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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 07 aprile 2015 alle ore 1:40
    ..

    Come comincia: Il rispetto è sulla bocca di molti finti predicatori incapaci di metterrlo in pratica. Sparare cazzate è l'arte degli ipocriti, gettare fango sulla brava gente è il pensiero principale dei mediocri. Io mi piaccio così come sono, a volte stronza ,ma solo con chi merita questo lato del mio carattere. Onesta e sincera con chi mi rispetta.

  • 07 aprile 2015 alle ore 1:38
    Questa la dedico a me...

    Come comincia: Questa la dedico a chi non sa un cazzo di me e mi sparla alle spalle. A chi guarda i fatti della vita mia, a chi finge di volermi bene, ma non sa neanche cosa significa amare qualcuno. A chi non ha capito un cazzo di me, a chi parla tanto di sani principi e veri valori,ma poi restano solo parole che scorrono nel nulla e dentro cova soltanto ipocrisia e cattiveria. A chi ha gettato merda nella mia vita, solo per farsi grande davanti agli altri, voglio dirvi questo: "Andatevene a fare in culo ora e sempre, senza ritorno"!

  • 06 aprile 2015 alle ore 16:26
    IL VILLINO AZZURRO

    Come comincia:  JESI  (Ancona) gennaio 1958.
     
    La sveglia seguitava a suonare insistentemente, Lalla allungò un braccio e la incolpevole  sveglietta volò a terra, come inizio di giornata non era male, maledizione! Il tempo non doveva essere dei migliori, i dolori reumatici di Lalla, sessantenne, ne erano un chiaro sintomo…
    Fuori le gambe dal letto, vestaglia indossata, recupero della sveglietta, inutile guardarla, erano le otto come tutte le mattine.
    Ed ora sveglia alle ‘signorine’, giornata di partenza, era finita la quindicina, il treno per Roma era alle dodici.
    Una spiegazione per i lettori più giovani. Nel 1958 erano ancora ‘in funzione’ i casini, insomma le case di tolleranza, quella che dirigeva Lalla era il ‘Villino azzurro’ costruzione fuori dal centro cittadino di Jesi, vicino al cimitero e le ‘signorine’ erano le come dire, senza offendere nessuno, le mignotte, le puttane,  le troie insomma quella gentili e meno gentili ragazze che si prostituivano, solo che allora erano tutelate dalla legge e potevano esercitare ,la professione dentro locali chiusi non come ora…lasciamo perdere!
    “Ragazze sveglia, la colazione è pronta, fate le valige, il treno per Roma è alle 12.”
    Buongiorno, sei buongiorno come quante erano le signorine ancora assonnate, non truccate ed in vestaglia.
    “Lalla ci dispiace andar via, sei la nostra amica di ‘Furlè’, ti vogliamo bene.” (Furlè sta per Forlì).”
    “Adesso mi fate commuovere, niente lacrime, non posso lasciarvi qui ancora, stanno venendo sei nuove ragazze, forza…”
    Fuori in attesa due taxi, i conduttori Settimio e Quinto erano di casa sia come conduttori di auto sia come…
    All’arrivo del treno scambio di baci e abbracci con le nuove sei venute:
    “Come si sta a Jesi?”
    “Bene, la maitresse Lalla è un’amica, vi troverete bene.”
    Era sabato, il pomeriggio era in programma la sfilata in carrozza per il corso cittadino per poi ‘approdare’ al caffè Bardi il locale più inn della cittadina.
    Il perché di quella sfilata era facile da comprendere, i signori maschietti sia scapoli che ammogliati potevano vedere la ‘merce’ vocabolo spiacevole ma purtroppo in uso fra la gente frequentatrice del Villino Azzurro, appuntamento dopo cena alle 21 solo per gli scapoli, gli ammogliati si guardavano bene dall’uscire senza motivo il sabato sera.
    Le sei nuove: Margherita anni 25 di Porto Marghera, bionda non naturale, Aurora 26 anni bionda naturale di Frascati,  Lilla (Calogera) anni 27 nera come un tizzone di Caltanissetta, Carmela anni 30,  1,80, castana di Caserta, Annalisa anni 21 bruna, fiorentina, Arianna, anni 28, castana di Fiesole.
    Nel locale c’erano anche dieci amici al bar come la canzone, aspettavano la demoiselles, avevano la complicità di Gilda la capo cameriera, di Ezio il barman e di altri due giovani camerieri che avevano loro riservati due tavoli vicino alle gentili ‘signorine’, erano ovviamente scapoli e tutti con un soprannome:
    Mario ‘alcolino’ per la sua propensione per l’alcol;
    Umberto ‘il solitario’ quando poteva si rifugiava in una casa di campagna;
    Alberto ‘il bello’, piaceva alle femminucce;
    Marco ‘il moscovita’, era iscritto al partito comunista;
    Massimo ‘scarpe pulite’, il perché era facile arguirlo;
    Giulio ‘il pilota’, istruttore di volo;
    Maurizio ‘pinocchio’ per il lungo naso;
    Augusto l’elegantone’, amava i bei vestiti,
    Gennaro ‘ciccio bomba’, per il pancione;
    Gianni, suo cugino, ‘lo smilzo’ ovviamente tutto ossa.
    Nel giro della Jesi bene erano conosciuti col soprannome dispregiativo de’ “i paccatori’.
    Alberto anche a nome degli amici, si avvicinò ai tavoli delle ‘Signorine’ e, dopo un finto baciamano a Lalla, si presentò con la promessa che si sarebbero fatti vivi alle 16 di lunedì, all’apertura della casa. Il perché di quel giorno e di quell’orario presto spiegato:
    Lalla aveva una propensione per i dieci (li chiamava i miei nipotini) se li abbracciava (ci marciava) pur sapendo che data l’età…Il pomeriggio c’era poca gente ed i ragazzi potevano intrattenersi con la signorine a parlare ed a scherzare nella sala comune  prima di andare in camera.
    ‘In camera’ era il grido imperativo che la maitresse ‘sfoggiava’ quando qualche cliente era dubbioso su quale ragazza scegliere: “Qui si viene per chiavare e non per perdere tempo!”
    Gli orario della casa: tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, poi dalle 21 alle 23, la domenica solo il pomeriggio dato che la mattina Lalla, seguita da composte signorine con velo nero in testa, si recavano a messa nella chiesa del vicino cimitero con gran gioia del parroco, il trentenne don Gianni che era apprezzato in curia per aver riportato nel gregge delle pecorelle smarrite.
    C’erano nella casa dei momenti che la sala comune veniva chiusa in quanto era in arrivo qualche personaggio importante e danaroso che non voleva essere visto dalla plebe (fra questi anche don Gianni, pure i preti hanno diritto a sc….e no?).
    I dieci ne facevano di tutti i colori, una era’ la conigliata’.
    I non magnifici a bordo delle loro vetture, di notte, spaziavano nei sentieri dei paesi viciniori. Con le luci dei fari, abbagliavano conigli, lepri ed ogni altro animale commestibile per poi ucciderli a fucilate. Tutti finivano in padella cucinati dalla mamma di Gennaro che abitava in una villa al viale Cavallotti.
    Non tutto era però rose e fiori:
    Mario era il figlio di un titolare di una ditta di ferramenta e non sempre il genitore era propenso a sostituirsi al figlio nella vendita;
    Umberto doveva seguire i contadini nei possedimenti dei parenti, in parole povere faceva il fattore;
    Alberto frequentava il terzo liceo classico;
    Marco era figlio di un avvocato, doveva seguire le patrie cause;
    Massimo figlio di un ristoratore, doveva far la spesa e seguire i personale nel locale;
    Giulio era pilota e istruttore di aerei nella vicina base di Falconara;
    Maurizio figlio di un proprietario di un negozio di tessuti, doveva seguire i commessi e lui stesso le vendite;
    Augusto figlio di una titolare di una boutique di lusso, era abilitato al mestiere di sarto che doveva esercitare lui stesso insieme a vecchie signore per confezionare abiti; talvolta nei suoi locali avvenivano delle sfilate di moda con magnifiche modelle off limits per lui e per i suoi amici;
    Gennaro e Gianni erano figli di industriali la ditta F.I.M.A. Fabbrica Industriale Macchine Agricole. Non era per loro tutte rose e fiori, i relativi genitori pretendevano (ed ottenevano) che i figli imparassero il mestiere di operai  prima di mettersi dietro una scrivania.
    Avevamo lasciato la banda a tavola a casa di Gennaro, tutti tranne Giulio che era a Falconara con un gruppo di aspiranti aviatori quando giunse una telefonata.
    Aveva risposto Gianni che, bianco in viso:
    “Ragazzi Giulio è morto, il suo aereo è precipitato nei pressi di Cingoli, lo stanno cercando polizia e Carabinieri, andiamo anche noi.”
    Tutti in macchina, Staffolo, Cupramontana e poi nei sentieri illuminati dalle  luci delle forze dell’ordine. Solo all’alba fu ritrovato l’aereo con Giulio ed un allievo pilota morti.
    Ai funerali aveva partecipato tutta la città, il padre di Giulio era un generale dell’aeronautica in pensione molto conosciuto per le sue opere di beneficienza.
    I ragazzi erano in fondo al corteo, distrutti, non si può morire a venticinque anni, invece…
    Quell’episodio doloroso aveva lasciato il segno fra i giovani, avevano reso partecipe del lutto Lalla e le ragazze, abbracciati a loro senza andare in camera, tutto dire.
    L’estate aveva portato alla dispersione del gruppo, a settembre un sabato, al bar Bardi:
    “Nipotini miei, dove siete stati a far danno, venite vi presento le nuove signorine, guardate che belle!”
    Effettivamente la ‘merce’ era migliorata, tutte e sei giovanissime, si erano sedute sulle gambe dei ‘paccatori’ quando intervenne Gilda:
    “Ragazzi c’è gente che guarda, i padroni non vogliono certe scene, vi prego!”
    Quel rientro fu favoloso: Lalla permise che i nove  passassero la notte con le ragazze, cosa assolutamente proibita dalle leggi di PS. e così per la prima volta i ragazzi nudi circolarono per la casa scambiandosi le donzelle che avevano profumatamente pagato facendo scempio dei loro risparmi.
    Una sera tutti riuniti a casa di Gennaro tranne Gianni che era a Bologna :
    “Ragazzi una notizia buona ed una cattiva.”
    Coro: “Prima la buona.”
    “Lalla è stata trasferita al casino di via della Scrofa a Roma, ci ha invitato, la cattiva è che Gianni…”
    “Gianni?”
    “Ha un tumore al cervello, non è operabile, lui non lo sa, non ha molto da vivere.”
    Il gelo era sceso sulla combriccola, i ragazzi si guardavano in faccia ammutoliti, senza parlare decisero di ritirarsi ognuno a casa propria.
    Al rientro di Gianni a Jesi grandi risate decisamente fasulle:
    “Tutto bene vero? Come sono le bolognesi, hai provato la loro specialità…”
    Gianni non rispondeva che a monosillabi, forse aveva capito.
    Forse per vigliaccheria che tale non si può chiamare in casi simili, i giovani non andarono più a trovare Gianni tranne suo cugino che forniva notizie:
    “Ormai non parla più, è molto dimagrito” non che prima fosse grasso tanto da chiamarsi ‘lo smilzo’ ma ora…
    Dopo una settimana i funerali: la F.I.M.A. chiuse per un giorno, presenti tutti gli operai  ‘colleghi’ di Gianni che aveva vissuto fra di loro, una commozione generale di tutta la città.
    La combriccola aveva perduto l’allegria, per rimettersi in sesto ’Ciccio bomba’ Gennaro propose un viaggio a Roma per andare a trovare Lalla che, alla notizia telefonica del loro arrivo, si mise a piangere, evidentemente rimpiangeva i nipotini.
    In tal senso ci fu un ‘teatrino’ quando la banda dei sette (Umberto aveva comunicato impegni di lavoro) entrò trionfante in via della Scrofa.
    “Nipotini miei” e giù a piangere dinanzi ad un  pubblico  eterogeneo e romano il che vuol dire sfottò a non finire.
    “Lasciateli stare stì quattro froci, andate in camera.” Lalla non aveva perso mordente ed aveva sfoggiato il suo linguaggio preferito.
    Con Lalla in mezzo andarono al vicino ristorante ‘La greppia’ e provarono tutte le specialità della casa tutti, con in testa Gennaro ‘Ciccio bomba’, aumentati notevolmente di pancia.
    Dopo una settimana da turisti, imbevuti di fori e di scavi, dopo aver gettato una monetina nella fontana di Trevi per ‘fatte tornà’, i sette ritornarono alle incombenze jesine con la promessa a Lalla di andare ancora a trovarla.
    Ma un crudele destino aveva preso di mira i baldi giovani.
    Mario ‘alconino’ era ricoverato all’Ospedale ‘Le Torrette’ di Ancona, il suo fegato non reggeva più alle bevute del suo padrone  e si era  procurato un bel carcinoma.
    Il brutto di queste malattie è quando l’interessato si rende conto della loro gravità. Mario cercava lui di tener su il morale dei compagni:
    “Si muore una sola volta, fatemi un bel funerale, voglio che tutta Jesi si ricordi di Mario quello delle ferramenta e…”
    Non ci si  abitua mai alla morte degli amici, non averli più fra i piedi, niente più mangiate pantagrueliche nelle trattorie di campagna, niente più Villino Azzurro, tutto finito dietro una lapide, che tristezza!  Ad Alberto ‘il bello’ vennero alla memoria i versi dei ‘Sepolcri’ di Ugo Fosco:
    “Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri e involve tutte cose l’oblio nella sua notte.”
    L’episodio che distrusse il morale della compagnia fu la morte di Umberto. ‘Il solitario’. Si era sparato alla testa con la pistola di suo zio fattore ma il motivo?
    Fu  ricercato nella sua vita passata. Il padre, ufficiale dell’Esercito, con i suoi modi aveva portato la madre al suicidio, si era gettata dalla finestra. Umberto era rimasto con lo zio Ettore fattore, che, preso dal lavoro, lo aveva trascurato ma forse non era stato quello il vero motivo.
    Si appurò che Umberto aveva preso a frequentare il proprietario di un negozio di fiori, omosessuale, ricco  che lo riempiva di soldi e di regali ma questa ‘vicinanza’ lo aveva portato a non  apprezzare più le femminucce cosa da lui non accettata, insomma forse era diventato omosessuale.
    I dieci ‘paccatori’ si erano ridotti a sei, il destino e la lontananza di Lalla,  per loro punto di riferimento, aveva mandato in pezzi la loro allegria.
    Lalla era stata sostituita al villino al ‘Villino azzurro’ da un’anonima Maria, una  ex puttana sdentata, sgarbata, ignorante.
    Passava la maggior parte del tempo seduta alla cassa. Per invogliare i clienti a fruire delle grazie delle signorine si buttava sul monologo: Signori in camera p…o dio, qui si viene per ciullare e non per perdere tempo!”
    La domenica aveva perso la buona abitudine di portare le signorine in chiesa con grande dispiacere di don Gianni il quale era costretto all’astinenza sessuale non potendo più entrare nel villino usufruendo della chiusura della sala comune.
    La conclusione di questo racconto:
    . Lalla era morta, prima aveva inviato dei soldi a don Gianni per essere tumulata nel cimitero di Jesi e don Gianni aveva provveduto anche a dirle messa, nessuna delle signorine aveva partecipato al funerale solo i magnifici ’paccatori’;
    . era deceduta pure Gilda la cameriera del bar ‘Bardi, anche qui i ‘paccatori’ erano presenti al funerale, era diventata la loro occupazione principale;
    . Ezio del succitato bar era andato in pensione;
    . tutti e sei ‘paccatori’ rimasti si erano sposati ed erano diventati padri;
    .  Alberto aveva conosciuto ad una sfilata di moda una modella favolosa Charlotte, oltre che bella era di una simpatia unica, sempre sorridente e disponibile con tutti. Alberto non aveva voluto figli, non voleva dividere la sua Charlotte nemmeno con un bambino tanto ne era innamorato ma…la solita dea invidiosa aveva provveduto  a distruggere la sua felicità: in un incidente stradale la sua deliziosa consorte con la sua Jaguar era andata ad incrociare un camion guidato da un autista ubriaco, morta sul colpo. Al funerale erano andati i suoi amici ma non lui, era impietrito. Aveva lasciato il lavoro, viveva con un lascito sostanzioso della zia Giovanna ed era andato ad abitare  nella sua villa, unica compagnia una badante rumena piuttosto giovane ma che lui non degnava di alcuna attenzione sessuale, niente più donne. Passava i pomeriggi e le serate al bar Bardi, in fondo alla sala un tavolino era sempre prenotato per lui, gli amici andavano a trovarlo lì, non riusciva più nemmeno a sorridere.
    Pian piano Marco, Massimo, Maurizio, Augusto e Gennaro diventarono nonni e, a turno, passarono a miglior vita,. Alberto era il solo rimasto in vita sino a novant’anni suonati ma la sua era una non vita, solo esistenza.
     
     
     
     
     

  • 05 aprile 2015 alle ore 18:34
    Le persone forti...

    Come comincia: Ci sono persone forti che non demordono mai qualsiasi cosa accada, o almeno questa è l'impressione che danno. Affrontano la vita sfidando tutto e poco contano per loro le conseguenze, non vivono di rimpianti, si buttano a capofitto nelle novità e non temono i contraccolpi. Le persone forti ascoltano tutti, aiutano tutti, salvano tutti, ma mai nessuno salva loro o che sappia ascoltarli e aiutarli, per questo spesso si ritrovano a lottare da sole e nel silenzio piangono!

     

  • 05 aprile 2015 alle ore 18:12
    Gli invidiosi

    Come comincia: Gli invidiosi? Sono i miei migliori fan, si, grazie a loro mi sento molto appagata dal fatto che mi odiano per quello che faccio e per come sono. Gli invidiosi sono coloro che mi odiano perchè sono come infatuati dalle cose che  realizzo, quanto più li ignoro, tanto  più si mettono in competizione con me, ambiscono a raggiungere i miei traguardi, mi imitano in tutto, vorrebbero possedere le mie cose, per me, invece, rappresentano solo una massa di miserabili.

  • 04 aprile 2015 alle ore 19:03
    la ragazza di carta

    Come comincia: Osservando una fotografia con insistenza si rischia prenda vita. Che l'immagine salti fuori dalla carta e si presenti irriverentemente. Il problema si pone quando si spia la vita di un altra persona. Si cerca di dar un volto ad un ombra. Qualcuno che si è infiltrato in una relazione senza permesso e ritegno. Un intrusione improvvisa. Inaspettata. Cosi ci si presenta a questa sconosciuta, consapevoli che non potrà rispondere a domande, essendo una ragazza di carta. Ma almeno si avrà un confronto, per quanto atipico e silenzioso. Occhi negli occhi, senza scrutare l'animo. È assente. Come molto altro.

    Al contrario della fantasia che tesse strade uniche e surreali..

    "ciao, piacere Sofia"

    Silenzio

    "ti osservavo da un po'. La prima volta che ci siamo incontrate è stato su whats up. Ti ricordi?"

    Silenzio

    "avevi inviato delle tue foto piccanti al mio compagno..."

    Silenzio

    "capisco il tuo imbarazzo, ma sono qui per parlarne..e magari capire..."

    Silenzio

    "ogni rapporto è unico ed andrebbe vissuto, più che raccontato..ma non capisco perché hai scelto lui.."

    Silenzio

    "la tua vita non ti soddisfa?il tuo uomo non ti basta?"

    Silenzio

    "ad ogni stimolo corrisponde una reazione. Il mio compagno ha risposto al tuo narcisismo...mi avete ferita"

    Silenzio

    "credevo di aver risolto quando lo ho pregato di chiudere con te.hai continuato a cercarlo e lui a non dirmelo".

    Silenzio 

  • 02 aprile 2015 alle ore 9:43
    AMO LE MIGNOTTE

    Come comincia:  Si, amo le mignotte, quelle gentili signore o ‘signorine’ come si chiamavano nei casini di  vecchia memoria malauguratamente chiusi nel 1958, donne disponibili senza tanti preamboli che ti lasciavano sessualmente soddisfatti per riprendere poi le proprie normali attività lavorative e non.
    Niente complicazioni al rientro a casa quando, stanchi dal lavoro,  ti sprofondi sul divano a goderti il meritato riposo davanti al televisore:
    “Tu sei stanco? E io che sfacchino dalla mattina alla sera con i lavori di casa, con i tuoi figli, chi li aiuta a fare i compiti, chi va a parlare con i professori, chi va dal consulente tributario, chi…chi…”
    Ovviamente in queste condizioni parlare di sesso non se ne parla proprio e qui, illo tempore, entravano in azioni le ‘signorine’ con il loro apprezzato sbrigativo ‘lavoro’.
    Inutile domandarsi cosa avesse per la testa quella gentile senatrice che aveva fatto approvare la chiusura delle ‘case chiuse’, che ne sapeva lei dei problemi di tutti i giorni dei maschietti per non parlare di altre problematiche sociali approvate per principi decisamente non condivisibili, ma ormai…
    Il problema è che farti un amante è decisamente poco raccomandabile per i problemi che inevitabilmente sorgono:
    . la ragazza è nubile e si innamora di te? La prima cosa che pretende è che tu lasci tua moglie;
    . la femminuccia è sposata? Difficile far combaciare le relative esigenze per motivi di orari;
    . la cotale è la migliore amica di tua moglie? Si può capitare ma sorgono complicazioni sentimentali: “Mi sento un verme, Adalgisa (si mia moglie si chiama proprio così!) non lo merita proprio.”  Il fatto è che Adalgisa è immensamente gelosa (forse perché è decisamente brutta), sposata da me perché? Perché il papino di lei è straordinariamente ricco e inoltre è il mio datore di lavoro, lasciarla quindi sarebbe un suicidio;
    . la baby è giovane e bella? Ahi ahi ahi, diventerei geloso io per il nugolo di pretendenti arrapati che le circolano intorno;
    . la signora non più giovanissima ma ha classe da vendere e frequenta circoli letterari e personaggi acculturati e ti fanno sentire un ignorante malgrado il tuo liceo classico conseguito ad ottobre con tutti sei;
    . la madama abita nella tua stessa scala e quindi la ‘sveltina’ sarebbe comoda e senza tanti problemi ma c’è di mezzo la portiera che mi odia perché ho rifiutato le sue ‘avancés’, è troppo brutta e puzza di cipolla;
    . la ‘bambina’ è un’amica sedicenne di mia figlia e pretende da me lezioni di francese perché sono proprio bravo in questa lingua (ed anche in altre…). In occasione delle lezioni allunga le mani, la mignottella, e mi fa sballare e arrapare come un riccio, meglio evitare, sarebbe fonte di troppi guai; 
    . ultima chance la colf rumena quarantenne abituata alle fatiche probabilmente anche amorose. Quando era su una scala a spolverare i piani alti le ho messo una mano fra le cosce, è dura come un  sasso, anche di tette ma, in contrasto, ha un viso dolce, occhi azzurri, mascella volitiva. Mi son fatto fare un pompino, è brava ma per poco non ci ha pizzicato Adalgisa, una fifa da cani, fine della storia.
    E così sono a piedi perché quando provo timidamente delle avancés alla consorte:
    “Con che faccia ti presenti, ho mal di testa continuo per non parlare della schiena, non mi posso piegare in avanti, vado avanti a forza di massaggi, se non fosse per Romildo…”
    I genitori del cotale avrebbero meritato una fucilazione senza benda. L’intestatario di quel  nome era decisamente omo: “Che bell’uomo tuo marito, se non fosse per te me lo farei proprio!” 
    Forse a mia moglie non sarebbe interessato gran che di un incontro ravvicinato fra lui e suo marito che poi sarei io ma è il marito a non essere d’accordo!  Il bell’uomo’ non aveva gli stessi gusti.
    A questo punto sono a terra, dove trovare un ‘fiorellino’ piacevole e disponibile? 
    Sempre più depresso accettai la proposta di Adalgisa di una crociera di gran lusso, preciso di gran lusso nel Mediterraneo. L’idea non era la sua ma quella di Cornelia (se alcune donne hanno nomi impossibili non è colpa mia!). La cotale era moglie dell’ostetrico di Adalgisa ed io mi domandavo perché mia moglie andasse dall’ostetrico dato che non usava la passera, almeno con me.
    Imbarco a Messina, molo Colapesce (è il nome di una eroe che viveva in mare senza respirare alla ricerca di cose preziose, questa è la leggenda, se è una stronzata non è colpa mia!). 
    Cabina di prima classe con balconcino esterno, con  i soldi di papino la  consorte si faceva passare tanti capriccetti in questo caso da me graditi. Avevamo l’ingresso in sala da pranzo di prima classe, talvolta  mangiavamo al tavolo del comandante della nave con camerieri in divisa  tutte cose di cui non me ne fregava un bel cazzo.
    La vita di bordo era decisamente monotona, quello che più mi impressionava, in senso negativo, erano le tavole imbandite di leccornie in tutte le parti della nave e la fame che tutti gli ospiti dimostravano a tutte le ore, anche alle tre del mattino!
    Sveglia quando pareva a me, prima colazione, (da non confondere con la colazione che era il pranzo) che poteva comprendere le specialità dei tre pasti giornalieri tanto ben di dio potevi trovare sulle tavole imbandite. (Scusate se non uso la d maiuscola di dio ma sono ateo e credo che i vari dei se li sono creati gli uomini a loro uso e consumo ma questo è un altro discorso).
    Il dopo era a scelta: piscina, palestra, sala giochi (dove ci rimettevi tanti soldini), sala massaggi preferita dalla mia poco gentile consorte. Ci stava ore intere senza preferenza tra massaggiatori maschili (si fa per dire) che femminili. 
    Preso dalla curiosità mi ci sono infilato anch’io in una sala massaggi rifiutando decisamente le mani di un maschietto per quelle più delicate e morbide di una femminuccia, femminuccia si fa per dire, quella capitata a me aveva un vocione da baritono, faccia quadrata e sguardo ‘se te movi te fulmino’, forse sono stato sfortunato ma rinunziai ai massaggi per una dormita allungata sino alle dieci del mattino e non me ne pentii.
    Dopo una leggera bussata alla mia porta, munita di pass partout si presentò una gentile donzella con tanto di divisa e cresta sulla testa.
    Alla mia vista un ‘pardon’ e inizio di ritirata.
    “Signorina resti pure, io nel frattempo faccio la doccia e lei…”
    Non aveva capito un acca, parlava solo svedese (era svedese) ed inglese ma io di quest’ultima lingua ne masticavo pochino anche se l’avevo studiato due anni al classico.
    Si chiamava Berenice (finalmente un bel nome di donna), occhi d’ordinanza azzurri, bionda dalla lunga capigliatura, nasino delizioso (odio nelle femminucce quelli lunghi che le fanno assomigliare a dei travestiti) bocca…bocca interessante , si trattava di andare all’assalto con gentilezza e scoprire i punti deboli della baby.
    Ci voleva del tempo ed io tutte le mattine facevo qualche passo in avanti nella conquista della deliziosa Berenice.Quando giunsi a metterle una mano fra le cosce (di una morbidezza…) capii che ormai era fatta.
    “Please help me to take a shover”, la mia intenzione di farmi massaggiare mentre mi facevo la doccia era stata percepita dalla baby,complimenti ad Albertone .(Scusate ma mi sono dimenticato di presentarmi, sono Alberto Mazzoni, quarantenne, impiegato presso la ditta ‘Nettuno’ costruttrice di yatch di proprietà di mio suocero.)
    Quel che accade dopo con un po’ di fantasia potrete arrivare a capirlo. Quel che più mi piacque era il corpo splendido di Berenice: longilinea, seno forza tre, vita stretta, gambe lunghe, altezza 1,75, piedi deliziosi (come amo i piedi deliziosi!).
    A questo punto mi domandai come una cotal beltade facesse la cameriera, l’avrei vista bene da modella in una sfilata di moda.
    La mia ‘sparizione ‘ dal giro delle conoscenze di mia moglie la mise in sospetto ma non tanto da capire che mi facevo la bella svedesina (fra l’altro giustamente ben remunerata finanziariamente, lo meritava!)
    “Vorrei sapere dove vai a cacciarti.”
    Mia risposta ovvia:“La nave è grande.” E finiva li.
    Altra mia dimenticanza e spero che sia l’ultima: mia moglie aveva preteso di dormire in cabine separate e, per un gioco della fortuna,  le nostre erano capitate in due ponti differenti.
    Siete curiosi di sapere come mi facevo la baby: vi accontento, curiosoni! Inizio: baci su tutto il corpo dal profumo di violette (si esistono pelli che sanno di violetta, se ve lo dico dovete crederci) e poi baci appassionati dalla bocca alle tette particolarmente sensibili e Berenice riusciva a godere anche così per non parlare della gatta che, sollecitata, diventava un fiume in piena. Talvolta mi soffermavo  sui piedi e così mi sono scoperto feticista!
    La conquista più difficile è stata …immaginate voi, si il popò!
    “No ass, bugger no, it hurts!”
    Non ci voleva molto a capire che non l’aveva mai provato ed aveva paura del dolore.
    Come convincere la donzella? Con le varie cremine che l’Albertone usa per il corpo e per il dopo barba.
    Con molta delicatezza raggiunsi lo scopo e Berenice ci prese pure gusto o meglio doppio gusto masturbandosi il fiorellino. Vittoria completa, anche se amo le mignotte, tale non poteva dirsi la svedesina anche se aveva accettato qualche sostanziosa mancia.
    Come tutte le cose belle anche la crociera volse a termine.
    “Finalmente ti si rivede!” Perchè Adalgisa non si faceva i cazzi suoi: “Se non ti conoscessi potrei pensare male!” 
    “Pensa pure male brutta stronza” il sorriso di Alberto non dimostrava il suo pensiero peraltro condiviso dalla consorte:
    “Solo io so la verità, a te piace la palestra e il running, sarai andato a correre.”
    “Si a correre la cavallina” questo  il pensiero di Alberto che aveva sempre un viso sorridente ma dentro di sè una tristezza infinita, non avrebbe più rivisto la deliziosa Berenice!

  • 01 aprile 2015 alle ore 18:54
    Ci chiudiamo per difesa....

    Come comincia: Ci chiudiamo per difesa e quando non abbiamo più nulla da dire, oppure quando ne abbiamo troppe da urlare. Ci chiudiamo nel silenzio per il troppo dispiacere e per tante, troppe delusioni che subiamo che come lame ghiacciate penetrano nel cuore ferendolo, per colpa di alcuni gesti o parole. Ci chiudiamo in noi stessi quando la forza di lottare si esaurisce contro chi non vuole capire e non riesce a percepire il mondo incasinato che abbiamo dentro. Ci chiudiamo in noi stessi spesso per colpa dell'orgoglio come se fosse l'unica soluzione giusta del momento e a volte perchè sentiamo il bisogno di farlo.

  • 31 marzo 2015 alle ore 23:11
    ...

    Come comincia: Non conta chi sei e cosa fai, ma quello che riesci a trasmettere con il cuore. Non conta avere la pretesa di stare nel cuore di tutti, ma avere un cuore capace di amare. Non conta mostrare la ricchezza esteriore, se poi si è poveri dentro. Non conta andare in giro per il mondo con scarpe firmate, ma contano le impronte che i tuoi passi hanno lasciato, quelle incancellabili, quelle dove riversavi semplicità e amore per le cose e per le persone e sono quelle che neanche il tempo dissiperà.

  • 30 marzo 2015 alle ore 14:50
    Non più di 100...

    Come comincia: ...E dopo 23 anni di basket agonistico, come avrei potuto non scrivere della palla a spicchi, del cerchio di ferro e della mitica retina...i ricordi sono tanti..mescolati ...quando ho iniziato io a giocare il tiro da 3 esisteva solo nell'Nba (e siamo nel 1973)...si giocava con i calzettoni lunghi, i calzoncini super atillati (per mostrare i muscoli??) e le canottiere che ti creavano un notevole prurito....adesso ci sono calzoni alla pescatora (rigorosamente a vita bassa) e magliette senza maniche al posto delle canottiere, con sotto le "bellissime" magliette della salute...le calze ci sono, ma sembra che non ci sianoa, da tanto sono corte....una volta se avevi le converse bianche in tela eri alla moda...adesso esistono air...nere, bianche, rosse....e mille altri nomi impronunciabili di scarpe...ma vi assicuro che far canestro non dipende dal tipo di scarpe....

    Quela volta gli allenatori (coach) chiamavano time out e ti davano tutto: asciugamani, boracce, spray per i colpi....adesso i coach chiamano time out e dalla panca si alzano massaggiatore, medico, accompagnatore, zii, cugini, vice coach, lavagnette, pennarelli....e il time out è già finito....adesso ci si da il 5 anche se si è subito un fallo tremendo...quella volta i vecchi della squadra ti dicevano "scemo" e avrebbero voluto batterti, ma sulla testa...io ho iniziato in ricreatorio: un istituzione per la nostra città che continua ancora oggi...Finita la scuola, se non c'era allenamento, in "ricre" tiravi a canestro tutto il dopopranzo ...i giochi erano sempre quelli: giro del mondo e 21...e quello era l'allenamento migliore (stile slavo "corri e tira") per le partite del sabato...il mio primo maestro di basket (si perchè guai a chiamarlo coach) ci portava a giocare dall'altra parte della città a piedi dicendo che era un buon riscaldamento...e anche se vincevamo tornavamo indietro a piedi,(però con la coca-cola pagata) perchè diceva che era un'ottima soluzione defaticante...e noi lo ascoltavamo in religioso silenzio..però io ero abbastanza brontolone, ma alla fine del mio primo campionato (già che ero abbastanza lungo per la mia età...) ho vinto la classifica marcatori e lui mi fa: "visto, così adesso starai un po' zitto!!!"... e come potrò mai dimenticarlo: è stata una grande scuola di vita per il nostro avvenire, e non c'entra il basket, ci ha insegnato l'amicizia e lo spirito di squadra, del risultato non gli fregava più di tanto, ma solo adesso mi rendo conto quanto sia stato importante come uomo.....e intanto camminavamo...uhhh se camminavamo....solo una cosa non mi è mai andata giù del suo modo di fare: non ha mai voluto che segnassimo il punto numero 100...è sucesso tantissime volte che arrivavamo a 99 e tutti ci guardavamo..sperando...ma dalla panchina lui niente...e siamo attorno ai 12/13 anni...gli altri allenatori che ho avuto ( e che scriverò un'altra volta) negli anni seguenti ci lasciavano andare oltre i 100...purtroppo non capitava più tanto spesso...

  • 30 marzo 2015 alle ore 12:23
    Bacio...

    Come comincia: Quell'attimo prima del bacio è stupendo, tremano le gambe, dei brividi percorrono la pelle, due mani si stringono, ci si avvicina, quell'attimo in cui due respiri diventano uno solo e il cuore batte all'unisono, quando ci si guarda dritti negli occhi, quando ogni cosa che c'è attorno svanisce e tutto il resto perde d'importanza, quando non esiste il mondo ma solo due persone, quella frazione di secondo in cui si chiudono gli occhi e si inizia a sognare. Beh, quell'attimo è un qualcosa di magico.

  • 28 marzo 2015 alle ore 19:10
    L'amore

    Come comincia: L'amore è un sentimento magico che ti prende alla sprovvista e resta nella tua anima per tutta la vita. L'amore è creare un piccolo paradiso anche in mezzo a tanta confusione. L'amore non è rinunciare, è tirarsi i capelli bianchi, è invecchiare insieme. L'amore è un bellissimo viaggio di passione e intimità in cui sono collegati anima e cuore. L'amore è voler restare con il cuore accanto alla persona che ami tra mille emozioni. L'amore è un'avventura infinita che dura un'intera vita. L'amore collega due persone spiritualmente, telepaticamente e si effonde in tutta la loro anima.

  • 28 marzo 2015 alle ore 18:54
    .

    Come comincia: Non trascorre il tuo tempo chidendoti: "Se magari?". No, non farlo.
    Distriaiti. C’è un tempo per ogni cosa, anche per l’amore.
    L’amore ti verrà a cercare quando è il momento giusto.
    Se non lo ha ancora fatto è perché non è il momento giusto.
    L’amore non dimentica nessuno. Vivi la vita così come viene e tutto verrà da sé.
    Indossa un sorriso sul tuo viso, il tuo sorriso migliore e dimostra al mondo quanto sei forte. Fai vedere al mondo quanto vali. Ti auguro tanta fortuna.

  • 28 marzo 2015 alle ore 18:50
    Questa frase la dedico a me...

    Come comincia: Questa frase la dedico a me e a chi come me: ha avuto la forza di rialzarsi dopo mille cadute, a chi anche se le cose andavano storte, il sorriso in faccia non mancava mai, a chi quando c'era bisogno di aiuto era sempre disposto ad aiutare, anche se gli altri non facevano lo stesso, a chi soffre e ha sofferto, a chi ama e a chi odia, a chi è felice e a chi è triste, a chi si pente e a chi non si pente! A chi mi vuole bene e anche a chi mi vuole male! A chi vorrebbe vedermi soffrire e fa di tutto perché questo accada, a chi nonostante tutto mi è vicino... e lotta e non mollerà mai.

  • 26 marzo 2015 alle ore 15:20
    Stanze

    Come comincia: Tornai a casa da un faticoso viaggio ad Istanbul, aprii la porta di casa e senza neanche riporre lo zaino, accesi una sigaretta e un bastoncino di incenso regalatomi da Tharihr. 
    '' Accendilo quando nel vento saprai che qualcuno ti chiama, perché quello è il momento in cui il ricordo soffia sulle ceneri, e quel qualcuno è proprio accanto a te''
    Era quello il momento, sentivo tutte le anime da me conosciute nella brezza aurica della sera. I racconti, le voci e la moschea blu, imperiosa e vivida.
    Tharihr un giorno, mi portò in una strada di Istanbul, chiamata '' la via delle finestre illuminate'' e iniziò a sciogliere tutti i nodi della sua vita.
    Mi indicò una finestra dalle ante di legno, usurate dal tempo raccontandomi che quella era la casa dove aveva vissuto sua madre Sabra, morta un anno prima in circostanze che non aveva voluto chiarirmi. Anche Tharihr era uno sconosciuto per me, ma anche per se stesso. Viveva come se avesse tatuato addosso un arcano da risolvere, ad ogni passo, ad ogni incontro.
    - ''Silenzio''. Mi disse.
    Siediti qui.
    Assistemmo allo spettacolo quotidiano di luci accese e poi spente. I passaggi di vita di esseri umani che come saltimbanchi attraversavano una stanza all'altra.  Qualcuno leggeva, altri abbracciavano le proprie ombre alla finestra e facevano l'amore. I bambini giocavano sui pavimenti che scricchiolavano allo strusciare di giochi e piedini scalzi.
    Solo la finestra della casa di Tharihr restava sigillata . L'uomo non aveva potuto nulla contro quel fatale passaggio di vita. Dovevo essere malinconica osservando quelle ante perché Tharihr mi carezzò una spalla, come a rincuorarmi , suggerendomi di accettare quel buio.
    -''Vedi'' mi disse
    Dovrò riabituarmi ad un nuovo bagliore in quella casa. Altri prenderanno il mio posto e quello di mia madre. Qualche famiglia ci ricostruirà un nido sicuro e quello sarà solo un passaggio. Sarà una nuova luce.
    Così è la nostra anima pensai. Viene risucchiata da un buio pesto nutrito di silenzio e noi
    ci ribelliamo, a quella condizione. Ma non c'erano guerre sul volto di Tharihr, perché sapeva
    che una casa sottoposta a tempeste, all'inevitabile silenzio della morte, sarebbe ritornata folgorante un giorno. Avrebbe di nuovo illuminato la via. 

  • 24 marzo 2015 alle ore 9:59
    MELISSA E IL SUO MONDO

    Come comincia: Melissa a letto sentiva un raggio di sole sul suo viso, aveva perso la cognizione del tempo, era invasa dalla pigrizia, non ce la faceva proprio ad aprire gli occhi, fu costretta dal suono del telefono: “Pronto…” 
    “Pigrona sono le dodici, sicuramente sei a letto, ti sento dalla voce impastata, sveglia!”
    Era quella rompi di Mona, già una che si chiama così era per forza una rompiscatole, ma era la migliore amica, la sola che aveva sin da bambina.
    “Che vuoi…”
    “Come che voglio, siamo invitate da mia zia, oggi è l’equinozio di primavera, ti passo a prendere fra mezz’ora, sveglia!”
    Si, ora ricordava, era il 21 marzo. La zia di Mo, appassionata di astrologia, le aspettava nella sua villa di Musolino, sui monti Peloritani per festeggiare l’inizio di una nuova stagione: la primavera. 
    Non aveva molta voglia di andare a vedere una vecchia signora rinsecchita, ingioiellata oltre dire, circondata dai suoi due alani e da un maggiordomo fuori del tempo ma piena di dinari, si proprio quelli non le mancavano. 
    Il vecchio sir, di schiatta inglese, di molti anni più anziano, l’aveva lasciata proprietaria di case, di negozi e di pingui conti in banca che,  al suo ingresso nell’edificio, facevano inchinare sino a terra il rubicondo direttore. 
    La vecchia zia Egle (nessun commento sul nome) era da sempre abituata ad essere obbedita ed ossequiata dalla vil plebe ma si faceva perdonare per la sua generosità pecuniaria che, di questi tempi…
    Insomma, era l’ora di scivolare fuori dal caldo letto per infilarsi sotto una calda doccia: oh che bello, non ne sarebbe mai uscita fuori.
    Il campanello:
    “Cazzo son due minuti che aspetto fuori.”
    “Ora ti dai al turpiloquio…”
    “Lo sai quanto è precisa con gli orari la zia, è una vergine…”
    “Si dai candidi manti rotta di dietro e peggio davanti!”
    “E quella del turpiloquio ero io, lascia stare Stecchetti e sbrigati.”
    Scarpe da tennis, jeans, maglietta e giaccone divisa che avrebbe fatto arricciare il naso alla vecchia signora, infatti:
    “Mi sembrate due straccione, Battista portami il telefono:
    “Teresa cara, ho una nipote ed amica straccione, te le mando domani, ripuliscimele per bene, grazie cara.”
    Teresa era la proprietaria di una boutique molto alla page del centro di Messina.  
    Chiedo scusa ai lettori, avevo dimenticato che Melissa e Mo (ovvio diminutivo dell’originale) abitavano a Messina la prima in viale dei Tigli 26 con i genitori e la seconda sulla strada Panoramica al n.2240 sempre con papà e mamma, ambedue universitarie, la prima in  lettere, la seconda in ingegneria informatica.
    Il pranzo era stato un solo monologo della vecchia signora che non mancava di imboccare i due alani eternamente affamati e che scodinzolavano speranzosi in attesa dei bocconi della padrona.
    Sottofondo le melodie di Bach e di Chopin preferite dalla vecchia signora.
    Finalmente fine della libagione e rientro a casa di Melissa.
    Le due amiche avevano in comune anche il boy friend, due istruttori della palestra dell’Annunziata Salvatore per Anna e Marco per Mona, si incontravano nella abitazione delle ragazze quando i rispettivi genitori erano fuori, insomma il menage di due ragazze normali quando un giorno:
    “Mo ho la febbre e sono nervosa, vieni a trovarmi.”
    Mona  per consolare l’amica sconsolata e decisamente ipocondriaca aveva iniziato a massaggiarla prima sul viso, poi sulle tette, sulle cosce, e poi, per sbaglio, sul fiorellino, insomma le due amiche erano diventate intime in senso sessuale senza volerlo.
    Avevano pensato di scambiarsi i partners ma avevano rinunziato considerato che i due erano dei fanciulloni e non avrebbero compreso il girl swapping.
    Qualcosa era cambiato nella vita di Melissa quando all’università era giunto Il professore Fabrizio Quinti insegnate di lettere moderne. 
    Quarantenne, longilineo, 1,80, elegante, eloquio brillante e trascinatore aveva colpito Melissa che aveva preso ad incontrarlo all’uscita dalle lezioni.
    La prima volta:“Professore le chiedo scusa se l’importuno ma vorrei sapere qualcosa di più su Oscar Wild, sono affascinata dalla sua personalità e dai suoi scritti.”
    “Gentile signorina, mi proponga la domanda durante le ore di lezione.”
    “Forse sarebbe meglio una lezione privata, sempre che lei sia d’accordo.”
    Era un’attacco diretto al quale il professor Quinti rispose con un sorriso.
    “D’accordo, ho un bilocale in viale Annunziata 38, il mio telefonino è 3406656111, sono un Ariete con tutte le conseguenze che porta tale segno, mail ‘zio.fofo@alice.it’, ho preferito non mettere il mio nome e cognome, ho preso in prestito quello di un mio zio purtroppo defunto, le occorre altro?”
     Il sorriso era sempre stampato sul viso del professore mentre un leggero rossore era apparso su quello di Melissa, rossore non sottolineato ma notato dall’insegnante.
    Melissa si era voluta documentare su Oscar Wilde ed aveva acquistato un libro dell’autore ‘Il principe felice’.
    È la storia un po’ triste di una rondine che, passando sopra una città inglese per recarsi in Egitto, si ferma sopra una statua in bronzo di un principe che le racconta la sua storia.
    Il primo incontro avvenne un sabato pomeriggio, Melissa aveva smesso i panni del maschiaccio ed aveva indossato quelli acquistati o meglio regalatigli dalla zia Egle presso la boutique della sua amica Teresa, un’acconciatura presso il  parrucchiere Corrado celebre omosessuale (“Mi raccomando Corrado un’acconciatura da sballo”), un profumo delicato, uno schianto!
    Al suo ingresso l’insegnante aveva arricciato il naso (Melissa si aspettava qualcosa di più): “La prego si segga, le faccio un po’ di spazio, l’ordine non è il mio forte.”
    In verità il soggiorno con annesso cucinino era in un disordine totale, la camera da letto idem.
    “Professore si vede che vive solo, manca la mano di una donna, col suo permesso…”
    In meno di mezz’ora il mini appartamento aveva mutato la sua ‘fisionomia’, anche i panni sporchi erano in lavatrice che faceva  compagnia ai due col suo suono metallico. 
    “Ora si che …”
    “Gentile signorina o meglio Melissa, ti do del tu, potresti essere mia figlia, sono divorziato da mia moglie che vive ad Ancona con mia figlia Rebecca, quella che vede nella foto sopra la scrivania, ho preferito farmi trasferire a Messina, i miei genitori, ambedue deceduti, erano di Catania, non ho alcun legame sentimentale.”
    “Sono Melissa Marchese, ventitre anni, vivo in famiglia, ho un boy friend che frequento senza impegni sentimentali… non c’è altro. Ho portato con me il racconto di Oscar Wilde ‘Il principe felice’ che vorrei commentare insieme.”
    “Piccola bugiarda a te del ‘Principe felice’ non interessa un bel nulla, n’est pas?”
    Stavolta il rossore sulle gote di Anna si era fatto più evidente, Anna prese il soprabito e fece per uscire quando: 
    “Non sentirti offesa, ho detto quello che pensavo e forse pensavo bene, vieni a sederti vicino a me deliziosa alunna.”
    Melissa, a metà strada fra il divano e la porta di casa, era indecisa sul da farsi.
    “Pensa bene se vuoi arrivare sino in fondo o fare retromarcia, un classico è il legame sentimentale fra l’alunna ed il professore, ci sono fiumi di letteratura in tal senso.”
    “Ti darò anch’io del tu, caro papà, sono io che…insomma, darla la prima volta è da mignotta e tale non mi sento, guardo che c’è in frigo e ti preparo una cenetta. Vuoto assoluto, vado al CO qui vicino , i maschietti vanno presi per la gola.”
    “Mona ho rimorchiato, il professore mi piace da matti, non voglio lasciarmelo sfuggire, ho appuntamento sabato!”
    “Sono eccitata anch’io, proposta indecente, tieni il telefonino acceso, voglio partecipare alla pugna.”
    “Tu non partecipi a nessuna pugna, mi sentirei a disagio, devo pensarci su.”
    Il sabato successivo Anna aveva preferito un abbigliamento casual, solo un  filo di profumo, aveva ceduto alle ‘insane voglie’ di Mona, telefonino acceso.
    Questa volta l’appartamento del professore era in ordine, frigorifero pieno, libagione assicurata anche da bottiglie di pregio sia di Lambrusco che di Pro Secco, il professore amava i vini frizzanti.
    Anna fu piacevolmente colpita dalla perizia culinaria di Fabrizio: tagliatelle al sugo, cosce di pollo con patate, coniglio con peperoni, una vera delizia, pane semintegrale abbrustolito, contorni di carote, insalata, finocchi, rucola e frutta a non finire.
    “Dove hai imparato a cucinare?”
    “Ho prestato servizio nella Guardia di Finanza per tre anni al confine svizzero, a turno ‘montavamo’ da cuciniere. Sono appassionato di Jazz e di foto motivo per cui metto su dei CD classici e, col tuo permesso, ti scatto qualche foto, solo dei primi piani, hai un viso delizioso sia quando sorridi che quando diventi seria come l’ultima volta.”
    “Dear Fabrizio vorrei andare in bagno a poi…”
    “D’accordo, incontriamoci a letto.”
    La borsa col telefonino acceso sul comodino, il baby doll rosa indossato in attesa dell’arrivo del padrone di casa che non si fece aspettare.
    Natale aveva un fisico da atleta, il suo un metro e ottanta era ben distribuito, muscoli possenti in tutto il corpo ed un coso decisamente fuori del normale facendo un paragone con quello di Salvatore l’unico con cui poteva fare un confronto.
    Il ciccio di Fabrizio preso in bocca era aumentato in maniera notevole tanto che Melissa ebbe paura di farsi male: 
    “Ti prego vacci piano, ho avuto una sola esperienza con il mio istruttore della palestra ma non l’ha così grosso.”
    “I palestrati usano gli anabolizzanti che creano problemi dal punto di vista
    degli organi genitali, hanno muscoli gonfiati, in parole povere sono loffi.”
    Natale fu molto delicato, prima baciò a lungo la gatta che godè più volte e poi penetrò dolcemente facendole provare qualcosa di nuovo ed eccitante quando schizzò lo sperma sul collo dell’utero.
    Melissa ogni tanto descriveva le sensazioni che provava per accontentare Mona all’ascolto, la ‘pugna’ durò a lungo sin quando:
    “Natale la gatta ne ha avuto abbastanza, mi riposo un po’ poi rientro a casa mia per il giusto riposo della guerriera!”. 
    Il menage col professore andava avanti, come dire, in maniera regolare, qualche week end lo passavano a Cefalù.
    A questo punto Hera  la divinità della gelosia penetrò nel cervello di Mona che non accontentava più di ascoltare, via telefonino, le imprese erotiche della sua amica.
    “Anna vorrei che mi presentassi il professore, la notte sogno te e Fabrizio che fate l’amore, vorrei… si vorrei come dire, partecipare, sempre che voi due foste d’accordo, insomma hai capito…”
    Melissa aveva capito perfettamente, Mona si sentiva esclusa dal menage della sua amica e voleva anche lei partecipare al banchetto erotico, un problema era quello di informare il professore delle ‘mire’ della sua amica e vedere le reazioni di Fabrizio.
    Un giorno, finite le schermaglie amorose:
    “Fabrizio ti ho parlato della mia migliore amica, siamo insieme sin da piccole, ci confidiamo proprio tutto e lei…” 
    “E lei mi si vuole fare oppure propone il triangolo, n’est pas?”
    “E tu come tutti i maschietti zozzoni sei d’accordo nel pensare di avere a disposizione due femminucce …”
    “Possibilmente bisessuali come siete voi, 'non mi oppongo' come diceva un mio vecchio istruttore della Guardia di Finanza.”
    Pausa di silenzio e poi: ”Sono stanca, torno a casa, ne riparleremo,sono confusa ed indecisa.”
    Una mattina all’università:
    “Cara Melissa, a proposito sapevi che in greco significa ape, no beh sei un’ape che ronza e non laperonza come da celebre battuta. Come ti dicevo cara Me vorrei invitare te e, come si chiama, (ah Mona) a cena presso il ristorante di Ganzirri ‘La Sirena’, il figlio del proprietario è un  mio alunno e mi ha invitato tante volte, ti va bene sabato alle 20, ho capito ti va bene.”
    “Mo e Be avevano fatto a gare a chi si era vestita con più gusto, vestiti provenenti dalla boutique di Teresa, l’amica della zia.
    Al loro ingresso al ristorante avevano attirato l’attenzione dei presenti (anche Fabrizio era vestito in modo elegante). Si era avvicinato il proprietario, Nicola Mancuso:
    “Vi ho riservato un tavolo nella saletta riservata, mio figlio il sabato, e non solo il sabato, brilla per la sua assenza ma il mio cuore di padre…lei dovrebbe essere il professor Fabrizio al quale faccio i miei complimenti per la compagnia delle signorine Mona e Melissa, i vostri nomi, ovviamente mi sono stati forniti da quel pelandrone mio figlio, col vostro permesso provvederò il al vostro menu.”
    Il vino bianco non era del gusto  del professore, troppo abboccato, insomma dolce, ma il resto: cozze  con sughetto verdogliolo dal sapore squisito e poi: riso alla pescatora, gamberi impanati, spatola, merluzzo grigliato, contorno tricolore, immancabile ananas e caffè decaffeinato anche se quello normale sarebbe stato più indicato in quanto la serata era stata programmata non certo per finire in braccia a Morfeo, e così fu in casa del signor Quinti.
    Con la massima naturalezza che aveva meravigliato le due amiche, il professore entrato in bagno, ne era uscito completamente nudo con:
    “Ragazze doccia e poi all’opera!”
    Me e Mo sul letto, il professore in poltrona dava disposizioni: bacino in bocca, sulle tette, sul fiorellino a lungo, voglio trovare le fichette bagnatissime, Ciccio è arrapatissimo e non vuole farvi troppo male.” 
    Le due ragazze obbedivano come non avevano immaginato di fare, sembravano  ipnotizzate, si erano posizionate in ginocchio e Fabrizio le penetrava a turno poi una proposta particolare:
    “Chi vuole sacrificarsi e donare al qui presente il suo buchino posteriore, sarò delicatissimo con tanto di vasellina, nessuna si offre? Sceglierò io una a caso, non so chi sia dato che siete ambedue di spalle. Nessun lamento anche dalla seconda delle due amiche che si era sentita un bel ‘marruggio’ penetrare nel suo buchino.
    Il post ludio si era impossessato di Melissa e di Mona, non ce la facevano proprio ad alzarsi ma furono riportate alla realtà dalla voce del professore.
    “Miei deliziose amiche, sono le due di notte ed i vostri genitori potrebbero pensare che siate state rapite da un fauno quindi vestirsi ed ognuna a casa propria!” 
    Era proprio un aut aut, Mona e Melissa si trovarono fuori della casa di Fabrizio e, mezzo intontolite, raggiunsero in auto le rispettive abitazioni.
    L’incontro ravvicinato con Fabrizio aveva sconvolto le menti delle due amiche. Si, erano state usate, non c’era stato nulla di romantico nel loro incontro solo sesso sfrenato ma in fondo era stata colpa loro, si erano offerte in maniera sfacciata e non potevano aspettarsi altro da un quarantenne belloccio, divorziato con figlia per cui tutte le femminucce erano oggetti da usare e poi…
    Non avevano voluto più incontrare da sole Fabrizio che era ritornato il professore di Melissa, una cosa era mutata: Me e Mo erano diventate sessualmente amanti, spesso si trovavano a letto impegnate in dolci incontri che non avevano nulla di violento anzi tanta dolcezza che le aveva portate ad apprezzare la tenerezza dell’amore lesbico.
    Avevano preso a leggere le poesie che Saffo scriveva alle sue allieve e scoperto che  quella era la loro vera natura, un mondo pieno di gioia e di delicatezza.

  • 21 marzo 2015 alle ore 15:20
    SPESSO...

    Come comincia:  Spesso diciamo che non ce ne frega niente e invece ci interessa molto, quando alcuni atteggiamenti ci feriscono, alcune parole ci deludono. Pur di non mostrare il dolore a chi ci vuole male, ci nascondiamo dietro un sorriso mostrando la nostra serenità. Non si tratta di essere falsi, ma per un senso di dignità abbiamo voglia di continuare a proseguire a testa alta nei confronti di chi non aspetta altro di vedere una nostra caduta, di chi non meritava neanche un “Ciao” e avevamo posto la nostra fiducia. Piangere non è segno di debolezza, quando si sta male anche i più forti hanno bisogno di una persona amica, che la abbracci e la capisca. Piangere, confidarsi con una persona di fiducia non solo aiuta a sfogarsi, ma soprattutto aiuta a rimettersi in piedi.

  • 21 marzo 2015 alle ore 14:05
    La gente....

    Come comincia: Sono gli avvenimenti della vita che ci mettono nella condizione di cambiare atteggiamento, ad alcune persone abbiamo dato fiducia perchè le credevamo sincere per poi scoprire che dietro quella maschera si celava un'amicizia fittizia fatta di opportunismo e di interesse. Le persone false sono sempre pronte a deluderci, a ferirci, a recarci dolore e solo dopo abbiamo capito che essere stati buoni, disponibili e sinceri con chi non meritava neanche un briciolo di rispetto e di considerazione da parte nostra non è servito a nulla.

  • 21 marzo 2015 alle ore 13:44
    Anch'io...

    Come comincia: Anch’io ho vissuto momenti difficili in cui non vedevo via d’uscita, ho provato periodi di  solitudine anche stando in mezzo a tante persone a me care,  ho avuto mille paure e incertezze, ho versato lacrime e ricevuto delusioni proprio da chi non me l’aspettavo. Ho superato momenti in cui lo sconforto mi ha portata a dover mollare, ma quando ho toccato il fondo  ho dovuto scegliere se dovevo lasciarmi affogare dalle difficoltà o risalire da esse. Ho sempre scelto di risalire perchè sono una persona forte e sono fiera di esserlo, solo l’amore può schiacciare il mio cuore.

  • 19 marzo 2015 alle ore 16:11
    La gente è cattiva (2010)

    Come comincia: Non ho tempo da dedicare ai pettegoli che aprono la bocca tanto per dare un pò di fiato alle corde vocali, che si divertono a inventare balle sulla mia vita e a calunniarmi sparando cazzate su di me con l'intento cattivo di distruggermi. Preferisco vivere serenamente la mia vita con le persone a cui voglio un mondo di bene. A certa gente preferisco mostrare il mio sorriso felice, accompagnato dalla mia più totale indifferenza, piuttosto che regalare loro tutta quella importanza che non meritano. Restate pure dove siete, nella vostra ridicola convinzione e nel vostro mondo fasullo di chiacchiere che vi siete costruiti.

  • 18 marzo 2015 alle ore 1:00
    Io...

    Come comincia: Io sono una persona diversa dalla massa.Io non dipendo da nessuno per la mia felicita',ne' sono qui per soddisfare le aspettative di nessuno,ne' di fare ogni sforzo
    per rendere felici gli altri a costo di mettere a repentaglio la mia felicita'.Non permettero' a nessuno di strapparmi la felicita',ne' saro' vittima di inganni o manipolazioni.Io sono uno spirito libero e spensierato e nessuno puo' disturbarmi emotivamente.Io non invidio nessuno,perche' sono fiduciosa delle mie capacita' e non cerco mai di essere cio' che non sono.Non permettero' a nessuno di modificarmi o plasmarmi a suo piacimento,perche' io ho la mia personalita' e so di essere unica.Io so come reagire e sopravvivere alle mie condizioni.Se cado avro' la possibilita' di tornare piu' forte,perche' sono determinata indipendentemente dalle cattiverie che mi circondano.Possono scoffigere il mio cuore solo con l'amore.Me ne frego di quanto il mondo sia pazzo,me ne frego del caos che mi circonda,io so di valere e so di poter gestire la mia vita splendidamente.

  • 17 marzo 2015 alle ore 23:58
    L'amore

    Come comincia: Senza passione, l’amore diventa arido. Senza rispetto, l’amore finisce. Senza stimoli, l’amore diventa noioso. 
    Senza fedelta’, l’amore diventa infelice.Senza fiducia, l’amore diventa insicuro. 
    Nei momenti di dolore,di difficolta’ e di sofferenza, l’amore non muore, si eclissa.

  • 17 marzo 2015 alle ore 10:29
    Felice, nuove rivelazioni

    Come comincia: "Suonano alla porta, vai ad aprire per favore" La donna era ai fornelli mentre il marito leggeva il giornale comodamente seduto sul divano "Si, arrivo!" Imprecò lui mentre con calma si stava avviando verso l'entrata di casa e il trillare del campanello si faceva più insistente "Buongiorno" Lo salutò cordialmente una donna corpulenta dall'aspetto deciso "Buongiorno a lei" Rispose lui educatamente anche se qualcosa non gli quadrava. Alle spalle della donna due uomini dall'aspetto poco raccomandabile lo stavano fissando in modo ostile e lui ebbe l'istinto di richiudere la porta in faccia a quegli sconosciuti. In quel momento sopraggiunse la signora Maria "Aldo, chi è?" Il marito con un cenno della testa indicò alla moglie gli strani personaggi fuori dalla porta. Nel vedere l'anziana signora la donna corpulenta sorrise giovialmente e chiese con garbo "Scusate il disturbo, vorrei darvi delle informazioni piuttosto riservate; posso entrare?" Aldo grugnì sonoramente ma la signora Maria lo fece spostare e rispose entusiasta "Ma certo, entrate pure, stavo giusto sfornando dei biscotti e se vi accomodate posso offrirvi anche una tazza di tè" La donna accettò e dopo aver fatto cenno ai due uomini di aspettarla fuori entrò nella casa dei due anziani "Loro non entrano?" Chiese la signora Maria "Oh no, sono uomini di poche parole abituati ad aspettare, stia tranquilla. Io invece accetto volentieri il suo invito, se il sapore dei biscotti è pari al profumo che proviene dalla cucina sono sicura che ne farò una scorpacciata" Maria fu contenta di quelle parole, da quando Felice era partito solo il marito apprezzava la sua arte culinaria, ma a volte aveva l'impressione che i suoi complimenti fossero scontati e adesso il parere di una sconosciuta l'avrebbe confortata. Aldo continuava a guardare quella donna in cagnesco, era convinto che fosse una portatrice di guai e non fece nulla per dissimulare il disprezzo nei suoi confronti. La moglie, che lo conosceva bene, lo invitò a restarsene in sala sul divano ma a quel punto fu la loro ospite a sorprenderli "Se permettete preferirei parlare ad entrambi una volta sola; in questo modo non vi disturberò più del dovuto" La richiesta della donna aveva una sua logica e i due anziani la invitarono a sedersi su una poltrona mentre loro si accomodarono sul divano "Volevo parlarvi di vostro figlio, Felice" Un brutto presentimento si fece largo nella mente dei due genitori e Maria afferrò la mano del marito cercando conforto e rassicurazione che lui le trasmise stringendola forte. La donna si rese conto di aver spaventato i due coniugi e si affrettò a tranquillizzarli "Non temete, vostro figlio sta bene" Almeno quelle erano le ultime notizie che avevano di lui  prima della scomparsa, ma non doveva allarmarli ulteriormente rischiando di compromettere il suo incarico. Cercò invece di conquistare la loro fiducia sdrammatizzando la situazione "Vostro figlio sta bene, ma non è in Sud America, bensì in Africa, il suo aereo ha avuto un problema" Disse con calma e poi sferrò il suo attacco "Scusi signora, ma il profumo dei biscotti è davvero invitante" Come investita da una folata di vento Maria scosse il capo da un lato e poi si alzò di scatto "Ha ragione" rispose " Vado a prenderli e torno subito" E detto ciò si diresse velocemente in cucina "Lei è un uomo fortunato, ha una splendida moglie" Aldo grugnì nuovamente "Con me non attacca, lei continua a non piacermi ed è solo perché mia moglie l'ha invitata ad entrare che la sto ad ascoltare, ma non provi a rifilarmi qualche panzana; ne ho viste e sentite più di lei" La donna non si scompose e ribatté con assoluta calma "Ha forse visto gli alieni?" La domanda rimase sospesa nell'aria, in quel preciso istante era tornata la signora Maria con i tanto attesi biscotti accompagnati da una brocca di succo di frutta; la padrona di casa non aveva perso tempo a preparare il tè. Per alcuni istanti regnò la tranquillità ma poi l'uomo spezzò gli indugi e rispose a quella donna che sembrava saperla tanto lunga "Si, può essere" Sua moglie lo guardò con aria interrogativa e l'uomo si affrettò a spiegare ciò che era accaduto nei brevi istanti in cui si era assentata e lei, per nulla turbata, si servì un altro biscotto, lo mangiò lentamente e poi bevve un sorso di succo. L'ospite osservava quei due cercando di capire cosa stessero tramando e quando fu sul punto di interrompere il silenzio Maria la anticipò "Senta, lei non è  certo venuta accompagnata dai suoi sgherri per assaggiare i miei biscotti. Lei vuole sapere qualcosa da noi, quindi veda di andare al punto e parli liberamente, altrimenti sa dov'è la porta e non ci disturberemo ad accompagnarla all'uscita" Tosta la donna, pensò l'agente, l'avevano avvisata "Ok, allora giochiamo a carte scoperte. Io e i miei uomini lavoriamo per un'organizzazione internazionale che tiene sotto controllo gli individui come vostro figlio, persone dotate di particolari doti che li mettono in grado di vedere e sentire cose al di là della comprensione umana. I contatti che riescono ad avere non riguardano alieni o presunti tali, bensì una razza umanoide sviluppatasi millenni prima della nascita dell'uomo come lo conosciamo oggi. Questi esseri, simili in tutto e per tutto alla razza umana, vivono in mezzo a loro e usano le proprie capacità per migliorare il proprio tenore di vita, infatti la maggior parte di loro riveste cariche importanti nella società umana e da secoli ci convive senza particolari problemi; sono gli scuri e solo alcuni esseri umani sanno della loro esistenza. Purtroppo non tutti i componenti di questa razza sono devoti alle regole e alcuni hanno preferito manipolare gli uomini per assoggettarli al proprio volere piuttosto che conviverci pacificamente. Per anni sono stati controllati e tenuti a bada dalla loro stessa comunità, ma con il passare del tempo si sono organizzati fino a ribellarsi e separarsi dal resto degli altri. Sono più forti ed intelligenti degli umani e hanno capito che possono agevolmente soggiogare intere comunità al loro volere e la schiera di rinnegati continua ad aumentare di giorno in giorno. Le persone come vostro figlio riescono a mettersi in contatto con questi individui e sono in grado di aiutarci a contrastare la loro espansione che se va avanti di questo passo tra pochi anni avrà soggiogato l'intera razza umana" Tirò un respiro e sbuffò leggermente, poi bevve un sorso di succo e afferrò un altro biscotto. Aldo e Maria avevano ascoltato attentamente le parole della donna e senza dire nulla si guardarono fissi negli occhi; anni di esperienza e stretta convivenza li aveva abituati a capirsi in un attimo. Fu Maria a prendere la parola "Vogliamo credere a ciò che ci avete raccontato, cancellando così decenni di dubbi e convinzioni. Nostro figlio è comunque sotto controllo da quando è nato, quindi qualcuno sapeva già di quali capacità fosse in possesso, qualcuno che ha le sue stesse doti, o qualcuno che non è della nostra razza, vero?" Era vero, ma la donna lasciò l'anziana nel dubbio e mentre afferrava l'ennesimo biscotto si limitò a rispondere con una domanda "Vostro figlio ultimamente aveva intensificato questi contatti con gli scuri, vi ha mai parlato di loro?" "In realtà ci ha parlato di strani incontri e visioni, ma era convinto di essere in contatto con gli alieni e poi voi come fate a sapere tutte queste cose?" Chiese la madre di Felice "Io sono una di loro, sono uno scuro e vostro figlio è stato catturato dagli altri e lo abbiamo perso" I due genitori caddero in preda all'angoscia ma stoicamente mantennero un contegno e non si lasciarono andare a sceneggiate, poi Aldo chiese con voce strozzata "E adesso?" "Adesso vi preparate e venite con noi, abbiamo una missione da compiere e tanto per cominciare mi presento, io sono Lorenza"
    Aveva dormito bene e adesso si sentiva riposato e pronto ad affrontare le avversità di quella giornata. Bocassa, dal canto suo, era sveglia da alcune ore e stava meditando "Dormito bene?" Chiese Felice, ma la donna non lo degnò di una risposta è continuò concentrata nella sua meditazione quando la porta della stanza in cui erano stati rinchiusi si spalancò e di fronte a loro apparve Beatrice che sprizzava rabbia e rancore da ogni poro "Preparatevi, si parte!" Esclamò urlando "Niente colazione?" Domandò Felice ironicamente. La donna non rispose limitandosi a trafiggerlo con lo sguardo; poi sbraitò rivolta verso Bocassa "E tu, sottospecie di illusionista, vedi di prepararti alla svelta, non ho tempo da perdere" Lo scuro si ricompose con calma e appena Beatrice e i suoi uomini li invitarono ad uscire appoggiò una mano  sul braccio di Felice che improvvisamente si ritrovò su una collina divisa a metà da un piccolo corso d'acqua. Una voce riecheggiava nella sua testa, una voce sconosciuta, quasi metallica ma che immediatamente ricollegò a Bocassa "Questa è la Terra prima della comparsa dell'uomo" Oltre la collina si estendeva una grande città costruita con pietre e legno perfettamente inserita nel contesto naturale che la circondava. Felice giunse al limitare delle abitazioni e percepì la felicità degli individui che le occupavano, esseri simili agli umani ma con dei tratti somatici particolari ed assolutamente originali "Il popolo degli scuri viveva in armonia con la natura" Proseguì la voce nella sua testa "La terra forniva tutto il necessario per vivere e così sarebbe stato ancora oggi se non foste apparsi voi, esseri umani. Rozzi e ignoranti non avevate nulla per cui valesse la pena di perdere tempo, ma purtroppo anche nella mia razza ci sono i deboli che hanno ceduto alla vostra carne. Da quel momento, grazie alle nostre capacità e alle nostre conoscenze che apprendevate rapidamente, vi siete evoluti crescendo di numero, senza controllo e avete colonizzato l'intero pianeta costringendo nel tempo il mio popolo a nascondersi, ma dopo secoli di adattamento abbiamo cominciato gradualmente ad inserirci tra voi cercando di non commettere gli errori dei nostri antenati e preservando la nostra razza. Oggi però sopravvivono ancora dei discendenti di quei rapporti, eredi di una stirpe quasi estinta" Felice si guardò alle spalle ma ovviamente non c'era nessuno, la voce che udiva era nella sua mente e ciò che vedeva era frutto di un'illusione. Adesso gli erano chiare altre cose su cui si era sempre posto domande che non trovavano mai risposta, lui era discendente di una razza antica che aveva mischiato il sangue degli umani con quello degli scuri. In quel momento tornò al presente e incrociò lo sguardo di Bocassa che era vicino a lui, come prima, la sua visione era durata una frazione di secondo. Lei lo fissò intensamente e poi disse a basa voce "Si Felice, hai capito bene"
    Con tutta quell'adrenalina in corpo aveva passato la notte insonne e adesso, mentre stava facendo colazione, si sentiva uno straccio. A'isha era dovuta uscire per delle commissioni, mentre il marito era alle prese con il  servizio in sala e ora, sola e stanca, aveva perso tutta la baldanza che l'aveva accompagnata la sera precedente. Stava per mettersi a piangere quando alle sue spalle una voce che non riconobbe subito la richiamò alla realtà "Buon giorno e ben svegliata" Era Sunday, il cugino di famiglia e con lui c'era una bella donna che da come si poneva non poteva che essere sua moglie e infatti "Aurora, lei è mia moglie, Rossana, non è il suo vero nome ma da quando stiamo in Italia ha deciso di farsi chiamare così, in onore di una brava signora che ci è sempre stata vicino" La donna si avvicinò al tavolo e Aurora ebbe un attimo di lucidità, quel tanto da riuscire a dire "Scusate, sono un po' rintronata stamattina, ma prego, accomodatevi così mi farete compagnia a colazione" Marito e moglie si sedettero al tavolo con lei e dopo aver scambiato quattro chiacchere di rito, Sunday andò al nocciolo della situazione "Ascoltaci, in Italia abbiamo conosciuto Felice in un centro commerciale in un occasione particolare" Sunday raccontò ad Aurora del loro incontro con Felice e di una faccenda da 40 euro "Ora capisci perché vi aiuteremo, Felice si è comportato benissimo con noi e adesso è lui ad aver bisogno di aiuto e faremo il possibile per toglierlo dai guai" Nel frattempo era rientrata A'isha che, dopo aver sistemato alcune cose, li raggiunse al tavolo. "Eccovi qui, avete già pensato a qualcosa?" Aurora era meravigliata dalla semplicità di quelle persone che anche in una situazione così difficile non sembravano affatto a disagio e allora, per assicurarsi che avessero capito bene il problema ribadì con calma "Felice è stato sequestrato da persone altamente addestrate che di sicuro hanno alle loro spalle una solida organizzazione, non sarà semplice come la fate voi" Non voleva usare quelle parole ma per fortuna gli altri non capirono i sottintesi e Sunday si limitò a dire "Siamo nati e cresciuti in mezzo ai guerriglieri e alle fazioni che si scannano in faide continue, ogni giorno in questo mondo è una benedizione divina e ti assicuro che non ci spaventa nulla. Adesso vediamo di buttar giù un piano di massima cominciando da ciò che Aurora ricorda degli ultimi istanti passati con Felice e i suoi sequestratori" Quelle parole aprirono un varco nell'animo  della ragazza che adesso tornava a vedere la luce del sole, doveva solo riporre la sua fiducia in quelle persone e tutto si sarebbe sistemato, ne era sicura "Va bene, statemi bene a sentire" Aurora cominciò a raccontare la sua storia dal momento in cui vide Felice la prima volta, nel parco della sua città.
    Lorenza aveva lasciato un'ora di tempo ai due coniugi per prepararsi e sistemare alcune urgenze; li aveva avvertiti, non sapeva quanto sarebbero stati in ballo quindi dovevano essere pronti ad una lunga assenza da casa. La signora Maria inviò un messaggio alla figlia lasciandole alcuni incarichi, aveva le chiavi di casa e avrebbe saputo cosa fare "Eccoci, siamo pronti" L'anziana si era presentata al cospetto di Lorenza in completa tenuta sportiva, voleva essere comoda e suo malgrado anche il marito si era vestito allo stesso modo. L'agente sorrise "Ottimo, sembrate due boy scout alla loro prima missione, sono contenta che non abbiate perso la voglia di lottare" In realtà non aveva bisogno di loro, li stava solo portando in un posto sicuro dove i suoi principali avrebbero deciso il da farsi, Maria però era tutt'altro che un'anziana sprovveduta e appena furono saliti sul mezzo che li avrebbe portati alla nuova destinazione estrasse dalla tasca della tuta una piccola pistola e la puntò verso la sbalordita Lorenza "Sorpresa?" Chiese la donna nel vedere lo sguardo dell'altra "Un pochino" rispose sinceramente l'agente "Sono contenta della sua onestà" Fu un attimo e Lorenza capì "Si Lorenza, nelle mie vene scorre un po' del vostro sangue, io sono una impura e la vostra razza da secoli ci ha sempre tenuto sotto controllo, d'altronde se sei qui non è certo un caso, dovevate sospettare qualcosa, mio figlio è in gamba ed è uno dei prescelti, ma voi vi siete fatti gabbare e gli altri vi hanno preceduto. Per anni ho convissuto con dubbi e sospetti, sapevo fin dal giorno del suo concepimento che Felice sarebbe diventato speciale e la visita di alcuni di voi ha confermato il mio presentimento. Mio marito mi è sempre stato vicino, è al corrente della mia promiscuità sanguigna fin dall'inizio, ma ama me è i nostri  figli senza se e senza ma" Aldo con un cenno della testa approvò le parole della moglie "Fino a qualche tempo fa non ero a conoscenza della storia degli scuri e pensavo veramente di essere entrata in contatto con gli extraterrestri, ma quando Felice ha cominciato ad ampliare la sua psiche e le sue visioni sono riuscita ad entrare in contatto con la sua mente e così ho capito parecchie cose e tu me ne hai dato conferma" Lorenza fece cenno alla donna di abbassare l'arma, poteva fidarsi di lei e la signora Maria rimise la pistola in tasca lasciando all'altra il tempo di dire la sua "Io sono uno scuro, ma la tua mente ha resistito a tutti i miei tentativi di metterla in contatto con la mia, quindi presumo che tu abbia visto nella mia testa delle menzogne ma nessuna intenzione a volervi fare del male" "Infatti" mentì l'anziana "Ed è per questo che verremo con voi dai vostri superiori che dovranno spiegarci tutto per filo e per segno" A quel punto Aldo sbuffò spazientito "D'accordo, vi siete presentate, ma adesso parla, che fine ha fatto nostro figlio?" Lorenza volse lo sguardo verso l'alto e, convinta di non poter mentire, rispose mestamente "Non lo sappiamo"
    Beatrice sapeva di rischiare grosso, l'appuntamento per la partenza era previsto per il tardo pomeriggio e il piano originale prevedeva che sarebbero restati al riparo fino all'ultimo momento, ma il pensiero di farsi prendere ancora in giro da quei due l'aveva fatta imbestialire togliendole la lucidità necessaria per portare avanti il suo compito. Aveva ricevuto una chiamata da parte del suo superiore ma non aveva risposto, sapeva che sarebbe andata incontro alle sue ire ma in questo momento non voleva sentirla; ricordava le parole della sera prima, fredde e distaccate <Buona notte Beatrice> si era limitata a dirle. Giravano a zonzo ormai da più di due ore, i suoi uomini non avevano sollevato obiezioni sul motivo del cambio di programma, ma adesso uno di loro si arrischiò a domandare "Abbiamo cambiato programma, capo?" Lei rispose in cagnesco "E' evidente, sei, sei" Si fermò in tempo, ma il suo uomo abbassò lo sguardo mortificato e lei capì di avere esagerato, non era colpa loro se si era innamorata del su capo mentre lei la usava come scaldaletto. "Scusa, sono un po' nervosa" l'uomo, temendo l'ennesima sfuriata, non rispose, mentre lei, colta da un improvviso presentimento, disse velocemente "Puntiamo all'aeroporto, alla svelta" Adesso Beatrice doveva concentrarsi sul suo incarico, liberare la mente da interferenze e puntare dritta all'obbiettivo, ma proprio mentre faceva quei ragionamenti accadde qualcosa che avrebbe cambiato la sua esistenza. Il mezzo su cui stavano procedendo a velocità sostenuta urtò violentemente contro un ostacolo mimetizzato nel battuto della pista, ciò fece sterzare immediatamente il furgone rovesciandolo rovinosamente su di un fianco. L'autista restò aggrappato al volante fino all'ultimo, evitando così di rompersi l'osso del collo, mentre Beatrice gli cadde addosso a peso morto; il corpo del suo autista attuti l'urto e la donna se la cavò con qualche ammaccatura. Nel vano posteriore la situazione era simile, Felice e Bocassa furono scaraventati contro la parete del furgone travolti dai due uomini che li sorvegliavano, tante botte ed ammaccature ma tutto sommato non si erano fatti niente di grave. Felice fu il primo a riaversi dallo choc e carico di adrenalina urlò all'indirizzo di Beatrice "Ma che cazzo state combinando la davanti?!" Bocassa non disse nulla mentre gli altri due uomini si stavano ricomponendo tra mugugni ed imprecazioni. Il trambusto aveva messo Beatrice in una situazione imbarazzante, in un altro contesto la scena sarebbe apparsa molto erotica, ma lì, in mezzo al deserto con il rischio di essersi rotti le ossa, i due protagonisti avevano tutt'altro per la testa. Eppure la scenetta la fece sorridere, il suo uomo invece era imbarazzato e lei sdrammatizzò con una battuta "Tranquillo, lo sai che ho altri gusti" Quella frase strappò un sorriso anche a lui che nel frattempo stava divincolando la testa dalla presa delle cosce di lei. Nel volgere di pochi minuti uscirono tutti dal mezzo, Beatrice per ultima e la sorpresa fu tale da lasciarla a bocca aperta.
    "Buon giorno Beatrice, tutto bene?" Il tono di Aurora era sarcastico, una ventina di persone, armate fino ai denti, teneva sotto tiro l'agente e i suoi uomini, mentre Felice e Bocassa accuditi da Sunday e sua moglie erano seduti su degli zaini sistemati a terra. Beatrice rispose a quella domanda con fermezza "Voi non immaginate a cosa vi stiate mettendo contro, lasciateci andare e farò finta che questo incidente non sia mai accaduto" Nonostante il tono deciso l'espressione della donna lasciava trasparire tutta la sua insicurezza, era chiaramente spiazzata da quella nuova prospettiva, sapeva per certo che non li avrebbero lasciati andare e temeva il peggio. In quel momento Aurora la fissò dritta negli occhi e come se le avesse letto nel pensiero le rispose "Non temere, non vi verrà fatto alcun male. Ovviamente sarete ospiti dei nostri amici e vi garantisco che finché righerete dritto sarete trattati con i guanti di velluto, in caso contrario lascio alla vostra immaginazione le possibili conseguenze, questa è gente abituata a tutto" La situazione era chiara, Beatrice e i suoi uomini erano prigionieri e la sua missione per il momento era miseramente fallita. I compagni di Sunday si fecero consegnare e sequestrarono tutti gli oggetti dei prigionieri, i cellulari e qualsiasi tipo di apparecchiatura elettronica venne distrutta sul posto e dopo essere stata deposta in una buca venne data alle fiamme e poi sepolta sotto terra. Gli agenti avevano assistito immobili e silenziosi a quel triste spettacolo, ma poi la donna domandò perplessa "Era proprio necessario?" Mentre attendeva una risposta che forse non sarebbe mai arrivata, Felice si alzò in piedi e con incedere barcollante si avvicinò alla sua ex analista "Vedi Beatrice" esordì pacatamente "Da questo momento o siete con noi o non farete più ritorno a casa vostra" Il tono tranquillo, ma nel contempo risoluto, non ammetteva repliche. Lei lesse nei suoi occhi una fermezza mai vista prima, Felice stava cambiando e forse nemmeno lui capiva quanto.
    Era bastata un'ora di aereo, un volo privato appositamente organizzato per loro. Evidentemente erano sicuri di convincerli, pensò la signora Maria, oppure erano super organizzati e nel volgere di pochi minuti avevano organizzato tutto. Non ci volle alcun tipo di contatto mentale per capire quello che pensava, allora Lorenza spiegò con calma "Vedete, ero convinta di riuscire nel mio compito e mi ero portata avanti, ovviamente il nostro programma non cambia, vi farò incontrare i miei superiori e saranno loro a decidere sul cosa dirvi o meno" Dopo circa mezz'ora dall'atterraggio i due anziani coniugi furono invitati ad entrare in un grande e maestoso palazzo posto sulle colline della città, più che una base di un qualsiasi tipo di organizzazione segreta, sembrava la reggia di qualche nobile facoltoso. L'edificio era imponente ma allo stesso tempo armonioso, circondato da un ampio parco curatissimo e con le facciate tirate a lucido nonostante fosse visibilmente lì da parecchio tempo. Salirono lungo un'ampia scalinata e quando furono al cospetto di una porta enorme ma finemente intarsiata, un uomo dai modi gentili li invitò ad entrare e a seguirli, mentre Lorenza e i suoi uomini si congedarono. Maria non apprezzò quel fatto, in cuor suo si era già affezionata a quella donna e le dispiaceva perderla di vista, ma la sua mente, ora consapevole delle proprie capacità, percepiva nuove sensazioni che la distolsero da quei pensieri, l'entrare in quell'edificio le aveva completamente aperto la mente ed ora percepiva il disagio del marito, lui avrebbe voluto tornare a casa, alle sue faccende, alla sua vita di sempre, ma a lei era ormai chiaro che quella vita, se mai fossero vissuti ancora a lungo, non sarebbe più tornata. Afferrò la mano dell'uomo per infondergli calore e sicurezza e immediatamente lo sentì rilassarsi "Stai tranquillo tesoro" disse lei amorevolmente "Andrà tutto bene" A lui bastarono quelle poche parole dette dalla donna che amava per rasserenarsi. Nel frattempo erano giunti al termine di un lungo e largo corridoio e davanti a loro si stagliava maestosa una grande porta di legno scuro e quasi per magia la porta si aprì al loro cospetto e l'uomo dai modi gentili li invitò a precederli. Aldo era titubante mentre la moglie incuriosita da tutto quel mistero non se lo fece ripetere una seconda volta ed entrò decisa in quella grande stanza dove al centro era sistemato un salottino con poltroncine e divanetti. Ad un cenno dell'uomo i due si accomodarono "A breve sarete raggiunti dai miei signori, nell'attesa è di vostro gradimento una tazza di tè?" La donna rispose anche per il marito "Si grazie, è di nostro gradimento" A quelle parole l'uomo si allontanò lasciandoli soli. Dopo alcuni minuti fece ritorno con il tè e allo stesso tempo annunciò i suoi signori. Aldo e Maria cominciavano a risentire degli effetti dell'età e la loro vista non era più quella di un tempo, ma appena i loro ospiti si furono avvicinati i due anziani strabuzzarono gli occhi e Maria esclamò confusa "Nonni!?" "Ciao Maria, è parecchio che non ci si vede" Rispose la donna.

  • Come comincia: Al pontile Ovest disteso sotto un cipresso, un uomo dormiente ubriaco marcio che teneva sotto al braccio una brocca vuota.
    “John, svegli quell’uomo!” Ordina Jona.
    “Subito signore!” a scossoni riesce a svegliarlo e tra urla di sgomento e il pallido intento di alzarsi Jona da inizio al suo interrogatorio.
    “Buon uomo, si alzi! Ho bisogno di porle alcune domande”
    “Sono cinque monete d’oro, bel signore! Lei chiede io rispondo!” schiamazzi d’alcool.
    “Facciamo che le porgo una moneta d’oro ed il permesso di restare ancora in queste terre, signore. Forse non si rende conto che sta parlando con il detective della zona” dice mostrando un tesserino cartaceo che dimostra il suo dire.
    “Oh, signore, mi scusi! Chieda, chieda pure” si alza in un lampo togliendosi il berretto e scusandosi in un inchino.
    “Mi hanno detto che ultimamente sono stato ritrovati cadaveri da queste parti. Sa darmi qualche spiegazione, mio caro?”
    “Non so niente, signore! Due lune piene fa sono stati ritrovate cinque carcasse umane sparse lungo la sponda Est del fiume. Tutte senza testa, un vero obbrobrio!”
    “Uomini, donne o bambini?”
    “Uomini, mio signore! Tutti uomini! Ma le carni restanti erano tutte rosicate.”
    “Come a nascondere il delitto.”
    “Esatto, mio signore. Senza testa e con le membra rosicate. Sono stati gli unici ad essere stati ritrovati in quella maniera. Per quelli di prima solo ossa o maciullamenti vomitati. Un vero scempio, un vero disgusto.”
     “Capisco. C’è una solo una belva che può fare questo, lo sa John?”
    “No, mio signore. Non credo di sapere.”
    “Maiali.” Aldamacco spunta dalle siepi nella notte fonda.
    “Esatto, amico mio. Maiali”
    “Maiali?”
    “I maiali sono gli unici animali che vivono nella quotidianità che sono in grado di mangiare veramente tutto quello che trovano sotto mano. Nei paesi dell’Ovest vengono usati spesso per far sparire tracce, prove, cadaveri o quel che sia. Sono veri e propri mangiatori di tutto. Ma come fa un uomo di qui a conoscere questa cosa?” chiede Aldamacco.
    “Me lo stavo giusto appunto chiedendo. Ma questo potrà essere sicuramente una prova!”
    “Una prova? Per indicare cosa?” chiede Aldamacco.
    “Che il colpevole è un uomo dell’Ovest. Per conoscere questo particolare dei maiali deve avere sicuramente origini del genere; quindi o è un emigrato o un uomo di qui vissuto in quelle terre per chissà quale tempo. O, arrivando ad un ipotesi molto più improbabile…” dice Jona guardando l’amico.
    “Cosa?”
    “Un uomo dalle conoscenze ineguagliabili sulla fauna tanto da conoscerne ogni particolare; tipo uno sfascia carni!”
    “Stai insinuando sia stato io?”
    “Non penso saresti capace ma, in tutti i casi, non è un ipotesi da scartare. Direi che ai miei occhi, mio caro amico, tu sia un sospettato più che valido.”
    “Tu sei pazzo!”
    “O magari potrebbe essere, lei signor ubriacone!”
    “Io? E di cosa sarei sospettato?”
    “Gli omicidi commessi sono avvenuti sempre con la luna piena, nei posti più bui sempre accanto a carceri nascosti. Questo lato della sponda del fiume è famoso per le grotte sotterranee adibite a carceri comuni, non lo sapeva? Anni addietro queste lande venivano usate per far pascolare i maiali perché il terreno fangoso è talmente ricco di proteine che fu stabilito il luogo più idoneo a far pascolare i maiali. Con le carceri vicine, spesso i contadini s’imbattevano in carcasse morte per via delle frequenti colluttazioni che avvenivano tra galeotti e non tutti avevano la meglio; così, chi moriva veniva gettato nel fango e mangiato per sbaglio dalle bestie ma questo non tutti lo sapevano. Sulla sua mano destra ha un tatuaggio non indifferente il che significa due cose: o lei è un ex galeotto scampato a qualche guerriglia carceriera o, nell’ipotesi più fantasiosa, rilasciato per la fine della sua pena di questo luogo o di altri, o ha lavorato in un macello dove insieme alle bestie anche i lavoratori venivano tatuati in segno di riconoscimento. Qui ci sono solo due macelli; uno a Glasville e uno a Poluare e da questo punto esatto sono abbastanza lontane da raggiungere a piedi e non penso che un lavoratore di macello faccia tanta strada per venire ad ubriacarsi su un pontile dimenticato da Dio. Poi se vogliamo aggiungerci la storia degli omicidi che avvengono nei paraggi posso solo pensare che lei sia amante del macabro o che si trovasse di passaggio sul punto esatto dove la luna piena scorsa è stato trovato un cadavere vomitato. O sbaglio, signor… ?”
    “Billie.”
    “Billie Jakins, ex galeotto di Poluare accusato dell’omicidio di Vera Tholk e Cristopher Tyu nella tenuta di famiglia nelle terre di Nuova Scow. Mi corregga se può.”
    Sgomento. Bravo il detective pensa John.
    “Voleva continuare a fingere di essere un ubriaco ai piedi di un cipresso o potevo sperare in un suo auto smascheramento?”
    “Lei è?”
    “Jonathan Walker, detective di Nuova Scow in vacanza a casa mia.” Sorriso.
    “Ho sentito parlare di lei.”
    “Lo so molto bene signor Jakins. Io e il capo della sicurezza Pief eravamo addetti al suo caso a quel tempo; ho avuto modo di studiarla anche se lei non lo sa.”
    “Ha fatto bene i compiti signor Walker.”
    “La cosa che ancora non mi spiego è: Come mai è qui a Manville sotto il travestimento di un ubriaco?”
    Gioco di sguardi tra i due signori.
    “Chi la manda?”
    “Il capo Pief. Sono stato condannato a dieci anni di reclusione di cinque di lavoro forzato e due al servizio dello stato. Ma saprà meglio di me che non tutte le accuse riescono a mantenere le condanne. Al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green.”
    “Il caso Green? Ma quel caso è stato archiviato tempo prima. Io stesso insieme al capo Pief lo chiudemmo; il colpevole arrestato e condannato a morte e spero che l’Iddio non abbia avuto pietà della sua anima per nessuna ragione al mondo. Mostro abominevole.”
    “Oh, certo! Condannato, morto e sepolto. Il commissariato di Nuova Scow non le ha fatto recapitare recenti notizie in merito?”
    “Notizie? Sul caso Green? Che volete ci siano notizie s’ un morto? A meno che di un morto si stia parlando.”
    “Lei ha l’occhio lungo. Mi permetta di accompagnarla presso la mia dimora; magari davanti a del buon vino ci si può raccapigliare qualcosa di più, non crede signor Walker?”
    Silenzio. Jona fa cenno a John di seguirlo per capirne di più; Aldamacco sale in groppa al destriero del giovane e tutti insieme si dirigono in una casupola nascosta dai cipressi poco distante dal pontile.
    E’ notte fonda ed in lontananza si odono civette e ululati con la brezza fredda che copre di rugiada i cipressi in dormiveglia.
     
    “Arriviamo al dunque signor Jakins. In primo luogo ci sono una serie di domande che, come mia solita prassi, devo porle.”
    “Mi dica signor Walker.”
    “Chi le ha dato questo alloggio? Cosa ci fa qui e cosa c’entra il capo Pief in questa storia; soprattutto, perché il caso Green sembra essere stato riaperto?”
    “Senza che lei me le ponesse ero già qui pronto a darle informazioni anche perché Pief mi aveva accennato che avrei potuto imbattermi in lei e il suo sagace naso. Le spiegherò brevemente:
    Come ho già detto prima al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green e fu lì che il caso venne riaperto. Quando i coniugi Tyu furono uccisi, facevo parte di un gruppo di malavitosi che bazzicavano per le lande in cerca di fortuna e nel mio gruppo faceva spesso capolino un uomo con il viso sfregiato e l’aria tetra che ci dava soffiate in merito a case da depredare o bottini da trafugare e fu in quell’occasione che venimmo a conoscenza della casa dei Tyu e, quindi, a decidere di far fuori i signori e rubare l’impossibile. Ci disse il piano, ce lo illustrò su carta compreso di pianta dell’immobile e fu interessante notare con quanta cura ci desse particolare e di quanta discrezione usasse invece nel non volersi immischiare in ruberie come se volesse farci un piacere senza trarne vantaggi. La sera prima del giorno del colpaccio, si presentò con una bambina incappucciata, la figlia probabilmente.”
    “Lisette…”
    “Probabile. Occhi verdi e capelli biondi? S’è così, si, era lei. Le chiese di bussare alla porta dei Tyu e regalare loro un cofanetto laccato in oro accertandosi che il regalo finiva nelle loro mani e poi doveva allontanarsi canticchiando come una normale bambina felice del dono fatto. Fui l’unico a scorgere tutta la scena, non so dire se per fortuna o sfortuna. La cosa andò in quel mondo. Non diedi molta importanza; era uno svitato, uno strano davvero e quella sua faccia sfregiata era al quanto raccapricciante. La sera del colpo, per nostro stupore, trovammo la casa blindata con una serie d simboli dipinti sulle facciate della casa; ce ne fregammo e irrompemmo brutalmente. Trovammo i coniugi chiusi in una stanza a pregare per la buona sorte ma ce ne infischiammo; prendemmo lui e lo trucidammo, poi passammo a lei. I miei compagni la violentarono poi le legarono i polsi e la gettarono nel fiume e come ben sa il corpo fu ritrovato solo pochi giorni dopo nel lago dove sfociava, morta affogata. Mentre prendevamo il bottino qualcosa attirò la mia attenzione; su di un mobile agghindato un cofanetto d’oro laccato come quello che avevo veduto nelle mani di Lisette. Incuriosito lo aprii e dentro c’erano due occhi verdi ancora con brandelli di carne penzoloni. Schifato lo gettai a terra e sembrava come se mi stessero guardando dritto nelle palle dei miei occhi. Rabbrividii e mi paralizzai; fu per questo che sono stato arrestato. Qualcuno aveva chiamato la sicurezza del posto e mi presero sul tempo.”
    “Un uomo ci urlò dalla porta del commissariato ciò che stava avvenendo per questo ci precipitammo; l’abitazione dei Tyu non era lontana, in un istante eravamo lì.”
    “Qualcosa mi disse che quegl’occhi mi avevano stregato. Quando fui incarcerato feci una serie di ricerche tra i galeotti presenti; i Tyu avevano una figlia anni addietro, Giselle. Bionda, occhi verdi, bella da mozzare il fiato. Morì tragicamente in un incidente in carrozza mentre lasciava Glasville per raggiungere Nuova Scow. Non si è mai saputo molto sul conto dell’incidente e chi ne sa qualcosa in più, non ne parla facilmente. Dovevo corrompere un bel po’ di gentaglia per capirci qualcosa. Tempo dopo venni a sapere dell’arresto di Green e dei suoi misfatti. Prima di venir decapitato, passò due settimane nel nostro carcere sotto stretta sorveglianza. Nessuno lo aveva mai visto; sapevamo della sua presenza ma vederlo, beh, un’impresa per coraggiosi. Ma io dovevo vederlo, dovevo togliermi un po’ di dubbi così, il giorno della decapitazione, sgattaiolai per dei condotti sotterranei spuntando sotto una botola che dava sul campo mortuario. Quando alzai la testa lo vidi; l’uomo sfregiato chino sulla pietra maestra che attendeva il suo boia, carnefice del carnefice di se stesso. La cosa raccapricciante è che alzò lo sguardo e mi fissò, dritto negl’occhi. Quegl’occhi da pazzo che esplosero in una risata schizofrenica. Una risata durata pochi istanti tramortita dall’ascia del boia che gli ha fatto rotolare la testa davanti alla botola dov’ero nascosto. Non so come, ma quella testa era ancora viva; con la lingua zuppa del suo stesso sangue mi scrisse un simbolo. Sconcertato chiusi subito la botola e ritornai alla stanza del carcere. Mi ero cagato sotto nel vero senso della parola.”
    “Che storia è mai questa! Per Dio!”
    “Mandai a chiamare Pief, gli raccontai l’accaduto. Mi disse che non c’era da preoccuparsi; lui era morto, la figlia mandata all’ospedale per bambine abbandonate e che il tutto andava archiviato. Da allora sono passati tre anni. Dopodichè Pief venne a farmi visita e mi chiese di raccontargli di nuovo la storia; completa di particolari mi disse che quel simbolo che mi aveva scritto sul terreno era apparso sulle case di tutte le sue vittime compresa quella dei Tyu e che Lisette era scomparsa. Essendo l’unico a conoscere fatti reali e quelli sconosciuti, mi disse che in tutta questa storia c’erano troppi collegamenti scollegati che avevano bisogno di ricomporsi ed il caso è stato riaperto con priorità la figlia Lisette. In seguito abbiamo scoperto che l’uomo condannato non era effettivamente l’uomo giusto, il Green decapitato non era il Green assassino, ma il fratello gemello che lui stesso ha sfregiato per punizione quando tentò di violentargli la figlia la prima volta. Se l’avessi aiutato nel caso avrei ottenuto la riduzione della pena da dieci a cinque anni con solo obbligo di servizio verso lo stato. Se questo caso viene risolto, io sarei un uomo libero dedito al suo paese.”
    “Mi sento così tradito dal mio partito; vorrei sapere il perché non sono stato messo al corrente dell’evento, signor Jakins.”
    “Semplice, Walker; il piano era di non destar sospetti ed attirarla nella tana del lupo. Mi perdoni.” Ispettore Philipe, braccio destro del capo Pief.
    “Il Capo Pief non voleva alzare polveroni inutili. Quanto meno si sa, meglio è per tutti. I tempi sono stati calcolati a dovere e poi, lei era stato congedato per un riposo più che doveroso, mi ha invitato l’ispettore capo a riferirle.”
    “Oh, cielo! Philipe! Anche lei qui?”
    “Le devo le mie scuse signore, era da un po’ che la stavo spiando; capirà il mio ruolo, non posso che rispettare gl’ordini.”
    “Si, si! So come vanno le cose. Che sciocco sono stato. Con tutta questa storia mi duole il capo.”
    “C’è un collegamento con la storia di questo Green ai morti che si stanno susseguendo a Manville?” chiede Aldamacco che per tutto il tempo è stato in silenzio ad ascoltare.
    Philipe e Jakins si guardano; Jona interviene.
    “Tranquilli, tranquilli! Di lui ci si può fidare.”
    Philipe e Jakins ritornando a guardarsi, poi fanno un leggero accenno col capo verso Jona.
    “Crediamo ci sia un collegamento.” Risponde Philipe.
    “E da cosa lo deduce?” Chiede Aldamacco.
    “Dalle decapitazioni e dall’uso del maiale per nascondere i corpi!” Risponde Jonathan.
    “Come? E da cosa lo si dovrebbe dedurre?”
    “In primo luogo, ragioniamo: se il capo Pief crede ci siano collegamenti uno di questi è senz’altro la decapitazione del finto Green e le decapitazioni attuali. A Nuova Scow, accanto al carcere, sorgevano fattorie di contadini emigranti. Le tecniche di allevamento sono su per giù le stesse se poi ci apporti modifiche lo fai solo se hai in te due consapevolezze differenti e quindi sei in grado di unirle. Quando Green fu decapitato ci fu la questione del cadavere; sotterrarlo e darlo in pasto ai vermi o… in pasto? Ma si! Diamolo in pasto ai maiali!”
    “Oh, si, certo! Ricordo la questione.” Dice Philipe guardando estasiato Jona.
    “Ma agl’uomini di religione sembrò troppo inopportuno far sparire un corpo in questo modo, quindi si decise per sotterrare il corpo in una campagna desolata a poche miglia da Nuova Scow. Il dottor Merendille si occupò delle pratiche mortuarie. La testa di Green, anche se ora mi sovviene da dire, il falso Green, fu riattaccata al corpo con grande maestria. Il dottore sa il fatto suo quando si tratta di curare i morti il che è un po’ strano dato che dovrebbe curare i vivi. Una volta sotterrato, fu emesso un emendamento per tutta la città; il divieto ad allevare maiali a fine di lucro o tutto ciò che non era concerne alla semplice attività di allevamento per la tavola ed al palato. Per questo nel corso degl’anni si è persa questa conoscenza in proposito. Quindi, analizzando un po’ la questione, i due indizi sono collegabili al caso Green.”
    “Lei è brillante, signor Walker!” Gl’occhi di Philipe luccicano per il suo beniamino.
    “Quindi, se diamo per esatte tali teorie…” Irrompe Aldamacco.
    “Il vero Green è ancora vivo.” Risponde il signor Jakins.
    “Bene. Dunque, miei cari, mi giunge al cervello un solo pensiero; nel momento in cui il caso Green è stato riaperto, non ci resta che metterci al lavoro per concluderlo del tutto. Non crede John?”
    “Oh, si signore! Non si dimentichi, però, il pranzo con il signorino Maxime l’indomani.” Dice ponendo il soprabito sulle spalle di Walker.
    “Giusto, John, giusto. Come farei senza di lei.”
    Si congedano e fanno ritorno alle loro case. 

  • 11 marzo 2015 alle ore 20:55
    I giardini della rabbia

    Come comincia: C'erano cose che aveva dimenticato troppo in fretta, il dolore era così forte da voler essere nascosto, coperto . Impedendo così , all'indiscrezione della verità di salire a galla. 
     
    Dalia comprese però, di vivere a metà, andando avanti sospinta da forze sconosciute.  Le ferite erano lì,  risbocciavano a dispetto di tutto, oleandri di veleno e sale. 

    Mi accorsi che viveva schermata dal modo in cui ricacciava di continuo l’anima all’interno di se stessa. Era imponente, una roccia, pareva che nulla potesse scalfire quell’agglomerato di bellezza e forza. 
    Gli occhi la tradirono. Erano due spilli in un vasto campo di grano. Dalia era un paesaggio d’eterea materia, ma disseminato da mine.

    La guardavo come si guardano le aquile ferite. 
    Un maestoso uccello, reso ai minimi termini e offeso. Albatros mortificato da una schiera di stupide creature, che di lei avevano rubato tutto. E a me avevano lasciato i pezzi da ricomporre di quella difficile creatura, che non credeva più in niente.

    Era lì davanti a me, con una chioma di capelli neri corvini adunati sulla spalla destra.
    Fece un gesto con la mano, quasi volesse disegnare un perimetro intorno. 
    Aveva occhi grandi, quasi mai spaventati.
    Disegnava il limite.
    E più era distante da me e più mi sentivo sfidato.  Avevo ad un passo  la sfida più grande della mia vita. 

    Riportarla in vita. Riportarmi in vita.

    Ti odio mi disse. Ti amo le dissi.

    Silenzio.

        ''Amo tutto 
         Ciò che
         in te
         Ancora
         Resiste’’

    ....