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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 10 ottobre 2013 alle ore 23:47
    LETTERA DI UN'...ANIMA

    Come comincia: LETTERA DI UN'...ANIMA
    Voglio andare in una nazione dove il comunismo è fuorilegge, l' America magari, perchè anche voi in Italia professate ancora questa assurda filosofia che ha distrutto il mio Paese. Sotto la falsa bandiera dell'uguaglianza ha creato delle caste privilegiate togliendo al Paese ogni possibilità di sviluppo sia economico che culturale. Tutto il Mondo ha visto quale danni provoca questa cultura e ancora non si è deciso a liberarsene. Io sono stata bene in Italia, ma rabbrividivo ogni volta che vedevo la gente manifestare con bandiere rosse e l'effige del partito comunista. Perchè invece di essere un popolo unito siete ancora così divisi dal voler sbagliare in un modo o nell'altro, in nessun colore c'è giustizia; io non credo più in presidenti che fanno grandi promesse per il solo gusto di avere potere, non credo più ai gruppi che vogliono farmi credere di sapere cosa è giusto per me. Io voglio andare in un Paese bello, libero, ma che rispetti le tradizioni e la cultura di ogni popolo. Non credo che l'immigrazione sia sbagliata. E' giusto che ogni persona abbia la possibilità e la volontà di crearsi un futuro migliore. Il Mondo è di tutti e ognuno deve poter essere libero di girarlo come vuole nel rispetto dei propri fratelli e delle leggi umane. Io capisco perchè molti di voi italiani non amano gli immigrati o gli stranieri, perchè in realtà voi non fate altro che accogliere i peggior delinquenti che si approfittano della vostra buona fede e vengono per sfuggire alla giustizia del nostro paese che altrimenti li condannerebbe alla prigione. Voi accogliete ladri, stupratori, assassini, con compassione, ma senza preoccuparvi di sapere cosa hanno fatto nelle loro città e chi sono in realtà. Io non vorrei compassione da parte vostra, ma vorrei il rispetto della mia cultura e delle mie tradizioni. Avete anche messo un ministro di colore per dimostrare il vostro profondo senso di uguaglianza, ma la realtà è che non avete scelto quel ministro per le sue capacità, ma semplicemente per il colore della sua pelle. Che senso ha? Meglio un bianco capace che una donna di colore che deve solo creare l'illusione della vostra tolleranza. Lei non è capace, non comprende le reali necessità di un popolo, si limita a chiedere altra compassione, ma chi desidera tutta questa compassione? Anche gli immigrati hanno dignità ed orgoglio. Date cultura, date insegnamenti, date tecnologia, non compassione. Un bravo ministro è colui che sviluppa idee perchè il proprio Paese cresca, risparmi le proprie risorse energetiche e naturali e perchè i servizi sociali siano efficenti e validi per tutti. Italia è un grande popolo con un grande cuore, ma governato da opportunisti a cui nulla interessa del popolo, interessa solo dei propri loschi affari. Poi vi ritrovate a piangere i morti che non avete saputo accogliere, ma che se fossero rimasti vivi sarebbero stati un problema ancora più grande. Che senso ha? Perchè siete così ipocriti? Io voglio andare in una nazione dove non importa che lingua parlo, di che colore è la mia pelle o che forma hanno i miei occhi, dove posso pregare tranquillamente il mio dio senza scandalizzare nessuno, non deo sentirmi diversa nemmeno se uso una sedia con le ruote per camminare o se non sono bella e magra come le donne delle riviste di moda. Io crdevo che l' America fosse questo genere di Paese, ma poi mi sono accorta che accoglie tutti, è vero, ma tutti sono ghettizzati in comunità o gruppi a seconda della loro provenienza o della loro diversità. Io non voglio che mi illudano di essere uguale a tutti gli altri per poi " rinchiudermi " in aggettivi come asiatica, europea, ispanica, ebrea, cattolica, di colore ecc.. Io voglio andare in una nazione dove mi guardano solo nell' Anima perchè quella, sono sicura è uguale in ogni creatura e se tutti noi imparassimo a guardarci l'anima, scopriremo che siamo tutti fratelli ed è un peccato rimanere divisi.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 22:05
    L'ospite indesiderato nella mia infinita dispensa

    Come comincia: _Non  so  quanta strada abbia fatto e da  quale angolo o serratura  si sia innoltrato,l'ospite indesiderato ,per finire nella mia invitante e infinita dispensa.
    Non so quanti anni siano passati e quando é stato;
    Forse fu mentre dormivo in una cantina  un sonno artificiale,oppure quella sera ad agosto dopo un pomeriggio con Silvia ,una violenta  pioggia mi prese all'improvviso come se furono lampi  di avviso, io continuavo a camminare da sola  senza coprirmi.
    Oppure anni prima quando ritornando a casa
    mi prese un'acquazzone che arrivava fino alle ginocchia
    l'avvoltoio impaurito  e io invece camminavo libera sentendo come se quell'acqua  avesse osato sfidare un dio per cercare  di purificarmi da fatti che non mi appartenevano
    ( quella fu una pioggia santa ).
    No,forse l'ospite indesiderato entro' nella dispensa della mia anima quando ero sdraiata al sole...
    no no forse quando  tra  i rovi  coglievo le more..?
    Ah ecco,ho capito,entro' quando per anni fui costretta a guardare  le pietre  implorando salvezza alle stelle,o meglio esse imploravano al loro padre  la mia salvezza..
    si,entro' li  di fretta  approfittando di quei passi frettolosi..
    Ma che importa  come  e quando fu,so solo che si dice che l'ospite dopo un po' di giorni infastidisce,é poco desiderato,allora figuriamoci  quello di cui tu non sai della sua esistenza e mangia  di nascosto nella tua dispensa !!
    Tu non te ne accorgi perché hai carne da vendere,frutti eternamente  acerbi,alberi con foglie verde scuro e nel salotto liquori che stordiscono e nutrono perché si tratta  di amore
    con un bichiere  servito e riempito continuamente a meta'.
    nel tavolo al centro dell'ombellico dell'isola,un centrino ricamato  in un lontano giorno senza data e senza nome destinato a un vaso di fiori che non muoiono mai,pare ci sia un acqua piovana benedetta  da due rondini.
    Saprei come fare  per  sconfiggere  il topo
    ( l'ospite indesiderato),potrei fare uscire un temporale dal mio petto tra la gola  e  i fianchi
    ma poi  uscirebbe dagli occhi  e  non sarebbe  un dipinto
    Allora potrei andare a comprare del veleno come si usa fare  per loro,ma ricordo che  nella dispensa  abitiamo insieme,e allora non posso.
    Intanto lui,l'ospite indesiderato,continua a  mangiare nella mia dispensa..
    credo lo faccia mentre  dormo perché sapete,io  non sento i suoi rumori e non riesco a capire neanche se  mangia qualcosa dagli scompartimenti perché  c'é tanto da mangiare.
    Forse  si  ciba mentre  sto pensando,o magari adesso mentre ho tra le gambe un foglio obliquo e disteso come  un fazzoletto e  tra  le mani un inchiostro con cui far fuori il silenzio e sembra formarsi un ombra sul  foglio come fosse un pugnale,sembra sentirlo nel mio fianco sinistro , camera di ricreazione,stara' facendo un dispetto,lo riconosco da uno strano dolore che sento  per una strana mancanza.
    A volte inizia a mangiare quando mi sto preparando per uscire e  lui infame entra approfittando della mia distrazione  dal  trucco  e  dalla musica
    mentre  faccio un rito nativo  per la terra  o preparo il mio  canto d'amore,forse balla  con me e diventa un fantasma 
    mentre esco  di casa  lo sento nelle colonne  della stanza  tra le caviglie e le ginocchia  lo riconosco dalla  mia stanchezza ,
    forse aveva voglia  di miele e lampone..
    Come potrei fare per  scacciarlo?
    annegarlo non si puo'
    avvelenarlo neanche..
    fare finta  che  lui non ci sia
    ci riesco benissimo  é un potere particolare
    la mente
    ma comunque puo' accadere  che ti appare improvvisamente dopo mesi o anni davanti magari con i suoi occhi o sottoforma  di  donna  vestita da sposa con le zampette rosa
    no no,un vero incubo
    Allora ho trovato,potrei conoscerlo:
    -"Salve,mi chiamo Luna  che nasce  ,i nativi  mi hanno dato questo nome  perché  gia' da bambina parlavo  con l'amica luna e ogni giorno da allora nasco sempre bambina e tu?"
    -"io mi chiamo ospite indesiderato  e  tu mi chiami topo,quello che si ciba senza permesso  e  di nascosto  nelle dispense e nella  tua  c'é cosi' tanto da mangiare e da scoprire che non ho neanche  il gusto perverso di arrivare al sapore  delle tue ossa che quasi quasi scoppio e  muoio prima io"-
    _Ah grazie della sincerita ' topo,farti morire  scoppiando come  un maiale  potrebbe piacere anche  a me  che ho la mente perversa
    ma sono nata  sotto una luna d'argento e ho il cuore tremendo
    dammi la mano andiamo a vedere il sole  e farci  sorprendere  dalla pioggia  ti ricordi?
    urliamo insieme innalziamo il vento tra gioia e dolore  facciamo  nascere  un posto dove  chi non ha un anima non ne sente il rumore,si chiama grand kenyon vieni con me!"
    Dove sei?
    topo..
    topo?

  • 10 ottobre 2013 alle ore 12:16
    Cuore di cane, cane di cuore.

    Come comincia: Mi manchi. Stasera di più. Stasera ero in un posto dove non ti ho mai portata con me e all'improvviso ci ho pensato a questo, pensavo che ti sarebbe piaciuto stare sulla verandina a osservare il passaggio, tra una carezza e l'altra dei ragazzi. Con la tua ciotola piena d'acqua da svuotare, da vera cliente a cui tutto è permesso. Pensavo che nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, stava tutto muto negli occhi, negli sguardi, nei gesti. Le tue zampe erano il mio bastone, la tua coda il mio timone, il tuo pelo era il maglione che indossavo meglio, il tuo viso era una calamita per le mie mani, tenerti stretto a me era il più bel sentire del mondo, io non ti toccavo, ti stringevo sempre a me. Da quando te ne sei andata sono passate tre primavere e poche migliaia di chilometri, farti vedere il mondo penso sia stato il regalo più grande che ti abbia potuto donare, eri felice e portavi felicità nelle persone, come solo i bambini sanno fare. Ricordo i bambini che venivano apposta a vederti in negozio, c'era quella bimbetta bionda con gli occhi colore del cielo che ora sarà già una signorina, arrivava sempre di sabato pomeriggio accompagnata dalla mamma e chiedeva di poter stare qualche minuto con te. Tu eri bravissima, ci sapevi fare con i bambini, riuscivi a importi anche a loro e credimi non è facile. Quel qualche minuto diventava sempre una mezzora, a volte un'ora, una volta ricordo che successe il finimondo quando arrivarono in contemporanea due bambini per stare con te e uno si mise a piangere perché reclamava l'esclusiva e tu mi guardavi come a chiedere cosa stesse succedendo. La nostra complicità era assoluta, la nostra intimità speciale, eppure nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, parlavamo di musica, di ragù, dei problemi di ogni giorno e quando rimanemmo soli ti mostrasti matura, responsabile, avevi capito e sapevi che io avevo bisogno di te per guarire, per sentirmi utile, per non mollare. E' l'età che ci frega amore di papà, penso, a quando mi guarderai adesso, cosa penserai nel vedermi ridotto così, con questi giorni privi di slanci che paiono contati e scritti da un’analfabeta, giorni buoni per metterci una ics sopra a ogni lampeggiar di stelle. Tutte le tue cose sono ancora qui, come se tu dovessi tornare da un giorno all'altro, niente è stato spostato, i tuoi teli tutti piegati al loro posto, tutti tranne quello che ti ha avvolto il giorno che te ne sei andata via. E' che stasera ho avuto l'impressione per un istante che tu fossi li con me, mi sono voltato lentamente di scatto per cercarti, forse c'eri davvero, sei passata a trovarmi nel luogo dove vado a rifugiarmi quando tutto mi sembra perduto. Sai che ora lo capisco di cosa noi parlavamo veramente.

  • 10 ottobre 2013
    Andiamo a coricarci

    Come comincia: “Andiamo a coricarci”, questo era il termine serale, a Villa Adela, il comando incontestabile, di nonna Amina. Un vocabolo, che ho lasciato a quegli anni di bimbo, chiudeva la mia giornata. Confesso di non averlo mai più incontrato, eppure, aveva la magia di comunicarmi sonno, in quelle poche sillabe. Mentre le giovani, mia madre e sua sorella Maria, adempivano ai riti serali, spargendo, nell’aria, risa e profumi di fiori e di lavanda, nonna Amina, meridionale, i capelli bianchi in treccia, raccolta sul capo, veste nera, eterna e inspiegabile, mi prendeva per mano e mi portava su, per le strette scale, al primo piano della villa. La camera da letto, vasta, bianca alle pareti, un letto matrimoniale di ferro battuto, nero, troppo alto, per la mia età, mi attendeva per il complesso rito della svestizione. Ogni indumento, mio, andava piegato con cura e deposto, in un ordine perfetto, ai piedi del letto. Doveva essere a portata di mano, per potersi vestire velocemente, in caso di terremoto! Ma la nostra località, Serravalle Scrivia, piemontese, non era certo una zona sismica. Io, previlegiato, avrei conosciuto, in anticipo, i pericoli da affrontare, in caso di un inaspettato terremoto. Non tutti potevano vantarsi di avere, come nonna, una sopravvissuta al terremoto di Melfi, nel ‘30. Alla prima scossa, vestirsi rapidamente, sarebbe stato il modo più opportuno, altrimenti, sarei rientrato nel suo quadro, che continuamente mi rammentava, a sera. Esseri nudi, urlanti, fuggiti dalle macerie, che correvano in una nuvola di polvere bianca. Il quadro, che mi sono portato dietro negli anni, è la sua descrizione di cavalli imbizzarriti, fuggiti dalle stalle, che attraversavano di corsa, in ogni direzione, le strade principali della cittadina. Era il secondo pericolo, per coloro, che erano sopravvissuti ai crolli. Cadevano sotto gli zoccoli, nel panico disperato della fuga. Nitriti, urla, lamenti. Nessun regista lo ha mai riportato. Il film, che mi è rimasto in mente, del terremoto di Melfi, ha nonna Amina, come regista.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 23:30
    Il Bambino di pietra

    Come comincia: In un cimitero c’è molta più gente di notte che di giorno.
    Ma questo a Umberto chi glielo poteva dire? Le sue bottiglie di vodka? Forse, dato che lo avevano portato loro lì. Lui non sapeva neanche da quale cancello fosse entrato. O aveva scavalcato il muretto.
    Era lì, punto e basta. Tanto valeva cercarsi un posto in cui aspettare la prossima maledetta mattina. Entrò nella prima cappella che gli capitò a tiro, ma ne fu cacciato a cazzotti e pedate. Era già occupata.
    Cercò di spremersi almeno un sorso dall’ultima bottiglia. Neanche un goccio. La gettò con un rabbioso ruggito a terra spaccandola in mille pezzi. Subito un gruppetto di ragazzini si precipitò fuori da un’altra cappella correndo e squittendo come topi appena sentono miagolare. A Umberto scappò una risata: tonti, forse pensavano che fossero stati i fantasmi! Andò a vedere: chissà, forse nella fretta avevano lasciato qualcosa da bere, qualsiasi cosa gli facesse compagnia in quelle lunghe ore buie e fredde che gli sembravano già un’eternità. Dentro non trovò che una bottiglia di birra. Serviva solo a riempire la vescica, ma la prese senza pensarci, le si attaccò al collo come al seno di una mamma. Se solo fosse stata vodka o rhum! Ne avrebbe bevuto tanto da cadere in coma!
    Ecco, già doveva andare a liberare la vescica da qualche parte. Puntò il primo albero che gli capitò a tiro.
    Ma era talmente sbronzo che sbagliò la mira e finì per inzuppare un Gesù Bambino di pietra su una tomba a due passi da lui, una tomba coperta di pupazzi e macchinine; la foto era quella di un bambino di cinque o sei anni.
    Se ne stette a guardare come un ebete l’orina densa e puzzolente che rigava il corpicino bianco.
    E scoppiò in lacrime.
    Qualcosa dentro gli aveva fatto crac. Aveva toccato il fondo. Più schifo di così non poteva fare.
    Ma quella non era una fontana, con tanto di secchio? Senza star li a pensarci vi si precipitò, riempì il secchio fino a che l’acqua non strabordò da tutte le parti, riuscì bene o male a sollevarlo e a inondare il Bambino. E non avere neanche un po’ di sapone, per quella puzza! Preso da una specie di furia razziò tutte le tombe là vicino dei fiori più profumati che poté raccattare, staccò tutti i petali, ci strofinò il Bambino e lo risciacquò finché non s’inzuppò anche lui fin dentro le scarpe, si tolse la felpa e anche la maglietta per usarle come spugne, stropicciò il bambino palmo a palmo. Scusami, continuava a ripetere, qui è ancora sporco, qui puzza ancora ma non ti preoccupare ti farò tornare io fresco come una rosa. Ma quanto era bello, alla luce della luna non sembrava nemmeno di pietra. Un bel bimbo paffuto, di quelli da mangiarseli di baci. Se ne stava lì in piedi sulla tombicina con le braccia aperte che saltellava, faceva i capricci, voleva esser preso in braccio. Voleva lui, Umberto, l’ubriaco, il barbone, quello che più schifo di così non poteva fare.
    Una bottiglia di chissà che cosa s’infranse contro il Bambino massacrandogli tutto il lavoro.
    Umberto scattò su come un gatto cui hanno tirato la coda.
    Erano in quattro o cinque, ragazzini, diciotto anni o giù di lì che sembravano cadaveri usciti dalle tombe per quanto erano pallidi, e pure con gli occhi cerchiati di matita nera; neanche a farlo apposta sulle magliette nere risaltavano teschi, scheletri, pugnali. Guardavano lui e il Bambino sogghignando sotto i baffi, maneggiavano qualcosa. Qualcuno tirò fuori di tasca l’accendino.
    Un petardo!
    No! Il Bambino era tutta la sua vita! Guai a chi glielo toccava!
    Qualcuno aveva lasciato lì una vanga, lunga, bella pesante. Umberto la prese a due mani, si lanciò contro il manipolo sputando loro addosso il suo fiato puzzolente di alcool come un drago.
    Bastò questo a far cadere loro di dosso la corazza da vampiri e di mano il petardo, se la diedero a gambe senza nemmeno provare ad affrontarlo.
    - Andatevene a farvi benedire! - gridò scagliando con le parole anche la vanga.
    Un brontolio che voleva essere una risata cominciò a gorgogliargli dai polmoni per trasformarsi in un ribollire impazzito, e non era l’effetto della sbornia, anzi. Crepava dal ridere al pensiero che forse a farsi benedire quei quattro teppisti ci sarebbero andati per davvero, se non altro per togliersi la sua puzza. 
    E se ne andasse a farsi benedire pure la bottiglia di birra!
    Stava sognando o il Bambino batteva le manine?
    - Niente paura pischello. Ora c’è il vecchio Umberto che ti difende.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 15:46
    Achille

    Come comincia: Achille sentì subito le vibrazioni provenienti dal pavimento, alzò gli occhi e dalla finestra vide un lampo abbattersi su un albero. Iniziò a prepararsi aprì l’armadio e prese il completo sportivo. Nel mentre, il caffè era venuto su, ne sentì l’odore e corse a spegnerlo prima della sua fuoriuscita. Questa era una delle poche comodità ad avere una casa piccola. Si sedette sul bancone, aveva scelto quella cucina, perché gli piaceva pensare di essere come al bar. Il tempo non migliorava, dalla sua posizione vedeva solo ombrelli andare avanti e indietro. Lesse l’ora sull’orologio e si decise di darsi una mossa, aveva la mattinata libera, non voleva sprecarla.
    Tornò in camera e si vestì. Chiuse casa e fece un sorriso alla vicina con il bambino nel passeggino, che aspettava l’ascensore. La prima non rispose, era troppo presa dalla telefonata che stava tenendo, il secondo,invece, iniziò a fargli le boccacce.
    Gli piaceva quel bambino, era sempre allegro. Molto tempo fa, aveva letto sulla coccarda azzurra, che segnalava la sua nascita, il nome Mattia.
    Achille fece passare la mamma e mentre chiudeva le porte dell’ascensore, vide Mattia quasi cadere dal passeggino per salutarlo con un grande sorriso. Uscito dal portone si diresse verso il fruttivendolo, la pioggia era diminuita e il sole faceva capolino tra le nuvole. Pioveva con il sole! Odiava quel tempo! O pioggia o sole, non entrambe le cose! Mandò un sms a sua moglie avvertendola che sarebbe passato a prenderla al lavoro.
    “Quanto gesticolano le persone parlando tra di loro e neanche se ne accorgono!” pensò superando due vecchiette con il carrello della spesa già pieno.
    Iniziò a prendere e pesare la frutta e la verdura. Un ragazzo lo colpì a una spalla, ma neanche se ne accorse, tanto era concentrato a scegliere la prossima canzone da pompare nelle proprie orecchie.
    “Ormai le fanno di tutti i colori e grandezze,le cuffie; questa generazione fa diventare ricco ogni otorino!” rifletté Achille.
    Finito di riempire il piccolo carrello si diresse verso la cassa, dove l’attendeva la solita persona scorbutica. Non capiva come poteva lavorare lì, senza che i clienti se ne lamentassero e soprattutto gli incassi non calassero. La vita frenetica di tutti permetteva tutto ciò.
    Non capì cosa gli dicesse la cassiera perché occupata in un’altra conversazione con la collega, quindi lesse il totale sul display della cassa e preso il bancomat glielo consegnò.
    Con le buste in mano e facendo molta attenzione attraversò la strada, in quella zona le macchine sfrecciavano da tutte le parti per non parlare dei motorini …
    Varcò il portone, che qualcuno sbadatamente aveva lasciato aperto. Con un colpo di tacco lo richiuse, come il cartello pregava di fare, e salì al piano di casa.
    Mise in ordine la spesa, prese le chiavi della macchina dalla ciotola e si diresse verso il garage.
     
    Questa è solo la prima parte, forse non tutti hanno capito che Achille è sordo ( se vuoi rileggere con questa piccola informazione fai pure…)
    Ho scelto questo nome perché la sordità può essere paragonata al tallone (d’Achille, quello più famoso). Ognuno di noi ha una debolezza,un deficit (termine tecnico) una mancanza tangibile o no, sta a noi conviverci nel migliore dei modi.

  • 07 ottobre 2013 alle ore 16:51
    Fu vera amicizia?

    Come comincia: Mino seguiva con molta frequenza i post del suo amico Mario su Facebook, in cui si era scritto da poco dietro suggerimento di una sua amica umbra Dany, molto appassionata che vantava di avere più di tremila amicizie. Mino aveva ancora pochi amici con cui poteva scambiarsi commenti o condivisioni, ma non era interessato a farne tante. Si sentiva spaesato in quel nuovo mondo di Facebook dove si usava un linguaggio poco usuale, particolare, sicuramente bizzarro, e di cui non era semplice afferrarne il significato rapidamente. Non solo. Ad ogni parola corrispondeva anche un’operazione che agli inizi gli sembrava un mistero. Cosa voleva dire “taggare”, “postare”, “condividere un commento o una foto”, o quale procedura bisognava seguire per inserire una foto come copertina e una come immagine di profilo?  Mino faceva pure confusione tra il suo diario e la Home in cui, oltre a comparire nomi di persone che non erano amici ma risultavano amici dei suoi pochi amici, spuntava una finestra in alto, dove c’era scritto “A cosa stai pensando?”. Diciamo che Mino risultava un po’ imbranato nell’eseguire tutte quelle operazioni e nel districarsi in quel mondo in cui si considerava un iniziato. Facebok  era un “social network” o, più semplicemente, un “servizio di rete sociale”, in cui per comprendere le connessioni che in esso si instauravano Mino aveva dovuto rispolverare quella “teoria dei grafi” che aveva studiato a scuola e che lo aveva tanto affascinato. La situazione gli appariva molto semplice dal punto di vista teorico, ma dal punto di vista pratico gli presentava diverse difficoltà. Una delle quali era quella che corrispondeva alla domanda “Ma come si fa a instaurare un’amicizia con una persona che non si conosce? Facebook serve in particolare a fare nuove amicizie con persone che si possono trovare anche dall’altra parte del mondo!”. Da cui derivava la seguente domanda “Ma come si fa a dialogare se non si conoscono le lingue?” Lui, in questo si sarebbe trovato a suo agio dato che conosceva diverse lingue straniere come il francese, lo spagnolo, l’inglese e il tedesco a causa della sua attività professionale di ricercatore biologo. E per questo considerava Facebook un potente mezzo di comunicazione rapida anche visivamente. Mino, però, aveva delle perplessità in merito, perché non credeva che si potesse stabilire un’amicizia con una persona con la quale non poteva esserci un contatto visivo fisico. Ogni volta che si collegava su Facebook, andava nella pagina del suo amico Mario, con il quale si conosceva da circa trent’anni, dove prestava attenzione ai commenti che si intrecciavano tra Mario e i suoi amici. Li leggeva ad uno ad uno. Alcuni erano insignificanti, altri invece erano divertenti e stimolanti, e tra questi ne individuò uno alquanto spiritoso che lo colpì inspiegabilmente.Era di un’amica di Mario che si chiamava Mara Savonini. Cliccò sul nome di questa e gli comparve la sua pagina che riportava oltre alla copertina e l’immagine di profilo, soprattutto alcune informazioni delle quali prese nota. Mara era un medico psicanalista di Trieste con tanto di Laurea conseguita presso l’Università di Genova ed una serie infinita di diverse specializzazioni. “Deve essere una donna che ha una certa cultura dimostrata dai suoi commenti molto precisi, netti, e di significato profondo, a volte colorati da una punta di ironia, ed è questo che mi piace. C’è qualcosa di questa donna che mi affascina e mi incuriosisce, mi prende, a dir poco mi stravolge” pensò Mino. Gli piacque anche la foto anzi un disegno che ritraeva il volto di una bella donna, una quarantenne o giù di lì molto attraente, con i capelli neri molto folti e gli occhi color del mare. Un volto che gli risultava molto familiare anche se non l'aveva visto prima di allora. Mino fu attratto anche dall’immagine di copertina che ritraeva la scritta in spagnolo di una frase riportata come un graffito su un muro “No importa si el viaje es largo cuando el destino es tu corazòn” che Mino, conoscendo lo spagnolo, tradusse subito “Non importa se il viaggio è lungo quando l'obiettivo è il tuo cuore”. Tradusse, tuttavia, quella frase pure in inglese “It does not matter if the journey is long when the target is your heart” che scrisse inspiegabilmente come post nella pagina di Mara. Una frase questa che lo colpì subito a tal punto che gli fece capire i sentimenti profondi  posseduti dalla donna che doveva avere una grande sensibilità e che lo entusiasmò inspiegabilmente. Forse aveva ragione Platone che nel “Simposio” sosteneva che al mondo ci fossero delle anime gemelle predestinate, come le due parti di una mela tagliata a metà, tra le quali esistesse un “amore romantico”, un “amore ideale”, cioè un’affinità  trascendente e sentimentale così profondamente innata da portarle, una volta incontratesi, ad unirsi indissolubilmente e definitivamente.  
    Mino avvertiva, in cuor suo, di avere una certa affinità con quella donna, gli ispirava simpatia ed aveva la sensazione di averla cercata e conosciuta da sempre.  Sulla stessa pagina di Mara trovò il link “Aggiungi agli amici” su cui fece “click” e gli comparve subito dopo la scritta “Richiesta di amicizia inviata”. Tutto congiurava in quella pagina al suggello di un’amicizia. Vera amicizia? E così fu. Dopo circa mezza giornata a Mino arrivò il messaggio che l’amicizia era stata accettata e così il suo numero di amici era aumentato quantitativamente. Ma qualitativamente? “Grazie di aver accettato la mia amicizia” scrisse Mino nel diario di Mara, la quale rispose “Grazie a te di avermi chiesto l’amicizia che ti ho concesso anche perché mi hai postato la frase in inglese 'It does not matter if the journey is long when the target is your heart', fatto che ho considerato spiritoso e attraente”.
    Da quel momento iniziò un continuo e duraturo scambio di idee, di brani musicali, di sogni, di opinioni, di pareri concordi e discordi, che trasmise, inconsapevolmente e vicendevolmente, a ciascuno dei due un’attrazione affettuosa verso l’altro. Da questo scambio Mino comprese il carattere di Mara, una donna sincera, volitiva, remissiva, intelligente, generosa, altruista, che quando si faceva guidare dal cuore era una prodigio della natura, ma quando faceva prevalere la ragione risultava fredda, distaccata, egoista, caparbia e trasmetteva torpore e tristezza. Mino sognava spesso Mara e quando si ricordò di un sogno glielo scrisse come messaggio "Mi sentii baciare nel sogno da un angelo che svolazzava su di me. Erano le labbra tue, rugose, vellutare, eccitanti. Anch’io sfiorai le tue labbra nella loro interezza e assaporai la tua tenerezza per me e la tua infinita dolcezza”.  Mino capì, allora, ciò che a scuola non era riuscito a comprendere, cioè il significato profondo di “amore platonico”, grazie al social network tanto vituperato. Era nata tra Mino e Mara un’amicizia profonda, idealmente reale!

  • 06 ottobre 2013 alle ore 15:45
    Laiomi

    Come comincia: Ti parlo del blocco antalgico confondendoti volutamente col gioco del rubamazzo…3 Contramal a destra ed 1 Toradol a sinistra,tanto per dare una parvente deriva giustificazionista alla “botta”…rigorosamente in modalità e.v./i.l.,farsi delle esperienze/esperire/ri-Es-perire…Entracte…Dada che sopravvive alla sua stessa morte…come l’araba fenice…la subliminale fascinazione estetico-sensoriale del morfema lessicale Contramal non ha eguali…l’equipollente di fuoco di un Franchi a pompa con il colpo in canna sulla linea di tiro di una desueta ambulanza Fiat degli anni’70…nemmeno le “sorelle di Shining” avrebbero saputo fare di meglio dei ricercatori di markette della Grunenthal-Fo(r)menti…altro scarto monematico…una semi-dichiarazione d’intenti:fo(r)mentare astinenze,disseminare meconismi…luciccanza assassina…Stanza 218…” diversi colori,fatti di lacrime”…simulacro behaviorista….Fontane aniliniche…dilatazioni di concetti spaziali…l’ufologia di ricerca è un atroce crimine imperialista...Stanley non avrebbe mai usato Final-Cut…FuTuR-Idolo-NoTtuRno,FuTur-ViSiOni-SiMuLtAnEe…una Balla di fieno sotto e due Boccioni di Montepulciano sopra..ma l’e/mozione più forte sarebbe averti sempre accanto…le domeniche pomeriggio invernali del’99 all’ultimo piano in riva al mare a registrare in bassa fedeltà “Underground”,col Sol abbassato di un quarto di tono…Eravamo Scintille Indomite...e Lev T. (de noartri) che ci ispirò quel testo così maledettamente realistico…”l’indifferenza apostrofa la solitudine,da Majakovski al gruppo 63,la libertà che c’è ma non c’è”…il servizio in-civile di stampo stalinista all’Arci di via Alfieri…dove Ti ho conosciuto…L’Arte di Dudovich rende Liberi di farsi un Bitter-Campari anche dinanzi ad eventuali rastrellamenti di squadriglie mengeliane in taidi tailleurini fucsia…nelle nostre rue anarchiche….preferibilmente in Piazza del Popolo…Sentinella Cassini suonaci una tremolata…”si ma quanto mi ami.e se mi ami.dimmi quanto”…36 dis-Okkupati…Duck-Link…57 livelli sotto il mare…inedita Simulazione 19…magari scritta in una notte autunnale,tempestosa come questa…in via del Fossato…con la tua Olivetti-Lettera22…quanto ci manchi…chissà che penseresti oggi delle mipiacizzazioni su facebook e dei check-in su foursquare…probabilmente ci derideresti bonariamente tutti col tuo sorriso armonioso…
    Ti dico che in questi giorni mi son fatto alcune Tennent’s in solipsistica e il tono della tua voce sembra adombrarsi…quasi Tu non creda a quello che ho passato e che sto passando…ed ai 15 mesi di solitudine protratta…quasi Tu sia triste per me…l’autarchismo emotivo se assunto a rilascio prolungato diventa estenuante…prosodie Centiane configurate e orgasmi Reichiani lambiti…meglio un vento sabbioso da ingoiare che un 3-ponema pallidum da eradicare….alterazioni Vesuviane…sconfinamenti Debord/anti….”universi paralleli sfiorano la nostra vita,energia primigenica non controllabile”…Celeste Dentro le Fiamme…liquidi traslucidi….silloge de-lyrica…sieroalbumina in eccesso…emoglobina in download…laiomi di ampicillina calcificata…displasie cellulari...linfoadenopatie reattive diffuse e Flaminase indigesto...
    Mentre un Mantra esplode,s’inalbera l’incedere della nuova attesa…del Tuo Silente Tormento....
     

  • 04 ottobre 2013 alle ore 17:39
    Amici di sventura

    Come comincia: Notte nitida. Nick nascose il naso che, spesso, come un fanale lo guidava per le strade deserte. Le gambe spingevano il corpo come una bicicletta in salita. Ogni sera percorreva lo stesso itinerario in fotocopia. Camminava tranquillamente all’ombra delle case per evitare i raggi della luna ma non poteva evitare quelli dei lampioni. Uscì così in piena luce.
    Il cielo, la luna e le scale che portavano ai quartieri alti, gli piombarono addosso. Cominciò a salire. Piano. I suoi pensieri seguivano in silenzio i gradini, la sua ombra seguiva lui contro il muro.
    “Buonanotte Signori. Vi ho visto e vi ho salutato. Buonanotte… buonanotte… o buongiorno è lo stesso. Io non amo scendere quando voi salite, né salire quando voi scendete queste scale dell’oblio. No, non amo scendere quando voi salite e non amo salire quando voi scendete perché voi avete il volto del ricordo. Voi siete le ombre del passato e la realtà del presente ed io voglio dimenticare il passato e non vedere il presente. Voglio dimenticare e non vedere, ma… ma vi ho visto. Sì, vi ho visto e vi ho salutato. Parlo con voi. Parlo con voi Signori! Signori!"
    Nick rimase impietrito. Non riuscì a spiccicare parola.
    “Non rispondete Signori? Non rispondete? Eh già ! …già… già. Voi non siete Signori.
    Voi siete dei fottuti cafoni. Siete dei… siete dei… siete…”
    Una pausa. Una lunga pausa. Era lì, sullo spiazzo della scalinata. Zigzagava dietro le parole. Si fermò un istante sulle gambe barcollanti a pensare, ma per il troppo instabile centro di gravità cadde come una pera cotta. Il tonfo spaventò Nick che salì i gradini due a due, come un turbo.
    “Santo cielo! Si è fatto male? Dove?”
    “Eh no! No. Proprio no. Il cielo non è santo. No… no, non è santo. E cosa vuole che sia un’ammaccatura! La mia classe è la classe di ferro, ferro arrugginito che va cadendo a pezzi. Din… un pezzo. Din un altro pezzo. Din, din, din … puff! “
    Nello stesso istante la campana della chiesa rintoccava lontano tra gli alberi. Coincidenza? Dopo vari tentativi, cercò di sedersi ed assumere una posizione eretta. Nick cercò di aiutarlo.
    “Perché vuole aiutarmi? Ce la faccio da solo. Il suo amico se n’è andato? Lui non ama l’olezzo di Bacco? Bacco …è anche per Lei un miasma? Io invece amo Bacco e il tabacco ma… non amo Venere. No, no, no… non amo Venere”.
    Un rutto ruppe il silenzio come un tuono a ciel sereno.
    “Alla faccia di tre facce: quella della madre, la sua e di quello che la stringe fra le sue braccia. Lei sa di chi parlo, vero? Sa di chi parlo”.
    Un altro rutto, uguale al primo, liberò una zaffata d’aria acida che fu avvertita dalle nari di
    Nick prima che si spiaccicasse sul suo viso.
    “Alla faccia sua sporca e fetente. Sì, alla faccia sua sporca e fetente. Lei sa di chi parlo,
    vero? Ma certo che lo sa. Lo sanno tutti. Lo sanno anche le pietre delle strade”.
    “Per essere fetente è proprio fetente… ma io veramente non so di chi parla”.
    “Ma… ma… che fa l’indiano?”
    “Al massimo, col naso che mi ritrovo, potrei fare Cyrano di Bergerac e non l’indiano”
    “Ho capito! Lei è di Milano e beve cognac. Io, invece sono di qui e bevo vino. Si bevo…
    bevo… mi ubriaco, insomma, per dimenticare Lei. Sa di chi parlo, vero?”
    “Non so di chi parla ma posso immaginarmelo. Parla di sua moglie, vero? “
    “Sì. (un sospiro e una lunga pausa) Sì, parlo di mia moglie”.
    Riuscì a sedersi con le spalle appoggiate al parapetto delle scale. Piegò le gambe e si mise
    la testa fra le ginocchia.
    “Si sieda, se vuole tenermi compagnia ed andarsene poi a farsi “fottere” con le scatole rotte. Si sieda se vuole vedere l’acqua salata corrodere la pietra gialla che nascondo al sole e mostro al nero della notte. Si sieda e beva un “goccetto con me”.
    Una bottiglia d’Inferno comparve magicamente nella mano destra. Le stringeva con fermezza il collo. La porse a Nick.
    “Lasci entrare fra le sue labbra la calda lingua di Bacco. La trattenga in bocca per qualche
    attimo e la lasci poi scivolare nello stomaco. Sentirà un benefico calore invadere tutte le sue membra. La sua disponibilità all’ascolto sarà maggiore”.
    Nick rimase stupito dalle parole di quell’uomo che non sapeva se definire saggio o balzano.
    Ottemperò a quanto richiesto.
    “Dia a Bacco ancora un piccolo bacio e sarà O.K. Sì, sarà tutto O.K.”.
    Nick baciò di nuovo Bacco e passò la bottiglia. Il bacio fu lungo. Il silenzio si attardò tra le labbra umide che erano continuamente strette verso l’interno della bocca. Le parole avevano difficoltà a rompere l’ovattato silenzio e ad uscire.
    “Si può ancor voler bene ad un fantasma che è stato allontanato? Positivo per me. Purtroppo
    è così. La mia è la solita storia dell’uomo che ama e che è fatto becco. Becco lo sono per davvero, anzi… ho più corna io che un cesto di lumache, ma cosa devo fare? La devo ammazzare? La devo lasciare? Mi devo ammazzare? Cosa devo fare? L’amo. Amo lei e mio figlio. Mio figlio?! Sì, sì, sì… è mio figlio.
    Strinsi fra le braccia il tempo che si era smarrito nell’infinito di due stelle gemelle. Fu un attimo, eppure l’afferrai. Quando la musica finì Lei se n’andò con un altro. Fui proprio
    cretino ad aspettare che la musica riprendesse di nuovo. La chiamai ma non mi rispose e
    fui più cretino di prima perché la cercai. Ritornò e di nuovo se n’andò con un altro. Ogni volta che ritorna c’è sempre un altro con cui se ne va. Io con la testa fra le mani aspetto la notte e Bacco. Aspetto il giorno e Bacco che se ne va.
    E’ un continuo aspettare, venire e andare, andare e venire.
    Amo lei, amo Bacco ed amo mio figlio. Sì, mio figlio. E’ mio figlio.

    Credevo che il vento rubasse
    le lacrime per ornare di perle l’amore
    ma le lacrime sono sputi dell’anima.

    Credevo che il vento suonasse
    la chitarra d’amore con i petali dei fiori e
    cantasse con voce d’usignolo
    ma la chitarra ha corde di polvere e
    il vento canta con voce di fumo.

    Credevo che il vento
    portasse alla notte i fremiti di luce
    e i sospiri del giorno,
    ma porta fredde ombre e rifiuti.

    Credevo che il vento mischiasse
    polvere di stelle con gocce di rugiada
    per regalare uno specchio all'amore
    ma la polvere è terra la rugiada acqua piovana
    lo specchio una pozzanghera.

    Credevo che il vento…
    Lasciamo stare
    non credo più a niente.

    Non credo neanche a Bacco. È un vigliacco, un fottuto vigliacco. Di notte mi abbraccia, mi accarezza, mi bacia e mi consola, di giorno mi lascia triste e scombussolato. Ha capito ora? ”
    “Ho capito. Amico tu sei più fortunato, Lei da me non è mai tornata e… non ho figli.
    Dissanguiamo la figlia di Bacco in silenzio facendo finta di niente”.
    “ Diceva mio nonno: le cose più crudeli sono sempre quelle taciute. Eh sì! E’ proprio vero.
    Beviamo e stiamo zitti anche se ho voglia di gridare e di prendere a calci a luna. Non mi piace la luna. Si nasconde per spiarmi. A te piace la luna, amico? “
    “ …Pensandoci bene, no. No, non piace neanche a me. La sua faccia gialla mi guarda con insistenza e sembra prendersi gioco di me… Che cazzo ridi brutta stronza! Vieni amico, andiamo al bar perché Bacco ci ha lasciato e io ho sete”.
    La prima luce del giorno sbadigliava dietro i tetti e dietro i passi incerti di due amici (di sventura? ) a braccetto.

    da "Alfabeto dalla A alla Z"

     

  • 04 ottobre 2013 alle ore 14:18
    Colori Dolciumi Fotocopie

    Come comincia: Il girone dei ricordi e dei pensieri in questa alba dai risvolti indaco...si vola a Piazza del Gesù...con la musica sublime e la poesia ineffabile dei Klienkief...le gonne dismorfofobiche epifaniche e le stelle auto-luminescenti appese dietro ai nostri muri caldi...poi c'è stato un salto nel vuoto,simile al suicidio preconizzato di Marie...il giorno che ti ho conosciuto avevi degli occhiali scuri ed un tutore nero alla spalla sinistra,ci fissavamo per studiarci reciprocamente...io rimasi subito ammaliato dalla tua bellezza,dal tuo sguardo semivitreo...mi parlasti subito del tuo nome e di tuo padre,poi con la voce pastosa mi dicesti di essere in astinenza da quentoina,ed io pensai che fosse un liquore messicano...ci siamo legati e ci siamo lasciati brillare....la gelosia così forte per la strega malefica ti ha portato ad allontanarti ma io ti vorrò sempre un bene enorme...sei stato l'ultimo amico in carne ed ossa avuto in questa grama esistenza...soldati, 365 giorni all'alba....e 0,8 linee di Ely al tramonto. Nella primavera del'99 strinsi la mano a Mario Luzi...ermetismo endorfinico...manovre posturali da stupro affettivo aprioristico...l'unico vero padre che abbia mai avuto nello stesso autunno ci fece conoscere...e nell'inverno seguente andai spesso nei boschi odoranti di neve e mirtilli per cercarti...degli orgasmi iridei del clonazepam di quando ci siamo rivisti 12 anni dopo ne faccio volentieri a meno...forse anche la magrezza espressionista di Schiele è uno stato mentale...mentre la vita sognata di noi poveri angeli è andata a farsi benedire...chissà magari da un Papa analogico...con il piccione viaggiatore..continuo a non capire la mia seppur benevola curiosità di vedere il nuovo lager...forse perché è stato lì che ti ho ritrovata...capitomboli retroversi...meglio cento passi dell'oca di un insulina-coma...la libertà sospesa...con la farfalla dalle ali ritratte....se n'è andato anche settembre nell'attesa di novembre..."pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi di cose che non hanno bisogno di essere impacchettate"...Gilberto e la sua cadenza sibilante...la sua casetta rosa sopravvissutta alle scosse epilettiche...Diari di Eroi non ancora pubblicati...i sensi di colpa che si amplificano vorticosamente anche senza Vox Ac-30...mancarsi di rispetto è il crimine più atroce della propria Umanità...primavere abusate,autunni in riva al mare...la pinetina di mattina e la fontana che inonda i nostri anni giovani bagnando anche un po' le nostre età di mezzo...interrotte...fanciulle in mimetica si addestrano nel tiro sulla radura lungo il fiume....nuovi posti di lavoro....nuovi aborti clandestini...e la grande mela in codice Morse...un cappuccino di venerdì mattina aspettando il pranzo del lunedì...agognata anoressia in camice bianco e dissolvenze incrociate...m'impongo di non sentire la tua mancanza ma è una lotta impari,come contro i mulini a vento....immaginavo una stanza con Te...nel Sole delle colline...appena un po' sopra questa disumana pianura...tra papaveri anarchici e aquilotti dorati...discinesie primigeniche...acatisie ormogoniche....disordini neurofisiologici....spero di perdermi ancora nel tuo sorriso.

  • 03 ottobre 2013 alle ore 11:03
    L’essere è, il non-essere non è

    Come comincia: Paolo, in quel giorno uggioso, freddo, umido, cupo per le folti nubi che incombevano con il loro tenebroso grigiore sul mondo e che gli trasmettevano tristezza, sconfortato, tormentato e afflitto per il dispiacere provato, svogliato, stava sdraiato sul suo divano, con le mani dietro la nuca, e con le gambe distese incrociate l’una sull’altra. Aveva spento la televisione le cui trasmissioni aride nei contenuti lo avevano annoiato, e pensava a Parmenide, filosofo vissuto tra il VI e il V sec. A.C., che lo aveva sempre affascinato perché questi affermava che le vie della ricerca sono due “ l'una che ‘è’ e che non è possibile che non sia …. l'altra che ‘non è’ e che è necessario che non sia, … il pensiero ad esempio è essere”. Paolo era della convinzione che ambedue – l’essere e il non-essere - dovevano coesistere come la materia che è e il vuoto che non è. Non poteva esserci l’una senza l’altro e viceversa. Se la materia ‘è’ sarà necessario che ci sia il vuoto che è necessario che ‘non sia’. E in quel particolare momento poiché “pensava” egli “era”, per cui concludeva che quando “non pensava” ovviamente “non era”.  Il pensiero ‘è’, il non pensiero ‘non è’. Per questo, guardando distrattamente il soffitto, gli angoli, i quadri appesi alle pareti, il lampadario con la grossa lampadina, le sedie, il tavolo e il vaso con i fiori variopinti, i mobili, le varie imperfezioni, si poneva la seguente domanda e quindi pensava “quando l’essere che è in noi è? E quando il non-essere che non è in noi non è?” A queste difficili domande cercava di dare delle risposte “quando mi sveglio sono, e sono quando ho coscienza delle cose che mi circondano, quando mangio, quando faccio l’amore, quando ascolto musica, quando guardo un bel film, quando provo gioia o dolore, quando qualcosa che leggo o guardo mi suscita emozione e mi fa pensare. Quando dormo non sono, quando guardo la televisione non sono. Anche l’indifferenza, e questo può sembrare contrario all’opinione diffusa, mi porta all’essere perché in questo stato mi estraneo dal mondo ma penso. Come se il mondo fosse il vuoto e io fossi la materia. Quando invece sto nel mondo a scherzare, a parlare del niente, o intraprendo un’amicizia “virtuale” e mi lascio trasportare dal brio, non penso, e quindi non sono, cioè non-essere, e quindi mi annullo. Deduco quindi da queste considerazioni che la solitudine, la riflessione, l’estraniarsi dal mondo portano all’essere. Il contrario è non-essere perché tutto ciò che faccio è frutto degli altri e non mio”. Subito dopo Paolo si addormentò e passò al non-essere. 

  • 02 ottobre 2013 alle ore 17:58
    Fedeltà eterna

    Come comincia: Bang! Un colpo in fronte e il serial killer si era afflosciato come un fico sfatto. Il suo lavoro era terminato, lo avevano incaricato di fermare quella belva e lui, con la sua squadra, si era messo sulle tracce di quell'inaffarrabile assassino. Ripose la pistola, una Beretta che lo accompagnava da anni, nel fodero della giacca. Lei si avvicinò: uno sguardo, nessuna parola; negli occhi dell'uomo vide il baratro dell'inferno.
    Un mese prima.
    "Possibile che tutte le volte che si organizza qualcosa arriva una chiamata urgente e ci pianti in asso?"
    "E' il mio lavoro tesoro"
    "Ma io ho sposato te, non il tuo lavoro!"
    "Vedrò di sbrigarmi alla svelta, salutami i tuoi e se avanza qualcosa dalla grigliata, tienimelo per quando torno" E veloce si fiondò verso l'uscita di casa.
    "Bruce!!" Lo inchiodò la moglie sulla porta.
    "Si amore?"
    "Stai attento, ti voglio bene"
    "Anche io, a dopo"
    Era in macchina e immediatamente si mise in contatto con la collega.
    "Jewa, cosa c'è stavolta di così urgante?"
    "Siamo alla base, ti spieghrà tutto il boss"
    Il boss era una donna corpulenta che si era fatta le ossa nei reparti speciali dell'esercito. Congedata con merito dopo aver subito l'amputazione di una gamba a causa di un proiettile che l'aveva fracassata, la donna dal carattere d'acciaio aveva fondato un'agenzia privata reclutando ex militari e agenti speciali che avevano spiccate doti investigative e d'azione. Il suo scopo era quello di creare un corpo elitario in grado di appoggiare le varie agenzie governative nel risolvere casi spinosi e fuori dagli schemi. In realtà l'ordine di creare questo corpo era partito dall'alto e il boss avev realizzato un gioiellino d'efficenza.
    "Bene Bruce, mancavi solo tu" Lo accolse ironicamente il capo, che lo considerava il miglior agente in campo.
    "Scusa Merry, ero nel mezzo di una grigliata in famiglia" Si scusò lui altrettanto ironicamente.
    "Si, e scommetto che hai pianto nel venir via di casa. Ok, siamo qui per richiesta dell'FBI"
    "Che novità!"
    "Lance, niente battute! Ascoltatemi bene, perchè questo caso richiederà la partecipazione di tutti i membri qui presenti" Oltre a Merry, il boss, c'erano Bruce, il veterano; Jewa, l'informatica del gruppo; Lance, l'esperto d'armi; Frank, il tuttofare e Serena, la ragioniera: la squadra 7.
    "Dobbiamo dare la caccia al classico serial killer, niente di nuovo. Sapete che in alcune circostanze per catturare questi pazzoidi bisogna percorrere delle vie non del tutto ufficiali, L'FBI ci invita a darci una mossa. Adesso vi distribuirò dei dossier dettagliati, prendetene una copia ciascuno, studiatevelo e tra un'ora ci riaggiorniamo per predisporre un piano d'azione"
    "Merry, non ho notizie di serial killer in azione fuori controllo. I tre casi in essere sono seguiti dai vari enti locali, non dai federali. Che caso è questo?" Chiese Serena.
    "Leggete! Fra 59 minuti ci riaggiorniamo" Rispose secca il boss.
    Bruce odiava quel momento, quando all'inizio di un indagine doveva sorbirsi pagine di rapporti inconcludenti redatti da poliziotti incapaci o funzionari svogliati. Sapeva per esperienza che il 90% dei casi che arrivavano a loro erano risolvibili da una qualsiasi squadra di polizia che avesse messo un po' più d'impegno nel proprio mestiere, ma ciò avrebbe tolto il lavoro a miriadi di agenzie private spuntate come margherite a primavera.
    Era il solito dossier: sadico e lucido assassino con un alto quoziente intellettivo. Torturava e ammazzava le sue vittime, senza distinzioni di sesso, età, razza. Particolare insolito invece, era che ogni vittima aveva legato a se il proprio cane, vivo. Dopo tanti anni Bruce ne aveva viste e sentite tante e non si meravigliò di questa nuova stravaganza. Poi notò un dettaglio che lo fece riflettere, accanto ai cadaveri c'era sempre un comodo giaciglio per cani e dell'acqua in una ciotola, ma niente cibo. Il resto era la solita descrizione di torture e sevizie subite dalle vittime.
    Il boss rientrò puntuale, dopo 59 minuti.
    "Allora, che mi dite?" Chiese Merry. Bruce e gli altri avevano discusso di quel caso soffermandosi sul particolare dei cani. Frank osservò:
    "Il maniaco potrebbe essere una persona che ama i cani, o gli animali in generale. Ha sempre lasciato acqua per giorni"
    "No!" S'intromise Serena "Chi ama gli animali non li lascerebbe senza cibo a vegliare i propri padroni ridotti in quello stato"
    "Io invece credo che sia proprio questo il particolae interessante" Merry prese parte alla discussione "Lui vuol farci capire quanto i cani restino fedeli e vicini ai propri cari in qualsiasi situazione. Gli ha lasciato l'acqua, ma niente cibo e i cani, nonostante ci fosse l'ambiente impregnato di sangue e carne macellata, non hanno toccato mai i loro compagni"
    "Quanto la facciamo lunga" Lance odiava la psicologia "E' un bastardo assassino e se me lo trovo a tiro.."
    "Lo arresti, chiaro?! E adesso mettetevi al lavoro, fermate a tutti i costi questa belva" Concluse Merry.
    Bruce rientrò fiaccato da quella giornata. Anche lui amava i cani, ne aveva avuti parecchi. Ma un giorno, tanti anni prima, il molosso che aveva regalato a suo figlio aveva aggredito una sua amica facendole perdere la vista. Nonostante tutta la buona volontà, fu costretto a portarlo in un centro apposito dove dopo qualche giorno fu abbattuto. Suo figlio non lo aveva mai perdonato.
    "Tutto bene tesoro?" Sua moglie lo amava.
    "No cara, no"
    Quella sera, a letto, lui le spiegò sommariamente il nuovo incarico. Non poteva rivelare informazioni a nessuno, ma senza scendere nei particolari condivideva spesso con sua moglie il peso di alcune indagini. Quella sera faticarono entrambi a prendere sonno.
    Il giorno seguente stavano cominciando a fissare dei punti per l'inizio dell'indagine.
    "Partiamo  dall'idea che Merry sia sulla buona strada e che quindi questo pazzoide tenga ai cani. Perchè dovrebbe ammazzarne i padroni? Così fa del male anche a loro"
    "Il punto è un altro Jewa. Perchè ammazza solo persone che possiedono cani?" Chiese Bruce.
    "Già, perchè?" Bofonchiò Serena.
    "Lance, prendi il tuo arsenale. Andiamo sul posto del penultimo delitto" Disse Bruce.
    "Del penultimo?"
    "Si. Ho la sensazione che si aspettasse una nostra visita sul luogo dell'ultimo delitto e avrà curato ogni dettaglio per depistarci. Invece dove andremo noi ci saranno più possibilità di trovare tracce importanti"
    "Sei sicuro?" Insistette il collega.
    "No, ma ho l'impressione di aver ragione"
    Giunserò ai margini della città, in una zona povera ma comunque ordinata e pulita. Il palazzo di dodici piani era vecchio e rabberciato qua e là. Gli inquilini, delle più svariate etnie ed età, li osservavano salire dalle scale anguste: la vittima abitava al nono piano e l'ascensore era fuori uso. Entrarono nel piccolo appartamento dopo aver asportato i sigilli della polizia.
    "Non mi avevi parlato di dover fare una scalata" Grugnì Lance. Bruce non lo stava ascoltando, i suoi sensi erano già tutti in allarme. La piccola abitazione consisteva in un unico locale che faceva da cucina, salotto e camera da letto. In un angolo, un piccolo gabinetto, era diviso dal resto della stanza da un grosso telone cerato appeso al soffitto con degli anelli scorrevoli. L'ambiente rispecchiava l'impressione che si era fatto del quartiere; povero ma in qualche modo ordinato e pulito. Aveva letto il rapporto; la vittima era una donna lesbica di 51 anni che viveva con il suo cane, uno splendido esemplare di boxer femmina.Lavorava presso un magazzino di articoli per casa, non aveva una relazione stabile ed era benvoluta dai colleghi e dagli inquilini dl palazzo. La classica vittima anonima di alcuni tipi di serial killer. Eppure lui sentiva che qualcosa non quadrava.
    "Mi hai fatto prendere le armi, ma qui il rischio maggiore che corriamo è di prenderci un'infezione"
    "Come al solito Lance ti fermi alle apparenze. Questa casa, nella sua modestia, è pulita, ordinata e soprattutto a misura di cane"
    "Cosa vuoi dire?"
    "Che una persona sola, senza relazioni stabili, con poche possibilatà economiche e con un cane, potrebbe desiderare un ambiente simile per condividere con il proprio fedele compagno ogni momento possibile"
    "A me fa un po' schifo tutta questa situazione"
    "Chiediti invece come può aver fatto il nostro assassino a venir fin quassù, fare quello che ha fatto e andarsene senza che nessuno se ne accorgesse"
    Il collega restò in silenzio. Dopo 20 minuti a cercare qualche dettaglio importante e aver fatto qualche domanda agli inquilini, rientrarono alla base, ognuno con dei punti interrogativi.
    "Quindi non hai scoperto nulla! E perchè ti sei portato Lance e non me, o Frank?" Jewa stava urlando.
    "Perchè vi lasciate condizionare emotivamente e tendete ad assecondare i miei ragionamenti mentre a me serviva un osservatore distaccato" Rispose Bruce con calma.
    "E ti è andata bene?"
    "Più o meno"
    Dopo quasi un mese di lavoro l'indagine sembrava ad un punto morto. Il maniaco continuava a mietere vittime; quattro da quando avevano preso in mano il caso. I vari elementi raccolti, incrociati e confrontati tra loro, non davano sufficienti risposte e in definitiva la squadra 7 brancolava nel buio.
    "Non va bene un cazzo! Diamoci una mossa o dovremo chiudere la baracca" Merry aveva un diavolo per capello; la squadra intera, convocata d'urgenza, era sfiancata quanto lei.
    "Sembra che conosca in anticipo le nostre mosse e ci stia bellamente prendendo in giro" Serena stava pensando ad alta voce. "E più ci facciamo coinvolgere emotivamente e meno verremo a capo del problema" Bruce ebbe un fremito e chiese quasi in apnea:
    "Chi di voi si sente coinvolto emotivamente da questo caso? A chi veramente preme per la sorte delle vittime? Ma soprattutto, chi ha veramente a cuore il destino dei cani privati dei loro padroni?"
    I suoi colleghi lo fissarono in attesa di una risposta; chiaramente lui la conosceva ma Bruce scattò in piedi ansimando "Maledizione! Maledizione! Devo correre a casa"
    "Bruce, dove corri? Fermati" Jewa cercò di trattenerlo ma Lance la bloccò. "Lascialo andare, deve aver fiutato una pista" "Ha ragione Lance. Preparatevi e seguitelo con cautela, ho un brutto presentimento" Concluse Merry.
    Entrò in casa trafelato, aveva corso e il battito cardiaco accelerato gli faceva mancare il fiato. Si riprometteva spesso di tenersi allenato, ma la sua proverbiale pigrizia aveva sempre la meglio. Chiamò la moglie più volte, nessuna risposta. Estrasse la pistola dal fodero e ispezionò con cura l'abitazione. Nessuno, nessun segno di scasso, nessuna anomalia. In una situazione normale avrebbe pensato che sua moglie fosse fuori per una qualsiasi ragione, senza allarmarsi, ma quella mattina aveva trovato sul cruscotto dell'auto di servizio un volantino dell'associazione amici dei cani. Per anni era stato socio finanziatore di quell'associazione; ritirò la sua iscrizione dopo il fattaccio avvenuto anni prima con il cane regalato al figlio.
    Aveva dato un'occhiata veloce al foglietto, senza dar peso a ciò che riportava, aveva impresso delle immagini senza elaborarle. Ma una parte del suo cervello cominciò a rivisitare quelle informazioni, giungendo ad una conclusione che gli era esplosa all'improvviso in testa:
    <Mese di maggio con i nostri amici> Riportava il volantino e poi <Il giorno 4 incoronazione del cane più anziano della contea. Il giorno 9 premiazione del cane più alto della città. Il giorno 15 grande festa per il cane più efficiente in dotazione alle forze dell'ordine cittadine. Il giorno 20 premiazione per il cane più ubbidiente e per finire il giorno 28 grande premio fedeltà per il cane con il padrone migliore. Ogni cane di quella lista, ogni vincitore, era della stessa razza trovata a fianco dei propri padroni orribilmente mutilati e le date coincidevano con il giorno precedente la loro morte.
    Oggi era il 29 maggio e l'ultimo premio l'aveva vinto un labrador.
    In casa non trovò niente, nessuna traccia, ma quel volantino era una firma e sapeva con precisione dove dirigersi. Prese l'auto e si avviò verso la parte ovest della città, nella zona collinare.
    "Lo teniamo sotto controllo, si sta dirigendo ad ovest, come pensavi tu" "Ok Frank, non perdetelo d'occhio e tenetemi costantemente aggiornata" "D'accordo Merry"
    "Cosa ne pensi Frank?" "Niente di buono Jewa, quando Bruce parte così bisogna sempre aspettarsi il peggio"
    Aveva preso con se le chiavi che tenevano a casa e aprì il cancello elettrico. Non era una zona residenziale e non c'era un guardiano fisso, i tre addetti alla manutenzione del parco si dividevano il lavoro a loro discrezione come concordato con i proprietari.
    Raggiunse la sua proprietà, un grosso capanno con annessi vari recinti al cui interno c'erano svariati tipi di animali da fattoria. Una rapida occhiata e il sangue si gelò nelle vene, non c'era il cane, un grosso esemplare di labrador.
    "Siamo entrati" Disse sorridendo Frank "Come?" Chiese Merry già sapendo la risposta "Non sarà un cancello elettrico che potrà fermare l'allegra brigata" Disse di rimando Lance dall'altra automobile. "State attenti, stiamo violando un po' di regole, non voglio guai" "Dai Merry, taglia corto, ci aggiorniamo più tardi" Il boss non rispose, sapeva quanto Jewa tenesse a Bruce e capiva il suo stato d'animo. A comunicazioni interrotte sussurrò "Buona fortuna ragazzi"
    La porta principale del capanno era socchiusa, dall'interno non proveniva nessun rumore ed era buio. Entrò con circospezione, per la prima volta nella sua vita era in difficoltà, stava probabilmente per risolvere quel caso spinoso ma era terrorizzato dalla prospettiva di trovare ciò che la sua mente analitica aveva concluso; prese coraggio e accese la luce; il suo lato umano ebbe un sussulto ma il detective prese il sopravvento.
    "Ciao, ti aspettavo. Sapevo che avresti capito il messaggio, sei troppo intelligente"
    "Non abbastanza purtroppo. Troppe vittime, troppo dolore, perchè?" Il tono di Bruce, a dispetto della situazione, era glaciale.
    "Oh dai, lo sai perchè. E' colpa tua, ovviamente"
    "Colpa mia, certo. Sono stato un cretino a non accorgermi di niente, a non capire che mi stavi usando. Tu non mi ami più, da tanto tempo"
    "Da quel giorno per la precisione. Sei tu la causa di tutto questo"
    Non era possibile. Per tutti quegli anni lei era sempre stata solare ed amorevole nei suoi confronti, aveva superato il trauma della perdita del figlio meglio di lui, ne era sicuro, ma allora perchè?"
    "Ti chiedo ancora, perchè?" Lei non spostava lo sguardo un attimo, la mano ferma, la grossa lama appoggiata sul collo del malcapitato addetto alle manutenzioni e il grosso cane legato alla maniglia della finestra. Poi cominciò a parlare come se la sua voce provenisse dallo spazio.
    "Perchè tu hai ucciso nostro figlio. Sei tu che lo hai privato della gioia della sua vita: Blakye era il suo amato cane, non un mostro"
    "Aveva assalito una ragazzina di 13 anni"
    "Quella sgualdrina ha avuto ciò che si meritava!" Bruce inorridi nel sentire quelle parole. Per anni si era chiesto perchè il docile Blakye avesse aggredito la loro ospite e adesso pensava di aver trovato una risposta, terribilissima.
    "Mi stai dicendo che.."
    "Che ho aizzato io il cane contro quella maledetta, stava circuendo il mio povero bambino e anche il cane stava cedendo alle sue moine. Non potevo permetterlo e il cane ha fatto per me ciò che andava fatto"
    "Nostro figlio aveva 14 anni, era normale che avesse una simpatia.."
    "Nooo! Quella era una troia. Il mio bambino voleva bene solo alla mamma e al suo cane, lei non c'entrava e Blakye ha agito per il nostro bene"
    "Tu sei pazza" Lei non lo sentì.
    "Poi sei intervenuto tu, maledetto impiccione. Ti avevamo detto che il cane era innocente, ma niente. Hai fatto intervenire le autorità che hanno tratto le conclusioni sbagliate e Blakye è stato eliminato. Il mio bambino non sopportava quel dolore, lo capivo, lo sentivo. Io sono sua madre, certe cose le percepisco"
    Un altro tassello era entrato al suo posto, Bruce stava per perdere il controllo tante erano la rabbia e l'emozione ma si sforzò di continuare a sostenere quella discussione.
    "Cosa hai fatto al ragazzo, cosa hai fatto a nostro figlio?" Adesso stava andando fuori controllo.
    "In effetti non si è suicidato, l'ho ammazzato io. Non potevo sopportare di vederlo soffrire così. Prima di ucciderlo gli ho spiegato che avrebbe raggiunto Blakye e lui ha capito, mi ha persino ringraziata" I due si fissaronio intensamente, lui con odio e disperazione, lei completamente folle. Poi lei continuò adagio:
    "Senti Bruce, non ti amo più ma ti rispetto e so che sei un uomo tutto d'un pezzo e ligio al dovere. Adesso io scannerò questo poveraccio e tu starai buono e tranquillo, non puoi farmi niente. Quest'uomo morirà dissanguato come un porco e tu sarai testimone di questo macello"
    "I cani. Perchè i cani?" Chiese ancora Bruce mentre lentamente afferrava la sua pistola. "Ah si, i cani. Non ci sei arrivato?" Bruce non rispose, stava prendendo le misure per un'eventuale intervento armato e lei continuò:
    "Mi deludi caro. Il cane è il simbolo della fedeltà pura. I cani amano a tal punto i padroni da morire di fame piuttosto che profanare i loro corpi. Il sangue, le interiora, l'odore di morte servivano per risvegliare in loro l'istinto animale, ma non hanno ceduto, nessuno. Vecchi, malati o trasandati che siano, i cani restano fedeli al proprio amico, sempre, fino alla morte" Lui vedeva la lama del coltello sempre più pressata sul collo dell'ostaggio, doveva agire alla svelta mentre lei continuava nel suo delirio.
    "E Blakye era fedele, voleva bene a me e al mio ragazzo e tu maledetto l'hai ammazzato, hai ucciso il nostro Blakye e..." Notò di sfuggita un movimento furtivo alle sue spalle e gli occhi di Bruce che cambiavano espressione, fu un attimo "...bastardo!"
    Bang! L'imprecazione della donna restò a mezzaria.
    Jewa si avvicinò a lui e lo fissò dritto negli occhi.
    Due mesi dopo.
    "Potremmo prenderci un paio di giorni liberi e andare a fare una gita a San Francisco, ti piace tanto quella città" Lo disse più per convincere se stessa di avere ancora qualche speranza, una minima possibilità di creare una relazione stabile, ma sapeva di sbattere contro un muro.
    "No Jewa, no. In questi due mesi mi sei stata molto d'aiuto e io ho approfittato di te. Ho goduto delle tue attenzioni, della tua compagnia, del tuo amore" Bruce stava parlando con tono distaccato, quasi infastidito. "Ma io non ti amo, lo sai. Posso continuare ad approfittarmi di te, non opporresti obiezioni pur di restare con me, ti sembra normale?" Lei aveva gli occhi gonfi di lacrime e lui infierì:
    "Ho amato mia moglie, forse la amo ancora, non so. Avevo lei, mio figlio i miei cani e le mie certezze. Sono restato solo, sto pagando un conto salato per i miei errori e tu non fai parte della mia vita futura. Lascio il lavoro, lascio la città, fattene una ragione"
    Ormai lei piangeva singhiozzando e si avvicinò a lui, in preda alla disperazione:
    "Dimmi che non è vero, dimmi che mi ami, dimmelo!"
    "No Jewa, non ti amo. Ma ti voglio bene, sei giovane bella e brava. Avrai successo nel lavoro e troverai un uomo con cui costruire una famiglia vera" La baciò sulla fronte e la strinse a se, poi la salutò e uscì dalla sua vita.
    Due anni dopo.
    "Amore! Hanno suonato, vai tu ad aprire? La cena è quasi pronta"
    "Ok tesoro, vado io" Con calma si diresse alla porta d'entrata.
    "Buonasera. C'è la signorina Jewa?" Chiese una donna con la divisa di una compagnia di consegne.
    "Si, è in cucina. Jewa! Cercano te" La donna arrivò in un battibaleno.
    "Si? Cosa c'è?" Chiese velocemente.
    "Devo consegnarle una cosa, ha due minuti?"
    Jewa stava velocemente organizzando la situazione per poi dire al suo uomo:
    "Corri in cucina e finisci di preparare, fra cinque minuti sono da te" senza obiettare lui si dileguò all'istante.
    "Eccomi, sono tutta sua" Disse rivolta alla donna che senza dar risposta scaricò da un furgoncino una gabbia. Al suo interno una coppia di cuccioli di cane, di razza imprecisata, dormivano uno sopra all'altro.
    "Ecco. Mi firma questa ricevuta e siamo a posto" Jewa fissò la donna con aria interrogativa e l'altra rispose in modo sbrigativo:
    "Senta, io mi limito a fare le consegne, non ho tempo per altro. Questi sono suoi, se firma le consegno anche una lettera intestata" Jewa conosceva il tipo, firmò e ritirò senza fare commenti.
    "Grazie" Concluse, mentre l'altra era già salita sul suo furgone.
    I cuccioli parevano in letargo, li sentiva respirare ma continuavano a dormire. Aprì la lettera con foga, era Bruce:
    <Cara Jewa. So che stai attraversando un bel periodo, il lavoro va alla grande e la tua relazione con Martin sembra sul punto di diventare una cosa seria; sono contento per voi. Come saprai ho aperto una pensione per cani, dove ospitiamo e accudiamo ogni cane che ci viene affidato. Ti ho mandato questa coppia di bastardini che abbiamo salvato dalle acque di un torrente dove qualche bastardo li aveva gettati all'interno di un sacchetto. Tienili, crescili, amali come fossero umani e vedrai quante soddisfazioni avrete insieme e ricordati, i cani sono fedeli, per sempre! Un abbraccio dal vecchio Bruce"
    Ripiegò il foglio mentre le lacrime le rigavano il viso. Martin arrivò in quel momento e capì subito. "Bruce?!" Lei le aveva parlato di lui.
    "Si, guarda cosa ha mandato"Indicò verso la gabbietta. Lui si avvicinò, sollevò la gabbia e dopo aver osservato attentamente la ripose delicatamente in terra.Si avvicinò a lei e le prese le mani tra le sue, lei sentì il calore di quelle mani forti, robuste. Poi lui disse:
    "Allora è ufficiale. DA oggi siamo una famiglia, un po' più numerosa, ma una famiglia. Ti amo Jewa" Lei lo abbracciò amorevolmente "Si Martin, siamo una famiglia. Anche io ti amo"

  • 02 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Muro

    Come comincia: Raccolsi un fiore ai suoi piedi. Era una margherita stropicciata e brutta nel fiore ma col gambo resistente che avrebbe rafforzato la coroncina da me costruita. Si allontanò e mi guardò da lontano con occhi curiosi come quelli dei bambini quando guardano gli adulti. Aveva lo sguardo triste ma io non potevo capirlo e mi sembrò sospetto. Pensai potesse essere uno di quegli adulti cattivi che vogliono fare del male ai bambini. Che cosa potevo fare? Decisi di controllarlo, non avrei permesso che si avvicinasse a qualcuno. Non lo facevo tanto per bontà quanto per sentirmi più adulta, volevo fare cose da grandi e conquistarmi la loro fiducia. Mi sono sempre considerata, stupidamente,  più intelligente della mia età. Continuavo a guardarlo senza riuscire a capire cosa stesse fissando. ''Starà elaborando un piano malefico'' pensai. Mi nascosi, almeno credevo di essermi nascosta. Restavo lì, dietro ad una rete e mi sentivo invisibile, una super eroina, la vita di qualcuno sembrava essere nelle mie mani. La mia coroncina era quasi completa ma non mi importò più e la lanciai in aria. Alzai lo sguardo per cercare lui ma non c'era più, era sparito! Lo cercai con lo sguardo per almeno mezzora ma non lo trovai. Mi sedetti su una panchina a sentirmi colpevole senza nemmeno sapere per cosa, non vedevo i bambini intorno a me che giocavano ma restavo lì, a guardare il vuoto cercando chissà quale risposta a chissà quale domanda. Alzai, nuovamente, lo sguardo e lui era seduto su una panchina non molto distante dalla mia. Era sempre stato lì, vicino a me ma lontano dai miei occhi che cercavano qualcosa di cattivo mentre lui non lo era. Continuava a fissare qualcosa che io non capivo cos'era. Era come se avesse un muro davanti e volesse abbatterlo con lo sguardo.  In quel momento compresi che non esisteva ciò che stava guardando come non esisteva il problema che io cercavo di risolvere.

  • 29 settembre 2013 alle ore 19:30
    Incontrando Alessandro

    Come comincia: Leggendo “ALESSANDRO IL GRANDE” di Georges Radet, un libro, tra i tanti, che rischiavo di perdere, nella fase discendente della mia vita, mi è venuta a mente, quella mattina a Esfahan (Espadana), favolosa città iraniana; Ci si era appena affacciati dalla grande balconata reale dei Safavidi sulla Piazza Grande. Qui, 3000 anni prima, si giocava, a cavallo, il polo “inglese”. Un’antica miniatura, acquistata la sera precedente, in un negozietto buio e bituminoso, me ne aveva arricchita l’immaginazione. “Non pennello, ma setole di gatto” mi aveva precisato, un omino fasciato di stracci, mostrandomi i tratti accurati e microscopici del dipinto. La Moschea dello Scià, a destra della balconata, le sue cupole d’oro, riflettevano i raggi del sole, creando bagliori. Poi l’immergersi nell’oscuro suk, che contornava la piazza. Un budello nero, tra una folla di razze sconosciute, struscianti. Odori, sentori, aromi, profumi, suoni. Turisti, rari, se non coraggiosi. Oggetti esposti alla rinfusa, che richiamavano un’utilità agreste. Lo sguardo dei venditori, diffidente, curioso, penetrante. Tra montagne di oggetti, intravedo una mattonella che mi chiama. E’ una ceramica antica, sofferta, il fuoco ha lasciato tracce, non desiderate. Un giovane cavaliere sta per scoccare una freccia verso un cerbiatto. Ha una torsione elegante del corpo, sulla direzione del cavallo. Il suo vestito è elegante, ha macchie di colore, paiono fiori. Mi chiedo chi sarà mai raffigurato. Alle mie spalle un suono rauco di sillabe oscure, mi anticipa, in un rude inglese e con un pizzico di famigliarità inconsueta: “ Non vedete il colore chiaro della pelle? E’ Alessandro, a caccia!”
     

  • 29 settembre 2013 alle ore 16:18
    Gaio Cesare Germanico (Caligola)

    Come comincia: (Anzio, 31 agosto 12 - Roma, gennaio 41) 
    Mi lascio alle spalle la rocca del Sangallo e mi avvio sul lungomare della mia città natale, la cittadina che, insieme ad Anzio, ha visto sbarcare gli alleati per giungere a liberare Roma: Nettuno. L'odore della salsedine mi avviluppa e ricordo i giorni della mia infanzia, quando andavo a giocare nel cimitero americano, oppure quando mi soffermavo a fissare inquieta la salma di S. Maria Goretti. A distanza di anni mi sembra tutto molto più piccolo e rimango a guardare il mare, spingendo lo sguardo all'orizzonte, dove svolazzano i gabbiani. Le loro strida mi riportano alla mente le albe trascorse in braccio a mio padre, quando mi portava a respirare lo iodio perché, dicevano, mi faceva bene. Ed è in quel momento che vedo il lampo cadere sull'acqua e in mezzo ai frangiflutti apparire questa figura alta, bella, la testa circondata dalla corona di alloro che nasconde una incipiente calvizie, la toga virile che fascia la sua notevole corporatura.
    Mi irrigidisco alquanto, consapevole di trovarmi dinanzi a uno degli uomini più crudeli della Storia, o almeno così si dice, e provo ad aprire bocca, ma il terrore mi inchioda e riesco solo a deglutire. Lui se ne accorge e piega le sue labbra sottili in un sogghigno divertito.
    «Non intendo aggredirti.» inizia e il tono sottile contrasta con la sua corporatura possente.
    «Tu… Tu sei Gaio Cesare Germanico.»
    «Precisamente. Sebbene tutti mi conoscono con il nomignolo affibbiatomi dai legionari di mio padre: Caligola.»
    «E… perché?» continuo a balbettare, malgrado tutto ancora timorosa e diffidente.
    Alza le spalle con disinteresse e risponde:
    «Mia madre mi costringeva a indossare la divisa dei legionari che ai piedi calzavano le calighe. Da qui il nomignolo. Non mi è mai piaciuto, ma tale sono passato alla Storia.»
    «Non ti piaceva?»
    «A te piacerebbe essere chiamata scarponcina?» ribatte con tono sferzante.
    Sussulto spaventata, tuttavia mi accorgo che è solo indignato e posso ben capirlo.
    «Sei dura di comprendonio?» riprende sarcastico. «Ti ho già detto che non ho intenzione di aggredirti. I veri assassini sanguinari sono nati e vissuti nel ventesimo secolo, mandalo bene a mente. Non vanto i venti milioni di morti che ha seminato Stalin e neppure i sei di Hitler.»
    «È che la Storia ti ha dipinto a fosche tinte.» mi difendo.
    Porta le mani sui fianchi, esasperato, quindi esce dai frangiflutti e mi si avvicina. Fa qualche passo sul bagnasciuga e si china per prendere una manciata di sabbia che poi mi mostra.
    «Questa rena ti ha visto crescere.» inizia. «E ha visto crescere me poco più in là, ad Anzio. Ti sembro così cattivo?»
    Lo studio a lungo in quegli occhi grandi e infossati, in quel volto ovale dai lineamenti gentili e dolci e mi rassereno alquanto, rispondendo:
    «No, non mi sembri così cattivo.» ammetto.
    Mi sorride e il suo volto si illumina, rivelandolo per quello che era: un uomo sicuro di sé, gaudente, sagace ed estremamente pungente e sprezzante.
    «È vero, mi hanno dipinto come un folle, uno schizofrenico, un degenerato e un assassino e a mia discolpa posso solo dire che Svetonio, Dione e Seneca mi odiavano a sufficienza per lasciare ai posteri i loro scritti contro di me. Ma, se vai a vedere bene, non ho fatto nulla di più e nulla di meno di quello che avevano fatto i miei predecessori e avrebbero fatto i miei successori. Io ho ereditato un impero all'età di venticinque anni, un impero difficile da governare.»
    «Sbaglio, o sei stato il primo imperatore che è salito al potere non per adozione bensì per sangue patrizio?»
    «No, non sbagli. In me si fondevano per la prima volta le due grandi famiglie patrizie romane: Giulia e Claudia. Mia madre Agrippina era la pronipote di Augusto, mentre mio padre Germanico era discendente di Tiberio e Livia.»
    «Possiedi anche un altro primato poco invidiabile: quello di aver iniziato le persecuzioni dei cristiani.»
    Alza di nuovo le spalle, come se la cosa non lo interessasse e risponde:
    «Il popolo amava i giochi, allora come ora. I romani adoravano vedere gli uomini sbranati dalle belve. Io ho semplicemente ridato i ludi alla città, dopo il governo insipido, piatto e puritano di Tiberio.»
    Faccio una smorfia, disgustata, e ribatto:
    «Sarà stato anche insipido e puritano, ma di certo lui non giaceva con le sue sorelle.»
    «Io ho amato oltremodo Drusilla.» risponde con tono vibrante. «Non ci trovo nulla di male nell'amare la propria sorella.»
    «E le mogli dei tuoi amici?»
    «Tanto meno.»
    «Tu hai amato un po' troppe persone.» insinuo melliflua. «Cosa mi dici dell'attore Mnestre, o di Valerio Catullo, o anche solo di tuo cognato Marco Emilio Lepido?»
    «E dunque?» ribatte drizzando le spalle. «Lepido, quel fedifrago, ha persino congiurato contro di me. Me, che ero un dio e che potevo permettermi di esserlo. L'ho fatto giustiziare.»
    «Un dio?»
    «Certo, mia cara. Ho persino dato ordine di far costruire una mia statua dentro il tempio di Gerusalemme. Ma l'intervento di Agrippa mi ha fatto desistere. Come potevo non dar retta al mio mentore?»
    «Mentore?» rimando inarcando le sopracciglia. «Ora si dice così?»
    «Sei impertinente e maleducata!» scatta rabbioso, gli occhi imperiosi che mandano scintille. «Se mi fosse ancora concesso, ti farei mozzare la lingua.»
    «Così come avresti voluto spellare Apelle?»
    A quelle parole si irrigidisce appena, quindi scoppia a ridere di gusto e si trattiene la corona di alloro per non farla cadere.
    «Oh, sì, quello! Ancora non hai capito? Era solo un gioco di parole ed io amavo giocare con le parole.»
    «E il tuo cavallo, Incitato? Lo hai fatto senatore.»
    La sua risata cristallina mi lascia perplessa e lo studio un po' meglio, per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.
    «Sono stata divertente?» commento acida, incrociando le braccia sul petto.
    «No, ma hai avuto il potere di farmi ricordare la faccia dei senatori quando ho fatto presente il mio desiderio di nominare loro pari Incitato.»
    «Indignati?» suggerisco.
    «E offesi! Quei tronfi pavoni che sapevano solo blaterare senza mai giungere a una conclusione! Ho semplicemente voluto dargli una lezione: il mio cavallo sarebbe stato più intelligente di loro e di certo meno corrotto.»
    «Quindi, era solo uno scherzo?» domando dubbiosa.
    «Ovvio! Ogni cosa dicevo veniva sempre travisata, come quando ho appellato Livia "Ulisse in gonnella" e questo non ha fatto altro che alimentare le dicerie sulla mia follia. Io, invero, ero come mia madre e mia nonna: avevo la lingua tagliente e ne facevo largo uso, non perdendo occasione per fare battute.»
    «Peccato che coloro che ti stavano intorno non l'hanno capito.» replico.
    «Sì, un vero peccato. Non era colpa mia se ero pungente, sarcastico ed estremamente arrogante.»
    «A parte questo, io so che hai comunque amato molto Roma.»
    Allarga le braccia e sorride, apparendo bellissimo.
    «Chi non l'amerebbe? Durante il mio principato ho fatto in modo da consolidare il potere di Roma più che espanderlo. Ritenevo fosse più prudente poggiare su solide fondamenta.»
    «So che hai anche affrontato il problema della manutenzione delle strade.»
    «Mi sembrava palese. Noi romani siamo stati famosi per le nostre strade che si snodavano per l'intero impero ed io non sopportavo che andassero in malora.»
    «È vero che hai ampliato la rete idrica a Roma?»
    «Verissimo. Feci costruire due nuovi acquedotti, l'Acqua Claudia e l'Anio Noves, entrambi portati a termine dopo la mia morte.»
    «Ti sei preoccupato anche della pulizia dell'Urbe.»
    Gonfia il petto e si liscia la tonaca virile.
    «Pur di far bella Roma, ho ricoperto di fango un addetto all'edilizia, per fargli capire cosa intendessi per pulizia. E lui lo capì talmente bene che, quando divenne imperatore con il nome di Vespasiano, si è ricordato della lezione ricevuta. Tutto merito mio, non credi?»
    Ne convengo e inizio a credere che davanti a me non ci sia un folle, bensì una persona intelligente e sarcastica, che sa cogliere il lato umoristico in ogni occasione.
    «So che ti piaceva travestirti.»
    «Sì, fin da piccolo. La mia passione, dopo la corsa dei cavalli, era il teatro. Spesso intervenivo nelle rappresentazioni, mascherandomi e recitando insieme agli attori. Il mio migliore travestimento era Alessandro Magno.»
    «Oltre alle corse dei cavalli e al teatro, si dice che amavi i combattimenti nelle arene.»
    Arriccia il naso e annusa l'aria salmastra, chiudendo un attimo gli occhi.
    «I ludi circensi erano un vero spettacolo. Hai mai assistito?» indaga.
    Rabbrividisco al pensiero e scuoto la testa.
    «Male, ragazza, male. Noi romani ne andavamo fieri e orgogliosi. I gladiatori erano un portento della natura. Un giorno mi capitò di assistere a un incontro singolare.»
    Rimango in silenzio e lo fisso a lungo, mentre il suo sguardo si vela di ricordi e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Con tono pacato, riprende:
    «Mentre un certo schiavo Androclo era al centro dell'arena, il leone che avrebbe dovuto sbranarlo si mise a leccarlo e a fargli le moine come un grosso gatto. Ho poi saputo che la bestia aveva riconosciuto l'uomo che, tempo prima, gli aveva tolto una grossa spina dalla zampa che gli causava forte dolore. Quale magnifica riconoscenza!»
    «Ma… Ma è vera?» balbetto allibita. «Questa storia è vera?»
    «L'ho veduta io, con i miei occhi.»
    «Deve essere stata una scena entusiasmante.»
    «Spettacolare.» ammette. «Ho liberato sia lo schiavo sia il leone.»
    «Nobile gesto.» commento iniziando a guardarlo sotto una luce diversa.
    Lui sorride e all'improvviso allunga la mano e mi scarmiglia i capelli, facendomi impallidire.
    «Un tempo, ti avrei costretto a tagliarli rasati.» ammette.
    «Solo perché tu ne eri privo?» ribatto.
    «Una idiosincrasia che è costata cara a molti.» ammette. «Ma io ero l'imperatore e come tale mi consideravo un dio.»
    «Un dio che però è morto sotto i colpi di pugnale.»
    Sospira e scuote la testa bionda. Ancora mi chiedo come facessero gli antichi a considerarlo brutto e privo di attrattiva. E poi penso che il giudizio era stato dato da coloro che lo odiavano e volevano a ogni costo porlo sotto una luce crudele e sanguinaria. I senatori che lo hanno ucciso, non si erano aspettati che il popolo piangesse la sua dipartita.
    «Anche gli dèi tendono a morire.» commenta. «Solo il vostro Dio non muore mai. Pretenzioso, non trovi?»
    Non replico, consapevole che mi sta stuzzicando di proposito, provocatorio come sempre, e con un sorriso mi saluta, tornando tra i frangiflutti da dove era apparso. Esito un solo istante e lo richiamo:
    «Gaio!»
    Si ferma e volta appena la testa, sbirciandomi da sopra la spalla.
    «Vedi? Tu ed io saremmo andati d'accordo. Se solo anche gli altri mi avessero compreso!»
    Gli sorrido senza più timore e mi inchino, riconoscendo la sua natura divina. Lo vedo annuire adagio e prima di svanire mi lancia la sua corona d'alloro. La raccolgo e la osservo a lungo, prima di portarla sul cuore e sospirare appena.

  • 28 settembre 2013 alle ore 22:02
    Vita in paese - II° episodio “Festa in paese”

    Come comincia: Vita in paese - II° episodio  “Festa in paese”

    - Brava! Brava! Bis!
    Era iniziato da poco il concerto della cantante Lucy, che già gli amici inseparabili:  il Professore, il Cancelliere, Occhio Fino, il Nobile, s’erano riuniti e per l’occasione, c’era anche  il loro amico il Marziano accompagnato dal  suo amico Jonn, giunto da Londra per passare insieme le ferie.  Applaudivano la cantante; in più c’era il fotografo del paese, detto Scatto Lesto che col suo apparecchio fotografico era sempre pronto a scattare foto da prima pagina. Era quel che diceva sempre, incensandosi da solo.

    Seduti tutti in prima fila, ammiravano Lucy la cantante che stava sul palco, situato per l’occasione nei giardini pubblici del piccolo paese, proprio al lato del bar del Nobile.
    La folla affluiva sempre più al richiamo della voce di Lucy che aveva concesso il bis ai ragazzi, anche se aveva iniziato a cantare da solo cinque minuti, i posti a sedere erano quasi esauriti. Il Professore si era seduto al fianco di Jonn, col quale di tanto in tanto scambiava qualche parola d’inglese, guardandosi in torno, cercava negli sguardi e sui visi delle persone che prestavano attenzione allo sfoggio del suo inglese maccheronico, un elogio o un qualsiasi consenso di compiacimento al suo sapere.
    Il Marziano, ascoltando il suo inglese, si rivolse a Jonn che manifestava visibilmente il suo disagio per non avere compreso nulla di ciò che il Professore stava tentando di dire, e disse:
    - Jonn, vedi che ti sta parlando della bravura della cantante!
    La frase formulata e pronunciata in un perfetto inglese.
    Jonn ringraziò il suo amico e sorrise al Professore che, a sua volta, sorrise ed elogiò il Marziano dicendo:
    - Bravo Mario, niente male il tuo inglese, se ti fa piacere, puoi passare da me, quando avrai un po’ di tempo, sarà un piacere poterti dare qualche piccola lezioncina di pronuncia, così il tuo inglese sarà perfetto.
    Il Marziano senza ribattere ringraziò Peppe per la sua disponibilità. 
    Intanto, Occhio Fino non staccava gli occhi da dosso a Lucy che continuava a cantare le canzoni del suo repertorio.
    Il Cancelliere con la sua famiglia si dava da fare per tenere sottocchio il suo bellissimo bambino di sette anni, Alarico, stava giocando con un gruppetto di amici, suoi coetanei, al salto più grande. Il gioco consisteva nel saltare dall'alto di cinque gradini per atterrare il più lontano possibile. Proprio in quel momento il piccolo stava per spiccare il volo, quando, fermandosi disse gridando, tanto da far girare tutti:
    - Lovatevi davanti che debbo zompare.
    Rivolgendosi ai suoi piccoli amici, però aveva riscosso più attenzione da quelli di suo padre, su tutto dal Professore che disse al Cancelliere:
    - Giacché ci siamo, Antonio, mandami anche tuo figlio a lezione, solo che per lui sarà d’italiano.
    Il Cancelliere sorridendo rispose:
    - Sì Peppe a te non ne scappa una, va bene, Professore!
    Intanto il fotografo che aveva iniziato a scattare foto alla rinfusa, disse ai suoi amici di mettersi in fila, l’uno accanto all'altro sotto il palco perché intenzionato ad  immortalarli mentre Lucy cantava; gli amici non si fecero pregare due volte e presero posto sotto il palco, cercando di mettersi in posa in  attesa dello scatto.
    - Ecco fermi! No! Occhio Fino no, guarda verso di me, lascia stare le gambe della Lucy!
    - Ma quali gambe? Sto cercando di farmi passare un dolore che mi è preso a causa di guardare sempre nella stessa direzione mi è venuto il torcicollo...
    - Sì ti ho visto sai? Quando guardavi fisso la Lucy.
    - Un’altra accusa inesistente, lo sai che non ci vedo per niente ed ho impiegato il tempo di 7 canzoni per riuscire a vedere appena il colore dei suoi occhi che sono verdi.
    - Guavda che gli occhi sono celesti, Occhio Fino!
    Fece notare il Nobile col suo accento blasonato, che di tanto in tanto sfoggiava per dire qualcosa, perché più propenso ad osservare che non a parlare.
    Intanto la cantante si prese una piccola pausa e scese dal palco, subito il gruppo d’amici, corsero lei incontro chiedendole un autografo. Il Marziano fu il primo a raggiungerla con carta e penna alla mano, Scatto Lesto si precipitò per la foto ricordo.
    - Ecco fermi…no, Mario non va, scusi Lucy, ma c’è troppa differenza e la metà del suo corpo, quella superiore, a questa distanza non entra nella foto.
    Infatti il Marziano, conosciuto per la sua statura lillipuziana, al fianco della bella cantante risultava piccolissimo…

    - Così, sì ragazzi, bravi anche voi, tutti insieme, è una bella piramide. Però, che foto da prima pagina, Mario sembri un gigante, ora sei pari alla nostra star Lucy.
    - Lo credo bene, è seduto sulle mie spalle!
    Disse il Cancelliere, mentre il figlio gli tirava calci perché voleva salire anche lui sulle sue spalle.
    - Ecco perfetto, ancora una per essere sicuri che tutto riesca bene, grazie ragazzi passate domani e potrete già vederle, ecco anche a lei il mio indirizzo se le interessa la foto …
    - Lascia stave Scatto Lesto. Rispose il Nobile.
    - Pevmette signovina Lucy, sono Franco detto il Nobile, pvopvietavio del bav omonimo per lei solo Fvanco, posso pvendevmi l’incavico di favle aveve questa foto vicovdo?
    La cantante che fino allora non aveva aperto bocca, che per cantare, rispose:

    - Ehi! Ma credi che io mi metta a ricevere foto da quattro sprovveduti come voi?
    - Mi scusi, ma non volevo offendevla.
    - Non mi sono offesa, ho solo detto quello che penso. Aggiunse Lucy, che si rivelò tutt'altra che gradevole come persona. Il Nobile tagliò corto e si allontanò dal gruppo, il Professore che aveva seguito tutta la scena si avvicinò a Lucy e disse:
    - Permetta che le dica che il mio amico non voleva offenderla, ci sono modi e modi per dire ad una persona che le è magari antipatica. In quanto alla sua definizione di sprovveduti, non sarei tanto d’accordo, se lei è qui stasera è anche grazie a questi sprovveduti, come ci ha definito lei.
    La ragazza lo guardò con disprezzo e poi con un riso beffardo gli girò le spalle e risalì sul palco per cantare. Il Professore, non avendo ricevuto una risposta soddisfacente, alzando la voce per darsi un’aria da spavaldo, e perché tutti sentissero, disse:
    - Signorina Lucy, continui pure a cantare, deve rispettare le regole del contratto che noi le abbiamo fatto sottoscrivere per questa serata, su, su, inizi e non perda tempo, altrimenti saremo nell’obbligo di ridurre il suo cachet!
    Lucy lo guardò con un fare da menefreghista e riprese a cantare come aveva già previsto. Il Professore, nel frattempo cercava con lo sguardo i suoi amici che si erano allontanati dal palco perché il Nobile s’era sentito poco bene, così, quando li raggiunse domandò se il suo malore fosse dovuto, al piccolo litigio che c’era stato tra lui e la cantante, il Nobile rispose di no, era solo dovuto al fatto d’avere bevuto una birra troppo fredda. Il Professore non si lasciò scappare l’occasione di sfoggiare il suo sapere ed iniziò a porre delle domande alla maniera di un dottore della scientifica.
    - Allora vediamo, hai detto che hai bevuto una birra, a che ora?
    - Savà stato mezzova fa, non so con esattezza. Rispose il Nobile.
    - Bene, e quando hai mangiato l’ultima volta?
    - È stato staseva prima del concevto, un’ova fa, ma pevché queste domande, io ho solo male di pancia!
    - Appunto devo appurare se si tratta di un banale blocco digestivo, oppure altro.
    - Ma perché non chiamiamo il dottore, deve essere qui alla festa anche lui, non vi pare?
    Disse Occhio Fino, che sembrava inquietarsi per il suo amico. Il Professore, seguitò tutto concentrato, ed ignorando la sua domanda, continuò nella sua indagine per stabilire una diagnosi ed il rimedio:
    - Bene, vedo che sei in piena digestione e l’avere bevuto la birra fredda ha bloccato la digestione.
    - Sì, Peppe questo lo sapevo già.
    Rispose il Nobile tra una smorfia e l’altra di dolore, sulla fronte iniziavano a formarsi delle goccioline di sudore.
    - Sì, dicevo appunto, che hai bisogno di prendere una bevanda calda, non ti preoccupare, ti devi mettere disteso, andiamo al bar, lì puoi distenderti.
    Così dicendo i tre aiutarono Il Nobile fino al bar sotto stretta sorveglianza del Professore che tastava il polso ogni momento per appurarne i battiti. Giunti al bar entrarono nella saletta detta: “Degli Amici” dove c’era un divanetto sul quale adagiarono Il Nobile. Il professore ordinò al Cancelliere di tenere alzate le gambe del Nobile, Occhio Fino ripeté la domanda:
    - Chiamiamo il dottore forse è meglio non vi pare?
    Intanto il Nobile si contorceva per i dolori atroci al ventre e sudava fortemente. Il Professore da canto suo non accennava a lasciare il malato al dottore, infatti, disse:
    - Tranquillo Occhio Fino e pure tu Franco, non dimentichiamoci che stavo per diventare dottore, ma ve lo siete dimenticati?
    Rispose il Nobile, nonostante il dolore atroce, con ironia:
    - E chi se lo dimentica Peppe, dovevi dave solo un centinaio di esami per diventavlo, una sciocchezzuola. Occhio Fino chiama il dottove, anche se ho vispetto pev te Pvofessove, ma qui si tratta della mia vita, compvendimi! 
    Occhio Fino e Il Cancelliere andarono alla ricerca del dottore i due chiamarono anche il Marziano e il suo amico inglese, che pregarono di tenere d’occhio il Professore spiegandogli dell’accaduto. 
    I due lo raggiunsero, che appunto, stava tentando di far bere una tisana calda al Nobile, il quale visibilmente stava male e non ce la faceva a stare seduto per bere. Il Marziano ed il suo amico vedendolo dissero:
    - Professore aspetta vai a cercare il dottore ce ne occupiamo noi per farlo bere.
    - No, amici vi ringrazio, ma già sono andati in due a cercarlo, anche se non è veramente necessario, lui ha solo una banale congestione.

    - Ecco il dottore!
    Esclamò il Marziano, tirando un sospiro di sollievo.
    - Franco, cosa ti è successo!
    Domandò preoccupato il dottore vedendolo in quello stato di sofferenza. Il Professore non diede il tempo al Nobile di rispondere che subito subentrò dicendo:
    - Ho potuto capire dai sintomi e da quello che mi ha detto che si tratta di una banale congestione.
    - Peppe, ma come fai a dire ciò, sei dottore? Dimmi cosa è successo svelto sta male.
    - Davvero?
    Rispose il Professore diventando, a sua volta pallido. Poi farfugliò:
    - Ha mangiato e dopo un’ora ha bevuto una birra fredda.
    Il medico chiese di lasciarlo solo con Franco. Tutti uscirono e guardavano di traverso il Professore che faceva finta di guardare in direzione del palco, per non incrociare lo sguardo di rimprovero dei suoi amici. Dopo cinque minuti il dottore uscì e domandò loro dove fosse il telefono. Tutti allo stesso tempo risposero:
    - Dietro di lei dottore!
    Con lo sguardo sospeso come i loro respiri ascoltavano il medico che, diceva: 
    - Pronto Soccorso? Inviatemi un’ambulanza, sono il dottore De Michelis, c’è una persona che ha bisogno urgentemente d’essere operato d’appendicite  c’è forte rischio di peritonite, fate presto, sono qui al Bar del Nobile, sì, conosce? Bene fate presto!

    I cinque si guardarono. Poi gli sguardi si rivolsero tutti in direzione del Professore che, con un’espressione da innocente disegnata sul suo viso, disse:
    - Ragazzi, tutto lasciava presupporre che fosse una congestione, che ne sapevo io, pensavo che fosse già stato operato di appendicite eh! Altrimenti ci avrei pensato.
    Così tra il suono del complesso sul palco e quello della sirena dell’ambulanza, la festa finì all’ospedale per i cinque amici, che con le loro auto seguirono l’ambulanza che trasportava il Nobile e vegliarono per il resto della notte nell'atrio dell’ospedale, fin quando il dottore non annunciò loro che Franco era stato operato ed era fuori pericolo.
     
     

  • 28 settembre 2013 alle ore 9:52
    L'indifferente

    Come comincia: Vorrei poter dire di aver visto e vissuto tutto questo per raccontarlo. O forse è vero l’inverso, e cioè che chi racconta ha visto e vissuto tanto di quel tutto, nella sua testa e fuori.
    Ma qui il vero che conta è un mondo reale fatto di tante realtà, di verità non credute.
     
    Lui era lì, uno schiaffo dopo l’altro, ad incollarla al muro. Nessuno avrebbe detto è vero se non l’avesse visto con i propri occhi: un ragazzino esile pompato dalla rabbia nell’atto di punire una semplice richiesta di parola. La sera calda si apriva alla noia del falso divertimento, e la sua noia era più importante. Di lei. Un tempo breve svendeva quello lungo, lo cancellava, lo cacciava fuori.
    Lei aveva solo quello e le parole per difendersi, e uno stupore come debolezza. Non resse alla sorpresa di trovarsi due mani, che s’era illusa di conoscere, intorno al collo. Non fiatò quando si trovò letteralmente spalle al muro. Il buio ruppe gli argini, il mondo fu travolto e scappò via.
    Ma prima di andarsene volle ferirla ancora, di più, in profondità, con l’immagine sullo sfondo di una persona amica che guardava, che vedeva tutto, senza muoversi.
    Fu uno sconosciuto a farlo, a scattare, a porre fine a quello scempio. Il gelo del muro fu lontano e al mondo fu possibile rientrare. Lei era ancora senza fiato, ma non per lo stupore. Fece un passo indietro e gli negò l’addio: l’unica arma con cui aggredire quel ragazzo che credeva di avere allevato giustamente nel suo cuore. Non ne aveva altre. In seguito, si ritrovò a essersi riconoscente per non averne avute, per non aver assorbito lo sporco di quella parete.
     
    O forse la scorza era scivolata dentro e l’amore era salito in superficie.
    Se lo chiedeva spesso ora che gli anni avevano trasformato quella scena in un ricordo da riprendere. Un’ultima volta, per capire e poi riporre. Per comprendere che a fare male, più di quelle dita in movimento, serrate attorno alla sua gola o stampate sulle guance, era stata l’immobilità di chi le era amico in modo strano perché aveva scelto di non fare niente. La solitudine era il dolore steso a seccare, ad asciugare, nell’arsura dell’indifferenza o di un’ostinata forma d’impotenza. Ora lo sapeva.
    Ma avrebbe voluto poter dire di non aver visto e vissuto tutto questo, di non poterlo raccontare. Di avere altre verità incredibili da dire, da far piovere sul capo degli indifferenti.

  • 26 settembre 2013 alle ore 16:38
    Una buona collaborazione (racconto breve)

    Come comincia: L'appuntamento era per giovedì, alle quindici e trenta, in Piazza Grande,, davanti alla tabaccheria.
    Per riconoscerci: lei, un gilet imbottito rosso; io un piumino pure rosso.
    Quel giorno, il sole era abbagliante e faceva freddo. La vidi subito e anche lei riconobbe il mio cappotto.
    Ci stringemmo le mani, intimidite; poi l'avvio del dialogo fu facile.
    "Ho bisogno di assistenza per mio padre gravemente malato"- le dissi.
    Il suo sorriso mi diede fiducia, mi rincuorò.
    Nei suoi occhi si rifletteva la vita trascorsa: prima la scuola, poi il matrimonio, i figli...i sogni non realizzati che l'avevano portata in Italia, a cercare lavoro.
    Guardandola, vedevo anche i campi della Romania, ondeggianti di erba e di grano.
    Lì erano rimasti gli affetti, , l'amore.
    "Dov'è suo padre?"- mi chiese
    "Abita non lontano dal centro, a pochi kilometri da qui".
    "Molto bene - disse Eléna- ci vediamo domenica a casa di suo padre".
    Attesi quel giorno con impaziente serenità.
    L'incontro con il babbo fu ottimo.
    "Lei ha un aspetto magnifico - le disse - speriamo in una buona collaborazioe".
    La speranza portà frutti più che abbondanti anche se la collaborazione durò soltanto sei mesi.
    "Eléna, cara amica,donna speciale, ti ho considerata subito persona di famiglia". Sempre allegra, volonterosa, umile , generosa. Il "grazie" era  di continuo sulle tue labbra e, se dovevi asciugarti una lacrima, pensando ai tuoi cari lontani, lo facevi  di nascosto".
    Mio padre visse gli ultimi mesi con serenità: la buona collaborazione si concluse una sera d'estate, in una ristorante di collina...
     

  • 25 settembre 2013 alle ore 18:23
    25/09/2013

    Come comincia: Campane; leggero rintocco di esili campane, una strada semi deserta e i cancelli della chiesa che vengo aperti.
    Il chierico custode tira a se i cancelli che oscillano con un leggero rumore metallico di chiavi contro il ferro; apre un'anta e poi l'altra.
    Porta occhiali da vista, i capelli brizzolati più nel bianco candido delle nuvole che nel suo originario colore giovanile.
    Ed eccoli lì, i praticanti devoti che entrano man mano, varcando la grande porta grigia e tetra di una brutta e semplice chiesa di strada.
    Passo accanto alla scena come un fantasma.
    Al chè, d'improvviso, gl'occhi s'incontrano col chierico, uno sguardo di assenza combacia attraverso sottili lenti di occhiali; poi il proseguo del cammino verso il luogo dove mi stavo dirigendo.
    Il chierico custode mi conosce; nel mio passare spesso accanto alla chiesa ho incontrato più volte quella scena.

    "Ora questa chiesa ha anche un custode? Da quando?" mi chiedo.
    Eppure si, ora c'è, non so perchè, le cose cambiano da un giorno all'altro o forse da tempo ormai, ma non me ne sono mai accorta e oggi si, l'ho fatto.
    Adesso non è più il vecchio parroco ad aprire i cancelli ai fedeli; ma un uomo comune, uno di quartiere (chissà perchè) lo fa.
    Non lo so perchè, di certo sarà il mal di testa, ma questo scontro di pensieri mi ha leggermente toccato.
    Sarà che andavo dal dottore (per l'ennesima volta) e che, come sempre, prima di ogni partenza, c'è sempre qualcosa che non va e, a malincuore, è sempre la stessa cosa che non va; la sfortuna.
    Si; a volte ci credo in queste cose perchè se no non si spiega come mai ogni volta faccia una scelta importante e c'è sempre qualcosa (la stessa) che sbuca quasi per magia.
    Arrivato ad un certo punto posso solo pensare che non è tanto quella a colpirmi, ma chi usa quella per colpire se stesso.
    Sapendo quanto sia essenziale, in tutti i modi (sempre lo stesso) sa come colpirmi dritto all'anima.
    Ma mi dispiace cara persona sfortunata, non mi lascio ingannare di nuovo; la morte  giunge per tutti e dato che di morte non si parla, nei tuoi bei ottant'anni, io ti lascio senza ripensamenti.

    Ho mal di testa, quindi basta.

  • 25 settembre 2013 alle ore 13:41
    Corvi nel Cuore

    Come comincia: ...Sono le notti come questa in cui credi che tutto sia finito,in cui ti accorgi che la vita ti è scivolata tra le mani senza aver avuto il tempo di darle nemmeno una leccata con fiori di gelsomino e tulipano rosso...come quel pesciolino di quando ero bambino...parecchie Anisette Meletti fa...tra un accordatura aperta di Do e l'impiegato bombarolo di De André...sperando di rubarti ancora il respiro percorrendo autostrade notturne....nella luna di primavera o di quasi estate...appena un po' più lucida...appena un po' più sporca....mi parli di "mesticanze chimiche" e di "cameratismo culturale"...ed io penso al tempo che ho perso senza di te....che sei il tremolo "elaborato" della Fender Mustang dei miei desideri....quella che dall'autunno 2009 finalmente posseggo,ma che ho suonato pochissime volte per le tragedie tardo/romaniche/elleniche/egizie che mi sono successe...che in confronto "Le quatre-cents coups" di Trauffaut sono una partita a un-due-tre-stella....dil/azione vagale....vuoto temporale....che potesse davvero venire un temporale che mi lavi l'anima da tutto il male subito e da quello che dovrò subire....per cosa poi?per essere stato così pervicacemente troppo buono.....maledettamente...e l'estetica di Baumgarten dove sarà ora? forse col potenziale(inesploso) vitale di Mao e dei contadini nelle campagne...nel giorno in cui il Partito distribuiva il riso ai contadini ammassati in venti in una Kolchoz....Ti parlo di solipsismi e mi chiedi se si mangiano....forse si...Il bianconiglio consigliava sempre ad Alice di nutrire la sua mente.....o forse era il topolino....dubbi amletici apodittici ed aporetici.....che il dualismo Junghiano non è un 'opinione, la matematica apllicata forse lo è...mi sono lasciato togliere la libertà di essere un anarchico dell'anima,come dalla nascita....che non si riconcilierà mai con la dittatura della vita....dicotomie raffinate....sublimi ed ineffabili....resti di quella che era una quasi vita e che ora è lento attendere la morte per rinascere....per poter tornare a vivere...da quando non mi faccio più mi è risalito tutto il tempo perso e le cazzate fatte senza volerlo...il male subito mi aveva accecato....questi occhi tersi che ora se ne vorrebbero andare in silenzio ,ma senza prima aver rivisto i tuoi.....i tuoi occhi di rugiada...così belli e così immortali......vagare nel delirio della tempesta porta comunque sempre a riva prima o poi.....e li bisogna fare i conti con sé stessi....e di peggior nemico/migliore amico non ce n'è....uccidere i propri idoli e autoabortirsi....potrà salvarmi?...lo spero tanto anche se le forze di lottare sono ai minimi termini nell'integrale tendente all'infinito perdente.....parliamo delle nostre vite passate nella speranza che un ricorso storico le faccia risvegliare.....e ci illudiamo come se l'angelo dei cieli in bianco e nero sopra Berlino potesse venire a custodirci.....a proteggere le nostre anime sbilenche....nella proiezione ortogonale di un triangolo scaleno......fuori piove,dentro è bufera..."chiamala inverno" magari....con quelle chitarre dissonanti/tremolanti che danno bene l'idea di senso panico....e quella voce così potentemente melanconica....come quando ero felice....come quando c'era Andromeda,il cavaliere dello zodicaco vestito di rosa....mi piaceva perché ambiguo e debole.....che forse la mia anima dentro è un po' lesbica....o qualche speed che sta risalendo dal passato a/traversa gli ammassi neurali....come se fossimo i doppiatori di Strange Days o di Blade Runner...in un universo parallelo....come i binari della littorina,ma quando andava a motore e gasolio....non come ora che la politica l'ha elettrificata....che Giovanna Daffini si starà rivoltando dentro la bara senza più il suo fischio del vapore/motore.......la mia testa ora è piena di pensieri irrisolti.....alcuni tristi altri un po' meno....ritrovarsi dopo tanti anni al giardino dei perseguitati dalla vita a parlare del nostro non vissuto amore come due amanti regolari ci fa male,ma ci fa anche bene......come un elettroshock andato fuori dai bordi......a/traverso la corrente che scorre nelle nostre vene....penso che dietro ad ogni autolesionismo ci sia la mancanza assoluta di Dio....mentre Gesù pensa a bere la Coca-Cola rigorosamente in vetro....che sennò poi gli spiriti del capitalismo s'impossessano pure della sua anima marxista....lui il primo marxista della storia....e suo cugino più piccolo Federico Nietzche che è stato il primo punk poi magari gli poga vicino ubriaco e gli sputa in faccia....e gli tocca di lavarsi la lunga barba....domani è un'altra domenica .....una domenica SI?o una domenico NO?...ai posteri l'arsa sentenza.....come il velo di Maya si è disselciato  ho avuto un fermo-immagine in repeat.....mi sono autoesiliato più di quanto avessi mai fatto prima....."sono lontano,sono in esilio da me"....tornare mi sembra impresa ardua ora come ora.....partizan-girl vieni a liberarmi.....ti aspetto ogni notte nei pochi sogni belli che faccio....quando riesco a dormire qualche minuto....beffandomi dei circolo centrifugoso dei pensieri  e dei mostri che tornano dalle giostre dell'infazia....questo maledetto passato....fatto di treni,funicolari e piste di pattinaggio dove non ho mai pattinato....albe soniche in riva al mare e passeggiate solitarie a respirare la libertà della solitudine.....che ora è diventata un lager....un campo di sterminio dove lo sterminatore e lo sterminato sono la stessa persona: io!.....un vero carcere forse sarebbe meno prigione di questo....un 'e/mozione che dia la scossa....quella scossa ancestrale....per ripartire e non tornare più indietro.....rivangare nel delirio.....operazioni nostalgia:no grazie,ora basta!....nelle fiere dell'Est andare in un mercatino senza mascherine mediche o antigas per farsi i fiki sui social-kaz-network....work di che poi?...Instanbul sputttanata....altroché liberata.....come la riesumazione della Comunanza dei mali....coi capi-padroni che si vestono da pantere rose......e ballano fieri di non conoscere la vergogna....un altro mondo sarebbe stato possibile,forse....magari con Michele Apicella Presidente del Consiglio....una torta sacher di qua e un sogno dorato di là.....a/traverso i b/sogni.....quelli che Antonio e Yuri speravano diventassero realtà...e anch'io c'ho creduto...ma i miei si sono infranti uno dopo l'altro....e le cicatrici son sempre qui....forse solo dei tatuaggi teckno-ravers potrebbero mascherarle.....ma fare un tatuaggio senza crederci è apofantico.....quindi mi tengo le cicatrici.....e sticazzi al cubo ai giudizi dei nuovi artisti contemporanei in/viventi....viva Fontana e lo squarcio nella tela.....frustr/azioni Amarcord......oggi si fanno gli aperi/cena/pizza/pesca/cazzo/piazza...anche nei caffè letterari....io sinceramente piuttosto che un caffè letterario preferisco un Pastis Ricard in carne ed ossa....stati di qualificazione.....il professore/attore di quinto liceo mi diceva che avevo delle illuminazioni alla Rimbaud....segno del destino che mi ritrovo con un palo della luce che mi acceca le nottate insonni.....dove son sveglio più di un assassino......"ADDIO.AMORE MIO"....io vado via....violentata terra nostra....penso alle tue caviglie e alle mie che son l'unica parte di me rimasta magra....forse dovranno percorrere altre strade....chissà....disselciare i sogni e reprimire i b/sogni.....dicotomie nichiliste....dell'ultima ora dell'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze dalla vita......un'insulina al tramadolo ora ci sarebbe stata da dio....peccato però abbia effeti collaterali notevoli.....come l'iperprolattinemia....che già sta vicino alle nuvole del NORD.... il comandante partigiano che era più fascista dei fascisti veri,quelli col grano....lumpenproletariat....Bettino "SBAGLIATO".....ma meglio dei commedianti di twitter in onda su la7......Venere di  Milo....Làmia....Pandèmia.....succhiami gli anticorpi autoimmuni....e rifammi vergine e svampìto...come a vent'anni....che mi guardo le scarpe con le cuffie e le musicassette pregne di Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine.....e poi mi domando  come il tempo atroce in coro rubi la mia anima...così DISCIPLINATHA.....Voglio l'erba....ma quella dei prati dell'Oasi....e i tuoi occhi da contemplare col Capitan Chiar di Luna......annaspare senza la paura di un fotografo che ti somodomizza alle spalle....è raro non trovarne di recente....ora che la profezia di Orwell si è avverata in tutto il suo terrore....."cuore?amore?fuoco eterno!rosso inferno"....Ricordo ancora il parco del Sole.....prima del terremoto voluto dallo Stato.....io tremo ancora...ma per altri motivi....convulsioni parossistiche di quinto grado.....nel vento notturno che odora di fiume e di Te......e tabacco incendiato a malsublimare i desideri in/franti di questi anni scivolati come la kina... che crescono come le nuvole illuminate dalle stelle.....figlie di un dio minore o di un do minore...che gli accordi da salone parrocchiale non mi sono mai piaciuti....troppo difficili da imparare....di-a- dà -in- con -su -per- tra -fra...e il cazzo di Buddha dove sta?....non nominare il nome dello stregone invano....ma nominalo nel vano posto letto di un t.i.r. a bassa velocità....quelli che irrompono anche nei banchi di nebbia sulle nuvole di Matisse.....affetti viscerali e allucinazioni suburbia/ne....augh....mio signore ...profeta indesiderato....spirito altero...angustiato orgasmo di un amplesso orgiastico di s/quadratura incestuosa....la sinistra Freudiana sotto il podere...e Reich col suo orgone orgasmico vanno a farsi benedire nei postriboli gestiti da Marcuse e Bakunin....storie di disincanto e di fascismo estetico...neurolettici a colazione....eretismo lisergico .... Jhonny Cash è stato forte,non ha mica avuto paura del carcere....Valium rivoltante...perpetua sinestesia di un giorno verde teutonico...."la verità è sublime bellezza".....ma quanto fa male....terapia antalgica oppioide...ma la cannabis che odora di terreno notturno è meglio...molto meglio.....1,2,3,4,1000 vietcong che smuovono il tricolore italiota e gli hipsters isterici dell'ultima generazione di idolatri viventi...."KILL YOUR IDOL"....trapani distorti e lamiere balilline avanguardiste...come la piccola dolce AIDI....e suo nonno che "degustava"sempre ghiaccioli al limone....pacioccchina gioventù mia....e le preghiere al finale di " e così sia"....ottimo avvio verso la bestemmia come emancipazione libertaria del rimosso individuale e sillogistico....il lavoro rende davvero liberi,soprattutto quando certi individui s'incammineranno da soli senza troppi schiamazzi e in fila indiana verso il campo di sterminio....i loro poveri cani no....loro non c'entrano nulla con la  stupidità a-cognitiva dei propri padroni....pane burro e marmellata di mirtilli....e fuori la neve...in/quieta catarsi....guerra calda sotto i piedi ...pensieri nervosi....."fatti punk" mi dicevo a 14 anni.....quando vivere aveva ancora un senso....poi una volta che ci nasci ci resti per sempre....anche quando la vita ti penetra quei 21 grammi dell'anima a sangue.... peggio della morte.....una rivoluzione in fase premestruale....isteria schizoide:modalita:on!......alleluja...reduci di un non so cosa...di un nonnullla un po' ischemico...linfoadenopatie verticali....prodromi orizzontali....il discorso dello studente non è stato vacuo....40 anni dopo  risentirlo è rabbrividire....aposiopesi endotermica....trekking yoga alterato....ma tutto questo Alice lo sa già....padre nostro che nuoti nei deserti,infettaci del tuo bene.....e tu mia Madonna non m'abbandonare.....il sommo poeta  Keats diceva che "senza disagio non ci può essere arte".....però Dio santo....un po' di felicità...è ora....è passata l'ora....andare a nitrire.....meglio che dormire...meglio di guarire...che poi io scrivo "illuminato" da Te...per Te....chi cazzò mai vorrà pubblicare questo sfigato disadattato..refuso rietto autoesiliato a Malta?...."alto tradimento"...dello Stato,della vita...della sfiga...Ferruccio dove sei?vieni a prendermi dai...che andiamo en France....però prima devo andarci con Te..."alla rivoluzione sulla due cavalli"...e "colpa d'alfredo" a palla...perché Vasco Rossi,lui è un vero rocker....cortili di palazzine umidificate dalla brezza di mare...orientale?occidentale?trasversale?....doniamoci gli organi vitali....in un intervento microchirurgico d'altri tempi....un Fender Deleuze o un Orange Guattari?....nazidadaismo reverse....e transhoegaze....maresciallo Rigaut guidaci alla Riconquista di Abbid Abbeba,ma senza troppo rumore....silenzi verdemare con l'oltretomba in stand-by....." bella lei,belli loro,bella tu,bella io"...,bello sto grande cazzo variopinto di carciofo....retroguardie regressive del terzo millenio connesso in wi-fi su facebook.....col "nei pressi" nel vostro lucido cesso annesso....i-phone,smart-phone....una meningite meningococcica no?....la rivoluzione senza cannone....i tempi di myspace erano migliori scrivevi qualche giorno fa.....io penso che i tempi migliori erano quelli dei manifesti appesi alle stazioni e nei negozi di dischi e di libri....quando aveva ancora un senso vivere....il progresso regressivo....punk senza bestie....le bestie siete voi....anarchia portami in cantina....alle 3:12 di mattina....di questo cazzo di giorno che non so più quale sia..domenica 14 luglio 2013...prima dell'alba dei vivi morenti...alè alè....caccia la pasta comandante,che poi si scuoce....scotti e scottati...inesorabil/mente....god.pig.pig.god....figure s/retoriche amène....e tanti amèn di contorno....al diluvio/cena che spero vi seppellirà.....però io e Te e quel Negroni...."sarebbe un po' tutta un'altra cosa".....ma in montagna....in odore di Partigiani...o parmigiani reggiani....et voilà ....je suis le poete maudit "incompreso"....come quando mia madre mi fece leggere il libro tanti anni orsono....e pianse più di me....adesso....456.000 bolle viola....e lacrime riesplose senza confini spaziotemporali...."HoldenGolden"...si,ma solo per Te...solo tu lo meriti....anche se presto ti smaterializzerai come polvere di stelle all'aurora....l'odore di benzina è meglio di quello di una benzodiazepina....provare per crederci...."sci oh"....slang derelitto di quarta serie.....alma s/vista....spurio/sangue.....gong...splash...zut!.....ibrocodeina....prati rasati e lucciole buone....diapason accordati male....Adolfo era una brava persona....amava pure gli animali....meglio di un  rapporto anale senza lubrific/azione.....sinergia d'intenti o consol/azione degli scontenti?.....laringospasmi etilici.....come lo speed assunto a Bologna nella vita precedente a questa inconsistenza....ejà alalà....meglio un profeta in divenire che una coca-cola aperta in lattina da fluire e fotografare....passa l'angelo e dice AMEN....acido/desossiribonucleico....meglio noto come DNA.....dove sono psicoregistrate le nostre sfighe future...dal tramonto all'alba....senza passare per il pomeriggio.....con D'Annunzio che annaffia le sue tamerici salmastre e non più arse....e una bambina balla al ritmo di dodici/noni...con accordatura dis/aperta RE-SOL-SOL-SOL-SOL-RE...che questa scusate ma l'ho inventata io....(royal/al/thé verde please!!!)....ora vorrei essere uno dei tuoi cani....così mi abbracceresti mentre  non mi addormento...pensando a queste mille storie che leggo sul mio volto nel tram della mia anima......che è sempre in ritardo specie nelle ore spuntate....ed ora albeggia sulla riviera delle salme.....pace in cielo agli uomini di cattiva Nolontà....ossimori dislettici....anfratti arborei e troppi puntini di sospensione....proprio troppi....insopportabili...

    Prima di Te mi dicevano che avevo un nome primaverile...come Jan Palach e il maggio francese....ora resto solo Io....ed oggi mi dico che sono il mio aforisma psico/semantico......

  • 24 settembre 2013 alle ore 18:27
    Solitudine

    Come comincia: Basta. Sovente le azioni umane, dietro muri tremendi, vengono a testimoniare la loro gravezza, il loro peso, la loro leggerezza.
    E’ opportuno rilevare il profilo di un’anima che esprime il senso del tempo.
    Il tempo che passa e che non ha età.
    Ecco il giorno che segue la notte. Lui (quello che tu conosci molto bene) se ne sta in una delle sue tante case dalle quali fugge per fuggire la solitudine e la paura. Scruta dalla finestra gli altri e pensa… E l’anima saccheggia il cafarnao dei sentimenti. La capacità di meditazione cade negli spazi vuoti della fantasia dove l’indifferenza buca una nuvola creativa e spezza le dolci ali dell’amore.
    Difficile farsene poi una ragione tanto che, forse, una ragione non c’è.
    Giorni terribili. Arrivasse almeno una parola, qualcosa, qualcuno che induce a minimizzare la situazione. Niente. Nessuno. Dal torcersi le mani non se ne spreme nulla. Occasioni per sfogarsi non gli si presentano, né li cerca. La pietra diventa sempre più pesante. Sostanze euforizzanti danno un diverso coraggio. Un coraggio che sa di niente. Impotenza a fermare ciò che fugge. La mente si fa debole e la conoscenza si allontana sempre più dalla verità. Il carico di promesse diventa ansia fissata ad un’esistenza incompiuta con una catena così forte da non poter essere spezzata. Si mette a cantare un motivo popolare che nessuno ascolta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora le parole si annodano alle note. All’improvviso… Mio Dio, che cosa ha fatto? L’azzurro degli occhi si accende di rosso… era un bravo ragazzo. Era un ragazzo sensibile. Era…

    Egli è ancora qui con noi.
    Ricordi ?… C’è poca, pochissima luce! Si fa buio. Buio profondo negli angoli della memoria.
    E’ la pura verità.

    (da "Alfafeto dalla A alla Z")

     

  • Come comincia: Sono pronto per un'altra giornata di corse. E sto in attesa del mio compagno di viaggio, non so ancora chi sarà oggi: sono sempre l’ultimo a sapere le cose…
    Lavoro in una grande città e questo mi fa sentire importante, anche se spesso sono in ritardo e per questo me ne dicono di tutti i colori. Mai una volta che senta dei ringraziamenti!
    Sono ancora a riposo, il sole fa capolino dalle fessure della grata. Sento il cinguettio degli uccelli e, da qualche tempo, anche il verso dei gabbiani!
     
    Oggi potrei incontrare Patrizio e Jessica: sono una coppia di giovani innamorati anche se ancora non se ne sono accorti. Patrizio vorrebbe trovare il coraggio di stamparle sulla guancia un bacio appassionato, senza pensare alle conseguenze. Se Jessica reagisse con uno schiaffo non gli importerebbe, se reagisse con un “Perché l’hai fatto?”, le risponderebbe: “Per ringraziarti”. Tutti ci sono passati in quella fase, da ragazzi, quando una sconosciuta diventa il più bell’essere vivente sulla faccia della terra. Chi non si è innamorato almeno due o tre volte al giorno alzi la mano. So già che sarete pochissimi.
    Nelle prime ore del giorno ci sono soprattutto lavoratori stranieri. Victor e Miriam parlano sempre, tra loro o al cellulare, nella propria lingua d’origine, chissà se per sentirsi un po’ “a casa” o per avere più libertà di comunicazione. Chissà di cosa chiacchierano: hanno sempre lo stesso tono, non si capisce se scherzano, parlano male dei datori di lavoro o litigano. È da un po’ che non li incontro, però, credo che siano tornati nel loro paese per le vacanze.
    Durante il tragitto c’è chi studia o legge un libro: quello in autobus è uno dei pochi momenti della giornata in cui si ha del tempo per sé, a volte l’unico, poiché non ci si deve preoccupare del percorso, basta ricordarsi di scendere alla fermata giusta. Antonella sta sempre in fondo, sui sedili dell’ultima fila e continua tranquillamente a leggere mentre sistema la ciocca di capelli dietro l’orecchio. Chi legge, spesso, si isola tanto da non accorgersi di aver sorriso. Potrebbero lanciare un premio letterario: “Miglior libro dell’anno per sorrisi provocati su mezzi pubblici”, farebbe furore. Certo, bisognerebbe escludere i libri di barzellette o di attori comici, per loro sarebbe troppo facile...
    Sull’autobus si consuma anche lo scontro generazionale. Quando i giovani restano seduti, per i vecchi sono dei maleducati, se cedono il posto gli anziani si inorgogliscono, pensano che non sono poi così acciaccati e rimangono in piedi, rispondendo che devono scendere alla prossima. I ragazzi di oggi poi vivono con le cuffiette praticamente incorporate alle orecchie: auricolari di tutte le forme, dimensioni e colori, attaccate a tutti i tipi di congegni, i-pod, mp3, cellulari... A me è un sistema che non piace, isola le persone e poi la musica certe volte disturba, perché è troppo alta  o di un genere strano. De gustibus...
    Un giorno una ragazza, vedendo un tipo appena salito con l’mp3 che sembrava intento ad ascoltare la sua musica preferita, ha sussurrato  alla sua amica: “Che bel ragazzo!” (a dire il vero non l’ha detto proprio così…). Lui si è girato e l’ha ringraziata. Aveva l’mp3 scarico e lo teneva incollato alle orecchie solo perché non aveva voglia di metterlo via. La ragazza è diventata  rossa dalla vergogna! Li ho persi di vista, ma credo che siano scesi insieme .
    Oggi è un giorno lavorativo, quindi Franco sta aspettando in mezzo alla strada, con la sua ventiquattr’ore nera abbinata al completo giacca e cravatta e il suo migliore amico: l’inseparabile telefonino. Le persone come lui, che vedendomi arrivare alla fermata si sbracciano e agitano in segno di stop, mi fanno un po’ ridere. Sono buffi, sembra abbiano paura che non mi fermi o che mi scambino per un taxi…
    E i Billy, li Incontrerò oggi? È un nomignolo che ho coniato per descrivere i forestieri che incontro per la strada. Loro sì che si gustano la città, più degli abitanti del luogo. In giro ne puoi vedere tante di queste comitive, soprattutto d’estate e in tutte le ore del giorno, infischiandosene del caldo afoso, con il cappellino, il vocabolario, la cartina della città e i sandali con i calzini!
    Ci sono anche i “matti”. Come Cesare, il gesticolatore del 791, quello che parla con tutti, muovendosi di continuo, toccandosi gli occhiali sul naso ogni quattro parole. O come quello del 65 che parla sempre dei bei tempi andati, mescolando ricordi personali e fatti storici. Queste persone in genere sono molto abitudinarie e seguono sempre gli stessi percorsi.
    Subito dopo, quasi stessero a braccetto, compaiono gli “invisibili”, che poi invisibili non sono. Si riconoscono dal cattivo odore. Elio è uno di loro, sembrerebbe anche una persona “normale” ma quando trova un posto a sedere le persone accanto lo lasciano rapidamente, perché non riescono nemmeno a respirare. Elio talvolta incrocia il suo amore, Italia, la barbona con il carrello. Lei “abita” alla stazione dei treni e fa parte di quei vagabondi che salgono e scendono con il loro bagaglio pieno di cianfrusaglie che però, per loro, cianfrusaglie non sono, ogni oggetto ha un significato e un valore profondo. Italia fa spesso coppia con un’altra donna che grida frasi del tipo: “Ao’, che te guardi? Che vuoi? Questa è la borsa mia!”. Allora il conducente le risponde: “Nessuno te la vuole fregare, però non dar fastidio, altrimenti alla prossima scendi”.
    L’anello di congiunzione tra le persone invisibili e quelle “normali” sono i musicisti, che salgono e per due o tre fermate suonano i loro strumenti. Cercano di tirare su un po’ di euro, sono soprattutto zingari.
    Federico e Valeria sono due bambini di 5-6 anni, fratelli, hanno un forte accento romano. Se trovano due sedili vicini iniziano il loro gioco preferito: “Io mi siedo così… e allora io mi siedo cosà…”. Ognuno dei due inventa una posizione strana, sempre più scomposta, e quanto si divertono: le loro risate fanno proprio bene a tutti. Non so se perché sono romani doc, con la loro parlantina, o perché sono neri come il carbone, ma quando incontro loro tutto mi sembra più sopportabile.
     
    Le nuvole si stanno avvicinando minacciose, il vento le trasporta con gran velocità e il sole oggi non riesce a imporsi, sembra si prepari il diluvio universale. Il giorno di pioggia è sempre quello in cui le persone si arrabbiano più facilmente a causa del traffico. Se non siete preparati a incontrare ragazzi che escono da scuola, anziani con le buste della spesa, ombrelli che potrebbero diventare armi improprie, persone che vorrebbero scendere ancor prima dell’apertura delle porte, restate a casa! Uscireste pazzi!
    Per non parlare dei giorni di sciopero o di quelli in cui si svolge qualche manifestazione. Un giorno di pioggia, con le scuole aperte e qualche corteo insieme per me sarebbe da suicidio! La città diventa invivibile. A proposito: al semaforo, come accade sempre più spesso, vengo circondato da uno sciame ronzante con la voglia di scattare più velocemente possibile. I motorini sembrano proprio degli insetti e, come loro, potrebbero creare bellissime coreografie se volessero… 
    Nella vostra città circola ancora il “grande vecchio”? È così che chiamiamo il mezzo più anziano. E’ un bus arancione, ancora con le porte a soffietto e i sedili tutti scarabocchiati. Ormai non riesce più a inserire le marce a causa dei troppi chilometri fatti nella sua vita e a ogni salita sembra che non arrivi in cima: i passeggeri a piedi forse andrebbero più veloci. Ogni giorno, alla fine del turno, torna in rimessa come se avesse vinto la gara più importante del mondo.
     
    Mi sento un po’ più pesante, guardo in giro e vedo che il mio compagno di viaggio è arrivato. Con la divisa forse un po’ logora ma sempre elegante. È già al cellulare, gesticola, i capelli lunghi coprono l’auricolare e sembra un pazzo che parla da solo. Piccola aggiustata agli specchietti e al sedile, cintura allacciata, fari accesi, benzina sufficiente. Si parte! Diamo il via a un’altra giornata di lavoro! Alla radio, ho ascoltato una canzone che mi ha fatto molto ridere: “Che è passato l’autobus? A signo’, se era passato non stavo qua!?” È “Quelli che…”, dei Flaminio Maphya. Certe volte mi sono chiesto se non fossi io quel bus…
    Da domani, quando incontrerete qualcuno dei miei amici, portate rispetto! Saremo anche delle macchine, ma senza di noi non andreste da nessuna parte.

  • 18 settembre 2013 alle ore 8:43
    River man

    Come comincia: La luce della luna si schiantava sul fiume, espandendosi poi sulle colline che in parte avvolgevano il corso d’acqua;  quelle alture, con crinali ripidi e ricoperti di alberi, costringevano il fiume a virare verso destra.
    In quella curva a gomito,  a poca distanza dalla diga, c’era la spiaggia.
    Il ragazzo stava lì, seduto sulla panchina in pietra sistemata vicino alla riva; pensava,  per l’ennesima volta, all’impresa che voleva compiere.
    Dovevano essere in due, anche per ragioni di sicurezza, ma alla fine il suo amico aveva deciso di rinunciare.
    Guardò la superficie dell’acqua: immobile.
    Sapeva però che sotto quel velo d’apparente tranquillità, era tutto un ribollire di correnti; sapeva perché nel tempo aveva imparato a conoscerle e a governarle.
    Ne avevano fatte di vittime quei torrenti nascosti, per imprudenza, cattiva digestione; a volte era anche successo che qualcuno, per scelta, si abbandonasse alle correnti, regalando al fiume sofferenze, paure fuori controllo, vite giunte al limite.
    Il fiume quelle esistenze non le cercava e nemmeno le voleva; portava acqua e quindi vita, e la morte lo rattristava: avrebbe voluto aiutarle, avvisarle dei pericoli.
    Avesse almeno potuto piangerle, ma non c’è posto per le lacrime in un mare d’acqua.
    Alla fine il ragazzo decise: doveva farlo!.
    Era la prima volta che tentava di attraversare il fiume di notte: una bella sfida, ma era sicuro di riuscirci; negli anni aveva avuto  un maestro straordinario, suo nonno, che tutti chiamavano “River Man”, uomo di fiume, a sottolineare quella sua simbiosi con l’acqua.
    Proprio alcuni giorni prima, in occasione dei suoi ottant’anni, aveva fatto un tuffo dal trampolino della spiaggia che poi era un muretto,  e tutti  i presenti si erano alzati in piedi ad applaudire.
    Ricordava ancora le parole della prima lezione teorica di nuoto che il nonno gli aveva impartito:
    Quando fai i compiti ragioni con la testa, se invece giochi a pallone,  oltre che con la testa devi pensare con i piedi;  ma se vuoi diventare un uomo di fiume come me, devi imparare a pensare con tutto il corpo.Entrò nell’acqua e lentamente cominciò a nuotare.
    La corrente, in quel tratto costretto tra due sbarramenti, era forte: violenti massaggi  che affaticavano la muscolatura di tutto il corpo e incrementavano la fatica.
    Sentì rumori di motore nelle vicinanze della spiaggia. Girandosi, vide una vettura fermarsi e spegnere le luci.
    Probabilmente una coppietta,  o forse una di quelle persone che di notte scaricavano tra gli alberi ogni tipo di rifiuto; ma non era il momento per fermarsi a pensare, doveva mantenere la giusta concentrazione, quindi, voltando le spalle ad ogni ipotesi, riprese a nuotare, stavolta  con vigore.
    In un lasso di tempo che a lui sembrò breve, abbordò l’altra riva; si sentiva carico e soddisfatto, e aveva ragione di esserlo: senza grossi problemi aveva fatto metà del lavoro.
    Solo in un tratto della traversata si era trovato in difficoltà, per via di un vortice del tutto inaspettato; in quel momento aveva anche pensato che il fiume non gradisse di essere disturbato nel cuore della notte.
    Uscito dall’acqua e recuperato un respiro regolare, fece un po’ di ginnastica per ridurre l’impatto dell’aria e ridare tono alla muscolatura; poi si fermò lanciando lo sguardo sulla collina del Belvedere.
    Lì sopra volevano costruirci una grande piazza, per consentire alle persone di guardare il fiume dall’alto; per ricongiungere il paese, che stava  sull’altopiano di là dalle colline, con il fiume: così dicevano i tecnici.
    A lui l’idea non piaceva, non aveva bisogno di quella vista aerea, buona per gente che sa guardare solo con gli occhi, pensò;  non percepiva quella separazione, perché il fiume era parte della sua vita.
    Nei mesi invernali,  in cui era costretto a tenere i piedi per terra, fuori dell’acqua,  lui soffriva e si deprimeva.
    Cominciassero a sistemare la spiaggia !  pensò.
    I giovani e i meno giovani  della sua compagnia, facevano di tutto per tenere in ordine quel posto, per educare la gente ad usare i cestini dei rifiuti; solo quando c’era qualche piena che fagocitava  parte della spiaggia chiedevano l’intervento del Comune, ma era tutto uno scarica barile.
    In Municipio si attaccavano alla Provincia, che si attaccava all’Anas, che si attaccava al Magistrato del Po, che  si attaccava al Parco, che si riattaccava al Comune, che…
    Alla fine restava tutto com’era;  e loro si attaccavano a qualcosa che non era un tram.
    Ora doveva tornare dall’altra parte. La brezza che all’arrivo gli aveva regalato una benevola frescura, adesso portava brividi e la stanchezza cominciava a farsi sentire.
    Era rimasto troppo tempo fuori dall’acqua. Valutò anche, in quel frangente, la possibilità di non tornare a nuoto: poteva, di corsa, prendere il sentiero delle “Lucciole”, attraversare il ponte della  diga e poi proseguire sulla strada fino alla spiaggia dove aveva lasciato i vestiti.
    Già i vestiti!  pensò,  mica poteva andarsene in giro in mutande; e poi quella sfida con se stesso, senza testimoni,  in una notte di luna solare, per lui era troppo importante.
    Ricordò in quel momento altre parole di suo nonno:
    -Siamo fatti d’acqua e pensieri, e di carne che prende fuoco, se una passione ci coglie.
     
    Senza ragionare oltre si tuffò.
    Cristo, era o no il nipote di River Man?!

     

  • Come comincia:  
    Sono italiana ed un po’ mi ha risollevato pensare che Franco Porcellacchia e Sergio Girotto, ossia i tecnici responsabili della rimozione per Costa e Titam-Micoperi, fossero italiani.
    Il grande Alberto Sordi ha rappresentato spesso gli italiani, nelle loro debolezze umane, buone o cattive che fossero (anche le debolezze possono essere, se non “buone”, almeno “meno cattive”), ma sarebbe dovuto rinascere per fare il primo attore in un ipotetico film in cui si riproducessero le fasi della storia che hanno condotto la grande nave italiana a schiantarsi contro un piccolo scoglio. Anche il personaggio “Fantozzi” andrebbe bene, benché il ridicolo si associ, oltre al danno economico del naufragio, ai circa 600 milioni di euro spesi per la rotazione della nave. Non si trattava dell’iceberg contro di cui si schiantò (ma circolano anche voci alternative, con la presenza di una nave straniera e di un missile), il transatlantico britannico della che andò a schiantarsi contro un iceberg nella notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912 ed affondò nelle prime ore del 15 aprile. Lui trascinò con sé nel fondo 1518 dei 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell'equipaggio. Con il Concordia si è trattato di uno scoglio, uno di quelli dove si arrampicano i nuotatori per riposare. Inoltre la Costa Concordia era un gioiello tecnologico che si guidava con un semplice joystick, qualcosa di molto meno complesso del Titanic.  Pur essendo simile ad un paese galleggiante con 5000 abitanti, centinaia di appartamenti, decine di ristoranti, sale da gioco, discoteche, palestre e piscine che viaggia di giorno e di notte a 20 nodi l’ora guidato da radar complicati e sala di controllo da stazione spaziale. Ma “Il fattore umano” così come si evinceva anche dal famoso romanzo di Green Graham, non è isolabile dal resto.
    Dunque; notte insonne, seguendo quella parte dell’immensa nave che veniva su dal mare, alla luce dei fari: - “Benché tu sia così bianca, / questa sera, / alla luce dei fari che t’illuminano / con violenza, / benché tu sia così bianca, / nave dei sogni, /pure c’è un solco di fango che ti segna la fiancata, /laddove fosti ghermita dallo scoglio, / laddove venisti giù, /lenta, / senza pietà verso chi ti viveva indosso. / Senza pietà fu lo scoglio, / senza pietà e coscienza / fu l’essere umano, /dimentico del suo dovere di capitano. / Senza pietà fu l’errore,/
    che ti precipitò ad affogare, / a metà, / in quell’acqua nemica. /Ma questa sera,
    mentre uomini e funi ti traggon via /da quella melma verde che ha coperto /
    il tuo fianco immacolato, /torni per qualche istante /al tuo candore perso, /a ricordare quanti ti videro solcare, / forte e sicura / il mare. / Tu non avesti colpa,
    coi tuoi oblò, /coi tappeti e le scale, / le piccole cabine /e le lucenti sale /piene di specchi. / Non avesti colpa, / nel privare, quasi d’un tratto, /in momenti frenetici di panico, / della gioia, della vita, / dei ricordi, /degli amori / chi si era immersa in te, / nel ventre tuo/ destinato a restare sopra il mare / non dentro il fango, / invece, / ad annegare. / Ma questa notte sei tornata bianca, / sotto i fari, / mentre lacci, argani ed umani, / ti traggon fuori / dalla melma nera, / sei destinata, domani, alla tua fine. / Questa sera ti guardo / per un’ultima volta, / come se fossi quella / che più non sei / e il mio pensiero vola /a quei dispersi, /
    che non renderai. “-
     Si diventa poeti se non lo si è, figuriamoci se lo si è nati. Una notte vissuta, come me, certamente da tanti italiani, anche da quelli che il disastro della nave l’hanno vissuto sulla pelle. Poi, verso le 05 del 17 settembre, è sbarcato sull'Isola Nick Sloane, l’ingegnere di origine sudafricana di 52 anni (vive in Sudrafica, a Somerset West, Città del Capo), insieme al suo team. Parliamo del “senior salvage master” della Titan Micoperi, cui è spettato l'arduo compito di dirigere le operazioni di rotazione della Concordia, gestendole da una “control room” galleggiante a pochi metri dal relitto. Gli dobbiamo un grazie per avere risollevato l’animo di noi italiani con quella sua frase: -“Se pensi a tutto quello che c’è dentro questo progetto, tra elettronica e acciaio, realizzi che pochi Paesi al mondo avrebbero potuto mettere insieme in così poco tempo un’operazione così vasta». Chi ha seguito nel corso della sera e della notte, anche se a tratti, fino al mattino, le operazioni di rotazione della nave, ha potuto ascoltare gli ordini e i messaggi che Nick e gli altri si scambiavano, con evidente emozione ed ansia. Tutto andava fatto con estrema cura ed attenzione per non ripetere un errore umano di distrazione, come quello che, assieme ad altri errori, ha condotto la nave sugli scogli dell'isola. – “Provo sollievo e sono orgoglioso, così come il mio team - ha detto appena varcate le transenne del porto - e sono un po' stanco, mi vado a fare una birra e vado a dormire. Mando un bacio a mia moglie”. Altri, invece, sono restati sul molo, nel bar dell'isola, a festeggiare questa "sconfitta dell'essere umano". Sconfitta non di chi ha dovuto effettuare la rotazione della nave, ovviamente, essendo questo il primo passo per portarla via dal Giglio, ma di chi lo ha commesso materialmente e di quanti, non si sanno le ragioni (vorremmo chiedercele), hanno posto in posizione di comando qualcuno che non ne aveva diritto, se non per conoscenze tecniche (che forse aveva), ma per questioni di capacità psicologica. La nave non sarà spostata, però, prima della primavera. Resterà a lungo sui luoghi del disastro, ma ancora più a lungo nella memoria degli uomini così com’è sul lato emerso, dove sono evidenti i segni degli scogli. Il prossimo passo sarà quello di porla in sicurezza, per permettere ai tecnici di entrarvi e iniziare i lavori. Priorità è la ricerca dei due corpi ancora dispersi e noi italiani ci sentiamo da tanto un po’ dispersi assieme a loro.
     
     
     
     
     
     
     

  • 16 settembre 2013 alle ore 18:17
    Fogli ingialliti

    Come comincia: Camminava in fretta Margherita e il rumore ritmato dei suoi passi svelti sull’asfalto produceva un’eco che rimbombava nella via silenziosa a quell’ora della notte.
    Lavorava come cameriera in un locale del centro città e spesso si attardava al lavoro, c’era sempre qualcosa da sistemare per il giorno seguente prima di chiudere.  Procedeva speditamente perchè a quell’ora tarda aveva un po' di paura.
    Per un soffio aveva perso l’ultimo autobus che stava partendo proprio nell’istante in cui Margherita arrivava alla fermata, si era così vista costretta a tornare a casa a piedi.
    Il suo alloggio, situato verso la periferia della città, consisteva in un monolocale dove aveva portato le sue poche cose.
    Rincasò con il fiato corto a causa della camminata veloce, posò la borsa e appese la giacca, levò le scarpe, infilò le pantofole e tirò un sospiro di sollievo.
    Posò lo sguardo indugiando per un po’ sullo scatolone che conteneva le poche, preziose cose del suo passato. Conservava lo scatolone gelosamente riposto in uno scaffale in alto, nell’unico mobile.  La tentazione che spesso la prendeva era quella di salire sulla  scaletta e di aprirlo…Ma  cercava di farlo il  meno possibile per non cadere nella nostalgia, sempre in agguato.
    Ogni oggetto contenuto in quello scatolone rappresentava un ricordo e suscitava in lei molte emozioni belle o tristi, a seconda…
    Margherita si era trovata sola  a Milano, a cercare un lavoro per potersi mantenere, sperando di riprendere al più presto gli studi di giurisprudenza  interrotti a causa del dissesto finanziario della sua famiglia.  Dopo aver cercato a lungo e invano un impiego migliore, decise di accettare quel lavoro da barista, dignitoso, ma che a mala pena le dava di che vivere e pagare l’affitto del monolocale dove abitava.
    Accese la piastra elettrica della piccola cucina, fece cuocere una bistecca, si preparò un’insalata e si versò un bicchiere di vino bianco fresco. Dopo aver mangiato fece la doccia,  indossò il pigiama e si sdraiò sul letto lasciando vagare i pensieri, inseguendoli e poi riprendendoli,  perché di tanto in tanto si dissolvevano  o si intrecciavano fra loro.
    Il suono forte e ripetuto del campanello della porta interruppe i suoi pensieri facendola sobbalzare all’improvviso. Si chiese chi mai potesse essere a quell’ora: nessuno la conosceva e nessuno sapeva di lei nello stabile; ebbe paura e decise di non aprire.  Il suono si ripeté ancora e ancora più volte, e ogni volta l’angoscia di Margherita aumentava, il cuore accelerava i battiti martellando nelle tempie, il sangue per alcuni interminabili istanti si gelava nelle vene…Il respiro si bloccava.  Ricordò all’improvviso che qualche sera prima all’uscita dal lavoro, le era parso che qualcuno la stesse seguendo e la stesse chiamando con una voce rauca…Fortunatamente era riuscita a salire sull’autobus prima di essere raggiunta…Ma poi a mente fredda,  pensò che doveva essersi trattato di un eccesso di fantasia da parte sua, di una suggestione dovuta all’ora e alla stanchezza;  aveva archiviato l’episodio e non ci aveva più pensato.
    Ora, all’ennesimo suono del campanello si convinse che qualcuno l’abbia davvero seguita.
    A un certo punto il suono cessò. Margherita tentò di addormentarsi ma, molto impaurita, non riuscì a prendere sonno. Durante la lunga notte non riuscendo a dormire, pensò e ripensò, immaginò chi potesse interessarsi a lei e per quali ragioni.
    Al mattino seguente, sebbene ancora sconvolta, si fece coraggio ed uscì per recarsi al lavoro.
    Il proprietario del bar dove prestava servizio vedendola stanca e pallida le chiese se stesse bene e  Margherita non vedendo l’ora di raccontare a qualcuno l’accaduto fu ben contenta di farlo, parlò del suono improvviso del campanello, della notte insonne e la sua tensione un po’ si alleggerì.
    Il Signor Ruggero, questo era il nome del suo datore di lavoro, collegando i due episodi, la informò che nella prima mattinata un signore era entrato nel locale e mentre sorbiva un caffè, aveva chiesto di una ragazza di nome Margherita, dicendo di essere un vecchio conoscente, nato e cresciuto nella stessa città e di volerla incontrare per salutarla.
    La ragazza provò a immaginare chi fosse lo sconosciuto che cercava di lei non riuscendo però a ricordare nessuno.  Questa notizia non fece altro che aumentare la sua ansia e accrescere in lei una sensazione di disagio e il presentimento che si tratti di uno sconosciuto personaggio improvvisamente emerso dal passato, e che questo non le avrebbe portato nulla di buono.
    Forse c’era un collegamento fra quell’uomo e la sua famiglia: troppe erano le cose legate all’attività dei suoi genitori di cui la ragazza era all’oscuro! Non se ne era mai interessata…
     Se n’era andata dal paese da pochi mesi, quando suo padre e sua madre rimasero vittime di un grave incidente stradale.   La loro morte palesò gravi dissesti finanziari dell’azienda che insieme portavano avanti: una fabbrica di prodotti chimici destinati all’industria mobiliera, navale e all’edilizia. Margherita fu costretta ad abbandonare l’università, vendere tutto ciò che poteva per saldare almeno in parte i debiti dei suoi genitori e poi andarsene via da quel luogo, la borgata in provincia di Pavia che l’aveva vista nascere e crescere e che adesso la faceva tanto soffrire.
    Erano passati cinque mesi da quel terribile giorno e spesso, prepotentemente,  riaffioravano ricordi.
     
    Trascorse qualche settimana, tempo durante il quale la ragazza riuscì a essere abbastanza serena; ogni sera però, al momento di coricarsi, la assaliva un senso d’inquietudine che la accompagnava fino a quando cedeva al sonno.
    Una mattina, mentre come da routine quotidiana stava rifornendo di bibite e generi diversi il bancone del bar, la ragazza udì l’inconfondibile voce rauca che le stava chiedendo una bibita, si girò e si trovò davanti un uomo elegante, brizzolato. Poteva anche essere definito un bell’uomo a dispetto della voce sgradevole. D’istinto gli osservò le mani che, notò, erano curatissime. Portava una valigetta tipo 24 ore;  l’uomo  le chiese una spremuta d’arancia.
    Improvviso un senso di nausea assalì Margherita…Quella voce - si - quella voce,  lei era certa di averla già udita.  Ricordò che il Signor Ruggero qualche tempo addietro l’aveva informata che un signore distinto che aveva chiesto di lei…
    Gli servì la bibita con le mani tremanti mentre lo sconosciuto cliente la guardava con insistenza e dopo un po’ le chiese se per caso fosse nata a Pavia, perché le disse - credo che, in tal caso, noi ci siamo già incontrati, quando lei era poco più che una ragazzina -.
    Margherita si affrettò nel rispondergli, seppure balbettando, che no, non poteva essere, dato che il suo luogo di nascita era un altro, ma lo sconosciuto insisteva nella sua affermazione.
    L’uomo andò a sedersi a un tavolino proprio al centro del locale e mentre sorseggiava la spremuta d’arancia, osservava Margherita la quale fingeva indifferenza.  Poi aprì la valigetta e ne estrasse una cartellina verde.  Lentamente, con ampi gesti ostentati, la aprì e uno per volta sfilò e dispose in bella vista sul tavolino dei fogli…
    La ragazza trasalì, per un attimo si sentì mancare, le sue gambe iniziarono a tremare, barcollò. Quell’uomo stava disponendo ordinatamente sul tavolo una serie di disegni che lei riconobbe immediatamente: li aveva fatti lei stessa negli anni del liceo, quando sognava un futuro da stilista, sogno che ben presto aveva abbandono dedicandosi a studi di giurisprudenza.  Erano schizzi più o meno elaborati di abiti femminili da sera, da cerimonia, da sposa…Disegni molto belli, a matita con tinte pastello .
    Margherita cercò di recuperare velocemente la sua lucidità e l’autocontrollo.  Finse indifferenza, guardò da lontano i suoi disegni e si chiese come mai quell’uomo che stava seduto davanti a lei guardandola e giocherellando con un sottobicchiere, ne fosse in possesso. Lei era certa che quella cartellina verde si trovasse nello scatolone dei ricordi che teneva nell’armadio…Forse quell’uomo era riuscito a entrare nella sua casa e aveva rovistato…
    Mille pensieri la assalirono, uno più spaventoso dell’altro. Ciò che non poteva immaginare era che a causa di una cartellina come quella i suoi genitori avevano perso la vita!
    Lo sconosciuto osservò attentamente a uno a uno i disegni sollevandoli e poi lentamente li inserì di nuovo nella cartellina verde  che ripose con cura nella valigetta.  Si alzò, pagò la sua consumazione e si avviò verso l’uscita mentre rivolgendosi alla ragazza disse:- “Buona giornata, ci rivedremo presto”.
    Questo saluto suonò come una minaccia.
    Nel bar in quel momento non c’era nessun altro e la ragazza in preda alla paura e alla disperazione sedette con la testa fra le mani e cominciò a piangere. Così la trovò poco dopo il proprietario del bar, di ritorno dal suo giro per commissioni.
    Margherita in lacrime gli narrò l’accaduto e il Signor Ruggero la rincuorò, le suggerì di mantenere la calma dicendo che nel caso si fosse ripresentato lo sconosciuto, avrebbe provveduto lui stesso a informare i carabinieri di ciò che stava succedendo. Stasera - le disse- ti accompagnerò a casa e salirò con te così nessuno oserà seguirti.
    Con l’aiuto del signor Ruggero, la sera stessa aprì lo scatolone e con le mani tremanti, emozionatissima, frugò freneticamente, cercò al suo interno la cartellina verde…La trovò e in quell’istante il mondo le crollò addosso…Non capì più nulla, impallidì … Dopo interminabili istanti la aprì: dentro vi trovò dei fogli ingialliti sui quali erano scritte formule, equazioni, parole come “viscosità, addensante, polimeri”… In uno dei fogli, sottolineata con il colore rosso e affiancata da un disegno particolare somigliante alle cellette delle api, piccoli rombi, ai cui vertici c’erano lettere maiuscole o trattini che si dipartivano verso altre cellette. Era una formula particolare sotto la quale c’era un appunto: “importante e segreta  - per il momento non si cede”. Riconobbe la calligrafia di suo padre e le venne da piangere. Quella cartellina che lei fino a quel momento aveva creduto contenesse i suoi disegni, racchiudeva invece fogli sui quali erano tracciate formule chimiche, calcoli, simboli che lei non riusciva a decifrare…Improvvisamente ricordò di averla recuperata dopo l’incidente fra rottami dell’automobile di suo padre, dentro quello che originariamente era un cassetto del cruscotto. L’aveva conservata nella convinzione vi fossero i suoi disegni…
    Il signor Ruggero lesse quei numeri e guardò quei calcoli…Poi disse:- “Intuisco che sopra a questi fogli c’è scritto qualcosa di molto importante, di inestimabile valore e che qualcuno vuole impossessarsene per ricavarci del denaro..”-  Margherita annuì… Era troppo stanca e agitata  per prendere qualsiasi decisione o anche semplicemente per elaborare delle ipotesi a riguardo.
    Ringraziò e salutò il suo datore di lavoro il quale  se ne andò raccomandandole di telefonargli immediatamente in caso di pericolo e promettendole di venirla a prendere in auto l’indomani mattina.
    Come promesso, al mattino seguente il signor Ruggero la aspettava sotto casa e la accompagnò al lavoro. Dopo averci pensato a lungo, la ragazza decise di interpellare un assiduo cliente del bar, ex professore di chimica all’università oltre che persona gentilissima e colta. L’uomo, signore distinto di circa settant’ anni, pensionato, aveva i capelli bianchi e la barba, a guardarlo ricordava il grande musicista Giuseppe Verdi. Il professore fu molto cortese, volentieri spiegò alla ragazza il significato delle strane scritte tracciate su quei fogli. La rese anche consapevole del fatto che si trattava di una scoperta interessantissima che, se messa in circolo, avrebbe rivoluzionato il settore delle vernici industriali. Seguendo lo schema delle molecole disegnate sul foglio, si sarebbe potuto ottenere un nuovo prodotto base: una vernice acquosa con un ottimo grado di viscosità, essa avrebbe certamente rivoluzionato la produzione delle vernici e sostituito quelle ora utilizzate contenenti piombo, mercurio e altri elementi tossici. Inoltre, trattandosi di una vernice a unico componente, non ci sarebbe stato bisogno del liquido catalizzatore necessario all’essicazione e alla resistenza di ogni vernice.  Un altro elemento che contribuiva a rendere ancora più interessante la formula era che se ne poteva ricavare molte varianti: si desumeva dalle frecce collegate ai vertici a quella principale, dove, cambiando qua e là gli elementi, si sarebbe potuto agire sul colore, sull’ opacità, lucidità,  elasticità, trasparenza…a seconda dei diversi usi e materiali da trattare.
    Una vernice di questo genere di certo avrebbe suscitato grande interesse presso i mobilifici e nell’edilizia… Oltre a fruttare un sacco di soldi a chi ne possedeva le formule.
    Per prima cosa il professore consigliò a Margherita di fotocopiare i fogli e custodirli con cura, nascosti, e poi di depositare gli originali presso un notaio.  Le disse anche che sarebbe stato il caso di informare la polizia, perché si avvii un’indagine allo scopo di identificare lo sconosciuto che di certo conosceva il valore di quei pochi fogli ingialliti.
    La ragazza seguì questi consigli e ottenne che un poliziotto, finto cameriere e fidanzato, la accompagnasse spesso e lavorasse con lei dietro al bancone del bar.
    Di tanto in tanto l’uomo sconosciuto dalla voce rauca si presentava nel locale e con noncuranza estraeva i disegni dalla cartellina verde, li allineava sul tavolino, li osservava, scambiava qualche opinione con i clienti, cercava di avvicinare Margherita invitandola persino a cena… Il poliziotto osservava attentamente ogni mossa. Nel frattempo furono avviate le indagini.
     In breve lo sconosciuto fu identificato: si trattava di un certo Simone  Malpezzi già noto alle forze dell’ordine, processato per reati vari fra i quali lo spionaggio industriale e fidanzato dell’allora segretaria del padre di Margherita, Silvana Righi.
    Silvana Righi era stata licenziata circa un anno prima, quando il padre di Margherita, essendo prossimo al fallimento dell’azienda di cui era proprietario, fu costretto a farlo.  La donna, conosceva il valore delle formule della vernice e prima di andarsene arraffò tutto il possibile compresa la cartellina verde che credeva le contenesse.  
    In seguito i genitori di Margherita si misero in viaggio verso Roma, alla ricerca di aziende interessate al prodotto.  Avevano investito molto denaro  per la messa a punto delle formule e, quando inaspettatamente fu ottenuto quel risultato così importante, decisero di trarne profitto per rilanciare l’azienda e risollevarne le sorti.  Perciò presero la cartellina verde e la sistemarono con cura nell’automobile.
    Sfortunatamente successe l’incidente, dove ambedue persero la vita. 
     
     
     
    Silvana Righi si era da poco alzata e stava guardando il cielo attraverso la finestra della sua cucina mentre beveva un succo d’arancia pregustando la serata che avrebbe trascorso con il suo fidanzato; il vetro della finestra le restituiva la sua immagine un po’ sciatta, con i capelli in disordine.
    Pensò che durante la giornata avrebbe fatto un salto dal parrucchiere: all’arrivo di Simone voleva essere bella. Doveva pazientare ancora qualche giorno e poi la sua vita sarebbe cambiata.
    Lei e Simone avevano acquistato due biglietti aerei di sola andata per il Brasile, dove pensavano, sarebbero stati finalmente al sicuro e felici.
    Silvana e Simone si erano incontrati durante una trattativa per la vendita di alcuni prodotti da parte dell’azienda per la quale lei lavorava e da subito li aveva accomunati il fiuto per gli affari.
    Fra loro nacque un’intesa forte e poi l’amore poco prima del licenziamento di Silvana. Insieme avevano escogitato un piano per trafugare le formule e impossessarsene.
    I pensieri di Silvana furono interrotti dal suono del campanello che la fece trasalire. Quando aprì la porta vide davanti a sé due poliziotti che le mostrarono senza parlare un mandato di perquisizione. Senza potersi opporre Silvana assisté come paralizzata a quella violenta intromissione nella sua vita e quel frugare ansioso fra le sue cose. I poliziotti trovarono e sequestrarono parecchi documenti, fotografie, fatture e ricevute bancarie di prelievi di denaro effettuati dal conto dell’azienda dove Silvana  aveva lavorato fino ad un anno prima.
    Uno dei due agenti invitò la donna a vestirsi e a seguirli al commissariato.
    Silvana si sentì male, si accasciò sul divano; capì di essere stata scoperta e immaginò che anche a Simone sarebbe toccata la stessa sorte, ma, data la situazione non poteva avvertirlo.
    I poliziotti accompagnarono Silvana Righi al commissariato e la sottoposero a lunghi ed estenuanti interrogatori ai quali seguì l’arresto.
    Le indagini proseguivano rapidamente e ora stava emergendo un nuovo inquietante particolare: il piantone dello sterzo dell’automobile a bordo della quale viaggiavano i genitori di Margherita, una Mercedes, era stato  manomesso e per questo motivo, al momento di effettuare una curva si era bloccato causando l’incidente,  facendo perdere il controllo della macchina che precipitò da uno dei viadotti situati nel tratto appenninico. 
    Nella mente di Margherita ora si andava nitidamente componendo il mosaico.
    In breve tempo i sospetti divennero certezze e la ragazza apprese dal suo amico poliziotto dell’arresto di Simone Malpezzi, accusato di duplice omicidio: fu lui a intervenire sullo sterzo dell’automobile.  La segretaria Silvana Righi fu arrestata per furto, appropriazione indebita, favoreggiamento e complicità nell’omicidio.
    Seguì il processo con la condanna dei due imputati.
    Per Margherita questo evento segnò l’inizio di un nuovo e più sereno capitolo della sua vita; le formule per la produzione della vernice a base acquosa furono vendute con buoni profitti e in breve tempo s’iniziò la produzione e la vendita con grande successo.
     La ragazza acquistò una casa in periferia, cominciò un nuovo lavoro presso uno studio legale.
    Non dimenticò mai i suoi amici più cari, quelli che le erano stati vicini e l’avevano aiutata in quei mesi tormentati. L’amicizia con il giovane poliziotto divenne a poco, a poco un grande amore: contavano di sposarsi al più presto e di avere almeno due bambini.
    Di tanto in tanto alla sera Margherita riapriva lo scatolone dei ricordi e dai suoi occhi scendeva una lacrima di nostalgia: vi ritrovava la sua infanzia e il sorriso dei suoi genitori.
    Allora sollevava lo sguardo verso il cielo e li salutava…Era certa la stessero guardando e ricambiassero il suo saluto.