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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 luglio 2015 alle ore 14:02
    POTEVA ANDARE PEGGIO

    Come comincia: Nella vita spesso ci chiediamo se poteva andare meglio, ma molto di rado ci chiediamo se poteva andare peggio. Oggi io e Paolo siamo andati in trattoria e abbiamo trascorso un paio d'ore particolari. E' il giorno del suo compleanno e poco importa se abbiamo brindato lui con la cocacola e io con un vino bianco di origini indefinite, tant'è che eravamo lì, sereni e in discreta salute, nonostante tutto. Ed è in momenti così che penso che poteva andare peggio,per me, per lui, e sebbene io sappia che siamo una piccolissima cosa, di veramente minima importanza, mi rendo conto che la nostra felicità derivante solo dal fatto di esserci e di far parte di chissà che, è sufficiente a farci sentire giganteschi, perchè forse il nostro modo di pensare ci pone limiti, ma l'Universo no. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 14:01
    QUANDO LA COPPIA NON SCOPPIA

    Come comincia: La preparazione dell'insalatona è lunga e noiosa. Me ne sto ferma in piedi davanti al lavandino della cucina, un po' su una gamba e un po' sull'altra, impegnandomi il più possibile e inutilmente a far sì che la mia bocca non accompagni a mo' di tic nervoso il movimento del coltello.
    Arriva Paolo, silenzioso, al trotto lento, e si posiziona al mio fianco senza parlare.
    "Cosa vuoi?"
    "Cosa c'è?" lui.
    "Insalata rossa, carote, cetrioli, sedano e cipolla rossa."
    "Ravanelli, no?"
    "NO, te li sei finiti ieri."
    "Allora insalata, il cuore."
    "No, il cuore te lo sei già mangiato ieri. Ci sono solo le foglie"
    "Allora vada per le foglie."
    "Quante?"
    "Due foglie e due gambi di sedano teneri."
    La mia occhiata lo fulmina.
    "Ah, quelli teneri me li sono già mangiati ieri."
    "Appunto, e prendi un coltello e un piattino e anche uno scottex."
    Lui se ne va felice, e io penso che dovrei brevettare un fermabocca per quando affetto gli ortaggi.
    La mia insalata finalmente è finita, così mi metto a sgusciare i gamberi avanzati ieri.
    "Che profumo!"
    Ecco che Paolo torna, silenzioso, al trotto lento.
    Ma questa volta sono preparata, e appena apre la bocca per parlare ci ficco un gambero.
    Per nulla destabilizzato dalla sorpresa,e impossibilitato a parlare causa bocca piena, sgrana gli occhi e annuisce soddisfatto.
    "Uh Uh! Ohhh!" 
    Vuol solo dire che il gambero gli piace. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:56
    FINEFERIE

    Come comincia: Che tenerezza queste persone con la faccia da lunedì inizio settimana e da lunedì ferie finite! Camminano, abbronzatissimi, sul marciapiedi sotto casa mia con le infradito e i pantaloncini, oppure le infradito e il prendisole spalledifuori, le signore più anziane, i signori attempati con improbabili bermuda un po' abbondanti sulla pancia. Hanno l'andatura trascinata e quasi insolente del passeggio sul bagnasciuga, ma questo è solo grigio asfalto disseminato di cartacce e altre amenità, al quale ancora non si vogliono riabituare. Ecco una coppia di giovani che entra nella pasticceria "sempreaperta" al di là dell'incrocio. Lei bella, con un paio di gambe bronzee lunghe da qui al mare, e lui servìle. Cappuccino e pastarella? Sì, non mi sembrano tipi da "ombretta", ma non si sa mai...l'apparenza inganna. Forza ragazzi, comincia il conto alla rovescia per l'anno venturo. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:51
    TRANQUILLO, CI SONO IO!

    Come comincia: Siamo rientrati adesso. Quando nella trattoria dove andiamo ogni tanto organizzano un pranzo domenicale è come essere invitati a un matrimonio. Si arriva alle tredici e, se va bene, si esce alle sedici. Mi piace guardare le persone, mi piace immedesimarmi in quella che io penso sia la loro intimità. Non c'è come a tavola che si scopre molto sulle persone. Oggi ad esempio c'era una coppia: avranno avuto fra i settanta e gli ottant'anni. Ormai è difficile dare un'età alle persone! Non si sono quasi mai parlati, ma io sentivo una grande unione fra loro e ho concluso che ormai si parlano con il pensiero. Non mi ero sbagliata. Sono usciti appena prima di noi e si tenevano per mano aiutandosi l'un l'altra. Anche io tenevo per mano Paolo, un po' traballante. Ti sei ubriacato di coca cola? No, è stato quel piccolissimo bicchierino di limoncello offerto a fine pranzo. Per lui basta davvero poco! Dai, che la panchina non è lontana! E lì siamo stati seduti per un po', e lì incredibilmente c'è sempre una brezza così gentile, e lì ho controllato che Paolo stesse bene. Stava bene e ci siamo avviati verso casa in tempo per vedere passare l'autobus n. 10, lo prendevo per andare all'ospedale. Come sempre al suo passaggio ho visto lo sguardo perduto nel vuoto di mio fratello poche ore prima di morire, che non posso dimenticare....e di autobus n.10 ne passano davvero tanti, troppi, vicino a casa mia! Come ti senti Paolo? Un'altra volta il limoncello non lascerò che te lo diano. Stai tranquillo, siamo a casa, finalmente. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:50
    PROFUMO DI MUGHETTO

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, mi sono imbattuta in una signora che avrà avuto circa settant'anni. Capelli bianchi raccolti dietro la nuca, un tailleur di lino beige e una camicetta dello stesso colore col colletto di pizzo. Graziosa, elegante, così deliziosa, e tanto fuori posto a percorrere questa strada di periferia disseminata di spazzatura, mozziconi, cartacce, erbacce che hanno da tempo forato l'asfalto e ormai sono diventate piante. Quando siamo state una di fronte all'altra mi ha sorriso, forse perchè io la stavo guardando intensamente e probabilmente inconsapevolmente anch'io le sorridevo. Per qualche attimo un tenue profumo di mughetto mi ha inebriata e ho desiderato andare con lei, non so dove, ma godere della sua compagnia, della sua vicinanza ancora per un po'. Avrei voluto dirle grazie per quella ventata di leggerezza, di sobrietà e finezza che mi aveva donato. E mentre pensavo questo mi sono voltata per guardarla ancora una volta, lei era già lontana, e anch'io nella direzione opposta. Mi è rimasto però di lei il senso di un tenue profumo di mughetto

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:48
    COME LA NOSTRA STORIA

    Come comincia: Caspita! La nostra panchina è superaffollata! Io e Paolo ci guardiamo. Beh, siamo ancora lontani, magari arriva il 49 oppure il 46 o magari il 77 che però passa di rado, e la panchina si svuota. No, niente da fare. Ci fermiamo lì e facciamo finta di attendere l'autobus. Qualcosa dovrà pur capitare! Dopo un po', ehilà, arriva il 49! Che botta di lato B! Il deserto! Se ne sono andati tutti! Ci sediamo e una lieve brezza ci sfiora il viso. Ah, non me ne andrei più da questa panchina! Mentre guardavo il 49 con le porte aperte che faceva fermata, non potevo evitare di osservare tutte le persone lì sopra, e pensavo che dentro ognuna di loro c'è una storia, vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Come la nostra: vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Ci teniamo per mano io e Paolo, e la stretta è solida, complice, protettiva, come la nostra storia. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:43
    MALATTIA

    Come comincia: "L'amore è spesso autodistruttivo. Non ricordo quali furono i fatti che determinarono il punto di rottura. Ricordo perfettamente quando accadde. Fu quando la gioia di ascoltarci reciprocamente, l'impazienza di raccontarci ogni cosa, l'emozione anche solo del suono della voce dell'altro, si trasformò, e l'ascolto reciproco diventò meticoloso, quasi maniacale; diventò la ricerca ambigua, strisciante, ossessiva, anche della più insignificante contraddizione, della più innocente omissione, della più piccola incertezza, per poter litigare e vomitarci addosso disagio e insicurezza: con quella luce pungente e ironica nello sguardo che diceva "non ti illudere, non credere di potermi fregare". E allora compresi che quel nostro amore così limpido, gioioso, leggero, si era ammalato e non sarebbe più guarito."

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:38
    MINIRACCONTO MAXIFELICITA'

    Come comincia: Il cigolìo delle ruote del carrettino annunciava il suo arrivo. Noi bambini l'avevamo soprannominato "Paperino". Non so perchè. Era giovane, allampanato, capelli castano chiaro e un ciuffo sulla fronte, giacchetta bianca e pantaloni neri; ma quello che non ho mai dimenticato è il suo papillon, colorato e perennemente storto. Come una saetta mi precipitavo in casa e iniziavo la frenetica ricerca di dieci lire dimenticate (per la verità rarissime da trovare) mettendo a soqquadro i cassetti della credenza e passando al setaccio le tasche di qualsiasi indumento fosse in circolazione. Quando mi andava bene e riuscivo a conquistare il mio gelato mi nascondevo nell'orto e, seduta su una grossa pietra, me lo mangiavo. Il gelataio era il nostro pifferaio magico: l'avremmo seguito in capo al mondo!

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:31
    CIO' CHE CONTA

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, come al solito, sono passata davanti ad un bar trattoria, anzi più che davanti, proprio in mezzo, perchè non mi sono accorta di camminare fra l'ingresso e i tavolini all'aperto oltre il marciapiedi. Di solito sto attenta e giro intorno, ma forse ero distratta. Meglio così perchè ho potuto assistere ad una bellissima scena: mamma e bambina che pranzavano insieme, una di fronte all'altra, e ridevano mentre toglievano i gusci dalle vongole che condivano un bel piatto di spaghetti. D'improvviso mi sono trovata nel 1956, all'età di otto anni, con mio padre, in un ristorante di Livorno (o Piombino?) accanto all'imbarco dei vaporetti che partivano per l'isola di Capraia. Il ristorante si chiamava "Amico Fritz" e un cameriere molto gentile "La Signorina cosa desidera mangiare?" Ero talmente emozionata che non mi uscivano le parole. Ma poi..ravioli al sugo e per secondo prosciutto cotto e, culmine di tutti i miei sogni, patatine fritte "dei sacchetti". Mai dimenticato quel pranzo con mio padre!
    E oggi, guardando la bambina, ho visto che ha l'età giusta perchè il ricordo di questo pranzo con la sua mamma rimanga indelebile nella sua memoria per tutta la vita. Un ricordo che le renderà più sopportabili i momenti meno felici. :))

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:19
    "HO FATTO LE BRUTTE COSE"

    Come comincia: Sono marzolina e sono andata a scuola a sei anni e mezzo. Non so se a quel tempo si potesse anticipare l'entrata alla scuola elementare a cinque anni e mezzo. Non ha importanza visto che per i miei genitori andò benissimo così, ed io entrai felicemente nel mondo dell'istruzione; felicemente per loro, perchè da subito capii che la scuola non mi piaceva. Però non so se ai bambini di solito piaccia ritrovarsi prigionieri di un banco scolastico a sognare di essere altrove a correre e giocare. A parte tutto ciò sicuramente potevo essere orgogliosa di me stessa. Ero sopravvissuta felicemente alle terrificanti favole per bambini e mi ero lasciata alle spalle draghi, orchi, streghe, matrigne perverse, lupi famelici che si nutrono di nonne, e via dicendo. Che meraviglia! La scuola comunque mi apriva nuovi orizzonti e nuovi interessi. Imparavo a socializzare, ma anche l'umiliazione dell' isolamento: perchè si sa, i bambini sono crudeli. La mia timidezza era davvero abnorme, e i miei capelli rossi erano la mia disgrazia. Capelli rossi e lentiggini (o efelidi, come volete) sparse dappertutto ma soprattutto sul viso. Quei meravigliosi capelli rossi che mi avrebbero resa particolare una volta donna, furono la peggiore condanna della mia infanzia. Sbeffeggiata, presa in giro, a volte pesantemente insultata, solo per il colore dei capelli. Pazienza. Si sa che da bambini bisogna "farsi le ossa" e a me non mancavano certo le occasioni. Quando in lontananza vedevo un gruppo di bambini, prudentemente cambiavo strada. Avevo vinto battaglie molto più difficili e non immaginavo che il peggio dovesse ancora arrivare. La mia fantasia era popolata da mostri e credevo che ci fossero proprio tutti, ma mi sbagliavo: mancava il maligno, o diavolo, o belzebù, o demonio (chiamatelo come volete.) Compresi cosa mi ero persa quando fu decisa la mia entrata ufficiale nel mondo della chiesa. E' vero che ci ero già entrata con il battesimo, ma chiaramente inconsapevole. Adesso dovevo prepararmi alla prima comunione e perciò dovetti partecipare alle lezioni di catechismo che avvenivano nel primo pomeriggio di domenica, in chiesa, fra i banchi. Mentre a scuola le classi erano miste (maschi e femmine), al catechismo i sessi erano accuratamente divisi e tenuti distanti. Le bambine con un' insegnante femmina e i bambini con un insegnante maschio, in giorni diversi e orari diversi. Cosa di così apocalittico fosse potuto accadere se bambini e bambine di sette anni fossero venuti in contatto, davvero non lo so e ancora me lo chiedo. Ricordo chiaramente due suore che partecipavano ai nostri pomeriggi di catechismo. Una si chiamava suor Pierdina ed era la versione femminile di Amedeo Minghi: infatti tutte le volte che lo vedo in tv, menomale di rado, vedo suor Pierdina. L'altra che non ho dimenticato è suor Luisia: lei sembrava uscita da un dipinto di Botero. Il viso molto tondo avvolto in una cuffia molto tonda, su una corporatura molto tonda a sua volta avvolta in una gonna molto tonda e arricciata. Ci si sarebbe potuto aspettare di vederla librarsi nel cielo come un birillo e sparire lontano fino a diventare un puntino quasi invisibile. Lei era quella che ci portava nella stanza degli orrori. La stanza degli orrori era una saletta adiacente alla sagrestia, munita di panche sulle quali noi bambine prendevamo posto per ascoltare le tremende avventure di nostre coetanee che avevano detto le bugie, bisubbidito ai genitori e alle suore, che non erano andate a messa, oppure erano andate a ballare di nascosto (a sette anni?), ma soprattutto che avevano fatto "le brutte cose": per cui il demonio, nottetempo, le aveva strappate dal  loro letto e buttate dalla finestra affinchè si "spiaccicassero al suolo". E tutti l'avrebbero saputo perchè l'ombra del maligno sarebbe rimasta impressa sul muro fra la finestra e il terreno dove la poveretta sarebbe precipitata, indegna di qualunque perdono. Io ascoltavo pallida e a bocca aperta, diciamo pure terrorizzata, e mi chiedevo cosa caspita fossero " le brutte cose". Già," le brutte cose". Mi ricordavano qualcosa. Forse uno o due anni prima ero andata col mio amico Mariolino in campagna dove c'era un fossato, non tanto lontano dalle nostre case, che delimitava la proprietà di certi contadini. Era un fossato senza acqua. Noi ci eravamo calati sul fondo e lì ci eravamo spogliati nudi e.....addormentati. Ad un tratto molto rumore mi aveva fatto aprire gli occhi e mi ero trovata a guardare con curiosità diversi adulti che dall'orlo del fossato mi guardavano severi e gridavano di brutte cose che non si dovevano fare. Io intanto pensavo a quanto fossero lunghe queste persone viste così dal basso. Eravamo stati presi per un braccio senza tanti complimenti e trascinati via, nonchè chiusi ognuno in casa propria, non ricordo più per quanto tempo. Una bambina di cinque, sei, sette anni può sapere cosa sono le brutte cose se un adulto non le dice che sono brutte? No di certo.  Ma pazienza.
    La prima comunione è ricordata da tante persone e non ho mai capito perchè. Io della prima comunione ricordo soltanto il magnifico abito di pizzo bianco e il cappellino col velo, nonchè il latte e cacao offerto dalle suore all'oratorio nei banchi riservati ai bambini dell'asilo. Quello che invece non ho dimenticato è la PRIMA CONFESSIONE. Già, perchè per fare la prima comunione bisognava confessarsi. La prima confessione richiese una attenta organizzazione mentale e di attrezzatura. Un foglio di quaderno fu assolutamente insufficiente perchè, non solo i peccati erano tantissimi (tutti quelli di una vita da 0 a 7 anni) ma la calligrafia di seconda elementare era anche molto voluminosa. L'elenco non finiva mai ed io ero molto preoccupata. Le suore mi avevano avvisata che se avessi dimenticato anche un solo peccato, nel momento in cui il parroco mi avesse dato l'ostia, questa sarebbe volata via sotto gli occhi di tutti condannandomi alla pubblica vergogna. Accipicchia che paura! Quei maledetti fogli di quaderno erano stropicciati, sudati e pasticciati. Li leggevo e rileggevo macerandomi nell'ansia di avere dimenticato qualcosa. E in fondo, ma proprio in fondo all'elenco, c'era il più inconfessabile, il più vergognoso, ma anche il più incomprensibile: "ho fatto le brutte cose". Che caspita erano "le brutte cose"? Non importava: bisognava dirlo e basta. Quando arrivò il fatidico giorno della "Prima confessione" la mia agitazione era alle stelle. Non ebbi neppure la consolazione dell'anonimato perchè dovetti inginocchiarmi su uno sgabellino di fronte all'enorme e accigliato parroco seduto su una sedia che a me parve altissima. Cominciai a leggere i miei fogli di quaderno con voce tremante e preoccupata, ma quando arrivai all'ultimo peccato rimasi zitta e in imbarazzo.
    "Allora? Hai finito?"  Il vocione di Don Sandro mi incuteva terrore e pensai allla possibilità di scappare, subito, ma se poi l'ostia fosse volata via?
    Sospirai e, tutta rossa in viso  "Ho fatto le brutte cose."
    "Hmmmmm" Don Sandro brontolò l'assoluzione e stabilì la penitenza, ma io fui veramente tranquilla solo quando, la domenica seguente, l'ostia fu saldamente catturata nella mia bocca.

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:11
    L'ANNUNCIAZIONE

    Come comincia: Io non sono mai stata riservata, non almeno nelle cose riguardanti me stessa. Al contrario sono una tomba se ciò che vengo a sapere, o mi viene confidato, riguarda altre persone. Per quel che mi concerne sono sempre stata molto aperta, anche troppo, ma siccome onestamente devo ammettere che non mi è mai importato granchè del giudizio altrui, o dei pettegolezzi, un tempo assai di moda, che avrebbero potuto prendermi di mira, ho sempre vissuto molto tranquillamente e ho sempre fatto quello che mi sembrava giusto per me senza curarmi degli altri. D'altro canto io mi sono sempre comportata alla stessa maniera col mio prossimo: non giudicare, regola numero uno.

    Sarà forse per questi motivi che anche la mia maternità prima fu pubblica e dopo privata. Ho avuto una sola maternità, una figlia. Rimasi incinta mentre frequentavo il biennio all'istituto magistrale. Avevo 22 anni ed ero tornata a scuola per soddisfare un progetto di vita. Abitavo fuori Torino e così tutte le mattine prendevo un autobus per andare a Torino e, arrivata in città, davanti all'ospedale Gradenigo, c'era allora, la fermata del tram n. 2 che mi portava fino in Piazza Statuto: lì, all'inizio di Corso Francia, c'era l'istituto in cui studiavo io.
    Così accadde che un mattino, anzichè fermarmi davanti all'ospedale in attesa del tram, entrai, e consegnai un campione che avrebbe dovuto essere analizzato e dissipare ogni mio dubbio: aspettavo un bambino oppure no?
    Ero molto agitata e così chiesi di poter telefonare per conoscere il risultato. Allora, 43 anni fa, non c'erano tutti i problemi di privacy che ci sono adesso. Ebbi il numero e me ne andai a scuola.
    Come avrei potuto tacere? In un battibaleno tutta la classe seppe che attendevo una risposta così importante. La mia era una classe di recupero, per cui c'erano ragazzi di sedici anni che dovevano magari recuperare solo un anno, ma c'erano anche studenti più adulti. La mia compagna di banco ad esempio aveva trentaquattro anni, sposata e mamma. Con lei avevo litigato perchè non mi perdonava di far vibrare il banco quando scrivevo, ma io non potevo farci niente. Così era capitato che un giorno avevamo avuto un battibecco che ci aveva in una frazione di secondo catapultate nella prima fanciullezza. Mentre ci dicevamo di tutto senza esclusione di colpi, ad un tratto ci eravamo rese conto di quanto fosse ridicola la nostra discussione, così avevamo cominciato a ridere, e anche a sopportarci a vicenda.

    E venne il mattino del responso. Durante l'intervallo io corsi giù nell'atrio della scuola dove c'era un telefono. Dietro di me, se non tutta, buona parte della classe. Tutti scendemmo per le scale a rotta di collo, e poi, mentre componevo il numero dell'ospedale, e il cuore mi batteva in gola, i miei compagni aspettavano in silenzio.
    Dopo posai la cornetta e mi girai verso di loro. E loro erano impazienti.
    "Allora? Allora?"
    "Positivo ragazzi!"
    Seguì un boato, un baccano come solo i ragazzi sanno fare, Pacche sulle spalle, complimenti, strette di mano, evviva, mentre io me ne stavo lì come un'ebete, il sorriso stampato sul viso, e la mente vuota, ma così vuota!
    Non ricordo se dissi mai al padre di mia figlia che una ventina di persone avevano saputo prima di lui che sarebbe diventato papà.  :)

  • 13 luglio 2015 alle ore 19:59
    DA QUI SI VEDE IL MARE

    Come comincia: Appena raggiunto il luogo dell'appuntamento lei si guardò attorno ansiosa. Non aveva alcuna certezza che lui ci sarebbe stato; la sua era solo una speranza intensa, un po' folle, un desiderio così profondo che, nella sua testa, altro non avrebbe potuto che venire esaudito.
    "Forse non era una speranza così folle" Pensò quando lo scorse, poco lontano, seduto su una panca di pietra. Lui si alzò appena la vide e le andò incontro sorridente e con le braccia tese.
    "Temevo che non saresti venuto, non credo che sia stato facile per te. Grazie"
    "Sono contento di poterti riabbracciare. Vieni, andiamo a sederci."
    Quando furono seduti lei lo guardò in silenzio per un po'. Gli occhi chiari di suo fratello non erano mai stati così azzurri, lo sguardo così limpido e dolce, pieno di tenerezza, le rughe del viso distese. Quanto tempo avrebbero avuto a disposizione? Lei se lo chiedeva, col timore che lui svanisse all'improvviso prima che  potesse dirgli tutto quello che aveva nel cuore. Doveva parlare subito, non poteva più aspettare.
    "Sai, io non immaginavo che i giorni che avremmo trascorso insieme, sarebbero stati gli ultimi  giorni della tua vita. No, non potevo proprio immaginarlo."
    Lui non disse nulla: non voleva interromperla.
    "Non subito, almeno, non i primi due o tre giorni di ospedale. Io, la sorella più piccola e tu, il fratello più grande; mi sentivo così inadeguata a prendermi cura di te, così insicura, così bambina!  E tu? Non volevi che chiamassi il medico per non disturbarlo. Tu, sempre timoroso di disturbare chiunque, ma sempre così pronto ad ascoltare, a consigliare, discreto, misurato, attento a non offendere la sensibilità altrui, senza mai giudicare, senza mai pretendere nulla. No, tu non eri certamente la persona del "te l'avevo detto".  Ho sempre avuto soggezione di te, forse per i diciassette anni di differenza d'età, o forse per quel tuo modo di essere così riservato, serio. Lo so che tu non avresti voluto, non era colpa tua se mi davi soggezione. Menomale che c'era il telefono, era più facile per telefono, e in quelle lunghissime conversazioni, in quel meraviglioso tempo che mi dedicavi ogni settimana, io ero un fiume in piena. Con nessuno avrei potuto aprire il mio cuore come facevo con te, da nessuno avrei potuto avere la stessa onesta obbiettività, la pazienza, la tenerezza. La timidezza mi ha sempre impedito di dirti quanto bene ti voglio, ma te l'ho scritto e tu mi hai risposto, ricordi? Ho conservato le nostre conversazioni  e ogni tanto le rileggo. Adesso tutto ciò che è stato scritto allora ha un significato diverso, più pesante, più profondo. Mi ritrovo ad analizzare anche le frasi più banali come "ci sentiamo dopo", in cerca di un contatto, di un ricordo più vivido. Come riempire il vuoto del telefono che non suona più?
    L'ambulanza venne a prelevarti a casa, quel mattino. Salimmo insieme, tu in barella, ed io mi sedetti accanto a te. Avevi indossato un cappellino di lana perchè avevi freddo alla testa. Quando ti portarono in camera e ti sdraiarono sul letto io riposi negli armadietti i tuoi indumenti, sistemai vicino al letto le tue ciabatte. Era così strano, un tale controsenso! Nell'orario in cui tutti si alzano dal letto e si vestono per uscire da casa, io ti aiutavo ad indossare il pigiama e a metterti a letto. Questo mi obbligava a prendere coscienza che eravamo in ospedale, che eri molto ammalato. Automaticamente continuavo a sistemare le tue poche cose in silenzio. E' poco ciò che si porta in ospedale. Ad un tratto sentii la tua voce dietro le mie spalle: gentile, pacata, intensa.
    "Hai guardato fuori? Da qui si vede il mare." 
    "Da qui si vede il mare" E tutta la mia angoscia esplose.
     Fui presa dal panico. Come nascondere le lacrime? Mi precipitai a guardare fuori, voltando il viso dove tu non potessi vederlo.
    "E' vero, è bellissimo" Cercavo di ingoiare il pianto e parlare con voce ferma.
    "Hai anche il terrazzino! Che meraviglia il mare!"
    Ma tu sapevi già tutto, vero? Io nascondevo le lacrime e tu fingevi di non vederle. Sapevi già che non avresti più rivisto casa tua e sapevi già che tutti i progetti che ancora avevi in mente di portare a termine sarebbero rimasti incompiuti. Eppure tutti i pochi giorni che seguirono li dedicasti a me, preoccupato che fossi stanca, attento a non chiedere più di quanto non fosse assolutamente necessario. E io, ormai costretta a prendere atto del tuo declino così veloce, così inevitabile, col cuore che scoppiava di dolore, non potevo fare altro che assistere a tutta la mia impotenza di fronte a ciò che sarebbe accaduto. Avevi ragione tu quando mi dicevi che la vita non va come pensiamo noi. Avevamo perso un fratello solo da un mese, ma "avere subìto un grande dolore non ci affranca dal subirne un altro altrettanto grande a  breve distanza di tempo". Il contrario è solo la nostra illusione di tenere le redini di qualcosa su cui non abbiamo invece alcun potere.
    "Da qui si vede il mare". E quando era tutto troppo insopportabile correvo lì sul terrazzino a guardarlo quel mare, come se affondando lo sguardo nella sua profondità potessi trovare risposte e consolazione."
    Poi lei tacque sopraffatta dall'emozione, e si guardò attorno. Non c'era nulla tranne la panca di pietra sulla quale lei e il fratello erano seduti.
    Lui pensò che quello fosse il momento di parlarle.
    "Come stai adesso, in questo momento?"
    "Bene, sto bene in questo momento."
    Lui le fece una carezza:
    "Devo dirti una cosa importante, svelarti un fatto di cui non sei ancora consapevole. Io non sono venuto da te. Tu, sei venuta da me."
    Lei rimase un attimo in silenzio e poi capì.
    "Vuoi dire che....Quando è accaduto?"
    "E' appena accaduto."
    "Come è accaduto?"
    "Naturalmente. Nel tuo letto, nella tua casa, senza dolore."
    Allora lei sentì il bisogno di porgli la domanda più importante.
    "Ero sola?"
    "No, non eri sola. Ora vieni, dammi la mano. Andiamo a casa."

  • 13 luglio 2015 alle ore 18:23
    Poste Italiane

    Come comincia: L’ufficio postale di via Garibaldi è piuttosto angusto e stret­to Per una svista del dipartimento delle ristrutturazioni, non è mai stato considerato nel progetto di rinnovamento.
    Tullia entrò a testa bassa, Teneva in mano un bollettino di conto corrente, nell’altra il portafogli, era uscita di casa senza borsetta, ma senza nemmeno le scarpe. Cioè, non era scalza, era semplicemente in ciabatte; chi se ne sarebbe accorto, era­no delle belle ciabatte, piuttosto eleganti. All’ingresso già era impossibile procedere, la fila arrivava fin quasi all’uscita, Tullia soffiando si sistemò una ciocca di capelli che le scendeva sul viso e si asciugò le mani sudate sulla gonna leggera. Il caldo era insopportabile, meno male che sul soffitto girava una ven­tola a pale grandi.
    «Senta lei, che fa la furba? Ci sono io dopo il signore...».
    Tullia non ascoltava, si era solo spinta un po’ avanti guar­dando all’insù per cogliere in pieno l’effetto del ventilatore, in modo che le alzasse i capelli e le raggiungesse il collo bagna­to.
    «Certa gente fa finta di niente, come se gli altri fossero stu­pidi...».
    «Già, noi qui a fare da bravi la fila...».
    «Non c’è limite alla maleducazione...».
    «Mi piacerebbe anche a me passare davanti a tutti...».
    Tullia si accorse di essere l’oggetto della conversazione, e arrossendo tornò sul fondo della fila senza parlare.
    Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di avvisi, manifesti e slogan:
    «Banco posta, e sei a posto...».
    «Librati in libertà: basta un libretto...».
    «Appostati alla posta...».
    «Dio mio...» disse Tullia a bassa voce, poi scoppiò a ridere, così forte che le veniva da piangere, ma era così imbarazzan­te.L’impiegato delle raccomandate la fissò accigliato mentre continuava a timbrare con veemenza e rabbia. Il colorito giallastro che gli dipingeva la faccia era identico al marmo vecchio e consunto del bancone. Anche le sue unghie dovevano avere lo stesso colore. Non gli avrebbe mai stretto la mano, a uno così. Tullia si guardò le sue, di unghie, inesistenti. In ospedale gliele avevano tagliate cortissime. I capelli questa volta glieli avevano risparmiati. Non lo avrebbe sopportato. Erano il suo orgoglio: riccioli lunghi e ramati che le coprivano le guance e che le davano un notevole senso di protezione. La caposala le voleva bene, e aveva capito.
    Il collo di un vecchio tarchiato e robusto davanti a lei sembrava assai interessante: era attraversato da righe che si incrociavano diritte e profonde, due grossi solchi formavano una «X» un po’ larga e appiattita proprio al centro della nuca; qualcuno si era divertito a procurargli quella incisione, o forse era un casuale disegno della vecchiaia. L’uomo si girò lentamente verso di lei, e Tullia scoprì due occhi chiarissimi, quasi bianchi, incavati nelle orbite piccole e rotonde.
    «Mia scusa, segnorina, qual è la fila delle raccumandate? Nu è che sto facendu la fila sbajata, su venta minuta che sunu aquà e nun ze va avanti».
    Doveva essere vedovo, il vecchio, indossava ai due anulari due vere d’oro, una di certo era di sua moglie. A giudicare dal diametro di entrambi gli anelli, anche la donna era stata molto robusta. Sembrava che lui le leggesse nel pensiero:
    «Da quando mia moglie s’è scomparsa, vado girando sembre solo».
    «... È morta da... molto tempo?» azzardò Tullia che aveva voglia di chiacchierare mentre era in fila.
    «Macché. Uno mese fa. All’ospedale dei Gemelli. Se l’è portata via un «ipso», com’è che se chiama».
    «Mi dispiace...».
    «I duttori su stati bbravi, nun posso di’ niente, ma essa nun s’è data da fa...si inzomma, come se dice, nun s’è aiutata pe’ vincere lu male...essa vuleva murì...» la voce gli si spezzò e gli occhi divennero lucidi. «Ecco, lu vedi chisto? È la tassa du’ camposanto, so’ millecinguecento euri, da paga’ fino a oggi, sinnò c’è la multa. Devo da pagaì tre muorti, mi’ moje, mi fijo, e la fija de mi moje, tre muorti. Fanno cinquecento euri a testa».
    Tullia annuiva e moriva dalla curiosità di sapere la causa di tanti decessi.
    «Ma se me moro io, nisciuno paga...». E si sfogò in una grassa risata. «Capito, segnurì? Nisciuno paga!». E continuava a ridere forte.
    Tullia sorrise, ma provò subito disgusto, si era stancata e non voleva tenere a lungo quella conversazione. Si guardò il polso destro, senza orologio, tanto non ne possedeva uno che funzionasse. Alzò lo sguardo alla ricerca di un padellone da muro, era in alto sulla parete di fronte, uno di quelle vecchie anticaglie da stazione anni sessanta, con il quadrante grigio e le lancette di metallo, un po’ sgangherate. Segnava un’ora impossibile. Il vecchio la guardava.
    «Che stai a cerca’, segnurì?». L’uomo estrasse da una tasca un orologio da polso d’oro massiccio. «Nun lo posso allaccia’, stu gioiello. Era de mi fijo. Esso ci aveva le braccia più fine». Il tono della voce si era abbassato. «È morto co’ lu camio, un accidente stradale». Gli occhi si erano imperlati.
    «Ecco» pensò Tullia «adesso mi manca la figlia».
    «La fija de mi moje s’è morta subbeto dopo la madre, ma essa era mejo che s’è morta... Essa era ‘na mala femmena...».
    Ma di cosa era morta? Non dovette attendere molto.
    Il vecchio le prese un braccio, e avvicinò il suo volto a quello di Tullia, alitandole sulla faccia quattro o cinque zaffate di cipolla. Tullia restò ad ascoltare in apnea.
    «A’ troga... Troga e prestituzione... me capisci che voio di’?».
    Eccome.
    Tullia si divincolò dalla mano bitorzoluta che la stava stringendo e cercò di concentrarsi sulla respirazione addominale, così come le avevano insegnato per dribblare gli attacchi di panico.
    «Che ci hai, segnurì? Stai bbene?».
    «Sì... no... fiu...» soffiava e parlava. «Fiu... fa caldo... fiu... mi manca l’aria... fiu... adesso passa...».
    L’uomo le appoggiò una manona sulla spalla e le parlava con una variegata gamma di tonalità e timbri di voce che avevano il solo scopo di rassicurarla, ma gli effluvi alla cipolla mal digerita avevano già raggiunto i suoi organi vitali.
    Tullia perse i sensi e cadde senza che il vecchio ebbe il tempo per trattenerla.
    «Madri sandissima! La femmena ha svenuta!».
    Nessuno tra i presenti sapeva esattamente cosa fare. Si agitavano senza prendere iniziativa. L’impiegato giallognolo gridava da dietro il vetro.
    «Raccoglietela!» e imprecava bussando sul vetro per attirare l’attenzione su di sé.
    Si riebbe che era distesa sull’unica panca addossata al muro, sotto una finestra stretta carica di sbarre. Una donna pietosa le sventolava un depliant «banco posta», giallo e blu. Gli altri ventotto occhi sopra di lei la scrutavano con interesse. Il vecchio le stava tenendo una mano. La cipolla si riaffacciò crudele.
    «Merda!» gridò Tullia di rabbia, e balzò seduta con gli occhi fuori dalle orbite.
    Il pubblico arretrò intimorito. L’impiegato era diventato verde e stava mutando pelle. Perdeva un rigagnolo di saliva da un angolo della bocca.
    «Lasciatela respirare!». Un gemito intelligente emerse dal sudore collettivo. Era di un uomo giovane, grande e grasso, sulla trentina, rosso in faccia e goffo nei movimenti, con le sue dita ciccione allontanò con garbo il vecchio diventato ormai insopportabilmente fetido e invitò Tullia a uscire da quella luogo infernale per farle prendere un po’ d’aria. Tullia rifiutò.
    «Sto benissimo!» disse indispettita. Poi si raddolcì. «Grazie, non si disturbi».
    «È meglio che esca» esclamò una signora anziana.
    «Sì, deve prendere aria» continuò l’omone giovane.
    «Chiamiamo una bulanza?» azzardò il vecchio che era tornato alla carica.
    «No!» insorse Tullia. «No! Niente ambulanza!».
    Ma cadde di nuovo svenuta sulla panca.
    Tullia senza sensi ebbe visioni celestiali, il vecchio le parlava, ma dalla bocca non uscivano parole, solo fiori profumati che andarono a posarsi sui suoi capelli. Lei si alzò in piedi scalza, cercava lo sguardo dell’impiegato dietro il vetro. Lui le sorrise, ma non aveva un dente, eppure le sue gengive rosa erano dolcissime e non seppe resistere: trovò la forza di scavalcare la folla che l’attorniava morbosamente, diede un forte pugno sulla vetrata antiproiettile che li divideva. Gli altri arretrarono per non essere colpiti dalla miriade di minuscoli pezzi di vetro frantumato che volarono in tutto l’ufficio postale. Con un balzo si arrampicò sul bancone, ma non si ferì, e fini tra le braccia dell’impiegato. Lui non smise di accarezzarla, di rassicurarla: «adesso non devi avere più paura, Tullia, ci sono io qui con te, no, non tornerai mai più in ospedale, niente medicine, niente iniezioni, niente elettroshock. Resterai con me, al sicuro, vieni, andiamo sotto il bancone, nessuno può vederci».
    I due si accovacciarono in una nicchia tra scartoffie, scatole, buste imbottite, mentre la folla già urlava spaventata. Si udirono sirene di polizia, ambulanza, grida concitate, pianti di bambini piccoli.
    Poi silenzio.
    «Tullia...».
    Tullia aveva gli occhi chiusi, sentiva una voce flebile in lontananza.
    «Tullia... ci risiamo...». Ma non era la voce del suo dolce impiegato. Aprì piano gli occhi, era il dottore, e lei era sul letto dell’ospedale, ancora una volta. Provò a muoversi, senti che non poteva. L’avevano bloccata nel letto.
    Girò piano la testa sul cuscino, più volte, come per sfregarla. Sentì la cute a contatto con il cotone della federa, troppo a contatto: le avevano di nuovo rasato la testa. Sentì la rabbia salirle forte nel petto, e le lacrime bagnarle gli occhi.
     

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:21
    Jacqueline

    Come comincia: Tutto ebbe inizio in una sala parto. Dopo vari e faticosi sforzi, nacque finalmente Jacqueline. Era la Francia della prima metà del novecento. La guerra volgeva al termine. Nell'aria si avvertiva una sensazione diversa... finalmente si stava diffondendo nei cuori la felicità nel vivere, di nuovo, la vita. Jacqueline crebbe in una famiglia particolare. La sua vita fu segnata, sin dal momento in cui la ragione le permise di comprendere, da profondi turbamenti interiori che, con l'andare del tempo, si accentuarono sempre di più. Capire, oramai, era diventato un incubo. Più cresceva piu si rendeva conto che vivere non era terribilmente semplice e bello come i "grandi" te lo facevano apparire da bambini, magari inventando storie per nascondere l'amara verità. Si sentiva come avvolta da un manto invisibile che non le permetteva di esprimere, di esprimersi. A contatto con una famiglia che seppelliva inconsciamente il suo modo di essere, che, giustificando sempre i loro comportamenti dicendo che facevano parte di una quotidianità comune, non aveva idea di come fosse davvero vivere. Si sentiva da sola in una moltitudine di persone. Non riusciva a comprendere quale fosse il suo posto nel mondo, nella società che, via via, si faceva sempre più lontana dai canoni di "società giusta" che voleva far apparire agli occhi di tutti. Jacqueline capiva, capiva tutto: avrebbe potuto prendere in mano la sua vita; avrebbe potuto rifarsi per dare uno schiaffo morale a chi affermava che non era in grado di portare a termine determinate situazioni; avrebbe potuto cambiare, sì, anche in minima parte, avrebbe potuto cambiare le cose per far si che potesse essere felice il minimo indispensabile per continuare a vivere... avrebbe potuto farlo,se solo avesse voluto. Si arrese, divenne schiava delle sue paranoie, diede ragione a coloro che la circondavano. Continuò per un breve periodo a vivere all'ombra delle quattro mura della sua stanzetta: tra le urla, i pianti e le preghiere di sua madre; tra l'assenza di suo padre, tra i ricordi e tra la speranza, una piccola speranza di poter trovare una fioca luce nella sua breve vita. Si arrese credendo di essere arrivata all'unica soluzione capace di trovare... non rendendosi conto di aver sprecato la sua esistenza. Forse per la poca fiducia in se stessa, forse per mancanza di coraggio.

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:14
    VOCABOLI MISTERIOSI

    Come comincia: Ricordo quando il laboratorio di analisi mi propose per la prima volta di inviarmi i risultati via e-mail delle analisi del sangue. C'erano diverse impiegate, con la loro divisa, gonnellina e giacchetta, scarpe col mezzo tacco linea classica, bella presenza, non un capello fuori posto, insomma tutto ok. Me ne capitò una particolarmente carina con grandi occhi "spalancati sul mondo".
    "Ecco, vede? Questo foglio è la fattura e lo tiene lei, quest altro lo consegna al medico.""
    E poi, avvicinando la testa con fare misterioso (presente Crozza quando fa Razzi?)
    "Questo foglio invece...... vede quel numero scritto in grossetto? Lì sotto? Lo vede?" Ma sì, certo che lo vedo, non sono mica orba.
    "Ecco quello le serve per aprire il file"
    In quel momento capii cosa si intende per "tempi televisivi". Dopo la parola "file" lei mi fissò con gli occhi ancora più spalancati scrutando l'effetto che tale vocabolo misterioso avrebbe potuto causare su di me, al che anch'io decisi che era arrivato il momento di spalancare anche i miei di occhi, possibilmente più dei suoi.
    "Se lo faccia aprire dai suoi figli, da qualcuno...." 
    "Me lo apro da sola"
    Seguirono alcuni secondi di sbigottimento. Quando si riebbe, i suoi occhi spandevano stelline colorate:
    "Ma davvero!!!! Ma che brava!!!"
    Che volesse anche darmi un'arruffatina ai capelli? Però non sono attrezzata per scodinzolare. Peccato!
    La sua ocaggine era talmente genuina, di una spontaneità così disarmante, da farmi provare tenerezza.
    Mentre tornavo a casa a piedi, con i miei preziosi fogli, mi chiesi cosa ci fosse in me che mi facesse apparire così sprovveduta. Non mi ero presentata con una torta di mele profumata nel paniere protetta dal tovagliolino a quadretti bianchi e rossi. Sì, veramente un piccolo dono l'avevo portato, ma era solo l'urina da analizzare.
    Mah, sarà che non mi tingo i capelli? 

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:57
    SEMAFORI

    Come comincia: Stamattina camminando, ho dovuto fermarmi per un semaforo rosso. D'improvviso si è materializzato accanto a me un ragazzo, lungo lungo, ma con i sedici anni stampati sul viso. Jeans, scarpe da ginnastica, berretto alla rovescia. Ha dato un'occhiata intorno, e poi, guizzando velocissimo fra un'auto e l'altra, ha attraversato l'incrocio, con arroganza, con quella incosciente e commovente arroganza dell'adolescenza. Mi sono rivista, ragazzina, sulla "corriera" della linea ATM, Dalmine-Bergamo e viceversa, seduta nel gruppo "in fondo", quando ogni giorno il controllore mi minacciava di ritirarmi l'abbonamento. Ahahah! Che spasso! Io, sedicenne, armata di quell'arroganza inconsapevole, che il vivere consumò velocemente, a forza di tutti i "sì" obbligati, delle tante umiliazioni subìte in silenzio, delle innumerevoli ribellioni fantasticate, preparate, e mai concretizzate.
    Ho guardato davanti a me: lui era già lontano. Certo, ho pensato, io cammino veloce, ma tu voli. Ti auguro una vita di semafori verdi, ragazzo, perchè la tua baldanza riscatta un po' anche me.

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:16
    CONFIDENZE

    Come comincia: "E' quando ti accorgi che ti manca la vita di paese dalla quale sei fuggita annoiata, insoddisfatta e illusa; ti manca la vicina di casa alla quale chiedere una tazza di zucchero o un dado per cucinare, ti mancano i genitori seduti davanti a casa con le sedie messe come le mettevano loro. Ti mancano i ragazzi della via che, sebbene già quasi adulti, giocano a "mago libero". E poi ti manca il Franco che arriva col suo camioncino di frutta e verdura e ti dà una manciata di castagne secche che ti sfondano le tasche e i denti, oppure il Carosello a casa dell'unica vicina ad avere la televisione. Così rifletti che è tutta un'epoca che ti manca, il tempo in cui tu non eri solo figlia di tua madre, ma di tutte le madri del vicinato. L'epoca dei pettegolezzi ma anche della solidarietà, della povertà ma anche della spensieratezza e dei legami profondi, della semplicità e della buona educazione, della severità dei costumi che però ti davano la gioia sottile della trasgressione, mentre oggi non c'è più nulla da trasgredire. Un'adolescenza vissuta a cavallo di un tempo che finiva ed un altro, molto più crudele, che incominciava. Irrimediabilmente protesa verso il nuovo, non ti rendevi conto della ricchezza che stavi perdendo, che tutti stavano perdendo. Forse sarebbe stato meglio per te nascere più tardi e non viverla affatto quella fine di un tempo che rimane nella tua anima, semisommersa come un iceberg di cui affiora soltanto la punta scintillante, in movimento fra sogno e realtà; ben sapendo che nulla si può più recuperare tranne i ricordi e i flash repentini ed inaspettati accesi da un odore, una musica, un viso che ne ricorda un altro, un articolo davanti al nome proprio: fatti che in modo fulmineo ti trasportano nel passato e ti fanno sobbalzare il cuore, senza che nessuno si accorga di niente."

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:33
    AFRICA 1969

    Come comincia: E' la notte di Halloween e naturalmente c'è festa. Un tamburo scandisce un ritmo sempre uguale, ininterrottamente. Stasera non mi infastidisce, anzi mi faccio catturare, quasi ipnotizzare, da questo suono così testardamente insistente, e lascio che un ricordo lontano quarantaquattro anni affiori e riviva nella mia mente per un po'. 
    E' il 1969, Africa Orientale. La giornata è stata, come sempre, calda e umida, sudata; vissuta nella penombra accogliente della casa. Ma la notte è fresca e nel giardino si sta bene, seduti su una sdraio, c'è perfino bisogno di un golfino sulle spalle. Il cielo di Mogadiscio è scuro, compatto, disseminato di stelle luminose, grandi, così vicine! Suoni di tamburi in lontananza completano il fascino della notte. Non voglio andare a dormire. Voglio rimanere così, raggomitolata sulla sdraio, inerme, sotto questo cielo così intenso che mi sovrasta, quasi mi sfiora. La nostalgia mi invade, mi devasta.
    Io, giovanissima, sono prigioniera. Sono prigioniera di un amore audace, vorace. Un amore rapace che ha affondato i suoi artigli nel mio essere e ad ogni fitta di dolore, mi ricorda che è stato inutile, che non è servito a niente, fuggire così lontano.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:27
    INCANTESIMI

    Come comincia: Stamattina sono uscita presto perchè ho scoperto che non lontano da casa mia c'è un supermercato in cui, la domenica mattina, frutta e verdura sono offerti a metà prezzo. Essendo Paolo un roditore compulsivo di verdure crude, ho pensato bene di farci un giretto. Credevo aprisse alle otto e trenta, invece no, di domenica l'orario di apertura slitta di mezz'ora. Mi sono messa a camminare per le traverse lì intorno. Le traverse di Torino che si incuneano geometricamente una nell'altra, dove neppure una come me senza il minimo senso dell'orientamento può perdersi. C'ero solo io a camminare accanto alle auto parcheggiate, se non avessi indossato scarpe da ginnastica avrei potuto udire il rumore dei miei passi sull'asfalto. Nessuno in giro, e un silenzio così innaturale, tanto raro da ascoltare in città! Ho avuto la sensazione di essere l'unica persona rimasta al mondo, in pace, che tutto andasse bene, che tutto andasse davvero bene, nessun pensiero negativo, nessuna ansia: io e il mondo, deserto, disabitato, incontaminato. Ma intanto i minuti passavano, e i quarti d'ora, ed ecco le prime persone a passeggio col cane, la prima accelerata sgommante a ferirmi l'udito, i primi due anziani ad accaparrarsi il tavolino migliore fuori dal bar, già in pieno dibattito su qualunque argomento. Che tenerezza! Però l'incantesimo era finito. Ma ne cominciava un altro: quello della gente in mezzo alla gente, di questa umanità a volte così mediocre, meschina, crudele, e a volte così estaticamente eccelsa, quasi divina, o forse proprio divina. Le prime voci attraverso le finestre, il sorriso e due parole con la signora col cane, perfino la sgommata, tutto ha un suo perchè e fa parte di un insieme in cui io sto molto bene, a mio agio, sempre. Menomale che non sono l'ultima persona rimasta sulla Terra, menomale che faccio parte di un'umanità così grandiosa, incredibile, sorprendente, irripetibile. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:24
    ALL'OSTERIA

    Come comincia: Eravamo arrivati, stanchi, il viaggio era stato lungo, ma adesso il mare era poco lontano, là sotto. Sbattute le portiere dell'auto davanti ad una trattoria coi tavoli all'aperto, lui mi aveva guardata: qui? Sì, qui va benissimo. Non si era mai sentito così importante. L'oste era uscito subito, passato uno straccio umido e dubbio sopra il tavolo, e sventolato davanti ai nostri occhi una tovaglia a quadretti, cosa vi porto? Io ero abituata a decidere, a rispondere in fretta, ma avevo taciuto, quella era la sua giornata, la giornata del mio vecchio ragazzo e perciò gli lasciai il passo. Sì, allora, Capo, ci porti una bottiglia di quello buono! E poi cosa c'è da mangiare? E rivolto verso di me: tu cosa vuoi? Fai tu, mi fido, per me va bene tutto! Che tenerezza! Chi mai fra i miei amici avrebbe detto mi porti una bottiglia di quello buono! Tipo di vino, temperatura, fresco di cantina, fermo o frizzante, oh quante storie! Lui non sapeva nulla di tutte queste cose, si metteva fiducioso nelle mani di un oste della sua terra, per me così sconosciuta! In un attimo una bottiglia di vino rosso si era materializzata sul tavolo, insieme a melanzane sott'olio, salame, capocollo, e avanti! E poi era arrivata pasta al forno, parmigiana di melanzane, pecorino, un' altra bottiglia, fresca. Le parole avevano cominciato ad inciamparsi nella lingua, l'oste mi guardava, sì ero "forestiera", ma gli piacevo. Ridevo, mangiavo, bevevo, coccolavo un uomo della sua terra. Sì, aveva concluso che ero giusta, proprio giusta. E il mare là sotto ondeggiava nei miei occhi. All'ombra della pergola si sentiva il nostro ciarlare, le risate troppo disinvolte per il piccolo paese, ma che importava, tanto ero "forestiera". Il mio vecchio ragazzo aveva strani bagliori nello sguardo: dopo andiamo giù al mare? Certo, ma adesso quando ci alziamo fai finta di niente e sostienimi perchè mi tremano le gambe. L'oste ci osservava, gli occhi due fessure, e il sorriso complice di chi ha capito tutto. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:21
    PICNIC

    Come comincia: Avevo diciannove anni quando organizzai il mio primo picnic con lui. Anzi io non organizzai niente, per me picnic era una parola piuttosto astratta. Era il primo maggio, finalmente qualche ora di libertà dal lavoro, e per stare insieme. Lui mi disse:procuri tu da mangiare? Certo, come no. L'appuntamento era per le undici e trenta, e poi saremmo andati al Moncenisio, dove c'era una cascata dalla quale avevamo già avuto occasione di lasciarci travolgere stile Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Al che era seguita una bronchite di tutto rispetto. Ahahahahah! Alle undici, dopo essermi ben truccata e pettinata, presi la mia borsettina, chiusi casa, e andai in rosticceria. Vorrei un pollo arrosto, me lo taglia per favore? Dopo pochi minuti uscivo da lì col mio bravo pacchetto con dentro il pollo arrosto già ridotto in quattro pezzi. Poi rimasi in attesa. Alle undici e trenta, puntualissimo, lui arrivò, scese dall'auto, e si precipitò ad aprire il portabagagli. Passami la roba! Quale roba? La roba da mangiare, il vino, l'acqua, la frutta, hai portato il cavatappi? (Non sapevo ancora in quel momento che in seguito nella mia vita il cavatappi avrebbe avuto un ruolo fondamentale). Io me ne stavo lì col mio pacchetto in mano: ho comperato il pollo arrosto. E basta? Mi accorsi che lui era molto molto contrariato,ed evidentemente molto molto affamato. Beh, mi dispiace, non ho mai organizzato un picnic. Mi guardò con antipatia: sali, ci fermeremo per strada a comperare quello che manca. Seduta in auto, col pollo in grembo, pensai che la giornata marcava male. Per fortuna vedemmo una bella gastronomia e ci fermammo: salame, formaggio, pane, pancetta e lardo, milanesi in carpione, frittata, vino, frutta, poi anche il mio pollo. E io compresi cosa fosse per lui un picnic.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:17
    A UN TRATTO

    Come comincia: A un tratto mi diventa insopportabile il mare di mediocrità in cui mi devo muovere, che mi avviluppa come un bozzolo, la mia, quella degli altri, delle cose, degli eventi, quella che, estesa, dilagata, come magma ha invaso tutto, si è infiltrata in ogni anfratto, ha coperto ogni cosa. La mediocrità che quotidianamente mi viene vomitata addosso da ogni dove, e la mia, strisciante infingarda, così ben dissimulata dall'odore di buono che emana, che non la riconosco più nemmeno io. E non giova sapere che c'è di meglio in me, in tutti, perchè lei spinge in basso a respirare l'asfalto, spinge e tiene giù. Provo a fermarmi ad ascoltare, come sempre, ma più niente mi parla, a parte il silenzio, e se niente mi parla, niente ho da dire.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:14
    LABIRINTO

    Come comincia: Quanti problemi! Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che caspita ci facciamo qui, quale perverso disegno perimetra la nostra vita, perchè quando mi tolgo le scarpe la punta dell'alluce mi sorride attraverso il buco nella calza, di ogni calza, di tutte le calze, sottili, spesse, care e meno care, perchè mai la frittata non sta assieme, e Dio? ci sarà, non ci sarà, quello che mi porta l'acqua non arriva mai e mi manda a puttane la mattinata, devo andare dal medico e farò una coda di ore, caspita mi è scaduta la bolletta della luce e non mi sono ricordata, e poi l'aldilà almeno mi ridarà indietro qualcosa di tutto questo casino? Sì comunque sono per la cremazione, è più igienica e occupa poco spazio, speriamo tardi, la spesa, già la spesa, non oggi per carità, non me la sento! Credere, non credere, lì c'è una chiesa e c'è una persona che incontro sempre al cimitero che continua a chiedermi se mi sono decisa a d entrare in una chiesa, ed io continuo a risponderle di no, non ci sono entrata, e lei insiste che mi devo decidere se voglio capire qualcosa in più. Mi sembra di capire abbastanza, almeno che non posso capire di più di quello che ho già capito, dopo andiamo nel campo delle supposizioni, delle ipotesi, non mi piacciono le ipotesi, mi piacciono le certezze, ad esempio l'ottimo salame di stasera, il pane morbido, e il vino. La partita a carte con Paolo e vincere possibilmente sempre io. Ahahahah! Mi piace essere qui a scrivere queste idiozie, anche perchè non so quanto durerà!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:09
    TUTTI MORTI

    Come comincia: Trascorrono gli anni, i decenni, scorre la vita. Ad un tratto ti accorgi che venti anni della tua vita sono ormai nella tomba. Ciò che ti torturò a suo tempo, ciò che rese insonni le tue notti, tormentose le tue passioni, abbruttiti i tuoi sentimenti, ciò che ti ferì così profondamente, così ferocemente, così impietosamente, non esiste più. Tutto è ormai nella tomba. La grande storia e i suoi protagonisti: tu, lui, lei, i parenti, gli amici, i nemici, la gente, i luoghi, le case. Un tempo persone, oggi ormai personaggi di una grande rappresentazione teatrale, che spazia dalla farsa alla tragedia greca, dalla commedia al cicaleccio pettegolo. Passano davanti ai tuoi occhi ormai stranieri, sogno o vita vissuta? Morti, morti tutti. Fantasmi che si combatterono, superandosi gli uni gli altri senza esclusione di colpi, con cattiveria, nell'interesse primario ed egoistico di esaltare se stessi. Morti tutti, tutti morti. Chi furono e quanto si presero della tua vita? Ma esistettero veramente, o fu la rappresentazione gigantesca a trarti in inganno? La casa! Certo, la casa! Travestita da cuoca soccombesti fra pentole e fornelli per lunghi anni insoddisfatti e mai gratificati. Nella luminosa sala da pranzo dominò il telegiornale e tu, impotente, gli lasciasti lo scettro con cui decise il silenzio di bocconi ingoiati con troppa abbondanza, di bicchieri di vino tracannati senza misura, era l'oblìo che cercavi? Oggi gli attori attraversano la tua mente, senza spessore, senza importanza, tutti morti! Ti guardi recitare la tua parte senza riconoscerti, chi era quella lì? Anche lei è morta. Morì tanto tempo fa, insieme a quella cucina, a quella sala da pranzo, a quella camera da letto di passione, e di paura di una morte che era sempre lì acquattata nell'ombra in attesa del suo momento di gloria, della sua vittoria, e tu lo sapevi e il cuore ti batteva così forte che potevi ascoltare il suo battito scandire il tempo lento, in attesa della luce del giorno. Li osservi, gli attori, mentre danzano nella tua mente, e alla fine della grande rappresentazione si inchinano tutti insieme, tenendosi per mano, davanti ai tuoi occhi. Così autocelebrativi, così lontani, così evanescenti! Così morti, così tutti morti!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:01
    LUNGO IL FIUME

    Come comincia: Pensavo stamattina camminando che ormai io e la Dora Riparia siamo diventate intime. Io percorro la strada al suo fianco e lei mi accompagna discreta salutandomi con le sue piccole onde lievemente increspate di schiuma bianca. La sua voce a volte è sommessa e a volte roboante, ma mai eccessiva, e sempre gradevole. Solo che per me arriva il momento di tornare indietro e prendere la direzione opposta alla sua. Proprio come nella vita quando prima ci si lascia coccolare e trascinare dalla corrente che ci porterà chissà dove, e poi, spesso, per ritrovare ciò che eravamo e che avremmo voluto diventare, è necessario andare contro la stessa corrente che ci aveva tanto affascinati. Mi perdonerà il fiume se a un certo punto lo lascerò proseguire da solo, ma la mia è l'età in cui si torna a casa.