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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 08 giugno 2015 alle ore 12:28
    Questa è la storia di Billie

    Come comincia: Conosco una storia: Billie entra in un bar, si accomoda al bancone e tracanna un paio di bicchieri di Jack. Guarda l’orologio, poi si guarda intorno, uno sbuffo e due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!” ordina al barista.
    Musica jazz accompagna il deglutire del Jack liscio nella gola; Anya canta sul suo palchetto senza ritegno, come una soave regina del jazz interrotta, ogni quindici minuti esatti, da calorosi applausi.

    Anya; bella cantante nera dalla voce doppia e seducente.

    Altri due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!”
    Viene subito servito.

    Billie è un ex sognatore, lui che aveva tanto cercato di vivere libero e spensierato cercando di tenersi lontano da ansie, paure, problemi, solfe colossali e pippe mentali.
    Ma la sua voglia di vita è finita per rinchiuderlo in se stesso peggio di prima e affoga i suoi dispiaceri ubriacandosi ogni sera.
     
    L’orologio scocca la mezzanotte, Billie, ormai saturo di Jack, paga il tutto; si alza, guarda Anya che lo saluta con un sorriso, dopodichè prende la giubba ed esce dal bar.
    La notte è buia ed è nero anche nella mente di Billie; “colpa dei troppi Jack” si dice per svanire, poi, tra i quartieri a luci rosse della zona.
     
    Questa è la storia di Billie che a fatica affronta se stesso tuffandosi nel suo stesso peso interiore.

    Caro Billie, nelle difficoltà della vita non bisogna mai andare contro corrente; affogare l’intenzione in due dita di Jack e andando a puttane, di certo non ti libererà dalla depressione del vivere che ti compone.
    Per il resto, se proprio ci tieni, c’è il suicidio. 
     

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:04
    Psicosi I

    Come comincia: Esistono delle realtà intimidatorie che nemmeno noi conosciamo.
    L’inconscio che conosce più del conscio e l’anima che sente più di quanto l’uomo possa udire.
    Ci sono cose che emergono in stati confusionari ed altre in stati di pura quiete; se né durante l’uno e né durante l’altro il conscio\inconscio non fa emergere nessun tipo di realtà (maligna o benigna) ci si trova in uno stato possibilmente definibile come “vegetativo interno – esterno”.
    Vivendo realtà effettive, non sempre si può parlare di stato vegetativo totale; se il corpo reagisce a stimoli non sempre la mente è spinta ad interagire in egual modo.
    Può essere inteso come quello stato che precede il meccanismo “della morte dell’anima”? Supposizioni, teorie, deliri.
    Credo di essere maniaco – depressivo.
    Preoccupazione? Spavento?
     
    Aspettiamo George, non inneschiamo la bomba prima di capire dove porla.

  • 07 giugno 2015 alle ore 1:10
    Una lettera per te, uomo

    Come comincia: Questa lettera è per te, uomo, per te. Non mi hai spezzato il cuore come accade nei romanzi no, forse l’ho spezzato io a te con tutte le mie imprecise idee sulla vita. Chi lo sa. Chissà cosa ci siamo fatti. Innamorati alla follia e forse non lo sapevamo, eravamo soltanto certi che vederci e volerci era unico lampo di cielo, senza domande, senza prospettive, era il momento del “no, non si può”.
    La scrivo per te questa lettera, ma la leggo a me, questa me che non conosceva sé quando ti aveva. Questa me che ora si conosce ma non ha più te. L’uomo è vigliacco, non lo si dice, ma è proprio così. Avrei voluto vederti ora, ora che siamo vecchi, o adulti cosa preferisci? Ora che non hai avuto il coraggio di confrontare le nostre maturità. Chissà, forse hai una donna, hai impegni morali, sentimentali, e non ha voluto vedermi. Cosa ti ha fatto paura? Di non saperti fermare? Beh, forse è vero: non avremmo saputo farlo, o forse sì, bere un caffè per la città non avrebbe potuto agevolare un incontro passionale. Ma sei stato vigliacco, vigliacco vigliacco, e lo urlo, te lo butto in faccia e te lo faccio mangiare, come quell’insalata con troppo limone.
    Scrivo con l’incertezza della luce tremula della candela, lo sai che ho questa pericolosa abitudine: la candela accesa di notte. Mi accarezza la sua delicatezza, è compagnia assai preziosa, mi mostra le sfumature della vita che la luce piena cancella, e aiuta la concentrazione, e perfino i miei viaggi astrali!
    Scrivo questa lettera per te, dicevo, e mi ripeto, ma leggo me.
    Vorrei davvero tu leggessi, smettessi di spiare fra le pagine e poi sognarmi, desiderarmi senza appello. Sono il tuo tormento, tu la mia dolcezza, il mio languore. Lo sono anche per te, ma io non ho paura di guardarmi dentro e fuori, e tu sì.
    Lo sai? Uomini per strada fanno ancora i loro stupidi complimenti, li sorpasso imperterrita ma dentro me sorrido e ricordo, ricordo te che mi dicevi: ma che ci fai a noi uomini?
    Non faccio nulla in verità, se non avere sul viso la tua impronta. Quella tua mano che accarezzando il profilo mi fece capitolare, mi portò laddove vita è tutt’altra cosa da quella mia vissuta. E lì è rimasta.
    È passato il tempo, non sono i momenti scanditi da un orologio a marchiarne il passaggio, no, sono il fuoco delle emozioni a imprimerne i contorni, e anche la profondità.
    Tu, sei andato nel profondo che di più non si può, sei arrivato all’essenza che nemmeno nell’atto del concepimento è stata mai segnata. Mi hai mostrato il cielo e ogni elemento possibile, più dei conosciuti, m’hai mostrato l’eterno. E nell’eterno sei rimasto. Nel mio eterno.
    Ora tu mi spii senza coraggio, nella tua pavida esistenza fatta di cose già collaudate, hai timore di guardarti senza prudenza. Ecco, è forse questo uno dei lumi che non sai guardare, che mai hai saputo fare: osiamo l’osabile, ma mai senza certezze. È tutto prevedibile: il vento quando sei in volo o l’onda quando navighi, ma l’amore no, l’hai detto, l’amore è destabilizzante.
    E noi, uomo, siamo imbattuti proprio nell’amore. Era destabilizzante anche per me, cosa credi?
    Sola nella mia penombra guardo me e guardo te, so quando mi pensi perché sei qui accanto, nel mio letto pieno di te. Ti guardo, anzi ti spio, e vedo di te un volto sconosciuto, un uomo dissacrante, un uomo che della vita non ha capito niente. Tu mi spii e pensi chissà che. Sono lontani i nostri tempi quando a squarciare il cielo bastava esserci accanto. Ricordi? S’illuminava il patio quando i nostri sguardi si sfioravano, era Pasqua, tu coi tuoi pacchi infiocchettati e io come bambina oltre la siepe, volevamo tenere il sentimento segreto, ma non lo fu, tutti riconobbero il forte vibrare dietro ogni nostro contegno.
    E la mia vendetta? Venni a te non invitata, coi due flute fra le dita. Volevo odiarti, forse ferirti, nel mio sguardo ogni possibile bugia, ma ero innamorata. Finimmo sul letto dopo inutili schermaglie: io sarcastica come non mai, e tu paziente eppure costretto al gioco.
    Mi cercasti nella notte, ero sul divano col tuo cagnolino, non ero serena nel tuo letto, t’amavo troppo e mi sconvolgeva.
    Tu, eri spaventato dalla mia mancanza. Ti stupivo, nella mia follia ti stupivo.
    Ah quanti attimi ho qui con me che a te ho rubato!
    E ricordi l’ultima volta? Venni a te vestita di nero (quell’abito non riesco a buttarlo), senza trucco perché tu vedessi l’ombra di me, e invece mi guardavi dentro agli occhi dicendomi che erano belli, che erano sempre belli e ammalianti. Facemmo l’amore per l’ultima volta, te lo dissi, era il mio addio (ma tu, n’eri cosciente?) e ti chiesi (che modo miserabile): t’è piaciuto? Ben sapevo ch’era la peggiore frase dopo l’Amore, ma lo feci apposta, per imprimere in me stessa che altro non era che semplice sesso, e per farlo capire a te; per farti capire che come sempre, ero io a vincere la partita, che me ne andavo, lasciandoti di me solo un lontano ricordo di sensi. E non di amore. Sempre io a vincere, è così, vince chi va via, e io avevo già perso…
    Che diamine ci siamo fatti amore mio, che diamine ci siamo fatti? Avevamo fra le mani, nella pelle, nelle vene, nell’essere, l’amore. L’abbiamo barattato con il più ignobile dei bisogni: la ragione.
    E tu mi spii fra le pagine vivendo in superficie, e io sorrido e passo avanti agli uomini che mi vorrebbero. La mia solitudine sei tu. La mia vera vita sei solo tu, cita una canzone-
    Questa lettera è per te, e vorrei che tu, nello spiarmi mi leggessi.

    da: Io a me verrò.

  • 06 giugno 2015 alle ore 19:45
    Ultimo gioco

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata.  Nasce un ricordo.  Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” -  Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” -  Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • Come comincia: "When life will go over itself, reality will overtake dreams. If you are born, you’re already a winner, in the Universe womb of your precious mother you’ve wrought millions of candidates to life. You’re already the chosen one, you’ve already flown one time. Now God ask you to make your last flight. Conquest your brothers’ brain, conquest Synaptic Paradise and you’ll conquest the eternity, and the real Paradise will open your eyes. A woman’s heart will accompany the passage of time, and it will be the symbol of your rebirth. To save the world, we don’t need an hero, but a good parent. 
    You’re a memory, you’re reborn, the Earth will have you. You’re in my brain, you’ll fly over your brothers’ brain, like the Verb of God. This will be your Paradise, you’ll fly, because flying is believing!” Fabio Meneghella

  • 04 giugno 2015 alle ore 13:18
    Occhi del colore della cacca di cavallo

    Come comincia: Cristina ha gli occhi azzurri, non l’azzurro del mare, quello dei pozzi dai quali si tira fuori l’acqua con molta fatica. È un azzurro concreto, che conosce la terra, il sudore, la fatica e non sa nulla del mare, non l’ha mai visto il mare. La sua pelle è scura, abitata dal sole, abituata al duro lavoro. Cristina è bella, alta, ha delle belle forme e i capelli lunghi, dorati, luccicano come il grano al sole. Me la ricordo come fosse ieri, quando eravamo bambine: aveva lo sguardo di chi sapeva poche cose ma le sapeva molto bene, ero io quella che ne sapeva tante e male. Aveva le espressioni dei vecchietti con i piedi ben piantati per terra, erano le cose della terra che amava imparare, le cose che esistono e che sfamano, non come me che amavo l’invisibile, il labile, le nuvole. Io pensavo, lei agiva. Io mi incantavo, lei correva. Io inciampavo, lei saltava. Io raccontavo, lei faceva. I giochi li vinceva sempre lei, era più presente, più reattiva, più sfrontata. La invidiavo e la biasimavo allo stesso tempo: lei non capiva me, io capivo lei, ma lei non sentiva il bisogno di capire. Io avevo gli occhi del colore della cacca di cavallo, un marrone tendente al verde, erano distratti, viziati dalla bellezza di quei posti, illusi dalle promesse, insicuri e molto curiosi, così curiosi che si perdevano e Cristina doveva darmi un ceffone per farmi tornare alla realtà. I miei occhi erano molto insicuri, la mia vita, a differenza di quella di Cristina, cambiava in continuazione. La mia pelle era bianca, conosceva il lavoro, ma non quello duro. Mia nonna non mi faceva lavorare per bisogno, lo faceva per insegnarmi ad ascoltare la natura e il mio corpo. Le mie mani erano delicate, conoscevano bene i banchi di scuola, forse Cristina avrebbe studiato meglio di me se ne avesse avuto la possibilità. Mi piaceva parlare in rima, a tutti piaceva ascoltarmi, ero molto buffa con le lentiggini sulle guance, la voce acuta e la mia ‘’r’’ moscia. Una cosa in comune l’avevamo io e Cristina: la lunghezza delle nostre trecce, avevamo due bellissime trecce lunghe fino al sedere, “oro giallo e oro nero’’ diceva mio nonno. Dividevamo la giornata in tre parti, la mattina si lavorava, nel pomeriggio si giocava ai giochi che voleva Cristina e verso sera si saliva sul ciliegio gigante della nonna dove raccontavo le mie storie, erano minuti che preparavo con molta cura la notte prima di dormire, non ricordo se mi ascoltava veramente, ricordo che ero molto fiera di me stessa. Su quel ciliegio, una volta, ci eravamo promesse di non credere mai in Dio, perché Dio faceva litigare gli adulti tra di loro e noi non avremmo mai dovuto litigare. Non abbiamo mai litigato, ci siamo semplicemente perse, ognuna per la sua strada. Non so esattamente cosa mi abbia fatto smettere di telefonarle, il tempo passava e noi avevamo sempre meno cose da dirci. Le nostre vite diventavano pesanti e i pesi che dovevamo portare sulle spalle erano molto diversi e le nostre sofferenze cominciavano ad odiarsi a vicenda. L’ultima volta che sono stata a Casunca, le avevo proposto di salire sull’albero, in nome dei vecchi tempi. Lei mi rispose che non eravamo più bambine. Quella risposta fu una frattura definitiva tra noi. La verità è che io sono rimasta la stessa, io ci vivo ancora nei ricordi della mia infanzia, lei è cresciuta. Ha trovato un appoggio in Dio, è diventata una testimone di Geova, ha un lavoro, sa bene chi è, conosce bene le cose che fa e le fa bene, mentre io di tutto questo continuo a non capirci nulla. L’unica differenza in me è che io non la invidio più. I segni che porto sulla pelle e nel cuore non fanno più male né hanno più valore dei suoi, ma io mi sento meno sola con la mia solitudine. Io, il mio dolore, che lei conosce bene, lo accolgo a braccia aperte, lo guardo in faccia e lo interrogo come un bambino interroga un adulto. Lei, con il suo, che io conosco bene, sembra non averci nulla a che fare, lo lascia fuori dalla porta proprio come tutti lasciano lei fuori dalla porta quando cerca di diffondere la parola di Geova. Lei è ostile con tutti, io lo sono solo con me stessa, ci lavoro con me stessa, mi tratto come un bambino, mi faccio i discorsini, lascio entrare tutti in casa mia, anche il dolore, non voglio perdermi niente. No, non la invidio più, io un posto l’ho trovato sulla sedia scomoda della verità.
     

  • 03 giugno 2015 alle ore 21:13
    2014

    Come comincia: Un vero uomo non si innamora delle forme di una donna, perchè sa che con il passare tempo esse andranno a farsi fottere. Un uomo, piuttosto si innamora del sorriso di una donna, dei suoi abbracci, delle attenzioni che gli regala giorno dopo giorno. Un vero uomo sa inebriarsi delle sensazioni che la sua donna emana dalla sua pelle, dal suo modo di fare, sa cogliere la sua vera essenza anche dalle imperfezioni, scava dentro la sua anima arrivando dritto al suo cuore, perchè sa che tutto questo lo troverà sempre, non svanirà e il tempo non riuscirà a consumare.

  • Come comincia: Se ne andarono sulle vette più alte, inebriati di luce, quei giovani ragazzi in divise grigioverdi perduti oltre le alture, ghermiti dal gelo, nascosti agli occhi del mondo di oggi.
    Dei loro passi, delle loro impronte sulla neve, delle loro lacrime come cristalli di quarzo, non è rimasta che un’eco, una spolverata oltre il cielo azzurro.
    Se ne andarono coperti da pastrani umidi e fradici, pesanti di pioggia e sudore, macchiati dal sangue rosso come fiore sbocciato sul candore.
    Il fatto che si parli di un periodo così lontano nel tempo e nello spazio vissuto, ci spinge a dimenticare che quei ragazzi, immortalati per sempre in fotografie sgranate e ingiallite, con zone d’ombra fonde e cupe, erano ventenni come lo possono essere quelli di oggi, ragazzi, leggeri e fragili come vetro, pieni di sogni, di ardori, ma anche impulsivi e spericolati, come  sono tutti i ragazzi a quell’età, di ogni epoca, di ogni strada, di ogni colore.
    Vederli impettiti in divise di due taglie più grandi, con la brillantina sui capelli e la scriminatura a lato, seri e posati, già così adulti nella postura accanto alla poltrona o davanti alla caserma, dai nomi di battesimo ormai in disuso, ce li rende più anziani di quello che non fossero realmente e tendiamo a non ricordare i loro pochi anni di respiro su questa terra.
    Quello sparo a Sarajevo il 28 giugno del 1914 saettò come una spada tagliente sull’ombra di tante e tante inconsapevoli anime, che da quel momento ebbero i giorni segnati. Per loro, 15 milioni, cominciò il conto alla rovescia che li avrebbe cancellati per sempre come una pagina mai scritta.
    La maggior parte di essi, quella mattina del 28 giugno, erano nei campi sui pendii intorno alla contrada del paese, impegnati nella fienagione, oppure stavano lavorando in qualche cascina sperduta nell’afa della pianura, altri rincorrevano il giorno sui pescherecci di ritorno al porto dopo la notte trascorsa in mare aperto. Il cielo era azzurro, sempre lo stesso di ogni giorno, l’aria leggera, polverosa di fieno e di vento, il vociare dei compaesani cullava il ritmico muoversi delle braccia forti di gioventù. Neanche sapevano che esistesse la parola “Sarajevo”. Tutto era lontano, indescrivibile, un altro mondo. 
    Avranno alzato lo sguardo? Avranno percepito il cambio del vento? La bufera in arrivo? L’addensarsi delle nubi scure sul profilo dei monti oltre i filari delle viti? Avrà  mai immaginato il giovane alpino che sarebbe morto di lì a due anni, in una limpida giornata d’agosto a nord di Caporetto, a 20 anni, fragile puntino abbarbicato al costone a strapiombo sul fondovalle? O il piccolo fante che avrebbe seguito i compagni oltre la trincea e anche lui a 20 anni sarebbe caduto un anno dopo, gettato sopra una croce lungo la vallata dell’Isonzo? O il bel tenente, che non aveva mai visto un ghiacciaio, sepolto sotto una delle tante valanghe a tremila metri di quota, scomparso per sempre agli occhi del mondo? O il veterano di campagna che scriveva a casa lettere dolci di speranza, pensando ai fratellini più piccoli che non avrebbe  più potuto salutare e anche lui avrebbe cessato di vivere quattro anni dopo, nella Guerra Bianca dell’Adamello, vicino al cielo, ucciso dal gelo?
    Avrebbero mai immaginato che sarebbero tutti Caduti al Fronte, difendendo o attaccando rocce impervie e ostili, silenziose e mutevoli come il fuoco?
     

  • 02 giugno 2015 alle ore 17:33
    TATA IN CONGRESSO

    Come comincia: Il rumore delle ruote e il dondolio del treno cullavano Massimo, (Max per gli amici), gli facevano provare una piacevole sensazione di rilassamento. Abbandonato sulle ginocchia il libro che stava leggendo, s’immerse nei suoi pensieri: cosa aveva potuto mutare un sentimento di simpatia in qualcosa di più profondo? Arduo darsi una risposta, non riusciva a comprendere cosa fosse cambiato in lui tanto da avere sempre dinanzi agli occhi l'immagine di quella persona, di avvertirne costantemente la presenza, di camminare fra la gente come avvolto in una nuvola che lo estraniava da tutti facendogli percepire la sua aura sempre vicina. Una sensazione eccitante ma anche dirompente perché occupava tutto il suo spirito sino a sfinirlo.
    Negli ultimi tempi l'aveva osservata più attentamente: l'avevano colpito le labbra deliziose truccate in maniera non eccessiva, assolutamente non volgari. Gli occhi erano specchio del suo stato d'animo: luminosi quand'era allegra, sognanti al pensiero di suo figlio, tetri quand'era amareggiata, impenetrabili quando ergeva un muro dinanzi ad interlocutori indisponenti.
    Questa era Tata.
    Finalmente Max giunse a Verona, un taxi, l'arrivo in albergo.
    “Vorrei una stanza matrimoniale ed anche vedere il libro delle presenze.”
    “Signore, è assolutamente inusuale ed anche proibito e poi abbiamo un convegno di bancari... faccia presto.”
    Il portiere aveva rapidamente cambiato opinione dopo aver intascato un cinquantino.
    Scelta la stanza al piano desiderato (quello di Tata), una rapida rinfrescata e Max approdò nella hall. Vide madame che stava conversando con due signore, che fare? Intuizione, si recò nella sala da pranzo che i camerieri stavano allestendo per la cena. Girando fra i tavoli, Max prese visione di quello riservato a Tata e a suoi colleghi.
    “Cameriere, vorrei un tavolo vicino a questo.”
    “Impossibile signore, son tutti prenotati... quasi tutti questo è libero.” Il solito cinquantino lo aveva ammorbidito.
    Max, volutamente, si recò a cena in ritardo rispetto agli altri commensali e si posizionò in modo di poter osservare Tata di profilo. Nel di lei tavolo c'erano tre signori di mezza età, suoi colleghi, sorridenti, disponibili, loquaci, speranzosi di piacere, patetici! Tata aveva stampata in viso l'espressione sua tipica per quelle occasioni: sorriso a mezza bocca e sguardo divertito.
    Finito di cenare si alzò imitata dai commensali: “Signori sono stanchissima, a domani.”
    Max, per non dare nell'occhio, fece passare un po’ di tempo prima di alzarsi a sua volta ma non riuscì a raggiungerla, si ritirò nella sua stanza.
    Squillo del telefonino: “Caro fra mezz'ora da me, la porta è socchiusa.”
    Doccia veloce, dentifricio profumato, pigiama di seta. Tutto a posto Max si rimirò nello specchio, l'immagine riflessa era di suo gradimento.
    Mai una mezz'ora gli era sembrata così lunga, controllava continuamente l'orologio e, finalmente, scoccato il tempo, a passi veloci raggiunse la camera di Tata, ci si infilò colpito dal buio che vi regnava, solo una lamina di luce filtrava da sotto la porta del bagno.
    A tentoni raggiunse il letto e si pose una domanda amletica: “Dove era abituata a dormire, a destra ovvero a sinistra? Resosi conto dello sciocco interrogativo, Max si rispose da solo nella lingua madre: “Ah fregnone, pensi che sto pezzo de gnocca è venuta qua pé 'n riposino? Se po’ da esse più 'mbecille?” Il romanesco potrà pure essere volgare, ma è sicuramente efficace!
    La porta del bagno finalmente si aprì, la figura di Tata emerse in controluce fasciata in un delizioso baby doll che ne sottolineava la snella figura. A contatto col suo corpo Max fu inebriato dal profumo sensuale della sua pelle.
    “Accendo l'abat jour, voglio parlare con mio figlio.”
    “Mamma, tutto bene, passami Alessandro... Mammina vuole darti tanti bacini prima di dormire, come stai?”
    “Io sto a letto con la nonna, tu con chi dormi?”
    “Cosa dice mammina, sono sola... buona notte.”
    Tata aveva spento la luce ma era rimasta di spalle, Max imbarazzato non sapeva come comportarsi, la sentiva singhiozzare sommessamente, tremava un po’ e si era coperta il corpo col lenzuolo. A Max non restò che ritirarsi nella sua stanza, malvolentieri, in considerazione anche del notevole incazzamento di Ciccio...
    Quella notte Max cercò di leggere un libro giallo, lo riprese più volte ma, infine, l'incolpevole libro fu sbatacchiato malamente contro un muro.
    Il giorno seguente, l'amata era occupata col congresso in una sala dell'albergo; Max gironzolò nei dintorni dell'edificio ma non trovò nulla d'interessante o, forse, non era dell'umore adatto per apprezzare alcunché.
    All'ora di pranzo madame era seduta al tavolo con i soliti signori in verità piuttosto perplessi: non li degnava nemmeno di uno sguardo, mangiava silenziosamente con il viso abbassato.
    Il pomeriggio passò con Tata impegnata in una riunione e con Max spaparanzato in una poltrona della hall a leggere i giornali.
    Durante la cena la dama sembrava essersi ripresa, per la gioia dei commensali era diventata più loquace e sorridente. Max si alzò dal tavolo e vide che lei lo seguiva con lo sguardo.
    In camera si sentiva come un pugile suonato, si era innamorato come uno studentello, quel sentimento gli faceva paura non l'aveva mai provato così profondamente... Il suo telefonino squillò: “Fra dieci minuti sono da te.”
    Max aveva lasciato accesa la luce del vano del bagno, la stanza era in penombra quando l'agile silhouette della benamata si stagliò per un attimo nella porta d'ingresso contornata dalla luce del corridoio, entrò con passo ancheggiante, si sdraiò sul letto dando le spalle a Max ma non ebbe il tempo di girarsi ché sentì qualcosa di consistente penetrarle fra le cosce, quel qualcosa sollecitava sempre più il clitoride. Il suo cuore cominciò a batterle violentemente, si dimenava per far aumentare il piacere. Max la girò supina, incollò le sue labbra su quelle della morbida 'gatta', il piacere di entrambi era alle stelle, Max salì con la bocca sempre più in alto: il pube, l'ombelico, le morbide tette, il collo e infine la bocca. Un bacio violento, appassionato sempre più profondo. Tata assaporò per la prima volta il sapore della sua 'gatta', sapore trasportato dalla bocca di Max, una sensazione particolare mai da lei provata. Si vendicò prendendo Ciccio in bocca mordendolo piuttosto rudemente, a lei, talvolta, piaceva esercitarsi in qualche dispetto erotico per poi ridersela fragorosamente, si faceva perdonare quella marachella col suo delizioso sorriso.
    Si era di nuovo scatenata, la sua natura passionale la portò a prendere l'iniziativa e a sottomettere Max cavalcandolo con movimenti circolari del bacino per fasi penetrare più profondamente, il suo punto 'G', fortemente sollecitato, la faceva fremere di piacere sin quando una nube di voluttà non la avvolse completamente. Max la mise supina, la penetrò di nuovo con forza sin quando inondò la vagina con la sua calda spuma. Tata riuscì a prolungare il piacere e a raggiungere un nuovo orgasmo più travolgente del primo.
    Pian piano i sussulti cessarono, Max si rialzò. Tata rimase inerte senza più forze a gambe divaricate.
    Quello fu l'unico loro rapporto intimo. In seguito s’incontrarono in compagnia dei relativi coniugi, mai un cenno, mai uno sguardo d'intesa, dentro di loro un sogno appagato, un ricordo dolcissimo, il loro segreto.

  • 02 giugno 2015 alle ore 9:54
    UNA DIFFICILE CONQUISTA AMOROSA

    Come comincia: “Mi scusi signore, ho urgente bisogno di andare all’aeroporto di Catania, se crede di potermi dare un passaggio la compenserò con qualsiasi cifra, la prego!”
    L’autrice di questa frase era una signorina decisamente piacevole, decisamente bella, decisamente giovane, decisamente di classe, decisamente bionda oltre che decisamente alta: 1,80.
    Dire che Alberto era perplesso era il minimo, quando mai ti capita una situazione del genere non tanto per la cifra che avrebbe potuto guadagnare quanto…il solito zozzone.”
    “Signorina io penserei ad un altro genere di compenso, sempre che lei…”
    “Sempre che io…non pensa di correre un po’ troppo e non poi mi sarei aspettata una proposta di tal genere da un maresciallo della Benemerita!”
    “Gli appartenenti della Benemerita, come li chiama lei, sono i nostri cugini Carabinieri, io appartengo alle Fiamme Gialle, Finanza per capirci.”
    “Che i Finanzieri fossero…”
    “Chiudiamola lì altrimenti andiamo nel penale; penso di aver indovinato il suo pensiero forse ispirato dalla visione della mia Jaguar  X Type. Come fa un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza a possedere un cotal vettura costosa se non…nel mio caso c’è una spiegazione valida: il decesso della novantenne zia Giovanna proprietaria di una villetta lasciata in eredità al cinque nipoti di cui uno è alla sua presenza, non mi sono offeso anche io al suo posto… e poi come si fa ad offendersi dal detto di una cotal beltade!”
    “Adesso viene fuori la sua cultura classica, ne riparlerei volentieri qualora lei aderisse alla mia richiesta di accompagnarmi all’aeroporto di Catania, durante il viaggio potremo fare conoscenza. Oh guarda pure il navigatore satellitare, la televisione, quanti aggeggi, un salotto, complimenti!”
    “Domanda d’obbligo, cosa ci fa una signorina alle sette di sera a Messina, in viale dei Tigli 23 tanto più che non mi risulta che abiti da queste parti?”
    “Mi è stato comunicato che è deceduta la signorina Marilena Tavilla, era una cugina di mia madre e proprietaria dell’appartamento al quarto piano della scala B). Io sono Maria Belfiore, architetto, abito a New York, o meglio a Manhattam, non sono riuscita a contattare l’amministratore del vostro condominio, tutto sommato a questo punto non posso perdere altro tempo, debbo rientrare in America ed il mio volo parte da Catania alle ore 23 e non sono riuscita a trovare un taxi.”
    “Chi le parla è Alberto Mazzoni, celibe,  disposto ad accompagnarla a Catania, senza compenso anche se a malincuore dato che non avrò alcuna possibilità di rincontrarla cosa che invece anelito…”
    “Il suo modo di esprimersi è molto particolare, mi viene da ridere, quello che lei definisce anelito, yearning in inglese, è il desiderio spasmodico di desiderare qualcosa che io penso irraggiungibile.”
    “In un’ora saremo a Catania, avremo anche tempo per cenare e conoscerci meglio sempre che non le sembri troppo invadente.”
    “Ma si,  tutto sommato lei è una persona piacevole, ha un accento  particolare, non mi sembra siciliano.”
    “Romano de Roma ma trapiantato a Messina per servizio anche se rimpiango un po’ la mia Roma. Vede il romano è un tipo particolare è quello del ‘volemose bene’, insomma un compagnone, talvolta forse un po’ invadente ma in fondo simpatico.”
    “Lei è anche un furbacchione, sta facendo le lodi di se stesso ma…non ci esce niente ah ah ah!”
    “Non ci pensavo assolutamente!”
    “Ci pensava, ci pensava anzi ci pensa.”
    “Va bene cara, ci penso e vorrei darle del tu cambiandole però il nome, meglio Mary all’inglese, il nome Maria mi riporta ad una triste storia.”
    “Lasciamo la triste storia e diamoci del tu, andiamo in aeroporto, voglio cambiare la data di imbarco, la Sicilia mi piace e vorrei visitarla.”
    “Questa si che è un colpo di…”
    “Di culo, dillo apertamente, di culo, non te l’aspettavi, la tua faccia tosta è stata premiata!”
    Sbrigata la pratica burocratica Mary ed Alberto entrarono in città a Catania e si infilarono in un ristorante di lusso, quello con camerieri in divisa, in po’ costoso ma…
    “Sei mio ospite d’altronde non è che un maresciallo della Finanza…”
    “Sino a pagare una cena ci arrivo, certo devo pagare la rata del mutuo ma ‘semel in anno licet insanire.”
    “Guarda che anch’io ho studiato latino: ‘una volta all’anno è lecito fare cose pazze’ più o meno questa la traduzione solo che la cosa pazza è a mio carico.”
    Finita la cena con lauta mancia (cavolo la baby doveva passarsela bene!) decisione inaspettata:
    “Torniamo a Messina, se non hai impegni affettivi vorrei dormire a casa tua che ne dici?”
    “Altra botta di…”
    “Allora è un si, vai piano mi voglio gustare il viaggio, fermati un attimo.”
    Un bacio inaspettato, profondo , sensuale.
    “Sono fortunata baci bene e penso che anche il resto…”
    Alberto a quarant’anni in fatto di sesso non era alle prime armi ma Mary con i suoi modi era stata una sorpresa, una piacevole sorpresa ed il futuro si appalesava denso di buone prospettive.
    “Mai vista una casa di uno scapolo ordinata e con mobili di buon gusto, complimenti!”
    “I mobili per la maggior parte appartenevano ai miei genitori ed ai miei zii, come vedi ci sono anche quadri di valore come quelli Orfeo Tamburi che non mi potrei permettere di acquistare.”
    “Che panorama, si vede il porto di Messina e tutta la costa calabra illuminata, una goduria, non mi viene voglia di andare a dormire.”
    “E che parla di dormire!”
    “Albertone, ricordati che per una donna (a proposito ho trent’anni), dicevo che per una donna mollarla la prima volta è da…”
    “Mignotta, ma io adoro le mignotte!”
    “Per me va bene il divano, tu resta nel tuo lettone che penso abbia visto transitare un bel numero di giovin signore e signorine.”
    “Le mia preferenze erano per le signore che, in linea di massima, non avevano alcuna voglia di creare a me problemi lasciando il marito.”
    “Insomma una botta e ognuno a casa sua se ho capito bene.”
    “Ci hai azzeccato e questo forse perché non ho mai trovato quella giusta…”
    “Stanotte me la rifarò con Morfeo, vedo che hai due bagni, col tuo permesso mi impossesserò di quello più grande.”
    “Se ti leggo bene nel pensiero ho capito come finirà la situazione.”
    “Hai letto bene, buona notte!”
    Buona notte non fu, Alberto dopo essersi girato un bel po’ nel lettone, decise di alzarsi. Posizionò una poltrona sul terrazzino anteriore, occhi semi chiusi, respirazione lenta e distensiva per cercare di ammutolire ‘ciccio’ in crisi…
    Pare che anche dall’altra parte la situazione non fosse dissimile, Mary aveva aperta la vetrata del salone per far entrare una fresca aria notturna  e…
    La storia ebbe la fine prevista: i due si incontrarono sul terrazzino anteriore, lungo abbraccio e poi ambedue posizionati sulla chaise longue di Alberto sul terrazzino, quello della visione sulla calabria.
    Chi disse che vale più un abbraccio che…ci aveva proprio azzeccato. I due assaporarono le dolcezze del tenero amplesso sino all’alba quando decisero che il lettone era cosa migliore.
    “Hai rifornimenti meglio di un bar: latte, caffè,yoghurt, marmellate, biscotti, fette biscottate integrali, toh pure le prugne californiane, mi sento come a casa mia!”
    Alberto non aveva voglia di parlare, più guardava Mary e più apprezzava la sua bellezza sottolineata da un baby doll rosa che lasciava intravedere…
    Mary con intuito femminile aveva capito la situazione ma non aveva alcuna voglia di capitolare , si era creata una situazione strana, lunghi silenzi…
    “Lettura del tuo pensiero: ho conosciuto tante femminucce ma una come te…mi hai scombussolato, turbato, sconvolto, frastornato, agitato, confuso, è il tuo silenzio che parla!”
    “Dato che hai preso in mano la situazione che ne diresti di farmi partecipe della tua vita, ad intuito penso che dovrebbe essere piuttosto complicata, mi sbaglio?”
    “È piuttosto complessa ma non so sino a che punto tu sia tanto anticonformista da poterla capire.”
    “Solo se nel tuo curriculum c’è un omicidio per il resto non ho problemi soprattutto in fatto di sesso.”
    Mary si era rasserenata , di nuovo sulla chaise longue e:
    “Rimandiamo, per favore, la Sicilia mi dicono è molto bella, che ne dici di farmela visitare, per il denaro non c’è problema, la mia famiglia, di origine italiana, è benestante.”
    “Bien allora facciamo le valigie.  Ho pensato ad un albergo sotto Taormina.”
    Villa S.Andrea  è situata sul mare, spiaggia privata, scogli, sabbia fine e scogli sparsi.
    “Non finirò mai di ringraziarti, non pensavo che esistessero posti tanto incantati, non so se sia l’aggettivo giusto, in famiglia parliamo l’inglese e talvolta sbaglio le parole in italiano.”
    La cucina era all’altezza del luogo, uno chef raffinato, piatti siciliani, Mary era entusiasta di tutto.
    Il pomeriggio a Taormina con la teleferica, acquisti a go go, granita alla panna e rientro in albergo.
    Ogni tanto qualche abbraccio in segno di riconoscenza, anche qualche timido bacio, un pò poco per Alberto il quale a letto si trovò dinanzi alle deliziose spalle della compagna, spalle e niente più.
    La mattina, dopo colazione, una sorpresa: in cabina Mary aveva indossato un cappello a larghe tese, un paio di occhiali molto grandi e poi si era infilata un costume alla brasiliana, insomma quello che cinge il corpo, (pube rasato),  molto simile a dei fili.
    Reazioni in spiaggia: i vecchietti: che bei ricordi, i mariti: occhi di fuori dalle orbite, le mogli: ‘non hai mai visto una donna?’, I bambini: perché la mamma è tanto arrabbiata, gli adolescenti: rientro precipitoso in cabina per un cinque contro uno!
    La mattina seguente: “Hai gli occhi di un cucciolone bastonato, stasera…”
    Gita all’Isola Bella, il barcaiolo non sapeva dove mettere gli occhi: “La signora è straniera?” Sguardo di Alberto: “Fatti i cazzi tuoi!”
    Com’è lunga un giornata quando si aspetta la sera per qualcosa di indefinito ma credibilmente piacevole.
    Doccia insieme, bacini, bacioni e poi: “Ti dispiace se te lo prendo in bocca?”
    “Che domanda, vai…
    Il lungo digiuno ebbe l’ovvio effetto di far godere subito ‘ciccio’, Mary ingoiò il tutto e seguitò sin quando il cotale se la godette alla grande una seconda volta, la baby si era dimostrata proprio brava, una bella sorpresa!
    Rotto il ghiaccio Alberto si aspettava qualcosa di più ma:
    “Non te la prendere ma non me la sento ancora per un rapporto completo, ho un cattivo ricordo, abbi pazienza.”
    Alberto bene o male pazienza se la faceva venire ma che poteva essere quel cattivo ricordo?
    “Sin dalle scuole medie sono molto amica di Betty, una siciliana piccolina, bruna, simpaticissima, sempre allegra. È stata una cosa normale avere con lei rapporti intimi, era come un gioco piacevole. Al college avevamo una stessa stanza con due letti che univamo per i nostri giochetti.
    Laureate e trasferite a New York per lavoro in uno studio di architettura, Betty si innamorò di un ragazzo bellissimo, alto, biondo, occhi azzurri, il migliore dello studio.
    “John mi ha chiesto una cosa particolare…non vorrei che la prendessi male, vedi…”
    “Betty vai al dunque, ci conosciamo toppo bene, dì la verità ti ha proposto un giochetto a tre?”
    “Si ma non vorrei che cambiasse qualcosa fra di noi, il nostro rapporto di amicizia viene prima di tutto, sto male da giorni.”
    Accettai per accontentarla, non che ne fossi entusiasta ma per l’amica del cuore…
    L’incontro fu programmato in casa di Betty, era un sabato sera e John ci fece una sorpresa quando si presentò con un amico sud americano, forse brasiliano, basso, tozzo, un po’ volgare.
    Senza tanti preamboli John volle avere un rapporto con me, fra l’altro non prese alcuna precauzione, una situazione spiacevole, Betty in un’altra stanza col sudamericano e poi, colpo di scena, tutti e quattro in uno stesso letto e i due maschietti che avevano un rapporto anale fra di loro.
    A quel punto sono fuggita schifata, piangendo ho raggiungo casa mia, due giorni dopo sono partita per venire a Messina, fine della triste istoria che, come puoi immaginare, mi ha lasciato un segno profondo, ora puoi capire il perché del mio agire.”
    Alberto abbracciò forte forte Mary, stettero così a lungo sino allo spuntare del sole.
    “Non ho più sentito Betty, ritornare allo status pre non sarà facile non per il rapporto con lei ma per il lavoro, dovrò cambiare studio ma per ora voglio godermi questa vacanza con un uomo favoloso, conosci un uomo favoloso, io si.”
    Tour della Sicilia: Termini Imerese, Palermo, Trapani, Agrigento, Siracusa, Catania e rientro a Messina.
    “Papino mi ha mandato tanti soldini, lui è di origine siciliana, era felice quando gli ho descritto il giro della Sicilia e la conoscenza profonda e affettuosa di un cotale che ogni giorno mi è più caro (e al quale ho concesso tutto, ma questo non l’ho detto a papino).
    Uno studio di architettura a piazza Cairoli a Messina meta finale di Mary sempre più innamorata della Trinacria e di un suo abitante…
     
     

     
     

  • 31 maggio 2015 alle ore 12:32
    Amore e Amicizia.

    Come comincia: “Certo qualcosa di simile all’amicizia è nell’amore, che si potrebbe chiamare una folle amicizia.”
    (Lucio Anneo Seneca)

    Credo, credo di non essermi mai chiesta cosa fossero l’amicizia e l’amore; credo di non essermi chiesta il come e il perché di molte cose, non so come mai, ma non mi è mai importato, non ho mai trovato la necessità di spiegarmi tutto, prendevo le cose come venivano, e se non le capivo, beh, non facevo altro per accettarle per come fossero.
    Credo che molto probabilmente non darò una definizione di amore nemmeno dopo tutte le pagine che ho scritto, credo che arriverò alla mia conclusione dicendo “per cui” e riportando la mia tesi finale che lascerà all’immaginazione una conclusione uguale e diversa per ognuno di noi, lasciando quello stesso gusto amaro che nessuno riesce più a togliersi dopo aver bevuto il caffè.
    Il sentimento dell’amicizia, comparve per la prima volta ai tempi di Aristotele, quando ancora le emozioni erano orfane e per classificarle e diversificarle servì assegnare loro un nome. Ecco: l’amicizia fu definita come un sentimento di amore verso un’altra persona. Non amicizia, non benevolenza, non affetto, ma amore, un sentimento di amore.
    Questo dovrebbe farci pensare a come, inizialmente, questi due sentimenti fossero riuniti in uno solo, a come uno non dipendesse dall’altro perché l’uno era l’altro. Amore e amicizia, due parole ora sottovalutate quanto le mozzarelle di bufala campana al supermercato. Le pronunciamo così spesso che ormai hanno preso la stessa valenza di una qualsiasi parola presente nel vocabolario della Rizzoli; tutte uguali, tutte diverse.
    Io sono ancora di quelle vecchie scuole di pensiero per cui una parola va usata e centellinata, specialmente se è piccola e con un valore immenso. Forse è questo il problema delle nostre generazioni, l’incapacità di usare le parole senza ignorarne il loro vero significato, come dice Jean de La Fontaine “Ognuno dice di essere un amico: ma solo un pazzo ci conta; niente è più comune del nome, niente è più raro della cosa”.
    Il libro mi chiede se il sentimento d’amore o d’amicizia può rappresentare un’occasione di crescita personale e di miglioramento dal punto di vista morale e se provare affetto per qualcuno può essere il presupposto per imparare a crescere se stessi e ad avere rispetto per gli altri.
    Non ho idea del perché, ma ultimamente le persone tendono a classificare ogni azione sotto una morale differente per far sembrare quella stessa azione meno rivoluzionaria o meno differente dalle altre; per cui come possono l’amore e l’amicizia portare a una crescita morale se non si sa nemmeno di che morale si sta parlando?!
    Sarà che la mia infanzia non è stata felice e i sentimenti come l’amore e l’amicizia, nella mia vita, hanno sempre fatto da sfondo, ricoprendo nemmeno il ruolo di antagonisti, per me l’amore è un concetto estraneo e utilizzabile solo nei libri; trovo sia un po’ un passepartout, lo si tira fuori quando si è agli sgoccioli, quando la storia altrimenti non avrebbe più un significato.
    La realtà è che questo genere di sentimenti mi spaventano, trovo che rendano le persone più fragili di bicchieri chiusi in una credenza durante un terremoto, che sbattono l’uno contro l’altro in attesa di schiantarsi al suolo e rompersi in mille pezzi. E non prendiamola alla romantica, dove qualcuno poi arriverà a riaggiustare quei bicchieri, perché in questo mondo nessuno riaggiusta nulla, nessuno salva nessuno.
    Una cosa che so per certo, è il fatto che l’amore venga messo al primo posto quando al primo posto dovremmo starci noi stessi.
    Forse farò la figura della stupida ma credo che l’amicizia e l’amore siano i sentimenti peggiori che ci potessero far provare: diventano una droga e andando avanti con il tempo, distruggono le persone.
    Murphy, nella sua prima legge sull’amore sostiene che “Se una cosa può andar male, lo farà”, mentre Clive Staples Lewis disse “Amare è in ogni caso essere vulnerabili. Ama qualcosa e il tuo cuore certamente sarà diviso e rotto”.
    Ho visto gente giurarsi amore eterno per poi metterlo da parte alla prima difficoltà, gente che si è amata e ora non si ama più.
    Ho visto amici stringersi la mano per andare lontano e lasciarla quando a uno dei due serviva essere rialzato; Marcel Proust disse che “Credere che l’amicizia esista è come credere che i mobili abbiano un’anima”.
    Non ho mai visto storie d’amore andare a buon fine e amicizie che durano da tutta una vita. So di sembrare cattiva e cinica, ma il peggio è quello che mi è stato dato ed è il peggio che io riconosco in ciò che mi circonda.
    Zenone di Cizio afferma che “Un amico è un altro me stesso”, perché la vita prima va vissuta da soli, come si nasce e come si muore, soli è il punto di arrivo e allo stesso tempo il punto di partenza.
    Tornando a ciò che mi chiedeva il libro; se provare affetto per qualcuno può essere il presupposto per imparare a crescere se stessi e ad avere rispetto per gli altri, dico di no, anzi, affermo di no.
    Konrad Lorenz fu il primo a studiare come gli animali imparassero a stare al mondo solo con ciò che veniva dato loro nelle prime settimane di vita: se a un gatto ad si da affetto, questo amerà le persone per il resto della vita, ma se un gatto, lasciato selvatico fino allo svezzamento, viene poi portato in una famiglia, questo darà amore al suo branco ma rimarrà restio agli sconosciuti, si nasconderà e in casi particolari, arriverà perfino a far del male alle persone del suo branco. Le persone funzionano come gli animali, d’altro canto, non siamo che animali con l’intelletto sviluppato, o almeno credo.
    Se un bambino nelle prime settimane di vita riceve un certo tipo di sentimenti, sarà con quelli che crescerà e sarà in quelli che riporrà maggiore “fiducia”.
    Dicono che si possa coltivare anche in un terreno povero, con fatica, ovvio, ma che ci si riesca. L’educazione è come un seme: tu lo pianti in un terreno di provenienza e con caratteristiche sconosciute, sta poi a te far crescere quel frutto nel migliore dei modi. Credo, credo sia l’educazione il vero elemento che ci faccia rispettare gli altri; perché se io vengo educato e rispettato, a mia volta educherò e rispetterò gli altri.
    Trovo che l’amore e l’amicizia, nel mio caso, non siano i sentimenti più importanti, credo che lo sia la paura; sarò anche un po’ di parte, ma io vedo nella paura il motivo di tutto. La paura di rimanere soli ci spinge a cercare un partner, la paura di essere noi stessi ci fa creare delle maschere, la paura di morire ci fa vivere, la paura di non essere abbastanza ci spinge a fare di più. Sgridare un bambino lo porta a capire che quella determinata azione è sbagliata e la volta seguente, quando sarà sul punto di rifare quella cosa, si ricorderà di essere stato sgridato e avrà paura di essere sgridato ancora.
    È provato scientificamente che le informazioni nel nostro cervello viaggino a una velocità due volte maggiore quando si ha paura, il nostro cervello è più stimolato se in presenza di pressioni e paure. È un meccanismo primordiale che non risponde alla felicità, ai sorrisi, all’affetto, no, solo al dolore e alla paura.
    Prendiamo un cucciolo di leone: questi impara a rispettare la leonessa e il capo branco perché è quello che gli viene insegnato; conoscerà se stesso quando messo sotto pressione, quando dovrà scappare, quando avrà paura e scoprirà di saper correre veloce e arrampicarsi.
    Non siamo che animali cresciuti cerebralmente e incapaci di vedere la realtà senza darle un nome comunque come amicizia, amore o vita. Perché dobbiamo dare un nome a tutto(?) alcune cose bisognerebbe lasciarle orfane e libere.
    Forse questo scritto non sarà mai classificato come un saggio breve, non lo so e, in fin dei conti, non m’interessa; sono una persona abituata a scrivere quando le viene in mente un’idea, indipendentemente da dove sia e da cosa sia l’idea che deve scrivere.
    Molto probabilmente pubblicherò questo scritto e sarà capito meglio dai miei lettori piuttosto che dalle ventuno persone, ventidue con l’insegnante, che stanno in classe.
    So che ciò che ho scritto va oltre al pensiero che un normale adolescente dovrebbe avere riguardo all’amore e all’amicizia, ma io non sono normale, l’ho sempre detto, sono extraordinaria, nel senso che vado fuori dagli schemi dell’ordinario.

    Perciò, concludendo, l’amore e l’amicizia non fanno crescere noi stessi, non ci insegnano il rispetto e men che meno a stare al mondo.

  • 31 maggio 2015 alle ore 12:11
    E te lo prometto..

    Come comincia: E te lo pometo, si, lo so di non aver mai promesso nulla, ma a te lo prometto, a te lo prometto davvero. Ti prometto che un giorno arriverò con il mio tappeto volante e scapperemo insieme, io e te; prometto che con te rinizierò a vivere, butterò via i miei problemi, la me che c’è adesso, e inizierò tutto da capo. Se vorrai, te lo prometto.
    Ti porto via da qua; ti porto in Canada, dove tutto è più semplice. Ti porto via, perché è l’unica cosa che ancora posso fare. Se preferisci, ti porto in Irlanda, a urlare al vento che soffia dal mare, o a correre in una distesa di morbido prato verde; e poi, poi ci fermeremo in un pub, io prenderò una pinta di guinness, tu ti farai una sigaretta, e io scoppierò a ridere: per tutto, per noi, per me; una di quelle risate che ti fanno vivere.
    Ti porto in montagna d’inverno per fare palle di neve, e al mare d’estate per fare un bagno al largo. Ti porto dove non dobbiamo preoccuparci, dove le persone non vengono giudicate, dove possiamo essere noi stessi.
    Ti porto a vedere le stelle per poi dormire all’aperto. Ti porto in Giappone, ricordo che volevi visitarlo; poi l’India, mangeremo indiano, poi non so, magari la Germania, la Spagna, la Francia. Gireremo il mondo fino all’America, friggeremo patatine in un fast-food, e poi prenderemo i sandwich da Tesco, quelli che piacciono tanto a me, con pollo, maionese e bacon.
    Ti porto a vivere tenendoci per mano, perché ne abbiamo bisogno. Ti porto ai Caraibi a vedere deve hanno girato alcuni pezzi del film ‘Pirati dei Caraibi’; poi andremo in un bar, ordineremo del whiskey invecchiato, o del rum, come preferisci, e aspetteremo che il giorno cali, lì sulla spiaggia e i piedi nel mare, che quando va via il sole, diventa caldo. Accenderemo un fuoco e arrostiremo marshmallow e canteremo, racconteremo la nostra storia cantando, come se non ci fosse un domani, come se non ci fosse stato mai un futuro.
    Poi voglio vedere i delfini, accarezzarne uno, vedere i cavalli che galoppano liberi, quelli selvaggi, i mustang del West, te ne ricordi? Te ne avevo parlato.
    Ti porto in un paese libero, senza pensieri; io e te, già, sembra sciocco ma, troveremo la nostra Hakuna Matata, e ci vivremo, te lo prometto, ci vivremo felici.
    Ti prometto che un giorno arriverò sotto casa tua con il mio Van, o con uno zaino da campeggio e una tenda, come preferisci, e poi ce ne andremo cambiando città, stato, mondo; si, mondo, perché se fosse necessario troverei un portale per Narnia, ti ci porterei per poter vivere due o più vite.
    Cambieremo il nostro modo di vivere, di vederci. 
    E te lo prometto, si, esatto, ti prometto che ti porto a vivere; ma tu promettimi solo una cosa: promettimi che ci sarai, che ci sarai per davvero.

  • 29 maggio 2015 alle ore 21:03
    28-05-2015

    Come comincia: Senza commettere errori non avremmo mai imparato a dare il meglio di noi. Sbagliare è un'opportunità per migliorare: alcune persone della nostra vita che ritenevamo fossero perfette e giuste, degne di starci accanto, col tempo, si sono rivelate per quello che sono realmente e, ormai, fanno parte del passato. Ma questo ci è servito e, a nostre spese, abbiamo capito l'importanza di certi sbagli di cui facciamo tesoro nel presente, se vogliamo che un rapporto funzioni.E' importante, dunque, passare attraverso situazioni "sbagliate" della vita, per raggiungere quelle giuste, quelle più belle che meritiamo.

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:28
    L'ESTATE DEI MORTI

    Come comincia: Solo il cielo prelude all’inverno, neanche il vento agita le foglie morte; c’è il dolce tepore di un clima da blusa e scarpe da tennis.
    E’ la temperatura ideale per aggredire il foglio bianco, o forse, per tentare di farlo. Si è sempre troppo pieni di cose da fare e ogni cosa da fare pare sia li, puntualmente li, a ricordarci di essere fatta, conclusa, archiviata. Come in una vita che ingrana per tappe, per piccoli e grandi doveri, quasi a consolidare un metodo per scavalcarli tutti, tutti quanti periodicamente riproposti ogni volta.
    Oggi no, non è così, o meglio, è pur sempre così, ma oggi sono fermo sotto questo tiepido cielo di piombo ad assaporare i minuti, senza orari e tutte le piccole e grandi cose da fare possono e devono attendere, lontane da me quanto basta perché possa tornare, dopo la pausa, a cavalcarle come uno ski-lift che risale la china bianca appena discesa.
    Sono in clinica, appoggiato alle bianche pareti di una clinica, metà privata e metà sovvenzionata dalla A.U.S.L. locale; e io vi albergo metà perché vorrei conoscere lo stato del mio testicolo destro un po’ ballerino e metà perché desidero provare il rischio d’annoiarmi pensando, posto che pensare, seppur oziando, non è mai un esercizio improduttivo.
    Ero li intento a snocciolare i minuti e gustare i pensieri quando bussa alla porta della mia camera bianca una signora dall’età indefinibile, certo non più giovane, vestita e acconciata con estremo decoro. Entra e mi dice di essere della “Missione”, poi, resasi conto del mio gentile silenzio ma anche della mia curiosità rimasta totalmente inappagata, inizia un discorso in un italiano poco probabile non privo di inflessioni dialettali del sud.
    Le parole e soprattutto una domanda sortivano l’effetto da lei sperato:
    - Tu bestemmi? –
    Io, punto nella coscienza e un po’ imbarazzato:
    - Si, purtroppo qualche volta mi è successo –
    E lei, perso l’imbarazzo iniziale, ritrovava dopo la mia confessione una certa loquacità ora più argomentata:
    -  Non devi bestemmiare! Padre Pio mi ha ridato la vista e io ora vado in giro a carpire voti per il Signore, per il bene, perché oggi il mondo è del male, del diavolo! Non si deve bestemmiare! Ogni bestemmia è uno schiaffo al Signore! –
    Bene, pensavo, ogni rispetto per questa signora è dovuto, tanto più che conduce “porta a porta” una campagna elettorale per il bene, per il Signore, e, forse lei lo ignora, proprio mentre il mondo intero è in spasmodica attesa di sapere se George W. Bush, il texano dal bicchiere facile, vedrà riconfermato il dovere di guidare la più grande potenza mondiale verso la conquista di nuovi paesi, da ricondurre, a suon di bombe, entro gli argine della democrazia. Paesi tutti rigorosamente arabi e grandi produttori di petrolio nonché, proprio per questo e chissà mai per quale alchimia ancora allo studio del Pentagono, luoghi di ricovero e nascondigli per i più grandi dittatori e terroristi internazionali.
    Per Diana! La vecchina arzilla, linda e tirata a lucido, era piombata nella mia stanza bianca della clinica bianca semi privata per pagare un debito al Signore, assicurando un voto al Signore! Il concetto era questo e quando faccio per offrirle almeno un caffè, memore di quanto certe “invasioni” nei letti di degenza siano mosse più da raccolte di denaro che da nobili propositi, lei candidamente fa per congedarsi dicendo che non ha davvero bisogno di nulla. Poi, con una certa energia, mi fa promettere di non bestemmiare più dinanzi all’immancabile foto del Santo di Pietrelcina.
    In effetti, pensandoci sopra, si bestemmia, almeno per quanto ho avuto modo di vedere e di sentire, per una sorta di abitudine maldestra che nasconde una grave impotenza. Troppo spesso e in ambienti privi di cultura, la bestemmia compone la frase, ne fa parte, è il fulcro della stessa, a volte non è neanche più un rafforzativo. Costituisce una specie di slang, diviene così foneticamente indispensabile per la costruzione di un periodo da esporre, per rappresentare una forte emozione, ma mai un concetto. Credo ciò nasconda un’intima avversione contro tutto e contro tutti, una protesta invereconda ed ignobile adusa ad una certa parte del popolo (ammesso che la parola “popolo” significhi ancora qualcosa). La bestemmia è come un percing da esposizione orale per i più abbietti di spirito. Essa, oltre ad offendere, sempre più senza motivo, Dio, il nostro o qualunque fosse, non è neanche più l’estrema ricerca di Dio, non rappresenta più neppure l’umana ira per un torto, per una sofferenza, per un peso piombatoci addosso che non sentiamo di meritare. Un po’ come se a certi rozzi d’animo avessero dato, oltre al “Grande Fratello”, la licenza di bestemmia libera e senza confini, tanto per far si che continuino a parlarsi tra loro, senza dirsi una parola, uno sull’altro, come cani che abbaiano, senza possibilità ne’ voglia alcuna d’uscita.
    La vecchina pulita e ordinata ha un suo credo che compie con un vocabolario limitato e austerità di concetti, ma non senza purezza d’animo e granitica riconoscenza verso il Santo che le ha ridato la vista. Lei continua a parlarmi ed io ogni tanto annuisco, riemergendo dai miei pensieri. Lei non sa quanti idioti pascolano il mondo e forse non immagina quanto più pericolosi e più vicini alla sua idea di “diavolo” e di “male” siano proprio quelli che con mezzi mediatici ipertecnologici oggi si ergono a condottieri di guerre contro gli “eserciti del male”. Sono poveri cretini dalla genetica improvvisata, quasi sempre disadattati sociali reintegrati per il rotto della cuffia grazie a laute iniezioni di perbenismo curiale e a valanghe di dollari. Senza ombra di dubbio incapaci di abbozzare qualsiasi ipotesi di ragionamento o pianificazione di un problema, poveri, anzi  totalmente privi di idee quando non di sinapsi cerebrali, se non per le strette necessità biologico-meccaniche. Essi sono portati al guinzaglio dalle immense lobby dell’economia energetica e continuano a traghettare il globo da una guerra all’altra, affiancati da mezze calzette di europei con i tacchi nelle scarpe e con in testa null’altro che bandane da tossicodipendenti ipotricotipi celanti bulbi miliardari e lifting di bronzo.
    La vecchina ordinata e compita mi augura una pronta guarigione, io ringrazio mentre lei socchiude la porta; poi penso (forse a voce alta):
    -  Viva Dio! Ma per quale motivo il mondo è governato e trascinato da grandi pezzi di idioti!?!?
    I capelli bianco-azzurrognoli della vecchina adesso un po’ meno compita si riaffacciano attraverso l’uscio semiaperto e introducono il suo sguardo allibito e incredulo…
    - Viva Dio! Signora cara, W Dio! Siamo o no in campagna elettorale?!?!

    02/11/2004

    Stefano Diotallevi
     

  • 26 maggio 2015 alle ore 8:26
    UN EPISODIO DI ROUTINE

    Come comincia: Alle ore otto di un lunedì di gennaio l’ufficio dell’agente Steno Levi non poteva che essere semivuoto, come si confà ai locali pubblici di una pregevole, quanto sonnecchiante cittadina di provincia.
    Comandato in servizio ad un’insolita ora dal Tenente Augusto Contentini, salutò Gabriele con la cordialità di chi si propone, stanco e disilluso, al nuovo dì.
    - E’ arrivato Pippo?
    - No, come sempre sono il primo.
    Si scambiarono i soliti complimenti in gergo, non escluse le chiacchiere d’ufficio, ed ispirarono il primo fumo alla pasta dentifricia del mattino.
    Presero ad arrivare pian piano tutti gli impiegati e timbrarono di dovere il cartellino, incombenza dalla quale erano dispensate le guardie della Contea che operavano sul territorio.
    A quell’ora i colleghi di Steno prestavano da tempo servizio, ma, come sovente capitava a lui e al collega Pippo, erano costretti ad accompagnare il Tenente Contentini in misteriosi sopralluoghi quasi mai bisognosi di alcun particolare supporto tecnico; e non si vede come i due potessero, al cospetto del loro Capo, rappresentarlo in qualche maniera.
    Contentini, in definitiva, aveva bisogno di compagnia e di soggetti sui quali esercitare la sua presunta autorità.
    Costui era un tipo ossuto, sui cinquanta, dalle mani enormi e sudate; il suo fisico massiccio avrebbe potuto evocare la fierezza dell’anziano guerriero se dagli occhi non fosse trasparita, a tratti, l’equivoca sapienza di un abile intrallazzatore di provincia.
    Il suo modo d’incedere, a piedi divaricati, gli faceva meritare il soprannome di “Piastrò”, nomignolo che convertiva l’egoismo e l’arroganza della sua personalità in qualcosa di ilare e vagamente simpatico.
    Sopraggiunse, verso le otto e quindici, anche Pippo, assiduo frequentatore di settimane bianche; in giacca e cravatta, era munito, come sempre per certe occasioni, del copricapo sotto il quale nascondeva l’incipiente calvizie.
    All’arrivo di Contentini, l’agente Steno scattò istintivamente sull’attenti, vistoselo parar di fronte con tanto di alta uniforme illuminata da due stellette, cucite ad elevarlo Capo di uno sparuto gruppo di padri di famiglia.
    Con ironia Steno:
    - Buongiorno Capo!
    La risposta, bassa nel tono e frettolosa, fu accompagnata dal ritmico sfregare delle ormai note manone.
    Steno, longilineo, sui trent’anni, non proprio evidenti nel volto e nei gesti, con esperienze masicali ed una lunga adolescenza vissuta a collezionare amori, ragazze, serate in piazza e lavori di diversa e breve durata, era approdato del giro dei dipendenti parastatali dopo un difficile, sospirato concorso; l’ufficio godeva con lui di undici giovani agenti.
    Tutti bravi ragazzi, intervenuti con l’irruenza propria dell’età a sorprendere i giuochi ed i taciti patti che governavano da sempre l’ufficio, acquisivano, ciò malgrado, preparazione professionale e dimostravano limpidezza d’animo nel tentativo di rimuovere stantii meccanismi di inefficienza e consolidate lungaggini burocratiche.
    Levi, forte di un discreto lessico e dotato di eclettismo mentale, spaventava un po’ tutti per l’acume dei ragionamenti e per la velocità con la quale spesso anticipava il da farsi.
    Ne sapeva qualcosa Mimmo Maria Cavoletti, quarantenne dirigente dell’ufficio, come tutti i suoi predecessori in aperta e perenne lotta con Contentini, rivale sottoposto ed aspirante.
    Cavoletti, scapolo dalle vaghe discendenze nobili testimoniate dalla gentilezza dei modi, aveva tentato di migliorare i ritmi biologici dell’ufficio, malgrado fosse preoccupato di accattivarsi l’alleanza di qualche politicante locale.
    “Di sicuro un bel soggetto!”, pensò Steno i primi tempi, ed invero i due sembravano intendersi. Non trascorse, tuttavia, molto tempo che il giovane agente acclarò il perbenismo curiale che aleggiava su Mimmo Maria, incapace, nonostante gli intenti cristallini, di “mostrare i denti”.
    Cavoletti in gioventù risultava militante di sinistra, non per convinzione politica, piuttosto per dissimulare l’esasperata sensibilità al cospetto del quadro sociale piccolo borghese del tempo.
    Tutto ciò aveva intuito Steno e non lesinava colpi ad incalzarlo e a spronarlo, quando questi confessava alla truppa, ed a lui in particolare, i bassi colpi tiratigli da Contentini.
    Non era un paladino coraggioso, nè tanto meno, un dirigente esperto, ma gli voleva bene, non foss’altro per la trasparenza d’animo che dimostrava, un po’ come nei confronti di quei professori di liceo dagli evidenti limiti caratteriali che, tra una burla ed una confessione, tu copri di umana solidarietà.
    L’agente Pippo rimestava le carte di cui era piena la borsa in finta pelle nera, mentre Steno passeggiava lungo il corridoio, irrequieto e frenetico.
    Ormai non più fanciullo, appariva sulle spine il giovanotto, per il desiderio recondito di dar senso e colori alle ore che fuggivano via inutili e perse.
    - Dove si va Contentini?- esordì Pippo.
    - Ve lo dirò più tardi!-
    - Scusi Contentini- intervenne Steno.
    - Ci chiami qui a quest’ora, senza dirci nulla; ti usiamo la cortesia di assecondare gli ordini impartiti per telefono e, per giunta, ci presentiamo puntuali; almeno abbi la compiacenza di dire dove dobbiamo accompagnarti!-
    Augusto rizzò la schiena facendo leva sul deretano depositato sull’enorme poltrona, distese le palpebre apparentemente stupito, poi tuonò:
    - Qui gli ordini li do io!!-
    Intramezzò al suo cianciare incomprensibile qualche parola in dialetto come rafforzativo, quindi attese la replica.
    Mero spreco di energie il rispondere; i due agenti lo sapevano bene; così, incrociati gli sguardi ed aperto un largo sorriso, si ritirarono dall’uscio dell’ufficio e commentarono complici, sghignazzango lungo il corridoio.
    Qualche tempo dopo il Capo eruttò ancora:
    - Agente Pippo, prendi le chiavi ed accendi la “Uno”!-
    Quel mattino di gennaio era particolare.
    Il cielo azzurro intenso, ininterrotto nella tonalità, pareva esser stato rubato da un lungometraggio della National Geographic e montato dagli Dei nottetempo, all’insaputa di tutti.
    Per prendere la via ci inoltrammo nel traffico, verso il centro della città, Steno sedeva dietro incardinato tra le valigie da lavoro; da quella posizione sembrava che il Vettore, color carta da zucchero, gli venisse incontro, ghiacciato, ad ogni metro più grande.
    Un suono gutturale e pieno d’ira gli scosse i nervi; il Tenente, rivolto a Pippo, riprendeva ad urlare:
    - Quest’auto è mia! E se qualcuno la usa a mia insaputa lo concio per le feste!-
    Pippo sembrava non riuscire, questa volta, ad assecondarlo e tentava con argomenti inconfutabili di persuadere il Capo:
    - Che eresia! Le auto sono della Contea e sono a disposizione di tutti i dipendenti!-
    Steno a quel punto non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. La cosa riportò Pippo in una dimensione reale, sorrise e si limitò a scuotere la testa in segno di diniego quando Contentini, allertatosi, ordinò:
    - Gira a destra, qui all’ufficio A.C.I.; devo pagare i bolli per l’uto mia e per quella di mia moglie!-
    Augusto fece per scendere e, quando fu a circa dieci metri dall’auto, Pippo, azionato l’alzavetro, gli urlò:
    - Contentini! Già che ci sei vedi di pagare il bollo anche per quest’auto, visto che è di tua esclusiva proprietà!!!-
    La “Uno” prese a sobbalzare ritmicamente, mentre il Tenente, per nulla acomposto, proseguiva dinoccolando il passo.
    Tra i singhiozzi e le risate Steno concluse che, alla nascita di Augusto, la madre avendone ammirato il viso e di seguito il sederino, fu convinta du aver dato alla luce due gemelli.

    Gennaio 1994
     

  • 23 maggio 2015 alle ore 20:29
    Ancora corre...

    Come comincia:  Era il 1958, l’anno in cui nacque mio fratello.
    Nel periodo breve in cui mia madre, per il parto, rimase al reparto maternità del Policlinico Umberto I, mio padre si preoccupò di trovare una persona che la sostituisse in tutto, tranne naturalmente nella funzione di moglie...
    Era una ragazza del piccolo paese in sabina da dove proveniveno i miei genitori  e che avevano lasciato dopo il matrimonio.
    Non sposata, aveva lavorato “a servizio”(come si diceva allora) presso una famiglia benestante di  Roma che aveva fatto di tutto e di più per trattenerla per la professionalità e l’affidabilità che la distinguevano, era la migliore sostituta che potessi desiderare. Sapeva quando e come gestire le faccende di casa cominciando dalla preparazione della colazione, del pranzo e della cena e continuando con tutte le attività connesse, fare la spesa e, soprattutto, il controllo delle scorte alimentari che, a casa nostra, è sempre stato effettuato con regolarità e competenza. Sarebbe stato un dramma rimanere senza pane o altro! La ragazza, Silvia, oltre ad essere una brava cuoca, referenza indispensabile per poter coprire il posto e soprattutto il livello di competenza di mia madre, doveva occuparsi anche delle pulizie, del bucato e di tutto ciò di cui si sarebbe occupata lei se ci fosse stata. Nel “tutto ciò” rientravano naturalmente anche gli imprevisti come quello che capitò proprio in quei giorni...
    Era quasi l’ora di pranzo, io ero a scuola perchè frequentavo il turno pomeridiano quello che si aggiunse all’antimeridiano per mancanza di locali.
    Papà sarebbe arrivato di lì a poco, dopo il servizio nella caserma della “Benemerita” in Piazza del Popolo dove svolgeva il servizio con il grado di “appuntato”.
    La ragazza dunque era sola nella cucina del piccolo bicamere a piano terra, in uno di quei villini edificati nelle zone periferche della nostra bella Roma.
    La cucina non aveva finestre e la porta di accesso dall’esterno, che vi si apriva direttamente, era quasi sempre aperta per fare entrare aria e luce.
    Proprio per la porta aperta Luisa vide un uomo che, bofonchiando un “Buon giorno” a mezza bocca, si accingeva senza attenderne il permesso ad entrare in casa nostra, dopo aver superato i due scalini di travertino che ne permettevano l’accesso.
    Quel che avvenne dopo ha bisogno di un breve preambolo...
    Il 27 agosto del 1924 era nata a Roma, dalla fusione delle società Sirac e Radiofono, l’ Unione Radiofonica Italiana, l’URI che sarebbe diventata la RAI e che il 6 ottobre di quell’anno aveva trasmesso il primo annuncio radiofonico dalla voce di Ines Viviani :
    <<L’URI, Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto…>>
    Un decreto legge del 1938 aveva, poi, stabilito per chi possedeva “uno o più apparecchi atti  od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” l’obbligo di pagare un canone di abbonamento. Tale decreto non definì solo l’importo e le modalità di pagamento, ma anche le persone, gli organi preposti al controllo e le sanzioni per gli evasori di quella tassa.
    Dunque, tornando al racconto, “Chi è lei? Cosa vuole” gli aveva chiesto Silvia con voce alterata.
    “Sono un agente della Rai e devo riscuotere il canone di abbonamento perché risulta che Chini Vincenzo possiede un apparecchio radio.”
    La cosa in sé era plausibile visto che il famoso decreto del ’38 all’articolo 17  istituiva un registro per aggiornare l’elenco di ogni apparecchio radio- venduto, riparato o regalato- con il nome e cognome del possessore e la cui consultazione era permessa, anzi dovuta, agli agenti delle imposte e della Rai.
    L’audacia dell’agente spaventò Silvia che cercò di convincerlo:
    “Non abito qui, sono ospite per qualche giorno... ma vi posso assicurare che in giro non ci sono apparecchi radio...”
    “E io invece vi assicuro che risulta...”
    Silvia alzò la voce:
    “Qui non c’è nulla! Esca subito da questa casa!”
    Quasi contemporaneamente si aggiunse la voce alta e autoritaria di mio padre che, arrivando, aveva colto le ultime battute di quella diatriba:
    “Con quale permesso lei è entrato a casa mia?” tuonò.
    “Sono un agente ...”
    Mio padre non gli fece finire la frase:
    “Fuori!” Ripeto “Fuori da casa mia!” Non vede la mia divisa?”
    “Mi risulta che lei possieda una radio...” cercò di concludere l’agente.
    “Ma allora non ha capito? Ho detto fuori!! Esca fuori” ” e questa volta il tono della sua voce fu veramente convincente anche perché non aveva solo la voce potente ma anche un fisico imponente...
    Non ci fu bisogno di ripeterglielo. Gli occhi di Silvia si rasserenarono e brillarono di ammirazione per mio padre.
    L’agente si allontanò velocemente brontolando e minacciando denunce.
    Papà raccontava spesso questo episodio a mamma, confessando che un apparecchio radio, regalatoci da non so chi, era chiuso nell’armadio e non lo usavamo proprio per non pagare il canone.
    Io ascoltavo il racconto sempre volentieri e più di tutto mi piaceva risentire la frase, riferita all’agente, con cui mio padre lo concludeva sempre:
    “Ancora corre!”

  • 23 maggio 2015 alle ore 19:42
    La sala d'aspetto

    Come comincia: Quando varchi la soglia di una sala d'aspetto  sai che non sai.  Lasci fuori tutto ciò che sei per accogliere tutto quello che non sai , prendere quello che non sei.

    E' un girone atemporale di facce come la tua : facce preoccupate, facce stizzite e strappate all'ordine per ballare nel caos dell'attesa. Facce che ridono per celare a sconosciuti sentimenti che non si possono mostrare. Uno sconosciuto non ha diritto sin da subito  alla bella mostra di una fragilità . Bisogna aspettare che parli per primo, aspettare che crolli prima lui e allora, e solo allora, puoi permetterti di toglierti la maschera e cadere .  Sconosciuti conoscenti, per condivisione di stasi, di stato, condizione. 
    La sala d'aspetto del corridoio prima di conseguire un esame.  Ripetere nozioni come libretti illustrativi e posologie.  Omettere ad alta voce informazioni che altri non sanno, per essere brillanti davanti all'esaminatore, che provvederà a premiare l'avidità di sapere con un voto spaccainvidia. 
    La sala d'aspetto del dottore bravo per i più, antipatico per te, perché è la prima volta che sei lì. Ed odi tutti i dottori, questi santoni asettici e cinici che trattano il prossimo come manzi al macello. La sala operatoria piena di adrenalina e vascolarizzazioni risate  e l'essere forte, quando sapevi di non esserlo affatto. 
    La sala d'aspetto prima di un colloquio di lavoro. La preparazione ad una faccia che non è la tua, tirata, stretta nell'abito formale per fingere di essere ciò che non sei per far colpo. Prendere il lavoro, guardare di sottecchi gli altri che competono con te alla corsa. Il posto è mio. Fatevi indietro. 
    Ma tu non sei così. 
    E mentre non sei così ti ricordi dell'umanità. Ti ricordi che sono quasi 720 giorni che attendi. Che ti appallottoli come un cane che deve disimparare impazienze e tappe bruciate, per apprendere l'arte di   farti cadere addosso secondi , minuti, ore. Ah, le ore.
    Le ore che scorrono e tu credi che il mondo intanto ti  stia defraudando.  Ma come mondo? vai avanti senza di me? 
    Il mondo si compone anche senza di te .. Il mondo va avanti e tu devi aspettare.
    Devi attendere rimesciandoti nel caos. Perché così deve essere.
    Devi essere caos prima di incastrarti nell'ordine della vita. 
    E  ritornare a respirare, a riprenderti le ore, i minuti , i secondi.
    A riprenderti ciò che eri, prima di aspettare. 

  • 21 maggio 2015 alle ore 11:20
    Maledicta Senectus

    Come comincia: Da giovane non credevo che sarei mai invecchiato, gli anziani erano una categoria alla quale non avrei mai voluto appartenere, odiavo i loro 'fiori della vecchiaia', si quelle macchie color bruno che invadono tutto il corpo, un segno tangibile e inoppugnabile del'avanzare degli anni.
    Altri inconvenienti della vetustas? Tanti, tanti: assumere un numero incredibile di medicine al giorno. Io, da parte mia, ne conto quattordici, si quattordici. Il mio medico di base è una dottoressa preparata, sempre allegra, disponibile, dalla memoria formidabile. Ha stampata in mente tutta la mia cartella clinica: malattie e relativi medicinali al contrario di me che son costretto a ricorrere al computer per ricordare gli orari dei 'medicamenti' da assumere dalle ore 5,30 del mattino. Si 5,30 orario in cui inizio i miei esercizi fisici indispensabili per mantenermi in forma per ridurre gli inconvenienti di quattro operazioni chirurgiche ortopediche, Pinocchio rispetto a me...
    Ovviamente poi prima di andare dal medico di base occorre eseguire tutta una serie di esami: del sangue innanzi tutto e poi radiografie, risonanze magnetiche, ecografie, gastroscopie, colonscopie, ecocardiogrammi, color doppler, flussimetrie ed altri che al momento mi sfuggono. Poi le visite specialistiche presso: ottici (due cataratte), urologi (tumore alla vescica), gastroenterologi, cardiologi, internisti, diabetologi, dentisti, neurologi, dermatologi, psicologi, endocrinologi...fra parentesi la maggior parte dei medici ha in odio le fatture e si fanno pagare le loro prestazioni un occhio della testa: "Se vuole la fattura tanto altrimenti occorre aggiungere l'IVA" facendo finta di  ignorare che la legge non prevedere da parte loro questo balsello. Spulciando le loro dichiarazione dei redditi si evince che guadagnano meno di uno spazzino! Glisson: ho dimenticato 'l'atterraggio' in farmacia: dolori per la mia cara carta di credito, un vero e proprio salasso!
    Avrete capito perchè odio la vecchiaia, da giovane spendevo i miei soldini in modo decisamente più piacevole e più proficuo.
    Veniamo alla mia prima moglie, oltre ad essere più anziana di me era...lasciamo perdere, l'ho cancellata dalla mia mente, non ricordo nemmeno il volto, sempre corrucciato, liticato col mondo.
    Un episodio: la mia ex era un'insegnante elementare, nulla di male direte voi e qui vi sbagliate! Una volta andai a trovarla a scuola, durante l'intervallo vidi che parlava con altre tre sue colleghe, parlavano tanto animatamente che gli alunni erano spariti dalle vicinanze. Io mi appropinquai pian piano dietro di loro e, braccio in avanti, feci cenno di contare il loro numero. Fui assalito dalla mia ex: "Che cavolo vieni a fare a scuola, pure qui rompi i ...non basta a casa e poi che hai da contare!"
    "Ho notato che siete in quattro ma parlate per cinque ah, ah, ah..."
    Male me ne incolse, fui inseguito dalla furia selvaggia di quattro erinni (ma era come se fossero cinque come da me osservato!)
    Una maestra infiltrata nella categoria, mia amica, amica, amica....insomma avete capito, giorni appresso mi riferì che l'episodio era stato riportato al direttore il quale, osservato un insieme di maestre parlanti fra di loro: "Quante siete, vi debbo contare?" suscitando gli sguardi fulminanti delle interessate.
    Ogni tanto veniva fuori un casino combinato dalla mia ex.
    "Alberto debbo dirti una cosa importante, non per telefono, vediamoci a casa mia, mio marito è in missione, mancherà tre giorni.
    Quanto amo i mariti in missione!
    Federica, quella mia amica, abitava in una villetta isolata alla fine della via Palermo qui a Messina, villetta arredata con gusto e, perchè era inverno, riscaldata al massimo il che ci faceva certamente piacere e ben presto ci eravano ritrovati, privi dei vestimenti, sotto la doccia.
    Dopo un lungo e piacevole contatto sessuale ed un meritato post ludio, premesso che Federica era un funzionartio della Banca di Credito Popolare:
    "Tua moglie ha un conto separato presso la mia banca, ogni mese ci versa somme varie, in parole povere ti frega i soldi, regolati!"
    Questa ed altre non favorevoli situazioni della consorte mi furono di aiuto dinanzi al giudice che doveva sancire la nostra separazione legale, fra l'altro quel giudice aveva dimostrato di avere un buon senso dello humor:
    "Signori belli oltre a quanto raccontatomi non avete figli, avete ognuno un  buon reddito, non andate d'accordo che c...o volete, vendetevi la casa e ognuno per i fatti propri!" 
    Riuscìi ad acquistare la metà della magione, intestata ad entrambi, anche per preservare i mobili ereditati da miei parenti. Per pagare 150.000 euro accesi un mutuo bancario aggiungendo i risparmi miei a quelli della dolce Anna. Cosa strana anche la futura suocera contribuì all'acquisto della casa, suocera arrivata a più miti consigli visto l'amore sviscerato della figlia per quel...insomma per me che in fondo gli ero diventato pure simpatico.
    A che punto è giunta la travagliata storia fra Anna e me?  Sposati, varcata la soglia degli ottanta anni con acciacchi vari propri della mia età, Annina, sempre innamorata, coccola 'il suo bel vecchietto' che più bello non è più: fiori della vecchiaia spuntati un pò dovunque, spina dorsale diventata una esse che mi porta a camminare di traverso come un'auto incidentata, assunzione di medicinali oppiacei per far diventare i dolori più sopportabili, insomma, mio malgrado, ero diventato pure un drogato. Dieta? Ferrea per non aumentare di peso e causare danni alle varie protesi ortopediche e 'ciccio'? con l'aiuto di Anna si 'arrangiava'.
    Tutto sommato una vita sopportabile; per consolarsi il classico detto 'c'è chi sta peggio di me'. Se siete ottantenni capirete quello che ho detto. L'importante,? L'importante è avere vicino una 'damina' innamorata che ti coccola.
    Conclusione: la vecchiaia è di per sè una malattia, ci potete credere, ' senectus morbus est' lo dicevano anche i latini!

  • 20 maggio 2015 alle ore 18:23
    Il Rituale del Letto

    Come comincia: Con il passare degli anni ho dovuto elaborare delle strategie per riuscire a dormire in modo tranquillo senza sdoppiarmi. Ho notato che la posizione del corpo, la disposizione dei cuscini e lo stato mentale che precede il sonno influenzano notevolmente le mie esperienze notturne e un bel giorno mi sono messo ad analizzare il “ rituale del letto “. Se vi entro con l’idea di dormire e mi distendo supino con un solo cuscino sotto la testa nel 90% dei casi mi sdoppio ed esco dal corpo, mentre se inizio la fase di sonno disposto su un fianco riesco a rilassarmi senza dovermi preoccupare di “ vibrazioni “ o OBE. La posizione che in modo spontaneo assumo è sempre la solita e non varia di un centimetro. In un primo momento credevo che fosse una semplice posizione comoda che il mio corpo e la mia mente avevano memorizzato nel corso degli anni, ma ogni minima variazione influenzava troppo il mio stato, quindi decisi di analizzarla scoprendo delle particolarità curiose. La prima posa che assumo è troppo insolita per essere casuale, a nessuno verrebbe mai naturale disporsi in tale modo. Tracciai un disegno in base alle linee che il mio corpo creava disteso sul letto e notai che era un genere di simbolo che avevo visto più volte. Le braccia in alto si intrecciavano componendo una specie di croce, mentre le gambe si disponevano formando un’acca. Dove avevo visto quel simbolo? Anche la posizione dei piedi non lasciava dubbi, se non per il fatto che tendo sempre ad oscillare un piede in modo costante e ripetitivo, come se stessi scandendo un tempo. Disteso sul fianco sinistro tengo la gamba sinistra distesa e la destra ricurva come la lettera acca, con il piede inarcuato a tal punto da creare un’ulteriore significativo dettagli. Ancora più stravagante era però questo intreccio delle braccia con i gomiti esterni e le mani appoggiate sotto il collo. La posizione non è certo comoda, e difatti non sono mai riuscito a capire come facessi a dormire in quel modo, ma sistematicamente ripetevo questo rituale ogni sera prima di addormentarmi. Le linee guida che avevo tracciato mi mostrano evidenziavano questi due elementi, la lettera acca e la croce sopra di essa. Dove avevo visto questo simbolo? Non feci altro che fotografarlo e fare una ricerca su internet e, senza ombra di dubbio google continuava a mostrarmi il simbolo del Pianeta Saturno. Bene, avevo trovato un elemento importante o, se non altro, una curiosità divertente. Ogni sera, sotto le coperte del mio letto, riproducevo con il corpo il simbolo di Saturno, ma quale significato aveva? Avevo smesso di credere alle coincidenze, ma questa aveva tutto l’aspetto di esserlo e, essendo per natura scettico, cercai di trovare le differenze tra le linee che avevo tracciato e le varie rappresentazioni che avevo trovato sul web. Più cercavo differenze e più trovavo somiglianze, ma lo stupore maggiore lo ebbi quando andai a ricercare il significato “ esoterico “ di questo simbolo. Ve lo riporto così come l’ho trovato:
    “Il simbolo di Saturno è composto da due elementi, la croce superiore che è il simbolo della materia concentrata o materializzata, con la caducità e i cicli di nascita-vita-morte ad essa collegata, e la mezza luna, un elemento che indica ricettività. La porzione inferiore della mezza luna del simbolo di Saturno indica anche la falce, simbolo di saturno o per lo meno della deità collegata al pianeta nella mitologia antica romana avente l'omonimo nome, Saturno Dio della morte e dell'oltre tomba, dio per antonomasia della caducità della vita che ingoiava i suoi stessi figli per indicare che tutto ciò che nasceva nella materia ad essa tornava morendo. Saturno è collegato all'idea che nulla venga perso, ma riutilizzato quando la morte o la fine dell'esistenza arriva allora ciò che non è più, diventa altro, per tornare nel ciclo dell'esistenza. Saturno detronizzò suo Padre Urano, cosa che simboleggia l'evoluzione dal vecchio regime (la morte) ad uno nuovo (rinascita) il tutto in linea con il simbolismo di Saturno. Nel simbolismo cinese, il simbolo di Saturno incarna il concetto di sovranità, il controllo imperiale nel regolamento. Nel simbolismo animale, Saturno storicamente governa serpenti, topi, volpi, draghi e rapaci notturni come il gufo, è interessante notare che il gufo è comunemente frainteso riconosciuto, ad esempio, come un simbolo di morte. Questo errore potrebbe aver avuto origine dalla sua antica associazione con Saturno. In alchimia simbolico, il simbolo di Saturno raddoppia divenendo un simbolo che indica il piombo: l'Alchimia filosofica descrive il piombo come un componente della trasformazione causata dall'indurimento, il rafforzamento e la forza di volontà incrollabile, uno stato di cambiamento che precede gli altri cambiamenti nella interiorità del ricercatore.”
    Questa, come altre spiegazioni, evidenziavano un passaggio importante : Vita- Morte , Materia – Spirito. Mi rispecchiava decisamente, ma non ne vedevo una grande utilità. Trovai attinenza anche con quel lento oscillare del piede che scandiva un ritmo pacato e rilassante. Nei passaggi successivi delle mie posture notai che riproducevo anche il simbolo con cui viene rappresentato Plutone; dunque nel mio letto c’era il sistema solare? Rimango dell’idea che sia una semplice coincidenza e sposo invece in pieno la “ teoria “ che con una battuta tutta in stile toscano, mi espose un amico quando gli accennai dell’insolita scoperta. Dissi : “ Sai che ho scoperto che durante il sonno riproduco il simbolo di Saturno ? “ Per forza, con tutti quegli anelli. “ Rispose lui guardando le mie mani. Da queste posizioni, da questi cuscini spostati e da queste notti insonni iniziano i miei Viaggi e le mie scoperte; una passeggiata tra le Dimensioni o tra le nuvole, tra i pensieri o tra le anime, una passeggiata tra la Vita e la Morte.

  • 18 maggio 2015 alle ore 17:41
    2014

    Come comincia: Una donna è intelligente quando sa distinguere la differenza che c'è tra un uomo che la lusinga e un uomo che le fa i complimenti, un uomo che spende soldi per lei e un uomo che investe in lei, un uomo che la vede come una ricchezza e un uomo che la vede correttamente, un uomo che sbava per lei e un uomo che la ama, un uomo che crede di essere un dono per le donne e un uomo che ricorda sempre che una donna è un dono di Dio. Riconosci sempre il tuo valore perchè tu sei un gioiello per Dio.

  • 18 maggio 2015 alle ore 17:01
    2010

    Come comincia: Amami non per il mio aspetto fisico, ma per il mio carattere. Amami non per gli occhi belli che ho, ma per quello che ti trasmettono. Amami non per le mie labbra rosse, ma per un bacio che riuscirei a darti. Amami con i miei difetti così come io amerò i tuoi, amami quando rido e quando piango, quando mi sento sola e quando sono in compagnia, quando mi chiudo in me stessa e non ho voglia di parlare, amami anche quando vorrei sfogarmi. Amami quando sono me stessa, non quando cerco di assomigliare a chi non potrò mai essere. 

  • 18 maggio 2015 alle ore 16:25
    2015

    Come comincia: Siamo portati a pensare che i soldi e i beni materiali donano felicità. Io credo fermamente che la felicità è dentro di noi. Quando sono felice, posso facilmente far felice un'altra persona, è il mio stato d'animo ad influire sulle persone che mi circondano, sui luoghi e sugli eventi della mia vita. Allo stesso modo la mia felicità, i miei pensieri e le mie parole influenzano le mie esperienze, io non ho tutto quello che desidero, ma posso fare di meglio per ottenere le cose a cui aspiro.

  • 17 maggio 2015 alle ore 16:44
    NOSTALGICHE TRISTEZZE

    Come comincia: Jesi (Ancona), aprile 1981.Sotto la luce di una lampada da tavolo papà Armando dipingeva su una tavoletta di compensato. L’ultimo suo ‘capolavoro’ un paesaggio georgico: cielo imbronciato, in lontananza casetta di contadini con aia, due pagliai, un deposito attrezzi, un pantano con oche e anatre, e poi, in primo piano, un contadino intento al  duro lavoro di zappatore.Il monocolore beige dava un senso di pace e di tranquillità.Uno sguardo verso il figlio Alberto senza parlare, voleva un suo giudizio che non poteva non essere che di ammirazione; cosa si poteva pretendere di più da un ex funzionario di banca che, abbandonata la partita doppia, si era incamminato nel difficile lavoro di pittore, si ormai per suo padre la pittura era diventato un lavoro, aveva imparato anche a fare da sé le cornici, si era comprata tutta l’attrezzatura.“A’ papà sei er mejo!”“Ti ringrazio, nella pittura ci metto tutto me stesso, da vecchio impiegato mi sono trasformato in artista della domenica…”“Papà sei un artista di tutti i giorni della settimana!” Mentre parlava Alberto sentiva il suo cuore stringersi, quanto aveva ancora da vivere suo padre? Un tumore alla vescica lo stava distruggendo fisicamente e moralmente infatti poco dopo Armando abbandonò i pennelli e riversò il capo sul tavolino, un pianto dirotto, i dolori si facevano sentire.“Mamma chiama il dottor Tinelli e telefona a Vasco a Pesaro, che venga subito qui.” Suo fratello Vasco era Tenente Colonnello Comandante del Gruppo della Guardia di Finanza.Nel frattempo Armando faticosamente si era messo a letto, occhi chiusi, non si lamentava più per orgoglio.“Dottore ormai siamo alla fine, vorrei almeno che mio padre soffrisse meno, gli prescriva della morfina.”“Le leggi attuali me lo proibiscono, la morfina è prescrivibile solo se il malato è prossimo alla morte suo padre…”“Secondo lei mio padre…”Alberto uscì dalla stanza, non  voleva farsi vedere piangere, uscì nel terrazzo, dominio della madre Mecuccia, tanti alberelli e piante in quel momento fioriti in contrasto con la morte che incombeva su quella casa.Nel frattempo era giunto Vasco in compagnia dell’autista e del capitano Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Pesaro.“Vasco il dottor Tinelli non vuol prescrivere a papà la morfina…”“Dottore provveda immediatamente a stilare la ricetta, le dico immediatamente!”“Lo sa le disposizioni di legge…”“Capitano provveda a mettere le manette al dottore per ‘omissioni di atti d’ufficio’, le dico immediatamente!” “Va bene provvedo a scrivere la ricetta.”Il farmacista alla vista di tre appartenenti alla Guardia di Finanza di cui uno di sua conoscenza, non fece obiezioni, sei iniezioni di morfina.Dopo cinque minuti il medicinale fece il suo effetto, Armando si era addormentato, i quattro, anche per rilassarsi, andarono a mangiare al ristorante ‘Galeazzi’ lasciando a casa solo mamma Mecuccia con Mariola.Il padrone del ‘Galeazzi’ vecchio amico di famiglia, era a conoscenza delle condizioni di salute del signor Armando, non fece domande, capiva il silenzio dei suoi avventori. Il vecchio Armando era benvoluto dagli jesini, era una figura storica che aveva fatto del bene a tutti, durante la guerra, rimasto a casa per la sua gamba di legno, aveva provveduto ad aiutare con donazioni (era proprietario di vari terreni agricoli) tanti indigenti.Al rientro a casa c’era voluta un’altra iniezione di morfina praticata da Alberto con le mani tremanti, il dolore era ripreso più violento che mai. Così si era andati avanti sino alle ventidue quando finalmente un dio, al quale Armando vecchio ateo non aveva mai creduto,  lo prese con le sue mani misericordiose. Tutta la via Giani venne a conoscenza dell’accaduto, tutti gli apparecchi televisivi furono spenti in segno di lutto, Rik Rotondo, vecchio trombettista, iniziò i suoi suoni lamentosi e tristi.Il giorno seguente i funerali ai quali parteciparono anche i vari comandanti di reparti della Guardia di Finanza dipendenti da Vasco, in tutto erano circa venti persone in divisa che. dopo il funerale,  sciamarono per le vie di Jesi creando del panico fra i vari esercenti alcuni dei quali abbassarono le saracinesche. Vasco rientrò a Pesaro portando con sé mamma Mecuccia, Alberto rimase solo nell’attico di via Giani, Mariola, la portiera di palazzo, seguitò a sbrigare le faccende di casa come in passato.Alberto nei giorni seguenti visse girando per i posti nei quali era vissuto da giovane, erano in gran parte cambiati: nuovi immancabili supermercati, costruzioni rifatte, rioni nati dove prima c’era la campagna e piacevole novità, notò che vicino a casa dei suoi c’era l’abitazione di Nella sua antica fiamma.“Mariola m’è parso di vedere in quella casa di color rosso una mia amica da studente, si chiama Nella Pergolizzi, non conosco il nome da sposata.”“Gatti il cognome del marito, è geometra a lavora ad Ancona, non hanno figli.”Mariola di antica schiatta contadina, di furbizia nata, condì le notizie fornite con un sorrisetto, capì che Alberto voleva rinfocolare un’antica fiamma giovanile.Erano le nove del mattino: “Gentile signora Nella non immaginerà mai chi parla al telefono…”“Caro signor Alberto, avete scombussolato mezzo paese e pensi che non ti riconosca, la tua voce è rimasta quella di una volta, se vuoi puoi raggiungermi a casa mia, sono sola.”Passando in giardino Alberto notò Mariola, con la scopa in mano, girata di spalle, faceva finta di scopare.“Buongiorno Mariola.”“Buon giorno signor Alberto io sto per andare a casa sua a preparare il pranzo e lei dove va di bello?”L’interpellato preferì evitare una facile battuta, Mariola sapeva perfettamente le direzione di marcia del buon Alberto.“A zonzo cara Mariola, a zonzo!”Alberto fece un giro largo prima di suonare alla villetta di Nella che si presentò in vestaglia trasparente e con sotto poco o niente, buon inizio.  Baci e abbracci, occhi negli occhi, nessuna conversazione, Nella seduta nel divano, Alberto disteso, la testa sul suo pube. La posizione durò poco perché l’Albertone, annusato il buon profumo di gatta, si mise di buona lena a baciarla intensamente, insomma finì come i due vecchi compagni di scuola avevano immaginato e desiderato.“Signor Alberto la vedo particolarmente allegro, ha fatto qualche buon incontro, qualche vecchio amico…”“Mariola amica, amica non  amico, a me piacciono i fiorellini e non i piselli!”“Facevo così per dire, lei anche da giovane, se non ricordo male…”“Ricordi bene Mariola, ricordi bene!”Alberto restò a Jesi una quarantina di giorni, Nella alcune volte lo veniva a trovare a casa sua, nell’attico paterno a rimirare a quadri di papà Armando e…“Nella domani parto, ho finito i giorni di licenza, lo sai che sono maresciallo della Guardia di Finanza che reclama la mia presenza a Messina, purtroppo le cose belle …”Nella aveva preso a piangere silenziosamente, era stata da sempre innamorata di Alberto,a suo tempo avrebbe voluto sposarlo. Alberto salutata e ringraziata Mariola con lauta mancia, alle sei di mattina caricò la sue valige sulla Y10 e prese la via dell’aeroporto di Jesi per poi immettersi ad Ancona nord sulla Bologna – Taranto e poi sulla Salerno – Reggio Calabria, autostrada orribile, con uscita a Villa S.Giovanni, traghettamento ed arrivo a Messina, erano le diciotto quando mise piede a casa sua in viale dei Tigli 23.La gentile, si fa per dire, consorte Maria era fuori casa, non l’aveva avvisata del suo arrivo, i loro rapporti non erano gran che.Al rientro della consorte inizio della solita diatriba:“Potevi almeno telefonare…”“Se possibile evitiamo, cerchiamo di vivere in pace, mi sono fatto il letto nel salone, se ti va prepara la cena.”Due giorni dopo ritorno in caserma, oltre ad essere capo sezione, Alberto era capo laboratorio fotografico: fotografava di tutto, dagli arrestati alle cerimonie, si imbarcava sulle motovedette, sugli elicotteri per rilievi fotografici, alcune volte aveva fotografato dei luoghi dove veniva coltivata la cannabis, altre volte navi sospette, una carica di armi poi sequestrata, altre volte dei fabbricati sconosciuti al fisco, insomma la sua vecchia passione era diventata per lui un lavoro che lo portava a dimenticare i problemi domestici, si rifugiava per ore in camera oscura ed era diventato molto bravo nelle foto in bianco e nero.Famosa era diventata quella storia di cui si parlava in caserma: in visita d’ispezione a Messina, un generale di Palermo si era portato appresso la figlia notoriamente di una bruttezza, di una bruttezza… insomma brutta. Il comandante della Legione di Messina colonnello Andrea Speciale: ad Alberto:"Mon ami, scatta delle foto a tutti i partecipanti al pranzo ed in particolare alla figlia del generale." "Comandante mi dica che è uno scherzo, Genoeffa la racchia rispetto a lei è miss mondo!" "Ecco vedi mi ha fatto ricordare che devo trasferire qualcuno a Marina di Ragusa, posto isolato soprattutto d'inverno, ti troveresti bene." "Maledetto, mi si è inchiappetato porcaccia miseria! " "Signorina sono il maresciallo fotografo della Legione, il colonnello comandante mi ha ordinato di scattarle delle foto, le sarei grato se..."  "Della sua gratitudine non so che farmene, il colonnello può comandare lei ma non me, lasci perdere." Oltre che brutta la dama era pure antipatica e poi il nome, disastrato pure quello: Cunegonda! "Scusi la mia insistenza ma la situazione è questa: se non riesco a fotografarla c'è pronto il mio trasferimento a Marina di Ragusa, posto incantevole per un anacoreta ..." "Ma lei anacoreta non è anzi penso che ci sarebbe una moltitudine di femminucce flerentes insomma piangenti qualora..." "Signorina, le ripeto sono nelle sue mani." "In fondo mi è simpatico ma non è simpatico quello promessole dal colonnello Speciale, mi farò fotografare ma veda di fare presto."  Capelli sciolti per nascondere le orecchie a sventola, luci diffuse di lato e davanti al viso per ammorbidire i duri tratti somatici, riprese dal basso per..., insomma tutti gli accorgimenti per migliorare un pò la situazione anche col ritocco dei negativi e dei positivi. Alla fine della stampa l'Alberto stesso rimase basito, quella non era certo,la figlia del generale, non era la stessa, evviva stavolta a Marina di Ragusa il colonnello ci doveva mandare qualcun altro. Alberto era riuscito a trasformare un  obbrobrio in una ragazza dalla meravigliosa beltade, assolutamente irriconoscibile tanto che suo padre generale, nel ringraziare’ il bravo maresciallo fotografo’, aveva scritto in un bigliettino: ‘Il fidanzato di mia figlia non l’ha riconosciuta nelle fotografie.” A parte il fatto che una cotale bruttura potesse avere un fidanzato  aveva fatto molto piacere all’ Albertone il complimento anche se era diventato il bersaglio  degli strali del comandante della Legione. “Appena trovo nà brutta te la manno così me la fai diventà miss mondo!” La romanità del Colonnello era evidente.Un fatto venne a cambiare la vita del ‘bravo maresciallo fotografo’, l’invito ad una festa danzante al circolo ufficiali di presidio. Era stata sua moglie Maria, maestra elementare, ad ottenere l’invito da parte di una collega il cui marito era ufficiale dell’esercito.Un fiammante smoking, comprato per l’occasione,  aveva fatto diventare Alberto in un belloccio anzichenò ed aveva attirato l’attenzione di varie signore, perlopiù attempate, che non avevano disdegnato un ballo col nuovo arrivato anche  l’interessato aveva premesso che, in quanto alla danza, aveva delle strette parentele con gli orsi, ma alle signore poco importava se ogni tanto si trovavano un piedino sotto quello del ballerino.Rottosi le balle con le tardone,  la moglie Maria finita chissà dove, Alberto si rifugiò in una saletta laterale dove si allungò in un accogliente divano, occhi chiusi ad assaporare il suono ovattato dei pezzi jazz provenienti dalla sala.“Sto andando al bar, posso portarle qualcosa da bere?”Chi era che. ..era una dolce fanciulla, circa vent’enne, degna di essere guardata.Alberto, in piedi cercò di inquadrarla: brunetta, 1,65, capelli lunghi, camicetta rosa non proprio piena (insomma scarsa di seno) , pantaloni neri e scarpe senza tacco.“Sono Annamaria Milafi, l’ho disturbata?”“L’unica cosa che mi disturba è la seconda metà del suo nome, di Marie me ne basta e avanza una: mia moglie.“Come presentazione familiare c’è male, insomma la vuole stà bibita?”“Non sto a dirle quello che vorrei (ammesso che le interessi), andiamo in sala, con la scusa del ballo me la vorrei stringere tipo pomicio, ci sta?”“Mi piacciono le facce toste ma lei esagera, potrei essere sua figlia!”“Senti figlia mia, quello che potrebbe accaderti in sala è il fatto di poter essere fulminata da sguardi infuocati da parte di una signora di tre anni più attempata di me (ti piace attempata?) insomma mia moglie, ci stai?”“Correrò il rischio anche se altra signora, altrettanto attempata, potrebbe non essere d’accordo col nostro incontro troppo ravvicinato, mia madre che potrebbe essere sua moglie, posso darle del tu come si conviene tra padre e figlia?”“Piccola Anna, andiamo in  sala e vediamo quello che succederà.”I due si misero a ballare ostentatamente prima vicino alla moglie di Alberto poi vicino alla madre di Anna col risultato previsto: sguardi infuocati, fiammanti, scintillanti, fiammeggianti, sfavillanti si incrociarono  col sorriso sfottente della strana coppia per nulla impressionata.“Gentile signorina, finiamola cò stà pantomima altrimenti prende a fuoco la sala, au revoir mon petit chou.”“Grazie per il piccolo cavolo, un giorno mi farò recitare da te una poesia di un autore romantico francese, sempre che nel frattempo non accada un patatrac!, ciao bel signore!”In sala, al contrario della previsione di Anna, non accadde nulla ma a casa…“Non ti sei visto, avevi l’espressione ebete di vainqueur de femmes, non hai capito che sono le femminucce  che si fanno avanti, tu sei solo un qualcosa da usare, imbecille!”L’unica cosa che avevano in comune i rimbrotti delle due signore erano l’aggettivo imbecille che sembra valere sia per i maschietti che per le dame.Mara la mamma di Anna: “Mò ti metti con qualcuno che potrebbe essere tuo padre, che figura mi hai fatto fare con due mie colleghe presenti (Mara era impiegata alla Sip), non hanno fatto altro che ridire alle mie spalle, ti proibisco di rivederlo imbecille!”Primo round. Inutile dire che cosa proibita cosa desiderata e così Anna, geometra, impiegata presso uno studio vicino alla caserma di Alberto, appena poteva si rifugiava nella Y 10 del nel maresciallo per qualche casto bacio e, alle insistenze di lui per ‘migliorare’ il rapporto, netta era la risposta di Anna che:“Scusa ma non me la sento di andare oltre, vengo fuori da una storia con un mio coetaneo, devi avere pazienza.”L’Albertone pazienza ne aveva tanta in quanto era in relazione intima con una signora il cui marito, ahi lui,  era spesso lontano da casa. Il problema era sorto perché Anna, con intuito femminile, si accorgeva quando Alberto era di ritorno da un incontro ravvicinato con la cotale signora.“Ti sento addosso un odore di profumo di basso prezzo.”“Il profumo non è di basso prezzo, la cherì mi ha detto che si tratta dello ‘Chanel n.5’, io non me ne intendo ma non stento a credere a madame (così era chiamata da lui la cotale).La storia durava da circa sei mesi sin quando, una sera,  Anna con le lacrime agli occhi:“Imbecille, non capisci che mi sono innamorata di te, non voglio più che ti incontri con la tua amica!”“L’aggettivo imbecille me lo trovo appiccicato addosso un po’ troppo spesso, mi verrà un complesso, inutile che ti dica che c’è solo un modo…ho un’amica direttrice di un albergo vicino alla stazione, non ho che farle una telefonata.”“Vada per la telefonata alla tua amica ma voglio stare con te dalla mattina alla sera, una domenica, porta il vettovagliamento.”Il vettovagliamento era il complesso di viveri per il sostentamento di una comunità di persone. Alberto aveva preso alla lettera il vocabolo e, in pratica, aveva svaligiato la bottega di una vecchio amico:“A Giovà devo fare un gita con tanti conoscenti, vedi tu …”“Ti conosco mascherina, i conoscenti si ridurranno ad una sola unità con tanto di fiorellino, possibilmente giovane e disponibile, hai bisogno di energie, ed energie avrai:prosciutto San Daniele, formaggi molli e duri, sottaceti e sott’oli, insalata russa, culatello, mortadella, bresaola, ciauscolo,  lonza, pancetta, salame di Modena, pane all’olio,ti basta?“Giovà se m’abbuffo poi come finisce niente balayer, va bene fai tu.”“Tutto gratis col patto che mi racconti nei particolari l’incontro ravvicinato, d’accordo?”Alberto all’ingresso dell’albergo stava conversando con Marie Claire direttrice dell’hotel la quale:“Vede l’ingiustizia umana: lei è considerato un mandrillo, tombeur de femmes, io cinquantenne se mi intrattenessi (diciamo intrattenessi) con un giovane ventenne sarei…”“Madame vuol dire mignotta? Lei se ne freghi e si faccia il suo bel toy boy, sempre che riesca a rimorchiare un bel o meno bello giovane, magari con un compenso…ciao Marie Claire è arrivata Anna, ti piace?" "Uh,uh,uh"…”Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta della stanza che Alberto si trovò avvinghiato da una furia selvaggia.“Ho desiderato da tanto tempo questo momento, non mi sembra reale essere qui con te con le due vecchie signore gabbate.”“Ma dove li trovi i termini, gabbate, è un vocabolo inusitato…”“Via i vestiti, doccia ensemble  e poi…voglio che sia una cosa speciale, è passato molto tempo da quando ho avuto l’ultimo rapporto, è come se fossi vergine.”“Citando Stecchetti: vergin dai candidi manti ma rotta di dietro e peggio davanti!”Dire che Alberto era stato inopportuno era il minimo, Anna era diventata seria, avvolta nell’accappatoio si era rifugiata nel letto, tutta coperta, capo compreso.Parlare o stare zitto, come riprendere in mano la situazione, la seconda ipotesi la migliore.C’era voluta circa un mezz’ora prima che Anna decidesse di girarsi e guardare in faccia un Alberto dallo sguardo: ‘non volevo offenderti, era solo una battuta anche se inopportuna, perdonami.’Un bacio profondo, a tratti violento,  e poi baci a scendere sino a ‘ciccio’ già in posizione il quale inopportunamente, dopo essere stato preso in bocca, decise di goderecciare…L’atmosfera creatasi non era delle migliori, restarono abbracciati a lungo sin quando Anna girò Alberto supino, prese ‘ciccio’ in mano e, delicatamente, lo introdusse in una gatta tutta bagnata.Stavolta ‘ciccio’ si comportò bene, resistette a lungo, Anna muoveva il bacino in modo da strofinare il clitoride sul pene e provando vari lunghi orgasmi, la baby non aveva dimenticato il suo passato sessuale, era molto brava cosa che fece ingelosire Alberto il quale immaginò la sua amante fra le braccia di un altro…Finito il certamen Anna prese con le mani il volto di Alberto e:“Ti leggo in faccia quello che pensi, si ho avuto un fidanzato col quale facevo sesso, non ne ero innamorata ma, per dirla alla volgare, sapeva scopare alla grande ed io…io sono come immagini. Era un violento, mi ha picchiato e è stata l’ultima volta che ci siamo visti. Per fortuna si è imbarcato su una nave mercantile e non risiede più a Messina, fine della storia, spero!”L’apertura dei pacchi dei viveri riuscì a cambiare l’atmosfera, Anna era sconvolta:“Mai vista tanta salumeria tutta insieme, ti sei portato appresso tutto il negozio, possiamo invitare a mangiare la direttrice, come si chiama, ah  Marie Claire, ti piacerebbe un trio? Pensandoci bene dì la verità ti farebbe piacere? Non voglio saperlo, voglio solo che tu sappia che mi sono innamorata di te, profondamente, pazzamente, ti sogno giorno e notte e non ho intenzione di dividerti con nessuna, sono diventata gelosa,  inquieta, furibonda, furiosa, cieca, assillante, tormentosa, ti basta?”
    Erano passati degli anni, Alberto divorziato da Maria, si era prontamente risposato con Anna, mammina di lei felice e contenta "L'ha voluto lei, solo l'età..."
    A ottanta anni Alberto aveva subito vari interventi chirurgici sempre affettuosamente curato da una sempre più innamorata Anna.
    "Talvolta mi domando quanto ancora vivrò, me lo domando."
    "Pensa a campare e...non rompere!"                      

  • 17 maggio 2015 alle ore 0:19
    2010

    Come comincia: La vita è simile ad un libro da scrivere. non importa se sbaglierai, nella vita si può sempre migliorare. Potrebbe capitare di vedere una persona con una vita migliore della nostra e di volerla imitare, ma la miglior vita da vivere e’ quella che ci costruiamo noi da soli, senza copiare dagli altri. Molte persone dicono di avere tanti problemi nella loro vita e che sembrano irrisolvibili, ma non sanno che proprio così si rovinano l’esistenza. I poeti sanno come riparare una storia, sanno che alla fine della corsa ci sara’ un lieto fine e che il protagonista vincerà la gara che la vita gli ha posto davanti. La vita è una sfida, se riesci a vincere avrai anche tu quel lieto fine. Vivi con il sorriso stampato sulle labbra, vivi la tua vita al meglio!

     

  • 17 maggio 2015 alle ore 0:16
    2011

    Come comincia: Io credo in me, nel mio cuore ...
    credo in ciò che sono e in ciò che non sarò mai, credo nella mia lealtà, al mio essere generosa/o, credo nel mio coraggio che non trema davanti alla paura, credo nella mia coerenza, nel mio donarmi agli altri. Amo i mie pregi, e accetto i miei difetti, non rinnego nulla del mio essere, nemmeno ciò che di me non amo. Io credo in me, una donna come tante, nulla di eccezionale, una donna più che normale. Amo questa vita, che comunque vada, è mia e solo mia e di chi vorrà essere al mio fianco, nel mio cuore. E se non riuscirò mai a migliorare ciò che sono almeno vivrò camminando sempre a testa alta, guardando tutti dritto negli occhi fiera/o di essere semplicemente me stessa/o, avendo ascoltato sempre il mio maestro di vita : il " CUORE "!