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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Una vera scoperta quella di Alessandro Moschini nelle vesti non più di solo musicista o poeta, bensì di narratore. Una penna noir, sagace e investigatrice.
    Il tutto ruota intorno alla vita di Claudio Pagnini, apparentemente normale e abitudinaria, fino a che non compare un “portagioie”; fulcro collegante il passato con il presente.
    I “fantasmi” del passato, tornano così prepotentemente alla ribalta, creando suspense, brividi, desideri, e “scariche” di ricordi, tali da scombussolare i ritmi quotidiani.
    Tra analisi paranormali, mistero, congetture, paure, determinazione, la sola  volontà è quella di fare emergere una verità, seppure amara.
    Alla luce e con forza arrivano dettagli importanti per risolvere un caso. Maria (mamma di Claudio), riuscirà così a trovare il modo d’entrare in contatto con il figlio, trovando il coraggio, (che forse anni prima), le era mancato.  
    Un vero grattacapo o una “coincidenza” per il commissario Roberto Interlenghi, tanto da essere lui stesso, emotivamente coinvolto. Seguirà infatti le tracce di un cadavere corrispondente a uno dei casi più gravi di scomparsa, e fino ad allora irrisolti, datati dal 1957 al 1961.
    Due amici (Claudio e Roberto), si ritroveranno a percorrere tratti di storia insieme. Una famiglia  sarà ricatapultata in una storia al limite del paradosso, che vede Adelmo  e Sara (rispettivamente padre e sorella Claudio), attoniti di fronte a tale inaspettato (ri)apparire. Lo stesso prete, Don Gaetano, resterà di stucco.
    Un portagioie, ritrovato polveroso in una cantina e la forza “magica” che racchiude un segreto, sarà la causa che spingerà verso la giusta pace.
    Non mancano i colpi di scena, sound particolari o le sensuali e erotiche immagini d’amore (tra Claudio e la fidanzata Jennifer) che rapiscono, ma al contempo  uniscono, colmando distanze fisiche e mentali.
    Può la forza dell’amore superare ogni barriera umanamente percettibile?
    Beh! Non resta che affermare quanto tutto sia possibile e leggendo “Il portagioie” di Alessandro Moschini, resterete sicuramente colpiti.

    [... continua]

    • Calipso
    • 13 novembre alle ore 21:18

    Una raccolta di poesie è sempre un viaggio nella mente e nel cuore di chi le scrive. Il poeta si mette a nudo, lascia cadere le sue difese e rivela la sua parte più nascosta. Proprio per questo, le raccolte di poesie sono, a mio parere, le più difficili da recensire.
    Come si fa a rencensire degnamente un insieme di emozioni così profonde e personali?
    Permettetemi e scusatemi pertanto se le poche parole che scriverò non renderanno giustizia alla bellezza di ciò che ho letto e riletto in queste sere.
    Si dice che i numeri siano infiniti, mentre le parole no, però le parole si possono usare un infinito numero di volte per esprimere innumerevoli sfumature: paesaggi, immagini, stati d'animo.
    C'è anche chi dice che una poesia non è tale se non è in rima, lunga e prolissa.
    Il poeta Paolino, con questa collezione, dà prova di riuscire a trasmettere al lettore svariate emozioni e ci dimostra anche che a volte basta poco per descrivere tanto.
    La poesia, ripeto, è nel cuore, nell'anima del poeta e Paolino, in poche righe, riesce dipingere l'universo che è dentro di lui.
    Da una manciata di versi, selezionati, ponderati e strutturati con estrema cura, esce un'opera d'arte, una scultura - come accenna l'autore stesso nell'introduzione alla raccolta - che è completa nella sua semplicità.
    Sono versi disarmanti. A volte ci tolgono il respiro, altre ci danno filo da torcere per comprenderli, ancora ci scuotono profondamente, e sempre e comunque risuonano dentro di noi come una eco che non ci vuole lasciar andare.
    Mi piace pensare alle poesie di Paolino, e dei grandi poeti in generale, come a un buon rum davanti al caminetto in una sera d'inverno.
    Alla fine la poesia è un sorseggiare le parole e godere del retrogusto che esse ci infondono in funzione dello stato d'animo in cui ci troviamo, sia esso felice, malinconico o anche infuriato.
    Qualsiasi emozione scaturita da una poesia, in positivo o in negativo, è fondamentalmente un brindisi all'arte.
    Salute!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • “Lei usa la rete io l’amo” è un libro che va preso e sfogliato così, senza avere per forza la consequenzialità che si ha per gli scritti in generale. Si raccologono  frasi e citazioni di persone comuni che hanno a che fare con il mondo del web. Si tratta di brevi frasi o parti di discorsi caraterizzate dal condensare in poche parole un insegnamento filosofico o morale, ma anche delle considerazioni ironiche o critiche sulla società. Non mancano inoltre frasi e pensieri romantici, teneri, oltre a riflessioni che prendono spunto da autori famosi.
    L’intelligenza profonda dell’autore svela e rende le contraddizioni, i drammi, la violenza e la stupidità nascosti sotto le apparenze del reale: sì, perché è vero che i pensieri dell’autore sono attinti dalle sensazioni della realtà fisica, ma è anche vero che questi permettono di entrare nel mondo intangibile dei pensieri e delle emozioni. È per questo che il reale diventa pura apparenza e “realtà” chiusa in un guscio che non aspetta altro che essere scoperta. Massime, sentenze, definizioni che in brevi e succose parole riassumono e racchiudono il risultato di considerazioni, osservazioni ed esperienze anche quelle più riservate.  E al pari di altri scrittori che indagano la vita quotidiana, anche Vittorio Salvati fa lo stesso: “I poeti non hanno pudore verso le loro esperienze intime: le sfruttano”.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • L'Aforisma viene così definito: "massima che esprime in forma sintetica un pensiero morale o un sapere pratico". Ciò che scrive a tal proposito Guido Rojetti, autore di oltre duemila aforismi è: "L'unica cosa che un aforisma deve spiegare sono le ali". Ed è ciò che fanno i suoi aforismi pubblicati nel tomo di 298 pagine dal titolo "L'amore è un terno (che ti lascia) secco", un libro auto-pubblicato con Youcanprint, il più importante self-publishing italiano.
    L'autore, alla sua prima pubblicazione, si è classificato al primo posto al Premio Internazionale per l'aforisma "Torino in Sintesi" che, giunto alla IV edizione, si è svolto in Ottobre 2014 a Torino. Un concorso unico nel suo genere che in tempi come questi di comunicazione veloce conferisce all'aforisma la giusta collocazione quale messaggio breve ma intenso e diretto. Rojetti offre al lettore, con i suoi aforismi a volte ironici, altre sarcastici, pungenti, velenosi, filosofici, irriverenti, una carrellata di massime, pensieri e riflessioni su molteplici temi tra cui l'amore: "Un amore che inizia con la A maiuscola deve tener conto di tutto l'alfabeto"; "L'amore ci suscita più gioia di quanto il dolore ci affligge"; il matrimonio: "Terra senza mappa per esploratori dell'ignoto"; la vita: "La vita è la migliore delle iniziative con il peggiore dei finali", e ancora: "Nella vita si cerca lo scopo, e in noi, il mezzo per raggiungerlo", non mancano le definizioni, allusioni, deduzioni rivelazioni ai comportamenti umani maschili e femminili (in quanto a quest'ultimi lascio al giudizio dei lettori le considerazioni che l'autore esprime al riguardo) distaccandomi e ponendo lo sguardo su alcune idee raccolte che spuntano qua e là tra le pagine come germogli di pensieri che si sfogliano come stagioni: le mutevoli stagioni del cuore. Ogni aforisma potrebbe essere l'incipit di una storia già accaduta o ancora da vivere: "Non c'è desiderio più grande di quello che non si è realizzato", scrive saggiamente l'autore. Riflessioni sulla "punteggiatura", giochi di parole in rima, in grafica, assonanze, doppi sensi ruotano intorno alla parola "Amore" intesa nel più ampio dei suoi significati (non mancano riferimenti a Shakespeare e ai suoi sonetti, a Keats o ai Poeti Maledetti) che con ironia conduce il gioco della vita anche nei simbolismi contenuti nel Titolo "L'Amore è un terno (che ti lascia) secco" raffigurati sulla copertina dove il terno... secco: 7 Eros, 77 Innamorati e 69 Separazione, la dice lunga.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Scrivere non è mai semplice. È un atto di grande coraggio, lasciato sul foglio a imprimere le emozioni scorse come acqua tortuosa o cullate da “dondolii di tempestose gocce penetranti”.
    Non sono solo parole, quelle che animano le “pozze di lettere, stagni di virgole, luoghi di punti”. Essere poeti diventa un coraggioso viaggio alla ricerca di quanto la vita può donare.  Attraversando le inquietudini che smuovono e fanno sussultare l’anima  e ritmare il cuore e sentirsi come Icaro. Così vicini al sole, con ali per volare in alto, e con la paura dell’oscura apparenza, che può schiacciare al muro della solitudine o dei soliti pensieri.
    Cadere nel vuoto, diventa il timore dei sensibili. Eppure la speranza di una reazione, è la spinta che catapulta fuori dal baratro e dona il coraggio per superare anche forti dolori.
    Riprendere la vita in mano, e assaporare un nuovo inizio, un nuovo giorno, un nuovo anno, è il senso dell’essere umano. Immergendosi negli affetti,  scoprendo luce rinvigorendo rapporti, migliorandoli.
    Alla fine il tesoro inestimabile è dato da chi abbiamo intorno, o a chi permettiamo di assaporare la nostra essenza, in tutti i frammenti di cui siamo composti.

    “Un regalo del presente
    libera erba verde
    piegata dal vento”
     
    E l’Amore permette di fare quel salto nel buio, senza tante domande, ma con la consapevolezza, che come dicevano i latini “Audentes Fortuna iuvat “ (= la fortuna aiuta gli audaci).
     
    Allora liberiamo i vorrei, coltivando settimana dopo settimana, il giorno, per realizzare con armonia e alchimia, ciò che prima era soltanto un semplice sogno o un fotogramma etereo. Aprendosi al mondo, possiamo innamorarci e capire quanto uniche siano quelle frequenze instaurate.
     
    Memori di “lezioni scritte devastate, regole trascritte divise, voci vergognose risentite”, il poeta ricorda che la chiave di svolta è nelle nostre mani. Il discernimento è il chiaro indicatore delle nostre azioni. Ognuno di noi segue la sua natura; se essere “grigio” o pecora o lupo o semplicemente sé stesso: portatore sano libero di follia, desiderio, simbiosi emotiva. Espressione autentica, in un mondo che ha dimenticato quanto ricchi si possa essere, ascoltando e guardando intorno e dentro noi con nuovi occhi.
     
    Poesia fresca, schietta e originale, quella di Leonardo Manetti, che come freccia scoccata, penetra all’interno dei valori più profondi, producendo riflessioni e strumenti per vivere decisamente meglio.

    [... continua]

  • Un libro fuori genere. Lo è per diverse ragioni: in primis perché scritto da un microbiologo il cui intento – come egli stesso non manca di ribadire – non è stato quello di scrivere un libro di storia; quindi perché riprende l’incredibile e poco nota vicenda del Generale Umberto Nobile e della sua sventurata missione al Polo Nord a bordo del dirigibile Italia; ancora perché, scoprendo la vicenda del Generale, scopriamo la vicenda altrettanto umana e toccante della sua segretaria di nazionalità inglese, Miss Frances Fleetwood, che vivrà proprio nella residenza estiva del Generale, a Scauri di Minturno (basso Lazio), fino alla sua scomparsa; ma soprattutto perché, nel profondo, il libro vuole porre rimedio ad alcune mancanze che l’autore stesso si attribuisce, dimostrando a tutti che l’individuo – se accompagnato dalle lettere e da una felice disposizione d’animo – è capace di qualsiasi missione impossibile, fosse anche rimettere insieme i pezzi di un leggendario dirigibile e fargli solcare nuovamente il cielo alla ricerca, questa volta, delle vite di grandi personaggi.
    La narrazione di tipo epistolare attraverso cui si dipana la vicenda abbraccia più epoche e personaggi. Tutti, comunque, uniti dal comune destino dell’uomo nella sua accezione più umana: l’esplorazione; non solo di terre ma anche di sé stessi, dei propri limiti, delle proprie paure.
    In qualità di scienziato, poeta e scrittore, Giuseppe De Renzi emerge dunque da questa impresa letteraria anche un po’ storico, a dimostrazione che la curiosità irride i vincoli artificiosi entro cui si è troppo spesso costretti a limitare l’intelletto e, solcando le ali dell’immaginazione, a raggiungere luoghi altrimenti inarrivabili fissandovi una bandiera che ha l’innegabile sapore di vittoria, l’invidiabile primato della libertà.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

  • C’è Itaca, al centro della poetica di Giuseppe Marino. Itaca come ricerca, come fuoco interiore da perseguire: un traguardo che si sposta sempre più in là, per dirla con i versi di memoria montaliana. I versi di Marino racchiusi ne “Il viandante e il divoratore di falene” (edizioni Del Faro, 2014) riflettono l’ambizione nascosta, la non confessata aspirazione di raggiungere un punto di riferimento talmente bello e vero, unico, intero, “salda meta”, da quasi spaventare: il viandante diventa una falena, che si perde – desiderando di perdersi – nella stessa luce che l’ha sedotta.
    La poesia di Marino si fa in questo modo catartica: il suo viaggio esprime un collegamento profondo con il Creato, si lascia accarezzare dal vento, offuscare dalle ceneri e dalle “piccole miserie immature e vaghe”, ma contemporaneamente incoraggiare dalle stelle. Il viandante si trova pronto a riprendere la sua battaglia “ad ali spiegate”, ma armato di “elmo e corazza”, con ellenico eroismo, e tutta umana speranza. È tenace nel proseguire la sua strada, come un innamorato che insegue l’eco dell’anima amata. Non è un caso se Maddalena Corigliano, nella prefazione, definisce il poeta pugliese “cantore della spiritualità”.
    Il viaggio verso Itaca, nella silloge "Il viandante e il divoratore di falene", si compie attraverso gli elementi della natura, dai colori dei tramonti alle fiamme d'amore, avanzando in versi liberi e sciolti, cullati dalle braccia della Bellezza. Il viaggio avanza a passo classico, tra le onde del mare, in allusione costante ad un Ulisse interiore che cerca la sua verità... Un fuoco che arde in rigenerazione costante e da dove la fenice nasce una, due, tre volte per ricominciare da capo la sua tensione verso l'altrove.
     
    “(…) la vita è alchimia, 
    complesso intreccio di errori e perdoni”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “In guerra non ci sono mai stato” è l’opera seconda del giovane poeta latinense Daniele Campanari, un’opera fresca, nuova, che ha qualcosa da dire, e nel panorama poetico contemporaneo non è certo da sottovalutare.
    Le prime liriche si aprono agli occhi del lettore come una telecamera, che scruta, supervisiona, osserva – a volte a distanza a volte divenendo essa stessa partecipe –  degli sguardi, di un cammino, di quel circolo vizioso, ma allo stesso tempo fiabesco che si sporca le mani di rosso: ah, l’amore!
    “La storia comincia/ quando finisce/ comincia coi racconti/  di quel che stato/ l’oratore davanti al fuoco/ e due orecchie all’ascolto […]”.
    Campanari non fa altro che raccontarci storie…storie per dialogare, storie per sorprendere, storie per educare, storie per corteggiare l’amore, storie distanti, storie che raccontano altre storie, storie senza tempo: tra il verde brulicare dei monti e il crepitio di una luce al neon avvitata con troppa fretta, e scoppiata con quella stessa troppa facilità in una stanza di un motel, luogo di passioni.
    E ancora il giovane poeta affida i suoi versi allo sguardo: “tu c’hai il veleno/ te lo leggo negli occhi/ c’hai un romanzo gobbo negli occhi […]”, anche Hume affidava una sua celebre citazione allo sguardo che è motore della mente, lui affermava nella versione originale che “Beauty in things exists merely in the mind which contemplates them”, ovvero che “La bellezza delle cose esiste soltanto nella mente che li contempla” ed è proprio così che sia David sia Daniele attraverso il corpo della parola osservano il mondo: “guardati intorno e/ vedila la bellezza del cane […] vedili gli alberi che crescono su rettangoli murati/ vedile le passeggiate/ a memorizzare/ le insegne dei negozi […] e vedila l’ombra/ che ti accompagna/ danza con lei/ perché le punte dei piedi/ fanno arrivare in alto […]”.
    E aggiungo, fanno scalare montagne, fanno vivere, ma non per il semplice fatto di esserci, ma per quelle bellezze remote che racchiudono delle cose apparentemente insignificanti della vita: come un cieco a leggere poesia, come un sordo a udire il più sordo dei rumori, come un paraplegico ad osservare la corsa, la sua corsa, fatta con altre gambe.
    Così le parole, così la poesia: unica, sola, molesta, condivisa, dalla mia, dalla tua, dalla nostra bocca, per sempre parole “[…] per raccontare ottant’anni di vita/ per raccontare ottant’anni d’amore […] “.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questa raccolta di poesie di Nunzia Valenti è una piccola piacevole scoperta: troviamo un'autrice che con voce fresca ed accenti appassionati sa toccare delicatamente le corde della nostra anima fino a farla vibrare all'unisono con la sua.
    È l'amore il grande motivo ispiratore delle sue liriche: amore ricercato, amore condiviso, amore ferito, rifiutato e tuttavia, sempre atteso in un'altalena di rimorsi, rimpianti, estasi e speranze.
    L'autrice è capace di immagini fortemente evocative, che immediatamente trovano eco dentro di noi, come nella bella lirica intitolata "Assenza d'amore", quando ci si presenta in riva al mare, "mentre traccia sulla sabbia cuori senza iniziali", oppure ne "I sogni cancellati", in cui esprime tutto il desiderio e la speranza "con la mia anima e il mio pensiero/scrivevo i miei sogni su quel cielo"; e nella bellissima chiusa di "Dormire sul tuo petto", l'autrice esulta nell'amore condiviso: "E si spianano strade verso la nostra storia infinita".
    Ma ci sono anche dolorosi momenti di rifiuto e di abbandono: nella deliziosa poesia "Scomodo condomino": "Non mi hai consegnato la chiave del cuore/e entri ed esci quando ti pare/fai solo caos e tanto rumore"; oppure quando si chiede perché soffrire tanto per un amore finito: "Perché vivere all'inferno/solo per la colpa di averti amato".
    Particolarmente toccante la lirica "Sarò per te", vero inno di passione e di amore, quando l'autrice si fa "grano" e poi "acqua" e poi "notte" e poi "giorno" e "fiamma", indicando via via l'esultanza delle scoperte d'amore.
    Eppure deve amaramente arrendersi alle sconfitte, alle perdite e alle delusioni: "Eri il mio sogno a colori, ma in una realtà in bianco e nero./Avrei voluto vestirmi delle tue braccia/ma sei stato un abito appeso che non ho mai indossato".
    Ricorda con desolazione "Desideri irrealizzati/progetti andati in fumo così in fretta/come si consuma una sigaretta"; sintetizza poi il tutto con il verso spettacolare: "passaggi di vita non vissuta/nel modo in cui l'avrei voluta".
    E si chiede come sarebbe bello se il tempo perso si potesse recuperare: e poi immagina tutto quello che avrebbe potuto fare, dire, esprimere, concludendo con assoluta eleganza: "Accoglierei ogni occasione perduta/perché la vita va goduta".
    Eppure tenace rinasce dalle ceneri dei dolori e continua con una splendida invocazione al cielo: "Mandami neve di petali di fiori soffici e profumati/mi distenderò per sonni lieti/per riprendermi l'allegria degli anni passati"; ed ancora "mi chiama sempre il mio passato/dove i miei sogni ho seppellito".
    L'autrice ci lascia poi con la capacità straordinaria di guardare ancora avanti, nel futuro, malgrado il percorso a volte possa essere stato aspro e solitario: "Un bagno caldo per lavarmi dai cattivi pensieri.../...mi spruzzo addosso gocce di speranza.../mi vesto d'ottimismo/oggi è un nuovo giorno/e sono pronta a ricominciare".
    Chiudiamo il libro con dolcezza perché è con dolcezza che l'autrice ci ha permesso di entrare nei giardini del suo animo, per incontrarla nei suoi pensieri e nei suoi desideri e sentirla un poco vicino a noi.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Apro la raccolta di poesie "Le rotte del vento" di Maria Teresa Santalucia Scibona e il mio primo pensiero è un interrogativo pieno di timore. Un sentimento di inappropiatezza dinanzi a una poetessa del suo valore e della sua esperienza.
    Dopo aver letto le prime poesie, il mio animo si placa totalmente, avvolto nell'accogliere lo splendore e la delicatezza di parole spennellate con maestria e immensa sensibilità.
    Rimanere estasiati da paesaggi filmati con l'inchiostro, che restano indelebili in quel transfer poetico da chi scrive a chi legge.

    La prima poesia "Baruffe marine" è quella che mi sta più a cuore, e non solo perché mi è dedicata, ma perché racchiude l'essenza della poetica di Maria Teresa: una dolce tempesta marina. La dolcezza è una fresca e perenne brezza che accarezza le sue parole; ruscelli d'inchiostro che scendono lenti da armoniosi rilievi.
    La tempesta è tutta la forza espressiva, e ancor di più umana, che trapassa ogni pagina e mette l'animo nobile di questa donna davanti ai suoi testi. Sì, perché anche quando ci troviamo davanti a descrizioni di paesaggi ed eventi naturali, nel parallelo opposto ci appare lei: una donna che tracima di tutte quelle parole, quei colori, quei suoni, quegli odori, quelle sensazioni forti che il suo corpo minuto fatica a trattenere.

    La poesia "Le rotte del vento", che dà il titolo alla raccolta definisce un altro aspetto chiave.
    "navighiamo a vista/ eludendo ignari/ le rotte del vento". Quest'incedere a vista, sicuri che la poesia ci porterà in un luogo a noi caro, senza bisogno di rotte segnate o della forza del vento che gonfi le vele.
    E' la forza delle parole su cui veleggia Maria Teresa, è sicura al timone e neanche una tempesta marina le potrà sfilar via il suo tesoro più grande: la poesia.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La penna formosa di Niccolò Ammaniti non fallisce il colpo neanche in questo “Che la festa cominci”. Che è un carico pieno di ironia, thriller, suspense, autobiografia immaginaria e interesse storico-collettivo. Un romanzo ironico perché, davvero, fa ridere. Ma nel senso buono della componente civile che sforna personaggi dall’alto interesse antropologico. Come Sasà Chiatti, un improbabile imprenditore campano che decide di trasformare Villa Borghese in un zoo a cielo aperto. Ma anche nella sede della festa per la quale unici invitati sono i caratteristici vip.

    È un romanzo che sta dalla parte del thriller, poi. Perché è il protagonista della vicenda a volerlo così. Un tale Fabrizio Ciba che di professione fa lo scrittore. Non uno scrittore qualsiasi: uno da milioni di copie. Reso famoso non solo per la pubblicazione romanzata; anche per essere un’autentica tigre da tivvù. Una proiezione che fa tanto piacere al Ciba sciupafemmine e al Ciba egocentrico. Talmente egocentrico da trovarsi spesso in situazioni non facili da gestire, come quando prova a corrompere sessualmente una sexy traduttrice. E in parte ci riesce ottenendo qualche minuto di godimento manuale scomodamente seduto su un muretto protetto di erba.

    Insomma la festa. Che comincia in stile rock’n roll: musica, buffet infiniti, droga, calciatori, politici, veline. C'è tutto, per loro. E c’è pure Ciba lo scrittore. Con lui, ma lontano da lui, la nota cantante Larita: un pezzo di donna convertita al mondo vegetariano. Non prima di aver assaggiato il lusso scontroso che è impuro della vita. Dunque la festa comincia. Ed è un programma: dal buffet di benvenuto alle 12.30 alla fine prevista alle 7 del giorno dopo. In mezzo l’organizzazione del gruppo caccia, l’amatriciana di mezzanotte e il concertone di Larita. Ogni cosa è cotta a puntino. Anche l’agguato che un’improbabile setta satanica di Oriolo Romano, ingaggiata dal parentato per servire ai tavoli, prepara proprio nei confronti della cantante. Un agguato che servirebbe per rendere unico e immortale il suicidio che la setta, in gruppo, comporrebbe dopo aver assassinato l’artista.

    Ma c’è qualcosa che non va esattamente come previsto. E lo scrittore Ciba resta sciupa femmine, sì, promuovendo il contatto con Larita. Ma diventa un Indiana Jones di Trastevere quando si trova a salvarsi la pelle tra leoni ed elefanti stanchi. La storia va avanti così. Con l’abilità di Ammaniti di alternare le scene che alimentano la curiosità del lettore. Una storia che è dentro la storia: quella di uno degli spazi più belli e degradati di Roma, di alcuni atleti russi fuggiti dall’Olimpiade perché schifati dal comunismo, del denaro che non salva la vita.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Meravigliosa prova 2011 di Javier Marías, che per un attimo sfiora il precipizio della banalità per poi fluttuare, placido e pacato, sul suo consueto piano dell’umano. Nelle prime pagine sembra infatti sfilare una serie di considerazioni alquanto prevedibili, ma che, nella loro estrema semplicità, si concatenano le une alle altre fino a diventare una storia sempre più torbida e intricata. Gli innamoramenti del titolo sono solo un pretesto, un sassolino di ambiguità che aziona meccanismi opposti di diffidenza e di resa, poiché “quel che è molto raro è provare debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli: questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere  oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese”. L’amore, di fatto, resta nello sfondo della narrazione, perché l’ombra aleggiante in primo piano è quella della morte: la perdita, l’assenza, l’adattamento. La protagonista di questo romanzo è una donna che si trova involontariamente in una storia a quattro: si innamora di uno che è innamorato di un’altra, la quale perde suo marito in circostanze tragiche, paragonabili ad “un cornicione che si stacca dalla strada”. Ad un tratto si insedia il sospetto che le circostanze non siano state, poi, così fortuite, e il romanzo assume quasi tinte gialle, nella ricerca della verità, continuamente provata e rimessa in discussione. Il risultato è che, forse, non è dato saperla mai.
     
    “Quando la ragnatela ci intrappola fantastichiamo senza limite e insieme ci accontentiamo di qualunque briciola, di sentirle lui, di percepirne l’odore, di intravederlo, di sentirlo, del fatto che stia ancora dentro il nostro orizzonte e che non sia scomparso del tutto, che ancora non si veda in lontananza la polvere dei suoi passi che stanno fuggendo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un breve viaggio in un epoca umana oscura, ma che cova la voglia di scoprire la reale composizione della vita e conoscerne il senso.
    A cosa dobbiamo tutto ciò che ci circonda? Volontà Divina o complicata chimica? Come funziona il nostro pianeta? Senza le moderne tecnologie, nel XVII secolo in Sicilia, lo studio dell'alchimia era considerata al pari della stregoneria e lasciata in mano a pochi frati che correvano il rischio dell'inquisizione se oltrepassavano il lecito.
    In un regno dominato da baroni, l'ignoranza della popolazione era assogettata alla religione, alle sbagliate idee filosofiche sulla materia e alla repressione, dando il potere a pochi e la miseria a tanti.
    Il barone Gervasio non è da meno, tuttavia attende dalla moglie due eredi, gemelli che dimostrano una innata differenza; il primo nascituro, Tiburzio, per tradizione erediterà le sue fortune, dimostrando di essere interessato solo ai piaceri carnali della vita, mentre il secondo Alonzo, ne sarà talmente affascinato dai suoi misteri da voler continuare gli studi.
    Alonzo non passerà una vita tranquilla, stufo del servilismo che percorre le sue terre e della sua arretratezza, dovrà persino rinnegare il suo primo grande amore Genoveffa, data in sposa a suo fratello per volere del padre Gervasio, anche se a Tiburzio non interessa di lei, costringendolo a fuggire in cerca di nozioni e lenire le sue ferite d'amore.
    Seppur torturato dall'amore avrà riscatto nell'apprendere le nuove tecniche di chimica e svolgendo esperimenti presso luminari dell'epoca, spingendosi persino in Provenza.
    Alonzo farà tesoro di ogni insegnamento, di vita, di chimica, potrà scambiare idee con il conte Valery con cui stringe un'immediata amicizia e un affine ideologia e intrapreso il suo viaggio interiore cercherà di arricchire anche l'animo del lettore.
    Piacevole trovare oltre alle nozioni di chimica in questo scritto anche citazioni di Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, William Shakespeare, Petrarca, e di filosofi quali Platone e Tommaso Campanella e molto ancora.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • L’ultimo libro di Paolo Giordano parla di una relazione, di un universo in evoluzione, degli affanni (il nero) e delle bellezze a volte minime (l’argento) che dentro una coppia si hanno. Una coppia che ha paura di scoprirsi, di scavare dentro e dietro i fantasmi che albergano in ognuno di noi, una coppia che vacilla pensando al domani, alla vita, al suo ripetersi, fino al giro di boa, in quelle acque placide, profonde, dipinte da un blu spettrale che ricorda l’abbandono. Quasi paurosi di un senso di nullità, di negazione di un rapporto fantasma, immaginario, sentono il bisogno della conferma, dell’approvazione, dell’essere visti per ricevere un’autenticazione. Così la signora A. – sotto le vesti di domestica – si introduce nella loro casa, silenziosamente, con passo felpato, quasi venendo ad essere un essere che ha il potere con il suo sguardo di generare e portare una tranquillità amorosa sempre più scadente. Ormai da quando c’è lei, tutto sembra aver trovato il giusto senso, la giusta collocazione: “[…] provai anch’io un sollievo inaspettato, persino un senso di eroismo per come avevo accantonato le mie ambizioni in favore della serenità di Nora. I miei colleghi emigrati avrebbero avuto la gloria accademica spalancata davanti a loro e uffici ariosi in strutture di vetro e metallo, ma avrebbero vissuto lontano, lontano non solo da qui,  lontano da qualunque posto. Avrebbero incontrato e sposato ragazze straniere, «mogli comode», perlopiù appartenenti al fototipo nordico e con le quali comunicare in una lingua intermedia, il francese o l’inglese, come diplomatici. E io? Io, invece, avevo Nora, che comprendeva ogni sottigliezza delle frasi che pronunciavo e ogni implicazione di quelle che sceglievo di non dire. Potevo aspirare a qualcosa di più di questo?, immaginare di metterlo a rischio in favore di una borsa di studio seppure prestigiosa? Ogni progresso della fisica dall’inizio, l’eliocentrismo e la legge di gravitazione universale, le equazioni sintetiche e perfette di Maxwell e la costante di Planck, la relatività ristretta e quella generale, le stringhe multidimensionali attorcigliate su se stesse e le pulsar più remote: tutta la gloria di quelle scoperte insieme non sarebbe bastata a restituirmi la stessa pienezza […]”.

    Un amore che va oltre le concezioni ancestrali della fisica, che sfida le leggi del mondo seppur avendo sempre il bisogno di conferme costanti (esterne). Il loro percorso amoroso evolverà, muterà come leggi elementari, fin quando un variabile, una variabile di segno negativo opposta all’amore porterà turbamento nella coppia, e nella vita della tenera signora A. che vedrà dissolvere pian piano ogni sua sicurezza, tant’è che si astrarrà dalla vita della coppia per indagare nel suo personale universo. Così la coppia diviene fotografia della confusione, del turbamento, della sintonia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai smarrito e in balìa di una assenza dolorosa. Dall’universalismo narrativo Giordano nel corso del libro muta e stratifica la storia per arrivare a presentarci un particolarismo fatto di scelte – forse sbagliate –, di amori (bisognosi di conferma), di invadenze, di dialoghi interiori, dell’amore a tutto tondo (che si sente minato): che talvolta tocca picchi d'argento, talaltra tocca picchi di nero.

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    recensione di Gino Centofante

  • Ultimo episodio della trilogia di Paul Hoffman con protagonista Thomas Cale, l'ira di Dio.
    Ritroviamo il nostro antieroe in uno stato pietoso; una sconosciuta malattia ne sta svuotando le forze, un dolore interiore, misto a rabbia e rancore, che ne stanno divorando l'anima.
    Costretto quindi a rifugiarsi lontano da tutto e da tutti, in un monastero con l'aiuto di Sorella Wray cercherà di ricomporre la propria esistenza, nonostante le continue torture fisiche e psicologiche di Kevin Meatyard altro ospite dell'istituto.
    A rendere ancora più difficile la vita a Thomas Cale sono le continue pressioni da parte dei suoi alleati per spronarlo a studiare una difesa dall'imminente attacco dei Redentori, mentre quest'ultimi cercano, assoldando due sicari, di ricatturarlo e nei peggiori dei casi di eliminarlo.
    Proprio sfruttando la sua malattia il potere di Cale ai minimi storici potrebbe risollevarsi e diventare l'arma definitiva, diventando l'incarnazione dell'Angelo della Morte. 
    I ricatti, le nuove e le vecchie amicizie, le tecnologie di Hooke possono ribaltare le sorti della guerra da un momento all'altro.
    Al fianco del protagonista come sempre Henri il Vago che si sta abituando alla vita dei palazzi pur odiandone i ricchi proprietari e Kleist chiuso nella sua depressione per la perdita della moglie e del figlio per mano dei Redentori; i due resteranno le uniche persone di cui Cale si fida ed ha bisogno per riuscire nelle sue imprese, ma dovrà salvarli da Kitty la Lepre adirato per avergli rovinato i suoi affari.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni.
    Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".

    Un romanzo di non facile collocazione, a metà tra l’elemento autobiografico dello scrittore e il ritratto o meglio il dipinto accurato di una realtà: Il Partito Comunista Italiano. 
    Francesco sceglie di essere comunista in un momento ben preciso della sua vita, il 22 giugno 1974, quando ai mondiali di calcio la comunista Germania dell’Est segna il goal del riscatto alla occidentale e democratica Germania dell’Ovest. 
    In quel momento Francesco, che ha 10 anni, dentro di sé e senza farsi notare, esulta. In quel momento decide di “fare il tifo” per i più poveri, gli emarginati, le minoranze. 
    Francesco ci parla della storia degli ultimi quarant’anni, quella prima di Berlinguer, e poi di Berlusconi. Perennemente in bilico, tra l’essere troppo comunista e l’invischiarsi a quella borghesia che troppo gli era lontano. 
    Divorato dal desiderio di essere come tutti – come da titolo -, come tutti quelli che hanno compianto il feretro di Berlinguer in Piazza San Giovanni, ma anche come quei tanti che si tirarono indietro nel momento della rivoluzione restando indifferenti, che la felicità può ricercarsi in una propria appartenenza politica senza però dover far per forza puntualmente discriminazioni.

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    recensione di Gino Centofante

  • Una silloge di racconti dal sapore intenso e vibrante, uno scavo psicologico acuto dentro la vita e la morte.
    La dinamica della trasformazione dell’essere analizzata fino a toccare le corde più profonde dell’animo, dall’esuberanza della giovinezza, ai sogni accarezzati e rincorsi, all’inesorabile fine del tutto. L’amore, in presenza e in assenza, resta nel ricordo come una lama tagliente. Anche  l’amore omoerotico femminile trova spazio di espressione coraggiosa con parole dolci e profonde, come solo le donne sanno scambiarsi.
    Tra donne, che ci sia amicizia o affetto, le parole arrivano alate e colpiscono il bersaglio del cuore; le donne sanno sempre cosa dire alle donne mettendo in luce punti di forza e di debolezza.
    Intenso e lacerante il racconto di Elvira che si spegne lentamente: “Elvira, Elvira mia, cosa hai mai? Indistinta come una sostanza che evapora, non riesco più a raggiungerti”. La morte descritta come passaggio ad una nuova condizione, mentre non si è “mai pronti a dirsi veramente addio”. Ci sono persone che buttano e altre che conservano: "Ma fino a che punto è possibile riparare un vaso incrinato?”
    L’arte orientale insegna che la vita è un'opera di ricostruzione e rimettere insieme i cocci di un vaso è come tornare l’intero, ma questo nella vita non sempre è possibile, a volte i rapporti si esauriscono e si sfilacciano a prescindere dalla nostra volontà: è il tempo che corrode.
    Gli amori veri vanno coltivati nelle abitudini del quotidiano: “Il bandolo della gioia è nella vita che si ricostruisce insieme, in alcune abitudini piccole, pacate, nel trovare il proprio posto nel mondo. Nell’avere il coraggio di difenderlo. Elvira mia, io solo accanto a te sapevo chi ero veramente”. Ricorda la canzone di Battiato: “Ho bisogno della tua presenza per capire la mia essenza”.
    La vita è un rispecchiamento di anime e di corpi che si cercano, che si trovano e si perdono e si inseguono con infaticabile lena, per poi scoprire che la vita è un nulla, una grande illusione e che i “corpi sono impermeabili” come affermava già l’insuperabile Lucrezio, precorrendo qualsiasi teoria sulla potenza del narcisismo che ci fa credere di possedere e di cambiare gli altri.
    Racconti… frammenti di vita che tutti insieme compongono una profonda riflessione ontologica sull’essere e sul divenire, che è la croce dell’uomo occidentale. Questa parvenza di ombra che prende sostanza che si aggruma e si scompone, dando luogo agli infiniti nostri mondi interiori o i nostri demoni.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Siamo tutti nani sulle spalle di giganti nelle sembianze, alternativamente, di figure simboliche di riferimento o proprio di uomini in carne ed ossa ma che spesso si rivelano più nani dei nani: il primo dei molti nuclei di "Buio per i bastardi di Pizzofalcone", l'ultima fatica (ma in realtà una storia densissima, una valanga che travolge parlando di sè) di Maurizio De Giovanni.
    E' la caduta dei giganti raccontata in una filigrana inconsapevole e disarmante da Dodo, il bambino rapito, che non dubita neppure un istante di essere "il piccolo re del suo papà gigante", incarnazione potente di Batman, il suo eroe, che, fortunatamente, porta con sé nei giorni bui della prigionia.
    E per una ragione naturalissima è proprio la fantasia che gli permette una personale interpretazione di quella vicenda vissuta, troppo grande per lui, che, paradossalmente, nella sua radicale differenza dal quotidiano, è molto più simile al fantastico e quindi più gestibile per un bambino.
    E quella fantasia fa il paio con l'immaginazione come unica chiave di volta per affrontare situazioni nuove ed insolite come in una poetica di Italo Calvino riecheggiando la straordinaria lettura di Roberto Benigni ne "La vita è bella".
    Ma questo Batman sembra esausto e Dodo non può e, di sicuro, non vorrebbe saperlo.
    Non sarà un caso se nel prossimo film in uscita nel 2015, Batman, interpretato da Ben Affleck, sarà appunto stanco?
    Stanco non della sua missione ma proprio per la sua missione, stanco ed esausto della lotta contro il crimine, come afferma il regista Zack Snyder, in qualche modo più umano, quasi incarnato.
    Potremmo riconoscerci nella "Società della stanchezza", nella definizione del tedesco- coreano Byung-Chul-Han riprendendo la lettura kafkiana del mito di Prometeo, "quando le aquile si stancarono, gli déi si stancarono e la ferita stanca si chiuse", ribadita realisticamente nella figura degli "Sdraiati" di Michele Serra, ulteriore declinazione dell "modernità liquida" secondo Bauman.
    Sono ancora domande rivolte al lettore, queste, evidentemente e "Buio", in tal senso, le sottolinea.
    Il rapimento di Dodo non è soltanto "lavoro" per i "bastardi di Pizzofalcone" ma è, soprattutto, un punto interrogativo sulla dimensione della loro paternità.
    Ciò che ci accade intorno è sempre una domanda rivolta a noi, alla nostra vita, siamo in gioco anche quando apparentemente non lo dovremmo essere poiché quella cosa non ci riguarda, niente veramente non ci riguarda e quindi tutto...
    Nel libro di De Giovanni sono domande sulla paternità che interrogano l'agente semplice Guida sui suoi tre figli, così come il vicesovrintendente Ottavia Calabrese sul suo Riccardo, autistico, che ha necessariamente polarizzato e sicuramente ingessato la sua vita, ma anche l'apparentemente indecifrabile ispettore Lojacono con la sua Marinella, il tutto diluito e poi condensato nella metafora della vita che scorre sempre uguale per poi giungere ad un tempo che spariglia le carte, che interrompe il quotidiano e che, nell'illusione del decollo, si traduce in rovina, quel "maggio" che somiglia così tanto all "'aprile delle allodole di Rilke" o alla "sagoma nera del cannone di Guccini".
    In questo "più che giallo" di Maurizio De Giovanni, anche se sono sempre individuabili i responsabili, sembra quasi che non ci siano veri e propri colpevoli più di quanto essi stessi non siano, a loro volta, vittime, attraverso la stretta cruna tra causa e colpa.
    E così, l'analogia profonda del cortocircuito dall'amore autentico al possesso, che accomuna il legame di Lena e del padre di Dodo verso il bambino, tradiscono entrambi una mancanza che riguarda ancora una volta la relazione genitoriale;
    Lui per eguagliare in qualche modo le "oblique imprese" del suocero, quasi in un rapporto di filiazione rovesciata e lei per la frustrazione da abbandono dei figli lasciati in Serbia come una maternità negata, in qualche modo abortita.
    Sembrano risuonare qui le storie vere delle giovani donne tedesche di inizio Novecento che rappresentarono l'intuizione interpretativa psicopatologica del giovane Karl Jaspers.
    Anche'esse avevano dovuto abbandonare i loro figli nelle campagne d'origine per diventare le tate dei bambini che poi avevano ammazzato.
    Proprio da qui partì uno dei due grandi filoni psicologici, quello fenomenologico, che cercò di trovare un "senso anche alla follia al di là di ogni ragionevole non sens ".
    Da questo rapporto così profondo con Dodo scaturisce la dimensione del possesso che pretende di legittimare in qualche modo l'uso del bambino come proprietà personale.
    E su questa base si innesta anche la dimensione della transitività della colpa e la diretta proporzionalità della misericordia al sacrificio di se stessi, del cristiano "non c'è amore più grande..." nella figura, al contempo serena ed inquietante, di frate Leonardo.
    De Giovanni radicalizza con lui il messaggio cristiano dell'Agnello carico del fardello più pesante: la Colpa più grande.
    Intrecciando così la dimensione, diremmo postmoderna, dell'eutanasia alla millenaria dimensione cristiana del sacrificio di se stessi.
    Ma anche questo cortocircuito è una trappola circolare tra il frate e la sua amicizia fraterna nella persone del vicecommisario Pisanelli in cui lo stesso appiglio esistenziale annulla la ragione dei due opposti, rendendo evidentemente impossibile da stabilire quando veramente c'è un "cuore ( ormai ) deserto che continua a battere".
    Probabilmente perché gli eroi normali consistono della loro autenticità, nella consapevolezza delle loro miserie, pagata al prezzo di una maschera obbligatoria da indossare, ma che "al momento buono verranno fuori, e saranno perfettamente uguali a se stessi..."

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    recensione di Paolo Fiore

    • Mariti
    • 22 luglio alle ore 9:44

    I tanti racconti che compongono la trama di questo libro della scrittrice messicana hanno, come filo conduttore, la costante presenza di uomini in relazione al preponderante mondo femminile. Sono figure secondarie, tristi macilenti ed avulsi dal contesto matriarcale di certe società in cui la donna è traino assoluto. Il dipinto ironico, i luoghi, le figure ambigue e le contraddizioni di un popolo assolato e pigramente adagiato su antichi pregiudizi fanno da sfondo in questa piacevolissima descrizione della Mastretta. Autrice diretta, non lascia nulla al caso. Dipinge magistralmente le figure, facendole apparire nella loro totale essenza, senza orpelli, dando forza alla donna con le sue pennellate di assoluta intelligenza ed ironia.

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    recensione di Sebastiano Impalà

  • Uno di quei libri il cui titolo potrebbe trarre in inganno. Storia di un tradimento sì, ma anche e soprattutto un romanzo d'amore "Adulterio"di Paulo Coelho.
    Non solo amore di coppia, si badi bene, ma autostima, dunque attenzione per se stessi.
    L’io narrante è Linda, una trentunenne che, all’inizio, risulta addirittura antipatica. Sposata con un uomo che l'adora, con due figli e una tata filippina, fa la giornalista e adora il proprio lavoro. Vive a Ginevra, una città pulita, ordinata e accogliente. Eppure al mattino fa fatica ad alzarsi, piange, si sente incompleta, infelice. Recitare ogni giorno una parte che non si sente propria, sorridere anche quando non se ne ha voglia è ciò che la società le richiede. E, quando una donna prova certe sensazioni, il tradimento incombe.
    Cade tra le braccia di Jacob, e non si tratta solo di sesso: se ne innamora. Qualcosa che la cambia, la turba profondamente, ma al tempo stesso la induce a riflettere, diventa strumento per superare le proprie paure. Un'infedeltà capace di aprirle il cuore, costringendola in quella terra di nessuno tra un passato costruito faticosamente, mattone su mattone, e un futuro che rischia di sbriciolarsi come una casa sotto le scosse del terremoto.
    Allora si ferma, indietreggia, rinuncia. Dolore e salvezza. Ma è davvero la scelta giusta?
    Più fortunato della nazionale del suo paese nel corso dei recenti mondiali, il brasiliano Coelho, con questo libro, segna un ennesimo goal nel campionato delle vendite. Complimenti a lui.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Annamaria Citino nella sua seconda fatica letteraria "Son tutta ciliegie", esprime l’essenza del proprio pensiero. Lo fa attraverso una poetica fondata su una disarmante semplicità ma, al tempo stesso, tecnicamente ben strutturata.
    Dalle sue origini mediterranee l’autrice deriva il calore della passione, l’intensità dei colori e la capacità di farsi penetrare dalle forti emozioni ergendole ai livelli più alti.
    Piccante, provocatoria, disinibita, la sua silloge non solo si rivolge agli appassionati del genere, ma risulta di ausilio per chiunque voglia avvicinarsi alla poesia erotica e passionale. La Citino che, nella vita come nell’arte, non fa certo della convenzionalità la prerogativa principale, interpreta con disinvoltura e al tempo stesso con maliziosa ingenuità quella che dovrebbe essere la prerogativa di ogni forma di comunicazione artistica: la capacità di cogliere le sfumature più intense delle emozioni primarie. Nel corso della lettura ci si accorgerà come alla scrittrice calabro-sicula-veneta, attraverso un lavoro di sublimazione emozionale, riesca l’ardua impresa di trasformare i più reconditi desideri primordiali nelle più dolci note poetiche.

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    recensione di Enza Iozzia

  • L’Universo Uomo cede fortemente al richiamo del Pianeta Donna, lo decanta “Non hai età/quando mi guardi/appena sveglia/con l’odore del caffè/sulle tue labbra”; lo aspira… /Ed aspiro voluttà remote/, lo attraversa…/Amo il tuo cuore/e con esso pulso/spargendo forte/ la mia essenza d’uomo/, e ancora lo vive, ne sonda la profondità degli occhi /…una musa/dagli occhi profondi/ come tunnel/.
    Di questo e di ardente passione si compone la poesia di Sebastiano Impalà, il poeta-pirata dal verso libero, che benda prima di baciare, che vede “nel profumo/di donna travagliata/l’aspro diamante/ dalle mille facce/dall’aspetto cristallino/. Metafore come gocce di pioggia ristoratrice dall’afa provvedono a far germogliare poesia dalle parole…/Mute/le parole si rifugiano/nelle tane dell’orgoglio/hanno piedi di pietra/e ali pesanti/le signore della vita/.
    Pienamente si fa strada l’impronta femminile, decisa ed autoritaria ma anche dolce e suadente nel vissuto di sé bambino; il poeta trasmigra, attraverso la donna, alla Madre Terra del sud, che si fa mare, albero, pietra dura, si forgia in sfaccettature di poesia nel bimbo che diviene uomo e ne fa dono all’amata. Nella Silloge “Ossigeno e Pensieri” Edizioni David and Matthaus per ARTeMUSE Castalide, anticipate dalla eloquente prefazione di E. Bagli, ricorrono sangue e pietre preziose, atte a donare calore e lucentezza al sentimento ed è la propensione al donare e al donarsi che emerge dalla poesia di Sebastiano Impalà e resta a fare compagnia anche quando le pagine del giorno si chiudono e l’atavico sentimento del cuore si sublima con la venerazione dell’amata…/ho vissuto tutto il mio respiro/posando le mie labbra/sui chicchi d’ametista/adagiati sul tuo collo morbido/;  ma è con “Sangue di Fiume”, la poesia che apre la silloge alle altre trentacinque  liriche, che il poeta sale in cima alla vetta del cuore per mostrare anticipatamente, bellezze che vanno oltre orizzonti sconosciuti… emozionando il lettore.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • A guardarlo bene in fotografia Vincent Cernia (Vincenzo De Marco alla nascita) non ci sembra un mostro: camicia bianca, jeans moderno e tatuaggi d’attualità. Tutto fuorché un mostro. E manco un poeta. Ma, d’altronde: come si riconosce un poeta? Non dall’aspetto fisico, certo (che è comunque un buon elemento per conoscere il carattere, dunque anche la scrittura). Ma dalla parola. E in questo caso la parola di Cernia è ricca di immagini forse già viste, ma mai banali; sta sempre sul pezzo. Il suo.

    “Non è solo poesia operaia, dissenso e rabbia, è molto di più…” dice il poeta della sua raccolta. Lo dice con ragione. Perché “Il mostro di rabbia & d’amore” è molto di più: è una vita, la vita di chi ha scritto questi versi. La vita operaia, come la poesia che da sempre si sporca le mani con la mescola, che appare spesso e in viaggio, come in “Direzione lavoro” (pag. 21): “Nell’autobus buio/e una canzone di cui il titolo ignoro,/tutto è amplificato/e i pensieri scorrono veloci/come le strisce bianche/sull’asfalto scuro,/e poi luci e bagliori d’acciaio/all’orizzonte vedo/e lì/saranno otto folli ore”. Come a dire che il poeta-uomo già conosce il suo destino.

    Ma chi è l’operaio?: “… è prima di tutto un figlio,/è un fratello,/ un padre…”. Dunque l’operaio è tutto e ancora più di tutto. E non può essere che così per uno che con la fabbrica, per la fabbrica ci mangia (e scrive). E la gente non operaia?: “… noi operai dentro/e voi fuori a immaginare/e noi dentro a morire”. Uno spaccato esibito con rabbia, appunto. Ma in questi versi (e altri come questi), a guardarli dietro, ci si vede l’amore. Ed ecco che appare, dunque, il mostro. Il mostro a tre facce: vita operaia; naturalmente vita; la vita, le storie. Che, comunque, a guardarle bene, le facce, se ne distingue una sola: ancora una volta la vita. Ed è giusto così. È giusto che si racconti la vita. Pure quella che è propria d’origine, come in “Puglia” (pag. 33): “Le salentine melodie serali/le magiche meraviglie d’intere terre pugliesi/Dalle curve nel cielo e nel mare/di garganiche viste,/alle distese d’ulivi brindisini/alle spiagge di mar d’amare tarantine/e le salentine melodie serali./Tamburellanti e lunghe passeggiate baresi e cielo, e terra e mare…”.

    Quel  “molto di più”, poi, lo incontri quando Cernia ascolta e odora e verseggia non lui stesso, ma altri che ci somigliano: “Quante storie puoi ascoltare in un vagone/quante vite puoi odorare in aeroporto/quante persone puoi osservare seduto in un bus/quanti vanno, chissà dove, e quanti tornano da mille posti diversi”. Già, chissà dove vanno. Ma è bene non saperlo. È bene continuare a guardare dentro e poi raccontare. Che sia di mostri di rabbia e d’amore, che sia per poesia operaia.

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    recensione di Daniele Campanari

  • È una poesia ricca, forte, intensa di vita, intrisa di terra, di tempo luce, che  si interroga e si consuma vestita di brezza, di rossi meriggi e “allodole di giada nel cuore”, quella di Francesca Lo Bue.
    Alla ricerca di “Eternità” che/Vuole essere, inchiodarsi/col suo rosso di verità e compassione./Aleggia, ferisce/graffia come cartone sgualcito che nasconde gioielli.
    Diffonde tristi melodie e sinfonie di speranze nella musicalità della lingua spagnola per divenire eco di tempo nella traduzione in lingua italiana /Sòlo el hombre està solo/cercando a la eternidad/Sòlo ella lo acompana con sus pasos escondidos y entranos/.
    (Nada se ha ido) “Non te ne sei mai andato” il titolo della silloge edita da Progetto Cultura e dedicata all’amato padre Salvatore e all’atavica terra di Sicilia; cinquantatré liriche, anticipate dalle preziose note di letteratura di Laurentino Garcìa y Garcìa e di Francesca Innocenti che augurano all’autrice l’uno speranza, attraverso i versi di Gabriel Garcìa Màrquez, e l’altra autentica solidarietà tramite i versi di Pablo Neruda.
    Svariati i temi trattati poeticamente dalla Lo Bue, dalla sofferenza dell’abbandono nella lirica “Lontananza” dove ricorre cantilenante il ripetersi del verso: “la tristezza larga larga/nell’ombra verde verde/acque bianche bianche/abisso triste triste/…" quasi a voler fermare il tempo, alla lirica dedicata alla memoria dell’amica compagna di studi “Susanna”, barbaramente assassinata per un’ideologia; alle poesie dedicate alla Madre terra, al libro, alla parola. E di ricche, forbite parole ci si sazia, nella sua poesia. Ricercate ma non appesantite, le parole assumono sembianze di “spighe ondulate”, “primizie rosate”, “venti argentati”, “angeli nudi”, “api di luce”. Parole abbracciate a tanti interrogativi a ricordare la poetica del grande Jeorge Luis Borges ma, ancora più vicino, di Juan Gelman, poeta argentino insignito del prestigioso Premio Cervantes e, come scriveva Bertran Russell: “ In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato”.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.
     
    Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica.
    Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto.
    Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri.
    Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante