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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 16 settembre 2013 alle ore 18:17
    Fogli ingialliti

    Come comincia: Camminava in fretta Margherita e il rumore ritmato dei suoi passi svelti sull’asfalto produceva un’eco che rimbombava nella via silenziosa a quell’ora della notte.
    Lavorava come cameriera in un locale del centro città e spesso si attardava al lavoro, c’era sempre qualcosa da sistemare per il giorno seguente prima di chiudere.  Procedeva speditamente perchè a quell’ora tarda aveva un po' di paura.
    Per un soffio aveva perso l’ultimo autobus che stava partendo proprio nell’istante in cui Margherita arrivava alla fermata, si era così vista costretta a tornare a casa a piedi.
    Il suo alloggio, situato verso la periferia della città, consisteva in un monolocale dove aveva portato le sue poche cose.
    Rincasò con il fiato corto a causa della camminata veloce, posò la borsa e appese la giacca, levò le scarpe, infilò le pantofole e tirò un sospiro di sollievo.
    Posò lo sguardo indugiando per un po’ sullo scatolone che conteneva le poche, preziose cose del suo passato. Conservava lo scatolone gelosamente riposto in uno scaffale in alto, nell’unico mobile.  La tentazione che spesso la prendeva era quella di salire sulla  scaletta e di aprirlo…Ma  cercava di farlo il  meno possibile per non cadere nella nostalgia, sempre in agguato.
    Ogni oggetto contenuto in quello scatolone rappresentava un ricordo e suscitava in lei molte emozioni belle o tristi, a seconda…
    Margherita si era trovata sola  a Milano, a cercare un lavoro per potersi mantenere, sperando di riprendere al più presto gli studi di giurisprudenza  interrotti a causa del dissesto finanziario della sua famiglia.  Dopo aver cercato a lungo e invano un impiego migliore, decise di accettare quel lavoro da barista, dignitoso, ma che a mala pena le dava di che vivere e pagare l’affitto del monolocale dove abitava.
    Accese la piastra elettrica della piccola cucina, fece cuocere una bistecca, si preparò un’insalata e si versò un bicchiere di vino bianco fresco. Dopo aver mangiato fece la doccia,  indossò il pigiama e si sdraiò sul letto lasciando vagare i pensieri, inseguendoli e poi riprendendoli,  perché di tanto in tanto si dissolvevano  o si intrecciavano fra loro.
    Il suono forte e ripetuto del campanello della porta interruppe i suoi pensieri facendola sobbalzare all’improvviso. Si chiese chi mai potesse essere a quell’ora: nessuno la conosceva e nessuno sapeva di lei nello stabile; ebbe paura e decise di non aprire.  Il suono si ripeté ancora e ancora più volte, e ogni volta l’angoscia di Margherita aumentava, il cuore accelerava i battiti martellando nelle tempie, il sangue per alcuni interminabili istanti si gelava nelle vene…Il respiro si bloccava.  Ricordò all’improvviso che qualche sera prima all’uscita dal lavoro, le era parso che qualcuno la stesse seguendo e la stesse chiamando con una voce rauca…Fortunatamente era riuscita a salire sull’autobus prima di essere raggiunta…Ma poi a mente fredda,  pensò che doveva essersi trattato di un eccesso di fantasia da parte sua, di una suggestione dovuta all’ora e alla stanchezza;  aveva archiviato l’episodio e non ci aveva più pensato.
    Ora, all’ennesimo suono del campanello si convinse che qualcuno l’abbia davvero seguita.
    A un certo punto il suono cessò. Margherita tentò di addormentarsi ma, molto impaurita, non riuscì a prendere sonno. Durante la lunga notte non riuscendo a dormire, pensò e ripensò, immaginò chi potesse interessarsi a lei e per quali ragioni.
    Al mattino seguente, sebbene ancora sconvolta, si fece coraggio ed uscì per recarsi al lavoro.
    Il proprietario del bar dove prestava servizio vedendola stanca e pallida le chiese se stesse bene e  Margherita non vedendo l’ora di raccontare a qualcuno l’accaduto fu ben contenta di farlo, parlò del suono improvviso del campanello, della notte insonne e la sua tensione un po’ si alleggerì.
    Il Signor Ruggero, questo era il nome del suo datore di lavoro, collegando i due episodi, la informò che nella prima mattinata un signore era entrato nel locale e mentre sorbiva un caffè, aveva chiesto di una ragazza di nome Margherita, dicendo di essere un vecchio conoscente, nato e cresciuto nella stessa città e di volerla incontrare per salutarla.
    La ragazza provò a immaginare chi fosse lo sconosciuto che cercava di lei non riuscendo però a ricordare nessuno.  Questa notizia non fece altro che aumentare la sua ansia e accrescere in lei una sensazione di disagio e il presentimento che si tratti di uno sconosciuto personaggio improvvisamente emerso dal passato, e che questo non le avrebbe portato nulla di buono.
    Forse c’era un collegamento fra quell’uomo e la sua famiglia: troppe erano le cose legate all’attività dei suoi genitori di cui la ragazza era all’oscuro! Non se ne era mai interessata…
     Se n’era andata dal paese da pochi mesi, quando suo padre e sua madre rimasero vittime di un grave incidente stradale.   La loro morte palesò gravi dissesti finanziari dell’azienda che insieme portavano avanti: una fabbrica di prodotti chimici destinati all’industria mobiliera, navale e all’edilizia. Margherita fu costretta ad abbandonare l’università, vendere tutto ciò che poteva per saldare almeno in parte i debiti dei suoi genitori e poi andarsene via da quel luogo, la borgata in provincia di Pavia che l’aveva vista nascere e crescere e che adesso la faceva tanto soffrire.
    Erano passati cinque mesi da quel terribile giorno e spesso, prepotentemente,  riaffioravano ricordi.
     
    Trascorse qualche settimana, tempo durante il quale la ragazza riuscì a essere abbastanza serena; ogni sera però, al momento di coricarsi, la assaliva un senso d’inquietudine che la accompagnava fino a quando cedeva al sonno.
    Una mattina, mentre come da routine quotidiana stava rifornendo di bibite e generi diversi il bancone del bar, la ragazza udì l’inconfondibile voce rauca che le stava chiedendo una bibita, si girò e si trovò davanti un uomo elegante, brizzolato. Poteva anche essere definito un bell’uomo a dispetto della voce sgradevole. D’istinto gli osservò le mani che, notò, erano curatissime. Portava una valigetta tipo 24 ore;  l’uomo  le chiese una spremuta d’arancia.
    Improvviso un senso di nausea assalì Margherita…Quella voce - si - quella voce,  lei era certa di averla già udita.  Ricordò che il Signor Ruggero qualche tempo addietro l’aveva informata che un signore distinto che aveva chiesto di lei…
    Gli servì la bibita con le mani tremanti mentre lo sconosciuto cliente la guardava con insistenza e dopo un po’ le chiese se per caso fosse nata a Pavia, perché le disse - credo che, in tal caso, noi ci siamo già incontrati, quando lei era poco più che una ragazzina -.
    Margherita si affrettò nel rispondergli, seppure balbettando, che no, non poteva essere, dato che il suo luogo di nascita era un altro, ma lo sconosciuto insisteva nella sua affermazione.
    L’uomo andò a sedersi a un tavolino proprio al centro del locale e mentre sorseggiava la spremuta d’arancia, osservava Margherita la quale fingeva indifferenza.  Poi aprì la valigetta e ne estrasse una cartellina verde.  Lentamente, con ampi gesti ostentati, la aprì e uno per volta sfilò e dispose in bella vista sul tavolino dei fogli…
    La ragazza trasalì, per un attimo si sentì mancare, le sue gambe iniziarono a tremare, barcollò. Quell’uomo stava disponendo ordinatamente sul tavolo una serie di disegni che lei riconobbe immediatamente: li aveva fatti lei stessa negli anni del liceo, quando sognava un futuro da stilista, sogno che ben presto aveva abbandono dedicandosi a studi di giurisprudenza.  Erano schizzi più o meno elaborati di abiti femminili da sera, da cerimonia, da sposa…Disegni molto belli, a matita con tinte pastello .
    Margherita cercò di recuperare velocemente la sua lucidità e l’autocontrollo.  Finse indifferenza, guardò da lontano i suoi disegni e si chiese come mai quell’uomo che stava seduto davanti a lei guardandola e giocherellando con un sottobicchiere, ne fosse in possesso. Lei era certa che quella cartellina verde si trovasse nello scatolone dei ricordi che teneva nell’armadio…Forse quell’uomo era riuscito a entrare nella sua casa e aveva rovistato…
    Mille pensieri la assalirono, uno più spaventoso dell’altro. Ciò che non poteva immaginare era che a causa di una cartellina come quella i suoi genitori avevano perso la vita!
    Lo sconosciuto osservò attentamente a uno a uno i disegni sollevandoli e poi lentamente li inserì di nuovo nella cartellina verde  che ripose con cura nella valigetta.  Si alzò, pagò la sua consumazione e si avviò verso l’uscita mentre rivolgendosi alla ragazza disse:- “Buona giornata, ci rivedremo presto”.
    Questo saluto suonò come una minaccia.
    Nel bar in quel momento non c’era nessun altro e la ragazza in preda alla paura e alla disperazione sedette con la testa fra le mani e cominciò a piangere. Così la trovò poco dopo il proprietario del bar, di ritorno dal suo giro per commissioni.
    Margherita in lacrime gli narrò l’accaduto e il Signor Ruggero la rincuorò, le suggerì di mantenere la calma dicendo che nel caso si fosse ripresentato lo sconosciuto, avrebbe provveduto lui stesso a informare i carabinieri di ciò che stava succedendo. Stasera - le disse- ti accompagnerò a casa e salirò con te così nessuno oserà seguirti.
    Con l’aiuto del signor Ruggero, la sera stessa aprì lo scatolone e con le mani tremanti, emozionatissima, frugò freneticamente, cercò al suo interno la cartellina verde…La trovò e in quell’istante il mondo le crollò addosso…Non capì più nulla, impallidì … Dopo interminabili istanti la aprì: dentro vi trovò dei fogli ingialliti sui quali erano scritte formule, equazioni, parole come “viscosità, addensante, polimeri”… In uno dei fogli, sottolineata con il colore rosso e affiancata da un disegno particolare somigliante alle cellette delle api, piccoli rombi, ai cui vertici c’erano lettere maiuscole o trattini che si dipartivano verso altre cellette. Era una formula particolare sotto la quale c’era un appunto: “importante e segreta  - per il momento non si cede”. Riconobbe la calligrafia di suo padre e le venne da piangere. Quella cartellina che lei fino a quel momento aveva creduto contenesse i suoi disegni, racchiudeva invece fogli sui quali erano tracciate formule chimiche, calcoli, simboli che lei non riusciva a decifrare…Improvvisamente ricordò di averla recuperata dopo l’incidente fra rottami dell’automobile di suo padre, dentro quello che originariamente era un cassetto del cruscotto. L’aveva conservata nella convinzione vi fossero i suoi disegni…
    Il signor Ruggero lesse quei numeri e guardò quei calcoli…Poi disse:- “Intuisco che sopra a questi fogli c’è scritto qualcosa di molto importante, di inestimabile valore e che qualcuno vuole impossessarsene per ricavarci del denaro..”-  Margherita annuì… Era troppo stanca e agitata  per prendere qualsiasi decisione o anche semplicemente per elaborare delle ipotesi a riguardo.
    Ringraziò e salutò il suo datore di lavoro il quale  se ne andò raccomandandole di telefonargli immediatamente in caso di pericolo e promettendole di venirla a prendere in auto l’indomani mattina.
    Come promesso, al mattino seguente il signor Ruggero la aspettava sotto casa e la accompagnò al lavoro. Dopo averci pensato a lungo, la ragazza decise di interpellare un assiduo cliente del bar, ex professore di chimica all’università oltre che persona gentilissima e colta. L’uomo, signore distinto di circa settant’ anni, pensionato, aveva i capelli bianchi e la barba, a guardarlo ricordava il grande musicista Giuseppe Verdi. Il professore fu molto cortese, volentieri spiegò alla ragazza il significato delle strane scritte tracciate su quei fogli. La rese anche consapevole del fatto che si trattava di una scoperta interessantissima che, se messa in circolo, avrebbe rivoluzionato il settore delle vernici industriali. Seguendo lo schema delle molecole disegnate sul foglio, si sarebbe potuto ottenere un nuovo prodotto base: una vernice acquosa con un ottimo grado di viscosità, essa avrebbe certamente rivoluzionato la produzione delle vernici e sostituito quelle ora utilizzate contenenti piombo, mercurio e altri elementi tossici. Inoltre, trattandosi di una vernice a unico componente, non ci sarebbe stato bisogno del liquido catalizzatore necessario all’essicazione e alla resistenza di ogni vernice.  Un altro elemento che contribuiva a rendere ancora più interessante la formula era che se ne poteva ricavare molte varianti: si desumeva dalle frecce collegate ai vertici a quella principale, dove, cambiando qua e là gli elementi, si sarebbe potuto agire sul colore, sull’ opacità, lucidità,  elasticità, trasparenza…a seconda dei diversi usi e materiali da trattare.
    Una vernice di questo genere di certo avrebbe suscitato grande interesse presso i mobilifici e nell’edilizia… Oltre a fruttare un sacco di soldi a chi ne possedeva le formule.
    Per prima cosa il professore consigliò a Margherita di fotocopiare i fogli e custodirli con cura, nascosti, e poi di depositare gli originali presso un notaio.  Le disse anche che sarebbe stato il caso di informare la polizia, perché si avvii un’indagine allo scopo di identificare lo sconosciuto che di certo conosceva il valore di quei pochi fogli ingialliti.
    La ragazza seguì questi consigli e ottenne che un poliziotto, finto cameriere e fidanzato, la accompagnasse spesso e lavorasse con lei dietro al bancone del bar.
    Di tanto in tanto l’uomo sconosciuto dalla voce rauca si presentava nel locale e con noncuranza estraeva i disegni dalla cartellina verde, li allineava sul tavolino, li osservava, scambiava qualche opinione con i clienti, cercava di avvicinare Margherita invitandola persino a cena… Il poliziotto osservava attentamente ogni mossa. Nel frattempo furono avviate le indagini.
     In breve lo sconosciuto fu identificato: si trattava di un certo Simone  Malpezzi già noto alle forze dell’ordine, processato per reati vari fra i quali lo spionaggio industriale e fidanzato dell’allora segretaria del padre di Margherita, Silvana Righi.
    Silvana Righi era stata licenziata circa un anno prima, quando il padre di Margherita, essendo prossimo al fallimento dell’azienda di cui era proprietario, fu costretto a farlo.  La donna, conosceva il valore delle formule della vernice e prima di andarsene arraffò tutto il possibile compresa la cartellina verde che credeva le contenesse.  
    In seguito i genitori di Margherita si misero in viaggio verso Roma, alla ricerca di aziende interessate al prodotto.  Avevano investito molto denaro  per la messa a punto delle formule e, quando inaspettatamente fu ottenuto quel risultato così importante, decisero di trarne profitto per rilanciare l’azienda e risollevarne le sorti.  Perciò presero la cartellina verde e la sistemarono con cura nell’automobile.
    Sfortunatamente successe l’incidente, dove ambedue persero la vita. 
     
     
     
    Silvana Righi si era da poco alzata e stava guardando il cielo attraverso la finestra della sua cucina mentre beveva un succo d’arancia pregustando la serata che avrebbe trascorso con il suo fidanzato; il vetro della finestra le restituiva la sua immagine un po’ sciatta, con i capelli in disordine.
    Pensò che durante la giornata avrebbe fatto un salto dal parrucchiere: all’arrivo di Simone voleva essere bella. Doveva pazientare ancora qualche giorno e poi la sua vita sarebbe cambiata.
    Lei e Simone avevano acquistato due biglietti aerei di sola andata per il Brasile, dove pensavano, sarebbero stati finalmente al sicuro e felici.
    Silvana e Simone si erano incontrati durante una trattativa per la vendita di alcuni prodotti da parte dell’azienda per la quale lei lavorava e da subito li aveva accomunati il fiuto per gli affari.
    Fra loro nacque un’intesa forte e poi l’amore poco prima del licenziamento di Silvana. Insieme avevano escogitato un piano per trafugare le formule e impossessarsene.
    I pensieri di Silvana furono interrotti dal suono del campanello che la fece trasalire. Quando aprì la porta vide davanti a sé due poliziotti che le mostrarono senza parlare un mandato di perquisizione. Senza potersi opporre Silvana assisté come paralizzata a quella violenta intromissione nella sua vita e quel frugare ansioso fra le sue cose. I poliziotti trovarono e sequestrarono parecchi documenti, fotografie, fatture e ricevute bancarie di prelievi di denaro effettuati dal conto dell’azienda dove Silvana  aveva lavorato fino ad un anno prima.
    Uno dei due agenti invitò la donna a vestirsi e a seguirli al commissariato.
    Silvana si sentì male, si accasciò sul divano; capì di essere stata scoperta e immaginò che anche a Simone sarebbe toccata la stessa sorte, ma, data la situazione non poteva avvertirlo.
    I poliziotti accompagnarono Silvana Righi al commissariato e la sottoposero a lunghi ed estenuanti interrogatori ai quali seguì l’arresto.
    Le indagini proseguivano rapidamente e ora stava emergendo un nuovo inquietante particolare: il piantone dello sterzo dell’automobile a bordo della quale viaggiavano i genitori di Margherita, una Mercedes, era stato  manomesso e per questo motivo, al momento di effettuare una curva si era bloccato causando l’incidente,  facendo perdere il controllo della macchina che precipitò da uno dei viadotti situati nel tratto appenninico. 
    Nella mente di Margherita ora si andava nitidamente componendo il mosaico.
    In breve tempo i sospetti divennero certezze e la ragazza apprese dal suo amico poliziotto dell’arresto di Simone Malpezzi, accusato di duplice omicidio: fu lui a intervenire sullo sterzo dell’automobile.  La segretaria Silvana Righi fu arrestata per furto, appropriazione indebita, favoreggiamento e complicità nell’omicidio.
    Seguì il processo con la condanna dei due imputati.
    Per Margherita questo evento segnò l’inizio di un nuovo e più sereno capitolo della sua vita; le formule per la produzione della vernice a base acquosa furono vendute con buoni profitti e in breve tempo s’iniziò la produzione e la vendita con grande successo.
     La ragazza acquistò una casa in periferia, cominciò un nuovo lavoro presso uno studio legale.
    Non dimenticò mai i suoi amici più cari, quelli che le erano stati vicini e l’avevano aiutata in quei mesi tormentati. L’amicizia con il giovane poliziotto divenne a poco, a poco un grande amore: contavano di sposarsi al più presto e di avere almeno due bambini.
    Di tanto in tanto alla sera Margherita riapriva lo scatolone dei ricordi e dai suoi occhi scendeva una lacrima di nostalgia: vi ritrovava la sua infanzia e il sorriso dei suoi genitori.
    Allora sollevava lo sguardo verso il cielo e li salutava…Era certa la stessero guardando e ricambiassero il suo saluto.
     

  • 16 settembre 2013 alle ore 17:01
    Dal mare alla terra

    Come comincia: In questa bottiglia rigettata alla riva ci sono le parole che non ti ho detto. 
    Non ci incontrammo né percorremmo la strada su due metà, ma ti vidi di schiena allontanarti come fanno i coriandoli dopo una festa ; restano nelle insenature del pavimento e sui marciapiedi, schiacciati dal calpestìo distratto.
    Il corpo si è trasformò  dall'usura del mare, roccia temprata, liscia come il solco della tua nuca che tende all'universo.
    Ora sei. Ti compi nel presente.
    Ti vedo come non ti ho mai visto, senza illusione . 
    Mi vedo come sono, una linea, un granello di sabbia fermo nella clessidra del tempo. 

  • 16 settembre 2013 alle ore 6:22
    Il ricordo dei suoni

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. Tornato il silenzio, troveremo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

  • 15 settembre 2013 alle ore 21:15
    Ma in Italia ci sono anche i gelati con le palline?

    Come comincia: - L'ho acchiappata!

    Mihai ha appena acchiappato un'altra ape e le sta strappando le ali. Io non lo so se le api sentono il dolore ma il sangue non c'è e quindi non fa male. Oppure si? A volte mi fa male qualcosa anche quando non c'è il sangue.

    - Alex, come si dice ''stronza'' in italiano?

    Io non lo so come si dice stronza in italiano anche se il mio papà lavora in italia solo che non ha fatto in tempo a insegnarmi quella lingua e allora io mi invento le parole così i miei amici mi parlano di più.

    - Si dice ''palta''!
    - Ecco, adesso che non puoi volare la smetterai di pungere le persone, brutta palta che non sei altro!

    Questa mattina la nonna mi ha dato delle monete che io faccio vedere a Cristina e allora corriamo via velocissime verso il bar dove compriamo quelle chewingum che non sono molto buone ma che però hanno gli adesivi che si incollano sulla pelle.

    - Tu dove te la appiccichi?

    Sulla parete del bar c'è un calendario di due persone che fanno del sesso.

    - Ma secondo te, i tuoi genitori, lo fanno anche loro?
    - No! Ma cosa dici? I miei sono brave persone e non fanno quelle cose schifose!

    Usciamo dal bar perchè noi bambini per bene non possiamo guardare quelle cose. Sento la voce di nonna che grida il mio nome. Sarà già ora di pranzo? Hmm, il solo pensare alla tavola di nonna mi porta a corre subito da lei. Non mi ricordo come cucina la mia mamma però lei ha un odore buonissimo ed è bella bella. Tutti dicono che le assomiglio e quando lo dicono io sorrido così tanto che sembro scema.  Corro forte forte così quando arrivo ho tanta fame e faccio contenta la nonna mangiando tutto quanto.
    Aspetta, ma di chi è questa macchina?

    - La mia bambina!

    Gli occhi della mia mamma sono pieni di lacrime e anche le sue guance. Io però riesco a piangere solo quando qualcosa mi fa male e poi perchè dovrei piangere se la mia mamma è tornata? Io sono felice, e siccome mi sento stupida perchè sono l'unica che non ha la faccia bagnata dalle lacrime salto al collo della mamma perchè agli adulti piace tanto quando fai così, soprattutto quando sei una bella bambina pulita ed educata come me. La nonna lo dice sempre. Apro le narici più che posso e poi le affondo nelle sue spalle per prendere il più possibile il suo profumo.

    - Da oggi staremo insieme per sempre pulcini miei!

    Cosa significa? che la mamma resterà ad abitare qui? Non lo so se mi piace questa cosa perchè se lei resterà con me tutti i giorni allora mi sgriderà come fanno le mamme di tutti gli altri bambini. E poi mi vorrà sempre bene? Anche quando tornerò a casa tutta sporca perchè ho giocato a saltare nelle pozzanghere oppure quando le vicine mi porteranno a casa, tirandomi per le l'orecchie perchè ho giocato a lanciare le palline di fango che poi finiscono sulle finestre di quelle vecchie bacucche! Ma perchè non lavano e basta? Si lamentano sempre che non hanno nulla da fare.

    - Vi ho portato tanti regali, in Italia ci sono dtante cose belle. Guarda ti ho portato le arance rosse.
    - le arance rosse? wow!

    Sembra bella questa Italia. Ci sono gli alberi con i kiwi, i melograni e poi ci sono anche le arance rosse che io non voglio assaggiare perchè non mi piace come sono dentro, è un rosso questo che sembra marcio.

    - Ma, in italia, ci sono anche i gelati con le palline, come quelli della TV?
    - Certo tesoro! Ce ne sono dappertutto!
    - E si gira con i cavalli oppure solo con la macchina?
    - Solo con la macchina.

    Allora, le arance rosse, i melograni, il gelato quello bello e niente puzza di cacca di cavallo! Mi piace sempre di più questa Italia..

    - Cristina può venire con noi?
    - No amore, Cristina deve restare qui con la sua famiglia.

    Io non l'ho mai capito perchè io posso passare tanto tempo senza la mia famiglia mentre tutti gli altri devono restare con la loro nel loro paese. Tutti dicono che io devo capire anche se io non ci capisco mai niente però faccio sempre finta di capire così la mia mamma non pensa di avere una figlia stupida.

    Chissà come sarà questa Italia, però è tanto lontana perchè sono tante ore che io sto in questa macchina per arrivare lì.
    Ma se è così bella come dicono, perchè ci sono tutte queste macchine che tornano indietro? Forse vanno a trovare la loro nonna e il loro bisnonno come farò io quando mi mancheranno troppo.

  • 15 settembre 2013 alle ore 2:12
    Una vita non mia

    Come comincia: Eravamo seduti al tavolino di un bar,sulla strada centrale della città mentre aspettavamo una nostra amica con una notizia impellente da comunicarci."Fra quanto arriva,amò?"chiesi alla mia ragazza Mary che estrasse il cellulare dalla tasca e mi rispose"Aveva detto che sarebbe stata qui per le cinque...sono le cinque e venticinque""Certo che quando si tratta di appuntamenti,Stella è sempre in ritardo,eh?"risposi sarcastico,leggermente cattivo.Si avvicinò la cameriera del bar che vedendoci lì seduti da tempo,pensava che stessimo aspettando qualcuno che prendesse le nostre ordinazioni"Ragazzi prendete qualcosa?"guardai Mary che annuì ed io mi accodai"Si grazie.Tu che prendi?"per cavalleria prima le signore."Io un ginseng,grazie""A me invece porti un caffè macchiato a vetro,con zucchero di canna.Per cortesia""Subito"si allontanò tra i tavoli e la gente che parlottava tra loro,per poi svanire nel bar."Certo che tu sei proprio rompi palle con i gusti,Jim!""E che vuoi da me se le mie origini napoletane pretendono di gustare il caffè in un certo modo,oppure non lo prendo proprio!".Eravamo una coppia ben assortita;lei italiana ma sognava l'estero e di andare a vivere in Norvegia.Io un italo-americano trasferitomi da poco più di cinque anni in Italia,ma che grazie ad i miei nonni parlavo perfettamente napoletano.Sbuffai irritato dalla lunga attesa cominciando a tamburellare con le dita sul tavolino"Una chiamata!"esclamò afferrando il telefono"Pronto.Stella,dove sei?"alzai le mani al cielo"Dovresti essere qua,papera odiosa!"pensai tra me"Stai vicino al bar,come?"sentivo la voce gracchiante fuoriuscire dall'apparecchio telefonico"Aspettami lì,ti vengo in contro"attaccò e mi stava per dire quello che avevo appena sentito."Fammi indovinare...devi andarle incontro?""Ma quanto sei bravo,amore!"mi baciò mettendosi la borsa a tracolla"Certo...Ho sbagliato mestiere,non dovevo fare il pittore,ma l'indovino..."si girò facendomi la linguaccia"Stai attenta e chiamami se qualcosa!"le urlai come tutte le altre volte che se ne andava in giro senza di me."Che scassa palle questa...uff!"borbottai mentre cominciai a giocare a scopa con il telefono,o meglio a perdere a scopa contro il telefono.Ogni volta che mi concentravo a scervellarmi di fronte a quel giochino,finivo con l'imprecarci contro ed innervosirmi"Maledetto pezzo di plastica.Giuro che ti sbatto contro il muro!"se non lo facevo era solo perchè mi era costato duecentocinquanta euro."Ecco le vostre ordinazioni"la ragazza del bar mi riportò alla realtà facendomi distrarre dalla faida verso il mio cellulare"Ecco a te.Ma la ragazza?""Non preoccuparti,metti pure qui.Adesso torna"feci posare l'ordinazione di Mary al suo posto e ringraziai la cameriera,che magari si aspettava anche una mancia.Che non arrivò;se le davo la mancia non potevo pagare le consumazioni"Che povertà!"esclamai nel mio dialetto compatendomi da solo."Ciao Jimmy!"mi girai e vidi l'oca,cioè Luna venire verso di me e salutandomi con un bacio su ogni guancia si sedette accanto alla mia ragazza."Mary la tua ordinazione""Ah,è arrivata?""E no la tenevano nascosta nel bar!Certo che è arrivata!""Ma quanto mi fai ridere...dovevi fare cabaret!""Guadagnavo sicuramente di più!"le lanciai un bacio ed un occhiolino che contraccambiò.Notammo che Luna dopo averci salutati si era spenta,strano visto che lei era una di quelle ragazze che dovevi strapparle la lingua per non farla parlare più"We Luna,che ti succede?"esitò ancora continuando a fissare il pavimento"O,ci dici che ti è successo o no?!"io sempre così fine e dolce provai a spronarla ad aprirsi."Ho un problema ragazzi.Un problema piuttosto serio."Guardai Mary oltre il bordo della tazza di caffè dalla quale stavo gustando la calda bevanda,vidi che il suo colore vivace di sempre s'impallidì di fronte quella notizia."Che cosa tesoro?Sai che a noi puoi dire tutto!"le prese le mani tra le sue cercando di spronarla a scucirsi."Ho un ritardo di due mesi...""Cazzo..."pensai tra me"Non sia mai capitasse a Mary,non so come reagirei...""Hai paura che...""Si,è molto probabile che io...sia..."inspirò profondamente"Incinta..."la tazza fra le mani di Mary vacillò e per poco non cadde per terra per lo stupore"Ma come...""Sono stata con un ragazzo,ho preso le dovute precauzioni...""Ho capito c'è stato qualche problema!"andai subito al sodo"Esatto...La protezione si ruppe..."si interruppe trattenendo a fatica le lacrime"Il resto lo intuiamo da soli,Luna"tagliò corto la mia ragazza."Ne sei sicura?""Bhe sicura sicura no,ma il ciclo mi è sempre venuto regolarmente""Hai fatto il test?""Non ne ho il coraggio..."sorrisi amaramente tra me"E come darle torto..."questa me la tenni per me."Vuoi che lo facciamo insieme?""Ho troppa paura Mary..."si portò una mano tra i capelli"E se risultasse positivo?""Positivo o meno è sempre meglio esserne certi piuttosto che stare qui  a disperarci senza far niente,no?".Luna cosciente annui tristemente"Ok allora lo andiamo a comprare""No,vado io ragazze!""Sicuro?""Si,a me qui mi conoscono in pochi ed un ragazzo che chiede il test fa meno brutta figura di una ragazza"mi guardarono di traverso"Tu ed i tuoi stupidi pregiudizi sulla mentalità italiana"mi punzecchiò Mary,ma non le diedi peso la baciai e mi avviai verso la farmacia poco distante dal locale.Da lontano mi sbraccia per attirare la sua attenzione"Tienila d'occhio e consolala!"raccomandai gesticolando,non volevo farmi sentire da Luna.Mi calai gli occhiali da sole sugli occhi e continuavo la mia disceva verso la farmacia,che arrivò dopo qualche metro ed una curva a sinistra.Entrai e mi alzai gli occhiali dagli occhi,mettendomeli tra i capelli e mi allineai alla fila.Notai che erano tutti dei giovincelli quelli che avevo avanti a me;eranp tutti oltre i settant'anni(anno più anno meno)e notai che stavano facendo la "spessa"di cose necessarie loro per vivere.Dopo un tempo che mi sembrò secolare,toccò finalmente a me."Ciao,mi dai un test di gravidanza per favore?"mi guardò sospettosa"Non preoccuparti non è per me,guai di questo genere non ne ho ancora combinati.O almeno credo!"il farmacista rise ed andò a prendermi ciò che mi serviva e pagai ad occhio e croce dieci euro ed uscii."Eccomi"mi presentai al tavolo e mi sedetti al mio posto porgendo alle ragazze ciò che avevo acquistato,incartato nella carta della farmacia."Grazie amore"prese il pacchetto e lo mostrò a Luna che si alzò titubante"Veniamo tra un pò""Non preoccuparti,io ho un conto in sospeso con l'omino che gioca a scopa nel mio cellulare!"sorrise e si allontanò con l'amica sotto braccio"Ora bastardo virtuale,sei mio!"ricominciai la partita attendendo le ragazze."Asso,tre e dieci...Non posso prende niente!"e ricomincia ad imprecare contro la scarsezza delee mie carte,che non mi permettevano di mettere a segno qualche buona presa.Passarono quindici minuti buoni,e le ragazze ancora non tornavano così mandai un messaggio a Mary."Com'è la situazione là?Ti amo"aspettai qualche minuto che mi rispondesse e ricominciai a giocare.La partita si interruppe automaticamente quando mi comparì il messaggio di risposta sul display"Male piccolo...è incinta!".Assimilai le parole appena lette,rileggendole varie volte magari che rileggendole cambiassero.Ma niente."Madonna Santa...e adesso?"pensai portandomi una mano alla bocca non sapendo più cosa dire o pensare,soprattutto conoscendo la famiglia di Luna;l'avrebbero uccisa!Dopo venticinque minuti tornarono dal bagno con Mary che teneva abbracciata Luna in lacrime,mentre si copriva il volto con le mani.Era letteralmente disperata.Quando si sedette neanche mi parlò ma la sentivo piangere con foga e quindi non me la presi,anzi mi dispiaceva per lei."Dai Luna,qualcosa faremo non preoccuparti!"cercava in tutti i modi di consolarla Mary,ma le parole potevano ben poco in una situazione del genere"Mary è inutile che cerchi di consolarmi le soluzioni sono solo due..."disse tutto d'un fiato con il volto rosso e le lacrime che le bagnavano il viso"O me lo tengo e mi faccio massacrare da i miei,o abortisco!"Ogni volta che sentivo la parola aborto ribolliva in me una rabbia incredibile,perchè una vita innocente non deve morire perchè tu incosciente di una ragazza non sei stata attenta come dovevi.Non parlavo ne da un punto di vista politico e tanto meno teologico,ma puramente morale.Siccome non era stata ne stuprata o violentata,io l'aborto in quella situazione non l'accettavo."Questa decisione devi prenderla tu,Luna.Noi non possiamo far di più che consigliarti.Vero amore?"mi guardò e vide il buio nei miei occhi.Aveva capito perchè mi ero zittito e mi ero oscurato in volto."Io non voglio ammazzarlo,ma non posso neanche tenerlo...Oddio non so che fare,aiutatemi voi ragazzi,vi prego!"si gettò sulla spalla di Mary continuando a piangere,mentre lei mi guardava ma dal mio sguardo fuoriusciva solo tanta indifferenza ed odio.Non avrei mai perdonato a Luna l'uccisione di un piccolo innocente per lo sfizio di una notte."Io dico di provare a parlarne ad i tuoi"tentai una via molto difficile e perigliosa,ma dovevo salvare quella creaturina."Cosa?"esclamò incredula"Hai capito bene,non credo che più che strillarti possano farti""Tu non li conosci i miei Jim...sono antichi e retrogradi per loro una cosa del genere è da fucilazione!"lo stomaco mi si stava incendiando"Ti capisco,ma con questo non vuol dire che per colpa tua e delle tue paura,lui o lei debba morire".Lo so che era alquanto bastardo mentre parlavo,infatti Mary mi diede un calcio sotto il tavolo per farmi smettere di esprimere la mia.Non le diedi proprio retta."Io...io voglio abortire...Si non posso tenerlo...Mary mi accompagni tu?""Se diventi complice di quest'omicidio contro un innocente,puoi scordarti di me!"fui secco e deciso inchiodandola sul posto con quelle parole."Sei proprio uno stronzo!"mi urlò contro lei alzandosi e scappando via inseguita dalla mia ragazza che mi guardò incredula per la mia testardaggine ela mia reazione.Non riuscì a raggiungerla così tornò da me incazzata come non mai"Perchè le hai detto quelle cose?""Sai già come la penso...""Lo so ma non era il caso di spiattellarcelo in faccia,non credi?"cominciammo così a discutere,poi a strillare ed infine a litigare come Cristo comanda;insulti a non finire e parolacce in quantità.Ce ne andammo ognuno a casa propria senza neanche salutarci,la notte mi arrivò un messaggio di Mary dove c'era scritto che avrebbe accompagnato Luna all'ospedale per abortire,l'indomani mattina.Fuori di me spensi il telefono e provai a dormire.Mi svegliai all'alba dopo una notte di incubi e patemi d'animo che non mi fecero chiudere occhio,girando intorno a me come spiriti maligni che mi guardavano ridendo,godendo del mio dolore."Andasse affanculo lei e quella vacca dell'amica!"imprecai per qualche minuto mentre stringevo convulsamente i capelli tra le mani"Se solo ci fosse un modo per evitare la morte di quella povera creatura..."Colpo di genio"Ma certo,perchè non ciò pensato prima!"schioccai le dita illuminandomi,chiamando immediatamente Mary"Che vuoi?"risposta aspettatissima"Non riattaccare,ho un'idea per salvare Luna ed il bambino!""Cosa?Tu sei pazzo!""Fidati,dove siete?""Alla stazione...""Aspettatemi lì arrivo subito!"mi fiondai in bagno e mentre correvo mi infilavo il pantalone lanciando in aria gli indumenti che mi sfilavo.Scesi di casa quasi capitombolando per le scale e farmele tutte con una sola caduta ed arrivai alla macchina correndo e sperando di arrivare in tempo.Trovai un parcheggio che un altro reclamava"Non mi interessa ho da fare!"parlavi in napoletano mentre correvo fottendomene altamente di ciò che stava dicendo quello,entrai nella stazione e scesi per il sotto passaggio."Ragazze!"le vidi da lontano e sgomitando tra la folla leraggiunsi."Ho un'idea!".Cominciai a raccontargliela ed all'inizio sembravano quasi contrariate"Che vi costa?Potremmo uscirne tutti illesi,no?""Non lo so,mi sembra difficile come messa in scena...""Voi fidatevi e fate parlare me,ok?"titubanti accettarono.Andammo a casa di Luna ripassando la bugia salvatrice per strada,una volta di fronte al portone inspirammo tutti profondamente facendo l'ultimo ripasso."Ci siete?"annuirono tremanti come foglie"Bene,andiamo!"presi per mano Mary che a sua volta prese a braccetto Luna dovendola quasi tirare."Si chi è?""Io mamma"la madre di Luna aprì la porta e ci salutò con un grosso sorriso"Ciao ragazzi,come state?""Mamma dobbiamo parlarti?""Che succede?""Entriamo prima signora,poi parleremo".Entrammo accomodandoci nel salotto disponendoci,io e Mary su un divanetto e Luna su una sedia vicino a noi mentre la madre si era adagiata su una poltrona nell'angolo."Allora,che succede?""Ti ricordi che mi avevi sempre detto che dovevo aiutare il prossimo meglio che potevo,mamma?"annui titubante"Bene,sto aiutando Jim e Mary ad avere un bambino!"Rimase a bocca aperta,ma sicuramente meno sconvolta se avesse detto che era rimasta in cinta dopo una sveltina con uno sconosciuto"Cosa?""Lasci che le spieghi signora.La mia ragazza purtroppo è sterile,siccome bramiamo assolutamente essere genitori ho fatto impiantare chirurgicamente il mio seme nell'utero di sua figlia per poter realizzare il nostro desiderio""In poche parole è una madre surrogata?""Esatto mamma,proprio così!"la cosa stava andando alla grande e la madre sembrava già aver accettato la cosa"Ma la scuola,tutte le visite...""Non si preoccupi a quello pensiamo noi,io aiuterò Luna a studiare""Ed io pagherò visite e controlli che saranno fatti al bambino.Un collezionista vuole acquistare un mio quadro per una bella sommetta.I soldi non saranno un problema".Alla fine riempiendo di balle la povera signora,Luna ne uscì pulita più di quando ci era entrata."Stai attenta""Non preoccuparti mamma""Arrivederci signora,grazie!"la salutammo scendendo le scale frettolosamente."Che vi avevo detto che avrebbe funzionato?"a dire il vero ne dubitavo anche io,però..."Grande amore,sono fiera di te!"Mary mi saltò al collo stringendomi forte con Luna che piangeva,di gioia questa volta."Ora non devi far altro che farlo crescere e poi quando nascerà lo prenderemo in custodia noi,capito?""Grazie ragazzi,non so che dire...""Dire che non lo uccidi più mi basta"mi abbassai al livello della pancia"Vero MIchael?".Il bambino scalciò...

  • 14 settembre 2013 alle ore 7:02
    Il Credo a Ma'lula

    Come comincia: Stamane, al primo caffè, la tv parlava dei cecchini, che imperversavano a Ma’lula, occupata dai ribelli siriani. Ricordo quella mattina, che ci arrivai. Montagne, nude come scogli infuocati, rosse di ferro. Grumi di case, cubi malconci di calce e mattoni, sgretolati dal vento, in bilico su crinali impossibili. Capre e capre a brucare erba invisibile. Un sole rovente, incessante, esasperante sul tuo corpo, che non ha più liquidi per sudare. Bambini dagli occhi enormi, muti, sorpresi di te, che ti seguono, tendendoti una mano che non sa chiedere. Si scende, per un viottolo, in una voragine infernale. Quale paura, quali orrori, spinsero i monaci a costruire un convento, così celato? Il Mar Sarkis ti ricorda che S. Sergio, come un'infinità di altri santi, è di qui. Paolo l'hai lasciato, a terra, a Damasco, fulminato da Dio. La Siria possiede più di un centinaio di insediamenti paleocristiani, a ricordarti che Gesù stava a pochi passi da qui. Il cristianesimo vive in un reticolo di musulmani sciti e sunniti, curdi, armeni. Il monaco, che ci accoglie, ci porta su, per gradini sconnessi, a una terrazza che dà sul azzurro del cielo. Il convento de Mar Taqla o santa Tecla è difronte, chiuso in caverne irregolari, quasi bocche fameliche. Il vento caldo del deserto lascia sabbia negli occhi e tra i denti. Il monaco mi porge un bicchiere d'acqua, che si appanna, tanto è fredda la sorgente, una verde fessura nella parete rocciosa della chiesa.  - "É l'unico luogo, al mondo”, - ha una voce calda, in un italiano quasi perfetto, che sa stupirti – “dove si parla ancora l'aramaico dei tempi di Cristo. É tramandato solo oralmente. Ne abbiamo perso la grafia. Ora, sentirete dalla mia voce il suo Credo, con la sua stessa sonorità di linguaggio"
    Ricordo quel suono.
     
    l.p.r.  12-09-13

  • 13 settembre 2013 alle ore 0:44
    Il comico

    Come comincia: "Non mi credete?"esclamò John con gli occhi del pubblico incollati su di lui mentre le persone esprimevano tutto il loro divertimento in modi diversi:c'era chi si copriva la bocca ridendo a crepapelle e per poco slittava giù dalla poltroncina di un orribile color azzurro scambiato,chi invece applaudiva con le lacrime agli occhi,chi si strozzava tossendo e diventando paonazzo in viso continuando comunque a ridere."Ve lo giuro su mia figlia,mia madre si metteva così tanta lacca ma così tanta lacca,che avevo le mosche che svolazzavano per il bagno con la messa in piega!""Bravoo!""Sei grande!"il pubblico apprezzava molto le battute di quel comico da quattro soldi che recitava le sue gag a buon mercato,ma di grande effetto per la platea."E poi..."rise anche lui"E poi vedi che si scambiano anche apprezzamenti tra loro.Ma come sei elegante,ma come sei bella oggi"gesticolava mostrando una mosca con i capelli fatti e che si pavoneggia andando da tutte le parti aggiustandosi continuamente i capelli."Perchè lei non la metteva direttamente sulla testa come noi poveri comuni mortali,noo!Lei la spruzzava in aria e poi si muoveva come Matrix per farla aderire meglio ad i capelli,almeno secondo lei era così."altre grida e risate venivano lanciate sul palco con fervore"Sembrava che nel mio bagno ci fossero sempre le nuvole,ogni volta che entravo sembrava che stesse per piovere.Una volta sono entrato con l'ombrello.Sapete com'è entravo con le dovute precauzioni!"rise anche lui nuovamente,facendosi trasportare dall'ilarità e le risate caotiche del pubblico."Sembrava di stare in Vietnam con tutta quella nebbia,una volta ho incontrato un vietcong che mi ha detto dove si trovava perchè diceva di essersi perso nella foschia!".La serata continuò così con lui che faceva ridere gli spettatori paganti che consumavano le loro ordinazioni,guardandolo sotto i riflettori che lo facevano sempre sudare fino a costringerlo a togliersi la giacca."Grazie mille a tutti,ci rivediamo venerdì prossimo.Mi raccomando vi aspetto.E ricordatevi che di mamma c'è ne una e come lei non c'è nessuna!"la platea ripetè il tormentone"E meno male!"accompagnato dalle risate e da gli applausi svanì dietro il rosso del sipario."Oh Dio ti ringrazio..."borbottò allargandosi il nodo della cravatta gettando la giacca color crema che aveva in mano,su di una logora poltrona.Si accese un sigaro che estrasse dalla tasca della camicia,lo passò sotto il naso e lo accese"Li hai stesi là fuori,John!"si voltò e vide il suo caro amico Murphy che gli andava incontro con le braccia aperte."Ciao giallino,com'è andata invece a te?"lo chiamava giallino perchè era di origini okinawesi"Certo come no...Ogni sera lo sketch del povero cinese maltrattato dal padrone,che commette sempre errori stupidi e viene trattato come un imbecille...Si John oggi mi è andata ploplio alla glande!"scherzò facendo un inchino in stile orientale.Lo faceva sempre sorridere quando gli faceva quella scenetta."Ma sempre a fumare stai,per la miseria!Quante volte ti ho detto che quella merda prima o poi ti manderà a fissare i fiorellini dalla radice!?""Smetterò quando diventerai più alto di me!".John non era un gigante ma l'amico Murphy essendo orientale era ancora più basso"Mi dai sempre la solita risposta stupida!""Se te la do è perchè non credo di voler smettere di fumare""E allora sai che ti dico,asfissiati pure!".Si voltò di spalle per andarsene"Dai lo sai che ti voglio bene,tappetto mio!"lo abbracciò da dietro ed avendo una corporatura robusta e muscolosa lo alzò da terra facendolo alzare di un metro circa.L'orientale sorrise giocoso dandogli un calcio in pieno petto"Bastardo,non solo ti faccio sentire più alto e tu mi fai male?""A noi orientali piace stare per terra!"lo posò su una sedia poco distante dalla poltrona su cui era adagiata la giacca.la spostò e si sedette."Dai parliamo seriamente ora.Come va?""Va come deve...""Non far finta di niente John,lo so che ieri è stato il secondo anniversario della morte di tua figlia e di tua moglie.Non far finta di niente con me!".Murphy fù severo con John,ma questo perchè l'amico non era molto loquace.Amava molto blindare i suoi sentimenti sotto quella scorza da duro che aveva,e gettarli nei meandri più oscuri del suo cuore.John aspirò dal sigaro gustando il sapore forte,molto intensamente e poi rispose""Cosa dovrei dirti...Che va tutto bene e che ho metabolizzato la cosa ormai,eh?"la voce gli tremava"Lo so,per questo ti chiedo di raccontarmelo ed aprirti almeno con me!".Sospirò rassegnato"Il cuore mi fa male ogni volta che le penso,Murphy...Non riesco a credere che non siano più a casa ad accogliermi,quando tornavo la sera e posavo il cappello sulla testa di Ashley e con la mano libera lambivo il fianco di Kristin e la baciavo..."appoggiò la fronte sulla mano"Continua amico mio,ti ascolto".L'okinawese era sempre disponibile con John,visto che era l'unico che lo trattava come un uomo e non come una bestia da soma da cui trarre quattrini."Se mi fossi fatto i cazzi miei...se solo mi fossi fermato quando avrei dovuto...se solo non l'avessi...ucciso...""John era il tuo lavoro,dovevi farlo.O tu o lui!"gli si accostò sedendosi sul bracciolo della poltrona posandogli una mano sulla spalla"No invece...dovevo lasciare il caso ad un altro,come consigliatomi.Ma io ed il mio maledettissimo orgoglio siamo stati sordi come sempre"gettò il sigaro in terra"E la mia ultima idiozia..."schiacciò il mozzicone con forza"Mi è costata la vita intera!".John non era sempre stato un comico,prima era uno sbirro infame e sadico.O meglio odiava chi trasgrediva alle leggi,soprattutto quelle che violavano i diritti altrui ed amava punire queste persone a modo proprio.Alzò le spalle il giallino"Bhe...Magari hai esagersto un pò..."John lo voleva fulminare con lo sguardo"Dai hai esagerato,gli hai mandato il figlio legato come un salame nel filo spinato e gli hai tagliato il coso mettendoglielo...ehm...""Quel vile maledetto aveva stuprato più di sette ragazze,tra cui minorenni.Ed alcune di loro hanno dovuto subire l'abuso suo e di quei porci che si portava dietro!"diese un cazzotto al bracciolo con rabbia,fissandolo negli occhi che per poco sembravano prendere fuoco."Intanto ecco la mia sete di giustizia dove mi ha portato..."Si alzò infilandosi la giacca,avviandosi verso l'uscita."Aspetta,ti accompagno""No non preoccuparti Murphy,vado da solo"gli urlò ormai dall'altra parte della sala,con la maniglia antincendio della porta in mano"Sicuro?""Si tranquillo.Chi la sente tua zia se fai tardi!"gli fece l'occhiolino"Senti non è che conosci un modo sadico e crudele per spegnerla per sempre?".Lo guardò storto"Ok è un no.Ma stavo scherzando,comunque!"John uscì"A meno che tu non ne abbia veramente uno..."rientrò con il capo fissandolo torvo"Ok ok,ho capito.La vecchiaccia per ora dovrà ancora vivere.Yuppy...""Bravo.A domani!"lo salutò e si chiuse la porta alle spalle.Nevicava e faceva freddo,si alzò il colletto della giacca e si soffiò sulle mani cercando di scaldarsele,e si avviò verso casa.Casa è un termine un pò troppo elegante per definire la dimora dell'ex sbirro;un appartamento da cento dollari al mese grande quando un ripostiglio,con una cucina ed un salone minuscolo.Per non parlare del bagno grande quanto una cabina del telefono.Inoltre era ordinato come lo potrebbe essere stato il cervello di un serial killer.Camminava con le mani in tasca guardando le persone che camminavano per strada,mentre i fiocchi di neve gli cadevano sulla testa ormai quasi spoglia dalla chioma che un tempo la rivestiva.Attraversò ringraziando l'anima di Dio che lo aveva fatto passare,con un gesto appena accennato del capo e poi proseguì dritto per il "lussuosissimo"quartiere in cui abitava.C'erano solo persone facoltose e di classe;spacciatori ad ogni semaforo che ti si attaccavano alla portiera infilando la testa nel finestrino volendoti rifilare dosi di roda dalla dubbia qualità,prostitute poggiate ad i lampioni che ti guardavano con i loro occhi truccati così pesantemente da sembrare panda,anche se sapeva che il trucco eccessivamente marcato era dovuto alle botte che ricevevano da i loro protettori ogni volta che non portavano il dovuto ricavato.Alcune di loro erano anche piuttosto datate,evidentemente la fame le spingeva a fare quell'orrendo lavoro."Dacci tutti i soldi.Muoviti!"da un vicolo superato da poco,provenì una voce intimidatoria e molto nervosa."Cosa,hai solo questa miseria?"ancora quella voce,decise di lasciar perdere."Non tornare indietro...Non tornare indietro..."cercava di impartirsi la totale astinenza dall'intervenire per difendere l'aggredito"Devo intervenire!"ovviamente non ci riuscì."Che diavolo succede qui?"c'erano tre ragazzi di cui due con il passamontagna ed uno con una calza di nylon sulla faccia,impugnava un coltello a scatto."Vuoi fare l'eroe vecchio?"rispose uno dei due nelle retrovie ed estrasse anche lui un coltello dalla tasca,ne afferrò un'estremità e con varie rotazioni lo fece aprire.Era un coltello a farfalla."Già nonno,svuotati le tasche e dacci tutto quello che hai!"adesso anche il secndo si stava avvicinando minaccioso,ma senza nessun arma in mano."Mi piacerebbe ragazzi,ma con me non ho neanche un centesimo"i due si guardarono complici"Certo come no,facci controllare a noi!"l'armato diede l'ordine all'altro di frugare l'uomo."Scommetto dieci dollari che quel coltello tra poco starà in mano mia""Che cosa dici?"neanche il tempo di fargli capire ed atterrò l'aggressore disarmato con una spallata,afferrò la mano armata dell'altro e storcendogliela lo disarmò afferrando l'arma."Cazzo mi ha rotto la mano!"imprecò tenendosi la parte lesa."Ma che succede,non sapete neanche tener testa ad un vecchio idiota!?"intando quello con la calza come cappuccio si voltò aiutando gli altri,ma finì anche lui a terra con la faccia nella neve e qualche osso rotto."Via via,ragazzi!"I malviventi corsero incespicando tra loro spingendosi l'un l'altro durante la fuga."Sbarbatelli..."pensò mentre si avvicinava ad un corpo adagiato a terra"Stai bene?"cautamente continuava ad avvicinarsi e non avendo alcuna risposta,pensò al peggio.Posò le dita sul collo e sentì il battito cardiaco flebile ma presente,scrutò per vedere se perdeva sangue ma fortunatamente non aveva niente di grave,a parte un graffio su un braccio.Gli voltò il capo e vide che si trattava di un ragazzo,capelli biondi e barba leggermente sfatta ed aprendogli gli occhi notò che li aveva neri e reagivano alla luce del lampione sotto il quale lo aveva portato."Bene,sta meglio di quanto pensassi"lo caricò su una spalla e decise di portarselo a casa.A notte fonda sentì dei rumori provenire dal piccolo soggiorno,impugnò la nove millimetri ed al buio,si avviò verso la stanza.La luce si accese e dei passi scalpicciavano sul pavimento,c'era qualcuno con lui in casa.Entrò con l'arma spianata scandagliando la zona di fronte a lui e non trovò alcun aggressore,ma solo il ragazzo che frugava nel frigorifero."Tu sei!?"esclamò sbigottito e sollevato"Mi hai fatto prendere un colpo.Per come stavi messo credevo che ti saresti svegliato come minimo domani".Il giovane lo fissava senza parlare"Come ti senti?"infilò l'arma nella cinta del pantalone e gli si avvicinò"Bene..."rispose con voce flebile e roca"Ti ho fasciato la ferita,niente di grave fra qualche giorno dovrebbe guarire"il ragazzò si fissò la fasciatura scrutandola da vari punti."Hai fame?"annuì"Siediti ti cucino qualcosa io".Lo fece accomodare al tavolo intriso di alcool e bottiglie rovesciate"Non preoccuparti pulisco io"prese una busta di plastica e con la mano gettò tutto al suo interno,con uno straccio bagnato pulì l'alcool."Come nuovo"tornò ad i fornelli mettendo una pentola con dell'acqua sopra ad un fuoco."Spero che ti piaccia la cucina italiana,io ne vado pazzo!"cercò di far sciogliere il giovane che continuava a stare sulle sue ed a non voler parlare più di tanto.Si sedete di fronte a lui continuando nella sua impresa"Allora,come ti chiami?""Pit...""Pit,abbreviativo di Peter?"non rispose nuovamente."Senti Pit,cosa volevano quelli da te?""Soldi...""Volevano solo rapinarti?"annuì lentamente con il capo"Sicuro?"annuì questa volta meno convinto"Va bhe dai,non pensiamoci più!"l'acqua stava cominciando a bollire"Dove abiti?""Non ho una casa..."Oh...Ed i tuoi genitori?""Mio padre non so neanche dove sia,mia madre è morta di overdose...".Si zittì per un istante non sapendo assolutamente cosa dire"Povero ragazzo..."pensò tra se buttando la pasta per farla bollire,si possiò ad un mobiletto accanto alla cucina"Ahia!"la pistola gli schiacciò sulla schiena facendogli leggermente male."A te posso metterti qui"la posò sul mobiletto su cui era poggiato per poi girarsi e girare la pasta."Come la vuoi la pasta?"gli chiese mentre la stava scolando"Sugo,bianco,pesto.Dimmi tu!"il ragazzo pensò per poi rispondere"Bianca...""E bianca sia!"la scolò e prese due piatti posandoli accanto la pentola,fece le due porzioni e le condi con olio e del parmigiano e le portò a tavola."Buon appetito"inforcò la pastà con voracità divorandosela con gusto mentre il ragazzo mangiava come un uccellino"L'acqua?""Ah già..."rispose con il boccone in bocca che ingoiò velocemente"La trovi nel frigo accanto la cucina,in alto ci sono i bicchieri".Pit si alzò passando dietro John ed aprì il frigo prendendo una bottiglia mezza vuota e due bicchieri.Stava tornando a sedersi,quando notò la pistola poggiata sul mobile."Dai quanto ci metti,Pit"lo esortò l'uomo mentre continuava a mangiare"Scusami non trovavo i bicchieri..."con la mano libera afferrò l'arma e gli sparò in testa,facendolo finire con la faccia nel piatto.Gettò a terra la bottiglia ed i bicchieri frugando nei pantaloni e nella giacca del cadavere cercando qualche soldo."Possibile che non ha neanche un soldo?"imprecò frugandolo dalla testa ad i piedi,fino a che non trovò una piccola mazzetta di soldi in un calzino;erano cinquanta dollari circa."Bene...Questi mi basteranno per una dose...".Guardò il cadavere e dopo essersi messo la pistola in tasca gli disse in un sussurro"Mi dispiace...preferisco la cocaina alla pasta..."uscì dalla cucina ed uscì dall'appartamento come se niente fosse.

  • 09 settembre 2013 alle ore 10:51
    Amore con la "A" maiuscola

    Come comincia: Salire la rampa di scale fu come scalare una montagna.
    Katia era emozionata quando arrivò alla porta di Michele. Non c’era scritto nessun nome, ma lei era certa che lì abitasse il giovanotto che si era dimostrato così dolce e gentile e che forse si era innamorato di lei. Ora non sapeva cosa fare: era spaventata del suo coraggio. Ma dove andare? Aveva ascoltato il suo cuore che batteva all’impazzata quando Michele l’andava a trovare su quell’orribile strada e non solo per fare sesso. Si erano raccontate le loro storie con semplicità e senza ritrosia alcuna come due vecchi amici.
    Lui, orfano di entrambi i genitori, era arrivato giovanissimo dal profondo Sud per lavoro. Col lavoro e con sacrifici aveva acquistato la casa e poteva permettersi una vita tranquilla e senza ristrettezza. Aveva incontrato una ragazza e le aveva donato tutto se stesso, ma lei lo aveva ricambiato con egoismo e superficialità. Lo aveva poi mollato lasciandolo in uno stato di sconforto e di solitudine che aveva rasentato il suicidio.
    Lei era arrivata in Italia con la promessa di un lavoro. Il lavoro le avrebbe permesso di aiutare la sua famiglia che versava in condizioni disagiate: non sempre, anzi spesso non riuscivano a rimediare due pasti giornalieri. Per un convincimento più palese avevano dato ai suoi genitori una discreta somma quale anticipo sul suo prossimo lavoro e lei si era fidata e illusa.
    Arrivata a Milano con altre ragazze, era stata collocata in una camera di uno stabile di periferia. La stessa sera dell’arrivo, picchiata e violentata. La sera dopo costretta a battere la strada. Si era ribellata, ma la sua ribellione le aveva causato solo dolore, fame e solitudine. Aveva dovuto accettare quella vita nell’attesa di tempi migliori. L’attesa era finita con l’apparizione di Michele che l’aveva invitata a denunciare i suoi sfruttatori e di andare a vivere con lui.
    Le titubanze di Katia si sciolsero col passare dei giorni e con la certezza che l’acqua dell’amore avrebbe dissetato la sua passione, anche se ancora non osava credere che per Michele fosse la stessa cosa.
    La speranza, l’amore e/o la necessità le avevano dato la forza e l’audacia di essere, confusa, tremante e titubante, davanti a quella porta? Porta oltre la quale poteva (meglio doveva) esserci la libertà e la felicità.
    Intese un rumore che la fece decidere: cosa sarebbe successo se la porta si sarebbe aperta all’improvviso e Michele l’avrebbe trovata lì imbambolata?
    Appoggiò il dito sul campanello, il suono la fece sussultare. Ritrasse il dito dal campanello e voleva scappare, ma un rumore di passi all’interno la immobilizzò.
    E dopo, la porta si aprì.
    Michele era sull’uscio. Il suo volto era un’espressione di stupore e di gioia.
    Katia era emozionata, troppo emozionata. Lei dovette fare un grande sforzo per trattenere le lacrime.
    - Ciao Michele, eccomi qua.
    - Eh! Bene, entra, entra Katia. Speravo vivamente che arrivassi, e vedo con gioia che la mia speranza non è stata disattesa.
    La fece entrare, chiuse la porta, l’abbracciò con tenerezza e le diede un bacio sulla guancia dove si era fermata una lacrima liberatosi dalla costrizione.
    Si sedettero sul divano. Parole dolci e tenere fluirono dai loro cuori ed agirono quale melodiosa musica sul pentagramma dei loro nervi. E l’Amore, quello con la “A” maiuscola, liberò il suo volo nel cielo azzurro tenero.
    Dopo aver fatto l’amore ed essersi rifocillati si recarono alla stazione dei carabinieri dove Katia raccontò la sua storia ad un attento e gentile ufficiale.
     

  • 08 settembre 2013 alle ore 0:11
    Vita in paese - I episodio: “Al Bar”

    Come comincia: Il bar del Nobile era l’unico bar del paese. Il suo proprietario, che vestiva con raffinata eleganza, aveva un aspetto distinto e il suo modo di parlare lo caratterizzava perché la sua erre sembrava che rotolasse sul sapone. In armonia con gli amici lo aveva battezzato proprio così: “Il Bar del Nobile”. Era il luogo di ritrovo di tutti, amici e non .
    Situato in una piazzetta, dove una fontana a zampillo sputava acqua a singhiozzi dal muso di un delfino arrugginito. Sulla destra, un giardinetto accoglieva i bambini per giocare e di fronte al bar la strada erta portava alla collina dei fichi, un piccolo quartiere del paese. Era d’usanza nel paesino, ribattezzare gli amici con un soprannome, in modo da identificarli subito quando si parlava di loro. Inoltre, ogni nomignolo racchiudeva le caratteristiche di ognuno, conferendogli un’identità specifica basata sulle peculiarità caratteriali, fisiche o sociali, facendoli diventare quasi dei personaggi usciti dalla penna di un romanziere.
    Uno di loro era Pasqualino, detto Occhiofino a causa della sua pronunciata miopia, Peppe detto il Professore per i suoi atteggiamenti da intellettuale, e Antonio che tutti chiamavano, il Cancelliere a causa del suo lavoro, che consisteva nell’aprire e chiudere il cancello del cimitero poiché ne era il guardiano. Come di consuetudine stavano seduti davanti al bar.
    I tre solevano riunirsi là, dopo il lavoro, ad orario fisso, e parlavano del più e del meno.
    Occhio Fino raccontava dell’arrivo  in  giornata di una nuova famiglia in paese, madre, padre e figlio, quest'ultimo, probabilmente loro coetaneo, sui trentacinque anni all’incirca, così gli era stato riferito, dalla sua vicina di casa.
    Il Professore domandò subito che professione esercitasse il nuovo arrivato, egli era curioso di sapere sempre che tipo di lavoro svolgessero le persone, perché così, le catalogava nel suo registro mentale, per poi sfoggiare loro tutto il suo sapere e darsi delle arie da erudito.
    Occhiofino, non poté fornirgli altre informazioni, non conoscendo ancora la persona.
    I tre amici s’apprestavano a sorseggiare, come d’abitudine, il loro aperitivo, quando... il Cancelliere seduto accanto ad Occhiofino, esclamò con stupore:
     «Occhiofino, ma sono i miei occhi oppure quel camion che sta giungendo, non ha l’autista ?» Occhiofino rispose:
    « Ma lo chiedi proprio a me, io vedo il camion e mi sembra che l’autista ci sia, o no ?»
    Il Professore che volgeva le spalle alla strada erta, domandò di quale camion stessero parlando, il Cancelliere rispose:
    « Quello che, se non ci togliamo di qui, ci viene addosso,non c’è l’autista!»
    Il Professore scattò dalla sua sedia in piedi, guardò il camion che avanzava in loro direzione e gridò:
    «Nessuno a bordo! »
    Tutti si buttarono a terra, sul lato del giardinetto, quando, a loro sorpresa il camion si fermò.
    Lentamente, cigolando, si aprì la portiera e ne uscì fuori un ragazzo, all’incirca delle loro età, alto non più di un metro e quaranta, baffi curati, indossava una tuta verde, che era stata accorciata conservando tutta la sua ampiezza, tanto da fare uscire appena le scarpe nere a punta tonda, sulle quali poggiava sopraelevato da due tacchi di circa cinque centimetri. Non era un nano, sembrava più un bambino che non un adulto. Salutò tutti con un: « Salve! » 
    I tre amici che nel frattempo si erano alzati, cercavano di darsi un contegno, spazzolandosi i pantaloni.
    Imbarazzato, il Professore avanzò verso di lui tendendogli la mano e disse: «Mi presento, Peppe, per gli amici, il Professore, stavo insegnando loro una tattica di rugby, e tu da dove vieni?»
    «Io sono nuovo, sono appena giunto, abito sulla collina dei fichi.» I tre si guardarono.
    «Mi chiamo Mario e faccio il camionista, non ho amici, sono sempre all'estero, là ho qualche amico, voi siete i primi ragazzi che incontro qui.»
    I tre lo invitarono a bere l'aperitivo con loro, Mario accettò con piacere, gli amici avevano tutti qualcosa da domandargli e Mario ebbe l’impressione di conoscerli da sempre, poi guardò l’orologio  e anche se a malincuore, li ringraziò  salutandoli calorosamente, risalì sul camion e ripartì.
    Appena si allontanò, i tre, insieme al Nobile, si diedero un cinque e di comune accordo, lo battezzarono "il Marziano".
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 06 settembre 2013 alle ore 11:59
    Sogni nel cassetto

    Come comincia: La stupidità degli uomini la stava facendo diventare sempre più ricca e un giorno avrebbe coronato il suo sogno. L'ultimo cliente le aveva regalato un anello con tanto di pietra preziosa che valeva non meno di 20000 dollari.
    Faceva la prostituta d'alto bordo da ormai 5 anni e in tutto quel tempo aveva spennato tanti di quei gonzi da poterci scrivere un romanzo. Roxanne era il suo vero nome, ma a Boston la conoscevano tutti come la bella Lulù. A 30 anni aveva un fisico scolpito, seno e glutei perfetti, il viso dalla pelle chiara era esaltato da 2 occhi azzurri che contrastavano con la fluente chioma corvina. Le sue mani affusolate, le sue gambe slanciate e ben tornite completavano il quadro. Lei era consapevole della sua bellezza e non aveva fatto fatica a farsi un giro di clienti ricchi ed influenti.
    Eppure un tempo era una normalissima ragazza innamorata del suo fidanzato e viveva una serena esistenza nel nord del paese; su, nel tranquillo Maine. Aveva terminato gli studi con ottimi risultati e la sua carriera nel campo dell'insegnamento sembrava segnata; infatti aveva già ricevuto richieste d'impiego dall'asilo della sua cittadina e lei aveva accettato senza riserve, adorava i bambini. Bob, il suo ragazzo, aveva storto il naso affermando che lei meritava di più, aveva le capacità per puntare in alto e non doveva accontentarsi di quell'impiego. Lei cercò di farlo ragionare, si trattava di cominciare ad inserirsi nel mondo del lavoro e poi avrebbe valutato altre strade; lui non era convinto ma alla fine si arrese.
    Nei successivi 3 anni Roxanne aveva ingranato e da circa un anno conviveva con Bob; le cose andavano bene, dopo un primo periodo di scetticismo anche lui si convinse della bontà della scelta e nell'ultimo periodo capitava spesso che fosse lì ad aspettarla all'uscita dell'asilo.
    Ma un giorno accadde l'irreparabile. Lei sostitì un turno con una sua collega che le aveva chiesto un favore e quindi si liberò un paio d'ore prima del previsto. Quella settimana Bob faceva il turno serale nello stabilimento di conservazione e lo avrebbe trovato ancora nel letto a dormire, gli avrebbe fatto una sorpresa rientrando prima. Infatti trovo Bob ancora nel letto ma sveglio e atttivo; insieme a lui c'era una giovane che si dimenava come un serpente. I 2 si accorsero della sua presenza ma presi dalla foga non si fermarono e continuarono nel loro amplesso. Roxanne non fece e non disse nulla fino a quando i due si furono calmati. Poi parlò con voce ferma e chiara:
    "Dai ragazzina, rivestiti e togli il disturbo. E tu non fiatare!" Disse rivolta a Bob. La giovane impiegò pochi secondi a prepararsi e andarsene. Lei riprese a parlare:
    "Ovviamente non è come penso. E' la prima volta, una debolezza passeggera. Sono sicura che non succederà più, non sarà certo una scopata con una ragazzina che distruggerà il nostro amore, perchè tu mi ami, vero? Confessalo, questo episodio increscioso non può rovinare il nostro rapporto, giusto?" Lui non fiatava, sapeva di averla fatta sporca e lei lo stava massacrando; gli conveniva fare silenzio ma invece rispose:
    "Hai ragione, ho sbagliato ma ti amo e tu lo sai. Perdonami se puoi, restiamo insieme, ti prego" La stava supplicando ma lei aveva già preso la sua decisione e rispose:
    "Lasciami un'ora per prendere le mie cose e andarmene. In quanto a te, vai a farti fottere!" Dopo un'ora esatta stava uscendo da quella casa diretta alla stazione dei bus. Salì sul primo mezzo libero e senza volerlo si ritrovò a Boston.
    Tutto ebbe inizio per gioco, per dar sfogo alla sua frustrazione e in poco tempo si ritrovò a fare la prostituta diventando sempre più richiesta. Un giorno venne contattata da Milk-Fray il protettore più potente di tutta Boston.
    "Ragazza sei un vero schianto. Non so cosa tu facessi prima ma sei nata per questo mestiere. Se ti metti con me avrai clienti sicuri e soldi a volontà. Nessuno, dico nessuno, ti torcerà mai un capello, ti sta bene pupa?"
    In effetti qualche rischio lo aveva corso in precedenza. Fare sesso con degli sconosciuti non la disturbava, ma rischiare di essere picchiata, derubata o di prendersi una palla in fronte non era una prospettiva allettante. Fece la sua proposta:
    "Ok Milk-Fray, ci sto. Ma tu ti accontenti del 50% degli incassi e non del 80%. Inoltre mi devi assicurare buoni clienti lasciandomi la possibilità di scelta; decido io con chi farlo. Infine voglio un appartamento tutto mio, in una zona riservata" Aveva scoperto le sue carte. Milk-Fray era un afroamericano abituato a comandare e quelle pretese lo irritarono un po'; ma era anche un'abile uomo d'affari e sapeva di trovarsi davanti una miniera d'oro, doveva solo scavare con precauzione. Rispose gentilmente:
    "Ok bambola, mi piacciono le ragazze decise. Per l'alloggio non c'è problema, ho giusto un appartamento libero a sud, appena fuori Boston. I clienti gestiscili come meglio credi, io ti garantisco protezione assoluta, tu pensa a guadagnare e parlando di soldi; il 50% non mi sta bene. 75% e non se ne parla più" I due si strinsero la mano, l'accordo era fatto e lei era soddisfatta, sapeva di aver ottenuto il massimo. Milk-Fray mantenne le promesse e nel giro di due giorni era comoda nel suo appartamento di Roxburi, immerso nel verde. Avevano concordato 5 giorni di riposo, in maniera tale che lei si ambientasse e sistemasse la casa come meglio credeva. Milk-Fray avrebbe pensato alle spese e lei fece un buon lavoro. Alla fine fu contenta del risultato, aveva trasformato un'anonima casetta in uno splendido alloggio in cui sarebbe stata a suo agio nelle varie occasioni.
    Per anni esercitò egregiamente la professione, lei e Milk-Fray gestivano un giro d'affari da circa 80000 dollari al mese. Il protettore era contento e chiudeva gli occhi anche quando lei circuiva i clienti facendosi fare regali costosissimi.. Lultimo della serie era un potente avvocato di Portland che vedeva da circa un anno, le aveva ragalato l'anello e lei lo aveva ringraziato alla sua maniera, riempiendolo di attenzioni e premure. Un giorno la sua amica Corinna le disse:
    "Sai Lulù, agli uomini piace essere coccolati. Scopano, fanno sesso selvaggio, magari esagerano anche con le offese o ti mettono le mani addosso, ma alla fine vogliono comprensione. Sono contenti se li riempi di complimenti e li fai sentire al centro dell'attenzione. Tu non sei una battona da strada, da te vengono persone d'alto rango e anche se troverai dei cafoni tra loro, gioca sempre la carta della complicità e li avrai in pugno" Non era proprio così, pensava adesso Lulù, ma a volte le cose andavano in quel senso, come nel caso dell'avvocato che aveva promesso di tornare con altri regali, perchè <solo lei sapeva capirlo>. Non le interessava minimamente il motivo, l'importante era che tornasse con i suoi dollaroni.
    Aveva un paio d'ore libere e decise di farsi un idromassaggio per poi riposare un po'. Era immersa nell'acqua ribollente quando suonò il telefono; doveva essere Milk-Fray. In casa era installato un impianto centralizzato e dalla vasca rispose premendo un bottone.
    "Si?"
    "Ciao baby, sono io" Era Milk.
    "Dimmi tesoro, tutto ok?" Lei lo trattava come un fratello.
    "Tutto ok, ma c'è un cambio di programma per oggi" Lei rimase qualche istante a pensare poi disse:
    "Aspettavo il direttore della banca centrale di Boston, un bell'uomo, non viene?"
    "Fra venti minuti sono da te, aspettami che ti spiego tutto e magari, se vuoi, preparami uno spuntino, grazie"
    "Ok, ti aspetto"
    Erano seduti al tavolo della cucina, lui con i jeans di almeno due taglie più grandi e una maglietta dei Chicago-Bulls, lei con una vestaglia di seta semitrasparente che arrivava sopra le ginocchia. Lui era abituato a vederla così e non si era mai azzardato a provarci, le era grata per questo. Milk stava ingurgitando una birra dopo aver divorato una porzione di pollo fritto.
    "Grazie baby, ora ho ricaricato le pile e sono pronto a spiegarti la faccenda"
    "Parla, sono tutta orecchie" Lulù era curiosa e lui inizio a parlare.
    "La mia storia la conosci, sono il più potente protettore di Boston, ma ti ho detto da dove provengo e cosa facevo prima di diventare quello che sono?"
    "Centinaia di volte, sei originario di Chicago e li facevi il tirapiedi ad un boss cittadino"
    "Ok. Ma forse adesso è meglio che ti spieghi bene come andarono le cose. Io ero uno dei protettori del boss e tutto filava liscio. Poi cominciai ad interessarmi al giro delle prostitute che per il mio capo era l'ultimo dei pensieri, a lui interessavano di più le armi, la droga e gli appalti pubblici. Il resto delle attività illecite le lasciava alla concorrenza pretendendo un piccolo contributo.Io riuscii in breve tempo a metter su una grossa organizzazione del sesso a pagamento che nel giro di poco raggiunse degli introiti di tutto rispetto. Il mio capo volle la sua parte di guadagno e io fui felice di accontentarlo, ma a lui non bastava. In breve mi rimpiazzò con uno dei suoi figli e io tornai a fargli il tirapiedi. Finché un giorno uno dei fratelli esagerò con una puttana.." "Milk!!" "Scusa. Con una delle ragazze... e lei per difendersi le piantò un coltello nella schiena spaccandogli la spina dorsale. Il ragazzo non morì e grazie alle conoscenze del padre fu operato dalla migliore equipe medica di Chicago, ma nonostante tutti gli sforzi non fu possibile evitargli la sedia a rotelle; vivo ma condannato alla carrozzina, capisci?"
    "Capisco, e la ragazza sarà stata gettata nel Michigan con una pietra al collo"
    "Ti sbagli. Il mio capo ha un senso della famiglia tutto suo e una volta accertata la dinamica dei fatti risparmiò la ragazza. A quel punto chiese a me, che avevo maturato una certa esperienza, di trasferirmi a Boston con la ragazza e avviare un giro di prostituzione di un certo livello, avrebbe pensato lui ad inserirmi nella città"
    "Certo che il tuo boss era un pezzo grosso"
    "E' un pezzo grosso Lulù, te l'assicuro. Comunque nel giro di un anno avevamo avviato una bella attività che rendeva bene e grazie all'intuito femminile della mia compagna d'avventura, sono riuscito ad accaparrarmi le migliori ragazze della città e successivamente i migliori clienti. Negli anni successivi ho creato quello che vedi e adesso sono il protettore più influente di Boston" Si fermò un attimo per prendere fiato e lei approfittò dell'interruzione per chiedere:
    "Milk, ti conosco troppo bene, tutto questo turpiloquio per dirmi che?"
    "Per dirti che la ragazza che venne con me da Chicago è la tua amica Corinna" Lei spalancò gli occhi e lui prosegui "Sorpresa? Non è finita. Tutt'ora invio il 60% dei mie guadagni al mio boss di Chicago. Si, hai capito bene, io lavoro ancora per lui, anche se qui a Boston faccio ciò che mi pare, ma da stasera lui sarà qui per affari accompagnato dal figlio paralizzato" Lei lo fissò con gli occhi semichiusi e domandò:
    "Ripeto, per dirmi che?"
    "Per dirti che si fermera alcuni giorni, forse una settimana e mi ha chiesto in esclusiva per suo figlio la migliore ragazza della mia organizzazione; quella sei tu" Lulù ricostrui mentalmente il puzzle ed esclamò:
    "Cazzo! Quindi per una settimana dovrò fare da balia ad un paralitico; e i soldi?"
    "Quello è l'ultimo dei problemi, coprirà le spese per un mese di lavoro"
    "Cioè? 80000 dollari per una settimana? E dovrò farci sesso con quello?"
    "Non mi interessa cosa farete, tu vedi di farlo contento, non si scherza con il mio capo"
    "Ma chi cazzo è il tuo capo?!" Lui indugiò un attimo prima di sussurrare:
    "Dovrai tenere la bocca chiusa"
    "Chi è?" Era decisa.
    "Alan pugno di ferro" Lei sgranò gli occhi, sapeva chi era. Boss incontrastato di Chicago era uno dei tre capi più influenti della criminalità nord americana. La cosa non le piaceva, il paralitico avrebbe potuto causarle dei problemi. Milk notò il suo repentino cambio d'espressione e la rassicurò:
    "Tranquilla baby. Farò in modo che non ti crei fastidi, anche se sono un tirapiedi, il vecchio Alan mi ha sempre trattato con i guanti e poi tu sai gestire tipi ben più tosti di un ragazzo sulla sedia a rotelle, ok?"
    "Ok Milk, ma ho paura"
    Pugno di ferro era venuto a Boston per risolvere una questione importante. Il clan dei verdi, che controllava il porto, aveva alzato le pretese sulle quote da intascare per ogni merce fatta sdoganare sottobanco. Era un porto tranquillo quello di Boston, i verdi ci sapevano fare e il boss non voleva perdere il loro appoggio. Sapeva a cosa miravano e riuscì ad accontentarli in modo tale da avere l'esclusiva per le sue merci.
    Robby stava entrando da lei accompagnato da Milk.
    "Buongiorno" disse lei in modo servile. Il ragazzo, che aveva 24 anni, guardo Milk con aria interrogativa. "Lulù, ti presento Robby. Robby, lei è Lulù" Il ragazzo allungò la mano, un gesto a cui lei non era più abituata e impiegò alcuni attimi prima di porgere la sua. Si strinserò la mano e lei percepì un calore che la fece star bene.
    "E' un piacere fare la sua conoscenza, mi hanno parlato molto bene di lei" Adesso fu lei a fissare il protettore con sguardo truce.
    "No, non è come pensi. Gli ho detto che sei una donna fantastica, sotto tutti gli aspetti... e comunque ora vi lascio così vi mettete a vostro agio" E senza aspettare risposta se ne uscì di casa.
    Per la prima volta dopo tanti anni, Lulù era a disagio. Robby stava fermo sulla sua sedia a rotelle senza muovere un muscolo. Lo osservò meglio notando che era un bel ragazzo e doveva anche essere alto. Per rompere il ghiaccio andò subito al sodo:
    "Da dove vuoi che cominci Robby?" Lui non rispose e la guardò dritta negli occhi per alcuni istanti poi, quando fu certo che l'avrebbe ascoltato rispose serio:
    "Mi hanno detto che sei la migliore, che con te troverò il paradiso e mi chiedi questo?" Il ragazzo ci sapeva fare con le parole e lei si trovò a dover fronteggiare una situazione nuova. Decise allora di darci subito un taglio e vedere cosa sarebbe successo.
    "Senti Robby. Tu sei qui perchè sei figlio di! Le poche volte che ho avuto a che fare con clienti nelle tue condizioni c'erano delle regole da rispettare e tutto è filato liscio. Adesso, non raccontarmi la favola del ragazzo malato che vuole farsi compatire! Hai scelto me perché sono la migliore sulla piazza e se dobbiamo scopare mi devi dire come prenderti, visto che sei invalido, d'accordo?" Robby sorrise, forse aveva trovato quello che cercava. Si fece aiutare a distendersi sul letto e disse a lei  di fare di testa sua. Roxanne si trasformò nella splendida Lulù e fece vivere alcune ore di estasi all'incredulo Robby che, sfinito, si addormentò.
    Si avvicinò a lui con un vassoio. "Vuoi mangiare qualcosa?" Lui era steso sul letto, ancora completamente nudo e arrossì davanti alla disinvoltura della donna. Cercò di afferrare il lenzuolo per coprirsi, ma era troppo distante e fini per rinunciare. "Ma allora sei proprio messo male!?" Lui si voltò dall'altra parte imbarazzato, quella situazione lo stava travolgendo. Lei continuò "Non riesci a muovere le gambe e fatichi anche a sollevare la schiena, prima non me ne ero accorta, il tuo aggeggio si solleva bene. Comunque sono la tua prostituta, non la tua serva; quindi adesso ti aiuto per l'ultima volta a tirarti su, ti rivesti e la finiamo con questa pagliacciata; chiami il tuo paparino e vai fuori dalle palle, ok amico?" Lui la assecondò e quando fu sul punto di chiamare il padre sospirò:
    "Senti, io non voglio essere come mio padre. Il suo lavoro, tutti i suoi loschi affari e le porcate che combina... io non voglio fare quella vita, tu mi devi aiutare" Lei stava ascoltando ma non dava peso a quelle parole e rispose acidamente:
    "Certo, come no? Rinunceresti a montagne di dollari e a tutto il tuo potere perchè hai dei disagi morali. Sei una barzelletta amico, un'autentica sagoma e poi non sei tu che ti sei beccato una coltellata nella schiena perché stavi maltrattando una mia collega?" Robby chinò il capo, aveva le lacrime agli occhi. Per un attimo Roxanne ebbe il sopravvento su Lulù e tutto il cinismo manifestato fino a quel momento lasciò il campo a un attimo di sincera comprensione. "Scusa Robby, sono stata dura con te. Mi trovo in una situazione di merda, ho paura di non soddisfare le apettative di tuo padre e non vorrei fare una brutta fine. Mi sembra difficile credere che tu abbia molestato Corinna, la conosco bene e tu non riusciresti neanche ad avvicinarti a lei senza il suo permesso. Se ti ha piantato un coltello nella schiena avrà avuto i suoi validi motivi" Robby restò in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Poi chiese a lei:
    "Roxanne, puoi ordinare della pizza e della birra?" Cominciava a starle simpatico il ragazzo.
    La pizza era buonissima e in un battibaleno finirono tutto. Lui si stiracchiò le braccia fin dietro la schiena.
    "Senti, ti devo parlare. Ho bisogno di sfogarmi" La donna non capiva e lui anticipò i suoi pensieri "Ti stai chiedendo che razza di mezzacalzetta hai davanti e hai perfettamente ragione. Quando ho saputo che mio padre sarebbe venuto a Boston gli ho chiesto di poterlo accompagnare e di parlare con Milk-Fray per passare alcuni giorni di svago. Ho fatto io il tuo nome a Milk, ci conosciamo bene. Ma adesso lascia che ti racconti la mia storia" Lei restò in silenzio.
    "Avevo 15 anni, mia madre era morta da circa un anno. Sai, anche i figli dei boss mafiosi hanno una mamma e mio padre era innamoratissimo di lei. La sua morte fu un duro colpo, tutti i suoi soldi, il suo potere, nulla aveva salvato mia madre; un cancro allo stomaco l'ha portata via nel giro di pochi mesi. Io sono l'ultimo di sei figli, tutti maschi, in pratica il bamboccio di famiglia. Mio fratello Will, il più vecchio, è l'erede designato dell'impero, come lo definiamo noi, ci sa fare ed è veramente il degno erede di nostro padre. Mio fratello Mark è altrettanto capace, ma è il secondogenito. Inoltre è una testa calda e non potrebbe mai prendere il comando. Papà è un tipo vecchia maniera e questa cose le ha messe subito in chiaro, alla morte della mamma ci ha voluto tutti da lui e senza giri di parole ha dato dei precisi incarichi ad ognuno di noi. Io ero l'unico minorenne presente; papà disse che a suo tempo mi sarei occupato della gestione del reciclaggio del denaro. Nei mesi successivi papà prese a frequentare una prostituta in modo assiduo, fino a farla venire a casa in pianta stabile. Non era solo la sua puttana, era qualcosa di più, lui cercava una donna che riempisse il vuoto lasciato dalla mamma. Ai miei fratelli non interessava nulla di quella presenza, ma per me, che ero spesso in casa con lei, era un problema. Sapevo quando restava sola e cominciai ad avvicinarmi a lei con le scuse più banali; col passare del tempo ci trovammo sempre più spesso ed accadde l'irreparabile. Mi iniziò ai piaceri del sesso, probabilmente si divertiva a giocare con un ragazzotto e in men che non si dica io ero completamente impazzito per lei. Se mio padre ci avesse scoperto non so come l'avrebbe presa. Anche se era una prostituta, era la sua, mi avrebbe ammazzato. Eppure un giorno, saputo che papà si sarebbe assentato per un certo periodo, decisi di recarmi da lei per proporle di uscire una sera insieme, era rischioso ma allo stesso tempo eccitante. Non trovandola nella sua camenra l'ho cercata in lungo e in largo, sono sceso in palestra e l'ho trovata nella sauna, con mio fratello Mark.Non mi hanno degnato di uno sguardo, hanno continuato i loro porci comodi e solo in quell'istante ho realizzato che lei era una puttana mentre io me ne stavo pazzamente innamorando. Accecato dalla rabbia ho afferrato un attrezzo della palestra e mi sono gettato verso di loro ma mio fratello mi ha respinto facendomi cadere all'indietro infilzandomi la schiena in un gancio di sostegno. Ero lì, con la schiena rotta e mio fratello dice <Tu, puttana! Ti ha messo le mani addosso e l'hai accoltellato. Tu e il ragazzo siete i cocchi di papà, perdonerà entrambi> Detto ciò mi strappò da quel gancio, ripulì tutto per bene e mi infilzò con un pugnale che poì diede alla donna. Il messaggio era chiaro, se avessimo parlato ci avrebbe uccisi, poi persi i sensi. Ti basti sapere che la ferita procurata dal gancio mi avrebbe permesso di guarire normalmente, è stata la coltellata a ridurmi così. Ovviamente mio padre prese per buona quella versione dei fatti, era la più conveniente per tutti e forse fu meglio così. Ecco come sono andate le cose" Lei restò un attimo a fissarlo, gli afferrò le mani e parlò con calma:
    "E' una brutta storia, come c'è ne sono tante altre e come c'è ne saranno sempre. Io non vi giudico, sono una prostituta, mi chiedo solo cosa speri di ottenere dalla tua vita, non hai un sogno nel cassetto?"
    "Si, ho un sogno. Anzi, ne ho parecchi, ma vanno contro le regole della famiglia"
    "Ne hai parlato con tuo padre? A volte basta parlare per superare degli ostacoli e spesso i genitori desiderano solo di poter aiutare i propri figli"
    "No, lui è fatto alla vecchia maniera, non transige"
    I due non avevano più voglia di parlare, lei aiutò Robby a stendersi sul letto e fecero sesso, ma stavolta lei lo fece con passione e lui se ne rese perfettamente conto.
    "Grazie. Io non pensavo che.."
    "Che una così potesse provare piacere a farlo? Dipende con chi e in che situazione. In questo caso avevo voglia di farlo con te, punto" Lei si preparò e lo aiutò a mettersi comodo sulla carrozzina.
    "Ok, io devo uscire un attimo, tu aspettami"
    "Ma.. Roxanne!?"
    "Fidati, sarò di ritorno tra 2, 3 ore al massimo"
    Erano passate quasi 4 ore da quando lei era uscita e nonostante la casa fosse munita di ogni genere di confort lui cominciava ad annoiarsi, quando udì la porta d'ingresso aprirsi.
    "Roxanne?"
    "Lulù, ricordi? Si chiama Lulù" Era Milk-Fray, brutto segno. Invece dietro apparve lei, bella e sorridente.
    "Ciao Robby, ho una sorpresa per te" Nella stanza entrò Alan pugno di ferro, affiancato da due energumeni. Il ragazzo spalancò la bocca:
    "Papà!?"
    "Ciao Robby" Rispose lui.
    "Come mai sei qui?"
    "Questa signorina, di cui parlano un gran bene, mi ha detto che volevi vedermi" Nella stanza calò il silenzio, Robby era confuso e Roxanne prese in mano la situazione.
    "Scusi signore"
    "Alan, per te sono Alan"
    "Ok, Alan. Forse è il caso che restiate un attimo da soli, con tutta questa gente non potrete parlare tra uomini" L'uomo fece un cenno e i suoi gorilla uscirono insieme a Milk e Roxanne.
    "No, tu resta qua Lulù" Disse il potente Boss. Poi si rivolse al figlio:
    "Eccomi qua, parla liberamente" Il ragazzo respirò a fondo, non riusciva a proferir parola, allora lei diede un buffetto sul braccio del boss invitandolo a spezzare il ghiaccio e lui prese a dire:
    "Robby, ragazzo mio. Io ho sempre saputo come sono andate le cose quel giorno, giù in palestra. Per orgoglio ho fatto finte di credere alla storia inventata da tuo fratello. Non gli ho mai permesso di intromettersi veramente nei mie affari e i tuoi fratelli lo tengono d'occhio. Ho peccato di egoismo e adesso voglio provare a rimediare. Lei mi ha detto che hai un sogno nel cassetto, dimmi, qual'è?" Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, lei fece l'occhiolino per incoraggiarlo.
    "Voglio aprire un ristorante"
    "Benissimo. Avrai il ristorante più importante di Chicago, avrai..."
    "No papà, non un grande ristorante e non a Chicago. Se mi aiuti voglio fare qualcosa in California, sul mare"
    L'uomo si girò verso Roxanne " E' proprio vero, ne sapete una più del diavolo" Lei sorrise, senza rispondere.
    Il mese successivo.
    "Allora è deciso, te ne vai"
    "Si, la mia carriera è finita. Con i soldi che ho risparmiato e con l'aiuto del tuo capo potrò finalmente realizzare il mio sogno, aprire una mia scuola" I due si abbracciarono e baciarono affettuosamente come due giovani innamorati.
    "Ti voglio bene Milk"
    "Anche io....Roxanne"
     Il sole primaverile scaldava i verdi prati del Maine e il vento dal mare portava profumi intensi.
    Aveva appena ricevuto sul cellulare una foto di Robby, sorridente nel suo locale dall'altra parte del paese, quando una delle sue bambine si avvicinò di corsa:
    "Maestra, Fred mi ha detto una parolaccia"
    "Dimmi Lucy, cosa ti ha detto Fred?"
    "Mi ha detto puttana" Lei tirò a se la piccola fissandola negli occhi lucidi e le disse con tono amorevole:
    "Piccola mia, adesso vai dal tuo amico Fred e gli dici che non sei una puttana; nessuno dovrà più chiamarti così" La bambina l'abbraccio e corse via felice.
    Roxanne riaprì il suo bloc-notes e con la gomma cancellò il titolo del suo scrittto: <Memorie di una puttana> e riscrisse <Sogni nel cassetto di una ragazza qualunque>
    "Sì, così va meglio" Ripose tutto nella borsa e si avviò con passo sicuro verso i suoi piccoli alunni schiamazzanti.

  • 03 settembre 2013 alle ore 22:07
    Blue(s) Devil

    Come comincia: Ho visto il diavolo con un cappello rosa da donna. Mangiava la gente con gli occhi, in linea d'aria all'uomo africano e lontano da quello arabo. Appiccava fuochi e nessuno se ne accorgeva . Minaccioso come l'indifferenza , blu come la nota di un sassofono e grandioso come i draghi d'oriente. Fuori dal quadro umano un sorrise lo spegne. In all'erta selvaggio a marcare il territorio. Ho visto il diavolo addormentarsi accortocciandosi al finestrino del treno poi è sparito, è sparito sotto il cappello.

  • 31 agosto 2013 alle ore 17:25
    per sempre..

    Come comincia: Quando ho perso il contorno delle cose e ho cominciato a vedere le sole sfumature ho implorato Dio per un miracolo. Rivolevo la vista almeno quanto ora  vorrei un altro giorno di vita. Ho pregato per giorni interi, ho chiesto che mi venisse letta la bibbia e ho perdonato ogni genere di male a me inflitto dal destino,  ma non è servito a nulla e quindi smettila, a tua volta, di pregare per me. Abbi fede in quello che accade perché non potrai cambiare un solo secondo di ciò che avverrà. Stringimi la mano, non troppo forte, il tatto è l'unico senso a me rimasto sai? A volte vorrei toccarti il viso nella notte per sapere se i sogni ti donano il sorriso. Io non ho bisogno di vederlo, mi basta immaginare le tue rughe appoggiarsi sulle labbra secche e stanche che ormai da tempo non toccano più le mie.  Mi parlano tutti della tua vecchiaia vissuta così egregiamente, cammini ancora con il mento parallelo al pavimento, orgoglioso e autoritario con la cravatta al collo, quando saluti chini ancora la testa di lato per essere più distaccato. Non dai alcuna tregua alla vecchiaia, non hanno pausa le tue mani colme di calli, non conosce ombra la tua pelle distrutta dal sole e non si arrende la tua integrità che impone rispetto a chiunque la circondi. 
    Vorrei sapere se mi guardi con gli occhi premurosi che riservi a chi ne è degno, se non ti è pesato prenderti cura di ogni mio passo e se ti mancherà la mia presenza faticosa, pesante e tanto amata. 
    Continui a pregare, non fare il vecchio bacucco, non è da te. Guardami mentre me ne vado con il sorriso scolpito sul viso, sapendoti vicino a me fino alla fine, come nella promessa di quel giorno, ricordi? Avevo il vestito bianco e stavo per donarti la vita che hai e che avrai per altri anni ancora, senza di me. Ti conosco, il dolore ti renderà più forte, più potente e meno stanco. Ti ho sempre invidiato sei più vecchio di me ma la vecchiaia non l'hai mai accolta, io invece me la sono andata a cercare. Vedendo i nostri figli crescere l'ho fatta entrare e le ho offerto le mie forze, quelle forze che ora mi servirebbero per aprire la bocca e per dirti tutto questo. Ma tu lo sai, sai già cosa penso e non dici nulla perché io ne dico sempre per entrambi. Non asciugarmi le lacrime lascia che cadano a terra, che ti bagnino il pavimento e che ti servino per scivolare ogni tanto e pensare a me che ho creato, insieme a te, il mondo la fuori. Non baciarmi la fronte come se avessi bisogno di essere protetta, baciami la bocca perché ho bisogno di finire tutto come quando cominciò. Ma ti vergogni, lo so, delle tue labbra scricchiolanti e della tua pelle ruvida, hai sempre voluto essere di più per me e lo sei stato mentre io non ero altro che una vecchia strega incontentabile. Buona notte amore mio, per sempre.

  • 29 agosto 2013 alle ore 21:31
    Percorsi artistici.

    Come comincia:

    Percorsi artistici. La ceramica di Vittorio Ruocco a Minori.
     
    Nell’anno scolastico 2005/2006, mi fu assegnata la cattedra di disegno e storia dell’arte presso il liceo scientifico “E. Marini, di Amalfi.”
    Nei mesi invernali di quel “ritiro”, tra il mare agitato e freddo, color plumbeo e i monti Lattari che incombevano nella parte alta, ebbi la fortuna, da ceramista, di conoscere e divenire amica del Maestro Vittorio Ruocco, di Minori, che mi aprì le porte del suo laboratorio e mi permise di lavorarvi, nei tempi che mi concedeva il lavoro e di potere in tal modo realizzare opere mie.
    Minori si trova a circa 4 Km da Amalfi e, nelle belle giornate, facevo a piedi il percorso, o vi giungevo con l’autobus nei giorni più freddi.
    L’arte della ceramica non è cosa facile: non si usano colori come gli altri; prima della cottura appaiono di una tinta e variano dopo la cottura. Se mescolati sapientemente dalle mani di un ceramista esperto, possono raggiungere tutti i toni e le sfumature necessarie a rappresentare ogni cosa: dai paesaggi agli oggetti, ma anche la carnagione dell’epidermide, o i mantelli di cavalli, di cani, di gatti. Se mescolati sapientemente. Per fare ciò occorre davvero grande abilità: abbiamo detto che i colori cambiano in cottura e, ad esempio, c’è un verde che diviene di una splendida sfumatura smeraldo, ma, dapprima, non lo distingueresti dal nero. L’artista ceramista sa bene, “ad occhio”, per certi toni che assume il verde prima che vi si immerga il pennello, la differenza.  Questi colori, dapprima in polvere, vengono sciolti nell’acqua, in apposite vaschette munite di un piccolo incavo circolare nella parte superiore, che assomigliano a posacenere, perché hanno anche alcuni buchi adatti allo scopo di lasciar scivolare via l’acqua in eccesso. Vi sono colori sottocristallina apiombici, da usare su biscotto (ossia il pezzo cotto una sola volta), con temperatura di cottura che variano da 950° a 1020° ed hanno costi elevati. Fin dai primi giorni, mentre cercavo di riprendere i contatti con la tipologia dell’arte (per dipingere su ceramica devi avere un laboratorio attrezzato, comprensivo di forno e vasche per mescolare gli smalti ed immergervi gli oggetti da preparare, non è come per la pittura ad olio, a tempera, ad acquarello ed altro), non potevo non ammirare sia le opere già lavorate dal mio amico Maestro, che l’abilità con cui riusciva a realizzare qualsiasi oggetto. Dall’argilla cruda, ricavava con le sue sole mani, opere d’arte. La gran parte delle argille può essere definita come silicato idrato di alluminio e magnesio: la loro formula chimica generale è Al2.2SiO2.2H2O. Ma vi sono molte variabili, in quanto il silicio e l’alluminio possono essere sostituiti da altri elementi, quali il magnesio ed il ferro, che fanno assumere all’argilla colori diversi e differenti tempi di cottura. Si tratta dello stesso materiale con cui entrarono in contatto gli uomini preistorici, incontrando sul loro cammino le rocce feldspatiche e di conseguenza argille primarie e secondarie (le seconde sono più pure) e che in seguito ci ha regalato le ceramiche greche, etrusche e romane. Il caolino, trae il nome dal cinese Kau-ling, che è quello della collina all'est di King-te-chen, dalla quale il gesuita francese d'Entrecolles trasse i primi ricercatissimi campion, che giunsero in Europa, al principio del sec. XVIII. Il caolino puro può giungere a fondere a 2000 gradi centigradi. Quello che spesso non si sa è che un buon maestro ceramico deve conoscere anche la tecnologia della ceramica, annesse alla chimica.  Chiaramente solo un vero Maestro ceramico, come Vittorio Ruocco, sa lavorarle al tornio, o coi colombini, o a mezzo stampi e poi cuocerle, smaltarle, dipingerle, sino a fare sì che sfidino i secoli e facciano mostra di sé nei musei o nelle case di chi le ama. Mentre, dunque, nell’inverno del 2006, riprendevo il contatto con l’arte, Vittorio, con molta semplicità, mi lasciava libera di lavorare, seguendomi con occhio esperto e intervenendo soltanto di tanto in tanto coi consigli, ma senza darsi alcuna pretesa da maestro. Benché lo fosse. E’ a suo merito se ho potuto elaborare nuovi lavori in ceramica, che ho portato con me al rientro in Napoli e nuove esperienze nel campo di questa meravigliosa tecnica senza tempo. Nel ritornare, dunque,giorni orsono a visitare il suo grande spazio espositivo di Minori, dapprima negli ampi locali di vendita posti sul lungomare, mi sono incantata per la varietà delle opere esposte, cresciute di numero e tipologia, fatte per accontentare qualsiasi tasca e desidero o necessità. Percorrendo i vicoletti stupendi di Minori, l’ho poi raggiunto sul lavoro, nel laboratorio che inaugurò nel 1985, a soli 23 anni, luogo che lo vede intento per intere giornate nella sua occupazione preferita. L’Ho ritrovato, difatti, con un braccio immerso fino alla spalla nella vasca degli smalti, laddove mescolava uno smalto bianco. Scherzando, sorridendo nel volto scurito dal sole dell’estate, in contrasto con il bianco del braccio, ha detto che stava producendo mozzarelle. Molti prodotti ceramici, difatti, sono sottoposti a trattamento superficiale mediante rivestimento trasparente (vetrina) oppure opaco e colorato (smalto).
    Parandogli ho appreso che aveva appena “sfornato” un “top” da cucina di molti metri e si apprestava a realizzare una tavola in mattonelle dipinte. Tenendosi aggiornato, si è inoltre specializzato nel creare tavoli in pietra lavica dipinto a mano e ceramizzati. L’arte della ceramica è certamente una delle più antiche e più belle tradizioni artistiche, di cui l’Italia vanta opere straordinarie ed è veramente bello pensare che a Maiori vi sia qualcuno che ne perpetua e migliora la storia.

     
     
     
     
     

  • 28 agosto 2013 alle ore 12:11
    Giustizia

    Come comincia: La giustizia è la gloria suprema della virtù (Cicerone)

    Giulia gemeva giorni giulivi gelati dalla grave scomparsa della persona a lei più cara.

    GIUSTIZIA. Ora cercava solamente giustizia. Questa parola le era scoppiata nella testa e le schegge si erano conficcate nella materia cerebrale come ami d'acciaio che la facevano impazzire di rabbia e di dolore. “Giustizia, voglio giustizia”, ripeteva come una cantilena. Come ottenerla? Rivolgersi agli organismi preposti.? Lo aveva fatto, ma…i colpevoli della morte della sua amatissima Giuseppina erano ancora a piede libero.
    Isolata, sentiva i disagi e il suo comportamento irrazionale, ma l’amore, che è la comunicazione delle anime, era cessato con la dipartita della luce dei suoi occhi: la sua bambina. Tutto, era finito tutto: il piacere di dare piacere, i sacrifici, le soddisfazioni, la gioia morale e fisica di una carezza e di un sorriso.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.
    Giulia era soggetta ormai ad atti interiori ed esteriori involontari, condizionati da forze indipendenti dalla sua volontà. Ciò accadeva soprattutto dopo aver visto morire un bambino. La sofferenza indescrivibile che si leggeva sul suo volto rasentava la follia: una scarica elettrica partiva dal cervello e raggiungeva le fibre nervose di tutto il corpo.
    Nulla potevano l’amore e le premure del marito, i farmaci poi la inebetivano e basta.
    Per fortuna, Giulia manifestava anche bisogni d’altra natura che le permetteva di passare ore abbastanza tranquille e di avere normali rapporti con i familiari ai quali chiedeva perché la GIUSTIZIA era così lenta, e cosa si poteva fare per accelerarla. Questi la rassicuravano dicendole che la GIUSTIZIA stava facendo il suo iter e che presto i colpevoli avrebbero pagato le loro colpe.
    Per moltissimo tempo la vita di Giulia fu una continua sofferenza morale e fisica, ma la sentenza del tribunale fu la causa che determinò il totale blackout di Giulia: i medici che avevano determinato con i loro errori la morte di Giuseppina furono condannati a risarcire un’irrisoria somma di denaro. Dopo qualche tempo dalla sentenza, Giulia si recò nell’ospedale, causa della sua disgrazia, e assassinò i due responsabili.
    “Giustizia è fatta”, furono le uniche parole in tutto il resto della sua vita.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.

  • 27 agosto 2013 alle ore 16:16
    La sorpresa

    Come comincia: Le tende di organza ondeggiano leggermente, il fresco profumo primaverile della lavanda soffia attraverso la finestra. I delicati colori blu e violetto trasformano la stanza in un tranquillo bozzolo di quiete. Sofia preparo tutto con grande cura, la fiamma delle candele fa apparire la stanza brillante, la note dei Led Zeppelin si diffondono armoniose. Dalla cucina esala un profumino inconfondibile, la torta di cioccolato è quasi pronta, sa che non mangia mai fuori pasto, ma stamane quando Tommaso l'ha avvisata che sarebbe arrivato le ha anticipato che oggi è un giorno speciale e vuole farle una sorpresa.
    E’ la prima volta che cucina per lui ,vuole dargli piacere totale a partire dal palato!
    Tommaso per lei è il suo unico “amore” anche se lui vive una vita parallela, lo ha saputo quasi subito ma non ha chiesto nulla, lui è stato sincero e spontaneo a volerla tenere informata, sa che da qualche parte c’è una moglie che lo aspetta, e questo inizialmente la faceva sentire in colpa, ma con il tempo non è riuscita a rinunciare al suo amore, viene a trovarla tutti i mesi per un solo giorno, ma è un giorno solo loro, ed il mondo chiuso fuori. Nel loro piccolo cercano di vivere la quotidianità scambiandosi mail, sms, telefonate, ma quando sono inseme, solo sguardi, intese, coccole, abbracci, e silenzi, perché i silenzi parlano. 
    Dalla finestra lo intravede, Sofia prende un calice versa il Cognac, e gli va incontro alla porta. 
    Indossa il tubino rosso, sa che le risalta le forme del corpo.
    Lo sguardo intenso di Tommaso le trasmette subito che apprezza il suo abbigliamento.
    La bacia sulla fronte, lei adora questa intimità dolce, ma è l’abbraccio stretto che le parla più di ogni cosa, solo da questo capisce che c’è ancora sintonia fra loro.
    -Sei bellissima oggi, le sussurra all’orecchio. -
    Ecco, questa sua frase ha rovinato la poesia, se ne frega se è passato un mese che non si vedono, non le serve sentirsi dire che è bellissima,, ma il fatto che lo ha rimarcato oggi, le dice che sta mentendo, forse si pentirà della ramanzina che gli farà, ma non sarebbe se stessa se non gli dicesse subito cosa la infastidisce. Consuma la torta in silenzio, ma lui sembra non notare che lei si è irrigidita, sono abituati a stare in silenzio.
    Con un colpo di tosse lui rompe il silenzio, abbassa lo sguardo e quasi con un filo di voce le dice: - Mia moglie è incinta-
    Le crolla il mondo addosso, quel mondo che tutti sempre descrivono che va a pezzi, si è ricomposto per crollarle intero sul suo corpo, non aveva aspettative da lui, ma un figlio è un figlio, poteva “rubarlo” alla moglie per un giorno al mese ma da un figlio no, lei che madre non lo sarebbe mai diventata per quel maledetto fibroma a ventanni.
    Lo abbracciò, lo baciò, lui si lasciò accarezzare, forse aveva già capito che gli stava dando l’addio, ma non poteva odiarlo per aver desiderato di diventare padre con una donna che non amava, ma che comunque era pur sempre sua moglie e da oggi la madre di suo figlio.
    -Ti amerò per sempre- le disse prima di uscire.
    Non rispose.
    La pensava diversamente, “vita” e “per sempre” non sono due sinonimi e non possono viaggiare insieme. Rimani nel cuore di una persona solo il tempo che lo vivi, non esiste il “per sempre” le suonava quasi come una minaccia. Preferiva vivere il presente, e lui le ha donato tanto amore senza chiederle nulla in cambio, è stato bello finché è durato, è stato parte di lei, della sua storia, l'ha aiutata a crescere, insegnandole delle cose, ridato fiducia nella vita stessa ma ora lui ha un figlio che lo aspetta e lei ha voglia di sentirsi ancora libera di amare senza riserve

  • 26 agosto 2013 alle ore 16:35
    La Piazza

    Come comincia: Il sole è sorto da parecchio tempo, ma solo ora inizia ad illuminarmi.
    Come tutti i giorni, la zingara è già alle prese con il suo piccolo uomo, il quale si dà un gran da fare a giocare sull’altalena e a correre a perdifiato. Nello stesso momento deve tenere d’occhio la porta della chiesa, sperando che qualche pia donna, dopo l’unica messa mattutina, le doni qualche spicciolo, per poi andare subito al centro di Roma a continuare la sua attività in luoghi più affollati e dunque più remunerativi.
    Roma inizia a svegliarsi,la piazza a popolarsi. Io sono qui a osservare tutto dal mio punto di vista, senza essere notata.
    Eccola, è arrivata! Oggi dove si siederà? Spero si segga dalle mie parti... Da qualche tempo una ragazza arriva in piazza, sceglie una panchina e studia, baciata dal primo sole primaverile. Cerca di trovare la posizione più comoda per ripetere la lezione, incrocia le gambe, le distende sulla panchina, sente l’afa di Roma, si sposta i capelli lunghi perché soffre già il caldo. Si muove senza però smettere di ripetere fino a quando non si sente preparata.
    Intanto Bush,tuttofare della parrocchia, continua nel suo lavoro. La sua terra d’origine è un non precisato paese arabo, ma sono anni che è a Roma e si sente romano e soprattutto Cristiano. E’ un personaggio per la piazza: innaffia le piante, spazza per terra, sul sagrato della parrocchia e su tutto lo spiazzo. Se non fosse per lui, questo posto sarebbe sempre sporco, diventerebbe infrequentabile. Eppure poche persone lo vedono lavorare e ancora meno lo ringraziano...
    Un “abbaio”,uno “scodinzolamento”,una palla che rotola: un cane è arrivato con la sua padrona. Le riporta la palla e si diverte. Questa è l’ora migliore perché la piazza è vuota e può correre liberamente; a poche centinaia di metri da qui c’è una grande villa, non capisco perché non va lì a sgranchirsi… forse l’erba alta gli dà fastidio?
    Dall’altra parte della strada, il padrone della pasticceria, anche lui straniero dall’accento mi sembra slavo, si prende una pausa, fuma una sigaretta e, colloquiando con i clienti e i suoi dipendenti, non dimentica di tener d’occhio la propria attività.
    Il popolo delle badanti straniere che accompagna le persone anziane a fare quattro passi e prendere una boccata d’aria fresca, si mescola con i nonni italiani che fanno da babysitter ai loro nipotini.
    “Let’s go! Let’s go!”: con queste parole un papà marocchino accompagna la sua bambina. L’indice della sua mano destra è circondato dalle cinque dita della piccola, il cui sorriso bianco fa contrasto con gli occhi e la pelle scura. I bambini fanno la fila davanti alle due altalene, civilmente, senza litigare per il posto.
    Ha appena girato l’angolo,non so come si chiama perché non parla con nessuno, con i suoi calzoni da corsa, la sua maglia, infila le cuffiette del suo ipod nelle orecchie e va via.
    Perché l’ho notata? Perché ha sempre un’espressione seria, quasi triste. Potrebbe sorridere di più quando passa vicino alle altre persone! Succede anche questo in piazza: la gente passa e se ne va come se fosse sola in un mondo pieno di gente.
     Come potete immaginare c’è sempre molto rumore: a causa del traffico, dei bambini che giocano gridando, dei cani che vengono portati a spasso. Questa confusione si placa solo alcune volte, quando la campana della chiesa risuona a morto. Le mamme stringono per mano i propri bambini cercando di tenerli buoni mentre vedono entrare e poi uscire il feretro dall’ ingresso principale. La Vita per alcuni momenti si ferma a veder passare la Morte.
    Arriva l’ora di pranzo: le panchine diventano il tavolo dello spuntino, sia per i dirigenti in giacca e cravatta sia per gli operai.
    Nelle ore più calde, i piccioni diventano i padroni della piazza.
    Ecco l’ora delle chiusura delle scuole, me ne accorgo poiché una marea di bambini si dirigono ai giochi. I bambini di tutte le razze giocano a calcio, fregandosene del divieto del Comune, come del colore della pelle e delle differenze culturali.
    Gli italiani in genere tra le sette e mezza e le otto di sera tornano a casa per la cena, ma la piazza non finisce di vivere, al contrario... sta per accogliere le mamme islamiche con i loro tipici vestiti, con il foulard sulla testa.
    Dal tardo pomeriggio fino a notte fonda i ragazzi sul motorino si incontrano, parlano a voce alta, bevono, fumano, fanno gruppo, branco. 
    Per quasi tutta la giornata alcune persone entrano in un locale della parrocchia, attraverso una porta che quasi non si nota a causa della grandezza della facciata della chiesa, ed escono con delle buste avana con una mongolfiera verde, ma soprattutto con il volto sorridente, sapendo di aver fatto del bene con poco.
    Attraverso quell’ accesso si entra in un mondo, quello di una piccola associazione che attraverso la vendita di prodotti alimentari e artigianali cerca di garantire una vita dignitosa nei paesi del sud del mondo.
    Ora che il sole inizia a tramontare, c’è più calma, anche se c’è ancora chi corre… I genitori che dopo una giornata di lavoro vanno a riprendere i propri figli dal catechismo con l’ansia della macchina in doppia fila e della cena ancora da preparare.
    Ora che il sole è sceso del tutto e si fa notte,vi saluto perché potrei diventare il letto di un barbone.
    …Eh Sì, sono…una panchina!
    Se tutto il mondo fosse questa piazza sarebbe un mondo migliore, capace di far coabitare diverse culture e diverse etnie…
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:38
    A passeggio con Snoopy

    Come comincia: Non so disegnare. Lo so da molto, dai tempi della scuola, ma Snoopy era semplice da creare.
    Iniziavo dall’orecchio, due U una dentro l’altra, con quella più interna colorata di nero, poi passavo al collo, una C al contrario e una I con la parte superiore curva. Una piccola linea orizzontale faceva da collare. In seguito, partendo dalla parte superiore della U esterna dell’orecchio, cercavo di ottenere due archi, uno per la testa e uno per il muso, la forma di quest’ultimo mi ricordava spesso una “pancia” della D.
    Infine un puntino per l’occhio e uno, un po’ più grande, per il naso. Lo facevo sempre sorridente, chissà perché…
    Se la testa era sproporzionata rispetto al resto del disegno facevo indossare a Snoopy un bel cappellino con visiera, aggiungendo due righe: una obliqua sopra l’orecchio e l’altra orizzontale parallela al muso.
    Il corpo? Non lo riuscivo mai a farlo bene, quindi lo imprigionavo in una cornice…
    I miei diari scolastici o i fogli su cui prendevo appunti erano piene di suoi ritratti.
    Non ho mai voluto un cane in carne ed ossa, ma l’avessi avuto Snoopy sarebbe sicuramente stato il suo nome.
    Mentre camminavo per la villa della città, un giorno l’ho visto. Era lì! Tutto intero! Che fare? Che dirgli? Come comportarmi?
    Ciao Snoopy, ma sei proprio tu?
    Sì, sono io. Chi credi che sia? L’asso della prima guerra mondiale che combatte contro il Barone Rosso?Rimasi un po’ di stucco perché riuscivo a sentire le sue parole senza che lui aprisse bocca… no, cioè… muso. Ribattei:
    No, no… Sei sicuramente Snoopy. Ma cosa ci fai qui? Sei venuto a parlare con me? Cosa vuoi?
    Quante domande, lo sai che non mi piace parlare troppo.Snoopy intanto camminava e io lo seguivo come un bravo cagnolino, i ruoli si erano invertiti, ero io l’animale fedele al padrone.
    Ma non ho obbedito, sentivo il bisogno di continuare a parlare:
    Snoopy, ti chiedo scusa per tutte quelle volte che ti ho disegnato senza il corpo…Lui continuando per la sua strada, senza neanche guardarmi, iniziò:
    Non ti preoccupare, non è importante, mi sono divertito ad accompagnarti in quegli anni di studio… spesso mio padre (Charles M. Schulz, ndr) mi diceva: “Non è importante come e dove appari, l’importante è che porti con te un po’ di serenità da donare agli altri …”Alzai gli occhi, un po’ umidi, e vidi all’orizzonte la sua cuccia.
    Finalmente a casa, era un po’ che non ci tornavo… Sono sempre in giro, nei posti più impensabili, dalle tazze per la prima colazione, al materiale scolastico, ai vestiti, dai portacellulare ai copri sedili! Per non parlare dei tatuaggi umani!Ad aspettarlo c’era il suo amico Woodstock, che vedendomi volò via: gli avrò fatto una brutta impressione, pensai.
    Snoopy si mise sdraiato sulla cuccia con il muso rivolto verso il cielo.
    Ti ricordi che, da piccolo, riuscivi a disegnarmi tutto intero solo se ero sdraiato sulla mia casa? Ogni volta che succedeva ti ringraziavo dal profondo del mio cuore.A quel ricordo  sorrisi, stavo per continuare per la mia strada quando sentii:
     Tieni sempre a mente il pensiero  del “mio” biglietto d’auguri, quello che ti ha regalato tua nonna, e che campeggia da anni sulla tua scrivania: “E’ bello sentirsi importanti… ma è molto più importante sentirsi belli”. Io sarò sempre lì per te.
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:29
    Lo chiamavano "Tom"

    Come comincia:  Lo chiamavano TOM
     
    Non aveva amici, quindi proprio e soltanto Tom. Nella sua genealogia si trovava un “Tom Tom”, ma era ben poca e misera cosa, rispetto a lui. Lo usavano in passato gli umani, sulla terra, per profilare un percorso autostradale. Segnalava, a volte con errori, anche i punti dove stare attenti a non incorrere in multe per eccessi di velocità. Problema oggi risolto dalle strade in movimento. Tom Tom.
    Ma il “nostro Tom” faceva ben altro: dava indicazioni agli esseri umani viventi ancora sul pianeta terra, su quali fossero i percorsi da seguire per ottenere dalla vita, ciò che si desiderava. Un giorno, in un romanzo giallo d’autore sconosciuto, trovai un detto intelligente:-“Fate attenzione a ciò che desiderate con tutte le vostre forze; si potrebbe realizzare davvero”.
    Ausonia (la chiameremo così), desiderava con tutte le sue forze ( o almeno era quello che ricordava di avere sempre desiderato), di lasciare il pianeta Terra ed andare a vivere su NuovaMarte. In uno di quei felici “isolotti” per ricchi, protetti da ogni cosa e dove ogni cosa si poteva realizzare. Fin da bambina sapeva cosa volesse davvero. Lo sapeva sempre di più rendendosi conto, ogni giorno, col divenire adulta, che NON avrebbe voluto fare in sostanza mai, la vita dei suoi “genitori”. Metto la parola tra virgolette, ma non è proprio giusto. Ausonia, difatti, era stata regolarmente messa al mondo da una donna, quindi aveva una “madre naturale”, che però era subito sparita dalla sua vita, al prezzo di un biglietto di sola andata per “NuovaMarte”. Prezzo pagato dai suoi genitori acquisiti, Rob e Bob, per farla propria. Rob e Bob avevano vent’anni di differenza tra di loro, avrebbero potuto ottenere un figlio per clonazione, però l’idea non era gradita:volevano “la sorpresa”, un essere nuovo nuovo, insomma. Avrebbero potuto ottenerlo con le nuove metodologie, in provetta, sì, ma neanche questo piaceva loro: volevano un figlio “nature”, alla vecchia maniera. Rob era un conosciuto medico della memoria, ossia specialista nel recupero, attraverso complesse operazioni chirurgiche e specifiche cure, della memoria perduta dagli esseri umani. Dal 2020, difatti nel mondo, erano aumentati in modo terrificante (anche a causa “dell’invecchiamento” della vita media dovuto al prolungamento della stessa), i casi di malattie che provocavano la perdita totale, parziale o crescente, della memoria. Gli studiosi della materia avevano esaminato anche alcune proteine, scoprendo che alla base delle nostre amnesie c'è una proteina programmata per decidere quel che bisogna rimuovere e quel che è necessario salvare nella memoria a breve ed a lungo termine, la quale è addetta all’eliminazione dei rifiuti mnemonici nella zona cerebrale del nostro corpo. Partendo da quei dati e dal fatto che il cervello umano, contrariamente a ciò che si pensa, non può raccogliere e conservare ricordi all’infinito, ma deve eliminarne una parte dalla memoria per fare spazio ad altri ricordi e collegare intelligentemente, le informazioni, si tentava di risolvere il problema mnemonico. Rob era un ingegnere in neurologia mnemonica, branca medica nata dopo il 2030 e si occupava, appunto, della memoria; essendo anche ingegnere/neurologo specializzato in memoriologia, conosceva il cervello umano come nessuno. Bob era stato un paziente di Rob: voleva a tutti i costi dimenticare una fase della sua vita e Rob gliel’aveva cancellata, restituendogli la quiete. Così, tranquillizzato e grato, avendo dimenticato che proprio un uomo più grande di lui era stato la causa della sua infelicità, si era innamorato del suo medico. Si erano sposati ed avevano adottato Ausonia. Visto che ancora, purtroppo, gli uomini/maschi non erano in grado di fecondarsi a vicenda. Proprio Rob, per aiutare gli esseri umani a scegliere i ricordi utili e scartare quelli dannosi, aveva elaborato una serie di macchinari destinati a questo scopo, giungendo anche ad elaborare “TOM”. Il computerino da applicare al cervello per mezzo di elettrodi, in grado di guidare, per moduli, praticamente chiunque, verso la meta desiderata. Volevi divenire un grande astronauta? Tom t’indicava, in progressione, per moduli, appunto, come procedere. Compresa la necessità di tagliare fuori dalla tua vita quanti, anche persone che avresti potuto amare, ti avrebbero impedita la realizzazione del tuo “scopo di vita”. Naturalmente, per semplificare e sveltire la cosa, sembrò subito più utile che fossero i genitori, sul bambino do pochi anni, ad intervenire “di base”. Già: poniamo che il piccolo non avesse prestato la giusta attenzione alla propria bellezza, come avrebbe potuto “in seguito”, provvedere alla cosa per divenire, poniamo, un “modello planetario?”. I genitori, quindi, spesso “intuivano” cosa avrebbe voluto essere il proprio figlio, per cui, poniamo che avessero “intuito” che il loro figliolo volesse divenire quello che loro (purtroppo), non erano riusciti ad essere, lo avviavano decisamente e con molto amore verso “quello specifico” desiderio. Ho conosciuto genitori che avrebbero voluto essere dei pugili, i quali, con molto amore, indirizzavano a tre anni il loro pargoletto verso quest’aspirazione, con l’aiuto di Tom. Oppure, erano certi che il loro figliolo avrebbe potuto essere molto ricco, in futuro, se si fosse interessato alle gare di motocross in giro per i pianeti più “vicini”, per cui, con l’aiuto di Tom, lo indirizzavano sin da subito verso questo giusto desiderio. Qualche volta il giovane di turno diveniva davvero un famoso e ricco motocrossista globale e poco importa se tanti altri lasciavano la pelle sulle strade dell’universo: ci si ricordava di loro come eroi caduti ed i genitori ne perpetuavano la memoria con interviste e pubblicazioni digitali ed elettroniche ricche di fotografie dell’incidente e dell’infanzia perduta del loro figlio. Se ai genitori piaceva scalare le montagne della luna, sin dall’infanzia “programmavano” il loro pargolo con il “TOM”, per cui al piccolo sembrava logico e naturale arrampicarsi dietro i genitori e seguirli per ogni dove facendo trekking. Il piccolo diveniva famoso, le foto di lui appeso ai gangli tonici ed agli spinmoon facevano rabbrividire e sorridere, per cui faceva parte del gioco se uno di quei ganci cedeva ed il piccolo eroe veniva giù forse più lentamente di quello che sarebbe accaduto sulla terra, con una minore forza di gravità, ma non protetto dall’atmosfera terrestre, finché la velocità aumentava ed il piccolo casco contenente la testa sbatteva su qualche spuntone di roccia, frantumandosi e togliendogli l’aria. Ma quanto eroismo in questa morte! Quante fotografie rese misteriose dai baratri bui! Un sepolcro sulla luna non è cosa da tutti!
    Sì, torniamo a Tom. Chiaramente a casa di Ausonia Tom era di casa. I genitori di lei non avevano voluto in alcun modo prevedere le sue scelte, per cui, soltanto, le avevano fatto comprendere (giustamente), quanto fosse importante il lato estetico nel momento in cui si voleva competere con altre donne, in qualsiasi professione. Quanto fosse “inutile” proporsi il quesito se amare un uomo o una donna, visto che, infine, sempre amore era. Quanto fosse necessario sapere in concreto il più presto possibile “cosa” si volesse divenire “da grandi”, per cui, opportunamente informata del valore del “denioro” globale e sull’indispensabile necessità di possederlo (tutto si compra: Rob e Bob avevano comprato anche lei), Ausonia aveva deciso presto (sei anni terrestri, contati come i Coreani, ossia con due anni di più…) alla volontà di lasciarsi guidare da Tom, in quanto le sembrava proprio un’idea splendida quella di raggiungere uno dei paradisi artificiali di NuovaMarte e vivere alla giornata, ricca, protetta, lontana dalla terra e dalle radiazioni oramai poco amate, del sole. Tom le aveva subito “prescritto” di escludere dal suo tempo quello ludico. I bambini NON devono perdere tempo a giocare. Tom le aveva assegnato un insegnante per la musica, un altro per la danza (terrestre, ma anche il più possibile globale), per l’aerobica (faceva bene all’organismo), il nuoto in vasca, la conoscenza di tutte le lingue possibili (poneva in grado di comprendere anche chi credeva di non essere compreso) e non aveva tempo per altro. L’ora del pasto non coincideva con quello dei genitori e li vedeva ben poco. Strano a dirsi doveva apprendere l’ippica, perché nei paesi artificiali le fattorie con animali veri erano alla moda. Ma Rob e Bob non badavano a spese per lei, ed ebbe anche l’istruttore adatto. E un cavallo. Fu a quel punto che la linea programmata da Tom sembrò piombare in una “défaillance d'entreprise”, cioè un fallimento d’indirizzo, giacché Ausonia sembrò “innamorarsi” del suo cavallo e voler trascorrere con lui più tempo possibile. “Tom” propose il caso agli adulti, ascrivendo la crisi ad una motivazione profonda della bambina. Insomma. Alla piccola piaceva l'ippica. Avrebbe voluto divenire un’esperta cavallerizza. I genitori di Ausonia decisero che Non si trattava di un “giusto” desiderio. Il cavallo era soltanto una tessera del mosaico che avrebbe condotto la loro figliola alla ricchezza su NuovaMarte, per cui le fecero “riabilitare” l’area del desiderio da Tom, ponendo il cavallo in secondo piano, dove doveva stare. Ausonia, opportunamente guidata e programmata da Tom, sembrò reagire bene: trascorse con il puledro (che si chiamava Lucido), molto meno tempo e reindirizzò le sue attenzioni ad altro. Crebbe. Era proprio una bella ragazzina. Vero è che non aveva amici al di fuori di coloro che incontrava per studio, ma cosa poteva importare? Aveva i colleghi per il ballo. Ma in quell’occasione esplose il caso “Moira”, giacché Ausonia spostò sull’insegnante di danza la sua necessità di amare e iniziò a desiderare di divenire una ballerina di Flamenco. Tom sembrò esplodere, si chiuse in un non meglio precisato “Guru meditation error” che per due giorni tenne impegnato Rob, sotto gli occhi stupiti di Bob che non aveva mai visto accadere a “Tom” nulla del genere. Per due notti non furono installati su Ausonia gli elettrodi e in quelle notti la ragazzina sognò in sostanza di tutto e durante il giorno saltò le lezioni, passando in pratica le ore danzando freneticamente il flamenco. Era davvero bravissima. In più “buttò giù” uno strano racconto dedicato ad un cavallo bianco, che non fece leggere a nessuno. Ripristinati i contatti di “Tom”, in terza serata le furono riconfermati gli elettrodi (ci fu le necessità di aggiungerne due ulteriori), dormì di uno strano sonno profondo per dodici ore ed al risveglio sembrò essere tornato tutto sotto controllo. Rob fu sollevato, Bob tornò ai suoi esperimenti di chimica organica destinati ad ottenere alimenti di buon sapore dai topi e dagli scarafaggi (gli unici animali di cui, purtroppo, c’era abbondanza) e tutto riprese a scorrere “normalmente”. Ausonia compì sedici anni. Parlava in sostanza tutte le lingue utilizzabili a fini di comunicazione, si muoveva con grazia, aveva sviluppato un seno fin troppo evidente e fianchi buoni per mettere al mondo figli ed i suoi ormoni viaggiavano alla grande. Fu proprio al sedicesimo compleanno di Ausonia che Tom cominciò a lanciare strani sibili e richiese l’attenzione di Rob. Nei tracciati notturni gli ormoni della giovane erano apparsi pericolosamente presenti: occorreva intervenire. Tom, inoltre, suggeriva di sottrarre volume al seno (in NuovaMarte il seno era quasi scomparso tra le donne), porre rimedio ai glutei ed ai fianchi e ridimensionare gli interessi sessuali, anche se non ancora chiaramente indirizzati, della giovane. Rob conosceva i migliori internisti ed i migliori chirurghi plastici, per cui nel breve giro di qualche mese Ausonia rientrò nei termini. Vero è che non la riconoscevano quando camminava per le around sui roller skater, ma che problema poneva loro? Oramai era abbastanza grande da avere ricevuto nei pressi dell’osso ioide il cip di identificazione, per cui, ovunque fosse, sapevano come trovarla. Erano finiti i tempi dei genitori preoccupati! Bastava un “cip” per rintracciarla. Così non fu un vero problema quando, in che modo non fu dato saperlo, la diciassettenne Ausonia “fece un salto” in Giappone. Sì: amava il giapponese ed il Giappone di un amore testardo. In più amava anche l’insegnante di aikidō e la sua disciplina psicofisica giapponese, che si pratica ancora oggi sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali del Budo giapponese, per cui voleva divenire un’aikidoka. Si era fatta anche tatuare (dove? Da chi?), il simbolo sulla pelle:合気道家. In verità, sulla spalla destra, le donava. Non entrava in collisione con il suo futuro su NuovaMarte. Causò però un altro “Guru meditation error” in Tom, che si espresse per qualche ora in uno strano linguaggio giapponese, a causa del qualei Rob si vide costretto a chiamare un esperto del linguaggio stesso. La traduzione fu pressoché questa: “l’allieva ha una personalità umana molto rilevante che contrasta con Tom, ponendolo in error. Consiglio: disattivare l’allieva”. Già. Tom non era umano, per cui non si poneva questioni etiche. Insomma: non obbediva alla “prima legge della robotica di Isac Asimov”: “A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.”[1] Ma non sembrava il caso di preoccuparsene, visto che gli elettrodi non potevano fare danno.
    Si giunse al diciottesimo anno di Ausonia, ossia il momento in cui la giovane donna si sarebbe resa indipendente dagli adulti e avrebbe potuto scegliere da sé ciò che voleva fare della sua vita. La sua stanza era tappezzata di “diodonie” colorate, mostranti al tatto, all’odorato ed alla vista, le bellezze dei paradisi di “NuovaMarte” e l’allieva aveva appreso tutto ciò che la poteva rendere adatta a vincere ogni difficoltà per essere reclutata tra coloro che potevano vantare il diritto portare avanti, al di fuori della terra, la riproduzione in vitro dei NuovaMartesi terrestri. Così Papà Rob, un bel mattino (si fa per dire: il cielo era plumbeo), prese con sé Ausonia, perfettamente programmata, per condurla dagli esaminatori del “Programming Center Off NuovaMarte”, detto anche “P.C.N”. La giovane donna era splendida nella tuta blu cielo, macchiata di bianco. Linea perfetta, seni a misura, fianchi slanciati, passo da puledra. Grazie alle amicizie di Rob entrarono prima di altri, superando le attese dei “programmati alla nascita”. Erano davvero tanti. Si riconoscevano dallo sguardo un po’ fisso, dagli occhi vacui, dal parlare lento e preciso, senza intonazioni. Non si distrassero al loro passaggio, non discussero la precedenza. Neanche si girarono a parlare tra di loro: restarono fermi, immobili, ben programmati, degni del loro incarico. Ma Ausonia piacque proprio per la sua metrica alternativa, l’aria sprezzante, il tono forte, l’accento deciso. Zoe Rupert, il capo collaudatore, la vide subito adatta all’area di comando e predisse per lei un futuro radioso. Avrebbero letteralmente “comprato” in mille quell’essere per le loro aziende ricche e famose. Non importa come e dove sarebbe stata “inserita”, di certo sarebbe stata favolosa. Previsto l’imbarco su “Navedieci” per il periodo più propizio alla partenza, non c’era tempo da perdere: l’indomani, fornita dell’equipaggiamento gratuito offerto dall’azienda promotrice delle crescite programmate, Ausonia sarebbe stata inserita nell’equipaggio in partenza. Una notte di sonno, per dirla all’antica, e poi via! Verso il futuro. Ausonia pareva inquieta, osservava gli adulti discutere seguendo con gli occhi il parlante di turno, come se seguisse una vecchia partita di tennis. Ma non disse verbo. Risposte a tutti i quesiti, si fece controllare dagli umani e dalle macchine e non disse una parola di troppo, così come ci si attendeva da lei. I genitori erano fieri di averla cresciuta così bene. Fieri del futuro che le avevano preparato. Fieri di Tom. Rientrarono nell’habitat sorridendo, le fecero compagnia mentre si cibava (cosa che capitava assai di rado), le regalarono una tuta di NuovaMarte per il viaggio e la baciarono sulle guance, infrangendo per quella volta le istruzioni perentorie di Tom: niente contatti fisici. D’altra parte, anche tra di loro, erano finiti da tempo, ossia da quanto nella memoria di Bob si erano riaccesi dei ricordi sotterranei, che Freud avrebbe spiegato. Ma si vive bene anche senza sesso, no?
    La famiglia raggiunse le basi del sonno. Ad Ausonia non fu applicato nulla e si addormentò, apparentemente serena. Ma, verso l’alba, quando ancora le porte della casa dovevano essere aperte a comando, aprì all’improvviso gli occhi. Una marea di sensazioni cui non era assolutamente preparata l’assalirono: rabbia, paura, odio, desiderio di libertà. Lei non sapeva discernere le une dalle altre, non era in grado di confrontarle, domarle, rimetterle nel luogo di provenienza. Più forte di tutte era la paura, che fu però sostituita dall’odio. Ricordò il nitrito del cavallo, il suono della musica spagnola, il senso dei piedi nudi, la violenza nascosta dell’aikidō. Si alzò e trovò, ben nascoste dove lei stessa le aveva deposte, "ken", la spada, "jo", il bastone e "tanto", ossia il pugnale). Usò jo, per colpire Tom. lo distrusse in un momento e lui non ebbe nessuna reazione: era una macchina. Entrando nella base del sonno di Rob, sapeva che l’avrebbe trovato in fase Rem, già programmata. I suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano. Lo colpì più volte con il ken, finché fu certa che non si sarebbe più svegliato. Poi passò da Bob. Bastò “tanto”. sapeva dove colpire per uccidere con un colpo solo e non lo odiava poi molto.
    Lasciò dietro di sé il silenzio e la morte. Attese l’ora della partenza, raccolse tutto ciò che doveva portare con sé, ossia quasi nulla. La prelevarono all’alba e sedette in silenzio assieme agli altri esseri silenziosi che sarebbero partiti con lei. Poche ore e la navicella non sarebbe più stata nell’atmosfera terrestre. Poche ore e la legge terrestre non l’avrebbe più richiamata. Poche ore e lei sarebbe andata a godersi quei suoni, quelle dolcezze, quegli spazi, che non aveva mai desiderato raggiungere, ma che oramai erano la sua unica possibilità.
    Bianca Fasano.
     
     
     

    [1] Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
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  • 24 agosto 2013 alle ore 12:35
    ...un vecchio saggio

    Come comincia: Un vecchio saggio si trovò davanti ad un fiume straripato con 3 creature che stavano per annegare e poco tempo per prestare soccorso a tutte. Doveva decidere chi salvare per primo tra un uomo, un cane e un gatto. Senza esitare molto si tuffò per primo in direzione del gattino e lo trasse in salvo, quindi fu la volta del cane e poi dell'uomo. La persona risentita di tale gesto si infuriò con il saggio chiedendo perchè si fosse preoccupato prima del gatto e del cane rischiando di lasciarlo affogare e il saggio rispose : " Vedi, nonostante tu ti reputi quale degno di sopravvivere rispetto alle altre creature, sei certamente quello più dannoso; distruggi la tua Terra, fai soffrire i tuoi simili, non disdegni la menzogna e l'invidia, prevarichi i più deboli a vantaggio del tuo stato sociale e sottometti le creature nate libere per il solo gusto di averne il possesso. Tu e la maggior parte dei tuo simili siete il cancro delle Terra, più dannosi che inutili, più morti che vivi pertanto non era indispensabile salvarti per primo e me ne hai dato la riprova aggredendomi anzichè ringraziandomi, ma sei un mio simile ed oggi ho avuto pietà di te." L'uomo più offeso che riconoscente, voltò le spalle al saggio e se ne andò. Fu la volta del cane, si accostò al saggio scodinzolante, gli leccò la mano in segno di riconoscenza e poi chiese perchè lo avesse salvato prima dell'uomo, ma dopo il gatto. Il saggio rispose: " la tua vita amico mio, vale cento volte quella di un uomo, ma hai il difetto di vivere per lui, lo servi con amore e devozione, lo accogli felice e scodinzolante per poi ritrovarti abbandonato e maltrattato, messo da parte come se tu fossi un vecchio gioco. Solo in pochi si rendono conto di quanto amore hai dato e ti ricambiano con il loro affetto, ma tu sei capace di continuare a dare amore anche a chi ti abbandona e maltratta, la tua vita è in funzione dell'uomo, quindi vale più della sua, ma non è indipendente. Il gatto nel frattempo si stava leccando il pelo bagnato, guardò il saggio, emise un miagolio come un ringraziamento e tornò ad occuparsi del so pelo. Il saggio proseguì sempre rivolgendosi al cane : " vedi il gatto, rappresenta la perfezione della creatura, sa dosare affetto e indipendenza, dolcezza e aggressività, non si vergogna a chiedere quando ha bisogno e sa benissimo quando è il momento di dare; cerca l'uomo solo per il cibo, ma se riceve amore lo riconosce e lo ricambia. Ha imparato a non essere ferito nei sentimenti, a innamorarsi al punto giusto e a sopravvivere in ogni ambiente. " E se le cose si fossero messe peggio per tutti e tre? " Chiese il cane. Il saggio continuò pazientemente a rispondere al cane: " Se le cose si fossero messe peggio, avresti visto l'uomo passare su di voi pur di salvarsi, mentre tu saresti morto nel tentativo di salvare lui, entrambi avreste agito in funzione delle altre creature, l'uomo per sfruttare e salvare se stesso, tu cane, per sacrificarti e salvare l'uomo; il gatto senza infamia ne lode, avrebbe puntato solo sulle sue forze ne prevaricando ne facendo il martire. Il gatto è quindi la creatura che merita la sopravvivenza della specie. " Il cane rispose ingenuamente al saggio : " ma se è tanto bravo a sopravvivere, si sarebbe comunque salvato senza il tuo aiuto, perchè hai voluto recuperarlo per primo? " Il saggio rispose: " io non ho voluto salvare il gatto per primo, ma volevo che l'ultimo ad essere salvato fosse l'uomo! "

  • 24 agosto 2013 alle ore 11:55
    Romolo

    Come comincia: (771 a.C.- 717 a.C.)
     
              È proprio vero: noi romani amiamo così tanto la nostra città che quasi ci dimentichiamo che esiste. Noi, esseri uniformi, stereotipati del XXI secolo, non ci rendiamo conto di dove posiamo i piedi ogni qualvolta muoviamo un passo. Dire che sotto di noi esistono tremila e più anni di Storia sembra riduttivo, ma tant'è e non è un caso se a Roma le metropolitane sono solo due e sempre affollate come carri merci: prova tu a scavare sopra tremila anni di Storia e poi ne riparliamo. A ogni centimetro scopri insediamenti, fossili, ossa, statue, ciotole e via dicendo che, venendo alla luce, ci guardano con un'aria come dire: ma tu che puoi saperne?
    Eh, già. È proprio così che mi sento mentre, girovagando tra i maestosi Fori Imperiali, d'improvviso il sole sparisce e un forte vento di scirocco mi costringe a chiudere gli occhi e a ripararmi in qualche modo. Ed è allora che lo vedo, con una tunica legata in vita, le gambe muscolose che s'intravedono da sotto il gonnellino e rimango incantata a fissarlo. Il suo sguardo fiero e deciso mi trafigge come un dardo e mi rendo conto di avere ancora gli occhi chiusi.
    «No, non aprirli, tanto mi vedi lo stesso.» mi dice con tono di comando.
    Gesù mio, non posso crederci: è lui, Romolo, il nostro fondatore, che se ne sta lì, davanti a me, fiero e altero proprio come un re o, se preferite, come un dio. Deglutisco sentendomi una nullità al suo cospetto e mormoro:
    «Salute a te, o divino Quirino.»
    Lo vedo fare un gesto stizzoso con la mano prima di ribattere:
    «Falla finita. Sono Romolo, punto e basta.»
    «Ma dopo il tuo trapasso, i romani ti hanno elevato agli onori degli altari con il nome di Quirino e ti hanno venerato per secoli con questo appellativo.»
    «Sciocchezze. Sono morto e basta, come un qualsiasi altro uomo.»
    «Ma tu sei Romolo.» insisto puerile.
    Lo vedo alzare gli occhi al cielo e rivolgere una preghiera a qualche dio pagano ed io mi metto a ridere, notando la sua espressione buffa.
    «È vero,» chiedo curiosa, «che tu e tuo fratello avete ucciso vostro zio Amulio e riportato sul trono vostro nonno Numitore?»
    «Tu cosa avresti fatto? Non solo quell'essere spregevole aveva ucciso mia madre e tentato di eliminare me e mio fratello, aveva altresì distrutto la mia intera famiglia pur di salire al trono. Quando io e Remo siamo venuti a saperlo, abbiamo fatto sì che le cose si riaggiustassero. Tutto qui.» conclude come se fosse la cosa più naturale del mondo.
    Per un attimo rimango sovrappensiero, cercando con la mano di trattenere i capelli che il vento mi ributta costantemente in faccia, quindi mormoro:
    «Allora, eri comunque destinato a divenire re, re di Alba, appena tuo nonno avesse reso l'anima a Dio.»
    «Dio? Quale dio?»
    Sospiro e allargo le braccia, borbottando:
    «Fa' un po' tu.»
    Lo vedo grattarsi il mento meditabondo e il suo sguardo incupirsi.
    «Sì, certo, re di Albalonga. Ma c'era anche Remo.»
    «Chiaramente un neo da estirpare.» commento mordace.
    Lui digrigna i denti e reprime uno scatto d'ira, dichiarando lapidario:
    «Se l'è cercata.»
    «La morte?» domando scettica.
    «Sapeva benissimo quali erano i patti, ne avevamo discusso a lungo. E li ha infranti.»
    Sbuffo spazientita e chiedo sarcastica:
    «E com'erano questi patti impossibili da infrangere?»
    Mi si avventa quasi contro, con sguardo furioso e sibila come una scudisciata:
    «Non usare condiscendenza nei miei riguardi, ragazzina.»
    Rimango sbigottita, il cuore che mi arriva in gola per lo spavento e mi accorgo di essere diventata di granito. Be', la grinta non gli fa difetto. Lo vedo raddrizzare le spalle e inspirare a fondo, prima di ricominciare:
    «È presto detto: poiché in due non era possibile comandare, abbiamo deciso di fondare una città sul colle Palatino. Lui insisteva per fondarla sul colle Aventino, portando a pretesto che il Palatino fosse sacro agli dèi, io proprio per quello. Per questo, per decidere chi dei due avesse ragione, ci siamo accordati per una paziente attesa.»
    Chino di lato la testa, con una muta domanda nella mia espressione e lui continua:
    «Abbiamo atteso per un intero giorno che passassero gli avvoltoi in cielo. Chi più ne avesse avvistati prima del calare del sole, avrebbe scelto il luogo della fondazione e sarebbe diventato re. Era il 21 aprile del 753, non lo dimenticherò mai. Ero giovane, all'epoca.» ricorda, lasciandosi andare per una frazione di secondo alla nostalgia. «Orbene,» riprende con tracotanza, «lui ne ha avvistati sei, io dodici, proprio sul limitare del tramonto. Pertanto, lascio a te indovinare chi abbia vinto.» conclude con sarcasmo.
    Incrocio le braccia sul petto e porto il peso del corpo su un solo piede, in segno di sfida. In quell'attimo, alle spalle di Romolo, appare un altro giovane che non stento a riconoscere come l'altro gemello, il quale interviene precisando:
    «Dodici, sì, ma dopo il tramonto.»
    «Prima del tramonto.» ribatte Romolo con decisione.
    «Dopo.»
    «Prima!»
    «Un momento!» intervengo alzando di un tono la voce, cercando di fare da paciere. «Non è questo che conta. Conta il fatto che l'episodio vi ha reso nemici e vi ha condotti al fratricidio.»
    Remo sogghigna e indicando il fratello lo accusa:
    «Ti sei sporcato le mani con il tuo stesso sangue solo perché ho oltrepassato il solco della tua città quadrata.»
    Inviperito, Romolo fronteggia il fratello e ribatte:
    «Hai osato attraversare un solco dichiarato dall’oracolo sacro e inviolabile. Ti sei fatto beffe degli dèi e sapevi benissimo a cosa saresti andato incontro. Potevi rimanertene tranquillo sull'Aventino a fondare la tua città, invece sei stato invidioso e mi hai portato a ucciderti!»
    «Ma sentitelo!» esclama Remo con sarcasmo. «Ora l'assassino accusa l'assassinato di essersi lasciato assassinare!»
    «Sparisci dalla mia vista, profano!»
    «Basta!» intervengo ponendomi tra i due e li guardo uno a uno negli occhi, quindi Remo abbozza un sorriso e svanisce così come era apparso, facendomi un cenno di saluto con la mano. Rimango a fissare Romolo, sempre tenendo gli occhi chiusi, e domando:
    «Eravate sempre così bellicosi?»
    «Ti potrà apparire strano, ma io ho voluto bene a Remo, fino a quando ha compiuto quel miserabile gesto, in spregio agli dèi. Come re, non ho potuto chiudere un occhio solo perché si trattava di mio fratello. Se l'avessi fatto, avrei creato un precedente e chiunque si sarebbe ritenuto in diritto di scavalcare il solco inviolabile e penetrare nell'Urbe.»
    Esito un attimo, cercando di capire il suo punto di vista e borbotto:
    «La ragione di stato.»
    «Ecco, brava. I sentimenti non c'entrano nulla.»
    Scuoto la testa, ben contenta di non fare parte di quella schiera di regnanti e potentati che, per ragioni politiche, hanno dovuto sacrificare i propri sentimenti. Il cinismo non è mai stato il mio forte, eppure pare che tutti i grandi ne abbaino avuto a iosa. Buon per loro e poveri loro.
    «Tu e i tuoi uomini, però, eravate privi di donne, o, comunque, ne avevate pochissime e, per fondare e far crescere una città, occorrono le donne per procreare.»
    «Sì, è vero. Per questo motivo ho escogitato un piano, in barba alla sacralità dell'ospitalità.»
    «La ragione di stato.» commento rassegnata.
    «Proprio così. Le sabine erano un bocconcino appetitoso e con la scusa di giochi equestri ho invitato il loro re, Tito Tazio, a festeggiare la nascita di Roma. Lui è venuto, beato e contento e si è portato dietro gran parte della popolazione patrizia.»
    «Non hanno sospettato nulla?»
    «Assolutamente. Avevo dato ordine ai miei uomini di rapire le più giovani, quelle che sicuramente non erano sposate. Ciò nonostante c'è stato un errore, uno solo: Ersilia, la donna a me destinata.»
    «Era già maritata?»
    «Purtroppo sì. Ma l'ho voluta comunque. Era troppo bella per rimandarla indietro solo per quella sciocchezza. Alla fine il ratto si è risolto bene: i giovani romani si sono accasati e hanno generato molti figli.»
    «Si è risolto bene?» ripeto incredula, inarcando le sopracciglia. «Ma se Tito Tazio ha scatenato una guerra per riavere le ragazze!»
    Lo vedo fare un gesto vago con la mano, come se la cosa fosse senza importanza e commenta:
    «Ha fatto un errore: le ha prese di santa ragione, così come tutti coloro che hanno avuto l'ardire di sfidare Roma nei secoli successivi.» commenta, orgoglioso oltre ogni limite.
    «Si è arreso,» lo correggo risoluta, «solo perché le sabine rapite si sono messe in mezzo con i loro pargoli, per non dover vedere i propri mariti e i propri padri e fratelli scannarsi per loro.»
    «Quisquilie. Avremmo vinto comunque noi.» taglia corto.
    «Può essere.» concedo.
    «È sicuro.» sottolinea con fermezza. «A dispetto di traditori alla stregua di Tarpea, abbiamo vinto comunque.»
    «Già, Tarpea. Lei ha tradito perché amava il denaro e i sabini l'hanno ricompensata lapidandola con i loro gioielli e seppellendola sotto i loro scudi. Bello sfregio.»
    Fa una smorfia di disgusto e scuote la testa, commentando secco:
    «I traditori non meritano di meglio. Per questo motivo, da allora, chiunque tradisse Roma veniva gettato da una rupe nominata Tarpea, a perenne ricordo.»
    «Brutta fine.»
    «Fin troppo clementi verso chi tradisce. Oggi,» aggiunge alzando la mano per mostrare i Fori Imperiali, «nessuno più sente il proprio dovere verso la patria.»
    «I valori morali hanno registrato un netto calo, ne convengo.»
    «Ah!» esclama rassegnato. «Se solo ci fossi ancora io alla guida di questo popolo che non sente più l'orgoglio di essere romano, che gode di un'indisciplina vergognosa, che…»
    Sorrido e provo a immaginare i romani di oggi sotto le grinfie di Romolo e giungo alla conclusione che, per noi, è meglio che lui sia vissuto secoli fa. In quel momento il garbino si affievolisce, il sole torna a spuntare da dietro la nube ed io riapro gli occhi, fissando Romolo che svanisce lentamente, lo sguardo sconsolato su ciò che è rimasto della sua città. Poco più in là, in una nicchia, alcuni mazzi di fiori portati da mani gentili fanno ombra a una tomba, la sua tomba e lui, prima di sparire, sussurra con dolcezza:
    «Fa piacere sapere che a qualcuno sono rimasto nel cuore.»
    Gli sorrido e gli mando un bacio, ringraziandolo per tutto ciò che ha fatto per Roma.

  • 24 agosto 2013 alle ore 10:00
    Moglie o schiava, questo è il dilemma

    Come comincia: Era un giorno uggioso e le nubi tetre che coprivano come una spessa coperta il cielo trasmettevano un senso di tristezza e di avvilimento, di depressione direi. Telefonai a Silvia per sapere come stava. Lei era molto sensibile alle variazioni climatiche, tant’è che in questi casi un fortissimo mal di testa la colpiva immancabilmente. Il telefono squillò più volte prima di avere una risposta.
    “Scusami Vanna se ti ho fatta aspettare, ero a letto”.
    “Perché?” chiesi anche se immaginavo la risposta.
    “Ho una fortissima nevralgia insopportabile, come al solito” mi rispose con una voce fioca.
    “Hai preso la pillola di paracetamolo? chiesi.
    “No, ne sono sprovvista, le ho terminate” disse.
    “Vai in farmacia, allora” insistetti.
    “Non posso!” rispose Silvia con voce agitata e anche tremolante.
    “Mi puoi dire il motivo? Ti piace soffrire? Hai la farmacia a due passi. Se non fossi a Roma, ci andrei io, lo sai!” specificai.
    “Lo so che tu sei come una sorella, ma non ho le chiavi di casa, e questa mattina tutte le mie amiche come sai sono a lavoro” chiarì Silvia.
    “Telefona in farmacia, allora. Spiega al farmacista la situazione e vedrai che te le invierà con il messo”  spiegai.
    “Non credo che lo farebbe” disse Silvia.
    “Se vuoi glielo dico io per telefono, il farmacista è amico mio”  le risposi.
    “No, ti prego! Non ho neppure soldi in casa per pagarlo. Mi sentirei in  imbarazzo. Preferisco tenermi il mal di testa” precisò Silvia.
    “Non avere le chiavi posso capirlo, ma non avere neppure uno spicciolo di euro a casa è il colmo!” esclamai con rabbia.
    “ Può capitare, no?” precisò Silvia.
    “ Può essere, ma mi sembra molto strano!” dissi.
    “Aspetto che torni Marco dal lavoro e le farò comprare da lui. Ora scusami, torno a letto, ciao” specificò Silvia.
    “Va bene, ciao” salutai, ma con in serbo una rabbia che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
     
    Dopo qualche giorno andai a fare visita a Silvia. A casa c’era Marco che mi venne ad aprire la porta. Era sabato. Anche lui lavorava a Roma. Era pendolare come me.
    “Ciao, Marco, come stai?”  salutai abbracciandolo com’era di consueto.
    “Bene e tu?” chiese.
    “Anch’io, grazie!” risposi.
    Rimanendo sull’uscio di casa esclamai “Toglimi una curiosità!”
     “Dimmi, ma entra” rispose Marco.
    “Hai saputo che l’altro giorno ho telefonato a Silvia?” dissi con tono perentorio rimanendo ferma sull’uscio di casa.
    “Sì, certo che me lo ha detto”  precisò.
    “E ti ha detto pure che aveva un forte mal di testa?” lo sollecitai a rispondere senza riflettere.
    “No, questo non me lo ha detto” disse Marco con espressione meravigliata.
    “Ebbene, Silvia quel giorno aveva un forte mal di testa, il solito mal di testa, non aveva le compresse di paracetamolo a casa, ma non aveva neppure le chiavi per uscire e andare in farmacia e, cosa più grave, non aveva neppure un euro a casa per  pagarle” incalzai.
    “Non lo sapevo, altrimenti qualche spicciolo glielo avrei potuto lasciare” precisò con grande disinvoltura Marco.
    “Praticamente, perché tua moglie non ha un lavoro anche se svolge il lavoro di una casalinga egregiamente, ti arroghi il diritto di tenerla a secco?” dissi con tono accusatorio.
    “Cosa c’è di strano? Silvia non ha bisogno di soldi, perché faccio la spesa io, le compro i vestiti e tutto ciò che le occorre. Lei durante il girono deve rimanere a casa, fare le pulizie e aspettarmi che torni dal lavoro” rispose come se fosse un comportamento ovvio il suo.
    “Mi meraviglio che non ci trovi niente di strano! E che non le lasci neppure le chiavi di casa lo trovi normale?” lo incalzai.
    “Silvia non ha bisogno di uscire e poi lei sa che quando ritorno dal lavoro la voglio trovare in casa. Ripeto, per questo non ha bisogno delle chiavi di casa” rispose con ovvia franchezza e senza battere ciglio Marco.
    “Lo sai che questo equivale a tenerla segregata a casa, anche se nessuno ti può denunciare per questo? Secondo me corrisponde ad un sequestro vero e proprio” dissi sarcasticamente.
    “Non dire fregnacce! Ma cosa ti inventi? E poi come ti permetti di intervenire in questo modo sul rapporto tra me e mia moglie? Non ne hai il diritto! A casa mia, faccio quello che voglio!” rispose severamente alzando il tono della voce Marco.
    “ È vero non posso intromettermi nei fatti di casa tua, questo è vero. Ma non posso sopportare che tu tratti come una schiava tua moglie. Silvia è tua moglie, non è la tua schiava. La devi lasciare libera” dissi .
    “Silvia, è libera di fare ciò che vuole” replicò ora con un calma serafica.
    “A parole! I fatti dimostrano il contrario e dimostri anche di non conoscere il significato di libertà e non sai cosa significa rispetto di una persona. Non ne hai il senso! Nella tua famiglia hai avuto un esempio sbagliato da tuo padre” risposi drasticamente.
    Mi sentii in obbligo di dissentire con il capo, voltargli le spalle e andarmene senza salutarlo, proponendomi di chiamare Silvia in un momento più appropriato per confortarla.

  • 21 agosto 2013 alle ore 7:30
    Dottore, mi faccia tornare in carcere.

    Come comincia:   Una strana richiesta, quella di Severina, stamane. Quell’ appunto di visita a domicilio, lasciato lì, con quell’ apatia, che ti prende d’agosto, soprattutto se sei ultra settantenne e in pensione. Ma continuare a fare il medico, ti dà la vita, che ti resta. Un nero cortile, scale del seicento, in frantumi. Severina mi apre in tuta. Cinquant’anni, un fascio di nervi e muscoli tesi su per il collo. Un viso chiaro, occhi azzurri, capelli biondi, non curati. Don Mario, il padre, noto boss della zona, mi saluta dalla camera da letto. E’ in mutande e, con la mano destra, si trascina il carrello della la bombola di ossigeno. Insufficienza respiratoria grave. Lavora ancora, comanda. Cellulare e guaglioni sono i suoi ingranaggi, nella macchina invisibile. Severina mi fa accomodare in salotto: velluti, ori e argenti, puttini, candelabri, tutto di pessimo gusto, ma coerente. Due anni a Poggioreale, poi due, commutati in arresto a domicilio.  – “Ho finito da sei mesi, sono libera. Ma non riesco più a uscire. Se metto un piede fuori dal portone, vado in panico e torno nella mia camera. Due anni di arresti domiciliari, mi hanno distrutta. Una solitudine spaventosa. Pensi che, dopo pochi mesi, feci richiesta di tornare in carcere. Lì si sta meglio. Ci sono le amiche, si parla, si scherza, si giuoca, si ama, se si vuole. Qui, in questa casa, è una prigione, sconosciuta agli altri. Ho perso il gusto del truccarmi, del scegliere un vestito. La tuta, per quattro anni, ti pialla il corpo e l’anima. Le amiche del quartiere sono sparite. Resto più di un’ora, a parlare con Severina. Ora me lo posso permettere. Ho altri tempi, non quelli del medico mutualista. Cerco di spiegarle che avrebbe bisogno di un supporto umano, psico-sociale, che la possa aiutare a rintegrarsi nel quotidiano. La invito a raggiungermi, nei prossimi giorni, in ambulatorio. Uno spunto per farla uscire. Non amo le medicine, ma una piccola spinta, a vedere più luce, sarei in grado di dargliela. Poche gocce. Severina mi sorride. Ha un movimento delicato nel socchiudere entrambe le palpebre, un colpo di ali di farfalla.  –“Voglio tornare in carcere, dottore. Lì starei bene. Faccia qualcosa.” -_

  • 17 agosto 2013 alle ore 23:05
    Chi si ricorda di me!?

    Come comincia: Come tutti (o quasi) sanno, la mia inseparabile fata madrina era solita dire che, quando avrei smesso di dire tante balle, lei mi trasformerebbe finalmente in un "umano", che era proprio ciò che avevo sempre bramato. Un bel giorno, per insistenza di quel grillo parlante senza nome che nonostante mi rompesse le scatole con troppi consigli e avvertimenti, vedeva davvero lontano e più lucidamente di me, ho preso la "saggia" decisione di cambiare idea e, dunque, di non essere più in grado di continuare ad essere il più famoso "bugiardino" delle favole di Disney, così conosciuto e subito diventato celebre in tutto il mondo anche per il suo naso che lo distingueva da tutti, un beccuccio telescopico che si allungava di qualche centimetro ad ogni sua fandonia.

    In fin dei conti questa mia forma di vita umanoide non è del tutto male, evito di dire bugie e quindi ho un bel naso, ma ammetto che mi sono rimasto un po' deluso e vi dico perché: peccato che non sapevo cosa vuol dire essere un "umano", altrimenti avrei chiesto alla mia incantevole (ma un po' stupidina) fatina magica di trasformarmi invece in un cucciolo di  cane.

  • 15 agosto 2013 alle ore 15:55
    Ci vuole un aiutino...

    Come comincia: Alessandro, insonnolito, si girò nel letto dalla parte di Carlotta, la cercò con la mano incontrando cuscino e lenzuola, della beneamata nessuna traccia. Malvolentieri aprì gli occhi: andarla a cercare o riprendere sonno? Scelse la prima ipotesi.Nel mese di luglio avevano coronato il sogno di possedere una casetta a mare, a Torre Faro di Messina, niente di grandioso, servizi essenziali distante cinquanta metri dalla battigia a cui accedere dopo un percorso sulla sabbia. Molto probabilmente la consorte si era recata in spiaggia a rimirare il paesaggio notturno, per lei una novità. Da lontano Alessandro scorse qualcosa di bianco, da vicino una dama accoccolata sulla sabbia con indosso un lenzuolo per ripararsi dalla umidità notturna, era proprio lei che si girò riconoscendolo al chiarore lunare, gli fece cenno di sedersi vicino, nessuno dei due aveva voglia di di rompere quiell'atmosfera magica. Dopo un pò di tempo, di comune accordo, rintrarono in 'villa' e tornarono in braccia a Morfeo. Di come erano entrati in possesso di quell'abitazione ancora non se ne rendevano bene conto.  Una vecchia zia, sorella del di lui padre, a novantatrè anni era passata a miglior vita lasciando ai nipoti la proprietà di una villa il cui ricavato della vendita aveva portato i due coniugi di realizzare il sogno della vita, una casa al mare! Dopo i primi giorni di entusiastica novità, la loro vita aveva ripreso un ritmo mormale: ambedue in ferie dai rispettivi lavori al Genio Civile lei e alla Camera di Commercio lui, avevano deciso che la vacanza doveva essere totale: arrangiarsi a colazione ed a pranzo, la sera cenare in un vicino stabilimento balneare dove erano ospitati dei villeggianti a pensione completa. L'incontro fra i due coniugi era avvenuto per caso: ambedue ospiti di amici soci del Circolo Militare di Presidio, dopo una presentazione ufficiale (piacere Alessandro Ferro, lieta Carlotta Mangano) non avevano legato subito anzi Carlotta aveva preso a ballare con uno spilungone figlio di un'amica di sua madre Mara ed a cui, il tale, per ragioni imponderabili, era simpatico tanto da vedere di buon occhio un loro fidanzamento; Alessandro, che di ballo ne mangiava poco, aveva preso a conversare al bar con due signore, risultate poi separate dai rispettivi mariti ed a cui il giovane non dispiceva affatto. Carlotta si era presentata al bar chiedendo un gin fizz per lei ed un latte di mandorle per la genitrice solo che una parte di quella bibita era finita sui pantaloni del buon Alessandro il quale, facendo buon viso a cattivo gioco, minimizzò il fatto chiedendole di ballare con la premessa, per quanto riguardava la danza, di aver parenti al circolo polare fra gli orsi. Alla ripresa della musica, dopo pochi giri di valzer, Alessandro alzò bandiera bianca e chiese alla divertita Carlotta di sedersi ad un tavolo a conversare. Solite confidenze, nessun legame sentimentale da parte di ambedue, richiesta da parte di Alessandro di un servizio fotografico a Carlotta specificando la sua passione per la fotografia. Quell'incontro era avvenuto cinque anni prima e, anche se dapprima non era stato ben visto da parte di mamma Mara perchè il matrimonio doveva essere celebrato al Comune in quanto Alessandro era ateo. Non si potè dire che la suocera di Alessandro in quell'occasione non fosse stata generosa in quanto 'sganciò' ai novelli sposi ben centomila Euro che, aggiunti al mutuo casa ed ai loro risparmi, aveva permesso loro di acquistare una bella abitazione di centoventi metri quadrati in viale dei Tigli, al penultimo piano di un edificio panoramico. Dopo cinque anni, senza pargoli per volere di entrambi, era giunta l'inaspettata eredità che aveva portato ai coniungi Ferro a diventare possessori di una casa al mare. A questo punto la vita di entrambi cambiò radicalmente per avvenimenti che nessuno dei due aveva previsto. Presso la stabilimento balneare alloggiava in via continuativa un signore di circa cinquanta anni, piuttosto serio, occhiali cerciati d'oro, corporatura media, cappello Borsalino di paglia che di solito soggiornava sulla spiaggia del lido a leggere il giornale o all'interno del lido stesso dinanzi alla tv, un solitario. La loro conoscenza avvenne per un fatto non insolito per Carlotta, passando dinanzi al tal signore con una tazzina di caffè in mano, perse l'equilibrio rovesciando parte del contenuto sul pantaloni del gentiluomo (fatto analogo avvenuto anni addietro al Circolo Ufficili, allora era un vizio!). L'interessato minimizzò l'accaduto adducendo, fra l'altro, di essere titolare, a Biella, di una fabbrica tessile e quindi, per i vestiti di non aver alcun problema. La sera Carlotta e Alessandro si trovarono a cenare vicini di tavolo con quel malcapitato dei pantaloni macchiati di caffè, Carlotta, more solito, prese l'iniziativa nel proporre di desinare allo stesso tavolo, il cotale, dopo una certa esitazione, accettò: "Grazie dell'invito ma non penso di essere una buona compagnia, gli ultimi avvenimenti della mia vita sono stati disastrosi, preferisco non parlarne ma, se il signore lo permette (penso suo marito), vorrei fare i complimenti alla consorte; penso di potermelo permettere data la notevole differenza di età. Lei è il tipo di donna che ho sempre ammirato, ha lo stile della ballerina classica, gambe muscolose, sedere carnoso, busto sottile e, particolare da me preferito, capelli rossi ed efelidi al viso, spero di non essere stato troppo invadente. Sono Gustavo Arena, Guy per gli amici, risiedo a Biella dove sono titolare di una fabbrica di vestiti; mio nonno, sarto di professione,era originario di Torre Faro. È emigrato al nord, ha aperto a Biella una piccola bottega artigianale di sartoria che pian piano ha ingrandito; è subentrato mio padre ed infine io che dò lavoro a circa settanta operai ecco perchè le dicevo che per me un vestito non era un problema." "Alessandro Ferro, Ale per gli amici, Carlotta e basta." "Pensiamo ora a cenare, di solito ordino sempre pesce, se permettete, Salvatore..." "Signori vedo che avete fatto amicizia, se permettete qursta sera faccio io: pepata di cozze, assaggio di riso alla pescatora, involtini di spada, trancio di aguglia imperiale, contorni, ananas e gelato della casa." Approvato il menu all'unanimità, la serata passò con le solite chiacchiere sul tempo sempre bello in Sicilia mentre al nord impazzavano i temporali, la politica sempre più im mano a maneggioni ed a approfittatori, formula una di automobilismo a cui erano appassionati sia Ale che Guy. Carlotta: "A proposito di auto, fuori ho notato una Jaguar KKR, ho sempre avuto una predilezione per quella marca che ritengo estremamente signorile rispetto alle concorrenti, è di sua proprietà, da questa parti non se ne vedono." Con un sorriso Guy: "È  mia, se la vuol provare..." Ale: "Scusa cara ma so che la Jaguar ha le marce automatiche e non mi risulta che tu..." "Guy:"Se vuole ci penso io a insegnarle, non è difficile, sempre col permesso di suo marito." "Mio marito non pone problemi, vero caro, domattina col fresco potremo fare un giro e poi diamoci del tu, Guy è così simpatico che gli anni non contano." La mattina seguente Ale era sotto l'ombrellone di Guy, il titolare dello stesso stava dando alla sua bella lezioni sul cambio automatico, lezione piuttosto lunga dato che i due si ritirarono dopo circa tre ore. "Carlotta è diventata brava, quando vuole sono a sua disposizione." I tre presero a frequentarsi assiduamente, Carlotta era sempre spontanea e allegra, Ale non era geloso anzi, in passato, aveva sempre dileggiato tale categoria di persone che considerava insicure.Un cosa era certa: Guy e Carlotta uscivano sempre più spesso con la Jaguar, ormai le lezioni dovevano essere finite! Un giorno accadde un fatto inatteso, di Guy si erano perse le tracce ed il titolare del lido aveva assicurato che i bagagli del signor Arena erano nella sua stanza e che lo stesso aveva pagato per tutto il mese. Carlotta aveva perso il sorriso, anche lei diceva di non sapersi spiegare tale sparizione ma, dopo due giorni, si mise a piangere e si rifugiò fra le braccia di Alessandro e venne fuori la verità. Una mattina, durante una sosta in un autogrill fra Messina e Milazzo, Guy le aveva messo una mano fra le cosce ed aveva preso a baciarla sul collo, lei, sorpresa, non aveva fatto resistenza e si erano rifugiati in un albergo di Milazzo ma... e qui il racconto di Carlotta si era fermato. Ale non insistette a saper di più, aspettò la sera sin quando Carlotta si decise a finire la storia: Guy, malgrado la' buona volontà'di Carlotta, non era riuscito ad avere un'erezione. Dopo lo smacco, Guy raccontò la sua storia ed il motivo della sua defaillance: sua moglie, ammalata di cancro, era deceduta circa un mese prima, lui aveva fatto di tutto per salvarla anche facendola ricoverare in una clinica di New York, niente da fare, il male aveva preso il sopravvento lasciando un Guy prostrato che aveva lasciato la fabbrica in mano ai nipoti e si era rifugiato nel paese dei suoi antenati per cecare un pò di serenità, Carlotta era stata riaccompagnata a Torre Faro dal mancato amante che era sparito dalla circolazione. Il silenzio era scesa fra i due coniugi, sentimenti contrastanti avevano invaso la loro mente: pietà da parte di Carlotta per una storia tragica ma da parte di Alessandro...Giorni senza colloquio fra i due coniugi, non avevano nulla da dirsi nè volevano analizzare la situazione, fuori non c'era posteggiata la solita Jaguar sin quando: "Carlotta prendiamo una decisione, una decisione qualsiasi ma dobbiamo uscire da quest'impasse, ne va del nostro equilibrio. Lo sai quanto ti amo, non hai fatto nulla per cambiare i miei sentimenti, ti propongo di andare a Milazzo in quell'albergo in cui sei stata e cercare Guy... il dopo verrà da solo." La Jaguar era posteggiata dinanzi all'hotel 'Milano' "Scusi portiere il signor Arena è in camera?" "Si la chiave 102 non è nella casella." Toc toc sulla porta della camera102. "Signore colazione." "La porta è aperta, sono sotto la doccia, lasciate la colazione sul tavolino" All'uscita dalla doccia, in accappatoio, il viso di Guy mostrava una colorazione sul bianco spinto. Ale per rompere il ghiaccio: "Scusa Guy, siamo affamati, possiamo usufruire della tua colazione, te ne ordiniamo un'altra per te." Pian piano il sangue era rifluito sul viso di Guy, venne portato in camera un vassoio con colazione doppia e, dopo mezz'ora senza inutili chiacchiere, Guy radunò la sua roba, pagato  il conto, poi tutti in macchina alla volta di Torre Faro divisi in due auto dato che i coniugi erano giunti a Milazzo a bordo della 500 di Carlotta. La sera a cena tutti insieme come se nulla fosse successo, Carlotta con la sua solita allegria aveva preso in mano la situazione ed era risucita a rompere il ghiaccio, tutto dimenticato? In apparenza si ma..."Ale e Carlotta permettetemi un petit cadeau per voi, capite il francese?" Ale: "A scuola era la mia materia preferita." "Ho parlato con la concessionaria della Jaguar a Messina, la mia auto ha bisogno di fare un tagliando e vorrei che uno di voi mi accompagnasse, forse dovrei lasciare la mia macchina per due giorni e potrebbero darmene una di cortesia, speriamo comn cambio manuale dato che Ale non sa far funzionare quello automatico."
    "Ale rinunzia alla gara e offre in dono la gentile consorte più pratica di..." "Carlotta: "Mi sacrifico, domattina andiamo a Tremesieri sede della concessionaria, buona notte." Quella notte Ale e Carlotta fecero all'amore sino allo sfinimento, che significato aveva per loro quel rapporto fisico? Solo Freud poteva dare una spiegazione. La mattina Ale al mare, lungo bagno, doccia, rentro a casa, poco dopo il ritorno della consorte più sorridente che mai. Ale: "E allora la sorpresa?" "Subiro dopo pranzo." pranzo che durò un'eternità tanta era la sua curiosità.Carlotta: "Caro maritino usciamo dal lido ma tu avrai le mie mani sui tuoi occhi." E dov'era la sopresa, la Jaguar di Guy al solito posto ma vicino... una Jaguar XK cabrio verde con la capote abbassata. Ale: "È figlia della tua auto." "No la nipote dato che è di proprietà di tua moglie." "Una nipote costosa dato che siamo sui 100 mila Euro." "La bellezza non ha prezzo, il motto non è mio ma è valido in questa circostanza." Guy era radioso, perplesso Alessandro. Dal giorno successivo Carlotta ogni mattina, prima del bagno,  andava a provare il suo gioiello, era felice, abbracciava i due maschietti di cui uno molto perplesso, quello più giovane. Una sera in camera da letto: "Carlotta, siamo sinceri, non si spendono un mucchio di soldi per niente, cosa hai dato in cambio a Guy?" "Se ti dico niente ci credi? Certo qualcosa lo meriterebbe." "E qui che ti volevo, come pensi di ricompensare il tuo anfitrione impotente?" "Col tuo aiuto." "Se pensi a qualcosa tipo trio  non credo che funzionerebbe, non per gelosia ma per motivi pratici.""Fa funzionare il cervello e vai dal tuo amico Nino il farmacista, ci  vuole un aiutino tipo 'Levitra', l'ho letto sul computer, funziona dopo mezz'ora, che ne dici?" "A te andrebbe di..." Lo considero un'opera di bene pr riportare alla normalità il povero Guy ed un ringraziamento per quel regalo." "Senti bella mia, potrei anche essere d'accordo con te, dico potrei ma come faccio ad andare da Nino a chiedere un prodotto di cui alla mia età non dovrei aver bisogno, mi prenderebbe in giro per tutta la vita, per quel medicinale ci vuole la ricetta medica, non potrei andare in un'altra farmacia." "Lo farai per l'amore dico amore di tua moglie, un rapporto fisico non può cambiare i nostri sentimenti." "Sarò sputtanato per sempre, evviva!" Un bacio profondo suggellò l'accordo ed il giorno successivo avvenne quanto previsto da Ale che benignamente fu preso per i fondelli da Nino."Se ne hai bisogno te lo regalo, per un amico... "e giù ridate a non  finire. Carlotta aveva prospettato la faccenda a Guy, si trattava di stabilire quando mettere in atto l'incontro, fu deciso per la sera seguente. Fu analizzata la situazione, Carlotta non poteva andare nella camera di Guy, se ne sarebbe accorto il personale del lido, non restava ,quindi, che dare ospitalità al signor prodigo nel suo letto. Ad Ale non restò che recarsi in spiaggia, per fortuna c'era la luna, una brezza di vento ed una radiolina con cuffia da cui ascoltare musica, jazz, la sua preferita.Le nove, le dieci, le undici,quanto ci mettevano! Poco dopo mezzanotte la signora con una pila, da casa, fece segno che la strada, o meglio il letto era libero. Per fortuna la baby aveva avuto il buon gusto di cambiare le lenzuola ed il cuscino, si sentiva odore di bucato.Ale si mise a letto di spalle, non voleva guardare in faccia la sua bella, proprio non se la sentiva, pensava a quello che poteva essere accaduto fra i due, un pensiero fisso..."Guardami in viso non ti logorare, sapere i fatti veri è meglio che immaginarli, sei d'accordo? Girati. La pillola ha fatto effetto quasi subito e devo dire che Guy l'aveva piuttosto grosso, non me l'aspettavo. Ha cominciato a baciarmi i piedi, mormorava che sono bellissimi poi l'ombellico e le tette dove si è fermato a lungo tanto da indurmi a mastrumarbi tanta era la mia voglia di godere poi mi ha messo in bocca un bel tizzone ardente e mi ha riempito la bocca. Dopo circa mezz'ora si è dedicato al fiorellino, non pensavo che fosse così delicato, dopo due mie goderecciate l'ho pregato di penetrarmi e finalmente mi ha inondato col suo sperma. Non ti preoccupare, mi son fatta la doccia, sono odorosa e pulita come una verginella, sono sincera quando ti dico..." "Va bene, dormiamo, domani è un altro giorno, oddio son caduto nell'ovvio..." Guy visibilmente cambiato: "Non è stata solo una questione fisica, gli occhi, il sorriso, le parole di Carlotta mi hanno riconquistato alla vita. A te non  ha tolto nulla caro Ale ma ha dato a me il desiderio di ricominciare, ho deciso di tornare a Biella e di  riprendere il mio lavoro." Carlotta, come al solito volle fare da protagonista: Vorrei che gli avvenimeti  accaduti fossero indimenticabili, non so se Guy ritornerà da queste parti e così propongo che sia lui al centro dell'attenzione con un'addio speciale: io e lui nel letto matrimoniale e Ale da spettatore così non dovrò raccontare al curiosone tutto quello che piacevolmente accadrà." Dopo un prolungato silenzio, i tre si diressero in casa dei coniugi Ferro e cominciarono le grandi manovre. Primo fatto particolare: tutti sotto la doccia, era la prima volta che i due maschietti si trovavano nudi con in mezzo la conturbante Carlotta che, a turno, li toccava nelle parti intime poi ognuno ai posti assegnati: Guy e Carlotta nel lettone, il povero Ale sul divano a fare da spettatore. La pugna iniziò subito con patti precisi da parte di Carlotta: "Niente baci in bocca nè penetrazione nel buchino posteriore, sono di proprietà di Ale." Il consorte si consolò, almeno qualcosa di esclusivo gli era rimasto ma presto dovette prendere atto della realtà:Guy stava usando la bocca della signora non per baciarla ma per introdurvi un 'marruggio' di dimensioni notevoli (forse effetto della pillola?) e lei si dava ben da fare sia leccandogli il glande che circondando il coso avanti e indietro con le labbra.I due amanti decisero di cambiare posizione, un sessantanove che, dai loro mugolii, doveva essere di gradimento di entrambi. La penetrazione avvenne sia nella classica posizione del missionario ma poi Carlotta preferì quella dell'ammazzone alzando, abbassando e roteando il bacino (conoscendola Ale pensò che la consorte dovesse aver goduto varie volte) ma al maritino venne in mente un altro pensiero: come faceva Guy a non godere tante volte ma poi ricordò la differnza di età...La parte del guardone  cominciò a non piacere più ad Ale, decise di partecipare pure lui alla bagarre, ma come? Ricordò che nel comodino era conservata una confezione di vasellina, la fece vedere a Carlotta la quale comprese il desiderio del marito ed assunse la posizione di ovis ovis e, mentre Guy seguitava a penetrarla nella deliziosa gatta, delicatamente ma insorabilmente Ale penetrò nella sua proprietà esclusiva, una situazione mai provata ma sicuramente eccitante.Come tutte le cose piacevoli anche questa finì per esaurimento dei contendenti, forse la più provata era Carlotta che aveva subito l'assalto di due maschietti. Guy non venne più a Torre Faro, ogni tanto si sentivano a mezzo telefonino, qualche messaggio, auguri in occasione  dei compleanni ma quell'avventura era un lontano ricordo. Forse Guy aveva trovato una nuova compagna che non voleva di certo dividere con Alessandro. Il possesso della Jaguar aveva dato a Carlotta l'idea di far crepare d'invidia i colleghi d'ufficio. soprattutto femmine. Già nota per sfoggiare vestiti, scarpe e borse di inusitata eleganza, quella era la buona occasione per rinfocolare la loro gelosia. Aveva studiato bene la situazione: la mattina usciva di casa prima del solito al fine di trovare un parcheggio dinanzi al portone principale dell'ufficio, rimaneva dentro l'abitacolo dell'auto ad ascoltare la radio per farsi notare dai colleghi che, a mano a mano, si recavano in servizio. Poi le prime domande: "Che bella macchina, come l'hai acquistata?" "È un regalo di uno zio d'America." "Fratello di tua madre o di tuo padre?" "Si fa per dire, un lontano parente senza figli.Un notaio newyorchese di ha contattata dicendo che era a mia disposizione una certa somma, l'auto l'ho scelta io." "Ma è vero che è un regalo di uno zio d'America." "A te voglio dire la verità: ho conosciuto una signora che è proprietaria di una villa sui monti Peloritani. La dama ha molte conoscenze maschili, tutti gentiluomini di una certa età ma molto riservati e molto generosi con le giovin donne che si dimostrano disponibili." Altra collega: "Non ci posso credere: è vera la storia di una casa di appuntamenti sui Peloritani?" "Verissimo, potrei darti l'indirizzo, se tu vuoi..." I maschietti, da parte loro,erano  interessati in maniera marginale della faccenda. Dario, un amico: "Carlotta ho sentito un bel pò di chiacchiere sulla tua Jaguar, fottitene, quelle sono tutte delle sgallettate che probabilmente farebbero quattro marchette se trovassero qualcuno che se le inchiappettasse..." Quella di Alessandro e Carlotta era stata un storia inusitata che non aveva lasciato strascichi nei due coniugi. Il loro anticonformismo, fuori dall'usuale, avrebbe scandalizzato i benpensanti che li avrebbero tacciati di amoralità (o di immoralita?), Carlotta era stata consenziente ad un rapporto sessuale extra coniugale per aiutare Guy a ritrovare se stesso o per puro piacere fisico (a parte il regalo della Jaguar). Alessandro aveva partecipato ad un'orgia di sesso forse per una novità eccitante o per far contenta la beneamata? La verità vera era più semplice: ambedue i coniugi erano propensi a guardare gli avvenimenti della vita dall'alto, a volo d'uccello, cercando di approfittare dei lati piacevoli dell'esistenza senza troppe complicazioni.

  • 12 agosto 2013 alle ore 11:30
    Come un colpo di Sole

    Come comincia: Ho trovato una persona anziana che si comportava in modo veramente strano; giocava come un bimbo, rideva e sorrideva a tutti, condivideva il suo panino con i piccioni, beveva ad una fontanella schizzandosi tutta la camicia ed io, giusto per non farmi i cavoli miei, mi sono avvicinato per scoprire qualcosa in più. Eravamo seduti accanto e si è confidato un po'..
    " Sai, sembrerò stupido, mi prenderai anche te per un vecchio che ha avuto un colpo di sole, ma tra qualche giorno morirò e voglio godermi queste giornate senza preoccuparmi di nulla. Senza preoccuparmi dei pensieri della gente, di come sono vestito e che impressione avranno gli altri se vedono una macchia nella mi' camicia, voglio che i mi' capelli non siano inquadrati sotto etti di brillantina, ma liberi di godersi aria e sole. Voglio illudermi che un piccione mi sia riconoscente per quel pezzo di pane che gli ho tirato. Voglio essere sereno, smetterla di pensare, smetterla di cercare in modo tanto ostinato e ossessivo la felicità. L'ho cercata per una vita e l'ho sempre avuta in tasca. Non era grande magari, ma una felicità semplice, fatta di piccole cose e soprattutto del gusto di apprezzarle. Sai quando mi sono accorto di averla in tasca? ... Quando ho smesso di cercarla! Ora te sei giovane e ti convincerai che il colpo di sole che ho preso io era davvero forte, ma un n' è così. A qualche giorno dalla mia morte, mi sento prorpio sereno, qualcosa è andato bene, qualcosa meno, pensavo di campare di più, ma chi se ne frega, non è certo un anno in più o uno in meno a farmi stare più tranquillo; del resto sarei potuto morire anche prima, magari in un incidente o una disgrazia e, se invece sono qua, devo comunque ritenermi fortunato. Che dici giovinotto? Ho visto un sacco di cose brutte, ma tante anche belle, mi dispiace di non aver fatto qualche esperienza che avrei potuto fare, ma durante le giornate sei talmente impegnato a pensare alle cazzate, tipo lavoro, tasse, parenti e tutto quel troiaio di roba con cui ti fasci la testa che magari ti scordi e rimandi un viaggio, una bevuta tra amici o una partita a carte. Io sarei voluto andare a Parigi, un ci so mai stato. Te l'hai vista la torre? .. Sai che c'è?! Ormai la vedrò da morto, ma credo che tutto sommato quel piccione con tutti i riflessi colorati che becca il pane che gli ho tirato io, sia quasi bello quanto la torre. Ehi si, si va cercando le cose chissà dove e non ci si accorge che s'hanno sotto casa. Ovvia figliolo, un ti dico ci si rivede perchè sarà difficile ahahahahaha ".... Io fino a quel momento avevo ascoltato annuendo, sorridendo e con qualche parola di circostanza, ma sul congedo ho voluto fare una domanda... " Senta, a parte che ci sta che ci si riveda presto, ma questo è un discorso diverso.. Però vorrei capire una cosa: se lei non avesse saputo di morire, come si sarebbe comportato oggi? Come un "colpo di sole" ? " Lui ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto : eheheheh e io che pensavo di avè accanto un fessacchiotto, con tutti quei disegni sulla pelle e quel sorriso a bischero.. Tu hai ragione, se non avessi saputo di morire, oggi, mi sarei comportato esattamente come un " colpo di sole ".... Fammi andà e ogni tanto ricordati dei piccioni. "