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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 giugno 2013 alle ore 18:44
    Una tranquilla cittadina di provincia

    Come comincia: Buio. Mentre i cittadini onesti si godono il meritato riposo nella tranquillità dei loro appartamenti, in alcune zone della città si vive una vita alternativa, animata da barboni, drogati, ubriaconi, prostitute, viados, extracomunitari più o meno clandestini e personaggi senza fissa occupazione e senza fissa dimora. A Jesi il cuore pulsante di questo tipo di società è la zona compresa tra la stazione ferroviaria e quella delle autocorriere, e gli inghiottitoi di questa feccia umana, capaci di accoglierla senza vomitarla, sono rappresentati dal versò all’aperto del bar del Piazzale di Porta Valle e dalle panchine che rimangono quasi completamente al buio sotto gli alberi, dove la luce dei lampioni arriva a fatica o non arriva affatto. Lì non è infrequente vedere una prostituta ubriaca rimanere riversa sulla panchina, con il sedere nudo all’aria, nella stessa posizione in cui si è fatta ficcare dall’ultimo cliente, che magari l’ha lasciata così senza neanche pagarla.
    La mezzanotte è passata da un pezzo e la serranda del bar pizzeria è abbassata per metà da più di mezzora. Veronica, quarantenne Commissario di Polizia, un glorioso passato da campionessa olimpionica di scherma, è appoggiata alla fiancata della sua berlina nera. Il fumo della sigaretta si va ad unire al suo fiato condensato e alla nebbia della notte di autunno inoltrato che rende ovattate le sagome di persone e cose. Una prostituta di colore le si avvicina: «Per 20 Euro ti posso far godere, meglio che un uomo.» «Vattene!» risponde, mostrando il distintivo. «Sei fortunata che ho altro per le mani questa sera, altrimenti ti farei passare la notte in cella.» «Dammi una sigaretta, allora.» Veronica getta la cicca, cerca nelle tasche, accende l’ultima del pacchetto, che accartoccia e getta in terra. «Come vedi non ne ho più. Vattene!» Sottolinea quest’ultima frase sbuffandole direttamente il fumo in faccia e fissandola con lo sguardo più truce che è in grado di realizzare.
    Uno dei pochi lampioni accesi si accende e si spegne in maniera intermittente, quasi comandato da uno strano meccanismo a orologeria, probabilmente la sua lampada è arrivata al capolinea ma ne passerà di tempo prima che qualche operaio del comune passi a sostituirla. Approfittando del buio e della nebbia, lo zingaro dai lunghi capelli grigi e il cappello a larghe falde scarica la vescica dietro la sagoma di una corriera parcheggiata, poi ritorna sotto il versò del bar, scola il suo bicchiere e si avvia barcollante verso la sua bicicletta. Tre pedalate e cade rovinosamente a terra, si rialza e si perde nella nebbia. Ogni sera nessuno sa se riuscirà a raggiungere indenne la sua roulotte, giù in fondo alla zona industriale, ma il giorno dopo si ripresenta puntualmente a elemosinare soldi, alcol e sigarette.
    Veronica si stringe nel giubbotto di pelle per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Ecco, ora la sua attenzione è incentrata sulle due figure che fuoriescono da sotto la serranda del bar. Leonardo, l’ingegner Leonardo Albini, è in compagnia di una stangona dalla pelle ambrata, minigonna, gambe vertiginose e seno talmente gonfio di ormoni e silicone che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La stangona, più che una lei, è ancora un lui. Qualcosa che penzola in mezzo alle gambe ce l’ha di sicuro! Pensa Veronica, ma non è interessata più di tanto alla cosa. Chi le interessa è Leonardo, quell’ingegnere edile dalla pretesa di diventare un investigatore privato. E certo, sempre a contatto con la malavita locale, chi meglio di lui potrebbe acciuffare criminali? Leonardo saluta il viado, che se ne va in direzione di Via Setificio, mentre lui si dirige verso Porta Valle ed entra nel centro storico. Veronica lo segue cercando di mantenere la distanza, ma l’uomo si dilegua nei meandri dei vicoli.
    Un uomo dallo spiccato accento dell’est Europa le si avvicina da dietro e fa scattare un coltello a serramanico. «Poco raccomandabile girare da queste parti per una donna sola.» Affatto intimorita, la poliziotta fa una piroetta e, grazie a un colpo di piede ben assestato, disarma il suo potenziale aggressore. «Anche per un uomo, specialmente se infastidisce le persone sbagliate!»
    E per quella notte è fatta, ha perso di vista il suo bersaglio, non ha potuto verificare la sua connivenza e complicità con i criminali della zona sud di Jesi, quella che un tempo era considerata una tranquilla cittadina di provincia. Tanto vale rientrare alla base. Con la certezza che prima o poi Leonardo farà un passo falso. Pura fantasia? O magari è segretamente e inconsapevolmente innamorata di lui, chissà!
    I quotidiani locali del giorno successivo, una giornata caratterizzata da un pallido sole che fa capolino dalla coltre di nebbia, riportano l’ennesima notizia di cronaca nera. In zona Porta Valle un Viado è stato aggredito e accoltellato. Prontamente soccorso dall’ingegner Albini, che si trovava a passare di lì per caso, è stato dichiarato guaribile in 10 giorni. Ma la Polizia dov’è?

  • 13 giugno 2013 alle ore 12:04
    Follia

    Come comincia: Follia è creare un profilo falso su Facebook.
    Follia è chiedere l’amicizia sotto falso nome a una persona che vorresti veramente contattare.
    Follia è che lei accetti l’amicizia.
    Follia è che accetti di chattare con te.
    Follia pura è che accetti di venire a un incontro reale.
    «Non è possibile, non può aver capito chi sono nella realtà, ho cercato di fare di tutto perché non lo scoprisse! Ma non ha paura di incontrarsi con uno sconosciuto? Va bene, io non sono uno sconosciuto per lei, siamo stati fidanzati per più di sette anni… Ne sono passati altri venticinque dopo che ci siamo lasciati. Dopo che lei mi ha lasciato! Forse ora è sola e cerca l’incontro con un uomo, chiunque egli sia. E questo non sarebbe un bene…»
    Mentre questi pensieri affollano la mia mente, la vedo, il mio cuore fa un balzo, lo sento battere in gola. Non è possibile, non sono mica un ragazzino, ho quasi cinquantaquattro anni! O forse sta giungendo l’infarto, chissà! Lei mi guarda, non c’è sorpresa nei suoi occhi luminosi, nocciola, bellissimi dietro le lenti degli occhiali. Mi saluta con un gesto della mano.
    «Quasi lo immaginavo che fossi tu, o forse lo speravo, magari era un presentimento…»
    «Ma se ti avessi contattato con il mio nome non avresti mai accettato un incontro. Come stai? Dimmi di te!» Ci baciamo sulle guance e ci stringiamo forte, con le lacrime che stentano a non sgorgare dagli occhi con prepotenza.
    «Sono stata cattiva con te. Tanti anni fa ti ho lasciato, raccontandoti bugie, che volevo la mia libertà, che volevo vivere la mia vita… La realtà era un’altra, ero incinta, di un altro ragazzo.»
    Annuisco, lasciando che continui la sua storia senza interromperla.
    «Partorii una bambina, Roberta, ma quando venne alla luce il suo papà già non era più accanto a me, se ne era andato in via definitiva per altri lidi. Non seppi più nulla di lui. In compenso la gravidanza, oltre la stupenda bambina, mi regalò un assurdo intruso: il diabete. Sono più di venti anni che vivo grazie all’insulina.»
    Perché non mi hai cercato? Vorrei dirle, ma continuo a rimanere in silenzio.
    «Dopo qualche anno mi innamorai di nuovo. Lui era bello, dolce, carino con me, mi amava. Ci sposammo in pompa magna. Credevo fosse felice, invece col tempo scoprii che era dedito all’alcol e alla droga. Cercai di combattere insieme a lui, di farlo uscire dal tunnel, e invece…»
    Fa una pausa, le lacrime ora corrono come rivoli lungo le sue guance. Mi avvicino a lei e la prendo con delicatezza tra le mie braccia. Lei si abbandona, si lascia coccolare. Cerco di asciugare le sue lacrime, ma ne sopraggiungono ancor di più. La lascio sfogare.
    «Una mattina lo trovai riverso sul tavolo della cucina. Pensavo si fosse addormentato lì, invece si era fatto un overdose. Tastai il suo polso, niente, non c’era più nulla da fare. Non capii mai se considerare la sua morte un suicidio o una disgrazia. Volevo morire anch’io, così sospesi l’insulina. Prima o poi la morte sarebbe giunta. Ero quasi al coma diabetico quando incrociai gli occhi di Roberta, che allora aveva nove anni. C’era qualcosa per cui valeva la pena vivere ancora, non potevo abbandonarla. Raggiunsi l’armadietto e mi inoculai l’insulina. La vita riprese, anche se con momenti bui, dolorosi. Sono passati altri quattordici anni, durante i quali non ho voluto legarmi più a nessuno. Roberta ora è grande, ha iniziato l’università e ora sta seguendo un master all’estero, in Germania. Della mia vita non c’è tanto altro da raccontare, ora che mia figlia è lontana mi sento sola, ma non ho più pensato al suicidio, mai più! E ora dimmi di te!»
    Ora le dovrei raccontare che ho una famiglia splendida, una moglie, due figli, una solida professione che mi consente di vivere in maniera agiata. Che l’ho contattata solo per curiosità, perché volevo vedere com’era a distanza di tanti anni. Non ce la posso fare. La stringo a me più forte, avvicino le mie labbra alle sue, sento in bocca il sapore salato delle lacrime – le mie, o le sue, o entrambe? – E la bacio. Lei corrisponde, io non smetto, sono minuti che non vorrei terminassero mai, se ci fosse la possibilità vorrei abbandonarmi tra fresche lenzuola insieme a lei.
    «Ho pensato spesso a te.» Riesco finalmente a parlare. «In vita mia non ho mai amato nessun’altra. Sì, mi sono sposato, ho avuto figli, ma se penso all’amore, quello vero, quello l’ho provato solo con una persona. Ora ti devo salutare, ritorno a casa, da mia moglie, dai miei figli. Scusa se ti ho importunato, non avevo il diritto di farlo. Ti amo, ti ho sempre amato, ma l’amore è stato vissuto a suo tempo, non si può reclamare ora.»
    Mi sciolgo dall’abbraccio e mi allontano da lei. Dopo qualche passo mi giro su me stesso, lei è ancora lì, che mi guarda, come faceva quando eravamo fidanzati, quando mentre me ne andavo lei continuava a salutarmi con la mano finché non scomparivo.
    Mi rigiro di nuovo e corro verso di lei.
    Follia è lasciare una famiglia per un vero amore.

  • 12 giugno 2013 alle ore 20:15
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto

    Come comincia: Un altro giorno, non questo, un altro, mi accorsi, guardandomi allo specchio, che il mio orecchio destro era più basso del sinistro.
    Non era la prima volta che mi osservavo, eppure non avevo mai notato questa strana asimmetria.
    Cercavo con un sorriso sbieco e alquanto idiota, di tirarmelo su. L’orecchio, si intende. Qualche cenno lo faceva; si rialzava, ma quando smettevo di sorridere, ritornava al suo posto. Quello però non era il suo di posto. Sarebbe dovuto stare dove di solito stanno le orecchie; tra la punta del naso e il di sotto delle sopracciglia. Invece no. Quel mio orecchio balordo era sceso di quasi un centimetro.
    Ero un semplice e fottuto storpio.
    Perché non ero mai riuscito a notare un cosa così importante?! Forse avevo problemi agli occhi.
    Non è possibile che un orecchio scenda da dove sta per prendersi la gioia di una boccata d’aria. Non ha senso. Come non ha senso che io non mi sia mai accorto di niente. Come diavolo si fa, dico io.
    Avessi tredici anni capisco, ma l’età dello sviluppo l’ho passata da un bel pezzo.

    Continuai a rimirarmi davanti all’oggetto di riflettente ironia, per cinque o dieci minuti, non so più. I sorrisi idioti che mi si dipingevano sulla mandibola. Le attenzioni che dedicavo alle mie non malate pupille. La mia storpiaggine ero io, non quello che vedevo.
    Non so neanche se esista la parola storpiaggine. Una cosa è certa: per descrivermi, bisognerebbe di certo inventarla. Ha un suono tetro e schifoso. Storpiaggine...non sentite? Un po' come menzogna. Anche se non sai cosa significa, sai per certo che non è bene utilizzarla.
    Mi vengono in mente quei film dove il protagonista è emarginato perché ha il viso bruciato o perché è pieno di pustole. Mi ci sento vicino, anche se lo scopro solo ora.
    Ancora non mi capacito di non essermi accorto di niente. Forse quando ti accade qualcosa, qualcosa di orrendamente catastrofico, ti accorgi di quello a cui non avevi mai dato peso. Il mio orecchio per esempio.
    A pensarci bene, un mese fa, ho assistito a qualcosa del genere. Se devo essere sincero, mi ha parecchio sconvolto. Certo non sono un bambino, ma non avrebbe fatto differenza.
    Mentre gironzolavo, una domenica mattina, vidi una signora anziana attraversare la strada. La conoscevo. Tutta ricurva su se stessa, tenuta in piedi solo da quel suo malandato bastone magenta.
    La vedevo spesso, puntuale, come me, nelle sue passeggiate pomeridiane.
    Capitava che la salutassi, per educazione, ma lei non riusciva nemmeno ad alzarsi da quel suo malandato bastone magenta.
    Borbottava qualcosa e si incamminava verso la sua meta, portando un piede davanti all’altro.
    Quel pomeriggio, quell’ingobbita nonnetta, senza motivo alcuno, se non la sua veneranda età, si accasciò sulle strisce pedonali. Sembrava, mentre scivolava giù dal suo bastone, che lo stesso la infilzasse come uno spiedo.
    Convenite anche voi che una scena così possa turbare anche il marinaio più navigato. Di certo io non lo sono e di fatto, la vicenda mi scioccò molto. Dopo tutto la vedevo quasi ogni giorno.
    Guardavo da lontano la povera anziana morire in mezzo alla strada, come se un ineluttabile destino avesse deciso che in quel momento, in quel preciso istante, lei si sarebbe dovuta accasciare sulle strisce. Inerte, sulla parte nera dell’asfalto, accerchiata da una selva di stolti curiosi.
    A pensarci bene, perché questa storia, anche se tremenda, dovrebbe avere a che fare con il mio orecchio?

    Non me ne capacito. Dopo quarant’anni vissuti con un paio di orecchie, ora mi accorgo di averne adottata una terza, trascurando la seconda, o la prima. Dipende.
    Problemi agli occhi non dovrei averne. Se così fosse, mi vedrei simmetrico o quanto meno con una faccia deforme. L’ipotesi di un trapianto nella notte, poi, è da escludere a priori.

    Ricordo, che una ventina di giorni fa, un uomo, più o meno della mia età, fu deriso dai suoi amici. L’oggetto di scherno era la sua nuova acconciatura. In effetti, c’era molto da ridere su quello strano taglio di capelli. Come poteva un uomo, nel pieno delle sue capacità mentali, decidere un taglio così dannatamente orribile. Se fossi stato il suo barbiere, glielo avrei certamente impedito.
    Una ciotola nera e lucida, gli calzava quella sua testa ovale. Era magro e la voluminosa insalatiera che gli adombrava il viso, lo faceva sembrare come un birillo da biliardo. Quelli bianchi, grossi in fondo, poi stretti, che finiscono con quella sproporzionata capocchia. Una differenza: la capocchia era nera e tutt’intorno aveva tanti birilli uguali che lo deridevano.
    In quel momento pensai a come si sarebbe potuto sentire quello strano tipo. Certo se l’era cercata.
    Mi faceva pena, in un certo senso e forse mi ci sono anche immedesimato nella sua vergogna. Solo non capisco perché, vedendo una scena così stupida, mi sia un giorno svegliato e trovato orrendo. Davanti allo specchio, con un orecchio che va per conto suo. Non credo che per questo genere di cose, serva un tempo di incubazione così lungo.

    Certo che quel dannato orecchio è proprio basso. É come se avesse voglia di andarsene.
    Avete mai visto un orecchio, che un giorno si sveglia ed è stufo della propria esistenza? Che si vuole suicidare? Io sinceramente no, anche se a volte mi viene da pensare alle cose più assurde.
    Prendete per esempio la nonnetta. Non è mica normale che una persona, per vecchia che sia, muoia su se stessa in mezzo alla strada. Se questo può succedere, allora anche il mio orecchio potrebbe essere stanco del suo quieto vivere. Ascoltare, ascoltare, ascoltare qualche grattatina di circostanza (il punto di massimo piacere), e ancora ascoltare. Ci credo che voglia farla finita.
    Mi viene un dubbio però: se è possibile che il mio orecchio sia sceso, allora può anche darsi, dico io, è un’ipotesi, che l’altro orecchio sia salito. No, non può essere. Non avrei questa insana sensazione di sicurezza. Non sarei certo dell’inevitabilità del mio orecchio. Come quando puntate alla roulette. Siete sicuri, talmente sicuri che esca lo zero verde, che non ci pensate due volte e puntate tutto quello che avete.  Il mio orecchio si deve essere per forza abbassato.

    Non pensavo si potesse rimanere così tanto davanti ad uno specchio. Almeno, non solamente per osservare la propria strana ed ineluttabile situazione di storpio.
    Adesso che mi viene in mente, l’altro giorno, lunedì credo, mi successe un fatto strano che molti considererebbero un miracolo.
    Mi trovavo davanti ad una chiesa, con il rosone, le guglie e tutto il resto. Era nuvolo; me lo ricordo perché tornando a casa mi presi una bella lavata.
    Era nuvolo, dicevo. Mi accorsi che, attraverso le vetrate colorate che addobbavano l’esterno, passava una fioca luce. Sembrava che le vetrate venissero spezzate da quel raggio che scaturiva dall’interno. La chiesa era chiusa e il prete l’avevo visto andare via poco prima. Mi aveva stretto la mano in senso di cordiale monito per il futuro. “Vieni da me domenica prossima” mi disse. Certo non sono un accanito sostenitore del Signore, ma per non fargli peccato, gli dissi che ci sarei andato.
    Diventai curioso, davanti a quelle alte mura, guardando la fioca luce. Cercai in tutti i modi di entrare, aspettandomi chissà quale cherubino venuto a sistemare la cappella della chiesa.
    Tranne rompere le vetrate e scassinare il lucchetto del portone, le provai veramente tutte.
    Alla fine cominciai a sentirmi alquanto stupido a fare tutta quella caciara per un po' di luce. Solo che, quando stavo per andarmene, bagnato dalla prima goccia di pioggia, notai che il bagliore se n’era andato.
    Forse in quell’uggioso giorno sono diventato fedele a Dio. Almeno, se non a Dio, a qualcuno lassù o laggiù. Chi può dirlo. Capisco solo che non saprò mai cosa successe quel lunedì divino.
    Potrò raccontarlo però; i credenti mi guarderanno sognanti e gli scettici rideranno di me. Poco importa, tanto amici non ne ho. Ho solo questa immagine riflessa di fronte a me. Se fossi in lei, nell’immagine, me la sarei già svignata.
    Che uomo sarei se, solo per affievolire la colpa su questo stramaledetto orecchio, diventassi credente. Forse, semplicemente, in quella chiesa, quel giorno, c’era veramente qualcuno.

    Che siano vecchiette morte, uomini privi di gusto o chiese miracolate, il mio orecchio è sempre lì. Mi fissa. Lo fisso.
    Più lo guardo e più mi accorgo che l’ho sempre saputo. Di essere storpio intendo. Fate un po' di conti. Non ho amici, paranoie tante e parlo per un’ora di un orecchio che non so neanche se sia mio. Chi è che vorrebbe avere a che fare con uno storpio? Uno che non si accorge neanche di esserlo, ma che alla fine lo sa.
    Spero solo che domani il naso sia al suo posto.

  • 12 giugno 2013 alle ore 16:25
    Il luogo della felicità

    Come comincia: C'era una volta..
    un luogo meraviglioso chiamato Fantasilandia,
    un posto talmente magico che chiunque si trovasse a passare da quelle parti,
    rimaneva incantato nel vedere tanti animali differenti tra loro giocare insieme.
    Quanta bellezza, quanta gioia si provava nell’osservare,
    tigri giocare con le gazzelle, farfalle svolazzare qua e là,
    dolci coniglietti correre insieme ai canguri e pesciolini nuotare insieme ai delfini.

    Fantasilandia era il luogo degli animali felici dove tutti i bambini potevano giocare liberi e
    spensierati insieme a loro.
    Tra ranocchietti che saltavano e criceti che dondolavano, c'era una Fata buona dai capelli lunghi e biondi che raccontava loro delle favole bellissime.
    Un giorno passò da quelle parti un cagnolino piccolo piccolo, solo e stanco del suo camminare ..
    la Fata lo vide e gli domandò :

    - Ciao piccolo cagnolino io sono una Fata buona e tu come ti chiami ? -
    Lui alzò quei teneri occhietti e rispose : - Mi chiamo Fiocco di neve –

    La Fata gli fece una carezza e lui cominciò a scodinzolare felice, lei sorrise e gli disse :
    - Fiocco di neve sei arrivato a Fantasilandia, qui regna la felicità, qui i sogni diventano veri e
    tutti i desideri vengono esauditi ! E tu .. dimmi, che desiderio hai ? –

    Egli rispose : - Vorrei ritrovare il mio amico usignolo che non vedo più da tanto tempo,
    mi manca molto il suo canto e da quando l'ho perso, sono molto triste.. -

    La Fata buona disse a Fiocco di neve: - Adesso chiudi gli occhi ... –

    Lui ubbidì.. li chiuse e dopo un attimo sentì un dolce canto che riconobbe immediatamente!..
    Poi piano piano, riaprì gli occhi e vide comparire d’innanzi a lui il suo caro amico usignolo, che gioia rivederlo!

    Fiocco di neve osservò incantato la Fata e le leccò la mano per ringraziarla..

    Da quel giorno Fiocco di neve ed il suo amico usignolo vissero gioiosi in quel luogo bellissimo chiamato Fantasilandia…
    Là… dove tutti gli animali potevano giocare liberi e felici insieme ai bambini, là, dove si potevano ascoltare le splendide favole raccontate dalla Fata buona…

  • 12 giugno 2013 alle ore 16:07
    Blocco psicologico

    Come comincia: Egidio era elettrizzato. Enciclopedico cervello, elaborava effettuabili elucubrazioni emotive. Etichettava evidenti eventualità su Eros che stavolta, sembrava, non aver prodotto piaga profonda e velenosa, ma piacere e brio nella sua anima sonnacchiosa.
    Elena gli piaceva in tutto e per tutto e non gli dava modo per lagnarsi d’Amore che gli aveva  già inferto ferite nel petto.
    Egidio, in precedenza, per stare al riparo e al sicuro da Amore, aveva chiuso il cuore in una cassaforte di convinzione di negatività d’ogni sorte, sia nei confronti di questo che nei confronti delle donne. Cupido però si era vendicato: gli aveva infilato, in profondità, una delle sue frecce nel cuore. I pregiudizi scomparvero con il sorriso, con i pudori e con la dolcezza d’Elena.
    La incontrò al  corso d’aggiornamento sulla “Elioterapia Elaborata Emergente”. Era seduta alla sua destra. I loro sguardi s’incontrarono di sfuggita diverse volte.  I capelli biondi, gli occhi azzurri e il viso d’angelo si impressero a fuoco nel cuore d’Egidio.
    La rivide quella stessa sera al ristorante dell’albergo ove alloggiava. Era al tavolo dell’angolo sinistro della sala, nell’attesa solitaria della cena. I loro sguardi s’incontrarono di nuovo e si parlarono per un tempo che durò un’eternità. Si sorrisero. Fu, allora,  per Egidio la cosa più naturale al mondo andare al tavolo d’Elena, presentarsi e chiederle se gli era permesso cenare  con lei. Elena accettò di buon grado. Il giovane le piaceva e poi… bisognava dimenticare  e ricominciare a vivere. E ricominciarono a vivere entrambi.
    La cena fu: lunghi e dolcissimi sguardi; una lunga chiacchierata sulla loro vita, sui loro sentimenti e sui loro sogni. I loro cuori si erano svuotati come una tasca rovesciata.
    A fine cena le amarezze, le ansie e le preoccupazioni si erano sciolte  nel nero del caffè.
    Uscirono per una passeggiata. Fu amore a prima vista o il bisogno d’amore: l’alba li colse teneramente abbracciati su una panchina del lungomare. Al lungo sbadiglio del sole la città  cominciò a svegliarsi con tutti i suoi profumi e i suoi rumori. Egidio ed Elena, tenendosi per mano, si avviarono lentamente verso l’albergo. Il corso richiedeva la presenza pomeridiana. L’odore penetrante di caffè e di rosticceria li condusse ad un piccolo bar e li invitò ad entrare.
    Trovarono il caffè (era crema di caffè e non caffè), il vero caffè napoletano, una vera poesia di sapore e d’aroma, e le “sfogliatelle” una delizia paradisiaca. Ne mangiarono tre ciascuno; una per ogni sorte: “riccia”, “frolla” e “santa rosa”. Bevvero un altro caffè ed uscirono dal bar, sazi e col palato deliziato. Arrivarono in albergo alle 7.30. Salirono in camera di lei, si abbracciarono come un solo corpo col fuoco che li bruciava.
    Le dolci ed ardenti parole d’Egidio scivolarono su Elena con le carezze e la stordirono. Baci appassionati, baci alla francese. I vestiti caddero sul pavimento uno dopo l’altro e sospiri rimbalzarono sul letto come palle di gommapiuma. Resistevano ancora gli indumenti intimi e quando le mani di Egidio divennero più ardite, Elena si irrigidì. Un NO forte e deciso le uscì dalle labbra serrate. Una crisi di pianto la colse mentre nascondeva il viso sotto le lenzuola. I singhiozzi le scuotevano il petto e il corpo, le toglievano il respiro.
    Egidio rimase di sasso. Vuoto. Non sapendo che “pesci pigliare” si sedette sulla sponda del letto in silenzio. Elena  non smetteva: i suoi forti singhiozzi spezzati  preoccuparono non poco Egidio che era incapace di pensare. Dopo uno spazio di tempo che sembrò un’eternità, riuscì a dire: “Ho fatto qualcosa di male? Qualcosa che ti ha offesa?”. Elena non rispose e continuò a piangere. Dopo qualche minuto Egidio con calma le disse: “Posso fare qualcosa per te? Vuoi che me ne vada? “.
    “No. Non andartene. Ti prego resta. Ti dispiace darmi un bicchiere d’acqua, per favore”, rispose Elena con voce più calma ma con residui di singhiozzi.
    Con tre sorsi bevve l’acqua contenuta nel bicchiere che Egidio le aveva dato e dopo due profondi respiri, con voce stanca e flebile, disse: “Cercherò di spiegarti il mio comportamento, anche se  mi  costa molto dolore”.
    “Avevo  quindici anni quando un amico di famiglia che avevo posto sul piedistallo della bontà, della fiducia e dell’amore, mi violentò con l’inganno e con la forza a casa  sua. Il mio shock ebbe un seguito ancora più violento: mio padre si fece giustizia da sé. Dopo aver pestato a sangue il mio violentatore e averlo stordito, lo evirò ficcandogli in bocca l’oggetto della sua colpa. Fu  rinchiuso in carcere dove, perso il lume della ragione, si ammazzò. Da allora non riesco ad avere un rapporto completo. Mi fermo ai preliminari, poi…divento di pietra e una paura tremenda mi scuote dentro, tanto da farmi morire. Il mio precedente ragazzo mi lasciò per questo e da allora (sei anni fa), sino ad oggi, non ho amato più nessuno. Tu mi sei subito piaciuto  e  ho capito di amarti quando mi hai chiesto se potevi cenare con me. Inoltre ho sentito una forte attrazione fisica verso di te ed ho creduto di poter superare il mio blocco psicologico ed essere tua, ma mi sono sbagliata. Perdonami e se vuoi puoi andartene. Non ti serberò rancore anche se taglierai ogni ponte tra noi.
    Egidio annaspò tra contorti pensieri e tra parole mangiate. Poi disse: “Dammi solo un po’ di tempo per far chiarezza nella mente e nel cuore. Ti prego! Solo qualche minuto”.
    Elena acconsentì con un cenno del capo, ma poi gli disse che poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Con gli occhi bassi seguiva Egidio che continuava a passeggiare nei pochi mq della camera d’albergo.  Questo ogni tanto si fermava ed emetteva un mugugno indistinto che faceva alzare la testa ad Elena solo per alcuni istanti.
    “Ho deciso!”. L’esclamazione fece trasalire Elena. Vi fu una breve pausa che accentuò l’apprensione della giovane. Egidio riprese: “Capisco il tuo blocco psicologico per la brutta disavventura e le sue conseguenze avute in tenera età, ma aspetterò. Anch’io ti amo ed insieme cercheremo di superare questa difficoltà, se tu vuoi”.
    Ad Elena mancò il respiro e quale torrente in piena le lacrime le inondarono il viso. Con voce rotta  riuscì a dire: “Lo voglio”.
    Egidio la strinse forte fra le braccia e la baciò dolcemente sussurrandole: “Ce la faremo”.
    Il corso volgeva al termine: mancavano solo due giorni. Egidio ed Elena avevano trascorso i giorni evitando di affrontare  l’argomento anche se sotto il silenzio il fuoco del desiderio bruciava la carne di entrambi. Per spegnerlo usavano l’acqua fredda della distrazione culturale, ma la sera con la sua complicità era un tormento. In ogni caso resistevano: baci, carezze, buonanotte ed ognuno nella propria stanza ad aspettare in agitazione l’abbraccio di Morfeo che arrivava alle ore piccole.
    La penultima sera, dopo cena, uscirono per la solita passeggiata di cultura e di distrazione.
    Si accorsero che ormai conoscevano ogni angolo della città. Si sedettero sul bordo del muro di una  vecchia fontana in una piazzetta periferica solitaria. La luna splendeva nel cielo e un lieve zefiro portava il profumo forte di gelsomino. Nel silenzio il battito dei loro cuori e i loro profondi sospiri martellavano i loro timpani. Un bacio appassionato li fece fremere a lungo ravvivando ed ingrandendo la fiamma bruciante dei loro sensi. All’unisono dissero:  “Torniamo in albergo”.
    La strada sembrava non finire mai. Impazienti allungarono il passo. Arrivarono all’albergo.
    Bevvero due cognac con ghiaccio a testa (per farsi coraggio o per stordire i sensi? Direi per entrambe le cose). Salirono nella camera d’Elena. Si spogliarono con calma imposta. Baci, carezze e un linguaggio d’incendi unirono i loro corpi ardenti come astri. Progressivamente il desiderio d’Egidio toccò il culmine e…, ma  Elena cominciò ad irrigidirsi e un tremendo contrasto tra volere e potere s’insinuò nel suo animo e nella sua mente. Un lieve tremito la colse. Egidio se ne accorse e si fermò.
    “Non andiamo oltre. Non ti rammaricare amore mio, tenteremo un’altra volta. Abbiamo ancora tanto tempo e alla fine il nostro amore vincerà”, disse Egidio.
    “Amore sono frastornata. Una parte di me lo vuole con tutte le sue forze, l’altra l si oppone con disgusto e paura. Sarà sempre così? Aiutami amore!”, rispose Elena.
    Egidio la strinse a se e dolcemente le parlò.
    - Fu un lungo monologo, anzi un soliloquio, come se parlasse a se stesso per fissare i suoi pensieri, chiarire le sue idee e persuadere nello stesso tempo se stesso.
    “Tu vivi ancora nella memoria di quanto ti è accaduto perché hai subito la rivelazione dell’atto fisico dell’amore come brutalità, violenza e immoralità, ma tu non puoi e non devi considerarlo tale quando questo avviene tra due persone che si amano. Sai bene che l’amore è la comunione di due anime. Esso, quindi, richiede una dose comune di aspirazioni intellettuali e morali, di sentimenti di cui la bontà è la base. L’amore è fatto di stima reciproca, considerazione, ammirazione, solidarietà e sacrificio perciò, a questo punto, l’amore fisico diventa legittimo: è il piacere di fare piacere, di soddisfare col suo partner  un bisogno naturale e di unificare le gioie morali con quelle fisiche. L’amore,come vedi,  non è il contatto brutale di due epidermidi, ma un contatto dolce, fantasioso e poetico. La tua avversione è comprensibile perché l’hai sempre considerato un atto di prepotenza, di violenza, di disgusto,
    di ripugnanza, di sofferenza e di rancore. Devi pensare e convincerti che tutto ciò è sbagliato e devi dimenticare, cancellare il volto della persona che ti ha fatto male e dove e perché è avvenuto. Incidi nei tuoi occhi, nella tua mente e nel tuo cuore il volto del tuo amore e la gioia e la felicità che gli dai. Non interrompere la corrente che sale dagli organi per le fibre nervose al cervello, essa ti porterà tutto il suo benessere e la sua dolcezza. Pensa esclusivamente e intensamente a ciò e alla gioia che e alla felicità che darai a me e a te stessa. Lo so, non è facile ma volere è potere. Possiamo andare per gradi, un piccolo passo per volta”.
    “Io lo voglio. Proviamoci ora senza fretta, con pazienza e dolcezza”, disse Elena.
    E l’amore cantò la sua gioia totale.
    Solo a chi interessa l’epilogo dirò che  tre figli furono le perle che completarono l’amore di Egidio e di Elena.

  • 10 giugno 2013 alle ore 19:57
    Lucifero l'angelo

    Come comincia: La luce della Luna, entrando dalla finestra, illuminava il viso visibilmente malconcio del cherubino. Era seduto sulla poltrona. Le sue ali bianche, piumate, oscurate dalla penombra, richiamavano ad un tetro presagio. Il corpo nudo e asessuato, brillava, in parte, sospinto dal bagliore della calda notte.
    Guardava fisso nel vuoto, nero, senza appigli. Vagava come un ramingo in cerca del suo scopo. Gli occhi azzurri, bianchi, scuri, indefinibili; i capelli ricci, mossi, biondi, senza vita, accasciati sulle spalle gracili e leggiadre. I lineamenti docili, assenti, pieni di ardore.
    L’ombra lo stava inghiottendo e i suoi occhi lo dimostravano. La Luna si stava ritirando, figlia delle tenebre, cacciata, rimproverata per la clemenza verso un angelo caduto.
    La parte lievemente illuminata, era anch’essa priva di ogni passato, ma c’era ancora tempo. Se lo ripeteva, ma il livido sulla guancia lo faceva ripiombare nella madre notte.
    Ricurvo, poco soave, non si addiceva al ruolo che ricopriva. Ingobbito e ferito, guardava la stanza vuota. Spoglia di giorno, piena di notte.
    Era stato battuto, deriso, ammaliato. Non sarebbe dovuto cadere sotto le sferzate del nemico. Non avrebbe dovuto cedere alle lusinghe del male. Invece restava inerme, dimesso dal compito che il Sommo gli aveva concesso.
    L’ultima luce sibillina si accasciò sul suo petto, mentre si alzava forse non più intorpidito. Ormai era completamente nascosto nell’infinito nulla che crea e distrugge, separato dal suo compito. Solo la luce della traditrice Luna, figlia dell’ombra ferale, gli stava dando riscossa, illuminando il suo cuore. Quest’ultimo, cardine della sua resistenza, ma potente come il resto, non esisteva quasi più.
    Le ali distese, non di gloria, ma appoggiate e giacenti sulla schiena ricurva. Restava immobile, aspettando il giorno. Un barlume che lo teneva legato alla luce da cui si era scostato, vergognandosene.
    Con la forza rimasta resistette fino al giorno seguente, quando il bianco mattino gli spalancò il cuore, accogliendolo, tingendo di bianca luce tutto il suo corpo. Rinvigorito, uscì dalla porta per adempiere al suo destino e aspettare la notte, con la solita calda ombra nell’anima.

  • 10 giugno 2013 alle ore 19:53
    Filo verde o filo blu

    Come comincia: Ecco perché. Esplode una bomba. Si accende una miccia. Un cacchietto col timer. Poi alla fine. Per un pelo! Ecco perché. Ora so il perché. Ma se. Dico io. Se si vede. Un film. Se si vede un povero cristo. Con la lettera minuscola. Che si arrabatta. Povero cristo. Per tagliare il filo giusto. Quello verde! No, quello rosso. C'è n'è uno bianco e rosso? E il blu. In magazzino ce l'avete? Sa, è il mio colore preferito. Mi piace il blu e vorrei la bomba blu. Una bella bomba blu. Il filo blu. Però se lo taglio si rovina. Vada per il verde. E quindi infine si ferma. Là. Sull'analogico 1. Sempre per il rotto della cuffia. Ma perché si rompe? Quello sudato che si asciuga. E l'altro sudato che si asciuga. E un terzo un quarto. Magari anche 120.723. Tutti ad asciugarsi la fronte. E poi? Poi si vede un altro film. C'è la bombamicciacacchietto. E si ferma ancora. Sull'analogico 1. Si ferma lì. Produzione di acqua salata. E via. Via verso la fine del film. E poi? E poi un altro film. Aiuto! La bomba! C'è il filo verde e arancio? Magari con i pallini ciclamino? No, li abbiamo finiti. Allora il verde. Che anche se si rovina. Ma ancora l'1? Analogico sempre. Sì, perché fa suspense. Ma è inglese o francese. No, inglese. Fa rima con americano. Con filo verde e filo rosso. E con 1 analogico. Che poi anche l'Italia... Ma non si può far qualcosa? Cambiare filo? No, in magazzino non hanno che il verde. E allora. Allora un altro film. Cosa devo tagliare? Il filo verde. Fatto. Fatto? Fatto. E che numero c'è scritto. Il 20 analogico. Ma allora che suspense è? Francese. E quindi. Quindi un altro film. E che film. Di bombe. Ma esplodono? Se hanno il timer no. Perché? Suspense filo americana. Ma quindi dove si ferma. Sul 17 analogico. Francese. Ma non funziona! Certo. Funziona così. Sull'1  analogico è americano. Sugli altri numeri fino al 20. Francese. E oltre. Ah, l'Italia! E che si fa allora? Si guarda un altro film? Con nessuna esplosione da timer. Che si ferma. Sull'1 o sul 2-20. Guardarlo non è scontato? Certo! E allora? Allora si guarda un altro film. Questo è diverso. Ci prova. Nigeriano. Là il timer non ce l'hanno. Non se lo possono permettere. E quindi? Non si vede il timer. E quindi? La bomba può saltare. Forse che sì, forse che no. Suspense. Francese? No. Inglese? No. Italiana? No. Nigeriana? No. Totale. 

  • 10 giugno 2013 alle ore 16:32
    Dialogo razionale

    Come comincia: -Che cos’è l’amore?-
    -Non lo so-
    -E perché no?-
    -Ma che domanda è? Non lo so perché non lo so. Tu sai perché morirai…no! Io non so cos’è l’amore-
    -Quindi vuoi dirmi che sai perché morirai?-
    -Era un esempio-
    -Ma se non conosci la riposta del perché esiste la morte allora non è un esempio, ma un modo per farmi restare zitto-
    -Va bene, è solo che non so che cosa è l’amore né tantomeno il significato della morte. Però so che dovrò morire prima o poi-
    -Ma avrai l’amore?-
    -Che vuoi che ne sappia io! Non sono mica Dio né qualche strano oracolo o saggio dalla barba bianca! E poi l’amore non si può avere, ci si può innamorare però-
    -Allora perché sai che morirai ma non sai se ti innamorerai? Vuoi dire che l’amore non si sa se esiste?-
    -So che morirò perché alcuni miei amici, parenti e conoscenti, hanno fatto la stessa fine. Per quanto riguarda l’amore, so che esiste perché tutti quelli che conosco lo credono-
    -Fammi capire, la morte esiste perché tutti quelli che conosci sono morti. Mentre l’amore esiste perché tutti quelli che conosci lo credono. Quindi morire e credere è la stessa cosa-
    -In alcuni casi sì, ma non in questo. Credere fermamente in qualcosa può portare alla morte. Magari può capitare di volere morire per amore-
    -Ma se non sai che cosa è l’amore, come fai a crederci? E se non puoi crederci come fai a morire per amore?-
    -Non so che cosa è l’amore, ma ci credo. Non serve sapere tutto di una cosa per crederci. Dio, se esiste o non esiste, non lo so proprio, ma io credo di sì. Altre persone no. Comunque, credere non è un’anticipazione della morte, è solo uno stadio di convinzione che ognuno di noi ha e che distribuisce come vuole-
    -Per credere a qualcosa, allora, bisogna che questa cosa possa esistere, come non-
    -In un certo senso-
    -Come gli alieni o le cure miracolose-
    -Sì, però è un concetto diverso. Sia l’amore che la morte sono termini diversi da alieni o cure miracolose-
    -Perché?-
    -Vedi, gli alieni, vivono nella nostra fantasia e nell’immaginazione che nell’universo possa esistere una forma di mentalità e di società diversa dalla nostra, mentre le cure miracolose, sono solo la trasposizione onirica della nostra voglia di non avere più dolori-
    -E l’amore e la morte sono diversi?-
    -L’amore, anche se non sappiamo che cosa è, sappiamo che esiste, non solo perché ci si crede, ma perché succede. E’ un dato di fatto-
    -Ma come fa a succedere?-
    -Non lo so. Succede e basta. La morte invece è qualcosa che non sappiamo definire se non nel momento in cui tutto finisce-
    -In poche parole, allora, l’amore è un concetto astratto a cui ci aggrappiamo, mentre la morte la conosciamo solo come istante-
    -Non è che vogliamo aggrapparci a quel concetto, forse al nome sì, ma non al concetto. L’amore esiste perché regolarmente esiste, ma non ha una natura definibile. La morte invece, sì, sappiamo che è solo un istante. Oltre la fine non sappiamo cosa c’è-
    -Se è la fine, allora non c’è niente. Se tu muori, io esisto ancora, quindi la morte non può essere la fine-
    -Si fa per dire. Non puoi mica centellinare ogni mia parola però! In senso generale non è la fine, ma per l’individuo non esiste altro-
    -Ma se mi hai appena detto che non conosciamo niente della morte, se non l’istante in cui appare. Come fai a dire che dopo non esiste altro. Potrebbe esistere qualcosa e quindi non è la fine, ma solo una piccola parte. Magari è quasi alla fine, ma non del tutto-
    -Sì, potrebbe essere. Cominci a credere allora?-
    -Se credere significa avere una propria idea, allora sì-
    -Sì, come l’idea che esiste un Dio-
    -Ma io non credo in un Dio, ma in un Essere. Il credere allora è semplicemente il concetto di va dove tira il vento-
    -Beh, molti lo pensano probabilmente, anche inconsciamente, ma creder significa avere un qualcosa che hai solo tu-
    -Quindi credere a Dio, non vuol dire credere. Lo pensano in molti e credere non deve essere individuale?-
    -Credere in Dio veramente, vuol dire credere, ma crederci perché lo fanno gli altri…questo non è credere, è seguire-
    -Non hai risposto alla mia domanda però-
    -In che senso-
    -Ti ho chiesto perché credere tutti veramente in Dio vuol dire credere. Credere vuol dire avere un proprio e unico pensiero. Me lo hai detto tu-
    -Ma credere non vuol dire per forza creare dal nulla qualcosa nella propria mente. Ognuno crede in Dio a suo modo. Anche il tuo credere in un essere è come credere in Dio-
    -Dio quindi è solo un nome, come amore e morte-
    -Sono solo nomi dati a tre concetti diversi che però si possono legare l’un l’altro-
    -Ma anche nell’amore ognuno ci crede in modo diverso?-
    -Esatto-
    -E la morte?-
    -Abbiamo dimostrato anche solo noi due che crediamo alla morte in modi diversi-
    -La faccenda di Dio o di Essere l’ho capita, ma quella dell’amore no. La morte, poi, ci devo pensare su-
    -L’amore ha lo stesso principio di Dio in temi di credenza. Esiste e di conseguenza tu gli attribuisci il valore che vuoi. Ci credi a tuo modo-
    -Io credo in un Essere superiore e tu in Dio, ma tu credi nell’amore e io non so neanche cosa sia. Non posso credere a qualcosa se non lo conosco. Hai detto che esiste quindi almeno lo dovrei aver incontrato in qualche modo-
    -Evidentemente ancora non l’hai incontrato-
    -Tu sì?-
    -No-
    -E allora? Siamo al punto di partenza-
    -Io so che esiste perché gli altri me lo hanno trasmesso, ma io non l’ho provato in prima persona, perciò non so ancora cosa credere sull’amore. Mi sono fatto un’idea però-
    -Quindi per ora credi a quello che gli altri credono finchè questo fantomatico amore non arrivi da te affinché tu possa crederci a tuo modo-
    -Si chiama esperienza-
    -Anche se vorrei chiederti che cosa è l’esperienza, mi limito a dirti che sono arrivato ad una conclusione. Uno: la morte è un istante e continua per un po’. Due: esiste un Essere superiore che ci ha creati. Tre: l’amore esiste perché me lo hai trasmesso e spero che mi arrivi presto. Mi ha incuriosito-
    -Questo è lo spirito giusto-
    -Adesso ti saluto. La prossima volta avrò altre domande da farti-
    -Cioè?-
    -Che cosa è l’esperienza e che cosa è lo spirito giusto-

  • 10 giugno 2013 alle ore 16:15
    L'uomo è un cane razionale, diviso sette

    Come comincia: -Come è andata oggi?- chiese Bobby con fare assonnato.
    -La solita settimana- rispose Lucky, grattandosi l’orecchio destro.
    Bobby sedette sul suo didietro, adagiando la testa al collo. Lo chiamavano Bobby “Macchia bianca”, per via di quell’enorme chiazza avorio sulla fronte, leggermente spostata verso la tempia. Un essere sempre assonnato, il contorno degli occhi cascante, che mostrava il rossore perenne delle vene, mentre le pupille castane guardavano in su, scrutando il cielo o i suoi coetanei, lui che era il più piccolo in statura.
    L’amico Lucky invece era completamente canuto, sempre arruffato, dalla fronte alle unghie, il portamento eretto e fiero, gli occhi piccoli e neri e il pelo che gli cresceva sotto la sua invidiabile dentatura, leggermente sporcato, ingrigito. Non aveva soprannomi, come si conviene ai maschi alpha.
    -A te Macchia?- disse Lucky dall’alto verso il basso.
    -Mangiare, dormire, mangiare, qualche grattatina piacevole, magari dietro l’orecchio…lo sai che vado in estasi…coccole con qualche randagia e una passeggiata al giorno, per prendere un po’ d’aria. Il solito insomma- spiegò Bobby starnutendo.
    Anche Lucky si sedette, riprese fiato.
    -Perché per noi il tempo passa così in fretta? Un minuto fa ero in orario, invece ora sono sette minuti in ritardo- una domanda che entrambi si ponevano spesso, ma non avendo così tanto tempo per darsi una risposta, lasciavano sempre perdere. Le domande esistenziali non hanno mai una risposta, si sa, ma questa era impossibile anche solo da pensare. Nel momento in cui si chiedevano il perché, il per come, il quando, il dove, il se e il ma, il tempo era già passato, non veloce e rapido come si conviene, ma sempre moltiplicato, una costante matematica. Nonostante questa vita sempre al passo col tempo, l’andatura di Lucky e Bobby rasentava il ciondolare ritmico e rallentato di chi sa che cosa fare, senza badare troppo al tempo che passa, passa, passa, passa, passa, passa, passa, mostrando una noncuranza che stimola gli altri a correre più velocemente, per avere il sentore di essere migliori.
    -Ci vediamo dopo Lucky?- disse Bobby annusando l’aria, impregnata del fumo proveniente dalla fattoria vicino.
    -Quando?- rispose Lucky.
    -Tra tre ore. Fatti te i calcoli-
    Lucky salutò Bobby e cominciò a contare per capire quando si sarebbe dovuto rincontrare con il suo amico fedele. Erano le 10:00 di mattina, quindi a rigor di logica, l’indomani si sarebbe dovuto svegliare presto per essere nello stesso e solito posto alle sette. Sì tre ore, aveva senso.
    Bobby era il cane dei fattori vicini, Lucky invece viveva nell’ultima di una serie di fattorie, al termine di una pianura erbosa, costellata di piccole macchioline verdastre, a volte grigie, formate dagli arbusti. Ogni volta che i due si incontravano, dovevano fare una lunga traversata della piatta terra che li divideva, chiacchieravano dai 30 ai 40 minuti (o dai 4,285714285714286 ai 5,714285714285714 minuti, a seconda dei sistemi di misura) e poi ripercorrevano in senso contrario la stessa strada. Ogni giorno. Il problema era che un uomo, a percorrere alla stessa velocità (o quasi), quel tratto di terreno brullo, ci metteva all’incirca due ore, mentre loro, poveri cani, ce ne mettevano quattordici e considerando che Bobby dormiva molto, i due furono costretti a portarsi cibo e acqua per il tragitto; e non solo. Infatti, oltre alla carne, agli avanzi di pasta, alla ciotola e al piccolo barile pieno d’acqua legato al collo, entrambi si portavano appresso anche una palla gommosa e un osso di plastica, nel caso la noia aumentasse.
    Una volta chiacchierato, se ne tornavano alle rispettive fattorie, Bobby mettendosi nella cuccia a dormire o intrattenendosi con compagnie occasionali, e Lucky accudendo i tre figli (che per fortuna sua non erano moltiplicabili) e dando retta alla compagna, poi forse un po’ di tempo per riposare gli rimaneva. Durante il giorno, mentre non c’era, il primogenito Fido, andava a scuola, o meglio era la scuola che arrivava da lui. Una maestra gli insegnava i conti, la storia della loro inurbanità, anche se loro preferivano chiamarla oscurantismo, le differenze tra le loro razze e l’importanza del rapporto 1 a 7 nella vita quotidiana. Un po’ come il numero aureo dettava matematicamente o divinamente le proporzioni di ogni cosa. Una costante imprescindibile, ma bellamente snobbata, cosa che però i poveri cani non potevano certo ignorare.
    -Che cosa hai imparato oggi Fido?- chiese Lucky.
    Fido si girò su se stesso, scodinzolando per la contentezza di vedere suo padre, muovendo tutto il suo corpo peloso e andando a trusciarsi contro il genitore, con il capo leggermente abbassato in segno di rispetto.
    -Ciao papà. Oggi la signora Tin Tin mi ha spiegato tante cose. Mi ha detto dell’1 diviso 7-
    -Il rapporto 1 a 7 intendi?- disse Lucky.
    -Sì papà. Oggi matematica- Fido provò a ricordare il problema svolto in quella giornata- Ci ha detto che se un padrone viaggia ad una velocità di 5 chilometri orari e un cane viaggia a 10, per percorre una distanza di 70 chilometri, il padrone ci metterà 14 ore mentre il cane 49, quindi il cane dovrà partire 5 ore prima del padrone per arrivare allo stesso momento. Poi però ci ha detto che il cane viaggerà sempre assieme al padrone, quindi al termine del viaggio rimarrà esausto dai due giorni di cammino e dovrà dormire. Per questo quando un cane va da qualche parte con un uomo, lo aspetta fuori dormendo. Allora io le ho chiesto perché alcuni cani stanno fuori dalla porta ad aspettare il loro padrone, fissando l’entrata e la signora Tin Tin mi ha detto che capita che alcuni di noi impazziscono. Sono cani che non riescono a vivere in pace con loro stessi e quindi fanno così, cercano di essere come i padroni, facendo finta di non essere stanchi. Poveretti-
    -Lo so tesoro, non è una vita facile. Poi cosa ti ha insegnato?-
    -Mi ha raccontato del primo cane e della sua prima femmina. Ha detto che non avevano nomi perché nacquero prima dei padroni. Mi ha detto che poi il signore dei cani creò altri due cani, un maschio e una femmina, perché si era accorto che i figli dei due cani senza nome, non avrebbero potuto accoppiarsi né tra di loro, né con il padre o la madre, quindi creò una seconda coppia in modo tale da non creare incesti. Mi ha detto anche che dietro ad un albero un gatto si era trasformato in un padrone e i due cani senza nome, desiderosi di avere un nome proprio pensarono che fossero i loro primi padroni e all’inizio fecero tutto quello che il gatto trasformato gli disse, poi il cane maschio si accorse dell’inganno e uccise il gatto e da allora i cani non riescono a fare a meno di attaccare i gatti. Però ci ha detto che il signore dei cani era fratello del signore dei gatti e che dopotutto forse era meglio lasciarli stare i gatti, ma molti non ci riescono mica-
    -Sono i fondamentalisti figliolo- aggiunse Lucky -E che nome gli ha dato, il gatto, ai due cani?-
    -Tigre al maschio e Tricky alla femmina. Ci ha detto che alcuni gatti si chiamano così per ricordare e tramandare quel momento in cui i gatti avevano ingannato noi cani-
    -E poi, quando furono creati i primi due padroni?-
    -Nessun nome papà, i primi due padroni non sapevano parlare. Il primo ad avere un nome fu Argo, qualche era dopo, quando il padrone riuscì a parlare e a dare nomi ai propri cani-
    -E come si chiama l’epoca prima di Argo figliolo?-
    -Uffa papà-
    -Dai che lo sai-
    -Età del silenzio-
    -Bravo! Ora va a giocare con i tuoi fratellini che io sto un po’ con tua madre-
    Fido si allontanò mentre Lucky si diresse nella cuccia assieme alla compagna Coda. Si chiamava così perché quando la trovarono in un pozzo, era senza coda. Poi dopo un anno umano arrivò il compagno, un accoppiamento combinato, ma Coda e Lucky si vollero subito bene. Dal primo giorno Coda mostrò affetto per quel cane e così i padroni decisero di chiamarlo Lucky.
    Quella sera Coda e Lucky fecero l’amore mentre i tre cuccioli giocavano poco lontano dalla fattoria. I due cani volevano arrivare a cinque e siccome il tempo era poco per loro, ogni sera ci provavano, figli permettendo. Poi una gravidanza apparentemente corta (per l’uomo), ma eterna per Coda, circa un anno e due mesi. Finito l’accoppiamento, Lucky corse fuori dalla cuccia tutto felice, andando lontano fino ai confini della fattoria, là dove iniziava la pianura. Fuffi e Sansone, i due cuccioli gemelli, gli corsero in contro.
    -Dov’è Fido- domandò Lucky?
    I due cuccioli che non avevano ancora la parola, tirarono in qualche modo il padre, cercando di portarlo con loro. Poco distante, anche se il poco per un cane è abbastanza relativo, una macchina era ferma nel nulla e di fianco un uomo alto e snello che buttava lo sguardo sotto la sua vettura. Lucky guardando più attentamente vide del sangue subito dietro l’auto, da dove era giunta, una striscia rossa. Il cane si precipitò sul luogo, assecondato, per quanto potevano con le loro piccole zampettine, dai due cuccioli. Lucky annusò l’aria e il suo naso lo portò subito sotto la macchina mentre l’uomo fissava il cane giunto. Schiacciato all’altezza dell’addome, Fido giaceva inerme adombrato dalla massa della macchina. Lucky cercò di intrufolarsi al di sotto della stessa, afferrò il figlio e lo tirò fuori, alla luce. L’uomo cercò di avvicinarsi a Lucky, ma il padre afflitto mostrò i denti e ringhiò. L’uomo rimontò sulla sua macchina e si diresse verso la fattoria. In un tempo sconosciuto, dettato dallo scorrere normale dell’uomo e storpiato dal rapporto 1 a 7 della razza canina, arrivò il padrone di Lucky. Dapprima Lucky non permise al suo padrone di intervenire, aiutato anche dall’abbaiare costante e ridicolo dei due cuccioli, ma subito dopo si allontanò permettendogli di prendere in braccio il suo cucciolo e quindi di seppellirlo in un posto vicino alla fattoria.
    La morte per i cani è un’esperienza diversa da qualsivoglia altra specie sulla Terra. Non c’è un attimo in cui un cane muore, come per gli umani, ma la dipartita è un travaglio che può durare anche giorni. Per l’uomo il passaggio da vivo a morto è giustamente un attimo, un’unità di misura non quantificabile. Per il cane invece questa unità di misura non quantificabile va moltiplicata per sette, ma non essendo quantificabile dura tra “poco di più di un attimo, fino a 7 giorni”. Quando un cane si allontana dal proprio padrone, non è per andare a morire da solo, ma per terminare il suo travaglio premorte. Quando sta morendo, è già morto, ma ha bisogno di un attimo x 7 (questa la formula basica che spiegano nelle scuole canine) per essere definito morto, alla maniera umana.
    Come nel caso di Fido, l’esperienza di premorte durò ben poco, diciamo poco meno di un secondo, ma certamente più di un attimo, almeno sette volte tanto, ma come successo allo zio di Lucky, una malattia lo costrinse ad allontanarsi dal suo padrone, percorrere la distanza che lo separava dal bosco, posto sul limitare della pianura (tragitto percorso in poco più di 24 ore), per poi restarsene raggomitolato su se stesso per altri tre giorni. In questo caso, matematicamente parlando, l’attimo tra vita e morte è possibile quantificarlo e non corrisponde ai quattro giorni in cui il cane ha smesso di esistere, ma dividendo per sette le 96 ore e cioè, l’attimo, agli occhi umani, per la morte dello zio di Lucky, durò 13,714285 periodico. Nel caso dell’attimo canino premorte, indipendentemente dal risultato, sarà sempre periodico, questo era quello che aveva imparato Fido prima di morire.
    Lucky si fermò sdraiandosi vicino alla macchia rossa, mentre Fuffi e Sansone gli davano piccoli colpetti alle zampe con i loro graziosi musetti, fino a quando entrambi non riuscirono ad infilarsi sotto le zampe muscolose del padre. Coda arrivò dopo un po’ di tempo, annusando prima il luogo dove il figlio era morto e poi accucciandosi di fianco al compagno, prendendosi sotto il pelo Fuffi e Sansone, leccandogli la testa. La vita per un cane era certamente breve, il rapporto 1 a 7 era inesorabile, ma quando un fattore esterno non faceva compiere il tragitto, tutta la famiglia si raccoglieva in cordoglio e come tradizione dice, il cordoglio stesso sarebbe dovuto durare sette volte sette, un periodo che noi umani ancora non siamo riusciti a distinguere.
    La famiglia di Lucky tornò a casa silenziosa. Arrivati, Coda mise a dormire i propri cuccioli, dandogli una leccata sulla testa e arruffandogli il pelo. Lucky andò dal suo padrone che lo stava chiamando. Lo stesso lo accarezzò, lo abbracciò e si diresse verso la cuccia e fece lo stesso con Coda, Fuffi e Sansone, toccando più dolcemente i piccoli. Poi si fece seguire da Lucky dietro la fattoria dove aveva allestito una tomba per Fido.
    Da quel momento, ogni giorno, fino a che non morì la moglie, il dolore per Lucky era talmente forte che rimase in cordoglio (sette volte sette) continuo, cosicché Bobby fu costretto a trasferirsi nella fattoria di Lucky, altrimenti ci avrebbe messo un giorno e quattro ore per arrivare dal suo amico e tornare a casa. Lucky invece non poteva percorrere le 14 ore di andata e ritorno per vedere il suo amico a causa del suo continuo cordoglio.
    I cani, si sa, non hanno molto tempo da dedicare a diverse cose, quindi ne scelgono solo una o due da fare. Non sono abitudinari, i cani sono pratici e difficilmente faranno ogni giorno qualcosa di diverso. C’è chi decide di mettere su famiglia e chiacchierare col proprio amico, come Lucky, c’è chi decide di dedicarsi solamente ai proprio figli e al proprio compagno come Lucky e chi dorme dorme dorme come Bobby. Quasi sempre i cuccioli invece studiano e dormono, tralasciando ovviamente il mangiare e i bisogni fisiologici, ma per questo si dovrebbe disquisire a lungo, soprattutto sui bisogni fisici che purtroppo per i cani, sono sempre moltiplicati per sette.

  • 08 giugno 2013 alle ore 22:58
    Riccioli e inchiostro

    Come comincia: La polvere  insieme al grigio di città si faceva portatrice di odori, sapori e di ricordi sbiaditi. Forse vissuti o probabilmente tramandati. Da lì dentro risuonavamo, un po’ ovattati, i polpastrelli battuti a ritmo su una macchina da scrivere usata mentre il direttore sulla scrivania rumoreggiava, a suon di scherzo, una bacchetta improvvisata per richiamare i colleghi troppo lungamente fissi sui fogli. Teso sul foglio, con riccioli biondi impastati di fumo e parole, sedeva annoiato il nuovo ragazzo fresco di recluta. Riuscito a sfuggire agli inganni del posto fisso e alle carte d’avvocato, provava a buttare giù ciò che gli riusciva meglio. Di gavetta ne faceva ogni giorno, senza troppo chiedere, camminando tra i vicoli e le viuzze del paese dai passi lenti. Sempre pronta, a margine d’orecchio, una matita ed in tasca alla giacca color beige un vecchio taccuino di squisita pelle nere. Armi più che ornamenti. Da casa sua una vista privilegiata: l’immensa ed affollata stazione, con il suo via vai di arrivi e partenze, forze dell’ordine e qualche scalmanato in cerca di guai che, spesso, non gli negava un articolo a piè di pagina. Ma veniamo al punto. Un giovane, figlio di Giurisprudenza per un destino già segnato e reduce di buona famiglia, aveva iniziato a diciotto anni come correttore di bozze. Certe passioni si sa, costano caro e di rado ti vengono perdonate. A lui nulla riusciva meglio del mettere quattro parole in croce, ed un innato senso della notizia che, senza quello, si sa, non si va da nessuna parte. Tra gli ostacoli molto poco centrava la questione economica. <<Un giornalista, in casa mia, a che pro? Un bell’avvocato o un medico fanno la sua figura?>>, si sentiva ripetere di fronte ad una tavola scarsamente imbandita. Ogni singolo pezzo battuto a macchina diventava un tesoro di pergamena. Il ricciolo biondo li ritagliava con cura chirurgica e poi gli strizzava in una scatola di legno di vecchie bottiglie di vino. Quante volte la memoria gli richiamava, come un sogno, le ore notturne in cui il padre sgattaiolava in camera sua, apriva la scatola e li leggeva a lume di candela per non dargli a vedere di provare interesse per il suo lavoro. E molteplici volte, quegli articoli sparivano. Leggende metropolitane vogliono che quei fogli di giornale finissero nel cassetto dell’ufficio del padre o al macero. Tra i soliti pezzi di polemiche cittadine o necrologi, ogni tanto, gli capitava tra le mani una notizia di parecchie lire. Il giovane ed allora forse folle piccolo giornalista in beige incappò in quello che ingenuamente chiamava “succulento scoop”. In città, da settimana, erano spariti due amici. Nessuna traccia la famiglia ne aveva e nemmeno le rispettive mogli. L’ultima volta che i due erano stati avvistati era a bordo della loro decappottabile rossa. Il giovane ratto della carta stampata raccoglieva commenti e indiscrezioni di paese. Chi gli aveva sentiti litigare la sera prima al bar, chi maneggiare contanti nel parco, chi noleggiare una nuova autovettura per far perdere le tracce. Insomma, difficile distinguere tra chiacchiere di paese e verità ma, nel folto delle parole, l’indagine si arricchiva di particolari. Il tempo volle che l’auto dei due amici scomparsi venne ritrovata in periferia completamente data alle fiamme. Dentro nessuna traccia di cadaveri o indizi che facevano risalire agli scomparsi. Trascorsero forse pochi giorni per rendersi conto che, i due amici, erano incappati in un giro losco di affari. Lo stesso turbinio che probabilmente li aveva condotti alla morte. Sulla scia degli inquirenti due indagati, fratelli della bassa Italia. Il giovane sbarbatello incallito scrivano volle farsi mandare nel luogo dove, probabilmente, la morte dei suoi compaesani si era consumata. Girava, infatti, l’ipotesi che i corpi dei due sventurati giacessero esanimi sotto i suoi mocassini. Misto ad adrenalina e verità, il giornalista di provincia li intervistò non mancando una sola tappa dell’inchiesta. Prima di arrivare a casa dei sospettati aveva avvertito il locale comandante dei carabinieri certo, così, che nulla li sarebbe accaduto. A questo punto, entrano in gioco le donne. Quanti generi diversi di esseri femminili costeggiano la vita di un uomo malato di passione. Due in verità, al massimo tre. Per l’incallito ricciolo furono due le decisive, così diverse e incontentabili in modi diversi. La prima era il ritratto della loggia delle madri moleste e in disaccordo perenne. L’altra, docile e forze da far spavento. Di quest’ultima ci piace parlare. Perché rattristarvi con le nefandezze della prima. Ricciola anche lei conobbe l’incallito cronista nel negozio dove lavorava. Era venuto, di martedì mattina alla buon ora, nell’ennesimo completo beige che, diceva lei, faceva molto effetto naftalina. Le era antipatico, accidenti quanto lo odiava. Gli sfuggiva sempre ogni singola volta lo vedeva sbirciare dalla vetrina per accertarsi che il proprietario dell’attività, suo amico, fosse dietro al bancone. Non trascorsero che pochi inverni prima che la ricciola, anch’essa ribelle, gli cadesse tra le braccia. Spesso la fanciulla dalle mani affusolate lo andava a trovare in redazione. Muta, come un gufo in attesa, si appollaiava sulla sedia e lo fissava mentre batteva, incalzante sulla macchina da scrivere. A volte gli faceva anche da fattorina, caricandosi sulla schiena il peso dei faldoni di giornale. Ma il più delle volte restava seduta lì a guardarlo battere e al suo ticchettio del giornalista lei contava i battiti del suo cuore. Quell’aria scanzonata da figlio del mondo l’aveva attratta. O forse quello sbiadito completo beige che tanto detestava, intriso di fumo ed inchiostro. Accadde, però, che la ragazza lo seguisse nell’ennesima avventura lavorativa. Aveva una voce aggraziata ed intensa e seppe come dare supporto ed iniziativa alle ore musicali della radio locale. Avevano imparato a dividere amore e lavoro in quantità industriali. La stessa aveva imparato a competere con gli scansafatiche che volevano appropriarsi dell’emittente per un riconosciuto diritto lavorativo. Come le ripeteva suo padre, nelle trattative, come con gli uomini, era necessario usare “carota e bastone”. E le donne della sua famiglia avevano imparato prima a metterla in pratica e poi depilarsi quando necessario. Dieci bei giovanotti, un giorno, si accamparono, in protesta, nel cortiletto della sede della radio. Volevano occuparla. La ricciola, che forse nascondeva in ogni ciocca il segreto della forza, aveva preso le scale insieme ad un collega per affrontare la piccola folla urlante e pretendente. Alla fine le buone ragioni sostenute dalla gentilezza avevano avuto la meglio sulle pretese dei ragazzotti. Complice della sua determinazione una breccia di follia.  Poi all’ombra di una trasferta d’inverno, tra blocchi di formazioni e fischietti arrugginiti, che sentii il richiamo dei riccioli. Venni scortata da mani dipinte di blu verso una casa bianca. Note acquatiche fluttuavano nell’antro materno a farmi festa. 

  • 06 giugno 2013 alle ore 17:44
    Farò la maestra

    Come comincia: Il paese dove mi fece cadere la cicogna sopra al tetto di una vecchia casa, dentro un nido già stretto, è situato in mezzo alle montagne.  E' un posto molto bello dove ancor oggi si può respirare un'atmosfera di tranquillità.  Al tempo in cui io venni al mondo, nei primi anni 50, esso era abitato solo da gente semplice, contadina e si viveva partecipando ai ritmi delle stagioni, con  tempi giornalieri ben scanditi dal suono delle campane: l' Ave Maria all'alba, insieme al canto dei galli, l'Angelus e l'odore della polenta ormai pronta per il desinare che si spargeva nell'aria a mezzo giorno, e il vespro che invitava i contadini a lasciare i campi al tramonto.
    Un giorno bussò alla porta di casa Ernesto il postino, aveva un pacco; ricevere posta allora era cosa rara, tutti in paese lo sapevano ed era quasi una festa, se poi si trattavo di un pacco, figuriamoci!
    - "C'è un pacco per voi, dall'America "- gridò il postino.
    Di tanto in tanto a distanza di mesi, arrivava dall'America un pacco d’indumenti; a inviarlo era una zia, Alice, che io non avevo mai conosciuto e della cui esistenza sapevo attraverso il racconto dei nonni, qualche vecchia fotografia ingiallita e quei pacchi….
    La mamma col suo gran pancione, dove teneva l'ennesimo fratellino, le sue caviglie gonfie e uno stuolo di bambini attorno andò alla porta e disse:
    - "Avanti entrate pure, appoggiate qui, sul tavolo" - poi aggiunse solennemente - "E' la Divina Provvidenza!"
    Con il candore dei miei sei anni pensai che la Divina Provvidenza dovesse essere qualche cosa di molto bello, importante e buono poiché quando entrava in azione lei, tutti diventavano più allegri.
    Io e i miei fratellini ci avvicinammo al pacco incuriositi e ansiosi di vedere… la Divina Provvidenza…
    -"Non toccate" - disse la mamma - "Il pacco lo apro io"
    Intanto osservavo la carta marrone, lo spago incrociato che teneva chiuso il pacco, la targhetta di colore blu con scritte parole misteriose che io, bambina di prima elementare a malapena riuscivo a leggere sillabando: PAR AVION… Riconobbi, scritto con una calligrafia tremolante inclinata verso destra, il nome e cognome del mio papà e il nostro indirizzo.
    Mi colpì molto la lettera "enne" che stava al posto di numero e rimasi lì incantata a guardarla: com’era bella quella "enne", meravigliosa… Era proprio come la poteva tracciare solo la Divina Provvidenza.  Era una "enne" maiuscola alta, snella, con due ricciolini, uno in basso a sinistra e uno in alto a destra; la linea, più spessa nel tratto dove c'erano le incurvature, si andava man mano assottigliando: era un capolavoro! Di certo molto più elegante che quella "enne" maiuscola che avevo imparato a scrivere a scuola di cui avevo riempito ben due pagine del quaderno di bella scrittura!  Inoltre e la cosa non guastava per niente, anzi la rendeva più interessante ancora, era inclinata verso destra.
    Finalmente giunse il momento dell'apertura del pacco: la mamma tagliò lo spago e piano incominciò a svolgere la carta marrone. Comparve una scatola di cartone scuro e dentro c'era quello che io da subito considerai il tesoro! Fra gli indumenti di vario tipo e misura scorsi un cofanetto di latta smaltato in rosso con coperchio decorazioni floreali dorate. Quando la mamma aprì quel cofanetto e ne vidi il contenuto, provai un senso di gioia particolare… C'erano tanti, tanti bottoni grandi e piccoli, quadrati e rotondi, con due o quattro buchi, di legno, di metallo, di madre perla, dorati e argentati, a pallina, a fiore, di colori diversi… e la mia fantasia incominciò a mettersi in moto.
    Io ero una bambina sognatrice e fantasticavo moltissimo. Trascorrevo lunghe ore seduta sul gradino di legno davanti all'uscio di casa ad ammirare il cielo guardandone i colori, osservavo le nuvole che si rincorrevano, si prendevano e si lasciavano per poi danzare ancora insieme creando a immagini che cambiavano lentamente ma di continuo: a volte c'era un cane, una pecora, un gatto, un volto, un cumulo di fieno, un angelo, un cuscino e perfino…la Divina Provvidenza!  Talvolta sognavo di essere sdraiata sopra a una di quelle nubi e di vagare nell'aria lasciandomi cullare leggera.  Se le nubi erano scure e il cielo minacciava un temporale, vedevo gli orchi grigi e cattivi che correvano verso me, mi mettevo paura e rincasavo di corsa.
    Ma il momento più bello fu quando dopo qualche giorno, la mamma mi disse: -  "Ti piace il cofanetto dei bottoni, vero?  - Allora tienilo, è tuo".
    Presi il cofanetto con grande emozione trattenendo il respiro, lo aprii, misi le mani dentro, mescolai i bottoni per un po' con delicatezza ascoltando le sensazioni che mi davano sulla pelle, fra le dita, il rumore lieve che essi producevano.
    Fui felice.  Quante cose avrei potuto fare con tutti quei bottoni! 
    Nei giorni seguenti, quand' ebbi esaurito la serie dei braccialetti e delle collane di vario tipo,  iniziai a raggruppare i bottoni per forma,  per colore, per dimensione, a formare delle file, a  disporli sul tavolo a mo' di cerchio e poi,  sull'onda dell'entusiasmo a dar loro un nome e uno per uno. Giocavo immaginando come poteva essere la sua voce se fosse stato un bambino con il grembiulino nero e il fiocco azzurro anzichè un bottone e lo facevo in base al colore o al materiale di cui era fatto.  Infine cominciai a schierarli come si trattasse di una classe di bambini veri e io fossi la loro maestra.  A quel punto fu per me naturale parlare con loro, raccontare loro fiabe, recitare filastrocche, cantare "Pierino esploratore", "La bandiera dei tre colori"… Durante l'ora di bella calligrafia introdussi nel mio programma con molto piacere la famosa "enne" maiuscola della zia Alice d'America!  Con l'asticciola e il pennino intinto nell'inchiostro diedi ai miei alunni dimostrazione di come si faceva a tracciarla sul foglio; naturalmente loro ne rimasero entusiasti!
    Poi inevitabilmente arrivava il momento di riporre i bottoni nel cofanetto, richiuderlo e occuparsi dei compiti, quelli veri…
    Un pomeriggio la mamma non si sentì bene, arrivò la levatrice.
    C'era la nonna a prendersi cura di noi.  Io mi trovavo seduta al tavolo con il quaderno di lingua aperto davanti a me e dovendo per compito scrivere alcuni nomi propri di persona che iniziavano con la lettera "enne" non seppi resistere alla tentazione di farla come la faceva la zia Alice: quale migliore occasione per far finalmente vedere a tutto il mondo come si scrive una vera "enne" maiuscola?  Provai e riprovai, finalmente mi sembrò perfetta e allora scrissi nel mio quaderno: Nino, Nilla, Nicola…
    Che bellezza! Mostrai il mio compito alla nonna: -" Brava" - mi disse - "Hai scritto molto bene." Io fui fiera di me stessa.  Ripresi il mio cofanetto e feci l'appello sentendomi appagata e felice.  Fu quello il momento in cui decisi che da grande avrei fatto la maestra!
    La sera nacque un nuovo fratellino ed eravamo tutti contenti.
    Intanto mi esercitavo per la futura professione: parlavo ai miei bottoni come fossero alunni veri, insegnavo loro "l'educazione" ossia le buone maniere, correggevo il loro linguaggio esortandoli a non parlare dialetto in classe; si facevano i conti e perfino la pausa, durante la quale li disponevo in cerchio per fare il girotondo o li muovevo per giocare a prendersi o a nascondino…
    Spesso dicevo ai miei scolari di essere coraggiosi, di salire la scala di legno facendo attenzione, di entrare nelle stanze anche se buie, di portar da mangiare agli animali, anche se nella stalla ci sono i conigli che saltano da tutte le parti e fanno un po' paura: - "I conigli sono buoni" - dicevo - "Anche le galline, mentre i cani se non li conosci non sai mai come la pensano, bisogna fare attenzione e così i gatti."
    Questo insegnavo ai miei scolari e ripetevo a me stessa: da grande farò la maestra!
    Tanto per non lasciar nulla in sospeso, devo aggiungere che ritengo di aver subito una grande ingiustizia quando la mia maestra vide il compito in cui scrissi la "enne" maiuscola come faceva la zia Alice d'America: quella "enne" a lei non piacque per niente e per punizione mi obbligò a riempire un'altra pagina del quaderno di bella scrittura di "enne" maiuscola regolamentare.
    Il tempo passava e io diventavo  grande; le giornate scorrevano serenamente fra  scuola,  catechismo,  messe,  vespri,  funzioni religiose e l'azione cattolica, con miei coetanei e con i miei fratelli.
    Frequentavo la quinta elementare; il mio maestro era severo, si chiamava Valentino, ci raccontava di essere stato in guerra; un valoroso alpino che aveva combattuto nel Carso. La sua fama in paese era di essere colui che introduce alla vita adulta e fa passare ai bambini la voglia di "giocare e basta…”.
    Una mattina il maestro stava presentando la poesia "Egoismo e carità", io partecipavo molto emotivamente, mi sentivo vicina alla… "poverella vite” che quando fiedon le nevi i teneri arboscelli, tenera l'altrui duol commiserando scioglie i capelli… e l'immagine del vecchio che “…tien colmo in mano un nappo e il tuo licor gli cade nell’ondeggiar del cubito sul mento, poscia floridi paschi ed auree biade sogna contento…” L'immagine mi era familiare e io ero assolutamente solidale con la vite così generosa, mentre come il poeta, anch'io odiavo l'alloro che ”…quando s'invola il verno, ravviluppato nell'intatta vesta verdeggia eterno pompa dei colli, ma la sua verzura gioia non reca all'augellin digiuno, chè la splendida bacca invan matura non coglie alcuno…”.
    Stavo ascoltando e riflettevo sul significato di questi versi quando improvvisamente entrò in classe la bidella, parlò un po' con il maestro e poi entrambi mi guardarono.  Capii che doveva essere successo qualche cosa di grave… Mi dissero di tornare a casa per stare con i miei fratellini più piccoli perché la mamma stava male e il dottore la mandava all'ospedale!
    La mamma si era purtroppo ammalata di tubercolosi ai polmoni e fu ricoverata al sanatorio dove rimase per i tre anni seguenti. Io e i miei fratelli fummo accompagnati al "Dispensario", lì ci fecero la "lastra": tutti a posto, tranne la mia sorellina più piccola che era stata contagiata e fu a sua volta ricoverata in un centro pediatrico vicino al lago di Garda.
    Io e gli altri fratelli fummo distribuiti fra i vari parenti, accolti da loro più per forza che per amore, dicevano: "- Non possiamo rischiare di ammalarci anche noi!"- Guardavo mio padre, mi sembrava stanco e indifeso, avrei voluto fare qualcosa per lui… Provai una forte stretta al cuore e con un nodo in gola cercai di rincuorare i miei fratelli dicendo loro: - " Sarà per poco tempo vedrete, la mamma tornerà a casa e tutto sarà come prima".
    A me toccò essere ospite dai nonni in un maso situato a circa cinque chilometri dal paese. Tutte le mattine salivo sulla corriera per recarmi alla scuola media, nella borgata vicina.
    Ero una brava scolara, gli insegnanti erano contenti di me e si consolidava sempre più in me l'idea di seguire gli studi magistrali.
    Dopo scuola nel tardo pomeriggio vedevo papà che aiutava il nonno a mungere le mucche; a volte ci dava notizie della mamma.  Poi saliva sulla sua motocicletta "Benelli" e se ne tornava a casa nostra in paese.
    A giugno terminai gli esami di licenza media, fui brillantemente promossa. Di lì a poco tornò a casa anche la mamma e finalmente la famiglia si ricompose. 
    Avrei voluto iscrivermi alla scuola magistrale in città, però i miei genitori dissero che non era possibile, che per le ragazze era inutile studiare, del resto io avevo già studiato abbastanza alle medie, tanto poi mi sarei sposata.
    Trovai lavoro in un negozio nel paese vicino: vendevo vernici e materiale elettrico. Una sera tornando a casa avevo uno strano presentimento e la mia ansia aumentò di più quando mi resi conto che nel sottoscala dove era solito lasciarla, non c'era la moto di papà. Salii le scale di corsa, due gradini per volta e il cuore in gola. La mamma non c'era. Mio fratello m’informò che papà aveva avuto un incidente al lavoro e l'avevano portato all'ospedale e che la mamma era andata a vederlo. 
    Diedero la notizia anche attraverso la radio, al Gazzettino Regionale… Seppi così che papà non sarebbe più tornato.  I miei sogni si frantumarono in un attimo ed iniziarono gli anni più difficili della mia vita.
    Dopo il funerale per mesi la sera ci sembrava di udire il rumore della motocicletta del papà che tornava, di sentire il suo passo cadenzato salire la scala, ci pareva di vedere la maniglia abbassarsi e ci aspettavamo che comparisse sull'uscio.
    Il dolore per la morte di papà così repentina fu immenso e lacerante, poi piano, piano esso lasciò il posto alla rassegnazione: bisognava riprendere il filo della vita ed affrontare le giornate anche se si presentavano sempre più difficili.
    Venni a lavorare in città come cameriera in un bar, mi pagavano un po' più che al negozio e mi davano vitto e alloggio.
    Dopo qualche mese conobbi un uomo, me ne innamorai e in breve tempo fui sposa e madre.
    Passarono i mesi ed anche alcuni anni, poi a un tratto, iniziò a farsi sentire in maniera sempre più insistente una voce che diceva: -"Ricordi"? - Avresti voluto fare la maestra - Non è troppo tardi - Provaci - Esistono le scuole serali e ci sono tanti libri…
    Entrai così in conflitto con me stessa, fu una lotta impietosa fra quelli che erano i miei doveri di madre e i miei diritti di affermazione personale, le mie aspirazioni.  Dopo averci pensato a lungo presi la mia decisione e mi iscrissi ad una scuola serale. Frequentavo poco perché i miei due bambini mi impegnavano moltissimo, e studiavo molto.  In pochi anni riuscii ad ottenere il mio agognato diploma di "maestra" con una votazione di tutto rispetto.
    Per me significò riaprire lentamente le mie ali intorpidite e ricominciare a volare: arrivarono le prime supplenze, i concorsi, poi il ruolo. Ricordo l'emozione del mio primo giorno di scuola da maestra; mi pareva di vivere dentro un bellissimo sogno!  Davanti a me non c'erano più i bottoni del cofanetto rosso ma bambini veri: sedici bambini che mi guardavano con gli stessi occhi dei miei figli, bambini ai quali potevo parlare e raccontare, li potevo ascoltare e sentivo la loro fiducia incondizionata, i loro timori…
    Ero orgogliosa e consapevole di aver trovato in me la forza per affrontare le difficoltà della vita, di aver conservato intatto il mio sogno interrotto, di averlo ripreso e realizzato.
    Sono trascorsi molti anni, sono diventata nonna ; nel mio percorso professionale ho incontrato molti bambini, tutti diversi ma tutti uguali, con lo stesso grande bisogno di affetto, di essere ascoltati e guidati. Ancora oggi ogni mattina entrare in classe mi emoziona come la prima volta e il miracolo si ripete: guardare i bambini negli occhi mi riempie di gioia!
    Il mio racconto di vita è questo, il resto è presente rivolto al futuro: sono serena, posso guardare attorno a me con curiosità, incontrare nuove persone, fare nuove esperienze sentendomi libera di farle, pronta a ricominciare… a scrivere…

  • 06 giugno 2013 alle ore 15:38
    Il vecchio

    Come comincia: Anche quella mattina si era svegliato presto, ormai sua moglie era morta da più di un anno e da allora dormiva sempre meno. Vero è che a ottantasette anni non si dorme molto, ma quando la donna era ancora in vita amavano restare nel letto abbracciati come due giovincelli. Anche quella mattina l'aveva abbracciata ma si era subito reso conto di quanto fosse fredda e rigida, morta per arresto cardiaco confermò poi il medico, senza che lui se ne accorgesse.
    Si erano conosciuti tanto tempo prima, entrambi tredicenni e già maturi in un'epoca di vacche magre. La sua storia, anzi, la loro storia, aveva seguito il percorso che a quel tempo era la normalità. I due ragazzini ben presto si misero insieme e all'età di vent'anni, quando a causa della guerra appena terminata era tutto raso al suolo, si sposarono ed emigrarono all'estero in cerca di fortuna. Al posto della fortuna trovarono dei duri lavori e delle situazioni al limite dell'umana sopportazione. In quel periodo difficile, denso di sacrifici e umiliazioni, riuscirono comunque a crescere i propri figli; quattro femmine e un maschio. Poi, dopo più di vent'anni di privazioni, erano tornati in patria.
    Ogni tanto ricordava quei periodi e quando c'era ancora sua moglie capitava di riaprire la scatola delle vecchie foto in bianco e nero ingiallite dal tempo. Foto piccole, che ritraevano quasi sempre bambini con indosso dei vestitini che oggi suscitavano un sorriso anche in un vecchio burbero come lui. Non vedeva i suoi figli dal giorno del funerale. Tre delle quattro femmine erano restate all'estero, l'altra abitava nel paese ma non era mai stata vicina alla famiglia. Il figlio era morto tragicamente durante il lavoro, schiacciato da una lastra di ferro scivolata da un camion.
    Per vari motivi non erano mai stati una famiglia unita e l'unica che si faceva vedere o sentire ogni tanto era la nipote, ma anche lei da quando era morta la nonna non si era più fatta viva.
    Nonostante l'età avanzata si riteneva un vecchio in forma, riusciva a cavarsela da solo nelle faccende di casa, cucinava e faceva regolarmente la sua passeggiata di cinque chilometri al giorno. Leggeva libri e riviste e seguiva i programmi alla tv con attenzione, riuscendo poi a sostenere le discussioni che regolarmente si accendevano al bar, ritrovo di pensionati delle varie età. Ricordava benissimo il putiferio scoppiato un paio d'anni prima a causa delle elezioni del sindaco, ognuno diceva la sua chi pro e chi contro quella donna che in realtà lui aveva votato perchè la conosceva e la riteneva una persona capace. Non sapeva neppure di quale partito o schieramento facesse parte, ma non gli interessava e ricordava anche la discussione con sua moglie che invece aveva votato l'altro candidato, affermando che quella donna era una perdigiorno. Alla fine avevano fatto la pace e lei aveva cucinato il pollo in umido come piaceva a lui.
    Gli mancava sua moglie e tutte le sere, prima di coricarsi, prendeva la sua foto e le raccontava la sua giornata ed infine baciava affettuosamente quell'immagine.
    Il giorno del funerale le sue figlie, i generi, i nipoti e tutti i vari parenti lo avevano sommerso d'affetto promettendo di restare in contatto con lui e di essere disposti a qualsiasi sacrificio pur di venire incontro alle sue necessità. Si era commosso per tanto affetto e aveva anche sprecato qualche lacrima, ma come spesso capita, finito il momento del lutto, tutti i buoni propositi vanno a finire nel dimenticatoio. Dall'alto della sua esperienza se lo aspettava un simile comportamento, ma per un attimo si era illuso di poter usufruire di quelle cose che tutti gli esseri umani di una certa età richiedono: comprensione e compagnia. Invece era restato solo, nella casetta impregnata di ricordi della sua vita con l'adorata moglie, con tutti gli oggetti che la facevano sembrare ancora lì, accanto a lui, ma il silenzio lo riportava sempre alla triste realtà; era solo. Un amico lo aveva convinto ad aggregarsi al gruppo dei volontari per l'aiuto degli anziani e aveva accettato. Lui, ultraottantenne; aiutava gente anziana con vari problemi e con il passare del tempo si era affezionato ad una signora di settantotto anni che aveva perso l'uso delle gambe a causa del diabete. In modo educato e gentile, i due anziani trascorrevano alcune ore insieme e quando riuscivano lui  la portava in giro per la strada con la carrozzina per farla respirare all'aria aperta sperando di incontrare qualche sua vecchia amica. Era un modo per tenersi compagnia, niente di strano, anche lei era vedova e i due figli non avevano mai tempo per lei, solo il nipote si faceva vedere qualche volta, ma solo per spillarle soldi e favori. I due anziani ne avevano parlato di questo suo atteggiamento, tutti i giorni i notiziari nazionali o locali riportavano fatti di cronaca riguardanti giovani che facevano del male agli anziani per rubare loro il denaro. Lui l'aveva messa in guardia, quel ragazzo non gli piaceva, in paese giravano voci strane sul suo conto. Lei però lo tranquillizzava sempre ricordando che i nipoti sono la nostra eredità, sono il futuro; eppure a lui non andava a genio.
    Avevano passato uno splendido pomeriggio e la riaccompagnò alla casa di riposo senza fretta. Si salutarono calorosamente senza vergogna e lui si avviò verso casa fischiettando, avrebbe mangiato qualcosa e poi avrebbe raccontato tutti i particolari della giornata a sua moglie. 
    Stava cenando con la tv sintonizzata sul notiziario che, come sempre, elencava una serie infinita di crimini e schifezze varie, d'altronde a nessuno interessavano le belle notizie. Stava risciacquando il piatto quando udì suonare il campanello della porta; si asciugò le mani e andò ad aprire. Si trovò davanti la nipote che visibilmente ubriaca restava appoggiata alla spalla di un ragazzo. Lo osservò meglio e riconobbe il nipote della sua nuova amica e a stento trattenne un'imprecazione. I due entrarono e la ragazza biascicò qualche frase sconclusionata, mentre lui aveva già messo a bollire l'acqua per preparare qualcosa di caldo alla nipote. Il ragazzo spiegò che si erano trovati con degli amici al pub e dopo vari giri di bevute lei aveva cominciato a star male. Non volendo incorrere nelle ire dei suoi genitori lo aveva convinto ad accompagnarla dal nonno che quando serviva era sempre pronto ad aiutare chiunque. Già, lui era fatto così, trascurava se stesso pur di aiutare il prossimo.
    Dopo un paio d'ore la ragazza si era ripresa e durante quel tempo i due maschi avevano intavolato dei discorsi sul diverso modo di divertirsi dei giovani di oggi rispetto ai tempi in cui era giovane lui. Era contento di essere stato utile, lo faceva sentire vivo, quasi ringiovanito. Aveva riconsiderato il suo giudizio su quel ragazzo, non era ciò che appariva. Erano state due ore piacevoli e temeva di non riuscire a raccontare alla moglie tutti gli eventi di quella giornata intensa. Infatti quando i due giovani, dopo aver ringraziato parecchie volte, se ne furono andati, si limitò ad augurare la buona notte alla moglie e crollò esausto nel letto.
    L'indomani, alla mattina presto, andò al bar per sentire che aria tirava in paese, erano già quattro giorni che non raccoglieva notizie fresche. Al bar i soliti ben informati stavano già sparando sentenze e la notizia del giorno lo colpì come un pugno in pieno volto. Quella notte due ragazzi, un maschio e una femmina, si erano introdotti furtivamente nella casa di riposo e dopo aver immobilizzato un'anziana ospite le avevano portato via tutti i soldi e gli oggetti di valore che teneva nel cassetto. Un'infermiera di turno, dopo aver sentito dei rumori, aveva allarmato immediatamente i carabinieri che erano riusciti a catturare i due fuggiaschi per le vie del paese e a rinchiuderli nella cella della caserma. Non si sapeva ancora bene chi fossero,, ma era quasi certo che uno degli aggressori fosse imparentato con la vittima, forse era suo nipote.
    Aveva il battito accelerato e faticava a respirare, forse erano solo coincidenze, ma la vita gli aveva insegnato a non credere alle coincidenze, neanche a quelle dei treni. Ascoltò ancora per qualche minuto le chiacchere degli avventori, ma le notizie salienti le aveva già apprese tutte e allora decise di muoversi. Si diresse con la sua bici verso la caserma al limitare del paese, i militari lo conoscevano e avrebbe chiesto a loro notizie precise. Lo accolse un giovane che aveva ammirazione per quel vecchio dalle mille risorse e senza girarci troppo attorno lo informò sui fatti avvenuti quella notte, confermando ciò che già sapeva. Il vecchio chiese gentilmente se poteva sapere chi fossero i due giovani arrestati e dopo una piccola resistenza il giovane carabiniere snocciolò nomi e cognomi sapendo di pugnalare il povero vecchio. Lui restò dritto e impassibile, le parole del militare avevano confermato ciò che in cuor suo era una certezza; i due giovani erano sua nipote e il nipote della sua amica. Aspettò un momento poi chiese garbatamente, ma con fermezza, di poter parlare ai due ragazzi. Il militare per tutta risposta elencò  una serie di divieti e ostacoli procedurali, ma mentre parlava, con gli occhi e le orecchie verificava che non ci fosse in giro nessuno. Alla fine lo accompagnò alla cella, maledicendosi per quello che stava facendo. Disse al vecchio che gli avrebbe concesso un paio di minuti, non di più. 
    Alla vista del nonno la nipote scoppiò in un pianto a dirotto e si avvicinò all'inferriata chiedendo scusa e facendo un sacco di promesse di voler cambiare spiattellando tutta una serie di buoni propositi, mentre il ragazzo era restato immobile, al centro della cella. Il vecchio cercò il suo sguardo e quando i loro occhi si incrociarono vide tutto l'odio e la cattiveria che regnavano in quel corpo, la sera prima l'aveva ingannato. Il ragazzo, non riuscendo più a sostenere quello sguardo, sbottò all'improvviso: 
    "Che cazzo hai da fissarmi a quel modo? Vattene, sei solo un povero vecchio"
    E senza aggiungere altro si girò a fissare la parete spoglia. Il vecchio salutò la nipote, i due minuti erano passati. Ringraziò il giovane carabiniere e dopo essere uscito dalla caserma, salì sulla bicicletta e si avvioò verso casa, non aveva voglia di andare in giro. Giunto a casa si preparò un tè caldo e andò in camera a prendere la foto della moglie. Le raccontò l'accaduto mentre sorseggiava il tè per scaldarsi le ossa improvvisamente gelide e le chiedeva conforto, ma lei oggi non riusciva a scaldargli l'animo.
    Fu un attimo e senza rendersene conto era accanto a lei: poteva sentirla e toccarla, era una sensazione meravigliosa.
    La mattina seguente al bar non si parlava d'altro. Il vecchio era morto con la foto della moglie in mano e il sorriso sulle labbra, i due erano di nuovo insieme.

  • 05 giugno 2013 alle ore 13:42
    L'Arca di Nenè

    Come comincia: Dalla poca luce che penetra il tessuto riesco a vedere ben poco. Notte insonne di troppi rumori e lampi dietro la capanna malcelata dalla duna. Spiaggia al largo di Cartagine; c’imbarcheremo illuminati dalla luna e a me, che non ho ancora gambe forti per camminare e braccia possenti per remare,non restano che due occhi piccoli e profondi, la mano, pugnetto di riso appoggiato alla bocca, muco secco sotto le narici ed un panno tutto intorno al corpo.
    Nenè, mi chiama mia madre e la sua voce è l’unica cosa che so capire; non le urla di chi è forse mio padre, non i rombi frenetici delle jeep e neanche gli strani scoppi lontani e poi sempre più vicini vincono il mio pianto come quel suono roco e gentile – Nenèèè…Nenèèè. Torna a cullarmi questo suono mentre respiri affannosi si confondono al tamburellare di mille piedi sulla sabbia. Se non fosse per l’armonia delle onde sempre uguale ci sarebbe ben poco da stare allegri sotto questa luna di promesse e paure. Balla tutto qui, mia madre a fatica mi tiene stretto al petto, io cerco solo di non perdere di vista la luna, all’improvviso coperta da un viso pauroso ed impaurito – Giù nella stiva! Giù nella stiva! La donna e il bambino giù nella stiva! Se avessi la mente affollata di ricordi come questa barca di persone, saprei come vincere il terrore che provo, ma sono al mondo da così poco tempo e per quel poco che ne so non potrei che raccontare della guerra. Quando siamo partiti guardavo quei teloni impolverati della carrozza a motore, meno stabile di una zattera nella tempesta. Giù nel Chad, i giorni più che segnare l’esistenza giocano a nascondino con la morte, tra agguati nelle strade e rappresaglie all’ultimo sangue. Tanto vale scappare Nenè! – sussurrava mia madre quando nel cuore del Sahara, il cammino si faceva più lento e le lacrime mi graffiavano il viso. Da un conflitto all’altro, stremati ed assordati dal frastuono delle bombe che mamma parava premendomi la mano sulle orecchie, anche nella Libia crudele dove molte delle persone che mi viaggiavano accanto venivano inghiottite dal sole accecante. Nemmeno la carrozza a motore c’è più, si è persa tra le strade di una grande città, lo sguardo scavato di mia madre non mi consola, ma resto aggrappato a lei come unico appiglio in questo inferno senza fine. Tozeur! Tozeur! Sento gridare da lontano, mia madre ride e piange mentre ora, dall’ocra del deserto, spunta il giallo più vivo di un torpedone sgangherato. Anche qui si balla, ho fame e sete, ma piuttosto che piangere faccio finta di dormire malgrado il rumore. Alcuni uomini pallidi e gentili, ci lasciano riposare e ristorare un po’ ma io continuo a piangere dentro. Esisterà su questo mondo che conosco appena, un qualcosa che non sia la guerra? En Italie mon bebè!
    Il Torpedone ci lascia al Porto di Tunisi, corrono tutti verso una direzione ben precisa. Si spara ancora, ma ormai, imbacuccato come sono, ci sono abituato. Nessuno ci colpirà! Per questa gente, così come per i libici, siamo fantasmi che passano tra conflitti e carestie a loro rischio e pericolo, come se attraversassero un muro di pietra – cosi parlava uno con mia madre durante il viaggio, quell’uomo non l’ho sentito più, molto più nitidi i suoi lamenti, quelli di tutta questa gente agitata e compressa come acini di un grappolo, come i lamenti di mia madre, indomabile riparo alla mia vita. Intanto arrivano spruzzi di acqua gelida anche qui sotto. E’ finalmente l’Italia quella che ci aspetta, l’Italia della pace e della democrazia, l’Italia che non conosco ma che mia madre, giura, imparerò a fare, ha speso tutto quello che aveva per assicurarmelo. Lì non c’è la guerra, anzi, la ripudiano, così si dice! Ma intanto qui, invece di procedere, si fa su e giù, i miei occhi neri non sono mai stati così sbarrati, nemmeno sotto il sole del Sahara e non riesco ancora a capire cosa stia accadendo. Mi sento più stretto al ventre di mia madre, su di noi altre persone, quasi non respiro più. E’ per questo che abbiamo viaggiato così a lungo? Voci lontane ed incomprensibili danno la netta sensazione che oltre sarà impossibile andare – L’Italia ripudia la guerra e tutti coloro che da essa scappano – urla qualcuno piangendo, io poggio il mio pugnetto di riso e le sue cinque piccole dita sul seno di mia madre, questa volta i miei occhi si chiudono ed io mi lascio rapire da un sogno bellissimo: sono tra le braccia di una donna, occhi chiari, boccoli biondi, mi sorride, non è mia madre, ma ciò che mi ha promesso. Il sole qui non brucia come in Africa, il vento accarezza e non fa male, e la guerra è lontana per me che sono ancora da così poco al mondo per potermi raccontare un’altra vita.

  • 05 giugno 2013 alle ore 9:31
    Angelo

    Come comincia: Era Angelo di nome e “di fatto”: sempre pronto ad aiutare in silenzio chi era in difficoltà. Il suo motto: “Dare per dare e non dare per ricevere” lo faceva passare per “buono come il pane” ma anche per fesso. C’era chi se n’approfittava in modo palese, ma Angelo non se ne rammaricava mai, anzi lo giustificava dicendo che forse n’aveva bisogno.
    “Fa rabbia vedere dileggiare un giovane così bravo e di una bontà ormai rara ma… contento lui!”. Era questo il commento di qualche “giusto”.
    Angelo viveva del suo modesto stipendio d’impiegato statale, niente di più niente di meno. A lui bastava e avanzava. Egli però sapeva anche economizzare e il piccolo risparmio che aveva accumulato era la “mela messa da parte per quando arriva la sete” per come solea ripetergli la mamma. Non sempre riusciva a risparmiare soprattutto quando qualcuno toccava il suo cuore. Accadde, però, qualcosa che gli fece aprire gli occhi e che gli tolse per sempre l’appellativo di fesso
    Un vecchio adagio recita: “Il gioco è bello finché dura poco”, ma il gioco di tre (per fortuna solo tre) amici furbi e spiritosi di Angelo durava da molto. Essi,  saltuariamente (sempre per fortuna), il giovedì erano soliti andare a cena fuori cambiando, ogni volta, ristorante; a fine cena i furbi passavano il conto ad Angelo adducendo le scuse più impensabili per non pagare. A conto saldato intonavano questo motivetto:

    Abbiamo mangiato,
    mangiato e ben bevuto
    e sempre sia lodato
    il fesso che ha pagato

    Una volta, due volte, tre volte…quattro volte furono troppe anche per la bontà di Angelo il quale non proferì mai verbo anche se vedeva la sua piccola “mela” raggrinzirsi sempre di più. Ricordandosi del detto genovese “fesso sì ma  tabacco no” decise di “rendere pan per focaccia”.
    Preso i dovuti accordi con il ristoratore del noto locale “E’ DATO DELIZIARE”, suggerì agli amici di provare le leccornie di questo ristorante che tanto decantavano e tanto raccomandavano. Era sì un po’ fuori mano ma sicuramente valeva la pena di fare qualche Km in più per accontentare il palato.
    Figuriamoci se gli amici non accettavano di buon grado.
    La sera del giorno stabilito si ritrovarono nella piazza del paese. Saliti sull’auto di Alberto, resosi disponibile perché Angelo non poteva (non voleva) per motivi familiari,  si diressero ridendo e scherzando verso il “E’ DATO DELIZIARE”. Un posticino, questo,  veramente carino, illuminato da una luce che rifletteva il verde dei pini e il grigio di alcune nude pareti di vette,  che si slanciavano in un cielo azzurro-dorato. Anche se le ombre della sera erano ancora lontane, nel vasto piazzale  vi erano già diverse auto. Tutt’intorno aleggiava profumo indefinito ma soave di cibo che faceva pregustare la bontà e la squisitezza di pietanze favolose.
    L’ingresso del ristorante era caratterizzato da un vecchio portone borchiato a due ante che richiamava la caratteristica di forti ed intime mura di vecchia dimora padronale. Alle bianche, crespose pareti di un breve corridoio facevano mostra vecchi oggetti e vecchi dipinti di varie epoche denotanti una scelta d’ottimo gusto artistico. L’atmosfera dell’antico era tagliata da una violenta  lacerazione del moderno: una porta elettrica che immetteva in un’ampia sala arredata in stile moderno VIP. Il contrasto, in modo deciso, t’invitava a lasciarti alle spalle il passato e vivere il presente.
    Già diversi tavoli erano occupati da persone eterogenee compitamente  sedute.
    I tre amici che seguivano Angelo ebbero un attimo, solo un attimo,  di perplessità quando si trovarono nella gran sala,. spezzettata da vetrate asimmetriche che formavano dei separé.
    Un cameriere pinguino venne loro incontro e li pilotò verso un separé-vetrata con un tavolo per quattro. Li fece accomodare e chiese se poteva suggerire il menu o preferivano scegliere loro.
    Angelo rispose per tutti: ci affidiamo a lei; ci delizi. Era  questa la frase d’intesa convenuta col ristoratore per una grande, squisita e favolosa cena. I tre furbi fecero compiaciuti un cenno d’assenso socchiudendo gli occhi.
    Fu subito portato l’aperitivo della casa: un liquido color ambrato che traspariva da un boccale di cristallo; un nettare non troppo alcolico che scese nella gola con dolcezza e ritornò deciso al palato con un effluvio di rosa tea. Favoloso fu l’aggettivo qualificativo dei quattro amici. Ne bevvero ancora… fino all’ultima goccia.
    Il ricco antipasto fece sgranare gli occhi ai quattro amici e li ammutolì:
    Gamberetti allo spumante serviti in coppe di cristallo e misto mare con una salsina vellutata e delicata.
    Fu servito il primo piatto: un assaggio di “pennette con scampi, zucchine e asparagi”, un assaggio di “risotto mare e monti” e un assaggio di “tagliolini al sugo di cervo”.  Tutto squisito. Antonio ed Ambrogio, le “forchette” della compagnia, fecero bis di “pennette” e di “tagliolini”.
    Secondo piatto: scelta tra “bistecca di cervo alla delizia”, “salmì di cervo della casa”, “pescespada ai ferri”, “orata al cartoccio”. All’unanimità scelsero: un assaggio di tutto.
    Delizie, veramente delizie. I quattro amici mangiavano voluttuosamente
    I vini? I migliori, ben invecchiati, colore oro pallido, rosso rubino, piccanti, corposi come miele, frivoli come fiori, consigliati da un esperto sommelier, scendevano giù che era una meraviglia.
    La conversazione procedeva parimente al piacere della tavola: parole, atteggiamenti, gesti, battute, barzellette e “sfottò” appagavano il clima d’amicizia di vecchia data.
    Dopo la presentazione di un cesto di frutta di stagione ed esotica, fu dato conforto creativo e sollazzo al palato con il dolce. La “Torta Regale” si rivelò un vero paradiso di delicati sapori difficili da individuare, ma tali da far schioccare le labbra a bacio.
    Avevano appena finito la loro seconda fetta di torta quando il cameriere pinguino, chiedendo scusa, disse: “Il signor Angelo è desiderato al telefono della hall”. Era questo la  banale frase convenuta per l’uscita di Angelo dalla scena. Occhiolini e frecciatine accompagnarono il “vai, vai dalla tua micetta” detto ad Angelo dai tre  satolli “porcellini” che erano ben lungi, ma ben, ben, ben lungi dall’immaginare la sorpresa. Angelo si alzò dicendo: “Ho dimenticato il cellure a casa. Ritorno subito”. 
    “Fai con comodo. Ti faremo portare un caffè senza zucchero risposero ridendo (risata allusiva alla fidanzata o al conto da pagare?) i tre furbi.
    Angelo bevve il caffè nella saletta privata del ristoratore. Ringraziò il cordiale e simpatico complice Alfio, affermandogli che in caso d’impreviste difficoltà garantiva lui il pagamento del conto, e si avviò verso l’uscita dove l’attendeva la sua dolce Aurelia.
    I tre gustarono il caffè in tutta serenità. Bevvero l’ammazza – caffè offerto dalla casa.
    Alex:“E’ lunga questa telefonata!”
    Ambrogio: “Angelo ha  di certo il cuore nello zucchero, ma alla fine gli offriremo noi l’amaro”.
    Grassa risata generale. Il “pinguino” era lì. La sua indubbia professionalità  gli imponeva di attendere la fine dell’ilarità.
    Al momento opportuno: “ Devo riferirvi che il Signor Angelo ha  dovuto lasciare subito il ristorante. Poco fa è arrivata una Signorina  a chiedere di lui e sono andati via insieme”
    Ammutolirono. Sui loro volti poteva vedersi stampato in grassetto un grandissimo punto interrogativo.
    “Che cosa sarà successo?”  Fu la fievole voce d’Antonio che ruppe il silenzio.
    “Speriamo niente di grave”,  dissero gli altri. “In ogni caso proviamo a chiamare casa sua, anzi sarà meglio andarci ”.
    Chiesero il conto con preghiera della massima celerità.
    Furono accontentati. Un colpo in testa con una spranga di ferro avrebbe fatto loro meno male.
    Pagarono e si avviarono all’uscita. Stavano per arrivare alla porta elettrica quando il ristoratore li fermò. Chiese: “Siete stati deliziati?” Alla loro risposta affermativa li ringraziò e  gli consegnò una busta chiusa.  Stupefatti si guardarono con la bocca aperta senza riuscire ad emettere nessun suono. Aprirono la busta.
    Dentro un cartoncino

    Mangiamo allegramente e poi beviamo
    finché ci resta l’olio alla lucerna
    Chissà se all’altro mondo ci vediamo
    Chissà se all’altro mondo c’è taverna
    (Anonimo)

    GRAZIE
    Angelo

    da " Alfabeto dalla "A" alla "Z"

  • 04 giugno 2013 alle ore 11:01
    Oramai sono in ballo

    Come comincia: Era una grottastellafilante in mezzo al mare mi ci ero immerso fino al collo per poter capire che cosa stava succedendo, solo che appena il livello scese mi ritrovai circondato da strane creature le ballobelle: ma come potevo ballare se ero un tronco di legno?
    E proprio li sta il bello…
    queste ragazze avevano la particolarità (oltre ad essere stupendamente belle) di saperti trasmettere una linearità e dolcezza nei movimenti danzanti e in men che non si dica diventai un novello ballerino provetto…
    ed inoltre avevano il vizio di strizzarti l’occhio molto spesso…
    C’era un problema, non avevo la partner…
    Ed allora per non rischiare l’ira funesta degli abitanti della grotta, i temibili guaidasoli, dovetti cercarmi un nascondiglio…
    Si perché i guaidasoli odiavano chi voleva ballare senza il partner e li infestavano di stellefilanti: da qui il nome della grotta…
    Ma dico io non potevo continuare a starmene tranquillo a casa mia, con il mio lavoro da impiegato fantozziano senza andare a cercar rogne.
    No!
    Bene e allora si va avanti: oramai sono in ballo e devo ballare.
    Cercar rogne?
    A dire il vero io non ho cercato nulla, so solo che mi ritrovavo nel bel mezzo di un pericolo…
    Iniziai a correre per cercare un posto dove nascondermi dai guaidasoli…altrimenti sarebbero stati guai seri, molto seri.
    Salutai in fretta e furia le ballobelle, e feci loro due foto, una per ricordo la lasciai a loro: erano longilinee, sempre sorridenti, con i capelli rossi e gli occhi viola…
    non perché avessero preso dei pugni, no…proprio il colore dei loro occhi era viola…
    Girovagai non so per quanto trempo nella grotta…1 2 3 passè passè pirouette….
    Ma cosa stavo facendo, eppure non facevo uso di droghe: ogni 20 metri… era più forte di me …
    dovevo ripetere i passi di danza che avevo imparato…
    Finchè nel bel mentre di un chachacha…oplà…
    Ecco che tra le rocce granitiche della grottastellafilante mi si apre d’incanto un varco…
    Decido di oltrepassarlo (tanto peggio di così non poteva essere) ed è il buio più fitto, ma oramai non si poteva più fare dietro front, oramai ero in balia del destino…chissà dove finirò, altroché viaggi fantastici sul mio tappeto…
    Solo grazie ai passi di danza ero riuscito a scoprire il varco, magari solo grazie alla danza ne uscirò vivo…
    era una situazione davvero spiacevole, più che altro perché non vedevo soluzione, ed ero da solo, maledettamente solo…
    Ma non mi persi d’animo…
    Iniziai a camminare con un po’ di samba, vuoi vedere che l’allegria aiuta, del resto il sorriso non costa nulla, ed a questo punto anche se costasse sarebbero soldi ben spesi…
    Dopo un po’ scorgo in lontananza che mi viene incontro un’intera sfilata di maschere di carnevale: individuo velocemente un supereroe (superpippo o superman non fa differenza) e gli chiedo aiuto.
    Lui gentilmente si offre di portarmi dall’altra parte del lago ghiacciato…
    Mamma mia che confusione, non so se riuscite a seguirmi (nella storiai ntendo)…
    Oltre il carnevale il nulla solo appunto questo lago da attraversare…ed iniziava anche a fare molto freddo…
    io ero vestito in jeans e maglietta con un paio di infradito…
    Subito trascinato da superman volai oltre e iniziai col tango…da solo, tanto così dovevo proseguire…e subito prima del finale col caschi (ma come si scrive caschi?) intravedo una figura femminile…
    Era una ballerina sicuramente…un viso molto dolce…che mi tende la mano, forse lam ia salvezza…
    sentivo i rumori dei guaidasoli che mi avevano scoperto e mi stavano inseguendo
    Mi avvicino rapidamente a questa creatura altissima, molto più di me e lei mi viene incontro con una rumba e sorridendo…iniziamo a danzare assieme…dopo qualche minuto…
    Sento un boato ed un nuovo squarcio si apre innanzi a me…
    Finalmente…
    Sano e salvo?…
    macchè…
    però almeno non avrò più freddo
    Posso uscire, guardare di nuovo il sole, il cielo , il mare cristallino di una spiaggia incantata: quella che aveva ballato con me non era una ballerina.
    Ora al chiaro del giorno potevo vedere e capire…
    Mi stava salutando…era la fata turchina…
    Non so e credo non saprò mai se proprio quella della favola di pinocchio…ma sicuramente lei stessa era una favola, e per di più mi aveva fatto fare un passo avanti…
    almeno lo spero.
    Ciao fatina, resterai sempre nei miei sogni…e nei miei desideri, perché i sogni son desideri…ehi ma che dico…??
    Mi urlò che quella frase era la stessa delle ballobelle…era un portafortuna dei buoni della grotta…
    e sparì…
    Ora considerato che non bevo…che non mi faccio canne…
    o vaneggiavo o qualcosa mi aveva stordito…
    Era meglio procedere di fretta…
    I rumori degli inseguitori si facevano sempre più forti…erano vicini…avevano scoperto che ero un ballerino solitario
    Decisi di stendermi sulla sabbia…sotto ad una palma e provare a riposare
    Mi addormentai dopo qualche secondo
    Avevo viaggiato di fantasia come il mio solito…?
    Forse…
    “Signori il cinema sta per chiudere, dai bambini…è ora di uscire…le avventure della grotta…è finita l’ultima replica…”
    Avevo accompagnato i miei figli a vedere il film dell’anno e mi ero immedesimato nel protagonista, e fin qui nulla di anomalo…
    Non fosse per un piccolo particolare…
    Mentre tutti i ragazzini, compresi i miei figli, stavano uscendo dal cinema…ed io ero sempre più stordito…
    All’uscita vidi una persona che mi strizzo l’occhio più volte e mi ricordai di “qualcuna” nella grotta: ad un primo momento pensai ad un tic nervoso ma osservando meglio…
    Non riuscivo a crederci… non poteva essere vero…stava dando qualcosa ai miei figli: mi stropicciai gli occhi come appena svegliato e mi detti un pizzicotto sulla guancia…ma niente, non era un sogno
    E intanto la persona, dopo avermi strizzato l’occhio ancora una volta, svanì nel nulla…
    Allora mi tranquillizzai e pensai che forse non avevo digerito i pop corn.
    “papiri, andiamo a casa, ti è piaciuto il film?”
    “certo, certo, moltissimo….”
    “guarda cosa ci ha dato quella signora…”
    “quale signora?”
    “quella che sembrava una fat…che ti strizzava l’occhio…”
    Mi tremarono le gambe…
    ed anche la voce…
    avevo quasi paura a sentire la risposta…
    che oramai dentro di me prevedevo
    “che-che-co-co-sa?”
    “Tieni…è una foto…ci ha detto di darla a te…ha detto che tu capirai”
    ed io capii…
    Era la foto che avevo scattato con le ballobelle…
    sopra c’era scritto: “ciao amico d’avventura è proprio vero che i sogni son desideri…”

  • 02 giugno 2013 alle ore 0:28
    Il rapporto uomo-manzo

    Come comincia: Ho visto, letto, ascoltato almeno duecento modi diversi di parlare della stessa cosa: la potenza, il potere del maschio, forse sì, leggermente appannato dalla liberazione della donna, ma pur sempre cazzuto.
    Il senso del dominio maschile è nella cura che si deve all'animale da sgozzare: cibarlo, attestarne e sostenerne la salute, ingrassarlo e poi farlo a fette; pezzo dopo pezzo renderlo inscatolabile, acquistabile, cucinabile, commestibile.
    L'allevamento-sgozzamento, il rapporto uomo-vacca o uomo-manzo è una delle chiavi interpretative più precise nel raccontarci lo sfracelo antropologico di molte società umane.
    Il paté di manzo è il sublimarsi del dominio, il punto d'approdo della barbarie del potere.
    La salsiccia, la grigliata, la fiorentina, la Manzotin e la gelatina, i pezzetti tra i denti sono una patologia che ci tiene vivi, ci sfama, noi, affama altri, ma non si deve generalizzare. Mi annoia conversare di generalizzazioni, figuriamoci scriverne.
    Come si fa, insomma, a parlare del potere, della cultura, addirittura dell’uomo senza infangarsi nel generale ? Per questo io preferisco parlare di salsicce, di insaccati, di metodologie di scomposizione della materia, di mercificazione del dominio dell'uomo sulla bestia, ma nemmeno… è un discorso da vegetariani, odio anche i discorsi sull'esserlo, vegetariani. Quello che cerco è una parola pronunciata su qualcosa fuori da me di cui mi fotta qualcosa. Io mi ascolto parlare, non do possibilità di dialogo, mi annoia persino di sentire le risposte alle mie stesse domande. In fondo vorrei solo trovare qualcuno disposto ad ascoltare il mio pensiero sul rapporto uomo-manzo perché  anch’io sono un maschio, come tanti.

  • 01 giugno 2013 alle ore 22:30
    Little Tony bye bye

    Come comincia: Il consumismo fece il suo ingresso trionfale in casa nostra sotto forma di radio.
    I nostri genitori la posarono sopra una mensola su cui prima sistemarono, a mo’ di altarino, un centrino con i bordi in pizzo.
    La mensola naturalmente era collocata a un’altezza per noi bambini irraggiungibile.
    Durante l’ascolto succedeva una cosa strana: se passava un aereo misteriose voci sostituivano quelle del conduttore e, di colpo, sembrava di trovarsi nella torre di controllo dell’aeroporto o addirittura a bordo.
    La radio aveva un bell’aspetto, oltre a una linea sfrontatamente moderna; dentro però era ancora un apparecchio a valvole, e come altri suoi simili aveva il destino segnato.
    Dall’evoluzione tecnologica?  No:  dal caldo.
    Un giorno d'estate una di quelle valvole si surriscaldò e la voce prese fuoco: parole che diventarono sibili, poi  una fiammata e alla fine una nuvola di fumo che annerì il muro.
    In sua sostituzione, dopo alcuni mesi arrivò una  radio usata. Era un vecchio modello, ma portava con sé due grosse novità: la prima era che, visto peso e dimensione dell'apparecchio, lo stesso non poteva più essere collocato sulla mensola; la seconda che nella radio era incorporato anche un giradischi 45/78 giri.
    Arrivarono anche alcuni dischi, pochi per la verità, tanto che a volte, per introdurre una variante, li facevamo girare a settantotto anziché a quarantacinque giri;  la velocità deformava in modo ridicolo la voce dei cantanti. 
    Il disco più bello tra quelli che col tempo ci regalarono fu senz'altro "Cuore matto" di Little Tony.
    Un giorno d'estate  dalla nostra via passò un ambulante, dalle  trombe poste sopra la cabina del suo furgone uscivano le parole di una strana canzone, narravano di un signore che per andare in America chiedeva a sua madre cento lire: gli stessi soldi che a noi davano nei giorni festivi per recarci  al cinema dell’oratorio.
    Ci fermammo un attimo, più per curiosità che per interesse, ad ascoltare, per tornare subito dopo ai nostri passatempi.
    Papà invece uscì da casa correndo; poi rientrò,  prese un disco e si precipitò di nuovo fuori.
    Lo seguimmo incuriositi e ci accorgemmo che stava barattando il quarantacinque giri di Little Tony con quello dell'ambulante.
    Le nostre suppliche non sortirono l'effetto desiderato e a noi rimase in casa quello strano disco.
    Lato B:  "I pompieri di Viggiù", eroi popolari di una guerra in tempo di pace, che spegnevano i fuochi e infiammavano i cuori delle giovani donne, sempre pronti a pompare qua e la su e giù.
    Lato A:  "Mamma mia dammi cento lire", una bella storia ma con un finale triste; quel figlio alla fine, nonostante la madre fosse contraria, partì per la sua America ma giunto in alto mare la nave che lo trasportava s'inabissò.
    Del resto con cento lire non poteva che essere una carretta e quindi più adatta alla pesca che alle traversate oceaniche.
    Little Tony invece ci lasciò con una voce che diventava sempre più debole via via che il furgone si allontanava,  fino a sfumare definitivamente quando l'ambulante imboccò la prima curva della strada.

  • 01 giugno 2013 alle ore 19:01
    Corto # 7 - Switch

    Come comincia: Ho ritrovato un inizio in cui è scritta una fine.
    Solo la seconda è qualsiasi.

  • 01 giugno 2013 alle ore 10:30
    Storiella

    Come comincia:  Sono Un Portafortuna

    Sono Un Portafortuna

    Ad un torneo di bocce del Centro Anziani di Venosa volevo  toccare la gobba di una vecchietta, convinto che mi avrebbe portato fortuna. Finalmente, dopo tantissimi stratagemmi e senza dare nell’occhio,  sono riuscito a toccare l’agognata gobba. Mi sono abbracciato l’ignara vecchietta, senza dire nulla delle mie reali intenzioni!

    E mi sono messo ad aspettare con ansia gli effetti positivi della mia  iniziativa. Prima o poi la fortuna doveva arrivare!
    Dopo qualche giorno ho incontrato l’arzilla vecchietta, che, con mia grande sorpresa  mi ha abbracciato  dicendomi: “ Ciao Emilio sai una cosa? Mi hai portato fortuna! ho vinto la coppa del  torneo e mi sono piazzata al primo posto!!! Grazie, grazie per avermi portato fortuna!”

    Morale della favola:  ho sempre donato e mai ricevuto.( LA STORIA  E’ VERA!  GLI AMICI ME LO RICORDANO SEMPRE PER PRENDERMI IN GIRO ).

  • Come comincia:

    Quella data, 31 ottobre 2004, non la dimenticherò per vari motivi: ero ancora poco avvezza ai risultati positivi nei Concorsi letterari e scoprire che ero risultata FINALISTA quarto Concorso Nazionale di Poesia “Terzo Millennio” con Premiazione a Roma mi aveva emozionato oltre ogni dire. Inoltre la cerimonia si sarebbe tenuta nella famosissima Sala Paolina del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, un simbolo misterioso, eterno, evocatore di miti e di poemi recitati, e grandi epoche di illuminati: un palcoscenico inimmaginabile per una "montagnina" come me. Come se ciò non bastasse ecco le prime avvisaglie al cuore: Patrocinio del Presidente della Repubblica, del Consiglio dei Ministri, del Senato, del Ministero dei Beni Culturali, prefazione dell’antologia Massimo Rendina, presentazione della Cerimonia Giuseppe Todisco, partecipazione e collaborazione di Giulio Panzani. Infine la botta: sarebbe stato premiato con noi “sconosciuti” anche l’Onorevole Giulio Andreotti, per uno dei suoi tanti libri, uscito in quel periodo.

    Ero elettrizzata. L’arrivo a Roma a mezzogiorno fu da vera turista, quasi una discesa dalle montagne come i Popoli antichi, con soste a piedi nei punti strategici, anche su una panchetta a lato del portone di Palazzo Chigi in Piazza Colonna (proprio là, dove qualche giorno fa è successo quel terribile fatto: subito infatti ho pensato se fosse capitato  a me, lì seduta a mangiarmi un panino scaldata dal tiepido sole d’autunno, che cosa avrei fatto, io, che cosa avrei provato…)

    Avanzando con calma (la Premiazione era prevista per le ore 16.00) ammirando i vari monumenti maestosi, i superbi palazzi, i cortili armoniosi, ecco giunti davanti a Castel Sant’Angelo. Un andirivieni frenetico ci colse: gli addetti alla sorveglianza stavano allontanando tutti i “vu cumprà”. In un attimo erano scomparsi, il piazzale antistante sgombro. I turisti venivano caldamente invitati ad uscire dal maniero, chiudevano e transennavano. In alto sorvolavano gli elicotteri. Io potei entrare perché esibii il mio Invito, qualche problema invece con i nostri due zainetti (eravamo giunti in treno e dovevamo anche trascorrerci la notte nel viaggio di ritorno).

    Finalmente dentro il cuore di Castel Sant’Angelo: era tutto per noi premiati, silenzioso e immoto, con le statue dismesse dell’Angelo a coprire con le sue ali di bronzo le nostre avventure di uomini (la statua sulla sommità viene periodicamente sostituita).

    I sotterranei del Mausoleo di Adriano offrivano i loro sepolcrali passaggi, seguendo labirinti a chiocciola e passaggi antichi, fino a salire su, in alto, con ampi e solenni scaloni esterni, e poi, lungo balaustre di pietra barocca, quasi appollaiata sotto la cupola squadrata, ecco la Sala Paolina, decorata e splendente di affreschi, statue e mobili ricchi di storia. Man  mano si accomodarono i big, Ministri e personalità del mondo culturale, fino a che fece il suo ingresso Lui: circondato da otto guardie del corpo, come un quadrilatero vivente. Venne premiato da Giuseppe Todisco e le due parole furono come al solito azzeccate: «Ho ricevuto tanti premi e dovrei esserci abituato, o magari dovrei mostrarmi in imbarazzo, ma a dir la verità, mi piace ancora troppo.» E a noi poeti seduti in sala: «Hai voglia, di ricevere premi!»

    Quando chiamarono il mio nome attraversai la sala per ricevere la targa dalle mani di Giuseppe Todisco, poi gli strinsi la mano: era seduto in prima fila, curioso e attento al viavai intorno.

    Dopo le foto di rito, potemmo gustarci ancora per un poco le volute armoniose delle logge di Castel Sant’Angelo, quindi riprendemmo la via verso Stazione Termini, nell’imbrunire dolce della sera. I lampioni illuminavano i giardini in ombra, l’aria immobile portava ancora l’eco di una tardiva estate, il sabato sera si elettrizzava nell’attesa della notte. L’EuroStar o “Pendolino” attendeva, con la sua cabina letto. Pensavo di non riuscire a dormire, ma, cullata dal ritmo del treno, mi lasciai andare al sonno, negli occhi ancora impresse le immagini di una giornata “da fuochi d’artificio”.

     

    LA POESIA

     

    UNO SCRIGNO È L’AMORE

     

    Quel vuoto in me

    ora non c’è più,

    la solitudine si sgrana

    in mille schegge

    e rotola

    in un angolo della vita.

     

    Ecco il sole, la luce.

     

    Il cuore si aprì

    - perché egli venne -

     

    Si schiuse alla vita

    -perché egli mi avvolse-

     

    E cantò nuovi romanzi.

     

    Ora lucido d’oro e d’intarsi

    questo scrigno

    dove racchiusa è la mia anima.

     

  • 30 maggio 2013 alle ore 19:26
    Cioccolata Novi

    Come comincia: “Un quadratino di cioccolata, dottore?” Mena è davanti a me, stamane, guagliona di vico S. Vincenzo, esuberante, nella sua fresca gioventù. Il mio sguardo si allontana dalla sua aperta e candida scollatura, per indugiare sulla marca della cioccolata: NOVI.
    Una gita, forse da Genova, nel primo dopoguerra. Il ricordo è una piccola sequenza, di pochi minuti.
    Di Novi Ligure non ricordo nulla, forse mi resta la curiosità infantile di quella dissonanza: il fatto di essere in Piemonte, con un toponimo ligure. L’ambiente, potrebbe essere un negozio, a piano terra, ma ha le dimensioni di una stanza. Non so da dove sono entrato. Apprendo, dalla mia emozione, che mi trovo nel regno fatato della cioccolata. Mi ci hanno portato i miei genitori: papà c’è, senz’altro, perché tra poco entrerà in scena. Le pareti della camera sono un alveare geometrico di infinite cellette. Sembrano cassette della posta. Il vetro trasparente, svela per ognuna una confezione diversa di cioccolata, una bengodi golosa, ricca di colori sfavillanti di carta stagnola. Alla destra della celletta, una fessura per la monetina di pochi centesimi. Riapparso, questo ricordo, negli anni, mi ha sempre affascinato per la preveggenza di questo primo negozio automatico, un dispenser, anzi tempo. Siamo negli anni ‘45, ’46. L’Italia è stremata, eppure c’è chi vede il futuro. Ma torniamo al bimbo, qual ero. E’ la delusione che sottolinea il momento: la mancata apertura dello sportellino, dopo aver introdotto il centesimo. La confezione di cioccolata resta, ammiccante, dietro il vetro. Qui, entra in scena papà, che suona un campanello, vicino alla scritta “reclami”. La favola entra in scena. Si apre una piccola porticina di legno, tra tanto vetro e acciaio, una cornicetta, che avvolge, appena, il viso di una signora di una certa età, una fata attempata? Resto affascinato da quello spettacolo. Parla con papà, ha una voce umana. Dove vivrà mai questo volto, che appare sorridente, nella cornice di un piccolo quadro. In quale regno della cioccolata si aggira, ogni giorno? Papà spiega l’inconveniente e dopo poco, il viso scompare, ed, al suo posto, una mano, vera, si protende, fuori, per qualche centimetro, con la cioccolata di NOVI, da me desiderata.

  • 30 maggio 2013 alle ore 14:32
    Senza titolo

    Come comincia: Sono rimasto molto assente, quanto meno nel raccontarmi e nel raccontare storie da condividere.La Realtà è che ero troppo presente altrove, anzi troppo non è corretto, visto che l' "altrove" di cui parlo è la mia vita di questi ultimi sette anni. Sette anni che non si possono sintetizzare, né in un racconto, né in un romanzo e forse nemmeno in un Universo intero. Il fatto è che in questi sette anni si sono compiuti diversi Miracoli. Come spiegarli, come raccontarli, come dire che sono figli di altri inferni, figli di drammi che oggi, più che mai sono conferma solida che il Paradiso è sempre a fianco a noi quando la salute ci sostiene. Perchè pensare che la mia attuale famiglia, mia moglie, le mie ragazze siano figlie di una malattia terminale, di un tumore al cervello che ha spazzato via il precedente marito, papà, a mente lucida è devastante. Ciò che oggi è il mio Paradiso, non doveva essere mio, non a me doveva appartenere, ma a Luca, a un ragazzo che a trent'anni, senza nessuna colpa, è stato portato via da un Destino che forse solo dopo ha chiesto perdono. Se oggi però sono qui accolto come padre, come marito e come nuovo figlio dalla stessa famiglia di Luca oltre che da quella di mia moglie, non lo devo tanto a me, ma a quella Energia che pulsa nell’Universo, Divino propulsore, di tutti i nostri destini, che per quell’inconoscibile Disegno che ci sovrasta, ci proietta verso quell’Immensa unica Dimensione che si chiama Amore

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:00
    Lettera a mia figlia Vega

    Come comincia: Mia piccola Vega,
    hai già compiuto dieci anni e mi sembra giusto che tu cominci a conoscere qualche regola di buona creanza per poter vivere civilmente con i tuoi simili e per essere considerata, come si dice, una brava ragazza.
    Durante questi dieci anni hai avuto più contatti con l’ambiente in cui vivi; ma fino ad oggi non ti avevo spiegato cos’è l’educazione, che non è una disciplina da imparare, ma un sentimento. Un sentimento che si fonda sul rispetto della personalità degli altri, mentre dallo stesso rispetto l’uomo ne trae dignità.
    Il concetto, forse, potrebbe esserti poco chiaro ed allora ti dico di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. In presenza di altri fai in modo che il tuo comportamento sia quello stesso che tu vorresti fosse assunto dagli altri davanti a te ed, infine, quando sei sola, pensa di comportarti allo stesso modo come se fossi in presenza di altri.
    Se sentirai forte questi sensi, alla vita e alla società avrai reso un gran servigio.
    Ricordati che tu potrai essere istruita, ma non molto educata. L’istruzione sollecita, comunque, l’educazione, ma le stesse sono indipendenti. Oggi vi sono molte persone istruite o intese come tali, ma il loro alto grado di cultura non sempre è in simbiosi con l’educazione.
    Ovunque, nel mondo, l’uomo studia e tende sempre ad arricchire la sua mente, usando libri o mezzi di diversa sorta, però l’obiettivo è uno: l’istruzione. Così in ogni parte del mondo vi sono abitudini diverse e particolari modi di vivere, però ogni popolo tende al vivere civile, quindi all’educazione. Oggi vi sono tanti nuovi ricchi, anche istruiti, ma di educazione non vogliono saperne; anzi, talvolta, per la stessa hanno un gran rigetto. Certamente non hanno senso civico ed è meglio lasciarli nell’ambito, in cui stanno, avendo solo compassione di questa loro carenza.
    Adesso, mia piccola Vega, ti darò alcuni consigli: il tuo vestito sia pur rattoppato, ma non sudicio; dopo qualsiasi lavoro o giuoco provvedi a pulirti ed a mettere in ordine le cose e te stessa; durante tutti i tuoi contatti con la gente, parla con moderazione, evitando frasi scurrili o vocaboli triviali o, peggio ancora, imprecazioni; mentre parli, il tuo sia un dialogo bilaterale, improntato sul rispetto delle idee altrui, nonché sulla discrezione; se vuoi vivere e costruire sempre meglio una società civile, agisci con sincerità e con disciplina, rispettando tutti; la cortesia sia il tuo bell’abito, che insieme con la generosità sarà ammirato ed apprezzato anche da chi conosce poche regole di educazione; impara molte lingue, ma non dimenticare mai il tuo dialetto, non tutti hanno la possibilità d’imparare un’altra lingua e forse anche la sola lingua italiana ( sarebbe un vero miracolo se tutti potessimo parlare una sola lingua ).
    Mia graziosa figliuola, ti ho detto, forse, molte cose, ma tu potrai dilazionarle nel tempo; se qualche vocabolo ti fosse un po’ ostico, usa il vocabolario, il solo amico del tuo intelletto, ovvero dialoga con me, come fai.
    Tuo padre

  • 28 maggio 2013 alle ore 22:18
    Il mio Presente

    Come comincia: C’è stato un momento storico della mia vita,
    più che un momento un periodo relativamente lungo,
    che ho avuto l’estrema necessità di raccontarmi,
    scrivere, condividere il presente che vivevo.
    L’Africa era in prima linea,
    la mia rinascita era in prima linea,
    riscoprire l’autenticità che pensavo smarrita,
    la serenità, la voglia di rinascere,
    di riprendere in mano una vita
    che non avevo in realtà mai sentito mia.
    Fu così che sgorgarono i miei migliori versi,
    i miei racconti più veri, le mie poesie,
    fu così che scoprii cosa significa amare,
    prima dentro di me,
    poi nel volto di Chiara delle mie due figlie,
    Angela e Francesca già lì con lei ancor prima che le conoscessi.
    La Vita è misteriosa,
    il Disegno che ci sovrasta oltre ogni nostra comprensione lo è,
    quindi, oggi, le Verità le lascio agli altri,
    le certezze pure,
    mi tengo il mio Presente,
    figlio di moltissimi errori che ripeterei,
    senza nessun ripensamento,
    visto il Paradiso conquistato

  • 27 maggio 2013 alle ore 18:07
    Sotto le note di un Sax Blue

    Come comincia: “Mi suoni qualcosa, Pedro? La mia vena malinconica vuole una melodia di sottofondo, amico mio”-! Riuscii a dire sotto gli occhi incuriositi di Pedro.
    “Va bene, come desidera il nostro principino”-! Disse prendendo in mano il suo sax.
    Iniziò a suonarlo con cura, in modo delicato e passionale, come se quel suo piccolo strumento musicale fosse la donna che tanto aveva bramatoe fu così che, quando smise di suonare, gli domandai:
    “Hai mai amato qualcuno come ami e ti è a cuore quello strumento, Pedro”-? Chiesi fissando il vuoto mentre la melodia del suo sax era ancora viva in me e scorreva inesorabile anche se terminata.
    “Eheh.. ma che ti prende? Nessuno può competere con Blue, il mio incredibile sax”-! Disse pulendolo con un fazzoletto ricamato mentre sorrideva.
    “E’ il suo nome,vero? Blue, il nome di quella donna, eh Pedro”-? Dissi con un sorriso beffardo mentre lui, stupito, si fermò e si voltò a guardami mentre io, che m’ero alzato, lasciai la sala.

    Non lo disse mai, Pedro, ma il suo sax glie lo aveva regalato qualcuno di speciale. Mai avrei pensato che il suo nome corrispondesse a quello della persona a cui avesse tenuto tanto in passato; credo che il vedere le donne come oggetti del sesso e portatrici d’ignoranza, fosse dovuto al fatto che dopo quella persona, mai nessuno più vi sarebbe entrato in quel suo gelido cuore.
    Cercai di capire più che chiedere ma non tutto mi fu chiaro; quello che sapevo, era che la sua donna fosse morta in un qualche incidente nel suo paese natio e quel che mi spaventò di più, fu lo scoprire che lei fosse sua sorella adottiva. Vedere con quale cura egli desse al suo sax, mi fece riflettere su che tipo di persona potesse mai essere la sua donna.
    Scorgere l’amore, l’affetto e la comprensione di quell’uomo gelido verso un oggetto come una persona, mi portò a pensare che dovesse far parte della famiglia, e un po’ c’azzeccai.
    Domandai a Lilly qualche informazione sul nome del sax chiedendogli che nome fosse mai Blue e lui mi rispose dicendo che non tutti i nomi sono veri e che ci sono alcuni che richiamano un certo ricordo ,o che si riferiscono alle iniziali di qualche luogo o semplicemente al cielo blu che stava ad indicare il paradiso delle anime perdute.
    La cosa che mi colpì profondamente nel corso degli anni, era che lui non stette con nessuna donna in modo fisso e serio; la sua vita fu inondata di avventure e morì col ricordo fisso del suo tormentato amor perduto.