strisciante infingarda, così ben dissimulata dall'odore di buono che emana, che non la riconosco più nemmeno io. E non giova sapere che c'è di meglio in me, in tutti, perchè lei spinge in basso a respirare l'asfalto, spinge e tiene giù. Provo a fermarmi ad ascoltare, come sempre, ma più niente mi parla, a parte il silenzio, e se niente mi parla, niente ho da dire.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:14
    LABIRINTO

    Come comincia: Quanti problemi! Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che caspita ci facciamo qui, quale perverso disegno perimetra la nostra vita, perchè quando mi tolgo le scarpe la punta dell'alluce mi sorride attraverso il buco nella calza, di ogni calza, di tutte le calze, sottili, spesse, care e meno care, perchè mai la frittata non sta assieme, e Dio? ci sarà, non ci sarà, quello che mi porta l'acqua non arriva mai e mi manda a puttane la mattinata, devo andare dal medico e farò una coda di ore, caspita mi è scaduta la bolletta della luce e non mi sono ricordata, e poi l'aldilà almeno mi ridarà indietro qualcosa di tutto questo casino? Sì comunque sono per la cremazione, è più igienica e occupa poco spazio, speriamo tardi, la spesa, già la spesa, non oggi per carità, non me la sento! Credere, non credere, lì c'è una chiesa e c'è una persona che incontro sempre al cimitero che continua a chiedermi se mi sono decisa a d entrare in una chiesa, ed io continuo a risponderle di no, non ci sono entrata, e lei insiste che mi devo decidere se voglio capire qualcosa in più. Mi sembra di capire abbastanza, almeno che non posso capire di più di quello che ho già capito, dopo andiamo nel campo delle supposizioni, delle ipotesi, non mi piacciono le ipotesi, mi piacciono le certezze, ad esempio l'ottimo salame di stasera, il pane morbido, e il vino. La partita a carte con Paolo e vincere possibilmente sempre io. Ahahahah! Mi piace essere qui a scrivere queste idiozie, anche perchè non so quanto durerà!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:09
    TUTTI MORTI

    Come comincia: Trascorrono gli anni, i decenni, scorre la vita. Ad un tratto ti accorgi che venti anni della tua vita sono ormai nella tomba. Ciò che ti torturò a suo tempo, ciò che rese insonni le tue notti, tormentose le tue passioni, abbruttiti i tuoi sentimenti, ciò che ti ferì così profondamente, così ferocemente, così impietosamente, non esiste più. Tutto è ormai nella tomba. La grande storia e i suoi protagonisti: tu, lui, lei, i parenti, gli amici, i nemici, la gente, i luoghi, le case. Un tempo persone, oggi ormai personaggi di una grande rappresentazione teatrale, che spazia dalla farsa alla tragedia greca, dalla commedia al cicaleccio pettegolo. Passano davanti ai tuoi occhi ormai stranieri, sogno o vita vissuta? Morti, morti tutti. Fantasmi che si combatterono, superandosi gli uni gli altri senza esclusione di colpi, con cattiveria, nell'interesse primario ed egoistico di esaltare se stessi. Morti tutti, tutti morti. Chi furono e quanto si presero della tua vita? Ma esistettero veramente, o fu la rappresentazione gigantesca a trarti in inganno? La casa! Certo, la casa! Travestita da cuoca soccombesti fra pentole e fornelli per lunghi anni insoddisfatti e mai gratificati. Nella luminosa sala da pranzo dominò il telegiornale e tu, impotente, gli lasciasti lo scettro con cui decise il silenzio di bocconi ingoiati con troppa abbondanza, di bicchieri di vino tracannati senza misura, era l'oblìo che cercavi? Oggi gli attori attraversano la tua mente, senza spessore, senza importanza, tutti morti! Ti guardi recitare la tua parte senza riconoscerti, chi era quella lì? Anche lei è morta. Morì tanto tempo fa, insieme a quella cucina, a quella sala da pranzo, a quella camera da letto di passione, e di paura di una morte che era sempre lì acquattata nell'ombra in attesa del suo momento di gloria, della sua vittoria, e tu lo sapevi e il cuore ti batteva così forte che potevi ascoltare il suo battito scandire il tempo lento, in attesa della luce del giorno. Li osservi, gli attori, mentre danzano nella tua mente, e alla fine della grande rappresentazione si inchinano tutti insieme, tenendosi per mano, davanti ai tuoi occhi. Così autocelebrativi, così lontani, così evanescenti! Così morti, così tutti morti!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:01
    LUNGO IL FIUME

    Come comincia: Pensavo stamattina camminando che ormai io e la Dora Riparia siamo diventate intime. Io percorro la strada al suo fianco e lei mi accompagna discreta salutandomi con le sue piccole onde lievemente increspate di schiuma bianca. La sua voce a volte è sommessa e a volte roboante, ma mai eccessiva, e sempre gradevole. Solo che per me arriva il momento di tornare indietro e prendere la direzione opposta alla sua. Proprio come nella vita quando prima ci si lascia coccolare e trascinare dalla corrente che ci porterà chissà dove, e poi, spesso, per ritrovare ciò che eravamo e che avremmo voluto diventare, è necessario andare contro la stessa corrente che ci aveva tanto affascinati. Mi perdonerà il fiume se a un certo punto lo lascerò proseguire da solo, ma la mia è l'età in cui si torna a casa. 

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:27
    LA FORZA DELL’ACCOGLIENZA

    Come comincia: Chiara e Giuseppe, fratello e sorella, ragazzi normali in un mondo diverso. Chiara è vitale ed estroversa, Giuseppe poco combattivo. Lei studia e lui lavora nella grande azienda di famiglia, vivono ignari di quanto accade intorno protetti dagli affetti della loro famiglia e chiusi in un paese piccolo e bigotto. Sfuggono i problemi dei loro coetanei e della società in cui crescono. Manca ai nostri protagonisti la capacità di lottare dei loro genitori e accettano passivamente il mondo come gli si presenta e gli si impone. I due fratelli sono esattamente il contrario del padre, Mario, uomo molto noto in paese per la ricchezza e la vocazione al dominio.
    Giuseppe conosce Maria, giovanissima commessa appena diplomata, allegra, energica e ottimista. Tra i due nasce una storia d’amore. L’amore tra Giuseppe e Maria non resiste però alle differenze sociali e culturali; Giuseppe cerca invano il consenso paterno e fugge da Maria quando questo consenso non arriva. Maria fugge, invece, dalla mortificazione. Il paese è piccolo e non le va di essere additata come quella “mollata”. Con pochi soldi nella tasca e uno zainetto, appena maggiorenne, Maria lascia la propria casa e quel paese che ormai le sta troppo stretto. Gli inizi sono duri e vivere arrangiandosi, in certi momenti, le sembra una mortificazione peggiore di quello che si era lasciata alle spalle. Ma la ruota gira e le speranze non vanno mai perse. Nella grande città, trova quasi subito lavoro come badante presso una coppia sposata da 50 anni e senza figli. Un lavoro “da straniera” che le italiane non accettano più. E proprio l’umiltà, accompagnata dalla vitalità, l’onestà e la dedizione di Maria conquistano i due anziani. Nasce un affetto inaspettato, da chi tutto sommato non le doveva moralmente nulla. La ragazza ha la possibilità di studiare. I risultati non tardano ad arrivare; laurea in Medicina prima e Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia poi.
    Chiara aveva chiuso una relazione affettiva in maniera piuttosto rapida, rendendosi conto che lui non era affidabile e soprattutto era un prevaricatore, come suo padre. Aveva deciso con consapevolezza e convinzione; quando poco dopo si era accorta di essere incinta, non aveva tentennato: la gravidanza era un motivo in più per non riaprire quella relazione. Il suo problema era se tenere il figlio oppure no. Si era laureata in Giurisprudenza, senza particolare passione, quasi per inerzia, per vivere tranquilla e non affrontare quei genitori che non le avrebbero dato pace; a dicembre aveva superato l'esame di avvocato e a luglio era rimasta incinta. Quando cominciava ad avere un po' di autonomia, anche economica, si era ritrovata incinta. Questo figlio le faceva provare un forte senso di deprivazione. La consapevolezza che l’avrebbe dovuto allevare da sola accresceva enormemente la sua angoscia. Ma ciò che più di tutto la terrorizzava era l’incapacità di affrontare Mario, suo padre. Aveva tenuto segreta ai suoi genitori la relazione con un avvocato divorziato, padre di due figli e ora si ritrovava in questa situazione. In fondo si era convinta di non avere scelta; mancavano i presupposti e non era il momento giusto per avere un figlio. Aveva mentito a tutti dicendo che andava via per una vacanza e invece, a Milano, si era rivolta ad un consultorio per capire come procedere all'interruzione di gravidanza. Il destino, a volte, gioca strani tiri e lì aveva incontrato la ginecologa: Maria. Erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che si erano viste ma quella presenza l’aveva commossa e le aveva allentato quel senso di solitudine che l’attanagliava ormai da due mesi. L’amore è distruttore, pensava Maria, guardando il viso mesto di Chiara; il ricordo della sua passione, senza speranza, per Giuseppe faceva ancora male. Quell’incontro aveva riaperto la ferita. Aveva sofferto terribilmente, ma si era ripresa in tempo e aveva giurato a se stessa di evitare per il futuro di cedere al sentimento. Le vicende di queste due donne si incrociano sullo sfondo di un Paese che, in un momento duro quanto mai, soffre di un’atmosfera di sfiducia sociale che non permette di sentirsi accolti e, soprattutto, liberi di programmare il proprio destino. La precarietà di oggi è quasi peggio delle catene di ieri. Un’insicurezza a cui tanti, troppi, reagiscono con la violenza verso se stessi e verso gli altri, fino a volte a violare la vita stessa. La nostra storia però vuole insegnare che le cose possono andare in maniera diversa.
    Chiara scrive una lettera a suo padre che sorprende Maria. Il racconto della storia di Maria, una che ce l’ha fatta, le ha fatto comprendere che tutti possiamo farcela e, in ogni caso, abbiamo il dovere di provarci. Maria, in fondo, è apparentemente sola ma è sicura e felice ugualmente, perché ha costruito la propria libertà e la gioia nella riconoscenza delle tante ragazze che incontra giornalmente nel suo cammino. La mitezza di chi non ha ceduto alla rabbia quando si è sentita mortificata e violentata insegna a Chiara che anche lei ce la può fare.
    Chiara è ognuno di noi quando travisiamo l’idea di felicità e non ci guardiamo intorno per cogliere ciò che di buono il mondo ci offre. Chiara non sa ancora se terrà o no il bambino, ma adesso realmente sceglierà con libertà. E’ determinata a usare le armi dell’amore, sopportare il dolore, controllare la rabbia, rispettare la dignità umana.
    Olimpia Improta
     
     

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:24
    LA LUCE DOPO IL BUIO

    Come comincia: Scrivo per me in primis, e quindi sono la prima a dover essere convinta della trama. Sono molto severa con me stessa, in questo. In un certo senso devo riuscire a sorprendermi. Naturalmente non è una cosa semplice, ma quando accade la sensazione è bellissima, e so di aver scritto qualcosa di buono. Bisogna mettersi degli standard alti sempre, e non mollare mai finché non ci si arriva. Come si svolge la mia pazza giornata, che bella domanda! In effetti sono molto presa dalla mia quotidianità. Ogni mattina la sveglia e da quel momento non ho più scampo. Caffettiera sul fuoco, grembiuli e zainetti, divisa da indossare. Accompagno le mie piccole vandale all’asilo, per poi andare a prenderle quando esco dal lavoro nel pomeriggio che imbrunisce. Da quel momento in poi mi smisto in modalità mamma/moglie. Per fortuna mio marito mi offre tantissima collaborazione, non nei lavori domestici! Mi protegge da ogni preoccupazione che non sia quella di regina del focolare.  Anche così, chiaramente, il tempo che ho è piuttosto risicato e alla letteratura riesco a dedicare meno di quanto vorrei. Scrivo nei ritagli di tempo, e quando a sera ci mettiamo a letto e tutto tace, un lumino solitario si accende in casa: sono io che leggo, prima di crollare, irrimediabilmente! Mio marito torna regolarmente a casa presto nel pomeriggio, quindi accende il computer, il computer rimane sempre più acceso! E’ colpa di Facebook? I Social Network hanno rivoluzionato la nostra vita sociale, ma non solo. Hanno rivoluzionato anche il nostro modo di relazionarci con gli altri, amici, colleghi, partner. L’immediatezza del contatto facilita la conoscenza, ma può diventare un’arma a doppio taglio. E succede, purtroppo, che la nostra vita di coppia non sia più felice. Facebook, funziona come grande amplificatore di emozioni, di tutte le emozioni. La colpa dell’utilizzo della rete è nostra: siamo noi ad usarla, anche con tutto il nostro mondo interiore! Per ingannare il tempo sono andata su Facebook, ma non mi sono accorta che non era il mio profilo, ma quello di mio marito. Ho trovato uno scambio epistolare e vari messaggi in cui lui faceva il cretino con le sue colleghe. Ho sofferto molto, mi sono sentita derisa, tradita e presa in giro; ho cercato di capire cosa era successo veramente, e mi sono sentita in colpa con me stessa. Mio marito, uomo brillante e socievole, ha sempre negato. Vendicarmi e rendergli pan per focaccia? Ho aperto un profilo falso maschile, ho aggiunto gente a raffica prima di chiedere l'amicizia a mio marito e alle sue colleghe che hanno accettato pur non conoscendomi. Una sua collega ha cominciato a chattare con me,  ha cercato più volte di conoscermi. Mi ha fatto paura, sinceramente preoccupata dai suoi scritti,  ho intuito quanto sia doloroso esserne colpiti e ho avvertito compassione per i suoi pensieri e i suoi propositi. Era giunto il momento di chiudere il falso profilo presentandomi con il mio nome vero. Gli amici sono stati comprensivi e discreti, dalla collega di mio marito ho ricevuto un messaggio con tante ingiurie, bestemmie e maledizioni. In risposta le ho scritto: “Che il Signore ti benedica e ti protegga da ogni tuo male!“ Con la forza di volontà si può ottenere tutto quello che si vuole, basta crederci! Il dolore, la sofferenza e gli errori mi hanno aiutata a migliorare e a rendermi più forte e più combattiva. La delusione l’ho trasformata nella migliore opportunità della mia vita per cominciare un’esistenza bellissima, ricca ed emozionante. Ho aperto me stessa e il mio cuore al mondo, abbracciando tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza!
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 12:22
    Partenza alle ore 17.30

    Come comincia: Non bisogna mai dare niente per scontato, tutti i nostri traguardi vanno riconquistati ogni giorno! Avvenimenti imprevisti, a volte lieti, a volte tristi, tendono a sconvolgere improvvisamente la normale routine del nostro quotidiano, annullando le nostre certezze e riportandoci ad una realtà inaspettata.
    Anche stamattina, come sempre nei giorni piovosi, devo fare i conti con il traffico. La segnaletica autostradale mi indica quindici chilometri di coda ed è ormai un po’ che procediamo a passo d’uomo. I miei nervi cominciano a saltare, alzo sempre più il volume della radio per cercare di distrarmi. Mi innervosisco. Mi agito. Mi volto a sinistra. L’immagine dell’altra carreggiata, mi riporta brutalmente indietro nel tempo.
    Quel giorno, lontano ormai dieci anni, ero rincasata molto prima del solito perché la baby sitter mi aveva dato buca. Riguardavo il lavoro fatto, davvero ottimo. Il mio antico orologio a pendolo aveva appena smesso di suonare i rintocchi delle ore 17.30, mi ero sbrigata prima del previsto e potevo finalmente riposare accoccolata sul mio divano. Ad un tratto, un lamento. Il cuore mi pulsò incessantemente! Mi alzai allarmata e mi avvicinai alla culla del mio bimbo; dormiva sereno e tranquillo, ma quel lamento mi aveva messo in ansia. Decisi di non parlare con nessuno dell’accaduto, temevo di passare per una madre eccessivamente apprensiva e, forse, un po’ lo ero.
    Il giorno dopo andai in ufficio, ancora fortemente turbata da quel lamento che continuava a rimbombarmi nella testa; tuffarmi nel lavoro mi consentì di distrarmi. Alle 20.00, ormai a casa, mi arrivò una telefonata; mio fratello mi avvertiva che il telegiornale aveva appena mostrato uno scontro tra un’auto e un tir; aveva perso la vita Francesco, il mio amico e collega con cui lavoravo quotidianamente. Il mondo mi crollò addosso: 23 anni sono oggettivamente troppo pochi per morire, ancor di più quando a casa ti attendono una bimba di tre anni e tua moglie che, dopo quindici giorni, darà alla luce il tuo piccolo bambino.
    Come in un film, mi tornarono alla mente tutti i momenti trascorsi insieme. Io e Francesco, lavoravamo insieme da tre anni nell’azienda della sua famiglia; io ero più grande di lui di dieci anni, lui era il figlio del mio datore di lavoro. Ero un po’ la sua tutor. Mille volte ci attardavamo al lavoro. Ore ed ore trascorse insieme a ridere e lavorare. Avrebbe voluto trascorrere più tempo con la sua famiglia o con i suoi amici a giocare a calcetto; ma io lo esortavo a lavorare per imparare e fortificare le fondamenta del suo futuro; lui mi ascoltava, perché si fidava ed imparava. Ero io che lo avevo esortato ad andare a quel colloquio. Una grande opportunità, come poteva perderla? Cattiva consigliera è stata la razionalità! A cosa erano serviti i sacrifici di Francesco? Le ore trascorse a lavorare? Le partite a calcetto non giocate, per costruire quel futuro? Se non fosse andato a quel colloquio, oggi sicuramente sarebbe tutto diverso.
    I sensi di colpa, mi assalivano; non riuscivo a liberamene. Notte e giorno, in un pensiero costante. Lacrime e ancora lacrime. E poi l’aiuto mi è arrivato da chi, in realtà, l’aiuto avrebbe dovuto chiederlo. “Bisogna ricominciare il viaggio, nonostante tutto”, mi avevo detto e abbiamo cominciato a scrivere un libro a quattro mani per raccontare ciò che di bello è stato. Io e Caterina, la moglie di Francesco.
     La nostra ripartenza come rimedio per ricominciare ma senza mai dimenticare ciò che ha lasciato un’esistenza breve ma eterna. Sulla copertina un’immagine stilizzata tratta da una foto del piccolo Francesco, il bimbo che non ha mai potuto giocare con il suo papà. Siamo ripartite dalle 17.30: l’ora dell’incidente! Il prologo, brevissimo, voluto da Caterina: “alle 17.30, laddove possibile, si suoneranno le note del silenzio in memoria delle tante, troppe, vittime della strada”.
    Il traffico era ormai smaltito. Ero arrivata in ufficio. Calmissima. Ancora una volta, come spesso negli ultimi anni, il suo ricordo mi era stato di insegnamento: un’ora di rabbia è un’ora di felicità persa e la vita, se anche durasse cento anni, non merita di essere sprecata.
    Lui non è passato invano.
    Olimpia Improta

  • 06 luglio 2015 alle ore 10:04
    Essere bambini

    Come comincia: Credetemi non è difficile ritornare bambini... ma se non è cosi è solo perchè noi non lo vogliamo, siii. Nessuno ci impedisce di comprare delle costruzioni e giocarci, nessuno ci impedisce di sentirci felici dentro, nessuno ci impedisce di mangiare la pappa, nessuno ci impedisce di sognare, nessuno ci impedisce di essere buoni, nessuno ci impedisce di credere nell'amicizia e nell'amore. Sono orgoglioso di essere bambino e sapete perchè? Perchè si nasce bambini.

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:59
    ERACLITO

    Come comincia: ERACLITO  AVEVI  PROPRIO  RAGIONE!
     
    Che ne dici:
    degli ex abitanti del Limbo? Sono sicuramente in Paradiso dopo la soppressione di un luogo così ovattato senza piaceri né dispiaceri ma pur sempre, per tanto tempo, in punizione per mancanza sulla loro testa di acqua benedetta;
    della povera Maria Vergine in mezzo alle nuvole, tanto invocata ma sempre sola dopo aver avuto un figlio senza nemmeno un po’ di piacere;
    del povero Giuda condannato agli Inferi, tanto vituperato ma senza colpa per una sorte a lui predestinata;
    del povero Allah costretto a cercare vergini per gli eroi mussulmani morti in battaglia, veramente tante le 42 vergini per ognuno, dove le trova? A meno che non le ricicli con un piccolo intervento chirurgico…ma non sarebbe serio!
    dei mussulmani costretti ad aborrire carne di maiale ed alcolici; sicuramente contenti i suini, un po’ meno i viticultori;
    dei poveri preti pedofili, forse avrebbero preferito un sano rapporto con femminucce…
    di quel simpaticone di Padre Pio costretto agli onori degli altari, con molti oboli da parte dei creduloni, invece di essere curato per schizofrenia come accertato con pareri medici di dottori del Vaticano;
    dei mussulmani preganti a pecoroni, se capitasse loro di dietro un omo arrapato?
    Eraclito avevi proprio ragione tremila anni fa, il popolo è ignorante oggi come allora!
     
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:46
    FIORELLINO

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!
     

  • 04 luglio 2015 alle ore 16:54
    facciamo una passeggiata

    Come comincia: Facciamo una passeggiata nel tuo passato, ti prenderò per mano e ti mostrerò che non ha nulla a che fare con me. Nessuno di quelli che hai conosciuto hanno mai urlato un silenzio come il mio, del quale si sente un'eco infinita, da qui al tuo, che non conosci ancora.
    Facciamo una passeggiata nei tuoi pensieri, ti mostrerò che per me hai riservato il posto sbagliato, nessuna precauzione renderà sterile quello che provi, io germoglierò nelle tue debolezze e le renderò di bellezza assoluta, perché il tremolio delle mie mani ammortizzerà il tuo in un abbraccio che saprà di brezza mattutina. 
    Facciamo una passeggiata nelle tue gelosie e ti mostrerò che di quello che posso dare ne ho abbastanza per una sola persona e ho talmente tanti sogni da innaffiare che piove in continuazione e sotto al mio ombrello posso tenere al riparo solo te.
    Facciamo una passeggiata tra le tue parole e ti mostrerò che non volano, che in una tua poesia di dolore c'è l'amore eterno di una sensualità fatale e la delicatezza di un pulcino appena nato, che con le parole si può anche fare l'amore e che nessuna al mondo, per quanto brutale, potrebbe farci del male, perché sono nostre e tutto quello che è tuo, io amo, e tutto quello che è mio, tu ami e perdoniamo.
    Facciamo una passeggiata sul mio corpo e ti mostrerò che la parte più profonda di ogni donna si sfiora sulla pelle e non c'è schiaffo al mondo che potresti mai darmi, e non c'è posto al mondo in cui mi potresti mandare perché io sono qui, qui dove tu sei, qui ovunque tu sia ora.

  • 04 luglio 2015 alle ore 12:13
    2010

    Come comincia:  Scusami... se un giorno raccontando della mia vita... parlerò anche di Te. Di te che mi hai sempre regalato un sorriso, di Te che mi hai sempre portato il sole nei giorni di pioggia, di Te che mi copri tutto il male con la tua dolce voce, di Te che sei una persona semplice, ma per me sei tutto, di Te che vorrei essere solo tua, di Te che nonostante gli anni che passano mi fai star bene, di Te che non hai paura di essere così come sei... di Te che sei vero/a, di Te che per me sei tutto.

  • 04 luglio 2015 alle ore 11:07
    2012

    Come comincia: Impossibile per me dimenticare una persona che mi porto nel cuore, è difficile per me dimenticare due occhi che mi piacevano e che ho fissato per lungo tempo, non posso dimenticare un bacio dato in un momento particolare. Queste cose le porterò nel cuore e nella mia mente perchè sono gesti spontanei che non ho cercato, che non ho aspettato. E' facile dire passerà, con il tempo sicuramente si, quando un altro sguardo incrocerà i miei occhi,quando un'altra mano accarezzerà il mio viso,potrà cancellare per sempre.

  • 04 luglio 2015 alle ore 7:08
    GREGORIO

    Come comincia: Appena entrata nella stanza guardai subito dalla sua parte, e lui era lì, come sempre. L'emozione era intensa e faticavo a controllare il tremore delle mani. Non mi ero più fatta viva e mi sentivo un po' in colpa. La stanza era sempre uguale, come l'avevo lasciata e come la ricordavo. Le gelosie accostate lasciavano entrare lingue di luce che mettevano in evidenza lo strato di polvere sopra i mobili. Mancava solo il lampadario di cristallo a gocce, e una lampadina pendeva modesta dal soffitto. Rividi la scena del lampadario che si staccava dal suo gancio e precipitava violentemente sul tavolo nuovo. Quel bellissimo lampadario, pagato a rate, costato tanti soldi,e neppure ancora finito di pagare, ammirato da tutti, simbolo di una ritrovata piccola parvenza di benessere dopo la distruzione della guerra, dopo la disperazione e la fame. Il tavolo era stato ricoperto da un foglio di opaline e recuperato, ma un altro lampadario non si era potuto comprare. E così era rimasta quella lampadina penzolante a ricordarci quanto il nostro illusorio benessere fosse precario. Era bastato quel crollo fragoroso per riportarci tutti alla consapevolezza dei nostri limiti. Io non l'ho vissuta la guerra, sono nata quando era già finita da tre anni; sono stata più fortunata dei miei fratelli e di mia sorella che invece la vissero da bambini. Ho avuto infanzia e adolescenza, invece loro bombardamenti, fughe nei rifugi, pasti a base di ravizzone, assenza di qualunque cosa possa far felice un bambino. 
    Adesso la stanza era lì e continuavo a chiedermi come avessi  potuto stare lontana tanto tempo. Ma si cercano sempre risposte senza provare a immaginare che le risposte potrebbero anche non esistere.
    Presi un fazzoletto di carta per pulire una sedia. Mi sedetti e rimasi in silenzio a respirare i ricordi.
    "E' da tanto tempo che ti aspetto" Mi voltai verso di lui. La sua voce era dolce e fui contenta di risentirla.
    "Ne sono certa. Vivere mi ha distratta molto, mi dispiace. Come stai?"
    "Non c'è male; un po' scricchiolante! Piuttosto, tu?"
    "Io ho pensato a te ogni volta che avevo bisogno di ritrovare la mia identità, e credi, le volte sono state innumerevoli!"
    "E' curioso, in considerazione di quanto ti ero insopportabile!"
    "No, non è vero, solo a volte. Ero piccola e avevo voglia di scappare."
    "E poi...l'hai fatto."
    "Sì"
    "Ti sento quieta, riflessiva, vedo nei tuoi occhi dolcezza e ragionevolezza."
    "La vita mi ha costretta a smussare gli angoli. Ma tu sai bene queste cose. Tu raccoglievi gli sfoghi, non solo miei,  sentivi ogni discorso, ogni progetto, ogni litigata. Sai, ho poi riscontrato che litigano tutti, specialmente quando si riuniscono per il Natale o altre festività. I parenti litigano fra loro, anche gli amici, anche i colleghi di lavoro. Ho dovuto imparare a guardarmi le spalle, sentendomi tanto vulnerabile, tanto fragile, e allora mi venivi in mente tu, e questa casa, tu, punto di incontro di tutta la famiglia; a volte litigavamo fra di noi per potere stare con te. E' vero, non sono più venuta qui, ma tu hai accompagnato tutta la mia vita. In questa stanza, davanti a te, mia madre fu adagiata sul tavolo da morta, perchè tutti potessero venire a farle visita. Io avevo tredici anni. Fuori casa avevano appeso degli spessi paramenti neri con le rifiniture color oro che mi facevano impressione. Tutte quelle carezze, tutta quella pietà per me che "non avevo più la mamma", quanto mi irritavano! E poi la leggerezza, la superficialità della giovane età, certo potevo mettere le prime calze di nylon, grige, perchè alla mia età il nero non era previsto, ed io mi pavoneggiavo con le mie prime calze "da grande" senza capirne il prezzo, senza capire niente!"
    "Tu stessa parli di giovane età, eri una bambina, cosa dovevi capire! Avresti capito più tardi, ed hai capito più tardi, vero? Se no non saresti qui."
    "Sì, ma capire non ha potuto cancellare il rimpianto. Mia madre se n'era andata, e con lei la mia infanzia. Dopo fu tutto diverso."
    "Ricordi il concorso?"
    "Certo che lo ricordo! Non volevo più partecipare perchè lei l'aveva tanto voluto, e ormai mi sembrava inutile. Partecipai lo stesso e suonai "Per Elisa". Mia madre mi è mancata tutta la vita, mi è mancato conoscerla e frequentarla. Chissà, forse mi avrebbe delusa? O sarebbe stata la mia migliore amica? Non lo saprò mai. Ma la sua voce non l'ho mai dimenticata. Lei suonava ad orecchio e cantava, tu ricordi vero, la sua bella voce?"
    "Sì, come dimenticarla. E come dimenticare una famiglia che viveva di musica, anche in mezzo a problemi quasi insormontabili? Io non ho voluto essere parte di un'altra famiglia. Ho voluto rimanere qui, a riascoltare echi di voci, di risate, di rincorse su per le scale di ragazzi che andavano verso il loro destino sconosciuto. E se tu oggi sei qui, vuol dire che sono servito a qualcosa."
    "Caro Gregorio, di questi sei ragazzi che si rincorrevano su per le scale di casa, ne sono rimasti soltanto due."
    "Gregorio?"
    "Sì, ti avevo dato un nome che sapevo solo io e ti avevo chiamato Gregorio."
    "Sei tornata per rimanere?"
    "Mi piacerebbe, ma non posso. Sono solo di passaggio, sto andando verso l'ignoto, ma ho ancora un po' di tempo per te."
    "Ho capito. Allora siediti qui davanti a me come quando eri bambina, e suona."
    "Ma non ricordo più niente!"
    "Ti aiuterò io che ricordo ogni nota che le tue piccole mani hanno impresso sui miei tasti ingialliti."
    Ubbidii e mi sedetti davanti a lui. Posai le mani sulla tastiera, caro vecchio Gregorio, e le mie mani volarono suonando come io non ero mai stata capace, creando melodie sconosciute e struggenti, mai ascoltate, mai composte prima. Allora lui mi parlò:
    "Ora che sei tornata non ha più senso che io rimanga qui. Non andrai sola verso l'ignoto, verrò io con te"
    Mi sentii traboccare di affetto.
    "Ho sempre saputo che quando fosse arrivato il momento avrei potuto contare su di te."
    Lo accarezzai. Così solido e imponente! Con quella sua incombenza così rassicurante. Con quella generosità fedele e piena di tenerezza!
    E mentre la musica inondava la stanza, spariva la polvere dai mobili, e dal soffitto pendeva luminoso il magnifico lampadario a gocce di cristallo. All'improvviso mia madre, mio padre, i miei fratelli erano lì; mi sorridevano, e mi parlavano. "Guarda Lora che dopo tocca a noi suonare!"
    E io ebbi la certezza che non sarei mai più rimasta sola.

     

  • 04 luglio 2015 alle ore 6:47
    LA VESTAGLIA ROSA

    Come comincia: La corsia era silenziosa. Un'infermiera camminava velocemente al richiamo di un segnale intermittente proveniente da una camera in fondo al corridoio. Io e Francesca ci fermammo nell atrio, lei teneva in mano la valigetta contenente le mie cose utili per il ricovero. Camicie da notte, vestaglia, ciabattine, biancheria intima, tutto rigorosamente nuovo, come si usa in certi frangenti.
    Una piccola suora tutta vestita di bianco si avvicinò leggera.
    "Desiderano?"
    "Buongiorno. Devo essere ricoverata" 
    "Ha l'impegnativa? E' prenotata?"
    "sì, sì" estrassi da una busta i documenti per il ricovero senza riuscire a dominare il tremore delle mani.
    "Si accomodi oltre quella porta. Le facciamo subito un prelievo di sangue. E' digiuna?"
    "Sì, mi avevano avvertita. Grazie"
    La suorina, silenziosamente come era arrivata, si allontanò in fretta.
    Guardai Francesca
    "Puoi anche andare via adesso, altrimenti farai tardi in ufficio"
    "Ma nemmeno per sogno. Aspetto di vedere dove ti sistemano, e poi voglio aiutarti a mettere a posto la biancheria. Non preoccuparti, l'ufficio può aspettare un po'."
    Cercavo di sorridere, ma non era facile.
    "Non sono mica una bambina, ho quarant'anni, anche se sono stata ricoverata solo una volta per partorire....insomma, posso farcela."
    In realtà pensavo con disperazione al momento in cui Francesca mi avrebbe lasciata lì da sola, e mi chiedevo come avrei fatto a controllare le lacrime che già mi premevano gli occhi e la gola.
    La suora tornò, effettuò il prelievo, sorrise.
    "Venga, l'accompagno in camera."
    La camera era a due letti: un armadietto, un lavabo, un tavolino con due sedie, due comodini. Il letto era così perfettamente pulito e ben fatto che non osammo posarci la valigetta. Guardavo Francesca che sistemava la mia biancheria nell'armadietto e temevo il momento del distacco, come se in quel momento, il distacco fosse dal mondo intero, da ogni certezza, da ogni progetto, da quel passato, presente, futuro in cui mi ero sempre crogiolata e sentita sicura come se ogni evento fosse già prevedibile e previsto, così previsto da risultare addirittura noioso. Adesso il presente era lì a segnalarmi che, mentre nulla avrebbe potuto modificare il passato, il futuro poteva non esistere. Ero ferma su un gradino e non dovevo più chiedermi se il prossimo mi avrebbe portato più in basso o più in alto. Ero lì a chiedermi se il prossimo gradino ci sarebbe stato.
    La voce di Francesca mi arrivò ovattata
    "Quale camicia da notte vuoi indossare?"
    "Ma perchè, non posso rimanere vestita?"
    "Guarda che sei ricoverata, devi spogliarti e metterti a letto."
    Era un controsenso spogliarmi e mettermi a letto all'ora in cui da sempre ero in piena attività in ufficio.
    Sarà tutto in sogno? Anche quando mi era stato diagnosticato il carcinoma mi ero chiesta se stessi sognando, e quando mi avevano informata che l'intervento doveva essere fatto subito, anzi prima di subito, e prima dell'intervento le radiazioni, e purtroppo nessuna garanzia che non fosse già troppo tardi. Un sogno? Tutto un sogno? Che ne era di me, di ciò che ero stata fino a pochi giorni prima? Dov'era quella stupida donna che mai aveva riflettuto sull'evento della sua morte? Eppure ne aveva già viste di persone morire. Cosa aveva pensato? Che a lei non potesse capitare? No, non aveva proprio pensato, mai.
    "Sembri una bambola con questa vestaglia rosa. Come ti senti?"
    "A terra. Ho voglia di piangere. Vai Franca, lo sai che mi imbarazza piangere davanti a qualcuno."
    "Va bene, torno a mezzogiorno, nella pausa pranzo."
    "Tumore" pensavo. Ecco come ci si sente quando all'improvviso questa parola terrificante entra a far parte della tua vita. L'angoscia che mi attanagliava la gola mi impediva di respirare liberamente. Mi sentivo soffocare. Devo calmarmi, pensavo. Cercare di respirare adagio, e profondamente, non sto soffocando, è tutta una questione di ansia. Devo distrarmi, pensare a qualcosa di diverso, di bello. Cercavo dentro di me quei sotterfugi che mi avevano sempre aiutata a superare i momenti di grande agitazione, ma non ottenevo risultati. Possibile che non riuscissi più a prendere per i fondelli la mia emotività? Non potevo fare niente, la paura si era impossessata di ogni mia cellula e nulla potevano i miei sciocchi trucchetti. Già, potevano andare bene quando mi arrabbiavo con mia figlia, o quando qualcosa non funzionava al lavoro. Potevano andare bene se mi andava a monte un evento che mi interessava, una serata, un appuntamento, un viaggio. Ma questo era un gigante, un mostro che mi schiacciava senza pietà, senza neppure vedermi, questo sconvolgeva la mia vita. La mia vita? Vivrò? Morirò? Forse morirò. Ecco devo abituarmi all'idea che forse morirò, mi ci devo preparare fin da adesso. Morirò. E se morirò? No, impossibile pensarci. Impossibile accettare di lasciare tutto: mia figlia di soli sedici anni, la mia casa, i familiari, gli amici, tutto il mio mondo. Certo, il mondo, i miei occhi chiusi per sempre, non più i risvegli della natura, non più la musica, non più le risate, le chiacchiere, gli abbracci. Solo un grande silenzio, un buio eterno. Il buio della mia faccia premuta contro il cuscino per nascondere le lacrime, per attutire il suono dei singhiozzi. Ma ho solo quarant'anni, ho ancora tante cose da fare! A chi lo dicevo? Al mostro? Erano troppo in alto le sue orecchie perchè mi potesse sentire. A chi lo dicevo? Lo dicevo a quella me stessa nervosa, aggressiva, litigiosa, sempre pronta a reazioni eccessive, insensate, disposta a discutere fino all'esasperazione su qualunque cosa? Lo dicevo a quella demente che quando era molto adirata arrivava a dire "non fossi mai nata"? A chi, a chi lo dicevo! Non voglio morire, non voglio morire!
    Sentii una mano accarezzarmi i capelli. Era la suorina.
    "Non si abbatta. Deve avere coraggio, deve credere nella sua guarigione. Abbia fede."
    "Mi dispiace, è stato più forte di me"
    Avevo sollevato la testa dal cuscino e subito mi ero vergognata della la mia fragilità.
    "Non stia qui a pensare...venga con me... le faccio vedere il reparto."
    La suora mi aveva presa per mano. Mentre andavo con lei mi chiedevo come mi fosse passato per la mente di comperarmi una vestaglia rosa, ma perchè rosa, così vistosa, così "frufru". Ma Santo Cielo! Come avevo potuto scegliere una vestaglia rosa!
    "E' molto graziosa la sua vestaglia, porta un po' di colore in questo corridoio così grigio!"
    Mi aveva letto nel pensiero? Aveva intuito il mio disagio? O era semplicemente sincera? Mah, però mi sentii meglio.
    Lungo il corridoio passeggiavano alcuni degenti con dei vistosi segni blu tracciati sul collo.
    "Cosa sono?"
    "Sono i punti verso i quali viene mirata la radiazione"
    Qualcuno camminava adagio, altri meno incerti.
    Rimasi colpita da un incontro in particolare. Un uomo in sedia a rotelle che fissava il vuoto e si vedeva quanto la malattia l'avesse consumato. Gli occhi grandi in un viso ormai scarno e le mani pesantemente abbandonate sulle gambe. Aveva la testa un po' reclinata da un lato e io non riuscii a stabilire quanti anni potesse avere. Ci guardammo e lui mi sorrise accennando un saluto, e anche la signora che lo accompagnava mi sorrise. Anch'io sorrisi e mi chiesi come avesse potuto un uomo in tali condizioni trovare la forza di sorridermi.
    Fu di fronte a quell' uomo che cominciai a vergognarmi di me stessa.
    Man mano che camminavo accanto alla suora e lei mi spiegava le varie situazioni, sentivo che pian piano l'angoscia si scioglieva, e timorosa entravo a far parte di un mondo al quale non ero abituata a pensare durante le giornate della mia vita. Un mondo di sofferenza silenziosa e dignitosa, ma anche di autentica incredibile speranza.
    "Torno subito" disse la suora "mi hanno chiamata" e si allontanò.
    Mi aveva lasciata di fronte all'ultima camera in fondo alla corsia. Lì, appoggiata al davanzale della finestra, c'era una donna vestita di nero che mi stava guardando. Era alta, i capelli neri raccolti dietro la nuca, il viso dai lineamenti belli e gli occhi neri splendenti.
    "Buongiorno" le dissi e mi sentii di nuovo a disagio nella vestaglia rosa.
    "Ha qualcuno ricoverato qui?"
    Lei guardò verso la camera.
    "Mia figlia di diciannove anni. Siamo qui da un anno. Veniamo dalla Calabria. Non rimane quasi più nulla di lei, solo la voce per gridare la sua sofferenza. Ma io spero in un miracolo. Lei è molto grave, molto sofferente. Non si può più toccarla per spostarla. Ormai viene spostata avvolta nel lenzuolo, ma il dolore è grande lo stesso."
    Io non trovavo nulla da dire a quella madre, proprio nulla che non fosse inutile, banale, stupido. La guardavo in quei suoi occhi lucidi di disperazione mentre continuava a parlare, anzi a sussurrare con un filo di voce:
    "Io vivo qui, accanto a lei. Prego, prego sempre. Per i medici non c'è nulla da fare, ma Dio, se vuole..."
    Provavo una grande pena e istintivamente le misi una mano sul braccio.
    "Se non le spiace ogni tanto verrò a chiederle notizie" Ma non ebbi il coraggio di entrare nella camera della ragazza.
    La donna mi sorrise.
    Ritornai in camera mia e mi accorsi che avevo la mente affollata da tante persone, tutte quelle che avevo incontrato quel mattino, e quando alle dodici e trenta arrivò Francesca mi accorsi che il mondo esterno era già lontanissimo dai miei pensieri. La accolsi sorridente.
    "Ti senti meglio?" Francesca mi abbracciò.
    "Sì, in poche ore ho imparato tante cose e credo che prima di uscire da qui ne imparerò ancora molte. C'è tanta sofferenza intorno a noi, perchè non ci pensiamo mai?"
    "Non so, forse per egoismo e per difenderci. Penso sia nella natura umana cercare di non soffrire. D'altronde siamo sempre così impegnati, affannati, ci rimane poco tempo per pensare a tante cose."
    "E' vero, finchè non si viene coinvolti, come capita a me adesso. Stamattina mi sono resa conto che qui c'è gente molto più ammalata di me.
    Una signora ricoverata nella camera accanto alla mia, sentito il mio problema, mi ha detto che non mi devo preoccupare perchè io mi salverò. Ma non sarà così per lei che il male ce l'ha nel polmone. Sapere questo mi ha scombussolata. Perchè mai dovrei essere privilegiata senza averne alcun merito? Perchè Dio permette queste cose?"

    "Dio non c'entra, secondo me è l'essere umano che genera la sofferenza"
    "Sì Franca, però Dio permette la sofferenza degli innocenti e io non me lo spiego. Se mi salverò, mi chiedo perchè a me sarà concesso e ad un altro magari più meritevole di me no."
    Saggiamente Francesca mi interruppe.
    "Non vuoi sapere cosa è accaduto stamattina in ufficio? Tutti ti salutano e si augurano di rivederti al più presto in mezzo a noi."
    "Ti ringrazio Franca di essermi così vicina, ti voglio bene"
    "Anch'io ti voglio bene, vedrai che presto tutto questo sarà solo un ricordo."
    Ma io sapevo che "tutto questo" mi avrebbe profondamente cambiata, e già mi sentivo diversa. Quella sera stessa, la prima che vissi in ospedale, udii nel silenzio della corsia quasi buia quella voce, la voce della ragazza diciannovenne che gridava il suo dolore, la sua infinita stanchezza "mamma...mamma... non ne posso più, fammi morire, voglio morire."
    Mi raggomitolai nel letto e il mio corpo era percorso da brividi. "Oddio" pensavo "fate qualcosa, non lasciatela soffrire così, fate qualcosa" e le lacrime scendevano lungo il mio viso, inarrestabili, e di nuovo i singhiozzi si spegnevano contro il cuscino. Ma piangevo per lei.
    Cominciava per me un percorso incredibile in cui quasi dimenticavo la mia malattia per condividere la sofferenza di altre persone.
    I miei occhi iniziavano a vedere oltre l'oscurità di una vita vissuta in ragione di me stessa, delle mie necessità, dei miei stupidissimi bisogni e desideri, dei nervosismi ingiustificati e a volte infantili.
    Mi addormentai stanca, sfinita da tutte le emozioni vissute in quella prima giornata di ricovero, la prima di tante che mi avrebbero vista cambiare totalmente il mio carattere, che avrebbero tirato fuori tutta quell'umanità che c'era dentro di me, imprimendo  poco a poco la mia vera rinascita.
    Imparai presto a camminare in corsia con  la mia vestaglia rosa, portando sorrisi dove potevo. Mi affacciavo sulla soglia delle camere di tutti quegli ammalati che non potevano alzarsi e chiedevo se ci fosse bisogno di qualcosa. Mi fermavo a chiacchierare con tutti, ascoltavo le loro necessità, gli sfoghi. Imparai che tutti, anche quelli che stavano tanto male e non avevano alcuna speranza perchè, al contrario di me, "inoperabili", tutti mi vedevano volentieri. Ecco che finalmente la mia allegria, anche la leggerezza, erano incanalati nella direzione giusta.
    A volte mi fermavo davanti ai finestroni e guardavo il traffico assordante, pensavo all'ufficio, al lavoro, a tutto quel mondo a cui sentivo di non appartenere più. Io ormai appartenevo al lungo corridoio, agli ammalati, alle piccole incombenze di ogni giorno. Quante piccole cose: la distribuzione delle medicine, il passaggio dei medici, i pazienti che camminavano in corsia, quelli che potevano. E poi il pranzo, il silenzio pomeridiano, la cena, il bisbigliare della suora e delle infermiere. E quando la giornata finiva e le luci venivano abbassate, indossavo la mia vestaglia rosa e andavo nella camera accanto dalla signora col tumore al polmone. Mi sedevo vicino a lei cercando di distrarla, di sistemarle i cuscini: lei non poteva sdraiarsi, non riusciva. Ormai da troppo tempo era costretta a dormire seduta, con la schiena appoggiata ai cuscini. Prendeva la mia mano fra le sue e la stringeva, e poi sottovoce: ho quattro figli, sono una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno, vorrei solo non dover soffrire così tanto per morire.
    Io non trovavo risposte, non c'erano le risposte. Stavo lì seduta e condividevo con lei l'unica cosa possibile: il silenzio.
    Temendo, e aspettando, forse, la morte, stavo finalmente scoprendo la vita.

  • 01 luglio 2015 alle ore 21:22
    VENEZIA LA LUNA E TU.....

    Come comincia: Quando suonò il telefono, io ero già lì vicino, in attesa. E' un po' che aspetto, gli dissi, ma lui non fece caso alla mia protesta. Senti, mi disse, ce l'hai una ventiquattrore? Oddio, pensai, cosa mai sarà una ventiquattrore? Il mio silenzio in risposta fu piuttosto eloquente. Una valigetta, mi disse, non ce l'hai una valigetta per stare via due giorni? No, non ce l'avevo, ma dov'era il problema? La compro oggi. Perchè? Perchè domani passo a prenderti e stiamo via due giorni. Che meravigliosa sorpresa! Ma che bellezza! Dove andiamo? Non te lo dico dove andiamo, è una sorpresa. Mi precipitai immediatamente in un negozio di borse e valige e passai in rassegna un po' di ventiquattrore, fino a che trovai quella che mi piaceva. "Ventiquattrore", ma che razza di nome, pensavo. Il mattino seguente puntualissima lo aspettavo sotto casa. Scarpe basse tipo paperine, gonna nera svasata, maglietta rosa, borsetta, valigetta, e tutti i miei magnifici diciannove anni. Lui sì che era un uomo di mondo! Io ero una ragazzotta di provincia, lontana provincia, timida, impacciata, e perennemente preoccupata di non essere "all'altezza" e di fargli fare brutta figura. Quando arrivò e scese per aprirmi la portiera dell'auto e avvolgermi fra le sue braccia, ogni incertezza svanì: perfino ad una sprovveduta come me era evidente il suo amore. Andiamo a Venezia, mi sussurrò all'orecchio. Non ero mai stata a Venezia e non stavo nella pelle dalla gioia. Durante il viaggio lui mi raccontò un mucchio di cose della sua vita, ben più vissuta della mia, e poi mi illustrò i panorami, le località che si vedevano in lontananza oltre l'autostrada, e che lui conosceva benissimo. Sono bellissimi i paesaggi del veronese, del vicentino, ed io pendevo dalle sue labbra. E quando attraversammo il lungo ponte prima di Venezia, e il mare si aprì davanti ai miei occhi, pensai che non avrei potuto essere più felice di così. Quando fu sera lui mi portò in un ristorante sul mare, un grande ristorante. Lo sciacquio gentile dell'acqua mi cullava, e gli spruzzi sotto il pontile arrivavano a lambirmi i piedi. Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra, gli occhi negli occhi, le mani nelle mani, la luna si rifletteva nell'acqua luccicante. Un sogno, un autentico sogno. Ma poi abbassai lo sguardo sul tavolo e allora sì che rimasi atterrita: accanto ai piatti c'era una serie di posate, tante, troppe posate di cui un paio che non avevo mai visto nella mia vita. Due bicchieri non mi spaventavano, il piccolo per il vino e l'altro per l'acqua. Anche dei piatti ormai sapevo tutto. Ma tutte quelle posate! Mi accorsi che le mie mani cominciavano a sudare e così le ritirai velocemente dalle sue. Qualcosa non va? Disse lui. Ma no, figurati, è tutto bellissimo! Risposi io con un filo di voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle posate. Arrivò il cameriere con gli antipasti di pesce ed io pensai: adesso guardo quello che fa lui e copio. Ma lui, cavallerescamente, attendeva che io cominciassi a mangiare. E aveva anche un discreto appetito. Ma non mangi? Incalzava. Sì, sì, comincia tu, anzi prima beviamo un po' di vino! Non c'era davvero modo di uscire dalla situazione, e così coraggiosamente presi una forchetta e un coltello a caso, proprio mentre lui prendeva una specie di palettina apposta per il pesce, seppi in seguito. Rimanemmo entrambi con l'utensile a mezz'aria e lì ebbi la conferma del suo amore. Se ti trovi in difficoltà col coltello, puoi provare la palettina, è molto comoda, disse guardandomi negli occhi. E poi aggiunse: ho ordinato qualcosa di veramente eccezionale per dopo, non te lo immagineresti mai. Fra l'altro è la specialità del ristorante.
    Infatti dopo arrivarono due vassoi giganteschi di scampi ai ferri. Come fare a dirgli che i crostacei non mi piacevano, che il solo vederli mi dava la nausea? Avrebbe continuato a reggere l'amore? 

  • 01 luglio 2015 alle ore 15:57
    PARLANDO DI TELEVISIONE

    Come comincia: Vi ricordate la canzone di Gaber "Ma com'è bella la città, ma com'è grande la città......" Mi viene da dirlo per la tv. "Ma com'è bella la tv, ma com'è grande la tv......appunto, sempre più grande. Supermegagiganteschi schermi piatti al plasma, il nostro plasma, versato goccia a goccia alla scadenza di ogni rata, 240 rate per 20 anni. Non preoccuparti papà, quando muori tu continuo a pagare io, adesso però dobbiamo cercare casa, una casa grande, non perchè siamo in tanti, ma perchè il televisore ha uno schermo così grande che ci vuole una casa con un salone adatto, anche perchè se lo schermo è troppo vicino fa male agli occhi. Giusto, ma una casa con un salone grande ha sicuramente anche una cucina grande, due camere da letto grandi, doppi servizi grandi, doppio garage, doppia cantina, doppia tavernetta, doppio giardino, doppia mansarda, insomma costa circa 800000 euro. Accipicchia! Vendiamo la casa dei nonni, il terreno che ci ha lasciato lo zio Antonio e l' appartamento ereditato dalla zia Liliana e accendiamo un mutuo ipotecario per la differenza. Giusto. Venticinque anni di mutuo, non preoccuparti papà, se muori tu continuo a pagare io, ma almeno sistemiamo la tv come si deve. Giusto.
    Quando comparve la tv, in breve fu definita una scatola a volte magica, a volte diabolica, secondo i gusti. Oggi non si può più neppure definirla scatola perchè anche se possiamo guardarla in 3D, lei le 3D non le ha più. E' una specie di foglio animato che possiamo appendere dove ci pare, anche sul soffitto, che ci spia, ci insegue e ci deride mentre passiamo la scopa elettrica o spolveriamo i mobili. Le voci stridule dei conduttori ci inseguono ovunque.
    Ah, i conduttori di un tempo! Così a modo e perbene, così misurati nel modo di esprimersi, con quelle facce pulite, perfettamente sbarbate, che potevi immaginare solo odorose di dopobarba. E le conduttrici? Gentili, ammiccanti quel tanto che bastava, senza mai esagerare per non scandalizzare la nostra mente "provinciale", le nostre maniere un po' ipocrite forse, ma bene educate. E sapevano perfino parlare correttamente l'italiano! No, non esistono più! Ogni tanto ne invitano qualcuno per ricordarci quanto i tempi sono cambiati. Adesso ci sono quelli che io definisco i cond-attori e le cond-attrici. Piangono, ridono, urlano, si commuovono e si indignano in diretta. Si avvitano sguaiatamente sulle loro poltroncine, abbandonati come si trovassero sul divano di casa, spesso e volentieri si grattano la testa, saranno le tinte, gli "ammorbidenti", i pidocchi, non lo so. So solo che i più educati infilano timidamente un ditino fra i capelli e si danno una grattatina, così, facendo finta di niente, illudendosi di passare inosservati. Quelli meno timidi si grattano con qualunque cosa, penna molletta cartelletta, sarà un fatto emotivo? E invitano tutti. Ormai in tv ci vanno davvero tutti, soprattutto i più sofferenti, i diseredati, i più poveri, i senzatetto, i dimenticati dalle istituzioni, gli ammalati abbandonati dalle ASL e dall'INPS, i perseguitati da equitalia, le vittime delle ingiustizie più svariate. Non sarebbe neppure disdicevole dare voce a tutte queste persone, se non venissero pesantemente strumentalizzate, se il loro dolore non venisse dato in pasto a milioni di teleutenti che, brandendo il telecomando, assetati di vendetta, si immedesimano e sentono salire in superficie i peggiori sentimenti. E il cond-attore o la cond-attrice di turno, bisogna dire che le donne sono più brave, rimescola il dito nella piaga per tirare fuori dal malcapitato ospite il racconto, il più straziante possibile, delle sue disavventure, incoraggiandolo a svelare i dettagli più morbosi. Con fare suadente ed ambiguo, con lo sguardo triste e solidale, anche con qualche lacrima, se è particolarmente in gamba...ecco che la "cond" ha raggiunto il suo scopo perverso. E poi la ciliegina sulla torta: se all'ospite di turno hanno ammazzato un famigliare il giorno prima, lei chiede sottovoce: "Lei perdona l'assassino?" Se lì ci fossi io lo sganassone partirebbe in automatico, neppure bisognoso di una breve riflessione introduttiva. Uno sganassone secco, preciso, liberatorio.
    Ma non bisogna dimenticare il povero diavolo che sta dall'altra parte. Quel disgraziato che deve difendersi dalle parolacce e insulti che arrivano dalla tv. Il tizio che rappresenta l'istituzione di turno, che di solito è quello appena arrivato, oppure l'ultima ruota del carro, che viene spinto a calci davanti alle telecamere a  balbettare spiegazioni su qualcosa di cui non sa nulla. Lui o lei si trova lì, all'improvviso, di fronte a una persona che l'incalza di domande, con un'aggressività inaudita, e gli o le piazza il microfono davanti alla bocca, a momenti glielo infila su per il naso, mentre un cameramen lo o la riprende in primo piano. Ma vi immaginate? Che figura può fare questo poveraccio o poveraccia, se non quella dell'idiota? Ma tutto fa aumentare l'indice di gradimento.
    Ormai la tv è di tutti e tutti vanno a dire la loro. Non importa se vengono dette e urlate delle autentiche castronerie, basta fare rumore, litigare meglio ancora, se poi si arriva alle mani l'indice di gradimento si impenna. E mi fanno ridere quei cond che, dopo le parole di un ospite scervellato che magari ha inneggiato a qualcosa "che non si può dire in tv" ci tengono a sottolineare che "Eh no, non possiamo far passare un messaggio del genere!"  Cretino, il messaggio è già passato e forse, se te ne stavi zitto, non sarebbe stato notato.
    Beh ragazzi, mi sono stufata di parlare di tv, ma è un argomento su cui tornerò quando ne riavrò voglia. Ciao.

  • 01 luglio 2015 alle ore 8:10
    PAROLE d'AMORE

    Come comincia: Lo spettacolo davanti ai miei occhi era agghiacciante. La folla gremiva la valle e si accalcava verso un'altura raggiungibile da una lunga scalinata.
    La scalinata era ripida e stretta. In cima Potere e Denaro guardavano indifferenti tutti quegli individui che si arrampicavano su per gli scalini. Uomini e donne accecati dalla cupidigia lottavano per superarsi l'un l'altro senza risparmiarsi nessuna reciproca violenza. Si strattonavano, sgomitavano e non esitavano a prendersi a morsi e a cercare di rallentare gli avversari trattenendoli per i capelli. Urla selvagge di dolore e di eccitazione fendevano sinistre il silenzio di una giornata plumbea. Chi cadeva rotolava all'indietro e rimaneva a terra calpestato dagli altri fino ad essere irriconoscibile. Abiti stracciati, corpi macilenti, ma negli occhi la luce folle dell'avidità, lo sguardo teso all'insù, alla cima, dove Potere e Denaro si godevano i privilegi del loro ampio benessere.
    Mi guardai attorno e vidi Dignità. Era seduta in disparte su una grossa pietra, le spalle curve avvolte da uno scialle, sul viso la delusione e anche la vergogna. Mi avvicinai. Lei mi guardò con tristezza.
    "Ciao Amore, hai visto? Non posso nulla contro loro due."
    Mi sedetti accanto a lei.
    "Sì, ho visto. Non è colpa tua, Dignità.Vedi lì in mezzo? Famiglie che si combattono, amici che non si riconoscono più, tutte persone che mi cercano disperatamente senza trovarmi. Eppure sono qui, così vicino a loro."
    "E allora, Amore?" 
    "Allora devono arrivare fino in cima, e quando saranno lassù e potranno inebriarsi dei doni di Potere e Denaro, si renderanno conto che il vuoto dentro di loro sarà, se possibile, ancora più grande, e la solitudine ancora più insopportabile. Ostinati, cercheranno un'altra gradinata per salire ancora più in alto, ma dovranno constatare che oltre non c'è più nulla. Non rimarrà loro altro che volgere lo sguardo di nuovo verso il basso, percorrendo a ritroso la ripida scalinata disseminata di cadaveri, brandelli di carne, ciuffi di capelli strappati, abiti stracciati. E scendendo con lo sguardo, alla fine ti vedranno Dignità, seduta su questa pietra, battuta, umiliata, calpestata proprio come i corpi abbandonati sui gradini.
    "Che ne sarà di loro, Amore?"
    "Ci sarà chi avrà perduto se stesso, ma ci saranno anche altri, tanti altri, che ti cercheranno, ti chiederanno aiuto per ricominciare, si ricorderanno della passione, degli ideali che avevano nutrito la loro gioventù, si ricorderanno di me, rivedranno lo sguardo perduto del loro primo amore e vorranno riprovare, riscoprire le sensazioni che riempirono la loro vita, capisci Dignità? Sarà una rinascita"
    "Come fai a crederci, Amore?
    "Ci credo perchè io sono l'unica via, l'unica occasione, l'unica opportunità per annullare il vuoto interiore che perseguita ogni individuo. Io sono Amore, quindi anche Pazienza, Tolleranza, Pietà, Comprensione, Disponibilità, Fratellanza. Io sono privato e universale, di tutti e di nessuno. Sono Amore, non temo nulla, nè armi, nè complotti, nessuno è più potente di me perchè nessuno può estirparmi dal cuore di chi mi possiede. Nessuno."
    "Allora ti prego, aiutami Amore, sostenimi, lascia che mi appoggi al tuo braccio, ci aspetta tanto da fare!"
    E Dignità rialzò la testa e le spalle curve mentre io la sorreggevo. Sì, ci aspettava tanto da fare.

  • 01 luglio 2015 alle ore 8:05
    QUATTRO MARZO

    Come comincia: Oggi è il mio compleanno. Lo sanno praticamente tutti e già sto ricevendo tanti auguri che renderanno questa giornata ancora più bella. Mi sono svegliata stamattina con una domanda in testa. Il tempo è tutto uguale? No, non per me. Il tempo della mia vita si divide in due periodi: prima del tumore e dopo il tumore. Il tempo prima del tumore era qualcosa di astratto, di così scontato che potevo ignorarlo, prenderlo in giro, perfino sprecarlo. Percorreva leggero la strada della mia distratta indifferenza senza che neppure me ne rendessi conto. Ma il tempo dopo il tumore, quello è tutt'altra cosa. Quello è il tempo regalato, e il tempo regalato non si lascia ignorare. Lui è qui, ogni giorno, a chiedermi conto delle mie azioni, perfino dei miei pensieri; è qui a farmi riflettere su cosa ne sto facendo, di Lui! (l'ho scritto con la L maiuscola, non a caso). Il tempo regalato ha dato un volto alla mia coscienza, almeno nel significato che io do a questa parola. E' la sentinella che mi impedisce di essere ingoiata dal problema, qualsiasi problema. E' la consapevolezza di avere ricevuto il privilegio di una seconda occasione, e di sapere che l'unico modo di dare un senso a un dono così grande, è cercare di essere una persona migliore. E io, beh, ci provo. Ad ogni compleanno festeggio un anno in più di tempo regalato, perciò guardandomi indietro devo avere la certezza che sia stato "tempo vissuto" per qualcosa e per qualcuno, perchè se non fosse servito a qualcosa e a qualcuno vorrebbe dire che non ne sarei stata degna.
    Perciò oggi anch'io mi faccio gli auguri. Mi faccio l'augurio di non dimenticare mai di dare al tempo che ho a disposizione, poco o tanto che sia, il giusto significato.
    Tutti voi nel cuore. 

     

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:35
    GERARDO E IL DON

    Come comincia: Gerardo sonnecchiava. Aveva sistemato un divano accanto alla scrivania nel suo ufficio per potersi riposare nei rari momenti in cui il telefono non suonava. Lui viveva in un paese come ce ne sono tanti, nè grande nè piccolo, nè bello nè brutto. Ci sono paesi arroccati in cima alle colline, in montagna, al mare; quello in cui abitava lui faceva parte della categoria di quelli in pianura, ma proprio pianura che di più non ce n'è. C'era il centro con i portici, la chiesa con l'oratorio annesso, la scuola elementare, la fontana con le panchine, e poi c'era lo stabilimento, l'enorme stabilimento siderurgico in cui lavoravano quasi tutti i paesani. Dico "quasi" tutti perchè chi non era gradito al parroco, a lavorare lì proprio non c'entrava. Lo so che è un'ingiustizia, ma in quel periodo le cose andavano così e bisognava adeguarsi. Di conseguenza quando venivano celebrate le messe, la chiesa era affollatissima, e tutti i fedeli, più o meno credenti, cercavano di sedersi nei primi banchi di fronte all'altare in modo che il prete "da lassù" potesse vederli molto bene. Ma c'erano anche gli irriducibili, cioè quelle persone che non avevano voglia di andare a confidare i propri problemi e le proprie debolezze al don, e sopportavano anche di non avere un posto sicuro dentro lo stabilimento, se in ballo c'era la loro libertà. Erano soprattutto uomini e trascorrevano i loro pomeriggi fra una osteria e l'altra bevendo vino e gassosa e mangiando pane e salame. Fra una partita a scopa e una a briscola, si scambiavano opinioni e lamentele, e poi ognuno tornava a casa sua. Le famiglie allora erano numerose, non solo perchè nascevano tanti bambini, ma anche perchè spesso il nucleo familiare comprendeva oltre a genitori e figli anche nonni, zii, cugini ecc. Nessuno era lasciato solo; salvo che l'aiuto venisse rifiutato con decisione, tutti erano aiutati e dove non arrivavano i parenti perchè magari non esistevano, arrivavano i compaesani, i vicini di casa, e il piatto di minestra era sempre assicurato.
    Ma dicevo di Gerardo che sonnecchiava sul divano.
    Lui era un brav'uomo, una persona sensibile e generosa che aveva capito la solitudine di quanti non facevano parte della "corte" del parroco. Così aveva ideato una specie di rudimentale "telefono amico" a cui tutti potevano rivolgersi, anche in completo anonimato, per sfogarsi, piangere, protestare, raccontare la propria esperienza, o anche per condividere momenti di gioia. Sì perchè può capitare anche di non sapere con chi condividere un momento di gioia. Per la sua attività aveva adibito una stanzetta di casa  a ufficio. Gerardo non era certamente uno psicologo. Aveva frequentato la scuola media inferiore, ed era già molto, vista la poca importanza che i genitori  avevano dato alla sua istruzione. Tutto quello che sapeva "in più" l'aveva imparato leggendo ogni libro che gli capitava fra le mani, e interessandosi con curiosità a qualunque argomento potesse arricchire il suo bagaglio di informazioni. "In più" aveva anche il dono di infondere fiducia nelle persone, e di prendere a cuore i problemi di tutti, cercando di risolverli, a volte, in modi anche piuttosto sanguigni Tutti i pomeriggi passava a trovarlo Rita, più che a trovarlo, passava a portargli il caffè, nel bicchiere come piaceva a lui. Lei in passato aveva anche provato a fargli la corte, ma a lui non interessava. Rita era sciatta, sempre con le ciabatte ai piedi, i capelli raccolti alla benemeglio e fermati in testa con due pinzoni colorati. Aveva un gran bel sorriso però, di quei sorrisi aperti, senza riserve, che hanno sovente le persone un po' ottuse che sono sempre contente, anche solo per il  fatto di essersi svegliate al mattino. E poi era grassa. Non che fosse un problema il fatto che fosse grassa, se però lo fosse stato anche lui, ma Gerardo era secco come una stecca da biliardo. Non avrebbe funzionato.
    Si sentì scuotere con forza.
    "Svegliati che c'è il caffè."
    "Sempre delicata eh, Rita?"
    "Devi berlo subito, se no si fredda."
    "Se si fredda lo berrò freddo. Non muore nessuno."
    "Ma cos'hai oggi! Ti ha morso la tarantola?"
    Rita si sedette in un angolo mortificata, e Gerardo capiì che aveva esagerato.
    "Ma dai, scusami. E' che dormivo e mi sono spaventato."
    Lei sembrò rasserenata.
    "Come va oggi col telefono? Tante chiamate?"
    "Stamattina sì, nel pomeriggio mica tanto. Ma Natale è vicino e la gente non è in casa."
    "Cosa fai a Natale, mica starai qui al telefono."
    "Certo che starò qui. A Natale la gente sente ancora di più la solitudine."
    "Ti sei messo in testa di salvare il mondo? Non sarà mica tanto facile con un telefono solo!"
    E Rita si lasciò andare ad una sonora risata. Ecco un altro motivo per cui non avrebbe funzionato, pensò Gerardo.
    "Beh, se non ti serve niente vado a casa."
    "Non mi serve niente. Grazie. Ciao"
    "Comunque sappi che se vuoi, a Natale puoi venire a casa mia."
    "Grazie, grazie."
    Pensò con terrore a come sarebbe stato il Natale a casa di Rita. Immaginò se stesso, secco come una stecca da biliardo, compresso fra i nerboruti fratelli e cugini di lei, e rabbrividì. Una volta era andato a pranzo da loro ed era rimasto colpito dalla voracità di tutte quelle persone che usavano molto le mani e poco le posate, in un silenzio innaturale in cui si sentivano solo i rumori prodotti dal mangiare e dal bere. Ovunque, pensò, ma mai più a casa di Rita. Oh, ecco il telefono.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo la voce contraffatta di un uomo che cercava di parlare come un bambino.
    "Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia......"
    "Ma che ca....ma chi parla!"
    Ma la comunicazione era stata già interrotta.
    Non gli piaceva, non gli piaceva affatto. Ci dovevano essere di mezzo gli irriducibili. Il Natale era vicino e non si sapeva cosa aspettarsi da gente senza lavoro e senza soldi. Lui era dalla loro parte, ma non voleva che si mettessero nei pasticci. Se qualche testa calda avesse fatto una stupidaggine, tanti figli piccoli sarebbero rimasti anche senza quel poco che i genitori riuscivano a procurare con lavori saltuari. Decise di fare un giro di ricognizione in paese. Si mise le scarpe, si pettinò passandosi le mani fra i capelli, e uscì. Prima tappa l'osteria dello Sport. Appena entrato lì, fu investito dal frastuono; chissà perchè la gente deve gridare così tanto. Il fumo lo fece tossire, maledette sigarette. Come aveva immaginato lì trovò i quattro più irriducibili fra gli irriducibili: Mario, Antonio, Enrico e Sandro.
    "Ehi Gerardo, ciao. Dove hai mollato il telefono? Guarda che qualcuno magari si ammazza se non ti trova."
    "Piantala Enrico. Almeno io mi do da fare, non sto tutto il giorno qui a giocare a carte."
    "Ma dai, non prendertela. Siediti a bere un bicchiere con noi."
    Mario si alzò e andò a prendere un'altra sedia e la portò al tavolo.
    "Hai sentito Gerardo? In parrocchia stanno preparando pacchi natalizi per le famiglie bisognose. Pasta, scatolame, caffè, zucchero e altro. Un bell'aiuto."
    "Mi sembra una iniziativa generosa."
    "Sì certo, ma mica per tutti. Solo per quelli che vanno in chiesa. Ma scusa, Natale non è Natale per tutti? E i poveri non sono tutti uguali? Non mi ricordo granchè di catechismo, ma mi pare che Cristo non facesse preferenze e aiutasse tutti. Pensa alla Maddalena. Più di così, non so."
    Sandro aveva sintetizzato il vangelo un po' a modo suo, però aveva ragione.
    "Non crederete mica a tutti i pettegolezzi che sentite."
    "Tanto noi abbiamo già un'idea."
    "Antonio, stai zitto."
    Perciò qualcosa bolliva in pentola. Gerardo pensò che non si era sbagliato.
    "Non fate stupidaggini. Vi prometto che mi informo. Se è vero si vedrà."
    Lasciata l'osteria pensò a chi poteva rivolgersi per avere informazioni. L'unica persona era Rita. Lei non frequentava la parrocchia, ma certamente le sue cugine sì, anzi, conoscendole, probabilmente facevano parte del gruppo che preparava i pacchi di alimentari. Gli sembrava impossibile che il parroco potesse perpetrare un'ingiustizia così eclatante.
    Parli del diavolo e spuntano le corna, pensò vedendo in lontananza  proprio il don che camminava nella sua direzione. Il prete era alto e corpulento. Le guance e il naso sempre vermigli facevano pensare che il vino non lo bevesse soltanto durante la messa. La voce tonante, allenata dalle lunghissime prediche che sbraitava dal pulpito, echeggiava amplificata dai portici. La lunga tonaca nera lo faceva sembrare ancora più alto. Camminava lentamente, continuamente fermato da uomini e donne che lo salutavano chinando la testa. Una vecchia beghina si mise addirittura un velo in testa. Roba da matti!

    Quando furono quasi di fronte l'uno all'altro, il don gli lanciò un'occhiata bieca. Era evidente che lo considerava una specie di rivale. Chissà perchè, visto che le persone che  si rivolgevano a Gerardo, il parroco non le considerava. Lui invece ascoltava tutti, anche chi frequentava la chiesa se gli telefonava, senza fare distinzioni. Ed era anche beneducato perciò salutò, facendo bene attenzione che il movimento della sua testa non potesse essere scambiato per un inchino. Il prete fu costretto a rispondere al saluto, senza però rinunciare ad una frecciatina.
    "Le persone dovrebbero venire in chiesa, a confessarsi, non usare il telefono."
    "Io non confesso nessuno. Do solo dei consigli. Può telefonarmi anche lei se vuole. Già, ma lei i consigli li chiede solo al capo in testa, oppure è lei che dà consigli a lui?"
    Gerardo rise e anche il don rise a denti stretti, e siccome la sua mania di onnipotenza era  risaputa da tutti, anche qualche passante sorrise. Solo la vecchia beghina si strinse ancor più il velo sotto il mento.
    "Che scandalo, rivolgersi in questo modo ad un ministro di Dio!"
    Ma era un'occasione da non perdere.
    "Ho saputo che la parrocchia aiuterà le famiglie bisognose, con dei pacchi di alimentari."
    Il parroco si inorgoglì tutto.
    "Sì, è vero. La curia ci ha messo a disposizione qualche risorsa per questa opera di bene. Sa, i tempi sono duri."
    "Perciò tutte le famiglie saranno aiutate." insistè Gerardo.
    "Mah, come le ho detto le risorse sono limitate, non credo proprio tutti, comunque faremo il possibile."
    "E come pensa di fare? Non si può aiutare qualcuno e altri no. Si possono accontentare tutti dando un po' di meno a ciascuno. Le pare?"
    Il prete era imbarazzato.
    "Noi conosciamo bene quelli che frequentano la parrocchia, degli altri non sappiamo granchè. Ma adesso devo andare, ho un appuntamento."
    Il don, messo alle strette, si stava dando alla fuga e anche senza tanta eleganza. In men che non si dica sparì oltre una curva, senza neppure più stare ad ascoltare la gente che tentava di fermarlo.
    Se voleva la guerra. Gerardo era pronto a combattere. Tornò a casa che il telefono stava suonando.
    "Pronto."
    "Pronto, sono Adriana, la moglie di Enrico."
    "Cosa è successo?"
    "Niente per adesso. Ho saputo che hai incontrato il prete e hai parlato dei pacchi."
    "Caspita, le voci corrono."
    "Sì. Ma non sai cosa ha studiato per escluderci. Mi ha detto Silvana, che glielo ha detto Anna, che i pacchi saranno distribuiti in chiesa il pomeriggio del 24 dicembre. Hai capito? E' logico che chi non frequenta la chiesa non si presenterà per prendere la roba. Non vogliamo mica farci vedere morti di fame, e la dignità dove andrebbe a finire? Così lui salverà la faccia, come se niente fosse."
    "Senti, tieni tranquillo tuo marito e io provvedo a risolvere questa faccenda."
    Ancora il telefono!
    "Non muove foglia che il don non voglia, non muove foglia che il don non voglia."
    Di nuovo quella voce contraffatta. Qualcuno voleva qualcosa da lui? E allora che si facesse vedere, che lo guardasse in faccia. Cosa erano quei modi da squallido racconto giallo! Lui la gente la affrontava, la guardava diritto negli occhi, non imitava la voce dei bambini al telefono. Ma prima o poi avrebbe scoperto chi gli telefonava e allora sì che si sarebbe fatto sentire.
    Decise di uscire di nuovo. Aveva un piano, ed anche la persona giusta che lo avrebbe aiutato ad attuarlo.
    Dieci minuti più tardi Gerardo suonava il campanello a casa di Virginia. Virginia era l'ostetrica. Donna arguta e intelligente era amata e stimata da tutte le donne del paese. Intanto perchè aveva fatto nascere praticamente tutti, e poi perchè era sempre pronta a curare, ascoltare e consolare. Non ci sarebbe stata donna che non le avrebbe dato retta. E una volta convinte le donne, poi ci avrebbero pensato loro a convincere gli uomini.
    "Ciao Gerardo, è da un po' che non ci si vede."
    "Ciao Virginia, posso entrare?"
    "Certo, sto mangiando un po' di pane e formaggio, ne vuoi?"
    "No, no grazie. Non ho fame."
    "Qualche volta dovrai pur sederti a mangiare. Quando mangi? Mai. Guardati, sei secco.."
    "Sì, lo so. Sono secco come una stecca da biliardo."
    Accettò pane e formaggio.
    "Bene, adesso dimmi cosa vuoi. Tu non sei tipo da visite."
    "Sai dei pacchi di Natale? Quelli che distribuisce la chiesa?"
    "Certo, non si parla d'altro in paese. E' una grossa ingiustizia che non siano dati a tutte le famiglie."
    "Infatti. Ho un piano e ho bisogno del tuo aiuto."
    "Se posso..."
    "Tu sei stimata, ascoltata. Dovresti convincere le donne a disertare la messa di mezzanotte."
    "Cosa? Ma sei matto? Non ci riuscirò mai."
    "No, ascolta. Si farà così. Al pomeriggio le famiglie andranno a ritirare i pacchi natalizi e li porteranno nel salone del cinema. Lì saranno aperti  e la roba divisa fra tutti compresi gli esclusi dal parroco. Lui non conosce la nostra gente come la conosco io. La solidarietà non è mai mancata in paese. Nessuno accetterebbe qualcosa sapendo che altre persone nella stessa sua situazione non  avranno nulla."
    "Ma la messa di mezzanotte è un simbolo...io non so."
    "Devi provare Virginia. Altrimenti ho già respirato venti di guerra. Mi capisci?"
    "E il prete?"
    "E il prete avrà la lezione che merita. Se vorrà i suoi fedeli dovrà andarli a cercare"
    "Va bene. Proverò."
    Finalmente Gerardo potè tornare a casa discretamente tranquillo. Da parte sua Virginia non riusciva a prendere sonno. Si sentiva una rivoluzionaria, si sentiva giovane come quella volta, quando giovane lo era davvero, che aveva affrontato a muso duro e pubblicamente, un politico corrotto, in municipio. Non bastò una scodella di camomilla a farle trascorrere una notte tranquilla.
    Il piano di Gerardo cominciò a passare di bocca in bocca, strisciante e bisbigliato, dietro ad una parvenza di indifferenza generale. La ribellione covava in sordina e si allargò a macchia d'olio. I titubanti finirono per lasciarsi convincere dalla maggioranza. Nessuno parlò con la vecchia beghina.
    La notte di Natale, quando il parroco fece il suo ingresso per la messa, rimase di stucco. Nessuno. Chierichetti assenti, organista latitante, fedeli neanche l'ombra. Nei primi banchi sotto l'altare c'erano le suore e la vecchia beghina. La voce tonante del don trafisse il silenzio della grande chiesa vuota.
    "Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?"
    La suora più anziana raccontò al parroco tutto quello che anche lei aveva saputo soltanto da poco.
    "Allora i paesani sarebbero tutti nel salone del cinema?"
    "Sì padre, hanno detto che loro sono una comunità, un'unica comunità, e non accettano diseguaglianze. L'hanno detto loro." Si affrettò a precisare la suora intimorita.
    Nel salone del cinema intanto, tutte le famiglie del paese si erano radunate, avevano diviso le provviste in parti uguali e le avevano consegnate alle famiglie bisognose. Tutti erano soddisfatti del loro operato e si stavano apprestando al brindisi di mezzanotte. Due giovani sposi, genitori da poco, avevano improvvisato un piccolo presepe deponendo il loro bimbo su una coperta e inginocchiandosi accanto a lui. La gente era commossa e si teneva per mano. Gerardo pensò che quello era il Natale più bello della sua vita e forse anche della vita di tutti i presenti. Gli si avvicinò Enrico e gli strinse la mano.
    "Ehi,Gerardo! Sei stato grande, davvero grande. Grazie."
    "No guarda, ti sbagli. Grande, grandissima è questa gente, la nostra gente."
    Il don non andò a cercare i suoi fedeli. Si chiuse in canonica e lì rimase.
    Il giorno seguente in tutta la provincia non si parlava d'altro, e in seguito ne scrissero perfino i giornali.
    La curia, travolta dallo scandalo, ritirò il prete dalla parrocchia e lo collocò dietro una scrivania ad eseguire lavori d'ufficio.
    Beh, il mio racconto a questo punto sarebbe anche finito. Ma aspettate un momento, c'è una persona che mi vuole parlare.
    "Cosa mi devi dire?"
    "Che non ci credo."
    "Che non ci credi? A cosa?"
    "Non credo che la gente abbia fatto fronte comune, non credo che abbia diviso la sua roba con gli altri, non credo che si sia commossa e tenuta per mano, e non credo neppure che il prete sia stato confinato in ufficio."
    "Hai ragione. Infatti questa non è una storia vera, è solo un racconto di Natale."

     

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:28
    2014

    Come comincia: L'amore è costante presenza che ti sconvolge la vita. L'amore è dare senza prendere nulla in cambio. L'amore è un semplice sorriso che ti cambia l'umore. L'amore è fare pazzie insieme. L'amore è quando senti il suo nome e senti qualcosa che ti sobbalza nello stomaco, che ti fa vivere e sognare. L'amore è quando nulla conta, ma solo chi ami. L'amore non da peso a ciò che dicono gli altri,va oltre agli stupidi giudizi. L'amore è avere i pensieri intasati solo da chi ami e questo non può che farti star bene. L'amore è dirsi "Ti amo" , una parola dolce che esprime in sè tutto il bene del mondo che c'è nel cuore di due persone. L'amore è quando ogni singola cosa, anche la più banale, ti riporta alla persona che ami!

  • 30 giugno 2015 alle ore 15:26
    UNA LUCE NELLA NOTTE

    Come comincia: Marina chiuse il libro e lo appoggiò sul divano accanto a sè. Abbandonò la testa sullo schienale e si mise a fissare il soffitto. Il soffitto verde sembrava di velluto, era caldo e rendeva intimo quel salottino che lei e suo marito avevano prima immaginato, e poi realizzato con tanto entusiasmo, scegliendo l'arredamento con cura: divano e poltrone anch'essi di un morbido verde scuro rallegrato da cuscini fiorati, una solida libreria di legno scuro, il pianoforte.  Ma ciò che lei aveva desiderato di più era il caminetto angolare, e poi quel tavolino ovale di madreperla con le gambe di ferro battuto che riportavano il disegno del lampadarietto a lanterna. Il pavimento di legno scuro completava l'intimità dell'ambiente. Lì tutto parlava d'amore, di avvolgente dolcezza, di ore felici, di grande unione. Marina distolse lo sguardo dal soffitto e sospirò silenziosamente. Per quasi nove anni in quella stanza lei e suo marito si erano raccontati le loro giornate; semisdraiati sul divano l'uno di fronte all'altra con le gambe intrecciate, avevano letto e commentato decine di libri, oppure avevano suonato insieme il pianoforte ascoltandosi a vicenda. Avevano affrontato i problemi man mano che si erano presentati, senza tacersi mai nulla e nella massima sincerità. Nel momento in cui avevano deciso di sposarsi, avevano anche concordato il modo del loro vivere insieme: lui non desiderava avere figli e lei era daccordo; per tutto il resto trasparenza assoluta, amicizia, complicità. Avevano acquistato l'appartamento, l'avevano arredato e, visto che lui non aveva necessità di uno studio, avevano trasformato quella che di solito diventa la camera dei bambini, nel luogo dove aggregarsi l'uno all'altra in perfetto relax. Tutti e due erano molto impegnati professionalmente e a volte capitava che Marina dovesse rimanere lontana da casa anche per un mese. Il marito Giorgio attendeva impaziente il ritorno di lei; gli mancava moltissimo la sua presenza, magari la raggiungeva per mezzo del computer, ma senza esagerare perchè non voleva essere soffocante. Quando lei tornava dai suoi viaggi di lavoro, lui le faceva trovare una cenetta fredda già pronta, da consumare direttamente in salotto dove tutti e due facevano a gara per raccontarsi tutto del periodo in cui erano stati lontani.
    "Quasi la perfezione" pensò Marina mentre il suo sguardo andava a posarsi sul profilo del marito concentrato nella lettura. Seduto a quel modo sulla poltrona, con le gambe penzolanti da un bracciolo e i piedi nudi, sembrava ancora un ragazzo, un bel ragazzo. L'espressione leggermente corrucciata, qualche ruga sulla fronte e ai lati degli occhi scuri e umidi, e quelle ciglia così lunghe, femminili, per cui lei lo derideva un po'. Marina sentì che si stava commovendo e guardò altrove proprio nel momento in cui Giorgio si era voltato verso di lei.
    "Parto domani mattina" gli disse subito "non so ancora di preciso quando tornerò. Te lo farò sapere. Al mio ritorno deciderò dove andare a vivere."
    "Forse dovremmo parlarne ancora" provò lui.
    "No, non c'è più nulla da dire. Hai ragione tu. Si era detto niente figli. E proprio perchè hai ragione tu, sarò io ad andarmene. Io sono cambiata e non mi basta più questo matrimonio a due. Desidero una famiglia: ho voglia di prendermi cura di un bambino, speravo nostro, voglio non dormire la notte per correre a consolare mio figlio quando metterà i dentini o avrà mal di pancia o sentirà la mia mancanza. Insomma, lo sai. Ne abbiamo già parlato tanto. Mi ero illusa che col passare degli anni anche tu avresti cambiato idea, ma visto che non è così, è meglio troncare."
    Marina si alzò dal divano.
    "Vado a dormire. Domani devo alzarmi presto. Buonanotte."
    Il tono della voce di lei scoraggiava ogni tentativo di confronto, e daltronde uscì così velocemente che Giorgio non ebbe modo di darle a sua volta la buonanotte. Rimase lì, lui, sulla poltrona, indeciso se raggiungerla o trascorrere la notte in salotto. Provava imbarazzo al pensiero di ritrovarsi nel letto accanto a lei, senza potersi addormentare rassicurato dall'abbraccio della moglie e da quella "buonanotte" che lei gli sussurrava accarezzandogli i capelli, ranicchiandosi poi vicino a lui. Giorgio non aveva mai pensato di poter perdere l'amore di Marina per cui questa nuova situazione gli era piombata addosso come un macigno, imprevista e imprevedibile, visto che era stato deciso prima del matrimonio da tutti e due di non avere figli. Come aveva potuto lei accettare e condividere la sua decisione se non ne era convinta? Si sentì irritato ripetendosi per l'ennesima volta di avere ragione, di essere sempre stato sincero, semmai era Marina che aveva "tradito". Certo, pensò, ma a cosa serviva avere ragione se adesso lei se ne andava? Decise di rimanere in salotto e si distese sul divano. La sua sofferenza diventò fisica e si sciolse in lacrime silenziose. "Solo" pensò "di nuovo solo, come sempre." Pianse fino a quando si addormentò.
    Quando si svegliò si rese conto immediatamente che era già mattina. Corse in camera da letto sperando che Marina fosse ancora lì per poterla salutare, ma lei era già  partita. Si sedette sul letto lasciando che il vuoto e il silenzio della casa lo investissero con violenza. Lo specchio sul cassettone gli rimandava l'immagine del suo viso disfatto, degli occhi ancora gonfi,e si rese conto di avere mal di testa. Non era in condizioni di affrontare la giornata di lavoro perciò decise di rimanere a casa. Pensò che forse più tardi, dopo un caffè e una compressa di antidolorifico, sarebbe riuscito a riflettere. Il telefono cellulare gli segnalò un messaggio e lui si precipitò a leggerlo:
    "Ciao, non ho voluto svegliarti. Sono in aeroporto e sto per partire. Mi faccio viva io."
    "Ciao, avrei voluto salutarti. Buon viaggio. A presto." Giorgio le rispose subito. Istintivamente avrebbe voluto aggiungere "ti amo", ma non lo fece. Bastò quel breve messaggio di lei però a farlo sentire meglio e a dargli l'illusione per un attimo che tutto fosse come sempre e che il baratro che si era creato fra loro due fosse solo una fantasia. Più tardi, quel mattino, sdraiato sul letto con le braccia sotto la testa, cominciò a prendere atto di quello che stava capitando: c'era tutta la sua vita in gioco, e l'amore che le aveva dato un senso, il futuro che aveva sognato. Donna molto particolare, Marina. Non aveva voluto sapere nulla del passato. Lui era riuscito a dirle soltanto di non avere parenti, ma quando aveva tentato di confidarsi lei glielo aveva impedito. Non le interessava, e pensava che il passato di una persona è solo suo e di nessun altro. Per lei lui era nato nel momento stesso in cui era cominciata la loro storia, e solo da quel momento ambedue avevano il diritto reciproco di sapere tutto l'uno dell'altra. Un modo di pensare che l'aveva stupito, ma che aveva condiviso volentieri trovando in esso una certa coerenza. Spesso capita che proprio dal passato nascano motivi di litigio e incomprensioni che poi sono difficili da gestire  perchè i fatti sono già avvenuti e non si può fare più nulla per rimediare ad essi o addirittura evitarli. Ora però non si sentiva più tanto sicuro che fosse stata la scelta giusta perchè forse se Marina avesse saputo la sua storia avrebbe potuto capirlo meglio.
    Ad occhi chiusi ripensò a quello che gli avevano raccontato:  raccolto da un'infermiera sulla scalinata d'ingresso di un orfanatrofio, dove era stato abbandonato. Di solito allontanava il pensiero, ma questa volta  non fuggì e volle affrontare le sue emozioni. In orfanatrofio era rimasto fino ai diciotto anni. Lì gli avevano fornito un nome e un cognome, una data di nascita e un luogo di nascita presunti; avevano provveduto al suo sostentamento e l'avevano fatto studiare. Di quel vecchio solido edificio rivide le camerate con tutti i lettini in fila, il refettorio, il parlatorio dove i parenti incontravano i bambini. Stanzoni enormi mai abbastanza riscaldati che a lui da piccolo erano sembrati ancora più grandi. Nessuno l'aveva mai maltrattato, ma due braccia che l'avessero stretto al petto lui non le aveva mai conosciute fino all'incontro con Marina. Quante volte si era chiesto angosciato:"Chi sono?" Per anni si era sentito un fantasma, un essere respinto già appena nato da chi avrebbe dovuto amarlo al di sopra di tutto, un nessuno a cui era stata data in prestito un'identità affinchè potesse far parte della società. Si aspettava che un giorno o l'altro qualcuno gli avrebbe chiesto in restituzione nome cognome e tutto il resto. Ma poi Marina si era accorta di lui, gli aveva dato il suo amore, gli aveva consegnato il suo futuro, fiduciosa, rendendolo consapevole di esistere, di essere qualcuno. Giorgio pensò a lungo e, dopo aver trascorso la mattinata a riflettere, arrivò alla conclusione che era arrivato il momento di tornare là dove aveva trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza. Sentiva che era qualcosa che doveva fare, doveva rivedere quel posto adesso, da adulto e vivere fino in fondo ogni sensazione, anche il dolore. Si alzò dal letto spinto da una nuova energia e poco dopo la sua automobile usciva dal vialetto del giardino per andare là: doveva smettere di pensare "là", doveva pronunciare la parola "orfanatrofio". Si sforzò fino a che finalmente riuscì a dire ad alta voce "Sto tornando all'orfanatrofio dove ho vissuto." Lo ripetè più volte durante il viaggio, fino a prendere coscienza del significato di quello che diceva.
    Quando arrivò riconobbe subito il grande cancello, e quando una voce metallica gli chiese chi fosse attraverso il videocitofono, rispose senza esitazione:
    "Sono venuto a rivedere quella che è stata la mia casa per diciotto anni."
    Il cancello si aprì e Giorgio percorse il viale alberato fino al grande piazzale.  Parcheggiò l'auto e salì verso l'ingresso pensando che quella era la scalinata dove trentotto anni prima qualcuno l'aveva abbandonato. Era emozionato ma anche intimidito, quasi fosse tornato bambino. Subito si avvicinò un addetto alla portineria e all'improvviso Giorgio si rese conto che dopo vent'anni sarebbe stato improbabile incontrare qualcuno che conosceva. Allora chiese al portinaio se ci fosse ancora qualcuno in servizio lì da più di vent'anni, ad esempio Antonio oppure Carla. Il portinaio sorrise e gli spiegò che erano cambiate molte cose in vent'anni e comunque il personale era stato tutto sostituito. Giorgio era imbarazzato e d'un tratto si sentì ridicolo, quindi salutò, deciso ad andarsene subito.
    Proprio mentre stava per uscire però il portinaio lo fermò:
    "Se le può interessare uno dei medici che era  in servizio nell'istituto molto tempo fa, abita non molto lontano da qui. Posso darle l'indirizzo."
    "Certo, grazie mille, lo vedrei davvero volentieri."
    Il portinaio gli spiegò come trovare la casa del dottore e poi si salutarono con una stretta di mano.
    La casa del dottore in effetti era in una via laterale non lontana dall'orfanatrofio. Una casetta di paese con il giardino recintato, modesta ma molto carina. Un vialetto centrale divideva il giardino in due parti e conduceva ad un piccolo patio dove c'era la porta d'ingresso e di lato un dondolo, un tavolino e due sedie in ferro battuto.
    Giorgio riconobbe subito il medico nella persona seduta sul dondolo con un libro in mano. Certo era invecchiato un bel po', ma il viso rotondo e la bocca carnosa erano molto particolari. Non c'era il campanello per cui  spinse educatamente il cancello che cigolò attirando l'attenzione del dottore che si alzò subito aggrottando le sopracciglia.
    "Buongiorno, posso entrare?"
    "Lei chi è?"
    "Sono stato un suo paziente dottore, anni fa, all'orfanatrofio."
    "Ah, venga, venga avanti."
    Giorgio arrivò fino al patio e porse la mano al medico che quasi l'abbracciò scrutandolo con i suoi occhi azzurri ancora molto vivaci.
    "Aspetti, non dica niente, non dica niente" Il dottore lo esaminò qualche secondo, e poi gli puntò il dito sul petto:
    "Lei è Giorgio, Giorgio La Rosa. Ricordo bene?"
    "Sì dottore, ricorda benissimo, sono proprio io." In considerazione di quante centinaia di bambini e ragazzi erano passati dall'istituto, Giorgio rimase impressionato dal fatto che il medico l'avesse riconosciuto.
    "Si sieda ragazzo mio, si sieda. Mi fa molto piacere che sia venuto a trovarmi, anche se confesso che mi chiedo perchè dopo tutti questi anni lei sia qui. Di solito quando i ragazzi lasciano l'istituto, non tornano più."
    "Avevo bisogno di tornare qui, ma forse è inutile. Il fatto è che non sono libero, non mi sento libero, la mia vita è complicata....ma non vorrei approfittare della sua pazienza. Mi scusi."
    "Niente scuse, ha fatto bene a venire, anzi voglio darti del tu, come quando ti curavo. Forse tu non ti ricordi però quando eri piccolo trascorresti qualche festa di Natale a casa mia."
    "No, infatti non mi ricordavo però adesso che lei ne parla, mi sembra di sì. Lei aveva un'altalena nell'orto?"
    "Sì, e c'è ancora. Vieni con me."
    Giorgio seguì il dottore dietro la casa e, guardando la vecchia altalena, ricordò quei momenti lontani in cui si era sentito felice giocando sull'altalena e correndo nel giardino per poi recarsi a tavola in famiglia per il pranzo. Era la famiglia del dottore! I ricordi emergevano dal nulla, prima nebulosi e poi sempre più chiari; come diapositive scorrevano nella sua mente: i giochi, il cibo a tavola in compagnia, le corse in giardino.
    Non potè trattenere le lacrime mentre fissava gli occhi azzurri del medico.
    "E' stato qui, nella sua casa, che sono stato felice. Quando tornavo in orfanatrofio aspettavo impaziente che lei mi portasse di nuovo qui. Ora ricordo tutto. C'era una signora che mi preparava sempre una torta, oppure il budino, mi pettinava e mi aiutava a lavarmi il viso e le mani."
    "Quella signora era mia moglie che ora purtroppo non c'è più."
    Rimasero tutti e due in silenzio per qualche minuto, poi Giorgio domandò:
    "Perchè io, dottore?"
    "Ci fu un periodo in cui tu eri l'unico bambino che rimaneva in istituto a Natale. In un modo o nell'altro tutti avevano qualcuno con cui passare le feste, ma tu eri proprio solo, non avevi parenti, perciò io ti portavo a casa mia affinchè anche tu avessi il calore di una famiglia e non rimanessi solo quando gli altri bambini erano altrove. Ma spesso, quando mi era permesso, ti portavo a casa anche in altri periodi. Solo che c'erano regole molto severe ed esse valevano anche per me"
    "Dottore, lei sa anche come fui trovato?"
    "Certo. Allora ero entrato in servizio presso l'orfanatrofio da pochi mesi. Una sera verso le venti Carla venne all'istituto perchè doveva lavorare di notte. Sugli scalini vide qualcosa che la insospettì: eri tu, avvolto in una coperta. Ti agitavi, ma non piangevi. Lei ti prese fra le braccia e ti portò subito da me in infermeria. Io ti visitai e così potei constatare che eri sanissimo e vispo. Fui io a scegliere il nome Giorgio: era il nome di mio padre che avevo perso da poco. Eri un gran bel bambino. Si capiva da come eri vestito che eri stato curato, lavato, insomma tenuto bene. Speravamo tutti che qualcuno venisse a prenderti. A volte capita che qualche mamma disperata lasci il bimbo però poi torni a prenderlo. Ma non venne nessuno. Per te però ho una sorpresa. Vieni, entriamo in casa."
    Giorgio era sopraffatto dall'emozione, tanto che non riusciva neppure a parlare. Seguì il dottore in casa e si sedette.
    "Aspettami qui. Torno subito." Il dottore sparì al piano di sopra e Giorgio sentì rumore di cose spostate.
    Quando tornò aveva in mano un grosso pacco chiuso con la carta marrone. Lo aprì sul tavolo e tirò fuori un vecchio plaid scozzese con le frange, un golfino e un paio di ghettine da neonato azzurri, oltre ad una cuffietta di lana anch'essa azzurra.
    "Ecco Giorgio. Sono gli indumenti che avevi indosso, e questa è la coperta in cui eri avvolto. E' roba tua. L'ho sempre tenuta, non so neppure io perchè, ma sono contento oggi di potertela consegnare."
    lo sguardo di Giorgio si spostava senza sosta dal plaid alle ghettine al golfino alla cuffietta, senza avere la forza di parlare nè di toccare ciò che rappresentava tutto il suo mondo, la sua famiglia, il suo passato, le sue radici. Riuscì solo ad abbracciare il dottore con forza, e in quell'abbraccio c'era tutta la sua commozione, la riconoscenza per l'affetto ricevuto. Il dottore capì che quello era l'abbraccio di un uomo che stava nascendo per la prima volta libero dall'angoscia. Un uomo che stava lasciando dietro di sè il buio del dubbio e si avviava verso la luce della speranza. E all'improvviso Giorgio ritrovò la voce e l'energia e, come un fiume in piena, raccontò al dottore che stava perdendo sua moglie perchè lui era incapace di affrontare la paternità, del tormento che era stata la sua vita fino a quel momento, della disperazione che alla fine l'aveva portato fino lì, all'orfanatrofio.
    Il vecchio medico lo ascoltò con attenzione:
    "Hai bisogno di un po' di tempo, ma il cambiamento è già in atto. Sarai un ottimo padre."
    Più tardi Giorgio ebbe finalmente il coraggio di prendere in mano quei piccoli indumenti di se stesso neonato portandoseli vicino al viso, come se essi potessero raccontargli la sua storia. Anche il dottore li prese in mano e gli fece notare che erano stati lavorati con la lana e i ferri, ben rifiniti, con amore. Una donna che aveva fatto quello non poteva non avere amato il suo piccolo. Se il suo bimbo una sera era stato lasciato su quegli scalini, senza dubbio il motivo doveva essere stato grave. Giorgio capì. Ripiegò con cura la coperta e i piccoli indumenti, li richiuse nella carta marrone e depositò il pacco nell'automobile.
    Gli dispiacque congedarsi dal dottore e gli promise che sarebbe tornato a fargli visita. Si abbracciarono come fossero padre e figlio. Un attimo prima che partisse il medico gli fece scivolare in mano una vecchia fotografia dove erano tutti insieme a tavola, poi rimase fermo davanti al cancello fino a quando l'auto di Giorgio sparì oltre una curva. Tornò in casa contento perchè quella giornata era stata la più bella e importante della sua vita di medico, e anche di uomo: aveva dato a un giovane uomo delle certezze a cui aggrapparsi. Aveva riacceso in lui vecchi ricordi di felicità che erano rimasti sepolti sotto diciotto lunghi anni segnati dal grigiore della vita in orfanatrofio.
    Intanto che il dottore pensava queste cose, Giorgio era in viaggio sull'autostrada e guidando rifletteva su quante fossero state le emozioni vissute in una sola giornata. Per la prima volta si sentiva contento di chiamarsi Giorgio. Non gli era stato dato per caso quel nome: gli era stato dato con affetto e aveva un significato profondo. I ricordi dei periodi trascorsi in casa del dottore gli tornavano alla mente con sempre più chiarezza e dovizia di particolari. La giornata era trascorsa velocemente ed ormai era buio. Giorgio si sentiva stanco e non vedeva l'ora di arrivare a casa.
    Come sognando ad un tratto si accorse dei fari che lo abbagliavano e gli venivano incontro. Fu un attimo, una violenta sterzata e un'automobile andò a capovolgersi nel prato che costeggiava l'autostrada. Giorgio, seduto al volante della sua auto ferma, tremava per lo spavento, ma si fece coraggio e scese per andare a prestare soccorso. Nonostante il buio si rese conto che c'erano due corpi intrappolati fra le lamiere dell'auto. Mentre telefonava per chiedere l'intervento della polizia e dell'ambulanza, sentì un lamento e vide qualcosa muoversi nel prato. Si precipitò a guardare e quando si abbassò verso l'ombra, due braccine lo afferrarono convulsamente mentre una voce di bimbo terrorizzata singhiozzava chiamando "papà". Istintivamente  strinse la creatura fra le braccia e sentì che era molto piccola: un bimbo o una bimba di due o tre anni. Giorgio pensò che sicuramente il piccolo aveva freddo, e non sapeva come fare, ma poi si ricordò del vecchio plaid. Con quella creatura abbandonata fra le braccia andò verso l'automobile, prese il plaid e l'avvolse. Intanto sul luogo era arrivata gente e giungevano anche i primi soccorsi. In attesa della polizia Giorgio si sedette nell'auto col bimbo in braccio. Le sue mani  accarezzavano la testolina del piccolo che, stretto fra le sue braccia, si era calmato, tranquillizzato dal calore e dalla tenerezza: un calore e una tenerezza che l'uomo non sapeva di possedere. Mentre accarezzava e cullava il piccolo, analizzava le sensazioni forti che stava provando, sopraffatto e anche un po' spaventato dal tumulto di emozioni che si scatenava dentro di lui.
    All'improvviso, oltre il parabrezza dell'auto, vide con chiarezza la scalinata dell'orfanatrofio: un giovane uomo che gli assomigliava molto stava depositando su uno scalino un bambino avvolto in un plaid identico a quello che Giorgio stringeva in quel momento.L'uomo era rimasto solo perchè la moglie era morta dopo il parto. Senza parenti, e lui stesso condannato da una malattia incurabile, era stato preso dalla disperazione e, non sapendo come prendersi cura del piccolo, con molto dolore, lo stava lasciando lì sapendo che entro breve qualcuno l'avrebbe trovato. Dopo aver abbracciato un' ultima volta il bimbo, l'uomo si voltò verso Giorgio, gli sorrise e se ne andò. 
    "Papà, no, non te ne andare! Papà!" Giorgio si rese conto di avere urlato. Era frastornato e incredulo. Aveva il cuore in gola e le lacrime agli occhi. Ancora confuso si rese conto che qualcuno bussava al finestrino dell'auto. Era un poliziotto. Bisognava sbrigare tutte le formalità. Arrivarono anche i parenti del bambino e lo presero in custodia. Giorgio consegnò il piccolo ed appena non l'ebbe più fra le braccia si sentì infinitamente solo.
     Fu una serata lunghissima e quando arrivò finalmente a casa era notte fonda. Si distese sul letto: nonostante la stanchezza avrebbe voluto pensare ancora, ma un sonno profondo e senza sogni lo colse all'improvviso.
    Lo svegliò il telefono. Istintivamente guardò l'orologio: erano le otto e mezza. Si precipitò a rispondere:
    "Marina...ciao" Era stupito: di solito lei gli inviava messaggi.
    "Giorgio, volevo solo dirti che tornerò sabato prossimo. Lì è tutto a posto?"
    "Sì, certo"
    "Allora va bene, non so se riuscirò a chiamarti ancora. Ciao"
    "No Marina, Marina, aspetta, non interrompere!"
    "Cosa c'è?"
    Giorgio raccolse tutto il coraggio di cui era capace:"Pensavo che....sarà un po' strana una camera dei bambini col caminetto! Ne hai mai vista una?"
    Seguì un lungo silenzio, ma lui, col fiato sospeso, poteva sentire il respiro di lei  e riusciva a percepire la sua emozione. Quando Marina parlò la sua voce era tremante:
    "Sarà una camera bellissima."
    "Marina, al tuo ritorno mi dovrai ascoltare."
    "Sì, lo so."
    Più tardi Giorgio aprì tutte le finestre lasciando entrare l'aria fresca del mattino. Il tendone del salotto ondeggiava leggermente, sospinto dalla brezza delicata. Sopra il pianoforte, accanto alla scultura del busto di Beethoven, una vecchia fotografia appena incorniciata raccoglieva su di sè i primi tiepidi raggi di sole.

  • 30 giugno 2015 alle ore 13:30
    LA SCONOSCIUTA

    Come comincia: Mentre ritornavo a casa con quattro borse di plastica piene di tutto, appese alle braccia, non potevo evitare di darmi dell'idiota. Che idea andare a piedi a fare la spesa! Potevo almeno prendere la bicicletta, o, meglio ancora, l'auto. "Il fatto è" pensavo "che si esce convinte di comperare due cosette e poi invece... Pazienza!  E poi: per fare due passi. Come se non conoscessi il mio paese. C'ero nata, cresciuta, sposata, ma sicuramente non ci sarei morta. Possibile che solo io non riuscissi ad andarmene? Adriana e Sandra mi avevano telefonato da poco, entusiaste di essersi trasferite a Milano, ed anche Lorenza viveva da tre anni a Torino ed era felicissima; anzi, le rare volte che tornava al paese diceva ridendo:"Chissà come ho fatto a vivere per tanto tempo in questo mortorio."
    Sospirai mentre posavo un attimo le borse a terra per riposarmi un po'. Mi guardai intorno: ero all'angolo della mia via: sempre lo stesso quadro: i pini marittimi, le aiuole, l'asfalto pieno di crepe e mai aggiustato, e, in fondo alla via, dietro la casa, prati collinette e cespugli a non finire. Eppure mio marito viveva bene in questo nostro paese e non era stato certo facile convincerlo a chiedere il trasferimento in città. Però c'ero riuscita ed ora si trattava soltanto di attendere la risposta che non avrebbe tardato ad arrivare. Sorrisi pensando a lui. Era così dolce ed io ottenevo sempre quello che volevo.
    "Oggi a pranzo gli preparo qualcosa di speciale" pensai.
    Ripresi le mie borse e percorsi gli altri pochi metri che mi separavano da casa mia, affrettandomi per avere più tempo per cucinare. Nel frattempo avevo deciso: penne al sugo di tonno e frittata alle erbette che a lui piaceva tanto.
    Fu mentre in casa ero intenta a riporre la spesa che, dando un'occhiata verso l'orto dalla finestra della cucina, la vidi. Nel prato, proprio sotto l'enorme ciliegio selvatico che troneggiava al centro dell'orto, c'era una donna. Era lì ferma e dava le spalle alla casa. Quando mi riebbi dalla sorpresa il mio primo impulso fu quello di precipitarmi fuori e ricordarle che era in casa d'altri, ma poi la curiosità fu più forte di tutto il resto, e così rimasi dietro le tendine a guardare. La sconosciuta si era inginocchiata nell'erba e accarezzava lentamente le violette che spontaneamente erano nate sotto il ciliegio.
    Per un attimo rabbrividii "Una squilibrata nel mio giardino!" pensai. Ma non feci nulla. Continuai a guardare lei che intanto si era rialzata e stava lì, abbracciata al tronco del ciliegio quasi ne volesse misurare la circonferenza. Poi si mise a camminare adagio ed andò ad accarezzare il vecchio pino che era nell'angolo più lontano dell'orto e ritornò verso la casa percorrendo il vialetto laterale: teneva gli occhi bassi. Adesso potevo vederla abastanza bene. Era di mezza età, robusta e ben vestita, ma non riuscivo a scorgere il viso. Camminava e poi tornava sui suoi passi pensierosa. Quando fu di nuovo sotto il pino decisi di intervenire. Uscii determinata dalla porta posteriore; questa situazione andava affrontata. A voce alta la apostrofai:
    "Scusi, sono la padrona di casa e questo è il mio orto. Cerca qualcosa?" E intanto mi avvicinavo.
    La sconosciuta si voltò verso di me e, per nulla turbata nè intimorita dalla mia presenza
    "Sì" disse "il passato."
    Il tono della  sua voce era caldo e pacato, l'espressione del viso dolce ed emozionata e gli occhi lucidi di pianto.
    Rimasi ferma davanti a lei, colpita da quelle poche parole così piccole e inaspettate, ma tanto dense di significato.
    Allora anch'io sorrisi e gentilmente incalzai:
    "Cerca il passato a casa mia?"
    "Oh, questa casa è anche mia, o almeno, lo è stata per molti anni; mia e della mia famiglia. Ci ho vissuto fino all'età di tredici anni".
    La voce della sconosciuta era rotta dall'emozione e capivo che a stento riusciva a trattenere le lacrime. Non sapevo cosa fare, ma provavo tanta tenerezza:
    "Vuole entrare un attimo in casa? Le faccio il caffè?"
    "Non credo di averne il coraggio"
    "Suvvia, ormai è qui. E poi non si deve preoccupare di me. Si lasci pure andare. Certe volte piangere fa bene e non bisogna vergognarsene." E, in uno slancio di simpatia, la presi sottobraccio accompagnandola verso la casa.
    Sulla porta trovai una scusa:
    "Raccolgo un po' di prezzemolo per la frittata. Entri pure e mi aspetti in cucina...tanto sa dov'è. Scusi il disordine. Arrivo subito."
    Avevo fatto bene a lasciarla sola, infatti finalmente pianse liberamente, poi si soffiò il naso, ed infine, con le mani tremanti, aprì la porta ed entrò in casa, quasi in punta di piedi.
    Poco dopo entrai anch'io e cominciai a preparare la frittata. Lei si era seduta su una sedia a lato del tavolo come una vecchia amica e mi osservava cucinare. Si abbandonò ai ricordi.
    "Sa, quando ero piccola riuscivo a malapena ad abbracciare il tronco del ciliegio,ed anche adesso non riesco ad abbracciarlo. E' diventato così grande. E tutte quelle violette! Era il fiore preferito di mia madre. Lei si sedeva sempre in poltrona proprio in questo angolo, dove sono io adesso. Era seduta qui anche la sera che si sentì male. Emorragia cerebrale. Nella stessa notte morì in ospedale: aveva cinquant'anni."
    "Poverina! E lei quanti anni aveva?"
    "Io ne avevo tredici. E lei, la mamma ce l'ha ancora?"
    "Oh sì! Abita in paese, nella parte nuova."
    "Ah sì, la parte nuova. Ci sono passata oggi venendo qua. Questa però è la parte più bella. Non crede?"
    Riflettei un attimo che tutto mi era sembrato il paese in quegli anni, fuorchè bello, però non volli deluderla.
    "Certo, è la zona più bella, con tutta questa campagna intorno, tranquilla....forse anche troppo. Lei come si chiama? Io mi chiamo Silvia."
    "Oh come ha ragione! Non mi sono neppure presentata. Il mio nome è Maria. Anzi deve scusarmi. Quando sono arrivata ed ho visto il cancelletto aperto, non ho resistito alla tentazione di entrare. So che non avrei dovuto."
    "Non si preoccupi. Niente di male: ho capito la situazione."
    Maria cambiò discorso.
    "Quante uova ha messo nella frittata?"
    "Sei, perchè?"
    "Anche mia madre metteva tante uova nella frittata e mia nonna,non potendo muoversi agevolmente, dalla sua poltrona le contava ascoltando il rumore  man mano che mia madre le rompeva, e la sgridava, così la mamma, per evitare discussioni, le rompeva a due per volta. La nonna ne contava solo metà e stava zitta."
    Scoppiammo tutte e due a ridere. Poi all'improvviso Maria si fece seria:
    "Posso rivedere il resto della casa?"
    "Ma certo! Chissà quanto lo desidera!"
    Non mi preoccupavo più per il disordine poichè pensavo che gli occhi di Maria avrebbero visto ben altro fra quelle pareti. Scene di vita familiare di tanti anni prima, la camera dei genitori, la sua o dei fratelli. Quei vecchi muri le avrebbero sussurrato frasi antiche eppure mai dimenticate, emozioni care, malinconia e dolcezza di ciò che non c'è più.
    Sospirai ed apparecchiai la tavola. Quando Maria tornò in cucina, mio marito Riccardo era rientrato ed io gli avevo spiegato tutto. Avevo preparato per tre, e lei, con naturalezza, si sedette a tavola con noi come fosse una persona di famiglia.
    "E' sempre meravigliosa questa casa. Quanta nostalgia."
    "Lei dove vive, Maria?"
    "A Torino, da trent'anni."
    "A Torino? Che cosa fantastica! Io ho un'amica a Torino. Oh, vivere in città, e poi in una grande città! E' il mio sogno."
    Non riuscivo a trattenere la mia eccitazione e insistevo per sapere tutto, il più possibile.Maria parlava volentieri:
    "Capisco, capisco il suo entusiasmo. Anch'io non vedevo l'ora di andarmene trent'anni fa, ma forse non è sempre il passo giusto quello che si fa da giovani. Io ho sofferto molto per avere tranciato le mie radici. La città indubbiamente offre tante comodità, ma non si lascia amare. E' grande, anonima, la gente è frettolosa e poco disposta alla confidenza. Non sono riuscita ad ambientarmi.".
    Mentre Maria continuava a parlare, Riccardo mi guardava con dolcezza, forse immaginando il mio stato d'animo.
    "E' vero. Il paese è pettegolo, certe volte la lentezza della gente è esasperante, però esiste tanta solidarietà, ci si conosce tutti e gli incontri sono più facili, più appaganti. Ci sono gli amici d'infanzia e quelli dell'adolescenza, ci sono i nostri cari. Io vivo in appartamento e mi sento carne in scatola. I miei vicini li conosco solo perchè bisogna dibattere le questioni condominiali e nessuno è mai d'accordo con gli altri."
    Maria si interruppe e sospirò. Lasciò vagare lo sguardo lontano, oltre l'orto, verso i parti e i cespugli.
    "Quando ero piccola ero sempre in campagna a giocare. Conoscevo tutti gli insetti, avevo un gatto, e in primavera coglievo le viole per mia madre. Mi graffiavo le gambe nei cespugli di biancospino, raccoglievo le more e quando i contadini tagliavano il grano andavo a spigolare con gli altri bambini. Andavo in bicicletta, sui pattini a rotelle. Sempre all'aperto, sempre gioiosi, bambini veramente gioiosi."
    Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime:"Mia figlia tutto questo non l'ha avuto, e tanti altri figli non l'anno avuto e non ce l'hanno. Quando era piccola la portavo ai giardinetti del rione: un'oretta o due per illudersi di essere in campagna. L'ora d'aria del carcerato."
    Mi accorsi all'improvviso che l'ascoltavo con interesse, anche se lei sembrava parlare più a se stessa che a noi.
    "Sì, all'inizio ero esaltata dalla città, dal movimento. Anche il traffico congestionato mi divertiva, ma poi mi sono accorta di non avere più le ali, se non per sognare di tornare qui. Poi il mio paese ha cominciato a mancarmi. Le facce conosciute, i pini marittimi della mia via, le aiuole, la gente in bicicletta, il gelato di sera sulle panchine alla fontana, le chiacchiere sotto i portici del centro, la festa patronale con la lotteria. Qui le persone non muoiono mai: vivono sulla bocca della gente che ne parla e che è sempre la stessa. A Torino nessuno sa chi fossero mio padre e mia madre, ma qui tutti li conoscevano; se fossi rimasta qui mi sarebbero mancati di meno. Ne sono certa."
    Ora Maria non parlava più. Giocherellava con uno stuzzicadenti fissando un punto qualunque della tovaglia.
    Riccardo si accese una sigaretta ed io mi alzai per preparare il caffè.
    "Ma forse un giorno potrà tornare" le dissi.
    Maria sorrise.
    "Mia figlia è nata a Torino e la sua vita è là. Lei ha solo me e io ho solo lei..... Vi sono grata per avermi accolta con tanta simpatia, ma adesso è ora che me ne vada."
    "Certo" dissi sorridendo "ma non prima del caffè."
    "Grazie Silvia per i momenti bellissimi che mi avete dato oggi. Momenti indimenticabili. Vi ringrazio infinitamente"
    Poco più tardi Maria se ne andò, a piedi. Aveva lasciato l'auto lontano per provare l'emozione di camminare per le strade della sua giovinezza. La seguii con lo sguardo fino a quando sparì alla mia vista, e poi rientrai in casa.
    Sparecchiai la tavola, mi misi a lavare i piatti e dalla finestra del cucinino potevo vedere quasi tutto l'orto. Mi parve di rivedere Maria lì che accarezzava le viole e abbracciava il ciliegio. Era bello quel ciliegio, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Mi tolsi il grembiule e mi asciugai le mani, uscii per andare a guardarlo da vicino. Le gemme stavano per schiudersi e a breve una immensa nuvola di fiori bianchi avrebbe illuminato l'orto con la sua bellezza. Dal prato saliva un tenue  profumo di viole. Oltre l'orto l'erba era verde, le piante e i cespugli in pieno rigoglio. Fiori  di ogni genere rallegravano i prati, e i pini emanavano un penetrante piacevole profumo di resina.
    Mi voltai verso la casa: bella, grande, solida, accogliente. La vista mi si stava annebbiando. Le lacrime cominciarono a scendere silenziose. Pensai alle parole di Maria, e, subito dopo, ai miei figli, quelli che io e Riccardo avremmo avuto: una grande emozione mi invadeva il petto e il cuore batteva all'impazzata. E all'improvviso tutto mi fu chiaro.
    Corsi in casa.
    "Riccardo...Riccardo!"
    "Cosa succede? Mi hai spaventato"
    Mi rifugiai fra le sue braccia che subito mi strinsero forte. Il pianto mi impediva di parlare mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza. Finalmente mi calmai.
    "La lettera! L'hai già spedita?"
    "Non l'ho spedita: è sulla scrivania del direttore in attesa di essere esaminata."
    "Allora distruggila, amore mio, distruggila. La nostra vita è qui, nella nostra casa, e qui sarà il nostro futuro e il futuro dei nostri figli."
    Avvolta dall'abbraccio di mio marito, col viso abbandonato contro la sua spalla, pensavo a Maria che ora era in viaggio verso Torino. Che sciocca ero stata, non le avevo chiesto neppure il numero di telefono, l'indirizzo. Lei non poteva immaginare ciò che aveva fatto per me ed io non avrei mai potuto ringraziarla.
    "La rivedrò"  mi consolai  "Maria tornerà. Ne sono certa."

  • 30 giugno 2015 alle ore 9:30
    DANILO E ROSAURA (FAVOLA)

    Come comincia: ​Buonasera a tutti. Mi presento: mi chiamo Danilo e sono un carrello per la spesa. Ora sono vecchio ma voglio raccontarvi la mia storia. Ero un piccolo carrello: rosso e civettuolo, con le ruotine bianche, solo due, non ero uno di quei carrelli privilegiati che hanno quattro ruotine, ma ero felice lo stesso. Chi mi costruì fu molto soddisfatto del suo operato e subito mi propose ad un negozio: il negoziante mi guardò a lungo, poi saggiò con le mani la mia robustezza, ed io feci di tutto per gonfiare la mia tela e rendermi gradevole, riuscendo anche a nascondere benissimo la voglia di ridere a causa del solletico che le sue mani mi procuravano rovistandomi dappertutto. Mi avrebbe messo in vetrina sperando che qualcuno mi vedesse e mi acquistasse. Non mi attraeva tanto la vita in vetrina per due semplici motivi: la mancanza di privacy e, peggio ancora, il fatto che spesso e volentieri i negozianti si dimenticano di abbassare la tenda esterna lasciando che i poveri esseri esposti si abbrustoliscano al sole. Tanto non potevo fare niente, soltanto sperare che questo negoziante fosse un po' più attento. Lui intanto continuava a fissarmi, con gli occhiali abbassati sulla punta del naso, e si accarezzava il mento con due dita. Chissà poi perchè  si metteva gli occhiali, se poi, per vedere, doveva abbassarli sul naso. Mah, i misteri degli esseri umani! Quanto riflettere per un carrello della spesa! Che avesse cambiato idea? Non mi voleva più? Ma mi aveva guardato bene? Io ero bellissimo e avevo anche tutte le rifiniture bianche che col rosso stanno benissimo. Forse avrebbe preferito un carrello con quattro ruotine? Ero molto in ansia, ma poi il negoziante sciolse ogni riserva e decise di acquistarmi.  Vidi, con un po' di malinconia, l'artigiano che mi aveva creato, andarsene dopo avermi dato un'ultima occhiata: però ero contento perchè sapevo che aveva bisogno di soldi e per merito mio avrebbe avuto un paio di giorni di tranquillità. Mentre salutava avevo sentito che il negoziante si chiamava Celestino. Che nome strano, Celestino! Comunque Celestino mi sollevò con delicatezza e mi sistemò in vetrina, anzi in un angolo della vetrina che io peraltro arredavo ottimamente. Ero l'unico carrello per la spesa e ciò mi fece sentire molto importante. Cominciai subito a guardarmi intorno, salutando per prima cosa i miei vicini: una bicicletta, quattro rotoli di carta da parati, uno stendibiancheria, due nani da giardino e un bel soprammobile di ceramica che rappresentava una sirena. Mi salutarono con gentilezza, anche se la bicicletta rimase perplessa quando vide le mie ruotine:
    "Ma non sono troppo piccole le tue ruote? Come fai a muoverti?" E fece una risatina maliziosa.
    "Io non devo muovermi da solo e poi non sono una bicicletta! Non vedi? Sono un carrello per la spesa! Mica posso avere le ruote grandi come le tue!"
    "Ah, perciò per muoverti tu hai bisogno che qualcuno ti trascini! Che disgrazia poverino!" La bicicletta rise di nuovo divertita.
    "Guarda che anche tu per muoverti hai bisogno di qualcuno che azioni i pedali! Cosa c'è di diverso?"
    Come potevo far capire a quella presuntuosa che il mio compito era molto importante? Non dissi più niente e cominciai a guardare la gente che passava sul marciapiedi davanti al negozio. Notai che molti si fermavano a guardarmi e sperai di essere venduto in fretta. Non intendevo sopportare a lungo quella bicicletta arrogante che mi guardava dall'alto in basso.
    Fui fortunato perchè quel pomeriggio una signora si fermò davanti alla vetrina: mi guardò ed io capii che le ero piaciuto.
    Lei entrò nel negozio e poco dopo Celestino venne a prelevarmi dalla vetrina. Ebbi appena il tempo per salutare tutti e per far notare alla bicicletta così antipatica quanto fossi utile, visto che mi avevano acquistato subito.
    Ma quale fu la mia sorpresa!! Celestino tornò verso la vetrina e prelevò anche la bicicletta. Non ci potevo credere: la signora in questione stava comprando anche quella stupidina, che naturalmente mi guardò altezzosa:
    "Come vedi sono utile anch'io."
    Insomma avrei dovuto convivere con la "signorina tu mi stufi"? 
    La guardavo mentre metteva in mostra il luccichìo dei suoi raggi, e si pavoneggiava nel suo bel colore azzurro metallizzato. Beh, dovevo ammettere che era davvero carina: se solo fosse stata un po' più simpatica!
    Celestino intanto decantava alla signora tutti i pregi della bicicletta: si chiamava Rosaura, era comoda moderna e pieghevole. Ero un po' geloso, ma in fondo di me cosa c'era da dire! Ero tutto lì, robusto e in bella vista, non avevo virtù nascoste, io. Il mio nome era scritto in bianco sulla tela rossa e fui molto grato a Celestino quando disse:
    "Anche il carrello ha un nome. Vede? Si chiama Danilo."
    La signora rise: "Caspita, che nome altisonante! A me interessa che sia bello resistente, anche perchè non credo che lo chiamerò per nome" E rise di nuovo.
    Mi fu simpatica: effettivamente forse sarebbe stato difficile che lei chiacchierasse con un carrello per la spesa. Stava dicendo a Celestino che con gli anni le braccia avevano cominciato a farle un po' male e così non riusciva più a portare le borse della spesa e pensava che il carrello fosse la soluzione, anche perchè lei si spostava quasi sempre a piedi.
    "Oggi sono venuta in automobile così posso portare a casa anche la bicicletta....anzi Rosaura."
    Guardai Rosaura. Dal suo sguardo se n'era andata tutta la spavalderia, sembrava diventata triste all'improvviso.
    "Beh, cos'hai? Non sei soddisfatta?"
    Lei mi guardò:
    "Sono terrorizzata. Non sono mai stata piegata e ho tanta paura. E poi sarò chiusa dentro il baule dell'auto. Ti sembra che possa essere allegra?"
    Mi fece tenerezza e in un attimo dimenticai tutta la sua prosopopea.
    "Non ti preoccupare ci sarò anch'io con te, ti farò coraggio."
    "Oh no, tu sarai sui sedili dell'auto e potrai guardare dal finestrino, mentre io sarò al buio e mi mancherà l'aria. Con ogni probabilità mi faranno anche male tutte le giunture. Ho visto piegare altre biciclette, e prima che le persone imparino come si fa, è sempre una tortura."
    Pensai che aveva ragione, ma non sapevo proprio come aiutarla.
    "Vedrai che Celestino non ti farà male, lui è un esperto. Piuttosto sarà la signora che dovrà imparare, ma non credo che tu sia destinata a viaggiare in auto: hai sentito? Lei si sposta a piedi perciò semmai sarai tu a portarla a fare passeggiate all'aria aperta. Stai tranquilla. Il tuo destino è migliore del mio: io sono destinato a portare pesi e a essere riempito oltre le mie possibilità, ma sono nato per questo."
    "Grazie Danilo, sei molto dolce e sono contenta di sapere che vivremo nella stessa casa."
    Come succede spesso, da un'antipatia iniziale stava nascendo una bella amicizia.
    Rosaura fu sistemata nel baule ed io sui sedili posteriori dell'auto, proprio come aveva previsto lei, ma per fortuna il tragitto fu breve. 
    La casa mi piacque subito. Era una piccola costruzione a due piani con un bel cortile dove c'erano una tettoia e un garage. Rosaura su depositata sotto la tettoia, ed anch'io. Poi la signora sistemò l'auto in garage e lo chiuse soddisfatta, come se si fosse liberata da un peso. Capii che non aveva tanta simpatia per i motori. Entrò in casa, e noi ci guardammo.
    "Hai visto che non è successo nulla di così brutto? E com'è bello questo posto?"
    Era proprio bello: dietro la casetta si intravedeva la campagna, e di fronte, un po' spostato sulla sinistra, un lungo viale asfaltato ombreggiato da grandi alberi di tiglio. C'era qualche altra casetta come quella in cui avremmo abitato noi, e c'erano anche un paio di ville eleganti a poca distanza. Sì, era proprio bello.
    "Sì Danilo, penso proprio che qui mi divertirò."
    Ormai stava scendendo la sera e io ero stanco. Era stata una giornata faticosa e densa di avvenimenti. Anche Rosaura cominciava a sbadigliare. La signora non si era più vista. Dissi:
    "Dormiamo?"

    "Sì, buonanotte Danilo."

    "Buonanotte Rosaura."

    "Il buio mi fa un po' paura."

    Con una piccola spinta avvicinai la mia ruotina al suo pedale, lei si sentì rassicurata e si addormentò.

    L'indomani fu per noi l'inizio di una vita di lavoro. Tutte le mattine alle dieci, puntuale come un orologio svizzero, la signora mi prelevava dalla tettoia e mi portava a piedi al supermercato dove venivo riempito all'inverosimile. Certe mattine pensavo che non ce l'avrei fatta da quanto ero pesante, e ogni dislivello della strada mi dava un contraccolpo pericoloso. Temevo per l'incolumità delle mie ruotine e mi chiedevo quanto tempo avrebbero resistito, e poi, per dirla proprio tutta, così grasso non mi piacevo per niente. Avevo bozzi da tutti i lati: o per una scatola che premeva da una parte, o una bottiglia da un'altra parte, insomma assumevo le forme più strane. Quando Rosaura mi vedeva arrivare, già da lontano cominciava a ridere e a prendermi in giro.

    "Come sei grasso grasso grasso" Cantilenava  e rideva "grasso grasso grasso"

    Ma io non mi arrabbiavo perchè sapevo che era uno scherzo. In effetti lei mi voleva molto bene ed anche la sua vita era difficile perchè riposava molto meno di me. Lei era sempre a disposizione per chiunque arrivasse. Tutti la prendevano per andare dappertutto, spesso la facevano cadere e non  usavano nessuna delicatezza. Era già ammaccata in vari punti ed io sapevo che ne soffriva molto. Non era più così luccicante, anche perchè raramente qualcuno la lavava. Alla sera finalmente restavamo soli, l'uno accanto all'altra, ed allora io le raccontavo le storie che avevo sentito narrare dall'artigiano al suo nipotino mentre mi costruiva. Erano belle favole e così Rosaura sognava principi e regni incantati, e si addormentava. Ma il tempo passava e i disagi aumentavano.

    Io spesso non  riuscivo a dormire perchè cominciavo ad avere problemi alle cuciture, inoltre una ruotina si era già staccata e il fabbro me l'aveva dovuta saldare. In quell'occasione la signora aveva deciso di farmi saldare anche l'altra così non si sarebbe più verificato nessun problema. Avevo sofferto molto per quell intervento ed oltretutto ora le mie ruotine erano molto più rigide e sentivo molto di più i dislivelli del terreno. E allora, se non potevo dormire vegliavo il sonno di Rosaura e la consolavo se si svegliava piangendo. Mi faceva tanta tenerezza. Al contrario di me che conoscevo già in partenza quale sarebbe stato il mio destino, lei aveva sperato in una vita allegra e spensierata, e adesso era delusa e triste.

    Erano trascorsi due anni quando, una mattina, la signora mi rivolse la parola:

    "Caro Danilo, hai fatto il tuo tempo. E' ora di sostituirti. ormai sei tutto consumato. Mi costerebbe di più farti riparare che comprare un carrello nuovo."

    Detto fatto mi trovai depositato accanto ai bidoni della spazzatura.

    Rosaura, che aveva assistito a tutta la scena, piangeva disperata.

    "Non puoi lasciarmi, non andartene. Cosa farò io!" Ma sapeva anche lei che non c'era niente da fare Ci guardavamo da lontano, lei sotto la tettoia ed io vicino ai bidoni, tutti e due consapevoli del nostro limite invalicabile: avevamo le ruote ma non potevamo raggiungerci.

    Per la prima volta nella mia vita piansi disperatamente e mentre piangevo mi accorsi che mi stavo muovendo: un uomo mi stava trascinando via, lontano dai bidoni. Era malvestito e trasandato. Ebbi paura, ma poi pensai che tutto sarebbe stato meno doloroso della discarica.

    Mi ricordai di avere già visto l'uomo quando andavo al supermercato: frugava nei bidoni e raccoglieva cose di vario tipo. Così io gli sarei servito per riempirmi di cose raccolte nella spazzatura. Pazienza. Daltronde ero vecchio e malandato, cosa avrei potuto pretendere? Mentre lui mi trascinava da un  bidone all altro

    io pensavo a Rosaura. Chi l'avrebbe consolata quando avesse avuto paura del buio, chi le avrebbe raccontato le favole per farla addormentare serena?

    Non riposavo mai, ero sempre per la strada, ma una mattina accanto a un bidone  in una scatola semiaperta vidi il soprammobile di ceramica che rappresentava la sirena. Era bellissimo e intatto. Chissà perchè l'avevano buttato via!

    "Questo sì che è un colpo di fortuna" disse l'uomo "Questo me lo pagheranno bene."

    La scatola era grande ed io non potevo contenere altro, così l'uomo si diresse subito in paese.

    "Ciao Danilo, ti ricordi di me?"

    "Certo che mi ricordo Sirena! Cosa ti è successo?"

    "Non piacevo più, mi hanno buttata via"

    Mi dispiaceva davvero. Era così dolce e gentile, ma era anche civettuola.

    "Speriamo che non mi si rompa la coda, con tutti questi saltelli!"

    "Non ti preoccupare, sei ben sistemata, non ti romperai."

    Intanto eravamo arrivati in paese e l'uomo si diresse proprio verso il negozio di Celestino.

    Ero felice, mi sembrava di tornare a casa. Celestino! Come ero contento di rivederlo!

    Celestino lo fece entrare e subito rimase stupito a guardare: cercò il punto della mia tela dove era stato scritto il mio nome che non si vedeva quasi più.

    "Danilo! Ma guarda un po' come ti sei ridotto! Sei sporco, scucìto, proprio malmesso."

    Poi si rivolse all'uomo:

    "Ti compro tutto, anche il carrello!"

    "Ma il carrello mi serve"

    "Te lo pago bene"

    Scoppiavo di felicità, sarei rimasto lì, avrei smesso di girovagare sotto il sole o le intemperie, all'aperto, sempre in pericolo. Celestino mi avrebbe tenuto con sè. Sarebbe stato tutto perfetto se il pensiero di Rosaura non mi avesse continuato ad angosciare.

    Quando l'uomo se ne fu andato, Celestino prese la sirena e la pulì bene e la rimise in vetrina.

    Poi mi guardò:

    "Con te sarà un po' più laborioso! Cominciamo da una bella lavata!"

    Un bel bagno era proprio quello di cui avevo bisogno. Tornai a vedere il rosso della mia tela, anche se un po' sbiadito, e il bianco delle rifiniture. Le ruotine, lucidate, sembravano quasi nuove. Dopo avermi lavato si mise alla macchina per cucire e mi aggiustò bene. Poi mi guardò soddisfatto:

    "Caro mio sei come nuovo. Ma non ti venderò più. Ti terrò con me, puoi essermi utile."

    Pensai che la mia vecchiaia sarebbe stata serena con Celestino, ma non sapevo come dimostrargli la mia gratitudine.

    La mia vita era tranquilla con lui. Ogni tanto mi portava con sè al supermercato, ma mi trattava con molta delicatezza e soprattutto mi teneva in casa, in cucina vicino a lui. Non mi sentivo mai solo e non pativo più caldo o freddo e i pericoli della strada, ma nella mia mente c'era il pensiero fisso di Rosaura. Oh, se avessi potuto farmi sentire da Celestino, se avessi potuto parlargli! Si avvicinava anche Natale ed io pensavo a quanto si sarebbe sentita sola Rosaura sotto la tettoia, al freddo e magari con la neve a due passi.

    Ed un giorno accadde una cosa davvero speciale. Celestino decise di attuare una promozione di biciclette pensando che la gente a Natale è più disposta a fare spese, così espose un bel cartello con scritto: "Promozione biciclette, si ritira l'usato. Grossi sconti."

    Aspettai e aspettai e aspettai ancora finchè, pochi giorni dopo, l'auto della signora si fermò davanti al negozio. Lei entrò e si rivolse a Celestino:

    "Mi viene ad aiutare? Vorrei comperare una bicicletta nuova e ho portato quella vecchia."

    Il miracolo era avvenuto. La mia felicità era alle stelle. Rosaura fu portata nel retro del negozio e quando mi vide scoppiò in lacrime. Anch'io piangevo e non riuscivo a dire nulla. Ci bastava essere lì, l'uno vicino all'altra, dopo tanta lontananza e tanta sofferenza. Riuscii solo a dire:

    "Non ti ho mai dimenticata. Ti ho sempre aspettata."

    "Ne ero certa e non ho mai smesso di sperare."

    Stasera è la vigilia di Natale. Celestino è un uomo anziano e vive da solo. Si è preparato una cenetta e un piccolo albero di Natale, però sotto l'albero ha sistemato la capanna della natività perchè, dice lui, è una tradizione. Nella sua cucina il camino è acceso e lui ha alzato il bicchiere per brindare:

    "Amici miei, Danilo, Rosaura, Buon Natale"

    "Buon Natale Celestino! e...grazie."

     

  • 27 giugno 2015 alle ore 17:29
    MADAME SUSANNA

    Come comincia: Vista la prima volta: una signora raffinata, gli abiti scelti con cura, indossati con eleganza, abbinamenti particolari: una femmina di lusso. Tato la incontrò l'ultimo giorno dell'anno in un raffinato locale alla moda seduta ad un tavolo, circondata da amici. Un coup de foudre! La esaminò a lungo con compiacenza, non sentiva più le voci dei presenti nè il suono dell'orchestra. Ne osservò la bocca mossa con maestria, quando sorrideva scopriva denti perfetti, sulle labbra un rossetto un pò appariscente ma non volgare, adatto al suo stile con un contorno di matita più scuro che ne evidenziava ancor più la finezza e l'unicità. Sorrideva con distacco signorile che creava una barriera con gli interlocutori sciocchi o vanesi. Tato seguitò ad osservarla e notò altri particolari: zigomi alti, occhi grandi ed espressivi, il trucco magistrale ne sottolineava la luminosità, orecchie piccole, la scollatura profonda metteva generosamente in mostra seni perfetti: emergeva fra le signore presenti.Tato con la fida Canon le si avvicinò e, con falsa indifferenza ma col cuore in subbuglio le propose un servizio fotografico in ricordo della serata. Zeus adiumentum inaspettatamente raggiunse lo scopo. Si rifugiarono in un angolo appartato della sala in mezzo a rocce e piante un pò distante degli sguardi curiosi ed invidiosi delle signore. La musica giungeva da lontano un pò ovattata. La magia delle luci soffuse ed il caldo ambiente lavorarono in favore di Tato. Una signora diversa, cordiale, curiosa e disponibile: una sorpresa. Tato assunse le vesti di regista: "Pensi a situazioni piacevoli: un viaggio in compagnia di una persona briosa, una serata in un locale accogliente, un incontro ravvicinato..." Le pose di Susanna erano mutevoli ed espressive, seguiva i consigli alla lettera. L'emozione creò qualche problema a Tato, talvolta il calore del viso faceva appannare il mirino della macchina fotografica con conseguente sfocatura delle immagini; fu costretto a ripetere alcune inquadrature ma il risultato finale fu inappuntabile. Esaminò le foto nel monitor dell'apparecchio, espressioni delle singole foto: - leggermente ironica; - misteriosa; - sorridente; - soddisfatta; - furbetta; - pensierosa; - carinissima; - ti piacerebbe... - forse, spera; - allegrissima; - curiosa; - sospettosa; - non mi manca nulla; - un pò triste; - sono una vera donna; - ho i miei problemi.. - aperta; - ti entro nel cuore; - simpatica; - non c'è niente da fare! Quest'ultima espressione fece rattristare Tato, non che ci sperasse troppo, era un sogno che lo tormentava ma la speme è l'ultima a morire. Tato si rivolse alla dea della speranza: "Accogli Elpis la mia istanza un pò lasciva ma giustificata da cotanta bellezza, fa che mi guardi con benevolenza, lo sai, sono un vecchio pagano amico di Hermes, se riuscirò nel mio intento ti sacrificherò il montone più grasso, anzi un vitello, meglio ancora un bue. Elpis ti offrirò tutto quanto possiedo ma ti prego aiutami, dammi una mano sì che possa sperare alterimenti non solo non ti sacrifico nulla ma ti mando a f....!