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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 01 giugno 2013 alle ore 10:30
    Storiella

    Come comincia:  Sono Un Portafortuna

    Sono Un Portafortuna

    Ad un torneo di bocce del Centro Anziani di Venosa volevo  toccare la gobba di una vecchietta, convinto che mi avrebbe portato fortuna. Finalmente, dopo tantissimi stratagemmi e senza dare nell’occhio,  sono riuscito a toccare l’agognata gobba. Mi sono abbracciato l’ignara vecchietta, senza dire nulla delle mie reali intenzioni!

    E mi sono messo ad aspettare con ansia gli effetti positivi della mia  iniziativa. Prima o poi la fortuna doveva arrivare!
    Dopo qualche giorno ho incontrato l’arzilla vecchietta, che, con mia grande sorpresa  mi ha abbracciato  dicendomi: “ Ciao Emilio sai una cosa? Mi hai portato fortuna! ho vinto la coppa del  torneo e mi sono piazzata al primo posto!!! Grazie, grazie per avermi portato fortuna!”

    Morale della favola:  ho sempre donato e mai ricevuto.( LA STORIA  E’ VERA!  GLI AMICI ME LO RICORDANO SEMPRE PER PRENDERMI IN GIRO ).

  • Come comincia:

    Quella data, 31 ottobre 2004, non la dimenticherò per vari motivi: ero ancora poco avvezza ai risultati positivi nei Concorsi letterari e scoprire che ero risultata FINALISTA quarto Concorso Nazionale di Poesia “Terzo Millennio” con Premiazione a Roma mi aveva emozionato oltre ogni dire. Inoltre la cerimonia si sarebbe tenuta nella famosissima Sala Paolina del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, un simbolo misterioso, eterno, evocatore di miti e di poemi recitati, e grandi epoche di illuminati: un palcoscenico inimmaginabile per una "montagnina" come me. Come se ciò non bastasse ecco le prime avvisaglie al cuore: Patrocinio del Presidente della Repubblica, del Consiglio dei Ministri, del Senato, del Ministero dei Beni Culturali, prefazione dell’antologia Massimo Rendina, presentazione della Cerimonia Giuseppe Todisco, partecipazione e collaborazione di Giulio Panzani. Infine la botta: sarebbe stato premiato con noi “sconosciuti” anche l’Onorevole Giulio Andreotti, per uno dei suoi tanti libri, uscito in quel periodo.

    Ero elettrizzata. L’arrivo a Roma a mezzogiorno fu da vera turista, quasi una discesa dalle montagne come i Popoli antichi, con soste a piedi nei punti strategici, anche su una panchetta a lato del portone di Palazzo Chigi in Piazza Colonna (proprio là, dove qualche giorno fa è successo quel terribile fatto: subito infatti ho pensato se fosse capitato  a me, lì seduta a mangiarmi un panino scaldata dal tiepido sole d’autunno, che cosa avrei fatto, io, che cosa avrei provato…)

    Avanzando con calma (la Premiazione era prevista per le ore 16.00) ammirando i vari monumenti maestosi, i superbi palazzi, i cortili armoniosi, ecco giunti davanti a Castel Sant’Angelo. Un andirivieni frenetico ci colse: gli addetti alla sorveglianza stavano allontanando tutti i “vu cumprà”. In un attimo erano scomparsi, il piazzale antistante sgombro. I turisti venivano caldamente invitati ad uscire dal maniero, chiudevano e transennavano. In alto sorvolavano gli elicotteri. Io potei entrare perché esibii il mio Invito, qualche problema invece con i nostri due zainetti (eravamo giunti in treno e dovevamo anche trascorrerci la notte nel viaggio di ritorno).

    Finalmente dentro il cuore di Castel Sant’Angelo: era tutto per noi premiati, silenzioso e immoto, con le statue dismesse dell’Angelo a coprire con le sue ali di bronzo le nostre avventure di uomini (la statua sulla sommità viene periodicamente sostituita).

    I sotterranei del Mausoleo di Adriano offrivano i loro sepolcrali passaggi, seguendo labirinti a chiocciola e passaggi antichi, fino a salire su, in alto, con ampi e solenni scaloni esterni, e poi, lungo balaustre di pietra barocca, quasi appollaiata sotto la cupola squadrata, ecco la Sala Paolina, decorata e splendente di affreschi, statue e mobili ricchi di storia. Man  mano si accomodarono i big, Ministri e personalità del mondo culturale, fino a che fece il suo ingresso Lui: circondato da otto guardie del corpo, come un quadrilatero vivente. Venne premiato da Giuseppe Todisco e le due parole furono come al solito azzeccate: «Ho ricevuto tanti premi e dovrei esserci abituato, o magari dovrei mostrarmi in imbarazzo, ma a dir la verità, mi piace ancora troppo.» E a noi poeti seduti in sala: «Hai voglia, di ricevere premi!»

    Quando chiamarono il mio nome attraversai la sala per ricevere la targa dalle mani di Giuseppe Todisco, poi gli strinsi la mano: era seduto in prima fila, curioso e attento al viavai intorno.

    Dopo le foto di rito, potemmo gustarci ancora per un poco le volute armoniose delle logge di Castel Sant’Angelo, quindi riprendemmo la via verso Stazione Termini, nell’imbrunire dolce della sera. I lampioni illuminavano i giardini in ombra, l’aria immobile portava ancora l’eco di una tardiva estate, il sabato sera si elettrizzava nell’attesa della notte. L’EuroStar o “Pendolino” attendeva, con la sua cabina letto. Pensavo di non riuscire a dormire, ma, cullata dal ritmo del treno, mi lasciai andare al sonno, negli occhi ancora impresse le immagini di una giornata “da fuochi d’artificio”.

     

    LA POESIA

     

    UNO SCRIGNO È L’AMORE

     

    Quel vuoto in me

    ora non c’è più,

    la solitudine si sgrana

    in mille schegge

    e rotola

    in un angolo della vita.

     

    Ecco il sole, la luce.

     

    Il cuore si aprì

    - perché egli venne -

     

    Si schiuse alla vita

    -perché egli mi avvolse-

     

    E cantò nuovi romanzi.

     

    Ora lucido d’oro e d’intarsi

    questo scrigno

    dove racchiusa è la mia anima.

     

  • 30 maggio 2013 alle ore 19:26
    Cioccolata Novi

    Come comincia: “Un quadratino di cioccolata, dottore?” Mena è davanti a me, stamane, guagliona di vico S. Vincenzo, esuberante, nella sua fresca gioventù. Il mio sguardo si allontana dalla sua aperta e candida scollatura, per indugiare sulla marca della cioccolata: NOVI.
    Una gita, forse da Genova, nel primo dopoguerra. Il ricordo è una piccola sequenza, di pochi minuti.
    Di Novi Ligure non ricordo nulla, forse mi resta la curiosità infantile di quella dissonanza: il fatto di essere in Piemonte, con un toponimo ligure. L’ambiente, potrebbe essere un negozio, a piano terra, ma ha le dimensioni di una stanza. Non so da dove sono entrato. Apprendo, dalla mia emozione, che mi trovo nel regno fatato della cioccolata. Mi ci hanno portato i miei genitori: papà c’è, senz’altro, perché tra poco entrerà in scena. Le pareti della camera sono un alveare geometrico di infinite cellette. Sembrano cassette della posta. Il vetro trasparente, svela per ognuna una confezione diversa di cioccolata, una bengodi golosa, ricca di colori sfavillanti di carta stagnola. Alla destra della celletta, una fessura per la monetina di pochi centesimi. Riapparso, questo ricordo, negli anni, mi ha sempre affascinato per la preveggenza di questo primo negozio automatico, un dispenser, anzi tempo. Siamo negli anni ‘45, ’46. L’Italia è stremata, eppure c’è chi vede il futuro. Ma torniamo al bimbo, qual ero. E’ la delusione che sottolinea il momento: la mancata apertura dello sportellino, dopo aver introdotto il centesimo. La confezione di cioccolata resta, ammiccante, dietro il vetro. Qui, entra in scena papà, che suona un campanello, vicino alla scritta “reclami”. La favola entra in scena. Si apre una piccola porticina di legno, tra tanto vetro e acciaio, una cornicetta, che avvolge, appena, il viso di una signora di una certa età, una fata attempata? Resto affascinato da quello spettacolo. Parla con papà, ha una voce umana. Dove vivrà mai questo volto, che appare sorridente, nella cornice di un piccolo quadro. In quale regno della cioccolata si aggira, ogni giorno? Papà spiega l’inconveniente e dopo poco, il viso scompare, ed, al suo posto, una mano, vera, si protende, fuori, per qualche centimetro, con la cioccolata di NOVI, da me desiderata.

  • 30 maggio 2013 alle ore 14:32
    Senza titolo

    Come comincia: Sono rimasto molto assente, quanto meno nel raccontarmi e nel raccontare storie da condividere.La Realtà è che ero troppo presente altrove, anzi troppo non è corretto, visto che l' "altrove" di cui parlo è la mia vita di questi ultimi sette anni. Sette anni che non si possono sintetizzare, né in un racconto, né in un romanzo e forse nemmeno in un Universo intero. Il fatto è che in questi sette anni si sono compiuti diversi Miracoli. Come spiegarli, come raccontarli, come dire che sono figli di altri inferni, figli di drammi che oggi, più che mai sono conferma solida che il Paradiso è sempre a fianco a noi quando la salute ci sostiene. Perchè pensare che la mia attuale famiglia, mia moglie, le mie ragazze siano figlie di una malattia terminale, di un tumore al cervello che ha spazzato via il precedente marito, papà, a mente lucida è devastante. Ciò che oggi è il mio Paradiso, non doveva essere mio, non a me doveva appartenere, ma a Luca, a un ragazzo che a trent'anni, senza nessuna colpa, è stato portato via da un Destino che forse solo dopo ha chiesto perdono. Se oggi però sono qui accolto come padre, come marito e come nuovo figlio dalla stessa famiglia di Luca oltre che da quella di mia moglie, non lo devo tanto a me, ma a quella Energia che pulsa nell’Universo, Divino propulsore, di tutti i nostri destini, che per quell’inconoscibile Disegno che ci sovrasta, ci proietta verso quell’Immensa unica Dimensione che si chiama Amore

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:00
    Lettera a mia figlia Vega

    Come comincia: Mia piccola Vega,
    hai già compiuto dieci anni e mi sembra giusto che tu cominci a conoscere qualche regola di buona creanza per poter vivere civilmente con i tuoi simili e per essere considerata, come si dice, una brava ragazza.
    Durante questi dieci anni hai avuto più contatti con l’ambiente in cui vivi; ma fino ad oggi non ti avevo spiegato cos’è l’educazione, che non è una disciplina da imparare, ma un sentimento. Un sentimento che si fonda sul rispetto della personalità degli altri, mentre dallo stesso rispetto l’uomo ne trae dignità.
    Il concetto, forse, potrebbe esserti poco chiaro ed allora ti dico di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. In presenza di altri fai in modo che il tuo comportamento sia quello stesso che tu vorresti fosse assunto dagli altri davanti a te ed, infine, quando sei sola, pensa di comportarti allo stesso modo come se fossi in presenza di altri.
    Se sentirai forte questi sensi, alla vita e alla società avrai reso un gran servigio.
    Ricordati che tu potrai essere istruita, ma non molto educata. L’istruzione sollecita, comunque, l’educazione, ma le stesse sono indipendenti. Oggi vi sono molte persone istruite o intese come tali, ma il loro alto grado di cultura non sempre è in simbiosi con l’educazione.
    Ovunque, nel mondo, l’uomo studia e tende sempre ad arricchire la sua mente, usando libri o mezzi di diversa sorta, però l’obiettivo è uno: l’istruzione. Così in ogni parte del mondo vi sono abitudini diverse e particolari modi di vivere, però ogni popolo tende al vivere civile, quindi all’educazione. Oggi vi sono tanti nuovi ricchi, anche istruiti, ma di educazione non vogliono saperne; anzi, talvolta, per la stessa hanno un gran rigetto. Certamente non hanno senso civico ed è meglio lasciarli nell’ambito, in cui stanno, avendo solo compassione di questa loro carenza.
    Adesso, mia piccola Vega, ti darò alcuni consigli: il tuo vestito sia pur rattoppato, ma non sudicio; dopo qualsiasi lavoro o giuoco provvedi a pulirti ed a mettere in ordine le cose e te stessa; durante tutti i tuoi contatti con la gente, parla con moderazione, evitando frasi scurrili o vocaboli triviali o, peggio ancora, imprecazioni; mentre parli, il tuo sia un dialogo bilaterale, improntato sul rispetto delle idee altrui, nonché sulla discrezione; se vuoi vivere e costruire sempre meglio una società civile, agisci con sincerità e con disciplina, rispettando tutti; la cortesia sia il tuo bell’abito, che insieme con la generosità sarà ammirato ed apprezzato anche da chi conosce poche regole di educazione; impara molte lingue, ma non dimenticare mai il tuo dialetto, non tutti hanno la possibilità d’imparare un’altra lingua e forse anche la sola lingua italiana ( sarebbe un vero miracolo se tutti potessimo parlare una sola lingua ).
    Mia graziosa figliuola, ti ho detto, forse, molte cose, ma tu potrai dilazionarle nel tempo; se qualche vocabolo ti fosse un po’ ostico, usa il vocabolario, il solo amico del tuo intelletto, ovvero dialoga con me, come fai.
    Tuo padre

  • 28 maggio 2013 alle ore 22:18
    Il mio Presente

    Come comincia: C’è stato un momento storico della mia vita,
    più che un momento un periodo relativamente lungo,
    che ho avuto l’estrema necessità di raccontarmi,
    scrivere, condividere il presente che vivevo.
    L’Africa era in prima linea,
    la mia rinascita era in prima linea,
    riscoprire l’autenticità che pensavo smarrita,
    la serenità, la voglia di rinascere,
    di riprendere in mano una vita
    che non avevo in realtà mai sentito mia.
    Fu così che sgorgarono i miei migliori versi,
    i miei racconti più veri, le mie poesie,
    fu così che scoprii cosa significa amare,
    prima dentro di me,
    poi nel volto di Chiara delle mie due figlie,
    Angela e Francesca già lì con lei ancor prima che le conoscessi.
    La Vita è misteriosa,
    il Disegno che ci sovrasta oltre ogni nostra comprensione lo è,
    quindi, oggi, le Verità le lascio agli altri,
    le certezze pure,
    mi tengo il mio Presente,
    figlio di moltissimi errori che ripeterei,
    senza nessun ripensamento,
    visto il Paradiso conquistato

  • 27 maggio 2013 alle ore 18:07
    Sotto le note di un Sax Blue

    Come comincia: “Mi suoni qualcosa, Pedro? La mia vena malinconica vuole una melodia di sottofondo, amico mio”-! Riuscii a dire sotto gli occhi incuriositi di Pedro.
    “Va bene, come desidera il nostro principino”-! Disse prendendo in mano il suo sax.
    Iniziò a suonarlo con cura, in modo delicato e passionale, come se quel suo piccolo strumento musicale fosse la donna che tanto aveva bramatoe fu così che, quando smise di suonare, gli domandai:
    “Hai mai amato qualcuno come ami e ti è a cuore quello strumento, Pedro”-? Chiesi fissando il vuoto mentre la melodia del suo sax era ancora viva in me e scorreva inesorabile anche se terminata.
    “Eheh.. ma che ti prende? Nessuno può competere con Blue, il mio incredibile sax”-! Disse pulendolo con un fazzoletto ricamato mentre sorrideva.
    “E’ il suo nome,vero? Blue, il nome di quella donna, eh Pedro”-? Dissi con un sorriso beffardo mentre lui, stupito, si fermò e si voltò a guardami mentre io, che m’ero alzato, lasciai la sala.

    Non lo disse mai, Pedro, ma il suo sax glie lo aveva regalato qualcuno di speciale. Mai avrei pensato che il suo nome corrispondesse a quello della persona a cui avesse tenuto tanto in passato; credo che il vedere le donne come oggetti del sesso e portatrici d’ignoranza, fosse dovuto al fatto che dopo quella persona, mai nessuno più vi sarebbe entrato in quel suo gelido cuore.
    Cercai di capire più che chiedere ma non tutto mi fu chiaro; quello che sapevo, era che la sua donna fosse morta in un qualche incidente nel suo paese natio e quel che mi spaventò di più, fu lo scoprire che lei fosse sua sorella adottiva. Vedere con quale cura egli desse al suo sax, mi fece riflettere su che tipo di persona potesse mai essere la sua donna.
    Scorgere l’amore, l’affetto e la comprensione di quell’uomo gelido verso un oggetto come una persona, mi portò a pensare che dovesse far parte della famiglia, e un po’ c’azzeccai.
    Domandai a Lilly qualche informazione sul nome del sax chiedendogli che nome fosse mai Blue e lui mi rispose dicendo che non tutti i nomi sono veri e che ci sono alcuni che richiamano un certo ricordo ,o che si riferiscono alle iniziali di qualche luogo o semplicemente al cielo blu che stava ad indicare il paradiso delle anime perdute.
    La cosa che mi colpì profondamente nel corso degli anni, era che lui non stette con nessuna donna in modo fisso e serio; la sua vita fu inondata di avventure e morì col ricordo fisso del suo tormentato amor perduto.

  • 27 maggio 2013 alle ore 10:53
    Aspettami nonna

    Come comincia: Vomitava a strappi, senza riuscire a smettere, dentro il piccolo bagno al piano terra. Le sembrava di morire e in quei momenti le parole di sua nonna risuonavano in testa come una premonizione: <ragazza mia devi darti una regolata o affogherai nella tua merda> Sua nonna era l'unica persona di cui si fidava e a cui voleva veramente bene. Asciugò la bava acidula che le colava dalla bocca e cercò di mettersi a sedere. L'impresa risultò più complicata del previsto perché non riusciva a mantenere l'equilibrio, ed infatti cadde rovinosamente sbattendo contro il lavandino.
    Stremata e confusa si lasciò andare e cominciò a ricordare, la sua infanzia, le sue esperienze, le promesse non mantenute e tutte quelle cose che si rievocano in quelle miserabili condizioni.
    Da bambina la prendevano in giro per il suo aspetto paffutello e sua mamma aveva altro a cui pensare che ascoltare le sue lagne. Suo padre le aveva abbandonate appena lei era nata e la madre, da brava alcolizzata, si era attaccata alla bottiglia per sconfiggere la depressione. Dopo sette anni di botte e umiliazioni di ogni genere, un giudice aveva deciso di affidarla alla nonna paterna, unica persona che aveva a cuore la sua sorte. Furono gli anni più sereni della sua vita, immersa nella campagna collinare, lontana dai trambusti della città e con tanti bambini con cui condividere le esperienze tipiche di quell'età.
    Il nonno era morto prima della sua nascita, gli zii e le zie abitavano in città e quando venivano a trovare la nonna non erano molto loquaci con lei. Solo lo zio Armando le voleva bene perché ogni volta che arrivava le portava un regalino e lei passava volentieri la giornata con lui. Le sue attenzioni e i suoi atteggiamenti affettuosi la facevano sentire bene perchè lo zio diceva sempre che un pò di ciccetta nei posti giusti erano una bella cosa per una donna. A dieci anni i complimenti fanno piacere e con il passare del tempo la bambina si lasciò conquistare dallo zio, finché una domenica pomeriggio di primavera accadde il fatto che avrebbe segnato la sua vita indelebilmente. Aveva da poco compiuto dodici anni e la bambina goffa e paffutella si stava trasformando in una bella ragazzina. Quel giorno lo zio arrivò a trovare la nonna accompagnato da un amico che aveva portato un regalo per la bambina. Si trattava di una camicetta e l'uomo le chiese di provarla per vedere come le stava. Così, mentre la nonna uscì nel pollaio con il figlio, lei salì in cameretta per cambiarsi e senza accorgersi di nulla l'uomo le fu addosso. Non capiva cosa stesse accadendo, fu paralizzata dal terrore. Quell'uomo le stava mettendo le mani addosso, cercando di farla sdraiare sul letto e le faceva male. Dalla gola salì un urlo che uscì dalle sue labbra con la forza di una detonazione, poì cominciò a chiamare la nonna e l'uomo la colpì violentemente in faccia. Sentì il gusto del sangue scendere in gola e le lacrime inondargli il viso. Il suo aguzzino continuava a dirle di stare ferma e zitta, sarebbe stata una cosa veloce.
    La nonna era nel pollaio con il figlio a prendere le uova, ma sentito l'urlo si lanciò verso casa. Lui cercò di trattenerla, ma la donna era scatenata; la sua bambina aveva chiamato chiedendo aiuto e il figlio si arrestò, comprendendo solo in quel momento l'abominio che aveva commesso.
    La donna spalancò la porta della cameretta, quel bastardo stava violentando sua nipote e lei lo colpì brutalmente alla schiena con la forbice che teneva nelle tasche del grembiule. L'uomo inarcò la schiena e grugnì verso la donna che lo infilzò ancora, sopra una spalla. A quel punto lui cadde a terra urlando e bestemmiando mentre un fiotto di sangue imbrattava tutta la stanza. La nonna prese la nipote e la trascinò di sotto con lei e senza riflettere chiamò immediatamente i carabinieri, chiudendosi poi a chiave in cucina. Dopo circa quindici minuti arrivarono i militari. Alla loro vista la donna uscì dalla cucina e corse loro incontro, era agitatisima e faticava a parlare; uno dei militari cercò di calmarla con tono pacato.
    "Si calmi signora, siamo qui noi, ci spieghi cosa è successo" Lei indicò il piano superiore, c'era un uomo ferito che aveva violentato la nipote, dovevano arrestarlo. Due dei quattro militari salirono con cautela a controllare mentre il terzo stava chiamando due ambulanze.
    "Adesso entriamo, tra poco arriveranno i soccorsi, la ragazzina come sta?"
    Sembrava assente, non terrorizzata, completamente assente. La nonna cercò di scuoterla da quel torpore.
    "Come stai bambina mia? Ci sono io a proteggerti non ti preoccupare, quel mostro non ti toccherà mai più"
    "Temo che la signora abbia ragione maresciallo" Uno dei militari stava scendendo le scale "L'uomo di sopra è morto" Il maresciallo si girò verso la donna che adesso sembrava terrorizzata.
    "Morto? Come? Io l'ho colpito ma non volevo ucciderlo... Anzi, ben gli sta, così impara a molestare le ragazzine, quel porco bastardo"
    "Signora si calmi, stia tranquilla. Rischia di peggiorare la sua situazione se fa così"
    "Maresciallo presto, venga a vedere fuori" chiamò nel frattempo il carabiniere che era all'esterno ad attendere le ambulanze.
    Si era impiccato con una corda attaccata ad una trave di legno.
    "E' mio figlio Armando. Era arrivato con quel maledetto, era qui, vivo, ho sentito mia nipote urlare e sono corsa da lei. Poi siete arrivati voi..." e la donna scoppiò a piangere a dirotto.
    "Basta signora, stia tranquilla. Spiegherà tutto con calma in caserma"
    Le due ambulanze erano arrivate. Una dottoressa si prese cura della ragazzina e la accompagnò in ospedale per gli accertamenti. Il luogo fu messo sotto sequestro per completare le indagini.
    Il processo fu un'ulteriore tormento per le due donne. Gli esami approfonditi avevano rilevato l'assenza di violenza sessuale sulla ragazzina, la nonna era intervenuta prima che si consumasse l'atto. Il giudice, pur valutando tutte le attenuanti e cercando di capire la situazione, condannò la donna a tredici anni di reclusione. Dopo vari appelli e nuove testimonianze la pena  definitiva fu tramutata in otto anni di reclusione da scontare in un carcere alternativo, avrebbe affiancato degli incaricati in un centro di recupero per giovani recluse.
    Alla fine del processo un cronista di un quotidiano locale chiese alla donna come si sentiva adesso e lei rispose fiera:"E' mia nipote, lo rifarei" Quelle parole si stamparono nella mente della nipote.
    La ragazza era stata affidata ad una comunità per accoglienza degli orfani, tecnicamente lei aveva mamma e papà, ma lui non l'aveva riconosciuta e la madre era dentro e fuori dal carcere o dai centri di recupero.
    La struttura, la gente che vi lavorava e persino gli ospiti erano il contrario di quello che lei immaginava.
    Era tutto pulito e ordinato, tutto il personale era educato e gentile. I ragazzi e le ragazze che come lei erano lì per i piu svariati motivi, avevano una loro dignità e insomma, si poteva sopravvivere.
    Fu affiancata da dei volontari e degli specialisti che la aiutarono a rimuovere il terrore e il disgusto verso gli uomini cercando di farle recuperare la stima in se stessa. Spesso piangeva, la mamma era quel che era, la nonna, unica persona a lei vicina era in carcere e gli uomini,bhe gli uomini erano uomini. Ma alla lunga riuscì a crearsi una sua personalità e dopo un paio d'anni di cure, in cui si era inserita bene in quel contesto, le fu permesso di recarsi a trovare la nonna.
    "Bambina mia, sei diventata una splendida ragazza. Ti penso sempre e spero tu mi abbia perdonata, con il mio folle gesto ti ho abbandonata a te stessa. Come va la vita in quella struttura?"
    "Benissimo nonna. Sai il posto è gradevole e ..." La ragazza parlò per tutto il tempo concessole dalle guardie, raccontando alla nonna tutto ciò che gli passava per la testa e la nonna si commosse fino alle lacrime.
    "Tempo scaduto" disse la guardia.
    "Torna a trovarmi bambina mia, io sarò qui ad aspettarti"
    "Contaci nonna, verrò presto" e se ne tornò al suo mondo.
    Il suo amico la stava ascoltando, lei quando partiva a raccontare era come un fiume in piena; inarrestabile. "E poi le ho detto che tornerò a trovarla. Ti ho mai raccontato di quando io e lei stavamo per bruciare la stalla?" "Dieci volte? Venti?" Sorrise lui. "Cretino, mi prendi sempre in giro" Fra i due c'era del tenero, lei quattordicenne che ne dimostrava venti, lui diciottenne che per problemi di droga ne dimostrava quaranta.
    "Senti, domani sera abbiamo qualche ora di libera uscita. Ho saputo che organizzano una festa giù in paese e potremmo farci un giro, se ti va" disse lui
    "Va bene, stavolta vengo anche io; ho voglia di divertirmi un po'" rispose entusiasta lei.
    La festa era ben organizzata, ragazzi e ragazze avevano spazio per ballare la loro musica preferita e un paio di tavoli erano colmi di cibo e bevande.
    "Aspettami che vado un attimo in bagno" disse lui che era alticcio.
    "Va bene, io resto qua con delle ragazze che ho conosciuto adesso, ti aspetto" lei si stava divertendo ed era ancora una bambina sotto tanti aspetti infatti, quando lui riapparve dopo una decina di minuti, non si accorse di nulla. "Dai bambolina, la festa è bellissima. Ti sei bevuta qualcosa?" "Basta bere, ancora una bibita e mi piscio addosso" Rispose lei ingenuamente "Cazzo dici, io parlavo di roba forte, alcol" lui era partito.
    Quella parola per lei era tabù. La madre alcolizzata, con tutti i problemi e le schifezze annesse, le aveva fatto rimuovere dal cervello quello che era collegato all'alcol "andiamo a casa, sono stufa" disse seccata "Cosa? Adesso viene il bello" "Andiamo, mi sono rotta" insistette lei
    "Ma vattene a quel paese, io resto. Sono al massimo dello sballo e me la voglio godere" urlò lui.
    Non se lo fece ripetere due volte e senza rispondere si avviò verso l'uscita del locale. Il loro centro distava un paio di chilometri da lì e lei era abituata a camminare, non avrebbe fatto fatica. Dopo pochi passi le si accostò una piccola utilitaria.
    "Serve un passaggio?" Era uno dei ragazzi della festa, carino e gentile. Non lo conosceva, ma pensò di poter accettare un passaggio.
    "Si grazie, vado al centro accoglienza orfani"
    "Si, lo so, dai monta che andiamo" Appena salita si accorse che sul sedile posteriore c'erano altri due ragazzi. "Benvenuta bambolina" dissero sogghignando. Le si fermò il cuore.
    Abusarono di lei come bestie, seviziandola, umiliandola e oltraggiandola in modo orribile. Dopo ore di nefandezze decisero che poteva bastare e la abbandonarono ai bordi di una strada, come spazzatura.
    Era ancora buio, aveva dolori in tutto il corpo e tremava dal freddo. Si alzò in piedi, sforzandosi di camminare ma era impossibile. Doveva avere qualche osso rotto e i dolori lancinanti la fecero cadere a terra, poi perse i sensi.
    Sentiva chiaramente l'odore tipico degli ospedali, non voleva aprire gli occhi per paura di trovarsi davanti ancora quei tre mostri, ma oltre all'odore udì il chiacchiericcio in sottofondo di due donne che parlavano di pazienti, orari di visite e dottori. Era in un ospedale, al sicuro e pian piano cercò di riaprire gli occhi. La prima cosa che vide fu il soffitto bianco come la neve e subito sua nonna le fu davanti al viso.
    "Bambina mia, sono qui" Aveva dormito per più di trenta ore. Una signora che si stava recando al lavoro la mattina presto l'aveva scorta sul ciglio della strada e aveva avvisato le autorità che erano già alla ricerca dopo l'allarme lanciato dalla direttrice dell'istituto.Trasportata d'urgenza in ospedale era stata sottoposta ad una serie di interventi per rimarginare le ferite e sistemare le fratture. Inoltre fu necessario un intervento delicato per salvare i danni alle parti intime, i suoi aguzzini non si erano limitati alla violenza. Adesso era fuori pericolo, ma avrebbe dovuto passare un lungo periodo a riposo e sotto controllo fisico e psicologico, visto anche i precedenti. Sua nonna avrebbe pensato a lei.
    "Tu, ma non sei in prigione?" faticò le pene dell'inferno per parlare.
    "Ehhh ragazza mia. Lo dicevo che quel giudice era una breva persona."
    attraverso una procedura d'urgenza piuttosto rara e visto le condizioni e la buona condatta della detenuta, alla nonna furono concessi gli arresti domiciliari con l'obbligo di accudire la nipote.
    "E' fantastico nonna. Quando torneremo a casa?" Stava piangendo.
    "Il prima possibile, te lo prometto" Ci volle comunque un mese prima che la ragazza fosse dimessa e nel frattempo la donna restò in carcere, poi dopo un mese furono accompagnate alla casa in campagna. Una volta sole si abbracciarono e scoppiarono in un pianto amaro.
    "Finalmente a casa" sospirò la ragaza "Si, a casa" ribadì la nonna, che continuò "veramente non ricordi chi... insomma quei ragazzi"
    "No nonna, non ricordo nulla, solo che erano in tre. Ora basta" discorso chiuso.
    Il tempo trascorreva tranquillo, per l'anziana quella restrizione era insignificante: non doveva abbandonare la sua proprietà, cosa che tra l'altro faceva raramente. Nei mesi succesivi le guardie vennero poche volte a controllare e casualmente sempre all'ora dei pasti così da scroccare il pranzo o la cena. La nipote, ormai quindicenne, si era ristabilita piuttosto bene e cominciava a dare segni di irrequietezza tipici degli adolescenti.
    "Dai nonna adesso sono guarita, fammi andare giù al paese almeno una sera" tutti i giorni provava a convincere la nonna che alla fine si rese conto di avere in casa una donnicciola e non più la sua bambina.
    "Dai nonna, stasera in paese ci sono degli eventi in piazza, fa caldo e ci sarà un mucchio di gente"
    "Va bene, prendi la bici e non fare tardi, alle undici ti voglio a casa"
    "Ok, ma niente bici, passa una delle ragazze con il motorino" aveva già previsto tutto.
    "Sei furba ragazza mia. State attenti e metti il casco"
    Il paese era gremito di gente di tutta la zona. Gli eventi in piazza richiamavano sempre parecchie persone e lei, con i suoi amici, si stava divertendo un sacco. Faceva caldo e deciserò di sedersi fuori da un bar per bere qualcosa. Ordinarono tutti birra, anche le sue amiche. Lei con l'alcol non voleva averci a che fare ma in quel momento si sentiva come un pesce fuor d'acqua. Vada per la birra, pensò.
    Era la sua prima esperienza alcolica e fu sorpresa nell'accorgersi di quanto fosse buona quella bevanda dorata. Le avevano sempre descritto l'alcol come uno dei demoni peggiori al mondo, mentre lei provava una piacevole sensazione. I ragazzi ordinarono un altro giro e lei li imitò, era euforica e voleva fare qualcosa di eclatante. Dopo la seconda birra l'euforia era già scesa a livelli vicino allo zero e cominciava a far fatica ad articolare le parole. Si alzò per andare in bagno ma le vorticava tutto intorno. Uno dei ragazzi vicino, vedendola in difficoltà, si apprestò a sorreggerla tenendola per un braccio.
    "Non mi toccare! Lasciami!" Urlò lei "Nessuno mi tocchi, state lontani" Il ragazzo, visibilmente scosso, si rivolse a una delle amiche "Ma che le prende? E' impazzita?" "Lasciala stare, la accompagniamo a casa noi" rispose la ragazza. La cosa si rivelò piuttosto ardua, ad ogni curva e ad ogni minimo scossone lei doveva fermarsi a vomitare. Le ragazze capirono che in quel modo non sarebbero arrivate mai a casa. In due decisero quindi d farsi il resto della strada a piedi con lei, per poi essere recuperate dalle altre in motorino.
    La nonna accorse in loro aiuto appena le vide dalla finestra della cucina.
    "Si è sentita male, deve aver preso un colpo d'aria" farfugliò una delle amiche.
    "Certo, un colpo d'aria. Grazie ragazze per avermela portata a casa e mi raccomando attente alla strada"
    "Si signora, stia tranquilla"
    Quella notte fu un calvario. Pensava di vomitare anche le budella e con le lacrime agli occhi spergiurava a sua nonna che non l'avrebbe fatto mai più, era stata uan stupida, solo lei le voleva bene veramente.
    L'indomani avrebbe voluto essere su Marte, chissà quali scemenze aveva detto nel delirio alcolico. Affrontò sua nonna a testa bassa, ma lei non le fece pesare la notte insonne.
    "Tutto bene ragazza mia?" Disse invece con naturalezza.
    "Si nonna, tutto ok. E, senti nonna...ecco, volevo dirti scusa per ieri sera"
    "Stai crescendo tesoro. La vita ti ha già riservato cose terribili, tutte cose però non dipendenti dalla tua volontà. Adesso devi maturare le tue esperienze e camminare con le tue gambe. Io ti sarò sempre accanto, ma il tuo futuro dipende da te" Si abbracciarono come facevano spesso, un gesto spontaneo che le legava da sempre. "Grazie nonna, ti voglio bene" "anche io tesoro, anche io"
    Purtroppo la sua vita prese un'altra piega. Nei mesi successivi usciva sempre più spesso e quasi sempre tornava a casa stravolta dall'alcol e ultimamente anche dalla droga. La situazione si stava facendo difficile, sua nonna rischiava di tornare in carcere e lei non voleva. Una sera la portarono a casa più malconcia del solito; stava male, molto male e la nonna chiamò il pronto soccorso. Pur ubriaca fradicia e quasi incapace di parlare riuscì a dire "Ma cosa fai nonna? Tornerai in galera, lo sai? Tu non vuoi lasciarmi ancora sola, vero?" La donna rispose con fermezza "Ho ammazzato per te, ho perso anche un figlio e in galera ci sono già stata, sei ridotta male e io voglio che tu guarisca" Aveva udito quelle parole ma non aveva capito bene, poi vomitò ancora e si accasciò per terra.
    Riconosceva quelle stanze, era l'ospedale dell'altra volta. Da quanto era lì? L'infermiera che si presentò in camera la conosceva bene, l'altra volta l'aveva aiutata molto nella lunga riabilitazione.
    "Sono ancora qui" abbozzò un sorrisetto
    "Già. Ma stavolta ci sei arrivata con le tue gambe, o peggio, di tua volontà"
    "Devi farmi la predica?"
    "Assolutamente no, sei una mia paziente, non mia figlia e comunque buongiorno. Sono due giorni che dormi"
    "Davvero?"
    "Davvero. Avevi tanto alcol addosso da incendiare una nave, abbiamo anche trovato tracce di svariate sostanze stupefacenti nel tuo corpo. Di un pò ragazzina, vuoi far morire la tua nonna di crepacuore?"
    La nonna. Aveva fatto un gran casino. "E chi la sente quando torno a casa"
    "A casa!?" Sbottò l'infermiera "Bimba, tua nonna è tornata in carcere e tu, appena sarai dimessa, torni al centro recupero orfani con annesso un bel programma di disintossicazione, chiaro?"
    La nonna era di nuovo in prigione e lei doveva tornare al centro; ci avrebbe pensato successivamente, adesso doveva riposare.
    Dopo un paio di giorni fu dimessa e uno degli inservienti del centro era venuto a prenderla. Durante il tragitto non aprirono bocca e una volta arrivati a destinazione lei fu accompagnata al suo alloggio. Stavolta era in camera da sola, nell'ala riservata a chi doveva sottostare al <regime> come scherzosamente dicevano gli ospiti del centro. Nell'ala venivano destinati gli elementi più difficili che per varie ragioni dovevano seguire dei percorsi di recupero e reinserimento più rigidi.
    "Eccomi qua, nell'ala, come una cretina. Dovrò farmi venire un'idea o qui rischio di impazzire"
    In effetti i primi giorni furono duri, praticamente erano sotto chiave. Non potevano assolutamente uscire dalla zona loro riservata, mangiavano da soli e dovevano sottostare al programma di riabilitazione. Lei aveva un programma tutto suo e una psicologa personale, sono una vip, pensava scherzando.
    Quella mattina era in forma e avrebbe messo subito le cose in chiaro.
    "Buongiorno, hai dormito bene?" Disse la psicologa.
    "Senti, mi sono rotta il cazzo di tutta questa messinscena, adesso ti siedi e mi stai ad ascoltare, va bene?"
    "Certo, come vuoi. Ascoltare è il mio lavoro, parla pure liberamente" e così fece.
    "Da qualche parte, fuori da qui, ho un padre che non mi ha riconosciuta e che tutti dicono fosse un bravo ragazzo, capito?" Era partita in quarta, la dottoressa fece cenno di ascoltare e lei continuò spedita "Questo bravo ragazzo ha avuto la malaugurata idea di mettere incinta quella puttana di mia madre, si, perché è di questo che si tratta, puttana e alcolizzata. La mia vita è come un film: ragazza abbandonata dal padre cresciuta a suon di botte e insulti dalla madre alcolizzata e prostituta. E così la bambina viene affidata alla nonna premurosa e la sceneggiatura comincia ad avere un senso. La piccola cresce lontano dal mondo crudele e forse col tempo avrà una vita propria. E invece no, la trama è troppo blenda e allora che si fa? Guarda che aggiungiamo uno zio pervertito che porta in casa un maniaco sessuale, con l'intento di vendergli la nipote che adesso è un bel bocconcino. Ma il paladino della giustizia interviene al momento giusto e scanna il porco prima che oltraggi la nipote, mentre il pervertito, roso dai rimorsi, si impicca. Evviva! Giustizia è fatta, due merde in meno che insozzano la terra, una ragazzina spaventata che con il tempo dimenticherà e una donna che aspetta la medaglia per il suo gesto eroico. Ma questo non è un film, e la nonna vola in carcere. Per fortuna il giudice è un brav'uomo e fa di tutto per addolcirle la pena. Dei genitori della ragazza manco l'ombra, così viene destinata ad un centro di recupero e colpo di scena! Lo sceneggiatore ha un attacco di bontà e in un contesto fiabesco inserisce personaggi da favola con cui la ragazza va subito d'accordo. In breve si fa amici e amiche buona parte dei presenti e con il tempo riesce persino a instaurare una mezza relazione con un tipo, ma l'orco cattivo è dietro l'angolo. Così, la sera in cui pensa di darsi al suo principe azzurro lui diventa il brutto ranocchio e lei fugge dalla festa come cenerentola.Però la sua storia finisce all'ospedale, perché la carrozza che la riporta a casa è piena di mostri cattivi che fanno tanto male alla principessa che per un pelo ci rimette le penne. Principessa, principessa, chi sono i mostri che ti hanno ridotto in quel modo? E chi se lo ricorda, dice lei. Trovateli voi, è il vostro mestiere. Così la principessa torna dalla nonna che si prenderà cura di lei, come sempre, ma la nonna non sa che quella sera qualcosa è cambiato nella testa della principessa, qualcosa pronto a scoppiare in modo incontrollabile e quando ciò accade neanche la brava vecchina può far nulla. Anzi no, in un ultimo gesto d'amore sacrifica la sua libertà per cercare di recuperare la nipote perduta.
    Ecco la mia storia del cazzo. L'unica persona a cui tengo è in prigione per colpa mia e i bastardi che mi hanno violentata sono in giro liberi come il vento. Questa è la nostra giustizia, questo è il nostro mondo di merda, c'è lo meritiamo tutto"
    Il tanfo di vomito aveva impregnato il piccolo bagno e la stava opprimendo. E poi cosa è successo? Non ricordo altro, pensava a rilento; si aggrappò al lavandino riuscendo a rimettersi in piedi. Le sirene in avvicinamento annunciavano l'imminente arrivo dei carabinieri e adesso ricordava, li aveva chiamati lei, ma perchè? Che mal di testa, vado a farmi qualcosa di caldo, forse trovo una pastiglia.
    In cucina le si presentò davanti agli occhi una scena raccapricciante. Tre ragazzi, facce conosciute, erano sparsi nel locale orribilmente mutilati, macellati come bestie e un conato di vomito le spaccò lo stomaco ormai vuoto. Poi mise a fuoco la scena: adesso ricordava. La follia aveva preso il sopravvento, scoppiò in un a risata isterica, incontenibile e le tornarono in mente le parole di sua nonna:<E' mia nipote, lo rifarei> "Sì, sì! Anche io lo rifarei, aspettami nonna, sto arrivando."
    Fu arrestata, processata e condannata a scontare una pena di quindici anni.
    Le affiancarono una reclusa anziana che l'avrebbe aiutata nel recupero, il giudice aveva cercato di essere comprensivo.
    "Sono tornata nonna, te l'avevo promesso" disse all'orecchio dell'anziana mentre abbracciate piangevano silenziosamente.

  • 26 maggio 2013 alle ore 22:19
    Nam Myoho Renge Kyo

    Come comincia: Quell’occhio grande di donna ora attende solo d’esser ripristinato. Il problema più grande però è rimettere insieme tutte le emozioni, impacchettarle, e riporle nel cassetto. Già mi vedo proiettata al giorno dopo l’intervento, di nuovo con le braccia al collo di mio figlio, i miei alberi, il mio scrivere. Certo che la vita è un pochino dura a volte(spesso), quando tu lo sei meno, quando meno te lo meriti, perché non c’è un tempo per soffrire, ma solo uno per attingere da se stessi, concedendosi calma, e rimettersi al più presto. Mia nonna m’era venuta in sogno con un paio di occhiali grandi in regalo. Sono stata giorni a chiedermi che cosa volesse dirmi. Poi successe qualcosa ai miei occhi, anzi ad uno solo. Che avessi già dei problemi alla retina non è una novità per me, però che poi un giorno si sarebbe potuta distaccare accartocciandosi come una pellicola bruciata dal fuoco, non potevo predirlo. Ma quante cose non avrei mai detto di me. Nemmeno una. Solo l’amore, quello si, il forte amore per mio figlio, mi ripristina l’equilibrio che certi accadimenti scombinano. Il suo avere bisogno di me mi fa sentire forte, lui che mi guarda con timore e fa finta di giocare , ma sa che la sua mamma ha qualcosa che non va, che è arrabbiata e un po’ triste, questo mi trafigge il cuore. Gli ho messo un piccolo peluche in tasca sta sera e lui mi ha chiesto: “Perché me lo dai?” Ed io gli risposto: “Perché così quando dormi lo porti con te e mi pensi”. Stare lontana da lui è insopportabile. Inaccettabile. Le mie energie dopo domani saranno tutte quante incanalate verso la felicità, mia e di chi mi sta accanto. Non sono un burattino, sono un essere animato con grandi doti comunicative ma mi ritrovo spesso a somatizzare, a vivere tutto con troppo stress, dimenticando di essere più buona con me. Accade che spesso nella pretesa di sopravvivere ci si neghi , che le porte aperte non si notino, che i sorrisi non ti riguardino, e che tutto non abbia più la forma di fiore, quel fiore che distribuisce pace, amore, compassione, benedizione, ovunque sia, perché è ovunque. E’ nel vivere. E’ la vita stessa.

  • 26 maggio 2013 alle ore 18:06
    La saetta

    Come comincia: Era l’estate dell’anno 1952  quando,  in quell’angolo verde e  stupendo del Veneto chiamato Cadore, Angelino, un ragazzo di undici anni robusto e di buon carattere ogni mattina  saliva talvolta con fatica, il sentiero che portava alla sommità del monte dove i boscaioli segavano gli alberi. Il suo compito era  quello di portare il pane per la colazione dei  taglialegna  arrivando fino alla baracca fatta di assi e pietra dove gli uomini dormivano. Angelino aveva accettato di buon grado questo compito che lo faceva sentire grande e indispensabile alla sua famiglia e lo eseguiva diligentemente.
    La baracca era situata in un prato pianeggiante dal quale si dipartiva un ripido sentiero che conduceva  al luogo dovei boscaioli  lavoravano, ci si arrivava in venti minuti. La madre lo accompagnava fino al limitare del bosco; allorquando le prime luci dell’alba s’impadronivano del cielo lei lo lasciava proseguire da solo e tornando a casa dagli altri figli più piccoli che ancora dormivano, non senza avergli fatto le solite raccomandazioni.
    Da quel momento in  poi  il ragazzo era assalito da mille paure, ma non lo aveva mai confessato a nessuno: gli animali del bosco, non tutti buoni… le volpi,  i serpenti,  i gatti selvatici… Ne avvertiva la presenza e  il  verso. Ogni rumore era ingigantito dal silenzio della notte appena passata; il ragazzo  allungava il passo  procedendo più  speditamente  e  per farsi coraggio fischiettava, qualche uccello a volte  gli rispondeva, iniziando così un concerto meraviglioso. Al mattino il bosco era uno splendore!  Angelino si sentiva felice e ripagato dei minuti di timore vissuti: assisteva al risveglio degli animali, ascoltava il rumore prodotto dal  picchio che martellando  con il becco il tronco di un albero si costruiva il nido, c’erano gli scoiattoli che talvolta  dopo averlo spaventato, comparivano davanti a lui, lo fissavano e poi scappavano, come per giocare a nascondino;  così i cerbiatti incuriositi dalla sua presenza ma timidi, fuggivano velocemente e le farfalle, i fiori meravigliosi e profumati: calendule, salvia selvatica, acetosella…Tutto questo faceva parte della sua vita di ragazzino e della sua consuetudine.  Quando arrivava alla baracca mentre i boscaioli facevano colazione, Angelino doveva recarsi nel bosco vicino dove dalla roccia sgorgava una sorgente d’acqua,  riempire le loro borracce e riportarle.  Più tardi raccoglieva legna da mettere al fuoco per cucinare e quando il pranzo  era pronto la cuoca  riempiva la gerla con la polenta e il companatico,  gliela issava sulla schiena e lui riprendeva il cammino su per la salita  fino al  punto dove si trovavano i boscaioli.  Salendo poteva sentire sempre più forti  le loro voci, i canti, le loro imprecazioni,  il rumore delle accette e della sega. 
    Ci fu un giorno in cui improvvisamente il cielo si riempì di nuvoloni grigi scuri, carichi di pioggia.  Angelino come al solito si stava inerpicando sulla costa della  montagna con il pranzo per i boscaioli: polenta ancora molto calda e sugo con pochi pezzetti di carne …
    Udiva il rumore dei tuoni avvicinarsi sempre più e per quanto allungasse i suoi passi non riuscì a evitare il temporale, violento.  Improvvisamente, quando si trovò circa a metà percorso, un fulmine con un rumore assordante si abbatté su un larice spaccandolo in due e proprio nell’istante in cui il ragazzo stava passando vicino l’albero prese fuoco: Angelino  si sentì sollevare in aria e poi ricadere un po’ più in là,  la gerla gli scivolò dalla schiena, la polenta e il resto divenne pasto degli animali!
    Per un attimo non sapeva  dove fosse…Non capiva più nulla!  La testa gli martellava,  vedeva tutto torbido.  Dopo un po’guardandosi le mani si rese conto che erano annerite, sentì i capelli in testa dritti all’insù, bruciacchiati…Vide fuoco attorno a sé e sentì  l’ odore acre del legno del  larice in preda alle fiamme.
    Dopo lunghi istanti di semi incoscienza a un tratto udì la voce della cuoca che chiamava il suo nome e poi  la vide che correva verso di lui.
    Appena la donna lo raggiunse lo tirò per un braccio allontanandolo dal fuoco, lo aiutò ad alzarsi, lo guardò e scoppiò in singhiozzi… Poi,  sollevando lo sguardo verso il cielo intonò una preghiera di ringraziamento al  Signore per lo scampato pericolo.
    Salirono insieme fino alla baracca dove poco dopo specchiandosi  Angelino si vide completamente nero in volto, con i capelli diritti, le ginocchia e le gambe scure…  Si accorse anche di avere  i pantaloni lacerati, sembravano un gonnellino.
    Tremava convulsamente: lo spavento di cui prima non si era nemmeno reso conto, all’improvviso lo colse e scoppiò in un pianto dirotto invocando la mamma.
    Intanto i boscaioli erano scesi alla baracca per ripararsi dalla pioggia scrosciante.  Quando videro Angelino compresero l’accaduto, lo videro spaventato e cercarono di consolarlo, gli diedero qualche sorso di vino per rincuorarlo. Tentarono  di farlo sorridere e, benché uomini rudi,  lo abbracciarono affettuosamente quasi sentendosi in colpa  per quello che gli era successo e per il rischio che il ragazzo aveva corso a causa loro. 
    A dividere le fatiche con Angelino c’era Falco, un robusto cavallo da tiro dalla criniera folta, scura  e un mantello di colore  marrone.  Alla bestia toccava tutti i giorni trascinare fino al piano i tronchi tagliati e puliti dalle fronde.
    Nelle rare pause dal lavoro Angelino e Falco si concedevano delle brevi corse nella radura che sembravano molto gradite anche all'animale. Quel giorno però Falco non si trovava: i fulmini e i tuoni  lo avevano spaventato e fatto imbizzarrire.
    Quando la pioggia cessò dalla baracca si udì finalmente il suo nitrito.  Angelino uscì per prendere il cavallo e portarlo al riparo, ma Falco non voleva saperne di farsi legare: con uno scatto repentino prese a galoppare verso il basso, giù, lungo la strada. Angelino si mise a correre forte attraversando il bosco, con balzi lunghi e rapidi sperando così di intercettare Falco, ma quando arrivava alla stradina sottostante l’animale era già passato…Di gran galoppo! Lo poteva vedere e sentirne perfino l’odore e  il nitrito, ma non riusciva a raggiungerlo.
    Verso sera il ragazzo arrivò trafelato al paese, un gruppo di vecchie case con ancora i segni della guerra sulle facciate: buchi provocati dalle granate dei tedeschi in ritirata. Angelino desolato per non essere riuscito a ritrovare il cavallo, prima di andare a casa pensò di dare un’occhiata nella stalla dove di solito l’animale veniva ricoverato durante i mesi freddi. Non si sa mai, pensò.
    Ed ebbe ragione: Falco era lì,  maestoso, ancora ansimante  e fumante per la lunga galoppata; se ne stava davanti alla mangiatoia e vi infilava il muso per cercare biada, inutilmente.
    Angelino si avvicinò e lo accarezzò…Gli parlò amorevolmente. In risposta l’animale nitrì in un modo tale che al ragazzo sembrò quasi affettuoso, come volesse chiedergli scusa; mise allora della biada nella mangiatoia, gli accarezzò la criniera e poi stanco ma contento se ne tornò a casa.
    La madre era molta molto preoccupata. Quando lo sentì arrivare gli corse incontro e vedendolo così nero,  sudato,  con i vestiti strappati  si spaventò moltissimo e si mise a piangere portandosi le mani nei capelli.  Poi la donna si asciugò gli occhi con l’ampio grembiule che sempre indossava, gli scaldò il minestrone e dopo aver tentato inutilmente di ripulirgli il viso lo mandò a dormire ringraziando il Cielo di averle rimandato a casa il figlio sano e salvo.
    Il giorno seguente alle quattro e mezzo in punto il ragazzo andò nella stalla, caricò sulla schiena di Falco il sacco con la colazione dei boscaioli  e poi  da buoni amici, s’incamminarono insieme verso la montagna.  Come al solito la mamma lo lasciò alle prime luci dell’alba …Il ragazzo si attaccò alla coda del cavallo e  fischiettando si fece tirare.  Gli sembrava il giusto risarcimento alla fatica del giorno prima nel tentativo di arrestare la sua corsa, il minimo che Falco potesse fare…
    E ancora una volta insieme, su per la salita…Iniziando una nuova giornata.

  • 25 maggio 2013 alle ore 9:21
    Un bianco, candido ... abito nuziale

    Come comincia: La mia passione è un cocktail che nasce dall’amore per tre “arti”, disegno, musica e poesia, con il quale cerco di fissare in un flash una nota dell’armonia che vibra intorno a me. Propedeutica alla mia passione è la ricerca, una specie di caccia al tesoro che, dalla mia sfera percettiva, s’irradia in tutte le direzioni sostenuto dalla mia curiosità fino a ritornare a me, introdursi nel mio essere e a dare vita a qualcosa di nuovo e appagante ... almeno per me.
    L’ispirazione si palesa quando meno me lo aspetto, emerge dall’intimo in qualsiasi momento e durante una qualsiasi attività... ma il luogo principe dei suoi natali è la natura. Per questo motivo sento attrazione per ogni sito verde.
    Passeggio tra i campi intorno alla mia casa in sabina, ereditata dopo la morte di mio padre, o vago tra le margheritine petulanti che a primavera inondano, con i loro capolini bianchi, ogni quadrato di terra non coltivato, anche nei parchi delle città.
    Corro come pazza, l’auto fermata ai bordi delle strade che si inerpicano sui colli sabini, verso il giallo tenue, appena accennato, delle primule sul limitare dei boschi o verso quello delle sorelle rigogliose che nascono lungo il ruscello Farfa, le cui acque limpide scorrono giù nella valle tra colli ricoperti di generosi uliveti.
    Mi intenerisco se all’improvviso scorgo tra il verde dei prati, sotto cerri e querce, il violetto deciso di quel capolavoro della natura che è piccolo solo per dimensione, ma grande per armonia e delicatezza, in una parola per “bellezza”... di chi parlo? Ma della violetta, fiorellino che si alza poco da terra e che, sullo stelo dritto, reclina il capo in modo dolce come una madonna di Raffaello.
    E la distesa fucsia di ciclamini, a migliaia, a milioni, che mi ritrovo tra i piedi nella passeggiata nel bosco in cerca di funghi? Sulla mia sbiadita esistenza non ha minor impatto delle altre meraviglie della natura da quando mio padre mi venne a chiamare trafelato, invitandomi nel bosco che si estende dietro la nostra casa in sabina:
    «Corri Patrizia, corri! Vieni! Ti porto a vedere uno spettacolo che non hai visto mai!»
    Una gioia inverosimile, tanto da sembrare falsa, è la gioia che mi suscita avvistare tra fili di erba enormi, rispetto alle sue dimensioni, un minuto e pavido fiorellino.
    Sono cinque petali azzurri, un fazzoletto di cielo rubato per noi da un angelo buono e che ci permette di emozionarci tenendolo tra le mani ... è l‘essenza del fiore che per non farsi dimenticare, piccolo tesoro del creato, risponde ad un nome che è una invocazione: “Non ti scordar di me”!
    Un altro azzurro, più delicato, tocca le corde della mia emozione ed è quello dei fiordalisi che a giugno sorridono tra le spighe e sembrano dipinti da un artista con il pennello intinto nel turchino del cielo sereno del mattino.
    Un’emozione diversa è quella sferzata di energia scoccata dal rosso dei papaveri che drappeggia i prati come fuochi accesi a scaldare gli animi intorpiditi dall’inverno e a rallegrare il mondo.
    Fiorellini con un profumo inequivocabile, dalla forte personalità, conquistano la mia attenzione, mi inebriano e ammaliano al punto che vorrei essere ladra, per coglierne a mazzi... bianchi, a migliaia, quando fanno tappeto su grate e recinti dipinti di fresco. Parlo dei gelsomini traboccanti dai villini della mia bella periferia romana!
    Ispirata preparo il colore ma non peso, non calcolo. Mi sento guidata da una mano invisibile, un istinto arcaico che sceglie e miscela in giusto rapporto le quantità di colore e, afferrata l’emozione, la fermo in una tela o nei versi di una poesia mentre ascolto la mia musica preferita.
    Il giardino della nostra terra è un vulcano di emozioni e di doni e spero che tutti lo apprezzino e lo rispettino come merita una madre che non smette di elargire frutti d’amore ...come pure una pianta di ciliegio quando è pronta a regalarci le sue succose rosse ciliegie:
    “Petali come neve
    abbandonano i rami
    volteggiano lieti verso terra
    a cesellarne
    il candido bianco abito
    nuziale”.

  • 24 maggio 2013 alle ore 14:32
    Corto #6 - Il dubbio

    Come comincia: Poi lei disse "Non lo so". E non appena lo fece, seppe di più di prima.

  • 24 maggio 2013 alle ore 11:15
    Giacinto e Rosa

    Come comincia: Scemava l’azzurro del giorno riflesso negli occhi di Giacinto quando il cielo cominciò a piangere l’arrivo delle ombre nel cuore: stava perdendo Rosa.
    Giacinto e Rosa si amavano perdutamente, ma la sua famiglia nulla sapeva o faceva finta di non sapere credendo che fosse un’infatuazione passeggera di gioventù.
    Col passar del tempo però, si accorse che l’amore si era profondamente radicato nel cuore di Rosa e cominciarono allora ad osteggiarlo: ritenevano, secondo il loro lume, che Giacinto non era “un buon partito” per Rosa perché non possedeva niente e non aveva un lavoro stabile. Il giovanotto era figlio di “N.N.” ed era a pensione presso una famiglia d’operai. Doveva continuamente cambiar lavoro anche se il suo impegno e il suo rendimento erano ottimi. Egli, infatti, lavorava duramente e più del dovuto, ma non riusciva mai a guadagnare i soldi che potevano permettergli di uscire dalla vita mediocre e di stenti che conduceva. Di buono c’era il suo credo  in qualcosa di migliore che doveva arrivare, e l’amore di Rosa.
    Accadde un giorno di pioggia. Si erano riparati sotto la pensilina dell’autobus. Le lacrime del cielo suonavano un motivo molto triste. I loro due cuori lacerati si misero a piangere col cielo: Rosa aveva avuto dalla famiglia l’aut-aut di non incontrare più il suo amore. Il perché è presto detto: c’era un altro molto ricco che si era innamorato di Rosa e l’aveva fatto presente alla famiglia, e se è vero che i soldi fanno acquisire la vista ai ciechi, la mamma di Rosa ci vedeva poco, il padre ancora peggio e il fratello peggio che peggio. La situazione, dunque, anche se dolorosissima e inaccettabile, era chiara: Rosa era minorenne (a quei tempi la maggiore età si raggiungeva a 21 anni) e doveva sottostare alle decisioni della famiglia. C’è anche da far presente che in quel tempo di “padre padrone”, i figli per cultura,  dovevano ubbidire e ubbidivano ai genitori.
    Vissero ancora alcune ore di gioia e di pianto, ma gli incontri nascosti dei due innamorati furono scoperti e Rosa dovette subire le più cocenti  angustie da parte dei suoi. Fu reclusa in casa  e costretta a sopportare le visite dell’uomo che non amava.
    Giacinto non si dava pace. La sua respirazione fu un perpetuo sospiro e intorno a lui tutto divenne buio dove la mente vagava senza  sosta. Qualsiasi pensiero cozzava con violenza contro i muri di cemento armato eretti dalla perdita del suo unico e solo spiraglio di luce. Non resse allo sconforto e al dolore e un giorno, nei giardinetti pubblici, si tagliò le vene.
    Si svegliò in ospedale. La prima cosa che vide fu il volto di un canuto signore che lo fissava intensamente. Scorse pagliuzze di gioia nei suoi occhi e con un filo di voce chiese:
    “Dove sono e chi è lei?”.
    “Bene, bene giovanotto! Sei in ospedale ed io sono l’angelo che ti ha salvato”, rispose, con voce calda e dolce il canuto signore.
    Giacinto: “Credevo che gli angeli avessero le ali e fossero più giovani. E  perché mi ha salvato?”
    Il canuto signore: “ Gli angeli non hanno età e non hanno ali, almeno qui sulla terra. Ti ho salvato perché la vita è un bene prezioso e nessuno, per nessun motivo, deve porne fine. E questa non è una frase di circostanza”
    Giacinto: “ Non io ho cercato di porre fine alla mia vita, ma altri. Vivere o morire per me è lo stesso”.
    Il canuto signore o angelo: ”Giacinto conosco la tua storia e l’ho fatta mia anche perché è successo qualcosa d’incredibile, di magico. Il giorno dopo averti portato in ospedale sono andato, come mio solito, a passeggiare nei giardinetti e …dove hai commesso il folle gesto la terra, che aveva bevuto il tuo sangue, ha germinato dei bellissimi e profumatissimi fiori rossi. Da non credere, vero? Eppure i fiori erano lì, reali. Superato lo smarrimento iniziale, mi sono imposto di andare a fondo dell’accaduto. Le mie ricerche mi hanno portato a conoscere la tua storia. Ho raccolto i fiori e li ho portati personalmente a Rosa a nome tuo chiedendo un colloquio con i genitori. Quello che n’è sortito te lo racconterà …”
    (pausa) Rosaaa, chiamò a voce alta l’angelo.
    La porta si aprì e Rosa entrò nella stanza. Giacinto sgranò gli occhi e cominciò a boccheggiare. Rosa gli s’avvicinò in tutta la sua bellezza circondata da un alone di luce, proprio come un angelo.
    Dalle sue labbra, Giacinto, bevve la dolcezza infinita dell’amore e della vita.
    Quando il battito impazzito dei loro cuori si calmò Rosa espose a Giacinto la magia che Angelo, di nome e,  di fatto, aveva operato. Si era presentato a casa sua  con i fiori per lei  dicendole: “Questi giacinti per te da Giacinto”. Aveva poi parlato con i suoi convincendoli a lasciar correre il fiume del loro amore perché tu saresti diventato suo figlio. Figlio di un ricco e nobile signore.
    “Vuole adottarti ed è tutto pronto, manca solo il tuo consenso”.
    Calde e copiose lacrime di gioia solcarono il volto di Giacinto che esclamò:
    “Esistono gli angeli, altrimenti come si spiega questa  magia o miracolo che dir si vuole? Come posso chiamarla mio salvatore?”
    Angelo rispose: “Chiamami semplicemente papà”.
    Prima di scrivere la parola fine di questa storia, chi legge deve sapere che nel bellissimo e grandissimo giardino della villa dove Giacinto e Rosa andarono ad abitare, una volta sposati, vi era un’estensione di aiuole colme di giacinti di color rosso, bianco, e…

  • 23 maggio 2013 alle ore 20:07
    L'urlo

    Come comincia: Ricordo quel urlo. Mi è rimasto dentro, tremendo, sovrumano, lacerante. Un urlo, trapano sonoro, guaito di un immane dolore. Usciva dalla stanza numero otto e saliva su per il corridoio a raggiungermi. Io me ne sentivo responsabile. Interminabile urlo, un ruggito di rabbia, un’invocazione di pietà? Avrei voluto decifrarlo.
    -” Suora, faccia qualcosa. ” - Imploravo.-” Normale, dottore, normale. Si è appena svegliato. Siamo nel post-operatorio. ” -  Solo il volto rigido, inumano, di una suora non compassionevole, poteva tanto, nel fronteggiare quella sonorità. Dalle stanze uscivano i degenti, curiosi e impressionati. Io fermo, al centro del corridoio, sentivo l’anima indietreggiare. Sala operatoria Cardarelli-Divisione di Chirurgia. Operatore Bruno Romano, ai ferri, io, nel periodo post laurea. La radio portatile del professore spande bossa nova. Del paziente, steso sul tavolo operatorio, si scorgono, tra i teli verdi, solo pochi centimetri di coscia bluastra. Sono già stati recisi, con cura, muscoli e nervi. Suturati i vasi. L’osso bianco del femore sembra una conchiglia fossile, in un mare rosso di sangue.  “Giovane, fatti le ossa. Tocca a te!” -  Bruno Romano mi porge una sega. Negli anni sessanta era ancora una sega primordiale, non certo elettrica. –” Dai, forza con i muscoli” - Mi compaiono per un attimo i tagliaboschi della mia infanzia, a Isola di Rovegno. –“Passano! Guardali come sono belli. I loro muscoli!” - La voce di mio padre. Ora sono io, il tagliaboschi, ma ho un osso vivo, sotto la lama e non ho, certo, i muscoli dei tagliaboschi. Duro come la pietra, si oppone, con la vita, che gli resta, alla mia forza. Produco un suono immondo su di un corpo che soffre, anche se è sedato. Avanti e indietro, con un ritmo incerto, cauto. Il tonfo dell’arto sul telo verde, steso sul pavimento, segna la fine del mio compito. Mi asciugo il sudore della fronte, aiutandomi con i muscoli della spalla destra. -” Bravo! Sei rimasto in piedi. A questo punto, i principianti, come te, cadono per terra, con la gamba.” -

  • 23 maggio 2013 alle ore 18:06
    Una scelta d'amore

    Come comincia: Elisa prese tra le mani la tazza di tè bollente e si accomodò sul divano, davanti al camino. La poggiò sul tavolino alla sua destra e, come ai vecchi tempi, si avvicinò a Bruno, strusciandosi a lui come una gattina. Gli anni erano passati senza rendersene conto. Lo osservò attentamente: i pochi capelli grigi che scendevano sulla fronte, gli occhiali lasciati scivolare sul naso. Bruno la guardò con riconoscenza e le accarezzò il viso. Rimasero così, a guardarsi per dieci minuti, senza dire una parola.
    La piccola Maria era nel suo lettino a dormire. Accanto a lei, sul piccolo comodino, la madonnina luminosa che Elisa le aveva portato da Lourdes, per proteggerla. La mamma, loro nipote, era al lavoro e la piccola stanotte avrebbe dormito lì, da loro.
    Non erano ancora abituati all’idea di essere già bisnonni a 75 anni.
    Si alzarono contemporaneamente, come se si fossero messi d’accordo, e andarono a vedere se la bimba stesse bene. La sentirono respirare forte, come fanno i bambini quando hanno le adenoidi ingrossate. Rimasero lì a guardarla con dolcezza e poi, ancora una volta le loro mani s’incontrarono mentre le allungavano una carezza.
    Bruno sapeva che anche Elisa stava pensando a quel periodo. Glielo leggeva sul viso, in quello sguardo, in quegli occhi sempre un po’ acquosi, quando si ritrovavano insieme ad accudire la piccola. Era una di quelle giornate in cui ritornano alla mente fotogrammi di vita passata, una di quelle in cui si desidera riviverne dei momenti, almeno per un po’.
    Si arrampicò sulla scala e tirò fuori dalla libreria un grosso album.
    Elisa lo aspettava sul divano, in silenzio.
    Era l’album del battesimo della loro nipotina Alice, la mamma di Maria, che ora di anni ne aveva 38. Teresa, la loro figlia maggiore, la ebbe a diciassette anni.
    Iniziarono a sfogliarlo, appoggiati l’uno all’altra, sorridendo con occhi lucidi di fronte alle foto di quella bimbetta che sembrava di porcellana.

    Quando Teresa tornò da scuola in lacrime, quel giorno, non immaginavano nemmeno lontanamente quello che la loro bambina stava loro per dire. Pensavano a un brutto voto o a una lite con la sua amica. Mai avrebbero pensato quello che stava per succedere.
    Elisa era una donnina minuta, dai modi gentili e molto tranquilla. Non alzava mai la voce e rifletteva molto prima di dire qualcosa. Soprattutto non giudicava mai. Quando qualcuno cercava di coinvolgerla in pettegolezzi, lei cambiava discorso o comunque aveva sempre una parola buona nei confronti delle altre persone. Era anche una donna molto religiosa.
    Bruno, uomo all’antica e dai principii ferrei, era un impiegato statale e viveva sempre e solo in funzione della famiglia. Non aveva voluto che la moglie lavorasse, perché la donna doveva seguire i figli.
    Dopo un lungo pianto, intervallato da silenzi, durante il quale Teresa non riusciva a parlare, Elisa decise di accompagnarla in camera sua per parlarle da sola. Solo dopo una buona mezzora, la ragazza riuscì a dire alla madre che era rimasta incinta, che il padre era un ragazzo più grande, conosciuto durante l’estate al mare e che lui non ne voleva sapere niente.
    Lei, quel bambino, non lo voleva, non si sentiva pronta. Le disse che aveva ancora tante cose da fare, che  doveva finire gli studi, continuare il corso di danza moderna. Mancavano solo due mesi al saggio di fine anno e non poteva tirarsi indietro proprio ora. Glielo disse con voce rotta dal pianto, intervallando parole a singhiozzi, un respiro strozzato e sincopato. Stava per avere un attacco di panico. La madre se ne accorse e l’abbracciò delicatamente, carezzandole il volto, spostandole i capelli dal viso dietro le orecchie. Le disse di stare tranquilla, che tutto si sarebbe risolto. Lo disse più a sé stessa che a lei, perché il colpo le era arrivato in piena faccia e non riusciva più a sollevarsi, si sentiva come un pugile che non riesce a risollevarsi mentre inizia il “count down” e ha pochi secondi per farlo. Il match si sarebbe svolto in quei primi attimi, le parole andavano soppesate per non aggravare la situazione, per non ferire ulteriormente la sua bambina, che in quel momento le appariva come un pulcino bagnato e spaventato.
    Dopo averla calmata, la convinse a uscire dalla stanza per condividere il problema anche con suo padre che era rimasto nel soggiorno ad aspettare.
    Parlò Elisa per la figlia, con i suoi modi pacati, cercando le parole giuste, calibrando ogni singolo vocabolo e gesto. Sapeva già che suo marito l’avrebbe presa malissimo.
    Bruno rimase in silenzio per qualche interminabile secondo. Sembrava incredulo, come se non avesse capito bene.
    Poi si alzò e, nervosamente, prese dal mobile-bar la bottiglia di cognac e ne versò un bel po’ nel bicchiere. Bevve tutto in un sorso solo. Poi batté il pugno sul tavolo facendo sobbalzare tutti gli oggetti appoggiati sopra. La figlia tremava e piangeva.
    «Mi devi spiegare quando è successo! Quando sei diventata una donna e perché non me ne sono accorto prima!» Le disse il padre buttandosi a peso morto sulla poltrona, tenendosi la testa con le mani, quasi parlando tra sé e sé.
    Passarono minuti in silenzio, si sentiva solo un pianto composto e leggero della ragazza. I pensieri erano polline che volava senza mai posarsi.
    Poi Teresa lo disse. Pronunciò chiaramente la frase: «Io voglio abortire» con un tono talmente deciso che non ammetteva repliche. Bruno restò per un po’ immobile, sprofondato nella poltrona, il bicchiere in mano e lo sguardo fisso davanti a sé, senza più forze. Elisa continuava a camminare in lungo e in largo attraverso la stanza e a tormentarsi le mani. Non avrebbe mai accettato una scelta del genere. Si fermò davanti a suo marito, si accovacciò e gli prese il viso tra le mani. Rimasero così, come facevano sempre, a guardarsi negli occhi pieni d’amore. Non c’era bisogno di dire niente, parlavano con lo sguardo e si capivano sempre. Quello sguardo diede loro la forza di affrontare la situazione. Erano insieme e insieme l’avrebbero superata. Come sempre. Bruno posò il bicchiere con calma, poi si alzò, prese per mano Elisa e insieme si avvicinarono alla figlia. Le parlarono con dolcezza, le ricordarono che lei era cattolica e che sarebbe stato un peccato mortale, come un omicidio. Ma lei sembrava ferma nella sua decisione. Lei quel bambino non lo voleva. La madre cominciò a singhiozzare, non avrebbe mai accettato questa cosa. Non poteva farle questo affronto. Il padre alzò di nuovo il tono della voce, la minacciò di cacciarla di casa. Poi si calmò e continuò più pacatamente.
    Elisa la prese tra le braccia, carezzandola dolcemente. Bruno le disse che non si doveva preoccupare di nulla, che al bambino avrebbero pensato loro, che lei poteva continuare gli studi e tutto sarebbe andato bene.
    Improvvisamente sembrava che quasi fossero loro a doversi scusare con la figlia. Sapevano che per abortire sarebbe dovuta andare all’estero, in Italia l’aborto era illegale e comunque doveva essere accompagnata perché minorenne
    Così le parlarono con infinita dolcezza, come si parla a un bambino piccolo. La presero in mezzo a loro sul divano e la tennero stretta a lungo, senza più dire niente. «Se è maschio lo porterò con me a pesca la domenica…» Le bisbigliò Bruno all’orecchio.
    Elisa invece era certa che sarebbe stata femmina, una bella bambina bionda con gli occhi azzurri, proprio come la madre. E che come la madre avrebbe avuto una fervida fantasia, proprio come Alice nel paese delle meraviglie.
    Dopo un tempo infinito Teresa si alzò in piedi e guardandoli negli occhi con infinita dolcezza, pronunciò un nome, Alice. Si era sicuramente una femmina. E l’avrebbe chiamata Alice.

    Un vagito ruppe il silenzio. Proveniva dalla camera da letto. Bruno si alzò di scatto, posò l’album sul divano e si avviò di corsa verso la cameretta dove dormiva Maria. Elisa lo seguì. Bruno la prese in braccio e le mise il ciuccio, mentre la cullava per farla riaddormentare.
    Si guardarono e sorrisero complici.
    Bisnonni a 75 anni. Bellissimo, davvero bellissimo.

  • 23 maggio 2013 alle ore 2:04
    Monumento all'ovvio

    Come comincia: L'amore c'è chi lo vive, c'è chi lo uccide, c'è chi vorrebbe ma non si decide.
    L'amore che si presenta con un mazzo di rose, sangue che affluisce in vene varicose, tormento e gioia che sbrana la mente di chi mai la riposa.
    L'amore, unguento miracoloso che ti fa dire stavolta mi sposo, che vorresti durasse fino a domani o almeno fino a che non te ne lavi le mani. L'amore rubato, l'amore comprato, svezzato, spalmato su lenzuola bianche di lino o dietro al cespuglio più nascosto di un grande giardino.
    L'amore a intermittenza, quello di cui non si riesce mai a far senza, l'amore fra ceti disuguali che comunque lo giri non sarà mai pari, l'amore tra due pettirossi in inverno con la neve lungo i viali. L’amore taciuto, forse perché in fondo non ci hai mai creduto, l’amore sbandierato ai quattro venti che non sarà mai quello dell’e vissero tutti felici e contenti. L'amore di un cane che adotta un uomo abbandonato, l'amore di chi tra un insulto e l'altro alla fine si è sempre perdonato, l'amore all'interno di un automobile dai vetri appannati, l'amore come lo fanno i soldati una volta disarmati, l'amore per carte di credito e oggetti preziosi, l'amore che si riproduce e si immortala dosando bene effetti speciali e luce. L'amore di un padre, l’amore di una madre, l’amore di un figlio diviso tra due case, l'amore fatto di lotta e di sopravvivenza, l'amore l'unica cosa della quale il pensiero non riesce a far senza, parola magica che sfocia in gesti ridicoli e sopportazione per chi sa sopportare, l'amore che muore sotto i colpi dell'indifferenza e che trasforma il corpo di chi crede essersi abituato a farne senza. L'amore per inerzia, l'amore che cade da una nuvola, che fa finta di nulla e che poi all'improvviso si licenzia. L'amore chino a un capezzale, l'amore inquieto e speranzoso a bada di un letto d'ospedale, l'amore nel sorriso, nel pianto, l'amore fatto con il guanto, l'amore che lascia libero l'amore di trovarsi un altro amore ma che solo se ne conosce il segreto lo può fare, l'amore che non ha nulla da chiedere e tanto da dare. L’amore che non ha età, privo di qualsiasi velleità, l’amore per la musica,  per gli interni in radica, l'amore per l'orto, l'amore che non conosce torto, l'amore che ti fa sentire sempre per la prima volta coinvolto. L’amore di chi poi dice che sei cambiato senza rendersi conto che ti aveva solamente idealizzato, l'amore per la bugia detta a fin di bene che è forse l'amore più fedele, irriducibile, il patriarca di tutte le future pene. L'Amore per il quale si è disposti a morire pare il solo destinato a non finire, l'unico degno ti tale nome, per l'altro amore ci sono lacrime da versare in attesa che un nuovo pensiero arrivi ad asciugare. L'amore spontaneo verso chi non conosci, l'amore tra un cane e un elefante, tra un gatto e una lumaca, tra un corpo ed un'amaca, l'amore per la squadra del cuore, per i vigili del fuoco, la Crocerossa e la protezione civile.
    L’amore sconfinato per il mare quando il sole brucia e quello cucinatoti dal cuoco di fiducia, l’amore per Baudelaire, l’amore pieno di segreti e scheletri nascosti nell’armadio, l’amore che ti tiene a digiuno di tutto tranne che del cioccolato, l’amore letto negli occhi di un uomo che nel momento del bisogno non si è mai tirato indietro, l’amore silenzioso di una donna che subisce di tutto con contegno dignitoso. L'amore sopravvissuto a un'eredità, la quale non coincide con ciò che ti aspettavi da chi ti sogghigna dall’aldilà, l'amore tramandato nelle lettere scritte a mano dai tuoi avi, l'amore al guinzaglio, l'amore masochista nato da un colpo di sbadiglio, l'amore che chiede permesso temendo di sentirsi rispondere divieto d'accesso, l'amore che nessuno sa cos'è ma tutti invocano, evocano, ricordano, rimpiangono, accusano, tradiscono, per poi ritrovarsi sempre soli, sfiniti, svuotati, abbandonati. L'amore verso se stessi, l'unico amore che possa concepirne un altro, in quel fare le cose con amore e non per amore: forse questo ci salverà.

  • 20 maggio 2013 alle ore 14:15
    Bisogno di un buongiorno

    Come comincia: Dopo un’ultima boccata di tabacco e catrame strinse la sigaretta tra pollice e indice e la lanciò lontano con una schicchera, espirando insieme al fumo i pensieri che mutano veloci dal grigio al rosso più acceso, come tutti i pensieri che attanagliano la mente di un ragazzo.
    Si riconosceva costantemente perso tra il suo presente e lo sconfinato futuro, la sua mente viaggiava veloce passando istantaneamente dai programmi serali al progetto di una famiglia, una donna, un lavoro stabile, tutte cose previste per un lontanissimo avvenire.
    Anche se lontanissimo, riteneva opportuno (inevitabile) preoccuparsi del proprio avvenire dando la stessa priorità all’immediato e all’oscuro destino.
    Mentre riorganizzava questi pensieri e stati d’animo saliva lentamente la rampa di scale, gradino dopo gradino, ritrovandosi di fronte alla porta di casa sua.
    Rovistò distrattamente nella tasca sinistra del jeans, impugnò il mazzo di chiavi e selezionò quella della porta blindata, inserì la chiave nella toppa e girò energicamente tre mandate.
    La porta era serrata, a casa non avrebbe trovato nessuno.
    Attraversò velocemente il corridoio con l’intento di raggiungere il gabinetto nel minor tempo possibile, la vescica pareva scoppiargli da un momento all’altro.
    Senza prestare attenzione a niente si diresse verso la sua camera dove avrebbe lanciato il giacchetto sul letto per poi andare nella stanza adiacente: il bagno.
    La sua attenzione tuttavia scattò nell’intervallo di tempo di un secondo da uno stato semi comatoso a quello di massima attività di una sentinella di vedetta in un carcere di massima sicurezza.
    Quella non era la sua camera o almeno non era la camera che aveva lasciato poche ore prima.
    Il violento pulsare della vescica che fino a pochi secondi prima sembrava essere la sua unica preoccupazione ora appariva come il ticchettio di un orologio lontano un paio di mondi.
    Con un occhiata veloce ma maledettamente vigile scorse tutto il perimetro rettangolare della cameretta: il pavimento era rivestito da una moquette formata da panni, fogli, quaderni e libri vecchi tutti stropicciati e strappati, la sua collezione completa di cd dei Beatles era precipitata (magicamente precipitata?) dalla mensola affissa al muro sopra il letto…
    Ovviamente c’era dell’altro, un’infinità di dettagli fuori posto che avrebbe analizzato più tardi perché in quel momento la vescica riacquistò importanza e corse in bagno.
    L’unica spiegazione, pensò, è Alan! L’unica spiegazione accettabile, per quanto strana e inusuale.
    Alan era il suo compagno di vita, un golden retriever affettuoso e intelligente il quale, tuttavia, non faceva mancare ogni tanto qualche sorpresina come prova del suo disappunto quando veniva lasciato solo.
    Abbandonato, Alan userebbe questo termine per descrivere la condizione di solitudine a cui deve sottostare anche se solo per pochi minuti.
    Questa riflessione lo fece sorridere, ma era a disagio perché aveva paura: in fondo al cuore sapeva di essere protagonista di una situazione particolare.
    Chi possiede un cane è senza dubbio abituato a tornare a casa e trovare cose fuori posto, rotoli di carta igienica sbranati e sminuzzati in mille piccoli pezzetti sparsi per il corridoio, strofinacci da cucina sbrindellati, una bottiglia frantumata in terra; ritrovare la propria abitazione sottosopra come se fossero entrati dei ladri è normale, per chi possiede un cane.
    E se il cane è chiuso in una stanza, una stanza diversa dal luogo del disastro, rimane un fatto normale? Un cane che apra da solo la porta, si diriga in una cameretta con l’intento di devastarla per poi tornarsene in cucina richiudendosi la porta alle spalle, è normale?
    Cercò di non dare troppo peso a queste riflessioni e, uscito dal bagno, camminò sentendosi instabile sulle proprie gambe fino a ritrovarsi davanti alla porta a vetro scorrevole della cucina.
    Scorrevole..è una porta scorrevole! Sapeva essere un fatto comune che un cane di taglia più grande che media apra le porte di casa impennandosi sulle zampe posteriori per poi fare leva con il peso del corpo sulla maniglia, certo, che c’è di strano? Niente. Ma una porta scorrevole?
    Non volle pensarci visto che non avrebbe potuto far niente per risolvere il mistero, non in quel momento.
    Ci potevano essere plausibili risposte a questi quesiti, magari sua madre prima di andare a lavoro lo aveva lasciato libero per la casa senza trovare il tempo di gestirlo, per poi richiuderlo in cucina una volta accortasi dei danni.
    Con l’indice strinse il gancio in prossimità della serratura e tirò verso destra: la porta iniziò lentamente a scorrere e lo scenario velato dietro di essa si manifestò un poco per volta.
    L’impatto con questo angolo della casa non aveva niente a che vedere con quell’inaspettato stupore di pochissimi minuti prima.
    Era tutto in ordine ma, stranamente, Alan era accucciato sotto il tavolo, con le sedie intorno a creargli uno scudo protettivo. Esitò più del previsto prima di sporgere il musetto dorato al di là della muraglia difensiva di sedie, verso la sua direzione.
    Alan aveva paura, glie lo poteva leggere negli occhi e lo poteva intuire da quello strano comportamento che tanto si allontanava dal carattere affettuoso e giocoso (certe volte ai limiti della tolleranza) che era sempre stato alla base del suo cane.
    Fletté le ginocchia e si accovacciò per accarezzare il suo cane, ma Alan ebbe un sussulto appena la mano del suo padrone si avvicinò alla sua testa; era spaventato, di questo poteva esserne certo, ma la domanda vera e propria era: di cosa? O meglio – peggio.. forse è peggio – di chi era spaventato?
    Sicuramente non di lui, questo era un fatto che non poteva essere messo in dubbio. Loro due erano migliori amici nel vero senso della parola, si volevano bene e vivevano l’uno per l’altro perché tra loro c’era un’intesa particolare, di quelle intese magiche e poetiche che raramente vengono credute a pieno se raccontate a qualcuno.
    In quel momento sentiva che il cane non aveva paura di lui e sentiva che Alan tentava di urlargli in faccia “Io non ho paura di te!”.
    Qualche attimo di pensieri e esitazioni, dopodiché Alan gli saltò addosso facendogli perdere l’equilibrio precario che lo costrinse a passare dalla posizione accovacciata a quella culo-per-terra.
    Montò tra le sue gambe ora incrociate e iniziò a leccarlo freneticamente sul volto e sul collo, lo annusò ripetutamente ansimando e il suo padrone, emozionato e contento di vederlo per lo meno “sollevato”, lo accarezzò con energia facendogli le coccole.
    Passò circa venti minuti a terra con il suo golden retriever a giocarci e a coccolarlo, poi si alzò e considerò l’idea di telefonare a sua madre.
    Mentre fissava apatico il telefono si accorse di una cosa, una cosa che avvertì praticamente subito: se Alan fosse stato un essere umano, probabilmente lo avrebbe trovato scosso per chissà quale motivo, ma aveva la strana impressione che lo avrebbe trovato muto.
    Questa cosa lo faceva riflettere e lo terrorizzava perché il suo cane aveva perso la parola, non era più in grado di comunicare fonicamente. Tutto questo può sembrare assurdo, ma per lui era normale perché loro comunicavano anche con dei suoni: uno parlava, l’altro emetteva versi.
    Eppure ora il suo cane appariva come certe persone che in seguito a qualche evento terribilmente traumatico perdevano l’uso della parola come conseguenza dello shock, ne aveva viste a decine di persone così tra i telefilm polizieschi che giravano in tv.
    Tutto d’un tratto si sentì senza forze, esausto come non mai, e incamminandosi in direzione del letto di camera sua pensò che qualcuno lo avesse drogato, magari con qualche pasticca nella spremuta d’arance presa al bar prima di venire a casa.
    Forse una pera più carica del dovuto fa questo effetto… Fu l’ultimo pensiero che ricordò di aver formulato, dopodiché sprofondò sempre di più, sempre più in basso.

    Vedeva la sua stanza dall’alto di uno dei quattro angoli come se i suoi occhi fossero l’occhio unico di una telecamera, come quelle che si trovano fuori dei centri commerciali a sorvegliare l’area di ingresso.
    Tutto era immobile, incredibilmente piatto, e l’atmosfera era di una calma inquietante perché troppo perfetta. Era la calma da regia di un film horror creata per il solo scopo di presagire una tempesta.
    Gli addetti alla vigilanza che si ritrovano a vedere le registrazioni di una telecamera a circuito chiuso dopo una rapina vivono la stessa situazione: tutto procede in modo pacato e tranquillo finché all’improvviso non arriva il caos, con un’accelerazione 0-100 in un istante impercettibile.
    E così fu. Vide tutto e allo stesso tempo non riuscì a vedere niente.
    Iniziò tutto con la porta che si spalancò di scatto e da essa entrarono degli uomini. Più che uomini, quello che riuscivi a scorgere erano delle forme, delle sagome, e quelle sagome assomigliavano a quelle umane.
    Eppure non erano gli  uomini che noi tutti conosciamo perché non avevano bisogno degli arti per muovere oggetti e sembravano anche ignorare le leggi della gravità.
    Queste forme fluttuavano senza volare, galleggiavano semplicemente attraverso il pavimento e ispezionavano.
    In realtà non gli parvero cercare qualcosa in particolare e il loro interesse stava solo nel far volare gli oggetti da una parte all’altra.
    Erano in cinque, due donne e tre maschi o tre maschi e due donne o forse erano tutte donne o tutti maschi o nessuno dei due sessi.
    Si poteva trovare delle differenze tra loro solo per il colore: due apparivano bianchi e tre apparivano neri.
    Probabilmente andavano in giro coperti da un lenzuolo, come il fumetto di un fantasma, solo che questi lenzuoli erano attillati e aderenti alle loro forme. Quello che questi lenzuoli sembravano, più che lenzuoli da fantasma, era pelle. Sembrava il loro corpo e non il rivestimento di esso.
    Provò a svegliarsi con tutto se stesso, aveva bisogno di aprire gli occhi e constatare che la realtà era ancora bella e sensata come sempre.
    Aveva bisogno che la razionalità lo prendesse a sberle in faccia.
    Provò a svegliarsi, ma non ci riuscì.

  • 20 maggio 2013 alle ore 12:52
    Aspettando il passato

    Come comincia: Questa notte mentre dormivo ho realizzato di non essermi ancora addormentato, così mi sono alzato di lena ho acceso una luce ed ho guardato istintivamente l'orologio: erano le 3.42 . Ho bevuto un bicchiere d'acqua e ho fatto la pipì da in piedi, di solito mi siedo come fanno le donne ma solo per motivi igienici, ma questa notte era come se non mi sentissi al sicuro, ero inquieto, così mi sono chiesto quanti come me si fossero svegliati nel cuore di questa fredda notte silenziosa. Mi sono poi lavato i denti, senza motivo, ed ho acceso il televisore senza guardarlo per poi stendermi di nuovo sul divano e fissare il lampadario che pende proprio sopra la mia testa. Dopo qualche minuto mi sono alzato di nuovo, ho aperto la porta ed ho preso posto in veranda. Nessuna automobile circolava, nessuno in strada, nessun cane abbaiava, nessun uccello si agitava, il rumore del molino era l'unico segnale che riconduceva alla vita. Il vento, che per tutta la giornata di domenica aveva infastidito e distratto i pensieri, mostrava un encefalogramma completamente piatto e in questo oceano di aria muta mi sono lasciato cullare per un po', non so quanto perché l'orologio non l'ho più guardato, ricordo solo un flashback di un boato, poi le grida, gli occhi spalancati, l'aurora, le prime notizie, la prima luce, il vai e torna della casa sotto i piedi, le linee telefoniche assenti, i bar stracolmi come fossero l'unico ambiente sicuro. Nel rientrare in casa mi sono osservato attraverso il lungo specchio posto all'ingresso e mi sono visto in mutande e dolcevita, come un anno prima quando scesi in strada di corsa senza pensare. Che mondo è quello nel quale viviamo? A volte ho l'impressione come di vivere in differita, ci sono attimi di diretta e tutto il resto è come se fosse registrato e immaginato già dalla nostra mente prima. Di tutto questo dolore che ci si porta dentro quanto è reale e quanto è immaginato? L'unica risposta sta nel non pensiero.

  • 18 maggio 2013 alle ore 6:08
    Il tempo dei ricordi

    Come comincia: Nel mio ampio tempo di vita, ho preso per la coda l’ottocento, nei suoi costumi, nel modo di vivere. La considerazione dell’oggetto comune in se, non è stata, nella mia prima infanzia, quella dei nostri tempi attuali. La sporificazione degli oggetti, il suo moltiplicarsi in maniera esponenziale, è iniziata, lentamente, nel dopoguerra, con l’introduzione di nuovi materiali industriali. La plastica ha proliferato l’oggetto singolo, tanto da far rispondere, pochi anni fa, ad un antropologo, alla domanda: -” Come identificherebbe questa nostra civiltà?” - con una definizione quanto mai pertinente: - “La civiltà degli oggetti” -. Ma è indubbio che la quantità abbia inflazionato il valore del singolo oggetto, che si da all’acquirente, in una vasta ed ampia gamma di modelli e di prezzi. Perché vi parlavo di ottocento, perché ho visto, nella mia infanzia, oggetti singoli, attesi nelle famiglie, ereditati, conservati con estrema e devota cura. Non dico che si attendesse la morte di un famigliare per catturarne il suo orologio, ma alla morte, quell’orologio diveniva terreno di dispute feroci. Le forbici da sarto di nonno Angelo, che fra l’altro era avvocato, non ho mai saputo da chi arrivassero. Furono oggetto di culto. Conservate da lui, al piano superiore di villa Adela, scendevano sul tavolo di marmo della cucina per l’annunciata operazione di “taglio” della stoffa, da parte di nonna Amina. Aperto l’astuccio di pelle nera, in un abbaglio di velluto azzurro, le forbici comparivano, a me bambino, nella loro sfavillante magnificenza. Più grandi delle normali forbici, avevano una forma allungata, quasi a somigliare a due lame di spada congiunte. Ma ciò che mi affascinava era quel suono, una nota sottile, quasi di violino, quando, nonna iniziava a tagliare la stoffa. Quel procedere scivolando delle lame, senza intoppi, per la magia del taglio netto, emettendo come un soffio, un ansimo di piacere. Il momento lo vedo nei suoi particolari. E’ una piccola sequenza indelebile, dopo decine di anni di vita. Nonna esce dal quadro, forse dalla camera. Non ne avverto la presenza. E’ il momento atteso, l’opportunità di trasgressione offerta. Prendo le grandi forbici con due mani, le passo sul lembo della stoffa e l’addento tra le due lame. Ora volo, zigzagando per il tavolo. Riecco quel suono, quel soffio di cui, ora regolo le modalità. Un piacere immenso, indelebile, tanto che le botte, che sopraggiunsero, non le ho memorizzate, che con un’assenza, un buio nella memoria. Ma so che arrivarono, senza cancellare il piacere di quell’attimo.

  • 18 maggio 2013 alle ore 0:55
    Fiori Cromati

    Come comincia: DATA: SCONOSCIUTA
    UBICAZIONE: SCO fffffzzzz.
    STATO NAVICELLA: DANNEGGIATA, RICHIEDE PESANTI MISURE DI MANUTENZIO fzzz....
     
    L'atterraggio sul pianeta si rivela più difficile del previsto. I retrorazzi, lo stabilizzatore, i sensori geotermici, i sensori climatici non rispondono. Eseguo le manovre alla cieca, affidandomi agli schemi di pilotaggio registrati nella mia memoria. Riesco a mantenere integra l'astronave, ma dubito possa avere energia a sufficienza per ripartire nello spazio.
    I land-voyager con sensori automatizzati escono per esaminare lo spettro atmosferico. Mi rimandano il loro referto in  pochi minuti. Ossigeno per la gran parte, anidride carbonica molto al di sotto dei limiti, azoto, ed altri gas innocui.
     
    Decido di uscire personalmente. 
     
    Il suolo è compatto, non presenta dislivelli elevati, la visibilità è ottima. Riesco chiaramente a vedere una distesa montuosa in lontananza.
    La distesa è illuminata da un grande sole, simile al nostro. Registro la temperatura con l'attrezzatura della mia tuta; 25 gradi. Sembra ci sia una regolare attività magnetica, riesco a determinare il Nord, il Sud, L'Est e l'Ovest. Dal mio atterraggio ad ora ho notato che la rotazione è la medesima terrestre come lo sono le dimensioni del pianeta stesso.
    Questo mi garantisce altre otto ore di luce naturale, poi dovrò utilizzare quelle artificiali, considerando che consumerò un maggior quantitativo di energia.
    Mi dirigo in direzione Sud-Est, verso quella che sembra in lontananza una macchia acquea.
    Con un pò di fortuna potrò ricavarne dell'idrogeno, per ricaricare il mio mezzo e le mie riserve, sempre non sia una sorgente di mercurio, inutilizzabile per me.
     
    Sono già due ore che cammino in direzione della distesa. Nonostante il cielo limpido posso sentire una forte folata d'aria. Ne registro la velocità con la tuta. Oscilla tra i 17 e i 20 nodi.
    Salgo sopra una collina per determinare meglio la distanza con la macchia acquea. Vedo che invece di una distesa marina, si rivela essere una fitta distesa di fiori. 
    I petali sono cromati e per questo ho avuto l'abbaglio fosse un mare. I fiori si muovono all'unisono imitando le onde e riflettono la luce del sole, creando fantastici giochi.
    Questo tuttavia non mi rassicura. Ho sprecato tempo prezioso alla ricerca di una fonte d'energia, mi ritrovo con dei fiori.
    Ormai decido di addentrarmi della flora del pianeta.
    Sono dentro alla macchia, ondeggiante, e raccolgo un esemplare. Provo a decifrarne il dna. Il casco non riconosce il 42% del fiore.
    Eppure dovrei provare qualcosa. Nei lunghi anni nello spazio sono stato chiuso nell'astronave, stretto e protetto tra le mie solide cognizioni. Il mio viaggio, scelto per un bene ultimo superiore.
    Sacrificato nel corpo, decisi di sottopormi ad una operazione di total building.
    Mi hanno trasformato in un cyborg, aggiunto sensori sosfisticati e precisissimi, mantenendo il mio libero arbitrio, caricando memorie di enciclopedie, schemi tattici e i ricordi della mia vita da umano. Pochi terabyte della mia vita a dire il vero, molti per il dolore della lontananza li ho cancellati dopo anni di viaggi interstellari.
     
    Ora mi ritrovo a stringere un fiore cromato, e nonostante i sensori non riesco a coglierne la delicatezza. Non riesco a coglierne il senso. Perchè questa distesa di fiori su un pianeta senza esseri viventi? Nemmeno un insetto. Per chi sono stati creati questi fiori dalla bellezza unica se non possono essere ammirati da alcuno?
     
    Forse per adornare all'infinito la tomba di un robot.

  • 17 maggio 2013 alle ore 8:29
    L'intervista

    Come comincia: Come dice? Sì, sì. Siamo saliti in tre sulla torre nottetempo portandoci negli zaini tutto quello che poteva esserci utile per i primi giorni: acqua, cibo, un po’ di farmaci essenziali, tenda, i materassini, i sacchi a pelo, la mazzetta e i lunghi chiodi di acciaio per fissare la tenda al terreno in cemento, teli di plastica.
    Sì, non l'abbiamo detto a nessuno, a scanso di equivoci, perché non volevamo che questa nostra iniziativa potesse essere bloccata. Non c'era più spazio per le manfrine.
    Ora questa forma di lotta è stata riconosciuta come propria e appoggiata dalle rappresentanze sindacali e qui sotto c'è il presidio quotidiano degli altri lavoratori.
    Chi siamo? Io mi chiamo Mauro, sono il più anziano, ho 59 anni. Ne ho fatte di lotte, sa? Ne ho di chilometri nelle gambe, se penso a tutte le manifestazioni a cui ho partecipato. Me ne sono perse poche.
    C’è poi Alfredo, il più giovane, ha 33 anni. E’ il più incazzato e il più libero di noi. Potrebbe andarsene, non ha obblighi, ma ha deciso che starà qui fino alla fine. Quindi, c’è Sergio che ha 48 anni, è il più inguaiato di tutti, ha moglie e figli e non sa che pesci pigliare. Certe volte lo vedo piangere e sbattere la testa contro il cemento della torre. È il candidato giusto per fare harakiri.
    L'acqua e il cibo adesso li tiriamo su con la corda  e così facciamo scendere i nostri “scarti”. Beh, sì. Intendo i rifiuti in genere, anche quelli nostri. Beh, non è piacevole soddisfare quel tipo di bisogni, la roba grossa la facciamo dentro la carta di giornale che stendiamo per terra e poi raccogliamo dentro sacchetti di plastica. La pipì, invece, la facciamo dentro le bottiglie. Sembra di essere in guerra. E, in effetti, siamo in guerra.
    Di notte fa freddo ma cerchiamo di scaldarci stando uno a ridosso dell'altro. Abbiamo tirato su delle nuove coperte ma si dorme per stanchezza, più che altro. Stanchezza fisica e di testa.
    Cosa ci pesa di più? Difficile fare una scelta. Molte cose, dovrei mettermi a farle un elenco. Ci pesa essere costretti a vivere come bestie. Ad esempio, per nostra dignità, abbiamo deciso che ci saremmo lavati. Non dico ogni giorno ma abbastanza spesso da non urtarci l'un l'altro. Per rispetto l’uno dell’altro. Abbiamo costruito una rudimentale doccia, con pezzi di legno, dei teli di plastica e una pentola coi buchi come quelle per fare le caldarroste. Per il freddo, stringiamo i denti e ci laviamo alla svelta ma dopo stiamo bene, ci sentiamo a posto, come persone civili. Io no perché ho la barba ma Alfredo e Sergio si radono quasi ogni giorno.
    Abbiamo anche un posto per accendere il fuoco e quindi c’è se si vuole  l’acqua calda o tiepida perlomeno. Il fuoco serve per scaldarci quando ci mettiamo lì a contarcela su o per gioco alziamo gli occhi al cielo e cerchiamo di riconoscere le stelle. Sapesse in certe sere quante ce ne sono, sembra di essere in montagna.
    Con i mattoni che abbiamo tirato su con la corda abbiamo costruito una rudimentale turca, sotto tre teli che ci danno una parvenza d’idea di stare al cesso di casa nostra.
    Chi ci appoggia, mi chiede? Le istituzioni, i partiti, le organizzazioni sindacali… Lei qua mi tira per i capelli ma io non me li lascio tirare, a questo punto la diplomazia sa dove me la infilo? E poi, oggi, è come sparare sulla Croce Rossa, ché è molto difficile difendere queste realtà oggigiorno, diciamolo. Le istituzioni? Ci sono quelli che non si fanno nemmeno vedere, sono contro la nostra lotta per principio: noi siamo solo dei rompicoglioni. Altri invece si fanno vedere, rilasciano una bella dichiarazione, si fanno fotografare e poi chi li vede più.
    I partiti? Dio mio… i lavoratori sono stati cancellati da anni nella rappresentanza politica, non contano più nulla… Lo sa quanti operai ci sono oggi in Parlamento? Uno, sì uno. Messo lì perché non è bruciato vivo come i suoi sette compagni. Lo sa quanti operai c’erano nel parlamento italiano-sabaudo all’inizio del Novecento? No? Beh, glielo dico io: Uno! Servono commenti?
    Ne abbiamo fatto di strada, eh? Veniamo da lontano e andiamo lontano… Ci ho creduto tutta la vita, che cosa ci ho guadagnato?
    I sindacati? Esistono perché si occupano d’altro, sono diventati delle agenzie di servizio: la compilazione del 740, le pratiche legali con l’Inps, gli sfratti, l’assicurazione, i viaggi. Fra l’altro, spesso con poca professionalità e molta presupponenza. Fanno tutto fuorché quello per cui sono nati: tutelare i lavoratori, difendere il lavoro, lottare, contrattare.
    Uno dei tre firma tutto quello che gli propongono così dimostra che è lui che ottiene i risultati. Il secondo cerca di differenziarsi e poi si accoda come sempre. Il terzo si astiene, si ritrae, non firma. Ma le idee? Possibile che a inventare queste forme disperate di lotta debbano essere gli operai con le spalle al muro e il plotone di esecuzione davanti?
    Cosa dobbiamo fare? Suicidarci? Buttarci giù dalla torre?
    Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori, sicuramente una cifra in difetto. 3 morti al giorno, uno ogni 8 ore, uno ogni giorno di lavoro. In questa misura, sono “omicidi sul lavoro”, non "morti sul lavoro". È un incessante tributo di sangue che non accenna a diminuire.
    Ci dovremmo accordare fra di noi e invece di ammazzarci in estrema solitudine - uno a uno, operai e piccoli imprenditori – trasformare  questa cosa in un fatto collettivo: in “suicidi di massa per assenza di lavoro”, alla maniera delle sette religiose. Questa sì che sarebbe una notizia, ma forse faremmo un bel favore a molti, non le pare?
    Se siamo qui sopra significa che le abbiamo provate tutte ma senza risultato. Salire qui era l’unico modo per ottenere un po’ di visibilità per fare cassa di risonanza alle nostre rivendicazioni. Ma anche questa forma di lotta estrema si sta usurando. Quante torri come questa sono cresciute, qua e là in tutta Italia, in questo lungo inverno sociale? L’unico modo per finire sulle pagine dei giornali, nei notiziari televisivi ma poi non è nemmeno vero che finisca così perché fra i tanti funghi cresciuti sono sempre gli altri a scegliere. Tanti funghi non fanno una primavera e nemmeno una notizia.
    Come stiamo in salute? Finora reggiamo, abbiamo un medico di fiducia che ci viene a visitare e perfino una psicologa. Ma non creda che sia tutto così semplice, è dura e nella testa ci vengono certi brutti pensieri.
    Come trascorriamo le giornate? Beh, c’è molto da fare. Parlare con i giornalisti come sto facendo adesso con lei. Tirare su le vettovaglie. Eseguire le corvèe. Fare qualche esercizio ginnico. Qualche volta giochiamo a carte, ma solo se siamo all’ultima spiaggia. Leggere.
    Cosa leggiamo? Sergio legge dei romanzi gialli e ama l’enigmistica. Alfredo amava i fumetti, una vera esaltazione, ma ora si è affinato: Per impulso della sua ragazza che è una disegnatrice si è appassionato ai romanzi grafici o fumetti d’autore. Sono molto belli, sa? Piacciono anche a me.
    Io invece mi sono preso il tempo necessario per leggere i classici, quelli veri. L’Odissea e I promessi sposi. Del Manzoni conoscevo già delle sue poesie e La storia della Colonna infame. Il suo romanzo me l’avevano fatto odiare alle industriali. Non l’avevo più ripreso in mano ma devo dire che a parte il suo messaggio cattolico e romantico è un gran bel libro. Ora ho capito cosa voleva dire con “aver sciacquato i panni in Arno”, lui ha aggiornato la lingua italiana passando dalla lingua rococò del Settecento alla lingua che tuttora adoperiamo.
    Di Omero cosa debbo dire? Quanti migliaia di anni sono che lo stiamo  leggendo e non ci stanca mai? E poi, la nostra lotta, non è in fondo una piccola Odissea?

  • 15 maggio 2013 alle ore 10:27
    Poveri di cuore...

    Come comincia: Ho imparato nella mia vita ad avere sempre umiltà in tutto, non cedere mai in nessun compromesso, e perseverò sempre su questo, ma c'è gente che si attribusice meritocrazie, perchè ha più potenziale, perchè ricchi ma non di valori e ne di pensieri, ma ricchi di marciume, poveri di cuore, poveri di espressione e calore dell'anima. Io sarò povera di marciume e ringrazio Dio di questo e povera di grana in tasca, ma ho delle ricchezze che non si possono ne vendere e ne comprare: sono ricca di umiltà, di calore, colore ed espressione della mia anima...

  • 14 maggio 2013 alle ore 2:55
    Musashi il ronin

    Come comincia: Era una tiepida mattinata nel villaggio a poca distanza da Edo si viveva in tranquillità, dove la cosa più eccitante era il rovesciamento di una tazza da tè per errore.
    Un giovane ronin, dal passo fiero e altero arrivò a disturbare quella quiete e affisse al centro della piazza un enorme pergamena. Tra i tanti presenti scattò subito una frenetica curiosità. Non se ne vedevano di tipi come quello se non in occasione di qualche guerra o vendetta.
    Nel cartello era incisa una sfida "Io giovane Musashi, sfido i tre migliori combattenti di questa regione, per l'onore delle spade, per seguire il destino della Via. Per compiere questa grande impresa vi aspetto all'alba al colle con l'albero solitario. Ci saremo solo noi sfidanti, nessun testimone e il più forte tornerà da solo con le teste dei perdenti". 
    I contadini cominciarono a far passare la notizia di bocca in bocca, i pescatori mollarono le reti ed avvisarono i commercianti. La sfida giunse alle orecchie dello Shogun di Edo in persona, a quelle del capitano della sua guardia reale e al temuto samurai della cittadina incaricato di far rispettare le leggi. Lo shogun per la sfrontatezza del giovane ronin per aver messo in dubbio la sua divina forza decise di partecipare in segreto. La guardia reale, per non perdere il rispetto delle truppe decise di parteciparvi, sapendo che ne sarebbe uscito vincitore. Il samurai annoiato dalla vita del villaggio bramava del sangue e si credeva certo della sua vittoria.
    Ci fu un gran preparare nel restante della giornata, vennero lustrati i cavalli, sistemate le armature e le spade e si fecero preghiere propiziatorie per la vittoria.
    Intanto il giovane ronin si sistemò in una locanda dove cominciò a bere fino a notte tarda.
    Prima dell'alba un servo del locale si avvicinò al ronin per ricordargli la sfida. Musashi invece di preparasi chiese del tè. Pretese che venisse fatta tutta la cerimonia, molto lentamente e senza lasciar perdere nessun dettaglio. Finì che ormai era mattino. Allora il servo del locale lo avvisò che i tre sfidanti che avevano accettato la sua proposta erano già da tempo sul colle. Musashi incurante di ciò, chiese del riso che fosse cotto nel modo che voleva lui. Il cuoco della locanda provo quattro tipi di cottura diversi prima di riuscire ad accontentarlo. Nuovamente il servo tornò per ricordargli della sfida, ormai a mezzogiorno, i contendenti erano nervosi e alzavano la voce l'un l'altro. Ma questo non disturbò minimamente Musashi che nel frattempo volle ascoltare dei musicanti, chiedendo addirittura la stessa canzone tre volte. Era sera e nessuno osava pensare a quello che attendeva Musashi al colle, dove l'aspettavano gli sfidanti, ormai inferociti.
    Musashi in tutta tranquillità invece chiese del ramen e visto che era in serata, decise di accompagnarsi ad una donna, per poi sfinirsi col sakè. Ormai notte fonda il servo aveva rinunciato ad avvisare il giovane ronin.
    All'alba seguente, all'oscuro di tutti, Musashi era già in piedi. Si avvicinava ancora barcollante alla collina dell'incontro e ai suoi occhi si prospettò una scena indicibile. Il samurai del villaggio era morto finito dai colpi di lancia. Il capitano delle guardie era mutilato di una gamba e morto quindi dissanguato. L'unico ancora in vita, malconcio, era lo Shogun.
    Aveva la katana spezzata e perdeva molto sangue. Musashi a debita distanza estrasse la sua arma. Lo shogun allora sputò per terra sangue e urlò contro Musashi "Vigliacco! Ti abbiamo aspettato all'alba e non sei venuto, allora siamo rimasti qua tutto il tempo! Più aspettavamo il tuo arrivo e più ci vantavamo di essere i più forti! Dalle parole siamo passati alle offese e dalle offese alle armi. Io stesso ho ucciso il capitano delle mie guardie, quell'insolente non mi aveva neppure riconosciuto e non mi credeva lo Shogun. Esso prima di duellare con me aveva eliminato il samurai che ormai era solo una vecchia tigre! Ora tu arrivi ubriaco e addirittura il giorno dopo!" Ma Musashi rispose tranquillamente "E' vero ho detto all'alba. Ma non l'alba di ieri, ma quella di oggi!" e rapidamente si avvicinò allo Shogun e lo finì.
    Musashi torno al villaggio con tre teste e venne dichiarato il più forte guerriero.

  • 13 maggio 2013 alle ore 15:36
    Urban Peace

    Come comincia: M'incammino sulla strada , non ho fretta .
    Arrivo dove devo e la folla investe . Il vento si ferma e allora capisco . 
    Lascio la libertà ai passanti di sfiorarmi , lascio che guardino . Anch'io guardo con serafico distacco . Nessuna resistenza , né taciuti rimproveri .
    Il rumore delle macchine , la preoccupazione dipinta sui volti di quelli che incontro , i sorrisi . Il tempo non esiste , credo che gli alberi si sentano esattamente così : al loro posto , fermi nella giustizia dell'attimo presente .
    Il suono di bracciali delle donne avanti a me , come spose di Bali e il libro che stringo con una mano . Per un improvviso cambio di prospettiva ontologica , è il libro che legge me . Ogni parola , virgola , ritmo fanno da specchio . E la goccia del fiume fluisce così come deve essere .
    Ed è quindi una credenza autentica , superiore  quella della resa . Di riporre le armi , senza più toccarle .
    E' la bellezza di arrendersi ad una realtà denudata e leggera . Non resisto e non mi oppongo . Come esser seduti su un palloncino rosso che vibra dalle nuvole . 

  • 13 maggio 2013 alle ore 10:50
    Il maestro racconta, storia d'altri tempi

    Come comincia: "Ne ho trovato un altro, guarda mamma!" Il ragazzino era felice. Quella mattina presto era la sua prima uscita dal villaggio e si stava rivelando un successo. La madre si avvicinò a lui e con fare amorevole accarezzò il volto del figlio.
    "Bravo Raghandi. Se continui così tuo padre sarà fiero di te" In realtà in quel periodo era semplicissimo trovare quel tipo di frutti, ma la donna non voleva smorzare l'entusiasmo del bambino. A sei anni era pronto per diventare un raccoglitore. "Adesso è tardi, dobbiamo tornare al villaggio. Tuo padre e gli altri uomini saranno rientrati dalla pesca" il bambino non protestò e a passo veloce si avviarono sul sentiero che conduceva al villaggio, ma il fumo alto nel cielo e l'odore diverso dal solito, allarmarono la donna.
    "Raghandi, resta nascosto nel bosco. Vado avanti io" Il bambino si nascose, era abituato all'obbedienza. Il tempo passava, il sole si era alzato in cielo e adesso stava scendendo dietro gli alberi. La mamma non tornava e lui cominciava ad avere fame, tanta fame. In pochi attimi fu buio e il bimbo venne assalito dalla paura. Senza pensarci due volte, prese a correre verso casa.
    Trovò il villaggio che era un cumulo di macerie fumanti. Raghandi tese le orecchie ma non udì nessun rumore strano, solo lo sciabordio delle onde e lo scricchiolare del legno bruciato. I suoi occhi si erano abituati al chiarore della luna e adesso vedeva distintamente dei corpi appesi a dei pali sulla spiaggia.Si avvicinò per controllare meglio. Erano tutti mutilati in modo orrendo e puzzavano di carne bruciata; lui osservò con attenzione, per nulla intimorito da quello scempio. Tra i vari cadaveri riconobbe alcuni anziani e alcune donne, ma ne i suoi genitori ne i suoi fratelli erano tra le vittime. Aveva sentito parlare i grandi di brutti racconti che adesso erano davanti ai suoi occhi. Dal grande mare arrivavano delle barche gigantesche con a bordo persone cattive: bruciavano tutto e caricavano la gente su quelle barche come facevano i pescatori del suo villaggio con i pesci; nessuno faceva ritorno. La mamma gli aveva detto che il loro era un piccolo villaggio e nessun uomo cattivo sarebbe venuto a prenderli. "Forse la mamma si è sbagliata" fu il suo pensiero.
    Frugando tra le macerie trovò una cesta ancora integra con all'interno del pesce secco. Ne mangiò tanto da scoppiare, nessuno lo avrebbe sgridato. Adesso aveva sete e si incamminò verso il bosco, sapeva dove trovare l'acqua. Stava bevendo con gusto quando alle sue spalle sentì un rumore di passi, si diresse verso quel rumore con la speranza di incontrare qualcuno del suo villaggio.
    "E questo cos'è?" Ringhiò l'uomo verso il suo compagno.
    "E' un bambino, idiota" rispose l'altro.
    "Ammazziamolo"
    "No. Lo portiamo sulla nave, con gli altri." Il bambino era terrorizzato. Le due persone stavano parlando in una lingua incomprensibile. Avevano la pelle chiara, erano pelosi e puzzavano in modo orribile, dovevano essere gli uomini cattivi dei racconti. Lui non voleva andare su una grande barca e cercò di fuggire, ma fu tutto inutile, un colpo in testa e cadde svenuto.
    Tremava dal freddo e dalla paura. Non vedeva nulla, ma sentiva lamenti di vario tipo intorno a sé, la puzza di marcio ed escrementi era nauseabonda e preso dal terrore cominciò a piangere, in silenzio; si addormentò singhiozzando. Fu svegliato da urla feroci, il buio era meno intenso, filtrava della luce dalle fessure delle assi della stanza.
    "Hai paura?" Un uomo grande e grosso era sdraiato vicino a lui. Non parlava la lingua del suo villaggio, ma riusciva a capirlo e ancora tremante fece cenno di si con la testa. "Anche io, vedremo di sopravvivere, sarà un lungo viaggio."
    Infatti il viaggio durò parecchi giorni. Raghandi aveva stretto amicizia con quel gigante che lo proteggeva e lo aiutava in tutti i modi. "Hanno ucciso tutta la mia famiglia" gli raccontò un giorno "avevo un figlio piccolo come te, se vuoi posso essere il tuo nuovo papà" E così fu; Dwaigo divenne il suo nuovo papà. Durante la traversata del grande mare morirono parecchi compagni di viaggio, chi per gli stenti o chi ucciso brutalmente dai carcerieri.
    Quel giorno maledetto meno della metà dei prigionieri sbarcò sulla spiaggia, accolti da uomini armati che erano venuti a prelevarli per portarli nei campi di smistamento. Durante il viaggio Raghandi aveva appreso perecchie cose da Dwaigo, quelle persone li avrebbero venduti come schiavi nei mercati delle città.
    Il campo di smistamento consisteva in un recinto di legno su uno spiazzo di terra battuta. Lui, insieme ad altri bambini, venne diviso dal resto dei prigionieri e caricato su un carro coperto. Salutò Dwaigo con uno sguardo e l'uomo ricambiò con un sorriso; non si sarebbero più rivisti.
    Tutti i bambini urlavano e piangevano, ma lui no, Dwaigo lo aveva preparato. "Sarai preso con gli altri bambini e portato in un posto speciale, se sarai forte e resistente potrai sperare di cavartela." Lui era forte, avrebbe resistito e poi sarebbe scappato.
    Il destino decise diversamente; fu inserito in una comunità gestita da schiave nere che dovevano insegnare loro a vivere con i bianchi, in tal modo avrebbero potuto servire nelle tenute dei signorotti locali. I bambini credevano di essere fortunati perchè cosi evitavano il massacrante lavoro nei campi, in realtà il loro destino sarebbe stato peggiore di quello dei braccianti, soprattutto quello dellle bambine.
    Raghandi aveva delle doti particolari e la sua educatrice prese in considerazione l'idea di farne un vero servo da casa, non un semplice schiavo. Il tempo diede ragione alla donna, a quattordici anni Raghandi era un ragazzo forte ed istruito. Aveva già maturato delle esperienze in alcune case dei bianchi benestanti e adesso era pronto al passo finale; entrare ufficialmente al servizio di una famiglia di ricchi possidenti.
    "Signora, sarò all'altezza della situazione?" Grazie a lei aveva imparato anche la lingua dei bianchi.
    "Certo Raghandi, devi fare ciò che ti ho insegnato. Ricordati che sei uno schiavo e non devi mai, dico mai, controbattere un ordine dei tuoi padroni. Comportati bene e vivrai a lungo al riparo e con la pancia piena"
    "Non tornerò più al mio villaggio?"
    "Ragazzo, ti ho già spiegato come vanno le cose, nessuno di noi tornerà più indietro e moriremo tutti qui, da schiavi. Tu hai l'opportunità di vivere in maniera dignitosa, non sprecarla e ricordati di parlare la lingua dei bianchi in loro presenza, altrimenti penseranno male e saranno guai"
    Il ragazzo annuì, come sempre; ma non voleva credere che sarebbe morto lì, lontano dalla sua terra.
    La signora era riuscita a farlo entrare al servizio di una potente famiglia locale ma i primi tempi furono orribili. Non lavorava nei campi ma veniva trattato da schiavo ed umiliato tutti i giorni. Il padrone era un uomo duro che manteneva l'ordine e la disciplina a furia di frustate. Chi si ribellava veniva giustiziato senza pietà e i morti venivano rimpiazzati da nuovi schiavi. I tre figli erano peggio del padre e mantenevano uno stato di terrore in tutta la piantagione. Per tre anni subì angherie di tutti i tipi e più di una volta pensò di farla finita. Poi gli venivano in mente le parole della sua educatrice: "Ricorda che avrai sempre qualcosa da mangiare e potrai dormire al coperto. Se ti comporti bene avrai anche dei momenti di riposo, quindi sopporta e fai silenzio, sempre." E così faceva, anche se era difficile.
    Quella sera sentì delle urla atroci, urla di donna e contro ogni logica del buon senso uscì dal suo tugurio e si diresse verso la fonte di quelle grida che provenivano dal fienile ai margini delle stalle. Sapeva di rischiare la pelle, ma quelle urla lo avevano traumatizzato. Si affacciò da una porta laterale, facendo attenzione a non farsi scorgere e restò paralizzato dal terrore.
    I tre figli del padrone stavano seviziando in modo inumano una giovane donna di colore che poteva avere si e no dodici, tredici anni. Abusarono di lei in maniera indescrivibile, torturandola ed umiliandola in modo selvaggio e poi presero a picchiarla tanto violentemente che lei cessò di urlare. A quel punto uno dei fratelli fece cenno di fermarsi, la ragazza giaceva immobile. Adesso tutti e tre si erano calmati e stavano osservando quel corpo martoriato e udì chiara la voce del più vecchio dei tre "E' morta. Maledetta baldracca, è morta senza farci divertire fino in fondo" "Cosa ne facciamo del corpo?" Domandò uno dei fratelli "Buttatelo in mezzo al cortile, sarà di monito per tutti gli altri. Adesso andiamo a riposare, domani ci attende un'altra dura giornata"
    Raghandi era ancora immobile. Non aveva fatto nulla per evitare quel massacro e se anche avesse voluto sarebbe morto. Tornò al suo dormitorio con quella certezza, non avrebbe potuto far niente e si maledisse per essere uscito ad andare a controllare.
    Passò un altro anno. La scena di quella sera era indelebile nel suo cervello e aveva imparato ad assecondare i suoi padroni tanto bene che alcune volte si rivolgevano a lui senza insultarlo o malmenarlo.
    Poi avvenne il fatto che avrebbe cambiato la sua vita. Da alcuni giorni si era accorto che i padroni erano più eccitati del solito e facendo leva sulla sua posizione riuscì a raccogliere alcune notizie tra gli altri schiavi: Stavano per arrivare la moglie e la figlia del padrone e la fidanzata del fratello maggiore. La casa doveva essere preparata in modo impeccabile per l'evento e pur di evitare la frusta lavorarono tutti senza tregua, riuscendo a far apparire quella fattoria al pari di una reggia. Il padrone era soddisfatto e come premio decise di dare qualche chilo di pane fresco agli schiavi.
    "Non lo meritano papà, sono degli schiavi." Grugnì uno dei figli.
    "Certo, ma almeno domani quando arriveranno le nostre donne non voglio che abbiano l'impressione di essere capitate all'inferno. Poi, appena saranno chiare le cose, torneremo ai nostri metodi"
    "Sei un bastardo papà"
    "Lo so, grazie del complimento"
    Il carro con a bordo le tre donne arrivò di prima mattina. Per l'occasione si erano mossi i due figli minori accompagnati da un paio di uomini di fiducia, il padre e il fratello maggiore erano restati a casa per accoglire le nuove arrivate.
    Raghandi aveva il compito di scaricare i bagagli e quindi era in prima fila, così avrebbe visto da vicino la sorella dei suoi padroni che si diceva fosse bellissima.
    Estasi, ecco cosa provò. La ragazza non era bellissima, era stupenda. Gli anni passati in mezzo ai bianchi gli facevano apprezzare degli aspetti incomprensibili per la sua gente. Aveva la pelle chiara, di chi non si è mai esposto al sole, i lunghi capelli ramati e leggermente ondeggianti riflettevano sul candore del suo viso. Era magra ma già sviluppata e i suoi diciassette anni risplendevano al sole dei Caraibi in tutta la loro bellezza. Raghandi sentiva il cuore pulsare e le gambe cominciarono a tremargli.
    "Ehi tu, scarto di animale, scarica i bagagli, svelto!" Uno dei fratelli stava inveendo verso di lui, ma diversamente dal solito non fu amareggiato da quelle parole. Si affrettò ad eseguire l'ordine con la speranza di potersi avvicinare ulteriormente alla ragazza. L'altro fratello notò il suo atteggiamento e rapido come il fulmine lo colpì sulla schiena con un bastone. Raghandi accusò il colpo e barcollante cadde in ginocchio. Era grande e robusto, ma il lavoro massacrante e la cattiva alimentazione troncavano anche i più forti. Per la prima volta nella sua vita ebbe l'istinto di reagire in modo violento, ma ciò avrebbe significato non poter più vedere quella splendida creatura. "Perdono padrone, perdono" Ristabilito l'ordine il padrone ordinò di darsi una mossa. Servi e schiavi esaurirono i loro compiti ed immediatamente tornarono alle loro mansioni.
    A pranzo la famiglia dei padroni era riunita nella sala grande. Per l'occasione tutti i maschi avevano sospeso le loro attività e in onore delle ospiti indossavano gli abiti da cerimonia. Le donne stavano raccontando il loro viaggio, senza però riuscire ad attirare l'attenzione dei propri uomini, fino a che la figlia chiese a bruciapelo:
    "Fernando, perchè hai bastonato quel servo?" La domanda fece ammutolire tutti i presenti. La madre stava per intervenire quando suo marito la bloccò. "Su Fernando, spiega a tua sorella perchè" Incoraggiato dal padre il ragazzo non perse l'occasione per infierire.
    "Perchè quello scarafaggio ti stava guardando. Lui è uno sporco negro schiavo e non deve permettersi di guardarti, chiaro?" La ragazza non si fece impressionare dal tono del fratello. Lei, che aveva studiato con dei grandi maestri, aveva una visione del mondo molto più aperta degli altri.
    "Era a pochi passi da me, per non vedermi avrebbe dovuto essere cieco o bendato e visto che doveva scaricare le nostre cose doveva ben vederci" Il fratello la prese male.
    "Isabella sei la solita. Qui non sei a casa dove tutti ti adorano e rispettano, qui sei nelle piantagioni, in mezzo ai selvaggi pronti a sbranarti al primo segno di debolezza"
    "Ora basta! Siamo qui per mangiare e goderci alcuni momenti di riposo. Non voglio che le vostre stupide liti mi rovinino la digestione" Il padrone aveva un debole per la figlia e lei lo sapeva, quindi restò al suo posto in silenzio; avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento.
    Nei mesi successivi Isabella ebbe modo di capire la situazione infernale in cui erano tenuti gli schiavi. Le bestie nelle stalle erano trattate meglio, solo alcuni dei servi addetti alla casa erano trattati leggermente meglio, Raghandi era uno di loro. Forte della copertura paterna, la ragazza si prendeva delle libertà altrimenti impensabili e con il tempo riuscì a conquistare la fiducia del ragazzo che era chiaramente cotto di lei. All'inizio cominciò a studiarlo quasi come fosse un animale raro: uno dei suoi insegnanti, che più volte aveva rischiato la forca, le aveva insegnato ad apprezzare tutto ciò da cui siamo circondati, indistintamente dalla specie o dalla razza, persino le cose inanimate andavano rispettate; nelle sue vene scorreva l'antico sangue dei druidi Celti. Con il passare del tempo imparò ad apprezzare le doti di quel ragazzo e in un certo senso cominciò a provare per lui una sorta di simpatia, ma la cosa doveva restare tra loro due.
    Era certa che se i suoi fratelli avessero capito cosa andava facendo con quello schiavo, lo avrebbero ucciso.
    Un pomeriggio i due ragazzi erano al limitare della fattoria e la passione li travolse. Stavano godendo la loro gioventù quando delle urla disgustate sconvolsero i loro timpani: erano Gamedo e Baraban, i fratelli di isabella. I due presero a forza Raghandi, spingendolo a terra. Gamedo, il maggiore, si rivolse alla sorella: "lurida sgualdrina, pagherai per questo" e poi verso il servo "E tu, schiavo, soffrirai le pene del'inferno!"
    L'indomani Raghandi si svegliò legato ad un palo,il padrone e tutta la famiglia erano riuniti sotto il porticato della casa. Alcuni schiavi erano presenti, dovevano assistere all'avvenimento per riferire agli altri cosa succedeva a chi osava toccare un membro della famiglia. Gamedo e i suoi fratelli si avvicinarono al prigioniero e Fernando lo colpì violentemente all'addome "Prendi questo, lurida bestia" Baraban estrasse un coltello e cominciò a pungolare una gamba di Raghandi. Il ragazzo sopportava stoicamente il dolore, sapeva che il suo destino era segnato, ma non voleva dare la soddisfazione a quei macellai di implorare pietà. Baraban ritrasse il coltello e con un colpo secco gli mozzò un orecchio. "Basta Baraban, non voglio che muoia così presto. Perchè tu morirai, lo sai? Mi senti dall'orecchio sano?" Gamedo stava fissando lo schiavo con odio viscerale. "Si, mi hai sentito: adesso voglio sentire te" Fernando prese una torcia appositamente accesa e la avvicinò al volto dello schiavo. "Lo senti, lo senti il fuoco che brucia? Questo è niente in confronto al fuoco dell'inferno dove ti sto per spedire!" Senza mai toccarlo con le fiamme, Fernando riuscì ad ustionare gran parte del corpo di Raghandi che continuò a restar muto. Il calore aveva reso la sua faccia simile ad una maschera. Gamedo guardò Baraban e gli ordinò di finire l'opera, il fratello prese una grossa tenaglia e stava per castrare il disgraziato quando Gamedo urlò "Fermo! Aspetta un momento" si girò verso la sorella "Questo e l'animale con cui ti stavi trastullando, forse stiamo sbagliando noi, forse provi qualcosa per questo escremento sputato dalla terra, forse potresti salvargli la vita. Dipende da te sorellina, vuoi salva la sua vita, o vuoi che muoia come è giusto che sia visto la violenza che ti a arrecato? Parla Isabella, vita o morte?"
    La ragazza era con le spalle al muro, Gamedo l'aveva incastrata, avrebbe ucciso comunque Raghandi ma voleva che fosse lei a decretarne la morte pubblicamente, oppure, chiedendo salva la vita, lei avrebbe ammesso la sua colpa e sarebbe stata punita severamente.  Restò in silenzio a lungo, le lacrime che scendevano copiose sulle sue guance pallide, combattuta da mille contrasti e paure. Stava per parlare quando il padre intervenì a sbloccare la situazione
    "Fatela finita ragazzi. Le nostre donne hanno lo stomaco debole"
    Gamedo ghignò satanicamente, e disse "Baraban!"
    Lasciarono Raghandi morente sullo spiazzo, nessuno doveva avvicinarsi a lui, pena la morte. Il ragazzo sentiva avvicinarsi la nera mietitrice. Gli apparve sua madre, che gli ricordò quanto fossero crudeli quelle persone bianche e risentì i racconti attorno ai fuochi, gli uomini bianchi erano peggio delle bestie feroci. Rammnetò gli ammonimenti di Dwaigo che aveva descritto cose orribili avvisandolo di stare alla larga da quei mostri e rimbombarono nella sua testa gli avvertimenti della sua educatrice "piega sempre la testa e non osare avvicinarti a loro" Eppure, nonostante tutte quelle persone a lui care lo avesserò avvertito della malvagita dei bianchi, lui stava per morire con impresso nella mente lo sguardo di Isabella, bianca come il latte e tutt'altro che essere mostruoso.
    Amava quella ragazza, intensamente. Infine il gelido soffio della morte lo prese con sé.
    "E poi maestro?"
    "E poi basta, finisce qua"
    "Ma cosa centra con le altre storie?"
    "Assolutamente nulla. Oppure si?"
    "Ma allora cosa vuol dire? E Isabella non amava Raghandi?"
    "Troppe domande. Vi basti sapere che la ragazza, con la morte nel cuore, ha indugiato fino all'ultimo perchè un'ombra nella notte le aveva detto di non preoccuparsi di ciò che sarebbe successo, di fidarsi di lui che tutto si sarebbe risolto, infatti la sua storia non è finita qui"
    "Resta il fatto che non centra nulla con le altre storie"
    "Esatto. Ma il mio scopo era quello di scuotervi dal torpore: missione compiuta!"
    "E adesso?
    "Adesso facciamo merenda e poi vado a riposarmi"