username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 13 luglio 2013 alle ore 19:17
    L'ultima giocata

    Come comincia: L'ultima giocata e poi sarebbe andato in edicola. La ragazza della ricevitoria prese i soldi e inserì i numeri, dopo pochi minuti l'ennesima delusione; i numeri estratti non erano i suoi. Mentre stava per uscire frugò in tasca e trovò ancora qualche moneta. "Dammi un gratta e vinci da cinque" Disse rivolto alla ragazza "Quale?" Chiese lei. "Fai tu" "Allora tieni questo, è nuovo" "ASSICURATI IL TRAPASSO. Ma che razza di gioco è?" "Gratta, gratta. Se trovi tre bare uguali vinci il premio massimo, un milione di euro" "Così mi garantisco il funerale e tutto il resto" "L'idea è quella" Decise di non grattare subito, salutò e uscì dirigendosi verso l'edicola, come tutti i giorni. Una volta entrato la proprietaria, una bella signora di mezz'età, lo accolse con sarcasmo "Allora Giuseppe, sempre in giro a zonzo, non lavori mai tu, vero?" Sempre le stesse battute, tutti i giorni. Stava per recitare la sua parte, come sempre, invece esitò un attimo e decise di cambiare copione. "Ascoltami bene oca starnazzante; fatti i cazzi tuoi!" Lei restò scioccata da quelle parole, ma rispose tranquilla "Va bene, oggi hai la luna storta, prendi il solito?" "Si, dammi anche un nazionale, quello che vuoi tu" Pagò e senza salutare se ne andò. La cliente dopo di lui si rivolse alla proprietaria "Gran maleducato quel Giuseppe" "Lo conosco da troppo tempo, avrà avuto i suoi motivi"
    Era seduto ad un tavolo del bar sul corso, dove spesso andava a fare colazione. Senza fretta mangiò un cornetto accompagnato da un cappuccio e poi si mise a sfogliare il giornale della provincia. Le due pagine riportavano una serie di articoli riguardanti l'accaduto: tre banditi, a volto coperto, erano entrati in una villa in città e dopo aver immobilizzato i presenti avevano ripulito l'abitazione per poi darsi alla fuga. I proprietari erano riusciti a dare l'allarme e i tre malviventi erano stati intercettati nei pressi dell'abitazione da una pattuglia dei carabinieri. Uno dei malviventi aveva esploso dei colpi di pistola ai quali i militari avevano risposto centrandone due mentre il terzo, nel trambusto, era fuggito a mani vuote. Uno dei tre era morto, mentre il secondo era ferito lievemente ad una spalla. Seguivano tutta una serie di interviste e racconti dettagliati che riassumevano la dinamica degli avvenimenti. I banditi erano entrati a forza dalla finestra della sala e una volta all'interno avevano subito immobilizzato i proprietari senza far loro nulla di male. Si erano fatti consegnare le chiavi e la combinazione della cassaforte e dopo aver arraffato tutto quello che potevano, compresi dei documenti, si erano dati alla fuga. Il proprietario era riuscito a liberarsi subito e a dare l'allarme facendo intervenire tempestivamente le forze dell'ordine. Le vittime dell'aggressione dichiararono di non aver riconosciuto i malviventi e furono sorpresi nell'apprendere l'identità dei due uomini colpiti. L'uomo ferito era un trentaseienne della zona con una lista di precedenti lunga come quella delle tasse, mentre la vittima era un operaio assunto presso la loro azienda. Giovane, incensurato con regolare permesso di soggiorno, un lavoro stabile e la famiglia: gli investigatori non capivano cosa ci facesse lì e i derubati non furono d'aiuto a risolvere il caso. Del terzo componente si erano perse le tracce, ma i primi elementi lasciavano presupporre che si potesse trattare di un malvivente della zona. I vari articoli ricamavano tutta una serie di ipotesi e congetture. Giuseppe chiuse il giornale e ordinò un caffè. Prese il quotidiano nazionale e dopo una breve ricerca trovò la notizia: l'articolo continuava sinteticamente analizzando i fatti avvenuti, nessun commento o ipotesi. Il caffè si stava freddando e lui lo trangugiò in un fiato; una pacca sulle spalle lo fece trasalire. "Bastardi. Entrano nelle case terrorizzando la brava gente. Almeno uno l'hanno fatto secco e l'altro e in gattabuia, adesso manca il terzo e il cerchio è chiuso" "Certo Alfonso" Giuseppe non voleva discutere "La brava gente va tutelata, protetta, hai ragione" "Certo che ho ragione. La gente onesta va a lavorare, non a fare le rapine. Quell'albanese aveva anche il lavoro, ma loro c'è l'hanno nel sangue le rapine e stavolta l'hanno inchiodato. Ben gli sta" "Armeno" Lo corresse Giuseppe "Cosa?" "Ho detto che era Armeno, non albanese. Il giornale dice che era incensurato" "Probabilmente non l'hanno mai beccato prima, ma stavolta ha fatto il suo ultimo viaggio" Alfonso si stava scaldando. "Aveva una famiglia" Continuò Giuseppe pazientemente. "Anche io ho una famiglia, ma alla sera mica vado in giro a rubare" Giuseppe non tentò di ribattere, rischiava solo di litigare e non era dell'umore adatto, lo lasciò quindi blaterare assecondandolo con piccoli gesti del capo e finti sorrisi e quando ebbe finito si congedò da lui e usci dal bar. Aveva bisogno di aria fresca, doveva riorganizzare le idee.
    Un anno prima.
    Il piccolo palazzo era ormai una colonia multietnica. Senegalesi, Romeni, Albanesi, Cinesi, Marocchini e tutta una serie di persone delle più svariate razze riempivano i piccoli appartamenti fino a farli esplodere. Giuseppe viveva all'ultimo di cinque piani, l'anziana signora Clotilde al piano terra, erano gli unici italiani rimasti. Non gli importava un gran che, la moglie lo aveva abbandonato accusandolo di essere un lazzarone. Per fortuna non erano riusciti ad avere figli quindi non aveva alcun impegno da rispettare, della moglie aveva perso le tracce. Quella sera si stava preparando della carne all'olio ma si accorse di essere restato senza cipolla; poco male, non era certo la cipolla che mancava in quel palazzo. I suoi dirimpettai pakistani avrebbero insistito per trattenerlo a cena e lui, dopo aver resistito un attimo, avrebbe accettato con piacere l'invito. Spense il fornello e uscì dall'appartamento dirigendosi alla porta difronte. Non sentiva le urla e i rumori caratteristici dei suoi vicini, marito e moglie con cinque figli scatenati. Suonò il campanello, la porta si aprì e davanti ai suoi occhi si presentò una splendida bambina che poteva avere otto o nove anni. In italiano, ma con un accento che faticò a riconoscere, si rivolse a lui gentilmente. "Buona sera, chi sei tu?" Dall'interno una voce femminile stava urlando verso la porta giungendo nel frattempo all'entrata, Giuseppe fu abbagliato da quella visione, era una donna bellissima. Lei lo stava fissando e lui si rese conto di essere rigido come uno stoccafisso. Fu lei a rompere il ghiaccio. "Chi sei? Cosa vuoi?" Lui prese fiato e parlò lentamente. "Sono il vostro vicino, abito nell'appartamento di fronte, avete della cipolla da prestarmi?" La donna lo stava osservando e lui faticava a sostenere quello sguardo determinato. Lei parlò nella sua lingua alla bambina e nel volgere di un attimo la piccola sparì per poi tornare con una cipolla. "Ecco la sua cipolla" Disse la giovane mentre la porgeva a lui. "Grazie, è stata molto gentile" Detto ciò rientrò a casa sua. Cenò velocemente e poi scese dalla signora Clotilde per avere notizie fresche, lei sapeva tutto di tutti in quel palazzo; lo accolse entusiasta. "Entra Giuseppe, è da un po' che non passi a trovarmi, hai perso la strada?" "Sono stato impegnato.... il lavoro" Indugiò lui. "Seee, il lavoro e le macchinette. Giochi ancora tanto?" "Un pochetto, a volte" Non riusciva a mentirle del tutto, lei era sempre così gentile nei suoi confronti da non meritarsi menzogne. "Preparo il caffè, nero e forte, come piace a te. Nel frattempo chiedimi quello che ti preme e vedrò se posso aiutarti" L'anziana era sveglia. "Ecco, veramente io.." "Dai Giuseppe, non fare il bamboccio. Sei sceso in fretta e furia per qualche motivo, non per fare visita a una vecchia rintronata come me" Giuseppe non riusciva mai a reggere il confronto con quella vecchia maestra in pensione e dovette cedere anche questa volta. "Volevo sapere chi sono i nuovi inquilini di fronte a me, che fine hanno fatto i pakistani?" Clotilde stava curando il caffè e restò zitta per qualche attimo. Poi quando il caffè fu pronto lo versò in due tazzine sbeccate e senza manico e ne porse una all'ospite, senza zucchero, come piaceva a entrambi. "Dei pakistani non te ne frega un cavolo quindi non sto qui a spiegarti la loro storia. A te interessa la giovane cerbiatta dagli occhi ammaliatori. Sappi che è sposata e suo marito è un bravo ragazzo. La bambina, che sicuramente hai visto, ha otto anni ed è la loro unica figlia. Lui è in cerca di lavoro, prima erano al sud e veniva sfruttato nei lavori in campagna. Lei si è sempre trovata qualche lavoretto saltuario presso alcuni privati. Attualmente sono disoccupati entrambi, ma hanno tanto entusiasmo e voglia di vivere. Perciò ascoltami bene: stai lontano da quella famiglia, non avvicinarti a loro, tu porti solo guai, capito?" " Ok Clotilde, va bene" L'anziana lo conosceva bene, non l'avrebbe ascoltata. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Continuava a pensare a quella splendida donna, i suoi occhi, la sua voce. Si alzò presto e fece una doccia fredda. Mangiò alcuni biscotti raffermi aspettando che arrivassero le sei per poi dirigersi al bar. "Buongiorno Giuseppe, sei mattiniero" Conosceva il proprietario del bar da molto tempo. "Si Enzo, mattiniero ed assetato. Fammi una birra e con il resto dammi un gratta e vinci da due euro" Grattò il biglietto e vinse venti euro. "E' il tuo giorno" Disse il barista. "Non fare lo spiritoso, cambiameli di moneta; come stanno le macchinette?" "Ieri sera due ragazzi slavi ci hanno dato dentro mica da ridere e hanno raccolto poco" "Bene, ci penso io a vuotarle" Giuseppe spese tutti i venti euro in un batter d'occhio senza ricavare un euro di vincita. "Mi hai raccontato cazzate Enzo, non pagano" "Sei tu sfigato" "Vai a quel paese, vado al lavoro" "Mi raccomando non stancarti troppo" Lo schernì il barista e Giuseppe si voltò verso di lui salutandolo con il dito medio rivolto all'insù.
    Lavorava presso una ditta di componenti plastiche e il suo compito era quello di caricare e scaricare con un apposito carrello dei cesti dai nastri trasportatori. Un lavoro monotono ma semplice, adatto a lui. La sua fortuna era che nessuno voleva quell'incarico, proprio perché monotono e senza prospettiva. Quella mattina il suo titolare, un anziano che doveva le sue fortune allo sfruttamento di gente onesta ma poco colta, lo avvicinò e si mise ad osservare il suo lavoro. Dopo alcuni minuti lo interruppe con un gesto della mano. "Giuseppe devo parlarti" Il vecchio era un uomo autoritario. "Mi dica signore" "Stanno aumentando le commesse e ho bisogno di più ore lavoro al tuo nastro" "Farò le straordinarie, come sempre" Era eccitato, il suo cervello elaborò immediatamente una semplice equazione: più ore uguale più soldi, più soldi uguale più giocate, perfetto! "No Giuseppe, parlo di fare due turni e comunque vorrebbe dire che qualche soldo in più te lo metti in tasca" "Bene, e allora cosa devo fare?" "Vedi Giuseppe, si tratta di alcune commesse importanti, ma non di un lavoro continuativo. Potrebbero bastare alcuni mesi di turni e poi tornerebbe tutto alla normalità" "Continuo a non capire signore" Lui non era sveglissimo. "Ascoltami, ho bisogno di qualcuno disposto a lavorare per qualche mese in nero in modo che possa sbarazzarmene quando non mi servirà più e tu abiti in quel palazzo pieno di extracomunitari. Di sicuro tra tutta quella marmaglia ci sarà qualcuno disposto ad intascare quattro soldi senza sollevare troppe obiezioni, portamene uno" Giuseppe ci arrivò con un attimo di ritardo "Ma io non conosco nessuno di quelli lì" "Non mi interessa che tu li conosca, basta che me ne porti uno e alla svelta" "Quanto alla svelta?" "Una settimana. Vedi di non deludermi o dovrò pensare di sostituirti" E senza aggiungere altro si diresse verso gli uffici. Giuseppe pensò tutto il giorno a quelle parole, il suo padrone era un uomo deciso e lo avrebbe cacciato se non avesse obbedito. Quella sera era sul pianerottolo delle scale e stava cercando le chiavi di casa. "Buonasera" Una voce dietro di lui lo prese alla sprovvista. Si girò e si trovò davanti un uomo abbastanza giovane dai lineamenti marcati. "Buonasera" Rispose Giuseppe automaticamente senza badare all'altro che invece continuò "Io sono Arduid, il suo vicino di casa. Lei ha già conosciuto mia moglie Shushan e mia figlia Zepur. Sono lieto di incontrarla" Ma come parla questo? Stava pensando Giuseppe "Si grazie, anche io. Buonanotte" E senza voltarsi entrò in casa e richiuse la porta in faccia al giovane. Cenò velocemente per scendere al bar, aveva un conto in sospeso con i videopoker ed era convinto di regolarlo.Verso l'una di notte stava rientrando in casa abbacchiato come sempre, anche stavolta erano state le macchinette a presentargli il conto e lui aveva perso. Dall'appartamento dei nuovi vicini sentì i due giovani che discutevano animatamente, non capiva una mazza ma dal tono era chiaro che gli animi fossero surriscaldati. Fece spallucce e si buttò a letto, ancora vestito.
    La mattina seguente, dopo aver sentito il notiziario alla radio, uscì di casa diretto al lavoro. Sul pianerottolo incontrò la vicina e con fare gentile accennò un saluto "Buongiorno, Shushan" "Buongiorno" Rispose lei incrociando per un attimo il suo sguardo, aveva gli occhi lucidi. Scese le scale senza fretta e arrivato al piano terrà bussò alla porta di Clotilde. L'anziana aprì e chiese velocemente "Cosa c'è adesso?" Osservò Giuseppe e si rispose da sola "Hai incontrato la ragazza. Si, hanno litigato. I soldi non bastano mai e lui non trova lavoro. Mi ha chiesto se conosco qualcuno e ho promesso di informarmi qua e la. Vai a lavorare che è tardi" Giuseppe annuì con il capo e si avviò al lavoro. Stava scaricando l'ennesimo pacco quando gli si accese una lampadina in testa. "Ma certo!" Esclamò ad alta voce.
    Quella sera cenò con calma e poi andò a bussare ai nuovi vicini. "Chi è?" Era la piccola Zepur. "Sono Giuseppe, il vostro vicino. Posso entrare da mamma e papà?" La piccola aprì la porta e lo fece accomodare. I due genitori erano a tavola e si alzarono ad accoglierlo. "Buonasera" Dissero. "Possiamo essere d'aiuto?" Proseguì l'uomo. Giuseppe stava esaminando le condizioni dei suoi vicini. La casa era pulita e ordinata ma tremendamente spoglia. Poi parlò lentamente e in modo chiaro per essere sicuro di farsi capire. "Grazie, non mi serve niente. Invece io potrei esservi utile, posso sedermi?" Lo fecero accomodare su una sedia di plastica mezza scassata, probabilmente quella della bambina e Giuseppe cominciò a parlare. Per i successivi tre giorni fece loro visita tutte le sere, Arduid era praticamente convinto di accettare la proposta, ma la bella Shushan opponeva ancora resistenza.
    "Stasera la convinco io, costi quel che costi" Giuseppe era determinato a chiudere il discorso quella sera e si trovò spiazzato quando una volta entrato in casa dei due giovani fu accolto come un re. Il tavolo era imbandito per festeggiare qualcosa: una bottiglia di vino, una bibita e un dolce non ben definito troneggiavano al centro della tovaglia. Marito e moglie cantavano nella loro lingua, come da antiche tradizioni, e fecero accomodare Giuseppe sulla sedia bella. "Questo è un piccolo gesto per il suo aiuto" Esordì la giovane. "Mio marito accetta la sua proposta, vogliamo festeggiare con lei" Giuseppe era colpito da quell'atteggiamento. Pensava che Arduid avesse accettato da subito la sua proposta, ma solo ora aveva il consenso della moglie. Che strano, aveva sempre creduto che i musulmani non considerassero il parere delle donne, doveva ricredersi. In realtà i suoi vicini erano cristiani, il paese da dove provenivano, l'Armenia, era stata la prima nazione al mondo a riconoscere il cristianesimo come religione di stato, ma a lui interessavano i  giochi d'azzardo, non le culture orientali. I festeggiamenti durarono un paio d'ore ed erano quasi le undici quando Giuseppe disse: "Adesso tutti a dormire. Domani si va al lavoro e tu Arduid devi essere riposato per il primo giorno, ok?" "Ok" Confermò il giovane mentre sua moglie stava portando a letto la piccola Zepur. Giuseppe se ne andò, ma non a dormire. "Le undici, è presto, ci sta una capatina al bar" Rincasò alle due dopo aver speso fino all'ultimo centesimo tra slot, video poker e gratta e vinci. Si addormentò vestito; ultimamente andava a finire sempre così.
    Il giorno dopo, in fabbrica, Giuseppe presentò Arduid al padrone; la prima settimana il ragazzo avrebbe affiancato Giuseppe per imparare a fare il lavoro, poi avrebbero cominciato con i turni. Nelle settimane successive Arduid si rivelò un gran bravo lavoratore e nel frattempo Giuseppe frequentava sempre di più la sua casa. Shushan ogni tanto ricordava al marito che la loro era una famiglia e il suo amico poteva anche restarsene a casa qualche volta, ma il marito continuava a ripeterle che senza di lui non avrebbe trovato un lavoro. Giuseppe cercò anche di trascinare il giovane nel giro del gioco d'azzardo, ma Arduid rifiutava sempre gli inviti dell'amico. Poi un venerdì mattina, erano passati circa tre mesi da quando il ragazzo aveva cominciato a lavorare in fabbrica, il padrone si avvicinò a Giuseppe che in quel momento era di turno."Ciao Giuseppe, come va?" "Buongiorno signore, tutto ok" "Senti, cosa mi dici del tuo amico, quel ragazzo, Arudi?" "Arduid signore, si chiama Arduid. E' un bravo ragazzo ed anche un ottimo lavoratore" "Infatti" Lo interruppe il vecchio padrone. "Ed è per questo che ho deciso di assumerlo e sarai tu a lasciargli il posto perché da stasera sei licenziato" Giuseppe restò immobile, quasi mummificato.Sapeva di non poter ribattere, oltre che a essere un uomo spietato il suo titolare aveva nella cassaforte tanti impegni di pagamento firmati da lui e lo teneva in pugno; negli anni Giuseppe si era fatto prestare parecchi soldi dal vecchio usuraio e adesso veniva licenziato in tronco per far posto ad uno straniero che lui stesso aveva portato in fabbrica.
    La mattina seguente stava dormendo dopo aver passato la notte in una sala da gioco. L'incessante bussare alla portà lo svegliò malamente, si alzò riluttante deciso a cantarne quattro a chi osava disturbarlo in quel modo e aprì la porta con foga. "Arduid?" Era sorpreso dal comportamento del ragazzo che solitamente era tranquillo e riservato. "Mi ha assunto, mi ha assunto!" Continuava a gridare. "Stai calmo Arduid, entra che ci facciamo un caffè" Mentre Giuseppe preparava il caffè, il ragazzo gli raccontò per filo e per segno tutti gli avvenimenti della sera prima fino all'epilogo in cui il vecchio padrone gli diceva che da lunedì sarebbe stato assunto regolarmente. Giuseppe lo lasciò parlare, non voleva troncare il suo entusiasmo e giunse alla conclusione di non far parola del suo licenziamento. Bevverò il caffè e Giuseppe si congratulò sinceramente con Arduid, in quei mesi si era affezionato a quella giovane famiglia, il ragazzo ringraziò e se ne andò felice e contento. Giuseppe era stanco e si rimise a dormire. Passò due giorni in casa a poltrire, ogni tanto scendeva alla ricevitoria a fare qualche puntata ai cavalli e poi risaliva nel suo tugurio, senza scopo; lunedì avrebbe pensato al da farsi. Invece i giorni passavano e lui era caduto in una sorta di apatia, si era iscritto alla lista dei disoccupati garantendosi una minima entrata per un certo periodo di tempo e continuava a spendere tutti i suoi soldi nel gioco. Arduid; saputo l'accaduto, si era presentato a casa sua in lacrime chiedendo perdono per quello che aveva fatto e Giuseppe cercò di tranquillizzarlo dicendogli che lui non aveva nessuna colpa. 
    I due giovani lo invitavano spesso a pranzo e a cena e ogni tanto la figlia andava da lui a tenergli compagnia; facevano di tutto per sdebitarsi di una colpa inesistente.
    I mesi passavano veloci e Giuseppe non trovava lavoro, Arduid e la moglie lo aiutavano nelle faccende di casa e in alcuni casi prestandogli anche dei soldi; poi una sera, mentre era a cena da loro, Shushan lo richiamò alla realtà. "Giuseppe, io e mio marito ti vogliamo bene, anche nostra figlia si è affezionata a te. Non dimenticheremo mai quello che hai fatto per noi, ci hai sempre trattato bene e in questa società non è cosa da poco. Quindi ci permettiamo di parlarti sinceramente. Arduid?" Dopo aver tratto un lungo respiro il marito prese a dire: "Noi pensiamo che tu giochi troppo. Ormai non cerchi più un lavoro e vivi pensando sempre al gioco. Con il tempo ti rovinerai e noi non potremo sempre prenderci cura di te" Aveva parlato guardandosi le punte dei piedi, vergognandosi di quelle parole, ma fu Giuseppe ad essere assalito dall'imbarazzo. Che situazione di merda, si trovò a pensare, devo porvi rimedio. "Avete ragione, sono io a dovervi delle scuse, sono un parassita ed è giusto che mi dia una svegliata. Scusate ma adesso torno nel mio appartamento, vi ringrazio e appena ho delle novità vi farò sapere"
    Nei giorni seguenti si impegnò nella ricerca di un lavoro che sembrava introvabile e una mattina fece un incontro che avrebbe evitato volentieri. "Ciao Giuseppe, tutto bene?" "Più o meno. Sto cercando un lavoro" "Ottimo" Rispose l'uomo; "Così potrai saldare i tuoi debiti" Giuseppe si sentì sollevato. "Grazie, grazie. Ti prometto che sarai il primo a cui penserò" Rispose speranzoso. "Gli altri possono aspettare, io non aspetto più. Voglio i miei diecimila euro entro una settimana, non un minuto oltre" "Una settimana? Ma io non li ho tutti quei soldi, devi darmi tempo per.." "Una settimana. Ci si rivede Giuseppe" Il suo tono non lasciava spazio a repliche. Giuseppe passò il resto della giornata chiedendosi come avrebbe risolto quel problema. Sapeva che quello era un ultimatum a cui non poteva sfuggire e non voleva perdere l'uso di una gamba o di un braccio. Quella sera decise di dormirci su, avrebbe trovato una soluzione. Nei due giorni successivi si lambiccò il cervello nel disperato tentativo di  trovare un rimedio a quel grosso problema, finche la mattina del terzo giorno gli balenò un'idea assurda che in quel momento pareva l'unica via d'uscita. Contattò un tipo conosciuto al poker, l'avrebbe aiutato. Nel volgere di un giorno avevano imbastito un piano di massima, mancava la pedina fondamentale e quella sera era deciso ad accaparrarsela.
    Arrivò Zepur ad aprire la porta. "Papà è in casa?" "Si, entra" Cinguettò felice la bambina. Giuseppe cominciò a sudare freddo, forse stava sbagliando tutto, ma la paura lo spinse ad andare avanti. Shushan notò subito qualcosa di strano e ne ebbe la conferma quando Giuseppe chiese ad Arduid di seguirlo a casa sua per discutere faccende importanti e il ragazzo lo seguì. L'armeno dopo un paio d'ore rientrò in casa scuro in volto, la moglie chiese preoccupata "Qualcosa non va?" "Tutto bene, devo aiutarlo a risolvere un problema" "Cosa?" "Stanne fuori donna, sono cose da uomini" Non aveva mai trattato così la moglie e se ne pentì immediatamente, la abbracciò forte parlandole all'orecchio. "Qualche giorno e sarà tutto sistemato, stai tranquilla"
    Oggi.
    L'aria fresca della mattina l'aveva fatto rinsavire e decise di tornare a casa. Trovò una  macchina dei carabinieri davanti l'entrata del palazzo e Clotilde lo fermò sulle scale. "Ci sono i carabinieri su dai tuoi amici, è successo qualcosa di grave" "Grazie Clotilde, salgo a vedere" Gli tremavano le gambe, stava per vomitare ma riuscì ad arrivare in cima. La loro porta di casa era aperta, Zepur era seduta accovacciata sulle scale stringendo un pupazzo che lui le aveva regalato tempo prima, la baciò in testa e chiese di poter entrare in casa. Uno dei militari lo fermò ma Shushan, stravolta dalle lacrime, chiese di lasciarlo passare. I due si guardarono, consapevoli di quello che era accaduto. Lei fece per parlare, ma lui la fermò con un segno e poi chiese: "Chi comanda qui?" "Io, sono il maresciallo Bianchi, mi dica" Giuseppe si girò verso Shushan e la baciò delicatamente sulla guancia, poi si avvicinò al maresciallo e disse: "Portatemi in caserma, devo fare una confessione" E senza aggiungere altro si avviò all'uscita accompagnato dai militari. Zepur stava ancora seduta in terra, Giuseppe si avvicinò alla bambina, infilò una mano in tasca e le allungò una cosa. "Tieni Zepur, dove vado io questo non serve, dallo alla mamma. Ti voglio bene" Uscì cosi dalle loro vite.
    Quando tutti si furono allontanati la piccola chiamò la madre e le fece vedere quello che le aveva dato Giuseppe. "Guarda mamma, mi ha dato un biglietto con degli strani simboli" La donna, con le lacrime agli occhi, afferrò quel cartoncino, era un gratta e vinci: ASSICURATI IL TRAPASSO, si intitolava e bene in vista c'erano tre bare uguali. Sul retro era appiccicato un post-it scritto a mano: perdonami se puoi, non volevo andasse così, tuo marito era un uomo speciale, vi voglio bene. P.S. Non buttare via il cartoncino, hai vinto!

  • 13 luglio 2013 alle ore 17:09
    Lei mi è sacra (seconda parte)

    Come comincia: -
    3.
    Quando la vidi arrivare avvolta nello stesso impermeabilino nero che le avevo visto alla festa, con la cintura stretta alla vita, le scarpe nere coi tacchi e quella camminata flessuosa ed elegante, mi chiesi com’era possibile che i miei sogni più intimi si stessero realizzando in quel modo così pedissequo, con il tipo di donna alla francese che avevo sempre sognato. Mi sentii grande, immenso; incommensurabile rispetto a quello che ero stato fino ad allora. E frenai quell’orgia di emozione dicendomi che lei era troppo per me e che non avrei mai avuto il coraggio di provarci veramente; sia per paura di soffrire in modo brutale se lei mi avesse detto di no, sia  per paura di arrivare a qualche forma di depressione pre-suicidio, se dopo avermi detto di si, mi avesse lasciato.
    Appena mi fu vicina, venne fuori lo sfioramento di guance per il saluto e poi lei si avviò guidandomi e cominciando a parlare con la solita disinvoltura: « Ah, ma c’è un sacco di gente!»…
    Parlò per tutta l’ora della visita sia dei quadri della mostra che del più e del meno, mostrandosi ancora ai miei occhi, stavolta in versione "esterna", vestita in modo autunnale e non paraestivo, come era successo appunto quelle sere a casa sua.
    Dopo aver preso un caffè con me in un bar del centro, mi salutò dicendo: « E’ stato carino, no? » E poi: « Dimmi il tuo numero dai che ti faccio uno squillo…» Io glielo lo dissi e lei squillò. Poi se ne andò verso il metrò, accorgendosi benissimo del fatto che io la stavo squadrando da dietro, gustandomela come ti gusti un’attrice che ti fa impazzire, mentre guardi uno di quei film che poi ti lasciano il segno dentro per tutta la vita.
     
    Non sapevo cosa pensare dopo. Camminavo piano lungo Corso Vittorio Emanuele e mi chiedevo che significato avesse quel nostro incontro. Lei era sposata ed aveva spinto perché facessimo insieme quella visita. Poi si era comportata normalissimamente, come se lì, con noi, potesse benissimo esserci anche suo marito: carinissima, ma asettica; senza mostrare alcuna emozione. Pensai che si era solo voluta mostrare, che aveva capito che io ero pronto ad adorarla ed era venuta per farsi adorare "in esterno": uno spettacolino per un unico spettatore.
    Comunque non me ne fregava un cazzo, mi bastava che si lasciasse adorare. Per me era anche troppo. Mi ero troppo divertito a guardarla, e quel suo darmi il numero era una promessa di altri godibilissimi spettacolini.
    Già sapevo, però, che non avrei mai avuto il coraggio di chiamarla per primo e avrei aspettato senz’altro che si facesse viva lei. L'avrei pensata comunque, tanto: io penso che tu pensi che io ti penso, ma se penso che tu pensi che non ti penso, penso a cosa pensare per farti pensare che io penso che tu pensi che io ti penso...
     
    E dopo tre giorni mi mandò un MMS. C'era la sua foto davanti al bar dove avevamo preso il caffè e lei era vestita con un cappottino nero, corto appena sopra il ginocchio e attillato sui fianchi. Il cappotto era slacciato e sotto si intravedeva un maglioncino nero a collo alto sopra quei jeans attillati che le avevo visto addosso a casa sua. Sotto alla foto c'era scritto: "Ciao, ero qui e ti ho pensato, come stai?" 
    Ero al lavoro, stavo scrivendo un articolo che, pur essendo nella cronaca di Milano, era decisivo per la mia carriera futura e quel messaggio mi fece diventare un trottola impazzita. Dopo averlo letto, mi alzai e cominciai a girellare senza senso e senza meta all'interno della redazione, finché uscii fuori, nel terrazzino dell'atrio, e accesi una sigaretta.
    Guardavo le guglie del duomo da lontano e mi sentivo impaurito. Quel suo gesto così forte, così complesso ed elaborato, quel suo look così classico, ma anche così nuovo per me che non l'avevo mai vista total black, erano semplicemente la realizzazione di uno dei migliaia di film che mi ero fatto in testa nel corso della mia vita: la storia intrigante che va avanti da sé, liscia, pulita, come se fosse stata scritta da uno sceneggiatore alla Moccia.
    Allora la storia del pensiero funzionava davvero? Non era una favola romantica? Come poteva senno una donna così perfetta dimostrarmi una tale attenzione e sensibilità? Sapevo di essere appena intelligente, decentemente urbano e civilizzato, sapevo che potevo anche piacere come un "perché no" a qualche donna di media portata, appena discreta, passabilissima e andante; ma una donna così, come poteva considerarmi a tal punto da organizzare per me un gesto del genere?
     
    Mi covai quella nuova emozione per almeno venti minuti. Per cui persi  l'occasione di risponderle al volo, con una frase spiritosa e carina, e innescare quindi uno di quei "botta e risposta" ironici e dolci, tipici di tutte le commedie americane riuscite, e anche di quelle non riuscite. Uno di quei “botta e risposta” tipici insomma, ma proprio per quello sognati da tutti noi uomini romantici, amanti impenitenti dell'amore.
    Ne persi altri venti poi, di minuti, per elaborare una risposta degna: che rispondesse alla sua cortesia, che la gratificasse ancora di più e che precorresse, con una piccola spinta, la sua disposizione ad un nuovo incontro dal vivo. E il parto del mio travaglio fu questo banalissimo sms: "Mmmhhh, ma quanto sei carina!... Se sei sempre in centro, potremmo mangiare qualcosa insieme..."
    Lei mi rispose subito, senza accennare minimamente al mio complimento, gelidissima: "Ormai sono sotto casa, semmai domani..." / "Va bene, allora ci sentiamo domani mattina, ok?" / "Va bene, ti chiamo io... See you tomorrow"
     
    4.
    Intanto avrei visto un altro suo look. Ero strasicuro che lei era una di quelle che non usano mai lo stesso look per due giorni di seguito, sicurissimo. Ma oltretutto, se lei voleva farsi adorare, se lo scopo del suo cercarmi era fondamentalmente quello, lei si sarebbe data ai miei occhi, anche l'indomani, e io l'avrei adorata, di nuovo.
    Passai quella giornata in stato di totale fibrillazione. Andai ancora a “vederla” su Fb e alla fine non riuscii a resistere, scrissi un commento ad una sua foto stratosferica, in cui indossava un elegantissimo tailleur nero gessato, serissima, accanto ad una serie di personaggi altrettanto seri, che potevano essere dei manager, o dei politici, o dei professori di università prestigiose. E scrissi: "Come sei bella così seria e impegnata, tesa quasi a nascondere la tua sensualità..."
    « Oddio! - pensai prima di cliccare sull'invio - Non sarà troppo forte questa? » Mi sembrava di osare troppo insomma a prendere una tale iniziativa, e di scoprire troppo la mia parte adorante. « Forse lei, evanescente e raffinata com'è - mi dissi - preferisce il non detto, o al massimo l'allusione criptica... » Ma alla fine cliccai e sentii come di averla provocata. Volli stuzzicare ancora di più la sua voglia di essere adorata, dunque, ufficializzare il mio ruolo, immolarmi sull'altare della sua vanità. O della sua "sublime bellezza", come magari avrebbero detto i romantici... Cominciavo ad oscillare insomma tra "I dolori del giovane Werther" e "Schiavo d'amore" di Somerset Maugham...
    Ma in fondo qual era la differenza? Il concetto di "sublime bellezza", must dei romantici di tutte le epoche, non era alla fine confinantissimo e quasi sovrapponibile a quello parrucchieristico di frivola vanità femminile? Tra Lotte e Mildred, se si tolgono quei centocinquant’anni di storia che le separano, c'è poi questa grande differenza?
    Una volta inviato quel commento, mi sentii sciolto, squagliato, pericolosamente e definitivamente in mano sua. Avrebbe fatto di me quello che voleva, ero pronto a soffrire tutto per lei ora, l'ho già detto: a immolarmi sull'altare della sua bellezza!
     
    Quando vidi che lei non rispondeva a quel commento, però, pensai di aver sbagliato, di averla infastidita, di essermi perso in una specie di sogno. Pensai che quella storia era tutta una mia suggestione, che lei con me era solo cortese, carina, educata in modo usuale e borghese, magari solo per riguardo a Carlotta, la nostra amica comune.
    Ma quando lei la mattina dopo, mentre ci avviavamo verso lo stesso bar in cui avevamo preso il caffè insieme, mi sussurrò: « Ma come sei stato carino ieri...» e mi prese a braccetto per la prima volta, stetti quasi per cadere. Schiacciai un attimo il mio gomito come per spingere il suo avambraccio sul mio corpo e poi feci finta di niente. Dissi solo: « Tu sei un'artista, i tuoi look sono dei quadri...»
    Pronunciai quelle frasi sottovoce, quasi che sperassi che lei non le sentisse. Le sussurrai tra me e me come se fossero solo un pensiero, e non seppi se le aveva sentite. Lei infatti cambiò subito discorso e tornò ad essere “la donna gentile e formale”; tornò a impersonare quello che doveva essere il suo personaggio base, la maschera usuale che esibiva nella vita comune, lo standard del suo io, la definizione sociologica e oggettiva della sua classe.
     
    Quel giorno era vestita in modo casualissimo: un giacconcino  azzurro scuro, corto al sedere e allacciato da una cintura; una gonna grigio-scura, di lana,  lunga sopra il ginocchio; degli stivaletti neri con un piccolo tacco e delle calze fumées. E quando sedendosi si slacciò il giaccone, mi sparò addosso un maglioncino sempre sul grigio, la punta del cui V arrivava bassa sul suo petto, scavando tra i due seni e lasciandone intravedere appena la parte interna. Mi chiesi se avesse il reggiseno, e semmai che strano tipo di reggiseno potesse avere; e pensai allora che non lo aveva, che si era messa molto free, come le femministe degli anni settanta, che viaggiavano sempre coi loro seni piccoli e poco vistosi al vento, sotto i maglioni, o le camicie, o le magliette.
    Lei notò il mio sguardo posato sulla punta di quel V e si lasciò sfuggire un'espressione di soddisfazione velata, che aumentò tutto in me: l'attrazione per lei, i dubbi su quale fosse il vero fine del suo gioco, la sicurezza che qualunque fosse il suo gioco io sarei stato "giocato" in pieno, bollito, lessato...

    Non parlammo moltissimo. Parlò soprattutto lei, raccontandomi della sua famiglia, del suo marito manager in una famosa multinazionale e del suo figlio di sei anni che frequentava una prestigiosissima scuola steineriana.
    Io più che altro la ascoltai, le detti la soddisfazione di interessarmi a tutto quello che diceva: stimolando le sue risposte, chiedendo ragguagli su essenza e particolari dei suoi discorsi, sorridendo compiaciuto ad ogni suo accenno di battuta.
    Quando alla fine dovetti alzarmi per tornare in redazione, si alzò anche lei, e spiegandomi che doveva andare dalla parte opposta, accostò la sua guancia alla mia bocca perché le dessi un bacino di saluto.
    Ed io lo feci, sentendo per la prima volta da vicino il suo odore: un mix di profumo raffinato e di buon odore naturale; l’odore di una che fin da piccola è stata dotata dal destino di quel buon odore; e che poi una buona educazione, una buona igiene e una buona alimentazione hanno consolidato e aumentato nel corso degli anni. Mi vennero in mente i sommelier, che passano appena la punta del naso sul bicchiere e sembrano estasiati solo dall’odore di un vino, e convinti che di quello si accontenteranno, giudicando volgare e banale la sola idea di berlo, quel vino.
    Così mi sentii io. Sicuro che quell’odore mi sarebbe ampiamente bastato e che mai avrei osato pensare di “berla”, la mia dea. Mi sarebbero tremate le mani a toccarla, e a baciarla mi sarei sentito un sacrilego e non avrei mai avuto il coraggio. Anzi, proprio in quel momento mi augurai che lei non volesse quello, per caso, anche solo per divertirsi a vedermi imbranato come un bambino. Perché se lei per caso avesse voluto quello, non avrei potuto certo esimermi dal lasciarmi andare, e senz’altro mi sarei emozionato troppo, tanto da divenire ridicolo.
    Ogni volta che la vedevo, d’altronde, per me era come farci l’amore. Provavo le stesse emozioni che si provano negli amplessi passionali e ben riusciti. Godevo anche. Si, godevo... Un godimento mentale talmente forte che mi arrivava al fisico e mi faceva accapponare la pelle.
     
     

  • 10 luglio 2013 alle ore 19:40
    Cory una ragazza coraggiosa

    Come comincia: Sono solo le 6.00 ed ho già aperto il bar.
    La solita signora fuori dal locale e un po' fuori di sé che mi tempesta di domande, sempre le stesse, tutti i giorni, mi chiede se sono stanco e si risponde da sola di sì.
    Scappo dentro e mi nascondo dietro le brioches, sistemo le ultime cose. Il vapore della lavabicchieri mi appanna momentaneamente gli occhiali. In radio stanno discutendo della crisi, anche questo non mi tira su di morale. Il locale è vuoto, solo tre clienti indiani con sei trolleys immensi che fanno colazione con tè caldo e spaghetti surgelati. Non stupitevi ho visto accostamenti peggiori.
    Poi entrano altri due clienti. Una bella ragazza giovane e una signora sulla sessantina. Mi chiedono il prezzo per un caffè americano, due brioches... non sono molto economico al tavolo, il bar non è mio, ma i prezzi sono quelli, comunque loro si siedono lo stesso. Qualche chiacchera con loro, mentre gli indiani cominciano la processione al bagno. Scopro che sono americane, e si scusano per la loro impacciataggine, io le rassicuro che è una cosa normale non saper che pesci prendere a Venezia. Mi chiedono come muoversi in città e gli do qualche dritta, per non spendere troppo in biglietti. Una routine per la città dove vivo. Pagano e se ne vanno contente. Non c'è lavoro e posso anche rimandare di sbarazzare il tavolo di qualche minuto.
    Scorgo qualcosa di strano appoggiato al portasalviette. Mi avvicino rapido al tavolo. Una foto. Una bella ragazza, non quella che ha fatto colazione da me. Giro e vedo due date una riportante il 23-02-1993 e un'altra 5-07-2012. Nascosta dalla foto c'era un piccolissimo uccellino, non saprei dire se di legno o in plastica, solo che è minuscolo. Oltre alle date c'è scritta una piccola frase "Cory a brave girl" e il suo nome per esteso. Posso immaginare qualsiasi disgrazia capitata alla ragazza, ma anche il senso di quel gesto. Forse Cory sarebbe voluta venire a Venezia, girare l'Italia, ma non solo. Sarebbe voluta volare da una parte all'altra della vita, crescere, innamorarsi, cercare l'università, lasciarsi col ragazzo, trovarsi un lavoro, cercare di studiare e lavorare, fare bisboccia con le amiche, traslocare un paio di volte, trovare l'uomo giusto, metter su famiglia, invecchiare serenamente. Ho saltato parecchi altri traguardi di una vita in cui sarebbe potuto capitare di tutto. 
    Invece è stato tutto troppo breve. L'amica o la sorella, simbolicamente, ha voluto esaudire il suo desiderio. Come è triste, nemmeno il tempo di bere un caffè che il destino le ha chiesto il conto. Decido, di tenere il piccolo uccellino e di appendere la foto all'interno dell'armadietto.
    Il suo sorriso, quello sì mi incoraggerà quando sarò giù di morale.

  • 10 luglio 2013 alle ore 10:42
    Nozze

    Come comincia: E il giorno tanto atteso arrivò.
    Agatina era radiosa nel suo bellissimo vestito bianco. Era per lei una verità incantevole che allontanava il ricordo di una vita  disgraziata, che sembrava all’origine senza sbocco.
    La felicità la trasformava: la sua bellezza risplendeva e il suo sorriso aveva conquistato tutti gli invitati.
    Un  grandissimo pubblico assistette alla cerimonia; i parenti e gli amici c’erano tutti, ma c’erano anche tantissimi curiosi, soprattutto giovani.
    Il pranzo fu allegro; gli aperitivi, lo  spumante e il buon vino contribuirono a rallegrare anche i più ombrosi.
    I piatti più delicati furono serviti copiosi e il clima, gradualmente, divenne più caldo.
    Dopo il pranzo si ballò, ci si divertì, il vino girò abbondante fino all’ora di cena.
    La febbre salì e diverse giovani coppie amoreggiarono dietro gli ulivi che erano intorno alla masseria- agrituristica, nella stalla, nel magazzino e negli angoli più bui e appartati.
    Non appena il sole cominciò a scivolare dietro la linea dell’orizzonte, si riprese posto a tavola.
    Sulla bianca tovaglia risplendevano la cristalleria e l’argenteria. Le luci erano smorzate e i fiori di zagara diffondevano tutto intorno un profumo penetrante.
    L’agape ricominciò. Il vino riprese a scorrere nella gola dei convitati.
    Agatina e Turi fecero onore alla buona tavola, ma bevvero con moderazione osservando le diverse persone che erano già eccitate. Ci fu un attimo di silenzio seguito da un fragoroso battimani quando sulla tavola fu collocata una montagna di cassata a cinque strati. Come rinunciare ad un dolce che è definito il principe eccellente del gusto?  Tutti ne mangiarono, anche quelli che erano più pieni di un barile.
    Gli sposi si deliziarono con un piccolo assaggio pregustando l’avvicinarsi della paradisiaca, incommensurabile dolcezza della loro notte di nozze. Mancava solo la consegna delle bomboniere e il saluto. Pensando a ciò Agatina si sentì sciogliere in una tenerezza infinita per Turi che le aveva dimostrato un amore profondo e senza limiti. Lui le aveva ridato la vita e lei aveva imparato ad amarlo senza riserve anche se non conosceva bene in cosa consistevano le mansioni del suo lavoro di visore  della ditta “LA FAMIGLIA  s r. l.”. A tale riguardo Turi era stato sempre evasivo e lei aveva capito che non bisognava insistere nel chiedere ulteriore notizie.
    Eppoi  non era questo il momento di pensare a ciò e alle disgrazie che avevano costellato la sua vita prima d’incontrare l’amore, il vero amore.
    Ecco l’ultimo atto della festa: furono portate le bomboniere. Intorno agli sposi si strinse una massa di persona che cercava di ricevere in fretta la testimonianza di quella meravigliosa giornata e di augurare loro “figli maschi” con un bacio.
    All’improvviso si sentirono delle grida di paura che determinarono un fuggi-fuggi caotico e precipitoso. Diverse persone rimasero pietrificate per la paura: un motociclista con stivali, tuta e casco nero avanzava veloce tra i convitati. Il braccio destro era teso e nella mano una pistola mandava bagliori di fredda luce metallica. Giunto a pochi passi dagli sposi si fermò. Sei detonazioni, seguite da sei lampi giallo-rossi, furono il bacio di morte per Turi. Il motociclista scappò veloce verso una moto di grossa cilindrata alla cui guida vi era un pilota vestito come lui. La moto, in un istante, scomparve rombando nelle ombre della sera.

  • Come comincia: -“Credere ancora nell’arte?”-
    Lo chiedo a Paolo Valentini che a proposito di arte e di artisti ha dimostrato di provare interesse perentorio ("Il segreto di Michelangelo? Nei sette vizi capitali". museo del Bargello. "Michelangelo – IlTitano e le sue voci", Il testo è stato scritto da Paolo Valentini, “autore di altri ‘incontri ravvicinati’ con i grandi del passato”  e interpretato dalla compagnia-www.nitam.it- per approfondimenti n.d.a.)
    -“La scienza si volge per suo stesso dna al futuro mentre solo l’arte è passato, presente e futuro.
    Non si tratta di credere o meno perché si tratta d’un fatto oggettivo.”-
    La risposta mi rincuora. Qualcosa di simile mi rispose, anni fa, nel corso di un’intervista, il mai dimenticato Giorgio Bassani, splendido autore di quello che lui chiamava “Il romanzo di Ferrara”- Ma c’è un’altra domanda che ancor di più ci coinvolge:-
    “La società permette ancora che esistano artisti?”-
    Anche a questa incognita il nostro Valentini risponde positivamente:-
    “Assolutamente sì. E’ proprio nei momenti di maggiore crisi che l’arte cova la sua rinascita.”-
    Restando nel tema del lavoro teatrale di cui si sta occupando, propongo un percorso:
    -“Vittoria Colonna mi ha sempre incuriosita...”-
    Il giornalista è d’accordo:
    -“Anche a me visto che nel mio lavoro teatrale su Michelangelo è figura assolutamente centrale. “Raccontare Michelangelo nel museo del Bargello è una grande emozione. Ogni anno creiamo con la drammaturgia progetti per ridare ai giovani nuova linfa vitale, avvicinarli all’arte attraverso il teatro.
    I sette vizi capitali sono peccati, di cui si è servito Michelangelo per raggiungere la vetta più alta della sua creatività”.”
    Continuando il cammino su Michelangelo, con Paolo Valentini, cade a proposito una lirica del grande artista (anche poeta, per chi non lo sapesse), che spesso interpreto ai miei allievi durante le ore di Storia dell’arte, per far meglio comprendere loro il personaggio:

    “Non ha l’ottimo artista alcun concetto
    c’un marmo solo in sé non circonscriva
    col suo superchio, e solo a quello arriva
    la man che ubbidisce all’intelletto.
    5 Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
    in te, donna leggiadra, altera e diva,
    tal si nasconde; e perch’io più non viva,
    contraria ho l’arte al disïato effetto.
      Amor dunque non ha, né tua beltate
    10 o durezza o fortuna o gran disdegno,
    del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
      se dentro del tuo cor morte e pietate
    porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
    non sappia, ardendo, trarne altro che morte.”

    Gli ricordo che l’ottimo Mike, per la bionda e bella Vittoria Colonna aveva perso la testa (assolutamente non ricambiato), cosa sorprendente, giacché non era conosciuto per il suo interesse sulle donne ... ma, in una sua rima dice di lei: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... il che ci riporta agli “strani” racconti che si sono fatti alcuni anni fa. Quali? Che lei fosse un caso di  ermafrodistismo congenito. A ragione di ciò si spiegherebbe perché il marito, Francesco Ferrante D’Avalos, “preferisse” sempre i suoi doveri di condottiero a quello di marito. Del primo ne morì, non in battaglia, ma di tisi, dal secondo non ebbe figli. Delle spoglie di Vittoria non si hanno notizie: sparite. Ma qualche storico cattivello racconta che in Napoli, in una Chiesa, fossero state ritrovate le spoglie di “una donna”, che poteva essere Vittorie Colonna. Storico cattivello? Sì: le spoglie, vestite da donna, con abiti eleganti, mostrarono agli studi sullo scheletro, che la donna possedeva “requisiti”, che, anche se minimi, dimostravano come proprio donna non fosse. Si spiegherebbero le parole del nostro MiKE: “un uomo in una donna, anzi uno dio”... e l’amore che lui ebbe per lei. Non fu inconfutabile che si trattasse di Vittoria, quindi si tratta di ipotesi fantasiose. Ma perché un sepolcro a Napoli? Non sembri strano: -“E, poiché Vittoria stessa si era prodigata affinché il corpo del marito fosse trasferito da Milano a Napoli presso la Chiesa di S.Domenico Maggiore, Ascanio non avrebbe potuto escogitare soluzione migliore che il collocare le spoglie della sorella accanto a quelle del suo illustre consorte”
    Dico al mio compagno di interesse:-“Beh, mi perdoni, ma lei proprio, con il suo lavoro teatrale, mi ha lanciato nella vita di Michelangelo ed io sono, per natura, “un’amante del gossip storico”. Per Michelangelo, poi, ho una adorazione, misteri compresi. Purtroppo non ho conservato il magazine che parlava della scoperta di cui niente è certo...Non le viene in mente di trattare lo spinoso argomento?”- Concludo.
    -“Chissà, forse ritornando in futuro su aspetti più particolari della vita di Michelangelo potrei soffermarmi anche su queste curiosità non risolte.
    Due anni fa, sempre per ItinerArte, ho portato “Dipingea” su Caravaggio.
    Oggi sto pensando di riprenderne alcuni lati che già all’epoca mi avevano incuriosito.
    Non basterebbero mille vite per rendere in dramma le infinite sfaccettature dei gradi artisti. “-
    Per quanto riguarda l’arte, oggi, non ci permette più di “divenire dei Michelangelo”: 1) non ci danno lavoro 2)non ci permettono di lavorare soltanto come pittori, dall’infanzia alla morte 3)non ci lasciano dipingere, non dico la Cappella Sistina, ma neanche in una chiesetta di provincia e gratis.”-
    Paolo Valentini conviene che:
    -“Sono cambiate le regole del gioco ed il mecenatismo si volge ai media per costruire un suo ritorno in termini di resa.
    L’Arte si muove su questo cammino e l’artista diviene animale da palcoscenico ma solo il futuro potrà stabilire la sua valenza nei termini d’un avanzamento nella storia dell’arte.”-
    Vero: sono proprio cambiate le regole. Basta seguire uno dei tanti programmi televisivi dove vengono vendute a prezzi da capogiro “magnifiche opere”, che non terrei in soggiorno. Se me le regalassero? Non direi di no: potrei rivenderle per comprare un infinitesimale disegno del grande maestro Michelangelo.
    Valentini sorride: conviene con me?

  • 09 luglio 2013 alle ore 10:16
    Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò

    Come comincia: Ero seduto a terra, nascosto dietro ad una cadente
    costruzione in pietra. Era pomeriggio inoltrato e il sole al
    tramonto colorava di un vivido rosso le case e gli alberi del
    piccolo paese montano.
    I soldati erano a pochi passi da me: un colonnello e circa
    otto militari. Vedevo la loro ferocia, sentivo le loro grida ed
    ero disperato perché non potevo fare nulla per salvare quei
    poveri civili.
    Respiravo piano per non farmi sentire, anche se le loro urla
    echeggiavano coprendo ogni altro rumore. I bambini
    piangevano e gli anziani imploravano pietà per i propri
    figli. Non c'era verso di convincerli, di anche solo
    impietosirli.
    Un generale tedesco, di quelli alti e robusti, fece entrare
    tutti in un granaio, compreso i piccoli, ed ordinò ai suoi
    uomini di appiccare il fuoco.
    Immaginavo quei poveri bimbi arsi dalle fiamme e sentivo
    il cuore spappolarsi in mille pezzi. Lo avrei fatto anche
    questa volta e come le due precedenti sapevo già chi
    colpire.
    Terminato lo strazio, lui, la mia prossima vittima, se ne
    andava a casa sua, poco lontano da Marzabotto, ed era un
    italiano come me. Non me ne importava, i tedeschi li
    lasciavo ancora perdere, ma loro, i miei fratelli italiani, quei
    ragazzi con cui avevo combattuto tante battaglie, non
    potevo e non volevo lasciarli impuniti. Dovevano perire in
    mezzo alle fiamme proprio come erano morte tutte quelle
    persone.
    Di sera attesi che la mia preda andasse nella stalla, come
    faceva sempre per dar da mangiare ai cavalli, e proprio
    mentre sistemava il fieno, gli puntai il fucile alle spalle.
    - Chi sei, cosa vuoi? - mi domandò spaventato.
    - Alza le braccia e voltati piano! - gli ordinai
    Lui fece come gli avevo chiesto ed osservandomi bene,
    esclamò:
    - Tu... tu sei Dario. Stavamo nello stesso plotone, ti
    ricordi?
    - Certo che mi ricordo, per questo sono qui.
    - Non vorrai derubare un tuo compagno d'armi?
    - Io non voglio derubare un mio compagno d'armi, ma
    tu hai aiutato i tedeschi ad uccidere quella povera gente e i
    bambini di Sant'Anna, Marzabotto e degli altri paesi. Loro
    si vendicano per il tradimento subito, ma tu?
    - Ascolta, sono costretto a farlo. Se non collaboro,
    uccideranno me e tutta la mia famiglia. Me lo hanno detto
    esplicitamente. Ho una sorella di quattro anni!
    - Io, invece, sono convinto che sei uno sporco fascista.
    - Te lo giuro, è come ti ho detto! Quelli ammazzano
    chiunque disubbidisca. Te lo ricordi baffetto, quello
    bassino? Ha provato a scappare, prima hanno ucciso lui e
    poi hanno scovato la famiglia nascosta in un rifugio. Hanno
    fatto fuori tutti. Non voglio che sterminino la mia famiglia.
    - Mi dispiace.
    - Cosa vuoi farmi? Uccidermi, metterti sul loro stesso
    piano? Cos'hai in quella tanica?
    - No, non voglio ucciderti, penso solo che una doccia
    bollente sia più che sufficiente. Spogliati e bendati gli occhi
    con la tua camicia.
    Lui cercava di convincermi a lasciar stare, io gli ripetevo che
    si trattava solo di acqua calda. Per qualche breve secondo
    provò a disarmarmi buttandosi su di me, ma ebbi la meglio
    sparandogli ad una gamba. Dopo poco pulivo il pavimento
    sporco del suo sangue con della paglia. Sorridendo,
    confermavo, mentre sotto la minaccia del mio fucile si
    copriva gli occhi, che volevo solo fargli sentire sulla sua
    pelle quello che avevano provato i civili morti incendiati.
    Quando mi chiese del perché della benda, gli ricordai che
    alcune sue vittime erano state rinchiuse in cupi capanni
    senza un filo di luce.
    Appena terminò di allacciare le due estremità della camicia
    e si fermò dritto, a dorso nudo, ad aspettare la sua
    punizione, presi la tanica.
    - Prima che inizi, prega. - dissi.
    - Perché devo pregare? - mi chiese.
    - Perché così sopporterai meglio il calore.
    Sospirò, chiuse le mani a pugno ed attese. Aprii la tanica e
    gli versai tutto addosso. A quel punto s'accorse che si
    trattava di benzina, ma era troppo tardi: con un fiammifero
    avevo già acceso delle vive fiamme sul suo corpo.
    Mentre scappavo, lo sentivo chiedere aiuto. Avevo ancora le
    mani sudate e lo sguardo impietrito; con lui ero a tre e non
    avevo intenzione di fermarmi.
    Avvolto dal silenzio della notte, con un vento che mi
    soffiava dietro al collo, me ne andavo dritto verso
    quell'unico posto che avevo trovato per dormire: una
    vecchia e abbandonata capanna ai piedi di una collina.
    Puzzava ancora di letame, forse ci avevano tenuto gli
    animali, ma non avevo una casa, non avevo una famiglia,
    mi era stato portato via tutto dalla guerra.
    Mi sedetti come sempre su un giaciglio di paglia con le
    spalle al muretto di una finestra, da cui si vedevano le stelle
    e nascosi il fucile sotto la giubba. Accanto a me c'era un
    contenitore di legno coperto appena da un canovaccio, lo
    presi fra le mani e mangiai quell'unico e piccolo pezzo di
    formaggio che avevo gelosamente custodito dalla sera
    prima. Portai leggermente la testa indietro per vedere il
    cielo, avvicinai le ginocchia al petto e abbracciai le mie
    gambe. Con i miei occhi azzurri scrutavo il firmamento e
    ripensavo a mia madre, ai miei fratelli, quando correvamo a
    giocare accanto al fiume. Poi ci fu la guerra, la prima che
    insanguinò tutto il mondo e mio fratello Luigi dovette
    partire. Non tornò più. Poi toccò al secondo, Antonio,
    disperso in Germania e infine al terzo, io: il più piccolo.
    Non mi fu risparmiato neanche il secondo conflitto benché
    avessi superato ormai i quarantanni. Fu sotto ai
    bombardamenti di quella guerra che persi anche i miei
    genitori.
    Dopo aver ricordato la mia vita, abbassai il capo portandolo
    alle ginocchia e ripensai alla seconda vittima, un tenete
    italiano di trentanni, sposato e con una figlia piccola. Era
    avvenuto circa una settimana prima. Lo avevo afferrato alla
    gola, mentre svoltava l'angolo di casa sua; lo avevo portato
    in un locale abbandonato e lì lo avevo legato ad una trave
    caduta dal tetto. A lui diedi fuoco senza benda come gli
    avevo visto fare con degli anziani del mio paese. Anche il
    tenente mi implorò pietà e mi disse le stesse cose
    dell'ultimo: era costretto o avrebbero ucciso la moglie e la
    figlia. Ritornando al presente, ripetevo le sue parole ad alta
    voce e corrugando il viso, che era diventato rosso, dissi fra
    me “Ma tu non hai avuto pietà, tu li hai bruciati vivi!... Oh
    mio Signore, tu lo sai, per questo è giusto ciò che faccio!”.
    Una lacrima scese dai miei occhi e portai la mano sinistra
    alla testa rasata; scoppiai a piangere come un bambino.
    Quando ero soldato non accettavo che gli uomini si
    uccidessero fra loro e questo mi aveva sempre creato dei
    problemi. Ricordo ancora la scena, durante la prima guerra,
    quando un giovane militare austriaco avanzava verso di noi
    insieme ai suoi compagni. Il tenente mi ripeteva di
    sparargli, ma le mie mani sudavano e mi chiedevo se
    veramente un uomo poteva essere pronto alla morte. Non
    riuscivo a premere quel maledetto grilletto, l'osservavo e mi
    mancava la forza. Era un padre, un marito: lo avevo
    conosciuto pochi mesi prima, io ero in borghese, lui era
    sulla banchina di una stazione e descriveva in uno stentato
    italiano i suoi figli ad un'anziana donna. Sapevo che non li
    vedeva da tre anni.
    Al tempo stesso mi dicevo che se continuavo ad essere
    indeciso, lui avrebbe ucciso o me o uno dei miei compagni.
    Sentivo il cuore salirmi alla gola, i battiti erano così
    accelerati che mi auguravo un infarto per non andare
    contro me stesso, contro la mia fede.
    Ad un tratto sentii un colpo sordo e breve e il sangue di
    quel giovane schizzò dappertutto. Il caporale si avvicinò a
    me e guardandomi negli occhi, mi disse “Siamo in guerra,
    Dario, siamo in guerra!”.
    Ci aspettava il monte Sei Busi, sul ciglione carsico, e nei
    giorni successivi ci mettemmo in marcia per strappare il
    fronte agli astro-ungarici. Quella battaglia era interminabile
    e il nemico era a soli pochi metri da noi. Si alternavano
    giorni di cruenti battaglie a giorni di quiete ed era allora
    che, senza farmi vedere da nessuno, raggiungevo delle
    casette a pochi passi dall'Isonzo e trascorrevo il tempo a
    bere con gli anziani del paese. Bevevo per dimenticare
    quella scena.
    Fu proprio lui la mia prima vittima, il caporale, quando lo
    ritrovai a comandarmi durante il secondo conflitto. Non so
    come iniziò tutto, ma una sera, mentre con i miei compagni
    stavo seduto accanto al fuoco, nascosti dietro un'altura per
    non farci notare dal nemico, lo vidi che si sbottonava la
    braghetta e si portava dietro ad un cespuglio. Inizialmente
    lo seguii solo con gli occhi, poi ricordai la sua freddezza
    nell'uccidere quel soldato tanti anni prima e l'orrore di
    quelle guerre mi passò davanti come un lampo: esplosioni,
    bombardamenti, civili morti... bambini morti. Mi dissi che
    era per colpa di uomini come lui che accadevano certi
    eventi e forse bastava ucciderli tutti per riportare la pace.
    Sentivo i miei compagni parlare delle loro fidanzate,
    quando mi alzai come guidato da una volontà non mia.
    Raggiunsi il caporale, che adesso era colonnello, e stava
    ancora con i pantaloni abbassati. Lui mi vide e con una
    sigaretta fra i denti mi chiese “Ehy tu, che cazzo fai? Non
    hai mai visto un uomo pisciare?”. Non gli risposi, guardavo
    la sua bocca e mi misi a pensare come avrei potuto
    ammazzarlo.
    “Posso parlare a quattrocchi con lei?” gli chiesi dopo un po'.
    Lui fece un mezzo sorriso e ci allontanammo di qualche
    passo. Io cercavo di prendere tempo per capire come agire.
    Non avevo mai ucciso neanche durante le battaglie e farlo a
    sangue freddo era qualcosa di veramente troppo grande per
    me. Mi misi a pensare a quel soldato, ai suoi figli che non lo
    avevano più rivisto e senza neanche capire cosa stessi
    facendo, portai le mani al suo collo. Lui era disarmato e
    provò a liberarsi lottando corpo a copro, ma la mia rabbia
    mi portava ad essere più forte. Il colonnello gridava per
    farsi sentire dagli altri soldati e a quel punto mi dissi che
    dovevo finirlo perché non avrei saputo come giustificarmi.
    Strinsi ancora di più. Morì così. Presi con un fazzoletto il
    coltello che avevo in tasca e mi ferii alla spalla. Quando
    arrivarono gli altri, mi difesi dicendo che mi aveva
    aggredito per abusare di me. Ovviamente fu aperta
    un'inchiesta dove recitai alla grande. D'allora mi sentii in
    grado di poter fare tutto.
    . . .
    La mattina dopo l'omicidio del mio compagno nella stalla,
    raggiunsi la sua casa e vidi i carabinieri che cercavano delle
    tracce dell'assassino. Notai fra le braccia di una donna una
    bambina con il viso rigato dal pianto e che ripeteva il nome
    del fratello. Ebbi un groppo alla gola, abbassai lo sguardo
    provando un profondo dolore. Piangeva per colpa mia.
    “Sono un mostro” mi dicevo mentre, sbandando anche per
    la fame, mi allontanavo con addosso i miei vecchi e luridi
    stracci.
    - Perché piangete, lo conoscevate? - mi chiese
    un'anziana donna.
    - Era un mio amico! - risposi mettendole una mano
    sulla spalla.
    Mi allontanai, stanco più nell'anima che fisicamente ed
    entrai in un bar per chiedere un bicchiere d'acqua. Fui
    osservato dalla testa ai piedi, quasi con disprezzo, ma io
    ormai mi ero abituato ad essere trattato da straccione.
    La guerra ancora doveva finire e tutti attendevano l'arrivo
    degli alleati, io non aspettavo nessuno. Non vedevo un
    futuro davanti a me, sapevo che sarei morto presto; chissà,
    forse alla fine mi sarei sparato un colpo alla testa.
    Al mio quinto omicidio mi sentivo morire dentro. Seduto al
    solito posto nella capanna, rivedevo quel corpo contorcersi
    fra le fiamme e ripetevo ancora di essere un mostro. Non
    riuscivo a fermarmi, c'era qualcosa in me che non mi dava
    pace! Piangevo sempre accarezzandomi il capo e non
    volevo stare lì da solo e con quella ciotola miseramente
    vuota. Andavo avanti solo bevendo acqua e le forze già mi
    stavano abbandonando. L'inchiesta sul misterioso
    pluriomicida era in corso già dalla terza vittima, ma furono
    necessarie altre sei affinché mi scoprissero. L'ultima,
    Giovanni, s'era salvato e lo avevano ricoverato in ospedale;
    mi aveva riconosciuto, avevamo combattuto insieme per
    due anni. Mi vennero a prendere una fredda sera di
    Dicembre, proprio a pochi giorni da Natale. Entrarono nella
    capanna con dei cani che subito mi vennero contro; io,
    sempre sotto la finestra, alzai la testa osservandoli. Avevo il
    viso scarno, gli occhi spenti e non mossi opposizione
    quando due carabinieri mi alzarono di peso...
    ...Mi hanno condannato a morte per crimini di guerra e
    questo è il primo giorno dopo tanti anni che sono ben
    vestito, pettinato e profumato. Indosso una bella camicia
    bianca e dei pantaloni come piacciono a me, me li hanno
    regalati le sentinelle dell'istituto e prima dell'esecuzione mi
    hanno preparato un succulente pasto.
    Adesso devo andare, sono venuti a prendermi. I miei amici
    di cella mi salutano e così le guardie ed io sorrido perché mi
    hanno fatto compagnia dopo tanti mesi trascorsi da solo.
    Nessuno di loro mi ha condannato. Sto per pagare il prezzo
    che la società mi ha imposto e con gli uomini credo di
    essere a posto; adesso mi aspetta Lui.
    Mi stanno facendo sdraiare su un lettino, mi sono tutti
    vicino, ma io guardo il tetto, anche quando sento l'ago
    entrare nel mio braccio. Adesso lo so se un uomo può
    veramente essere pronto a morire...

  • 07 luglio 2013 alle ore 12:03
    Lei mi è sacra (prima parte)

    Come comincia: "Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l'anima si riversi nei miei nervi."
    Queste frasi tratte da "I dolori del giovane Werther" di Goethe mi vennero in mente quella sera, mentre la guardavo seduta sul divano che discorreva animatamente, sorridendo e gesticolando con grande scioltezza. Capii di amarla così forte, che mi sentii un romantico di inizio ottocento; con tutta quella sbobba retorica sull'amore spirituale che travolge un uomo e una donna quando si amano e non possono amarsi, quando vorrebbero toccarsi e non devono farlo, quando sanno benissimo che ciò che fa crescere a 'sti livelli stratosferici la loro attrazione è proprio l'impossibilità di cedere ad essa, eppure, pur sapendolo, continuano ad amarsi.
    La sostanza dell'amore è questa d'altronde: la distanza tra desiderio e realizzazione. E lo sforzo di non realizzare il desiderio per non annullarlo.
    Ma quando le provi comunque, queste sensazioni, ti coinvolgono troppo. E le ami, queste sensazioni, come qualcosa di sacro, che ti svela per l'ennesima volta qual è il senso profondo e unico della nostra vita, la sola cosa per cui valga la pena di vivere.

    Si, si, va beh.... Ma cominciamo dall'inizio, appunto.
    Avevo conosciuto Beatrice per mezzo di un'amica comune. Una sera mi aveva invitato alla sua festa di compleanno, dicendomi: « Dai vieni, è gente simpatica, ho detto che avrei portato un amico... Mi scoccia andarci da sola... »
    Ed ero andato. Curioso il giusto, ma anche cosciente che la cosa poteva essere noiosissima. Era una di quelle situazioni sleccate della buona borghesia milanese, colta e ricca, che pur piene di buoni propositi di informalità, diventano ultraformali di fatto, a causa della pretenziosità politico-culturale che vogliono emanare. Comunque andai. Dovevo troppe cose a Carlotta e quello era uno dei modi meno faticosi per sdebitarmi.
    Quando arrivammo e lei venne ad aprirci, fu come un pugno nello stomaco. Quei due occhi grigio-scuri, ondeggianti e liquidi, che si spalancarono su di me, non dico che mi accecarono, ma quasi. E quel vestito di raso rosa, attillato e corto sopra il ginocchio, accoppiato con quelle scarpe grigie decolleté e con un piccolo tacco, neutralizzava immediatamente la romanticità del suo sguardo per dirottarti verso dimensioni ben conosciute di puro, semplice attizzamento.
    Quando la mia amica mi presentò sulla soglia e lei mi guardò fisso negli occhi per un solo fuggentissimo istante, sentii cominciare a risorgere nella mia anima quell'archetipo romantico di cui parlavo all'inizio e che era stato un must decisivo della mia adolescenza, corredato da vari tentativi di realizzazione, regolarmente e totalmente sempre frustrati.
    Ricordai la mia passione culturale, alle superiori, per la descrizione dell'amore romantico, e il mio impazzire per quel "romanzetto" di Goethe, che il nostro prof. ci aveva fatto leggere mentre studiavamo il Foscolo. Ci aveva detto placidamente: « Vedete ragazzi, il famoso "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" in fondo è una sorta di cover de "I dolori del giovane Werther” di Goethe. Stesso soggetto, stesso genere narrativo, stesso finale, stessa atmosfera. Cambiano solo alcuni insignificanti particolari... Se calcolate che è stato scritto quattro anni prima che il Foscolo nascesse, potete capire bene che non solo gli italiani in quell'epoca si ispiravano abbondantemente, fino a copiarle, alle letterature tedesca e francese, ma lo facevano anche con decenni di ritardo... Così era ridotta allora l'Italia, vera provincia d'Europa...»
    E così, per studiare il Foscolo, eravamo partiti da Goethe. Il prof. ci aveva spiegato che "I dolori del giovane Werther" era stato il primo romanzo veramente romantico della storia, scritto anzi quando ancora quell'aggettivo non era neanche stato coniato; e che era diventato un vero best seller e aveva travolto tutti i giovani acculturati d'Europa. Tutti avevano divorato quel “romanzetto” e tutti avevano preso ad imitarne il protagonista, cominciando a vestirsi e ad atteggiarsi come lui, ed arrivando persino ad uccidersi per amore, per essere trendy e alla moda fino in fondo.
    Voi capite bene che, spinto anche da quella atipica introduzione critica, io mi ero divorato quel "romanzetto", e mi ero stampato nell'anima quell'archetipo, che era ormai fuori epoca, ma che, anche per quello, avevo giudicato molto, molto figo...

    Insomma nei giorni in cui avevo conosciuto Beatrice quell'archetipo era risorto prepotentemente in me, dopo che per almeno un paio di decenni lo avevo quasi oscurato, seppellito in qualche zona recondita del mio inconscio più profondo.

    2.

    Dopo averci accolto, Beatrice tornò a fare la padrona di casa, dolcissima, elegantissima, raffinatissima, ed io mi sorpresi in varie occasioni incantato ad osservarla e a gustarla in tutte le sue pose, in tutti i suoi atteggiamenti.
    Stavo seduto immobile su quel divanetto con il bicchiere di gin tonic in mano e mi divertivo a guardarla, solo a guardarla. Non sperai neanche di poterle parlare, di cominciare a conoscerla, e mi tornò in mente un altro brano del Werther: "«Io la vedrò!» esclamo al mattino quando mi sveglio, e con gioia guardo il bel sole: «Io la vedrò!» E non ho altro desiderio per tutto il giorno. Tutto, tutto è assorbito in questa prospettiva! "

    Tanto che, quando lei arrivò al nostro divanetto e si mise a sedere tra me e la mia amica, mi emozionai a dismisura. Allora la osservai da vicino e intrasentii il suo odore, la sua fragranza; notai la sgranatura della sua pelle abbastanza scura, la foltezza dei suoi capelli castani e le sue mani con le dita lunghe e affusolate. Quando si rivolse a me poi, e con fare  cortese mi disse: « E tu Fabrizio, cosa fai nella vita?», mi sembrò un miracolo. Persi quasi la testa e, ora non ricordo bene, ma senz'altro le risposi con dei banali monosillabi.
    Non mi sembrò che fosse colpita da me, anzi, dopo quelle due chiacchiere si alzò e torno a fare audience tra la massa degli invitati.
    Quella sera la rividi un'ultima volta mentre rientrava dalla terrazza con sopra al vestito un impermeabilino nero, e mi sembro così smodatamente carina, che davvero quasi  mi impaurii e affrettai i preparativi per l'uscita, che la mia amica aveva già cominciato a fare.
    « Ci rivediamo, si? » mi disse mentre mi dava la mano per salutarmi. Io la squadrai un attimo con forza, notando con gusto il contrasto tra il nero dell'impermeabilino e il rosa del vestito, e dissi: « Si certo, spero proprio di si...» E solo in quel momento le lasciai trasparire chiaro che ero stato colpito, tanto. Lei  mi fissò ancora una volta con quegli occhi grigi e disse solo: « Bene, buonanotte.»

    La mia amica, che non si era accorta di niente, appena usciti mi disse:
    « Allora che ti è sembrato di Beatrice, bella no?»
    « Cazzo, se è bella...» risposi e aggiunsi canticchiando: « Bella...bella e impossibile....», entrando definitivamente e stabilmente nel mood “testa tra le nuvole”.
    Poi non vidi l'ora di congedarmi da Carlotta, per concentrami su quel pensiero immenso e sui flashback di quella serata.
    Volli rivederla subito, e andai su Facebook. La trovai e vidi che la sua pagina era aperta a tutti, per cui mi ubriacai delle sue immagini, esplorando palmo a palmo il suo profilo e gustandomi con  ardore i suoi look vari e sempre raffinati...  Poi le chiesi l'amicizia, ma subito annullai la richiesta. Mi sembrò troppo invadente farlo e decisi di aspettare gli eventi, giocando solo sulla suggestione creatrice. C’è chi dice in giro che se uno pensa una persona con forza, se desidera con forza che questa persona lo pensi, la cosa succede prima o poi, ed io automaticamente innestai questo meccanismo dell’anima dentro di me: cominciai a pensarla forte.

    E dopo una settimana il miracolo avvenne. « Mi ha detto Beatrice: perché non porti anche quel tuo amico simpatico che è venuto alla festa del mio compleanno? »
    Quando la mia amica Carlotta pronunciò queste parole, quasi mi spaventai per i risultati dei miei pensieri. La suggestione creatrice stava funzionando dunque: lei in qualche modo mi aveva pensato.
    Quella sera si trattava di una cena per pochi intimi: otto persone, compresi i padroni di casa. Oltre a me e Carlotta altre due coppie area borghesia milanese.
    Quando mi vide arrivare, mi sorrise con forza: « Ciao Fabrizio!!! - si ricordava il mio nome dunque! – Come stai? »
    Mi trattava con confidenza, eppure non ci eravamo scambiati che due magrissime parole. Possibile? Che davvero anche lei mi avesse pensato durante quella settimana? Non mi risposi, perché mi persi di nuovo ad osservarla.
    Aveva una camicetta attillata e lucida grigio chiara che riprendeva i suoi occhi, sopra a dei jeans anch’essi attillati, corti alla caviglia; e ai piedi due scarpe nere decolléte, con un  tacco medio, capelli sciolti e lucidalabbra. Sempre classe, sempre grande stile misto a sensualità appena accennata.
    Quella sera ogni tanto mi si rivolgeva. Quando dicevo qualcosa di interessante o quando con i miei sguardi le facevo capire che ascoltavo con attenzione quello che diceva lei.
    Dopo cena poi si sedette accanto a me sul divano e mentre parlava mi fissava con quegli occhi di ghiaccio ed ogni tanto mi chiedeva qualcosa sulla mia vita. Mi sentivo perso, e tutto il resto che succedeva intorno a me sinceramente neanche lo vedevo.
    Scoprimmo di avere una passione comune per l’Ottocento. Anche lei aveva fatto il liceo classico e si era flesciata per la letteratura francese di quel secolo: Balzac, Flaubert, Baudelaire, Maupassant… Per cui decidemmo di andare insieme a visitare una mostra sulla pittura romantica.
    Aveva il depliant di presentazione appoggiato sul tavolinetto posto davanti al divano, e la copertina era proprio il quadro di Hayez raffigurante il famoso bacio romantico. Non vi dico come fui travolto e turbato da tutte quelle strane coincidenze.
    Accettai entusiasticamente la sua proposta e il sabato successivo ci trovammo davanti al palazzo reale, alle 15,30, per visitare insieme quella mostra.

  • 03 luglio 2013 alle ore 12:07
    Mondi diversi

    Come comincia: Ero solito passeggiare lungo la spiaggiadurante gli inverni ,era vuota ed ottima  per restare in solitudine  e magari pensare a quello che era rimasto dibuono ancora nel mondo. Una giornata fredda come le altre in quel periodo mac’era uno spiraglio di luce solare che colorava di grigio il mare ,ricordo ilsurreale che popolava quel giorno ,pensai a lungo , un sasso vicino alla rivami chiamava come amplificatore di idee, mi piaceva pensare che stando li dasolo vicino al mondo marino mi rendesse una persona migliore ,più vicina almistero della vita.
    Ricordo che le idee volavano libere equasi un senso di sonnolenza mi prese ,non tanto per la stanchezza fisica, maperché  sovraccarico di pensieri ,comequando la notte prima di dormire si inizia a leggere un libro e ci siaddormenta dolcemente sognando i personaggi del racconto, resistevo a chiuderegli occhi ,il fruscio delle onde sulla riva ,il vento che aleggiava disalsedine inebriava i miei sensi e poco a poco mi addormentai .
    Non appena chiusi gli occhi si aprila porta dei sogni, era difficile capire poiché il mondo in cui mi trovavo oraera simile alla realtà ma non nelle dimensioni spazio –temporali ,non sentivoscorrere il tempo sulle mie spalle e la gravità non accompagnava i miei passisu quella spiaggia iniziando così a camminare sulle acque di quel mare grigio.Camminavo molto lentamente ,la paura del mondo precedente era ancora insitanelle mie membra, mi ci volle un po’ per abituarmi, come quando si viaggia inun diverso paese e si fa fatica ad abituarsi agli usi e costumi del nuovo mododi vivere, camminavo quasi in equilibrio con il mare che cullava il mio passoattento ,mi girai e non vidi più la riva, ero circondato completamente dalnulla, sotto il mare e sopra un cielo invernale. Nel mezzo di questo piccolouniverso lieto e silenzioso ,come speravo di trovare quando ancora ero desto,iniziai a vedere delle increspature all’orizzonte marino ,una sensazione dipaura e sorpresa mi colsero su per la spina dorsale, quasi a mettermi inguardia, ora il sogno era la realtà precedente quindi non riuscii a scacciarequella paura di chi sogna, più lieve di quella reale, i mondi si ero scambiati.Quelle onde bianche lontane ora si facevano sempre più vicine , mi fermai unmomento quasi ad aspettare,dove potevo andare in mezzo a quel nulla, e in unbaleno  mi ritrovai davanti un delfinofantastico che come me saltava ma sopra il mare ,non si immergeva affatto, misi presentò davanti in tutta la sua bellezza e mi trattenni da volerloaccarezzare, e in quel mentre le nostre voci si sovrapposero lui nel dirmibenvenuto ed io ancora non abituato a quel mondo gli chiesi “dove sono?”.
    Badate bene ero frastornato non soloperché avevo visto un delfino danzare sopra le onde del mare ma nell’udire lasua voce uscire fuori così dolce non riuscivo a credere a niente di ciò chestavo vivendo ,ma forse non era il momento di farsi troppe domande.
    Il delfino mi disse di avermi vistospesso venire ad osservare il suo mondo marino, mi fece notare che lui potevasentire i pensieri della gente che si sedeva presso il mare, ed io nonpotendomi trattenere dissi “perché hai portato me in questo mare grigio?”
    “perché i tuoi pensieri sono gliunici che si odono per tutto il nostro mondo, risuonano dolcemente in tutto ilmare, sei una creatura primordiale come me ,non ti abbandoni alle cosepasseggere , i tuoi pensieri sono grida che risuonano  nel sempre, avevo piacere di incontrarti.”
    In quel momento mi ricordai di quellasensazione di sentirmi migliore , di sentirmi più vicino a qualcosa di grande,forse era stato quel delfino a trasmettermi quello che provavo,eravamoconnessi, e poi io una creatura primordiale, suonava bene.
    In quel mentre mi raccontò dellastoria del mare fin dagli albori e rimasi immobile quasi in estasi ad ammirarela sontuosità del delfino ,che per me era come un dio del mare, e non capii benela storia ,sentii solo una sensazione: forse il mondo un senso lo aveva ,nonsuccede niente per caso, la vita scorre in ogni cosa. Mi raccontò di tutte lerazze marine ma tutto si faceva sempre più grigio per arrivare quasi al nero,cercai di strofinarmi gli occhi per poter veder meglio ma una  volta aperti sentii un dolore sulla schiena ,era quel sasso dove mi ero seduto e in seguito addormentato.
    Spesso tornai in quella spiaggiamisteriosa per poter parlare con quel delfino, spesso cercai di addormentarmisperando di rivederlo, ma non ci fu una seconda volta fatto sta che mi sentiimigliore da quel giorno  , guardai ilmondo in cui vissi fino alla morte in maniera diversa , e poi un attimo dopo lamia morte il sogno riapparve in maniera diversa , ero divenuto un delfino esentii  per l’ultima volta una felicitàumana scorrermi addosso.

  • 02 luglio 2013 alle ore 19:19
    Corto # 8 - Il contrario della coerenza

    Come comincia: Conoscevo un ragazzo e conoscevo anche sua madre. Un giorno lei mi disse "Qualsiasi cosa succeda, vedetevela fra voi. Ma se ti mette le mani addosso, corri da me a dirmelo".
    La presi in parola. Ma lei alla mia non credette mai.

  • 29 giugno 2013 alle ore 18:31
    Ti prego, guardami.

    Come comincia: Il suo enorme sorriso mi emozionò già a venti metri di distanza.Era incredibile come una persona così piccola potesse avere un sorriso così largo,realizzando un contrasto che diventava tanto più evidente quanto più si avvicinava.Il suo viso bianco sotto il tiepido sole di settembre appariva radioso come una lampada,e capelli castano chiaro abbracciavano suadenti quelle sue guance paffute.Fronte smisurata e occhioni enormi completavano quel dipinto meraviglioso,che sarebbe bastato a ridare speranza ad un uomo in procinto di farla finita.
    Mi si piazzò davanti chiedendomi molto educatamente che classe frequentavo.
    “La quinta” le risposi.
    “Ah,capisco.No perché io sono nuova,e dovrei frequentare il terzo anno.Non sapresti mica indicarmi dove posso trovare la terza B?”
    “Ehm…no,mi dispiace.”
    Cavolo,mi chiesi come fosse possibile che io non sapessi mai niente della mia scuola,nonostante la frequentassi già da quattro anni.Pensai di essere passato per asociale,come sempre.
    “Figurati,non ti preoccupare.Io a stento conoscevo la mia di classe nel vecchio istituto.”
    Mentre lo diceva mi mostrò di nuovo quel sorriso,e io non potei fare a meno di chiederle se potevo aiutarla a cercare la sua classe.Non volevo già staccarmi da lei.
    “Ok,grazie mille!Ah a proposito,mi presento,il mio nome è Silvia!”
    E così facendo mi porse la mano,che io strinsi presentandomi a mia volta:
    “Piacere,io mi chiamo Fabio!”
    Trovammo quasi subito la sua classe,il che ci permise di scambiare solo poche opinioni riguardo la struttura decadente ed obsoleta della scuola.Una corrispondenza pressoché insignificante di punti di vista,eppure già avevo la sensazione di provare dell’empatia nei suoi confronti.
    Quello fu il nostro primo incontro,ed ero già sicuro che quella ragazza avrebbe cambiato la mia vita.Non sapevo ancora in quale maniera,ma l’avrei scoperto molto prima di quanto pensassi.
    La mia speranza di rivederla dopo la scuola si avverò.Fu proprio lei a trovarmi,nonostante fossi disperso nel fiume in piena della fine delle lezioni;sembrava l’attirassi come una calamita,malgrado ancora non sapesse praticamente niente di me.
    Ci avviammo insieme alla fermata del bus,ma poi decidemmo di camminare a piedi verso le nostre rispettive abitazioni:a quanto pareva abitavamo nello stesso quartiere.
    Lungo il tragitto che percorremmo assieme,ebbi modo di conoscerla meglio;avevamo un sacco di cose in comune,come l’autoironia e lo spirito dinamico.Provenivamo entrambi da famiglie umili,quindi tutti e due conoscevamo la vita di stenti e l’incombenza della fine del mese.In poche parole sapevamo cosa significava essere costretti a vivere da reietti della società,paradossalmente perché troppo umani.
    Quella sera stessa ci rivedemmo.Il mio primo appuntamento,e con la ragazza perfetta.Finalmente avevo trovato un buonanima a cui sembravo piacere,anche se l’unica cosa che potevo offrirle era il mio tempo.
    Ci baciammo e ci abbraciammo più volte durante quelle due ore e mezza;tutto era andato splendidamente.Solo una cosa mi lasciò perplesso:la sua incapacità di mantenere il contatto visivo con me per più di qualche secondo.Tuttavia quel dettaglio,immerso in quella situazione apparentemente perfetta,mi sembrò di scarsa importanza.Me ne dimenticai,evitando di analizzare la cosa più lucidamente;quel fatale errore mi sarebbe costato caro.
    L’appuntamento all’entrata e all’uscita della scuola era diventato fisso.Lei sorrideva,mi guardava per qualche secondo,e poi abbassava lo sguardo.Non so perché,ma più ripeteva questo comportamento,più io mi innamoravo.
    In quei giorni però lessi un articolo sul web che mi turbò:praticamente sosteneva che un colosso giapponese della robotica stesse lavorando ad un progetto sulla possibilità di sostituire esseri umani con macchine dalle identiche sembianze,per conto del governo americano.Fra tutti quei dettagli tecnici ciò che attirò di più la mia attenzione fu che,a prima vista,l’unico segno distintivo che tali macchine possedevano rispetto alle persone era l’incapacità di sbattere le palpebre.Questo mi fece immediatamente pensare a Silvia e alla sua tendenza ad abbassare subito lo sguardo quando tentavo di guardarla negli occhi.
    E’ ridicolo,pensai.
    Silvia non può essere un robot!
    E’ troppo reale….
    Avevo letto di una scoperta che comportava implicazioni importantissime nella vita di tutti i giorni,eppure non mi riusciva altro che pensare a Silvia.Alla possibilità che mi avesse ingannato.Alla possibilità che non fosse quello che sembrava.
    Mi sentivo come si potrebbe sentire uno squalo alla ricerca di cibo che improvvisamente si ritrova a nuotare in un mare completamente colorato di giallo:il mondo che lo circondava era inaspettatamente cambiato,ma nella sua mente c’era spazio esclusivamente per un egoistico pensiero.
    In ogni caso mi sarebbe bastato poco per rendere chiara la faccenda.Avrei parlato con la diretta interessata,che mi avrebbe dato prova della sua essenza umana.
    Il giorno dopo,al ritorno da scuola,mentre camminiamo mi fermai di colpo:
    “Silvia,ho bisogno che tu mi guardi negli occhi.”
    Lei come di routine mi guarda solo per qualche istante.
    “Non basta.Ho bisogno di guardarti negli occhi almeno finchè non sbatti le palpebre.”
    “Ma che ti prende Fabio?C’è qualcosa che non va?”
    “C’è che ho bisogno di sapere se sei un robot o meno.”
    “Ma smettila,non dire assurdità,certo che non sono un robot!”
    A quel punto Silvia stava cominciando a dare segno di sentirsi particolarmente a disagio.Era arrivato il momento di chiarire quella storia una volta per tutte.
    “Allora guardami fissa negli occhi finchè non ne avrò la prova!”
    Lei continuava ad esitare,quindi presi coraggio e la spinsi contro il muro della casa vicino alla quale stavamo parlando.Le presi il viso fra le mani,e cominciai a guardarla.
    Dei ragazzi che camminavano dall’altra parte della strada mi urlarono ironicamente di darmi una mossa a saltarle addosso.Non avrei aspettato che qualcuno me lo dicesse,se non avessi avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una bambola.
    Quella fu la prima volta,da quando l’avevo conosciuta,che riuscivo a guardarla negli occhi per più di qualche secondo.Il suo sguardo,con prontezza repentina,era sempre riuscito ad interrompere il contatto visivo prima che io potessi rendermi conto che non sbatteva le palpebre.Ma questa volta si offri per tutto il tempo necessario.
    Quello di sbattere le palpebre è un bisogno fisiologico che risponde alla necessità di lubrificare gli occhi,e anche di mettere il cervello in stand-by per un momento.Ma a quanto pareva Silvia non sentiva la necessità di farlo.
    Non ricordo per quanti minuti la guardai.Il suo sguardo rimase fisso tutto il tempo,come se fosse rimasta improvvisamente paralizzata.
    In quella settimana di infinita spensieratezza,ero riuscito a memorizzare tutti i suoi artisti preferiti.Eppure,nonostante l’aberrazione del suo atteggiamento fosse così evidente,non avevo provveduto ad affrontare seriamente il problema con lei.Non prima che me ne fossi innamorato.
    Se una ingenuità del genere fosse sfruttata su larga scala dal tiranno di turno,mi chiedo quali rischi correrebbe il libero arbitrio dell’intera umanità.
    Comunque,dopo attimi di sconcerto,lei si decise a parlare:
    “Come hai cominciato a sospettare che io fossi un robot?”
    Il suo tono era decisamente cambiato,ma non sembrava provare alcun dispiacere o compassione per me.Piuttosto sembrava fosse semplicemente curiosa di capire come si fosse rotto il suo giocattolino.
    “Ho letto un articolo in rete che parlava della scioccante possibilità che fossero stati messi in circolazione dei robot per sperimentare una loro eventuale sostituzione con esseri umani.
    Questi risultavano perfetti come nostre copie,tranne per l’incapacità di utilizzare le palpebre.”
    “Capisco.Non mi meraviglio che il mio atteggiamento ti abbia destato dei sospetti.Io ho fatto tutto il possibile per instaurare un rapporto con te,ed allo stesso tempo nasconderti la mia reale natura.
    Ma ora che la notizia si è diffusa sul web,credo che presto verrano a ritirarmi per distruggermi:a questo punto sono una prova pericolosa.”
    “Ma se sei una macchina,com’è possibile che io mi sia innamorato di te?!”
    “Tutto quello che hai conosciuto di me non era altro che la programmazione di una personalità che si adattava specificamente alla tua.Un simile legame non si sarebbe mai venuto a creare con un’altra persona.In poche parole,io sono la Silvia di cui ti dovresti innamorare se la incontrassi.”
    “Cosa intendi dire?”
    “Io sono un prodotto omologato ad una persona realmente esistente,che chiaramente vive molto lontana da qui,perché altrimenti il progetto non sarebbe stato fattibile.In un certo senso l’esperimento è riuscito,perché sono stata addirittura capace di farti provare dei sentimenti per me.Ma una cosa del genere non sarebbe stata possibile con qualcun altro.
    Diciamo che io sono adatta a te come un enzima lo è con il suo substrato;non esistono altre combinazioni possibili.”
    L’enzima di solito è una proteina che ha lo scopo di catalizzare,cioè velocizzare,reazioni biologiche attraverso l’interazione con il substrato delle stesse (la molecola o le molecole che partecipano alle reazioni).Questa interazione viene illustrata attraverso il modello chiave-serratura,per cui l’enzima avrebbe una forma esattamente complementare al substrato,realizzando un incastro perfetto.
    Un po’ tecnico da usare come paragone,mi dissi.Tra l’altro non si sprecò neanche a chiedermi se sapessi di cosa parlava,la qual cosa mi fece pensare che si fosse informata su di me prima di conoscermi,non avendole io mai dato segno di essere informato sull’argomento.
    Il mio cuore era stato usato come una vera e propria cavia da laboratorio,cadendo in una trappola premeditata apposta per lui.
    “Quindi se io conoscessi la persona da cui sei stata programmata,questa si innamorerebbe di me?”
    “Molto probabilmente.Ma non posso affermarlo con certezza;troppe nuove variabili entrerebbero in gioco nelle condizioni iniziali del vostro incontro rispetto al nostro,per poter prevedere cosa accadrebbe.
    Per quanto possa sembrare scontato il risultato finale,non si può fare una previsione sicura a lungo termine su una vostra eventuale conoscenza:lo afferma la teoria del caos.”
    “Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.”
    “Bravo,hai afferrato il concetto.Questa citazione cinematografica prende spunto dalla locuzione Effetto farfalla,la quale racchiude in sé l’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema, presente nella teoria del caos.”
    “Ma adesso la vera Silvia dove si trova?”
    “Questo immagino di potertelo dire,visto che a breve verrò smantellata.Ti anticipo comunque che i miei dati su di lei risalgono a cinque anni fa.Per quello che ne so,potrebbe anche essere morta.”
    Non potevo sbagliarmi,quella era proprio lei;tutto il suo splendore appariva evidente anche da quella distanza.Perfino irresistibili lati della personalità come l’insicurezza e la sensibilità d’animo.
    Si trovava in un quadro vivente di felicità abbastanza inequivocabile.Lo sfondo era un’anonima casa immersa nella campagna,e assieme a lei c’era un uomo.
    Non visualizzai bene i dettagli della scena,perché scappai quasi subito in lacrime.Sarebbe stato troppo amaro e doloroso rimanere ad osservare la scena;un atto autolesionista.
    Non ci sarebbe potuto essere posto per me nel suo cuore;oramai aveva già una vita bellissima;oramai era già diventata una stella nel cielo di qualcun’altro.
    Ero disperato.Non sapevo dove fuggire.Improvvisamente tutto ciò che mi circondava sembrava familiare,nonostante mi trovassi in un luogo che non mi apparteneva.Forse nessun luogo avrei voluto che mi appartenesse più,se non fossi stato rinchiuso nei miei limiti fisici.
    Avrei voluto sublimare e disperdermi nell’atmosfera;viaggiare indefinitamente attraverso le correnti d’aria senza mai fermarmi;perdere ogni legame con la terra e i suoi ricordi.

  • 28 giugno 2013 alle ore 20:19
    Parole dimenticate

    Come comincia: In casa, la sera.
    "Ho sete mamma, mi dai da bere?"
    "Si tesoro, adesso ti porto l'acqua"
    "Io invece ho fame mamma, è pronta la cena'"
    "Sto preparando la pasta"
    "Che palle mamma io non ho voglia di pasta, fammi gli hamburger dai"
    "Gli hamburger, ok. Qualche altra richiesta?"
    "Si cara, come la fai la pasta?"
    "Al pesto"
    "Preferirei al ragù"
    "Vada per il ragù"
    "No mamma che schifo, io non lo voglio il ragù, voglio il pesto"
    "Allora pesto e ragù a voi due e a lei hamburger, io mi adeguo, ok?"
    A cena
    "Mamma prendi l'aranciata nel frigo"
    "Anche uno yogurt per me"
    "Va bene figlioli, come volete"
    "Non essere dura con loro, hanno studiato tutto il giorno"
    "Certo, hanno studiato tutto il giorno. Tu al lavoro tutto ok?"
    "Si, tutto ok. Fammi il caffè che poi vado sul divano a guardare la tivù"
    "Come vuoi amore, come desideri"
    Dopo cena
    "Mamma hai preparato i miei vestiti per domani mattina? Ho l'esame della patente è voglio essere comodo"
    "Va bene, Jeans e maglietta, può andare?"
    "Se lo dici tu"
    "Non ti dimenticare i miei mamma, io vado a dormire"
    "Come vuoi ragaza mia, a tua disposizione"
    "E tu caro? Qualcosa anche per te? Caro! Amore!? Mhmmm, dorme. Va bene, me ne vado a letto anche io"
    La mattina presto
    "Non mi hai svegliato ieri sera, poi quando sono venuto a letto dormivi il sonno dei giusti"
    "Scusa caro, eri così comodo che mi dispiaceva svegliarti"
    "Oggi ho un lavoro lungo e pesante da fare, rientrerò tardi. Adesso vado, ciao"
    "Buona giornata amore"
    "Mamma è pronta la colazione?"
    "Ben svegliata tesoro, ecco qui la colazione. Pronta per la scuola?"
    "Neanche per sogno. Ma dov'è quel lazzarone di mio fratello?"
    "Ha l'esame della patente, non ricordi?"
    "Oh mamma, con tutti i pensieri che ho per la testa non posso mica ricordare tutto, io"
    "Lascio pronta la colazione a tuo fratello poi ti accompagno a scuola e via di corsa al lavoro"
    Davanti alla scuola.
    "Buona giornata, oggi torna con il bus che a mezzogiorno corro a casa a far da mangiare a tuo fratello"
    "Ok mamma, ciao e preparami le uova oggi"
    Più tardi, in ufficio
    "..... e proprio mentre chattavo con quello gnoccone che ho conosciuto in palestra, non salta mica il collegamento? Sono stata in ballo fino alle quattro di mattina nel tentativo di riattivare il tutto, ma niente da fare! Risultato? Stamattina sono stanca morta e non ho voglia di fare niente, anzi, mi faccio un caffè. A te come è andata la serata?"
    "Ho preparato la cena e mangiato con i miei. poi ho fatto qualche faccenda e alla fine sono andata a dormire"
    "Cara mia, che palle!" Non ti viene mai voglia di piantare tutti in asso e scappare via?"
    "Io amo la mia famiglia e loro amano me"
    "E io sono la fata turchina. Comunque sono un po' indietro col lavoro, ti passo alcune delle mie pratiche così finiamo prima, d'accordo?"
    "Va bene, sei tu il capo"
    A casa, ora di pranzo
    "Bentornato tesoro, passato l'esame?"
    "Si mamma, non vedo l'ora di farmi un giro in macchina. Magari dopo ti porto io in ufficio e vengo a riprenderti più tardi"
    "Non mi sembra una buona idea"
    "Cacchio mamma, non ti va mai bene niente"
    "Su dai, adesso siediti a pranzare, ne parliamo dopo"
    "Che hai preparato?"
    "Bistecche alla pizzaiola con contorno d'insalata"
    "Che schifo l'insalata, io non la mangio"
    "Mangia almeno la carne, ho comprato il pane fresco, puoi accompagnarla con quello"
    "Farò uno sforzo"
    "Buon appetito figliolo"
    "Va bene mamma, mangiamo che ho fame"
    "Lascia un po' di carne per tuo padre, stasera la mangerà volentieri"
    "Si, tanto ho finito. Allora niente macchina?"
    "Non voglio, prima devi parlarne con tuo padre"
    "Seeé, allora aspetto domani. Vado in camera ad ascoltare la musica"
    "Prepari tu le uova a tua sorella?"
    "Si arrangia, lei non mi prepara mai niente"
    "Come non detto, faccio io"
    Pomeriggio, in ufficio
    "Senti, io sono stanca morta, me ne vado a casa. Finisci tu il lavoro per domani, fermati un pochino di più stasera, segno lo straordinario, ok?"
    "Certo, come sempre. Buon riposo"
    "In realtà spero di beccare il fustacchione, ma tu non dirlo a nessuno"
    "Sarò muta come un pesce"
    "Se ne è andata?"
    "Si. Era piuttosto provata, penso abbia un accenno di febbre. Tiene sempre l'aria condizionata al massimo e non si copre abbastanza"
    "Pensa di fare ancora la strafiga. In realtà i giovanotti con cui esce vanno appresso ai suoi soldi"
    "Sei la solita maligna"
    " E tu la solita benpensante. Ma scrollati di dosso quell'aria da persona educata e gentile, goditi la vita. Non ti sei accorta che alla gente non frega niente dei problemi degli altri? Ognuno per la sua strada, a testa bassa"
    "Oltre ai problemi, con le persone si possono condividere anche tante altre cose"
    "Adesso ricominci con i tuoi sermoni sul volersi bene, aiutare il prossimo e tutta una serie di cazzate che più nessuno prende in considerazione"
    "Basterebbe che ognuno di noi facesse un piccolo passo in questo senso e le cose sarebbero migliori"
    "Se eri uomo dovevi fare il predicatore, ma siccome sei donna e la capa ti ha lasciato i compiti da finire, vedi di darti una mossa o domani chi la sente quella?"
    In casa, la sera
    "Ho sete mamma, mi dai da bere?" 
    "Si tesoro, adesso ti porto da bere"
    "Io invece ho fame mamma, è pronta la cena?"
    "Sto preparando il riso"
    "Che schifo, io non ho voglia di riso, fanmmi la piadina"
    "La piadina,ok. Qualche altra richiesta?"
    "Si cara, come lo fai il riso?"
    "Con i funghi"
    "Mi pesano i funghi, lo sai"
    E così di seguito, tutti i giorni, come sempre, finche una mattina.
    "Ragazzi correte, presto!"
    "Che c'è papà?"
    "La mamma ha lasciato questo, leggetelo"
    <Cara famiglia, marito mio adorato e figli miei, vi voglio bene, con tutto il cuore. Questo non è un addio, ma un arrivederci. Parto alla ricerca delle parole perse, dimenticate. Non so quanto tempo impiegherò a ritrovarle, se mai esistano ancora, ma devo fare questo tentativo. Non cercatemi, magari nel frattempo troverò qualcuno che mi chiede PER FAVORE e poi magari mi dice GRAZIE. Oppure durante la mia folle ricerca ci sarà chi mi proporrà il suo AIUTO, senza secondi scopi e magari altri si interesseranno a me perchè sono una PERSONA. L'elenco delle cose perse sarebbe lunghissimo e io non voglio rubarvi altro tempo prezioso.
    Un bacione a tutti voi, spero di rivedervi presto>
    La ricerca durò un paio di setimane. Trovò quello che cercava ma anche situazioni al limite del disumano, contrarie al suo pensiero. Fu un'esperienza dura, che la provò nel profondo dell'animo e stremata decise di tornare a casa dalla sua famiglia, quel pomeriggio di mezz'estate.
    Fu accolta con calore, la sua scelta era stata rispettata. Parlarono dei momenti difficili e della situazione in casa, senza di lei. Era mancata a tutti e a lei era mancata la sua famiglia.
    Quella sera, a cena
    "Mamma, mi passi da bere per favore?"
    "Si tesoro, eccoti l'acqua"
    "E' veramente buona questa pasta, la panna gli da quel non so cosa di speciale"
    "Grazie, se vuoi ti insegno a prepararla"
    "Saresti gentilissima mamma. Forse è ora che cominci ad imparare a farti anche qualche faccenda di casa"
    "Va bene, sarai la mia aiutante"
    "E io mamma potrei cercare un lavoretto per arrotondare le entrate"
    "Si caro, ma pensa agli studi prima di tutto"
    "Hai ragione mamma, grazie"
    "E adesso il papà prepara un buon caffè per lui e la mamma"
    "Grazie tesoro, ma stai seduto"
    "No mia adorata, tocca a me stasera"
    "Noi andiamo in sala. Grazie mamma per la cena"
    "Prego ragazzi, prego"
    "Adesso che siamo soli, toglimi una curiosità tesoro. Noi siamo felicissimi del tuo ritorno, ma tu, hai trovato quello che cercavi?"
    "Si amore, si"
    "E dove?"
    "A casa mia tesoro. A casa mia"

  • 24 giugno 2013 alle ore 14:57
    Storie dalla strada

    Come comincia: I grani del Tasbih sono bianchi di fauci feline. Ognuno di essi porta il nome di Allah, scandendo rumori e tempi al di sopra della strada che ribolle.
    La città è un grembo cullante razze e visi che s'arrabbattono in un macrocosmo rifulgente indaco e oro .
    Il viaggiatore guarda dal finestrino perde memoria della meta. Rifiuta l'identità del non essere e l'ego spezzettato si rinfrange in un colpo solo. S'accosta ai corpi dei passanti, quasi prende incandescenza fondendosi col tutto .
    Lo sguardo sparpaglia l'unicità dell'individuo - lui - il viaggiatore risistema gli oggetti nelle tasche sgualcite , oscurandoli del tutto . Dallo smarrimento della perdita, diversi lumi gli risplendono in volto.
    Risuona caparbio il tintinnio del Tasbih, corona mistica senza più religione.
    Lascia cadere dello zaino il suo fardello e il peso di occhi severi del passato. E' pronto per il mondo. 
    E' finalmente libero. 
    Nasciamo urlando 
    Viviamo cantando 

  • 23 giugno 2013 alle ore 10:45
    Le ultime parole del fuco innamorato

    Come comincia: "Vorrei non averti mai amata, vorrei non aver mai sperato, vorrei non essere mai vissuto"

    L'Ophrys Speculum è un fiore crudele: questa orchidea si finge uguale, simula coi petali l'aspetto di una regina, grida di essere l'anima gemella, il tutto per chiamare l'ape maschile a raccogliere il suo polline senza dargli in cambio alcun nettare.

    Così tu mi hai lasciato, dopo avermi ingannato, dopo esserti finta uguale a me ai tuoi stessi occhi, solo per avere da me compagnia, così tu mi hai lasciato vuoto e disilluso...

    E l'ape ingenuo, il fuco innamorato, che crede finalmente di aver trovato l'amore, la propria metà, la donna giusta, vi si butta addosso pronto a morire. Perché nessuno ama più del fuco, perché lui lo sa che dopo il sesso morirà. Ma egli ama comunque, freme comunque all'idea di amare, non vive né vola per altro.

    Così non cerchiamo mai l'anima gemella per amore, ma per paura, debolezza, per istinto... Forse che l'Amore è cercarsi diversi, opposti, lontani? Dopotutto il mimetismo in natura lo usano le piante carnivore per nutrirsi, gli animali per difendersi dal pericolo e nascondersi. E noi, per quanto c'illudiamo, prima ancora di essere pensiero e sentimento siamo e saremo sempre Natura.

    Ingannato, il fuco capisce che non è amore vero solo perché non muore, perché sa che quella giusta è colei che attraverso il piacere ci porta al dono prelibato della morte. E allora, assicurando così il futuro di una specie non sua, vola speranzoso verso un'altra orchidea con chissà quanta tristezza nel cuore..
    E chissà se non sarà insultato dalla sua precedente amante che lo derideva nel vederlo così disperato a danzare, che gli darà del traditore e dell'infedele, se questa non lo accuserà di non avere alcun cuore ma di ragionare solo col pene!

    Non sono coloro disposti a morire per noi ad amarci veramente... Ma siamo noi ad amare veramente solo quando diveniamo disposti a morire per un fremito effimero, un attimo di dolore che contiene in sé un destino. Per questo il sesso con la persona amata è ogni volta una paura sublime molto più di un piacere eccelso.

    Eppure il maschio dell'ape viene fatto nascere menomato appositamente, viene cresciuto debole e dipendente dalle femmine: è voluto per non aver alcun altro scopo né utilità se non quella di scopare.
    Infatti per la sua piccola bocca non può nutrirsi da solo, senza i baci di altre lui muore. E non ha alcun pungiglione per difendersi, è sempre la femmina a pungere. Questo è il maschio: l'inutile ed essenziale strumento per il futuro della specie. Così nasce, così viene voluto, così viene odiato e deriso.

    Mi vergogno, mi vergogno così tanto di avere bisogno di te, mi vergogno così tanto di aver bisogno di qualcuno, mi vergogno così tanto di quei giorni in cui mi pesa la mia solitudine e provo così tante mancanze...
    Ho così paura di dirti ti amo come potrei dirlo a qualcun altro, così paura di essere ingannato e doverti abbandonare, così paura di cercare in te non un futuro ma una dolce morte e fuga dal dolore della vita, così paura di mentirti, così paura di non essere più eroico, così paura di amare ancora...

    L'ape operaia, poverina, dopo una vita di assiduo lavoro è destinata a morire di fatica. Ma il fuco, erroneamente creduto ozioso ma che anche lui aiuta come può, quando sfugge al suicidio d'amore è destinato a morire assassinato.

    Morire per te... sarebbe così bello, così facile, non vorrei altro! Ma vivere per te, ne sono capace?

    La regina s'innalza nel cielo, dopo aver ucciso le principesse e rivali, e chiama a sé con lo stesso “ti amo” le migliaia di api maschili disperate tutte in fila per morire, per credersi unici, finalmente capiti e per non essere mai più soli. E dopo il sesso così bello, con la Beatrice e Laura tanto cercata desiderata, cosa grida nel suo orgasmo la donna amata? “ Ora strappati via i genitali e fai posto ad un altro”. E così fa il fuco, che mentre cade abbandonando la vita sente precipitare in sé anche il sogno dell'amore: l'ultima cosa che vede è un altro uomo al posto suo, un altro così diverso fra le braccia della donna che ingenuamente ha creduto sua.

    Mia non ti vorrei... Ma sapresti amarmi se io non pretendessi per me i tuoi giorni, il tuo corpo, se lasciassi qualcun altro baciarti, dirti ti amo, giurarti le solite menzogne dell'amore?

    La regina infatti ha allevato con cura da cinquecento a duemila amanti per potersi fare inseminare da tutti, per poter scartare e selezionare i loro spermi. La femmina fertile cambia, si adatta, sacrifica, perché nasce provando nel cuore un amore infinito per tutta la sua specie, con l'utero sempre gravido della parola futuro: per questo è incapace di amare l'individuo, di fare l'amore con un uomo solo.

    Importa davvero che non ami che te? Che ti ami più degli altri? Se l'amore esiste può davvero non essere qualcosa di più grande dell'egoismo, di un cane che piscia per marcare il territorio?

    Poi quando finalmente è soddisfatta, quando abbastanza padri sono morti e per lei, la regina ronza sopra l'alveare e grida alle sue figlie: uccidete i superstiti, non ci sono più utili.
    Le api operaie femmine diventano così assassine, aggrediscono i maschi rimasti vergini che non hanno modo di difendersi né fuggono dal loro destino.
    Il fuco grida all'operaia: ma come puoi uccidermi, proprio tu che mi hai cresciuto e nutrito?
    E l'ape risponde: proprio per questo ho diritto su di te di vita e di morte, ti ho cresciuto solo per il giorno in cui t'avrei ucciso e visto morire.
    La femmina penetra così il maschio, mostrandogli quanto lui che si credeva prescelto e forte non sia altro che patetico e debole, lo trafigge col pungiglione che può usare su di lui senza dover morire.
    Lei compie il suo dovere e giustizia è fatta, eppure non capisce bene perché mentre uccide i suoi occhi piangono lacrime dorate di miele.

    Ti prego lasciami solo, non baciarmi mai, non dirmi mai ti amo! Non farlo se fra cinquant'anni mi avrai dimenticato, se i passi dei tuoi futuri amanti cancelleranno nel tuo cuore ogni orma di me, se non sarai un giorno più capace di piangere per le mie lacrime e smetterai un giorno di avere a cuore la mia felicità! Non abbracciarmi mai, non alleviare mai la mia solitudine se devi essere come un giorno di sole durante il mio eterno inverno: se tu non vuoi essere per me la perpetua estate, se smetterai di amarmi dopo che si sarà separata la nostra carne, se tu vuoi conservare l'amore nel gelo, ti prego lascia che mi tagli le vene in una stanza buia e non provare pena.

    Perché coloro che ho amato, li ho amati disposto a distruggere il mondo intero per un loro sorriso. Perché si ama sempre contro Dio, contro gli altri, contro la vita. Perché io non ho mai dimenticato, perché io non dimenticherò, perché chi Ama è più forte del passato e sa come il fuco fare a meno del futuro. Non condivido il tuo letto, non mi hai donato né promesso niente, non so ancora il tuo nome eppure ti amo. Perché è solo per amore, grandissimo amore, che rinuncio a te e decido di affrontare questo inferno da solo: perché non voglio disilluderti, perché m'importa già la tua felicità molto più della mia. Altri boia verranno da te con rose e fiori, e quando ci incontreremo voglio essere l'uomo che saprà consolarti, darti la forza che egli stesso non ha per amare ancora: per voler vivere.

    “Vorrei non averti mai amata, vorrei non aver mai sperato, vorrei non essere mai vissuto” questo pensa il fuco prima di morire.
    “Sono felice di aver amato, di aver sofferto, di aver sperato, di aver sofferto, di aver vissuto, di aver sofferto”: questi devono invece essere i nostri ultimi pensieri, questo recita il testamento di un uomo che ha amato, di un Re.

  • Come comincia: C’è un momento del crepuscolo (da sempre soggetto per lamenti poetici di ogni tempo) in cui la gioia esplode incontenibile e salta al cuore come un fiotto di felicità pura, abbagliante, accecante, come una lama che si conficca repentina senza alcun rumore, e irradia mille schegge di benessere a tutto il corpo, a ogni singola cellula dell’epidermide: è il Crepuscolo estivo di metà giugno.
    Dopo mesi  e mesi cupi, bianchi di neve o grigi di nebbia, dopo mesi e mesi di pioggia umida e buia, di luci al neon, di lampioni accesi, di pozzanghere illuminate dalle insegne, dopo mesi e mesi di cappotti e sciarpe, guanti e berretti, scarponi e piumini, di riscaldamento acceso, di freddo nelle ossa, di sere dormienti sul divano, quando nulla sembrava risvegliare dal torpore gelido e si bramava solo il caldo del piumone invernale, o il pigiama di flanella e le babbucce, dopo mesi  e mesi di plaid sulle ginocchia, di noia pura, di notti lunghe, e sere fosche…
    Ecco improvviso e baluginante, dolce come un gelato alla fragola, tiepido come una carezza furtiva, morbido come lo zucchero a velo, frizzante come una aranciata fresca… il Crepuscolo di una sera di metà giugno. Prima che giunga il Solstizio d’estate, prima che il cammino del Sole riprenda la via del ritorno, prima…
    Improvvisamente ci si affaccia al balcone, si esce in terrazza, si scende in cortile, si percorre il vialetto del giardino, si supera il portone del condominio, e appare il rosa del Crepuscolo. Ci si ferma attoniti ad osservare, rimirare, assorbire la gioia pura, primordiale dell’essere vivi, ancora qui, all’inizio di una nuova Estate, qui, pronti ad un giorno nuovo, qui, sospesi nell’attesa del nostro sabato, della nostra festa. Le sere di giugno sono le più belle, non ancora afose, o bagnate dal peso della calura, o appesantite dalla polvere delle tante giornate senza pioggia, o secche di ventosi tornadi, ma giovani, allegre e birichine, come delle adolescenti con i vestiti leggeri, fiorati, svolazzanti, gambe al vento e capelli profumati di sciampo, ecco come sono le sere di giugno.
    E come dicevo all’inizio, questo Crepuscolo non è triste, non ispira malinconia, non rimanda l’idea della fine, non accompagna come presagio maligno verso la notte scura, la morte, ma propone l’attesa benevola di un nuovo domani, è preludio di passioni, di sogni, di illusioni, che ognuno di noi spera avverare. Il Crepuscolo estivo è il Crepuscolo dell’incanto, mera utopia o solida realtà, questo lo possiamo decidere solo noi, e la nostra Vita.

  • 20 giugno 2013 alle ore 10:09
    Ricordati Roberto, ricordati...

    Come comincia: Ricordati Roberto, ricordati…
    Il cielo si è chiuso. Gli alberi del viale non si agitano più e nessun rumore turba il silenzio. La sensazione è troppo forte e non so cosa pensare. Apro la finestra. Quello che vedo è un cielo d’uccelli che vanno verso il mare. Lontano una pausa di luce. Allora il mio pensiero tende un ponte di parole, ma una parola, una sola parola mortale, fa scoppiare le altre parole. E il ponte crolla.
    Il fumo pietrificato cade nell’amplesso taciturno dell’acqua e scompare… Due occhi, sempre gli stessi occhi, fissano l’immagine.
    Il cielo d’uccelli si allunga lento verso l’orizzonte lasciando un’ombra di tristezza e di solitudine nell’empireo del linguaggio. Verità ed errori strappano la mia anima arrugginita: sussulto ancora, ogni volta, al cigolare della porta che si apre. Lei, in silenzio, mi fissa con occhi fiammeggianti, poi con voce gelida: “Ricordati Roberto. Ricordati di ciò che mi hai fatto!”
    Io cerco di celare l’accaduto in una menzogna. È strano il lampo gelido dei suoi occhi profondi. Sbatte la porta ripetendo ancora “Ricordati…”.
    Che strane persone queste donne! Il loro modo d’amare e piangere è inimitabile. Il modo di amare della donna è dolce, brutale, mutevole, inafferrabile, quello dell’uomo è ingannevole, rozzo, forte o debole.  Fra loro non vi sono equoprobabilità. Per il modo di piangere? Quello della donna è un musicale pianto che porta in sé un brivido di un abisso misterioso che si apre molto lentamente ad intervalli irregolari; quello dell’uomo, quando c’è,  è la rovina fatale di tutto senza illusione, senza scampo, senza utopie. Forse non è così… la conoscenza è ancora lontana con l’insonnia tenace, o il sopraggiungere di colpe e d’orribili sogni che mi costano rimpianti e sofferenze.
    Le rose che l’invio vogliono esprimere non l’armistizio ma la resa del guerriero; vogliono chiedere, anzi chiedono clemenza per le ore senza forza trascorse sotto una nuvola nera. In principio non pensavo fosse così. Giorno dopo giorno nel cuore fiorivano le pene del distacco, le angosce dell’amore, la tristezza, l’impotenza, lo sconforto e…la speranza.
    Le rose mi ritornano con l’involucro intatto e il biglietto ancora chiuso. Il telefono tace, a casa si fa negare. La mia continua preghiera di perdono non trova ascolto.
    Mi ha mollato definitivamente?
    Il mio pensiero azzurro diventa prima verde e nero dopo. Proverò ancora con le rose e con SMS e poi… basta.
    Silenzio, solo silenzio.
    I miei stanchi occhi non vedranno mai più la luce del suo volto tagliare le tenebre. dell’incertezza.
    Non vedrò mai più il suo bianco sorriso consolare il mio dolore.
    Il mio amore in pena è come il vento che insonne  va nella bufera gridando pazzamente e bussa invano alla finestra chiusa. Lei, dietro i vetri,  sente la mia angoscia ma non apre; come il vento al quale l’alba rivela la sua tristezza senza pianto, il mio amore abbandona il suo angolo e ritorna al suo dramma.
    L’ultima telefonata… l’ultimo sms…”Questa volta è veramente l’ultimo”. La ragione m’invita a desistere il cuore no.
    Il cuore aveva ragione, un suo  brevissimo sms: Ciao. E’questo un  fiore nell’ombra che mi porge il suo profumo. Il mio verde s’apre in una primavera di gioie e sorrisi; la solitudine inaugura la luce nel vuoto del cuore. Il desiderio di vederla, di parlarle si batte con la paura di sbagliare. La pioggia dell’incertezza bagna i miei pensieri e il mio cuore.
    Il tempo passa. Troppo o troppo poco? Le rispondo: Grazie.
    La sera si presenta con le sue domande cui non so rispondere. La notte porterà consiglio, mi dico, ma la notte finge una calma vuota e le bianche ore, senza forza, con passo lentissimo vanno verso l’amore che torce il suo tedio offrendo loro boccioli di rose.
    Domani è sabato, le manderò… rose!
    Il buio posa petali di rose sui miei occhi. Morfeo mi porge rose bianche, rosse, gialle, blu, nere da donare a Rosa tra rose infinite e di colori cangianti.
    Il mio corpo dorme su un letto di rose nell’attesa del domani.
    L’alba mi sorprende a scrivere il primo dei tre messaggi da allegare alle rose che le invierò.

    Mattina: Rosa, le rose nascondono l’amore che non vuole morire.
    Mezzogiorno: Rosa
    le parole sono gocce di pianto
    sui tuoi petali.
    Sera: Rosa
    non so quale altro nome dare ai miei sogni.

    Il giorno corre dietro all’usuale senza emozioni. Verso sera un senso di vuoto e d’attesa m’angoscia. Una stanchezza senza nome (?!) m’invade la mente. Silenzioso, confuso salgo al buio le scale di casa. Saluto a malapena i miei, e me ne vado nello studio dicendo loro di non  voler cenare e di non disturbarmi. Qui tutto è solitudine e l’invisibile abbraccia il visibile. Le cose, tutte le cose hanno un prezzo. E’ il prezzo dell’amore forse non più corrisposto. Ma io pago un prezzo troppo alto per la leggerezza di certe azioni.
    Al buio odo la pioggia che batte contro i vetri  e contro i muri. Resuscita il mareggiare che batte
    contro la roccia; resuscitano le acque del passato che lente ritornano e mi sommergono: l’amore devia e tutto  si fa deforme. Ora vuole vendicare il tradimento per un capriccio lussurioso di una donna frivola che corruppe la mia carne, ma perché così lungamente?
    Un avviso di ricezione SMS mi fa sussultare. Dove è il cellulare? Eccolo! Leggo: Grazie.
    E’ lei. Ha accettato i miei fiori, e quel “Grazie” è la parola più dolce che abbia mai letto.
    Il cuore batte all’impazzata, ma io non voglio volare sulle ali di una farfalla perché il mio amore è ancora grave  di quel: ”Ricordati Riccardo. Ricordati!”.
    Pensieri dolci e amari mi graffiano la mente e scavano solchi profondi d’incertezza. Sto col cuore in mano e non so dove posarlo. Provo a costruire parole sull’architettura del silenzio ma non ci riesco. La notte si avvicina e mi copre con il suo sudario. Vorrei dormire e non lottare contro l’idea fissa di telefonarle e sentirmi poi dire: “Ricordati Riccardo…”. Non ho più la forza e la voglia di pesare. La chiamerò domani. Aspetto Morfeo con ansia.
    Ore sette. Mi sveglio. E’ domenica,  perché così presto! Sono intontito e spossato da un sonno agitato e impataccato da violenti colori grigio-nero, giallo e rosso. Mi trovo subito in un immenso spazio ittico dove  la lenza del pensiero non sa che pesci prendere. Decido: le invierò ancora delle rose e andrò a messa con la speranza di vederla. O. K., farò così.
    Accompagno un fascio di rose rosse con una sola rosa bianca, con questo messaggio:
    “A  te Rosa bianca, infinite rose rosse. Perdonami. Posso osare di telefonarti?”
    Alla messa del solito orario non c’è. Il mio cuore è simile ad un pezzo di latta schiacciato in una morsa d’acciaio. Tutto intorno a me è un enorme punto di domanda circondato da tantissimi punti esclamativi.
    Ritorno a casa quale cane bastonato. Attendo in solitario silenzio uno squillo che non arriva.  Il tempo sembra essere caduto in un vuoto senza dimensioni, così la mente. Il nulla mi circonda con le sue braccia e cancella anche i ricordi che timidamente  cerco di annodare con il filo del desiderio. Non ci riesco. So di dover reagire ma mi manca anche il più debole degli appigli nonostante quelli che parenti e amici mi offrono con premura e con ansia.
    Mi lascio cadere sul letto e dichiaro vittoriosa l’abulia. Solo di tanto in tanto seguo, con indifferenza, il gioco di luce riflessa sul soffitto. Cedo poi alle insistenze e alle preoccupazione materne ad attendere malvolentieri alle primarie  necessità quotidiane.
    Il tempo avanza lento e impalpabile nel bagliore del vuoto. La speranza timidamente s’affaccia a vortici azzurri ma, immediatamente, si dissolve in uno spazio che svanisce e in pensieri che non penso. Il giorno volge alla fine. Aspetto sempre una parola che non arriva: un “Sì” che può portarmi all’ingresso del sogno o un “No” che mi precipita nel vuoto più nero e profondo.
    ”Forse ha bisogno di riflettere”. Bene! Ricomincio a pensare? Un grappolo di pensieri pende nel buio e, con fatica, comincio a staccarne qualcuno ma questi non vanno da nessuna parte. Devo staccare necessariamente la “spina”. Domani mi tufferò nel lavoro e…”carpe diem”  per  ogni distrazione che la vita mi offre, ma la notte è lunga e l’alba è lontana.
    Mi sveglio alquanto riposato anche se il sonno è stato agitato. Controllo il cellulare: niente.
    La giornata corre sui binari della normalità, unica variante è il ritmo lavorativo più intenso. Nella pausa pranzo mi coglie l’impulso di inviarle una scatola dei suoi cioccolatini preferiti. Devo reprimere l’impulso. Ci provo, ma non ci riesco.
    Le scrivo: “La pausa ha il tuo volto, la tua forma ma non la tua dolcezza”.
    Sto per rincasare quando il cellulare mi avverte dell’arrivo di un messaggio.
    Leggo: “Grazie. Non voglio offendere la tua sensibilità ma ti prego di non inviarmi più profumati e dolci ricordi. Ho bisogno di tempo e silenzio per guardare a fondo nel mio cuore”.
    “Aspetterò con pazienza riscaldando il cuore al fuoco dell’amore”.
    Sui giorni piove polvere di secoli e il “quando” è nelle sue mani. Nel vortice dell’attesa
    bevo luce, mangio buio e viceversa, a sazietà. Non ingrasso perché l’una compensa l’altra. In questa giungla di sentimenti, di sensazioni, di decisioni, d’indecisioni e di tempo inchiodato sul muro di una risposta, cerco la strada quale cieco.
    Conto e riconto i giorni che sono trascorsi dal suo messaggio. La solita amletica domanda: “Sono tanti? Sono pochi?”. Un’eternità un mese. Rompo il silenzio e le invio una rosa  con uno scritto: “La Rosa è stata sempre ed è sempre una sola, ma le pene sono tante. Ti è così difficile perdonare uno sbaglio di chi t’AMA.?”
    Risposta: “Ricordati Riccardo. Ricordati…”
    Mi ricordo, mi ricordo e… torno al mio peccato nell’attesa di una nuova primavera.
    Con un petalo di rosa le invio l’ultimo scritto: “Le rose sono tutte sfiorite, i petali sono marciti sotto  l’acqua dell’attesa e il profumo lo sta disperdendo il vento della rivalsa. Peccato!”

  • 18 giugno 2013 alle ore 16:36
    Fiorellino

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi, contrastanti e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono una animalesca, profonda e forte femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di baci infantili. Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse i passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un amore sfortunato ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi, simili  a microscopiche cordelline, lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del costume è particolare, viola, non devi essere superstiziosa. Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi. Appoggi il capo fra le mani, forse un segno di tristezza, forse di desolazione,sentimenti che contrastano con la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo...Dubbioso cerco d approfittare del momento, coraggio a due mai: "Signorina posso aiutarla?" (frase di una intelligenza...) Fiorellino alza il viso,niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi. Finale inaspettato:
    "Mò me ce voleva puro er vecchietto mandrillo mattutino! Là c'è mi nonna, vedo si ce sta!"
    Non c'è più rispetto da parte dei giovani, avevo dimenticato i miei ottant'anni!

  • 16 giugno 2013 alle ore 21:01
    Un sogno tenace

    Come comincia: - Vuoi dire che sono un sogno?
    - Sì, è così, sei un mio sogno.
    - Quindi non esisto?
    - Esisti in questo sogno, se questa si può chiamare esistenza.
    - Ma io provo dei sentimenti, ti amo come non ho mai amato nessun altro, lo sento qui nel profondo del cuore, è un sentimento così struggente, come è possibile tutto questo ad un sogno?
    - Non sei tu che mi ami, sono io che amo te, o meglio amo la donna che tu rappresenti, ed il mio amore per te si rispecchia nel tuo per me.
    - Come fai a sapere che non sono io che stò sognando te?
    - Mi è successo altre volte in altri sogni, domani mi sveglierò e sarò io non tu ad esistere.
    - Vuol dire che quando ti sveglierai io non esisterò più?
    - Esatto.
    - Morirò?
    - Non è corretto, in realtà non sei mai nata, quindi non puoi morire.
    - Ma che ne sarà dei miei ricordi, della mia infanzia, dei miei affetti, gli amici, i posti che ho visto? Andrà tutto perduto?
    - Quei ricordi, gli amici e tutto il resto sono i miei ricordi o al più mie fantasie, sogni. Forse riorneranno in altri sogni, o forse scompariranno per sempre appena aprirò gli occhi.
    - Non ti ricorderai neanchè più di me? Del nostro amore, dei nostri progetti per il futuro, di tutte le cose fatte insieme?
    - Tu sei parte dei miei pensieri e dei miei ricordi, sei una combinazioni delle mie paure e dei miei desideri, delle mie fantasie, dall'infanzia ad oggi. Tu non morirai mai finchè io sarò vivo.
    - Allora baciami adesso, io chiuderò gli occhi, e aprili tu prima che lo faccia io, voglio andarmene tra le tue braccia.

    Una lacrima le rigò la guancia.

  • 15 giugno 2013 alle ore 12:15
    Il gabbiano e il mare

    Come comincia: Un gabbiano su uno scoglio respirava il profumo del mare e mentre le onde lambivano di scogli pensava... pensava...pensava..." Io sono parte di questo, eppur non m'appartiene, posso stare tra mille gabbiani e provare un grande vuoto, se sono solo invece tutto mi circonda e pace ho nel cuore, nell'acqua il peso affonda e nell'aria si libra in volo, ciò che sboccia è destinato a morire e quel non è più ritorna trasformato, chi può svelare il segreto del Mondo" E una voce dall'alto all'improvviso rimbombò forte come fragore di tuono " Tu sei un gabbiano, vivi la tua vita senza pensare, godi del Sole e del Mare finché ce n'è insieme ai tuoi fratelli, non ti crucciare del luogo dove stare, verrà il giorno in cui saprai e rimpiangerai il tempo dell'ignoranza.

  • 13 giugno 2013 alle ore 18:47
    Francesco

    Come comincia: Muore zio Francesco , la sera alle 20,00 di un lunedì di Dicembre al Policlinico Gemelli. Viveva da solo. Aveva 76 anni. Credo abbia centrato esattamente l'età che le statistiche attribuiscono alle aspettative di vita per gli uomini. Ti puoi dire fortunato di essere nella media , poteva andare peggio ma poteva anche andare meglio . Sto per compiere i 50 anni e i 26 che mi separano dall'età di mio zio mi sembrano ancora tanti e così lo sguardo mantiene la luce di futuro che trasmette l'energia per continuare a perdere tempo con le tante cazzate che ci inventiamo o inventano per noi politici , preti e venditori . Comunque zio Francesco se ne è andato.
    Bianco-nero , Ci sei - Non ci sei, Vivo-Morto, Tutto - Nulla .
    Un interruttore e splash , sei andato.Hai lasciato i tuoi documenti, gli assegni, i vestiti , i libri , le parole crociate con il cruciverba che volevi completare appena saresti tornato a casa , quella casa chiusa in fretta con un piatto sporco nel lavello e i calzini da mettere in lavatrice . La posta lasciata in salotto la volevi aprire con calma per occupare un poco del tuo tempo solitario . Ti scriveva solo l' Enel o l'Eni e qualche Onlus e sempre con il loro biglietto da visita , un bollettino di conto corrente da compilare con qualche migliaia di lire. Non ti eri sposato e i tuoi legami più forti erano con noi nipoti e i tuoi fratelli vicini e lontani.
    Eri, sei, sei stato, sarai sempre ... la scelta del verbo scopre il nostro pensiero sulla vita , smaschera la nostra fede o il nostro laicismo ... a me piace dire sei ... un uomo di una bontà rara . Mai un rivoltarsi contro , una frase aggressiva, una critica cattiva, i tuoi occhi trasmettono una profonda calma , una rassegnazione serena al destino, una umiltà scelta, voluta , consapevole e per questo serena, non invidiosa nè tanto meno rabbiosa.
    Avevi dovuto allenare la tua rassegnazione , giovane soldato fascista in terra di conquista quando governanti presuntuosi ritenevano ancora che la terra , lo spazio fossero gli ingrdienti indispensabili per il potere . Quale pazzia vissuta con ingenua accoddiscendenza da tanti o con complice collaborazione da pochi , quale pazzia aveva travolto l'Europa ! E tu c'eri dentro come attore , spinto a forza sul palcoscenico e la recita poteva costarti la vita !
    Non mi hai mai raccontato la tua avventura in Grecia e tutto l'accaduto l'ho appreso dai racconti dei tuoi fratelli . La prigionia, gli stenti, le punizioni, le violenze subite, la fuga e la malattia riportata in patria a ricordo di quel viaggio non certo di piacere. Invalido di guerra ! Da bambino non capivo il significato di quel nome che rimase sempre legato alla tua persona come un marchio indelebile . La tua malattia non era visibile ma c'era , paziente, in attesa da qualche parte del tuo corpo , pronta a prendersi quanto le spettava a tempo debito.
    E il tempo previsto è arrivato il 28 Dicembre alle otto di sera con il rantolo disperato , il tuo primo e ultimo grido scomposto !

  • 13 giugno 2013 alle ore 18:44
    Una tranquilla cittadina di provincia

    Come comincia: Buio. Mentre i cittadini onesti si godono il meritato riposo nella tranquillità dei loro appartamenti, in alcune zone della città si vive una vita alternativa, animata da barboni, drogati, ubriaconi, prostitute, viados, extracomunitari più o meno clandestini e personaggi senza fissa occupazione e senza fissa dimora. A Jesi il cuore pulsante di questo tipo di società è la zona compresa tra la stazione ferroviaria e quella delle autocorriere, e gli inghiottitoi di questa feccia umana, capaci di accoglierla senza vomitarla, sono rappresentati dal versò all’aperto del bar del Piazzale di Porta Valle e dalle panchine che rimangono quasi completamente al buio sotto gli alberi, dove la luce dei lampioni arriva a fatica o non arriva affatto. Lì non è infrequente vedere una prostituta ubriaca rimanere riversa sulla panchina, con il sedere nudo all’aria, nella stessa posizione in cui si è fatta ficcare dall’ultimo cliente, che magari l’ha lasciata così senza neanche pagarla.
    La mezzanotte è passata da un pezzo e la serranda del bar pizzeria è abbassata per metà da più di mezzora. Veronica, quarantenne Commissario di Polizia, un glorioso passato da campionessa olimpionica di scherma, è appoggiata alla fiancata della sua berlina nera. Il fumo della sigaretta si va ad unire al suo fiato condensato e alla nebbia della notte di autunno inoltrato che rende ovattate le sagome di persone e cose. Una prostituta di colore le si avvicina: «Per 20 Euro ti posso far godere, meglio che un uomo.» «Vattene!» risponde, mostrando il distintivo. «Sei fortunata che ho altro per le mani questa sera, altrimenti ti farei passare la notte in cella.» «Dammi una sigaretta, allora.» Veronica getta la cicca, cerca nelle tasche, accende l’ultima del pacchetto, che accartoccia e getta in terra. «Come vedi non ne ho più. Vattene!» Sottolinea quest’ultima frase sbuffandole direttamente il fumo in faccia e fissandola con lo sguardo più truce che è in grado di realizzare.
    Uno dei pochi lampioni accesi si accende e si spegne in maniera intermittente, quasi comandato da uno strano meccanismo a orologeria, probabilmente la sua lampada è arrivata al capolinea ma ne passerà di tempo prima che qualche operaio del comune passi a sostituirla. Approfittando del buio e della nebbia, lo zingaro dai lunghi capelli grigi e il cappello a larghe falde scarica la vescica dietro la sagoma di una corriera parcheggiata, poi ritorna sotto il versò del bar, scola il suo bicchiere e si avvia barcollante verso la sua bicicletta. Tre pedalate e cade rovinosamente a terra, si rialza e si perde nella nebbia. Ogni sera nessuno sa se riuscirà a raggiungere indenne la sua roulotte, giù in fondo alla zona industriale, ma il giorno dopo si ripresenta puntualmente a elemosinare soldi, alcol e sigarette.
    Veronica si stringe nel giubbotto di pelle per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Ecco, ora la sua attenzione è incentrata sulle due figure che fuoriescono da sotto la serranda del bar. Leonardo, l’ingegner Leonardo Albini, è in compagnia di una stangona dalla pelle ambrata, minigonna, gambe vertiginose e seno talmente gonfio di ormoni e silicone che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La stangona, più che una lei, è ancora un lui. Qualcosa che penzola in mezzo alle gambe ce l’ha di sicuro! Pensa Veronica, ma non è interessata più di tanto alla cosa. Chi le interessa è Leonardo, quell’ingegnere edile dalla pretesa di diventare un investigatore privato. E certo, sempre a contatto con la malavita locale, chi meglio di lui potrebbe acciuffare criminali? Leonardo saluta il viado, che se ne va in direzione di Via Setificio, mentre lui si dirige verso Porta Valle ed entra nel centro storico. Veronica lo segue cercando di mantenere la distanza, ma l’uomo si dilegua nei meandri dei vicoli.
    Un uomo dallo spiccato accento dell’est Europa le si avvicina da dietro e fa scattare un coltello a serramanico. «Poco raccomandabile girare da queste parti per una donna sola.» Affatto intimorita, la poliziotta fa una piroetta e, grazie a un colpo di piede ben assestato, disarma il suo potenziale aggressore. «Anche per un uomo, specialmente se infastidisce le persone sbagliate!»
    E per quella notte è fatta, ha perso di vista il suo bersaglio, non ha potuto verificare la sua connivenza e complicità con i criminali della zona sud di Jesi, quella che un tempo era considerata una tranquilla cittadina di provincia. Tanto vale rientrare alla base. Con la certezza che prima o poi Leonardo farà un passo falso. Pura fantasia? O magari è segretamente e inconsapevolmente innamorata di lui, chissà!
    I quotidiani locali del giorno successivo, una giornata caratterizzata da un pallido sole che fa capolino dalla coltre di nebbia, riportano l’ennesima notizia di cronaca nera. In zona Porta Valle un Viado è stato aggredito e accoltellato. Prontamente soccorso dall’ingegner Albini, che si trovava a passare di lì per caso, è stato dichiarato guaribile in 10 giorni. Ma la Polizia dov’è?

  • 13 giugno 2013 alle ore 12:04
    Follia

    Come comincia: Follia è creare un profilo falso su Facebook.
    Follia è chiedere l’amicizia sotto falso nome a una persona che vorresti veramente contattare.
    Follia è che lei accetti l’amicizia.
    Follia è che accetti di chattare con te.
    Follia pura è che accetti di venire a un incontro reale.
    «Non è possibile, non può aver capito chi sono nella realtà, ho cercato di fare di tutto perché non lo scoprisse! Ma non ha paura di incontrarsi con uno sconosciuto? Va bene, io non sono uno sconosciuto per lei, siamo stati fidanzati per più di sette anni… Ne sono passati altri venticinque dopo che ci siamo lasciati. Dopo che lei mi ha lasciato! Forse ora è sola e cerca l’incontro con un uomo, chiunque egli sia. E questo non sarebbe un bene…»
    Mentre questi pensieri affollano la mia mente, la vedo, il mio cuore fa un balzo, lo sento battere in gola. Non è possibile, non sono mica un ragazzino, ho quasi cinquantaquattro anni! O forse sta giungendo l’infarto, chissà! Lei mi guarda, non c’è sorpresa nei suoi occhi luminosi, nocciola, bellissimi dietro le lenti degli occhiali. Mi saluta con un gesto della mano.
    «Quasi lo immaginavo che fossi tu, o forse lo speravo, magari era un presentimento…»
    «Ma se ti avessi contattato con il mio nome non avresti mai accettato un incontro. Come stai? Dimmi di te!» Ci baciamo sulle guance e ci stringiamo forte, con le lacrime che stentano a non sgorgare dagli occhi con prepotenza.
    «Sono stata cattiva con te. Tanti anni fa ti ho lasciato, raccontandoti bugie, che volevo la mia libertà, che volevo vivere la mia vita… La realtà era un’altra, ero incinta, di un altro ragazzo.»
    Annuisco, lasciando che continui la sua storia senza interromperla.
    «Partorii una bambina, Roberta, ma quando venne alla luce il suo papà già non era più accanto a me, se ne era andato in via definitiva per altri lidi. Non seppi più nulla di lui. In compenso la gravidanza, oltre la stupenda bambina, mi regalò un assurdo intruso: il diabete. Sono più di venti anni che vivo grazie all’insulina.»
    Perché non mi hai cercato? Vorrei dirle, ma continuo a rimanere in silenzio.
    «Dopo qualche anno mi innamorai di nuovo. Lui era bello, dolce, carino con me, mi amava. Ci sposammo in pompa magna. Credevo fosse felice, invece col tempo scoprii che era dedito all’alcol e alla droga. Cercai di combattere insieme a lui, di farlo uscire dal tunnel, e invece…»
    Fa una pausa, le lacrime ora corrono come rivoli lungo le sue guance. Mi avvicino a lei e la prendo con delicatezza tra le mie braccia. Lei si abbandona, si lascia coccolare. Cerco di asciugare le sue lacrime, ma ne sopraggiungono ancor di più. La lascio sfogare.
    «Una mattina lo trovai riverso sul tavolo della cucina. Pensavo si fosse addormentato lì, invece si era fatto un overdose. Tastai il suo polso, niente, non c’era più nulla da fare. Non capii mai se considerare la sua morte un suicidio o una disgrazia. Volevo morire anch’io, così sospesi l’insulina. Prima o poi la morte sarebbe giunta. Ero quasi al coma diabetico quando incrociai gli occhi di Roberta, che allora aveva nove anni. C’era qualcosa per cui valeva la pena vivere ancora, non potevo abbandonarla. Raggiunsi l’armadietto e mi inoculai l’insulina. La vita riprese, anche se con momenti bui, dolorosi. Sono passati altri quattordici anni, durante i quali non ho voluto legarmi più a nessuno. Roberta ora è grande, ha iniziato l’università e ora sta seguendo un master all’estero, in Germania. Della mia vita non c’è tanto altro da raccontare, ora che mia figlia è lontana mi sento sola, ma non ho più pensato al suicidio, mai più! E ora dimmi di te!»
    Ora le dovrei raccontare che ho una famiglia splendida, una moglie, due figli, una solida professione che mi consente di vivere in maniera agiata. Che l’ho contattata solo per curiosità, perché volevo vedere com’era a distanza di tanti anni. Non ce la posso fare. La stringo a me più forte, avvicino le mie labbra alle sue, sento in bocca il sapore salato delle lacrime – le mie, o le sue, o entrambe? – E la bacio. Lei corrisponde, io non smetto, sono minuti che non vorrei terminassero mai, se ci fosse la possibilità vorrei abbandonarmi tra fresche lenzuola insieme a lei.
    «Ho pensato spesso a te.» Riesco finalmente a parlare. «In vita mia non ho mai amato nessun’altra. Sì, mi sono sposato, ho avuto figli, ma se penso all’amore, quello vero, quello l’ho provato solo con una persona. Ora ti devo salutare, ritorno a casa, da mia moglie, dai miei figli. Scusa se ti ho importunato, non avevo il diritto di farlo. Ti amo, ti ho sempre amato, ma l’amore è stato vissuto a suo tempo, non si può reclamare ora.»
    Mi sciolgo dall’abbraccio e mi allontano da lei. Dopo qualche passo mi giro su me stesso, lei è ancora lì, che mi guarda, come faceva quando eravamo fidanzati, quando mentre me ne andavo lei continuava a salutarmi con la mano finché non scomparivo.
    Mi rigiro di nuovo e corro verso di lei.
    Follia è lasciare una famiglia per un vero amore.

  • 12 giugno 2013 alle ore 20:15
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto

    Come comincia: Un altro giorno, non questo, un altro, mi accorsi, guardandomi allo specchio, che il mio orecchio destro era più basso del sinistro.
    Non era la prima volta che mi osservavo, eppure non avevo mai notato questa strana asimmetria.
    Cercavo con un sorriso sbieco e alquanto idiota, di tirarmelo su. L’orecchio, si intende. Qualche cenno lo faceva; si rialzava, ma quando smettevo di sorridere, ritornava al suo posto. Quello però non era il suo di posto. Sarebbe dovuto stare dove di solito stanno le orecchie; tra la punta del naso e il di sotto delle sopracciglia. Invece no. Quel mio orecchio balordo era sceso di quasi un centimetro.
    Ero un semplice e fottuto storpio.
    Perché non ero mai riuscito a notare un cosa così importante?! Forse avevo problemi agli occhi.
    Non è possibile che un orecchio scenda da dove sta per prendersi la gioia di una boccata d’aria. Non ha senso. Come non ha senso che io non mi sia mai accorto di niente. Come diavolo si fa, dico io.
    Avessi tredici anni capisco, ma l’età dello sviluppo l’ho passata da un bel pezzo.

    Continuai a rimirarmi davanti all’oggetto di riflettente ironia, per cinque o dieci minuti, non so più. I sorrisi idioti che mi si dipingevano sulla mandibola. Le attenzioni che dedicavo alle mie non malate pupille. La mia storpiaggine ero io, non quello che vedevo.
    Non so neanche se esista la parola storpiaggine. Una cosa è certa: per descrivermi, bisognerebbe di certo inventarla. Ha un suono tetro e schifoso. Storpiaggine...non sentite? Un po' come menzogna. Anche se non sai cosa significa, sai per certo che non è bene utilizzarla.
    Mi vengono in mente quei film dove il protagonista è emarginato perché ha il viso bruciato o perché è pieno di pustole. Mi ci sento vicino, anche se lo scopro solo ora.
    Ancora non mi capacito di non essermi accorto di niente. Forse quando ti accade qualcosa, qualcosa di orrendamente catastrofico, ti accorgi di quello a cui non avevi mai dato peso. Il mio orecchio per esempio.
    A pensarci bene, un mese fa, ho assistito a qualcosa del genere. Se devo essere sincero, mi ha parecchio sconvolto. Certo non sono un bambino, ma non avrebbe fatto differenza.
    Mentre gironzolavo, una domenica mattina, vidi una signora anziana attraversare la strada. La conoscevo. Tutta ricurva su se stessa, tenuta in piedi solo da quel suo malandato bastone magenta.
    La vedevo spesso, puntuale, come me, nelle sue passeggiate pomeridiane.
    Capitava che la salutassi, per educazione, ma lei non riusciva nemmeno ad alzarsi da quel suo malandato bastone magenta.
    Borbottava qualcosa e si incamminava verso la sua meta, portando un piede davanti all’altro.
    Quel pomeriggio, quell’ingobbita nonnetta, senza motivo alcuno, se non la sua veneranda età, si accasciò sulle strisce pedonali. Sembrava, mentre scivolava giù dal suo bastone, che lo stesso la infilzasse come uno spiedo.
    Convenite anche voi che una scena così possa turbare anche il marinaio più navigato. Di certo io non lo sono e di fatto, la vicenda mi scioccò molto. Dopo tutto la vedevo quasi ogni giorno.
    Guardavo da lontano la povera anziana morire in mezzo alla strada, come se un ineluttabile destino avesse deciso che in quel momento, in quel preciso istante, lei si sarebbe dovuta accasciare sulle strisce. Inerte, sulla parte nera dell’asfalto, accerchiata da una selva di stolti curiosi.
    A pensarci bene, perché questa storia, anche se tremenda, dovrebbe avere a che fare con il mio orecchio?

    Non me ne capacito. Dopo quarant’anni vissuti con un paio di orecchie, ora mi accorgo di averne adottata una terza, trascurando la seconda, o la prima. Dipende.
    Problemi agli occhi non dovrei averne. Se così fosse, mi vedrei simmetrico o quanto meno con una faccia deforme. L’ipotesi di un trapianto nella notte, poi, è da escludere a priori.

    Ricordo, che una ventina di giorni fa, un uomo, più o meno della mia età, fu deriso dai suoi amici. L’oggetto di scherno era la sua nuova acconciatura. In effetti, c’era molto da ridere su quello strano taglio di capelli. Come poteva un uomo, nel pieno delle sue capacità mentali, decidere un taglio così dannatamente orribile. Se fossi stato il suo barbiere, glielo avrei certamente impedito.
    Una ciotola nera e lucida, gli calzava quella sua testa ovale. Era magro e la voluminosa insalatiera che gli adombrava il viso, lo faceva sembrare come un birillo da biliardo. Quelli bianchi, grossi in fondo, poi stretti, che finiscono con quella sproporzionata capocchia. Una differenza: la capocchia era nera e tutt’intorno aveva tanti birilli uguali che lo deridevano.
    In quel momento pensai a come si sarebbe potuto sentire quello strano tipo. Certo se l’era cercata.
    Mi faceva pena, in un certo senso e forse mi ci sono anche immedesimato nella sua vergogna. Solo non capisco perché, vedendo una scena così stupida, mi sia un giorno svegliato e trovato orrendo. Davanti allo specchio, con un orecchio che va per conto suo. Non credo che per questo genere di cose, serva un tempo di incubazione così lungo.

    Certo che quel dannato orecchio è proprio basso. É come se avesse voglia di andarsene.
    Avete mai visto un orecchio, che un giorno si sveglia ed è stufo della propria esistenza? Che si vuole suicidare? Io sinceramente no, anche se a volte mi viene da pensare alle cose più assurde.
    Prendete per esempio la nonnetta. Non è mica normale che una persona, per vecchia che sia, muoia su se stessa in mezzo alla strada. Se questo può succedere, allora anche il mio orecchio potrebbe essere stanco del suo quieto vivere. Ascoltare, ascoltare, ascoltare qualche grattatina di circostanza (il punto di massimo piacere), e ancora ascoltare. Ci credo che voglia farla finita.
    Mi viene un dubbio però: se è possibile che il mio orecchio sia sceso, allora può anche darsi, dico io, è un’ipotesi, che l’altro orecchio sia salito. No, non può essere. Non avrei questa insana sensazione di sicurezza. Non sarei certo dell’inevitabilità del mio orecchio. Come quando puntate alla roulette. Siete sicuri, talmente sicuri che esca lo zero verde, che non ci pensate due volte e puntate tutto quello che avete.  Il mio orecchio si deve essere per forza abbassato.

    Non pensavo si potesse rimanere così tanto davanti ad uno specchio. Almeno, non solamente per osservare la propria strana ed ineluttabile situazione di storpio.
    Adesso che mi viene in mente, l’altro giorno, lunedì credo, mi successe un fatto strano che molti considererebbero un miracolo.
    Mi trovavo davanti ad una chiesa, con il rosone, le guglie e tutto il resto. Era nuvolo; me lo ricordo perché tornando a casa mi presi una bella lavata.
    Era nuvolo, dicevo. Mi accorsi che, attraverso le vetrate colorate che addobbavano l’esterno, passava una fioca luce. Sembrava che le vetrate venissero spezzate da quel raggio che scaturiva dall’interno. La chiesa era chiusa e il prete l’avevo visto andare via poco prima. Mi aveva stretto la mano in senso di cordiale monito per il futuro. “Vieni da me domenica prossima” mi disse. Certo non sono un accanito sostenitore del Signore, ma per non fargli peccato, gli dissi che ci sarei andato.
    Diventai curioso, davanti a quelle alte mura, guardando la fioca luce. Cercai in tutti i modi di entrare, aspettandomi chissà quale cherubino venuto a sistemare la cappella della chiesa.
    Tranne rompere le vetrate e scassinare il lucchetto del portone, le provai veramente tutte.
    Alla fine cominciai a sentirmi alquanto stupido a fare tutta quella caciara per un po' di luce. Solo che, quando stavo per andarmene, bagnato dalla prima goccia di pioggia, notai che il bagliore se n’era andato.
    Forse in quell’uggioso giorno sono diventato fedele a Dio. Almeno, se non a Dio, a qualcuno lassù o laggiù. Chi può dirlo. Capisco solo che non saprò mai cosa successe quel lunedì divino.
    Potrò raccontarlo però; i credenti mi guarderanno sognanti e gli scettici rideranno di me. Poco importa, tanto amici non ne ho. Ho solo questa immagine riflessa di fronte a me. Se fossi in lei, nell’immagine, me la sarei già svignata.
    Che uomo sarei se, solo per affievolire la colpa su questo stramaledetto orecchio, diventassi credente. Forse, semplicemente, in quella chiesa, quel giorno, c’era veramente qualcuno.

    Che siano vecchiette morte, uomini privi di gusto o chiese miracolate, il mio orecchio è sempre lì. Mi fissa. Lo fisso.
    Più lo guardo e più mi accorgo che l’ho sempre saputo. Di essere storpio intendo. Fate un po' di conti. Non ho amici, paranoie tante e parlo per un’ora di un orecchio che non so neanche se sia mio. Chi è che vorrebbe avere a che fare con uno storpio? Uno che non si accorge neanche di esserlo, ma che alla fine lo sa.
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto.

  • 12 giugno 2013 alle ore 16:25
    Il luogo della felicità

    Come comincia: C'era una volta..
    un luogo meraviglioso chiamato Fantasilandia,
    un posto talmente magico che chiunque si trovasse a passare da quelle parti,
    rimaneva incantato nel vedere tanti animali differenti tra loro giocare insieme.
    Quanta bellezza, quanta gioia si provava nell’osservare,
    tigri giocare con le gazzelle, farfalle svolazzare qua e là,
    dolci coniglietti correre insieme ai canguri e pesciolini nuotare insieme ai delfini.

    Fantasilandia era il luogo degli animali felici dove tutti i bambini potevano giocare liberi e
    spensierati insieme a loro.
    Tra ranocchietti che saltavano e criceti che dondolavano, c'era una Fata buona dai capelli lunghi e biondi che raccontava loro delle favole bellissime.
    Un giorno passò da quelle parti un cagnolino piccolo piccolo, solo e stanco del suo camminare ..
    la Fata lo vide e gli domandò :

    - Ciao piccolo cagnolino io sono una Fata buona e tu come ti chiami ? -
    Lui alzò quei teneri occhietti e rispose : - Mi chiamo Fiocco di neve –

    La Fata gli fece una carezza e lui cominciò a scodinzolare felice, lei sorrise e gli disse :
    - Fiocco di neve sei arrivato a Fantasilandia, qui regna la felicità, qui i sogni diventano veri e
    tutti i desideri vengono esauditi ! E tu .. dimmi, che desiderio hai ? –

    Egli rispose : - Vorrei ritrovare il mio amico usignolo che non vedo più da tanto tempo,
    mi manca molto il suo canto e da quando l'ho perso, sono molto triste.. -

    La Fata buona disse a Fiocco di neve: - Adesso chiudi gli occhi ... –

    Lui ubbidì.. li chiuse e dopo un attimo sentì un dolce canto che riconobbe immediatamente!..
    Poi piano piano, riaprì gli occhi e vide comparire d’innanzi a lui il suo caro amico usignolo, che gioia rivederlo!

    Fiocco di neve osservò incantato la Fata e le leccò la mano per ringraziarla..

    Da quel giorno Fiocco di neve ed il suo amico usignolo vissero gioiosi in quel luogo bellissimo chiamato Fantasilandia…
    Là… dove tutti gli animali potevano giocare liberi e felici insieme ai bambini, là, dove si potevano ascoltare le splendide favole raccontate dalla Fata buona…

  • 12 giugno 2013 alle ore 16:07
    Blocco psicologico

    Come comincia: Egidio era elettrizzato. Enciclopedico cervello, elaborava effettuabili elucubrazioni emotive. Etichettava evidenti eventualità su Eros che stavolta, sembrava, non aver prodotto piaga profonda e velenosa, ma piacere e brio nella sua anima sonnacchiosa.
    Elena gli piaceva in tutto e per tutto e non gli dava modo per lagnarsi d’Amore che gli aveva  già inferto ferite nel petto.
    Egidio, in precedenza, per stare al riparo e al sicuro da Amore, aveva chiuso il cuore in una cassaforte di convinzione di negatività d’ogni sorte, sia nei confronti di questo che nei confronti delle donne. Cupido però si era vendicato: gli aveva infilato, in profondità, una delle sue frecce nel cuore. I pregiudizi scomparvero con il sorriso, con i pudori e con la dolcezza d’Elena.
    La incontrò al  corso d’aggiornamento sulla “Elioterapia Elaborata Emergente”. Era seduta alla sua destra. I loro sguardi s’incontrarono di sfuggita diverse volte.  I capelli biondi, gli occhi azzurri e il viso d’angelo si impressero a fuoco nel cuore d’Egidio.
    La rivide quella stessa sera al ristorante dell’albergo ove alloggiava. Era al tavolo dell’angolo sinistro della sala, nell’attesa solitaria della cena. I loro sguardi s’incontrarono di nuovo e si parlarono per un tempo che durò un’eternità. Si sorrisero. Fu, allora,  per Egidio la cosa più naturale al mondo andare al tavolo d’Elena, presentarsi e chiederle se gli era permesso cenare  con lei. Elena accettò di buon grado. Il giovane le piaceva e poi… bisognava dimenticare  e ricominciare a vivere. E ricominciarono a vivere entrambi.
    La cena fu: lunghi e dolcissimi sguardi; una lunga chiacchierata sulla loro vita, sui loro sentimenti e sui loro sogni. I loro cuori si erano svuotati come una tasca rovesciata.
    A fine cena le amarezze, le ansie e le preoccupazioni si erano sciolte  nel nero del caffè.
    Uscirono per una passeggiata. Fu amore a prima vista o il bisogno d’amore: l’alba li colse teneramente abbracciati su una panchina del lungomare. Al lungo sbadiglio del sole la città  cominciò a svegliarsi con tutti i suoi profumi e i suoi rumori. Egidio ed Elena, tenendosi per mano, si avviarono lentamente verso l’albergo. Il corso richiedeva la presenza pomeridiana. L’odore penetrante di caffè e di rosticceria li condusse ad un piccolo bar e li invitò ad entrare.
    Trovarono il caffè (era crema di caffè e non caffè), il vero caffè napoletano, una vera poesia di sapore e d’aroma, e le “sfogliatelle” una delizia paradisiaca. Ne mangiarono tre ciascuno; una per ogni sorte: “riccia”, “frolla” e “santa rosa”. Bevvero un altro caffè ed uscirono dal bar, sazi e col palato deliziato. Arrivarono in albergo alle 7.30. Salirono in camera di lei, si abbracciarono come un solo corpo col fuoco che li bruciava.
    Le dolci ed ardenti parole d’Egidio scivolarono su Elena con le carezze e la stordirono. Baci appassionati, baci alla francese. I vestiti caddero sul pavimento uno dopo l’altro e sospiri rimbalzarono sul letto come palle di gommapiuma. Resistevano ancora gli indumenti intimi e quando le mani di Egidio divennero più ardite, Elena si irrigidì. Un NO forte e deciso le uscì dalle labbra serrate. Una crisi di pianto la colse mentre nascondeva il viso sotto le lenzuola. I singhiozzi le scuotevano il petto e il corpo, le toglievano il respiro.
    Egidio rimase di sasso. Vuoto. Non sapendo che “pesci pigliare” si sedette sulla sponda del letto in silenzio. Elena  non smetteva: i suoi forti singhiozzi spezzati  preoccuparono non poco Egidio che era incapace di pensare. Dopo uno spazio di tempo che sembrò un’eternità, riuscì a dire: “Ho fatto qualcosa di male? Qualcosa che ti ha offesa?”. Elena non rispose e continuò a piangere. Dopo qualche minuto Egidio con calma le disse: “Posso fare qualcosa per te? Vuoi che me ne vada? “.
    “No. Non andartene. Ti prego resta. Ti dispiace darmi un bicchiere d’acqua, per favore”, rispose Elena con voce più calma ma con residui di singhiozzi.
    Con tre sorsi bevve l’acqua contenuta nel bicchiere che Egidio le aveva dato e dopo due profondi respiri, con voce stanca e flebile, disse: “Cercherò di spiegarti il mio comportamento, anche se  mi  costa molto dolore”.
    “Avevo  quindici anni quando un amico di famiglia che avevo posto sul piedistallo della bontà, della fiducia e dell’amore, mi violentò con l’inganno e con la forza a casa  sua. Il mio shock ebbe un seguito ancora più violento: mio padre si fece giustizia da sé. Dopo aver pestato a sangue il mio violentatore e averlo stordito, lo evirò ficcandogli in bocca l’oggetto della sua colpa. Fu  rinchiuso in carcere dove, perso il lume della ragione, si ammazzò. Da allora non riesco ad avere un rapporto completo. Mi fermo ai preliminari, poi…divento di pietra e una paura tremenda mi scuote dentro, tanto da farmi morire. Il mio precedente ragazzo mi lasciò per questo e da allora (sei anni fa), sino ad oggi, non ho amato più nessuno. Tu mi sei subito piaciuto  e  ho capito di amarti quando mi hai chiesto se potevi cenare con me. Inoltre ho sentito una forte attrazione fisica verso di te ed ho creduto di poter superare il mio blocco psicologico ed essere tua, ma mi sono sbagliata. Perdonami e se vuoi puoi andartene. Non ti serberò rancore anche se taglierai ogni ponte tra noi.
    Egidio annaspò tra contorti pensieri e tra parole mangiate. Poi disse: “Dammi solo un po’ di tempo per far chiarezza nella mente e nel cuore. Ti prego! Solo qualche minuto”.
    Elena acconsentì con un cenno del capo, ma poi gli disse che poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Con gli occhi bassi seguiva Egidio che continuava a passeggiare nei pochi mq della camera d’albergo.  Questo ogni tanto si fermava ed emetteva un mugugno indistinto che faceva alzare la testa ad Elena solo per alcuni istanti.
    “Ho deciso!”. L’esclamazione fece trasalire Elena. Vi fu una breve pausa che accentuò l’apprensione della giovane. Egidio riprese: “Capisco il tuo blocco psicologico per la brutta disavventura e le sue conseguenze avute in tenera età, ma aspetterò. Anch’io ti amo ed insieme cercheremo di superare questa difficoltà, se tu vuoi”.
    Ad Elena mancò il respiro e quale torrente in piena le lacrime le inondarono il viso. Con voce rotta  riuscì a dire: “Lo voglio”.
    Egidio la strinse forte fra le braccia e la baciò dolcemente sussurrandole: “Ce la faremo”.
    Il corso volgeva al termine: mancavano solo due giorni. Egidio ed Elena avevano trascorso i giorni evitando di affrontare  l’argomento anche se sotto il silenzio il fuoco del desiderio bruciava la carne di entrambi. Per spegnerlo usavano l’acqua fredda della distrazione culturale, ma la sera con la sua complicità era un tormento. In ogni caso resistevano: baci, carezze, buonanotte ed ognuno nella propria stanza ad aspettare in agitazione l’abbraccio di Morfeo che arrivava alle ore piccole.
    La penultima sera, dopo cena, uscirono per la solita passeggiata di cultura e di distrazione.
    Si accorsero che ormai conoscevano ogni angolo della città. Si sedettero sul bordo del muro di una  vecchia fontana in una piazzetta periferica solitaria. La luna splendeva nel cielo e un lieve zefiro portava il profumo forte di gelsomino. Nel silenzio il battito dei loro cuori e i loro profondi sospiri martellavano i loro timpani. Un bacio appassionato li fece fremere a lungo ravvivando ed ingrandendo la fiamma bruciante dei loro sensi. All’unisono dissero:  “Torniamo in albergo”.
    La strada sembrava non finire mai. Impazienti allungarono il passo. Arrivarono all’albergo.
    Bevvero due cognac con ghiaccio a testa (per farsi coraggio o per stordire i sensi? Direi per entrambe le cose). Salirono nella camera d’Elena. Si spogliarono con calma imposta. Baci, carezze e un linguaggio d’incendi unirono i loro corpi ardenti come astri. Progressivamente il desiderio d’Egidio toccò il culmine e…, ma  Elena cominciò ad irrigidirsi e un tremendo contrasto tra volere e potere s’insinuò nel suo animo e nella sua mente. Un lieve tremito la colse. Egidio se ne accorse e si fermò.
    “Non andiamo oltre. Non ti rammaricare amore mio, tenteremo un’altra volta. Abbiamo ancora tanto tempo e alla fine il nostro amore vincerà”, disse Egidio.
    “Amore sono frastornata. Una parte di me lo vuole con tutte le sue forze, l’altra l si oppone con disgusto e paura. Sarà sempre così? Aiutami amore!”, rispose Elena.
    Egidio la strinse a se e dolcemente le parlò.
    - Fu un lungo monologo, anzi un soliloquio, come se parlasse a se stesso per fissare i suoi pensieri, chiarire le sue idee e persuadere nello stesso tempo se stesso.
    “Tu vivi ancora nella memoria di quanto ti è accaduto perché hai subito la rivelazione dell’atto fisico dell’amore come brutalità, violenza e immoralità, ma tu non puoi e non devi considerarlo tale quando questo avviene tra due persone che si amano. Sai bene che l’amore è la comunione di due anime. Esso, quindi, richiede una dose comune di aspirazioni intellettuali e morali, di sentimenti di cui la bontà è la base. L’amore è fatto di stima reciproca, considerazione, ammirazione, solidarietà e sacrificio perciò, a questo punto, l’amore fisico diventa legittimo: è il piacere di fare piacere, di soddisfare col suo partner  un bisogno naturale e di unificare le gioie morali con quelle fisiche. L’amore,come vedi,  non è il contatto brutale di due epidermidi, ma un contatto dolce, fantasioso e poetico. La tua avversione è comprensibile perché l’hai sempre considerato un atto di prepotenza, di violenza, di disgusto,
    di ripugnanza, di sofferenza e di rancore. Devi pensare e convincerti che tutto ciò è sbagliato e devi dimenticare, cancellare il volto della persona che ti ha fatto male e dove e perché è avvenuto. Incidi nei tuoi occhi, nella tua mente e nel tuo cuore il volto del tuo amore e la gioia e la felicità che gli dai. Non interrompere la corrente che sale dagli organi per le fibre nervose al cervello, essa ti porterà tutto il suo benessere e la sua dolcezza. Pensa esclusivamente e intensamente a ciò e alla gioia che e alla felicità che darai a me e a te stessa. Lo so, non è facile ma volere è potere. Possiamo andare per gradi, un piccolo passo per volta”.
    “Io lo voglio. Proviamoci ora senza fretta, con pazienza e dolcezza”, disse Elena.
    E l’amore cantò la sua gioia totale.
    Solo a chi interessa l’epilogo dirò che  tre figli furono le perle che completarono l’amore di Egidio e di Elena.

  • 10 giugno 2013 alle ore 19:57
    Lucifero l'angelo

    Come comincia: La luce della Luna, entrando dalla finestra, illuminava il viso visibilmente malconcio del cherubino. Era seduto sulla poltrona. Le sue ali bianche, piumate, oscurate dalla penombra, richiamavano ad un tetro presagio. Il corpo nudo e asessuato, brillava, in parte, sospinto dal bagliore della calda notte.
    Guardava fisso nel vuoto, nero, senza appigli. Vagava come un ramingo in cerca del suo scopo. Gli occhi azzurri, bianchi, scuri, indefinibili; i capelli ricci, mossi, biondi, senza vita, accasciati sulle spalle gracili e leggiadre. I lineamenti docili, assenti, pieni di ardore.
    L’ombra lo stava inghiottendo e i suoi occhi lo dimostravano. La Luna si stava ritirando, figlia delle tenebre, cacciata, rimproverata per la clemenza verso un angelo caduto.
    La parte lievemente illuminata, era anch’essa priva di ogni passato, ma c’era ancora tempo. Se lo ripeteva, ma il livido sulla guancia lo faceva ripiombare nella madre notte.
    Ricurvo, poco soave, non si addiceva al ruolo che ricopriva. Ingobbito e ferito, guardava la stanza vuota. Spoglia di giorno, piena di notte.
    Era stato battuto, deriso, ammaliato. Non sarebbe dovuto cadere sotto le sferzate del nemico. Non avrebbe dovuto cedere alle lusinghe del male. Invece restava inerme, dimesso dal compito che il Sommo gli aveva concesso.
    L’ultima luce sibillina si accasciò sul suo petto, mentre si alzava forse non più intorpidito. Ormai era completamente nascosto nell’infinito nulla che crea e distrugge, separato dal suo compito. Solo la luce della traditrice Luna, figlia dell’ombra ferale, gli stava dando riscossa, illuminando il suo cuore. Quest’ultimo, cardine della sua resistenza, ma potente come il resto, non esisteva quasi più.
    Le ali distese, non di gloria, ma appoggiate e giacenti sulla schiena ricurva. Restava immobile, aspettando il giorno. Un barlume che lo teneva legato alla luce da cui si era scostato, vergognandosene.
    Con la forza rimasta resistette fino al giorno seguente, quando il bianco mattino gli spalancò il cuore, accogliendolo, tingendo di bianca luce tutto il suo corpo. Rinvigorito, uscì dalla porta per adempiere al suo destino e aspettare la notte, con la solita calda ombra nell’anima.