Racconti (pagina 18) su Aphorism.it

username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

Prima Precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22  ... Successiva Ultima 
  • 20 novembre 2012 alle ore 12:57
    Il giocatore
    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.”  La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi  e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però!  Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start!  Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

  • 20 novembre 2012 alle ore 12:32
    Diario Poetico: Fiori Distruttivi, ottava parte
    Intro: Tale racconto poetico fa parte del diario "Fiori Distruttivi" in cui, mediante una prosa poetica, si narra della complessità della scrittura, e del suo rapporto con coloro che s'addentrano nella letteratura.
    Come comincia: Silenzio. Taci, Thot. Ho posto speranze nel vento. Sono svanite come le parole. Oh! Thot. Quanto sono disperato a causa tua. Chi sei realmente? A volte, mi appari come una matassa tenebrosa che cresce dentro me. Hai legato il tuo volto al mio. Perché? Voglio dire. Il rovescio di me ti trascina in un sesso agitato. Nessuno conosce la sofferenza che puoi dare, Thot. Vorrei essere un essere senza pensiero, chiuso in un ospedale coi malati che soffrono. Io soffro come loro, non capisci? Il mio corpo è martoriato dalla lingua, Thot. La letteratura è patimento fisico. È un lacrimoso assassino che si aggira dentro il mio organismo. È un virus. Tu sei un virus. Voglio dire. Io sono un virus, Thot. Ho parlato ad una penna arruffata e mi ha detto: «Questo è il tuo amore vietato. Macellerà il tuo ingegno nello sforzo abissale». Così sarà, Thot. Ma io necessito di un lirico passo, anche stravolto, un po’ storto, e risorto, per tenere l’uomo nelle mie mani. Non capisci, Thot? Il Sole è come le isole che spuntano fuori dalle bocche. Io non ho luce. Ho cercato invano. Ma le mie vene vagano nel vuoto. Non ho neppure sangue, Thot! Cosa sono veramente? Volevo inventare strade, ponti, e stelle. Ho reinventato me stesso. Mille orde mi hanno trafitto: erano parole che depredavano la mia carne.

  • Intro: Una Flanerie scomposta di pensiero, lettura e strade. Una geografia di riflessioni in movimento.
    Come comincia: Misurare lo stupore, chimera della commensura, claustrale economia del piacere e di notte un gatto bianco si dissolve al di là di una ringhiera. “Il Labirinto” è incomprensibile e Bataille di certo avrà pensato, come nota a margine della sua prosa, alle leggere e consolatorie catene dell’eternità del prigioniero Blanqui:
    “Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola.”
    In “Limine Labyrinti”, sul filo roccioso e sottile dell’esistere, è un “privilegio” persino lo “scorrimento monotono” della sabbia di una clessidra, anche il frantumarsi e il precipitare nel vuoto dell’imbrecciato dei nostri passi. Auguste risolve ogni labirinto riproponendolo all’infinito ma, allo stesso tempo, lasciandolo tale: preferisce ripercorrerne in modo indefinito ognuno , “sprofondare” e annientarsi nell’eternità di ogni suo gesto vissuto, veder fallire ogni sua azione e pensiero in una cella… e così diverrà monotona e infinita la scoperta di ogni “nuova terra”, tradita dalla noia eterna ogni originalità, intuita ab aeternum ogni intuizione, drammatica ogni gioia, insensata ogni logica, logico ogni incubo, creazione ogni distruzione e distruttiva ogni creazione. Nell’eternità degli astri il labirinto è di specchi - dilatato da un tempo ciclico - e ci disorienta ad ogni riflesso ripetuto come nell’irrisolvibile vertigine di coscienze delle coscienze di Dunne. Ma anche la tragica intuizione di un cosmo che si ripete e si riproporrà all’infinito resta solo una parvenza, un’illusione di conoscenza: perché nella sua prigione Blanqui avrà sempre la stessa intuizione: ciò che ha pensato lo penserà di nuovo- come lo avrà già pensato indefinite volte-, ciò che ha scritto avendo addosso gli stessi abiti lo scriverà e riscriverà ancora con la stessa penna, sullo stesso foglio. Anche il suo elevarsi al sopra di ogni pensiero sarà un “già accaduto che accade e sempre accadrà”, nessun “privilegio” nell’eterno sentirsi privilegiati da questa “perennità”, nessuna consolazione nell’aver preso dimora in questa eternità. In nome della libertà Blanqui ha finito per recludere il tempo nello spazio e lo spazio nel tempo: nei suoi trentatré anni complessivi di carcere l'Enfermé si è consolato condannando senza appello l’universo ad un ritorno eterno, e non ad un “eterno ritorno”. Nessuna eresia salvifica come poteva essere quella di Origene, né – tantomeno - una Stoica consapevolezza imbarazzata dalla morte. Il ritorno eterno di Auguste Banqui non permette inganni, elusioni o sotterfugi, perché nella ripetizione eterna dell’identico anche questi si saranno già realizzati, si realizzano e si realizzeranno ancora, così come per Bataille è il percorrere l’incommensurabile e inquietante labirinto dell’esistenza: perché ogni inganno, ogni elusione o sotterfugio diverrebbero parti integranti del labirinto, nuovi luoghi da percorrere, nuovi e inaspettati percorsi da affrontare. E intanto il gatto bianco è rispuntato fuori dall’inferriata, nessuno saprà mai cosa ha fatto o scoperto in questo morso “inutile” di tempo. 

  • 18 novembre 2012 alle ore 8:50
    Admeto e Alceste, o dell’amore familiare
    Intro: Quel nodo, in cui la mia beata sorte,
    per ordine del ciel, legommi e strinse,
    con grave mio dolor, sciolse e discinse
    quella crudel, che ‘l mondo chiama morte.

    Veronica Gambara – Quel nodo, in cui la mia beata sorte
    Come comincia: Admeto sin da bambino dal padre Ferete, re di Tessaglia, venne educato alla lotta, e il suo animo venne temprato per affrontare il pericolo senza alcun pizzico di paura. Da giovane mostrava un’ottima possanza fisica ed un aspetto rude, rozzo, da villano. Non sembrava appartenere ad una famiglia regale. Non amava stare in corte, infatti. Non amava i cortigiani, ma amava la natura, amava la caccia, amava vivere nelle selve e respirare l’aria tersa e fresca dei boschi. Andando a cacciare una volta per i boschi della Tessaglia, fece amicizia casualmente con l’eclettico Apollo che in quel periodo, pascolando le sue pecore in una radura, si trastullava tra i verdi nitidi alberi ascoltando le sue adorate e istruite Muse che portava sempre seco. Apollo irradiava sapienza e riusciva a profetizzare anche il futuro, essendo dotato di un sesto senso molto sviluppato, aveva un magnifico aspetto ed i suoi comportamenti erano nobili e per questo era venerato da tutti gli uomini che cercavano di imitarlo in ogni cosa. Apollo e Admeto si misero a cacciare, accompagnati dal suon di musica emessa dalle vibrazioni delle corde di un’armoniosa cetra. Admeto fu subito colpito, attratto, stupefatto dalle dolci note e dai poetici versi emessi dalle Muse che echeggiavano euritmicamente tra i folti boschi, che come una coltre folta adombravano gli alti monti della Tessaglia. Apollo trasmise a quel rude lottatore i modi gentili, garbati, distinti, e gli insegnò ad apprezzare i sentimenti umani e la storia del mondo. Divennero così amici inseparabili che Apollo fece conoscere ad Admeto le meravigliose arti che lui amava tanto e che in vari modi esprimevano i sentimenti dell’uomo, e cioè la poesia, la musica, la lirica. Gli trasmise pure il modo di comportarsi gentilmente verso tutti ed in particolare verso le donne, gli fece comprendere il modo di indagare sulle cose e di scoprirne la bellezza, gli insegnò anche ad apprezzare il canone della bellezza femminile. In pochissimo tempo, Admeto divenne un altro, diventò un uomo colto che apprezzava la bellezza in ogni sua espressione, artistica o naturale, acquistò un comportamento nobile e educato tant’è che il padre quando ritornò da quella breve vacanza stentò a riconoscerlo. Per ringraziare Apollo per la trasformazione che aveva operato sul figlio, Ferete lo ospitò trattandolo meglio di un familiare. Quando per la sua eccelsa fama Apollo fu invitato dal re Pelia, a Iolco, per avere pareri e consigli sull’organizzazione della spedizione degli Argonauti, che aveva come obiettivo la conquista del Vello d’oro, l’amico inseparabile Admeto andò con lui. I due rimasero ospiti di Pelia per diversi giorni e durante quella permanenza Admeto conobbe, per caso, la più bella dolce candida innocente genuina figlia di Pelia. Alceste era il suo nome. Ella personificava quella bellezza canonica che Apollo aveva insegnato a fare apprezzare all’amico Admeto. Fu attratto dallo sguardo penetrante della ragazza che esprimeva tanta dolcezza e un’inusitata bontà, fu colpito da quei cerulei occhi che sembravano due preziosi smeraldi posti negl’incavi oculari, fu affascinato dalla folta chioma bruna cadente che le copriva sfiorandola delicatamente tutta la schiena. Era una meraviglia delle meraviglie! Che donna! Admeto fino allora non aveva visto una donna più bella di Alceste. L’incontro avvenne casualmente, un giorno, mentre Admeto con Apollo da una parte e, Alceste con il padre, dall’altra, erano andati ad ammirare la possente nave che avrebbe portato gli eroi greci alla conquista del tanto desiderato Vello d’oro. I loro sguardi s’incrociarono mentre Admeto scendeva nella stiva e Alceste saliva per le ripide scale. Gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra: un sussulto ebbero i loro cuori, un tremore pervase le loro membra, un improvviso desiderio amoroso li avvolse subitaneamente. Si sciolsero le membra dell’uno. Si sciolsero le membra dell’altra. Non una parola uscì dalle loro labbra. Si ammutolirono come per incanto. Nell’attimo, prima che s’incontrassero, i due giovani erano tranquilli e sereni. Un attimo dopo, i loro animi non erano più pacati ed avevano perduto il vivere tranquillo. I due, indipendentemente l’uno dall’altro, non riuscivano a spiegarsi il motivo che aveva generato questi inconsueti turbamenti. Eros aveva sconvolto i loro cuori con impeto, aveva sconvolto i loro sentimenti e la loro mente, aveva dato impulso irresistibile ai loro animi ormai indotti all’amore. Apollo chiese ad Admeto perché si fosse ammutolito di botto.  Pelia chiese alla figlia perché fosse diventata improvvisamente triste e pensierosa. Nessuno dei due rispose. Erano avvinti dalle emozioni nuove, inimmaginabili, imprevedibili, mai provate prima d’allora. Non dormirono tutta la notte. Si alzarono presto dal letto. Osservarono ciascuno dalla propria dimora, il sole sorgere e con questo una speranza, la speranza di potersi rincontrare, di potersi guardare, di potersi scambiare una parola, una frase, un complimento. Erano avvinti da un’ansia irrefrenabile, erano sconvolti, l’una era attratta verso l’altro, e l’altro verso l’una, inspiegabilmente, vicendevolmente! Eppure non c’era stato nessun accordo tra i due, non si erano scambiati neppure una parola!  Admeto non aveva alcuna possibilità di prendere contatti con Alceste in quanto il padre di lei, gelosissimo delle figlie ed in particolare di lei, la teneva segregata con le ancelle nella sua stanza. Se usciva doveva essere accompagnata dal padre. E fu per ciò che Admeto decise di confidare il suo segreto ad Apollo che, per appagare la necessità amorosa dell’amico, organizzò una battuta di caccia al cinghiale suscitando la voglia in Pelia. Non era mai capitata una cosa simile, che un ospite organizzasse qualcosa in casa altrui. Ma Apollo per la sua fama e la sua autorevolezza lo poteva fare e lo fece. La ebbe vinta facilmente perché Pelia fu felice di esaudire il desiderio dell’ospite gradito. Quel giorno fu un gran giorno per Admeto e Alceste, perché la caccia permise loro di smarrirsi nel bosco, e quindi di incontrarsi e conoscersi. Cavalcarono insieme, e insieme si fermarono là dove il bosco era più impervio e più folto. Si guardarono negli occhi questa volta volontariamente e non come la prima volta per caso, ma non avevano la forza di parlare per il grande stato emotivo che li avvinghiava. Finalmente fu Admeto che per primo ebbe il coraggio di parlare: - Come sei bella, o dolce Alceste! Non ho mai visto una donna più bella di te. Non appena ti ho incontrato e i tuoi occhi si sono incrociati con i miei, il mio cuore ha sussultato, un brivido ha percorso tutto il mio corpo, un freddo sudore ha ricoperto le mie membra.
    - Admeto, questo è il tuo nome, vero? – disse Alceste, che continuò dopo un tacito assenso del giovane – Anch’io ho avuto le medesime sensazioni che tu poc’anzi hai esternato con tanto fervore e senza pudore alcuno. Il tuo sguardo mi ha stravolto, mi ha fatto perdere quella serenità che avevo fino a qualche giorno fa. Un desiderio di te mi ha avvinto senza che io ti conoscessi o sapessi chi tu fossi e da dove venissi. Adesso so chi sei, ma solo adesso. Questo vuol dire che il sentimento strano che mi attira a te non è dovuto alla tua possanza, alle tue gesta, al tuo valore o ancor di più alla tua appartenenza ad una famiglia regale.
    - Alceste, quello che dici sono le più belle parole che le mie orecchie volevano sentirti dire. E’ bastato uno sguardo, in un attimo, ed ecco che è nato il mio amore per te. Non so spiegarmi il motivo, ma è così! Ho promesso a tuo padre di partecipare alla spedizione degli Argonauti, ma quando tornerò gli chiederò la tua mano e ti sposerò. Andremo ad abitare per sempre in Tessaglia dove governeremo il mio popolo con saggezza e con amore, dato che i miei genitori ormai sono vecchi. E’ questo ciò che io desidero, – rispose Admeto senza timore di essere negato.
    - Lo voglio anch’io, anche se per tutto il tempo che sarai via, io ti aspetterò con ansia e con la speranza che tu possa ritornare sano e salvo da quella difficile impresa, - aggiunse Alceste.
    - Non preoccuparti, cara Alceste, amor mio, durante la mia gioventù ho affrontato tante peripezie, sono andato incontro a tanti pericoli, ho partecipato alla lunga guerra di Troia e, con successo, anche alla caccia al crudele cinghiale di Calidone. Ormai sono temprato per la spedizione in Colchide che, io non credo, sia più pericolosa delle altre. Quando tornerò daremo vincolo al nostro amore che già esiste, daremo sfogo al nostro rapporto con creatività senza sensi di colpa, né di vergogna, né di paura del sesso.
    La spedizione degli Argonauti fu molto perigliosa e molto tormentata ma il ritorno, molto impervio, a Iolco avvenne così come era stato preventivato da Admeto.
    Ci fu una gran festa nei giorni successivi, e il re Pelia, per la contentezza dovuta alla riuscita della spedizione e alla ricchezza che ciò rappresentava per tutto il popolo greco, non potette negare la mano della figlia Alceste al giovane eroe tessalo. Erano tutti felici dell’unione di Admeto con Alceste, ma la contentezza nella reggia di Iolco durò fino a quando i novelli sposi comunicarono che dovevano trasferirsi in Tessaglia. Del resto, quella era una strada obbligata per Admeto, che doveva prendere al più presto il posto del padre Ferete che, ormai vecchio, non riusciva più a governare bene il suo popolo.
    Vissero di comune accordo marito e moglie ed erano amati dal popolo per la loro saggezza nell’amministrare la cosa pubblica. Ebbero due figli uno dopo l’altro, Eumèlo e Càricle, senza soluzione di continuità, che allevarono con grande gioia e nella felicità. Li avviarono ad un’educazione secondo i canoni che Apollo aveva insegnato ad Admeto, tant’è che Eumèlo quando divenne grande divenne capo dell’esercito dei Tessali. Purtroppo quei momenti di contentezza e di soddisfazione non durarono ancora, in quanto sovvenne un intoppo dovuto ad una grave e rara malattia che colpì il giovane re Admeto. Furono chiamati i più bravi guaritori della città per curare e salvare il loro re, che ormai si avviava a morte sicura, soltanto un miracolo lo poteva salvare.
    Alceste, una notte in cui era riuscita a prendere sonno, ebbe un presagio mentre dormiva. Sognò le Moire, tre sorelle deformi storpie decrepite, Cloto, Lachesi e Atropo, le inesorabili e crudeli tessitrici della vita d’ogni essere umano. Sognò, dimenandosi nel talamo coniugale, madida, smaniosa, dapprima Cloto che teneva la rocca per filare, mentre Lachesi avvolgeva il filo al fuso ed infine sognò Atropo che si accingeva a tagliare, colta da invidia per la bellezza di Alceste e per la felicità che regnava in quella famiglia, con crudeltà e con senso cinico, il filo con le forbici, quel filo a cui era sospesa la vita del marito. Atropo, sempre in sogno, con la sua voce decrepita e rauca, esclamò sghignazzando con tono altisonante ed echeggiante: - Alceste, se vuoi salva la vita di Admeto, in cambio voglio la vita di Ferete o di un’altra persona oppure, se vuoi veramente del bene a tuo marito, addirittura, la tua stessa vita. Si svegliò, di soprassalto, l’infelice Alceste, ancorché tremula, depressa, triste, con il corpo ancora bagnato di sudore, impaurita per il sogno funesto doloroso infausto orribile. Doveva sperare egoisticamente nella morte, ormai prossima, del vecchio suocero? Oppure in quella della decrepita suocera? O doveva dare in cambio la sua vita? Ciò l’avrebbe fatto volentieri. Ma come poteva un essere umano dare in cambio la sua vita per la vita di un altro?  Qual era il modo, lo strumento per fare questo? Suicidarsi o farsi uccidere? Pensò e ripensò a questo mentre giaceva, giorno dopo giorno, sul talamo dove il marito stava per abbandonare lei e i suoi figli per sempre, su quel talamo che aveva visto tanto amore spruzzare da tutte le parti da rendere quella casa beata paga giubilante, invidiabile. Ma come avrebbe potuto continuare a vivere Alceste senza il suo grande amore Admeto, e come avrebbe potuto continuare ad educare gli amati figli e ad insegnare loro come affrontare la vita e superare le avversità che questa pone continuamente? Piangeva continuamente per il forte dolore e per la disgrazia che le stava per capitare, ed anche per l’incertezza del futuro che le si presentava. Si stava consumando Alceste; inorridita, esausta, non mangiava più, non dormiva più, e non servivano a niente ormai le tisane che le ancelle le preparavano per farla rinvenire. Alceste, avvilita, abbracciava il letto nuziale bagnandolo di lacrime, baciava quel talamo che aveva accolto amorevolmente e che aveva visto lei e Admeto amarsi e procreare i frutti più grandi del loro amore, i due amorevoli figli. Stava per morire Alceste mentre Admeto, come per miracolo, stava riprendendosi, apriva gli occhi, chiamava le ancelle, incominciava a mangiare, a bere, ad alzarsi dal letto, a riprendere le forze che aveva perduto. Ci sono cose al mondo che avvengono inspiegabilmente, cui non può darsi spesso un’interpretazione razionale e plausibile. In questi casi si pensa subito all’evento sovrannaturale, al fatto ultraterreno, al prodigio, al miracolo. È per questo che qualcuno pensò che le crudeli e invidiose Moire ci avevano messo lo zampino e stavano per vedere la loro orrenda e disumana bramosia accolta e appagata. La situazione si era capovolta. Adesso, era Admeto che si preoccupava della vita della moglie, la quale si era ammalata gravemente in vece sua. Se Alceste avesse avuto un po’ più di pazienza, se avesse avuto la forza di resistere per altro tempo ancora, se non si fosse impaurita di rimanere sola, se avesse avuto un po’ di fiducia nel caso, invece di credere al presagio di un brutto sogno che l’aveva indotta a cedere alla depressione, che l’aveva portata a fuggire dall’esistenza, per paura di non saper affrontare la vita da sola, senza il marito, non si sarebbe ammalata gravemente. La sua resa di fronte alla morte le stava portando via la vita…, trovando così il modo di cedere la sua vita in cambio di …. . Alceste, se avesse avuto la capacità di resistere, se avesse avuto il coraggio e l’equilibrio interiore necessari avrebbe visto con i suoi occhi il marito ritornare in vita, avrebbe osservato dal viso di Admeto lo scambio del pallido pallore macabro con il roseo colorito di sempre, come per incanto; Alceste avrebbe goduto delle carezze e delle dolci parole di Admeto, che avrebbe continuato ad amarla più di prima, forse meglio di prima e ad accudire i loro due pargoletti. Ed invece…
    In uno di quei giorni tristi capitò da quelle parti, per caso, Eracle, l’eroe più grande che la Grecia abbia avuto. Eracle era l’eroe che aveva dovuto affrontare le malvagità degli uomini, che aveva lottato per superare tutte le grandi avversità tra cui quella che gli si presentò sin dai primi giorni di vita. Giaceva ancora in fasce, in culla, dove fu costretto a strozzare due serpenti messi apposta dall’invidiosa Era per ucciderlo. Eracle era l’eroe che aveva dovuto compiere e superare le dodici fatiche imposte dal crudele e sadico fratello primogenito Euristeo, grazie alla sua forza, all’addestramento e alle virtù trasmessigli dalla madre Alcmena e ai valori umani che gli erano stati inculcati sin da bambino dai suoi grandi maestri, Chitone e Eumolpo. Eracle, per l’educazione ricevuta, riusciva ad organizzarsi mentalmente, era molto socievole, aveva una sana personalità, non aveva altre aspirazioni, se non quelle di aiutare sempre il prossimo, non conosceva i sentimenti negativi ed eliminava dalla sua mente le angosce che qualche problema gli avesse potuto causare.
    L’eroe, quel giorno, venne ospitato volentieri dal triste e depresso Admeto, già guarito, e ciò avvenne quando la povera Alceste era ormai in fin di vita per la forte depressione che l’aveva colpita. Ma nulla di tutto questo Admeto disse, per non farlo dispiacere per il gran senso di ospitalità che possedeva, all’amico ospite, al quale però non sfuggì niente. Eracle, infatti, scrutando l’espressione del viso e l’inconsueto modo di parlare, capì che Admeto insolitamente era angosciato ed addolorato. Indagò, allora, tra i servi che pieni di ammirazione per le sue gesta e per la sua carismatica personalità non gli nascosero la verità. Senza dire niente, Eracle andò a cercare di corsa l’amico Asclepiade, bravo luminare, che possedeva un’officina medicamentosa, non molto lontano dalla città, ma in un luogo sconosciuto ad Admeto. Procurò grande preoccupazione al medico, che vide l’eroe presentarsi all’improvviso e affaticato, senza respiro per la folle corsa. Eracle si riposò e non appena riprese fiato, espose allo scienziato che non veniva per sé medesimo ma per tentare di salvare la moglie del re Admeto, suo fraterno e carissimo amico.  Descrisse la situazione di grave pericolo di morte in cui versava la povera donna Alceste. Non c’era tempo da perdere. L’Asclepiade si rese conto dello stato di salute in cui si trovava la donna e della sua afflizione e, in un batter d’ali, preparò un miscuglio di foglie di esedra, una pianta molto rara che cresceva spontanea lungo la costa, tra gli scogli, e che aveva le proprietà di aumentare la frequenza respiratoria e la pressione del sangue, e di semi di fieno greco il cui decotto serviva come ricostituente. Eracle corse ancora, questa volta verso la casa di Admeto. Alfine giunse in tempo, dando inaspettatamente il preparato all’amico cui spiegò cosa doveva fare per guarire la moglie e salvarla dalla morte. Era vero ciò che diceva Eracle e ciò che pensavano le persone che lo conoscevano: quell’Asclepiade salvava tutti quelli che si rivolgevano a lui, meglio di un dio. Non si moriva più da quando quel medico aveva acquisito dal suo grande maestro Asclepio l’arte di guarire gli infermi. Dopo diversi giorni di cura e con l’amorevolezza di Admeto, Alceste si riprese da quel torpore che l’aveva avvinta, e fu finalmente salva. Il merito era stato di un amico che era stato ospitato in un giorno molto triste, forse il più triste della vita di Admeto. La stima che Admeto poneva nei confronti di Eracle aveva creato nell’eroe quello slancio di umana sensibilità che aveva portato Alceste alla salvezza e al ritorno alla vita. Eracle, infatti, aveva manifestato il suo ancestrale altruismo ancora una volta, aveva commesso quel gesto non solo per amicizia ma anche per diventare più importante agli occhi dell’amico e per accrescere la propria autostima. Questo suo comportamento gli conferiva una nobiltà d’animo eccezionale.
    Alceste ed Admeto, grazie ad Eracle, continuarono a vivere felici come prima, ma forse più di prima, consapevoli, questa volta, delle sciagure e dei disagi che può apportare ad una famiglia la scomparsa di uno dei due coniugi.

  • 17 novembre 2012 alle ore 16:14
    Il gatto di Leningrado
    Intro: Un viaggio in Russia, una notte inquieta, un sogno... Un gatto che sta per annegare nella Neva, ma poi...
    Come comincia: La notte fra l’11 e il 12 agosto 1988 feci vari sogni, interrotti da rumori insoliti. Mi trovavo in un albergo piuttosto movimentato a Leningrado, in attesa di proseguire per Mosca.
    La mattina raccontai a Domenico uno dei sogni, quello che più mi turbava: un cane stava per inghiottire un uccellino e io provavo una gran pena dovendo assistere alla scena senza poter far niente.
    Certo non immaginavo che, poco dopo, mi aspettava un’esperienza abbastanza simile al sogno.
    Uscimmo a fare due passi lungo la Neva. Vedemmo un gattino rotolarsi stranamente sull’asfalto e sparire in un baleno dentro un buco del marciapiede. Riapparve dopo un istante, ma sparì di nuovo. Pensammo che forse, non essendo abituato alla vita di strada, fosse stato colto di sorpresa da tutto quel traffico. O, chissà, magari era stato addirittura investito da qualche auto…
      Mi affacciai per curiosità in corrispondenza del buco e scoprii che il gatto, di lì, aveva rischiato di finire dritto nel fiume. Per fortuna però era riuscito ad aggrapparsi ad un pilastro del ponte. Doveva essere terrorizzato, e da quella scomoda posizione guardava verso l’alto.
    Non si poteva farlo annegare! Ci voleva un appiglio, magari una fune alla quale permettergli di afferrarsi.
    Sopraggiunse una signora anziana, italiana anche lei, ma appartenente a un altro gruppo di turisti. Fu colta da una gran pena per l’animale. Le sembrava di avere in camera una cordicella, ma non ne era certa. Le raccomandai di tornare il più presto possibile. Il gattino infatti non avrebbe potuto resistere a lungo in quella posizione tanto precaria.
    I minuti erano preziosi. Chiamai un ragazzo che si stava allenando a correre lungo il fiume. Lui guardò giù, ma a gesti mi spiegò che non poteva farci niente.
    Lì vicino c’era un cantiere. Ci poteva essere materiale utile, ma come fare? Mi rivolsi a un altro passante che mi fece capire di aver fretta. Però, impietosito, quando gli mostrai il cantiere, ci andò di corsa con Domenico.
    Nell’attesa, pensai che avrei potuto salvarlo a nuoto… quel povero micino! Avevo sempre avuto ottima dimestichezza con l’acqua, la corrente sembrava minima, agevole il punto da cui tuffarsi. Ma fu un pensiero lampo: non mi andava di fare uno spogliarello in quel centro cittadino così frequentato e per giunta in un paese straniero, né di bagnarmi in quell’acqua verdognola e certamente inquinata.
    Intanto il micino aveva cominciato a lamentarsi come cercando aiuto. Per fortuna arrivavano di corsa il passante e Domenico con una lunga tavola da impalcatura. L’abbassarono con cautela dal parapetto verso il punto dove era situato il gatto. Ma ahimé… lui, ancora più spaventato di prima, lasciò la presa, scivolò lungo la parete fino all’acqua, e si allontanò verso il centro del fiume con un tentativo di nuoto.
    Ero disperata, mi sentivo un’egoista per non essere stata capace di tentare il salvataggio quando era ancora possibile. Ormai non c’era davvero più niente da fare! Cercai di chiamare il micetto verso la riva, di attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Diverse persone impietosite si erano fermate a guardare la scena.
    Tornava di corsa anche la signora italiana tirando fuori dalla borsa, invece della cordicella, una serie di calze di nylon bene annodate fra loro. Ma il gatto era sempre più lontano.
    Lungo la riva era ormeggiata una piccola imbarcazione completamente coperta da un telo. Fin dall’inizio avevo pensato che sarebbe stato il mezzo più adatto per tentare quel salvataggio. Ma di chi era? A chi rivolgersi?
    Mi accorsi all’improvviso che, arrivato chissà da dove, un uomo era montato proprio su quella barca. Corsi a mostrargli il gatto ma lui, con un gesto di impazienza, mi fece segno che già lo sapeva. Dunque, qualcuno doveva averlo chiamato.
    Ritornai a puntare gli occhi sul gatto senza però trovare la forza di tuffarmi. Ormai non ce la faceva più, nuotava senza direzione girando rapidamente su se stesso. Ogni tanto la testa affondava sott’acqua, poi, miracolosamente, riaffiorava…
    Tornai dall’uomo della barca supplicandolo a gesti di far presto. Lui intanto aveva già tolto l’ancora, ma aveva difficoltà a liberare la barca dal telo e quindi non poteva avviare il motore.
    Guardai di nuovo il povero “naufrago” sempre più scontenta di me. Anche la signora italiana era lì piangente. Diceva: - Ormai non ce la fa più, ormai annega…
    Accanto a noi c’era una giovane donna vestita di nero, piuttosto elegante, che si copriva gli occhi con le mani. Era vero: il gatto sollevava la testa sempre più raramente.
    Intanto la barca era partita a remi. I secondi sembrarono un’eternità, ma eccola raggiungere il gatto. L’uomo si sporse e lo raccolse accarezzandolo. Il povero animale vomitò una grande quantità di acqua e si aggrappò disperatamente a una fune che trovò sull’imbarcazione.
    Alcuni di noi si avvicinarono. Il gatto piangeva, era bagnato fradicio e aveva la pancia gonfia. A quel punto la signora vestita di nero mi gridò: - Madame, à l’hotel!…
    Io presi il gatto accarezzandolo. Attraversammo la strada. Seguii la bella signora fino all’atrio di quell’albergo e poi nell’ascensore. Lei sparì per un attimo, tornò con un asciugamano e avvolse l’animale stringendolo al petto.
    Le chiesi in francese se il gatto fosse suo. Forse è stata lei, pensai, a chiamare l’uomo della barca. All’approdo aveva tentato anche di dargli una mancia, ma lui l’aveva rifiutata.
    Mi rispose che il gatto non era suo.
    Fuori mi aspettava la signora italiana. Doveva scappare perché il suo pullman era in partenza, tutti i passeggeri erano già saliti. Era emozionata. Mi disse “speriamo che viva”, mi spiegò che lei era veneta e aggiunse “siamo di posti così diversi, ma tutti uniti per salvare una povera bestiola!”.
    Mi sentivo molto affaticata, ma ora contenta.
    Due giorni dopo andai a chiedere notizie del gatto in albergo. Non ebbi la fortuna di incontrare la signora che parlava così bene il francese. E col russo, si sa, è tutta un’altra cosa!
    La lingua era difficilissima e non riuscivo a far capire la parola “gatto”. Tentai col francese e con lo spagnolo. Non conoscevo altre lingue. Anzi…
    Ricorsi prima a un “miao”, poi a una serie di gesti di cui i napoletani come me sono maestri. Capii che finalmente avevano afferrato la “storia” del gatto e allora… ebbi un altro lampo di genio.
    - Caput? -  pronunziai. Chissà come e quando avevo imparato il significato di quella parola! Forse durante qualche vacanza all’estero, ma mi fu davvero molto utile.
    Mi risposero subito di no. Capii che non era morto. Sorrisero con aria rassicurante aggiungendo una breve frase. Intuii che il gatto poteva essere tornato dalla padrona.
    Non sapevo se fosse proprio così, se fosse esattamente ciò che avevano cercato di spiegarmi, ma ero felice. Il gattino era sopravvissuto!

  • 15 novembre 2012 alle ore 19:17
    Il dono più grande
    Come comincia: Ti ritrovi improvvisamente a non sapere quello che vuoi dalla tua vita, ti sembra di non capire bene quello che ti sta succedendo e cadi, cadi talmente in basso che risollevarti e tornare su sembra un obbiettivo irraggiungibile, impossiblie da raggiungere. Sono tanti i doni della vita... La vita essa stessa è il dono più importante che abbiamo mai potuto ricevere, solo che ci metti un attimo a dimenticarlo e pensare che nulla per te ha più un senso ed i giorni passano, passano e la testa si perde nel vuoto, un vuoto che nasce da dentro e non trova una spiegazione. Il problema sai qual'è caro amico? Il problema è che tu non sai chi sei, non ti conosci abbastanza per poter arrivare a  capire quanto importante tu sia in questo mondo. Tu hai tutto e credi di non avere niente, tu guardi ma non osservi, senti ma non ascolti, dici di amare ma non sai cos'è l' Amore, più semplicemente esisti ma non Vivi...

  • 15 novembre 2012 alle ore 16:40
    La favola di c'è orco ed orco
    Come comincia: Che dici se ti racconto una favola Sandro?
    <Una favola tipo c'era una volta Cobra?>.
    Sì Sandro.
    <Ok dai Cobra... perché no?>.
    Allora ovviamente c'era una volta una fanciulla carina carina Sandro e viveva in una povera casa piena di poveri fratelli... poveri nonni e povera mamma sottomessi ad un bruto padre terribile Sandro.
    E vagando nel bosco alla ricerca di cibo e legna Sandro codesta fanciulla si perse una mattina spaventandosi... non appena ne fu consapevole... senza equilibrio alcuno.
    E venne il temporale Sandro e l'impaurita fanciulla cammina cammina... e vennero i fulmini Sandro e la terrorizzata fanciulla cammina cammina e vennero i lupi Sandro e questa fanciulla cammina cammina... e vennero gli orsi Sandro e la fanciulla cammina cammina... e venne la notte Sandro e fanciulla cammina cammina... e venne il gufo Sandro e cammina cammina... e vennero le pupille inquietanti nel buio Sandro e cammina cammina e vennero parecchie albe Sandro e cammina cammina... cammina cammina... cammina cammina la fanciulla infine si accorse di essere rimasta incinta Sandro.
    Non so se comprendi Sandro.
    Ora non era più perduta nel bosco Sandro... ora il bosco stava il solo luogo sicuro in cui sottrarsi dai rimbrotti dei grandi e dalle legnate violente del padre.
    Che peraltro... non appena realizzato... nel frattempo Sandro si dava da fare preoccupato... organizzava squadre di ricerca... ed aveva ingaggiato perfino un principe azzurro di pronto intervento nel caso la sua creatura fosse caduta nelle grinfie di una strega.
    Ma lei cammina cammina si nascondeva sempre meglio e cammina cammina s'allontanò inesorabilmente.
    I fratelli piangevano Sandro i nonni disperavano Sandro e non ti dico i numeri della madre Sandro... uno strazio struggente quella dimora Sandro.
    Bensì il padre inalberato non s'arrese mai e continuò a cercare a perlustrare a chiedere ed ad informarsi su avvistamenti strani o misteriose fanciulle sconosciute di passaggio... finché ventisei anni appresso finalmente la riconobbe in una senzatetto della capitale.
    E lei insieme lo riconobbe e l'emozione di entrambi scaturì in un tenero abbraccio ed in una domanda dalla voce roca e grezza Sandro...
    perché non tornasti fanciulla?
    All'inizio cammina cammina mi persi padre fu la risposta e cammina cammina vagai per ritrovare la strada se non che cammina cammina ad un certo punto mi ritrovai incinta padre e cammina cammina realizzai di non sapere assolutamente nulla di chi potesse ritenersi il papà né della maniera in cui fece in modo di potersi ritenere tale e dunque cammina cammina con paura e vergogna decisi di andarmene padre.
    Per così poco fanciulla mia?... sbottò l'uomo.
    Su dai torniamo a casa tutti ti aspettano e bastava lo chiedevi a me chi era il papà fanciulla cammina cammina.
    Tu non hai niente da nascondere e non possiedi nessuna colpa fanciulla cammina cammina.
    Sarò anche un orco però so riconoscere ed accettare i doni che ottengo allorché perdo la testa libidinoso fanciulla cammina cammina.
    Li so ammettere ed accettare e per il resto dio ha voluto svenisti e sta ottimo credi il non ricordi conseguente fanciulla cammina cammina...
    sta ottimo.
    <E vissero felici e contenti Cobra?>.
    Non barare Sandro... mi avevi chiesto se la favola partiva con c'era una volta mica se finiva e vissero felici e contenti... ed adesso ti devi accontentare di un finale del genere Sandro...
    mi dispiace...
    Sandro.

  • 15 novembre 2012 alle ore 16:20
    Nomi e soprannomi
    Come comincia: Sento che Gabriella, la mia segretaria, è in difficoltà, al telefono, nella stanza accanto. Mi giungono frammenti di frasi “ Ma come posso io.”- “Ma si immagini sei io chiedo in sala..”- “Il nome almeno me lo vuole dire?”..Il tono della voce è acuto, non consono a lei.
    Vado in suo soccorso e le chiedo cosa stia accadendo. Gabriella è da pochi mesi che lavora con me e vive, in uno stupore quotidiano, i rapporti con i miei pazienti.
    - “Dottore, c’è una signora, al telefono, che mi dice di andare in sala d’aspetto e chiedere se ci sta ancora il “ fratello di Peppino o’ scemo”. Insiste che se non lo chiamo così lui non capisce…"

  • 14 novembre 2012 alle ore 21:19
    Lettera a un Genio
    Come comincia:  Lettera a un Genio

    2 maggio 2007 --- ore 2.00

    = Bè, mio caro: inizialmente, che delusione! Tutti fantasticano di trovare la tua lampada in qualche  luogo romantico, che so …baule in soffitta, “mercatino delle pulci”, polveroso scaffale d’un affascinante negozietto d’antiquariato, dove un vecchio ammiccante e cerimonioso mercanteggi per un bel po’ sul prezzo da attribuire allo strano oggetto che occhieggia tra un’antica ceramica e un tomo rilegato in pelle ….mica d’averla tra le mani dopo che un cane l’ha scovata in una discarica!

    Ma  è  andata  così.
    Chiamo  seccata  Brando,  pastore  maremmano che - sordo a ogni divieto - adora ficcarsi tra i rifiuti, lui torna con questa roba in bocca. “Cos’hai lì? …e molla!”  Per togliere un po’ di bava e vedere meglio cos’era strofino con lo straccio finto-scamosciato che ho in tasca, in genere usato per pulire il parabrezza. All’uscita repentina di tutto quel fumo, che volevi facessi?

    Adesso mi dispiace d’averti scagliato via urlando ma che vuoi ….viviamo in un momento in cui di ordigni esplosivi purtroppo si parla quotidianamente; dai terroristi a Unabomber gente che s’intenda di come far saltare gli altri pare ce ne sia un’enormità.  Anche quando ho sentito la voce cantilenante -“Ordina padrona, io ti esaudirò”- provenire dalla fumosa sagoma azzurrina sinceramente ho pensato a uno scherzo idiota ….che so, delle mie amiche: conoscono il percorso della giratina serale di Brando; contando sul fatto che è un buon cane ma (tutto sommato) disobbediente e testardo ….avessero messo nella discarica qualcosa che accostandosi emana un ologramma? I cani vanno dritti verso le cose insolite, hanno un odore nuovo.

    Mi sono avvicinata solo quando ho sentito piangere: cavoli, avessi scambiato dei lamenti per quella voce nasale e melliflua, la gente butta i neonati nei cassonetti e a volte vengono trovati vivi - grazie a Dio - proprio così, per caso. Eri lì, accucciato e frignante, turbante di sghimbescio, spalle scosse da singhiozzi.
    Non un bebè, ma piangevi allo stesso modo, con voce acuta, straziante, farfugliando “Non mi vuole …neanche questa volta, nemmeno questa qui!”. T’ho fatto sobbalzare col mio “Ehi!” ma mica potevo batterti un colpetto sulla schiena, ti pare? ....Dalla meraviglia, vedendomi vicina a te, hai sgranato gli occhi bellissimi, bistrati.

    ”Sono tuo servo, il Genio, vedi? Ti prego, dimmi cosa desideri, sono secoli che nessuno mi fa più l’onore di servirsi di me: maledetta Epoca dei Lumi: tutti a negare fantasia, antiche favole, magia …Su, dimmi cosa vuoi per favore, odio sentirmi inutile, è umiliante!” hai detto stringendo pugni azzurri, serrando bei denti, celesti pure quelli.

    Guardo il cane: Brando siede tranquillo, gli occhi sono tornati quelli d’un cucciolo. Tu, ragazzo di fumo dalle belle fattezze mediorientali, attendi ansioso, il petto trasparente ma piacevolmente muscoloso nell’affanno fa alzare ed abbassare il gilet damascato, pantaloni a sbuffo un po’ stropicciati, babbucce dalla punta curva all’insù  ….tutto come da copione, gradevole però.
    “Senti - ti ho detto - accompagnami che strada facendo parliamo:  ho una certa ideuzza…”
    Ci siamo avviati, Brando trotterellava alle calcagna, ti ho spiegato tutto.

    A pochi metri dall’edificio eri tutt’un sorriso, gli occhi brillavano: come me, trovare dopo un vagabondare infinito la casa definitiva ti è sembrato meraviglioso. Mi hai salutata proprio come nelle favole, è stato bello, emozionante, l’aerea mano che sfiorava appena il cuore, le labbra, la fronte. Poi - assottigliandoti sino a divenire un filo - sei rientrato nello stretto beccuccio della lampada. Svelta l’ho intascata prima di suonare il campanello e farmi accompagnare, come ogni giovedì, dal professor Vanni.

    E’ al finale questa mia che tu non leggerai, caro ragazzo cilestrino, volevo annotare la particolare serata di ieri.
    Patti chiari: il prossimo padrone è Vanni, perfetto conoscitore dei tuoi dialetti: potrai parlargli con reciproca soddisfazione nella tua lingua, chiarirgli annosi dubbi. Quando Vanni - come gli altri è anziano ma molto lucido - sentirà che la sua ora s’avvicina “passerai” al curatore della sezione vasellame, poi alla ricercatrice di miti e leggende, al traduttore di  scritture arcaiche del bacino del Mediterraneo, al cartografo innamorato delle tue terre.

    Cosa potevo chiedere per me?
    Denaro, ritornare giovane, un amore, viaggi?  Sono una vecchia ragazza appagata da quello che ha avuto. Ho viaggiato tanto facendo l’hostess, non cercavo che un cantuccio tranquillo. Dalla morte di papà, vivo con Brando in un monolocale zeppo di libri al limite della città a un passo da prati e ruscelli  e sì, va bè, anche abbastanza dalla discarica ma la gente ha cominciato a buttar qui roba dopo un po’ che l’avevo comprato: esco col cane, leggo, dormo, ogni tanto un’amica con la quale condividere interessi e svaghi. Mi basta.
    Adesso chiudo questa mia. ‘Notte Genio e BUONA  ETERNITA’! =

    Spenta la luce, Brando sospira soddisfatto allungandosi sullo scendiletto. Chiarore di plenilunio filtra dalla finestra fin sul comodino dove s’intravede un’altra sorridente figura azzurra, incorniciata. Ha  lo sguardo intelligente, i baffoni, la fisionomia di papà, appassionato  cultore di favolistica araba e fondatore della “Casa di Riposo per studiosi del Medio Oriente”.

  • 14 novembre 2012 alle ore 17:40
    Il mio caimano nero
    Come comincia: (con parole mie e musica di Rino Gaetano)

    Ricordo ancora quando ho visto per la prima volta la luna risplendere nel cielo di Roma. Il vagone della metropolitana usciva dalla galleria e iniziava a rallentare lungo un paesaggio che un tempo apparteneva alla campagna.  Lavoravo in città da un paio di mesi, ma una profonda apatia mi faceva trascorrere le serate in casa, da solo.
    E nemmeno mi confortava la finestra della mia stanza, affacciata sul muro di un vecchio deposito. La luna a Roma proprio non ero riuscito ancora a vederla e mi stavo abituando al pensiero che il satellite fosse andato a cercarsi un pianeta più dignitoso sul quale riflettere la sua poesia.
    Fino ad  allora avevo vissuto soltanto in posti di mare, dove la notte i raggi lunari rischiaravano la spuma delle onde. Ora invece guardavo la luna galleggiare sopra i silos e i palazzoni addobbati di parabole, che mi apparivano come alberi ammuffiti carichi di ciliegie velenose.
    Quella sera viaggiai con l’ultima corsa. Unico passeggero, giunsi alla mia fermata e mi infilai frettolosamente per le rampe della metropolitana, per quei corridoi stretti e lerci che mi ricordavano la scena di un vecchio film dell’orrore, dove un elegante impiegato della city veniva sbranato dalla bestia sulla scala mobile dell’Underground.
    Roma non è la capitale britannica, ma la sua metro di notte ha lo stesso fascino torbido, lo stesso sapore inquieto e fantastico che si respira nel mito londinese.
    Svoltai per l’ultimo scalone che mi avrebbe riportato in superficie, quando mi accorsi di lei; non della bestia, ma della sua vittima. Una donna di colore giaceva a terra in ginocchio, stretta nelle braccia come un feto vomitato dalla notte.
    E quello che poteva sembrare in apparenza un tiepido pianto era invece un urlo soffocato nella gola. La raccolsi tra le mie braccia, tremava e gemeva senza lacrime. Gli abiti strappati, la biancheria asportata. Alcune perline continuavano a sfilarsi da una collana, scivolando sul corpo e rimbalzando sul pavimento bisunto. Decisi subito di portarla con me, in quella casa da dove non si vedeva la luna.
    I primi giorni trascorsero lenti e faticosi. Dentro di me la chiamavo “il mio caimano nero”. Mi aspettavo da un momento all’altro che in lei si risvegliasse lo spirito di un antico rettile; denti acuminati e ganasce pronte a divorarsi il mondo e le sue indegne creature. Lei, invece, immobile nel suo dolore carico di vergogna e rancore, accompagnava la mia malinconia.
    Mi disse un giorno che veniva da un paese lontano, di averlo abbandonato per sfuggire a un destino di miseria e di abusi. Pensavi che qui fosse diverso?
    Era in città soltanto da qualche settimana, aveva vissuto quei giorni da alcuni conoscenti che probabilmente non l’avrebbero nemmeno cercata. Ogni sera tornando dal lavoro la trovavo seduta sul divano, ammaccata dai pensieri e dal tormento dei ricordi. Il ricordo della violenza. E più della memoria, a torturarla era un male invisibile che l’aveva privata delle uniche cose che possedeva, il pudore e la speranza.
    Eravamo due persone sole. Che non potevano comunicarsi altro che la loro sofferenza.
    Ma il tempo passava, io reagii e imparai a prendermi cura di lei. Le preparavo sempre da mangiare. Abbondanti piatti di carne per rimetterla in forze prima di tutto.
    Sceglievo spezie raffinate, piante aromatiche e frutta esotica per accompagnare il ferro e le proteine che l’avrebbero guarita, almeno nel corpo. Cominciò lentamente a riprendersi, a riconoscere il sapore delle mie vivande e la familiarità dei mie gesti, quando ero io ad imboccarla. Percepiva attenzioni e affetto come gli ingredienti di una ricetta nuova e misteriosa. La nutrivo con la stessa carne che l’aveva violata.
    Passai cento volte fuori quella fermata della metro e interrogai mille persone. La città mi indicò la strada per arrivare a quello che cercavo. Spiai le mie bestie per giorni e presto riuscii a catturarle. Avevo sentito di antichi guerrieri che si cibavano delle proprie vittime per assimilarne la forza e il valore; all'interno di culture primitive si riteneva che mangiando carne umana si potessero trasferire le virtù dal morto ai vivi o che si potesse esorcizzare lo spirito del defunto.
    Lei intanto migliorava ora dopo ora. Il suo sguardo tornava vigile. Il suo aspetto gradevole. La sua pelle nera appariva sempre più soda, densa e luminosa. I tessuti recuperavano la loro naturale tonicità. Adesso era viva e incensata come una dea. Dopo ogni pasto mi sorrideva. Recuperava forze e fiducia, se non verso se stessa, almeno nei confronti del prossimo. Ero contento e avevo cibo a sufficienza per giorni, settimane.
    Quando le guardie mi vennero a cercare rividi in lei una sofferenza senza fine, mentre il suo corpo scivolava lentamente sul pavimento. Si raccolse in un angolo del corridoio, le ginocchia strette nelle braccia, la testa china, nascosta nei lunghi capelli corvini. Come la prima volta che la vidi.
    Uscendo sulle scale, mi immaginai i suoi occhi spariti ancora una volta nel deserto della vita, lì dove soltanto io potevo ammirarli.

  • 13 novembre 2012 alle ore 15:29
    Tu..
    Come comincia: Devo ammettere che non me lo sarei mai aspettato.Di nuovo.A scrivere di nuovo per te.Perchè alla fine anche se sei lontano,anche se non posso più abbracciarti..alla fine ti penso sempre.E penso alle tue parole che mi facevano stare bene.E mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in me,tu lo sai?Quanto tempo è passato dall'ultima volta..dall'ultimo pianto,dal tuo ultimo ricordo.E rivederti in tutte le cose adesso non fa più male..è quasi un sollievo.Certo un sollievo che mi sta avvelenando un pò il cuore.Ma buono e sincero..e soprattutto vero.Perchè dov'è adesso la verità?Dove sono i sentimenti VERI,le parole VERE,le emozioni VERE.è tutto un susseguirsi di sbagli,di lacrime,di rabbia,delusione..sempre e sempre.Allora mi chiedo il perchè delle cose.Il perchè dei miei sbagli e il perchè delle mie illusioni,cercando quella cosa bè..nè unica e nè rara..inesistente.Alla fine penso che l'unica soluzione sia accontentarsi di quello che si ha.So che a te non andrebbe a genio tutto questo,che mi ripetevi sempre che io merito il massimo..merito amore,dolcezza...quella che sapevi darmi tu.Ma alla fine..a cosa mi serve sperare e credere in un qualcosa che non c'è?è una perdita di tempo..
    Solo te mi hai saputo dare tutto questo.ma purtroppo adesso non ci sei..e mi manca da morire quelle risate..quella felicità,quella sensazione di stabilità e di contentezza..che mi hai dato solo tu..sempre e solo tu.

    parlare,sparlare,fare del male,odiare.
    Mi chiedo come si possa continuare a prendersi in giro continuamente.
    e continuare a prendere in giro.

    Dove sei adesso?
    Avrei bisogno di te in questo momento.niente pensieri,niente dubbi.la felicità.

    Ti amo da morire..
    LO sai..
    ma purtroppo tu non potrai mai leggere tutto questo.

  • 11 novembre 2012 alle ore 5:06
    L'Altro Lato di Shiva
    Intro: Sinuosa e feroce Shiva.
    Ti nascondi e ruggisci nella mia anima...
    Come comincia: Si muove furtiva e guardinga.
    E' la tigre Shiva.

    -Nella maligna e volubile giungla indiana, quel felino baciato dagli dei si nasconde tra la vegetazione animata. Si muove lentamente, ha tutto sotto controllo, tiene le orecchie sull'attenti.
    Fiera e maestosa, sinuosa e suadente.
    Il suo manto si fa strada in quel dedalo pieno di vita con fare guardingo. Osserva la sua ignara e ingenua preda. Tutto è pronto, sta per balzare...-

    Shiva è orfana, colei che le avrebbe fatto da madre e insegnante è stata uccisa e dilaniata dai bracconieri. Maledetti bracconieri...
    E' cresciuta da sola, senza una guida, con l'incredibile fardello della sopravvivenza da portare sul dorso sin dalla tenera età; un cucciolo di tigre in mezzo alla giungla che deve proteggersi da qualsiasi cosa: lupi, giaguari, elefanti e bracconieri. La paura di perire sotto i colpi di uno di questi nemici, con il tempo, avrebbe forgiatol suo carattere ed il suo spirito. Le ferite da leccare, la fame e la solitudine avrebbero fatto di quell'esserino peloso una macchina per uccidere; un trionfo del cinismo animale e dell'ira che, a sue spese, imparerà a difendersi da sola senza mai fidarsi di nemmeno uno degli altri animali della giungla.
    Non si fida degli elefanti, pachidermi così maestosi e potenti da poterla uccidere con una sola zampata. Non si fida dei giaguari, membri della stessa famiglia cui ella appartiene; infidi e infami, potrebbero rubarle le prede. Degli uomini nemmeno a parlarne.
    E' sola e inquieta.

    E' passata un'eternità da quando si nascondeva in un tronco cavo di un albero per paura di essere colpita dalla frutta e dalle risate delle scimmiette schernitrici. Nella sua "infanzia" sapeva di essere l'ultima tigre della giungla; sapeva di essere destinata ad essere sola in una foresta piena zeppa di nemici. Eppure, lo spirito di sopravvivenza ebbe la meglio: costretta a vivere da sola, costretta ad uccidere per vivere, costretta a ruggire per difendersi; Shiva crebbe sapendo di essere l'animale più temibile e forte di tutta la giungla. La sua forza fisica la rende una roccia di carne, i suoi artigli sono saette affilatissime, le sue zampe sono vulcani pronti ad esplodere e le sue fauci sono dispensatrici di morte certa e limpida.

    Non ha più paura di niente.
    Uccide le sue prede con una freddezza malefica, sbrana i cervi come fossero coniglietti.
    E' talmente sicura del fuoco che le arde dentro che ormai ruggisce contro gli elefanti, minaccia i giaguari e le scimmie ormai non possono fare altro che portare la pellaccia al sicuro quando passa vicino ai loro alberi. Tutti la rispettano, tutti la temono.
    Il cucciolo è diventato Tigre e se potessero, anche gli alberi estirperebbero le loro radici per sfuggire ai suoi artigli.
    Con l'anima ardente e la bocca ancora sporca di sangue, un giorno Shiva, passeggiando in un sentiero, si imbatte in una fila di orme; orme di lupo. Quanto sono strane!
    La sua zampa è completamente diversa, ci vorrebbero altre quattro orme per farci entrare la sua zampa possente. Shiva, incuriosita, segue quelle tracce.
    Dei latrati in vicinanza!
    Attenta a non farsi sentire, Shiva si nasconde e assiste allo spettacolo: un branco di lupi che ha piazzato in quella radura la loro tana; Shiva rimane stupita e attonita.
    Quei lupi giocano a rincorrersi e a fare la lotta, mangiano insieme e si leccanoo le ferite. Più che un branco sembrano una famiglia.
    Quasi fosse un istinto primordiale, Shiva tenta di avvicinarsi ma i lupi impauriti dalla sua presenza scappano lasciando indietro solo i maschi adulti a difesa del loro territorio; la tigre ruggisce con tutta la sua forza, lanciando una zampata sul muso di uno dei lupi, incamminandosi poi verso le sterpaglie. 
    Il resto del branco accorre ad alleviare le ferite del lupo colpito, leccando e strusciando i loro meravigliosi manti sul lupo accasciato al suolo. Shiva li spia...

    Il giorno dopo Shiva accorre al fiume per dissetarsi. Ci sono i lupi.
    Sotto la spinta dello stesso istinto primordiale del giorno prima, Shiva si avvicina ad uno dei lupi con le orecchie basse e la coda tra le gambe, il lupo non si accorge della tigre... 
    Shiva lo osserva: orecchie grandi, muso affusolato, zampe piccole, denti diversi. Shiva scappa via.
    Al ritorno dal fiume, i lupi trovano nella loro radura i corpi esanimi di tre cervi adulti, il che voleva dire cibo per tutto il branco almeno per due giorni. Un quarto cervo era ancora tra i denti di Shiva. Lei li aveva portati.

    I lupi si avventano sulle carcasse agguantando brandelli di carne ancora fresca e nutriente. Sono tutti impegnati a mangiare e non c'è tempo per distarsi, nemmeno la fine del mondo li avrebbe smossi da quel banchetto assai raro. Shiva accenna un respiro poco affannoso. Sente il suo manto sfiorare il pelo del lupo. Per un attimo si sente a casa...
    Tre, forse quattro cuccioli le si avvicinano accaraezzando le sue zampe con il muso, tutti gli altri sono lì, incuranti della presenza della regina della giungla, quasi come se l'avessero accettata. 

    D'improvviso, Shiva, con un balzo magnifico, scappa via.

    -...Il felino affonda gli artigli nella carne stracciando via pezzi di carne viva dall'ungulato consapevole di essere arrivato al capolinea. I lunghi denti si fanno strada nella gola del cervo recidendone tutte le vene e le arterie. Il sangue sgorga come solo una cascata sa fare-

    Shiva.
    Regina senza sudditi.
    Orgoglio della natura, pupilla dell'ira.
    Figlia della forza, madre della solitudine.

    Non è un lupo nè un elefante nè un giaguaro.
    E' una Tigre. E' sola e Unica.

    Avrebbe voluto distendersi e lasciarsi leccare le ferite o farsi accarezzare da quei lupi.
    Avrebbe voluto ciò con tutto il suo cuore ma la paura e il conseguente rifiuto all'apertura sono difficile da estirpare da un animo tanto abituato a combattere contro il mondo, anche quando il mondo ti invita ad abbracciarlo.

  • 10 novembre 2012 alle ore 23:02
    Il rifugio
    Intro: In un breve lasso di tempo un'occasione speciale di incontro e di distensione si dipana nell'incanto della natura incontaminata ed il finale rimane aperto a diverse interpretazioni con la possibilità anche di proseguire eventualmente con una seconda parte.
    Come comincia: Nonostante l’ultimo tratto di salita si fosse rivelato particolarmente ripido al punto tale da rendere difficoltoso il respiro, la giovane donna si stava inerpicando sicura verso la meta che non risultava poi così lontana.
    Tutto attorno parlava di inverno e di un inverno particolarmente rigido e duro a morire; nulla accennava ad un possibile risveglio della natura ed il freddo penetrava nelle ossa.
    Le cime delle montagne erano tutte innevate e riflettevano un chiarore eccessivo ed innaturale sull’intera vallata dove, a tratti, si intravedevano lontani puntini di temerari sciatori fuori pista.
    Le nuvolette di vapore che uscivano dalla sua bocca ansante dipingevano insoliti ghirigori nell’aria tersa per poi condensarsi sul naso umido mentre gli occhi accennavano quasi a lacrimare.
    Mani e piedi non resistevano più al freddo intenso e penetrante nonostante l’abbigliamento decisamente invernale della donna.
    Ormai riusciva già ad intravedere la scritta sulla porta della baita: “Rifugio Fortezza” a significare che il più era fatto e a breve avrebbe potuto godere il meritato relax.
    Negli ultimi metri le gambe quasi non rispondevano più al richiamo del corpo e i polpacci si stavano facendo duri come pietre. Quanto mai non si era provveduta di un bastone!
    Al delicato tocco della sua mano inguantata la porta del rifugio si aprì come se qualcuno dall’interno fosse pronto a tirare la porta in segno di accoglienza e subito la sala interna nel suo insieme si rivelò confortevole all’aspetto.
    Il soffitto basso in legno, i faretti laterali di luce soffusa, la stufa scoppiettante di legna ben stagionata e la polenta fumante già nei piatti dei primi avventori avrebbero colto di sorpresa chiunque non fosse stato pronto alla visione del vero Paradiso.
    La giovane donna, non volendo farsi troppo notare, si appoggiò al primo tavolino vuoto che trovò sulla sua strada e si abbandonò con molta grazia su una delle tre sedie vuote disponibili, quella addossata alla parete che permetteva un ottimo sguardo di insieme sull’intera sala.
    Dapprima si soffermò a scrutare le montagne attraverso le finestre appannate dal vapore come se attendesse delle conferme, come se le sembrasse ancora impossibile di essere riuscita ad arrivare da sola fino lì!
    Accavallando le gambe mise in evidenza i suoi calzettoni rossi a rombi che bloccavano a tre quarti di gamba i pantaloni di velluto blu a coste sottili. Lentamente si sfilò dal collo l’enorme sciarpa rossa, pesante al punto di farla quasi soffocare, si sbottonò il giaccone e da sotto emerse il golf aderente di lana blu che aveva sottratto di nascosto dall’armadio della figlia.
    Per ultimi si tolse i guanti che ripose con la sciarpa nello zainetto ed iniziò a giocherellare con la vera mentre un cameriere si avvicinava per chiedere le ordinazioni.
    “Vediamo … polenta e brasato … e vino rosso della casa!”
    Si mise in attesa ma evidentemente l’anello la infastidiva per cui lo sfilò e lo depose nel portamonete che si trovava nella tasca interna dello zaino.
    Vampate di calore le accendevano il viso mentre le brillavano gli occhi per l’emozione nuova, ma i piedi restavano ghiacciati, forse gli scarponi non erano adatti a quell’impresa.
    Nonostante il poco spazio, provò ad allungarsi il più possibile verso il calore emanato dalla stufa a cui avvicinò pericolosamente le estremità in cerca di conforto.
    All’improvviso fu investita da una folata di aria gelida: la porta lasciò entrare una comitiva forse sopraggiunta con la funivia oppure, più probabile, reduce dalla scalata della parete a gradini. Anch’essi avevano raggiunto la meta agognata.
    Fu costretta a stringersi ancora di più per permettere a due giovanotti appena arrivati di prendere posto nelle due sedie rimaste vuote accanto a lei al suo stesso tavolo.
    Mentre i due si stavano sistemando, il cameriere le portò la polenta calda e il vino. La giovane signora sentì vagamente l’accenno ad un “Buon Appetito” da parte dei vicini ed ebbe l’impressione ci fosse una punta di invidia nella loro voce forse perché lei era già riuscita a farsi servire mentre loro chissà quanto avrebbero dovuto attendere.
    Gli uomini erano comunque cortesi nei modi e nei gesti; cercavano di farle spazio e uno dei due le versò il vino nel bicchiere.
    Un trillo interruppe l’approccio tra di loro: non ci voleva una chiamata proprio in mezzo a quella confusione … ma la donna non poteva non rispondere.
    Data la linea un po’ difficoltosa, la sua voce si profilò subito alta, essendo disturbata anche nell’ascolto dal brusio proveniente dai tavoli vicini.
    La conversazione telefonica si fece presto molto concitata; dal tono severo della voce e da alcune parole pronunciate fu evidente che al telefono c’era la figlia per cui, anche senza l’anello, fu chiaro ai due commensali che la signora era sposata.
    La discussione si interruppe improvvisamente. “E’ caduta la linea?”, “Forse è meglio spegnere il cellulare per conservare un po’ di carica …”. I ragazzi si dimostrarono collaborativi senza essere invadenti ed il clima si fece più distensivo.
    Non appena arrivò loro da mangiare, si fecero buona compagnia al punto da intonare con gli altri a fine pranzo qualche canto di montagna.
    Dopo il grappino erano tutti più rilassati, quasi con un accenno ad una allegria contenuta forse dovuta al sopraggiungere di un sano abbiocco.
    “Andiamo a smaltire il pranzo su, al pianoro?”. La donna non se lo fece ripetere due volte, si rivestì di tutto punto e li seguì in silenzio decisa a godere il più possibile dello spettacolo che la attendeva lassù, dove lo sguardo si perdeva all’infinito tra monti e valli per poi fissarsi sulla piccola distesa lontana del lago gelato.
    Restarono in silenzio a lungo ad assaporare il calare delle ombre della sera.
    Poi rientrarono in fretta al rifugio,
    Dormirono vestiti, distribuiti promiscuamente sui letti a castello, ancora sotto l’effetto del calore ambientale sprigionato dalla stufa e dei bicchieri bevuti durante tutta la giornata con la scusa di doversi scaldare e riparare dal freddo.
    Lentamente il freddo della notte penetrò nelle loro ossa.
    La mattina seguente i due giovanotti si svegliarono con difficoltà, ancora con i postumi della serata trascorsa tra i brindisi e sotto l’effetto dei sogni notturni in cui ricorreva spesso il volto di lei, quasi diafano ma molto intrigante ….
    … ma della giovane signora al mattino non restò nessuna traccia!
    Nessun biglietto.
    Anche il letto quasi non aveva segno di averla ospitata come se avesse dormito sull’orlo o sollevata …
    Nessuno l’aveva vista andare via.
    Anche se non era stata troppo loquace e se lo sguardo risultava a volte un po’ distratto e trasognato, altri momenti pensieroso e malinconico, ciononostante nessuno si abbandonò a brutti pensieri o a tristi presagi.
    “Sicuramente avrà preso la prima funivia del mattino per rientrare presto a casa … quando si hanno impegni di famiglia …”.
    Questo fu il convincimento di uno dei due ragazzotti e l’altro annuì in silenzio rimpiangendo l’ennesima occasione mancata. 

  • 10 novembre 2012 alle ore 14:57
    La pietra
    Come comincia: Stamane, di buon ora, all’angolo tra via Foria e Via Cirillo, un insolito movimento di vigili, che, a quell’ora si attardano, d’abitudine, al primo caffè, lasciando adito a ogni malvagità degli automobilisti contro i frettolosi pedoni, perennemente indifesi. Un lampeggiante carro dei pompieri sottolineava, già in lontananza, che la cosa doveva essere seria. Venivo avanti col passo del mattino, quello dell’anziano, che si sente rinvigorito dal riposo della notte. Il sapore dell’ultimo caffè, prima di uscire, il sole, prepotente e chiaro, mi davano un’euforia insolita.  Improvvisamente l’ho scorta. Una precaria recensione con un nastro rosso e bianco, ne delimitava il suo territorio. Uno spruzzo di mille frammenti le facevano da cornice. Lei era distesa su di un fianco e mi guardava.
    -“ Ciao, Lucio, in ritardo, stamane?”- Sarà stato un quintale di peso, nera, sporca, rozza, possente, tanto da non frantumarsi in quel volo, dopo che si era staccata dall’alto cornicione.
    -“ Sì, in leggero, ma quanto mai, proficuo ritardo, se questo doveva essere il nostro incontro.”-

  • 09 novembre 2012 alle ore 22:50
    Il disagio
    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

Prima Precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22  ... Successiva Ultima