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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 agosto 2013 alle ore 7:30
    Dottore, mi faccia tornare in carcere.

    Come comincia:   Una strana richiesta, quella di Severina, stamane. Quell’ appunto di visita a domicilio, lasciato lì, con quell’ apatia, che ti prende d’agosto, soprattutto se sei ultra settantenne e in pensione. Ma continuare a fare il medico, ti dà la vita, che ti resta. Un nero cortile, scale del seicento, in frantumi. Severina mi apre in tuta. Cinquant’anni, un fascio di nervi e muscoli tesi su per il collo. Un viso chiaro, occhi azzurri, capelli biondi, non curati. Don Mario, il padre, noto boss della zona, mi saluta dalla camera da letto. E’ in mutande e, con la mano destra, si trascina il carrello della la bombola di ossigeno. Insufficienza respiratoria grave. Lavora ancora, comanda. Cellulare e guaglioni sono i suoi ingranaggi, nella macchina invisibile. Severina mi fa accomodare in salotto: velluti, ori e argenti, puttini, candelabri, tutto di pessimo gusto, ma coerente. Due anni a Poggioreale, poi due, commutati in arresto a domicilio.  – “Ho finito da sei mesi, sono libera. Ma non riesco più a uscire. Se metto un piede fuori dal portone, vado in panico e torno nella mia camera. Due anni di arresti domiciliari, mi hanno distrutta. Una solitudine spaventosa. Pensi che, dopo pochi mesi, feci richiesta di tornare in carcere. Lì si sta meglio. Ci sono le amiche, si parla, si scherza, si giuoca, si ama, se si vuole. Qui, in questa casa, è una prigione, sconosciuta agli altri. Ho perso il gusto del truccarmi, del scegliere un vestito. La tuta, per quattro anni, ti pialla il corpo e l’anima. Le amiche del quartiere sono sparite. Resto più di un’ora, a parlare con Severina. Ora me lo posso permettere. Ho altri tempi, non quelli del medico mutualista. Cerco di spiegarle che avrebbe bisogno di un supporto umano, psico-sociale, che la possa aiutare a rintegrarsi nel quotidiano. La invito a raggiungermi, nei prossimi giorni, in ambulatorio. Uno spunto per farla uscire. Non amo le medicine, ma una piccola spinta, a vedere più luce, sarei in grado di dargliela. Poche gocce. Severina mi sorride. Ha un movimento delicato nel socchiudere entrambe le palpebre, un colpo di ali di farfalla.  –“Voglio tornare in carcere, dottore. Lì starei bene. Faccia qualcosa.” -_

  • 17 agosto 2013 alle ore 23:05
    Chi si ricorda di me!?

    Come comincia: Come tutti (o quasi) sanno, la mia inseparabile fata madrina era solita dire che, quando avrei smesso di dire tante balle, lei mi trasformerebbe finalmente in un "umano", che era proprio ciò che avevo sempre bramato. Un bel giorno, per insistenza di quel grillo parlante senza nome che nonostante mi rompesse le scatole con troppi consigli e avvertimenti, vedeva davvero lontano e più lucidamente di me, ho preso la "saggia" decisione di cambiare idea e, dunque, di non essere più in grado di continuare ad essere il più famoso "bugiardino" delle favole di Disney, così conosciuto e subito diventato celebre in tutto il mondo anche per il suo naso che lo distingueva da tutti, un beccuccio telescopico che si allungava di qualche centimetro ad ogni sua fandonia.

    In fin dei conti questa mia forma di vita umanoide non è del tutto male, evito di dire bugie e quindi ho un bel naso, ma ammetto che mi sono rimasto un po' deluso e vi dico perché: peccato che non sapevo cosa vuol dire essere un "umano", altrimenti avrei chiesto alla mia incantevole (ma un po' stupidina) fatina magica di trasformarmi invece in un cucciolo di  cane.

  • 15 agosto 2013 alle ore 15:55
    Ci vuole un aiutino...

    Come comincia: Alessandro, insonnolito, si girò nel letto dalla parte di Carlotta, la cercò con la mano incontrando cuscino e lenzuola, della beneamata nessuna traccia. Malvolentieri aprì gli occhi: andarla a cercare o riprendere sonno? Scelse la prima ipotesi.Nel mese di luglio avevano coronato il sogno di possedere una casetta a mare, a Torre Faro di Messina, niente di grandioso, servizi essenziali distante cinquanta metri dalla battigia a cui accedere dopo un percorso sulla sabbia. Molto probabilmente la consorte si era recata in spiaggia a rimirare il paesaggio notturno, per lei una novità. Da lontano Alessandro scorse qualcosa di bianco, da vicino una dama accoccolata sulla sabbia con indosso un lenzuolo per ripararsi dalla umidità notturna, era proprio lei che si girò riconoscendolo al chiarore lunare, gli fece cenno di sedersi vicino, nessuno dei due aveva voglia di di rompere quiell'atmosfera magica. Dopo un pò di tempo, di comune accordo, rintrarono in 'villa' e tornarono in braccia a Morfeo. Di come erano entrati in possesso di quell'abitazione ancora non se ne rendevano bene conto.  Una vecchia zia, sorella del di lui padre, a novantatrè anni era passata a miglior vita lasciando ai nipoti la proprietà di una villa il cui ricavato della vendita aveva portato i due coniugi di realizzare il sogno della vita, una casa al mare! Dopo i primi giorni di entusiastica novità, la loro vita aveva ripreso un ritmo mormale: ambedue in ferie dai rispettivi lavori al Genio Civile lei e alla Camera di Commercio lui, avevano deciso che la vacanza doveva essere totale: arrangiarsi a colazione ed a pranzo, la sera cenare in un vicino stabilimento balneare dove erano ospitati dei villeggianti a pensione completa. L'incontro fra i due coniugi era avvenuto per caso: ambedue ospiti di amici soci del Circolo Militare di Presidio, dopo una presentazione ufficiale (piacere Alessandro Ferro, lieta Carlotta Mangano) non avevano legato subito anzi Carlotta aveva preso a ballare con uno spilungone figlio di un'amica di sua madre Mara ed a cui, il tale, per ragioni imponderabili, era simpatico tanto da vedere di buon occhio un loro fidanzamento; Alessandro, che di ballo ne mangiava poco, aveva preso a conversare al bar con due signore, risultate poi separate dai rispettivi mariti ed a cui il giovane non dispiceva affatto. Carlotta si era presentata al bar chiedendo un gin fizz per lei ed un latte di mandorle per la genitrice solo che una parte di quella bibita era finita sui pantaloni del buon Alessandro il quale, facendo buon viso a cattivo gioco, minimizzò il fatto chiedendole di ballare con la premessa, per quanto riguardava la danza, di aver parenti al circolo polare fra gli orsi. Alla ripresa della musica, dopo pochi giri di valzer, Alessandro alzò bandiera bianca e chiese alla divertita Carlotta di sedersi ad un tavolo a conversare. Solite confidenze, nessun legame sentimentale da parte di ambedue, richiesta da parte di Alessandro di un servizio fotografico a Carlotta specificando la sua passione per la fotografia. Quell'incontro era avvenuto cinque anni prima e, anche se dapprima non era stato ben visto da parte di mamma Mara perchè il matrimonio doveva essere celebrato al Comune in quanto Alessandro era ateo. Non si potè dire che la suocera di Alessandro in quell'occasione non fosse stata generosa in quanto 'sganciò' ai novelli sposi ben centomila Euro che, aggiunti al mutuo casa ed ai loro risparmi, aveva permesso loro di acquistare una bella abitazione di centoventi metri quadrati in viale dei Tigli, al penultimo piano di un edificio panoramico. Dopo cinque anni, senza pargoli per volere di entrambi, era giunta l'inaspettata eredità che aveva portato ai coniungi Ferro a diventare possessori di una casa al mare. A questo punto la vita di entrambi cambiò radicalmente per avvenimenti che nessuno dei due aveva previsto. Presso la stabilimento balneare alloggiava in via continuativa un signore di circa cinquanta anni, piuttosto serio, occhiali cerciati d'oro, corporatura media, cappello Borsalino di paglia che di solito soggiornava sulla spiaggia del lido a leggere il giornale o all'interno del lido stesso dinanzi alla tv, un solitario. La loro conoscenza avvenne per un fatto non insolito per Carlotta, passando dinanzi al tal signore con una tazzina di caffè in mano, perse l'equilibrio rovesciando parte del contenuto sul pantaloni del gentiluomo (fatto analogo avvenuto anni addietro al Circolo Ufficili, allora era un vizio!). L'interessato minimizzò l'accaduto adducendo, fra l'altro, di essere titolare, a Biella, di una fabbrica tessile e quindi, per i vestiti di non aver alcun problema. La sera Carlotta e Alessandro si trovarono a cenare vicini di tavolo con quel malcapitato dei pantaloni macchiati di caffè, Carlotta, more solito, prese l'iniziativa nel proporre di desinare allo stesso tavolo, il cotale, dopo una certa esitazione, accettò: "Grazie dell'invito ma non penso di essere una buona compagnia, gli ultimi avvenimenti della mia vita sono stati disastrosi, preferisco non parlarne ma, se il signore lo permette (penso suo marito), vorrei fare i complimenti alla consorte; penso di potermelo permettere data la notevole differenza di età. Lei è il tipo di donna che ho sempre ammirato, ha lo stile della ballerina classica, gambe muscolose, sedere carnoso, busto sottile e, particolare da me preferito, capelli rossi ed efelidi al viso, spero di non essere stato troppo invadente. Sono Gustavo Arena, Guy per gli amici, risiedo a Biella dove sono titolare di una fabbrica di vestiti; mio nonno, sarto di professione,era originario di Torre Faro. È emigrato al nord, ha aperto a Biella una piccola bottega artigianale di sartoria che pian piano ha ingrandito; è subentrato mio padre ed infine io che dò lavoro a circa settanta operai ecco perchè le dicevo che per me un vestito non era un problema." "Alessandro Ferro, Ale per gli amici, Carlotta e basta." "Pensiamo ora a cenare, di solito ordino sempre pesce, se permettete, Salvatore..." "Signori vedo che avete fatto amicizia, se permettete qursta sera faccio io: pepata di cozze, assaggio di riso alla pescatora, involtini di spada, trancio di aguglia imperiale, contorni, ananas e gelato della casa." Approvato il menu all'unanimità, la serata passò con le solite chiacchiere sul tempo sempre bello in Sicilia mentre al nord impazzavano i temporali, la politica sempre più im mano a maneggioni ed a approfittatori, formula una di automobilismo a cui erano appassionati sia Ale che Guy. Carlotta: "A proposito di auto, fuori ho notato una Jaguar KKR, ho sempre avuto una predilezione per quella marca che ritengo estremamente signorile rispetto alle concorrenti, è di sua proprietà, da questa parti non se ne vedono." Con un sorriso Guy: "È  mia, se la vuol provare..." Ale: "Scusa cara ma so che la Jaguar ha le marce automatiche e non mi risulta che tu..." "Guy:"Se vuole ci penso io a insegnarle, non è difficile, sempre col permesso di suo marito." "Mio marito non pone problemi, vero caro, domattina col fresco potremo fare un giro e poi diamoci del tu, Guy è così simpatico che gli anni non contano." La mattina seguente Ale era sotto l'ombrellone di Guy, il titolare dello stesso stava dando alla sua bella lezioni sul cambio automatico, lezione piuttosto lunga dato che i due si ritirarono dopo circa tre ore. "Carlotta è diventata brava, quando vuole sono a sua disposizione." I tre presero a frequentarsi assiduamente, Carlotta era sempre spontanea e allegra, Ale non era geloso anzi, in passato, aveva sempre dileggiato tale categoria di persone che considerava insicure.Un cosa era certa: Guy e Carlotta uscivano sempre più spesso con la Jaguar, ormai le lezioni dovevano essere finite! Un giorno accadde un fatto inatteso, di Guy si erano perse le tracce ed il titolare del lido aveva assicurato che i bagagli del signor Arena erano nella sua stanza e che lo stesso aveva pagato per tutto il mese. Carlotta aveva perso il sorriso, anche lei diceva di non sapersi spiegare tale sparizione ma, dopo due giorni, si mise a piangere e si rifugiò fra le braccia di Alessandro e venne fuori la verità. Una mattina, durante una sosta in un autogrill fra Messina e Milazzo, Guy le aveva messo una mano fra le cosce ed aveva preso a baciarla sul collo, lei, sorpresa, non aveva fatto resistenza e si erano rifugiati in un albergo di Milazzo ma... e qui il racconto di Carlotta si era fermato. Ale non insistette a saper di più, aspettò la sera sin quando Carlotta si decise a finire la storia: Guy, malgrado la' buona volontà'di Carlotta, non era riuscito ad avere un'erezione. Dopo lo smacco, Guy raccontò la sua storia ed il motivo della sua defaillance: sua moglie, ammalata di cancro, era deceduta circa un mese prima, lui aveva fatto di tutto per salvarla anche facendola ricoverare in una clinica di New York, niente da fare, il male aveva preso il sopravvento lasciando un Guy prostrato che aveva lasciato la fabbrica in mano ai nipoti e si era rifugiato nel paese dei suoi antenati per cecare un pò di serenità, Carlotta era stata riaccompagnata a Torre Faro dal mancato amante che era sparito dalla circolazione. Il silenzio era scesa fra i due coniugi, sentimenti contrastanti avevano invaso la loro mente: pietà da parte di Carlotta per una storia tragica ma da parte di Alessandro...Giorni senza colloquio fra i due coniugi, non avevano nulla da dirsi nè volevano analizzare la situazione, fuori non c'era posteggiata la solita Jaguar sin quando: "Carlotta prendiamo una decisione, una decisione qualsiasi ma dobbiamo uscire da quest'impasse, ne va del nostro equilibrio. Lo sai quanto ti amo, non hai fatto nulla per cambiare i miei sentimenti, ti propongo di andare a Milazzo in quell'albergo in cui sei stata e cercare Guy... il dopo verrà da solo." La Jaguar era posteggiata dinanzi all'hotel 'Milano' "Scusi portiere il signor Arena è in camera?" "Si la chiave 102 non è nella casella." Toc toc sulla porta della camera102. "Signore colazione." "La porta è aperta, sono sotto la doccia, lasciate la colazione sul tavolino" All'uscita dalla doccia, in accappatoio, il viso di Guy mostrava una colorazione sul bianco spinto. Ale per rompere il ghiaccio: "Scusa Guy, siamo affamati, possiamo usufruire della tua colazione, te ne ordiniamo un'altra per te." Pian piano il sangue era rifluito sul viso di Guy, venne portato in camera un vassoio con colazione doppia e, dopo mezz'ora senza inutili chiacchiere, Guy radunò la sua roba, pagato  il conto, poi tutti in macchina alla volta di Torre Faro divisi in due auto dato che i coniugi erano giunti a Milazzo a bordo della 500 di Carlotta. La sera a cena tutti insieme come se nulla fosse successo, Carlotta con la sua solita allegria aveva preso in mano la situazione ed era risucita a rompere il ghiaccio, tutto dimenticato? In apparenza si ma..."Ale e Carlotta permettetemi un petit cadeau per voi, capite il francese?" Ale: "A scuola era la mia materia preferita." "Ho parlato con la concessionaria della Jaguar a Messina, la mia auto ha bisogno di fare un tagliando e vorrei che uno di voi mi accompagnasse, forse dovrei lasciare la mia macchina per due giorni e potrebbero darmene una di cortesia, speriamo comn cambio manuale dato che Ale non sa far funzionare quello automatico."
    "Ale rinunzia alla gara e offre in dono la gentile consorte più pratica di..." "Carlotta: "Mi sacrifico, domattina andiamo a Tremesieri sede della concessionaria, buona notte." Quella notte Ale e Carlotta fecero all'amore sino allo sfinimento, che significato aveva per loro quel rapporto fisico? Solo Freud poteva dare una spiegazione. La mattina Ale al mare, lungo bagno, doccia, rentro a casa, poco dopo il ritorno della consorte più sorridente che mai. Ale: "E allora la sorpresa?" "Subiro dopo pranzo." pranzo che durò un'eternità tanta era la sua curiosità.Carlotta: "Caro maritino usciamo dal lido ma tu avrai le mie mani sui tuoi occhi." E dov'era la sopresa, la Jaguar di Guy al solito posto ma vicino... una Jaguar XK cabrio verde con la capote abbassata. Ale: "È figlia della tua auto." "No la nipote dato che è di proprietà di tua moglie." "Una nipote costosa dato che siamo sui 100 mila Euro." "La bellezza non ha prezzo, il motto non è mio ma è valido in questa circostanza." Guy era radioso, perplesso Alessandro. Dal giorno successivo Carlotta ogni mattina, prima del bagno,  andava a provare il suo gioiello, era felice, abbracciava i due maschietti di cui uno molto perplesso, quello più giovane. Una sera in camera da letto: "Carlotta, siamo sinceri, non si spendono un mucchio di soldi per niente, cosa hai dato in cambio a Guy?" "Se ti dico niente ci credi? Certo qualcosa lo meriterebbe." "E qui che ti volevo, come pensi di ricompensare il tuo anfitrione impotente?" "Col tuo aiuto." "Se pensi a qualcosa tipo trio  non credo che funzionerebbe, non per gelosia ma per motivi pratici.""Fa funzionare il cervello e vai dal tuo amico Nino il farmacista, ci  vuole un aiutino tipo 'Levitra', l'ho letto sul computer, funziona dopo mezz'ora, che ne dici?" "A te andrebbe di..." Lo considero un'opera di bene pr riportare alla normalità il povero Guy ed un ringraziamento per quel regalo." "Senti bella mia, potrei anche essere d'accordo con te, dico potrei ma come faccio ad andare da Nino a chiedere un prodotto di cui alla mia età non dovrei aver bisogno, mi prenderebbe in giro per tutta la vita, per quel medicinale ci vuole la ricetta medica, non potrei andare in un'altra farmacia." "Lo farai per l'amore dico amore di tua moglie, un rapporto fisico non può cambiare i nostri sentimenti." "Sarò sputtanato per sempre, evviva!" Un bacio profondo suggellò l'accordo ed il giorno successivo avvenne quanto previsto da Ale che benignamente fu preso per i fondelli da Nino."Se ne hai bisogno te lo regalo, per un amico... "e giù ridate a non  finire. Carlotta aveva prospettato la faccenda a Guy, si trattava di stabilire quando mettere in atto l'incontro, fu deciso per la sera seguente. Fu analizzata la situazione, Carlotta non poteva andare nella camera di Guy, se ne sarebbe accorto il personale del lido, non restava ,quindi, che dare ospitalità al signor prodigo nel suo letto. Ad Ale non restò che recarsi in spiaggia, per fortuna c'era la luna, una brezza di vento ed una radiolina con cuffia da cui ascoltare musica, jazz, la sua preferita.Le nove, le dieci, le undici,quanto ci mettevano! Poco dopo mezzanotte la signora con una pila, da casa, fece segno che la strada, o meglio il letto era libero. Per fortuna la baby aveva avuto il buon gusto di cambiare le lenzuola ed il cuscino, si sentiva odore di bucato.Ale si mise a letto di spalle, non voleva guardare in faccia la sua bella, proprio non se la sentiva, pensava a quello che poteva essere accaduto fra i due, un pensiero fisso..."Guardami in viso non ti logorare, sapere i fatti veri è meglio che immaginarli, sei d'accordo? Girati. La pillola ha fatto effetto quasi subito e devo dire che Guy l'aveva piuttosto grosso, non me l'aspettavo. Ha cominciato a baciarmi i piedi, mormorava che sono bellissimi poi l'ombellico e le tette dove si è fermato a lungo tanto da indurmi a mastrumarbi tanta era la mia voglia di godere poi mi ha messo in bocca un bel tizzone ardente e mi ha riempito la bocca. Dopo circa mezz'ora si è dedicato al fiorellino, non pensavo che fosse così delicato, dopo due mie goderecciate l'ho pregato di penetrarmi e finalmente mi ha inondato col suo sperma. Non ti preoccupare, mi son fatta la doccia, sono odorosa e pulita come una verginella, sono sincera quando ti dico..." "Va bene, dormiamo, domani è un altro giorno, oddio son caduto nell'ovvio..." Guy visibilmente cambiato: "Non è stata solo una questione fisica, gli occhi, il sorriso, le parole di Carlotta mi hanno riconquistato alla vita. A te non  ha tolto nulla caro Ale ma ha dato a me il desiderio di ricominciare, ho deciso di tornare a Biella e di  riprendere il mio lavoro." Carlotta, come al solito volle fare da protagonista: Vorrei che gli avvenimeti  accaduti fossero indimenticabili, non so se Guy ritornerà da queste parti e così propongo che sia lui al centro dell'attenzione con un'addio speciale: io e lui nel letto matrimoniale e Ale da spettatore così non dovrò raccontare al curiosone tutto quello che piacevolmente accadrà." Dopo un prolungato silenzio, i tre si diressero in casa dei coniugi Ferro e cominciarono le grandi manovre. Primo fatto particolare: tutti sotto la doccia, era la prima volta che i due maschietti si trovavano nudi con in mezzo la conturbante Carlotta che, a turno, li toccava nelle parti intime poi ognuno ai posti assegnati: Guy e Carlotta nel lettone, il povero Ale sul divano a fare da spettatore. La pugna iniziò subito con patti precisi da parte di Carlotta: "Niente baci in bocca nè penetrazione nel buchino posteriore, sono di proprietà di Ale." Il consorte si consolò, almeno qualcosa di esclusivo gli era rimasto ma presto dovette prendere atto della realtà:Guy stava usando la bocca della signora non per baciarla ma per introdurvi un 'marruggio' di dimensioni notevoli (forse effetto della pillola?) e lei si dava ben da fare sia leccandogli il glande che circondando il coso avanti e indietro con le labbra.I due amanti decisero di cambiare posizione, un sessantanove che, dai loro mugolii, doveva essere di gradimento di entrambi. La penetrazione avvenne sia nella classica posizione del missionario ma poi Carlotta preferì quella dell'ammazzone alzando, abbassando e roteando il bacino (conoscendola Ale pensò che la consorte dovesse aver goduto varie volte) ma al maritino venne in mente un altro pensiero: come faceva Guy a non godere tante volte ma poi ricordò la differnza di età...La parte del guardone  cominciò a non piacere più ad Ale, decise di partecipare pure lui alla bagarre, ma come? Ricordò che nel comodino era conservata una confezione di vasellina, la fece vedere a Carlotta la quale comprese il desiderio del marito ed assunse la posizione di ovis ovis e, mentre Guy seguitava a penetrarla nella deliziosa gatta, delicatamente ma insorabilmente Ale penetrò nella sua proprietà esclusiva, una situazione mai provata ma sicuramente eccitante.Come tutte le cose piacevoli anche questa finì per esaurimento dei contendenti, forse la più provata era Carlotta che aveva subito l'assalto di due maschietti. Guy non venne più a Torre Faro, ogni tanto si sentivano a mezzo telefonino, qualche messaggio, auguri in occasione  dei compleanni ma quell'avventura era un lontano ricordo. Forse Guy aveva trovato una nuova compagna che non voleva di certo dividere con Alessandro. Il possesso della Jaguar aveva dato a Carlotta l'idea di far crepare d'invidia i colleghi d'ufficio. soprattutto femmine. Già nota per sfoggiare vestiti, scarpe e borse di inusitata eleganza, quella era la buona occasione per rinfocolare la loro gelosia. Aveva studiato bene la situazione: la mattina usciva di casa prima del solito al fine di trovare un parcheggio dinanzi al portone principale dell'ufficio, rimaneva dentro l'abitacolo dell'auto ad ascoltare la radio per farsi notare dai colleghi che, a mano a mano, si recavano in servizio. Poi le prime domande: "Che bella macchina, come l'hai acquistata?" "È un regalo di uno zio d'America." "Fratello di tua madre o di tuo padre?" "Si fa per dire, un lontano parente senza figli.Un notaio newyorchese di ha contattata dicendo che era a mia disposizione una certa somma, l'auto l'ho scelta io." "Ma è vero che è un regalo di uno zio d'America." "A te voglio dire la verità: ho conosciuto una signora che è proprietaria di una villa sui monti Peloritani. La dama ha molte conoscenze maschili, tutti gentiluomini di una certa età ma molto riservati e molto generosi con le giovin donne che si dimostrano disponibili." Altra collega: "Non ci posso credere: è vera la storia di una casa di appuntamenti sui Peloritani?" "Verissimo, potrei darti l'indirizzo, se tu vuoi..." I maschietti, da parte loro,erano  interessati in maniera marginale della faccenda. Dario, un amico: "Carlotta ho sentito un bel pò di chiacchiere sulla tua Jaguar, fottitene, quelle sono tutte delle sgallettate che probabilmente farebbero quattro marchette se trovassero qualcuno che se le inchiappettasse..." Quella di Alessandro e Carlotta era stata un storia inusitata che non aveva lasciato strascichi nei due coniugi. Il loro anticonformismo, fuori dall'usuale, avrebbe scandalizzato i benpensanti che li avrebbero tacciati di amoralità (o di immoralita?), Carlotta era stata consenziente ad un rapporto sessuale extra coniugale per aiutare Guy a ritrovare se stesso o per puro piacere fisico (a parte il regalo della Jaguar). Alessandro aveva partecipato ad un'orgia di sesso forse per una novità eccitante o per far contenta la beneamata? La verità vera era più semplice: ambedue i coniugi erano propensi a guardare gli avvenimenti della vita dall'alto, a volo d'uccello, cercando di approfittare dei lati piacevoli dell'esistenza senza troppe complicazioni.

  • 12 agosto 2013 alle ore 11:30
    Come un colpo di Sole

    Come comincia: Ho trovato una persona anziana che si comportava in modo veramente strano; giocava come un bimbo, rideva e sorrideva a tutti, condivideva il suo panino con i piccioni, beveva ad una fontanella schizzandosi tutta la camicia ed io, giusto per non farmi i cavoli miei, mi sono avvicinato per scoprire qualcosa in più. Eravamo seduti accanto e si è confidato un po'..
    " Sai, sembrerò stupido, mi prenderai anche te per un vecchio che ha avuto un colpo di sole, ma tra qualche giorno morirò e voglio godermi queste giornate senza preoccuparmi di nulla. Senza preoccuparmi dei pensieri della gente, di come sono vestito e che impressione avranno gli altri se vedono una macchia nella mi' camicia, voglio che i mi' capelli non siano inquadrati sotto etti di brillantina, ma liberi di godersi aria e sole. Voglio illudermi che un piccione mi sia riconoscente per quel pezzo di pane che gli ho tirato. Voglio essere sereno, smetterla di pensare, smetterla di cercare in modo tanto ostinato e ossessivo la felicità. L'ho cercata per una vita e l'ho sempre avuta in tasca. Non era grande magari, ma una felicità semplice, fatta di piccole cose e soprattutto del gusto di apprezzarle. Sai quando mi sono accorto di averla in tasca? ... Quando ho smesso di cercarla! Ora te sei giovane e ti convincerai che il colpo di sole che ho preso io era davvero forte, ma un n' è così. A qualche giorno dalla mia morte, mi sento prorpio sereno, qualcosa è andato bene, qualcosa meno, pensavo di campare di più, ma chi se ne frega, non è certo un anno in più o uno in meno a farmi stare più tranquillo; del resto sarei potuto morire anche prima, magari in un incidente o una disgrazia e, se invece sono qua, devo comunque ritenermi fortunato. Che dici giovinotto? Ho visto un sacco di cose brutte, ma tante anche belle, mi dispiace di non aver fatto qualche esperienza che avrei potuto fare, ma durante le giornate sei talmente impegnato a pensare alle cazzate, tipo lavoro, tasse, parenti e tutto quel troiaio di roba con cui ti fasci la testa che magari ti scordi e rimandi un viaggio, una bevuta tra amici o una partita a carte. Io sarei voluto andare a Parigi, un ci so mai stato. Te l'hai vista la torre? .. Sai che c'è?! Ormai la vedrò da morto, ma credo che tutto sommato quel piccione con tutti i riflessi colorati che becca il pane che gli ho tirato io, sia quasi bello quanto la torre. Ehi si, si va cercando le cose chissà dove e non ci si accorge che s'hanno sotto casa. Ovvia figliolo, un ti dico ci si rivede perchè sarà difficile ahahahahaha ".... Io fino a quel momento avevo ascoltato annuendo, sorridendo e con qualche parola di circostanza, ma sul congedo ho voluto fare una domanda... " Senta, a parte che ci sta che ci si riveda presto, ma questo è un discorso diverso.. Però vorrei capire una cosa: se lei non avesse saputo di morire, come si sarebbe comportato oggi? Come un "colpo di sole" ? " Lui ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto : eheheheh e io che pensavo di avè accanto un fessacchiotto, con tutti quei disegni sulla pelle e quel sorriso a bischero.. Tu hai ragione, se non avessi saputo di morire, oggi, mi sarei comportato esattamente come un " colpo di sole ".... Fammi andà e ogni tanto ricordati dei piccioni. "

  • 09 agosto 2013 alle ore 12:29
    Incardellati

    Come comincia: C'era da commuoversi: l'incardellato femmina ed il maschio, si chiamavano
    dalle rispettive gabbie come amanti separati... non sia mai si dividevano le gabbie! il maschio cantava come un pazzo e la femmina gli rispondeva con trilli commoventi.
    Allora mi sono detta: mettiamoli assieme, no? Mi risparmierò la pulizia di due gabbie e si faranno compagnia!
    Detto fatto (si fa per dire), con una doppia mangiatoia, un bell'abbeveratoio grande... li ho messi assieme.
    Tant'è, appena assieme, uno dei due (mi sembra fosse il maschio), ha cominciato ad aggredire l'altro. L'altro da prima si teneva lontano, ma poi ha cominciato a rispondere.
    Litigavano anche per il bagno: lo faccio io, lo fai tu? Giù beccate, svolazzi, penne al vento.
    Ho deciso di mettere due differenti recipienti pensando: non avranno più ragione di litigare!
    Macché: litigavano lo stesso: volevano entrambi il medesimo recipiente.
    Insomma, se le sono suonate tanto di santa ragione che sono stata costretta a separarli di nuovo.
    Questo a causa del fatto che vivevano sotto lo stesso tetto.
    Conclusione?
    Mi sembra logico pensare che gli amanti stanno bene divisi e si amano, ma guai a metterli assieme! Ecco spiegato perché moglie e marito litigano.

    Ovviamente ho diviso di nuovo gli innamorati ed adesso il maschio canta come un pazzo per farsi sentire da lei che sta nell'altra stanza. Beh, gli ho detto: fregati: quando stava con te la prendevi a beccate e allora, fanne a meno, no?
    (P.S... successivamente sono stati rimessi assieme...).
     

  • 06 agosto 2013 alle ore 17:36
    I Toraja a Sulawesi

    Come comincia: I Toraja, li avevo incontrati in uno dei documentari favolosi di Folco Quilici. Quando mi si propose il viaggio in Indonesia, anni fa, accettai subito. Prima dell’ultima tappa, la turistica Bali, dopo le magiche, Giava e Sumatra, era in programma, una sosta alle isole Celebes, per visitare i Toraja, a Sulawesi. Niente di più spaesante nella mia vita. I toraja sono un’etnia di provenienza dalla Cambogia. Giunti sulle rive delle Celebes, non furono ben accolti, loro cristiani animisti, dai locali, musulmani. Si rifugiarono sulle cime dei monti, nelle invalicabili foreste. Dovendo costruirsi delle capanne, pensarono di rovesciare le loro eleganti imbarcazioni. Questo divenne il modello di costruzione negli anni a seguire. Ed è la prima meraviglia che s’incontra. I trofei di corna di tori le ornano. Ad agosto è l’epoca dei funerali. Se ricordate Omero, non avrete dimenticato il termine ecatombe……che comportava il sacrificio di centinaia di tori. Permane questo rito tra i Toraja, che tra l’altro è stato limitato nel numero, in età moderna, dal governo, per non dissanguare l’economia agricola. Mi restano quadri di ricordi, indelebili nel tempo. L’attesa dell’epoca dei funerali, agosto, fa sì che visitando la capanna della capo tribù, sì, era una donna, vidi il suocero deceduto, impacchettato in una stuoia vegetale, nella camera dei nipotini, sotto il loro letto. Assolutamente inodore. La presentazione oceanica dei tori nella verde pianura. Gli ori degli ornamenti, lamelle sulle corna ritorte. Loro, gli abitanti, arrampicati sugli alberi, in silenzio, come animali impagliati. Di prima mattina, mi vennero a prendere con una jeep. “Se teme il sangue non venga” – fu la premessa. Alba, nebbia fumosa tra gli alberi. Un recinto, un doppio giro di ombre nere, accovacciate, in mantelli e copricapo neri. Solo occhi. C’è sangue dappertutto, scorre tra l’erba. Un odore nauseante. Il toro abbattuto, fuma dalla carne rossa, mentre lo spellano con i machete. Ma già, al palo centrale, viene portato un altro toro. Il giovane della tribù si gioca la sua entrata nell’età del guerriero, con il colpo di machete, che deve essere netto, forte alla giugulare del toro. Un muggito lamentoso, un gorgogliare rosso nero dalla gola. Il toro barcolla e cade tra le urla. Basta così, vado via. Incontrerò al tramonto la processione, scomposta e traballante come il baldacchino sulle spalle di una miriade di esseri affannati.  Nella foresta, quasi buia, una parete di roccia ha loculi scavati. Fantocci vestiti, dagli occhi vividi, luccicanti fanno da guardia e rappresentano i morti. Quegli occhi m’imbarazzano. Mi sono addosso. Il lamento dei maiali sgozzati, ultimo sacrificio. Il sole da posto alla luna.

  • 06 agosto 2013 alle ore 10:28
    Gisèle qui aime...

    Come comincia: Il vento stava aumentando, il mare peggiorando e Alberto...si stava incazzando! La sua barca (uno yatch di quarantadue piedi) si muoveva di conseguenza provocando al suo padrone conati di vomito. "Anselmo portami a terra, stanotte non la passo certo a bordo!" "Lei pensa di trovare un posto in albergo a Panerea il 14 agosto?" "Fatti i cosi tuoi, a costo di dormire sulla banchina!" Appena attraccato al molo Alberto emise un sospiro di sollievo, qualcosa sotto i piedi che non  si muovesse! Chi l'aveva portato a comprarsi una barca se soffriva il mare? Il dover emulare i suoi colleghi padroni di fabbriche di scarpe nelle Marche, ce l'avevano tutti...bello stronzo! Dopo una breve salita un bar pieno di luci e di clienti, musica pop in sottofondo, barista servizievole, anche troppo... "Cosa posso servirla, qui abbiamo di tutto, sono Bonannella Luigi ma tutti mi chiamano Gigione." Alberto non aveva nulla contro i gay anzi gli facevano un  pò pena, chi non ama le gatte... "Gigione mi occorre un letto per stanotte." "Ma lei è matto, a ferragosto, a Panarea, provi su uno yatch." "Sono sceso dal mio perchè non sopporto il mare agitato." "Non so che dirle, potrei ospitarla io..." "Gigione lascia perdere chi è il     titolare della baracca?" "È quel signore laggiù, si chiama Salvatore Famularo." "Signor Famularo sono il padrone di quella barca ormeggiata nel porto ma non sopporto il mare mosso, vorrei avere una stanza." "Come le avrà detti Gigione a ferragosto c'è il pienone, non posso aiutarla. Ma perchè non essere ospitali, che idea può farsi il signore di noi isolani." Da dove era sbucata quella bionda king size pluriaccessoriata e dal sorriso smaliante? "Mia moglie Gisèle." "Potrei farle i nomi di tanti noti e meno noti che sono i nostri ospiti, le nostre villette sono al completo ma se si accontenta di un divano a casa nostra..." "Affare fatto, l'unica soluzione sarebbe stata la banchina..." Penso che a quest'ora abbia cenato, si guardi in giro c'è tanta bella fauna, chiudiamo il locale alle tre, au revoir." Alle tre in punto i coniugi Famularo fecero segno ad Alberto di seguirli nella loro dimora. Salvatore : "Abbiano scelto di abitare nell'ultima villetta per una maggiore privacy. Ecco qui, niente cucina solo bagno, soggiorno e camera da letto, quel divano è tutto suo, mia moglie le darà due lenzuola ed un cuscino, per il bagno faremo a turno. E così fu, la doccia, prima i padroni di casa poi Alberto che fu be lieto di posare le stanche membra su qualcosa di morbido. Il sonno stentava a venire, la biodona non era certo un'indigena, il marito evidentemnte si, col quel cognome... ma lei con quell'erre moscia, sicuramente francese o belga. La cotale l'aveva subito colpito con quello smagliante sorriso di sfida, non era femmina da passare inosservata, a parte il metro e settantacinque di altezza, le gambe chilometriche, seno forza quattro debitamente in vista, vita da vespa (era un'espressione di suo nonno Alfredo che amava le vite sottili), Alberto era rimasto... fulminato. La ventola del soffitto procurava una certa frescura ma Alberto sudava ugualmente, cosa gli era preso, di belle donne ne aveva conosciuite,,, a quarant'anni non doveva farsi sconvolgere da cotanta beltade, ciccio  era diventato duro, e che c...o stava esagerando! Decise per una doccia piuttosto fredda, avrebbe sopito i bollenti spiriti, ciccio era sempre più duro, da un lato gli veniva da ridere...La porta del bagno si era aperta, Salvatore lo stavo osservando con un sorriso divertito, sicuramente aveva notato il suo stato. "Vedo che mia moglie le ha fatto un bell'effetto come pure vedo che è piuttosto dodato, non si preoccupi non sono omo ma voglio fare uno scherzo alla cara Gisèle che oggi mi ha fatto arrabbiare. Siamo una coppia aperta, vada al mio posto nel letto e... auguri!" Alberto non se lo fece dire due volte, madame era di spalle completamente nuda. Penetrò dolcemente ma inesorabilmente dentro la dolce gatta della signora che, senza girarsi: "Stavo dormendo, fa una cosa in fretta, fra l'altro mi fai un pò male." Alberto fece del suo meglio per portare a compimento il suo piacevole compito, se le aveva fatto un pò male dipendeva dal fatto  che lui l'aveva più grosso di quello di suo marito. Ritornato sul divano prese subito sonno. La mattina successiva, al risveglio, si trovò solo, i padroni di casa erano usciti per aprire il locale e fornire la prima colazione agli ospiti. Gigione era al suo posto. "Bongiorno signore, come devo chiamarla e poi le fornirò una deliziosa colazione." "Chiamami Alberto, puoi darmi del tu, per la colazione mi affido a te." Succo di polpelmo, cornetti profumati, cappuccino tutto su un vassoio gentilmente depositato da Gigione sul suo tavolo. Poco dopo si erano appalesati i due coniugi.
     Madame: "Ha dormito bene sul divano?" "Meravigliosamente, se possibile vorrei riposarci anche stanotte!" I due maschietti alla riposta ai Alberto si misero a ridere con disappunto di Gisèle con non comprese la loro ilarità. "Non ci faccia caso, anzi diamoci del tu, mia moglie è francese. Era venuta anni fà a Panarea in gita con i genitori che sono tornati a Parigi senza la beneamata figliola che è diventata mia moglie. Talvolta non comprende le battute di spirito del nostro paese ma è la donna che adoro, vero cara?" "Senti adoratore va a controllare che i nostri giannizzeri eseguano bene la pulizia nelle stanze degli ospiti, avanti march  poi il silenzio. Alberto e Gisèlè si stavano studiando, Alberto pensando di farsi ancora la bella parigina,la bella parigina piuttosto perplessa sul comportamento dei due maschietti."Madame vuol venire a visitare il mio yatch, è quello bianco e nero che si vede all'ancora, anzi vuoi dato che tuo marito ci ha concesso di darci del tu." "Di barche come la tua ne ho viste tante, forse vuoi farmi visitare il tuo alloggio privato?" "Me possino... ossia voglio dire che giammai mi è passato per la testa un tal zozzone pensiero, me ne guarderei bene, madame!" "Non fare la faccia del santarellino, non sei convicente, andiamo a visitare stò barcone." Alberto chiamò al telefonino Anselmo che di lì a poco attraccò alla banchina col berretto im mano. Gisèle lo guardò stupita, quell'atteggiamento le sembrava servilismo, bah...Giunti sotto la barca Alberto mise in bocca un fischietto dal quale uscì un suono acuto. Subito si schierarono a poppa i componenti dell'equipaggio in un militaresco attenti nel mentre i tre salivano a bordo da una scaletta laterale. "Non ho capito, il tuo equipaggio è militare o cosa..." "Quando ci sono ospiti ci tengo molto a far figura, non ti preoccupare, è brava gente di mare." Anselmo si presentò nella sala di poppa con un vassoio cu cui facevano bella mostra due cocktaild variopinti.Gisèle sempre perplessa si guardava in giro ma era nel suo stile prendere in mano la situazione. Lei:"Che ne dici di un giro della barca?" "A disposizione potremo anche mangiare a bordo." "Fammi vedere la tua cabina, dev'essere piuttosto grande in cui potrebbero dormire sei persone, vero caro?" "Penso di si ma..." Alberto non potè finire la frase perchè due calde labbra si erano incollate sulle sue togliendogli il respiro. "Non ti meravigliare, quando mi piace un uomo me lo faccio e tu mi sei piaciuto subito." "Non vorrei che tuo marito..."Non porti  di simili problemi, con Salvo me la vedo io, lo chiamo per dirgli che pranzo a bordo del tuo yatch, niente in contrario?" "Figurati..." Salvo non aspettarmi, sono ospite di Alberto sulla sua barca, mangia senza di me, ciao." Alberto capì che la situazione gli era sfuggita di mano ma non se ne preoccupò più di tanto, anzi...La colazione (così chiamano gli snob il pranzo) fu servita da Anselmo vestito da maggiordomo con grandi risate da parte di Gisèle. "Questa proprio non me l'aspettavo, si vada a cambiare, è un mio ordine!" Linguine al sugo di aragosta, piccola frittura di pesci locali, aragosta con olio e limone, salmone affumicato, contorni, vibo Verdicchio dei Castelli di Jesi, ananas, gelato al limone. "Alberto fammi capire, dove hai preso tutte ste aragoste, a parte il prezzo che per te non deve essere stato un problema ma in giro non se ne trovano per la notevole richiesta da parte dei villeggianti." "Ti metto al corrente di un mio segreto, durante la notte andiamo da Stromboli sino a Filicudi, quando scorgiamo in mare un galleggiante salpiamo la cima e togliamo dalla nassa una povera aragosta finita prigioniera di qualche cattivo pescatore..." "Sei un ladro, ti denunzierò ai Carabinieri di Panarea, conosco il Comandante, sei fottuto mio caro!" "Forse di sarebbe una via d'uscita, mi metto a tua disposizione, sarò il tuo schiavo." "Ecco, forse hai intrapreso la strada giusta, sono molto esigente, potresti pentirtene!" "Ormai... ma potrebbe anche piacermi!" "Intanto per digerire andremo sino allo Stromolicchio, è uno scoglio che amo visitare quando posso, vai!" La scala che portava alla cima dello scoglio era piuttosto lunga e con quel caldo Alberto ne avrebbe fatto volentieri e meno ma si era impegnato a fare lo schiavetto...Dopo due ore erano di nuovo attraccati adinanzi a Panerea, il mare per fortuna si era calmato, i due nuovi amici erano spaparazzati a bordo a ...vedere la televisione, bah. Il tramonto del sole aveva portato una temperatura più sopportabile a parte che era sempre possibile rifugiarsi nella pancia dello yatch con aria condizionata.La cena. Vediamo quello che ha preparato,lo chef o meglio la chef, si tratta di una ragazza, la sua storia è molto particolare: si chiama Quinta Meschini, figlia di contadini. I genitori, con sacrifici, l'avevano mandata a studiare dalle monache. Morti i genitori nell'arco di poco tempo, Quinta è stata costretta a lasciare l'istituto di suore e, grazie all'interessamento di una dama di carità di Jesi, è stata ammessa a frequentare un corso di chef dal quale è uscita brillantemente prima, mi è stata raccomandata a un mio amico ed è qui." Gisèle: "Vediamo quello che ci ha preparato per cena." Tagliolini al sugo di maiale, coscia di tacchino disossata e farcita, scaloppine al marsala, torta al limone (una delizia), frutta do stagione ed un caffè freddo skecherato. "Niente male, fammi conoscere questa meravigliosa regina della cucina."Quinta era alta un metro e sessantacinque, dimostrava meno dei suoi venticinque anni, capelli neri a caschetto, occhi di un nero profondo, nasino delizioso, bocca carnosa, collo eburneo. Una particolarità era vestita di nero, d'estate non doveva essere il massimo della comodità. Alberto interpretò lo sguardo perplesso di Gisèle: "Quinta è orfana dei genitori, è costume dalle sue parti portare il lutto a lungo. Gisèle, come suo stile, voleva prendre in mano la situazione: "Mio caro sono costretta a farti uno sgarbo, il fratello di mio marito è proprietario di un ristorante, giusto ieri mi ha domandato se conoscevo un bravo chef dato che il suo si era licenziato. Quinta fa al caso suo ma devo cambiarle il nome, farebbe ridere tutto il personale." "Scusa ma ti rendi conto che io..." "Hai dimenticato che ti sei proclamato mio schiavo, comportati da tale! Anselmo portaci a terra!" L'interessato volse lo sguardo al suo datore di lavoro il quale voltò le spalle, la sua mossa fu interpretata come affermativa. Gisèle dimostrava un'allegria esagerata, presentò Quinta a suo fratello e decise che la cuoca avrebbe dormito nel suo cottège, doveva avvisare il buon Salvatore. "Dove sei?" Attraverso il telefonino apprese che la sua metà era ospite su quella specie di transatlantico ormeggiato al largo dell'isola, la padrona, titolare di una nota ditta di cosmetici, l'aveva praticamente prelevato a Panarea per fargli passare la serata sul suo yatch e quindi non  era disponibile, tanto meglio. "Ti voglio far visitare Panarea by nigth" e la condusse sino all'altro capo dell'isola, panorama meraviglioso, i sentieri erano illuminati dalla luna dato che nell'isola l'energia elettrica era erogata solo all'interno delle abitazioni. Quinta non  aveva profferito verbo. "Amica mia, dammi del tu e raccontami qualcosa di te, Alberto mi ha accennato qualcosa, vorrei sapere di più." "Per ora sono in imbarazzo, forse quando saremo a casa..." Il viaggio di ritorno fu particolare, Gisèle aveva cinto la vita della ragazza con un suo braccio, sembravano due fidanzati, il perchè non riusciva a spiegarlo nemmeno a se stessa. "Intanto facciamoci una doccia, l'aria era umida, sento il bisogno di rinfrescarmi, non penso che ti vergognerai se ci laviamo insieme..." Silenzio da parte di Quinta interpretato dalla padrona di casa come un assenso.Quinta ci mise del tempo prima di raggiungere Gisèle sotto la doccia e si mise di spalle, la padrona di casa prese ad insaponarle la schiena ma, nel farlo, provò unausensazione strana, mai percepita prima con una donna, un erotismo prorompente che la portò a baciarla sulla bocca per poi scivolare sul seno ed infine su un fiorellino caldo, delizioso, pulsante. Quel rapporto finì a letto lasciando ambedue senza forze. La mattina: "Va da mio fratello, stasera ci rincontreremo, abbiamo tante cose da dirci..." La loquacità non era una peculiarità di Quinta che le volse le spalle sempre vestita di nero. Gisèle si ripropose di andare presso una boutique per acquistarle vestiti colorati e allegri. Durante il giorno Gisèle si sentiva spaesata, confusa, parlava con la gente in maniera automatica senza ricordare quello che diceva, il suo sorriso era sparito dalle labbra, alcuni clienti se ne accorsero e glielo fecero notare. Altra novità: Salvatore era costretto a rimanere a bordo del transatlantico, Lucylle lo voleva assolutamente con lei per tutto il soggiorno al largo dell'isola. Particolari: la belle femme cinquantenne capelli color viola, fisico da trentenne supportato da creme e massaggi, vizi sessuali tanti e tutti sui generis, fra l'altro amava la mano penetrante! Salvo sistemato, Gisèle pensò a se stessa, cosa sarebbe successo al rientro di Quinta, per la prima volta nella sua vita si sentiva vuota, senza idee... La situazione prese una piega inaspettata: Quinta rientrò completamente cambiata: aveva fatto amicizia nel suo nuovo ambiente, era allegra, sorridente,sfiorò  una guancia della padrona di casa con un fuggevole bacio e poi sotto la doccia, stavolta da sola. Al rientro in camera con indosso turbante sui capelli, e accappatoio propose a Gisèle di raccontarle della sua vita passata. Lasciata la scuola delle suore aveva preso a frequentare un corso di cucina la cui responsabile era un quarantenne non sposata, piuttosto legnosa e soprattutto imperiosa nei suoi atteggiamenti. Aveva fatto escludere dal corso due allieve secondo il suo dire non adatte per quella professione ma Quinta si accorse ben presto che il motivo era ben altro. Una notte la cotale si presentò nella sua cameretta significando che non riusciva a dormire per il gran caldo (era luglio) e si spogliò completamente. Quinta dapprima si era spaventata poi il saggio spirito contadino, ereditato dai suoi, le fece capire come stavano le cose, di malanino accettò le avances della signora (peraltro quotidiane) ed entrò nel mondo del sesso da una porta particolare senza aver mai conosciuto un maschietto. Alla fine del corso, raccomandata dal proprietario del terreno dove avevano lavorato i suoi, prese il posto del dimissionario chef sull yatch di Alberto Minazzo, fine della storia. Gisèle si era affezionata alla nuova amica, le avrebbe presentato qualche maschietto, per la prima volta forse le avrebbe prestato Salvo, perchè no, a modo suo voleva bene a suo marito, le svicolate reciproche non avevano intaccato il loro amore. Chi non  ci aveva guadagnato nulla era proprio Alberto rimasto senza chef ed a bocca asciutta per quanto riguardava il sesso, quella sveltina gli era rimasta nella mente ma avrebbe voluto molto di più. Ritornando a terra aveva provato delle avances con Gisèle col risultato di beccarsi una bella risata ed un bacino sulla guancia che sapeva tanto si presa in giro. Per sua fortuna la situazione cambiò nel breve tratto di una settimana: la signora proprietaria della corrazzata salpò per altri lidi, Salvo, di nuovo a terra, apprese la sua nuova situazione familiare alla quale di buon grado e con immenso piacere si adeguò col nulla osta sia della consorte che di Quinta a cui non dispiacque la novità. Gioco forza Gisèle dovette cambiare residenza per non fare da chaperon alla nuova coppia e chiamò Alberto al quale non parve vero di accettare la proposta di Gisèle di installarsi per un pò a bordo del suo yatch. Dopo cena (lo chef era stato sostituito da un marinaio non altrettanto bravo) ci fu il momento delle confessioni reciproche: Gisèle mise al corrente Alberto delle sue iltime vicende suscitando lo stupore  (ti si legge in faccia) di un Alberto frastornato e forse un pò puritano ma quando giunse al racconto del loro primo rapporto fisico : "Allora quello zozzone di mio marito mi ti ha concesso senza il mio parere... ecco perchè mi son fatta male, andiamo in camera e fammelo vedere!"  Alberto si sentì strumentalizzato ma chi se ne fregava; in camera bastarono pochi tocchi acchè ciccio si analberasse in tutta la sua maestosità. Gisèle smise di ammiralo e se lo infilò in bocca sin quando la sentì riempirsi di un torrente in piena ma presto pensò ad accontentare la sua cara gatta ed anche  il suo buchino posteriore con un pò di fatica, fu talmente strapazzata a tal punto da dichiararsi vinta: "Basta, ni hai distrutta!" A mezzogiornio inoltrato Anselmo preoccupato del silenzio proveniente dalla cabina del suo capo, timidamente bussò alla porta: "Signore tutto bene?" Con voce ancora impastata dal sonno: "Si Anselmo portaci qualcosa da mettere sotto i denti, sono affamato!" Tascorso il mese di agosto tutti ai propri posti: Alberto rientrò nella sua fabbrica di scarpe, Quinta ebbe rinnovato il contratto di chef sino ad ottobre e l'anno successivo da aprile ad ottobre. Nella casa dei coniugi Famularo ritornò la calma dopo la tempesta, una bella tempesta!

  • 01 agosto 2013 alle ore 1:02
    Saggezze e annunci

    Come comincia: Sto invecchiando, divento saggio o forse solo diversamente stupido, come tutti, e come tutti non solo invecchio ma ogni tanto ragiono su delle cose che mi sembrano, a seconda dei giorni, a volte importanti, a volta delle stronzate. Oggi mi pare importante dire che c’è una categoria, o meglio dire una tipologia di persone che, nonostante i miei sforzi di mestiere, proprio non riesco nemmeno lontanamente a comprendere. Si tratta di quelli che empatizzano, soffrono, solidarizzano per ogni tragedia di cui vengono a conoscenza, anche se accaduta al più distante dei loro simili (umani, ma anche cani, gatti, panda, zanzare no!) e che poi, a cordoglio esternato, insultano, tramano, combattono genitori, amici, parenti, tabaccai, commessi Coop e ogni forma di varietà umana con cui hanno la prossimità prossemica giusta per generare ostilità. Ora facciamo finta che questa tipologia di persone sia più o meno numericamente un decimo di quelli che in vita passano per una disgrazia e sempre un decimo di quelli che in vita passano per la felicità; che sono in sostanza la totalità del genere umano, interamente composto da disgraziati-felici, tranne, forse, quell’ipotetico decimo. Un decimo di gente che ama il prossimo suo come se stesso purchè disgraziato e kilometricamente distante. Insomma, io non me ne capacito, ma c’è un decimo di umanità (forse molto, molto meno) che empatizza solo con la tragedia rappresentata e che s’impegna quotidianamente a rappresentarne di nuove, piccolissime, pusillanimi, misere e con il pathos scenico di una recita parrocchiale. Questi sono, probabilmente, quegli umani consacrati da Dio (Paura) a ignorare la felicità, per sempre, sino all’ineludibile (per tutti) tragedia definitiva che li coinvolgerà. A questo punto il mio obiettivo è chiaro.

    AAA CERCASI decimo di esseri viventi che empatizza con le felicità distanti e che s’impegna a generarne di vicine… IMPORTANTE: annuncio unicamente rivolto a ciò che eccede l’umano.
    NO PERDITEMPO, NO AUTOMUNITI! 
    Quindi se un giorno sarò rapito da un extraterrestre in bicicletta almeno adesso ne conoscete il motivo.

  • 31 luglio 2013 alle ore 15:27
    L'angelo di Jess

    Come comincia: Grassa, maledettamente grassa; ecco quello che era. La bilancia, comprata apposta per pesare la sua massa, non lasciava dubbi. A dirla tutta non serviva la bilancia, bastava guardarsi allo specchio per capire l'evidenza dei fatti: era tremendamente obesa.
    A 18 anni le ragazze fanno del loro aspetto fisico perfetto una sorta di sfida con il mondo e lei partiva sconfitta. Era stufa di sentirsi dire che aveva doti che andavano oltre l'aspetto fisico:
    "Sei intelligente, sei buona, sei disponibile socievole, tenera, simpatica, hai tanti amici una bella famiglia i soldi ecc. ecc." Tutte frasi trite e ritrite. Anche lei aveva un cuore e come avveniva a molte sue amiche provava delle emozioni forti che alla sua età sono splendide, ma a lei nessun ragazzo faceva apprezzamenti, anche pesanti si, ma pur sempre apprezzamenti. A lei nessuno diceva "Che bel culo, che gnocca, mi fai impazzire" No! Lei era quella simpatica, ma cicciona; onesta, ma lardosa; intelligente, ma orrenda! Non reggeva più questa situazione.
    I suoi amici le volevano bene, ma lei non si piaceva, sapeva di essere un fenomeno da baraccone e sentiva sempre addosso gli sguardi meravigliati della gente, i loro bisbigli.
    "Guarda quella come è grassa" "E' più larga che alta" "Passerà dalla porta di casa?" "Quanto è cicciona, che schifo!" E via tutta una serie di commenti che la mortificavano.
    Il suo peso alla nascita era nella norma e durante gli anni della crescita non si erano verificate anomalie fino all'età di 12 anni. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello maggiori, erano di corporatura normale, nessuno aveva problemi di sovrappeso. Sua mamma li aveva cresciuti curando l'alimentazione e non esagerando nelle porzioni, lei in particolare non era mai stata una mangiona. Eppure, a quasi 18 anni, si trovava a pesare più di 220 chili e nessun medico o specialista era riuscito a spiegare il motivo del problema. Aveva letto, studiato, si era aggiornata su internet ma niente; non trovava un bel niente che spiegasse perchè lei, a un certo punto, avesse cominciato ad ingrassare pur seguendo una dieta rigorosa.
    Era luglio, il caldo opprimente invogliava la gente a spogliarsi e tuffarsi in qualsiasi pozza d'acqua pulita: piscine, torrenti, fiumi e laghi; qualsiasi cosa per trovare refrigerio.
    "Dovresti venire anche tu, con tutta quella ciccia addosso avrai un caldo atroce. L'acqua della roggia è fresca e la corrente non troppo forte, non avrai problemi di equilibrio"
    "Lo sai che i miei problemi sono altri, non verrò! Non insistere"
    "Certo che non insisto, ma tu sei la solita zuccona. Io e le ragazze ti siamo amiche, il tuo aspetto fisico non vuol dir nulla, devi fartene una ragione o vivrai per sempre reclusa in casa"
    "Guardami Marina! Guardami! Cosa vedi? Vedi forse una ragazza che può mettersi in bikini e venire a fare il bagno con voi che siete tutte splendide ragazze? Mi stai prendendo per il culo? Parla Marina, parla!"
    "Hai ragione. In questo momento vedo un ippopotamo inferocito che non vuol sentire ragioni. In effetti con tutta quella panza mi faresti ombra e sai quanto tenga all'abbronzatura. E poi non vorrei che ti insabbi sul fondo della roggia, chi ti tirerebbe fuori? Naahh! Stai a casa che è meglio, rischi di rovinarci la giornata. Ah! Un'ultima cosa Jessica, non provare neanche a metterti quel costume che ti ho regalato, non hai la patente per guidare una mongolfiera, d'accordo? Ci si vede"
    "Marina?"
    "Siii!?"
    "Sei una maledetta stronza!"
    "E poi?"
    "Vaffanculo! Aiutami a mettere il costume"
    La roggia era veramente fredda e dopo pochi istanti di immersione le ragazze schizzavano fuori dall'acqua come pesci alati. Lei sopportava meglio, anzi; i suoi muscoli erano talmente accaldati per lo sforzo di trascinarsi in giro che dopo mezz'ora era ancora nell'acqua al fresco.
    "Ragazze, stanno arrivando! Tra poco i ragazzi saranno qui!"
    Già, tra qualche istante sarebbero arrivati i loro amici e quello era il momento che temeva di più. Con movimenti difficoltosi uscì dall'acqua e si posizionò sopra il suo asciugamano che era grosso il doppio rispetto agli altri. Poi si avvolse attorno al corpo un telo da bagno enorme, appena in tempo; i ragazzi erano arrivati.
    "Ciao Giorgio, Roberto, Mattia, Raffaele. Fabio non c'è?"
    "Arriva dopo Marina, ciao ragazze" Giorgio era proprio un figo.
    "Allora è vero, c'è anche Moby Dick oggi. Tutto bene Jessica?" Raffaele non perdeva mai l'occasione per ferirla.
    "Stai zitto imbecille! Tu e i tuoi modi di merda!" Luisa era il maschiaccio della compagnia.
    "Ha parlato miss galateo" Rispose divertito lui.
    "Smettetela voi due" Intervenne Marina "Poi se vi trovo a limonare dietro un cespuglio vi butto in acqua e vi annego"
    La compagnia era ben assortita, Marina e Giorgio erano splendidi e stavano assieme, come Luisa e Raffaele, che con il loro caratteraccio erano in perenne contrasto ma si attraevano come due calamite. Mattia e Lidia erano i secchioni del gruppo e pur non facendo coppia fissa passavano parecchio tempo insieme. Roberto e Fabiana vivevano la loro storia dai tempi delle scuole medie in un continuo tira e molla; si lasciavano e si rimettevano insieme con regolare frequenza. Infine c'era lei, sola nel suo corpo da donna cannone, che aveva una cotta per Fabio; lui la trattava bene e le stava vicino, ma niente più. E come dargli torto? Fabio era bello, educato e intelligente e nonostante i problemi economici della sua famiglia, aveva ottimi voti a scuola e un lavoro serale in un bar. Molte ragazze gli facevano il filo, ma lui non aveva mai avuto storie importanti con nessuna e a volte lei si chiedeva se fosse attratto dai ragazzi. La settimana prima aveva provato a sondare il terreno.
    "Scusa Fabio, ma a te piacciono le ragazze?"
    "Certo che mi piacciono le ragazze, perché me lo chiedi?"
    "Non ti ho mai visto con nessuna in particolare e mi chiedevo se, cioè.."
    "Se sono gay? No Jessica, non sono gay. Non ho nessun problema a frequentare omosessuali, ma io sono etero"
    "Ma allora perché non hai la ragazza?"  Lui la fissò con quegli occhi grigi che la mandavano in estasi e rispose garbatamente:
    "E tu Jessica, tu, perché non esci con un ragazzo?" Lei si offese e rispose urlando:
    "Vaffanculo Fabio! Vai a cagare, sei uno stronzo!" Lui non reagì ma dopo quell'episodio il loro rapporto si raffreddò leggermente.
    Adesso avrebbe voluto riaviccinarsi a lui, ma non era venuto e lei ci stava male. I ragazzi stavano preparando il fuoco per la grigliata e le ragazze i panini, mentre Raffaele tracannava l'ennesima birra e Luisa lo invitava a darsi una calmata "Smettila di bere o poi straparli" "Oh che balle, fa caldo, lasciami bere" "Fatti un bagno se hai caldo" "Se non la pianti ti annego, ah ah!" "O signore, è già partito" Avrebbero continuato così per tutto il giorno per poi imboscarsi da qualche parte a fare l'amore.
    "Che hai Jessica? Oggi non parli, ti manca Fabio?"
    "Non rompere Roberto"
    "Ti ho solo fatto una domanda, non ti incazzare"
    "Due domande"
    "Cosa?"
    In quel preciso istante arrivò Fabio in compagnia di Alexandra, la bonazza della scuola. Scesa dal motorino si tolse il vestitino sfoggiando un fisico stupendo appena nascosto da un mini bikini. Bella, educata, gentile e intelligente, Jessica la invidiava, anzi la odiava; lei non aveva nessuna di quelle doti e non avrebbe mai avuto un ragazzo.
    Alexandra si stava dirigendo verso di lei.
    "Ciao Jessica. Giornata calda, hai già fatto il bagno?" Non rispose, la detestava.
    "Ciao Jess, pensavo non fossi venuta" Fabio sbagliò tono e lei si infuriò.
    "Brutto bastardo, volevi venir qua a fare sfoggio della tua conquista vero? Tanto la cicciona non c'è e io me la spasso senza doverla compatire tutto il giorno. Stronzo cafone maledetto, mi fai schifo!" Stava urlando attirando l'attenzione degli altri. "Mi fate tutti schifo, siete dei.. dei.. oh! Andate al diavolo" Cercò di alzarsi ma ricadde indietro, Alexandra istintivamente cercò di sostenerla cadendo però a sua volta.
    "Non toccarmi brutta troia! Non toccatemi, lasciatemi stare!" Gridava e piangeva, i suoi amici erano sbigottiti da quell'esplosione di rabbia. Marina provò a calmare l'amica:
    "Jess, stai calma"
    "Stai zitta! Tu lo sapevi, hai insistito tanto per farmi venire e umiliarmi davanti a tutti, siete degli stronzi!"
    SCIAFF!!! Raffaele l'aveva colpita in pieno volto con uno schiaffo.
    "Adesso hai rotto il cazzo, tirati su che ti porto a casa"
    "Ma, Raffaele?"
    "Basta Luisa. la donna cannone ha fatto il suo show. Siamo tutti degli stronzi? Ok, che se ne torni a casa sua così non la indisporremo ulteriormente"
    Nessuno l'aveva mai colpita. Salì a fatica sulla macchina di Raffaele, con la testa bassa, tra l'imbarazzo generale e Raffaele ruppe il silenzio.
    "Ok, adesso porto il pacco a casa e quando torno voglio trovare pronta la grigliata e le birre fresche" Salì in macchina e partì sgommando
    Si rivolse a Jessica "Bene, sei riuscita a rovinare la giornata. cosa speravi di ottenere con la tua pagliacciata? Sei gelosa di Alexandra? E' bellissima e ragiona meglio di te, cosa credi possa spingere Fabio a preferirti a lei? Tu sei obesa e ottusa, hai delle amiche che ti vogliono bene e le tratti come delle pezzenti. Fabio ti vuole bene, ti ammira e crede in te, per quello che sei" L'alcol l'aveva disinibito ulteriormente.
    "Non è vero, gli faccio schifo"
    "Senti, il tuo aspetto fisico è talmante fuori dagli schemi che non si può neanche considerarlo ridicolo, tu sei Jess, la donna cannone. Eppure anche un cafone come me non pò negare di ammirare il tuo temperamento, la tua voglia di vivere e la tua allegria. Tante ragazze al tuo posto non c'è la farebbero, tu no, vai avanti per la tua strada e affronti le difficoltà con determinazione. A volte ti invidio, non capisco come fai, ti ammiriamo tutti, veramente"
    "Hai bevuto, straparli e mi ferisci con le tue menzogne, mi fai schifo"
    Raffaele frenò bruscamente, lei non fece una piega, tanto era compressa nella piccola utilitaria.
    "Tu non hai rispetto per nessuno e in particolare di te stessa, fatti un'esame di coscienza e vai in chiesa a pregare"
    "Non sarà pregando che perderò peso, e poi tu cosa parli di chiesa che sei un indemoniato?"
    "Cara la mia cicciona, io prego tutte le sere e mi raccomando al mio angelo custode, probabilmente il tuo ha dovuto trasferirsi altrove perché lo soffocavi con la tua presenza ingombrante e non parlo solo della ciccia"
    Jessica non rispose e Raffaele ripartì. Appena giunti sotto casa di lei, lui si preoccupò di aiutarla a scendere e l'accompagnò in casa.
    "Già di ritorno?" Chiese la mamma di Jess.
    "Ha voluto farsi un tuffo dopo aver mangiato e gli è venuto il mal di pancia" Si affrettò a dire il ragazzo e Jess, visto lo sguardo sospetto della madre aggiunse:
    "E' vero mamma, sono stata una stupida, una grande idiota e Raffaele si è subito offerto di portarmi a casa. Grazie Raffaele, salutami gli altri e divertitevi" Il ragazzo la baciò sulla guancia e si congedò.
    "Hai dei bravi amici tesoro. peccato tu sia stata poco bene, ti sei persa una giornata con loro"
    "Si mamma, hai ragione, è proprio un peccato"
    Si chiuse nella sua camera ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie.Poì si collegò alla rete e si mise a sbirciare nei vari profili dei suoi amici "Raffaele, eccoti qua" Il ragazzo era uno spaccone e in tutti i suoi post, nelle foto e in qualsiasi evento, faceva la parte del duro; persino Luisa doveva subire i suoi modi da cafone, eppure... Scavando nei meandri del profilo dell'amico, scoprì una cosa tanto evidente e banale da risultare invisibile ad una prima occhiata. In qualsiasi immagine, scritta o filmato riguardante lui, c'era sempre un richiamo all'angelo, come parola o figura diretta o indiretta. Jessica si schiarì le idee e cominciò a ripensare al racconto che le aveva fatto un giorno Marina.
    Raffaele si era aggregato a loro da quasi quattro anni, in precedenza viveva in un altro paese. All'età di 14 anni era in gita con i suoi compagni di prima superiore e una mattina, durante un'escursione in una località alpina, si era perso con tre suoi amici in un fitto bosco. Vagarono per ore senza meta stanchi e spaventati. Uno di loro, cadendo in un crepaccio, rischiò di morire. Fortunatamente furono localizzati dai soccorritori e tratti in salvo prima del calar delle tenebre, anche il ragazzo caduto nel burrone fu recuparato e dopo tre mesi di convalescenza si ristabilì perfettamente. Il ragazzo si era salvato solo grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, il coordinatore delle operazioni di recupero si chiamava Angelo, e qualcuno, alludendo al nome, disse che si erano salvati grazie all'intervento dell'angelo custode. Raffaele fu accusato di aver fatto cadere l'amico dal burrone e da quel giorno cominciò a comportarsi in modo aggressivo. Il clima ostile a scuola e successivamente in tutta la comunità, costrinse i suoi genitori a trasferirsi altrove. Ed ecco che Raffaele era arrivato nel loro paese e nella loro scuola.
    L'indomani Jessica aveva deciso di chiamare Raffaele.
    "Ciao, scusa per la scenata di ieri. Possiamo vederci o sei impegnato?"
    "Sono con Luisa, ieri abbiamo litigato"
    "Tranquillo allora, ci si vede"
    "Sei a casa? Aspettaci che arriviamo"
    "Ma Luisa?"
    "Stiamo venendo"
    Jessica li fece accomodare in camera sua. Erano soli, il resto della famiglia era al lavoro.
    "Eccoci Jess, siamo qui"
    "Non volevo disturbarvi"
    "Tranquilla" Sentenziò Luisa.
    "Ieri sera ho ripensato alla tua storia, alle tue parole e ho analizzato i tuoi profili. Tu fai il duro, lo spaccone, ma in realtà credi ciecamente nell'angelo custode, lo menzioni di continuo senza farlo notare. Cosa è successo veramente quel giorno, nel bosco?" Luisa guardò i due con aria interrogativa e Raffaele sbuffò.
    "Eravamo in quattro: io, Giulio lo sfigato, la bella Alice e quello sbruffone di Flavio. L'idea era quella di avventurarci nel bosco per vedere chi era il più coraggioso, tutti e tre eravamo cotti di Alice. Invece ci perdemmo e dopo ore di solitudine in mezzo al bosco uscirono tutte le nostre fobie e i nostri rancori. Flavio continuava ad offendere tutti e in particolare molestava Alice, perché resisteva alle sue proposte. Giulio era talmente spaventato che continuava a piangere e a chiamare la mamma, mentre Alice cercava di tranquillizzarci. Io ero terrorizzato, ma cercavo di non darlo a vedere, mi vergognavo. Poi, dopo aver girovagato in lungo e in largo ci trovammo sull'orlo di un precipizio. Flavio cominciò a fare lo scemo, si pavoneggiava rasentando l'orlo di un burrone <guardate, guardate, io si che sono coraggioso, non come voi due mezze pippe> Alice, che era la più lucida, si avvicinò a lui con l'intenzione di toglierlo dal pericolo ma lui la afferrò per un braccio e la trascinò vicino al precipizio. Giulio urlava e piangeva a dirotto, si girò verso il bosco e scappò come un coniglio, mentre io agii d'istinto e mi gettai verso di loro con l'intenzione di toglierli da lì. In quel momento lei si stava divincolando e io urtai Flavio che era in equilibrio precario e cadde nel burrone davanti ai miei occhi. Per alcuni istanti io e Alice restammo pietrificati dal terrore, fu Giulio, con le sue urla, a farci riprendere. Osservammo giù dal precipizio e scorgemmo Flavio alcuni metri sotto di noi; per fortuna un costone di roccia ne aveva fermato la caduta ma noi dall'alto vedevamo del sangue e lui che non rispondeva ai nostri richiami. In quel momento pregai Dio, la Madonna, Gesù e tutti i santi. Il tempo passava, stava per giungere l'oscurità e nessuno arrivava a soccorrerci. Ero sicuro che Flavio sarebbe morto e in un ultimo tentativo mi rivolsi con tutte le forze al mio angelo custode <aiuta il mio amico, salvalo e ti prometto di benedirti e osannarti per il resto della mia vita>. Dopo pochi attimi udimmo il rumore di un elicottero, erano i soccorsi, ci avevano trovati. Il resto della storia è cronaca" Le due ragazze restarono a bocca aperta, poi Luisa chiese: "Ma tu non hai fatto niente, perchè ti hanno accusato ingiustamente?"
    "Ti sbagli Luisa. Tecnicamente sono stato io a farlo cadere nel dirupo e quindi la mia responsabilità e innegabile. Giulio non c'era, Flavio non ricordava nulla e Alice...Bhe Alice mi ringraziò, io non menzionai mai il fatto che fu lei ad averci spinto alla sfida per vedere chi era il più coraggioso"
    "Brutta stronza!" Imprecò Luisa
    "E' acqua passata. Ma sono felice di averne parlato con voi, in realtà mi comporto come un cafone per la vergogna. Io tutti i giorni santifico il mio angelo custode e lo ringrazio per essermi sempre vicino. Capisci Jess perché devi avere speranza?"
    "Si Raffaele, adesso capisco"
    Dopo aver chiaccierato per altre due ore i due amici si congedarono. Jessica si sistemò, uscì di casa e con calma si diresse in chiesa; a quell'ora era vuota. Quello spazio enorme, fresco e silenzioso, la fece sentire meno grossa del solito. Non era abituata alle chiese e più in generale alle preghiere; per lei la religione era una bufala colossale. Eppure quell'atmosfera le trasmetteva una piacevole sensazione e senza rendersene conto si trovò a parlare a Dio.
    "Io non ti ho mai parlato perché in fondo non credo alla tua esistenza. Ma forse mi sbaglio e tu ci sei davvero e hai un disegno di vita per ognuno di noi. Se così fosse il mio foglio deve essere grande il triplo degli altri, forse a un certo punto, mentre disegnavi la mia storia, ti sei lasciato prendere la mano e hai voluto esagerare. Magari dal tuo punto di vista hai fatto una gran cosa, ma sai, quaggiù le mie dimensioni extralarge sono decisamente sconvenienti. Io adesso non so se mi stai ascoltando, con tutte le persone di questo mondo che si rivolgono a te sarai pieno di impegni, forse è per questo che ci hai affiancato un angelo custode, così, ognuno di noi, ha qualcuno a cui rivolgersi direttamente. Allora io mi rivolgo a te, angelo custode, a te che mi proteggi e mi segui in ogni istante della mia amara esistenza. Tu capisci in che situazione mi trovo, non mi accetto, mi rifiuto di accettare la mia situazione di obesa cronica e se tu mi vuoi bene, devi aiutarmi a risolvere questa situazione. Sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di tornare ad essere una ragazza normale. Fai qualcosa dannazione!" Una leggera pressione sulla spalla la fece trasalire.
    "Qualcosa non va ragazza?" Era un giovane prete. Lei arrossì e rispose balbettando:
    "St stavo pr pregando"
    "Bene, pregare fa sempre bene. E dimmi, a chi ti stavi rivolgendo in particolare?" Jessica era paonazza, non era abituata a quel genere di conversazioni.
    "Ecco, insomma, pregavo il mio angelo custode"
    "Ottimo. La maggior parte delle persone si dimentica di avere un valido aiuto dal cielo, il Signore ci ha messo vicino l'angelo custode che ci segue in ogni istante della vita. Chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà è normale, anche se lui preferirebbe essere ricordato in qualsiasi circostanza, non solo nei momenti difficili. Comunque, cosa gli stavi chiedendo?" Si era cacciata in un bel casino e adesso cosa raccontava a quel prete? Prese coraggio e disse:
    "Mi pare ovvio, no? Mi guardi attentamente, cosa vede davanti a lei?" Il prete non rispose e si mise a fissarla con aria divertita. [Ecco] pensò lei [non sa cosa dirmi per non offendermi]
    "Ascoltami, oltre al tuo aspetto esteriore vedo un animo gentile e ben disposto verso gli altri. Alcuni tuoi comportamenti sono causati dal rifiuto del tuo aspetto fisico, ma fondamentalmente sei una brava ragazza e oggi hai ritrovato una cosa che avevi perso e che ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi"
    "Ma di cosa sta parlando?"
    "Della fede e della ritrovata fiducia in te stessa. Jessica, oggi sei rinata!" Lei restò senza parole, e lui come faceva a sapere il suo nome? Non lo aveva mai visto prima. Il prete si stava allontanando verso l'uscita della chiesa e lei lo chiamò ad alta voce.
    "Don, prete, mi ascolti!" Lui era sulla porta e si fermò un attimo, si giro verso di lei "Dimmi Jessica, cosa c'è?" "Ecco, non so come ma lei sa il mio nome e io vorrei sapere il suo. come si chiama?" Il prete sorrise e rispose "Io sono don Angelo" E detto ciò uscì dalla chiesa. Jessica ci mise alcuni istanti a realizzare l'accaduto e nel tempo che impiegò ad uscire dalla chiesa lui era sparito. Incontrò un altro prete e chiese dove fosse di casa don Angelo, ma quello rispose che non c'era nessun don Angelo nella nostra città. Incredula e un po' delusa, tornò a casa.
    Quella sera aveva fame e chiese a sua madre di poter fare uno strappo alla regola.
    "Certo tesoro, se la cosa ti fa sentir meglio mangia ciò che desideri" In realtà, senza rendersene conto, mangiò meno del solito sentendosi però appagata e soddisfatta.
    Il giorno dopo arrivò una telefonata dall'ospedale dove era stata sottoposta a tutta una serie di accertamenti, doveva recarsi al più presto in clinica per ulteriori esami.
    "No mamma, basta ospedali, basta terapie e medicine, mi sono rotta"
    "Jess, il medico ha detto che è importante, ti prego" Nell'udire quella parola nel cervello della ragazza scattò una molla "Ok mamma, ma che sia l'ultima volta"
    "Un miracolo! Un miracolo!" Il dottore era euforico e continuava a ripetere che si trattava di un miracolo. "Signora, Jessica, è un miracolo!"
    "Si calmi dottore, cosa è u miracolo?" Chiese la donna e lui spiegò:
    "Sei anni fa, quando tornaste da quel viaggio in sud America, stavate tutti bene. Ma poi Jessica cominciò ad ingrassare a dismisura. Si alimentava come sempre, continuando ad avere lo stesso stile di vita di prima, eppure ingrassava incessantemente e nel giro di qualche anno ha raggiunto il peso attuale che non riesce a perdere in nessun modo. Esami accurati, visite specialistiche e tutta una serie di ricerche e cure mirate non hanno portato a nessun risultato, ma oggi è avvenuto il miracolo. Uno dei nostri ricercatori della sede di san Paolo, in Brasile, ha fatto un ascoperta eccezionale. In una zona del sud America si è sviluppato un parassita in grado di aggredire alcune forme di vita con determinate caratteristiche e di insinuarsi al loro interno creando una sorta di habitat per le loro larve. Queste larve hanno bisogno di grandi quantità di grasso per sopravvivere e attraverso un procedimento non ancora chiaro, con l'accumulo di determinate sostanze si viene a creare un deposito di grasso perenne. Con il tempo vi terrò aggiornate su tutti i progressi, sta di fatto che adesso abbiamo una cura quasi infallibile per i casi come quelli di Jessica"
    "Una cura dottore? Mi avete bombardata con qualsiasi tipo di schifezza commerciata su questa terra con il solo risultato di massacrare i miei organi interni e farmi apparire ancora peggio di ciò che sono. No dottore, basta esperimenti, me ne resto cicciona per sempre"
    "No ragazza, no. Ascoltami. Dovrai assumere solo un nuovo prodotto e degli integratori alimentari nel momento di maggior calo di peso corporeo o rischierai un collasso. La cura è semplice e salutare: devi eliminare fino a disinfestazione ultimata tutti i cibi di origine animale, gli zuccheri ecc. In pratica dovrai diventare vegetariana per un periodo di tempo utile a guarire e poi potrai tornare a cibarti di ciò che vorrai. Nel frattempo sarai guarita e dimagrita"
    Le lacrime scendevano copiose dal viso di Jessica.
    Nei mesi successivi si attenne alle istruzioni del dottore e nel giro di un anno era diventata una splendida ragazza ammirata da tutti. Le sue amiche ed i suoi amici le erano stati vicino nel difficile periodo di cura e adesso si sottoponeva a periodici controlli per verificare che il parassita fosse veramente debellato.
    Nel frattempo si era messa con Fabio e una sera, mentre curiosavano su internet, trovarono un articolo sullo scopritore del parassita che l'aveva infestata; a fondo pagina c'era una foto dell'uomo che le ricordava vagamente qualcuno, il suo nome era:
    Angelo Djess.

  • 29 luglio 2013 alle ore 9:30
    Il figlio del diavolo

    Come comincia: La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:

    “Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.”.

    I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.

    - Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!

    Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:

    - Speriamo di non dover chiudere veramente!

    - Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.

    - Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!

    - Corsi, sono i poveri che non hanno soldi… i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città.

    - Avete già delle offerte?

    - Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!

    - Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.

    In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.

    Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.

    Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.

    Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.

    - Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?

    - Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?

    - Veramente… io me ne andrei proprio via dall’Italia!

    - E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi.

    - Non lo so… l’Italia mi sembra la più debole. Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?

    - Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.

    - Speriamo bene!

    Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.

    Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:

    - Lo sai cosa mi ricordano?

    - Gli aghi di pino?

    - Sì.

    - No, cosa ti ricordano?

    - Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!

    - Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?

    - Boh… forse per rabbia!

    - Ma era piccola!

    - …ma ricca!

    - Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca.

    - Mmm… sarà!

    - Tu hai troppi grilli per la testa!

    - E tu troppo pochi!

    I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a riprendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!

    - E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.

    All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.

    Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.

    - Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.

    Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:

    - Perché ormai sono abituato!

    - E dovrai subire sempre?

    - Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.

    Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani. Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero.

    In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.

    - Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.

    ◊◊◊

    Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.

    Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:

    - Ma come, non siamo ancora arrivati!

    - Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.

    - E io che faccio, vado a piedi fino a casa?

    - Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!

    - Maledetto!

    Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.

    - Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.

    La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.

    - Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.

    Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.

    Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.

    Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.

    - Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.

    In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.

    Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.

    Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.

    Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal pianoterra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.

    La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:

    - A… avrei bisogno di… di un riparo! - rispose.

    - E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.

    - E’ l’unica casa nelle vicinanze!

    - Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!

    - Ma… saranno cinquecento metri!

    - E allora?

    - Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino… e… ed è pericoloso andare in giro di notte!

    - Ma anche stare in casa di sconosciuti!

    - Voi… voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non vi darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!

    A Giulia stava dando fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare.

    Quando la ragazza entrò in casa, restò sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.

    Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati degli scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.

    - Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.

    - Anche mio padre lo dice sempre!… E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?

    - Non avevate detto che non avreste dato fastidio?

    - Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?

    - Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.

    - Va bene, sto zitta!

    Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.

    In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.

    Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.

    Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.

    - Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.

    Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.

    Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.

    Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.

    Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:

    - Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.

    - Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!

    - Curiosa?

    Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.

    - Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.

    - E’ quello che penso anche io!

    Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.

    L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.

    Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.

    Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:

    - Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.

    - Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!

    - Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?

    - No, no… ho solo fame!

    - Cosa?

    - Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla.

    - Ha fame!

    - Eh sì!

    Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, continuò:

    - Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!

    Giulia rispose:

    - E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.

    Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.

    - Sono proprio strana! - disse fra sé.

    All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.

    Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.

    - Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.

    - Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.

    - Stanotte pioveva… - rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!

    - Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.

    - Non vi preoccupate, signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!

    Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.

    - Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.

    - Mamma, pioveva!

    - E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?

    - Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!

    - Speriamo… Speriamo che questa volta ci lascino in pace!

    Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.

    Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che l'aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.

    - L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!

    - Nostra madre non mi ha mai aiutata!

    - Sì, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?

    - Sono costretta ad agire così!

    Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!

    La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più.

    Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.

    - Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.

    - Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!

    - Sì, ma nostro nonno no!

    - Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!

    - Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!

    - E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!

    Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.

    Giulia era stata informata del matrimonio con Enrique già da tempo e, in preda allo sconforto per il suo futuro deciso dagli altri, durante una festa in piazza se ne stava seduta da sola ad osservare gli altri divertirsi. Sposare un uomo con cui non aveva scambiato mai una parola e di diciassette anni più grande era per lei una tragedia e ciò rappresentava, inoltre, non solo la mancanza d’interesse da parte di sua madre per i suoi sentimenti, ma anche un modo per frenare definitivamente le sue ambizioni: i Perez avevano sottolineato ch’ella doveva tenersi lontana dal mondo del lavoro.

    Quando Enrique Perez la invitò a danzare, Giulia non ebbe la forza di rifiutare, si alzò dal suo posto e avvicinò il suo corpo a lui, mentre con la mente già viaggiava lontano.

    In piazza si suonava e si ballava, per il resto del paese si susseguivano bancarelle e spettacoli di vario genere; la gente si divertiva, chiacchierava e rideva.

    Anche Andrea e Roberto prendevano parte alla festa, sebbene tutto ciò che facevano era stare seduti su un muretto ad osservare gli altri compaesani o i signori che nei loro luccicanti abiti festivi si atteggiavano a maestri del creato.

    - Un giorno sarò anche io ricco! - esclamò Roberto.

    - Se è quello che vuoi! - rispose Andrea.

    - Perché tu non lo vuoi?

    - Io?… Non lo so, non so cosa voglio. A volte mi sento come se… come se non avessi…in realtà non ho alcuna aspirazione!

    - Andrea, sbagli! Hai una vita da vivere e Jim ti ha fatto anche studiare, adesso devi pensare al tuo futuro. Non hai paura di quello che accadrà?

    - Non ho paura di una cosa che non esiste ancora! Dovrebbe fare più paura quello che c’è già, non trovi?

    - Ma è il futuro ad essere incerto!

    - Anche quello che hai e non hai è incerto e lo è anche il presente.

    - Ah, Andrea, io non ti capisco!

    - E’ normale, sei scemo, cosa vuoi capire!?

    - Mo stai approfittando della mia bontà!

    - Allora, se sei buono, fammi parlare, potrebbe anche essere uno sfogo il mio.

    - E parla, che ti devo dire!?

    Andrea raccolse un piccolo sasso e riprese ad osservare la gente.

    Tra la musica e gli sguardi dei presenti, Giulia, intanto, continuava a danzare leggera come una piuma, con una mestizia che mai le era appartenuta e con lo sguardo continuamente lontano da quello di Enrique; immaginava di essere altrove. La fanciulla vedeva le sue coetanee sorridere serene, come lei non aveva mai fatto, i festoni luccicare sotto la bianca luna e le giovani dame ballare gioiose con i loro pretendenti, mentre un lieve venticello le accarezzava i leggeri riccioli raccolti in una coroncina di fiori.

    Giulia danzava sotto gli occhi di tutti; alcune la invidiavano, altre la disprezzavano e neanche la poca avvenenza di Enrique smorzava le invidie delle signorine meno famose del paese. La giovane e ricca ereditiera sentiva gli sguardi addosso pesanti e pungenti come aghi; le provocavano un dolore immenso e la gente non se ne avvedeva neanche. Confusa dal continuo vociare della piazza, da quella musica che non udiva più e da quelle maschere imbiancate dalla cipria, Giulia Elisabeth, ancora tra le braccia di Enrique, guardava intorno a sé in cerca di un punto fermo, di qualcosa vicino al suo cuore, ma incontrava solo gli irritanti visi degli zii e della madre che davanti a tutti si compiacevano dell’ottimo affare.

    Presa ormai da un immenso sconforto, sentendosi persa, la ragazza guardò verso la strada che conduceva al bosco ed ebbe una gran voglia di scappare e mentre cercava una via di fuga, incontrò i neri e grandi occhi di Andrea che la osservavano. Quasi ipnotizzata, la giovane non riusciva a staccare lo sguardo da lui che, vestito a festa, col suo atteggiamento da uomo maturo e quel mistero sulla sua nascita, era ancora più bello. Arrossita per i nuovi e strani pensieri, Giulia gli sorrise quasi involontariamente! Andrea era immobile e la guardava così attentamente che sembrava parlarle anche solo attraverso gli occhi. Attratti l’uno dall’altra, restarono ad osservarsi.
     

  • 28 luglio 2013 alle ore 21:05
    Di me, l'angelo e la pietà

    Come comincia: La vecchiaia… questa sconosciuta, evitata e distratta dalle nostre giovani menti… basta un'ora in una casa di riposo per comprenderne il non senso.
    La signora all'angolo che adagiata, quasi stesa inerpica mille smorfie con quella mimica facciale che concerta nel duetto dei palmi, suggerendo deficienza senile a sbarattare la sofferenza… poi l'altra accanto che desiderosa di conversazione ti dice del tempo torrido di questo luglio. Io le rispondo a tono affermando la pesantezza della canicola e lei pronta dice  ""si è vero, qui si mangia benissimo""… da li un quasi "gioco" per capire… e alla domanda " come è il cibo in questo istituto" lei risponde "" si, vero… piovesse l'orto ne gioverebbe e le giornate sarebbero meno irrespirabili""
    Un'altra ospite pare dormire su di una piccola poltroncina… ha un viso buffo che mi ricorda un cartoons americano… dorme e sogna al punto che rivolgendo il capo in avanti ribalta ben due volte dallo scranno, sino che l'inserviente applica lei una cintura in vita… ora non cade più ma l'inserviente non smette d'occuparsene, in quanto di tanto in tanto a mano aperta riporta il capo di lei verso lo schienale quasi riposizionasse un pallone da stadio al centrocampo.
    Vi sono mille ragioni di un sorriso in questi vecchi che tornano bambini… ma d'un tratto sento forte l'odore della sofferenza… (una cara amica mi disse che ho il potere di sentire il dolore anche quando questi viene occultato e non palesato… vero, lo sento e lo inseguo fagocitandone tutta l'amarezza e rischiando di imploderlo).
    Il sorriso che dapprima dipingeva il mio volto spegne d'un lampo… una vecchina sulla sedia a rotelle attira la mia attenzione. Le mani perfettamente allineate ai poggioli non fanno cenno alcuno, le gambe perfettamente allineate confuiscono in candidi calzini bianchi, ornati da quelle ciabattine adattabili alla misura dei piedi resi gonfi da una scarsa circolazione. M'avvicino e nonostante il capo chino noto quelle stille di salino che ferme sul bordo degli occhi paiono non liberarsi.
    Singhiozza e piange sommessamente quasi che nulla s'ode, m'avvicino rivolgendogli la parola e lei con lucidità risponde… è cosciente questa signora nata nel lontano 1918, la mente assolutamente attiva contrasta con un corpo inabile all'uso. Mi racconta che è li perché le gambe più non la reggono, le mani hanno perso la presa e gli occhi navigano la caligine degli anni impedendogli vedere. Mi parla delle sue ore di nulla e del vuoto di un'esistenza priva di senso in quanto tutto vegeta in lei fuor che il cervello e del suo desiderio di morire.
    Il dolore e la sofferenza sgorgano dal suo discorrere precipitandomi dentro quasi io fossi spugna, e un pensiero mi prende… vorrei poterle imporre la mano sul viso e rubarle il respiro, ma non potendo quello dono lei una dolce carezza, pregando la vita di privare pure lei dell'intelletto. Tornerò a trovarla, non a mani vuote… porterò con me tutta la negatività e la sofferenza che ho dentro e quando il mio petto farà spugna dell'algia che l'assilla. le imporrò le mani.  Si le imporrò le mani e chiudendo ogni varco col reale  le rovescerò addosso una tale misura di dolore da convincere la sua anima ad abdicare la cervice… forse sorriderà allora… forse
     

  • 27 luglio 2013 alle ore 12:11
    Dedicato all' Umanità

    Come comincia: Io darei la vita per te, perché so che in fondo si nasconde quella sensibilità che cerco, perché quando sbagli porti dentro di te una sofferenza più grande dell’errore, perché quando ami, anche se spesso in modo sbagliato ed egoista, il tuo cuore batte veloce come quello di qualunque altro innamorato. Darei la vita per te, perchè tutte le paure che ti porti dentro ti rendono una persona cosi umana; anche quando rabbia e vendetta hanno la meglio sui tuoi pensieri riesco a vedere gli occhi bagnati dalle lacrime e non potrei non donarti la mia vita. Per tutte quelle volte che hai negato un Dio e poi hai guardato il cielo, per tutte quelle volte che hai offeso la mia Terra, ma hai sorriso vedendo un fiore; per ogni momento in cui ti sei sentito grande o migliore per poi, anche se solo con un breve sguardo, notare la prima stella della notte. Darei la mia vita per te perché vedo arrossire la tua pelle ad ogni bugia che dici, perché sul tuo viso compare una ruga in più per ogni tradimento che compi. Spesso mi stanco ad ascoltarti, spesso ti trovo una persona ostinatamente ripetitiva e testarda, spesso mi trovo costretto a ripetere la stessa cosa in mille modi diversi sperando che tu ne capisca almeno uno, ma poi accenni un sorriso e tutto intorno a me s’illumina. Io darei la mia Vita per te, chiunque tu sia.

     

  • 25 luglio 2013 alle ore 16:24
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Annadelmare del sì
    ... Era colpa mia. Sicuramente avevo inquinato la sua vita e lo avevo ucciso.La tata mi guardava con muta comprensione, ora so che lei sapeva. Tutto.Allora il suo sguardo lo sentivo addosso come affetto per una bimba indifesa che cresceva in silenzio, nel silenzio di una famiglia bella e ricca. Ora sono certa che era così... Le nostre vacanze coatte; ogni fratello nuovo, uno dei fratelli vecchi aveva vitto e alloggio e divertimenti in una località amena, la casa in campagna dei nonni, dove l’inverno, quando scende la neve, regala la gioia dello spettacolo dei bucaneve che spuntano con coraggio da piccole buche nere in morbido contrasto con il manto immacolato.Il coraggio dei bucaneve io non l’ebbi mai, né in quella casa in un luogo ameno, né nella mia casa di bouquet di ceci, né quando fui donna; e crebbi, bambina sempre più taciturna e trasparente, volli divenire io stessa il nascondiglio di me. Mi cancellavo.Non mancavo di ritagliare la mia fetta di tempo da vivere in uno spazio di silenzio dove muta dialogavo con i colori e i pennelli su bianche tele tese ad ascoltare la voce della mia anima, e con chilometri di fogli dove crescevano come verdi prati le parole del pensiero.Dimenticai le “capanne” di mio nonno e le punizioni di mia nonna, dimenticai la loro casa, né tornai mai in quella bucolica cittadina che mi aveva insegnato come uscire dal corpo e guardarmi a distanza. Partecipavo a scorribande e risate, ma quanto usciva dalla bocca non venne mai dall’anima, decidevo con la testa le mie emozioni, mai avrei mostrato tristezza, la tristezza è debolezza, e io non volevo vestire il personaggio della muta donzella bisognosa di attenzioni, sapevo che non sarebbero mai venute e se mai fossero arrivate mi avrebbero ferita. Avevo trovato l’antidoto: l’allegria e l’ironia e con esse il modo di preservarmi da eventuali contatti...e appena il mio cuore cantava ritmi veloci e gioiosi, fermavo la musica...
    Sei bella, mi diceva ed io sapevo che mentiva, sei bella mi dicevano gli altri ma io conoscevo già com’è bugiarda la grande menzogna, conoscevo più di tutti che la parola è l’artefice del gioco della falsità.Incontrai un musone dagli occhi nascosti da lenti nere e gli abiti neri e gli stivali neri; decisi di innamorarmi dello straniero misterioso, ci misi poco a inventarmi l’eroina di un romanzo d’appendice, gli elementi c’erano tutti. L’uomo nero era aggressivo, ed io mi sentivo un giovane leone finalmente; odorava di maschio e di whisky, niente profumi di lavanda fresca dei miei amici e della mia infanzia, niente genitori a seguito a pretendere silenzi; lui era diverso, suonava la chitarra e creava canzoni, lui era l’immagine vivente di una dimensione fino ad allora lontana dalla mia portata, era un misogino, era il mistero. Era il buio che in forma diversa già conoscevo, era il buio che volevo incontrare in un altro essere per sprofondarci, forse per morire o forse per raggiungere quella lucina che poteva portarmi alla resurrezione. Entrai nella sua casa un giorno e concepii l’amore dolore e, così lo descrissi nel mio diario: “un cantautore ha bisogno della sofferenza per produrre; il suo annichilimento è provocato volontariamente per vivere emozioni forti; lo struggimento, il pianto, la disperazione, sono emozioni forti che creano l’arte, per contro la gioia è leggera e non fa piangere, quindi l’isolamento e l’intontimento con alcool o droghe, la ricerca e il contatto con la morte. Il fascino di una stanza in disordine, la bottiglia di vino quasi vuota poggiata sul pavimento e più in là un bicchiere sporco e poi un altro sporco e vuoto, la chitarra abbandonata sul letto sfatto che lascia intendere forse una notte d’amore sofferente o forse una notte insonne. Odore di stantio nell’aria, sei davanti ad un sipario chiuso che tenta la curiosità di entrare in un mondo misterioso e svelarlo, il desiderio piangente di farsi penetrare da quel dolore che aleggia fra i muri, il bisogno di empatia”.La trappola era scattata. Io, ero in trappola. Mi aggrappavo a sogni romantici per sfuggire alle fauci della realtà oscura che pure restava adagiata sul fondo della mia anima e che io, inconsapevole cullavo come madre amorosa, sorda e cieca.Mia madre non cantava più con la sua voce limpida e le sue risate erano meno argentine, un giorno mi confidò di avere appena abortito, non voleva quel figlio, aveva quarant’anni ed io stavo per lasciare la casa natia per sposarmi contro le implorazioni di mio padre e mio fratello. Avevo deciso di imporre per la prima volta nella vita il mio volere e mia madre mi sostenne, ed io spaventata dalla mia paura del vivere, chiusi gli occhi e spiccai il salto nel vuoto.Mi sposai.Avrei voluto indossare un abito speciale per il mio giorno speciale, sognavo l’abito della prima comunione di organza e pizzi; e fiori fra i lunghi capelli, fiori e nastri bianchi, mi vedevo Primavera fra le dita di Botticelli riveduta e corretta per assecondare il mio sogno. Mi toccò un austero abito in stile impero, niente pizzi e niente nastri, niente svolazzi che facessero pensare a un vento fra le fronde, solo un monacale velluto in seta e fra i capelli tre fiori secchi ma l’organza la pretesi e comprai un ampio cappello con un discreto nastro che accarezzava il collo come un ricciolo niveo... Perfino il locale sul belvedere prenotato per il ricevimento fu spazzato dal mare grosso e si dovette festeggiare il fausto giorno in una trattoria inghirlandata per l’inusuale occasione; era una bassa costruzione bianca in periferia a due passi dalla casa dei miei nonni e, come quella bambina inebetita che correva nella notte di un tempo, percorsi la strada che mi separava da loro per regalare ai due vecchi stanchi la visione della nipote sposa, un fotogramma della vita che scorre, nonostante tutto.L’indomani i miei genitori ci accompagnarono alla stazione, dico i miei genitori ma in verità non ricordo la figura di mio padre in quel frangente pur essendo certa della sua presenza, predominante è l’immagine di mia madre. Forzatamente allegra, come volesse nascondere ogni emozione, non mi lasciò parole o gesti teneri da custodire nel mio cuore, sfilò dal dito il suo anello a forma di serpente e lo mise all’anulare della mia mano destra, mi baciò sulle guance e mi salutò con la mano mentre il treno prendeva velocità.Mi mancò l’abbraccio.Soffrivo e sapevo che lei soffriva... Sposa bambina, entrai nella vita dell’uomo nero... Mio fratello quasi gemello, sembrava un giovane leone in gabbia e a ogni tentativo di sfondare le sbarre, qualcosa crollava tutt’intorno e fu messa in fiera la bellezza di mia madre e la sua solare allegria, additata da tutti come in un rito punitivo, e in un vortice di parole e sussurri, si creò il ciclone che spazzò via la famiglia bella e ricca.Vidi mio padre per la prima volta.Questo uomo sconosciuto non tentava neanche di sottrarre i suoi cari da quel micidiale vento, divenne di pietra, come mia madre in quel balcone che la vide divenire statua. Guardava l’amore e lo lasciava andar via; guardava sua moglie e i suoi figli, guardava ma non vedeva. Ci lasciò scivolare via come sabbia fra le sue dita.Ancora una volta mi avvolgeva un silenzio buio, e tutti nel buio ci incamminammo, animali zoppi e senza vista, e senza pelo per poterci scaldare, e, ognuno, con il proprio freddo, da solo, abbandonò per sempre il mondo della famiglia.Si risvegliarono i giorni delle “capanne”, ora il mostro si agitava e disturbava, tornarono le memorie come fari accecanti: i tentativi di stupro del giovane bello e maniaco che si appostava nel portone di casa e con astuzia sfuggiva i miei giochetti fatti di ritardi o di anticipi. Fu tanto palese il mio terrore da convincere mia madre ad aspettarmi all’uscita di scuola per un intero mese, e lui sparì ma per poco; finì tutto un pomeriggio quando il fracasso di libri e penne scaraventati sulle scale perforò il silenzio e giunse agli orecchi di mamma che si scagliò come una furia su quel giovane, trafiggendolo con l’azzurro dei suoi occhi che all’occasione divenne appuntite lame di ghiaccio. Gli occhi della mente sembrano non concedersi pause e davanti a me sfilano in continuazione i gesti malati del nonno, del giovane, del mio insegnante di filosofia.Già, lui. Oltre che a scuola lo incrociavo troppo spesso nell’atrio del palazzo dove ci si era trasferiti da poco. Se facevo le scale, lui era dietro me e le sue mani sui miei fianchi o ovunque potesse appoggiarle in modo casuale e, se per evitarlo prendevo l’ascensore, lui lo trovavo già dentro, così che per ripararmi stringevo al petto, come fossero armatura, i libri, ma lui infilava le sue mani nodose nel seno e, come per giustificarsi prendeva un quaderno, a caso. E si disegnava un ghigno beffardo sul suo viso.Ero io ad essere sbagliata se suscitavo in più persone pensieri laidi e gli anni a venire anziché farmi cambiare opinione, servirono ad accrescere il mio bisogno di espiazione.Non ero degna di ricevere rispetto.Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato questa arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.E divenni alchimista di me stessa.Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei fratelli piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.Abbracci che nostra madre non poté partecipare.Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato.Mi servì tanto negli anni a venire, tale abilità.L’uomo nero al quale avevo affidato la mia fiducia nel domani e l’amore da grande romanzo, non amava la luce né la vita nella luce, mi costruì una cancellata attorno, edificò le mura del castello e mi investì dell’autorità di regina del maniero.Il castello non era mio, tanto meno del mio sposo, era già abitato da regnanti senza regno, come me d’altronde, e comunque divenni presto parte integrante di questa numerosa corte che era poi la sua famiglia. Durai poco a sfondare le corazze di queste stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, padre del mio sposo e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità era sua madre; seguivano le due anziane zie, ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano nove in tutto, i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di...

  • Come comincia: Quasi 12 anni sono passati dall'11 settembre 2001, e ancora oggi quelle immagini si ripercuotono nella mente di ogni persona, come un flashback, come un sogno ininterrotto che non smette mai di scorrere al rallentatore. Come un film proiettato  un'infinita di volte al cinema. 
    Quelle torri che crollano sono ancora qui, davanti ai miei occhi, nonostante fossi stata solo una spettatrice passiva e impotente, che ha assistito a quell'evento tramite il tubo catodico di un televisore. Allo stesso modo sembrava di essere lì, testimone oculare di quelli attimi drammatici. Non c'era un momento in cui non riuscivo a staccare i miei occhi da quelle immagini. Era come essere intrappolata dentro una storia, trovata in un libro che non avresti mai voluto leggere.
    Passano gli anni, i giorni, le ore, le lancette degli orologi si fermano quando meno te l'aspetti: in ogni parte del mondo continuano lotte, atti di violenza, catastrofi climatiche, a cui assistiamo impotenti. New York, Iraq, Londra, Madrid, Giappone, Siria, Afghanistan, Boston, Baharain,  e altri ancora, sono stati luoghi dove i nostri respiri , i nostri cuori si sono fermati ogni qualvolta incontravano eventi di portata mondiale. 
    Ogni giorno nella nostra mente si ripetevano all'infinito quelle domande che non avrebbero mai trovato risposte, e che avremmo continuato sempre a chiederci, fino alla fine del mondo, fino alla fine di quei tempi che ci sono stati, che ci saranno sempre. 
    E le parole di Bono e della sua band, gli U2, continueranno a riecheggiare nell'aria, ogni volta che ascolterò "New York", che potrà essere trasformata in ogni cielo cui sono avvenuti certi fatti. Che ci ricorderanno sempre più le esperienze della vita di ogni popolo, di ogni persona che vivrà su questa terra. Racconterà popoli, che vivono nella loro cultura. 
    Oppure come quando ascoltiamo "One", sempre della stessa band, diventata inno di fratellanza, di unione dei popoli, senza distinzione alcune, come lo può essere considerata "New York". Con quelle parole "One life, With each other, Sisters Brothers, One life". Dovremo considerarci tutti fratelli e sorelle, in ogni momento. 
    Oppure possono esserci altre canzoni degli U2 che possono spiegare queste emozioni. Come le possiamo trovare nei testi di altri artisti. 
    La musica è qualcosa di potente in questo campo, capace di unire popoli, oltre ogni differenza, culturale e sociale. Perché con la musica esprimiamo i nostri sogni, le nostre emozioni, i nostri ricordi di certi momenti che non finiranno mai, che saranno sempre parte di noi, vivendo dentro il nostro cuore, anche se cercheremo di nasconderli dentro una grande scatola da cui non se ne andranno mai, chiudendoli a chiave, per non doverli mai più riportare in vita, 
    Come quel fumo che sovrasta il cielo nell'attimo successivo all'impatto di un aereo e prima del loro crollo definitivo sulla strada. Come un gigante che perde l'equilibrio nella partita più importante della sua vita. 
    L'11 settembre ha portato tanti sentimenti dentro di noi, anime dal quale è inglobato sotto una diversa emozione, sotto un diverso modo di vivere questa strana vita, questo nuovo secolo, questa realtà, Realtà che non è più quella di una volta, Come sentirci estranei ovunque siamo, ovunque andiamo, anche con persone che conosciamo da una vita. 
    Come bolle colorate che esplodono nel mare in tempesta, finiremo sempre con il ricercare quei momenti reali che vivono dentro il nostro essere ciò che siamo. 
    Dove andremo qualora non troveremo le risposte per identificare questo nostro io, dove andremo qualora perderemo la strada per seguire quei valori che abbiamo voluto condividere con chi ci circondava, ma che non sono stati compresi. 
    Dove andremo e cosa saremo mai dopo la nostra dipartita dalla terra. Cosa vedremo dal luogo in cui siamo. Sapremo proteggere coloro che sono rimasti anche sapendoci fantasmi viventi di quei momenti futuri. che accompagneranno i nostri cari. Ovunque saranno, ovunque andranno, chiunque saranno, chiunque vedranno. 
    O saremo come sempre incapaci di andare incontro ai questi attimi, a quegli eventi che popolano questo strano mondo. 
    Domande che ho posto in una mia poesia.... Le Questioni della Vita... Ma che continuerò sempre a pormi. 

  • Come comincia: E poi. E poi...
    E poi, all’improvviso ti svegli una mattina e ti accorgi di provare una strana sensazione. E come se nell’aria ci fosse qualcosa di diverso, di sbagliato, di nuovo che sia. Non sai cosa sia, dove venga, che sapore abbia.
    Quello che sai è che stranamente qualcosa sta cambiando.
    La vita, le vicissitudini, la fama diventano improvvisamente percorsi più grandi di te…Sono esperienze nuove che ti travolgono, finendo con il trasformare ogni cosa che tocchi, che pensi in oro…
    E poi, all’improvviso accade qualcosa che fa traboccare ogni cosa, un mito cade e si spezza. Si riduce in mille pezzi, come un enorme vaso di Pandora. Crollo di emozioni, di sogni inseguiti, di sguardi increduli che si chiedono il perché si arriva a questo punto, cosa potremmo dire ai nostri figli, ai nostri nipoti, alle future generazioni di un uomo, che essendosi fatto artefice di milioni di bambini che sognavano il mito come un esempio ricco di carisma, coraggio, non solo per quel desiderio di affermarsi, ma per quella passione che lo fa sentire più vivo, rispetto ad altri. Non per quel desiderio di arricchirsi economicamente, ma per quel desiderio di seguire ogni suo sogno nonostante tutte le difficoltà della vita.
    All’improvviso in una giornata di inverno, viene stravolta la vita di ogni persona sulla faccia della terra che credeva nell’umiltà di quest’uomo (Oscar Pistorius) diventato di colpo il loro idolo, per l’impresa che ha saputo realizzare, che il coraggio che ha avuto nell’affrontare una sfida più grande di lui, rimani esterrefatto, cerchi di capire il perché di questo gesto, cosa accadrà ora, se ci sarà una speranza.
    Certo non è stato il primo, ma sarà stato l’unico per il significato che ha dato quello che ha realizzato, quello che ha saputo donare a chi l’ha visto tagliare quel traguardo importante.
    È finito un sogno, un sogno che in molti hanno creduto. È finito il sogno di un uomo, ma non quello di tanti bambini che vivono con difficoltà la loro vita, non quella di tanti giovani desiderosi di realizzarsi lottando contro le ingiustizie, non quello di tante persone disabili o normodotate che continuano a lottare per farsi ascoltare, per vivere i loro sogni senza intralci, senza ipocrisia.
    È finito il sogno di un uomo, ma non il mio, incapace di fermarmi all’inseguimento di quel desiderio infinito, nonostante un handicap chiamato “Ipoacusia”. Sarà come vivere senza questo difetto, andare contro ogni giorno di più, per dimostrare che valgo, non per quello che ho, ma per la forza che mostro nel non volermi arrendere, mai, nel cercare rispetto nelle mie scelte, come io rispetto le scelte degli altri, nel credere nei valori che mi sono sempre rimasti dentro, forse grazie a quel miracolo che mi ha ridato la vita. Crederci sempre e ovunque. Perché siamo umani con tante cose da donare, da dividere attraverso parole, sorrisi, immagini, attraverso il nostro cuore.
    Voglio essere una piccola eroina per me, per i miei nipoti, per coloro che non sono mai riusciti a realizzarsi, che sono volati in cielo troppo presto, diventando angeli sempre vicini a noi, nei nostri sogni, nel nostro sentirci piccoli miti perché abbiamo lottato per regalare un sorriso colmo di amore a coloro che ci circondavano, che ci amavano.
    È finito un mito, ma è stato bello correre insieme a te, per inseguire quei sogni di una vita.
    È finito un mito, passando come una meteora che travolge ogni piccolo pezzo di vita.
    E poi. E poi, la mattina finisce, giunge la sera, poi la notte e ti addormenti con l’amarezza nel cuore. É stato un flash, un deja-vù.

  • 24 luglio 2013 alle ore 12:23
    Nuvole ed orizzonti

    Come comincia: Io non avevo paura della guerra, anche se avevo solo 14 anni; non avrei mai lasciato Napoli come invece volle fare mio padre per sfuggire ai bombardamenti. Lui, però, era quello che comandava, che decideva e noi dovevamo obbedire senza fiatare. Mamma, se solo sentiva parlare di bombe, tremava tutta e in campagna si sentiva più protetta. A mio fratello Guido, invece, non importava nulla se io e nostra sorella Federica trascorrevamo tutta la giornata fra pecore e mucche, tanto lui scendeva per lavoro in città quasi tutte le mattine, si metteva la sua bella giacca lunga, la cravatta consumata e andava via per tornare a tarda sera.

    Federica dove la mettevi, lì la trovavi, non muoveva opposizione a nulla, faceva tutto quello che dicevano i nostri genitori e trascorreva le giornate a sbucciare i fagioli, a pelare le patate, a dar da mangiare alle galline. Io, invece, non amavo stare in cucina, non amavo fare i lavori di casa, così, appena potevo, scappavo via e me ne andavo nel campo di grano, mi stendevo a terra a pancia in su e osservavo le nuvole che cambiavano forma.

    Oggi non ricordo se era la mia fantasia o se era il vento a divertirsi, ma quelle soffici nuvole prendevano magicamente le sembianze di oggetti, animali e di tante altre cose. La figura che vedevo più spesso era il telefono forse perché mi affascinava molto; non ne avevo mai visto uno prima di andare in campagna dalla zia. Che bella invenzione il telefono, pensavo, riusciva a far sentire la voce di una persona anche se era lontana.

    Ricordo che una mattina ero molto attratta da una nuvola sulla vetta di una collina, aveva la forma di un’enorme torta e il mio stomaco non faceva che brontolare: era così scarso il cibo che avevo sempre fame. Mamma ci faceva mangiare delle disgustose zuppe: fave, piselli, farro, orzo. Le odiavo! Io sognavo la carne, la mozzarella, i dolci ma in quel paese non c’era neanche il pane bianco.

    Insomma, ritornando a quella mattina, ricordo che all’improvviso sentii un pesante rumore di passi sulla strada vicino al campo di grano e delle voci maschili che cantavano “Fratelli d’Italia”. Mi alzai e restai seduta fra il granoturco da dove sbirciavo senza farmi vedere: avevo paura di quelle divise e di quelle armi sotto al braccio, anche se erano italiani. Mio fratello diceva sempre che dovevamo guardarci dai tedeschi, ma io avevo paura di tutti i soldati.

    Il vento smuoveva i miei capelli, io cercavo di toglierli dal viso, ma era inutile, ritornavano sempre nello stesso punto e per rinchiuderli in una coda, non mi accorsi che un soldato stava venendo proprio verso di me.

    - Oh ragazzina, cosa ci fai fra le spighe? – mi domandò con uno strano accento.

    - Guardo.

    - Guardi?… E guardi cosa?

    - Il cielo, le nuvole… le colline...

    - Sei napoletana?

    - Sì, e tu perché parli così strano?

    - Sono di Firenze.

    - Firenze!

    - La conosci?

    - No.

    - Ma tu cosa fai… guardi solo? Non vai a scuola?

    - Scuola?... Ci andavo tanto tempo fa.

    - Quanti anni hai?

    - Quattordici.

    Il soldato, guardandomi, aprì il suo zaino e prese un libro, me lo porse e chiese:

    - Lo vuoi? È una bella storia, tanto io l’ho già finito.

    - Lo vorrei, ma non so leggere. - risposi, mentre il mio stomaco continuava a brontolare.

    - Ho capito!

    Il ragazzo, allora, prese dalla tasca della sua giacca un panino e sorridendo, mi disse:

    - Prendi!

    Sorrisi anche io e afferrai il panino.

    Riaprendo la borsa, il giovane soldato stava per il riporre il libro, ma l'osservai curiosa ed egli, accorgendosene, esclamò:

    - Oh bimbetta, vuoi anche questo?

    Accennai un “Sì” con la testa.

    - E va bene, io te lo do, ma solo se tu mi prometti che imparerai a leggere e a scrivere.

    Feci un sorriso ancora più grande e lui mi diede il libro, salutandomi come fanno i militari, se ne andò raggiungendo i suoi compagni.

    - Chissà cosa c’è scritto? – mi chiesi guardando la luccicante copertina.

    Osservando il cielo, vidi che non c’era neanche più una nuvola, allora, mi alzai e con passo lento mi avviai verso casa.

    Da quando avevamo lasciato Napoli, ero sempre molto triste e quando qualcuno lo notava, Federica mi prendeva in giro dicendo che era perché non potevo vedere Cristian. Forse, però, non aveva torto, lui era così bello, simpatico... almeno per me perché i miei lo chiamavano il “forestiero” e non lo sopportavano. Cristian era il figlio dei signori Cirillo che abitavano al quarto piano nel nostro stesso palazzo di Napoli; era un ragazzo molto intelligente, aveva diciannove anni e frequentava l'università. Io non sapevo neanche cosa fosse l'università, sapevo solo che quando parlavo di lui, mio padre mi mollava sempre un ceffone:

    - Sei troppo piccola per pensare ai ragazzi! - gridava.

    Eh sì, ero piccola, ma perché non potevo neanche parlarne? In fondo, non dicevo nulla di male, io pensavo solo alla sua istruzione, una cosa che sognavo, ma che per me era molto lontana. Certo, Cristian mi piaceva e molto, solo che ad una ragazzina, come ero allora, non era permesso fare degli apprezzamenti e così, qualsiasi cosa pensassi che agli altri appariva scabrosa, me la tenevo per me. Avrei parlato sempre bene di Cristian, avrei trascorso ore a guardarlo e gli avrei detto - Sei bellissimo! - ma lui era chissà dove ed era cinque anni più grande di me.

    Se avessi potuto esprimere i miei pensieri, avrei fatto tanti bei commenti anche su Francesco Magai, il figlio di un'altra famiglia sfollata. “Occhi di cerbiatto” lo chiamavo, sempre nella mia mente! E com’era bello quel suo sguardo misto di timidezza e sicurezza. È vero, anche io lo vedevo fare il “pagliaccio”, come diceva mia madre, con le ragazze della cascina, ma per me era adorabile perché ad osservarlo bene, si notava che in realtà era molto chiuso e faceva una guerra con sé stesso per apparire disinvolto e socievole. Non era alto come Cristian, ma in compenso aveva delle fossette sulle guance, quando rideva, veramente adorabili, mentre i suoi bruni capelli corti splendevano come il castano iride dei suoi occhi. Come mi piaceva, come era bello, avrei fatto di tutto per farmi notare da lui, solo che puntualmente facevo sempre brutte figure. Era ormai molto tempo che la famiglia Magai abitava nella tenuta della zia e da tutto quel tempo io mi struggevo d’amore per Francesco. Quando i miei genitori dicevano che ero troppo piccola per pensare a certe cose, io rispondevo, nella mia testa però: “E vallo a dire al mio cuore!”.

    Una mattina, mentre impastavo le pagnotte da mettere nel forno, Francesco entrò in cucina e sorridendo ironico, iniziò a prendere in giro Giuseppina per i suoi 120 chili.

    Era il compleanno della primogenita degli zii, si doveva festeggiare la sua maggiore età e sembrava l'evento dell'anno. Antonia, mia zia, aveva dato a Giuseppina il compito di rendere tutto perfetto e lei aveva intenzione di ubbidire rompendo le scatole a noi!

    Mentre tutto intorno a me era un continuo vociare, io stavo con le mani nell’impasto. Dalla bianca cuffia usciva una ciocca ribelle, nera come i miei occhi, e come quella mattina nel campo di grano, la toglievo dal viso, ma tornava sempre allo stesso punto. Si fermava proprio accanto al naso e mi faceva starnutire. E quanta farina si alzava! Mia madre mi richiamava in continuazione e io la guardavo come a dirle che non me ne fregava nulla. Nel frattempo, cercando di non farlo notare a nessuno, guardavo sottocchio Francesco che giocava con Federica; mi faceva rabbia, lei era più grande e quindi nessuno le diceva nulla perché era in età da marito. Fingendo di annoiarmi, sbuffavo per distrarli.

    “Uffa, e come stiamo oggi!... È proprio antipatica quando fa così!” disse Francesco lamentandosi della cuoca e guardandomi. Il mio sangue si gelò improvvisamente. Mi trovai, sorpresa, i suoi occhi da cerbiatto proprio rivolti a me e come una scema non risposi, mentre lui già ritornava accanto a Federica.

    Innervosita dal mio comportamento stupido e imbarazzante, presi le pagnotte dal tavolo infarinato, anche se ero più io infarinata, e mi avviai verso il piano accanto al forno; non ho proprio idea di come feci, ma inciampai e caddi a terra facendo sparpagliare le pagnotte sul pavimento.

    - Martina, ma che cavolo fai? - gridò la cuoca con la sua grossa voce.

    Provai a mettermi in ginocchio, ma mi faceva male il piede e restai per un po' distesa.

    - Giuseppina, non la sgridate, è una bambina! - esclamò Francesco venendo vicino a me per aiutarmi. Io, agitata, feci un rapido scatto e mi alzai, non volevo essere toccata.

    Senza badare alle pagnotte a terra, scappai via dalla cucina, avevo fatto una pessima figura e già le lacrime mi bagnavano il viso. Nelle orecchie mi rimbombava quell’odiosa frase: “È una bambina”. Me la sentivo dire sempre, quasi tutti i giorni, dai miei genitori, dagli zii, dalla servitù e così, innervosita, me ne andai, zoppicante, nel fienile ad osservare i campi dalla finestra. Sbuffando ancora, mi tolsi la cuffia e i miei capelli lunghi scesero tutti insieme fino a coprirmi le spalle. Guardandomi in un vetro abbandonato, mi dicevo di non essere una bambina, di valere più di quanto pensassero gli altri. Era sempre per colpa degli altri che spesso mi perdevo nei miei pensieri perché non potevo parlare con nessuno.

    - Perché una ragazza della mia età non può dire cose serie, cose importanti? - mi chiedevo.

    Ad un tratto sentii qualcuno chiamarmi, mi voltai verso l’ingresso del fienile e vidi lui, “Occhi da cerbiatto”. Feci uno sguardo che mostrava tutta la mia sorpresa e mi dissi emozionata:

    - Ricorda il mio nome.

    - Martina, - riprese - perché sei scappata?

    - Perché ho fatto una brutta figura.

    - Ma può capitare a chiunque di cadere.

    - Eh sì, lo so, ma capitano tutte a me!

    - Dai che non è vero.

    - Sì che è vero.

    - Beh… comunque volevo dirti che per me non hai fatto nessuna brutta figura… Anche io ero convinto, quando avevo la tua età, che capitassero tutte a me, ma crescendo mi sono reso conto che non è così. Bisogna solo essere più sicuri di sé.

    - E tu parli così perché sei uomo, sei grande.

    - Credi veramente che ad un uomo non accadano cose imbarazzanti?… Allora, senti questa. Ieri sera ero a cena con i tuoi zii, per contorno portarono delle olive e cercai di prenderne una con la forchetta ma l'oliva scivolò dal mio piatto e finì proprio nel decolté della signora!

    - Oh cielo, veramente?

    - Eh sì, non immagini l’imbarazzo.

    - Ma com’è che a voi vi fanno mangiare con loro? A noi mai!

    - Beh, perché non siamo ricchi, ma stiamo alquanto bene e i padroni cercano sempre di appioppare quelle figlie a qualcuno.

    - E... a te... piacciono?

    - Le figlie dei padroni?

    - Sì.

    - Non possono mai aspirare alla bellezza delle cugine napoletane.

    Cos'altro poteva dire Francesco per farmi arrossire? Diventai un peperone e per cambiare discorso, gli domandai:

    - Hai fratelli, sorelle?

    - No, i miei genitori non possono avere figli.

    - Come… e tu?

    - Io sono adottato, mi vennero a prendere dalle suore quando avevo due anni.

    - E ti trovi bene?

    - Beh è un po’ come quando nasci in una famiglia, non hai scelto tu i tuoi genitori, ma ci devi stare.

    - Non ti trovi bene?

    - Sì certo, ma mio padre vuole farmi fare il dottore come lui.

    - E a te non piace fare il dottore?

    - Io vorrei scrivere, creare poesie e pubblicarle, ma lo studio mi porta via tanto tempo.

    - Ne hai già scritta qualcuna?

    - Sì!… Beh, adesso è meglio che vada.

    - Un giorno mi farai leggere una tua poesia?

    - Va bene.

    Francesco sorrise, si voltò e se ne andò; aveva l’aria sconsolata e io non capivo come si poteva essere tristi, quando si aveva la possibilità di studiare e vivere in una famiglia in cui non mancava nulla. Però ero contenta che fosse venuto a parlare con me.

    La sera di quel giorno mio fratello Guido pensava a come sarebbe cresciuta la nostra piccola attività, se non ci fosse stata quella maledetta guerra e, invece, si arricchivano solo quelli che fabbricavano armi e i contadini che andavano a vendere i loro prodotti in città. E così, mentre noi poveri piangevamo per la vita che non potevamo avere, dalla casa degli zii si vedevano tutte le luci accese e si udiva il suono di

    un'orchestra. Quella sera tutti i lavoratori della cascina e noi sfollati stavamo nel cortile, i maschi giocavano a carte e le donne chiacchieravano sedute in cerchio sulle vecchie sedie di paglia. Io, mia sorella e le altre ragazze della tenuta stavamo con le ginocchia a terra e con la testa fra le ringhiere del cancello laterale per vedere gli abiti delle invitate alla festa: che eleganza quei capelli raccolti in alto o i tagli corti, i guanti e le borsette. Io osservavo le giovani fanciulle dell’alta società e sognavo d’indossare uno di quei vestiti, ma non era tanto per i vestiti, ma perché credevo che in tutto quello c’era la libertà.

    Dopo qualche secondo abbassai la testa in avanti, mentre con le mani mi tenevo ancora al cancello; chissà cosa pensavo, so solo che ero una grande sognatrice.

    Giuseppina con i suoi gesti decisi, ma non aggressivi, ci fece alzare e disse a tutte noi che dovevamo pensare ad altro, così ci accompagnò fino al tavolo al centro del cortile a ci fece sedere. Io, come al solito, me ne stavo in silenzio ad osservare gli altri, le mie amiche invece si lamentavano perché volevano entrare nella casa del padrone, ma questa volta però, per vedere i bei ragazzi che avevano intravisto dal cancello.

    Ad un tratto sentii il mio amico Giovanni che mi chiamava, mi voltai e lui mi fece segno di seguirlo; mi alzai e gli andai dietro e come al solito tutti commentarono dicendo che noi due eravamo destinati a sposarci. Nessuno capiva che fra me e lui c’era solo una reale amicizia, anche perché la sua testa stava sempre a pensare al teatro.

    Seguendo Giovanni nell’aia, arrivammo fino a casa sua dove il mio amico prese un abito femminile da festa e me lo mostrò.

    - È bellissimo! - esclamai restando incantata.

    - Indossalo, così vai alla festa. - mi disse sorridendo.

    - Cosa?

    - Sì dai, io ho questo. - rispose prendendo dalla stessa cesta un vestito da uomo.

    - Ma cosa hai in mente e dove hai preso questi abiti?

    - Il tuo è di mia cugina e questo del fidanzato. Dai, vai in camera tua e preparati.

    - Tu sei pazzo, non possiamo entrare in casa dei signori e poi ci riconoscerebbero, almeno a me.

    - Ma dai, Martina, non ci riconosceranno! Secondo te i padroni conoscono tutti i loro lavoratori? A te poi non ci faranno caso con tutti gli invitati che ci sono.

    Presi l’abito fra le mie mie mani e cominciai a guardarlo, lo volevo indossare, ma avevo paura: in mezzo a tanti signori cosa ci avrei mai fatto?

    - E se poi se ne accorgono e ti licenziano? - chiesi preoccupata.

    - Vuol dire che è la volta buona che ce ne andiamo in città.

    - Oh, e va bene! Vienimi a prendere, però, io da sola non ci entro.

    - Va bene!

    Cercando di nascondermi agli occhi degli altri, mentre un canto popolare si elevava fra gli alberi che coprivano la luna, mi avviai verso casa; nel tragitto sentivo le donne cantare e vedevo mio padre osservare le vigne.

    Mi chiusi in camera e iniziai a cambiarmi, andavo di fretta e non sapevo neanche il perché, ma ad un tratto qualcuno bussò alla porta ed io mi gelai.

    - Martina, cosa stai facendo? - mi domandò Federica.

    - Niente… mi preparo per la notte. - risposi un po' tremante.

    - Già vai a dormire?

    - Eh… ho tanto sonno.

    - Dai fammi entrare, ti devo raccontare una cosa.

    - Facciamo domani, adesso ho troppo sonno.

    Mia sorella non rispose subito e io aspettavo trepidante un suo cenno, poi lei disse:

    - Eh va bene, ciao!

    A quel saluto sospirai come chissà cosa stessi facendo.

    Appena vestita, mi guardai allo specchio e cercai di pettinarmi come meglio potevo; presi un fiore da un vaso e lo misi sul fiocco che mi teneva i capelli. Com’ero bella vestita da signora!

    Qualche minuto dopo, Giovanni cominciò a chiamarmi, mi affacciai alla finestra e gli dissi di fare silenzio, poi, verificando prima che in casa non ci fosse nessuno, scesi le scale e me ne andai. Sgattaiolando via insieme, ci avvicinammo ad una delle grandi finestre della casa degli zii, ci affacciammo e vedemmo tante persone eleganti, ricche e nobili: c’era il sindaco del piccolo paese, alcuni amministratori comunali e degli uomini che sinceramente non saprei neanche dire chi fossero.

    Girando intorno alle mura della villa, trovammo un ingresso secondario ed entrammo nella sala da pranzo che per fortuna era vuota; spalancando gli occhi, mi fermai ad osservare le belle cose che c’erano in quella casa: statue, tende con merletti, vasi, ceramiche e quadri. Tutti oggetti che non avevo mai visto.

    Senza far rumore, ci avviammo verso la sala di ricevimento da dove proveniva la musica e il vociare degli invitati.

    - Ho il cuore in gola! - esclamai fermandomi.

    - Dai, Martina, nessuno farà caso a noi. Passeremo per i figli di qualche invitato, così ci divertiamo un po’. - rispose Giovanni sorridendo.

    Non finì neanche di replicare che mi tirò in sala e mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente che odorava di confetto; la prima cosa che pensai, fu che avrei fatto sicuramente un'altra figuraccia.

    - Fai la disinvolta. - mi diceva il mio amico.

    Ma come potevo? Non ero per nulla elegante, ma goffa e impacciata.

    La sala era immensa ed era circondata su due lati da enormi finestre abbellite con tende rosa; in un angolo c’era l’orchestra, al centro delle persone che ballavano e in fondo un uomo con un grosso pancione che beveva insieme ai suoi invitati.

    - Ecco, Martina, quello è il padrone. - mi disse Giovanni indicando la stessa persona che guardavo io.

    - Allora, è lo zio?… Ma mia cugina? - chiesi un po' perplessa.

    - Non lo so, non l’ho mai vista.

    Mentre giravo su me stessa per ammirare gli invitati, m’immaginavo figlia di un conte, a parlare con altre ragazze nobili dei grandi fatti della vita. Mi vedevo bella, con i boccoli che scendevano sulle spalle, con le mani inguantate e con una scia di delicato profumo dietro di me.

    Ad un certo punto il maggiordomo annunciò l’ingresso di Rosalia Poerio Bassi, mia cugina, e fu allora che anche io mi chiesi com’era possibile che dei nostri stretti parenti potessero tenerci così alla larga solo perché eravamo poveri.

    - Andiamo al buffet? - mi chiese Giovanni fregandosene che bisognava aspettare la festeggiata.

    - Non credo che si possa in questo momento, forse è meglio andar via. - risposi mentre gli invitati facevano gli auguri a Rosalia.

    La confusione, la musica e quell’ansia che avevano gli invitati nel voler assolutamente salutare la famiglia Poerio mi mettevano una grande agitazione.

    Mezza intontita, mi avviai verso l’uscita e per farlo cercai di superare tutte quelle persone che si accalcavano, ma ad un tratto Giovanni mi prese la mano e credo disse: - L'uscita è di qua!

    Lo seguii senza battere ciglio e ci ritrovammo su un terrazzo che dava in giardino, ci fermammo e ci guardammo: non era il mio amico.

    - Allora, piccola principessa, cosa ci fai qui? - mi chiese Francesco sorridendo.

    Volevo sprofondare! Quei suoi occhi, che mi fissavano, m’imbarazzavano tremendamente. Cosa potevo rispondergli? Avevo addosso qualcosa non mio, ero fuori luogo ed ero un’imbranata nata.

    - Allora, cosa ci fai qui? - riprese non distogliendo neanche un attimo lo sguardo da me.

    - Gioco! - risposi cercando di mostrarmi tranquilla e a mio agio.

    - Giochi?… Ho un'idea!

    - Cosa?

    - Vieni con me.

    Francesco mi prese la mano e cominciò a tirarmi per farmi camminare, io gli chiedevo cosa avesse in mente perché un po’ avevo paura; poi scendemmo gli scalini che portavano in giardino e attraversammo un arco che conduceva nel parco privato della famiglia Poerio. Non sapevo cosa pensare e quella volta anche io mi ripetevo di essere piccola, ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Dopo poco entrammo nella cucina, dove la mattina avevo fatto cadere le pagnotte e Francesco mi lasciò la mano; preoccupata, feci un passo indietro e lui mi guardò chiedendomi:

    - Hai paura?

    - No! - risposi fingendo disinvoltura.

    - Voglio solo farti divertire veramente.

    - Come?

    - Siediti!

    Mi sedetti, perplessa, su una sedia accanto alla finestra, Francesco prese un foglio di carta e si accomodò anche lui. Osservandomi ogni tanto, si mise a scrivere qualcosa.

    - Cosa scrivi? - gli chiesi.

    - Dopo ti faccio leggere, ma non dire nulla adesso.

    Se mamma avesse saputo che ero in una stanza da sola con un uomo, mi avrebbe picchiata sicuramente, ma io cominciavo a sorridere e Francesco mi disse di essere brava. Brava per cosa? Stavo solo ferma immobile! Mentre vedevo la luna riflessa nei suoi occhi, lui scriveva alla fioca luce di una lampada e sorridendo si formarono sulle guance le sue dolci fossette. Io avevo il cuore che batteva molto forte e per poco non mi saliva in gola.

    Poi Francesco si fermò, alzò la testa dal foglio e disse:

    - Vuoi leggere?

    - Sì. - risposi.

    Lui si avvicinò a me, mi diede il foglio e si mise al mio fianco, io fingevo di leggere: mi vergognavo troppo a dire di non saperlo fare.

    Avevo gli occhi incollati sulla sua elegante grafia, sulle “a” tondeggianti, sulle artistiche “i” ed erano le uniche lettere che conoscevo.

    - Ti piace? - mi domandò.

    - Sì. - risposi imbarazzata.

    - Che ne pensi?

    - Beh… posso dirti che a me piace molto, ma darti un giudizio…

    - Ma ti piace?

    - Sì, sì… molto!

    - Bene!

    - Come la chiamerai?

    - Beh… visto che sei tu la mia musa ispiratrice, la chiamerò Martina.

    Feci un sorriso istintivo, era la cosa più bella che mi avessero mai detto. Non credevo a quello che stava accadendo, stavamo là io e lui con una sua poesia dedicata a me e questo confermava quello che pensavo di lui: era dolce e timido. Poi Francesco poggiò la mano sulla mia spalla e mi spiegò il significato di alcune parole, ma in quel momento si accesero anche le altre lampade ed io sentii la voce di mia madre gridare “Disgraziato!”.

    Come una tempesta improvvisa entrarono in cucina mio padre e altri lavoratori della cascina che si avventarono su Francesco bloccandolo.

    - Disgraziato, cosa volevi fare a mia figlia? - chiese arrabbiato mio padre.

    - Ma papà, stavamo leggendo una poesia. - risposi.

    - Stai zitta tu, svergognata! Maria, portala a casa.

    Francesco cercava di giustificarsi, ma uno dei contadini gli teneva un fucile puntato contro; papà sbraitava come un cane e mentre io gridavo che non mi aveva fatto nulla, mia madre mi spingeva stringendomi il braccio. Mi faceva male, ma sinceramente soffrivo più per quello che stavano facendo a lui. Gli dicevano brutte parole, lo chiamavano maniaco e lo intimavano di lasciare la cascina. Qualcuno gli diede anche un pugno e infatti l’ultima immagine che ebbi di lui, fu il suo bel viso pieno di sangue.

    - Non ti preoccupare Martina, - mi gridava - riuscirò a pubblicarla e tu mi troverai!

    - Che cosa sei, eh?… Una puttana? - mi strillava mia madre nel cortile verso casa.

    - Voi siete pazza! - rispondevo io.

    - Ah, io sono pazza, e tu vestita così? Mo vedrai!

    Gli altri lavoratori e le ragazze della tenuta stavano impalate ad osservare la scena, io cercavo di difendermi da quelle ingiuste accuse ma tutti credevano a ben altro.

    E fu così che la famiglia di Francesco dovette andare via, mentre io fui costretta a restare in camera per molti giorni. Piangevo perché avevo paura di non rivederlo più.

  • 19 luglio 2013 alle ore 15:32
    Africa

    Come comincia: Oggi mio fratello è stato aggredito. Quando io e Giorgia siamo arrivate era seduto a terra, con l'orecchio sanguinante, c'era un capannello di persone intorno, una ragazza aveva assistito alla scena, lo aveva soccorso. Un gruppo di ragazzi lo aveva accerchiato, provocandolo, e quando lui si era girato per andarsene uno di loro gli aveva spaccato un posacenere di vetro in testa. Ha detto di aver capito che erano stranieri. Erano fuggiti tra la folla, mio fratello è caduto per terra semisvenuto per il colpo alla testa. Le persone che lo avevano soccorso hanno raccontato che gli aggressori erano in otto, tutti ragazzi. Mio fratello era per terra, sanguinante, è scoppiato a piangere, mi raccontava che mentre lo aggredivano gli chiedevano se vendesse droga; parlando con noi provava ad alzarsi e perdeva l'equilibrio. Quasi due metri di ragazzo e l'ho visto così indifeso. Otto contro uno, raccontava mio fratello mentre piangeva per la rabbia. Io e Giorgia eravamo lì, impotenti, cercavamo di consolarlo. Io ho pensato che pur essendo mio fratello non lo conoscevo affatto, che lo avevo sempre ignorato, che non sapevo dove vivesse, pur vedendolo tutti i santi giorni sotto quei portici. Mio fratello non aveva fatto male a nessuno, ora tra i singhiozzi minacciava di ammazzare i suoi aggressori. 
    Mi veniva da abbracciarlo ma non sapevo come avrebbe reagito; ho tenuto la mia mano sulla sua spalla finché non è arrivata l'ambulanza. 
    Mentre eravamo lì, all'angolo, e le lacrime scendevano sulle sue guance di ebano, gli ho preso la mano, cercavo di calmarlo, dicendogli di non preoccuparsi e che in ospedale avrebbe dovuto raccontare tutto alla polizia. Annuiva, e piangeva.
    Ecco i soccorsi, la sirena, i paramedici: ho pensato speriamo che lo ascolteranno, che gli crederanno, che lo terranno in osservazione, noi non possiamo seguirlo...
    Ho visto mio fratello asciugarsi le lacrime e il sangue e mi è sembrato così piccolo, così indifeso... 
    Lui e il suo amico ci ringraziavano per essere rimaste lì, per non averli ignorati...
    - Ma se fosse successo a noi, voi, ci avreste aiutate? Credo di sì. 
    - Sì, vi avremmo aiutate. Ma grazie per essere rimaste.
    Guardo mio fratello, ho pensato che lo avrebbero portato via e chissà quando lo avrei rivisto...
    -Come ti chiami? Da dove vieni?
    -Yusuf, vengo dal Senegal, non ho fatto male a nessuno.

  • 18 luglio 2013 alle ore 20:11
    Cominciò con un numero sbagliato...

    Come comincia:  La meravigliosa storia d'amore tra Jacopo e Tania cominciò con un numero sbagliato, nel cuore della notte qualcuno aveva il composto il numero di casa del giovane. Era una fredda notte di dicembre, pioveva ininterrottamente da ormai due giorni, il vento era così forte che faceva sbattere le persiane verdi della camera di Jacopo e questo fastidioso rumore lo svegliava non appena riusciva ad addormentarsi. A tutto questo bisognava aggiungere il suo malumore a causa di un'importante riunione di lavoro alla quale avrebbe dovuto partecipare il giorno seguente… insomma sembrava quasi che tutti stessero cercando di ostacolarlo, persino il vento.
    All'improvviso, l'ululato del vento cessò e Jacopo, rincuorato, riuscì ad addormentarsi. Poi quella telefonata. Gli squilli nel silenzio della notte sembravano essere ancora più alti e Jacopo prese in mano la cornetta con il cuore in tumulto. Chi poteva essere a quell'ora? Cosa era successo? E a chi?Pensava Jacopo sempre più preoccupato e così rispose con la voce che gli tremava per lo spavento:"Pronto?" Disse. Dall'altro capo del telefono, il silenzio."Pronto?" Riprese Jacopo sempre più preoccupato e, questa volta, una voce femminile parlò. Era una voce sottile ma Jacopo non riusciva a riconoscerla."Pronto – ripetè la donna – papà... sono io... sono Tania... finalmente ho trovato il coraggio di chiamarti, anche se nel cuore della notte... ti prego ascoltami... non riagganciare."Jacopo rimase sorpreso, quella ragazza aveva sicuramente sbagliato numero e così le rispose, cercando di essere il più educato possibile:"Ehm... signorina... mi scusi ma io credo che lei abbia sbagliato numero"."Ops... mi scusi – rispose la voce misteriosa – sicuramente l'ho spaventata". E chiuse la chiamata. Anche Jacopo abbassò  il ricevitore pensando a quanto la gente si divertisse a fare gli scherzi, ma non riusciva più a riprendere sonno. Si girava e rigirava nel letto ma niente e così decise di alzarsi e di prepararsi una tisana alla camomilla (la sua preferita) mentre ripensava a quella telefonata. No, non poteva essere uno scherzo. Quella ragazza le era sembrata davvero in ansia. Se si fosse trattato di uno scherzo, allora quella ragazza avrebbe meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista!
    Ben presto la notte lasciò il posto all'aurora e l'aurora al mattino. Jacopo si preparò per un'altra dura e intensa giornata di lavoro. Tuttavia nonostante fosse preso da pratiche dell'azienda e relazioni dei fornitori, una piccola parte della sua mente era costantemente rivolta a quella ragazza misteriosa tanto che, a volte, appariva distratto e ci voleva qualche risata o schioccare di dita di un collega per farlo tornare alla realtà del grigio ufficio collocato nel centro della città.
    Terminata la giornata lavorativa corse a casa, con il desiderio di potersi riposare un po' e dimenticarsi di quella ragazza. Entrò in casa e afferrò un libro. Purtroppo la sua tranquillità non sarebbe durata a lungo! Qualcuno suonò alla porta. Jacopo chiuse il libro e andò ad aprire di malavoglia, pensando che fosse qualcuno che proponeva vendite di elettrodomestici. Aprì la porta, pronto per dire il solito "Grazie, ma al momento non mi interessa". Davanti a lui c'era una donna, probabilmente sua coetanea, di aspetto gradevole, occhini verdi e capelli biondi, che gli tese la mano dicendo:"Buongiorno, mi scusi se l'ho disturbata, sono Tania, per caso mio padre è in casa?"Jacopo nuovamente sorpreso le rispose:"No, signorina, guardi qui non abita suo padre Mi ha già telefonato stanotte e le ho detto che aveva sbagliato numero. Arrivederci".
    Aveva quasi chiuso la porta, quando la donna la bloccò, continuando con tono arrogante:"Guardi, sono certa. Lei mi sta prendendo in giro, forse è stato proprio lui ad avvisarla, di non farmi entrare ora e di non passarmelo al telefono l'altra notte. Le avrà parlato sicuramente di me. Questa è casa di mio padre e come avrà sicuramente capito io lo sto cercando."Jacopo, ora arrabbiato, rispose:"Signorina, glielo ho già detto, qui non abita suo padre, vivo solo io. Vuole venire a controllare?""No, non mi permetterei mai, mi fido, ma la prego, se lei sa qualcosa mi aiuti, io sto... lo sto cercando da una vita quasi"."Si ho capito – continuò Jacopo, questa volta un po' più calmo – ma evidentemente ha l'indirizzo sbagliato.""Ho trovato questo indirizzo – continuò Tania – dopo anni di ricerche. Lo cerco da quando avevo tredici anni, praticamente da quando ho scoperto la sua esistenza.""Capisco – rispose Jacopo– se vuole posso darle una mano". Non sapeva, cosa lo avesse spinto a pronunciare quella frase, forse era rimasto colpito dal comportamento di Tania. Cosa avrebbe potuto fare per lei?"La ringrazio" gli rispose."Venga, si accomodi le offro una tazza di the - e insieme si sedettero nel soggiorno con le tazze fumanti tra le mani - allora mi stava dicendo che lei cerca suo padre da tantissimo tempo".
    "Già è così – proseguì lei – io vivo con mia madre e i miei nonni. Da piccola, quando chiedevo loro di mio padre, mi dicevano che fosse morto. Poi, ho capito che non poteva essere così e ho deciso di trovarlo. In una delle tante ricerche, ho ritrovato questo indirizzo. Desidero tanto conoscerlo, potergli parlare… ma allo stesso tempo, la cosa mi fa paura. Tuttavia penso che l'indirizzo che ho trovato non è esatto. Mi scusi ancora per l'altra notte e per averle rubato il suo tempo libero". E fece per alzarsi."No aspetti – Jacopo la afferrò per un braccio – mi è venuta un'idea. Se lei ha questo indirizzo, un motivo ci sarà."All'improvviso si ricordò di una persona, un suo amico e se fosse lui il padre di Tania?"Senta Tania – continuò – io ho comprato questa casa sei anni fa. Ogni tanto sento ancora il precedente proprietario, forse potrebbe essere lui suo padre. A proposito conosce il suo nome?" Le chiese."Si – rispose Tania – Giorgio, ma non conosco il cognome purtroppo.""Non importa – continuò Jacopo per tranquillizzarla – il nome coincide. Se vuole posso chiamarlo e gli dico di incontrarci al solito bar in piazza. Lei viene con me e così si toglie questo dubbio che la sta tormentando."
    "D'accordo – rispose Tania, ancora un po' incerta – ma perché vuole aiutarmi? In fondo nemmeno mi conosce!""Diciamo che, mi ha colpito la sua storia e spero, con tutto il cuore, che lei possa ritrovare suo padre molto presto.""Lo spero anche io."Jacopo cercò nella sua rubrica telefonica il numero di Giorgio."Ecco l'ho trovato, ora lo chiamo." E compose il numero."Pronto? Giorgio, sono Jacopo, tutto bene? Senti, che ne dici di vederci domani pomeriggio alle cinque al solito bar?""Grazie." Gli disse Tania e se ne andò.
    Il pomeriggio seguente, Jacopo e Tania, andarono al bar dove Giorgio li stava aspettando. Era un uomo anziano, con i capelli bianchi e indossava un vecchio cappotto nero."Ciao Giorgio." Esclamò Jacopo non appena lo vide."Ciao Jacopo." Rispose l'uomo."Giorgio, lei è Tania una mia amica." E i due si strinsero la mano .Dopo aver bevuto un caffè e dopo aver parlato del più e del meno, Tania prese la parola: "Mi scusi, è lei questo uomo?" E gli mostrò una foto che aveva trovato nel comodino di sua madre e che raffigurava i suoi genitori insieme, felici durante una vacanza a Parigi."Si quello sono io, lei chi è signorina? Io non la conosco! E dove ha trovato quella foto?" Le chiese Giorgio perplesso e spaventato."Ho trovato la foto nel comodino di mia madre - e fece una breve pausa – quindi avrà certamente capito che io sono sua figlia. Lei ha sempre voluto ignorare la mia esistenza o forse non sapeva nulla di me.""È così – confermò lui – io era ignaro di te, tua madre non me ne aveva mai parlato. Come hai fatto a trovarmi?" "Ho incontrato la persona giusta, al momento giusto, papà..." "Oddio, ti prego, ripeti quel sostantivo all'infinito..." Gli occhi di lei si riempirono di lacrime: "Andiamo papà abbiamo tante, troppe cose da raccontarci..." E se ne andarono. Jacopo li seguì con lo sguardo fino a quando scomparvero tra la gente, fiero e felice di aver aiutato la sua nuova amica .Già amica. Quella ragazza era per lui solo una “semplice” amica? Jacopo non era il tipo che credeva nel colpo di fulmine, lo riteneva una scemenza, qualcosa che utilizzano gli scrittori nei loro libri o i registi nei loro films, ma nella realtà, non poteva esistere qualcosa del genere. La vita vera è un'altra. E allora perchè Tania gli provocava un tuffo al cuore? Perchè ora che aveva ritrovato suo padre lui era felice e commosso? Perchè si preoccupava della sua felicità?
    Solo la notte seguente nel buio della stanza e fra il caldo delle coperte, Jacopo realizzò che lui di quella ragazza si era innamorato. Doveva agire. Non voleva perderla. Doveva dirle tutto quello che sentiva e così prese una saggia decisione.
    Una mattina di qualche settimana dopo non si recò a lavoro, ma uscì di casa presto. Il sole già illuminava le strade. Un timido sole di febbraio che accarezza i cappotti della gente. Era diretto a casa di Tania. Sapeva dove abitasse, perchè era stata la stessa Tania a rivelarglielo e lui doveva necessariamente incontrarla. Sapeva bene che le possibilità di riuscita erano pochissime, ma, lui voleva tentarci. Meglio una sconfitta che un rimpianto, dopotutto. Parcheggiò la macchina e citofonò. “Chi è?” risposte la donna. “Jacopo!” “Sali!” Jacopo salì le scale col cuore in gola. Cercava di formulare nella sua mente un discorso più o meno organico, ma sapeva bene che davanti a lei non sarebbe riuscito a proferir parola. Ed eccola lì Tania che lo aspettava sulla soglia della porta. “Ciao che sorpresa!” “Ciao... mi trovavo in zona e ho pensato di farti un saluto.” Mentì Jacopo. “Hai fatto benissimo. Accomodati!” I due si sedettero sul divano e fu lui a parlare. “Come va con tuo padre?” “Bene anche se è difficile recuperare tutto il tempo perduto. Più che al passato punto al presente e al futuro con lui. A proposito ancora grazie, se non ci fossi stato tu, non ce l'avrei mai fatta.” E gli diede un bacio sulla guancia. Il contatto di quelle labbra provocò in lui un brivido che la ragazza notò: “Jacopo tutto bene?” “Sì Tania, anzi no...” La ragazza lo guardò perplessa. Lui inspirò profondamente e continuò: “Tania non so da dove iniziare e non so come tu reagirai.  Tu non mi conosci benissimo, io non so che tipo di vita tu trascorra o cosa ami ma io... io... da quando ci siamo conosciuti... non faccio altro che pensare a te... io non credevo che il colpo di fulmine esistesse, ma, ora devo ricredermi... sei entrata nella mia vita e non so come farti uscire... Tania io mi sono innamorato di te...” La ragazza aveva ascoltato attentamente ogni parola che lui aveva pronunciato. Certo rimase sconvolta, Jacopo lo sapeva, ma la sua reazione fu meravigliosa. Alcune lacrime iniziarono  a segnarle le guance mentre le sue labbra si inarcavano a formare uno splendido sorriso. Sembrava un angelo. Gli prese entrambe le mani tra le sue e continuò: “Jacopo hai fatto benissimo a venire qui  e a parlarmene... Tu sai bene che io sto vivendo una situazione affettiva particolare... dopotutto il rapporto che sto costruendo giorno dopo giorno con mio padre non ha nulla a che vedere con quello che voglio costruire con te... Ciò che amo lo scoprirai pian piano, impareremo a conoscerci, ci leggeremo come se fossimo dei libri appena usciti in libreria...” Attirò il viso del giovane al suo, lo guardò negli occhi, gli sorrise e lo baciò in maniera appassionata. Quando si staccarono lui riprese la parola: “Mi stai dicendo che....” Lei lo interruppe. Gli mise una mano sulle labbra e: “Ti sto dicendo che i sentimenti sono reciproci.” E un altro bacio sancì la nascita di quell'amore “diverso” segnato dalla mano del destino. Avevano cominciato a scrivere insieme un libro stupendo... un libro speciale... un libro che non si trova in tutte le biblioteche... un libro che, forse, non sarà mai un best seller... un libro che non tutti potranno leggere e comprendere fino in fondo, ma solo chi vive un'esperienza simile a quella di Jacopo e Tania troverà la giusta chiave di lettura.
     

     
     

  • 18 luglio 2013 alle ore 16:21
    L'uomo senza volto - esistenze appartate

    Come comincia: Il percorso era sempre lo stesso. Il parco nuovo dove i bambini senza maglia giocavano mettendo la pelle alla mercè del sole cocente; le donne che non potevano permettersi vacanze esotiche, come matrone antiche filavano i loro discorsi all'ombra degli alberi, mentre i più piccoli ritornavano da loro con i volti rigati dalle lacrime,  con le ginocchia sbucciate. Era il segno dell'estate, l'apertura di finestre e porte sui pianerottoli anneriti dal fumo delle braci. Il fuoco nel fuoco dell'aria silenziosa, dava l'idea che infondo il tempo non esistesse. Come se tutte le cose, gli eventi, i dolori e le gioie delle stagioni passate non fossero mai esistiti. Questo era l'estate un'immemore distesa di biancore e sospensione. 

    La parte retrostante del parco dava su una piccola cappella, lì opulenta e bizantina si ergeva la Madonna della scuola. Un raccordo di due strade differenti: il sacro deserto del raccoglimento e il ritrovo di quelli che il paese definisce '' i tossici'' . 

    Quello però era il giorno dell'uomo senza volto. La macchina era parcheggiata alla rinfusa, come si fosse fermato di scatto senza manovre, un'urgenza che avrei capito solo dopo. 

    In macchina addormentato c'era un ragazzino con la bava cristallizzata agli angoli delle labbra e le mani piccole da neonato. 
    Sotto la cappella c'era l'uomo senza volto con le mani giunte. Non era seduto o raccolto nella calma,  somigliava alla sua auto gettata lì a caso, nella fretta, nell'urgenza. Oscillava come un pendolo e anche lui piangeva, come i bambini del parco. Ma i vestiti non erano laceri e le ginocchia non erano sbucciate. 

    Quindi anche questo era l'estate.
    L'osservazione del mistero che si propagava in ogni dove .Del dolore esposto  sotto la luce indiscreta e violenta del sole. 

     

  • 14 luglio 2013 alle ore 20:57
    La cioccolata di Beatrice

    Come comincia: Beatrice sale le scale tenendosi stretta alla madre; con il braccio sinistro si aiuta poggiandosi al corrimano e guarda i tre ultimi gradini che le sono davanti. Oggi ne ha fatti due in più e osserva il padre sorridente che aspetta il suo segnale per correre a prenderla in braccio. Lei fa un piccolo movimento con la testa, lui comprende e scende quei tre gradini. Beatrice pesa venticinque chili, è alta un metro e trenta; Beatrice ha quattordici anni. Lascia sempre sciolta la sua folta capigliatura rossa, l'unico suo orgoglio; sta sempre chiusa in camera e non si stacca mai dal computer. Perché farlo se a stare in piedi non ce la fa? Domani ha la scuola, deve conservare le energie, ma è contenta per quei due gradini in più. La bocca le si secca, vorrebbe dell'acqua; la madre la guarda e dice “Ricorda che in ospedale devi ritornare dopodomani!”. La ragazza annuisce, sa che dovrà accontentarsi di un solo sorso. Vuole andare da sola a prenderla e mentre la madre la spia, lei apre il frigo e vede le formine di ghiaccio preparate per lei. Questa volta, però, può permettersi quella in bottiglia, fresca e soprattutto liquida. Dopo aver bevuto, posa il bicchiere sul piano della cucina e sa che quello sarà l'unico fino al giorno dopo. Acqua razionata, cibi razionati. Beatrice si porta alla finestra e vede le sue coetanee passeggiare; anche lei vorrebbe avere una vita lunga, per giocare, per ridere, per sognare, ma non vuole viverla in quel modo. Il destino sembra non essere dalla sua parte; ha avuto due trapianti, entrambi andati male. La prima volta le è stato trapiantato il rene della madre, la seconda volta quello del padre. Adesso è in lista, ma quanto durerà la sua attesa? Beatrice ascolta spesso di nascosto i genitori che parlano di percentuali di donatori: ancora troppo basse per rispondere a tutte le richieste. Lei sa che ci sono tanti altri ragazzi come lei e bambini, adulti e desiderare che delle persone muoiano per far giungere il suo turno o il rene adatto a lei è devastante. Il padre per confortarla le dice sempre “Le persone muoiono ogni giorno che noi lo vogliamo o meno.” ma non le basta. Beatrice lascia la finestra e vede nascosta dietro alla bilancia una tavoletta di cioccolata. La prende e si dice che ne mangerà solo una piccola parte. Fa così la prima volta, così la seconda volta, così la terza. Adesso Beatrice è in ospedale: in coma.

  • 14 luglio 2013 alle ore 10:21
    Via Crucis

    Come comincia: Assisi, città santa.
    Ho smesso di chiedergli perché ci sia voluto venire a ogni costo.
    La via lastricata si snoda davanti ai miei occhi, i turisti camminano lenti, come tanti pellegrini.
    Fa caldo. Il sole illumina le guglie dei palazzi accanto e le torri, i tetti. Lui è vicino a me, scruta la cartina. Mi fa un cenno, dobbiamo andare.
    Inizio a sentire silenzio. Come se intorno ci fosse il vuoto.
    Un rivolo di sudore mi cola dalle tempie, rallento. Un campanile solitario suona. Il rintocco lugubre tira le corde della mia coscienza.
    Chiudo gli occhi. E accade.
     
    Stazione 1
    Il cielo è nero. Sono solo, col cuore schizzato tra le tempie.
    – Ma che diamine – la frase mi si strozza in gola. Il disco solare sembra danzare: zig zag, poi avanti, e indietro.
    La luce è gelida. Il lastricato sotto i miei piedi è fatto di ghiaccio.
    Bisbigli. Non c’è nessuno, eppure un coro sommesso, in lontananza, inizia a cantare – Alleluja.
    Corro, disperato. Dov’è lui? Dove sono tutti?
    Non vedo vie di fuga, incespico terrorizzato.
    Qualcuno mi afferra le mani, le braccia tese fanno male.
    – Aiuto! – vorrei urlare, ma la voce riecheggia soltanto nella mia testa. Insieme ai mormorii della moltitudine invisibile.
    I bisbigli aumentano. La maglia mi viene sollevata, le spalle denudate.
    Solo, immobile. Tremo.
    – Non giacerai con un uomo come con una donna. E' un abominio.
    Mi percuotono forte la schiena, dolore forte, indescrivibile. E ancora, di nuovo.
    Qualcuno inizia a contare, la pelle si dilania, colpo su colpo.
    Continua a contare. Deve arrivare sino a trentatré.
     
    – Hai visto il monastero?
    Mi ridesto, sento la schiena in fiamme, lacrimo. Lui non se ne accorge, continuando a indicare la struttura a destra. Non mi chiede cosa mi sia successo, non saprei come spiegarglielo.
    Voci, bancarelle, idiomi diversi.
    Vorrei sapere dove sono stato. Lui avanza, io rallento. Lo sento ancora.
    È forse un tuono?
    Il buio sta per tornare.
     
    Stazione 7
    La fronte mi pizzica. Sulle spalle avverto un peso immane. Devo continuare a camminare, non posso fermarmi.
    La maglia che indossavo è lacerata, ho le ginocchia sbucciate, un vento freddo si oppone al mio percorso.
    La schiena è curva sotto questo peso. Trascino qualcosa che non distinguo.
    – Tutti quanti siamo contaminati dal peccato originale. E tutti quanti siamo sulla terra per pregare e soffrire. Il vero dramma non è l’omosessuale ma il dolore che vivono le famiglie dove emerge questo problema.
    Non vedo nessuna donna, eppure ne sento la voce. Continua a ripetere la frase, allontanandosi.
    Mi trascino, curvo, il ghiaccio scricchiola, tra i piedi nudi. Scivolo.
    Non posso cadere, non per la seconda volta. Ma il mio viso si scontra di nuovo col pavimento gelido.
     
    – Ehi, ma che ti succede?
    Mi trascina con forza, mi appoggio a lui per risollevarmi.
    – Nulla.
    Ho il viso sconvolto, zoppico.
    – Vuoi fermarti?
    Faccio cenno di no, siamo quasi giunti. Il colore bianco della basilica superiore mi colpisce la vista, quasi brillasse.
    Rami, piccoli cespugli potati di un verde confortante. Poi il cielo, che non ho mai visto così blu.
    – Andiamo – dico, col passo incerto. Di nuovo quel suono, mentre ci riprovo.
    Un rintocco, due rintocchi, tre.
    Dalla gola parte un singulto terrorizzato, devo proseguire.
     
    Stazione 10
    Quando ho avuto sete, la bocca è stata riempita d’acqua. Per una parte del tragitto, il peso è stato alleviato, prima di ricascare sulle spalle martoriate. Era tempo fa, forse.
    – Il signore è il mio pastore, non manco di nulla.
    Gli stracci mi vengono strappati dal torso. È doloroso.
    – Spalancate le porte del vostro cuore a Cristo!
    Mi cascano i pantaloni, li perdo nel cammino.
    – Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Rimango nudo come un verme. Non so chi parli, chi provochi questo dolore su di me. Uno sterrato pietroso subentra al ghiaccio, inerpicandosi lassù.
    Sono ai piedi del mio Golgota personale.
     
    La fila silenziosa prosegue nella penombra. Affreschi alle pareti, ci fermiamo a osservarli. Fa meno caldo, ho i piedi stanchi.
    Lui rimane in contemplazione, osserva assorto tutto quanto. Mi siedo, sfinito. I colori tenui sui muri conciliano la calma. Ancora non capisco cosa mi sia successo. Perché, chiudendo gli occhi, vedo ciò che vedo? Qui è pieno di gente. Ho il terrore di sapere.
    Non è ancora finita.
    – Ti va di scendere alla basilica inferiore?
    Annuisco, anche se vorrei andarmene, scappare da questo posto sacro. Guido mi posa la mano sulla spalla.
    – Lì c’è la tomba del tuo santo. Per questo sono voluto venire qui.
    Mi alzo. Le ginocchia tremano. Chissà se il mio protettore mi darà un cenno.
    Scendiamo per le scale, la luce mi colpisce in pieno viso, come uno schiaffo. Andiamo di sotto, ci rimettiamo in fila.
    Ci consegnano una candela, l’afferro titubante. Lo so che sta per succedere ancora, la vista vacilla, l’udito scompare a intermittenza.
    Sbando. Devo avere coraggio e farla finita. Lui è davanti a me, mi dà sicurezza.
    Sospiro, proseguendo chiudo gli occhi per ritrovarmi ancora…
     
    Stazione 11
    …qui. Disteso, a mezz’aria.
    Sono stremato. Quel coro canta nenie lugubri.
    Bisbigli, voci. Rimbombano nella mia mente.
    Sono in cima. Il braccio destro si allunga. È costretto a farlo.
    – Il sesso fuori dal matrimonio è peccato!
    Dolore, che mi squarcia le carni. Ululo aria senza voce.
    Uno spruzzo di sangue casca in terra. L’altro braccio, mi oppongo, non ce la faccio.
    – L’omosessualità è contro natura!
    Di nuovo. Svengo, ma non riesco a spegnere il cervello. Colpo su colpo i chiodi invisibili si conficcano nei polsi. Non ho più identità.
    Dov’è Guido? Perché mi ha lasciato qui, da solo?
    Mi afferrano i piedi, le mani invisibili li tirano giù. Piango, mi scuoto, mi dibatto. Non posso sfuggirgli.
    Il cielo è nero, il sole gelido appare e scompare, ruota, si prende gioco di me.
    – Per voi peccatori non si spalancheranno mai le porte dei cieli!
    Le ossa delle caviglie si frantumano, tutto si compie, il dolore è insostenibile. Mi sollevano, sangue che gocciola sotto.
    – Perché – penso – perché mi hai creato, Dio? Perché mi hai abbandonato, se non mi vuoi?
    Debole, stanco, morto. Non so se mi spetta la resurrezione, non uscirò mai da questo luogo. Gli occhi non reggono più, mi manca il respiro. Hanno smesso persino di parlare. Nel buio si apre uno spiraglio, una luce. Due ali che volano. Sorrido, intravedo un uccello bianco avvicinarsi.
    La mia fine è il mio inizio.
    Poi nulla.
     
    Il fruscio della carta mi risveglia.
    Inginocchiato dinanzi alla tomba di San Francesco, un foglietto mi svolazza davanti.
    Lo afferro. La luce della mia candela tremola.
    Lo apro. Leggo e capisco. Con un tuffo nel cuore trovo le risposte alle domande che non mai avuto il coraggio di porre. Guido è con me, sorride. Gli afferro la mano, tra un po’andremo via.
    Ho capito. Non mi devo vergognare, non devo avere più paura. Va bene così, è la nostra redenzione.
    Posiamo le candele accese, avviandoci. Le mie dita toccano ancora la carta sulla tasca. Chissà chi l’ha scritto. Il suo messaggio è arrivato a me.
    – Dio è amore.

  • 13 luglio 2013 alle ore 19:17
    L'ultima giocata

    Come comincia: L'ultima giocata e poi sarebbe andato in edicola. La ragazza della ricevitoria prese i soldi e inserì i numeri, dopo pochi minuti l'ennesima delusione; i numeri estratti non erano i suoi. Mentre stava per uscire frugò in tasca e trovò ancora qualche moneta. "Dammi un gratta e vinci da cinque" Disse rivolto alla ragazza "Quale?" Chiese lei. "Fai tu" "Allora tieni questo, è nuovo" "ASSICURATI IL TRAPASSO. Ma che razza di gioco è?" "Gratta, gratta. Se trovi tre bare uguali vinci il premio massimo, un milione di euro" "Così mi garantisco il funerale e tutto il resto" "L'idea è quella" Decise di non grattare subito, salutò e uscì dirigendosi verso l'edicola, come tutti i giorni. Una volta entrato la proprietaria, una bella signora di mezz'età, lo accolse con sarcasmo "Allora Giuseppe, sempre in giro a zonzo, non lavori mai tu, vero?" Sempre le stesse battute, tutti i giorni. Stava per recitare la sua parte, come sempre, invece esitò un attimo e decise di cambiare copione. "Ascoltami bene oca starnazzante; fatti i cazzi tuoi!" Lei restò scioccata da quelle parole, ma rispose tranquilla "Va bene, oggi hai la luna storta, prendi il solito?" "Si, dammi anche un nazionale, quello che vuoi tu" Pagò e senza salutare se ne andò. La cliente dopo di lui si rivolse alla proprietaria "Gran maleducato quel Giuseppe" "Lo conosco da troppo tempo, avrà avuto i suoi motivi"
    Era seduto ad un tavolo del bar sul corso, dove spesso andava a fare colazione. Senza fretta mangiò un cornetto accompagnato da un cappuccio e poi si mise a sfogliare il giornale della provincia. Le due pagine riportavano una serie di articoli riguardanti l'accaduto: tre banditi, a volto coperto, erano entrati in una villa in città e dopo aver immobilizzato i presenti avevano ripulito l'abitazione per poi darsi alla fuga. I proprietari erano riusciti a dare l'allarme e i tre malviventi erano stati intercettati nei pressi dell'abitazione da una pattuglia dei carabinieri. Uno dei malviventi aveva esploso dei colpi di pistola ai quali i militari avevano risposto centrandone due mentre il terzo, nel trambusto, era fuggito a mani vuote. Uno dei tre era morto, mentre il secondo era ferito lievemente ad una spalla. Seguivano tutta una serie di interviste e racconti dettagliati che riassumevano la dinamica degli avvenimenti. I banditi erano entrati a forza dalla finestra della sala e una volta all'interno avevano subito immobilizzato i proprietari senza far loro nulla di male. Si erano fatti consegnare le chiavi e la combinazione della cassaforte e dopo aver arraffato tutto quello che potevano, compresi dei documenti, si erano dati alla fuga. Il proprietario era riuscito a liberarsi subito e a dare l'allarme facendo intervenire tempestivamente le forze dell'ordine. Le vittime dell'aggressione dichiararono di non aver riconosciuto i malviventi e furono sorpresi nell'apprendere l'identità dei due uomini colpiti. L'uomo ferito era un trentaseienne della zona con una lista di precedenti lunga come quella delle tasse, mentre la vittima era un operaio assunto presso la loro azienda. Giovane, incensurato con regolare permesso di soggiorno, un lavoro stabile e la famiglia: gli investigatori non capivano cosa ci facesse lì e i derubati non furono d'aiuto a risolvere il caso. Del terzo componente si erano perse le tracce, ma i primi elementi lasciavano presupporre che si potesse trattare di un malvivente della zona. I vari articoli ricamavano tutta una serie di ipotesi e congetture. Giuseppe chiuse il giornale e ordinò un caffè. Prese il quotidiano nazionale e dopo una breve ricerca trovò la notizia: l'articolo continuava sinteticamente analizzando i fatti avvenuti, nessun commento o ipotesi. Il caffè si stava freddando e lui lo trangugiò in un fiato; una pacca sulle spalle lo fece trasalire. "Bastardi. Entrano nelle case terrorizzando la brava gente. Almeno uno l'hanno fatto secco e l'altro e in gattabuia, adesso manca il terzo e il cerchio è chiuso" "Certo Alfonso" Giuseppe non voleva discutere "La brava gente va tutelata, protetta, hai ragione" "Certo che ho ragione. La gente onesta va a lavorare, non a fare le rapine. Quell'albanese aveva anche il lavoro, ma loro c'è l'hanno nel sangue le rapine e stavolta l'hanno inchiodato. Ben gli sta" "Armeno" Lo corresse Giuseppe "Cosa?" "Ho detto che era Armeno, non albanese. Il giornale dice che era incensurato" "Probabilmente non l'hanno mai beccato prima, ma stavolta ha fatto il suo ultimo viaggio" Alfonso si stava scaldando. "Aveva una famiglia" Continuò Giuseppe pazientemente. "Anche io ho una famiglia, ma alla sera mica vado in giro a rubare" Giuseppe non tentò di ribattere, rischiava solo di litigare e non era dell'umore adatto, lo lasciò quindi blaterare assecondandolo con piccoli gesti del capo e finti sorrisi e quando ebbe finito si congedò da lui e usci dal bar. Aveva bisogno di aria fresca, doveva riorganizzare le idee.
    Un anno prima.
    Il piccolo palazzo era ormai una colonia multietnica. Senegalesi, Romeni, Albanesi, Cinesi, Marocchini e tutta una serie di persone delle più svariate razze riempivano i piccoli appartamenti fino a farli esplodere. Giuseppe viveva all'ultimo di cinque piani, l'anziana signora Clotilde al piano terra, erano gli unici italiani rimasti. Non gli importava un gran che, la moglie lo aveva abbandonato accusandolo di essere un lazzarone. Per fortuna non erano riusciti ad avere figli quindi non aveva alcun impegno da rispettare, della moglie aveva perso le tracce. Quella sera si stava preparando della carne all'olio ma si accorse di essere restato senza cipolla; poco male, non era certo la cipolla che mancava in quel palazzo. I suoi dirimpettai pakistani avrebbero insistito per trattenerlo a cena e lui, dopo aver resistito un attimo, avrebbe accettato con piacere l'invito. Spense il fornello e uscì dall'appartamento dirigendosi alla porta difronte. Non sentiva le urla e i rumori caratteristici dei suoi vicini, marito e moglie con cinque figli scatenati. Suonò il campanello, la porta si aprì e davanti ai suoi occhi si presentò una splendida bambina che poteva avere otto o nove anni. In italiano, ma con un accento che faticò a riconoscere, si rivolse a lui gentilmente. "Buona sera, chi sei tu?" Dall'interno una voce femminile stava urlando verso la porta giungendo nel frattempo all'entrata, Giuseppe fu abbagliato da quella visione, era una donna bellissima. Lei lo stava fissando e lui si rese conto di essere rigido come uno stoccafisso. Fu lei a rompere il ghiaccio. "Chi sei? Cosa vuoi?" Lui prese fiato e parlò lentamente. "Sono il vostro vicino, abito nell'appartamento di fronte, avete della cipolla da prestarmi?" La donna lo stava osservando e lui faticava a sostenere quello sguardo determinato. Lei parlò nella sua lingua alla bambina e nel volgere di un attimo la piccola sparì per poi tornare con una cipolla. "Ecco la sua cipolla" Disse la giovane mentre la porgeva a lui. "Grazie, è stata molto gentile" Detto ciò rientrò a casa sua. Cenò velocemente e poi scese dalla signora Clotilde per avere notizie fresche, lei sapeva tutto di tutti in quel palazzo; lo accolse entusiasta. "Entra Giuseppe, è da un po' che non passi a trovarmi, hai perso la strada?" "Sono stato impegnato.... il lavoro" Indugiò lui. "Seee, il lavoro e le macchinette. Giochi ancora tanto?" "Un pochetto, a volte" Non riusciva a mentirle del tutto, lei era sempre così gentile nei suoi confronti da non meritarsi menzogne. "Preparo il caffè, nero e forte, come piace a te. Nel frattempo chiedimi quello che ti preme e vedrò se posso aiutarti" L'anziana era sveglia. "Ecco, veramente io.." "Dai Giuseppe, non fare il bamboccio. Sei sceso in fretta e furia per qualche motivo, non per fare visita a una vecchia rintronata come me" Giuseppe non riusciva mai a reggere il confronto con quella vecchia maestra in pensione e dovette cedere anche questa volta. "Volevo sapere chi sono i nuovi inquilini di fronte a me, che fine hanno fatto i pakistani?" Clotilde stava curando il caffè e restò zitta per qualche attimo. Poi quando il caffè fu pronto lo versò in due tazzine sbeccate e senza manico e ne porse una all'ospite, senza zucchero, come piaceva a entrambi. "Dei pakistani non te ne frega un cavolo quindi non sto qui a spiegarti la loro storia. A te interessa la giovane cerbiatta dagli occhi ammaliatori. Sappi che è sposata e suo marito è un bravo ragazzo. La bambina, che sicuramente hai visto, ha otto anni ed è la loro unica figlia. Lui è in cerca di lavoro, prima erano al sud e veniva sfruttato nei lavori in campagna. Lei si è sempre trovata qualche lavoretto saltuario presso alcuni privati. Attualmente sono disoccupati entrambi, ma hanno tanto entusiasmo e voglia di vivere. Perciò ascoltami bene: stai lontano da quella famiglia, non avvicinarti a loro, tu porti solo guai, capito?" " Ok Clotilde, va bene" L'anziana lo conosceva bene, non l'avrebbe ascoltata. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Continuava a pensare a quella splendida donna, i suoi occhi, la sua voce. Si alzò presto e fece una doccia fredda. Mangiò alcuni biscotti raffermi aspettando che arrivassero le sei per poi dirigersi al bar. "Buongiorno Giuseppe, sei mattiniero" Conosceva il proprietario del bar da molto tempo. "Si Enzo, mattiniero ed assetato. Fammi una birra e con il resto dammi un gratta e vinci da due euro" Grattò il biglietto e vinse venti euro. "E' il tuo giorno" Disse il barista. "Non fare lo spiritoso, cambiameli di moneta; come stanno le macchinette?" "Ieri sera due ragazzi slavi ci hanno dato dentro mica da ridere e hanno raccolto poco" "Bene, ci penso io a vuotarle" Giuseppe spese tutti i venti euro in un batter d'occhio senza ricavare un euro di vincita. "Mi hai raccontato cazzate Enzo, non pagano" "Sei tu sfigato" "Vai a quel paese, vado al lavoro" "Mi raccomando non stancarti troppo" Lo schernì il barista e Giuseppe si voltò verso di lui salutandolo con il dito medio rivolto all'insù.
    Lavorava presso una ditta di componenti plastiche e il suo compito era quello di caricare e scaricare con un apposito carrello dei cesti dai nastri trasportatori. Un lavoro monotono ma semplice, adatto a lui. La sua fortuna era che nessuno voleva quell'incarico, proprio perché monotono e senza prospettiva. Quella mattina il suo titolare, un anziano che doveva le sue fortune allo sfruttamento di gente onesta ma poco colta, lo avvicinò e si mise ad osservare il suo lavoro. Dopo alcuni minuti lo interruppe con un gesto della mano. "Giuseppe devo parlarti" Il vecchio era un uomo autoritario. "Mi dica signore" "Stanno aumentando le commesse e ho bisogno di più ore lavoro al tuo nastro" "Farò le straordinarie, come sempre" Era eccitato, il suo cervello elaborò immediatamente una semplice equazione: più ore uguale più soldi, più soldi uguale più giocate, perfetto! "No Giuseppe, parlo di fare due turni e comunque vorrebbe dire che qualche soldo in più te lo metti in tasca" "Bene, e allora cosa devo fare?" "Vedi Giuseppe, si tratta di alcune commesse importanti, ma non di un lavoro continuativo. Potrebbero bastare alcuni mesi di turni e poi tornerebbe tutto alla normalità" "Continuo a non capire signore" Lui non era sveglissimo. "Ascoltami, ho bisogno di qualcuno disposto a lavorare per qualche mese in nero in modo che possa sbarazzarmene quando non mi servirà più e tu abiti in quel palazzo pieno di extracomunitari. Di sicuro tra tutta quella marmaglia ci sarà qualcuno disposto ad intascare quattro soldi senza sollevare troppe obiezioni, portamene uno" Giuseppe ci arrivò con un attimo di ritardo "Ma io non conosco nessuno di quelli lì" "Non mi interessa che tu li conosca, basta che me ne porti uno e alla svelta" "Quanto alla svelta?" "Una settimana. Vedi di non deludermi o dovrò pensare di sostituirti" E senza aggiungere altro si diresse verso gli uffici. Giuseppe pensò tutto il giorno a quelle parole, il suo padrone era un uomo deciso e lo avrebbe cacciato se non avesse obbedito. Quella sera era sul pianerottolo delle scale e stava cercando le chiavi di casa. "Buonasera" Una voce dietro di lui lo prese alla sprovvista. Si girò e si trovò davanti un uomo abbastanza giovane dai lineamenti marcati. "Buonasera" Rispose Giuseppe automaticamente senza badare all'altro che invece continuò "Io sono Arduid, il suo vicino di casa. Lei ha già conosciuto mia moglie Shushan e mia figlia Zepur. Sono lieto di incontrarla" Ma come parla questo? Stava pensando Giuseppe "Si grazie, anche io. Buonanotte" E senza voltarsi entrò in casa e richiuse la porta in faccia al giovane. Cenò velocemente per scendere al bar, aveva un conto in sospeso con i videopoker ed era convinto di regolarlo.Verso l'una di notte stava rientrando in casa abbacchiato come sempre, anche stavolta erano state le macchinette a presentargli il conto e lui aveva perso. Dall'appartamento dei nuovi vicini sentì i due giovani che discutevano animatamente, non capiva una mazza ma dal tono era chiaro che gli animi fossero surriscaldati. Fece spallucce e si buttò a letto, ancora vestito.
    La mattina seguente, dopo aver sentito il notiziario alla radio, uscì di casa diretto al lavoro. Sul pianerottolo incontrò la vicina e con fare gentile accennò un saluto "Buongiorno, Shushan" "Buongiorno" Rispose lei incrociando per un attimo il suo sguardo, aveva gli occhi lucidi. Scese le scale senza fretta e arrivato al piano terrà bussò alla porta di Clotilde. L'anziana aprì e chiese velocemente "Cosa c'è adesso?" Osservò Giuseppe e si rispose da sola "Hai incontrato la ragazza. Si, hanno litigato. I soldi non bastano mai e lui non trova lavoro. Mi ha chiesto se conosco qualcuno e ho promesso di informarmi qua e la. Vai a lavorare che è tardi" Giuseppe annuì con il capo e si avviò al lavoro. Stava scaricando l'ennesimo pacco quando gli si accese una lampadina in testa. "Ma certo!" Esclamò ad alta voce.
    Quella sera cenò con calma e poi andò a bussare ai nuovi vicini. "Chi è?" Era la piccola Zepur. "Sono Giuseppe, il vostro vicino. Posso entrare da mamma e papà?" La piccola aprì la porta e lo fece accomodare. I due genitori erano a tavola e si alzarono ad accoglierlo. "Buonasera" Dissero. "Possiamo essere d'aiuto?" Proseguì l'uomo. Giuseppe stava esaminando le condizioni dei suoi vicini. La casa era pulita e ordinata ma tremendamente spoglia. Poi parlò lentamente e in modo chiaro per essere sicuro di farsi capire. "Grazie, non mi serve niente. Invece io potrei esservi utile, posso sedermi?" Lo fecero accomodare su una sedia di plastica mezza scassata, probabilmente quella della bambina e Giuseppe cominciò a parlare. Per i successivi tre giorni fece loro visita tutte le sere, Arduid era praticamente convinto di accettare la proposta, ma la bella Shushan opponeva ancora resistenza.
    "Stasera la convinco io, costi quel che costi" Giuseppe era determinato a chiudere il discorso quella sera e si trovò spiazzato quando una volta entrato in casa dei due giovani fu accolto come un re. Il tavolo era imbandito per festeggiare qualcosa: una bottiglia di vino, una bibita e un dolce non ben definito troneggiavano al centro della tovaglia. Marito e moglie cantavano nella loro lingua, come da antiche tradizioni, e fecero accomodare Giuseppe sulla sedia bella. "Questo è un piccolo gesto per il suo aiuto" Esordì la giovane. "Mio marito accetta la sua proposta, vogliamo festeggiare con lei" Giuseppe era colpito da quell'atteggiamento. Pensava che Arduid avesse accettato da subito la sua proposta, ma solo ora aveva il consenso della moglie. Che strano, aveva sempre creduto che i musulmani non considerassero il parere delle donne, doveva ricredersi. In realtà i suoi vicini erano cristiani, il paese da dove provenivano, l'Armenia, era stata la prima nazione al mondo a riconoscere il cristianesimo come religione di stato, ma a lui interessavano i  giochi d'azzardo, non le culture orientali. I festeggiamenti durarono un paio d'ore ed erano quasi le undici quando Giuseppe disse: "Adesso tutti a dormire. Domani si va al lavoro e tu Arduid devi essere riposato per il primo giorno, ok?" "Ok" Confermò il giovane mentre sua moglie stava portando a letto la piccola Zepur. Giuseppe se ne andò, ma non a dormire. "Le undici, è presto, ci sta una capatina al bar" Rincasò alle due dopo aver speso fino all'ultimo centesimo tra slot, video poker e gratta e vinci. Si addormentò vestito; ultimamente andava a finire sempre così.
    Il giorno dopo, in fabbrica, Giuseppe presentò Arduid al padrone; la prima settimana il ragazzo avrebbe affiancato Giuseppe per imparare a fare il lavoro, poi avrebbero cominciato con i turni. Nelle settimane successive Arduid si rivelò un gran bravo lavoratore e nel frattempo Giuseppe frequentava sempre di più la sua casa. Shushan ogni tanto ricordava al marito che la loro era una famiglia e il suo amico poteva anche restarsene a casa qualche volta, ma il marito continuava a ripeterle che senza di lui non avrebbe trovato un lavoro. Giuseppe cercò anche di trascinare il giovane nel giro del gioco d'azzardo, ma Arduid rifiutava sempre gli inviti dell'amico. Poi un venerdì mattina, erano passati circa tre mesi da quando il ragazzo aveva cominciato a lavorare in fabbrica, il padrone si avvicinò a Giuseppe che in quel momento era di turno."Ciao Giuseppe, come va?" "Buongiorno signore, tutto ok" "Senti, cosa mi dici del tuo amico, quel ragazzo, Arudi?" "Arduid signore, si chiama Arduid. E' un bravo ragazzo ed anche un ottimo lavoratore" "Infatti" Lo interruppe il vecchio padrone. "Ed è per questo che ho deciso di assumerlo e sarai tu a lasciargli il posto perché da stasera sei licenziato" Giuseppe restò immobile, quasi mummificato.Sapeva di non poter ribattere, oltre che a essere un uomo spietato il suo titolare aveva nella cassaforte tanti impegni di pagamento firmati da lui e lo teneva in pugno; negli anni Giuseppe si era fatto prestare parecchi soldi dal vecchio usuraio e adesso veniva licenziato in tronco per far posto ad uno straniero che lui stesso aveva portato in fabbrica.
    La mattina seguente stava dormendo dopo aver passato la notte in una sala da gioco. L'incessante bussare alla portà lo svegliò malamente, si alzò riluttante deciso a cantarne quattro a chi osava disturbarlo in quel modo e aprì la porta con foga. "Arduid?" Era sorpreso dal comportamento del ragazzo che solitamente era tranquillo e riservato. "Mi ha assunto, mi ha assunto!" Continuava a gridare. "Stai calmo Arduid, entra che ci facciamo un caffè" Mentre Giuseppe preparava il caffè, il ragazzo gli raccontò per filo e per segno tutti gli avvenimenti della sera prima fino all'epilogo in cui il vecchio padrone gli diceva che da lunedì sarebbe stato assunto regolarmente. Giuseppe lo lasciò parlare, non voleva troncare il suo entusiasmo e giunse alla conclusione di non far parola del suo licenziamento. Bevverò il caffè e Giuseppe si congratulò sinceramente con Arduid, in quei mesi si era affezionato a quella giovane famiglia, il ragazzo ringraziò e se ne andò felice e contento. Giuseppe era stanco e si rimise a dormire. Passò due giorni in casa a poltrire, ogni tanto scendeva alla ricevitoria a fare qualche puntata ai cavalli e poi risaliva nel suo tugurio, senza scopo; lunedì avrebbe pensato al da farsi. Invece i giorni passavano e lui era caduto in una sorta di apatia, si era iscritto alla lista dei disoccupati garantendosi una minima entrata per un certo periodo di tempo e continuava a spendere tutti i suoi soldi nel gioco. Arduid; saputo l'accaduto, si era presentato a casa sua in lacrime chiedendo perdono per quello che aveva fatto e Giuseppe cercò di tranquillizzarlo dicendogli che lui non aveva nessuna colpa. 
    I due giovani lo invitavano spesso a pranzo e a cena e ogni tanto la figlia andava da lui a tenergli compagnia; facevano di tutto per sdebitarsi di una colpa inesistente.
    I mesi passavano veloci e Giuseppe non trovava lavoro, Arduid e la moglie lo aiutavano nelle faccende di casa e in alcuni casi prestandogli anche dei soldi; poi una sera, mentre era a cena da loro, Shushan lo richiamò alla realtà. "Giuseppe, io e mio marito ti vogliamo bene, anche nostra figlia si è affezionata a te. Non dimenticheremo mai quello che hai fatto per noi, ci hai sempre trattato bene e in questa società non è cosa da poco. Quindi ci permettiamo di parlarti sinceramente. Arduid?" Dopo aver tratto un lungo respiro il marito prese a dire: "Noi pensiamo che tu giochi troppo. Ormai non cerchi più un lavoro e vivi pensando sempre al gioco. Con il tempo ti rovinerai e noi non potremo sempre prenderci cura di te" Aveva parlato guardandosi le punte dei piedi, vergognandosi di quelle parole, ma fu Giuseppe ad essere assalito dall'imbarazzo. Che situazione di merda, si trovò a pensare, devo porvi rimedio. "Avete ragione, sono io a dovervi delle scuse, sono un parassita ed è giusto che mi dia una svegliata. Scusate ma adesso torno nel mio appartamento, vi ringrazio e appena ho delle novità vi farò sapere"
    Nei giorni seguenti si impegnò nella ricerca di un lavoro che sembrava introvabile e una mattina fece un incontro che avrebbe evitato volentieri. "Ciao Giuseppe, tutto bene?" "Più o meno. Sto cercando un lavoro" "Ottimo" Rispose l'uomo; "Così potrai saldare i tuoi debiti" Giuseppe si sentì sollevato. "Grazie, grazie. Ti prometto che sarai il primo a cui penserò" Rispose speranzoso. "Gli altri possono aspettare, io non aspetto più. Voglio i miei diecimila euro entro una settimana, non un minuto oltre" "Una settimana? Ma io non li ho tutti quei soldi, devi darmi tempo per.." "Una settimana. Ci si rivede Giuseppe" Il suo tono non lasciava spazio a repliche. Giuseppe passò il resto della giornata chiedendosi come avrebbe risolto quel problema. Sapeva che quello era un ultimatum a cui non poteva sfuggire e non voleva perdere l'uso di una gamba o di un braccio. Quella sera decise di dormirci su, avrebbe trovato una soluzione. Nei due giorni successivi si lambiccò il cervello nel disperato tentativo di  trovare un rimedio a quel grosso problema, finche la mattina del terzo giorno gli balenò un'idea assurda che in quel momento pareva l'unica via d'uscita. Contattò un tipo conosciuto al poker, l'avrebbe aiutato. Nel volgere di un giorno avevano imbastito un piano di massima, mancava la pedina fondamentale e quella sera era deciso ad accaparrarsela.
    Arrivò Zepur ad aprire la porta. "Papà è in casa?" "Si, entra" Cinguettò felice la bambina. Giuseppe cominciò a sudare freddo, forse stava sbagliando tutto, ma la paura lo spinse ad andare avanti. Shushan notò subito qualcosa di strano e ne ebbe la conferma quando Giuseppe chiese ad Arduid di seguirlo a casa sua per discutere faccende importanti e il ragazzo lo seguì. L'armeno dopo un paio d'ore rientrò in casa scuro in volto, la moglie chiese preoccupata "Qualcosa non va?" "Tutto bene, devo aiutarlo a risolvere un problema" "Cosa?" "Stanne fuori donna, sono cose da uomini" Non aveva mai trattato così la moglie e se ne pentì immediatamente, la abbracciò forte parlandole all'orecchio. "Qualche giorno e sarà tutto sistemato, stai tranquilla"
    Oggi.
    L'aria fresca della mattina l'aveva fatto rinsavire e decise di tornare a casa. Trovò una  macchina dei carabinieri davanti l'entrata del palazzo e Clotilde lo fermò sulle scale. "Ci sono i carabinieri su dai tuoi amici, è successo qualcosa di grave" "Grazie Clotilde, salgo a vedere" Gli tremavano le gambe, stava per vomitare ma riuscì ad arrivare in cima. La loro porta di casa era aperta, Zepur era seduta accovacciata sulle scale stringendo un pupazzo che lui le aveva regalato tempo prima, la baciò in testa e chiese di poter entrare in casa. Uno dei militari lo fermò ma Shushan, stravolta dalle lacrime, chiese di lasciarlo passare. I due si guardarono, consapevoli di quello che era accaduto. Lei fece per parlare, ma lui la fermò con un segno e poi chiese: "Chi comanda qui?" "Io, sono il maresciallo Bianchi, mi dica" Giuseppe si girò verso Shushan e la baciò delicatamente sulla guancia, poi si avvicinò al maresciallo e disse: "Portatemi in caserma, devo fare una confessione" E senza aggiungere altro si avviò all'uscita accompagnato dai militari. Zepur stava ancora seduta in terra, Giuseppe si avvicinò alla bambina, infilò una mano in tasca e le allungò una cosa. "Tieni Zepur, dove vado io questo non serve, dallo alla mamma. Ti voglio bene" Uscì cosi dalle loro vite.
    Quando tutti si furono allontanati la piccola chiamò la madre e le fece vedere quello che le aveva dato Giuseppe. "Guarda mamma, mi ha dato un biglietto con degli strani simboli" La donna, con le lacrime agli occhi, afferrò quel cartoncino, era un gratta e vinci: ASSICURATI IL TRAPASSO, si intitolava e bene in vista c'erano tre bare uguali. Sul retro era appiccicato un post-it scritto a mano: perdonami se puoi, non volevo andasse così, tuo marito era un uomo speciale, vi voglio bene. P.S. Non buttare via il cartoncino, hai vinto!

  • 13 luglio 2013 alle ore 17:09
    Lei mi è sacra (seconda parte)

    Come comincia: -
    3.
    Quando la vidi arrivare avvolta nello stesso impermeabilino nero che le avevo visto alla festa, con la cintura stretta alla vita, le scarpe nere coi tacchi e quella camminata flessuosa ed elegante, mi chiesi com’era possibile che i miei sogni più intimi si stessero realizzando in quel modo così pedissequo, con il tipo di donna alla francese che avevo sempre sognato. Mi sentii grande, immenso; incommensurabile rispetto a quello che ero stato fino ad allora. E frenai quell’orgia di emozione dicendomi che lei era troppo per me e che non avrei mai avuto il coraggio di provarci veramente; sia per paura di soffrire in modo brutale se lei mi avesse detto di no, sia  per paura di arrivare a qualche forma di depressione pre-suicidio, se dopo avermi detto di si, mi avesse lasciato.
    Appena mi fu vicina, venne fuori lo sfioramento di guance per il saluto e poi lei si avviò guidandomi e cominciando a parlare con la solita disinvoltura: « Ah, ma c’è un sacco di gente!»…
    Parlò per tutta l’ora della visita sia dei quadri della mostra che del più e del meno, mostrandosi ancora ai miei occhi, stavolta in versione "esterna", vestita in modo autunnale e non paraestivo, come era successo appunto quelle sere a casa sua.
    Dopo aver preso un caffè con me in un bar del centro, mi salutò dicendo: « E’ stato carino, no? » E poi: « Dimmi il tuo numero dai che ti faccio uno squillo…» Io glielo lo dissi e lei squillò. Poi se ne andò verso il metrò, accorgendosi benissimo del fatto che io la stavo squadrando da dietro, gustandomela come ti gusti un’attrice che ti fa impazzire, mentre guardi uno di quei film che poi ti lasciano il segno dentro per tutta la vita.
     
    Non sapevo cosa pensare dopo. Camminavo piano lungo Corso Vittorio Emanuele e mi chiedevo che significato avesse quel nostro incontro. Lei era sposata ed aveva spinto perché facessimo insieme quella visita. Poi si era comportata normalissimamente, come se lì, con noi, potesse benissimo esserci anche suo marito: carinissima, ma asettica; senza mostrare alcuna emozione. Pensai che si era solo voluta mostrare, che aveva capito che io ero pronto ad adorarla ed era venuta per farsi adorare "in esterno": uno spettacolino per un unico spettatore.
    Comunque non me ne fregava un cazzo, mi bastava che si lasciasse adorare. Per me era anche troppo. Mi ero troppo divertito a guardarla, e quel suo darmi il numero era una promessa di altri godibilissimi spettacolini.
    Già sapevo, però, che non avrei mai avuto il coraggio di chiamarla per primo e avrei aspettato senz’altro che si facesse viva lei. L'avrei pensata comunque, tanto: io penso che tu pensi che io ti penso, ma se penso che tu pensi che non ti penso, penso a cosa pensare per farti pensare che io penso che tu pensi che io ti penso...
     
    E dopo tre giorni mi mandò un MMS. C'era la sua foto davanti al bar dove avevamo preso il caffè e lei era vestita con un cappottino nero, corto appena sopra il ginocchio e attillato sui fianchi. Il cappotto era slacciato e sotto si intravedeva un maglioncino nero a collo alto sopra quei jeans attillati che le avevo visto addosso a casa sua. Sotto alla foto c'era scritto: "Ciao, ero qui e ti ho pensato, come stai?" 
    Ero al lavoro, stavo scrivendo un articolo che, pur essendo nella cronaca di Milano, era decisivo per la mia carriera futura e quel messaggio mi fece diventare un trottola impazzita. Dopo averlo letto, mi alzai e cominciai a girellare senza senso e senza meta all'interno della redazione, finché uscii fuori, nel terrazzino dell'atrio, e accesi una sigaretta.
    Guardavo le guglie del duomo da lontano e mi sentivo impaurito. Quel suo gesto così forte, così complesso ed elaborato, quel suo look così classico, ma anche così nuovo per me che non l'avevo mai vista total black, erano semplicemente la realizzazione di uno dei migliaia di film che mi ero fatto in testa nel corso della mia vita: la storia intrigante che va avanti da sé, liscia, pulita, come se fosse stata scritta da uno sceneggiatore alla Moccia.
    Allora la storia del pensiero funzionava davvero? Non era una favola romantica? Come poteva senno una donna così perfetta dimostrarmi una tale attenzione e sensibilità? Sapevo di essere appena intelligente, decentemente urbano e civilizzato, sapevo che potevo anche piacere come un "perché no" a qualche donna di media portata, appena discreta, passabilissima e andante; ma una donna così, come poteva considerarmi a tal punto da organizzare per me un gesto del genere?
     
    Mi covai quella nuova emozione per almeno venti minuti. Per cui persi  l'occasione di risponderle al volo, con una frase spiritosa e carina, e innescare quindi uno di quei "botta e risposta" ironici e dolci, tipici di tutte le commedie americane riuscite, e anche di quelle non riuscite. Uno di quei “botta e risposta” tipici insomma, ma proprio per quello sognati da tutti noi uomini romantici, amanti impenitenti dell'amore.
    Ne persi altri venti poi, di minuti, per elaborare una risposta degna: che rispondesse alla sua cortesia, che la gratificasse ancora di più e che precorresse, con una piccola spinta, la sua disposizione ad un nuovo incontro dal vivo. E il parto del mio travaglio fu questo banalissimo sms: "Mmmhhh, ma quanto sei carina!... Se sei sempre in centro, potremmo mangiare qualcosa insieme..."
    Lei mi rispose subito, senza accennare minimamente al mio complimento, gelidissima: "Ormai sono sotto casa, semmai domani..." / "Va bene, allora ci sentiamo domani mattina, ok?" / "Va bene, ti chiamo io... See you tomorrow"
     
    4.
    Intanto avrei visto un altro suo look. Ero strasicuro che lei era una di quelle che non usano mai lo stesso look per due giorni di seguito, sicurissimo. Ma oltretutto, se lei voleva farsi adorare, se lo scopo del suo cercarmi era fondamentalmente quello, lei si sarebbe data ai miei occhi, anche l'indomani, e io l'avrei adorata, di nuovo.
    Passai quella giornata in stato di totale fibrillazione. Andai ancora a “vederla” su Fb e alla fine non riuscii a resistere, scrissi un commento ad una sua foto stratosferica, in cui indossava un elegantissimo tailleur nero gessato, serissima, accanto ad una serie di personaggi altrettanto seri, che potevano essere dei manager, o dei politici, o dei professori di università prestigiose. E scrissi: "Come sei bella così seria e impegnata, tesa quasi a nascondere la tua sensualità..."
    « Oddio! - pensai prima di cliccare sull'invio - Non sarà troppo forte questa? » Mi sembrava di osare troppo insomma a prendere una tale iniziativa, e di scoprire troppo la mia parte adorante. « Forse lei, evanescente e raffinata com'è - mi dissi - preferisce il non detto, o al massimo l'allusione criptica... » Ma alla fine cliccai e sentii come di averla provocata. Volli stuzzicare ancora di più la sua voglia di essere adorata, dunque, ufficializzare il mio ruolo, immolarmi sull'altare della sua vanità. O della sua "sublime bellezza", come magari avrebbero detto i romantici... Cominciavo ad oscillare insomma tra "I dolori del giovane Werther" e "Schiavo d'amore" di Somerset Maugham...
    Ma in fondo qual era la differenza? Il concetto di "sublime bellezza", must dei romantici di tutte le epoche, non era alla fine confinantissimo e quasi sovrapponibile a quello parrucchieristico di frivola vanità femminile? Tra Lotte e Mildred, se si tolgono quei centocinquant’anni di storia che le separano, c'è poi questa grande differenza?
    Una volta inviato quel commento, mi sentii sciolto, squagliato, pericolosamente e definitivamente in mano sua. Avrebbe fatto di me quello che voleva, ero pronto a soffrire tutto per lei ora, l'ho già detto: a immolarmi sull'altare della sua bellezza!
     
    Quando vidi che lei non rispondeva a quel commento, però, pensai di aver sbagliato, di averla infastidita, di essermi perso in una specie di sogno. Pensai che quella storia era tutta una mia suggestione, che lei con me era solo cortese, carina, educata in modo usuale e borghese, magari solo per riguardo a Carlotta, la nostra amica comune.
    Ma quando lei la mattina dopo, mentre ci avviavamo verso lo stesso bar in cui avevamo preso il caffè insieme, mi sussurrò: « Ma come sei stato carino ieri...» e mi prese a braccetto per la prima volta, stetti quasi per cadere. Schiacciai un attimo il mio gomito come per spingere il suo avambraccio sul mio corpo e poi feci finta di niente. Dissi solo: « Tu sei un'artista, i tuoi look sono dei quadri...»
    Pronunciai quelle frasi sottovoce, quasi che sperassi che lei non le sentisse. Le sussurrai tra me e me come se fossero solo un pensiero, e non seppi se le aveva sentite. Lei infatti cambiò subito discorso e tornò ad essere “la donna gentile e formale”; tornò a impersonare quello che doveva essere il suo personaggio base, la maschera usuale che esibiva nella vita comune, lo standard del suo io, la definizione sociologica e oggettiva della sua classe.
     
    Quel giorno era vestita in modo casualissimo: un giacconcino  azzurro scuro, corto al sedere e allacciato da una cintura; una gonna grigio-scura, di lana,  lunga sopra il ginocchio; degli stivaletti neri con un piccolo tacco e delle calze fumées. E quando sedendosi si slacciò il giaccone, mi sparò addosso un maglioncino sempre sul grigio, la punta del cui V arrivava bassa sul suo petto, scavando tra i due seni e lasciandone intravedere appena la parte interna. Mi chiesi se avesse il reggiseno, e semmai che strano tipo di reggiseno potesse avere; e pensai allora che non lo aveva, che si era messa molto free, come le femministe degli anni settanta, che viaggiavano sempre coi loro seni piccoli e poco vistosi al vento, sotto i maglioni, o le camicie, o le magliette.
    Lei notò il mio sguardo posato sulla punta di quel V e si lasciò sfuggire un'espressione di soddisfazione velata, che aumentò tutto in me: l'attrazione per lei, i dubbi su quale fosse il vero fine del suo gioco, la sicurezza che qualunque fosse il suo gioco io sarei stato "giocato" in pieno, bollito, lessato...

    Non parlammo moltissimo. Parlò soprattutto lei, raccontandomi della sua famiglia, del suo marito manager in una famosa multinazionale e del suo figlio di sei anni che frequentava una prestigiosissima scuola steineriana.
    Io più che altro la ascoltai, le detti la soddisfazione di interessarmi a tutto quello che diceva: stimolando le sue risposte, chiedendo ragguagli su essenza e particolari dei suoi discorsi, sorridendo compiaciuto ad ogni suo accenno di battuta.
    Quando alla fine dovetti alzarmi per tornare in redazione, si alzò anche lei, e spiegandomi che doveva andare dalla parte opposta, accostò la sua guancia alla mia bocca perché le dessi un bacino di saluto.
    Ed io lo feci, sentendo per la prima volta da vicino il suo odore: un mix di profumo raffinato e di buon odore naturale; l’odore di una che fin da piccola è stata dotata dal destino di quel buon odore; e che poi una buona educazione, una buona igiene e una buona alimentazione hanno consolidato e aumentato nel corso degli anni. Mi vennero in mente i sommelier, che passano appena la punta del naso sul bicchiere e sembrano estasiati solo dall’odore di un vino, e convinti che di quello si accontenteranno, giudicando volgare e banale la sola idea di berlo, quel vino.
    Così mi sentii io. Sicuro che quell’odore mi sarebbe ampiamente bastato e che mai avrei osato pensare di “berla”, la mia dea. Mi sarebbero tremate le mani a toccarla, e a baciarla mi sarei sentito un sacrilego e non avrei mai avuto il coraggio. Anzi, proprio in quel momento mi augurai che lei non volesse quello, per caso, anche solo per divertirsi a vedermi imbranato come un bambino. Perché se lei per caso avesse voluto quello, non avrei potuto certo esimermi dal lasciarmi andare, e senz’altro mi sarei emozionato troppo, tanto da divenire ridicolo.
    Ogni volta che la vedevo, d’altronde, per me era come farci l’amore. Provavo le stesse emozioni che si provano negli amplessi passionali e ben riusciti. Godevo anche. Si, godevo... Un godimento mentale talmente forte che mi arrivava al fisico e mi faceva accapponare la pelle.
     
     

  • 10 luglio 2013 alle ore 19:40
    Cory una ragazza coraggiosa

    Come comincia: Sono solo le 6.00 ed ho già aperto il bar.
    La solita signora fuori dal locale e un po' fuori di sé che mi tempesta di domande, sempre le stesse, tutti i giorni, mi chiede se sono stanco e si risponde da sola di sì.
    Scappo dentro e mi nascondo dietro le brioches, sistemo le ultime cose. Il vapore della lavabicchieri mi appanna momentaneamente gli occhiali. In radio stanno discutendo della crisi, anche questo non mi tira su di morale. Il locale è vuoto, solo tre clienti indiani con sei trolleys immensi che fanno colazione con tè caldo e spaghetti surgelati. Non stupitevi ho visto accostamenti peggiori.
    Poi entrano altri due clienti. Una bella ragazza giovane e una signora sulla sessantina. Mi chiedono il prezzo per un caffè americano, due brioches... non sono molto economico al tavolo, il bar non è mio, ma i prezzi sono quelli, comunque loro si siedono lo stesso. Qualche chiacchera con loro, mentre gli indiani cominciano la processione al bagno. Scopro che sono americane, e si scusano per la loro impacciataggine, io le rassicuro che è una cosa normale non saper che pesci prendere a Venezia. Mi chiedono come muoversi in città e gli do qualche dritta, per non spendere troppo in biglietti. Una routine per la città dove vivo. Pagano e se ne vanno contente. Non c'è lavoro e posso anche rimandare di sbarazzare il tavolo di qualche minuto.
    Scorgo qualcosa di strano appoggiato al portasalviette. Mi avvicino rapido al tavolo. Una foto. Una bella ragazza, non quella che ha fatto colazione da me. Giro e vedo due date una riportante il 23-02-1993 e un'altra 5-07-2012. Nascosta dalla foto c'era un piccolissimo uccellino, non saprei dire se di legno o in plastica, solo che è minuscolo. Oltre alle date c'è scritta una piccola frase "Cory a brave girl" e il suo nome per esteso. Posso immaginare qualsiasi disgrazia capitata alla ragazza, ma anche il senso di quel gesto. Forse Cory sarebbe voluta venire a Venezia, girare l'Italia, ma non solo. Sarebbe voluta volare da una parte all'altra della vita, crescere, innamorarsi, cercare l'università, lasciarsi col ragazzo, trovarsi un lavoro, cercare di studiare e lavorare, fare bisboccia con le amiche, traslocare un paio di volte, trovare l'uomo giusto, metter su famiglia, invecchiare serenamente. Ho saltato parecchi altri traguardi di una vita in cui sarebbe potuto capitare di tutto. 
    Invece è stato tutto troppo breve. L'amica o la sorella, simbolicamente, ha voluto esaudire il suo desiderio. Come è triste, nemmeno il tempo di bere un caffè che il destino le ha chiesto il conto. Decido, di tenere il piccolo uccellino e di appendere la foto all'interno dell'armadietto.
    Il suo sorriso, quello sì mi incoraggerà quando sarò giù di morale.

  • 10 luglio 2013 alle ore 10:42
    Nozze

    Come comincia: E il giorno tanto atteso arrivò.
    Agatina era radiosa nel suo bellissimo vestito bianco. Era per lei una verità incantevole che allontanava il ricordo di una vita  disgraziata, che sembrava all’origine senza sbocco.
    La felicità la trasformava: la sua bellezza risplendeva e il suo sorriso aveva conquistato tutti gli invitati.
    Un  grandissimo pubblico assistette alla cerimonia; i parenti e gli amici c’erano tutti, ma c’erano anche tantissimi curiosi, soprattutto giovani.
    Il pranzo fu allegro; gli aperitivi, lo  spumante e il buon vino contribuirono a rallegrare anche i più ombrosi.
    I piatti più delicati furono serviti copiosi e il clima, gradualmente, divenne più caldo.
    Dopo il pranzo si ballò, ci si divertì, il vino girò abbondante fino all’ora di cena.
    La febbre salì e diverse giovani coppie amoreggiarono dietro gli ulivi che erano intorno alla masseria- agrituristica, nella stalla, nel magazzino e negli angoli più bui e appartati.
    Non appena il sole cominciò a scivolare dietro la linea dell’orizzonte, si riprese posto a tavola.
    Sulla bianca tovaglia risplendevano la cristalleria e l’argenteria. Le luci erano smorzate e i fiori di zagara diffondevano tutto intorno un profumo penetrante.
    L’agape ricominciò. Il vino riprese a scorrere nella gola dei convitati.
    Agatina e Turi fecero onore alla buona tavola, ma bevvero con moderazione osservando le diverse persone che erano già eccitate. Ci fu un attimo di silenzio seguito da un fragoroso battimani quando sulla tavola fu collocata una montagna di cassata a cinque strati. Come rinunciare ad un dolce che è definito il principe eccellente del gusto?  Tutti ne mangiarono, anche quelli che erano più pieni di un barile.
    Gli sposi si deliziarono con un piccolo assaggio pregustando l’avvicinarsi della paradisiaca, incommensurabile dolcezza della loro notte di nozze. Mancava solo la consegna delle bomboniere e il saluto. Pensando a ciò Agatina si sentì sciogliere in una tenerezza infinita per Turi che le aveva dimostrato un amore profondo e senza limiti. Lui le aveva ridato la vita e lei aveva imparato ad amarlo senza riserve anche se non conosceva bene in cosa consistevano le mansioni del suo lavoro di visore  della ditta “LA FAMIGLIA  s r. l.”. A tale riguardo Turi era stato sempre evasivo e lei aveva capito che non bisognava insistere nel chiedere ulteriore notizie.
    Eppoi  non era questo il momento di pensare a ciò e alle disgrazie che avevano costellato la sua vita prima d’incontrare l’amore, il vero amore.
    Ecco l’ultimo atto della festa: furono portate le bomboniere. Intorno agli sposi si strinse una massa di persona che cercava di ricevere in fretta la testimonianza di quella meravigliosa giornata e di augurare loro “figli maschi” con un bacio.
    All’improvviso si sentirono delle grida di paura che determinarono un fuggi-fuggi caotico e precipitoso. Diverse persone rimasero pietrificate per la paura: un motociclista con stivali, tuta e casco nero avanzava veloce tra i convitati. Il braccio destro era teso e nella mano una pistola mandava bagliori di fredda luce metallica. Giunto a pochi passi dagli sposi si fermò. Sei detonazioni, seguite da sei lampi giallo-rossi, furono il bacio di morte per Turi. Il motociclista scappò veloce verso una moto di grossa cilindrata alla cui guida vi era un pilota vestito come lui. La moto, in un istante, scomparve rombando nelle ombre della sera.