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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 16 novembre 2016 alle ore 11:35
    AMORI PARTICOLARI - PRIMA PARTE

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mamalucco!"
    Al citofono  Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Raffaele (Fefè per gli amici).La succitata stava aspettando il suo benamato col motore della macchina acceso,entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di
    Messina. Fefè si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei
    suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato
    passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal
    modo, sfogava la sua rabbia. Ma non era finita:
    "Mentreio vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Raffaelein fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con
    un bacino ma non sempre ci riusciva come questa volta fu allontanato con una
    gomitata.
    "Maalmeno sai chi erano i mammalucchi, penso proprio di no."
    "lopenso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco
    stupido come sei tu, non fare il saccente solo perché hai frequentato il
    classico"Laloro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro,abitavano nello stesso palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già
    da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza
    media poi Raffaele si era iscritto al liceo classico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitoridello stesso concorso alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Eccoci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    Ma in fondo era tutta una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente
    il suo Fefè. Il loro primo rapporto completo a quindici anni l'iniziativa, ovviamente,
    da parte di Eva."Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi scopare."Ci mancava pure il triviale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio
    fiorellino!" Eva era giunta a questa decisione allorché frequentavano la
    terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure
    un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un
    confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci
    centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto
    rapporti completi con qualche compagno di scuola.Unafoso d'estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare."Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'ariacondizionata. Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo suquello dei genitori per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procuratauna crema lubrificante e i preservativi , ci mancherebbe pure che restassi
    incinta, ne verrebbe fuori, povera stella, un mammalucchino! w
    "Lavati bene l'ultima volta il tuo 'ciccio' puzzava di formaggio!"
    non era vero, una provocazione more solito.Ambedueletto Eva:
    "lo sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "lo sono ateo preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?
    "Ti sei indottrinato col Kamasutra ma io insisto.""Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda.".Uscito il nome di Fefè, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale o meglio ci provò.""Ho vinto e si fa a modo mio!""Tiprego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "No ti rimangi la parola?" "Imiei genitori sono siculi, la parola va rispettata!" "Bene
    dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina.""Seiermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sarai tu, (Fefè fece il finto tonto), la
    richiesta è quella di una inchiappettata.""Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    Provare il tuo delizioso popò!" " Te lo puoi dimenticare!" "Comela metti  che la parola va rispettata?" "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in futuro."
    Fefè  si tenne sul classico: baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva."Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu." "Non immagini quante mogli ti invidierebbero,una gentile signora una volta mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!" "Brutto porco allora te la sei scopata !" "Era la madre di un nostrocompagno di scuola, è stata lei a provocarmi,  non potevo tirarmi indietro!" "Ne riparleremo in un altro momento, per ora ti dico solo vacci piano!"Fefè baciò di nuovo il fiorellino sacrificale, ci puntò  la cappella del suo riccio senza muoversi per vedere la reazione di Eva."Che sta succedendo o
    meglio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?"Fefè fu molto delicato, Ciccio penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo al delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata."Fefè possono tornare i miei genitori, torna a casa tua e grazie
    per la tua delicatezza."Eva non era il tipo dal ringrazio facile, l'interessato l’apprezzò.
    Molto era cambiato nei rapporti fra i due amanti, non appena ne avevano l'opportunità
    la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di
    Eva.Un giorno sul letto dei suoi genitori, Fefè girò la beneamata e cominciò a
    baciarle il buchino posteriore."Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua Tata e mentre tu
    godi io pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito.""Mò
    ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente,
    quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo.""Ed
    io invece no e non ti sposerò mai!" "Sposarti,sarei folle stare insieme a te ventiquattro ore su ventiquattro e chi tisopporta!" "Vuol dire che senza il vincolo del santo matrimonio (anzi non santo perché ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene." "Se ci provi e me ne accorgo fai la fine di Bobbit quell'americano la cui moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!" A Fefè bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di comprare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.I padroni accolsero i due fidanzati con calore, uno era biondo,  occhi azzurri,  corporatura media,  Daniele più alto di statura classico tipo mediterraneo.Cominciarono a provare i costumi: Fefè ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno di colore azzurro mare e l'altro rosa."Ma ti si vede tutto chediranno i tuoi genitori." "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso!" Fefé in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora... "Ma lasci stare, la signorina ha un fìsico fantastico, Aveva parlato il biondo in italiano con classico accento di un paese nord europeo.Poi era intervenuto il tipo mediterraneo:"Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."Più chiaro di così."lo sono Raffaele, Fefè per gli amici e questa gentile signorina mia fidanzata Eva.""Fidanzata non si sa sino a quando." "Sietedue giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto." In macchina i commenti:"Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frequentarli." "Non essere conformista di cosa hai paura che ti si inchiappettino, per quello ci penso io." "Sei il solito buffone,va bene andremo a quella cena." L'invito arrivò dopo dieci giorni:"Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante ' La Risacca dei due Mari', vi guiderò col mio telefonino.Eva quella sera era uno spettacolo: trucco alla vamp, camicetta rosa e ampia gonna turchese quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridottissimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione..."Si caro sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne
    dici?" "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due...""lo lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!" "Speriamo che non mi prendano per un magnaccia.” Daniele al telefonino: 'Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato." Poi venne  loro incontro."Scusa se le ho dato del tu." "Va benissimo." Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adeguato alla cucina mediterranea."Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumante Ferrari" "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."Erik si presentò col grembiule da cuoco:"Che splendida signora, quasi quasi cambio gusto, lascio Daniele e mi metto con lei." Fefè: lassa perde Eva e dicci cosa hai preparato di buono.”  "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."Tavola ovale imbandita:classici tre bicchieri di cristallo, piatto da sottofondo, posate d'argento! Mih. Risotto cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice,involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratissima.” "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristorante."
    "Non ci fate caso, Fefè è stato un mese a Roma presso parenti e ha acquisito
    l'accento romanesco,  è solo ridicolo lui messinese buddacio.""Che vuol dire buddacio
    in svedese come si dice?"La domanda era diretta a Daniele:"Sarebbe dire come sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."Una cena da ricordare, i quattro uscirono sul prato antistante la casa e si spaparazzarono su poltrone e su divani a dondolo.Fefè tirò fuori la pipa:"Il fumo dà fastidio a qualcuno?" "Si a me!" "Ma chi t'ha chiesto gnente madame coccodè!" "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate li in fondo la Calabria." Erik dimostrava  così il suo amore per la terra di adozione."Domattina potreste venire a fare il bagno, ci saranno due nostre amiche molto simpatiche." "Chiedo a Fefè il permesso di parlare, posso?" "A li morté..." "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca a svegliarsi in tempo!"E così fu, alle nove in punto, posteggiata la Peugeot sulla strada suonarono alla porta di Erik e di Daniele che in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si avviarono sulla spiaggia."lo ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia coi galli." La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Eva, Fefè se ne fregò e rimase solo sotto l'ombrellone.Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò dinanzi due figone che più figone non si può."Posso esservi utile ma io sono un'ospite, i padroni sono in mare con la mia ragazza.""Noi siamo Ginevra e Ursula amiche dei padroni di casa."Fefè si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva. Le due ragazze si tolsero i vestiti e rimasero in un  bichini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento. Fefè non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontano dagli altri bagnanti. Al rientro dal bagno Erik e Daniele si,profusero in effusioni con le nuove venute, che fossero bisessuali, boh. L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola."Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo,ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno
    compagnia." Così parlò Daniele. Erik nel frattempo, rientrato in casa,aveva portato  bibite fresche ben accette a tutti. Ginevra e Ursula per ringraziare lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro. Fefè faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare ma Eva aveva piantato un faccia un bel punto interrogativo, come darle torto! In loro aiuto venne Daniele:"Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposate in Germania." Eva: "Perché non portano l'anello al dito?" Frase infelice che fece sganasciare dal ridere tutti, Fefè compreso.. lo dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica, un bacione in fronte." "Parlateci di voi, siete fidanzati,
    conviventi oppure..." "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dei suoi genitori, stare con lui è una lagna continua."Eva si era sbilanciata forse presa dall'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava. Ginevra: "Fefè sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto." "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino." "Cosa essere zerbino."Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi la porta dì ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa." "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un po'." "Il pupo me lo coccolo io..."Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini,
    preferiamo le femminucce!": Fefè.”Anch'io!"Altra risata generale,  Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere anche lei. "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico,preferiamo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perché noi viviamo lontano da Messina, sempre col tuo
    permesso.” Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:"Ci penseremo, addio a tutti."In macchina silenzio sino all'arrivo
    sotto casa:”Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perché che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..." "Parliamo francamente, anche se talvolta sei una rompiballe ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi." "Per me è una tragedia, avrei voluto un ranocchio che assomigliasse e te brutto stronzo ma non l'avrò mai..." pianto di Eva."Cerca di ricomporti sennò a casa cosa penseranno, vieni da Fefè tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino.Lo schiaffo fu parato da Fefè che se l'aspettava. "L'ho detto per sdrammatizzare." "Sdrammatizzare un corno, ti conosco sei un porco!"Per cinque giorni nessun contatto con Erik e Daniele poi una telefonata:"Sabato festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore ventuno .”Gli avvenimenti parevano aver cambiato il caratteredi Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste  di Fefè, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato. Alla festa oltre a Ginevra ed a Ursula c'erano molti altri invitati che Eva e Fefè classificarono appartenenti al circolo gay di piazza
    Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Si.presentarono sponte loro ad Eva ed a Fefè facendo loro i complimenti:"Siete una bella coppia.", Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.A quelpunto Fefè su buttò su Ginevra quella bruna, Ursula era bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Fefè non sopportava le donne stupide, aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva dinanzi un eventuale futuro padre ma niente provette, tutto al naturale...Ginevra era stata esplicita, figurati se Fefè non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni..."Ho visto che ti divertivi col quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."ballare."  "Lo sai bene che è gay quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un po’ tutto cominciando dal sesso, non so cosa mi sia successo, è per me inspiegabile, forse sto vedendo le cose anche dal loro punto di vista, me ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella brunona brasiliana che ballava con Erik era un trans.""Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne
    riparleremo a mente serena."Il giorno dopo in ufficio:"Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale senza provette."Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Fefè, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questo era la sua condizione.La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l’approvazione  entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l’evento? Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero aspettato l'evolversi dell'evento davanti alla tv tanto per non pensare ai due in love.La sera seguente alle ventuno Eva e Fefè si presentarono in villa.. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti all'eventuale nascita di un bebé che avrebbe avuto oltre la mamma tanti zii. Ginevra prese per mano Fefè e i due scomparvero dietro una tenda. In bagno Fefè  entrò subito in erezione con la sua proporzione fuori del normale e con sguardo un po' atterrito di Ginevra. "Non ti preoccupare so essere molto delicato." "Stiamo un po' abbracciati, vorrei della tenerezza,non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo. Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula, è cominciato quando stavo con un giovane  molto bello e desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze. lo dividevo una stanza con lei: un giorno mi trovò che piangevo  per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Ursula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta e così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un po' tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia. Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma appena ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dimostrata gelosa quando le ho manifestato il proposito di avere  un rapporto con te anche perché avevamo programmato che io avessi un figlio.Fefè inizio il suo repertorio con un cunnilungus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria .L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra che pian piano si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto dameravigliare anche Fefè. "Resta dentro finché puoi anche se non sarà più duro così sarò più sicura per una gravidanza." Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando le godurie."Sento la vagina un po' irritata." Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva.",Nel salotto, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Fefè era di per sé una visione di quello che era successo.Giunti a casa senza il bacino di rito, si misero a letto.Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne trattato dai due fidanzati, finché non giunse la telefonata di Daniele:"Ci siamo perduti, cos'è successo?" "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare. " "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao." Daniele ed Erik erano vestiti di bianco dalla camicia alle scarpe."È questa la nostra divisa quando c'è un avvenimento importante, lo sveleremo a fine pasto." Erik:"Allora arriviamo al punto, se non abbiamo capito male abitate con i vostri genitori, giusto?" "Vero,vorremmo Fefè ed io una casa nostra , cerchiamo da mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..." "Bene trovata la soluzione, abiterete nell'appartamento qui sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legame di affettuosità e di stima, che ne pensate? " "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto.." "Maquale affitto, noi siamo ricchi , ve lo intesteremo questa è la proposta."Fefè ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.""Avete perso la voce?" "La vostra gentilezza e generosità oltre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire no ad una tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..." "Nonc'è problema, l'appartamento-di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresso proprio e una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, anche noi teniamo alla privacy, allora affare fatto?" "Vorremmo prima parlarne con i nostri genitori non specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:"Eva ragioniamo sopra, quell'appartamento fra l'altro pure ammobiliato vale un patrimonio...cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali
    non mi potrei abituare.”   " Ne so quanto te, siamo così simpatici da ottenere  si grande regalo, forse gli omo hanno un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia...boh" I relativi genitori non erano affatto felici della notizia loro fornita dai rampolli " Vivere insieme senza essere sposati..." "Papà te ho venticinque anni, io e Fefè abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero un paio di giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva con qualche dubbio da parte di Fefè:"Sei sicura di essere all'altezza, non faremo una brutta figura?" "Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."Quel sabato Eva fece il giro dei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:risotto cozze e vongole. seppie e pannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto, contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè. Applausi da parte di tutti.Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..."e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Fefè che fece l'indifferente.La mattina seguente alle nove al mare."A parte l'ammirazione per le tue arti di cuoca ho visto un Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?" "L'ho pensato anch'io,non è un brutto uomo ma..."Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò. Erik:"Ieri sera ho mangiato come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il fatto che stamattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Fefè sei un uomo fortunato."Alle undici tutti in acqua, scherzi da parte di tutti con finale di togliersi i  costumi  con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva  con grandi risate da parte dei due omo, un po' meno da parte di Fefè che non fece nulla per far finire quel gioco.Riposino pomeridiano poi la sera al ristorante 'La Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambìto dalla Messina bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.Nulla di nuovo sul  fronte sesso. Erik e Daniele al negozio, Fefè  ed Eva in ufficio, tutti  senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ursula e di Ginevra."Una grande e piacevole novità, sono incinta, sto zozzone c'è riuscito."

  • 15 novembre 2016 alle ore 15:50
    Profumo d'Ottobre. Un autunno di ricordi

    Come comincia: Pagine e ricordi

    Claudia

    Sentivo il rumore dei passi e il mio nome ripetuto più volte, mi cercavano in tutte le stanze, ma nessuno conosceva il mio rifugio ed ero intenzionata a stare lì anche tutta la vita. Non c'era niente dall'altra parte della libreria che m'interessasse e, seduta nell'angolo buio, pregavo il Signore affinché mi facesse morire. Avrei rivisto così mio padre e conosciuto finalmente mia madre. Si dice che avere una mamma sia importante, ma io che ne sono orfana da quasi appena nata, che fine avrei fatto adesso che era morto anche papà? Per me la persona più importante era stata lui, ma quel maledetto infarto lo aveva portato via e io non volevo più vivere.

    Amanda, la domestica assunta dopo la perdita di mia madre, continuava a chiamarmi, girovagando per la casa, ma decisi di non rispondere neppure a lei e afferrai dalla tasca il mio diario, l'unica cosa che avevo portato con me. Aprendolo, cadde una foto dove mamma e papà si abbracciavano felici e con loro c'ero anch'io, avvolta in uno scialle. La mia testa era già piena di capelli, così ricci da sembrare una parrucca, le guance erano paffute e rosee.

    – Signorina Claudia, vi prego, venite fuori. – Amanda entrò nella stanza e si fermò a pochi passi da me. Piegai le ginocchia, abbracciai le gambe e guardai il soffitto. “Non mi troverà qui dietro.” mi dissi. Quando se ne andò, feci un sospiro di sollievo e ripresi a leggere.

    “Caro diario,

    oggi io e papà siamo andati al lago, abbiamo giocato molto, poi mi ha dato i pennelli e una tela. Ho fatto uno scarabocchio, ma lui mi ha detto che se mi piace dipingere, presto diventerò più brava. È vero, io me lo sento. Diventerò una pittrice, viaggerò tanto, visiterò tutto il mondo e ogni volta porterò a casa un bel quadro e tu, papà, sarai orgoglioso di me. Adesso ho tanto sonno, nuotare mi stanca.

    Buona Luna, mio caro diario Claudia”

    Dai miei occhi uscì una lacrima, ricordavo ancora tutto: il lago, le colline, la tela con lo scarabocchio e lui, alto, bello e con la testa piena di capelli come me. Mi distolse da quel ricordo un altro rumore di passi, ma questa volta più pesante e di sicuro non era Amanda. Cercai di non fare rumore, chiusi il diario, poggiai l'orecchio al retro della libreria e mi misi ad ascoltare. Poteva essere lo zio e io non volevo vederlo. Al solo pensiero mi veniva da piangere e strinsi gli occhi per fare andare via la sua immagine.

    – Hai intenzione di stare qui per molto? – sentii chiedermi. Nessuno conosceva il mio rifugio, tranne lui: Marcello. Sollevai le palpebre e alzai la testa, mio cugino mi guardava dall'alto dei suoi due metri.

    – Ci starò tutta la vita! – replicai, distogliendo lo sguardo.

    – E per fare cosa? – si sedette di fronte a me, c'entrava appena dietro la libreria.

    Non avevo una risposta alla sua domanda, io che chiacchieravo continuamente, avevo seppellito le parole nella stessa tomba di mio padre.

    – Ehi, principessa, allora? – riprese Marcello, pizzicandomi sotto al mento.

    – Ahi, lo sai che mi fai male, quando fai così! – piagnucolai, portandogli via la mano. Non volevo dirgli che odiavo suo padre, benché a nessuno fosse sconosciuta la mia avversione nei suoi confronti. Chi era Alberto De Santis? Un uomo che in quattordici anni avevo visto solo due volte e sempre perché ne aveva combinata una delle sue e papà aveva dovuto rimediare.

    – Oh finalmente, signorina! – esclamò Amanda, notando qualcuno dietro lo scaffale. Ci raggiunse e restò a osservarmi. Lei era anche più piagnucolona di me, aveva pianto spesso sapendomi senza mamma e ora singhiozzava per il secondo lutto. Allungai le braccia e mi strinsi a Marcello, poggiando la testa sul suo torace, lui portò la mano fra i miei capelli neri e lunghi: – Claudia, ti prometto che ti sarò sempre vicino. Resterò qui e veglierò su di te. – mi giurò mio cugino. Non ci fu verso, però, di restare lì, mi condussero fuori come una bambina. Giungemmo nello studio dove il notaio, Luigi Mango, era pronto per la lettura del testamento e lo zio comodamente seduto sulla poltrona grande a lisciarsi i baffi. Il nostro incontro fu come avevo immaginato: disgustoso! Con quell'aria di chi sa recitare, avvicinò le mani al mio viso ed esclamò – Claudia, mia cara, dolce nipote. – poi mi strinse a sé e affogai nella ciccia della sua pancia. Come poteva Alberto essere il padre di Marcello, mi chiedevo; mio cugino era bello, biondo e simpatico. Mio zio, invece, era brutto, antipatico e soprattutto arrogante. Quelle due uniche volte che era stato da noi, non mi aveva degnata di uno sguardo e ora non potevo pensare che non mirasse alla mia eredità. La recita finì, infatti, quando Luigi lesse il testamento. Io ereditavo la casa e il sessanta percento del patrimonio, Marcello il venti e i domestici il dieci come lo zio. Già questo lo fece infuriare, ma quando sapemmo che, per disposizione di mio padre, sarebbe stato lo stesso notaio a gestire i miei averi fino alla mia maggiore età, la situazione per Alberto divenne insostenibile. Io, invece, mi distesi sullo schienale della poltrona e risi sotto i baffi.

    – È una vergogna! – esclamò Cecilia, la moglie di mio zio, seduta accanto a lui con un gatto bianco fra le braccia: – Questo da Carlo non me lo sarei mai aspettato, per chi ci aveva presi, per dei ladri?

    A questo punto mi alzai e i miei occhi infuocarono quelli di Cecilia perché la odiavo anche più dello zio: aveva sempre criticato papà per come mi aveva cresciuta e stando alle parole della nonna, aveva malgiudicato anche mia madre. Puntai il dito indice verso quella donna dal collo di giraffa e sbottai – Tu non hai alcun diritto di parlare di mio padre e se osi ancora dire un'altra parola, ti sbatto fuori di casa a calci in quel tuo orrendo sedere da papera.

    Oh certo, Marcello avrebbe potuto offendersi, ma di sottecchi mi accorsi che rideva e così il notaio.

    – È assurdo! Come può una ragazzina perbene parlare in questo modo? – replicò Cecilia.

    Avvicinai le mani ai fianchi, sorrisi e dissi – Vuoi sentire dell'altro? Guarda che ho un repertorio molto fornito.

    Alberto si alzò, appoggiò a terra il suo bastone, lo strinse e gridò – Abbiamo sempre ricevuto solo offese in questa casa e il testamento di Carlo ne è una prova.

    Gli risposi con una smorfia. Detto ciò, afferrò la giraffa per un braccio e se ne andò. Io avevo creduto di essermene liberata, ma i guai non erano finiti perché, essendo ancora minorenne, dovevo vivere con il mio parente più prossimo. Con questa scusa lui e la moglie ebete ritornarono e s'impiantarono stabilmente in casa mia, dicendo che dovevano badare alla mia crescita.

    * * *

    Avevo le mani sul davanzale, mi ero alzata sulle punte dei piedi e guardavo il balcone di fronte dove due innamorati si sorridevano felici. Mi fecero ricordare un giovane carrettiere, venditore di vino. Ah, quante mattine ho atteso il suo arrivo dalla finestra! Ma anche lui se n'era andato, chiamato al servizio militare di leva.

    – Come sono belli! – esclamai, sospirando.

    Dal balcone alla mia sinistra sentii delle voci femminili parlare della guerra: dicevano che anche l'Italia vi avrebbe preso parte, ma non diedi peso a quelle parole, ero impegnata a vedere i due fidanzati.

    – Chissà se un giorno avrò anche io un bacio! – mi chiesi, sbuffando.

    – Ciao, Claudia. – disse l’innamorata, sorridendomi. Sollevai la mano e salutai entrambi, poi le voci delle due vicine divennero basse, ma sentii chiaramente dire – È la nipote del fascista.

    Io ero una brava ragazza, ma certe cose non le sopportavo. – E voi siete delle civette, brutte e impiccioni. Resterete zitelle! – urlai. I due fidanzati risero e rientrai in casa, incrociando le braccia sul petto. Ero già stanca di quella situazione, quando il peggio doveva ancora arrivare.

    Alberto era in piedi nell'ufficio di papà con mio cugino e anche loro parlavano della guerra: sembrava che Hitler, nonostante il Patto d'Acciaio, temesse l'entrata in scena dell'Italia al fianco dei suoi avversari e si stava attivando affinché Mussolini si alleasse con la sua potenza.

    Marcello guardava il padre e diceva – Ho promesso a Claudia che le sarò vicino. Non posso lasciarla da sola, ma se l'Italia entra in guerra, potrei essere chiamato al fronte. È già così provata dalla morte del padre, non sopporterebbe di stare sola con voi due.

    – Che cosa le abbiamo fatto per provare certi sentimenti di repulsione? – rispose Alberto.

    – Avanti, padre, non fatemi ridere! Sappiamo tutti e due perché siete qui: per l'eredità e non certo per confortare lei. E pensate che Claudia non se ne sia accorta? Non è più una bambina.

    – Ti sembra bello quello che ha fatto tuo zio?

    – Vi aspettavate che dividesse il patrimonio in due parti? O che vi cedesse di nuovo la vostra parte della casa, dopo che l'ha riscattata da un vostro errore?

    Mio zio fece una smorfia, allungò le braccia dietro la schiena ed esclamò – Meglio che te ne occupi tu di lei. Farò in modo di evitarti la chiamata alle armi.

    Marcello già sapeva a chi si sarebbe rivolto e gli dava molto fastidio, ma non vedeva cos'altro fare per restarmi accanto. Mentre portava una mano alla fronte, sentì il padre ordinare ad Amanda di farmi raggiungere lo studio e con un tono che a mio cugino sembrò troppo autoritario. Dovette ricordargli che la servitù di casa mia non era alle sue dipendenze.

    Nello stesso momento io mi guardavo allo specchio e mi allenavo con i baci, quando Amanda bussò ed entrò, fermandosi a metà stanza.

    – Signorina Claudia, gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? – m'interrogò, innervosita. Sorrisi e mi voltai verso di lei, dicendo – Li ho buttati.

    – Sì, certo.

    Mentre mi raccontava quello che aveva udito di sotto, aprì il cassetto del comò e afferrò gli occhiali. – Ora indossateli e venite nello studio, che vostro zio vuole parlarvi. – mi ordinò. La raggiunsi annoiata.

    – Su, che ho detto a Elena di preparare il vostro piatto preferito. – riprese la mia tata, accarezzandomi la guancia. Appoggiai, avvilita, la testa sulla sua spalla e lei mi abbracciò.

    Scesi al piano terra, portando con me il diario perché così sentivo di avere papà vicino.

    – Claudia, – disse Alberto, in piedi davanti a me – sei cresciuta in modo non adeguato per una signorina. È tempo che tu venga istruita a dovere.

    Aggrottai lo sguardo.

    – Domani stesso andrai in istituto. – tuonò come un ordine.

    – Voi siete pazzo! – sbottai.

    – Vedi, come ti esprimi?

    – Papà, non c'è bisogno di mandarla in istituto. – intervenne Marcello.

    – Non è per niente educata.

    – E non me ne importa! – urlai – Mettetevi bene in testa, zio, che voi non siete qui per comandarmi. Non sono una dipendente delle vostre fabbriche, io sono la padrona di questa casa!

    Alberto fece una risata irriverente, mi guardò, tormentandosi i baffi, e replicò – Siete sotto la mia tutela, nipote, e farete ciò che io decido. Domani andrete in istituto.

    – Non ci andrò, scordatevelo!

    – Claudia, non fatemi arrabbiare. Voi mi dovete obbedienza, sono il vostro tutore.

    – Per la legge, ma per me non siete nessuno.

    Uno schiaffo mi arrossì la guancia; il diario cadde a terra e Marcello corse ad abbracciarmi: – Siete un mostro! – gridò mio cugino al padre. Alberto s'infuriò così tanto che afferrò il diario e accennò a strapparlo; il cuore sembrò balzarmi alla gola. Portai la mano in avanti, ma troppo tardi: poco dopo vidi i fogli volare in aria. In quelle pagine c'era scritta tutta la mia vita con papà e mi sentii come se a essere strappata, fosse stata la mia stessa vita. Gridai disperata un no smorzato dal pianto; caddi sulle ginocchia e afferrai dal pavimento ciò che restava del diario. Non avrebbe potuto comportarsi diversamente per farmi infuriare e il dolore mi fece prendere una decisione. – Bene, vuole stare in casa mia? Ci stia pure! – mi dissi di sera, chiudendo in un sacco tutte le mie cose più importanti. Mi guardai allo specchio e mi giurai che a ventuno anni sarei ritornata e avrei cacciato via mio zio. Per adesso dovevo sparire e togliergli la soddisfazione di comandarmi. Controllando che più nessuno fosse sveglio, scesi al piano terra e vidi solo Elena che sbrigava le ultime faccende in cucina. Raggiunsi in punta di piedi la finestra del salone e lasciai la mia bella casa non senza versare altre lacrime. 

    (Il romanzo è disponibile su Amazon e su tutti gli store, sia digitale che cartaceo) 

  • 07 novembre 2016 alle ore 10:02
    Diario dalla Terra di Nessuno

    Come comincia: Camminare senza meta permette di non segnare luoghi, è un vivo attraversare. Lo sguardo abdica da un regno mai posseduto. Gli occhi ereditano solo preziosa curiosità e la caleidoscopica possibilità di fare tutto nuovo. Incroci uno sguardo, un sorriso di circostanza, ma l’altrove è ad un passo. Sei in mezzo ad una miriade di persone … cosa si pretende da un sabato trasteverino pieno d’astri in lontananza? Ho troppi smarrimenti da recuperare per permettere all’orientamento qualsivoglia autorità.  Ora la memoria intreccia ricordi e immaginazioni, il riconoscere vuole cedere il passo a spazi nuovi. Nel qui di mura bianche e finestre ricolme di rampicanti incede la perdita tanto ambita. Voglio far mattino dopo aver ballato di tutto, come cantava Paolo Conte. Tutto intorno cade in un misterico silenzio: le voci sfumano, l’artista di strada ora fa volteggiare stelle. Mi faccio leggere la mano da una ragazza scalza che mi ruba il cappello e mi sorride. Mi chiede il nome e con un bacio sulle labbra se lo mette in testa stringendosi al collo. Ha le gambe sottili e snelle, si copre il volto con i capelli lasciando nudo un sorriso infinito.  Alza la gonna fino alle cosce e mi gira intorno senza parlare, mi rimette il cappello in testa con un altro bacio e va via girandosi di tanto in tanto per guardarmi e incantarmi. Non le ho detto il mio nome. Non è una notte fatta per riconoscersi.  
    In questo deserto d’anime ora tutto può accadere! Un’iniziazione profana è avvenuta; una splendida vestale che strega bocche e asciuga lacrime con i suoi capelli ha aperto i cancelli della terra di nessuno.  Chiudo gli occhi per riaprirli espirando, il cuore mi tormenta con i suoi capricci: non è più un battito ma un fluttuare insano e stanco. Sento uno scrosciare di fontana, qui è altrove e ogni dove. Ora questi luoghi sono il “qui” di Banquo,  l’inevitabile lontananza da Forres per scampare ad una profezia.  Di quest’isola non segnata in nessuna mappa  Robinson non può farne occidente:  mattoni, fiumi e ponti non vogliono nomi. Non resta che camminare in questa prigione di bellezza e incanto con la speranza che la memoria non prenda presto il sopravvento. Camminare nella terra di nessuno è fuga, anche se l’inevitabile ci resta accanto. E’ deserto mai troppo ostile per chi cerca l’oblio da sé. Un labirinto che accoglie e trasmuta per desiderio di chi lo attraversa, ma non è mai sosta, né pace.  Come può avere tale vastità per recinzione l’infinito solo le solitudini lo sanno, ma le loro sorde grida nessuno può ascoltarle. Non è solo spazio, perché mai può essere un luogo, è una risonanza sottile ed estesa, un’ assenza aperta e insanabile divenuta nostro malgrado dimora.
    Un nuovo fluttuare, un’onda bassa e sorda del cuore mi spaventa e risveglia d’improvviso. Sono tornato da un incalcolabile errare al punto di partenza. Solo, in un mattino straziato da un’alba vermiglia e fredda. Più nessuno intorno a me.
    “Me lo regali il tuo cappello?”, mi sento dire in lontananza alle spalle. Anche lei non è andata via, o forse non mi sono mai allontanato io, e con le scarpe in mano si avvicina a me  puntando i piedi a terra come una gatta. I suoi passi non fanno rumore tra i sampietrini lucidi di mattino. Con un sorriso mi tolgo il cappello e glielo porgo, lei lo prende, lo mette al contrario e con il suo infinito sorriso mi chiede: “adesso mi racconti dove sei stato”? 

  • 03 novembre 2016 alle ore 15:21
    Non è sempre stato tutto così, papà

    Come comincia: Poi una mattina ti svegli e guardi delle nuvole bianche e piangi come se piovessero loro dentro te.

    Piangi le lacrime che avevi lasciato ad asciugare all’alba dell’indifferenza, sorta per anni, giorno dopo giorno dopo giorno.

    E vorresti che qualcuno la baciasse quella pioggia e, baciandola, l’asciugasse via.

    E quando ho sete e non ci sei, a volte, e mi sento troppo solo, di nascosto, bacio la pioggia per averti ancora qui.

    Non è sempre stato tutto così, papà.

    Non siamo sempre stati due muti di spalle.

    Porto il tuo sangue nelle mie vene. Mi tiene sempre caldo, anche quando fuori è freddo, e tu non ci sei, non ci sei quando vorrei due braccia forti, di uomo, vorrei un uomo che mi dica ci penso io a te.

    Non è sempre stato tutto così, papà, tutto così grigio tra noi.

    Non avrei mai immaginato di laurearmi senza sentire il battito delle tue mani enormi e callose, le mani di un uomo che ha girato il mondo.

    Non avrei mai immaginato di mettere un figlio al mondo e non vedere la tua faccia, e metterne al mondo un secondo ancora senza te. In fondo, loro due sono la memoria che il mondo conserverà di te, più a lungo di me. Anche il piccolino, che ha le mani di un uccellino, un germoglio per bocca e due gocce di mare azzurro per occhi, così fragile, così indifeso, anche lui è un numerino nella sequenza di Fibonacci legato a doppio filo a te, possibile che tu non senta il richiamo del DNA?

    Non è sempre stato tutto così.

    Te lo ricordi, quel giardino?

    L’albero che mi scelsi, il melograno, quello più spelacchiato.

    Quelle foglie che volteggiavano, con cui mi insegnasti a costruire barchette da varare in pozzanghere di fango, dopo che aveva piovuto, quelle foglie mi pare di sentirle ancora alitare il loro canto frusciante, mentre i raggi del sole, filtrandovi attraverso, disegnavano arabeschi mossi dal vento sul pavimento della nostra cameretta, affacciata sui rami.

    Te le ricordi, le giornate di pioggia, quando volevi partire, ti si leggeva dentro che volevi ripartire, non vedevi l’ora di prendere l’aereo che avrebbe solcato quel cielo che rovesciava su di noi tutta quell’acqua, larga e fragorosa, te lo ricordi, papà, te lo ricordi, come pioveva e come le gocce rimanevano appese sul dorso delle foglie, e dei rami, a punteggiarli di dune liquide che cadevano al primo soffio di vento, picchiettando la ringhiera del balconcino e zampillando giù, e tutte quelle macchie d’ombra sul porfido, te lo ricordi papà?

    Te la ricordi, quell’unica volta che mi portasti fuori, su quel fiume, appollaiati su quel ramo inclinato sul greto, ipnotizzati ore a vedere l’acqua scorrere via? Te lo ricordi, papà?

    O non sono stato niente nella tua vita?

    Quante notti ho aspettato.

    Quante notti ho pregato che un aereo partisse dall’altro capo del mondo per portarti a me.

    Quante notti ti ho cantato a me.

    E quante promesse. Quante promesse non hai mantenuto. Quante volte mi hai promesso quella maledetta macchinina a motore, e ogni volta che tornavi una scusa nuova che però, anziché smorzare, intensificava l’illusione (l’hanno finita, l’hanno venduta, l’ho ordinata ma deve arrivare, si è persa per strada, me l’hanno rubata).

    E però a chi volevi tu hai saputo regalare persino una casa, lasciando noi a pregare il nostro “padrone” un altro mese ancora, ci dia un altro mese ancora per saldare l’arretrato.

    E ci sono giorni che mi manchi, anche se non so più chi sei, se sei davvero il mio papà, se posso chiamarti ancora così, non lo so se sia giusto o no, ma mi manchi, mi manca il mio papà, mi manco io in realtà, mi guardo allo specchio mentre aggiusto l’ennesimo giocattolo alla mia principessa, che pende dai miei occhi, piena di speranza che il suo papà ancora una volta aggiusti tutto, e mi chiede “Me lo aggiusti, vero papà, che me lo aggiusti?” anche se è un’impresa impossibile, e io faccio anche l’impossibile pur di non deludere quegli occhi carichi di speranza, mi guardo e mi dico che mi manca un papà come me, ti sembrerò arrogante, ma era questo tutto quello che volevo, un papà come me.

    Sai quella casetta di legno che c’era in Africa? Te la ricordi?

    Al rientro in Italia mi promettesti che me l’avresti fabbricata.

    Stanco di aspettare per tanti anni, sai cosa?

    L’ho costruita con le mie mani.

    Una casetta bellissima, alta quanto me, con le finestre sui lati, la porta con lo spioncino, l’abbiano al piano superiore.

    Tutto proprio come me l’avevi promesso tu.

    Non le ho detto nulla alla mia bambina, l’ho costruita di notte, quando lei dormiva, e poi una mattina era lì.

    E nei suoi occhi ho visto me, e ho visto te, ho visto tutto quello che non sei stato mai.

    Ho visto tutto quello che non sei riuscito ad essere mai.

    E quando cadevo in quel giardino, e mi sbucciavo le ginocchia, rimanevo piegato a piangere, e tu mi dicevi corri, avvo, corri, vieni qui.

    E io correvo e non piangevo più, perché sapevo che avresti aggiustato tutte le cose.

    Ma mi sbagliavo.

    Mi sono sempre sbagliato.

    Ma non è troppo tardi.

    E anche se mi hai pugnalato un milione di volte, e anche se di seconde possibilità te ne ho date più di una, e ogni volta sei scomparso, temo che rimarrai sempre il mio papà.

    E se tu tornassi, tornassi a me, io non ti scaccerei, perché sei dentro di me, nella notte, in fondo in fondo, dove tengo chiusi a chiave i giorni dolorosi, ma ci sei, e se tu apri la porta, non importa quanto in fondo alla notte stai, se tu apri la porta, la luce filtrerà.

    E saremo ancora un figlio e suo papà.

  • 02 novembre 2016 alle ore 9:35
    LA MIA INFINITA MALINCONIA

    Come comincia: Ieri ho trascorso un po' di tempo con mia figlia che adesso ha 45 anni. Mi sono stupita di quante cose ci siano ancora sempre da dire, nonostante noi due abbiamo parlato tutta la vita. Lei si è tolta qualche sassolino dalla scarpa, rispetto a fatti relativi
    alla sua infanzia, alla scuola, alle incomprensioni e ingiustizie subìte certe volte, visto che io credevo sempre agli insegnanti e mai a lei. E' stato un confronto come tanti altri, leggero e senza recriminazioni, perfino allegro in qualche passaggio. Poi lei se n'è andata. Io però mi sono trovata messa di fronte ai miei limiti di allora, come madre, come educatrice, come "ascoltatrice" di mia figlia. Ero proprio un bel disastro. Sono rimasta per tutta la sera impigliata nel percorrere a ritroso il cammino fino all'inizio, fino alla sua nascita. Nel letto prima di addormentarmi mi sono accorta che mi scendevano le lacrime e così mi sono detta: abbi il coraggio, abbi il coraggio di pensarci, di tuffarti in quel periodo, il terribile periodo della sua nascita. Abbi il coraggio di ricordare chi eri tu: una giovanissima selvaggia, irresponsabile e recalcitrante a qualunque tipo di regola,
    ad ogni imposizione, una persona che viveva "secondo natura". Tutto ciò che accadeva, accadeva e basta. Era giusto che fosse così. La nascita? La nascita era un fatto che seguiva le leggi di natura quindi perché preoccuparsi, perché informarsi, perché andare dal ginecologo? Forse il ginecologo mi vide due volte in tutto il periodo. Attendevo tranquillamente che la mia bambola (o bambolotto) venisse al mondo, quella bambola che avrei coccolato, pettinato, vestito e spogliato, proprio come facevo quando
    giocavo da piccola. Quando tornai a casa dall'ospedale mi resi conto che il mio sogno si era concretizzato all'improvviso nelle sembianze di un esserino urlante del quale io non capivo assolutamente nulla. Io non sapevo cosa fare, sapevo solo che la sua voce
    potente mi penetrava il cervello come una lama e mi sembrava di impazzire: lei piangeva sempre, non dormiva mai, e io piangevo sempre e crollavo con lei in braccio. Non sapevo niente, come tenerla in braccio, come cambiarla, ma soprattutto come capire ciò che voleva e come farla stare zitta. La mia tristezza era così profonda, la mia malinconia così infinita, il senso di solitudine così devastante! Suo padre non c'era mai e quando c'era, invece di aiutarmi, se la prendeva con me che "non ero all'altezza". Come se io non me ne rendessi conto! Io e lei, lei e io. In quella casa in collina, lontana dal paese, lontana dalla gente, dove non si poteva nemmeno uscire a fare la spesa perché intorno non c'era niente. Cosa c'era in me che non andava! Perché vedevo soltanto mamme contente con il loro bambino in braccio, ed io invece ero così infelice? La mia bambina, così tanto desiderata, era finalmente una realtà eppure io pregavo soltanto che si addormentasse per potermi riposare il cervello.
    Dove erano le gioie della maternità? Dov'era la mia bambola? E io chi ero? Ero una madre indegna?
    Ieri sera mi sono detta: però poi ne sei uscita, come hai fatto? Non lo so, non ricordo come ne uscii, forse ero più forte di quanto io stessa immaginassi. 
    So soltanto che quando mi sono addormentata le lacrime scendevano ancora a suggellare l'unico ricordo che mi è rimasto di quel periodo: la mia infinita malinconia.

  • 29 ottobre 2016 alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:42
    Incongruenze... congruenti.

    Come comincia: Quanti ne devi compiere ad agosto? Sessantasette!? Vorrai scherzare! E tu saresti un'attempata signora che si avvicina ai settanta? Ma guardati allo specchio, anzi, meglio se non lo fai, altrimenti davvero impazzisci nel vedere quanto scompenso c'è tra la tua venerabile età anagrafica e la tua infantile, pazza, incorreggibile, incontenibile e, in fondo, commovente anima bambina. 

    Dai, fai come ti dico io: mettiti seduta, magari proprio davanti ad un grande specchio, composta e concentrata, e ripeti con calma all'immagine che ti osservaun po' imbronciata "Tu sei una donna alla soglia dei settanta, il tuo corpo combatte bene contro l'assalto degli anni, ma non sempre riesce ad eseguire perfettamente i tuoi comandi. Hai dovuto aumentare di una taglia i pantaloni, perché il vitino di vespa era ormai irrecuperabile. L'aspirapolvere è un incubo ogni volta: il tratto lombo- sacrale del tuo rachide protesta già dopo cinque minuti di smanettamento sul parquet. La sera stenti a prendere sonno, se tuo marito russa: ora è più difficile cadere dolcemente e velocemente nelle braccia di Morfeo (la tua anzianità ti dissuade dal cedere facilmente agli abbracci appassionati, seppure del dio del sonno).

    Va bene: ora mi siedo davanti allo specchio e faccio esattamente quello che tu mi suggerisci, o Ragione che non erra!

    Alzo gli occhi e vedo la mia anima bambina che ride e mi fa l'occhiolino.

    E dove pensi di nascondermi? - mi chiede - Copri con un telo questo specchio, alzati e vieni con me. Ho appena intravisto un tramonto dai colori straordinari sui monti. Prendi l'iphone e scatta una foto, che non vada perduto. Se il tempo permetterà, qualche mattina prenderemo la canna da pesca e tutta l'attrezzatura necessaria, e ce ne andremo al lago, come non facciamo da tanto. Anzi, sai che ti dico? Decideremo se andare a pesca o al mare, a camminare a piedi nudi nell'acqua, sul bagnasciuga. Dimenticavo: c'è da leggere quel libro, l'ultimo che hai comprato e che hai messo da parte per dare spazio a lavori di casa che potevi tranquillamente rimandare. 

    Ci sono mille cose da fare: essere felice perché tuo figlio sta per laurearsi, preparare il viaggio per raggiungere l'altro, che ti aspetta, dopo quattro lunghi mesi di lontananza, e non vede l'ora di riabbracciarti; sarà l'occasione per godersi il paesaggio bellissimo dell'Umbria, col cuore straripante d'amore per tutto, per lui, per la famiglia meravigliosa che hai, per la natura, per la vita. 

    E quella poesia che ti solletica il cuore da giorni, come onde del mare quei versi che si accavallano e chiedono di fermarsi finalmente sulla pagina bianca? La luna rossa di ieri sera era uno spettacolo: hai fatto bene a fotografarla, così sarà tua per sempre. La rosa appena invasata, quella color arancio, aspetta di essere innaffiata: dille che ne sei innamorata e ti aspetti grandi cose da lei, mi raccomando.

    Ora, però, alzati e vai a stendere la biancheria: il ciclo di lavaggio è finito da un pezzo. Ma non ti avvilire: di sicuro, mentre sarai lì, sul terrazzo, a stendere, nel cielo passerà qualche nuvola speciale, dalla forma strana, e potrai decidere a cosa somiglia.

    Non dimenticare che ci sono i nibbi, che planano a due a due nel tuo pezzo di cielo. Potrai seguirli con lo sguardo e sorridere, come ti capita ogni volta che li vedi volteggiare nell'azzurro, mentre si avvicinano e poi si allontanano, giocando a rincorrersi e poi a separarsi, per tornare subito dopo vicini, proprio come fanno gli innamorati.

    E continua a sognare, mi raccomando! Se poi non bastasse, senza remore, ti prego, scrivi tutto ciò che ti frulla nella testa e nel cuore. 

    Ricordati sempre che sei incorreggibile, sei una ragazza del quarantanove!

  • 28 ottobre 2016 alle ore 12:34
    Per mantenere una promessa

    Come comincia: Cara mamma,
    che ti avrei scritto ancora l'avresti mai pensato? Sei morta ormai già da oltre un mese, morta per gli altri, e per me molto molto più viva e presente di quando mi chiamavi in continuazione, per confessarmi, poi, rammaricata che avevi dimenticato cosa dirmi. E io, forte della certezza della tua presenza, avrò, magari, anche protestato dolcemente con te, pregandoti di tenere a mente le cose, prima di interrompere una mia qualche sciocca attività domestica.

    E cosa darei ora per essere interrotta! Ma tu non mi chiami più. Mi hai lasciato tutta intera la mia libertà e l'onere di utilizzarla, adesso che ho l'impressione di non sapere cosa farne.

    Ti scrivo da quella che, negli ultimi quattro anni, era diventata la tua stanza. Adesso ha riassunto l'aspetto originario, lo studio ricco di libri e di oggetti, collezionati in un'intera vita di lettrice accanita, docente appassionata, sentimentale scrittrice di emozioni.

    L'ho ritinteggiata e, dove prima era il tuo letto ortopedico, troneggia uno splendido divano color pietra, sormontato da un altrettanto splendido Chagall (sai? quello del "Volo", che piaceva tanto anche a te).

    Mi giro di tanto in tanto, dalla mia postazione web, e guardo, se per caso tu mi stia sorridendo con affettuosa ironia, gelosa come eri persino del computer, che mi distoglieva da te per troppo tempo, quasi fosse "un innamorato". E' che quando ti metti a scrivere, ti dimentichi di tutto - dicevi - anche di me!

    Ma tu non ci sei. Ora c'è il divano e c'è Chagall. Ora posso scrivere, senza rischiare di trascurarti.

    Cerco di non immaginarti nella tomba, perdonami. Lo sai cosa penso io del corpo che si corrompe, conosci i miei progetti per me stessa: nulla deve rimanere, se non la cenere che siamo. Ma tu e papà avete voluto diversamente e così sia. Dovremmo essere meno egoisti quando siamo vivi e pensare che, quando non ci saremo più, quelli che restano continueranno a pensare, a immaginare, a vedere con gli occhi della mente, se coloro che sono andati via rimangono nel loro cuore. Ma non voglio che tu pensi ad un rimprovero, anche se in realtà lo è.

    La lettera che ti scrisse Gra e che non arrivò in tempo perché tu la leggessi, l'ho fatta mettere tra la bara e la lapide, come lui ha voluto, perché tu potessi tenere, nel tuo ultimo giaciglio, anche un segno tangibile del suo amore, come i bigliettini degli altri nipoti, gli occhiali, il pacchetto di sigarette, i due euro per il viaggio, i tuoi immancabili fazzoletti da naso e la fotografia di papà, che baciavi ogni sera prima di addormentarti, chiedendogli quando volesse venire a riprenderti con sé.

    In quella lettera tuo nipote ti confessa il suo timore di non rivederti più, ti dice cose bellissime del presente e del passato, di tutti i giorni di festa trascorsi insieme a te e al nonno, della sua infanzia ricca della vostra amorosa presenza. Ti ricorda le epifanie trascorse a casa vostra, quando il nonno saliva in mansarda e batteva i piedi sul pavimento, per convincere lui e gli altri nipotini che Babbo Natale stava arrivando: bisognava allora rimanere chiusi in cucina, per dargli agio (a Babbo Natale!) di sistemare i doni vicino al caminetto, in sala da pranzo, sotto l'albero. E quanto erano ricchi di ansiosa felicità quei momenti di attesa!

    Scusami ora. Devo lasciarti. Continuerò domani.

  • 28 ottobre 2016 alle ore 10:55
    Innesto

    Come comincia: Lo sai come si fanno, gli innesti? Il contadino incide un taglio su un ramo, poniamo di un arancio, asportandone un pezzo di corteccia. Solitamente in primavera, sul finire del gelo. Poi prende il ramo di un albero diverso, poniamo un mandarino, e lo taglia. Quindi innesta il ramo reciso dal mandarino sul taglio inciso nell'arancio. Se i due tagli sono perfetti, se combaciano perfettamente, se le piogge sono abbondanti e il sole brilla come si deve, dopo un poco nasce un nuovo ramo che non è più un arancio, non è più un mandarino. Ma una perfetta fusione di due dolori, da cui nascono frutti che nessun'altra pianta del mondo potrà mai donare, una specie che non esiste in natura. Tu non mi sei entrata dentro, a ben pensarci. Io non ti sono entrato dentro. Abbiamo solo fatto, sul limitare di questo gelido inverno, un semplice innesto.

  • 27 ottobre 2016 alle ore 12:43
    Essere esordiente

    Come comincia: L’essere esordiente è uno strano essere.
    Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di clacson, però.

    La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

    La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e organi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

    Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

    Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non tanto come un singolo calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

    I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte e te la ripropongono già sapendo la risposta e pregustando il loro nuovo sollievo nel dirti che loro, su internet, non comprano niente, altrimenti avrebbero speso fantastiliardi di dollari per te. In realtà, comincio a sospettare che i parenti si aspettino tu prenda in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendole piovere stile aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

    Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano nei pantaloni, eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

    E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

    Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno: andare in giro a piazzare Tupperware e libri insieme.

  • 26 ottobre 2016 alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 11:07
    LE LOLITE CRESCONO

    Come comincia: "Ci hai fatto caso che ad Ambra stanno crescendo le tettine, sta diventando una donnina.""Di testa è sempre una bambina." "Non sono molto d'accordo, tu la vedi da madre io...""Non mi dire che ti senti un po' padre." "Volevo dire da estraneo."
    Andrea, cinquantenne, da poco pensionato della Guardia di Finanza, si stava intrattenendo, insomma parlando, con Arlène sua buona amica, insomma avete capito, sua...Erano le diciassette, un buon tè verde, biscottini usciti dalle sapienti mani, sapienti in senso sia culinario che...di Arlène quarantenne, divorziata, sua dirimpettaia e amante da quando la sua ex consorte, Armida, aveva fatto la valige per assoluta incompatibilità di carattere.Arlène bionda, longilinea era dolce, sopportava il carattere un po' particolare di Andrea e questo era il motivo principale del loro buon rapporto e poi era bravina anche a letto cosa molto apprezzata da un Andreacchio, rimasto un po' cucciolone, insomma un bambinone al quale devi dire sempre di si, inquadrati i due? Bene.Altro personaggio di questa vicenda Ambra, tredicenne sua figlia, molto amica e compagna di classe di Angelica, sguardo furbetto, caratteristica particolare: un sedere a mandolino che l'interessata muoveva con studiata indifferenza. Giudizio dei professori maschi puritani: "Se fosse mia figlia..." degli zozzoni: "Cresci e ripassa!"
    'Ciavete fatto caso che er nome de tutti i personaggi del racconto hanno inizio con la lettera a, no? Be fatece caso!' Scusate il romanesco ma è una frase copiata da uno scheck di Aldo Fabrizi.Ritorniamo alle tettine di Ambra oggetto di interessamento di Andrea."Non è che di botto ti sei scoperto pedofilo?" "Non scherzare, tua figlia è anche mia figlia anche se, come Angelica, mi chiama zio, a me basta la madre, a proposito che ne diresti..." "Direi di no, oltre che lavorare in ufficio chi a casa lava, stira, cucina, fa le pulizie, rifa i letti, scopa, in senso di pulire per terra?" "Lascia perdere prima che ti spunti l'aureola di santa, lo sai che sono ateo." "Stasera pizza alla napoletana di Kamut e contorni vari, niente fornelli accesi, telefona in pizzeria alla tua amica Deborah con l'acca e cerca di non fare come al solito lo svenevole, sei ridicolo!" "Cara Deborah con l'acca che ne diresti di farmi pervenire illeche et immediate la pizza napoletana di Kamut?" "Non abbiamo la pizza illeche et immediate, ti mando solo quella di Kamut." "Come al solito hai fatto una figura ridicola come se tutti avessero studiato latino, a proposito vedi di dare una mano ad Ambra e ad Angelica sia col latino che col francese, a scuola le professoresse mi hanno detto che ne mangiano poco."
    "Forse dipende anche dal fatto che ambedue le due signorine hanno: capelli lunghi a treccia unica posteriore, occhi e bocca truccati, niente reggiseno e dalle maniche corte della maglietta si intravede l'inizio di tettine, pantaloni stracciati lunghi sino al ginocchio, scarpe con troppo tacco ed andatura..." "Stai descrivendo due passeggiatrici romene del porto di Messina, ci vedo un pizzico di gelosia."
    "Hanno suonato al campanello, sta arrivando la pizza 'illeche et immediate', chiama le due mocciose." Avevo dimenticato di dirvi che anche Angelica abitava nello stesso palazzo e quindi era sempre a casa di Arlène. Ambra: "Stasera l'arte culinaria si spreca: anatra all'arancia, pollo alla diavola, scaloppine al marsala, evviva." "Stasera le due spiritosone sono di corvè, tutte e due a lavare i piatti mentre io e vostro zio sul divano a vedere la televisione, c'è Montalbano." Arlène si era vendicata. In fondo ad Andrea la situazione non dispiaceva, circondato da tre esseri femminili anche se due immature si ma sin quanto immature? Un episodio mise in allarme il maschietto della scala A), un pomeriggio: "Vieni a casa mia, le due scimunite sono andate a casa di un'amica, sono arrapatissima."Un volo e subito sotto la doccia. Arlène un corpo da statua greca: 1,75, seno marmoreo misura tre, vita stretta, gambe chilometriche, piedi bellissimi. Quello che più attraeva Andrea era il fatto che la signora aveva punta del seno e labbra della cosina di colore rosato, in passato aveva avuto un rapporto con una negretta e ne era uscito disgustato, insomma era un pò razzista in fatto di sesso.
    Sul lettone,la baby a gambe aperte:"Da dove comincio?" "Non è possibile..."
    "Allora scelgo io: alluci in bocca, sono diventato feticista, la colpa è tua sono troppo belli, come ha fatto tuo marito a lasciare un essere come te, un imbecille!" "Ti rendi conto di quello che dici, lascia stare la filosofia e baciami il fiorellino a lungo!" "Agli ordini, eseguo."Arlène dopo due orgasmi fece cenno di avere bisogno di un po' di tregua che Andrea non concesse entrando in una vagina completamente allagata e arrivando sino in fondo col suo 'marruggio' grande e lungo, la natura era stata benevola con lui. Arlène dopo un altro orgasmo cominciò prima a leccare e poi a mordere il collo dell'amante il quale, da vecchio zozzone cambiò porta d'ingresso con delicatezza ma il calibro era quello che era e Arlène strinse i denti; ogni tanto accontentava il buon Andrea che nel frattempo le procurava un orgasmo con il dito medio sul clitoride, insomma una goderecciata gigante.In pieno post ludio i due sentirono sbattere la porta d'ingresso, Arlène schizzò via dal letto, anche se sua figlia immaginava il suo rapporto con Andrea non voleva farsi vedere in quello stato."Ciao cara sei rientrata presto." "Ho mal di pancia, stasera non mangio, vado in camera mia."Istintivamente quel ritorno prematuro non aveva convinto Andrea, da Ambra c'era di aspettarsi di tutto, non si era sbagliato, i fatti futuri gli diedero ragione."Zietto devo confessarti una cosa."
    "Conoscendoti non sono sicuro di poterti dare l'assoluzione, vai dal canonico della chiesa qui vicina." "Un prete non capisce nulla di sesso perché non ha esperienza in quel campo e poi..." "Ho capito ti sei fatta un boy friend e..." "Niente boy friend ho avuto un rapporto con Angelica, non so nemmeno io come sia successo, eravamo sul letto e ripassavano una poesia che dovevano imparare a memoria quando Angelica mi ha messo una mano fra le cosce, ho avuto un orgasmo profondo molto di più di quelli che provo da sola, sono in crisi." E mò che gli dici ad una tredicenne dal primo rapporto lesbico, vorrei vedere voi. Andrea prese il viso di Ambra fra le mani: "Alla tua età si scopre il sesso etero, a te è capitato il rapporto omo, non porti tanti problemi, nel medio evo gli omosessuali venivano incarcerati e tutt'oggi nei paesi arabi vengono sanzionati con la morte ma devi sapere che, specialmente fra le femminucce, in questi rapporti c'è tanta dolcezza al contrario dei maschietti in ogni caso è una storia vecchia come il mondo, avrai sentito parlare della poetessa Saffo che nell'isola di Lesbo amava circondarsi di belle fanciulle con cui aveva dei rapporti detti appunto lesbici. Rasserenati, sei giovane, stai aprendo gli occhi sul mondo, talvolta ti apparirà strano, accetta le cose come sono, cerca solo di non fare sbagli irreparabili come quello di rimanere incinta alla tua età, può succedere e la tua vita ne verrebbe sconvolta, insomma hai capito, quando hai dei problemi c'è qui il vecchio zio Andrea." "Non sei vecchio!" "Alla tua età consideravo vecchi quelli che avevano pochi anni più di me, insomma hai capito son qua!" Andrea era in crisi non per quello che aveva saputo da Ambra ma sul fatto di far sapere o meno ad Arlène quello confidatogli da sua figlia, perché aveva preferito lui, un estraneo, a sua madre, forse per vergogna; decisione: niente rapporto ad Arlène. Dopo quell'episodio Andrea guardava la due fanciulle con altri occhi come, le vedeva toccarsi vicendevolmente il fiorellino in cui erano spuntati i primi peli. La visione gli aveva procurato un innalzamento di 'ciccio' che lo aveva lasciato perplesso, cosa poteva succedere se durante una lezione di latino la mano sua o di una fanciulla prendeva una direzione 'sbagliata', non voleva pensarci, ne sarebbe venuto fuori un gran casino! "Zietto ti devo comunicare una novità, mi son fatta un boy friend, si chiama Alessandro è figlio della preside." "Bene così avrai la promozione assicurata, sto scherzando, impegnati nello studio, te l'ho detto varie volte nella vita non si finisce mai di studiare, io anche prima di congedarmi mi aggiornavo sulle materie tributarie." "No volevo dirti un'altra cosa, io ogni tanto gli prendo in mano il coso che diventa duro ma è piccolino, con l'età crescerà?" Porcaccia miseria...che atteggiamento prendere: "È una cosa normale per quella età farsi un'esperienza; non c'è nulla di male basta che non combinate guai," ma che guai potevano combinare boh..."Parliamo di altro, è un po' che tu e Angelica non venite a farmi vedere i compiti e a fare un po' di ripetizione, prova a chiamarla." "È a letto con la febbre." Andrea istintivamente capiva che non era il caso di restare solo con Ambra: "Mi hanno chiamato dalla caserma, devo fare delle foto, ciao." Andrea non si era sbagliato, ogni giorno incontrava Ambra sempre triste, per le scale lo salutava appena finché una sera alle ventidue sentì bussare violentemente alla porta d'ingresso, Ambra in lacrime si abbracciò ad Andrea, lacrime sempre più irrefrenabili, finirono sul letto.
    "Quando riuscirai a calmarti vorrei sapere cosa ti sta succedendo, guardami in faccia."
    Ambra non si staccava dall'abbraccio, ci volle del tempo finché "'Tu non sei stato mai per me uno zio, nemmeno un padre ma molto di più. A otto anni, tu eri ancora sposato con Armida, un pomeriggio entrai a casa tua, in salotto, con la scusa di un bicchiere d'acqua allontanai tua moglie e rubai da un album una tua foto in divisa. Alcune mie compagne di classe si accorsero della foto e ridendo mi chiesero se ero innamorata di quel bel giovane in divisa, era vero. Già da allora provavo per te un sentimento profondo che aumentava di giorno in giorno, ero diventata gelosa di tua moglie ma mi è parso d'impazzire quando giorni fa, rientrando in casa prima del tempo ti ho visto mentre facevi l'amore con mia madre, tu nudo, un dio con un coso grosso e lungo che avrei voluto io avere dentro di me, avrei voluto uccidere mia madre, mi chiusi in camera mia e non andai a scuola per una settimana, ora son qua..." Nel frattempo Andrea si era ritrovato nudo spogliato da Ambra che aveva preso in mano e poi in bocca il suo 'ciccio' diventato grosso e duro come non mai per poi dilagare nella boccuccia della ragazzina che seguitava, seguitava, seguitava... Un piacere inaspettato, un ricordo confuso, il cervello annebbiato, senza forze Andrea si ritrovò solo, solo col casino combinato senza quasi accorgersene ed ora? Cominciava ad albeggiare, Andrea girava per casa come istupidito in cerca di una soluzione, non poteva certo far fìnta di nulla, come comportarsi con madre e figlia eh, maledizione a lui era nei guai, Ambra non lo avrebbe mollato visto come si era comportata unica soluzione: la fuga ma dove? Il suo pensiero di rivolse a sua cugina Silvana di Roma che era stata per lui una sorella nei momenti difficili. Via, valige e partenza immediata con la fida Jaguar X type acquistata con i proventi della vendita della villa della defunta zia Giovanna. Durante il traghettamento un buon cappuccino con brioche, una buona boccata di aria marina, era proprio rinfrancato, non si poteva far condizionare da una quattordicenne si ma...uffa per lui era stato solo un pompino ma per lei il suo grande amore? Squillo del telefonino ahi ahi chi poteva essere, basta guardare...Arlène:
    "Ciao cara, ti avrei chiamato io, sono sul traghetto per Villa S.Giovanni, una telefonata di Silvana da Roma, suo figlio Cesare ha avuto un brutto incidente stradale, è ricoverato in coma, lo sai quando c'è un problema siamo sempre a disposizione uno dell'altro, per me Cesare..." "È come un figlio, mi pare che figli ce ne hai troppi in giro, soprattutto femminucce!" "Non ti metterai a fare la gelosona, non è da te, era un po' di tempo che pensavo di cambiare aria nel senso che andrò ad abitare a Cerenova dove Silvana ha una villa e poi se capita l'occasione, chissà al mare con tanta di quella foca..." "Non te ne approfittare perché sono innamorata di te, ciao." Andrea sperava di non ricevere altre telefonate invece...era Ambra, decisione immediata:"Cara ti sei voluta fare lo zio, mi sta bene ma 'semel in anno licet insanire', scrivitelo e traducilo, capirai, ciao."Si era levato un peso ma che sarebbe successo al ritorno? Basta pensare, non aveva avvisato la cuginetta:"Silvana indovina dove sono?" "A letto con qualche mignotta ho indovinato?" "Ci sei andata vicino, poi ti dirò, sono sul traghetto Messina - Villa S.Giovanni, verso sera sarò a casa tua."
    "Mi hai incuriosita, non riesco ad immaginare che porcata avrai combinato, da te mi aspetto tutto." "Mi hai dato dello zozzone e io non ti racconto niente, tieh."
    "Racconti, racconti, stasera andremo nella trattoria 'Urbana' sotto casa, hanno cambiato gestione e cucinano alla grande, ciao." Era un po' di tempo che mancava da Roma, ad Andrea la città gli sembrò diversa anche se nulla era cambiato: casa di Silvana in via Cavour 101, l'edicola all'angolo, l'ingresso di un piccolo albergo, il negozio di frutta e verdura, la macelleria, la chiesa di S.Maria Maggiore, i bar...l'aria di Roma, la sua Roma, dove era nato, mai dimenticata anche dopo i molti trasferimenti in giro per l'Italia. "Fatti una doccia, puzzi come un cane!" "Come saluto di benvenuto non c'è male!" "Sto scherzando, mi fa sempre piacere quando mi vieni a trovare, il racconto dei tuoi casini dopo cena, a stomaco pieno, sei come l'aspirina. Cesare stava bene, abitava per conto suo, ogni tanto cambiava fidanzata, a Messina ne aveva portate quattro tutte alloggiate all'hotel 'Paradise' a spese dell'Albertone o a Panarea presso l'albergo dell'amica Lidia. A cena il telefonino di Silvana squillava a ripetizione causa il lavoro di consulente tributaria e del lavoro, i clienti non gli davano pace nemmeno la sera. "Chiudi stà porcheria e che c..o!" "Aggiornami senza imbrogliare, non ti vergognare io sono come una vecchia mignotta a cui i cosi grossi non fanno effetto!"
    Uberto fu sincero, Silvana non battè ciglio: "Penso che sarai mio ospite a lungo, le lolite sono pericolose poi c'è di mezzo anche la madre, nemmeno Stecchetti quello scrittore pornografo del prima novecento avrebbe avuto la fantasia di un casino totale come il tuo." I giorni successivi Alberto si scoprì turista : stazione Termini, via Nazionale, piazza di Spagna, altare della Patria, via del Corso, fontana di Trevi tutto immortalato dalla fida Canon. Tornava a casa stanco e affamato ma si doveva improvvisare cuoco, Silvana sempre al lavoro non aveva tempo di cucinare ma non gli dispiaceva. Ricordava quando a Montecrestese, da finanziere, in una brigata di confine sopra Domodossola espletava il suo turno di cuciniere. Qualche giorno al mare a Cerenova nella villetta di sua cugina: sulla spiaggia a prendere il sole, cosa strana per lui non sentiva il bisogno di attaccare bottone con qualche baby sola sulla spiaggia, brutto segno non apprezzare più le attrattive femminili! La sera al solito ristorante:
    "Fammi un resoconto dei giorni passati al mare." "Solitudine totale, forse sento ancora lo shock del casino combinato a Messina." "Non è stata colpa tua, ti sei trovato in mezzo tra madre e figlia, non è che ti sei fatta pure la nonna?" Un pomeriggio squilla il telefonino, Arlène, dubbio se rispondere o meno..."Mon petit chou (la baby era di origine francese) sento il bisogno di parlarti, ormai è passato un anno e, come sai, il tempo...La scimunita mi ha messo al corrente, immagina la mia prima impressione, le due persone che più amo al mondo, ho abbracciato Ambra che nel frattempo, ne aveva combinata un'altra: aveva ripreso i rapporti omo con la su amica Angelica, ora pare che la situazione sia tornata alla normalità ammesso che nel nostro caso il vocabolo abbia un significato, non sono una conformista ma...mi senti, dimmi qualcosa, ho bisogno di sentire la tua voce." "Son qua, anche se potrà sembrarti improbabile ma è un anno che..." "Non so se mi faccia piacere o meno, dobbiamo ritrovarci, il tempo passa, o torni a Messina o io vengo a Roma." "Voglio parlarne con Silvana, è il mio 'consigliori', ti farò sapere.""Silvana..." "Ho capito tutto, la tua bella ti reclama ma tu non sai se tornare a Messina o restare qua ospite indesiderato, ci ho azzeccato?" "Alcune volte mi fai impressione, sei una maga, una maga buona che consiglierà |^ÌTtóxAtfeefto-di.."
    "Di fare quello che più desidera, nella tua camera potrei metter un altro letto, scegli tu."
    L'idea di fare il turista per Roma al braccio Arlène era una soluzione gradita, avrebbe anche fatto vedere alla sua bella la casa di via Conegliano vicino S.Giovanni dove era nato e vissuto sino al momento dell'arruolamento nella Guardi di Finanza, decisione apprezzata anche dalla cuginetta. Arrivo alla stazione Termini col cuore in gola da parte di ambedue gli innamorati, valige disfatte e immissione dei vestiti nell'armadio poi la solita cena a tre."Arlène più ti guardo e più mi piaci, non capire male, io apprezzo chi ama mio cugino e mi sembra che tu...A còsi non mettiamola sul patetico, Nando portaci una bottiglia del tuo meglio vino, dobbiamo festeggiare." A casa: "Belli qui ci sono due lenzuola la migliori del mio corredo, sono profumate alla violetta."
    Dapprima timidamente e poi sempre più violentemente a due presero a far l'amore, alla fine spossati: "A coso mi hai distrutto la cosina, ci vediamo fra un altro anno."
    "Non ti ho domandato di Ambra." "È ospite della famiglia della sua amica Angelica, non c'era altra soluzione, io non potrò stare a lungo a Roma, ho solo quindici giorni di licenza." I quindici giorni passarono in fretta, Arlène aveva pronte le valige quando:
    "Aspetta, una telefonata di mia figlia: dimmi tutto cara, come... non so che dirti poi mi informerai meglio quando verrò a Messina, un saluto da parte di Andrea, ciao cara."
    "Allora le ultime novità spero piacevoli." "Bah! Ambra si è fidanzata con un certo Agilulfo, anche se ha un nome impossibile è un ragazzone che conosco, suo compagno di scuola, un bravo ragazzo, di buona famiglia, spero riuscirà a cambiare la vita di mia figlia." "Cara Silvana valige doppie, torno nella città dello Stretto, quando vorrai sarai mia gradita ospite, a proposito tu niente maschietti?" Andrea riuscì a schivare un cucchiaio di legno, l'ultimo saluto della cuginetta.

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:50
    I LICENZIOSI

    Come comincia: I licenziosi chi sono? Senza scomodarvi a consultare il vocabolario ve lo suggerisco io: sono quei simpaticoni che se ne fregano delle convenzioni e, a modo loro, vivono felici.
    La simpatica storia che sto per raccontarvi è vera, non ci credete? Fatti vostri in ogni caso ritengo che la possiate apprezzare solo se avete il senso dello humor, non siete conformisti e soprattutto se amate il sesso!
    Protagonisti: Alberto e Nausicaa (ma voi pronunziatela con una sola a) e poi Massimo con Quinta regolarmente maritati sinché...
    "Che é sto casino, i nostri sovrastanti..." Alberto si era rivolto alla amata consorte commentando il rumore di vasellame sbattuto violentemente per terra e sulle pareti che proveniva dal soprastante appartamento dove dimoravano (non sempre pacificamente) i loro amici Quinta e Massimo. Vi meraviglierete, come d'altronde io la prima volta, quando ho appurato che ad un essere umano femminile fosse stato imposto al posto del nome un numero. Spiegazione: nella valle dell'Esino, fiume vicino a Jesi (An), forse per non scontentare i nonni o per altri ignoti motivi, ai nascituri venivano imposti invece di un comune nome dei numeri bah!
    "Il solito litigio, amore mio pensa ai bagagli." Nau aveva in testa il prossimo viaggio a Parigi e non aveva alcuna voglia di pensare ai fatti altrui.
    Finita la buriana, i due futuri turisti sentirono bussare violentemente alla porta d'ingresso.
    Elettra struccata e incazzata nera aveva poggiato a terra due valige: "Questa è la volta buona, ho trovato un messaggio di qualche bagascia sul telefonino di Massimo, torno da mia madre a Cingoli!" Per i non marchigiani è una località collinare in provincia di Macerata detta balcone delle Marche.
    Con un abbraccio i tre amici si salutarono, ogni frase sarebbe stata inutile.
    Dopo circa un'ora un bussare sommesso alla porta, era Massimo.
    "Siediti, stiamo preparando i bagagli, partiamo domani per Parigi, fermati mangerai un boccone con noi."
    "Massimo, forse avrai capito che questa è la volta buona, quando non va...se Nausica è d'accordo ti invitiamo a venire con noi, conosco un dirigente ali'Alitalia, penso che troveremo un posto anche per te, allegria!"
    Over booking adiuvante, i tre amici si trovarono in aereo seduti in tre posti vicini con in mezzo la femminuccia del gruppo.
    Alberto incallito fumatore di pipa,: "Vado in bagno..."
    Massimo era veramente a terra, occhi chiusi, forse una lacrima, la sua vita sconvolta. Nau gli accarezzò il viso e poggiò l'altra mano sulla coscia del vicino il quale, inaspettatamente, aumentò vistosamente di volume al centro, insomma lì, situazione rilevata da Nau con un sorriso di compiacimento: ancora, malgrado i trentacinque anni, riusciva a sollecitare gli appetiti sessuali dei maschietti. Bacino sulle labbra di Max e poi ritirata strategica, stava rientrando Alberto.
    Arrivo in taxi all'hotel De Ville. Il portiere parlava italiano: "Benvenuti signori i vostri nomi?" Alberto: "C'è un problema il nostro amico non ha prenotato e quindi..." "Spiacente signore, siamo al completo, a ferragosto..." Cinquanta Euro passano di mano da Alberto al portiere il quale: "Forse una soluzione ci sarebbe, mettere un lettino nella vostra camera."
    Panorama stupendo con vista sulla Torre Eiffel, camera abbastanza grande, lettino posizionato vicino finestra. "Massimo molla il muso, siamo qua per divertirci, ti troviamo una bella pollastra e via..." Cena deliziosa innaffiata da un buon Bordeaux che aveva messo in allegria la compagnia, passeggiata vicino alla Senna e poi ritorno in albergo.
    Massimo "Posso farmi la doccia?" "Nau: vai caro noi abbiamo da fare..." e mise in atto l'intenzione. Un doverosa premessa: al contrario di altre femminucce, Nau amava molto il sesso anale e per migliorare la prestazione ...
    Un passo indietro: da una rivista porno acquistata da Alberto aveva notato la pubblicità di due vibratori, uno normale con le solite batterie e l'altro molto particolare in quanto aH'interno cavo era possibile immettere dell'acqua tiepida che poteva venire spruzzata da due simil testicoli che, compressi, facevano giungere al collo dell'utero il liquido in sostituzione dello sperma, insomma un'aggeggio sofisticato che Nau decise di acquistare. Il giorno seguente si presentò dinanzi ad un porno shop e stava per entrare quando vide che come commesso c'era una femminuccia invece del solito maschietto possibilmente omo. Difficile capire quel che passò per la testa alla consorte di Alberto, forse una crisi di pudicizia fatto sta che ritornò a casa incazzata con se stessa.
    Pranzo col muso lungo, alla fine : "Posso aiutare la mia signora?" Nau raccontò l'episodio ed Alberto decise di far lui i due acquisti. Al suo rientro grande curiosità e Nau decise di provare subito quello con lo spruzzo con grande sua goduria. Ritorniamo a Parigi: in mancanza del vibratore la bella si accontentò di un sessantanove e, al rientro nella stanza di Massimo, insieme al consorte andò in bagno per una doccia ristoratrice.
    Al ritorno a letto: "Buonanotte caro, sogni d'oro." E si girò dalla parte del letto di
    Max. All'inizio non ci fece caso poi, allungando il collo, notò alla luce riflessa del lampione sottostante che il profilo del corpo di Massimo aveva come dire, un andamento particolare: al centro si ergeva un alberello piuttosto pronunziato. La signora, accertatasi che il consorte già dormiva della grossa, decise d'impulso di andare di persona a verificare quella specie di cannocchiale.
    Le venne in mente l'inizio di un canto carnascialesco romano: 'Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento'in questo caso bastavano due palmi...
    Come suo costume, d'istinto decise che voleva prendersi una vacanza sessuale, prese in mano quel coso il quale reagì allungandosi ancora di più, altro che alberello era una sequoia! Come aperitivo un piccolo bacio sulla punta e poi immissione in bocca che praticamente fu riempita, dopo qualche su e giù il ciccio di Max decise che la cosa era molto piacevole e quindi inondò la bocca della signora che apprezzò il buon sapore molto migliore di quello di suo marito. Stava per ritirarsi quando constatò che il cannocchiale non solo non si era ritirato anzi sembrava ancora più lungo e grosso... Decisione: uno smorcia candela (se non sapete l'origine della locuzione ve la spiego dopo) in parole povere decise di cavalcare Max anche se si accorse subito della difficoltà considerate sia la lunghezza e soprattutto il diametro del pene. In passato aveva avuto esperienze con vari maschietti ma mai una bestia di quella portata mai, ci volle del tempo prima di arrivare in fondo. Lo schizzo dello sperma gli ricordò quello provato con il vibratore. A quel punto presa da una frenesia sessuale decisa che anche culino dovesse provare qualcosa di insolito, strinse i pugni quando... Alla fine di recò in bagno dove per sua fortuna teneva una pomata per lenire il dolore, decise che non avrebbe mai più cercato di provare analoga esperienza. Uno strano collegamento di quando era in collegio le sue colleghe che studiavano tedesco pronunziavano ridendo la frase: 'la gatta nel carbone', non aveva mai provato a tradurla in tedesco, provateci voi!
    La mattina si trovò sola nella stanza, raggiunse i due maschietti al bar per la colazione. Il Barman: "La signora gradisce della panna nel cappuccino?" Nau si mise a ridere ricordando lo sperma di Max ingoiato lasciando il marito interdetto per quella risata per lui inspiegabile...
    Un passo indietro: lo smorcia candele era una canna in cima alla quale veniva apposto un cono di alluminio che serviva in chiesa per spegnere le candele poste più in alto, parlo di anni addietro.
    La vacanza dei tre? I giorni successivi vita da turisti comuni: viaggio in bateau mouche quei battelli che 'solcano'la Senna e ti fanno vedere Parigi dal basso, visita di qualche museo (Alberto si rompeva...), anche qualche locale classico per turisti tipo Moulin Rouge, in fondo una noia, solo una certa Nausicaa (con due aa) avrebbe avuto un ricordo indelebile.. "Cara è un bel po' che sei in bagno, si tratta di colite?" "Di culite, di culite maledizione!"
    La gatta nel carbone si traduce in tedesco in: 'katze in der kohle'!

  • 23 ottobre 2016 alle ore 10:07
    MELANIA CRESCE

    Come comincia: Era il 31 marzo 1967 quando la dolce Melania Milafi aveva lasciato il comodo pancino della mamma per respirare l'aria marina della città di Messina dopo che un ostetrico, per dovere professionale le aveva accarezzato, non proprio dolcemente, il piccolo sederino suscitando la arrabbiata riprovazione dell'interessata.
    Il lieto evento tanto desiderato dalla mamma Mara, figliatrice di razza, era stato accolto con gioia dal papà Gaetano, dal fratello Antonio, bel pupone grassottello e dalla sorella Anna detta 'chatte' (gatta) a causa del suo sguardo felino dei suoi occhi verdi che non promettevano nulla di buono per chi osasse contraddirla. La piccola Melania crescendo era attenta a tutto quanto la circondava; sempre calma e sorridente si metteva in agitazione solo a stomaco vuoto ed a pannolino pieno.
    I familiari accorrevano in gran fretta per evitare piagnistei udibili in tutto il palazzo. Una volta soddisfatta la baby riprendeva la normale tranquillità.
    Riconosceva le persone che la attorniavano abitualmente ed alle quali distribuiva larghi sorrisi, non altrettanto bene con estranei accolti con pianti di ripulsa. "Gaetano come ti spieghi che tu e tua moglie, classici esemplari del tipo mediterraneo avete sfornato una figlia biondissima?
    Gaetano, buono d'animo, attaccato alla religione sino allo spasimo, non accettava la provocazione con senso dello humor ed evocava lontani parenti di origine irlandese che sicuramente avevano contribuito a trasmettere le caratteristiche nordiche alla bimba. Mara dalla moralità ineccepibile, non accettava il sarcasmo e fulminava con lo sguardo truce l'improvvido irrisore.
    Melania cresciuta assai viziata, voleva far valere sempre il suo punto di vista talvolta con richieste decisamente stravaganti come quella di voler andare a passeggio di notte. Altra peculiarità, non apprezzata dai fratelli, era quella di cercare l'anima' dei giocattoli, compresi quelli di Antonio e di Anna con la conseguenza di ridurli in uno stato pietoso e di vedersi precluso l'ingresso nella comune sala giochi.
    Un giorno scoprì un passatempo piacevole: a cavalcioni sulla sponda del lettino aveva provocato eccitazione nello strusciarsi il fiorellino con la conseguenza finale di una gradevole goduria alla quale, in seguito, ricorse spesso. Stranamente Melania, sin dalla prima volta, aveva accettato con piacere la novità di frequentare l'asilo; si trastullava con maschietti e con femminucce ma non aveva abbandonato la inveterata abitudine della sistematica distruzione degli altrui balocchi (i suoi erano diventati dei rottami) vezzo non apprezzato dai compagni di giochi.
    Nemmeno le maestre erano immuni dalle sue burlette: una voltatila richiesta di una maestra di andare a prendere una palla rossa, l'aveva scelta di color verde ed aveva ripetuto lo scherzo tante volte sinché convinse la insegnanti che fosse daltonica. A casa mamma Mara ripetè l'esperimento e capì subito che la piccola rompiscatole aveva messo in atto uno dei suoi giochetti.
    Altri problemi erano sorti allorché la deliziosa baby era stata iscritta alla prima elementare: abituata a svegliarsi dolcemente in tarda mattinata, rimpiangeva l'asilo giudicando I scuola elementare un motivo di disturbo delle sue buone abitudini. Mara come il papà Gaetano ed i fratelli dovevano essere presenti al posto di lavoro o a scuola alle 8,30, orario che Melania giudicava antelucano.
    La storia si ripeteva ogni mattina, Melania veniva appoggiata ed in seguiti sbatacchiata sul divano del salone al fin di farla svanire dal sonno.
    Tale comportamento non aveva dato esito alcuno in quanto l'interessata riprendeva placidamente a dormire il sonno del giusto per cui un giorno Mara, esasperata, IOaveva adagiata delicatamente ma con decisione sul piano esterno della porta d'ingresso.
    La mancanza del solito calore, non solo umano, svegliò di botto la piccola sfortunata che capì l'antifona e corse precipitosamente a farsi vestire, con le buone maniere... A Melania si potevano rimproverare tante manchevolezze ma non quella di essere una studentessa negligente. A scuola seguiva con attenzione le spiegazioni degli insegnanti, a casa era scrupolosa nel seguire i compiti assegnatile, i maestri erano entusiasti, i genitori piacevolmente sorpresi soprattutto la mamma che negli studi non era stata eccelsa (aveva preso dal padre).
    La famiglia Milafi era inaspettatamente aumentata di numero allorché un implume passerotto, caduto dal nido, era approdato sul terrazzino di casa. "Dono del Signore" aveva chiosato papà Gaetano, "Rottura di scatole" aveva commentato la più pratica mamma Mara che vedeva aumentato il 'bordellino' in casa.
    Ciccio Pupella (questo il nome appioppato al volatile dal buon Gaetano) cresceva circondato dalle affettuosità di Antonio e di Anna che lo imboccavano con una cannuccia, Ciccio li ricambiava con leggere beccatine sulle mani o sui lobi delle orecchie quando si arrampicava sulle loro spalle.
    Talvolta veniva ristretto in gabbia per evitare che lasciasse in giro le sue 'fatte', evento non apprezzato dall'interessato che non si rendeva conto delle ragioni della sua prigionia.
    Quello che però faceva più incazzare Ciccio Pupella era l'abitudine di Melania di prenderlo in mano e di portalo in bocca subissato di tanti 'bacini'. "Melania non mettere l'uccello in bocca, è un volatile" sentenziava Mara senza rendersi conto del doppio senso...Un giorno Ciccio Pupella, stanco dei continui 'bacini', adocchiata una finestra aperta, divenne uccel di bosco.
    Melania cresceva bene in altezza, anche il seno le era cresciuto prosperoso al contrario della sorella Anna praticamente piatta. In comune le due sorelle avevano gli occhi ereditati dal padre, grandi e luminosi che cominciavano a truccare quando uscivano, di nascosto di mammina. AQUIBNDICI ANNI per Melania il primo flirt con grande frustrazione della genitrici che era in costante lite condominiale con lo zio del prescelto: Melania si era fidanzata con Tonino Marrazzo. Mara accampava sempre nuove scuse per impedire alla figlia di incontrarsi con boy friend, in verità non era facile in quanto Tonino era il classico bravo ragazzo, studioso, serio, ben educato, il suo 'difetto' era quello di essere il nipote di Giuseppe Marrazzo.
    "Mamma non facciamo niente di male, ti prego fammi andare al cinema con lui.
    "Ci mancherebbe pure che facessi qualcosa di male, vada per questa volta ma che non diventi un'abitudine."
    Mara era giunta al matrimonio vergine ed aveva idee molto severe in fatto di sessualità. Per paura che le figlie facessero qualcosa di proibito rappresentava situazioni di pericolo come quella di essere considerate dalla gente delle poco di buono, di rimanere incinta di non potersi più sposare perché non più vergini.
    La pillola anticoncezionale, poi, portava al tumore, il papà rincarava la dose affermando che i rapporti prematrimoniali rappresentavano un peccato mortale. Melania non andava al di là di casti bacini che però producevano in Tonino effetti prorompenti aH'interno dei suoi pantaloni. Dubbiosa la baby si limitava a toccare il 'coso' al di sopra della stoffa ma col tempo, presa dalla curiosità, aveva acconsentito che Tonino 'lo tirasse fuori.'
    Subito gli era parso mostruosamente grosso e decise che mai avrebbe permesso di farselo introdurre nel suo piccolo buchino. In seguito, innamorata più che mai,aveva acconsentito ad effettuare 'lavoretti' manuali ed infine anche 'orali', quesfultima pratica aveva dei risvolti di sapidità non piacevoli e c'era voluto del tempo per abituarsi. L'unica cosa che non apprezzava in Tonino e che non sapeva farla godere. Il boy, come molti suoi coetanei, aveva idee confuse sulla conformazione sessuali tà femminile, le sue mosse maldestre avevano convinto Melania a riprendere le buone abitudini acquisite da bambina. Una svolta nella vita di quesfultima avvenne allorché giunse a scuola il nuovo professore di educazione fisica: durante l'ora di ginnastica : durante l'ora di lezione tutte le sue compagne di classe erano eccitate. Sandro Ridolfi proveniva da Ferrara ed aveva partecipato alle ultime olimpiadi nel corpo libero. Era stato eliminato al primo turno ma restava il fatto che poteva sfoggiare un fisico muscoloso, scattante e col petto con la classica forma di carapace di testuggine.
    Abitava in una villa vicino al lago di Ganzirri di proprietà di suoi cugini, i Milioti, ricchi commercianti di vini. Il motivo di quel trasferimento a Messina non era dato sapersi ma, tutto sommato, non interessava nessuno o quasi.
    Un giorno Melania, mentre giocava a pallavolo cadde a terra ed affermò di essersi fatta male ad una caviglia. L'insegnante Ridolfi ritenne opportuno penderla in braccio ed accompagnarla con la sua auto al pronto soccorso. Dinanzi al medico di turno Melania non ricordò con sicurezza quale caviglia si fosse infortunata... "Professore sono pesante, si è stancato a tenermi in braccio?"
    "Per ora mi sono stancato di farmi prendere in giro, ti accompagno a casa e vedremo quello che diranno i tuoi genitori!" "Professore non mi rovini, soprattutto mia madre la prenderebbe male, la prego...sono pronta a pagare pegno."
    'Tradotto in parole povere quale sarebbe?" "Quello di darmi il suo indirizzo di casa sua. " "A che servirebbe?"
    Nella vita non si sa mai." Melania aveva buttato l'amo e vi aveva inserito un verme appetitoso, se stessa, si era stancata di un bambino, tale considerava Tonino e voleva concedersi nuove esperienze.
    I giorni passavano inutilmente, Melania si sentiva offesa, non era una ragazza da buttare anzi...
    "Professore mi si è acuito di nuovo il dolore alla caviglia."
    "Il dolore non è un pochino più in alto?" Melania era diventata rossa in viso, per fortuna nessuna aveva potuto udire la conversazione, era in fondo alla palestra. "Posso andarmene dopo che mi ha trattato da puttana?"
    "Non era mia intenzione, ti chiedo scusa, tieni."
    Sandro le aveva passato un biglietto con un numero telefonico l'indirizzo della sua abitazione a Ganzirri.
    Melania doveva risolvere due problemi:
    escogitare una scusa per allontanarsi da casa;
    trovare un mezzo di locomozione per raggiungere Ganzirri da viale dei Tigli, non aveva la patente né tanto meno una macchina.
    Soluzione:
    -copertura da parte di Margherita sua compagna di scuola;
    una bicicletta procurata dalla stessa.Melania percorse velocemente gli otto chilometri di distanza, senza, per fortuna, incontrare alcun impiccione parente o amico che fosse.
    Sandro era dinanzi al cancello della villa ad aspettarla, prese la bicicletta e la depositò nel garage fuori della vista di estranei.
    "Che bel posto, vorrei visitare il giardino, da fuori sembra magnifico."
    Sandro non fu particolarmente felice della richiesta che considerò improvvida ma non fece commenti.
    Melania ebbe modo di ammirare i prati all'inglese, le siepi ben tenute, gli alberi di alto fusto, le terrazze che degradavano verso il lago ed infine la gabbia degli uccelli.
    Furono accolti da un 'cornuto' parola pronunziata da un bell'esemplare giallo e nero di pappagallo.
    "Vedi questo è il pierino della specie, è un pappagallo indiano che, oltre che alle parolacce apprese da un giardiniere palermitano, imita in maniera perfetta tutti i suoni. Sto scass...zzi in passato ha fatto impazzire un po' tutti: col suo trespolo era stato piazzato all'ingresso della villa. Aveva imparato così bene ad imitare lo stridio del cancello che, ad ogni sua performance, qualcuno andava a controllare. In ultimo è stato sgamato ed immediatamente esiliato fra gli altri uccelli." Entrarono in casa, all'interno si avvertiva la mano di un architetto, gli alti muri erano rivestiti con marmi pregiati, i mobili di legno massiccio erano di fattura antica, ben restaurati, tutto dava l'idea di opulenza e di buon gusto.
    "Questa è la mia stanza arredata con arte povera ma l'ho migliorata con un televisore maxischermo e con un home thèatre. Poco dopo infatti la stanza fu inondata da una musica romantica.
    Sandro prese Melania fra le braccia iniziando a ballare ma per modo di dire in quanto non si spostava da una mattonella, si francobollò sul suo corpo mentre le mani presero a strizzare violentemente le natiche di Melania che si trovò in bocca un grosso randello che le impediva di respirare. Per ultimo dovette assaporare una spuma acida che nulla a che fare aveva con quella di Tonino. La signorilità e lo stile non erano di casa dalle parti di Sandro abituato più a trattare con professioniste del sesso.Melania andò in bagno a vomitare, era stralunata.
    "Ti senti male?"
    'Tra poco ti sentirai male tu, maledetto maiale" e prese in mano un grosso candelabro. L'insegnante di ginnastica fece ricorso a tutte le sue qualità di atleta ed approdò velocemente al piano di superiore, non riusciva a capacitarsi del comportamento di Melania, talvolta le donne...
    Melania in bagno di riempì la bocca di dentifricio per cercare di eliminare quel cattivo sapore, in garage prese la bicicletta e via a casa di Margherita alla quale raccontò gli ultimi avvenimenti ed insieme concertarono di riferire tutto al preside il giorno seguente.
    professor Pugliatti le accolse col solito sorriso che sparì presto dalla sua bocca allorché apprese le malefatte del professor Ridolfi.La versione dei fatti di Melania era un pò 'prò domo sua' ma fu creduta in toto. Dopo quattro giorni il professore di ginnastica Sandro Ridolfi andò a mostrare il suo carapace in un'altra scuola d'Italia trasferito d'ufficio dal Ministero della pubblica Istruzione, pare che avesse avuto altro analogo incidente a Ferrara...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 17:57
    SALVO E LA GELOSIA

    Come comincia: Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner.
    La gelosia:
    "È un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre", Shakespeare ha ragione;
    è un sentimento degli dei pagani verso gli uomini; gli dei non gradivano che i mortali si 'facessero' le loro femminucce;
    è una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura;
    è la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te.Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancor di più; se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna.
    Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici.
    Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole!
    Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei...
    Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente, offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso e lussureggiante bel vedere non devi lamentarti affermando:
    "Non dovevi farlo!" non spiegando a chi ti riferisci:
    alla consorte troppo ... generosa;
    al fotografo che ci ha guadagnato sopra;
    all'allupato, abbagliato spettatore che sbiluccica le immagini.Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati.
    Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri, rivolgiti agli dei Dioniso o Pan se sei pagano o, se cattolico, a san Giuseppe od anche a san Martino, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltar pagina: sdraiati su di un morbido giaciglio con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina la tua amata che, languidamente, emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che, guardandoti, ti sussurra:
    "Sto con lui ma è come se giacessi con te, la mia gioia è pure ia tua..." Ammira la sua faccia tosta!
    Ecco vedi come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché moglie allenata è come un'atleta, rende di più...
    Ed, infine, non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola a mio favore con la tua amata, te ne sarei tanto grato...

  • 22 ottobre 2016 alle ore 11:12
    IPPOCRATE TRADITO?

    Come comincia: Uno degli argomenti con cui amate interrogarmi è quello che riguarda le “ medicine alternative “ e le cure spirituali. Ad ogni domanda su questo tema ho sempre risposto in maniera vaga e poco esaustiva, oggi però, in seguito ad una mail che mi arrivata “ piena di certezze “, voglio esporre il mio parere.Faccio una premessa antipatica ed è quella riguardante la Sanità. Nonostante la buona fede di tanti medici e operatori del settore ospedaliero, ritengo che, ad oggi, la Sanità si comporti e sia a tutti gli effetti un’ Azienda predisposta al business e al profitto. Sarebbe pertanto illusorio e “ paranormale “ credere che l’ AZIENDA SANITA’ rinunci ai propri clienti e ai propri interessi. Alla luce di questa PERSONALE considerazione è dunque improbabile che vengano somministrate le cure migliori, più adatte, più economiche e soprattutto risolutive. E’ forse più facile e credibile che si curi un problema per farne sorgere un altro, in modo da creare una costante necessità dei servizi offerti dall’ Azienda. E’ anche ipotizzabile che, lobby economiche e case farmaceutiche si attivino per carpire la buona fede dei medici e degli operatori sanitari, incuranti minimamente ( tali lobby ) dell’utente finale degli effetti del prodotto somministrato. Alla luce di questa premessa, fatta di CONSIDERAZIONI PERSONALI, ritengo che sia opportuno rivolgere l’attenzione ANCHE verso cure alternative e alimentazioni il più possibilmente naturali.

    Detto questo però sono fermamente convinto che, nonostante i difetti del corpo siano riconducibili a carenze energetiche dello spirito, di questioni mediche debbano occuparsene i medici e che la MATERIA vada curata con la chimica e la biomeccanica più che con le cure spirituali. Con ciò non voglio affermare che l’energia spirituale non sia in grado di curare e di ripristinare alcune funzionalità del corpo fisico, ma POCHISSIME PERSONE HANNO UN’EVOLUZIONE E UNA CONSAPEVOLEZZA TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE. Se un soggetto che non si è mai occupato della propria “ anima “ pensa di curare un cancro in pochi mesi di meditazione, dieta e preghiera, forse è meglio che si prepari ad un sereno passaggio dimensionale. Se una persona ritiene dai aver percorso un cammino spirituale valido a tal punto da consentirgli di curarsi laddove sorgano dei problemi legati alla materia, e questo cammino non è stato altro che la frequentazione quotidiana di santuari o la recita di rituali e pergamene, forse è opportuno che aggiunga insieme allo “ spirito “ anche una buona dose di medicina. RIPETO : con ciò non voglio dire che le cure “ energetiche “ non funzionano, ma sono lunghe, faticose e inutili se praticate nel tipico contesto sociale in cui vive la maggior parte di noi. E’ doveroso da parte mia fare anche un’altra considerazione ed è quella di ricordarvi che le “ PERSONE CHE HANNO UN’EVOLUZIONE SPIRITUALE TALMENTE ELEVATA DA RENDERE LA PROPRIA ENERGIA FUNZIONALE ED EFFICACE, “ difficilmente si ammalano. Sconsiglio anche vivamente di rivolgersi ad operatori che promettono di curare problemi seri e gravi legati alla vostra salute e al vostro corpo poiché, nonostante ritenga valide alcune pratiche esoteriche e alchemiche non sono di certo l’alternativa valida alla medicina. Un conto è un’infiammazione di un muscolo o un orzaiolo, che possono essere tranquillamente trattati con Pranoterapia e Ritualistica, altro conto è una leucemia o un sarcoma e, soprattutto gli operatori realmente in grado di agire e condizionare l’energia vitale dell’individuo, si contano sulle dita di una mano. LE PRATICHE SPIRITUALI E NATURALI AIUTANO E VELOCIZZANO I PROCESSI DI GUARIGIONE. IN ALCUNI SOGGETTI, CHE HANNO UNA GRANDE EVOLUZIONE SPIRITUALE POSSO SOSTITUIRE COMPLETAMENTE LE EVENTUALI CURE MEDICHE.

    Pur non entrando in una vera e propria spiegazione del rapporto spirito/corpo = energia/materia dell’ibrido umano, vorrei argomentare le considerazioni che ho appena fatto. La Materia/Corpo è alimentata da l’ Essenza dell’individuo, ovvero una forma di energia consapevole e cosciente che possiamo tranquillamente chiamare “ Anima “. Questa Energia si connette al corpo con una serie di flussi immaginabili come dei fili conduttori, più forti sono questi connettori e questi flussi e più il corpo prende vigore e si rafforza, ma perché siano forti i connettori, occorre che l’ Energia Anima sia brillante e vitale. Se la materia prende il sopravvento sull’ essere ibrido, i connettori si affievoliscono e il corpo diventa il padrone delle nostre necessità. Cibi grassi, zuccheri, vita sedentaria ecc.. soddisfano le esigenze di un corpo, ma non di uno spirito. Ansie, paure , frustrazioni, invidie ecc.. creano invece le condizioni perché sia il corpo mentale ad essere egemone e anche questo riduce al minimo la vitalità dell’ energia anima. Chi pertanto ha vissuto una vita fatta di questi presupposti non può certo permettersi di curarsi in pochi mesi di attività spirituale, questo perché per ripristinare una buona connessione energetica tra gli elementi occorre tanto tempo , tanta pazienza e tanto sacrificio ( sacrificio solo per chi è abituato ai vizzi del corpo ). Chi invece ha curato da sempre lo spirito, è certo di avere una buona fonte di energia che saprà, non solo proteggere il corpo da eventuali problemi legati alla materia, ma ripristinare più velocemente problemi e disagi di carattere fisico. Purtroppo come spesso succede, a rovinare i rapporti a due, c’è il terzo incomodo della Mente, cresciuta in base ai parametri sociali in cui si sviluppa l’individuo e, quelli occidentali, non sono mai rivolti allo spirito. Nel dubbio, cominciamo fin da ora a rafforzare la propria energia anima, in modo tale da averla pronta in caso di necessità, ma è doveroso ricordare anche che l’ anima non si rafforza all’interno di cammini religiosi che, nella stragrande maggioranza non si comportano altro come la SANITA’.

    Ensitiv

  • 20 ottobre 2016 alle ore 8:43
    UN AMORE FOLLE

    Come comincia: “Tre palmi sotto il mento ci sta un bel monumento!” Questa tiritera Maurizio l’aveva recitata a tavola dove sedevano anche la madre Eleonora ed il padre Armando il quale: “Ah regazzì chi t’amparato ste zozzerie e poi dinanzi a tu madre!” “Nun ce crederai ma l’ho sentita da te quand’eri sotto la doccia solo che tu dicevi due e non tre palmi il motivo è che…” “Lasciamo perdere, stavo scherzando e finiamo stò piatto di pappardelle all’anatra in onore di tua madre che s’è sacrificata tutta la mattina ai fornelli.”
    Alberto era il capo della famiglia  Bevilacqua cognome quanto mai inappropriato in quanto  i suoi antenati erano immigrata a suo tempo nella città eterna provenienti dalle Marche, famosa regione per il vino ‘Verdicchio’.
    Rispetto a tante altre unioni famigliari quella di Alberto poteva considerarsi d’esempio: lui consulente presso uno studio tributario,belloccio ,  la gentile consorte una ammazzone di m.1,80  simpaticissima e sempre sorridente insegnante di ginnastica, il figlio Maurizio con fisico materno, bravo a scuola  con girl-friend Susanna anche lei sedicenne iscritta al primo liceo classico. Talvolta Mau ne combinava qualcuna delle sue come quando fece pervenire ad una sua compagna di classe molto religiosa, timida e vergine un ‘pizzino’ con su scritto: ‘you make me a  blowjob?’  che la ragazza tradusse puntualmente come una richiesta di sesso orale. Il biglietto fu portato in cattedra al professor Gatti laico, miscredente e ateo come Maurizio ma che non poté far altro di far presente la situazione al preside con la conseguenza della sospensione di Maurizio dalle lezioni per tre giorni con un rimprovero scritto.
    Tutto sommato la questione fu presa in famiglia come una ragazzata con la promessa dell’interessato di farsi fare quel lavoro dalla sua ragazza!
    Il menage famigliare era piuttosto costoso, affitto per l’abitazione,  oltre le normali spese di gestione una Smart per Eleonora, un Cinquecento per Alberto e un motorino per Maurizio e così Eleonora di pomeriggio si recava presso una vicina palestra per fare la ‘fitness instructor’ e da qui cominciarono i problemi, vi spiego il perché. Frequentatore della palestra un tale di nazionalità inglese ma di madre italiana tale Archie Morris cinquantenne, uomo di stile nel vestire e nel porgersi alla gente, elegante nel tratto piuttosto ben visto dal gentil sesso, scapolo, concessionario delle marche inglesi di automobili Aston Martin, Mini e di motociclette Ariel. Inutile dire che le signore frequentatrici la palestra gli giravano intorno come trottole ma il cotale con un sorriso le allontanava sin quando…e qui cominciarono a sorgere problemi.
    Chissà quale meccanismo amoroso era scattato nella mente di Archie ma la visione di Eleonora lo sconvolse e dire che di donne in passato ne aveva sempre fatto collezione senza legarsi a nessuna ma…e così prese a farle la corte: “Gentile signora, purtroppo i miei cinquantanni mi hanno portato come non gradito regalo una leggera pancetta di cui farei volentieri  a meno, mi darebbe un a mano per ‘spianarla’ un po’, le sarei grato.”
    Per Eleonora era una normale richiesta di un cliente della palestra a prese a cuore la cosa tanto da star molto vicino all’italo inglese e riceverne le confidenze.
    “Sono di padre inglese ma di madre italiana, di Roma, purtroppo mia moglie, un cancro… e i miei genitori morti in un pauroso incidente stradale così mi ritrovo solo, ho un appartamento a Londra vicino a Tamigi dove  talvolta mi ci reco per il week-end, gli affari vanno bene ma…e dopo quel ma un sospiro come per chiedere aiuto. Ogni giorno che passava il distinto inglese era più in armonia con Eleonora che non disdegnava le sue confidenze e la sua compagnia tanto da essere invitata a cena, invito non accettato consorte di Alberto che però cominciava ad essere in crisi con se stessa. Una volta si ritrovò nella tasca della sua tuta un assegno di conto corrente in bianco. Chieste spiegazioni, il buon Archie la buttò sul ridere. “Un piccolo omaggio alla sua bellezza!” chiamalo piccolo, Eleonora poteva scriverci qualsiasi cifra, l’assegno tornò al suo proprietario. In seguito il cotale le mostrò nel suo telefonino un collier di oro bianco con perle e diamanti: “Bello vero?”. Altra volta: “Che ne dice di cambiare la sua Smart con una Mini Countryman, è molto ‘alla page’. Eleonora conosceva quella macchina e ci avrebbe fatto volentieri un pensierino, maledizione, ci voleva proprio quell’inglese a complicarle la vita. Pensò di dare di dimissioni dalla palestra ma poi..per motivi vari (ufficialmente per motivi economici) ma la verità era un’altra: l’inglese gli era entrato nel cuore con i suoi modi signorili, mai un’avance  sessuale ma si vedeva che il cotale avrebbe volentieri …
    Il cambiamento dell’umore di Eleonora non sfuggì ad Alberto. Quando si erano conosciuti avevano fatto un patto: massima sincerità nei loro rapporti, in qualsiasi campo non un contratto all’americana che ritenevano piuttosto volgare senza fiducia reciproca e quindi…
    “Appena me la sento ti dirò tutto, per ora…”
    Eleonora da poco tempo soffriva di mal di pancia mai avuti in passato, si dice che l’intestino è il secondo cervello,  questa affermazione nel suo caso era veritiera.
    Un sabato sera, quando Maurizio era uscita con la fidanzata Eleonora prese coraggio e mise  al corrente Alberto di tutta la storia senza tralasciare alcun particolare, il consorte che aveva immaginato qualcosa di simile le chiese solo: “Mi ami ancora?” “Moltissimo te le giuro ma…”
    Un pomeriggio Archie prese coraggio e invitò Eleonora e la sua famiglia a passare il weekend presso la sua villa sull’Appia antica, proposta passata al vaglio di Alberto che, ragionandosi sopra, ritenne di accettare, a quel punto…
    Ne doveva avere di soldi Archie, la villa di due piani, molto ben tenuta doveva costare un occhio della testa per tenerla in ordine com’era, due ettari di terreno intorno con piante esotiche, prato all’inglese e siepi curate; la famiglia Bevilacqua con al seguito Susanna era  rimasta basita da tanto lusso ostentata con leggerezza dal padrone di casa. La cena, servita da cameriere in smoking era fuori del comune: tagliatelle al sugo di lepre, cacciagione di varie specie, molto difficile da reperire, e poi costolette di agnello a scotta dito, insalate di tutti i generi, frutta servita in grandi vassoi d’argento. anche le posate erano dello stesso materiale, un omaggio al lusso!
    Archie stava facendo di tutto per sembrare simpatico e mostrò con modestia la sua magione, impossibile non rimanere impressionati.
    Alla fine della serata: “Quando vorrete sarete tutti i benvenuti” e a Maurizio: “Sono concessionario delle moto Ariel, penso che, come tutti i giovani vorrai avere una moto, dimmi quando avrai compiuti il diciottesimo anno sarà tua.
    Ritorno a casa in silenzio, nemmeno Maurizio, di solito casinista, aveva voglia di parlare, ognuno per motivi propri, soprattutto Alberto il quale il giorno dopo chiese ed ottenne di non andare in ufficio per una settimana, aveva bisogno di star solo per riflettere. La mattina a piedi lungo gli argini del Tevere irato à patri numi come nella poesia del Foscolo.
    “Eleonora dobbiamo fare il punto della situazione, inutile tacere dinanzi ad un problema, che desideri fare, io non ti lascerò mai, ti amo e sarebbe per me una perdita irreparabile.”
    “Non pensavo mai di amare due persone, è quello che mi sta succedendo, ho pensato a lungo, dipende anche da te, Archie mi vuole a tutti  costi, se sei d’accordo passerei un po’ di tempo con lui a Londra…”
    “Insomma una poliandria come nel Tibet ovvero una bigamia, devo stabilire con me stesso se riesco a sopportare la situazione, nostro figlio che penserà? dammi qualche giorno di tempo.”
    “I giovani di oggi  sono più aperti di noi in fatto di sesso, penso che avrà capito tutto, sarà allettato dal dono della moto che a Roma hanno solo i ricchi, costa un patrimonio.”
    Maurizio telefonò ai suoi parenti a Jesi,nelle Marche, avrebbe passato qualche giorno con loro, nel frattempo Eleonora avrebbe assaggiato l’aria di Londra e non solo, l’aria…
    Dopo quindici giorni la famiglia Bevilacqua era di nuovo al completo nella casa di  Roma in via Appia Nuova,  non quella Antica dov’era la villa del signor Morris.
    “Non voglio fare il ‘cuckold’ all’inglese ma vorrei sapere come sono andate le tue cose in campo sessuale.”
    “Non per consolarti ma Archie ce l’ha più piccolo del tuo e in campo erotico non è bravo come te, senza paragoni!”
    Era una bugia, un buon inglese aveva dimostrato quanto fosse sbagliato il proverbio: “Niente sesso siamo inglesi”, Eleonora aveva goduto alla grande come non mai, la sua era stata una bugia consolatoria per il marito. 
    Conclusione di questa avventura insolita: Eleonora, invidiata dalle sue colleghe che si posero tante domande poté mettersi al volante di una nuovissima Mini Clubman verde, il colore alla moda, Maurizio folleggiava per le vie di Roma con una strepitosa Ariel con dietro la deliziosa Susanna, Alberto...Alberto per orgoglio rinunziò ad una Aston Martin DB11 e rimase fedele a mamma Fiat con la sua 500, non aveva voluto speculare sulle qualità nascoste ma redditizie della consorte, talvolta l'orgoglio non paga!
     

  • 17 ottobre 2016 alle ore 1:42
    UN CUCKOLD, UNA SWEET, UN AMORE PARTICOLARE.

    Come comincia: Maurizio non era solito prendere il tram per rientrare a casa dall’Università ma la Cinquecento in riparazione lo aveva costretto ad usare quel mezzo di trasporto per ritornare a casa a Messina, in viale dei Tigli. Il tram stava giungendo ad capolinea vicino alla villa Sabin ma, stranamente una giovin signora se  ne stava in piedi  appoggiata alla maniglia di un sedile.
    Mau, da sempre dedito alle conquiste femminili,  pensò bene di avvicinarsi e, con fare indifferente, andò a sedersi sul sedile dove la dama aveva poggiato le mani. Sguardo indifferente della stessa che seguitò a guardare il panorama sin quando il mezzo di trasporto si fermò ed aprì le porte.
     ‘Capolinea’ la voce del conducente indusse tutti a scendere. La bionda scese e, lento pede,  si incamminò verso un vicino cancello dove erano situate varie villette. Mau la pedinò sin quando la stessa entrò in un portone poi riprese la strada per arrivare a casa sua.
    La visione di quella femmina di lusso (alla Pittigrilli, non sapete chi è, è uno scrittore a suo modo porno del primo novecento)le era rimasta impressa nella memoria: fronte alta, occhi grigi, naso all’insù come piaceva a lui (le femminucce dai grandi nasi gli sembravano dei travestiti) ed una bocca carnosa che invitava a pensieri...cattivi, maglietta rosa senza reggiseno, le tette deliziosamente piccole si muovevano ad ogni sobbalzo del tram. (Mauro non amava i seni da balia) occhi grigi, vita stretta,  pantaloni aderenti che mettevano in evidenza un bel sedere, altezza quasi quanto la sua che era di un  metro e ottanta, insomma un gran pezzo di…
    Nei giorni successivi Mau pensò molto a quella magnifica visione, sentiva che gli era entrata nel cuore, nel cervello, nel…insomma  se ne era innamorato anche se riteneva ridicolo innamorarsi di una femminuccia vista una sola volta, ma tant’è! Questa infatuazione lo portò a effettuare cose non proprio, come dire, intelligenti come fare un appostamento di ore all’ingresso principale dell’abitazione della cotale, sembrava un quindicenne alla sua prima cotta. La cosa non passò inosservata alla signora che una volta lo notò e lo affrontò: “Non so se debbo essere lusingata o preoccupata la mia domanda è…” “Le rispondo subito, anche se mi ritengo un razionale questa volta sto vivendo una situazione forse ridicola, non sono il solito disturbatore del gentil sesso, il fatto è che lei è la persona che mi ha stregato, voglia scusarmi.” E stava per andar vita quando…”Mi faccia compagnia, sto andando a prendere la mia auto, destinazione centro di Messina per acquisti.” Infatti poco dopo apparve una Jaguar con alla guida madame che con un sorriso lo fece accomodare nel sedile del passeggero.
    “Penso che avrà problemi di parcheggio per l’auto, il mio abituale è quello del Cavallotti, lo conosce?” “In verità no, in ogni caso è il benvenuto, non è molto tempo che abito in questa città, sono di parte femminile svedese, i miei, purtroppo sono deceduti in un incidente stradale, son qua con mio marito, forse lei lo avrà sentito nominare, è il chirurgo plastico Giuseppe M…., a proposito mi chiamo  Lucia come tante svedesi.”Un stretta di mano poi posteggiata l’auto visita a vari negozi femminili, cosa sempre aborrita da Maurizio, i maschietti al seguito di femminucce animate da furor di acquisto lo aveva sempre fatto ridere, ora ci era cascato lui!
    “Ora che ho finito di far il cavalier servente io vorrei tornare a casa, l’accompagnerò alla sua, mi indichi la strada.”
    Maurizio si fece portare sin nel cortile di casa sua, avrebbe voluto invitarla…”Non è il caso, arrivederci.” “Non è il caso di cosa?” “Dica la verità voleva che salissi nel suo appartamento o mi sbaglio?” “Nessuno sbaglio, lei è una maga, vorrei darle del tu e…” “Vorrebbe ben altro mio bel giovane ne pas? Diamoci del tu senza illusioni da parte sua, questo è il numero del mio cellulare, usare con parsimonia.” “Marito geloso? “Assolutamente no, è più svedese di me altro che siciliano!, au revoir.” Una perfetta marcia indietro e Lucia sparì dalla visione di Maurizio che lemme lemme salì in ascensore sino al suo piano.
    “Mau figlio mio hai una faccia…” “Quella che mi hai fatto tu dolce mammina, ho incontrata una fata.” “Basta che non sia una strega, vieni a tavola, a proposito sa cucinare?”  La signora Rosa era la classica genitrice della maglia di lana e del figlio paffutello. E chi pensa a mangiare pensò Mauro, era senza forze, non vide l’ora di buttarsi sul letto dove lo raggiunse  Mercurio, il suo dio preferito, che lo dileggiò sin quando Morfeo non lo prese fra le sue spire.
    Ormai Lucia era diventata per il giovane un pensiero fisso, la immaginava a casa sua a letto che dormiva, il suo risveglio, il nudo sotto la doccia e, in campo sessuale, un punto interrogativo. Che voleva dire che suo marito era più svedese di lei, troppi interrogativi, Mau si decise a telefonarle, era le otto e mezzo di mattina: “Sono…” non riuscì a fiore la frase che: “Ho capito subito che eri tu anzi mi sono meravigliata che non mi hai chiamato prima, desidero andare al mare, ti vengo a prendere con la Jaguar, non desidero mettere piede nella tua bagnarola, sto scherzando, fra un pò mi vedrai spuntare nel cortile.”
    “Andiamo al lido di Mortelle, ho affittato una cabina per tutto il mese.”
    La Jaguar sembrava volare sulla strada Panaramica dello  Stretto, Lucia guidava fregandosene bellamente del codice stradale e facendo sorpassi uno dietro l’altro.
    “Guarda che c’è il limite dei 50 orari, oltre alla contravvenzione potrebbero toglierti punti dalla patente.” “Nessun problema, tutto a carico di Giuseppe.”
    Maurizio non parlò più per tutto il tragitto, cercava di immaginarsi il costume che avrebbe indossato Lucia e…rimase di stucco quando la signora toltosi il leggero vestito apparve con un costume  brasiliano: un francobollo davanti ed un filo di dietro, una piccola fascia copriva solo il capezzolo. “Non fare quella faccia, mi sembri Pierino nel paese delle meraviglie!” e di slancio corse verso la battigia per poi infilarsi pian piano in acqua.
    “Non amo il freddo anche se per metà sono svedese, andiamo al largo, sai nuotare?”
    “Come un pesce” e presero a fare a gara chi era più veloce sinché si trovarono abbastanza al largo.
    “Vorrei parlarti di un argomento importante, mio marito: è un cuckold termine inglese che indica chi si eccita nel vedere la propria donna  sweet  fare sesso con un altro. Ho avuto questa esperienza per volere di Giuseppe che ha invitato un suo amico che però era non bello, volgare e soprattutto non ci sapeva fare a letto, una esperienza da dimenticare e così ho preteso da Giuseppe  che, pur accontentandolo, avrei io scelto un partner e il cotale sei tu ma non faremo sesso sin quando non saremo a casa mia per ora solo una assaggio orale.
    Maurizio prese a fare il morto mentre Lucia si dedicò ad una fellatio  sin quando la sua deliziosa bocca fu riempita da una flusso violento e prolungato. 
    “Ha un buon sapore, ho avuto mano felice nello sceglierti, ed ora a riva.”
    Dopo aver preso il sole per circa due ore ritorno a casa. “Ti telefonerò io per l’appuntamento, ciao mon amour.”
    I giorni passavano senza notizie di Lucia, Maurizio era impaziente e nervoso.
    “Figlio mio ti vedo triste, la tua bella ti ha lasciato?”
    Poco dopo giunse una telefonata: “Sabato sera alle 18 a casa mia, vieni a piedi.”
    il laconico messaggio. I due giorni più lunghi della vita di Maurizio; cercava di studiare ma con poco profitto, gli esami all’Università erano imminenti.
    Vestito elegante ma sobrio Maurizio si presentò a casa di Lucia mezz’ora prima dell’orario stabilito.
    “Sei in anticipo, io e mio marito ci stiamo preparando, vai nel salone e accendi la tv.” Giuseppe era un quarantino moro, altezza media niente di speciale pensò Maurizio, sicuramente ricco. Presentazioni: ‘Come sta’ da parte di Mau invece del solito ‘piacere’ segno di stile da parte sua.
    “Sediamoci, abbiamo ordinato la cena in da un ristoratore qui vicino, d’estate fa troppo caldo per cucinare e Lucia…” “Non sa cucinare” pensò Maurizio ma quel lato della baby sinceramente gli interessava poco.
    La padrona di casa apparve poco dopo: una visione: sotto un vestito elegante e trasparente si intravedevano reggiseno mini e slip pure mini.
    “Ho conosciuto mia moglie e Rimini un anno addietro, ero là per un convegno di studio e lei in vacanza con i suoi genitori, inutile dirle che mi ha colpitola sua avvenenza, bene diamoci del tu dato che sappiamo tutti il motivo per il quale sei qui.”
    Suono del campanello dell’ingresso: due camerieri con la cena e due bottiglie di un vino bianco siciliano. “Non dico buon appetito, è volgare vero cara?” La cara sembrava fra le nuvole, forse già pregustava l’incontro mentre Maurizio era perplesso per come si sarebbero svolti gli avvenimenti.
    “Io e mio marito nel mio bagno, tu nell’altro, appuntamento in camera da letto, march.” Lucia era sorridente.
    Maurizio fu il primo a prendere possesso del talamo, si coprì col lenzuolo per non far vedere subito il suo coso già in posizione di assalto al solo pensiero di un futuro godereccio.
    I due coniugi apparvero abbracciati e si baciarono palesemente per dimostrare il loro affetto reciproco. Chiuse le finestre il locale fu illuminato solo dalla luce di un abat-jour, atmosfera godereccia!
    Lucia prese in mano la situazione, scoprì il corpo di Maurizio supino, si fece penetrare in vagina e,vis a vis, prese  a cavalcarlo dolcemente. Giuseppe dinanzi a quello spettacolo si eccitò e si impossessò del culino della consorte prima lentamente poi sempre più velocemente per circa cinque minuti, smise per qualche secondo e poi riprese  sin quando godette una seconda volta e si ritirò in buon ordine lasciando libero il campo alla consorte ed all’amante i quali, vista la situazione, presero a dare sfogo alla voglia repressa da troppo tempo prima con un sessantanove e poi con tutto il repertorio della scienza erotica. Il marito seduto su una poltrona prese a masturbarsi.
     “Ammazzete che zozzone” pensò Maurizio per un istante ma poi riprese ad infilarsi nei pertugi di Lucia la quale dopo un lasso di tempo: “Basta, mi hai distrutto!”
    Il sabato era ormai  un appuntamento fisso con la solita coreografia solo che qualche volta Giuseppe si metteva supino e penetrava Lucia davanti e Maurizio dietro, quella stanza sprizzava sesso da tutte le parti!
    Anche le cose belle hanno una fine. Dopo circa sei mesi Maurizio prese delle scuse per evitare il sabato di andare a casa di Lucia la quale non se ne lamentò gran che. Conclusione la baby si era trovato un altro fustaccio per sé e per il per il marito cuckold e Maurizio una bella siciliana mora, meno altadell’amante ma con tette più voluminose, sguardo caliente ed una furia a letto.
    Mercurio di congratulò col suo protetto per la fine della storia, troppo impegnativa, e soprattutto per la conquista di una bella fidanzata molto gelosa ma non consapevole delle precedenti gesta del suo Mau che, da gentiluomo, tenne per sé la storia.
     
     

  • 12 ottobre 2016 alle ore 16:46
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) nè nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante è il guadagno conseguenza del lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi… fortunati.
    Abitante a Messina Ferdinando sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio.
     Ferdy a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente ma solo formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle che volentieri di sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo: altezza unoesettantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma..ma..con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo.
    Anna era felicemente maritata con Alberto più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato.
    Un giorno Anna: “Ferdy perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”
    Ferdinando nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Ferdy ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Freddy fu invitato nel teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Freddy rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Ferdy non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato.
    Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Ferdy, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!”
    Alberto la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”
    Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e domani era un sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Naturalmente chiamò al telefonino Ferdy che non credeva alle sue orecchie, con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Ferdinando era un unico isolato a due piani, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.
    “Non sapevo che avessi un cane, bellissimo. “ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”
    “Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro"…” È questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale e quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici ma…
    “Ferdinando vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …”
    “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alberto.
    Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Ferdy fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cuinnilingus poi a sua volte  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Ferdy proprio non ne voleva sapere di alzarsi.
    “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”
    Quella per Ferdy sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Ferdinando che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alberto a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Ferdy prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Ferdy che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto più lungo di quello di Alberto pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Ferdy che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…
    Ferdy sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!” Nessuna fermata, Ferdy era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Mi hai distrutto, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione finale.”
     Dire che la vita di Ferdinando era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Ferdinando il quale però non dimenticava la cara Anna che aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa da Anna la quale piuttosto impacciata : “Ferdy stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare ..”
    Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alberto supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di Alberto in fica e Ferdy immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di prendere in bocca il coso lungo di Ferdy per una goderecciata finale e poi: i coniugi nel lettone e Ferdy sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.
    Ferdinando trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

  • 26 settembre 2016 alle ore 19:30
    Marie

    Come comincia: Il mare era calmo, dopo una notte di burrasca. Le onde placide
    avevano perso il crespo e adesso si vedevano smorzate, come posate su un velluto d’acqua.
    Guardai dentro il blu cobalto e mi immersi negli occhi assonnati del mattino.
    Un ricordo mi sovvenne all’improvviso. I contorni della bocca di Marie, le labbra tumide e
    dischiuse, i capelli corvini che viravano al blu e gli occhi neri simili a quelle delle donne arabe
    che spuntano, magnetici, attraverso le fessure del chador............

  • 24 settembre 2016 alle ore 9:28
    "Si fa ma non si dice"

    Come comincia: Se c'è un cosa positiva dei tempi moderni, è che finalmente si può parlare liberamente di sesso. Ne parlano tutti, perfino in tv in fascia protetta. E non solo si parla di sesso, ma anche di fantasie erotiche, di desideri più o meno leciti, si fanno allusioni e doppi sensi, insomma ormai l'argomento è sdoganato e sono poche le persone che si sentono imbarazzate o scandalizzate da questo fatto. Però, però, però...non è stato sempre così. Tempo addietro, diciamo circa quarantacinque anni fa e dintorni, di sesso non si poteva parlare in pubblico. Ma non si creda che in tutti i tempi gli individui non si siano abbandonati a fantasie e trasgressioni, se non altro nella loro intimità. Io e il mio compagno di allora, ad esempio, avremmo desiderato andare insieme a vedere un film a luci rosse. Allora per vedere un film del genere non c'era altra soluzione che andare al cinema. Già, ma chi aveva il coraggio di andare a infilarsi in una di quelle sale un po' equivoche dove si potevano trovare certe pellicole! Lui mi diceva che avremmo potuto essere visti da qualcuno che ci conosceva, e inoltre mi sarei certamente trovata in una sala piena di soli uomini e sarebbe stato imbarazzante. Era inutile che io continuassi a ripetere che a me non importava proprio niente di entrambe le cose. Sembrava che quello fosse un desiderio irrealizzabile. E invece si presentò l'occasione quando decidemmo di trascorrere un fine settimana a Sanremo. Arrivammo nel pomeriggio, trovammo l'albergo e in camera depositammo tutte le nostre cose. Poi, come fanno i turisti, andammo a fare una passeggiata nelle viette interne della cittadina, e guarda un po', abbastanza vicina al nostro albergo c'era una sala dove veniva proiettato un film a luci rosse. Ci guardammo un attimo pensando la stessa cosa. Lì non ci conosceva nessuno, e così la sera stessa entrammo, come due ladri, nella sala, nel buio più totale, e ci sedemmo in fondo vicino all'uscita. Io entrai immediatamente in crisi di identità. Come mai certe scene mi facevano tanto effetto? Avevo 21 anni e mi stavo chiedendo se per caso non fossi una guardona e ne fossi assolutamente inconsapevole, o se il mio, diciamo così, turbamento, fosse normale. Non so se fu per la novità, o l'agitazione, magari la sorpresa di vedere cose che non mi aspettavo di vedere, non trascorse molto tempo che fummo tutti e due cotti a puntino. Decidemmo di lasciare la sala e guadagnare velocemente la nostra camera in albergo. Camminavamo veloci, e dai dai, presto presto, corri corri, come se tutto dovesse svanire da un momento all'altro, raggiungemmo l'albergo e la camera. Entrati, in preda a sovra eccitazione, dopo qualche movimento scomposto e affannato, ci abbattemmo sul letto con la violenza di uno tsunami. Ma il letto non era un letto vero, sembrava soltanto. In realtà erano due reti solo avvicinate, con due materassi sopra, singoli, tenuti insieme dal lenzuolo di sotto. Così non resse l'assalto e in men che non si dica, fra cigolii e tonfi si aprì miseramente al centro e io precipitai nel baratro raggiungendo in un attimo il pavimento avvolta dal lenzuolo di sotto a mo' di amaca. Lui se ne stava per aria a braccia aperte, e gambe divaricate una su un materasso e l'altra sull'altro come a volerli strenuamente tenere assieme, in precario equilibrio, e ancora sbigottito. Pensai che sembrava un ranocchio e naturalmente tutto finì in una risata. Quella sera imparai che il confine fra ”arrapamento” e comicità è molto sottile, quasi impercettibile, e cercai di non dimenticarlo mai. 

  • 22 settembre 2016 alle ore 13:27
    Il ponte danzante

    Come comincia: Il signor Swann mi stava annoiando: la sua incapacità emotiva, il suo coefficiente sociale dai contorni variabili ma essenzialmente immutabili, la sua gelosia tentennante e allo stesso tempo contagiosa, tutto ciò, contrastava la divina prosa proustiana. Uscii fuori a fumare una sigaretta; il giorno in cui dovevo scrivere il secondo breve racconto sui miei cugini, finalmente era giunto. Ripercorsi, privo di stanchezza e con una vorace curiosità di buttare giù qualcosa, il tragitto che c'é da casa di mia nonna a quella dei miei cari parenti americani. La speranza di recuperare un dettaglio, un rumore, un odore , che, per quanto fastidioso e logorante che possa essere, mi rievochi quella notte, aveva un aspetto voluttuoso e condiscendente. E come l'umile artigiano che, per un importante lavoro di costruzione manuale , si addentra in luoghi conosciuti ma oscuri, geograficamente familiari e allo stesso tempo abissalmente lontani, per cercare un qualsiasi oggetto che possa aiutarlo, allo stesso modo, io, nell'intento di fabbricare il mio breve racconto , percorsi quel cammino con uno stupore nuovo e meraviglioso; con il desiderio di scovare, magari in un ramo, o nel cinguettio di un uccellino, il materiale grezzo per la mia opera. Non trovai nulla: l'ultima idilliaca notte con loro era sepolta nel passato. Niente rievocava in me i contorni delle loro figure, l'interno del taxi che presi con il mio amico Gabriele, il fresco sapore della Vodka congelata che si posò sul mio labbro inferiore, la voce persuasiva di Brook.. Tutto era scomparso; o, forse, non era mai accaduto. Giunsi, senza più alcuna speranza, alla casa abbandonata ove dimoravano poche settimane fa i miei cugini. Cominciai a cercare; il cinguettio ad intermittenza dei piccoli volatili accarezzava la mia memoria. Non c'era più niente da fare. L'unico anelito di speranza era più o meno questo: cercare un punto di connessione tra me e loro; costruire un ponte danzante che, con la sua pigra luce intermittente, mi trasportasse in California. L'impresa era impossibile, lo so. Ma ci provai ugualmente.  La mia idea di costruire quel ponte si interpose tra il mio passato e il mio futuro; ma non trovò dimora nel presente, giacché io mi trovavo a Marlia, a casa loro, e senza alcun strumento per costruire, e privo di qualsiasi aiuto esterno. Direi piuttosto che il desiderio di ergere quel ponte giaceva in uno strato a-temporale della mia mente; esso non era a-temporale in quanto senza tempo; era al contrario un tempo, o meglio, una serie di tempi senza spazio. In altri termini: lo spazio esisteva, ma era incollato a quello strato, e alimentato dal tempo. Lo spazio era la mia speranza di costruire; il tempo, invece, il materiale che mi permetteva di fabbricare il ponte.
    Feci un balzo, armato di un grosso cucchiaio, con l'obiettivo di prendere due piccole porzioni di cielo azzurro. Ci riuscii: il peso di questi frammenti era il medesimo del vuoto che avevo dentro. Ecco! La costruzione del ponte fu, più o meno, questa: presi all'incirca due grammi di cielo azzurro per la formazione di due palle, che sarebbero diventate due splendidi occhi. Poi, spinto dall'entusiasmo, toccai alcuni giovani rami rossatri cosparsi di piccoli trifogli verdi; il tronco era esile, liscio , e aveva un aspetto delizioso. Lui e i suoi compagni arborei sarebbero diventati ciocche di capelli biondi e mossi. Un frastuono rumoreggiante, secolare, improvviso e tagliente, mi colpì. Di fronte a me si aprì un baratro nero; e come il villano che osservò, al calar del giorno, la valle colorata da lucciole danzanti,allo stesso modo io vidi, come un riflesso cangiante, due biglie di un blu acceso che si accendevano e si spegnevano a ritmo di musica. Trasalii: un braccio umano, dalle fattezze arboree, si aggrappo` alla superficie terrestre. Mi avvicinai e tirai su` la sagoma misteriosa. La parte inferiore del busto non aveva forma, ma le bagnava tutte simultaneamente; una masnada di bestie selvatiche percorrevano le sue gambe, e il suo organo femminile, come una perla preziosa, pareva il centro traboccante dell'universo. Esso secerneva pensieri,  ricordi, affetti ed emozioni. L'odore che emanava era sferzante, malizioso ed eccitante. Era quello il ponte, e fui io a costruirlo; le sue fattezze erano quelle di Brooklyne, la mia cara cugina. La strana creatura dalle biglie azzurre era un'immagine; o meglio, era la metafora di quell'ultima sera passata con i miei cugini. L'aspetto di Brook improvvisamente mutò; il suo corpo diventò un insieme disordinato e periodico di lettere in movimento. Cominciai a leggere mia cugina. In altri termini: mi apprestai ad osservarla in tutta la sua forma e bellezza. La prima lettera della serie era un numero: 12. La seconda era il nome di un mese: luglio. La terza quello di un anno: 2016. 
    Il 12 luglio 2016, verso mezzanotte e mezzo, mi sedetti con il mio amico Gabriele fuori dalla mia casina del campeggio. Due birre sul tavolo, un posacenere sazio di sigarette, e un mazzo di carte, provavano a risollevarmi, ma senza speranza. Il pensiero che l'indomani le mie cugine sarebbero ripartite, mi straziava. Quando le avrei viste di nuovo? Staranno bene? Cosa penseranno del fatto che io, l'ultima sera, sia stato lontano da loro? Gabriele, un pazzo senza capo ne coda, assistendo alla mia languente  videochiamata con loro, non esitò nemmeno un attimo: digito` il numero del taxi e, dopo appena 10 minuti, partimmo per Marlia, verso la casa dei miei parenti. Ogni chilometro superato era accompagnato, sull'apposito strumento dell'autista, da un cifra in denaro. Mi guardavo attorno, cogitabondo: era un sogno? Era una scherzo di qualche genio ingannatore? Come era possibile che io, all'una e quarantaquattro di notte, mi trovassi in un taxi, senza soldi, ma con una gioia infinita che cospargeva il mio corpo?Arrivammo a Marlia; scendemmo, e Gabriele pagò la tariffa: 100 euro. Amina, Brook e Mac mi stavano aspettando sulla strada sterrata che conduceva alla porta di casa. Ci abbracciammo con felicità e con forza; finalmente sono tornato da voi, pensai tra me e me. Entrai in casa e mi accolsero calorosamente tutti: Kris mi preparò un cocktail mortale, Morgen e Dante stavano dormendo, Alana, appena arrivai, si svegliò di colpo. Brook iniziò a cantare; e come il marinaio abbandonato in una notte fredda e tormentata in mezzo al frenetico mare, attende con speranza un'ancora di salvezza, allo stesso modo quella composizione musicale si addentro` nelle mie profondità agganciandosi alla mia memoria. Continuammo la serata giocando a carte. Erano le 4:00, e il taxi sarebbe passato di lì da un momento all'altro. Mi stesi sul divano; Brook, seduta in terra, di fronte alla mia testa reclinata sulla sinistra, mi tese la mano; Amina, accovacciata come un cucciolo vicino alla mie gambe, replicò il gesto di Brook. Il cerchio che si venne a creare fu magico; i suoi contorni tremavano,  così come le nostre mani sciorinavano tristezza, solitudine e felicità. 
    "Quella tristezza voleva dire: siamo all'ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza." Le parole di Kundera presero le sembianze di un abito che ci protesse dal freddo che filtrava dal portone di legno. Salutai Amina e Brook un ultima volta, poi, con passo svelto, mi incamminai con Gabriele verso l'esselunga di Marlia, dove ci stava aspettando il taxi. Prima di raggiungere il posto alzai lo sguardo verso il cielo ricco di puntini luminosi; ero triste, e la staticità delle stelle mi suggeriva un'immobilità dannosa, un freno ai miei pensieri futuri che abbracciavano l'idea di rivedere i miei cugini. All'improvviso un proiettile incandescente attraversò il buio assoluto; aguzzai lo sguardo e vidi, dentro quella palla celere, tutta la mia famiglia affacciata a piccole finestrucole. Mi stavano salutando, con gioia e  con dolore; la biglia destra di Brook lascio` cadere una lacrima. No, forse stava solo piovendo. Prendemmo il taxi e ritornammo in campeggio. Erano le 5: 45 : bevemmo l'ultima birra e ci coricammo a dormire.
     

  • 22 settembre 2016 alle ore 13:22
    Ode a Capannori

    Come comincia: Qualche giorno fa, mentre vagavo per le anonime strade del mio paesino sperduto, mi sono fermato a bere una cosa in un vecchio bar di zona. Il locale si stagliava come un monolite, un'ombra comparsa dal passato per dimostrami “come si stava meglio quando si stava peggio”. O almeno così dicono. Il locale aveva un odore forte, difficile da descrivere. Proverò a farlo donandovi un esperimento incredibile di dubbia utilità; prendete una bellissima composizione floreale, una di quelle usata per farsi perdonare dalla moglie che è stata tradita oppure una di quelle che viene posta sulla cassa da morto del vecchio Zio Sempronio che vi ha lasciato in eredità centinaia di migliaia di euro ed un'azienda agricola da far fallire. Inseritela in una vasca da bagno, spruzzatela di deodorante sotto marca e ricopritela con letame misto, possibilmente proveniente dall'Ecuador e mescolate il tutto. Tale era l'odore di quel “baretto” di zona. La moquette aveva visto giorni migliori e le quattro mura sembravano mutilate come i reduci della prima guerra mondiale. Il barista, che chiamerò Bob per convenzione, era un tipo alto e grosso, pelato dalla nascita, secondo la ma memoria. Si era fatto due anni di carcere <<per aver rubato un pezzo di pane...>>

    Tutti si dimenticavano di aggiungere che aveva bucherellato un vecchio poliziotto in borghese, il quale aveva tentato invano di fermarlo. Come ricompensa aveva ricevuto otto colpi di calibro nove.

    Un bravo ragazzo. Gli chiesi di portarmi un bourbon liscio e mi andai a sedere su uno sgabello abbastanza isolato. <<Dammi cinque minuti amico, ho un problema nell'altra sala.>>

    Risposi con un cenno del capo.

    Lui mi sorrise con l'ausilio dei suoi sette-otto denti rimasti e poi sparì dietro al bancone. Il bar era abbastanza affollato; c'erano un paio di bravi ragazzi, due modesti spacciatori che giravano i parchetti di zona cercando i dodicenni a cui vendere la loro merce, un tipo barbuto e sporco che aveva fatto una sorta di bancarotta fraudolenta con i soldi della moglie, un paio di anziani ex fascisti, ex xenofobi,ex omofobi, ex tutto e qualche altro piccolo criminale di zona. Insomma, nel bene e nel male erano tutte persone all'interno della vita, che lottavano con le unghie e con i denti per rimanerci.

    In quanto a me, beh...

    Sono uno scrittore fallito, uno schifoso verme che aveva esordito con “Storia di un amore” ed era finito a scrivere articoli per “Dama Bianca 3000” e “Sbattimento 2.0”.

    Il mio lavoro consisteva nell'intervista a donne di plastica, sposate con ricchi industriali che avevano costruito i loro imperi sui cadaveri dei bambini manovali. <<Secondo lei è meglio questo rossetto o quest'altro, questo vestito o quest'altro, queste scarpe o...>>.

    Poi domande sui cani e sui cappottini per i cani, sullo xanax prima della colazione e sul botulino prima dei venticinque anni. Riscrivevo tutto in un buon italiano e nel mentre pensavo che l'unica domanda che avrei voluto fare era...

    <<Se sgozzo il suo cane e le tagli la testa per poi mandare i vostri resti a suo marito, la disturba?>>

    Non sono malato, suvvia...

    Non ho detto nemmeno un terzo delle cose che avrei voluto farle. Insomma, Bob mi portò il mio bourbon e me lo bevvi con un certo entusiasmo, immaginando cani morti, grattacieli in fiamme e banchieri scuoiati vivi da banconote armate di ascia, alte quasi due metri e con gli occhi iniettati di sangue. Dopo essermi ripreso dalle visioni, misi gli occhi su un giornalaccio vicino a Bob. Gli chiesi di portarmelo insieme ad un secondo Bourbon. Nel mentre, due intellettuali con tatuaggi in ogni dove entrarono nel bar. Intellettuali perché:<<Il mondo l'hanno rovinato quelli in giacca e cravatta, non quelli con i tatuaggi.>>

    Aggiungerei:<<Quelli con i tatuaggi hanno votato quelli in giacca e cravatta per 25 anni, comunque ok.>>

    Si sedettero vicino ai due bravi ragazzi ed uno di quest'ultimi iniziò una filippica ricca di bestemmie e sputi che vi riassumo così: in pratica, “noi”, un noi non ben precisato, siamo in guerra con i “finocchi”. <<Ormai prenderlo in quel posto va di moda e si sa, alle mode bisogna adattarsi oppure si combattono.>> Un invito alla bisessualità, una nuova filosofia, una citazione di Bukowski? Mi porterò questi interrogativi nella cassa. Finalmente arrivò il giornale e la copertina mi apparve come una fucilata. Tale Bill Gates, uomo più ricco del mondo, possiede una casa di 6000 stanze, tutte capaci di cambiare odore e colore, a comando. Mura in titanio, arredi in diamante, schiave dell'Honduras; insomma, un sogno di casa! Certi giornalisti stimano che la casa valga quanto il PIL del Congo e che abbia circa un centinaio di cessi, con il water rivestito in oro. È ironico che amico Bill abbia circa cento cessi mentre qualcuno non ha nemmeno un tetto, non trovate? Ma io non lavoro mica per l'8x1000 alla Chiesa Cattolica, il mio focus è un altro. Il giornale scrive delle stanze, dei cessi, dei diamanti...

    Ma non scrive che Bill ha disboscato mezza Florida per metterci la sua cazzo di casa o che ha fatto i miliardi sulle spalle di bambini Pakistani che vengono sfruttati. Perché dovrebbe, voglio dire, tutti le sappiamo queste storie. Anche voi, adesso, state indossando le Nike, le Adidas oppure, state chattando con i vostri i-phone assemblati da ecuadoregni ormai morti di fame. Voi sapete tutto, però ignorate. Perché fondamentalmente siete dei pezzi di merda ed i vostri problemi sono unici ed inimitabili. A voi non frega niente dei diritti, della libertà o dell'uguaglianza, a voi basta che mamma vi faccia la torta alle verdure ed alleluia. Una Domenica mattina in chiesa e tutto passa. Se pensate che la colpa sia solo dei potenti allora vi sbagliate poiché i colpevoli siete voi. Con la vostra omertà e la vostra ignoranza e le vostre finzioni vi nascondete in una finta realtà che asseconda e legittima l'operato dei più ricchi. In poche parole, è inutile che vi lamentiate del mondo che va a rotoli perché qui tutti sappiamo la verità. E la verità è questa; immigrazione: un barcone si è rovesciato; morti cento migranti. <<Solo cento migranti? Ne fossero morti 5000 in un colpo...prima o poi finiranno.>> Poi però la borsa da Abdul la comprate in doppia copia, per la moglie e l'amante. Per voi, gli unici che hanno diritto ai diritti siete voi. Tanto lo sappiamo, lo sappiamo bene, che i francesi vi sono sempre stati sulle palle e che se Al-Quaeda o l'Is ve li ammazza tutti, siete più che felici. Per voi i diritti sono solo vostri ed i problemi esistono solo quando i diritti vengono privati a voi. Voi intesi come italiani, brutti voltafaccia truffaldini e violenti. Siete talmente stupidi ed affamati di razzismo, che nemmeno capite di essere razzisti. <<È ma io non sono razzista, vorrei solo che stessero a casa loro, possibilmente morti grazie!>>. Proprio voi che siete andati in America a portare la Mafia, a stuprare le donne e solo i più onesti a lavorare e consci di dover tornare in patria, prima o poi. Il sistema dei diritti è messo in difficoltà dal popolo, altro che discorsi. Un popolo incapace di vedere aldilà del velo di Maya che quei quattro potenti del cazzo vi hanno messo davanti. Che poi, noi toscani maledetti abbiamo questo vizio del cazzo di offendere e deridere gli americani per ogni cosa ed io mi chiedo: <<Ma perché?>>. Abbiamo un tasso di obesità superiore al loro, e siamo un milionesimo meno di loro, un'economia in mano a 3-4 multinazionali, e 2 finiscono in “set” ed una in “ai”, una popolazione che non ha mai letto più di 2 libri in vita propria ed anche parliamo?

    Ma si sa, noi siamo così. Siamo il paese di Narciso burino, sempre meglio in tutto, sempre pronti a criticare, a “chiaccherare”. Non vedo altro che cemento e cemento e cemento ed una vegetazione ormai stuprata e prossima alla morte. E questa è Capannori, la vera vittima e carnefice di tutto ciò che queste colonne di carta vogliono criticare. Carnefice perché ciò che è stato scritto, è ben presente “nel comune più grande d'Italia”. Ipocrisia, razzismo, stupro dell'ambiente, criminalità, spreco...

    Ho visto spargere benzina bruciata, con le loro macchine, per percorrere 100 metri. Ho visto spacciatori nei 2 parchetti vicino alla Chiesa, servitori della messa che picchiavano la moglie, criminali al Bar Laser, anziani xenofobi con figli omosessuali, piccoli imprenditori fraudolenti, 16enni violentate ed incinte...

    Non serve guardare troppo lontano per vedere il fallimento delle istituzioni democratiche europee e la successiva degenerazione. Non serve parlare di nuova ricchezza o nuova povertà, diritti o non diritti, Renzi o Salvini, botulino o protesi. Basta ripartire dalle piccole realtà per evidenziare il fatto che proprio esse, le fondamenta dell'Italia, sono state le prime a cedere. La crisi dei diritti deriva dalla degenerazione e la degenerazione deriva dalle due crisi: economica ed ecologica. Lo dico con certezza perché lo vivo ogni giorno: il popolo medio è stanco di una democrazia che sembra la pirandelliana vecchia imbellettata, ed è pronto a riabbracciare gli ideali che settant'anni fa ci hanno condotto in Russia a morire di freddo. Il sistema è saltato, le persone si sono adeguate e questo è quanto. Se una volta la salvezza arrivava dal popolo...

    I tempi sono cambiati ed ora il popolo è parte di questa grande truffa chiamata libertà ed i pochi eletti che tentano di illuminare la via alla vera libertà risultano martiri. Di conseguenza, affido a queste cartacee colonne la mia profezia. Oh Capannori, immensa dispensa di odio ed ignoranza, abitata da intellettuali o presunti tali, che gli oceani ti sommergano, che un terremoto ti distrugga, che tu possa bruciare fino a diventare cenere e che le forze della natura ti disperano per cielo e mare, rinnegando la tua memoria ed oltraggiandola per l'eternità.
     

  • 17 settembre 2016 alle ore 22:55
    Inseguimenti frenetici

    Come comincia: La notte era incredibilmente silenziosa. Un frenetico brulicare di esibizioni canore da parte dei volatili animava un vuoto senza fine. Una luce, in lontananza, mi chiamava; e quando alzai lo sguardo lei era lì, immobile e pensosa, ma non come una fanciullina che, con occhi speranzosi e vivaci, pretendeva da me un riguardo paterno, bensì si trovava in una circostanza voluttuosa e magica, come se dovessi essere io a scorgerla, a darle senso, mentre troneggiava in alto sopra tutti e tutto. Era la Luna. Le macchie nere che la cospargevano come varicella aliena, mi suscitavano bellezza; sono forse terre e colline e mari e monti? La Luna sarà forse abitata da strani esseri con tre occhi e quattro gambe? Forse sì o forse no; probabilmente non lo scopriremo mai, ma il desiderio di conoscere e il fatto di azzardare l' esistenza di una nostra famiglia spaziale, aveva su di me un effetto oppiaceo. Nel frattempo tale sentimento estatico si controbilanciava, sulla superficie della mia memoria, ad un'area di tristezza alquanto volumica; il mio pensiero, con ragionamenti fantastici e illusori su improbabili esseri lunari, circoscriveva il punto immobile della mia anima, il cardine attorno al quale tutto ruotava, la mia dolce e amata EAPPRN. Alzai lo sguardo: una protuberanza molliccia e schifosa si stava staccando dalla luna. Essa, improvvisamente, come argilla malleabile e sofisticata, plasmò due strane particelle. La Luna, quella notte, era invasa da una masnada indecifrabile di nuvole; e le due particelle ne approfittarono subito. Correvano in modo instancabile tra sporgenze e dirupi, tra valli grigie e fiumi nebbiosi; e in tutto questo si cercavano, ma non si scontravano mai. Era piuttosto la particella di destra che ora aiutava la sinistra a scalare un dirupo; e subito dopo avveniva l'inverso. Pareva svolgessero ruoli opposti, elettricamente inversi; una era positiva e, quindi, in quella specifica circostanza aiutava la povera e desolata particella negativa. Ma il ruolo cambiava improvvisamente! Tutto era speciale, dinamico e programmato fisicamente. Un suono sordo e nero, alle spalle dei due giocatori amorosi, li stava raggiungendo; un buco tra le nuvole, in lontananza, spaventava la visione limitata delle due particelle. Quel suono senza volto era il futuro: è giunto fino ad ora, al presente, per impedire l'avvenire dei due protagonisti. Il moto di esso era inquietante; divorava istante per istante, metro su metro, e raggiunse in poco tempo i due. Non sapevano dove andare, cosa fare, cosa aspettare... il futuro? No: lui era dietro di loro; e in un gioco temporale assai bizzarro e strano, il passato era sparito, il presente c'era, ma senza dimensione, e il futuro, geloso del percorso ormai passato dalle due particelle, non consentiva un avvenire. I due, per nascondersi da quel terribile nemico, iniziarono a costruire un'abitazione in un posto freddo e buio, delimitato da un baratro nero senza fine. Per molti istantaneii anni essi fluttuarono senza sosta dentro quella casa; il desiderio di scontrarsi, in un certo punto dello spazio e del tempo, era incolmabile, ma praticamente impossibile, giacché nel momento in cui una delle due particelle era leggera e positiva, l'altra sprofondava nei gioghi della negativa pesantezza. Un giorno il futuro bussò alla porta: i due aprirono. Non videro niente. Scorsero solamente un vento in lontananza che aveva l'intenzione di risucchiare qualsiasi cosa. Così, in un attimo, tutta la casa, qualsiasi forma di arredamento, ogni suppellettile, svanì, risucchiata in quel buco senza fine. I due si guardarono: la superficie sferica che dava forma alle particelle cominciò a sfumare, perdendo spessore e solidità. Solo una, quella che fortunatamente era pesante e negativa in quel istante, vantava sull'altra una forma più naturale e buona; e subito il vortice si fece più forte, risucchiando la leggera e danzante particella. L'altra, rimasta sola e costernata per la perdita dell'amata e irraggiungibile leggerezza, spirò sotto forma di luce ed energia. Viaggiò per universi paralleli, tra dimensioni compattificate e stranezze quantistiche, fino a giungere proprio qui, dentro di me, seduta al mio posto, e impegnata nello scrivere questa assurda storia. La particella negativa ero io, credo; l'altra, invece, era sicuramente EAPPRN. Ma allora io ero sia qui, che scrivevo, sia là che svanivo? E EAPPRN dov'è finita? E il futuro? Forse non esiste il futuro, per noi; sopravviviamo solo caoticamente, e senza mai incontrarci. Abbiamo scritto il passato durante il presente; abbiamo sperato nel futuro mentre lo fuggivamo...

  • 17 settembre 2016 alle ore 22:27
    Libertà

    Come comincia: Lettera aperta-di lettere chiuse non ne vogliamo, siamo aperti al dialogo ma solo il martedì dalle 19:00 alle 20:16-al genere umano.

     

    Fratelli, nei giorni di pace in cui... No, scusami. Ho Sbagliato. Volevo copiare l'incipit di quelle grandi lettere ma ho cambiato idea fin da subito. Oh, sappi che il “vogliamo” del titolo è una menzogna: sono un uomo solo. Tu sei qui per ascoltarmi ed io sono qui a spiegarti per quale motivo Libertà sia scesa in Terra. La Libertà. Io però, te lo dico fin da subito: ci sarà del linguaggio scurrile. Sì, so benissimo che il linguaggio scurrile è la macchia sopra la tela perfetta che è la nostra lingua. Ma capirai che senza, non sarebbe stato lo stesso. Allora, partiamo con un classico: il Mondo fa schifo. Sappilo fin da subito. Ti faccio un esempio semplice; se nel Primo Mondo ti svegli ed hai la “dissenteria”, assumi una bustina di miracoli chimici e poi puoi fare il tuo Jogging quotidiano al parco. Tanto sarai sicuramente disoccupato. Se nel Terzo Mondo ti svegli con la dissenteria, tu muori in 20 minuti. Hai presente le tue donazioni a fine anno che fai ai bambini africani? Tre di loro sono morti in questo preciso momento. Il politico che hai votato? Ha rapporti con le minorenni e non ama il suo paese. La ricerca medica? Non esiste, o le case farmaceutiche chiuderebbero. Il terrorismo? “Chi semina vento, raccoglie tempesta.” Non prendere la metro alle 12 esatte. Fa tutto schifo, caro. Qualsiasi forma di ordine sociale, qualsiasi ordine morale, qualsiasi scala di valori è stata rasa al suolo. Viviamo nel Caos e non c'è nessuno che sappia che cosa fare o dove andare. “Il Mondo è divenuto una grande Recanati.” Ed io ho fatto troppi esempi; e tu sei incazzato. Pensi che io sia un venditore di fumo. Un commediografo tragicomico da due lire. Stai per strappare la lettera, vero? Non farlo. Aspettami, io sono qui. Una settimana fa, tra un Talk Show e un Reality, avrai sicuramente visto un servizio d'emergenza, riguardo l'esecuzione. L'esecuzione della Libertà. Libertà Sovrana, accusata di traviare le giovani menti (ti ricordi Socrate?) prima è stata incarcerata per almeno un secolo e poi è stata giustiziata in piazza dell'Ordine. Colpo secco in mezzo agli occhi come le vacche in Texas: "Ehi ma che stai dice..."

    Calmati. Cercavo di antropomorfizzare un concetto che non solo è alla base stessa dell'identità insita nell'uomo, ossia nella coscienza ma allo stesso tempo è una catena invisibile avvolta intorno al cuore degli uomini. Quindi io dovrei rispondere al dilemma: "Ma è una cosa positiva o negativa?" Ti dico fin da subito che non ne ho idea. Non mi chiamo Freud, Gesù Cristo o Frank Sinatra - si annoti che il terzo esempio è puramente casuale: e non fa ridere - .
    Io posso dirti che tu, genere umano, mio padre e mio fratello al pari, nascesti libero. Tu nascesti nudo e ignorante e primitivo. Tu nascesti per volontà altrui però. Quindi non sei libero(?). Vedi, tu sei nato perché la libertà di qualcun altro ha permesso a quel qualcuno di farti nascere. Libero. Alla fine, non è come sognavo da adolescente. Un'enorme dimensione parallela, color bianco mentale che vedi quando pensi ad occhi chiusi. E tutti noi lì, incorporei e immateriali: "Nasciamo!" gridavamo. E ci ritrovavamo a 3 anni in un cortile con mamma e papà. Perché fino a quell'età riuscivo a ricordare; prima non potevo. E poi, perché avevo 16 anni e cercavo di capire come funzionasse il mondo. Ma tralasciando sogni pseudo mistici, Divinità e Big Bang, torniamo al mondo attuale. L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Il continuo susseguirsi di scelte ed eventi ha plasmato il mondo in modo che adesso è così come lo vedi e lo abiti tu, ogni secondo. Allo stesso modo, se non fossimo nati liberi, espressione della libertà altrui, saremmo animali puri e semplici. E quindi non saremmo mai esistiti. E nemmeno Dio sarebbe mai esistito! Nel senso che non avrebbe mai inviato suo figlio sulla Terra e non si sarebbe rivelato quindi mettete le armi a terra per favore, grazie. Ciao.Beh, io ti dico che siamo vicini all'eliminazione totale dell'identità umana. Io ti dico che libertà è la mia Regina e dubbio il mio Re. Io ti dico che posso solo attualizzare, perché libertà è “essere liberi di” ed io ho bisogno di qualcosa che segua quel di. E allora sappi che tu sei nato libero e che adesso, tu hai bisogno hai bisogno di riprendere la tua libertà in mano. Tu devi essere libero. Obbligo ed “essere libero” appiccicati dopo il soggetto: proprio così. Tu devi avere libertà di scelta per tutta la tua vita. Ricordi cosa ho detto prima? L'essere liberi ci ha condotti a questo mondo di merda. Sappi che in questo mondo solo gli affiliati al Partito del “Denaro di Giuda” sono liberi. Solo i potenti sono liberi in questo mondo. Noi non lo siamo. Noi abbiamo preferito vendere la nostra libertà per un'automobile, un pulcioso cane di merda ed una moglie che non ci ama. Abbiamo consegnato le chiavi del Tempio della Libertà a quelle 100 persone che ora decidono tutto per tutti. Cosa vedere, cosa sentire, cosa provare. Quando morire, se di terrorismo o per un crollo di una scuola. Nascere sani o mutati dalle radiazioni o dall'amianto. Vivere poveri o ricchi. Libertà scese sulla Terra per noi dalle dimensioni dell'Eterno e noi l'abbiamo fatta morire. Donna dai lunghi capelli neri che diventa polvere di fronte ai nostri occhi, portata via dal vento mentre dolce lacrime scivolano sulle guance. E adesso la invochiamo, tremanti come cani bastonati. La citiamo in discorsi a vanvera. "Sono diciottenne, sono libero!" Io ti dico vaffanculo. In realtà siamo tutti in trappola. Siamo tutti racchiusi nella nostra stupida idea di libertà che altro non è che un modello standard 4x4. Crediamo che Libertà sia una sensazione da tre soldi che si prova quando si è felici. Quando hai mangiato al McDonald's con un amico, quando hai preso lo stipendio o quando hai fatto una stupida maratona la domenica mattina ed hai svegliato ¾ del vicinato - nota autobiografica - . Queste cazzate che assumiamo a Libertà sono solamente schemi concettuali di vita vissuta che ripetiamo ogni giorno! La nostra (imitazione di) Libertà è uno schema; proprio uno schema trascendentale alla Kant! Per negare il fatto, ossia per occultare il nostro omicidio di massa, ci siamo costruiti un'imitazione da venerare. Come nel treno di Agata Christie: una coltellata alla volta, avanti, prego, lei ha il biglietto? Oh, sì, lei non sa un cazzo di nulla, è il benvenuto, prego, fate scorrere la fila! Sai cos'è successo una settimana fa? Ricorderai sicuramente l'esecuzione di cui ti parlavo. Un bambino è morto, mentre si trovava all'asilo nido, perché un contro soffitto gli è caduto addosso e il corpo è stato sfra...

    Non vorrei finire, mai. So che sei sfinito ma dai ancora seguimi, per poco. Il suo corpo è stato sfracellato, per l'urto. Per me la Libertà è nuovamente morta. Il fatto che, un bambino non possa essere libero di vivere la sua vita, perché le scelte di qualcuno gliel'hanno impedito. Adesso lui è morto e tu stai piangendo. "Allora in verità ti dico che [... ]" noi dobbiamo recuperare ciò che è nostro di diritto. Dobbiamo smettere di combattere guerre fratricide e di autodistruggerci. Abbattiamo questa società di Mass Media "che ci fanno comprare cazzate che non ci servono" (citazione da Chuck Palahniuk, unico e vero Dio), abbattiamo questi vincoli; questi obblighi morali verso il nulla e torniamo là. Torniamo al "Locus Amoenus" principe, a quella dimensione immateriale nella quale nulla c'è ma tutto è possibile. Solamente noi stessi e la nostra libertà, la nostra unica e giusta catena avvolta intorno al cuore.

    Note dell'Editore

    Abbiamo pubblicato la seguente lettera, da noi considerata volgare ed esasperante, priva di contenuto e falsa. Libertà è un termine che abbiamo abolito nel 2307, ben 40 anni fa. Di conseguenza, vi invitiamo alla lettura poiché possiamo aborrire tutto ciò che vi è scritto. Oggi, noi possediamo il termine "****" e questo vi deve bastare.

    P.S. L'autore è morto suicida.

    In fede, Partito del Denaro.
    Dai, stavo scherzando.

    Siamo nel 21esimo secolo e sono vivo.

    Quel Partito era una metafora, tutto lo era.

    Nessun bambino è morto.

    Nessun cane è stato maltrattato per l'esecuzione di questa lettera.

    Andate in pace.