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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 marzo 2013 alle ore 22:22
    Antichità

    Come comincia: Doveva essere una vita semplice, con intermezzi, preludi e lieti finali. Me lo dicevo spesso. L’idea che dalla propria vita si possa volere molto, come se si potesse viverne tante insieme, poi mescolarle, è l’input di questo mio pensiero, il motivo del suo nascere. A chi tocca poi mettere in ordine le cose? Esiste, o è esistito, un supremo giocoliere, qualcuno che con la vita, ignaro delle conseguenze, si diverte a creare strade. Quello che alla fine dei giochi si chiama destino, non è stato altro che l’ideatore di un inizio, l’inizio del percorso. Voi, noi, si è capitati in mezzo, messi al mondo per natura, chiamati a decifrare codici che altri in futuro codificheranno ancora per creare altri simboli per comunicare tra simili. Sentirsi parte di un universo, di un pianeta, di una città, di una stanza, del piccolo pezzo di suolo che si calpesta con la presunzione di sentirlo proprio, è forse l’unica cosa vera che ci appartiene. E me ne resterei così per ore ad ascoltare il cuore battere, mentre le dita muovono rancori e malinconie dal passato, vicina a un vivere giocondo che però ha dimenticato il proprio destino e se ne rammenta solo nel silenzio, poco che è, quando cala la sera. Una musica snella e violetta lucida il mio essere così imperituro, così eterno, talmente eterno da non dimenticare nulla.

  • 28 marzo 2013 alle ore 11:39
    I colori della mia vita

    Come comincia: Cosa caspita sta succedendo: era giorno un minuto fa e d'improvviso le tenebre sono scese e mi hanno avvolta quasi fossero un mantello.
    Mi sento soffocare, non ho mai amato il buio e questo poi ha qualcosa di stregato, mi sconvolge ed oltre tutto mi rendo conto che sto lentamente perdendo le forze.
    Dopo pochi istanti mi ritrovo sdraiata a terra, completamente immobilizzata, non ho più il controllo delle mie gambe, delle mie braccia, del mio corpo insomma.
    Riesco a malapena a muovere gli occhi e quindi inizio guardarmi intorno, ma in realtà non vedo proprio nulla, perché il buio è pressoché totale.
    Sento dei passi e terrorizzata penso di domandare chi c’è ma la voce non esce.
    In quello stesso momento una mano si poggia sulla mia fronte ed un calore innaturale mi penetra nella mente. Sta accadendo qualcosa di magico.
    È piacevole questo tepore… e meravigliosa la capacità che ho acquisito di poter esprimere ciò che sento senza aver bisogno di usare le parole. Cielo che comodità…
    capita troppo spesso che le parole vengano fraintese o male interpretate e che questo crei abissi che spesso è impossibile colmare.
    Continuo a percepire quel tocco e la mente si fa sempre più leggera, leggera, leggera.
    Quando decido di riaprire gli occhi ho un’altra sorpresa che mi attende: ed ora cos'è quel foglio bianco lì davanti? o è uno schermo? non capisco.
    Mi sono lasciata il ruscello alle spalle e con esso anche la parte di me più istintiva e consapevole; da quando ho ripreso il cammino in questo bosco mi sta capitando di tutto le cose più strane ed inverosimili, in questo momento, però, sono davvero spiazzata, perché non riesco a comprendere cosa stia succedendo.
    Quello che mi trovo di fronte, foglio o schermo che sia, non ha alcuna pertinenza con l'ambiente in cui mi trovo e tanto meno con l'esperienza che sto vivendo.
    Mi guardo intorno cercando di trovare una risposta, ma l'unica cosa che sono in grado di percepire è l'incredibile sensazione di pace e serenità che mi circonda.
    Mi sento toccare la spalla ed istintivamente mi volto (si riesco nuovamente a muovermi!!) per guardare chi sia ad attirare la mia attenzione:
    "Ciao bimba, sono arcopenna, e son qui per aiutarti a riempire quel mastodontico lenzuolo che ti è apparso di fronte. Puoi farlo come preferisci, se non vado bene io basta che me lo dici, chiamerò mio fratello, pennelbaleno che insieme a nostra cugina, colortavolozza, ti aiuterà a dar sfogo alla tua voglia di manifestare le emozioni."
    Ormai nulla mi meraviglia più, figuriamoci, quindi, sorridendo rispondo in un baleno:
    "mi conosci bene: noto che ti sei palesata per prima, sai che l'unico modo che conosco per non nascondere quello che sento è farlo scrivendo..." mentre parlo il lenzuolo si riempie di parole, esattamente quelle che sto pronunciando ed ognuna ha un colore diverso, in relazione al significato che ha o che io gli attribuisco.
    E' bello notare come tutto quel bianco stia trasformandosi in una gigantesca macchia di colori: perché i colori danno colore, regalano allegria e ci riempiono di energia.
    "Sai arcopenna, è divertente. È tanto divertente riuscire a raccontare la propria vita a colori, vedere il nero che si trasforma in grigio, per poi passare a tonalità di volta in volta più tenui e solari: è un po’ il senso della mia vita”
    Con arcopenna a farmi da fermaglio per i capelli prendo pennelbaleno e colortavolozza e di buona lena inizio a dipingere… dipingo e parlo… ed arcopenna scrive ed il lenzuolo è un insieme di parole e disegni… e tanta allegria!!!
    Un lenzuolo a raccontare la mia vita: a chi la vuole conoscere, per spiegare da dove vengo e dove sto andando, come intendo farlo, con quali mezzi e quali intenzioni.
    Uno schermo su cui proiettare paure, sentimenti, emozioni e voglia di vivere e divertirmi, per tirarle fuori da me e lasciare che non facciano più paura, che non possano ferirmi in alcun modo!!
    Ormai non è rimasto neppure un puntino bianco, ho smesso di parlare, tolgo arcopenna dai capelli, metto in bocca pennelbaleno e poggio a terra colortavolozza! Osservo soddisfatta il mio capolavoro.
    Arcopenna mi sorride e mi dice “dagli un titolo e firmalo, solo così lo sentirai completamente tuo”
    “Il nome è facile – I colori della mia vita – e la firma vieni qui… la metto subito”
    Col sorriso stampato sulle labbra siglo il lenzuolo, poi lo piego e, da enorme che era, riesco a ridurlo a poco più di un fazzoletto, me lo infilo nelle tasche dei jeans.
    Saluto i miei nuovi amici e mi rimetto in cammino… sono persa nei miei pensieri e, per questo, non mi accorgo di una radice che sporge del terreno ed il destino vuole che io ci inciampi e finisca rovinosamente a terra sbattendo anche la testa (fosse una novità poi… mi chiamano mica “intruppona” a caso…).
    Mi risveglio dopo poco e…. mi ritrovo a terra… completamente immobilizzata… circondata dal buio e col tepore di una mano sulla fronte che mi legge dentro.
    È stato solo un sogno… ora che me ne rendo conto sono un po’ dispiaciuta. È stato tutto così meravigliosamente vero e piacevole e liberatorio.
    Per una volta avevo espresso le mie emozioni con le parole invece che per iscritto, per una volta mi ero concessa il lusso di essere completamente me stessa ed ora… ora mi accorgevo che era solo un desiderio inespresso che durante il sonno si era palesato.
    Il tepore si sta attenuando e una voce mi sussurra “Allora bimba? Ti è piaciuta quest’esperienza? Simpatici i miei amici vero? Vedrai, se troverai dentro di te la forza per aprirti e parlare… li incontrerai di nuovo”.
    Improvviso un raggio di sole squarcia il buio, non sento più la mano sulla mia fronte e mi rendo conto di aver riacquistato la completa padronanza del mio corpo.
    Lentamente mi alzo da terra ed infilo la mano nella tasca dei jeans, tocco il lenzuolo, sorrido e mi rimetto in marcia!

  • 27 marzo 2013 alle ore 20:28
    Rea Silvia

    Come comincia: (VIII secolo a.C.)

    Osservo il Tevere, il nostro biondo Tevere che scorre placido verso il mare, tagliando in due la nostra amata Roma e mi domando per quale motivo viene appellato biondo. A guardarlo ora, sembra solo un ammasso di acqua marrone dove, ahimè, sguazzano pantecane da dieci chili l'una, galleggiano immondizia e rifiuti vari, dove si affacciano i gatti per afferrare con le loro zampette i pesci che affiorano e dove, bontà divina, qualche pescatore si porta seduto lungo la riva per pescare. Ci vuole coraggio. Non per pescare, bensì per mangiare il risultato della pesca. Sospiro scuotendo la testa e in quell'istante odo sussurrare il mio nome. Mi giro, ma non vedo nessuno, tranne la fila di macchine incolonnate sul lungotevere. Con un'alzata di spalle torno a volgere lo sguardo al fiume e in quell'istante sgrano gli occhi: il Tevere, il biondo Tevere, è tornato a essere biondo e cristallino. Tutto intorno a me è solo campagna, strida di gabbiani e pesci che guizzano veloci tra le due sponde che ora si trovano al livello della terra. Al posto delle macchine, delle orribili macchine caotiche, vedo lei, bellissima, con una tunica bianca indosso, stretta in vita da una cinta di cuoio rudimentale e deglutisco prima di riuscire a fare un passo verso la sua figura.
    -Come vedi,- esordisce con voce carezzevole, -il fiume all'epoca era biondo per davvero.-
    -Già… Ma tu… Mio Dio, ma tu sei Rea Silvia.- balbetto attonita.
    Sorride e annuisce con regalità, indicando il tempio di Vesta lungo la riva sinistra del fiume.
    -Io ero una vestale, una sacerdotessa della dea Vesta, pertanto una vergine che sarebbe dovuta rimanere tale fino alla morte. Invece gli dèi avevano deciso diversamente, a dispetto della volontà di mio zio Amulio.-
    -Un momento.- l'interrompo alzando una mano. -Tu sei la madre di Romolo e Remo.-
    -Sì, è così.-
    -E allora, come facevi a essere una vestale?-
    Piega le labbra in un sorriso condiscendente e si volta verso il fiume, mostrandomelo. In lontananza, in una giornata plumbea dove la pioggia viene giù a catinelle, vedo un'imbarcazione con degli uomini a bordo e uno di questi che cade nel fiume, chiamando aiuto. Sussulto spaventata e vedo gli uomini in barca che provano in tutte le maniere a governarla contro la furia degli elementi, mentre uno si sporge e tende la mano per agguantare il braccio che si protende dall'acqua.
    -Non riusciranno a salvare il loro re.- mormora Rea Silvia. -Quell'uomo si chiamava Tiberino e il fiume se l'è preso perché era un re buono e saggio. Per questo il corso d'acqua è stato battezzato Tevere, a perenne ricordo del re morto annegato. Tiberino è un mio antenato, discendente di Enea, il fuggiasco di Troia.-
    Mi giro a guardarla con la bocca aperta e lei continua:
    -Il figlio di Enea si chiamava Ascanio Julo, colui che diede vita alla Gens Julia, di cui noi siamo i discendenti. È evidente che da Enea a noi siano passati alcuni secoli e Tiberino è uno dei tanti re assurti al trono prima dell'avvento di Proca. Proca era mio nonno, il quale, morendo, lasciò il suo regno di Alba ai due figli maschi: Numitore, mio padre e Amulio, mio zio.-
    -Una diarchia.- commento.
    -Non proprio. Mio padre, essendo il maggiore, sarebbe dovuto diventare re, ma aveva deciso di lasciare il trono a mio fratello, preferendo rimanere un comune cittadino. Purtroppo, non aveva fatto i conti con mio zio Amulio, il quale ha brigato per salire al trono, uccidendo prima mio fratello, poi, con raggiri di parole e belle prospettive, costringendo mio padre a farmi divenire una vestale, in modo tale che non potessi avere figli maschi a cui lasciare il trono.-
    -Questa cosa è orrenda.-
    -Trovi? Da che mondo è mondo, il potere ha sempre fatto gola a tutti e mio zio non ha fatto nient'altro di diverso da quello che hanno fatto gli uomini in avvenire. Per caso, puoi farmi il nome di un solo uomo che sia riuscito a salire al potere senza giungere a compromessi, senza macchiarsi le mani di sangue, senza rinnegare il passato?-
    Abbasso lo sguardo e mi mordo le labbra, ben sapendo che ha ragione ma che, comunque, continuo a ritenere raccapricciante ciò che gli uomini giungono a fare pur di spianarsi la strada e divenire qualcuno.
    -A quanti anni sei entrata nel tempio di Vesta?-
    -Dieci anni. Le vestali erano sempre tre, di natali nobili e venivano allevate fin dalla più tenera età per accudire i sacri cimeli e il fuoco perenne. Ovviamente, diventavi simile a una dea, la gente per strada si prostrava al tuo passaggio e vivevi il resto della tua vita nel tempio. A turno dovevamo mantenere il fuoco sempre acceso, pena la morte.-
    -Perché?-
    -Perché il fuoco era considerato un dono divino e se per caso si fosse spento, carestie, siccità e disgrazie infinite si sarebbero abbattute sull'umanità. Quindi, a noi il compito di tenerlo sempre acceso, allegro e scoppiettante.-
    La vedo osservare il tempio e il suo sguardo si offusca, memore del suo tragico destino e dei capricci degli dèi.
    -Eri felice?- domando.
    -Felice come può esserlo una giovane e bella donna che sogna l'amore.- risponde con un velo di sarcasmo.
    -Amore che a te era negato.-
    Sospira mestamente e si tira indietro una ciocca di capelli. È così bella e dolce che mi chiedo come abbia potuto, suo zio, avere un cuore così duro da strapparla alla vita.
    -Un giorno, al tempio,- mi racconta, -venne a trovarmi mia cugina Anto, la figlia di Amulio. Mi raccontò di essersi innamorata di un uomo bello e ricco e che presto si sarebbero sposati per avere figli da destinare al trono. Era il coronamento dei disegni di mio zio. Io e mia cugina ci siamo sempre volute bene, eppure lei non poteva capire, in quel momento, quanto potevano ferirmi le sue parole. Anch'io desideravo sposarmi e avere figli, ma non l'avrei mai potuto fare, a differenza di lei.-
    -Frustrante.-
    -Fintanto che ero stata adolescente, la cosa non mi toccava, però con gli anni… Poi…-
    La vedo illuminarsi in volto e per un attimo rimane in silenzio, rapita da un fugace ricordo che la porta lontano da me. Io rimango in attesa e sbircio di nuovo il Tevere, dove alcuni gabbiani si tuffano per catturare il pesce e dove un gruppo di contadini si è riunito lungo la sponda per pescare. Sorrido ripensando ai pescatori moderni e mi domando che sapore aveva il pesce all'epoca.
    -Poi, un giorno,- riprende a raccontare, -mentre ero al fiume per attingere l'acqua, un guerriero bellissimo mi ha avvicinato, mi ha aiutato con la brocca e siamo rimasti insieme per tutta la notte. Io non potevo saperlo, ma quel guerriero era il dio Marte che aveva preso le sembianze di un uomo per potermi amare.-
    -Allora… Allora Romolo e Remo…-
    -Eh, già, sono i figli di Marte.-
    Sorrido, trovando la cosa alquanto sciocca, scettica come qualsiasi persona priva di Fede, ma lei mi fulmina con i suoi occhi ed io smetto subito di sogghignare.
    -È un problema tuo.- mi getta in faccia. -Noi abbiamo creduto per secoli ai nostri dèi e loro ci hanno guardato con fare paterno, indicandoci la via giusta da seguire e punendoci quando eravamo indisciplinati.-
    -Come è capitato a te.-
    La vedo irrigidirsi per una frazione di secondo, quindi ammette:
    -Sì, come è capitato a me. Sono svenuta mentre ero di turno davanti al braciere sacro e il fuoco si è spento. Inutili i tentativi di farlo riprendere: per colpa mia, la sciagura si sarebbe abbattuta sull'umanità.-
    -Sei svenuta perché eri incinta.-
    -Malaugurio su malaugurio. La morte era l'unico modo per espiare la colpa e neppure essere principessa mi poteva salvare.-
    -Però hai comunque partorito.- faccio notare.
    -Sì, certo, ma prima sono stata murata viva.-
    Sgrano gli occhi inorridendo e lei mi posa una mano sulla spalla, quasi a volermi confortare.
    -Fortuna per me che avevo Anto. Lei ha corrotto le guardie, le quali hanno abbattuto il muro e mi hanno portato nelle stanze di mia cugina, al sicuro. È ovvio che mio zio lo è venuto a sapere; a quel punto, tuttavia, non poteva più fare nulla: ha lasciato che portassi a termine la gravidanza e quando i gemelli sono nati, me li ha strappati e li ha fatti uccidere dalle sue guardie.-
    -Ma non è vero!- esclamo.
    Lei sorride e risponde:
    -Questo lo so. Ma all'epoca era questa la voce che correva. In realtà, come tutti sanno, le guardie non hanno ucciso i miei figli: li hanno lasciati in una cesta, sul fiume, un po' come Mosè.-
    Sorrido ed esclamo come una scolaretta:
    -Una lupa si è presa cura di loro. La lupa capitolina, il simbolo di Roma.-
    La vedo ridere di gusto e mi fa notare:
    -Ma come! Sei scettica sugli dèi eppure credi alla favola della lupa?-
    Il sorriso svanisce dalle mie labbra e rimango a guardarla con aria interrogativa. Lei allunga la mano e mi scompiglia affettuosamente i capelli, come una madre che vuole riprendere una figlia.
    -Certo, una lupa li vide, ne avvertì l'odore e si avvicinò alla cesta, senza divorarli. Fu lo strano comportamento della bestia che attrasse l'attenzione di Acca Larenzia, la donna che si è presa cura dei miei figli. Tutto qui.-
    -In questo modo fai crollare un mito.- borbotto querula.
    Lei sorride e ribatte:
    -E tu perché non vuoi accettare il fatto che Romolo e Remo fossero figli di Marte e discendenti di Venere? Gli dèi per noi erano tutto, così come Dio lo è stato per i cristiani.-
    -Quindi, asserisci che Enea era figlio di Venere, che i suoi discendenti hanno fondato la città di Alba della quale erano i legittimi re e che tu, ultima in linea diretta, hai avuto una storia con Marte che ha generato il primo re di Roma.-
    -Sì, è così. Semplice, no?-
    La guardo a lungo, comprendendo che non doveva essere stato facile per lei rinunciare ai figli per ordine dello zio, credendoli addirittura morti e domando:
    -Dopo aver partorito, cos'hai fatto?-
    -Tu cosa pensi che abbia fatto? Ero stata condannata a morte, se ben ricordi.-
    -Già. Sapere che hai dato alla luce il fondatore di Roma, come ti fa sentire?-
    -Ora ne sono orgogliosa, ciò nondimeno non dimentico che per fondare questa città, divenuta un impero, è stato sparso il sangue dell'altro mio figlio.-
    -Brutta storia.-
    -Anche se poi Roma è diventata quello che è, non potrei mai perdonare Romolo. È stato un grande, ne convengo e nessuna madre potrebbe essere più orgogliosa di me, ma ha seguito le gesta di mio zio e questo, ai miei occhi, inficia tutto ciò che ha fatto.-
    -Non essere così severa con lui. Se noi ora stiamo qui a parlare, lo dobbiamo alla sua audacia, alla sua fermezza e alla sua risolutezza. Ha lasciato nelle mani di Numa Pompilio una città bene avviata, con solide fondamenta dalle quali avrebbe preso il volo.-
    -Già, l'aquila imperiale.- commenta volgendo lo sguardo al Tevere. -Chi l'avrebbe detto che dalla fine di Troia sarebbe sorta una nuova e più potente città? Neppure Omero avrebbe potuto immaginarlo.-
    -Tu hai veramente sacrificato la tua vita per Roma, prima ancora che Roma sorgesse.-
    Sorride e la sua immagine inizia a divenire diafana; alle sue spalle torna a materializzarsi il traffico caotico di Roma, riportandomi bruscamente alla realtà. Allungo una mano per evitare che la bella Rea Silvia svanisca all'ombra del tempio di Vesta, ma all'improvviso non la vedo più e il biondo Tevere è tornato a essere melmoso e marrone.

  • 27 marzo 2013 alle ore 15:58
    Ricordo del terremoto del 1980

    Come comincia: A lovestruck romeo sings the streets a serenade
    Laying everybody low with a lovesong that he made
    Finds a streetlight steps out of the shade
    Says something like you and…….

    La fine del mondo!!!
    E’ l’unica cosa a cui riesco a pensare. Anzi, neppure riesco a pensare più. I miei sensi sono catturati, invasi dalle percezioni più strane e violente che abbia mai avuto. Lo stereo sembra che viva di vita propria, sobbalza, e il 33 giri non emette più le amate note che già si stavano spalmando sulla mia tristezza di sedicenne respinta in amore… la voce di Mark Knofler si trasforma in un lugubre gemito, come se la puntina, graffiando il vinile, scarnificasse un corpo vero....Mi distraggo, sono le orecchie  a essere occupate da un lungo, gelido sibilo, è penetrato nel cervello, ma non mi dà il tempo di decodificarne il significato, che  qualcos'altro sta producendo uno spaventoso, inaudito rumore.....come se una gigantesca mano abbia afferrato le pareti della mia stanza da letto e le stia accartocciando….mi attraversa l’impotenza del foglio di carta cestinato.
    Devo trovare il coraggio di guardare, di fissare un punto. Ma, intanto, c’è una parola da qualche parte nella mia mente, l’ho letta, l’ho sentita tante volte, però non credo di  conoscerne il vero significato….ora forse  lo sto intuendo e non riesco a pronunciarla.
    Va bene, ho trovato il coraggio di guardare, devo sapere come va a finire, se il palazzo che intravedo dai vetri della finestra ce la fa a piegarsi un altro po’….no! ora sta tornando indietro…  ha ripreso a venire in avanti. Si decida che vuole fare!! …e anche il pavimento della stanza!! Va su e giù come una molla, ogni volta che scende si risucchia un pezzetto del mio cuore. Ti prego non ti spezzare….
    Sono rannicchiata ancora sul letto, da quando si è interrotta la canzone. Quanto tempo è passato? Proprio quel disco doveva rovinarsi, quello del mio infelice, presuntuoso amore. Al diavolo lui e tutto il resto, io qua non ci resto. Ecco, la parola non aleggia più, è esplosa nella mia testa insieme al boato che viene dalla strada, insieme alle grida che - possibile che li sento solo ora! - sovrastano lo scricchiolio delle pareti, mentre quell’impietosa mano non si decide a smetterla e i vetri scoppiano, impazziti, in ogni direzione.
    Va bene lo penso, sono scalza, non importa, va bene mi arrendo e scappo, lo dico: TERREMOTOOOO!!!!
    Sono nel corridoio, vado verso l’ingresso, le porte dell’armadio sulla sinistra mi si sbattono sulla faccia, fracasso di oggetti che cadono, qualcosa mi colpisce un piede…devo uscire da qui, ora ho davvero paura, mamma e papà… che state facendo?
    Perché non sono con me, invece che da zia Rosa? Non vanno mai a trovarla!! …la porta…però se la chiudo?...e poi? Le chiavi, eccole. Sembra che non tremi più…..
    Esco…Cos’è!? Bambini, tanti, dall’appartamento di fronte, scappano, sembrano indemoniati, due mi si buttano a dosso, strillano e giù tutti insieme per le scale. Come li facciamo cinque piani così?
    I vetri e io a piedi scalzi…sembro un fachiro, non mi ferisco. Gradini, gradini, non finiscono mai!
    Non strillate così, bambini! Un altro piano….un altro, ecco l’androne d’ingresso, il portone spalancato….persone da ogni parte, spingono,  imprecano, piangono, pregano, supplicano.
    Sono fuori, ma è l’inferno anche qui, calcinacci ovunque, aria pesante, densa di polvere, auto schiacciate sotto pezzi di cornicioni,ovunque gente che si muove freneticamente e tutti a gridare quella parola. C’è un ragazzo che perde sangue dalla fronte… Volti devastati dallo spavento, voci che chiedono: “Dov’è stato? Qualcuno sa dov’è stato?”- “Deve essere qui vicino, è troppo forte” – “Io non ne ho mai sentito uno così!”.
    Che ore sono? penso. E’ buio, è freddo, io sono con il mio jeans e la mia felpa, scalza a battere i denti, sono sola, vedo persone note, nessuno si accorge di me…papà, mamma, dove siete? State bene?
    Il dirimpettaio di casa sta strillando alla moglie che vuole tornare su a prendere la lavatrice…è impazzito!! Lei lo prende a schiaffi, lui si calma. Mi avvicino, ho bisogno di parlare anch’io, di gridare, di piangere anch’io. Sono invisibile in questo terremoto??
    “Irpiniaaa”, strilla un tipo agitando una radiolina, “è in Irpinia”. Poi incolla l’orecchio all’apparecchio  e quelli vicino a lui fanno silenzio. Riesco a sentire dei rumori gracchianti, voci confuse, concitate, si scambiano informazioni, ordini. “L’epicentro pare sia Lioni”.
    Cos’è Lioni? Poi ancora “E’ distrutta….anche Laviano, non c’è più una casa in piedi…7°…7°…no 8°, non si capisce niente….morti….tanti morti…tanti paesi ….distrutti”.
    Non ce la faccio più, non so di cosa parlano, ho freddo, ho paura….poi una mano mi tocca la spalla.
    “Vieni, stai insieme a noi”….e  scoppio a piangere.

    Salerno, 23 novembre 1980

  • 27 marzo 2013 alle ore 15:56
    La mia montagna

    Come comincia: Febbraio 1978.
    Era già quasi ora che chiudessero gli impianti sciistici, poco prima del tramonto. La maggior parte degli sciatori si dirigeva verso il rifugio, allettati all'idea di una tazza di cioccolata calda, dopo una giornata di vento tagliente sulla faccia e nelle ossa. Alcuni invece tornavano alla stazione delle navette, per rientrare subito in albergo, pregustando il bagno rilassante, l’aperitivo prima di cena, i commenti sulla giornata con gli amici. Solo gli irriducibili si accalcavano all’ingresso degli impianti, desiderosi di un’ultima, velocissima volata, la più bella, quando la pista è ormai sgombra e la montagna diventa di una bellezza struggente. Il nostro maestro, invece, stava dicendo che noi principianti eravamo pronti per la grande prova, affrontare la pista nera, la regina delle piste. Da quando era iniziata la vacanza ne avevo sentito parlare più volte, ma non l’avevo ancora vista, era molto più in alto delle altre piste che avevo percorso. Pensavo a quel nome, pista nera, e sentivo un brivido scendere lungo la schiena.
    Era bello il maestro, di una bellezza sfrontata, irriverente: due magnetici occhi verdi in un viso abbronzato, i capelli biondi lunghi sul collo, quasi un fiero manto che accompagnava con eleganza i movimenti del suo corpo flessuoso e potente, un sorriso raro e irritante e per questo ancora più seducente, un sorriso che ti faceva sentire sempre goffa e inadeguata. Il maestro guardò l'orologio, alzò gli occhi verso la parete rocciosa che sovrastava  le nostre teste, diede una veloce occhiata alle piste, ancora guizzanti delle ultime colorate frecce umane e dei bagliori rossastri che il sole del tramonto regala alla neve quasi ghiacciata, quindi decise e subito disse con tono quasi sprezzante: "Si va su, veloci che c'è poco tempo. Chi non se la sente aspetti qui, però si perde una bella volata !".
    Guardavo gli altri del gruppo, erano tutti ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, che, come me, si cimentavano per la prima volta sugli sci. Li conoscevo da appena quattro giorni e con quegli estranei avevo diviso fatiche e frustrazioni da principiante; avrei invece voluto stare insieme ai compagni di scuola che partecipavano  alla settimana bianca, i quali, però, sapevano già tutto di piste, scarponi, attacchi, skilift, spazzaneve e curve a sci uniti. Nei giorni precedenti alla partenza, avevo pregustato il divertimento che mi aspettava, le risate per qualche scivolone, le chiacchiere con le amiche sui ragazzi, il vento che lisciava il viso con la sua ruvida carezza. La delusione di non poter condividere con loro la mia prima esperienza da sciatrice tredicenne era stata forte, ma nella mia natura c’è il tratto dell’adattarsi subito alle situazioni, per cui in quei quattro giorni mi ero concentrata solo sulle lezioni, avevo lavorato sodo, senza perdere un passaggio delle spiegazioni del maestro: prima su e giù a scaletta per pendii lievi, su e giù decine e decine di volte, finché sentivi di non perdere più l'equilibrio, di controllare il peso della testa, di concentrare la forza e il pensiero nelle gambe. Poi lo spazzaneve, lo detestavo, una posizione innaturale e faticosa per il corpo, ma indispensabile per capire qualcosa di quello sport di cui mi stavo inesorabilmente innamorando.
    Il maestro al terzo giorno del corso ci aveva dato il permesso di chiudere le code degli sci e tentare qualche impacciata curva a sci uniti; avevo scoperto che era elettrizzante ed esaltante riuscire a farlo, anche se non ancora bene, e poi non ero mai caduta. Quando rimanevo di proposito indietro al gruppo per provare un movimento con calma , senza gli occhi di tutti addosso e le risatine dei più intrepidi, come sottofondo alle imprese altrui, mi ero due volte lasciata tentare dalla velocità, con il cuore che mi martellava nel petto, mi ero lanciata senza pensare più a nulla .
    In realtà spesso le spiegazioni del maestro mi annoiavano, aveva un fare petulante, sembrava che ci mettesse a parte di profondi e inaccessibili segreti, adatti solo ai più degni e coraggiosi tra gli uomini. In fondo stavamo soltanto imparando a sciare, non a pilotare un aereo della NATO!
    Non mi era simpatico il maestro, ma nemmeno gli altri del gruppo mi ispiravano sentimenti positivi. Mi ripetevo ogni mattina  che non c’era da meravigliarsi se nessuno mostrava di accorgersi di me. Con il mio carattere chiuso e timido, l'inesperienza e un orrendo giubbotto azzurrino dal taglio maschile, col colletto di pelliccia sintetica color nocciola, che faceva sembrare il mio corpo, dall’aspetto puberale, ancor meno attraente, gli occhiali da sole modello a specchio,  troppo grandi  per il viso minuto, i capelli che venivano fuori dal berretto di lana come stoppa indurita dal freddo e dal vento, chi mai poteva provare simpatia per me? 
    Quasi nessuno mi rivolgeva la parola e io facevo altrettanto, ma a quei tempi pensavo che dovesse andare così, mi sentivo fuori posto in ogni situazione e per questo cercavo di farmi notare il meno possibile. Mi ero abituata già da bambina ad osservare gli altri, a notare i dettagli, quasi a spiare le loro vite, a stupirmi della naturalezza con cui alcuni vivevano la condizione di essere oggetto di interesse e ammirazione; spesso desideravo segretamente, senza mai crederci sul serio, di sentirmi disinvolta, spigliata, una sensazione che non avevo fino ad allora mai provato. Immaginavo di parlare in pubblico, di esprimere il mio giudizio su richiesta altrui e di essere ascoltata con approvazione. A volte poi mi interrogavo su quale futuro mi attendesse, su cosa avrei fatto da adulta, chi mi avrebbe amato, quale lavoro avrei svolto, chi si sarebbe fidato di me….era tutto indistinto, sembrava più un’aspirazione che una possibilità, ma non mi soffermavo troppo in quei pensieri, spostavo sempre in avanti il momento in cui avrei avuto il coraggio di guardare in faccia le mie paure, mi aiutava in questo anche la giovane età, credo.
    Durante le lezioni di sci, nei tempi di attesa del mio turno di esibizione, quando mi assaliva la noia dei miei compagni così spietatamente normali e prevedibili in ogni loro reazione, sbirciavo gli sciatori sulle piste più difficili, cercavo di capire come si posizionavano con il corpo per virare a sci uniti e, soprattutto, ma mi batteva più forte il cuore al solo pensiero di farlo anch'io, come si chiudevano a "uovo" e via, frecce felici di esserlo.
    Una volta sola avevo provato a scendere a "uovo", mi sarei quasi ammazzata se non fossi riuscita a evitare il pilone dello skilift contro cui stavo per schiantarmi. All'ultimo momento le gambe, senza che io sapessi come avessero fatto, si erano disposte quasi perpendicolari al corpo, rallentando bruscamente la corsa e incredibilmente non ero caduta. Questa era una cosa di cui andavo fiera: non ero mai caduta. Il primo giorno del corso, però, mi era piombato addosso un ragazzino del gruppo, tutto sbilanciato in avanti, completamente senza controllo. Una caduta molto ridicola, non per colpa mia; allora avevo pensato che è brutto trovarsi con il sedere sulla neve e braccia e gambe incastrate tra sci e racchette, del tutto dipendente da qualcuno che venisse a sciogliere quel groviglio umano. C'era andata bene, qualcun altro nella stessa situazione s'era fatto seriamente male.
    Accidenti a me e al mio cervello che non stacca mai!
    Gli altri del gruppo avevano risalito già quasi tutto il lungo percorso dell’impianto della pista nera, i dischi dello skilift tra le gambe, gli occhi brillanti di eccitazione, il sorriso delle grandi occasioni, qualche ragazzo magari poco convinto per quello che stava facendo, ma fiducioso comunque che il maestro mai ci avrebbe proposto una situazione troppo rischiosa per dei principianti. La fiducia negli adulti è fondamentale quando si è molto giovani, se non altro almeno per il gusto di imitarli
    Va bene, si va su tutti, non sarò io l'unica fifona del gruppo. Muro bianco aspettami!
    Così mi trovai a salire per ultima, mi dovetti aggrappare al disco dello skilift per tirarlo giù, senza  l'aiuto dell'addetto all'impianto che non vedevo da nessuna parte, forse se n’era già andato via, a bere qualcosa di caldo, dopo il freddo preso per tutto il giorno. Ci avevano detto di afferrare al volo il primo disco che ci passava vicino, con o senza aiuto dell’addetto, così fanno gli sciatori e così feci. Ormai era andata, stavo salendo, non potevo tirarmi più indietro. Capii subito che quell'impianto era molto più lungo degli altri già sperimentati e che la pista accanto aveva qualcosa di strano, quasi non si vedeva, ma ne misi di tempo per comprenderne il motivo: era completamente appesa giù. Il fruscio degli sci sulla neve mi arrivava amplificato alle orecchie, ero come ipnotizzata.
    Quando giunsi in cima gli altri si erano già lanciati da un pezzo, il maestro in testa guidava il gruppo, molti ragazzi scendevano a sci uniti, senza perdere un colpo, pareva che l'avessero sempre fatto, altri alternavano con lo spazzaneve e rimanevano più indietro, qualcuno poi, aveva rinunciato all'impresa, s'era tolto gli sci e scendeva a piedi. Ma tutti velocemente scomparvero dalla mia vista. Avrei potuto provare a chiamarli, se non mi fossi vergognata di essere rimasta tanto indietro, e poi c’era il mio orgoglio ferito dal fatto che nessuno si era degnato di aspettarmi.
    Che stupidaggine –pensai- salire fin qua su per scendere poi con gli sci in spalla! Ora qualcuno si accorgerà di me e si fermerà ad aspettarmi, mica mi lasciano quassù da sola!
    Guardavo sotto, ma non riuscivo a vedere bene, il sole stava tramontando, in montagna fa notte in pochissimo tempo, mi sembrava che la pista fosse sparita, anche se in realtà era proprio lì, solo che vista dall'alto presentava tutto un altro aspetto a confronto della visuale che si aveva dagli impianti: era la regina delle piste e come tale si ergeva solitaria, un muro a dir poco quasi  verticale. Pensai di aspettare qualcun altro che salisse, per iniziare la discesa con lui, fosse stato anche un estraneo. Guardai verso l'impianto, era fermo e senza ombra di dubbio ormai spento: per quel giorno non sarebbe salito più nessuno lassù.
    Accidenti alla mia testa, sempre persa a pensare. Non c'era altro da fare, mi dovevo buttare giù da quel muro, a spazzaneve, con molta prudenza, tentare gli sci uniti sarebbe stato troppo per le mie capacità e per la paura che si stava impossessando di me. No, quassù non ci resto, tra poco è notte, vado.
    Cominciai a scendere, non vedevo quasi nulla, intuivo che dovevo andare pianissimo, stare più incollata possibile alla parete nevosa e neanche mi dovevo far venire in mente di guardare giù, perciò forse era meglio che si vedesse male, già quel poco che scorgevo mi toglieva il fiato. Piano, una curva dopo l'altra, pensa, pensa, non avere fretta di arrivare giù, tanto ormai non c'è più nessuno, tanto ormai è notte, peggio di così c'è solo che cadi e ti spezzi un osso, poi chi lo sente papà che dice che sei una pazza scavezzacollo. Avevo paura, però, ad ogni curva, affiorava un po' di coraggio, era un altro pezzetto di pista in meno, mi ero avvicinata un po' alla base degli impianti e, arrivata lì, tornare in albergo sarebbe stato poco più che una passeggiata, dopo quel maledetto muro bianco. Che idiota il maestro, l'avevo detto che non mi piaceva. Pensai che avrei fatto bene a telefonare a mio padre perché protestasse e cercasse di farlo rimuovere dal suo incarico. Comunque prima dovevo arrivare giù tutta intera.
    Ma c'era un problema che si stava prospettando inatteso, le gambe mi facevano male ed erano sempre più lente ad eseguire gli ordini. Dove mi trovavo? Sulla sinistra intravedevo la macchia scura del bosco, da cui volevo tenermi il più possibile lontana, anche se dopo certe curve in cui non riuscivo a controllare la traiettoria, mi sembrava che quelle gelide presenze, qualche ora prima belle chiome verdeggianti, si facessero sempre più vicine e che fossero abitate da oscure entità. Cosa aveva detto il maestro: qualsiasi cosa vi succeda non abbandonate la pista, all'esterno dei bordi c'è di tutto, dossi, massi, crepacci….e chissà cos’altro ancora di notte, pensai, mentre osavo appena sfiorare il bosco con lo sguardo.
    Crepare in un crepaccio: al mo funerale qualcuno avrebbe fatto anche questa facile battuta, però a me veniva da piangere a pensare che non avrei scoperto chi mi avrebbe amato, che non avrei mai saputo chi si sarebbe affidato a me. Pensavo alla mia famiglia, ai volti dei miei genitori per la notizia della mia morte, ma anche alla famiglia che non avrei potuto più avere in futuro e provavo tenerezza……
    Vagavo col pensiero per non fermarmi, per non permettere alla paura di paralizzarmi. Buio, solo buio, appena appena un riverbero della neve per gli ultimi spasimi del crepuscolo. A destra c'era l'impianto, ne ero sicura, perché anche se non era illuminato si vedevano ogni tanto i puntini rossi delle lucette di sicurezza, era l'unico riferimento. Avvertivo che la montagna dominava ovunque ogni sua più piccola componente, percepivo la potenza silenziosa che si sprigionava intorno a me da quelle rocce ultramillenarie, mi sentivo come un’intrusa che viola un santuario. S’impossessava d’ogni cosa il silenzio, quello che solo la montagna di notte può rilasciare, come se non fosse di questo mondo: se non lo si  sente almeno una volta nella vita, non si può capire cosa sia veramente il silenzio. In quella condizione il fruscio degli sci sulla neve era rassicurante e spaventoso al tempo stesso, mi diceva che ero viva, ma anche che non vivevo un sogno.
    Però a stare più attenta qualcosa lo sentivo, doveva essere il verso di un animale, ma non volli pensare ai lupi, era un'idea che decisi di non prendere in considerazione, sembrava piuttosto un suono flebile, come un lamento, e più scendevo con esasperante lentezza, io e gli sci e la neve ormai una sola cosa, e più quel suono aumentava, era un pianto, senza dubbio un pianto. C’era un altro relitto lassù?
    Me lo trovai davanti all'improvviso, non potevo vederlo bene, capii però che c'era qualcuno poco più giù, sotto il muro bianco, perché ormai avvertivo forte quel verso in cui c’era incredulità, in cui c'era la mia stessa paura. Per un momento lo odiai.
    Anche lui mi intravide, un attimo prima che gli arrivassi addosso si buttò di lato, lo evitai, doveva essere uno dei ragazzini del corso, rimasto indietro. Mi fermai, ci riconoscemmo e lui felice mi abbracciò, stava quasi per farmi cadere. Ci aggrappammo l'uno all'altra, poi mi raccontò che era scivolato malamente e che gli faceva male una caviglia, per cui aveva tolto gli sci e voleva scendere giù a piedi, ma aveva troppa paura del buio e di perdersi. Mi disse di togliermi anch'io gli sci e provare a scendere a piedi insieme. Quell'idea mi sfiorò per un istante: togliere gli sci e scendere a piedi sarebbe stato sicuramente meno faticoso di quell'ostinato spazzaneve con cui tagliavo la verticale della montagna, ma io,  testarda come ero, avevo deciso che dovevo resistere, ormai era una sfida tra me e la mia paura, forse non solo della montagna, e, se l'avessi perduta, non avrei rimesso mai più un piede sugli sci e chissà cos’altro non avrei più fatto. Sapevo questo, sia pur in maniera indistinta, e non potevo ignorarlo.
    “No"-gli dissi -"io continuo, piano piano fin giù, ormai dobbiamo essere a metà percorso, il più è passato, vieni dietro di me, dai che ce la facciamo”.
    Credo che mi guardò come se  fossi pazza o stupida, provò a insistere, io intanto avevo ripreso a scendere, quella breve sosta aveva dato un po' di sollievo alle gambe, mi sentivo incoraggiata, io femminuccia coraggiosa, lui maschietto pauroso: vai Paola, vai che ce la fai, non ascoltare questo fifone, mi sente il maestro quando arrivo giù!!! Se si sono accorti che manchiamo dal gruppo forse ci vengono a cercare, ma visto che io ho provato in tutti i modi in questi giorni a non farmi notare, è probabile che adesso nessuno si accorga che non ci sono. Ne passerà di tempo e intanto che faccio? Muoio assiderata quassù, con un pianto nelle orecchie?
    Continuavo a scendere e lui dietro di me a piangere, inesorabile, andavamo piano, così, due ombre che scivolano a rubare la notte della montagna.
    L'ultima cosa che pensai prima di intravedere le luci della base dell'impianto fu che quell’avventura aveva dell’assurdo, pensai a quante volte mi ero lanciata tra le onde agitate della mia città di mare…. Ce l'avevo fatta, ero felice, arrabbiata, stremata, scoppiavo di orgoglio, volevo urlare al mondo la mia impresa, la mia paura dominata.
    Arrivammo in albergo, mi reggevo a stento sulle gambe, gli altri si erano appena seduti ai tavoli per la cena. Improvvisamente l'esaltazione era sparita, provai un’acuta vergogna per essermi cacciata in quel guaio, solo io, perché l’altro in qualche modo era partito con il gruppo. Stavo spietatamente a pensare alle mie responsabilità, quando il ragazzino che era sceso a piedi si precipitò dal proprio insegnante a raccontargli tutto. Mi chiesero se era vero che il maestro ci aveva lasciati lassù, erano tutti intorno a noi, ma gli insegnanti più che spaventati mi sembrarono irritati, forse pensavano alle conseguenze per loro se le cose non si fossero risolte così bene, dai loro sguardi ebbi come la sensazione che non gliene importasse della disavventura che avevamo vissuto, erano solo molto contrariati. Mi chiesero cosa volessi fare, qualcuno disse di andare a chiamare il maestro.
    Ero stanca, nessuno si era accorto di me, mi avevano lasciato lassù e poi solo a cena avrebbero notato il posto vuoto, neanche le mie compagne si erano chieste dove fossi e questo sì che faceva male. Ero stanca, non riuscivo a pensare ad altro che alla stanchezza e al fatto che tutto  era successo anche perché c'era in me qualcosa che non andava. Però ce l'avevo fatta, ne ero fiera. Dissi che volevo andare a riposare, che non mi sentivo di cenare e comunque avevo con me un panino del pranzo a sacco, nel caso mi fosse venuta fame, avrei mangiato quello, dissi che stavo bene, che non dovevano preoccuparsi. La rabbia sparita, insieme al desiderio di accusare il maestro per la sua negligenza, aveva lasciato il posto a un dispiacere profondo, che non riuscivo a decodificare.. Avevo bisogno di stare da sola, volevo togliermi tutti d’intorno!
    La mattina seguente gli insegnanti mi guardavano con circospezione, mi avvicinai alla mia e con un sorrisetto quasi di scusa chiesi solo se potevo essere esonerata dalle altre lezioni, per i rimanenti  due giorni. “Che farai?” mi chiese. “Resterò in albergo, va bene così”.
    I gruppi partirono, ognuno con il suo maestro, il mio non si avvicinò neppure per scusarsi, a stento si ricordava chi fossi, non so nemmeno se avesse capito bene cosa era successo. Aspettai che se ne andassero, in effetti in albergo c'erano altri ragazzi che avevano chiesto di riposare e un'insegnante con loro come responsabile. Mi avviai agli impianti a piedi, c'era la solita confusione, sciatori provenienti da tutti gli alberghi di San Zeno, che si riversavano sulle piste, sul volto l’inconfondibile, febbrile ansia di lanciarsi a tutta velocità. Nessuno avrebbe badato a me, già si erano dimenticati che sarei dovuta rimanere in albergo e comunque con il passamontagna che avevo indossato e gli occhiali a specchio era difficile che qualcuno riuscisse a riconoscermi, ma neanche me ne importava se fosse accaduto. Mi sentivo ostinatamente convinta a stare da sola. Oggi che sono un’insegnante tremo a ripensare a quanto fossi stata anche io irresponsabile in quella vicenda. Affrontai la pista bianca, la più semplice, la pista azzurra e poi la rossa, impegnativa, mi divertivo, guardavo i più bravi e ripetevo i loro gesti, di ora in ora diventavo sempre più sicura e disinvolta sugli sci. Lanciai solo un'occhiata alla pista nera, era lì, di giorno sembrava innocua, non la odiavo più, sapevo che ci sarei tornata.
    Sentivo mia la montagna, le mie insicurezze non erano scomparse, il futuro mi faceva sempre paura, ma avevo la mia vittoria, era solo mia, mia e del giorno che avrei trovato il coraggio di affrontare le persone come avevo fatto con la montagna.

  • 26 marzo 2013 alle ore 22:34
    Giochiamo papà?

    Come comincia: Era ovvio, stava sognando. Però era un bel sogno, perchè interromperlo?
    Stava percorrendo un sentiero in mezzo ad un filare di abeti. Era estate e percepiva chiari i profumi del bosco, freschi e gradevoli.
    Ma che bello, sento anche gli odori. E' proprio un bel sogno.
    Si trovò all'improvviso, come capita nei sogni, all'interno di una baita. Il pavimento ed il soffitto in legno gli trasmettevano calore e pace. Le pareti in pietra rassicuravano gli ospiti, tanti ospiti, troppi per un'ambiente così piccolo.
    Alt, fermati! Stai sognando, quindi tutto è possibile.
    Tutta quella gente osservava un uomo anziano che rimestava la polenta in un grosso calderone appeso sopra un camino enorme. Nonostante fosse estate quel calore non dava fastidio. Un'anziana signora invitava i presenti a degustare dei prodotti  esposti su un tavolo: salumi e formaggi facevano da contorno a portate di carni arrosto e stufate. Montagne di patate dorate riempivano interi vassoi e il pane tagliato a fette grosse era fragrante e profumato e iI vino era servito in coppe da condividere con gli altri. In effetti non riusciva a distinguere le persone accanto a lui, quasi non avessero una propria identità.
    La polenta era pronta. Il vecchio chiese aiuto ai presenti, doveva rovesciare tutto il contenuto su una grossa asse di legno allora si fece largo tra la gente e insieme ad altri due volontari aiutò l'anziano a rovesciare la polenta. Tutti si avvicinarono con scodelle e posate per servirsi.
    Un buon caffè caldo,ecco quello che ci voleva. Aveva già mangiato, almeno così credeva, ed era pronto per una camminata, o per un sonnellino?
    Ma come? Sto sognando, quindi dormendo e voglio farmi un pisolino? Alza le chiappe dalla sedia e vai a farti un giro.
    Fatti pochi passi si trovò davanti ad un edificio.Il bosco era sparito. Senza esitare entrò in quel palazzo sperando di aver fatto la scelta giusta. Si ritrovò in un locale scuro e affollatissimo, pieno di ragazze e donne seminude che ballavano frenetiche sule note assordanti di musica terribile.
    Non riconosceva quei suoni, non era mai stato interessato a quel tipo di musica. Fece per uscire dal locale ma varcata la porta entrò in una farmacia.
    Cosa c'entra la farmacia?
    "Signore. Signore, posso esserle utile?" La donna stava osservando da sopra gli occhialini.
    "Si, cioè no. A me non serve niente"
    "Come preferisce. Avanti un altro"
    Uscì dalla farmacia, adesso stava camminando in una distesa d'erba enorme. Sembrava uno di quei paesaggi che vedeva nei documentari. Adesso sarebbe apparso un uomo nero con un osso come fermacapelli e la lancia in mano.
    "Signore" sentì alle sue spalle. Si girò convinto di trovare l'uomo nero.
    "Signore si è perso?" Non era l'uomo nero. Era un ragazzino vestito da scolaretto. Sulle spalle  una cartella grande quanto lui; l'erba era sparita. Si trovava ad un incrocio stradale in mezzo ad alti grattacieli, sembrava New York. Non si meravigliò, il sogno stava procedendo sempre più in modo irrazionale. Ora avrebbe chiesto notizie al bambino di circa otto nove anni, che nel frattempo si era trasformato in un vampiro e lo avrebbe azzannato al collo.
    "Signore, si sente bene?" Niente vampiro, il bambino era ancora lì.
    "Si scusami, mi sono perso. Ero nella savana e ad un tratto sei comparso tu. Mi vuoi accompagnare in qualche luogo in particolare?" Il bambino lo guardò perplesso.
    "Ma non c'è la savana qui a Tokyo. Lei mi sta prendendo in giro e la mamma mi ha detto di stare lontano dalle persone strane"
    Ok, ok. Anche nei sogni ci sono alcune regole da rispettare. Lui il giapponese non lo sapeva, eppure stava parlando con un ragazzino nipponico che non voleva disobbedire alla mamma.
    "Hai ragione, sono uno straniero giocherellone che non conosce la città. Dove mi vuoi portare?"
    "Dove vogliono andare tutti" e preso per mano dal ragazzino si infilò in un tunnel della metropolitana. Allo sbocco del tunnel il bambino era scomparso, intorno a lui si apriva uno scenario apocalittico. Odore di bruciato, urla, rumori e case in fiamme. Dove cavolo si trovava? Un uomo si avvicinò a lui, era ferito e sconvolto. Lo prese per un braccio, trascinandolo verso un cumulo di macerie, due corpi straziati dalle fiamme giacevano sulla strada.
    "Mia moglie e mia figlia, sono morte, perchè?" Lo stava chiedendo a lui che non sapeva cosa rispondere; tutto quel caos, quei morti, quello strazio. Stava impazzendo.
    Questo è un incubo, non un sogno. Dov'è il bosco profumato? Dove sono le persone della baita?
    Stava per vomitare. Soffriva il mal di mare e quella bagnarola continuava a beccheggiare sopra le onde.
    "Non è giornata, non abboccano" Un pescatore stava riavvolgendo il filo della sua canna da pesca. "Tu hai preso qualcosa?"  gli chiese. Non aveva mai pescato in tutta la sua vita e adesso si trovava su una barchetta con in mano una canna mentre il vomito saliva in gola. Vomitò in acqua senza ritegno, polenta e stufato, direttamente dalla baita al mare. Eppure quel pescatore gli ricordava qualcuno di familiare. 
    "Io e te ci conosciamo?" chiese poco convinto. L'altro rispose a bassa voce.
    "Mai visti prima. Io stavo pescando per i fatti miei e sei comparso tu a rompere le scatole. Se non ti piace il mare cosa sei venuto a fare qui?" Giusto, cosa ci faceva lì? Era il suo sogno, avrebbe deciso lui dove andare.
    Le colline erano una distesa di grano maturo. Profumi e aromi riempivano le narici, una calma che rasserenava l'animo circondava il suo essere. Sembrava di sognare, appunto.
    Così va meglio, questo è il mio sogno.
    "E tu dove credi di andare?" Due energumeni in divisa erano comparsi dal nulla davanti a lui. Le colline si erano trasformate in una distesa pianeggiante ricoperta di nebbia.
    "Stavo osservando il panorama" rispose. I due tizi si guardarono e scoppiarono a ridere.
    "Ahahahahah! Ne abbiamo trovato un altro. Certo, il panorama. Non si vede a un palmo dal naso e lui osserva il panorama. Ok, vieni con noi" Concluse perentoriamente l'omaccione. Provò a cambiar scenario, ma non ci riuscì.
    Forse il sogno non è tutto mio.
    Arrivarono all'entrata di un carcere. Alti muri permetrali sormontati da filo spinato, torrette di guardia con tanto di uomini armati e il portone d'accesso fatto di robusto metallo. Le due guardie, perchè dovevano essere guardie, lo spinsero all'interno dove al centro di un ampio cortile si ergeva un castello variopinto. Sembrava uno di quei scenari da parco dei divertimenti.
    "Su entra, è quello il tuo posto" Sempre più confuso, ma rassegnato a subire tutte quelle stranezze, salì una gradinata che conduceva al castello e senza esitare vi entrò.
    Decine di persone stavano facendo le cose più disparate. Una ragazza cercava di spezzare una roccia a colpi di spugna. Un uomo si ostinava a spazzolare la sua testa completamente calva. Due ragazzini gli si fecero incontro con in groppa due capre, una a testa. "Lui dice che la sua capra e più veloce della mia, ma non è vero" "Si è vero" "No non è vero" "Si è vero" Si allontanò dai ragazzini che stavano ancora discutendo. Inciampò in un paio di scarpe abbandonate a terra e subito fu avvicinato da una bella donna "Ti piacciono? Ti piacciono le mie scarpe? Prendile pure, ne ho tantissime nella mia scarpiera, guarda" Su di una parete erano appese decine di immagini di scarpe. Foto, disegni e ritagli di riviste. Ma in che posto era finito? Voleva andarsene.
    Dovrò pur riuscire ad indirizzare il mio pensiero da un'altra parte.
    Intravide una figura conosciuta.Era il vecchio della polenta, che stava spaccando dei tronchi con uno scolapasta. Pazzesco, o normale?
    "Salve, sta facendo legna?" chiese gentilmente.
    "No. Devo preparare una tesi di laurea" rispose seccato l'uomo. 
    Tranquillo, sei in un sogno, stai calmo.
    "Una tesi. Posso conoscere l'argomento?"
    "Ma allora sei tonto. Non vedi che preparo la legna per il camino? Riprenditi ragazzo, mi sembri strano"
    Io sono quello strano "Si ricordo. Il camino della baita, dove prepara la polenta da offrire agli ospiti"
    "La baita? La polenta e gli ospiti? Io preparo la legna per il camino del re. Non ti sei accorto di essere in un castello?" Certo, che sciocco. Era in un castello, il camino del re. Doveva proprio uscire da lì. Evitò ulteriori commenti e si avviò verso la porta principale, ma giunto in prossimità dell'uscita fu bloccato dalle due guardie di prima.
    "Alt. Non si esce senza prima aver salutato la regina. Adesso sali da quelle scale e vai a fare i tuoi omaggi alla sovrana, svelto"
    Inutile obiettare. Aveva completamente perso il controllo del suo sogno e doveva adattarsi di volta in volta alle situazioni.
    La stanza della regina era calda e profumata, caldissima. Faticava a respirare e ad un tratto due splendide ragazze si affiancarono a lui. Come per incanto fu investito da un'aria refrigrante.Era talmente inebriato da quella sensazione da non rendersi conto di cosa provocasse quella corrente mentre le due ragazze sorridevano maliziose.
    "Che avete da ridere?"
    "Non può mica presentarsi alla regina tutto sudato, è sconveniente" disse una delle due. Lui osservò la ragazza e vide due ali trasparenti sulla sua schiena; erano le ali delle due giovani a produrre l'aria. La regina si presentò in tutto il suo splendore, altissima e con delle ali gigantesche pareva una falena.
    "Sei tu il prescelto?" Domandò con autorità.
    "No, io sono di passaggio; stavo per andarmene" rispose ironicamente.
    "Siamo tutti di passaggio. Ma prima di andartene ti verrà concesso l'onore di passare la notte nel mio letto. Presto ragazze, portatelo a me" Mentre parlava la grande donna si stava trasformando in un insetto gigante.
    No! No! Non voglio.
    Le zampe dell'insetto gigante lo avvilupparono e lui chiuse gli occhi, non sentiva più nulla. I rumori erano spariti, non faceva caldo e soprattutto era ancora intero. Riaprì gli occhi speranzoso e il suo sguardo fu colpito dall spettacolo naturale di una cascata gigante incastonata in una grande montagna. Era seduto su una panchina e nel volgere di pochi secondi si trovò circondato da un'orda di persone intente a riprendere e fotografare quella meraviglia. Li vedeva e sentiva chiaramente, ma ai loro occhi non esisteva. Meglio, fu il suo pensiero e spinto da una forza interiore si mise a volare sopra di loro. Dall'alto poteva vedere le cose da un'altra prospettiva. Tra tutta quella gente si celavano ricchi e poveri, fortunati e disgraziati, onesti e disonesti e tutte le contrapposizioni del genere umano erano chiare ai suoi occhi. Volteggiava sopra quello scenario, cercando di imprimersi nella testa tutto ciò che vedeva. Chiuse gli occhi per lasciarsi trasportare dal vento mite e tutto a un tratto sentì freddo.
    Era in piedi, in mezzo ad una piazza enorme battuta da un vento gelido, non c'era anima viva. Solo e infreddolito si decise a muoversi senza meta ma rapidamente fu circondato da un sacco di bambini vestiti di stracci che uscivano dai tombini come topi affamati, nei loro occhi c'erano disperazione e paura. Non riusciva a muoversi, i piccoli lo stavano schiacciando con i loro corpicini gelidi.
    "Chi siete?" domando intimorito.
    "Siamo i figli di questo tempo" risposerò all'unisono "Figli di chi non sa amare e sacrifica tutte le nostre speranze e i nostri sogni in nome del denaro e del successo. Figli di coloro che vivono collegati ai loro aggeggi informatici ventiquattr'ore su ventiquattro, illudendosi di essere collegati al mondo intero, dimenticando che anche noi facciamo parte del loro mondo. Figli di..."
    Basta, bastaaaa!!!
    Si svegliò esausto, con il fiatone. Accese la luce sul comodino, le tre e trenta. Sua moglie dormiva tranquilla. Si alzò senza far rumore, accese il suo portatile collegato ad internet e si piazzò sul divano in sala. Era intento ad aprire le varie applicazioni quando si trovò di fronte suo figlio di otto anni.
    "Ho fatto un brutto sogno papà. Stavi andando via e non mi volevi più"
    Una vampata di calore risalì dai suoi piedi fino alla testa, mentre le lacrime gli annebbiavano la vista. Con un semplice gesto spense il suo computer e lo appoggiò a terra. Si inginocchiò ad abbracciare il figlio e gli sussurrò nell'orecchio:"Ti voglio bene" Il bimbo contraccambiò l'abbraccio e con voce squillante chiese al genitore "Giochiamo papà?"

  • 26 marzo 2013 alle ore 14:34
    Jesus symphony

    Come comincia: Ombra di croce il messia ballate pasquali di sacrifici
    donne di pianti asciugano rosari al sole e sacri furono i sepolcri
    La pastorale incendia foschie nei pentagrammi di cielo
    sacre  architetture
    Smarrito fu il senso di uomini e donne ,  chiese preganti  dio sull'altare
    Ma dio scalzo vagabondo , un Sainte - Terrer camminava su solfeggi accordati
    aulici
    Di quello spirito lo storicismo rivoluzionario ch'oggi è denaro ricchezza
    bambini violati
    Santa Maddalena in perdono bacia il suo volto sacro
    Genuflesse ginocchia mani unite e capo chino dinanzi ori barocchi
    vacui come urne
    Beethoven - sonata in fa maggiore
    E poi inni al creatore

    Tutti questi popoli
    ricordano del rumore
    il falsetto
    E dimenticano
    le sonorità
    di gioie
    prime

    <<"Gioia" si chiama la forte molla
    che sta nella natura eterna.
    Gioia, gioia aziona le ruote
    nel grande meccanismo del mondo.
    Essa attrae fuori i fiori dalle gemme,
    gli astri dal firmamento,
    conduce le stelle nello spazio,
    che il canocchiale dell'osservatore non vede. >>
    ( Da nona sinfonia in re minore , Beethoven IV movimento ) 

  • 26 marzo 2013 alle ore 1:07
    Fiducia

    Come comincia: Amo fidarmi degli animi nobili, di quelli che sorridono con semplicità, di quelli che ti prendono la mano o ti toccano una spalla senza che tu dica nulla, ma semplicemente perché sentono che hai bisogno di quel contatto di umanità. Voglio fidarmi di chi non mi lusinga, ma mi rimprovera perché il rimprovero difficilmente nasconde un secondo fine, desidero dare fiducia a chi condivide con me le sue emozioni, a chi non punta il dito e a chi non giudica e a chi predilige un momento di saggio silenzio ad una inutile chiacchierata su se stesso. Al Mondo però non manca la fiducia, i miei Fratelli e le mie Sorelle la chiedono costantemente e la desiderano tanto da far si che sia il motore delle loro speranze; al Mondo c’è troppa fiducia data alle persone sbagliate e alle istituzioni inutili. Pensate che sia saggio fidarvi della Chiesa del Governo, dello Stato, della Sanità, della Politica, delle Banche, delle Associazioni Benefiche, e di tutto ciò che ama carpire la vostra fiducia, quando invece dovreste combattere ogni tentativo di rinchiudervi in un “ovile “ dove spremere i vostri talenti. Vorrei tanto potervi trasmettere la capacità di guardare una persona negli occhi e scoprire la sua anima, ma non potendo fare ciò posso solo chiedervi di essere semplicemente diffidenti e se dovete avere fiducia in qualcuno, abbiatela in voi stessi. Amatevi come esseri spettacolari, indipendenti da chiunque e da qualunque cosa, fidatevi dei vostri istinti dei vostri sentimenti, fidatevi dei vostri sogni e dei vostri desideri. Fidatevi del vostro Dio e delle Stelle, voi siete esseri di Luce ed energia, se tolgo la polvere dalle vostre umane storie scopro l’anima impaurita e sofferente dentro un corpo che ancora non comprendete. Non sopporto vedervi piangenti e tristi, odio sapervi malati e depressi, o ansiosi e impauriti, ma dentro ogni cuore e dentro ogni anima c’è una scintilla di vita che è pronta ad affrontare qualunque vostra sofferenza, io non voglio essere un lenitivo di un dolore passeggero, ma voglio essere una goccia di combustibile da gettare sulla vostra scintilla perché possa bruciare un nuovo fuoco dentro di voi; un fuoco che alimenti la vostra consapevolezza e la vostra crescita spirituale. Quando questa nuova luce sarà inossidabile, sarete i primi “ medici “ di voi stessi, ma soprattutto sarete in grado di versare quella goccia di combustibile che oggi tento di versare io, e il mio e il vostro Mondo sarà migliore. Voi siate diffidenti per necessità, io mi fiderò di voi per Amore. Ensitiv

  • 22 marzo 2013 alle ore 17:59
    La tirannide del tempo

    Come comincia: Sul calar della sera, mentre le nuvole si addensano nel cielo e l'ultimo
    bagliore del sole scompare dietro i monti del mio Gran Sasso, io con le mani
    sulle ginocchia me ne sto a guardare te che scompari nella tua camera e
    chiudi la porta, come a interrompere una comunicazione che io cerco
    disperatamente.
    Abbiamo appena seppellito mio padre, era un bellissimo uomo, un eroe ,
    un partigiano, un uomo retto, un lavoratore, si è costruito con le sue mani
    un impero economico; c'erano tanti parenti, tante lacrime, ma ho visto il
    tuo volto neutro, come se se ne andasse via un estraneo. Poi all'uscita della
    Chiesa mi hai sussurrato qualche sillaba che mi ha fatto capire il tuo
    disagio: " Vedi, mamma, è bello! si muore e tanta gente piange e ti
    accompagna nell'estremo saluto, io sono solo, al mio funerale non ci sarà
    nessuno". Due calde lacrime hanno rigato il mio volto e ti ho detto: " Tu sei
    solo un adolescente, avrai modo di costruirti una vita, tante amicizie, una
    famiglia , dei figli, e quando tu non ci sarai più loro ti accompagneranno nel
    passaggio estremo , ma soprattutto ci saremo noi, io e tuo padre, le tue
    radici che ti aspetteremo nell'alto dei Cieli" Tu hai abbassato lo sguardo
    incredulo, sfiduciato, hai cercato di trattenere l'emozione, ma ho visto i tuoi
    occhi lucidi, il tremore delle tue lunghe ciglia, le tue mani sudate, hai
    cambiato postura e tu, che cammini sempre eretto e flessibile come un
    giunco, come tuo padre, ti sei ripiegato su te stesso e ho sentito tutto il tuo
    dolore di giovane fanciullo che non sa dove mettere i piedi.
    Ora che ho cinquant'anni e una mia radice mi ha lasciata nuda a terra , col
    cuore in mano prendo una sedia , mi posto dietro la tua porta e ti dico:"
    sono stata una madre spesso assente, non è stata colpa mia, ma della mia
    depressione, tu avevi bisogno di me e io non c'ero; ero persa dietro qualche
    pensiero, mentre il male oscuro mi imbrigliava e non mi faceva sollevare il
    capo dal letto; non vedevo la luce del sole, ma solo il buio dell'angoscia. Ero
    in qualche viaggio a piedi a cercare la mia anima e tu aspettavi a casa con
    gli occhi lucidi di pianto , io tornavo ma qualche sillaba storta non riusciva a
    entrare nel tuo cuore affranto. Lo so , hai sofferto con me, mentre mi
    mettevo in aspettativa e mi trasferivo a Teramo al capezzale del nonno.
    Un'aspettativa coatta, sono stata costretta ad abbandonare la scuola per
    divergenze col dirigente. Non è colpa mia, anche questo l'ho ereditato dal
    nonno: l'autorità va discussa, quando è iniqua e io ho combattuto e
    combatterò ancora contro l'ingiustizia. Vorrei che ti passasse nel sangue
    quest'orgoglio che ci portiamo dentro, questo senso del giusto e dell'onesto,
    questa difesa della causa giusta, anche quando non premia.
    Vorrei che tu leggessi l'Antigone di Sofocle, per capire come la legge di
    Stato cozza con quella del sangue che ci portiamo dentro e dobbiamo
    difendere con le unghie e con i denti il nostro orgoglio di famiglia
    partigiana. Tuo nonno mi ha educata al rispetto per gli altri, ma anzitutto
    alla difesa della mia libertà e dignità incontaminate e io non posso tradirlo.
    Io a scuola non posso tornarci, ci sarebbero delle ritorsioni e aspetto che la
    giustizia faccia il suo corso, con la speranza sempre viva che il bene trionfi
    sul male dell'iniquo potere.
    Anche nella mia depressione, non ho ceduto e ti passi questo messaggio di
    forza interiore; tu sei il figlio di una catena e hai la responsabilità di portare
    con orgoglio il testimone della libertà. Perciò non sei solo, ma hai una
    famiglia che ti ama e un esempio da seguire.
    Ti stai costruendo il tuo mondo e mi escludi: anche questa è una legge della
    natura e, ora che sono in grado di parlare con te, tu non vuoi , ti sei chiuso
    nel tuo bozzolo di adolescente, nel tuo mondo di musica e di calcio ; non sai
    che c'è un mondo di adulti che vorrebbe costruire con te il tuo mondo
    interiore. Sei un ottimo figlio: non fumi, non bevi, non ti canni, sei un figlio
    esemplare, ma quel tuo fare stanco, quel tuo trascinarti nella vita, quella
    sfiducia che ti porti dentro mi crea una sofferenza indicibile. Questo tuo
    modo di fare, questi tuoi atteggiamenti, questo studiare per obbligo e non
    per passione, lo condividi con i tuoi compagni e io sono preoccupata del
    futuro di questa umanità che non ha forza interiore, ma si trascina nella
    vita, rincorrendo i sogni facili e perdendo di vista i veri obiettivi.
    Leggi, figlio mio, cura la tua anima, nutriti di alti ideali, sollevati dall'onda
    del malefico nulla e guarda la vita con la fiducia sempre pronta in un futuro
    da costruirti con le tue mani, rincorrendo un'idea mai paga di libertà "
    libera".
    Non lasciarti travolgere dagli schemi , non seguire la marea di questo
    secolo , distinguiti dal gregge degli insulsi, guardati nello specchio
    dell'anima e troverai un giovane fanciullo bellissimo interiormente, pieno di
    chances, devi solo seguire il tuo istinto ad amare la vita e quando tu morirai
    potrai dire di non aver vissuto invano.
    Le porte del tempo si chiudono dietro di noi e non si torna indietro; sai
    quante volte ho cercato di rimediare ai miei errori, ma il tempo ci travolge e
    tutto scivola nell'oblio; ho inseguito sogni, spezzato catene, cercato di
    ricucire rapporti, ma il tempo è un grande tiranno: non perdere le tue
    occasioni! Il tempo non ti dà indietro nulla. Dicono che il tempo sia un
    grande scultore, ma io non ho questa percezione: a me il tempo ha ridato
    indietro il vuoto interiore e pur esisto e vado avanti col sorriso mai spento,
    la fiducia in un domani migliore.
    Eppure ho fatto e fatto, agito e agito, studiato e studiato, insegnato e
    insegnato, ma cos'è , figlio mio, questo vuoto che sento? Dove ho sbagliato
    non so, non ne ho la più pallida idea . Mi sono forse persa dietro un sogno?
    Forse ho avuto troppa fiducia negli altri? Forse troppa o troppo poca in me?
    Eppure amo la vita indefessamente e non mi rassegno a questo vuoto
    interiore, mi stringo forte al petto la foto di mio padre, non può
    abbandonarmi, devo interiorizzare i ricordi.
    Le giornate al mare, in montagna, le passeggiate dietro il duomo di
    Teramo, la spesa insieme, le discussioni politiche, le confessioni proibite,
    l'ascolto del mare in tempesta, l'incanto della neve d'inverno. Quando ero
    piccola gli saltellavo attorno come uno scoiattolo, quando tornava dal lavoro
    e mentre lui si svestiva degli abiti per uscire e indossava il pigiama io non
    gli davo tregua: gli raccontavo i miei successi scolastici, gli leggevo i miei
    temi, mi aiutava a risolvere le espressioni matematiche, ma il giorno dopo
    mi portava a scuola sempre in ritardo e io quel ritardo me lo porto dentro;
    sono sempre in ritardo, non riesco più a correre dietro il tempo: il tempo mi
    ha tradita.
    Non cadere nel mio stesso inganno , non lasciare che il tempo ti trascini;
    tieni saldi i tuoi puntelli, formati e diverrai un vero uomo; ascolta per una
    volta le parole di tua madre: impara il greco e il latino; solo ora fai in tempo
    , il tempo non aspetta nessuno ed il treno è vuoto ; tempo, " reo" tempo
    che male ti ho fatto? Ti aspetto da una vita e hai fatto scempio di me, ma
    salva mio figlio.
    Oggi è una bella giornata: fuori c'è il sole, anticipalo, alzati per tempo!"
    Vivere satis, non longe": questo è il messaggio senecano, non lasciarti
    strappare via il tempo, non buttare il tuo tempo, non essere "occupatus" in
    beghe che non appartengono al tuo intimo, non ti curare delle mode che
    passano, né del giudizio della folla e del gregge, sii un egregio giovinetto,
    nel senso etimologico del termine, abbi rispetto del tuo tempo!
    Amati come io non ho fatto, cura la tua veste interiore, costruisci un edificio
    di te su salde radici di quercia matura, cammina eretto, sfida il destino,
    rispetta il prossimo tuo come fai con te stesso, ama intensamente , soffri
    poco, combatti molto! La vita è una battaglia quotidiana, ogni giorno si apre
    un nuovo sole per noi che stiamo spesso a guardare, senza agire, agisci
    vestiti e va' incontro al mondo!
    Porta dentro di te le parole di tua madre, di tua nonna, di tuo nonno, tu non
    sei solo il figlio mio, ma il figlio del mondo, apri la tua mente, fa' entrare il
    tuo Verbo, ma soprattutto sorridi. Ridere è la prerogativa degli umani, ciò ci
    distingue dalle bestie, fammi vedere che sorridi anche tu, che anche tu hai
    fiducia in te stesso e portati dentro i ricordi.
    Ricordi quando ti venivo a prendere all'asilo? Tu eri bellissimo, con i tuoi
    occhioni verdi e i tuoi lunghi biondi capelli; io ero giovane e piena di forze,
    tu mi guardavi con l'orgoglio di figlio e mi baciavi tutte le volte con
    immutato affetto, mi baciavi sulla bocca teneramente e mi raccontavi le tue
    giornate ; sapevo tutto di te e io ti ascoltavo con rinnovato piacere, perché
    tu sei mio figlio, l'unico pensiero che ho fisso in mezzo alla fronte, mentre
    cammino in cima al dirupo. L'unico punto fermo della mia esistenza, l'unico
    motivo di vanto , l'unico motivo di vita. Non io ti ho dato la vita, ma tu l'hai
    data a me e me la dai tutte le mattine ; sei l'unico atto davvero creativo
    della mia esistenza. Non mi abbandonare ora, ma ricordi? Un filo ci tiene
    legati, non tagliare quel filo della memoria, potrei precipitare a terra senza
    più la forza di rialzarmi. Io tengo stretto un capo della memoria e tu tieni
    l'altro: un comune destino ci unisce. Ci somigliamo, sai, tu sei la mia
    memoria felice e io il grembo da cui sei nato, io sono la radice della tua
    esistenza insieme a tuo padre. Apri quella porta, ti scongiuro, troverai una
    madre.
    Ricordi le grigliate a Posillipo, la sabbia cocente, i castelli , le palline, i
    secchielli, le formine, le gite in barca insieme agli amici, il tuo sorriso
    sdentato, la Lacoste rossa, la giacchina avana che ti comprai per farti
    apparire un ometto di appena un anno. Tutto questo sta nelle foto, ma oltre
    le foto sta dentro di me e di te, non disperdere questo patrimonio,
    conservalo gelosamente e tramandalo ai tuoi figli.
    Perché quando si perde un padre, come a me è capitato, ti senti
    smembrato, un vuoto incolmabile, ma possa il dolore trasformarsi in dolce
    ricordo! Non tutto di noi muore, ma una parte resta in vita finché abbiamo
    la forza di conservare la memoria.
    Quando hanno chiuso la bara di tuo nonno, tutti si sono ritirati in disparte
    nel pianto, sola io ero lì davanti e l'ho baciato lungamente sulla fronte per
    dargli l'estremo compianto, gli ho messo accanto il libro delle poesie di
    Leopardi perché portasse con sé il Poeta che più ha amato e mentre
    chiudevano la bara la musica di Chopin accompagnava il rito. Io ho pianto,
    ma tu non mi hai vista, te ne stavi in disparte pensavi alla tua morte, come
    mi hai confessato. Sei un ragazzo sensibile, alla tua età nessuno pensa alla
    sua morte, ma tu, sì, perché tu sei come me.
    Anche io alla tua età pensavo alla morte, immaginavo il mio funerale senza
    compianto, senza consolazione e sentivo dentro tutto l'amaro, bagnavo il
    mio cuscino e mi sentivo perdutamente sola: sola sono rimasta. Per fortuna
    ci sei tu, con la tua purezza , con la tua ironia, con il tuo fare scanzonato,
    con il tuo anche ridicolizzarmi per le mie debolezze. Ti prego, figlio, apri
    quella porta!
    Eri un bambino riflessivo, un lettore accanito, in un anno in prima media
    leggesti cinquantasei libri; ti svegliavi col libro in mano e con quello ti
    addormentavi e , quando tardavo nel venirti a prendere, ti trovavo nel
    parco seduto sulla panchina intento a leggere; eri e sei il mio orgoglio, ma
    non ti vedo più leggere, ti vedo sul letto guardare il soffitto e pensare a
    chissà che ....chissà che. Vedo il tuo sguardo a volte spento e vorrei dirti:
    accendi la luce dell'anima, non creare il vuoto attorno a te, torna a nutrire
    la tua bella mente, non disperdere le tue energie, concentrale in qualche
    nobile occupazione, fa' della tua vita un'opera d'arte.
    Spero che, quando te ne stai a guardare il soffitto, tu abbia a ricordare i bei
    tempi passati insieme; un ricordo è recente: siamo usciti insieme a
    comprare l'abbigliamento per te, abbiamo lasciato il babbo a casa, era un
    momento per noi. Io ti ho detto che eri libero di comprare secondo la tua
    volontà e abbiamo fatto man bassa; abbiamo pagato col bancomat e ci
    siamo sentiti padroni del mondo, ho soddisfatto tutti i tuoi desideri e anche
    di più: volevo che tu fossi felice. Eppure non sei viziato: sei un ragazzo
    semplice e bello nella tua purezza. Ieri prima di partire per Perugia ti ho
    strappato un bacio, baciami , ti prego, ho un maledetto bisogno di te.
    Mi baci sempre con tanta parsimonia che ne soffro; sarà che io ho sempre
    baciato i miei genitori la sera prima di andare a letto e sento ancora quei
    baci, perché loro mi hanno sempre seguita nel bene e nel male, non mi
    hanno mai abbandonata. Ricordo ancora le domeniche nel lettone da bimba
    e , sai, non me ne vergogno, anche da adolescente stavo nel letto con mia
    madre e lei mi leggeva i libri e mi aiutava a tradurre il latino. E, ora che la
    vedo vecchia e stanca, preda di una malattia che ha fatto scempio di lei, ho
    tanta pena : non ricorda nulla, non mi riconosce, ma se ne sta inebetita a
    guardare il vuoto. Sente che manca qualcuno, suo marito, ma non focalizza
    e io ho tanta paura di fare la sua stessa fine. Ho tanta paura delle malattie
    psichiatriche e tremo davanti al mio vuoto come davanti l'infinito: il terrore
    si impossessa di me , ma tu non lo devi sapere, tu devi tenere un capo del
    filo della memoria , mentre io tengo l'altro e non reciderlo mai!
    Ma tu devi sapere qualcosa di me che non sai: ero una fanciulla prodigio,
    l'orgoglio dei miei genitori, una grecista nata, una donna di pace: non sono
    mai scesa ad alterco con nessuno, non amo il conflitto. Mi devono
    calpestare perché io reagisca, ma reagisco in silenzio: vedi come mi sono
    allontanata in silenzio dalla scuola , ma vi tornerò, lo prometto, io tornerò.
    E tu sarai orgoglioso di me, perché io tengo alto il nome della mia
    Categoria.
    Gli insegnanti sono come i libri, e quell'insegnante che lascia gli studenti
    come li ha trovati non è un insegnante; io socraticamente, maieuticamente
    e-voco a sé i mie alunni, li metto davanti lo specchio del loro dàimon,
    perché possano coltivarlo. Non sono per la religione di Stato, ma per la
    religione personale , per la cura di quel dio che è dentro di noi e coincide
    con la nostra essenza. Tu questa essenza devi comprenderla, abbracciarla e
    portarla a realizzazione. Missione ardua, lo so e lo sai, hai paura come ne
    ho avuta io: paura di perdere, di confrontarsi, paura di lottare, ma, se
    guardiamo il tutto da un profilo più alto, siamo tutti figli della stessa Natura
    e nessuno può sottrarsi alla responsabilità di portare a compimento il
    proprio Sé.
    E' un atto di Amore dovuto, tu lo devi a te stesso e, se a quest'Amore unisci
    la conoscenza, il tuo frutto non perirà mai, perché tutto è destinato all'oblio,
    ma quella conoscenza che ci siamo costruiti è un tesoro inestimabile, più
    duraturo del bronzo.
    Platonicamente conoscere è ricordare, perché noi siamo i portavoce di un
    sapere divino che ci tramandiamo di padre in figlio e sta a noi riesumare
    queste conoscenze e portarle alla luce; coraggio, figlio mio, il sapere è già
    dentro di te: devi abbracciarlo e farlo veramente tuo.
    " Come sei patetica !" starai pensando, mentre segui la tua Juventus o
    accarezzi col ricordo quella ragazza che ti ha sorriso per strada; sì, sono
    piena di pathos per te, e ti seguo con preoccupazione col timore di non
    essere stata una brava madre. Eppure te lo scrissi ( tu avevi solo sette
    anni): " parto per Santiago, vado a cercare la mia anima, la muchilla è
    leggera , ma l'anima è pesante; tornerò e mi prenderò cura del tuo
    destino". Tu chissà che capisti , io mi esprimevo così cripticamente; ora lo
    sai : io ti Amo, di un Amore gratuito, totale assoluto e vorrei tanto tornare
    indietro a quelle vacanze in Sardegna quando vivevamo ancora in simbiosi.
    2008: i preparativi per la partenza, la voglia di evadere, il traghetto che ci
    aspetta. Noi abbracciati sulla nave ci teniamo per mano; poi ci tuffiamo
    nella piscina , tu a cavalluccio su di me, mi chiamavi " mamma delfino". La
    sabbia bianca del golfo di Orosei, le gite in barca, il rotolarsi nell'acqua, le
    gare di nuoto; c'erano anche i tuoi cugini, e tu tra un gioco e l'altro leggevi
    il libro " Momo"; io in disparte il Fedro platonico e riflettevo sulla qualità
    dell'anima che sta lì da sempre dove l'abbiamo lasciata. Ricordi? Io te lo
    dicevo:" abbi cura della tua anima, coltiva la lettura e il sapere, ma non
    dimenticare di divertirti, perché la vita è dura".
    Povero bambino, penserete lettori, aveva solo 11 anni ! Eppure lui mi
    capiva e mi sorrideva in profonda intesa di sguardi.
    Non ti ho mai dato uno schiaffo: non l'hai meritato, ma non ti avrei mai
    picchiato, so che sole le parole arrivano al cuore di chi vuole ascoltare;
    ascoltami ancora, ti prego, anche se sono patetica in questo elemosinare il
    tuo amore.
    Oggi arrivano i parenti a farmi le condoglianze e, lo so, tu rimarrai chiuso
    nella tua camera; spero che qualche mia parola ti sia arrivata e non stia a
    guardare il soffitto; se uscissi con gli amici, io sarei felice, combatteresti
    questo torpore, ma so che non lo farai: sei schivo, come tuo padre, forse un
    po' diffidente. Fai bene? Non so, io mi sono fidata di tutti e sono rimasta
    sola nel momento del bisogno e forse questo ha condizionato la tua vita.
    Riprendila in mano! Non è mai troppo tardi; spero tu stia leggendo o
    studiando, ma chissà cosa c'è dietro quella porta, chissà quale è il tuo
    mondo. Ogni tanto ti vedo per casa giocare con tuo padre, lui ride da pazzi:
    sei un ragazzo ironico, ma io ne sono esclusa. Oh come vorrei entrare nel
    tuo mondo!
    Tu sei come i miei alunni, solo io so come sono cambiati: prima l'insegnante
    era un confidente, oggi spesso un nemico da combattere col silenzio, come
    per preservare un mondo nel quale non si vuole che gli adulti entrino. Venti
    anni fa, ricordo, una mia alunna scoppiò a piangere a dirotto dinanzi la mia
    interpretazione de " La madre" di Ungaretti"; oggi gli alunni non si
    commuovono più, non piangono per i Poeti, vivono la scuola come un
    fardello e non come diritto allo studio.
    Questa è un'altra fonte della mia sofferenza: il sentirmi esclusa da loro,
    anche da loro. Vivo da esule in questa valle di lacrime, cerco una spalla su
    cui poggiarmi, una spalla di una persona buona che non mi tradisca e tu,
    figlio, non mi tradire, ma ascolta le mie parole, mentre va la canzone di
    Vecchioni : " Figlio, figlio, figlio".
    Vecchioni, caro collega, come mi turbano le tue parole e come è affine il tuo
    sentire al mio! Sarà la formazione culturale classica che ci fa avvertire così
    profondamente o un'affinità elettiva: abbiamo la stessa acutezza di
    pensiero e soffriamo per le stesse ragioni.
    Quando ascolto questa canzone, so mettere in ordine le mie priorità:
    all'apice ci sei tu, sempre tu, e scusami se ti amo tanto; non sentire la
    responsabilità di dovermi corrispondere: cresci, fa' la tua vita...io mi metto
    da parte".
    Io parlavo tra me e me , ma lui mi sentì: la porta si aprì e..." mamma
    apparecchio la tavola?" Io fui di una felicità estrema , sentii tutto l'orgoglio
    di madre, lui mi baciò pudicamente sulla guancia e mi disse come quando
    era bambino: " il pollo è pronto? ci sono anche le patatine?" Io capii : lui
    non aveva dimenticato; teneva stretto a sè un capo del filo della memoria
    ed io l'altro. Questa volta avevamo vinto la tirannide del tempo.

  • 22 marzo 2013 alle ore 3:16
    Bruno e la tempesta

    Come comincia: C'era un uomo di nome Bruno, che viveva in un piccolo paese tranquillo.
    Non era ricco, non era povero, ma aveva una casa, un gruppo di amici col quale si ritrovava al bar. Commentava i risultati sportivi e le vicende politiche, senza sovrastare il parere degli altri.
    In trent'anni non era mai uscito dalla sua routine.
    Una sera ci fu un temporale bello grosso che provocò parecchi danni alle abitazioni, tanto che alla casa del poveretto strappò via il tetto come si fa con una scatoletta di tonno.
    Il mattino dopo videro Bruno incamminarsi con un grosso zaino e lasciare il paese.
    Passarono quasi dieci anni, quando un temporale simile si riversò di nuovo sulla cittadina.
    Il giorno dopo, una figura con la barba lunga, un grosso zaino, con vestiti puliti ma logori dall'utilizzo, entrò nel bar del paese.
    Qualcuno sospettoso, fece cenno al barista imbarazzato di chiedere informazioni al viandante
    - Ehm... Salve, cosa posso fare per lei?-
    L'uomo dalla barba lunga - Il solito grazie.-
    Il barista con aria pensierosa guardò il resto dei clienti, poi si rivolse di nuovo all'uomo
    - Non saprei, vuole un caffè?-
    L'uomo sorridendo - Posso avere la barba lunga ed esser stato via dieci anni da qui, ma io prendo sempre un amaro alle erbe-.
    Al che il barista e gli altri si ricordarono del loro concittadino andato via da parecchio tempo e con fare festoso cominciarono a salutarlo. Il macellaio del paese, famoso per essere un ficcanaso, fu il primo a porgli la domanda che tutti si stavano pensando - Che cosa hai fatto in questi dieci anni?-
    Così Bruno, sorseggiando il suo amaro rispose in tono pacato - Niente...-
    La gente era sbalordita per la risposta. Il farmacista noto per essere uno stacanovista borbottando chiese a sua volta - Come sarebbe a dire niente? Hai girato per il mondo!? Sei stato via dieci anni, avrai fatto qualcosa!-
    Bruno allora appoggiando il bicchierino si girò verso il farmacista - A dire il vero ho pensato. Pensato parecchio, camminato molto ed ho visto buona parte del mondo-.
    Lo stupore si diffuse tra i clienti, mentre il parroco, forte bevitore di brandy e fervente religioso, si avvicinò a Bruno e dandogli due buone pacche sulle spalle eslamò - Chiaro che hai visto le cose belle del Signore, e sei ora qui per raccontarcele! 
    Ma Bruno in realtà fece cenno di no. - Mi dispiace ma non ho preso appunti durante questi anni e non ho niente di eclatante da raccontare-.
    Il libraio quasi si soffocava col prosecco - Come non hai preso appunti e non hai vissuto niente di straordinario? Di solito chi parte per queste esperienze, poi torna e pubblica un libro, fa un documentario... te non hai tenuto nemmeno un diario?-
    Allora Bruno con un sorriso rispose - Mi dispiace, ma ero troppo preso a viverla la vita che a perder tempo per annotarla e viverne i ricordi. -
    Detto questo pagò il suo amaro e si avviò verso la porta.
    Il postino allora tentò un ultima domanda.- Ma almeno dicci perché hai scelto di partire quel giorno dopo la tempesta! -
    Fermo sull'entrata Bruno si girò verso il postino - Quando il temporale mi portò via il tetto ho avuto paura che si portasse via la mia vita senza che io avessi fatto qualcosa per me. Allora l'ho inseguito in giro per il mondo per dimostrargli che ero coraggioso-.
    Detto questo Bruno uscì e lasciò di nuovo il paese. 

  • 21 marzo 2013 alle ore 18:44
    Anji, Berta, Carla

    Come comincia: Ne incontrai una con in mano una pistola, disse che si era stufata, al collo aveva un rosario, mi insegnò a prendere di petto il cuore.

    Un'altra si innamorò di me, mi dava amore e lacrime sincere, io non capivo perchè piangeva e il mio cuore diventò di pietra quando la lasciai.

    Alla fine volli una bugiarda, compagna al mio fianco fino alla morte, agli occhi del mio cuore avevo sposato una rosa, dietro le mie spalle invece cresceva una serpe.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:50
    La Partenza

    Come comincia: Non riuscivo più a tenere a bada quei miei sentimenti contrastanti; in quel momento il mio corpo voleva avvinghiarsi al suo, immergersi in una passione senza fine ne tempo arrivando a sentirlo dentro di me con una chiara luce e fu così che lo baciai, ripetutamente, sulla bocca sua stupita quanto il mio cuore. Sentivo il trepidare delle sue mani che tentavano, in vano, di separarmi da lui, il palpitare del suo cuore sfrenato ed insicuro, la sua lingua avvinghiata alla mia incosciente di ciò che stava accadendo, ma decisa a non fermarsi, a rimanere dentro di me ed esplorare ancora un po’ l’interno della mia bocca, il mio palato, la mia saliva che s’univa alla sua. La passione, quella sera, ci avvolse di una luce fioca e biancastra che emanava una tenera e piccola lanterna ad olio poco distante da noi, come se, di lì a poco, si sarebbe spenta lasciandoci nella dolce brezza della notte senza disturbare ne essere testimone di quei desideri erotici e perversi. Sentivo di non amare Han fin nel profondo e che l’unico sentimento che m’univa a lui era amicizia, stima, dedizione ed affetto ma, per qualche strano motivo, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo; forse perché volevo provare l’ardore del proibito, scoprire l’orgasmo vero, o forse perché sapevo che Han mi voleva bene quanto glie ne volessi io e che avevamo fatto si che la passione prendesse il sopravvento sui nostri sentimenti confusi. Non ci spingemmo oltre quella sera; smettemmo di baciarci d’improvviso, contemporaneamente, l’uno spinse l’altro  lontano da se stessi come fosse un gesto di autodifesa o di razionalità, avevamo preso coscienza dell’atto compiuto ed eravamo pentiti.
    “Non so perché, ma per qualche strana ragione, avrei voluto fare l’amore con te. Ma momenti così non si ripeteranno più, Maya! Mio fratello Williams ha posato il suo interesse su di te e non voglio essere legato a qualcuno che si legherà ad un altro”-! Disse con la mano tremante, con ancora il desiderio di avermi in corpo. Io mi limitai ad udirlo, a guardarlo ed a scoprirlo con gli occhi arrossati per il pianto, dopodichè gli feci un cenno per dirgli che aveva ragione ma che, fino a quel momento, non ero legata a nessuno e nessuno era legato a me se non quell’uomo che avevo davanti. Così, tra uno sguardo e l’altro, si congedò amorevolmente come niente fosse accaduto, mi baciò la mano, fece un breve inchino ed andò nelle sue stanze mentre io, ancora incredula di quel che avevo fatto, me ne restai impalata su una sedia sotto al gazebo verde, fissando i fiori che aveva calpestato Han nell’andare via; subito mi chinai a riprenderli ma gesto inutile fu il mio, perché quei fiori non erano stati calpestati da noi ma da una figura nera che mi apparve d'improvviso. Mi spaventai e prima che potessi proferire uno strido che avrebbe svegliato tutti, mi tappo la bocca con la sua mano inguantata; riconobbi il suo profumo e quei suoi lunghi capelli.
    “Che ci fai tu qui”-? Mi disse d’impatto con l’aria annoiata ed infastidita mentre lo fissavo con occhi increduli, con ancora la sua mano sulla mia bocca.
    “Mi lasci”-! Dissi nella mia lingua, presa dalla paura.
    “Conosco la tua lingua, signorina Maya! Sono stato sette anni in Italia e l’ho ben appresa”-! Mi disse sorridendo.
    “Non m’importa se conoscete la mia lingua e adesso lasciatemi passare”-! Dissi completamente rossa di rabbia e vergogna, quando d’improvviso mi prese il braccio con violenza facendomi voltare verso di lui.
    Mi guardò intensamente negli occhi e mi sussurrò all’orecchio parole di sfrenato egoismo e sfacciataggine;
    “Per quanto tu possa voler bene ad Han, lui non può appartenerti. E' in cerca di una musa che non si trova in te. Se parte è perché vuole allontanarsi dalle cose che detesta e, a parte noi, anche da te”-! Mi disse con un leggero sorriso diabolico, stroncato da una mia sberla; mi voltai e mi diressi verso la porta che dava nella prima entrata del palazzo, mente lui continuava a parlami.
    Corsi come una forsennata per il corridoio che portava alle mie stanze, aprii la porta e la chiusi di scatto dietro di me, poi mi tuffai nel lettone scoppiando, poco dopo, in altre lacrime che mi consumarono gli occhi.
    Il giorno dopo mi destai con occhi rossi, fiammanti e gonfi che, il sol guardarli di sfuggita, mi spaventai; non ebbi il coraggio di scendere e mi segregai per un’intera settimana fino a quando Han partì.  Prima di andare al porto, salutò tutti con baci e carezze e solo con Williams ci fu una semplice stretta di mano, come se ci fosse qualcosa sotto che aveva spezzato il filo della loro complicità fraterna, quando poi chiese di me ed una cameriera gli disse che era una settimana che non uscivo dalla mia stanza, corse dentro e bussò alla mia porta leggermente, come se volesse rispettare il mio silenzio senza irromperlo con violenza o rabbia.
    “Maya”-? Disse con voce bassa senza il minimo rumore od altro ed io, con l’orecchio teso vicino alla porta a sentir il suo sospiro colpevole, ero pronta a farlo entrare ad una sol parola d’amore.
    “Maya, io parto! Ma tornerò presto, lo farò per te. Non avere fretta, non prendere da altri ciò che non t’ho dato, pensaci bene e sii davvero certa delle tue scelte”-! Disse baciando la porta come se quel bacio fosse rivolto a me che giacevo dall’altra parte.
    Tentai di aprire ma non ci riuscivo, tremavo, guardavo il vuoto, sentivo come se una parte del mio corpo venisse venduta, come se i miei organi deturpati venissero bruciati e lacerati ma forse, in quel momento, enfatizzai il tutto perché, dopotutto, Han partiva per un breve tempo ed io non ero nessuno per dirgli cosa fare, così mi feci forza e girai la maniglia con velocità spalancando la porta con una sola mano. Davanti a me non c’era Han, lui era andato via per il timore di rincontrare il mio sguardo triste, lì davanti c’era lui, Williams, che mi fissava.
    “Han è partito! Perché non l’hai salutato”-? Mi disse all’in piedi con aria distinta, mentre io avevo gli occhi spalancati dai quali sgorgavano grosse lacrime che mai sembravano volessero cessare. S’abbassò e tese un braccio per farmi alzare; gli dissi, tra le lacrime, di aspettare solo un attimo, un solo minuto per terminare quelle inutili lacrime infantili che tanto cercavo di asciugare.
    “Solo un  minuti, ti prego! Adesso smetto, te lo giuro! Solo un attimo poi mi alzerò e tornerò ad essere quella di prima, per questo ti chiedo solo un altro minuto”-! Dissi coccolata fra le sue braccia.
    “Piangi pure, sfogati, disperati tutto il tempo che vuoi, ma sappi che domani dovrai rialzarti e tornare te stessa”-! Disse accarezzandomi il viso.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:26
    La Notte Dei Fuochi D’Artificio

    Come comincia: “E’ così stressante starti dietro. Non capisco proprio come sia potuto succedere. Forse era meglio che me ne stavo al mio paese”-! Dissi sospirando;
    “Tanto ormai, mio bel principe, una volta partita non vi rivedrò più e staremo tutti meglio, non credete”-? Dissi voltandomi verso di lui con aria rassegnata. Scorsi nell suo viso un'espressione triste, malinconica  e dolorante
    “Perché tenti sempre di rovinare tutto? Perché supponi sempre che non ti ami”-? Mi disse guardando la mia immagine riflessa nell’acqua.
    “Perché per quanto io mi sforzi di amarti sempre meno, alla fine t’amo sempre più. Fin quando la cosa resterà così, sempre tali saranno i miei pensieri”-!
    Baciai dolcemente le labbra, dopodiché mi congedai e mentre salivo le scale per tornare nella sala della festa, lui s’alzò dirigendosi verso l’uscita. Quando si voltò a guardarmi sorrise dolcemente, poi abbandonò la villa e, di conseguenza al suo andarsene, meravilgiosi fuochi d'artificio esplosero nel cielo nero.
    Tornai alla festa che abbandonai poco dopo e, una volta arrivati alla tenuta, dormii come non lo avevo mai fatto; serena, senza presentimenti ne pensieri distorti."

  • 19 marzo 2013 alle ore 17:06
    Così parlò mio nonno

    Come comincia: Umberto mi chiede perché ce l’abbia tanto con i critici.
    Credo tutto dipenda dall’assonanza che questa parola ha col nome d’uno strano personaggio di cui mi parlava con autentico odio mio nonno Domenico (Dio l’abbia in gloria) quando mi narrava le sue favole.
    Io adesso le chiamo favole, ma lui ne parlava come di fatti realmente accaduti che erano stati a lui tramandati da suo nonno e a quest’ultimo da suo nonno (l’inizio della storia si perdeva nella notte dei tempi).
    E tutti avevano un autentico odio verso questo personaggio.
    Dirò adesso perché.
    Dunque questo personaggio si chiamava Kriticus, ma questo era solo un diminutivo del nome intero, che, quando era pronunciato dal personaggio in questione suonava: Punt Kriticus Franobis. Il personaggio riteneva infatti che chiunque fosse importante come lui dovesse avere un nome lungo.
    Allora, il fatto risale a circa un milione di anni fa (millennio più, millennio meno).
    Alcuni Uomini (non avevano ancora scoperto la ricchezza del Palazzi e si chiamavano fra loro con l’identica parola che più o meno suonava: "Uooom". Da cui il successivo "Uomo" scritto così, con la maiuscola), alcuni Uomini dicevo, avevano scoperto - oltre al fatto che il fuoco scotta - che se si mettevano in quattro o cinque di loro armati di lance e bastoni riuscivano a spaventare perfino le bestie più grosse, e le bestie spaventate, questo si sa, tendevano a cadere più facilmente in trappola.
    Dunque scavavano grandi buche, mettevano dei bastoni appuntiti in fondo a queste buche (avevano scoperto che bisognava metterli con le punte verso l’alto perché funzionassero da spiedi) e andavano poi alla ricerca della preda. Il problema, una volta scovata, era mettersi a gridare tutti assieme, agitare lance e bastoni, scagliare sassi finché la preda si spaventava, si metteva a correre nella direzione lasciata libera dagli Uomini e cadeva così nella buca.
    Ora, mentre tutto questo era, in teoria, facile, (esisteva anche allora la teoria) il problema nasceva quando si trattava di trovare chi partecipasse alla caccia, perché chi per un motivo, chi per un altro, tutti dicevano di avere altro da fare.
    Il personaggio che aveva sempre altro da fare era questo Kriticus. Comunque, bene o male, si trovavano sempre quattro o cinque nel villaggio che partecipassero alla caccia. I pareri su costoro erano molto discordanti. Benché il Palazzi del linguaggio non fosse a quei tempi molto esteso, per definire costoro si erano inventati tanti termini. Chi li chiamava "geniorum", chi "pazzorum" e chi "artistorum".
    Kriticus li chiamava, brevemente, "fessis".
    Dunque, un tempo accadde che nel villaggio vi fosse molta magra. Scarseggiavano le patate e le banane. Scarseggiavano perfino i fichidindia che a quei tempi venivano mangiati con bucce e spine per non buttare via nulla. Non solo, ma le bestie avevano imparato che quando vedevano quegli strani consimili nient’affatto simili, dovevano fuggire a gambe levate (la parola zampe non era ancora stata inventata), cosicché da molto tempo come risultato delle loro battute di caccia diurne portavano a casa solo lucertole  (Kriticus diceva che facevano schifo, ma era quello che ne mangiava più di tutti: diceva che doveva nutrirsi bene perché stava lavorando ad una grande invenzione: lo specchius)
    Allora, a un certo punto, uno - di nome più o meno Diogenes - propose di fare una battuta di caccia notturna: col buio della notte gli animali non li avrebbero visti e non sarebbero subito scappati come, viceversa, succedeva di giorno.
    Diogenes era molto anziano (Kriticus diceva vecchio), ma siccome erano molto pochi i giovani che s'offersero di sperimentare le delizie della caccia notturna prese la sua lanterna e si unì al minuscolo gruppo (mio nonno non sapeva dirmi, poveretto, quanti fossero nel gruppo. Quando glielo chiedevo gli prendeva un attacco di quel difetto fisico - iperproduzione di cloruro sodico ed acqua - che purtroppo mi ha tramandato).
    Dunque, dopo aver scavato bellamente la fossa durante il giorno ed averla equipaggiata a "regola d’arte" coi pali appuntiti sul fondo, uscirono, col buio pesto, nella foresta. La lampada di Diogenes a mala pena serviva a illuminare i pollicioni dei loro piedi.
    Ad un certo punto si sentì un ringhiare enorme, spaventoso.
    Gli uomini ammutolirono ed il ringhiato cessò.
    Uno degli uomini fece, parlando sottovoce, ancora rattrappito dalla paura:
    «È il ringhiato più forte che abbia mai udito. Deve essere una bestia enorme.»
    «Sì» fece un altro, «deve trattarsi della terribile Fedes di cui mi narrava mio nonno. »
    «No, ti sbagli» fece un altro, «è Giustizias.»
    «No» fece il terzo, «è sicuramente Veritas.»
    L’udire questa terribile parola provocò negli Uomini ancora più terrore di quanto non avesse fatto l’urlo della Bestia, e tutti si misero a correre nella foresta.
    Inutilmente Diogenes gridava: «Non correte, non correte, se restiamo uniti vinceremo!»
    Gli uomini corsero. Diogenes rimase solo e la sua lampada si spense. E Diogenes cadde nella trappola che egli stesso aveva preparato il giorno prima e restò infilzato nei pali.
    Il giorno dopo, con la luce del sole, gli altri uomini andarono a cercare Diogenes, l’unico che non fosse tornato dalla sventurata spedizione. Lo videro al fondo della fossa, morente ma sorridente: accanto a sé aveva, infilzata in un palo come lui, la Bestia.
    «Ecco, vedete, muoio ma sono felice, perché ho catturato la più tremenda delle bestie: Veritas» disse con l’ultimo filo di voce.
    Scoppiò a questo punto la risata sconcia, sonora, di Kriticus:
    «Ah!ah!ah! la chiama Veritas. Ma non vedete che non è Veritas, non ne ha la forma, la struttura, non si regge in piedi. È solo un Gattus.»

    Nessuno ebbe il coraggio di contraddire Kriticus: qualcuno del villaggio aveva sparso la voce che fosse una specie di mago in grado di materializzarsi in più posti nello stesso istante e anche chi non aveva visto la cosa coi suoi occhi cominciò a temerlo perché non si sa mai.
    Solo un bambinetto sporco e scalzo (come tutti, del resto) si fece avanti e disse: «Gattus? Ma Gattus ha il pelo lungo e nero, e quel coso è senza peli ed è bianco. Inoltre guardate LUCCIC..!»
    Non fece in tempo a finire la frase che si prese uno  scappellotto sulla nuca: «Zitto, marmocchio!» gli fece Kriticus, «Non sarà Gattus,  ma di sicuro non è Veritas, perché Veritas NON ESISTE.»

    Quando chiesi a mio nonno se fosse vero che quello strano personaggio fosse capace di magie mio nonno rispose:
    «Quella d'apparire in più posti nello stesso tempo era solo un banale trucco: Kriticus aveva scoperto che poteva servirsi del suo specchius per duplicare la sua immagine e prendere per i fondelli quei poveri primitivi. Tuttavia qualche magia doveva pur conoscerla perché quel personaggio, periodicamente, quando nessuno se l'aspettava ricompariva, a volte a distanza di secoli o millenni, a volte cambiando nome - facendosi chiamare Scetticus o Sofisticus - ma ricompariva.»
    «Scetticus, Sofisticus...» - facemmo noi bambini - «E come si faceva a capire che era sempre Kriticus?»
    «Non è facile.» - disse il nonno - «La presenza di Kriticus non si può cogliere coi sensi, col ragionamento, ma solo col cuore, con l’intuizione.»
    «L’intuizio... cosa?» - fece mia sorella più piccola.
    «L’intuizione, piccola, l'intuizione...»
    Vedendo il nonno ridere, ridemmo anche noi.
    «L’intuizione potremmo dire che è come la verga di castagno per il rabdomante: quando s'avvicina all’acqua trema.»
    Poi qualcuno chiese: «E quando ricomparve?»
    «Oh, tante volte.» rispose il nonno. «Un’altra volta ricomparve quando morì un ebreo di Palestina, un certo Joshuà. Un brav’uomo che, senza volerlo, aveva compiuto opere prodigiose, ridato la vista ai ciechi, guarito lebbrosi, storpi ed indemoniati. Quando i sacerdoti lo accusarono di sacrilegio, per aver fatto delle cose che solo a Dio è dato fare - e per giunta di Sabato - si difese dicendo: Non sono stato io a compiere i fatti di cui mi accusate. È stata solo la fede nel Padre mio che ha compiuto i prodigi di cui dite.»
    Si beccò, ovviamente, la condanna a morte per crocifissione solenne, con ludibrio, perché aveva avuto l’ardire di proclamarsi Figlio del Padre!
    Dunque questo Joshuà fu portato sul monte Cranio e fu colà crocifisso assieme a due briganti.
    Uno dei due si chiamava Daimon (la bocca del nonno si contrasse in una lieve smorfia e la sua mano s'allungò in una carezza verso il viso della piccola Palmina. Nonostante la dolcezza del nuovo nome non facemmo fatica a riconoscere la vera identità del personaggio) ed era quello che chiese a Joshuà:
    «Perché ti hanno condannato?»
    «Perché ho detto la Verità.»
    «La Verità? E chi credi d’essere, Dio?»
    «Tu l’hai detto, fratello, e io ti dico che stasera sarai con me alla mensa del Padre mio.»
    «Ah! Ah! Ah!» rise osceno Daimon. «Se sei veramente il Figlio del Padre perché non lo chiami in tuo soccorso? Non sei tu quello che ha detto: Quale padre vedendo che il proprio figlio ha bisogno di pane gli darebbe un serpente?»
    Fu così che il povero Joshuà, il quale tutta la vita era stato un giusto e non aveva mai dubitato, per la prima volta dubitò.

    «Nonno,» chiese la piccola Palmina, «questo tale, questo Kriticus è ancora fra noi?»
    Il nonno continuò a sorridere con i suoi grandi occhi azzurri, ma tutti potemmo vedere chiaramente una piccola nube che li attraversava.

    Purtroppo venne un giorno che i nostri genitori ci condussero dal nonno e che questi non era accanto al fuoco, al braciere dove lui buttava le bucce di arance che spandevano profumo intenso e grato nell’aria. Ma era nel letto, in quel suo lettone alto dalla testata in ferro battuto. E tutti erano silenziosi e gravi.
    Solo noi bambini, incoscienti, per nostra fortuna, come sanno essere i bambini, continuavamo a entrare e uscire dalla stanza del nonno, rumorosi e lievi. Inutilmente i grandi ci facevano: «Sss! Bambini che disturbate il nonno!»

    Il tempo passava e noi bambini cominciammo ad annoiarci. La piccola Palmina disse:
    «Andiamo dal nonno e facciamoci raccontare una favola!»
    «Si!!!» dicemmo in coro.
    Nostra madre sentendo queste parole si arrabbiò:
    «Bambini! Vi ho detto di fare silenzio. Andate FUORI. Il nonno oggi non può raccontarvi nessuna favola!»
    Ma il nonno le fece (con una voce stranamente bassa):
    «Antonietta, lascia stare i bambini, ti prego. Sono felice di vederli, di sentirli ridere, giocare. Lasciami solo con loro, ti prego.»

    Ci mettemmo attorno al letto (la piccola Palmina, sul letto con lui, lo copriva di baci) e nostro nonno ci parlò ancora:
    «Bambini, ho poco tempo per raccontarvi una storia. Oggi sono un po' stanco, perdonatemi. Voglio dirvi solo due parole che mi disse mio nonno.»
    «E che a tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì.»
    «E che al nonno di tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì, bambini, ma lasciatemi dire.»
    «E come si chiamava il nonno del nonno del nonno del nonno che per primo ha detto le parole che stai per dirci?»  (Palmina era sempre troppo curiosa)
    «Aveva un nome che comincia con zeta, ma non so altro - le rispose il nonno (forse sorrideva). Dunque questo nostro lontano nonno, un giorno disse ai suoi nipoti:
    «Guardatevi dai profeti, ma ancor più dai falsi profeti.»
    E i nipoti gli chiesero: «Come faremo a distinguere i profeti dai falsi profeti?»
    E nostro nonno rispose: «I primi vi diranno di conoscere la Verità, i secondi vi diranno che nessuno conosce la verità.»

    Poi nostro nonno chiuse i grandi occhi azzurri e s’addormentò.
    Nell’altra stanza era venuto un signore, con grandi occhiali neri che gli coprivano gli occhi. Disse di essere un nostro lontano parente:
    «Sono il Professore Federico Agnostico. Sono il cugino della zia Margherita. Sono venuto a salutare il nonno.»

    Nessuno seppe mai dirmi chi fosse questa zia Margherita.

  • 17 marzo 2013 alle ore 14:35
    Lettera a Sofia

    Come comincia: Pietraperzia 21 giugno 2010
    Mia nobile Sofia, il dialogo che con te condivisi qualche anno fa, riportato nel mio libro - Accenti d’amore e di sdegno - , avrei desiderato tanto oggi poterlo proseguire ancora, seduto di fronte a te, ma motivi di salute, purtroppo, mi impediscono il salutare incontro, che dà immediata vitalità alla mia mente, perché, fatta la domanda, la tua risposta è pronta. Non potendo fare altro, ti scrivo, esponendoti i miei pensieri e il mio progetto, nonché il mio patema a causa delle difficoltà, in tutti i settori della vita sociale, che tutti noi incontriamo quotidianamente per colpa di disonesti reggitori, che si arricchiscono da parassiti sulle sofferenze del debole popolo. Anelo ad annientare con i miei poveri mezzi, la disperazione, mia cara Sofia, e gli atti insani conseguenti che l’uomo a forza commette a causa dell’incertezza di potersi guadagnare con il lavoro onesto e produttivo e col sudore un pezzo di pane e una casa. Spero, inoltre, che l’uomo possa vivere in pace, con fratellanza, con onestà e con giustizia sociale nel rispetto di madre natura. Io abito, come sai, in questa parte della terra chiamata Italia, della quale uomini d’illustre pensiero hanno ben descritto tutte le bellezze naturali ed artistiche, che altri uomini di gran talento ci hanno nei secoli donato. Ma oggi, purtroppo, a parte una sparuta minoranza, non emergono più grandi geni in tutti i settori delle attività, ma, invece, prolifera già da molti anni il malcostume, l’idiozia, la depravazione in senso lato, la corruzione, la concussione, il latrocinio: il denaro innanzitutto, il denaro soprattutto;  la micro e la macro delinquenza, l’ignoranza, la sopraffazione, la prostituzione fisica e mentale, il nepotismo, la schiavitù etc.Chi vuole un posto di lavoro deve conquistarselo con la sottomissione e l’asservimento alla chiesa, al politicante o al mafioso, cioè alle tre istituzioni delinquenziali. Dilaga la paidobìa (dal greco pais - paidos che significa fanciullo e bia o biazo che rispettivamente significano violenza e far violenza, quindi far violenza ai bambini, ai fanciulli e agli adolescenti; infatti, quella che viene chiamata da tante persone istruite erroneamente pedofilia significa tutt’altro e precisamente amore verso i bambini, come filosofia: amore per la sapienza et cetera filos = amico, cioè qualcosa di sublime, di spirituale. Ho voluto dare la spiegazione per coloro che non conoscono la lingua greca e sommessamente chiedo venia se sono stato cattedratico, ma ho ritenuto giusto farlo per far capire come tutto viene distorto a piacimento dai cosiddetti sapienti plutocrati e ierocrati in tutte le espressioni della vita umana a discapito del popolo debole ed ignorante. Parassiti! Voi siete quelli che traete salute dalla malattia degli altri. Non mi dispiace insistere in quanto in maniera umoristica voglio ricordare che  il termine spagnolo “pedo”  in italiano significa scoreggia, peto, e in siciliano “piditu”. Quindi, come si può essere pedofilo, cioè amico del peto? Anche voi, talenti della cattiva stampa, siete i peggiori divulgatori della scorretta lingua italiana. La lingua italiana non può sposare la lingua greca in maniera distorta per formare spesse volte anche vocaboli italiani di significato diverso e cacofonici. Voi, sapienti, che vigilate sulla purezza e sulla correttezza della lingua italiana, voi che nei vocabolari italiani ripetete gli errori e li perpetuate, dando l’imprimatur, non siete dei cultori del patrimonio linguistico italiano, ma della gente che “tira a campare”. Un tempo, mia cara Sofia, scrittori, giornalisti et cetera, come ben m’insegni, scrivevano e parlavano correttamente e si sforzavano sempre di più a descrivere notizie vere e costruttive, a migliorare il lessico. Manzoni, il grande poeta e scrittore milanese, decise financo di “ lavare i panni in Arno”. Oggi vi è una completa degenerazione non solo del pensiero, ma anche del linguaggio scritto e parlato. Inoltre, dulcis in fundo,  molte penne asservite scrivono, infatti, il pensiero del plutocrate pagante ed anche la loro lingua rispecchia il disonesto cervello dello stesso. La maggior parte dei quotidiani, settimanali et cetera o trasmissioni televisive spesso non rispettano la corretta lingua italiana; anzi a correggere gli errori, si finisce per fare brutte figure.  “Arti, lettere, onor, tutto è stoltezza in quest’età dell’indorato sterco, che il subitaneo lucro unico apprezza. Tracce d’amor di gloria invan qui cerco”. Oggi, infatti, purtroppo, è tutto giustificato nella forma e nella sostanza, come in materia ecclesiale, di giustizia, di politica e così via: gli orrori e gli errori più gravi si possono redimere e possono essere assolti. Così continuando, gli insegnamenti che si danno alle generazioni sono quelli che producono e produrranno i malesseri sociali più devastanti e degli stessi ne siamo tutti a conoscenza da gran tempo. Io penso che, pur vivendo in mezzo al fango, ognuno di noi deve sforzarsi a qualsiasi costo di scostarsi dalla massa. Chi ha una mente benpensante, ciò che dice o scrive è corretto nella lingua, nonché nella forma, nella sostanza e nell’operato quotidiano. Non ricordo chi disse che chi sa parlare bene e correttamente, sa pensare ed agire bene e correttamente, ma certamente aveva ragione. La lingua, come qualsiasi pensiero, idea ed altro è in continuo divenire e, pertanto, è giusto accettare le innovazioni e i neologismi, ma gli stessi prima di essere immessi nella lingua italiana devono essere accuratamente sottoposti ad uno studio etimologico con riguardo alla fonetica, alla morfologia e alla semantica; i neologismi non devono essere distorsioni linguistiche, come ho anzidetto, e neanche cacofonici, ma eufonici in senso lato. Alla stessa stregua si può dire anche dell’amministrazione della cosa pubblica: tutto si può e si deve  innovare, ma in meglio, adeguando il tutto ai tempi ed alle circostanze in cui si vive, ma soprattutto alle esigenze del popolo. Ho detto riformare in meglio e non in peggio come da molti anni, purtroppo, avviene in Italia per colpa della feccia della delinquenza politica ed ecclesiastica, che, a parte una piccola minoranza, governa dolosamente malissimo “ le genti del bel paese là dove il sì suona”, traendone vantaggi e privilegi a discapito del popolo, che per la sua passività ed indifferenza in maniera diretta o indiretta colposamente contribuisce negativamente alla buona riuscita di qualsiasi progetto amministrativo, anzi diventa, talvolta, il comburente o il combustibile, di cui si servono poi i feticci della pubblica delinquenza, sopra menzionata. Svegliati, popolo italiano! Sii cosciente e responsabile! Non strisciare mai ai piedi di coloro che tu hai reso potenti con la tua debolezza. Sii uomo e non un giullare. Non essere un numero di vile pecorame. Non abbassare mai la fronte, cammina eretto e non curvarti mai davanti a nessuno: chi ti sta di fronte è un tuo simile, che ha il tuo stesso sembiante, che sulla terra ha gli stessi bisogni, nonché gli stessi diritti e doveri. Rifletti! Applica il detto di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Sii resipiscente, popolo italiano! Mia nobile signora, mi piange il cuore, notando da tanti anni quanto è dannoso, infatti, per l’Italia e certamente per qualsiasi nazione candidare e poi eleggere individui indagati, condannati o anche  sospettati di avere amicizie losche ed altro di poco onesto e  poco dignitoso. Il candidato deve essere candido, pulito dentro e fuori ed anche i suoi parenti fino al terzo grado. Qualora non ci fossero i predetti presupposti, il candidato non è candido e quindi non è eleggibile per amministrare dignitosamente, onestamente, decorosamente e con onore la res publica a qualsiasi livello. Quanto sopra scritto vale per qualsiasi cittadino che volesse svolgere la sua attività alle dipendenze dello Stato. Oggi il popolo, ripeto, è completamente sottomesso, a parte una sparuta minoranza, al capitalismo clientelare, a coloro che io definisco criminalplutocrati e criminalierocrati, nepotisti, corrotti, concussi e collusi tra loro e con la mafia, che hanno accumulato ingenti ricchezze a discapito della collettività, impoverendola materialmente, moralmente, intellettualmente e socialmente, riducendola quindi psicologicamente alla schiavitù e spingendola alla distruttrice lotta civile. Al cittadino italiano, che oggi vuole far parte della pubblica amministrazione, dopo aver superato gli esami del concorso, vengono richiesti dei documenti, come si sa, attestanti lo stato di salute fisica e lo stato di salute morale: certificato medico, certificato penale, carichi pendenti ed altro; se non è in possesso dei predetti requisiti, anche se ha superato il concorso con ottimi voti e quindi è stato dichiarato vincitore, lo stesso viene escluso. Lo stesso procedimento dovrebbe essere adottato per coloro i quali aspirano a far parte della pubblica amministrazione in qualità di deputati, senatori et cetera, perché sempre di dipendenti pubblici si tratta, in quanto retribuiti, purtroppo, lautamente dal popolo, sovrano dello Stato, secondo il giusto dettato della Costituzione italiana. Infatti, sempre di concorso si tratta. Il cittadino che desidera espletare una mansione in qualsiasi settore delle attività dello Stato deve superare gli esami previsti dal bando di concorso (scritti, orali, quiz etc.) ed è giudicato da una commissione esaminatrice ad hoc nominata, per non dire di comodo, quindi truccata, che in relazione alle prove svolte più o meno bene o male (si fa per dire, perché è tutto pilotato, come già si è detto) dà un voto e, pertanto, il candidato (asservito e di parte) viene dichiarato vincitore del concorso o viene respinto (se è un libero cittadino senza padrino; inutile dire sulle assunzioni dirette). Alla stessa stregua il cittadino candidato al posto di deputato o senatore ( io, comunque, ritengo che venga eliminata la camera dei deputati: il senato sarebbe più che sufficiente per legiferare) dovrebbe superare la prova del concorso, che si configura nel comizio, (ma oggi neanche questo ed è inutile dire come avviene, perché tutti sappiamo che vergogna vi è nei partiti) cioè solamente nella prova orale e non è richiesto, a differenza del normale cittadino, che espleta un concorso per impiegato o dirigente, neanche il titolo di studio, che come dirò in seguito non dovrà più avere valore legale, soprattutto per le speculazioni a 360 gradi che si sono fatte su di esso; in questo caso la commissione esaminatrice è il popolo, che, asservito e ricattato, vota il candidato imposto a forza, perché se potesse non voterebbe quel delinquente, oggi sinonimo di candidato, il quale, dopo aver superato la prova, dovrebbe presentare i documenti, attestanti i requisiti, sopra elencati, come, ripeto, ogni altro cittadino candidato ai pubblici concorsi, e se non li ha, viene escluso e viene nominato chi in graduatoria lo segue, sempre che, è inutile ripetere, ne abbia i requisiti. Le candidature degli onesti cittadini dovrebbero essere poste in una graduatoria per tutte le attività dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Tutti i cittadini che  hanno  dimostrato capacità amministrative, relative al settore da amministrare, saranno inseriti a domanda nella predetta graduatoria e saranno, dopo l’elezione per votazione computerizzata, immessi a dirigere i vari dicasteri, comitati di studio e quant’altro, coordinamento delle Regioni, dei Comuni, che, autonomi e dipendenti dallo Stato, gestirebbero i loro territori per servire meglio e più da vicino il popolo in tutti i sensi. L’età dei candidati a svolgere qualsiasi attività pubblica dovrebbe essere di 35 anni per i dirigenti e per essere eletti senatori 45 anni, tenuto conto che abbiano dimostrato attivamente e in maniera esemplare le capacità. Solo così, quindi, si potrà fare pulizia morale e tutto il popolo ne avrebbe vantaggio. Spero vivamente, gentile signora, che il nostro passato ed il nostro presente non siano il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. E’ veramente vergognoso che l’Italia, culla dell’arte, sia infangata da “personaggi” che si alternano da molti anni nella panoramica parlamentare solamente per soddisfare gli interessi personali e dei loro addentellati a discapito del popolo; ma oggi, credo che si è toccato oltre che il fondo anche il sottofondo della suburra. Non c’è giustizia sociale come in nessun tempo, ma oggi, però, potrebbe riaccendersi la fiamma della disastrosa rivolta.Il mio desiderio, Sofia, sarebbe quello di vedere applicato in toto il celeberrimo ed acrònico discorso di Pericle agli Ateniesi nel 461 ante Christum natum, scritto dal grande storico greco Tucidide nel periodo di permanenza ad Atene, che qui testualmente riporto:Qui ad Atene noi facciamo così.Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.Qui ad Atene noi facciamo così.Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.Qui ad Atene noi facciamo così.La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.Qui ad Atene noi facciamo così.Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.Qui ad Atene noi facciamo così.Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.Qui ad Atene noi facciamo così.E noi qui, in Italia, in barba alla storia ed ai buoni precetti, ci sciacquiamo la bocca di essere più civili rispetto a quei tempi, ma da perfetti incivili ci adoperiamo barbaricamente a fare il contrario. Oggi al sostantivo democrazia, potere o governo del popolo, coniato con due termini greci, è stata definitivamente tolta la prima parte, cioè demos, che in greco significa popolo, e la stessa è stata sostituita dal verbo clepto, che in greco significa rubo. Infatti questo fanno i predetti delinquenti cleptomani, che giorno e notte “sacrificano” al dio denaro. Così la democrazia, perdendo il suo classico e giusto significato, è diventata definitivamente cleptocrazia o governo dei ladri. Reputo che la migliore forma di governo sarebbe l’anarchia. Ma perché si possa raggiungere un così alto livello di convivenza sociale, davvero sublime, dovremmo prima diventare persone civili, altruiste e solidali nelle idee e nei buoni comportamenti. Adesso, mia attenta signora, non essendoci i presupposti perché si possa realizzare l’anarchia, cui sopra ho fatto cenno, vorrei esporti il mio pensiero in merito ad una giusta forma di amministrazione dello Stato, che potrebbe dare pace, fratellanza e giustizia sociale, se ci sarà la volontà di tutti i cittadini, che, presa coscienza del malessere sociale che li sovrasta, perché loro stessi l’hanno causato, votando, purtroppo, con  indifferenza e passività, anelano con cognizione di causa a costruirne le fondamenta. E’ ora di mettere in pratica subito le parole pronunciate da Charlie Chaplin, contenute nel Discorso all’Umanità, tratto dal film Il grande dittatore.Ritengo, infatti, che l’uguaglianza tra cittadini debba stare al primo posto, perché è il pilastro, l’albero di maestra su cui poggia il quotidiano vivere sociale e politico del popolo. Quindi si deve operare in modo che tutti i cittadini possano sentirsi uguali in tutte le espressioni della loro vita, non solo in ossequio verso la Costituzione italiana, ma soprattutto per amore verso il proprio simile, venuto a forza in questa terra non per suo gradimento, ma, talvolta o spesso, a causa di effimeri ed anche  irresponsabili incontri di piacere dei “procreanti”. I cittadini, ripeto, dovranno sentirsi uguali davanti alla legge, di fronte a loro stessi, nel lavoro e così via; pertanto, nessuno potrà godere di privilegi e, peggio ancora, dell’immunità o dell’impunità a qualsiasi livello. Nessuno in Italia e, speriamo, in qualsiasi parte del mondo, ripeto, potrà godere d’immunità o d’impunità (dal presidente della repubblica all’operaio generico): tutti siamo uguali, lo ripeterò fino alla nausea, di fronte alla legge e la legge è uguale per tutti. Anzi, chiunque commette reati durante il mandato dovrà avere le pene raddoppiate, perché a lui fu data piena fiducia dal popolo, ritenendolo più capace ed onesto ad amministrare i beni della collettività. Tutti dovranno rispettare le regole scritte e quelle che, anche se non scritte, discendono dall’etica, dalla deontologia e dal buon senso umano. Chi contravviene, quindi, ai principi di etica, di onestà e di umanità nei confronti della collettività durante l’attività amministrativa nei diversi settori dovrà immediatamente essere estromesso per sempre dalla sua funzione e, dopo avere scontato la pena, assegnatagli dal giudice, dovrà lavorare per il resto della sua vita come operaio generico, svolgendo i lavori più faticosi. Ma in ogni caso il lavoratore sarà sempre rispettato e il lavoro avrà pari dignità. Gli studi compiuti, nonché i relativi titoli non avranno più valore legale: il lavoratore andrà avanti per merito e con passione ed umanità svolgerà la sua mansione per il bene della collettività.Chi sa o può di più dovrà compensare chi sa di meno senza farlo sentire minimamente inferiore. Sparirà il vecchio modo di pensare a piramide, ma si attuerà il salutare ragionamento a catena. C’è chi fa la colf, chi l’ispettore del lavoro, chi il medico, chi lo spazzino e così via; siamo tutti al servizio della collettività per percepire, secondo questo sistema, il corrispettivo, l’obolo per sopravvivere, ma nessuno è servo o si sentirà tale, se i suoi sentimenti sono da uomo libero, che con i suoi ottimi comportamenti agisce da padrone in tutte le espressioni della vita; da padrone, ripeto, non per asservire l’altro, ma per dominare sé stesso e svolgere con interesse e diligenza il suo lavoro per il bene comune.Molti saggi hanno trattato tanti temi, ma si sono soffermati poco sul tema della dignità del lavoro e del lavoratore, prima uomo e poi lavoratore; non si sono imposti, né s’impongono neanche i cosiddetti sindacati, anzi a mano a mano nel tempo gli stessi, a volte uniti ed altre volte divisi, spesso in conflitto tra loro, hanno mostrato la loro vera faccia o maschera e, facendo finta di interessarsi a quanto già scritto, hanno contribuito in combutta con i politicanti laici e clericali allo sfacelo sociale, traendo spesso, come tanti altri disonesti già menzionati, salute dalla malattia dei lavoratori. Dare dignità al lavoro ed al lavoratore significa annientare le disuguaglianze sociali, tutte le sperequazioni e le discriminazioni, che stanno alla base di tutti i malesseri sociali. Si dia, come è sacrosanto, perennemente al popolo la certezza del diritto e si applichi la giustizia distributiva, presupposti pilastro del sereno vivere della collettività. Ho voluto essere ripetitivo, pur non essendo mio costume di scrittura, né eleganza nelle dissertazioni oratorie; ho voluto farlo con cognizione di causa: la martellante pubblicità, talvolta o spesso ingannevole, infatti,  penetra a forza nelle menti e le indirizza. Spero, invece, che la mia ripetitività non ingannevole porti benessere. Mi viene in mente una frase  del grande scrittore e poeta tedesco, Goethe: “ Tratta le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutale a convertirsi in ciò che sono capaci di essere”. L’uomo e la donna avranno veramente pari opportunità in tutte le espressioni della vita sociale; quindi, saranno rispettati al massimo, essendo le due parti della stessa medaglia della vita. Quindi pene severe a chi fa loro violenza per avere cagionato grande offesa ad una parte molto importante degli esseri della terra; se tale deplorevole comportamento dovesse essere praticato da  persona, che per il ruolo rivestito deve dare esempio di etica, la stessa, oltre ad essere immediatamente estromessa dall’incarico, sarà sottoposta a pene ancora più severe. Un esempio eclatante di malcostume potrebbe essere certo Berlusconi, presidente del consiglio dei ministri, ed altri, purtroppo molti, “cortigiani, vil razza dannata”, ricordando di Giuseppe Verdi  la bellissima e celebre aria di Rigoletto,  che da parecchi anni infangano l’Italia dalle Alpi alla bella Sicilia, tanto da farle perdere la dignità ed il prestigio internazionale, di cui aveva da tanti secoli goduto. Comunque con l’individuo sopra menzionato e con i suoi addentellati, che ogni tanto da lui si separano per far capire che “lu pulici havi la tussi”, così si dice in siciliano, si è toccato veramente la parte infima del fango e della disonestà, mentre la cosiddetta opposizione, anch’essa, in minor misura rispetto al cosiddetto partito della libertà, costellata di ladri, forse dolosamente, ma indirettamente col suo operato aiuta il feticcio, di cui sopra, che marcia con le leggi ad personam, senza etica né comandamenti, come scrissi nel mio libro “Patema” nel 1971, ingrassandosi sempre di più a discapito dell’estenuato popolo bue italiano, che con indifferenza vota, come ho già scritto, con ignoranza e con  irresponsabilità, non pensando al grave danno che commette in quel giorno di baldoria che gli sembra festa, ma prepara un lungo periodo di tempesta, corrompendosi facilmente anche con una strizzatina d’occhio e calandosi  poi non solo i pantaloni, ma anche le mutande di fronte allo stesso feticcio che lui stesso ha eletto e che dallo stesso indi viene sottomesso. Le parole di Dante descritte nella sua Divina Commedia, Purgatorio, canto sesto, suonano oggi trionfalmente come un inno al feticcio Berlusconi ed ai suoi adepti: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Ti chiedo venia, Sofia, se qualche volta per rabbia il mio linguaggio non è garbato, come si conviene quando ci si rivolge ad una donna sublime, quale tu sei. Certamente so che mi assolverai, pur pensando che anche tu in maniera flemmatica, garbata  e saggia condividi la mia indignazione, pensando al popolo che soffre, mentre un Pulcinella imbroglione balla e si diverte, unitamente ai suoi scagnozzi, non curandosi del danno nazionale ed internazionale. Continuo, intanto, mia signora, a sottoporre a te il mio progetto, sperando che, magari in parte, si possa attuare  perché la collettività ne possa trarre i migliori benefici, annientando i tanti tarli roditori che quotidianamente e da tanto tempo la corrodono, mettendo in ginocchio lavoratori e piccole/medie imprese, nonché recando un grave nocumento all’economia, già debole, del paese. L’avviamento al lavoro e la sua distribuzione, avverrà per tutti i cittadini e in tutti i settori delle attività a qualsiasi livello per il tramite dell’ufficio del lavoro, che avrà sede in ogni comune a prescindere dal numero degli abitanti. Tutte le offerte e le domande di lavoro pervenute al predetto ufficio da parte di tutte le amministrazioni saranno al solito pubblicizzate in internet e la stessa  procedura sarà eseguita per le graduatorie e gli avviamenti al lavoro si faranno con l’uso dei più moderni sistemi informatici, poiché tutte le famiglie saranno dotate di computer in modo che ... continua

  • 17 marzo 2013 alle ore 13:46
    " Una carezza per andare in Paradiso "

    Come comincia: Spesso lo sconforto prende il sopravvento sul nostro entusiasmo quotidiano, gli eventi ci appaiono contrari in ogni momento della giornata. Cerchiamo una spalla su cui riposare, uno stabile appoggio per rilassarsi un attimo, versare qualche lacrima e ripartire oppure semplicemente una mano amica che si tende verso di noi per non farci sentire soli. Spesso mi sono guardato intorno e ho visto spalle, appoggi e mani tese davanti a me pronte a sorreggermi in ogni cedimento, ma come un soffio di vento le ho viste scomparire non appena lo status che le aveva spinte a concedermi aiuto cambiava di natura. Scompariva una mano se cambiavo lavoro, un'altra se lasciavo mia moglie, si allontanava una spalla se dimenticavo un compleanno, se non potevo permettermi di prestare denaro, se vestivo con più semplicità o se votavo a destra. Come per magia, mi voltavo e tutto l'affetto ricevuto, il supporto promesso e disinteressato lo scoprivo invece ricco di interessi, pregiudizi, luoghi comuni e banalità. Niente più spalle, niente più mani, poche parole di conforto e tanti tentativi di giustificare impacciatamente l'opportunismo umano. Ringrazio tutti coloro che mi hanno spinto ad abbassare lo sguardo un po' per delusione, un po' per malinconia perchè solo guardando leggermente più in bassi scorgi e ti accorgi di quella zampa pelosa che non è mai andata via, è sempre rimasta tesa ad attendere che tu ci poggiassi sopra la mano.
    Era li la mia salvezza, pochi centimetri di pelo e tanti metri di affetto sincero e disinteressato. Puoi essere ciò che vuoi, fare tutte le scelte sbagliate che ti pare, puoi addirittura offenderlo e allontanarlo, ma quella zampa non si abbassa mai, non si stanca per nessun motivo di essere tesa e protesa verso di te, di darti tutto l'aiuto e il sostegno che può. Una carezza per andare in Paradiso, per montare entrambi su un treno tutto nostro e dimenticare, in quei pochi secondi in cui la mano sfiora il pelo, gli umori e i disagi della vita. Stress, lavoro, bollette, discussioni, tutto ci sembra lontano in quel breve viaggio dalla testa alla coda; avremo voglia di ripeterlo all'infinito, di rimanere in eterno in quella posizione per goderci tutta la sua soddisfazione per un gesto così semplice. Abbiamo scelto i regali più belli per avere risposte tipo " ce l'ho gia " o "non era quello che volevo"; abbiamo fatto sacrifici enormi per ricevere un "grazie ma "; o addirittura solo il " ma ". Ci siamo inventati le storie più strane per ricevere un "sorriso o un si"; vestiti e pettinati per avere uno sguardo in più. E lui, con una carezza dalla testa alla coda, va e mi porta in Paradiso. Vivete pure di apparenze, truccate i vostri volti per sembrare abbronzati, più giovani, più belli, per coprire i difetti che vi rendono unici e mascherare le rughe di ogni esperienza che avete fatto. Colorate i vostri capelli per negare il tempo, le vostre unghie per copiare i fiori, lucidatevi la bocca per ingentilire parole che non conoscete.. Fate pure ciò che vi pare, ma non toccate la mia zampa pelosa per il vostro narcisismo e la vostra voglia di essere tutti uguali. Ogni un zampa un diritto, ogni mano un dovere nei confronti del vostro treno per il Paradiso. Ensitiv

  • 15 marzo 2013 alle ore 8:05
    “ANIME DANZANTI” ©

    Come comincia: Scese dall’auto vestita di sogni. L’estate volgeva al termine. Un vento freddo, le fece danzare il leggero abito di chifon. Indossava un sorriso di diamante e occhi di giada innamorata. Le gambe, come leggiadre gazzelle, seguivano note conosciute. L’espressione del viso, era come il sole d’agosto. Sicura di se avanzò, fino ad incrociare lo sguardo di lui, che sorridendo, le tese la mano. Danzarono tutta la notte. Le anime loro  come oceani profondi, si sfiorarono ... si conobbero ... si amarono.

  • 15 marzo 2013 alle ore 8:04
    “DOMINIQUE” ©

    Come comincia: Il treno arrivò in ritardo. Una lunga fila di passeggeri ci salì. E la vide. Tra mille persone spiccò. Aveva l’aria di chi, non aveva riposato bene. Il cappotto di cachemire slacciato, lasciava intravedere l’abito, d’un rosso rubino, molto aderente. I capelli cortissimi, mettevano in evidenza il viso, dalla forma regolare. Un grosso anello luccicante, sull’anulare destro, lasciava intendere l’amore per la ricchezza. Lo guardò … lui sorrise, in segno di saluto. Lo scompartimento era pieno e lei rimase in piedi, accanto al finestrino. Gentilmente lui, la invitò a sedersi al suo posto. Lei sorrise e, ringraziando, declinò l’invito. Decisero invece, di andare al vagone ristorante per rifocillarsi. Si stupì nel sentirla parlare. La sua mente era aperta, dolce. Il pensiero pulito e semplice. Ancora più splendida ora, solare. Con quella piccola inflessione francese ... Dominique, era il suo nome.

  • 15 marzo 2013 alle ore 8:03
    “PIÙ FORTE DI PRIMA” ©

    Come comincia: "Non capisco" . disse Mary ad alta voce, parlando da sola, di fronte al pc. La e-mail ricevuta era evasiva e per nulla amichevole, anche se a scriverla, era una persona a lei molto cara.
    La rilesse con calma; notò che il mandante aveva voluto di proposito essere superficiale, non rispondendo alle sue domande dirette. Mary si sentì profondamente delusa....conosceva a fondo quell'uomo, o almeno così pensava... Pochi giorni dopo arrivò un'altra e.-mail dalla stessa persona dicendo che, seppur ringraziandola immensamente per il lavoro svolto, aveva preso la decisione di non avvalersi più della sua collaborazione. Il ben servito, insomma! Non rispose Mary; capì che alcune persone non badano al rapporto umano; poco importa se sei valida e con un cuore che pulsa per il lavoro che svolgi. Decise di voltare pagina....facendosi forza come sempre. Una delusione poteva essere qualcosa di positivo per spronarla ancora a donare il meglio di sé. Mary cancellò tutti i messaggi inerenti a quel lavoro. Spense il pc e passando di fronte allo specchio si fermò...si scrutò e disse, appoggiando il palmo della mano su di esso, quasi bisognosa di carezze: "Andrò avanti, come sempre ho fatto, a testa alta e con umiltà e rispetto...andrò avanti, con il cuore spezzato che si cicatrizzerà. Non sarà certo una stupida delusione lavorativa a fermarmi! Domani si ricomincia piccola....più forte e attenta di prima. Il tuo lavoro è la tua vita... mettersi in gioco ancora, nonostante tutto e tutti." Prese la borsa e uscì a respirare la primavera imminente che già faceva capolino, tra i tiepidi raggi di marzo.

  • 14 marzo 2013 alle ore 15:29
    Come in Cielo..così in Terra

    Come comincia: “…e Marduk sconfisse Tiamat e dai suoi resti creò la Terra…” Se dovessi risalire alle origini della creazione non potrei certo dimenticare i testi sumero/babilonesi che narrano le vicende del Dio Marduk e di come assunse il dominio dei cieli. Al “ giovane toro del sole “ così come viene tradotto il nome Marduk, fu attribuito il numero 50 e il pianeta Giove. Lasci a voi il gusto di documentarvi sulla storia dei Sumeri e Babilonesi e soprattutto vi lascio il giudizio sulla veridicità o non degli eventi narrati, ma da questa prima epica avventura, nasce l’uso di attribuire un pianeta ad un Dio.
    Forse è più nota la Dea Ishtar rappresentata con il simbolo della Luna e meglio conosciuta con il nome egiziano di Iside. Era una Dea che esprimeva la Morte e la Vita, la fecondità e l’ Amore, dotata di bellezza e fascino tale da far cadere ai sui piedi uomini e dei, forse per Ishtar la Luna era cosa da poco; splendeva ogni notte per favorire gli incontri amorosi, attirava gli sguardi di ogni essere vivente e la sua candida luce rilassava anche gli animi dei più cruenti guerrieri, ma tanta bellezza e tanto fascino portano anche a vanità e presunzione e la bella Ishtar non poteva avere solo un semplice satellite quando tutti gli altri dei avevano un pianeta. Per questo motivo, per un cambio di cultura o semplicemente perché come la Luna mostra le sue fasi, le fu attribuito il pianeta Venere e come tale viene ricordata. Inanna, Ishtar, Iside, Afrodite, Venere, tanti nomi per una sola Dea, tanti nomi perché ognuno esprima una caratteristica essenziale o ricordi una storia che le viene attribuita. Da questa passione per i pianeti e per le stelle, dai tempi remoti in cui le vicende celesti venivano rappresentate o narrate sulla Terra, nasce il culto dell’astrologia, l’uso di impersonificare pianeti e stelle con le vicende della quotidianità umana, l’interpretazione dei fenomeni celesti e gli eventi che tali movimenti provocano. Sumeri, Babilonesi, Egiziani, Maya, Greci e via via fino a Paolo Fox, hanno sempre preso in seria considerazione il flusso cosmico e le costellazioni; prima come scienza vera e propria, oggi come semplice scienza occulta, ma radicata fortemente nelle più antiche memorie umane tanto da far si che l’ oroscopo, strumento di divinazione dell’astrologia, sia l’argomento più letto al mondo.
    In questo passaggio temporale ci fu un popolo che fece dei Pianeti il suo culto più famoso. Gli attribuì una casa grande quanto una montagna, gli prescrisse un cibo fondamentale li vestì di sete o armature luccicanti e dette loro poteri e difetti in ugual misura. I Greci adoravano raccontare storie sugli Dei, un po’ per sentito dire, un po’ in qualità di spettatori inconsapevoli di eventi inspiegabili. Zeus cominciò a costruire la dimora degli Dei sull’ Olimpo, armò gli altri con le potenti armi costruite da Efesto ( vulcano ) e sposò Era iniziando la procreazione di divinità e semidivinità. Dodici divinità, come i Titani, ridotti a tale numero perché coincidessero con i segni dello Zodiaco e il gioco ebbe inizio. A Poseidone fratello di Zeus fu dato il mare e mentre a suo fratello venivano attribuite la pioggia, le nubi ecc.. al fratellino ogni cosa che riguardasse maree e tempeste. Giove e Nettuno due fratelli desiderosi di intromettersi costantemente nelle vicende greche, di procreare tra dei e uomini, di innamorarsi delle donne “ sapiens “ e di dare vita e inizio allo sfrenato culto dei pianeti. Oggi come allora, un Dio/Pianeta influenza le vicende terrestri, ti entra in “ casa “ e sconvolge i tuoi ritmi, favorisce gli amori o gli affari, incentiva gli incontri o le sventure. Passano i secoli, ma nulla cambia, nuovi nomi, nuove scienze, nuovi personaggi in giacca e cravatta anziché in toghe e tuniche. Maghi, astrologi, wiccans e cartomanti tutto per scoprire un futuro che è già passato; tutto per scaricare meriti o colpe su stelle e pianeti. Siamo i Greci di ieri con molta meno fantasia e qualche difetto in più per mandare costantemente avanti il nostro piccolo grande Universo. Tutto è come è sempre stato, il Mondo non è altro che uno specchio dove si riflette il Cosmo…. “ così in Cielo, così in Terra “.

  • 14 marzo 2013 alle ore 10:42
    Spring

    Come comincia: La primavera giunge in anticipo e porta con se il cinguettìo degli uccellini, lo sbocciare dei fiori e le foglie verdeggianti delle chiome degli alberi. Sono una writer o scrittrice. Vendere i miei racconti è stato abbastanza semplice, ho trovato un editore e sono subito diventata ricca e famosa. E’ una mattinata soleggiata e mite, mi sono appena svegliata, dolcemente  mi rigiro nel letto e scopro che ho voglia di indugiare ancora per poco, che cosa farò oggi? È un periodo di creatività questo, scriverò di amori felici e penserò di andare in vacanza e di trascorrere giornate perfette passeggiando in riva al mare, mi sento in forma fisica, ben radicata nel mio corpo e con una bella tranquillità mentale. Ieri ho cucinato una cena gustosa, ho avuto successo con i miei amici, mi fa piacere cucinare per loro, ricorrere a ricette che trovo su libri o giornali e poi realizzarle a modo mio. Ci vuole un tocco personale, quindi se anche la ricetta non è eseguita alla lettera poco importa, anzi meglio, sono convinta che mettere “del nuovo” sia sempre gradito e sorprendente perché ciò che differenzia ognuno di noi dall’altro è proprio il fatto che tutti abbiamo qualcosa di positivo da dare ed è sempre ben accetto. Che dire quindi, ovviamente a volte si ricorre a questa espressione del “non so che cosa dire o non so che cosa fare”, la verità è che si può sempre dire qualcosa, si può sempre correggere, rivedere, riprovare e per una come me che vede il mondo rosa e farcito di buoni propositi, mi appresto a scrivere questo racconto. Un racconto che probabilmente non dirà nulla che non sia già stato detto ma certo è speranzoso, pacato, dolce. Lettere azzurre per dedicare un messaggio di salute e gioia, per vivere a pieno la vita, fitta di incontri, parole, senza metafore ma schietti colloqui intrisi di bellezza. Un luogo dove il lavoro è impegnativo e piacevole, dove ognuno segue le proprie attitudini e non si consuma nell’ambizione.  Concludere la giornata dedicando tempo ed energie agli affetti, in un continuo movimento di elargizione di positività.
    Ed ecco che nasce un personaggio da fiaba, preciso nelle movenze ad un cavaliere errante che dopo aver trovato la sua principessa vivono felici e contenti nel loro castello. Scontato? Può essere, ma perché non desiderare che si realizzi, come i giorni che scorrono possono sembrare uguali a se stessi così si può decidere di gestire la propria esistenza priva di pericoli, contornata da benessere e ricchezza. I desideri si realizzano perché lo vogliamo intensamente, perché crediamo in noi stessi e come uno scritto benefico tale da sembrare una brezza primaverile, sappiamo che è così. Un focolare inteso come in seno alla famiglia ma anche come il calore di una stufa a legna che, di sera viene accesa per riscaldare ciò che rimane dell’ultimo scorcio di freddo. Ripenso ora a questo, mentre mi vesto, tra un po’ farò colazione poi controllerò la lavatrice e programmerò l’asciugatura che segue il lavaggio fatto ieri. Un bucato profumato, è un gesto di benevolenza come lo sono le pulizie della casa e l’adornare il tutto con delicati gesti femminili che colorano e allietano, non so per esempio dei soprammobili scelti con cura e posizionati proprio dove stanno bene: arredano. Sembra essere una caratteristica tutta delle donne, quel gusto impeccabile di rendere la propria dimora un posto piacevole dove trascorrervi il tempo, dove ricevere gli ospiti, fare telefonate, e perché no chattare. La casa, incantevole cantuccio di abitudini, di caffè che gorgoglia e aroma che pervade le pareti e sembra uscire anche dopo, quale lieta novella si espande e trova spazio per unire la convivialità, lo sappiamo che l’unione fa la forza ed e questa che abbiamo assodato e continuiamo ad avvertire, in un’emozionante passare di mano in mano, ci sentiamo bene,  guariti grazie alla bellezza delle giornate. E se l’amore tutto può, sapremo sempre che in quell’angolo che ci permette di ritrovare noi stessi, la gioia è presente e nulla ci turba. Conosciamo il denaro e lo spendiamo per compere che ci gratificano, ciò mi ricorda che frequento spesso i negozi di scarpe e di abiti, adoro guardarli e acquistarli, tornare a casa con confezioni regalo, vistose e allegre. Fare regali e riceverli, anche senza ricorrenze speciali, solo per scorgere la felicità nelle persone, per aprirmi a loro e lasciare che mi corrispondano è un’altra delle tante note che rendono ogni più minimo movimento un qualcosa che prosegue verso la completezza. E’ un puzzle preparato con cura pezzetto dopo pezzetto, unito con pazienza, accorgendosi dell’avanzare della figura. Un paesaggio naturale, montano, campagnolo che prende forma, praticamente è come se si costruisse da sé, in realtà segue un dettame preciso, la mia volontà, la mia perseveranza, il mio impegno. Next: prossimo e avanti fino ad un quadro. Ecco, questo volevo scrivere, come una scrittrice che si rispetti, anche buona lettrice, del quale stile si potrebbe anche obbiettare, nella scrittura intendo, qualcuno potrebbe chiedersi come mai alcune parole inglesi interrompano il normale proseguo del racconto. Niente di tanto incredibile, boh.., così, semplicemente un accattivante inserto che attiri l’attenzione, che crei un’interruzione, una pausa, tra un concetto e un altro. Una versione gentile e innovativa, un rapportarsi alla letteratura che si esponga, che non rimanga ferma a ciò che è già certo e quindi ripetitivo, quindi se la narrazione è giunta ad un punto in cui ci si interroga sull’argomento di cui scrivere, io mi interrogo invece sul comprendere come rinnovare lo stile, spunti provengono da ogni “dove”, la strada, per esempio, fulcro della società, in un andirivieni di persone e situazioni diverse, mi accorgo che il mondo racchiude proprio in questo la sua bellezza. 

  • 13 marzo 2013 alle ore 15:04
    L'uomo e la bestia

    Come comincia: "Quando monta la rabbia l'istinto prende il sopravvento e scatta la violenza"
    Quante volte uomini di ogni razza e ceto sociale si sono nascosti dietro queste parole per giustificare le violenze inflitte alle donne.
    Non c'è scusa più falsa.
    Gli animali si uccidono per la sopravvivenza e le nuove scoperte scientifiche hanno portato alla luce aspetti che li rendono più umani. Provano emozioni anche loro, sbagliano e ne subiscono le conseguenze, punto.
    No, l'uomo, il maschio in particolare, si autoproclama superiore. Il machismo esiste da sempre, sembra un male inestirpabile. Oggi sappiamo che il cervello delle donne è più intelligente di quello dei maschi. Senza entrare nel merito della questione ritengo verosimile la cosa confermando una mia teoria. I ragionamenti complessi delle donne risultano spesso troppo difficili da capire per noi uomini, le donne dovrebbero quindi armarsi di un ulteriore dose di pazienza per cercare di farci comprendere il loro splendido universo e qui nascono i problemi. L'uomo ha la cattiva abitudine di non saper ascoltare, di vivere al motto di: Sto bene io, stanno bene tutti" Invece dovremmo sforzarci di capire queste splendide creature che la natura ci ha affiancato, sono loro a sopportare noi, non il contrario. E' giusto che ci siano divergenze e opinioni diverse, ma la violenza porta nel baratro del nulla.
    Picchiare, molestare,umiliare una donna. Probabilmente crea soddisfazione e godimento in tanti uomini, li fa sentire superiori.
    Capita di sentire notizie di violenza e con mia moglie ci scambiamo delle opinioni,. A volte non si è sempre d'accordo, poi la guardo e penso di essere l'uomo più fortunato del mondo. La mia non vuole diventare una sviolinata per lei, dico solo che le donne sono meravigliose con tutte le loro sfaccettature. Vivere accanto ad una donna è una continua scoperta, un'eterna ricerca della felicità.
    Apro il giornale: <donna massacrata di botte dal marito geloso> <ragazza seviziata dal branco> <padre uccide la figlia che voleva andare in discoteca> <figlio sgozza la madre dopo un rimprovero> <operaio butta dalla finestra la moglie> <benestante trucida l'amante che chiedeva affetto> e via tutta una serie quotidiana di atti atroci più o meno indescrivibili.
    Chiudo il giornale, sono un uomo sposato con figli, due maschi e una femmina e mi fermo a pensare, scavando nel profondo del mio animo e trovo, ben nascosto, un angolo piccolo e buio. Ma come, da quando si trova lì? A questo punto mi spingo fino in fondo e mi addentro al buio trovando ciò che non vorrei.
    Sta dormendo, tranquilla. E' la bestia che si nasconde in ogni maschio, mi spavento, lancio un urlo; lei non mi sente. Scappo e torno alla realtà, la bestia non mi avrà mai, ma adesso che l'ho trovate dovrò sempre stare attento a non svegliarla.
    Riapro il giornale: <ottantenne pubblica una poesia d'amore rivolta alla moglie per il loro anniversario> <ragazzo chiede scusa alla fidanzata per averla offesa> padre di famiglia aiuta la moglie nelle faccende quotidiane, la donna: "fa il suo dovere"> <fratelli si ribellano al branco e denunciano le loro malefatte>
    Sospiro. Ci sono tanti bravi uomini, la maggior parte, non lasciamo che la bestia abbia il sopravvento.
    Amiamo le donne e rispettiamo le persone, femmine e maschi, indistintamente.

  • 13 marzo 2013 alle ore 9:00
    Il maestro racconta, perdono?

    Come comincia: Stava viaggiando a 240 km/h sulla sua nuova porsche nera e tirata a lucido. Non aveva mai avuto la passione per le macchine e si domandava chi o cosa l'avesse spinto a spendere 220 mila euro per un'automobile.
    "E chi se ne frega" parlava da solo. "Adesso che ho un pacco di soldi me la voglio proprio godere"

    Due settimane prima.
    "Fai almeno finta di ascoltarmi quando parlo, sii uomo qualche volta" Sua moglie aveva ragione, come sempre. A lui non interessava niente, la lasciava blaterare e poi faceva a modo suo, sbagliando spesso. Rispose gentilmente, era un tipo tranquillo.
    "Hai perfettamente ragione cara, sei il mio amore."
    "La tua ironia del bip mi fa venire i nervi, lo sai" Lei era spazientita [certo che lo so] fu il suo pensiero.
    Sposati da ventudue anni avevano due figlie di ventuno e diciannove anni. Splendide ragazze erano per molti versi uguali alla madre: belle, intelligenti e ben educate. Bravissime negli studi, stavano superando la terribile età adolescenziale senza danni irreparabili ed erano legatissime ai genitori pur provando una sorta di amore compassione per il padre che invece non ne combinava una giusta.
    Lui, abbandonati gli studi dopo un anno di superiori, aveva fatto decine di esperienze lavorative, dal facchinaggio al lavoro in fabbrica, dall'aiutante in cantiere al commesso e via via tutta una serie di impieghi, sempre con la testa tra le nuvole. Era un sognatore, ma a quarantanove anni non era ancora in grado di occuparsi della propria famiglia e in questo momento, come capitava spesso, era disoccupato. Aveva mille progetti in testa, tutte idee per poter finalmente realizzarsi e dire "Io sono questo, io sono quello"
    Per fortuna la moglie sostentava tutta la famiglia. Suo padre era titolare di una piccola azienda e lei, con il fratello, lavorava presso la ditta come impiegata e factotum. Il suo stipendio aveva permesso una certa agiatezza economica tanto da rendere ininfluente l'apporto finanziario del marito. Anche per questo motivo lui non si dannava mai più di tanto per cercare un posto di lavoro, ma adesso lei aveva la bava alla bocca.
    "Sentimi bene Carlo. Io sono stufa di vederti bighellonare per la casa in cerca dell'ispirazione giusta per fare non si sa cosa. Hai cinquant'anni e ragioni ancora come Peter Pan. Datti una mossa, non voglio che le ragazze debbano vergorgnarsi di un lazzarone come te, sono stata chiara?"
    "Chiara, Francesca, Benedetta...."
    "Smettila!" Urlò la moglie. Si guardarono negli occhi, lui la amava come il primo giorno, lei ogni tanto dubitava; ma quello sguardo! Scoppiarono a ridere e lei per non finire a far l'amore prese un cuscino dal divano e lo lanciò in faccia al marito.
    "Spicciati, vai a fare qualcosa. E da lunedì ti metti a cercar lavoro sul serio"
    "Agli ordini comandante" Rispose lui imitando il saluto militare. Vai a far qualcosa le aveva detto. Chiamò immediatamente un paio di vecchi amici e si accordarono per trovarsi al bar per bere l'aperitivo. Avrebbe offerto lui, doveva festeggiare; da lunedì si sarebbe messo a cercare un lavoro serio, lo doveva alla moglie e alle figlie.
    I due amici arrivarono in sella ai loro scooteroni. Erano amici d'infanzia, gran lavoratori e con famiglie stabili al contrario di lui che viveva nel suo mondo.
    La ragazza del bar era sempre gentile, li conosceva da anni e loro si comportavano con lei come tre adolescenti alla prime esperienze. era un dare avere che dava soddisfazione reciproca; a lei piacevano gli apprezzamenti e loro continuavano a far finta di esser giovani.
    "Allora Carlo. Stavolta tua moglie ti ha ben strigliato, adesso cosa fai?" Luca era il saggio dei tre.
    "Bhee, Adesso ordino un altro giro" rIsero tutti e tre "<Carlo> mi ha detto <cresci, non sei più un ragazzino>" lui sdrammatizzava sempre. Ettore, che era un giocherellone come lui, proseguì "Tu gli hai detto <cara, ti amo e poi ho quasi cinquant'anni, sono cresciuto>" altre grasse risate. La ragazza del bar arrivò con il secondo giro di aperitivi. Il locale era affollato, come tutti i sabati mattina. La primavera porta con se quella carica di energia che risveglia i sensi e rende tutti più allegri. Potenza della natura.
    "Questa volta devo farla felice, è una vita che mi sopporta. Non credo che sarà tanto semplice ma vedrò di provarci seriamente" Ettore e Luca si guardarono ridacchiando, conoscevano Carlo da sempre e sapevano come giravano le cose a casa sua. Lui era un brav'uomo e sua moglie una mezza santa, ma era la donna che tirava avanti la baracca e lui con gli anni si era abituato a fare il parassita. Non aveva neanche l'orgoglio tipico degli uomini in quelle situazioni; a lui stava bene così. Non si sarebbero meravigliati se la settimana dopo lì, in quello stesso bar, avrebbero assistito al suo spettacolo di autocommiserazione. Questo era Carlo, prendere o lasciare. I bicchieri nel frattempo si erano vuotati e Luca, con un cenno della mano, ordinò alla ragazza un altro giro, che nel volgere di un paio di minuti fu loro servito.
    "Carlo sei sempre il solito buffone. Quando Rosanna ti mette alle strette parti in quarta con propositi bellicosi e dopo qualche giorno sei punto a capo"
    "No Luca. Questa volta mi devo mettere d'impegno. E' vero che faccio sempre mille promesse e poi mi areno al primo ostacolo, ma stavolta dico davvero"
    "Non sparar cazzate. Ti conosco da quando andiamo alle elementari e non sei riuscito a fare mai niente di quello che ti proponevi. Hai la fortuna di avere tua moglie che ti mantiene, cacchio te ne frega?" Ettore non andava mai per il sottile, Carlo non si sarebbe offeso. Infatti rispose candidamente
    "Non hai tutti i torti, si vive una volta sola. Propongo un brindisi" I bicchieri erano nuovamente vuoti e la ragazza, che li conosceva, sapeva che piega stesse prendendo la mattina di quei tre. Al sesto giro ormai era l'alcol che la faceva da padrone. I discorsi seri e impegnati erano lentamente scivolati in fonfo al cesso, il loro tono e le loro fesserie attiravano gli amici e i conoscenti che non facevano altro che ridere. Ad un tratto Luca ebbe uno sprazzo di lucidità e con voce strascicata disse che era tardi, a casa lo aspettavano per il pranzo.
    "Ah ah! Perchè tu adesso hai fame? Ah ah!" Ettore rideva senza ritegno "Io il mio scooter devo lasciarlo qua, non ci provo neanche a guidare o il primo palo è mio" Gli avventori presenti erano divertiti dal siparietto. La ragazza del bar li conosceva bene e sapeva come prenderli.
    "Luca, tu sei in grado di arrivare a casa?" Luca era un omaccione alto un metro e novanta abbondante per più di un quintale di peso. Reggeva bene l'alcol e rispose deciso "Sono allegretto, ma non temere, mi arrangio"
    "E tu Ettore?"
    "No, no. Io no. Metti il mio scooter nel retro, passerò a prenderlo. Vado a casa a piedi" Carlo si avvicinò all'amico "Aspettami. Vengo con te. Un momento che pago i miei giri" si avviò barcollante alla cassa. Il bar si stava vuotando, era ora di pranzo, la ragazza lo accompagnò gentilmente e gli preparò il conto.
    "Senti ragazzina" Carlo era brillo e disinibito "Adesso mi dai sei numeri del superenalotto e se vinco scappiamo insieme ai Caraibi, ok?"
    "Si Carlo, si. E poi facciamo il giro del mondo in panfilo"
    "Davvero. Dammi i numeri" vista l'insistenza lei allungò una mano per prendere una scheda precompilata. Per un attimo le era parso di vedere un'ombra vicino alle schede e una di esse era scivolata a terra. [Forse è un segno del destino] pensò e fece la giocata.
    "Ecco Carlo, così vai a casa tranquillo e vedete di non fare danni voi due"
    Ettore prese sotto la sua spalla l'amico che era più brillo del solito. Piano piano e non senza qualche difficoltà i due amici arrivarono alle rispettive abitazioni. Carlo pregò tutti i santi in cielo che le sue donne non fossero in casa. La porta era chiusa a chiave, buon segno, infatti la casa era vuota "Grazie santi miei" Si trascinò quindi in bagno e si schiaffò in doccia. Sotto l'acqua gelida ripensò alla mattinata appena trascorsa, dapprima ridendo poi man mano cadendo in depressione [paturnie post sbornia] fu il suo pensiero. Dopo aver fatto la doccia si accorse di non essere così ubriaco e decise di preparare da mangiare anche per le sue donne. Quando sua moglie entrò in casa avvertì subito i profumi penetranti provenienti dalla cucina, si affacciò alla porta e trovò il marito indaffarato sui fornelli. Lo conosceva troppo bene.
    "Come è andata stamattina?" Lui evitò di girarsi a guardarla fingendosi troppo impegnato e rispose
    "Tutto ok cara. Ho fatto un salto al bar e ho trovato Luca ed Ettore che bevevano il caffè"
    "Si, li hai trovati, a bere il caffè ovviamente. E tu, hai bevuto il caffè?" Lei aveva notato la voce malferma del marito, che pur mettendocela tutta non era riuscito a parlare in maniera fluida e decisa.
    "Si, si. Poi abbiamo bevuto un aperitivo e sono venuto a casa, a preparare il pranzo"
    "Un aperitivo, non l'aperitivo" non aveva minimamente creduto ad una parola "Carlo! Fammi vedere gli occhietti" Carlo si girò verso di lei molto lentamente, troppo, i suoi occhi erano una confessione.
    "Senti, vai in camera a dormire. Alle ragazze dirò che ti sei dato da fare tutta la mattina ed eri stanco. Poi stasera ne riparliamo" Era andata meno peggio del previsto, ma l'atteggiamento della moglie rendeva ancora più grande la sensazione di sconfitta e sconforto. Per qualche minuto fu assalito da pensieri tristi e malauguranti, senso di colpa e certezza di essere un fallito. Poi la stanchezza prese il sopravvento e crollò in un sonno profondo.
    Sua moglie era seduta sul letto, ai suoi piedi. La finestra socchiusa lasciava entrare gli ultimi raggi di sole di una splendida giornata primaverile.
    "Le ragazze hanno già cenato e sono uscite. Mi hanno chiesto di te e ti salutano affettuosamente. Adesso ti alzi a mangiare qualcosa o pensi che ti porto la cena a letto?"
    "Uhau! Sarebbe splendido" stava decisamente meglio.
    "Alzati imbroglione! E io che mi preoccupavo per te"
    Lui afferrò la su amano e delicatamente la tirò a se. Si baciarono con passione. "Ti amo Rosanna" "Anche io, ma adesso alzati e vieni a cenare"
    Carlo rimase di pietra. La tavola apparecchiata per due con tanto di candela accesa e il profumo di carne stufata con patate arrosto che lui adorava.
    "Non sapevo se stappare la bottiglia di rosso, visto la tua mattinata"
    "Apriamola e brindiamo al nostro amore" confermò lui.
    Cenarono tranquillamente, chiacchierando del più e del meno come due giovani fidanzati, toccando argomenti frivoli e poco impegnativi. Adesso che le figlie stavano diventando autosufficienti e dimostravano tutte le loro splendide doti, potevano permettersi, a volte, di escluderle dai loro discorsi. Carlo aspettava però l'attacco della moglie, anche lui la conosceva bene. Ed infatti, mentre gli voltava le spalle intenta a preparare il caffè, partì alla carica.
    "Quindi stamattina vi siete divertiti come ragazzini e non ti è passato minimamente per il cervello di sbatterti a cercare un lavoro, vero?" La tattica della donna era chiara, adesso che lui si sentiva tranquillo e appagato era vulnerabile. Lo scopo era quello di irretirlo per innescare la discussione. Carlo conosceva quasi tutte le tecniche della moglie. Ora lei si aspettava una sua risposta spazientita, delle scuse nel vano tentativo di arrampicarsi sui vetri, così avrebbe potuto scatenare  il suo monologo investendolo di richieste e accuse. Oppure avrebbe potuto rispondere con ironia <si cara, ci siamo divertiti un sacco e dopo una bella dormita questa cenetta al lume di candela è stata un vero spettacolo> In questo caso l'avrebbe mandata su tutte le furie, scatenando una reazione ben peggiore di un monologo. Optò per la diplomazia seria e coerente nel tentativo di spiazzarla
    "In effetti abbiamo superato il limite, hai ragione e neppure per un attimo ho pensato di andare in giro a disturbare la gente al sabato mattina. Non sto neanche qui a farti mille promesse di quel che farò o no. Lunedì mi alzo come al solito e comincio il mio giro cercando magari di metterci un pò più di entusiasmo e volontà" Era il massimo che poteva dire e fare. Lei lo sapeva e si era accorta della sua sincerità. Versò il caffè nelle tazzine senza dir nulla. Si scottarono la bocca nella fretta di bere e poi finirono in camera.
    La notte movimentata li tenne a dormire fin dopo le undici della mattina. le ragazze erano già uscite e Rosanna preparò il caffè. Il profumo della bevanda raggiunse le sensibili narici di Carlo che in pochi balzi raggiunse la moglie in cucina. Adesso lei voleva capire.
    "Ieri sera dicevi sul serio? Domani ci metterai un pò più di convinzione?"
    "Si tesoro. Non ti prometto nulla, domani mi alzo e vado alla ricerca"
    "Carlo, ascoltami. In ditta le cose si fanno sempre più difficili. La crisi si sente, i clienti non pagano e anche se abbiamo buone prospettive è probabile che dovremo rivedere gli assetti societari e ricalcolare i compensi. A spanne io dovrei rinunciare a circa il venti per cento del mio stipendio, comunque sufficiente ad andare avanti, ma un tuo apporto garantirebbe ulteriore sostegno alle ragazze" Le ragazze. L'unico argomento che lo scuoteva erano le figlie. Sua moglie stava dicendo che il momento difficile li stava per colpire e bisognava fare ulteriori sacrifici in funzione delle figlie. Non era del tutto vero, ma lei riusciva a farglielo credere, era l'unico modo per destarlo dal torpore.
    "Va bene, va bene. Ho capito. Serve un maggior apporto economico da parte mia" Lei aveva vinto.
    "Ecco, bravo. Vado a farmi una doccia, tu prepara il pranzo, grazie"
    "Preparò delle tartine e dell'affettato.Tostato un pò di pane apparecchiò la tavola per due. Le figlie erano in giro con gli amici. Stava scorrendo i canali della tv con il telecomando quando su una emittente locale lo colpì una notizia.<Vinti centoventidue milioni di euro al superenalotto> E poi il servizio proseguiva con le interviste ai proprietari della fortunata ricevitoria e di tutti gli avventori. [Cazzo! E' il mio bar] Un brivido gli scosse la schiena, prese il portafoglio appoggiato sul tavolo della sala ed estrasse il suo tagliando. Sintonizzò la tv sulla pagina televideo con i numeri vincenti: 3-6-23-29-72-90. Cominciò a tremare, poi gli venne un attacco di ridarella che si trasformò rapidamente in un pianto isterico. Si sentì schiacciare da una pressione invisibile. Non riusciva ad articolare i movimenti del suo corpo e il cervello suonava violenti campanelli d'allarme. La gola si chiuse e l'impressione di soffocamento lo stremò. Infine, con uno sforzo degno di Ercole, rilesse con calma i numeri stampati sulla sua schedina e li confrontò con quelli sul video. Erano i suoi, aveva vinto. Dalla gola uscì un urlo liberatorio "Ho vinto! Vinto, vinto, vinto. Sono ricco, siamo ricchi sfondati" Sua moglie, che nel frattempo aveva finito di far la doccia, corse in cucina a vedere cosa stava succedendo. Trovò il marito che zompettava e strillava attorno al tavolo, come un indiano intento ad eseguire la danza della fertilità intorno al suo totem. "Carlo! Carlo! Sei impazzito" non la sentiva, era in preda al delirio. Lo afferrò per un braccio "Carlo! Fermati, ascoltami! Cosa stai facendo?" Lui si fermò e la guardò come fosse appena sbarcato da Venere. "Siamo ricchi, ricchissimi!" Lei continuava a non capire.
    "Guarda tesoro, guarda. Sei, sei al superenalotto. più di centoventi milioni e sono nostri" e riprese a saltare come una cavalleta. Lei afferrò la schedina e controllò numeri, data e numero di giocata; coincideva tutto, erano ricchi. Come colpita da una clava, crollò a terra in ginocchio. Anche lei cominciò ad avere degli spasmi incontrollati. Si rialzò e cercò di restare lucida, ma lui la afferrò  e la coinvolse nel suo ballo senza senso, urlando e cantando.Ma la mente analitica e razionale della donna riprese il controllo della situazione. "Basta. Adesso basta, fermati" Lui si sentì come quel bambino che ha appena ricevuto in dono la batteria e non puo suonarla. Si fermò fissando smarrito la moglie. "Fermati Carlo. Datti una calmata" adesso lui la sentiva. "Se quel biglietto è vero e non uno dei tuoi soliti scherzi, siamo nei guai" L'uomo non capiva. Forse l'eccitazione gli disturbava l'udito, forse sua moglie non aveva detto nulla, ma la sua espressione valeva più di mille parole.Tentò di essere diplomatico e domandò per conferma "Hai detto che è un problema?"
    "Si, ho detto che è un problema; un grosso problema" addio diplomazia.
    "Sei impazzita! Abbiamo tra le mani una fortuna che risolve tutti i nostri problemi e tu mi dici che è un grosso problema? Stai delirando?"
    "Tu stai delirando. I problemi li ha risolti a te che adesso in maniera definitiva non farai più niente nella vita visto che per te lavorare è solo ed esclusivamente una questione di soldi"
    "Ovvio. Si lavora per i soldi e adesso che ne abbiamo un pacco chi se ne frega di lavorare. Io mi dedicherò ai miei hobby, tu puoi ritirarti dalla ditta di tuo padre così gli risolvi il problema del nuovo assetto societario. Magari gli stacchi un assegno così si sistema. Le nostre figlie e tutte le generazioni a venire avranno il futuro assicurato. Io e te possiamo goderci la vita"
    "Sei il solito egoista! Io tengo alla ditta di mio padre, è una parte della mia famiglia, non un giocattolo"
    "Ma anche a loro non faranno schifo un pò di quattrini piovuti dal cielo e poi non mi dirai che hai a cuore le sorti di un'azienda agonizzante dove per anni hai sgobbato come un somaro e adesso devi anche ridurti lo stipendio. Pensa a noi due" Aveva passato il segno, lei lo fulminò con lo sguardo.
    "Il somaro ti ha sempre permesso di sollazzarti nel tuo mondo fiabesco. il somaro ha dato il sangue per tenere in piedi l'azienda che fino ad oggi ci ha mantenuti. Io volevo discutere con te di questa cosa fuori dalla nostra portata, ma vedo che ti ha già dato di volta il cervello. Non sono i soldi che fanno gli uomini e tu non sei un uomo" Lui fece per replicare ma la moglie era già uscita dalla cucina, discorso chiuso.
    Roba da matti. Avevano vinto una cifra che avrebbe sistemato la loro famiglia per generazioni e lei sollevava dei problemi. Non pranzarono, avevano perso l'appetito. La giornata scivolò via silenziosa, lui continuava a non capire ed era arrabbiato. Sua moglie, la donna che amava, non gli parlava perchè aveva vinto tutti quei soldi. No, era lei anormale, bisognava festeggiare. Uscì di casa sbattendo la porta e si diresse al bar. C'era gente che festeggiava ancora. Strano, pensò Carlo, la crisi attanagliava il paese, conosceva quasi tutte le storie dei presenti e sapeva che tutti in qualche modo avevano problemi economici. Eppure erano lì a festeggiare, spendendo un sacco di soldi per una vincita non loro. Bastava poco per mettere di buon umore la gente. Udiva i commenti, voci urlanti e strascicate. L'alcol scorreva a fiumi e l'euforia aveva contagiato tutti, anche chi di solito stava tranquillo nel suo angolo.<Magari è tuo fratello e non te lo dice> <Gli spezzo il collo, ho il mutuo sulla casa e sono in disoccupazione> <Magari non è del paese> <La Susanna dice che è del paese> <Certo! Lei lo sa e se lo porta a letto così gli spilla i quattrini> <E se è una donna> <Tranquillo, per soldi si fa anche una donna> E via discorrendo tutta una serie di commenti tra il serio e il faceto che riempivano il locale di un frastuono da sagra di paese. Carlo riuscì ad avvicinarsi a stento al bancone, dove i due titolari e la Susanna facevano fatica a servire tutti i clienti.
    "Mi fai un caffè doppio?" Tutto quel trambusto, quell'euforia. Avrebbe voluto urlare <sono io il vincitore!> Susanna gli porse il caffè e lo fissò con uno sguardo inequivocabile. Aveva capito.
    Dopo un paio d'ore erano a casa di lei e nel volgere di un attimo si trovarono avvinghiati a letto. Erano da poco passate le due e lui si svegliò in preda al panico. Cosa aveva fatto? Lei si tirò su e completamente nuda si diresse in cucina. Il bagliore dei lampioni stradali ne delineavano il corpo perfetto, Carlo era eccitatissimo. Lei tornò con un contenitore, lo aprì e si apprestò a compiere un gesto chiaramente familiare.
    "Ne vuoi un pò?" Carlo era sempre stato lontano dalle droghe. Non era un puritano, ma le considerava porcherie nocive alla stregua di veleni.

    "Certo come no, dai qua" Passarono il resto della notte drogandosi e facendo sesso e all'alba lei si  preparò per andare al lavoro.. Lui era stravolto e si chiedeva cosa avrebbe detto sua moglie. Susanna stava uscendo e si voltò verso di lui affermando
    "Abbiamo un patto noi due, prenota i biglietti per i Caraibi"
    Cosa aveva fatto? Rientrò a casa in tempo per incontrare la moglie. Faticò a guardarla, la notte di bagordi aveva lasciato il segno. Lei lo osservò un istante e poi con tono glaciale disse
    "Ovviamente oggi non vai a cercarti un lavoro" e uscì di casa lasciandolo nella sua disperazione.
    Susanna gli aveva lasciato un pò di droga,. Aveva deciso  di buttarla nel water ma ripensandoci decise di farsela tutta; aveva cambiato idea.
    Si recò in città, presso un notaio conosciuto in precedenza. In breve riuscì ad ottenere una linea di credito con un ente affiliato ad una finanziaria avendo a disposizione da subito tre milioni.
    Per due settimane si diede alla pazza gioia, folleggiando con la ragazza del bar fino all'esaurimento. Le sue fugaci apparizioni a casa coincidevano sempre con gli orari in cui le figlie non erano presenti. Incrociò qualche volta la moglie, che fiera e orgogliosa non gli rivolse mai la parola, nessuna domanda, niente.
    Quel sabato mattina doveva andare a ritirare la macchina nuova e gli serviva un documento che teneva nella cassaforte di casa. Aspettò che passassero le nove, così anche sua moglie sarebbe stata fuori. Invece la trovò ancora in casa. Si defilò e andò a recuperare il suo documento. Stava per uscire furtivamente, come un ladro, quando con la coda dell'occchio vide il volto di sua moglie e per un attimo si bloccò. Chiaramente lei aveva appena finito di piangere, non piangeva mai, la donna forte che sopportava tutto, o quasi. Non si parlavano da due settimane ma non riusciva a muoversi per andarsene, qualcosa lo bloccava. Dalle sue labbra uscirono alcuni suoni sconclusionati. Poi con uno sforzo estremo articolò due parole con un senso.
    "Tutto bene?" lei sollevò il capo chino, lo guardò come si trattasse di un soprammobile.
    "Le tue figlie, hanno chiesto di te" Una amazzata in testa gli avrebbe causato meno danni. Un conato di vomito gli salì dalle viscere. Sapeva che restando lì sarebbe stato stritolato dall'angoscia, così, senza nessuna risposta, scappò via; aveva una macchina da ritirare.

    "Anzi, vediamo a quanto arriva questo gioiellino" Accelerò, 250,260,270 km all'ora e saliva ancora.
    Un bagliore improvviso si parò davanti ai suoi occhi,accecandolo. Frenò bruscamente, per fortuna quel bolide era dotato di sistemi di frenata all'avanguardia e tutta una serie di sensori e pompe idrauliche tennero la vettura sulla carreggiata. Adesso viaggiava a meno di 70 km orari. Si fermò alla prima piazzola, scese dall'auto e vomitò violentemente. Risalì in macchina si ripulì e scoppiò in un pianto frenetico, singhiozzando e gemendo.
    Rientrò a casa e trovò la moglie piangente dove l'aveva lasciata, in cucina. Prese una sedia e si pose di fronte a lei. Si fissarono per un attimo, sguardi vuoti. Poi lui parlò
    "Ho visto la morte, da una parte. Dall'altra la vita, ho visto te. Scusa, ho sbagliato, perdonami se puoi"
    Il suo viso si illuminò di una gioia immensa, lo sguardo di lei era tornato quello della donna che amava. Nessun contatto, nessuna foga, lei si limitò a dire due parole fondamentali
    "Ti perdono"

    "Vi è piaciuta la storia? Il mondo è pieno di problemi ma se scaviamo nel nostro animo ci sono parecchie cose buone. Il saper perdonare è una di queste" Tutti i presenti erano attenti e uno disse
    "Magari lo ha perdonato per tutto quel mucchio di soldi che aveva vinto"
    "No, no. Con quei soldi hanno avviato attività benefiche. Ma questa è un'altra storia"
    "C'è la racconti maestro?"
    "Un'altra volta, adesso sono stanco. E ora, chi mi prepara una cioccolata calda?"

  • 12 marzo 2013 alle ore 20:27
    vivere

    Come comincia: Vivere asciugandosi lacrime con le dita sporche di fango è come aspettare l'autobus e all'arrivo scegliere di camminare a piedi scalzi sotto la pioggia facendosi così cancellare ogni orma. Ho preferito nascondermi nella nebbia trai raggi di luce che mi lasciano i ricordi del sorriso. Torno indietro, giusto per capire qual'è la meta e già mi perdo nel buio di un silenzio assordante che schiaccia il mio sguardo verso il tuo.
    La salvezza sta nella prosa di quello che è già vissuto che tra un dolore e l'altro mi ha portato a sbagliare, per amor tuo, Felicità!
    Restano solo brindelli di quella bambina che sorride innocente tra le braccia della madre, nella culla della luna che le accarezzava le guance, dolcemente. Oh, felicità, prenderei il treno verso te e sparirei nella nebbia tenendoti stretta al cuore, parole. Troppe parole.
    Ora mi restano solo le mie mani, e scrivo, e scrivo e scrivo giusto per conoscermi un po'. Sono cresciuta come quell'albero dal quale raccoglievo i più bei fiori d'estate e che ora non mi permette più di raggiungere il colore dell'infanzia. Così cresce la mia consapevolezza che non mi da più un agancio verso l'ingenuità. Sorrido sai? come una stupida mi lascio crescere dal resto del mondo, troppo sbagliato per permettergli di far parte di me. Resto comunque troppo vigliacca, invece di fuggire sulla luna rimango qui, mi metto in fila confondendomi con il resto delle pecore ed imito la loro inutile esistenza.

  • 12 marzo 2013 alle ore 17:24
    Sul treno

    Come comincia: Tanto valeva la pena farsi coraggio e salire, si guardò indietro e pensò all'acqua cristallina che si era lasciato alle spalle e ai giorni felici ormai lontanissimi.
    Il vagone del treno ero buio e vetusto, si sedette nell'unico vagone dove le chiacchere non erano sparate a decibel esagerati, prese un libro dalla borsa e si fermò a pensare a quante trame di libri che aveva letto da giovane riusciva a ricordarsi ancora.
    Dove era seduto non era di certo come la sua poltrona preferita nella casa delle vacanze estive, un luogo paradisiaco e utopistico nel suo essere così un'oasi di tranquillità.
    "Mi scusi è libero quel posto?"
    Rimase un attimo interdetto di fronte a quella donna, vestiva d'alta classe come se fosse appena uscita da un set pubblicitario e la sua bionda chioma era una splendida cornice per un viso leggiadro come il suo.
    La riconobbe subito nonostante lei ignorasse chi fosse lui, quella persona era la sua vicina di casa quando andava al mare, era una giovane che si diceva essere una vera macchina da soldi sul lavoro e infatti non dormiva quasi mai nella sua abitazione e si vedeva di rado.
    "Prego, è libero si accomodi."
    Si sedette in maniera goffa, il vestito non era solo un'opera d'arte ma era anche parecchio ingombrante e poteva rendere ridicola anche la dama più elegante, appena trovata la posizione più comoda tirò un respiro di sollievo.
    Lui ricacciò il naso nel libro, colonne e colonne di parole senza senso, la sua mente vagava in fantasie via via sempre meno caste e sempre meno adatte ad un luogo pubblico.
    Non era da lui quello che stava capitando nel suo animo, quel battito impazzito del cuore e quel desiderio animalesco erano i sentimenti di un altro ne era consapevole.
    Si alzò ben attento a recitare per bene il ruolo della persona tranquilla e a capo chino senza guardarla negli occhi si accinse ad uscire dallo scompartimento.
    Percorse il corridoio con passo svelto e celere al bagno, dove ricomporsi si diceva tra sè e sè, mentre le chiacchere provenienti dalle altre cabine non lo sfioravano nemmeno.
    Arrivato a destinazione pose la mano sulla serratura ma la porta non si aprì e una voce fastidiosamente graffiante lo redarguì, stette fuori ad aspettare e cercò di placare quella sciocca insicurezza e tutto quel trambusto interiore.
    "Mi scusi devo cambiare il mio bambino, posso passarle d'avanti?"
    Una donna grassoccia e con i capelli in disordine lo guardava con aria afflitta, in braccio un piccolo frugoletto piagnucolante, era evidemente un'urgenza che non permetteva ulteriori ritardi.
    "Certamente signora si figuri.."
    Si fece da parte e lasciò alla signora il posto in fila, non trovò nula di meglio da fare che provare ad indovinare quale vita conducesse quella figura non troppo attraente, un modo come un altro per ingannare l'attesa e mettere un freno alle proprie tentazioni.
    Distratto dai propri pensieri non si era accorto della figura che ora usciva dalla toilette, un uomo alto e magro con i capelli brizzolati e il fiato corto come dopo una corsa, subito dietro di lui una donna intenta a riabbottonarsi la camicetta in fretta e furia ma con aria soddisfatta.
    La madre li guardò scandalizzata ma non si fermò a fare una paternale, prese il pargolo e lo appoggiò alla bene e meglio sulla spalla, aprì goffamente la porta e si chiuse dentro.
    Quando l'uomo uscì finalmente dai suoi pensieri contorti vide che era il primo in fila e si chiese quanto mancava al suo ingresso nel locale, dietro di lui un paio di ragazzotti si passavano le cuffie di un lettore mp3, la musica che ne usciva era a lui sconosciuta e irritante.
    "La ringrazio è stato molto gentile".
    Un vero fulmine di guerra, probabilmente era abituata a cambiare il pargolo molte volte al giorno, sorrise e fece un cenno con il capo.
    Corse dentro la stanza prima che altri individui potessero ascoltarlo, si chiuse a chiave ben bene e con un sospiro si sedette sul water chiuso, era finalmente in un luogo dove poteva rimettersi in sesto prima di tornare nel vagone e sottoporsi nuovamente al difficile esame che lo attendeva nelle vesti di una bellissima e misteriosa donna.
    Il sole che filtrava nel bagno creava un'atmosfera irreale e tutto sembrava galleggiare nell'inquietudine, guardò nello specchio davanti a sè e si fermò a pensare agli anni e anni di sporcizia sopra di esso.
    Quell'atmosfera lo riportò all'infanzia, i pomeriggi estivi passati a cercare vecchi e polverosi ricordi in soffitta, dal lucernario entrava la stessa luce che entrava ora e questo in qualche modo gli fu di conforto.
    Si guardò nello specchio ora pulito con un pezzo di carta igienica e si fermò a guardare l'immagine riflessa, era iniziato il solito interrogatorio e la solita ispezione.
    Vide i primi capelli grigi, quelli che lui chiamava capelli chiari o certe volte biondi giusto per mentirsi ulteriormente, vide alcune zone rade in quella chioma una volta fluente e affascinante.
    Le rughe agli angoli degli occhi potevano far pensare ad un passato nel mondo pugilistico e invece nascondevano solo una pessima cura della propria persona, la verità era che si curava solamente quando era previsto un incontro con un altro essere umano, non vedeva infatti il motivo di curarsi e di mostrarsi in panni migliori se non doveva uscire dallla propria casa.
    Si guardò le grandi mani e cercò di pensare a quale ragazza gli aveva fatto un complimento in proposito, la sua ambizione era di far sentire sempre protetta la persona amata e sperava sempre di suscitare questa sensazione.
    "Sembra ieri che ero un ragazzo delle scuole medie al campo scuola, quello che mi mostra il riflesso invece è solo un volgare trucco."
    Mentiva spesso a sè stesso, cercava di sentirsi speciale o almeno cercava di essere speciale per qualcuno, se non lo fosse allora sarebbe stato solamente un altro individuo qualunque e questa era un'idea che lo rendeva infelice.
    Quella donna seduta vicino a lui prima era veramente affascinante, la sua mente tornò presto a lei e al desiderio di farla sua.
    Si lavò il viso e stette sotto l'acqua gelata almeno cinque lunghi minuti, solo un violento bussare alla porta lo fece ritornare alla realtà.
    "Mi scusi è tutto a posto, sta bene? Stiamo aspettando da molto qui fuori."
    Si sentì a disagio dopo quel rimprovero giunto da una giovane voce, si rese presentabile in fretta e furia e uscì in silenzio sempre senza guardare chi aveva davanti, sapeva di essere osservato dagli altri passeggeri in attesa e ormai evidentemente contrariati.
    Prese il corridoio che lo avrebbe riportato nel suo scompartimento e si soffermò a guardare il panorama che schizzava via a una velocità impressionante dal finestrino, era la stessa magia che lo stregava da bambino quando era in auto con il nonno.
    Non era pronto a rientrare nello scompartimento dove lei lo attendeva, si fermò ancora un attimo rapito dal panorama che il treno in corsa gli offriva.
    Si soffermò a pensare a quante donne aveva giurato amore eterno, a quante volte era finito nel baratro per una storia finita male ed infine a quanto dolore costava rialzarsi dopo l'ennesimo fallimento.
    Anche il rapporto più importante che aveva vissuto era stato liquidato dalla sua ex come se fosse stato una brezza leggera anni dopo, il tempo a volte è crudele e ti costringere a recitare ruoli non tuoi come quello dell'amico.
    "Dai sono stati solo due mesi e sono passati due anni!"
    Queste parole bruciavano sempre nella sua testa e non se ne andavano, a questo punto decise che quello che lo aspettava era francamente meno peggio di quello che aveva rivissuto.
    Aprì la porta scorrevole e senza proferire parola si andò a sedere al suo posto, lei era lì che lo guardava con un pizzico di malizia e un tocco di curiosità.
    "Stavo cominciando a preoccuparmi per lei, è stato via parecchio tempo."
    Lui la guardò basito e cercò di simulare la sorpresa di questa inaspettata confidenza cortese, studiò un attimo quale risposta era la migliore prima di esprimersi.
    "Per usare i servizi c'era una lunga fila, ho dovuto aspettare a lungo."
    Lei rise spensierata e mise via il libro che stava leggendo, era un tascabile dalla copertina rossa consunta.
    "Io mi chiamo Barbara e lei è.. ma certo lei era il mio vicino di casa questa estate al mare."
    Stupito che lei in quei pochi momenti che era nel suo domicilio lo avesse riconosciuto, non seppe bene come reagire.
    "Non ci siamo mai presentati.. anzi a dire il vero ho sempre pensato che fosse sempre fuori per lavoro, i vicini la descrivono come una persona instancabile."
    Lei sorrise e tutto il mondo splendette, questo è uno dei tanti poteri di una donna, sanno trasformare anche il giorno più grigio in un giorno di sole.
    "Mi scusi ma lei non mi ha ancora detto come si chiama."
    Quel rimprovero scherzoso lo colse in fallo, la guardò a lungo negli occhi castani e poi si soffermò un attimo sulle lunghe gambe vellutate.
    "Mi chiamo Alan, piacere di conoscerla Barbara."
    Barbara gli strinse la mano, una stretta forte e decisa che lasciava capire che lei non era per niente il sesso debole, si aggiustò per l'ennesima volta l'ingombrante vestito e sospirò.
    "La gente deve sempre trarre conclusioni affretate Alan, è vero non ero mai a casa ma non per lavoro bensì per recarmi in ospedale da mia madre."
    Avere tatto di fronte a quelle che sono considerate situazioni delicate non era il suo forte, provava un forte distacco anche per i problemi che lo toccavano figuriamoci per quelli di un altro, cercò una frase da dire non troppo evasiva e nemmeno troppo invadente.
    "Capisco, mi spiace molto.."
    Entrarono in una galleria e fu subito buio, nessuno poteva giurare che il mondo fuori in quei cinque secondi di nero totale esistesse ancora e che il tempo non si fosse cristalizzato.
    Tornò la luce e lei era lì a fissarlo quasi annoiata, il sorriso dal suo volto era ormai sparito e aveva lasciato spazio solo all'ansia e alla preoccupazione.
    Lui si alzò e andò a sedersi vicino a lei, le strinse la mano nella sua e questa volta fu lui a sorriderle ma con gli occhi.
    "I brutti e i bei momenti si alternano sempre, sono come il sole e la luna."
    Barbara si lasciò andare e gli pose la testa sulla spalla, non sapeva bene chi fosse quell'individuo ma gli infondeva sicurezza, era come i primi raggi di sole dopo un lungo inverno.
    Ora la donna poteva chiudere  gli occhi e sentirsi protetta, le notti tra medicine e dottori erano ormai distanti e il peggio era ormai alle spalle, poteva tornare a casa sapendo non solo che la malattia del genitore era sconfitta ma che forse aveva trovato qualcuno di speciale.
    A volte le parole sono solo un inutile spreco in un discorso già perfetto, è la vita a girare le pagine della nostra storia e Barbara aveva deciso di non essere una lettrice troppo curiosa, non sarebbe andata fino in fondo al libro per scoprire prima il finale.
    Alan era un perfetto nuovo inizio e non andava rovinato con la fretta, si sarebbe lasciata cullare e proteggere.
    Dopo qualche ora il treno finalmente si fermò, lei aprì gli occhi incoraggiata da una sua carezza e capì che il loro viaggio era appena iniziato.