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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: I bambini sono l’altra parte di noi stessi, una parte che purtroppo tendiamo a dimenticare, come succede ai grandi. Perché l’innocenza di un bambino, la sua ingenuità, il suo lieve respirare accanto al frenetico mondo degli adulti, il suo zampettare continuo a contatto con le vicende della vita quotidiana di familiari e parenti, giungono direttamente al cuore meglio di mille parole: un bambino è indifeso, solo, senza secondi fini, si consegna a noi senza ombre, senza riserve ma proprio per questo è fragile e prezioso.
    Ciò che ferisce un bambino ci colpisce profondamente, le lacrime di un bambino scavano solchi dentro di noi. Perché tutti noi siamo stati bambini una volta e sappiamo come stanno le cose.
    Eppure perché, perché proprio i bambini vengono abbandonati in un angolo come straccetti buttati via, perché sono i primi a essere dimenticati, resi muti e silenziosi dall'ira dell'uomo, perché sono i primi a cui viene rubato il giorno, a cui si acceca la luce, a cui si strappa la voce?
    Eppure ricordiamo bene la nostra fragilità di bimbi, le ferite dell'infanzia sono marchiate a fuoco sulla pelle, indelebili, vivide, a tratti grossi di pennarello.
    Eppure... sorridiamo e cantileniamo davanti ad un bimbo paffuto e roseo nel suo passeggino, lo vezzeggiamo e tubiamo come tortore al suo primo vagito, tenero fagottino caldo. Un fagottino di vita, poche gocce di storia, frammenti di sogni friabili come pergamena antica, ancora imbevuti di rugiada come le prime ali di farfalla. Scricchiola solo un poco sotto le scarpe, mentre avanza l'uomo lungo il sentiero degli incanti. E non si volge indietro.
     

  • 01 giugno alle ore 20:53
    2017

    Come comincia: Il tempo scorre velocemente. Per alcune coppie invecchiare insieme è diventata un'utopia ormai. Li osservo e penso: "Si amano da una vita". Lei tiene stretta la mano di lui. Lui la abbraccia circondandola con un braccio, la stringe a se come se avesse paura di perderla. Passeggiano, parlano, sorridono, guardano avanti al futuro al calar del sole. Questo per me è il vero amore!

  • 01 giugno alle ore 14:12
    <3

    Come comincia: Mio padre è stato un grande uomo. 
    La prima cosa che mi ha insegnato è stata l'umiltà la seconda l'educazione e il rispetto verso le cose e le persone. Oggi più che mai lo ringrazio in modo particolare, perché in questo mondo di bastardi incivili, mi sento speciale e correttamente in pace con me stessa. Ai vili che si credono furbi glielo lascio credere, tanto io non sono fessa e prima o poi la vita gli presenterà un conto molto salato. L'educazione, il rispetto e la correttezza sono abiti che non vanno indossati se non si hanno le giuste misure e soprattutto se ad indossarli sono i demoni a cui neanche i santi riusciranno a salvali. Più in la io riderò tantissimo.

  • 31 maggio alle ore 20:50
    Mary solo per un giorno

    Come comincia: Mary camminava su e giù per la stanza. 
    Era sua consuetudine ogni qualvolta si sentiva agitata.
    E ci stava stretta in quella stanza!
    Troppo piccola per viverci in tre.
    Sua madre Vivien era uscita insieme alle altre sorelle e sarebbero rientrate tardi.
    Uscivano spesso la sera. A fare il mestiere più antico del mondo. A lei, la più piccola di tutte, sua madre aveva assegnato il compito più duro. 
    Intrattenere lupi affamati, dentro quella stanza puzzolente di sesso. L’aveva iniziata a quell'arte, sin da piccola. Quando, lei se lo ricordava bene. A soli otto anni le aveva aperto le porte  di quella miserabile vita. Una maniglia che si apriva, un uomo basso che si avvicinava a lei. 
    Le sue mani dappertutto. Fino ad entrarle dentro. Fino alle sue mutandine bagnate.
    Così era iniziata e, per anni, aveva continuato a respirare il puzzo di maschi divorati dal germe della depravazione.
    Adesso aspettava l’ennesimo cliente.
    Aveva 16 anni e gli ultimi otto le avevano cambiato  il cuore.
    Odiava profondamente sua madre, le sue sorelle e quella vita di fango che conduceva a stento. Ma non poteva fare nulla per ribellarsi. Non ne era capace. Non ne aveva la forza.
    Vide la maniglia muoversi e cercò di prepararsi mentalmente a quell’incontro, con l’orco di turno. 
    Quando entrò si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, grasso e malvestito. Le sembrò di intravedere un rivolo di pervertito piacere scivolare da un lato della sua bocca. Iniziò a spogliarsi davanti a lui. Con il tempo era diventata molto brava e, abile, aveva imparato a fare in fretta. Ogni volta faceva in modo che durasse sempre meno.
    Appena giunto al culmine, l'uomo si alzò e si rivestì. 
    Le lasciò i soldi sul comodino e chiuse la porta dietro di sé.
    Mary si sdraiò sul letto appena fatta la doccia.
    Come sua abitudine.
    Adesso non aveva più bisogno di sciogliere la sua paura. Non aveva più bisogno di camminare su e giù per quella stanza. Voleva solo chiudere gli occhi e non pensare più fino al giorno dopo.
    Si addormentò. 
    Alle prime luci dell'alba si alzò.
    Ma quella sarebbe stata un'alba diversa da tutte le altre. Un'alba muta come il suo dolore.
    Con sé prese solo un marsupio e un paio di occhiali scuri. 
    Chiuse la porta e si diresse verso il parco, come ogni mattina. 
    E fu proprio lì che tutto ebbe inizio e fine.
    Le aveva lasciate così. 
    Sparse lungo il marciapiede a ridosso del parco.
    Gettate per terra come non fossero mai appartenute a nessuno.
    Come se chi le aveva indossate non fosse mai stato niente. Immondizia e null'altro.
    Tre paia di scarpe colorate e un altro spaiato. Nessuno l'aveva vista mentre, furtiva, le spingeva per terra. 
    L'estate non era ancora arrivata ma lei sentiva un fuoco attraversarle il corpo.
    Quello scorcio di tempo appena trascorso le martellava nella testa. E, per quanto camminasse veloce, i suoi pensieri lo erano di più.  
    In quel parco, tra i raggi di sole appena accennati, una molla le era scattata dentro.  
    Senza darle più tregua. 
    Era stato un gioco facile attirare sua madre e le  tre sorelle nel parco.
    Loro rappresentavano per lei l'unica famiglia.
    Una famiglia disperata che non le aveva risparmiato nessuna sofferenza della vita.
    Più pensava più la rabbia diventava accecante. E, quello che voleva essere solo un gioco, pian piano si trasformava in un chiodo fisso.
    "La mia famiglia" pensò! Proprio quella che le aveva distrutto la vita. I progetti. I sogni nel cassetto. 
    E non aveva trovato alcun modo di liberarsene, fino a quel giorno. 
    Fino a quel pensiero. Aveva dato appuntamento ad ognuna di loro, in una panchina diversa. Lontane una dall'altra. 
    Ad ogni panchina, un sorriso.
    Ironico beffardo e poi sempre più macabro.
    L'ultimo sorriso più sordo degli altri finiva con un pugnale, conficcato nella schiena di tutte. 
    Con sua madre era stato più difficile.
    Era riuscita a fuggire dopo il colpo infertole e nella corsa aveva perso una scarpa.
    Mary l’aveva raggiunta con un balzo per finirla subito dopo con il pugnale nel cuore. 
    Il posto in cui le aveva fatto più male.   
    La scarpa non era stata più in grado di ritrovarla.
    Ma tante erano le cose che Mary non ritrovava più di sè. 
    Perse per sempre negli anni di quell'adolescenza rubata, che mai più sarebbe ritornata.
    Adesso, le scarpe erano tutte lì. 
    Ai margini di quel marciapiede, dove camminano le vite di ognuno. 
    Tra tutte le foglie, dove muoiono gli alberi. 
    Dove muoiono le vite di nessuno.
    Così come oggi, moriva la sua.

  • 31 maggio alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

  • 25 maggio alle ore 14:41
    Caro professore

    Come comincia: Mi chiedo spesso cos'è che mi fa dire quello che sto dicendo o chi sto dicendo - quale uomo ha penetrato la mia umanità direbbe L. Febvre. Non sono questo gli uomini per gli altri uomini: un branco di virus che contaminano? Le nostre idee sono vulnerabile carne cruda ed io vivo in un'epoca di profughi che cercano rifugio nelle idee degli altri, fossero anche le idee degli antichi. Siamo un popolo di rifugiati, noi studenti con vestiti profumati che prepariamo esami. La data è vicina ed io mi chiedo cosa vorrebbe sentirsi dire, professore. Se sono stata attenta? Pendevo dalle sue labbra. Ma vede, è il dialogo che manca. I rapporti umani. Non me ne faccio niente dei rapporti umani, mi manca il dialogo. Ho bisogno che Lei smonti tutto quello che dico. Non è la libertà che deve insegnarmi, ma costruirmi forti prigioni, non me ne faccio niente della libertà se non può essere vissuta. Glielo ha insegnato la storia che lo storico è annegato dal passato che racconta, lo scienziato dalla scienza, lo scrittore dalla storia. Raccontiamo il paesaggio che ci racconta, mettiamo nella storia ciò che è sempre stato nella storia e tuttavia è proprio il mettere che urge. Mi insegni ad imprigionarmi nella paura di perdere il pericolo. Mi liberi dalla ricerca della stabilità. Non le voglio le sue fondamenta, mi smonti tutta, fin dalla minima certezza, faccia ballare tutta la terra sotto i miei piedi e appena riesco a mettere radici, mi insegni a sradicarle ancora e ancora. Mi insegni la rivoluzione. La data è vicina. Cosa vuole sentirsi dire, professore? Come vuole che io passi l'esame?

  • 25 maggio alle ore 12:01
    2012

    Come comincia:  Ci sono momenti in cui cominci a pensare a ciò che è andato storto, a ciò che è volato via, a ciò che hai perso, alle cose che non avrai mai, ai progetti andati in fumo, a gli addii… Alle promesse mai mantenute… Avverti un senso di solitudine, ma sei li, capace di vivere ogni singolo istante della tua vita con un sorriso… Non essere triste, non avere rimpianti, ricorda che la felicità è fatta di piccole emozioni e va goduta in punta di piedi.

  • 25 maggio alle ore 11:57
    2011

    Come comincia:  Percorri il tuo cammino e fa in modo che sia all’altezza dei tuoi sogni. Non puntare troppo in altro, accontentati delle cose semplici, perchè quelle sono le più belle, non è detto che tutto ciò che luccica, brilli sempre, a volte anche un puntino di luce illumina molto. A volte le piccole cose ti riempiono di sicurezza e ti danno la giusta carica per placare il dolore e l’amarezza. Quando un sogno cade, impara a costruirne altri da quelli che hai già realizzato, ricomincia sempre. Custodisci e non sciupare, quello che hai realizzato e concretizzato con fatica in passato.

  • 25 maggio alle ore 11:56
    2011

    Come comincia: Fiera di essere come sono, con i miei pregi e difetti, con le mie lacune, con le mie carenze. Sono fiera lo stesso, con tutte le paure che mi porto dentro, con la mia forza e la mia sensibilità, con la mia imprevedibilità. Fiera della mia vita e di come l’ho vissuta, con tutti i miei sbagli, con le lezioni che ho appreso,con le salite fatte di corsa, con le discese, con gli addii e i ritorni. Certezze e sicurezze poche, dubbi tanti, ma sempre viva.

  • 25 maggio alle ore 11:55
    2011

    Come comincia:  Voglio augurarti tutte le cose belle che la vita ti donerà. Ti auguro di diventare una persona semplice, sensibile per guardare la bellezza delle cose e per provare grandi gioie, soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno. Ti auguro di diventare coraggioso/a, per avere la forza di lottare contro le immancabili difficoltà. Ti auguro di ritrovare la pace interiore, per accettare il perdono. Ti auguro la speranza, per vivere ogni giorno la vita pensando positivamente. Ti auguro di diventare spontaneo/a, per essere in grado di dare agli altri senza pretendere e di non aspettarti nulla in cambio. Ti auguro la felicità.

  • 20 maggio alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

  • 14 maggio alle ore 12:05
    Pin-Up e Norimberga

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

  • 07 maggio alle ore 19:57
    Un nuovo universo

    Come comincia: Una mattina mi sveglio e il mondo è dentro di me. Non ci sono tormenti, non ci sono palpitazioni, nessun respiro profondo per poter continuare a vivere. Sono calma, il mio battito è regolare, il mio respiro è fluido. Sono in armonia, il mondo è dentro di me. Non fa paura, non è buio, ma solo luce immensa. Posso contenerlo, perché so finalmente chi sono. Sono in pace, sono viva, sono piena, sorrido alla vita e lei sorride a me. Bastava poco… due occhi profondi dei colori della terra, capelli bagnati dalla notte, labbra come nuvole e mani di acqua e di fuoco. Un corpo si adagia sul mio, un incastro perfetto, pelle su pelle. Due anime che si baciano e si fondono. Non c’è più nulla di mio. Due sogni che si incontrano. Non c’è più nulla di suo. Due sessi che si sfiorano e annegano nel piacere. Un nuovo universo si crea. Il suo mondo è dentro di me. Il mio mondo è dentro di lei. Noi siamo il nostro mondo.  Un mondo incantato e reale come il nostro amore.

  • 28 aprile alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

  • 28 aprile alle ore 8:50
    I magnifici quattro

    Come comincia: Nulla a che fare col far west, i magnifici quattro erano due femminucce e due maschietti residenti in un condominio  nel lungomare di Milazzo: Giovanni pilota di aerei dell’Alitalia, Tindara (nome di un santuario famoso) moglie insegnante  alle elementari, Guido impiegato presso il locale Comune, Lilla farmacista, tutti vicino alla trentina. Pur dimorando nella stessa scala si salutavano solo di sfuggita, nessuna confidenza anche a causa della diversità degli orari di lavoro. La loro conoscenza si approfondì un estate quando si ritrovarono vicini spaparazzati al sole sulla spiaggia di Tono un angolo appartato detto anche n’gonia (angolo) suggestivo e solitario. I quattro non potevano essere più differenti: Giovanni di madre svedese era alto, biondo, occhi azzurri, 1,85, fisico atletico, un po’ chiuso di carattere, godeva fama di essere ricco di famiglia, Tindara sua moglie era insegnante di educazione fisica, alta,  un po’ mascolina, capelli nerissimi corti, poche tette ma dal bel deretano, Guido classico mediterraneo 1,70, bruno longilineo, sempre sorridente ed allegro, Lilla bionda un po’ più alta del marito occhi azzurri, sguardo da furbacchiona., minuta di fisico ma piena nei punti strategici, molto sensuale. Le due coppie per motivi differenti non erano titolari di pargoli, i primi due per scelta i secondi lo desideravano molto ma senza risultati malgrado i numerosi tentativi, insomma scopavano quasi tutti i giorni. Giovanni aveva dimenticato di portare l’ombrellone (il solito Mammalucco frase di Tindara) e così per non arrostire al sole con molte scuse chiese ospitalità a Guido e a Lilla i quali furono ben contenti di far loro fruire della gradita ombra, certo stavano un po’ troppo vicini… le signore si posizionarono al centro. In acqua quel mattacchione di Guido cercò di abbassare il reggiseno della gentil consorte la quale non se la prese più di tanto, conosceva le qualità  o meglio le propensioni di suo marito per le altrui femminucce e capì che quello era un suo modo per potersi avvicinare alla bella Tindara, non era gelosa altrimenti già da un bel po’ avrebbe lasciato il suo uomo ma ne era troppo innamorata ed accettava qualche ‘svicolata’ del consorte. Giovanni si mostrò indifferente mentre Tindara si fece una bella risata (bel porcaccione tuo marito!).
    Nel lasciarsi sul pianerottolo (i due appartamenti erano sullo stesso piano) i quattro si diedero appuntamento la sera al Lido Azzurro locale sugli scogli molto frequentato con tanta musica in sottofondo e poche luci che invitavano all’intimità. Preferirono usare una sola auto, quella di Guido, una Giulietta, si sedettero in un tavolo appartato lontano dalla musica un po’ troppo rumorosa. Giovanni di ballo non me mangiava proprio e così Guido fu costretto a sobbarcarsi il ruolo di danseur per ambedue le signore con grande suo piacere, privilegiando i lenti… Quando ballava con Tindara strofinandosi un po’ troppo sentiva qualcosa nei pantaloni che aumentava di volume, sbirciava in continuazione Giovanni per vedere le sue reazioni. “Ci scommetto che ci stai facendo un pensierino, non ci riuscirai, Tindara mi sembra tutta d’un pezzo e poi Giovanni potrebbe non essere d’accordo e passare a vie di fatto!” (Parole di Lilla). Fatto sta che Guido arrapato più di un riccio arrapato, appena giunto a casa ‘punì’ la gentile consorte tanto da far dire alla stessa: ”E che cazzo, mi stai distruggendo!” L’estate sta finendo come diceva una celebre canzone e così Giovanni riprese a volare lasciando il tetto familiare per lunghi periodi, Tindara talvolta nel suo appartamento la sera aveva la compagnia di Lilla e di Guido ma quest’ultimo capì che in quella condizione non avrebbe raggiunto il suo scopo e si sentiva a disagio mentre le signore parlavano fra di loro, smise di frequentare l’abitazione dei vicini al contrario della consorte che tutte le sere vi si recava ritirandosi tardi.  Una notte Guido si svegliò sia per il profumo che emanava il corpo della consorte sia perché la stessa sembrava aver pianto, Lilla si era girata di spalle, non chiese spiegazioni non era il momento adatto. Un velo sembrava aver avvolto il volto di Lilla finché un pomeriggio: “Voglio metterti al corrente di quello che è avvenuto: quella sera io e Tindara eravamo affacciate al balcone quando lei  mi ha abbracciato ed ha cominciato a baciarmi in bocca per poi trascinarmi sul  divano dove ha seguitato con le tette e poi sul fiorellino. Io ero completamente istupidita anche perché sinceramente provavo un piacere intenso, mi ha spruzzato addosso un profumo giapponese mi pare fosse il Mi Tsu Quo, così mi ha detto e poi mi ha offerto dello cherry brandy, liquore a base di ciliegie che mi ha mandato su di giri. Ha ripreso a masturbarmi stavolta con un vibratore e nello stesso tempo baciandomi il clitoride. Non so quante volte ho goduto, ho anche pianto, quando sono rientrata a casa ero sfinita. Tindara mi ha confessato di essere bisessuale per un’esperienza di collegio con una sua collega, suo marito ne è al corrente. Da allora non ci siamo più incontrate, è stata un’esperienza travolgente che però mi ha lasciato dei segni, non ne ero preparata, tutto qua, spero mi perdonerai.” Guido era tutto un punto interrogativo, quale perdonare in fatto di sesso aveva una mentalità molto aperta: “Sei e sarai sempre il mio grande amore, abbracciami, ti starò sempre vicino.” Intanto lo zozzone…pensò bene di far volgere a situazione a suo favore, ti pareva, ma come fare? Un pomeriggio prese il telefono e rivolto alla consorte: “Vorrei chiamare Tindara…” Lilla malgrado quell’avvenimento non aveva perso il senso dello humor e abbracciando il marito: “Lo sapevo dove volevi arrivare amore mio preferisci anche la mia presenza o…” Stavolta fu Guido ad essere preso di contropiede, sapeva della mentalità aperta della consorte nei suoi confronti ma non sino a quel punto. “Vedi…veramente…io…” “Ho capito vai da solo, darò io un appuntamento a Tindara per conto tuo per dopo cena, che ne dici?” Che cacchio doveva dire , si trovò un’avventura sfiziosa in un piatto d’argento, certo sua moglie doveva amarlo alla follia per aver accettato di dividere suo marito con un’altra, un bacio profondo di ringraziamento. Cena leggera senza alcolici, in pigiama a sopra una vestaglia, Tindara era stata avvisata ed aveva accettato, forse voleva provare qualcosa di diverso con un altro uomo, forse suo marito da quel lato…La dama aprì la porta e in silenzio condusse il futuro amante direttamente in camera da letto, nello stereo musica di Mozart, la baby aveva gusti sofisticati. La pugna un classico: baci in bocca, sulle tette, e poi alla vista di ‘ciccio’ un ohhh…evidentemente suo marito ce l’aveva più piccolo. La immissio penis fu un successo, la baby era un lago, ‘ciccio’ era arrivato sino al collo dell’utero e col suo schizzo aveva portato Tindara alle stelle. Madame pensò bene di mettere in mostra il suo repertorio col vibratore nel popò, doppia goderecciata, Guido non aveva mai trovato una siffatta furia erotica. Ritornò a casa mezzo intontito sotto lo sguardo irriverente della consorte, era sabato poteva dormire sino al mezzogiorno successivo. Vi pareva che la storia potesse finire così? Ma quando mai, Guido: “Che ne dici di invitare a cena un sabato Tindara, in arte culinaria sei molto brava , ti farai onore!” “Mi sa che vorresti fare onore pure tu ma in un’altra arte o sbaglio? “ Nessuna risposta. Un  menù favoloso: cozze in brodetto con prezzemolo e aglio, gamberi sgusciati arrosto, frittura di alici, avvoltini di pesce spada, insalatona mista, vino Verdicchio dei Castelli di Jesi molto apprezzato dalle due signore che ne avevano fatto un po’ abuso e con la conseguenza che Guido si trovò in mezzo al letto matrimoniale assediato da due furie che a turno lo accarezzavano, lo baciavano in bocca e su ‘ciccio’ infilata a turno in tutti e due i buchini delle signore sino a quando Tindara lasciò il campo e Morfeo ritenne opportuno prendere sotto la sua ala protettrice i due coniugi. La situazione ormai si ripeteva ogni sabato sino al rientro in famiglia di Giovanni situazione che ovviamente cambiò le carte in tavola. Il cotale era così anticonformista da accettare la situazione? Tindara gliene avrebbe parlato boh… Un avvenimento imprevisto: Giovanni proprietario di una Jeep fuori strada propose di domenica una gita sull’Etna imbiancata dalla neve, un diversivo al mare che era stato ben accettato dagli altri tre componenti la combriccola, Tindara non si era sbottonata su eventuali confidenze al marito. Dopo pranzo al rifugio ‘Sapienza’ i due maschietti presero a fumare: Guido la pipa e Giovanni le sigarette sottratte alla provviste di bordo dell’aereo. Tindara allora confessò a Lilla di aver reso edotto il marito dei suoi passati avvenimenti erotici con una inaspettata reazione da parte del compagno: voleva andare a letto con Lilla, beccati questa, il pilota era stato furbo, gli avvenimenti passati non potevano essere cambiati in compenso poteva rivolgerli a suo favore. A casa Lilla mise al corrente il marito della proposta che aveva ricevuto, fu un colpo per Guido, mai si sarebbe aspettato di dover diventare cornuto consenziente, una possibilità mai presa in considerazione, entrò in profonda crisi immaginando quello che avrebbe fatto sua moglie, gli venne un forte mal di pancia, dicono che l’intestino è il secondo cervello, quanto mai vero, era diventato geloso lui da sempre dichiarato anticonformista! Un avvenimento fece cambiare idea a Guido, Lilla si presentò con un assegno di €.30.000 firmato da Giovanni. “Finalmente potrò comprare una Mini Countryman Cooper e fare anche un viaggio in un paese esotico, io sono d’accordo.” “Le cosine sono tue …”fu la sorprendente risposta di Guido, ormai si era reso conto dell’ineluttabilità dell’avvenimento, d’altronde si trattava di pareggiare con le relative consorti. Nel condominio del palazzo lungomare di Milazzo ormai il sabato era diventato un giorno di grandi avvenimenti e così Lilla si recò a casa di Giovanni mentre Tindara prese a fare compagnia ad un Guido scuro in viso e niente affatto erotico tanto che…andò in bianco. Dopo un paio di ore Lilla ritornò nella sua magione distesa e sorridente, Tindara prese la via del ritorno nella sua e Guido si guardò bene dal chiedere i particolari dell’incontro erotico a sua moglie. Ma il  Fatum, dio romano del destino, doveva ancora presentare il conto al buon Guido. Un giorno Lilla si presentò con un assegno in bianco consegnatole da Giovanni. “Mi ha detto che puoi metterci una cifra a tuo piacimento, vorrebbe incontrarti…” Guido era rimasto senza parole, situazione assolutamente da lui non prevista e non accettabile, ci teneva alla sue natiche ed a quelle mirava il buon Giovanni, se lo poteva scordare! Ad buon fine scrisse sull’assegno la cifra di 100.000  €. con una gran risata sicuro che l’interessato non l’avrebbe firmato. E invece Lilla di ritorno a casa: “Giovanni ha strappato quell’assegno…” “Lo sapevo, stronzo!” “Ma me ne ha lasciato un altro firmato per la somma, vedi tu.” 500.000 €. una pazzia, quello era fuori di testa con quella cifra poteva comprarsi mister muscolo! Lilla prendendolo in giro: “il coso è tuo!” scimmiottando la precedente frase di Guido. ‘Pecunia non olet’ (Guido aveva frequentato il classico) ma per guadagnarsela doveva sacrificarsi e non riusciva ad immaginarsi…I giorni passavano e Lilla disse al marito che Giovanni doveva ritornare a bordo del suo aereo e quindi doveva prendere una decisione. Con un colpo di testa Guido decise per il si, in fondo sin trattava di mettere dei paletti a quell’incontro che poteva essere un’esperienza irripetibile e forse, dico forse, piacevole. Giovanni aprì la porta, sotto la vestaglia niente solo il suo fisico muscoloso ed un coso non molto grande ma in erezione, bell’inizio. In sottofondo notturni di Chopin, la musica classica era di gusto comune in quella casa. Un brindisi con lo champagne, uno spinello novità per Guido che giudicò piacevole e poi i paletti: “La mia bocca off limits, d’accordo?” “Bien”. Giovanni alla vista di ‘ciccio’ moscio di Guido rimase un po’ deluso ma quando lo prese in bocca ben presto si accorse della sua enormità ed espresse il suo pensiero con mugolii di contentezza. (Sicuramente gli stewart di bordo ce l’avevano più piccolo!) I due finirono sul lettone matrimoniale, Guido per la prima volta in vita sua prese in mano due testicoli ed un membro non suoi, non grosso come il suo ma molto duro, il signore era arrapatissimo e ben presto ebbe un orgasmo riversando lo sperma su un tovagliolino poi si girò di spalle e dopo aver ben lubrificato il suo buchino posteriore prese in mano il membro  di Guido e con molta fatica e qualche gridolino riuscì a farsi penetrare. In fondo era un buco come quello delle femminucce, così si consolò Guido e prese a muovesi sin quando godette alla grande ma siccome ‘ciccio’ era ancora ‘ben dur’ (più tardi vi spiego questo termine) seguitò ad agitarsi all’interno del sedere di Giovanni che pareva arrivato al settimo cielo e prima che Guido godesse prese il membro in bocca ed ingoiò tutto lo sperma. Talvolta la curiosità ma soprattutto la pecunia ci portano a voler provare sensazioni nuove non fisicamente definibili. Giovanni girò il corpo di Guido mettendolo di lato, lubrificò il suo buchino posteriore e lentamente ma inesorabilmente lo penetrò. Guido per la prima volta provò quell’araba fenice sempre  teoricamente conosciuta  ma mai provata che era il doppio gusto: mentre lo penetrava Giovanni prese pure a masturbarlo e così Guido provò quella sensazione della goderecciata che dovette ammettere era decisamente piacevole. Poi fu di nuovo la volta del popò di Giovanni che dopo l’ennesimo orgasmo  alzò bandiera bianca e rimandò a casa uno spompato Guido che trovò le due signore che bellamente stavano baciandosi; si rifugiò in camera da letto per un giusto riposo. Quell’amicizia particolare durò nel tempo: Guido si comprò una Ferrari di seconda mano e giustificò in ufficio quell’acquisto con il lasciato di uno zio d’America, Lilla sfoggiava vestiti di lusso con gran invidia da parte delle colleghe. Vi rendo edotti del ‘ben dur’. L’espressione é tratta dal poema erotico di Stecchetti ‘Ifigonia’ in cui un cortigiano si chiama ‘Allah ben dur’ per le sue qualità del suo pene!

  • 27 aprile alle ore 19:25
    Poeti e non

    Come comincia: Leggo Pavese una volta al mese, Pirandello se non vola l'uccello, Calvino quando riposo nel mio giardino, cerco rifugio in Alfonso Gatto quando mi dicono che sono matto e provo a immaginarmi un'altra vita sognando tra le positive note dei Negrita. Non esiste orario nelle giornate di un visionario, mi appassiona Sepulveda perché mi fa sperare che tu ancora ci creda, Saramago lo leggo nei periodi di stato brado, Nice quando finisce la centrifuga della lavatrice, Sossio Giametta quando non ho fretta, Eckhart Tolle se mi sento molle, i poeti minori quando resto chiuso dentro con il mondo fuori, Amelia Rosselli quando penso ai tuoi capelli, Catalano quando tutto l'universo sta racchiuso in una mano, Montale quando sto veramente male, Leopardi quando fatico a incrociare sguardi, di Quasimodo, Cardarelli, Ungaretti, ho ricordi vaghi, pensieri ristretti. Beppe Salvia mi fa compagnia mentre si essicca la malva, Pasolini lo leggo quando rivedo il film Uccellacci, uccellini, Bufalino quando indosso il parrucchino, Betocchi lo leggo se mi si chiudono gli occhi, Fortini se non devo cambiare pannolini, Pascoli se mi fermo ad Ascoli, Sanguineti quando spruzzano fertilizzanti nei frutteti, Corazzini e la Merini quando piangono i bambini, Zanzotto quando indosso il cappotto, Cappello quando mi dicono che sono bello, Impastato se mi fermo a pensare in che condizioni è ridotto questo Stato, Malaspina se sono carente di serotonina. Ascolto De Andrè mentre pedalo sul pavè e se invece cammino su dei prati, tra fontane e ruscelli, leggo Bruno, Telesio e Machiavelli, perché ritengo sia sempre meglio prendere la vita con filosofia, me lo hanno insegnato Lino Banfi, Totò e tu quando te ne sei andata via.

  • 26 aprile alle ore 20:34
    Marilyn Monroe al collasso

    Come comincia: Saluto. Salutavo la folla che moriva ai miei piedi.
    Il giorno splendeva, per finta. Era il sole alto in cielo e stava esplodendo. Atomico.
     
    Ricordo però com’era bello andare a scuola e perdersi fra le grida felici delle ragazze. Erano così belle. Erano così giovani. Non potevano proprio rendersi conto che era tutto finto, che presto ogni spensieratezza sarebbe morta ai miei piedi.
     
    Tricky Dick Nixon stirava la sua vistosa stempiatura con la brillantina. Sorrideva sempre, vendeva il Paese agli Americani: gli vendeva la sua Bugia e la faceva diventare la Loro. Niente di più semplice, niente di più complicato. Ma Tricky Dick era un comunicatore nato. Ed intanto le ragazze mi guardavano e mi trovavano intelligente, quasi carino. Sorridevano al sole e alla pazzia atomica che era nel suo grembo.
    I Bee Gees suonavano sul piatto: il disco era bello, melanconico, “New York Mining Disaster 1941”.
    In piazza si gridava Dio è morto.  E si gridava che sarebbe risorto nel mondo che faremo. Io giravo con le tette al vento e lasciavo che tutti i maniaci toccassero con la loro nuda mano quant’erano sode. C’era quel disco, quella melodia che s’incastrava nel cervello: i Bee Gees. Ed io già allora sapevo che presto sarebbe stato tutto un gran casino.
    Una matricola m’ha offerto un po’ di peyote. Ho rifiutato di lasciarmi allucinare. Ho invece accettato l’invito d’una bella bambina vergine che con me voleva fare all’amore. Sono stato nel suo letto devastato da un terremoto di peluche, e ne sono uscito dopo dieci anni di matrimonio e un milione di piatti spaccati sulla testa. Mi sono guardato allo specchio: non ero invecchiato, non esteriormente; l’anima però non si riflette mai, l’anima è un vampiro, e succhia, succhia il sangue senza che uno abbia tempo d’accorgersene, non a occhio nudo comunque.
    In Vietnam si moriva: lo sapevo, ascoltavo sempre tutte le ultime notizie. E sapevo che in America non si stava meglio. Ed ero cosciente del fatto che il mio appartamento era tappezzato di pulci. Sapevo che ogni mia parola era ascoltata e valutata. J.F.K. era già morto e sepolto da una lunga pezza: era così bello in televisione quando salutava la folla che l’acclamava, pareva un Apollo sceso in Terra. Non so dire se fosse il Salvatore, però insieme a Miller amò pure lui la morte, la tragicità di Marilyn Monroe. E Charles Manson lo sapeva che sia Kennedy che Miller avevano amato sotto la gonna di Marilyn.
    La mia bibita è piena di caffeina, di bollicine: è una Coca, in bottiglietta. Il tappo l’ho conservato insieme a mille altri: ho una collezione di tappi, però le bottiglie le ho sempre buttate nella spazzatura.
     
    Adesso sul piatto suona “Stayin’ Alive”, sempre i Bee Gees. Poi “Night Fever”. Ho la Febbre del Sabato Sera e non so davvero chi potrebbe curarmi da questa malattia. Non reggo il Sabato e la Febbre: mi curo con “Suzanne” di Leonard Cohen, e mi lascio fare la barba dalla sua voce di rasoio. Quando morirò - molto presto, lo so - voglio che mi trovino bello, così lascio da parte i Bee Gees per Cohen. LORO ascoltano tutti i miei dischi: ho l’appartamento pieno di pulci e lo sanno come la penso, e non mi perdoneranno mai perché ho avuto il coraggio di dirmi Libero in un paese di Schiavi. Peccato non abbia la forza di volontà di Spartacus. Però ho la pistola di William S. Burroughs: reggo il suo peso fra le mie mani. In Tv danno un film con Marilyn Monroe: la sua gonna è al vento, il suo sorriso è profondamente rosso e aperto in una ferita. Non ho alcuna possibilità di farcela: raccolgo la mia collezione di tappi e la faccio fuori, la getto dal balcone, e i tappi prendono il volo, diventano farfalle dai mille colori. Col pensiero dico addio a tutto ciò che ho profondamente amato e odiato. Dico addio. Ho la pistola di W.S. Burroughs e un matrimonio che m’ha lasciato solo e dolorante. Ho la voce di Leonard Cohen che mi conforta un poco.
     
    Il sole non splende più: è al collasso. Si sa. Non inganna più nessuno. O quasi.
    E’ Atomico ed esploderà presto, molto presto: un proiettile in canna.
    Salutavo. Saluto la folla ai miei piedi. Saluto mentre riposo comodamente dentro a una cassa da morto. E’ bella, è di mogano. Ai miei è costata un occhio della testa. Adesso, non lo possono negare che sono al Centro dell’Attenzione. Non lo possono più negare che sono il migliore, che sono libero. La folla di ragazze muore ai miei piedi: non c’è donna che non si strappi i capelli fra le lacrime. Sono una Star, una Stella del Firmamento al Collasso. Sono Marilyn Monroe e il Vento della Sua Gonna.
    Saluto. Saluto con la mano pallida e fredda.  
     
    Adesso non lo possono più negare. Ogni giorno uno nuovo; ma domani non è detto.
    Il sole è esploso quando ho premuto il grilletto e ho lasciato libera la pallottola d’invadere questo universo che ho sognato per Voi.
     
    Saluto. Saluto. Saluto tutta la folla. E’ un sogno. E’ un film. Saluto sempre…
     
    [pellicola strappata]

  • 25 aprile alle ore 18:12
    Bock

    Come comincia: Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria

    come il desiderio di dimenticare.
    (Michel de Montaigne) 

    È uno spettacolo da fermare per sempre in un dipinto, pensò Pietro, guardando con lo stupore di un bambino la linea perfetta dei suoi monti. Il tramonto, quella sera, sembrava voler sfidare la maestria di un pittore, con quelle sfumature di colori che solo la mano della Natura sa creare.

    Lo osservava dalla radura dinanzi al piccolo chalet in legno che ormai da sette anni era la sua abitazione e dalla quale gli sembrava di poter abbracciare cielo e terra, al sicuro, felice del solo fatto di essere vivo. Scodinzolando, gli si avvicinò, con l’ andatura resa lenta e misurata dall’ età, il vecchio   Bock e andò a leccargli il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

    Ci unisce molto più che un’ affezione naturale, amico mio! disse Pietro a voce alta, accennando un sorriso. Il fedele compagno gli rispose agitando più velocemente la coda e regalandogli un’ altra generosa leccata alla mano.

    Calava la sera. Il bestiame era già nelle stalle e tutt’ intorno non si sentiva altro che qualche tardivo fruscio di uccelli tra i rami. Fiorrancini, cappellacce e calandri, qualche fanello, in cerca del loro nido; e ancora coturnici tra i cespugli e le rocce che contornavano, un po’ più in basso rispetto alla radura, il terreno di proprietà.

    In lontananza, attutito dalla distanza, ma tuttavia rassicurante, il suono della campana del paesino a valle, tornato alla vita anch’ esso, dopo quella terribile notte di terrore e di morte.

    Ricordava, come fosse avvenuta in quel momento, ogni cosa. Anche il più insignificante particolare di quella notte, del giorno precedente e del successivo gli si era stampato nella mente indelebilmente. Avrebbe preferito dimenticare, ma si sa, niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare.

    All’ epoca in cui si verificarono gli accadimenti di cui diremo, Pietro faceva l’ allevatore alle falde dei Monti della Laga, poco fuori dal confine del Parco Nazionale. I pascoli là sono magnifici, per la presenza di innumerevolisorgenti perenni, distribuite sin quasi sulle vette, che alimentano la circolazione superficiale delle acque. Il territorio, a differenza delle altre montagne dell'Appennino centrale, è verdeggiante e ricco d'acqua durante tutto l'anno.

    Per tutte queste ragioni, da almeno tre generazioni, la sua famiglia viveva lassù curando una piccola azienda di allevamento: solo otto mucche e una ventina di pecore da latte, e Bock, un magnifico tornjak di tre anni, a guardia del bestiame e della casa.

    Chiamarla “ casa” sarebbe sembrato quasi ridicolo a chi giù in paese possedeva un’ abitazione con più di un piano, più di due stanze, con un vero bagno, attrezzato come si deve, con quei piccoli, indispensabili confort che ti rendono la vita facile. Ma a Pietro bastava: una costruzione in pietra grezza, col tetto in tegole rosse (il suo orgoglio!), due vani, di cui uno piuttosto grande, in cui trovavano posto insieme la cucina, con il tavolo in legno massiccio e tre sedie, una minuscola libreria con pochi libri, tutti già letti più volte,  e il suo letto, da sempre accanto all’ ampio e robusto camino, sulla cui mensola, ricavata da una massiccia trave di castagno, erano allineate alcune foto di lui bambino con suo padre e sua madre, là, sulla collina, dove sorgeva da generazioni la loro piccola azienda. Sulla cappa, ingrigita dal fumo, troneggiava un antico pendolo a muro, coi suoi rintocchi regolari a scandire giorno e notte con straordinaria precisione il quarto, la mezza, i tre quarti, l’ ora. Un compagno affettuoso, inarrestabile e severo. Non si spreca il tempo, amava ripetergli spesso suo padre, il tempo è lavoro, ma anche guadagno, è fatica, cui segue un giusto riposo, è vita che scorre, vita sudata, ma è pur sempre vita. L’ altra stanza, quella dei suoi genitori, era occupata soltanto dal letto matrimoniale, due comodini, una sedia a dondolo (dove sua madre riposava per l’ intero giorno, gli ultimi tempi, prima che la morte si portasse via anche lei). Su una delle pareti si apriva, di fianco alla finestra che dava sul retro, una stretta porticina, che immetteva nel bagno, uno stanzino minuscolo, arredato con i servizi igienici essenziali.

    Dopo la morte dei genitori, Pietro era rimasto là, a curare il bestiame, scendendo in paese per le spese necessarie, per una bevuta al bar con gli amici, per passare una volta al mese da Gianni, il barbiere. Non si era sposato, perché non era riuscito ad amare nessun’ altra donna, dopo Laura, e lei si era trasferita a Ferentino coi suoi, quando ancora erano poco più che due ragazzi. I loro destini avevano preso strade diverse, divergenti per necessità. Tuttavia non soffriva della sua solitudine, perché in effetti non era mai solo: c’ erano i suoi animali e Bock e gli amici in paese e la Natura: aveva tutto, insomma.

    Il giorno prima che tutto accadesse, così come il precedente, le sue otto mucche avevano prodotto meno latte del solito, con gran disappunto di Michele, il casaro, che veniva a ritirarlo quotidianamente, risalendo volentieri col furgoncino dal paese fin lassù (il latte di Pietro era speciale per le ricotte e il pecorino, che andavano a ruba). Le pecore, dal canto loro, gli avevano reso complicatissima la mungitura, spostandosi in continuazione sulle zampe. Adelmo, il ragazzo che lo aiutava ogni giorno in questa operazione, non si capacitava di quell’ agitazione delle bestie e un paio di volte ebbe a dire, rivolto al padrone: “ Se fanno così anche domani, sor Pie’, io qua non ci vengo più ad aiutarti”.

    Le mucche mostravano un’ insolita irrequietezza. Si aggiravano nell’ ampio pascolo quasi a vuoto, ruminando lentamente pochi ciuffi d’ erba, levando di tanto in tanto sordi muggiti. Anche le pecore avevano uno strano comportamento: sollevavano spesso il capo, rimanendo come in ascolto, girando gli occhi tutt’ intorno, per poi tornare a brucare distrattamente l’ erba. Bock le teneva raccolte, come per impedire loro di allontanarsi dal centro del prato verso la staccionata, abbaiando inaspettatamente senza una valida ragione e intervallando l’ abbaiare con guaiti lunghi e inquieti.

    La sera Pietro aveva avuto un bel da fare per riportare nelle stalle gli animali, soprattutto perché Bock sembrava non volerne sapere di aiutarlo in quell’ operazione, che pure era così abituale per lui e in cui era un vero maestro. Invece di spingerle verso i ricoveri, sembrava far di tutto per tenerle fuori, e aveva abbaiato rabbiosamente quando le porte della stalla e dell’ ovile erano state chiuse dal suo padrone.

    In casa, poi, dopo cena, quando ormai era scesa la notte ed era giunto il momento di addormentarsi per entrambi, Bock non riusciva a stare fermo. Ad intervalli irregolari, si sollevava sulle zampe anteriori e aguzzava le orecchie, come ad ascoltare rumori che solo lui poteva sentire. Pietro, infastidito dalla difficoltà di addormentarsi e già col pensiero all’ alba, che sarebbe arrivata ben presto col suo carico di fatica, gli ordinava con tono di rimprovero di accucciarsi una buona volta; e la povera bestia, intimorita, tornava a stendersi sulla sua rozza stuoia, ma per risollevarsi nervosamente subito dopo, magari solo per guaire sommessamente. La storia andò avanti per gran parte della notte.

    Il pendolo aveva già suonato le due. A Pietro restavano poche ore per riposare, poi avrebbe dovuto affrontare una nuova giornata gravida di lavoro. Ma quella notte, forse a causa del caldo insolito, forse a causa dell’ insonnia, gli pareva davvero diversa da tutte le altre.   Dalla stalla, poco distante dall’ abitazione, gli arrivavano a tratti strani rumori; come un tramestio di zoccoli sul pavimento in terra battuta o l’ urtare contro le sbarre in legno che sovrastavano le mangiatoie. Dall’ ovile, di tanto in tanto, qualche belato.

    Non era mai successo, inoltre, che il suo cane si comportasse in un modo così strano, pensò Pietro, avvertendo dentro di sé una sorta di sconosciuto disagio, una sensazione fastidiosa di paura del buio e della notte, che mai, in tanti anni, aveva avvertito, neppure immediatamente dopo la morte improvvisa del padre e quella, inattesa e troppo ravvicinata, della madre.

    Il suo letto era proprio di fianco al camino, spento in quell’ agosto caldo e un po’ afoso, persino lassù in montagna. Un’ aria insolitamente tiepida e umida scendeva giù dalla canna fumaria, diffondendosi tutt’ intorno nella stanza e Pietro, sveglio e agitato dall’ insonnia, l’ avvertì con grande fastidio. Sentì chiaramente il pendolo che scandiva il primo quarto dopo le tre e poi la mezza.  Il sonno non arriverà più per me stanotte, pensò, al colmo dell’ irritazione. Calcolò tre o quattro minuti, basandosi sul ticchettio particolarmente sonoro della lunga barra di ottone che oscillava nell’ oscurità. Poi si volse a guardare l’ ora, risalendo con gli occhi dal grande medaglione al quadrante: le tre e trentacinque.

    Fu allora che Bock si alzò di scatto sulle zampe, drizzò le orecchie, guaì con le mascelle serrate, poi cominciò a ringhiare sordamente e infine abbaiò così forte, che Pietro balzò giù dal letto, terrorizzato. Gli urlò più volte di smettere, poi, esasperato, gli assestò una pedata, che lo mandò a sbattere di peso sulla piccola libreria lì accanto. Alcuni libri si rovesciarono sul pavimento, aprendosi a ventaglio.   Bestemmiò anche, Pietro, assestando un pugno sulla mensola del camino. Due foto di famiglia caddero a terra e il vetro delle cornici si sparse dappertutto, ridotto in mille pezzi. Ma Bock continuava ad abbaiare, correndo all’ impazzata dal letto alla porta e dalla porta al letto, nello sconcerto del padrone, ammutolito e immobile al centro della stanza. Finché gli si avventò addosso, azzannandogli  il braccio fino a farlo sanguinare e lo trascinò a forza verso l’ uscio. Al colmo dell’ ira, Pietro lo spalancò, per far uscire all’ aperto quella bestia rabbiosa, che non riconosceva più.

    Era ancora immobile sulla soglia, quando ebbe la strana impressione che la lastra di pietra si stesse sollevando sotto i suoi piedi, mentre  un sordo boato, come di tuono,   proveniente dal ventre profondo della terra, invadeva il silenzio oscuro della notte.

    Per un centinaio di secondi, lunghi come ore, la radura, le stalle, la casa sembrarono perdere ogni legame col terreno, che continuava ad oscillare come fosse un enorme tappeto scosso da mani gigantesche.

    Cadde a pancia in giù sul prato antistante la casa, mentre tutt’ intorno si mescolavano i rumori più diversi: il fragore assordante delle mura in pietra che si sbriciolavano alle sue spalle; lo scricchiolare delle assi del tetto, che si spezzavano e crollavano l’ una sull’ altra, quasi fossero bastoncini di un gigantesco shanghai, portandosi dietro le tegole spaccate, il comignolo con la banderuola di ferro, i vetri delle finestre. E in quel frastuono spaventoso, il muggito alto delle mucche e i belati disperati delle pecore nelle stalle, ripiegatesi su se stesse, come castelli di carte che crollano sul piano di un tavolo urtato sbadatamente.

    Un dolore acuto al capo gli incollò al suolo la faccia. L’ ultima immagine che gli rimase impressa negli occhi, spalancati dal terrore, fu quella delle cime dei monti, danzanti nella luce irreale della luna. Infine, su di lui e su tutta la radura caddero il buio e il silenzio.

    Si risvegliò che ormai l’ alba imbiancava il paesaggio. Sentiva la lingua umida di Bock che gli raschiava le guance e quel dolore acuto alla testa. Portò a fatica una mano nel punto di maggiore dolenzia e la ritrasse macchiata di sangue, già un po’ raggrumato. Gli ci vollero pochi secondi per mettere a fuoco l’ accaduto, mentre il ricordo di ciò che era avvenuto poche ore prima si stagliò chiaro e particolareggiato nella sua mente. Ebbe paura di voltarsi indietro a guardare, perché già immaginava cosa avrebbero dovuto vedere i suoi occhi. E infatti, non appena ebbe trovato la forza di guardare dietro le sue spalle, gli si parò dinanzi, ridotto in un ammasso informe di detriti, tutto ciò che aveva rappresentato per lui la vita: la casa in macerie e tra di esse, pressoché intatto, quasi una beffa del destino, il robusto camino con il pendolo bloccato sulle tre e trentasei; le stalle con la copertura crollata, e tuttavia ancora vive in quei muggiti che si levavano nell’ aria rarefatta dell’ alba. Bock gli stava accanto, gli leccava le mani, guaiva e abbaiava, rivolto alle stalle, come a dirgli che bisognava alzarsi da terra, farsi forza, soccorrere gli animali, liberarli dalle travi e dai detriti, rassicurarli coi gesti e con la voce, perché, dopotutto, erano vivi, come lo era lui, il loro padrone.

    E Pietro si fece forza, si rialzò da terra, disperato e dolorante, piangendo come un bambino, terrorizzato al pensiero del domani e del suo futuro, insicuro ormai su ogni cosa, solo con i suoi animali  in mezzo a tutta quella devastazione.

    Non aveva mai pregato né riuscì a farlo in quel momento. Ma nel frastuono assordante dei pensieri che gli invadevano il cuore e la mente, sentì, come se appartenesse ad un altro, la sua voce che ringraziava Dio per avergli lasciato il bene più prezioso, la vita.

    La distruzione che lo spaventoso sisma di  quella notte aveva provocato giù in paese e nei dintorni, le innumerevoli vittime, il dolore dei sopravvissuti, gli interventi della Protezione civile,  delle Unità cinofile e dei volontari, impegnati nei soccorsi, le operazioni di sgombero delle macerie e i piani di ricostruzione riempirono per mesi le cronache dei quotidiani, i notiziari, i dibattiti politici dell’ Italia e del mondo. Poi era iniziata la ricostruzione e con essa il reale ritorno alla vita, alla speranza di un futuro fatto di tranquilla quotidianità, di maggiore sicurezza, di tentativi più o meno riusciti di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo della propria esistenza.

    Da tanto dolore, forse, siamo usciti addirittura arricchiti dentro, pensò Pietro, accarezzando la testa pelosa di Bock.

    Forse, chissà, siamo diventati un po’ più umili, più consapevoli dei nostri limiti, più riconoscenti verso Dio.

    Forse   riusciremo, dopo questo immane disastro,   ad avere maggiore rispetto per l’ ambiante che ci circonda, per questa terra in cui viviamo, ma che non ci appartiene, che ci è data in usufrutto e che abbiamo il dovere di conservare per le generazioni che verranno.

    Forse riusciremo a dimostrare una maggiore umanità e una sincera compassione per il nostro prossimo, per chi è meno ricco e fortunato di noi, per gli animali, anche, che ci amano incondizionatamente, e che noi spesso non esitiamo a maltrattare e ad abbandonare.

    Tu, per esempio, non mi hai mai abbandonato, amico mio -   disse rivolto a Bock, che pareva starlo ad ascoltare - Tu mi hai salvato. 

    Il vecchio tornjak agitò più velocemente la coda, preso da una sua qualche istintiva felicità, e gli leccò ancora una volta il dorso della mano rugosa,  poggiata sul bracciolo della robusta sedia a dondolo.

     

  • 25 aprile alle ore 14:14
    Il mio caro angelo

    Come comincia: Le guardo il culetto.
    E lei mi appioppa uno schiaffo.
    Perché?
    Non lo so, non di preciso.
    So solo che adesso mi guarda male. Si è messa di fronte a me con occhi di brace. Un bel ceffone, non c’è che dire. Non me lo sarei mai aspettato, non da una bella ragazza. Così giovane poi.
    Sono allibito. Forse è disgustata da me, da un uomo di quaranta anni che ha osato ammirare il suo lato B.
    Provo un po’ di vergogna.
    Non dico una parola.
    Le cinque dita mi bruciano la guancia.

    Dentro di me so d’essermela meritata la figura di merda.
    Abbasso lo sguardo, di brutto, contrito.
    Lei resta di fronte a me a testa alta. Il suo sguardo inquisitorio posso sentirlo penetrarmi l’anima.
    “Sai solo guardare? Parla!”, ordina lei.
    Non so che dire.
    Ho paura che mi molli un altro ceffone. O peggio, un calcio dritto sui gioielli di famiglia.
    Rimango muto.
    Faccio per sgommare via, ma lei mi stoppa subito ficcandomi la lingua in bocca.
    Mi bacia per un minuto buono.
    Non sono mai stato baciato con così tanto ardore. Fossi morto in quel momento sarei stato felice. Io baciato da un vero angelo.
    Raccoglie la mia mano nella sua gentile: “Andiamo”.
    Non ribatto.

    Come una coppia di innamorati camminiamo lungo via Roma. Poche parole.
    Si ferma davanti a un portone, quello di casa sua: “Sali!”
    Fa tutto lei. Mi spoglia. E poi si spoglia anche lei, in velocità. Niente inutili spogliarelli. E mi monta a dovere lasciandosi accarezzare il bellissimo sedere, perfetto. Una pesca di carne. Di amore. Di lussuria.
    Lo facciamo fra le lenzuola bianche, ansimando. Una unione carnale più che spirituale. Ma anche d’amore.
    Ci sbattiamo nell’amore perché lei ne ha voglia. Perché in strada io ho ammirato il suo culetto con desiderio non nascosto. Perché sia io che lei siamo soli, bisognosi d’incontrarci, di medicare la nostra solitudine.
    Con dolcezza baci, carezze e sesso.

    Solo dopo averlo fatto a lungo e ripetutamente prendiamo a parlare un po’ di noi. Lei ha lasciato il suo ragazzo, che l’ha tradita con un’altra. Io invece un cane randagio in cerca d’un po’ d’affetto.
    Ci raccontiamo le nostre storie centellinando un caffè caldo che lei, Sarah, ha preparato con la moka. Mangiamo fette biscottate spalmate di marmellata di fragole.
    Alla fine gli e lo chiedo: “Perché quello schiaffo?”
    Sarah arrossisce. Si è fatta bellissima, più di qualsiasi angelo delle mie fantasie.
    Un po’ imbarazzata risponde: “Ero incazzata, non con te. Non schiaffeggio gli uomini perché mi piace. Non sono quel tipo di donna lì… Ma ero incavolata e tu mi avevi guardato il fondoschiena”.
    “Mi spiace”.
    “Non c’è bisogno di dirlo. E’ naturale che un uomo guardi certe cose in una ragazza, purché non si spinga oltre se lei non ci sta”.
    Bella e intelligente. Diavolaccio, mi sto innamorando, proprio io che non ho mai creduto all’amore a prima vista.
    Devo osare: “Perché siamo qui?”
    Sarah si fa seria seria: “Perché sei un sognatore. Te l’ho letto dentro. E uno come te è sempre un uomo solo”.
    Rimango senza parole, accennando un sì con il capo. Nutro una paura terribile. La paura di perderla, perché adesso sì… Gli e lo confesso al brucio: “Ti amo”.
    Non mi aspetto niente. Ma non posso tacere. Le cose belle capitano una sola volta nella vita, se sei molto molto fortunato.
    Sono pronto a beccarmi uno schiaffone o una sfuriata tutta al femminile, con lacrime e strali di genuina repulsione.
    Sarah si avvicina a me, lasciando scivolare a terra la leggera vestaglia: “Ti piaccio?”
    “Sì”.
    “Perché?”
    Non ho bisogno di pensarci su, la risposta è nella mia anima che aspetta solo di essere liberata: “Perché nessun’altra mai ha capito così tanto di me”. Mi sfugge un colpo di tosse: “E perché ho capito tutto di te, con tutti gli errori che un uomo fa quando crede d’aver compreso l’anima d’una donna”.
    Gli occhi di Sarah si fanno dolci. Dolcissimi.
    … ho trovato Dio grazie a uno schiaffo.

  • 25 aprile alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

  • 24 aprile alle ore 13:23
    La bocca piena di niente

    Come comincia: Ero rientrato da qualche ora dopo un lungo viaggio in macchina, feci una doccia veloce, riposai qualche minuto ed appena la luce cominciò ad ingrigire dalle fessure della veneziana decisi che era il momento di andare. Misi il mio precision del '72 nella custodia rigida e la chiusi solo dopo essermi assicurato che non mancasse nulla: accordatore, cavo, tracolla, muta di emergenza rotosound, plettri dunlop tortex 0.73 con la tartaruga. Caricai tutto e mi avviai in macchina verso la sala del concerto, il soundset music room. Una sala ricavata sotto un negozio di dischi a pochi passi dal centro, non lontano dai binari della ferrovia e dai capannoni delle poste centrali. Il colore dominante era il nero, lo erano le pareti, il pavimento, il palco. Quando arrivai il fonico aveva già finito di montare tutto, luci comprese, quattro teste mobili tipo wash con pannello 18 led. Dalla backline mancava solo il mio ampli. Mi aiutarono due metallari beccati sulle scale a scendere cassa e testata. Soundceck fatto in men che non si dica. D'altronde eravamo sei band, dieci minuti a gruppo per fare suoni e volumi, così come i cambi palchi durante la serata.
    Non mi sentivo molto carico ma il preserata passò liscio e veloce tra sei o sette rum e la dubstep del dj grassoccio e occhialuto. Non male il tizio!
    Comincia la prima band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Cambio palco e via la seconda band hardcore, il cantante supertatuato si dimena, la gente balla, poga e fa a spallate. Insomma mi accorgo che le band cambiano sul palco solo grazie ai loghi video proiettati alle loro spalle, ma tutto sommato non mi dispiace questo indistinto ruminare fatto di doppia cassa, bassi che sembrano chitarre e cantanti che urlano come maiali sgozzati. Nessun messaggio, nessuna distrazione, avanti un altro. Poco male, di ruminare in ruminare arriva il nostro turno. Mi trascino malconcio e brillo verso il palco, mi ci arrampico a fatica, imbraccio il mio _P, l'ampli è già caldo, infilo il jack, attivo il muff e farfuglio due parole sul quanto fossi felice di stare li, che odiavo i giornalisti venduti e la lega... le persone giù urlano, applaudono, non avevano capito nulla ma erano d'accordo. Cominciammo a suonare, le note e le parole uscivano da sole, impetuose come un mare in tempesta. Sudo. Devo spogliarmi. Due secondi per riprendere fiato ed asciugarmi con la maglietta già fradicia, un sorso di rum e via a raffica altri due pezzi. Ancora due parole sulla guerra e i violenti attentati che in quel periodo insanguinavano le strade di mezzo mondo e giù l'ultimo pezzo. L'adrenalina e l'alcol avevano totalmente invaso in mio corpo, mi sentivo annebbiato e confuso, ma maledettamente carico. Lascio il _P macchiato dal sudore al mio chitarrista che lo ripone delicatamente nella sua custodia, scendo dal palco senza usare la scaletta, un'ultima occhiata al basso quando qualcuno mi sussurra qualcosa all'orecchio “quante possibilità ho di infilarti la lingua in bocca stasera?”. La sua voce fu il primo suono a vibrare nell'amorfo silenzio di quella sorda oscurità, la prima scintilla di coscienza in quell'universo addormentato (cit). Mi giro, era lei, Lilith, bella e pericolosa come la guerra, irraggiungibile come un miraggio in pieno deserto. I lineamenti ribelli del suo viso erano eccentrici e sinuosi allo stesso tempo, incorniciati da un caschetto nero, unica nota il suo naso, grosso e storto, ma portato con una tale fierezza da sembrare scolpito dal miglior Sammartino in piena estasi da Cristo velato. Sempre mi ero sentito in difficoltà di fronte a lei, la sensazione che provavo era di disagio, sembrava scrutasse ogni mio pensiero come fossi sotto esame. Lei possedeva la qualità più sexy di tutte, la formula alchemica più arrapante che avessi mai sperimentato, l'intelligenza, lo era, e lo era sopra ogni media. Io lo percepivo a pelle. Balbettai qualcosa del tipo “non so, decidi tu”. Mi prese una mano e mi trascinò nei camerini dietro al palco, non ci vide nessuno, entrammo in uno dei cessi, mi baciò con foga, provai a sfiorare le sue minuscole tette, ma non ci riuscii, ero impacciato come mai prima, indossava un body infilato in jeans strettissimo e stivali tacco dodici forse. La mia cintura non oppose alcuna resistenza, si inginocchiò, mi tirò fuori il cazzo e lo agguantò tra le labbra. Non so esattamente quanto durò il tutto ma ebbi la sensazione che il tempo passasse velocissimo. Non capivo, lo desideravo ma non lo volevo. Era bellissimo ma lo detestavo.
    Finii per odiare definitivamente quell'incontro, così fugace, fatto di una effimera complicità e di un precario e finto interesse. L'unico lucido ricordo che ho di quel momento sono le parole con cui mi salutò “spero di non averti spompinato troppo bene, l'ultima volta il tizio a cui lo avevo fatto mi ha cercata per anni”.
    La chiamai nei giorni seguenti, volevo parlarle, non di quell'incontro, non di quel pompino, non mi interessava, volevo solo parlare con lei, ascoltarla, sentirne la voce, memorizzarla, amarla. Volevo perdermi sulle linee del suo volto, nella sua schiena e nelle sue parole. Si negò e da quel momento ogni volta che mi parlava la sua bocca si riempiva di niente.

  • 24 aprile alle ore 13:18
    Il progresso sì... ma va troppo forte

    Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

  • 24 aprile alle ore 12:42
    la sigaretta di mezzanotte

    Come comincia: dal mio letto si odono voci, rumori e schiamazzi a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma quando alzo la tendina, accendo quell'ultima sigaretta, dal cuscino guardo il cielo stellato, tutto sparisce in una coltre di fumo e la mia roulotte sembra non avere più pareti

  • 24 aprile alle ore 12:13
    Memphis

    Come comincia: è sabato, è una bella serata, dalla finestra della mia stanza il semaforo lampeggiante illumina a pause alterne la strada umida, non fa freddo, qualche auto passa con a bordo le sue storie, io aspetto una persona speciale. Incurante della zanzara che mi passa davanti sfilo una cartina e fabbrico una sigaretta di tilbury rosso, l'accendo, faccio un tiro, poi un altro, a breve partirò per una nuova meravigliosa avventura, lascerò Memphis per andare alla volta di Memphis, forse tornerò, forse no, senza dubbio porterò con me, nel mio cuore, molte persone.
    Memphis è il posto dove sei ora e That's How I Got To Memphis parla di come ci sei arrivato.

  • 23 aprile alle ore 18:00
    Il prete giovane

    Come comincia: La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
    Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.
     
    Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
    Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.
     
    Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.
     
    Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.
     
    Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.
     
    “Quanti anni hai?”
    Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
    “Li porti bene.”
    “Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
    “Dove li trovi i tacchi alti?”
    “Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
    “L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
    “No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
    “Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
    ”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
    “Avevo! Ed ora?”
    “Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
    “Però non ti pesto.”
    “Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
    “Allora vorresti che anche io…”.
    ”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
    “E’ quello che sei.”
    Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
    “Aspetta.”
    Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
    Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
    “Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”
     
    Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
    “Quanto durerà?”
    “Il tempo necessario.”
    Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.
     
    I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.
     
    “Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
    “Perché mai?”
    “Ormai sei normale.”
    “Intendi forse dire che non ti eccito più?”
    “No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
    “Questo lo so.”
    “Allora non c’è più ragione perché resti.”
    Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?
     
    Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
    “Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
    Sono stato io, io a prostituirmi a lei.