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in archivio dal 26 ott 2006

Raffaello Ferrante

02 settembre 1969, Bari - Italia
Segni particolari: Altamente pigro.
Mi descrivo così: Caporedattore per Mangialibri. Ha partecipato al grande romanzo collettivo In territorio nemico (Minimum fax, 2013), realizzato con il metodo SIC. Ha pubblicato Orecchiette christmas stori ('round midnight edizioni, 2014), il racconto Il lavoro logora chi ce l’ha (Centoautori, 2007), vari racconti su antologie - Marchenoir (Italic peQuod, 2012 ), Gli schizzati (Photocity, 2012), Frammenti di cose volgari (BooksBrothers, 2009), Rien ne va plus (Las Vegas, 2009), Neromarche (Ennepilibri, 2008), e altri editi da Giulio Perrone editore -, e su riviste e quotidiani - Inchiostro, Colla, Prospektiva, L’Attacco -.
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  • 18 aprile 2014 alle ore 21:25
    Il colpo

    Come comincia: «Fermi tutti, questa è una rapina!»
    Minchia, l’ha detto!, penso dentro al passamontagna di lana già inzuppato di sudore acido misto all’odore mentolato del Proraso. L’ha detto per davvero. E gli è pure uscito in tono cazzuto, da film americano. Guardo Carluccio alla mia destra. Gli occhi sbarrati nella fessura del suo cappuccio nero non promettono niente di buono. La mano tremula, tesa, con la pistola puntata sugli ostaggi, ancor meno. Io almeno la pistola me la son fatta dare giocattolo. Quello pure vera l’ha voluta. Chi si crede di essere, John Wayne? Incrocia disperato il mio sguardo. Se la sta facendo sotto di brutto quel ciccione di merda. Figuriamoci. Troppo emotivo. Pure al Sorcio gliel’avevo detto. Finirà col combinarci qualche casino, vedrai. Meglio fargli fare il palo a quel cacasotto.
    Ma lui, niente. Anzi. Uno così ci serve da spaventapasseri, aveva aggiunto mostrandomi tutti e trentadue i denti marci da tossico lercio. Come no. Un quintale di lardo invertebrato, altro che storie.
    Stringo appena le palpebre cercando di comunicargli di stare tranquillo, che va tutto bene, che tra pochi minuti il Sorcio ci porterà fuori di lì. Che tutto andrà per il meglio. Ma glielo leggo negli occhi che sta per sbroccare. Capirai. Il grassone si starà sparando il film della Luisa, a casa, gravida, mentre gli stira calzini e mutande. O del figlio obeso con gli occhiali a culo di bottiglia appannati. O della madre in carrozzina coi neuroni fritti da quel cazzo di giornale radio. Pensa la faccia della vecchia quando sentirà: «Rapina a mano armata stamane in un quartiere periferico di Roma. Tra i malviventi un insospettabile. Si tratta del disoccupato Carlo Rondinini…». Sai l’angina!
    «Stai calmo Carle’. Statti calmo, per la madonna» gli dico a denti stretti sperando mi possa sentire.
    «Ehi, niente scherzi del cazzo bello. Intesi?» sento intanto urlare al Sorcio rivolto al cassiere, mentre gli scodinzola la pistola sotto il naso. Per la madonna gli dovesse partire un colpo!, penso spruzzando sudore come olio fritto.
    «Avanti, apri ‘sta cassa e togliti dai coglioni. Vatti a mettere con gli altri. Corri!» gli fa poi indicando con il ferro il gruppetto di clienti sotto tiro di Carletto. L’impiegato esegue terrorizzato. C’avrà sessant’anni il poveraccio, magari è sotto pensione. Ha la pelata lucida, i ciuffi di capelli ai lati della boccia e due basettone bianche che gli arrivano sotto le orecchie. Alle sue spalle il calendario del 1978 con le date di oggi e domani segnate in rosso e sotto la scritta crociera, sottolineata tre volte. Dai Basettoni, fatti forza, che fra due giorni te ne stai stravaccato sul ponte di un ferryboat a sbirciare minorenni nascosto sotto il panama bianco, destinazione Il Cairo.
    Porta una giacca a quadri grigia e un cravattone scozzese dal nodo enorme. Come diavolo fa a non soffocare con ‘sto caldo asfissiante? Ci saranno quaranta gradi qua dentro. Il ventilatore a pale sul soffitto è fermo. Sono in maniche di camicia ma mi sento di impazzire. Sarà il passamontagna. Saranno le coronarie.
    Il vecchio raggiunge gli altri tre ammassati davanti a Carluccio, senza fiatare, le mani per aria, in segno di resa. Non sarà mica finocchio? Gli punto anch’io la pistola addosso invitandolo a inginocchiarsi. Lo stesso faccio con gli altri. Sono tre donne. Due sembrano fotocopiate, solo una versione giovane, l’altra datata. Senz’altro mamma e figlia. Si vede da come si tengono strette. Accanto a loro invece una matrona vestita a lutto, agita le mani tozze per aria, come zampe di un enorme bagarozzo. Vestita di nero da capo a piedi, piange e si dondola come le vedove a Beirut. Ciondola avanti e indietro implorandomi di non sparare. Ha lo sguardo del bovino prima di andare al macello. Cristo santo, quel lamento mi sta già trapanando il cervello. In che cazzo di lingua sta pregando? Mi metto la canna della pistola davanti al naso facendole segno di tacere.
    «Che cazzo state a fare lì impalati, le belle statuine?» ci urla addosso Enzo, facendoci segno di andarlo ad aiutare. È dietro il bancone e sta svuotando le casse. Mi avvicino io lasciando Carluccio con gli ostaggi. In quello stato meglio non metterlo troppo a contatto col capo. Agitato com’è finisce che ci scappa il morto. Con la polverina c’avrà dato dentro parecchio stamattina. Sta schizzato di brutto. Impensabile contraddirlo. Tiro fuori dai jeans un sacco di plastica, di quelli neri per l’immondizia, e glielo porgo, pregando in cuor mio di uscire da lì il più in fretta possibile. La filodiffusione sta mandando il GR1.
    Enzo controlla le mazzette una ad una per vedere se sono segnate, poi le infila nel sacco. È tirato come un’acciuga, tutto nervi e cocaina. Dalla camicia quadrettata a mezza manica spunta la testa di un cobra tatuato sull’avambraccio rachitico. Volto lo sguardo. Carluccio è talmente inzuppato di sudore che la maglietta celeste della Lazio è già pezzata di chiazze scure, grosse come pozzanghere. Ma si può andare a fare una rapina con la maglia di Chinaglia? Ha sempre la pistola puntata dritta su quei disgraziati e lo sguardo imperterrito fisso su di me, neanche fossi la Madonna pronta a rivelargli il terzo segreto di Fatima. Ma come cazzo mi ci sono infilato qui dentro? Posso mica mettermi a pensare anch’io a Franca a casa che non può lavorare, a Franca convinta che sia uscito per andare anche stamattina a timbrare il mio cazzo di cartellino. A Franca che non sa che il cartellino son più di sei mesi che non lo timbro più, visto che m’hanno sbattuto fuori a calci nel culo e mò non c’ho manco le palle di andarmi a confessare per non umiliarla. Posso mica mettermi pure io a pensare a tutte ‘ste stronzate adesso, brutto panzone di merda che continui a fissarmi in continuazione. Non ti ci ho mica portato io sulla giostra, vorrei urlargli in faccia a quel manzo flaccido.
    Cerco di modulare il respiro. Lento, sempre più regolare. Calmare. Almeno io. Mi devo cal-ma-re. Ma sudo e soffoco sotto il peso del passamontagna di lana. E non è facile ragionare così. Ho una voglia matta di nicotina. Sento il fiato stantio risalirmi su per il naso. Mi potessi almeno fumare una paglia. Mi volto di nuovo a guardare alle mie spalle. All’esterno è ancora tutto tranquillo.
    «Carlo, fatti portare dal vecchio alla cassaforte che a questi ci penso io. Forza!» tuona il Sorcio.
    Cristo santissimo. L’ha chiamato per nome. Ha chiamato il grassone col suo nome davanti a tutti. Cazzo santo, adesso gli prende un infarto a quello. Guardo Enzo nel tentativo di comunicargli di non tirare troppo la corda se non vogliamo giocarcelo, ma il suo sguardo mi restituisce due pupille inespressive, rosse e appuntite come spilli. Sembrano gli occhi di un dobermann. A questo non gliene frega un beneamato stamattina. È in sbrocco. Completamente fuori di testa, impossibile da gestire. Me l’avevano detto che era uno un po’ schizzato, che la coca se l’era mangiato, ma mica potevo organizzare un colpo da solo con quella merda obesa? Mi serviva uno già rodato. Un professionista.
    Per fortuna Carlo non sembra dare peso al lapsus del Sorcio. Al solito cerca conferma nei miei occhi. Gli faccio segno con la testa di seguire il cassiere verso il caveau. Guardo ancora alle mie spalle. Fuori la vita sembra scorrere normalmente, almeno per ora. Il solito traffico rovente, dissennato e caciarone di metà agosto. Ma chi l’ha detto che d’estate Roma si svuota?
    Abbiamo scelto la Cassa di Risparmio di Parma perché è piccola e si riesce a tenere tutto sott’occhio. Oltretutto non c’hanno manco la guardia giurata, ‘sti pezzenti. E poi è vicina al Raccordo, che se non ci muoviamo finisce che arriva già la macchina con Bruno.
    Bruno sì che è uno a posto. Ha detto che ci dà una mano, senza nemmeno niente in cambio. «Lo faccio perché sei ‘n fratello» m’ha detto ieri abbracciandomi. Ma io un regalo glielo faccio lo stesso quando esco di qua. Ci verrà a prendere fra un quarto d’ora. Poi ci accompagna alle nostre macchine e ognuno per sé. E dopo solo libertà, grana e vaffanculo mondo!
    Ho già pensato a tutto. Sei mesi in Germania. A Franca dico che vado per lavoro. Le mando un po’ di testoni per non far mancare niente alle bambine e il resto del gruzzolo lo metto in qualche banca tedesca coi controcazzi. Al ritorno investo tutto nel mattone e in sei mesi torno pulito e immacolato come un vitello da latte.
    Dalla filodiffusione adesso sta suonando Liù, degli Alunni del Sole. Gesù, mi fa venire in mente Fregene. Che cazzo non darei per starmene stravaccato ancora su quella spiaggia. La pelle arrostita dal sole, la Peroni gelata tra le mani e le tette dure di Graziella a strofinarmi giorno e notte la schiena. Quella sì che era vita!
    All’improvviso uno sparo secco seguito da un urlo di donna mi fa trasalire.
    «Porca di quella mignotta! Ce sta una qua» si sente gridare Carluccio dall’altra stanza con quella sua vocina da finocchio.
    «Per la puttana, che cazzo stai a fa?!» sbraita il Sorcio abbandonando la cassa e precipitandosi di corsa di là. Gli ostaggi, sempre inginocchiati sul pavimento, allo sparo hanno lanciato un urlo che m’ha fatto saltare più dello scoppio.
    «Enzo, nun volevo spara’ – sento Carlo piagnucolare – te lo giuro, m’è sbucata fuori all’improvviso. Me so’ messo paura!»
    Cerco di affacciarmi per capire cos’è successo ma non posso abbandonare le tre grazie. Mi sporgo un po’. C’è il cassiere seduto su una sedia girevole, le mani in faccia e ai suoi piedi le gambe di una donna stesa sul pavimento sporco di sangue. Lo sapevo, lo sapevo, cazzo! Mi mordo un labbro. Ma che madonna ha combinato quel coglione, penso sempre più sfiancato dall’afa, mentre sento Enzo cercare di tranquillizzare la donna che non è niente, di non agitarsi, che è stata colpita solo di striscio. «Tu, – sento poi il Sorcio dire all’impiegato – vai a prendere la cassetta del pronto soccorso. Disinfetta la ferita e stringigliela con uno straccio più forte che puoi. Hai capito?»
    Quello si alza di scatto e scompare in bagno. Enzo torna, guarda quei disperati per terra inginocchiati come fossero al refettorio. «Visto che succede a voler fare i furbi? State in campana.»
    Poi mi dice di farmi dare dal cassiere le chiavi del caveau e di svuotarlo.
    Neanche il tempo di muovermi che mi sento il sangue surgelare nelle vene. Un colpo secco sulla porta a vetri alle mie spalle e l’ombra di un’uniforme si materializza all’istante sulla mia cornea. Non ho il tempo di reagire. Sto istintivamente alzando le mani quando il Sorcio si butta nel gruppo e afferra la donna vestita di nero per i capelli, costringendola ad alzarsi. Col corpo di quella balena a mo’ di scudo davanti a lui e la pistola puntata alla testa si mette davanti alla porta girevole, proprio di fronte al poliziotto. Quello alza le mani. Fa cenno a Enzo di stare calmo. Poi si allontana di qualche passo e si va a nascondere dietro la Giulia verde della pula. Il Sorcio con la donna stretta al fianco ci chiama a raccolta e ci dice di andare tutti nella stanza dove c’è la ragazza ferita.
    Chiudo gli occhi e deglutisco. Lo sapevo. Lo sapevo che andava a finir male. Ma che cazzo m’ero messo in mente?
    Raggiungo gli altri di là mentre di fuori in un attimo è scoppiata l’apocalisse. Ci sono già decine di curiosi assiepati sul marciapiede, le mani sulla bocca e tra i capelli. Ingorghi di macchine, traffico in tilt. In lontananza si sentono sirene e due volanti della polizia sono di traverso, a bloccare il transito. Fra un po’ arriverà l’esercito intero. Dove cazzo credevamo di andare?
    L’ufficio dove siamo stipati è minuscolo e rovente. Neanche le pale ferme del ventilatore ci sono qui. Guardo la donna per terra. Quanti anni avrà ‘sta poveraccia. Cinquanta? O forse è la divisa che l’invecchia. Ha un tailleur grigio e la camicetta bianca. Sotto la testa il collega le ha infilato la sua giacca. Neanche a dirlo, tra tutti i presenti è me che fissa con lo sguardo disperato. La fronte le gronda goccioline di sudore. Le calze di nylon sono inzuppate di sangue nero all’altezza della caviglia. Per terra accanto alla gamba ce n’è un lago. Cristo santissimo, devo spostare gli occhi se no vomito. Il cassiere le deterge la fronte di continuo e la rassicura. Sembra di essere in un film di Dario Argento. Le tre donne sono addossate alla parete senza fiatare. Non sanno se sperare o disperare. Il Sorcio guarda me poi Carlo. «Abbiamo gli ostaggi» sentenzia neanche fossimo a Cinecittà a girare uno spaghetti western. «Non ci possono fare un cazzo!» chiude poi, solo un po’ più convinto di noi.
    È proprio quello che non avrei mai voluto sentire. Mi sento mancare. La puzza di sudore, sangue e deodoranti mischiati, mi dà il voltastomaco. Finiremo con un buco in fronte, me lo sento. Carlo ha gli occhi sbarrati. Abbassa la testa e si fissa la punta dei piedi. Non si rende neanche conto di quello che ha detto Enzo, probabilmente. Scivola con le spalle sul muro fino ad accartocciarsi su se stesso.
    Il cassiere ci guarda. Vuole capire le nostre intenzioni. Incrocio il suo sguardo. «Sta male» mi dice serio, indicando col mento la donna stesa fra le sue braccia. Enzo si volta verso di lei, poi guarda noi. Per strada oramai è tutto un ululare nauseabondo di sirene. Avranno circondato tutta Torpignattara a quest’ora.
    «Ehi Stramaglia. Che vi siete messi in testa lì dentro?» sentiamo all’improvviso gracchiare da un megafono all’esterno.
    Per la puttana, ditemi che è un sogno. Persino Enzo che fino a quel momento s’è tenuto freddo, sentendo il suo nome gridato per strada come fosse un BR, ha un sobbalzo di sorpresa.
    «Avanti, non fate stupidaggini. Se uscite adesso non vi succederà niente.» Carlo è alle mie spalle, ma sento il rantolo respiratorio del suo terrore.
    «Sanno chi siamo, Enzo – lo sento sibilare sfinito al Sorcio – arrendiamoci, è finita!»
    Mi stringo nelle spalle per attutire il colpo che come un fulmine intuisco partire dall’avambraccio ossuto di Enzo per abbattersi con tutta la sua forza sul cranio del povero Carluccio. Le donne scoppiano in un urlo sincronizzato.
    «Vai, brutto pezzo di merda porta rogna. Se ti stai a caca’ sotto esci e fatti arrestare!» gli urla addosso il Sorcio strattonandolo come un pupazzo.
    «Io piuttosto esco steso da qua dentro. Mettitelo bene in testa… e pure tu!» conclude puntandomi la pistola contro, tanto per essere chiaro anche con me. Poi tira la ragazzetta per la blusa, le punta la pistola in fronte e se la trascina a forza di là, verso la vetrata. «Ehi, Serpico! – sbraita diretto al poliziotto di fuori che lo tiene sotto tiro – Se non vi togliete da qui fuori immediatamente, giuro che finisce male, cazzo!»
    La bimba piange disperata tra le grinfie lerce del Sorcio, mentre la mamma ulula tutti i suoi decibel di disperazione a un metro dalla mia angoscia. Poi Enzo rientra e molla la ragazzetta tra le braccia protese della madre. Si lascia cadere su una poltroncina e con un colpo secco si sfila il cappuccio. Ci zittiamo tutti all’istante nel vederlo così. È spettinato, bianco da far paura, la barba incolta e due occhiaie nere sotto gli occhi, nonostante tutto ancora vispi e glaciali. «Sanno tutto di noi oramai – dice lanciando il passamontagna per terra – non ci servono più a un cazzo questi!»
    C’ha ragione. Lentamente ci scappucciamo pure noi. Mi sembra di rinascere, senza quel cazzo di coso a soffocarmi. Gli occhi delle tre donne mi scrutano con compassione. Carluccio è paonazzo in volto. Sembra una vescica piena di sangue pronta ad esplodere.
    Il Sorcio si accende una Marlboro, poi si avvicina alla donna ancora stesa per terra mettendole un palmo sulla fronte. «Prendi il telefono e chiama quelli lì fuori. Digli di portare un’ambulanza qua davanti che c’è un ferito» dice rivolto all’impiegato.
    Penso a Franca, alle bambine. Ho un groppo in gola che non mi fa respirare. Vorrei farmi due tiri a una paglia pure io, ma lì dentro di ossigeno non ce n’è più, e poi c’è una ferita. Carluccio seduto nell’angolo, per terra, pare una mongolfiera senz’aria. Ha lo sguardo allucinato e ha preso a piagnucolare peggio del bagarozzo.
    Sento la sirena dell’ambulanza in lontananza.
    «Stramaglia portaci fuori il ferito, forza!» si sente echeggiare dal megafono all’esterno.
    Il Sorcio prende il bagarozzo per un braccio. Si para dietro di lei. «Smetti di piangere o ti sfondo la testa» le sussurra delicatamente in un orecchio prima di piantarle la pistola sulla nuca. La matrona obbedisce.
    «Tu e Basettoni prendete la ferita e seguitemi» dice poi Enzo rivolto a me e al cassiere.
    «E tu coglione alzatati da lì e tieni d’occhio ‘ste due» conclude poi rivolto a Carlo.
    Carluccio resta immobile al suo posto.
    «Ehi, mi hai sentito, brutto testa di cazzo?»
    Ma Carlo non sembra sentirci né vederci più. Sta accovacciato su se stesso, la testa reclinata sul petto a farfugliare roba senza senso. Sento la densità acida dell’aria ribollire di tensione negativa in ascesa fino al soffitto. Enzo ha qualche secondo di pausa indecisa e incredula. «Avanti Stramaglia, che cosa stai aspettando? Portaci il ferito e lascia andare gli ostaggi» si sente ancora gracchiare dal megafono in strada. Il Sorcio molla il bagarozzo nella stanza e come un cobra scatta sul povero Carlo con una furia inaudita. «Cristo santo, che cazzo state a fa’?» provo a urlare, ma le sirene di fuori, le urla degli ostaggi, i colpi sordi che sento piovere sul corpo flaccido di Carletto alternati alle sue lagnose preghiere e alle bestemmie del Sorcio, non mi permettono di muovere un dito. «Dio mio, lo ammazza» sento invece sussurrare al cassiere alle mie spalle. Un attimo dopo lo vedo buttarsi sul corpo secco di Enzo cercando di farlo arrestare. Cazzo, cazzo, cazzo. Le grida delle donne mi stanno mandando in vacca il cervello. Non so più che fare. Il caldo mi divora. Qua fra un po’ finisce tutto a puttane.
    Neanche il tempo di pensarlo che sento il colpo secco di una pistola. Il groviglio di corpi davanti a me per un attimo s’immobilizza. Il cassiere stravolto è il primo a balzare in piedi. Si guarda il petto. Ha la camicia sporca di sangue. Si tappa la bocca con una mano come voler soffocare un’atroce scoperta. Sento una specie di risucchio con la gola al mio fianco. Mi volto. Il Sorcio è seduto per terra con gli occhi spiritati e le mani premute su un fianco. Grondano sangue denso e nero. Mi scruta terrorizzato. Le tre donne urlano isteriche di spavento. La prima che vedo schizzare ululando di là è la matrona. Dopo un attimo di incertezza anche la mamma e la figlia schizzano a gambe levate verso l’uscita. Il cassiere ha un lampo nello sguardo quando realizza che il sangue sulla camicia non è il suo. Osserva le donne scappare all’esterno, mi fissa interrogativo, quasi a chiedermi il permesso anche lui di scappare. Sento le lacrime sciogliersi sulle guance. Gli faccio cenno di sì con la testa e lo vedo, camminando lentamente all’indietro, sparire rapido dalla mia visuale. Per terra giace con gli occhi spalancati dalla paura la loro collega ferita.
    «Che diavolo sta succedendo?» urla il megafono dall’esterno. Mi volto a guardare Carluccio. Ha il sorriso ebete perso nel vuoto e la pistola fumante ancora tra le mani.
    Ho bisogno di un sostegno. Sento che sto per cadere. Mi appoggio alla parete alle mie spalle e senza togliere lo sguardo da quei tre, come agissi al rallentatore, comincio leggermente a scivolare anch’io verso la porta. Di là è tutto un lamento di sirene e urla concitate. Sporgo la testa verso la hall. I poliziotti hanno forzato la porta a vetri e stanno facendo uscire lentamente gli ostaggi. Guardo i tre davanti a me. Sono statue di sale. La rabbia cieca e disperata del Sorcio in un lago di sangue, la tranquillità incosciente di Carluccio, il terrore dell’ultimo ostaggio nell’intuire la mia vigliaccheria. Continuo a sgusciare verso l’uscita spalle al muro. Sento il legno della porta scivolarmi sulle dita umide di adrenalina. Vedo l’ultimo ostaggio uscire e la fessura di libertà spalancarsi davanti a me forse per pochi secondi ancora, prima dell’irruzione delle forze dell’ordine. Chiudo per un attimo gli occhi inzuppati di lacrime e sudore. Mi bruciano. Quando li riapro focalizzo solo il passaggio di luce tra me e l’esterno.
    Schizzo verso quel varco senza pensare più a niente, senza pensare alle centinaia di persone assiepate lì fuori, senza immaginare le conseguenze. M’infilo in quel cono stretto fra facce incredule e mani che cercano di afferrarmi. E finalmente corro. Il più veloce possibile, il più in fretta che posso, il sole in faccia a bruciare, l’aria rovente a mulinarmi nelle orecchie, i clacson impazziti, le gambe a galoppare che nemmeno Mennea, le urla alle mie spalle, le sirene, il rombo di un elicottero sulla testa. E poi lo sparo.

     
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