username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 22 luglio 2015 alle ore 15:22
    MA CHI SEI?

    Come comincia: Stamattina a colazione Paolo si è accorto che lo stavo guardando.
    -Cosa c'è?
    -Niente, guardavo i tuoi capelli bianchi. Sono belli.
    -Hmmmm!
    -Quando ti sono diventati grigi non l'hai presa mica tanto bene. Ti ricordi la tinta?
    -Mi ricordo qualcosa.
    -Qualcosa! Eri venuto a prendermi al lavoro e appena sceso dalla macchina ti vidi dalla finestra dell'ufficio e rimasi pietrificata. Una massa di capelli nerissimi, neri che di più non si può. Come un automa salutai colleghi: Ciao a tutti, io vado. Ciao Lora, è arrivato Paolo? No, oggi si cambia, è arrivato Ludovico il Moro.
    -Ahahah! Ti eri arrabbiata?
    -Beh, insomma! Ti feci notare che capelli nero corvino e baffi grigi non erano un'accoppiata molto indovinata. O ti rasavi i baffi o ti lavavi la testa fino a consumarla. Menomale che era una tinta casalinga e se ne andò in fretta.
    -Non preoccuparti più: bianchi piacciono anche a me.
    -Menomale! Non vorrei tornare dalla spesa e trovare ad aspettarmi Federico Barbarossa. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:18
    IN TRENO

    Come comincia: Mi sono ricordata oggi di un viaggio in treno fatto quando avevo circa quindici anni, da Napoli a Milano, insieme ad una mia zia. Quando partimmo lei si addormentò quasi subito, evidentemente cullata dal ritmo del treno. Nel nostro scompartimento c'era soltanto un'altra persona, un uomo che, a pensarci oggi, poteva avere circa trent'anni. Conversai piacevolmente con lui che era indubbiamente affascinante. Alla stazione di Roma cominciò a farmi la corte, alla stazione di Firenze mi chiese di sposarlo, e alla stazione di Bologna scese: era arrivato. Lo salutai a lungo dal finestrino, si chiamava Antonio, o almeno così disse di chiamarsi. Tornai nello scompartimento e guardai con tenerezza, e anche divertimento, mia zia che dormiva ancora. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:16
    LUNEDI' DI PASQUETTA

    Come comincia: Sarebbe stato indimenticabile quel lunedì di pasquetta. Che meraviglia! Il cesto con i panini imbottiti, la frittata, il pane croccante, frutta, vino, tutto era pronto sul tavolo della cucina. Il sole era tiepido, l'aria frizzante, forse questa volta non sarebbe piovuto, pensò lei. Canticchiava pettinandosi, era contenta, si piaceva. Un po' di mascara leggero sulle ciglia, rinunciando al rossetto che tanto si sarebbe sciupato, un velo di fard, e un po' di correttore ad attenuare le ombre sotto gli occhi. Sì, era tutto perfetto, ah già, il caffè. Preparò velocemente un thermos col caffè già corretto con la grappa, come piaceva a lui. Salì in auto e andò là, dove si vedevano sempre. Più di un'ora di viaggio, ma sicuramente ne sarebbe valsa la pena. Pagò al casello, e circa duecento metri più avanti posteggiò in un'area di parcheggio, e rimase in attesa. Mezz'ora, un'ora, lei stette lì, finchè sentì il rumore di un'auto. Eccolo! Pensò. Ma non era lui, era un'auto dei carabinieri. Si fermarono, scesero e si avvicinarono al finestrino.
    Buongiorno, patente e libretto.
    Certo, ma cosa ho fatto?
    Perchè è qui ferma già da un bel po'?
    Veramente ho un appuntamento.
    I due si guardarono con un ghigno divertito.
    Insomma un bidone!
    Lei capì che avevano voglia di prenderla in giro.
    Beh, io spero che verrà.
    I due se ne andarono ridendo.
    Ormai erano trascorse due ore e lei, anche riportata alla realtà dall'incontro con i carabinieri, decise di tornare a casa. Era delusa, triste, e il viaggio di ritorno le sembrò interminabile.
    Verso sera a casa sua suonò il telefono.
    Ciao, sono io.
    Ciao, stamattina ero là, al solito posto.
    Eri là? Perchè non mi hai telefonato? Avrei trovato il modo....
    Non so, sì, anzi, lo so, sono stata stupida, ma ero certa che tu avresti "sentito" che ero là e ti avrei visto arrivare, e sarebbe stato perfetto.
    Ma, amore......
    Sì, amore, ma non perfetto come il mio. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:15
    IMPREVEDIBILE ASL

    Come comincia: Stamattina alle sette e trenta ero già in coda fuori dagli uffici della ASL per il rinnovo dell'esenzione mia e di Paolo. Per evitare a lui lo stress di alzarsi presto e della sala d'attesa, ieri mi sono stampata una delega, gliel'ho fatta firmare, ho allegato le fotocopie dei documenti miei e suoi e ho incrociato le dita, anche perchè non ero affatto sicura che sarebbe stata accettata. Comunque stamattina ho conquistato il numero 5 ed ero soddisfatta. Premesso che io sono sempre gentile, sorridente, e saluto chiunque sia dietro uno sportello, o altro, stamattina però non sapevo come sarebbe andata a finire, così appena mi sono trovata davanti allo sportello di fronte ad un signore molto serio, ho sfoderato un sorriso e lo sguardo più dolce, accattivante e sprovveduto possibile. Lui mi ha guardata e: cosa posso fare per questi begli occhi?
    Ragazzi! Io ce l'ho messa tutta, ma non mi aspettavo tanto! E non ero neppure truccata! Immediatamente mi sono resa conto che stavo arrossendo fino alla radice dei capelli e ciò deve avere aumentato la sua tenerezza nei miei confronti. Così, come mi capita sempre quando sono molto in imbarazzo, ho sciorinato la prima banalità che mi si è presentata in punta di labbra: Fa sempre piacere un complimento al mattino presto! Dicendo a me stessa: Lora, ma come hai potuto pronunciare parole del genere? 
    Effettivamente non mi è servita la delega, non mi sono serviti i documenti, lui ha guardato nel computer e ha dichiarato che io e Paolo siamo assolutamente a posto, e io non gli ho certamente detto che lo sapevo già. Ho preso i documenti che nel frattempo mi aveva stampato con l'agognato timbro, mi sono mostrata grata e riconoscente per la la notizia che "sicuramente mi risolveva un problema non indifferente". Entrambi molto soddisfatti ci siamo augurati buona giornata, e io ho tirato un sospirone di sollievo! 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:13
    VOGLIA DI GELATO

    Come comincia: Ieri sera ero affacciata al balconcino, l'aria era tiepida e la giornata ancora luminosa, qualcuno vociava in strada, ed io inavvertitamente mi sono lasciata scappare una frase: ho voglia di gelato. Frase che non è sfuggita a Paolo, figurati!, se gli sfuggiva. Allora ho subito aggiunto: guarda che è già tutto chiuso qua intorno. Poi non c'ho pensato più. Stamattina, quando Paolo si è alzato, prima di ogni altra cosa, nel suo sguardo ho subito letto una parola, scritta a caratteri cubitali: gelato. Ma non se n'è parlato. Poi sono andata al supermercato e ho comperato una confezione di coni alla vaniglia che naturalmente, appena rientrata, ho subito posizionato nel freezer: Paolo era in bagno e non ha visto. Quando si è seduto, come fa sempre, a guardare ciò che avevo acquistato, lui da una parte e la Polly dall'altra, fissava ipnotizzato ciò che estraevo dal carrellino, facendo finta di ascoltarmi: Hai visto? Ho trovato questo a 0,98, e, pensa, gli yogurt a 0,23, e quest altro a metà prezzo. Ma nel suo sguardo continuava ad esserci scritto a caratteri cubitali: gelato. Svuotato il carrellino, la sua delusione era palpabile, ed io attendevo di scoprire, beffardamente divertita, come sarebbe entrato in argomento. E lui in queste cose è fortissimo! Infatti...prudente e guardingo, con un fil di voce:
    -Ieri sera hai detto che avevi voglia di gelato.
    (Quando si dice prendere le cose alla larga!)
    -Sì.
    -Perchè non "te" lo sei comprato? Non ti compri mai qualcosa per te!, 
    -Perchè a te non interessa, vero? E' a me che pensi! Ahahah!
    Ma a quel punto ridevo e lui aveva già capito che il gelato da qualche parte c'era.
    Così oggi se l'è mangiato, felice, ed è riuscito anche ad estorcermi una parte di biscotto croccante del mio, che non ho saputo rifiutargli. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:12
    Portostelle

    Come comincia: L’ombra del momento che si scontra con il nero della notte, vige sul mare quieto di una zona che dorme. Ho guardato attorno a me; quiete, mare, la luna che manca, parole, luci, fumo. Tutto il tormento interiore che si muove, contamina gl’altri organi, il giusto o non giusto; ma chi se ne frega! Bella amico mio! Un buon colpo, ti sei meritato il posto del mese tra gl’invitati alla mia pazzia! Una bella sensazione, Johnny; meritevole sicuramente. Quante stelle volavano sulle nostre teste intenti a rompercele. Mi vien da ridere ancora se solo ci penso. Alla fine a noi basta il mare, la luna e la buona compagnia. Belli fatti.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:10
    IL DOPOCENA

    Come comincia: Questo è il dopocena. Dal mio balconcino guardo verso il cielo dove lingue rosate nuotano oltre l'orizzonte. La fetta di luna è là, puntuale e languida, a lasciarsi scrutare. In basso il traffico dirada, i negozi sull'incrocio hanno abbassato le serrande: la pasticceria, la ferramenta, il bar. Tanti anni fa il bar nella bella stagione aveva i tavolini fuori, e gruppi famigliari si attardavano a mangiare gelati e a bere caffè. Adesso più nulla, i tempi sono cambiati, la gente alla sera sta in casa o comunque, se esce, non passeggia per queste strade di periferia dai marciapiedi stretti sporchi e poco invitanti. E' questione di poco ancora e poi scenderà il buio, e col buio il silenzio, interrotto soltanto dal fracasso degli autobus e di pochi altri veicoli. E io? Io sono qui affacciata a osservare l'estinguersi del fermento assieme alla luce del giorno. Io sono qui a sperare di avere ancora tanto tempo a disposizione per poter inseguire con lo sguardo ogni sera l'ultima rondine ritardataria che rientra veloce al nido, le ultime persone frettolose sul marciapiedi che si dirigono: verso casa? Spero di sì, spero che abbiano una casa, una famiglia che attende proprio loro, un amore che li accoglie, e qualcosa da mangiare. E mentre guardo di nuovo su mi accorgo che non troppo lontana dalla fetta di luna adesso c'è una piccola stella, e mi chiedo: sì, ma io cosa voglio per me? Niente, quello che ho. Voglio solo vivere vivere e vivere. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:08
    LA NOSTRA BUONA VOLONTA'

    Come comincia: Si finisce per identificarsi con quella strada che passa sotto casa, con le cartacce che spuntano fra le automobili posteggiate, con quei passanti così sconosciuti che non salutiamo e che non ci salutano perchè in fondo la solitudine è così intima che non si vuole condividerla con nessuno: perchè non ci fidiamo di nessuno e nessuno si fida di noi, o almeno così crediamo. Ecco, credere, il problema. Forse possiamo credere in qualcuno di astratto ma non riusciamo a credere in qualcuno di concreto che ci assomiglia. Certo è più comodo inventarci qualcuno che non ci dà problemi, che non discute con noi, che non ci pone di fronte alle diversità, che non ci obbliga a scandagliare i nostri fondi fangosi. Ma noi siamo qui e la realtà è quella di ogni giorno e di tutti gli individui, e qui niente è comodo, niente è scontato, niente consola come una preghiera, qui non ci sono alibi, ma soltanto noi con le nostre miserie ma anche con la nostra buona volontà. Ecco, la buona volontà. Si parla ormai poco di buona volontà, eppure la buona volontà è il modo che abbiamo a disposizione. Bisogna provare, penso, penso che dobbiamo provare, perchè è indispensabile un'inversione di...coscienza

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:05
    CARA AMICA MIA!

    Come comincia: Il mondo del lavoro non è sempre facile, anzi a volte è davvero difficile. Quando andai a lavorare presso quella ditta, avevo fatto una scelta, e praticamente stavo ricominciando da capo. All'improvviso, da dirigente che ero stata, mi ritrovai ad essere l'ultima ruota del carro: dovevo controllare le ricevute firmate e fare l'archivio. Spesso venivo anche sgridata se mi sfuggiva qualche irregolarità.Certamente per me era molto faticoso, ma sono sempre stata molto disponibile, mi adatto facilmente, specialmente se quanto mi succede l'ho voluto io. Eppure avvertivo una diffidenza, un'antipatia, che non avevano secondo me, ragione di esistere. Capii col tempo, perchè mi fu detto, che io avevo sostituito una ragazza molto benvoluta che era stata licenziata ingiustamente.
    Per me era un periodo molto difficile, avevo problemi finanziari, avevo problemi di salute miei e in famiglia, lavoravo dodici ore al giorno, e non riuscivo più a gestire tutte le situazioni: essere anche odiata dalle colleghe era davvero troppo, e quando al mattino andavo in ufficio avevo solo voglia di piangere. Col passare del tempo le mie mansioni diventavano sempre più numerose, al punto che presi a portarmi il lavoro a casa per svolgerlo nei fine settimana. Quando quell'anno arrivò Natale, c'erano solo due giorni lavorativi fra Natale e Capodanno, così chiesi di avere due giorni di ferie spiegando che mi erano veramente necessari per problemi familiari, dei quali fra l'altro tutti erano a conoscenza. Così un mattino fui convocata nell'ufficio del titolare, ma già seduta di fronte a lui c'era l'impiegata anziana, quella addetta all'amministrazione, non ufficialmente ma di fatto la capoufficio. Lei mi trafiggeva con lo sguardo mentre lui mi comunicava che c'erano troppi lavori arretrati perchè io potessi assentarmi, come la mia collega da lui interpellata appunto aveva puntualizzato, questo quello e quell'altro erano "molto indietro" per cui non ritenevano, loro due, che io potessi permettermi due giorni di ferie.
    Detto ciò lei uscì dall'ufficio soddisfatta con la sua cartellina sotto il braccio, ed io rimandai indietro a fatica le lacrime.
    Ma poco dopo passai davanti all'ufficio di lei e la vidi china e concentrata sui documenti che stava esaminando, indifferente, indecifrabile, come se niente fosse successo mentre in realtà mi aveva appena distrutta. Fu più forte di me. Entrai, e con la voce rotta dal pianto le dissi, lo ricordo ancora:
    -Io non ce la farò mai con voi, voi siete troppo cattivi per me, davvero troppo cattivi perchè io possa farcela.
    Poi corsi fuori per non farmi vedere piangere, e nel frattempo era subentrata la pausa pranzo. Ritornai dopo un'ora e mezza. Andai direttamente nel mio ufficio, e guardando attraverso la vetrata che divideva gli uffici, vidi che lei stava piangendo, singhiozzava col viso fra le mani. Mi precipitai di là.
    - Cosa c'è, cosa ti succede!
    -Io non sono così, io non sono così, io non sono così.
    Continuava a ripetere lei piangendo.
    La dovetti consolare abbracciandola, avevo capito che lei era solo il prodotto di un ambiente avvelenato.
    Siamo amiche da venticinque anni. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:57
    FORSE NON SI E' ANCORA CAPITO

    Come comincia: Forse non si è ancora capito che la nostra effimera sicurezza non esiste più. Non si è ancora capito che domani potremmo dover bussare alla porta di altri per recuperare qualcosa da mangiare o poterci lavare e poi riposare in un letto. E se ci venisse sbattuta la porta in faccia, si accasceremmo stanchi e piangenti fuori da quella porta. Non si è capito che ci crogioliamo in case in cui viviamo la nostra vita al riparo da imprevisti indesiderati, case provviste di porta blindata, ma con i muri di vetro che basta una sassata a frantumare. E' faticoso il cambiamento, è difficile da accettare e da vivere, ma abbiamo il dovere di provare, secondo me, e io ci provo, anche perchè io non credo che il dramma siano i popoli in movimento, io credo che il dramma sia l'inettitudine dei governi, insieme all'egoismo e al cinismo di chi teme di perdere la sua agiatezza e la tranquillità del benessere. Mi sembra di sentirli, mentre con i piedi sotto la tavola imbandita, si scambiano battute del tipo: non è che tutta questa gente, quest anno ci rovinerà le ferie!

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:53
    BUON COMPLEANNO, PAOLO

    Come comincia: Ricordi le grandi feste di compleanno? Quelle di tanti anni fa. Tante persone, amici, colleghi, cene senza fine, ma soprattutto tu, con la tua chitarra a tracolla a far divertire tutti, a far cantare tutti perchè suonavi di tutto: le stornellate romane, le canzoni sarde, il rock, tanghi e valzer, le canzoni degli anni 60, e anche le tue canzoni, come ad esempio "Voglia di mare" e "Betty Blue". Non ti tiravi mai indietro. Poi il tempo è passato, le situazioni sono cambiate, le grandi feste sono diventate feste e poi festicciole, e poi piccoli raduni familiari.Fino ad oggi. Oggi siamo io e te, davanti ad una piccola torta con le candeline, solo due candeline perchè adesso ci sono i numeri e così tutto è più veloce e meno affascinante. Sì, ci siamo io e te, e se prendi la chitarra è per dedicarmi una canzone, e comunque tu la canti, e comunque tu la suoni, certamente non più come allora, per me va benissimo così, l'emozione è la stessa, anzi forse anche di più, perchè adesso che ne abbiamo passate insieme di tutte, è quasi un miracolo vederti con la chitarra a tracolla. Sono qui che aspetto che ti svegli per bere insieme a te il mio caffè, e intanto penso ad organizzarti una bella giornata di festa. Per pochi mesi siamo stati coetanei, ma oggi tu mi superi e passi a 68, e così eccomi di nuovo all'inseguimento. E allora Buon Compleanno Paolo, e che sia per te e per me una giornata stupenda. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:44
    My Dear Elliòtt

    Come comincia: Elliòtt, ho poco tempo. Forse dire poco tempo è relativo, sarà un fatto di giorni quindi un tempo finito, volendo. E’ strano come avvengono le cose; più le si ricerca, meno risultati positivi hai; perché? Ho passato gli ultimi tempo a spostarmi senza sosta, senza mai stancarmi; ma poi la stanchezza viene, piano piano, ti assale e ti irrigidisce. Quando trai conclusioni e decidi, poi, di fermarti su quella tale conclusione subito di fianco ti si apre un varco con altre possibilità; perché? La vita beffarda ci rompe un po’ il cazzo e tu, nella tua magnifica bellezza, per un attimo mi hai fatto credere che un motivo ci potesse essere per abbracciare la conclusione iniziale; ma poi i bisogni primari si fanno sentire, non posso non dare loro ascolto. Baby, ho poco tempo ma, all’alba di ciò, se in tale momento il tuo bisogno è misto al mio sarebbe uno schiaffo bello forte a chi non credeva non fosse il momento. Alla fine i momenti siamo noi a crearli; è quello che faccio sempre perché per chi non ha tempo adesso non può passarlo a pensare quanto lo stia sprecando. E’ sempre stata una lotta continua, la mia. Presto, corri, il tempo scorre, tic tac, vai lì, fai così, su, giù, non ora, più in la blablabla fottute parole! Odio e temo il tempo; la paura di venir punito per le colpe di adesso negl’anni che verranno. Già provata come cosa; un po’ cruda ma realmente vera. Elliòtt, cara fanciulla; potrà il tuo sguardo misto alle mani preservar se stesse? Tu, bella seduta nel tuo mondo, attendi che esso possa smettere di far del male ma, ahimè, sbagli! Signorina dalla domanda sempre pronta e dal sospetto che vige dietro l’angolo; meritevole scoperta, desiderata scopata.   Ti bacio, dolce Elliòtt; spero di vederti al fianco mio stasera. In un tempo piccolo ma meravigliosamente grande.

  • 22 luglio 2015 alle ore 13:34
    ALINA

    Come comincia: Alina era nata nella casetta ai margini della spiaggia e aveva vissuto tutti i suoi vent'anni senza mai allontanarsi dal  paese. La sua era una vita tranquilla, senza scosse. Una famiglia fatta di sole donne. La mamma, una zia, una nonna. Nessun uomo nella sua storia. Suo padre era sparito alla notizia della gravidanza di sua madre: davvero la storia più banale del mondo, se non fosse stato per la sua drammaticità. Alina sentiva che non le mancava nulla: era da sempre circondata dall'affetto delle altre tre donne della sua famiglia che vivevano solo per vederla felice. E lei si sentiva felice. Era bella. Non era una ragazza che perdeva troppo tempo davanti allo specchio. Al mattino però le piaceva dilungarsi a coccolare i suoi capelli ricci e castani che raccoglieva disordinatamente dietro la nuca con un fermaglio a forma di margherita. Ma i riccioli erano troppi perchè il fermaglio potesse trattenerli tutti e così tanti scappavano alla presa della pinza  e scendevano ribelli ad incorniciarle il viso, rendendola ancora più bella. Le iridi di colore nocciola dorato sembravano quasi trasparenti e lievi pieghe d'espressione agli angoli degli occhi davano al suo sguardo ridente e ricco di promesse un fascino particolare,una sensualità di cui lei era assolutamente inconsapevole. Appena poteva, durante la giornata, Alina correva a sdraiarsi sulla sabbia fine e luccicante che l'accoglieva morbida e tiepida. Da lì scrutava il cielo azzurro lasciando che la brezza lieve che veniva dal mare accarezzasse i suoi pensieri. Sognava di viaggiare, di conoscere tante persone, immaginava terre lontane e misteriose da vivere e da raccontare. Sovente era la voce di sua madre ad interrompere i suoi sogni, ma lei non se la prendeva, e subito correva a vedere di cosa ci fosse bisogno. La mamma aspettava sulla soglia di casa e, un passo dietro di lei, la zia si sporgeva per guardare se Alina stesse tornando. La mamma e la zia erano sorelle gemelle e vivevano all'unisono. Non c'era nulla che l'una facesse o dicesse, che non coinvolgesse anche l'altra. Erano l'una l'eco dell'altra e Alina spesso si chiedeva se non pensassero anche, all'unisono. Ma le piacevano, tutte e due. Parlavano moltissimo fra loro, spesso anche sottovoce intercalando alle parole  risatine che facevano pensare a chissà quali segreti si stessero confidando. Al contrario la nonna era una donna di poche parole, ma quando le pronunciava erano pesanti ed insindacabili. Sapeva essere molto severa, ma anche quando sgridava sia le sue figlie che sua nipote, il suo sguardo non perdeva una profonda dolcezza che parlava d'amore.
    Alina non confidava i suoi sogni alle tre donne della sua vita perchè sapeva che avrebbero sofferto all'idea che lei volesse andare via, e non avrebbero capito che l'affetto per loro sarebbe rimasto immutato, ma che lei si sentiva attratta dal desiderio di nuove esperienze e di conoscenza che lì non avrebbe potuto esaudire. La voce insistente di sua madre le fece fare una corsa.
    "Mamma, eccomi" Alina si era lasciata cadere nella sabbia davanti alla casa, e la gonna a fiori vivaci le si era allargata intorno coprendo i piedi nudi.
    "E' quasi Ferragosto Alina, dobbiamo fare il programma per la festa. Vieni, parliamone in casa."
    "Per la festa di Ferragosto!" fece eco la zia.
    "Va bene mamma, come gli altri anni no? Vuoi cambiare qualcosa?"
    "Sì, voglio cambiare tutto. Quest anno casa nostra sarà il punto di riferimento per tutto il paese"
    "Vuole cambiare tutto, hai sentito?" Alina non capiva se la zia approvasse oppure no.
    Si alzò e con un movimento gentile e pieno di grazia fece ondeggiare la gonna per liberarla dalla sabbia.
    "Bene mamma, sai che mi piacciono le novità."
    Quando furono sedute tutte e tre intorno al tavolo della cucina, che tradizionalmente è la sede di tutto ciò che si discute in famiglia, la mamma mise al corrente Alina dei suoi progetti per la festa di Ferragosto. Parlava a voce molto alta in modo che la nonna, dalla sua sedia a dondolo dove fingeva di leggere, potesse ascoltare bene ogni cosa. Era prevista una grande tavolata sulla spiaggia a cui avrebbero potuto partecipare  tutti, e poi la musica, il ballo, i fuochi d'artificio.
    "Mamma, ma non vedo niente di nuovo. Tutto come gli altri anni, mi sembra."
    "La novità è che quest anno non saremo ospiti ma organizzatrici."
    "Organizzatrici!" fece eco la zia.
    "E allora?" Alina continuava a non vedere la differenza.
    "E allora vuol dire che potremo realizzare qualunque idea nuova ci venga in mente.  E' per questo che dobbiamo cominciare a pensarci." La mamma sembrava  entusiasta.
    "Abbiamo solo un mese di tempo e tu hai l'età giusta per inventarti qualcosa di nuovo."
    "Già, chi meglio di te?" confermò la zia.
    "Ci penserò mamma, ci penserò sulla spiaggia. A dopo."
    Ma prima di uscire  corse a stampare un bacio sulla fronte della nonna bisbigliandole all'orecchio
    "Cosa ne pensi?"
    "Hmmm, per ora niente." La nonna sorrise e le accarezzò il viso.
    Alina camminò fino al mare e poi lungo la riva. Ogni tanto si fermava e sollevava la gonna a fiori  lasciando che le piccole onde che s'infrangevano a riva le bagnassero le gambe fino al ginocchio. La cintura bianca, alta, leggermente stretta in vita evidenziava la linea sottile e armoniosa del suo corpo. Alina era parte integrante di quel mare, di quella sabbia; non si sarebbe potuto guardare quell'angolo stupendo di costa, senza vederla, senza immaginarla se non c'era.
    Camminò a lungo quel pomeriggio e vide in lontananza una grande nave. Quando vedeva una nave  ricominciava a sognare di essere chissà dove, chissà a scoprire quali cose meravigliose. Sarebbe mai accaduto?
    Mentre tornava lentamente verso casa provò a pensare alla festa, ma si rendeva conto che in paese i giovani erano pochissimi e tendevano ad andare a divertirsi in altre località con più opportunità di svago. Come convincerli a rimanere? Non era certamente una facile impresa, ma Alina sapeva che se non avesse potuto contare sui giovani, non avrebbe potuto organizzare niente di nuovo. Decise che ci avrebbe pensato l'indomani. Adesso c'era il tramonto e il tramonto era il momento più affascinante della giornata. Lei si sedeva sulla sabbia con le braccia intorno alle ginocchia e con lo sguardo rivolto ad osservare il sole che lentamente si lasciava sommergere dal mare in un tripudio di riflessi colorati che rimbalzavano sull'acqua fino a raggiungere la riva. Alina si commuoveva a tal punto di fronte a quello spettacolo che qualche volta arrivava perfino a chiedersi che faccia avesse suo padre, ma subito scacciava il pensiero: lui non ne era degno.
    Dopo il tramonto la sabbia era fresca e sentirla sotto i piedi nudi procurava una piacevole sensazione di benessere. Lo sciacquìo dell'acqua accarezzava i sensi e, sebbene non fosse ancora buio, in paese si intravedevano le prime luci. Era ora di tornare a casa. Alina sapeva che le  tre donne della sua vita l'aspettavano perchè avevano voglia della sua compagnia per preparare la cena e apparecchiare la tavola. La cena era il momento più intimo della giornata, il momento in cui tre generazioni di donne si sedevano alla stessa tavola, certamente diverse fra loro, ma unite da un profondo affetto e dal grande desiderio di comprendersi. Ma anche a tavola Alina, che era seduta di fronte a sua madre, con lo sguardo andava oltre il viso di lei, e scrutava il mare e il cielo stellato, come se lì fossero scritte tutte le più belle promesse per il suo futuro.
    "Alina, Alina....vuoi l'insalata? Ma a cosa pensi! Non mi senti neppure." La mamma.
    "A cosa pensi? Non senti neppure la mamma!" La zia.
    "Ma voi vi ricordate di quando siete state giovani? Lasciatela in pace." La nonna.
    Alina che dopo cena rimaneva fuori nel silenzio a guardare le stelle. Alina che baciava le sue tre donne e dava la buonanotte. Alina che,  con un libro in mano che narrava di paesi lontani, rimaneva sveglia fino a tarda notte.
    Alina che quel mattino di luglio si svegliò e si affacciò alla finestra come sempre per respirare il suo mare, ma rimase ammutolita e immobile. C'era un uomo sulla spiaggia.  Il vento agitava i lembi della sua camicia bianca sbottonata, mentre, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni chiari, camminava lentamente sulla sabbia a piedi nudi. Alina era abituata alla presenza di sconosciuti che frequentavano la spiaggia, ma quella mattina sentì  una improvvisa attrazione così violenta che ne rimase frastornata. Lui era troppo lontano per poterne vedere il viso, ma lei non esitò un attimo a raggiungerlo e posargli delicatamente una mano sul braccio. Appena i loro sguardi si incontrarono, entrambi capirono subito di appartenersi. Lei lo prese per mano:
    "Vieni, camminiamo".
    La madre, sulla soglia di casa, li guardò allontanarsi e capì.
    "Stasera ceneremo da sole" annunciò rientrando in casa.
    "Da sole" fece eco la zia.
    "Non la perderemo" La nonna chiuse il libro e sorrise alle figlie.
    Alina non tornò per la cena e non tornò a dormire. Tornò il mattino seguente e con dolcezza parlò con sua madre.
    "Mamma, lo sai vero che dovrai occuparti tu della festa di Ferragosto. Io devo andare, mamma, ma tornerò."
    La madre le accarezzò il viso.
    "Non farci aspettare troppo Alina."
    "Torna presto Alina." la zia aveva la voce rotta dall'emozione.
    "Aspetterò di rivederti, prima di morire" scherzò la nonna stringendo la nipote fra le braccia.
    Alina partì e quell angolo di costa sembrò andare in letargo. Il bianco e nero sostituì i vivaci colori della natura. Il mare, la sabbia, le stelle, la luna, tutte le meraviglie che avevano cullato i sogni di Alina erano  come sospese in attesa. Perfino le grandi navi passavano in lontananza silenziose e a luci spente.
    Trascorsero due lunghi anni e poi, in un giorno di luglio, Alina aprì sul tavolo della cucina una grossa valigia e mostrò alle tre donne della sua vita tutti gli oggetti che aveva raccolto in ogni paese che aveva visitato, libri, disegni, centinaia di cartoline. Raccontò finchè potè, ma quando fu il tramonto corse in riva al mare,  si sedette sulla sabbia con le braccia attorno alle ginocchia, e attese impaziente. Ma le meraviglie della natura sapevano già del suo ritorno e così il tramonto le regalò i più bei colori che lei avesse mai visto. Mentre lacrime di commozione le bagnavano il viso, sentì le braccia del suo compagno che la stringevano, e allora parlarono d'amore. Quella sera capirono che in loro c'era molto più amore di quanto riuscissero a donarsene l'un l'altra, e decisero di avere dei figli.
    Alina ebbe tre figli che la amarono tantissimo. Lei insegnò loro la bellezza della natura, la curiosità verso il Mondo e i suoi abitanti, ma soprattutto insegnò ai suoi figli a ricambiare profondamente l'amore che il  padre nutriva per loro, a comprendere quanto fossero privilegiati nel poterne godere, perchè, purtroppo, l'amore di un padre non è così scontato come ci si potrebbe aspettare.
    "Appena sarete adulti dovrete lasciare questa casa e andare a conoscere il Mondo. Solo dopo, potrete fermarvi nel posto che sceglierete e vivere felici."  disse Alina ai suoi bambini.
    "Ma non fateci aspettare troppo." La nonna.
    "Tornate presto" La prozia.
    "Non li perderemo" La bisnonna sorrise dalla sua sedia a dondolo, prima di concedersi il sonnellino pomeridiano.

     

  • 22 luglio 2015 alle ore 13:07
    LA PELLICCIA

    Come comincia: Questa sera usciamo, come spesso succede. L'anno potrebbe essere il 1980 o giù di lì. Gli amici non sono i miei, sono quelli di Mario. Per capirci Mario è il mio primo compagno, il padre di mia figlia. Tutte coppie di mezza età, ecco perché quando Mario morirà, io sarò messa da parte. Sarò diventata pericolosa, una single e anche giovane, tutte le mogli saranno in allarme e non sarò più invitata da nessuna parte. Ma non perderò granché. Comunque tornando a stasera, usciamo con due amici: lei si chiama Leonarda e lui si chiama Giulio. Decidiamo di lasciare la nostra auto e andare tutti insieme sulla loro. Io e Leonarda siamo sedute dietro e tentiamo di chiacchierare, ma ben poco abbiamo in comune. Comunque io sono sempre molto accomodante e cerco di conversare. Ad un tratto lei mi dice: sai stasera io non ho indossato la pelliccia perchè, sapendo che tu non ce l'hai, non volevo metterti a disagio. Oddio, penso, quanta fatica amare Mario! Ma non dovevi preoccuparti, rispondo io, mi sento più a mio agio senza. Poi sto zitta e mi metto a pensare, e finalmente capisco perché Mario, che non è disposto neppure a spendere i soldi per mettere i tendoni alle finestre, sarebbe disposto a spendere un capitale per comprarmi una pelliccia. Santo Cielo! Abbiamo già discusso di questo, non la voglio, non mi piace, abbiamo perfino litigato, ma mai era arrivato a dirmi che dovevo averla perché l'avevano le mogli dei suoi amici. E' vero, io sono così diversa, così sincera e ribelle e genuina e battagliera, e di principi così radicati e anche, a volte, radicali, sono così sgradevole certe volte, e faccio così fatica spesso a stare zitta, solo per non metterlo in imbarazzo, ma so anche che questi sono i motivi per cui è innamorato di me: lui non lo sa, ma io sì.

  • 19 luglio 2015 alle ore 13:40
    DI NUOVO TRUFFATA

    Come comincia: E' domenica mattina e sono seduta su una sedia di formica e acciaio accanto al letto di un mio familiare gravemente ammalato, in un reparto di ospedale. E' inimmaginabile per chi non l'abbia sperimentato, la marea di riflessioni e di pensieri che il cervello può elaborare mentre non stacchi gli occhi dal suo viso,  spii il lento abbassarsi e sollevarsi del suo petto e condividi le sue apnee, in attesa che il respiro ritorni; seduta lì, al suo capezzale per ore, nel silenzio della mattinata di festa. Le infermiere si muovono senza fare rumore, i medici non fanno il solito giro mattutino per visitare i pazienti, ed io mi abbandono ai ricordi. E' facile rivivere la mia vita dall'inizio. Sì, dall'inizio perchè lui c'era già quando sono arrivata io. Ma i ricordi sono consunti dall'uso e così cerco nel passato inediti quasi impossibili da trovare. Ma ecco che qualcosa rompe il silenzio: dagli altoparlanti da cui ti aspetteresti che venisse diffusa piacevole musica in sordina, una voce metallica maschile ti coinvolge nella celebrazione della messa. Io sono ribelle di natura per cui il solo fatto che mi sia imposto qualcosa, già mi dà enormemente fastidio, indipendentemente dal mio grado di religiosità.Ma non c'è modo di difendersi. Dopo la messa viene "diffuso", a volume di tutto rispetto, il rosario. Il mio caro sembra non accorgersi di nulla, fino a quando entra una suora. La saluto gentilmente e lei, amorevole, chiede il nome di lui, la sua patologia, da quanto tempo è lì, perchè non l'ha mai visto. Mi lascio avvolgere da tutto questo interessamento. Non mi sembra vero di poter parlare, mi aiuta, mi sento supportata, consolata. Davvero questa suora comprende il mio dolore? Ma mentre parlo mi accorgo che non mi sta ascoltando, e allora capisco. Lei è qui per vendere i suoi prodotti: cosa ne pensa l'ammalato di una benedizione? Naturalmente verrà il prete al suo capezzale. Con la poca voce che ha, lui dice di no, non ha voglia di benedizione. La suora non si arrende e osa un'offerta più allettante: benedizione e comunione, sempre, si intende, a domicilio. Al secondo diniego lei non osa più nulla, ma io so che dietro la porta c'era già pronto il prendi tre paghi zero: benedizione, comunione, estrema unzione. Caspita, che ghiottoneria! Non capita tutti i giorni un pacchetto del genere. Quando lei esce dalla camera il suo sorriso non ha più niente di amorevole, solo una mezza smorfia di sconfitta. E io? Io so che lei non ha capito niente. L'uomo che aveva di fronte potrebbe essersi già relazionato con un suo Dio, direttamente, senza sconti e offerte speciali e senza lei come intermediaria, oppure no.
    Un suora mi ha di nuovo truffata: come da bambina, e poi da ragazzina, e poi..... basta: non mi hanno più vista. 
    Fino ad oggi.

  • 19 luglio 2015 alle ore 13:21
    PER MAGIA (FIABA)

    Come comincia: Viola e Narciso si conobbero in un bouquet. Viola quel giorno era particolarmente agitata perchè non aveva mai fatto parte di un bouquet. Lei infatti non aveva nè la statura, nè la solidità sufficienti per una tale fatica, ma la futura sposa non aveva avuto dubbi.
    "Viola è la mia preferita ed io la voglio nel mio bouquet."
    "Marinella, guarda che Viola è troppo piccolina. E' fragile e delicata, non è adatta."
    Zelinda, la vecchia fioraia, aveva cercato di insistere un po', ma la ragazza si era ntestardita:
    "E io la voglio, la voglio, la voglio."
    Cosicchè la fioraia si era infine rassegnata e aveva sistemato la piccola Viola nel bouquet, sforzandosi di metterla il più possibile al riparo da incidenti. E forse anche troppo, al riparo!
    "Zelinda, Zelinda, ma dove mi hai messa? Qui è tutto buio, non vedo niente, e poi mi manca l'aria!"
    Viola cercava di gridare più forte che poteva, ma non riusciva a farsi sentire da Zelinda.
    Nel frattempo Mughetto, Calla, Giglio e Narciso, si guardavano attorno chiedendosi da dove venisse quella vocina così sottile e disperata.
    "Ma chi grida in questo modo?" sbottò Calla spazientita. "Oggi è già una giornataccia e questa voce stridula mi fa venire mal di testa".
    "Sempre la solita rompiscatole" Brontolò Giglio fra sè, e poi a voce alta: "Se hai mal di testa appoggiati a me."
    Lui sapeva che Calla voleva essere sempre al centro dell'attenzione, infatti lei gli si avvicinò fino a sfiorargli i petali e gli sorrise.
    "Grazie Giglio, sei sempre il più gentile, e poi sei abbastanza lontano da Mughetto: il suo profumo mi infastidisce."
    "Sei solo gelosa! Sai benissimo che le spose mi scelgono proprio per il mio profumo inebriante" Mughetto era infuriato. "Nessuno ha un profumo migliore del mio."
    "Eh no, questo non posso permetterlo. Ti sei dimenticato di me?" Tuberosa fece fremere i  petali spandendo nell'aria il suo penetrante profumo. "Io sono la preferita."
    "Guarda chi c'è! Non ti avevo nemmeno vista" Mughetto rise "non darti troppe arie carina."
    "Sono appena arrivata. Mi dispiace per te, ma sono qui."
    "Volete stare un po' zitti? Come facciamo a capire da dove viene la voce se continuate a parlare?"
    Aveva parlato Narciso, e ci fu silenzio.
    "Sono Viola, non mi sente nessuno? Tiratemi fuori da qui, sto soffocando!"
    Narciso piegò la sua corolla verso il basso e finalmente vide i fragili petali di Viola intrappolati in mezzo agli steli.
    "Oh povera piccolina! Aggrappati al mio stelo e vieni su da me."
    Tutti si spostarono un po' e Viola riuscì a liberarsi e a salire fino ad appoggiare la sua delicata corolla a quella solida e sicura di Narciso.
    "Grazie Narciso, ho avuto tanta paura. Come sei bello!"
    Infatti Narciso era bellissimo, alto e diritto; la sua regale corolla gialla  aveva il colore e la luminosità del sole.
    "Sì, bello come il sole" pensò Viola non riuscendo a distogliere lo sguardo da lui.
    Ma neanche Narciso era rimasto indifferente di fronte alla delicatezza di Viola, al colore cangiante dei suoi petali e alla leggerezza della loro sottile venatura appena evidente. Mentre la guardava cresceva in lui una grande tenerezza e sentiva prepotente il bisogno di proteggerla e prendersi cura di lei.
    La guardò e le disse:
    "Rimani con me, il tuo stelo intrecciato al mio, e vedrai che non ti capiterà nulla di brutto. Io ti proteggerò".
    Finalmente Viola, rassicurata e fiduciosa, potè guardarsi intorno con tranquillità e constatò che la giornata era stupenda. C'era già molta gente sul prato di fronte alla chiesa e tutti aspettavano soltanto la sposa. Nel cielo piccole nuvole tonde e bianchissime si inseguivano sbuffando e giocando, immerse in un celeste così intenso da confondere la vista. Stuoli di rondini volteggiavano, spesso abbassandosi fino a sfiorare gli alberi per poi sfrecciare velocissime verso l'alto, e ritornare giù, in un'armonia di suoni e movimenti che rapivano l'attenzione.
    Ad un tratto arrivò Zelinda trafelata:
    "Il bouquet, il bouquet, abbiamo dimenticato il bouquet! Ma dove l'avete messo?"
    "Hmmmm, guai in arrivo! Mi raccomdando Viola, rimani abbracciata a me. Ci sarà un po' di movimento!"
    Narciso non aveva neppure finito la frase, che la mano di Zelinda afferrò il bouquet agitandolo in alto:
    "L'ho trovato! L'ho trovato!"
    "Oh, ma che maniere!" Protestarono tutti i fiori, mentre Viola si stringeva a Narciso per difendersi dalle raffiche di vento che cercavano di trascinarla lontano.
    Finalmente Zelinda vide arrivare l'auto con la sposa e le portò il bouquet:
    "Mi raccomando Marinella, tienilo con delicatezza, che non si sciupi!"
    "Senti un po' chi parla! Miss "mano leggera". Si lamentò Calla. "Mi è tornato il mal di testa con tutti quegli scossoni".
    "E io ho perso due delle mie campanule" Piagnucolò Mughetto.
    "Oh, mi dispiace tanto! Se vuoi posso prestarti due dei miei bocciòli". Disse Tuberosa, che era sì un po' presuntuosa, ma era anche tanto generosa.
    "No, grazie. Non importa, tanto non se ne accorgerà nessuno. E sono anche troppo grandi."
    Ma poi tutti rimasero incantati davanti alla sposa. Marinella era bellissima. Indossava uno stupendo abito bianco di pizzo con un lungo strascico. Il pizzo era completamente ricoperto da perline e piccoli cristalli. Guanti di pizzo le adornavano le mani e parte delle braccia. Un lungo velo bianco le incorniciava il viso e poi scendeva lungo la schiena drappeggiato ad arte, arricchendo ancora di più lo strascico dell'abito.
    Quando lei affondò il viso nel bouquet per aspirarne il profumo, tutti i fiori fremettero di emozione. Giglio commosso, versò anche due lacrime e la polverina gialla dei suoi stami andò a posarsi sul guanto bianco di pizzo di Marinella.
    "Oh, cosa ho combinato!" Disse, mortificato.
    Ma lei rise e gli accarezzò i petali:
    "Ecco un tuo ricordo che porterò con me."
    Ebbe inizio la cerimonia e per un po' il prato rimase deserto. Tutti gli ospiti erano in chiesa curiosi di ascoltare la promessa che gli sposi si sarebbero scambiati. Era sempre un momento molto emozionante e nessuno voleva perderselo. Il bouquet faceva bella vista di sè proprio di fronte ai due giovani, appoggiato sul banco, davanti al prete intento a declamare la sua predica che non finiva mai.
    "Questa è la parte più noiosa" sospirò Mughetto sbadigliando "ma dopo ci divertiremo."
    " Ma santo cielo, si può sapere cos'è questa pioggerellina che mi sento addosso? Mica può piovere qui dentro!"
    Pronunciando queste parole Calla cercava di scrollarsi da dosso tante goccioline che erano andate ad infilarsi nel suo calice.
    "Ma insomma Calla, ne hai sempre una!" Rise Tuberosa "è solo il prete che sputacchia un po' mentre parla."
    "Oddio! Perchè non te ne stai un po' zitta invece di dirmi cose del genere?"
    Ma Tuberosa sembrava proprio divertirsi un mondo, anche perchè lei era all'asciutto.
    Viola se ne stava tranquilla all'ombra della corolla di Narciso sognando che quel bel matrimonio fosse il suo.
    Per fortuna in quel paese non c'era l'usanza di lanciare il bouquet, ma dopo la cerimonia la sposa lo apriva ed offriva un fiore alle prime ragazze da marito che fossero riuscite ad aggiudicarselo. Cosicchè ci fu un piccolo allegro parapiglia, ma solo i fiori bianchi furono scelti e così Viola e Narciso finirono fra le manine di una bimba che li ammirò un po', ma poi tornò a giocare e li dimenticò nel prato. Da lì si godettero la grande festa, ma verso il tramonto, dopo gli sposi, anche gli invitati a poco a poco se ne andarono, finchè il prato rimase deserto. Narciso guardò Viola:
    "Vedi" le disse "Il destino ha voluto che noi due rimanessimo insieme, e io credo nel destino. Resterai con me?"
    Viola lo sfiorò con i suoi fragili petali:
    "Io resterei con te, ma guardami! La mia ora si avvicina. Il mio stelo si sta già assottigliando e la mia corolla di petali sta per piegarsi su se stessa. Oh Narciso, dobbiamo dirci addio."
    Ma lui non intendeva rassegnarsi e allora pregò il Dio di tutti i fiori, e lo pregò con tale passione e disperazione che la sua preghiera fu udita e ascoltata. Il Dio di tutti i fiori si commosse di fronte al dolore di Narciso e pensò a una soluzione.
    "Ortensia, Ortensia!" La sua assistente arrivò tutta ballonzolante. "Ortensia, hai sentito anche tu?"
    "Oh sì signore! Che strazio! Possiamo fare qualcosa?"
    "Certo, prendi con te Tulipano e corri al palazzo di cristallo. Cercate Goccia di Rugiada e portatela qui da me."
    "Ma signore, Tulipano? Non può accompagnarmi qualcuno un po' più sveglio?"
    "Va bene, allora porta con te Biancospino, ma fai presto."
    "E se Goccia di Rugiada non vuole venire?"
    "Dille che è questione di vita o di morte. Fate come volete ma portatela qui."
    Un'ora dopo Goccia di Rugiada arrivò ansimante e infuriata. Con un balzo rotolò su una poltrona.
    "Ma si può sapere cosa ti è venuto in mente? Farmi prelevare da casa mia praticamente con la forza! Io oggi avevo degli impegni importanti, e invece eccomi qui a dimenarmi su questa poltrona!"
    "Hai sempre un bel caratteraccio, amica mia." Il Dio di tutti i fiori le sorrise.
    "Ascolta, se ti ho fatta venire qui vuol dire che la cosa è seria. Ho bisogno del tuo aiuto, subito. Devi inviare sulla Terra quattro delle tue sorelle, una ogni giorno per quattro giorni. Ognuna di loro, a turno, dovrà avvolgere la piccola Viola per mantenerla in vita."
    "Ma perchè quattro giorni?"
    "Perchè quattro sono i giorni di viaggio che dovrà affrontare per raggiungere la Valle dei Fiori."
    "E cosa c'è là?"
    "Là sarà al sicuro. Là i fiori non appassiscono, non muoiono, insomma conquistano l'immortalità."
    "Però! Molto interessante."
    Goccia di Rugiada cominciò a fiutare l'affare e si sistemò meglio sulla poltrona. Sorrise maliziosa:
    "Certo amico mio, ma tu capisci bene che io devo guadagnarmi da vivere."
    Rotolò sorniona da un angolo all'altro della poltrona.
    "Sai, le spese sono tante. Io cosa ci guadagno?"
    "Tu ci guadagni la soddisfazione di salvare la vita a Viola e rendere felice Narciso."
    "Ah, si tratta di Narciso!"
    E in quel momento Goccia di Rugiada si ricordò di una mattina in cui si era smarrita e non era riuscita a nascondersi prima che il sole scaldasse troppo la Terra. Un impertinente dispettoso giovane raggio l'aveva adocchiata e stava per ghermirla, ma Narciso se n'era accorto e l'aveva avvolta con i suoi petali salvandole la vita. Goccia di Rugiada rabbrividì ricordando ciò che aveva rischiato, e poi sospirò allo svanire dei suoi progetti di guadagno. Doveva la vita a Narciso, e adesso si presentava l'occasione di sdebitarsi.
    "Va bene amico mio. Fra mezz'ora la prima delle mie sorelle sarà sulla Terra e si occuperà di Viola. Devo molto a Narciso e tu naturalmente lo sapevi, vero? Conta pure su di me, ma non so se basteranno le mie quattro sorelle a risolvere il problema. Il viaggio è faticoso, i sentieri  impervi e pericolosi, e Viola è troppo fragile, ma mi sta venendo un'idea: forse conosco qualcuno che potrà fare qualcosa. Vado via. Ho fretta. A presto."
    Detto ciò rotolò via a tutta velocità. Sapeva bene cosa fare.
    Arrivò quasi subito alla Casa dei Venti e si precipitò su per le scale  verso l'ingresso.
    "Dove credi di andare! Non puoi passare. Fermati."
    Una guardia la raggiunse e le sbarrò la strada.
    "Sono Goccia di Rugiada. Devo parlare con qualcuno, subito. C'è un capo qui? Ti prego conducimi da lui."
    "Va bene, ma stai dietro di me, seguimi, e fai quel che ti dico. E' molto pericoloso camminare lungo questi corridoi."
    Goccia di Rugiada fece una risatina: "Ma io non cammino, rotolo!"
    "Non fare la spiritosa. Vedrai tu stessa di cosa sto parlando."
    Infatti la guardia non aveva esagerato. Lungo i corridoi era tutto uno sbattere di porte e un andirivieni di venti di tutti i generi: caldi, freddi, violenti, impetuosi e sibilanti. Le correnti si incrociavano creando mulinelli e vortici che avrebbero trascinato Goccia di Rugiada chissà dove, se la guardia non l'avesse sapientemente guidata facendole schivare i pericoli. Lei era impaurita e impressionata e temette addirittura per la sua vita quando fu investita da una bufera di vento misto a neve che nè lei nè il suo accompagnatore avevano visto arrivare, e si rese conto che la sua fluidità era sparita e il suo corpo si era completamente congelato.
    "Ecco" pensò "questa è la fine, andrò in pezzi. Addio sorelle mie, addio amici che mi avete amata, addio a tutti."
    Ma proprio mentre pensava queste parole, fu investita da una folata di vento caldo appena tornato dai deserti della Terra.
    "Oh, che colpo di fortuna!" pensò mentre ritrovava la sua fluidità "mamma mia però, che spavento!"
    Finalmente arrivarono davanti ad un grande portone: la guardia le disse di aspettare lì ed entrò. Dopo pochi minuti tornò a prenderla e la accompagnò al cospetto di un signore tutto vestito di bianco, magro, alto e molto gentile che le indicò una poltrona, inchinandosi leggermente, e invitandola a sedersi.
    "Benvenuta Goccia di Rugiada. Sei stata molto coraggiosa ad attraversare la mia Casa. Mi è già stato riferito che sei qui perchè io ti aiuti a compiere una buona azione. E' vero? Cosa posso fare per te?"
    Lei nel frattempo, con un balzo si era accomodata sulla poltrona, e si dondolava leggermente.
    "Nessuno sapeva che sarei venuta qui, ma è evidente, signore, che i venti che lei comanda hanno orecchie, voce, e corrono molto più veloci di quanto io riesca a rotolare."
    E poi gli raccontò della preghiera di Narciso, e di come lei avesse messo a disposizione quattro sue sorelle che ogni giorno avrebbero provveduto a ridare vitalità e freschezza alla fragile Viola, e infine arrivò al punto.
    "Vede signore, il viaggio è troppo lungo e faticoso per la piccola Viola, ma se lei potesse far sì che uno dei suoi venti potesse portarla sulle sue ali fino alla Valle dei Fiori, sicuramente quella delicata creatura sarebbe salva."
    "Sì, mi piace questa storia, mi piace molto. Certo i miei venti sono forse troppo violenti, ma credo di avere ciò che ti serve. Ti manderò Brezza: Brezza è gentile e molto equilibrato, soprattutto non è soggetto a imprevedibili sbalzi d'umore come gli altri, ed è anche molto romantico perciò questa storia gli toccherà sicuramente il cuore. Ora devo andare Goccia di Rugiada. Vieni, ti accompagno all'uscita senza che tu debba attraversare di nuovo la Casa."
    "Oh, grazie! Grazie davvero."
    Goccia di Rugiada se ne tornò felice al palazzo di cristallo.
    Intanto che accadeva tutto questo, sulla Terra Narciso accarezzava lentamente i petali  quasi senza vita di Viola, mormorando "Non lasciarmi, non te ne andare". Ormai la notte era vicina e lui sapeva che non poteva fare nulla per lei tranne che rimanere lì a vederla morire.
    Ma proprio quando non sperava più, gli comparve la piccola sorella di Goccia di Rugiada.
    "Non disperarti Narciso. Il Dio di tutti i fiori ha ascoltato la tua preghiera così accorata e sincera e mi ha mandata a ridare vitalità e freschezza alla tua adorata Viola."
    Narciso sospirò di sollievo e pianse di gioia. Ma la piccola goccia capì subito che la situazione era molto più grave di quanto si aspettasse, così chiamò in fretta e furia le altre tre sorelle.
    "Venite, presto! Dobbiamo lavorare tutte insieme altrimenti non potremo salvarla."
    E tutte insieme avvolsero Viola e rimasero in attesa. Lei pian piano si accorse che riacquistava energia e sentiva la vita pulsare dentro di sè. I suoi petali si distesero e fremettero sotto l'impulso della nuova linfa. Aprì gli occhi e vide lo sguardo pieno d'amore di Narciso. Lo accarezzò in silenzio.
    Poco dopo un lungo brivido percorse tutta l'erba del prato. Era arrivato Brezza. Si fermò e allargò le sue ali.
    "Salite, presto."
    Per tutta la notte Brezza viaggiò senza fermarsi. Le luci delle città in basso e le luci del firmamento intorno lasciarono Viola e Narciso senza parole di fronte alla meraviglia dell'universo. E quando fu giorno la Terra offrì il suo grande spettacolo. Volarono sopra foreste immense, montagne altissime e ampie vallate. Sorvolarono mari e oceani, deserti di sabbia e pascoli verdi. Ma poi Narciso e Viola si sentirono stanchi e si addormentarono.
    Era il tramonto quando Brezza li svegliò:
    "Siamo arrivati, ed io devo ripartire subito."
    Viola si sentiva bene. Aveva recuperato in fretta tutte le sue forze.
    "Grazie piccole gocce, grazie Brezza, grazie a tutti per avermi salvata."
    "E' stato l'amore di Narciso a salvarti. Addio fragile Viola, qui sei ormai al sicuro. Buona fortuna."
    Le piccole gocce risalirono sulle ali di Brezza e tutti sparirono nell'immenso cielo azzurro.
    Allora Narciso si inginocchiò e ringraziò il Dio di tutti i fiori. Poi si alzò e Viola lo seguì. Insieme si avventurarono in mezzo a distese di fiori variopinti che li accolsero con grandi sorrisi e sincere parole di benvenuto. 
    Il mattino seguente Marinella passò davanti alla chiesa e nel prato vide una bambina intenta a cercare qualcosa.
    "Ciao piccola, cosa hai perso?"
    La bambina la guardò con tristezza:
    "Speravo di trovare ancora due fiori che ho dimenticato qui il giorno del tuo matrimonio, ma non ci sono più."
    Marinella le sorrise.
    "Vieni con me, voglio mostrarti qualcosa. Come ti chiami?"
    "Mi chiamo Viola come uno dei due fiori che ho perso."
    "Bene Viola, ti porto a casa mia. Eccoci arrivate. E ora vedrai un posto molto speciale."
    Marinella aprì una porta, la bambina entrò e rimase  immobile per la sorpresa. Tutte le pareti erano decorate da fiori colorati e bellissimi. Sfumature di giallo chiaro fino all'arancione più acceso, al rosso infuocato. Delicati azzurri, luminosi blu, dai verdi più tenui a quelli scuri e misteriosi che richiamano l'umido sottobosco delle foreste, e poi i viola, i ciclamino, i porpora, i marroni autunnali dalle tonalità più svariate, e i bianchi delle tuberose, dei mughetti, dei gigli e delle calle. Tanti, tantissimi fiori, tutti lì a raccontare una favola, la meravigliosa favola della natura.
    "Oh, come sono belli! Cos'è?"
    "Sì sono stupendi, e questa è la Valle dei Fiori. E adesso guarda."
    E Marinella le indicò Viola e Narciso, l'uno accanto all'altra.
     "Vedi? Ecco i fiori che hai dimenticato nel prato."
    La bambina la guardò con lo stupore e la purezza che solo i bambini possiedono:
    "E come sono arrivati qui?"
    "Beh, per magìa, come in tutte le fiabe più belle."
    Poi Marinella prese colori e pennelli:
    "Ora Viola ti accompagno a casa, ma prima devo fare una cosa molto importante. Devo restituire a un amico due campanule che ha perduto."
    E Mughetto arrossì di piacere.

     

  • 19 luglio 2015 alle ore 13:07
    VITA CON I GATTI

    Come comincia: Il campanello continuava a suonare. Mi chiedevo chi fosse il rompiscatole che insisteva così a quest'ora della sera. Diedi un'occhiata alla sveglia: le 20 e 30. Be', non era poi così tardi. Mi decisi ad andare ad aprire cercando di liberarmi di uno dei cinque gattini che, disperatamente aggrappato al mio braccio, non voleva saperne di mollare la presa. Il micio tentava con tutte le sue forze di entrare in possesso del biberon col quale stavo allattando uno dei suoi fratellini. Gli diedi uno strattone deciso gridandogli di aspettare il suo turno chè io avevo due mani sole.
    "E' un bel po' che sto aspettando" rispose da fuori la voce alterata dell'amministratore del condominio.
    "Vengo subito, vengo subito!!" Corsi ad aprire la porta con il micio in braccio e un altro appeso, cercando di sorridere in modo accattivante. Ma l'amministratore fumava dalle orecchie.
    "Signora, se tutti facessero come lei mi ci vorrebbe una settimana per incassare le spese di condominio!"
    "Mi scusi sa, ma avevo qualche difficoltà..." Sorridevo ancora mentre il gattino faceva l'altalena aggrappato alla mia maglia, e l'altro, incuriosito, aveva smesso di succhiare per contemplare il nemico.
    "Entri, entri pure, sono subito da Lei. Si accomodi qui, in cucina"
    Ma l'amministratore non mi ascoltava più. Arrivato sulla soglia della cucina era rimasto immobile, con gli occhi spalancati dietro gli occhiali, e la bocca aperta. Guardai anch'io: la stanza era nella baraonda più completa: chiavi di casa, libri,giornali, cacciavite, forbici, borsetta, la bottiglia del latte, la scatola che conteneva i gatti, un limone tagliato, il contenitore della panna con la panna che fuoriusciva, cotone idrofilo, asciugamani, scottex, una sedia capovolta che avevo rovesciato nella fretta di andare ad aprire, e tante, tante altre cose piccole e grandi erano sparse per la cucina, mentre i tre gattini ancora nella scatola miagolavano a toni altissimi reclamando il cibo, appesi alle pareti di cartone.
    "Scusi...c'è un po' di confusione ma sono appena arrivata dal lavoro e non ho avuto ancora tempo di..." Un gattino intanto mi aveva scalata e si era insediato comodamente sulla mia testa, da dove probabilmente stava studiando un piano logistico per la conquista del biberon. Pensai per un attimo all'istinto dei felini di dominare le situazioni dall'alto e feci una risatina. Fu quella che svegliò l'amministratore dallo stato di trance. Mi guardò biecamente e tuonò:
    "Signora, lo sa che non si possono tenere animali nel condominio?"
    "sì sì certo, cioè no..no..non lo sapevo....davvero?!"
    "Non mi dirà che a lei non è mai stato dato il regolamento di condominio!"
    "No!  anzi sì, sì certo che l'ho avuto, solo che forse non l'ho mai letto! Sì, e già, non l'ho mai letto.."
    Le mie risatine si susseguivano nervosamente mentre il gattino che avevo sulla testa si era messo ad impastarmi i capelli ed io cominciavo ad essere in difficoltà perchè non riuscivo a districarlo. Per cercare di liberarmi i capelli avevo dovuto abbandonare l'altro micio che stava mangiando: quest ultimo gridava ora più forte degli altri per l'ingiustizia subìta..ed io pensai che forse era meglio spegnere almeno la radio che trasmetteva la mia musica preferita: un concerto rock.
    "Signora!! Si rende conto che questi sono cinque gatti??"
    "Oh sì certo..mi rendo conto! Ma non danno fastidio, non si sentono neppure, cioè, volevo dire....adesso sì, perchè hanno fame. Sì sono cinque..proprio cinque! Hanno tutti un nome, sa..sembrano tutti uguali ma non sono tutti uguali!" Parlavo molto velocemente cercando di distrarre l'amministratore, e intanto ero riuscita ad infilare tutti i gatti dentro la scatola, chiedendomi come fosse possibile che dei micini così piccoli avessero una voce così potente.
    L'amministratore cercava di fare un discorso serio "Signora, mi spiace, ma lei deve liberarsi di questi gatti"
    "Sì certo Lei ha ragione...se è proibito...Ma vede, mia figlia li ha trovati nel bidone della spazzatura; OH non che mia figlia giochi con la spazzatura...è stato un caso, sì, soltanto un caso: qualcuno li ha buttati via vivi, i ragazzi li hanno sentiti miagolare, e così... eccoci qua! vuole un caffè?" Aggiunsi subito.
    "No grazie" l'amministratore si guardò attorno sorridendo ironicamente. Probabilmente aveva apprezzato la mia buona volontà perchè certamente trovare la caffettiera in quel caos...non sarebbe stata la cosa più semplice.
    Intanto il coperchio della scatola sobbalzava paurosamente sotto i tentativi di evasione dei piccoli prigionieri. Dovevo tenere una mano sopra il coperchio e con l'altra, intanto, cercavo di raggiungere la mia borsa per prendere i soldi che mi servivano. Odiavo l'amministratore che era arrivato proprio in quel momento e non riuscivo a controllare la scatola che ondeggiava pericolosamente metà fuori dall'orlo del tavolo. Quando finalmente la scatola precipitò sul pavimento il mio problema fu risolto. Decisi di lasciar perdere i mici per dedicarmi a pagare il mio debito, ma avevo sottovalutato la vitalità dei miei piccoli ospiti che avevano velocemente raggiunto il nemico e, appesi a grappolo ai suoi pantaloni, miagolavano e graffiavano senza pietà. L'amministratore, furibondo per quell'attacco inaspettato, aveva lasciato cadere a terra i suoi registri e, persa completamente la sua imperturbabilità, stava chinato verso il pavimento gridando
    "Via,via bestiacce!! Signora!! Vuole aiutarmi!!!!!!"
    Io ero immobile, con una mano sulla bocca e una irrefrenabile voglia di ridere, ma anche di piangere, cosicchè feci tutte e due le cose, anche perchè non avevo tempo, in quel momento, di scegliere la reazione più opportuna. Piangendo e ridendo lo aiutai a liberarsi dei gatti, li riinfilai nella scatola posandoci sopra una pentola (ma perchè non ci avevo pensato prima!!) L'amministratore si spolverava i pantaloni e aveva recuperato i suoi registri. Gli porsi timidamente lo scottex, visto che erano impregnati di latte, e lui me lo strappò letteralmente dalle mani guardandomi con odio.
    "Comunque signora sono 130.000 lire della rata, e si ricordi che deve liberarsi dei gatti!"
    Non mi sembrò il momento di chiedere pietà per i micini che gli avevano appena dichiarato guerra, e lo accompagnai alla porta.
    "E si lavi la faccia!!" Mi salutò.
    Oh...questa poi...Andai nel bagno a specchiarmi e mi accorsi che il mascara si era sparso dappertutto dandomi delle tonalità viola da vampiro intorno agli occhi. Cominciai allora a ridere, ridere e ancora ridere, pensando alla faccia pallida dell'amministratore. Non ricordavo che fosse tanto pallido!
    Raccolsi tutte le mie forze residue e tornai in cucina decisa ad avere ragione di quei piccoli cinque demònietti, che però nel frattempo si erano stranamente zittiti. Quando riaprii la scatola dovetti constatare con un certo disgusto che i micini non erano più bianchi..ma di un bel marrone chiaro pieno di sfumature! Oddio! Non mi fu difficile capire cosa era successo e ripensai al colloquio di pochi giorni prima con  Gabriella, la veterinaria che li aveva in "dotazione" come pazienti. Naturalmente, dovevo aspettarmelo, aveva detto lei, perchè mamma gatta ovvia a questi inconvenienti per mezzo della sua lingua rasposa e quindi li tiene puliti. Io avevo ribattuto che la natura purtroppo non mi aveva dotata di una lingua rasposa per cui non ero in grado di ovviare a certi inconvenienti. Gabriella mi aveva guardata con disprezzo....ed io mi ero sentita in colpa di non essere una gatta!!  Ora però dovevo affrontare il problema, così mi portai la scatola nel bagno e, uno per volta, li lavai nel lavandino con acqua tiepida e batuffoli di cotone chiedendomi se fossero troppo piccoli per fare il bagno. Mi immaginai cinque piccole bare con la triste epigrafe: "Qui giacciono Morris, Joghy, Occhi Tristi, Puffolina e Macchietta morti di polmonite in tenera età per l'incoscienza della mamma" (Mi era difficile qualche volta ricordare che non ero la loro mamma). Abbandonai subito i pensieri tristi, anche perchè lavare i cinque non era certo la cosa più facile del mondo. Essi sgusciavano dalle mani come anguille, arrabbiatissimi perchè non riuscivano ad arrampicarsi lungo le pareti lisce del lavandino in cerca di scampo. Se riuscii nonostante tutto a lavarli, si ribellarono decisamente al phon, e innumerevoli graffi sulle mani mi convinsero che non era il caso di insistere. Quando finalmente furono lavati, asciugati e nutriti, si addormentarono...ed io mi accasciai su una sedia, ormai priva di forze.
    Mi chiesi, mentre li guardavo dormire tutti attorcigliati in un unico grande batuffolo bianco, cosa provavo per loro: erano arrivati all'improvviso nella mia vita...e l'avevano sconvolta!! Sospirai, pensando alla solita cosa " E' SEMPRE IL CUORE CHE MI FREGA!!!!!!!"

  • 19 luglio 2015 alle ore 13:02
    LA VECCHINA DELLE SAPONETTE

    Come comincia: Da quanti anni non nevicava così tanto! Lucia, seduta alla scrivania del suo ufficio, guardava oltre la vetrata i fiocchi larghi e asciutti che andavano ad inspessire la coltre bianca. Tutto spariva pian piano sotto la neve. Era la vigilia di Natale e gli impiegati se n'erano andati presto, appena dopo pranzo. Erano cinque gli uffici che si affacciavano su quel cortile: alcuni di essi sarebbero rimasti chiusi fino al 2 gennaio, altri fino al 7 gennaio. Ditte di autotrasporti, per cui di solito automezzi di tutte le dimensioni andavano e venivano continuamente, perciò movimento e rumore erano incessanti; così il silenzio di quel pomeriggio era ancora più irreale. Impiegati e autisti si erano salutati, avevano brindato, e si erano scambiati gli auguri. Dopo, silenzio. Quel silenzio molto particolare che precede le ricorrenze eclatanti come il Natale; quel silenzio carico di attesa e allo stesso tempo di grande malinconia, quando sembra proprio che sia obbligatorio essere felici: per tradizione, forse per scaramanzia, insomma, per forza. Lucia, con la faccia appoggiata alle mani, guardava verso il cortile pensando che non c'è spada che possa trafiggerlo o scudo che possa respingerlo, fucile che possa abbatterlo, corda che possa impiccarlo, magìa che possa farlo sparire: il Natale torna sempre: implacabile, inarrestabile, inevitabile, come le tasse, l'influenza, l'aumento del costo del carburante. Lei invece assorbiva l'atmosfera straordinaria di quel pomeriggio solitario, silenzioso. Scrutava il cortile deserto e si crogiolava pigramente nella certezza che a nessuno sarebbe venuto in mente, la vigilia di Natale, di entrare lì per qualsivoglia motivo. Che bellezza! Aveva visto un'ora prima andarsene l'ultimo collega che l'aveva salutata da sotto la scaletta:
    "Lucia, ancora lì? Non te ne vai a casa?"
    "Ma sì, certo, fra poco chiudo."
    "Buone Feste, Lucia, passale bene e riposati"
    "Buone feste anche a te e famiglia. Ciao"
    Ma lei non aveva voglia di andare a casa. Non perchè a casa non avesse nessuno che l'attendesse. Al contrario, aveva una bellissima famiglia: marito affettuoso e tre figli, e poi quella sera sarebbero arrivati anche i nonni che per fortuna c'erano ancora tutti e quattro. Ma non era ancora pronta per tuffarsi nell'allegro caos che l'aspettava in famiglia. Aveva bisogno, prima, di affrontare quel nodo di tristezza che la opprimeva, e sapeva che doveva farlo da sola. Ma c'era anche un altro motivo per cui non voleva andarsene dall'ufficio. Sperava di veder comparire nel cortile, da un momento all'altro, Carmen. Carmen le aveva promesso che sarebbe passata prima di Natale a riprendersi una borsa che le aveva lasciato in custodia a novembre.
    Ecco, pensava Lucia, se in quel momento avesse visto  Carmen salire dalla scaletta e farle il solito cenno di saluto con la mano, il nodo di tristezza si sarebbe sciolto. Lei si sarebbe seduta vicino alla stufa, avrebbe commentato il maltempo con poche parole in dialetto veneto, le avrebbe rivolto un sorriso affettuoso, e poi, guardandola negli occhi, le avrebbe chiesto "Cosa c'è che non va?"
    E Lucia sapeva che sarebbe bastata quella semplice domanda per farla sentire bene. Sapeva che di fronte al sorriso di quella donna che sfidava il freddo e la fatica per guadagnare pochi soldi, lei si sarebbe vergognata della sua tristezza razionalmente immotivata, e avrebbe ringraziato il destino per ciò che avrebbe trovato tornando a casa: una famiglia che le voleva bene, una casa accogliente e calda, la gioia di stare insieme.
    Carmen era la "vecchina delle saponette". Solo da poco tempo Lucia conosceva il suo nome di battesimo, anche se da molti anni  frequentava l'ufficio. Praticamente Carmen era il simbolo stesso del Natale. Si presentava ogni anno a ridosso delle feste con la sua borsata di saponette, e le vendeva alle impiegate dei vari uffici. Ormai aveva sicuramente più di ottant'anni, ma Lucia non conosceva la sua età perchè quando le aveva chiesto quanti anni avesse, lei aveva risposto:"Tanti". Era evidente che non volesse svelare di più.
    Quando Lucia la vedeva entrare nel cortile, avvolta nel suo cappottone grigio,la sciarpa di lana che le faceva anche da copricapo, incurvata sì dal peso degli anni, ma anche dal peso di quel borsone pieno di saponette, provava molta tenerezza ed anche pena, ma quando aveva provato ad aiutarla, Carmen si era ribellata con forza, la forza dell'orgoglio. Allora la faceva sedere in ufficio e le offriva una bevanda calda, e poi comperava tante saponette, non tutte, altrimenti Carmen avrebbe pensato che lei volesse aiutarla, e Lucia non voleva offendere la sua sensibilità. Però scherzava:
    "Me ne dia tante saponette, chè poi per un anno lei non si farà più vedere"
    "Certo, certo, ma devo tenerne qualcuna per accontentare altre clienti. Ah, come si sta bene qui al caldo!"
    Si sfilava lentamente i guanti spessi di lana e stendeva le mani rosse e gonfie verso la stufa; un sorriso malinconico si diffondeva fra le rughe del viso.
    "Parla veneto, Carmen. Da dove viene?"
    "Dalla provincia di Treviso, ma abito a Torino da cinquant'anni"
    "Non è troppo faticosa per lei questa vita?"
    "Eh, cara mia!"
    E non aggiungeva altro. Non si confidava facilmente. Lucia non era riuscita neppure a sapere dove abitasse. L'anno precedente Carmen si era lasciata sfuggire che la sua casa era fredda perchè la stufa si era rotta, e Lucia si era offerta di regalarle una stufa, ma lei era arrossita violentemente ed aveva rifiutato in un modo che non lasciava spazio per insistere. Non c'era davvero nulla che si potesse fare per lei, al di fuori di quel poco tempo da dedicarle una volta all'anno quando arrivava il Natale.
    A volte capitava anche che Carmen sonnecchiasse qualche minuto col viso appoggiato ad una mano, vinta dalla stanchezza e consolata dal tepore dell'ufficio. Allora Lucia cercava di non fare rumore e sperava che non suonasse il telefono proprio mentre la sua ospite riposava. Poi magari chiacchieravano un po', come quando le aveva detto di chiamarsi Carmen.
    "Sa, mio padre era un appassionato di musica lirica, soprattutto della Carmen di Bizet e così quando nacqui mi chiamò Carmen. Non mi è mai piaciuto molto come nome, ma piaceva a mio padre perciò per me va bene. Lui era un uomo dolce, mite, che quando non lavorava ascoltava musica e leggeva poesie, ma  la guerra se lo portò via per sempre."
    Poi aveva taciuto, la voce incrinata dall'emozione, e aveva cominciato a rovistare nella borsa in cerca di un fazzoletto per asciugare le lacrime, rimanendo qualche minuto in silenzio. 
    "Mia madre invece era un vero generale; severa e autoritaria, però giusta. Una donna volitiva, forte. Ci ripeteva sempre: Ricordatevi che tutto è nelle vostre mani. Se le chiedevamo cosa significasse, lei tagliava corto: sarà la vita a farvelo capire."
    "Un altro modo di dire che ognuno è artefice del suo destino."
    "Oh no cara, molto molto di più. Lei era combattiva, diplomatica, calcolatrice; affrontava la vita come se fosse in guerra e pensava che non esistesse altro modo di vivere. Forse aveva ragione, ma io assomiglio a mio padre. Ho sempre lasciato tutti liberi di essere liberi, senza sotterfugi nè ricatti. Ed eccomi qui: sola."
    Lucia allora le aveva chiesto se avesse figli.
    "Sì, uno. Non lo vedo da molto tempo. Non vive in Italia. Ora le mostro le saponette: le nuove profumazioni."
    Il tono era di quelli che non consentono ulteriori domande. 
    Ma quest anno le cose erano andate diversamente.
    Lucia, il viso fra le mani, fissava la neve che continuava a scendere abbondante, e ripensava a quel giorno di novembre quando Carmen era arrivata all'improvviso. Non si era seduta in ufficio a chiaccherare, non aveva bevuto nulla ed aveva molta fretta.
    "Buonasera Lucia, posso darti del tu? Ma sì, potresti essere mia figlia. Ho bisogno di un favore. Devo assentarmi per fare alcune cose urgenti e non posso portare con me questa borsa così pesante. Posso lasciarla qui? Passo a riprenderla prima di Natale."
    "Ma certo Carmen, gliela tengo volentieri. Non si preoccupi." Lucia era sinceramente contenta di poterle fare un favore. "
    "Ciao Lucia....a Natale allora."
    Se n'era andata subito e Lucia si era chiesta cosa avesse da fare di così urgente. Poi aveva riposto la borsa dentro un armadio.
    Qualche giorno dopo, passando davanti ad un negozio di scarpe, aveva visto un paio di pantofole morbide e calde e le aveva comperate. Poi aveva confezionato un bel pacco regalo e l'aveva sistemato nell'armadio vicino alla borsa. Carmen non avrebbe rifiutato un paio di pantofole, e chissà, magari avrebbe accettato di trascorrere il Natale con lei e la sua famiglia.
    E adesso il Natale era arrivato.
    Ormai il cortile era quasi del tutto al buio, illuminato solo dalla luce fioca di due lampioni. Lucia si alzò e radunò le cose che doveva portare a casa. Un panettone, del vino e una stella di Natale. Mise tutto in auto. Cominciò a pensare che forse Carmen non sarebbe arrivata più per quel giorno, ma non aveva il coraggio di andarsene. Dopo aver riflettuto un bel po' decise di guardare nella borsa che aveva in custodia: forse avrebbe potuto trovare un indirizzo, un numero di telefono, qualcosa che le consentisse di rintracciarla. Non le piaceva frugare nell'intimità altrui ma non aveva alternative. Prese la borsa dall'armadio e la posò sulla scrivania; la aprì e la svuotò appoggiando le confezioni di saponette con delicatezza sulla scrivania, e pensando con tenerezza a tutte le volte che Carmen le aveva maneggiate nonostante la stanchezza e il freddo. Poi vide un foglio di quaderno piegato e, sperando di trovare scritto lì un indirizzo, lo prese e lo lesse: 
                                "Cara amica,
                                 non ci vedremo più. Sto morendo.
                                 Grazie per la tua ospitalità, per il tuo tempo, per le bevande calde.
                                 Grazie per tutte le saponette che hai comperato,
                                 anche se non ti servivano.
                                 Grazie per la stufa che avresti voluto regalarmi.
                                 Grazie di tutto, con tutto il cuore.
                                 Nella borsa c'è una scatoletta di cartone: l'hai vista? 
                                 Dentro c'è la mia catenina d'oro. 
                                 Prendila, ma non chiuderla in un cassetto.
                                 Portala, per mio ricordo."
    Lucia si lasciò cadere sulla sedia, leggendo e rileggendo quelle poche righe, incredula. Con gli occhi pieni di lacrime aprì la scatoletta e lasciò che la catenina le scorresse fra le dita. Sulla medaglietta era raffigurato un angelo, forse l'angelo custode. Se la mise subito, lei che non aveva mai indossato nessun tipo di monìle, e rimase immobile ad accarezzarla. Poi all'improvviso si sentì addosso tutto il freddo dell'inverno, tutta la solitudine del mondo. Il suo pianto silenzioso diventò violento e i singhiozzi la scossero a lungo, mentre, stupidamente, continuava a ripetersi: "Non credevo di esserle tanto affezionata!"
    Poi smise di piangere. Prese la borsa e anche le pantofole e mise tutto in auto. L'ambiente intorno ormai lo sentiva ostile e, a quel punto, desiderava soltanto tornare subito a casa.
    Per strada non fece caso al traffico mezzo bloccato a causa di un ingorgo causato dalla neve. Attese paziente in coda, distratta e col cuore pieno di amarezza. Si sentiva in colpa. Forse avrebbe dovuto capire che qualcosa non andava. Sospirò. Come avrebbe potuto capire! Il comportamento di Carmen rispecchiava il suo carattere: non voleva l'aiuto di nessuno e soprattutto non aveva voluto vivere e farle vivere un doloroso addio.
    Finalmente arrivò a casa e, appena aperta la porta, la investì subito il calore dell'ambiente. Nella sala, illuminata come mai, c'era il tipico allegro disordine delle feste. Carta colorata, fili luccicanti, pacchetti variopinti. Un albero di Natale carico di tutto troneggiava accanto al divano. La tavola era già ben apparecchiata, con la cura e l'attenzione delle grandi occasioni.
    "Mamma, sei a casa!"
    "Ciao mamma! Tardi anche oggi!"
    I suoi ragazzi le furono subito intorno per aiutarla a portare in casa ciò che aveva in auto. Suo marito la salutò dalla cucina dove era alle prese con una cantinetta da montare che voleva regalare a suo padre.
    "Ciao cara, non ti agitare, me ne vado subito dalla cucina: ho quasi finito."
    Ma Lucia non era affatto agitata. Era sconvolta, e cercava dentro di sè la forza per affrontare l'atmosfera di una serata così diversa dal suo stato d'amimo. Tutti erano felici e lei aveva voglia di piangere.
    "Accidenti al Natale!" pensò.
    La raggiunse sua figlia, con l'immancabile telefono cellulare in mano:
    "Ciao mamma ero al telefono, non ti ho sentita arrivare. Hai già visto la tavola? Come ho apparecchiato?"
    Lucia si avvicinò al tavolo.
    "Sei stata bravissima. E poi! ma che belli questi segnaposto! Hai avuto una grande idea; cartoncino e brillantini. Davvero belli."
    "Mamma, lo sai che non è stata una mia idea: io ho soltanto copiato. Nella scatola dei brillantini ce n'era uno già pronto e io ho fatto gli altri nello stesso modo. E' questo. Quando l'hai fatto?"
    Intanto che parlava la figlia aveva messo in mano a Lucia un segnaposto di cartoncino rosso a forma di cuore: nel centro il nome "Carmen" scritto con i brillantini.
    "Ho messo il posto a tavola anche per lei. Volevo giusto chiederti chi è."
    "Non l'ho fatto io!" Balbettò Lucia, ma le parole rimasero soffocate in gola.
     Proprio in quel momento il cellulare della figlia si mise a suonare e lei se ne andò in camera sua.
    Lucia si sedette sul divano sbalordita, tenendo fra le mani quel segnaposto e cercando un senso a ciò che stava capitando. Superato lo stupore capì che non si poteva spiegare l'inspiegabile. Si alzò ed andò ad appoggiare il segnaposto al calice di cristallo che sarebbe servito per il brindisi, dove la tavola da pranzo era preparata anche per Carmen. Lucia era una persona  realista e molto pratica e non sapeva come comportarsi in una situazione così, ma poi decise di non parlarne, almeno non subito, per non turbare i famigliari. Dentro di sè però era molto emozionata anche perchè si stava accorgendo che quel peso che l'aveva oppressa per tutto il giorno, pian piano si stava sciogliendo, e la tristezza stava lasciando il posto ad una pacata serenità. Allora corse a prendere il pacco con le pantofole e lo sistemò sotto l'albero insieme agli altri regali. Tornò a sedersi sul divano: la speranza che Carmen fosse lì, insieme a tutti loro, la faceva sentire bene.
    "Oh, eccoti qui sul divano.... e sorridi. A cosa pensi?" Il marito si sedette vicino a lei e le passò un braccio intorno alle spalle.
    Poi le guardò il collo:
    "Una catenina! Questa sì che è una novità"
    "E' un ricordo."
    "Un ricordo davvero speciale, visto che non porti mai nulla. Devo essere geloso?"
    "Sì, gelosissimo" scherzò Lucia.
    "Poi ti racconto" aggiunse "adesso vieni, hanno suonato il campanello: sono arrivati i nonni."
    Poco più tardi era ormai ora di prendere posto a tavola e uno dei ragazzi si affacciò alla porta della sala:
    "Allora, ci siamo tutti?"
    Lo sguardo di Lucia incontrò quello dei figli, del marito, dei nonni, tutti rivolti verso di lei, e poi si soffermò sulla seggiola vuota preparata per Carmen, il suo piatto e le posate, il segnaposto coi brillantini che, proprio in quel momento, si staccò dal calice di cristallo e con leggerezza si posò nel piatto. Non poteva essere casuale: lei ebbe la certezza che la "vecchina delle saponette" fosse lì. In quel momento ebbe anche la consapevolezza di quanto grande fosse il suo potere su quella piccola comunità di persone. Solo con l'espressione del viso poteva rendere quella serata la più meravigliosa e indimenticabile per tutti, oppure il contrario. Quasi si stupì nello scoprirsi a riflettere sulla grandezza del suo ruolo, perchè lei era il centro, il punto di arrivo e di partenza per ciascuno di loro, lei era il minuscolo borgo che racchiude il mondo, il tempo e le stagioni. Lei era la stella polare e la distesa dorata di grano maturo. Perchè lei era la mamma.
    Abbracciò con lo sguardo i suoi famigliari, e finalmente l'albero e i regali, le luci che addobbavano la sala; si lasciò inebriare dall'aroma di vaniglia e  arance che profumava la casa, e sentì che adesso sì, adesso era pronta ad accogliere il Natale.
    "Allora, nessuno mi risponde? Ci siamo tutti?"  Incalzò divertito il figlio.
    "Sì"  gli sorrise Lucia  "ci siamo tutti."

  • 18 luglio 2015 alle ore 22:03
    A PROPOSITO DI FERIE

    Come comincia: Ricordo perfettamente: l'anno era il 1972, l'anno della svolta. Una sera d'estate Mario rientrò dal lavoro e mi comunicò la sua insindacabile decisione: avremmo trascorso le ferie d'agosto in tenda. All'epoca avevo 24 anni e Raffaella 10 mesi. Non mi piacque, ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile opporre "resistenza". Il concetto di democrazia era già molto diffuso, ma fuori da casa nostra. Non potevo immaginare chi, fra i suoi amici, lo avesse convinto a sperimentare il nuovo tipo di vacanza, così indirizzai le mie maledizioni contro ignoti, sperando che arrivassero alla persona giusta! Fatto sta che lui era entusiasta e, come un bambino col giocattolo nuovo, comperò tutto ciò che serviva: fornellino da campo, armadietto dispensa, batteria per l'elettricità, materasso matrimoniale gonfiabile, culla da campo per Raffaella, tavolino, sedie, sdraio, poltroncine, e chi più ne ha più ne metta. E naturalmente la tenda: due camere da letto, anzi, per meglio dire, due pertugi chiusi da tendina interna con cerniera, uno un po' più grande che conteneva giusto giusto il materasso, e l'altro più piccolo, e poi, ovviamente, tutto lo spazio adibito a cucina e salottino (chiamiamolo così).
    E venne agosto, e, con agosto, il fatidico giorno della partenza: destinazione mezza montagna, località Noasca (verso Ceresole Reale, versante piemontese del Gran Paradiso).
    Mario organizzò un camioncino e si fece aiutare da due suoi collaboratori di lavoro. Io guardavo annichilita le operazioni di carico: un vero e proprio trasloco. Ogni sorta di masserizia venne ingoiata in men che non si dica dall'automezzo. Piatti, bicchieri, utensili, pentole, tegami, coperte, lenzuola, casse di vino, e a proposito di vino:
    "Guarda di non dimenticare il cavatappi, visto che succede spesso."
    "Uffa! L'ho dimenticato una volta: me lo rinfaccerai tutta la vita?"
    Come se neppure avessi parlato.
    "Beh? Prendilo subito e mettilo sul camioncino!"
    "Già fattooooooo!"
    Il cavatappi era una questione di vita o di morte, era un simbolo. Come spiegare! Ecco, se avessimo avuto uno stemma di famiglia, sicuramente ci sarebbe stato impresso un cavatappi. Non importava se ovunque fossimo andati sarebbe stato facilissimo procurarci un cavatappi. Dimenticarlo era considerato da Mario un'offesa personale.
    Comunque, la mia casa si svuotava e il camioncino si riempiva. Perfino Raffaella non apriva bocca. Seduta sul suo seggiolino posato sul tavolo della cucina, guardava tutto quel movimento e, menomale, almeno lei stava zitta.

    Quando tutto fu pronto, dopo innumerevoli controlli che i vari contatori acqua gas e luce fossero stati opportunamente chiusi, finalmente partimmo per le ferie: automobile e camioncino.
    Per maggiore sicurezza Mario aveva deciso di portare con noi anche il cane lupo che "abitava" nel magazzino della ditta. Era una bella lupa che si chiamava Diana ed era diventata mamma da poco, per cui lei e i due lupetti erano stati caricati sul camioncino. Insomma non ci mancava proprio niente.
    Devo dire che quando finalmente fui in viaggio cominciai a rilassarmi decisa a godermi il più possibile la vacanza, anche se l'istinto mi suggeriva che più che una vacanza sarebbe stata una bella sfacchinata.
    Quando arrivammo, in una giornata di sole veramente stupenda, fu facile scegliere il luogo dove montare la tenda: uno spiazzo erboso accanto al torrente. Vicino si poteva attraversare un ponticello oltre al quale c'erano la strada statale e il paese. Da questa parte invece, oltre lo spiazzo erboso, cominciava il bosco e naturalmente la montagna.
    Presto lo spiazzo erboso sparì sotto tutta la nostra roba, ma io ero ormai entrata in stato di grazia e mi sentivo proprio bene. Mario, col cappello da cowboy si guardava attorno soddisfatto e fischiettava "La Montanara".
    Iniziò il febbrile lavoro degli uomini, mentre io mi occupavo delle attività "minori", come ad esempio gonfiare il materasso, cercare di sistemare come potevo tutto quello che c'era in giro, ecc. Però fino a che non c'era la tenda montata tante cose non le potevo fare, per cui mi sedetti su una pietra con Raffaella in braccio. La tenda cresceva, tutta storta, però cresceva.
    "Ma scusate, non vi sembra che sia storta?"
    Non l'avessi mai detto!
    "Ma va, figurati, poi quando è tutta montata va a posto da sola"
    "Mah, sarà! A me sembra molto storta"
    "Vuoi stare zitta? Siamo in tre qui, vuoi che non sappiamo montare una tenda?"
    No, non la sapevano montare una tenda, infatti alla fine fu impossibile chiuderla perchè i lembi di stoffa non combaciavano, la cerniera si chiudeva solo fino a metà e sotto rimaneva aperta. Ma si sa, in montagna le ombre della sera compaiono presto. Tutti erano stanchi, il buio era imminente e  la tenda fu lasciata così. Mario decise che non era importante e "avremmo messo qualcosa all'entrata per tenere chiuso".
    Su un fatto ero daccordo. Eravamo stanchi, e così portammo dentro tutto quello che era ancora rimasto nel prato e rimandammo all'indomani ogni altro lavoro. Gli uomini se n'erano andati dopo avere sistemato sotto un albero  la cuccia di Diana con i suoi piccoli. Finalmente riuscii a mettere a letto Raffaella e ci coricammo anche noi, assolutamente distrutti.
    Forse ero in quella fase del sonno detto "dormiveglia" quando uno sparo mi svegliò di soprassalto. Ancora mi chiedevo cosa stesse accadendo, quando un altro sparo mi gelò il sangue.
    "Mario, Mario" bisbigliai "sei sveglio? Hai sentito?"
    "Sì, ho sentito. C'è qualcuno lì fuori."
    "Cosa facciamo? E la bambina?"
    "STTT! Stai zitta! Io ho il pugnale qui."
    "Il pugnale! Guarda Tarzan che loro hanno le pistole! Cosa ci fai col pugnale!"
    Mentre eravamo impegnati a discutere sottovoce, il rumore di altri due spari ci zittì.
    Mi aspettavo da un momento all'altro di vedere una lama di coltello squarciare la tenda. Chi c'era lì fuori? Ero terrorizzata e non osavo più muovere neppure un muscolo.
    "Non capisco perchè: Diana non abbaia" bisbigliò Mario.
    "Ecco, l'hanno ammazzata e anche i piccoli"
    Il tempo scorreva troppo lentamente nell'attesa del peggio ed io mi sentivo ormai vicinissima ad una crisi di pianto.
    "Mah, non so cosa pensare"
    "Mario guarda che sono qui fuori. Hai sentito gli spari? Sono qui. Cosa aspettano? Vogliono farci morire di paura?"
    "Stai zitta! Voglio sentire i rumori."
    "Sto zitta, certo devo sempre stare zitta! Cosa ti è venuto in mente, una tenda da soli, in un prato, con una bambina di dieci mesi! Sei un incosciente!"
    Sibilavo parole dure sottovoce, in preda alla paura e alla rabbia. E poi tacqui e rimanemmo immersi nel silenzio più assoluto. Non accadde più nulla e noi cominciammo a pensare che forse volevano soltanto portare via i cani.
    Quando finalmente la luce del giorno ci rese un po' di coraggio, non avevamo la forza di andare fuori a vedere cosa fosse successo. Ma poi Mario uscì e constatò che tutto era tranquillo e i cani erano raggomitolati nella loro cuccia. E io decisi di rifare il letto e tolsi il lenzuolo.
    "Mario, Mario vieni a vedere."
    "Cosa c'è?"
    "Guarda che gobbe nel materasso! Ieri non c'erano mica."
    Io ero piuttosto tarda in certe cose, ma lui, appena guardato il materasso, aveva capito immediatamente tutto.
    "Altro che spari! Erano i punti che saltavano!"
    Ora, se quelli fossero stati i primi tempi del nostro amore, mi avrebbe abbracciata e, mi avrebbe flautato dolcemente nelle orecchie:
    "Non prendertela, sono cose che capitano. Anzi, avrei dovuto gonfiarlo io il materasso, è normale che tu non sia pratica!" E mi avrebbe consolata.
    Ma ahimè, non erano i primi tempi del nostro amore, erano già trascorsi sei anni per cui quella che mi investì fu una bufera di urla:
    "Cretina!!!! Te l'avevo detto! Non gonfiarlo troppo, non gonfiarlo troppo! Ma tu, e dai a pestare su quella pompa, e pestare, e ancora pestare, fino a farlo esplodere!!"
    Sì, era proprio imbestialito, anche se a me, tutto sommato, non sfuggiva un lato comico piuttosto evidente di tutta la faccenda. Avevo una gran voglia di gridare anch'io, magari una sola frase:
    "Sappi che ho dimenticato il cavatappi."
    Ma nonostante la giovane età avevo maturato la saggezza sufficiente per sapere che quello sì, era veramente il momento di stare zitta.
    Prima o poi Mario avrebbe riso di quell'avventura, e solo allora avrei potuto riderne anch'io.

     

  • 18 luglio 2015 alle ore 21:58
    NON SOLO DIETA

    Come comincia: In quel periodo io e Mario eravamo una vera supercoppia. "Super" perchè io pesavo novanta chili e lui centodieci. Lui almeno poteva servirsi di una sola taglia, mentre per me era diverso. Io ero divisa in due: taglia 56 dalla vita in su e taglia 54 dalla vita in giù. Il punto vita, in perenne litigio con ambedue i piani, non era più un "punto" ma era diventato un cerchio di tutto rispetto. Si sarebbe potuto affermare, secondo i canoni di bellezza femminile che vogliono il corpo delle donne a forma di anfora, che nel mio caso avrebbe potuto trattarsi, sì di anfora, ma capovolta. In considerazione del fatto che lo specchio ci rimandava la triste fotografia del nostro superfisico, nel senso che ce le restituiva proprio, in quanto non ne voleva sapere di specchiarci, ci eravamo resi conto di essere ormai prigionieri della spirale "ingrassi perchè mangi ( e bevi), e mangi (e bevi) perchè ingrassi". Fu perciò indispensabile prendere una decisione drastica. Mangiare e bere meno? Il solo pensiero ci gettava nella malinconia più acuta. Prendere farmaci? Non se ne parlava proprio, non era da noi. E allora? E allora la soluzione era lì a portata di mano: lunghe passeggiate in montagna. Ovvio che l'idea fu di Mario, visto che lui era un montanaro doc, un vero appassionato delle vette, delle praterie ad alta quota, dei laghetti con pesca delle trote, e via dicendo. Come al solito la decisione non fu messa ai voti. Lui decise, lui si entusiasmò anche da parte mia, lui si complimentò a lungo con se stesso, e poi mi rese partecipe del suo piano.
    "Allora, sei contenta?"
    "Come no!" E chi era più felice di me? Tutti.
    "Bene, prima di tutto ci vuole l'abbigliamento adatto."
    In men che non si dica mi ritrovai assieme a lui in un magazzino specializzato. Provammo e riprovammo, e quando finalmente ci guardammo allo specchio pensai che il nostro abbigliamento avrebbe fatto crepare di invidia tutti i montanari del mondo, e anche crepare dal ridere un numero inimmaginabile di persone.
    Lo specchio questa volta fu pietoso e sopportò la nostra vista.
    Naturalmente i cappelli di tela da cowboy con tanto di cordicella legata sotto il mento non potevano mancare; potevamo indossarli sulla testa, oppure appesi sportivamente sulle spalle, tanto la cordicella legata sotto al mento li avrebbe trattenuti. Non potevo sopportare quella maledetta cordicella. Io ho sempre sofferto di claustrofobia e continuavo a deglutire perchè quel legaccio mi dava fastidio al pomo d'Adamo. (Alt! Per chi non lo sapesse ce l'hanno anche le donne). Dovevo pazientare, avrei potuto disfarmi del cappello solo dopo la prova generale. 
    Una bella camiciona di flanella a quadrotti rossi vivacizzava le nostre facce già  colorite per natura.
    "Mario, ma di flanella! Guarda che avremo caldo!"
    "Figurati, andremo in alto e in alto può esserci il vento, può coglierci un temporale improvviso, vanno bene così" Non erano ammesse repliche, e così scesi con lo sguardo a considerare i pantaloni. Quelli erano di velluto a coste color cagarella, e in più alla zuava: chiusi da un bordino sotto il ginocchio. Io non li avrei voluti così, ma la mia taglia non mi consentiva di scegliere e mi dovetti adattare. La parte di gamba  che avanzava dal pantalone era vestita da calzettoni di lana rossi, e, dulcis in fundo, i piedi erano imprigionati in un paio di tenaglie stringate: scarponi da una tonnellata. Appena tentai di sollevare i piedi da terra capii che con quei calzari non avrei fatto nessuna passeggiata, anzi neppure pochi passi.
    "Mario, ma non ti sembra un po' troppo?"
    "Ma va! In montagna si va così, certo non ci vestiamo così a Torino, ma vedrai, in montagna sono tutti vestiti così."
    Devo dire che nutrivo forti dubbi.
    "Ma gli scarponi sono troppo pesanti!"
    "E' solo questione di abitudine. Quando li avrai messi una volta, la seconda sarai in paradiso"
    "Speriamo solo metaforicamente" pensai io.
    Continuavo a guardarmi nello specchio che non riusciva neppure a contenerci tutti e due, e cominciava a perdere la pazienza. Dopo un po' stabilii criticamente che avevamo operato un missaggio, non tanto ben riuscito, fra la conquista del West e quella del K2.
    E venne il giorno della prima gita. Il mio problema più importante era uscire di casa e raggiungere l'automobile ad una velocità che impedisse a chicchessia di vedermi. Ma non sono mai stata particolarmente fortunata, e incontrai una vicina che mi bloccò nell'androne a parlare non so più di cosa.
    "Eh, ma dove andate vestiti così! C'è qualche corteo storico? Certo che siete belli grossi voi due, e anche alti, non passerete di sicuro inosservati." Ne ero certa.
    La mia faccia e la mia camicia avevano lo stesso colore.
    "Ma guarda come è bella colorita! Buona domenica, né"
    "Sì, sì, anche a lei."
    Mario mi vide fuggire e nascondermi in auto.
    "Ma cos'hai, ti vergogni? Stiamo solo andando in montagna. Dovresti essere contenta."
    "Appunto, è proprio questo il fatto: stiamo solo andando in montagna, ma la gente pensa che andiamo ad una festa di carnevale".
    "Certo che pensa così. E' gente di città, cosa vuoi che capisca!"
    Naturalmente, come potevano capire? Io sapevo soltanto che, nella fretta della fuga, avevo fatto una specie di corsa verso l'auto dimenticando completamente che indossavo gli scarponi ed avevo i piedi già doloranti. Mi chiedevo come fosse possibile tanto male visto che la lunghezza era quella giusta e in teoria il calzettone avrebbe dovuto fare un po' da ammortizzatore.
    "Mario, ma questi scarponi sono da montagna o sono antinfortunistici?"
    "Ma cosa dici!"
    "Cosa dico? Sono di acciaio e ho le dita dei piedi che formicolano. Me li devo togliere."
    "Mai togliere le scarpe che fanno male, poi non riesci più ad infilartele. Prendila con un po' più di allegria, semmai slacciali e li riallacci quando arriviamo."
    Non mi restava che rassegnarmi.
    "Dove stiamo andando di preciso?"
    "Ad Exilles, al Forte. C'è una specie di festa, ci sarà anche un coro alpino."
    Evviva, anche il coro. Se mai fossero stati a corto di note alte, col mio mal di piedi, avrei potuto sopperire io.
    Di nascosto tirai fuori "un po'" di piedi dagli scarponi e mi misi a guardare dal finestrino.
    Dalla foschia mattutina stava emergendo un sole pazzesco ad annunciare una giornata calda e splendente.
    "Mario, a che altitudine è Exilles?"
    "Circa 900 metri. Bene, vedo che cominci a partecipare."
    In realtà mi stavo solo rendendo conto che sotto un sole del genere con la camicia di flanella e i pantaloni di velluto, mi sarei liquefatta.
    Mi chiedevo se veramente non ci fosse un modo meno distruttivo di dimagrire, ma tanto era lo stesso.
    Quando finalmente raggiungemmo Exilles e il forte, notai subito che la gente era tanta, sparpagliata sulle collinette e nei prati, comitive, famiglie con bambini, ma, sebbene io cercassi, nessuno era vestito come noi. Cercai di recuperare tutta la disinvoltura di cui ero capace e scesi dall'auto. Inutile dire che eravamo molto guardati, io e Mario, così grossi, così variopinti, così ingombranti! Io ero anche zoppicante perchè il mal di piedi era peggiorato. Riuscimmo a raggiungere la cima di una collinetta, e da lassù mi guardai attorno girando su me stessa, cercando di convincermi che non esisteva al mondo pamorama più appagante. Ma girandomi notai una donna, piccolina, seduta per terra che mi fissava sbalordita:
    "Boia faus!" stava esclamando.
    Ci misi un attimo a capire che non si era seduta per terra di sua iniziativa, ma ce l'avevo buttata io girandomi, e non me n'ero neppure accorta!
    Certo da lì in basso, io e Mario dovevamo sembrarle due giganti.
    Mi scusai e le porsi la mano per aiutarla ad alzarsi, ma anzichè aggrapparsi, lei fece il classico gesto di quando si vuole mandare al diavolo qualcuno.
    Mi sentii in quel momento ancora più ridicola.
    "Mario, io vado a sedermi in macchina. Mi fanno troppo male i piedi."
    "Ma possibile che non ti vada mai bene niente?"
    "No guarda che semmai sono gli scarponi che non mi vanno bene, comunque me li devo togliere. Tu fai quello che vuoi."
    Quando gli parlavo così voleva dire che la sopportazione aveva raggiunto il massimo livello.
    MI sedetti in auto lasciando finalmente che i miei piedi si allargassero a piacimento e si godessero la libertà.
    Ah, che sollievo! Solo chi ha provato può capire!
    Tolti gli scarponi il mio umore cambiò completamente. Cominciai ad apprezzare la giornata soleggiata, l'aria pulita e fragrante, il verde della vegetazione ed anche la bellezza del forte che si stagliava di fronte a me contro il cielo azzurro intenso senza una nuvola. Ma il mio relax durò poco. In mezzo alla gente vidi avanzare un cappello da cowboy, e siccome ce n'era uno solo in tutto il piazzale, sotto non poteva esserci che Mario, che venne diritto verso l'auto e aprì il portabagagli. Sentii rumore di cose spostate e poi vidi spuntare fuori dal mio finestrino, un paio di zoccoli. Mi resi conto che quello fosse sicuramente un bel colpo di fortuna per i miei piedi, ed anche un invito da parte di Mario a lasciare l'auto e fargli compagnia.

    Poi, in sostanza fu una bella giornata, nel suo insieme, ma decisamente poco dimagrante, visto che camminammo poco. In compenso scovammo una di quelle trattorie paesane che sembrano inventate apposta per far crollare ogni proponimento di buona condotta alimentare. Lì davano il benvenuto presentando subito un tagliere pieno di salami di vario tipo di cui ci si serviva a piacimento. Poi acciughe al verde, peperoni in bagna caoda, uova sode con la maionese, lardo e pancetta, a cui seguivano primi secondi formaggio ecc.ecc., il tutto annaffiato da abbondante vino rosso.
    Questo per dire che quando uscimmo dalla trattoria non mi vergognavo più di niente, probabilmente non mi ricordavo neppure com'ero vestita.
    Alla sera, tornando a casa in auto, eravamo tutti e due silenziosi.
    "A cosa pensi?"
    Se Mario mi chiedeva a cosa stessi pensando era segno che l'effetto del vino non era ancora sfumato.
    Così cominciai a ridere, ridere e ridere e non  riuscivo più a smettere.
    "Vorrei sapere cosa ti fa tanto ridere!"
    Avevo le lacrine agli occhi dal ridere.
    "La nostra cura dimagrante!"

  • 18 luglio 2015 alle ore 21:33
    Tiffany

    Come comincia: Ho il posto 59. A fianco, vuoto. Ma che fortuna..potrò stendere le gambe! Prima coppia di sessantenni in arrivo-" Mi scusi, ho il numero 60 e mio marito il 41, le va di scambiarvi cosi io e lui possiamo star seduti accanto e lei va al 41? Io-" Prego signora, venga pure". Passo al posto 41. Seconda coppia di ottantenni con cagnolino " Mi scusi, visto che lei è solo, mio marito ha il 42 ed io il 37, le va di scambiarci cosi io, lui e il cagnolino possiamo star vicino?" Io - "Certo signora si figuri, prego"... " Guardi a fianco al 37 .. ( sottovoce) c'è una bella ragazza al 38...vada vada ( tentativo pleonastico di convincermi come se fosse lei a fare un favore a me! Tecnica raffinatissima) . Mi accomodo al 37. In arrivo coppia di giovani trentenni. " Scusa , quello è il mio posto, e la mia ragazza sta al posto di lei " Io-" Guarda, sto facendo dei favori, abbassa i toni". La moglie della prima coppia, dalle ultime file del bus ( il lontano 59! ) " Ehi giovane, mi ha fatto un favore quel ragazzo, statt' calm". La moglie della seconda coppia, non più sottovoce " Mo ci penso io ..Mee ( riferito a me) vedi quanto è garbato! Non tla pigghia' scià...adesso il ragazzo piano piano si sposta !! ( risolutiva e simpaticona, come se lei non avesse colpe )" Io e la ragazza ci spostiamo, lei interdetta trova un altro posto. Tutti mi spingono verso il posto vuoto con accanto una ragazza russa che mi guarda con occhi dolci. Un coro si alza " Vai vai, ti è andata bene..." Sono io single ad essere in difetto, tutti mi incitano ridendo goliardici . La ragazza russa è contenta che io mi sieda vicino a lei??!! Ma siamo su una corriera ! Non all'università! La ragazza russa " Scusi, tu sedere dietro per favore ( risatina dolce) e fa venire mia amica qui a fianco me, crazie, Dhank you so much !" Io-" You are welcome..." Ma chi vedo? Che sorpresa! Mi ritrovo nuovamente a fianco del marito appartenente alla seconda coppia, quello di 80 anni, relegato lui al 43 ed io al posto 44, poiché l'anziana ma sveglia moglie, la vecchia simpaticona risolutiva dalle raffinate tecniche persuasive, resasi conto che erano in tre, ha preferito sedersi al fianco di Tiffany, il piccolo Yorkshire, lasciando il marito solo . Dopo che tutte le famiglie tradizionali stanno bene, sedute, accoppiate e contente, io sono fiero della mia singletudine ma la prossima volta mi porto o una bambola gonfiabile o un dobermann. Penso :è nella nostra natura sistemarci comodo il culetto creando disagi a catena? Credo di si. Solo Tiffany, la cagnetta, è una vera signora, ha un gioiello al collo, una vera sciura canina emigrata di origini pugliesi, ma non abbaia come la padrona! Riflettendoci non solo non lo fa, ma non abbaia neppure in milanese dimenticando le sue origini, come molti casi disperati di trapiantati a Milano. Io -" Ciao, cosa fai nella vita?" Trapiantato X " Sono un designer, sto a via Tortona" ( tutto con R rigorosamente moscia e forte cadenza milanese miracolosamente acquisita). Io -" Ah bene ma di dove sei? " Trapiantato X " Son di Milano.." Io-"Ahe' mena margia' di do sinte? Trapiantato X " Di Barlétt ..ma* sto a Milano da 15 anni" . In quel Ma* c'è tutto la soddisfazione del riscatto sociale che maschera la tristezza dell'emigrazione, dimenticando per un po' tanto il riscatto quanto l'emigrazione poiché si torna in Puglia felici riacquisendo in breve tempo i modi di fare di gente bella, che fa casini, ma è bella! Gente fragile e forte, ci vuole forza a rimanere, ma i sacrifici di chi sta lontano non si contano. Fiero di essere pugliese, profondamente paesano (adoro), non di Itaca ma di Grottaglie in giro per il mondo, rido un po' perche la R moscia dei neo-metropolitani scompare all'improvviso durante il viaggio e te li ritrovi sulla mitica corriera Marino traditi da comportamenti che a via Tortona ora cercano di nascondere. E' la parte miserabile dell'individuo che amo, perché in questa "locca" schizofrenia e' contenuta tutta la forza tragicomica e i sacrifici che ci sono voluti per affrancarsi da un futuro annebbiato, il cui ricordo non e' sempre piacevole. Quella corriera è un simbolo, almeno 10 dialetti di 60 persone tra adulti, giovani, anziani, bimbi e cani da grembo coesistono da capo per 13 ore con un unico obiettivo : il mare.

  • 18 luglio 2015 alle ore 20:40
    IL BRUCO NELLA VERZA (FAVOLA)

    Come comincia: Tanto tanto tempo fa in un paese lontano lontano viveva una famiglia di contadini molto poveri, e, come spesso capita ai poveri, con tanti figli. La loro casetta era minuscola, ben tenuta e graziosa. La casetta se l'era costruita il capo famiglia, ma i soldi erano pochi perciò per i suoi dieci figli c'erano solo due camere da letto: in una aveva sistemato le quattro femmine e nell'altra i sei maschi. Anche per i due genitori c'era una cameretta, stretta, ma che assicurava loro un po' di riservatezza. In compenso la cucina era molto grande. Al centro di essa era posizionato un tavolo grande con intorno le dodici sedie. Sulla destra lungo la parete una lunga capiente credenza  conteneva tutte le stoviglie necessarie ai bisogni di una grande famiglia. Il legno scuro dell'arredamento e del pavimento rendeva l'ambiente molto intimo e caldo. Una stufa accanto alla porta della cucina garantiva il calore sufficiente per le poche stanze, ma quando faceva proprio tanto freddo al mattino i bambini si vestivano nel letto, e la mamma li sgridava però li lasciava fare perchè capiva che lo facevano solo per difendersi dal freddo. Papà e mamma sapevano che non avrebbero ricavato tanti soldi dalla vendita dei prodotti del loro campo perchè d'inverno potevano coltivare soltanto cavoli e verze, inoltre qualcosa ricavavano vendendo i cachi di due piante che però non tutti gli anni erano generose di frutti. La mamma spesso stava seduta davanti alla finestra per rammendare la biancheria dei bambini per poterla utilizzare il più a lungo possibile, e trasferendola man mano che crescevano, dai figli più grandi ai figli più piccoli. Rammendava calze, rivoltava cappotti, accorciava e allungava vestiti, pantaloni e tanto d'altro, ringraziando il cielo di saper fare un po' di tutto, e ringraziando mentalmente per questo sua madre che le aveva insegnato di tutto. Il papà lavorava dove capitava, oltre ad occuparsi del suo campo. In paese lo conoscevano tutti e lo chiamavano per qualunque problema che non riuscivano a risolvere da soli. Lui andava e si intendeva di idraulica, elettricità, sapeva fare il falegname, il muratore e anche l'imbianchino, insomma se la cavava in tante cose, però anche chi lo chiamava aveva pochi soldi e così tutti lo pagavano con ciò che avevano, in genere alimenti e vestiario usato che lui portava a casa molto volentieri perchè in casa sua c'era sempre bisogno di tutto. Quando papà e mamma si ritrovavano soli nella loro cameretta nel silenzio della sera, e tutti i figli dormivano, si abbracciavano e si confidavano le preoccupazioni. Non ti preoccupare, diceva lui, vedi che alla fine riusciamo sempre a risolvere. Lei sì, lo sapeva, però le sarebbe piaciuto tanto che i suoi figli potessero ogni tanto avere un abito nuovo, delle scarpe non usate da altri, che potessero andare a bere una cioccolata al bar con gli amichetti. Lui le accarezzava i capelli: non chiedi mai niente per te, ma io vorrei un giorno poterti accompagnare a comprare un vestito bellissimo, tutto di pizzo, delle scarpe di raso, e condurti a una grande festa dove tu fossi la più bella e ammirata. Poi si addormentavano condividendo sogni e speranze.
    Quell anno il campo aveva fruttato bene: cavoli e verze erano cresciuti sani ed era anche arrivata la prima gelata. Loro sapevano che tali ortaggi per essere davvero saporiti e croccanti devono subìre la gelata. Papà e mamma erano soddisfatti e già pregustavano la vendita dei loro prodotti in una stagione particolarmente generosa.
    Un mattino però il papà aprendo la finestra della cucina rimase sconvolto da ciò che vide. Tutte le sue verze avevano smesso di crescere, le foglie esterne si erano quasi richiuse su se stesse. Al centro del campo solo una verza era cresciuta, era quattro volte più grande delle altre, con le foglie di un verde lucente: una verza bellissima, lui non ne aveva mai vista una uguale. Chiamò la moglie che accorse subito, e subito accorsero anche i figli. Tutti rimasero esterefatti ad ammirare quella magnifica verza e per un po' si dimenticarono di tutte le altre che sembravano atrofizzate. Ma la realtà era tristissima. La mamma stette un po' a pensare e poi disse che secondo lei la verza centrale si era impadronita di tutte le sostanze nutrienti di cui la terra del campo disponeva, e perciò l'unica soluzione era estirpare completamente l'ortaggio per permettere agli altri di crescere. Il papà sapeva benissimo che quella sarebbe stata la soluzione, ma allo stesso tempo era affascinato  e curioso di vedere cosa sarebbe accaduto. No, non se la sentiva proprio di sacrificare la super verza e così cercò di prendere tempo. Ne parliamo tutti insieme a pranzo, propose. E così fu deciso. All'ora di pranzo tutti erano a tavola e c'era un silenzio non abituale. Il papà disse: allora cosa ne pensate ragazzi? I ragazzi erano tutti dalla parte della super verza e si poteva anche capire. La mamma, in minoranza, si rassegnò di malavoglia. I giorni si susseguirono e ogni mattina tutta la famiglia andava nel campo a vedere cosa stesse succedendo. La verza era enorme e bellissima ed aveva ormai occupato metà del campo. La mamma era sempre più preoccupata ma il resto della famiglia era entusiasta di ciò che stava capitando. Un bel giorno il papà andò a esaminare le foglie e capì che era ora di tagliare la verza, se almeno si voleva mangiarla. I figli l'aiutarono a estirparla e a portarla verso casa La mamma pensò che non avrebbero guadagnato granchè però almeno avrebbero avuto  verdura per minestra per un bel po'. La verza gigantesca fu portata in casa con tutte le cautele fra l'entusiasmo dei bambini e la perplessità di papà e mamma. Era troppo grande per il tavolo della cucina e così fu depositata nel cortile. Il papà prese un grosso coltello e lo infilò fra le foglie per cominciare a sezionarla.
    "Ahiaaaaaaa"
    "Ragazzi, volete stare un po' zitti?"
    "Ma papà, noi non abbiamo detto nulla."
    Lui alzò le spalle e infilò nuovamente il coltello.
    "Ahiaaaaaaaaaa!"
    Quella vocina stridula da dove veniva? Il papà non sapeva cosa pensare ma non osava più infilare il coltello. Riflettè un po' e poi decise di lavorare con le mani. Cominciò a staccare le foglie più grandi e poi con estrema cautela aprì la verza in due parti. Con sua enorme sorpresa dentro c'era solo una grande caverna, quindi niente da mangiare, pensò subito, e poi vide qualcosa di strano che si muoveva: un enorme bruco verde, lucente, con due cornine verdi  e due occhi blu tondi e vivaci. Mamma mia,non aveva mai visto un bruco così grosso. Era davvero grande! E poi...un bruco davvero inquietante. Lo guardava con gli occhietti furbi e sembrava un essere umano.
    "Grazie amico mio di non avermi fatto a pezzi!"
    Il bruco parlava!
    Tutta la famiglia era attonita e anche un po' spaventata. Ma si sa che i bambini hanno una marcia in più.
    "Ciao bruco, come ti chiami?"
    "Mi chiamo Ruggero, piccolo! Ti piace il mio nome?"
    "Beh, è un po' strano però sì, mi piace. Perchè sei venuto a vivere qui? Lo sai che la mamma piange perchè non potremo superare l'inverno?"
    "Oh, piccolino, ma perchè mai!"
    "Perchè a causa tua sono morte tutte le verze, e anche i cavoli, e noi non potremo venderli e non avremo i soldi per comprare da mangiare."
    "Oh, mi dispiace! Ma sei proprio sicuro piccolo di ciò che dici? Seguimi! Vieni con me."
    E il grosso bruco uscì dalla sua tana, dalla verza, e si avviò velocemente verso l'orto. Era così carino, tutto il suo corpo si ingobbiva e poi si allungava verso l'esterno. Ogni tanto si voltava.
    "Ci siete tutti? Seguitemi, mi raccomando"
    Tutta la famiglia lo seguì quasi fosse ipnotizzata, fino al campo, e lì la sorpresa fu incredibile. Il campo era ricco di grandi bellissime verze, di cavoli, ma non solo, le piante di cachi non erano più solo due, ma tante a perdita d'occhio e anche altre piante da frutta erano nate e cresciute all'improvviso. C'era anche un recinto dove alcuni pony scalpitavano in cerca di compagnia. I bambini corsero verso i cavallini, erano così felici, e papà e mamma erano ammutoliti. Il papà guardava il grosso bruco con  apprensione.
    "Ma chi sei tu!"
    "Sono solo un grosso bruco a cui tu hai risparmiato la vita. Non ti sei lasciato travolgere dalla delusione, dalla paura, non hai desiderato vendicare su di me le tue insicurezze, l'incertezza del futuro. Tu, amico mio, sei stato buono, e la bontà paga sempre."
    Papà e mamma se ne stavano lì con le lacrime agli occhi senza sapere cosa dire, solo felici nel guardare i loro bimbi giocare e accarezzare i pony, e non sapevano che sul tavolo della cucina c'era un dono che avrebbe garantito il futuro di tutta la famiglia.
    Intanto i primi fiocchi di neve di un inverno pieno di speranza scendevano danzando, e Ruggero, senza farsi notare, andava verso un nuovo campo di verze..e di povertà.  :)

  • 18 luglio 2015 alle ore 20:28
    L'ALBERO DELLE CAFFETTIERE (FAVOLA)

    Come comincia: Era inevitabile che arrivasse prima o poi il momento dell'addio. La mia caffettiera, l'amica fedele di ogni mattina da tanti anni non era più riparabile. Innumerevoli volte avevo riattaccato il manico con l'attaccatutto, ma ormai non  teneva più. Dovetti decidermi a buttarla via, ma non mi sentivo di gettarla nella spazzatura, così la avvolsi delicatamente in un sacchetto di plastica e la seppellii nel giardino, all'ombra di un albero frondoso. Quel mattino scesi presto, quando le prime luci dell'alba illuminavano l'erba, e scavai una buca non tanto profonda. Mi rendevo conto che la mia amica fosse d'acciaio e perciò non avrebbe attirato la golosità di animali o uccelli. La coprii di terra con delicatezza e rimasi lì un po' a guardare. Soffrivo, e perciò me ne andai a casa. L'avevo seppellita però in un angolo che dalla finestra di casa mia si vedeva molto bene. La caffettiera nuova fu molto sensibile e discreta in tale situazione e cercò di annullarsi il più possibile per non farmi pesare la mancanza di una grande amica. Ogni mattina, appena alzata, mi avvicinavo alla finestra e, sorseggiando il caffè che l'altra mi aveva fornito, mi soffermavo a guardare quel mucchietto di terra, e ripensavo alla mia vecchia caffettiera alla quale non avevo mai dato un nome, contrariamente alle mie abitudini. Quante emozioni ci eravamo scambiate. Quanti occhi gonfi di lacrime notturne aveva visto sul mio viso al mattino, ma anche quante gioie avevamo condiviso! Stavo lì, dietro la tendina della finestra, e mi sembrava che lei ci fosse ancora vicino a me, a consolarmi e a offrirmi ciò che mi serviva per iniziare la giornata. Tutto ciò che passa nella mia vita lascia un segno, un segno indelebile, tutto lascia una traccia nel mio essere, nei miei sentimenti, nulla per me è inanimato, nulla per me è senza vita, nulla per me è senza significato. E credo di avere ragione. Passò l'inverno, nevicò anche un po', ma quell'angolo di giardino, io sapevo bene quale fosse, e nulla avrebbe potuto farlo sparire alla mia vista. E quando fu marzo, una mattina, mentre sorseggiavo il caffè, notai delle foglioline, proprio lì, sopra quella manciata di terra con cui avevo coperto la caffettiera. Mi misi addosso qualcosa e corsi giù a vedere, incuriosita. Santo Cielo! Un esile stelo carico di foglioline verde chiaro con venature marroncine era nato. Rimasi lì a guardare stupita e subito portai dell'acqua. Se una piantina era nata sopra la mia caffettiera per me era un grande evento. Ogni mattina scesi a portare l'acqua, sempre all'alba. Questa piantina cresceva in fretta e si irrobustiva, le foglie diventavano grandi e spesse. In poco tempo era diventata un albero già più alto di me.  I colori delle foglie erano assolutamente straordinari con le loro sfumature dal verde chiaro brillante al marrone rossiccio. Non avevo mai visto niente del genere. Era un tripudio di vita, di leggerezza, era un miracolo di bellezza. L'albero cresceva e cominciava ad attirare l'attenzione della gente. Tutti mi chiedevano che tipo di albero avessi seminato. Io rispondevo che non avevo seminato niente, che era un'erba spontanea, ma quest'albero diventava sempre più bello e più robusto. Un mattino mi affacciai e vidi i fiori più meravigliosi che avessi mai visto: larghi petali che poi si stringevano in un cuore colorato. Un cuore? Sì era proprio un cuore. Ogni fiore un cuore di tanti colori, petali a forma di lacrime molli e frementi. I colori c'erano proprio tutti, i colori della vita, dell'allegria, dei sentimenti. Cominciai a pensare che qualcosa di straordinario stava accadendo. Ormai tutti si fermavano a guardare quella meraviglia ed io stessa rimanevo estasiata. Tutti sappiamo che ogni albero dà i suoi frutti, e quando il "mio" albero diede i suoi frutti, la mia anima si sciolse nella commozione incontenibile di chi è di fronte a un mistero e lo accetta senza condizioni.  Erano tante piccole caffettiere che facevano capolino fra le foglie, tante piccole caffettiere color acciaio, lucenti e bellissime, che ondeggiavano alla brezza del mattino, sotto il mio sguardo attonito, e ormai anche sotto lo sguardo attonito di chi passava di lì. Nessuno riusciva a chiedere spiegazioni. Tutti stavano lì, col naso all'insù ad ammirare il bellissimo albero con tutti i suoi frutti. Il sole pian piano sorgeva e i suoi raggi si riflettevano sul metallo spandendo riflessi strani tutto intorno. Io non riuscivo a vedere niente: tutto ondeggiava oltre le mie lacrime, lacrime d'amore.

  • 18 luglio 2015 alle ore 13:01
    UNA NOTTE TANTO TEMPO FA

    Come comincia: Erano circa le tre del mattino quando la ragazza si svegliò. L'istinto le suggerì immediatamente che era arrivato il momento. Accese la luce e si girò verso il suo compagno che dormiva accanto a lei. Provò tenerezza per lui, e quasi dispiacere di doverlo svegliare in piena notte, ma era inevitabile.
    "E' ora, svegliati, dobbiamo andare"
    "Sei sicura?"
    "Sì sono sicura, dobbiamo andare."
    La valigetta era pronta da tempo ai piedi del letto, e la ragazza la aprì dando una rapida occhiata per assicurarsi che non mancasse nulla.
    Poco più tardi il suono dei passi di lei e di lui furono l'unico rumore che disturbò il silenzio della notte, mentre si avviavano, attraverso il vialetto del giardino, verso l'automobile.
    Appena uscita da casa il fresco della notte ottobrina aveva fatto leggermente rabbrividire la ragazza, ma solo per un attimo. L'aria frizzante era gradevole e lei aveva guardato il cielo illuminato da una tonda e complice luna piena: una luna così luminosa che rischiarava tutto intorno. Aveva sorriso e pensato: "E' proprio vero quello che si dice".
     Salì in auto e istintivamente posò la mano sulla coscia del compagno, come faceva sempre quando viaggiavano insieme. Lui gliela strinse  senza dire nulla.
    Mentre lui guidava lei guardava il suo viso teso, serio, forse preoccupato perchè non avrebbe potuto rimanere con lei. Si sentiva pervasa da una grande dolcezza, ma, al tempo stesso, da una sorta di solitudine perchè quello che stava per succedere era qualcosa di così straordinario, di così intimo,di così assolutamente suo, qualcosa da cui, in qualche modo, lui era escluso: non da lei, ma dalla natura stessa.
    "Hai paura?" pur guidando le aveva passato un braccio intorno alla spalla.
    "Un po', ma non dovrei. Quello che sta per succedere è assolutamente naturale, perchè avere paura?" Ma sì, certo che aveva paura, ma era anche impaziente. Fra poco avrebbe stretto fra le braccia il loro bambino, o la loro bambina, e questo era un miracolo che vinceva ogni paura.
    La ragazza non disse più nulla, limitandosi a guardare dal finestrino le strade deserte e le file di lampioni che se ne andavano in senso contrario.
    Poi chiuse gli occhi, prese la mano di lui e se la appoggiò al viso sentendosi rassicurata.
    Pensò che quel giorno non avrebbe fatto le cose di sempre, e pensò anche che da quel giorno le cose di sempre non sarebbero più state le stesse: no infatti, perchè quel mattino, lunedì 4 ottobre 1971 alle ore 10 e 15, sarebbe nata la loro bambina. 
    Quando riaprì gli occhi erano arrivati all'ospedale. Scesero dall'auto e insieme si avviarono verso l'ingresso.
    Quella ragazza si chiamava Lora, il suo compagno si chiamava Mario, e alla loro bambina diedero il nome Raffaella.

  • 18 luglio 2015 alle ore 6:50
    Tato svegliati!

    Come comincia: Ti vedo camminare ondeggiando dolcemente, deliziosamente con un pizzico di
    signorilità come fossi avvolta in una nuvola trasparente che ti appalesa alla gente
    distaccata dai mortali non degni di te.
    Il corpo longilineo avvolto in un tailleur che mette in risalto le tue fattezze da dea:
    vita stretta, gonne sotto il ginocchio, trucco discreto, sguardo fisso davanti a te che sorvola la gente,sei imperscrutabile, inaccessibile, lontana da tutti.
    La borsa sotto il braccio, il mini cagnolino zappettante a lato, sguardi mascolini di
    ammirazione non ricompensati da sorrisi di compiacimento, algida.
    Talvolta volutamente non ti trucchi, una civetteria per dimostrare che, anche al
    naturale, sei sempre splendida, ti basta un cappellino o un foulard per farti sembrare
    diversa.
    Conoscendo i tuoi orari ti seguo, una sofferenza.
    Mi arrovello la mente per inventare un appiglio plausibile per parlarti, mi vesto in
    maniera elegante ma sobria come penso sia di tuo gradimento, anche se mi hai notato non l'hai dato a vedere.
    Ti soffermi davanti alle vetrine dei negozi, naturalmente quelli di lusso, ma non trovo
    alcun pretesto per sostare dinanzi ad un emporio con abiti esclusivamente da donna e
    mi allontano sconsolato.
    Una cosa ho osservato: posteggi sempre in divieto di sosta, al ritorno togli dal
    parabrezza della Jaguar il foglietto della contravvenzione lasciandolo cadere a terra con noncuranza.
    Quando ti sogno non oso immaginarti in posizioni erotiche, mi accontento di lievi baci
    sui viso e sul collo, non penso nemmeno lontanamente a sfilarti la camicia da notte, sei
    troppo signorile per mettere in atto comportamenti disdicevoli.
    La fine di questa favola?
    Un giorno camminando dinanzi a me le cade una rivista dalle mani, la raccolgo e gliela porgo con un timido sorriso.
    "A’mbecille, so dù mesi che me venghi appresso, che cazzo aspettavi?”
    Tato sei stato proprio un imbecille, per due mesi!