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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 marzo 2014 alle ore 12:54
    Mille frecce

    Come comincia: Il vento non ha bisogno di spiegazioni . Tira via porte e finestre e c'è qualcuno che canta '' Dove c'è il mare'' , tutti i sorrisi sono più aperti e i confini non esistono più.
     I muri crollano e le stanze sfibrano oggetti, cuscini ispidi mentre qualcuno prepara il pranzo e il vento, questo vento mischia le pene alle linee tratteggiate in cielo dal sole.
    La mia voce è più sicura, la mia voce segue il vento e mi disperdo. Sono sempre in mezzo ai guai, ma cammino sollevata come acrobata senza rete di sicurezza.
    Vieni a guardarmi 
    ora
    con occhi 
    diversi
    Liberami 
    nel vento
    Io che
    scrivo
    solo versi
    Ho sempre
    qualche 
    volto
    che mi porto
    in giro
    Ho sempre 
    mille frecce
    da puntare
    a tiro

  • 07 marzo 2014 alle ore 21:51
    I rododendri di Margherita

    Come comincia: Era una notte fragile: di cristalli e specchi; una di quelle notti in cui il riposo si frantuma in mille risvegli che riflettono pensieri pesanti capaci di trasformare, a poco a poco, il sonno in una veglia.
     Margherita restò così per alcune ore, girandosi e rigirandosi nel suo giaciglio di foglie, con gli occhi spalancati nel buio e in compagnia del respiro affannoso, stanco e malato del sonno degli altri.
    Sentì il bisogno di staccarsi, anche solo per un momento, dall’'incubo che la stava consumando, di respirare aria fresca; lasciò il caldo umido del ricovero per animali in cui si trovava e uscì all'aperto.
    I riflessi della luna sulla neve dilatavano l'orizzonte visibile, liberando dal buio della notte ombre di paesaggi che parevano infiniti.
    Margherita, facendo violenza al suo corpo reso debole dalla fatica e dagli stenti, salì verso la cima del colle e guardò la successione dei monti della Val Sesia e, in fondo, la catena del Rosa che sembrava un possente guerriero posto a difesa di quel pezzo di mondo.
    Camminò ancora qualche passo e suoi occhi incontrarono un orizzonte completamente diverso: le alture digradavano verso la pianura del vercellese e, in lontananza, sfumate, le ombre di altre colline chiudevano quell'immensa distesa di terra, acqua e nebbia.
    Oltre quelle alture c'era la Liguria. Da lì venivano alcuni dei soldati di ventura reclutati dalla Chiesa e dai Signori di Novara e Vercelli, per combattere e annientare Fra Dolcino e i suoi seguaci; erano guerrieri possenti, determinati: balestrieri dal cuore di pietra e dalla mira infallibile.
    Margherita si chiese per quanto tempo avrebbero potuto resistere agli attacchi sempre più violenti di quell'esercito e se, ancora una volta, sarebbero riusciti a sfuggire alla cattura.
    In quel vagare notturno ripercorse con la mente gli ultimi anni della sua vita; pensò al Trentino, la regione in cui era nata e cresciuta, al momento in cui prese la decisione di abbandonare tutto: casa, ricchezze, e la sua bellezza, lasciata come ricordo a qualche giovane, per unirsi agli Apostolici di Fra Dolcino.
    In quel viaggio a ritroso nel tempo, ritrovò l'angoscia dei giorni in cui, per sfuggire alle persecuzioni e ai roghi, furono costretti a lasciare il Trentino.
    Cominciò da lì quel lungo cammino che sembrò terminare in val Sesia, dove la loro fede si saldò con la rabbia delle popolazioni locali, stanche delle continue vessazioni dei signori della pianura, e di una chiesa che, anziché liberare, opprimeva anime e corpi.
    Parve persino, per un certo periodo, che il sogno di costruire un mondo più giusto prendesse forma. Le illusioni però si spensero in fretta perché contro di loro fu organizzata una vera e propria crociata.  Nel nome di Dio, alcune persone che si credevano padrone del cielo e della terra, scatenarono una guerra contro altri uomini che credevano nello stesso Dio.
    Alla fine gli eretici di Fra Dolcino furono costretti a fuggire anche dalla Val Sesia e camminando sentieri sconosciuti e innevati, raggiunsero l'alta valle Sessera, dove si stabilirono e costruirono alcune fortificazioni.
    Tutto inutile però, perché la battaglia riprese con più forza; la chiesa romana aveva deciso di farla finita con quella storia di disobbedienza civile e religiosa, capace di mettere in discussione e scardinare un ordine e un potere millenario.
    I crociati svuotarono interi paesi, bruciarono i villaggi e le case sparse tra le montagne dove si erano rifugiati gli eretici di Fra Dolcino, chiudendo così ogni possibile via di rifornimento. Gli abitanti del luogo, attratti da quel movimento che non chiedeva nulla ma prospettava invece un mondo migliore, avevano accolto con favore gli Apostolici; ora però, di fronte a tutta quella distruzione, vedevano la speranza di una liberazione trasformata nel peggiore degli incubi.
    Margherita pensò a Dolcino, a quanto tempo ancora sarebbe riuscito a tenere insieme quel migliaio d’uomini che gli erano rimasti. La forza delle sue idee era ormai impregnata di fame, freddo e paura.
    L'unica speranza era di riuscire per l'ennesima volta a sfuggire alla cattura, inseguiti come sempre da uomini armati, da immagini di torture e roghi, e da quei pensieri pesanti sempre in agguato e pronti a violentare altre notti.
    Margherita tornò a guardare la pianura del Vercellese, quel lago di nebbie era l’unica via possibile di salvezza verso altri monti e foreste dove continuare a vivere e pregare, perché, come le avevano insegnato, si può adorare Cristo anche lì, come in chiesa e forse anche meglio; ma ormai per lei, per Dolcino e per tutti gli altri era troppo tardi... maledettamente tardi.
     
    Il 23 Marzo 1307, i crociati sferrano l'attacco decisivo: sulla Piana di Stavello, nella Valle Sessera, trucidarono circa ottocento persone, tra eretici e valligiani che si erano uniti a loro. Fra Dolcino e Margherita furono catturati vivi e finirono sul rogo.
    Alcuni signori del luogo, colpiti dalla bellezza di Margherita (ma forse solo per accaparrarsi le sue ricchezze che altrimenti sarebbero state confiscate) si offrirono di prenderla in moglie, naturalmente a condizione che rinnegasse il passato di eretica. Lei non accettò e fino all'ultimo dei giorni rimase fedele alle sue idee e a Dolcino: bruciarono il suo corpo, ma non riuscirono a rubarle l'anima.
     
    Salendo verso l'alta Valle Sessera, si percorre un tratto di strada denominata Panoramica Zegna; nel mese di maggio, lungo quel tragitto, centinaia di rododendri in fiore colorano scarpate e pendii: come un arcobaleno dopo il temporale.
     
    Che siano per Margherita quei rododendri in fiore?
     
    Che siano contro le guerre, fatte in nome di Dio o di qualcun altro, quei colori di pace?
     

  • 05 marzo 2014 alle ore 18:34
    I vasi della vita

    Come comincia: Ne erano passati di anni: tanti che statisticamente segnalavano col medesimo numero le sempre più frequenti scomparse di conoscenti, amici e perfetti sconosciuti rintracciati nei necrologi e nella cronaca giornalistica. Occoreva urgentemente una tecnica distraente dal pensiero che magari era il prossimo. Così escogitò il trucco dei vasi. S'immaginava uno di questi contenitori volta per volta da modellare con la fantasia: rotondo, quadrato, a stella, con forme umane, animali o vegetali. L'esercizio gli assorbiva tutto l'ingegno nel passatempo che complicava di materiali unici come marmi, cristalli, bronzi, mille metalli preziosi e svariate rarissime pietre. Come la mente aveva perfetto un vaso, si trattava di riempirlo, ma prima c'era da dargli un tema: amore, odio, pace, guerra, mare, terra, cielo. L'etichetta era stimolo a comprendere i suoi sottoinsiemi ed era un gioco, ad esempio, attaccare all'amore uomini e donne insieme a milioni di animali di tutte le specie. L'amore certo, per dirne una, non si colmava con gli elenchi, ma richiedeva storie con finali commoventi nel bene e nel male. Ci mise vent'anni a dirsi soddisfatto di quel vaso. Avete compreso? Con la confezione dei vasi incuriosiva la Morte che si guardava bene dal portarselo via. Credo che sia ancora da qualche parte lo scrittore ed è solo al secondo vaso.

  • 04 marzo 2014 alle ore 18:46
    La festa della donna a Mirabilia

    Come comincia: Il giorno delle mimose, la notte delle verità!
     
    A Mirabilia, la festa della donna si sente nell’aria già verso gli ultimi giorni di febbraio.
    La spasmodica smania dei preparativi si impossessa del mondo femminile, riuscendo a monopolizzarne l’attenzione. La scelta dell’abito da indossare, del parrucchiere di grido e del trucco più vistoso per ottenere risultati apprezzabili davanti allo specchio assumono l’assoluta priorità nella vita di ogni donna.
    Si demandano tutte le responsabilità ai rispettivi mariti, mentre ci si preoccupa di prenotare un tavolo nel miglior ristorante della città o in quello “fuori porta”.
    Tra queste prenotazioni si aggira furtiva la leggenda metropolitana sullo sconvolgente streep-tease eseguito da un sosia di Rocco Siffredi. Aleggia il mistero anche nei vari locali. I gestori non assicurano nulla e  fanno intendere che l’artista si esibirà a fine serata proprio da loro. La presenza del fusto rimane in dubbio per tutto il periodo che precede l’8 marzo. Il segreto svelato a metà serpeggia negli uffici e nei salotti della cittadina, indossando ora la maschera della trasgressione, ora quella dell’immaginario.
    Giunge il giorno delle innumerevoli manifestazioni sull’emancipazione femminile. Discorsi di solidarietà, figli della politica, trovano la dovuta amplificazione sulle pagine dei quotidiani, mentre le radio locali porgono auguri colmi di banalità a tutte le mirabiliane. I fiorai fanno capolino fra cespugli di mimose, richiamando i maschietti al loro dovere: acquistarle! Mirabilia si colora di “giallo”, lasciando che le sue strade, le piazze ed i vicoli divengano ricettacolo dei più smodati pettegolezzi; pettegolezzi che indossano le vesti dell’innocenza, ingentiliti dall’impercettibile fragranza delle mimose. La giornata continua all’insegna della retorica, fin quando nel cielo non si notano i sanguigni bagliori del tramonto. Mirabilia inizia a subire un graduale cambiamento: donne sottomesse da sempre ai propri compagni, vestite di tutto punto, si ritrovano nei locali cittadini per brindare all’autonomia, a se stesse, evitando di pensare all’indomani. Ambienti più ricercati ospitano le così dette “zitelle” che tentano di esorcizzare l’assenza di un maschio, intavolando discorsi carichi di falso risentimento verso tutti gli uomini, mentre sperano vanamente che sia annunciato il leggendario streep-tease, atteso da tante e voluto da qualcuna.
    A tarda notte, la luna inizia ad illuminare le sagome di chi fa ritorno a casa, mimosa avvizzita in mano e tanta confusione in testa. L’alba del 9 marzo si avvicina, pronta a salutare le numerose donne che hanno vissuto il giorno precedente con misura e dignità.

  • 04 marzo 2014 alle ore 15:19
    Un regalo speciale

    Come comincia: C’era una volta
    una bambina dai lunghi capelli dorati e gli occhi azzurri come il cielo di nome Lilly. Un giorno la mamma la mandò a comperare due dozzine di uova per preparare lo zabaione per la cena di Natale. Infatti, come tradizione, tutta la contrada si riuniva nel giardino del loro palazzo per scambiarsi gli auguri e accendere le luci del grande albero.
    Lilly scese di corsa le scale, ma distratta da un uccellino di cristallo poggiato proprio sull'ultimo scalino, inciampò. Si sedette piangendo a terra fissando quell'uccellino.
    Thomas, che si era da poco trasferito nel palazzo, rincasava proprio in quel momento con la custodia della chitarra a tracolla che pendeva dietro la schiena. Vedendola si fermò, poggiando a terra la borsa della spesa e chinandosi verso di lei.
    - Che ti succede piccola? – le domando portandosi alla sua altezza.
    Lilly lo guardò singhiozzante, ma aveva paura di quel ragazzo dai lunghi capelli neri e i jeans strappati. Aveva sentito spesso la mamma parlare con la vicina e la signora Metti del piano di sopra e dicevano sempre cose brutte di lui, almeno così le sembrava: lui non si faceva mai premura di raccontare loro i suoi affari, se ne stava per conto suo e rientrava a casa alle ore più strane, portava i capelli lunghi e vestiva strano.
    - Non parlare con gli estranei mi dice sempre la mamma. – esordì la piccola.
    Lui sorrise tendendole la mano.
    - Allora piacere, io sono Thomas e tu come ti chiami? –
    - Lilly! – gli rispose smettendo di piangere e stringendogli la mano.
    - Bene Lilly, adesso non sono più un estraneo. Mi dici cosa ti è successo? –
    - Stavo guardando quell'uccellino e sono inciampata. – disse mortificata indicandogli lo scalino.
    Thomas si voltò e riconobbe il portachiavi che portava su una delle cerniere della sua chitarra. Lo raccolse facendolo ciondolare davanti alla faccia di Lilly.
    - Mi deve essere caduto prima. Ti piace? –
    - Sì. –
    - Allora te lo regalo, ma ad un patto: smetti di piangere. Un bel sorriso cancella tutti i mali perché è come una calamita e attira il sole come l’estate. -

  • 03 marzo 2014 alle ore 19:57
    Zia Maria

    Come comincia: C’è in ogni famiglia, un personaggio di rottura, un essere da ricordare, per i suoi comportamenti, non allineati al clan. Noi si aveva zia Maria. Di lei, inizio a prenderne coscienza nei ricordi, dall’età di quattro anni. Villa Adela, sulle alture di Serravalle Scrivia, ci ospitava, in fuga dai bombardamenti di Genova. Famiglia paterna, genovese, e materna, meridionale. Le tenzoni, immancabili, tra le due schiere, si udivano, a volte, per tutta la vallata. Le mie riflessioni su nord e sud, traggono alimento da un’esperienza sul campo, sin da bambino. Zia Maria restava a Genova, nonostante i bombardamenti. Frequentava sentimentalmente, con rammarico di nonna Amina, il “Lungo”. Personaggio senza nome, che dava adito a occhiate, ammiccamenti e gomitate in famiglia. Lei arrivava da Genova, portandoci sorriso, un alone di profumo francese ed un chiacchiericcio, giovane, intrigante, a cui non si era abituati. Aveva sempre qualcosa per me. Non certo, un dorato proiettile d’artiglieria, raccolto distrattamente, chissà dove, che fece urlare di rabbia papà, ma un quadratino marrone, avvolto in un frammento di carta stagnola: la mia prima visione della cioccolata, seguita dall’incontro col sapore. Aveva questa magia, nel saper creare le cose, per un bimbo. Quel pomeriggio, in uno scivoloso dirupo, nel gorgheggiare della sua risata, indicarmi, al termine di una comune caduta, una viola, nascosta sotto una foglia secca. Non ho più incontrato quel profumo. Mamma era, come sorella, la sua antitesi e, a dir vero, non si piacquero, se ben ricordo, negli anni a seguire. Alla mattina, in villa, stentava a svegliarsi e le persiane, al primo piano, restavano chiuse. – “Castellana, sveglia! E’ ora di scendere!” - La voce di mio padre, baritonale. Nella severità, pudica, dei miei genitori, che, quando si spogliavano, a sera, di fronte a me, si chiamavano per nome: - “Tullio! Franca!” - per rammentarsi a vicenda che io non dovessi scorgere parti inappropriate del loro corpo, zia Maria, invece, mi concedeva, di prima mattina, io, ancora nel lettone, lo spettacolo di lei, mentre si insaponava le grandi mammelle. Le devo l’aver gustato la mia prima gazzosa, al caffè del paese. Fofò, un loro comune amico di Potenza, si presentò in villa, con divisa e gradi tedeschi. Ostentava benessere e soldi. Mi riempì di regali, mai sognati. Al caffè del paese, mentre sorbivo la mia gazzosa, stupito dalle infinite bollicine, sentii la flessuosa voce di zia Maria che diceva: -“ Fofò, me la compri la borsa?” - Durante il bombardamento del ponte dello Scrivia, la nostra villa venne presa, come punto di riferimento, per lo sganciamento dei grappoli di bombe. Nessuno di voi, ne sono certo, saprà, che le bombe, durante la caduta urtano tra loro, generando un suono metallico infernale. _” Tappati le orecchie!” - Io e lei nel sottoscala, stretti. I suoi occhi, la sua dentatura bianca, vicinissima, in un sorriso rassicurante. Quel TA’ TARATATA’ TATTA’ sospeso in aria. La morte, frattanto, scendeva, a caso, su di noi. 

  • 03 marzo 2014 alle ore 19:53
    Un pomeriggio d'estate ligure

    Come comincia: Un pomeriggio d'estate ligure. Quando cicale invisibili sono suoni metallici di una segheria impazzita.  -"Coprono il passaggio di un treno, nella mia Provenza"- Mi dicevi. La non ombra di esili pini marittimi, sorti, per caso, tra massi scoscesi, ci dava riparo, in una sosta desiderata, zuppi di salino. Il mare, in frantumi, tra spuma e alghe odorose, ci aveva dimenticati. Le tue gambe, nude, tracciavano un nastro dorato sulla terra arsa. Gabbiani, in numero dispari (ci piaceva contarli, ricordi?) passavano al largo, ritmici, nel loro colpo d'ala, stanco. Mi bastava guardarti, gioventù. Le tue mani giocavano sapientemente con minuscoli fossili, abbandonati dal tempo.
    -"Noi, neanche questa sopravvivenza, avremo"- A mezza voce, lo dicevi, come un avvertimento ultimo e inutile. Il tuo sguardo, distratto dal troppo azzurro, mi sfiorava appena. Quel neo, vicino all'areola del capezzolo, è fuggito dal tempo, per me. 
     
     

  • 27 febbraio 2014 alle ore 17:27
    Non annegheranno la Città le mie lacrime

    Come comincia: Il lago sembra stare calmo sotto la luna in uno spicchio delicato. Nel frattempo le mie lacrime non annegheranno la città, se solo mi sporgessi un po' scivolerebbero nell'acqua e sarebbero solo gocce nel mare al quale le mie lacrime non cambierebbero nemmeno il sapore. Non annegheranno la città, si fermeranno ai piedi come pesi troppo difficili anche per il lottatore più forte. Non prenderanno a pugni nessuno, sono solo acqua che riesco a malapena a toccare, graffieranno solo il mio viso come lame meschine che non feriscono la pelle ma mutilano dentro dove il dolore è buio, dove ti ci ritrovi solo con lacrime che scappano all' infuori.Sembrano attori di teatro, sanno travestirsi a regola d'arte tanto che sembrano solo acqua sprecata. Le farei bere ai bambini assettati o alla pianta sul balcone che sembra voler piangere ma non ha le lacrime da poterlo fare, e non sarebbe più acqua sprecata. Scivolerebbero sul mio corpo se solo mi lasciassi spogliare da questo vento così violento che graffia il mio corpo come lame lanciate al vento e se le porterebbe via lasciandomi come un fiume secco che aspetta la prossima malinconia del cielo. Sono piene d'amore le mie lacrime, ci si potrebbe annegare dentro ma io ho bisogno di respirare, ne ho troppe dentro e i miei occhi rischiano di arruginire a forza di lasciarle andare. Solo tu sai trattenere le mie lacrime poggiando la tua mano sul mio cuore e come un fiume in piena che si calma potremmo restare a guardarle da lontano.Insegnami a farlo, a come fare ad asciugarle senza farmi il male che mi faccio quando le imploro di lasciarmi respirare. Io non posso piu' vederle calpestare i miei occhi come terra indegna, come terra che non vede alba, come terra che non vede riposo.

  • 27 febbraio 2014 alle ore 16:58
    Innamorata dell'esistenza

    Come comincia: Quel giorno Roberto, non era tornato a casa, Regina sapeva che al suo ritorno l’avrebbe tradita, troppo tempo era stata via sistemandosi in un paradiso dove i brutti ricordi scivolavano sulla sua pelle recisa dal tempo. Quegli anni sfuocati, riflettevano su di essa, chiedendosi: perchè, diede la mano a un uomo, insolente, attaccato al lavoro e poco alla famiglia, a lei, ai bambini, che proprio lui, in un primo momento desiderava? Regina smise di pensare, accendendo la radio e ballando immersa dal calore creato, nell’appartamento luminoso, tappezzato da quadri meravigliosi, pieni di natura, non contaminata, dipinti dalla bravura di un giovane pittore poco conosciuto, ma che lei insieme al suo bambino più grande, tantissimo amava. Essa ad un tratto, distolse l’attenzione dai suoi pensieri, decidendo di rivedere gli abiti nel grande laboratorio delle sarte, lasciate sole, per mesi, senza avere i suoi consigli, che esse apprezzavano tanto, perchè Regina oltre ad essere una brava stilista, era molto attenta, ai loro problemi, di donne, trascurate dal marito, proprio come lei, innamorata, dell’esistenza.
     

  • 26 febbraio 2014 alle ore 18:44
    Charlie (Una stanza chiusa)

    Come comincia: Charlie scosse Sonia dal sonno. Si era rannicchiata sulla poltrona pieghevole accanto al divano, davanti al televisore, e dopo pochi minuti lui era riuscito ad avvertirne il respiro farsi più pesante e profondo. Allora aveva abbassato il volume e si era piazzato davanti al computer a perder tempo. Non voleva disturbarla. Dopo quella giornata, credeva che fosse meglio lasciarla riposare.
    Non si vedevano da quasi sei mesi. Lei era tornata a casa dai suoi per fare qualche lavoretto e racimolare un po’ di soldi da conservare. Quando era partita non aveva detto niente, nulla di nulla, neanche al momento dei saluti. Una cosa strana da parte sua, non parlare. Rideva al pensiero di quante volte si era trovato sul punto di riderle in faccia pur di farla stare zitta. Però in fondo gli piaceva quel suo modo di sotterrare il silenzio, come se ne provasse vergogna, come se l’idea di restare senza niente da dire per un solo secondo addirittura la atterrisse. Sonia riusciva ad avere sempre l’argomento pronto, una discussione nuova. Un impaccio in meno per lui, questo è sicuro.
    Ma quel venerdì era andata in maniera diversa. Charlie aveva ricevuto una telefonata di Sonia nel primo pomeriggio: gli diceva che sarebbe arrivata con l’aereo delle sette. Il suo tono di voce era entusiasta ma teso, sovraccarico di finzione. Lui non le aveva dato ad intendere di aver sospetti, comunque. Si era limitato ad annuire, assicurandole che sarebbe andato a prenderla in aeroporto.
    Quando aveva rimesso giù si era sentito oppresso, senza ragioni apparenti. O forse la ragione c’era: Sonia non era più quella di sempre. Da quando se n’era andata, pensava.
    La conferma gli era arrivata quella sera in aeroporto, quando lei lo aveva raggiunto al parcheggio. L’ultima volta era stato tutto uguale, scenario, protagonisti, forse anche l’occasione, tutto. La differenza era che allora Sonia stava sorridendo: un sorriso che avrebbe abbagliato e tramortito e fatto innamorare chiunque. L’ultima volta Sonia sembrava felice di vedere Charlie.
    Questa volta no.
    Come la vedeva adesso sorrideva debolmente, le labbra incollate ai denti, lo sguardo affettato e contratto. Sembrava stesse trattenendo una fiala di arsenico sotto la lingua. A Charlie era dispiaciuto il solo fatto di averlo immaginato. Gli era sembrato grottesco. E, d’altronde, anche il ricongiungimento era stato più che strano: nessun abbraccio, salto d’emozione, pizzico sulla faccia. Solo un bacio morbido e prolungato su una guancia, qualcosa che gli aveva trasmesso sarcasmo, dolore, senso di freddo.
    In macchina quel freddo aveva ghiacciato ogni cosa, si era espanso come fiato su una lente. Lei lo ringraziava per l’ospitalità, lui scuoteva la testa, e tutti e due ripiombavano nel silenzio più mortale che li avesse mai divisi. La conversazione si era ripetuta almeno un paio di volte, contribuendo ad aumentare il gelo nell’aria e a surriscaldare le punte delle orecchie. Tutto a voler rimandare la fatidica domanda: perché così d’improvviso? Charlie aveva deciso di soprassedere - per il momento - limitandosi a chiederle cosa volesse per cena, una volta arrivati a casa. Qualsiasi cosa, anche una pizza, gli aveva detto lei; poi si era ritirata in camera da letto a disfare la valigia, anche questa strana, diversa dal solito. Troppo piccola e vuota.
    “Quanto ti trattieni?”
    “Fino a domani, credo. Al massimo vado via domenica”.
    Parlava e si muoveva come un automa. Anche durante la cena, mentre si discuteva di corsi universitari, lavoro e quant’altro, era come se si fosse scritta tutto da qualche parte e l’avesse mandato a memoria. Finito di mangiare, lui le aveva proposto di andare a fare due passi - per rompere il ghiaccio, in realtà, ma aveva pensato non fosse esattamente il caso di dirglielo.
    “Scusami, se vuoi esci tu, ma io sono parecchio stanca. Magari, se non ti dispiace, mi metto a guardare un film dei tuoi”.
    Charlie non ne era rimasto assolutamente sorpreso, anzi: si può dire che se l’era aspettato dal primo momento. Le aveva detto di stare tranquilla, ché faceva pure freddo e non aveva poi così tanta voglia di uscire. Avevano sorteggiato un dvd, più per forza che per altro, e alla fine ne era venuta fuori una commediaccia romantica di serie B. Charlie si era sistemato sul divano, con due calici vuoti e una bottiglia di rosso scadentissimo acquistato qualche giorno prima. Ne aveva versato un po’ a entrambi. Era stato quello, forse, a darle il colpo di grazia; o chissà, magari era stata colpa della poltrona.
    Quando fu svegliata da Charlie, Sonia parve non comprendere dove si trovasse. Si stiracchiò, guardando con aria interrogativa la faccia bruna china su di lei; poi biascicò qualche parola e si ripiegò su un fianco, come per riaddormentarsi.
    “Vieni di là. Ti ho sistemato la branda”.
    Sonia non disse nulla. Dal respiro Charlie fu sicuro che fosse sveglia, ma avvertì comunque una quiete strana, che lo turbava. Tempesta, pensò. La conosceva troppo bene per far finta di non saperlo.
    Non insistette e attese che lei facesse qualche movimento. Passarono minuti secolari e immobili, fermi quasi quanto Sonia su quella poltrona. Poi finalmente accadde: lei rialzò lo sguardo su di lui. Era severa e disperata.
    “Non sono venuta qui soltanto per motivi di studio. Penso che tu questo l’abbia capito”.
    Charlie annuì, non fece altro. Annuì aspettando che sganciasse la bomba.
    “Ne sono successe di cose in questi mesi… Cose che all’apparenza non ti interessavano. No, credo che non ti siano passate nemmeno per l’anticamera, a pensarci meglio.”
    Lui sentì la saliva addensarsi in fondo alla gola. Era come provare a mandar giù una cucchiaiata di caramello bollente.
    “Beh, sono venuta qui a dirti che di queste cose tu sei l’ultima.”
    Nel terminare la frase ebbe uno scatto, un fremito, che tentò di nascondere mettendosi in piedi e stringendosi nelle spalle.
    “Sonia… ma che ti ho fatto?”
    “Niente. È proprio questo il punto. Non hai fatto proprio un cazzo per me”.
    Charlie avrebbe voluto dirle quanto faceva male sentirla parlare così, senza affetto, senza dolcezza, con quella rabbia caustica e tagliente spuntata dal vuoto. Avrebbe voluto dirle che si sentiva morire. Ma non lo fece, no, lui preferiva ascoltare, lasciare dire e fare agli altri, perché era a loro che doveva appartenere la responsabilità di certe cose.
    Sonia intanto aveva cominciato a traboccare, gli occhi castani velati d’acqua, gli angoli della bocca che tremavano.
    “Sono stanca, capisci? Stanca…”
    “Di cosa?!”
    “Di salutarti e ricominciare ogni volta da capo. Di ricostruirmi una vita ogni volta, mille vite da cui tu sei fuori… perché vuoi starne fuori”.
    Le ultime quattro parole ebbero l’effetto di una scarica elettrica in pieno petto. Charlie rimase stordito, imbambolato, stupido, a fissare gli occhi neri e bagnati di Sonia, a pensare a quanto avrebbe voluto stringere quel piccolo ovale fra le mani, accarezzarne la pelle e dire ‘è tutto a posto, non voglio starne fuori’. Ma per uno come lui la verità era una cosa maledettamente difficile, come indursi il vomito dopo una sbronza mondiale. Se poteva farlo star meglio non importava, perché era troppo disgustoso e squallido provarci. Dire la verità era, a su modo, un disonore. Di fronte a questo tutto poteva risultare sopportabile, anche vedere Sonia crollare, lasciarla sgretolarsi, farsi liquida e minuscola, e non muovere un solo dito per impedirglielo. Non dire e fare niente, nella maniera più assoluta.
    Così Charlie fece la sua scelta. Guardare in basso, voltarsi, accendere una sigaretta e riempire di nuovo il bicchiere col rosso scadente. Trangugiare e fingere che Sonia non stesse singhiozzando, piegata in due sul bracciolo della poltrona. Faceva male, un male atroce, e avrebbe fatto male ancora. La notte era lunga, lunghissima - l’orologio sulla parete segnava  a stento l’una - ed era vuota di rumori, occupata da nient’altro a parte quei singhiozzi assurdi, continui, incancellabili, misti a un lontanissimo borbottio televisivo proveniente da un altro pianeta.

  • 26 febbraio 2014 alle ore 15:00
    L'albero delle parole

    Come comincia: In autunno mi soffermavo a guardare il volo delle foglie morte: una caduta lieve, inesorabile, elegante. Raggiungevano il terreno divenuto fango dopo le prime piogge. Nel mio giardino campeggiava, tra gli altri, l’albero delle parole. La caducità di quest’ultime era incolore, rapida, impercettibile. Parole vuote, insensate, insensibili si accavallavano in una ridda confusa e scomposta. Ne raccoglievo alcune... le mie... le tue, riconoscendone il profumo della spontaneità, della dedizione, della generosità, dell’amore vero. Le stringevo nel pugno chiuso, tentando di trattenerle, ignorando che l’albero che le aveva generate non conosce stagioni, non rimane mai spoglio e si nutre di speranze... di verità.
     
     

  • 26 febbraio 2014 alle ore 8:37
    Le campane suonavano

    Come comincia: Le campane suonavano a festa, il matrimonio di Stefano e Marina era stato celebrato in una chiesa gotica romana, con navate meravigliose, lunghe e larghe, che catturavano gli invitati degli sposi molto eleganti, contenti di essere li, per quell evento tanto voluto, da un periodo dove esisteva solamente delusione, caratterizzata dai momenti inconsueti, litigi all’ordine del giorno, che straziavano il cuore. Essi prima di sposarsi si ripudiavano, perchè troppo diversi. Lei proveniva da una famiglia altolocata, possedeva terreni, ville, su altipiani di montagna, dove andava spesso, per sentire il silenzio, e ammirare i prati in fiore, quando la neve si scioglieva, e il sole arrivava a scaldare la solitudine di una mamma premurosa, che Marina adorava, comprandole tutti gli anni un regalo per il suo compleanno, festeggiato in ristoranti famosi, molto richiesti. Sua madre era stata lasciata dal marito, giocatore d’azzardo, oltre che direttore bancario. Stefano al contrario di lei apparteneva a una famiglia contadina, la quale viveva con poco, ma era felice, unita, ogni giorno mangiavano tutti insieme, in una rustica cucina, scaldata da una stufa a legna, in certi periodi anche d’estate, per via del bosco, che si trovava a fianco all’abitazione. Loro comunque impararono ad amarsi, e a capire che il vero amore prevale su tutto, e niente è più forte di lui
     

  • 25 febbraio 2014 alle ore 15:38
    Firenze addormentata

    Come comincia: Faceva freddo, le sue mani non sentivano più niente, sembrava quasi che avesse perso sensibilità, lucidità, sotto quella coltre di neve bianca, che le aveva fatto dimenticare come lei e Giorgio si fossero lasciati, quella giornata, iniziata bene, ma finita male, vicino alla propria abitazione, “villa stupenda”, con piscina, dove ai bordi della vasca prendevano spesso il sole, vicini vicini, senza staccarsi gli occhi di dosso, per un paio d'ore, finchè il tempo glielo permetteva, e la voglia non smetteva, di conoscere bene, il vero motivo, del perchè volevano stare insieme per sempre, viaggiando su strade che li conducevano sul posto di lavoro, “edificio enorme”, frequentato da colleghi avvocati, due dei quali uomo, e donna, che si davano da fare, per complicargli la vita, cercando di farli dividere, per riavere il controllo, di un processo, che avrebbe dato ad essi maggiore popolarità, maggiore ricchezza. Laura piangeva, ripensando al diverbio avuto con lui, alle parole cattive, che dicevano: vattene, tu non puoi stare con me, stamattina sono stato dal dottore, e mi ha dato la conferma che tanto temevo, dicendo che non potrò avere figli, con nessuna, per una malattia avuta da ragazzo, in un'età un pò avanzata. Essa a quel punto, scappò, e si ritrovò sola, chiamando un taxi, che la portò all'aereoporto, dove prese un aereo, per una destinazione molto lontana, affianco a uno, che la guardava, mentre si sistemava i suoi lunghi capelli e lasciava Firenze, addormentata

  • 24 febbraio 2014 alle ore 22:48
    Là fuori sapevano

    Come comincia: Rientrò in serata, nell'albergo, dalle luci soffuse, che scoprivano un'eleganza che lasciava senza fiato, in una stanza bellissima, dove c'erano vasi pieni di fiori profumati, nascosti da tende, alla vista di chi ci abitava di fronte. Là fuori sapevano, che era frequentato da un'attrice di teatro affascinante, che recitava divinamente, davanti ad un pubblico attento, seguendo la bravura disinvolta e audace dall'aria solare. Girava quasi tutta l'Italia, avendo sempre tanto successo. Valentina ne era fiera, ma in alcuni momenti no, perchè aveva perso l'amore, un uomo stanco, della sua passione, dei suoi continui spostamenti. Thomas era una persona riflessiva, che si conosceva molto bene, sapeva esattamente di cosa aveva bisogno, qual era quella lei, che poteva veramente conquistarlo. Lui viveva la sua vita, chiusa, nella cattiveria degli altri, a volte insopportabile, per quello che faceva. Egli scriveva, pubblicò tanti libri, che purtroppo solo pochi avevano avuto ottimi risultati, non riuscendo a guadagnare abbastanza, neanche per poco tempo. Valentina quella sera si distese presto sul letto, voleva pensare unicamente a lui, a quando le massaggiava il collo, e le diceva ti amo, nel fruscio del vento agitato, che lo guardava vicino a un camino, posto accanto al divano, scaldato anche da un cagnolino innamorato della sua padrona, che lo viziava. L'attrice all'alba decise di prepararsi, indossando un abito fresco, dai colori vivaci, correndo da Thomas, che le corse incontro, al centro della citta piena d'arte, importante, incoronata da un anello al dito meraviglioso, e una nascita inaspettata

  • 23 febbraio 2014 alle ore 23:29
    Mica siamo alla Bovisa

    Come comincia: Che anno fosse, ora non lo ricordo, ma sono sicuro che il tutto si svolse quando la Festa dell’Unità, anzi “de L’Unità”, si trasferì al Parco Robinson.
    Tale area era collocata a metà strada tra il centro città e la frazione di Maddalena, in un luogo dove la campagna bruscamente s’interrompe per cedere il posto alla prima zona boschiva.
    Il parco inizialmente fu pensato e poi utilizzato come centro estivo per i ragazzi; successivamente si rivelò anche luogo ideale per le manifestazioni popolari
    L’area disponeva di varie strutture in legno (con adeguate coperture: particolare questo non secondario) destinate ad accogliere i servizi, le cucine, il bar e il ristoro; c’era inoltre una grande pedana in cemento per il ballo; esternamente   ampi spazi per il parcheggio.
    Un vero salto di qualità rispetto alle precarie locazioni e agli zingareschi allestimenti delle precedenti edizioni della kermesse estiva, che si svolgevano lungo il viale XXV Aprile.
    Era quello un luogo certamente caratteristico, soprattutto per la sua magnifica alberatura, ma infelice da un punto di vista organizzativo.
    Tra l’altro in quegli anni, non si sa bene il perché ( forse per punizione divina) capitava spesso che, terminato l’allestimento alquanto spartano di cucina, balera, tavoli e sedie, cominciasse a piovere; allora bisognava smontare tutto e rinviare l’evento alla settimana successiva.
    L’inghippo meteorologico si era verificato talmente tante volte, che qualche democristiano aveva soprannominato la kermesse “Festa dell’umidità”; ma vista la pazienza con cui il tutto veniva smontato e rimontato in viale “XXV Aprile” forse bisognava chiamarla “Festa della Resistenza”.
    Per quanto riguarda la gestione, lo spostamento non creò grossi problemi, grazie al fatto che la festa si avvaleva di un gruppo di volontari di lunga e collaudata esperienza.
    Non c’era bisogno di stabilire cosa dovesse fare l’uno o l’altro, ognuno nel tempo lungo delle passate esperienze si era ritagliato una propria collocazione e sapeva già quale sarebbe stato il suo ruolo: come in una squadra di calcio.
    Alla cassa Bruno, un muratore calabrese con un fisico massiccio, un ventre smisurato, il volto bruciato dal sole e due mustacchi neri come il carbone.
    Era capace di stare seduto al suo posto per ore senza scomporsi e con atteggiamento professionale distribuiva, dietro pagamento s’intende, bigliettini prestampati con l’indicazione delle varie consumazioni.
    In cucina Valerio e Oriana, che tra l’altro avevano alle spalle alcune esperienze in ristoranti della zona; con loro Maria e Alba.
    Alla Griglia Augusto; ci stava lui e basta e si portava tutto da casa: la griglia, le spazzole in ferro per pulire le piastre di ghisa e gli aromi per riempire le trote (un miscuglio misterioso di erbe che coltivava nell’orto bonsai collocato sul balcone della sua abitazione).
    L’intruglio magico riusciva a conferire a quei pesci, dal sapore di nulla, aromi signorili.
    Augusto sudava come un cavallo e beveva come un cammello (solo acqua gelata: era astemio) mentre ininterrottamente cuoceva sulla griglia salamini, braciole di maiale che via via spruzzava di vino bianco con succo di limone, e naturalmente le sue mitiche trote.
    Al bar ci stavano Luca e alcuni ragazzi che in quegli anni si erano avvicinati al partito, e poi Vito che oggi è un famoso Sommelier.
    Poi c’era Giovanni che gestiva la pesca di beneficenza; alcune settimane prima dell’inizio della festa, infilava migliaia di bigliettini dentro a degli anellini di pasta, per fare questa operazione aveva costruito dei ferretti che arrotolavano perfettamente i foglietti di carta.
    I volontari che avevano superato una certa età, alla sera lasciavano la festa prima degli altri, però alla mattina presto ritornavano per fare pulizia.
    Come guardia notturna c’era Moreno che per svolgere meglio l’incarico si portava appresso la sua roulotte.
    Più che altro lui alla festa tirava tardi e poi a notte inoltrata si metteva a letto; c’era però un ambulante marocchino che, in cambio della possibilità di esporre la sua misera mercanzia e di un po’ di cibo, vigilava nelle ore in cui chi avrebbe dovuto fare la guardia andava in letargo.
    Nei mesi che precedettero la festa, eccitati dalla novità, decidemmo, dopo estenuanti e interminabili riunioni, di dare alla nostro evento un tocco di modernità: ricco menù, lista dei vini e soprattutto musica nuova.
    Non solo ballo liscio con orchestrina o mezzo meccanico, ma anche spettacoli musicali in linea con i tempi che stavano velocemente cambiando. Tra le tante iniziative in programma, spiccava per il sabato sera uno spettacolo di musica blues con artisti stranieri che in quel periodo erano in tournée in Italia. Purtroppo per un disguido la band andò altrove; riuscimmo però, con estrema fatica, a rimpiazzarli con un gruppo jazz della Bovisa.
    Quella sera il parco era pieno, dalla cucina uscivano in continuazione piatti di pasta, patatine, braciole, salamini e trote; il bar, senza tregua, stappava bottiglie di vino e spinava birra fredda e schiumante.
    C’era fatica in quei momenti, ma anche gioia nel vedere che la gente apprezzava ciò che si stava facendo. Un pubblico allegro gremiva il ristorante, il calore della compagnia coinvolgeva tutti; il colore rosso del vino, come per contagio, passava dai bicchieri ai visi degli uomini e il tono delle voci saliva.
    I ritmi soft e i toni malinconici della musica jazz crearono però uno strano contrasto con l’allegria che impregnava l’aria, anzi l’area della festa.
    Alcuni malumori cominciarono presto a manifestarsi, soprattutto tra quelli che, dopo aver mangiato e abbondantemente bevuto, si aspettavano di fare quattro salti sulla grande balera in cemento che stava davanti al palco.
    Maria, la compagna che puliva i tavoli, vista la situazione pensò bene di intervenire; si tolse il grembiule, con un tocco deciso delle mani si sistemò i capelli e poi, a testa bassa, si avviò spedita verso il palco.
    Si accostò al musicante che stava con professionalità suonando il contrabasso, lo fissò intensamente per alcuni secondi e poi, accompagnando le parole con ampi movimenti delle braccia, urlò:
    -  Ma insomma non potete fare qualche ballo liscio?  Siamo a una festa popolare, mica alla Bovisa!
     

  • 23 febbraio 2014 alle ore 22:31
    La favola di Maya e il giorno della liberazione

    Come comincia: C'era una volta Maya una bambina alta un pollice. Maya era buona e gentile e credeva a qualsiasi cosa le dicessero. Un giorno come capita a tutti sulla terra, entrò nel mondo degli archetipi e lì incontrò il suo amico Mago Nero, che si chiamava Lupo. Gli archetipi erano tanti come le stelle del cielo. E Maya era sempre più confusa.
    Maya cresceva sotto l'ala del suo amico Mago Nero, diventava sempre più bella ma il suo amico le diceva che il suo viso rispetto alle altre donne era asimmetrico come un triangolo spezzato. Quindi la bambina che diventava donna, crebbe con l'idea di essere brutta fino a quando nel pozzo della luna, che diceva solo la verità, una voce le disse '' sei meravigliosa, come l'estate sul pianeta terra''. Era sempre più confusa Maya! Come era possibile? Il suo amico fidato, il Lupo le aveva detto di essere brutta, una figura non determinata?
    Trascorsero gli anni e Maya non perse mica la fiducia nel suo amico Lupo Buono?! 
    Un giorno scoprì che scriveva benissimo sulla lavagna del cielo! Scriveva poemi che incantavano e facevano sperare. Gli animali ascoltavano il suo canto e i bambini erano sempre allegri in presenza di Maya. Ma il Lupo era sempre nascosto dietro di lei, come quelle ombre che da bambini, fanno spavento. Balzò fuori dalle erbacce dicendole che non doveva più scrivere né dipingere, che era tutto inutile perché sul pianeta terra c'erano altre creature più alte di un pollice, molto più talentuose di Maya.
    La bimba donna era sconfortata . Qualsiasi cosa facesse , il Lupo, la smontava come un castello di carta e per la prima volta sentì vacillare la fiducia nutrita per il Lupo. Ma non la perse del tutto, perché Maya non si arrendeva facilmente anche se sentiva scricchiolare la schiena, per tutto il peso che il Lupo le stava gravando addosso. 
    Il Dio delle anime buone allora catapultò Maya sulla strada del Karma un bel giorno e le fece incontrare un altro archetipo, la Volpe chiacchierona. Dio del Karma non aveva modi gentili per far comprendere alle creature il significato delle cose. Anzi ! Era molto duro, ficcava le persone in circostanza sempre difficili. Ma lo faceva affinché capissero, affinchè trovassero i tasselli mancanti del puzzle dell'esistenza. 
    Dunque Maya sconfortata per quanto appreso dell'amico Lupo, iniziò a costeggiare la foresta degli archetipi selvatici, che all'inizio sembravano amici, buoni e disponibili, poi però chiedevano il conto alla fine, volevano tutto , erano i ladri delle buone idee, delle buone energie e soprattutte delle anime belle. La Volpe chiacchierona era grassa e alta più di Maya , s'abbeverava sempre al fiume dell'alcol per dimenticare di essere infelice. Maya ne ebbe pietà e divennero ben presto amiche. Volpe chiacchierona si faceva cavalcare da Maya portandola a spasso ovunque volesse, purché le desse la sua compagnia. Ben presto però cominciò con l'infangare gli altri archetipi amici di Maya, raccontando le cose più bizzarre e più crudeli. Maya si fece circuire ben bene dalla Chiacchierona così si ritrovò senza amici con cui condividere il suo canto.
    Un giorno però di una notte nera, come l'anima del Lupo Buono , alzò il velo della sua finestra e vide Volpe Chiacchierona festeggiare ed essere amichevole con coloro che aveva infangato il giorno prima. Allora capì che Volpe aveva fatto di tutto per rendere Maya sola, per averla tutta per sé  perché era una creatura infelice e possessiva.
    Maya diventò donna e tornò al pozzo della Luna, specchiandosi si rese conto di avere molte cicatrici nell'anima. Il pozzo infatti non rifletteva mai l'immagine esteriore, ma solo l'essenza interiore.  Era un'acqua sincera perché veniva dalla luna. Si sentì sola per la prima volta, perché Volpe le aveva tolto gli amici e Lupo l'amico fidato l'aveva derubata di tutte le sue qualità . Ormai non sapeva più scrivere, dipingere né guardare al mondo con speranza. E tutti le voltarono le spalle perché non credendo più in se stessi, a volte si pensa di non meritare l'amore e gli altri che ne sanno sempre di più, se ne accorgono. Più ci si sente deboli, più si diventa ciò che si pensa. 
    Nell'amarezza e nei paesaggi interiori che diventavano grigi nell'animo di Maya, intervenne il vento che si chiamava Voce leggera. Questi sussurrò alla donna di cambiare lo sguardo, di non perdere l'innocenza, ma di togliersi il velo dagli occhi. 
    Maya ne fu stupita, sino a quel momento non si era accorta di avere uno sguardo offuscato a causa del velo primordiale. Così il vento che era buono davvero, con una brezza tolse il velo dagli occhi di Maya, la quale dalla stanchezza e dalla schiena spezzata morì sotto l'albero degli antenati. 
    Il karma prese le sue spoglie e le trasferì sulla terra, poiché sapeva che quell'anima non poteva andare persa. L'anima di Maya si reincarnò in una  guerriera con la luce negli occhi. Era leggera come il vento e non aveva bagagli di illusioni. Si muoveva certa che avrebbe trovato anime con cui condividere l'amore e ogni volta che incontrava Lupi e Volpi, sorrideva, ascoltava e andava via. 
    Perché sapeva che il suo posto era un altro.  Perché sapeva che il suo cuore, puntava in alto.

  • 22 febbraio 2014 alle ore 18:50
    Le nostre fedi

    Come comincia: L’incubo, il sogno, l’illusione sono svaniti. Resta il gusto amaro delle lacrime, l’immaginario rito nuziale a cui avevo creduto, per cui avevo lottato incurante della sua superficialità, tanto evidente da passare inosservata. Precipito nel baratro delle menzogne, dei gesti inventati, delle dichiarazioni roboanti.
    Sotto le coltri scopro il gelido segno della sua presenza, il rovente marchio dell’umiliazione, lascottante constatazione dell’assenza. Parole vuote mi piovono addosso, bagnandomi le mani di sangue, velandomi gli occhi di rabbia. No... non pietà, né comprensione riusciranno a restituirmi quello che ho perduto, quel suo fantastico modo d’ignorare la menomazione che m’affligge, tingendola d’ironia. Scrivo la parola fine, consapevole che di vera e propria fine si tratta. La fine d’una storia inventata! Metterai al mio anulare una fede d’oro bugiardo e l’indosserò senza parlare. Compirò la stessa operazione, donandoti una vera di delusione. Il buio dimorerà nel mio animo, invadendo una mente disorientata, consapevole del miracoloso recupero della vista. Una vista che mi dà la chance di vedere le gratuite esibizioni di Madame Vanità, in una mente devastata dall’influsso dell’egocentrismo. Banchetteremo da soli, brindando con lacrime amare, sbocconcellando lembi di cuore, di dignità, di falsità. Le fedi inizieranno a tagliare le nostre dita, amputando un ricordo da dimenticare.
     

  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:20
    Cosimo

    Come comincia: Si sentiva anonimo e non aveva pretese. Gli altri passavano le ore a far le vasche, che in tutte le città piccole con un lungo viale o una piazza di forma ellittica o rettangolare, si facevano come se quelle piazze fossero piscine, pozzanghere di pensieri accavallati e spesso raccontati in modi identici,o con più rabbia, dipendeva dall’orario, colme di pseudo ironia le parole degli amici, nelle ore di riposo, direi molte, ma di subdola malizia alla sera; o le frasi degli amati nei tardi pomeriggi domenicali, senza dimenticare gli amanti. Le sigarette. I colori del cielo che sfumavano come i volti delle sette della sera. Vasche dove voli pindarici di uomini riempivano il cielo di ulteriore vuoto, gazze ladre di parole altrui quasi incapaci di farne un pensiero proprio.  A volte una bella fontana al centro, per movimentare l’ossigeno.
    Cosimo si sentiva come attorniato da zanzare, che in un attimo sarebbero potute finire schiacciate tra le sue mani, quelle di chi voleva solo vivere.
    Finalmente aveva sperimentato lo sfogo improvviso della rabbia del corpo: non se l’era mai concesso, ma ora, cercando di disintossicarsi da psicofarmaci deleteri, sentiva l’irrequietezza chimica, pari forse solo a quella di un tossicodipendente; si sentiva cosi male che solo Dio gli era testimone, diceva, e per la prima volta la sua frenesia, o depressione, o strenua intertia, non era dovuta alla sua mente , ma a dei farmaci. Non era colpa sua. Che scoperta! Piangeva per la solitudine del suo stato , cosi provava a fermarsi in un angolo, o su una panchina, o ad accovacciarsi  dietro un’automobile, stringeva i gomiti vicino al busto, stringeva i denti, le gambe e “Hiiiiiiiiiiiiiiiii”. Sfogava la rabbia incontrollata del fisico. Non era pazzo, non era pazzo.
    Hedna era fortunata, aveva al suo fianco un ragazzo volenteroso, certo a volte molto fragile e sfacciato, ma non si trattava mai di ingenuità, era piuttosto la violenza dell’animo che, guardando le distese di ulivi circostanti lo rendevano capace di gettar l’urlo più disperato che un venticinquenne potesse. Guardava spesso il grano, gli ulivi, la loro forma, e, c’è poco da fare, più si osserva anche distrattamente una cosa, più si ha la sensazione che sia li per te, o che tu sia quella cosa. Un legame profondo con le rocce, le lame che, per quanto le amasse, ora  considerava squarci nella roccia di forma vaga, con un ciuffo di rosmarino e origano selvatici sulla punta. Intorno il silenzio e i profumi delle piante.
    Un enorme squarcio pietroso, ce l’aveva dentro, al posto di vene che avrebbero dovuto pulsare di sangue color primitivo, ma non era certo colpa sua. La condanna del luogo in cui nasci non la decidi : chi potrebbe mai decidere per sé ? Se strozzarsi attorno ad un cordone ombelicale o venir fuori da una vagina col sorriso. Molto probabilmente con il treccione vivifero c’avrebbe fatto un cappio, se avesse saputo che a venticinque anni si sarebbe ritrovato in una piscina sorvolata da uccelli ciechi, tra piccoli canyon pietrosi, silenziosi e angoscianti, anche se sempre cosi belli. Dalì ne avrebbe fatta una tela. Surreale il mondo che ci piega a voler essere guardato.
    E al suo fianco la sua bella, che sotto la fontana diveniva carina, ma la notte un’estranea che lui non riconosceva. C'era qualcosa. In alcuni momenti di solitudine rabbiosa, era questo il “Disprezzo per l’amorosa”:
     
     ’E’ ss’akàpisa mai, de’ ss’ucha angegno
    Ce manku s’icha mai is’ i’ kkardìa,
    Panta se mìsisa sa’ tton Anfierno,
    T’ison gomài zinfogna ce fotìa.
    An èmenes imèa na s’akapiso,
    ’En èmbene ’sù mai is’o’ Pparadiso.  
     
    Non t’ho amata mai, non avevo simpatia per te
    E neppure t’ho avuta mai nel cuore,
    Sempre t’ho odiata come l’Inferno
    Ché eri piena di orgoglio e di superbia.
    Se t’aspettavi che io t’amassi,
    Non entreresti mai in Paradiso.  
     
    Voleva vivere 
     

  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:15
    Hedna - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
    Hedna
     
    Hedna era greca, trasferita li solo da un anno per motivi familiari. Effettivamente era bellissima anche lontana da una fontana. Aveva l’aspetto di una tipica ragazza benestante, se il “benestantesimo” puo’ avere dei connotati. Pero’ si, in fondo, i bei capelli neri lunghi e lisci, il volto raffinato senza strane rotondità, o esagerazioni nasali , le gambe cosi lunghe, le orecchie piccole, un pò a sventola tipiche delle belle ragazze che da piccole le coprivano con i capelli  e spuntavano lo stesso.
    Una straniera che si mescolava all’Italia del Sud, raffinatamente bucolico, con reminiscenze del luogo d’origine. Ogni tanto qualche bizzarra spilla o acconciatura da fresca frasca di parrucchiere, ma era il tipo di capello, nero, perfetto, che sfidava Newton cascando a picco verso il culo.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, posson echi ti iss’ esèan imeno,
    Na kào ’na’ llazzon a’ ttutta maddhìa,
    N’on bastazzo is’a chèria-mu demeno,
    Ce votonta na pao is pan ghetonìa.
    A’ tto gheno na ime arotimmeno,
    Azze pèi cafceddhan i’ tutta maddhìa.
    Ine azze cafceddha poddhì sgrata
    Pu m’ochi ti’ kkardìan ankatinata.
     
    LA CIOCCA DEI CAPELLI
     
    Oh, quanto è che ti aspetto
    Per fare un laccio con codesti capelli
    Da tenere alle mani mie legato
    E andar girando per ogni contrada,
    E dalla gente esser domandato
    Di quale fanciulla son questi capelli.
    Sono d’una fanciulla molto ingrata
    Che m’ha il cuore tutto incatenato.
     
     
    Aveva un cane, un setter. Studiava per diventare dottoressa in chirurgia estetica. Avanti e dietro, da e per la città dove c’era l’università. Era li per motivi lavorativi del padre, molto ricco, che aveva acquistato un palazzo intero della fine del ‘600, nel centro storico della piccola cittadina, proprio vicino alla “piscina”, dove peraltro al mattino facevano un rumorosissimo mercato rionale. Solo per questo motivo, Cosimo era contento di aver conosciuto Hedna, perché nonostante l’evidente ricchezza della famiglia, aveva mantenuto la genuinità di un popolo che non ha dimenticato anche la semplicità e la povertà. Era bello, per Hedna, comprare gli avogadi al mattino, scendere in pantaloni anche sporchi, di casa, e gettarsi sulle bancarelle di roba usata o giacconi vintage o prendere il pane per il babbo. Vederla uscire da quell’immenso portone di legno scuro, dove nessuno, nella città, era riuscito ad entrare, diveniva per lui un piacere, una grande soddisfazione:  andare a prendere la figlia del “signore del Palazzo del centro”.
    Un dito medio innalzato alla montagna, sempre li a guardare, vecchia stronza.
    Ma oltre l’apparenza, non c’era nulla che facesse sentire lui degno d’essere vivo. Non stiamo a raccontare chissà quale storia: è la storia di milioni di persone senza lavoro, che ad un certo punto sentono di non avere una vita.
    Ma lui aveva Hedna, il suo corpo, i suoi capelli, la sua anima, la sua poesia: era una ragazza di 23 anni molto dolce, che tutti avrebbero voluto avere e per lui, ormai, era normale averla. Ma allora perché la mancanza di una dignità lavorativa personale faceva sentire inutile tutto il resto? In fondo poco bastava alla perfezione.
    Forse un atto di coraggio, forse per lui andare via, forse diventare ciò che non era. Arrivare. Ma dove? Neanche le montagne lo avevano protetto dalla smania di avere un’identità vincente. Se prima la lotta era tra l’essere e avere, ora diveniva tra l’essere o avere un’identità superiore alla propria,  tra l’essere e l’essere altro da sé. Tra l’essere ed il decidere di essere. Tra l’essere e l’essere, che nei casi migliori significa emancipazione, in altri essere la maschera di sé stessi.
    Lotta più difficile e subdola, quasi pericolosa. Ma l'anonimo Cosimo voleva semplicemente avere dignità per sé stesso, non chiedeva null’altro che un lavoro che potesse valorizzare le sue capacità. 

  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:13
    Sternatia - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia: Sternatia
     
    Così antica , viveva  e faceva vivere il magnetismo di ogni cittadina del sud, da cui si vuol fuggire, ma dove poi sempre si ritorna. Uno stemma terribile sormontava alcuni edifici antichi della città e le chiese, ed il meglio conservato era certamente quello sul portone della casa di Hedna, in corso Umberto I, datato 1608: lo stemma raffigurava un dragone inserito in un mappamondo stilizzato e simboleggiava la forza. Secondo alcuni l'animale rappresentato nello stemma di Sternatia sarebbe un basilisco, leggendario serpente che, nelle credenze medievali, uccideva le sue vittime con il solo sguardo. Le leggende popolari raccontano che il basilisco nasca dall'uovo di un gallo; infatti, si crede che se un gallo viva sette anni, covi un uovo che dischiudendosi faccia poi nascere il terrificante rettile dallo sguardo assassino.
    Forse Cosimo aveva questo desiderio e stava tentando di riconoscerlo:  incrociare per una volta nell’esistenza datagli in quella terra dannata uno sguardo indiavolato che gli facesse paura, che gli aizzasse la voglia di attaccare e sbranare. Un maestre forse. Cosimo era un cucciolo di giaguaro, vulnerabile, sopprimibile, ma capace di staccare un braccio con un morso; e soprattutto in estinzione.
    Bisogna cambiare - ripeteva a sé stesso, all’inizio con cadenza settimanale, all’arrivo del tanto agognato week-end, laddove il piacere degli altri non era il suo. Il dovere non gli apparteneva purtroppo, pur desiderandolo e sentiva i momenti di piacere come vuoti che ricolmava di rabbia. Un anno passava, e la cadenza delle sue imprecazioni si faceva sempre più fitta, giornaliera, tra le montagne innevate, le estati dell’ altrui serenità , l’amore di Hedna sempre pronto, ma egli mancava a sé stesso. - Bisogna cambiare!- Purtroppo la cultura che aveva, risuonava completamente inutile ed autoreferenziale in un paesello di 2.496 abitanti. Si sentiva un montone.
    Tutti i lavoretti erano stati fatti : la campagna, il meccanico, il pane, il cameriere, il redattore del mensile locale, la stagione al mare, il grande mare vicino, l’aiuto allo zio imprenditore. Ma era un fatto di identità.
    Cosimo non c’era, mancava a sè stesso.
    E la condizione che viveva era aspramente acuita nel suo dolore dal fatto di non essere capito e di non avere nessuno con cui dialogare o sfogare la frustrazione di una mente sana che letteralmente stava  andando alla malora. Hedna la sua vita se l’era rifatta, dalla Grecia all’Italia, o meglio da Atene a Sternatia. Una ragazza cosi dolce, era per lui la missione d’amore. Diventare nuovo per dare al suo piccolo amore tutta la bellezza che Atene non aveva avuto per lei. Anche in un piccolo paese dal quale non poteva più andare via.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Aspron e’ tto chartì, aspro e’ tto chioni,
    Aspron e’ tto chaladzi, aspri ine i krini,
    Aspro to sfondilòs-su ce i vrachoni,
    C’echi is’o’ ppetto dio mila azze asimi.
    Isèa se kaman dio mastoroni
    Ce se pingézzane i aji serafini;
    Ce se pingezzan ce se kaman oria,
    Pu ’e’ ss’echi de’ is’in ghì manku is’in gloria.
     
    RITRATTO DELL’AMANTE
     
    Bianca è la carta, bianca è la neve,
    Bianca è la grandine, bianchi sono i gigli,
    Bianco il tuo collo e le braccia
    Ed hai nel petto due mele d’argento.
    Te, t’hanno fatta due maestroni
    E t’han dipinta i santi serafini;
    E t’han dipinta e t’han fatta (così) bella
    Che come te non ce n’è né in terra né nella gloria (del cielo).
     
    Cosimo aveva genitori malati. Negava a se stesso la possibilità di fuggire via, nonostante ogni giorno, nei momenti meno depressi, cantasse “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco, poiché il senso di colpa che avrebbe avuto qualora fosse  accaduto ai genitori qualcosa in sua assenza, lo avrebbe ammazzato più della rabbia che avrebbe provato nel rimanere nel piccolo innocuo paesino.

  • 22 febbraio 2014 alle ore 0:11
    San Giorgio - tratto dal romanzo inedito HOBERTUS

    Come comincia:  
     
                                                      San Giorgio

    In un minuscolo centro, le stagioni del tempo scandiscono la vita accompagnandola con feste che da millenni sono più o meno rimaste simili. Cambiano i santi, ma il fervore è identico. San Giorgio illuminava le strade con parate di luminarie cosi perfette da parer dipinte nell’aria, orgoglio per il contadino che indossa il suo vestito buono, e vede la sua città brillare il 22 d’agosto. Le feste di Sternatia erano diverse ed il calore che sprigionavano non è un fatto semplice a spiegare.
    I Canti di Passione ad esempio,che cadevano per la Pasqua, erano fortemente legati all’altrettanto forte legame con la lingua che potremmo dire madre di Sternatia, il griko-salentino: una delle poche terre della grecìa salentina, di cui Sternatia era capitale, ove ancora la poesia, il canto, il dramma, la prosa venivano recitati in lingua cosi antica ed unica che inevitabilmente influenzava il carattere di un tessuto sociale per certi versi rimasto sacro e intatto nel tempo. Nella Grecìa Salentina il Canto di Passione ha resistito al tempo e alle mode, consegnandoci, attraverso il suo svolgimento liturgico, l’essenza del divenire umano. Forse potrebbe essere questo un buon motivo per restare o venirci a vivere; del resto per molto tempo, senza però mai chiederlo, Cosimo si era chiesto come mai la famiglia di Hedna avesse scelto proprio Sternatia per venire a vivere. Da Atene! Certo la derivazione linguistica li avrebbe aiutati, ma c’erano altri comuni possibili, anche più grandi.
    Il palazzo di Hedna era assolutamente adiacente la zona in cui oltre i mercati anche la festa prendeva piu’ vita, ed era paradossale vedere un palazzo di siffatta imponenza ed oscurità, primeggiare tra e luci quasi fosse esso la chiesa da cui il santo sarebbe uscito. Ma il portone sempre chiuso non faceva altro che destare la sempre maggiore curiosità della famiglia Patrakas, venuta a soggiornare nel piccolo mondo di “Idioti” impazziti a San Giorgio.
    Cosimo ebbe, tra i primi meriti nella nuova vita di Hedna, quello di insegnarle a ballar la pizzica, che non le riuscì difficile, vista la mediterraneità del suo essere. Il morso colpiva in tutto il sud del mondo,e la danza di furore, corteggiamento, esorcismo, catarsi  faceva dei due una coppia giovane, strana, ma perfetta insieme.
    Il vino traboccava dalle cisterne delle aziende vinicole, e nel pieno dell’ebbrezza dovuta al primitivo amabile , Cosimo s’era permesso di dire una cosa sciocca ad Hedna, talmente sciocca da farla scappare e rientrare subito nel portone di casa- Chiedo lavoro a tuo padre.
     
    PREGHIERA
    Afse parasseghì se prakalò
    O Crocifisso na me kuntsulefsi
    Ce na me numerefsi to skopò,
    Pas amartìa na me skantsefsi.
    Ivò pianno addho kosmo n'agapiso
    Ce o Teò mu dì 'o Pparadiso
    Ce mu lei magari na charò.
    A' Ggiuseppi kanni to kumbito
    Ce o Spirdussanto mu sperei kalò.
    As Petro ta klidìa a' tto Pparadiso
    Ce me kanni puru na cherestò.
    Cino 'en ei fida na mu kanni
    Anu s'on ajera na me pari
    Ka citte porte ìtela na dò
    Ma tì manera stéune klimmene.
    Ciso farkuna pùstighe anittò,
    Apù 'cì skuperegghi tikanene,
    Skuperei puru 'a mea to Teò
    S'on ajera stendei ole te vvele,
    Oli angeli kantéune to leo 'vò:
    Pentseo s'o Paradiso tì kannun oria..
    Di venerdì ti prego
    Che il Crocifisso mi consoli,
    Illumini le mie intenzioni
    E mi tenga lontano dal peccato.
    Mi accingo ad amare un altro mondo
    Così Dio mi dona il Paradiso
    E, magari, mi dice di godere.
    San Giuseppe appresta il convito
    E lo Spirito Santo mi augura il bene.
    Aprendo con le chiavi il Paradiso
    San Pietro mi fa rallegrare.
    Un'altra garanzia non mi può dare
    Se non condurmi nell'alto dei cieli
    Perché quelle porte io vorrei vedere
    Ed in qual modo se ne stanno chiuse.
    Se quel portone fosse sempre aperto,
    Da lì potresti scorgere ogni cosa
    E ancor potresti contemplare Dio
    Che copre il cielo con sue volte.Tutti gli angeli cantano, io dico,
    E penso com'è bello il Paradiso.

  • 21 febbraio 2014 alle ore 18:51
    Droga

    Come comincia: Basta. Sovente le azioni umane, dietro muri tremendi, vengono a testimoniare la loro gravezza, il loro peso, la loro leggerezza.
    E’ opportuno rilevare il profilo di un’anima che esprime il senso del tempo.
    Il tempo che passa e che non ha età.
    Ecco il giorno che segue la notte. Lui (quello che tu conosci molto bene) se ne sta in una delle sue tante case dalle quali fugge per fuggire la solitudine e la paura. Scruta dalla finestra gli altri e pensa… E l’anima saccheggia il cafarnao dei sentimenti. La capacità di meditazione cade negli spazi vuoti della fantasia dove l’indifferenza buca una nuvola creativa e spezza le dolci ali dell’amore.
    Difficile farsene poi una ragione tanto che, forse, una ragione non c’è.
    Giorni terribili. Arrivasse almeno una parola, qualcosa, qualcuno che induce a minimizzare la situazione. Niente. Nessuno. Dal torcersi le mani non se ne spreme nulla. Occasioni per sfogarsi non gli si presentano, né li cerca. La pietra diventa sempre più pesante. Sostanze euforizzanti danno un diverso coraggio. Un coraggio che sa di niente. Impotenza a fermare ciò che fugge. La mente si fa debole e la conoscenza si allontana sempre più dalla verità. Il carico di promesse diventa ansia fissata ad un’esistenza incompiuta con una catena così forte da non poter essere spezzata. Si mette a cantare un motivo popolare che nessuno ascolta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora le parole si annodano alle note. All’improvviso… Mio Dio, che cosa ha fatto? L’azzurro degli occhi si accende di rosso… era un bravo ragazzo. Era un ragazzo sensibile. Era…

    Egli è ancora qui con noi.

    Ricordi ?… C’è poca, pochissima luce! Si fa buio. Buio profondo negli angoli della memoria.

    E’ la pura verità.

     

  • 19 febbraio 2014 alle ore 13:25
    C'era un tempo

    Come comincia: C'era un tempo  in cui il tuo viso è invecchiato. 
    Tutta la vita nelle pieghe di un sorriso . Ma hai ancora gli occhi dei bambini, brillanti  gemme
    dove il mare si porta a stringere come un lenzuolo . C'era un tempo in cui gli scrittori scrivevano per scrivere, dove si sceglieva di vivere e gli uomini non erano lupi, ma uomini di carne tremula e bei fallimenti con stigmate e cicatrici . 
     Quel tempo delle sirene di Debussy , dove ti ho amato  e quell'amore ancora mi urla dentro impazzito. Quel tempo è uno spazio ed io sono sempre sola a guardare il mondo per la prima volta.
    A guardarti senza lacci e mai ti trattengo, cresci sotto le mie ali e sei più grande di me. 
    Ti copra  leggero il mio manto nel tempo in cui non ci sarò più. Ma ci saranno le parole a risuonare per me, in tutte le camere oscure dove la gente mi ha lasciata. In tutte quelle camere sarò sempre viva, sarò sempre riva.  Dove tornare e amare. 

  • 17 febbraio 2014 alle ore 18:20
    Caio sul traliccio

    Come comincia: Appollaiato su un traliccio dell’alta tensione Caio aveva raggiunto la dimensione reale del sé. Al calar della sera, poco prima che il tondo arancio s’inabissasse dentro la riga dell’orizzonte, l’anziano poeta si arrampicava  con l’aiuto di vecchie cinghie da taglialegna fin sopra l’apice della torre di ferro. Talvolta tornava subito giù: il ronzare dei milioni di watt che con l’aria troppo umida correvano lungo i grossi cavi, proprio non lo poteva sopportare. Disturbavano quella quiete finalmente ritrovata, in un osservatorio unico, dove i versi uscivano dalle labbra sottili mentre la brezza  d’estate lambiva le gote rugose e un po’ spente .
    - Nuvole come vesti di seta fremono sul cor già mio tremante, mi par d’essere in Africa, come un tempo fui, tra i fuochi ardenti e le mèssi attonite. -
    Ripeteva le sue poesie a lungo, riempiendosi lo sguardo e l’anima del paesaggio campestre a perdita d’occhio.
    Seduto in bilico sulle staffe estreme aspettava il brulicare delle stelle, la luna che raggiungesse il pieno della luminosità, il passaggio di qualche astro cadente. Ascoltava il silenzio finito, attorno a sé, quello che poteva toccare e respirare. Poi quello  infinito, ad di sopra della  sua testa, e a occhi chiusi immaginava di perdersi nello spazio immenso.
    Il canto dei grilli lo accompagnava a notte inoltrata, quando era ora di scendere dal suo trespolo argentato.
    La borsa di pelle a tracolla, il  cappellone a larghe falde ,  gli anfibi con la suola in gomma , Caio ritornava  a casa.
    Meditò che il traliccio sarebbe diventato molto più che un luogo di contemplazione, e s’ingegnò per costruire a quelle folli altezze un’amaca accogliente per addormentarsi in quel paradiso.
    - Ehi, lassù! Ehi, dico a te! Si può sapere cosa ti è saltato in mente?Scendi subito di lì! -
    Due carabinieri in divisa si stavano sbracciando dal basso, intimando a Caio di tornare sulla terra.  Stava albeggiando. Era uno spettacolo unico. Colori giallo , azzurro intenso e strisce rosso sangue pennellavano il cielo ad est, proprio davanti a lui.
    Caio si affacciò dall’amaca incuriosito. La volante e i due omini in blu erano macchie nel grano maturo.
    Poi diede un piccolo colpo di reni e l’amaca cominciò ad oscillare.
    - Ehi! Attento!…Vuoi sfracellarti? Fermati! -
    Il vecchio scese dall’amaca, si mise in piedi su una staffa, si sbottonò i pantaloni e fece pipì. I carabinieri si scansarono in tempo. Guardavano allibiti con il naso all’insù e le mani sui fianchi. Decisero di cambiare tattica.
    - Siamo qui per aiutarti, non devi aver paura! -
    Il vecchio li salutò cordialmente agitando un braccio. Sorrise e si mise una mano su una fronte per riparare la vista dal sole accecante del primo mattino.
    - Albanese? Romania? Sarajevo? Sei italiano?- Non la finivano di gridare.
    Caio avvicinò i palmi aperti agli angoli della bocca per convogliare meglio i suoni.
    - No! sono un poeta! - Ma perse l’equilibrio e per un  momento sembrava che tutto fosse perduto. Dopo svariati goffi tentativi per non precipitare riuscì per un pelo ad aggrapparsi con gli avambracci a un ferro restando con una gamba a penzoloni nel vuoto. Agilmente tornò ritto.  I due graduati restarono senza fiato. Poco dopo uno dei due si avvicinò all’auto e parlò alla radio. L’altro non staccava gli occhi dal trapezista.
    - Tu, madre terra, restituisci a me quel calore che dall’universo rubasti per farti viva, e io sono vivo, grazie a te. - Declamava con fervore gli ultimi versi che aveva composto la sera prima.
    - Eh? Hai detto qualcosa? -
    - I miei occhi non videro mai la tua interezza, posso solo immaginarla, ma il mio cuore tutta ti respira. -
    - Non scendere da solo! Aspetta! Stanno arrivando i vigili del fuoco! -
    - Non voglio scendere! - Caio si sedette su un ferro e incrociò le braccia. Cominciava a innervosirsi.
    - Per l’amor del cielo, reggiti!
    - Cosa? -
    - Aggrappati! Usa anche le mani!
    - Mani di carta sono le tue mani, fiere di esserlo, narrano da sole una storia intera. -
    - Cerca di stare calmo! Fra poco veniamo a prenderti! -
    - Ma io sono calmissimo! - Caio si mise in piedi con le braccia distese in avanti - Le mie mani  non hanno mai tremato, guardate!
    Il vecchio li stava mettendo a dura prova. I carabinieri si portarono all’unisono un fazzoletto bianco sulla fronte, dopo aver tolto il cappello dalla testa madida. Di lì a poco un puntino rosso con un lampeggiante blu apparve all’orizzonte.
    Si era alzato un forte vento di maestrale che faceva ondeggiare il frumento come mare. Caio ebbe la forte sensazione di trovarsi in cima ad un albero maestro. Avvertì persino il profumo della salsedine. Gruppi di nuvole bianche e gonfie correvano con le loro ombre sopra i campi spumeggianti.
    Finalmente nei pressi del traliccio giunse un camion antincendio con una serie infinita di scale.
    I pompieri scesero dal mezzo e cominciarono a rincorrere i caschi che volarono subito via dalle loro teste. I carabinieri si precipitarono a soccorrerli. Volarono anche fogli, documenti, un verbale e una paletta dell’”Alt”.Un fischietto non venne mai più ritrovato.
    Sembrava per un momento che avessero tutti dimenticato lo scopo della loro visita.
    Caio si divertiva un mondo. Ma un velo di tristezza si fissò ben presto sul suo volto appiattito dal vento.
    - Maestrale impetuoso, a te affido ogni mio desìo. Illuminami . -
    Sciolse i nodi dell’ amaca ed armeggiò pieno di eccitazione con i capi della fune. Tirò fuori dalla borsa una piccola carrucola e una bottiglia di vin santo. Bevve con ardore, bagnandosi tutto il mento.
    - Ora sono pronto - Disse asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
    Dabbasso i servitori del popolo avevano appena terminato di raccogliere con difficoltà i loro ammennicoli. Li infilarono in tutta fretta dentro l’automobile che aveva preso ad ondeggiare pure lei.
    Carabinieri e pompieri dovettero a turno mettersi a favore di vento per comunicare e intendersi sul da farsi.
    Era troppo tardi.
    Quando alzarono gli occhi al cielo videro in lontananza un omino in fuga, seduto con le gambe a penzoloni dentro un’amaca chiusa alle due estremità, appesa su un filo dell’alta tensione e sospinta dal maestrale a velocità della luce.
    Nessuno ebbe il coraggio di parlare né di muoversi. Non potevano nemmeno ascoltare le poesie declamate nel vento e il canto a squarciagola di immensa felicità.
     
    fine
     

  • Come comincia: Quella domenica stavo apparecchiando la tavola, un forte vento freddo sbatacchiava le ante annunciando l'arrivo del gelo Artico. Mia moglie e i bambini sarebbero tornati dalla chiesa intirizziti e un buon pranzo caldo, accompagnato dalla polenta, avrebbe scaldato la nostra giornata. Mentre compio il mio dovere di casalingo, sbircio le notizie sportive sul televideo e subito mi balza all'occhio una notizia: pronto il rinnovo del contratto di Wayne e bla bla bla, il giocatore percepirà 18 milioni di euro a stagione pari a circa 350 mila euro a settimana ovvero 50 mila euro al giorno. La notizia non fa scalpore, quanti personaggi dello sport guadagnano un sacco di soldi e poi, se qualcuno è disposto a darglieli meglio per lui. Chiudo il televideo e mi concentro su uno dei tanti canali che affollano i palinsesti televisivi, sono un appassionato di ufo e misteri di vario genere e quel canale sta trasmettendo qualcosa in cui si ipotizza la venuta degli alieni tanti anni fa con tutta una serie di indizi, veri o falsi non sta a me giudicarlo, ipotesi plausibili o balzane, collegamenti con fatti storici e leggende; insomma, una bella puntata. Eppure il mio piccolo cervello, in un angolo remoto, ha cominciato ad elaborare numeri e tempi fino a prendere il sopravvento.
    Ricordo che da adolescente, come molti miei coetanei, abbandonai gli studi per andare a lavorare e guadagnare i miei primi soldi.
    Al lunedì mattina Wayne si alza, fa colazione, saluta la moglie e i figli e va all'allenamento; defatigante perché domenica ha giocato la partita e non può strapazzarsi troppo. A pranzo va in un ristorante con dei compagni di squadra e al pomeriggio si dedica anima e corpo ai figli; infine, alla sera, dopo una cene leggera, a letto presto perché l'indomani c'è la doppia seduta di allenamento, meglio essere freschi e riposati. Alle 22.00 Wayne dorme, mentre sua moglie mette i bimbi a nanna; domani, al risveglio, altri 50 mila euro  gonfieranno il loro conto corrente.
    L'adolescenza è volata, ormai maggiorenne si comincia a pensar di mettere la testa a posto, iniziare a risparmiare qualcosa per affrontare le spese di una vita: il matrimonio, la casa, i figli. Wayne ci ha messo un giorno a guadagnare quello che io ho dovuto sudare da giovane.
    Al martedì Wayne è carico, il doppio allenamento lo esalta, lui è un gladiatore e domani sera c'è la partita di coppa, arrivano gli spagnoli e lui vuole dargli una lezione. Il tempo è inclemente e il mister li fa sgobbare più del solito; anche lui vuole vincere con gli iberici. Alla sera Wayne è cotto e declina l'invito di un paio di compagni, niente pub; un bel film con la moglie e poi a nanna, domani c'è la partita e nel frattempo il conto corrente si gonfia ancora, come un fiume che accoglie i suoi affluenti in piena.
    Intanto io sto per sposarmi, la casa è quasi pronta, la mia ragazza è tesa come la corda di un violino e io vedo i risparmi di una prima decade di lavoro spazzati via, per fortuna i nostri genitori ci danno una mano. Non fa nulla, entrambi abbiamo lavorato per far si che questo momento sia il più bello e sereno possibile, siamo giovani, il lavoro non manca; c'è la faremo.
    Wayne quella mattina si alza con degli ottimi presentimenti, ha sognato di vincere e fare gol contro gli spagnoli, perfetto. Sua moglie lo incoraggia e lui prima di uscire la bacia e poi bacia i figli. E' prevista una seduta di allenamento leggero per la mattina poi tutti a pranzo, insieme. Al pomeriggio lezioni di tattica ed ennesima visione di filmati vari degli avversari <Certo che sono forti> pensa Wayne <E poi quel loro attaccante è proprio un fuoriclasse> Al termine della seduta si va tutti allo stadio. Quella sera, sotto una pioggia torrenziale, Wayne segna una doppietta, la sua squadra vince ed è grande festa, i tifosi stravedono per lui. Dopo la doccia e i canti negli spogliatoi, alcuni dei suoi compagni decidono di andare a fare festa in un locale rinomato della città, Wayne è la star della serata e viene portato in trionfo. Le mogli e le compagne vigilano attente, niente eccessi. La lunga notte non placa la loro euforia e alla mattina, dato che non c'è l'allenamento, tutti a casa di Wayne; la festa continua a sue spese, i soldi non mancano.
    Nel frattempo mi è nato il primo figlio e sta per arrivare il secondo, io e mia moglie siamo al settimo cielo, desideravamo tanto una famiglia numerosa. Il lavoro va bene e facendo un pò di sacrifici si riesce anche a risparmiare qualcosa che in futuro servirà ai nostri figli; nessuno ci ha detto che la pacchia sta per finire.
    Quel pomeriggio Wayne fa fatica e l'allenatore lo riprende in continuazione, sono tutti un po' sotto tono ma lui è la star, lui è il trascinatore e deve dare il buon esempio. Ce la mette tutta ma non è proprio giornata, per nessuno. Il mister, esasperato, lancia un urlo; l'allenamento è finito, tutti a casa e da domani si ricomincia.
    Wayne è talmente stanco che, fatta la doccia, torna a casa e dopo aver mangiato qualcosa di leggero si addormenta sul divano con i figli sognando il suo forziere che continua a riempirsi.
    Adesso i figli sono tre, tre splendide creature. La crisi ha cominciato a mietere le prime vittime, il lavoro è calato e di pari passo le entrate, mentre le spese aumentano sempre più. Sono lontani i tempi spensierati dell'adolescenza, o i tempi dell'attesa, prima del matrimonio, quando bastava dire <volere è potere> Oggi la situazione è difficile, complicata, si lavora vivendo alla giornata senza prospettive per il futuro; non siamo abituati a questa situazione e tanti mollano, noi teniamo duro, per noi, per i nostri figli, sperando che qualcosa cambi.
    Quella mattina Wayne e compagni subiscono una bella lavata di capo, il loro mister li vuole più maturi, in più di un'occasione gli ha ricordato di essere dei privilegiati: quattro calci ad un pallone e stipendi faraonici; milioni di persone non guadagneranno in tutta la loro vita quello che loro prendono in alcuni mesi. Wayne si sente punto nell'orgoglio, sa di essere il più pagato e conosce un sacco di ragazzi della sua infanzia che si spaccano la schiena tutti i giorni per arrivare a fine mese. Il mister ci va giù pesante, doppia seduta, domani pomeriggio in campionato arrivano quelli di Londra e lui vuole vincere, a tutti i costi.
    Da qualche parte è passato un altro giorno e qualcuno ha guadagnato 50 mila euro, i miei figli stanno crescendo e vanno alle scuole superiori, il grande all'università. Anche volendo non c'è uno straccio di lavoro e loro cercano di impegnarsi in quello che è il loro di lavoro, lo studio. Mia moglie è sempre più stanca, gli anni che passano logorano il suo corpo, ma la sua forza e determinazione la portano a superare qualsiasi ostacolo. Anche io sono stanco, lavorare per sopravvivere, non ci abitueremo mai a questa semplice equazione; non vogliamo abituarci, speriamo ancora, forse i nostri sogni si avvereranno.
    Sabato mattina Wayne è nuovamente carico, sente la pressione, arrivano quelli di Londra, spocchiosi e baldanzosi. Quest'anno vanno forte, ma lui e i suoi compagni vogliono vincere, vogliono vedere stampata sulle loro facce la rabbia e la delusione. Al campo il mister ha preparato una seduta d allenamento specifica per la partita del pomeriggio, i ragazzi si impegnano come matti e a pranzo sono tutti di ottimo umore. Piove ancora e la partita sarà una battaglia. All'andata, giù nella capitale, hanno perso malamente e oggi vogliono vendere cara la pelle. Alla fine le due squadre pareggiano, Wayne segna ancora e viene eletto miglior giocatore dell'incontro e quel pomeriggio festeggeranno ancora con le loro compagne, senza eccedere: il mister è stato categorico, martedì si va in Spagna per la coppa e lui vuole passare il turno. Wayne e i ragazzi rispettano il suo volere e quella sera lui se ne torna a casa con la moglie e i figli. Contemporaneamente il suo conto in banca continua a crescere.
    Per fortuna i miei ragazzi, tra alti e bassi, vanno bene a scuola il che ci permette di concentrarsi su altre problematiche. Da anni ormai si vive sul filo del rasoio, ogni volta che si supera un mese è un successo. Tanti miei amici e conoscenti vivono come noi, sempre al limite delle proprie risorse, ma nessuno ha perso il sorriso, tutti vedono crescere i propri figli con tutte le loro prolematiche, tutti, tra mille peripezie, hanno avuto le proprie soddisfazioni e intanto gli anni passano e da qualche parte qualcuno diventa sempre più ricco dando calci ad un pallone.
    La domenica il mister ha previsto una doppia seduta di allenamenti, vuole la squadra carica e concentrata per la coppa e i ragazzi rispondono a tutte le sue istruzioni e alle sue richieste in maniera perfetta arrivando alla fine esausti, ma pronti per la sfida. Wayne e la moglie quella sera sono ospiti, in incognito, di una coppia di amici che stanno tenendo lontano dai riflettori. Lui è un amico d'infanzia di Wayne che ha trovato lavoro in città, fa l'impiegato in un'azienda di trasporti e la sua compagna fa la cassiera in un negozio di periferia. Hanno un figlio di tre anni che va all'asilo, la retta è cara e Wayne ha deciso di occuparsene personalmente creando un piccolo fondo che aiuti i due amici a superare quell'ostacolo. Quella sera lei ha preparato un piatto di cui i due ragazzi vanno pazzi fin dall'infanzia e dopo aver mangiato  la discussioone si sposta sull'argomento per cui si sono ritrovati, mentre il suo amico prende sulle gambe il figloletto che, nonostante la giovane età è già un fan di Wayne e la stella del calcio gli fa un gran sorriso; il bambino è in estasi.
    Wayne è lì per convincere l'amico a comprare casa, lo aiuterà lui con i soldi, non è quello il problema e anche sua moglie è d'accordo, ma l'amico e la sua compagna non accettano, fanno già tanto per loro e non vogliono approfittarsene. Wayne gli ha chiesto perché quando si diventa ricchi alcuni degli amici di una volta sono riluttanti ad accettare di essere aiutati, ma il suo amico lo ha avvertito: guardati alle spalle dagli sciacalli, gli amici, quelli veri, ti accetteranno sempre per quello che sei. Wayne lo sa e dopo aver ringraziato e salutato consegna al piccolo un regalo e poi se ne va con la moglie. Quando sono andati il piccolo apre il regalo, un paio di scarpette da calcio firmate da Wayne e una busta indirizzata a lui, all'interno un assegno con 5 zeri.
    Bravo Wayne, un bel gesto. Così mi piace immaginarti, mentre da noi il tempo vola e per vedere tutti quei soldi dobbiamo lavorare una vita. Adesso i miei ragazzi hanno finito gli studi, stanno impazzendo per trovare un impiego qualsiasi, qualcosa che permetta loro di provare a farsi una vita propria, non interessa come. Io e mia moglie continueremo ad aiutarli fino a quando verranno meno le forze e per allora spero di essere riuscito a mettere via due risparmi tali da garantirmi una vecchiaia tranquilla, oggi però continuiamo a lavorare e sperare.
    Il martedì sera in Spagna perdete, tu non segni ma giochi come un leone e alla fine la qualificazione è vostra; altra festa, altri soldi, tutti i giorni.
    Tu guadagnerai in un mese quello che io e miliardi di persone non guadagneremo in una vita di lavoro, dire che i soldi non fanno la felicità è una cavolata inventata da chi non li ha. Io sono felice della mia vita, della mia famiglia, non ti invidio niente, sei il prodotto della nostra società e ti auguro ogni successo sportivo e nella vita. Ma quando incassi lo stipendio ricordati di quel bambino che dorme con le tue scarpette da calcio.