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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • Mariti
    • 22 luglio alle ore 9:44

    I tanti racconti che compongono la trama di questo libro della scrittrice messicana hanno, come filo conduttore, la costante presenza di uomini in relazione al preponderante mondo femminile. Sono figure secondarie, tristi macilenti ed avulsi dal contesto matriarcale di certe società in cui la donna è traino assoluto. Il dipinto ironico, i luoghi, le figure ambigue e le contraddizioni di un popolo assolato e pigramente adagiato su antichi pregiudizi fanno da sfondo in questa piacevolissima descrizione della Mastretta. Autrice diretta, non lascia nulla al caso. Dipinge magistralmente le figure, facendole apparire nella loro totale essenza, senza orpelli, dando forza alla donna con le sue pennellate di assoluta intelligenza ed ironia.

    [... continua]
    recensione di Sebastiano Impalà

  • Uno di quei libri il cui titolo potrebbe trarre in inganno. Storia di un tradimento sì, ma anche e soprattutto un romanzo d'amore "Adulterio"di Paulo Coelho.
    Non solo amore di coppia, si badi bene, ma autostima, dunque attenzione per se stessi.
    L’io narrante è Linda, una trentunenne che, all’inizio, risulta addirittura antipatica. Sposata con un uomo che l'adora, con due figli e una tata filippina, fa la giornalista e adora il proprio lavoro. Vive a Ginevra, una città pulita, ordinata e accogliente. Eppure al mattino fa fatica ad alzarsi, piange, si sente incompleta, infelice. Recitare ogni giorno una parte che non si sente propria, sorridere anche quando non se ne ha voglia è ciò che la società le richiede. E, quando una donna prova certe sensazioni, il tradimento incombe.
    Cade tra le braccia di Jacob, e non si tratta solo di sesso: se ne innamora. Qualcosa che la cambia, la turba profondamente, ma al tempo stesso la induce a riflettere, diventa strumento per superare le proprie paure. Un'infedeltà capace di aprirle il cuore, costringendola in quella terra di nessuno tra un passato costruito faticosamente, mattone su mattone, e un futuro che rischia di sbriciolarsi come una casa sotto le scosse del terremoto.
    Allora si ferma, indietreggia, rinuncia. Dolore e salvezza. Ma è davvero la scelta giusta?
    Più fortunato della nazionale del suo paese nel corso dei recenti mondiali, il brasiliano Coelho, con questo libro, segna un ennesimo goal nel campionato delle vendite. Complimenti a lui.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Annamaria Citino nella sua seconda fatica letteraria "Son tutta ciliegie", esprime l’essenza del proprio pensiero. Lo fa attraverso una poetica fondata su una disarmante semplicità ma, al tempo stesso, tecnicamente ben strutturata.
    Dalle sue origini mediterranee l’autrice deriva il calore della passione, l’intensità dei colori e la capacità di farsi penetrare dalle forti emozioni ergendole ai livelli più alti.
    Piccante, provocatoria, disinibita, la sua silloge non solo si rivolge agli appassionati del genere, ma risulta di ausilio per chiunque voglia avvicinarsi alla poesia erotica e passionale. La Citino che, nella vita come nell’arte, non fa certo della convenzionalità la prerogativa principale, interpreta con disinvoltura e al tempo stesso con maliziosa ingenuità quella che dovrebbe essere la prerogativa di ogni forma di comunicazione artistica: la capacità di cogliere le sfumature più intense delle emozioni primarie. Nel corso della lettura ci si accorgerà come alla scrittrice calabro-sicula-veneta, attraverso un lavoro di sublimazione emozionale, riesca l’ardua impresa di trasformare i più reconditi desideri primordiali nelle più dolci note poetiche.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • L’Universo Uomo cede fortemente al richiamo del Pianeta Donna, lo decanta “Non hai età/quando mi guardi/appena sveglia/con l’odore del caffè/sulle tue labbra”; lo aspira… /Ed aspiro voluttà remote/, lo attraversa…/Amo il tuo cuore/e con esso pulso/spargendo forte/ la mia essenza d’uomo/, e ancora lo vive, ne sonda la profondità degli occhi /…una musa/dagli occhi profondi/ come tunnel/.
    Di questo e di ardente passione si compone la poesia di Sebastiano Impalà, il poeta-pirata dal verso libero, che benda prima di baciare, che vede “nel profumo/di donna travagliata/l’aspro diamante/ dalle mille facce/dall’aspetto cristallino/. Metafore come gocce di pioggia ristoratrice dall’afa provvedono a far germogliare poesia dalle parole…/Mute/le parole si rifugiano/nelle tane dell’orgoglio/hanno piedi di pietra/e ali pesanti/le signore della vita/.
    Pienamente si fa strada l’impronta femminile, decisa ed autoritaria ma anche dolce e suadente nel vissuto di sé bambino; il poeta trasmigra, attraverso la donna, alla Madre Terra del sud, che si fa mare, albero, pietra dura, si forgia in sfaccettature di poesia nel bimbo che diviene uomo e ne fa dono all’amata. Nella Silloge “Ossigeno e Pensieri” Edizioni David and Matthaus per ARTeMUSE Castalide, anticipate dalla eloquente prefazione di E. Bagli, ricorrono sangue e pietre preziose, atte a donare calore e lucentezza al sentimento ed è la propensione al donare e al donarsi che emerge dalla poesia di Sebastiano Impalà e resta a fare compagnia anche quando le pagine del giorno si chiudono e l’atavico sentimento del cuore si sublima con la venerazione dell’amata…/ho vissuto tutto il mio respiro/posando le mie labbra/sui chicchi d’ametista/adagiati sul tuo collo morbido/;  ma è con “Sangue di Fiume”, la poesia che apre la silloge alle altre trentacinque  liriche, che il poeta sale in cima alla vetta del cuore per mostrare anticipatamente, bellezze che vanno oltre orizzonti sconosciuti… emozionando il lettore.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • A guardarlo bene in fotografia Vincent Cernia (Vincenzo De Marco alla nascita) non ci sembra un mostro: camicia bianca, jeans moderno e tatuaggi d’attualità. Tutto fuorché un mostro. E manco un poeta. Ma, d’altronde: come si riconosce un poeta? Non dall’aspetto fisico, certo (che è comunque un buon elemento per conoscere il carattere, dunque anche la scrittura). Ma dalla parola. E in questo caso la parola di Cernia è ricca di immagini forse già viste, ma mai banali; sta sempre sul pezzo. Il suo.

    “Non è solo poesia operaia, dissenso e rabbia, è molto di più…” dice il poeta della sua raccolta. Lo dice con ragione. Perché “Il mostro di rabbia & d’amore” è molto di più: è una vita, la vita di chi ha scritto questi versi. La vita operaia, come la poesia che da sempre si sporca le mani con la mescola, che appare spesso e in viaggio, come in “Direzione lavoro” (pag. 21): “Nell’autobus buio/e una canzone di cui il titolo ignoro,/tutto è amplificato/e i pensieri scorrono veloci/come le strisce bianche/sull’asfalto scuro,/e poi luci e bagliori d’acciaio/all’orizzonte vedo/e lì/saranno otto folli ore”. Come a dire che il poeta-uomo già conosce il suo destino.

    Ma chi è l’operaio?: “… è prima di tutto un figlio,/è un fratello,/ un padre…”. Dunque l’operaio è tutto e ancora più di tutto. E non può essere che così per uno che con la fabbrica, per la fabbrica ci mangia (e scrive). E la gente non operaia?: “… noi operai dentro/e voi fuori a immaginare/e noi dentro a morire”. Uno spaccato esibito con rabbia, appunto. Ma in questi versi (e altri come questi), a guardarli dietro, ci si vede l’amore. Ed ecco che appare, dunque, il mostro. Il mostro a tre facce: vita operaia; naturalmente vita; la vita, le storie. Che, comunque, a guardarle bene, le facce, se ne distingue una sola: ancora una volta la vita. Ed è giusto così. È giusto che si racconti la vita. Pure quella che è propria d’origine, come in “Puglia” (pag. 33): “Le salentine melodie serali/le magiche meraviglie d’intere terre pugliesi/Dalle curve nel cielo e nel mare/di garganiche viste,/alle distese d’ulivi brindisini/alle spiagge di mar d’amare tarantine/e le salentine melodie serali./Tamburellanti e lunghe passeggiate baresi e cielo, e terra e mare…”.

    Quel  “molto di più”, poi, lo incontri quando Cernia ascolta e odora e verseggia non lui stesso, ma altri che ci somigliano: “Quante storie puoi ascoltare in un vagone/quante vite puoi odorare in aeroporto/quante persone puoi osservare seduto in un bus/quanti vanno, chissà dove, e quanti tornano da mille posti diversi”. Già, chissà dove vanno. Ma è bene non saperlo. È bene continuare a guardare dentro e poi raccontare. Che sia di mostri di rabbia e d’amore, che sia per poesia operaia. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • È una poesia ricca, forte, intensa di vita, intrisa di terra, di tempo luce, che  si interroga e si consuma vestita di brezza, di rossi meriggi e “allodole di giada nel cuore”, quella di Francesca Lo Bue.
    Alla ricerca di “Eternità” che/Vuole essere, inchiodarsi/col suo rosso di verità e compassione./Aleggia, ferisce/graffia come cartone sgualcito che nasconde gioielli.
    Diffonde tristi melodie e sinfonie di speranze nella musicalità della lingua spagnola per divenire eco di tempo nella traduzione in lingua italiana /Sòlo el hombre està solo/cercando a la eternidad/Sòlo ella lo acompana con sus pasos escondidos y entranos/.
    (Nada se ha ido) “Non te ne sei mai andato” il titolo della silloge edita da Progetto Cultura e dedicata all’amato padre Salvatore e all’atavica terra di Sicilia; cinquantatré liriche, anticipate dalle preziose note di letteratura di Laurentino Garcìa y Garcìa e di Francesca Innocenti che augurano all’autrice l’uno speranza, attraverso i versi di Gabriel Garcìa Màrquez, e l’altra autentica solidarietà tramite i versi di Pablo Neruda.
    Svariati i temi trattati poeticamente dalla Lo Bue, dalla sofferenza dell’abbandono nella lirica “Lontananza” dove ricorre cantilenante il ripetersi del verso: “la tristezza larga larga/nell’ombra verde verde/acque bianche bianche/abisso triste triste/…" quasi a voler fermare il tempo, alla lirica dedicata alla memoria dell’amica compagna di studi “Susanna”, barbaramente assassinata per un’ideologia; alle poesie dedicate alla Madre terra, al libro, alla parola. E di ricche, forbite parole ci si sazia, nella sua poesia. Ricercate ma non appesantite, le parole assumono sembianze di “spighe ondulate”, “primizie rosate”, “venti argentati”, “angeli nudi”, “api di luce”. Parole abbracciate a tanti interrogativi a ricordare la poetica del grande Jeorge Luis Borges ma, ancora più vicino, di Juan Gelman, poeta argentino insignito del prestigioso Premio Cervantes e, come scriveva Bertran Russell: “ In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato”.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.
     
    Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica.
    Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto.
    Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri.
    Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Leggere, scrivere, argomentare. È il titolo di questo libro. Ma anche il vade che dovrebbe essere dello scrittore. Che sia giornalista, blogherista o semplicemente l’equilibrista di Facebook, è bene che riconosca a memoria i tre passaggi fondamentali.
    Il percorso che fa Luca Serianni, un maestro della lingua italiana, è semplice: leggo una schiera di articoli di giornale (dalla cronaca al saggio), li riscrivo adattandoli al contesto del testo, e argomento secondo l’insegnamento che voglio impartire. Che è un insegnamento vero e proprio, nel senso come prodotto di osservazione per studenti. Non è un caso che Serianni abbia deciso di incrementare la rilettura degli articoli con suggerimenti di esercizio per professori. Dunque anche per quell’altri, gli studenti.

    “Prendiamo un giornale e facciamone un palestra di scrittura. Perché per imparare a scrivere bene bisogna prima capire come funziona un testo efficace”.

    Alt, domanda del secolo: si può imparare a scrivere bene? Un amico mi ha fatto la stessa domanda ambientandola nelle acque delle piscine: si può imparare a nuotare? Sì. Nel senso che per la seconda domanda trovi la risposta secca, l’affermativa immediata. Per la prima no. Sei in difficoltà. Ma c’è un punticino che va ripreso: si può imparare a scrivere bene? Bene. Sì, bene. Eccolo qua, il punticino che trova la risposta. Che può essere immediata secondo la soggettiva di ognuno. Per Serianni arriva, anche in questo caso, l’affermativa: sì, si può imparare a scrivere bene. Come?

    “… fare tanti esercizi pensati per sviluppare ognuna delle abilità necessarie a quel risultato. Esercizi per rafforzare il nostro vocabolario, imparando a scegliere la parola giusta per completare una frase (anche ricostruendola a partire dalla definizione di un dizionario)”.

    Questo libro lo dice, lo insegna. Partendo dal consiglio di apertura del vocabolario e dalla regola base che è la grammatica. Partendo dai termini tecnici che c’hanno insegnato alle elementari per poi raggiungere qualcosa di relativamente complesso utile per discorsi superiori. Niente di più. È un manuale, questo libro, che spiega come bisognerebbe scrivere puntando sulla pratica. Un manuale per chi ha voglia di imparare a scrivere bene.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Una raccolta di racconti in chiaroscuro. L’autore spazia tra immagini surreali e ricordi vividi trasportandoci nel suo mondo fatto di memorie e sogni, tra fantasia e realtà. Ci immergiamo laddove la luce può venire spenta all’improvviso per lasciarci al buio. Incontriamo spesso e volentieri la figura del cane guida, che, come un amico inseparabile, ci accompagna attraverso queste storie che mescolano malinconia, speranza e angoscia senza mai essere opprimenti. Una scrittura scorrevole ed elegante ci fa percorrere strade a noi sconosciute e conosciute allo stesso tempo. Si parla di tutto in questo libro: amicizia, amore, tradimenti, passioni, tristezza, paure, ma anche di attualità scottanti come razzismo, ignoranza, disinteresse ed egoismo; temi che vengono affrontati con quella che, a primo impatto, sembra la leggerezza di una persona “estranea” alla nostra quotidianità, ma che nel profondo ci invita a riflettere sulle varie sfaccettature di un universo che è anche il nostro.
    Sempre al limite tra la Luce e l’Ombra, che, pagina dopo pagina, è sempre in agguato pronta a colpire improvvisamente e lasciarci inermi e spaesati. Profonde e reali le descrizioni delle emozioni, che, impalpabili, ci avvolgono e fanno scattare in noi una profonda empatia tanto da farle nostre. Scritto al buio, con l’anima, si legge con gli occhi, ma si comprende con il cuore questo libro.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Accade che la poesia prenda per mano e accompagni le nostre intime emozioni, fotografandole e scolpendo attimi d’amore o dolore, diventando memoria o futuro da vivere. Un getto di autentica e intima espressività; è questo quello che si denota nelle liriche della poetessa: costituito da tre quarti di cuore e un quarto di ragione personale.

    “Scrivo poesie in antitesi ai tempi, fugaci e violenti, ma la penna e il cuore, complice il foglio, mi donano sogni e intense emozioni. Il vizio di scrivere è vita per me”.

    E se tutti i vizi avessero questa forma, allora ogni gesto, pausa, brivido, non sarebbe vano, ma attenta analisi e ascolto, in una società troppo consumistica e antivalori.

    La Pascasi, va controcorrente. Armata di cuore, trova le ali per ricercare nei “lembi di fragili realtà e cere ormai disciolte”, dense proiezioni di vitalità, senza imbavagliare la verità. Anzi, descrive le illusioni, i dissapori e trova negli interrogativi quotidiani, la forza nelle “lucide emozioni”. La poetessa denuda l’anima, mostrando “sabbie umide” o “preziose ore”, con rara trasparenza, e descrivendo sagacemente, anche i percorsi più travagliati.
    Tasselli che si incastrano perfettamente e spontaneamente, generando sintonia, e alchemico coinvolgimento.

    La semantica è stimolante e testimonianza di consapevolezza dell’universale potenza del linguaggio.
    Lo stesso verbo: “parlare, agire, amare, volare …”,  è essenziale mezzo "per sapere cosa fare" nelle luci/ombre che circondano l’essere umano. I silenzi diventano raccolti messaggi, lasciati in dono al “vento che si posa su cuori appesi al mondo”.

    Una silloge tessuta con grande maestria, e che sicuramente tatuerà, senza fare male, nel profondo.

    [... continua]

  • Chi era veramente Anna Politkovskaja? Partiamo dal suo vero nome: Anna Stepanovna Mazepa (Politkovskij è il cognome dell’ex marito da cui divorzia nel 2000), nasce a New York nel 1958. I suoi genitori sono diplomatici di origine ucraina di stanza all’ONU. L’ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, non ultimo l’accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Si laurea nel 1980 alla facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca con una tesi sulla poetessa Marina Čvetaeva, le cui opere, all’epoca, non circolavano ancora con facilità. Dal 1982 lavora in diverse redazioni: all’«Izvestija» sino al 1992, al «Vozdušnyj transport», giornale della linea Aeroflot; fra il 1994 e il 1999 alla sezione “eventi eccezionali” dell’«Obščaja Gazeta». Nel 1999 approda al «Novaja Gazeta». Sin da subito è inviata di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte mostrando grande coraggio e determinazione, è odiata dalle autorità locali e dal governo russo.
    Lei si preoccupa non tanto della sua vita, ma, soprattutto di quella di chi intervista. Se da un lato, come giornalista, dà voce attraverso i suoi articoli alle richieste delle madri di soldati e dei giovani spariti nel nulla, ma anche delle ingiustizie commesse nel territorio ceceno e russo (soprattutto dalle forze dell’ordine), regolarmente insabbiati, come donna, si impegna in prima persona in aiuti umanitari e fornire un supporto in azioni legali. Nel dicembre 1999 organizza, per esempio, l’uscita da Groznyj di un gruppo di ottantanove cittadini anziani sotto il bombardamenti, occupandosi poi della loro sistemazione in Russia. Con la sua iniziativa “Groznyj. Casa degli anziani” vengono portate in Cecenia tre tonnellate di aiuti umanitari e donati 120.000 rubli.
    Furono decisive anche le sue testimonianze dal vivo in zone in cui la stampa indipendente non aveva accesso e la mediazione durante il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka. Clamorosa fu la sua “assenza obbligata” nei giorni di Beslan, per mano di un attentato in aereo le viene servito un tè che la farà star male. Così è costretta a tornare indietro per essere ricoverata in ospedale. Quando si sveglia tramortita l’infermiera le dice: «Mia cara, hanno tentato di avvelenarla. I test che le hanno fatto all’aeroporto sono stati distrutti “per ordini dell’alto”».
    Lettere di minacce, insulti, tentativi di eliminazione scandiscono in modo irregolare la sua vita, eppure Anna non si è mai persa d’animo, scoraggiata, era donna che compiva il suo dovere al meglio, che aiutava chi non aveva la possibilità di «far giungere un proprio lamento». Si sentiva sola, e non aveva fiducia nella Russia e neanche dell’Occidente. Più tardi scriverà: «Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Della sua professione parla così: il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste…Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta […] Non bevo, no fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E’ orrenda».
    Una raccolta di articoli, scritti tra il 2002 e il 2006, che riportano le più importanti inchieste della Politkovskaja, che pagherà con la sua stessa vita il prezzo delle parole.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un romanzo magistrale questo del filosofo Stefano Colli, strutturato in quattro parti tra loro ben coese. Un thriller psicologico, in cui si fa ampio, esplicito e opportuno riferimento ai meccanismi psichici che ci dominano a nostra insaputa, vista la presenza invasiva di un inconscio che determina il nostro destino, i nostri lapsus e atti mancati.
    Azzeccatissimo il titolo, perché, come si ribadisce più volte, la vita non si capisce e capitano le circostanze più variegate e insolite appunto che scompensano gli equilibri costruiti per una vita. Il romanzo è strutturato come una matriosca con un plot intrigante, avvincente e pieno di sorprese, con un intreccio superbo tra finzione e realtà. Ci troviamo di fronte ad una serie di misteri che restano tali, aperti a più interpretazioni, come la vita stessa che non si lascia definire. Pirandellianamente ciascun personaggio si fa interprete della sua verità che sembra urtare con la realtà (?) dei fatti e con il punto di vista degli altri. Emerge un’impostazione alla Heidegger per cui la vita è una nostra rappresentazione, soggettivamente interpretata e non esiste una realtà oggettiva kantiana che ci possa supportare nel nostro peregrinare su questa terra. L’intreccio inizia con la partenza  di taluni personaggi, ridestati dalla morte, che vengono condotti nel castello di Cromeniz, tra Brno e Olumouc, dove li attende un misterioso uomo, forte e potente, che promette loro di riavere una forma di vita, stante la capacità di superare prove che consistono nell’accoglimento delle loro fragilità, dalla cui consapevolezza ripartire per proiettarsi in nuove forme di esistenza. Non a caso ciascun personaggio deve leggere un testo di una tragedia greca che rappresenta la peculiarità dell’indole di ciascuno. Si tratta anche di un romanzo impietoso, come quello di un filosofo platonico, che inchioda ciascuno al suo sé, alla consapevolezza del dàimon che lo agita, lo guida, ma lo fa anche smarrire. Per cui il romanzo, mentre diverte, nel senso etimologico, di farci uscire dalla monotonia del quotidiano e della via maestra, inquieta non poco perché costringe anche il lettore a porsi dinanzi lo specchio delle sue insicurezze, perversioni, aberrazioni mentali.
    Come ben si dice nella quarta di copertina, "il romanzo è l’analisi impietosa della nostra società…" attraverso soprattutto il punto di vista scanzonato e sagace del gatto Kasper, il quale pone ciascuno di fronte ad una amara verità freudiana: siamo rimozione delle nostre pulsioni nascoste con le quali non si può fare a meno di fare i conti, perché è la vita a chiedere il redde rationem. La parte oscura, inconscia, afferisce non solo ai singoli individui, ma alla società tutta, che annaspa cercando di dimenticare e rimuovere ciò che in verità è.
    Ho volutamente accennato brevemente alla trama, perché trattasi di thriller che non va svelato in una recensione, ho sottolineato soprattutto il fine impianto psicologico, degno del testo freudiano Psicopatologia della vita quotidiana, accanto alla scorrevolezza ed eleganza di uno stile consono alla tipologia di romanzo, ma al contempo presente con taluni significativi squarci lirici.
    Un libro per tutti, ma soprattutto per chi ama perdersi dentro una storia senza soluzione, metafora della vita, attraverso un registro linguistico sicuramente mimetico e gradevole.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • “Oro fra i miei occhi e il tuo cuore” prendono forma “InVersi” di Matteo Cotugno, tra sussurri e sogni, bagnando fogli di poesia. Alla ricerca di equilibri, rifugiandosi in battiti  infiniti, ricordando il sapore di un bacio, raccolto nascosto fra pilastri.
     
    Profuma, di timidezze e tabù, ogni lirica di Matteo. Ogni parola resta dentro, e si spoglia e specchia, abbracciando le speranze e lasciando andare lacrime d’addio.
    I versi sono traboccanti di sentimenti e di quell’amore che sa ancora soffiare messaggi, nonostante le troppe crisi di questo tempo.
     
    Rapisce, arriva diretto e si estende semplicemente cantando la vita.
    I vorrei diventano “vele” o “stelle”, “cieli immensi” o “nuvole sospese”.
    “Raccoglierai di me/ campi di preghiere/ e distese di gioie,/ pietre di tramonti/ e piume di aurore.” Questo è quanto semina il poeta, come "umile contadino", con sacrificio, tra le ombre di una società spesso indifferente al dolore dell’altro. 
     
    In giochi di chiaroscuro, la forza sta nel riuscire a meravigliarsi, ritrovando la via e le chiavi per aprire nuovi giorni. L’umanità è paradossalmente fragile e forte. Può schiaffeggiare o innalzare, ma può rompere i lucchetti di catene pesanti, se l’incoscienza è unita alla speranza di poter tornare ad amare.

    Facilmente si può cadere se non sostenuti, se illusi o traditi. La follia, può spingere questi passi, o essere la fuga lucida per giungere a un’altra vita, e “in mille poesie, scritte col sorriso sulle labbra”, può tornare a pronunciare  “ti amo”, senza nessuna paura e senza mendicare.
     
    Cotugno, lascia in eredità parole immense, in cui ognuno si può identificare.
    Vibrano e orientano nel “doloramore” che sa di “strana magia”.
    Fiorisce nel silenzioso percorso d’evoluzione intimo, esplodendo nella musicalità di istanti, in fotogrammi di ragione e mistero, di vuoti o voluti non ricordi.  
    Dolci e amari canti che diventano partenze o approdi di un maturato “volo disteso” e proteso viaggio verso noi stessi.

    [... continua]

  • Andando tra le storie degli scaffali della memoria ci sta che tu recuperi quella di Cenerentola. Perché è un passaggio, dovuto o voluto, a cui abbiamo assistito tutti. Quello della cameriera dalla scarpa d’argento è un sogno. Un sogno che la sua vita cambi, un sogno pieno di luce. Con la vittoria nel pugno. Almeno è ciò che lei - e noi - ci auguriamo di avere. È bene partire da qui, dal titolo che è evocativo: “Cenerentola non vince mai”. Che vuole essere un messaggio, una sentenza ma anche un percorso diviso in tre atti: domani - ieri - oggi.

    Niente di più costruttivo, si direbbe. Se non altro per ciò che riguarda lo spazio temporale. Donna Pola non mente con la sua poesia. È diretta, concreta: “Ci sarà il sole domani / Lo dicono i volti sereni / di chi ha la vita e non se ne accorge”. Il tema della luce, che sia di raggio o artificiale, è vivo: “Luci alogene / illuminano il vino” e tutto ciò che può rivivere sotto la spazzolata della vita. Una vita, in questa raccolta, che appare, scompare, riappare per scomparire di nuovo. O va solo a riposare: “Noi dormiamo sonni pesanti / a poco a poco dimentichiamo quei momenti / nei nostri letti freschi e puliti”.  E ancora i versi di "Saluto all’alba" dove la luce è quella della notte come riflessione: “Ciao / a te che torni a casa stamattina / a te che sento passare lento per la strada / I galli cantano la fuga della notte ormai vicina / e se gli altri dicono / che se non ci sono persone sono sola / io non ci credo”.
     
    C’è, poi, una freccia – ma potrebbero essere dieci o cento - scagliata all’uomo: “L’umano è stupido / debole e vanitoso / innamorato ma disilluso”, come a dire che, sì, è vero: l’uomo è tutto questo da sempre. Nella sua maledizione, si vede chiaramente l’ammorbidirsi della luce che diventa buio. Come nel “Dialogo con me stessa” dove il poeta ricorda ancora gli aspetti del sole, anche quelli dolorosi: “Perché piangi nel buio? / Davvero un senso non c’è (…) Non vuoi uscire al sole? / Quale sole? (…) Sai cosa succede se gli dico addio / Non è quello che vuoi? (…) Non voglio, non posso / Bruciati gli occhi, allora. Anche col pensiero”.

    Se il poeta guarda davvero il sole, così come palla di luce, sa cosa succede; rischia di bruciarsi gli occhi. Ma quel sole non sempre si presenta come somma di fuoco. A volte è il processo che appare rivolto a carta e penna, “Guardandoti”: “Ho voglia di scrivere / ho voglia di sognare / ho voglia di guardare nei tuoi errori / il mio mondo perfetto”. Dove sta questo mondo perfetto? Forse sulla bocca di qualcuno o in movimenti umano-istintivi che, spesso, non abbiamo preparato: “Come rigiri la catenina tra le labbra / e ridi sereno in una sera d’estate (…) Quelle piccole cose che forse non noti / e quando le fai non sai di farle”. Insomma, il sogno poetico di Donna Pola è lo stesso di Cenerentola: certamente vivo, certamente vero. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Prima di parlare del libro è doverosa una premessa di carattere storico.
    Durante la prima guerra mondiale si compie, nell’area dell’ex impero Ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
    Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
    L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
    Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
    Sempre agghiacciante leggere del sentimento di prevaricazione che l'uomo ha su un suo simile, e ancor peggio su una intera popolazione quali gli Armeni. Cancellare, perché? Dietro ad un ingiusto agire c'è sempre l'interesse, che offusca e domina la ragione umana. Quello che mi ha fatto pensare a me è il sentimento della "viltà", questi uomini, che forse è troppo degno chiamarli così, sono dei vili, degli sporchi burattinai comandati dalla sete di potere.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro inizia con la storia di Zoe, una ragazza afflitta da demoni interiori, problemi esistenziali, visioni, voci, urla, melodie e suoni oscuri. Una ragazza che è uscita da un grembo molesto, che ha vissuto e vive quasi perché lo si deve alla vita, e non per il vero e proprio gusto di vivere nel pieno della bellezza delle possibilità del creato. Zoe con se stessa, sola, le mura, le voci, i fantasmi (immaginari animali domestici – tre topi che si rincorrono -). Lei soltanto, con la sua pazzia, e la solitudine: “[…] Sarebbe stato bello se qualcuno l’avesse abbracciata in quel momento ma era sola, tra le macerie della sua vita immaginata e della sua casa distrutta. Avevo distrutto tutto senza aver mai costruito nulla”. Lei che è in preda alla follia; fuori piove, corre, corre, corre, un suono sordo, una macchina, l’ambulanza, la voce di una medium, la fine.
    Il secondo racconto ci presenta un ragazzo affetto d’amnèsia, una donna senza tempo e memoria, senza ieri e un domani. Con tre indirizzi nella testa: la sua casa, lo psicologo e l’ospedale. Quale futuro per uno che non ha nemmeno un passato? Solo singoli istanti di provvisoria lucidità.
    Il terzo racconto potrebbe essere letto in chiave xenofoba, ma in realtà è un pretesto per raccontarci la vita di Augustus Pierce, la sua vita mediocre, fatta di continue ritualità, e di passi troppo spesso esplorati. Un giorno la sua vita si stravolgerà, e da uomo medio Pierce diventerà un uomo borghese, assaporando le lussurie e i godimenti di una vita agiata, ma tutto questo cambiamento non è frutto di una lucidità di Augustus, anzi, lui non riesce a vedere al di là del suo naso, e non si accorge che in realtà la sua vita sta andando a rotoli, sta sfumando, per poi ritornare ad essere una mediocre macchia nella storia delle altre vite.
    Il quarto e quinto racconto ci parlano rispettivamente della storia di Blake che sfugge dalla realtà per rinchiudersi volontariamente nel mondo dei sogni, e della storia di Emily, di un rapporto malato, della furia umana, attraverso una particolare prospettiva; da danneggiata a danneggiante.
    Ho cercato di presentare per sommi capi qualche racconto dell’opera di Salvatore D’Antoni, e non starò qui a snocciolare uno per uno i racconti che compongono l’opera per due motivi: il primo, per rispetto all’autore che non deve vedersi svelato ogni suo scritto, in seconda battuta per me, che non ritengo affatto giusto fare un elenco puntuale dell’opera.
    Il libro dal titolo molto aderente ai racconti che l’opera stessa presenta, - appunto “Educazione cinica” -, tocca svariati temi che vanno dall’abbandono, al rapporto con sé stessi, alle dinamiche relazionali, fin per arrivare a temi quali la gelosia, il riscatto, l’identità, la felicità (che rappresenta il titolo stesso di un racconto), per inoltrarsi nel paradosso e nel comico (ben rappresentato nel racconto “l’amore incondizionato delle bambole gonfiabili”), e ancora si potrebbe parlare di individualità, e di identità di genere.
    Un libro che si gusta a piccoli sorsi, e che attraverso una variegata essenza di storie ti fa gustare la bellezza delle diversità, dei diversi aspetti della vita, mai prevedibili e insofferenti alla razionalità.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ritorna il re dell’incubo, Stephen King, recando con se l’eco di vicende terrificanti accadute all’incirca 30 anni addietro, tra i corridoi, le stanze ed la sala bar dell’indimenticato ed indimenticabile Overlock Hotel. Protagonista principale della vicenda narrata è Dan Torrance, figlio di quel Jack Torrance autore primo dell’orrore scatenatosi nell’albergo sopra citato e magistralmente raccontato in Shining. Dan, trascorre parte della sua infanzia assieme incubi, ricordi e visioni che sono parte integrante della diabolica esperienza vissuta nel periodo di soggiorno all’Overlock Hotel. Ma il bambino Dan, conserva altresì una più favorevole eredità, un dono che poche persone hanno la fortuna di avere. La chiamano “luccicanza” e noi la potremmo definire come una sorta di “forza della mente” che, a seconda dei casi si manifesta in maniera più o meno evidente e con diverse modalità da persona a persona.  Con l’aiuto del suo mentore, Dick Halloran, il piccolo Dan riuscirà a padroneggiare tale potenzialità ma tuttavia, con il trascorrere degli anni, il romanzo ci metterà di fronte un Dan Torrance trentenne, disoccupato e alcolizzato. Un nuovo lavoro, nuovi amici con cui in parte condividere il dono della “luccicanza”, la partecipazione alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, saranno gli appigli ai quali Dan proverà ad aggrapparsi per riemergere dalla sua oramai fatiscente condizione fisico-sociale. Tuttavia, nel mondo di King, il male non tarda mai ad arrivare, questa volta manifesto in una comunità di strani personaggi che si lascia chiamare il “Vero Nodo”. Ma senza dilungarsi nella descrizione dell’ennesima forza maligna scaturita dalla mente dell’autore, lasceremo libero il lettore di scrutare e conoscere questo aspetto del racconto.  Il nuovo romanzo partorito dalla penna geniale di Stephen King, dopo 4 anni di lavoro è, a parere dello scrivente, il giusto epilogo di una storia affascinante e “leggendaria” (considerata poi la successiva fortunatissima trasposizione cinematografica) quale è il romanzo Shining, rimanendo tuttavia una storia indipendente, autonoma e pregna di ben distinte novità. Le buone maniere del re dell’incubo non vengono mai meno, pertanto, la scrittura è sempre veloce e la trama avvincente. Il ritmo serrato ed i colpi scena ben calibrati e distribuiti. Non mancano episodi  “da brivido”, di quelli che restano ben impressi nella memoria post lettura e che sovente si prova ad immaginare sulla propria pelle! Ad ogni modo, si può al contempo notare un leggero ammorbidimento dello scrittore del Maine, che sovente rende più pacati, se cosi si può dire, tratti del romanzo che nel primo Stephen King sarebbero stati decisamente più cruenti. Questo può servire tuttavia ad una trasposizione più realistica degli accadimenti descritti e, se vogliamo, più incisiva nell’esperienza di lettura.  Ma tale aspetto ha natura prettamente soggettiva poiché, la genialità di Stephen King sta anche in questo: saper colpire e sbalordire l’amante dello splatter, del thriller, dell’Horror, lo studioso della psiche e l’affascinato dal sovrannaturale.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Metti Andrea Camilleri a scrivere, a raccontare. Metti lo sfondo erotico sul desktop della mente. Metti una serie di omicidi nel “Tuttomio”, che è titolo di questo romanzo. Ma anche il luogo in cui accadono i delitti: una soffitta dominata da una testa di vacca e dalla presenza di Stefania, l’amica invisibile di Arianna.

    Camilleri non dichiara che l’amica è invisibile. Ma lo si percepisce quando questa più che apparire, scompare. La voce, poi, la sente solo Arianna, 33 anni, sposata con Giulio e protagonista delle uccisioni. La vita di Arianna non è per niente condivisa con rose e fiori: da piccola sosteneva il peso della bellezza. Un peso che spingeva soggetti parentali poco affidabili ad abusare di lei. E quando questo accade è difficile superare l’ostacolo dell’ostacolo; al massimo si agisce come fa Arianna: diventi pazzo.

    Già, perché Arianna è pazza. Sia chiaro: questa è una mia confessione da lettore. Perché Andrea – Camilleri - non dichiara pazzia allo stato mentale della giovane donna. Ma come definiresti, tu, una donna di trentatré anni con un’amica invisibile nella soffitta e una testa di vacca a dominare il luogo, e che uccide gli uomini con cui va a letto? Una pazza. Anche se il dettato viene dalla storia.

    Insomma, dicevo sopra, che Arianna - la pazza - e Giulio sono sposati. Giulio è un signorotto di mezz’età indaffarato tra contratti e contrattini per portare avanti chissà quale lavoro imprenditoriale. Uno di quegli uomini con fede anulare mai avuta quando si tratta di tradimento sessuale.  Ma Giulio, in realtà, non può tradire. Perché è eunuco. Un terribile incidente gli ha eliminato l’organo sessuale. Tradotto: non ha il pene. Ma Giulio è dolce, gentile, premuroso nei confronti di Arianna. Soprattutto quando si tratta di appagamento sessuale. E allora, Giulio lo stratega, crea la condizione che possa soddisfare la giovane moglie: tutti i giovedì c’è l’incontro con un portatore sano di pene - uomo -. Uno per ogni giovedì. O meglio: secondo la regola del gioco l’uomo può incontrare Arianna al massimo per due giovedì consecutivi. Poi niente, ognuno per la sua via.

    Tra il mazzo spunta la carta Mario: un ragazzino alle prime armi. Arianna invita Mario a fare sesso. Fanno sesso. Ma Mario si innamora di Arianna. E pure Arianna si innamora di Mario. Succede il finimondo. Perché tra le regole del gioco, oltre a quella che vede Giulio presente seppur solo con la vista a ogni atto sessuale, c’è il divieto di provare sentimento. Dunque accade che il giovane e la giovane cominciano a frequentarsi all’insaputa di Giulio. Accade che l’uno non riesce a fare a meno dell’altra. Poi accade che Mario, il giovane ficcanaso, muore ucciso nel “tuttomio”.

    Con questo romanzo Camilleri sta al giallo, l’erotico e la cronaca vera. Perché la storia è ispirata dal delitto Casati Stampa, anche noto come delitto di via Puccini, avvenuto a Roma il 30 agosto del 1970. In questa tragica occasione il marchese Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti prima di suicidarsi. Anche Camillo amava osservare la moglie mentre faceva sesso con altri uomini. 

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    recensione di Daniele Campanari

  • Di straordinaria attualità "Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza", l’ultimo libro di Dacia Maraini, un invito a ragionare, in primis, sul significato profondo di libertà attraverso l’esempio della Santa che visse dal 1193 circa al 1253. Rovesciando quel paradigma che fa della ricchezza materiale l’elemento chiave per permettere agli uomini e alle donne di emanciparsi dai propri bisogni e di essere liberi, le riflessioni formulate dall’autrice nel ripercorrere la vita di Santa Chiara offrono al lettore una prospettiva del tutto nuova dove - per contro - è la povertà a costituire un grande progetto di libertà.
    Incoraggiata da una giovane siciliana - Chiara, una ventenne di umili origini, ingorda di libri e malata di anoressia, convinta che una maggiore conoscenza della Santa di cui porta il nome possa aiutarla nella comprensione di se stessa e nelle sue scelte fondamentali - la "scrittrice" s’avventura in una nuova opera letteraria.
    Un’incursione nell’età medioevale, al centro della quale troviamo questa ragazzina scalza che - sull’esempio di Francesco - deciderà di sottrarsi al suo destino di fanciulla nobile e di farsi suora. Vivo esempio di umiltà e abnegazione come pure di trasgressione in un rapporto diretto con Dio, Chiara farà sentire la sua voce presso le gerarchie ecclesiastiche, chiedendo l’approvazione della Regola Forma Vitae sul "privilegio della povertà". Perché "i denari sono sassi. E chi dà importanza ai sassi non solo è un illuso ma un ladro e un assassino. Così la pensava Chiara. Chi sceglieva il suo convento doveva disprezzare i sassi che servono agli scambi, che rendono potenti e arroganti. Il denaro doveva restare sconosciuto e con il denaro, le transazioni, i patteggiamenti, le contrattazioni, i negoziati. Niente di garantito e di sicuro, niente di assicurato per il futuro, si doveva vivere giorno per giorno. Era questa aleatorietà che offendeva l’organizzazione del potere. Profondamente eversiva e radicale, questa convinzione portava nel fondo una idea di libertà anarchica ed egualitaria senza limiti, che non poteva essere accettata da chi teneva le redini in mano" (p. 243).
    Ricco di riferimenti storici, religiosi, culturali e letterari, il volume offre numerosi spunti di riflessione legati alla condizione femminile e al rapporto tra i sessi, a partire dai riferimenti al pensiero dei filosofi antichi e dei padri della Chiesa in merito all’inferiorità delle donne.
    Un invito a cercare nel passato le radici profonde dei drammi dell’oggi come pure i rimedi - proprio lungo la via tracciata da Chiara di Assisi - per contrastare i mali di un’epoca sempre più fondata sull’avere e non sull’essere.

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    recensione di Federica Di Sarcina

  • Volare è sempre stato il desiderio più ambito dell’uomo e poterlo realizzare attraverso una fervida fantasia che incida l’anima, nel rispetto di chi due ali le ha sempre avute, è il sogno che si realizza del giovane Vincenzo Lubrano; una scelta o una sfida quella di percorrere il proprio destino nell’accettazione di se stessi?
    L’autore di “Mai chiederò il perché del mio destino”, un tomo che racchiude un racconto narrato in “prima persona” da un fantastico interprete principale che appartiene al regno animale e che di questo mondo ne è un nobile rappresentante poiché domina dal cielo il suo territorio, raccoglie ed esplora, in sette capitoli, sentimenti forti ed intramontabili quali: coraggio, sincerità, astuzia, ma anche fiducia, determinazione e speranza atti a creare indissolubili legami di amicizia tra i protagonisti di un’incredibile ed avventuroso viaggio attraverso la natura, che affascinerà il lettore che si lascerà assorbire dalla ricchezza dei pensieri filosofici tratteggiati che lo indurranno alla riflessione e all’amore verso gli animali.
    Brezza, Carboncino ed Eco Ribelle, sorvoleranno mari e terre per andare incontro alla vita e agli umani e attraverso svariate vicissitudini si arricchiranno di esperienze e ci faranno divertire, sognare e sperare di poter raggiungere “quell’intesa tanto ambita che, unica protagonista, riesce ad unire con un filo sottile due realtà differenti in un unico desiderio che ti fa essere in alcuni momenti un’ unica mente, capace di comunicare attraverso il pensiero”.
    Edito da David and Matthaus, il libro preannuncia già dalle immagini di copertina, all’occhio attento del lettore che le percepisce: l’incontro, il viaggio, la luce… attraverso le ali della libertà.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L’ultimo libro di Margaret Mazzantini, autrice dallo stile forte ed unico, è una storia attuale dolce e amara, narrata a due voci.
    Guido e Costantino, ragazzi che tra scuole, sport e amicizie diverse, vivono una relazione particolare. Si allontanano ed avvicinano come due calamite. Figli di ceti sociali ed educazioni diverse, accomunati dal senso di smarrimento e meraviglia che contraddistingue l’avvicinarsi al mondo. Ognuno cerca di seguire le linee guida ricevute nel "nido" di provenienza, inconsapevoli che ben presto il destino porterà all’allontanamento dai credo domestici e tutte le sicurezze amate e coccolate. Il loro volo sarà unico e irrepetibile, a volte libero e altre legato ai retaggi del passato.
    Sullo sfondo, l’autrice descrive avvenimenti sociali e politici che hanno creato speranze e contraddistinto un’epoca di rivoluzioni e cambiamenti. Nessuna data scandisce e denomina il periodo storico, ma iperboli, similitudini e situazioni permettono al lettore di identificare avvenimenti che hanno segnato un'epoca.
    Londra brucia sotto i nuovi movimenti sociali e l’Italia continua sorniona a spaccarsi tra Nord e Sud mentre i protagonisti iniziano a confrontarsi con la verità: l’amore. Un sentimento in grado di far girare il mondo, raccontato da poeti e scrittori ma tanto difficile da identificare e vivere. Come possono i protagonisti riuscire a identificare i sintomi e le aspettative di un sentimento tanto grande e primordiale?
    Guido proviene da una realtà  altoborghese, abituato a circoli letterari, sfarzi e nessuna lotta per riuscire. Un ambiente "ovattato" e "protetto".
    Guido al contrario discende dai piani bassi, persone umili al servizio dei “signori” che prova a raggiungere attraverso lo studio costante e lo sport. Un ragazzo che prova a fare la differenza e cambiare i logaritmi di una realtà stretta ed a volte incomprensibile. Due anime sole e sofferenti, lottatori che sono messi agli angoli dal loro amore inconsapevole.
    Una trama preziosa, tessuta con attenzione e dedizione che tra i suoi nodi narra lo scorrere inevitabile del tempo che modifica idee, convinzioni e atteggiamenti.  
    “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos’è la natura”. Guido e Costantino, adolescenti in bilico tra sesso ed amore.
    Sentimenti o pulsioni? Quale delle due seguire? Come due ballerini danzano sulla punta dei piedi per paura di calpestare regole non scritte, dettate dalla società e dalla morale. Uomini confusi ed  inquieti che si aggirano tra le strade della vita, contraddisti da un grande voragine che solo il sentimento può calmare, come Jacopo Ortis e Andrea Sperelli. Figure letterarie diverse ed estreme, accomunate da un vuoto primordiale che potrebbe essere colmato, forse, dallo splendore-mazzantiniano: un momento di pace. I protagonisti lo intravedono ma non lo afferrano, lasciandolo fuggire. La violenza esterna inciderà profondamente il rapporto tra i due amanti, sfociando nella tragedia durante un viaggio in Italia in cui durante una romantica notte sulla spiaggia, saranno aggrediti.

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • L'Italia del boom economico vissuta da un bambino, raccontata da adulto.
    "La strada verso casa", il nuovo libro di Fabio Volo, rapisce il lettore per la semplicità con cui si assiste e ci si addentra nelle vicende di una famiglia, che incarna il nucleo medio italiano cresciuto negli anni '80: benessere, fiducia e sicurezza nel futuro. Ideali che mancano alle nuove generazioni, caratterizzate da crisi sociali, economiche, personali. Lo scrittore racconta una vita semplice, contraddistinta da routine e piccoli regali inaspettati come il dolce della domenica. Frammenti che si ricompongono nella mente del protagonista, Marco, quarantenne italiano emigrato da molto tempo per scardinare le ancore che lo legavano ai suoi cari. Un attuale lupo della steppa che corre in solitudine per le più diverse strade e verità, senza sosta, quasi a voler dimostrare che "chi si ferma è perduto".
    Ma da cosa si scappa? Ci si riesce realmente? E sopratutto, se si dovesse tornare? Domande che prendono vita quando Marco riceve una telefonata inaspettata e preoccupante che lo riporta alle sue origini. Il padre è malato, la diagnosi non è chiara ma la certezza dello stato cagionevole, trasportano il protagonista e il fratello maggiore Andrea, in un viaggio temporale unico ed irripetibile.
    Gli anni trascorsi riprendono forma e colore, i ricordi celati condivisi, le incomprensioni superate. I genitori divengono persone, spogliati dai sogni e credenze infantili, assumono nuovi ruoli e svelano scomode verità.
    Un percorso personale che diviene un gioco delle parti quando i due fratelli si confrontano, discutono e cercano insieme di ricominciare. Perché a volte basta aver qualcuno accanto "a cui poter dire che sono felice".

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • Una carriera brillante, una bella e grande casa, un marito carismatico ed affettuoso, una famiglia presente e salda. Un quadro perfetto.
    Cos'altro potrebbe volere Patricia? Nulla, in apparenza, ma quando il volo su cui viaggia inizia a barcollare, il panico prende il sopravvento insieme alle parole della sua vicina: "Qualcuno vuole la tua morte".
    La protagonista ripercorre la sua vita come un trailer. Il film della sua esistenza, intriso di fortuna e decisione. Lei è una donna che a volte è giunta a compromessi per giungere alla meta, ma sempre con testa e charme. È sempre stata la migliore. Istanti, momenti passano nella mente mentre la paura di morire stringe lo stomaco. Nuove ombre prendono vita. Un'esistenza spezzata.
    Chi è la misteriosa donna? Cosa vuole? perché il destino le ha fatte incontrare? Come in un puzzle i pezzi dapprima separati iniziano ad unirsi. Un nuovo inizio. Nulla è certo. Il sole che irradia il sentiero a volte è eclissato da rami che bisogna spostare per vedere cosa nascondono.
    Ha cosi inizio un viaggio introspettivo, costellato di incidenti, paure e colpi di scena che porteranno alla verità. Nulla è come appare.
    "Anche un cielo senza nuvole può dar vita in un attimo ad una terribile tempesta".

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    recensione di Faby Fabiana

  • Sessanta racconti è una raccolta di storie brevi pubblicata nel 1958. I primi 36 racconti erano già stati pubblicati in tre diversi volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna).
    Iniziare da questo libro per conoscere Buzzati forse non è stata la scelta azzeccata, o forse sì. Leggendolo si entra appieno nel suo mondo, nella sua narrativa, fatta di alti e bassi, di introspezione, di attualità, di religione, di morte, di un mondo imperscrutabile che viene animato ed esaminato attraverso ogni racconto.
    La maggior parte dei racconti prendono vita dalla quotidianità per poi sviscerarne i lati più  nascosti, che si mimetizzano, per tirarne fuori l’elemento surreale, al limite del grottesco e a volte del tragicomico.
    Uno dei temi preponderanti del libro è la metafora del viaggio, che ritorna a più riprese, mettendo in evidenza i mostri che fagocitano l’animo umano, per poi riuscire a presentarne anche abusi e violenze.
    Viaggi fatti dai personaggi che cercano mete lontane, o forse anche immaginarie. Viaggio inteso come ricerca interiore, come indagine del proprio essere, per riconoscere e ritrovare le proprie coordinate ormai geometricamente fuori rotta da un richiamo spasmodico della compiutezza. Compiutezza di un io che riappacifica ogni stato d’animo.
    In racconti come “I sette messaggeri” o “Il direttissimo”, o ancora in “Qualcosa era successo” si ritrovano i connotati più oscuri: “Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!”.
    Altro elemento importante del testo è l’elemento dato dalla religione, presentata nei suoi aspetti più umani, ma allo stesso tempo controversi, come in “La fine del mondo” o diversamente ne “Il cane che ha visto Dio”.
    Uomini che sono soggiogati dalle loro stesse paure, dall’ansia dettata da una comprensione che scivola troppo nell'irrazionale, che porterà alla negazione, alla non comprensione dei luoghi, che non sono poi molto diversi da quelli che sempre ci portiamo dentro.
    Infine ultimo elemento, accanto agli altri due precedenti, è la morte, analizzata nella sua naturalezza, come conseguenza necessaria alla vita, come un dopo che è obbligatorio, e per questo deve essere accettata nelle sue intenzioni. E’ come un lenzuolo che si posa sul corpo di ogni essere umano, così a ricordare che dopo un inizio, dopo una percorrenza, dopo un viaggio, che è la vita - che dovrebbe andare parallelamente con il nostro spirito interiore - c’è la fine, la morte, la necrosi del corpo, ma non dell’anima, che sembra albergare in questo mondo polarizzato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante