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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 12 maggio 2013 alle ore 3:23
    Il bar "Last Dock"

    Come comincia: Emanava un puzzo inconfondibile il famigerato bar "Last Dock", di marinai, ubriaconi e tagliagole. Un bar così malfamato che nemmeno gli scarafaggi volevano entrarci.
    Un tempo era il bar dei viaggiatori delle navi da crociera, ma si parlava degli anni '30, e dopo la guerra il porto divenne solo commerciale, si scaricavano container su container come anime di fuggitivi su altre anime di disperati.
    Non si veniva volentieri, ma se volevi rimediare un lavoretto extra o un bicchiere di whisky non annacquato era il posto giusto.
    Marley riempiva le budella ai suoi clienti e li randellava se superavano il limite. Col suo occhio buono ti faceva il conto, tenendo sotto controllo il locale e con quello bendato ti versava da bere. Inutile dire che aveva un suo personale sistema per vedere se ti dava il giusto. Infilava il dito nel bicchiere alto e stretto e versava finché non lo bagnava. Aveva dita dannatamente lunghe il taccagno. 
    Ziggy era il pianista. Pianista era una parola grossa. Il suo incarico era quello di rimettere in sesto il piano verticale che puntualmente veniva fracassato in una rissa, più o meno una volta al mese e tentare di strimpellarci qualcosa. Gli pagavano da bere pur di non sentirlo suonare, lui si offendeva e scattava la rissa. Questo quando andava bene.
    Altrimenti beveva finché non ci crollava lui stesso sopra al piano. Si risvegliava solo con le pedate di Marley e anche se non ci vedeva bene aveva buona mira.
    In un tavolino all'angolo vicino al bagno, o a quello che ne rimaneva, sedeva Libeccio.
    Libeccio era un ex-marinaio, aveva girato i sette mari, parecchi laghi, qualche fiume, due pozzanghere e scolato lo stesso quantitativo d'acqua in alcool. Non si capiva mai se dormiva o no, perché parlava nel sonno dei suoi viaggi e da sveglio faceva lo stesso.
    Non mancavano i marinai russi, che si scolavano vodka e cantavano canzoni della madre Russia.
    I portoricani, abili col coltello e nel rimediare qualsiasi cosa dalle navi, smerciavano di tutto e solo di contrabbando, si riunivano per bere esclusivamente rhum scuro, possibilmente contrabbandato.
    I cinesi giocavano a mahjong e bevevano baijiu forte come un petardo nello stomaco, non di rado qualcuno di loro finiva per esplodere in violente vomitate.
    Olandesi e tedeschi invece si scolavano litri e litri di birra, prima la bionda e terminata questa passavano alla rossa doppio maltata. Finivano a scornarsi come vichinghi per poi riappacificarsi davanti ad un boccale fresco e pieno.
    I turchi erano gli addetti all'aerazione del locale. Ci pensavano loro ad ammorbare l'ambiente con le loro sigarette e i sigari, consumavano tè nero e caffè bollenti. Fumavano per tutti e facevano fumare passivamente anche gli altri.
    L'unico che veniva evitato e lasciato in disparte era l'Oscuro.
    Lo avevano soprannominato così perché nessuno sapeva il suo vero nome ne da dove venisse. Qualcuno diceva che fosse italiano per il suo modo di vestire, altri lo credevano inglese perchè beveva cherry, altri francese perché aveva un'accento strano quando parlava. Tutti sapevano quello che faceva e che lo sapeva fare molto bene. Era un killer su commissione.
    Era così preciso che qualcuno pensava fosse svizzero. Potevi andare da lui per risolvere qualche questione in modo definitiva. Lui operava indisturbato, colpiva l'obiettivo e tutto sembrava un incidente marittimo.
    Il comandante della petroliera Callysto era stato schiacciato da una scialuppa. Il motorista della nave Mercury era finito dentro le caldaie dei motori. Il marinaio Flynn si era beccato una carrucola in piena faccia. Il povero Joseph invece era diventato una frittata dopo che gli era caduto in testa un container.
    Tutti incidenti, tutti ad opera dell'Oscuro. 
    Un bugigattolo malsano e pericoloso. Erano deprimenti persino le foto ingiallite delle navi da crociera, vecchie glorie dei mari, parecchie affondate e molte trasformate in ospedali galleggianti durante la guerra, tanto che si narrava la leggenda di un pianista nato, vissuto e morto sopra una di esse; ma questa è un'altra storia.

  • 09 maggio 2013 alle ore 21:37
    Sogno a occhi aperti

    Come comincia: Amore mio, oggi ho sognato ad occhi aperti. Sognavo che ero tornato a casa dal lavoro e te ne eri andato via per sempre. Così ho cercato di chiudere gli occhi e svegliarmi da quel sogno privo di sonno... un terribile incubo che volevo cancellare dalla mia mente, subito e per sempre... un brutto sogno che pian piano si stemperava e annacquava in un mare immaginario dell'universo fantasy creato da me. Chiudo gli occhi e li riapro... mi guardo allo specchio e ti vedo felice nel letto vicino a me. L'incubo è finito, ma la paura resta... una paura immensa di perderti, anche se solo in un sogno ad occhi aperti.

  • 09 maggio 2013 alle ore 14:52
    Nuda

    Come comincia: Ha dieci anni e il coraggio di un leone  . Piccola e magra come una silfide , forte come il vento sul pontile .
    Guardava il mondo in faccia , amazzone di pace .
    Ricordo il momento , l'attimo in cui salì i gradini del palcoscenico senza tremare . Il sogno era più grande d'ogni paura .
    Inconsapevole danzava , come i gabbiani fanno , senza fatica . Planare .
    Il misterioso declino la prese e le vesti si colorarono di nero .
    Si fece risucchiare dal tutto cadendo all'indietro , funambola nell'inferno .
    La vedevo sparire sotto le mie mani , inerme e senza più scudo .
    La morte dell'anima si consumava poco a poco . Dal nero fondo leccava le ferite .
    Cure senza amore torturano più di assenze  .
    Ma impermeabile orchidea , si scrollò dalla croce  .  Tutto era deciso  .
    Una seconda nascita , creatura messa al mondo per la seconda volta .
    I due mondi si completano
    e lei
    è più nuda di prima
    Evanescente goccia
    Incorruttibile roccia 

  • 08 maggio 2013 alle ore 17:33
    MANOnellaMANO

    Come comincia: Non ascoltò altro che quei flutti ondeggiare nella mente come pezzi di blu, come sguardo che apprende significati anche distante dall’occhio, accogliendo un pensiero dall’universo. Quale migliore eco, semplice comunque e pieno di freni, di briglie, di paure, ma vibrante e sincero, carico come una vecchia carovana atavica, eccola arrivare, sovrastare suoni, ingoiare gesti lontani, di terre e lune lontane di gente che a un passo dall’abbandonare un sogno viene raccolta come conchiglia, germoglio, seme, speranza. Anche una sola simile circostanza può far tornare il sorriso. Anche solo un momento per sentirsi di nuovo bene e ritrovarsi. Un saluto a ciò che eravamo, a ciò che non si è mai osato, un volo inimitabile di energie che culminano dove si stavano dirigendo e che il passato ha corrotto, interrotto.
    E allora in un pensiero così immenso non dobbiamo far altro che guardarci in faccia fino a sentire i giganti, gli eroi nella pancia e ritrovare quel passo mancato, quell’istante eterno di poesia.

  • 07 maggio 2013 alle ore 19:59
    Ai confini tra libertà e inganno

    Come comincia: Ogni tanto la mia amata Calzetta si estranea talmente nei suoi pensieri che si perde. Gira nel corridoio e le faccio le feste girandole intorno come un indiano. E lei?
    -Hai ragione Nano, adesso ti do la lattughina, quella rossa che divori come un maialino.
    E apre il frigo, mentre io, per ringraziarla vado subito nella cassetta a fare i miei bisognini, per farle vedere che sono bravo e seguo i suoi consigli:
    -Nano!-mi saltò fuori qualche giorno fa quando emozionato, preso dall’immensità di spazio che aveva predisposto in casa appositamente per me, lanciavo ovunque palline, a rubinetto posteriore aperto.
    -Nano, vieni, devo chiarirti un concetto importante, altrimenti di strada con me ne farai ben poca! – continuò con dolce severità – La libertà non consiste nel deporre le proprie cacchette a caso, dove capita e come va, va! No, Nano, la libertà sta nella scelta! E ovviamente, dev’essere una scelta che non vada a calpestare il diritto degli altri, ironia della sorte, calpestando le tue adorabili biglie marroni che si confondono col pavimento, quel diritto di poter camminare senza dover giocare a calcio con le tue mille e una palline minuscole o sporcare le mie calzette, tanto per intenderci... La scelta, Nano, la scelta, sentiti libero di scegliere, ce la puoi fare!
    E passò un giorno e poi un altro, e non riuscivo proprio a capire! E lei continuava a ripetere lo stesso discorso una e più volte fino alla nausea, mentre io continuavo a cercare qualche punto di fregugia secca in ogni angolo dove poter deporre.
    Fortuna vuole, che la mia dispettosa sorella felina mi lanciasse il suo cuscino in una delle nostre rincorse al bacio. Presto detto, presto fatto, in un men che non si dica feci strage sopra il cuscino. E finalmente, quella svampita di Calzetta, si accorse che se non mi metteva la cassettina, di scelte ne avevo ben poche...
    Comunque, per continuare il discorso iniziale, faccio i miei bisognini bello contento e mi faccio una corsetta allegra verso la mia ciotola. E cosa mi ritrovo al posto del radicchio? La lattuga verde, ovvio!
    Non mi arrendo, l’amo da morire la mia Calzetta. Lo so, è un po’ lunatica, forse un po’ tanto, ma non potrei vivere senza le sue carezze mentre mi canta all’orecchio o mi racconta le sue favole, mi fa proprio andare in estasi Naniana. Allora provo a spargere freguge ovunque sul pavimento, in un modo o in un altro la devo far scendere dalle stelle. E lei?
    -Oh, Nano! Scusami, stamattina sono proprio distratta, ho dimenticato di pulirti il pavimento... - e, quasi fosse in stato ipnotico, prende la scopa, gli stracci, pulisce, e poi? E poi continua a vagare da ebete.
    -Ora basta! - le urlo col pensiero. Ma è come se l’avesse detto al vento. Pensa, pensa e ripensa, arrivo alla conclusione che l’unico sistema è scoprire la causa, capire cosa si è annidato in quel cervellino inquieto. Così apro le antenne, il mio radar e mi metto furtivamente nella sua frequenza d’onda...
    Oddio! Ce l’ha con gli uccelli! Beh, che nella sua vita ne son passati tanti che l’hanno graffiata e beccata ferendola gravemente, ma ora non esageriamo, non credo sia un complesso freudiano. Provo ad amplificare immagine e frequenza: sta proprio pensando con disgusto a degli uccelli veri! Ai rapaci, in particolare al gufo reale e alla civetta delle nevi, per il semplice fatto che sono rapaci. Ai corvi perché all’occasione sono mangia-carogne e al ragno blu, la più velenosa delle tarantole che esista. E continua a pensare ossessivamente a come fare per renderli innocui senza dover passare a misure drastiche.
    Ma ora mi chiedo e dico, che male possono averle fatto quelle creature? Si sbaglia, si sbaglia! Ecco perché non trova risposta né soluzione alle sue domande e ai suoi perché! Ora gliela racconto io una favola! Accendo la radio...
    -Nano Fregugia a Calzetta Solitaria! Nano Fregugia a Calzetta Solitaria! Passo e chiudo.
    -Calzetta Solitaria a Nano Fregugia, non è il momento di dirmi che mi ami, ho delle questioni importanti da risolvere. Passo.
    -Nano Fregugia a Calzetta Solitaria, ti ho mai raccontato che quando ero piccolo conobbi casualmente una tarantola blu? Passo.
    -Cosa, una tarantola blu?!
    -(Ecco che ho catturato la sua attenzione, evviva!) Si, il padroncino di mia mamma ne aveva una, era bellissima e pelosa e lui l’accarezzava sempre, come spesso fai tu con me. Le voleva tanto bene perché teneva pulita casa e cortile da ogni insetto molesto. E una mattina, incuriosito, come tutti i cuccioli, volli conoscerla e giocare con lei da vicino.
    -Mah, Nano, è pericolosissima, il suo veleno è mortale!
    -Sì, lo sapevo, mamma mi aveva avvertito dei pericoli, e oltre al ragno, mi disse di stare alla larga dai rapaci e dai corvi. Ma vedi? Scoprì che si sbagliava...
    -Non si sbagliava affatto, sei stato un incosciente...!
    -Come mai, allora, sono ancora vivo?
    -E che ne so? Avrai avuto più di un angelo custode...Comunque racconta, racconta.
    -La mamma aveva scavato un tunnel di fuga in caso di emergenza, metti un incendio, un allagamento. Lo nascondeva ben bene tra la paglia, ma fin da piccolo nulla mi sfuggiva. Così, approfittando di un riposino di mamma, mi tuffai nel tunnel e con passo cauto mi sospinsi verso la tarantola:
    – Se mi avvicino un pochino e ti faccio una carezzina in quel tuo manto vellutato mi friggi col tuo veleno come mi ha detto mamma? - le chiesi timidamente.
    -E perché dovrei? Sei una minaccia? Potrei nutrirmi con le tue tenere carni? Perché mai dovrei sprecare il mio veleno inutilmente? Soltanto quando è utile lo uso...
    -Allora posso? Sicura? Posso fidarmi?
    -Certamente, anzi, non disdegno le coccole, proprio perché mi tengono sempre in disparte, hanno tutti paura di me – e pian pianino, un bacino dopo l’altro la leccai amorevolmente. E volle fare altrettanto per me, per ringraziarmi.
    -Allora, forse non è vero che i rapaci e i corvi sono pericolosi come mi è stato raccontato – le chiese mentre teneramente mi faceva il solletico nella schiena con le sue zampette.
    -Beh, vale la stessa filosofia di vita pratica. Voglio dire, l’istinto di sopravvivenza è quel che è, ma loro almeno sono leali.
    -Leali? Cosa significa? - chiesi con sgomento.
    -Significa che nella vita si fanno da sé, senza approfittarsene degli altri e chiarendo subito ogni cosa, rispettando sé stessi e il loro intorno nel bene e nel male. Significa non illudersi né illudere. Significa non trarre profitto dai mali altrui. Significa mantenere le promesse. Significa difendere a costo della propria vita quel che ti è più caro. Significa costruire senza distruggere. Significa amare incondizionatamente.
    -Perché dici così? Se questi esseri sono leali, significa che c’è chi non lo è, o mi sbaglio?
    -No, non ti sbagli affatto, caro Nanetto! Lo sai, sei molto perspicace.
    -Allora, da chi mi devo difendere?
    -Bella domanda...Io ho viaggiato molto per il mondo prima di trovare pace in questa serena e accogliente fattoria. E in questo mio vagabondare di volatili ne ho conosciuti per così.
    -Davvero??? Racconta, racconta...
    -Rimasi sorpresa dai nidi del tessitore mascherato. Imponenti. Costruivano delle colonie. Improvvisamente, una copia di uccellini sorridenti si presentarono giocherellando e distraendo le femmine mentre deponevano le uova. E ci fu una grande festa alla loro partenza, anche se non avevano minimamente piegato la schiena per raccogliere un misero ramoscello per la costruzione dei nidi – Tornate presto amici! - esclamavano i tessitori. E da lontano, qualcuno sentì un “cu-cù”. E da quegli imponenti nidi non nacque neppure un tessitore.
    E strada facendo, vidi altri amorevoli volatili, la cinciallegra, il picchio muratore, il cardellino, il diamante mandarino, che costruivano il nido e deponevano tre quattro uova per covarne e nutrire poi solo che uno che all’improvviso prendeva il volo col suo “cu-cù”...
    ********
    -Nano Fregugia a Calzetta Solitaria, sei sempre in ascolto? Fidati dei ragni! E piuttosto diventa una rapace...poi ti metti d’accordo col corvo per pulire il terreno dalle carogne! Voglio vedere qual’è il cuculo che ha il coraggio de deporre furtivamente un suo uovo nel nido di un gufo reale o di una civetta delle nevi?!
    -Nano, amore mio, dimmi che domani non mi saluterai con un “cu-cù”! Ricordati che la libertà non sta nel caso, ma nella scelta...
    -Ecco, la Calzetta si è svegliata! Ma quanto rompe! Ma quanto l’amo!

  • 07 maggio 2013 alle ore 17:46
    "Da lontano fa una buona vicinanza"

    Come comincia: E mi ritrovai qui, stranezza dal futuro, arrivai così per sbaglio da un pianeta verde bianco e rosso.
    Il pianeta offriva vino buono, ottime manifatture e splendida gioventù. Il mare, il sole, le spiagge, quanti amori dispersi tra quelle trattorie, suono di fisarmoniche, fiori di glicine e papavero, tra stelle e orecchini di conchiglie. Quanto vento m’ha estirpato da lì, povera me, perché un tizio con un nome famoso e politicante volle tutto per se, amico intimo di un imprenditore accattivante che diede via libera a donnine di tutto il cosmo, belle per carità, ma un po’ diverse dalla mia mamma. La mia mamma attende ancora il mio papà alla stazione, lo accudisce con amore, gli prepara cose buone. Credevo che il segreto del made in italy fosse la famiglia, l’unione, la condivisione di alcuni valori, le buone maniere, ma arrivando da lontano tutto sembra sgualcito e sfocato e io, che speravo fossi capitata su un set di un film di Fellini, mi sono appena accorta d’esser solo un ricordo malinconico e squattrinato che non smette di sperare, di impegnarsi,  ma che vuole esprimere il proprio dolore dignitosamente.

  • 02 maggio 2013 alle ore 22:25
    Tre motivi

    Come comincia: “Ci sono solo tre motivi validi per vivere, figlio mio”.
    Me lo disse mio padre Gennaro una mattina. Stava lucidando il suo fucile, il giorno prima che Gino, detto o’ Somaro, fosse ammazzato. Perché era così che, secondo lui, doveva essere.
    “Te li ricordi?” Mi chiese.
    Iniziai: “Il Primo è l’Onore”.

    Sono arrivato in cima, ho fatto più in fretta di te. Ti guardo scavalcare le rocce sotto.
    Sento i tuoi scarponi, quelli leggeri. Fanno un lieve rumore. Mi guardi fiducioso, t’ho portato qui perché potessimo stare da soli, lontani da occhi indiscreti.
    Credi che il monte esista solo per noi.
    Ti amo, Totore.
    Ma tu, questo, lo sai già.

    Mio padre mi guardava intensamente “Cerca di non infrangerlo mai, se qualcuno prova a  infangarlo, la tua vendetta dovrà essere spietata”. Me lo sento ancora addosso quello sguardo.
    “Il secondo sono le Donne” proseguii.

    Sei arrivato da me.
    Cerco di nascondere la mia preoccupazione, penso a noi, alla prima volta che mi hai rimorchiato nei bagni pubblici della stazione. Avevo appena finito di ritirare il pizzo dal ferramenta all’angolo. Siamo stati subito insieme, lì.
    Non li volevi i miei soldi.
    Diventasti la mia ossessione, ti pagavo con l’anima, ogni volta che ci incontravamo. Ma siamo andati troppo oltre. Rischiamo di infangare il mio, il nostro onore.
    “Ti amo Vincenzo” dici, prima di baciarmi. Hai voglia di tenerezze stasera.
    Non vorrei doverlo fare.

    “Loro sono la nostra casa calda, con loro ci fai i figli. Cercatene una che sappia stare al posto suo Vincè, una che non fa le domande. Non deve diventare una di quelle che non s’accontentano mai”. Si fece scuro in volto “Ma soprattutto non t’azzardare a diventare uno di quei froci, un femminiello insomma. Ti ammazzerei con le mie stesse mani.”
    “Il terzo è la Famiglia”

    “Ma che hai?” Dici.
    Mi è scappata qualche lacrima.
    “Scusami” sussurro, infilando la mano nella tasca per tirarla fuori.
    Mi guardi quasi incredulo, mentre sparo due colpi.
    Cadi giù, senza vita.
    Penso ancora ai tre dannati motivi. Sono diventati come tre pugnalate.
    Le sento qui, mi fracassano il cuore, una per una, come i rumori del tuo corpo senza vita che rotola tra le rocce.
    “L’ho fatto per noi” dico ancora, mentre cerco di immaginare quale di quegli anfratti là sotto sarà la tua tomba.
    T’ho amato Totore, ma noi siamo senza un  futuro.

    “Non devi mai, figlio mio, offendere la tua famiglia. Amala. Proteggila. Vendicala.”. Ero ancora troppo piccolo quel giorno.
    Ma lo ricordo ancora, adesso.

    È così che si onora, così che si vendica. Prima che lo facciano loro, ci penso io.
    Dovevo farlo.
    Addio Totore, spero di avere il tuo perdono, quando ti rivedrò all’inferno che ci sta laggiù, per quelli come noi.
    La canna è ancora calda, la sento sulla mia tempia.
    Dietro al terzo sparo ci sarai tu.

  • 01 maggio 2013 alle ore 18:15
    Lettera al Genio della lampada

    Come comincia: Caro genio,
    purtroppo sono malato e vorrei che tu mi guarissi. Il fatto è che il mio disturbo della personalità mi tormenta da anni. All’inizio era stato divertente ma sai: vivo in uno spazio stretto e se il tuo interlocutore non ti va a genio – scusa il gioco di parole – dopo un po’ ti stufi. Lui, l’altro me, è arrivato per tenermi compagnia perché me ne stavo sempre chiuso in casa. E con la sua parlantina mi ha fatto di nuovo sentire vivo, io che praticamente ero già sepolto. Però tu mi capisci: avere molte idee in comune è bello, averle tutte invece… adesso vorrei che tu me lo levassi di torno.
    E questo è il mio primo desiderio.
    Poi, senti qua, potresti darmi una casa più grande? Mi piacerebbe tipo… sai quelle villette sul lungo mare? Ecco, una roba del genere. Almeno mi vedo la sabbia, i tramonti, l’infinito.
    Dubito che per te sia un problema. Cioè, facciamo che rimangono fissi i miei obblighi di sempre ma in una casa un pelo più comoda, eh? Dai che all’inaugurazione invito anche te.
    Il terzo desiderio: tutti hanno un sacco di aspettative su di me, e io sgobbo per non deluderli: potresti mica sollevarmi dall’incarico? I bambini ti indicano gridando: “Guarda, il genio!”, e tu sorridi, ti senti importante. Poi pensi a cosa hai prodotto in tanti anni e: delusione. Secondo me sono tutti stupidi, altro che io un genio.
    Scusa per le divagazioni e, se per caso non puoi esaudire i miei tre, io non esaudirò i tuoi: ritieni pure stracciata la lettera che mi hai scritto ieri.
    Buona vita.

    Tu sai chi

  • 01 maggio 2013 alle ore 10:04
    La macchina della felicità

    Come comincia: Silenzio. Penombra e silenzio.
    Vedi quell'uomo lì? Stà nella penombra. Nessuno lo vede
    ma tutti lui vede. Aveva volato, un giorno, più alto di ogni suo simile, con l'orgoglio e la fantasia,
    forte nella sua impresa. Ebbe un castello, un'isola  tutta sua, con un laghetto al centro ed una barca a vela.
    Quanta invidia era per molti, anche se solo pochi sarebbero stati disposti a dare tutto quello che aveva dato lui; il suo tempo, il suo ingegno, aveva sacrificato notte e giorno per inseguire un idea perfetta.
    Non vi era arte in essa, ma solo tecnica, una tecnica così estrema da essere inimitabile. Rimosse dal suo cuore ogni sentimento per raggiungerla, per soggiogarla, per confermarla.
    Era un marchingegno gigantesco, pieno di ingranaggi spietati che poteva risolvere i problemi di chiunque.  Metri e metri di tecnologia condensata, un attrezzo alla quale si poteva parlare di se stessi, ed esso ascoltava ed elargiva consigli perfetti.
      Ebbe un successo enorme, venne venduto ovunque, nelle campagne ove i contadini non guadagnavano abbastanza con la semina ed avevano bisogno  di fare previsioni perfette sul raccolto, nelle città ove gli impiegati tornavano a casa affranti dal lavoro ed il congegno li motivava, nelle grandi aziende ove gli imprenditori potevano trarre spunti per nuove idee.
    L'umanità viveva felice, perché ogni passo si poteva muovere in modo intelleggibile. Egli era l'uomo più famoso della terra, il più ricco.
      Dappirma si comprò una gigantesca villa dove poter trascorrere i suoi giorni in solitudine. Aveva la palestra, una piscina incredibile ed un enorme televisore per vedere ciò che accadeva attorno di lui; ma poi si stancò perché, a seguito della perfezione degli uomini, le notizie iniziarono a diventare sempre più monotone. Allora decise di acquistare un lago per praticare in tranquillità la barca a vela.
      Purtroppo tutti erano troppo impegnati a godere della loro felicità per curarsi di lui, per ricordarsi di quanto egli avesse fatto per il mondo. SI sentiva insoddisfatto, e fu li che ebbe un idea che non aveva mai avuto sino ad allora. Decise egli stesso di rivolgersi alla sua creatura.
    "Sono così affranto, tutti sono felici grazie a me, ora come posso fare per essere felice pure io?"
    "Devi trovare qualcuno con cui condividera la tua vita" - gli venne risposto.
    Ma egli sapeva che la macchina era predisposta per risolvere problemi di carattere tecnico o scientifico, psicologici, informatici, matematici, sociali; conosceva come essa elaborasse quelle risposte in modo deterministico, sapeva quali ingranaggi avevano portato a tale risposta, e si rese conto che se al mondo fosse esistito qualcuno di molto simile a lui, allora anche costui avrebbe ricevuto la stessa identica risposta.
    Egli allora si rifiutò di credere che la sua felicità potesse essere identica a quella di qualc'un altro, d'altronde sino ad allora egli era stato unico, inimitabile. Pensò così che l'unico modo per continuare ad essere felice sarebbe stato quello di continuare a sentirsi unico, inimitabile. Ma in un mondo in cui tutti erano felici sotto un sole splendente, l'unico modo per ottenere
    ciò fu quello di chiudersi nella penombra della sua infelicità.
    Ora è lì, sta nella penombra, nessuno lo vede, ma tutti lui vede,
    eppure è l'uomo più felice della terra.

  • 30 aprile 2013 alle ore 22:08
    Campo di terra rossa

    Come comincia: Terzo game: 0 2
    Come ho fatto a perdere il mio turno di battuta! Ho iniziato male, cazzo! Questo è il punto. Non posso attaccare con una palla così, senza grinta, senza convinzione. È come buttarsi giù dal settimo piano; devo concentrarmi, non sto giocando bene, non sono al meglio. Ma ora si riparte, devo fare un contro break e poi man mano riprendo in pugno il set. Calma! Il mio dannato avversario ha una palla sporca, molto ad effetto, gioca di polso lui; il maestro lo impiccherebbe in pubblica piazza. Non dovevo giocarci, fa palla corta e palla lunga, alza un’infinità di pallonetti, non è leale. E’ chiaro che vuole vincere a tutti i costi, se ne frega lui dello stile. Ma io che voglio? Perdere? No, assolutamente, dai Gianni che ce la fai, gioca il tuo tennis, non stargli dietro, non assecondarlo, e fai uscire questo maledetto braccio. Aprili i colpi, non trattenerli, se apri il giusto, la palla corre veloce e rimane in campo, lo vuoi capire?
    A un passo dal contro break, sul vantaggio esterno, per troppa foga butto in rete un rigore a porta vuota, una schiacciata a campo aperto, non è possibile! Vantaggio pari, ace, vantaggio interno. Ho le gambe molli, sono a sinistra, aspetto la sua battuta, non può azzeccarne un altro di ace, non può, butta la palla esterna; la seconda battuta, la forza e va lunga: vantaggio pari. Troppa grazia, non posso sprecarla: siamo pari, non devo pensare che prima avevo in mano il game, devo pensare che poi lo stavo perdendo e che ora siamo di nuovo al punto di partenza. Sì, ma sono sullo 0 2, se riesco a vincere questo game, poi ci sarà da sudare per pareggiare. Sconforto, la strada è lunga. Calma c’è tempo!
    Brutti pensieri, come nella vita: ogni volta che sto là a raccogliere il premio di tanti sforzi, qualcosa va storto, o semplicemente, non riesco a vincere. Come quando ero piccolo, che mi bloccavo e non riuscivo mai a reagire, e la notte sognavo di essere picchiato e di rimanere paralizzato con le braccia che restavano attaccate al corpo. Brutti pensieri, siamo al primo set e ci stiamo giocando il terzo game, siamo pari e se mi riesce il contro break, il peggio sarà passato!
    Non pensare Gianni, approfitta che lui deve allacciarsi una scarpa, raccogliti, concentrati. Soffio via dal naso un mare di muchi, sputo rabbia e tanta terra rossa, mi sfrego la fronte con il braccio: quanto sudore. Ma va bene così, il turno è suo, è lui che deve vincerlo questo game, gli altri due game non esistono più. Il tempo li ha fagocitati, di tutte le fatiche, le sofferenze, l’ardore e la delusione rimane un numerino freddo: 0 2 che per lui è un 2 0, che lo fa sentire un padreterno. Lo vedo ora che si appresta a battere che è tranquillo, questo me lo cucino facile facile, sta pensando. Mi prende una stretta allo stomaco, provo vergogna, forse lui è chiaramente superiore, forse non c’è partita. Lotta Gianni, niente vale la pena di essere lasciato, lotta come nella vita, slegati le braccia, staccale dal corpo, colpisci, colpisci, colpisci!
    Daniela, non ti ho mica lasciato per quello che tu pensi, io non volevo lasciarti, sono state le circostanze e poi tu non hai fatto niente per impedirmelo, tu hai fatto il tuo gioco, hai preso atto, mi hai rinfacciato un paio di cose e poi niente, ognuno per la sua strada.
    Noo, non posso pensare a Daniela in questo momento, sulla sua battuta ero inchiodato come una statua di marmo, fortuna che è andata lunga, ma sulla seconda devo stare attentissimooooo.
    Reggo: dopo due battute siamo ancora vantaggio pari, so che questo game è topico, chi vince questo dopo va in discesa, com’è stato per te, Daniela. Dopo che ci siamo lasciati, ti è andato tutto alla grande, sei in gran forma e ancora più bella, sei sempre in tutti i posti che contano e tutti ti leggono in faccia che ora stai meglio e che in fondo con me eri sprecata.  Cazzo, Daniela, sei tu che l’hai voluto, con la solita saggezza sorniona delle donne hai semplicemente aspettato. Quello che arranca sono io, come in questo fottutissimo game, sempre a rincorrere, a disperarmi per un misero punticino, com’è stato con te Daniela.
    Ora lo capisco: ti ho lasciato ma ci ho perso io. È come se dicessi al mio dannato compagno di singolo che sono stufo, che mi ha rotto le palle con le sue pallette colme di effetto, il suo tira e molla con i giochetti di polso, che per me il tennis è libertà, sfogo, colpi veloci, intensi e ampi e tanta corsa, tanta foga, senza furbizie, sport puro senza cattiveria. Come se ora, che è di nuovo vantaggio suo, lo lasciassi solo su questa maledetta terra rossa a inzupparsi la maglietta di sudore e argilla, dicendogli: basta, non mi piace più! Sei più forte? Ok sei più forte ma non è la mia partita. Hai vinto? Bravo! Ma io me ne vado! Risultato: ho perso, ho perso te e questo malefico terzo game.
    Non dovevo pensare a te, il mio istinto suicida si è rifatto vivo come al solito.
    Cambio campo
    « Cazzo, si suda, Gianni»  mi dice Aldo col fiatone, felice di sbracarsi sulla panca per qualche attimo.
    « Fa caldo ancora, è vero»  bevo tutto di un sorso, « 3 a 0, mi stai massacrando!»
    « No, è che mi stanno entrando un po’ di colpi e tu oggi mi sembri distratto.»
    « E’ vero. Non sono rilassato.»
    « No problem, Gianni, l’importante è divertirsi.»

    Quarto game

    Mah! È lui a divertirsi, gli va tutto bene, siamo già 0 15, se perdo anche questo, rischio il cappotto. Il 6 a 0 lo saprebbero tutti domani in ufficio e ci starei male, male. Non posso consentire che le cose vadano avanti così: Daniela, sono due mesi che ci siamo persi, io ti ho lasciato, ma ora mollami tu, lasciami andare!
    0 30, sono trascinato da quest’andazzo, come quando sei alla guida da ore e ore e ogni tanto ti senti affievolire in un dolce sopore e vorresti farti trasportare, te con la tua macchina, in un mondo dolce e ovattato, dove distendere le gambe, chiudere gli occhi, affidare il volante a un angelo benevolo e farti trasportare in un luogo soffice, dove l’aria ti carezza, la terra ti accoglie morbida sotto i piedi, e tutti ti sorridono.
    Ma cazzo! Io odio Aldo, la sua fottutissima pancetta, la sua calvizie e gli occhi bovini, le sue performance da leccaculo in ufficio, la sua terribile famigliola e i suoi spregevoli riti: lavarsi sempre i denti dopo il break, avere sempre una bottiglia d’acqua non gasata sulla scrivania, possibilmente non molto fredda, tenere il condizionatore a basso regime, massimo 22 gradi. E votare a destra, perché è più sicuro, perché i comunisti fanno paura! Vaffanculo Aldo, vaffanculo pure te Daniela. Ci voglio morire su questa terra rossa, mi voglio riempire i polmoni di questa poltiglia, voglio sputare sangue ma lo 0 4 non te lo concedo.
    Piazzo 3, proprio 3, ace e mi riporto in vantaggio e poi chiudo, sì chiudo, di volée, un attacco furibondo e finalmente faccio il mio primo punto e ora cara Daniela sull’ 1 a 3 ce la giochiamo!

  • 30 aprile 2013 alle ore 20:28
    Corto # 5 - Indelebile

    Come comincia: Mi ricorderò sempre del vento delle antiche estati. Del suo odore di fiamme e di sale che insaporiva l'infanzia.

  • 29 aprile 2013 alle ore 15:22
    Maledetto caffè

    Come comincia: Era nata storta quella giornata e si aspettava il peggio.
    "Maledetta pinzatrice!" Erano finite le puntine proprio mentre  stava per gustare il caffè con dei biscottini al burro, doveva ricaricarla. Nel frattempo la mente tornò a un'ora prima, nella cucina del suo bilocale.
    Si era preparato una scodella di caffè e latte da consumare con un cornetto alla marmellata del giorno prima e maldestramente l'aveva rovesciata sul tavolo sporcandosi i pantaloni appena ritirati in lavanderia. Nel tentativo di pulire velocemente aveva fatto cadere a terra la scodella che si era frantumata. "Stai lì, non ti muovere, stasera ti sistemo io" parlare da solo era un modo per farsi compagnia anche se in realtà desiderava qualcosa di più. Detto ciò si era cambiato ed era uscito per raggiungere l'ufficio.
    Non c'erano, o meglio, non si trovavano in quel macello. Il suo cassetto conteneva più oggetti di un bazar tutti sparsi in disordine e sperare di trovare una piccola scatoletta di puntine per pinzatrice era assurdo. Optò per la soluzione numero due, come sempre.
    "Amedeo prestami le puntine per favore, grazie" Amedeo, quasi sessantenne, era un impiegato modello che teneva sempre tutto in ordine; era la sua ancora di salvezza.
    "Te ne ho già data una scatoletta ieri, ricordi?"
    "No, non ricordo e se te le chiedo è perchè le ho finite"
    "O perchè non le trovi?"
    "Dai, non farla tanto lunga, non le paghi mica tu. Sgancia il malloppo"
    "A buon rendere caro il mio Fausto" Nel frattempo il caffè si era raffreddato e lui odiava berlo così, lo buttò via. Visto il debito appena contratto, decise di togliersi subito il pensiero e si diresse verso la macchina delle bevande, avrebbe pensato dopo alle sue scartoffie da sistemare. Inserì i gettoni e selezionò un caffè lungo, da bere con calma e poi seleziono una cioccolata, che tanto piaceva ad Amedeo.
    "Tieni brutto crumiro, che ti possa andar di traverso" Tale era l'amicizia con l'anziano collega che gli sfottò erano una consuetudine e infatti l'altro rispose:
    "Alla tua, giovane taccagno"
    Adesso finalmente si sarebbe goduto il suo cafffè in santa pace, come piaceva a lui; e invece no, stava per portare il bicchiere alla bocca quando:
    "Oh, eccola qua ragioniere. Temevo non fosse venuto oggi, ero passato poco fa ma non l'ho vista"
    Avrebbe voluto mandarlo a quel paese, come tutti del resto, ma lui era il capo.
    "Dica signore. Mi ero recato un attimo alla macchina del caffè"
    "Ottimo. Un buon caffè è quello che serve per cominciare bene la giornata"
    [Se mai riuscirò a berne uno] pensò Fausto. Infatti per lui il caffè era un rito oltre che un energetico. Posò il bicchiere ancora pieno e sorrise al capo mentre pensava [Maledetto, sentiamo cosa vuole veramente]
    "Ho qui quel fascicolo di cui le parlavo ieri pomeriggio. Stanotte ci ho lavorato su e sono riuscito a fissare dei punti da trasmettere al nostro cliente" disse in modo deciso il capo.
    "Vuole che mandi un fax?" Conosceva già la risposta. Nell'era dell'informatica e della posta elettronica, il suo capo si ostinava a mandare fax e voleva anche la conferma di invio e ricezione su carta; che spreco pensava Fausto tutte le volte.
    "Grazie ragioniere, faccia alla svelta e dopo mi porti tutto" e addio caffè caldo.
    In realtà non era ragioniere, si era diplomato in una di quelle scuole che ai suoi tempi andavano per la maggiore <programmatore e addetto alle mansioni di ... bla bla bla> nemmeno lui si ricordava di preciso tutta la tiritera e per semplicità lo chiamavano tutti ragioniere; tutti, tranne lei.
    Al fax non c'era nessuno ovviamente, dei diciotto addetti in quel piano solo il suo capo usava il fax e probabilmente era l'unico in tutto il palazzo. Inserì il documeto e digitò il numero per l'invio, dopo pochi attimi udì il cicalio che confermava l'avvenuta ricezione dall'altra parte, adesso si trattava di aspettare la stampa della conferma. Invece si illuminò una spia rossa e sul display apparve la scritta <TONER ESAURITO> "e ti pareva!" Esclamò quasi divertito Fausto. Per il fax ci si doveva arrangiare, non era possibile contattare nessun centro di assistenza, costava troppo. Così fu costretto ad andare nel magazzino al piano di sopra dove venivanio conservate la cancelleria e le varie cianfrusaglie inutili. Si era appuntato il codice del toner su un foglietto per evitere errori e prima di salire aveva avvisato l'addetto. Arrivato a destinazione gli consegnò il codice e l'altro lo guardò di sbieco.
    "Si, hai letto bene. Mi serve il toner del fax, lo sai che il mio capo è un tipo all'antica" proclamò Fausto.
    "Siamo tutti all'antica" rispose l'uomo e con il suo bastone si avviò zoppicando in mezzo agli scaffali. Prima di quell'impiego faceva il taxista, poi fu investito da un furgone e nell'impatto perse l'integrità di una gamba. Sua nipote era impiegata in ditta e lo fece incontrare con il responsabile del magazzino che stava per  andare in pensione. Non ebbe problemi a farlo assumere, la sua gamba malmessa non era un ostacolo per le attività che avrebbe dovuto svolgere. Infatti oltre ad essere responsabile del magazzino era anche il tuttofare del palazzo: manutentore, sostituto, aiutante e svolgeva altre mansioni che non richiedevano particolare prestanza fisica. Renato era una brava persona oltre che un bravo lavoratore.
    "L'articolo che cerchi non c'è. Devo inserirlo nel prossimo ordine ma non sarà disponibile prima di un paio di giorni" Sapeva di avergli dato una brutta notizia e in fondo gli dispiaceva "vai giù al secondo piano, mi sembra che nell'ufficio delle <fattucchiere> il fax funzioni ancora"
    "Dalle fattucchiere? non voglio andare da loro" rispose in modo sgarbato Fausto.
    "Fai come ti pare, ma il tuo capo non sarà contento"
    "Hai ragione, scusa Renato, non volevo essere sgarbato con te anzi, grazie per l'informazione" Le <fattucchiere>, così chiamate perchè erano delle autentiche streghe. Erano tre zitelle attempate che dirigevano l'ufficio revisioni, scorbutiche e maleducate facevano del loro meglio per rendersi antipatiche a chunque incrociava la loro strada. La leggenda narrava di persone che, dopo aver avuto a che fare con loro, venivano colpite da strani sortilegi o maledizioni.
    "Sono tutte baggianate" si diceva lui. Baggianate o no, quando fu sul punto di entrare in quell'ufficio mise in tasca una mano ed incrociò le dita [sia mai vero] pensò sorridendo.
    "Lei chi è'? Cosa vuole?" Esclamò una delle tre [un incontro con il Papa e poi un razzo per raggiungere la luna, dove vivrò il resto della mia vta da eremita] "Vorrei spedire un fax, è possibile?"
    "Un fax? Nell'era della posta elettronica? Senta giovanotto, qui si lavora, non abbiamo tempo da perdere" gracchiò la pù anziana delle tre. [Ma sentila questa, non ha tempo da perdere. Sembra di essere in uno di que salotti d'epoca dove le vegliarde si raccontavano stronzate sorseggiando tè caldo, altro che lavorare] In quel momento la terza impiegata fece il suo ingresso con un vassoio
    "Il tè è pronto ragazze, possiamo fare colazione" affermò senza degnare di uno sguardo il povero Fausto.
    "Mhmmm. Questo guastafeste deve spedire un fax" sibilò la sua collega.
    "Fate pure con comodo, basta che mi facciate entrare, ci penserò io a spedire il documento"
    "Ma si Fulvia, lascialo fare. Sembra un tipo a posto"
    [Ancora! Ma qui tutti credono di essere i padroni] avrebbe voluto urlare Fausto.
    "Va bene ragazzo, sei simpatico alla mia amica Agnese, accomodati pure ma non toccare niente [Neanche per sogno,mando il fax e poi tanti saluti] "Grazie signore, faccio in un baleno" Ci mise cinque minutii; il fax, vecchio e sgangherato, andava che era una bomba.
    "Grazie signore, ancora grazie" Tagliò corto uscendo da quella stanza.
    "Torni presto a trovarci, le offriremo volentieri un tè caldo" stava dicendo la signora Agnese, ma lui era già all'entrata dell'ascensore.
    "Adesso andiamo dal capo con il suo cavolo di fax e poi torniamo alle mie scartoffie. Già, un'altra magnifica giornata spesa per il bene della ditta"
    Il capo non c'era "E' dovuto correre in banca per delle faccende urgenti" precisò la sua segretaria.
    "Non fa nulla, le lascio questi incartamenti che mi ha chiesto di spedire, se puo consegnarglieli mi farebbe un favore" stava usando tutto il suo autocontrollo.
    "Nessun favore, me li lasci pure. Se ha detto a lei di spedirli ovviamente si tratta di qualcosa di poco rilievo, solitamente fa fare a me le cose importanti" [certamente, e anche altro] "La ringrazio comunque" e si girò per tornare al suo posto. Nel corridoio incontrò il responsabile dei rapporti con i rappresentanti del ramo vendite, la signorina Emma. In realtà non gli era ben chiaro il suo ruolo, ma la ragazza era davvero un gran pezzo di figliola.
    "Oh Fausto, proprio lei cercavo. Arrivo adesso dalla sua postazione" essere cercato da lei avrebbe dovuto creargli una gioa immensa, da tempo desiderava incontrare quella ragazza. Forse inconsciamente se ne stava innamorando, ma ogni volta qualcosa lo bloccava e non riusciva mai a fare il primo passo. Si era informato sul suo conto, non era fidanzata e per di più era una ragazza alla mano, ma niente da fare, come se qualcosa lo frenasse restava sempre apatico nei suoi confronti.
    "Mi dica signorina Emma, posso fare qualcosa per lei?" Ovviamente, altrimenti non lo avrebbe cercato.
    "Si; cioè, ci sarebbe una cosa urgente che lei potrebbe risolvermi" Lui la fissò invitandola a continuare. "Ecco, mi vergogmo un pò, ma so che lei è veramente disponibile e visto il suo ruolo non le ruberei troppo tempo prezioso" [ e visto che ti trastulli tutto il giorno, vedi di fare qualcosa di utile per me] stava pensando lui per lei "Su, non abbia timore, se posso la aiuterò volentieri" si limitò invece a dire.
    "Ho finito gli assorbenti e nessuna delle mie colleghe ne ha uno da prestarmene, potrebbe fare un salto al market qui di fronte a prendermene una confezione?" chiese la ragazza sussurrando
    "Ma come? Nelle vostre borse dalle mille risorse tenete di tutto e mi vuol far credere che nessuna donna nel palazzo ha un ..." stava urlando "Sssssss...!!!!" Abbassi la voce, per favore" Lo interruppe lei. "No, nessuna. Ne uso un tipo particolare che nessuna delle mie colleghe utilizza. Mica posso mettermi alla ricerca di un assorbente per tutto il palazzo, mi capisce?"
    "Ok, la capisco, ma allora perchè non va lei a comprarseli?"
    "Perchè sono impegnata in un a riunione importantissima e mi sono già assentata parecchio. Pensavo di rivolgermi a lei perchè..."
    "Va bene, va bene, messaggio ricevuto. Mi dica il nome dell'articolo e vedrò di fare alla svelta.
    Lei scrisse qualcosa su un biglietto, ci mise dentro i soldi e disse: "Grazie, lei è un tesoro" e gli stampo un bacio sulla guancia.
    Impiegò meno tempo del previsto e come concordato lasciò il pacchetto nel cassetto della scrivania di Emma che nel frattempo lei aveva lasciato aperto. Tra una cosa e l'altra si era fatto mezzogiorno, ora della pappa. Recuperò i buoni dalla sua scrivania e si diresse in mensa.
    Amedeo e gli altri du ecolleghi erano già seduti al loro tavolo e Fausto, dopo aver riempito il vassoio di pietanze, li ragggiunse come al solito. Fu Amedeo ad aprire le danze.
    "Allora? Che mi combini, fai lo straordinario?" Ridacchiava mentre parlava
    "Ho avuto una mattinata pesante, mangiamo senza parlarne per favore" rispose Fausto
    "Certo, una mattinata pesante. D'altronde il commessoviaggiatore è un mestiere faticoso e tu non sei abituato a simili sfacchinate" continuò in modo scherzoso il collega
    "Amedeoooo!?!"
    Conosceva quel tono, era meglio lasciar perdere, per ora.
    Dopo pranzo Fausto tornò alla sua postazione. Aveva una maledetta voglia di caffè. Alla macchinetta c'era la fila, come tutti i giorni a quell'ora, attese che si diradasse e poi si avviò con calma olimpionica alla <macchina dei desideri> come la definiva lui. Non c'era più nessuno, stava premendo il tasto <caffè lungo> quando alle sue spalle udì "A me macchiato, grazie." Era Emma che si stava avvicinando a lui "me lo offre un caffè? "Certo, come posso rifiutarmi?" Il suo voleva essere un complimento ma la ragazza lo intese come un dovere verso una donna. "Se non vuole faccio da me" rispose lei in cagnesco "No, non mi fraintenda, faccio subito" Si affrettò a precisare lui. Schiacciò il pulsante e una lucina arancio si accese sulla tastiera, il piccolo display riportava la scritta <LATTE ESAURITO>
    "Ecco, vede? Era destino. Non voleva offrirmelo e la macchinetta l'ha tolta dall'impiccio" e senza aggiungere altro si voltò e si allontanò di gran carriera.
    "Ma come? Sono andato a prenderti i pannolini, te li ho portati dove volevi, faccio per offrirti un caffè macchiato e questa stronza di macchinetta ha finito il latte. Cerco di essere carino perchè sono cotto di te e tu  mi tratti così?" Inutile, lei aveva già voltato l'angolo del corridoio. [Maledizione, un'altra occasione persa Fausto]
    Era talmente confuso che si dimenticò di bere il caffè. Dopo dieci minuti era al suo posto e stava pagando quella dimenticanza. Le palpebre pesavano più del solito, aveva sonno e non riusciva a concentrarsi.
    "Fausto! Fausto! Vedi di restar sveglio. Se ti addormenti e ti beccano passeremo tutti dei guai" Amedeo aveva ragione. Decise quindi di farsi un caffè, stavolta nulla lo avrebbe fermato. Aveva già in mano il gettone quando vide arrivare il suo capo.
    "Eccola qua ragioniere. Lasci che le offra io un caffè, stamattina mi ha fatto un grande piacere inviando quel fax, era di vitale importanza. Ho saputo delle sue disavventure: fax fuori uso e conseguente capatina dalle fattucchiere. Posto orripilante quello" Parlava, parlava, ma non tirava fuori il gettone. Fausto osservava le sue mani che cercavano disperatamente nelle varie tasche di pantaloni e giacca, ma di monete neanche l'ombra" Accidenti, devo aver lasciato i gettoni nella tasca dell'altra giacca. Peccato, mi stavo già gustando un buon caffè" Ammise candidamente il suo capo.
    "Non si preoccupi, ci penso io. Un caffè a lei ed uno a me" ed estrasse i gettoni
    Il primo bicchiere era pronto, la macchinetta emise un suono per avvisare e Fausto con tutta la diplomazia possibile porse il caffè al suo capo. "Grazie ragioniere e proprio quel che ci voleva" [a chi lo dice!?] Inserì il secondo gettone e selezionò un caffè ristretto per riprendersi dal coma soporifero
    <CAFFE' ESAURITO> "Porca put..." "Ragioniere, qualcosa non va?"
    "Nulla signore, nulla"
    "Perfetto! Il lavoro ci attende, mi segua" nell'ora successiva, a corto di caffeina, Fausto fu costretto a subire le spiegazioni, i chiarimenti, i diagrammi e tutta una serie di notizie riguardanti il nuovo progetto, faticando spesso a rimanere sveglio "Quindi se ci concentriamo su questi tre punti le sarà chiaro il fatto che non possiamo sbagliare, d'accordo?" Non aveva seguito il discorso, ma a quel punto doveva tenersi buono il capo, annuendo energicamente.
    "Ottimo ragioniere, ottimo. Sapevo di poter contare su di lei, domani mi darà tutti i risultati sviluppati"
    Si era illuso di svolgere facilmente il compito assegnatoli, ma non aveva capito niente e adesso non sapeva da che parte iniziare. Piano B, come sempre.
    "Amedeo sei avanti con il tuo lavoro?" Chiese in modo spavaldo
    "Se mi mantieni per una settimana alla macchinetta direi.... vediamo un pò.... ho praticamente finito"
    "Due giorni, fatteli bastare" rilanciò Fausto.
    "Azz... mi ero dimenticato questa pratica e...."
    "Hai vinto, hai vinto. Falso e bugiardo, vada per una settimana" Fausto sapeva di aver ottenuto il massimo, Amedeo avrebbe risolto il suo problema in un batter d'occhio. Infatti il collega ci mise meno del previsto per sbrigargli la pratica e in uno slancio di umana condivisione dichiarò solennemente:
    "Per stavolta ti abbuono tutto, ho lavorato gratis. In effetti questo lavoretto potevi farlo tu ma oggi ti manca la caffeina e sei senza energie" Il solito Amedeo, collega e amico. Le loro schermaglie erano un modo per rompere la monotonia del lavoro e Fausto era felice di avere un collega così.
    "Grazie Amedeo, a buon rendere"
    "Di niente. Riguardati piuttosto, sei uno straccio"
    Non era la giornata storta, era un periodo storto che durava da molto. Tutta la sua vita era storta. "Maledizione!" Imprecò a denti stretti chiudendo gli occhi, senza sentirla arrivare.
    "Grazie per  stamattina. Si zente bene Fausto?" Quella voce lo ridestò in un baleno
    "Certo Emma, certo. Solo un pò di stanchezza" lei non la bevve.
    "Ultimamente mi sembra strano, ci sono forse dei problemi? Posso aiutarla in qualche modo?"  [Certo, stasera vieni a casa mia a cena e magari dopo scopriamo di essere innamorati pazzi]
    "Allora Fausto che mi dice?"
    "Dico che stasera la vorrei a cena a casa mia, vestita in modo sexy e smettendola di darmi del lei. Ecco cosa le dico" le parole erano uscite dalla sua bocca fluide e spontanee. Si accorse dell'errore tremendo quando ormai aveva fatto la frittata. Gli occhi di lei si socchiusero [aiuto!!]
    "Che modo strano per invitare una ragazza, piuttosto arrogante e maleducato. Sa cosa le dico? Accetto il suo invito, il tuo invito. Preparami qualche buon manicaretto, sono molto golosa. Ci vediamo alle otto, aspettami" e senza aggiungere altro si voltò con fare civettuolo e si allontanò ancheggiando più del solito, o era lui che stava sognando? Il resto della giornata passò in un istante. Aveva invitato la ragazza dei suoi sogni a cena e lei aveva accettato. Lui però non sapeva cucinare, mangiava sempre cibi precotti, scatolame e tutto ciò che non richiedeva grandi doti da chef.
    "La rosticceria all'angolo, è l'unica soluzione e poi di corsa a casa a rassettare e preparare"
    La rosticceria era ben rifornita e non conoscendo i gusti di lei si fece consigliare dalla titolare. La signora lo aiutò nella scelta di alcune pietanze gustose ma nel contempo delicate, cibi che solitamente piacevano al tipo di donna che le aveva descritto. Fausto pagò il conto e ringraziò ancora la donna che gli fece un cenno con il pollice levato. Uscì fischiettando [sta a vedere che la giornata nata storta si trasforma in un trionfo] La sua mente stava fantasticando e lui si lasciò trasportare da quella piacevole sensazione.
    L'appartamento, vecchio e malandato, aveva bisogno di molte migliorie, ma adesso doveva cercare di renderlo presentabile e accogliente. Si mise d'impegno e in un'ora riuscì nel miracolo di rendere quella topaia, come la definiva lui, in un accogliente appartamentino. Aveva riordinato, pulito, disinfettato, preparato la tavola e aveva ancora un buon margine di tempo per ricontrollare tutto.
    "Si, così va bene. Adesso mi faccio un buon caffè, me lo merito. Poi doccia e vai con la serata e speriamo che quel seccatore del mio vicino non venga a suonarmi il campanello anche stasera" Andò in cucina e preparò la moka del caffè, nell'attesa si mise a sedere sul divano, voleva assaporare tutti quei momenti con calma. Anni di insuccessi e umiliazioni avevano lasciato il segno nel suo animo, che come una voragine assorbiva giorno dopo giorno la sua voglia di vivere. Quante giornate nate male e finite peggio, quanti bocconi amari aveva dovuto sorbirsi. "Aspettami" aveva detto lei. Aspettava da sempre quel momento. Socchiuse gli occhi sognante, quella sera avrebbe dato una svolta alla sua vita.
    BOOOOOMMMMMM!!!!!! Il botto squarciò l'intera palazzina.
    Ad Emma, che si era recata all'appuntamento e che di fronte al cumulo di macerie chiese cosa fosse successo, l'agente in divisa rispose:
    "Dalla prima ricostruzione dei fatti risulta che il caffè, fuoriuscito dalla moka che continuava a bollire, abbia spento la fiamma ed il gas della bombola abbia saturato, in poco tempo, il piccolo appartamento. Qualcuno, nel frattempo, deve aver suonato il campanello provocando quello che vede e per gli occupanti non c'è stato nulla da fare. Mi dispiace signorina" concluse l'agente.
    Fausto si svegliò di colpo, aveva udito un boato e voleva capire cosa fosse successo. [Che strano] pensò, si sentiva leggero, quasii evanescente e lievitava sopra l'edificio distrutto. Vedeva le cose, sentiva voci e rumori di quella scena ma capiva di non farne più parte; ci mise alcuni secondi poi realizzò l'accaduto, la giornata storta era finita peggio, come sempre e a denti stretti esclamò "Maledetto caffè!"

  • 27 aprile 2013 alle ore 15:55
    Una vita sotto assedio

    Come comincia: Sotto assedio. Così deve sentirsi chi ha la sventura di avere chiesto denaro ad uno strozzino.
    La tua vita, i tuoi pensieri diventano ostaggio di una ossessione. La  morsa che ti attanaglia la gola non ti lascia mai. Un pensiero fisso è sempre con te. Quando mangi, quando dovresti lavorare, quando stai con i tuoi cari o con i tuoi amici, se riesci a conservare i tuoi amici, persino quando dormi, se riesci a dormire.
    Ho la fortuna di non avere mai chiesto un prestito.
    Però, fatte le debite distanze, è così che mi sento.
    Sotto assedio.
    La mia ossessione non è il denaro che lo strozzino di turno pretende da me.
    La mia ossessione è il denaro che gli approfittatori di turno ancora pretenderanno da me.
    La mia ossessione sono le menzogne che gli sfruttatori di turno ancora spargeranno in giro.
    La mia ossessione sono le aggressioni fisiche o verbali che ancora devo temere quando esco dall’uscio di casa mia.
    La mia ossessione sono le minacce, velate o no, che mi arrivano sotto ogni forma. Sotto forma di parole, sotto forma di lettera, sotto forma di verbale assembleare, sotto forma di dispetti.
    Lo sgomento si trasforma in dolore lancinante perché i miei persecutori sono persone che mi dovrebbero amare e proteggere.
    La mia vita sotto assedio non ha origine dalla richiesta di un prestito.
    La mia vita sotto assedio ha origine dalla richiesta di trasparenza nell’ amministrazione del  condominio dove abito.
    Una richiesta lecita, anzi superflua. Ed invece no.
    Nel 2002 vado a vivere in una piccola palazzina di 5 appartamenti. In un ambiente quasi familiare, l'amministrazione è affidata a turno agli stessi condomini.
    Realizzo ben presto che l'amministratore in carica è in realtà poco più di un fantoccio agli ordini del “capo-palazzo”, il condomino a maggiore anzianità di permanenza nella palazzina, che però rifiuta caparbiamente di assumere ufficialmente il ruolo di amministratore. La gestione è alquanto disinvolta. A fine anno non si riceve alcun rendiconto. Mi dicono che vengono eseguiti alcuni lavori di manutenzione, ma non ne ho alcuna evidenza né visiva né documentale. La piccola manutenzione che non peserebbe se inclusa nella gestione ordinaria è trascurata in attesa di creare l’emergenza e la levitazione dei prezzi. Ed anche allora i lavori non vengono mai eseguiti. Il “capo-palazzo” ne parla sempre, ma non verranno mai eseguiti se non ne avrà il pieno controllo. Come per la pitturazione delle scale, per la quale il “capo-palazzo” pretende che si spendano 16 milioni, mentre ne occorrono al massimo 3.
    Va be'. Siamo in famiglia, siamo tra di noi. Vogliamo formalizzarci?
    Passano due anni. L’amministrazione passa di turno a mio marito.
    Il “capo-palazzo”, che come amministratore-ombra non tollerava domande e non presentava rendiconti, puntualmente contesta i rendiconti presentati da mio marito ed addirittura pretende denaro per sè. Non versa le sue quote condominiali, ma si appropria delle bollette condominiali e provvede di sua iniziativa al pagamento.
    L’assemblea decide per lavori di manutenzione di cui il “capo-palazzo” parlava da dieci anni. I lavori stavolta sono sotto gli occhi di tutti. Mio marito fornisce ai condomini la copia di tutti i documenti pertinenti. Il “capo-palazzo”chiede copia delle fatture e puntualmente le ottiene.
    Dopo tre anni diventa amministratore di turno l’amica di famiglia del “capo-palazzo”.
    Chiedo informazioni su alcuni lavori che sarebbero stati eseguiti.
    Mi ritrovo ad essere strattonata e spintonata.
    Informo che chiederò visione dei giustificativi di spesa.
    Mi viene consegnato un verbale di assemblea firmato da tutti i miei vicini, zeppo di abusi, intimidazioni, insulti e calunnie contro me e mio marito.
    Mio marito riceve due citazioni, una in contrasto con l’altra ed entrambe in contrasto con quanto il “capo-palazzo” affermava un anno prima.
    Un anno prima il capo-palazzo protestava con vigore, al limite del collasso, di non dover pagare 198 euro, ma solo 33. Lo abbiamo accontentato e, su suo suggerimento, abbiamo diviso i rimanenti 165 euro in parti uguali tra tutti i 5 condomini.
    A distanza di un anno successivo cita mio marito perché adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine”, ometteva di versare le rate condominiali. Però avendo pagato 216 euro per servizi al condominio, adesso vuole 18 euro. In più vuole indietro la sua parte dei 198 euro divisi in parti uguali tra i condomini. Sì, dice proprio così. Starà facendo confusione. In parti uguali avevamo diviso 165, non 198 euro.
    Sei mesi dopo, ci ripensa ancora  ed arriva un’altra citazione. Questa volta è l’amica di famiglia del “capo-palazzo”, in qualità di amministratore, che, senza che la cosa sia mai stata discussa in assemblea, cita mio marito perché il “capo-palazzo” ha pagato di sua iniziativa alcuni servizi per il condominio e non è stato rimborsato. La richiesta sale a 460 euro. Il “capo-palazzo” avrà dimenticato che come “consolidata consuetudine” ometteva di versare le rate condominiali.
    Considerata l’educazione dei miei vicini, chiedo di vedere una fattura.
    Come risposta l’assemblea approva un bilancio in cui fa sparire un mio credito di 140 euro e mi comunica tramite decreto ingiuntivo che devo pagare 240 euro.
    Forse i miei vicini vogliono ringraziarmi perché fino ad un anno prima ero costretta ad anticipare le mie quote condominiali per pagare le bollette, dato che i miei vicini non versavano le loro.
    O forse intendono rimproverare mio marito che non aveva fatto emettere ingiunzioni  di  pagamento  contro  i vicini di casa che per un intero anno non avevano versato le loro quote o contro il marito della signora che ora funge da amministratore, che aveva aspettato un anno per versare l’ultima rata per lavori di manutenzione.
    Ultimamente incontro molti amministratori di condominio.
    Tutti mi elencano i documenti che devono presentare per ottenere un’ingiunzione. Ed a volte non sono sufficienti.
    Invece i miei vicini di casa riescono ad ottenere un’ingiunzione senza una delibera di riparto spese, senza un riparto conforme al regolamento di condominio e senza, non dico un sollecito, neanche una prima educata richiesta.
    Chi sono i miei vicini di casa?
    Che poteri hanno?
    Mio marito suggerisce di non perderci tempo e pago l’ingiunzione. Ma è un errore. I signori non avevano una carta in mano. In seguito messi alle strette fanno compilare (e male) una fattura falsa al loro amico.
    Due mesi dopo trovo nella mia cassetta postale un foglio strappato, senza data, senza recapito telefonico, in cui un ufficiale giudiziario m’invita a contattarlo e m’informa che la prossima volta, se non mi trovano, potrebbero sfondare la mia porta di casa.
    Se ne occupa l’avvocato di mio marito.
    Scopre che chi aveva fatto emettere l’ingiunzione aveva poi agito come se non avessi pagato.
    Non posso più far finta di non sapere con chi ho a che fare.
    Ora è evidente. Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Chiedo di avere copia dei documenti relativi ai lavori per cui ho ricevuto l’ingiunzione.
    Il giorno dopo un cumulo di rifiuti impedisce l’accesso al mio box negli scantinati.
    Un avvocato con il papà ragioniere, specializzato in richieste di risarcimento danni, afferma che mio marito avrebbe causato “grave danno” al condominio. Non specifica quale sia il “grave danno”, non lo quantifica in termini di denaro, non produce nessuna documentazione.
    C’è sempre tempo per questo. I danni si trovano e nel tempo si creano.
    Tre mesi dopo nell’androne del palazzo compare un foglio.
    É una richiesta per il nuovo amministratore, un amministratore professionista che gode di ampia fama in zona, stimato dal fratello del “capo-palazzo” e dal nipote del “capo-palazzo” che abita anch’egli nel piccolo condominio:
    <<Poiché la palazzina è stata completamente ristrutturata di recente, con un esborso finanziario di rilievo, i condomini, tenendo conto che sono stati eseguiti “tutti” gli interventi indicati dall’amministratore p.t. e confermati dagli accertamenti tecnici eseguiti dal Direttore dei lavori e formalizzati nei computi metrici preventivi che l’Assemblea ha approvato, ritengono che non vi siano da eseguire lavori di manutenzione straordinaria – anche con caratteristiche di urgenza.
    Qualora il nuovo amministratore prospetti un intervento evidenziandone il carattere di urgenza, dovrà motivarlo debitamente in quanto la relazione tecnica che predisporrà - nel caso dovesse trattarsi di un inconveniente preesistente – sarà utilizzata dal Condominio per una citazione nei confronti dell’amministratore all’epoca in carica e del professionista, che ha prestato la sua assistenza con la direzione dei lavori di ristrutturazione, per l’esecuzione da essi compiuta e per la rivalsa del risarcimento dei danni>>.
    Gli intenti sono chiari. Qualsiasi problema possa avere una palazzina vecchia di sessant’anni, carente nella manutenzione da oltre cinquant’anni, come scrisse lo stesso “capo-palazzo” che abita nella palazzina da sessant’anni, la colpa (ed il risarcimento) deve essere imputata all’ultimo arrivato.
    Due mesi dopo, l’assemblea attesta la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento” dell’amica di famiglia del “capo-palazzo”.
    Non è una novità. Ho sentito questa lamentela praticamente ogni anno dei sette anni vissuti in questa palazzina.
    Sono stati eseguiti dei lavori già due volte da quando vivo in questa palazzina.
    Almeno mi hanno raccontato che sono stati eseguiti.
    Aspetto la relazione tecnica predisposta dal nuovo amministratore.
    Aspetto che l’amministratore proceda d’urgenza. Niente di tutto questo.
    L’assemblea, in attesa di decidere quali lavori eseguire e quando iniziarli, decide solo di emettere bolletta straordinaria mensile di 200 euro a carico di ogni condomino.
    I condomini sono 5. La quota ordinaria a carico di ogni condomino è sui 40 euro.
    In attesa di decidere quali lavori fare e quando iniziarli, in teoria un solo condomino versando 250 euro potrebbe provvedere al fabbisogno ordinario di tutto il condominio.
    Mi sento sotto assedio.
    Come se mi avessero  chiesto di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Non ho un’impresa o un’attività commerciale.
    Voglio solo vivere nella mia casa.
    Eppure mi sento sotto assedio.
    Come se, per vivere nella mia casa, mi avessero  chiesto il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.
    L’amministratore mi assicura verbalmente che ha visto con i suoi occhi le infiltrazioni in tutte le stanze dell’appartamento. Addirittura scorre acqua sulle pareti.  Non mette niente per iscritto. Posso anche aver capito male.
    Chiedo all’amministratore di documentare i danni. Non ricevo risposta.
    Lasciando quella povera famiglia a pagaiare su una canoa per spostarsi da una stanza all’altra, l’amministratore convoca di nuovo l’assemblea tre mesi più tardi.
    Ordine del giorno: decisione in merito alle infiltrazioni acqua appartamento Gilla Pistoia e incarico tecnico.
    Partecipo all’assemblea direttamente. É la prima volta da quasi due anni.
    Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che chiederà i danni. Sento l’amministratore dire che “quando si faranno i lavori, si spicconerà sotto, si valuterà la situazione e si vedrà a chi attribuire i danni”. Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che andrà a dormire in albergo a spese del condominio.
    Sento il “capo-palazzo” affermare: <<Anch’io chiederò i danni!>>.
    Nulla di tutto questo è riportato nel verbale. Posso anche aver capito male.
    Ripeto la mia richiesta di una relazione tecnica e chiedo che la mia richiesta sia trascritta a verbale. L’amministratore scrive:<<la sig.ra Liliana Mazza chiede che gli venga consegnata copia della perizia o DIA dell’arch.Tizio Tazio >>.
    É la prima volta che sento nominare l’architetto Tizio Tazio. Apprendo così che c’è già un tecnico incaricato. Non avevo nominato nessuna DIA. Chiedo all’amministratore di correggere la mia richiesta sul verbale.  A questo punto il
    verbale riporta che <<l’Assemblea a causa di un problema di salute dell’Amministratore viene sciolta>>. In realtà l'assemblea viene sciolta per le intemperanze del "capo-palazzo" che disturba la riunione lanciando insulti contro mio marito senza che nessuno intervenisse. Solo quando nella stanza arriva l'assistente dell'amministratore, lo stesso si decide ad intervenire per zittire il "capo-palazzo". http://www.youtube.com/watch?v=G4EugX6rFmU
    È necessario accertare lo stato dei luoghi ed i danni subìti dalla povera signora.
    Solo la richiesta al Tribunale di una consulenza tecnica d’ufficio permette di ottenere un sopralluogo.
    Il giorno del sopralluogo il “capo-palazzo” non c’è. Quella settimana è in vacanza.
    Cinque mesi dopo che l’assemblea aveva attestato la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento”, il tecnico d’ufficio verifica che sul soffitto in casa dell’amica del “capo-palazzo” c’è un’unica macchia, massimo cm5 x cm5, di formazione recente e di causa non accertata.
    L’amministratore aspetta altri due mesi per convocare l’assemblea che deve decidere i lavori. Lo sollecito ad anticipare i tempi ed ad agire direttamente nel caso vi siano le condizioni per intervenire d’urgenza.
    Come sempre, non ricevo risposta
    Perché l’amministratore non interviene?
    Ho una mia ipotesi.  È  solo un’ipotesi.
    Fino alla notizia del sopralluogo non c’erano le attestate numerose infiltrazioni.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno. Sono sicura che ci saranno. Il giorno del sopralluogo il mio perito di parte ha individuato una probabile causa di infiltrazione: la guaina impermeabile in corrispondenza della parete che delimita l’appartamento del “capo-palazzo” risulta tagliata e strappata. Non sono tagli dovuti a vecchiaia o cattiva manutenzione. Sono tagli causati da uno strumento atto al taglio, non è dato sapere se volontariamente o incidentalmente. Costo di una riparazione d’emergenza? Massimo 150 euro.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno.
    A quel punto la sig.ra Pistoia chiederà i danni a chi, secondo lei, ha causato il ritardo dei lavori chiedendo l’accertamento tecnico preventivo.
    Non posso fare il processo alle intenzioni. Arriva il giorno dell’assemblea.
    L’amministratore mi ha convocato per approvare il bilancio consuntivo ad anno solare ancora in corso.
    L’amministratore non presenta nessun bilancio perché le spese sono ancora in corso.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato perché vuole dare le dimissioni ed occorre nominare un nuovo amministratore.
    L’amministratore non dà le dimissioni.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato per deliberare sui preventivi del lavoro terrazzo.
    L’amministratore non presenta e non fa presentare nessun preventivo perché afferma che i lavori deve deciderli il consulente tecnico d’ufficio.
    Non è vero, ma se anche fosse, perché l’amministratore mi ha convocato?
    Come da copione, l’amica del “capo-palazzo”, che ha anche la delega del “capo-palazzo”, dichiara che chiederà i danni a chi ha chiesto l’accertamento tecnico preventivo. La sua dichiarazione è a verbale.
    Questa volta non c’è rischio che abbia capito male.
    Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se mi fossi rifiutata di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.

    7 ottobre  2009

    P.S. Aprile 2010. L’assemblea è convocata per decidere su “Lavori terrazzo”.
    Maggio 2010. L’ingegnere del CNR confida a mio marito: <<Questi vogliono far pagare tutto a voi>>.

    [ Il romanzo completo può essere letto in  http://efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1469204 ]

  • 27 aprile 2013 alle ore 13:03
    Sow Tiff

    Come comincia: Letture, Passatempi, Credenze, Esperienze.. Ognuno scelga ciò che vuole leggerci.

    Mi ricordo una particolare serata invernale di quelle talmente fredde che l’idea del gelo ti rimane attaccata mentalmente a tal punto da non desiderare di uscire fuori casa nemmeno quando sei gia fuori dal corpo fisico. Ero sdraiato sul letto e seduto sul divano, paradossale vero? Vi assicuro che era proprio così, il mio corpo fisico era totalmente rilassato sul letto, mentre il mio corpo astrale stava decidendo se uscire o non di casa. Spesso, quando non so dove andare o hi disturbare, mi limito a girellare tra le stanze in attesa di qualche meta interessante da pensare e così feci anche quel giorno. Ero “comodamente seduto sul divano, quando un’ energia mi passo accanto velocemente, si avvicino alla porta di casa come se volesse uscire per poi riproiettarsi in un’altra stanza in modo abbastanza rumoroso. Di qualunque cosa si tratti è pur sempre un estraneo che ti entra in casa, perciò in un primo momento fui spaventato e pronto a rientrare nel mio corpo. Di nuovo mi passò veloce davanti , ma questa volta si soffermò sulla porta ed io, vinta la paura, l’afferrai per un braccio e cercai di scoprirne il volto. Con mia grande sorpresa vidi che era un’energia femminile, dai tratti asiatici e con la faccia mascherata di bianco tipo una geisha giapponese dei primi del ‘900. La invitai a sedersi vicino a me e lei mi sorrise, come se sapesse molto più lei di me, che io di lei, ma comunque mi assecondò e si sedette. Le chiesi chi fosse e di nuovo la vidi sorridere, indugiava come se non volesse dirmi il nome o l’origine del suo essere, ma alla fine cedette e mi pronunciò queste parole “ sono “ Sow Tiff “. Cosa voleva dire quel nome, aveva un significato o era una semplice mia codifica per renderlo memorizzabile? Pronunciato il suo nome si alzò quasi per congedarsi da me, ma il congedo fu tutto da parte mia, poiché per paura di dimenticare questo nome lo stavo ripetendo continuamente fino ad arrivare allo stimolo fisico vero e proprio che altro non era che il pronunciarlo a voce alta. Come spesso ho già spiegato, gli stimoli fisici, provocano un immediato rientro dentro il corpo e così fu, mi ritrovai nel mondo reale con un incomprensibile nome da ricercare su internet per verificare o scoprire qualcosa di interessante che, ad oggi, non ho ancora scoperto. Sow Tiff; chi era? Cosa faceva nella mia stanza? Tratti asiatici, ma con un nome che nulla aveva a che fare con l’ Asia. Si scriverà così? Del resto lo aveva semplicemente pronunciato. Scrissi questo nome sul web convinto che avrei trovato un sfilza di file tif, ma con mio stupore digitando TIFF su google compariva una scritta : Thailand International Forniture Fair… un legame con l’ Asia lo avevo trovato.

  • 26 aprile 2013 alle ore 23:10
    Il concorso

    Come comincia: Eravamo seduti tutti in prima fila su delle seggiole abbastanza scomode, davanti a noi una pedana con su un lungo banco e dietro loro due, i nostri giudici.
    L'imponente palazzo della cultura nello stile architettonico dell'epoca  fascista  era ormai annerito dallo smog e aveva molte sale chiuse e in disuso.
    La manifestazione a cui partecipavamo si svolgeva in una grande sala, piena di drappi rossi e affreschi alle pareti, ma il pavimento era logoro e la polvere copriva ogni cosa.
    Il tema della competizione era chiaro e scarno: rappresentare un soggetto marino, ognuno di noi aveva ricevuto un tappo di sughero grande più o meno come il pollice di una mano adulta, uno stuzzicadenti e un piccolo fogliettino quadrato di stagnola, di colore azzurro, con i lati della stessa lunghezza dello stuzzicadenti, infine uno scatolino di colore grigio che aveva l'unica funzione di fare da contenitore del nostro lavoro.
    Eravamo in sei, ammessi a quel concorso sulla creatività in virtù dei nostri scritti, con i quali avevamo superato la prima prova, che aveva bocciato più di una trentina di partecipanti.
    Ero fiero di essere lì ma anche molto perplesso: con quegli  strumenti a disposizione non c'era stato dato molto spazio per creare.
    Avevamo avuto un’ora di tempo per il nostro lavoro, quando finimmo, ci guardammo in silenzio, sistemammo le nostre opere nel contenitore ed aspettammo che i due professori giudicassero i manufatti.
    Il Prof. Antinolfi aprì la seduta, salutando noi e i pochi astanti e ci pregò di portare i contenitori sul banco, mentre il Prof. Calvi puliva con ostentazione i suoi occhiali con la montatura di tartaruga.
    Eravamo tutti molto emozionati, vidi che la mia vicina di seggiola aveva addirittura un tremolio continuo al labbro.
    I due professori iniziarono ad aprire i contenitori e a porre i lavori in fila sul banco, parlottando tra loro, molto compresi di sé e con uno sguardo perennemente severo.
    Tre lavori rappresentavano una barchetta, il sughero era stato la-vorato come uno scafo, lo stuzzicadenti fungeva da albero e la stagnola infilzata nel medesimo, da vela. I Prof si dilungarono a lungo sulla finitura del tappo, in particolare su una delle tre barchette, dove il sughero era stato semplicemente appuntito ad una estremità per simulare la prua, senza alcuna altra modifica. Il Prof. Calvi ci vide una grossa ricerca sui temi del realismo e intuì una seria analogia con il lavoro del Tosi, che citò con ossequio.
    Il quarto lavoro rappresentava un soggetto che pareva un uomo, il sughero era stato lavorato come un busto senza gambe, la stagnola faceva da mantello e lo stuzzicadenti da lancia, per il partecipante doveva essere il dio Nettuno ma il fatto che lo stuzzicadenti non avesse le tre punte fece storcere le labbra ad Antinolfi.
    Il quinto era un pesce, così sembrava dalla forma che aveva il sughero, era adagiato sulla carta azzurra, un po' increspata a simulare un mare agitato e lo stuzzicadenti era ficcato nel sughero come un arpione. Calvi pareva interessato, era originale, troppo violento ma originale. Antinolfi disse solo che il pesce arpionato prima o poi sarebbe affondato, per lui era un'opera effimera.
    Il sesto, il mio lavoro, fu l'ultimo ad essere esaminato, la carta stagnola era molto increspata con lo stuzzicadenti adagiato su, il titolo era: naufragio.
    Antinolfi disse scandalizzato:
    « Qui non si sono rispettate le regole, qui manca il tappo!»
    E in aula cadde un silenzio da sala operatoria.

  • 26 aprile 2013 alle ore 23:03
    Editing

    Come comincia: Rossi mi stressava, seguivo le sue mani piccole piccole sottolineare, tratteggiare, cerchiare.
    Vedevo la sua penna rossa scrivere ai lati del foglio: questo non va, questo toglilo, per noi non esiste, la nostra casa editrice questa cosa non te la stampa, etc., etc. Insomma un calvario!
    Avevamo già fatto incontri sulla coerenza, sulla compatibilità, Rossi aveva già fatto le sue segnalazioni sul climax, sull’aderenza degli stili alle varie situazioni, controllato che questi fossero in linea con quelle descritte. Pensavo fosse finita, ma quella mattina nel suo ufficio successe l'irreparabile.
    Eravamo ad un piccolo tavolo tondo, di lato alla sua grossa scrivania ricoperta di libri, fogli A4 battuti a computer , manoscritti attaccati con grosse spille, libri, depliant e due computer, uno portatile e uno fisso, due cellulari e un telefono a spina, una calcolatrice, un vaso di fiori vuoto, due tazze di caffè anch'esse vuote ma sporche di zucchero raggrumato sul fondo, due cornici con foto di bambini, un cavalluccio a dondolo di ferro che si manteneva per miracolo su un'asticella per via di un contrappeso.
    Per cui la scelta di sederci l'uno affianco all'altro al tavolo e non di fronte non era dovuta ad ospitalità, non era stata fatta per farmi sentire più a mio agio, era semplicemente l'unico ripiano vuoto del suo ufficio, perché ovviamente i mobili, le mensole e quant'altro erano ricoperti di carta, di una enorme quantità di carta, scritta, rilegata, piegata.
    Ci eravamo infognati, già poco prima mi aveva detto che la tensione non attanaglia, ma al massimo invade, per cui dovevo cambiare la frase. Ok, va bene, gli avevo risposto.
    Ci eravamo infognati su quel che accadde, accadde: non gli piaceva, lo trovava ripetitivo , quasi cacofonico, andava sostituito con un soggetto e un solo verbo, tipo: quel fatto, quella cosa, l'evento accadde.
    « Ma perché? A me piace così, che differenza fa? Mi piace, crea movimento, il pensiero vi si aggancia e il lettore segue  meglio il percorso...»
    « Ma che dici, cambialo!»  Si alzò, anche quel giorno avevamo finito senza finire tutto, si avanzava lentamente.
    Mi sentii sfibrato e prese a montarmi la rabbia, sentivo che lui ci godeva a rompermi i coglioni, il potere che aveva lo ingigantiva, lui che era quasi un nano.
    Sbottai: « Vaffanculo Rossi, tu saresti capace di editare anche un elenco telefonico, pensi di sapere tutto, ma chi cazzo sei?» Me ne andai sbattendo la porta.
    Per le scale mi prese lo scoramento, e ora? Pensai: cavolo era un anno che aspettavo di pubblicare quel cazzo di romanzo, ci avevo speso soldi e rimessoci quasi la salute e mettersi contro Rossi era stata una vera stronzata!
    Gli telefonerò per scusarmi, conclusi, ma non riuscivo a rasserenarmi, la verità vera era che non mi andava di sottostare a tutto quello, che ero stufo che la gente rovistasse nelle mie cose, che mi mettesse le mani in bocca per individuare denti malati che malati non erano e piazzarmi denti finti, costosi che non erano i miei.
    Fu per strada che mi folgorò un'idea, quando vidi una ragazzina distribuire volantini, affrettai il passo, dovevo attrezzarmi.
    La mattina dopo mi piazzai all'angolo della strada dove erano gli uffici dell'editore, avevo stampato una cinquantina di copie delle prime due pagine del mio romanzo, ripreso nella sua versione originale, quella solo mia.
    Avevo già essiccato la cartuccia della stampante ma poco male, ero contento.
    Avevo scritto a stampatello, bello grande, a margine del primo foglio, sopra il titolo:
    se ti piace, torna domani a prendere altre due pagine, io sarò qui, dove mi hai trovato oggi.
    Incominciai a distribuire i fogli, avevo solo cinquanta  possibilità , occorreva scegliere bene, non potevo mica sperperare tutti i miei risparmi in cartucce da stampante e risme di A4. Perciò cercai di dare i fogli a chi mi pareva potenzialmente più interessato al mio racconto, ma era una roulette russa.
    Quando finii, tornai a casa pieno di dubbi, forse avrei fatto meglio a mettere il mio lavoro su un sito in internet, ma era come imbucarlo in una bottiglia e buttarlo a mare, certo  in rete c'era un mare di persone, non di acqua, ma temevo lo stesso effetto.
    Arrivai al terzo giorno, avevo ancora le cinquanta copie delle pag 3 e 4, intatte: nessuno era tornato. Cominciava a fare caldo e nessuno tornava. Quello fu un brutto pomeriggio, pensai che l'indomani avrei fatto l'ultimo tentativo, poi sarei andato da Rossi a chiedergli scusa e mi sarei lasciato stritolare dalle sue manine piccole piccole.
    Ma l'alba del quarto giorno rischiarò la mia vita, due ragazzi, tenendosi per mano, si avvicinarono.
    « Allora è vero, ci sei! Ci dai le altre due pagine?»
    Li baciai sulle guance, forse sembravo un barbone, ma due persone erano coinvolte dalla mia storia. Mentre li vedevo allontanarsi, gonfiai il petto e mi dissi: allora quel che accadde, accadde piace a qualcuno e rimasi speranzoso ad aspettare qualche altro ritorno.

  • 26 aprile 2013 alle ore 22:38
    Davanti al mare

    Come comincia: Notte fonda, mare intenso che risucchia la battigia sino a metà spiaggia e mi scava l’anima ogni volta scuotendola. Sono stato lì tutto il giorno a scavare dentro di me, ogni centimetro esplorato portava a niente, eppure ero sicuro di trovare qualcosa. Stringevo la sabbia tra le mani impotenti a trattenerla eppure il tuo volto non mi sfuggiva, mai!
    Non senti gli umori del tuo corpo se non ti accucci tranquillo in riva al mare per estrarre dal suo rumore imperioso (sempre!), lento e ritmico delle notti di bonaccia, fragoroso nelle impervie di una notte burrascosa, dei piccoli ami dove attaccare le tue sensazioni per riporle un attimo, tenerle fuori da te, affidarle al comando del mare, strappandole al terremoto inquietante che ti
    logora l’anima.
    Puoi scrivere mille volte e mai riporti le tue sensazioni vere, come se esse, uscendo da te, s’inquinassero nel breve tragitto che le porta davanti ai tuoi occhi. Meglio pensare ad altri, meglio affidare i tuoi tormenti a persone splendide, gemelli inappuntabili delle tue voglie di successo, che ti rappresentino nel migliore dei modi, con il viso fresco, l’abito migliore che hai nel guardaroba e l’anima candida di chi non ha travaglio, ma sa e si muove come sa.
    Difficile contrastare l’aria gelida che ti prende in faccia e ti squarcia il petto, se non sei attrezzato a ingoiare, a bere tutto quello che ti offre una notte gelida davanti al mare.
    Come puoi vivere senza rimettere in scena te stesso ogni volta che percorri le tue strade, che segui il tuo filo, che pure rinneghi sempre? Non puoi mica alzarti e far finta di niente? Sarebbe
    sconcertante ripiegare il mare o addirittura accartocciarlo e buttarlo via, dai, sarebbe osceno!
    Non ti trovo, scavo dentro di me e non so in quali anfratti dell’animo ti sei rifugiata o dove io ti ho sepolto per distruggerti o proteggerti, tanto è lo stesso, troppo amore uccide persino un figlio.
    Non puoi presentarti con quel viso struggente, foriero di chissà quali sogni e startene lì immobile davanti a me, senza mai permettermi di toccarti, di riuscire a immaginare il tuo corpo, di riconoscerlo come il mio e di portarti con me, fuori e dentro di me e che tutti lo vedano, lo sentano, e infine lo riconoscano.
    Strano resistere sulla spiaggia a onde così violente e non lasciarti andare, non farti entrare l’acqua dentro per unirla ai moti perenni del cuore e placare l’angoscia, affidando alla risacca tutti i dubbi che ti tormentano sino a restare inerte e muto, placato per sempre.
    E’ una lotta che il mare amplifica, ognuno porta dentro di sé la sua vittima e il suo carnefice, ognuno espande quello che vuole di sé o quello che può, o più semplicemente quello che sa, ci si può affidare all’acqua per traghettare i pensieri, le emozioni su un punto fermo, immutabile, che testimoni l’avvenuto, il pensato, per sempre?
    Sfuggire, sì, a se stessi è pratica costante e comune, ma chi ha il nostro assillo deve lottare ancora più duramente.
    Chi vuole scrivere ha due nemici, il suo racconto interiore e la proiezione sul foglio bianco che come il mare cancella continuamente tutto quello che gli affidi.

  • 26 aprile 2013 alle ore 18:25
    Lettera ad un amico speciale!

    Come comincia: Caro...
    so che non avrò mai il coraggio di inviarti questa lettera, ma sento il bisogno di scriverla ugualmente, è come se mettere su carta quello che ho dentro mi aiutasse a uscire fuori da questo senso di confusione e smarrimento.
    L'orgoglio di entrambi ci ha separati e continua a regnare sovrano tra noi, dettando le regole di ogni nostro incontro: ignorarci o salutarci appena è quello che riusciamo a fare, non andiamo mai oltre, IO non riesco ad andare mai oltre. Forse non è solo colpa dell'orgoglio, i ruoli che ricopriamo ci impediscono di essere sinceri, ogni cosa potrebbe essere vista in altro modo e anche il gesto più bello potrebbe essere considerato come falso. Ma è anche vero che preferisco rimanere nel dubbio che forse dell'affetto tra noi ci sia realmente e che preferiamo non celarlo, piuttosto che avere la certezza, con un tuo rifiuto, di essermi immaginata ogni cosa. Se solo ci fossimo conosciuti "prima"...sono certa che sarebbe andata diversamente, ma il destino ha voluto così, forse dietro c'è una ragione che ancora non riusciamo a scorgere, capiremo ogni cosa quando sarà arrivato il momento che ciò accada.
    Anche se le nostre vite si sono incrociate da poco, ho la sensazione di conoscerti da sempre. Dietro il tuo atteggiamento, spesso distaccato e inevitabilmente insopportabile, vedo un uomo fragile, ma al tempo stesso coraggioso, che non ha paura di inimicarsi il mondo intero, se questo significa dar voce a quello che sente dentro; un uomo che va avanti sfidando tutto e tutti pur di veder concretizzare i suoi sogni; un uomo che non si arrende alle minime difficoltà e che trova sempre il modo di riemergere. Sono una sognatrice anch'io, pensavo che per "crescere" dovessi smettere di sognare, ma adesso mi rendo conto che è il mio modo di stare al mondo, non potrei vivere senza i miei sogni e senza farmi trasportare ogni giorno dalle emozioni di vivere una nuova avventura o di imbattermi in un nuovo incontro. Tutte le persone speciali che ho incontrato nel mio percorso me le porto dentro, ciascuna di loro mi ha aiutato a scoprire parti di me che nn sapevo neanche esistessero. Mi hanno voluto bene forse di più di quanto io me ne voglia e con il loro AMORE sono riusciti a cambiarmi, a rendermi una persona nuova. Dai loro sguardi potevo leggere che loro credevano in me e questo ha contribuito al mio miglioramento. Tu sei uno di loro, non so quanto ci sia di consapevole o quanto di casuale in quello che è accaduto nella nostra storia, ma se sono riuscita a fare l'inimmaginabile è perchè leggevo dal tuo sguardo che tu sapevi che ce l'avrei fatta. Tu hai creduto in me, forse dalla prima volta che il tuo sguardo ha incrociato il mio, ed io ho voluto credere che avessi ragione e così ho acquistato quella forza e quell'energia che mi hanno fatto diventare quella che sono adesso.
    Credo purtroppo sia arrivato il momento di lasciarti andare, devo trovare il modo di portarmi dentro quanto di bello c'è stato tra noi, senza che il tuo ricordo mi tormenti ancora o che il pensiero di te riemerga nei momenti più inaspettati della giornata, facendomi perdere di vista la mia strada. Ma non è molto semplice: per iniziare a scrivere un nuovo capitolo della mia vita, devo chiudere quello che ho iniziato, ma come posso riuscirci se la nostra è una storia rimasta a metà! Il non esserci più chiariti, il non aver più parlato, non mi aiuta a concludere il capitolo che riguarda noi due. Da qui nasce l'idea di questa lettera, una lettera che non leggerai mai, ma che aiuterà me ad andare avanti, ad andare oltre, a liberarmi della tua presenza, per ritrovare dentro di me lo spazio per nuove avventure e nuovi incontri, che mi aiuteranno a prendere maggiore consapevolezza di chi sono.

    Un abbraccio sincero
    tua Narly
    26 aprile 2009

  • 24 aprile 2013 alle ore 18:24
    Lupi

    Come comincia: Dovrei spiegarti questo tramonto
    e la velocità con la quale l'alba si sbarazza del suo ricordo .
    Dovrei spiegarti perché alcuni esseri credono con una fede smodata
    divenendo  fastidiosi come api , agli occhi stretti  dei disillusi e dovrei spiegarti
    perché i disillusi si sono già arresi .
    Ma guardandoti intorno comprenderai che domande e risposte qui si mescolano
    in un giro di giostra , cambiano prospettiva , angolazione e colore . Quando avrai sufficienti teorie che celebrano le tue orazioni , allora il terremoto sarà pronto a farti crollare .
    Ma cammina fiero nella palude avendo come unico sincero  appiglio il tamburo del cuore .
    E fa che questa musica sia il richiamo per quelli come te
    Dispersi nel mondo
    per esser cercati 

  • Come comincia: Mi chiamo Samuele Grignotti, Sam per gli amici, e sono uno sfigato di merda.
    È un dato di fatto. La fortuna è che posso dirlo senza il bisogno di gettarmi a volo d’angelo dal mio terzo piano. No, io sono un perdente piuttosto sereno, che ha accettato il suo status, perché per quanto mi sia sforzato, le cose non sono mai cambiate. E quando sento quelle persone realizzate nella vita che dicono con un bel sorriso serafico stronzate tipo “la sfortuna non esiste, siamo padroni del nostro destino”, io m’incazzo fino a farmi scoppiare tutte le vene della faccia. Non parliamo poi di quando sui settimanali trovi le interviste ai cantanti milionari cinquantenni che ti rifilano robe ipocrite come “se la vita non ti piace cambiala”. Amico, questa è la vita vera e fa maledettamente schifo!
    A quei tempi avevo ventitré anni e la mia autostima era ridotta all’osso. Gli inizi di Aprile. Ero stato sbattuto fuori dal Mc Donald’s da tre settimane per via del nonnismo. Ci credete? Esiste il nonnismo in un luogo disgraziato come quello, che nelle pubblicità sembra Puffolandia, ma den-tro ti ritrovi a lavorare nelle segrete di Saw l’enigmista. In cui uno squattrinato ventenne vorrebbe solo trovare rifugio da una società opprimente che giudica chi non ha un posto degno di nota, e magari spera di tirare su qualche soldo con un part-time.
    Ci lavoravo da sei mesi, dopo un estenuante zampettare per fastfood, imprese di pulizie e call-center. Marika - frustrata responsabile la cui vita privata era stata soverchiata da quella dei Mc Menù - e Francesca - un’irascibile palla di lardo che in cucina cantava Gigi d’Alessio - mi sono state addosso dal primo momento. Mi disprezzavano. In genere nei posti di lavoro mi prepara-no la botola perché sono un bravo ragazzo e sono pure carino. Forse la cosa irrita, e nei Mc Donald’s non trovi mai bella gente. Spesso è un ritrovo di casi umani. Comunque, le due colsero l’occasione di scagliarmi fuori quando, intento a sparecchiare tavoli, nel voltarmi presi in piena fronte un moccioso messicano. Sapevate che i messicani ci fanno i matrimoni nei fastfood? Che poi quello si era ripreso quasi subito, ma niente. Un’altra possibile carriera stroncata. Licenziato!
    La domanda, dunque, era d’obbligo: perché, pur essendo universalmente ritenuta la migliore età di sempre, avere vent’anni deve essere così faticoso? Perché, se noi rappresentiamo il futu-ro del paese, le città in cui viviamo non sono a prova di ventenne pivello e brufoloso, non sono collaudate per noi?
    Nessuno ci guida, nessuno ci mostra, nessuno ci spiega com’è che vanno le cose. Né la famiglia, né la scuola, né gli anziani che una volta raccontavano le storie e ora se le chiudono in cantina. Nessuno più si accolla la responsabilità di questi sbarbatelli persi in una giungla meschina. E siamo in balia del lavoro che manca, dello studio che costa, dei divorzi dei nostri, delle scelte su tutto. Perché non c’è un grosso contenitore di sicurezza per ventenni, come quello dei bimbi che si parcheggiano all’entrata dei centri commerciali, con palline e babysitter?
    Dopo due giorni da disoccupato capii che non c’era posto per me sul pianeta. E dopo una setti-mana i miei capelli si erano incollati al cuscino tramite un velo di sebo e una modesta dose di saliva notturna. Ero depresso, avevo foruncoli ovunque e invecchiavo a vista d’occhio.
    Una mattina Sandra portò a casa un annuncio di lavoro che parlava di un posto da segretario in un ufficio legale. Ovviamente avevo più possibilità di cavalcare Falcor per le terre di Fantasia. Mi convinse comunque a lasciare il curriculum, lei è un’ottimista sfegatata perché è una figlia di papà, e non immagina neppure che ci siano cose come fame nel mondo ed effetto serra. Lei crede che nell’universo ci siano solo la luna e il sole, perché solo quelli riesce a vedere, e che le cinture D&G le facciano effettivamente Dolce e Gabbana con le loro manine, di notte, nella loro stanza, con tanto amore.
    La sera prima del colloquio avevo un’ansia indescrivibile. Questo perché non avevo mai tentato, in quei quattro anni vissuti a Torino, di entrare in un ambiente che non vedesse panini, fritture, secchio e spazzolone, inutili promozioni da rifilare attraverso un telefono. Trascorsi la notte a fare sesso con uno che mi piaceva parecchio e che spesso mi trattava di merda. Poi lui se ne andò alle quattro e io rimasi solo e tremante nel mio letto. Presi sonno alle cinque e venti, svenendo.
    Quel che mi svegliò fu dapprima l’inaccettabile fracasso del camion dei rifiuti, che ogni volta fa-ceva tremare la mia camera, perché non è che fosse proprio agibilissima. Già incazzato, scollai la faccia dal cuscino e mi rivoltai sotto le coperte come un involtino. Pochi minuti, e altro disturbò la mia quiete. Sentivo solo parole confuse, canticchiate forse.
    “Toot toot, hey, beep beep… Toot toot, hey, beep beep”
    Non capivo. Era là, dietro la porta chiusa, il fastidio. E dopo un attimo quella si detonò, e una fin troppo giuliva Sandra entrò ballando e reggendo lo stereo, che gridava la canzone Bad Girl di Donna Summer. Pur essendo io omosessuale trovai la cosa un tantinellino irritante.
    «Sandra. Perché ti trovi nella mia stanza?».
    Quella si mise a ondeggiare per la stanza dimenando le tettone e facendo un duetto terribile con Donna.
    «Avanti coccooo! Oggi si cambia vitaaa!».
    Sandra, la mia coinquilina. Certi giorni da odiare, certi da mitragliare alla parete, ogni tanto, ra-ramente, da farti ringraziare il dio dei cristiani che ci sia. Bella, riccioluta, grezza e cafona. Un brigante che veste firmato.
    Si fermò un momento davanti alla parete tappezzata di foto di quello stronzo del mio ex.
    «Patetico omosessuale, quand’è che levi questa roba? Ormai se n’è andato da mesi».
    «Voglio tenerle ancora un po’».
    «Certo, come se il figlio di puttana potesse tornare. Fai finto che sia morto, che è meglio. Comunque, alza il culo, sono le otto e mezzo». Sandra si mise in posa e allargò quella sua boccona in un sorriso. «Allora, come sto? Sincero, eh».
    Era oscena. Tutto in lei, dalla minigonna al top, dal trucco ai Camperos, era di un rosso che fe-riva la vista. Sandra aveva l’autostima di una bellezza brasiliana, e in effetti alla sua entrata mancava solo piumaggio e carrozzone dal carnevale di Rio.
    Era una telespettatrice appassionata del programma notturno Resta qua, che resto anch’io!, una robetta della Tv spazzatura. Come ospite c’era sempre una scienziata qualcosa che diceva assurdità sulle donne. L’ultima era stata che vestirsi di rosso faccia diventare gli uomini coglioni. Sandra appuntava tutto.
    «Sembri una decorazione di Natale che deve andare a cantare il karaoke in un bar per camioni-sti».
    «Ha-ha, perfetto! Mi assumeranno di sicuro. Ma che cazzo è questo rumore del cazzo?». Si affac-ciò alla finestra e guardò malamente i due inservienti della spazzatura, che ora stavano proprio lì sotto. «Ehi! Stronzoni in tuta! Perché non vi muovete, cazzo?».
    «Ciucciamelo, troia».
    «Una come me non te la carichi manco se paghi, bello mio». Chiuse la finestra e mi sorrise di nuovo, impassibile alle offese. «Ora vado a prendermi questo lavoro. Muoviti. Ci vediamo doma-ni, cocco, che ti offro il pranzo».
    Buttò con malagrazia lo stereo sul mio comodino, giocando a bowling con la lampada, e se ne andò sculettando, e sbatté così forte la porta della camera che se ne cadde la maniglia.
    Rimasi fermo e con gli occhi sgranati da pesce per metabolizzare la sua comparsa. Sandra lasciava gli stessi postumi di Katrina, l’uragano. Sicché mi levai di dosso lenzuola e fazzoletti cementati di quella notte e mi decisi.
    Mi diedi una lavata e mi soffermai a studiarmi allo specchio. Basette spesse, niente barba, oc-chiaie da drogato, capelloni anni settanta all’insù, e…
    «AAAHHH!».
    Un ennesimo capello bianco!
    Lo strappai e lo deposi in una scatolina di plastica in cui ne tenevo altri sette. Li conservavo per capire quanti se ne imbiancassero in un mese. Erano sempre di più. La cosa cominciava a met-termi ansia. Mi vedevo già tra un anno in prima pagina: “Sconcertante! Ragazzo di ventiquattro anni prematuramente invecchiato. Gli scienziati indagano”. Mi avrebbero ritrovato in bagno con le vene tagliate e un bigliettino con scritto “vi odio tutti, addio”.
    Tentai di stare calmo e di darmi una mossa. Aprii l’armadio e cercai qualcosa da mettere. Ero povero e non avevo niente che si addicesse a un colloquio. Perciò presi l’unica camicia che in-gannava con la sua parvenza di nuovo, dei jeans con un buchino che non si vedeva sotto il cavallo, e le mie adorate, fedeli e da due anni onnipresenti ai miei piedi Converse grigie.
    Un’ora dopo ero in via Garibaldi, di fronte a un portone di legno massiccio. Mi mancava l’aria. Avevo così paura che non mi sentivo più i piedi, che si erano informicoliti. Non avevo saliva, ma avevo già un litro di piscio da espellere. Perché? Perché era ovvio, chiaro, certo che mi a-vrebbero insultato e buttato fuori a sprangate prima di darmi il tempo di dire colloquio. Non sapevo niente di legge, avevo solo un misero diplomino delle superiori, fino ad allora avevo avuto a che fare soltanto con ciccioni divorahamburgher.
    Suonai. Dopo cinque fottuti piani a piedi, per via dell’ascensore fuori servizio, trovai una porta aperta con nessuno ad aspettarmi. Nella saletta d’attesa c’erano dieci persone. Quattro banani stile Clark Kent sui trent’anni, un nerboruto e sudaticcio tizio di mezza età con l’aria un po’ smarrita, tre ventenni con la frangia e le bocche ruminanti di chewingum. E loro, due candidate alla segreteria della presidenza americana. Erano perfette, una rossa e una bionda, infilate in due tailleur scuri, tutte curate e con l’aria snob. Fottute troie.
    Fui lì per andarmene, ma qualcosa mi convinse a restare. Forse la stanchezza. Mi fiondai sulla sedia libera e mi piansi addosso.
    Le sciacquette con la frangia sapevano di inceppo cerebrale, al sudatore ambulante urgeva un phon, e i Clark Kent facevano discorsi da australopitechi, sghignazzando su cose tipo TETTE-CALCIO-CIBO. Nessuno aveva più speranze di me, ma quelle due sì. Le odiavo già. La bionda, poi, tirò fuori dalla ventiquattrore un’enciclopedia che doveva impersonare il suo curriculum, lo accarezzò sul bordo e lo rimise dentro. Perciò mi squadrò e un sorriso malefico le alterò la boccuccia perfetta. E allora sbiancai. Lo ricordo perfettamente. Mi sentivo umiliato, un perdente, uno che doveva indugiare nel pantano dei fastfood a cui era abituato, senza mai più azzardarsi a credere di poter fare qualcosa di più. Quello era il mio destino. Loro vantavano esperienze lavorative, lauree, la posa giusta e magari pure la personalità idonea a quel lavoro, per aspirare a qualcosa che io non dovevo nemmeno immaginare. Potevano permettersi vestiti nuovi e consoni, mentre io portavo le stupide Converse trapassate da una vita e macchiate di strada e i jeans bucati.
    E proprio quando mi strinsi nelle braccia, infreddolito dai pensieri avvilenti, mi arrivò un mes-saggio sul cellulare. “Grazie per la bella nottata, davvero, ma ho capito che desidero ancora il mio ex. Meglio non vedersi più, altrimenti soffri. Buona fortuna per tutto”.
    Roba trita. Sospirai e feci finta di niente. Un altro che se ne andava per paura di farmi male. Che premura.
    Quando rimasi il solo ad aspettare, la segretaria apparve per chiamarmi. Era bella, ma col viso un po’ stanco. Chignon biondo, trucco curato, meno di trent’anni. E la prassi si ripeté: mi studiò grave per un momento, aspettò qualche secondo di troppo, e poi mi chiamò.
    «Samuele Grignotti?» disse con il tono di Piton.
    Quando le andai incontro ero così nervoso e insieme felice di porre fine allo strazio che esage-rai.
    «Oh sì, sono io, finalmente! Salve, buongiorno».
    «Penso che un solo buongiorno sia più che sufficiente. Ricordatelo fra un po’. Io sono Camilla». Poi abbassò lo sguardo sui miei piedi. «E quelle... quelle che cosa sono?» sibilò, gli occhi da omi-cida iniettati di sangue.
    «Converse. Sono un modello di due anni fa, ma...».
    «E ti presenti a un colloquio con delle... Converse?».
    Era già fuori di sé. Non sapevo se dovessi rispondere oppure no. Decisi di no.
    «Dov’è il tuo curriculum?».
    «Beh, n-non l’ho portato. Pensavo che ne aveste già uno voi. L’ho lasciato l’altra volta. No?».
    Sorrise con un misto di pena e stizza. Accostò la sua bocca al mio orecchio e mi parlò sottovoce, stavolta quasi dolcemente. Il dolce sussurro della morte.
    «Non dovrei pronunciarmi, ma sono quasi sicura che sarà del tutto superfluo il colloquio, per-ciò perché non ti risparmi l’umiliazione del rifiuto e non te ne torni a casa?». Mi sorrise di nuovo, ma con gentilezza, indicò i miei abiti e fece no col capo e l’occhiolino. «Sei ancora un giovanotto. Devi imparare a capire quando un ambiente non è alla tua portata. Questo è uno studio legale, lavoriamo con avvocati, con la legge. Sarà un nostro segreto, non lo saprà nessuno. Dirò che non ti sei presentato e sarà come se non fosse successo niente. Credi a me, meglio così».
    L’idea me la propinò convincente. Arrossii, esitai.
    «Il mio capo ha le idee chiare sul tipo di persone di cui intende servirsi» continuò lei, ora seris-sima.
    «Io... però... vorrei provare comunque. Se non le dispiace, ecco».
    Sospirò innervosita. «Seguimi».
    Deglutii. Mi stavo pisciando addosso dalla paura e letteralmente. Mi portò nel salone in cui lavo-ravano gli associati. Era bellissimo. Enorme, con la moquette color carminio e una decina di box in truciolato che ospitavano avvocato o segretaria a lavoro. Sulle pareti porpora, una boiserie in mogano, e sulla destra una lunga vetrata si atteggiava e permetteva di vedere fino al fondo della via.
    Sorrisi come un bimbo, era bello vederli al lavoro. E per un solo istante mi sentii parte del siste-ma.
    «Che c’è, mai visto uno studio legale? Non è un acquario. Muoviti!».
    Sogno distrutto. Che stronza.
    Mi pilotò contro una delle due porte dei boss, i soci. Ne aprì una e mi buttò dentro prima di ri-chiudersela dietro. Una libreria sulla destra, un lungo e sottile quadro d’arte moderna sulla sini-stra, una bella scrivania di legno bruno con piano in vetro davanti.
    Mio Dio che angoscia. Non ricordavo più quale fosse quella giusta, se salve o buongiorno. E di fronte a me c’era solo lo schienale nero di una sedia mobile in pelle. Il bastardo non si era manco degnato di ricevermi come si deve. Di sicuro uno di quei vecchi decrepiti pieni di soldi, con le mani ossute, maleducati, lo sguardo arcigno e i capelli trapiantati per camuffare qualche decennio.
    Una mano si aiutò a rigirarsi, e mi apparve: l’uomo più arrapante che avessi mai visto. Un bel pezzettone di figo sulla trentina. Capello castano lunghetto ma ordinato, barba di due giorni, occhi verdi. Vestito blu notte, cravatta a tono, fisico perfetto. E quella mascella quadra...
    Stavo svenendo. Saliva non ce n’era, manco ossigeno. Lo vedevo già nudo sotto una pioggia di petali, coi fauni che gli suonavano violini attorno e i passerotti che svolazzavano.
    «Scusami, non ti avevo sentito» esordì, e poggiò un libro sulla scrivania. «Ogni momento è buono per dargli un’occhiata».
    Ci guardammo. Io morto, lui in attesa.
    «Tutto bene?».
    Mi svegliai. «SALVE E BUONGIORNO!».
    Titubò, mi studiò di traverso. «Wow, che irruenza. Prego, siediti che non c’è molto tempo».
    Era un ordine e non suonava bene. Uno più socievole dell’altro, in quello studio.
    L’avvocato raccattò qualche curriculum e individuò il mio. «Eccoti. Samuele Grignotti?».
    Era troppo serio. Non tradiva un’emozione e questo mi incuteva ancor più timore. Era come se non ci fosse umanità in quel tizio, non riusciva a trasudarla. E questo voleva dire che da lì a dieci minuti mi avrebbe cannonato fuori.
    Annuii. Riuscivo solo a pensare alla paura, al piscio che picchiava i pugni disperato contro la vescica, e alla speranza di andarmene senza troppe cerimonie.
    Sfogliò svogliatamente le pagine. «Io sono Andrea, Andrea Faldi. Ti sei fatto tutti i bar della zona, eh?» mormorò senza il minimo tatto, con un sorriso appena accennato fatto per umiliare.
    Mi s’incendiò la faccia.
    «Niente laurea né qualifiche di alcun genere. Bar e ancora bar. Due Mc Donald’s. Impresa di pulizie, cameriere. Dogsitter?».
    «Sì, ecco, quello l’ho fatto per arrotondare».
    Era orribile il modo in cui elencava i detestabili lavori che ero stato costretto a svolgere, ma ancor di più il modo in cui mi guardava, sprezzante, arrogante. Riusciva a farmi sentire un topo di fogna, un immigrato lercio alla corte di sua maestà.
    «Capisco. E qualcosa che si avvicini a un lavoro da segretario, invece?».
    Decisi di inventarmi qualcosa.
    «Sì, veramente ho lavorato come segretario in una... in una cosa, ecco...» ma non mi venne in mente nulla. Eppure ero bravo come impostore, ma lui mi incuteva troppa soggezione. Il collo-quio più orribile e veloce della storia umana.
    «Va bene, va bene, basta così». Fece sì col capo, schifato. Sospirò spazientito e si tirò su. «Sarò sincero, Samuele, non sei esattamente il candidato ideale. Per niente. Sembri un ragazzo sciatto. E incompetente su tutto».
    Era incazzato. Andrea Faldi era incazzato con me, un estraneo! Raccolse il curriculum e lo sven-tolò per un momento.
    «Ci vuole una laurea, qui! Qualcosa di significativo! I miei segretari devono adoperare un lin-guaggio forbito, adeguato all’ambiente, ai nostri clienti. E non hai nessuna esperienza. Sei giova-ne e non penso proprio che qualche lavoretto come assistente alla friggipatatine sia sufficiente. Sono spiacente».
    Mi aveva fatto a pezzi e ci aveva messo solo pochi istanti. In più a quei tempi avevo un vocabola-rio assai ridotto e non capii neppure cosa volesse dire forbito.
    Non potevo crederci. Quell’avvocatuccio spocchioso si era preso gioco di me, mi aveva umiliato, aveva ridotto la mia autostima a una poltiglia solo per il gusto di vedermi atterrito. Perché esi-stono persone come Andrea Faldi, pronti a disintegrare le minime speranze di noi giovani? È ingiusto e meschino.
    Mi alzai raccogliendo le frattaglie della mia dignità e strisciai alla porta. Visto? Andrea aveva deciso il mio destino. E poi mi girai. Ero furibondo. Ero un giovane di oggi e quel maledetto non mi avrebbe calpestato tanto facilmente.
    «Le dispiace? Le dispiace? Ma che mi ha chiamato a fare, allora? Lo sapeva che sono giovane e che non ho esperienze! Il curriculum ce l’aveva! Mi ha fatto venire qui per trattarmi di merda, signor Faldi?».
    Nessuna reazione. Mi fissava come si fissano i mentecatti.
    «E poi non poteva farmi andare via con un “le faremo sapere?” invece di fare così, lo stronzo?».
    Con l’offesa avrebbe potuto tirarmi dietro benzina e cerino acceso, e invece abbottonò la giacca e fece il giro della scrivania. Era di nuovo serio, comunque. Risentito.
    «Potrei rivoltare la domanda, Samuele. Come ti salta in mente di venire a fare un colloquio in uno studio legale? Perché sei qui?».
    Una gigantesca incudine invisibile mi si schiantò addosso. Perché ero lì, pur sapendo di non ave-re possibilità, dopo aver ignorato le avvisaglie della paura?
    Non avevo più voglia di fingere e lasciai le braccia penzolare.
    «Non voglio fare il patetico dicendo che mi serve un maledetto lavoro per campare, perché sono lontano da casa e al verde. Certo, non è elegante dirlo, ma sono veramente stanco dei bar e delle pizzerie o di lavare i cessi. Stanco. Perché tanto fai sacrifici e guadagni comunque una miseria. Quindi ho provato. Non sono adatto per un mestiere come questo, non so parlare chissà come, ma...».
    «E allora perché sei qui?» ripeté Andrea. «Perché dovrei assumerti?».
    Scorsi qualcosa nei suoi occhi dannatamente astiosi. Era come se avesse voglia di litigare o roba simile. Assurdo.
    Potevo inventarmi una bella storia strappalacrime o dimostrare la mia tenacia o dar prova della mia bravura, ma quello non era Il diavolo veste Prada, io non sognavo di fare niente di particola-re che mi spingesse a stare lì dentro, non desideravo intraprendere la gavetta del segretario e non avevo assi nella manica. Non sognavo quel posto, avevo solo bisogno di quei soldi.
    «Perché devo mangiare e mi serve uno stipendio!» vomitai senza pensarci troppo.
    Andrea fece spallucce. «Ed è un mio problema?».
    Boccheggiai per l’incredulità. «M-ma-ma perché mi ha fatto chiamare, si può sapere?».
    «Questo lo saprai solo se a me andrà di dirtelo. Al momento non è affar tuo. Lo ripeto per l’ultima volta, lattante impertinente che non sei altro, per quale ignoto motivo dovrei assumerti?» ringhiò Andrea, d’un tratto di nuovo nervoso.
    Oddio, mi sentivo come se qualcuno mi avesse tolto il tappeto da sotto i piedi. Sudavo freddo.
    «Beh... ecco, magari con me potrebbe cambiare tipo di personale. Quella Camilla là fuori non farà certo sorridere nessuno, non è una simpaticona, e io potrei farla divertire parecchio».
    Potrei farla divertire parecchio! L’ambiguità delle parole scelte mi diede un cazzotto allo stoma-co. Sentii la pressione scendere a meno diecimila.
    Andrea mi scrutava. Credevo mi avrebbe fatto arrestare. Aspettò qualche momento. Il piscio mi stava straripando dalla gola, ero terrorizzato dalla situazione.
    «Se Camilla non è una simpaticona, tu che tipo sei?».
    «Un tipo simpatico, appunto».
    Sì, come no. Totò, proprio. E siccome l’umorismo non doveva essere in cima alle passioni predi-lette dell’androide che mi stava davanti, abbassai lo sguardo ebete e molto, molto lentamente poggiai i ginocchi sul pavimento e chinai il capo.
    «Ma che fai, ti prostri, adesso?».
    «Sì».
    Attesa di dodici secondi. Poi Andrea si rianimò, il tono acceso e scoppiettante.
    «Mmm, adoro l’atteggiamento servile. Ho deciso, sarai il mio schiavetto. Vedremo quanto saprai farmi divertire, Samuele. Se non sarai all’altezza del compito ti sbatterò fuori senza remore. Sono stato chiaro? Cominci tra una settimana e vediamo che sai fare».
    Non poteva essere vero. Un giovane perdente d’oggi rompeva il vile meccanismo di come vanno le cose. Volevo chiedergli cosa ci fosse dietro, ma non lo feci. Per la gioia dimenticai che era uno stronzo e un avvocato e gli afferrai la mano come fossimo cresciuti insieme e andati in barca al tramonto sul fiume di Dawson e Joe.
    «Grazie, veramente, grazie!», e gli strappai quasi il braccio.
    Lui sorrise giusto il tempo per farmela credere un’allucinazione, poi tornò serio.
    «Adesso levati dai piedi. Ci vediamo lunedì».
    Camilla mi seguì fino alla porta con un’espressione di paga malignità.
    «Addio» mi disse salutando con la manina. Non lo immaginava neppure.
    Ce l’avevo fatta perché i loro attacchi non mi avevano frenato. Perché quando si è diversi si è un po’ speciali, e forse Andrea lo aveva capito. Lo avevo deciso io. Ma allora ero o no padrone del mio destino?

  • 23 aprile 2013 alle ore 19:51
    Ospiti Indesiderati

    Come comincia: Al mondo d’oggi non conviene lasciare incustodite le proprie cose, ma credo che non convenisse farlo nemmeno al mondo di ieri; ragion per cui è assolutamente sconsigliato farlo in un luogo dove ieri ed oggi non hanno un grande significato. Ero però nuovo e poco pratico di viaggi e lasciare incustodito il mio corpo, mi sembrò la cosa più normale da fare. Già dai primi momenti vibratori, ovvero quando l’anima inizia il suo affaccio sulla dimensione astrale, anche se ancora non si è del tutto separata dal corpo, iniziano a transitare in prossimità del “ reale “ le varie entità che gravitano intorno a quello spazio o semplicemente coloro che hanno notato una nuova porta aperta tra le due dimensioni. Balzi sul letto, respiri vicini, prese per le caviglie, sedute accanto al corpo, tutti fenomeni perfettamente percepiti e che farebbero spaventare anche il più coraggioso dei personaggi, ma tutto normale per un viaggiatore. Le prime volte che assistevo a queste manifestazioni terminavo immediatamente gli esperimenti e ritornavo completamente vigile, impaurirsi e ritirarsi credo fosse la reazione più ovvia fino a che non presi confidenza con tali eventi e provai ad interagire per comprenderne il significato. I chiari e nitidi balzi sul letto, confesso che ancora mi spaventano un po’, ma a tutto il resto ho fatto ormai un’abitudine quasi piacevole. Mi ricordo con divertimento quella volta in cui mi separai dal corpo pur rimanendoci dentro, una pratica che uso spesso, quando non sono ancora del tutto rilassato o semplicemente quando ancora non ho ben progettato dove voglio andare o chi voglio incontrare. Ad un certo punto mi sentii afferrare per la caviglia, non come per essere trascinato, ma lateralmente, come per essere svegliato. Il contatto non era fastidioso, non sapevo da chi arrivasse, queste entità vengono visualizzate difficilmente, credo che appartengano tipo ad un “ sottobosco “ pertanto senza troppe capacità di manifestarsi o visualizzarsi. Il soggetto era comunque abbastanza grande, ho meglio con una grande forma energetica, sicuramente capace di farmi faticare abbastanza perchè desistesse dalle sue intenzioni, qualunque esse fossero. Solitamente pronunciare il nome di Ensitiv nel momento in cui mi sento minacciato funziona un po’ come uno spray antiscippo, scoraggia e allontana, non ne ho mai compreso il perché, ma ho riscontrato più volte la validità di questa pratica e continuerò ad usarla, così come la utilizzai nel momento in cui mi sentii afferrare per una caviglia. Io sono Ensitiv, quasi una formula di presentazione che non attende risposta, ma solo un risultato; o si allontanano, o la minaccia si fa più aggressiva. Io sono Ensitiv, il tocco si fece più leggero, quasi a farmi comprendere che la di minaccia non si trattava, prosegui dicendo “ cosa vuoi ?” adesso ti fermo e guardo chi sei. Con mio profondo stupore mi ritrovai a cercare di bloccare quel arto sulla mia caviglia cercando di trattenerlo e per quel breve “contatto” che ebbi, mi resi conto che non c’era nessuna ostilità, ma semplice curiosità. Sorrisi, notai questa forma di rispetto che aveva nei mie confronti, ma tutto finì li, poiché lo stimolo di divincolarmi divenne prettamente fisico e il ritorno alla totale normalità ne fu la conseguenza. ....

  • Come comincia: Ho voglia di distrarmi compiutamente. Annoto come sempre gli impegni di giornata. Il lavoro mi obbliga a svolgere un ruolo di maschera sul parterre della sala Borsellino.  Tutti gli uffici interni della provincia sono pronti. Allineati. I vivisezionati chiamati dai propri dirigenti a partecipare sembrano spaventapasseri più che belle statuine. In fila. Distinti. Superbi possessori, dotati di cartellino plastificato. Matricole orgogliosi ogni mattina di “strisciare”. Pettinati, lucidati a pennello, si sentono premurosi di compiacere ai propri superiori con stupide presenze di giornata. E’ venuto il momento di somministrare anche per loro il software pagato profumatamente e messo a disposizione gratuitamente dalla Regione Calabria. Prima i comuni ora gli enti terzi. Che bello! Sapere che forse un giorno, nel lontano 2150, tutti insieme, compiutamente, appassionatamente, saremo in grado di gestire i procedimenti amministrativi delle attività produttive sotto un’unica divisa. Sotto un’ unica “lente” ottica. Sotto un unico “ombrello” informatico. Sotto un’unica “piattaforma” digitale quale base di lancio di questa piccola regione sospesa tra l’Iliade e l’Odissea. Campata in aria. Immersa nelle viscere di questa lurida terra. Zeppa di muffa. Truffa. Parassitismo ed evasione fiscale.
    Non c’è da essere soddisfatti, i livelli di guardia sono travalicati. I tempi corrono e ci indicano un  lavoro che non c’è più. Non esiste più. La guerriglia annota come sempre gli indici di riferimento economici di giornata. E’ un logorio senza fine. Compresi i tre milioni di sfiduciati salgono a sei milioni gli inattivi. E circa duecento milioni di disoccupati in tutto il mondo. Europa Unita. E uniti contemporaneamente senza lavoro a Madrid come a Roma così ad Atene. La BCE scopre la disoccupazione e dà consigli per aumentarla. Riduzione dei disavanzi pubblici e riforme strutturali. Congelamento dei salari. Arretramento dei consumi. La fame va curata in pratica riducendo il cibo. Il bollettino n° 72 della Banca D’Italia è inequivocabile. Crolla di tutto e anche l’export arranca. Ultimo baluardo di difesa per lo stato di salute del Paese - Italia.  Manca poco agli ultimi dettagli. Siamo ai titoli di coda. Dopo l’eutanasia non resta che l’estrema unzione. E mentre nei salotti di Montecitorio si scambiano le figurine per un’immaginetta da regalare al Quirinale,  il D.E.F è quasi pronto.  In arrivo da Bruxelles con posta prioritaria. Sulla parte delle entrate il solito libro dei sogni. Sulla parte delle uscite più sangue che lacrime. Il paese si avvia ad arrivare alla fatidica data del 2015, quando entreranno a regime le regole  del Fiscal Compact, più che a stento già da morto. Bisogna darsi una alternativa diversa. Migliore. Una alternativa di lotta  rispetto all’annuncio di una sconfitta perenne. Che a volte diventa una morte accertata. Tutto procede secondo copione. Il funerale del capitalismo come costume vuole lo paga la povera gente, il popolo.. Questo lungo processo di  “rinascita” e restaurazione complessiva dell’economia capitalistica iniziato da 5 anni lascerà per strada morti e feriti, tanti, come in guerra. E’ la regola principale e universale di monsignor capitale: quando c’è crisi c’è sovrapproduzione. Bisogna mandare al macero gli eccessi di capitale. Fabbriche, macchinari e persone. La morte perde ad un tratto il suo carattere di fatalità per diventare un fattore di razionalizzazione di costi. Bisogna razionalizzare, distruggere a limite pianificare in un ottica di bombardamento. Chimico o politico ed economico tanto non fa differenza. Ponti, strade, ferrovie, ospedali, scuole, la loro distruzione non è più una questione di effetti collaterali ma di rinascita e convergenza. Ma perché distruggere capitale in eccesso così con il rischio atomico anche per le classi dominanti quando la guerra di distruzione dei settori e dei servizi dello stato sociale è entrata in tutte le case con le politiche di austerità imposti dalla Troika? Il sangue c’è ma non si vede. Si possano comprare i giornali o accendere i televisori e tutto sembra procedere a meraviglia senza vedere segnali di fumo nero all’orizzonte. I morti e i feriti ci sono lo stesso, ma non si vedono. Un modo “dolce” e chirurgico per eliminare tutto ciò che è sovraproduttivo ed in eccesso.
    Non ci sarebbe altro da aggiungere se solo ci fosse stato in quest’anni qualcuno che avesse vissuto l’urgenza di recuperare tutta una memoria storica, prima calpestata poi volutamente perduta, sul disfacimento del sistema Italia che ha la sua origine storica nello smantellamento del patrimonio pubblico, deciso una sera di 20 anni fa da un branco di idioti e criminali a piede libero, sospesi su un panfilo a mare…Un branco di matti che ha guidato e continua a guidare il paese come un treno diretto al precipizio. Ed ora ci obbligano ad attraversare un deserto senza borraccia. E’ da lì che dobbiamo iniziare a certificare la realtà di oggi dove, per sollevare questa  spirale negativa, recessiva e deflattiva, si continua ad iniettare veleno tossico, liquido contaminato, nei circuiti bancari e finanziari, contagiando sistemi e apparati di tutto il mondo. Asset inflation da casinò-economy. Anche i beni di rifugio per eccellenza sembrano svampiti, snaturati. Vengono scambiati al mercato nero come fossero papavero, pepe nero o tabacco. Mentre i bollettini di guerra emessi dalle stazioni di servizio sono lì a descrivere una realtà diversa dalle stupide euforie di borsa e ubriacature senza alcol per il decimo mese di rialzo. Dove si continua a badare solo agli acquisti diretti in Borsa di azioni e fondi immobiliari e ad iniettare massicce dosi di quantitative easing per la gioia dei vampirismi finanziari.. Impietosi però come sempre i bollettini non fanno una piega a descrivere una realtà produttiva ed economica che accompagna coi numeri  questo Paese indietro di 30  anni. Differenza unica e sostanziale sta nel fatto di non essere più governati da uno Stato e da una moneta sovrana…I debiti di guerra verranno pagati a costi umani. E con una moneta non più nostra, detenuta da altri. Un ricettario infame di sacrifici sociali oltre che idiota dal punto di vista economico ci obbligherà  a fare due conti con l’acqua e col pane. In una spirale senza fine che vedrà chi lavora guadagnare sempre di meno, chi consuma spendere sempre di meno, chi produce vendere sempre di meno. E chi starà fuori da questo circuito deprimente gli saranno dati  i gradi di potenziale delinquente..
    Chi scrive oggi denunciando fatti e autori, passati e presenti, rendendo visibile ciò che non sarà possibile altrove, nei testi scolastici o nelle testate giornalistiche, portando alla luce frammenti di discorsi storici, economici, filosofici oltre che politici su gravi responsabilità, comincerà a contribuire a dare egemonia di pensiero a un sapere storico di lotta popolare ridotto oramai a lumicino.
    Siamo all’inverosimile vivente in un piano inclinato. Mentre i superbi dipendenti pubblici compilano il test d’ingresso al corso di giornata, annotiamo nel nostro diario di bordo una sparatoria avvenuta in pieno giorno, con un sole accecante, sul piazzale del tribunale di Crotone. Come sempre pronti e vigili sul campo di battaglia distinguiamo le realtà che ci circondano. E che inesorabilmente ci sovrastano. Euforie di borse, accordi commerciali e scambi in yuan tra giganti asiatici, pignoramenti per conti terzi sanciti dal decreto “salva” Italia, suicidi per effetti economici collaterali, e piccoli tentativi di omicidi tra semplici canaglie locali. Ci immergiamo come sempre. E affannosamente tratteniamo il vomito più che il respiro. Siamo vittime predestinate di questa realtà che ci appartiene. E siamo anelli di una catena burocratica di montaggio. Deteniamo il dono dell’ubiquità. Combattiamo contemporaneamente tre guerre locali. Distanti ma non diverse l’uni dalle altre. L’oggetto del contendere è sempre lo stesso. Il lancio in orbita regionale della piattaforma informatica. Le nostre forze di liberazione dispiegate sul campo di battaglia sono piuttosto esigue, ma agguerriti come sempre. Una guerriglia senza fine. Senza patria né bandiera. Che non demorde mai. E quando può colpisce senza preavviso,  all’improvviso. Lasciando il segno. Il campo di battaglia oggi è dispiegato su tre tavoli. La base operativa delle forze di liberazione burocratiche è nella sede dove opera di stanzia  il responsabile di servizio nominato con l’alto grado di sub-comandante. Tutte le informazioni passano da lì. Le radio trasmittenti comunicano continuamente l’andamento di giornata.  Le notizie si susseguono e si confondono. Si sentono i rumori dei cecchini appostati di fianco che organizzano luride imboscate. Si annotano i morti viventi con le loro fido valigette griffate che si confondono tra i reperti del parco archeologico di Scolacium.  A ben scrutarli son tutti uguali. Portano in giro il marchio bubbonico della Regione Calabria. Dritti, e tutti d’un pezzo. Sembrano statue di marmo pietrificate.  Hanno quattro fogli carichi di nullità da far firmare ai Sovraintendenti della Regione Calabria. Protocolli zeppi di forfora portati a zonzo per le statali. Le notizie si muovono ad una velocità disarmante. Nel quartiere generale la dose di morfina ai dipendenti degli uffici provinciali prescelti dai dirigenti è stata appena iniettata. Tutto procede secondo copione. Nel tavolo regionale le ballerine e le soubrette sono in attesa per il ritorno dei pedoni. Gli avvoltoi e le serpe si incontrano, si mescolano, si sciolgono fino a fondersi. Diventano tutt’uno.  Liquidi, di testa. Acidi muriatici.
    Le imboscate sono minuziosamente pianificate. Calcolate. Vengono più volte attenzionate e trasmesse via radio. Il tragitto è pieno di insidie. I tentacoli del consulente regionale camuffato in autista sognano l’apripista. Niente da fare la base operativa ha ricevuto la notizia che il tentativo è andato a vuoto. Fallito. Il nemico non demorde. Si defila. Abbandona la vittima ferita sulla strada. Lasciata lì a leccarsi le ferite per una giornata che sa di nulla. Persa. Dispersa in quel labirinto burocratico dove tutti vanno all’affannosa ricerca dell’albero della “cuccagna”. Cinque ore d’attesa prima di portare a termine la lunga battaglia. Ora è lì, in un piccolo bar a Santa Maria di Catanzaro. Di fronte Palazzo “Europa”. Nella “topaia” operativa del dipartimento attività produttive della Regione Calabria.  C’è un dispiegamento di forze che non ha precedenti. Assessori, Consiglieri e dirigenti popolano quei grigi e scarni uffici del Dipartimento. Riunione dei PISL e dei  SUAP a tutta forza. Contemporaneamente. Appassionatamente. Si entra e si esce da un ufficio ad altro. S’incontrano le stesse persone. Sembrano formiche a caccia di briciole di pane. E noi non ci scomponiamo. Non indietreggiamo di un sol millimetro.  Ognuno conduce dal suo posto la propria battaglia. Siamo operativi come sempre. Agli ordini di un lavoro dequalificante. Disponiamo di semplici armi che man mano creiamo e mettiamo sul campo. Teniamo la radio ad alto volume. Le penne affilate. Riempiamo i campi con le nostre onde d’urto magnetiche. Popoliamo i documenti del diario di bordo da tramandare.  Documenti che diventano monumenti per le future generazioni. C’è da sconfiggere un cancro parassitario che inghiotte denaro pubblico da più di 40 anni. Le comunicazioni via radio si fanno sempre più frequenti.  Restiamo sempre uniti, allerta e attenti a non cedere passo.  Le strategie le decidiamo insieme in seduta stante. Delle imboscate ce ne sbarazziamo subito. Li spolveriamo come fossero macchie di polvere sul vestito. Dispiegati su tre tavoli diversi lottiamo contro i nemici. Sempre più cinici. Freddi. Calcolatori e ragionatori dei loro sporchi interessi. Utilizzatori di soldi pubblici  per tentativi di vincite a lotto o magari per pagarsi i festini a luci rosse.  E intanto i protocolli svolazzano, vanno in giro a cercare gloria. Meta. Staffetta. Una firma di qua, una conquista di là. E finalmente stanchi ed esausti per il tempo sprecato gli accompagnatori provinciali dei quattro fogli ciclostilati ritornano fieri verso il loro triste tramonto. Hanno anche oggi realizzato il loro misero guadagno. Hanno evaso il loro piccolo compitino di giornata.. Il sistema è quasi pronto. E’ in rampa di lancio. Calabria-Suap può partire. Non si sa come e dove arriverà. Però la spesa va avanti. Gli sprechi sono visibili e i vertici amministrativi regionali che delegano per i rendiconti se ne compiacciono. I funzionari e i dirigenti provinciali sono stati divinamente ammaestrati. Tutti parlano lo stesso linguaggio. Tutti seguono le stesse indicazioni. Chi esce fuori binario viene strapazzato con pubblica gogna. Tutti hanno il proprio protocollo zeppo di firme. Tutti vanno alla ricerca di enti da inserire in questa rete metallica. Non c’è ente del territorio che non sia stato compreso. Catturato. Ammanettato. Enti inutili che ufficialmente vengono svegliati dopo anni di puro riposo. Di lungo letargo. Amministratori di enti fasulli e parassitari che, abili come caimani, mandano in giro per la regione i propri uomini ingioiellati, incravattati, ingessati, per firmare, siglare e riempirsi, di inconsistenza.. Scambiano il protocollo Suap come se fosse un foglio di viaggio e di presenza. Partecipano a questo giostra burocratica portando per mano palloncini pieni d’aria e mangiando zucchero filato. La dignità non ha valore. Non ha prezzo. Non è quotata in borsa. Altrimenti sarebbe perennemente “orso”. A ribasso. Calpestata continuamente. Barattata per un tozzo di niente. Noi ci difendiamo. Resistiamo. E quando possiamo vomitiamo. C’è poco da conquistare, ma molto da difendere. L’immagine. L’ integrità.. L’incolumità. Fisica, etica e morale. Che è sempre a rischio. Non c’è tempo per riflettere, il Paese sta crollando, siamo nella fase dell’estremo unzione, e noi veniamo trascinati quotidianamente in lavori dequalificanti. Mentalmente usuranti. Conserviamo solo il tempo per leggere i bollettini di guerra e gli indici di riferimento economici di giornata. Nel tempo a nostra disposizione che a morsi conquistiamo, lo dedichiamo a  produrre documenti. A riempire di contenuti i diari di bordo. E regalare alla generazioni future tecniche di guerriglia per il perdurare di una  lotta di classe….

  • 17 aprile 2013 alle ore 22:41
    In.giustizia

    Come comincia: Rimboccò le coperte dei figli e baciò le loro guance. Era passata la mezzanotte e lei era ancora fuori casa, non che fosse una novità, ma adesso cominciava ad essere stanco di questa situazione e dopo mesi ad essersi roso il fegato, schiacciato dai sensi di colpa, aveva capito di non essere il responsabile del comportamento di sua moglie, o almeno non del tutto. Si preparò l'ennessimo caffè nella speranza di vederla rietrare, magari sobria e propensa ad ascoltarlo. Dopo un paio d'ore la senti, sorridente ed entusiasta stava salutando qualcuno alla porta, un uomo.
    "Che ci fai ancora in piedi?" Era sobria il che significava solo una cosa, era stata con quell'uomo.
    "Aspettavo mia moglie nella speranza di averla con me nel nostro letto"
    "Senti, non è sera. Già che ci sei mettiti a dormire sul divano e vedi di non rompere, capito?" Lui non rispose, avrebbe voluto dire quanto la amava, quanto si sentiva ferito ed umiliato in quel momento. Poteva cambiare se lei lo voleva, doveva solo parlare, chiedere e lui si sarebbe adeguato.
    "Mi hai sentito fallito? Ho detto vai a dormire sul divano!"
    "Va bene tesoro"
    "E non chimarmi tesoro!"
    "Non urlare, svegli i bambini e dopo sai che faticano a riaddormentarsi"
    "Ci mancherebbe solo questa. Sono stanca, non ho tempo per i loro capricci"
    I bambini erano un maschietto di cinque anni e una femminuccia di tre. I primi anni del loro matrimonio erano trascorsi normalmente, senza sussulti. Lui lavorava come impiegato in una banca e lei come segretaria in un'azienda tessile del paese. Come tante giovani coppie avevano acquistato la casa aprendo un mutuo in banca e piano piano la stavano arredando. Lui aveva la passione della piscina e lei quella della palestra. Sua moglie era una di quelle donne che quando passano in strada fa girare i maschietti a guardarla ben benone, mentre lui da quel punto di vista non era niente di speciale. Si era sempre ritenuto un uomo fortunato, una bella e adorabile moglie, un lavoro gratificante e tanti amici. Con l'arrivo del primo figlio rinsaldarono ulteriormente il loro rapporto e la successiva nascita della figlia sembrava aver coronato definitivamente i loro sogni. Tutto procedeva bene, statisticamente rientravano nella categoria delle famiglie perfette, come nelle favole. Poi un giorno, proprio come nelle fiabe, l'incantesimo si ruppe. Quella sera, circa un anno prima, lei stava uscendo con i colleghi del lavoro per una pizzata aziendale, avrebbe pensato lui ai figli e lei lo baciò teneramente sulla guancia, come sempre. Ma quando rientrò era completamente fusa, fatta di droga e alcol. Preso dal panico lui chiamò il pronto soccorso che, una volta accertato l'accaduto, la fece ricoverare per precauzione. Il giorno dopo fu dimessa e tornò a casa e da quel momento non fu più la stessa donna.
    "Penso io ai bambini, tu vai a riposare"
    "Non sei tu che devi dirmi cosa devo fare" era arrabbiata.
    La notte trascorse tranquilla, ultimamente si era abituato a dormire in cameretta con i bambini, il divano era troppo scomodo.
    Alla mattina pensava lui a preparare la colazione e a portare i figli all'asilo, a volte lei mangiava con loro, come in quell'occasione.
    "Ma che vestiti hai messo ai bimbi?" non vedi che sono ridicoli? Sei proprio un cretino, non capisci un cazzo"
    "Cara modera i termini, ci sono i bambini" lui non si scomponeva mai
    "E allora? E' giusto che sappiano come gira il mondo, se loro padre è un fallito, devono saperlo e non chiamarmi cara, lo sai che mi da fastidio"
    "Va bene, ma adesso il fallito deve andare o i bimbi faranno tardi a scuola"
    "Si, vai pure. E se qualcuno ride per il loro abbigliamento confessa i tuoi errori e non addossare le colpe a me"
    Tutte le mattine la stessa storia, ormai non ci faceva più caso.
    "Papone, ma perchè la mamma è sempre arrabbiata?" Il maschietto cominciava a fare domande, i bambini hanno dei recettori a cui non sfugge nulla.
    "La mamma lavora tanto ed è stanca. Voi dovete fare i bravi e coccolarla tanto tanto"
    "Ma lei non vuole le coccole" il bambino era sveglio.
    "Ma si, vedrai che stasera ve ne farà un mucchio di coccole. Siamo arrivati, su; scendete che vi porto dentro"
    Salutò i figli con amore e li lasciò in custodia alla maestra.
    "Buona giornata e buon lavoro maestra"
    "Buona giornata e buon lavoro anche a lei"
    In realtà si era preso un giorno di permesso e salito in macchina prese la direzione verso il centro commerciale alle porte del paese. Aveva pensato a quel momento tante volte e non credeva di riuscire a restarsene calmo. Fermo nel parcheggio del grande centro, aspettò il suo contatto e dopo circa venti minuti una macchina chiara parcheggiò a pochi metri dalla sua. Scese dall'auto un uomo corpulento che portava con se una valigetta e rapidamente salì in macchina con lui. "Hai i soldi?" Chiese l'omone "Si, nelle borsa. Hai la merce?" Chiese a sua volta "Si, partiamo e andiamo a farci un giro" Dopo quindici minuti tornarono al parcheggio e prima che l'altro fosse sceso lui ringraziò "Non mi ringraziare" rispose l'uomo "hai pagato" e aggiunse con tono velatamente minaccioso "io e te non ci siamo mai conosciuti, devi dimenticarmi, ok?" "Ok, non ci siamo mai visti" confermò lui sicuro. Era andata bene, liscio come gli avevano garantito, un affare pulito e veloce.
    "E adesso andiamo dalla mamma" disse parlando a se stesso.
    "Ciao, cosa ci fai qui? Cioè, sono contentissima di vederti ma non sei al lavoro?"
    "No mamma. Oggi ho alcune faccende da sbrigare e ho preso un giorno di permesso"
    "Oh, hai fatto bene, lavori sempre; in banca, a casa, come un mulo"
    "Si mamma, me lo dici sempre. Papà?"
    "Tuo padre è in giro. Da quando si è messo con quelli della protezione civile ha sempre qualcosa da fare, vai a capire gli uomini. Non vedono l'ora di andare in pensione e poi quando ci arrivano si stufano e devono trovare qualcosa da fare, bha. Vuoi qualcosa da bere?"
    "Un caffè mamma, vado di fretta"
    "Ma se hai la giornata libera. Siediti un pò e raccontami, come vanno le cose a casa? Come va con tua moglie?" Sua mamma aveva sempre tenuto una linea neutrale, per lei la guerra si faceva in due e probabilmente aveva ragione.
    "Va e non va, ultimamente sta peggiorando"
    "Beve ancora tanto?"
    "No mamma, penso frequenti un altro uomo"
    "O santo cielo. E tu cosa fai? Non devi permetterle di..."
    "Mamma, sta salendo il caffè"
    "Spengo al volo. Ci vuoi la grappa?"
    "No è meglio di no, se mi fermano mi ritirano la patente"
    "Per un grappino?"
    "Mamma dai, smettila. Sono venuto a dirti che forse mi trasferiscono lontano"
    "E i bambini? E tua moglie?"
    "Appunto. Mia moglie non penso vorrà o potrà prendersi cura dei bambini, quindi vorrei avere la certezza di poter contare su di voi"
    "Ma certo tesoro, come no. Lo sai che io e tuo padre stravediamo per i nostri nipotini. Se la mamma è d'accordo potrebbero venir qua da noi e..."
    "Mamma ti prego. Vediamo come vanno le cose, ti ho detto forse, non di sicuro; e poi per correttezza ne devo parlare anche con i miei suoceri"
    "Certo, hai ragione, scusami. Ma sappi che io e tuo padre saremo sempre qui ad aspettarti se ne avrai bisogno"
    "Lo so mamma, è per questo che sono qui. Adesso però devo proprio andare, salutami tanto papà"
    Abbracciò la madre con foga e la donna si accorse che qualcosa non quadrava. Lo lasciò andare a malincuore.
    Adesso toccava ai suoceri. Trovò lei indaffarata nelle faccende di casa, il marito era al lavoro. Anticipò la domanda di rito per accorciare i tempi della visita.
    "Buongiorno signora. Ho preso un giorno di permesso per sbrigare alcune faccende e tra le altre cose era prevista anche una visita a lei" La suocera non la bevve e toltasi i guanti di lattice si mise a sedere sul divano della sala.
    "Le cose tra te e mia figlia stanno peggiorando, siediti e racconta" Al contrario di tante suocere per lui lei era come una seconda madre, o forse come una sorella. Fin dalle prime volte che si erano incontrati era nato tra loro quel feeling che solitamente non c'è tra suocera e genero. Spiegò più o meno le stesse cose che aveva riferito alla madre, omettendo alcuni particolari scabrosi. Quello che stava per fare avrebbe cambiato la vita di tutti loro.
    "Quindi stai per andartene lontano e vieni qui a dirmi che mia figlia potrebbe non essere in grado di badare ai propri figli. Bel coraggio!"
    "Si, in effetti non dovrei metterla in questi termini, ma le assicuro che la cosa è grave"
    "Certo ragazzo e io ammiro il tuo coraggio e la tua onestà. A suo tempo ti dissi che questa sarebbe diventata la tua seconda casa e cosi è. Vi daremo una mano noi e se me lo permetti vorrei fare due parole con mia figlia"
    "Certo signora, magari domani però, stasera abbiamo degli impegni" e come con sua madre si abbracciarono e la donna avvertì chiaramente che qualcosa non andava.
    Aveva dubitato delle sue capacità, invece era riuscito a superare l'esame con le due donne. Si fermò in una pizzeria per consumare il pranzo, in realtà sua moglie era a casa a quell'ora, ma lui non voleva scombinare i suoi ritmi, anche perchè non le aveva detto di non essersi recato al lavoro. Dopo aver mangiato fece una passeggiata per il centro del paese e ad un'ora prefissata si incamminò verso una chiesetta di periferia. Lì facevano messa anche al pomeriggio e dopo essersi confessato si accomodò in uno dei tanti banchi liberi. Partecipò alla funzione attivamente e fece la comunione. Alla fine uscì inginocchiandosi davanti all'altare facendo tre volte il segno della croce. Poi andò a recuperare la macchina e lentamente si diresse verso casa.
    Sua moglie era già rincasata e stava mangiando con i bambini.
    "Cosa mi guardi così? Avevano fame e gli ho dato da mangiare" Sapeva che lui odiava mangiare da solo.
    "Avete fatto bene. Tra l'altro io non ho molta fame" salutò affettuosamente i figli accarezzando loro le teste. "Come stanno i miei guerrieri, passato una buona giornata?" Il maschietto rispose con voce stridula
    "La mamma non ci fa le coccole, tu avevi detto che ci vuole bene" la donna guardò il marito in cagnesco
    "Che storia è questa? Quali coccole, cosa hai detto ai bambini?" Si stava già alterando
    "Nulla di grave. Mi sono solo permesso di dire ai nostri figli che ultimamente sei stanca e non hai tempo di far loro le coccole ma che comunque gli vuoi bene, tutto qui" Lei non ci credeva
    "E' vero? Sta dicendo la verità vostro padre? Parlate, svelti!"
    "Si mamma si. Il papà ci vuole bene sei tu che non ci vuoi più bene, perchè?" Il bimbo aveva sgranato gli occhi lucidi verso la mamma e la sorellina si era stretta vicino a lui. La donna ebbe un fremito, non sapeva cosa rispondere a quella creature e scatenò la sua ira verso il marito.
    "Ecco. Una si fa un culo quadrato e il marito cosa fa? Aizza i figli contro di lei, bello stronzo che mi ritrovo in casa. Se non fosse perchè.."
    "Adesso piantala!" Tuonò lui come mai aveva fatto prima. Nella cucina calò un silenzio spettrale. Si rese conto di aver esagerato il che lo rendeva euforico, ma i bambini andavano protetti e non spaventati.
    "Smettila" proseguì con più calma "pensala come vuoi, io ti amo e i bambini ti vogliono bene, sei tu che ci hai abbandonato" e senza lasciarle il tempo di replicare si chiuse in bagno a far la doccia. Il vaso era colmo e adesso era sicuro di aver fatto la scelta giusta, quella sera avrebbe risolto i suoi problemi. Restò chiuso in bagno per parecchio e dopo essersi messo in pigiama uscì e si diresse in sala per recuperare i bambini e portarli a dormire, trovandosi però una scena insolita negli ultimi tempi. Lei stava accarezzando le testoline dei propri figli che si erano addormentati sulle sue gambe mentre guardavano dei cartoni animati sdraiati sul divano. Alzò lo sguardo verso di lui e parlò a bassa voce "Questa notte i bambini dormono con me, vai in camera loro a riposare" Lui fu completamente spiazzato da quell'atteggiamento e senza mangiar niente si corico nel letto del bambino immerso in un vortice di pensieri. E adesso? Aveva programmato tutto, per filo e per segno ma mai avrebbe pensato a questo genere di imprevisto. Doveva trovare una soluzuione, immediatamente. Si alzò e andò in camera a recuperare la sua borsa. Senza mai averne parlato, lei non lo voleva più nel letto insieme ma gli permetteva di usare la camera matrimoniale come aveva sempre fatto.
    I bambini erano già nel lettone mentre lei era sul divano a guardare un programma televisivo, di quelli che lui reputava una scemenza. Adesso o mai più, fu il suo pensiero. Tornò in cameretta e aprì la borsa contenente la merce ritirata alla mattina: una pistola dotata di silenziatore e già carica. Pochi attimi e avrebbe risolto la faccenda. Si diresse verso la sala cercando di non fare il minimo rumore, ma l'orecchio fino di sua moglie lo sentì. Nella penombra della sala, creata dalla luce della televisione, lei scorse il marito che si avvicinava furtivamente senza veder bene cosa tenesse in mano.
    "Non ci pensare nemmeno. Il fatto che abbia preso con me i bambini non ti deve creare false aspettative, anzi, mettiamo subito in chiaro le cose. Io ti ho tradito e non me ne vergogno" Lui stava per premere il grilletto, il cuore pompava a mille. "Tuttavia" continuuò lei "so che sei un buon padre e i nostri figli hanno bisogno di te, di noi, anche se le cose non saranno più come prima" nel frattempo lui nascose la pistola dietro la schiena e cominciò ad indietreggiare lentamente "Quindi cosa vuoi da me adesso?" chiese la donna
    "Niente, mi ero illuso, lo sai come sono fatto. Adesso che ci penso ho dimenticato un importante documento in ufficio che domani mattina presto devo portare assolutamente in un'altra filiale. Mi cambio e faccio una corsa subito, non ti preoccupare, torno in un baleno" Lei non si scompose anche se le sembrava strano quel comportamento. Lo definiva un fallito ma sapeva che nel suo lavoro era preciso e metodico. Sarà questa situazione di merda, pensò lei senza convinzione.
    "Vado e torno subito, non mi aspettare in piedi"
    "Non ci penso nemmeno" sentenziò lei senza giri di parole.
    In macchina fu assalito da un sacco di dubbi, stava facendo la cosa giusta? Si, si disse. Amo troppo mia moglie e i miei figli e in questo momento sarei un pericolo.
    Suonò al videocitofono, una voce giovanile e assonnata rispose "Mi dica, posso esserle utile?"
    "Sono qui per denunciare un tentato omicidio, mi faccia entrare, grazie"
    Il giovane carabiniere lo accolse gentilmente facendo segno di accomodarsi su una poltroncina.
    "Vado a chiamare il mio superiore, sarò da lei tra un attimo" dopo qualche minuto il ragazzo fu di ritorno con un uomo di qualche anno più anziano che si presentò e poi disse
    "Lei è qui per denunciare un tentato omicidio. Mi segua nel mio ufficio che chiariamo la faccenda"
    "Non c'è niente da chiarire. Fuori, sulla mia macchina, c'è una borsa con al suo interno una pistola carica e dotata di silenziatore. L'ho acquistata al mercato nero per uccidere mia moglie. Ma stasera mi sono accorto di quanto la amo e sono qui per autodenunciarmi, altrimenti faccio una pazzia. Arrestatemi!"
    Nonostante la paura di vendette, aiutò le forze dell'ordine ad individuare il gruppo di venditori d'armi. Fu processato per acquisto e detenzione di arma da fuoco illegale e il suo avvocato difensore riuscì a far passare in secondo piano il motivo dell'acquisto e viste tutte le attenuanti, la piena confessione e collaborazione dell'imputato, la pena fu abbastanza mite. Dopo un breve periodo di detenzione in carcere, fu affidato ad un centro di reinserimento.
    La moglie accettò di collaborare con gli operatori per riallacciare i rapporti con il marito e alla fine del programma la coppia poteva ritenersi soddisfatta. Lui sarebbe rientrato a casa da sua moglie e i suoi figli, con l'intento di ricreare una famiglia unita e felice.
    Quel pomeriggio una delle addette del centro, che si era messa d'accordo con la moglie, lo stava riaccompagnando a casa; era libero, aveva scontato la sua pena. Arrivati davanti casa lui scese titubante.
    "Hai paura?" Chiese la ragazza
    "L'ultima volta che sono uscito di qui, stavo scappando per non ammazzare mia moglie. E'  passato del tempo e adesso ho paura di come troverò la casa, i bambini, mia moglie"
    "Dai! Dai! Sali che ti aspettano, buona fortuna"
    "Grazie" in realtà aveva un brutto presentimento. Non credeva a quelle cose ma aveva un nodo alla gola e faticava a salire in casa, forse era l'emozione. "Speriamo" si disse.
    Trovò la porta d'entrata socchiusa, in un certo senso se lo aspettava, era il segno di benvenuto. Entrò con fare circospetto, si sentiva un intruso, ma nessuno gli venne incontro. "Vuoi vedere che si sono nascosti?" Dopo aver guardato in cucina si diresse verso la camera matrimoniale, la porta era chiusa. Gli batteva forte il cuore, aprì e... Una scena orribile si presentò ai suoi occhi "Nooo..." Gridò disperatamente. Dietro i corpi senza vita della sua famiglia un grosso cartello appeso alla parete recitava: NON HAI DIMENTICATO!

  • 17 aprile 2013 alle ore 11:20
    BIOGRAFIA di Gino Ragusa Di Romano

    Come comincia: Nacqui il 26 giugno 1943 a Pietraperzia, dove vivo. La mia famiglia m’impartì un’educazione spartana ed io ne condivisi gli insegnamenti, facendo degli stessi la mia norma di vita. Padre di quattro figli, col valido e costante aiuto della mia consorte, signora Maristella Calabrese, insegnante nelle scuole elementari, essendo lei la lanterna del mio sentiero, ho potuto guidare con amore la mia famiglia. Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell’Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l’Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all’Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento. Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca. Ho servito la gente, disprezzando l’iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall’altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore. Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo. Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti. Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l’esempio e con le opere. Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, “non possedendo altre armi, se non le lettere dell’alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie”. Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l’idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l’uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l’amore verso Dio. L’amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all’uomo di superare ogni difficoltà. L’amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L’amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale. Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali. Così operando, in ogni uomo c’è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all’orizzonte del bene. I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.

    I miei versi esprimono qualche triste nota,
    ma se la stessa intona un altro dolce suono,
    ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
    Più felice è l’uomo dopo il lampo e il tuono.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da “Accenti d’amore e di sdegno” Pellegrini Editore – Cosenza 2004

    Siti: ginoragusadiromano.wordpress.com
    xoomer.virgilio.it/ginoragusadiromano

  • 15 aprile 2013 alle ore 15:26
    Il mondo tra le mani

    Come comincia: Ho imparato a toccare le cose da quando non vedo più.
    Solo da allora ho toccato le cose, prima no, prima le prendevo, le riconoscevo quasi tutte, le usavo e ciò mi bastava.
    Da quando non vedo, devo prima toccare ogni cosa per riconoscerla, per prenderla, impugnarla, usarla, riporla nel modo giusto.
    Per me impugnare un coltello, significa innanzitutto individuare il manico, perché stringerlo dalla parte della lama non è conveniente, devo poggiarci  la mano leggera, senza pressione, come quando camminando sugli scogli, devi farti leggero e non far pesare il tuo corpo per attutire il dolore che le sporgenze puntute possono provocare ai piedi.
    Se prendo un bicchiere, devo prima verificare se è vuoto, se prendo una sedia devo toccarla tutta, carezzare la sua seduta, individuare se vi sono poggiate altre cose, capire che cosa sono, poi rimuoverle e infine, sempre toccandola, mi ci posso sedere.
    Se devo infilare un pullover, devo palparlo, per capire se è messo nel verso giusto, se non è alla rovescia, toccando le  cuciture posso capire se sono all'interno o all'esterno, devo seguire il perimetro del giro collo, capire dove l' ovale è più ampio, quel lato lì va davanti, solo più tardi ho pensato che bastava cercare l'etichetta: quello è il lato posteriore.
    Per arrivare a un interruttore devo carezzare il muro finché  il leggero rilievo più freddo e liscio mi dice che sono arrivato alla placca e che quindi un po' più in là c'è il pulsante, ma è un'operazione che faccio di rado, solo quando ho qualche ospite.
    Per mangiare un frutto, una mela per esempio, devo carezzarla a lungo per scovare la parte bacata, e se c'è, occorre poi mantenerci vicino un dito,con l'altra mano cercare il coltello, carezzarlo per impugnarlo, portarlo in prossimità della parte marcia e sperare di tagliarla tutta e bene.
    Alcune volte mi basta annusarla per scoprire se è integra, questo mi capita da un po', da quando il mio olfatto distingue sfumature che prima nemmeno immaginavo.
    Con il naso sento moltissime cose nuove, ad esempio capisco se la pasta è cotta, se è salata il giusto, se il vino è di 12 o 15 gradi, e tutto questo senza assaggiare.
    Anche l'udito mi aiuta, quando friggo, per esempio, il friccichio  nella padella, il livello di rumore che ne viene, mi dice se sto rischiando di bruciare e buttare tutto.
    Ma sono le mani che mi aiutano tanto a vivere, carezzare le forme dei molteplici oggetti che riempiono la mia vita mi arricchisce.
    Le forme tonde, motore invariato di sensazioni erotiche, gli spigoli acuti, puntuali nell'asprezza del contatto, il calore diverso che viene da ogni materiale, il livello di morbidezza o di durezza di ogni cosa.
    Tutto, passando sotto le mie mani, nasce continuamente e continuamente muore.
    Certo sono limitato ma sono soddisfatto.
    Toccare per me è  prima di tutto riconoscere, le mie percezioni sono innanzitutto tecniche e questo forse mi porta a non soffermarmi sulle altre percezioni, limitando la mia immaginazione.
    Ma vivere a occhi chiusi mi fa immaginare tutto, senza bisogno di scomodare i moti dell'animo.
    Eppure mi sento limitato.
    Spesso penso a cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi mai visto, a quali enormi orizzonti avrei avuto sotto le mie mani. Avrei avuto a disposizione solo un nome, una descrizione, inculcatemi da qualcuno, ma la mela sarebbe stata solo mia, un frutto di forma e colore esclusivamente pensato da me e così tutto il mondo.
    Se io non avessi mai visto, avrei un mondo tutto mio, inedito che potrei raccontare agli altri, ignari.