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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 06 aprile 2013 alle ore 0:19
    Da Istruzioni per l'odio: Giardinaggio

    Come comincia: 6. Giardinaggio

    Guardo la pianta che agonizza con le radici in una bustina di plastica, l’hai appena comprata, appena uscito dal lavoro. Ieri hai preso un vaso, l’altro ieri la terra. Non so bene che cavolo farci con ‘sta roba, la pianti qui sul balcone. Sono gerani e li dovresti sistemare in questo vaso con della terra, piantare, ma non l’ho mai fatto. Forse da piccolo ci ho provato ma adesso chi si ricorda. Uno si deve dedicare alle cose per riuscire bene ma io se vado al lavoro finisce che non hai più tempo di stare dietro al resto. Non sono soddisfatto di ciò che faccio eppure ti sembra che insistendo, pian piano, giorno dopo giorno inizi a sentirti meglio. Vado in cucina per bere un bicchiere di acqua fresca, poi darsi da fare e sistemare la pianta prima che ti passa la voglia. Alla fine, nonostante lo stress, nonostante il lavoro, cioè perché lo stress ti viene dal lavoro, tu pensi che mi piace la mia vita. Sarà forse il senso di liberazione che bene o male tutti di questi tempi sentiamo addosso. Questa liberazione è però anche un fardello. Devi per forza fare qualcosa visto che teoricamente non ci sono scuse: il governo è andato a casa, Berlusconi si è dimesso. Così pure io mi sento cambiato. Hai trovato un lavoro e devi tenertelo stretto perché è un buon lavoro e poi hai fatto altre cose buone, ho comprato pure questa cazzo di pianta. Che idea del cazzo, il giardinaggio. Poggio il bicchiere vuoto, torni sul balcone.
    Prima prendo questa merda di vaso di ceramica, lo metti in quest’angolo qui e già cominci a sudare. Poi prendi la busta di 10 chili di terra e che cazzo me ne farò poi di 10 chili di terra? Non lo so, comunque non devi deciderlo ora. La busta la posso alzare e rovesciare nel vaso e… no, non puoi sennò fai cadere tutto. Devo pigliare una cazzo di cosa, un cucchiaio e piano piano prendi un po’ di terra e poco alla volta la metti nel vaso. Santa pazienza. Vai in cucina, piglio il cucchiaio, torno che ho l’affanno, prendo la busta da 10 chili, la devi aprire e come la apro? Torni in cucina, la forbice, ti serve la forbice, voglio la forbice, non trovo la forbice ma la forbice è nel bagno e vado in bagno a cercare la forbice. Piglio la forbice e con la forbice stretta forte nella mano, come se la volessi sgretolare con le dita, torni sul balcone. Inciampo negli infissi, male al piede e bestemmia. Tagli e lo infilo nella terra, il cucchiaio, ne piglio un po’, una, due, tre, quattro, cinque, sei volte, ma con questo cucchiaio faccio notte. Che nervi! Poi c’è l’incrocio sotto casa mia e lo stronzo che suona il clacson come uno stronzo. Che nervi! Porca puttana! Voglio fare presto e adesso mi spacco il culo, delle volte ci si deve spaccare il culo e fare le cose rapide. Tu adesso alzi questo pacco di merda da dieci chili del cazzo e lo infilo in questo frocio di vaso. Lo faccio. Cade, cade la terra, tanta terra, tutta per terra e io mi siedo, mi siedo per terra, sconfitto.
    Non ho parole per dire quanto sei incazzato. Da seduto fisso questo sfracello di terra, ho gli occhi che secondo me ti stanno uscendo dalle orbite per la rabbia e non riesci a fare un cazzo. Sei un imbranato o sei solo stanco dopo una giornata di lavoro o sono nervoso, ‘sto lavoro mi sta succhiando l’anima e le energie eppure dovresti essere felice. Sì, devi essere felice, anzi sei felice, sei felice perché hai un ottimo lavoro e poi è caduto Berlusconi e dopo quasi vent’anni pare che tutto sia di nuovo possibile, pure che tu faccia il giardiniere. Mi calmo, devi trovare una soluzione.
    Ragioniamo. Cerchi un insight: la busta, il cucchiaio, la pianta, il vaso, la terra per terra, la forbice e poi… Perché è caduto? Non ci ho capito molto ma è caduto perché i titoli di stato, lo spread, le pensioni, le puttane, soprattutto le puttane, la TAV, l’Europa, la Germania, la Francia, le banche, soprattutto le banche, i risparmiatori, i disoccupati; cade per tutte queste parole quindi forse per nessuna di esse. È caduto perché non ha trovato risposta a tutte queste cose, dicono, ma lui cade e tu resti e questa è una cosa buona. Ora tu puoi trovare la tua di risposta. Mi dico che anche se tutto nella vita pare sempre fermo, tu ogni mattina ti svegli, vado a lavorare e se vai a lavorare significa che i problemi possono essere risolti, tanto più adesso che non c’è Berlusconi. Poi, non tocca a te stare lì a scervellarti per cercare di afferrare un nesso. Non m’importa trovare una spiegazione allo stato di cose, tocca ad altri, a quelli che sono venuti dopo di lui e che devono fare quello che lui non è riuscito a fare, dicono. Il problema sarebbe capire cos’erano queste cose che doveva fare e cosa devono fare gli altri che a lui non è riuscito. Ma non ho più voglia eppure, se lasci così, domani butti tutto e ho buttato nel cesso la pianta e 50 euro. Devo prima pigliare una scopa e alzare questa terra.
    Mi alzo e vado in bagno, pigli la scopa e poi… la paletta, serve la paletta, devi trovare la paletta sennò come fai? Cerchi in bagno, in cucina, in salotto, poi di nuovo in bagno, apri un mobile, un altro, accendo la tv mi farà compagnia mentre sistemi questo macello che hai combinato. Metti il 3, Tg3: “Ancora polemiche sull’ex Premier Berlusconi dopo la nomina del nuovo governo”.
    Ma lasciatelo stare dico io, che tanto adesso è fuori dai coglioni e va a finire che a forza di parlarne questo ci ripensa. Sempre lì a rovistargli i peli del culo, ad analizzare, che poi almeno ci capissero qualcosa questi giornalisti. Li vorrei vedere io, a combattere tutti i giorni con il lavoro, i clienti, questa stronza di paletta. È semplice per loro, Berlusconi farà questo, farà quest’altro, io invece è da quando si è dimesso che non capisci più una mazza di niente. Mi ricordo che sabato 17 novembre… oramai è storia, è diventata una cazzo di data il giorno in cui il vecchio si è dimesso. Insomma, mi ricordo che mentre lui andava a dimettersi tu eri in un bar con i colleghi e nel bar mettevano su la canzone di Forza Italia. Mentre loro parlavano di alcune cose che non ricordi, io canticchiavo tra i denti di Forza Italia che siamo tantissimi e abbiamo un cuore, Forza Italia con noi, la canzoncina di Silvio. Intanto, assordanti rumori del cazzo entrano in casa dal balcone, c’è troppa confusione qui sotto, il mondo è pieno di stronzi che fanno casino senza motivo e pure sotto casa tua è pieno di stronzi. È l’ora di punta, le macchine, gli scooter, i passanti, la gente, poi pure la tv accesa e la paletta che chissà dove cazzo si è andata a inculare. Torno seduto in quel bar e sorseggiando una birra con quelli che chiacchieravano, credo di calcio, ti ritornava in mente che lui disse che “l’Italia è il paese che amo e che non possiamo lasciare il paese in mano ai comunisti perché la lotta contro il comunismo non è finita” poi disse che “lui ha fatto un passo indietro per il bene del paese e che l’unica strada sono le elezioni”. Dopo in realtà non si è andati a votare perché si è messo d’accordo con le opposizioni, i comunisti a suo modo di vedere, e così hanno fatto un nuovo governo, governo di tecnici, non politici. I tecnici sono tecnici perché nessuno sa chi cazzo sono, mai visti in nessuna merdosa trasmissione tv. Il presidente è un tizio che si chiama Monti che faceva il rettore all’università per i ricchi la Bocconi e che ha lavorato per la Goldman Sachs, la banca d’investimento più potente che esista. Adesso però, l’unica cosa di cui sono certo, è che mi sono distratto e una volta che cominci a distrarti… non c’è verso: ti distrai sempre di più e capisci che quindi è ok, mando a fanculo la paletta! Non mi serve più. Quella troia non la troverai mai adesso, farò senza, rinuncio. Torno fuori, inciampi negli infissi, ma alla faccia degli infissi inciampo meno forte di com’ero inciampato prima e mi giro e vedo… vedo la paletta. È lì la puttana, è fuori nel balcone, era nel balcone e tu pirla distratto del cazzo l’hai cercata per tutta casa che ce la avevi sotto le palle degli occhi. Ho un’idea, un’idea geniale, decisiva, un vero insight. Non la userò per rialzare la terra caduta, no, almeno non subito, prima la userai in un altro modo. Genio! Pigliare la terra dalla busta direttamente con la paletta che faccio prima. Taglio un altro po’ con la forbice la busta da 10 chili di merda e ce la infilo tutta dentro, la paletta. Eccola là, vai come una scheggia. Scheggio. Perché cazzo non ci ho pensato prima? Ma come si fa a pensare di fare una cosa del genere? Riempire un vaso così grosso con un cucchiaio, si deve essere coglioni. Quella ce l’avevo sotto gli occhi la paletta e non l’hai vista, sei uno stronzo distratto. Sono troppo distratto di questi tempi e quando ti distrai finisci con il perderti senza coscienza in una specie di puzzle incompleto di sensazioni. Ti confondi, tutto pare caos, è come se vedi solo piccoli pezzetti di cose che metti insieme senza alcun tipo di criterio. Fai tutto a cazzo. Il criterio è tutto nelle cose che senti o che ti vedi davanti così come come cazzo sono, senza che stai a pensarci su. Ma almeno, in questo modo, ti rilassi, mi rilasso. Il risultato della disattenzione in fondo, se ci rifletto bene, è molto simile a quando stavo sempre attento a tutto e ti pisciavi da solo nel cervello per cercare soluzioni. In poche parole, io adesso non ho alcuna visione d’insieme di ciò che osservo e di ciò che faccio, ma riflettendoci non l’avevi nemmeno prima quando sputtanavi le giornate a cercare di capire. Però non sono guarito del tutto dagli azzeccamenti, già il fatto che ti perdi in questo ragionamento non è buono. Ma questa pippa, però, è una pippa diversa da quelle di una volta. Questa pippa ti fa comprendere che poi è vero che l’eccesso informazioni, di riflessioni, mi ha impedito per mesi, forse per anni di avere un’idea che sia una su ciò che ti succedeva ma soprattutto su ciò che succedeva a quello che mi circonda. La prova sta nel fatto che in questi giorni preso e distratto dal lavoro ho ottenuto senza alcuno sforzo lo stesso risultato di sempre, ovvero non hai capito un cazzo di niente. Ad esempio, un esempio a caso, non perché uno pensa sempre alle stesse cose, io non sono riuscito a farmi un’idea che sia una di quello che sta accadendo con la caduta del governo Berlusconi. Ma poi, detto francamente, ma che cazzo me ne frega a me di Berlusconi? E poi che cazzo gliene frega a Berlusconi di uno come me? Così dopo tanti anni hai dovuto aspettare che se ne andasse per renderti conto che la soluzione è non pensarci, non devo pensare a Berlusconi e lui sparisce. Sarebbe andato a farsi fottere molto tempo fa se avessi fatto così dal principio, non pensarci, è lì il segreto. È come questa cazzo di paletta, io non ci pensavo, ce l’avevo sotto gli occhi e non la vedevo, sparita. Ora però non è che sono diventato un demente, non saprai più niente di politica però mi sono concentrato su altro, stai pure imparando il giardinaggio e mi sono concentrato su di me. Ho capito che la base di tutto è concentrarsi, ma bisogna farlo in modo diverso da come facevi prima. Si deve focalizzare una cosa, ma una cosa che sia una, chiara, semplice e poi ottenere quella cosa su cui ti concentri. Quindi ho capito: tu hai trovato un buon lavoro, metterò soldi da parte e questi soldi ti serviranno per fare ciò che mi piace. Finalmente credo di avere afferrato qualcosa, perché bisogna fare così; darsi da fare seriamente per qualche mese, avrò un bel pacco di soldi e di conseguenza potrai metterti a fare quello che mi pare. Lo penso sempre da un po’ a questa parte. Devi lavorare! Poi uno lavora e con i soldi fai quello che vuoi, sei libero. Uno ci sta pure a stare 8 ore per 5-6 giorni a spaccarsi il culo ma poi uno esce, ha i soldi ed è libero di dedicarsi a delle cose. A me capita che per una settimana vai in ufficio poi il sabato puoi avere tempo di rilassarti facendo quello che mi aggrada. Dopo di che mi darò da fare un mese, due, tre, poi con i soldi mi finanzierò qualcosa, una macchina, un investimento buono.
    Adesso invece che cazzo sto facendo? Faccio un buchino in mezzo e ci infilo la pianta? Sì, faccio così, fai un buchino nella terra, sto facendo un bel buchino, ho fatto un bel buchino, poi pigli la forbice, taglio ‘sto filo intorno alla busta di plastica e libero la radice. A me pare che si sta seccando ‘sta cosa, la vedo già peggio di come l’avevo vista dal fioraio ma vuoi vedere che basta così poco per farle collassare? Mi sa che mi sono messo in un altro guaio. Adesso vedi se ti stai tutti i giorni dietro alla pianta. Annaffiare, potare, concimare e poi ci saranno un altro migliaio di cazzate da fare che troverai su internet in qualche sito di giardinaggio. Che palle! Poi tra un po’ è Natale e io vorrei tornare a casa a Napoli e chi le annaffia? E poi d’estate? Chi le annaffia d’estate? Non mi voglio rovinare l’estate. Uno dopo un anno deve per forza staccare, se uno lavora tutto l’anno poi deve staccare. Perché poi, dopo un anno a faticare, avrai anche i soldi per una vacanza e mi vado a piazzare al sole in un posto che ti fa stare bene. In fin dei conti questo è il bello di avere un buon lavoro, puoi fare progetti, posso comprarmi pure una pianta se ti girano i coglioni di farlo. Però non è solo per questo che penso sia buono avere un buon lavoro. Penso anche a cose più importanti. Perché uno poi deve pensare anche al futuro, uno lavora una vita, e poi dopo,con i soldi messi da parte si può pure concedere il lusso di fare quello che gli pare. Vedi, cioè senti, sento che parla proprio delle pensioni, il Tg3, vogliono che si vada in pensione a 67 anni. Questi stronzi! Fino a 67 anni mi dovrò spaccare il culo in quell’ufficio. Vuoi vedere che questi tecnici fanno le stesse cose che diceva Berlusconi. Infatti mi ricordo che prima di cadere Berlusconi stesso ci diceva di voler mandare le persone in pensione solo dopo i 67 anni. Questo perché l’Itala era in crisi, cioè lo è pure adesso che se ne è andato ma prima con lui di più, dicono. Quindi dicevo, le pensioni a 67 anni quando c’era Berlusconi. L’Italia era in crisi e il tasso d’interesse sui nostri titoli di stato cresceva e di conseguenza cresceva lo spread con i Bund tedeschi. Questo per metterla paro paro a come ce la raccontano. Così successe che Berlusconi doveva scrivere una lettera d’intenti per rispondere a quelli dell’Unione Europea che ci avevano detto paro paro: “O fate come diciamo noi o le banche, le finanziarie, le agenzie di rating vi spaccano il culo”. La minaccia viene presa sul serio e da un giorno all’altro non si parla più di tangenti, processi, mignotte, di festini, di scopate, si parla solo della lettera. Si dice: “I vertici del partito sono in riunione a oltranza e stanno scrivendo la lettera”. La lettera di Berlusconi all’UE diventò una specie di contenitore dei desideri della classe dirigente italiana, maggioranza e opposizione.
    “Io voglio che nella lettera non ci siano le pensioni, io che non ci siano tasse, io che non ci siano tagli ai mezzi pubblici, io alla cultura. Qualcun altro voleva misure per i giovani, altri per gli anziani, io voglio la TAV, io il ponte sullo stretto di Messina, io i soldi per le aziende pubbliche, io tagliare gli stipendi dei dipendenti delle aziende pubbliche, io tagliarli a tutti in modo equo e incisivo, io invece voglio il treno, io il trenino, io i caccia d’assalto supersonici F35 come quelli che c’ha Obama, io che non ci siano più le auto blu…”. Io invece voglio solo che questa cazzo di pianta stia dritta e forse devi fare un buco più profondo o forse hai sbagliato a comprare il vaso. Mi serviva un vaso secco e lungo però io sapevo che, cioè pensavo che le radici si sviluppassero in larghezza. “Ma tu devi stare dritta lo stesso puttana!”. Ma non c’è verso, devo metterci, devi metterci dei bastoncini. Ma dove li prendo i bastoncini e poi come cazzo si fa a tenerla su coi bastoncini, ci vuole mestiere. La cavo fuori dal terreno e la sistemi per terra sulla terra caduta che devi rialzare. Ho sete, vai a bere e entrando senti ‘sto cazzo di Tg3 che giuro che è l’ultima volta perché davvero ti sta stressando. L’IVA, l’ICI, la prima casa, l’articolo 18, alla fine sono cose pesanti. Ti viene di nuovo in mente che il fatto di Berlusconi con la crisi era una situazione davvero surreale, diversa da quella di adesso. Adesso almeno si parla di cose serie, pensioni, IVA, articolo 18, insomma, va un po’ meglio. Pure per strada la gente non fa altro che fare calcoli sui contributi versati, sugli anni di lavoro, ed è meglio che sentir parlare solo di figa e tangenti come quando c’era Silvio. Alla fine come dice il Tg 3 il succo è che noi, giusto o sbagliato che sia, ma a questi delle banche gli dobbiamo mollare un bel pacco di soldi così questi ci lasciano in pace, quindi facciamolo e pace, poche ciance. Invece quando c’era Berlusconi i soldi li dovevano tirare fuori sempre i soliti: i pensionati, i giovani, i lavoratori dipendenti, categorie che notoriamente ne hanno che gli escono dalle orecchie, poveracci. Era una vergogna, pagavano sempre i poveracci. Adesso non è che siamo al socialismo però è tutto un po’ più equo, cioè ora fanno le pensioni a 67 anni, la tassa sulla prima casa, l’aumento dell’IVA, forse l’articolo 18 ma poi prima o poi vedrai che una tassa pure per i ricchi ci sarà. Magari dicono che si toglie il vitalizio ai parlamentari, si tassano pure le banche, prima o poi la faranno una cosa così. Giusto Tg3!
    Io la farei, la farei pure io la Tobin tax. Ci avevi pensato giusto qualche giorno fa alla Tobin tax, quella che dicevamo a Genova al G8, tassare le transazione di borsa, con dieci anni di ritardo ma c’è arrivato pure il Tg3. A Genova me ne parlavano quelli di Attac, i francesi, e li pigliavano per pazzi, adesso invece forse si fa. Il Tg3 è scettico ma già il fatto che se ne parli è comunque buono, questi ci arrivano in ritardo sulle cose. A quelli di Attac dieci anni fa gli menavano appena tiravano fuori l’argomento invece adesso cominciano a capire tutti, pure il Tg3. Fatto un altro buchino e ci riprovo, pulisco le radici e la sbatto dentro fino in fondo, poi terra su a coprire. E pensare che ci avevi pensato proprio qualche giorno fa, perché è proprio vero, da quando non sto più a sentire le menate che dicono i giornali e la tv ti vengono idee migliori, più realistiche. La Tobin tax è una buona idea che hai avuto, adesso ci vorrebbe sul serio, per fermare la crisi finanziaria come dicono ‘sti stronzi in tv. L’idea che hai avuto sta in piedi e sta in piedi pure il geranio, è storto verso destra ma secondo me dopo un po’ di sole, un po’ d’acqua, un paio di giorni si ringalluzzisce e torna su bella dritta. Adesso devi solo pulire la terra dal balcone e ho finito. Hai detto niente, cazzo.
    Mi viene la voglia di  tutto dabbasso sulle macchine di ‘sti stronzi che passano, è l’ora di punta e la gente torna a casa. È un casino e dopo una giornata che hai passato al lavoro, a parlare, a sentire il battere delle dita sulla tastiera, non reggo. Uno a casa sua vuole silenzio, ma qui a quest’ora è un casino. Si sente vibrare tutto e quando passa un camion, un bus, succede il terremoto, la terra trema, è una casa fatta con lo sputo, questa. Così ora mi scoppia la testa, è troppo, lo pulisci dopo questo cesso di balcone, troppi rumori e questi merdosi leghisti alcolizzati del bar quaggiù che si ubriacano e starnazzano di calcio. Non resisto e rientri in cucina. “La lettera di Silvio piacque tanto all’Europa” dice un opinionista di destra pelato.
    Non se ne può più di questa lettera, non se ne può più della tv. La posso pure spegnere. Vado, premo il pulsante e silenzio, poi pensi che in fondo ha ragione il pelato, alla fine la lettera piacque. Piacque proprio a tutti, anche alle opposizioni, agli industriali, ovviamente alle banche. Piacque a tutti ma alla fine non se ne fece nulla quindi dovrebbero lasciare perdere la lettera e Berlusconi. Ora io ultimamente non ho seguito bene le faccende però, in quei giorni prima che lo mandassero a casa, la situazione economica peggiorò solamente per colpa della figa. Così mentre tu facevi il primo mese di lavoro un po’ tutti in Italia decisero che era giunto il momento di mandare a cagare il vecchio Silvio. Il fatto secondo me fu che quelle robe che prometteva nella lettera contro pensionati, giovani, lavoratori, malati non le avrebbe mai fatte. Non perché è uno buono di cuore, ma perché oramai dicono che al vecchio non frega un emerito cazzo di niente, nemmeno di fregare la povera gente. Vuole solo scopare con belle ragazze che ballano o che vorrebbero ballare nelle sue televisioni o nel suo partito. Ora basta con queste cazzate, tanto Berlusconi non c’è più e non devi pensarci. Comunque non è colpa mia, tu non ci pensi mai. La colpa è di ‘sti stronzi in televisione che da quando non c’è più non fanno altro che parlare di lui, perché da quando non c’è più non sanno che cazzo dire. Bisogna guardare avanti ma prova a farglielo capire a ‘sti stronzi. Io vado a cucinare, ho fame. Voglio fare presto ma sono stanco e ti siedi un attimo sul divano a rifiatare un attimo e trovo il telecomando sotto al culo. Riaccendo la tv pure se adesso l’ho spenta. Rai 1, danno il quiz, è quasi ora di cena, hai fame ma… arriva il senso di colpa: devi prima finire sul balcone e mi ci vorrà un bel po’ di tempo per ripulire quello che è caduto.

  • 06 aprile 2013 alle ore 0:06
    Strade nel buio

    Come comincia: Doveva immergere la sua anima nella sporcizia, infangare lo spirito, lasciarsi andare ai suoi più bassi istinti. Non lo faceva per divertimento. La solitudine lo prendeva all'improvviso, come un passeggero nascosto nei sedili posteriori di una macchina, saltava fuori, "Bu!" gli faceva e si sedeva al suo fianco. La pioggia fuori dall'abitacolo, faceva impazzire i tergicristalli nella loro inutile lotta contro quella forza della natura. Forse erano proprio i tergicristalli ad ipnotizzarlo, nel loro costante movimento, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... gli speaker alla radio perdevano la forza, le parole diventavano ovattate, discorsi lontani tra persone lontane, per persone lontane. Lui era distante anni luce. Non c'era luce per guidarlo fuori, solo buio. In quel buio, non era solo, non lo era mai. I suoi vizi si erano fatti comodi, i suoi vizi non avevano fretta e sapevano aspettare. Tentavano al mattino di fargli cedere le gambe, costringerlo al letto, volevano fargli saltare il lavoro. Non ci riuscivano per un pelo. Poi al lavoro in fabbrica, lo colpivano alle braccia, rendevano pesanti le operazioni più semplici. Lui arrivava lo stesso a fine turno. Nemmeno lì riuscivano a ghermirlo. Potevano provarci nella pausa pranzo o a cena, lo invitavano a bere, ma lui teneva duro. L'incidente di anni prima gli imponeva divieto assoluto all'alcool. I suoi vizi erano sconfitti anche questa volta. Fumava una sigaretta, quello era un vizio innocente, pubblico, statale. Nessuno obiettava contro il fumo. Gli bastava però fissare il cielo, vuoto, spento e la mente si affacciava al buio, controllava le macerie delle sue guerre precedenti. Si accumulavano nel baratro e riempivano la fossa delle sue paure. Prima o poi avrebbero raggiunto la superfice ed in forza l'avrebbero sconfitto. Era il buco nero che immaginava vicino al cuore quello che spuntava qualche battaglia. Così guidava per le strade della città. Solo, anche se in coda al semaforo, riusciva a trovare la sua pace solo in periferia. Nelle zone delle fabbriche, dei depositi dei container, lì trovava il suo altare sacrificale. Sapeva che doveva sporcarsi nell'anima, per potersi lavare da ogni paura. I lampioni lo illuminavano a intermittenza, e sotto di loro c'erano quelle che lo avrebbero aiutato. Normalmente era una persona perbene, benpensante e osservante della legge. Per quanto potesse comportarsi bene, sospettava che alla fine avrebbe dovuto comportare un'azione contraria, doveva bilanciare il suo cosmo. Non voleva lasciarsi andare, ma il buco nero si allargava, gli costringeva le budella, e l'adrenalina gli infuocava gambe e braccia. Girava e girava per le stesse strade, guardava l'ora, notte fonda e abbassava ed alzava la temperatura. Era in lotta con se stesso, contro la sua volontà. Passava lento vicino ai suoi angeli, che potevano diventare diavolesse, schiacciava l'accelleratore e avanzava. Le osservava da lontano, sera dopo sera, ormai le riconosceva dalla fisionomia. Si diceva convinto "Guardo solo, che male fa?" poi diversi giri dopo, fra sé e sé "Ma si... adesso vado con lei, mi sento ribollire!" Invece un'altro disperato portava via prima di lui il suo angelo, oppure passava una macchina della polizia ad interrogare una diavolessa. In entrambi i casi, girava la macchina e tornava a casa. In quei casi vinceva lui. Quella notte invece pioveva e non aveva trovato nessuno in giro. Poteva sembrare un pareggio, quando all'ultimo lampione, dove non aveva mai visto nessuna di loro, c'era una ragazza protetta da un ombrello. Si avvicinò a lei e non ricordava di averla mai vista. Accosta ed abbassa il finestrino "Cc-ciao bella! Come mai sola sotto questo diluvio?" lei si avvicina alla macchina. Un angelo, lei era di sicuro un angelo. Sorride "Sono nuova qua... Che vuoi trenta bocca, quaranta scopata con preservativo?" Un angelo che andava dritto al punto. Lui fece cenno di entrare. Non aveva risposto e la ragazza lo guardava con aria interrogativa "Alòra? Trenta o quaranta?" lui non ci pensò nemmeno "Facciamo trenta, okey, okey..." Si sentiva sempre più preso dal buco nero, stava dando il via libera ai suoi vizi. Come una navigatrice la ragazza gli indicava la strada dove appartarsi. Lo guidava, gli sorrideva e gli diceva "Posto lontano, ma tranquillo, non preoccupare". Lui ubbidiva, girava e svoltava quando richiesto. Poi per rompere il ghiaccio cominciò a fare domande "Come ti chiami?" e lei "Chiara. Vai dritto ancòra" "Di dove sei Chiara?" "Ungaria" lui "Un-ghe-ria... Sei molto giovane Chiara...quanti anni hai?" "Si, ho venti ànni... quasi arrivati sai?" "Bene, sei proprio giovane, toglimi una curiosità...ma sei obbligata a farlo?" "No, non sono obbligata, ecco ferma qua." Fermò la macchina, il posto è un parcheggio lontano perfino per i suoi normali giri notturni. La conversazione sembrò assolverlo dalle sue colpe, pensava che lei non era obbligata a farlo da qualcuno, lo faceva per conto proprio. Mentre lei trafficava con la borsetta, lui gli consegnò i soldi "Senti io, non sono abituato a questa cosa, anzi non so nemmeno se voglio farlo" e lei "Ma mi hai pagato..." "Lo so. Ma non è necessario. Mi basta il brivido..." lei sembrò fare spallucce "Non capisco, non mi trovi bella?" lui agitò le mani in senso di negazione "No! No! No! Te sei bellissima, solo che non voglio farlo, mi è passata la voglia!" "Te non sei mica normale... Mi paghi e poi non vuoi bocca... non ti tira forse!?". Ecco è da quel momento che non ricorda bene cosa sia successo. Ricorda solo di essersi abbassato i pantaloni e poi di aver preso con forza la testa della ragazza. Lei si era rialzata perchè non aveva messo il preservativo e allora lui la schiaffeggiò forte e prese il collo della ragazza. Poi il buco nero vicino al cuore si mangiò tutto, auto compresa e il buio calò come una tenda di teatro sulla scena. Questa notte aveva infangato la sua anima, sporcato il suo spirito. I vizi avevano vinto.

  • 04 aprile 2013 alle ore 23:23
    Spiaggia

    Come comincia: Era così che voleva vivere gli ultimi giorni della sua vita, una spiaggia solitaria e un mare cristallino all'apparenza senza fine.
    Pianse perchè non c'era nessuno a guardarlo, pianse perchè fin da bambino era facile al pianto non come gli altri maschietti e poi la malinconia era una compagna che conosceva bene.
    Si chiese ancora una volta quale regola bisogna applicare per intrecciare quelle sane relazioni chiamate amicizie, quelle poche che aveva stretto nella sua esistenza erano durate poco.
    Gli uccelli volavano alti nel cielo e sembravano giocare a chi pesca più pesci, la sua mano si allungò a sfiorare la copertina del romanzo appena iniziato e si chiese quanti giorni avrebbe passato a leggerlo.
    Le onde e i volatili erano un concerto meraviglioso e lui si innamorò ancora una volta della natura, nel profondo della sua anima però l'unico suono che voleva risentire era la voce di lei che scandiva le parole "ti amo" in portoghese.
    Quella cadenza poteva mandarlo in estasi anche ora che la sua mente non riusciva a riprodurlo fedelmente, ripensò alla sua stupenda risata che grazie alle casse del pc risuonava a distanza di chilometri da un continente all'altro.
    "Ti basta scrivermi una riga e sarò di nuovo tuo per sempre, come diceva una vecchia canzone mi hai fatto un incantesimo."
    Lacrime salate gli offuscarono la vista, si perdette ancora un momento a riportare in vita i momenti passati insieme anni prima, desiderando fortemente che lei un giorno tornasse tra le sue braccia e riuscisse a rendergli  di nuovo degna di essere vissuta la vita.
    Si ricordò che la prima volta che la vide indossava dei buffi calzini colorati, una timida ragazza che con la sua sola presenza causava terremoti biblici nel suo animo.
    Si versò un'altra tazza di caffè nero bollente, probabilmente esisteva una legge che vietava la consumazione di una bevenda così invernale in piena estate ma poco gli importava, ne bevve un sorso senza aggiungere zucchero o altri dolcificanti.
    Il sole iniziò a tramontare, si alzò e chiuse lo sdraio, prese le sue cose e si diresse verso la sua casa.
    L'ennesimo giorno fuori dal mondo, senza amici e senza di lei, solo.
    La vita era anche questo, trovare qualcosa da fare fino all'ora di andare a dormire, riempire i vuoti delle giornate e perdersi nella monotonia del quotidiano.
    Prese il telecomando e accese il decoder e la televisione, centinaia di canali con mille proposte diverse ma a lui bastava qualcosa che facesse ridere e non pensare.
    La sua risata era qualcosa da salvare nella memoria per sempre, voleva avere un registratore nel cervello per non perdere la fluidità di quei suoni.
    Aveva scelto di isolarsi dal resto del mondo, una piccola casetta su una spiaggia poco frequentata dai turisti cubani, all'inizio pensava di stabilirsi in Brasile ma poi pensò che per quanto grande quella nazione lui prima o poi sarebbe volato a Rio in cerca di lei.
    Guardò i pescatori sulle proprie barche e si chiese cosa facessero ancora fuori a quell'ora tarda e si ripromise di documentarsi meglio sulle pesca, si avviò verso la cucina e vincendo con un epico sforzo si mise a lavare i piatti e lasciò perdere il divano.
    Quanti amori vanno e vengono, quante persone cambiamo alla ricerca di quella perfetta per noi e quanto male ci facciamo prima che la magia si compi.
    Fuggiva dalla vita, fuggiva da tutto e da tutti, aveva deciso che la persona giusta era già arrivata e già l'aveva lasciato e che quindi ora doveva uscire di scena.
    Un altro piatto lavato messo a scolare sul ripiano, si girò e scelse un cd giusto per continuare i lavori domestici, scelse i Queen che gli davano sempre la giusta carica "I want to break free" uscì dalle casse a tutto volume.
    Davanti a lui la scopa in saggina sembrava una dama senza cavaliere al ballo del liceo, la prese e si mise a ballare una buffa danza con lei e pensò che insieme a lei non aveva mai potuto farlo e si ritrovò a desiderarlo con tutto il cuore.
    Quei suoi grandi piedi forse lo avrebbero portato a pestare quelli suoi piccoli da ragazzina, forse la sua mole l'avrebbe compressa e tolto il respiro ma averla anche solo per un attimo nelle sue braccia era un desiderio troppo forte che lo divorava dentro.
    Cosa avrebbe cambiato dirle ti amo?
    Sfogarsi finalmente e dirle di aprire gli occhi, dirle che non nonostante tutto il sesso con altre persone e altre relazioni amava solamente lei.
    Rifiutava questa spiaggia, quella sabbia dorata e quel silenzio paradisiaco.
    Voleva essere travolto dalla sua voce e dalle sue risate, voleva spendere del tempo con lei anche solo per seguirla in mille negozi che un uomo mai frequenterebbe.
    Non poteva essere se stesso, non poteva rischiare di perderla ancora anche se non era mai stata sua.
    Rivelare i propri sentimenti sarebbe stato un errore troppo grande, un rischio assurdo che non poteva correre.
    Si sdraiò in mezzo al corridoio sul gelido pavimento, guardò il soffitto intonacato di bianco e si perse nel vuoto della sua mente priva di pensieri.
    Cosa fare della vita ora, questo scomodo fardello che molti chiamano dono e che lui non voleva più.
    Troppa paura di mettere fine a tutto, troppo codardo.
    Alla fine pensava che il suicidio era un gesto egoista, pensava alla sua famiglia e di come un simile atto l'avrebbe devastata e quindi ecco l'esilio in quel posto sperduto ed isolato.
    Non riusciva più a fingere di essere un figlio sereno, un amico sincero e una persona buona che ama la vita.
    Non c'era posto là fuori per lui, un mondo selvaggio e arido dove non conta niente quello che provi nel tuo animo ma conta solo quanto hai nel portafoglio e quanto sei sulla bocca di tutti.
    Ripensò ad anni prima, quella volta che dopo averla vista rimase ore in stazione ad aspettare il treno per tornare a casa, in quei momenti tra una chiamata ad un amico e l'altra, il pensiero che era tutto troppo semplice se voleva farlo lo punse come una puntura di zanzara.
    "Guarda quanti treni, alta velocità e di te non rimane nemmeno il necessario per un semolino alla casa di riposo".
    La testa a volte è subdola e cinica, è il diavolo sulla spalla che approfitta della pausa lavoro dell'angelo sull'altra spalla.
    Si alzò e accese la sua macchina fotografica, rise pensando che quando era nato dovevano stare attenti a non esporrere la pellicola alla luce e ora era tutto digitale, tra tante foto cercava quella fatta con lei.
    Una foto di un recente passato, una foto di un amore mai nato e che lui sognava tutt'ora.
    Sorrideva appoggiandogli la testa sulla spalla, un gesto che normalmente sarebbe di estrema tenerezza e che invece lui sapeva era solo una posa per l'occasione.
    Diede un bacio con le dita al viso di lei e la salutò prima di spegnere l'apparecchio, andò in bagno e senza accendere la luce si sedette sul bordo della vasca e pianse per qualche minuto.
    Passò un altra notte insonne, la spalla gli doleva e si svegliava alle ore più disperate, era una nottata fresca e si spogliò pensando che così avrebbe dormito meglio.
    Se mancava lei cosa rimaneva nella vita?
    Un mucchio di bugie, un sacco di ruoli da sostenere nonostante non fosse un attore e molte apparenze da mantenere.
    La immaginava a letto con il suo nuovo amore, in questi casi la sua immaginazione era molto fervida anche se dove non arrivava la sua fantasia era stata lei a colmare le lacune.
    Lo aveva preso per il suo confidente personale, lui era l'unico uomo di cui si fidava e allora giù a raccontargli per filo e per segno cosa facevano i due piccioncini insieme.
    Il suo disagio per quelle scabrose situazioni le provocava sempre stupure, non riusciva a capire che stava ferendo i suoi sentimenti e quale dolore provava.
    Aveva desiderato di essere il suo primo uomo, voleva creare una famiglia con lei se solo gli avesse dato il tempo per farlo.
    Portarla in Italia e sposarla, ogni giorno svegliarsi e come prima cosa vedere lei ancora addormentata che riposa serenamente, l'avrebbe sempre svegliata con una carezza ed un bacio.
    Voleva passare il resto della sua esistenza ad accarezzare i suoi capelli neri, parlare con lei per ore e ore senza dover mai aver bisogno d'altro.
    Il cuscino era umido e bagnato da sudore e lacrime, consumato da mille notti agitate, se fosse stato più attento a queste cose l'avrebbe cambiato molto tempo prima.
    Accese lo stereo e ascoltò una manciata di vecchie canzoni, la musica era la sola compagnia che non tradiva mai, non esigeva discussioni e raramente ci litigava.
    Osservò il suo pigiama rovinato e consunto, ne avrebbe comprato un altro se questo non fosse stato così comodo, mangiò un pezzo di cioccolata al latte e provò a prendere sonno con l'aiuto della musica.
    Era sprofondato nuovamente in un universo onirico, al risveglio quasi mai ricordava i suoi sogni, era un meccanismo perfetto che avrebbe applicato anche alle storie d'amore concluse male.
    Le urla di alcuni marinai arrivati all'alba per pescare il pesce fresco lo svegliarono, non fu un problema quel brusco risveglio e anzi ne approffitò per fare qualche lavoro domestico extra.
    Prima andò in bagno a farsi la barba e gli sembrò di vederla dietro di lui nel riflesso dello specchio, gli cingeva la vita e gli sorrideva.
    Lasciò che quel fantasma del cuore giocasse con la schiuma da barba, più lui ne metteva sul volto e più lei ne toglieva scherzando come una ragazzina.
    Si girò la prese in braccio e la fece piroettare e girare velocissimamente, quando la testa gli girò troppo per proseguire si fermò e la baciò come se non ci fosse un domani e senza di lei un domani non poteva esserci.
    Bastava dirle una parola a volte per farla arrabbiare, una parola di troppo e lei subito si sentiva sotto pressione.
    Ripensò a questo quando si svegliò da solo nel proprio letto, il fantasma che i suoi desideri avevano creato era scomparso per lasciarlo ancora una volta da solo.
    Aveva rinunciato alla felicità da molto tempo ma ultimamente il peso di quelle giornate vuote lo strinse ancora di più fino a spezzargli qualcosa dentro, qualcosa si incrinò e cominciò a prendere a pugni lo specchio della camera fino a sanguinare copiosamente.
    Era tutto rosso intorno a lui, i suoi occhi non mettevano più a fuoco nulla, il dolore era arrivato ad un punto di non ritorno ed era così forte che tutto il resto svaniva.
    Prese un grosso pezzo di vetro e si diresse in bagno, prese con sè tutti i ricordi di lei e poi anche carte e penna.
    Ripensò a tutti i momenti felici che avevano passato insieme, maledì il suo ragazzo perchè lui aveva potuto averne molti di più di lui che si era dovuto accontentare di una manciata di ore passate come un amico qualsialsi.
    Riguardò tutte le foto, pianse e le lacrime si mescolarono al sangue che continuava ad uscire dai tagli.
    Lei con il suo buffo berretto che sorrideva dal passato, un altra foto la mostra seduta al tavolo di un ristorante, è felice nonostante il freddo la mette a dura prova e non stia benissimo.
    Rise amaramente riflettendo che in fin dei conti stava facendo di tutto questo un dramma inutile, era quello che lei gli diceva di non fare e lui le rispondeva che era italiano e che essere melodrammatico era nel suo dna.
    Si soffermò a ripensare a tutti i litigi grandi e piccoli tra i due, ripensò a come lui si arrabbiò una volta per come lei se ne era andata dalla chat senza salutarlo e si ricordò di come ci rimase male, sbagliò a farglielo notare ovviamente lei prese il tutto come un offesa personale.
    Era tutto qui e la vita senza quella persona speciale non meritava di essere vissuta, l'idea di farla finita con quel coccio lo spaventava ma ormai era tutto perduto e sapeva che lei non sarebbe mai e poi mai tornata e che anzi non lo aveva mai amato per davvero.
    Era stato tutto un gioco per lei, purtroppo invece lui l'aveva amata veramente e ancora una volta maledisse qualcuno e quel qualcuno questa volta era se stesso, si maledì per averla amata sempre nonostante tutto.
    Scrisse in quel foglio di carta un biglietto per quella donna che sicuramente non avrebbe capito nemmeno dopo quel gesto estremo i suoi sentimenti, espresse la sua ultima volontà ovvero quello di essere sepolto con la foto di lei vicino al cuore e si fece coraggio.
    Un ultimo taglio, questa volta non al passato, questa volta un taglio vero e ancora più sangue sgorgò dal suo corpo.
    Mentre il buio calava immaginò il suo sorriso e la sua risata, il fantasma era tornato e lo aspettava alla fine di quella terribile lotta che aveva combattuto per troppo tempo.

  • 04 aprile 2013 alle ore 22:06
    Rose vinate

    Come comincia: Mai stato un gran bevitore, mio padre. Poco ma “buono”: il suo bicchiere di rosso (due mezzi bicchieri in realtà, non amava farlo colmo ogni volta) ai pasti, versato dal classico fiasco impagliato. Il nostro abituale vinaio li portava in una lunga cesta intrecciata a mano, conteneva due fiaschi prima e due dopo il manico; ansimava quand’era arrivato a casa nostra, di frequente toccava a me aprirgli il buio vano dove veniva custodita la nostra piccola provvista. Dopo la scampanellata seguiva l’immancabile affacciarsi dalla finestrella di cucina per scorgere, prima d’aprire, chi aveva suonato: “C’è i’ vvinaioooo! Chi gli apreeee?” gridava la nonna affaccendata in qualche mansione che non poteva lasciare, fidando nel fatto delle altre due donne adulte, più cinque ragazze di varie età, presenti in casa. “Va bene, vo’ io” mi offrivo, spesso era il pretesto per smetter di studiare e sgranchirsi un minutino le gambe. Qualche volta invece il vino s’era preso dal produttore o si riusciva a trovare un bottegaio volenteroso che ci recapitasse a casa le damigianine; abbastanza di rado, dato che era faticoso portarle all’ultimo piano di quel palazzo antico, in centro, c’era anche la scala interna per arrivare al sottoscala che faceva da ripostiglio e da dispensa per pochi generi alimentari: giusto l’olio “del contadino”, lattine di pomodori pelati più qualcuna di pesche sciroppate, il vino. In quel caso lo s’infiascava in casa, travasando proprio sul pianerottolo di queste scale interne, liquido rubino nei gloriosi fiaschi toscani. Triste il momento in cui la paglia, che del vino s’imbeveva sempre un po’ effondendo in piena città un profumo da fresca cantina campagnola, venne sostituita da quella rete in plastica avorio sporco, stretta attorno alla verde pancia trasparente; pareva una guaina contenitiva che cercasse sminuire le trippe debordanti d’una massaia sovrappeso.

    Comunque, nei fiaschi o più raramente nelle bottiglie bordolesi (qualcuna si teneva, “in caso venisse qualcuno”) si metteva sempre in cima un giro d’olio, prima di tappare col sughero. Era una sorta di rito anche il togliere l’olio dal collo: si ficcava giù coll’indice un ciuffino di stoppa, quella che ancora usano certi idraulici, la si toglieva una volta ben inzuppata; ma prima di portare in tavola, c’era un gesto deciso per “sboccare” le gocce dell’ultimo residuo oleoso sporcato d’ametista nel lavandino di cucina.
    La mia casa non era mia, eravamo in affitto dall’Opera del Duomo, lo siamo stati per cinquant’anni. Ci vivevamo in tanti, una società matriarcale dove dopo la morte del nonno due uomini solamente (mio padre e suo cognato, lo zio materno) erano circondati da presenze femminili: mogli, sorella, figlie, suocere. Casa spaziosa, piena di luce, su due piani; un labirinto di camere, ripostigli, anditi, due salotti, un bagno grande e due piccoli gabinetti. Due terrazze distinte: “la terrazza su” e “la terrazzina in fondo”. In quella “in fondo” (inteso come il fondo del salotto al piano superiore) si faceva la carne alla brace o stendevamo; ci s’immetteva da una tripla serie di porte: un pannello antico intagliato e dipinto copriva una coppia di battenti che celavano un’altra porta in legno e vetro, chiusa da un palettino. Alla “terrazza su” si accedeva dal solito salone ma da una sola porta. Si saliva sui tetti come sospesi nel vuoto, poi alcuni scalini in muratura, una sorta di tasca dov’era alloggiato un alberello di lilla, altri scalini: ecco la cannellina con la “sistola” per annaffiare, comoda quando ci stufarono pentolini vecchi e pesantissimi annaffiatoi.
    In terrazza, per metà ombreggiata da piante di vite canadese, fiorivano gerani, giaggioli, margherite, canne indiche e salvia splendida, fior d’angelo e due piantine di rose nane portate dal babbo e lo zio. Avevo assistito con curiosità allo svolgerle dal pane di terra che metteva a nudo le radici, al trapianto in una conca rettangolare. Mio padre mi aveva mostrato gl’involucri, foto multicolori di come sarebbero venute su una volta fiorite. Un tipo, a boccio chiuso era color salmone; una volta aperto si rivelava gialla orlata di toni dall’albicocca al rosso. Le altre erano rosso scuro, sfumature vellutate da parere nere, il profumo intensissimo. E sapevano di vino! Aromatico, pungente: “Senti qui, senti qui che profumo…!” Mi pare rivederlo mio padre chino sulle pianticelle ad occhi chiusi, espressione di voluttà mentre aspirava con piacere la fragranza delle sue rose “vinate”. Già, perché la cura della terrazza e dei fiori era appannaggio dei miei, era il loro giardino pensile, evasione dai momenti lavorativi, pretesto per spazi di quiete (“O il babbo e la mamma dove sono?” “Eh, son su in terrazza!” e con questo basta, raramente salivamo proprio in quel momento a condividere le fatiche delle potature, dei rinvasi, delle concimature e gli esperimenti. Dopo aver letto che per ottenere fiori di geranio più forti e grandi si doveva una volta annaffiarli col latte e la volta dopo col vino rosso i miei provarono anche questa soluzione, e funzionò!)
    A S. Giovanni, invitati gli amici, salivamo per vedere i “fochi”, anche se in realtà si doveva stare in piedi tutti ammonticchiati in un angolo, l’unico da cui si vedevano i più alti, a volte i bagliori delle girandole. Però nella notte s’intensificava il profumo spesso e vinato delle piccole rose, e il fatto d’avere proprio alle spalle la mole della Cattedrale era eccitante perché “i botti” erano amplificati e raddoppiati. Dopo lo scoppio iniziale…. un istante e alle nostre spalle esplodevano dei veri boati tipo cannonate: “Booommm! Booommm!” ti squassavano tutta, li sentivi in petto e in gola, tremavano polsi, gambe, fantastico!
    La “terrazza su” serviva anche da pretesto per chi non aveva i mezzi per andare in vacanza, o per prendere un po’ di colore in attesa della sospirata partenza. Bastava stendersi, respirare a occhi socchiusi immaginandosi invece che accanto a piazza Duomo immerse nel salmastro di qualche bella località balneare o, tra l’intensissima fragranza delle roselline, di esser state a prendere un gelato sulla passeggiata a mare. In realtà (appena stufe di arrostirci sui tetti) dopo la cauta discesa dalla scala traballante e il rientro nell’ombra fresca del salotto, ci si precipitava in cucina a bere acqua “fatta con le polveri” o con una strizzatina di limone, a mangiare ciliegie cotte fredde, una coppetta di fragole nel vino zuccherato. Una delle poche volte in cui il vino mi piaceva. Sebbene fosse in tavola ogni giorno non ero abituata a berlo, come invece mia sorella. Quando per merenda si tagliava una spessa fetta di pane, la s’inzuppava d’acqua per poi spruzzarla di vino e spargerla di zucchero non mi entusiasmavo; preferivo assaggiare il vino “coi grandi” quando veniva in visita qualcuno, la liquorosità del vinsanto in cui inzuppare i cantuccini, sgranocchiare le mandorle imbevute del vino della Santa Messa. Allora scoprii che mi piacevano di più tuffati nel rosso dell’Aleatico o del Morellino, ma in casa li acquistavano di rado.
    Proprio oggi parlavo a mia figlia del suo nonno amante delle rose, di quando ne portava al lavoro, un semplice bicchier d’acqua e spandevano la meraviglia del loro profumo nell’officina buia, le annusava rapito mostrandole ai clienti con orgoglio “Son delle mie!” Camminando verso casa molti giardini fiancheggiano il percorso; le additavo varie specie di piante parlando della terrazza che lei non rammenta, così come i volti di cari venuti a mancare troppo presto perché se ne conservi da soli l’immagine ……Mantiene il loro ricordo guardare fotografie, raccontare, farle aspirare un odore per consentirle di immagazzinarlo nella memoria. Dirle, cercando di non far tremare nella nostalgia la voce: “Ecco, senti, senti qui che profumo: questa è la fragranza delle rose della terrazza dei nonni. Le rose vinate!”

  • 04 aprile 2013 alle ore 14:49
    Voce umana

    Come comincia: Ritornavo a casa da serate pienamente vissute . Cavalcando strade , sentieri , incontrando anime perse e ritrovate . L'eco delle voci ronzava ancora nella testa , come dopo concerti e sovrapposizioni di folle , volti , sorrisi e sguardi ora vicini e ora lontani .
    Ma tornata a casa il solito pezzo mancante sviscerava quel desiderio tremendo di ascoltare la sua voce umana .
    Calda , rassicurante , rispondeva  come se l'avesse aspettata .
    Voce da uomo bambino spesso con frasi che non riuscivo a comprendere del tutto . Bellissime ugualmente nel silenzio notturno .
    Gli dicevo di raccontarmi favole per farmi addormentare e durante i racconti ,  la mia mente vagava altrove . Tradivo il mio interlocutore rifugiandomi  tra le pieghe dei suoi racconti  .
    Lui non sapeva che ad ogni  storia ricamavo un finale tutto mio . Allora la voce diveniva rumore bianco senza spazio e tempo , chiudevo le palpebre e immaginavo di baciargli le labbra , di toccargli i capelli come fili d'erba .
    Ricordavo di quando quella voce l'avevo ascoltata da vicino  . Ritornavo nei luoghi dove eravamo seduti , delle onde che orchestrava con le mani , come un folle . Un folle meraviglioso .
    Perdevo il presente in quegli attimi nonostante mi avvinghiassi appassionatamente ad ogni sua parola  .
    Le storie proseguivano , interrotte qua e là da risate fragorose , le quali mi facevano amare il suo essere , nonostante tutto , normale .  Normale come una creatura delicata e diffidente , con pensieri altissimi , una vita deambulante prima sull'orlo di un precipizio e poi ripresa in uno spiegarsi d'ali di rapace .
    Facevo l'amore con lui tagliando a pezzetti ogni distanza  .  Mi appropriavo della sua voce come quando da bambina assorbivo le note dei carillon che non mi lasciavano sola .
    Amavo questo stato di grazia  , simile ad un'integrità  indissolubile di sentirmi mia e sua al contempo .
    '' Il fiore d'oro è sbocciato finalmente sulla montagna
    Tu , colei , redenta dall'amore , ritrovi la tua pura identità ''

  • 04 aprile 2013 alle ore 12:28
    Preambolo

    Come comincia: Cari signori, signore, tante storie si son udite nel corso del tempo e cosa possiam mai dire se le storie sono belle, se il sogno incantatore distrutto scioglie i cuori? 
    Allora andiamo avanti; l'amore di Gora per il suo amato Graziano che in terre lontane dimentica la sua amata compagna, innamorandosi del mondo meno che di lei stessa.
    Il caro Graziano che lacrime di gioia versò nella sua felicità di amare Gora e nel tedio dell'amore, come ben sappiamo tutti noi, il suo svanisce tra cenere e rammarichi verso chi, unica e sola, l'aveva completato. 

    Baciando sprovvedutamente Aphrodite, dea dell'amore, portiamo le mani al petto e va in scena l'affezione. 

  • 30 marzo 2013 alle ore 18:37
    Dal Cosmo alla Cellula

    Come comincia: Il mio Dio non è su spillette da indossare o rappresentato in statuette, non viene nominato in cantilene o portato in processione; il mio Dio non ha dato regole scritte, non desidera sacrifici, non mi priva di cibi o bevande, non mi chiede nulla che non abbia voglia di fare. Non mi vieta di nominarlo, ne di offenderlo se sono arrabbiato, non mi impone abiti particolari, ne la lettura di testi che non ha scritto. L' umanità prega un dio che non conosce, gli avete dato forme strane, barbe lunghe, nomi diversi, qualcuno addirittura più di un braccio, ma non è lui che dovete pregare; quello è il Dio delle vostre tradizioni di ciò che avete imparato e di ciò che la storia vi ha insegnato dai tempi dei tempi. Voi pregate un Dio anch'egli in cerca del suo Creatore, ma non è quello giusto. Il Signore ha racchiuso dentro di voi la sua più bella immagine, i suoi talenti migliori e la consapevole conoscenza di ciò che è giusto e sbagliato. Ogni creatura conosce la differenza tra il bene e il male, ogni creatura è libera di fare la propria scelta e il Dio che è dentro di voi sarà il supremo giudice delle vostre azioni. Il mio Dio abita le Stelle, soggiorna negli occhi degli umili, pernotta nei bambini, alloggia nella bellezza della natura, risiede nella semplicità degli animali, visita gli animi nobili, adula i talenti, sussurra alle persone gentili. L'ho visto tante volte, aveva volti diversi, ma sentivo che era lui; un giorno è bacio, un giorno carezza, altre volte un aiuto o un semplice pensiero, spesso è compassione, ogni tanto sensibilità, è amore e serenità. Lo riconosco sempre in un sorriso sincero, in un dolore grande o in un abbraccio fraterno. L'ho sentito parlare tante volte: "buongiorno, buonasera, mi dispiace, mi scusi, ti voglio bene, ti amo, come stai? Ti aiuto io, copriti, mangia, bevi pure, non aver paura, stai tranquillo, miao, bau, cip cip, ti prego"; altre volte ho sentito il suo profumo o il rumore della sua esistenza. Avete un po' del mio Dio dentro e tutto intorno a voi... Se non volete farlo per voi stessi, fatelo per me... Rispettatelo e vogliateli bene!

  • 30 marzo 2013 alle ore 12:29
    Vado a spostare la macchina

    Come comincia: Sono le undici. Le undici e sette minuti, per la precisione. Cazzo, la macchina. Ieri sera cena con amici, sagra di paese, grigliata di carne, vino. Troppo vino. Poi il lavaggio della strada, il parcheggio a un chilometro di distanza. Devo spostare la macchina, rischio la multa. Mi alzo, niente colazione, denti lavati, faccia sciacquata. Vado. Undici e ventitré minuti: la macchina è ancora lì, nessun foglietto rosa sul vetro, m'è andata bene. Monto su, torno indietro, ora parcheggio e ritorno a letto, quasi quasi. Invece c'è un cantiere che blocca l'accesso alla via più semplice per arrivare a casa mia, c'è sempre un cantiere quando non vorresti che ci fosse. Eppure fino a ieri non c'era. Faccio il giro più lungo, ma vedo una panineria ambulante, una di quelle su quattro ruote. Anche questa ieri non c'era. Sarà che oggi è giorno di novità. Mi fermo, ho fame. Un panino col lampredotto per colazione non credo che lo mangerebbero nemmeno gli inglesi o gli americani, ma a me va.
    «Salsa verde e salsa piccante, grazie. Intinga anche la parte superiore della rosetta nel brodo, grazie.»
    Un concerto dentro la bocca, lo stomaco fa strombettare i suoi fiati, suonano gli archi dei succhi gastrici. Ma il lampredotto non è la stessa cosa senza un bicchiere di vino, a Firenze.
    «Anche un goccio di rosso, grazie.»
    Riprendo la macchina, provo a tornare a casa. E adesso chi dorme più. Facciamo una cosa: un altro giretto, così, giusto per vedere se è cambiato qualcos'altro in città. In effetti qualche senso di marcia l'hanno invertito, o forse ero io che non passavo da tempo da queste parti? Non importa, proseguo. Non so come ma arrivo all'imbocco dell'autostrada. Che faccio? Ma sì, chi se ne frega, alla fine cos'è che dovevo fare oggi? Direzione Roma, tanto penso che mi fermerò prima. Invece arrivo a Roma. Entro in città, cerco subito una rosticceria.
    «Due supplì, grazie. Un bicchiere di vino ci sta bene, no?»
    Riprendo la macchina, forse è meglio tornare indietro. Ma poi, non so come, di nuovo, finisce che imbocco direzione Napoli. Penso che magari tornerò indietro. A questo punto però sarà meglio arrivare a Napoli, visto che ci sono. Guarda caso ho fame. Vedo scritto pizza, lo vedo ovunque. Non sono allucinazioni, lo giuro. Mi fermo ancora, mangio una pizza.
    «Vuole una birra?»
    «Meglio un bicchiere di vino, grazie.»
    «Ma con la pizza ci sta male.»
    «Me ne farò una ragione. Vino, grazie.»
    Mangiato.
    «Un caffè?»
    «No grazie, il caffè mi rende nervoso.»
    «Troisi?»
    «Mi manca.»
    Riparto, è buio. Ora basta, prima o poi bisognerà ritornare indietro. Ma c'è qualcosa che me lo impedisce, qualcosa che mi trascina altrove, lontano, la macchina va da sola e io la seguo. Il mare, il porto. La notte. Un po' tardi, non si può fare più niente. Mi metto a dormire, tanto sono stanco.
    La mattina mi sveglio presto, faccio il biglietto e salgo sul traghetto: Napoli-Palermo. Quando arrivo lì, sento subito il profumo per cui sono venuto. Due cannoli con la ricotta, che colazione! Niente vino, stavolta. Da oggi niente più vino.
    «Vuole assaggiare un goccio di Marsala appena fatto?»
    «Ma sì, perché no...»
    Comincio domani, ogni cosa comincia sempre domani. Bevo il Marsala e mi stiracchio. Via, è l'ora di tornare a casa, chissà cos'altro è cambiato. Vado all'aeroporto, prendo il primo volo, arrivo a Firenze. Tornando a casa, c'è l'inaugurazione di un nuovo locale.
    «Un bicchiere di vino?»
    «Guardi, se me lo avesse chiesto domani le avrei detto di sicuro di no, ma già che siamo a oggi, va bene.»
    Bevo e torno a casa, finalmente. Il cantiere non c'è più, sono stati veloci. Troppo veloci, c'è qualcosa che non va. Ci sarebbe anche il parcheggio sotto casa.
    Cazzo, la macchina. L'ho lasciata a Napoli.

  • 30 marzo 2013 alle ore 10:55
    Nota nella notte

    Come comincia: Vuoto. Tutto era vuoto.
    Nessun suono, e l'oscurità ad inghiottire tutto.
    La mente era un abisso nero senza fondo, dalle pareti ripide e scivolose.
    Poi un formicolio, il tocco leggero e sinuoso di uno spettro senza forma. Era la brezza, stracolma di vita fino a scoppiare, un'isola brulicante in quell'oceano denso di morte.
    Risvegliava ciò che toccava, solleticava corpo e coscienza, fino a quel momento fusi in un nulla vuoto e desolato.

    I muscoli erano intorpiditi, e avvertiva il suo respiro flebile come non mai. Gli pareva di non essere mai stato sveglio fino a quel momento, percepiva il suo corpo come totalmente nuovo, un'ammasso di carne che sfuggiva al suo controllo.
    Con uno sforzo immane aprì gli occhi, e ciò che vide fu l'oscurità.
    Nessuna stella a ornare il cielo, niente luna a dargli conforto.
    " Perchè? " si chiese.
    Non si chiese dov'era, nè perchè fosse lì. L'unica domanda che riusciva a porsi era la più semplice, perchè. E gli sembrò l'unica a proposito, in quel momento.
    Poi, una luce sferzò il buio, e rapida come era venuta, scomparve nel vuoto. Interminabili secondi seguirono.
    Poi un'altra saetta dorata sfrecciò nella luce, per sparire come la prima. Una terza seguì qualche istante dopo, e poi una quarta; roteavano dal basso verso l'alto, si lasciavano cadere verso terra o si avvolgevano in voluttuose spirali, disegnando ombre danzanti.
    Pian piano l'aria cominciò a rischiararsi, e il contorno delle cose divenne visibile, anche se non completamente. Erano lucciole, capì improvvisamente.
    Piegando la testa in avanti, riuscì a scorgere qualcosa in pìù. Era disteso su un giaciglio sopraelevato, morbido ma gelido; guardando il torace scoperto, un brivido di terrore gli percorse la schiena.
    Un sottile nastro nero partiva dal pettorale sinistro, e senza averne la certezza, capì subito: lambiva il punto dove si trovava il suo cuore. Il nastro si arrotolava e si dipanava verso l'alto e andava verso sinistra, perdendosi poi nell'oscurità.
    Dal punto di contatto tra pelle e stoffa, si sprigionava un calore piacevole, torbido ed intenso. Intorno a lui il gelo e l'oscurità della notte, lacerata a tratti dalle fioche luci delle lucciole. D'un tratto si accorse che la stanchezza si stava impadronendo di nuovo di lui; avvertiva un forte desiderio di dormire, e per un istante pensò di farlo. Sarebbe stato così semplice abbandonarsi a quel torpore, richiudere le sue sensazioni dietro un muro e lasciarsi andare. Poi una singola nota suonò nella sua mente, limpida e incredibilmente potente.
    Avvertì un brivido solcargli la schiena, e una sensazione di piacere diffondersi lungo il suo corpo, cancellando il torpore. Alla prima nota ne seguì un altra, e poi un altra ancora.
    Era l'inizio di una canzone, anche se non aveva idea di quale; gli parve che la melodia nascondesse qualcosa, forse qualcosa di importante. D'un tratto il punto dove la stoffa si fondeva con la pelle cominciò a prudergli, dapprima leggermente, poi sempre più.
    Finalmente si sentiva lucido, era consapevole di sè stesso ad un nuovo livello. Poggiò la mano sul lungo nastro, e lo accarezzò con le dita.
    Un dolore cieco e pulsante cominciò a diffondersi dal punto di contatto, un dolore che sapeva di pazzia.
    Quasi senza pensarci, afferrò la stoffa e tirò forte. Il nastro si strappò dal suo petto, portandosi via piccoli brandelli di pelle.
    Il dolore fu squarciante, e lui cadde di lato, sulla terra fredda e spoglia.
    Il buio lo inghiottì completamente, mentre il dolore gli dilaniava le carni. La melodia scomparve, e il panico lo invase come una scarica elettrica; si abbandonò sul terreno, sentendo la ruvida superficie raggelargli la pelle. Chiuse gli occhi, e si lasciò andare.
    Sentì la sua coscienza allontanarsi pian piano, mentre anche il dolore cominciava a svanire.
    Poi, nel buio desolante, il suo cuore si fermò.

    Quando si riebbe, l'oscurità era svanita; il cielo era solcato da una violenta luce arancione, mille volte più intensa di quella del più acceso crepuscolo; intorno a lui una landa desolata, spoglia; un'unica strada ciottolata, lunga a perdita d'occhio e sempre uguale. Si sentiva spossato, stanco, eppure vivo come non mai.
    Udì un tonfo, e poi un altro.
    Dopo qualche secondo di silenzio, il suono si ripetè, lontano ma perfettamente distinguibile.
    Doveva mettersi in marcia.
    Osservò l'orizzonte, una linea sfuocata e nebbiosa, e capì che era il suo obiettivo. Doveva raggiungere la fonte di quel suono, su questo non aveva alcun dubbio.
    Mettere un piede davanti all'altro gli apparve enormemente difficile, ma sapeva che doveva farcela, ad ogni costo. Camminò senza sosta, ignorando le fitte di dolore e stanchezza che gli percuotevano il corpo implacabili ; la strada sembrava sempre uguale, e presto gli sembrò di star camminando all'infinito.
    Ad un tratto, in lontananza, scorse un bivio davanti a sè.
    Sulla destra il sentiero era sterrato, sconnesso; a sinistra vide invece una stradina stretta, ma curata e tappezzata di un'erbetta sottile e umida di rugiada.
    Senza nemmeno pensarci, scelse la strada a sinistra, e vi si incamminò rapido. Accelerò il passo; per la prima volta gli pareva di avere una meta, pur senza avere idea di dove stesse andando.
    Un dolce aroma impregnava l'aria, un odore tanto indefinito quanto gradevole; intorno a lui, i colori sembravano essersi fatti più intensi; l'erba era diventata di un giallo sgargiante, ed alberi di un marrone così chiaro da sembrare beige si stagliavano contro un cielo azzurro pastello. Sì sentì bene, al sicuro per la prima volta da quando si era svegliato. In fondo al sentiero intravvide una casetta completamente bianca, circondata da un prato stracolmo di fiori di ogni colore. Quel bianco abbacinante ferì i suoi occhi, ma lui non se ne curò; si sentiva così bene, così dannatamente bene da non poter pensare ad altro; doveva raggiungere la sua meta.
    Pochi passi, e si trovò sulla soglia; i fiori intorno a lui emanavano ora un profumo sempre più intenso, e lui si sentì inebriato; i suoi pensieri si fecero più impalpabili, e gli divenne difficile concentrarsi su qualcosa in particolare; si lasciò andare e basta, e aprì la porta senza bussare.
    Spalancato l'uscio, si ritrovò in un altro mondo. Un'oscurità abbagliante invase il suo campo visivo; le pareti sembravano intonacate con la pece, e strane frasi erano scritte su di esse nello stesso bianco accecante che ornava la facciata della casa. Parole incomprensibili, ma che gli sembrarono piene di significato fino a scoppiare; un brivido gli percorse la schiena, mentre la sensazione di tranquillità evaporava da lui con la stessa rapidità con cui lo aveva invaso. Dalle finestre un pò di luce cercava di fare capolino, ma veniva inesorabilmente risucchiata dall'oscurità delle pareti.
    Una figura discese le lunghe scale, così luminosa che era impossibile focalizzarsi su di essa con lo sguardo. I suoi passi erano leggeri come la brezza autunnale, e il suo odore irresistibile, se ne rese conto anche da quella distanza. Prese coraggio e diresse lo sguardo verso l'eterea figura; aveva un lungo vestito bianco, impalpabile come sabbia.
    La sua pelle era liscia ed abbronzatissima, in aperto contrasto con la veste chiarissima; le sue forme risaltavano stuzzicanti, ben poco nascoste dalla trama sottile e quasi trasparente dei vestiti. Le si avvicinò, senza conoscerla ma sentendo che quella donna gli apparteneva da sempre; la baciò a lungo, sentendo il suo corpo che si fondeva con quello di lei.
    Un brivido scese lungo la sua schiena, e per un effimero istante avvertì chiaramente di star sbagliando tutto. Si sentiva vulnerabile, come mai era stato prima.
    Quando si staccarono, la donna non spese un'unica parola; rimase a fissarlo intensamente, scandagliandogli l'anima.

    Erano finiti a letto, e lui quasi non riusciva a ricordare come.
    Le sue lunghe dita stringevano la cosa. Qual'era il suo nome? Non lo ricordava, ma sapeva con certezza cosa voleva dire.
    La accesero; l'odore era libidinoso, gridava eccitazione e lo conturbava come niente era mai riuscito a fare. La prese in mano, e inspirò con forza; un fumo caldo e piacevole gli solleticò la gola, e immediatamente avvertì sè stesso lasciarsi andare. Si sentiva un ammasso informe di emozioni e sensazioni, incapace di controllare i suoi pensieri.
    Stare disteso con lei lo faceva sentire perso. Era una bella sensazione, si sentiva rilassato, stordito, tutto il suo corpo fremeva sonnolento, come se bastasse la sua presenza accanto a lui per eccitarlo incontrollabilmente.
    Ma non era vero. Lo aveva avvertito chiaramente quando i loro corpi si erano incontrati, sfiorati nel modo più intimo che si potesse concepire; il momento gli era sembrato perfetto, si era abbandonato del tutto; un fuoco inestinguibile lo aveva avvinto, dilaniando le sue carni con ferocia , ma lasciando i suoi sentimenti freddi e impassibili. Era strano, sentirsi così bene e sapere quanto quello fosse sbagliato; non era a suo agio, per quanto il suo corpo gli gridasse il contrario.
    In quell'istante nella sua mente la musica ricominciò a suonare; una manciata di note, così attraenti e così giuste; sentì qualcosa dentro di lui che si rompeva, e una tristezza inestinguibile si impadronì di lui. Ma la sentiva giusta, parte di lui molto più di quel torpore così eccitante ma così debilitante.
    <<Me ne vado>> affermò con un sussurro, guardando negli occhi la donna; le sfere infuocate dei suoi occhi lo scrutarono con tenerezza, e d'improvviso si sentì perdere di nuovo; era la stessa sensazione di abbandono che aveva provato ai piedi di quel letto, lacerante ma molto più suadente questa volta.
    La donna non disse niente, continuò solo a fissarlo; si sentiva vulnerabile, nudo come in mezzo ad una tempesta, attratto da quello sguardo tanto da perdere cognizione di sè; esistevano solo quegli occhi, nient'altro aveva senso. Ma la musica nella sua testa, quella non smise; era come un frastuono discordante, un oceano di emozioni tradotte in note; la sua mente scoppiava di felicità e dolore insieme, e gli sembrò che quello fosse l'istante più importante della sua vita; era tutto lì, tutto il significato che aveva cercato, ora era sotto i suoi occhi.
    Sorrise, e improvvisamente distogliere lo sguardo gli sembrò la cosa più naturale del mondo, la più facile.

    Fuori, la luce era scomparsa, lasciandolo di nuovo nell'oscurità.
    Seguì  ancora le vibranti fiammelle. Splendevano nel buio, portando speranza
    L'oscurità avvolgeva di nuovo tutto; come un tappeto ovattato, aderiva soffocante alla terra brulla, mascherando tutto di nero pece. Un vento freddo gli solleticava la schiena, raschiando via la determinazione che con tanta fatica era riuscito a trovare; camminava a passi rapidi, senza mai guardare indietro, per paura di cosa avrebbe potuto trovare dietro le sue spalle.
    Iniziò a sentire strani rumori; per primo venne un fruscio basso e monotono, quasi impercettibile ma sempre presente nei recessi della sua mente; subito dopo cominciò ad avvertire un rantolo, il respiro singhiozzante di esseri senza nome. Lì immagino striscianti sull'erba molle mentre agonizzavano, mollicce lumache grondanti sangue; Cominciò a correre, e il suo battito prese ad accelerare, sempre più forte via via che l'intensità dei rumori cresceva. Erano reali o solo nella sua mente? Si rese conto che non voleva scoprirlo. Finchè non ne avesse avuto la certezza avrebbe potuto fingere che erano un'invenzione della sua psiche sconvolta, niente che potesse fargli del male. Ma sapeva che una volta visti, la sua sanità mentale sarebbe stata risucchiata nella tenebra senza nome, persa per sempre; si vide correre per sempre nell'oscurità, preda inerme del terrore, senza possibilità di fuga. Altri suoni si affiancarono ai primi; pulsanti stridori che devastavano la sua mente, ormai ridotta allo stremo. Basse e deboli, risuonavano ancora le note della canzone, quasi inudibili ma di uno straordinario conforto. Parole senza senso strepitavano nella sua testa, incredibilmente affascinanti, forse proprio perchè non ne distingueva il significato. Si abbandonò ad esse, e cominciò a capire. La consapevolezza lo travolse come una valanga, e fu allora che non ebbe più dubbi. I suoni che sentiva, i ricordi pulsanti che avvertiva sul fondo della sua coscienza, tutto acquisì un significato.

    Corse ancora più forte, senza vedere la fine della strada davanti a sè.
    E se fosse stato quello il suo destino? Correre fino a perdere consapevolezza, abbandonarsi; ciò che aveva finalmente intuito appariva infinitamente più terribile, minaccioso fino all'inverosimile. Si accorse che i piedi gli dolevano, e i suoi polmoni urlavano,senza sosta, strepitando per lo sforzo di non esplodere. Lo aveva sempre saputo, pensò, ma non ne era mai stato consapevole; in qualche oscuro strato della sua mente, sepolto dietro barriere che probabilmente aveva costruito lui stesso, c'era il segreto. Il segreto supremo, ciò che lo separava dalla morte e che gli permetteva di restare così saldamente abbarbicato alla vita. Voltati, gli intimò la sua mente. Sapeva di dover affrontare ciò che era capitato, ma il terrore glielo impediva; era come ritrovarsi in una bara, chiuso in un'oscurità soffocante e privi della forza di fuggire..
    Si voltò, e vide l'oscurità. Non c'era nulla, solo l'oscurità, fuori e dentro di sè. Ormai lo sapeva.
    In quel momento Le lucciole lo sorpassarono, sfrecciando nel buio; proiettili incandescenti, rilucevano nella notte, sussurrando che era ancora tutto possibile. Riprese a correre, questa volta non per paura ma per brama di scoprire cosa ci fosse alla fine di quella strada.
    Ad un certo punto il terreno cominciò a cambiare; la terra divenne fanghiglia ,la solida roccia un'incandescente fiume di lava pieno di brulicante vita. Sotto di lui comparvero migliaia di larve bianche come la neve; lui si rannicchiò in posizione fetale, attendendo che gli insetti gli salissero sopra. Dopo qualche istante, il fiume bianco lo travolse, travolgendolo con ondate di insetti mormoranti. Sentì la propria pelle divorata da morsi fiammeggianti, saette di dolore infuocato lambirgli le carni, per poi avvolgerlo continuamente. Si sentì come un'unica grande fiamma, migliaia di individualità fuse insieme in quell'oceano di presenze fuori e dentro il suo corpo.
    Avvertì la sua coscienza sciogliersi, mentre il dolore si trasformava lentamente in piacere. Prima che tutto finisse, ebbe il tempo di dare un'ultima occhiata alla luna, una perla lucente incastonata nell'oscurità celeste.
    Poi, finì tutto. Una seconda volta.
    Ad un certo punto, ci fu solo la musica. Sempre quella canzone, solo che ora riusciva a capirne le parole. Cantavano di redenzione, di occasioni colte e di seconde possibilità. Poi, l'oscurità, per l'ultima volta.

    Intorpidimento. Avvertiva solo questo. Gli sembrava di avere macigni al posto degli arti, protuberanze che il suo corpo non riconosceva e rifiutava di muovere.
    <<Si è svegliato! >> sentì urlare, con voce stracolma di gioia. Non ricordava nulla di ciò che gli era accaduto mentre dormiva il suo lungo sonno, ma qualcosa gli era rimasto; nella mente, il ritmo della canzone vibrava inesorabile, ma non ne ricordava le parole. Rammentare quelle parole gli sembrò l'unica cosa importante; la canzone risuonava piena di energia ma al contempo vuota, come una lettera misteriosa e piena di potere, senza nulla scritto sopra. Ed era lui il destinatario.

  • 29 marzo 2013 alle ore 22:22
    Antichità

    Come comincia: Doveva essere una vita semplice, con intermezzi, preludi e lieti finali. Me lo dicevo spesso. L’idea che dalla propria vita si possa volere molto, come se si potesse viverne tante insieme, poi mescolarle, è l’input di questo mio pensiero, il motivo del suo nascere. A chi tocca poi mettere in ordine le cose? Esiste, o è esistito, un supremo giocoliere, qualcuno che con la vita, ignaro delle conseguenze, si diverte a creare strade. Quello che alla fine dei giochi si chiama destino, non è stato altro che l’ideatore di un inizio, l’inizio del percorso. Voi, noi, si è capitati in mezzo, messi al mondo per natura, chiamati a decifrare codici che altri in futuro codificheranno ancora per creare altri simboli per comunicare tra simili. Sentirsi parte di un universo, di un pianeta, di una città, di una stanza, del piccolo pezzo di suolo che si calpesta con la presunzione di sentirlo proprio, è forse l’unica cosa vera che ci appartiene. E me ne resterei così per ore ad ascoltare il cuore battere, mentre le dita muovono rancori e malinconie dal passato, vicina a un vivere giocondo che però ha dimenticato il proprio destino e se ne rammenta solo nel silenzio, poco che è, quando cala la sera. Una musica snella e violetta lucida il mio essere così imperituro, così eterno, talmente eterno da non dimenticare nulla.

  • 28 marzo 2013 alle ore 11:39
    I colori della mia vita

    Come comincia: Cosa caspita sta succedendo: era giorno un minuto fa e d'improvviso le tenebre sono scese e mi hanno avvolta quasi fossero un mantello.
    Mi sento soffocare, non ho mai amato il buio e questo poi ha qualcosa di stregato, mi sconvolge ed oltre tutto mi rendo conto che sto lentamente perdendo le forze.
    Dopo pochi istanti mi ritrovo sdraiata a terra, completamente immobilizzata, non ho più il controllo delle mie gambe, delle mie braccia, del mio corpo insomma.
    Riesco a malapena a muovere gli occhi e quindi inizio guardarmi intorno, ma in realtà non vedo proprio nulla, perché il buio è pressoché totale.
    Sento dei passi e terrorizzata penso di domandare chi c’è ma la voce non esce.
    In quello stesso momento una mano si poggia sulla mia fronte ed un calore innaturale mi penetra nella mente. Sta accadendo qualcosa di magico.
    È piacevole questo tepore… e meravigliosa la capacità che ho acquisito di poter esprimere ciò che sento senza aver bisogno di usare le parole. Cielo che comodità…
    capita troppo spesso che le parole vengano fraintese o male interpretate e che questo crei abissi che spesso è impossibile colmare.
    Continuo a percepire quel tocco e la mente si fa sempre più leggera, leggera, leggera.
    Quando decido di riaprire gli occhi ho un’altra sorpresa che mi attende: ed ora cos'è quel foglio bianco lì davanti? o è uno schermo? non capisco.
    Mi sono lasciata il ruscello alle spalle e con esso anche la parte di me più istintiva e consapevole; da quando ho ripreso il cammino in questo bosco mi sta capitando di tutto le cose più strane ed inverosimili, in questo momento, però, sono davvero spiazzata, perché non riesco a comprendere cosa stia succedendo.
    Quello che mi trovo di fronte, foglio o schermo che sia, non ha alcuna pertinenza con l'ambiente in cui mi trovo e tanto meno con l'esperienza che sto vivendo.
    Mi guardo intorno cercando di trovare una risposta, ma l'unica cosa che sono in grado di percepire è l'incredibile sensazione di pace e serenità che mi circonda.
    Mi sento toccare la spalla ed istintivamente mi volto (si riesco nuovamente a muovermi!!) per guardare chi sia ad attirare la mia attenzione:
    "Ciao bimba, sono arcopenna, e son qui per aiutarti a riempire quel mastodontico lenzuolo che ti è apparso di fronte. Puoi farlo come preferisci, se non vado bene io basta che me lo dici, chiamerò mio fratello, pennelbaleno che insieme a nostra cugina, colortavolozza, ti aiuterà a dar sfogo alla tua voglia di manifestare le emozioni."
    Ormai nulla mi meraviglia più, figuriamoci, quindi, sorridendo rispondo in un baleno:
    "mi conosci bene: noto che ti sei palesata per prima, sai che l'unico modo che conosco per non nascondere quello che sento è farlo scrivendo..." mentre parlo il lenzuolo si riempie di parole, esattamente quelle che sto pronunciando ed ognuna ha un colore diverso, in relazione al significato che ha o che io gli attribuisco.
    E' bello notare come tutto quel bianco stia trasformandosi in una gigantesca macchia di colori: perché i colori danno colore, regalano allegria e ci riempiono di energia.
    "Sai arcopenna, è divertente. È tanto divertente riuscire a raccontare la propria vita a colori, vedere il nero che si trasforma in grigio, per poi passare a tonalità di volta in volta più tenui e solari: è un po’ il senso della mia vita”
    Con arcopenna a farmi da fermaglio per i capelli prendo pennelbaleno e colortavolozza e di buona lena inizio a dipingere… dipingo e parlo… ed arcopenna scrive ed il lenzuolo è un insieme di parole e disegni… e tanta allegria!!!
    Un lenzuolo a raccontare la mia vita: a chi la vuole conoscere, per spiegare da dove vengo e dove sto andando, come intendo farlo, con quali mezzi e quali intenzioni.
    Uno schermo su cui proiettare paure, sentimenti, emozioni e voglia di vivere e divertirmi, per tirarle fuori da me e lasciare che non facciano più paura, che non possano ferirmi in alcun modo!!
    Ormai non è rimasto neppure un puntino bianco, ho smesso di parlare, tolgo arcopenna dai capelli, metto in bocca pennelbaleno e poggio a terra colortavolozza! Osservo soddisfatta il mio capolavoro.
    Arcopenna mi sorride e mi dice “dagli un titolo e firmalo, solo così lo sentirai completamente tuo”
    “Il nome è facile – I colori della mia vita – e la firma vieni qui… la metto subito”
    Col sorriso stampato sulle labbra siglo il lenzuolo, poi lo piego e, da enorme che era, riesco a ridurlo a poco più di un fazzoletto, me lo infilo nelle tasche dei jeans.
    Saluto i miei nuovi amici e mi rimetto in cammino… sono persa nei miei pensieri e, per questo, non mi accorgo di una radice che sporge del terreno ed il destino vuole che io ci inciampi e finisca rovinosamente a terra sbattendo anche la testa (fosse una novità poi… mi chiamano mica “intruppona” a caso…).
    Mi risveglio dopo poco e…. mi ritrovo a terra… completamente immobilizzata… circondata dal buio e col tepore di una mano sulla fronte che mi legge dentro.
    È stato solo un sogno… ora che me ne rendo conto sono un po’ dispiaciuta. È stato tutto così meravigliosamente vero e piacevole e liberatorio.
    Per una volta avevo espresso le mie emozioni con le parole invece che per iscritto, per una volta mi ero concessa il lusso di essere completamente me stessa ed ora… ora mi accorgevo che era solo un desiderio inespresso che durante il sonno si era palesato.
    Il tepore si sta attenuando e una voce mi sussurra “Allora bimba? Ti è piaciuta quest’esperienza? Simpatici i miei amici vero? Vedrai, se troverai dentro di te la forza per aprirti e parlare… li incontrerai di nuovo”.
    Improvviso un raggio di sole squarcia il buio, non sento più la mano sulla mia fronte e mi rendo conto di aver riacquistato la completa padronanza del mio corpo.
    Lentamente mi alzo da terra ed infilo la mano nella tasca dei jeans, tocco il lenzuolo, sorrido e mi rimetto in marcia!

  • 27 marzo 2013 alle ore 20:28
    Rea Silvia

    Come comincia: (VIII secolo a.C.)

    Osservo il Tevere, il nostro biondo Tevere che scorre placido verso il mare, tagliando in due la nostra amata Roma e mi domando per quale motivo viene appellato biondo. A guardarlo ora, sembra solo un ammasso di acqua marrone dove, ahimè, sguazzano pantecane da dieci chili l'una, galleggiano immondizia e rifiuti vari, dove si affacciano i gatti per afferrare con le loro zampette i pesci che affiorano e dove, bontà divina, qualche pescatore si porta seduto lungo la riva per pescare. Ci vuole coraggio. Non per pescare, bensì per mangiare il risultato della pesca. Sospiro scuotendo la testa e in quell'istante odo sussurrare il mio nome. Mi giro, ma non vedo nessuno, tranne la fila di macchine incolonnate sul lungotevere. Con un'alzata di spalle torno a volgere lo sguardo al fiume e in quell'istante sgrano gli occhi: il Tevere, il biondo Tevere, è tornato a essere biondo e cristallino. Tutto intorno a me è solo campagna, strida di gabbiani e pesci che guizzano veloci tra le due sponde che ora si trovano al livello della terra. Al posto delle macchine, delle orribili macchine caotiche, vedo lei, bellissima, con una tunica bianca indosso, stretta in vita da una cinta di cuoio rudimentale e deglutisco prima di riuscire a fare un passo verso la sua figura.
    -Come vedi,- esordisce con voce carezzevole, -il fiume all'epoca era biondo per davvero.-
    -Già… Ma tu… Mio Dio, ma tu sei Rea Silvia.- balbetto attonita.
    Sorride e annuisce con regalità, indicando il tempio di Vesta lungo la riva sinistra del fiume.
    -Io ero una vestale, una sacerdotessa della dea Vesta, pertanto una vergine che sarebbe dovuta rimanere tale fino alla morte. Invece gli dèi avevano deciso diversamente, a dispetto della volontà di mio zio Amulio.-
    -Un momento.- l'interrompo alzando una mano. -Tu sei la madre di Romolo e Remo.-
    -Sì, è così.-
    -E allora, come facevi a essere una vestale?-
    Piega le labbra in un sorriso condiscendente e si volta verso il fiume, mostrandomelo. In lontananza, in una giornata plumbea dove la pioggia viene giù a catinelle, vedo un'imbarcazione con degli uomini a bordo e uno di questi che cade nel fiume, chiamando aiuto. Sussulto spaventata e vedo gli uomini in barca che provano in tutte le maniere a governarla contro la furia degli elementi, mentre uno si sporge e tende la mano per agguantare il braccio che si protende dall'acqua.
    -Non riusciranno a salvare il loro re.- mormora Rea Silvia. -Quell'uomo si chiamava Tiberino e il fiume se l'è preso perché era un re buono e saggio. Per questo il corso d'acqua è stato battezzato Tevere, a perenne ricordo del re morto annegato. Tiberino è un mio antenato, discendente di Enea, il fuggiasco di Troia.-
    Mi giro a guardarla con la bocca aperta e lei continua:
    -Il figlio di Enea si chiamava Ascanio Julo, colui che diede vita alla Gens Julia, di cui noi siamo i discendenti. È evidente che da Enea a noi siano passati alcuni secoli e Tiberino è uno dei tanti re assurti al trono prima dell'avvento di Proca. Proca era mio nonno, il quale, morendo, lasciò il suo regno di Alba ai due figli maschi: Numitore, mio padre e Amulio, mio zio.-
    -Una diarchia.- commento.
    -Non proprio. Mio padre, essendo il maggiore, sarebbe dovuto diventare re, ma aveva deciso di lasciare il trono a mio fratello, preferendo rimanere un comune cittadino. Purtroppo, non aveva fatto i conti con mio zio Amulio, il quale ha brigato per salire al trono, uccidendo prima mio fratello, poi, con raggiri di parole e belle prospettive, costringendo mio padre a farmi divenire una vestale, in modo tale che non potessi avere figli maschi a cui lasciare il trono.-
    -Questa cosa è orrenda.-
    -Trovi? Da che mondo è mondo, il potere ha sempre fatto gola a tutti e mio zio non ha fatto nient'altro di diverso da quello che hanno fatto gli uomini in avvenire. Per caso, puoi farmi il nome di un solo uomo che sia riuscito a salire al potere senza giungere a compromessi, senza macchiarsi le mani di sangue, senza rinnegare il passato?-
    Abbasso lo sguardo e mi mordo le labbra, ben sapendo che ha ragione ma che, comunque, continuo a ritenere raccapricciante ciò che gli uomini giungono a fare pur di spianarsi la strada e divenire qualcuno.
    -A quanti anni sei entrata nel tempio di Vesta?-
    -Dieci anni. Le vestali erano sempre tre, di natali nobili e venivano allevate fin dalla più tenera età per accudire i sacri cimeli e il fuoco perenne. Ovviamente, diventavi simile a una dea, la gente per strada si prostrava al tuo passaggio e vivevi il resto della tua vita nel tempio. A turno dovevamo mantenere il fuoco sempre acceso, pena la morte.-
    -Perché?-
    -Perché il fuoco era considerato un dono divino e se per caso si fosse spento, carestie, siccità e disgrazie infinite si sarebbero abbattute sull'umanità. Quindi, a noi il compito di tenerlo sempre acceso, allegro e scoppiettante.-
    La vedo osservare il tempio e il suo sguardo si offusca, memore del suo tragico destino e dei capricci degli dèi.
    -Eri felice?- domando.
    -Felice come può esserlo una giovane e bella donna che sogna l'amore.- risponde con un velo di sarcasmo.
    -Amore che a te era negato.-
    Sospira mestamente e si tira indietro una ciocca di capelli. È così bella e dolce che mi chiedo come abbia potuto, suo zio, avere un cuore così duro da strapparla alla vita.
    -Un giorno, al tempio,- mi racconta, -venne a trovarmi mia cugina Anto, la figlia di Amulio. Mi raccontò di essersi innamorata di un uomo bello e ricco e che presto si sarebbero sposati per avere figli da destinare al trono. Era il coronamento dei disegni di mio zio. Io e mia cugina ci siamo sempre volute bene, eppure lei non poteva capire, in quel momento, quanto potevano ferirmi le sue parole. Anch'io desideravo sposarmi e avere figli, ma non l'avrei mai potuto fare, a differenza di lei.-
    -Frustrante.-
    -Fintanto che ero stata adolescente, la cosa non mi toccava, però con gli anni… Poi…-
    La vedo illuminarsi in volto e per un attimo rimane in silenzio, rapita da un fugace ricordo che la porta lontano da me. Io rimango in attesa e sbircio di nuovo il Tevere, dove alcuni gabbiani si tuffano per catturare il pesce e dove un gruppo di contadini si è riunito lungo la sponda per pescare. Sorrido ripensando ai pescatori moderni e mi domando che sapore aveva il pesce all'epoca.
    -Poi, un giorno,- riprende a raccontare, -mentre ero al fiume per attingere l'acqua, un guerriero bellissimo mi ha avvicinato, mi ha aiutato con la brocca e siamo rimasti insieme per tutta la notte. Io non potevo saperlo, ma quel guerriero era il dio Marte che aveva preso le sembianze di un uomo per potermi amare.-
    -Allora… Allora Romolo e Remo…-
    -Eh, già, sono i figli di Marte.-
    Sorrido, trovando la cosa alquanto sciocca, scettica come qualsiasi persona priva di Fede, ma lei mi fulmina con i suoi occhi ed io smetto subito di sogghignare.
    -È un problema tuo.- mi getta in faccia. -Noi abbiamo creduto per secoli ai nostri dèi e loro ci hanno guardato con fare paterno, indicandoci la via giusta da seguire e punendoci quando eravamo indisciplinati.-
    -Come è capitato a te.-
    La vedo irrigidirsi per una frazione di secondo, quindi ammette:
    -Sì, come è capitato a me. Sono svenuta mentre ero di turno davanti al braciere sacro e il fuoco si è spento. Inutili i tentativi di farlo riprendere: per colpa mia, la sciagura si sarebbe abbattuta sull'umanità.-
    -Sei svenuta perché eri incinta.-
    -Malaugurio su malaugurio. La morte era l'unico modo per espiare la colpa e neppure essere principessa mi poteva salvare.-
    -Però hai comunque partorito.- faccio notare.
    -Sì, certo, ma prima sono stata murata viva.-
    Sgrano gli occhi inorridendo e lei mi posa una mano sulla spalla, quasi a volermi confortare.
    -Fortuna per me che avevo Anto. Lei ha corrotto le guardie, le quali hanno abbattuto il muro e mi hanno portato nelle stanze di mia cugina, al sicuro. È ovvio che mio zio lo è venuto a sapere; a quel punto, tuttavia, non poteva più fare nulla: ha lasciato che portassi a termine la gravidanza e quando i gemelli sono nati, me li ha strappati e li ha fatti uccidere dalle sue guardie.-
    -Ma non è vero!- esclamo.
    Lei sorride e risponde:
    -Questo lo so. Ma all'epoca era questa la voce che correva. In realtà, come tutti sanno, le guardie non hanno ucciso i miei figli: li hanno lasciati in una cesta, sul fiume, un po' come Mosè.-
    Sorrido ed esclamo come una scolaretta:
    -Una lupa si è presa cura di loro. La lupa capitolina, il simbolo di Roma.-
    La vedo ridere di gusto e mi fa notare:
    -Ma come! Sei scettica sugli dèi eppure credi alla favola della lupa?-
    Il sorriso svanisce dalle mie labbra e rimango a guardarla con aria interrogativa. Lei allunga la mano e mi scompiglia affettuosamente i capelli, come una madre che vuole riprendere una figlia.
    -Certo, una lupa li vide, ne avvertì l'odore e si avvicinò alla cesta, senza divorarli. Fu lo strano comportamento della bestia che attrasse l'attenzione di Acca Larenzia, la donna che si è presa cura dei miei figli. Tutto qui.-
    -In questo modo fai crollare un mito.- borbotto querula.
    Lei sorride e ribatte:
    -E tu perché non vuoi accettare il fatto che Romolo e Remo fossero figli di Marte e discendenti di Venere? Gli dèi per noi erano tutto, così come Dio lo è stato per i cristiani.-
    -Quindi, asserisci che Enea era figlio di Venere, che i suoi discendenti hanno fondato la città di Alba della quale erano i legittimi re e che tu, ultima in linea diretta, hai avuto una storia con Marte che ha generato il primo re di Roma.-
    -Sì, è così. Semplice, no?-
    La guardo a lungo, comprendendo che non doveva essere stato facile per lei rinunciare ai figli per ordine dello zio, credendoli addirittura morti e domando:
    -Dopo aver partorito, cos'hai fatto?-
    -Tu cosa pensi che abbia fatto? Ero stata condannata a morte, se ben ricordi.-
    -Già. Sapere che hai dato alla luce il fondatore di Roma, come ti fa sentire?-
    -Ora ne sono orgogliosa, ciò nondimeno non dimentico che per fondare questa città, divenuta un impero, è stato sparso il sangue dell'altro mio figlio.-
    -Brutta storia.-
    -Anche se poi Roma è diventata quello che è, non potrei mai perdonare Romolo. È stato un grande, ne convengo e nessuna madre potrebbe essere più orgogliosa di me, ma ha seguito le gesta di mio zio e questo, ai miei occhi, inficia tutto ciò che ha fatto.-
    -Non essere così severa con lui. Se noi ora stiamo qui a parlare, lo dobbiamo alla sua audacia, alla sua fermezza e alla sua risolutezza. Ha lasciato nelle mani di Numa Pompilio una città bene avviata, con solide fondamenta dalle quali avrebbe preso il volo.-
    -Già, l'aquila imperiale.- commenta volgendo lo sguardo al Tevere. -Chi l'avrebbe detto che dalla fine di Troia sarebbe sorta una nuova e più potente città? Neppure Omero avrebbe potuto immaginarlo.-
    -Tu hai veramente sacrificato la tua vita per Roma, prima ancora che Roma sorgesse.-
    Sorride e la sua immagine inizia a divenire diafana; alle sue spalle torna a materializzarsi il traffico caotico di Roma, riportandomi bruscamente alla realtà. Allungo una mano per evitare che la bella Rea Silvia svanisca all'ombra del tempio di Vesta, ma all'improvviso non la vedo più e il biondo Tevere è tornato a essere melmoso e marrone.

  • 27 marzo 2013 alle ore 15:58
    Ricordo del terremoto del 1980

    Come comincia: A lovestruck romeo sings the streets a serenade
    Laying everybody low with a lovesong that he made
    Finds a streetlight steps out of the shade
    Says something like you and…….

    La fine del mondo!!!
    E’ l’unica cosa a cui riesco a pensare. Anzi, neppure riesco a pensare più. I miei sensi sono catturati, invasi dalle percezioni più strane e violente che abbia mai avuto. Lo stereo sembra che viva di vita propria, sobbalza, e il 33 giri non emette più le amate note che già si stavano spalmando sulla mia tristezza di sedicenne respinta in amore… la voce di Mark Knofler si trasforma in un lugubre gemito, come se la puntina, graffiando il vinile, scarnificasse un corpo vero....Mi distraggo, sono le orecchie  a essere occupate da un lungo, gelido sibilo, è penetrato nel cervello, ma non mi dà il tempo di decodificarne il significato, che  qualcos'altro sta producendo uno spaventoso, inaudito rumore.....come se una gigantesca mano abbia afferrato le pareti della mia stanza da letto e le stia accartocciando….mi attraversa l’impotenza del foglio di carta cestinato.
    Devo trovare il coraggio di guardare, di fissare un punto. Ma, intanto, c’è una parola da qualche parte nella mia mente, l’ho letta, l’ho sentita tante volte, però non credo di  conoscerne il vero significato….ora forse  lo sto intuendo e non riesco a pronunciarla.
    Va bene, ho trovato il coraggio di guardare, devo sapere come va a finire, se il palazzo che intravedo dai vetri della finestra ce la fa a piegarsi un altro po’….no! ora sta tornando indietro…  ha ripreso a venire in avanti. Si decida che vuole fare!! …e anche il pavimento della stanza!! Va su e giù come una molla, ogni volta che scende si risucchia un pezzetto del mio cuore. Ti prego non ti spezzare….
    Sono rannicchiata ancora sul letto, da quando si è interrotta la canzone. Quanto tempo è passato? Proprio quel disco doveva rovinarsi, quello del mio infelice, presuntuoso amore. Al diavolo lui e tutto il resto, io qua non ci resto. Ecco, la parola non aleggia più, è esplosa nella mia testa insieme al boato che viene dalla strada, insieme alle grida che - possibile che li sento solo ora! - sovrastano lo scricchiolio delle pareti, mentre quell’impietosa mano non si decide a smetterla e i vetri scoppiano, impazziti, in ogni direzione.
    Va bene lo penso, sono scalza, non importa, va bene mi arrendo e scappo, lo dico: TERREMOTOOOO!!!!
    Sono nel corridoio, vado verso l’ingresso, le porte dell’armadio sulla sinistra mi si sbattono sulla faccia, fracasso di oggetti che cadono, qualcosa mi colpisce un piede…devo uscire da qui, ora ho davvero paura, mamma e papà… che state facendo?
    Perché non sono con me, invece che da zia Rosa? Non vanno mai a trovarla!! …la porta…però se la chiudo?...e poi? Le chiavi, eccole. Sembra che non tremi più…..
    Esco…Cos’è!? Bambini, tanti, dall’appartamento di fronte, scappano, sembrano indemoniati, due mi si buttano a dosso, strillano e giù tutti insieme per le scale. Come li facciamo cinque piani così?
    I vetri e io a piedi scalzi…sembro un fachiro, non mi ferisco. Gradini, gradini, non finiscono mai!
    Non strillate così, bambini! Un altro piano….un altro, ecco l’androne d’ingresso, il portone spalancato….persone da ogni parte, spingono,  imprecano, piangono, pregano, supplicano.
    Sono fuori, ma è l’inferno anche qui, calcinacci ovunque, aria pesante, densa di polvere, auto schiacciate sotto pezzi di cornicioni,ovunque gente che si muove freneticamente e tutti a gridare quella parola. C’è un ragazzo che perde sangue dalla fronte… Volti devastati dallo spavento, voci che chiedono: “Dov’è stato? Qualcuno sa dov’è stato?”- “Deve essere qui vicino, è troppo forte” – “Io non ne ho mai sentito uno così!”.
    Che ore sono? penso. E’ buio, è freddo, io sono con il mio jeans e la mia felpa, scalza a battere i denti, sono sola, vedo persone note, nessuno si accorge di me…papà, mamma, dove siete? State bene?
    Il dirimpettaio di casa sta strillando alla moglie che vuole tornare su a prendere la lavatrice…è impazzito!! Lei lo prende a schiaffi, lui si calma. Mi avvicino, ho bisogno di parlare anch’io, di gridare, di piangere anch’io. Sono invisibile in questo terremoto??
    “Irpiniaaa”, strilla un tipo agitando una radiolina, “è in Irpinia”. Poi incolla l’orecchio all’apparecchio  e quelli vicino a lui fanno silenzio. Riesco a sentire dei rumori gracchianti, voci confuse, concitate, si scambiano informazioni, ordini. “L’epicentro pare sia Lioni”.
    Cos’è Lioni? Poi ancora “E’ distrutta….anche Laviano, non c’è più una casa in piedi…7°…7°…no 8°, non si capisce niente….morti….tanti morti…tanti paesi ….distrutti”.
    Non ce la faccio più, non so di cosa parlano, ho freddo, ho paura….poi una mano mi tocca la spalla.
    “Vieni, stai insieme a noi”….e  scoppio a piangere.

    Salerno, 23 novembre 1980

  • 27 marzo 2013 alle ore 15:56
    La mia montagna

    Come comincia: Febbraio 1978.
    Era già quasi ora che chiudessero gli impianti sciistici, poco prima del tramonto. La maggior parte degli sciatori si dirigeva verso il rifugio, allettati all'idea di una tazza di cioccolata calda, dopo una giornata di vento tagliente sulla faccia e nelle ossa. Alcuni invece tornavano alla stazione delle navette, per rientrare subito in albergo, pregustando il bagno rilassante, l’aperitivo prima di cena, i commenti sulla giornata con gli amici. Solo gli irriducibili si accalcavano all’ingresso degli impianti, desiderosi di un’ultima, velocissima volata, la più bella, quando la pista è ormai sgombra e la montagna diventa di una bellezza struggente. Il nostro maestro, invece, stava dicendo che noi principianti eravamo pronti per la grande prova, affrontare la pista nera, la regina delle piste. Da quando era iniziata la vacanza ne avevo sentito parlare più volte, ma non l’avevo ancora vista, era molto più in alto delle altre piste che avevo percorso. Pensavo a quel nome, pista nera, e sentivo un brivido scendere lungo la schiena.
    Era bello il maestro, di una bellezza sfrontata, irriverente: due magnetici occhi verdi in un viso abbronzato, i capelli biondi lunghi sul collo, quasi un fiero manto che accompagnava con eleganza i movimenti del suo corpo flessuoso e potente, un sorriso raro e irritante e per questo ancora più seducente, un sorriso che ti faceva sentire sempre goffa e inadeguata. Il maestro guardò l'orologio, alzò gli occhi verso la parete rocciosa che sovrastava  le nostre teste, diede una veloce occhiata alle piste, ancora guizzanti delle ultime colorate frecce umane e dei bagliori rossastri che il sole del tramonto regala alla neve quasi ghiacciata, quindi decise e subito disse con tono quasi sprezzante: "Si va su, veloci che c'è poco tempo. Chi non se la sente aspetti qui, però si perde una bella volata !".
    Guardavo gli altri del gruppo, erano tutti ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, che, come me, si cimentavano per la prima volta sugli sci. Li conoscevo da appena quattro giorni e con quegli estranei avevo diviso fatiche e frustrazioni da principiante; avrei invece voluto stare insieme ai compagni di scuola che partecipavano  alla settimana bianca, i quali, però, sapevano già tutto di piste, scarponi, attacchi, skilift, spazzaneve e curve a sci uniti. Nei giorni precedenti alla partenza, avevo pregustato il divertimento che mi aspettava, le risate per qualche scivolone, le chiacchiere con le amiche sui ragazzi, il vento che lisciava il viso con la sua ruvida carezza. La delusione di non poter condividere con loro la mia prima esperienza da sciatrice tredicenne era stata forte, ma nella mia natura c’è il tratto dell’adattarsi subito alle situazioni, per cui in quei quattro giorni mi ero concentrata solo sulle lezioni, avevo lavorato sodo, senza perdere un passaggio delle spiegazioni del maestro: prima su e giù a scaletta per pendii lievi, su e giù decine e decine di volte, finché sentivi di non perdere più l'equilibrio, di controllare il peso della testa, di concentrare la forza e il pensiero nelle gambe. Poi lo spazzaneve, lo detestavo, una posizione innaturale e faticosa per il corpo, ma indispensabile per capire qualcosa di quello sport di cui mi stavo inesorabilmente innamorando.
    Il maestro al terzo giorno del corso ci aveva dato il permesso di chiudere le code degli sci e tentare qualche impacciata curva a sci uniti; avevo scoperto che era elettrizzante ed esaltante riuscire a farlo, anche se non ancora bene, e poi non ero mai caduta. Quando rimanevo di proposito indietro al gruppo per provare un movimento con calma , senza gli occhi di tutti addosso e le risatine dei più intrepidi, come sottofondo alle imprese altrui, mi ero due volte lasciata tentare dalla velocità, con il cuore che mi martellava nel petto, mi ero lanciata senza pensare più a nulla .
    In realtà spesso le spiegazioni del maestro mi annoiavano, aveva un fare petulante, sembrava che ci mettesse a parte di profondi e inaccessibili segreti, adatti solo ai più degni e coraggiosi tra gli uomini. In fondo stavamo soltanto imparando a sciare, non a pilotare un aereo della NATO!
    Non mi era simpatico il maestro, ma nemmeno gli altri del gruppo mi ispiravano sentimenti positivi. Mi ripetevo ogni mattina  che non c’era da meravigliarsi se nessuno mostrava di accorgersi di me. Con il mio carattere chiuso e timido, l'inesperienza e un orrendo giubbotto azzurrino dal taglio maschile, col colletto di pelliccia sintetica color nocciola, che faceva sembrare il mio corpo, dall’aspetto puberale, ancor meno attraente, gli occhiali da sole modello a specchio,  troppo grandi  per il viso minuto, i capelli che venivano fuori dal berretto di lana come stoppa indurita dal freddo e dal vento, chi mai poteva provare simpatia per me? 
    Quasi nessuno mi rivolgeva la parola e io facevo altrettanto, ma a quei tempi pensavo che dovesse andare così, mi sentivo fuori posto in ogni situazione e per questo cercavo di farmi notare il meno possibile. Mi ero abituata già da bambina ad osservare gli altri, a notare i dettagli, quasi a spiare le loro vite, a stupirmi della naturalezza con cui alcuni vivevano la condizione di essere oggetto di interesse e ammirazione; spesso desideravo segretamente, senza mai crederci sul serio, di sentirmi disinvolta, spigliata, una sensazione che non avevo fino ad allora mai provato. Immaginavo di parlare in pubblico, di esprimere il mio giudizio su richiesta altrui e di essere ascoltata con approvazione. A volte poi mi interrogavo su quale futuro mi attendesse, su cosa avrei fatto da adulta, chi mi avrebbe amato, quale lavoro avrei svolto, chi si sarebbe fidato di me….era tutto indistinto, sembrava più un’aspirazione che una possibilità, ma non mi soffermavo troppo in quei pensieri, spostavo sempre in avanti il momento in cui avrei avuto il coraggio di guardare in faccia le mie paure, mi aiutava in questo anche la giovane età, credo.
    Durante le lezioni di sci, nei tempi di attesa del mio turno di esibizione, quando mi assaliva la noia dei miei compagni così spietatamente normali e prevedibili in ogni loro reazione, sbirciavo gli sciatori sulle piste più difficili, cercavo di capire come si posizionavano con il corpo per virare a sci uniti e, soprattutto, ma mi batteva più forte il cuore al solo pensiero di farlo anch'io, come si chiudevano a "uovo" e via, frecce felici di esserlo.
    Una volta sola avevo provato a scendere a "uovo", mi sarei quasi ammazzata se non fossi riuscita a evitare il pilone dello skilift contro cui stavo per schiantarmi. All'ultimo momento le gambe, senza che io sapessi come avessero fatto, si erano disposte quasi perpendicolari al corpo, rallentando bruscamente la corsa e incredibilmente non ero caduta. Questa era una cosa di cui andavo fiera: non ero mai caduta. Il primo giorno del corso, però, mi era piombato addosso un ragazzino del gruppo, tutto sbilanciato in avanti, completamente senza controllo. Una caduta molto ridicola, non per colpa mia; allora avevo pensato che è brutto trovarsi con il sedere sulla neve e braccia e gambe incastrate tra sci e racchette, del tutto dipendente da qualcuno che venisse a sciogliere quel groviglio umano. C'era andata bene, qualcun altro nella stessa situazione s'era fatto seriamente male.
    Accidenti a me e al mio cervello che non stacca mai!
    Gli altri del gruppo avevano risalito già quasi tutto il lungo percorso dell’impianto della pista nera, i dischi dello skilift tra le gambe, gli occhi brillanti di eccitazione, il sorriso delle grandi occasioni, qualche ragazzo magari poco convinto per quello che stava facendo, ma fiducioso comunque che il maestro mai ci avrebbe proposto una situazione troppo rischiosa per dei principianti. La fiducia negli adulti è fondamentale quando si è molto giovani, se non altro almeno per il gusto di imitarli
    Va bene, si va su tutti, non sarò io l'unica fifona del gruppo. Muro bianco aspettami!
    Così mi trovai a salire per ultima, mi dovetti aggrappare al disco dello skilift per tirarlo giù, senza  l'aiuto dell'addetto all'impianto che non vedevo da nessuna parte, forse se n’era già andato via, a bere qualcosa di caldo, dopo il freddo preso per tutto il giorno. Ci avevano detto di afferrare al volo il primo disco che ci passava vicino, con o senza aiuto dell’addetto, così fanno gli sciatori e così feci. Ormai era andata, stavo salendo, non potevo tirarmi più indietro. Capii subito che quell'impianto era molto più lungo degli altri già sperimentati e che la pista accanto aveva qualcosa di strano, quasi non si vedeva, ma ne misi di tempo per comprenderne il motivo: era completamente appesa giù. Il fruscio degli sci sulla neve mi arrivava amplificato alle orecchie, ero come ipnotizzata.
    Quando giunsi in cima gli altri si erano già lanciati da un pezzo, il maestro in testa guidava il gruppo, molti ragazzi scendevano a sci uniti, senza perdere un colpo, pareva che l'avessero sempre fatto, altri alternavano con lo spazzaneve e rimanevano più indietro, qualcuno poi, aveva rinunciato all'impresa, s'era tolto gli sci e scendeva a piedi. Ma tutti velocemente scomparvero dalla mia vista. Avrei potuto provare a chiamarli, se non mi fossi vergognata di essere rimasta tanto indietro, e poi c’era il mio orgoglio ferito dal fatto che nessuno si era degnato di aspettarmi.
    Che stupidaggine –pensai- salire fin qua su per scendere poi con gli sci in spalla! Ora qualcuno si accorgerà di me e si fermerà ad aspettarmi, mica mi lasciano quassù da sola!
    Guardavo sotto, ma non riuscivo a vedere bene, il sole stava tramontando, in montagna fa notte in pochissimo tempo, mi sembrava che la pista fosse sparita, anche se in realtà era proprio lì, solo che vista dall'alto presentava tutto un altro aspetto a confronto della visuale che si aveva dagli impianti: era la regina delle piste e come tale si ergeva solitaria, un muro a dir poco quasi  verticale. Pensai di aspettare qualcun altro che salisse, per iniziare la discesa con lui, fosse stato anche un estraneo. Guardai verso l'impianto, era fermo e senza ombra di dubbio ormai spento: per quel giorno non sarebbe salito più nessuno lassù.
    Accidenti alla mia testa, sempre persa a pensare. Non c'era altro da fare, mi dovevo buttare giù da quel muro, a spazzaneve, con molta prudenza, tentare gli sci uniti sarebbe stato troppo per le mie capacità e per la paura che si stava impossessando di me. No, quassù non ci resto, tra poco è notte, vado.
    Cominciai a scendere, non vedevo quasi nulla, intuivo che dovevo andare pianissimo, stare più incollata possibile alla parete nevosa e neanche mi dovevo far venire in mente di guardare giù, perciò forse era meglio che si vedesse male, già quel poco che scorgevo mi toglieva il fiato. Piano, una curva dopo l'altra, pensa, pensa, non avere fretta di arrivare giù, tanto ormai non c'è più nessuno, tanto ormai è notte, peggio di così c'è solo che cadi e ti spezzi un osso, poi chi lo sente papà che dice che sei una pazza scavezzacollo. Avevo paura, però, ad ogni curva, affiorava un po' di coraggio, era un altro pezzetto di pista in meno, mi ero avvicinata un po' alla base degli impianti e, arrivata lì, tornare in albergo sarebbe stato poco più che una passeggiata, dopo quel maledetto muro bianco. Che idiota il maestro, l'avevo detto che non mi piaceva. Pensai che avrei fatto bene a telefonare a mio padre perché protestasse e cercasse di farlo rimuovere dal suo incarico. Comunque prima dovevo arrivare giù tutta intera.
    Ma c'era un problema che si stava prospettando inatteso, le gambe mi facevano male ed erano sempre più lente ad eseguire gli ordini. Dove mi trovavo? Sulla sinistra intravedevo la macchia scura del bosco, da cui volevo tenermi il più possibile lontana, anche se dopo certe curve in cui non riuscivo a controllare la traiettoria, mi sembrava che quelle gelide presenze, qualche ora prima belle chiome verdeggianti, si facessero sempre più vicine e che fossero abitate da oscure entità. Cosa aveva detto il maestro: qualsiasi cosa vi succeda non abbandonate la pista, all'esterno dei bordi c'è di tutto, dossi, massi, crepacci….e chissà cos’altro ancora di notte, pensai, mentre osavo appena sfiorare il bosco con lo sguardo.
    Crepare in un crepaccio: al mo funerale qualcuno avrebbe fatto anche questa facile battuta, però a me veniva da piangere a pensare che non avrei scoperto chi mi avrebbe amato, che non avrei mai saputo chi si sarebbe affidato a me. Pensavo alla mia famiglia, ai volti dei miei genitori per la notizia della mia morte, ma anche alla famiglia che non avrei potuto più avere in futuro e provavo tenerezza……
    Vagavo col pensiero per non fermarmi, per non permettere alla paura di paralizzarmi. Buio, solo buio, appena appena un riverbero della neve per gli ultimi spasimi del crepuscolo. A destra c'era l'impianto, ne ero sicura, perché anche se non era illuminato si vedevano ogni tanto i puntini rossi delle lucette di sicurezza, era l'unico riferimento. Avvertivo che la montagna dominava ovunque ogni sua più piccola componente, percepivo la potenza silenziosa che si sprigionava intorno a me da quelle rocce ultramillenarie, mi sentivo come un’intrusa che viola un santuario. S’impossessava d’ogni cosa il silenzio, quello che solo la montagna di notte può rilasciare, come se non fosse di questo mondo: se non lo si  sente almeno una volta nella vita, non si può capire cosa sia veramente il silenzio. In quella condizione il fruscio degli sci sulla neve era rassicurante e spaventoso al tempo stesso, mi diceva che ero viva, ma anche che non vivevo un sogno.
    Però a stare più attenta qualcosa lo sentivo, doveva essere il verso di un animale, ma non volli pensare ai lupi, era un'idea che decisi di non prendere in considerazione, sembrava piuttosto un suono flebile, come un lamento, e più scendevo con esasperante lentezza, io e gli sci e la neve ormai una sola cosa, e più quel suono aumentava, era un pianto, senza dubbio un pianto. C’era un altro relitto lassù?
    Me lo trovai davanti all'improvviso, non potevo vederlo bene, capii però che c'era qualcuno poco più giù, sotto il muro bianco, perché ormai avvertivo forte quel verso in cui c’era incredulità, in cui c'era la mia stessa paura. Per un momento lo odiai.
    Anche lui mi intravide, un attimo prima che gli arrivassi addosso si buttò di lato, lo evitai, doveva essere uno dei ragazzini del corso, rimasto indietro. Mi fermai, ci riconoscemmo e lui felice mi abbracciò, stava quasi per farmi cadere. Ci aggrappammo l'uno all'altra, poi mi raccontò che era scivolato malamente e che gli faceva male una caviglia, per cui aveva tolto gli sci e voleva scendere giù a piedi, ma aveva troppa paura del buio e di perdersi. Mi disse di togliermi anch'io gli sci e provare a scendere a piedi insieme. Quell'idea mi sfiorò per un istante: togliere gli sci e scendere a piedi sarebbe stato sicuramente meno faticoso di quell'ostinato spazzaneve con cui tagliavo la verticale della montagna, ma io,  testarda come ero, avevo deciso che dovevo resistere, ormai era una sfida tra me e la mia paura, forse non solo della montagna, e, se l'avessi perduta, non avrei rimesso mai più un piede sugli sci e chissà cos’altro non avrei più fatto. Sapevo questo, sia pur in maniera indistinta, e non potevo ignorarlo.
    “No"-gli dissi -"io continuo, piano piano fin giù, ormai dobbiamo essere a metà percorso, il più è passato, vieni dietro di me, dai che ce la facciamo”.
    Credo che mi guardò come se  fossi pazza o stupida, provò a insistere, io intanto avevo ripreso a scendere, quella breve sosta aveva dato un po' di sollievo alle gambe, mi sentivo incoraggiata, io femminuccia coraggiosa, lui maschietto pauroso: vai Paola, vai che ce la fai, non ascoltare questo fifone, mi sente il maestro quando arrivo giù!!! Se si sono accorti che manchiamo dal gruppo forse ci vengono a cercare, ma visto che io ho provato in tutti i modi in questi giorni a non farmi notare, è probabile che adesso nessuno si accorga che non ci sono. Ne passerà di tempo e intanto che faccio? Muoio assiderata quassù, con un pianto nelle orecchie?
    Continuavo a scendere e lui dietro di me a piangere, inesorabile, andavamo piano, così, due ombre che scivolano a rubare la notte della montagna.
    L'ultima cosa che pensai prima di intravedere le luci della base dell'impianto fu che quell’avventura aveva dell’assurdo, pensai a quante volte mi ero lanciata tra le onde agitate della mia città di mare…. Ce l'avevo fatta, ero felice, arrabbiata, stremata, scoppiavo di orgoglio, volevo urlare al mondo la mia impresa, la mia paura dominata.
    Arrivammo in albergo, mi reggevo a stento sulle gambe, gli altri si erano appena seduti ai tavoli per la cena. Improvvisamente l'esaltazione era sparita, provai un’acuta vergogna per essermi cacciata in quel guaio, solo io, perché l’altro in qualche modo era partito con il gruppo. Stavo spietatamente a pensare alle mie responsabilità, quando il ragazzino che era sceso a piedi si precipitò dal proprio insegnante a raccontargli tutto. Mi chiesero se era vero che il maestro ci aveva lasciati lassù, erano tutti intorno a noi, ma gli insegnanti più che spaventati mi sembrarono irritati, forse pensavano alle conseguenze per loro se le cose non si fossero risolte così bene, dai loro sguardi ebbi come la sensazione che non gliene importasse della disavventura che avevamo vissuto, erano solo molto contrariati. Mi chiesero cosa volessi fare, qualcuno disse di andare a chiamare il maestro.
    Ero stanca, nessuno si era accorto di me, mi avevano lasciato lassù e poi solo a cena avrebbero notato il posto vuoto, neanche le mie compagne si erano chieste dove fossi e questo sì che faceva male. Ero stanca, non riuscivo a pensare ad altro che alla stanchezza e al fatto che tutto  era successo anche perché c'era in me qualcosa che non andava. Però ce l'avevo fatta, ne ero fiera. Dissi che volevo andare a riposare, che non mi sentivo di cenare e comunque avevo con me un panino del pranzo a sacco, nel caso mi fosse venuta fame, avrei mangiato quello, dissi che stavo bene, che non dovevano preoccuparsi. La rabbia sparita, insieme al desiderio di accusare il maestro per la sua negligenza, aveva lasciato il posto a un dispiacere profondo, che non riuscivo a decodificare.. Avevo bisogno di stare da sola, volevo togliermi tutti d’intorno!
    La mattina seguente gli insegnanti mi guardavano con circospezione, mi avvicinai alla mia e con un sorrisetto quasi di scusa chiesi solo se potevo essere esonerata dalle altre lezioni, per i rimanenti  due giorni. “Che farai?” mi chiese. “Resterò in albergo, va bene così”.
    I gruppi partirono, ognuno con il suo maestro, il mio non si avvicinò neppure per scusarsi, a stento si ricordava chi fossi, non so nemmeno se avesse capito bene cosa era successo. Aspettai che se ne andassero, in effetti in albergo c'erano altri ragazzi che avevano chiesto di riposare e un'insegnante con loro come responsabile. Mi avviai agli impianti a piedi, c'era la solita confusione, sciatori provenienti da tutti gli alberghi di San Zeno, che si riversavano sulle piste, sul volto l’inconfondibile, febbrile ansia di lanciarsi a tutta velocità. Nessuno avrebbe badato a me, già si erano dimenticati che sarei dovuta rimanere in albergo e comunque con il passamontagna che avevo indossato e gli occhiali a specchio era difficile che qualcuno riuscisse a riconoscermi, ma neanche me ne importava se fosse accaduto. Mi sentivo ostinatamente convinta a stare da sola. Oggi che sono un’insegnante tremo a ripensare a quanto fossi stata anche io irresponsabile in quella vicenda. Affrontai la pista bianca, la più semplice, la pista azzurra e poi la rossa, impegnativa, mi divertivo, guardavo i più bravi e ripetevo i loro gesti, di ora in ora diventavo sempre più sicura e disinvolta sugli sci. Lanciai solo un'occhiata alla pista nera, era lì, di giorno sembrava innocua, non la odiavo più, sapevo che ci sarei tornata.
    Sentivo mia la montagna, le mie insicurezze non erano scomparse, il futuro mi faceva sempre paura, ma avevo la mia vittoria, era solo mia, mia e del giorno che avrei trovato il coraggio di affrontare le persone come avevo fatto con la montagna.

  • 26 marzo 2013 alle ore 22:34
    Giochiamo papà?

    Come comincia: Era ovvio, stava sognando. Però era un bel sogno, perchè interromperlo?
    Stava percorrendo un sentiero in mezzo ad un filare di abeti. Era estate e percepiva chiari i profumi del bosco, freschi e gradevoli.
    Ma che bello, sento anche gli odori. E' proprio un bel sogno.
    Si trovò all'improvviso, come capita nei sogni, all'interno di una baita. Il pavimento ed il soffitto in legno gli trasmettevano calore e pace. Le pareti in pietra rassicuravano gli ospiti, tanti ospiti, troppi per un'ambiente così piccolo.
    Alt, fermati! Stai sognando, quindi tutto è possibile.
    Tutta quella gente osservava un uomo anziano che rimestava la polenta in un grosso calderone appeso sopra un camino enorme. Nonostante fosse estate quel calore non dava fastidio. Un'anziana signora invitava i presenti a degustare dei prodotti  esposti su un tavolo: salumi e formaggi facevano da contorno a portate di carni arrosto e stufate. Montagne di patate dorate riempivano interi vassoi e il pane tagliato a fette grosse era fragrante e profumato e iI vino era servito in coppe da condividere con gli altri. In effetti non riusciva a distinguere le persone accanto a lui, quasi non avessero una propria identità.
    La polenta era pronta. Il vecchio chiese aiuto ai presenti, doveva rovesciare tutto il contenuto su una grossa asse di legno allora si fece largo tra la gente e insieme ad altri due volontari aiutò l'anziano a rovesciare la polenta. Tutti si avvicinarono con scodelle e posate per servirsi.
    Un buon caffè caldo,ecco quello che ci voleva. Aveva già mangiato, almeno così credeva, ed era pronto per una camminata, o per un sonnellino?
    Ma come? Sto sognando, quindi dormendo e voglio farmi un pisolino? Alza le chiappe dalla sedia e vai a farti un giro.
    Fatti pochi passi si trovò davanti ad un edificio.Il bosco era sparito. Senza esitare entrò in quel palazzo sperando di aver fatto la scelta giusta. Si ritrovò in un locale scuro e affollatissimo, pieno di ragazze e donne seminude che ballavano frenetiche sule note assordanti di musica terribile.
    Non riconosceva quei suoni, non era mai stato interessato a quel tipo di musica. Fece per uscire dal locale ma varcata la porta entrò in una farmacia.
    Cosa c'entra la farmacia?
    "Signore. Signore, posso esserle utile?" La donna stava osservando da sopra gli occhialini.
    "Si, cioè no. A me non serve niente"
    "Come preferisce. Avanti un altro"
    Uscì dalla farmacia, adesso stava camminando in una distesa d'erba enorme. Sembrava uno di quei paesaggi che vedeva nei documentari. Adesso sarebbe apparso un uomo nero con un osso come fermacapelli e la lancia in mano.
    "Signore" sentì alle sue spalle. Si girò convinto di trovare l'uomo nero.
    "Signore si è perso?" Non era l'uomo nero. Era un ragazzino vestito da scolaretto. Sulle spalle  una cartella grande quanto lui; l'erba era sparita. Si trovava ad un incrocio stradale in mezzo ad alti grattacieli, sembrava New York. Non si meravigliò, il sogno stava procedendo sempre più in modo irrazionale. Ora avrebbe chiesto notizie al bambino di circa otto nove anni, che nel frattempo si era trasformato in un vampiro e lo avrebbe azzannato al collo.
    "Signore, si sente bene?" Niente vampiro, il bambino era ancora lì.
    "Si scusami, mi sono perso. Ero nella savana e ad un tratto sei comparso tu. Mi vuoi accompagnare in qualche luogo in particolare?" Il bambino lo guardò perplesso.
    "Ma non c'è la savana qui a Tokyo. Lei mi sta prendendo in giro e la mamma mi ha detto di stare lontano dalle persone strane"
    Ok, ok. Anche nei sogni ci sono alcune regole da rispettare. Lui il giapponese non lo sapeva, eppure stava parlando con un ragazzino nipponico che non voleva disobbedire alla mamma.
    "Hai ragione, sono uno straniero giocherellone che non conosce la città. Dove mi vuoi portare?"
    "Dove vogliono andare tutti" e preso per mano dal ragazzino si infilò in un tunnel della metropolitana. Allo sbocco del tunnel il bambino era scomparso, intorno a lui si apriva uno scenario apocalittico. Odore di bruciato, urla, rumori e case in fiamme. Dove cavolo si trovava? Un uomo si avvicinò a lui, era ferito e sconvolto. Lo prese per un braccio, trascinandolo verso un cumulo di macerie, due corpi straziati dalle fiamme giacevano sulla strada.
    "Mia moglie e mia figlia, sono morte, perchè?" Lo stava chiedendo a lui che non sapeva cosa rispondere; tutto quel caos, quei morti, quello strazio. Stava impazzendo.
    Questo è un incubo, non un sogno. Dov'è il bosco profumato? Dove sono le persone della baita?
    Stava per vomitare. Soffriva il mal di mare e quella bagnarola continuava a beccheggiare sopra le onde.
    "Non è giornata, non abboccano" Un pescatore stava riavvolgendo il filo della sua canna da pesca. "Tu hai preso qualcosa?"  gli chiese. Non aveva mai pescato in tutta la sua vita e adesso si trovava su una barchetta con in mano una canna mentre il vomito saliva in gola. Vomitò in acqua senza ritegno, polenta e stufato, direttamente dalla baita al mare. Eppure quel pescatore gli ricordava qualcuno di familiare. 
    "Io e te ci conosciamo?" chiese poco convinto. L'altro rispose a bassa voce.
    "Mai visti prima. Io stavo pescando per i fatti miei e sei comparso tu a rompere le scatole. Se non ti piace il mare cosa sei venuto a fare qui?" Giusto, cosa ci faceva lì? Era il suo sogno, avrebbe deciso lui dove andare.
    Le colline erano una distesa di grano maturo. Profumi e aromi riempivano le narici, una calma che rasserenava l'animo circondava il suo essere. Sembrava di sognare, appunto.
    Così va meglio, questo è il mio sogno.
    "E tu dove credi di andare?" Due energumeni in divisa erano comparsi dal nulla davanti a lui. Le colline si erano trasformate in una distesa pianeggiante ricoperta di nebbia.
    "Stavo osservando il panorama" rispose. I due tizi si guardarono e scoppiarono a ridere.
    "Ahahahahah! Ne abbiamo trovato un altro. Certo, il panorama. Non si vede a un palmo dal naso e lui osserva il panorama. Ok, vieni con noi" Concluse perentoriamente l'omaccione. Provò a cambiar scenario, ma non ci riuscì.
    Forse il sogno non è tutto mio.
    Arrivarono all'entrata di un carcere. Alti muri permetrali sormontati da filo spinato, torrette di guardia con tanto di uomini armati e il portone d'accesso fatto di robusto metallo. Le due guardie, perchè dovevano essere guardie, lo spinsero all'interno dove al centro di un ampio cortile si ergeva un castello variopinto. Sembrava uno di quei scenari da parco dei divertimenti.
    "Su entra, è quello il tuo posto" Sempre più confuso, ma rassegnato a subire tutte quelle stranezze, salì una gradinata che conduceva al castello e senza esitare vi entrò.
    Decine di persone stavano facendo le cose più disparate. Una ragazza cercava di spezzare una roccia a colpi di spugna. Un uomo si ostinava a spazzolare la sua testa completamente calva. Due ragazzini gli si fecero incontro con in groppa due capre, una a testa. "Lui dice che la sua capra e più veloce della mia, ma non è vero" "Si è vero" "No non è vero" "Si è vero" Si allontanò dai ragazzini che stavano ancora discutendo. Inciampò in un paio di scarpe abbandonate a terra e subito fu avvicinato da una bella donna "Ti piacciono? Ti piacciono le mie scarpe? Prendile pure, ne ho tantissime nella mia scarpiera, guarda" Su di una parete erano appese decine di immagini di scarpe. Foto, disegni e ritagli di riviste. Ma in che posto era finito? Voleva andarsene.
    Dovrò pur riuscire ad indirizzare il mio pensiero da un'altra parte.
    Intravide una figura conosciuta.Era il vecchio della polenta, che stava spaccando dei tronchi con uno scolapasta. Pazzesco, o normale?
    "Salve, sta facendo legna?" chiese gentilmente.
    "No. Devo preparare una tesi di laurea" rispose seccato l'uomo. 
    Tranquillo, sei in un sogno, stai calmo.
    "Una tesi. Posso conoscere l'argomento?"
    "Ma allora sei tonto. Non vedi che preparo la legna per il camino? Riprenditi ragazzo, mi sembri strano"
    Io sono quello strano "Si ricordo. Il camino della baita, dove prepara la polenta da offrire agli ospiti"
    "La baita? La polenta e gli ospiti? Io preparo la legna per il camino del re. Non ti sei accorto di essere in un castello?" Certo, che sciocco. Era in un castello, il camino del re. Doveva proprio uscire da lì. Evitò ulteriori commenti e si avviò verso la porta principale, ma giunto in prossimità dell'uscita fu bloccato dalle due guardie di prima.
    "Alt. Non si esce senza prima aver salutato la regina. Adesso sali da quelle scale e vai a fare i tuoi omaggi alla sovrana, svelto"
    Inutile obiettare. Aveva completamente perso il controllo del suo sogno e doveva adattarsi di volta in volta alle situazioni.
    La stanza della regina era calda e profumata, caldissima. Faticava a respirare e ad un tratto due splendide ragazze si affiancarono a lui. Come per incanto fu investito da un'aria refrigrante.Era talmente inebriato da quella sensazione da non rendersi conto di cosa provocasse quella corrente mentre le due ragazze sorridevano maliziose.
    "Che avete da ridere?"
    "Non può mica presentarsi alla regina tutto sudato, è sconveniente" disse una delle due. Lui osservò la ragazza e vide due ali trasparenti sulla sua schiena; erano le ali delle due giovani a produrre l'aria. La regina si presentò in tutto il suo splendore, altissima e con delle ali gigantesche pareva una falena.
    "Sei tu il prescelto?" Domandò con autorità.
    "No, io sono di passaggio; stavo per andarmene" rispose ironicamente.
    "Siamo tutti di passaggio. Ma prima di andartene ti verrà concesso l'onore di passare la notte nel mio letto. Presto ragazze, portatelo a me" Mentre parlava la grande donna si stava trasformando in un insetto gigante.
    No! No! Non voglio.
    Le zampe dell'insetto gigante lo avvilupparono e lui chiuse gli occhi, non sentiva più nulla. I rumori erano spariti, non faceva caldo e soprattutto era ancora intero. Riaprì gli occhi speranzoso e il suo sguardo fu colpito dall spettacolo naturale di una cascata gigante incastonata in una grande montagna. Era seduto su una panchina e nel volgere di pochi secondi si trovò circondato da un'orda di persone intente a riprendere e fotografare quella meraviglia. Li vedeva e sentiva chiaramente, ma ai loro occhi non esisteva. Meglio, fu il suo pensiero e spinto da una forza interiore si mise a volare sopra di loro. Dall'alto poteva vedere le cose da un'altra prospettiva. Tra tutta quella gente si celavano ricchi e poveri, fortunati e disgraziati, onesti e disonesti e tutte le contrapposizioni del genere umano erano chiare ai suoi occhi. Volteggiava sopra quello scenario, cercando di imprimersi nella testa tutto ciò che vedeva. Chiuse gli occhi per lasciarsi trasportare dal vento mite e tutto a un tratto sentì freddo.
    Era in piedi, in mezzo ad una piazza enorme battuta da un vento gelido, non c'era anima viva. Solo e infreddolito si decise a muoversi senza meta ma rapidamente fu circondato da un sacco di bambini vestiti di stracci che uscivano dai tombini come topi affamati, nei loro occhi c'erano disperazione e paura. Non riusciva a muoversi, i piccoli lo stavano schiacciando con i loro corpicini gelidi.
    "Chi siete?" domando intimorito.
    "Siamo i figli di questo tempo" risposerò all'unisono "Figli di chi non sa amare e sacrifica tutte le nostre speranze e i nostri sogni in nome del denaro e del successo. Figli di coloro che vivono collegati ai loro aggeggi informatici ventiquattr'ore su ventiquattro, illudendosi di essere collegati al mondo intero, dimenticando che anche noi facciamo parte del loro mondo. Figli di..."
    Basta, bastaaaa!!!
    Si svegliò esausto, con il fiatone. Accese la luce sul comodino, le tre e trenta. Sua moglie dormiva tranquilla. Si alzò senza far rumore, accese il suo portatile collegato ad internet e si piazzò sul divano in sala. Era intento ad aprire le varie applicazioni quando si trovò di fronte suo figlio di otto anni.
    "Ho fatto un brutto sogno papà. Stavi andando via e non mi volevi più"
    Una vampata di calore risalì dai suoi piedi fino alla testa, mentre le lacrime gli annebbiavano la vista. Con un semplice gesto spense il suo computer e lo appoggiò a terra. Si inginocchiò ad abbracciare il figlio e gli sussurrò nell'orecchio:"Ti voglio bene" Il bimbo contraccambiò l'abbraccio e con voce squillante chiese al genitore "Giochiamo papà?"

  • 26 marzo 2013 alle ore 14:34
    Jesus symphony

    Come comincia: Ombra di croce il messia ballate pasquali di sacrifici
    donne di pianti asciugano rosari al sole e sacri furono i sepolcri
    La pastorale incendia foschie nei pentagrammi di cielo
    sacre  architetture
    Smarrito fu il senso di uomini e donne ,  chiese preganti  dio sull'altare
    Ma dio scalzo vagabondo , un Sainte - Terrer camminava su solfeggi accordati
    aulici
    Di quello spirito lo storicismo rivoluzionario ch'oggi è denaro ricchezza
    bambini violati
    Santa Maddalena in perdono bacia il suo volto sacro
    Genuflesse ginocchia mani unite e capo chino dinanzi ori barocchi
    vacui come urne
    Beethoven - sonata in fa maggiore
    E poi inni al creatore

    Tutti questi popoli
    ricordano del rumore
    il falsetto
    E dimenticano
    le sonorità
    di gioie
    prime

    <<"Gioia" si chiama la forte molla
    che sta nella natura eterna.
    Gioia, gioia aziona le ruote
    nel grande meccanismo del mondo.
    Essa attrae fuori i fiori dalle gemme,
    gli astri dal firmamento,
    conduce le stelle nello spazio,
    che il canocchiale dell'osservatore non vede. >>
    ( Da nona sinfonia in re minore , Beethoven IV movimento ) 

  • 26 marzo 2013 alle ore 1:07
    Fiducia

    Come comincia: Amo fidarmi degli animi nobili, di quelli che sorridono con semplicità, di quelli che ti prendono la mano o ti toccano una spalla senza che tu dica nulla, ma semplicemente perché sentono che hai bisogno di quel contatto di umanità. Voglio fidarmi di chi non mi lusinga, ma mi rimprovera perché il rimprovero difficilmente nasconde un secondo fine, desidero dare fiducia a chi condivide con me le sue emozioni, a chi non punta il dito e a chi non giudica e a chi predilige un momento di saggio silenzio ad una inutile chiacchierata su se stesso. Al Mondo però non manca la fiducia, i miei Fratelli e le mie Sorelle la chiedono costantemente e la desiderano tanto da far si che sia il motore delle loro speranze; al Mondo c’è troppa fiducia data alle persone sbagliate e alle istituzioni inutili. Pensate che sia saggio fidarvi della Chiesa del Governo, dello Stato, della Sanità, della Politica, delle Banche, delle Associazioni Benefiche, e di tutto ciò che ama carpire la vostra fiducia, quando invece dovreste combattere ogni tentativo di rinchiudervi in un “ovile “ dove spremere i vostri talenti. Vorrei tanto potervi trasmettere la capacità di guardare una persona negli occhi e scoprire la sua anima, ma non potendo fare ciò posso solo chiedervi di essere semplicemente diffidenti e se dovete avere fiducia in qualcuno, abbiatela in voi stessi. Amatevi come esseri spettacolari, indipendenti da chiunque e da qualunque cosa, fidatevi dei vostri istinti dei vostri sentimenti, fidatevi dei vostri sogni e dei vostri desideri. Fidatevi del vostro Dio e delle Stelle, voi siete esseri di Luce ed energia, se tolgo la polvere dalle vostre umane storie scopro l’anima impaurita e sofferente dentro un corpo che ancora non comprendete. Non sopporto vedervi piangenti e tristi, odio sapervi malati e depressi, o ansiosi e impauriti, ma dentro ogni cuore e dentro ogni anima c’è una scintilla di vita che è pronta ad affrontare qualunque vostra sofferenza, io non voglio essere un lenitivo di un dolore passeggero, ma voglio essere una goccia di combustibile da gettare sulla vostra scintilla perché possa bruciare un nuovo fuoco dentro di voi; un fuoco che alimenti la vostra consapevolezza e la vostra crescita spirituale. Quando questa nuova luce sarà inossidabile, sarete i primi “ medici “ di voi stessi, ma soprattutto sarete in grado di versare quella goccia di combustibile che oggi tento di versare io, e il mio e il vostro Mondo sarà migliore. Voi siate diffidenti per necessità, io mi fiderò di voi per Amore. Ensitiv

  • 22 marzo 2013 alle ore 17:59
    La tirannide del tempo

    Come comincia: Sul calar della sera, mentre le nuvole si addensano nel cielo e l'ultimo
    bagliore del sole scompare dietro i monti del mio Gran Sasso, io con le mani
    sulle ginocchia me ne sto a guardare te che scompari nella tua camera e
    chiudi la porta, come a interrompere una comunicazione che io cerco
    disperatamente.
    Abbiamo appena seppellito mio padre, era un bellissimo uomo, un eroe ,
    un partigiano, un uomo retto, un lavoratore, si è costruito con le sue mani
    un impero economico; c'erano tanti parenti, tante lacrime, ma ho visto il
    tuo volto neutro, come se se ne andasse via un estraneo. Poi all'uscita della
    Chiesa mi hai sussurrato qualche sillaba che mi ha fatto capire il tuo
    disagio: " Vedi, mamma, è bello! si muore e tanta gente piange e ti
    accompagna nell'estremo saluto, io sono solo, al mio funerale non ci sarà
    nessuno". Due calde lacrime hanno rigato il mio volto e ti ho detto: " Tu sei
    solo un adolescente, avrai modo di costruirti una vita, tante amicizie, una
    famiglia , dei figli, e quando tu non ci sarai più loro ti accompagneranno nel
    passaggio estremo , ma soprattutto ci saremo noi, io e tuo padre, le tue
    radici che ti aspetteremo nell'alto dei Cieli" Tu hai abbassato lo sguardo
    incredulo, sfiduciato, hai cercato di trattenere l'emozione, ma ho visto i tuoi
    occhi lucidi, il tremore delle tue lunghe ciglia, le tue mani sudate, hai
    cambiato postura e tu, che cammini sempre eretto e flessibile come un
    giunco, come tuo padre, ti sei ripiegato su te stesso e ho sentito tutto il tuo
    dolore di giovane fanciullo che non sa dove mettere i piedi.
    Ora che ho cinquant'anni e una mia radice mi ha lasciata nuda a terra , col
    cuore in mano prendo una sedia , mi posto dietro la tua porta e ti dico:"
    sono stata una madre spesso assente, non è stata colpa mia, ma della mia
    depressione, tu avevi bisogno di me e io non c'ero; ero persa dietro qualche
    pensiero, mentre il male oscuro mi imbrigliava e non mi faceva sollevare il
    capo dal letto; non vedevo la luce del sole, ma solo il buio dell'angoscia. Ero
    in qualche viaggio a piedi a cercare la mia anima e tu aspettavi a casa con
    gli occhi lucidi di pianto , io tornavo ma qualche sillaba storta non riusciva a
    entrare nel tuo cuore affranto. Lo so , hai sofferto con me, mentre mi
    mettevo in aspettativa e mi trasferivo a Teramo al capezzale del nonno.
    Un'aspettativa coatta, sono stata costretta ad abbandonare la scuola per
    divergenze col dirigente. Non è colpa mia, anche questo l'ho ereditato dal
    nonno: l'autorità va discussa, quando è iniqua e io ho combattuto e
    combatterò ancora contro l'ingiustizia. Vorrei che ti passasse nel sangue
    quest'orgoglio che ci portiamo dentro, questo senso del giusto e dell'onesto,
    questa difesa della causa giusta, anche quando non premia.
    Vorrei che tu leggessi l'Antigone di Sofocle, per capire come la legge di
    Stato cozza con quella del sangue che ci portiamo dentro e dobbiamo
    difendere con le unghie e con i denti il nostro orgoglio di famiglia
    partigiana. Tuo nonno mi ha educata al rispetto per gli altri, ma anzitutto
    alla difesa della mia libertà e dignità incontaminate e io non posso tradirlo.
    Io a scuola non posso tornarci, ci sarebbero delle ritorsioni e aspetto che la
    giustizia faccia il suo corso, con la speranza sempre viva che il bene trionfi
    sul male dell'iniquo potere.
    Anche nella mia depressione, non ho ceduto e ti passi questo messaggio di
    forza interiore; tu sei il figlio di una catena e hai la responsabilità di portare
    con orgoglio il testimone della libertà. Perciò non sei solo, ma hai una
    famiglia che ti ama e un esempio da seguire.
    Ti stai costruendo il tuo mondo e mi escludi: anche questa è una legge della
    natura e, ora che sono in grado di parlare con te, tu non vuoi , ti sei chiuso
    nel tuo bozzolo di adolescente, nel tuo mondo di musica e di calcio ; non sai
    che c'è un mondo di adulti che vorrebbe costruire con te il tuo mondo
    interiore. Sei un ottimo figlio: non fumi, non bevi, non ti canni, sei un figlio
    esemplare, ma quel tuo fare stanco, quel tuo trascinarti nella vita, quella
    sfiducia che ti porti dentro mi crea una sofferenza indicibile. Questo tuo
    modo di fare, questi tuoi atteggiamenti, questo studiare per obbligo e non
    per passione, lo condividi con i tuoi compagni e io sono preoccupata del
    futuro di questa umanità che non ha forza interiore, ma si trascina nella
    vita, rincorrendo i sogni facili e perdendo di vista i veri obiettivi.
    Leggi, figlio mio, cura la tua anima, nutriti di alti ideali, sollevati dall'onda
    del malefico nulla e guarda la vita con la fiducia sempre pronta in un futuro
    da costruirti con le tue mani, rincorrendo un'idea mai paga di libertà "
    libera".
    Non lasciarti travolgere dagli schemi , non seguire la marea di questo
    secolo , distinguiti dal gregge degli insulsi, guardati nello specchio
    dell'anima e troverai un giovane fanciullo bellissimo interiormente, pieno di
    chances, devi solo seguire il tuo istinto ad amare la vita e quando tu morirai
    potrai dire di non aver vissuto invano.
    Le porte del tempo si chiudono dietro di noi e non si torna indietro; sai
    quante volte ho cercato di rimediare ai miei errori, ma il tempo ci travolge e
    tutto scivola nell'oblio; ho inseguito sogni, spezzato catene, cercato di
    ricucire rapporti, ma il tempo è un grande tiranno: non perdere le tue
    occasioni! Il tempo non ti dà indietro nulla. Dicono che il tempo sia un
    grande scultore, ma io non ho questa percezione: a me il tempo ha ridato
    indietro il vuoto interiore e pur esisto e vado avanti col sorriso mai spento,
    la fiducia in un domani migliore.
    Eppure ho fatto e fatto, agito e agito, studiato e studiato, insegnato e
    insegnato, ma cos'è , figlio mio, questo vuoto che sento? Dove ho sbagliato
    non so, non ne ho la più pallida idea . Mi sono forse persa dietro un sogno?
    Forse ho avuto troppa fiducia negli altri? Forse troppa o troppo poca in me?
    Eppure amo la vita indefessamente e non mi rassegno a questo vuoto
    interiore, mi stringo forte al petto la foto di mio padre, non può
    abbandonarmi, devo interiorizzare i ricordi.
    Le giornate al mare, in montagna, le passeggiate dietro il duomo di
    Teramo, la spesa insieme, le discussioni politiche, le confessioni proibite,
    l'ascolto del mare in tempesta, l'incanto della neve d'inverno. Quando ero
    piccola gli saltellavo attorno come uno scoiattolo, quando tornava dal lavoro
    e mentre lui si svestiva degli abiti per uscire e indossava il pigiama io non
    gli davo tregua: gli raccontavo i miei successi scolastici, gli leggevo i miei
    temi, mi aiutava a risolvere le espressioni matematiche, ma il giorno dopo
    mi portava a scuola sempre in ritardo e io quel ritardo me lo porto dentro;
    sono sempre in ritardo, non riesco più a correre dietro il tempo: il tempo mi
    ha tradita.
    Non cadere nel mio stesso inganno , non lasciare che il tempo ti trascini;
    tieni saldi i tuoi puntelli, formati e diverrai un vero uomo; ascolta per una
    volta le parole di tua madre: impara il greco e il latino; solo ora fai in tempo
    , il tempo non aspetta nessuno ed il treno è vuoto ; tempo, " reo" tempo
    che male ti ho fatto? Ti aspetto da una vita e hai fatto scempio di me, ma
    salva mio figlio.
    Oggi è una bella giornata: fuori c'è il sole, anticipalo, alzati per tempo!"
    Vivere satis, non longe": questo è il messaggio senecano, non lasciarti
    strappare via il tempo, non buttare il tuo tempo, non essere "occupatus" in
    beghe che non appartengono al tuo intimo, non ti curare delle mode che
    passano, né del giudizio della folla e del gregge, sii un egregio giovinetto,
    nel senso etimologico del termine, abbi rispetto del tuo tempo!
    Amati come io non ho fatto, cura la tua veste interiore, costruisci un edificio
    di te su salde radici di quercia matura, cammina eretto, sfida il destino,
    rispetta il prossimo tuo come fai con te stesso, ama intensamente , soffri
    poco, combatti molto! La vita è una battaglia quotidiana, ogni giorno si apre
    un nuovo sole per noi che stiamo spesso a guardare, senza agire, agisci
    vestiti e va' incontro al mondo!
    Porta dentro di te le parole di tua madre, di tua nonna, di tuo nonno, tu non
    sei solo il figlio mio, ma il figlio del mondo, apri la tua mente, fa' entrare il
    tuo Verbo, ma soprattutto sorridi. Ridere è la prerogativa degli umani, ciò ci
    distingue dalle bestie, fammi vedere che sorridi anche tu, che anche tu hai
    fiducia in te stesso e portati dentro i ricordi.
    Ricordi quando ti venivo a prendere all'asilo? Tu eri bellissimo, con i tuoi
    occhioni verdi e i tuoi lunghi biondi capelli; io ero giovane e piena di forze,
    tu mi guardavi con l'orgoglio di figlio e mi baciavi tutte le volte con
    immutato affetto, mi baciavi sulla bocca teneramente e mi raccontavi le tue
    giornate ; sapevo tutto di te e io ti ascoltavo con rinnovato piacere, perché
    tu sei mio figlio, l'unico pensiero che ho fisso in mezzo alla fronte, mentre
    cammino in cima al dirupo. L'unico punto fermo della mia esistenza, l'unico
    motivo di vanto , l'unico motivo di vita. Non io ti ho dato la vita, ma tu l'hai
    data a me e me la dai tutte le mattine ; sei l'unico atto davvero creativo
    della mia esistenza. Non mi abbandonare ora, ma ricordi? Un filo ci tiene
    legati, non tagliare quel filo della memoria, potrei precipitare a terra senza
    più la forza di rialzarmi. Io tengo stretto un capo della memoria e tu tieni
    l'altro: un comune destino ci unisce. Ci somigliamo, sai, tu sei la mia
    memoria felice e io il grembo da cui sei nato, io sono la radice della tua
    esistenza insieme a tuo padre. Apri quella porta, ti scongiuro, troverai una
    madre.
    Ricordi le grigliate a Posillipo, la sabbia cocente, i castelli , le palline, i
    secchielli, le formine, le gite in barca insieme agli amici, il tuo sorriso
    sdentato, la Lacoste rossa, la giacchina avana che ti comprai per farti
    apparire un ometto di appena un anno. Tutto questo sta nelle foto, ma oltre
    le foto sta dentro di me e di te, non disperdere questo patrimonio,
    conservalo gelosamente e tramandalo ai tuoi figli.
    Perché quando si perde un padre, come a me è capitato, ti senti
    smembrato, un vuoto incolmabile, ma possa il dolore trasformarsi in dolce
    ricordo! Non tutto di noi muore, ma una parte resta in vita finché abbiamo
    la forza di conservare la memoria.
    Quando hanno chiuso la bara di tuo nonno, tutti si sono ritirati in disparte
    nel pianto, sola io ero lì davanti e l'ho baciato lungamente sulla fronte per
    dargli l'estremo compianto, gli ho messo accanto il libro delle poesie di
    Leopardi perché portasse con sé il Poeta che più ha amato e mentre
    chiudevano la bara la musica di Chopin accompagnava il rito. Io ho pianto,
    ma tu non mi hai vista, te ne stavi in disparte pensavi alla tua morte, come
    mi hai confessato. Sei un ragazzo sensibile, alla tua età nessuno pensa alla
    sua morte, ma tu, sì, perché tu sei come me.
    Anche io alla tua età pensavo alla morte, immaginavo il mio funerale senza
    compianto, senza consolazione e sentivo dentro tutto l'amaro, bagnavo il
    mio cuscino e mi sentivo perdutamente sola: sola sono rimasta. Per fortuna
    ci sei tu, con la tua purezza , con la tua ironia, con il tuo fare scanzonato,
    con il tuo anche ridicolizzarmi per le mie debolezze. Ti prego, figlio, apri
    quella porta!
    Eri un bambino riflessivo, un lettore accanito, in un anno in prima media
    leggesti cinquantasei libri; ti svegliavi col libro in mano e con quello ti
    addormentavi e , quando tardavo nel venirti a prendere, ti trovavo nel
    parco seduto sulla panchina intento a leggere; eri e sei il mio orgoglio, ma
    non ti vedo più leggere, ti vedo sul letto guardare il soffitto e pensare a
    chissà che ....chissà che. Vedo il tuo sguardo a volte spento e vorrei dirti:
    accendi la luce dell'anima, non creare il vuoto attorno a te, torna a nutrire
    la tua bella mente, non disperdere le tue energie, concentrale in qualche
    nobile occupazione, fa' della tua vita un'opera d'arte.
    Spero che, quando te ne stai a guardare il soffitto, tu abbia a ricordare i bei
    tempi passati insieme; un ricordo è recente: siamo usciti insieme a
    comprare l'abbigliamento per te, abbiamo lasciato il babbo a casa, era un
    momento per noi. Io ti ho detto che eri libero di comprare secondo la tua
    volontà e abbiamo fatto man bassa; abbiamo pagato col bancomat e ci
    siamo sentiti padroni del mondo, ho soddisfatto tutti i tuoi desideri e anche
    di più: volevo che tu fossi felice. Eppure non sei viziato: sei un ragazzo
    semplice e bello nella tua purezza. Ieri prima di partire per Perugia ti ho
    strappato un bacio, baciami , ti prego, ho un maledetto bisogno di te.
    Mi baci sempre con tanta parsimonia che ne soffro; sarà che io ho sempre
    baciato i miei genitori la sera prima di andare a letto e sento ancora quei
    baci, perché loro mi hanno sempre seguita nel bene e nel male, non mi
    hanno mai abbandonata. Ricordo ancora le domeniche nel lettone da bimba
    e , sai, non me ne vergogno, anche da adolescente stavo nel letto con mia
    madre e lei mi leggeva i libri e mi aiutava a tradurre il latino. E, ora che la
    vedo vecchia e stanca, preda di una malattia che ha fatto scempio di lei, ho
    tanta pena : non ricorda nulla, non mi riconosce, ma se ne sta inebetita a
    guardare il vuoto. Sente che manca qualcuno, suo marito, ma non focalizza
    e io ho tanta paura di fare la sua stessa fine. Ho tanta paura delle malattie
    psichiatriche e tremo davanti al mio vuoto come davanti l'infinito: il terrore
    si impossessa di me , ma tu non lo devi sapere, tu devi tenere un capo del
    filo della memoria , mentre io tengo l'altro e non reciderlo mai!
    Ma tu devi sapere qualcosa di me che non sai: ero una fanciulla prodigio,
    l'orgoglio dei miei genitori, una grecista nata, una donna di pace: non sono
    mai scesa ad alterco con nessuno, non amo il conflitto. Mi devono
    calpestare perché io reagisca, ma reagisco in silenzio: vedi come mi sono
    allontanata in silenzio dalla scuola , ma vi tornerò, lo prometto, io tornerò.
    E tu sarai orgoglioso di me, perché io tengo alto il nome della mia
    Categoria.
    Gli insegnanti sono come i libri, e quell'insegnante che lascia gli studenti
    come li ha trovati non è un insegnante; io socraticamente, maieuticamente
    e-voco a sé i mie alunni, li metto davanti lo specchio del loro dàimon,
    perché possano coltivarlo. Non sono per la religione di Stato, ma per la
    religione personale , per la cura di quel dio che è dentro di noi e coincide
    con la nostra essenza. Tu questa essenza devi comprenderla, abbracciarla e
    portarla a realizzazione. Missione ardua, lo so e lo sai, hai paura come ne
    ho avuta io: paura di perdere, di confrontarsi, paura di lottare, ma, se
    guardiamo il tutto da un profilo più alto, siamo tutti figli della stessa Natura
    e nessuno può sottrarsi alla responsabilità di portare a compimento il
    proprio Sé.
    E' un atto di Amore dovuto, tu lo devi a te stesso e, se a quest'Amore unisci
    la conoscenza, il tuo frutto non perirà mai, perché tutto è destinato all'oblio,
    ma quella conoscenza che ci siamo costruiti è un tesoro inestimabile, più
    duraturo del bronzo.
    Platonicamente conoscere è ricordare, perché noi siamo i portavoce di un
    sapere divino che ci tramandiamo di padre in figlio e sta a noi riesumare
    queste conoscenze e portarle alla luce; coraggio, figlio mio, il sapere è già
    dentro di te: devi abbracciarlo e farlo veramente tuo.
    " Come sei patetica !" starai pensando, mentre segui la tua Juventus o
    accarezzi col ricordo quella ragazza che ti ha sorriso per strada; sì, sono
    piena di pathos per te, e ti seguo con preoccupazione col timore di non
    essere stata una brava madre. Eppure te lo scrissi ( tu avevi solo sette
    anni): " parto per Santiago, vado a cercare la mia anima, la muchilla è
    leggera , ma l'anima è pesante; tornerò e mi prenderò cura del tuo
    destino". Tu chissà che capisti , io mi esprimevo così cripticamente; ora lo
    sai : io ti Amo, di un Amore gratuito, totale assoluto e vorrei tanto tornare
    indietro a quelle vacanze in Sardegna quando vivevamo ancora in simbiosi.
    2008: i preparativi per la partenza, la voglia di evadere, il traghetto che ci
    aspetta. Noi abbracciati sulla nave ci teniamo per mano; poi ci tuffiamo
    nella piscina , tu a cavalluccio su di me, mi chiamavi " mamma delfino". La
    sabbia bianca del golfo di Orosei, le gite in barca, il rotolarsi nell'acqua, le
    gare di nuoto; c'erano anche i tuoi cugini, e tu tra un gioco e l'altro leggevi
    il libro " Momo"; io in disparte il Fedro platonico e riflettevo sulla qualità
    dell'anima che sta lì da sempre dove l'abbiamo lasciata. Ricordi? Io te lo
    dicevo:" abbi cura della tua anima, coltiva la lettura e il sapere, ma non
    dimenticare di divertirti, perché la vita è dura".
    Povero bambino, penserete lettori, aveva solo 11 anni ! Eppure lui mi
    capiva e mi sorrideva in profonda intesa di sguardi.
    Non ti ho mai dato uno schiaffo: non l'hai meritato, ma non ti avrei mai
    picchiato, so che sole le parole arrivano al cuore di chi vuole ascoltare;
    ascoltami ancora, ti prego, anche se sono patetica in questo elemosinare il
    tuo amore.
    Oggi arrivano i parenti a farmi le condoglianze e, lo so, tu rimarrai chiuso
    nella tua camera; spero che qualche mia parola ti sia arrivata e non stia a
    guardare il soffitto; se uscissi con gli amici, io sarei felice, combatteresti
    questo torpore, ma so che non lo farai: sei schivo, come tuo padre, forse un
    po' diffidente. Fai bene? Non so, io mi sono fidata di tutti e sono rimasta
    sola nel momento del bisogno e forse questo ha condizionato la tua vita.
    Riprendila in mano! Non è mai troppo tardi; spero tu stia leggendo o
    studiando, ma chissà cosa c'è dietro quella porta, chissà quale è il tuo
    mondo. Ogni tanto ti vedo per casa giocare con tuo padre, lui ride da pazzi:
    sei un ragazzo ironico, ma io ne sono esclusa. Oh come vorrei entrare nel
    tuo mondo!
    Tu sei come i miei alunni, solo io so come sono cambiati: prima l'insegnante
    era un confidente, oggi spesso un nemico da combattere col silenzio, come
    per preservare un mondo nel quale non si vuole che gli adulti entrino. Venti
    anni fa, ricordo, una mia alunna scoppiò a piangere a dirotto dinanzi la mia
    interpretazione de " La madre" di Ungaretti"; oggi gli alunni non si
    commuovono più, non piangono per i Poeti, vivono la scuola come un
    fardello e non come diritto allo studio.
    Questa è un'altra fonte della mia sofferenza: il sentirmi esclusa da loro,
    anche da loro. Vivo da esule in questa valle di lacrime, cerco una spalla su
    cui poggiarmi, una spalla di una persona buona che non mi tradisca e tu,
    figlio, non mi tradire, ma ascolta le mie parole, mentre va la canzone di
    Vecchioni : " Figlio, figlio, figlio".
    Vecchioni, caro collega, come mi turbano le tue parole e come è affine il tuo
    sentire al mio! Sarà la formazione culturale classica che ci fa avvertire così
    profondamente o un'affinità elettiva: abbiamo la stessa acutezza di
    pensiero e soffriamo per le stesse ragioni.
    Quando ascolto questa canzone, so mettere in ordine le mie priorità:
    all'apice ci sei tu, sempre tu, e scusami se ti amo tanto; non sentire la
    responsabilità di dovermi corrispondere: cresci, fa' la tua vita...io mi metto
    da parte".
    Io parlavo tra me e me , ma lui mi sentì: la porta si aprì e..." mamma
    apparecchio la tavola?" Io fui di una felicità estrema , sentii tutto l'orgoglio
    di madre, lui mi baciò pudicamente sulla guancia e mi disse come quando
    era bambino: " il pollo è pronto? ci sono anche le patatine?" Io capii : lui
    non aveva dimenticato; teneva stretto a sè un capo del filo della memoria
    ed io l'altro. Questa volta avevamo vinto la tirannide del tempo.

  • 22 marzo 2013 alle ore 3:16
    Bruno e la tempesta

    Come comincia: C'era un uomo di nome Bruno, che viveva in un piccolo paese tranquillo.
    Non era ricco, non era povero, ma aveva una casa, un gruppo di amici col quale si ritrovava al bar. Commentava i risultati sportivi e le vicende politiche, senza sovrastare il parere degli altri.
    In trent'anni non era mai uscito dalla sua routine.
    Una sera ci fu un temporale bello grosso che provocò parecchi danni alle abitazioni, tanto che alla casa del poveretto strappò via il tetto come si fa con una scatoletta di tonno.
    Il mattino dopo videro Bruno incamminarsi con un grosso zaino e lasciare il paese.
    Passarono quasi dieci anni, quando un temporale simile si riversò di nuovo sulla cittadina.
    Il giorno dopo, una figura con la barba lunga, un grosso zaino, con vestiti puliti ma logori dall'utilizzo, entrò nel bar del paese.
    Qualcuno sospettoso, fece cenno al barista imbarazzato di chiedere informazioni al viandante
    - Ehm... Salve, cosa posso fare per lei?-
    L'uomo dalla barba lunga - Il solito grazie.-
    Il barista con aria pensierosa guardò il resto dei clienti, poi si rivolse di nuovo all'uomo
    - Non saprei, vuole un caffè?-
    L'uomo sorridendo - Posso avere la barba lunga ed esser stato via dieci anni da qui, ma io prendo sempre un amaro alle erbe-.
    Al che il barista e gli altri si ricordarono del loro concittadino andato via da parecchio tempo e con fare festoso cominciarono a salutarlo. Il macellaio del paese, famoso per essere un ficcanaso, fu il primo a porgli la domanda che tutti si stavano pensando - Che cosa hai fatto in questi dieci anni?-
    Così Bruno, sorseggiando il suo amaro rispose in tono pacato - Niente...-
    La gente era sbalordita per la risposta. Il farmacista noto per essere uno stacanovista borbottando chiese a sua volta - Come sarebbe a dire niente? Hai girato per il mondo!? Sei stato via dieci anni, avrai fatto qualcosa!-
    Bruno allora appoggiando il bicchierino si girò verso il farmacista - A dire il vero ho pensato. Pensato parecchio, camminato molto ed ho visto buona parte del mondo-.
    Lo stupore si diffuse tra i clienti, mentre il parroco, forte bevitore di brandy e fervente religioso, si avvicinò a Bruno e dandogli due buone pacche sulle spalle eslamò - Chiaro che hai visto le cose belle del Signore, e sei ora qui per raccontarcele! 
    Ma Bruno in realtà fece cenno di no. - Mi dispiace ma non ho preso appunti durante questi anni e non ho niente di eclatante da raccontare-.
    Il libraio quasi si soffocava col prosecco - Come non hai preso appunti e non hai vissuto niente di straordinario? Di solito chi parte per queste esperienze, poi torna e pubblica un libro, fa un documentario... te non hai tenuto nemmeno un diario?-
    Allora Bruno con un sorriso rispose - Mi dispiace, ma ero troppo preso a viverla la vita che a perder tempo per annotarla e viverne i ricordi. -
    Detto questo pagò il suo amaro e si avviò verso la porta.
    Il postino allora tentò un ultima domanda.- Ma almeno dicci perché hai scelto di partire quel giorno dopo la tempesta! -
    Fermo sull'entrata Bruno si girò verso il postino - Quando il temporale mi portò via il tetto ho avuto paura che si portasse via la mia vita senza che io avessi fatto qualcosa per me. Allora l'ho inseguito in giro per il mondo per dimostrargli che ero coraggioso-.
    Detto questo Bruno uscì e lasciò di nuovo il paese. 

  • 21 marzo 2013 alle ore 18:44
    Anji, Berta, Carla

    Come comincia: Ne incontrai una con in mano una pistola, disse che si era stufata, al collo aveva un rosario, mi insegnò a prendere di petto il cuore.

    Un'altra si innamorò di me, mi dava amore e lacrime sincere, io non capivo perchè piangeva e il mio cuore diventò di pietra quando la lasciai.

    Alla fine volli una bugiarda, compagna al mio fianco fino alla morte, agli occhi del mio cuore avevo sposato una rosa, dietro le mie spalle invece cresceva una serpe.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:50
    La Partenza

    Come comincia: Non riuscivo più a tenere a bada quei miei sentimenti contrastanti; in quel momento il mio corpo voleva avvinghiarsi al suo, immergersi in una passione senza fine ne tempo arrivando a sentirlo dentro di me con una chiara luce e fu così che lo baciai, ripetutamente, sulla bocca sua stupita quanto il mio cuore. Sentivo il trepidare delle sue mani che tentavano, in vano, di separarmi da lui, il palpitare del suo cuore sfrenato ed insicuro, la sua lingua avvinghiata alla mia incosciente di ciò che stava accadendo, ma decisa a non fermarsi, a rimanere dentro di me ed esplorare ancora un po’ l’interno della mia bocca, il mio palato, la mia saliva che s’univa alla sua. La passione, quella sera, ci avvolse di una luce fioca e biancastra che emanava una tenera e piccola lanterna ad olio poco distante da noi, come se, di lì a poco, si sarebbe spenta lasciandoci nella dolce brezza della notte senza disturbare ne essere testimone di quei desideri erotici e perversi. Sentivo di non amare Han fin nel profondo e che l’unico sentimento che m’univa a lui era amicizia, stima, dedizione ed affetto ma, per qualche strano motivo, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo; forse perché volevo provare l’ardore del proibito, scoprire l’orgasmo vero, o forse perché sapevo che Han mi voleva bene quanto glie ne volessi io e che avevamo fatto si che la passione prendesse il sopravvento sui nostri sentimenti confusi. Non ci spingemmo oltre quella sera; smettemmo di baciarci d’improvviso, contemporaneamente, l’uno spinse l’altro  lontano da se stessi come fosse un gesto di autodifesa o di razionalità, avevamo preso coscienza dell’atto compiuto ed eravamo pentiti.
    “Non so perché, ma per qualche strana ragione, avrei voluto fare l’amore con te. Ma momenti così non si ripeteranno più, Maya! Mio fratello Williams ha posato il suo interesse su di te e non voglio essere legato a qualcuno che si legherà ad un altro”-! Disse con la mano tremante, con ancora il desiderio di avermi in corpo. Io mi limitai ad udirlo, a guardarlo ed a scoprirlo con gli occhi arrossati per il pianto, dopodichè gli feci un cenno per dirgli che aveva ragione ma che, fino a quel momento, non ero legata a nessuno e nessuno era legato a me se non quell’uomo che avevo davanti. Così, tra uno sguardo e l’altro, si congedò amorevolmente come niente fosse accaduto, mi baciò la mano, fece un breve inchino ed andò nelle sue stanze mentre io, ancora incredula di quel che avevo fatto, me ne restai impalata su una sedia sotto al gazebo verde, fissando i fiori che aveva calpestato Han nell’andare via; subito mi chinai a riprenderli ma gesto inutile fu il mio, perché quei fiori non erano stati calpestati da noi ma da una figura nera che mi apparve d'improvviso. Mi spaventai e prima che potessi proferire uno strido che avrebbe svegliato tutti, mi tappo la bocca con la sua mano inguantata; riconobbi il suo profumo e quei suoi lunghi capelli.
    “Che ci fai tu qui”-? Mi disse d’impatto con l’aria annoiata ed infastidita mentre lo fissavo con occhi increduli, con ancora la sua mano sulla mia bocca.
    “Mi lasci”-! Dissi nella mia lingua, presa dalla paura.
    “Conosco la tua lingua, signorina Maya! Sono stato sette anni in Italia e l’ho ben appresa”-! Mi disse sorridendo.
    “Non m’importa se conoscete la mia lingua e adesso lasciatemi passare”-! Dissi completamente rossa di rabbia e vergogna, quando d’improvviso mi prese il braccio con violenza facendomi voltare verso di lui.
    Mi guardò intensamente negli occhi e mi sussurrò all’orecchio parole di sfrenato egoismo e sfacciataggine;
    “Per quanto tu possa voler bene ad Han, lui non può appartenerti. E' in cerca di una musa che non si trova in te. Se parte è perché vuole allontanarsi dalle cose che detesta e, a parte noi, anche da te”-! Mi disse con un leggero sorriso diabolico, stroncato da una mia sberla; mi voltai e mi diressi verso la porta che dava nella prima entrata del palazzo, mente lui continuava a parlami.
    Corsi come una forsennata per il corridoio che portava alle mie stanze, aprii la porta e la chiusi di scatto dietro di me, poi mi tuffai nel lettone scoppiando, poco dopo, in altre lacrime che mi consumarono gli occhi.
    Il giorno dopo mi destai con occhi rossi, fiammanti e gonfi che, il sol guardarli di sfuggita, mi spaventai; non ebbi il coraggio di scendere e mi segregai per un’intera settimana fino a quando Han partì.  Prima di andare al porto, salutò tutti con baci e carezze e solo con Williams ci fu una semplice stretta di mano, come se ci fosse qualcosa sotto che aveva spezzato il filo della loro complicità fraterna, quando poi chiese di me ed una cameriera gli disse che era una settimana che non uscivo dalla mia stanza, corse dentro e bussò alla mia porta leggermente, come se volesse rispettare il mio silenzio senza irromperlo con violenza o rabbia.
    “Maya”-? Disse con voce bassa senza il minimo rumore od altro ed io, con l’orecchio teso vicino alla porta a sentir il suo sospiro colpevole, ero pronta a farlo entrare ad una sol parola d’amore.
    “Maya, io parto! Ma tornerò presto, lo farò per te. Non avere fretta, non prendere da altri ciò che non t’ho dato, pensaci bene e sii davvero certa delle tue scelte”-! Disse baciando la porta come se quel bacio fosse rivolto a me che giacevo dall’altra parte.
    Tentai di aprire ma non ci riuscivo, tremavo, guardavo il vuoto, sentivo come se una parte del mio corpo venisse venduta, come se i miei organi deturpati venissero bruciati e lacerati ma forse, in quel momento, enfatizzai il tutto perché, dopotutto, Han partiva per un breve tempo ed io non ero nessuno per dirgli cosa fare, così mi feci forza e girai la maniglia con velocità spalancando la porta con una sola mano. Davanti a me non c’era Han, lui era andato via per il timore di rincontrare il mio sguardo triste, lì davanti c’era lui, Williams, che mi fissava.
    “Han è partito! Perché non l’hai salutato”-? Mi disse all’in piedi con aria distinta, mentre io avevo gli occhi spalancati dai quali sgorgavano grosse lacrime che mai sembravano volessero cessare. S’abbassò e tese un braccio per farmi alzare; gli dissi, tra le lacrime, di aspettare solo un attimo, un solo minuto per terminare quelle inutili lacrime infantili che tanto cercavo di asciugare.
    “Solo un  minuti, ti prego! Adesso smetto, te lo giuro! Solo un attimo poi mi alzerò e tornerò ad essere quella di prima, per questo ti chiedo solo un altro minuto”-! Dissi coccolata fra le sue braccia.
    “Piangi pure, sfogati, disperati tutto il tempo che vuoi, ma sappi che domani dovrai rialzarti e tornare te stessa”-! Disse accarezzandomi il viso.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:26
    La Notte Dei Fuochi D’Artificio

    Come comincia: “E’ così stressante starti dietro. Non capisco proprio come sia potuto succedere. Forse era meglio che me ne stavo al mio paese”-! Dissi sospirando;
    “Tanto ormai, mio bel principe, una volta partita non vi rivedrò più e staremo tutti meglio, non credete”-? Dissi voltandomi verso di lui con aria rassegnata. Scorsi nell suo viso un'espressione triste, malinconica  e dolorante
    “Perché tenti sempre di rovinare tutto? Perché supponi sempre che non ti ami”-? Mi disse guardando la mia immagine riflessa nell’acqua.
    “Perché per quanto io mi sforzi di amarti sempre meno, alla fine t’amo sempre più. Fin quando la cosa resterà così, sempre tali saranno i miei pensieri”-!
    Baciai dolcemente le labbra, dopodiché mi congedai e mentre salivo le scale per tornare nella sala della festa, lui s’alzò dirigendosi verso l’uscita. Quando si voltò a guardarmi sorrise dolcemente, poi abbandonò la villa e, di conseguenza al suo andarsene, meravilgiosi fuochi d'artificio esplosero nel cielo nero.
    Tornai alla festa che abbandonai poco dopo e, una volta arrivati alla tenuta, dormii come non lo avevo mai fatto; serena, senza presentimenti ne pensieri distorti."

  • 19 marzo 2013 alle ore 17:06
    Così parlò mio nonno

    Come comincia: Umberto mi chiede perché ce l’abbia tanto con i critici.
    Credo tutto dipenda dall’assonanza che questa parola ha col nome d’uno strano personaggio di cui mi parlava con autentico odio mio nonno Domenico (Dio l’abbia in gloria) quando mi narrava le sue favole.
    Io adesso le chiamo favole, ma lui ne parlava come di fatti realmente accaduti che erano stati a lui tramandati da suo nonno e a quest’ultimo da suo nonno (l’inizio della storia si perdeva nella notte dei tempi).
    E tutti avevano un autentico odio verso questo personaggio.
    Dirò adesso perché.
    Dunque questo personaggio si chiamava Kriticus, ma questo era solo un diminutivo del nome intero, che, quando era pronunciato dal personaggio in questione suonava: Punt Kriticus Franobis. Il personaggio riteneva infatti che chiunque fosse importante come lui dovesse avere un nome lungo.
    Allora, il fatto risale a circa un milione di anni fa (millennio più, millennio meno).
    Alcuni Uomini (non avevano ancora scoperto la ricchezza del Palazzi e si chiamavano fra loro con l’identica parola che più o meno suonava: "Uooom". Da cui il successivo "Uomo" scritto così, con la maiuscola), alcuni Uomini dicevo, avevano scoperto - oltre al fatto che il fuoco scotta - che se si mettevano in quattro o cinque di loro armati di lance e bastoni riuscivano a spaventare perfino le bestie più grosse, e le bestie spaventate, questo si sa, tendevano a cadere più facilmente in trappola.
    Dunque scavavano grandi buche, mettevano dei bastoni appuntiti in fondo a queste buche (avevano scoperto che bisognava metterli con le punte verso l’alto perché funzionassero da spiedi) e andavano poi alla ricerca della preda. Il problema, una volta scovata, era mettersi a gridare tutti assieme, agitare lance e bastoni, scagliare sassi finché la preda si spaventava, si metteva a correre nella direzione lasciata libera dagli Uomini e cadeva così nella buca.
    Ora, mentre tutto questo era, in teoria, facile, (esisteva anche allora la teoria) il problema nasceva quando si trattava di trovare chi partecipasse alla caccia, perché chi per un motivo, chi per un altro, tutti dicevano di avere altro da fare.
    Il personaggio che aveva sempre altro da fare era questo Kriticus. Comunque, bene o male, si trovavano sempre quattro o cinque nel villaggio che partecipassero alla caccia. I pareri su costoro erano molto discordanti. Benché il Palazzi del linguaggio non fosse a quei tempi molto esteso, per definire costoro si erano inventati tanti termini. Chi li chiamava "geniorum", chi "pazzorum" e chi "artistorum".
    Kriticus li chiamava, brevemente, "fessis".
    Dunque, un tempo accadde che nel villaggio vi fosse molta magra. Scarseggiavano le patate e le banane. Scarseggiavano perfino i fichidindia che a quei tempi venivano mangiati con bucce e spine per non buttare via nulla. Non solo, ma le bestie avevano imparato che quando vedevano quegli strani consimili nient’affatto simili, dovevano fuggire a gambe levate (la parola zampe non era ancora stata inventata), cosicché da molto tempo come risultato delle loro battute di caccia diurne portavano a casa solo lucertole  (Kriticus diceva che facevano schifo, ma era quello che ne mangiava più di tutti: diceva che doveva nutrirsi bene perché stava lavorando ad una grande invenzione: lo specchius)
    Allora, a un certo punto, uno - di nome più o meno Diogenes - propose di fare una battuta di caccia notturna: col buio della notte gli animali non li avrebbero visti e non sarebbero subito scappati come, viceversa, succedeva di giorno.
    Diogenes era molto anziano (Kriticus diceva vecchio), ma siccome erano molto pochi i giovani che s'offersero di sperimentare le delizie della caccia notturna prese la sua lanterna e si unì al minuscolo gruppo (mio nonno non sapeva dirmi, poveretto, quanti fossero nel gruppo. Quando glielo chiedevo gli prendeva un attacco di quel difetto fisico - iperproduzione di cloruro sodico ed acqua - che purtroppo mi ha tramandato).
    Dunque, dopo aver scavato bellamente la fossa durante il giorno ed averla equipaggiata a "regola d’arte" coi pali appuntiti sul fondo, uscirono, col buio pesto, nella foresta. La lampada di Diogenes a mala pena serviva a illuminare i pollicioni dei loro piedi.
    Ad un certo punto si sentì un ringhiare enorme, spaventoso.
    Gli uomini ammutolirono ed il ringhiato cessò.
    Uno degli uomini fece, parlando sottovoce, ancora rattrappito dalla paura:
    «È il ringhiato più forte che abbia mai udito. Deve essere una bestia enorme.»
    «Sì» fece un altro, «deve trattarsi della terribile Fedes di cui mi narrava mio nonno. »
    «No, ti sbagli» fece un altro, «è Giustizias.»
    «No» fece il terzo, «è sicuramente Veritas.»
    L’udire questa terribile parola provocò negli Uomini ancora più terrore di quanto non avesse fatto l’urlo della Bestia, e tutti si misero a correre nella foresta.
    Inutilmente Diogenes gridava: «Non correte, non correte, se restiamo uniti vinceremo!»
    Gli uomini corsero. Diogenes rimase solo e la sua lampada si spense. E Diogenes cadde nella trappola che egli stesso aveva preparato il giorno prima e restò infilzato nei pali.
    Il giorno dopo, con la luce del sole, gli altri uomini andarono a cercare Diogenes, l’unico che non fosse tornato dalla sventurata spedizione. Lo videro al fondo della fossa, morente ma sorridente: accanto a sé aveva, infilzata in un palo come lui, la Bestia.
    «Ecco, vedete, muoio ma sono felice, perché ho catturato la più tremenda delle bestie: Veritas» disse con l’ultimo filo di voce.
    Scoppiò a questo punto la risata sconcia, sonora, di Kriticus:
    «Ah!ah!ah! la chiama Veritas. Ma non vedete che non è Veritas, non ne ha la forma, la struttura, non si regge in piedi. È solo un Gattus.»

    Nessuno ebbe il coraggio di contraddire Kriticus: qualcuno del villaggio aveva sparso la voce che fosse una specie di mago in grado di materializzarsi in più posti nello stesso istante e anche chi non aveva visto la cosa coi suoi occhi cominciò a temerlo perché non si sa mai.
    Solo un bambinetto sporco e scalzo (come tutti, del resto) si fece avanti e disse: «Gattus? Ma Gattus ha il pelo lungo e nero, e quel coso è senza peli ed è bianco. Inoltre guardate LUCCIC..!»
    Non fece in tempo a finire la frase che si prese uno  scappellotto sulla nuca: «Zitto, marmocchio!» gli fece Kriticus, «Non sarà Gattus,  ma di sicuro non è Veritas, perché Veritas NON ESISTE.»

    Quando chiesi a mio nonno se fosse vero che quello strano personaggio fosse capace di magie mio nonno rispose:
    «Quella d'apparire in più posti nello stesso tempo era solo un banale trucco: Kriticus aveva scoperto che poteva servirsi del suo specchius per duplicare la sua immagine e prendere per i fondelli quei poveri primitivi. Tuttavia qualche magia doveva pur conoscerla perché quel personaggio, periodicamente, quando nessuno se l'aspettava ricompariva, a volte a distanza di secoli o millenni, a volte cambiando nome - facendosi chiamare Scetticus o Sofisticus - ma ricompariva.»
    «Scetticus, Sofisticus...» - facemmo noi bambini - «E come si faceva a capire che era sempre Kriticus?»
    «Non è facile.» - disse il nonno - «La presenza di Kriticus non si può cogliere coi sensi, col ragionamento, ma solo col cuore, con l’intuizione.»
    «L’intuizio... cosa?» - fece mia sorella più piccola.
    «L’intuizione, piccola, l'intuizione...»
    Vedendo il nonno ridere, ridemmo anche noi.
    «L’intuizione potremmo dire che è come la verga di castagno per il rabdomante: quando s'avvicina all’acqua trema.»
    Poi qualcuno chiese: «E quando ricomparve?»
    «Oh, tante volte.» rispose il nonno. «Un’altra volta ricomparve quando morì un ebreo di Palestina, un certo Joshuà. Un brav’uomo che, senza volerlo, aveva compiuto opere prodigiose, ridato la vista ai ciechi, guarito lebbrosi, storpi ed indemoniati. Quando i sacerdoti lo accusarono di sacrilegio, per aver fatto delle cose che solo a Dio è dato fare - e per giunta di Sabato - si difese dicendo: Non sono stato io a compiere i fatti di cui mi accusate. È stata solo la fede nel Padre mio che ha compiuto i prodigi di cui dite.»
    Si beccò, ovviamente, la condanna a morte per crocifissione solenne, con ludibrio, perché aveva avuto l’ardire di proclamarsi Figlio del Padre!
    Dunque questo Joshuà fu portato sul monte Cranio e fu colà crocifisso assieme a due briganti.
    Uno dei due si chiamava Daimon (la bocca del nonno si contrasse in una lieve smorfia e la sua mano s'allungò in una carezza verso il viso della piccola Palmina. Nonostante la dolcezza del nuovo nome non facemmo fatica a riconoscere la vera identità del personaggio) ed era quello che chiese a Joshuà:
    «Perché ti hanno condannato?»
    «Perché ho detto la Verità.»
    «La Verità? E chi credi d’essere, Dio?»
    «Tu l’hai detto, fratello, e io ti dico che stasera sarai con me alla mensa del Padre mio.»
    «Ah! Ah! Ah!» rise osceno Daimon. «Se sei veramente il Figlio del Padre perché non lo chiami in tuo soccorso? Non sei tu quello che ha detto: Quale padre vedendo che il proprio figlio ha bisogno di pane gli darebbe un serpente?»
    Fu così che il povero Joshuà, il quale tutta la vita era stato un giusto e non aveva mai dubitato, per la prima volta dubitò.

    «Nonno,» chiese la piccola Palmina, «questo tale, questo Kriticus è ancora fra noi?»
    Il nonno continuò a sorridere con i suoi grandi occhi azzurri, ma tutti potemmo vedere chiaramente una piccola nube che li attraversava.

    Purtroppo venne un giorno che i nostri genitori ci condussero dal nonno e che questi non era accanto al fuoco, al braciere dove lui buttava le bucce di arance che spandevano profumo intenso e grato nell’aria. Ma era nel letto, in quel suo lettone alto dalla testata in ferro battuto. E tutti erano silenziosi e gravi.
    Solo noi bambini, incoscienti, per nostra fortuna, come sanno essere i bambini, continuavamo a entrare e uscire dalla stanza del nonno, rumorosi e lievi. Inutilmente i grandi ci facevano: «Sss! Bambini che disturbate il nonno!»

    Il tempo passava e noi bambini cominciammo ad annoiarci. La piccola Palmina disse:
    «Andiamo dal nonno e facciamoci raccontare una favola!»
    «Si!!!» dicemmo in coro.
    Nostra madre sentendo queste parole si arrabbiò:
    «Bambini! Vi ho detto di fare silenzio. Andate FUORI. Il nonno oggi non può raccontarvi nessuna favola!»
    Ma il nonno le fece (con una voce stranamente bassa):
    «Antonietta, lascia stare i bambini, ti prego. Sono felice di vederli, di sentirli ridere, giocare. Lasciami solo con loro, ti prego.»

    Ci mettemmo attorno al letto (la piccola Palmina, sul letto con lui, lo copriva di baci) e nostro nonno ci parlò ancora:
    «Bambini, ho poco tempo per raccontarvi una storia. Oggi sono un po' stanco, perdonatemi. Voglio dirvi solo due parole che mi disse mio nonno.»
    «E che a tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì.»
    «E che al nonno di tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì, bambini, ma lasciatemi dire.»
    «E come si chiamava il nonno del nonno del nonno del nonno che per primo ha detto le parole che stai per dirci?»  (Palmina era sempre troppo curiosa)
    «Aveva un nome che comincia con zeta, ma non so altro - le rispose il nonno (forse sorrideva). Dunque questo nostro lontano nonno, un giorno disse ai suoi nipoti:
    «Guardatevi dai profeti, ma ancor più dai falsi profeti.»
    E i nipoti gli chiesero: «Come faremo a distinguere i profeti dai falsi profeti?»
    E nostro nonno rispose: «I primi vi diranno di conoscere la Verità, i secondi vi diranno che nessuno conosce la verità.»

    Poi nostro nonno chiuse i grandi occhi azzurri e s’addormentò.
    Nell’altra stanza era venuto un signore, con grandi occhiali neri che gli coprivano gli occhi. Disse di essere un nostro lontano parente:
    «Sono il Professore Federico Agnostico. Sono il cugino della zia Margherita. Sono venuto a salutare il nonno.»

    Nessuno seppe mai dirmi chi fosse questa zia Margherita.

  • 17 marzo 2013 alle ore 14:35
    Lettera a Sofia

    Come comincia: Pietraperzia 21 giugno 2010
    Mia nobile Sofia, il dialogo che con te condivisi qualche anno fa, riportato nel mio libro - Accenti d’amore e di sdegno - , avrei desiderato tanto oggi poterlo proseguire ancora, seduto di fronte a te, ma motivi di salute, purtroppo, mi impediscono il salutare incontro, che dà immediata vitalità alla mia mente, perché, fatta la domanda, la tua risposta è pronta. Non potendo fare altro, ti scrivo, esponendoti i miei pensieri e il mio progetto, nonché il mio patema a causa delle difficoltà, in tutti i settori della vita sociale, che tutti noi incontriamo quotidianamente per colpa di disonesti reggitori, che si arricchiscono da parassiti sulle sofferenze del debole popolo. Anelo ad annientare con i miei poveri mezzi, la disperazione, mia cara Sofia, e gli atti insani conseguenti che l’uomo a forza commette a causa dell’incertezza di potersi guadagnare con il lavoro onesto e produttivo e col sudore un pezzo di pane e una casa. Spero, inoltre, che l’uomo possa vivere in pace, con fratellanza, con onestà e con giustizia sociale nel rispetto di madre natura. Io abito, come sai, in questa parte della terra chiamata Italia, della quale uomini d’illustre pensiero hanno ben descritto tutte le bellezze naturali ed artistiche, che altri uomini di gran talento ci hanno nei secoli donato. Ma oggi, purtroppo, a parte una sparuta minoranza, non emergono più grandi geni in tutti i settori delle attività, ma, invece, prolifera già da molti anni il malcostume, l’idiozia, la depravazione in senso lato, la corruzione, la concussione, il latrocinio: il denaro innanzitutto, il denaro soprattutto;  la micro e la macro delinquenza, l’ignoranza, la sopraffazione, la prostituzione fisica e mentale, il nepotismo, la schiavitù etc.Chi vuole un posto di lavoro deve conquistarselo con la sottomissione e l’asservimento alla chiesa, al politicante o al mafioso, cioè alle tre istituzioni delinquenziali. Dilaga la paidobìa (dal greco pais - paidos che significa fanciullo e bia o biazo che rispettivamente significano violenza e far violenza, quindi far violenza ai bambini, ai fanciulli e agli adolescenti; infatti, quella che viene chiamata da tante persone istruite erroneamente pedofilia significa tutt’altro e precisamente amore verso i bambini, come filosofia: amore per la sapienza et cetera filos = amico, cioè qualcosa di sublime, di spirituale. Ho voluto dare la spiegazione per coloro che non conoscono la lingua greca e sommessamente chiedo venia se sono stato cattedratico, ma ho ritenuto giusto farlo per far capire come tutto viene distorto a piacimento dai cosiddetti sapienti plutocrati e ierocrati in tutte le espressioni della vita umana a discapito del popolo debole ed ignorante. Parassiti! Voi siete quelli che traete salute dalla malattia degli altri. Non mi dispiace insistere in quanto in maniera umoristica voglio ricordare che  il termine spagnolo “pedo”  in italiano significa scoreggia, peto, e in siciliano “piditu”. Quindi, come si può essere pedofilo, cioè amico del peto? Anche voi, talenti della cattiva stampa, siete i peggiori divulgatori della scorretta lingua italiana. La lingua italiana non può sposare la lingua greca in maniera distorta per formare spesse volte anche vocaboli italiani di significato diverso e cacofonici. Voi, sapienti, che vigilate sulla purezza e sulla correttezza della lingua italiana, voi che nei vocabolari italiani ripetete gli errori e li perpetuate, dando l’imprimatur, non siete dei cultori del patrimonio linguistico italiano, ma della gente che “tira a campare”. Un tempo, mia cara Sofia, scrittori, giornalisti et cetera, come ben m’insegni, scrivevano e parlavano correttamente e si sforzavano sempre di più a descrivere notizie vere e costruttive, a migliorare il lessico. Manzoni, il grande poeta e scrittore milanese, decise financo di “ lavare i panni in Arno”. Oggi vi è una completa degenerazione non solo del pensiero, ma anche del linguaggio scritto e parlato. Inoltre, dulcis in fundo,  molte penne asservite scrivono, infatti, il pensiero del plutocrate pagante ed anche la loro lingua rispecchia il disonesto cervello dello stesso. La maggior parte dei quotidiani, settimanali et cetera o trasmissioni televisive spesso non rispettano la corretta lingua italiana; anzi a correggere gli errori, si finisce per fare brutte figure.  “Arti, lettere, onor, tutto è stoltezza in quest’età dell’indorato sterco, che il subitaneo lucro unico apprezza. Tracce d’amor di gloria invan qui cerco”. Oggi, infatti, purtroppo, è tutto giustificato nella forma e nella sostanza, come in materia ecclesiale, di giustizia, di politica e così via: gli orrori e gli errori più gravi si possono redimere e possono essere assolti. Così continuando, gli insegnamenti che si danno alle generazioni sono quelli che producono e produrranno i malesseri sociali più devastanti e degli stessi ne siamo tutti a conoscenza da gran tempo. Io penso che, pur vivendo in mezzo al fango, ognuno di noi deve sforzarsi a qualsiasi costo di scostarsi dalla massa. Chi ha una mente benpensante, ciò che dice o scrive è corretto nella lingua, nonché nella forma, nella sostanza e nell’operato quotidiano. Non ricordo chi disse che chi sa parlare bene e correttamente, sa pensare ed agire bene e correttamente, ma certamente aveva ragione. La lingua, come qualsiasi pensiero, idea ed altro è in continuo divenire e, pertanto, è giusto accettare le innovazioni e i neologismi, ma gli stessi prima di essere immessi nella lingua italiana devono essere accuratamente sottoposti ad uno studio etimologico con riguardo alla fonetica, alla morfologia e alla semantica; i neologismi non devono essere distorsioni linguistiche, come ho anzidetto, e neanche cacofonici, ma eufonici in senso lato. Alla stessa stregua si può dire anche dell’amministrazione della cosa pubblica: tutto si può e si deve  innovare, ma in meglio, adeguando il tutto ai tempi ed alle circostanze in cui si vive, ma soprattutto alle esigenze del popolo. Ho detto riformare in meglio e non in peggio come da molti anni, purtroppo, avviene in Italia per colpa della feccia della delinquenza politica ed ecclesiastica, che, a parte una piccola minoranza, governa dolosamente malissimo “ le genti del bel paese là dove il sì suona”, traendone vantaggi e privilegi a discapito del popolo, che per la sua passività ed indifferenza in maniera diretta o indiretta colposamente contribuisce negativamente alla buona riuscita di qualsiasi progetto amministrativo, anzi diventa, talvolta, il comburente o il combustibile, di cui si servono poi i feticci della pubblica delinquenza, sopra menzionata. Svegliati, popolo italiano! Sii cosciente e responsabile! Non strisciare mai ai piedi di coloro che tu hai reso potenti con la tua debolezza. Sii uomo e non un giullare. Non essere un numero di vile pecorame. Non abbassare mai la fronte, cammina eretto e non curvarti mai davanti a nessuno: chi ti sta di fronte è un tuo simile, che ha il tuo stesso sembiante, che sulla terra ha gli stessi bisogni, nonché gli stessi diritti e doveri. Rifletti! Applica il detto di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Sii resipiscente, popolo italiano! Mia nobile signora, mi piange il cuore, notando da tanti anni quanto è dannoso, infatti, per l’Italia e certamente per qualsiasi nazione candidare e poi eleggere individui indagati, condannati o anche  sospettati di avere amicizie losche ed altro di poco onesto e  poco dignitoso. Il candidato deve essere candido, pulito dentro e fuori ed anche i suoi parenti fino al terzo grado. Qualora non ci fossero i predetti presupposti, il candidato non è candido e quindi non è eleggibile per amministrare dignitosamente, onestamente, decorosamente e con onore la res publica a qualsiasi livello. Quanto sopra scritto vale per qualsiasi cittadino che volesse svolgere la sua attività alle dipendenze dello Stato. Oggi il popolo, ripeto, è completamente sottomesso, a parte una sparuta minoranza, al capitalismo clientelare, a coloro che io definisco criminalplutocrati e criminalierocrati, nepotisti, corrotti, concussi e collusi tra loro e con la mafia, che hanno accumulato ingenti ricchezze a discapito della collettività, impoverendola materialmente, moralmente, intellettualmente e socialmente, riducendola quindi psicologicamente alla schiavitù e spingendola alla distruttrice lotta civile. Al cittadino italiano, che oggi vuole far parte della pubblica amministrazione, dopo aver superato gli esami del concorso, vengono richiesti dei documenti, come si sa, attestanti lo stato di salute fisica e lo stato di salute morale: certificato medico, certificato penale, carichi pendenti ed altro; se non è in possesso dei predetti requisiti, anche se ha superato il concorso con ottimi voti e quindi è stato dichiarato vincitore, lo stesso viene escluso. Lo stesso procedimento dovrebbe essere adottato per coloro i quali aspirano a far parte della pubblica amministrazione in qualità di deputati, senatori et cetera, perché sempre di dipendenti pubblici si tratta, in quanto retribuiti, purtroppo, lautamente dal popolo, sovrano dello Stato, secondo il giusto dettato della Costituzione italiana. Infatti, sempre di concorso si tratta. Il cittadino che desidera espletare una mansione in qualsiasi settore delle attività dello Stato deve superare gli esami previsti dal bando di concorso (scritti, orali, quiz etc.) ed è giudicato da una commissione esaminatrice ad hoc nominata, per non dire di comodo, quindi truccata, che in relazione alle prove svolte più o meno bene o male (si fa per dire, perché è tutto pilotato, come già si è detto) dà un voto e, pertanto, il candidato (asservito e di parte) viene dichiarato vincitore del concorso o viene respinto (se è un libero cittadino senza padrino; inutile dire sulle assunzioni dirette). Alla stessa stregua il cittadino candidato al posto di deputato o senatore ( io, comunque, ritengo che venga eliminata la camera dei deputati: il senato sarebbe più che sufficiente per legiferare) dovrebbe superare la prova del concorso, che si configura nel comizio, (ma oggi neanche questo ed è inutile dire come avviene, perché tutti sappiamo che vergogna vi è nei partiti) cioè solamente nella prova orale e non è richiesto, a differenza del normale cittadino, che espleta un concorso per impiegato o dirigente, neanche il titolo di studio, che come dirò in seguito non dovrà più avere valore legale, soprattutto per le speculazioni a 360 gradi che si sono fatte su di esso; in questo caso la commissione esaminatrice è il popolo, che, asservito e ricattato, vota il candidato imposto a forza, perché se potesse non voterebbe quel delinquente, oggi sinonimo di candidato, il quale, dopo aver superato la prova, dovrebbe presentare i documenti, attestanti i requisiti, sopra elencati, come, ripeto, ogni altro cittadino candidato ai pubblici concorsi, e se non li ha, viene escluso e viene nominato chi in graduatoria lo segue, sempre che, è inutile ripetere, ne abbia i requisiti. Le candidature degli onesti cittadini dovrebbero essere poste in una graduatoria per tutte le attività dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Tutti i cittadini che  hanno  dimostrato capacità amministrative, relative al settore da amministrare, saranno inseriti a domanda nella predetta graduatoria e saranno, dopo l’elezione per votazione computerizzata, immessi a dirigere i vari dicasteri, comitati di studio e quant’altro, coordinamento delle Regioni, dei Comuni, che, autonomi e dipendenti dallo Stato, gestirebbero i loro territori per servire meglio e più da vicino il popolo in tutti i sensi. L’età dei candidati a svolgere qualsiasi attività pubblica dovrebbe essere di 35 anni per i dirigenti e per essere eletti senatori 45 anni, tenuto conto che abbiano dimostrato attivamente e in maniera esemplare le capacità. Solo così, quindi, si potrà fare pulizia morale e tutto il popolo ne avrebbe vantaggio. Spero vivamente, gentile signora, che il nostro passato ed il nostro presente non siano il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. E’ veramente vergognoso che l’Italia, culla dell’arte, sia infangata da “personaggi” che si alternano da molti anni nella panoramica parlamentare solamente per soddisfare gli interessi personali e dei loro addentellati a discapito del popolo; ma oggi, credo che si è toccato oltre che il fondo anche il sottofondo della suburra. Non c’è giustizia sociale come in nessun tempo, ma oggi, però, potrebbe riaccendersi la fiamma della disastrosa rivolta.Il mio desiderio, Sofia, sarebbe quello di vedere applicato in toto il celeberrimo ed acrònico discorso di Pericle agli Ateniesi nel 461 ante Christum natum, scritto dal grande storico greco Tucidide nel periodo di permanenza ad Atene, che qui testualmente riporto:Qui ad Atene noi facciamo così.Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.Qui ad Atene noi facciamo così.Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.Qui ad Atene noi facciamo così.La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.Qui ad Atene noi facciamo così.Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.Qui ad Atene noi facciamo così.Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.Qui ad Atene noi facciamo così.E noi qui, in Italia, in barba alla storia ed ai buoni precetti, ci sciacquiamo la bocca di essere più civili rispetto a quei tempi, ma da perfetti incivili ci adoperiamo barbaricamente a fare il contrario. Oggi al sostantivo democrazia, potere o governo del popolo, coniato con due termini greci, è stata definitivamente tolta la prima parte, cioè demos, che in greco significa popolo, e la stessa è stata sostituita dal verbo clepto, che in greco significa rubo. Infatti questo fanno i predetti delinquenti cleptomani, che giorno e notte “sacrificano” al dio denaro. Così la democrazia, perdendo il suo classico e giusto significato, è diventata definitivamente cleptocrazia o governo dei ladri. Reputo che la migliore forma di governo sarebbe l’anarchia. Ma perché si possa raggiungere un così alto livello di convivenza sociale, davvero sublime, dovremmo prima diventare persone civili, altruiste e solidali nelle idee e nei buoni comportamenti. Adesso, mia attenta signora, non essendoci i presupposti perché si possa realizzare l’anarchia, cui sopra ho fatto cenno, vorrei esporti il mio pensiero in merito ad una giusta forma di amministrazione dello Stato, che potrebbe dare pace, fratellanza e giustizia sociale, se ci sarà la volontà di tutti i cittadini, che, presa coscienza del malessere sociale che li sovrasta, perché loro stessi l’hanno causato, votando, purtroppo, con  indifferenza e passività, anelano con cognizione di causa a costruirne le fondamenta. E’ ora di mettere in pratica subito le parole pronunciate da Charlie Chaplin, contenute nel Discorso all’Umanità, tratto dal film Il grande dittatore.Ritengo, infatti, che l’uguaglianza tra cittadini debba stare al primo posto, perché è il pilastro, l’albero di maestra su cui poggia il quotidiano vivere sociale e politico del popolo. Quindi si deve operare in modo che tutti i cittadini possano sentirsi uguali in tutte le espressioni della loro vita, non solo in ossequio verso la Costituzione italiana, ma soprattutto per amore verso il proprio simile, venuto a forza in questa terra non per suo gradimento, ma, talvolta o spesso, a causa di effimeri ed anche  irresponsabili incontri di piacere dei “procreanti”. I cittadini, ripeto, dovranno sentirsi uguali davanti alla legge, di fronte a loro stessi, nel lavoro e così via; pertanto, nessuno potrà godere di privilegi e, peggio ancora, dell’immunità o dell’impunità a qualsiasi livello. Nessuno in Italia e, speriamo, in qualsiasi parte del mondo, ripeto, potrà godere d’immunità o d’impunità (dal presidente della repubblica all’operaio generico): tutti siamo uguali, lo ripeterò fino alla nausea, di fronte alla legge e la legge è uguale per tutti. Anzi, chiunque commette reati durante il mandato dovrà avere le pene raddoppiate, perché a lui fu data piena fiducia dal popolo, ritenendolo più capace ed onesto ad amministrare i beni della collettività. Tutti dovranno rispettare le regole scritte e quelle che, anche se non scritte, discendono dall’etica, dalla deontologia e dal buon senso umano. Chi contravviene, quindi, ai principi di etica, di onestà e di umanità nei confronti della collettività durante l’attività amministrativa nei diversi settori dovrà immediatamente essere estromesso per sempre dalla sua funzione e, dopo avere scontato la pena, assegnatagli dal giudice, dovrà lavorare per il resto della sua vita come operaio generico, svolgendo i lavori più faticosi. Ma in ogni caso il lavoratore sarà sempre rispettato e il lavoro avrà pari dignità. Gli studi compiuti, nonché i relativi titoli non avranno più valore legale: il lavoratore andrà avanti per merito e con passione ed umanità svolgerà la sua mansione per il bene della collettività.Chi sa o può di più dovrà compensare chi sa di meno senza farlo sentire minimamente inferiore. Sparirà il vecchio modo di pensare a piramide, ma si attuerà il salutare ragionamento a catena. C’è chi fa la colf, chi l’ispettore del lavoro, chi il medico, chi lo spazzino e così via; siamo tutti al servizio della collettività per percepire, secondo questo sistema, il corrispettivo, l’obolo per sopravvivere, ma nessuno è servo o si sentirà tale, se i suoi sentimenti sono da uomo libero, che con i suoi ottimi comportamenti agisce da padrone in tutte le espressioni della vita; da padrone, ripeto, non per asservire l’altro, ma per dominare sé stesso e svolgere con interesse e diligenza il suo lavoro per il bene comune.Molti saggi hanno trattato tanti temi, ma si sono soffermati poco sul tema della dignità del lavoro e del lavoratore, prima uomo e poi lavoratore; non si sono imposti, né s’impongono neanche i cosiddetti sindacati, anzi a mano a mano nel tempo gli stessi, a volte uniti ed altre volte divisi, spesso in conflitto tra loro, hanno mostrato la loro vera faccia o maschera e, facendo finta di interessarsi a quanto già scritto, hanno contribuito in combutta con i politicanti laici e clericali allo sfacelo sociale, traendo spesso, come tanti altri disonesti già menzionati, salute dalla malattia dei lavoratori. Dare dignità al lavoro ed al lavoratore significa annientare le disuguaglianze sociali, tutte le sperequazioni e le discriminazioni, che stanno alla base di tutti i malesseri sociali. Si dia, come è sacrosanto, perennemente al popolo la certezza del diritto e si applichi la giustizia distributiva, presupposti pilastro del sereno vivere della collettività. Ho voluto essere ripetitivo, pur non essendo mio costume di scrittura, né eleganza nelle dissertazioni oratorie; ho voluto farlo con cognizione di causa: la martellante pubblicità, talvolta o spesso ingannevole, infatti,  penetra a forza nelle menti e le indirizza. Spero, invece, che la mia ripetitività non ingannevole porti benessere. Mi viene in mente una frase  del grande scrittore e poeta tedesco, Goethe: “ Tratta le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutale a convertirsi in ciò che sono capaci di essere”. L’uomo e la donna avranno veramente pari opportunità in tutte le espressioni della vita sociale; quindi, saranno rispettati al massimo, essendo le due parti della stessa medaglia della vita. Quindi pene severe a chi fa loro violenza per avere cagionato grande offesa ad una parte molto importante degli esseri della terra; se tale deplorevole comportamento dovesse essere praticato da  persona, che per il ruolo rivestito deve dare esempio di etica, la stessa, oltre ad essere immediatamente estromessa dall’incarico, sarà sottoposta a pene ancora più severe. Un esempio eclatante di malcostume potrebbe essere certo Berlusconi, presidente del consiglio dei ministri, ed altri, purtroppo molti, “cortigiani, vil razza dannata”, ricordando di Giuseppe Verdi  la bellissima e celebre aria di Rigoletto,  che da parecchi anni infangano l’Italia dalle Alpi alla bella Sicilia, tanto da farle perdere la dignità ed il prestigio internazionale, di cui aveva da tanti secoli goduto. Comunque con l’individuo sopra menzionato e con i suoi addentellati, che ogni tanto da lui si separano per far capire che “lu pulici havi la tussi”, così si dice in siciliano, si è toccato veramente la parte infima del fango e della disonestà, mentre la cosiddetta opposizione, anch’essa, in minor misura rispetto al cosiddetto partito della libertà, costellata di ladri, forse dolosamente, ma indirettamente col suo operato aiuta il feticcio, di cui sopra, che marcia con le leggi ad personam, senza etica né comandamenti, come scrissi nel mio libro “Patema” nel 1971, ingrassandosi sempre di più a discapito dell’estenuato popolo bue italiano, che con indifferenza vota, come ho già scritto, con ignoranza e con  irresponsabilità, non pensando al grave danno che commette in quel giorno di baldoria che gli sembra festa, ma prepara un lungo periodo di tempesta, corrompendosi facilmente anche con una strizzatina d’occhio e calandosi  poi non solo i pantaloni, ma anche le mutande di fronte allo stesso feticcio che lui stesso ha eletto e che dallo stesso indi viene sottomesso. Le parole di Dante descritte nella sua Divina Commedia, Purgatorio, canto sesto, suonano oggi trionfalmente come un inno al feticcio Berlusconi ed ai suoi adepti: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Ti chiedo venia, Sofia, se qualche volta per rabbia il mio linguaggio non è garbato, come si conviene quando ci si rivolge ad una donna sublime, quale tu sei. Certamente so che mi assolverai, pur pensando che anche tu in maniera flemmatica, garbata  e saggia condividi la mia indignazione, pensando al popolo che soffre, mentre un Pulcinella imbroglione balla e si diverte, unitamente ai suoi scagnozzi, non curandosi del danno nazionale ed internazionale. Continuo, intanto, mia signora, a sottoporre a te il mio progetto, sperando che, magari in parte, si possa attuare  perché la collettività ne possa trarre i migliori benefici, annientando i tanti tarli roditori che quotidianamente e da tanto tempo la corrodono, mettendo in ginocchio lavoratori e piccole/medie imprese, nonché recando un grave nocumento all’economia, già debole, del paese. L’avviamento al lavoro e la sua distribuzione, avverrà per tutti i cittadini e in tutti i settori delle attività a qualsiasi livello per il tramite dell’ufficio del lavoro, che avrà sede in ogni comune a prescindere dal numero degli abitanti. Tutte le offerte e le domande di lavoro pervenute al predetto ufficio da parte di tutte le amministrazioni saranno al solito pubblicizzate in internet e la stessa  procedura sarà eseguita per le graduatorie e gli avviamenti al lavoro si faranno con l’uso dei più moderni sistemi informatici, poiché tutte le famiglie saranno dotate di computer in modo che ... continua

  • 17 marzo 2013 alle ore 13:46
    " Una carezza per andare in Paradiso "

    Come comincia: Spesso lo sconforto prende il sopravvento sul nostro entusiasmo quotidiano, gli eventi ci appaiono contrari in ogni momento della giornata. Cerchiamo una spalla su cui riposare, uno stabile appoggio per rilassarsi un attimo, versare qualche lacrima e ripartire oppure semplicemente una mano amica che si tende verso di noi per non farci sentire soli. Spesso mi sono guardato intorno e ho visto spalle, appoggi e mani tese davanti a me pronte a sorreggermi in ogni cedimento, ma come un soffio di vento le ho viste scomparire non appena lo status che le aveva spinte a concedermi aiuto cambiava di natura. Scompariva una mano se cambiavo lavoro, un'altra se lasciavo mia moglie, si allontanava una spalla se dimenticavo un compleanno, se non potevo permettermi di prestare denaro, se vestivo con più semplicità o se votavo a destra. Come per magia, mi voltavo e tutto l'affetto ricevuto, il supporto promesso e disinteressato lo scoprivo invece ricco di interessi, pregiudizi, luoghi comuni e banalità. Niente più spalle, niente più mani, poche parole di conforto e tanti tentativi di giustificare impacciatamente l'opportunismo umano. Ringrazio tutti coloro che mi hanno spinto ad abbassare lo sguardo un po' per delusione, un po' per malinconia perchè solo guardando leggermente più in bassi scorgi e ti accorgi di quella zampa pelosa che non è mai andata via, è sempre rimasta tesa ad attendere che tu ci poggiassi sopra la mano.
    Era li la mia salvezza, pochi centimetri di pelo e tanti metri di affetto sincero e disinteressato. Puoi essere ciò che vuoi, fare tutte le scelte sbagliate che ti pare, puoi addirittura offenderlo e allontanarlo, ma quella zampa non si abbassa mai, non si stanca per nessun motivo di essere tesa e protesa verso di te, di darti tutto l'aiuto e il sostegno che può. Una carezza per andare in Paradiso, per montare entrambi su un treno tutto nostro e dimenticare, in quei pochi secondi in cui la mano sfiora il pelo, gli umori e i disagi della vita. Stress, lavoro, bollette, discussioni, tutto ci sembra lontano in quel breve viaggio dalla testa alla coda; avremo voglia di ripeterlo all'infinito, di rimanere in eterno in quella posizione per goderci tutta la sua soddisfazione per un gesto così semplice. Abbiamo scelto i regali più belli per avere risposte tipo " ce l'ho gia " o "non era quello che volevo"; abbiamo fatto sacrifici enormi per ricevere un "grazie ma "; o addirittura solo il " ma ". Ci siamo inventati le storie più strane per ricevere un "sorriso o un si"; vestiti e pettinati per avere uno sguardo in più. E lui, con una carezza dalla testa alla coda, va e mi porta in Paradiso. Vivete pure di apparenze, truccate i vostri volti per sembrare abbronzati, più giovani, più belli, per coprire i difetti che vi rendono unici e mascherare le rughe di ogni esperienza che avete fatto. Colorate i vostri capelli per negare il tempo, le vostre unghie per copiare i fiori, lucidatevi la bocca per ingentilire parole che non conoscete.. Fate pure ciò che vi pare, ma non toccate la mia zampa pelosa per il vostro narcisismo e la vostra voglia di essere tutti uguali. Ogni un zampa un diritto, ogni mano un dovere nei confronti del vostro treno per il Paradiso. Ensitiv