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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 aprile 2013 alle ore 23:03
    Editing

    Come comincia: Rossi mi stressava, seguivo le sue mani piccole piccole sottolineare, tratteggiare, cerchiare.
    Vedevo la sua penna rossa scrivere ai lati del foglio: questo non va, questo toglilo, per noi non esiste, la nostra casa editrice questa cosa non te la stampa, etc., etc. Insomma un calvario!
    Avevamo già fatto incontri sulla coerenza, sulla compatibilità, Rossi aveva già fatto le sue segnalazioni sul climax, sull’aderenza degli stili alle varie situazioni, controllato che questi fossero in linea con quelle descritte. Pensavo fosse finita, ma quella mattina nel suo ufficio successe l'irreparabile.
    Eravamo ad un piccolo tavolo tondo, di lato alla sua grossa scrivania ricoperta di libri, fogli A4 battuti a computer , manoscritti attaccati con grosse spille, libri, depliant e due computer, uno portatile e uno fisso, due cellulari e un telefono a spina, una calcolatrice, un vaso di fiori vuoto, due tazze di caffè anch'esse vuote ma sporche di zucchero raggrumato sul fondo, due cornici con foto di bambini, un cavalluccio a dondolo di ferro che si manteneva per miracolo su un'asticella per via di un contrappeso.
    Per cui la scelta di sederci l'uno affianco all'altro al tavolo e non di fronte non era dovuta ad ospitalità, non era stata fatta per farmi sentire più a mio agio, era semplicemente l'unico ripiano vuoto del suo ufficio, perché ovviamente i mobili, le mensole e quant'altro erano ricoperti di carta, di una enorme quantità di carta, scritta, rilegata, piegata.
    Ci eravamo infognati, già poco prima mi aveva detto che la tensione non attanaglia, ma al massimo invade, per cui dovevo cambiare la frase. Ok, va bene, gli avevo risposto.
    Ci eravamo infognati su quel che accadde, accadde: non gli piaceva, lo trovava ripetitivo , quasi cacofonico, andava sostituito con un soggetto e un solo verbo, tipo: quel fatto, quella cosa, l'evento accadde.
    « Ma perché? A me piace così, che differenza fa? Mi piace, crea movimento, il pensiero vi si aggancia e il lettore segue  meglio il percorso...»
    « Ma che dici, cambialo!»  Si alzò, anche quel giorno avevamo finito senza finire tutto, si avanzava lentamente.
    Mi sentii sfibrato e prese a montarmi la rabbia, sentivo che lui ci godeva a rompermi i coglioni, il potere che aveva lo ingigantiva, lui che era quasi un nano.
    Sbottai: « Vaffanculo Rossi, tu saresti capace di editare anche un elenco telefonico, pensi di sapere tutto, ma chi cazzo sei?» Me ne andai sbattendo la porta.
    Per le scale mi prese lo scoramento, e ora? Pensai: cavolo era un anno che aspettavo di pubblicare quel cazzo di romanzo, ci avevo speso soldi e rimessoci quasi la salute e mettersi contro Rossi era stata una vera stronzata!
    Gli telefonerò per scusarmi, conclusi, ma non riuscivo a rasserenarmi, la verità vera era che non mi andava di sottostare a tutto quello, che ero stufo che la gente rovistasse nelle mie cose, che mi mettesse le mani in bocca per individuare denti malati che malati non erano e piazzarmi denti finti, costosi che non erano i miei.
    Fu per strada che mi folgorò un'idea, quando vidi una ragazzina distribuire volantini, affrettai il passo, dovevo attrezzarmi.
    La mattina dopo mi piazzai all'angolo della strada dove erano gli uffici dell'editore, avevo stampato una cinquantina di copie delle prime due pagine del mio romanzo, ripreso nella sua versione originale, quella solo mia.
    Avevo già essiccato la cartuccia della stampante ma poco male, ero contento.
    Avevo scritto a stampatello, bello grande, a margine del primo foglio, sopra il titolo:
    se ti piace, torna domani a prendere altre due pagine, io sarò qui, dove mi hai trovato oggi.
    Incominciai a distribuire i fogli, avevo solo cinquanta  possibilità , occorreva scegliere bene, non potevo mica sperperare tutti i miei risparmi in cartucce da stampante e risme di A4. Perciò cercai di dare i fogli a chi mi pareva potenzialmente più interessato al mio racconto, ma era una roulette russa.
    Quando finii, tornai a casa pieno di dubbi, forse avrei fatto meglio a mettere il mio lavoro su un sito in internet, ma era come imbucarlo in una bottiglia e buttarlo a mare, certo  in rete c'era un mare di persone, non di acqua, ma temevo lo stesso effetto.
    Arrivai al terzo giorno, avevo ancora le cinquanta copie delle pag 3 e 4, intatte: nessuno era tornato. Cominciava a fare caldo e nessuno tornava. Quello fu un brutto pomeriggio, pensai che l'indomani avrei fatto l'ultimo tentativo, poi sarei andato da Rossi a chiedergli scusa e mi sarei lasciato stritolare dalle sue manine piccole piccole.
    Ma l'alba del quarto giorno rischiarò la mia vita, due ragazzi, tenendosi per mano, si avvicinarono.
    « Allora è vero, ci sei! Ci dai le altre due pagine?»
    Li baciai sulle guance, forse sembravo un barbone, ma due persone erano coinvolte dalla mia storia. Mentre li vedevo allontanarsi, gonfiai il petto e mi dissi: allora quel che accadde, accadde piace a qualcuno e rimasi speranzoso ad aspettare qualche altro ritorno.

  • 26 aprile 2013 alle ore 22:38
    Davanti al mare

    Come comincia: Notte fonda, mare intenso che risucchia la battigia sino a metà spiaggia e mi scava l’anima ogni volta scuotendola. Sono stato lì tutto il giorno a scavare dentro di me, ogni centimetro esplorato portava a niente, eppure ero sicuro di trovare qualcosa. Stringevo la sabbia tra le mani impotenti a trattenerla eppure il tuo volto non mi sfuggiva, mai!
    Non senti gli umori del tuo corpo se non ti accucci tranquillo in riva al mare per estrarre dal suo rumore imperioso (sempre!), lento e ritmico delle notti di bonaccia, fragoroso nelle impervie di una notte burrascosa, dei piccoli ami dove attaccare le tue sensazioni per riporle un attimo, tenerle fuori da te, affidarle al comando del mare, strappandole al terremoto inquietante che ti
    logora l’anima.
    Puoi scrivere mille volte e mai riporti le tue sensazioni vere, come se esse, uscendo da te, s’inquinassero nel breve tragitto che le porta davanti ai tuoi occhi. Meglio pensare ad altri, meglio affidare i tuoi tormenti a persone splendide, gemelli inappuntabili delle tue voglie di successo, che ti rappresentino nel migliore dei modi, con il viso fresco, l’abito migliore che hai nel guardaroba e l’anima candida di chi non ha travaglio, ma sa e si muove come sa.
    Difficile contrastare l’aria gelida che ti prende in faccia e ti squarcia il petto, se non sei attrezzato a ingoiare, a bere tutto quello che ti offre una notte gelida davanti al mare.
    Come puoi vivere senza rimettere in scena te stesso ogni volta che percorri le tue strade, che segui il tuo filo, che pure rinneghi sempre? Non puoi mica alzarti e far finta di niente? Sarebbe
    sconcertante ripiegare il mare o addirittura accartocciarlo e buttarlo via, dai, sarebbe osceno!
    Non ti trovo, scavo dentro di me e non so in quali anfratti dell’animo ti sei rifugiata o dove io ti ho sepolto per distruggerti o proteggerti, tanto è lo stesso, troppo amore uccide persino un figlio.
    Non puoi presentarti con quel viso struggente, foriero di chissà quali sogni e startene lì immobile davanti a me, senza mai permettermi di toccarti, di riuscire a immaginare il tuo corpo, di riconoscerlo come il mio e di portarti con me, fuori e dentro di me e che tutti lo vedano, lo sentano, e infine lo riconoscano.
    Strano resistere sulla spiaggia a onde così violente e non lasciarti andare, non farti entrare l’acqua dentro per unirla ai moti perenni del cuore e placare l’angoscia, affidando alla risacca tutti i dubbi che ti tormentano sino a restare inerte e muto, placato per sempre.
    E’ una lotta che il mare amplifica, ognuno porta dentro di sé la sua vittima e il suo carnefice, ognuno espande quello che vuole di sé o quello che può, o più semplicemente quello che sa, ci si può affidare all’acqua per traghettare i pensieri, le emozioni su un punto fermo, immutabile, che testimoni l’avvenuto, il pensato, per sempre?
    Sfuggire, sì, a se stessi è pratica costante e comune, ma chi ha il nostro assillo deve lottare ancora più duramente.
    Chi vuole scrivere ha due nemici, il suo racconto interiore e la proiezione sul foglio bianco che come il mare cancella continuamente tutto quello che gli affidi.

  • 26 aprile 2013 alle ore 18:25
    Lettera ad un amico speciale!

    Come comincia: Caro...
    so che non avrò mai il coraggio di inviarti questa lettera, ma sento il bisogno di scriverla ugualmente, è come se mettere su carta quello che ho dentro mi aiutasse a uscire fuori da questo senso di confusione e smarrimento.
    L'orgoglio di entrambi ci ha separati e continua a regnare sovrano tra noi, dettando le regole di ogni nostro incontro: ignorarci o salutarci appena è quello che riusciamo a fare, non andiamo mai oltre, IO non riesco ad andare mai oltre. Forse non è solo colpa dell'orgoglio, i ruoli che ricopriamo ci impediscono di essere sinceri, ogni cosa potrebbe essere vista in altro modo e anche il gesto più bello potrebbe essere considerato come falso. Ma è anche vero che preferisco rimanere nel dubbio che forse dell'affetto tra noi ci sia realmente e che preferiamo non celarlo, piuttosto che avere la certezza, con un tuo rifiuto, di essermi immaginata ogni cosa. Se solo ci fossimo conosciuti "prima"...sono certa che sarebbe andata diversamente, ma il destino ha voluto così, forse dietro c'è una ragione che ancora non riusciamo a scorgere, capiremo ogni cosa quando sarà arrivato il momento che ciò accada.
    Anche se le nostre vite si sono incrociate da poco, ho la sensazione di conoscerti da sempre. Dietro il tuo atteggiamento, spesso distaccato e inevitabilmente insopportabile, vedo un uomo fragile, ma al tempo stesso coraggioso, che non ha paura di inimicarsi il mondo intero, se questo significa dar voce a quello che sente dentro; un uomo che va avanti sfidando tutto e tutti pur di veder concretizzare i suoi sogni; un uomo che non si arrende alle minime difficoltà e che trova sempre il modo di riemergere. Sono una sognatrice anch'io, pensavo che per "crescere" dovessi smettere di sognare, ma adesso mi rendo conto che è il mio modo di stare al mondo, non potrei vivere senza i miei sogni e senza farmi trasportare ogni giorno dalle emozioni di vivere una nuova avventura o di imbattermi in un nuovo incontro. Tutte le persone speciali che ho incontrato nel mio percorso me le porto dentro, ciascuna di loro mi ha aiutato a scoprire parti di me che nn sapevo neanche esistessero. Mi hanno voluto bene forse di più di quanto io me ne voglia e con il loro AMORE sono riusciti a cambiarmi, a rendermi una persona nuova. Dai loro sguardi potevo leggere che loro credevano in me e questo ha contribuito al mio miglioramento. Tu sei uno di loro, non so quanto ci sia di consapevole o quanto di casuale in quello che è accaduto nella nostra storia, ma se sono riuscita a fare l'inimmaginabile è perchè leggevo dal tuo sguardo che tu sapevi che ce l'avrei fatta. Tu hai creduto in me, forse dalla prima volta che il tuo sguardo ha incrociato il mio, ed io ho voluto credere che avessi ragione e così ho acquistato quella forza e quell'energia che mi hanno fatto diventare quella che sono adesso.
    Credo purtroppo sia arrivato il momento di lasciarti andare, devo trovare il modo di portarmi dentro quanto di bello c'è stato tra noi, senza che il tuo ricordo mi tormenti ancora o che il pensiero di te riemerga nei momenti più inaspettati della giornata, facendomi perdere di vista la mia strada. Ma non è molto semplice: per iniziare a scrivere un nuovo capitolo della mia vita, devo chiudere quello che ho iniziato, ma come posso riuscirci se la nostra è una storia rimasta a metà! Il non esserci più chiariti, il non aver più parlato, non mi aiuta a concludere il capitolo che riguarda noi due. Da qui nasce l'idea di questa lettera, una lettera che non leggerai mai, ma che aiuterà me ad andare avanti, ad andare oltre, a liberarmi della tua presenza, per ritrovare dentro di me lo spazio per nuove avventure e nuovi incontri, che mi aiuteranno a prendere maggiore consapevolezza di chi sono.

    Un abbraccio sincero
    tua Narly
    26 aprile 2009

  • 24 aprile 2013 alle ore 18:24
    Lupi

    Come comincia: Dovrei spiegarti questo tramonto
    e la velocità con la quale l'alba si sbarazza del suo ricordo .
    Dovrei spiegarti perché alcuni esseri credono con una fede smodata
    divenendo  fastidiosi come api , agli occhi stretti  dei disillusi e dovrei spiegarti
    perché i disillusi si sono già arresi .
    Ma guardandoti intorno comprenderai che domande e risposte qui si mescolano
    in un giro di giostra , cambiano prospettiva , angolazione e colore . Quando avrai sufficienti teorie che celebrano le tue orazioni , allora il terremoto sarà pronto a farti crollare .
    Ma cammina fiero nella palude avendo come unico sincero  appiglio il tamburo del cuore .
    E fa che questa musica sia il richiamo per quelli come te
    Dispersi nel mondo
    per esser cercati 

  • Come comincia: Mi chiamo Samuele Grignotti, Sam per gli amici, e sono uno sfigato di merda.
    È un dato di fatto. La fortuna è che posso dirlo senza il bisogno di gettarmi a volo d’angelo dal mio terzo piano. No, io sono un perdente piuttosto sereno, che ha accettato il suo status, perché per quanto mi sia sforzato, le cose non sono mai cambiate. E quando sento quelle persone realizzate nella vita che dicono con un bel sorriso serafico stronzate tipo “la sfortuna non esiste, siamo padroni del nostro destino”, io m’incazzo fino a farmi scoppiare tutte le vene della faccia. Non parliamo poi di quando sui settimanali trovi le interviste ai cantanti milionari cinquantenni che ti rifilano robe ipocrite come “se la vita non ti piace cambiala”. Amico, questa è la vita vera e fa maledettamente schifo!
    A quei tempi avevo ventitré anni e la mia autostima era ridotta all’osso. Gli inizi di Aprile. Ero stato sbattuto fuori dal Mc Donald’s da tre settimane per via del nonnismo. Ci credete? Esiste il nonnismo in un luogo disgraziato come quello, che nelle pubblicità sembra Puffolandia, ma den-tro ti ritrovi a lavorare nelle segrete di Saw l’enigmista. In cui uno squattrinato ventenne vorrebbe solo trovare rifugio da una società opprimente che giudica chi non ha un posto degno di nota, e magari spera di tirare su qualche soldo con un part-time.
    Ci lavoravo da sei mesi, dopo un estenuante zampettare per fastfood, imprese di pulizie e call-center. Marika - frustrata responsabile la cui vita privata era stata soverchiata da quella dei Mc Menù - e Francesca - un’irascibile palla di lardo che in cucina cantava Gigi d’Alessio - mi sono state addosso dal primo momento. Mi disprezzavano. In genere nei posti di lavoro mi prepara-no la botola perché sono un bravo ragazzo e sono pure carino. Forse la cosa irrita, e nei Mc Donald’s non trovi mai bella gente. Spesso è un ritrovo di casi umani. Comunque, le due colsero l’occasione di scagliarmi fuori quando, intento a sparecchiare tavoli, nel voltarmi presi in piena fronte un moccioso messicano. Sapevate che i messicani ci fanno i matrimoni nei fastfood? Che poi quello si era ripreso quasi subito, ma niente. Un’altra possibile carriera stroncata. Licenziato!
    La domanda, dunque, era d’obbligo: perché, pur essendo universalmente ritenuta la migliore età di sempre, avere vent’anni deve essere così faticoso? Perché, se noi rappresentiamo il futu-ro del paese, le città in cui viviamo non sono a prova di ventenne pivello e brufoloso, non sono collaudate per noi?
    Nessuno ci guida, nessuno ci mostra, nessuno ci spiega com’è che vanno le cose. Né la famiglia, né la scuola, né gli anziani che una volta raccontavano le storie e ora se le chiudono in cantina. Nessuno più si accolla la responsabilità di questi sbarbatelli persi in una giungla meschina. E siamo in balia del lavoro che manca, dello studio che costa, dei divorzi dei nostri, delle scelte su tutto. Perché non c’è un grosso contenitore di sicurezza per ventenni, come quello dei bimbi che si parcheggiano all’entrata dei centri commerciali, con palline e babysitter?
    Dopo due giorni da disoccupato capii che non c’era posto per me sul pianeta. E dopo una setti-mana i miei capelli si erano incollati al cuscino tramite un velo di sebo e una modesta dose di saliva notturna. Ero depresso, avevo foruncoli ovunque e invecchiavo a vista d’occhio.
    Una mattina Sandra portò a casa un annuncio di lavoro che parlava di un posto da segretario in un ufficio legale. Ovviamente avevo più possibilità di cavalcare Falcor per le terre di Fantasia. Mi convinse comunque a lasciare il curriculum, lei è un’ottimista sfegatata perché è una figlia di papà, e non immagina neppure che ci siano cose come fame nel mondo ed effetto serra. Lei crede che nell’universo ci siano solo la luna e il sole, perché solo quelli riesce a vedere, e che le cinture D&G le facciano effettivamente Dolce e Gabbana con le loro manine, di notte, nella loro stanza, con tanto amore.
    La sera prima del colloquio avevo un’ansia indescrivibile. Questo perché non avevo mai tentato, in quei quattro anni vissuti a Torino, di entrare in un ambiente che non vedesse panini, fritture, secchio e spazzolone, inutili promozioni da rifilare attraverso un telefono. Trascorsi la notte a fare sesso con uno che mi piaceva parecchio e che spesso mi trattava di merda. Poi lui se ne andò alle quattro e io rimasi solo e tremante nel mio letto. Presi sonno alle cinque e venti, svenendo.
    Quel che mi svegliò fu dapprima l’inaccettabile fracasso del camion dei rifiuti, che ogni volta fa-ceva tremare la mia camera, perché non è che fosse proprio agibilissima. Già incazzato, scollai la faccia dal cuscino e mi rivoltai sotto le coperte come un involtino. Pochi minuti, e altro disturbò la mia quiete. Sentivo solo parole confuse, canticchiate forse.
    “Toot toot, hey, beep beep… Toot toot, hey, beep beep”
    Non capivo. Era là, dietro la porta chiusa, il fastidio. E dopo un attimo quella si detonò, e una fin troppo giuliva Sandra entrò ballando e reggendo lo stereo, che gridava la canzone Bad Girl di Donna Summer. Pur essendo io omosessuale trovai la cosa un tantinellino irritante.
    «Sandra. Perché ti trovi nella mia stanza?».
    Quella si mise a ondeggiare per la stanza dimenando le tettone e facendo un duetto terribile con Donna.
    «Avanti coccooo! Oggi si cambia vitaaa!».
    Sandra, la mia coinquilina. Certi giorni da odiare, certi da mitragliare alla parete, ogni tanto, ra-ramente, da farti ringraziare il dio dei cristiani che ci sia. Bella, riccioluta, grezza e cafona. Un brigante che veste firmato.
    Si fermò un momento davanti alla parete tappezzata di foto di quello stronzo del mio ex.
    «Patetico omosessuale, quand’è che levi questa roba? Ormai se n’è andato da mesi».
    «Voglio tenerle ancora un po’».
    «Certo, come se il figlio di puttana potesse tornare. Fai finto che sia morto, che è meglio. Comunque, alza il culo, sono le otto e mezzo». Sandra si mise in posa e allargò quella sua boccona in un sorriso. «Allora, come sto? Sincero, eh».
    Era oscena. Tutto in lei, dalla minigonna al top, dal trucco ai Camperos, era di un rosso che fe-riva la vista. Sandra aveva l’autostima di una bellezza brasiliana, e in effetti alla sua entrata mancava solo piumaggio e carrozzone dal carnevale di Rio.
    Era una telespettatrice appassionata del programma notturno Resta qua, che resto anch’io!, una robetta della Tv spazzatura. Come ospite c’era sempre una scienziata qualcosa che diceva assurdità sulle donne. L’ultima era stata che vestirsi di rosso faccia diventare gli uomini coglioni. Sandra appuntava tutto.
    «Sembri una decorazione di Natale che deve andare a cantare il karaoke in un bar per camioni-sti».
    «Ha-ha, perfetto! Mi assumeranno di sicuro. Ma che cazzo è questo rumore del cazzo?». Si affac-ciò alla finestra e guardò malamente i due inservienti della spazzatura, che ora stavano proprio lì sotto. «Ehi! Stronzoni in tuta! Perché non vi muovete, cazzo?».
    «Ciucciamelo, troia».
    «Una come me non te la carichi manco se paghi, bello mio». Chiuse la finestra e mi sorrise di nuovo, impassibile alle offese. «Ora vado a prendermi questo lavoro. Muoviti. Ci vediamo doma-ni, cocco, che ti offro il pranzo».
    Buttò con malagrazia lo stereo sul mio comodino, giocando a bowling con la lampada, e se ne andò sculettando, e sbatté così forte la porta della camera che se ne cadde la maniglia.
    Rimasi fermo e con gli occhi sgranati da pesce per metabolizzare la sua comparsa. Sandra lasciava gli stessi postumi di Katrina, l’uragano. Sicché mi levai di dosso lenzuola e fazzoletti cementati di quella notte e mi decisi.
    Mi diedi una lavata e mi soffermai a studiarmi allo specchio. Basette spesse, niente barba, oc-chiaie da drogato, capelloni anni settanta all’insù, e…
    «AAAHHH!».
    Un ennesimo capello bianco!
    Lo strappai e lo deposi in una scatolina di plastica in cui ne tenevo altri sette. Li conservavo per capire quanti se ne imbiancassero in un mese. Erano sempre di più. La cosa cominciava a met-termi ansia. Mi vedevo già tra un anno in prima pagina: “Sconcertante! Ragazzo di ventiquattro anni prematuramente invecchiato. Gli scienziati indagano”. Mi avrebbero ritrovato in bagno con le vene tagliate e un bigliettino con scritto “vi odio tutti, addio”.
    Tentai di stare calmo e di darmi una mossa. Aprii l’armadio e cercai qualcosa da mettere. Ero povero e non avevo niente che si addicesse a un colloquio. Perciò presi l’unica camicia che in-gannava con la sua parvenza di nuovo, dei jeans con un buchino che non si vedeva sotto il cavallo, e le mie adorate, fedeli e da due anni onnipresenti ai miei piedi Converse grigie.
    Un’ora dopo ero in via Garibaldi, di fronte a un portone di legno massiccio. Mi mancava l’aria. Avevo così paura che non mi sentivo più i piedi, che si erano informicoliti. Non avevo saliva, ma avevo già un litro di piscio da espellere. Perché? Perché era ovvio, chiaro, certo che mi a-vrebbero insultato e buttato fuori a sprangate prima di darmi il tempo di dire colloquio. Non sapevo niente di legge, avevo solo un misero diplomino delle superiori, fino ad allora avevo avuto a che fare soltanto con ciccioni divorahamburgher.
    Suonai. Dopo cinque fottuti piani a piedi, per via dell’ascensore fuori servizio, trovai una porta aperta con nessuno ad aspettarmi. Nella saletta d’attesa c’erano dieci persone. Quattro banani stile Clark Kent sui trent’anni, un nerboruto e sudaticcio tizio di mezza età con l’aria un po’ smarrita, tre ventenni con la frangia e le bocche ruminanti di chewingum. E loro, due candidate alla segreteria della presidenza americana. Erano perfette, una rossa e una bionda, infilate in due tailleur scuri, tutte curate e con l’aria snob. Fottute troie.
    Fui lì per andarmene, ma qualcosa mi convinse a restare. Forse la stanchezza. Mi fiondai sulla sedia libera e mi piansi addosso.
    Le sciacquette con la frangia sapevano di inceppo cerebrale, al sudatore ambulante urgeva un phon, e i Clark Kent facevano discorsi da australopitechi, sghignazzando su cose tipo TETTE-CALCIO-CIBO. Nessuno aveva più speranze di me, ma quelle due sì. Le odiavo già. La bionda, poi, tirò fuori dalla ventiquattrore un’enciclopedia che doveva impersonare il suo curriculum, lo accarezzò sul bordo e lo rimise dentro. Perciò mi squadrò e un sorriso malefico le alterò la boccuccia perfetta. E allora sbiancai. Lo ricordo perfettamente. Mi sentivo umiliato, un perdente, uno che doveva indugiare nel pantano dei fastfood a cui era abituato, senza mai più azzardarsi a credere di poter fare qualcosa di più. Quello era il mio destino. Loro vantavano esperienze lavorative, lauree, la posa giusta e magari pure la personalità idonea a quel lavoro, per aspirare a qualcosa che io non dovevo nemmeno immaginare. Potevano permettersi vestiti nuovi e consoni, mentre io portavo le stupide Converse trapassate da una vita e macchiate di strada e i jeans bucati.
    E proprio quando mi strinsi nelle braccia, infreddolito dai pensieri avvilenti, mi arrivò un mes-saggio sul cellulare. “Grazie per la bella nottata, davvero, ma ho capito che desidero ancora il mio ex. Meglio non vedersi più, altrimenti soffri. Buona fortuna per tutto”.
    Roba trita. Sospirai e feci finta di niente. Un altro che se ne andava per paura di farmi male. Che premura.
    Quando rimasi il solo ad aspettare, la segretaria apparve per chiamarmi. Era bella, ma col viso un po’ stanco. Chignon biondo, trucco curato, meno di trent’anni. E la prassi si ripeté: mi studiò grave per un momento, aspettò qualche secondo di troppo, e poi mi chiamò.
    «Samuele Grignotti?» disse con il tono di Piton.
    Quando le andai incontro ero così nervoso e insieme felice di porre fine allo strazio che esage-rai.
    «Oh sì, sono io, finalmente! Salve, buongiorno».
    «Penso che un solo buongiorno sia più che sufficiente. Ricordatelo fra un po’. Io sono Camilla». Poi abbassò lo sguardo sui miei piedi. «E quelle... quelle che cosa sono?» sibilò, gli occhi da omi-cida iniettati di sangue.
    «Converse. Sono un modello di due anni fa, ma...».
    «E ti presenti a un colloquio con delle... Converse?».
    Era già fuori di sé. Non sapevo se dovessi rispondere oppure no. Decisi di no.
    «Dov’è il tuo curriculum?».
    «Beh, n-non l’ho portato. Pensavo che ne aveste già uno voi. L’ho lasciato l’altra volta. No?».
    Sorrise con un misto di pena e stizza. Accostò la sua bocca al mio orecchio e mi parlò sottovoce, stavolta quasi dolcemente. Il dolce sussurro della morte.
    «Non dovrei pronunciarmi, ma sono quasi sicura che sarà del tutto superfluo il colloquio, per-ciò perché non ti risparmi l’umiliazione del rifiuto e non te ne torni a casa?». Mi sorrise di nuovo, ma con gentilezza, indicò i miei abiti e fece no col capo e l’occhiolino. «Sei ancora un giovanotto. Devi imparare a capire quando un ambiente non è alla tua portata. Questo è uno studio legale, lavoriamo con avvocati, con la legge. Sarà un nostro segreto, non lo saprà nessuno. Dirò che non ti sei presentato e sarà come se non fosse successo niente. Credi a me, meglio così».
    L’idea me la propinò convincente. Arrossii, esitai.
    «Il mio capo ha le idee chiare sul tipo di persone di cui intende servirsi» continuò lei, ora seris-sima.
    «Io... però... vorrei provare comunque. Se non le dispiace, ecco».
    Sospirò innervosita. «Seguimi».
    Deglutii. Mi stavo pisciando addosso dalla paura e letteralmente. Mi portò nel salone in cui lavo-ravano gli associati. Era bellissimo. Enorme, con la moquette color carminio e una decina di box in truciolato che ospitavano avvocato o segretaria a lavoro. Sulle pareti porpora, una boiserie in mogano, e sulla destra una lunga vetrata si atteggiava e permetteva di vedere fino al fondo della via.
    Sorrisi come un bimbo, era bello vederli al lavoro. E per un solo istante mi sentii parte del siste-ma.
    «Che c’è, mai visto uno studio legale? Non è un acquario. Muoviti!».
    Sogno distrutto. Che stronza.
    Mi pilotò contro una delle due porte dei boss, i soci. Ne aprì una e mi buttò dentro prima di ri-chiudersela dietro. Una libreria sulla destra, un lungo e sottile quadro d’arte moderna sulla sini-stra, una bella scrivania di legno bruno con piano in vetro davanti.
    Mio Dio che angoscia. Non ricordavo più quale fosse quella giusta, se salve o buongiorno. E di fronte a me c’era solo lo schienale nero di una sedia mobile in pelle. Il bastardo non si era manco degnato di ricevermi come si deve. Di sicuro uno di quei vecchi decrepiti pieni di soldi, con le mani ossute, maleducati, lo sguardo arcigno e i capelli trapiantati per camuffare qualche decennio.
    Una mano si aiutò a rigirarsi, e mi apparve: l’uomo più arrapante che avessi mai visto. Un bel pezzettone di figo sulla trentina. Capello castano lunghetto ma ordinato, barba di due giorni, occhi verdi. Vestito blu notte, cravatta a tono, fisico perfetto. E quella mascella quadra...
    Stavo svenendo. Saliva non ce n’era, manco ossigeno. Lo vedevo già nudo sotto una pioggia di petali, coi fauni che gli suonavano violini attorno e i passerotti che svolazzavano.
    «Scusami, non ti avevo sentito» esordì, e poggiò un libro sulla scrivania. «Ogni momento è buono per dargli un’occhiata».
    Ci guardammo. Io morto, lui in attesa.
    «Tutto bene?».
    Mi svegliai. «SALVE E BUONGIORNO!».
    Titubò, mi studiò di traverso. «Wow, che irruenza. Prego, siediti che non c’è molto tempo».
    Era un ordine e non suonava bene. Uno più socievole dell’altro, in quello studio.
    L’avvocato raccattò qualche curriculum e individuò il mio. «Eccoti. Samuele Grignotti?».
    Era troppo serio. Non tradiva un’emozione e questo mi incuteva ancor più timore. Era come se non ci fosse umanità in quel tizio, non riusciva a trasudarla. E questo voleva dire che da lì a dieci minuti mi avrebbe cannonato fuori.
    Annuii. Riuscivo solo a pensare alla paura, al piscio che picchiava i pugni disperato contro la vescica, e alla speranza di andarmene senza troppe cerimonie.
    Sfogliò svogliatamente le pagine. «Io sono Andrea, Andrea Faldi. Ti sei fatto tutti i bar della zona, eh?» mormorò senza il minimo tatto, con un sorriso appena accennato fatto per umiliare.
    Mi s’incendiò la faccia.
    «Niente laurea né qualifiche di alcun genere. Bar e ancora bar. Due Mc Donald’s. Impresa di pulizie, cameriere. Dogsitter?».
    «Sì, ecco, quello l’ho fatto per arrotondare».
    Era orribile il modo in cui elencava i detestabili lavori che ero stato costretto a svolgere, ma ancor di più il modo in cui mi guardava, sprezzante, arrogante. Riusciva a farmi sentire un topo di fogna, un immigrato lercio alla corte di sua maestà.
    «Capisco. E qualcosa che si avvicini a un lavoro da segretario, invece?».
    Decisi di inventarmi qualcosa.
    «Sì, veramente ho lavorato come segretario in una... in una cosa, ecco...» ma non mi venne in mente nulla. Eppure ero bravo come impostore, ma lui mi incuteva troppa soggezione. Il collo-quio più orribile e veloce della storia umana.
    «Va bene, va bene, basta così». Fece sì col capo, schifato. Sospirò spazientito e si tirò su. «Sarò sincero, Samuele, non sei esattamente il candidato ideale. Per niente. Sembri un ragazzo sciatto. E incompetente su tutto».
    Era incazzato. Andrea Faldi era incazzato con me, un estraneo! Raccolse il curriculum e lo sven-tolò per un momento.
    «Ci vuole una laurea, qui! Qualcosa di significativo! I miei segretari devono adoperare un lin-guaggio forbito, adeguato all’ambiente, ai nostri clienti. E non hai nessuna esperienza. Sei giova-ne e non penso proprio che qualche lavoretto come assistente alla friggipatatine sia sufficiente. Sono spiacente».
    Mi aveva fatto a pezzi e ci aveva messo solo pochi istanti. In più a quei tempi avevo un vocabola-rio assai ridotto e non capii neppure cosa volesse dire forbito.
    Non potevo crederci. Quell’avvocatuccio spocchioso si era preso gioco di me, mi aveva umiliato, aveva ridotto la mia autostima a una poltiglia solo per il gusto di vedermi atterrito. Perché esi-stono persone come Andrea Faldi, pronti a disintegrare le minime speranze di noi giovani? È ingiusto e meschino.
    Mi alzai raccogliendo le frattaglie della mia dignità e strisciai alla porta. Visto? Andrea aveva deciso il mio destino. E poi mi girai. Ero furibondo. Ero un giovane di oggi e quel maledetto non mi avrebbe calpestato tanto facilmente.
    «Le dispiace? Le dispiace? Ma che mi ha chiamato a fare, allora? Lo sapeva che sono giovane e che non ho esperienze! Il curriculum ce l’aveva! Mi ha fatto venire qui per trattarmi di merda, signor Faldi?».
    Nessuna reazione. Mi fissava come si fissano i mentecatti.
    «E poi non poteva farmi andare via con un “le faremo sapere?” invece di fare così, lo stronzo?».
    Con l’offesa avrebbe potuto tirarmi dietro benzina e cerino acceso, e invece abbottonò la giacca e fece il giro della scrivania. Era di nuovo serio, comunque. Risentito.
    «Potrei rivoltare la domanda, Samuele. Come ti salta in mente di venire a fare un colloquio in uno studio legale? Perché sei qui?».
    Una gigantesca incudine invisibile mi si schiantò addosso. Perché ero lì, pur sapendo di non ave-re possibilità, dopo aver ignorato le avvisaglie della paura?
    Non avevo più voglia di fingere e lasciai le braccia penzolare.
    «Non voglio fare il patetico dicendo che mi serve un maledetto lavoro per campare, perché sono lontano da casa e al verde. Certo, non è elegante dirlo, ma sono veramente stanco dei bar e delle pizzerie o di lavare i cessi. Stanco. Perché tanto fai sacrifici e guadagni comunque una miseria. Quindi ho provato. Non sono adatto per un mestiere come questo, non so parlare chissà come, ma...».
    «E allora perché sei qui?» ripeté Andrea. «Perché dovrei assumerti?».
    Scorsi qualcosa nei suoi occhi dannatamente astiosi. Era come se avesse voglia di litigare o roba simile. Assurdo.
    Potevo inventarmi una bella storia strappalacrime o dimostrare la mia tenacia o dar prova della mia bravura, ma quello non era Il diavolo veste Prada, io non sognavo di fare niente di particola-re che mi spingesse a stare lì dentro, non desideravo intraprendere la gavetta del segretario e non avevo assi nella manica. Non sognavo quel posto, avevo solo bisogno di quei soldi.
    «Perché devo mangiare e mi serve uno stipendio!» vomitai senza pensarci troppo.
    Andrea fece spallucce. «Ed è un mio problema?».
    Boccheggiai per l’incredulità. «M-ma-ma perché mi ha fatto chiamare, si può sapere?».
    «Questo lo saprai solo se a me andrà di dirtelo. Al momento non è affar tuo. Lo ripeto per l’ultima volta, lattante impertinente che non sei altro, per quale ignoto motivo dovrei assumerti?» ringhiò Andrea, d’un tratto di nuovo nervoso.
    Oddio, mi sentivo come se qualcuno mi avesse tolto il tappeto da sotto i piedi. Sudavo freddo.
    «Beh... ecco, magari con me potrebbe cambiare tipo di personale. Quella Camilla là fuori non farà certo sorridere nessuno, non è una simpaticona, e io potrei farla divertire parecchio».
    Potrei farla divertire parecchio! L’ambiguità delle parole scelte mi diede un cazzotto allo stoma-co. Sentii la pressione scendere a meno diecimila.
    Andrea mi scrutava. Credevo mi avrebbe fatto arrestare. Aspettò qualche momento. Il piscio mi stava straripando dalla gola, ero terrorizzato dalla situazione.
    «Se Camilla non è una simpaticona, tu che tipo sei?».
    «Un tipo simpatico, appunto».
    Sì, come no. Totò, proprio. E siccome l’umorismo non doveva essere in cima alle passioni predi-lette dell’androide che mi stava davanti, abbassai lo sguardo ebete e molto, molto lentamente poggiai i ginocchi sul pavimento e chinai il capo.
    «Ma che fai, ti prostri, adesso?».
    «Sì».
    Attesa di dodici secondi. Poi Andrea si rianimò, il tono acceso e scoppiettante.
    «Mmm, adoro l’atteggiamento servile. Ho deciso, sarai il mio schiavetto. Vedremo quanto saprai farmi divertire, Samuele. Se non sarai all’altezza del compito ti sbatterò fuori senza remore. Sono stato chiaro? Cominci tra una settimana e vediamo che sai fare».
    Non poteva essere vero. Un giovane perdente d’oggi rompeva il vile meccanismo di come vanno le cose. Volevo chiedergli cosa ci fosse dietro, ma non lo feci. Per la gioia dimenticai che era uno stronzo e un avvocato e gli afferrai la mano come fossimo cresciuti insieme e andati in barca al tramonto sul fiume di Dawson e Joe.
    «Grazie, veramente, grazie!», e gli strappai quasi il braccio.
    Lui sorrise giusto il tempo per farmela credere un’allucinazione, poi tornò serio.
    «Adesso levati dai piedi. Ci vediamo lunedì».
    Camilla mi seguì fino alla porta con un’espressione di paga malignità.
    «Addio» mi disse salutando con la manina. Non lo immaginava neppure.
    Ce l’avevo fatta perché i loro attacchi non mi avevano frenato. Perché quando si è diversi si è un po’ speciali, e forse Andrea lo aveva capito. Lo avevo deciso io. Ma allora ero o no padrone del mio destino?

  • 23 aprile 2013 alle ore 19:51
    Ospiti Indesiderati

    Come comincia: Al mondo d’oggi non conviene lasciare incustodite le proprie cose, ma credo che non convenisse farlo nemmeno al mondo di ieri; ragion per cui è assolutamente sconsigliato farlo in un luogo dove ieri ed oggi non hanno un grande significato. Ero però nuovo e poco pratico di viaggi e lasciare incustodito il mio corpo, mi sembrò la cosa più normale da fare. Già dai primi momenti vibratori, ovvero quando l’anima inizia il suo affaccio sulla dimensione astrale, anche se ancora non si è del tutto separata dal corpo, iniziano a transitare in prossimità del “ reale “ le varie entità che gravitano intorno a quello spazio o semplicemente coloro che hanno notato una nuova porta aperta tra le due dimensioni. Balzi sul letto, respiri vicini, prese per le caviglie, sedute accanto al corpo, tutti fenomeni perfettamente percepiti e che farebbero spaventare anche il più coraggioso dei personaggi, ma tutto normale per un viaggiatore. Le prime volte che assistevo a queste manifestazioni terminavo immediatamente gli esperimenti e ritornavo completamente vigile, impaurirsi e ritirarsi credo fosse la reazione più ovvia fino a che non presi confidenza con tali eventi e provai ad interagire per comprenderne il significato. I chiari e nitidi balzi sul letto, confesso che ancora mi spaventano un po’, ma a tutto il resto ho fatto ormai un’abitudine quasi piacevole. Mi ricordo con divertimento quella volta in cui mi separai dal corpo pur rimanendoci dentro, una pratica che uso spesso, quando non sono ancora del tutto rilassato o semplicemente quando ancora non ho ben progettato dove voglio andare o chi voglio incontrare. Ad un certo punto mi sentii afferrare per la caviglia, non come per essere trascinato, ma lateralmente, come per essere svegliato. Il contatto non era fastidioso, non sapevo da chi arrivasse, queste entità vengono visualizzate difficilmente, credo che appartengano tipo ad un “ sottobosco “ pertanto senza troppe capacità di manifestarsi o visualizzarsi. Il soggetto era comunque abbastanza grande, ho meglio con una grande forma energetica, sicuramente capace di farmi faticare abbastanza perchè desistesse dalle sue intenzioni, qualunque esse fossero. Solitamente pronunciare il nome di Ensitiv nel momento in cui mi sento minacciato funziona un po’ come uno spray antiscippo, scoraggia e allontana, non ne ho mai compreso il perché, ma ho riscontrato più volte la validità di questa pratica e continuerò ad usarla, così come la utilizzai nel momento in cui mi sentii afferrare per una caviglia. Io sono Ensitiv, quasi una formula di presentazione che non attende risposta, ma solo un risultato; o si allontanano, o la minaccia si fa più aggressiva. Io sono Ensitiv, il tocco si fece più leggero, quasi a farmi comprendere che la di minaccia non si trattava, prosegui dicendo “ cosa vuoi ?” adesso ti fermo e guardo chi sei. Con mio profondo stupore mi ritrovai a cercare di bloccare quel arto sulla mia caviglia cercando di trattenerlo e per quel breve “contatto” che ebbi, mi resi conto che non c’era nessuna ostilità, ma semplice curiosità. Sorrisi, notai questa forma di rispetto che aveva nei mie confronti, ma tutto finì li, poiché lo stimolo di divincolarmi divenne prettamente fisico e il ritorno alla totale normalità ne fu la conseguenza. ....

  • Come comincia: Ho voglia di distrarmi compiutamente. Annoto come sempre gli impegni di giornata. Il lavoro mi obbliga a svolgere un ruolo di maschera sul parterre della sala Borsellino.  Tutti gli uffici interni della provincia sono pronti. Allineati. I vivisezionati chiamati dai propri dirigenti a partecipare sembrano spaventapasseri più che belle statuine. In fila. Distinti. Superbi possessori, dotati di cartellino plastificato. Matricole orgogliosi ogni mattina di “strisciare”. Pettinati, lucidati a pennello, si sentono premurosi di compiacere ai propri superiori con stupide presenze di giornata. E’ venuto il momento di somministrare anche per loro il software pagato profumatamente e messo a disposizione gratuitamente dalla Regione Calabria. Prima i comuni ora gli enti terzi. Che bello! Sapere che forse un giorno, nel lontano 2150, tutti insieme, compiutamente, appassionatamente, saremo in grado di gestire i procedimenti amministrativi delle attività produttive sotto un’unica divisa. Sotto un’ unica “lente” ottica. Sotto un unico “ombrello” informatico. Sotto un’unica “piattaforma” digitale quale base di lancio di questa piccola regione sospesa tra l’Iliade e l’Odissea. Campata in aria. Immersa nelle viscere di questa lurida terra. Zeppa di muffa. Truffa. Parassitismo ed evasione fiscale.
    Non c’è da essere soddisfatti, i livelli di guardia sono travalicati. I tempi corrono e ci indicano un  lavoro che non c’è più. Non esiste più. La guerriglia annota come sempre gli indici di riferimento economici di giornata. E’ un logorio senza fine. Compresi i tre milioni di sfiduciati salgono a sei milioni gli inattivi. E circa duecento milioni di disoccupati in tutto il mondo. Europa Unita. E uniti contemporaneamente senza lavoro a Madrid come a Roma così ad Atene. La BCE scopre la disoccupazione e dà consigli per aumentarla. Riduzione dei disavanzi pubblici e riforme strutturali. Congelamento dei salari. Arretramento dei consumi. La fame va curata in pratica riducendo il cibo. Il bollettino n° 72 della Banca D’Italia è inequivocabile. Crolla di tutto e anche l’export arranca. Ultimo baluardo di difesa per lo stato di salute del Paese - Italia.  Manca poco agli ultimi dettagli. Siamo ai titoli di coda. Dopo l’eutanasia non resta che l’estrema unzione. E mentre nei salotti di Montecitorio si scambiano le figurine per un’immaginetta da regalare al Quirinale,  il D.E.F è quasi pronto.  In arrivo da Bruxelles con posta prioritaria. Sulla parte delle entrate il solito libro dei sogni. Sulla parte delle uscite più sangue che lacrime. Il paese si avvia ad arrivare alla fatidica data del 2015, quando entreranno a regime le regole  del Fiscal Compact, più che a stento già da morto. Bisogna darsi una alternativa diversa. Migliore. Una alternativa di lotta  rispetto all’annuncio di una sconfitta perenne. Che a volte diventa una morte accertata. Tutto procede secondo copione. Il funerale del capitalismo come costume vuole lo paga la povera gente, il popolo.. Questo lungo processo di  “rinascita” e restaurazione complessiva dell’economia capitalistica iniziato da 5 anni lascerà per strada morti e feriti, tanti, come in guerra. E’ la regola principale e universale di monsignor capitale: quando c’è crisi c’è sovrapproduzione. Bisogna mandare al macero gli eccessi di capitale. Fabbriche, macchinari e persone. La morte perde ad un tratto il suo carattere di fatalità per diventare un fattore di razionalizzazione di costi. Bisogna razionalizzare, distruggere a limite pianificare in un ottica di bombardamento. Chimico o politico ed economico tanto non fa differenza. Ponti, strade, ferrovie, ospedali, scuole, la loro distruzione non è più una questione di effetti collaterali ma di rinascita e convergenza. Ma perché distruggere capitale in eccesso così con il rischio atomico anche per le classi dominanti quando la guerra di distruzione dei settori e dei servizi dello stato sociale è entrata in tutte le case con le politiche di austerità imposti dalla Troika? Il sangue c’è ma non si vede. Si possano comprare i giornali o accendere i televisori e tutto sembra procedere a meraviglia senza vedere segnali di fumo nero all’orizzonte. I morti e i feriti ci sono lo stesso, ma non si vedono. Un modo “dolce” e chirurgico per eliminare tutto ciò che è sovraproduttivo ed in eccesso.
    Non ci sarebbe altro da aggiungere se solo ci fosse stato in quest’anni qualcuno che avesse vissuto l’urgenza di recuperare tutta una memoria storica, prima calpestata poi volutamente perduta, sul disfacimento del sistema Italia che ha la sua origine storica nello smantellamento del patrimonio pubblico, deciso una sera di 20 anni fa da un branco di idioti e criminali a piede libero, sospesi su un panfilo a mare…Un branco di matti che ha guidato e continua a guidare il paese come un treno diretto al precipizio. Ed ora ci obbligano ad attraversare un deserto senza borraccia. E’ da lì che dobbiamo iniziare a certificare la realtà di oggi dove, per sollevare questa  spirale negativa, recessiva e deflattiva, si continua ad iniettare veleno tossico, liquido contaminato, nei circuiti bancari e finanziari, contagiando sistemi e apparati di tutto il mondo. Asset inflation da casinò-economy. Anche i beni di rifugio per eccellenza sembrano svampiti, snaturati. Vengono scambiati al mercato nero come fossero papavero, pepe nero o tabacco. Mentre i bollettini di guerra emessi dalle stazioni di servizio sono lì a descrivere una realtà diversa dalle stupide euforie di borsa e ubriacature senza alcol per il decimo mese di rialzo. Dove si continua a badare solo agli acquisti diretti in Borsa di azioni e fondi immobiliari e ad iniettare massicce dosi di quantitative easing per la gioia dei vampirismi finanziari.. Impietosi però come sempre i bollettini non fanno una piega a descrivere una realtà produttiva ed economica che accompagna coi numeri  questo Paese indietro di 30  anni. Differenza unica e sostanziale sta nel fatto di non essere più governati da uno Stato e da una moneta sovrana…I debiti di guerra verranno pagati a costi umani. E con una moneta non più nostra, detenuta da altri. Un ricettario infame di sacrifici sociali oltre che idiota dal punto di vista economico ci obbligherà  a fare due conti con l’acqua e col pane. In una spirale senza fine che vedrà chi lavora guadagnare sempre di meno, chi consuma spendere sempre di meno, chi produce vendere sempre di meno. E chi starà fuori da questo circuito deprimente gli saranno dati  i gradi di potenziale delinquente..
    Chi scrive oggi denunciando fatti e autori, passati e presenti, rendendo visibile ciò che non sarà possibile altrove, nei testi scolastici o nelle testate giornalistiche, portando alla luce frammenti di discorsi storici, economici, filosofici oltre che politici su gravi responsabilità, comincerà a contribuire a dare egemonia di pensiero a un sapere storico di lotta popolare ridotto oramai a lumicino.
    Siamo all’inverosimile vivente in un piano inclinato. Mentre i superbi dipendenti pubblici compilano il test d’ingresso al corso di giornata, annotiamo nel nostro diario di bordo una sparatoria avvenuta in pieno giorno, con un sole accecante, sul piazzale del tribunale di Crotone. Come sempre pronti e vigili sul campo di battaglia distinguiamo le realtà che ci circondano. E che inesorabilmente ci sovrastano. Euforie di borse, accordi commerciali e scambi in yuan tra giganti asiatici, pignoramenti per conti terzi sanciti dal decreto “salva” Italia, suicidi per effetti economici collaterali, e piccoli tentativi di omicidi tra semplici canaglie locali. Ci immergiamo come sempre. E affannosamente tratteniamo il vomito più che il respiro. Siamo vittime predestinate di questa realtà che ci appartiene. E siamo anelli di una catena burocratica di montaggio. Deteniamo il dono dell’ubiquità. Combattiamo contemporaneamente tre guerre locali. Distanti ma non diverse l’uni dalle altre. L’oggetto del contendere è sempre lo stesso. Il lancio in orbita regionale della piattaforma informatica. Le nostre forze di liberazione dispiegate sul campo di battaglia sono piuttosto esigue, ma agguerriti come sempre. Una guerriglia senza fine. Senza patria né bandiera. Che non demorde mai. E quando può colpisce senza preavviso,  all’improvviso. Lasciando il segno. Il campo di battaglia oggi è dispiegato su tre tavoli. La base operativa delle forze di liberazione burocratiche è nella sede dove opera di stanzia  il responsabile di servizio nominato con l’alto grado di sub-comandante. Tutte le informazioni passano da lì. Le radio trasmittenti comunicano continuamente l’andamento di giornata.  Le notizie si susseguono e si confondono. Si sentono i rumori dei cecchini appostati di fianco che organizzano luride imboscate. Si annotano i morti viventi con le loro fido valigette griffate che si confondono tra i reperti del parco archeologico di Scolacium.  A ben scrutarli son tutti uguali. Portano in giro il marchio bubbonico della Regione Calabria. Dritti, e tutti d’un pezzo. Sembrano statue di marmo pietrificate.  Hanno quattro fogli carichi di nullità da far firmare ai Sovraintendenti della Regione Calabria. Protocolli zeppi di forfora portati a zonzo per le statali. Le notizie si muovono ad una velocità disarmante. Nel quartiere generale la dose di morfina ai dipendenti degli uffici provinciali prescelti dai dirigenti è stata appena iniettata. Tutto procede secondo copione. Nel tavolo regionale le ballerine e le soubrette sono in attesa per il ritorno dei pedoni. Gli avvoltoi e le serpe si incontrano, si mescolano, si sciolgono fino a fondersi. Diventano tutt’uno.  Liquidi, di testa. Acidi muriatici.
    Le imboscate sono minuziosamente pianificate. Calcolate. Vengono più volte attenzionate e trasmesse via radio. Il tragitto è pieno di insidie. I tentacoli del consulente regionale camuffato in autista sognano l’apripista. Niente da fare la base operativa ha ricevuto la notizia che il tentativo è andato a vuoto. Fallito. Il nemico non demorde. Si defila. Abbandona la vittima ferita sulla strada. Lasciata lì a leccarsi le ferite per una giornata che sa di nulla. Persa. Dispersa in quel labirinto burocratico dove tutti vanno all’affannosa ricerca dell’albero della “cuccagna”. Cinque ore d’attesa prima di portare a termine la lunga battaglia. Ora è lì, in un piccolo bar a Santa Maria di Catanzaro. Di fronte Palazzo “Europa”. Nella “topaia” operativa del dipartimento attività produttive della Regione Calabria.  C’è un dispiegamento di forze che non ha precedenti. Assessori, Consiglieri e dirigenti popolano quei grigi e scarni uffici del Dipartimento. Riunione dei PISL e dei  SUAP a tutta forza. Contemporaneamente. Appassionatamente. Si entra e si esce da un ufficio ad altro. S’incontrano le stesse persone. Sembrano formiche a caccia di briciole di pane. E noi non ci scomponiamo. Non indietreggiamo di un sol millimetro.  Ognuno conduce dal suo posto la propria battaglia. Siamo operativi come sempre. Agli ordini di un lavoro dequalificante. Disponiamo di semplici armi che man mano creiamo e mettiamo sul campo. Teniamo la radio ad alto volume. Le penne affilate. Riempiamo i campi con le nostre onde d’urto magnetiche. Popoliamo i documenti del diario di bordo da tramandare.  Documenti che diventano monumenti per le future generazioni. C’è da sconfiggere un cancro parassitario che inghiotte denaro pubblico da più di 40 anni. Le comunicazioni via radio si fanno sempre più frequenti.  Restiamo sempre uniti, allerta e attenti a non cedere passo.  Le strategie le decidiamo insieme in seduta stante. Delle imboscate ce ne sbarazziamo subito. Li spolveriamo come fossero macchie di polvere sul vestito. Dispiegati su tre tavoli diversi lottiamo contro i nemici. Sempre più cinici. Freddi. Calcolatori e ragionatori dei loro sporchi interessi. Utilizzatori di soldi pubblici  per tentativi di vincite a lotto o magari per pagarsi i festini a luci rosse.  E intanto i protocolli svolazzano, vanno in giro a cercare gloria. Meta. Staffetta. Una firma di qua, una conquista di là. E finalmente stanchi ed esausti per il tempo sprecato gli accompagnatori provinciali dei quattro fogli ciclostilati ritornano fieri verso il loro triste tramonto. Hanno anche oggi realizzato il loro misero guadagno. Hanno evaso il loro piccolo compitino di giornata.. Il sistema è quasi pronto. E’ in rampa di lancio. Calabria-Suap può partire. Non si sa come e dove arriverà. Però la spesa va avanti. Gli sprechi sono visibili e i vertici amministrativi regionali che delegano per i rendiconti se ne compiacciono. I funzionari e i dirigenti provinciali sono stati divinamente ammaestrati. Tutti parlano lo stesso linguaggio. Tutti seguono le stesse indicazioni. Chi esce fuori binario viene strapazzato con pubblica gogna. Tutti hanno il proprio protocollo zeppo di firme. Tutti vanno alla ricerca di enti da inserire in questa rete metallica. Non c’è ente del territorio che non sia stato compreso. Catturato. Ammanettato. Enti inutili che ufficialmente vengono svegliati dopo anni di puro riposo. Di lungo letargo. Amministratori di enti fasulli e parassitari che, abili come caimani, mandano in giro per la regione i propri uomini ingioiellati, incravattati, ingessati, per firmare, siglare e riempirsi, di inconsistenza.. Scambiano il protocollo Suap come se fosse un foglio di viaggio e di presenza. Partecipano a questo giostra burocratica portando per mano palloncini pieni d’aria e mangiando zucchero filato. La dignità non ha valore. Non ha prezzo. Non è quotata in borsa. Altrimenti sarebbe perennemente “orso”. A ribasso. Calpestata continuamente. Barattata per un tozzo di niente. Noi ci difendiamo. Resistiamo. E quando possiamo vomitiamo. C’è poco da conquistare, ma molto da difendere. L’immagine. L’ integrità.. L’incolumità. Fisica, etica e morale. Che è sempre a rischio. Non c’è tempo per riflettere, il Paese sta crollando, siamo nella fase dell’estremo unzione, e noi veniamo trascinati quotidianamente in lavori dequalificanti. Mentalmente usuranti. Conserviamo solo il tempo per leggere i bollettini di guerra e gli indici di riferimento economici di giornata. Nel tempo a nostra disposizione che a morsi conquistiamo, lo dedichiamo a  produrre documenti. A riempire di contenuti i diari di bordo. E regalare alla generazioni future tecniche di guerriglia per il perdurare di una  lotta di classe….

  • 17 aprile 2013 alle ore 22:41
    In.giustizia

    Come comincia: Rimboccò le coperte dei figli e baciò le loro guance. Era passata la mezzanotte e lei era ancora fuori casa, non che fosse una novità, ma adesso cominciava ad essere stanco di questa situazione e dopo mesi ad essersi roso il fegato, schiacciato dai sensi di colpa, aveva capito di non essere il responsabile del comportamento di sua moglie, o almeno non del tutto. Si preparò l'ennessimo caffè nella speranza di vederla rietrare, magari sobria e propensa ad ascoltarlo. Dopo un paio d'ore la senti, sorridente ed entusiasta stava salutando qualcuno alla porta, un uomo.
    "Che ci fai ancora in piedi?" Era sobria il che significava solo una cosa, era stata con quell'uomo.
    "Aspettavo mia moglie nella speranza di averla con me nel nostro letto"
    "Senti, non è sera. Già che ci sei mettiti a dormire sul divano e vedi di non rompere, capito?" Lui non rispose, avrebbe voluto dire quanto la amava, quanto si sentiva ferito ed umiliato in quel momento. Poteva cambiare se lei lo voleva, doveva solo parlare, chiedere e lui si sarebbe adeguato.
    "Mi hai sentito fallito? Ho detto vai a dormire sul divano!"
    "Va bene tesoro"
    "E non chimarmi tesoro!"
    "Non urlare, svegli i bambini e dopo sai che faticano a riaddormentarsi"
    "Ci mancherebbe solo questa. Sono stanca, non ho tempo per i loro capricci"
    I bambini erano un maschietto di cinque anni e una femminuccia di tre. I primi anni del loro matrimonio erano trascorsi normalmente, senza sussulti. Lui lavorava come impiegato in una banca e lei come segretaria in un'azienda tessile del paese. Come tante giovani coppie avevano acquistato la casa aprendo un mutuo in banca e piano piano la stavano arredando. Lui aveva la passione della piscina e lei quella della palestra. Sua moglie era una di quelle donne che quando passano in strada fa girare i maschietti a guardarla ben benone, mentre lui da quel punto di vista non era niente di speciale. Si era sempre ritenuto un uomo fortunato, una bella e adorabile moglie, un lavoro gratificante e tanti amici. Con l'arrivo del primo figlio rinsaldarono ulteriormente il loro rapporto e la successiva nascita della figlia sembrava aver coronato definitivamente i loro sogni. Tutto procedeva bene, statisticamente rientravano nella categoria delle famiglie perfette, come nelle favole. Poi un giorno, proprio come nelle fiabe, l'incantesimo si ruppe. Quella sera, circa un anno prima, lei stava uscendo con i colleghi del lavoro per una pizzata aziendale, avrebbe pensato lui ai figli e lei lo baciò teneramente sulla guancia, come sempre. Ma quando rientrò era completamente fusa, fatta di droga e alcol. Preso dal panico lui chiamò il pronto soccorso che, una volta accertato l'accaduto, la fece ricoverare per precauzione. Il giorno dopo fu dimessa e tornò a casa e da quel momento non fu più la stessa donna.
    "Penso io ai bambini, tu vai a riposare"
    "Non sei tu che devi dirmi cosa devo fare" era arrabbiata.
    La notte trascorse tranquilla, ultimamente si era abituato a dormire in cameretta con i bambini, il divano era troppo scomodo.
    Alla mattina pensava lui a preparare la colazione e a portare i figli all'asilo, a volte lei mangiava con loro, come in quell'occasione.
    "Ma che vestiti hai messo ai bimbi?" non vedi che sono ridicoli? Sei proprio un cretino, non capisci un cazzo"
    "Cara modera i termini, ci sono i bambini" lui non si scomponeva mai
    "E allora? E' giusto che sappiano come gira il mondo, se loro padre è un fallito, devono saperlo e non chiamarmi cara, lo sai che mi da fastidio"
    "Va bene, ma adesso il fallito deve andare o i bimbi faranno tardi a scuola"
    "Si, vai pure. E se qualcuno ride per il loro abbigliamento confessa i tuoi errori e non addossare le colpe a me"
    Tutte le mattine la stessa storia, ormai non ci faceva più caso.
    "Papone, ma perchè la mamma è sempre arrabbiata?" Il maschietto cominciava a fare domande, i bambini hanno dei recettori a cui non sfugge nulla.
    "La mamma lavora tanto ed è stanca. Voi dovete fare i bravi e coccolarla tanto tanto"
    "Ma lei non vuole le coccole" il bambino era sveglio.
    "Ma si, vedrai che stasera ve ne farà un mucchio di coccole. Siamo arrivati, su; scendete che vi porto dentro"
    Salutò i figli con amore e li lasciò in custodia alla maestra.
    "Buona giornata e buon lavoro maestra"
    "Buona giornata e buon lavoro anche a lei"
    In realtà si era preso un giorno di permesso e salito in macchina prese la direzione verso il centro commerciale alle porte del paese. Aveva pensato a quel momento tante volte e non credeva di riuscire a restarsene calmo. Fermo nel parcheggio del grande centro, aspettò il suo contatto e dopo circa venti minuti una macchina chiara parcheggiò a pochi metri dalla sua. Scese dall'auto un uomo corpulento che portava con se una valigetta e rapidamente salì in macchina con lui. "Hai i soldi?" Chiese l'omone "Si, nelle borsa. Hai la merce?" Chiese a sua volta "Si, partiamo e andiamo a farci un giro" Dopo quindici minuti tornarono al parcheggio e prima che l'altro fosse sceso lui ringraziò "Non mi ringraziare" rispose l'uomo "hai pagato" e aggiunse con tono velatamente minaccioso "io e te non ci siamo mai conosciuti, devi dimenticarmi, ok?" "Ok, non ci siamo mai visti" confermò lui sicuro. Era andata bene, liscio come gli avevano garantito, un affare pulito e veloce.
    "E adesso andiamo dalla mamma" disse parlando a se stesso.
    "Ciao, cosa ci fai qui? Cioè, sono contentissima di vederti ma non sei al lavoro?"
    "No mamma. Oggi ho alcune faccende da sbrigare e ho preso un giorno di permesso"
    "Oh, hai fatto bene, lavori sempre; in banca, a casa, come un mulo"
    "Si mamma, me lo dici sempre. Papà?"
    "Tuo padre è in giro. Da quando si è messo con quelli della protezione civile ha sempre qualcosa da fare, vai a capire gli uomini. Non vedono l'ora di andare in pensione e poi quando ci arrivano si stufano e devono trovare qualcosa da fare, bha. Vuoi qualcosa da bere?"
    "Un caffè mamma, vado di fretta"
    "Ma se hai la giornata libera. Siediti un pò e raccontami, come vanno le cose a casa? Come va con tua moglie?" Sua mamma aveva sempre tenuto una linea neutrale, per lei la guerra si faceva in due e probabilmente aveva ragione.
    "Va e non va, ultimamente sta peggiorando"
    "Beve ancora tanto?"
    "No mamma, penso frequenti un altro uomo"
    "O santo cielo. E tu cosa fai? Non devi permetterle di..."
    "Mamma, sta salendo il caffè"
    "Spengo al volo. Ci vuoi la grappa?"
    "No è meglio di no, se mi fermano mi ritirano la patente"
    "Per un grappino?"
    "Mamma dai, smettila. Sono venuto a dirti che forse mi trasferiscono lontano"
    "E i bambini? E tua moglie?"
    "Appunto. Mia moglie non penso vorrà o potrà prendersi cura dei bambini, quindi vorrei avere la certezza di poter contare su di voi"
    "Ma certo tesoro, come no. Lo sai che io e tuo padre stravediamo per i nostri nipotini. Se la mamma è d'accordo potrebbero venir qua da noi e..."
    "Mamma ti prego. Vediamo come vanno le cose, ti ho detto forse, non di sicuro; e poi per correttezza ne devo parlare anche con i miei suoceri"
    "Certo, hai ragione, scusami. Ma sappi che io e tuo padre saremo sempre qui ad aspettarti se ne avrai bisogno"
    "Lo so mamma, è per questo che sono qui. Adesso però devo proprio andare, salutami tanto papà"
    Abbracciò la madre con foga e la donna si accorse che qualcosa non quadrava. Lo lasciò andare a malincuore.
    Adesso toccava ai suoceri. Trovò lei indaffarata nelle faccende di casa, il marito era al lavoro. Anticipò la domanda di rito per accorciare i tempi della visita.
    "Buongiorno signora. Ho preso un giorno di permesso per sbrigare alcune faccende e tra le altre cose era prevista anche una visita a lei" La suocera non la bevve e toltasi i guanti di lattice si mise a sedere sul divano della sala.
    "Le cose tra te e mia figlia stanno peggiorando, siediti e racconta" Al contrario di tante suocere per lui lei era come una seconda madre, o forse come una sorella. Fin dalle prime volte che si erano incontrati era nato tra loro quel feeling che solitamente non c'è tra suocera e genero. Spiegò più o meno le stesse cose che aveva riferito alla madre, omettendo alcuni particolari scabrosi. Quello che stava per fare avrebbe cambiato la vita di tutti loro.
    "Quindi stai per andartene lontano e vieni qui a dirmi che mia figlia potrebbe non essere in grado di badare ai propri figli. Bel coraggio!"
    "Si, in effetti non dovrei metterla in questi termini, ma le assicuro che la cosa è grave"
    "Certo ragazzo e io ammiro il tuo coraggio e la tua onestà. A suo tempo ti dissi che questa sarebbe diventata la tua seconda casa e cosi è. Vi daremo una mano noi e se me lo permetti vorrei fare due parole con mia figlia"
    "Certo signora, magari domani però, stasera abbiamo degli impegni" e come con sua madre si abbracciarono e la donna avvertì chiaramente che qualcosa non andava.
    Aveva dubitato delle sue capacità, invece era riuscito a superare l'esame con le due donne. Si fermò in una pizzeria per consumare il pranzo, in realtà sua moglie era a casa a quell'ora, ma lui non voleva scombinare i suoi ritmi, anche perchè non le aveva detto di non essersi recato al lavoro. Dopo aver mangiato fece una passeggiata per il centro del paese e ad un'ora prefissata si incamminò verso una chiesetta di periferia. Lì facevano messa anche al pomeriggio e dopo essersi confessato si accomodò in uno dei tanti banchi liberi. Partecipò alla funzione attivamente e fece la comunione. Alla fine uscì inginocchiandosi davanti all'altare facendo tre volte il segno della croce. Poi andò a recuperare la macchina e lentamente si diresse verso casa.
    Sua moglie era già rincasata e stava mangiando con i bambini.
    "Cosa mi guardi così? Avevano fame e gli ho dato da mangiare" Sapeva che lui odiava mangiare da solo.
    "Avete fatto bene. Tra l'altro io non ho molta fame" salutò affettuosamente i figli accarezzando loro le teste. "Come stanno i miei guerrieri, passato una buona giornata?" Il maschietto rispose con voce stridula
    "La mamma non ci fa le coccole, tu avevi detto che ci vuole bene" la donna guardò il marito in cagnesco
    "Che storia è questa? Quali coccole, cosa hai detto ai bambini?" Si stava già alterando
    "Nulla di grave. Mi sono solo permesso di dire ai nostri figli che ultimamente sei stanca e non hai tempo di far loro le coccole ma che comunque gli vuoi bene, tutto qui" Lei non ci credeva
    "E' vero? Sta dicendo la verità vostro padre? Parlate, svelti!"
    "Si mamma si. Il papà ci vuole bene sei tu che non ci vuoi più bene, perchè?" Il bimbo aveva sgranato gli occhi lucidi verso la mamma e la sorellina si era stretta vicino a lui. La donna ebbe un fremito, non sapeva cosa rispondere a quella creature e scatenò la sua ira verso il marito.
    "Ecco. Una si fa un culo quadrato e il marito cosa fa? Aizza i figli contro di lei, bello stronzo che mi ritrovo in casa. Se non fosse perchè.."
    "Adesso piantala!" Tuonò lui come mai aveva fatto prima. Nella cucina calò un silenzio spettrale. Si rese conto di aver esagerato il che lo rendeva euforico, ma i bambini andavano protetti e non spaventati.
    "Smettila" proseguì con più calma "pensala come vuoi, io ti amo e i bambini ti vogliono bene, sei tu che ci hai abbandonato" e senza lasciarle il tempo di replicare si chiuse in bagno a far la doccia. Il vaso era colmo e adesso era sicuro di aver fatto la scelta giusta, quella sera avrebbe risolto i suoi problemi. Restò chiuso in bagno per parecchio e dopo essersi messo in pigiama uscì e si diresse in sala per recuperare i bambini e portarli a dormire, trovandosi però una scena insolita negli ultimi tempi. Lei stava accarezzando le testoline dei propri figli che si erano addormentati sulle sue gambe mentre guardavano dei cartoni animati sdraiati sul divano. Alzò lo sguardo verso di lui e parlò a bassa voce "Questa notte i bambini dormono con me, vai in camera loro a riposare" Lui fu completamente spiazzato da quell'atteggiamento e senza mangiar niente si corico nel letto del bambino immerso in un vortice di pensieri. E adesso? Aveva programmato tutto, per filo e per segno ma mai avrebbe pensato a questo genere di imprevisto. Doveva trovare una soluzuione, immediatamente. Si alzò e andò in camera a recuperare la sua borsa. Senza mai averne parlato, lei non lo voleva più nel letto insieme ma gli permetteva di usare la camera matrimoniale come aveva sempre fatto.
    I bambini erano già nel lettone mentre lei era sul divano a guardare un programma televisivo, di quelli che lui reputava una scemenza. Adesso o mai più, fu il suo pensiero. Tornò in cameretta e aprì la borsa contenente la merce ritirata alla mattina: una pistola dotata di silenziatore e già carica. Pochi attimi e avrebbe risolto la faccenda. Si diresse verso la sala cercando di non fare il minimo rumore, ma l'orecchio fino di sua moglie lo sentì. Nella penombra della sala, creata dalla luce della televisione, lei scorse il marito che si avvicinava furtivamente senza veder bene cosa tenesse in mano.
    "Non ci pensare nemmeno. Il fatto che abbia preso con me i bambini non ti deve creare false aspettative, anzi, mettiamo subito in chiaro le cose. Io ti ho tradito e non me ne vergogno" Lui stava per premere il grilletto, il cuore pompava a mille. "Tuttavia" continuuò lei "so che sei un buon padre e i nostri figli hanno bisogno di te, di noi, anche se le cose non saranno più come prima" nel frattempo lui nascose la pistola dietro la schiena e cominciò ad indietreggiare lentamente "Quindi cosa vuoi da me adesso?" chiese la donna
    "Niente, mi ero illuso, lo sai come sono fatto. Adesso che ci penso ho dimenticato un importante documento in ufficio che domani mattina presto devo portare assolutamente in un'altra filiale. Mi cambio e faccio una corsa subito, non ti preoccupare, torno in un baleno" Lei non si scompose anche se le sembrava strano quel comportamento. Lo definiva un fallito ma sapeva che nel suo lavoro era preciso e metodico. Sarà questa situazione di merda, pensò lei senza convinzione.
    "Vado e torno subito, non mi aspettare in piedi"
    "Non ci penso nemmeno" sentenziò lei senza giri di parole.
    In macchina fu assalito da un sacco di dubbi, stava facendo la cosa giusta? Si, si disse. Amo troppo mia moglie e i miei figli e in questo momento sarei un pericolo.
    Suonò al videocitofono, una voce giovanile e assonnata rispose "Mi dica, posso esserle utile?"
    "Sono qui per denunciare un tentato omicidio, mi faccia entrare, grazie"
    Il giovane carabiniere lo accolse gentilmente facendo segno di accomodarsi su una poltroncina.
    "Vado a chiamare il mio superiore, sarò da lei tra un attimo" dopo qualche minuto il ragazzo fu di ritorno con un uomo di qualche anno più anziano che si presentò e poi disse
    "Lei è qui per denunciare un tentato omicidio. Mi segua nel mio ufficio che chiariamo la faccenda"
    "Non c'è niente da chiarire. Fuori, sulla mia macchina, c'è una borsa con al suo interno una pistola carica e dotata di silenziatore. L'ho acquistata al mercato nero per uccidere mia moglie. Ma stasera mi sono accorto di quanto la amo e sono qui per autodenunciarmi, altrimenti faccio una pazzia. Arrestatemi!"
    Nonostante la paura di vendette, aiutò le forze dell'ordine ad individuare il gruppo di venditori d'armi. Fu processato per acquisto e detenzione di arma da fuoco illegale e il suo avvocato difensore riuscì a far passare in secondo piano il motivo dell'acquisto e viste tutte le attenuanti, la piena confessione e collaborazione dell'imputato, la pena fu abbastanza mite. Dopo un breve periodo di detenzione in carcere, fu affidato ad un centro di reinserimento.
    La moglie accettò di collaborare con gli operatori per riallacciare i rapporti con il marito e alla fine del programma la coppia poteva ritenersi soddisfatta. Lui sarebbe rientrato a casa da sua moglie e i suoi figli, con l'intento di ricreare una famiglia unita e felice.
    Quel pomeriggio una delle addette del centro, che si era messa d'accordo con la moglie, lo stava riaccompagnando a casa; era libero, aveva scontato la sua pena. Arrivati davanti casa lui scese titubante.
    "Hai paura?" Chiese la ragazza
    "L'ultima volta che sono uscito di qui, stavo scappando per non ammazzare mia moglie. E'  passato del tempo e adesso ho paura di come troverò la casa, i bambini, mia moglie"
    "Dai! Dai! Sali che ti aspettano, buona fortuna"
    "Grazie" in realtà aveva un brutto presentimento. Non credeva a quelle cose ma aveva un nodo alla gola e faticava a salire in casa, forse era l'emozione. "Speriamo" si disse.
    Trovò la porta d'entrata socchiusa, in un certo senso se lo aspettava, era il segno di benvenuto. Entrò con fare circospetto, si sentiva un intruso, ma nessuno gli venne incontro. "Vuoi vedere che si sono nascosti?" Dopo aver guardato in cucina si diresse verso la camera matrimoniale, la porta era chiusa. Gli batteva forte il cuore, aprì e... Una scena orribile si presentò ai suoi occhi "Nooo..." Gridò disperatamente. Dietro i corpi senza vita della sua famiglia un grosso cartello appeso alla parete recitava: NON HAI DIMENTICATO!

  • 17 aprile 2013 alle ore 11:20
    BIOGRAFIA di Gino Ragusa Di Romano

    Come comincia: Nacqui il 26 giugno 1943 a Pietraperzia, dove vivo. La mia famiglia m’impartì un’educazione spartana ed io ne condivisi gli insegnamenti, facendo degli stessi la mia norma di vita. Padre di quattro figli, col valido e costante aiuto della mia consorte, signora Maristella Calabrese, insegnante nelle scuole elementari, essendo lei la lanterna del mio sentiero, ho potuto guidare con amore la mia famiglia. Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell’Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l’Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all’Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento. Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca. Ho servito la gente, disprezzando l’iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall’altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore. Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo. Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti. Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l’esempio e con le opere. Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, “non possedendo altre armi, se non le lettere dell’alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie”. Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l’idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l’uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l’amore verso Dio. L’amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all’uomo di superare ogni difficoltà. L’amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L’amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale. Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali. Così operando, in ogni uomo c’è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all’orizzonte del bene. I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.

    I miei versi esprimono qualche triste nota,
    ma se la stessa intona un altro dolce suono,
    ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
    Più felice è l’uomo dopo il lampo e il tuono.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da “Accenti d’amore e di sdegno” Pellegrini Editore – Cosenza 2004

    Siti: ginoragusadiromano.wordpress.com
    xoomer.virgilio.it/ginoragusadiromano

  • 15 aprile 2013 alle ore 15:26
    Il mondo tra le mani

    Come comincia: Ho imparato a toccare le cose da quando non vedo più.
    Solo da allora ho toccato le cose, prima no, prima le prendevo, le riconoscevo quasi tutte, le usavo e ciò mi bastava.
    Da quando non vedo, devo prima toccare ogni cosa per riconoscerla, per prenderla, impugnarla, usarla, riporla nel modo giusto.
    Per me impugnare un coltello, significa innanzitutto individuare il manico, perché stringerlo dalla parte della lama non è conveniente, devo poggiarci  la mano leggera, senza pressione, come quando camminando sugli scogli, devi farti leggero e non far pesare il tuo corpo per attutire il dolore che le sporgenze puntute possono provocare ai piedi.
    Se prendo un bicchiere, devo prima verificare se è vuoto, se prendo una sedia devo toccarla tutta, carezzare la sua seduta, individuare se vi sono poggiate altre cose, capire che cosa sono, poi rimuoverle e infine, sempre toccandola, mi ci posso sedere.
    Se devo infilare un pullover, devo palparlo, per capire se è messo nel verso giusto, se non è alla rovescia, toccando le  cuciture posso capire se sono all'interno o all'esterno, devo seguire il perimetro del giro collo, capire dove l' ovale è più ampio, quel lato lì va davanti, solo più tardi ho pensato che bastava cercare l'etichetta: quello è il lato posteriore.
    Per arrivare a un interruttore devo carezzare il muro finché  il leggero rilievo più freddo e liscio mi dice che sono arrivato alla placca e che quindi un po' più in là c'è il pulsante, ma è un'operazione che faccio di rado, solo quando ho qualche ospite.
    Per mangiare un frutto, una mela per esempio, devo carezzarla a lungo per scovare la parte bacata, e se c'è, occorre poi mantenerci vicino un dito,con l'altra mano cercare il coltello, carezzarlo per impugnarlo, portarlo in prossimità della parte marcia e sperare di tagliarla tutta e bene.
    Alcune volte mi basta annusarla per scoprire se è integra, questo mi capita da un po', da quando il mio olfatto distingue sfumature che prima nemmeno immaginavo.
    Con il naso sento moltissime cose nuove, ad esempio capisco se la pasta è cotta, se è salata il giusto, se il vino è di 12 o 15 gradi, e tutto questo senza assaggiare.
    Anche l'udito mi aiuta, quando friggo, per esempio, il friccichio  nella padella, il livello di rumore che ne viene, mi dice se sto rischiando di bruciare e buttare tutto.
    Ma sono le mani che mi aiutano tanto a vivere, carezzare le forme dei molteplici oggetti che riempiono la mia vita mi arricchisce.
    Le forme tonde, motore invariato di sensazioni erotiche, gli spigoli acuti, puntuali nell'asprezza del contatto, il calore diverso che viene da ogni materiale, il livello di morbidezza o di durezza di ogni cosa.
    Tutto, passando sotto le mie mani, nasce continuamente e continuamente muore.
    Certo sono limitato ma sono soddisfatto.
    Toccare per me è  prima di tutto riconoscere, le mie percezioni sono innanzitutto tecniche e questo forse mi porta a non soffermarmi sulle altre percezioni, limitando la mia immaginazione.
    Ma vivere a occhi chiusi mi fa immaginare tutto, senza bisogno di scomodare i moti dell'animo.
    Eppure mi sento limitato.
    Spesso penso a cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi mai visto, a quali enormi orizzonti avrei avuto sotto le mie mani. Avrei avuto a disposizione solo un nome, una descrizione, inculcatemi da qualcuno, ma la mela sarebbe stata solo mia, un frutto di forma e colore esclusivamente pensato da me e così tutto il mondo.
    Se io non avessi mai visto, avrei un mondo tutto mio, inedito che potrei raccontare agli altri, ignari.

  • 14 aprile 2013 alle ore 12:28
    Grand Supreme

    Come comincia: Posso capire molti dei dibattiti in tv.
    Quando ci sono documentari su medicina o geologia, fantastico su quanto possa essere divertente l'icnologia e so che l'epindimite non è una bella cosa.
    Non che possa scriverne tesi su questi argomenti, le parole lunghe non mi riesce ancora bene scriverle. La penna scivola tutta da un lato, scappa dalla manina e d'un colpo il foglio si ritrova attraversato da una linea non prevista.
    E sconfitta finisco a far diventare il mio saggio un albero, una casa, una bambolina, un pettine, delle scarpe con il tacco.
    Insomma quello che ho davanti tutti i santi giorni.
    Da grande voglio fare la radiologa, per vedere quello che c'è dentro alle persone e per, a fine turno, infilarmi dietro la macchina e vedere quello che ho dentro io.
    Quando le amiche di mia mamma vengono a trovarmi, a dire Oh quanto sei carina, a volte lo dico. Mentre hanno un calice di rosso in mano e sono in piedi vicino a me. Piega perfetta e vestiti che gareggiano a chi è il più fiorito, dico che secondo me lo scheletro non è così scontato.
    Io nel vestito ho un fiore solo, appuntato al vestito. una margherita di stoffa, e alla base ha un nastrino nero lucido.
    Ma nonostante la dura competizione tra stampe floreali che si sta svolgendo davanti a me, nonostante questa fretta implicita nel muovere l'anca nel momento opportuno per beccare la luce migliore a far risaltare la qualità degli abbinamenti tra calendule e gigli finti, a me partecipare non interessa. Io e la mia margheritina ce ne stiamo al bordo del ring.
    Mi hanno detto che quando sto alzata devo unire i piedi. Quando mi siedo devo accavallare le gambe e tirare un po' giù la gonna. Sorridere sempre. Sbattere le ciglia. Percorrere la passerella ancheggiando come Marilyn.
    Però quando dico le mie opinioni a questo prato umano, quando vorrei che i loro nuovi rossetti si chiudessero un attimo per serrare l'attenzione intorno a quello che ho sempre sognato, mia mamma si inginocchia per guardarmi dritta negli occhi. Tira fuori dalla pochette la sua scatoletta di cipria, e me la passa sul viso con un piumino rosa. Con l'altra mano mi sistema la manica a sbuffo. Sa fare un sacco di cose contemporaneamente.  Dice “Tesoro, sei ancora una bambina”. E le sue amiche dietro sorridono. E sembra che tutti i loro fiori sorridano.
    Meglio della mia margheritina. Che a guardarla, ora, sembra proprio un fiore infantile. Semplice. Petali e polline. Il modello base della flora. L'esempio del poco impegno.
    Ed è questo, detto in parole vegetali, che non capisco.
    Ho 6 anni, ma ne avevo molti meno quando mi hanno fatto sfilare per la prima volta. Nemmeno camminavo benissimo. Una modella con delle gambe chilometriche fasciate in jeans striminziti rinunciava al suo metro e ottanta per piegare le ginocchia e prendermi la mano.
    Avevamo i riflettori puntati contro, io e lei. Solo che lei sapeva benissimo come farsi strada in quel fascio di luce con passo sicuro, tacco-punta. Io no. Io ero in confusione totale.
    L'unica cosa che potevo vedere la guardavo, con tutti gli sguardi possibili, con tutte le grandezze della mia pupilla. Lei. Il percorso iniziava dalla mia mano aggrappata alla sua. Dalle sue unghie smaltate di rosso scuro. E più percorrevo il braccio con gli occhi, più la sua pelle era come un sole che tramontava in una notte di neon. Sfumava sempre di più in mezzo al bianco, e l'ultimo barlume di essere umano che riuscivo a distinguere credo potesse essere la spalla, e le punte di alcuni capelli biondi.
    Il viso l'ho visto soltanto alla fine della passerella, quando lei si è fermata per fare l'inchino. Come un mare all'incontrario. Da quella nebbia di luci che avevo sopra la testa spuntò un collo, tutti i cuoi muscoli delineati, la mandibola, i chiaroscuri delle guance, il promontorio rosa delle labbra e lunghe lunghe ciglia nere.
    Quella delicatezza. Quella raffigurazione di come sarebbe stato diventare grandi.
    Mi strinse di più la mano e me la mosse per fare Ciao a qualche sconosciuto che non vedevo. I flash dei fotografi mi abbagliarono, come a dirmi che ai riflettori mi stavo abituando, che adesso non era più abbastanza.
    Tornammo indietro a passi da gigante, io quasi cadevo. Camminavo e strizzavo gli occhi. Certe cose a quell'età non si possono fare insieme.
    Dietro le quinte mi veniva da piangere, non ci vedevo più, ma sentii due labbra umide appoggiarsi sulla mia guancia sinistra e lasciarci uno strato di gloss, sopra uno strato di rossetto, sopra uno strato di matita, sopra uno strato di primer. Un monumento.
    Sapevo che era la mia modella, ma fu tutto così veloce, non feci in tempo a sorriderle aprendo gli occhi che già se n'era andata. Il suo rumore di tacchi confuso tra altri rumori di tacchi.
    Sono rimasta sola per un po', poi è arrivata mia mamma a stringermi forte. Pulendomi la guancia con un fazzoletto leccato, dicendomi Sei stata bravissima! Dovremmo rifarlo!, portandomi fuori e caricandomi in macchina.
    Il tutto in un tempo velocissimo. Dico, probabilmente in quel genere di mondo, i tempi così sono la normalità. Ma non per una bambina. Una bambina è abituata ai tempi dei cartoni. Con le risate e gli abbracci che durano mezza puntata.
    Il ritorno lo feci pensando a lei. Che ero felice di avere una nuova amica.
    Non avevo ancora imparato il concetto di Gente che può anche sparire nel nulla.
    La vita di una modella bambina inizia da vestiti dal tessuto memorabile e da abbandoni di questo tipo.
    I giorni dopo, tutto quello che ho fatto è stato correre alla porta ogni volta che suonavano.
    Ero cresciuta, a quest'età si cresce in fretta. Ma quando il campanello trillava, mi si piegavano le ginocchia, finivo a gattoni, a guardare in basso. Volevo rivivere l'incontro partendo da dove l'avevo lasciato, dalle cose rimaste a fuoco per tutto il tempo della sfilata.
    Quando quelle che entravano non erano lucide scarpe da donna, quando non era un passo aggraziato a spostare l'aria, neanche mi prendevo il disturbo di alzare lo sguardo per completare la mia analisi.

    Conoscere le cose ti può far diventare qualunque cosa tu scelga di diventare.
    Conoscere le infinite possibilità in cui puoi reagire, ti rende un camaleonte.

    Una sera, sarà stato la trentesima che lei non si faceva viva, appoggiai le spalle alla porta indifferente e chiusa e mi misi a piangere. Di quei pianti isterici da bambini, pianti da catastrofe.
    Mia mamma arrivò, preoccupata che mi fossi fatta male. Senza chiedermi nulla mi rivoltò in tutte le posizioni per cercare la bua. Non trovando nulla mi chiese
    -Si può sapere cos'hai?
    Io tirai su con il naso, con la visione appannata dai lacrimoni, chiesi se la modella non mi volesse più bene. Perchè io gliene volevo ancora molto.
    Attraverso il vetro opaco che mi stava dentro gli occhi, ho visto mia madre alzarsi immediatamente. Il suo grembiule giallo distendersi, voltarmi le spalle e ritornare in cucina lasciandomi con con queste parole.
    -Non fare la bambina.
    E io rimango lì, infestata dal sole. con i lacrimoni che non volevano più scendere. E con le due cose insieme che nemmeno mi regalavano un arcobaleno.
    Semplicemente, li deglutii, li feci tornare indietro.
    Ghiandole lacrimali in pausa.
    Il film della mia vita che si blocca. Una faccina paffutella sovraesposta, graziosi ricciolini castani, ciglia lunghe, boccuccia rosa e socchiusa. Tutte queste cose che non fanno rumore, tutte queste vite che non fanno rumore, interrotte da un sempre più forte rumore di bruciato.
    Residui minimi, ancestrali, di gloss  e rossetto che cominciano a bollire. Tutti gli strati in ordine di apparizione. Il calore aumenta, bolliscono a temperature differenti, e a me sembra di andare a fuoco. La mia radiografia definisce la diagnosi:
    La cute ha aperto le danze, si è aperta formando una specie di cuore frastagliato. Il sottocute è più scuro, ha detto ciao ciao in modo più serio. Da sotto, il muscolo buccinatore ha fatto capolino integro come un papavero dalla neve. E' attraversato dal dotto parotideo e da alcuni nervi. Tutte cose che hanno i fiori. Adoro l'anatomia umana perchè accresce il mio pollice verde.
    E' un muscolo mimico. Si tende. Apposta per farmi sorridere ai fantasmi dei fotografi.
    E' lei sottoforma di spasmo.

    Nei sogni di qualcuno, la ballerina balla balla balla, con il suo tutù viola, nelle sue calze viola. E' una serie di piroette perfette, in quella strana luce rossa soffusa. E' una riga di eye lyner lucido. Non c'è neanche un capello fuori posto, su quel palco, non c'è neanche la musica.
    Ma la ballerina continua a ballare, sente che tutto il mondo è suo anche se in quel teatro non c'è nessuno. Le braccia inseguono le posizioni.
    La tragedia è quando cade. E al rallentatore vede le pareti diventare più alte, più dominanti, spaventose. L'eco della caduta a terra si diffonde tranquillamente nella sala, senza brusio di voci a smorzarlo.
    Sono tutte piccole cose che cambiano tutto. Piccoli rumori, piccoli passi, e quella piccola sconnessione del legno che diventa espressione del teatro intero.
    Il centro del tuo sistema solare e tu sei Plutone.
    Gente che dimentica la sua intera vita per diventare un'esperienza sola.
    Io ho sempre trattato quella guancia da persona.

    Sono sempre divertenti le sfilate organizzate da stilisti giapponesi, riescono ad inventarsi cose straordinarie.
    Questa volta, gli abiti sono centocinque, le modelle solo due, io e Janine. I tempi per cambiarci saranno al limite della velocità del suono, e, per compensare, ci stiamo godendo al rallentatore queste poche ore prima dell'inizio.
    Funziona così. Tutti si affrettano ad avventarsi su di te con ciprie e pettini e poi ti lasciano sola in una stanza ad aspettare. In un vuoto che somiglia al secondo dopo la fine di una guerra.
    Io stremata, con il mio primo vestito cucito addosso, seduta in una poltrona di pelle, mi godo la scompostezza delle gambe lasciandole piegate a caso.
    Ho le ciglia talmente lunghe da oscurarmi la visuale ai lati, creando una specie di tunnel. E' come se stessi spiando tutto dal buco della serratura.
    A Janine hanno cotonato i capelli in un cespuglio di riccioli. Indossa un tutù color crema che sembra dell'esatta tonalità della sua pelle, un reggiseno bianco sporco e quelle scarpe con il tacco stranissimo che costringono il piede a stare completamente in verticale.
    La guardo, e penso ancora alla guerra.
    Volano ancora le polveri dei trucchi, creando una nebbia cosmetica che somiglia all'offuscamento creato dalle macerie dei palazzi caduti. Probabilmente entrambe rendono belli, solo in modo diverso.
    Lei è in piedi davanti a me e fa piccoli passi, cercando il modo migliore per non cadere. Le lucine degli specchi la fanno apparire una star più di quanto riuscirebbe a fare il sole. Allarga le braccia e guarda il basso. Sembra un inchino ai ritagli di stoffa multicolore che le stanno ai piedi, e lei un angelo che cerca pezzi di ali ancora utilizzabili dagli altri angeli martiri per il mondo Beautiful.
    Sul soffitto di legno, la mia mente scrive con lo spray nero “Paradisi a prezzo ridotto”.
    Prima di sedersi sulla poltrona vicino a me, prende la sua borsetta. Si toglie le scarpe e le scaglia contro un angolo.
    -Fanculo!
    Di profilo, con la figura tagliata ad altezza torace dai grossi braccioli, sembra composta dagli stessi zigomi definiti del mezzo busto di un grande eroe.
    Dopo un sospiro profondo, dopo che le sue sopracciglia aggrottate sono tornate a distendersi, indica lo specchio di fronte a noi, dove ci riflettiamo.
    -Che fantasia averci truccato esattamente allo stesso modo eh?
    Quelle che ci stanno guardando, sono due facce uguali. Con un gioco di chiaroscuri hanno riallineato i lineamenti, hanno dato la stessa forma alle sopracciglia. I nostri capelli sono cotonati allo stesso modo e si uniscono al centro, formando un'unica grande nuvola marroncina. Le ciglia non lasciano intravedere le iridi di colore diverso, chiudono gli occhi in una cella.
    Siamo gemelle.
    Janine apre la borsetta. -Conosco un buon modo per stemperare la tensione. Sai qualcosa dell'agopuntura?
    Io dico che Sì, è un metodo veramente antichissimo di medicina alternativa nato in Cina.
    E lei neanche mi guarda, tira fuori un cofanetto di velluto blu con decine di aghi dentro.
    Ne prende due, si inginocchia davanti a me, mi apre la mano destra e me la volta verso l'alto.
    Sorride.
    -L'agopuntura- dice percorrendomi l'indice con il pollice -è un'invezione delle donne nomadi. Nasce una decina di anni dopo la scomparsa dei dinosauri. A quell'epoca si credeva che i demoni fossero esseri piccolissimi, grandi come batteri, e si prendessero respirando l'aria di certi postacci.-
    Alza l'ago in verticale e si morde il labbro inferiore mentre lo tiene sospeso, quasi fosse un pendolo e lei fosse un'indovina in cerca di un preciso segnale magnetico.
    -Attraverso vene e cose varie, i demoni arrivavano alle mani, alle punte delle dita. E a quel punto eri finito, ti muovevano loro, e tu eri un burattino.
    Si ferma di colpo, alza lo sguardo come se avesse fatto la scoperta dell'anno. Tornando a guardare giù trattiene il fiato, inventa l'apnea terrena, e mi infilza il polpastrello. Proprio al centro dell'impronta digitale. Il nuovo centro magnetico che tiene unita la mia intera galassia, il nuovo chakra.
    Guardo quella piccola antenna sbocciarmi dal dito, somiglia ad una bandiera piantata da Janine la sopravvissuta che dice “Stiamo ricostruendo quest'area”. Le chiedo se è normale che senta la punta dell'ago come se fosse infuocata.
    D'improvviso la porta si apre sbattendo ed entra trafelato un tizio dello staff che urla -Tra un minuto in passerella Janine! E muoviti!-.
    Per il violento movimento d'aria, le polveri dei trucchi volanti vengono sbattute al muro, come se avessero ripreso a bombardare. La luce degli specchi senza più un filtro di ciprie è quasi volgare e, appena Janine distoglie l'attenzione e volta lo sguardo, qualcosa si rompe.
    Il rituale magico si rompe. L'atmosfera intima si rompe. Il cuore della stanza si rompe.
    Fa cadere il secondo spillo per terra come se non fosse una cosa vitale e corre via, claudicante e storta sui suoi trampoli, fregandosene di evitare i pezzi di ali, come se questa non fosse una sala operatoria e i miei demoni fossero un raffreddore.
    Io e lo spillo rimaniamo a guardarci allibiti, legati da questa strano metodo di accoppiamento. Sgomenti testimoni di quello che c'era fino ad un attimo fa. Siamo souvenir. L'uno dell'altro.
    Una volta iniziata la sfilata, non ho più avuto modo di stare con Janine. Mentre lei sfilava, io mi cambiavo. E viceversa.
    L'ago è caduto dal mio dito mentre mi toglievano il primo abito in fretta e furia per mettermene uno nuovo. E' uscito un po' di sangue ed io ho pensato fosse per il principio delle magie: solo il mago può dissolverle come si deve, altrimenti qualcosa andrà male. Il centro del mio chakra andava in fiamme. E continuava ad andare in fiamme anche dopo che i coloni se n'erano andati. Rimaneva l'eco di quella terribile disfatta, se ne parlava ancora. Tra un abito e l'altro.

    La ballerina si era slogata la caviglia. E si rese conto che la parte più importante di un corpo è la caviglia.
    Riflettè sul fatto che tutto il corpo si divide in parti più importanti, in primedonne.
    Da allora ricominciò a ballare come se non volesse fare un torto a nessuna di loro.

    Sono seduta tra i banchi dell'università di medicina, il giorno della discussione delle tesi.
    Katye ed Herin tamburellano le unghie laccate di viola sul legno scuro, dando il perfetto ritmo al mio ripassare ogni frase.
    Il respiro affannoso tampona le altre voci, nella mia mente c'ero solo io.
    Flora ha i capelli appiccicati alle guance da goccioloni di sudore che nascono e crescono ad una velocità impensabile per qualsiasi ciclo vitale. Nascono e muoiono tutti per me.
    Quando il ragazzo prima di me stava per terminare, Clohe viene a ripassarmi il rossetto. Diane accavalla le gambe. Il mio intero entourage è ad assistermi.
    Il mio turno inizia con una camminata da star giù per le scale. Sorrido e saluto le persone ancora sedute che man mano mi scorrono a fianco. Mi guardano e si voltano a borbottare qualcosa al compagno.
    Lo strascico del mio vestito blu mi finisce in mezzo ai piedi, ma Barbara mi ha insegnato come fare piccolissimi passi per evitare cadute rovinose. Non me le posso permettere, non adesso che sto per cambiare il mondo della ricerca. D'altronde anche l'uomo sulla luna camminava piano, lo si fa perchè il momento speciale duri di più.
    I miei giudici questa volta sono vecchissimi, mi guardano dubbiosi. Rose dice sempre che l'importante è concentrarsi su uno solo, riassumere la folla in una persona sola, sceglierla prima che siano loro a scegliere te. Così il comizio si trasforma in una chiaccherata intima.
    Il prescelto è il signore al centro, con la pancia stretta in una camicia, le sopracciglia nere e i capelli grigi a contornare la luce artificiale che si riflette sulla sua pelata. Quello che mi colpisce è la sua pelle liscia e paonazza.
    Sfoggio il mio sorriso migliore e, fissandolo, mi siedo. Dopo che io ho scelto lui, lui sceglie me.
    -Mi scusi, lei come si chiama?
    E io prima gli dico che spero che abbia con sé un set da cucito, perchè prima o poi qualche bottone schizzerà via dritto in faccia a qualche candidato.
    -Prego?
    Divento seria seria. Deglutisco. E quando ripete di dirmi come mi chiamo deglutisco ancora. Viola trema sempre di più.
    E allora abbasso lo sguardo, poi lo rialzo, rispondo Scelga dal mazzo.
    Lui si zittisce. Tutta l'aula è piena di gente che non conosco, sono tutti nei suoi occhi, tutti riassunti nelle sue pupille concentrate.
    -Lei non è nell'elenco, non l'ho mai vista..
    rido un sacco, dico. Ecco quello che sto per dire. Il principio per cui non si dice prima Non l'ho mai vista e dopo Lei non è nell'elenco. Il principio per il quale gli aspetti tecnici vengono sempre prima dei sensi.
    Posso sentire fin da qui il cuoricino sgangherato di Marie che batte con lo stesso ritmo sgangherato di un temporale.
    Vede tutte queste persone? Anche loro non hanno mai visto lei, ma se ne fregano
    -Sono tutti studenti del mio corso.
    Dico che Continua a fingere di non capire. Il mio bell'ometto prescelto, gli dico, non capisce nulla di noi.
    Tiro fuori dalla tasca un fogliettino ripiegato, e mentre lo distendo dico -Ha presente il feticismo?- e passandoglielo lentamente dico -Lei sta dicendo a tutte queste persone che in realtà non esistono.-
    Il fogliettino, aprendosi, perde i glitter rosa che Stephany ci aveva creato sopra, creando la stessa scia luminosa che crea la fascia di miss america quando si muove.
    In cima, il titolo glitterato che ha perso pezzi, e ora è una bellezza maculata.

    MISS FETICISMO ANATOMICO
    Questa è la mia tesi.
    Intendo, tutta quanta la mia tesi.

    Eccomi. Tutto quello che avevo sempre desiderato. Un concorso di bellezza basato sulla medicina, su esperimenti e cavie. Non la prendo come una discussione di laurea, la prendo come un'esibizione.
    Non me lo chiedono direttamente, ma io so che lo stanno pensando.
    Sono la miss che si è slogata la caviglia ballando, che sta per ballare passi complicatissimi. Addosso a me, le aspettative smarrite delle persone che mi stanno guardando
    Cara giuria, caro pubblico.
    Quello di cui vi sto per parlare, è il più grande spettacolo mai visto in una stanza, ed ha una storia antichissima. Alla coreografia originale ha lavorato anche Freud, pensate.
    Ci sono persone che nascono e imparano a conoscere la gente in sezioni. Una persona non è mai un pezzo intero. Ci sono le braccia, le gambe, il collo. E ci si affeziona come fossero parenti.

    Questo equivale a un Assemblé.

    Il soggetto, in età matura, si porterà dietro questa divisione. E quando vi conosce potrete pure stargli enormemente antipatici, ma magari i vostri gomiti sono la migliore persona del mondo.
    Ecco come nascono i maniaci dei piedi. Ecco perchè uno ha come ambizione diventare un talent-scout di manisti.
    Però tutto ha un contrario, tutto non si diverte ad essere unico. Tutto vuole avere almeno un passo in cui mostra la schiena al pubblico.
    E io ci ho inventato la mia vita.

    L'argomento del giorno in questa stanza, è il casino che ho creato nell'elenco dei laureandi. Ma io sto mettendo un Encontraire davanti a tutti i passi di danza e, quello che sto spiegando, è che non devi essere un ballerino professionista per guardarmi.
    Basta guardare la piramide di keope che creiamo in perfetto equilibrio su una sedia sola, saremo in cento.

    Ci sono persone che nascono, e imparano a riconoscere le sezioni nella gente che le ha toccate.
    Un album dei ricordi, le incisioni sugli alberi, alcune delle mie articolazioni sono addirittura in bianco e nero.
    Molte persone sono state così importanti nella mia vita da non incidere minimamente sulla mia vita, senza sapere che è stato proprio facendo così che sono diventate parti del mio regno incantato. Sono un insieme di buoni esempi e di luci giuste.
    Sono una stanza piena di persone che discutono su come gestirmi.
    Se siete romantici sono un robot.
    Sono composta dalla mia evoluzione.

    La coreografia ora prevede che la ballerina solitaria, che cadeva nei sogni di tutti quanti, ora si moltiplichi in tanti altri ballerini che sono episodi della sua vita, e che il pubblico li veda nelle loro bellissima livrea. E' il momento migliore dello spettacolo, quello che rimarrà impresso nella vostra memoria. La coreografia prevede che sarà un momento così importante da creare un nuovo tipo di feticismo.
    Magari tutti questi ballerini si concentreranno in un solo vostro arto.
    Magari voi sarete la mia evoluzione, a me non è rimasto spazio.
    Studiare medicina mi è servito per accumulare persone.
    Sono qui per un pacchetto di pagine nuove per la continuazione della storia, per non considerarmi già un libro finito. Voglio farvi vedere quello che ho in modo che lo prendiate voi, in modo da archiviarlo, ed iniziare di nuovo da persona intera.
    La coreografia prevede che applaudiate. Che vi sembri una cosa meravigliosa.

    E anche se questo equivale ad una serie infinita di Sissonne, non è esattamente quello che succede.

    Il mio giudice supremo si è alzato, ed io non l'ho nemmeno visto.
    E' venuto da me e ha chiesto a Janet, Barbara, Giulia, Arianette, Margaret, Lou e tutte le altre di allontanarsi.
    Le ha spinte via appoggiando troppo le mani su Clarence.
    Per non far finire in pappa lo spettacolo, le altre hanno fatto finta che fosse una cosa preparata ed hanno seguito i passi fino a finire fuori, nel giardino, con il fogliettino senza più glitter che galleggia sui fili d'erba, sballottato dal leggerissimo vento come la sicurezza di chi decide di essere un'unica entità.

    Nonostante questo, c'è un bel sole.
    Il genere di sole, il genere di verde saturato, che ti da l'energia necessaria per prendere decisioni importanti.
    Lo spettacolo è stato un flop, la compagnia discute su cosa fare e fa un gran casino. Provare a concentrarsi su qualcos'altro che non sia questo gran vociare, provare a non sentire nulla, è praticamente impossibile. Ed io sono una disputa in corso.

    Succede che tutte quante sono rimaste deluse dal rendimento, da come sono state gestite.
    Succede che cercano quelle scuse orribili per andarsene. Posso comprenderle, posso comprenderle. La delusione è stata grande per tutti.
    E tutte vogliono andarsene. E tutte se ne vanno.

    Non è il cuoricino sgangherato che era Marie, a spezzarsi. Sono arterie, ventricoli, che si spezzano. E' quello che abbiamo tutti, quello a cui non sono abituata.
    So gestire Julie, Verlaine, Clohe, le conosco alla perfezione. Ma non so muovere un muscolo.

    La sensazione è quella di pesare 3000 kg in meno.
    Di aver perso la memoria.
    Di essere rinate già grandi.
    Di essere immobili stese sul prato a pregare che qualcuno dei medici appena laureati prenda me come primo cliente, e mi prescriva una medicina che mi causi un qualche tipo di scatto nervoso che poi potrò ammaestrare in corse, in pompare il sangue, in sfilare.

    Loro se ne sono andate, e io non so più in quale parte del corpo mi sono nascosta.

    La mia caviglia non l'ho mai fatta guarire.
    Questo equivale ad una Révérence.
    Vista di schiena.

  • 11 aprile 2013 alle ore 23:08
    Attimo

    Come comincia: Viviamo di attimi: un attimo è il momento della felicità, quell’istante di pura ebbrezza che ci coglie inaspettatamente e nei posti più impensati, nei momenti più banali, nell’ascoltare una canzone, nella visione di una foto, nel vedere un volto amato, nel pregustare un libro atteso, davanti ad un piatto prelibato, nel pensiero di un’attesa, nei colori di un fiore, nella goccia di pioggia, nell’arcobaleno dopo un temporale… Attimi, in cui il cuore balza in petto a mille, e il sorriso avvolge la nostra mente, gli occhi si illuminano in vibranti promesse, la pelle appare più lucente, calda, viva.

    Attimi per le parole dette, non dette, pensate, arrotolate sotto la lingua, marchiate sul foglio, gettate al vento, urlate al cuore, lanciate contro, coccolate ed amate, custodite come segreti, buttate via, spezzate, rimpiante, recitate e bugiarde, intrise di veleno a cui attingere la nostra rabbia.

    Attimi, istanti, come la tragedia, che ineluttabile, invincibile, piomba nella nostra vita ordinata, pulita, schematizzata, preparata e costruita con abili e sapienti intarsi operosi, e la stravolge, la spezza, la frantuma, la riduce polvere: è un attimo, e BAM!

    Non esiste più nulla di quello che prima era così solido, reale, certo. Un attimo per il dolore, è quell’infinitesimo spazio temporale che porta il dolore, che fa scattare il frantumarsi di ogni sicurezza. Fino ad un istante prima, fino ad un battito prima, e poi, da lì in poi, il dolore e la tragedia calano le loro pesanti coltri e cancellano ogni luce, ogni tratto conosciuto.

    Viviamo di attimi, attimi persi, sconfitti, le occasioni mancate per quel sospeso tentennare, quella minuscola indecisione, quel forse, che cambia ogni seguito, ogni proseguire di storia.

    Attimi, come l’ultimo respiro, il palpito che non va oltre,  l’anelito che lascia il corpo, trasformandolo in un guscio morto, fagotto senza vita, inanimato.

    Attimi, come la scintilla che dà vita, la creazione, l’esistere. Ogni attimo, migliaia di attimi, milioni di istanti, miliardi di battiti, compongono il nostro essere al Mondo, particelle composte in un unico progetto, catena di eventi che recano il marchio della nostra Storia e si intrecciano a creare, modificare, evolvere, ma anche annullare e accartocciare altre Storie. È un attimo.

     

     

  • 09 aprile 2013 alle ore 19:12
    Il figlio del mare

    Come comincia:   Questa è la storia di un uomo e di una donna, di un figlio e di una madre e del loro forte legame che nonostante tutto, resta inalterato nel tempo.
      Era una sera di agosto, uno di quei momenti in cui si fermenta il forte desiderio di uscire con qualcuno, con quella strana sensazione di fuga dal solito caos… Era una di quelle sere in cui, Maurizio aveva una gran voglia di staccare dal quotidiano, dal lavoro e da tutto il resto.
      L’importante era godersi quel frammento del suo tempo, ma pur sempre accompagnato da qualcuno che doveva in lui, far radicare un senso di serenità interiore. Non ebbe un attimo di titubanza nella scelta della sua accompagnatrice.
      Scelse con cura e sicurezza e non esitò altro tempo nell’invitare sua madre ad una passeggiata sulla spiaggia. Desiderava da molto tempo, trovare uno spazio tutto per loro e l’invito rivolto alla madre fu come quello che si rivolge ad una principessa… con eleganza e delicata maestria, con rispetto e un pizzico di vergogna che fa sempre più sentito e vero uno di questi momenti.
      Giunti in spiaggia, dopo aver attraversato la vecchia stradina di campagna, per arrivare prima e, dopo aver scambiato qualche chiacchiera al volo durante il breve tragitto, scesero dall’auto parcheggiata nei pressi di una strada alberata.
      Le luci del giorno avevano già abbandonato il paesaggio, tutto davanti a loro luccicava con una luce più tenue, ciò che più brillava erano i loro occhi. Il mare li invitava a sedersi sulla sabbia e loro, dopo aver appoggiato un telo bianco con strisce arancione, acconsentirono l’invito del mare.
      Di fronte a loro c’era l’inizio di un meraviglioso tramonto, il sole fu presto stanco di osservarli, ma il cielo sempre interessato cercava di farli sentire sicuri. Anche il leggero respiro del vento, li trattava bene, non voleva essere scortese e toccava i loro visi, come una carezza materna.
      Maurizio si sentiva già molto rilassato e iniziò a parlare con la madre del suo lavoro, di come procedesse il suo tempo e di come fosse alla continua ricerca di una dolce metà. Aveva alle spalle i suoi ancora giovani ventisette anni e davanti a sé una gran parte di giorni da vivere in compagnia di mille e più eventi.
      La terra intera sembrava raccolta intorno a loro e le leggere carezze del vento sembravano interessate al discorso. Lo sguardo della madre osservava il proprio figlio con profonda ammirazione e cercava di non perdere alcuna parola. Ogni singola parola era come un pezzo di cornice che andava a circondare con un certo stile tutto quel momento.
      Venne svelato un piccolo segreto e la buona madre ne rivelò un altro. La conversazione si prolungava e man, mano ci si confidava sempre più restando fedeli e rispettosi alla propria natura di madre e di figlio.
      Le delicate onde del mare ormai giacevano, nel silenzio della notte, curiose anche loro ad ascoltare. La brezza divenne più pungente, ma non diede fastidio ai due corpi seduti sulla sabbia. Era come se ogni granello di sabbia si fosse più unito agli altri, era come se nessuno dovesse più soffrire in silenzio…
      La gioia era veder sorridere uno dei due, il bello era aver ritrovato reciprocamente, nel gioco di un momento, un riflesso dell’altro nei propri sguardi. Era come essere l’uno l’essenza dell’altro, come se tutto il paesaggio rappresentasse la vita, come se in quell’attimo di tempo tutti potessero sostenere, almeno una volta, di essere stati anche in una sola notte… un figlio del mare.

  • 09 aprile 2013 alle ore 19:09
    Il riflesso perduto

    Come comincia:   Tra gli svariati appunti, le sue matite ridotte a piccoli bozzoli di legno e quella sua vecchia lampada da tavola dalla fioca luce c’era spazio anche per il suo tesoro: montagne smisurate di libri rendevano inospitale, per qualsiasi altra cosa, quella sua antica scrivania di legno di faggio.
      Non c’erano lettere d’amore, né estratti conto nei suoi tiretti e le persiane delle finestre della sua oscura camera erano sempre chiuse.
      Sembrava non dare importanza a quelle poche cartoline impolverate gettate sul grande tappeto persiano… erano lì già da molto tempo e d’altrettanti giorni non sembrava aver cambiato i suoi pregiudizi col resto del mondo.
      Non vi erano specchi, né bottiglie di vetro e neanche altri tipi di oggetti che permettessero a chiunque entrasse di vedere un riflesso del proprio corpo. Ogni stanza della sua casa era buia o a malapena illuminata, ogni suo pensiero era privo di altri interessi.
      Erano passati molti anni dall’ultima visita e ormai non conosceva più nessuno che si permetteva di andarlo a trovare.
      Per l’anziano professore lo studio, il sapere, la voglia inarrestabile di conoscenza erano tutta la sua vita, il riflesso della sua identità.
      Tutto restò invariato, fino ad una fredda mattina d’inverno. La neve si posava leggera sulla strada che l’attempato professore percorreva ogni mattina al nascere del sole, per raggiungere il cassonetto dei rifiuti e cercare qualche vecchia rivista o libro mal ridotto dal tempo, che qualcuno aveva deciso “inconsciamente” di buttare via.
      Un sole che quella mattina sembrava essere più pallido del solito, una mattina più fredda delle altre. Mentre i bianchi fiocchi di neve coprivano, uno alla volta, le poche impronte della gente e lasciavano silenzi tra i secchi rami degli alberi, accadde qualcosa, forse una delle cose più semplici e dimenticate o forse così incomprensibili ed evidenti da essere forzosamente notate.
      Per quanto si sforzasse a negare ciò che effettivamente vedeva davanti a sé, non riusciva a dare una logica spiegazione a quel… riflesso!
      Tra tutte quelle sporche buste di plastica, cenci di stoffa e vecchi pezzi di qualche elettrodomestico usato… c’erano dei frammenti di specchio che insieme avevano ricostruito il suo corpo, il suo viso pallido e i suoi occhi azzurri incavati e spaventati.
      L’anziano professore aveva davanti a sé il suo stesso riflesso, osservava in silenzio e nella sordità del suo mondo iniziava a compromettersi qualcosa. Non riusciva a reagire, poteva allontanare con un piede tutti quei frammenti, ma qualcosa più grande di lui non gli permetteva di rispondere a quella visione.
      Passarono ancora molti minuti, prima che il suo corpo perdesse completamente i sensi, ancor prima che tutto ciò che aveva letto e studiato nel corso dei suoi lunghi anni iniziasse ad essere soppresso da un unico senso, da un’unica conoscenza, da un’unica verità… da un unico e ormai incatenato Io.
      Aveva dedicato tutto se stesso ai libri, senza aver mai sfogliato le pagine di un volume che poteva dar spazio alle emozioni più belle, ai sogni più desiderati, al rispetto, agli abbracci e ai baci più cercati, ai tramonti e alle albe del tempo, alla luce, al buio, al silenzio e alla musica dei giorni. Non aveva dato importanza al libro più importante… quello della sua vita.
      Cadde a terra ascoltando probabilmente il suono più poetico che potesse mai aver ascoltato… quello del suo cuore prosciugato dalle sue prime e, da tempo, trattenute lacrime.
      Le nuvole lasciarono spazio ai primi raggi di un sole più caldo, più protettivo che asciugò le lacrime di un uomo che aveva, probabilmente, cercato se stesso nei libri e nella solitudine del tempo. Il cercare se stessi, il cercare il meglio di noi stessi sono la ricerca stessa della felicità… ma non tutto ciò che si sceglie di seguire può rispondere alle nostre domande, ma è sempre meglio provare a poter cambiare, prima che sia troppo tardi.
      Quel vecchio uomo, quel professore, quell’uomo avrebbe potuto amare la sua vita nella sua profondità, scoprirne il senso più vero. Avrebbe imparato a vivere delle piccole cose, e poi sarebbe stato in grado di potersi avvicinare alle cose più grandi scoprendo, prima della sua stessa morte, la sua vera identità… il suo riflesso perduto.

  • 08 aprile 2013 alle ore 9:00
    Il maestro racconta: straccioni

    Come comincia: Freddo. Tantissimo freddo. Cercava in qualche modo di ripararsi con una coperta che aveva trovato rovistando in discarica ma non riusciva a scaldarsi. Poco prima aveva visto un termometro, all'esterno di una banca che indicava la temperatura, meno otto gradi centigradi e per la notte erano previste minime a cavallo dei meno dodici. Da anni non si registravano simili temperature. "Stanotte ci lascio le penne" disse tra se e se. Si stava dirigendo presso un parco alla periferia della città, dove solitamente altri derelitti come lui si ritrovavano per passare la notte. Nonostante i divieti e le leggi contro i bivacchi, quella era una zona relativamente tranquilla. Loro cercavano di non disturbare e lasciare il luogo il meno sporco possibile, i cittadini evitavano di avvisare le pattuglie di vigilantes; una sorta di tacito accordo. Inoltre avevano scoperto che il capo sezione dei vigilantes di quell'area era una persona dal cuore d'oro. L'ultima volta che li aveva sorpresi nel parco aveva portato un vassoio di biscotti fatti dalla moglie e un paio di bottiglioni di the caldo. "Stasera ci vorrebbe una cisterna di quel buon the caldo" Stava parlando con uno dei senza dimora come lui "Forse non basterebbe nemmeno quello, stasera si congela veramente" "Già.Sbaglio o c'è meno gente del solito? Saremo una quindicina, mancano almeno sei, sette persone" "Persone? Sei di buon umore stasera, solitamente ci chiami straccioni" "Perchè siamo degli straccioni! Guardati in giro e dimmi cosa vedi" "Vedo gente disperata che sopravvive alla giornata, ma tutte persone a cui affiderei la mia vita" "Maledizione, sei sempre il solito...." "Lascia stare, non sforzarti a cercare parole che non conosci. Comunque hai ragione, mancano alcuni frequentatori abituali dei nostri party. E pensare che avevo preparato degli ottimi cocktail" Bruno scoppiò a ridere. L'umorismo del suo amico Giulio riusciva sempre a strappargli un sorriso. Giulio continuò "Saranno andati al ricevimento della regina d'Inghilterra" Tutti e due riserò fragorosamente e gli altri del gruppo si voltarono a fissarli. Chissà cosa avevano da ridere, forse il freddo li stava facendo delirare. "Ho saputo che Anna e Francesco hanno deciso di provare a trovar fortuna all'estero, gli altri non ho idea di dove siano, magari arrivano dopo" concluse Giulio. In realtà a Bruno interessava poco di dove fossero finiti tutti. In cuor suo sperava di superare la notte. Aveva cercato per tutto il giorno una sistemazione più riparata, ma in città i vigilantes erano come gli spazzini: raccoglievano e portavano via i barboni come spazzatura. Con la nuova linea dura adottata dalle autorità, nessuna struttura, superficie pubblica o privata, poteva essere utilizzata come accampamento o giaciglio notturno. "Ho un'idea Giulio. Vieni che ne parlo con gli altri" I due si avvicinarono al resto del gruppo e Bruno prese a parlare "Sentite. So di non essere il massimo della simpatia e qualcuno di voi preferirebbe vedermi morto. Ma se stanotte non restiamo tutti uniti ci lasceremo le penne, ho un'idea se vi interessa" Si guardarono tutti con aria incuriosita. Pochi sopportavano Bruno, dovevano però sentire cosa aveva da proporre e con dei vaghi cenni della testa lo invitarono a proseguire. "Stanotte fa troppo freddo, io direi di andare tutti nel sottoscala del condominio qui vicino. E' una scala in cemento e con un paio di teli dovremmo riuscire a chiudere tutti i lati creando una sorta di stanza, così potremmo ammassarci uno vicino all'altro aumentando il calore di quel rifugio di fortuna e sperare di sopravvivere. Che ne pensate?" "Penso che sia il modo migliore per prendere un sacco di botte dai vigilantes, ecco cosa penso" "Darika sei sempre la solita pessimista. I vigilantes di questa zona sono meno duri degli altri e poi non è detto che ci scoprano" "Saranno gli inquilini del palazzo ad avvertirli e ci faranno sgombrare" "E perchè mai? Non gli daremo alcun fastidio e domani mattina saremo spariti" "Sei tu a dire sempre che siamo degli straccioni puzzolenti e quella gente non ci vorrà in mezzo ai piedi" Bruno non replicò e nessuno dei presenti disse nulla. Fu Giulio ad alzarsi "Dai Bruno vengo io con te, vediamo cosa si può fare"  Senza aggiungere altro i due recuperarono un paio di teli che erano nel parco e si avviarono decisi verso il palazzo, mentre gli altri restarono a guardare "Forse hanno ragione loro" disse uno dei presenti "E' pericoloso!" Darika voleva mantenere il ruolo di leader "Ma qui moriremo di freddo e le eventuali randellate ci scalderebbero la schiena" replicò sorridendo l'altro. Darika sapeva di avere torto e anche i suoi compagni mostravano interesse all'idea di Bruno "Ok, d'accordo. Andiamo a vedere cosa combinano quei due impiastri" In realtà i due stavano facendo un ottimo lavoro e Darika fu costretta a complimentarsi con Bruno "E bravo il nostro ribelle" "Hai visto? E' un rifugio provvisorio ma un pò di freddo lo eviteremo" "Ok, ma stammi lontano e non pensare di stringerti addosso a me stanotte" "Va bene miss universo. Speriamo di sopravvivere" Si infilarono tutti nel sottoscala. Le due gemelle aprirono il loro zaino e ne estrassero un  candelabro con tre candele e con un cerino le accesero. "Lo tenevamo per un'occasione speciale" "Cosa volete che scaldi quel coso, moriremo asfissiati" disse Anselmo "Sei il solito caprone. La luce ci scalderà gli animi e rinforzerà la speranza" rispose una delle ragazze. Giulio sorrideva, come sempre "Allora posso servire i miei cocktail" e da un sacchetto di plastica prese delle bottiglie variopinte "E quelle dove le hai prese?" Bruno lo stava guardando di sbieco "Non sto mica con le mani in mano, io! Le ho prese al market della zona commerciale" "Sei il solito ladro" Bruno faceva il finto duro adesso "Niente affatto. Ho aiutato la direttrice del negozio e in cambio mi sono fatto dare queste e anche questi" e dal solito sacchetto sbucarono due scatole di cornetti alla marmellata "Ma bene, vedo che c'è aria di festa. Godiamocela prima di essere cacciati poi ne riparleremo" Darika non perdeva l'occasione per ribadire il suo ruolo di capobranco "Ma stasera non voglio fare la rompiscatole. Ecco, oggi mi sono procurata questa" nelle sue mani apparve una pagnotta di pane fresco. Si stava creando un'atmosfera di umana condivisione. I tredici disperati sapevano che sarebbe stata una notte lunga e dura. Erano abituati alle intemperie, ma tutto l'inverno al freddo aveva debilitato i loro corpi, stremandoli. Le gemelle erano talmente magre da sembrare manichini. Il vecchio Anselmo si trascinava una bronchite da mesi. Luciana, la sua compagna, aveva un tumore al fegato e ogni giorno ringraziava il suo Dio di non averla presa con se, lei voleva vivere ancora. Fulvio e Giordano erano devastati dall'eroina, unico scopo della loro esistenza. Vanessa prese un pacchetto di sigarette dalla sua borsetta. Lei, l'unica che riusciva a racimolare qualche soldo tutti i giorni, voleva condividerle con gli altri "Fumate, stasera offro io" "Brutta puttana maledetta, dammi quelle cazzo di sigarette" Fulvio era chiaramente in crisi d'astinenza. Bruno gli assestò un pugno in faccia e lo scaraventò in un angolo "Siamo straccioni, non maleducati" Fulvio si riprese dal colpo e con tutto l'odio che aveva in corpo gridò rivolto all'uomo "Vaffanculo stronzo. Sei il solito picchiatore. Andate tutti affanculo, non ho bisogno di voi, non ho bisogno di nessuno. Giordano! Vieni, andiamocene" l'amico esitò quel tanto da mandare su tutte le furie Fulvio "Vai anche tu a quel paese, resta qui a crepare con loro. Io me ne vado, trovo una dose e faccio festa" E senza aggiungere altro si incamminò verso il centro della città "Scusate, ma non sopporto certe cose" bofonchiò Bruno "Grazie Bruno, fumeremo di più noi. Giordano come mai sei restato?" Vanessa chiese quello che in realtà volevano sapere tutti. Il ragazzo non rispose, poi sentendosi addosso gli occhi di tutti i presenti prese coraggio e quasi urlando proclamò "Voglio smetterla con quella porcheria" Gli si fecero tutti vicino e cominciarono ad applaudire. Giordano era un tipo timido e quel gesto di amicizia lo fece arrossire come un pomodoro ben maturo "Bravo Giordano" disse Darika "Noi ti aiuteremo a liberarti di quella merda" Vanessa distribuì le sigarette. Solo Anselmo le rifiutò "Dai vecchio, prendine una. La fumi appena ti sentirai meglio" L'anziano era stanco e rispose con disprezzo "Io non guarirò mai. Morirò piano piano tra dolori e sconforto. Tu come te la passi invece?" Vanessa non rispose. Tutti erano al corrente del suo problema ma lei fingeva di non avere nulla "Io me la passo bene vecchio" In realtà stava morendo lentamente. Aveva contratto l'asdi, un derivato dell'aids. Entrambe le malattie erano curabili e si poteva vivere abbastanza normalmente. Ma mentre per l'aids lo stato provvedeva a passare le cure gratuitamente, l'asdi era una malattia di nuova generazione e i medicinali costavano parecchio. Chi aveva i soldi aveva ottime possibilità di curarsi e condurre una vita normale, per gli altri morire era questione di tempo "E' inutile che ti affanni, puoi scoparti tutta la città ma non troverai mai il denaro per curarti" disse acido il vecchio "Adesso piantala Anselmo. Lei è stata carina con noi e tu le tratti così?" "Grazie Luciana, ma ha ragione, non vivrò a lungo" Gli ultimi minuti avevano spento l'euforia iniziale. Ci pensò Giulio a risollevare il morale della truppa "Mangiamo qualcosa e poi ci abbracciamo l'uno all'altro come giovani coppiette, magari stanotte scopriamo nuovi amori" Era sempre felice. In realtà aveva una rara forma di tumore alla scatola cranica che con il tempo avrebbe ridotto il suo cervello in pappa. Forse era operabile, ma ci sarebbero voluti tanti di quei soldi che nemmeno se avesse avuto un lavoro normale si sarebbe potuto permettere l'intervento. Bruno proclamò "Sistemiamoci il meglio possibile, ho paura che faremo fatica a starci tutti" In effetti lo spazio angusto era limitato e scomodo, inoltre Simona era sulla sedia a rotelle e bisognava stenderla comoda. Suo fratello Riccardo disse di voler rinunciare al proprio spazio, l'importante era mettere comoda la sorella. Lei sapeva di essere un problema in quelle situazioni, dipendeva sempre dagli altri. Sofia, l'amica di suo fratello, a volte la trattava con durezza quasi con odio, ma era anche lei a disagio. La sua dipendenza da psicofarmaci costringeva il bravo Riccardo a fare i salti mortali per badare alle due ragazze; in realtà Sofia invidiava Simona perchè aveva il fratello che lei aveva sempre desiderato. Pur restando fuori Riccardo, lo spazio era comunque limitato. Non avrebbero potuto resistere a lungo così ammassati e Bruno si offri di restare fuori con il ragazzo. Avrebbero preso la coperta e si sarebbero avvolti restando vicini al sottoscala in modo da sfruttare ogni briciolo di calore. Nessuno obiettò, loro due erano i più forti e resistenti del gruppo. Mangiarono le poche cose che avevano e si prepararono alla gelida notte. Riuscirono tutti a sistemarsi in maniera tale da restare vicini per potersi scaldare tra di loro, mentre i due fuori preserò la coperta più pesante per resistere meglio al freddo. Una volta sistemati se la avvolserò addosso e si avvinghiarono per scaldarsi a vicenda. Fu Bruno a parlare "Che situazione di merda" "C'è chi sta peggio di noi" "Ah si, certo. C'è semre qualcuno che sta peggio Ma noi siamo nella...." "Ho capito, ho capito. Sei stato chiaro.Bruno, riusciremo a superare questa notte?" "Spero di si. Ma fa sempre più freddo e i quattro stracci che abbiamo addosso non ci ripareranno a lungo" "Gli altri?" "Dentro alla fine qualche grado in più ci sarà, calcola però che sono tutti ammalati e indeboliti dal lungo inverno" "Darika non è malata" "Darika è diabetica e ha perso la tiroide. Ultimamente fa fatica ad ottenere le cure che la aiutano a risolvere i suoi problemi e piano piano sta peggiorando. Questo freddo potrebbe troncarla" I due si strinserò ulteriormente tra di loro. Era un gesto di condivisione, faceva sempre più freddo "Come sei finito sulla strada Bruno?" "Ho trovato mia moglie a letto con un altro. Ho preso a calci in culo lui, fino a sbatterlo in mezzo alla strada. Con lei sono stato meno tenero, gli ho spaccato la faccia con un pugno" Riccardo si aspettava dell'altro ma visto il silenzio dell'uomo chiese "E poi?" "Sei un gran curioso tu. E poi loro mi hanno denunciato per lesioni, aggressione e bla bla bla. Dopo varie traversie mi sono fatto venti mesi di galera e quando sono uscito lei aveva già quell'altro in casa e io ero solo. Ho perso tutto , anche il lavoro. Ho cercato in parecchi posti, ma ormai per la società ero un violento e nessuno vuole avere a che fare con un violento. All'inizio ho provato a far valere le mie ragioni e quando mi sono accorto di sbattere ogni volta contro un muro ho perso la speranza. Da lì a finire in mezzo alla strada il passo è breve, ed ora eccomi qui" "Siamo senza futuro?" "Ragazzo mio, il nostro futuro è riuscire ad arrivare fino a domani, poi si vedrà" La temperatura stava scendendo vertiginosamente. Dopo circa mezz'ora Bruno si affacciò sotto la scala. Erano tutti avvinghiati nel tentativo di scaldarsi, dormendo o cercando di farlo. Darika era vigile e fece cenno a Bruno di avvicinarsi. "Rischio di schiacciare qualcuno e con questo freddo sentirebbero molto male"  "Hai ragione, vengo io" La donna fece attenzione a non calpestare nessuno, riuscendo nell'impresa di non svegliare chi dormiva "Brr che freddo" "Rispetto al sotto scala ci saranno sette otto gradi in meno. Perchè non resti sotto a dormire?" "Manda dentro Riccardo, resto fuori io con te" La conosceva abbastanza da capire che non avrebbe cambiato idea. "Riccardo" sussurrava per non svegliare gli altri "Riccardo, svegliati" Il ragazzo dormiva e il suo pallore faceva impressione "E' ghiacciato, aiutami a tirarlo su" Darika aiutò Bruno ed insieme riuscirono a trascinare il ragazzo sotto quel riparo di fortuna. Bruno constatò che all'interno qualche grado in più c'era veramente. Il suo volto si illuminò e Darika, notata l'espressione, domandò "Sei contento?" "Si. Forse riusciremo a passare questa notte indenni" "Bruno, dimmi la verità. Volendo ci stiamo tutti dentro al riparo, perchè hai voluto far credere il contrario e te ne sei uscito al gelo?" "Mi sembra evidente. Se guardi all'interno lo spazio non c'è" "Balle!. Ben stretti, scaldandoci a vicenda ci si sta tutti. Tu vuoi star fuori per controllare" "Cosa dovrei controllare? L'aria gelida fra poco mi congelerà anche gli occhi" "Tu vuoi fare il guardiano, hai paura che se ci scoprono sono guai" Lei era sempre così, diretta e senza peli sulla lingua. Bruno sapeva che non avrebbe potuto fingere ancora "Hai ragione, ho paura. Con gli altri ho fatto il duro, ma questa è una zona presidiata. Se ci scopre qualcuno e avverte i vigilantes rischiamo più di qualche randellata" "Ma restando qui non eviteresti comunque di farci scoprire" "Però potrei correre ai ripari. Non tutti gli abitanti di questa zona sono intolleranti. Forse spiegando che si tratta di una notte sola non farebero intervenire nessuno" "Sei un illuso, ed è per questo che mi piaci. Non ti arrendi mai" Si avvicinò all'uomo "Avvolgiamoci nella coperta e cerchiamo di scaldarci, fa veramente freddo"
    Era talmente euforico da non sentire il freddo. Aveva trovato il suo spacciatore e pur non avendo nulla da dargli si era procurato la dose. L'altro lo aveva ammonito "Vivi per pagare i tuoi debiti, altrimenti vengo a prenderti all'inferno, chiaro?" In quel momento, per la sua dose, Fulvio avrebbe giurato di raggiungere la Luna a piedi. Il termometro sopra la sua testa segnava meno diciannove gradi centigradi. Doveva scaldare bene la roba e farsi al volo o sarebbe congelato tutto. Trovò un angolo riparato, l'operazione richiese qualche minuto. La botta fu notevole e il ragazzo si accasciò a terra. Vedeva chiaramente un'ombra che gli indicava con la mano di seguirlo. Si sentiva leggero, questa volta gli aveva dato roba buona non la solita porcheria. In un attimo si ritrovò nei pressidel palazzo dove i suoi compagni avevano attrezzato il rifugio per la notte e l'ombra lo invitò ad avvicinarsi. Fulvio notò della gambe fuoriuscire da sotto uno dei teli; quattro gambe per la precisione. Sollevò il telo in prossimità di quel punto e capì che erano le gambe di Bruno e Darika. Erano sdraiati ammassati sopra i corpi delle gemelle. Pervertiti, fu il suo pensiero. L'ombra volteggiava e faceva degli strani gesti e per Fulvio fu tutto chiaro. Quell'ombra era la sua anima nera che lo incitava a vendicarsi. Tutti quei miserabili straccioni lo avevano cacciato e adesso se la stavano godendo alle sue spalle. Dormivano tranquilli, al caldo. Non poteva permetterglielo e con movimenti furtivi, da abile ladruncolo, levò i teli dal loro posto e lasciò i suoi ex compagni all'addiaccio. Dormivano così profondamente che non si accorsero di nulla. L'ombra era sulla scala e continuava a gesticolare, gli stava facendo i complimenti. Cavolo, era prorpio roba buona, avrebbe ringraziato il suo spacciatore alla prossima occasione. Adesso poteva andar via, si era vendicato. Non fece però molta strada, si appoggiò ad un palo e cadde seduto a terra. Sull'altro lato del viale il termometro sopra la banca segnava meno ventidue. Fu l'ultima cosa che vide Fulvio
    Riteneva di aver fatto la cosa giusta. Era anziana e forse anche un pò rintronata, ma aveva sempre fatto il suo dovere di onesta cittadina. Quella mattina, come tutti i giorni dell'anno, era uscita all'alba per far fare i bisogni al proprio cane. Arrivata in fondo alle scale aveva notato qualcosa di insolito: ammucchiati nel sottoscala c'erano una dozzina di corpi immobili. Si era precipitata in casa ad avvertire i vigilantes ed in pochi minuti due pattuglie erano arrivate sul posto. Aveva passato la mezz'ora più lunga e brutta della sua vita. Ora si stava preparando la colazione e accese la radio per sentire il notiziario. <Incredibile ritrovamento stamane in un quartiere della periferia est della nostra città. Come spesso capita, quando il freddo si fa così intenso, orde di straccioni senza tetto si avvicinano alle nostre case. Purtroppo, nonostante l'impegno delle nostre forze dell'ordine, il territorio da controllare è molto vasto e può succedere che qualche barbone sfugga alle reti di controllo. Ed è così che stamattina una povera vecchia, che stava passeggiando com il suo cane, si è ritrovata davanti ad uno spettacolo a dir poco disgustoso. Decine di derelitti ammassati nel sottoscala della sua abitazione, tutti morti, presumibilmente di freddo. E a poche centinaia di metri un altro di quei mentecatti morto per overdose. Dove andremo a finire? La gente non ha più il diritto di vivere in santa pace? Adesso cosa ne sarà del....CLIK "Basta con queste notizie, mi danno il voltastomaco. Vieni Fufi, vieni dalla mamma. Scendiamo a vedere se hanno sgombrato il sottoscala dall'immondizia"

    "Cosa c'è? Non vi è piaciuta la storia?"
    "Maestro, ma le tue storie sono vere o inventate?"
    "E' tutta un'invenzione reale. Ogni cosa che esce dalla nostra fantasia fa parte di noi"
    "Quindi ci sono davvero delle persone così malvage?"
    "Aprite le vostre menti e avrete tutte le risposte che desiderate. Adesso però ho voglia di roba dolce e sento un profumino"
    "Mi sono permesa di prepararti il tuo dolce preferito, cioccolata calda. Così potrai raccontarci un'altra storia"
    "Come farei senza di te? Grazie, sei un tesoro. La prossima ve la racconto un'altra volta, adesso tutti a nanna!"

  • 06 aprile 2013 alle ore 21:23
    Prigioniero

    Come comincia: La mia perversione è nata quando mi hai lasciato, in quel preciso istante in cui hai stretto gli occhi e nelle fessure che sono diventati ci ho letto l’indifferenza e il tuo viso è restato immobile come un fotogramma inceppato, allora ho capito che per me iniziava una lunga prigionia.
    Ogni attimo successivo a quel momento l’ho speso a ricostruire il ricordo di te, incessantemente! e tutto il resto della mia vita è divenuta un corollario, un fastidioso accessorio che ingombrava il presente e intralciava il flusso dei miei pensieri rivolti a te.
    Meticolosamente ho incominciato a ricostruire il tuo corpo,  cellula per cellula, ho ripercorso tutte le pieghe della tua pelle, ho accarezzato tutta la rotondità del tuo seno, ho risentito la dolcezza disperata del tuo sesso, ho indugiato a lungo sull’esaltante sfericità delle tue  natiche e sempre più spesso mi sono rifugiato con gli occhi nei tuoi occhi, tenendo le mani giunte tra le tue cosce strette e ho poggiato la fronte sotto i tuoi seni e il naso nell’incavo del tuo ombelico.
    Ricordo tutto della nostra vita insieme eppure sono impegnato spasmodicamente a catturare ogni attimo, in una ricostruzione frenetica e fanatica di ogni secondo, sbobinando ogni minuto in tutte le sue frazioni, come una moviola impazzita, facendo del tempo una matriosca, un’implosione così dettagliata da arrivare al niente, come uno zoom che avanza fino a non far distinguere più nulla.
    La mia perversione è nata quando ho deciso di sezionare te e il ricordo di te fino alla millesima parte, frantumarti in una miriade tale di pezzi da annientarti. Volevo creare un puzzle non più ricostruibile, volevo cancellarti.
    Ho tentato in tutti i modi di rivederti e non riconoscerti, di incontrarti e non vederti, ho speso milioni di speranze e miliardi di energie, ma rimani indelebile nella mia mente in tutta la pienezza della tua immagine, del tuo essere.
    Allora a  questa mia perversione, vana e fatua, si è aggiunta l’ossessione, l’ossessione violenta di possederti senza averti, di vivere con te senza di te. Volevo sganciarti da te e prenderti con me, strapparti dal di dentro e lasciarti floscia e spenta sul ciglio di una strada, muta testimone di un amore ormai andato.
    Quest’ossessione mi ha portato sempre di più a riconsiderare te: ora sei diventata piccola, inetta, troppo debole rispetto all’immagine che ho di te, il tuo corpo troppo imperfetto rispetto al ricordo che vivo ogni attimo del corpo che ho coltivato nella mia mente.
    Ma non sono riuscito ad annientarti!
    Toccare il pensiero di te, carezzare il tuo ricordo, non è carezzarti, non appaga come sentire il sapore della tua saliva diventare il mio, immaginare il tuo fiato non è respirarlo.
    Purtroppo possedere il ricordo perfetto di ogni cellula del tuo corpo non equivale al semplice sfiorarti con un dito, stringere sotto le lenzuola la pulsante voglia di penetrarti con la forza della rievocazione non vale nemmeno il guizzo accattivante dei tuoi occhi all’accenno di un improvviso erotismo che un’occasione inattesa poteva regalarci.
    Come il confine dell’universo ripiegato fino a congiungersi, divenendo una linea di circonferenza, così il flusso dei miei pensieri gira infinitamente, sempre su un percorso ormai noto e mi riporta sempre e comunque al punto di partenza.
    Vivo in questa ossessione con la mia perversione di avere te senza di te e nemmeno le lenzuola pesanti e lorde dei miei fallimenti possono più sopportare la disperata contorsione nelle mie notti insonni.

  • 06 aprile 2013 alle ore 0:19
    Da Istruzioni per l'odio: Giardinaggio

    Come comincia: 6. Giardinaggio

    Guardo la pianta che agonizza con le radici in una bustina di plastica, l’hai appena comprata, appena uscito dal lavoro. Ieri hai preso un vaso, l’altro ieri la terra. Non so bene che cavolo farci con ‘sta roba, la pianti qui sul balcone. Sono gerani e li dovresti sistemare in questo vaso con della terra, piantare, ma non l’ho mai fatto. Forse da piccolo ci ho provato ma adesso chi si ricorda. Uno si deve dedicare alle cose per riuscire bene ma io se vado al lavoro finisce che non hai più tempo di stare dietro al resto. Non sono soddisfatto di ciò che faccio eppure ti sembra che insistendo, pian piano, giorno dopo giorno inizi a sentirti meglio. Vado in cucina per bere un bicchiere di acqua fresca, poi darsi da fare e sistemare la pianta prima che ti passa la voglia. Alla fine, nonostante lo stress, nonostante il lavoro, cioè perché lo stress ti viene dal lavoro, tu pensi che mi piace la mia vita. Sarà forse il senso di liberazione che bene o male tutti di questi tempi sentiamo addosso. Questa liberazione è però anche un fardello. Devi per forza fare qualcosa visto che teoricamente non ci sono scuse: il governo è andato a casa, Berlusconi si è dimesso. Così pure io mi sento cambiato. Hai trovato un lavoro e devi tenertelo stretto perché è un buon lavoro e poi hai fatto altre cose buone, ho comprato pure questa cazzo di pianta. Che idea del cazzo, il giardinaggio. Poggio il bicchiere vuoto, torni sul balcone.
    Prima prendo questa merda di vaso di ceramica, lo metti in quest’angolo qui e già cominci a sudare. Poi prendi la busta di 10 chili di terra e che cazzo me ne farò poi di 10 chili di terra? Non lo so, comunque non devi deciderlo ora. La busta la posso alzare e rovesciare nel vaso e… no, non puoi sennò fai cadere tutto. Devo pigliare una cazzo di cosa, un cucchiaio e piano piano prendi un po’ di terra e poco alla volta la metti nel vaso. Santa pazienza. Vai in cucina, piglio il cucchiaio, torno che ho l’affanno, prendo la busta da 10 chili, la devi aprire e come la apro? Torni in cucina, la forbice, ti serve la forbice, voglio la forbice, non trovo la forbice ma la forbice è nel bagno e vado in bagno a cercare la forbice. Piglio la forbice e con la forbice stretta forte nella mano, come se la volessi sgretolare con le dita, torni sul balcone. Inciampo negli infissi, male al piede e bestemmia. Tagli e lo infilo nella terra, il cucchiaio, ne piglio un po’, una, due, tre, quattro, cinque, sei volte, ma con questo cucchiaio faccio notte. Che nervi! Poi c’è l’incrocio sotto casa mia e lo stronzo che suona il clacson come uno stronzo. Che nervi! Porca puttana! Voglio fare presto e adesso mi spacco il culo, delle volte ci si deve spaccare il culo e fare le cose rapide. Tu adesso alzi questo pacco di merda da dieci chili del cazzo e lo infilo in questo frocio di vaso. Lo faccio. Cade, cade la terra, tanta terra, tutta per terra e io mi siedo, mi siedo per terra, sconfitto.
    Non ho parole per dire quanto sei incazzato. Da seduto fisso questo sfracello di terra, ho gli occhi che secondo me ti stanno uscendo dalle orbite per la rabbia e non riesci a fare un cazzo. Sei un imbranato o sei solo stanco dopo una giornata di lavoro o sono nervoso, ‘sto lavoro mi sta succhiando l’anima e le energie eppure dovresti essere felice. Sì, devi essere felice, anzi sei felice, sei felice perché hai un ottimo lavoro e poi è caduto Berlusconi e dopo quasi vent’anni pare che tutto sia di nuovo possibile, pure che tu faccia il giardiniere. Mi calmo, devi trovare una soluzione.
    Ragioniamo. Cerchi un insight: la busta, il cucchiaio, la pianta, il vaso, la terra per terra, la forbice e poi… Perché è caduto? Non ci ho capito molto ma è caduto perché i titoli di stato, lo spread, le pensioni, le puttane, soprattutto le puttane, la TAV, l’Europa, la Germania, la Francia, le banche, soprattutto le banche, i risparmiatori, i disoccupati; cade per tutte queste parole quindi forse per nessuna di esse. È caduto perché non ha trovato risposta a tutte queste cose, dicono, ma lui cade e tu resti e questa è una cosa buona. Ora tu puoi trovare la tua di risposta. Mi dico che anche se tutto nella vita pare sempre fermo, tu ogni mattina ti svegli, vado a lavorare e se vai a lavorare significa che i problemi possono essere risolti, tanto più adesso che non c’è Berlusconi. Poi, non tocca a te stare lì a scervellarti per cercare di afferrare un nesso. Non m’importa trovare una spiegazione allo stato di cose, tocca ad altri, a quelli che sono venuti dopo di lui e che devono fare quello che lui non è riuscito a fare, dicono. Il problema sarebbe capire cos’erano queste cose che doveva fare e cosa devono fare gli altri che a lui non è riuscito. Ma non ho più voglia eppure, se lasci così, domani butti tutto e ho buttato nel cesso la pianta e 50 euro. Devo prima pigliare una scopa e alzare questa terra.
    Mi alzo e vado in bagno, pigli la scopa e poi… la paletta, serve la paletta, devi trovare la paletta sennò come fai? Cerchi in bagno, in cucina, in salotto, poi di nuovo in bagno, apri un mobile, un altro, accendo la tv mi farà compagnia mentre sistemi questo macello che hai combinato. Metti il 3, Tg3: “Ancora polemiche sull’ex Premier Berlusconi dopo la nomina del nuovo governo”.
    Ma lasciatelo stare dico io, che tanto adesso è fuori dai coglioni e va a finire che a forza di parlarne questo ci ripensa. Sempre lì a rovistargli i peli del culo, ad analizzare, che poi almeno ci capissero qualcosa questi giornalisti. Li vorrei vedere io, a combattere tutti i giorni con il lavoro, i clienti, questa stronza di paletta. È semplice per loro, Berlusconi farà questo, farà quest’altro, io invece è da quando si è dimesso che non capisci più una mazza di niente. Mi ricordo che sabato 17 novembre… oramai è storia, è diventata una cazzo di data il giorno in cui il vecchio si è dimesso. Insomma, mi ricordo che mentre lui andava a dimettersi tu eri in un bar con i colleghi e nel bar mettevano su la canzone di Forza Italia. Mentre loro parlavano di alcune cose che non ricordi, io canticchiavo tra i denti di Forza Italia che siamo tantissimi e abbiamo un cuore, Forza Italia con noi, la canzoncina di Silvio. Intanto, assordanti rumori del cazzo entrano in casa dal balcone, c’è troppa confusione qui sotto, il mondo è pieno di stronzi che fanno casino senza motivo e pure sotto casa tua è pieno di stronzi. È l’ora di punta, le macchine, gli scooter, i passanti, la gente, poi pure la tv accesa e la paletta che chissà dove cazzo si è andata a inculare. Torno seduto in quel bar e sorseggiando una birra con quelli che chiacchieravano, credo di calcio, ti ritornava in mente che lui disse che “l’Italia è il paese che amo e che non possiamo lasciare il paese in mano ai comunisti perché la lotta contro il comunismo non è finita” poi disse che “lui ha fatto un passo indietro per il bene del paese e che l’unica strada sono le elezioni”. Dopo in realtà non si è andati a votare perché si è messo d’accordo con le opposizioni, i comunisti a suo modo di vedere, e così hanno fatto un nuovo governo, governo di tecnici, non politici. I tecnici sono tecnici perché nessuno sa chi cazzo sono, mai visti in nessuna merdosa trasmissione tv. Il presidente è un tizio che si chiama Monti che faceva il rettore all’università per i ricchi la Bocconi e che ha lavorato per la Goldman Sachs, la banca d’investimento più potente che esista. Adesso però, l’unica cosa di cui sono certo, è che mi sono distratto e una volta che cominci a distrarti… non c’è verso: ti distrai sempre di più e capisci che quindi è ok, mando a fanculo la paletta! Non mi serve più. Quella troia non la troverai mai adesso, farò senza, rinuncio. Torno fuori, inciampi negli infissi, ma alla faccia degli infissi inciampo meno forte di com’ero inciampato prima e mi giro e vedo… vedo la paletta. È lì la puttana, è fuori nel balcone, era nel balcone e tu pirla distratto del cazzo l’hai cercata per tutta casa che ce la avevi sotto le palle degli occhi. Ho un’idea, un’idea geniale, decisiva, un vero insight. Non la userò per rialzare la terra caduta, no, almeno non subito, prima la userai in un altro modo. Genio! Pigliare la terra dalla busta direttamente con la paletta che faccio prima. Taglio un altro po’ con la forbice la busta da 10 chili di merda e ce la infilo tutta dentro, la paletta. Eccola là, vai come una scheggia. Scheggio. Perché cazzo non ci ho pensato prima? Ma come si fa a pensare di fare una cosa del genere? Riempire un vaso così grosso con un cucchiaio, si deve essere coglioni. Quella ce l’avevo sotto gli occhi la paletta e non l’hai vista, sei uno stronzo distratto. Sono troppo distratto di questi tempi e quando ti distrai finisci con il perderti senza coscienza in una specie di puzzle incompleto di sensazioni. Ti confondi, tutto pare caos, è come se vedi solo piccoli pezzetti di cose che metti insieme senza alcun tipo di criterio. Fai tutto a cazzo. Il criterio è tutto nelle cose che senti o che ti vedi davanti così come come cazzo sono, senza che stai a pensarci su. Ma almeno, in questo modo, ti rilassi, mi rilasso. Il risultato della disattenzione in fondo, se ci rifletto bene, è molto simile a quando stavo sempre attento a tutto e ti pisciavi da solo nel cervello per cercare soluzioni. In poche parole, io adesso non ho alcuna visione d’insieme di ciò che osservo e di ciò che faccio, ma riflettendoci non l’avevi nemmeno prima quando sputtanavi le giornate a cercare di capire. Però non sono guarito del tutto dagli azzeccamenti, già il fatto che ti perdi in questo ragionamento non è buono. Ma questa pippa, però, è una pippa diversa da quelle di una volta. Questa pippa ti fa comprendere che poi è vero che l’eccesso informazioni, di riflessioni, mi ha impedito per mesi, forse per anni di avere un’idea che sia una su ciò che ti succedeva ma soprattutto su ciò che succedeva a quello che mi circonda. La prova sta nel fatto che in questi giorni preso e distratto dal lavoro ho ottenuto senza alcuno sforzo lo stesso risultato di sempre, ovvero non hai capito un cazzo di niente. Ad esempio, un esempio a caso, non perché uno pensa sempre alle stesse cose, io non sono riuscito a farmi un’idea che sia una di quello che sta accadendo con la caduta del governo Berlusconi. Ma poi, detto francamente, ma che cazzo me ne frega a me di Berlusconi? E poi che cazzo gliene frega a Berlusconi di uno come me? Così dopo tanti anni hai dovuto aspettare che se ne andasse per renderti conto che la soluzione è non pensarci, non devo pensare a Berlusconi e lui sparisce. Sarebbe andato a farsi fottere molto tempo fa se avessi fatto così dal principio, non pensarci, è lì il segreto. È come questa cazzo di paletta, io non ci pensavo, ce l’avevo sotto gli occhi e non la vedevo, sparita. Ora però non è che sono diventato un demente, non saprai più niente di politica però mi sono concentrato su altro, stai pure imparando il giardinaggio e mi sono concentrato su di me. Ho capito che la base di tutto è concentrarsi, ma bisogna farlo in modo diverso da come facevi prima. Si deve focalizzare una cosa, ma una cosa che sia una, chiara, semplice e poi ottenere quella cosa su cui ti concentri. Quindi ho capito: tu hai trovato un buon lavoro, metterò soldi da parte e questi soldi ti serviranno per fare ciò che mi piace. Finalmente credo di avere afferrato qualcosa, perché bisogna fare così; darsi da fare seriamente per qualche mese, avrò un bel pacco di soldi e di conseguenza potrai metterti a fare quello che mi pare. Lo penso sempre da un po’ a questa parte. Devi lavorare! Poi uno lavora e con i soldi fai quello che vuoi, sei libero. Uno ci sta pure a stare 8 ore per 5-6 giorni a spaccarsi il culo ma poi uno esce, ha i soldi ed è libero di dedicarsi a delle cose. A me capita che per una settimana vai in ufficio poi il sabato puoi avere tempo di rilassarti facendo quello che mi aggrada. Dopo di che mi darò da fare un mese, due, tre, poi con i soldi mi finanzierò qualcosa, una macchina, un investimento buono.
    Adesso invece che cazzo sto facendo? Faccio un buchino in mezzo e ci infilo la pianta? Sì, faccio così, fai un buchino nella terra, sto facendo un bel buchino, ho fatto un bel buchino, poi pigli la forbice, taglio ‘sto filo intorno alla busta di plastica e libero la radice. A me pare che si sta seccando ‘sta cosa, la vedo già peggio di come l’avevo vista dal fioraio ma vuoi vedere che basta così poco per farle collassare? Mi sa che mi sono messo in un altro guaio. Adesso vedi se ti stai tutti i giorni dietro alla pianta. Annaffiare, potare, concimare e poi ci saranno un altro migliaio di cazzate da fare che troverai su internet in qualche sito di giardinaggio. Che palle! Poi tra un po’ è Natale e io vorrei tornare a casa a Napoli e chi le annaffia? E poi d’estate? Chi le annaffia d’estate? Non mi voglio rovinare l’estate. Uno dopo un anno deve per forza staccare, se uno lavora tutto l’anno poi deve staccare. Perché poi, dopo un anno a faticare, avrai anche i soldi per una vacanza e mi vado a piazzare al sole in un posto che ti fa stare bene. In fin dei conti questo è il bello di avere un buon lavoro, puoi fare progetti, posso comprarmi pure una pianta se ti girano i coglioni di farlo. Però non è solo per questo che penso sia buono avere un buon lavoro. Penso anche a cose più importanti. Perché uno poi deve pensare anche al futuro, uno lavora una vita, e poi dopo,con i soldi messi da parte si può pure concedere il lusso di fare quello che gli pare. Vedi, cioè senti, sento che parla proprio delle pensioni, il Tg3, vogliono che si vada in pensione a 67 anni. Questi stronzi! Fino a 67 anni mi dovrò spaccare il culo in quell’ufficio. Vuoi vedere che questi tecnici fanno le stesse cose che diceva Berlusconi. Infatti mi ricordo che prima di cadere Berlusconi stesso ci diceva di voler mandare le persone in pensione solo dopo i 67 anni. Questo perché l’Itala era in crisi, cioè lo è pure adesso che se ne è andato ma prima con lui di più, dicono. Quindi dicevo, le pensioni a 67 anni quando c’era Berlusconi. L’Italia era in crisi e il tasso d’interesse sui nostri titoli di stato cresceva e di conseguenza cresceva lo spread con i Bund tedeschi. Questo per metterla paro paro a come ce la raccontano. Così successe che Berlusconi doveva scrivere una lettera d’intenti per rispondere a quelli dell’Unione Europea che ci avevano detto paro paro: “O fate come diciamo noi o le banche, le finanziarie, le agenzie di rating vi spaccano il culo”. La minaccia viene presa sul serio e da un giorno all’altro non si parla più di tangenti, processi, mignotte, di festini, di scopate, si parla solo della lettera. Si dice: “I vertici del partito sono in riunione a oltranza e stanno scrivendo la lettera”. La lettera di Berlusconi all’UE diventò una specie di contenitore dei desideri della classe dirigente italiana, maggioranza e opposizione.
    “Io voglio che nella lettera non ci siano le pensioni, io che non ci siano tasse, io che non ci siano tagli ai mezzi pubblici, io alla cultura. Qualcun altro voleva misure per i giovani, altri per gli anziani, io voglio la TAV, io il ponte sullo stretto di Messina, io i soldi per le aziende pubbliche, io tagliare gli stipendi dei dipendenti delle aziende pubbliche, io tagliarli a tutti in modo equo e incisivo, io invece voglio il treno, io il trenino, io i caccia d’assalto supersonici F35 come quelli che c’ha Obama, io che non ci siano più le auto blu…”. Io invece voglio solo che questa cazzo di pianta stia dritta e forse devi fare un buco più profondo o forse hai sbagliato a comprare il vaso. Mi serviva un vaso secco e lungo però io sapevo che, cioè pensavo che le radici si sviluppassero in larghezza. “Ma tu devi stare dritta lo stesso puttana!”. Ma non c’è verso, devo metterci, devi metterci dei bastoncini. Ma dove li prendo i bastoncini e poi come cazzo si fa a tenerla su coi bastoncini, ci vuole mestiere. La cavo fuori dal terreno e la sistemi per terra sulla terra caduta che devi rialzare. Ho sete, vai a bere e entrando senti ‘sto cazzo di Tg3 che giuro che è l’ultima volta perché davvero ti sta stressando. L’IVA, l’ICI, la prima casa, l’articolo 18, alla fine sono cose pesanti. Ti viene di nuovo in mente che il fatto di Berlusconi con la crisi era una situazione davvero surreale, diversa da quella di adesso. Adesso almeno si parla di cose serie, pensioni, IVA, articolo 18, insomma, va un po’ meglio. Pure per strada la gente non fa altro che fare calcoli sui contributi versati, sugli anni di lavoro, ed è meglio che sentir parlare solo di figa e tangenti come quando c’era Silvio. Alla fine come dice il Tg 3 il succo è che noi, giusto o sbagliato che sia, ma a questi delle banche gli dobbiamo mollare un bel pacco di soldi così questi ci lasciano in pace, quindi facciamolo e pace, poche ciance. Invece quando c’era Berlusconi i soldi li dovevano tirare fuori sempre i soliti: i pensionati, i giovani, i lavoratori dipendenti, categorie che notoriamente ne hanno che gli escono dalle orecchie, poveracci. Era una vergogna, pagavano sempre i poveracci. Adesso non è che siamo al socialismo però è tutto un po’ più equo, cioè ora fanno le pensioni a 67 anni, la tassa sulla prima casa, l’aumento dell’IVA, forse l’articolo 18 ma poi prima o poi vedrai che una tassa pure per i ricchi ci sarà. Magari dicono che si toglie il vitalizio ai parlamentari, si tassano pure le banche, prima o poi la faranno una cosa così. Giusto Tg3!
    Io la farei, la farei pure io la Tobin tax. Ci avevi pensato giusto qualche giorno fa alla Tobin tax, quella che dicevamo a Genova al G8, tassare le transazione di borsa, con dieci anni di ritardo ma c’è arrivato pure il Tg3. A Genova me ne parlavano quelli di Attac, i francesi, e li pigliavano per pazzi, adesso invece forse si fa. Il Tg3 è scettico ma già il fatto che se ne parli è comunque buono, questi ci arrivano in ritardo sulle cose. A quelli di Attac dieci anni fa gli menavano appena tiravano fuori l’argomento invece adesso cominciano a capire tutti, pure il Tg3. Fatto un altro buchino e ci riprovo, pulisco le radici e la sbatto dentro fino in fondo, poi terra su a coprire. E pensare che ci avevi pensato proprio qualche giorno fa, perché è proprio vero, da quando non sto più a sentire le menate che dicono i giornali e la tv ti vengono idee migliori, più realistiche. La Tobin tax è una buona idea che hai avuto, adesso ci vorrebbe sul serio, per fermare la crisi finanziaria come dicono ‘sti stronzi in tv. L’idea che hai avuto sta in piedi e sta in piedi pure il geranio, è storto verso destra ma secondo me dopo un po’ di sole, un po’ d’acqua, un paio di giorni si ringalluzzisce e torna su bella dritta. Adesso devi solo pulire la terra dal balcone e ho finito. Hai detto niente, cazzo.
    Mi viene la voglia di  tutto dabbasso sulle macchine di ‘sti stronzi che passano, è l’ora di punta e la gente torna a casa. È un casino e dopo una giornata che hai passato al lavoro, a parlare, a sentire il battere delle dita sulla tastiera, non reggo. Uno a casa sua vuole silenzio, ma qui a quest’ora è un casino. Si sente vibrare tutto e quando passa un camion, un bus, succede il terremoto, la terra trema, è una casa fatta con lo sputo, questa. Così ora mi scoppia la testa, è troppo, lo pulisci dopo questo cesso di balcone, troppi rumori e questi merdosi leghisti alcolizzati del bar quaggiù che si ubriacano e starnazzano di calcio. Non resisto e rientri in cucina. “La lettera di Silvio piacque tanto all’Europa” dice un opinionista di destra pelato.
    Non se ne può più di questa lettera, non se ne può più della tv. La posso pure spegnere. Vado, premo il pulsante e silenzio, poi pensi che in fondo ha ragione il pelato, alla fine la lettera piacque. Piacque proprio a tutti, anche alle opposizioni, agli industriali, ovviamente alle banche. Piacque a tutti ma alla fine non se ne fece nulla quindi dovrebbero lasciare perdere la lettera e Berlusconi. Ora io ultimamente non ho seguito bene le faccende però, in quei giorni prima che lo mandassero a casa, la situazione economica peggiorò solamente per colpa della figa. Così mentre tu facevi il primo mese di lavoro un po’ tutti in Italia decisero che era giunto il momento di mandare a cagare il vecchio Silvio. Il fatto secondo me fu che quelle robe che prometteva nella lettera contro pensionati, giovani, lavoratori, malati non le avrebbe mai fatte. Non perché è uno buono di cuore, ma perché oramai dicono che al vecchio non frega un emerito cazzo di niente, nemmeno di fregare la povera gente. Vuole solo scopare con belle ragazze che ballano o che vorrebbero ballare nelle sue televisioni o nel suo partito. Ora basta con queste cazzate, tanto Berlusconi non c’è più e non devi pensarci. Comunque non è colpa mia, tu non ci pensi mai. La colpa è di ‘sti stronzi in televisione che da quando non c’è più non fanno altro che parlare di lui, perché da quando non c’è più non sanno che cazzo dire. Bisogna guardare avanti ma prova a farglielo capire a ‘sti stronzi. Io vado a cucinare, ho fame. Voglio fare presto ma sono stanco e ti siedi un attimo sul divano a rifiatare un attimo e trovo il telecomando sotto al culo. Riaccendo la tv pure se adesso l’ho spenta. Rai 1, danno il quiz, è quasi ora di cena, hai fame ma… arriva il senso di colpa: devi prima finire sul balcone e mi ci vorrà un bel po’ di tempo per ripulire quello che è caduto.

  • 06 aprile 2013 alle ore 0:06
    Strade nel buio

    Come comincia: Doveva immergere la sua anima nella sporcizia, infangare lo spirito, lasciarsi andare ai suoi più bassi istinti. Non lo faceva per divertimento. La solitudine lo prendeva all'improvviso, come un passeggero nascosto nei sedili posteriori di una macchina, saltava fuori, "Bu!" gli faceva e si sedeva al suo fianco. La pioggia fuori dall'abitacolo, faceva impazzire i tergicristalli nella loro inutile lotta contro quella forza della natura. Forse erano proprio i tergicristalli ad ipnotizzarlo, nel loro costante movimento, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... gli speaker alla radio perdevano la forza, le parole diventavano ovattate, discorsi lontani tra persone lontane, per persone lontane. Lui era distante anni luce. Non c'era luce per guidarlo fuori, solo buio. In quel buio, non era solo, non lo era mai. I suoi vizi si erano fatti comodi, i suoi vizi non avevano fretta e sapevano aspettare. Tentavano al mattino di fargli cedere le gambe, costringerlo al letto, volevano fargli saltare il lavoro. Non ci riuscivano per un pelo. Poi al lavoro in fabbrica, lo colpivano alle braccia, rendevano pesanti le operazioni più semplici. Lui arrivava lo stesso a fine turno. Nemmeno lì riuscivano a ghermirlo. Potevano provarci nella pausa pranzo o a cena, lo invitavano a bere, ma lui teneva duro. L'incidente di anni prima gli imponeva divieto assoluto all'alcool. I suoi vizi erano sconfitti anche questa volta. Fumava una sigaretta, quello era un vizio innocente, pubblico, statale. Nessuno obiettava contro il fumo. Gli bastava però fissare il cielo, vuoto, spento e la mente si affacciava al buio, controllava le macerie delle sue guerre precedenti. Si accumulavano nel baratro e riempivano la fossa delle sue paure. Prima o poi avrebbero raggiunto la superfice ed in forza l'avrebbero sconfitto. Era il buco nero che immaginava vicino al cuore quello che spuntava qualche battaglia. Così guidava per le strade della città. Solo, anche se in coda al semaforo, riusciva a trovare la sua pace solo in periferia. Nelle zone delle fabbriche, dei depositi dei container, lì trovava il suo altare sacrificale. Sapeva che doveva sporcarsi nell'anima, per potersi lavare da ogni paura. I lampioni lo illuminavano a intermittenza, e sotto di loro c'erano quelle che lo avrebbero aiutato. Normalmente era una persona perbene, benpensante e osservante della legge. Per quanto potesse comportarsi bene, sospettava che alla fine avrebbe dovuto comportare un'azione contraria, doveva bilanciare il suo cosmo. Non voleva lasciarsi andare, ma il buco nero si allargava, gli costringeva le budella, e l'adrenalina gli infuocava gambe e braccia. Girava e girava per le stesse strade, guardava l'ora, notte fonda e abbassava ed alzava la temperatura. Era in lotta con se stesso, contro la sua volontà. Passava lento vicino ai suoi angeli, che potevano diventare diavolesse, schiacciava l'accelleratore e avanzava. Le osservava da lontano, sera dopo sera, ormai le riconosceva dalla fisionomia. Si diceva convinto "Guardo solo, che male fa?" poi diversi giri dopo, fra sé e sé "Ma si... adesso vado con lei, mi sento ribollire!" Invece un'altro disperato portava via prima di lui il suo angelo, oppure passava una macchina della polizia ad interrogare una diavolessa. In entrambi i casi, girava la macchina e tornava a casa. In quei casi vinceva lui. Quella notte invece pioveva e non aveva trovato nessuno in giro. Poteva sembrare un pareggio, quando all'ultimo lampione, dove non aveva mai visto nessuna di loro, c'era una ragazza protetta da un ombrello. Si avvicinò a lei e non ricordava di averla mai vista. Accosta ed abbassa il finestrino "Cc-ciao bella! Come mai sola sotto questo diluvio?" lei si avvicina alla macchina. Un angelo, lei era di sicuro un angelo. Sorride "Sono nuova qua... Che vuoi trenta bocca, quaranta scopata con preservativo?" Un angelo che andava dritto al punto. Lui fece cenno di entrare. Non aveva risposto e la ragazza lo guardava con aria interrogativa "Alòra? Trenta o quaranta?" lui non ci pensò nemmeno "Facciamo trenta, okey, okey..." Si sentiva sempre più preso dal buco nero, stava dando il via libera ai suoi vizi. Come una navigatrice la ragazza gli indicava la strada dove appartarsi. Lo guidava, gli sorrideva e gli diceva "Posto lontano, ma tranquillo, non preoccupare". Lui ubbidiva, girava e svoltava quando richiesto. Poi per rompere il ghiaccio cominciò a fare domande "Come ti chiami?" e lei "Chiara. Vai dritto ancòra" "Di dove sei Chiara?" "Ungaria" lui "Un-ghe-ria... Sei molto giovane Chiara...quanti anni hai?" "Si, ho venti ànni... quasi arrivati sai?" "Bene, sei proprio giovane, toglimi una curiosità...ma sei obbligata a farlo?" "No, non sono obbligata, ecco ferma qua." Fermò la macchina, il posto è un parcheggio lontano perfino per i suoi normali giri notturni. La conversazione sembrò assolverlo dalle sue colpe, pensava che lei non era obbligata a farlo da qualcuno, lo faceva per conto proprio. Mentre lei trafficava con la borsetta, lui gli consegnò i soldi "Senti io, non sono abituato a questa cosa, anzi non so nemmeno se voglio farlo" e lei "Ma mi hai pagato..." "Lo so. Ma non è necessario. Mi basta il brivido..." lei sembrò fare spallucce "Non capisco, non mi trovi bella?" lui agitò le mani in senso di negazione "No! No! No! Te sei bellissima, solo che non voglio farlo, mi è passata la voglia!" "Te non sei mica normale... Mi paghi e poi non vuoi bocca... non ti tira forse!?". Ecco è da quel momento che non ricorda bene cosa sia successo. Ricorda solo di essersi abbassato i pantaloni e poi di aver preso con forza la testa della ragazza. Lei si era rialzata perchè non aveva messo il preservativo e allora lui la schiaffeggiò forte e prese il collo della ragazza. Poi il buco nero vicino al cuore si mangiò tutto, auto compresa e il buio calò come una tenda di teatro sulla scena. Questa notte aveva infangato la sua anima, sporcato il suo spirito. I vizi avevano vinto.

  • 04 aprile 2013 alle ore 23:23
    Spiaggia

    Come comincia: Era così che voleva vivere gli ultimi giorni della sua vita, una spiaggia solitaria e un mare cristallino all'apparenza senza fine.
    Pianse perchè non c'era nessuno a guardarlo, pianse perchè fin da bambino era facile al pianto non come gli altri maschietti e poi la malinconia era una compagna che conosceva bene.
    Si chiese ancora una volta quale regola bisogna applicare per intrecciare quelle sane relazioni chiamate amicizie, quelle poche che aveva stretto nella sua esistenza erano durate poco.
    Gli uccelli volavano alti nel cielo e sembravano giocare a chi pesca più pesci, la sua mano si allungò a sfiorare la copertina del romanzo appena iniziato e si chiese quanti giorni avrebbe passato a leggerlo.
    Le onde e i volatili erano un concerto meraviglioso e lui si innamorò ancora una volta della natura, nel profondo della sua anima però l'unico suono che voleva risentire era la voce di lei che scandiva le parole "ti amo" in portoghese.
    Quella cadenza poteva mandarlo in estasi anche ora che la sua mente non riusciva a riprodurlo fedelmente, ripensò alla sua stupenda risata che grazie alle casse del pc risuonava a distanza di chilometri da un continente all'altro.
    "Ti basta scrivermi una riga e sarò di nuovo tuo per sempre, come diceva una vecchia canzone mi hai fatto un incantesimo."
    Lacrime salate gli offuscarono la vista, si perdette ancora un momento a riportare in vita i momenti passati insieme anni prima, desiderando fortemente che lei un giorno tornasse tra le sue braccia e riuscisse a rendergli  di nuovo degna di essere vissuta la vita.
    Si ricordò che la prima volta che la vide indossava dei buffi calzini colorati, una timida ragazza che con la sua sola presenza causava terremoti biblici nel suo animo.
    Si versò un'altra tazza di caffè nero bollente, probabilmente esisteva una legge che vietava la consumazione di una bevenda così invernale in piena estate ma poco gli importava, ne bevve un sorso senza aggiungere zucchero o altri dolcificanti.
    Il sole iniziò a tramontare, si alzò e chiuse lo sdraio, prese le sue cose e si diresse verso la sua casa.
    L'ennesimo giorno fuori dal mondo, senza amici e senza di lei, solo.
    La vita era anche questo, trovare qualcosa da fare fino all'ora di andare a dormire, riempire i vuoti delle giornate e perdersi nella monotonia del quotidiano.
    Prese il telecomando e accese il decoder e la televisione, centinaia di canali con mille proposte diverse ma a lui bastava qualcosa che facesse ridere e non pensare.
    La sua risata era qualcosa da salvare nella memoria per sempre, voleva avere un registratore nel cervello per non perdere la fluidità di quei suoni.
    Aveva scelto di isolarsi dal resto del mondo, una piccola casetta su una spiaggia poco frequentata dai turisti cubani, all'inizio pensava di stabilirsi in Brasile ma poi pensò che per quanto grande quella nazione lui prima o poi sarebbe volato a Rio in cerca di lei.
    Guardò i pescatori sulle proprie barche e si chiese cosa facessero ancora fuori a quell'ora tarda e si ripromise di documentarsi meglio sulle pesca, si avviò verso la cucina e vincendo con un epico sforzo si mise a lavare i piatti e lasciò perdere il divano.
    Quanti amori vanno e vengono, quante persone cambiamo alla ricerca di quella perfetta per noi e quanto male ci facciamo prima che la magia si compi.
    Fuggiva dalla vita, fuggiva da tutto e da tutti, aveva deciso che la persona giusta era già arrivata e già l'aveva lasciato e che quindi ora doveva uscire di scena.
    Un altro piatto lavato messo a scolare sul ripiano, si girò e scelse un cd giusto per continuare i lavori domestici, scelse i Queen che gli davano sempre la giusta carica "I want to break free" uscì dalle casse a tutto volume.
    Davanti a lui la scopa in saggina sembrava una dama senza cavaliere al ballo del liceo, la prese e si mise a ballare una buffa danza con lei e pensò che insieme a lei non aveva mai potuto farlo e si ritrovò a desiderarlo con tutto il cuore.
    Quei suoi grandi piedi forse lo avrebbero portato a pestare quelli suoi piccoli da ragazzina, forse la sua mole l'avrebbe compressa e tolto il respiro ma averla anche solo per un attimo nelle sue braccia era un desiderio troppo forte che lo divorava dentro.
    Cosa avrebbe cambiato dirle ti amo?
    Sfogarsi finalmente e dirle di aprire gli occhi, dirle che non nonostante tutto il sesso con altre persone e altre relazioni amava solamente lei.
    Rifiutava questa spiaggia, quella sabbia dorata e quel silenzio paradisiaco.
    Voleva essere travolto dalla sua voce e dalle sue risate, voleva spendere del tempo con lei anche solo per seguirla in mille negozi che un uomo mai frequenterebbe.
    Non poteva essere se stesso, non poteva rischiare di perderla ancora anche se non era mai stata sua.
    Rivelare i propri sentimenti sarebbe stato un errore troppo grande, un rischio assurdo che non poteva correre.
    Si sdraiò in mezzo al corridoio sul gelido pavimento, guardò il soffitto intonacato di bianco e si perse nel vuoto della sua mente priva di pensieri.
    Cosa fare della vita ora, questo scomodo fardello che molti chiamano dono e che lui non voleva più.
    Troppa paura di mettere fine a tutto, troppo codardo.
    Alla fine pensava che il suicidio era un gesto egoista, pensava alla sua famiglia e di come un simile atto l'avrebbe devastata e quindi ecco l'esilio in quel posto sperduto ed isolato.
    Non riusciva più a fingere di essere un figlio sereno, un amico sincero e una persona buona che ama la vita.
    Non c'era posto là fuori per lui, un mondo selvaggio e arido dove non conta niente quello che provi nel tuo animo ma conta solo quanto hai nel portafoglio e quanto sei sulla bocca di tutti.
    Ripensò ad anni prima, quella volta che dopo averla vista rimase ore in stazione ad aspettare il treno per tornare a casa, in quei momenti tra una chiamata ad un amico e l'altra, il pensiero che era tutto troppo semplice se voleva farlo lo punse come una puntura di zanzara.
    "Guarda quanti treni, alta velocità e di te non rimane nemmeno il necessario per un semolino alla casa di riposo".
    La testa a volte è subdola e cinica, è il diavolo sulla spalla che approfitta della pausa lavoro dell'angelo sull'altra spalla.
    Si alzò e accese la sua macchina fotografica, rise pensando che quando era nato dovevano stare attenti a non esporrere la pellicola alla luce e ora era tutto digitale, tra tante foto cercava quella fatta con lei.
    Una foto di un recente passato, una foto di un amore mai nato e che lui sognava tutt'ora.
    Sorrideva appoggiandogli la testa sulla spalla, un gesto che normalmente sarebbe di estrema tenerezza e che invece lui sapeva era solo una posa per l'occasione.
    Diede un bacio con le dita al viso di lei e la salutò prima di spegnere l'apparecchio, andò in bagno e senza accendere la luce si sedette sul bordo della vasca e pianse per qualche minuto.
    Passò un altra notte insonne, la spalla gli doleva e si svegliava alle ore più disperate, era una nottata fresca e si spogliò pensando che così avrebbe dormito meglio.
    Se mancava lei cosa rimaneva nella vita?
    Un mucchio di bugie, un sacco di ruoli da sostenere nonostante non fosse un attore e molte apparenze da mantenere.
    La immaginava a letto con il suo nuovo amore, in questi casi la sua immaginazione era molto fervida anche se dove non arrivava la sua fantasia era stata lei a colmare le lacune.
    Lo aveva preso per il suo confidente personale, lui era l'unico uomo di cui si fidava e allora giù a raccontargli per filo e per segno cosa facevano i due piccioncini insieme.
    Il suo disagio per quelle scabrose situazioni le provocava sempre stupure, non riusciva a capire che stava ferendo i suoi sentimenti e quale dolore provava.
    Aveva desiderato di essere il suo primo uomo, voleva creare una famiglia con lei se solo gli avesse dato il tempo per farlo.
    Portarla in Italia e sposarla, ogni giorno svegliarsi e come prima cosa vedere lei ancora addormentata che riposa serenamente, l'avrebbe sempre svegliata con una carezza ed un bacio.
    Voleva passare il resto della sua esistenza ad accarezzare i suoi capelli neri, parlare con lei per ore e ore senza dover mai aver bisogno d'altro.
    Il cuscino era umido e bagnato da sudore e lacrime, consumato da mille notti agitate, se fosse stato più attento a queste cose l'avrebbe cambiato molto tempo prima.
    Accese lo stereo e ascoltò una manciata di vecchie canzoni, la musica era la sola compagnia che non tradiva mai, non esigeva discussioni e raramente ci litigava.
    Osservò il suo pigiama rovinato e consunto, ne avrebbe comprato un altro se questo non fosse stato così comodo, mangiò un pezzo di cioccolata al latte e provò a prendere sonno con l'aiuto della musica.
    Era sprofondato nuovamente in un universo onirico, al risveglio quasi mai ricordava i suoi sogni, era un meccanismo perfetto che avrebbe applicato anche alle storie d'amore concluse male.
    Le urla di alcuni marinai arrivati all'alba per pescare il pesce fresco lo svegliarono, non fu un problema quel brusco risveglio e anzi ne approffitò per fare qualche lavoro domestico extra.
    Prima andò in bagno a farsi la barba e gli sembrò di vederla dietro di lui nel riflesso dello specchio, gli cingeva la vita e gli sorrideva.
    Lasciò che quel fantasma del cuore giocasse con la schiuma da barba, più lui ne metteva sul volto e più lei ne toglieva scherzando come una ragazzina.
    Si girò la prese in braccio e la fece piroettare e girare velocissimamente, quando la testa gli girò troppo per proseguire si fermò e la baciò come se non ci fosse un domani e senza di lei un domani non poteva esserci.
    Bastava dirle una parola a volte per farla arrabbiare, una parola di troppo e lei subito si sentiva sotto pressione.
    Ripensò a questo quando si svegliò da solo nel proprio letto, il fantasma che i suoi desideri avevano creato era scomparso per lasciarlo ancora una volta da solo.
    Aveva rinunciato alla felicità da molto tempo ma ultimamente il peso di quelle giornate vuote lo strinse ancora di più fino a spezzargli qualcosa dentro, qualcosa si incrinò e cominciò a prendere a pugni lo specchio della camera fino a sanguinare copiosamente.
    Era tutto rosso intorno a lui, i suoi occhi non mettevano più a fuoco nulla, il dolore era arrivato ad un punto di non ritorno ed era così forte che tutto il resto svaniva.
    Prese un grosso pezzo di vetro e si diresse in bagno, prese con sè tutti i ricordi di lei e poi anche carte e penna.
    Ripensò a tutti i momenti felici che avevano passato insieme, maledì il suo ragazzo perchè lui aveva potuto averne molti di più di lui che si era dovuto accontentare di una manciata di ore passate come un amico qualsialsi.
    Riguardò tutte le foto, pianse e le lacrime si mescolarono al sangue che continuava ad uscire dai tagli.
    Lei con il suo buffo berretto che sorrideva dal passato, un altra foto la mostra seduta al tavolo di un ristorante, è felice nonostante il freddo la mette a dura prova e non stia benissimo.
    Rise amaramente riflettendo che in fin dei conti stava facendo di tutto questo un dramma inutile, era quello che lei gli diceva di non fare e lui le rispondeva che era italiano e che essere melodrammatico era nel suo dna.
    Si soffermò a ripensare a tutti i litigi grandi e piccoli tra i due, ripensò a come lui si arrabbiò una volta per come lei se ne era andata dalla chat senza salutarlo e si ricordò di come ci rimase male, sbagliò a farglielo notare ovviamente lei prese il tutto come un offesa personale.
    Era tutto qui e la vita senza quella persona speciale non meritava di essere vissuta, l'idea di farla finita con quel coccio lo spaventava ma ormai era tutto perduto e sapeva che lei non sarebbe mai e poi mai tornata e che anzi non lo aveva mai amato per davvero.
    Era stato tutto un gioco per lei, purtroppo invece lui l'aveva amata veramente e ancora una volta maledisse qualcuno e quel qualcuno questa volta era se stesso, si maledì per averla amata sempre nonostante tutto.
    Scrisse in quel foglio di carta un biglietto per quella donna che sicuramente non avrebbe capito nemmeno dopo quel gesto estremo i suoi sentimenti, espresse la sua ultima volontà ovvero quello di essere sepolto con la foto di lei vicino al cuore e si fece coraggio.
    Un ultimo taglio, questa volta non al passato, questa volta un taglio vero e ancora più sangue sgorgò dal suo corpo.
    Mentre il buio calava immaginò il suo sorriso e la sua risata, il fantasma era tornato e lo aspettava alla fine di quella terribile lotta che aveva combattuto per troppo tempo.

  • 04 aprile 2013 alle ore 22:06
    Rose vinate

    Come comincia: Mai stato un gran bevitore, mio padre. Poco ma “buono”: il suo bicchiere di rosso (due mezzi bicchieri in realtà, non amava farlo colmo ogni volta) ai pasti, versato dal classico fiasco impagliato. Il nostro abituale vinaio li portava in una lunga cesta intrecciata a mano, conteneva due fiaschi prima e due dopo il manico; ansimava quand’era arrivato a casa nostra, di frequente toccava a me aprirgli il buio vano dove veniva custodita la nostra piccola provvista. Dopo la scampanellata seguiva l’immancabile affacciarsi dalla finestrella di cucina per scorgere, prima d’aprire, chi aveva suonato: “C’è i’ vvinaioooo! Chi gli apreeee?” gridava la nonna affaccendata in qualche mansione che non poteva lasciare, fidando nel fatto delle altre due donne adulte, più cinque ragazze di varie età, presenti in casa. “Va bene, vo’ io” mi offrivo, spesso era il pretesto per smetter di studiare e sgranchirsi un minutino le gambe. Qualche volta invece il vino s’era preso dal produttore o si riusciva a trovare un bottegaio volenteroso che ci recapitasse a casa le damigianine; abbastanza di rado, dato che era faticoso portarle all’ultimo piano di quel palazzo antico, in centro, c’era anche la scala interna per arrivare al sottoscala che faceva da ripostiglio e da dispensa per pochi generi alimentari: giusto l’olio “del contadino”, lattine di pomodori pelati più qualcuna di pesche sciroppate, il vino. In quel caso lo s’infiascava in casa, travasando proprio sul pianerottolo di queste scale interne, liquido rubino nei gloriosi fiaschi toscani. Triste il momento in cui la paglia, che del vino s’imbeveva sempre un po’ effondendo in piena città un profumo da fresca cantina campagnola, venne sostituita da quella rete in plastica avorio sporco, stretta attorno alla verde pancia trasparente; pareva una guaina contenitiva che cercasse sminuire le trippe debordanti d’una massaia sovrappeso.

    Comunque, nei fiaschi o più raramente nelle bottiglie bordolesi (qualcuna si teneva, “in caso venisse qualcuno”) si metteva sempre in cima un giro d’olio, prima di tappare col sughero. Era una sorta di rito anche il togliere l’olio dal collo: si ficcava giù coll’indice un ciuffino di stoppa, quella che ancora usano certi idraulici, la si toglieva una volta ben inzuppata; ma prima di portare in tavola, c’era un gesto deciso per “sboccare” le gocce dell’ultimo residuo oleoso sporcato d’ametista nel lavandino di cucina.
    La mia casa non era mia, eravamo in affitto dall’Opera del Duomo, lo siamo stati per cinquant’anni. Ci vivevamo in tanti, una società matriarcale dove dopo la morte del nonno due uomini solamente (mio padre e suo cognato, lo zio materno) erano circondati da presenze femminili: mogli, sorella, figlie, suocere. Casa spaziosa, piena di luce, su due piani; un labirinto di camere, ripostigli, anditi, due salotti, un bagno grande e due piccoli gabinetti. Due terrazze distinte: “la terrazza su” e “la terrazzina in fondo”. In quella “in fondo” (inteso come il fondo del salotto al piano superiore) si faceva la carne alla brace o stendevamo; ci s’immetteva da una tripla serie di porte: un pannello antico intagliato e dipinto copriva una coppia di battenti che celavano un’altra porta in legno e vetro, chiusa da un palettino. Alla “terrazza su” si accedeva dal solito salone ma da una sola porta. Si saliva sui tetti come sospesi nel vuoto, poi alcuni scalini in muratura, una sorta di tasca dov’era alloggiato un alberello di lilla, altri scalini: ecco la cannellina con la “sistola” per annaffiare, comoda quando ci stufarono pentolini vecchi e pesantissimi annaffiatoi.
    In terrazza, per metà ombreggiata da piante di vite canadese, fiorivano gerani, giaggioli, margherite, canne indiche e salvia splendida, fior d’angelo e due piantine di rose nane portate dal babbo e lo zio. Avevo assistito con curiosità allo svolgerle dal pane di terra che metteva a nudo le radici, al trapianto in una conca rettangolare. Mio padre mi aveva mostrato gl’involucri, foto multicolori di come sarebbero venute su una volta fiorite. Un tipo, a boccio chiuso era color salmone; una volta aperto si rivelava gialla orlata di toni dall’albicocca al rosso. Le altre erano rosso scuro, sfumature vellutate da parere nere, il profumo intensissimo. E sapevano di vino! Aromatico, pungente: “Senti qui, senti qui che profumo…!” Mi pare rivederlo mio padre chino sulle pianticelle ad occhi chiusi, espressione di voluttà mentre aspirava con piacere la fragranza delle sue rose “vinate”. Già, perché la cura della terrazza e dei fiori era appannaggio dei miei, era il loro giardino pensile, evasione dai momenti lavorativi, pretesto per spazi di quiete (“O il babbo e la mamma dove sono?” “Eh, son su in terrazza!” e con questo basta, raramente salivamo proprio in quel momento a condividere le fatiche delle potature, dei rinvasi, delle concimature e gli esperimenti. Dopo aver letto che per ottenere fiori di geranio più forti e grandi si doveva una volta annaffiarli col latte e la volta dopo col vino rosso i miei provarono anche questa soluzione, e funzionò!)
    A S. Giovanni, invitati gli amici, salivamo per vedere i “fochi”, anche se in realtà si doveva stare in piedi tutti ammonticchiati in un angolo, l’unico da cui si vedevano i più alti, a volte i bagliori delle girandole. Però nella notte s’intensificava il profumo spesso e vinato delle piccole rose, e il fatto d’avere proprio alle spalle la mole della Cattedrale era eccitante perché “i botti” erano amplificati e raddoppiati. Dopo lo scoppio iniziale…. un istante e alle nostre spalle esplodevano dei veri boati tipo cannonate: “Booommm! Booommm!” ti squassavano tutta, li sentivi in petto e in gola, tremavano polsi, gambe, fantastico!
    La “terrazza su” serviva anche da pretesto per chi non aveva i mezzi per andare in vacanza, o per prendere un po’ di colore in attesa della sospirata partenza. Bastava stendersi, respirare a occhi socchiusi immaginandosi invece che accanto a piazza Duomo immerse nel salmastro di qualche bella località balneare o, tra l’intensissima fragranza delle roselline, di esser state a prendere un gelato sulla passeggiata a mare. In realtà (appena stufe di arrostirci sui tetti) dopo la cauta discesa dalla scala traballante e il rientro nell’ombra fresca del salotto, ci si precipitava in cucina a bere acqua “fatta con le polveri” o con una strizzatina di limone, a mangiare ciliegie cotte fredde, una coppetta di fragole nel vino zuccherato. Una delle poche volte in cui il vino mi piaceva. Sebbene fosse in tavola ogni giorno non ero abituata a berlo, come invece mia sorella. Quando per merenda si tagliava una spessa fetta di pane, la s’inzuppava d’acqua per poi spruzzarla di vino e spargerla di zucchero non mi entusiasmavo; preferivo assaggiare il vino “coi grandi” quando veniva in visita qualcuno, la liquorosità del vinsanto in cui inzuppare i cantuccini, sgranocchiare le mandorle imbevute del vino della Santa Messa. Allora scoprii che mi piacevano di più tuffati nel rosso dell’Aleatico o del Morellino, ma in casa li acquistavano di rado.
    Proprio oggi parlavo a mia figlia del suo nonno amante delle rose, di quando ne portava al lavoro, un semplice bicchier d’acqua e spandevano la meraviglia del loro profumo nell’officina buia, le annusava rapito mostrandole ai clienti con orgoglio “Son delle mie!” Camminando verso casa molti giardini fiancheggiano il percorso; le additavo varie specie di piante parlando della terrazza che lei non rammenta, così come i volti di cari venuti a mancare troppo presto perché se ne conservi da soli l’immagine ……Mantiene il loro ricordo guardare fotografie, raccontare, farle aspirare un odore per consentirle di immagazzinarlo nella memoria. Dirle, cercando di non far tremare nella nostalgia la voce: “Ecco, senti, senti qui che profumo: questa è la fragranza delle rose della terrazza dei nonni. Le rose vinate!”

  • 04 aprile 2013 alle ore 14:49
    Voce umana

    Come comincia: Ritornavo a casa da serate pienamente vissute . Cavalcando strade , sentieri , incontrando anime perse e ritrovate . L'eco delle voci ronzava ancora nella testa , come dopo concerti e sovrapposizioni di folle , volti , sorrisi e sguardi ora vicini e ora lontani .
    Ma tornata a casa il solito pezzo mancante sviscerava quel desiderio tremendo di ascoltare la sua voce umana .
    Calda , rassicurante , rispondeva  come se l'avesse aspettata .
    Voce da uomo bambino spesso con frasi che non riuscivo a comprendere del tutto . Bellissime ugualmente nel silenzio notturno .
    Gli dicevo di raccontarmi favole per farmi addormentare e durante i racconti ,  la mia mente vagava altrove . Tradivo il mio interlocutore rifugiandomi  tra le pieghe dei suoi racconti  .
    Lui non sapeva che ad ogni  storia ricamavo un finale tutto mio . Allora la voce diveniva rumore bianco senza spazio e tempo , chiudevo le palpebre e immaginavo di baciargli le labbra , di toccargli i capelli come fili d'erba .
    Ricordavo di quando quella voce l'avevo ascoltata da vicino  . Ritornavo nei luoghi dove eravamo seduti , delle onde che orchestrava con le mani , come un folle . Un folle meraviglioso .
    Perdevo il presente in quegli attimi nonostante mi avvinghiassi appassionatamente ad ogni sua parola  .
    Le storie proseguivano , interrotte qua e là da risate fragorose , le quali mi facevano amare il suo essere , nonostante tutto , normale .  Normale come una creatura delicata e diffidente , con pensieri altissimi , una vita deambulante prima sull'orlo di un precipizio e poi ripresa in uno spiegarsi d'ali di rapace .
    Facevo l'amore con lui tagliando a pezzetti ogni distanza  .  Mi appropriavo della sua voce come quando da bambina assorbivo le note dei carillon che non mi lasciavano sola .
    Amavo questo stato di grazia  , simile ad un'integrità  indissolubile di sentirmi mia e sua al contempo .
    '' Il fiore d'oro è sbocciato finalmente sulla montagna
    Tu , colei , redenta dall'amore , ritrovi la tua pura identità ''

  • 04 aprile 2013 alle ore 12:28
    Preambolo

    Come comincia: Cari signori, signore, tante storie si son udite nel corso del tempo e cosa possiam mai dire se le storie sono belle, se il sogno incantatore distrutto scioglie i cuori? 
    Allora andiamo avanti; l'amore di Gora per il suo amato Graziano che in terre lontane dimentica la sua amata compagna, innamorandosi del mondo meno che di lei stessa.
    Il caro Graziano che lacrime di gioia versò nella sua felicità di amare Gora e nel tedio dell'amore, come ben sappiamo tutti noi, il suo svanisce tra cenere e rammarichi verso chi, unica e sola, l'aveva completato. 

    Baciando sprovvedutamente Aphrodite, dea dell'amore, portiamo le mani al petto e va in scena l'affezione. 

  • 30 marzo 2013 alle ore 18:37
    Dal Cosmo alla Cellula

    Come comincia: Il mio Dio non è su spillette da indossare o rappresentato in statuette, non viene nominato in cantilene o portato in processione; il mio Dio non ha dato regole scritte, non desidera sacrifici, non mi priva di cibi o bevande, non mi chiede nulla che non abbia voglia di fare. Non mi vieta di nominarlo, ne di offenderlo se sono arrabbiato, non mi impone abiti particolari, ne la lettura di testi che non ha scritto. L' umanità prega un dio che non conosce, gli avete dato forme strane, barbe lunghe, nomi diversi, qualcuno addirittura più di un braccio, ma non è lui che dovete pregare; quello è il Dio delle vostre tradizioni di ciò che avete imparato e di ciò che la storia vi ha insegnato dai tempi dei tempi. Voi pregate un Dio anch'egli in cerca del suo Creatore, ma non è quello giusto. Il Signore ha racchiuso dentro di voi la sua più bella immagine, i suoi talenti migliori e la consapevole conoscenza di ciò che è giusto e sbagliato. Ogni creatura conosce la differenza tra il bene e il male, ogni creatura è libera di fare la propria scelta e il Dio che è dentro di voi sarà il supremo giudice delle vostre azioni. Il mio Dio abita le Stelle, soggiorna negli occhi degli umili, pernotta nei bambini, alloggia nella bellezza della natura, risiede nella semplicità degli animali, visita gli animi nobili, adula i talenti, sussurra alle persone gentili. L'ho visto tante volte, aveva volti diversi, ma sentivo che era lui; un giorno è bacio, un giorno carezza, altre volte un aiuto o un semplice pensiero, spesso è compassione, ogni tanto sensibilità, è amore e serenità. Lo riconosco sempre in un sorriso sincero, in un dolore grande o in un abbraccio fraterno. L'ho sentito parlare tante volte: "buongiorno, buonasera, mi dispiace, mi scusi, ti voglio bene, ti amo, come stai? Ti aiuto io, copriti, mangia, bevi pure, non aver paura, stai tranquillo, miao, bau, cip cip, ti prego"; altre volte ho sentito il suo profumo o il rumore della sua esistenza. Avete un po' del mio Dio dentro e tutto intorno a voi... Se non volete farlo per voi stessi, fatelo per me... Rispettatelo e vogliateli bene!

  • 30 marzo 2013 alle ore 12:29
    Vado a spostare la macchina

    Come comincia: Sono le undici. Le undici e sette minuti, per la precisione. Cazzo, la macchina. Ieri sera cena con amici, sagra di paese, grigliata di carne, vino. Troppo vino. Poi il lavaggio della strada, il parcheggio a un chilometro di distanza. Devo spostare la macchina, rischio la multa. Mi alzo, niente colazione, denti lavati, faccia sciacquata. Vado. Undici e ventitré minuti: la macchina è ancora lì, nessun foglietto rosa sul vetro, m'è andata bene. Monto su, torno indietro, ora parcheggio e ritorno a letto, quasi quasi. Invece c'è un cantiere che blocca l'accesso alla via più semplice per arrivare a casa mia, c'è sempre un cantiere quando non vorresti che ci fosse. Eppure fino a ieri non c'era. Faccio il giro più lungo, ma vedo una panineria ambulante, una di quelle su quattro ruote. Anche questa ieri non c'era. Sarà che oggi è giorno di novità. Mi fermo, ho fame. Un panino col lampredotto per colazione non credo che lo mangerebbero nemmeno gli inglesi o gli americani, ma a me va.
    «Salsa verde e salsa piccante, grazie. Intinga anche la parte superiore della rosetta nel brodo, grazie.»
    Un concerto dentro la bocca, lo stomaco fa strombettare i suoi fiati, suonano gli archi dei succhi gastrici. Ma il lampredotto non è la stessa cosa senza un bicchiere di vino, a Firenze.
    «Anche un goccio di rosso, grazie.»
    Riprendo la macchina, provo a tornare a casa. E adesso chi dorme più. Facciamo una cosa: un altro giretto, così, giusto per vedere se è cambiato qualcos'altro in città. In effetti qualche senso di marcia l'hanno invertito, o forse ero io che non passavo da tempo da queste parti? Non importa, proseguo. Non so come ma arrivo all'imbocco dell'autostrada. Che faccio? Ma sì, chi se ne frega, alla fine cos'è che dovevo fare oggi? Direzione Roma, tanto penso che mi fermerò prima. Invece arrivo a Roma. Entro in città, cerco subito una rosticceria.
    «Due supplì, grazie. Un bicchiere di vino ci sta bene, no?»
    Riprendo la macchina, forse è meglio tornare indietro. Ma poi, non so come, di nuovo, finisce che imbocco direzione Napoli. Penso che magari tornerò indietro. A questo punto però sarà meglio arrivare a Napoli, visto che ci sono. Guarda caso ho fame. Vedo scritto pizza, lo vedo ovunque. Non sono allucinazioni, lo giuro. Mi fermo ancora, mangio una pizza.
    «Vuole una birra?»
    «Meglio un bicchiere di vino, grazie.»
    «Ma con la pizza ci sta male.»
    «Me ne farò una ragione. Vino, grazie.»
    Mangiato.
    «Un caffè?»
    «No grazie, il caffè mi rende nervoso.»
    «Troisi?»
    «Mi manca.»
    Riparto, è buio. Ora basta, prima o poi bisognerà ritornare indietro. Ma c'è qualcosa che me lo impedisce, qualcosa che mi trascina altrove, lontano, la macchina va da sola e io la seguo. Il mare, il porto. La notte. Un po' tardi, non si può fare più niente. Mi metto a dormire, tanto sono stanco.
    La mattina mi sveglio presto, faccio il biglietto e salgo sul traghetto: Napoli-Palermo. Quando arrivo lì, sento subito il profumo per cui sono venuto. Due cannoli con la ricotta, che colazione! Niente vino, stavolta. Da oggi niente più vino.
    «Vuole assaggiare un goccio di Marsala appena fatto?»
    «Ma sì, perché no...»
    Comincio domani, ogni cosa comincia sempre domani. Bevo il Marsala e mi stiracchio. Via, è l'ora di tornare a casa, chissà cos'altro è cambiato. Vado all'aeroporto, prendo il primo volo, arrivo a Firenze. Tornando a casa, c'è l'inaugurazione di un nuovo locale.
    «Un bicchiere di vino?»
    «Guardi, se me lo avesse chiesto domani le avrei detto di sicuro di no, ma già che siamo a oggi, va bene.»
    Bevo e torno a casa, finalmente. Il cantiere non c'è più, sono stati veloci. Troppo veloci, c'è qualcosa che non va. Ci sarebbe anche il parcheggio sotto casa.
    Cazzo, la macchina. L'ho lasciata a Napoli.

  • 30 marzo 2013 alle ore 10:55
    Nota nella notte

    Come comincia: Vuoto. Tutto era vuoto.
    Nessun suono, e l'oscurità ad inghiottire tutto.
    La mente era un abisso nero senza fondo, dalle pareti ripide e scivolose.
    Poi un formicolio, il tocco leggero e sinuoso di uno spettro senza forma. Era la brezza, stracolma di vita fino a scoppiare, un'isola brulicante in quell'oceano denso di morte.
    Risvegliava ciò che toccava, solleticava corpo e coscienza, fino a quel momento fusi in un nulla vuoto e desolato.

    I muscoli erano intorpiditi, e avvertiva il suo respiro flebile come non mai. Gli pareva di non essere mai stato sveglio fino a quel momento, percepiva il suo corpo come totalmente nuovo, un'ammasso di carne che sfuggiva al suo controllo.
    Con uno sforzo immane aprì gli occhi, e ciò che vide fu l'oscurità.
    Nessuna stella a ornare il cielo, niente luna a dargli conforto.
    " Perchè? " si chiese.
    Non si chiese dov'era, nè perchè fosse lì. L'unica domanda che riusciva a porsi era la più semplice, perchè. E gli sembrò l'unica a proposito, in quel momento.
    Poi, una luce sferzò il buio, e rapida come era venuta, scomparve nel vuoto. Interminabili secondi seguirono.
    Poi un'altra saetta dorata sfrecciò nella luce, per sparire come la prima. Una terza seguì qualche istante dopo, e poi una quarta; roteavano dal basso verso l'alto, si lasciavano cadere verso terra o si avvolgevano in voluttuose spirali, disegnando ombre danzanti.
    Pian piano l'aria cominciò a rischiararsi, e il contorno delle cose divenne visibile, anche se non completamente. Erano lucciole, capì improvvisamente.
    Piegando la testa in avanti, riuscì a scorgere qualcosa in pìù. Era disteso su un giaciglio sopraelevato, morbido ma gelido; guardando il torace scoperto, un brivido di terrore gli percorse la schiena.
    Un sottile nastro nero partiva dal pettorale sinistro, e senza averne la certezza, capì subito: lambiva il punto dove si trovava il suo cuore. Il nastro si arrotolava e si dipanava verso l'alto e andava verso sinistra, perdendosi poi nell'oscurità.
    Dal punto di contatto tra pelle e stoffa, si sprigionava un calore piacevole, torbido ed intenso. Intorno a lui il gelo e l'oscurità della notte, lacerata a tratti dalle fioche luci delle lucciole. D'un tratto si accorse che la stanchezza si stava impadronendo di nuovo di lui; avvertiva un forte desiderio di dormire, e per un istante pensò di farlo. Sarebbe stato così semplice abbandonarsi a quel torpore, richiudere le sue sensazioni dietro un muro e lasciarsi andare. Poi una singola nota suonò nella sua mente, limpida e incredibilmente potente.
    Avvertì un brivido solcargli la schiena, e una sensazione di piacere diffondersi lungo il suo corpo, cancellando il torpore. Alla prima nota ne seguì un altra, e poi un altra ancora.
    Era l'inizio di una canzone, anche se non aveva idea di quale; gli parve che la melodia nascondesse qualcosa, forse qualcosa di importante. D'un tratto il punto dove la stoffa si fondeva con la pelle cominciò a prudergli, dapprima leggermente, poi sempre più.
    Finalmente si sentiva lucido, era consapevole di sè stesso ad un nuovo livello. Poggiò la mano sul lungo nastro, e lo accarezzò con le dita.
    Un dolore cieco e pulsante cominciò a diffondersi dal punto di contatto, un dolore che sapeva di pazzia.
    Quasi senza pensarci, afferrò la stoffa e tirò forte. Il nastro si strappò dal suo petto, portandosi via piccoli brandelli di pelle.
    Il dolore fu squarciante, e lui cadde di lato, sulla terra fredda e spoglia.
    Il buio lo inghiottì completamente, mentre il dolore gli dilaniava le carni. La melodia scomparve, e il panico lo invase come una scarica elettrica; si abbandonò sul terreno, sentendo la ruvida superficie raggelargli la pelle. Chiuse gli occhi, e si lasciò andare.
    Sentì la sua coscienza allontanarsi pian piano, mentre anche il dolore cominciava a svanire.
    Poi, nel buio desolante, il suo cuore si fermò.

    Quando si riebbe, l'oscurità era svanita; il cielo era solcato da una violenta luce arancione, mille volte più intensa di quella del più acceso crepuscolo; intorno a lui una landa desolata, spoglia; un'unica strada ciottolata, lunga a perdita d'occhio e sempre uguale. Si sentiva spossato, stanco, eppure vivo come non mai.
    Udì un tonfo, e poi un altro.
    Dopo qualche secondo di silenzio, il suono si ripetè, lontano ma perfettamente distinguibile.
    Doveva mettersi in marcia.
    Osservò l'orizzonte, una linea sfuocata e nebbiosa, e capì che era il suo obiettivo. Doveva raggiungere la fonte di quel suono, su questo non aveva alcun dubbio.
    Mettere un piede davanti all'altro gli apparve enormemente difficile, ma sapeva che doveva farcela, ad ogni costo. Camminò senza sosta, ignorando le fitte di dolore e stanchezza che gli percuotevano il corpo implacabili ; la strada sembrava sempre uguale, e presto gli sembrò di star camminando all'infinito.
    Ad un tratto, in lontananza, scorse un bivio davanti a sè.
    Sulla destra il sentiero era sterrato, sconnesso; a sinistra vide invece una stradina stretta, ma curata e tappezzata di un'erbetta sottile e umida di rugiada.
    Senza nemmeno pensarci, scelse la strada a sinistra, e vi si incamminò rapido. Accelerò il passo; per la prima volta gli pareva di avere una meta, pur senza avere idea di dove stesse andando.
    Un dolce aroma impregnava l'aria, un odore tanto indefinito quanto gradevole; intorno a lui, i colori sembravano essersi fatti più intensi; l'erba era diventata di un giallo sgargiante, ed alberi di un marrone così chiaro da sembrare beige si stagliavano contro un cielo azzurro pastello. Sì sentì bene, al sicuro per la prima volta da quando si era svegliato. In fondo al sentiero intravvide una casetta completamente bianca, circondata da un prato stracolmo di fiori di ogni colore. Quel bianco abbacinante ferì i suoi occhi, ma lui non se ne curò; si sentiva così bene, così dannatamente bene da non poter pensare ad altro; doveva raggiungere la sua meta.
    Pochi passi, e si trovò sulla soglia; i fiori intorno a lui emanavano ora un profumo sempre più intenso, e lui si sentì inebriato; i suoi pensieri si fecero più impalpabili, e gli divenne difficile concentrarsi su qualcosa in particolare; si lasciò andare e basta, e aprì la porta senza bussare.
    Spalancato l'uscio, si ritrovò in un altro mondo. Un'oscurità abbagliante invase il suo campo visivo; le pareti sembravano intonacate con la pece, e strane frasi erano scritte su di esse nello stesso bianco accecante che ornava la facciata della casa. Parole incomprensibili, ma che gli sembrarono piene di significato fino a scoppiare; un brivido gli percorse la schiena, mentre la sensazione di tranquillità evaporava da lui con la stessa rapidità con cui lo aveva invaso. Dalle finestre un pò di luce cercava di fare capolino, ma veniva inesorabilmente risucchiata dall'oscurità delle pareti.
    Una figura discese le lunghe scale, così luminosa che era impossibile focalizzarsi su di essa con lo sguardo. I suoi passi erano leggeri come la brezza autunnale, e il suo odore irresistibile, se ne rese conto anche da quella distanza. Prese coraggio e diresse lo sguardo verso l'eterea figura; aveva un lungo vestito bianco, impalpabile come sabbia.
    La sua pelle era liscia ed abbronzatissima, in aperto contrasto con la veste chiarissima; le sue forme risaltavano stuzzicanti, ben poco nascoste dalla trama sottile e quasi trasparente dei vestiti. Le si avvicinò, senza conoscerla ma sentendo che quella donna gli apparteneva da sempre; la baciò a lungo, sentendo il suo corpo che si fondeva con quello di lei.
    Un brivido scese lungo la sua schiena, e per un effimero istante avvertì chiaramente di star sbagliando tutto. Si sentiva vulnerabile, come mai era stato prima.
    Quando si staccarono, la donna non spese un'unica parola; rimase a fissarlo intensamente, scandagliandogli l'anima.

    Erano finiti a letto, e lui quasi non riusciva a ricordare come.
    Le sue lunghe dita stringevano la cosa. Qual'era il suo nome? Non lo ricordava, ma sapeva con certezza cosa voleva dire.
    La accesero; l'odore era libidinoso, gridava eccitazione e lo conturbava come niente era mai riuscito a fare. La prese in mano, e inspirò con forza; un fumo caldo e piacevole gli solleticò la gola, e immediatamente avvertì sè stesso lasciarsi andare. Si sentiva un ammasso informe di emozioni e sensazioni, incapace di controllare i suoi pensieri.
    Stare disteso con lei lo faceva sentire perso. Era una bella sensazione, si sentiva rilassato, stordito, tutto il suo corpo fremeva sonnolento, come se bastasse la sua presenza accanto a lui per eccitarlo incontrollabilmente.
    Ma non era vero. Lo aveva avvertito chiaramente quando i loro corpi si erano incontrati, sfiorati nel modo più intimo che si potesse concepire; il momento gli era sembrato perfetto, si era abbandonato del tutto; un fuoco inestinguibile lo aveva avvinto, dilaniando le sue carni con ferocia , ma lasciando i suoi sentimenti freddi e impassibili. Era strano, sentirsi così bene e sapere quanto quello fosse sbagliato; non era a suo agio, per quanto il suo corpo gli gridasse il contrario.
    In quell'istante nella sua mente la musica ricominciò a suonare; una manciata di note, così attraenti e così giuste; sentì qualcosa dentro di lui che si rompeva, e una tristezza inestinguibile si impadronì di lui. Ma la sentiva giusta, parte di lui molto più di quel torpore così eccitante ma così debilitante.
    <<Me ne vado>> affermò con un sussurro, guardando negli occhi la donna; le sfere infuocate dei suoi occhi lo scrutarono con tenerezza, e d'improvviso si sentì perdere di nuovo; era la stessa sensazione di abbandono che aveva provato ai piedi di quel letto, lacerante ma molto più suadente questa volta.
    La donna non disse niente, continuò solo a fissarlo; si sentiva vulnerabile, nudo come in mezzo ad una tempesta, attratto da quello sguardo tanto da perdere cognizione di sè; esistevano solo quegli occhi, nient'altro aveva senso. Ma la musica nella sua testa, quella non smise; era come un frastuono discordante, un oceano di emozioni tradotte in note; la sua mente scoppiava di felicità e dolore insieme, e gli sembrò che quello fosse l'istante più importante della sua vita; era tutto lì, tutto il significato che aveva cercato, ora era sotto i suoi occhi.
    Sorrise, e improvvisamente distogliere lo sguardo gli sembrò la cosa più naturale del mondo, la più facile.

    Fuori, la luce era scomparsa, lasciandolo di nuovo nell'oscurità.
    Seguì  ancora le vibranti fiammelle. Splendevano nel buio, portando speranza
    L'oscurità avvolgeva di nuovo tutto; come un tappeto ovattato, aderiva soffocante alla terra brulla, mascherando tutto di nero pece. Un vento freddo gli solleticava la schiena, raschiando via la determinazione che con tanta fatica era riuscito a trovare; camminava a passi rapidi, senza mai guardare indietro, per paura di cosa avrebbe potuto trovare dietro le sue spalle.
    Iniziò a sentire strani rumori; per primo venne un fruscio basso e monotono, quasi impercettibile ma sempre presente nei recessi della sua mente; subito dopo cominciò ad avvertire un rantolo, il respiro singhiozzante di esseri senza nome. Lì immagino striscianti sull'erba molle mentre agonizzavano, mollicce lumache grondanti sangue; Cominciò a correre, e il suo battito prese ad accelerare, sempre più forte via via che l'intensità dei rumori cresceva. Erano reali o solo nella sua mente? Si rese conto che non voleva scoprirlo. Finchè non ne avesse avuto la certezza avrebbe potuto fingere che erano un'invenzione della sua psiche sconvolta, niente che potesse fargli del male. Ma sapeva che una volta visti, la sua sanità mentale sarebbe stata risucchiata nella tenebra senza nome, persa per sempre; si vide correre per sempre nell'oscurità, preda inerme del terrore, senza possibilità di fuga. Altri suoni si affiancarono ai primi; pulsanti stridori che devastavano la sua mente, ormai ridotta allo stremo. Basse e deboli, risuonavano ancora le note della canzone, quasi inudibili ma di uno straordinario conforto. Parole senza senso strepitavano nella sua testa, incredibilmente affascinanti, forse proprio perchè non ne distingueva il significato. Si abbandonò ad esse, e cominciò a capire. La consapevolezza lo travolse come una valanga, e fu allora che non ebbe più dubbi. I suoni che sentiva, i ricordi pulsanti che avvertiva sul fondo della sua coscienza, tutto acquisì un significato.

    Corse ancora più forte, senza vedere la fine della strada davanti a sè.
    E se fosse stato quello il suo destino? Correre fino a perdere consapevolezza, abbandonarsi; ciò che aveva finalmente intuito appariva infinitamente più terribile, minaccioso fino all'inverosimile. Si accorse che i piedi gli dolevano, e i suoi polmoni urlavano,senza sosta, strepitando per lo sforzo di non esplodere. Lo aveva sempre saputo, pensò, ma non ne era mai stato consapevole; in qualche oscuro strato della sua mente, sepolto dietro barriere che probabilmente aveva costruito lui stesso, c'era il segreto. Il segreto supremo, ciò che lo separava dalla morte e che gli permetteva di restare così saldamente abbarbicato alla vita. Voltati, gli intimò la sua mente. Sapeva di dover affrontare ciò che era capitato, ma il terrore glielo impediva; era come ritrovarsi in una bara, chiuso in un'oscurità soffocante e privi della forza di fuggire..
    Si voltò, e vide l'oscurità. Non c'era nulla, solo l'oscurità, fuori e dentro di sè. Ormai lo sapeva.
    In quel momento Le lucciole lo sorpassarono, sfrecciando nel buio; proiettili incandescenti, rilucevano nella notte, sussurrando che era ancora tutto possibile. Riprese a correre, questa volta non per paura ma per brama di scoprire cosa ci fosse alla fine di quella strada.
    Ad un certo punto il terreno cominciò a cambiare; la terra divenne fanghiglia ,la solida roccia un'incandescente fiume di lava pieno di brulicante vita. Sotto di lui comparvero migliaia di larve bianche come la neve; lui si rannicchiò in posizione fetale, attendendo che gli insetti gli salissero sopra. Dopo qualche istante, il fiume bianco lo travolse, travolgendolo con ondate di insetti mormoranti. Sentì la propria pelle divorata da morsi fiammeggianti, saette di dolore infuocato lambirgli le carni, per poi avvolgerlo continuamente. Si sentì come un'unica grande fiamma, migliaia di individualità fuse insieme in quell'oceano di presenze fuori e dentro il suo corpo.
    Avvertì la sua coscienza sciogliersi, mentre il dolore si trasformava lentamente in piacere. Prima che tutto finisse, ebbe il tempo di dare un'ultima occhiata alla luna, una perla lucente incastonata nell'oscurità celeste.
    Poi, finì tutto. Una seconda volta.
    Ad un certo punto, ci fu solo la musica. Sempre quella canzone, solo che ora riusciva a capirne le parole. Cantavano di redenzione, di occasioni colte e di seconde possibilità. Poi, l'oscurità, per l'ultima volta.

    Intorpidimento. Avvertiva solo questo. Gli sembrava di avere macigni al posto degli arti, protuberanze che il suo corpo non riconosceva e rifiutava di muovere.
    <<Si è svegliato! >> sentì urlare, con voce stracolma di gioia. Non ricordava nulla di ciò che gli era accaduto mentre dormiva il suo lungo sonno, ma qualcosa gli era rimasto; nella mente, il ritmo della canzone vibrava inesorabile, ma non ne ricordava le parole. Rammentare quelle parole gli sembrò l'unica cosa importante; la canzone risuonava piena di energia ma al contempo vuota, come una lettera misteriosa e piena di potere, senza nulla scritto sopra. Ed era lui il destinatario.