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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:26
    Stantuffo, il martellatore pazzo

    Come comincia: Stantuffo, il martellatore pazzo

    --------------------------------------------------------------------------------

    Martella tu che martello anch’io; con questo slogan, in Martellonia, si riassumeva tutto il codice legale dello stato suddetto. In quel paese chi più martellava, meno non martellava; si viveva di martellate: a passare per le strade di quel paese v’è da guardarsi bene in giro, ogni persona che incontrate prima vi dà il buongiorno e poi una martellata; se vi becca in testa 5 punti, il resto, invece, 5 punti

    A cosa servivano questi punti, ci si chiederà o meglio, se lo chiederanno i più curiosi? Logicamente servivano a fare un totale di punti; questo totale, invece, serviva a distinguere le classi della nazione (che nazione, fra l’altro!), in quanto chi aveva tanti punti era ricco, chi ne aveva pochi era ricco, e chi non ne aveva invece, era ricchissimo

    Ormai tutti eran9o specializzati in martellate: ce le si davano ad occhi chiusi, a testa in giù, a piedi in bocca, a braccia conserte, con la bocca, con le orecchie, sull’ombelico, sui calli, eccetera; particolarmente e particolartesta il colpo preferito era la martellata sul ditone, altresì detto alluce, ma là chiamato allucione

    Col passare del tempo, il progresso aveva donato anche il martello pneumatico, ma era stato messo al bando dallo stato, la macchina per martellarsi da soli (in tal caso però i punti non si ottengono), il martello ricurvo per martellare anche negli angoli, nonché nei mozambichi, il martello con due pestoni, per martellare contemporaneamente zucca, testa e piedi. 

    Inutile dire che in quel paese tutto era martellato, tutto in cocci, tutto frantumato dalle martellate locali. 

    Lo stato, un bel dì, così bello, ma così bello, ma così un bel sì che, decise di invitare i popolani a una bella gara di martellate, da svolgersi, possibilmente al di fuori del territorio nazionale. 

    Venne finalmente il giorno di questa gara, ma noi ce ne freghiamo di questo giorno, perché non sappiamo ancora in cosa consiste, a che cosa serve e come si svolge. 

    Or dunque, o meglio, dunque ora, dovete sapere che essa si girava perché a furia di martellare non c’era più nulla da martellare, per cui il comune ben pensò di organizzare tale competizione, al fine di offrire un quid martellandum ai popolani del comune in cui, non essendoci più nulla da martellare, il comune ben pensò di organizzare tale disputa per dare qualcosa da martellare e giovare ai suoi popolani. 

    Nel martello che veniva distribuito ai concorrenti, era inserito un martellometro, cioè un coso per misurare le martellate, la loro intensità, potenza, ecc…

     

    Inutile dire che tale martellometro aveva pure un contatore che registrava i punti via vai accumulati. 

    Ora che sappiamo in che cosa consisteva tale gara, possiamo anche dare il via ad essa, ma se glielo diamo così, che gusto c’è se non abbiamo ancora deciso per chi fare il tifo. Lo faremmo per uno che abbiamo già adocchiato da tempo, ma poiché costui o costei il tifo l’ ha già fatto, punterelleremo la nostra azione tifica su un altro uomo. 

    Logicamente sceglieremo il più chiù. Ecco, forse costui è il nostro tipo: due punti, tre metri di larghezza per mezzo di altezza, capelli biondi, baffi neri, peli rossi, occhi da lince orba, orecchie bicornute, coda a cavapappa, e altri requisiti che ci inducono a puntar su di lui gli obiettivi del nostro racco-on. 

    Appena poi siamo venuti a sapere di Stantuffo, non abbiamo avuto più dubbi, ed ecco che ora siamo impegnati a seguire le sue peripezie. 

    Sfrom! I concorrenti sono partiti, chi a nord, chi a sud, e chi invece a nord o a sud. In ogni direzione la marea umana si allontana dalla partenza, ognuno alla ricerca di qualcosa da martellare al di fuori dal confine nazionale. 

    Stantuffo, procedendo a larghi passi è l’ultimo ad uscire dai confini, e guardandosi intorno cerca qualcosa da martellare ma, ohi-bò, è già stato tutto martellato. 

    Che si può martellare, dirà fra sé e sé, se tutto è già stato martellato? 

    Cammina e rincammina, ma di martellare neanche l’ombra; il martellometro, nel frattempo era sempre a zero

    Giunto all’oceano del Maroc decise di provare a farvi un tuffino per vedere se qualche pesce era per caso disposto a farsi martellare… 

    Spogliatosi delle sue vesti ed indossato un bellissimo cappotto da bagno, Stantuffo splascia l’oceano e, navigando sott’acqua a mò di sottomarino o maglia, di sotto-oceanino, guardandosi in giro si guarda all’ingiro. Vede ad un tal punto una coda pesciosa spuntar dal retro d’una roccia, e si dirige colì per vedere se il pesce che la possiede è disposto a farsi martellar

    Accostatovisi, Stantuffo è già per martellare, quando ecco che il pesce, in quanto pesce-martello; vibra una martellata pesciosa su Stantuffo e lo stende. Andò per martellare e fu martellato. 

    Sconfitto e afflitto Stantuffo esce dall’oceano e continua a cercare qualcosa da martellare; ormai gli altri concorrenti saranno già stati a buona virgola, e gli occorreva un colpo di genio. 

    Più che un colpo di genio gli venne un colpo di sveglione, ma il gatto è ugualmente notevole: c’era infatti un posto dove nessuno si sarebbe mai incubato di andar a martellar, ossia il territorio privato dei Porcoli, animali fungiformi che, incameratisi nel territorio ore assunto come proprio, sono internamente dediti alla coltivazione dei funghi. Passando lungo il loro confine è infatti possibile vedere sterminiate draiate  di funghi, chilometri quadrati, cubici e piatti di funghi di ogni genere. Guai a chi, mal gliene colga, gli venisse in cranio di toccare un fungo anche solo con lo sguardo, col pensiero l’udito: in men che non lo si possa dire gli si ritroverebbe con Stantuffo però era ardito nonché armano ed arpiede, per cui, decise, per male che potesse andare, di andare a martellare i funghi dei Porcoli. (Porcino-ovoli)

    I porcoli rassomigliavano sì ai funghi, ma erano animali; alti dai due ai tre decagrammi presentavano, sotto i peli che stavano sopra alle piume, delle penne, che stavano sotto le piume. 

    I peli raffreddavano le piume, che tenevano al fresco le penne, che riscaldavano vuoi i peli che le piume. Possedevano inoltre una lingua collosa e a dei poco chilometrica, ricoperta di villi prensili che, avvinghiati i nemici per il collo, gli entravano in bocca, e da qui nello stomaco, agitando tutto e incollando tutto l’interno dell’apparato digerente, per impedire a questi di funzionare; tale procedimento portava al decesso l’individuo colpito per insufficienza dell’apparato suddetto; tutte complicazioni inutili in quanto la vittima, comunque, dopo essere stata presa dai linguoni, trapassava ugualmente per lo schifo. 

    Stantuffo non ignorava ciò, ma contava su fatto che brutto com’era poteva difficilmente essere slinguato e comunque, la lingua prensile e vischiosa, non gli mancava di certo neanche a lui; al limite la tensione avrebbe potuto risolversi con una lotta tra lingue. 

    Messosi in cammino, Stantuffo giunge verso il tramonto, di quella mattina, al territorio dei Porcoli, e cominciò ad ammirare tutti quei bei funghi che non aspettavano altro che essere martellati

    Quatto cinquo entrò nei funghi di soppiatto, ossia quatto quatto, e non visto, vibrò la prima martellata. 

    Il fungo colpito andò in mille pezzettini, mentre il martellometro registrò un bel po’ di punti. 

    Seconda martellata, e il secondo fungo, andando in quattrocentocinque pezzettini diede al martellometro uno scatto di circa pressappoco settanta giri di contino, e Stantuffo, compatto e sicuro di egli, ci prese gusto e olfatto e vibrò come un forsennato, mandando all’aria tutto quanto era funghiforme e no; il martellometro come dopo esse, contava punti su punti. Cumuli cumuliformi di funghi sfarfallati e spaparallati si vanno via via via accumulando, ma i Porcoli, assidui difensori del loro patrimonio, non lasceranno certo impunito tale scempio. Mentre in effetti il nostro Stantuffo vibrava ovunque le sue martellate micidiali, ecco che, Porcolo dopo porcolo, il popolo porcolano si fa in avanti all’incontro del martellatore in quesito

    Giunto un primo Porcolo ai piedi dello Stantuffo, eccolo slurpargli tutta la faccia con una linguata prensile, che avvischiando occhi e naso in tutt’unica sbavatura scende nella bocca incollando tutto quanto. Stantuffo, pur continuando a martellare, si difende egregiamente rislurpando a sua volta il Porcolo con una linguata di rovescio incrociata, a mò di formichiere. Il Porcolo se la batte con la coda fra le code e, mentre il Nostro continua a martellare, non passa molto tempo che una nuova linguata attraversa il muso Stantuffesco da cima a fondo, ossia da fronte ad ombelico; anche stavolta, pur continuando a martellare, il martello di Martellonia può reagire mettendo in riga l’avversario (Intervallo in cui parliamo di qualcosa che non c’entra per niente con Stantuffo, nato per sminuire la tensione del letterato leggente, e dargli modo di prosciugar il sudore secreto durante l ’appassionante avventura. Sentite, tanto per non annoiarvi, questa barzelletta: ci sono due matti che, camminando a testa in giù coi piedi, passano davanti ad una macelleria; uno dice all’altro: - prova un po’ per caso a chiedere se lì dentro non hanno qualcosa per raddrizzare un povero uomo con la testa al posto della zucca; - entra e rivoltosi al macellaio, gira la domanda rivoltagli poco prima dall’amico. Il macellaio, sulle prime sembra non sapere che risposta dargli, ma poi illuminato da una lampadina ideiforme, si rivolge al matto e gli dice: - fine dello vallo. 

    Circondato da una marea di Porcoli, Stantuffo si effonde nella gara di spreco di saliva più colloidale mai vista prima d’ore, ma purtroppo, come è destinato, capita col capitolare e capitola. Prigioniero dei Porcoli Stantuffo vede ora compromesse le sue possibilità di affermarsi vitto-alloggioriosamente nella gara di martellate. 

    Quand’ecco pure lui si accorge di essere intelligente e, impugnato il martello si prodiga nel martellamento di tutti i Porcoli che gli capitavano a tiro, manco a dirlo, il martellometro incassò tutti i colpi e segnò infatti molti punti. Evidentemente i Porcoli sono martellabili egregiamente se è vero che, alla fine della loro martellata, il martello di Stantuffo cominciò a scampanellare come una mucca sbronza, segnala quello, chi diceva che s’aveva raggiunto il punteggio max. Sicuro di avere ormai in calza (poiché le sue tasche erano là) la vittoria, il nostro eroe ritorna al suo paese, giusto in tempo stabilito per potere presentare anche il suo martello alla rilevazione (positivo) final, da cui, secondo il conteggio, si sarebbe assegnata la vittoria finale e il premio. 

    Il premio non era, come qualcuno penserà, un pacchetto di chewing-gum, bensì era qualcosa di molto più pesante: una poderosa martellata sulle ossa craniche con un martello interamente d’oro. 

    A questo punto saremo tutti ansiosi di sapere come diavolo finirà la competizione; ebbene, non mi sembra il caso di risollevarsi, perché è molto semplice sapere come essa finirà: la competizione, infatti, finirà così:

     - zione - 

       

    FINE 

  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:23
    Una rosa senza spine

    Come comincia: Poiché si pungeva e piangeva sempre, toccando una rosa, madama Pièdiscorta si propose fermamente che d’ora in poi avrebbe goduto di rosa senza spine.

    E già.

    Difatti prese un rasoio, insaponò tutti i rosi della sua serra (per le rose userà un depilatore), e tagliò via tutti i spini e le spine dei fiori questionati.

    Bella cosa, la mia madama, ma in breve le spine ricrebbero, più spinute di prima, e forse più numerose come tulipani.

    Che fare, un’altra rasata? Madama Pièdiscorta non aveva nessuna intenzione di farsi barbiere a vita di un pugno di rose: le falciò senza pensarci giù dalla prima alla penultima; l’ultima la falciò.

    Cosicché restasse senza rose, o meglio senza rose con spine e senza rose senza spine. Già, ma senza rose, con cosa si sarebbe potuta soffiare il naso? Coi petali delle rose, prima, se lo soffiava ch’era un piacere; infilava un petalo nella narice di mezzo. Così il naso, non a caso, era bello, pulito, e poteva starnutire senza timore di spruzzi. Sempre già, perché madama Pièdiscorta viveva di starnuti; una polpetta per ogni starnuto e tirava avanti: ed era la più gran starnutista della zona; tutti si recavano da lei per starnutire e lei, starnutendo invece altrui, guariva dal raffreddore in inverno e dal racaldore in estate.

    Solamente che per fare tale mestiere, aveva bisogno di poter sfruttare e svomitare a fondo tutte le qualità del proprio nasello, e cosa che accadde che senza petali di rosa non poteva condurre in porto, vuoi perché non sapeva navigare, vuoi perché solo essi, i petali di rosa, potevano mitigare il flusso di secreto nasale a puntino per i suoi starnuti. Dal giorno in cui falciò tutto il suo rosame, la nostra Madama appese il cartello di fallimento, e nessuno più giunse a suo clientaggio.

    CHE far? CHE far? CHE far? Sparar? Morir? Crepar? NIET!

    Madama Pièdiscorta era tutta d’un pezzo ( solo la sera riponeva la testa in un comodino), e laddove non poteva o potevano arrivare la buona sorte, sarebbe arrivata lei: in poche parole, d’ora in poi la vedremo girovagar nel mondo a ricercar la rosa senza spine.

    Dato che il percorso si preannunziava lungo, Madama fa provviste: qualche bottiglia di tonnino, scatole di vino, sacchetti di minestrone, un thermos pieni di angurie ed una cesta di salmì. Caricò il tutto sulla sua radiolina a vela, si procacciò dei vestiti, qualche fabbisogno quindi. Partì.

    La radiolina a vela di Madama Pièdiscorta funziona autonomamente: solca le onde radio ovunque diffuse grazie all’antenna appuntita che le infrange dolcemente; la vela inoltre può far le veci delle onde quando le trasmissioni fossero terminate.

    Attenzione: questo è il PUNTO A

    ( capirai dopo a cosa serve, per ora vai avanti )

    Veleggia e riveleggia, giungiamo al primo approdo: Cactuspelato, dove la vegetazione locale, il cactus, vegeta senza spine. Per questo motivano: Madama nostra s’illuse che anche le rose fossero tali. Ma di rose manco l’ombra.

    Spuntò il sole, e le ombre comparvero, però anche se c’era l’ombra (della rosa), la rosa non c’era. OH? BELLA!

    Ed era un’ombra di rosa senza spine. Già, e madama Pièdiscorta, ch’era furba, s’era portato seco un po’ di semi di rosa, che piantò in quelle terre attendendo il germoglio.

    E col sol della serra, ecco che spunta si, ma che cavolo di germoglio è? E’ un’ombra di germoglio. Bell’affare! L’ombra crebbe, e divenne ombra di rosa senza spine.

    Madama Pièdiscorta si mangiava le orecchie per la rabbia di non poterla cogliere. Cercò di strapparla, violentarle, potarla, ma cicca! L’ombra restava sempre lì.

    Che far? Che far? Che far? Tagliar? Partir? Sputar?

    Niente di tutto ciò, ella si mosse dai suoi indugi e cercò di raccogliere informazioni utili al ritrovo della rosa senza spine (concreta).

    Fermò un’ombra di passaggio e le chiese ciò:”Scusi, dove posso rinvenire una rosa senza spine?”; “Chi di rosa ferisce di spina perisce!”

    L’utile informazione pose madama Pièdiscorta alla ricerca della spina di pera, ove senz’altro avrebbe trovato la agognata rosa. E così, ecco che…… dopo pochi minuti, ecco il pero, o meglio la grotta a forma di pera; il cui accesso era cosparso di spine… tutte le spine delle rose senza spine che si accumulavano così per difendere le stesse.

    Salendo sulla cima, madama Pièdiscorta non scendeva. Però, dopo un po’, salir non si può più. Proprio così, direi, la salita alla grotta Pera si fece d’un tratto tanto ardua da essere quasi inaccessibile (censura), irraggiungibile. Difatti la ripida salita si era trasformata in una scalinata, tanto poco ripida che nessuno avrebbe potuto salirla; Nessun problema infatti ci sarebbe stato se gli scalini non fossero alti circa tre l’uno, il due e il tre e il sette.

    Fortunatamente la nostra Madama aveva buon uso delle sue gambe telescopiche: una tirata all’unghia dell’alluce, ed ella sale ale le e.

    Mondo frigorifero! L’è mica vero che, lì per lì, ti arriva il solito pseudo gnomo a tirarti la fregata.

    “Trallallero trallallonzo, balla Budda con il bonzo, la farfalla con il baco, la zucchina con il caco, la castagna col ciclamino, il sapiente col cretino… E tu, donna donnosa, cerchi forse una tal rosa?”

    Madama, lo guardò allibita: “Certo! Una rosa senza spine”

    E allora lo gnomo:

    “Zutta zutta zutta olè, quella rosa qui non c’è, ma però poco più avanti (balla il whisky con il chianti), ve n’è certo un bel casino, zutta zutta ogni bambino”.

    Madama, guardando lo gnomo, cercò di capire se v’era del vero nelle sue parole; comunque, a scansare gli equivoci, lo questionò nuovamente:

    “Stanno avanti di molto, lo gnomo mio?”

    “Bello, ballo, bollo e bullo, sotto i piè il profumo è nullo, ma comunque, mia signora, qui in avanti qualche ora, v’è la grotta periforme che di rose ha ogni forme”.

    E va bè: madama, riconvintasi dell’efficienza del suo camino, riavanzò verso la grotta sempre più vicina (meno lontana).

    Un lungo picciuolo traslocava la sua ombra sul terreno muschioso proiettandola come fosse un rettilineo retto e lineo, quella poteva essere l’indicazione giusta: peccato, lì x lì uguale lì al quadrato, che fosse lunga qualche centinaio di miglia canadesi.

    La madama dovette far buon uso dei suoi calli sottoplantari per pattinare sul muschio viscido, grazie a questo sistema di trazione bruciò miglia su miglia fin quando un clamoroso incendio prese vita ardendo furiosamente nel tutt’intorno… cosa calcolata in quanto, bruciato il tutto, ella si trovò prospicente la grotta in un battito di ascelle ( ma che fetore direbbe Giancesare Airoldi )

    L’ingresso alla grotta era occluso da una montagnata di grosse pere marce che formavano una struttura unica marmellatiforme e di conseguenza molto appiccicosa: ancora una volta le doti di madama Piediscorta si rivelarono utili per bypassare anche questa difficoltà… come fece? ( dirai tu )

    ( che ti importa? )

    Dico io

    Importante che potette entrare e, finalmente, trovarsi a tu per lei ( uguale 76 ) con la famigerata e ricercatissima nonché agognata strasognata e desiderata Rosa Senza Spine

    Uno splendore di fiore mai visto: gambo erculeo di massiccio color verderame, quasi brillante, e fiori detonanti di bellezza e profumo inebriante come fosse un mix di taleggio bergamasco e rosa verbena, qualcosa di penetrante le narici al punto di trapanarle da parte a parte come fossero tunnel transalpini !

    Sbalordita e affascinata madama colse questo fiore incantevole, oggetto massimo dei suoi desideri più remoti, ponendolo nella apposita bisaccia portarose in velluto e resina che recava con sé, quindi scintillante di gioia e soddisfazione, fece via via ritorno verso la sua regione, dove si trovava la sua magione, camminando e trotterellando a larghe falde come fosse una legione in prigione.

    Al suo arrivo il popolo festante cominciò a sparger voce chi qui, chi lì, chi qua, chi là, diffondendo notizia del suo ritorno: il raffreddore poteva nuovamente essere curato dalla mitica madama che si apprestava così a riprendere la propria attività di starnutista.

    La rosa senza spine campeggiò presto in un immenso vaso di cristallo trasparente come un cristallo e luminoso come un cristallo di cristalli cristallini, i suoi fiori erano fantastici, i petali morbidi come seta vetrata e profumati, come detto, del mix bergamasco-rosaceo di cui sopra ( non fatemi ripetere le cose )

    Si riavviò così tutta la trafila di sternuti, cure relative, soffiamenti nasali con i petali della rosa senza spine, e madama si compiaceva momento dopo giorno di come brillantemente avesse risolto i suoi problemi: non c’era più l’ombra di una puntura sulle sue dita, e poteva raccogliere petali in quantità senza il minimo benchè danno… favoloso!

    Un successo delle proprie intenzioni, un riconoscimento alla sua volontà e un riconoscibocca alla sua forza d’animo.

    Quando la rosa appassì ( circa 3 weekend dopo ) madama Piediscorta si ritrovò senza, e ripartì per recarsi alla ricerca di un’altra rosa senza spine…

    Per continuare la storia, puoi rileggerti all’infinito dal punto A sino a qui

    Grazie

  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:20
    Il gobbo

    Come comincia: A vederlo per strada sembrava essere il fratello di una carriola, sembrava più la ruota svirgolata di un motofurgone per andicappati, piuttosto che un uomo. Era il gobbo. Il gobbo del paese. E tutti sapevano di lui, della sua gobba.

    Era solo il gobbo del paese.

    E per i bambini che lo rifuggivano, per le ragazze che lo schivavano, per i vecchi che lo temevano, era solo il gobbo, brutto; orrendo; spaventoso gobbo…

    Ma le stagioni cambiavano anche per lui: per il gobbo i fiori che sbocciavano sui rami in germogli di esplosiva bellezza contaminavano anche il suo corpo deforme, davano al mondo, a tutto il mondo, al suo mondo e ai suoi occhi, il piacere di scoprirsi vivo; mente nel proprio corpo, occhi sul suo mondo, mani sulle sue braccia; uomo nella sua dimensione umana, di umano in un mondo di uomini che tuttavia lo rifiutavano. Era estate, e lui era solo il gobbo; portava pesi sulle spalle, gobbe, e curvo sulla sua schiena, lavorava la terra e le pietre, portava al fiume legna e attrezzi da lavoro: sentiva la fatica scendere sul suo corpo e le braccia appesantirsi, le rive del fiume riflettevano il verde della sponda e l’immagine storpia e affaticata.

    Il gobbo parlava da solo, tra fiori e acqua. Si accorse che passando le stagioni, gli anni e il tempo, le sua membra non si intorpidivano, il suo vecchio cuore non si fermava, i bambini che una volta lo schernivano stanno già morendo di vecchiaia; il gobbo stava vivendo a lungo.

    Nacque una leggenda, una credenza, ma era verità: il gobbo non moriva mai, ai suoi occhi generazioni intere lo deridevano, bambini lo schivavano, vecchi e donne lo temevano.

    Portando un peso ormai secolare, il gobbo tornava alla sua riva, al fiume che sempre ne aveva specchiato l’immagine rugosa e spenta.

    Il fiume lo specchiava, i fiori attorno lo accoglievano a sedersi tra un’erba che sarebbe appassita sopportando il peso di un uomo che non muore…

    La leggenda continua e continuerà sempre, finché il gobbo tornerà normale, e morirà con i mortali, deridendo e temendo chi è diverso da lui.

  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:19
    Filobo e la musica

    Come comincia: Fin da picciuolo, il piccolo Filòbio passava il tempo.

    Da grande, essendo sempre vissuto, decise di continuare a vivere. 

    Orbene: il piccolo Filòbio, da piccolo, ossia quando non era ancora grande, pativa costantemente la fame ma lui, goloso com’era, non sapeva rinunciare al cibo. Era povero in cannuccia, non aveva una lira né un’arpa in tasca, non aveva la minima idea di come procurarsi dei conquibus e via dicendo con problemi di questo genere…

    La mamma gli passava quel poco di cibo (ben poco) necessario per sopra vivere, e lui s’ingegnava come poteva per farlo risultare gustoso (cosa non facile!).

    Piume di piccione deterse in ammollo e scaldate alla candela, radici di maiale puntualmente crude, coda di cavalletta la domenica, foglie secche in autunno e acqua piovana quando e se c’era il sole.

     

    Filòbio condiva questi miseri cibi con un po’ di sabbia, polline di camomilla, o anche con le secrezioni dei volatili che raccoglieva con un raschietto dalle macchine e sui davanzali delle case.

     

    Nutrendosi di questo cibo, Filòbio non poté che venire su non con l’ascensore ma magro come un chisento (o chi-odo che dir si voglia) sognando in continuazione di poter da grande, o perlomeno un dì, mangiare i cibi più costosi del Mondo.

     

    La mamma gli aveva avvicinato una bella ragazzina per indurlo ai primi sentimenti dicendogli: "La donna è come il chiodo, o lo pieghi o la pianti" (famoso detto popolare) …. Lui non la piegò né la piantò ma se la mangiò.

    Pur di mangiare qualcosa d’originale tagliava la coda ai cavalli, rubava i tergicristallo dalle auto in sosta, brucava nei prati come una mucca che vede un filo d’erba dopo essere stata per sei mesi a digiuno, suggeva il muco secreto dalle lumache, impastava fango e residui plastici per imbottire le lattine vuote, s’ingegnava in miglia e più un modo (eguale migliuno) per godere del piacere di gustare un buon cibo.

     

    Però non disdegnava il traguardo della ricchezza per coronare i suoi desideri; purtroppo non aveva mai avuto il rostro di un quattrino per investirlo in qualcosa d’utile.

    Non ce l’aveva, naturalmente, fino al giorno in cui non l’avette.

    Nei suoi lunghi giri alla ricerca di qualcosa da mangiare Filòbio s’imbatté, due giorni diviso due, in un bel monetino da, circa, trentaquattro Lire.

    Si pose sulla strada provinciale e cercò di investirlo: lo mise in terra, rubò una carriola e vi si diresse contro a tutta velocità, il monetino andò in trentaquattro frantumini…

    Raccoltili, Filòbio li intascò e cercò il modo di diventare ricco; andò in una bank e chiese di depositare tale capitale.

    " Al massimo questo è un capoluogo, ragazzino… e poi è un poco rotto e non vale un moscerino. Torna donde venisti, avrai maggior fortuna! "

     

    Filòbio mesto, pesto, lesto…

     

    " Possibile che non ci sia un modo di far fruttare il mio capoluogo? "

     

    Provò in fin della fiera a piantarlo in terra; per farlo crescere sano e vigoroso lo covò per qualche settimana più qualche ottavana finché spuntò un germoglio.

     

    " Eureka al cubo!!! " Gridò Filòbio, e da quel giorno intensificò le proprie cure….

    Il germoglio crebbe e dopo pochi mesi ecco spuntare i primi frutti: chiamarli frutti è forse un gergo poco scientifico, ma si suppone che lo fossero, anche se richiamavano più un rospo che un vegetale; Filòbio da quel momento non distolse un solo attimo lo sguardo da essi.

    Notò che verso la quindicesima sera, alcuni cominciarono a cantare, e dopo poco caddero.

    Ne prese uno, cercò di capire cosa fosse, a cosa potesse servire….

    Macch’ !!!!!

    Erano come rospi col marsupio, bucati all’altezza dello stomaco, color pistacchio, viscidi rugosi e gelatinosi, grinzosi come una dentiera d’ippopotamo che ha mangiato limoni acerbi per una vita, ininfiammabili, con ciuffi di peli verdi, a sei code e qualche occhio… Inolquattro cantavano come dei pesci paralitici e gorgheggiavano come un nonsoché d’uccellin.

    Ponza e ripensa, non capiva che diavolo potevano essere: forse erano buoni da mangiare in salmì, alla sabbia, al ragù di topo… ULTRABHO!!!!

     

    Evabè. Ancora una volta facciamo intervenire ed interarterire il destino altresì noto come fato: passava in fatti, anzi in questa storiella, ma in fatti lo stesso, un tale uomo che s’intendeva ed intirava di musica; quale musica, direte Voi… quella nuova! Dicoio.

    Ed intendendosene al punto da intendersene, propinò al Filòbio la soluzione de’ suoi problemi: lanciare quei cosi nel campo musicale.

     

    Il lancio fu preparato: lo preparò il manager, ché se lo avesse fatto Filòbio i ‘cosi’ sarebbero tutti spetasciati. Il complesso fu introdotto sul mercato col nome de: ‘Filòbio & the schifezz’ e in breve fu pronto il primo disco destinato ad indicare il livello del complesso…

    Evitiamo di darvene il titolo o il testo, annotiamo solo che si possono sentire dei rumori mai sentiti, di un’originalità incredibile: i ‘cosi’ infatti si erano prodotti in una profusione di versi che richiamava quelli dei talponi in amore misti al verso di un formichiere ingozzato dalle troppe formiche.

     

    Ciò non toglie che la musica potesse impressionare il pubblico, anzi… lo impressionò al punto che anzi.

     

    Il nome del complesso in ascesa sibilò ben presto per l’aere giungendo all’orecchio d’ogni terrestre e non ci fu chi, a quell’epoca, ne ignorasse il nome, la sua esistenza o il suo usibile.

    Il primo disco, grazie al geniale arrangiamento del manager, ottenne un successo senza dispari, e già schiere di fan cominciarono a seguire il gruppo in ogni particolare: si stava delineando il primo sintomo di Filòbiomania… In breve i dischi si moltiplicarono: i ‘cosi’, che la scienza era riuscita ad individuare come esseri semianimali, avevano il nome scientifico di Tapirugio Gorgheggians Vulgaris; Filòbio insieme a loro prese a girare il mondo in affascinanti tournééééS.

    Diamo un’immagine di un concerto, non potendovene dare un’incisione: sul palco immenso compare tra le urla dei fan un essere batraciforme dietro l’altro, poco dopo ecco giungere pure Filòbio che dirige magistralmente l’orchestra; un coro di versi indescrivibili si leva dal palco, il concerto prevede ben otto esecuzioni: Concerto in rutto minore, Tapirugità, La voce dei cosi, Versacci solisti, Amenità, Misteri della Musica, Sesta sinfonia Tapirugiana, Assolo di coso.

    Il concerto in ben presto volge in un turbinio di applausi ed è impossibile rendere l’esatta idea di ciò che accade realmente… il palco letteralmente sommerso di gelatine lanciate dal pubblico in visibilio, urla isteriche, applausi frenetici, slogan e cartelli.

     

    Filòbio centrò colpo su colpo sfoderando un disco dietro l’altro, quando uno dei suoi Tapirugi si ammalò di BBC l’ospedale in cui era ricoverato fu preso d’assalto da fan ansiosi di sapere l’esito dell’operazione.

     

    Filòbio si tolse tutte le soddisfazioni che gli erano state negate in gioventù: aveva promesso che se fosse diventato ricco avrebbe mangiato i cibi più costosi di questo mondo… ordinò dunque di recarglieli!

    Mangiò cibi preziosissimi per qualche tempo, ma c’è da dire che la cosa non era molto di suo gusto: caviale setacciato misto a polvere di avorio grattugiato e frammenti di smeraldo, lingue di pappagalli dal Giappone condite con perle sciolte e opali tritati, rubini liquidi come bibita, salmistrato di persico reale imbevuto in salsa di diamanti… Oltre che non essere di suo gusto, non era per nulla convinto che fosse il cibo più prezioso del mondo; assunse quindi degli investigatori per scoprire cibi ancora più preziosi ma fu lui stesso a trovarli, casualmente…

    Recatosi al circo più famoso dell’epoca, Filòbio notò che v’era un cavallo di eccezionali prestazioni, che il presentatore annunciò come l’unico cavallo nella storia in grado di compiere dieci salti mortali senza rincorsa, capace pure di correre a 130 orari su due gambe all’indietro, buono anche di saltare 40 MT in lungo e 35 in alto.

    Filòbio pensò che un animale così prezioso era il cibo che faceva per lui e si recò dal proprietario per acquistarlo: lo pagò qualche miliardo…

    Si convinse che niente era più utile degli animali famosi: disse ai suoi investigatori di procurarglieli affinché li potesse mangiare; così tra un concerto e l’altro, tra un disco e una conferenza stampa, si cibava di uccelli dal canto soave, di scimmie dalle prestazioni eccezionali, cani eroici eccet……

    La sua attività discografica continuava a pieno ritmo e poteva permettersi così di mangiare tutto quello che voleva, si avviava a diventare una star!

    Il nuovo sound lanciato sul marcato si svolgeva a ritmo di Schif’n’roll, era sempre imprevedibile, fresco e genuino… Colpiva, se non proprio allo stomaco, perlomeno al cuore di chi lo ascoltava: i deceduti per infarto non si contavano più, la Filòbiomania era una realtà concreta che lui stesso costatava di persona quando migliaia di fan lo assalivano e asbausciavano per strappargli un pezzo di vestito o una ciocca di capelli.

     

    I Tapirugi, nondimeno, se la spassavano come dei Tapirugi che se la spassano, si riproducevano regolarmente dando così il via ad una nuova specie sulla Terra, erano assistiti sa schiere di schiavi e servitori sempre e puntualmente ai loro ordini, nutriti e sfamati abbondantemente, protetti e spalleggiati da quasi 2.000 poliziotti.

     

    Frattanto Filòbio cresceva a base di animali famosi: divorò tutti gli animali attori, la scimmia che per prima era stata lanciata nello spazio, le cavie personali di Pascal, tutti gli animali sacri dei popoli feticisti, le vacche sacre indiane e il bue api egiziano, il cavallo di Custer e quello di Garibaldi, nonché l’ultimo bronchiosauro esistente sulla Terra e l’altrettanto ultima balena verde.

     

    Usciva l’ennesimo 55 giri "Un Tapirugio e una donna-Quel mazzolin di scrofe" primo posto in tutte le classifiche di vendita; l’LLPP da cui era estratto batté ogni record.

    Filòbio pensò nuovamente di ricorrere a cibo più prezioso: carne umana, la più famosa, si intende. Assoldò mantenendo l’anonimato nuovi ricercatori che gli procurassero il cadavere delle persone più famose, per nutrirlo.

    In breve sulla sua mensa presero posto il presidente della repubblica Cinese, Americana, Inglese, il primo astronauta, lo scopritore del mal di testa, l’inventore delle scarpe e quello del bottone, l’uomo più vecchio della Terra (un po’ coriaceo, invero) il conquistatore del Biafra, l’esploratore della foresta di Chicago e molte altre eminenze chi lesso, chi fritto, chi rosolato e chi tritato, sempre conditi e conmani a base di salse costosissime e spezie orientali.

    Filòbio, pagando egregiamente i suoi fornitori, ritirava i cadaveri sempre con un cappuccino al latte per non farsi riconoscere, quindi conservava in frigo i suddetti fino al momento del party. A volte aveva avuto dei commensali e commenpepi alla sua mensa: era riuscito a far mangiare alla moglie del capitano di sventura più celebre del mondo il suddetto marito, e a far apprezzare a molti uomini e donne i rispettivi consorti e condestini.

     

    Erano passati intanto e inpoco nove anni dal suo successo iniziale e Filòbio era ricco come un pascià; ben nutrito e nugrattuggiato sfornava canzoni (!) come un distributore di.

     

    I Tapirugi erano oggetto di studio da parte di tutti gli scienziati, ma nessuno era mai riuscito a capire da dove erano saltati fuori, Filobio non diceva certo che erano nati dal seme di trentaquattro Lire investite con una carriola e gli scienziati, HA! HA! Si scervellavano in continuazione e continuanonnone per capire che CAVOLO erano.

    Essi, dal canto loro, (che canto, poi…) si preoccupavano solo di partecipare ai concerti durante i quali profondevano tutte le loro capacità. Per il resto del tempo dormivano con gli occhi aperti, scodinzolando le orecchie e grattandosi la carotide, si nutrivano di bachi da seta possibilmente dell’India, o di formiche rosse dell’Uganda.

     

    Di fronte al successo che gli arrideva sempre di più Filòbio pensò di comprargli una dentiera nuova dacché gli potesse arridere ancor più egregiamente. Per il resto, non un assegnino ma tourneèèèééés in continuazione da un capo ad un piede della Terra, sempre incidendo nuove canzoni, esibendosi di fronte a folle immense che sommergevano a tal punto la musica che era difficile sentire un solo verso in quel casi.

    NO.

    E ovunque andasse, vuoi Cina, vuoi Madagascar, vuoi Bangla Desh, vuoi Marocco Cile Bolivia o chi altro, riceveva un’accoglienza a dir poco quel che diremmo a non dir tanto.

    Cibandosi di personalità sempre più eminenti aveva sempre la forza di gridare, cantare, girare, parlare, ballare….

    ( ……. )

    Quella sera, i suoi ricercacibo, lo vennero.

    Mentre riposava nella vasca da bagno gli giunse una accoltellata nell’orecchio che gli trapassò da parte a parte il piede.

    Stramazzò ammazzo per terra o meglio, al pavimento ed essi lo portarono via, ignari che fosse il loro padrone.

    Quella notte di quella sera, in piena notte di notte, erano sul molo della città con il loro fardello pronto per essere consegnato, ma attesero molte ore prima che il loro padrone venisse a ritirarlo… sul far dell’aurora pensarono che non sarebbe più venuto:

    "Quello là ci ha fregati, ma mò lo freghiamo noi!"

    E così dicendo accesero un bel girarrosto e il morto se lo mangiarono tutto loro.

  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:18
    Il costruttore di fontane

    Come comincia: Il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedesse una fontana, orbene: sappi che essa è di Mangime.

    Sì, Mangime era un vecchio fontanaro dalla barba zampillante, gli occhi sempre gli stessi, capelli sciolti e incanutiti dallo scorrere dei secoli.

    Viveva, come dissimo, in quel di Pannocchia paese, quello i cui abitanti sono i chicchi e ognuno si chiamava Mangime; in effetti, da qualche tempo, il nostro fontanaro era l’unico abitante di quel paese. Un paese ridente, com’è logico: così ridente che, quando sorrideva, le montagne e le fontane tutt’intorno scoppiavano dal ridere.

    Mangime era un perito costruttore di fontane: aveva inventato la fontana a periscopio, quella a carriola, quella a valvole, quella a molla (…) e più ne costruiva più ne costruiva.

    Però, da qualche tempo, gli Striglioni gli impedivano di costruire le fontane. Ogni volta che si accingeva a fare una fontana, ecco che gli Striglioni gliela tappavano con una bietola.

    Questo è il motivo per cui il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedeva le fontane, adesso vede solo quelle bietole infisse nel terreno.

    Probabilmente, Mangime si è già arreso ed ha proseguito a non fare più fontane; però, per continuare il racconto, sarà d’uopo immaginare che non lo si sia arresosi e. lottando contro gli Striglioni, stia lottando contro di essi.

    Era molto tempo che egli sognava di fontanare il deserto attiguo a casa sua con una bella fontana a secco.

    Così quella sera, alle 8 di mattina, eccolo che lascia la sua privacy a bordo delle sue scarpe, e si incammina verso il deserto con i viveri e gli immancabili arnesi atti a edificare la fontana: un tubo sferico ed uno tascabile, qualche apriscatole, una lampadina a gas, un campanile da passeggio, qualche pesce che scorrazzi e sguazzi e montagne di minuteria…

    Maledetti Striglioni: il nostro Mangime è già in difficoltà. L’hanno fatto finire in una profonda buca ed egli, il nostro eroe, cerca in tutti i modi di uscirne fuori, ma invano. Fortuna che sa come fare: una spruzzata di carciofi-spray nell’aria e gli Striglioni si allontanano cosicchè egli, indisturbato, può scendere fuori dalla buca agitando i baffi.

    Il deserto è già iniziato: interminabili distese di arido suolo spoglio, decrepito, secco, asciutto, caldo e via dicendo.

    Però Mangime non trova il luogo che più gli confà per fare la sua fontana a secco.

    La prima sera del secondo giorno, approda ad una pianura del deserto, il resto invece era pianeggiante.

    Decide ivi di mettersi al lavoro.

    Passano due, tre, quattro giorni e Mangime ha quasi finito la costruzione: la vasca, gli orli, il getto, il motore e la pompa ma il giorno dopo, ossia quello prima del collaudo, gli Striglioni gli bietolano la fontana.

    Senza arrendersi, egli si rimette in cammino, vagando senza riferimento; in breve gli Striglioni cercano di fermarlo, mettendo una spirale sulla sua strada, così che prende a girare vorticosamente mentre i capelli gli spuntano a fiotti dalle braccia e dalle spalle. Ma il saggio Mangime sternuta, e la spirale se la batte con le gambe in bocca…

    Naturalmente non è che l’abbia vinta, solo che siccome chi la dura la vince, un po’ ha vinto anche lui.

    Mangime sa come sono fatti gli Striglioni ma qualcuno di noi forse no. Sappi, quegli, che essi assomigliano ad un tacchino con sembianze umane, trasparenti ma non incolori, sono infatti color bietola, e se qualcuno ha mai visto una bietola trasparente, può immaginare agiatamente di quale colore essi fossero.

    Essendo di tale colore, quando tenevano in zampa una bietola diventavano invisibili, giacchè essi si mimetizzavano con la bietola e la bietola con loro !

    Verso sera, intanto, un nuovo agguato… Mangime viene scagliato giù da un balcone ! Sa il cielo cosa ci facesse un balcone in pieno deserto, tutto sta che c’era!!! Ma poiché la casa che lo teneva su non c’era, il balcone era molto basso tanto che il nostro costruttore di fontane non si è fatto una mela.

    Anzi, duro ed imperterroristico, riprende a lavorare mattonando una nuova fontana a secco.

    Tira, allunga… chili di calce e tubi che volano, rondelle e viti, vino e bisce, martellate e fagioli la fontana viene, pian piano, su…

    Il sole verso sera tramonta facendo giungere la sera e Mangime, alla luce del buio, lavora ancora: chissà mai se riuscirà a vincerla !!!

    A notte inoltrata avvita l’ultimo cacciavite e fa la prova: funziona!!! Il getto d’aria sale visibilmente con potenza inaudita e ricade nella capace vasca. Mangime ha vinto, sì… ma sino a quando ?

    Non dimentichiamo che gli Striglioni sono sempre all’erta e attendono solo l’attimo propizio per bietolare anche questa fontana.

    Il nostro costruttore, dunque, edifica delle propulte tutt’intorno alla fontana e, allontanatosi per tornare sui suoi passi, ecco che gli Striglioni, appena si avvicinano alla fontana per bietolarla, vengono sparati in cielo con le loro bietole.

    Trappola perfetta, caro Mangime, ma forse non avevi prefisto che ti potessero bietolare anche quella… Così gli Striglioni ti bietolano propulte e fontana e tutto va rifatto.

    Qualche giorno dopo Mangime ha costruito una nuova fontana, anche questa perfettamente funzionante e si congratula con lui stesso. Per proteggerla dagli Striglioni, stavolta, la circonda con un grosso muro senza uscita. Proprio senza uscita, tanto che stavolta, messo l’ultimo mattone, si accorge che non può più uscire. Per due giorni e tre notti patisce fame, caldo e sete.

    - Se almeno avessi qualche bietola – pensa tra sé e lui.

    Manco a dirlo ecco una bietolata sulla cervice, così può prima mangiare quindi, sbietolando a tutto andare, esce dal recinto, senonchè si è dimenticato di avviare la fontana…

    - Chi ha voglia di tornare dentro ad avviarla ? Io no di certo, meglio farne un’altra !!! –

    E così è: la nuova fontana è quasi più bella delle altre: alta, possente, lucida e profumata, adorna di fiori e poesia. Mangime, quindi, la protegge con un campo minato ma chiaramente gli Striglioni gli bietolano anche le mine sicchè, esplodendo esse, anche la fontana va in frantumi.

    Roba da spararsi: anche una tempra dura come quella di Mangime si sta sgretolando… In quella, una lampadina si accende nel suo piede e l’idea si concretizza in una nuova, stupenda fontana: la fontana a bietole!!!!!

    E gli Striglioni, più che la bietolano, più che essa bietola… Certo!!! Perché una fontana a bietole bietola in continuazione!

        Mangime

    Soddisfatto, mangime torna alla sua casa in quel di Pannocchia che aveva lasciato da tempo. Oh, maraviglia!!!

    La fontana a bietole bietola ancora, bietolando in continuazione a tutto spiano, resistendo agli Striglioni, al tempo e alle bietole…

    Da lontano, Mangime si lecca la lingua: vede il getto della fontana dei suoi sogni svettare nel deserto; oh, quale fierezza per un animo così sentimentale, quale tripudio per un vecchio così mesto!

    Mentre il sole tramonta come sempre là dove non tramonta mai, Mangime sorride:

    - La chiamerò Barbabietola – pensa….

  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:16
    Cavolomeda, il pianeta

    Come comincia: Mentre passeggiava per un passaggio pedonale, il buon Sdrusieta fu rapito da un gufo. Notizia falsa, in quanto non era un gufo bensì un ufo.

    Anche se molti non ci crederanno, questa storia è atta a ridare credito alla fonte credente: essa tratta infatti di un matto di cronica realmente accaduto nella fantasia dello scriba che scribe. 

    Sdrusieta viveva sul mondo terrestre, ma passava intere giornate e giornmorte a scruttare il cielo per caprirne i molle segreti che esso celava a quei tempi e cela, peraltro, tutt’o’ra.

    Bisogna sapere che Sdrusieta ammirava il cielo con strumenti da lui stesso appositamente costruiti: un paio di occhiali da soli per sc-ruttare nelle più intime forme dell’astro, un paio di occhiali da lune, pel simil uso, un paio invece di trampoli per avvicinarsi di più ai pianeti che circondano e teatrondano e ammirarli in ogni lor minimo parti-oculare; acchiappafarfalle elaborato ad acchiappastellecadenti, martello per martellarsi la cervice e diventar lunatici, pila per illuminare a giorno anche pianeti come Marte non dotati di luminosità intrinsega… 

    Da parte sua Sdrusieta era un uomo giovane di molte aspettative, ansioso di vivere e scoprire qualcosa di nuovo nel cosmo., desideroso di contribuire validamente al progresso nel campo scientifico e in quelli cosmologico, cosmoillogico, spaziale, extraterrestre, galattico, siderico ecciotera.

    Il nostro homo era dotato di caratteristiche non comuni e tantomeno province, che gli consentivano di applicarsi ai campi citati un po’ come una mosca nella colla.

    Sdrusieta, dai capelli multicolori che col sole ballavano, gli occhi aquilini, il naso espressivo ed un sorriso che conquistava, corpo da fusto e muscoli podeorosi, era il classico uomo del tempo dalla personalità poliedrica. Ampiamente dotato in tutto, sapeva far di tutto; contare da 3 a 9 seguendo la tabellina del 3, saltare da uno sgabello di 10 cm a terra senza divergere le zampe, spaccare un lampadario di cristallo con un rutto, schiacciare un lumacone con una castagnata…

    Sdrusieta però aveva un pallino infisso: voleva a tutti i costi, costi quel che costi, venire in contatto con degli extraterrestri: per questo tutte le sere, uscito di casa al sorgere della luna, ossia al tramonto del sole, in pratica verso sera, si recava in un luogo isolato e penisolato dal resto del mundo e aspettava il loro arrivo.

    Perché aveva scelto proprio quel posto, ossia una collinetta piatta erbosa e paludosa popolata da pesci-rana ed insetti domestici? E’ ovvio che ne avesse buon motivo di fare ciò! Proprio in quel luogo, in effetti, qualche tempo prima aveva visto, così diceva, atterrare un 45 giri volante e da esso sarebbero discesi adunque degli uomini microsolchiformi che cantavano a squarciagola un nonsochè nel loro linguaggio. Da quella sera, tutte le sere, sia il lunedi che il lunedi, Sdrusieta era su quella collina piatta per vedere se ‘sti dettibene extraterrestri si decidevano a venire a fargli visita. Portava sempre con sé un sacchetto per fotografarli e una scimmietta come testimone dell’eventuale evento.

    Erano praticamente 50 anni e 15 mesi che esso aspettava tale venuta, ma ciò nonostante di extra manco a parlarne, di terrestri, poi, manco a meno. Se saltiamo tutte le sere che essi non sono venuti, però, e seguiamo solo le sera in cui viceversa (viceversiamo, viceversate, viceversano) essi venuti lo sono, allora ci eviteremo 50 anni e 15 mesi di racconto per goderci di contro solo una sera di racconto spassionato avvincente apperdente interessante eccitterio.

    Verso sera, quella sera, Sdrusieta si reca alla collina piatta munito dei suoi soliti attrezzi, e sedutosi all’ombra di uno stagno scruta il cielo speranzoso e fiducioso: verso la mezzanotte, incredibili a dirsi, leggersi e a sapersi, ecco che nel cielo compare qualche cosa che di solito non compare; una strisssssssia luminosa strissssssiforme che illumina tutto ciò che vede; raddrizzando lo sguardo, Sdrusieta intuisce che forse è venuto il suo momento e si appresta a accogliere degnamente gli arrivanti.

    L’astrobarca che li conduce plana dolcemente verso la terra atterrando vicino allo stagno nel quale Sdrusieta era appostato, da essa escono alcuni esseri che si guardano attorno circospeziosi e poi, dopo essersi vestiti, si tuffano nello stagno. Sdrusieta annota il fatto sul suo block-notes e osserva nuovamente… nuotando gagliardamente nello stagno gli extraterrestri guazzano gioiosamente, quand’ecco che la scimmietta del nostro astronomo, spaventata, comincia a muggire mettendo sul chi non muore i bagnanti.

    Essi all’udire ciò balzano in piedi e usciti dallo stagno nuotano verso Sdrusieta e, raggiuntolo, lo portano via con sé…

    Tutto contento il nostro amico appunta tutto sul suo bloccanote finanché viene sottoposto all’interrogatorio da parte degli extraT :

    - Cavolì cavolò, cavolem cavulàm, che cavul cavolei ? –

    A onor del vero il nostro Sdrusieta non ha capito un cavolo di quello che gli è appena stato detto e risponde come può:

    - Cavolitt, cavolatt, cavolfior dei miei ciabatt – 

    I Cavolotici, guardandosi nelle orecchie, cercano di intuire il significato del detto…

    Sia Sdrusieta che i Cavolotici avrebbero voluto intendersi, per reciproco interesse, ma purtroppo nessuno è in grado di fare da interprete tra le due specie. Per molto tempo essi cercano di trovare una formula adatta a intendersi:

    - Cavolucchio cacolone cavolotto cicerone, cavolqui, cavollà, càul càaul va a pescà! –

    - Cavoliamo cavolate cavolicchia pure il frate, cavoletto cavolino cavolicchia il contadino! –

    - Cavolatu, cavoloio, cavolenda, cavolo a merenda! –

    - Cavol fritto, lesso o al forno, quanti cavoli qui intorno! –

    Niente da fare: per quanto se ne sforzino, né Sdrusieta né i Cavolotici riescono a cavare un ragno dall’orifizio.

    Intendersi a gesti ? Manco a parlarne… i cavolotici vedono con le orecchie e gesticolano con il naso, quindi anche il linguaggio dei gesti, sinora ritenuto internazionale, non diverra mai linguaggio universale?

    Io mi chiamo Sdrusieta – 

    Cavol cavol cavolfioreò! –

    Nulla da far.

    Neanche la presentazione riesce: il nostro Sdrusieta comunque annota tutto quello che gli capita a tiro per riportare sulla terra il maggior numero di nozioni possibile, nota l’interno della navicella, gli strumenti di bordo e un grosso recipiente pieno di cavoli di ogni colore, probabilmente servono per.

    Viaggia e riviaggia, cavola e ricavola, la navicella spaziale giunge bene o bene ad un pianeta… è inutile specificarne la forma.

    Giunto al cospetto del Gran Cavolano, questi riesce dopo non pochi tentativi ad intendersi con Sdrusieta.

    Su Cavolomeda, il pianeta suddetto, si conosce solo il cavolo ma, da qualche tempo, si è avuta una epidemia di zucche che soffocano la crescita dei cavoli prendendone il terreno. I Cacolotici rischiano di morire di fame, in quanto la produzione di cavoli è block-notevolmente calata da un po’ di tempo a ‘sta parte.

    Se Sdrusieta avesse saputo risolvere tale problema avrebbe potuto tornare sulla terra con un’ingente ricompensa.

    Manco a dirlo in breve il nostro astronomo si improvvisa gastronomo e cerca ogni mezzo per arrestare ed ammanettare l’epidemia di zukke. Giunto nel campo in cui i cavoli venivano coltivati, prova a strappare una zucca.. ohibù!!! Mondo cipollino !!! Sotto la zucca ce n’è un’altra, che ricresce subito al suo sito.

    Un altro giornale prova a diserbare con uno zucchicida i cucurbitacei in questione… macché: zucche a non finire !!! Zucca e rizucca, Sdrusieta non sa più che cavolo fare per risolvere il problema suo e dei Cavolotici.

    Con un lampo di genio causa un bel tuono che gli dà un ideo che è il fratello dell’idea, ma è più saggio: pensa infatti di leggere qualcosa negli astri aspri; la sera immediatamente venente si piazza coi suoi strumenti e, salito sui trampoli, si avvicina a tal virgola ai pianeta che voleva interpellare da riuscire a leggere quello che dicevano punto.

    Dicevano (sa il cielo cosa vuol dire) di dare un-occhiata alla scimmietta che Sdrusieta aveva recato con sé fino a Cavolomeda; in un immediatamente che non si dica, corre a dargli la-occhiata:

    BHO!!!

    Sta dormendo! Evidentemente l’occhiata è il caso di continuare a dargliela finanché non avesse manifestato un nonsoché di utile per le ricerche che sta conducendo.

    La scimmietta al mattino si sveglia, si guarda intorno per cercare quid da mangiare, prende una zucca e se la mangia… poi torna a ronfare. Fine della giornata della scimmietta. Con le idee e gli idei sempre più chiari Sdrusieta cerca di interpretare positivamente ciò che aveva appena visto, ma non sa che fish pigliare.

    Ponza e riponza…. DOLMEN !!!! La superidea era piovuta dal cièlo !!!!!

    Sdrusieta corre dal Gran Cavolano e gli espone il mezzo per risolvere la loro fame. Mangiar le zucche!!!

    Inutile dire che in un diviso che non lo si dica i Cavolotici diventano Zuccotici, e ben pasciuti avendo di che scorpacciare per l’eternità.

    Tutto non è male quel che finisce bene !!!!!

  • 06 ottobre 2014 alle ore 17:33
    Felice e l'esistenza di Dio

    Come comincia: "Sei sicuro di aver fatto la cosa giusta?" Aurora non aveva condiviso appieno la scelta di Felice di lasciare la piccola in quel centro di accoglienza per orfani e dispersi. D'altronde non potendo fare altrimenti lui si era visto costretto ad imporsi con la compagna, alzando la tensione tra loro. "No, sono sicuro di aver fatto la cosa sbagliata, ma l'unica possibile, non possiamo salvare tutto il mondo" Lei cercò di capire, ma il suo animo sensibile spesso le rendeva impossibile comprendere le migliaia di ingiustizie di questo mondo, Aurora era un'idealista pronta a sacrificarsi per il bene degli altri, eppure questa prima esperienza, vissuta ai limiti della realtà, le avevano aperto gli occhi sulla grande complessità della vita. Adesso, sbollita la rabbia, capiva che lui aveva agito per il meglio, quella bambina non aveva familiari e dopo la dura esperienza con gli scuri doveva provare a reintegrarsi tra la sua gente e forse quell'istituto dall'aspetto scalcinato avrebbe aiutato la piccola a ricominciare una nuova vita.
    "Scusa!" Disse Felice senza guardarla in faccia, lei si avvicinò a lui che stava sistemando lo zaino e lo abbracciò dal dietro appoggiando la testa alla sua schiena. Quel contatto accese la passione e lui si girò verso la donna che lo baciò con fervore ma poi si staccò dal compagno con decisione "Anche io ti amo, ma adesso dobbiamo darci una mossa, hai deciso di non imbarcarti sul nostro volo per il Brasile perché devi concludere qualcosa qui in Africa; sono con te" Lui non rispose, si limitò a guardarla facendole capire quanto fosse contento della sua presenza. In pochi attimi finirono di preparare i propri bagagli e dopo aver fatto colazione e pagato il conto, si avviarono verso un caseggiato poco lontano, un addetto dell'albergo li aveva indirizzati lì per trovare un mezzo di trasporto. Per fortuna Aurora se la cavava con le lingue e riuscì a farsi capire dall'uomo che gestiva quella specie di autonoleggio. "In Nigeria, si. A Sokoto. Ho capito che è pericoloso, ma dobbiamo arrivarci in un modo o nell'altro. Va bene, staremo attenti, ti paghiamo tutto in anticipo, così se qualcosa andrà male tu non ci rimetterai nulla. Ok, ok siamo pazzi, ma tu procuraci il mezzo con tutte le indicazioni per arrivare velocemente a destinazione e non te ne pentirai. Va bene, lo dirò anche a lui, grazie" Felice la fissò con aria interrogativa "Ha detto che andiamo incontro ai guai. Uscire da Gao senza un lasciapassare equivale a farsi arrestare o peggio ammazzare e poi l'idea che noi si voglia raggiungere Sokoto lo fa rabbrividire; i viandanti del deserto riportano brutte cose su quel posto e ci sconsiglia di avvicinarci a quella città, ma tu non lo ascolterai, vero?" Chiese infine Aurora conoscendo già la risposta. Lui cercò di stemperare la tensione e provò a parlare con calma, quasi sorridendo "Ho imparato ad ascoltare i miei sogni, le loro parole, i gesti e le allusioni. Mi stanno preparando da anni e adesso penso sia giunto il momento di seguire le loro indicazioni. Stanotte uno di loro mi ha fatto capire di dover raggiungere Sokoto dove dovrò incontrare un personaggio religioso della Nigeria molto in vista, non mi ha spiegato il perché ma ormai siamo in ballo e ci conviene ballare" Lei lo abbracciò e lo baciò sonoramente sulla guancia, emanava energia e felicità da tutti i pori "Grazie amore, grazie" Felice la guardò confuso mentre faceva una smorfia e lei precisò "Hai detto siamo, non sono, siamo" Allora lui capì e scoppiò in una risata liberatoria, erano una bella coppia. Nel frattempo li raggiunse il noleggiatore con una specie di fuoristrada che non rendeva giustizia all'appellativo di autovettura; era un catorcio "E noi dovremmo fare migliaia di chilometri con questo rottame?" Sbottò Felice contrariato. L'africano guardò Aurora che con un cenno d'intesa gli fece intendere che era tutto sotto controllo, ma Felice mangiò la foglia "Quali segreti mi nascondete?" "Sali che poi ti spiego" Tagliò corto lei e prima di accomodarsi sulla vettura saldò il conto con il noleggiatore che dopo aver contato i soldi sorrise mostrando la sua bocca sdentata "Ok?" Fece cenno Aurora "Ok" Rispose lui con il pollice in alto.
    Lei fece spostare Felice sul lato passeggeri e si mise alla guida senza dir parola "Adesso mi spieghi quello che..." "Ssssttt. Ti amo. Aspetta due minuti per favore" Lui aspettò pazientemente e dopo circa mezzo chilometro lei accostò la macchina vicino ad un malconcio caseggiato da dove uscirono d'incanto due uomini carichi di zaini e borsoni "E questi chi sarebbero?" Felice si rese conto di essere caduto nella tela del ragno e scese dall'auto visibilmente frustrato. Lei non rispose, si avvicinò invece ai due e diede istruzioni; in pochi attimi caricarono i loro bagagli e si accomodarono sui sedili anteriori. Aurora fece cenno a Felice di prendere posto dietro e poi si accomodò di fianco a lui che adesso la stava fissando in cagnesco. "Ok, ok. Mi sono un po' allargata, hai ragione. Ascoltami, per le vie di comunicazione tradizionali se tutto filava liscio avremmo impiegato tre o quattro giorni per raggiungere Sokoto, senza lasciapassare avremmo corso parecchi rischi. Invece grazie a loro useremo una vecchia pista che taglia attraverso il Niger, sfioreremo la cittadina di Sanam e giungeremo rapidamente a Sokoto. Abbiamo pensato a tutto, siamo carichi di provviste e carburante, saremo veloci ed invisibili" Felice non obiettò, qualcosa in lui stava cambiando. Un tempo si sarebbe adirato per una faccenda simile, oggi comprendeva che ogni cosa aveva un suo perché; se Aurora aveva deciso per quella soluzione significava che era giusto così e senza dir nulla prese le mani della donna e le strinse affettuosamente, lei ricambiò mentre una lacrima le rigava una guancia.
    Il viaggio si rivelò per quello che doveva essere, duro e stressante. Il caldo era soffocante e si aveva la sensazione di viaggiare su Marte tra distese aride e sterminate, ma le due guide sembravano sapere il fatto loro e continuavano a rassicurarli sulla buona riuscita dell'impresa. Felice si assopì e come ormai sempre più spesso accadeva fece un sogno: si trovava all'esterno di un casolare diroccato ed isolato e sentendo delle voci provò a sbirciarvi all'interno. Non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo, intravide alcune figure vestite in modo strano che discutevano animatamente e all'improvviso una di loro, una donna, si voltò verso di lui e lo indicò a tutti gli altri; Felice arretrò istintivamente e senza accorgersi inciampò e cadde rovinosamente all'indietro sbattendo violentemente il capo a terra.
    "Ahia! Maledizione" Le sue imprecazioni destarono Aurora che subito si rivolse a lui con affetto "Un altro dei tuoi sogni?" "No cazzo! Cioè si, ma ho sbattuto la testa contro la sbarra dei sedili" Lei sorrise e anche lui non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata liberatoria. Le due guide si voltarono e si unirono alle risa, erano stanchi e ridere dava loro sollievo "Dobbiamo fermarci a Sanam" Disse uno dei due rivolto ad Aurora "Non era nei patti" Rispose lei "Si, ma la macchina ha bisogno di manutenzione, il deserto ha fatto più danni del previsto" Poteva essere una menzogna, ma fino a quel momento i due si erano rivelati ottimi elementi, perché dubitare? "Ok. ma solo per il tempo necessario" "Certo, solo il tempo necessario" Aurora notò un moto di terrore nello sguardo dell'altra guida che fin lì non aveva aperto bocca.
    "Cosa c'é?" Chiese Felice "Un contrattempo, faremo tappa a Sanam. Non dire nulla, hai ragione, non era previsto, ma le guide.." Lui poggiò delicatamente un dito sulle labbra della ragazza "Shh, non devi spiegarmi nulla. Se il destino ci porta in quel luogo ci sarà un motivo e se non c'é avremo visto un luogo nuovo" Felice stava cambiando rapidamente e lei si rese conto di avere a che fare con un uomo fantastico che in qualche modo aveva aperto il suo cuore al mondo; baciò delicatamente il suo dito e fece cenno di aver capito.
    Sanam era un agglomerato di casupole e catapecchie dove la gente viveva di quel poco che riusciva a trarre dall'agricoltura e dall'allevamento, le due guide promisero di metterci poco tempo, conoscevano un uomo che possedeva una piccola officina, li avrebbe serviti subito. Felice non sembrava interessato alla cosa; strano, pensò Aurora, dov'era finita tutta la sua fretta? Lui allungò la mano a cercare quella della compagna e lei la strinse tra le sue dita sentendosi pervasa da un'energia incredibile che le offuscò la mente. Dopo un attimo di smarrimento riprese possesso delle sue azioni e si trovò in mezzo a delle donne che stavano cercando di dissodare la terra. Felice era qualche metro davanti a lei chinato vicino a una delle contadine e la stava aiutando nel suo lavoro. Aurora si avvicinò e chiese "Ma cosa fai?" "Aiuto quest'anziana signora, ha le mani devastate dall'artrite e non riesce più a lavorare" "Ma noi dobbiamo andarcene, dobbiamo proseguire il nostro viaggio, hai dimenticato?" "No, so perfettamente dove dobbiamo andare, ma questa donna ha bisogno di aiuto adesso" Aurora si avvicinò ulteriormente ai due, osservò la cotadina e capì perché Felice si stava comportando a quel modo, oltre alle mani devastate, la donna era anche cieca e stava solo trafficando con un attrezzo scalcinato senza fare nulla di utile. Le donne vicino a loro osservavano la scena e con lo sguardo diedero ad intendere ciò che Felice aveva già capito, lasciavano che l'anziana trafficasse con i suoi attrezzi facendola sentire ancora utile e parte del gruppo. Felice sussurrò all'anziana "Signora, siamo stranieri, ha voglia di accompagnarci a vedere il tempio della comunità?" Aurora lo guardo di sbieco "E come pensi che possa aver capito il tuo italiano? Forse capirà a malapena il mio francese o l'inglese" Nel frattempo l'anziana si era alzata e con movimenti lenti, ma allo stesso tempo eleganti, si era sistemata il vestito che la copriva dalle spalle ai piedi, nonostante l'età e la vita dura era ancora una splendida signora. Con un gesto fece cenno loro di seguirla e tese la mano verso Aurora che immediatamente la prese vicino a se. "Io capisco tante lingue ragazza mia, vi stavo aspettando" Aurora fu colpita da quelle parole e l'anziana comprese il suo stato d'animo "Vi ho sognato qualche tempo fa e i signori della luce mi hanno indicato voi come eredi della conoscenza. Non stiamo sognando questa è la vita reale, siete nella mia città, osservate voi che potete, guardate in che modo siamo costretti a vivere. La nostra terra è povera ma volendo si potrebbe migliorare questa situazione, purtroppo fa comodo a tanti avere migliaia di poveracci disposti a tutto pur di sopravvivere" "Perché non ve ne andate?" Chiese Aurora che immediatamente si pentì di quella domanda "Dovunque ci trasferissimo saremmo sempre degli accampati. L'Africa è enorme, ma poco vivibile, siamo in tanti e le poche zone veramente abitabili sono per i ricchi e i potenti. Per stare in certe zone dovremmo tornare a vivere come i nostri antenati, in simbiosi con la natura, ma ormai la società moderna non lo permette più. Siamo arrivati" I tre erano davanti ad un edificio che poteva essere una piccola moschea, o una chiesa o un qualsiasi luogo di culto in miniatura "Entriamo" Li sollecitò la donna "Venite, questo è il luogo di culto di Sanam" Felice osservò quel luogo da un punto di vista tecnico, aveva notato una sola porta d'accesso, alcune finestre in alto facevano entrare un po' d'aria e poca luce, la struttura era un misto di mattoni secchi, paglia legno e calce; in caso d'incendio sarebbe stato impossibile fuggire. Aurora invece si era concentrata sull'aspetto spirituale e subito pose una domanda alla donna "Ma qui che religione professate? Non ci sono simboli, altari, nulla. Che funzioni svolgete qui?" Anche Felice si stava per chiedere le stesse cose, per loro era inconcepibile vedere un luogo di culto così spoglio e desolante. La donna percepì le loro sensazioni e rispose scandendo bene le parole: "Qui la gente si incontra per trovare la pace con se stessi. Noi non professiamo nessuna religione specifica, noi crediamo nel creatore supremo, non abbiamo bisogno di simboli, di preghiere, di testi che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Gli animali non hanno nessuna guida ma dal momento in cui nascono al momento in cui muoiono sanno come comportarsi e se non vengono disturbati dall'uomo vivono in armonia con la natura. Vai a Sokoto Felice, segui il tuo cuore, liberaci dagli scuri, sono la nostra rovina" La donna si accasciò a terra, svenuta. Aurora e Felice la soccorsero immediatamente ma in quel momento una voce alle loro spalle li riportò alla realtà "La macchina é pronta signori, quando volete ripartiamo"
    Prima di riprendere il viaggio avevano chiamato qualcuno per soccorrere l'anziana e immediatamente erano sopraggiunte le figlie della donna, tre giovani ed energiche ragazzone "Fa sempre così, é l'età" Esordì una di loro "Vi ha raccontato qualche strana storia?" Chiese un'altra in perfetto inglese. Un'occhiata d'intesa e Felice e Aurora decisero di non far parola della conversazione avuta con la donna. Per fortuna le ragazze non diedero seguito alle domande e dopo averli ringraziati per l'aiuto condussero la madre verso l'uscita, un po' d'aria l'avrebbe aiutata a rinsavire.
    In macchina stavano ripensando a ciò che era accaduto e mentre le guide canticchiavano un motivo incomprensibile Aurora ripensò alla faccia della guida nel sentir parlare di Sanam e allora decise di chiedere una spiegazione rivolgendosi all'uomo e con fare autoritario, ma comunque educato, lo avvicinò con la testa poggiata sul suo sedile "Perché avevi paura di fermarti a Sanam?" La domanda colse di sorpresa la guida che rallentò la macchina fino a fermarsi, l'altro non aveva capito cosa stesse accadendo ma la faccia del compagno gli chiarì la situazione "Cosa vuoi donna? Cosa vuoi sapere? Vi stiamo conducendo alla meta senza problemi, non vi basta?" Adesso anche Felice si era avvicinato e pur capendo poco ascoltava interessato "Ho fatto una semplice domanda al tuo amico, non ha la lingua per rispondere?" No, non aveva coraggio di parlare, allora fu la prima guida che in un misto di inglese e italiano cercò di farsi capire anche da Felice "Un tempo il suo compagno in questi viaggi era suo fratello. Durante un trasporto furono costretti a far tappa a Sanam e nel periodo della sosta suo fratello conobbe una vecchia cieca che lo condusse nel luogo dove vi ho rintracciato io. La vecchia convinse l'uomo ad abbandonare la sua vita e ad unirsi alla gente di Sanam, il mio compagno si oppose e cercò di portar via il fratello, ma proprio quando sembrava che le cose si stessero sistemando fu proprio il ragazzo a dire al fratello che non voleva più avere niente a che fare con lui e con la sua vita passata, doveva lasciarlo stare, non si sarebbero più rivisti. E così fu, da anni non si hanno più notizie di Chris" "Ma allora a maggior ragione dovrebbe tornarci più spesso" Ribatté Aurora "No, è un brutto posto, non va bene, non va proprio bene" Detto ciò la guida si girò in avanti e fece cenno al compagno di ripartire, se tutto filava liscio nel volgere di un paio d'ore sarebbero giunti a Sokoto e allora la loro missione sarebbe terminata e tanti saluti agli stravaganti europei.
    "E tu non dici niente? Non parli più, non ti preoccupi di nulla, cosa c'è?" Aurora era stanca e un senso di frustrazione ed impotenza l'avevano sopraffatta. Felice le afferrò delicatamente una mano e in altrettanto modo baciò le dita affusolate della compagna "Quella donna li ha visti, anche lei è una dei prescelti" "Ma se è cieca" "Loro riescono a farsi vedere da chi vogliono, appaiono in sogno e poi ti trasportano nella loro realtà. La vecchia mi ha prospettato un altro scenario, uno scenario che già in molti, prima di me, hanno cercato di comprendere e spiegare" "Sì e allora?" Chiese lei che ormai si era abituata alle mezze frasi e alle allusioni del compagno "Allora la domanda è la solita: Dio esiste? Le religioni con tutte le loro sfaccettature le ha volute lui o le hanno create gli uomini per controllare meglio le masse? Siamo in mano a Dio o agli alieni? Cosa sarà di noi dopo la morte? Vivremo in eterno nel paradiso celeste o verremo resuscitati dagli alieni? O saremo morti e basta? Aurora, sono confuso, aiutami" Felice poggiò la testa sulle gambe di lei che con la mano prese a carezzarlo amorevolmente e poco dopo si appisolarono di nuovo.
    "Svegli, siamo arrivati!" La guida non fu molto delicata, aveva fretta di tornare a casa e voleva sbarazzarsi di loro al più presto. Aurora stava per rispondere a tono ma Felice la prese per un braccio e fece cenno di lasciar perdere. Si rivolse invece alla guida "A quanto pare capisci un po' la mia lingua e io cercherò di spiegarmi al meglio; grazie per averci condotto fin qua, capisco i vostri timori e non vi tratterrò più del tempo necessario. Ora sarete così gentili da condurci fino a quest'indirizzo" E mentre parlava Felice porse un biglietto alla guida che dopo aver letto strabuzzò gli occhi "Ecco" Proseguì Felice "Io non so cosa significhi per voi tutto questo, sento la vostra paura, ma vi assicuro che dopo averci portato lì sarete liberi di andarvene, non prima però di aver ricevuto un compenso extra" L'altro stava ancora fissando il biglietto con scritto l'indirizzo poi si rivolse a Felice "Ci date i soldi prima e noi vi portiamo a un paio di isolati da quell'indirizzo, altrimenti non si fa niente" "Ok, come vuoi tu" Confermò Felice che pagò la guida e senza aggiungere altro i quattro proseguirono fino al punto concordato dove Aurora e Felice dopo aver preso i propri bagagli si separarono dalle due guide.
    "Dove siamo di preciso?" Chiese lei.
    "Non ne ho idea" Rispose lui.
    "Cosa? Come non ne hai idea? Siamo venuti fin qua e mi stai dicendo che non sai dove siamo?"
    "Esatto, e non so neppure perché" Aurora stava per scoppiare, le vene del viso gonfie e i pugni serrati annunciavano burrasca, allora lui cercò di darle una spiegazione "Senti, il primo passo tra noi due è stato quello di sottostare alla regola che si va dove decido io, giusto?" Lei era sempre più rossa in viso "Ok, dove dico io dopo che mi è stato indicato, quindi dove dicono loro" Adesso era paonazza "D'accordo, mi lascio un po' trascinare, comunque l'altra notte in sogno mi hanno indicato questa città come tappa fondamentale del m.." Si morse le labbra in tempo "Del nostro viaggio. Quindi Sokoto era da raggiungere comunque, ma io non sapevo nient'altro. Poi la vecchia cieca mi ha allungato un biglietto con l'indicazione di un indirizzo e di un nome ed è lì che stiamo andando" Aspettò per un attimo la reazione della compagna che non si fece attendere, con la mano chiusa a pugno lo colpì sul petto e poi si strinse a lui con forza e l'uomo la baciò sulla testa "Scusa se non riesco ad essere l'uomo dei tuoi sogni, ma faccio fatica anche io a capire tutto ciò" Lei non rispose, ma continuò a stringerlo forte a se. Dopo alcuni istanti lui si divincolò delicatamente e la prese per mano "Andiamo a vedere cosa ci aspetta" Trovarono l'indirizzo dopo alcuni minuti e suonarono al nominativo indicato sul biglietto. Si aprì una porticina laterale e una giovane donna li fissò con aria interrogativa, Aurora allora prese in mano la situazione "E' lei Bocassa Frend?" La giovane fece cenno di no con il capo, aveva capito e Aurora avvicinandosi provò ad insistere "E' in casa Bocassa? Dobbiamo vederlo, è importante" La ragazza non rispose, sembrava indifferente. Felice si avvicinò ulteriormente "Capisci la mia lingua?" Lei fece un cenno affermativo "Bene, non vogliamo spaventarti ne rubarti del tempo prezioso, una vecchia cieca di Sanam mi ha indicato questa casa e il nome di Bocassa Frend" "Tornate domani mattina, dopo la prima funzione" Non lasciò loro il tempo di replicare, con un rapido movimento si ritirò all'interno del caseggiato richiudendo velocemente la porta dietro di se "Cerchiamoci un posto per la notte" Disse tranquillamente Felice.
    "Ti ho mai detto che sono ricca? Cioè, i miei sono ricchi, io sono una mantenuta ma mio padre ha sempre appoggiato le mie iniziative <largo ai giovani, purché non combinino guai> questo è ciò che ripeteva sempre" Stava sistemando le sue cose nel piccolo guardaroba della stanza mentre lui si stava spogliando per farsi una doccia "No, non me l'hai mai detto, ma l'ho capito subito" "Se non fossi ricca mi vorresti lo stesso con te?" Non era quello che voleva dire ma ormai l'aveva detto, lui non se la prese e si limitò a rispondere "Ti ho salvata in un sogno, ti ho rivista nella realtà e mi sono innamorato" Andò a farsi una doccia chiudendosi in bagno a chiave, la sabbia del deserto gli era penetrata fin nei più profondi orifizi e aveva un po' di problemi intestinali. Dopo circa mezz'ora usci dal bagno e si sdraiò sul letto, era stravolto. Aurora si avvicinò a lui e gli sussurrò in un orecchio "Vorrà dire che questa sera la schiena me la laverò da sola" E allontanandosi con fare sensuale lo lasciò nel suo mondo, un mondo di sogni.
    "Sei sulla strada giusta" La femmina era seduta vicino a lui, sul lettone "Sto sognando" Felice si alzò in piedi allontanandosi dalla figura slanciata e sensuale "Non direi, lei è in bagno che fa la doccia, non senti?" Aurora stava facendo la doccia mentre cantava un motivetto allegro e veloce "Non mettetela in mezzo a questa storia, lasciatela fuori dai nostri affari" "Lasciarla fuori? Ma lei c'è dentro in pieno. Tu sei un prescelto e lei è la tua donna. I tuoi genitori, i tuoi amici, tutti ci sono dentro. Non puoi farci nulla, é una cosa normale" "Normale? E' normale che io stia parlando con te, in una stanza d'albergo in Africa mentre la mia donna è in bagno a fare la doccia? E' normale che io sia partito per il sud America alla ricerca di Franco e adesso sia in giro per il deserto alla ricerca di non so che?" "Franco è vivo, in mano agli scuri, ma vivo. Ci occuperemo di lui in un secondo momento, adesso devi concentrarti su questa missione e rimetterti in forze, domani dovrai essere lucido e concentrato" Concluse lei sparendo poi alla sua vista.
    Felice si assopì sul letto e il suo cervello staccò la spina.
    Aveva dovuto darci dentro con spugna e bagnoschiuma per rimuovere tutta la sabbia dal suo corpo e adesso che si stava asciugando la stanchezza le piombò addosso all'improvviso, ora capiva perché Felice era uscito dal bagno piuttosto provato. Finì di asciugarsi ed indossò una maglietta leggera che fungeva da pigiama. Trovò il suo uomo disteso sul letto profondamente addormentato, si accomodò vicino a lui e lo baciò voluttuosamente sul collo, lui accennò una piccola reazione ma nel frattempo anche lei fu sopraffatta dalla stanchezza e cadde in un sonno profondo.
    All'alba lui fu svegliato dall'istinto maschile e delicatamente, ma con decisione, si avvicinò a lei che capite le intenzioni dell'uomo si donò a lui con passione.
    "Non lo credevo possibile, ma sono veramente cotto di te" Proclamò lui mentre con una mano stava carezzando i capelli di Aurora "Le cose cambiano e ciò che sembra impossibile diventa reale, quando meno te lo aspetti" Rispose lei che adorava farsi coccolare e adesso stava facendo le fusa come una gatta "Oggi affronteremo un altro ostacolo, ieri sera una di loro mi ha fatto visita e mi ha detto di farmi forza, la prova non sarà facile" "Ma io sarò al tuo fianco e insieme supereremo anche questo ostacolo" I due si fissarono, lo sguardo da innamorati "E' ancora presto, abbiamo almeno due ore di tempo prima di recarci all'appuntamento" Chiarì lui "E allora che aspettiamo? Il letto è tanto comodo" Lo invitò lei con gesti inequivocabili. L'appuntamento era più tardi, adesso avevano tempo di amarsi, al resto avrebbero pensato dopo.

  • 01 ottobre 2014 alle ore 15:02
    Lost Highway

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

  • 29 settembre 2014 alle ore 15:23
    Notte

    Come comincia: Mi misi ad ascoltare la notte, la melodia che i miei pensieri intonavano col cielo stellato, ad assaporare il profumo dell'erba bagnata dall'umida oscurità. Mancavi tu a render giustizia a quella notte stellata.

  • 29 settembre 2014 alle ore 14:15
    Pasquino

    Come comincia: Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi. Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola. Mi si scaldano il fisico e il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo. La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
    E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo. All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
    «Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?»
    «Tu… Tu parli?» balbetto.
    «Parlare.» ripete con aria ispirata. «Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma; ma, ahimè, in genere comunico attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.»
    «Fogli?»
    «Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.»
    Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna e ammette:
    «In questi secoli mi sono divertito da matti.»
    «Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.»
    Scuote la testa e ribatte:
    «Non è la stessa cosa.»
    «Sì che lo è.»
    «No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!»
    Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me sia Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita. Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
    «Sai,» riprende con tono allegro, «ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore e hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.»
    «Raccontami.» lo esorto.
    Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
    «Hai presente papa Clemente VII de' Medici?»
    Faccio mente locale, quindi rispondo:
    «Certo, il papa del sacco di Roma.»
    «Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il cerusico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.»
    Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
    «Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?»
    «Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.»
    «Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".»
    Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
    «E di papa Sisto V?» esorto eccitata.
    «Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che vuoi che dica, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!»
    Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
    «Si dice così perché, dinanzi a un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.»
    Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
    «Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?"»
    Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
    «E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?» domando.
    «Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico e per amor del regno eccolo pronto a diventar cattolico apostolico. Se gliene torna il conto, Clemente, ch'è pontefice romano domani si fa turco o luterano".»
    Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando: "Roma val bene una messa". Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
    «Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.» riprende Pasquino. «E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci, secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."»
    È incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
    «Però,» ammonisce Pasquino, «è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.»
    «Già.» mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
    Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola e il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità. Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi, di re e imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
    «E con Napoleone?» domando.
    «Eh… Ne sono volate di pasquinate! Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus e in te speriamo, ma a Bonaparte non ci crediamo".»
    «Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.»
    Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Osservo il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
    «Che vuoi, ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.»
    Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
    «Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli e arguti di quelli attuali.»
    «Non lo metto in dubbio.»
    «Comunque,» riprende con tono ammiccante, «ci sono stati altri libelli. Uno in particolare.»
    «Quale?» domando incuriosita.
    Sogghigna divertito e spiega:
    «Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino! T'hanno vestita tutta de cartone pe' fatte rimirà da 'n'bianchino."»
    Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile.
    Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso e apro la bocca per dire qualcosa; ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

  • 28 settembre 2014 alle ore 15:33

    Come comincia:

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:35
    Racconto K

    Come comincia: La luna enorme e scarlatta giaceva rarefatta sull’orizzonte nero-buio-oscuro irradiando una tetra aura soffusa-arancione, come uno squarcio di sorriso leonardesco in una caverna occupata dalle tenebre.
    Sotto il cielo, una squallida periferia urbana e un edificio come di vecchia fabbrica abbandonata, la cui via di accesso si snodava fra erbacce e cancelli arrugginiti e pneumatici consumati illuminati da alti lampioni, uno dei quali recava una vetusta e illeggibile scritta arruginita.
    Io, mio padre ed un anonimo amico d’infanzia, con le facce come cancellate da una gomma, stazionavamo davanti all’edificio dove dovevamo consumare i nostri piaceri carnali.
    Lì c’erano le puttane. E noi dovevamo scopare. 
    Un banchetto  deserto davanti alla porta d’ingresso sorreggeva una lunga pila di libri e varie carte e cartacce, svolazzate dal vento e un blocchetto per le prenotazioni.
    Un taccuino con dei numeri.
    Ognuno di noi prese il suo numero.
    Chiesi a mio padre: “Dobbiamo andarci per forza?”                                                                                          
    “Sì, per forza. Ci dobbiamo divertire” – E rimase impassibile.
    Il  suo volto non aveva niente a che fare con mio padre, ma io davo per scontato che lo fosse. Come il mio anonimo amico, che probabilmente non avevo mai visto prima.
    Proprio lui allegro e sghignazzante prese il primo numero dal taccuino, lo strappò velocemente ed entro di corsa gridando: “ Andiamo a scopare! Andiamooo!”
    Il mio presunto padre guardava il suo numero con aria spersa e smarrita:
    “ Sì, è nostro dovere…  Dobbiamo scopare!”
    E mentre lui rifletteva,  non potevo più aspettare: corsi anch’io dentro per raggiungere il mio amico, senza cui mi sentivo completamente perso.
     
    Dentro tutto era tetro e oscuro: le pareti fatiscenti , odore di chiuso e tanfo indecifrabile: un lungo corridoio sui cui lati sbarluccicavano luci soffuse di flebile neon giallastro.
    E io correvo, correvo e correvo…  
    e il balenare di luci e ombre, che si stagliavano sulla mia faccia frenetiche e dondolanti.
    Passai davanti a numerose stanze aperte, chiuse e semi-chiuse. Riuscii a distinguere in esse un ciccione che si riabbottonava i pantaloni, una puttana a seno nudo, un’altra che si masturbava; poi altre scene di coiti, di pozzanghere e lettini oscuri, un baluginare intermittente  e tremolante di luci-puttane e ombre-corridoi, e una corsa sfrenata in meandri, antri e tunnel infiniti e serpeggianti.
    Ma il corridoio non finiva mai e si snodava in volte sempre più oscure nel cui vorticare distinguevo solo lo scalpiccio veloce e inquieto dei miei passi e la voce lontana del mio amico che gridava come un indemoniato. Ogni tanto affondavo i piedi in alcune pozzanghere, ma noncurante continuavo, seguendo la voce che smaniava davanti a me, in fondo, da qualche parte… Eppoi…
    Silenzio.
     
    Finalmente la voce si spense.
    Io mi fermai.
    Ero arrivato ad un angolo d’un bivio buio.
    Lì, nell’angolo,  in una nicchia, era seduto un ragazzetto scuro con lo sguardo fisso nel vuoto e che, mai rivolgendomi lo sguardo ed ondulando e cantilenando come un piccolo pazzoide in un’assurda litania, attaccò a parlare:
    “Oh,sì… L’ho visto il tuo amico! È proprio pazzo… Tu dove devi andare?...
    Devi scopare, devi assolutamente scopare!...
    È tutto lì il succo… Io mi sono proprio divertito… Devi andare dalla tua puttana, ci devi assolutamente andare!”
    Lo guardai impaurito e gli mostrai  il mio numero quasi automaticamente all’alzarsi di un suo sopracciglio:
    “ Ah!...  Stanza 664!... Vai, si chiama Elena!
     Lei è proprio brava… ed il dottor Zeinberg ti aiuterà a rilassarti…
    Oh, sì! Tu sì che ti divertirai!… Andare a puttane è la cosa migliore di tutte!...
    Come sono felice… Vai e divertiti!... è là in fondo!… ti aspetta sulla soglia.”
     
    Gli strappai di mano il numero e corsi verso la direzione indicata.
    Svoltai ad  un angolo, ed in fondo a quella che doveva essere una sala d’aspetto, c’era lei: una donna prosperosa, bionda, alta , in pantaloncini attillati di jeans verde e una camicetta bianca, stretta, i  seni enormi con i grossi capezzoli in vista:
    “ Vieni caro, ti stavo aspettando” – mi disse sorridendo.
    Mi avvicinai, le detti il numero ed entrai.
    All’interno, una stanza medica, come di pronto soccorso in disuso, scarsamente illuminata ma completamente bianca: un lettino, armadi vari, una scrivania, uno scaffale pieno di farmaci e lozioni e creme e arnesi chirurgici. Elena l’Ucraina, mi fece accomodare sul lettino.
    “ E’ la prima volta, vero? Non ti preoccupare…  Sei un po’ teso? Ora ti faccio rilassare io…”
    E all’improvviso da una stanza vicina, un acuto grido di dolore e strazianti urla come di tortura, ed una voce!  Una voce familiare.
    Ma subito la puttana  cercò di distrarmi.
    “ Allora? Guardami! Ecco cosa faremo…”
    Cominciò a sbottonarsi la camicetta sorridendomi, con le sue labbra carnose e scarlatte; poi cominciò ad accarezzarmi il cazzo da sopra i pantaloni con le sue dita affusolate e le sue lunghe unghia appuntite.
    “ Ti piace, non è vero?”
    “Sì!” – riuscii a malapena a mugugnare.
    Poi cominciò a sbottonarmi i pantaloni e ad accarezzarmi più a fondo mentre mi prendeva la testa con l’altra mano e mi faceva affondare nelle sue enormi tettone inducendomi a leccarle i capezzoli.
    “ Dai… Su!… ecco!”
    Il cuore mi batteva all’impazzata e stavo cominciando a godermi quel momento.
    Quando all’improvviso un odore nauseabondo mi penetrò le narici:  le sue mammelle puzzavano di cavoli andati a male, di qualcosa di marcio.
    Subito mi distanziai: lei mi guardò con uno sguardo tra lo stupore e il disprezzo, poi mi sorrise: “Ok… Forse non sei abbastanza rilassato…
     Ma ho qualcosa io per te! Ecco, bevi!”
    “ Cos’è?”
    Nell’oscurità mi porse una ciotola di cocco con dentro della strana sostanza bianchiccia.
    “Cos’è?… è Yukka! Ti darà calore e forza… E ti farà rilassare!…”
    La guardavo sorridere e contare le gocce che ingurgitavo mentre bevevo  quella strana bevanda.
     “ Bravo, ragazzone!” - e mi sorrise con gli occhi sempre più spalancati, soddisfatti e indagatori.
    La poca luce presente cominciava ad offuscarsi sempre di più e io mi sentivo stordito… lei si mise sul lettino, a cavalcioni su di me… andò giù e cominciò a leccarmi fra le cosce… poi me lo prese… e cominciò a succhiarmelo… prima con dolcezza poi sempre  più con violenza… sbattendo il suo pugno con forza sul mio pube… e stringendo sempre più i denti ad ogni tornata.
    “No… Adesso basta!… Aspetta!”
    “ Cosa c’è che non va?”
    In quel momento entrò un dottore stempiato, con la barbetta e un lungo pizzetto;  abbastanza vecchio, anche lui sorridendo e con degli occhi spalancati, molto simili a quelli dell’ucraina:
    “ Caro giovanotto, devi solamente rilassarti. Non lo sai che nel sesso v’è il segreto della felicità? Ecco!... Ora una bella siringhetta di questo… E vedrai che bella scopata ti farai! Eppoi sarai felice di tornare da noi ogni giorno. Non sei contento?”
     
    L’esimio dottore nel suo affettato sorriso mostrava i denti gialli ed una leggera bavetta bianca che gli colava dall’angolo sinistro della bocca nera. Si avvicinò con molta confidenza al lettino e, scostando l’ucraina, mi inserì la siringa nella coscia.
    “Allora? Stai meglio, mio caro?”
    Gli occhi mi si ribaltarono in sù e vidi il soffitto ondulare. Poi un bagliore di bianchezza. E la mia mano ora affondava nella larga, calda e umida vagina della puttana, mentre il dottore mi osservava sempre più divertito:
    “ Bravo!… è tuo dovere fare sesso!… è tuo assoluto dovere!… E non lo sai che il dovere è un piacere!?!”
    Poi altre grida frastornanti provenienti dal corridoio. Una voce amica. Uno strazio ed un tormento: qualcuno stava soffrendo. Una tortura, dei denti digrignati: “ Aiuto!”
    Lei mi cavalcava ed io provavo piacere. Ma avevo anche un orrendo senso di nausea.
     
    Il dottore era sparito.
    Vedevo tutto bianco,  poi tutto oscuro… e il mio corpo era un mattone, completamente rigido e pesante. Il mio cazzo ribolliva turgido e duro da far male nella enorme bestia del piacere, che si dimenava su di me ed il cui viso era ormai solo uno sfrondare nebuloso e divertito di capelli dorati. 
    Cercai di girarmi su un lato. Mi parve di vedere di nuovo nella penombra la faccia divertita del dottore che caricava una siringa ed alcune stille sbarluccicanti in alto dalla punta metallica sprizzavano d’argento.
    “ Io non voglio!... Io non devo ! … Basta!!!...”
    Mi alzai di scatto, scaraventando la puttana a terra. Mi rivestii velocemente mentre il dottore si avvicinava con la siringa e, dandogli uno strattone, spalancai la porta e scappai per i lunghi corridoi.
     
    Nell’angolino non v’era più traccia del ragazzino. Il nero corridoio si mise in obliquo… e io scappavo affondando nelle pozzanghere riflettenti e schizzando a destra e a sinistra… correvo senza mai riuscire a vedere niente… tutto si faceva più buio… una svolta a sinistra, una a destra… e la vista mi si offuscava sempre più. Nel corridoio non v’erano più stanze,  nessuna luce… e io soffocavo, soffocavo orribilmente. Mi mancava il respiro… poi gli occhi mi si ribaltarono e…
    Vidi  quella stessa luna rossa che fuori affondava nelle nere nubi teatrali.
    Un conato di vomito. Il cartello arrugginito. La pioggia. Le tenebre.
    E io che soffocavo… e soffocavo… Soffocavo!...
    …e mi svegliai boccheggiando.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:32
    Un sindaco

    Come comincia: Lungo la strada bianca che percorreva discendendo la vallata della Murgia, disegnando una S serpentina fra le collinette di terra e chianca, tra le verdi e gialle sterpaglie e le rocce affioranti, i bianchi muretti a secco ricoperti di muffa e sotto al sole d’arancia ormai al tramonto,  andava solo un cavallo con una grigia ed elegante sagoma con cappello.
    Teneva le briglie allentate e il cavallo andava da solo, i suoi polsini macchiati del marrone del terreno e le mani solcate da profonde rughe, nonostante la non tarda età, sfioravano ogni tanto la criniera del cavallo quasi accarezzandolo.
    Il Sindaco quel giorno percorreva quella strada di periferia che perdendosi nell’agro verso la vicina cittadina, portava alla masseria di don Ferdinando, faccendiere e precedente assessore del Comune da lui presieduto.
    Il Sindaco aveva ansia di andare a discorrere con il suo vecchio amico e collega per alcune serie faccende che si stavano sovrapponendo in quel periodo.
    La Guerra, le rivendicazioni dei braccianti, il cambio di rotta che stava prendendo l’assetto dello Stato tutto, le lotte politiche interne al Comune, il trasformismo e la collusione di molti suoi colleghi con la bassa criminalità e soprattutto con l’allegro associazionismo criminale operato da molti possidenti locali.
    Si presagiva uno strano clima di tensione nella società, un inquietante movimento sussultorio avvertibile in un digrignar di denti del bracciante, in un’occhiata penetrante in più del vecchio possidente a cavallo, nell’attenzione severa e nel mento irrigidito dello sbirro, nell’irreperibilità di molti noti barboni e fuorilegge, che da alcune settimane non davano più segno di vita.
    Il Sindaco aveva un sentore di quello stava accadendo, ma non riusciva di certo a decifrarne tutti i segnali.
    Sapeva benissimo che le cose dalle sue parti si erano messe bene in un certo senso, ma che comunque le diatribe, i conflitti personali, e soprattutto le lotte di potere per i possedimenti e per le poltrone politiche continuavano senza sosta, anzi si rafforzavano con l’andare del tempo.
    Egli sapeva di essere inattaccabile da molti punti di vista. Aveva solamente fatto del bene a quella cittadinanza: aveva ampliato e sviluppato il misero ospedale cittadino, aveva inaugurato piazze e strade e soprattutto aveva agevolato i lavoratori cittadini, sostenuto gli artigiani e sempre cercato di gestire le diatribe fra possidenti e braccianti in modo equo, senza scontentare né gli uni né gli altri.
    Tant’è che buona parte del popolo lo amava. Ma egli sapeva benissimo – con il suo mite, discreto ma giusto operato –  di aver scontentato molti di coloro che avrebbero voluto rinverdire il proprio status quo e magari accrescerlo grazie alle solite magagne e fili deviati.
    Le contingenze esterne e il passato burrascoso di quella zona, mettevan sempre sul chi va là la popolazione; ogni elemento della società veniva visto come un possibile amico o come un possibile nemico; si era sempre pronti a vedere qualcuno sfoderare il coltello per un’inezia o per questioni passionali, o qualcun altro a sfoderare il fucile per questioni economiche ed ereditarie.
    In città il bracciante arricchito diventato possidente sfoggiava l’eleganza e l’arroganza dell’ uomo che ce l’ha fatta; l’artigiano faceva il suo lavoro in tranquillità sprecando gli inchini e i ringraziamenti per i don; i braccianti andavano e venivano con la miseria nella testa e un coltello sempre in tasca. I preti incensavano la chiesa e benedivano i fratelli, che tutti si conoscevano, tutti si amavano e nel contempo tutti si odiavano, parlando male l’un dell’altro, meditando vendette e agguati, contro l’infame o contro la zoccola.
    Il figlio del massaro aveva sposato sua cugina, era nato uno storpio, ed era stato dato a una coppia di braccianti senza figli, in cambio di due galline e quattro conigli; il parroco aveva la comare poco d’innanzi alla chiesa, e c’è chi sospetta che anche i figlioletti della genitrice fossero stati accolti troppo teneramente fra le sue braccia; il massaro Capraro aveva sedotto la figlia di don Onofrio, i due erano scappati, ma mentre lei dormiva in un fienile, lui pendeva da un albero, ancor più pallido della luna che lo illuminava; un brigante aveva stuprato la figlia d’un bracciante, i fratelli lo scovarono e lo arsero vivo ficcandolo in un forno.
    Tutti casi di cronaca che affollavano la gazzetta locale e che riempivano gli occhi del nostro Sindaco ogni mattina.
    Ma poi giravi a piedi, in piazza o per le vie del centro, e tutto pareva normale: il lattaio faceva l’inchino, il fruttivendolo salutava con un sorriso bonario a trentadue denti, il parroco benediva mansueto, il massaro si toglieva il cappello e stringeva con allegria la mano al compaesano.
    Tutti sembravano agnellini sotto lo sguardo pubblico della morale comune, dell’autorità e degli sbirri.

    II.
    Così il Sindaco quel giorno a tavola andava parlando:
    “ Ho concesso alla ferrovia di passare davanti al cimitero. Ho dato i permessi e tutto. E ora don Michele mi vuole morto perché gli ho tagliato la proprietà in due. E don Raffaele mi manda fiori e attestati di stima, promettendomi ampio sostegno nella prossima campagna.”
    “ E tu?” – gli fece la mamma ottantaduenne, la rugosa faccia assonnata ma arguta avvolta nel cencio floreale annodato tipico delle matrone di campagna.
    “ E io, cara madre mia,  ho accettato i fiori, gli attestati, e se vuoi saperlo anche i soldi…
    Perché io ho bisogno dei soldi per reggere i fili di questo paese di lupi affamati!... Io ho bisogno della protezione dei fucili dei massari e se ci è bisogno, ho bisogno pure dei briganti, degli sbirri e di tutti i Santi che ci sono in cielo!”
    “ Chiudi la boccaccia, svergognato!” – eruppe la vecchia – “ Se tuo padre ti sentisse!... Mai un soldo ha preso lui… Mai a compromessi è arrivato lui!”
    “ E lo so!... Mai a compromessi, eccome!... Me lo ricordo quando trucidò un terzo dei suoi braccianti per non volergli rendere il conto!... Un Sant’uomo, mio padre!”
    La  vecchia guardò il figlio con uno sguardo orribile, prima con rabbia, poi acchetatasi, quasi in segno di vergona, abbassò gli occhi e se ne andò, raccogliendo le scodelle sporche di minestra.
    La campana della Chiesa di San Rocco suonava monotona, riverberando i colpi e scacciando gli uccelli verso il tramonto. Le rondini svolazzavano attorno al campanile festeggiando il miscelarsi dell’arancione all’azzurro. Qualche nuvoletta macchiata di colore si stagliava qua e là sulle casette bianche attorno al Castello.
    E il Sindaco fumava scrutando l’orizzonte dalla terrazza.
    La testa s’era completamente svuotata, e lui guardava come inebetito il succedersi nell’aria delle spirali di fumo, il cui leggiadro candore s’andava a fondere alle nuvolette, poi all’arancio e all’azzurro.
    E la pace più chiara e inebriante si era impossessata del suo cervello, troppo oppresso dai mille pensieri della routine quotidiana che spetta ad una alta carica.
    Quella notte gli era apparso in sogno un uomo in grigio, che guardandolo fisso negli occhi poi spariva in un grande cerchio giallo in mezzo alla completa oscurità. Pensò che fosse un sintomo di stress, o solamente uno dei tanti incubi che affrontava da mesi di notte, quando la solitudine e il timore hanno il sopravvento e quando tutte le preoccupazioni diurne si concretizzano in terribili spettri notturni.
    “ Chi me l’ha fatto fare?” – l’unico pensiero che gli passò per la mente in quel momento.
    Poi un sorriso ironico: “ Sono uno stupido”.
    E la sigaretta cadde lenta sulla strada deserta.
    “ Non credo di aver fatto una mossa sbagliata.  Eppoi il popolo mi ama… Ho fatto solo del bene a questa comunità. Come potrebbero odiarmi?”
    E rientrò in casa, socchiudendo la finestra dalla vernice verde che andava a poco a poco staccandosi.
    Dentro era buio. La rivoltella giaceva sul tavolo, come ad aspettarlo.
    Lui la prese, l’aperse, controllò la carica, fece scoccare la sicura. Poi la guardò.
    Si guardò nello specchio. Appariva più pensieroso del solito.
    S’infilò la rivoltella nella tasca ed uscì.

    III.
    La bianca strada in terra battuta continuava a discendere fra le chianche. Alla sinistra la grande collina verde e bianca e a destra una piccola cunetta di terreno incolto; e in lontananza una grande macchia bianca, accompagnata da altre due piccole poco più a est: le tre cittadine dell’Alta Murgia.
    La serpentina  tra le verdi e gialle sterpaglie, era irrorata dalla luce scarlatta del tramonto, che imbrattava la brecciolina di un colore sanguigno.

    E il cavallo del Sindaco andava, andava da solo, quasi conoscendo a memoria la strada che portava alla masseria del vecchio e caro amico Don Ferdinando.
    Il Sindaco guardava avanti, quasi assopito, con il grigio cappello dalle larghe tese dinanzi agli occhi. La sua mano rugosa continuava ad accarezzare il cavallo, e per un attimo il suo sguardo si posò sulle more nere e rossastre che adornavano il cespuglio che occultava lo sbocco della curva.
    Così, una volta superata la curva, la strada proseguiva quasi rettilinea, ma a pochi passi dalla svolta, quasi in corrispondenza dell’imbocco di un carraro, proprio sotto una grande quercia, il Sindaco distinse qualcosa di insolito: tre persone in stallo, quasi in attesa.
    Uno di questi guardava la strada proprio in direzione del Sindaco, l’altro, il più alto, armeggiava con le redini e delle borracce sul cavallo e il terzo lì di spalle a pisciare sulla quercia.
    Il cavallo del Sindaco si avvicinava pian piano al trotto ai tre personaggi, cosicché gradualmente il nostro poté distinguerne le fattezze: l’uomo in avanguardia aveva un largo cappello marrone, abbastanza basso, tarchiato, la folta barba nera, naso aquilino, una borsa di cuoio a tracollo; il tizio che armeggiava con le borracce appariva essere il più alto, un elegante vestito grigio da notabile e una bombetta ugualmente grigia sulla testa; il terzo tizio, non appena voltatosi dopo la minzione, aveva il volto di un giovane bracciante sbarbato.
    Ormai il Sindaco era a pochi metri dai tre: la mano rugosa arrestò il suo moto continuo verso la criniera del cavallo e rimase sospesa; l’altra mano spinse in sù il cappello per meglio osservare, poi passò in giù ad arricciare un baffo.
    Un’espressione di curiosità ravvivò il suo volto.
    I tre lo guardavano.
    Poi l’alto notabile in grigio si fece in avanti, sorridendo a braccia aperte:
    “ Carissima Eccellenza, quale onore incontrarla qui!”
    Il Sindaco osservò che il notabile era particolarmente alto e slanciato. Sembrava avere poco più di quarant'anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, sopracciglia nere, una più alta dell'altra, ma soprattutto la cosa che lo colpì fu che al posto dell’occhio sinistro aveva un occhio giallo, finto, sembrava quasi di pietra.
    “ Con chi ho l’onore di parlare?”
    “ Mi chiamo Arcangelo del Sisto, Illustrissimo!... Appena arrivato nell’agro per assistere al lavoro delle vostre egregie terre con l’aiuto delle mie maestranze... Pirrocco!... Gianvito!... Salutate Sua Eccellenza il Sindaco!”
    I due bifolchi sorrisero, evidenziando la disastrata dentatura giallognola piena di falle nerastre, poi fecero a turno un inchino.
    Il Sindaco li guardò per un attimo con aria di sospetto. Quella stessa mano che accarezzava il cavallo ora accarezzava la rivoltella nella tasca  della giacca. Poi la mano, quasi istintivamente, scalò il tessuto ed andò ad infilarsi guizzando con due dita all’interno.
    Il Sindaco sentì fra i polpastrelli la superficie liscia del calcio della pistola.
    Il signor Arcangelo, fissandolo negli occhi, in quel momento si fece tetro, con il guanto nero  porse la mano al Sindaco, e con la voce secca proferì: “ Vorrei lasciarle le mie credenziali, Sua Eccellenza!”
    Così dall’interno della giacca, con un unico movimento, estrasse l’arma, la puntò.
    E sparò.
    Il fiotto di sangue schizzò in aria, imbrattando i rami pendenti della quercia.
    Solo per un attimo la mano del Sindaco si rizzò verso la criniera del cavallo.
    Lo accarezzò per un ultima volta, poi cadde all’indietro, ed infine tracollò a terra, precipitando stecchito da cavallo con un tonfo.
    L’Arcangelo Assassino fissava la sua vittima, agonizzante sul selciato, mentre le gocce di sangue colavano dai rami andando a riempire la sommità concava del suo cappello.
    I due bifolchi avvicinandosi con occhi arrotati estrassero due lunghi coltelli, uno dalla borsa, l’altro dalla giacca, e presero a finire definitivamente il Sindaco, con ripetute coltellate sul petto e sull’addome.
    Lo trafiggevano con ferocia, come se Egli avesse fatto loro un grave ed imperdonabile torto.
    Ficcavano il coltello nel corpo fino a trapassarlo ed ogni coltellata era accompagnata da un grido di ferocia e un affanno da bestia affamata. Il sangue schizzava suoi loro volti e la mano pelosa e nerboruta, si alzava ripetutamente in cielo per poi infiggersi sul corpo straziato, ormai senza vita.
    Il notabile, al contrario, dall’alto continuava a fissare la scena, con l’occhio funzionante non meno impassibile di quello finto. Quella gialla sfera nell’orbita oculare dell’assassino fissava la cruenta carneficina con soddisfazione ed un ghigno, un accennato sorriso leonardesco, apparve sulle labbra sottili ad esprimere la sua soddisfazione.
    E le grida continuavano e le bestie continuavano a squarciare il cadavere, mentre tuttattorno sembrava regnare il silenzio. E nessuno s’accorse di niente, nulla fu avvertito dai massari vicini.
    Anche se almeno quattro masserie erano situate solo a poche centinaia di metri dal luogo del misfatto.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:31
    L'uomo senza testa

    Come comincia: Un uomo senza testa andò da un uomo senza gambe e gli disse:
    " Non posso parlarti... Sono senza testa!"
    " E allora perché mi parli?" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Per avvisarti che non posso parlare!" - gli rispose l'uomo senza testa.
    " Ma non è possibile avvisare senza poter parlare!" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Questo perché sottovaluti il potere dell'educazione!" - disse l'uomo senza testa.
    " Mi stai dando del maleducato, coglione!?!" - disse l'uomo senza gambe.
    " Ci mancherebbe, testa di cazzo!" - gli disse l'uomo senza testa.
    L'uomo senza testa allora prese un machete e tagliò a pezzi l'uomo senza gambe, che ora rimase senza gambe, ma anche senza il resto. 
    L'uomo senza testa però se ne pentì subito, si prese la testa tra le mani dalla disperazione, ma non si prese, perché non aveva la testa. 
    Così morì di tristezza ed ebbe un infarto.
    Una brutta faccenda che sarebbe stato meglio non raccontare a nessuno.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:30
    L'aborto

    Come comincia: Io e la mia ragazza, qualche mese fa, abbiamo abortito.
    Cioè: la mia ragazza ha abortito. Io, invece, ho solo adempito ai compiti a cui un buon coniuge deve adempiere in questi casi. Ovvero: costringere la propria consorte ad abortire.
    E nonostante tutti gli schifosi tappa-vagine, salva-feti, obiettori di coscienza che ci son in giro, nonostante il cima anti-abortista che imperversa in Italia –  alla fine siamo riusciti a trovare un tipo che c'ha fatto abortire con serenità.
    Quest'uomo si chiamava Ahmed, era siriano e al posto della mano sinistra aveva un uncino.
    Per la modica cifra di 54 euro e 99 centesimi, Egli, il nostro salvatore, è riuscito, con una combinazione di nitroglicerina,  a far esplodere il feto dentro l’accogliente utero di mia moglie, rivendicando l'uccisione a nome di Al Quaeda e gridando: "Allah è al bar!"
    Dopo qualche ora la mia compagna ha espulso il feto: una via di mezzo fra un Alien e un gamberetto.  
    Ed è a quel punto che noi altri ci siam intristiti e la disperazione ci ha pervaso.
    E fissavamo quel piccolo feto morto nell'asciugamano insozzato di sangue. E noi lo guardavamo e pensavamo alle rivendicazioni degli anti-abortisti: forse questi ultimi avevano veramente ragione, forse noi eravamo solo degli assassini. Avevamo interrotto una vita umana, c'eravamo sostituiti a Dio per decidere cos'era giusto o sbagliato!... Quel bambino avrebbe potuto diventare qualcuno, avrebbe potuto avere una vita eccezionale... Noi invece, solo per egoismo, gli abbiamo tarpato le ali, abbiamo tolto a questa creatura il suo futuro... E ora quella piccola creatura era solo un feto, un piccolo feto morto, che non si sarebbe più potuto alzare, non avrebbe più potuto vivere la propria vita…
    Non avrebbe più potuto amare, sognare, cantare e ballare!
    Fu proprio a quel punto che il feto morto accasciato sul pavimento di colpo si svegliò, saltò in piedi… e cominciò a ballare scatenato, cantando a squarciagola la celeberrima canzone nazional-popolare
     ‘Con 24 000 baci’!
    Egli era bravo, ma non era quello che stavamo cercando.
    Così pigiai il bottone rosso e gli dissi: "Per me è no!"
    Il feto morto sorrise e ci disse, continuando a ballare e a cantare:
     "I'm the dancing feto morto, dancing feto morto!...”
    “Sono il Feto Morto Ballerino!... E prima o poi ce la farò a farcela, e avrò successo nel mondo dello show business!"” – spremendo i suoi piccoli occhi deformati.
    "Ti facciamo i nostri migliori auguri, piccolo feto morto!" - disse mia moglie.
    Tre giorni dopo il feto morto ballerino venne avvistato all'aeroporto di Malpensa: stava prendendo un aereo per l'Ucraina.
    Pare che egli si sia definitivamente trasferito lì, che abbia avviato una attività imprenditoriale di successo e pare che al contempo sia diventato  una grande star dei teatri, dei circhi e dei burlesque di Kiev.
    Ora lavora per la tv di Stato ucraina in coppia con un bambino deformato di Chernobyl, facendo ridere sia i grandi che i piccini.
    Inoltre, il nostro piccolo Feto Morto Ballerino ha aperto una catena di ristoranti e ha lanciato la moda degli spaghetti con i feti morti (piatto incredibilmente simile agli spaghetti con i frutti di mare).
    Una innovazione assoluta nel campo del riciclaggio e della ristorazione.
    Che vi consigliamo di consultare sul sito www.fetimortiallapescatora.com.
    Così il feto morto ballerino fra le sue performances e il ristorante di feti morti è riuscito a fare carriera e a dare un senso alla propria vita
    E gli anti-abortisti hanno avuto ancora una volta torto.
    Poiché hanno avuto la dimostrazione che anche il feto morto in realtà è vita, anche il feto morto può avere un proprio sviluppo artistico e professionale e continuare per la sua strada dopo l’espulsione.
    Soprattutto se è un feto morto di talento: 
    Magari un feto morto ballerino!

  • 25 settembre 2014 alle ore 20:54
    LO RITRATTO

    Come comincia: Io sono morto, ma voi siete ancora vivi, voi. Io al momento non ci sono ne sono morto. Voi .
    Vorrei morire nudo su di una poltrona di pelle marrone , con o senza ciabatte, poco importa.
    Queste voragini che sono i miei occhi hanno sudato guerre,  hanno sudato ogni vostra terrena emozione , hanno contato i granelli di sabbia dello scorrere vostro. Voi, voi siete ancora vivi o cosi pare. Io al momento m’aggiro in qualche strada scordata dalla memoria e vi guardo, vi guardo vi scruto vi analizzo vi consumo. Vorrei morire qui e adesso , nudo, con o senza ciabatte poco m’importa, su questa poltrona a mia forma ed immagine di pelle marrone.
    Voi siete vivi, voi, ma non lo sapete.
    Non vorrei morire mai, e restare nudo con o senza calzini poco m’importa su questa poltrona  a prendere polvere , nel diventare non altro che un soprammobile vivente e voi, ve lo assicuro, paghereste qualsiasi somma per avermi come pezzo di arredo o antiquariato.
    Ma voi siete vivi, io non sono ancora morto, o forse non sono mai esistito.
    Mi piacerebbe molto tornare ad essere voi, voi! Voi che siete vivi. M’alzerei soave da questa poltrona marrone di pelle e non sarei più nudo, mi vestirei, indossando le scarpe o meno mi è indifferente. Ma siete voi i vivi , io m’accingo ad esser morto, miseramente nudo adagiato su questa pelle eco marrone , in questa stanza grigio fumo e da quella finestrella vedo voi, voi! Voi che siete vivi, colorati, vestiti, con scarpe cappelli macchine fotografiche appese come collane al collo, con al guinzaglio coccodrilli  e gazzelle, v’aggirate vivi ovunque. Ma io che non sono ne vivo ne morto tremo di stupore quando vi vedo vivi, quando non vedete me. Allora non esisto o sono morto o mi sono dissolto nelle pieghe di questa poltrona di pelle marrone.

    Shiddarta-Asia Lomartire

  • 23 settembre 2014 alle ore 16:14
    Felice e l'incontro con gli scuri

    Come comincia: Le patatine piccanti lo facevano impazzire, mentre mangiava arrostendosi la bocca si chiedeva quale angolo remoto del suo cervello lo raggirasse ogni volta costringendolo a subire quella tortura. Eppure quando finiva il sacchetto e si scolava una lattina di bibita veniva avvolto da un senso di benessere che lo ripagava del sacrificio. Ripose il pattume negli appositi raccoglitori, ormai in qualsiasi luogo aperto al pubblico si faceva la raccolta differenziata e lui ci teneva a contribuire a separare tutto. Lo speaker aveva annunciato mezz'ora di ritardo, un guasto tecnico aveva costretto gli addetti ad un immediato controllo dell'apparecchio. L'aeroporto era grande ed affollato e lui sapeva come far passare il tempo, infatti dopo aver sgranocchiato le patatine si era accomodato su una poltroncina ed aveva estratto dal suo bagaglio a mano un libro tascabile di facile lettura. Non era un uomo di Neanderthal, anche lui possedeva un cellulare di ultima generazione con tutte le applicazioni possibili ed immaginabili, ma quando poteva si immergeva nella lettura in modo da alleggerire il cervello da ansie e pensieri. Aveva superato da poco la metà del libro quando dai microfoni udì l'annuncio sperato, il suo volo diretto a Madrid sarebbe partito a breve; bene, pensò, si parte. Finì il capitolo lasciando la protagonista del romanzo alle prese con una pazza omicida che ammazzava le sue vittime e poi le dava in pasto ai porci. Che fantasia pensò Felice, eppure quella poliziotta, protagonista di vari episodi, era tosta. Richiuse il tascabile e lo ripose nella tasca interna della sua borsa da viaggio, si alzò per sgranchirsi le gambe e si avviò verso l'entrata del suo imbarco. Restò paralizzato quando sentì una voce alle sue spalle chiamarlo per nome "Felice! Ehi, Felice aspettami, sono io" Riconobbe quel cinguettio ma si girò convinto di essere di nuovo colto da una delle sue visioni o peggio, rapito dagli alieni. Invece vide lei che lo stava raggiungendo di corsa, il cuore cominciò a battergli forte ed un tremolio attraversò tutto il suo corpo finché lei fu a pochi centimetri da lui "Dove credevi di andare?" Disse la ragazza con fare civettuolo. Lui non riusciva a parlare travolto dall'emozione, la bocca secca e il battito accelerato lo avevano messo alla sua mercé e lei ne approfittò immediatamente "Ho trovato un biglietto e sono riuscita a sostituirlo con chi ti stava accanto, da qui al Brasile sarò il tuo angelo custode così avremo modo di conoscerci meglio" Felice era piantato a terra e lei lo prese per mano sollecitandolo a muoversi "Su Felice, non vorrai mica perdere il volo, andiamo!" "Va bene Aurora, andiamo"
    Felice ci mise quasi mezz'ora per realizzare ciò che stava accadendo, tempo che lei utilizzò per investirlo con un fiume di parole e domande alle quali lui rispondeva automaticamente. Così, mentre il volo stava prendendo la rotta prevista, Aurora aveva già estorto a Felice le notizie salienti sulla sua vita "Sai" Continuò lei imperterrita "E' stato facile risalire a te, sono riuscita ad avere informazioni dagli addetti dell'ospedale, sono stati molto gentili e poi.." "Perché?" Chiese lui come se lei fosse appena apparsa "Cosa?" Rispose sorpresa "Perché sei qui? Non mi interessa come hai fatto a trovarmi, voglio sapere perché" Fu deciso nella sua richiesta, non voleva risposte evasive, voleva la verità e lei questo lo capì, infatti si girò verso l'oblo alla sua sinistra e rispose con aria meno baldanzosa e a bassa voce "Perché mi sono innamorata di te" Quella risposta sortì in lui l'effetto di una scarica di adrenalina e senza pensarci su afferrò dolcemente lei per un braccio e la invitò a girarsi verso di lui. I loro sguardi si incontrarono e immediatamente si abbracciarono e baciarono con passione, fu un bacio profondo che li fece sentire per un attimo estranei da tutto il resto e poi si fissarono nuovamente; nessuna parola uscì dalle loro bocche, stavano comunicando con gli sgaurdi e ciò che vedevano erano solo sensazioni d'amore. Stremati da quelle forti emozioni nel volgere di pochi minuti si addormentarono mano nella mano.
    Felice, convinto di dover viaggiare da solo, aveva trovato uno di quei voli strani con vari scali: da Roma avrebbe fatto tappa a Madrid, poi a Dakar e infine sarebbe arrivato a San Paolo. In quel momento stavano sorvolando il deserto del Sahara ed erano ancora immersi nel sonno. Lui stava sognando, era su di un pullman di quelli a due piani tipici di Londra, ma non era in Inghilterra. Il mezzo procedeva in mezzo al deserto e mentre lui ammirava quel paesaggio sterile, ma allo stesso tempo affascinante, alle sue spalle si stagliò possente l'ombra di qualcuno. Si girò di scatto trovandosi davanti uno di loro e solo in quel momento si rese conto che il pullman era vuoto, a bordo non c'era nessuno, nemmeno l'autista, solo lui e quell'altro.
    "Ma bene, quindi sono di nuovo nelle vostre mani; e io che pensavo di potermi godere un sogno tutto mio" Esordì Felice sarcasticamente "Tu stai sognando" Rispose l'altro in maniera distaccata "E stai dormendo accanto alla donna di cui ti sei innamorato. Il tuo aereo sta sorvolando il Sahara, ma non vi state dirigendo verso il Senegal, bensì nella città di Gao. Stai attento, loro sono lì " Concluse frettolosamente l'altro "Loro chi?" Chiese Felice "Gli scuri, stai attento agli scuri" E detto ciò svanì. Il sogno si fece sconclusionato e dopo un po' Felice si svegliò con impressa nella mente una frase; stai attento agli scuri. Aveva ancora nella sua mano quella di lei che dormiva beatamente e stava per servirsi da bere dell'acqua quando l'aereo sembrò virare in modo repentino verso sinistra e senza volerlo rovesciò un po' d'acqua sulle gambe di Aurora che si svegliò di scatto.
    "Cosa succede?" Chiese ancora intontita dal sonno.
    "Non lo so, ma non mi piace" Rispose lui mentre con un fazzoletto di carta cercava di asciugare un po' le gambe della compagna. Nel frattempo l'aereo si era inclinato ulteriormente e adesso i passeggeri dovevano allacciarsi la cintura e tenersi forte se non volevano essere disarcionati dai propri sedili. Una voce dal microfono stava dicendo qualcosa in inglese, poi parlò in francese ed infine in italiano <A causa di un  improvviso guasto tecnico siamo costretti ad un atterraggio d'emergenza nell'aeroporto disponibile più vicino. Vi informiamo che faremo tappa a Gao per poi ripartire al più presto. Il capitano si scusa per l'inconveniente e vi chiede di portar pazienza> I passeggeri reagirono nei modi più disparati: c'era chi inveiva contro quella compagnia da strapazzo, chi rideva per l'inconveniente, chi sembrava non dar peso a ciò che stava accaadendo e tutta una serie di reazioni emotive più o meno normali in quei casi. "Qualcosa non va?" Chiese Aurora vedendo Felice completamente estraniato "Gao!" Escalmò lui "Cosa?" "Ha detto che atterreremo a Gao, non va bene" "Perché?" Domandò lei che cominciava a capir gli atteggiamenti dell'uomo "Perché a Gao troveremo gli scuri"
    Dopo circa tre ore stavano percorrendo una strada polverosa a bordo di un pulmino sgangherato che li avrebbe condotti presso un piccolo hotel della città per passare la notte. Il problema al loro aereo era più complesso del previsto e, non essendoci voli sostitutivi, il comandante dopo mille scuse e raccomandazioni aveva convinto i passeggeri a farsi accompagnare, a spese della compagnia, in hotel a Gao nell'attesa che l'aereo fosse riparato. Nonostante i mugugni avevano accettato tutti di buon grado; una doccia e una buona dormita avrebbe permesso loro di ricaricare le pile. Dopo aver espresso le sue preoccupazioni in merito ad un atterraggio a Gao, Felice non aveva più parlato e Aurora era in difficoltà. Si era innamorata di lui a prima vista e voleva stare sempre al suo fianco, ma le era chiaro che l'uomo nascondeva qualcosa di grave e pericoloso. Dopo essere giunti presso la struttura che li avrebbe ospitati, i due vennero sistemati in una camera matrimoniale; non erano sposati ma quando uno degli addetti chiese loro se una camera per due fosse stata di loro gradimento, Aurora accettò all'istante non lasciando a Felice modo di replicare. La camera era provvista di aria condizionata e tutto sommato era pulita ed ordinata. Lei stava sistemando la sua borsa mentre Felice era sdraiato sul lettone con lo sgaurdo fisso verso l'alto "La nostra prima notte insieme" Disse lei sorridendo, ma lui non fece il minimo movimento, nessuna espressione o commento e allora lei rincarò la dose "Ho dovuto fare i salti mortali per raggiungerti e adesso che siamo qui da soli te ne stai lì impalato a fissare il soffitto!?" Per alcuni istanti sperò di aver sortito qualche effetto su di lui ma dopo alcuni minuti Felice si alzò e si diresse verso il piccolo bagno munito di doccia. Lei sentiva il rumore dell'acqua infrangersi sul corpo dell'uomo e presa dall'eccitazione lo raggiunse sotto la doccia. Lui la accolse con calore, fecero l'amore e poi si trasferirono sul letto dove bissarono il loro amore. Aurora era raggiante, il suo profumo riempiva la piccola stanza e Felice se ne stava beando.
    "Io e te dobbiamo parlare" Disse lui con calma ma con un tono che non permetteva repliche "Dopo" Rispose invece lei che lo prese per il collo e lo tirò a se e dopo aver fatto nuovamente l'amore si addormentarono.
    La luce inondava la stanza, a quelle latitudini il sole sorgeva presto. Lui si svegliò con la sensazione di aver trascurato qualcosa, ma la vista della sua compagna sdraiata vicino lo tranquillizzò all'istante. La libido era al culmine ma si costrinse a stare calmo e dopo essersi rivestito svegliò dolcemente Aurora baciandola sulla guancia "Sveglia tesoro, andiamo a fare colazione" Lei aprì gli occhi e lo fissò con quel suo sguardo ammaliatore, Felice era pazzo di lei "Che ore sono?" Chiese con la voce ancora impastata dal sonno "Non ne ho idea, ma il sole è già alto; una buona colazione e due passi all'aria aperta ci serviranno per schiarirci le idee" Lei fu presa dal panico, cosa voleva dire con quelle parole? Che la loro era stata solo una notte di sesso e niente più? L'uomo percepì quei dubbi e dopo essersi avvicinato all'orecchio di lei sussurrò "Ti amo, stai tranquilla. Adesso preparati che dobbiamo parlare" E detto ciò la baciò delicatamente sul collo. Lei trasalì, ma si trattenne e fece un cenno d'assenso con il capo.
    Un incaricato aveva appena comunicato loro che il volo non sarebbe ripreso prima di 36 ore e quindi avrebbero dovuto passare la giornata a Gao e probabilmente un'altra notte. Aurora si meravigliò della reazione di Felice o meglio della totale indifferenza per quella notizia, infatti mentre tutti gli altri passeggeri avevano sonoramente protestato più o meno civilmente, lui sembrava quasi contento di quel contrattempo. Stavano consumando la colazione quando lei, preso coraggio, chiese "Hai voglia di raccontarmi cosa sta succedendo?" Lui alzò lo sguardo verso il cielo e poi la fissò "Sì, stammi a sentire" Felice raccontò in maniera dettagliata le sue esperienze ultraterrene, la perdità dell'amico Franco, la sua vita nel quartiere e spiegò come i suoi genitori, al quale era sinceramente affezionato, lo avessero tenuto all'oscuro di quel segreto. Parlò anche delle frustrazioni, delle sue paure ed insicurezze, aggiunse di essere in cura presso una psicoanalista e accostò il loro incontro ad un possibile disegno degli alieni. Parlò ininterrottamente per più di un'ora e lei lo ascoltò con attenzione senza mai interromperlo, senza mai dubitare dlle sue parole; lui fu contento di quell'atteggiamento e alla fine concluse "Ecco, questa è la mia storia strampalata e adesso forse ti sarai pentita di avermi seguito fin qui" La ragazza non rispose, prese il bicchiere pieno d'acqua e ne bevve lentamente tutto il contenuto, si asciugò la bocca con un fazzoletto e poi sospirò. Felice stava per dire qualcosa ma lei lo anticipò "Aspetta" Disse con calma, si alzò e si mise difronte a lui che alzò il capo verso di lei, si fissarono per un attimo poi le loro labbra si incontrarono e si baciarono con passione. Quando si staccarono per riprendere fiato lei parlò con tono deciso e sincero "Ti sarò sempre vicina Felice, ti amo" Lui fu rinfrancato da quelle parole e dopo aver abbracciato energicamente la sua compagna si alzò e la prese per mano "Andiamo" Le disse e lei lo seguì.
    "Dove stiamo andando? Conosci questi posti Felice? Le guide hanno detto di non allontanarsi troppo dall'hotel, non è una zona tranquilla questa" "Infatti" Rispose lui " Ed è proprio per questo che voglio dare un'occhiata in giro" Lei non ribattè e dopo circa mezz'ora passata a camminare per le strade di Gao, lui si fermò davanti alla veranda di una casa. Alcuni bambini stavano giocando con dei palloni nuovi e lucidissimi e le loro risa riempivano l'aria di gioia, eppure Felice notò qualcosa di strano; erano tutti maschietti, una decina circa ma nessuna bambina. Si avvicinò ad uno dei piccoli che per nulla intimorito proseguì nel suo gioco, sapeva di non potersi far comprendere eppure chiese istintivamente "Dove sono le bambine? Dove sono le vostre sorelle?" Il ragazzino afferrò il suo pallone e si rivolse a lui "Ben arrivato Felice. Qui gli scuri hanno preso il sopravvento, entra in quella casa e, se vorrai, vedrai. Ma stai attento, devi essere forte o soccomberai" "E lei?" Chiese Felice preoccupato, ma adesso il ragazzino lo stava guardando con aria interrogativa e si mise a urlare nel suo idioma incomprensibile per poi unirsi agli altri bambini. Lui restò fermo un attimo, la mano di Aurora era serrata al suo braccio e quando si voltò verso di lei vide nei suoi occhi lo sgomento "Tu e quel ragazzino siete spariti per un attimo. Eravate qui e all'improvviso siete scomparsi. Ti ho chiamato a squarciagola ma dopo alcuni istanti, come eravate spariti, siete riapparsi. Cosa sta succedendo?" Lui cercò di tranquillizzarla, le aveva raccontato di strane esperienze e lei aveva detto di credere alla sua storia. Adesso sai di cosa stavo parlando, stai ancora con me?" Chiese lui accigliatò e lei rispose senza tentennamenti "Si, sono con te, ho detto che ti amo" "Anche io. Adesso devo entrare in quella casa, probabilmente correrò dei rischi, ma sono qui per questo. Tu mi aspetterai in albergo, non voglio esporti a inutili pericolii, ok?" Lei lo guardò con gli occhi umidi e dopo averlo baciato rispsoe "D'accordo, come vuoi tu" Felice sorrise e si diresse verso la casa indicatagli dal ragazzino, varcò la soglia della piccola abitazione e si trovò in una piccola stanza illuminata dalla luce esterna; non c'era nessuno, solo un tavolo con due sedie e sul lato sinistro una piccola apertura che conduceva in un'altra stanza, vi si avvicinò per entrare ma qualcosa lo bloccò. Paura? Istinto di sopravvivenza? O semplicemente la consapevolezza di essere di nuovo in balia di qualcosa fuori dalla sua portata? Assalito da tutti quei dubbi stava per tornare indietro quando una mano afferrò la sua e la strinse forte. Riconobbe immediatamente quella stretta e la voce di lei lo rassicurò "Sono con te, non ti lascio solo" Lui rispose alla sua stretta e dopo averle detto "Andiamo" Varcarono la soglia di quella stanza.
    Lei non si meravigliò troppo, aveva creduto ai racconti di Felice ed era pronta a tutto, lui invece non smetteva mai di stuipirsi di fronte a quei fatti. Si trovavano in un grande spazio chiuso ma ben illuminato, forse un capannone, tutto era in ordine e perfettamente pulito, tavoli, sedie, divani e scaffali pieni di libri e oggetti di modellismo; l'impressione era quella di trovarsi in un ambiente olografico dove tutto era perfetto. Aurora lasciò la mano di Felice e con attenzione sfiorò un tavolo, spostò una sedia e chiese a lui di fare altrettanto, quindi si accomodarono in silenzio e infine lei chiese: "Dove siamo?" Lui fece per rispondere ma una voce cupa e potente lo anticipò "Siete nel mio regno!" Un gigante scuro era apparso dal nulla e si stava dirigendo verso di loro attorniato da un nugolo di bambine e fanciulle, tutte quelle ragazzine che Felice non aveva visto giocare per strada. Lo scuro notò i loro sguardi severi e precisò "Con me stanno bene, io mi prendo cura di loro al contrario della loro gente" "Bastardo!" Inveì Aurora "E lei chi è?" Chiese lo scuro sorridendo, evidentemente conosceva già la risposta ma si stava divertendo "Lei è la mia compagna di cui sono innamoratissimo e a cui non torcerai un capello" Rispose Felice seccamente per poi proseguire "Io non so da quale inferno tu sia sbucato, ma stai tranquillo che ci tornerai presto" "Inferno?" Lo schernì l'altro "Quale inferno? Il gigante si fece minaccioso e Felice istintivamente si parò davanti ad Aurora che altrettanto istintivamente afferrò la sua schiena per proteggersi "Ma che teneri, veramente" Continuò lo scuro con aria strafottente. "Sono sicuro che vi sacrifichereste l'uno per l'altro, dico bene?" Felice ed Aurora non risposero e lo scuro proseguì "Queste bambine, queste giovani donne, sono qui perché lo voglio io e nessuno fa nulla per impedirlo. Gao é una città in guerra, dimenticata da tutto e tutti, qui vige la regola del più forte e il più forte sono io. La gente del posto è contenta di farmi dono di alcune giovani, in cambio io li proteggo dagli attacchi esterni, quindi non sono io il mostro ma siete voi essere umani creature senza pietà, egoisti ed incapaci di ribellarvi ed è per questo che alla fine saremo noi a prevalere, siete voi che ci volete" Rimarcò il gigante mentre con una risata sinistra riempì il silenzio di quell'ambiente e nonostante tutto le giovani ragazze sembravano a loro agio "Questo è il regno dell'ordine e della pulizia e non permetterò a due scarafaggi come voi di  insozzarmelo, chiaro?" Adesso lo scuro era davvero minaccioso, ma Felice non arretrò di un centimetro e rispose "Senti pagliaccio, cosa faresti se io e lei volessimo riportare queste giovani alle loro famiglie, nelle loro case? Come faresti ad impedircelo?" Lo scuro ebbe un moto di stizza ma si ricompose subito e rispose con calma "Provateci se credete di farcela" Fu Aurora ad avvicinarsi al gigante e alle ragazzine che sembravano aver capito tutto ma che non si staccavano un attimo dallo scuro. "Se volete, ragazze, potete seguirci fuori di qui, potete tornare alle vostre case, vi aiuteremo noi, non temete" Al contrario del previsto lo scuro non fece nulla per trattenerle, anzi, sembrò sfidare la donna che con tanto coraggio si era mossa in aiuto delle fanciulle. Alcune bambine fecero per seguire Aurora, ma senza che niente e nessuno le costringesse, si misero di nuovo vicino al gigante che dopo alcuni istanti scoppiò in una grassa e tenebrosa risata "Avete visto sciocchi? Stanno meglio con me, nel regno dell'ordine e dell'ombra. Gao è nostra e presto tutto il mondo sarà nostro, non dobbiamo fare altro che aspettare pazientemente, sarete voi umani, con la vostra presunzione, a consegnarci il vostro pianeta su un piatto d'argento e niente e nessuno potrà venirvi in soccorso. Farete la fine che meritate, diventerete tutti nostri schiavi, ahahah!!!!" Quella risata rimbombava forte nella testa di Felice e nel frattempo il buio totale fu squarciato da un lampo di luce che lo fece trasalire. La sua mano fece una leggera pressione corrisposta con calore, Aurora era lì con lui sdraiata sul pavimento polveroso della casa. Stava per girarsi verso di lei quando l'altra mano trasmise al suo cervello intorpidito un chiaro segnale, un'altra mano lo stringeva forte, una mano piccola e delicata. Felice si alzò, i suoi occhi si erano adattati a quella luce soffusa, il sole fuori stava tramontando; una bambina di non più di dieci anni era lì, con loro. Nel frattempo anche Aurora si era ripresa e si avvicinò a lui che stava ossevando la piccola "E' una di loro" Domandò speranzosa "Si Aurora, è una di loro. Qualcosa le ha permesso di superare il muro nero che la separava da questa realtà, lei probabilmente preferisce affrontare le difficoltà della vita e combattere piuttosto che restare nell'oblio degli scuri. Loro esistono, sono reali e anche se non li vediamo apertamente stanno portando il mondo in un abisso; vogliono cancellare la nostra razza, non fisicamente, la vogliono a loro completa disposizione, succube delle proprie paure e della propria ignoranza. Non dobbiamo permettere che ciò accada" Felice era scuro in volto, quella bambina era lì a testimoniare che anni di incubi, visioni e fatti strani non erano il frutto della sua fantasia, ma un pericolo reale. Aurora lo prese per mano, la piccola aveva aperto gli occhi e con lo sguardo di chi si sveglia da un incubo li stava fissando con aria interrogativa. La donna si avvicinò a lei e con un gesto materno le prese il capo tra le mani, la baciò in testa e per rassicurarla le sussurrò parole dolci nell'orecchio e anche se la piccola non capiva quel linguaggio fu ugualmente tranquillizzata da quel gesto e un sorriso stupendo apparve sulle sue labbra, l'incubo era finito. Aurora aiutò la piccola ad alzarsi e si rivolse a Felice "E adesso?" Lui roteò gli occhi in cerca di una risposta e disse risolutamente "E' chiaro che qualcuno ha voluto che noi fossimo qui in questo momento, questa gente ha bisogno d'aiuto e noi glielo daremo. Adesso accompagniamo la piccola a casa sua e poi penseremo al da farsi" Allora presero per mano la piccola e usciti da quella casa si avviarono canticchiando verso il centro della strada.
    Un apparecchio stava emettendo un suono impercettibile, lei lo avvicinò all'orecchio e rispose "Si?" Dall'altro capo una voce autoritaria chiese: " Come stanno andando le cose?" "Sembra che si stia rendendo conto di qualcosa, non ne sono sicura. Sta di fatto che a sua insaputa ha già portato a termine una missione" "Bene! Non perderlo mai di vista, le cose si stanno mettendo male e abbiamo bisogno di lui" "Certo" Rispose lei mentre la comunicazione si era interrotta. Felice aveva la stoffa del prescelto, loro lo avrebbero usato per i loro scopi.

  • 23 settembre 2014 alle ore 13:28
    Le tue mani

    Come comincia: Avevi grandi mani, sempre calde, anche nei più freddi giorni d'inverno, e nonostante il lavoro in ufficio, piccoli calli, che rivelavano la passione tua più grande, la falegnameria fai da te, quel creare col legno mobili preziosi, pezzi unici, che arricchivano, con la loro elegante bellezza, spazi in case di persone che amavi, cui li regalavi lieto, e pagato dagli occhi sorpresi,incantati e felici di chi li riceveva. Le avrei riconosciute ovunque quelle mani, ad occhi chiusi, fra milioni di mani, le avrei riconosciute toccandole, annusandole, le avrei riconosciute se avessero toccato me. Nessuno conosceva così ogni centimetro della mia pelle e la mia pelle aveva sempre risposto a quel tocco coi brividi delle prime volte. Mani sapienti, abili, audaci, perverse, dolci,tenerissime...erano tutto, erano magia,passione, sesso, poesia. Potevo far l'amore anche solo con le tue mani,arrivare, dove più lontano si puo' arrivare col piacere, ascoltandole, abbandonata e persa in una dimensione da cui, potendo, non sarei tornata piu'. Ti somigliavano, le tue mani, erano come il tuo carattere, dolce, passionale, forte ma rispettoso,mai invasivo. Sono loro ciò che più mi manca di te. I miei piccoli pugni raccolti lì dentro erano il simbolo di tutta la sicurezza, la complicità, la protezione e l'amore che mi davi. " Ma i sogni arrivano lentamente e spariscono così in fretta". Ora ti guardo, quasi ti spio, oltre la vetrina di quel bar, chiedendomi come abbiamo potuto perderci, lasciarci, mollare la stretta. Ti guardo mentre carezzi lieve il volto di un'altra donna e mi sembra di sentirla sul mio. Ci saranno altre mani da stringere, lo so, altre mani da conoscere, altre mani su di me. Ma le tue, Amore mio perduto, le tue...nelle notti di buio e dolore, nei giorni di vento e paura, nei giorni di inattesa felicità, le tue cercherò per sempre di ricordare, le tue.

  • 22 settembre 2014 alle ore 14:14
    Universo

    Come comincia: Il nulla. Poi il più grande boato che l'Universo ricordi. Miliardi di particelle cercano identità e ci mettono milioni di anni per capire chi sono. Nascono le prime stelle, agglomerati di gas cosi' densi da innescare reazioni termonucleari al loro interno. Gli elementi più leggeri si trasformano in elementi più pesanti. Devono nascere e morire milioni di stelle per dar vita agli atomi più complessi. Una nuvola di polvere, una stella che nasce, dei piccoli sassi roventi gli girano attorno. Altri milioni di anni per dar vita ad un pianeta. E sconvolgimenti, collisioni planetarie, meteoriti, gas mortali. Nonostante tutto, nasce la vita. E strisciando conquista la terra. Estinzione dopo estinzione un piccolo roditore trova riparo in una grotta. I mammiferi prosperano. Arriva il tempo dell'Uomo, la parola, l'ascolto, la guerra, l'amore.
    La scienza, contrastando ogni dettame religioso, ci dice che ogni nostra emozione e' una reazione chimica, una risposta determinata da stimoli esterni. Gli atomi nati miliardi di anni prima all'interno di enormi stelle, si legano con altri atomi e danno vita a molecole, enzimi, ormoni, emozioni. Un intero Universo si e' mosso per farmi apprezzare gli occhi di quella ragazza, il profumo dei suoi capelli, il liscio candore della sua pelle. Come si fa a non vedere il Divino in tutto questo?

  • 20 settembre 2014 alle ore 11:21
    Amori senza confini - terza parte

    Come comincia: Fefè si spogliò e si gettò sul letto.
    "Fuori le novità."
    "Una buona ed una cattiva."
    "Cominciamo con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?
    "Sono lettere e numeri incomprensibili,spiegati meglio."
    ""È la password di un conto in Lussemburgo, vedi la Lu iniziale, qui sono depositati 100.000 euro a nostro nome."
    "Tu non l'hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarrti comprandoti. Ho dimenticato di dirti che Erik mi ha detto che hanno fatto testamento, a nostro favore, dei loro beni"
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a fare gli impiegati e vivere presso i nostri genitori oppure..."
    "Decideremo con calma, la notte... dimmi del secondo problema."
    "C'è stata una scenata tra Erik e Daniele, quest'ultimo forse anzi sicuramente innamorato di me non vuole avere più rapporti con lui, se non si rimetteranno insieme verrà fuori un casino tremendo, qui crollerà tutto." 
    "Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso per ora mollamela in fretta ed a lungo!"
    Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle proprio in faccia ad Eva che si alzò.
    Bacino al consorte che invece si girò dall'altra parte.
    "Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro ma rinunzia alla nostra libertà poi disponibilità sessuale verso tutti, io voto per rimanere allo status quo e tu?"
    "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, ricucire i rapporti fra Erik e Daniele è più impegnativo, cos'hai pensato?"
    "Siccome sono io il problema mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare."
    "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..."
    "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro, porca miseria!"
    "Ma anche tu sarai fra due fuochi, chiamali fuochi!"
    "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo sesso che ci ha portato..."
    "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia."
    "Ci proverò ma sarò sempre sincera e se non ti va bene ti dirò tante bugie, scegli."
    "Scelgo le bugie."
    "Non ci credo, mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera!"
    Le svizzerotte erano partite, Fefè preferì lasciare campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Erik e Daniele in spiaggia.
    "Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Fefè va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici in camera mia ed ora un bagno rinfrescante con costumi che volano!
    Quell'appuntamento era di gradimento sia di Erik che di Daniele che finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due sorrisero in segno di pace, finalmente!
    Dopo,pranzo Fefè sparì dalla circolazione lasciando libero spazio ai due che si presentarono in camera di Eva prima dell'orario previsto.
    "Sono in bagno per lavare le mie cosine, Eva entrò in camera nuda con l'asciugamano fra le cosce.
    "Ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi?"
    I due non se lo fecero dire un'altra volta, si mostrarono già in armi.
    "Cominciamo con i bacini: da me tutti e due e poi fra di voi. Bene ora che vi  vedo in posizione: io carponi Daniele mi bacia la beneamata ed Erik il mio delizioso culino, voglio lubrificarmi un pò in attesa di grandi eventi."
    I due obbedirono all'unisono ed Eva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a favore dei due che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera.
    "Allora cambiamo, io davanti su un fianco dietro di me Erik in fica o nel culino come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto soddisfatto ma obbedì.
    Erik preferì il culino, in fica ci nuotava, Daniele come stabilito.
    Il trenino partì, in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e dietro la sua amata. 
    Tutti a turno in bagno.
    "Ora cambiamo, io la solita posizione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele" il quale preferì il fiorello,di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo e con ripetuti orgasmi.
    Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.
    Erano le diciassette , Eva: 
    "Ragazzi sta per tornare Fefè, ora che ci siamo tutti riappacificati niente più musi lunghi nè gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma voglio anche fra voi due ritornino i rapporti di una volta."
    "Caro resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel cuilino, loro due si sono inchiappettati a turno e si sono riappacificati, io mi sento come una nave scuola, metto un pò di pomata nei due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo!" 
    "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta dav parte di Erik invece di un normale scizzo di sperma, non ho capito."
    "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure come il legno, quando gode ha uno schizzo violento. una volta gli ho fatto un pompino, ho tolto la bocca prima che godessse e lo schizzo multiplo è arrivato a circa venti centimetri di altezza, ecco svelato l'arcano." 
    Un giorno dopo l'altro...
    Una mattina Daniele:
    "Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio...ancora dormi dai..."
    Erik in negozio non ci tornò più, era morto nel sonno.
    Il fatto nefasto cambiò la vita di tutti.
    Una pagina di necrologio degli amici sul giornale locale, un lungo corteo di macchine dietro il feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea di chi fosse Erik Anderson.
    Daniele fu il più colpito dall'evento luttuoso, non andava più in negozio, pssava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Fefè gli comprava, anche la televisione restava spenta.
    Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:
    "Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."
    Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver rivelato a Fefè il numero segreto del suo conto lussemburghese.
    "Ora non siamo benestanti, siamo ricchi anzi ultra ricchi!"
    Fefè ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Fefè comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo.
    La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine come se fossero stati vivi.
    Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti. Questi rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti.
    Ursula ancora si domandava perchè anche lei non era rimsta incinta.
    "Ursula ormai sei in menopausa, non persarci più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Fefè ed Eva, sempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti; per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale nè corteo di macchine, solo essere sepolti uno vicino all'altro.

     

  • 18 settembre 2014 alle ore 17:46
    Principi, Principesse e lo Stregone Nero

    Come comincia: Per una volta Gatto Silvestro non prova a mangiare Titti: mi è semblato di vedele un liblo in soffitta!
    L'avventura è interessantissima, incantati dall'atmosfera magica e degli oggetti che vi si trovano in soffitta, Gatto Silvestro e Titti scelgono nella loro esplorazione un libro magico e misterioso. A loro il compito di raccontare la storia, poiché solo loro la conoscono tutta!
    C'erano una volta, in un castello meraviglioso, due sorelle principesse, di nome Chiara e Laura,  dotate di poteri soprannaturali. Le due belle principesse sono luminose, amano la musica e la danza. Proteggono il castello e gli abitanti in cui abitano. Il loro è un mondo attivo, dinamico, ricco di suspense. Si schierano per il bene e diventano invisibili, per i loro straordinari poteri magici.
     Ogni anno, nel castello, si svolge una cerimonia in occasione del compleanno del re. Per questa importante occasione, Chiara e Laura, aumentano la sorveglianza del castello con guardie del corpo. La maggiore pericolosità per gli abitanti del castello è la presenza dello Stregone Nero, che disprezza l'amore ed è costantemente impegnato nella ricerca del dominio e del potere.
    Vuole che tutto dipenda da lui, è un malvagio bandito del regno perché vuole impossessarsi del trono per diventare il nuovo re e lo Stregone più potente del mondo.
    E’ maestro delle arti oscure e passa il tempo ad approfondire lo studio delle tecniche magiche basate sul fuoco e sull' oscurità. I suoi incantesimi sono davvero impressionanti. Infatti si sente superiore agli altri, e va all’avventura per guadagnare potere su chi considera inferiore.
    Quella sera nel castello si terrà lo spettacolo di un balletto in onore del Re. Lo stregone non lo perderebbe per nulla al mondo! Per penetrare nel castello, si traveste da monaco, approfittando della credulità delle guardie. Da quel momento, lo Stregone Nero desidera solo, come gli è ora possibile, sedersi sul trono per impossessarsi dei suoi poteri magici ed essere il più potente.
    Le principesse, Chiara e Laura, non riescono a sottrarsi alla sensazione della presenza dello stregone. In cima alla magnifica scalinata osservano lo stregone seduto sul trono, determinate e di spirito, con il loro potere magico, per scoprire qualcosa di sconosciuto o di nascosto, diventano lastre di ghiaccio invisibili.
    L’ira dello stregone è così devastante che gli consente di catturare le giovani principesse. Alla fine, però, lo stregone va incontro al suo crudo destino. Il fato interviene, con l’aiuto di due coraggiosi principi, quando tutto sembra andare per il peggio.  Lo stregone scatena un’ultima disperata battaglia per portare a compimento la sua volontà, le sue azioni, il suo destino. I Principi provano a liberare Chiara e Laura, ma lo stregone li respinge con i suoi poteri.
    I due Principi vanno dal Re, il quale promette loro che se fossero riusciti a liberare le principesse sue figlie, avrebbero potuto sposarle.
    Solo i due principi, dal cuore puro, potranno salvare le principesse e riportare il re sul trono!
    La coalizione che muove contro lo Stregone Nero, è composta dai due principi e dalle due principesse. Per proteggere Chiara e Laura dalle armi magiche, i valorosi principi portano uno scudo incantato, grazie ad un incantesimo lo stregone si distrae e si addormenta. Le principesse confezionano un incantesimo meraviglioso e lo usano per impossessarsi dei suoi poteri, lo scrigno con il Vuoto ritorna per assorbirli. Usando ancora la magia, lo scrigno scomparve nel nulla e lo stregone rinchiuso nelle carceri segrete non fu più ritrovato. Il Re ritornò sul trono, e le due Principesse si sposarono con i loro Principi e vissero tutti felici e contenti.

  • 18 settembre 2014 alle ore 16:46
    Amori senza confini - seconda parte

    Come comincia: Nulla di nuovo sul  fronte sesso, Erik e Daniele in negozio, Fefè ed Eva in ufficio senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ginevra e di Ursula.
    "Una grande e piacevole notizia, sono incinta, stò zozzone c'è riuscito!"
    "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme, ci mancava pure che facesse cilecca!"
    Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Fefè, l'aveva capito.
    Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di andarsene con grande giooia  dei loro ospiti omo.
    Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay, grande allegria, alcuni facevano del tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele.  Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava  allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene.
    Rientrari in casa:
    "Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?"
    "Ma quale campo minato. ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai da sempre che amo le Jaguar auto che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia che non ricordo."
    Malignamente Fefè pensò che quella domanda sulle preferenze automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...
    Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.
    Fefè,ancora assonnato, aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di...
    "Vieni cara, vieni a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto!"
    "Se è per me voglio rinunziare, sarebbe un'offesa per te, lo dirò a Daniele."
    "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale ben remunarato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera!"
    Il silenzio fu la risposta sdi Eva.
    Nell'uscire dal portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così,la chiave rimase al suo posto.
    Al mare giunsero pure gli amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a che Erik: 
    "Dagli almeno un bacino di ringraziamento, non essere così fredda, accetta il dono,è stato fatto col cuore parola mia!"
    Più col cuore Eva pensò ad una parte del corpo neno nobile, poi improvvisamente si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca alungo, quando si staccò:
    "Grazie tante, era il mio sogno proibito, col consenso di Fefè accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume.
    "Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, xti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Dai sessantamila euro in su, cosa intendi fare?"
    "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, inn caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e su quella di Erik, gli omo..."
    "L'amore, scusa se uso questa parola troppo grande, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai con lui."
    Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, Eva concesse a Fefè anche quella cosa che a suo tempo gli aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi.
    Dopo dieci giorni il giorno fatale: in posseso del chiesto certificato Eva comunicò a Fefè che domnica pomeriggio...
    Erik invitò Fefè al circolo del tennis e della vela dimcui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.
    Il tempo trasciorreva lento, prima i due seguirono le partite a tennis poi davanti al televisore ma Fefè non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto guardava l'orologio.
    Erik: "Ce ne andremo alle venti."
    "Alla faccia loro che dovevano farebin sei ore" il pensiero più sconsclusionato di Fefè.
    Eva era in cucina a preparare la cena., niente parole inutili, ne avrebbero parlato a lungo in  seguito a botta fredda come si dice in gergo.
    L'occasione fu una mattina in cui decisero di nion andare inufficio.
    "Ti senti di parlare o provi fastidio?"
    "Vuoi la verità o ci metto la mia fantasia?"
    "La verità completa."
    "Intanto Daniele ha il pene più picolo del tuo. Mi sono affosdata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, èmolto delicqto con la lingua, mi h fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi, forse è anche un feticista, ha apprezzato la mia bellezza e mi ha fatto i complimenti per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tete, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne somno meragliaya io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina galleggiava un pò, abbiamo riso, finaalmente ha avuto un orgasmo pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.
    Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese le lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parteb omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro, poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male ed ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che è stato spiacvole."
    "Vuoi andarci ancora?"
    "Seu tu ul padrone, lo dico in senso lato, capiscimi."
    Fefè aveva capito, ci sarebbero stati altri incontri ravvicinati, in seguito cercò di inquadrare la situazione:
    Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Fefè con la fidanzata, Erik con Daniele. Questo era lo stato attuale della situazione che forse in futuro poeva cambiare magari con l'inserimento delle due svizzerotte oppure in altro modo boh.
    Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altri che Fefè ed Eva non conoscevano.
    Eva per  accontentare la sua vanità si era truccata e vestita da wanp,  il tubino nero faceva trasparire un bel pò di cose buone non coperte da reggiseno e slip..
    I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per una mano e, con un inchino le chiese di ballare.
    Sparirono fra la folla,, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente, il salone era poco illuminato per volere dei padroni di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi....
    Dopo un pò di tempo Daniele ritornò vicino a Fefè.
    "Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti ed ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono bisessuali, capisci?"
    "Io capisco che ci sono corna in vista per tutti e due" celiò Fefè.
    Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro capo del salone per cercare di vedere cosa facesse la non sua bella la quale ritornando vicino a Fefè::
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo, occhiali cerchiati d'oro capisci il tipo, un altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa, da lontano ho visto Daniele  che ci osservava, e<ra in crisi di gelosia si vedeva di lontano un migio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare strofinandomi vistosamente col ballerino di turno e poi li ho baciati sul collo. Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: occhiali d'oro mi ha offerto diecimila euro, il, traccagnotto ventimila, mi sto divertendo un mondo!"
    "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi delle vecchie case chiuse: mezzalira per la semplice,una lira per la doppia, cinque lire per il quarto d'ora, dieci lire per, mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, che vuoi fare, io me ne vado a letto, ciao."
    Eva si ributtò nella mischia, dopo un'ora si ritirò in camera da letto.
    "Fefè svegliati devo raccontarti il resto: ai due si è aggregato un terzo, sai il classico tipo atletico che non deve chiedere mai. L'ho guardato in viso e l'ho baciato sul collo, effetto subitaneo, dentro i til coso è aumentato  di volume in  maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne era venuto bellamente in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla folla in camera sua:
    "Dì la verità, lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco col mio coso nel tuo fiorellino, come la metti?"
    "Mi son messa come voleva lui, non contento della beneamata è passato nel popò, son qua!"
    "Giornata faticosa, che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?"
    La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldansose le due svizzerotte sempre bene accette dai padroni di casa.
    Erik "Ieri sera gran ballo mancavate solo voi."
    A proposito di Erik, Fefè si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.
    Sotto l'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.
    Fefè: "Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?"
    "Preferisco di no, che ne dici Daniele?"
    "Ma va, siamo ormai intimi, vai"
    "Ero con Patrizia la brasiliana, d'apprima mi ha fatto paura, ha un membro enorme, me l'ha preso in bocca, molto brava mi ha fatto un pompino poi se l'è messo nel bel culone e sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro, di me, all'inizio mi ha fatto male, piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alla, grande, fine del racconto."
    "E tu Daniele niente brasiliane?"
    "Ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Rik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia lealtà e sincerità, tutti d'accordo?"
    Un abbraccio siglò il loro patto.
    Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Fefè l'aveva messo in conto e così fu.
    Una domenica Fefè era rimasto solo in casa perchè Eva era andata dalla mmma ammalata.
    Fefè percepì il cigolare della porta d'ingresso in camera sua, non gliene fregò più di tanto e restrò ad occhi chiusi.
    Qualcuno si era schiarita la voce per attirare l'attenzione, all'occhio mezzo aperto di Fefè apparve la figura di Erik in box.
    "Mon ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?"
    "Molto se vuoi."
    "Quel molto se vuoi era parso a Fefè un segnale di pericolo anche perchè il proprietario della voce era rimasto senza i boxer.
    "Vorrei toccarti un pò, se hai sonno seguita a dormire, penso che ti farà piacere."
    Cosa rispondere a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar, risposta scontata.
    Fefè rimase ad occhi chiusi sino a quando  si sentì sfilare i pantaloni del pigiama e riprese completamente conoscenza quando:
    "Mamma mia!" Erik aveva preso visione del suo coso che a riposo gli era sembrato mostruoso.
    "Mai visto un coso del genere, mi fa paura, l'immagino in erezione!"
    Al contatto della mano di Erik, mister c. si innalzò in tutta la sua maestà. con un altro "Mamma mia" da parte dello svedese.
    "Erik questo offre la ditta e smettila di evocare tua madre!"
    Quello che immaginava Fefè avvenne, il suo 'ciccio' penetrò nella bocca di Erik sino alla gola.
    "Io sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto."
    Fefè si domandò come un marchingegno come il suo non provocasse il vomito, non era un suo problema. Cominciò a provare una strana sensazione mai provata, era vero quello che aveva predetto Erik, pareva proprio di sì tanto da  riuscire ad avere un orgasmo... lo doveva raccocntare ad Eva.
    Erik seguitò imperterrito con in bocca un mare in tempesta di sperma tutto gioiosamente ingoiato, buon appetito!
    Fefè a quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sè Erik nudo, a chi poteva somigliare, aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole.
    "Mi sembri l'enfante qui pisse, è il monumento di un bambino morto perchè uscito di cada durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."
    A Fefè venne in mente anche un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno per farsi una doccia, guardando dal buco della serratura aveva visto la zia nuda che si trastullava, quella visisone gli portò la conseguenza alora per lui sconosciuta dell'irrigimento del suo pipinello che usava per fare pipì.
    Ritornò alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo 'ciccio' ed ora che voleva fare?
    "Non so se il tuo cosone riesce ad entrare nel mio culino..."
    "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." 
    "Manco per niente, non rinunzio ma tu sii delicato."
    Erik, previdente, aveva portato con sè un flacone di vasellia con cui si spalmò con generoosità il suo  buchino ce tale non sarebbe rimasto dopo l'ingresso di...
    Girato di spalle, fu luim stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente...delicatamente un corno il diametro era quello che era e il povero Erik forse rimpiangeva..non rimpiangeva proprio nulla, se l'era infilato tutto dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo ma volle rimanere col pene dentro.
    "Non ho mai provato nulla di simile.ti prego resta un pò così..."
    Era una vera supplica e Fefè buono d'animo, da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riprese a muoversi piano piano sin quando ebbe un altro orgasmo.
    "Per finire fuochi di artificio, ti prego mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l''ho piccino, accontentami, io e Daniele ti faremo un regalo grosso grosso, sarete i nostri eredi di tanti tanti soldini!"
    Dinanzi a tanti soldini...
    Intanto Erik aveva iniziato a prendere le sue chiappe in mano:
    Bellisime da uomo forte!""
    Poi si dedicò a giocare con la lingua sul suo buchino posteriore che cominciava a far provare al suo padrone un piacere inaspettato. Poi la lubrificazione del buchino stesso e l'introduzione di qualcosa disimile ad una supposta, era il cosino di Erk che, penetrato dentro, aveva preso a muoversi prima piano poi sempre più velocemente.
    Fefè cominciò a provare una sensazione inedita niemte affatto spiacevole. Con una mano Erik aveva preso il mano il gingillone di Fefè fino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo particolare perchè avvertì i testicoli muoversi dentro lo scroto ed il suo buchino provare una forte sensazione di piacere, era stato iniziato alle gioie omo. Erik aveva goduto dentro di,lui, Fefè non si staccò subito, gli piaceva stare in quella posizione anche perchè Erik aveva ripreso a muoversi avanti ed indietro dentro di lui fin quando:
    "Sono distrutto, un bacino al tuo cosone bagnato, mi ritiro.
    Fefècominciò a pensare quello che gli aveva detto Erik, essere con Eva gli eredi di un patrimonio sicuramente ingente.
     Non era sicuro di voler confidare ad Eva la sua ultima avventura, si confidavano tutto ma rivelarle quella sensazione provata col suo popò non gli andava proprio di dirglielo, riprese a dormire.
    Eva rientrò in casa in serata, chiese a Fefè eventuali novità.
    "Ho appreso una notizia sensazionale, ma te la comunicherò a letto, dopo cena.
    "Dimmi come e cosa ti sei guadagnato soprattutto con chi, con una modella, con Daniele, con Erik."
    "Lìultimo che hai nominato, s'è presentato in camera mia che ero ancora addormentato, non ricordo bene cosa sia successo.
    "Guardami negli occhi, sai bene quello che provo per te, ti amo ogni giorno di più, la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, ti vergogni a farmi il resoconto delle sensazioni che hai provato con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolino e quindi..."
    Fefè parlò liberamente degli avvenimenti senza guardare in faccia Eva, c'erano dei punti di cui parlava malvolentieri."
    "Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato un piacere omo, io l'ho provato tante volte, anche i maschietti hanno una sensibilità posteriore, abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."
    I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi, la cena poi tutti a ninna, nessuno parlava  di quello che sicuramente Erik aveva confidato a Daniele.
    Il sabato oltre ad essere il più gradito giorno era il giorno del 'Raccontiamo tutto quello che è successo durante la settimana'.
    Per Daniele ed Eva nessuna novità, Erik raccontò in breve quello che era successo fra lui e Fefè sorvolando sui particolari, Fefè gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.
    Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci alle nostre ospiti femminili. Facciamo così: quando verranno uno di noi si intratterrà con Ursula, Ginevra è incinta e gli altri a fare da guardoni, poi vi spiego come, chi si prenota... nessuno allora scelgo io: Fefè si dovrà fare Ursula che come confidato da Ginevra, non ha mai avuto rapporti con uomini. Io intratterò Eva sempre col permesso...
    "Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma  entrando nello sgabuzzino vicino alla cucina si vede tutta la sala ome nei film polizieschi."
    Hai capito i due mascalzoni vedevano quello che succedava nel salone senza  farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro...
    La  notizia della festa in onore di Ursula venne comunicata a Ginevra con messaggino telefonico.
    Risposta: "Ursula vuol sapere il perchè della festa in suo onore."
    Risposta ancora: "Che sorpresa sarebbe, dille solo ce c'è in ballo un rolex ma Usula se lo deve guadagnare."
    Rientrate le due svizzerotte in villa, dopo pranzo, mentre Ursula era in bagno Ginevra illustrrava ai presenti la pesonalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso sono io che prendo decisioni al suo posto, ora si è messo in testa l'idea di avere pure lei un figlio e sapete da chi? "
    Tuttim inncoro: "Da Fefè!"
    Fefè un pò meravigliato ma felice di potersi fare la giuggiolona guardò in viso Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo...non si è gelosi di un uomo ma di una donna soprattutto bella...
    All'orecchio di Fefè: "Furbacchione non far finta di niente,non vedi l'ora di infilarti in quei bei buchini, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà."
    "Vieni cara un bacino sulla fronte come un buon papà."
    "Stronzo!"
    Ginvra: "Ursula ed io andiamo a farci un giro, Fefè ci fai compagnia?"
    I tre uscirono dal piano terra per infilarsi nell'appartamento di Fefè e di Eva.
    "Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"
    Affermazione che convinse Fefè che la diagnosidi Ginevra era esatta.
    "Oh che bello!" Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Uersula ti ricordi perchè siamo qui?"
    "Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."
    Spiegazione di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio oppure se femmmina."
    Fefè fece cenno a Ginevra di andare al dunque.
    "Ginevra vuoi che ti baci il fiorellino così quando Fefè entra nella tua cosina non ti fa tanto male?"
    "Si fammi il lecca lecca ma voglio vedere il coso di Fefè, mai visto un maschietto nudo."
    "Non ti poreoccupoare se ti sembra molto grosso, ho portato la vasellina e poi Fefè sarà delicato."
    ."Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti ce l'anno così?"
    "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio, allarga le gambine, ecco così, vuoi che Fefè ti baci in bocca?"
    "No solo che mi metta incinta."
    "Ursula chiudi gli occhi, penseremo a tutto io e Fefè."
    L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula venne abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè iniziò il difficile compito di introdursi nella fatta di Ursula senza farle troppo male.
    "Mi fa male!"
    "Resisti fra poco ti piacerà."
    ."Mi fa sempre male!"
    "Lo vuoi o no stò figlio, hai scelto Fefè e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via."
    L'interessata non emise più un gemito, Fefè era riuscito a toccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi sul collo dell'utero di Ursula.
    "Ho sentito uno schizzo, mi è piaciuto, Fefè ci riprovi?"
    ""Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."
    "Ho sentito di nuovo lo schizzo, Fefè ci riprovi?"
    Ginevra: "Fefè non è una macchinetta per ora bsta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."
    "Non rinarrà incinta perchè ha avuto da poco le mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere un'altra volta l'esperimento, le dirò che non può avere figli e così finisce la storia."
    Qualcosa era cambito nel cervello di Fefè forse per essere stato usato come strumento per accontentare Ursula o forse per il rapporto omo avuto con Erik (A proposito aveva dimenticato di dire ad Eva che loro erano i futuri eredi del patrimonio dei due).
    Ne parlò con Eva:
    "Sento il bisogno di stare un pò da solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia."
    "Dimmi quello che vuoi fare, per me va bene."
    "Vorrei andare una settimana a Milazzo, mi piace quella città."
    "Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia."
    Fefè mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare ad Eva e via verso l'autostrada.
    Svincolo di Villafranca, svincolo di Rometta e poi quello di Milazzo.
    Entrò nel parcheggio dell'hotel 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia.
    "Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno?"
    "Vista sul mare."
    Alle tredici al piano terra il ristorante era semivuoto, solo in fondo una coppia.
    "Il menu signore."
    "Voglio solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene."
    In camera sua mise al minimo il condizionatore, accese la televisione ed incappò in un canale porno, il precedente inquilino di quella stanza era uno zozzone.
    Di porno ne aveva visti abbastanza in villa, bene una corsa di moto la sua passione giovanile.
    Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato,il segno, specie quello con Erik...
    Andando in centro notò una piccola trattoria, forse a conduzione familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.
    C'erano due file di tavoli ai lati di un lungo corridoio,, un sessantenne gli venne incontro sorridendo.
    "È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."
    Fefè voleva allontanare il ricordo di tutti i precedenti avvenimenti esclusi quelli dell'amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe riuscito ad uscire da quel giro senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità.
    La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa vent'enne.
    "Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal ristorante."
    "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare."
    "Uno sguardo della baby tipo :"Sei frocio!"
    Ogni sera Fefè inviava ad Eva un messaggino solo con 'ok' per rassicurarla.
    Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno ed uscire la sera col fresco.
    Nella sala da pranzo dell'albergo aveva incrociato,lo sguardo di due signore della sua età sorridenti e forse disponibili, le ignorò.
    Verso le ventidue percorreva il lungomare, sullo sfondo la costa e la raffineria illuminata, uno spettacolo bello da vedere.
    Cambiò itinerario verso ponente, anche qui c'era un viale illuminato con ai lati le case di villeggiatura, c'era molta gente in giro vacanzieri vocianti, allegri.
    Alla fine della settimana decise di rientrare nella vita quotidiana, mise al corrente Eva con un messaggio, Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia.
    "Mi sei mancato da morire..."
    "Finalmente il figliol prodigo, festeggeremo con una cena al ristorante 'La sirena'.
    C'erano tutti, anche le svizzerotte.
    "Ho fatto l'ecografia, ho due gemelli in pancia, Li chiamerò Alberto e Susanna."
    In macchina Eva mise al corrente Fefè dei fatti accaduti durante la sua assenza.
    Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, i suoi rapporti con Erik si erano incrinati perchè Daniele. lo aveva allontanato. Motivo, ogni giorno più innamorato di Eva, niente rapporti omo.
    Fefè fremeva per ritornare a casa.
    "Signiori col vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."

     

  • 17 settembre 2014 alle ore 2:11
    Ellen e il fiore dell'amore

    Come comincia: C’era una volta, in un piccolo paese di montagna, una donna molto avida e perfida di nome Ellen. Era sempre stata molto ricca e viveva da anni nello sfarzo più totale, nel suo maestoso palazzo, situato sul punto più alto di quel monte. Non si era mai sposata a causa del suo carattere burbero, non era mai riuscita a trovare un uomo che facesse al caso suo e questa cosa, l’aveva resa sempre sfiduciata nei confronti della vita. La sua unica compagnia erano i suoi due cani, che accudiva con immenso amore e profonda dedizione. Erano i suoi compagni di vita, gli unici che le erano rimasti sempre fedeli. Hellen rimaneva spesso a pensare alla sua solitudine e per combatterla, usciva spesso dal suo palazzo per recarsi in un piccolo bosco situato a poche centinaia di metri. Lì amava ammirare la natura: si soffermava a guardare lo scorrere dell’acqua del piccolo ruscello e a raccogliere le margherite, che da sempre considerava il suo fiore preferito. Ne raccoglieva a centinaia tutti i giorni e amava ordianarle in alcuni piccoli vasi che si trovavano nelle varie camere della sua grande casa.
    Un giorno, mentre era intenta nella sua raccolta quotidiana, s’imbatté in uno stranissimo fiore dai lunghi petali rossi. Si fermò a fissarlo per qualche minuto, non ne aveva mai visto uno simile prima d’allora e voleva capire cosa ci facesse in un bosco di sole margherite. Ellen rimase a guardare quel fiore per almeno dieci minuti e mentre stava per raccoglierlo, udì una voce che diceva: “Prendimi subito, vedrai ti porterò tanta fortuna”. Ellen rimase sorpresa, non aveva idea da dove provenisse quella voce poiché a parte lei, nel bosco non vi era nessuno. La donna si guardò intorno impaurita, pensando che qualcuno volesse farle del male. Dopo appena qualche minuto, udì nuovamente quella stessa voce che diceva: “Raccoglimi subito, ti porterò fortuna”. Hellen continuò a guardarsi intorno e il suo sguardo cadde di nuovo sul fiore. “Sei stato tu a parlare”? Chiese Ellen stupita. “Si eccomi qui”. Quella voce, apparteneva proprio al fiore, quel fiore diverso dagli altri che aveva attratto la curiosità della donna.
    Ellen, dopo quella curiosa scoperta, si avvicinò ancora di più a quel fiore che continuò a parlarle dicendole: “So che ti chiami Hellen e so che soffri un po’ di solitudine, ma è anche colpa tua”. Il viso di Hellen cambiò immediatamente espressione, ciò che il fiore le aveva detto. “E tu come fai a saperlo”? Chiese la donna infastidita, “Per caso leggi nel pensiero”?  Il fiore, con voce allegra le rispose: “Sono il fiore dell’amore, a me basta guardare negli occhi una persona per comprendere il suo stato d’animo”. Ellen rimase basita, aveva incontrato un fiore parlante e per di più che riusciva a comprendere il suo stato d’animo. Dopo un iniziale stupore, la donna si sciolse in un pianto dirotto e cominciò a raccontare al suo nuovo amico, la sua vita e tutto ciò che l’aveva portata a rimanere da sola. Il fiore la ascoltava attentamente, mai prima di allora si era lasciata andare a simili confidenze, per di più a un fiore parlante.
    Il fiore, dopo aver attentamente ascoltato il racconto di Hellen, emise un sospiro, aprendo tutti i suoi petali e disse: “Se vuoi, io posso aiutarti cara Hellen, ma devi promettermi che farai tutto ciò che ti dico”. “Farò tutto ciò che vuoi” rispose Ellen. “Sono stanca di essere sola, di questo passo la tristezza mi ucciderà”. Il fiore, commosso dalle preghiere di Ellen, decise che doveva fare qualcosa per restituire a quella donna un po’ di allegria. “Ascoltami attentamente Ellen, vai a casa e prendi dal tuo guardaroba il vestito più bello che hai, indossalo e ritorna qui da me”. Ellen corse subito a casa, prese dal suo armadio un bellissimo vestito rosso e, dopo averlo indossato, ritornò subito dal fiore dell’amore. “Ecco” disse con voce decisa “Ho indossato il vestito come mi avevi chiesto, adesso cosa devo fare”? Il fiore rispose: “Vai alla sorgente del fiume qui vicino, riempi un secchio d’acqua e innaffiami, acquisirò l’energia che mi serve per aiutarti a essere una donna felice”. Ellen prese un grosso secchio e si precipitò al fiume, come il fiore le aveva consigliato. Immediatamente lo riempì d’acqua e di corsa ritornò verso il fiore, lasciando che qualche goccia cadesse in terra.
    Dopo aver fatto qualche passo veloce, Ellen arrivò nel luogo in cui di solito era situato il fiore scoprendo, con grande sorpresa che non c’era più. Al suo posto era cresciuta una stranissima pianta con delle grandi foglie piene di spine. “Oh mio Dio” esclamò Ellen con stupore. “Dov’è il fiore che aveva promesso di darmi una mano”? D’improvviso, la donna udì una voce poco lontano che disse “ Il fiore non c’è più qui, adesso è nelle mie mani e non credo che adesso potrà più aiutarti a trovare l’amore”. Ellen si girò e vide, poco distante da lei, una vecchina con il naso un po’ allungato e che aveva tutte le sembianze di una strega. Si trattava, infatti, di una vera e propria strega che abitava quei boschi da moltissimi anni. Era stata lei a prendere con sé il fiore e rinchiuderlo in una campana di vetro, affinché potesse appassire e far svanire la sua magia benefica.
    Ellen cominciò a sentirsi di nuovo persa, quel fiore le aveva restituito la speranza di poter finalmente amare un uomo come lei desiderava. La donna voleva fare qualcosa a tutti i costi per restituire al fiore la sua libertà e per dare a se stessa una nuova possibilità. Questa volta però il destino si mostrò davvero duro per Ellen, la strega si era impossessata di quel fiore che per la donna rappresentava la sua unica ancora di salvezza.
    Una mattina, mentre Ellen era intenta nella sua passeggiata quotidiana nel bosco, le comparve dinanzi una giovane ragazza vestita completamente di bianco. “E tu chi sei”? Chiese Ellen un po’ impaurita da quell’improvvisa apparizione. “Sono Verdiana” rispose la fata “Sono la fatina dei boschi e ti aiuterò a recuperare il fiore che diventerà l’uomo che amerai per tutta la tua vita”. Ellen rimase sorpresa da quella rivelazione, non aveva realmente compreso ciò che la fata Verdiana volesse dire. La fatina scomparve improvvisamente, ma lasciò a Ellen una bottiglietta di vetro con una pozione che dal colore sembrava molto simile al succo di limone, che la strega, doveva bere affinché si rendesse innocua e il fiore potesse essere liberato. Ellen prese delicatamente in mano quella bottiglietta, e s’incamminò verso il prato, dove prima si trovava il fiore dell’amore, sperando di trovarvi ancora la strega al suo posto. La donna rimase per un po’ ad aspettare, ma dopo alcuni minuti, ecco arrivare la strega con il suo fare maligno. “Che cosa vuoi ancora”? Chiese la strega. “Perché sei ritornata di nuovo qui, il fiore adesso è mio e non potrà mai più aiutarti”. Ellen non fu per nulla turbata dalle parole della strega, aveva in mano l’antidoto che l’avrebbe annientata. “Ascoltami cara strega” disse Ellen “So che ti piace molto il succo di limone e ho pensato di portartene un pochino, l’ho appena fatto con le mie mani”. La strega per un po’ tentennò a quella proposta, ma cambiò subito idea strappando quella boccetta dalle mani di Ellen. Il gesto fu talmente violento che la boccetta cadde improvvisamente in terra, facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto.  Ellen rimase di sasso, il suo proposito di sconfiggere la strega stava svanendo nel nulla. “Hai visto cosa hai fatto maledetta”? Esplose la strega. “Adesso cosa me ne faccio di una bottiglietta rotta”? Ellen era sconvolta, il suo proposito distruggere il potere della strega e riavere il suo fiore stava svanendo e con lui anche la possibilità di innamorarsi nuovamente. La strega era molto infuriata, voleva punire Ellen per aver rotto quella boccetta che conteneva la sua bevanda preferita. Passata l’iniziale arrabbiatura, la strega si allontanò e notò che aveva le dita sporche di quello che lei credeva fosse succo di limone. Immediatamente si portò le mani alla bocca per poter succhiare quella bevanda e sentire quel sapore che tanto le piaceva. Appena poggiò le labbra sul suo dito pollice, la strega cadde tramortita. Ellen, che aveva assistito alla scena, lanciò un fortissimo urlo di gioia. La pozione aveva dato l’effetto sperato e la strega era ormai sconfitta. Ora però doveva ritrovare il suo fiore, quello che doveva aiutarla a rinnamorarsi. Hellen si recò subito nel covo in cui la strega abitava, ma non trovò il suo fiore. Ad attenderla c’era un giovane uomo, alto e bello, che le prese la mano accogliendola con il sorriso sulle labbra: “Grazie a te, cara Ellen, sono ritornato normale” esordì l’uomo.” Hellen era perplessa, ma allo stesso tempo felice. “Come ti chiami”? Gli chiese la donna. “Mi chiamo Paride” rispose il giovane. “Un incantesimo della strega mi aveva trasformato in fiore. Volevo che tu mi facessi ritornare uomo seguendo i consigli che stavo per darti quando ero un fiore, ma tu hai sconfitto la strega e senza volerlo hai scelto la via più semplice”. Il viso di Ellen trasmetteva felicità come mai prima di allora. “Adesso vieni via con me” proseguì ancora Paride. “Saremo felici per sempre l’uno accanto all’altra”. La profezia di Verdiana si era avverata e Ellen potè così tornare ad amare. Qualche giorno dopo, i due convolarono finalmente a giuste nozze che si celebrarono all’aperto, nel bosco che Hellen aveva sempre amato. Alla cerimonia partecipò l’intero paese e i canti e i balli si susseguirono fino a notte inoltrata. Gli sposi andarono a vivere nel grande palazzo in cui la donna viveva da sempre. Ormai Ellen era una persona nuova, aveva abbandonato il suo carattere scostante e si apprestava a vivere una vita serena accanto a quell’uomo che già da qualche tempo le era vicino, anche se sotto forma di fiore.
     

  • 15 settembre 2014 alle ore 11:52
    Amori senza confini.

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mammalucco!"
    Al citofono Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffele (Fefè per gli amici).
    La succitata stava aspettando il suo beneamato col motore della macchina acceso, entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di Messina.
    Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal modo, sfogava la sua rabbia.
    Ma non era finita:
    "Mentre io  vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaele in fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con un bacino non sempre ci riusciva come questa volta allontanato con una gomitata.
    "Ma almeno sai chi erano i mammalucchi?"
    "Io penso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco, stupido come sei tu, non fare il saccente solo perchè hai frequentato il classico!"
    La loro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro, abitavano nello stesso,palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza media poi Raffaele si era iscritto al clssico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitori dello stesso concorso, alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Ecco ci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    In fondo era una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni, l'inziativa, ovviamente, da parte di Eva.
    "Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi dire scopare."
    "Ci mancava pure il trivuiale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio fiorellino!"
    Eva era giunta a questa decisione allorchè fequentavano la terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto rapporti completi con qualche suo compagno di scuola.
    Un giorno afoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare.
    "Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'aria condizionata.
    Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procurata una crema lubrificante e i preservativi, "Ci mancherebbe pure che restassi incinta, ne verrebbe fuori un mammalucchino!"
    "Lavati bene, l'ulrima volta il truo 'ciccio' puzzava di formaggio!" nikn era vero, mpre solito una proocazione.
    Ambedue a letto Eva:
    "Io sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "Io sono ateo e preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?"
    "Ti sei indottrinato col camasutra ma io insisto,"
    "Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda."
    Uscito iil nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale p meglio ci provò.
    "Ho vinto e si fà a modo mio."
    "Ti prego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "Non tti rimangi la parola?"
    "I miei genitori sono siculi, la parola va rispettata!"
    "Bene allora dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina." 
    "Sei ermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sari tu (Fefè fece il finto tonto) la richiesta è quella di una inchiappettata."
    "Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    "Provare il tuo delizioso popò."
    "Te lo puoi dimenticare!"
    "Come la metti che la parola va rispettata?"
    "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in furuto."
    Fefè si tenne sul classico; baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva.
    "Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu!"
    "Non immagini quante mogli ti invidierebbero, una gentile signora, una volta, mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!"
    "Brutto porco allora te la sei scopata!"
    "Era la madre di un mio compagno di scuola, è stata lei a provocarmi, non potevo tirarmi indietro."
    "Ne riparleremo un'altra volta, per ora ti dico solo vacci piano!"
    Fefè baciò ancora il fiorellino sacrificale, ci puntò la cappella del suo 'ciccio' senza muoversi per vedere le reazioni di Eva.
    "Che sta succedendo o megklio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"
    Fefè fu molto delicato, 'ciccio' penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo del delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata.
    "Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua, grazie per la delicatezza."
    Eva non era iltipo del ringrazio facile, l'interessato apprezzò.
    Molto era cambiato nel rapporto fra i due amanti, non appena avevano l'opportunità, la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di Eva.
    Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a baciarle il buchino posteriore. 
    "Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua tata e, mentre tu godi pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito."
    "Mò ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente, quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo."
    "Ed io invece no e non ti sposerò mai!"
    "Sposaerti, sei folle, stare insieme a te ventiquattrore su ventiquattro e chi ti sopporta!"
    "Vuol dire che senza uìil vincolo del santo matrimonio (anzuìi non santo perchè ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene?"
    "Se ci provi e me ne accorgo farai la fine di Bobbit quell'americano cui la moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!"
    A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.
    Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di acquistare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.
    I padroni accolsero i fidanzati cion calore: uno biondo con occhi azzurri, corporatura media, l'altro più alto di statura, classico tipo mediterraneo.
    Cominciariono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno colore azzurro mare e l'altro rosa.
    "Ma ti si vede tutto, che diranno i tuoi genitori?"
    "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso."
    Fefè in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora..."
    "Ma lasci stare, la signorina ha un fisico fantastico, se lo può permettere!"
    Aveva parlato il biondo con un italiano con classico accento di un paese del nord Europa.
    Poi era intervenuto il mediterraneo:
    "Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."
    Più chiaro di così!
    "Io sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidamzata è Eva."
    "Fidanzata non si sa sino a quando."
    Siete due giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto."
    In machina i commenti:
    "Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frewquentarli."
    "Non essee conformista di cosa hai paura che ti si inchioppettano, per quelli di penso io."
    "Sei il solito buffone, va bene andremo a quella cena."
    L'invito arrivò dopo dieci giorni.
    "Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori di Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante 'La risacca dei due mari', vi guiderò col mio telefonino."
    Eva quella sera era uno spettacolo: truco alla vamp, camicietta rosa e ampia gonna turchese, quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridossimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione...
    "Si caro, sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne dici?"
    "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due..."
    "Io lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!"
    £Speriamo che non mi prendano per un magnaccia!"
    Daniele al telefonino:
    "Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato."
    Venne loro incontro.
    "Scusa se ti ho dato del tu."
    "Va benissimo."
    "Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adattato alla cucina mediterranea."
    Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumanre 'Ferrari'.
    "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."
    Erk si presentò col grembiule da cuoco:
    "Che splendida signora, quasi quasi lascio Daniele e mi metto con lei!"
    Fefè: " A Erik lassa pede Eva e dicci cosa hai preparato di buono."
    "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."
    Tavola ovale imbandita: classici tre bicchieri di cristallo, piatto grande di sottofondo, posate d'argento bih...
    Risotto, cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice, involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratisima.
    "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristoramte!"
    "Non ci fate caso, Fefè è stato a Roma un mese presso parenti ed ha acquistato l'accento romanesco ma è solo ridicolo lui messinese buddacio."
    "Che vuol dire buddacio, in svedese come si dice?"
    "Sarebbe come dire sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."
    Una cena da ricordare, i quattro uscirono nel prato antistante l'abitazione e si sparazzarono su due divani a dondolo.
    Fefè tirò fuori una pipa.
    "Il fumo da fastidio a qualcuno?"
    "Si a me!"
    "Ma chi ti ha chieste niente madame coccodè!"
    "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate là in  fondo la Calabria, sembra una cartolina." Erik dimostrava così il suo amore per la terra di adozione.
    "Domattina potreste venire a fare il bagno, ci sono anche due nostre amiche molto simpatiche."
    "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?
    "A li mortè!"
    "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca asvegliarsi in tempo!"
    E così fu, alle nove posteggiata la Peugeot dulls strada, suonarono alla porta di Erik e di Daniele, già in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si diressero verso la spiaggia.
    "Io ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia con i galli."
    La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Evam Fefè se ne fregò e rimase solo  sotto l'ombrellone.
    Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò davanti due figone che più figone non si può.
    "Posso esservi utile ma io sono un ospite, i padroni di casa sono al mare con la mia ragazza."
    "Noi siano Ginevra e Ursula amiche di Erik e di Daniele."
    Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva.
    La due ragazze si tolsero i vestiti e  rimasero in buchini talmente mini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento.
    Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontani dagli altri bagnanti.
    Al rientro dal bagno, Erik e Daniele si proffusero in effusioni con le nuove venute," che fosseo bisessuali, boh."
    L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola.
    "Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo, ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno compagnia" Così parlò Daniele.
    Erik nel frattempo, rientrato in casa, aveva portato delle bibite fresche ben accette a tutti.Ginevra e Ursula, per ringraziarlo, lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro.
    Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare, Eva aveva piantato in faccia un bel punto interrogativo, come darle torto.
    In loro aiuto venne Daniele:
    "Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposateb in Gerrmania."
    Eva: "Perchè non pèortano,l'anello al dito?"
    Frase infelice che fece sganasciare dal ridere la compagnia, Fefè compreso.
    "Io dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica. un bacione in fornte."
    "Parlateci di voi, siete fidanzati, conviventi oppure..."
    "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dai suoi genitori, stare con lui è una lagna..."
    Eva si era sbilanciata forse presa da quell'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava.
    Ursula: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto."
    "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino."
    "Cosa essere zerbino."
    Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi alla porta d'ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa.". 
    "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un pò."
    "Il pupo me lo coccolo io!"
    Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini, preferiamo le femminucce!"
    Defè: "Anch'io!"
    Altra risata generale, Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere pure lei.
    "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico, preferiampo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perchè noi viviamo lontane da Messina, sempre col tuo permesso."
    Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:
    ""Ci penseremo, addio a tutti."
    In macchina silenzio sino all'arrivo in casa:
    "Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perchè che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..."
    "Parliamone francamente, anche se talvolta sei una rompiscatole  ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega proprio niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi."
    "Per me è una tragedia, avrei voluto,un ranocchio che ti assomigliasse brutto stronzo e non l'avrò mai..."pianto di Eva.
    "Cerca di ricomporti altrimenti cosa penseranno a casa tua, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino."
    Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava.
    "L'ho detto per sdrammatizzare!"
    "Sdrammatizzare un corno, ti conosco, sei un porco!"
    Per cinque giorni nessun contatto con Erik e con Daniele poi una telefonata:
    "Sabato sera festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore 21."
    I recenti avvenimenti sembravano aver cambiato il carattere di Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato.
    Alla festa oltre Ginevra e Ursula c'erano molte altri ivitati che Eva e Fefè classificarono come appartenenti al circolo gay di piazza Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Alcuni si presentarono sponte loro a Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti: "Siete una bella coppia." 
    Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.
    A quel punto Fefè su buttò su Ginevra, la bruna, Ursula era la bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non  sopportava le donne stupide.Aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva davanti un futuro padre ma niente provette, tutto al naturale.
    Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni...
    "Ho visto che ti divertivi con quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."
    "Lo sai bene che è gyu quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un pò tutto cominciando dal sesso, non so cosa mia sia successo,è per me inspiegabile, forse sto vedendo, le cose dal loro punto di vista, ma ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella bella brunona brasiliana che ballava con Erik è un trans."
    "Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne riparleremo a mente serena."
    Il giorno dopo inufficio:
    "Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole avere un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale, senza provette."  
    Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questa era la sua condizione.
    La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l'approvazione entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l'evento?
    Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale di Daniele e di Erik  prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero atteso l'evolversi dell'evento dinanzi alla televisione tanto per non pensare ai due in love.
    La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti ad un eventuale nascita di un bebè che avrebbe avuto oltre la mamma anche tanti zii.
    Ginevra prese per mano Fefè e i duer scomparvero dietro una tenda.
    In bagno Fefè entrò subito in erezione con la sua sproporzione fuori del normale e con lo sguardo atterrito di  Ginevra.
    "Non ti preoccupare, so essere molto delicato."
    "Stiamo un pò abbracciati, vorrei della tenerezza, non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo.
    Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula: è cominciato quando stavo con un ragazzo molto bello desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze.
    Io dividevo la stanza con Ursula: un giorno mi trovò chem piangevo nel mio letto per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Uesula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta, così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un pò tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia.
    Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma quando ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dinmostrata gelosa quando lo ho detto che avrei voluto un rapporto con te anche perchè avevamo programmato che io avessi un figlio."
    Fefè iniziò il suo,repertorio con un cunnilingus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria varie volte.
    L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra ma pian paino si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto da far neravuigliare anche Fefè.
    "Resta dentro finchè vuoi, anche se non sarà più duro così sarò sicura per una gravidanza."
    Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando con le godurie"Sento la vagina un pò irritata."
    "Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva." 
    Nel salone, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sè una visione di quello che era successo.
    Giunti a casa loro, senza il bacino di rito, Fefè ed Eva si misero a letto.
    Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne più trattato dai due fidanzati finchè non giunse la telefonata di Daniele:
    "Ci siamo perduti, cos'è successo?"
    "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare."
    "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao."
    Erik e Daniele erano vestiti tutti di bianco dalla camicia alle scarpe.
    ""Questa è la nostra divisa quando è in vista un avvenimento imnportante, lo sveleremo a fine pasto."
    Erik: "Arriviamo al punto, se non abbiamo capito male voi abitate a casa dei rispettivi genitori, giusto?"
    "Vero, io e Fefè vorremmo una casa nostra, cerchiamo di mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..."
    "Bene, soluzione trovata, abiterete nell'appartamento di sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legane di affettuosità e di stima, che ne pensate?"
    "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto."
    "Ma quale affitto, noi siamo ricchi, ve lo intesteremo, questa è la sorpresa n'est pas."
    Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.
    "Avete perso la voce?"
    "La vostra gentilezza e generosità pòtre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire di no a tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..."
    2Non c'è problema, l'appartamento di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresos esterno proprio ed una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, affare fatto allora?"
    "Vorremmo prima parlarne coni nostri genitori nonb specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:
    "Eva ragioniamo, quell'appartamento, fra l'altro pure ammobiliato, vale un patrimonio, cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali non mi potrei abituare."
    "Ne so quanto te, siamo così simpatici da meritare un sì grande regalo, forse gli omo hanno  un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia, boh..."
    I relativi genitori non erano stati affatto contenti della notizia, vivere insieme senza essere sposati!
    "Papà ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero due giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva  con qualche dubbio da parte di Fefè.
    "Sei sicura di essere all'altrezza, non faremo una brutta figura?"
    Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."
    Quel sabato Eva fece un giro nei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:
    risotto cozze, vongole, seppie e cannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto,gamberi impabati e tanti contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè.
    Applauso da parte di tutti.
    Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..." e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.
    "A parte l'ammirazione per le tua arti di cuoca ho visto Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?"
    "L'ho pensato anch'io, non è un brutto uomo ma..."
    Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò.
    Erik; "Ieri sera ho mangiato,come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il, fatto che questa mattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."
    Alla fine tutti in mare, scherzi da parte di tutti con finale di abbassare i costumi agli altri con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva ch<e ad un certo punto si trovò denudata con grandi risate da parte dei due omo, un pò meno da parte di Fefè che però non fece nulla per far finire il gioco. 
    Riposino pomeridiaano poi la sera al ristorante 'Lam Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambito dalla Messiba bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.

    .
                                                 

     

  • 12 settembre 2014 alle ore 10:22
    L'incontro

    Come comincia: Ho donato amore a chi non ha apprezzato il dono.
    M'illudevo d'aspettative dovute alle grandi parole che mi venivano promesse e la mia anima spiccava il volo!
    Ma non ricevevo della stessa misura di quello che donavo...
    Poi tutto finiva!
    I ricordi erano come sale nelle ferite. Mi provocavano un dolore lacerante all'anima.
    Mi rimaneva un grande vuoto, dove precipitavo. Rimando sola e ferita nella caduta.
    Dovevo arrancarmi per risalire, ma era ripida, senza un appiglio per aggrapparmi.
    perdevo le forze e ricadevo.
    Il cuore ne soffriva. Una continua tempesta si abbatteva dentro, così chiuse la porta all'amore per mettersi al riparo.
    Scese il buio. Cadde nel sonnone l'AMORE cominciò a sognarlo!
    L'uomo dei miei sogni sapeva amarmi.
    Sognarlo l'aiutava a battere quando portava la morte dentro.
    Mi chiedevo, per quanto tempo ancora dovessi sognarlo e se lui esisteva veramente!     Nelle notti di solitudine confidavo i miei sogni alle stelle.
    Sperando che mi facessero da messaggeri: " portare i miei pensieri alla mente di quest'uomo". Riferirgli di cercarmi.
    Un giorno incrociai lo sguardo di un uomo.
    Mi colpì l'intensità di luce che avevano quegli occhi nel guardarmi.
    Sentii un forte impulso al cuore... che di colpo lo svegliò!
    Non mi staccava gli occhi di dosso. Si penetravano con i miei, fino a guardarci dentro.
    Non l'avevo mai visto, ma avevo la sensazione che ci fossimo conosciuti.
    Da tempo la sua anima si univa alla mia. Mi amava nei sogni.
    Aveva anche un corpo. Esisteva!
    Mi sorrise. Il suo viso era splendido. Radioso come il sole m'illuminò. Schiarì il buio che portavo dentro.
    Il cuore cominciò a scalpitare. Batteva forte contro quella porta. Voleva spalancarla per lasciarlo entrare. Il redentore era arrivato a liberarlo dalla prigionia. Era stanco di essere alimentato dai sogni. Voleva battere di suo: amare e sentirsi vivo!
    Comunicavamo con gli occhi:
    " Ti ho trovata!"
    " Ti aspettavo!"
    Si avvicinava verso me.
    " E' lui!" mi gridava il cuore, ma temevo che la ragione intervenisse. Era diventata premurosa e voleva proteggerlo.
    " Non ti fidare o ne soffrirai!" mi ripeteva con rimprovero, quando mi dichiaravano amore. Ma stavolta rimase a tacere. Acconsentì che ascoltassi il cuore.
    In un lasso di tempo, immagini del mio vissuto attraversavano la mia mente. Mi rividi sola, triste, sofferente. Lasciai morire la donna insicura e fragile che c'era in me.
    Da quel momento apparteneva al passato.
    Giunse di fronte a me. Stese la sua mano per presentarsi.
    Appena la sfiorai, nacque in me la donna forte, sicura, determinata a vincere! Non avrei più perso l'amore.
    Mi strinse la mano mentre pronunciava il suo nome. Quella stretta legò un nodo invisibile. Un legame che ci avrebbe tenuti uniti fino all'ultimo istante della nostra vita.
    Scambiammo due chiacchiere di conoscenza. Non uscì una parola di bocca che mi dichiarasse amore, ma mi spogliava con gli occhi, mi desiderava, mi faceva sentire tra le sue braccia.
    L'emozione che mi scatenava la sua presenza, il cuore sentiva tante parole, quante ne bastavano per raccontarmi tutta la nostra vita. Come se tutto già fosse scritto, ed io sfogliando le pagine, vedevo passare i giorni fino a invecchiare con lui.
    Il destino fu l'autore e noi i protagonisti. Con l'istinto accettammo l'invito di trovarci in quel posto, in quell'istante per incontrarci ed iniziare il capitolo...
    La morte è venuta a prendermi.
    seduto al mio capezzale mi tiene la mano. Sapevo fin dalla prima volta che la strinse, che non l'avrebbe più lasciata. Me lo dettava il cuore.
    Rivedo il nostro incontro e tutti gli anni trascorsi insieme.
    Guardo il suo viso solcato di rughe. Porta i segni dei suoi anni, ma l'amore che ha portato dentro è rimasto giovane come allora! Si rinnovava ogni giorno con sorprese e armonia.
    Il tempo ha reso curve le sue spalle, in quel corpo esile, ma le sue braccia sono state mura di fortezza, perché ha saputo proteggermi, facendomi sentira sicura. Non era la sua forza fisica che mi tratteneva, ma in ogni suo abbraccio trovavo conforto, calore, dolcezza. Era il suo essere speciale a tenermi legata.
    Guardo i suoi capelli stempiati divenuti color argento.
    Porta i segni di ogni sua trasformazione. Cresceva ogni giorno nello spirito e nella fede, rendendolo sempre più maturo.
    trovavamo un senso a ogni evento e situazione, apprendendo gli insegnamenti che la vita c'ha dato.
    Ci siam promessi di prenderci cura l'uno dell'altra e di renderci felici... E ci siamo riusciti.
    Ogni incontro d'amore e felicità è un incontro con Dio. Da quell'incontro, Dio è stato con noi!
    Con lui ho amato la vita in tutte le sue forme.
    Abbiamo portato dentro noi, il sole di mezzogiorno.Caldo, focoso che ci accendeva di passione.
    Passando ad un calore tenue e piacevole sulla pelle, come il sole del tramonto, tingendo il cielo di sfumature con i colori dei nostri sentimenti.
    Ho capito lo scopo di questa mia esistenza.
    Dovevo crescere, imparare, perfezionarmi. Avevo bisogno di lui per completarmi.
    La mia missione l'ho portata a termine.
    Gli anni hanno consumato i nostri corpi. Il mio è giunto ad una fine, ma la mia essenza continuerà ad esistere!
    La morte è solo un passaggio d una nuova vita, perché nulla finisce, ma tutto si trasforma.
    Guardo i suoi occhi cambiati nella forma, ma hanno la stessa luce di sempre. Ha osservato ogni cosa nella sua profondità e non nella superficie che alla sua vista appariva.
    Li vedo tristi e mi parlano ancora:
    " Come farò senza di te? Mi mancherai!"
    Gli parlo con gli occhi trasmettendogli l'ultimo mio pensiero, mentre gli stringo la mano e accesso un sorriso per salutarlo:
    " Non essere triste amore mio! Tornerà come al principio. Esistevo già nel tuo cuore e nei tuoi pensieri, rendendoti felice nei tuoi sogni, prima di conoscere questo corpo. Non lo vedrai più, ma io continuerò ad esistere nel tuo cuore e nei tuoi pensieri con i ricordi. Andrò io per prima, perché dovrò aspettarti ancora. Sarà il destino a decidere quando lasciarti andare. Mi cercherai e le nostre anime s'incontraranno ancora!"