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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Esco fuori al balcone, in una mano il caffè e nell'altra il suo libro.
    Si iniziano a intravedere i primi riflessi del mare, grazie all'alba che avanza, timida e prorompente.
    Timida e prorompente come la poesia di Maria Teresa Santalucia Scibona, sempre alla ricerca di un nuovo giorno, di una vita nascosta, pronta ancora a sorprenderti.
    Nonostante tutto, nonostante l'età che avanza, nonostante dolori fisici e a volte intimi.

    La sua curiosità di viaggiare tra spazio e tempo non è mai doma: "L'albero della conoscenza" ne è l'ennessima conferma.
    E' sempre stata così la sua poesia: un tuono dolce che spezza ogni indugio, che si insinua tra i ruscelli dell'anima, rendendoli freschi e armoniosi.
    Scendono fluidi verso valle, coscienti del viaggio e della destinazione. Coscienti che il vero valore sta proprio nel percorso e non nell'arrivo.

    "Irraggiungibile pare la meta
    tant'è lontana ed aspra.
    Pur non dispero
    di arrivare un giorno. [...]"

    Con il suo sguardo dolce e fiero non perde mai la speranza, sincera amica di una lunga vita, passata a tessere parole ed emozioni.
    Un coraggio senza pari che trova sempre nuova linfa in un'immensa fede.

    "[...] E negli incerti passi che tentiamo
    sei come un padre che gioca
    e si nasconde al figlioletto
    che mal si regge in piedi. [...]"

    Maria Teresa continua nella sua ricerca di vita ossequiosa e pacata, come una "nomade che vaga sospesa nello spazio".
    E' un pastore dei giorni nostri, con lo sguardo verso l'infinito, che ascolta il suo respiro, quello della sua anima e quello dell'universo tutto.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • È il secondo romanzo del grande autore francese, edito in Italia da Bompiani nel 1999. Quest'opera lo consacrò al grande successo di pubblico, indicandolo come scrittore aderente al transumanesimo (i limiti dell'umanità si superano attraverso una modificazione 'genetica' dell'uomo, che vada oltre la sua finitezza e meschinità).
    "Una grande scrittura, costruita sul vuoto di tutto il resto", ha detto di lui più di un critico. E, in effetti, è proprio il vuoto del'esistenza che Houellebcq prova a descrivere in questo romanzo con effetti sorprendenti. Incapacità di amare, dipendenza dal sesso, impossibilità di rifare l'esistente: questi sono i veri protagonisti de 'Le particelle elementari', oltre ai due fratelli, Bruno e Michel. Che sono, dopotutto, gli alter-ego dello scrittore. Sessuomane il primo; chiuso al mondo, come una monade, il secondo. Perno della vicenda, anche se sembra restare solo sullo sfondo, una madre edonista e assente, libertina ante litteram, insofferente riguardo ai propri figli. C'è una scena in cui l'erotomane Bruno fa l'amore con una delle sue tante amanti e, per un attimo, il protagonista rivede sua madre a gambe aperte davanti a un ragazzo. C'è molto di autobiografico in questa storia abbandonica e disperante, se è vero che, in più di un'intervista, lo scrittore ha definito 'cagna' sua madre, che lo aveva abbandonato quando era piccolo. Grande 'nichilista' letterario, Houellebecq affida al freddo Michel, biologo molecolare, l'unica speranza possibile: mutare il genere umano perchè possa avverarsi un miglioramento del destino dell'uomo, strappato - finalmente - alla fredda logica degli ormoni e della riproduzione.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Una silloge che per dirla alla Stanley Kubrick, richiama l'irresistibile fascino dello shining, vestendo la parola di una luccicanza che sembra avere in sé qualcosa di soprannaturale. Un folgorio di emozioni che - tra invocazioni, segreti desideri, coraggiosi richiami, abbagliano nella policromia del sentire e donano forza al verso - potrebbero benissimo riempire tele o pentagrammi.
    Questo intercalarsi e trovare la via tra i più/meno/diviso della vita. Un ritorno alle origini, alla nostra memoria, a quel bambino. Sogni che attraversano un volere, un futuro migliore per non avere più voglia di vedere la sofferenza. La parola diventa un'arma e la voce un canto:

    Voglio solo
    stuprarmi
    incantarmi
    insozzarmi
    dimenticarmi
    tra le parole.

    Alba ricorda molto la letteratura barocca della seconda metà del '500-'600, caratterizzata dall'estrosità e dalla facilità con cui conduce la sua penna e dal gusto di intingere senza paure anche dove non è semplice. Il suo senso civile, e la denuncia contro gli orrori e l'indifferenza, manifesta il divenire testimone di una poetica viva, che si incarna in quello che i sensi percepiscono, opponendosi a facili costrutti e trovando nella ricerca e in una nuova e migliorata realtà, lo scopo e una bellezza opposta alla mera apparenza.

    Fai piano con
    gli scarponi e il fiato, macchiato
    da un singhiozzo; il colpo di tosse
    da una volta sola,
    da un unico addio.

    Liriche che seducono, splendono, traslucidano quel mistero, cercando di trovare nel dubbio la soluzione che può guidare i passi umani, senza perdere di vista la personalità o quello che abbiamo intorno.

    Danzavamo la danza delle api,
    piccola madre, col falò in veglia
    e la polvere a far festa sui muri;
    oscurità di battute terre
    tra le dita, sulla bocca, sui piedi
    tenuti in piedi dall'abbraccio

    In moti continui, creativi, la Gnazi instancabilmente si affianca al tempo, progettando un'intesa comune, nonostante il caos interiore ed esteriore cerchi di alimentare le tragedie, la guerra, gli schianti e i ghiacci che "intermezzano" nella nostra umana quotidianità.
    Alba gioca con i frammenti della sua luce, trovando così la Magia nelle piccole cose e reazione anche negli sbagli. Una prospettiva che può sbriciolare la negatività e la precarietà, e con passione, talento e follia trovare:

    nei risvegli di perla e radio
    e piedi e latte e nervi
    quanto basta
    quel che basta
    per bastarci.

    Basta una chiave per aprire un immenso portone, basta un niente per risucchiare nel limbo o per rigenerarsi. Che sia la via dell'airone o un Moonlight day?
    Questo poco importa, poiché quello che conta è continuare a camminare con la speranza, senza timore di specchiarsi nelle pieghe della pelle ma ironizzando, rispondendo e ascoltando anche i cambiamenti.

    [... continua]

  • Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il tema della notte è molto frequente e cantato in letteratura sia italiana che europea. Laura riesce a farlo suo mirabilmente.
     
    Muri di stelle spente, scale spezzate,
    volte celesti troppo lontane, macchie
    tristi.
     
    Fonte di ispirazione, libero accesso a quel sentire intimo che porta alla luce sensazioni, ricordi, più o meno dolorosi, ma nella quiete e nella solitudine, cerca quella via preferenziale verso la conoscenza.

    Come liberi fiumi,
    caparbiamente son esistenze
    come filamenti, vite stranite
    si tendono...
     
    Una ricerca non sempre semplice che si stacca dal caos del giorno, e si arrampica o vive abissi e zone d’ombra, scatenando passioni, dubbi e scontrandosi con un Mistero non sempre magico.
    L’istinto e la ragione sono in guerra con le emozioni e solo attraversando ripidi luoghi, si può dosare la paura e placare la rabbia, giungendo ad una libertà dello spirito, non più in affanno ma compagno di un consiglio nuovo per il giorno che viene.
     
    Nel vuoto ritrovo
    sospiri sospesi
    su abissi rari
    d’intrecci svirgole,
    abbracci fugati
    in illuso amo
     
    Un sussurrato messaggio, metabolizzato e metamorfosi  completata da un’apertura dell’anima ed a un legame con il  trascendente non indifferente.
     
    Campana diceva:  …io poeta notturno/ vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo… (Canti orfici, La chimera) o la stessa Alda Merini affermava:  I poeti lavorano di notte (da "Destinati a morire")
     
    Laura incanta, e conduce nel sogno, con  struggente dolcezza e smisurata passione. I  versi ritmano, trasudano, destano di notte, mitigano le paure, e diventano fiumi da attraversare e con ponti da costruire. Un’immersione intensa, in versi carichi di significato che si sposano con i dipinti, (opere della stessa autrice), tanto da ritrovare nello sguardo proiettato dentro, la pace e la serenità raggiunta.
    La poetessa si arma e altalenando sulla strada della vita, percorre con la penna ogni stato dell’umana quotidianità, dipingendo caparbia i dettagli che non sono semplici miraggi, ma motivi di speranza e realtà sicure oltre tutto.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • In una Parigi non così lontana nel tempo, abitata da solitudini e insoddisfazione, un professore universitario di circa quarant'anni conduce un'esistenza grigia, segnata da rapporti familiari inesistenti e da incontri sessuali senza futuro. Intanto, mentre lo osserva, il mondo di cui fa parte cambia repentinamente, soprattutto dal punto di vista politico. La Francia viene infatti sconvolta da una serie di attentati che consolideranno la salita al potere della fazione musulmana, pronta ad accordi di ogni tipo col governo, pur di mantenere il monopolio delle politiche familiari e della cultura. Romanzo arcinoto al grande pubblico, uscito a ridosso della strage alla redazione del "Charlie Hebdo", "Sottomissione" è l'ennesima, ottima prova di un magnifico scrittore, già autore di opere di grande successo. Lo stile è fluido, crudo, scarno, anche nelle diffuse scene di sesso e disperazione urbana; capace di creare tensione fino all'ultima pagina. Il romanzo peraltro non ha, a nostro avviso, alcuna caratteristica islamofoba. È, piuttosto, una critica all'Occidente, al suo lassismo, alla triste perdita dei valori. Né è, tanto meno, un romanzo misogino: la descrizione di una certa solitudine - tutta declinata a femminile - è solo la constatazione di quanto si possa essere stanchi di una falsa, illusoria libertà e di quanto le donne fatichino, oggi, a trovare una dimensione di autentica felicità.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • La vera meta è il viaggio, la vera casa è la strada. Conoscevo un angelo è il terzogenito di Guido Mattioni, scrittore prezioso quanto la punteggiatura, che tra l’altro utilizza con padronanza assoluta, una storia ambientata nel vetusto angolo del cuore di un’America che oramai la si può trovare solo sbagliando strada, l’America degli obsoleti Diner, dei motel privi di wi-fi e pay tv, del menù sempre diverso per ogni uguale giorno. Protagonista è Howard Johnson, aka il rosso, il quale narra in prima persona la storia della propria vita di apolide, dall’infanzia trascorsa assieme ai genitori fino alla totale consapevolezza di sentirsi un miracolato, contornato da angeli più o meno atipici, i quali vengono descritti dal “rosso” con la dovuta eleganza e la piena facoltà di conoscenza dei luoghi che va riconosciuta al Mattioni. Howard Johnson racconta della sua allucinazione affettiva, di quel essere affascinato fin da bambino dalla ricerca del “prossimo tuo”, benevolmente contagiato da due genitori che lo renderanno epigono per scelta, racconta del suo rapporto con la scuola e della sua inclinazione ad eleggere il sogno come materia preferita, della sua prima volta con la morbida Zelda, degli occhi di Margie, capaci di leggere soltanto gli occhi delle persone, del vecchio Johnatan e di quel suo profumo emanato di sciroppo d’acero, una marmellata d’anime con un unico comune denominatore: gli odori. “Ci sono un sacco di informazioni negli odori” cita Mattioni, e chi ha letto i suoi precedenti lavori, “ Ascoltavo le maree” e “ Soltanto il cielo non ha confini”, non rimarrà stupito di ritrovare gli odori, i profumi, e di sentirseli dentro agli occhi nello scorrere delle pagine. La vera meta è il viaggio, la vera casa nella quale viviamo noi stessi è la strada, questo è il messaggio con il quale leggendo “Conoscevo un angelo” Guido Mattioni, uno dei rari Scrittori contemporanei italiani, vi conquisterà.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Si dice che per un cantante, il cui primo disco abbia avuto successo, il secondo lavoro sia il più difficile: che venga preso dalla paura di non ripetersi finendo col ripetersi, una sorta di copia incolla per non scontentare nessuno. A maggior ragione questo detto vale per uno scrittore il cui primo libro lo ha consacrato di diritto nella nicchia della letteratura italiana. Perché dico questo? Tanti al giorno d'oggi possono vantarsi di avere pubblicato, pochi possono vantarsi del titolo di scrittori e Guido Mattioni è uno di questi, anzi oserei dire che l'autore va ben oltre questo titolo ormai abusato, a volte calpestato e umiliato dalla presunzione e dall'ignoranza. Mattioni lo definirei un pittore che dipinge tramite le parole.  Con "Soltanto il cielo non ha confini" , edito dalla casa editrice INK, Mattioni cambia letteralmente marcia, un romanzo intenso, giornalisticamente crudo, misericordiosamente appassionante, una penna capace di farci entrare in maniera sintetica nelle situazioni vissute dai personaggi, ma l'autore fa molto di più, dipinge le sfumature con un pizzico di giallo-nero che tiene avvinto il lettore fino all'ultimo punto colorato da un verde che inghiotte. America amara ma allo stesso tempo tenera, specie nella descrizione dei due principali protagonisti, e, inconsapevolmente ci ritroviamo ad avere pietà per quel Caino, suo malgrado, e tenerezza per Abele, per quel suo rifiutare ciò che la vita gli aveva restituito dopo tanta sofferenza. Il ritorno subitaneo e definitivo, ecco ciò che ognuno di noi vorrebbe poter scegliere per ricominciare da lì, una partenza sognata e voluta, ma al dunque rifiutata per poter ritrovare nelle origini la propria anima. Un merletto di parole e di immagini: come in un film i personaggi, gli ambienti, sono descritti in maniera visivamente viva e non a caso questa mia testimonianza, questo mio elogio a una piccola perla di letteratura italiana, inizia proprio mescolando la musica alle parole. Dopo averci fatto ascoltare le maree, Guido Mattioni ci offre in pasto al folk, sfumato da venature, soul, jazz, blues: l'America che ha fede poiché non ha alternativa, l'America dei sogni ad occhi aperti puntati dritti sulle rive di un fiume che può offrirti tutto e allo stesso tempo toglierti tutto, l'America in cui "A vent'anni i dubbi sono troppo giovani per diventare paure." Un altro pezzo d'America, molto diversa: più cinica, trasgressiva, istintiva, avvincente, ma ugualmente emozionante. Soltanto Guido non ha confini.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • “Nessun uomo vale una vera amica.”
    Viviana è una donna che ha rinunciato alla vita e, come un pesciolino rosso da luna park, resta nella sua boccia di vetro nuotando da sola avanti e indietro ogni giorno della sua vita. La sua, al contrario di quella del pesce però, è una libera scelta. Si lascia scivolare i giorni addosso, respirando, in costante attesa e rimpianto.
    Uno di questi giorni, al lavoro, il passato le compare davanti inaspettato: Luca. Rivedere dopo dieci anni il più grande amore della sua vita è come un pugno dritto nello stomaco.
    In pochi minuti davanti a lei si svolge la storia d'amore complicata e travagliata dal tragico epilogo nel quale oltre all'uomo amato, lei perderà una delle persone più care della sua vita: Chiara.
    A svegliarla dalla momentanea catalessi è Antonella, sua collega e amica dai modi schietti e un po' “burini”. Quel giorno le sorprese per Viviana non sono finite: una promozione le piomba addosso e la mette a stretto contatto con un uomo, che da subito le dimostra delle attenzioni a cui lei non è più abituata.
    Viviana è una bella ragazza, con un orgoglio ferreo come ferrea è la sua forza di volontà quando si mette in testa una cosa, giusta o sbagliata che sia.
    Comincia per lei un periodo dov'è combattuta tra il riscattarsi dalla storia finita male con Luca e l'avvicinarsi sempre di più, emozionalmente, a un uomo con l'illusione e la speranza di voltare pagina.
    Finirà per fare i conti con sé stessa, i suoi errori e le sue paure. Imparerà a mettersi in discussione e scendere a compromessi con il suo carattere e tutto grazie a una collega.
    Una persona imperfetta e audace, che di perfetto ha solo l'affetto e la pazienza di un'amica sincera.
    Una bella lettura: leggera e riflessiva allo stesso tempo.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • La vita è fatta di momenti. Fabio Volo in ogni libro ne descrive frammenti, particolarità ed evoluzioni sviscerando le situazioni e narrando la quotidianità, nella sua semplicità.
    "È tutta la vita", il suo ultimo romanzo, è una lettura piacevole che porta il lettore a confrontarsi con se stesso, e non solo. Cosa succede quando la famiglia si allarga e da due si diviene tre? Questa sembra essere la domanda alla base del  libro, che trova la risposta nell'incipit: "Per una coppia felice nulla è più pericoloso di un figlio". In realtà il nuovo best seller, parte proprio dalla coppia ed esplora l'evoluzione dell’amore nella vita di tutti i giorni: il primo incontro, il primo appuntamento, l'attrazione e il cammino che si compie insieme. Tra alti e bassi. Un amore semplice e complicato al tempo stess, come tutti i rapporti che risentono del tempo, responsabilità e convivenza. È facile perdere la poesia, più difficile ritrovarla, ricordare cosa ci ha colpito e fatto innamorare.
    Il protagonista di questa nuova avventura firmata Volo è Nicola, simpatico quarantenne che come in un diario descrive le sue insicurezze, dubbi e gioie verso la paternità. Perché, come ha detto un suo amico, "La tua vita di prima scordatela. Quello che vuoi tu non è più una priorità".  
    Il romanzo ha inizio con un viaggio a Berlino, che sarà anche la prima volta che il neo papà si allontanerà dalla compagna e dal pargolo. Tra senso di colpa e libertà,  ripercorrerà gli ultimi cinque anni e riavvolgerà la trama della  love story con Sofia. Questo gli permetterà anche di capire sottili differenze generazionali, come il fatto che che "mio padre non cucinava, non lavava, non sparecchiava, non caricava la lavastoviglie".
    Santa verità che esisteva in un passato in cui il rapporto genitori-figli era diverso e ci ha portato alla nostra realtà:  condivisione dei ruoli e delle responsabilità.
    Perché se è vero che crescere dei figli è il lavoro più duro e non retribuito, va anche considerato che lo stesso protagonista - ricordando il suo bimbo - pensa: "Mi piaceva annusarlo: la testa, il collo, il respiro che usciva dalla bocca".
    Il giro di boa implica dei cambiamenti con se stessi e nella coppia. Sofia, durante una discussione accusa Nicola: "È come se ci fossero due vite, questa e quella immaginata che sta nella tua testa. Sei qui ma sei altrove, come se fossi sempre davanti all’uscita d’emergenza".
    Parole semplici in cui ognuno può ritrovarsi. Il prima ed il dopo. Tempus fugit.
    Un libro piacevole, un metaromanzo in cui la narrazione assume come proprio oggetto l'atto stesso del raccontare, così da sviluppare un romanzo  nel romanzo.
    L'autore inserisce proprie considerazioni ed osservazioni, creando  un dialogo continuo con il lettore.
    Semplicità, quotidianità ed un buon stile sono gli elementi cardine di questo romanzo.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Credo che le parole siano importanti, mai sottovalutarne la forza. E non lo sono per loro stesse, ma per ciò che riescono a determinare nella vita delle persone".
    Inizia così un viaggio particolare, descritto e diretto con maestria da Alessandro Prandini.
    Le parole hanno un valore, che il protagonista, Lorenzo, scopre in tutta la loro forza attaraverso le pagine di un'agenda ricevuta in eredità.
    Un diario di viaggio  scritto durante un soggiorno a Bologna, ‘Città invisibile’ “più ingannatrice di Dorotea, più sfuggente di Zaira, più misteriosa di Tamara”.
    Passato e presente si intersecano delineando strade a volte misteriose. La vita di Ascanio, zio del giovane, si esprime in tutta la sua bellezza tra episodi trascorsi che riprendono vita grazie ai ricordi degli antichi amici. Lavoro e amore si annodano come una cravatta stretta che soffoca il proprietario e scapperà pur di non sopperire. Ma il tempo nonha cancellato del tutto i segni.
    Una narrazione che assume come proprio oggetto l'atto stesso del raccontare, perciò Lorenzo si troverà a che fare con dubbi, sospetti e nuove conoscenze, come la bella Lucrezia; moglie del socio dello zio che sarà ritrovata senza vita nella sua suite all'hotel Exodus durante i lavori di un'importante conferenza di architettura. Ciò darà vita ad un indagine, capeggiata dal commissario Scozia e la sua vice Sara Fiorentino. Una vicenda strana che muove i passi in un passato non troppo lontano, ma intriso di vicende oscure e domande dalla difficili risposte. 
    Un libro giallo ben scritto, capace di rapire il lettore sin dall'inizio, con paesaggi magici e personaggi ben definiti di cui si riescono a cogliere luci ed ombre durante la lettura. Una storia incalzante dal ritmo pacevole e dove non mancano i colpi di scena.
    Le riflessioni di Lorenzo e del commissario accompagnano la storia di Ascanio, rendendolo un romanzo nel romanzo.

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Una storia d'amore - quello intenso di una madre per sua figlia - ma pure di tenebra, che arriva al lettore sin dal suo titolo, così dolorosamente sospeso. Un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, questo di Daniela Rindi, che tiene in ansia il lettore e lo trascina fino alla sua conclusione. L'ho letto d'un fiato e lo recensisco con piacere, anche se non sono un'amante del genere 'noir'. Ma, in questa pagine, devo dire, c'è davvero di più. Protagonista è, infatti, la fredda solitudine di Irene e Marta, una 'solitudine urbana', disamorata, tipica del nostro tempo liquido. Il loro destino - che pare segnato - si snoderà tra le pareti di un piccolo appartamento mal arredato, chiuso come una monade al mondo esterno, che dovrebbe proteggerle e che, invece, si trasformeà nella loro prigione.
    In giornate come tante altre, che scorrono tra tenerezze e mortificazioni, una madre e una figlia cercano l'equilibrio possibile all'interno dell'affetto che le lega. Nelle piccole querimonie quotidiane (fare la spesa, preparare la cena, lavarsi, dormire l'una accanto all'altra), provano a rifare il proprio mondo e cercano una rinascita possibile. Sono pagine di una sfinita dolcezza, che la Rindi traccia con nitore e malcelata compassione. Il quartiere che fa da sfondo alla vicenda è uno tra i tanti: periferico, grigio, affogato nel cemento, imbruttito da palazzi orribili, abitato da fantasmi in cerca di sopravvivenza. Non sveleremo, qui, la trama del racconto, peraltro molto ben costruito. Diremo, piuttosto, di ciò che la storia sottende, di quanto la vita possa sottrarre alle persone. A Irene e Marta è negato l'affetto, il calore, la minima comprensione umana: si pensi, tra le altre, alla figura della nonna, alla sua durezza e incapacità di amare. Davvero nessuno si salva da solo, questo credo sia il senso dell'opera di Daniela Rindi. Nel nostro tempo nichilista, che non riconosce spazio ai sentimenti profondi e ai sogni, non può esservi che il deserto, un deserto assoluto e senza speranza, a cui solo qualcosa di tremendo - quasi un ultimo atto d'amore - può sottrarci.

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    recensione di Tullia Bartolini

  • Antimo Pappadia è tornato. Dopo più di tre anni di oblio, arriva in libreria l'ultimo romanzo di Antimo Pappadia. L'opera dal titolo "La tortora e il pappagallo" edito da Luna Nera (Pag. 182 euro 13.00), coglie molti aspetti inquietanti della società contemporanea. Innovativo per quanto concerne la tematica e tecnicamente ben strutturato, la storia risulta accattivante, acuta e spietatamente realistica. Il romanzo si sviluppa su due linee parallele: su di una, viaggia la storia del protagonista, Luciano, un quarantenne alle prese con una società in piena crisi economica e di valori; sull’altra, si evince una vera e propria denuncia all'ipocrisia del nostro sistema sociale. 
    Antimo Pappadia, scrittore, saggista, aforista, giornalista pubblicista, sottolinea il dramma di una società allo sbando, disorientata e incapace di far fronte ai più elementari bisogni umani, ma al tempo stesso fornisce una speranza, quella di estrapolare dal profondo del cuore quei valori intrinsechi che molti esseri umani ancora posseggono. Uno di questi è l'amore. Infatti, come dice l'autore nelle prime pagine del libro "Il piacere può essere unito all'amore o ad altri sentimenti, ma può essere vissuto anche in modo indipendente da altri stati emotivi. Se è abbinato alla all’amore si raggiunge l’estasi; se viene associato ad altri sentimenti si ottiene l’appagamento; se invece viene vissuto come singola emozione, lascia sempre un po' di retrogusto amaro".

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    recensione di Enza Iozzia

  • “Il drago non si droga” di Walter Lazzarin (RedFox 2015) è un prodotto narrativo adorabile, dal tono garbato e dai contenuti intelligenti, che racconta di un “quasi” rapimento ma passa attraverso la coscienza dei bambini. Lo sguardo resta basso, a misura dei piccoli anche quando si sposta sugli adulti, che forse per l’occasione rispolverano il loro lato più semplice, semplificando a loro volta anche le introspezioni. Ci sono una mamma con il senso di colpa, un papà senza una famiglia, una coppia senza indipendenza, ma al centro della storia ci sono soprattutto Giacomino e il suo pupazzo Prezzemolo, il drago di Gardaland: è lui il suo fedele amico, il suo grillo parlante, il collegamento con i suoi amichetti Elio e Pollo, che, come tutti i bambini, sono un po’ magici.
    La scrittura procede a un ritmo sano, senza sbrodolarsi. Le descrizioni sono sempre essenziali e si avvalgono spesso di rapide metafore molto efficaci. Ci vuole talento a essere sintetici e Walter Lazzarin lo ha. Il lavoro di editing può competere con quello di una grande casa editrice, ogni cosa risponde alla grammatica interna al romanzo e non fa una grinza. Tutto è in sintonia con la personalità carismatica dell’autore, protagonista dell’avventura “Scrittore per strada”: un vero e proprio tour per le città italiane, in cui Walter Lazzarin si trasforma in un busker della scrittura e dedica ai passanti piccoli tautogrammi realizzati al momento con la sua Olivetti.
    Da ottobre 2015 a luglio 2016 incontrarlo significa anche ascoltarlo raccontare questo suo terzo libro, che mette in campo alcuni luoghi comuni per guardarne le sfaccettature per verificarli e a volte, ironicamente, confermarli. Per esempio: è vero che con i “drogati” non ci si deve parlare?

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    recensione di Cristina Mosca

  • Dieci minuti per vivere. Dieci minuti per cambiare prospettiva. Guardare da un caleidoscopico e sbirciare tutte le combinazioni.
    Questa sembra la strada suggerita da Chiara Gamberale in "dieci minuti". Un matrimonio naufragato che trascina con sé ricordi e crea insicurezze. Invece di ballerini che danzano insieme si è divenuti due pugili. Un incontro terminato dalla fuga dell'altro, ex amico, compagno, marito. Il dolore ha preso il sopravvento per poi scemare e lasciare un caos primordiale. Come reagire? Analizzando, lavorando e consigliandosi con la propria psicologa. Che da esperta del settore ha suggerito un gioco: ogni giorno per dieci minuti bisogna fare qualcosa di nuovo. Obiettivo? La felicità.
    "Dieci minuti" è il diario di questa avventura che ha portato la protagonista a riscoprire i suoi familiari, gli amici e soprattutto se stessa. Nietzsche scriveva: "Ciò che non uccide fortifica". In dodici mesi il quotidiano ha preso nuove sfumature, il quartiere è divenuto sinonimo di "casa" e l'ex marito è scomparso. Un libro incantevole che coinvolge il lettore tra sorrisi e riflessioni. Un'opera biografica in cui ognuno si può ritrovare.

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Stephen King si ripete. Ed è sempre diverso.
    Non è un gioco di parole né un ossimoro - chi s’intende di classici lo sa abbastanza bene - ma il semplice frutto di una lettura come quella di “Chi perde paga”. Secondo capitolo della ‘trilogia di Bill Hodges’, il detective che nell’episodio precedente seguiva le tracce del killer dell'automobile detto “Mr. Mercedes”, il nuovo libro del Re del Brivido dimostra che, nonostante le reiterate (e noiose) accuse di ghostwriting e qualche, effettiva caduta di stile, la mente dell’autore è ancora in grado di produrre storie che sappiano eguagliare positivamente le aspettative. O superarle.
    “Finders Keepers” - il titolo originale, dal nome della società gestita dal detective Hodges assieme all’amica Holly - si apre con un ritratto ‘più che kinghiano’: quello dello scrittore in pericolo. Che si biforca, dopo molte pagine, per passare dal punto di vista - differente ma quasi mai opposto - del lettore.
    ‘Ci sono molti modi’, parafrasando una vecchia canzone, di sviluppare un racconto, e King questa volta sembra aver pescato, metaforicamente, fra quelli giusti. Il suo thriller vola basso, fra una proiezione nel passato e l’altra nel presente, fra i pensieri dei protagonisti come degli antagonisti, ristabilendo uno ad uno i nessi. E, come spesso accade nel suo caso, impennando e lasciando esplodere la tensione nel corso delle ultime cento pagine, con un finale aperto capace di increspare la pelle anche del più coraggioso.
    Ma, soprattutto, il cuore alla crema di “Chi perde paga” sta nella straordinaria - perché sottile e insieme profondissima - lezione sull’arte della scrittura e sul suo ruolo nella vita degli uomini che King mette assieme. Nel discorso sull’umiltà e sulla vera umanità: mai nominate perché, in sostanza, ‘fatte di fatti’, di convinzioni e di azioni. La storia ci ha insegnato che i libri migliori non svelano la verità a colpi di aforismi ma la fabbricano con e fra le righe. Chissà che questo “Chi perde paga” non faccia parte di questi ultimi; solo il tempo potrà dirlo.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Torna la saga di millenium, con un nuovo volume firmato da una penna esclusiva: David Lagercrantz.
    Noto scrittore e giornalista che a distanza di dieci anni dall'uscita di "Uomini che odiano le donne", prosegue la famosa saga di Stieg Larsson.

    Lo stile e' molto differente da quello dell'autore originale ed anche i protagonisti assumono forme diverse.
    E' come se la storia abbia realmente risentito del trascorrere del tempo, maturando.
    "Quello che non uccide"e' una lettura interessante, non sempre semplice che avvicinerà il lettore al misterioso mondo scientifico- matematico dei buchi neri ed i numeri primi.
    Molti i rimandi anche alla psicologia e psichiatria infantile.

    Tutto infarcito con complotti internazionali, hakeraggi e morti sospetti.
    Perché nulla e' come appare.
    Una lettura accattivante che rapirà il lettore e lo condurrà su sentieri inaspettati e sorprendenti insieme, nuovamente al  famoso giornalista investigativo Mikael Blomkviste e l'hacker Lisbeth Salander.
    La trama è molto particolare:
     "Millennium", rivista  d'inchiesta  e molto popolare, ha risentito della crisi editoriale e  non naviga in buone acque.
    Mikael Blomkvist,  giornalista a capo della celebre rivista  non sembra più molto popolare.
    In molti ipotizzano e spingono per un cambio di gestiione e rinnovamento della testata giornalistica.
    Passato e presente si intersecano, crea un futuro dubbioso e fosco.
    Frans Balder, autorità mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale, genio dell'informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, invita  Mikael Blomkvist per uno scoopo.
    Inoltre  Balder è in contatto con una super hacker: Lisbeth Salander.
    La giovane donna ed il giornalista si troveranno nuovamente fianco a fiancoin una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell'Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale.
    Inseguimenti unici e testimoni particolari come un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l'elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

     

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    recensione di Fabiana Traversi

  • La poesia è un’autentica forma d’espressione che riesce ad entrare in punta di piedi nella sfera più intima del lettore e in primis nello stesso poeta. Adua così, attraverso una ricerca profonda, guarda nei cassetti della memoria e percorre un viaggio emozionante all’interno di sé captando ogni sfumatura e delineando, in ogni tempo i propri giusti colori. Dal rosso dei primi amori, all’oro del disincanto o nel fortunato incontro con qualcuno, al bianco delle pagine di vita da scrivere, ai sassi argentati che stancano, al verde degli occhi, al blu della notte o del mare, allo stesso colore dei sogni.
    Musicale ricerca del verso per giungere a caratterizzare un’identità propria di chi solo cadendo e bruciandosi, può dopo apprezzare anche il “profumo dell’assenza”, con maturata crescita. Nell’agire e nel ponderato silenzio, semina quotidianamente quanto è nel DNA e abbraccia tanto gli errori, quanto ogni singolo papavero nato o donato dalla vita.
    Il calore del focolare familiare è pilastro per la Poetessa, ritrovato nelle figure genitoriali, in parole antiche e nel ricordo. Una forza che non blocca, ma alimenta nuovi incontri e stimoli oltre le incertezze e gli inverni di una società che non sa ancora amare totalmente.
    Ecco che la natura, le città (Pistoia, Milano), diventano punti prova e trampolini per svelare inconsapevoli ma fieri gesti: di speranza, di pace, d’immaginazione, di inizi nuovi, stagione dopo stagione. La poesia diventa atto di sopravvivenza, d’accoglienza, di energetico fluire di forme, di voci e sentire.
    “Quando mi piaccio/ mi perdo nei simboli/ tutto scivola via e scrivo/ respiro solo papaveri rossi/…”
    Una miniera di sensibile conoscenza di sé, per arrivare a poter così conoscere ciò che ci circonda abbandonandosi“all’estrema meraviglia/che si apre: /l’anima si perde all’infinito/ ai colori di un giorno mai traditi.”
    Un culto dell’io, mai esasperato nel suo verismo, seppure concentrato nella ricerca del fascino primordiale e tipico dei poeti della seconda metà del 19° secolo.
    “E tu non dire/ ch’io perdo il senso e il tempo/ della mia vita …” - cantava Antonia Pozzi (il 10 dicembre 1933) e “i miei giorni di palude tacciono risalendo canali infossati … che nessuno osi toccarli/seppure sepolti nella melma:/ disperderei me stessa …” - come la Biagioli Spadi ai giorni nostri declama.
    L’umanità parla: accarezza e schiaffeggia ogni giorno. Sta a noi divenire “Aquile” come dice Adua e vivere nel fragile volo in un mondo migliore, anche sotto la pioggia, nella malinconia, o nella scintilla essenziale che fa palpitare e fremere amando ogni scia, ogni alba, ogni sera e ogni singolo respiro.

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  • Amata Nobis di Tullia Bartolini è un libro per alcuni tratti atipico rispetto ai giorni nostri, qualora volessimo concentrarci sulla scrittura, cosa che faremo dopo. Discorso diverso parlando del significato al quale si dedica tempo: la libertà, spesso carcerata da momenti vissuti non all’altezza del sole. E a proposito di significato, è spontaneo chiedersi cosa vuol dire Nobis. Da Google appare tutto, anche la NobisAssicurazioni che non c’entra niente. Piuttosto sappiamo che Nobis vuol dire semplicemente “noi”. Si fa riferimento anche al noto “A noi” di mussoliniana memoria, ma non ce ne frega niente pure in questo caso. Ciò che ci interessa conoscere da subito è l’identità di Bellezza Orsini, la protagonista sbattuta a forma di domanda sulla copertina e forse pure a mo’ di disegno d’arte con i capelli che diventano inchiostro o forse nuvole nere.

    Insomma chi è Bellezza? Ancora Google ci dice che appartiene alla storia, forse leggenda, delle Streghe di Benevento. È perseguitata, sappiamo, bruciata viva tra la folla proprio perché giudicata ingiusta rispetto alla vita. La Bartolini lo ammette chiaramente, dichiarando pure che la “sua” Bellezza ha qualche anno in meno e si innamora. E allora eccoci qua, con l’amore, che sembra non mancare mai quando si deve raccontare qualcosa o qualcuno. L’autrice dice pure che è la storia della crudeltà verso chi paga per essere libero. Allora è vero che la libertà ha un prezzo? Non rispondiamo in questo spazio, sarebbe inconsueto per tutti. Piuttosto vogliamo arrivare alla scrittura delle pagine sapendo che il libro decolla da metà lettura, non proprio una novità in materia di romanzo. Tra gli altri personaggi a disposizione dell’immagine del lettore ci sono anche Jacopo, Bernardo e Camillo, che in parte identificano i capitoli. Sono tutti descritti in maniera impeccabile, un pregio: “Era bello di una bellezza che gli affanni di solito non mutano: gli occhi grandi, le labbra piene, le mani forti. Alto, ben fatto, il portamento eretto”, per esempio. Dicevamo che non è un romanzo dei giorni nostri, per forza, perché siamo in altri tempi. In Amata Nobis, ah però, non ci sono pub e nemmeno spritz, grazie. E i personaggi, per come parlano, possono essere avvicinati agli Amleto ai Machbet alle Ofelia di Shakespeare. Segnale limpido che l’autrice è coi tempi giusti rispetto la narrazione, cosa non da poco e di facile caduta per molti scrittori che rischiano di crollare proprio sulle questioni temporali. Segnale ancora limpido e di istruzione per saperne di più di una storia interessante, che ha appassionato studiosi e curiosi e giuriamo che continua a farlo pure oggi, anche attraverso un romanzo.

    “Ho scritto ininterrottamente per ore. Ho chiesto di non essere disturbato, ho detto ai servi di non portarmi la cena. Proprio io, che non esitato a far arrestare Bellezza e a farla torturare, provo adesso, per lei, una pietà mista a vergogna”, si legge in quarta di copertina. Insomma questo che sembra proprio amore, oppure una scoperta che non possiamo svelare qui, ma che la Bartolini riesce a raccontare bene fino alla fine.  

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    recensione di Daniele Campanari

  • recensione di Anna Maria Dall'olio

  • Il volume “Inseparabili”, edito da Mondadori, chiude il dittico “Il fuoco amico dei ricordi” inaugurato da Alessandro Piperno nel  2010 con ”Persecuzione” e vince il Premio Strega 2012. La sua forza narrativa è nel buon punto di incontro fra l’italiano colloquiale, un po’ scomposto, e quello letterario, sobrio e rassicurante. Quella che può venire percepita come debolezza della trama, passa perciò nettamente in secondo piano di fronte alla forza dei personaggi e alla sensibilità della scrittura. Al centro dell’intreccio ci sono i fratelli Pontecorvo e il loro rapporto di venerazione-odio, che comprende lo spirito di competizione avvelenato da un dramma famigliare vissuto nella loro preadolescenza. “Inseparabili” è pensato per essere comprensibile anche sganciato da “Persecuzione” e si sofferma sulle criticità dei rapporti umani, le loro fragilità e le loro incomprensioni. Filippo e Samuel (Semi per gli amici) hanno ormai una vita di coppia consolidata, le loro distinte ambizioni lavorative, i loro successi e i loro grandissimi errori; Piperno indugia in maniera molto piacevole anche sulle storie delle loro donne (ufficiali e non, compresa la loro madre), restituendo uno spaccato di mondo convincente e molto umano. A governare su tutto è il silenzio, o meglio quell’omertà istintiva che si sceglie con l’intenzione di proteggere i propri cari, ma che alla fine li contamina come un mutismo cancerogeno.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un’anima da sempre in profonda sintonia con i sogni e la sua terra, la costa sorrentina. Un’anima sensibile, sola, assetata d’amore e d’avventura. Una volta scatenati, la fantasia e il pensiero dilagano come fiumi in piena.
    Improvvisamente, dalle profondità dell’essere, in atmosfere magiche ed evocative, si materializza l’Uomo, l’Altro da sé. Da quel momento nulla sarà come prima: l’amore colorirà i giorni.
    Improvvisamente, così vissuta, così piena, la storia d’amore si proietterà sullo sfondo di un giallo familiare, oscuro come le tenebre, la cui soluzione affiora dall’Io della protagonista „sulle orme della notte“.
    Romanzo intenso, onirico, sorprendente.
     

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    recensione di Anna Maria Dall'olio

  • La memoria gioca brutti scherzi? La focalizzazione su un personaggio può essere tanto parziale da indurre in errore i lettori? In questo romanzo siamo dalle parti del film "Angel heart", diretto da Alan Parker nel 1987.
    Il protagonista è uno scrittore, Silvano Duranti (D'Orange). Per quanto ne sappiamo, il romanzo potrebbe essere una storia scritta, e quindi inventata, da lui.
    Su uno sfondo psicanalitico (il giallo dell'abito di una cantante rievoca quello della matrigna) si snodano i 2 capitoli, gravesianamente ambientati in luoghi d'acqua (Hotel "Regina Palace" a Stresa e la tenuta del protagonista, ubicata presso un canale).
    Evidenti simboli lunari, le 2 donne, grasse, assassinate, hanno in comune un altro dettaglio: la matrigna era stata la prima amante dello scrittore, la cantante ne era stata una cotta giovanile.
    I punti in comune tra i 2 delitti sono impalpabilmente avvolti nel fitto mistero della (scarsa?) memoria del protagonista...
    Da centellinare come un prezioso rosolio.

    [... continua]
    recensione di Anna Maria Dall'olio