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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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  • Che ci sia poca gloria nello stare soli è cosa certa. Soprattutto quando ci si è appena separati. Soprattutto ancora se il separato è il maschio. Parte proprio con questa analisi romanzata “La separazione del maschio”, libro del vincitore del Premio Strega 2014 Francesco Piccolo.

    Ciò che si legge è la storia di un quarantenne solo ma mai pienamente tale. È uno strano concetto da esprimere. Ma se l’illogica conduzione di vita è tradotta in un matrimonio fallito nel tempo ecco che le cose vengono rese un poco più semplici. Meglio se il maschio ha sì definito la chiusura, ma intanto intrattiene relazioni con altre donne: tre nello specifico. Tutte con una caratteristica sessuale che attrae (e non poco) il protagonista. Lui, il protagonista, tra l’altro è uno che alla scopata (proprio come da testo) non sa rinunciare. E neanche prova a trovare piacere in altro, almeno per un po’ di tempo. Fino a quando non riscopre la quotidianità amorosa e spontanea che dà una figlia, Beatrice.

    I bambini sono svegli, attivi, coscienziosi quasi più degli adulti. E Piccolo narra una storia ricca di azioni ma anche di psicologia terrena. Niente può essere dettato come un racconto casuale. Perché di casuale, va detto, c’è ben poco. Nemmeno le relazioni, descritte con cura minuziosa dei particolari, nascono da incontri sui marciapiedi: ci sono grandi ex o colleghe di lavoro.

    L’uomo di questa storia sa di essere affetto da “l’immaginario erotico del maschio meridionale” che raggiunge “il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità”. Aggiunge “probabilmente”. Perché la presunta malattia non è che un difetto comune, cioè dell’istinto. Lo abbiamo chiamato difetto. Ma a noi ci pare qualcosa di naturale quella fantasia erotica che, a dirla tutta, non è esclusiva maschile. Come quando sosteniamo che donne e uomini sono uguali, se non per quella pecca golosa che riporta allo scenario primordiale di Adamo ed Eva.

    In quarta di copertina si legge: “Ascoltando il suo racconto ci troviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole”. È vero, la verità. Che volevamo evidenziare per la semplicità della vita. Fatta pure, sappiamo, di sesso. Non proprio come ossessione, non dovrebbe. Ma è bello conoscere l’esistenza di qualcuno che corre sulla linea delle proprie idee senza mischiarsi in una massa di perfettini. Seppur inciampando, il protagonista di questa storia è un separato, maschio, con la capacità di sbagliare ma anche correggere. Cosa che non vorrebbe separazione.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Ho letto con molto interesse la prima silloge poetica di Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario che, dal 2013 ha iniziato a scrivere anche in versi e, devo ammetterlo, questa "Neoplasie civili" non sembra una silloge di esordio, in essa si nota già uno stile originale e personalissimo; evidentemente Spurio ha riversato tutto il bagaglio di scrittore nella sua poesia. Abbiamo quindi, una poesia di riflessioni, di pensieri, di indagine; già il titolo "Neoplasie civili" è tutto un programma: poesie-“neoplasie” che, come tumori in metastasi vogliono erodere l'indifferenza verso i mali del mondo, perché di poesia civile scrive il poeta in questa silloge. Dalla prima “Giù la serranda”, immedesimandosi in chi vuol chiudere gli occhi di fronte al marcio lì fuori (“La sommità d'un capannone d'eternit/ mi squadrava sospetta.// L'intonaco fradicio dalla recente pioggia/ sembrava una spugna di sangue”), tirando giù una serranda e infilandosi sotto le coperte; all'ultima “Colloquio”, tra l'io poetante e la natura, forse ispirato dal leopardiano “Dialogo della Natura e di un islandese”, lì Leopardi, attraverso l'islandese incolpava la natura dei mali del mondo, qui Spurio, attraverso l'io poetante le chiede scusa, ma la risposta della natura è sempre la stessa, funesta e terribile: "M'inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa;/ [...] e nel mentre dall'alto/ una pioggia acuminata/ m'infilzò dappertutto [...]" ​In mezzo, l'indagine poetica e partecipante si sposta all'osservazione critica del mondo, dalla scena politica ("[...] exit polls ossidati/ da lacrime d'emoglobina."; "Il presidente avrebbe lasciato,/ il tempo aveva fatto il suo corso;/ [...] Il presidente era diventato re.") a scene di guerra ("Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/ con la speranza di polverizzarmi.// [...] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici."), a scene di rivolta ("[...] una patria/ affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ [...] e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza."), alla tragedia del mare di Lampedusa ("Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ affioravano ora qui, ora là.") a quella dell'Oceano Pacifico ("Strozzai un bicchier d'acqua/ e mi commossi.// Il comandante oceanico/ [...] accoltellava l'umanità di angoscia/ con il traghetto-catafalco [...]"). Si sofferma sulla tragedia di cui rimane vittima la giovane quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e poi arsa ancora viva: "Ritornato sei,// [...] Le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna,/ l'hai arsa// [...] e Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti". Si sofferma poi sul ricordo della "donna metallica", con un omaggio al vetriolo a Margaret Thatcher, responsabile delle "bombe a Port Stanley" e non solo. Commosso, invece, l'omaggio alla "principessa triste", Lady Diana, "Il suo biondo accecante,/il suo amaro sorriso,/ [...] e quel cuore indomito,/calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica." Ed ecco che l'indagine poetica si sofferma sulla piaga della pedofilia: "Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo." Infine, non posso non ricordare che, in alcune poesie l'indagine poetica e immedesimativa di Spurio si spinge in terreni impossibili, come quando l'io poetante, con il verbo al passato remoto, narra le circostanze della propria morte.

    [... continua]
    recensione di Emanuele Marcuccio

    • Lacci
    • 13 febbraio alle ore 12:56

    Domenico Starnone non è nuovo a romanzi di grande tensione narrativa, ironici e folgoranti.Con "Lacci" supera se stesso.
    E' la storia di un uomo - raccontata da lui stesso e dalla figlia - che incontra i fantasmi della sua vita. Li mette in ordine, o almeno ci prova, li decifra con lucidità, inciampa in illuminanti istanti di consapevolezza.
    Ma c'è sempre qualcosa che - dietro l'ordine apparente che diamo alle cose - ci si rivela.
    E' possibile rinunciare alla propria libertà in cambio della pace della propria coscienza?
    Chi abbiamo vicino sa accontentarsi dei nostri sensi di colpa e della nostra riconoscenza?
    Per chi agiamo, per noi stessi o per l'altro e, in definitiva, chi stiamo davvero danneggiando?
    Sposatosi in giovane età, Aldo, il protagonista della storia, divide presto con la moglie un quotidiano fatto di piccole, meschine abitudini: due figli, uno dopo l'altro, la ripetizione costante dei gesti e delle parole, in quella oscura contabilità delle emozioni che presto diventa il rapporto a due.
    In questa soporifera relazione interviene Lidia: gentile, raffinata, dolcissima. Soprattutto, libera, nuda e abbagliante.
    Nasce un amore che trasforma Aldo, il protagonista, in ciò che non ha mai avuto il coraggio di essere. Un uomo entusiasta, forte, coraggioso, in grado di sovvertire l'ordine delle cose.
    Quello che accade dopo è ciò di cui tutti facciamo conoscenza, nella vita: sensi di colpa, sofferenza, ricatto morale.
    Arriva sempre l'istante della verità: qualcuno consegnerà il conto, e sarà amaro, anche se non potrà scombinare realmente equilibri sedimentati.
    "Non so dire con precisione quando comincia a temere Vanda. E del resto non me lo sono mai detto in modo così esplicito - io temo Vanda -, è la prima volta che cerco di dare a questo sentimento una grammatica e una sintassi. Ma è difficile. Anche il verbo che ho usato - temere - mi pare inadeguato. Me ne sto servendo per comodità, ma è stretto, lascia fuori molto. Comunque, a voler semplificare, le cose stanno proprio così. dal 1980 a oggi ho vissuto con una donna che, pur essendo piccola di statura, magrissima, fragile ormai nella sua stessa struttura ossea, sa come levarmi le parole e le forze, sa rendermi vile" (pag. 85).
    Dunque chi è Vanda, alla fine, se non il fantasma della vigliaccheria, della paura di amare del protagonista?
    Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, crudele, impietoso, che rivela molto sulla dialettica uomo-donna, e sui lacci che tengono in piedi le relazioni anche quando l'amore - se mai c'è stato - svanisce.

     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

    • Bolero
    • 11 febbraio alle ore 15:40

    Un uomo con la chierica e un altro con le mani in tasca, visti da dietro come in certi finali dei film di Charlot. I due protagonisti della copertina di “Bolero” sono Craxi e Umberto Cicconi, un uomo che lo ha affiancato per circa venti anni fino agli ultimi giorni di vita: è lui il protagonista di questo libro. Umberto non è il braccio destro di Craxi, non è il suo portaborse né il suo portavoce: è il suo fotografo personale (Mi raccomando Bettì, personale, personale non vuol dire ufficiale) e la sua è stata scelta dal giornalista Carmelo Abbate a rappresentare “una perfetta storia italiana”. In “Bolero” viene sviluppata la biografia di Umberto Cicconi, romanzata, tanto rocambolesca quanto vera, carnale, audace. La narrazione si sviluppa attraverso dialoghi serrati e caratterizzati dall’assenza delle virgolette o dei caporali, ritmata da tempi cinematografici. Il libro rappresenta l’Italia che ci piace, quella che dà una possibilità a tutti: quell’Italia in cui si può nascere in una baracca a Pietralata e finire, nel giro di pochi lustri, col frequentare Palazzo Chigi. Sullo sfondo del rapporto tra Bettino Craxi e Umberto Cicconi, che assomiglia più a un’amicizia insondabile che a una relazione di convenienza, si muovono personaggi e una cronaca molto recenti, si mangia a tavola con Stefania e Bobo Craxi, si parla con Andreotti e si incontra persino Lady Diana. Soprattutto si respira la polvere della strada, quella in cui Umberto ha appreso la filosofia dello zio Ernesto, conosciuto come Bolero, che come un dio veglia su tutto. Nel notevole capitolo 72 è depositata la sua filosofia di vita come fosse un testamento. Spesso la sua è una presenza che aleggia e che accompagna Umberto in un’aura di rispettabilità, ma l’unica vera stella polare che il protagonista segue è la sua forte personalità, che lo porta a vivere una vita molto intensa e dalle scelte controverse, attento sempre a mantenere il sangue freddo.
     
    “Il rispetto per gli amici è dovuto per chi proviene dalla strada, ha respirato la tua stessa polvere e ha mangiato la tua stessa merda. Ma chi ti ha dato fiducia, chi ha creduto in te nonostante tutto, chi ti ha accettato così come sei, senza pretendere di cambiarti e senza mai trattarti dall’alto in basso, chi ti ha portato con sé e non ti ha nascosto nel bagagliaio per tirarti fuori solo quando servi non va tradito, mai, anche a costo di sacrificare la tua vita per lui.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il fondamentalista riluttante è il secondo romanzo di Mohsin Hamid del 2007, finalista al Booker Prize.
    Ogni impero ha i suoi giannizzeri, e Changez è un giannizzero dell'Impero Americano. Giovane pakistano, ammesso a Princeton grazie ai suoi eccezionali risultati scolastici, dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese. Diventa così un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo per valutare i potenziali di sviluppo delle imprese in crisi. Impegnato a volare in business class tra Manila e il New Jersey, Lahore e Valparaiso, e a frequentare l'alta società di Manhattan al braccio della bella e misteriosa Erica, Changez non si rende conto di far parte delle truppe d'assalto di una vera e propria guerra economica globale, combattuta al servizio di un paese che non è il suo. Finché arriva l'Undici settembre a scuotere le sue certezze. "Vidi crollare prima una e poi l'altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi". È questo il primo sintomo di un'inarrestabile trasformazione. Il businessman in carriera, rasato a puntino e impeccabilmente fasciato nell'uniforme scura del manager, comincia a perdere colpi. La produttività cala e la barba cresce, quella barba che agli occhi dei suoi concittadini fa di ogni "arabo" un potenziale terrorista. E mentre gli Stati Uniti invadono l'Afghanistan, il Pakistan e l'India sembrano sull'orlo di una guerra atomica, e New York si lascia andare a un'agghiacciante volontà di potenza tinta di nostalgia, anche la personalità dell'amata Erica rivela lati sempre più patologici.
    La storia di un uomo che nella America delle possibilità cerca la sua e la trova, oltre che l’amore, ricambiato da Erica, che però non riesce a vivere il presente perché troppo preoccupata – e influenzata – dal suo passato, da un ex fidanzato (Chris), morto troppo e presto (e non fosse morto?). 
    Un’America del prima e del dopo: “La distruzione del World Trade Center aveva rimesso in circolo vecchi pensieri che in precedenza erano depositati come sedimenti sul fondo di una palude”, una ricerca di integrazione, ma poi, tutto torna chiaro, quale accoglienza? Tutti quei gesti smodati di incomprensione, di solitario arrivismo, di prevaricazione sociale avevano trovato un senso; e poi si aggiunge un gioco d’identità, quella che Changez – prima - aveva accolto con favore, ma che poi si rivela un grossolano errore, un errore verso le proprie radici, verso le proprie origini, verso uno strapotere che non si fa scrupoli, verso un’identificazione che non potrà mai essere possibile, al di là dei tempi, perché Changez in fondo è sempre stato un musulmano, pakistano, con la carnagione scura e la lunga barba, e viene da chiedersi – pensando con gli occhi della società americana – lui è un compagno o un nemico?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse morto? Anzi, cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse una invenzione letteraria? Se lo è chiesto Enzo Verrengia in “L’eredità di Hyde”, un romanzo dall'architettura affascinante e ingegnosa, scritto con metodo certosino, in cui viene immaginato che il romanzo “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde”, pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1886, sia nato dietro sollecito della polizia, che aveva l’esigenza di stanare questa figura malefica, nata dall’esperimento del dottor Jekyll. Nel romanzo si incontrano e interagiscono diversi personaggi dell'epoca, scrittori e scienziati. Utterson e Lanyon, già personaggi del thriller di Stevenson, sono immaginati come reali. Incontrano sulla loro strada persino Arthur Conan Doyle, che li aiuta a superare un caso difficile: far uscire allo scoperto un uomo che compie le sue malefatte tra la Gran Bretagna e l'Europa, istigando delitti e violando donne dell’alta borghesia, contaminandone la moralità.
    Enzo Verrengia, un maestro di tecnica, ha scritto un romanzo scabroso e interessante, cupo come la Londra vittoriana in cui è ambientato, dalla morale ad effetto, bene ideata. Il narratore in terza persona si offre, il più delle volte, di accompagnare il lettore nella comprensione dell'epoca e dei suoi riferimenti, conquistando la sua gratitudine. Una volta entrati nella dimensione del romanzo, ci si sente in un disegno ben costruito e allargato alla storia, con risvolti molto interessanti e un finale wagneriano. La sua scrittura sincopata gli dà il ritmo di un thriller, ma l’ampiezza del’ambientazione e la profondità dei personaggi lo sottraggono alla gabbia del romanzo “di genere”.
     
    “La foresta non benedisse quella congiunzione che veniva formalizzata. Sembro anzi che insorgesse con deliberato astio. Perché cessò ogni stormire. Tacquero gli uccelli e gli insetti. Vi fu un improvviso rilascio di silenzio.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Scopro questa scrittrice su consiglio di un’altra famosa e brava scrittrice intervistata non molto tempo fa, Antonella Cilento, che tra una domanda e l’altra mi parlò proprio di questo libro. Ne “Il mare non bagna Napoli” si racconta di Eugenia Quaglia e delle sue diottrie: "[...] Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata... insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale..." degli occhiali pagati ottomila lire vive vive, della miseria, e della beffa una volta messi.
    Si racconta di Anastasia Finizio della sua vita in solitudine, del suo lavoro, della sua difficoltà al sostentamento della famiglia, e poi dell’amore, di Antonio Laurano la sua fiamma, che si spegne troppo presto e rinvigorisce sotto altre braccia: "Un sogno, era stato, non c'era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita... era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno".
    Si parla di Napoli, di uno dei quartieri più popolati, Forcella, e del senso di malessere e di irragionevole inconsapevolezza di questi uomini, di queste donne, racchiusi e barricati dietro muri e tele di triste ignoranza. 
    Si parla de il III e IV Granili – uno dei luoghi più agghiaccianti di Napoli –, del palazzone, lungo trecento metri, di questi uomini che vagano, che vegetano, che sopravvivono, quasi come fosse proprio un Inferno dantesco, ognuno con la propria condanna, ognuno con il proprio peso sulle spalle.
    Si parla del dissolvimento della rivista intellettuale "Sud", che operò dal 1945 al 1947, a cui collaborò anche Anna Maria Ortese stessa, che persi gli intenti sociali e artistici vede la divisione di tutti i suoi collaboratori: Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Pasquale Prunas. 
    Di matrice surrealista questo libro è intenso, cinque prose per cinque storie da leggere di una Napoli che viene osservata con occhi attenti e scevri da ogni condizionamento, una Napoli vera, meno colorata del solito, ma ribadisco più vera, con tutte le sue servilenze, con tutti i suoi malori, e la sua disperazione troppe volte inascoltata.
    E chiudo così: "Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L’eterna storia della coppia aperta. Stavolta la spiamo da vicino, questa coppia, attraverso i diari e le lettere che Simone scrisse a Nelson (perché le lettere di Nelson alla donna non sono mai state pubblicate e i suoi agenti non ne hanno mai autorizzato la divulgazione). Grazie a quest’amore – o questa passione – comprendiamo meglio (per converso) il legame che tenne assieme il padre dell’esistenzialismo e la francese che ragionava come un uomo. La scrittrice bretone Irène Frain, sulla vicenda dei tradimenti reciproci di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre, ha imbastito un romanzo molto bello, intitolato "Beauvoir in love", che ha il grande merito di essere equidistante e impietoso nei confronti dei protagonisti. Siamo nel 1947, Sartre vive una passione ricambiata per una bella donna di origini algerine – ma trapiantata in America – di nome Dolores Vanetti, che Simone ribattezzerà "la maledetta". Non è il solito amore contingente, Sartre è preso, molto attratto dalla ragazza, e Simone sa che questa volta aspettare non sarà sufficiente. Sta in guardia, osserva, è più vigile che mai. Raccoglie i dati, ricorda a Sartre il patto, non invade, avanza con estrema scaltrezza per evitare che il suo uomo si senta oppresso. Naturalmente, si concede delle avventure: Nathalie, l’amica di sempre con cui va a letto di tanto in tanto; qualche amico che frequenta assieme a Jean Paul. Prova pure a proporsi a uomini sposati che, però, non se la sentono di tradire le proprie compagne. Sta male. Ha solo trentanove anni, ma si sente vecchia. Si vede brutta: ha un incisivo rotto e le sembra di non avere più un corpo. Non va a letto con Sartre da otto anni; li unisce quello che tutti e due definiscono un amore necessario, in realtà si tratta – a guardare freddamente la questione – di una funzionalità: il loro rapporto è utile al successo, alla carriera e alle ambizioni personali di entrambi. Simone viene invitata a New York per una serie di conferenze che poi si estenderanno anche ad altre città. Beve, dorme poco, prende amfetamine. C’è un ritornello, nella sua mente, che è sempre lo stesso: Sartre, Sartre, Sartre. Incontra anche Dolores; riesce a mantenersi fredda e calma. In lei c’è come un doppio: da una parte il Castoro, che distingue la mente dal corpo e non cade nel tranello delle emozioni. Dall’altro c’è Simone, che soffre le pene di qualunque donna e che non ce la fa ad andare avanti, immaginando il suo uomo tra le braccia di un’altra. Ma donne non si nasce, si diventa. Deve tener fede alle teorie che professa, deve resistere a dispetto di tutto. Non si accorge, nel far questo, di mentire a se stessa, di comportarsi come una femmina qualunque: una Penelope in attesa, silenziosa tessitrice di trappole. Che vuole sapere e, forse, anche vendicarsi. Così incontra Nelson Algren. E, volente o nolente, senza alcun rispetto, sfoderando tutto il suo fascino, lo strappa alla donna che glielo ha fatto conoscere. Nelson vive a Chicago, ed è bellissimo. Nulla a che vedere con quel rospo di Sartre. Simone ci va a letto, e Nelson si innamora. O almeno, si invaghisce di lei. Lei gli mente, gli nasconde le sue pene per Jean Paul, il fatto che lui frequenti un’altra donna. Non gli spiega che, tra lei e il filosofo, c’è un patto che fa riferimento all’amore necessario. Gli dice solo che sono anni che non hanno rapporti sessuali. Nicchia, prende tempo, è evasiva. Vuol tenersi la capra e i cavoli. Perché, con Nelson, ha avuto il primo orgasmo della sua vita.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

    • Ishmael
    • 09 febbraio alle ore 13:14

    "Il problema dell'essere umano è che non sa come deve vivere".
    "Ishmael", di Daniel Quinn, è un libro (ormai quasi introvabile, ma reperibile on-line) che suscita molte emozioni.

    Va letto: perché guarda alle cose con occhi limpidi, senza patetico. E, in più, usa una scrittura semplice, capace di arrivare al dunque.
    "Ishmael" parla del mondo, dell'ambiente, dell'Uomo. È dolorosamente attuale, nonostante gli anni trascorsi dalla sua prima edizione: avanziamo a passi spediti verso il baratro, figli del progresso, incapaci di fermarci, dice Quinn.
    Madre Cultura ci ha mentito ("Vale di più un caffè con un amico che tutti i libri che ho letto nella mia vita", recitava il novello Cristo del film di Olmi, "Cento chiodi"),costringendoci in gabbie fatte di menzogne. Ci ha sradicati, consegnati al dio mercato. Ci ha voluti soli, sempre più incapaci di legami. Ha svilito ogni principio, eliminato il peso e il valore della saggezza antica; ha distrutto il nostro rapporto con la terra e, soprattutto, con le Leggi della Natura. Non è un caso che un testo come questo non verrà mai proposto tra i libri scolastici. Eppure avrebbe molto da insegnare ai ragazzi, senza avere la pretesa di proporre verità assolute. Come scriveva Albers, "Un buon insegnamento è più un dare giusti interrogativi che giuste risposte".
    Questo libro, in più, non mente. E non mente il suo autore quando ci dice, a lettura finita, che quello, per lui, è molto di più che un romanzo. Leggetelo, scaricatelo da internet, inviatelo alle persone a cui volete bene. Fatelo girare, commentatelo, discutetene.

    Quinn non è certo l'unico scrittore ad aver avuto uno sguardo lungo, capace di cogliere l'essenza di ciò che sta accadendo al mondo. Esiste un'ampia letteratura che si è occupata e si occupa di questioni simili; e molti film, cortometraggi, romanzi e saggi. Ma di Ishmael,e della sua "umanità", vi innamorerete come capita di rado, e solo con i grandi libri.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Tre storie. Tre albe. Tre personaggi uguali che non si incontrano mai. Un paradosso, certo. Ma pur sempre qualcosa di eccezionale narrativamente scrivendo. E la storia, che nasce dalla buona penna di Alessandro Barrico, è un autentico momento di luce naturale che cresce e rimpicciolisce con lo stesso passo d’età dei protagonisti.

    I tre racconti sembrano fatti apposta per essere unici. In effetti è così, sono unici. Appaiono creati a immagine e somiglianza di un piccolo gruppo di persone inventate, mai così vere. Ma questi, quelli della storia, non si conoscono. Ma si riconoscono, differenza fondamentale per dire che ognuno sa cosa accade all’altro, quando accade e perché.  

    “Queste pagine raccontano una storia verosimile che, tuttavia, non potrebbe mai accadere”, precisa con una nota iniziale Baricco. Niente di più vero stando alla realtà temporale conosciuta, quella scandita dal battito dell’orologio. Ci sono due fidanzatini che si baciano, si strusciano, quasi fanno sesso nella hall di un albergo. C’è il portiere di notte che li guarda, li scruta, chiede loro di andare nella stanza che hanno affittato. Ma niente. Quelli stanno lì a fare le cose che vogliono fare. E non si spostano. Almeno per un po’. Perché poi, stufi del chiacchiericcio che disturba la passione, se ne vanno. Uno dei due se ne va. L’altro, lei, resta nella hall perché deve chiedere degli asciugamani. Che strano: gli asciugamani. Alcuni alberghi non li piazzano dove devono essere piazzati perché trasformati in souvenir da clienti poco asciutti. Ma non è questo il caso. Perché i panni di cotone stanno là dove devono stare. Inizia così un dialogo che sembra più un interrogatorio tra la ragazzina e il controllore, lo stesso che nell’altro racconto (il secondo) diventa la agente speciale della polizia. Quella che nel terzo, poi, viene legata all’abuso psicologico di un bambino, che prima era il fidanzatino che si baciava nella hall dell’albergo. Il nucleo delle vicende arriva proprio all’alba. Vuoi perché ci si sveglia, vuoi perché è il momento del sesso, vuoi perché si deve scappare. Da cosa, poi, lo si capirà leggendo.

    Le storie procedono con ritmo veloce visto che diverse pagine sono occupate da fitti dialoghi a mo di botta e risposta. Quando Baricco decide di narrare qualcosa di più, lo fa dal punto di vista del personaggio scelto come principale del raccontino. Che è piuttosto corto, tre volte le 94 pagine di nero su bianco.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • La magia è uno strumento strano tanto quanto il posto dove essa è nata.
    Cosa hanno in comune tredici impaurite ragazzine con poteri paranormali, le cui famiglie, in preda alla disperazione e all'impotenza, sono state convinte a mandarle via per il loro bene? Una scuola. Un posto strano, bello e misterioso allo stesso tempo. Tre personaggi singolari la dirigono: un intrigante preside, sua sorella l'infermiera e un alquanto oscuro guardiano. Ma quale segreto nascondono queste tre figure in realtà? Giulia, o Fiammabianca come la chiamava la nonna, è l'ultima arrivata. Si sente subito legata alle altre bambine da una forza incomprensibile. L'avventura inizia quando Giulia viene a conoscenza di un terribile mistero: alcune ragazze sono state rapite da un'entità malefica, di cui loro soltanto riescono a sentirne la voce. Tutte le ragazze, accomunate dal fatto di essere fiorentine e avere lo stesso dono paranormale, si uniranno nella missione per cercare le compagne scomparse. Non sapranno che questa missione le porterà, attraverso insidie, bugie e inganni a scoprire una verità che ha dell'incredibile. Solo la forza dell'amore, che le unisce, riuscirà a farle combattere contro l'oscurità e insieme si prepareranno a intraprendere il viaggio verso il loro destino. Una favola magica che ci porta lontano e ci fa sperare in un futuro migliore.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Siamo nel 1948, Stati Uniti d’America, nella città di Santa Taisia. C’è un reduce di guerra e abile rapinatore che si sveglia in una stanza del Motel Martinelli; si chiama Vincent Reed. Ecco, fermiamoci un attimo. L’esordio di questa recensione è da non recensione. Lo sappiamo bene. Nel senso che una recensione dovrebbe iniziare diversamente. Sappiamo anche questo. Anche se non ci interessa seguire i canoni recensivi generici. Abbiamo preferito cominciare dal prologo, da quello che è il prologo secondo la storia raccontata dall’autore Emanuel Gavioli.

    È una storia come tante, ci si permetta di dire. Ma non è un fatto puramente negativo. Perché vuoi o non vuoi, racconti su racconti, le storie sono sempre le stesse: amore, bambini, bambini affamati, mamma, papà, odio, sparatutto. La differenza sta nella gestione. Dunque nella capacità di coinvolgere il lettore, anche. In questo caso specifico, nel caso di Gavioli, il coinvolgimento c’è eccome. Solo però, ci si permetta di dire, non è che una storia proprio così sia stata già narrata? Quale storia? Domanda azzeccata.

    Amplifichiamo i contenuti dell’inizio: Reed non è solo in quella stanza di quel Motel. Con lui c’è un’avvenente signorina bionda. E Reed il rapinatore ha un debole per le signorine bionde. Come accade nelle stanze dei Motel in cui, si sa, ci si sta per notti d’amore, succede sempre qualcosa. Qua accade che il rapinatore viene rapinato; un po’ come se Dante avesse applicato la sua legge del contrappasso. Da chi? Dalla bionda, chiaro. Così parte la caccia alla donna. Che non sarà facile come non lo è insegnare l'abc alle elementari. Perché Reed dovrà affrontare fisicamente e pure psicologicamente omoni di ogni etnia pronti a distruggerlo ma anche, sia detto, aiutarlo. In cambio di qualcosa.

    Ci fermiamo di nuovo giocando coi difetti: se Vincent Reed non si chiamasse così ma, che ne sappiamo, Vincenzo Lettore, sarebbe la stessa cosa? Certo che no. Perché americanizzare molte delle cose dette e fatte fa audience (appunto). Nel caso del libro, fa lettura. Il luogo, poi: Santa Taisia (Santa Teresa, dai?!). Vincenzo Lettore da Canicattì non avrebbe funzionato. È la logica di un mercato editoriale che chiede questo. Non una novità, certo. Però, diciamo: va bene che bisogna stare sul pezzo, ma Gavioli conosce davvero bene i luoghi che descrive? Ha bevuto ettolitri di borboun come fa il buon Reed? Immaginiamo di sì. Perché la sintesi del buon alfabeto dello scrittore c’è. E si legge. Quindi, qualora Gavioli non fosse mai stato in America, comunque è uno scrittore buono. Di quelli che ti fanno arrivare pure a vedere i peli del naso del protagonista. E questi, signori ovvi, diventano pregi. Grossi pregi che, se fossimo nell’ambiente calcistico, diremmo da numero dieci. Se ci metti pure una grammatica ineccepibile, una narrazione da controbattiti, la partita è vinta. La storia, come detto, non è certo un'innovazione. Ma ha contenuti più che validi. Il ritmo, poi, fondamentale per un genere così, è da contropiede: rapido, incisivo, attento. Che se sei distratto becchi il gol. 

    "La lunga notte di Vincent Reed" è il terzo libro di “Gav”, come lui stesso si definisce. Non proprio un aspirante, dunque. Ma questo si capiva. “Gav” è appassionato di cinema. Non viene specificato che tipo di cinema; ma qualcosa ci dà da pensare che sia genericamente thriller. Guarda un po’, così com’è la vicenda di Vincent Reed.
     

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Jack Folla. Chi è Jack Folla? Potrei essere io, potresti essere tu. Potrebbero essere loro. Tutti potremmo essere un Jack Folla a caso. Il fatto è che pochi di noi avrebbero il coraggio di esserlo davvero. Perché? Perché Jack, se si può dire, ha le palle. L’ho detto. E come faccio sempre mi assumo la responsabilità di dare il significato che devo alle parole. E aggiungo: Jack, il grande Jack, è incazzato. Non è che è arrabbiato; lui è proprio incazzato nero. Dite voi, con chi? Con voi. Già. Il dottor Folla ce l’ha con tutti quegli addormentati da bar, con i politici da ipad, con le ex fidanzate che “no guarda, ti giuro, ti amo, adesso” per poi smentire l’amore, tornare indietro dopo il giro di boa col piacere in tasca per affermare “no guarda, ti giuro, è colpa tua”. Come amare fosse una colpa.

    Comunque Jack è incazzato. Diego lo è. L’autore: Diego Cugia. Quarantotto anni e una faccia da interprete mafioso. Che punta pure il dito contro, ‘sto tipo, come appare nel deretano di copertina. Ha anni di esperienza come scrittore di romanzi, sceneggiati, Diego. Come radiofonico. E eccoci qua, allora, con la chiave: la radio. Il protagonista (che poi non lo è, nel senso che i protagonisti veri siamo noi), Giacomo (detto Jack) è un conduttore radiofonico. Meglio: un evaso costretto a conduttore radiofonico. Un evaso dalla prigione che più prigione non è, quella che conoscono pure i bambini: Alcatraz. Chi l’ha costretto a parlare davanti (o dietro, dipende dal punto di vista) al microfono non è un dato da conoscere. Piuttosto, appare strepitoso il modo in cui dice le cose. Almeno, per me è strepitoso. Perché sono dirette, limpide, senza chiedere alle parole di fare capriole, senza peli sulla lingua, senza battere di ciglio; lui ha una cosa in mente e la dice; lui legge i giornali e elabora, riflette, poi dice. Si capisce bene che pensa prima di dire. Niente è veramente lasciato al caso. Il caso, se vogliamo, è come ci sia finito là dentro, come sia fuggito. Ma pure questo, dico, non è un dato da conoscere. Anche perché non c’è scritto.

    Folla, o per meglio dire, Cugia, tratta temi di fu stretta attualità, quella a cavallo tra il duemila e il duemilauno. Tipo: Bin Laden, Maria De Filippi, Kofi Annan, Bruno Vespa, l’ex fidanzata, politici vari tantosottuttiuguali. Li tratta come animandoli per nome, come vorremmo trattarli, come è giusto che vengano trattati, com’è vero che non m’ero appassionato mai a niente di simile. Strano, dico. Perché questo non è un romanzo né un saggio. Forse un’autobiografia. Certamente una serie di riflessioni ad alta voce. Tutto, dico, tutto rivolto alla folla. A voi: fratellini o hermanos, come preferite.
    Quello di Jack Folla è un effetto mediatico. Forse non oggi, ma lo è stato. Grazie anche all’idea, poi praticata, di vederlo come un format per la radio. La voce che sarebbe di Jack è quella di Roberto Pedicini. La scrittura, dicevo, di Diego Cugia. Così Jack vive, garantito.  

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    recensione di Daniele Campanari

  • Erano vent'anni che Alberto Angela si interessava all'argomento e, vuoi per lavoro, vuoi per passione, visitava Pompei. Ne è venuto fuori un bel libro, "I tre giorni di Pompei", edito da Rizzoli nel mese di novembre del 2014. L'argomento ha sempre appassionato anche me, da lettrice e turista curiosa. Ma chi può restare immune al fascino di certe storie? Non so quante volte sono andata a visitare gli scavi e, ogni volta, sono rimasta sorpresa dalla bellezza, dalla pace, dall'armonia che vi regna. Strano perché, come sappiamo, proprio in quei luoghi si svolse la più grande tragedia dell'antichità. Tre giorni, appunto, furono sufficienti a cancellare Pompei ed Ercolano, fare numerose vittime a Stabia, Oplontis, Capua e a radere al suolo le numerose masserie e imponenti domus che si sviluppavano nelle campagne e lungo la costa. La collina in lontananza non si era ancora trasformata nell'attuale Vesuvio, vi si facevano pascolare le greggi anche se, in certi tratti, il terreno appariva secco e la vegetazione brulla, quasi lunare; secoli prima dell'eruzione qualcuno aveva provato a fare ipotesi su vulcani spenti. Invece il peggio doveva ancora venire e, purtroppo, ci fu poco da fare. Molte sono le ipotesi che si accavallano sulla data dell'eruzione: Plinio il giovane fa riferimento al 24 agosto del 79 d.c. Ma molti elementi fanno pensare al mese di ottobre, in primis i dolia, i recipienti contenenti il vino prodotto in loco, trovati interrati e chiusi come solo dopo la vendemmia accadeva. Allora perché Plinio il giovane parla della fine dell'estate? Forse gli amanuensi, che hanno trascritto i testi antichi per riportarli fino ai giorni nostri, hanno commesso errori di traduzione che si sono trascinati di scrittura in riscrittura. In ogni caso, Angela propende per la tesi autunnale. E ci regala, col testo, tante piccole chicche e aneddoti sulla vita dei pompeiani. Sul modo di vivere, amare, mangiare; sulla lavorazione del pane, le abitudini femminili; sulla prostituzione nei lupanari, sulla maternità e sulle relazioni tra gli schiavi e i loro padroni. Ci racconta anche di Ercolano, la vicina città abitata da liberti arricchiti: più elitaria, pulita, elegante. Leggendo il testo, sembra di vedere ancora sagome passeggiare lungo le strade animate. La taverne dove si mangiava, o i dolia esposti a mò di moderni fast food per un pasto veloce lungo la strada; le Terme Stabiane, le case dei ricchi: la gioia di vivere che ancora traspare, nelle case, dagli affreschi, dai colori, dai locali aperti e decorati dai colonnati. Nella descrizione dei corpi ritrovati, Alberto Angela sa dire con efficacia il dramma che si consumò in pochi istanti. Chi non riuscì ad organizzare la fuga nelle due ore successive alla prima esplosione, scelse di aspettare in casa che la furia del vulcano svanisse. Ma i flussi piroclastici  - uno, devastante a Ercolano, prima della colata lavica, e ben tre a Pompei - non lasciarono scampo a nessuno. Ciò che accadde dopo è storia: l'intervento di Tito, l'imperatore, a tutela dei territori devastati; le ruberie e gli sciacallaggi, la volontà di dimenticare l'evento, lasciando sepolte le due città sotto le pomici e la lava. Ormai, soprattutto Pompei, non rendeva all'Impero, sempre assetato di gabelle, come un tempo. Se ne parlò fino al Medioevo, poi su Pompei ed Ercolano scese l'oblio, fino alla metà del Settecento, quando gli scavi iniziarono. Insomma, un testo da consigliare per chi è già appassionato.

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    recensione di Tullia Bartolini

  • È vento di libeccio, caldo e sabbioso ma anche umido e messaggero di pioggia, o vento di maestrale, freddo e portatore di mareggiate il verso libero che ti solleva e ti conduce in sospensione di pensieri tra anfratti ed imperscrutabili fenditure, ataviche ignote profondità dove luce e respiro hanno vita propria nella poesia, nella sensibilità del poeta. È la poetica dell'ascolto del silenzio (ovvero, bisogno di poesia) quella di Stefano Colli, alla sua prima raccolta con "Non lasciate che uccidano i poeti", una silloge di cinquanta liriche inserita nella Collana di poesia "Anamorfosi" Edizioni Tracce, che vivono di ispirazione del silenzio della notte. Questo poeta toscano, amante ed insegnante di filosofia padroneggia il verso quale esperto prodiere che ama e teme il mare quando il vento la fa da padrone: "Ho sempre ascoltato il canto del mare/ quell'andarsene a spasso per il mondo/ ...Il mare mi rese poeta/ e per questo lo ringrazio". Ed ecco la poesia immergersi, infrangersi per poi volare, spaziare tra "Incanto di Donna" in versi sciolti che incarnano sensuali, ambite emozioni e "Nudo come la notte" ("Immagino il tuo corpo di ventenne/... /Scrivo questi versi prima che fuggano/ come desideri mossi dal vento").
    Diviene inno, quasi preghiera, mancato respiro la poesia, quando è "Il colore della vita" e "assai più gelido è l'attimo/ che ti risucchia nell'ignoto". Bellissima ed inquietante lirica con la quale il poeta Colli dà voce a chi non sarà mai dato gioire del prodigioso incanto del nascere ma ecco che con la poesia "vivrà", protagonista eterno, quasi a voler rendere giustizia, leggerezza ai suoi affanni e nella chiusa colpisce ed affonda, l'eterno rimorso: "Leggero è il silenzio/ dei miei affanni, troppo pesante la zavorra/ di chi ha giocato a dadi con la vita". Il poeta descrive il suo tempo: storie, accadimenti, problemi sociali, e lo fa attraverso "un vizio assurdo": "La poesia è il tuo vizio, assurdo/ in un'epoca la cui essenza/ è rumore:camaleonte dei nostri tempi,/ penetri l'identico in varietà multiformi". Il poeta la ama, la poesia, per lui è vita; se così non fosse la pioggia non avrebbe parole: "Non fa rumore/ la pioggia quando bussa/ con le sue parole fradice di terra". È ricorrente la pioggia, nella poesia del Colli, quasi a voler lavare le impurità della Terra. Ed ecco il poeta attingere ai tramonti sul mare ("Ammirare il mare verso sera/ è sfogliare le pagine dell'ignoto"), ai silenzi della notte ("Nel silenzio della notte o quando/l abili ombre accenna la sera/ si dice che nasca una poesia"), alle tinte dell'autunno ("L'alloro può solo attendere/ la solenne pietà dell'incipiente/ autunno. E placida veglia la luna") per far giungere al lettore profumi, colori. E il poeta sa anche come far riaffiorare l'attimo nel rievocare tragici eventi con la pietà della parola nelle poesie "dedicate" a: Yara Gambirasio in "Sorriso di Bambina"; alle vittime della strage alla stazione di Bologna e alle loro famiglie in "2 Agosto, ore 10.25"; ed ancora a Marco Simoncelli in "Eppure Correvamo Felici"; alle vittime della Shoah in "Il Fornaio di Dachau"; a Pier Paolo Pasolini in "Non lasciate che uccidano i poeti", l'intensa lirica che lancia un grido al mondo ("Non lasciate che vincano i rimpianti/ finché il futuro donerà domande/ libere dalla boria dei profeti").
    C'è un affascinante viaggio da percorrere tra le pagine della poesia e Stefano Colli ci accompagna con le parole che "scrutano gli occhi della notte/ e fanno rumore quando sfidano la luna/ che sbircia discreta i nostri sogni".

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • “I profumi del cedro” (Demian Edizioni, 2014) scritto da Catia Napoleone, è un guardarsi all’indietro per potere andare avanti. La storia di Giulia è la storia di tutti quelli che si lasciano condurre dagli eventi, a volte dagli affetti e soprattutto dal bisogno di non deludere le persone. Noi siamo Giulia quando iniziamo un percorso tracciato da altri senza sentirlo davvero nostro, e quando a un certo punto della nostra vita ci guardiamo allo specchio e ci domandiamo se è quello che abbiamo, quello che vogliamo davvero. Ecco che arriva Giulia, la preferita del nonno, una personalità molto vicina alla natura e alle cose semplici, vere: arriva Giulia e alla sua vita comincia a chiedere di più. Comincia a capire che non le basta essere sul suo tracciato, si iscrive all’università nonostante sia adulta ormai; affronta i pregiudizi e la miopia di chi non capisce il suo bisogno di auto affermazione.
    Lo stile narrativo è maturo, sofferente nei punti in cui l’autrice si avvicina di più al suo cuore. Catia Napoleone ha un bel talento aforistico che vale la pena coltivare.
    La storia di Giulia è la storia di chi non rinuncia: di chi riconosce le sue ali di fuoco e le dispiega per spiccare il suo volo. E di chi sceglie di ripartire da quello che più gli assomiglia, come, nel caso della protagonista, dai profumi del cedro, cioè i profumi della sua infanzia.
     
    “Stamani le mie energie sono concentrate sulle tracce del sogno. (…) È un sogno di quelli che vorresti non finissero mai. Di quelli che racchiudono un tutto difficilmente descrivibile. Un sogno molto bello porta con sé un limite. Non si riesce mai davvero a raccontarlo tutto.”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Gaia Conventi nell'opera "Novelle col morto" conferma grande maestria e sapienza tecnica nella costruzione del giallo.
    Il libro si compone di due racconti lunghi che, ognuno a suo modo e con la propria storia, tengono il lettore col fiato sospeso e la mente protesa a comprendere le evoluzioni della storia. Sempre presente è la chiave di lettura umoristica e sagace, approccio che si riverbera sullo stile col quale è scritta l'opera nel suo complesso e che scolpisce in modo incisivo personaggi, sentimenti, vicende e luoghi della narrazione. Lo sguardo saggio e preciso dell'autrice coglie particolari della psiche dei personaggi consegnandoli al lettore in tutta la loro forza.
    Il primo racconto, "Quarti di vino e mezze verità" prende le mosse dalle vicende di un personaggio inventato dall'autrice, tale Leonetto, che viene immaginato come figlio del noto e discusso Niccolò Terzo d'Este, marchese di Ferrara famoso per le sue numerose relazioni adulterine. Il secondo racconto, "La locanda del giallo", si svolge in un immaginario festival letterario tenutosi ad Arginario Po nel quale verranno premiati alcuni autori polizieschi e dove il ritrovamento del corpo della vittima sembrerà fornire un ottimo strumento per pubblicizzare l'evento.
    Il tessuto narrativo costruito dalla Conventi è fitto e intenso, ricco di contenuti ed elementi caratterizzanti che riescono a coinvolgere per la loro tangibilità e il loro realismo. L'umorismo imperante nelle storie raccontate intrattiene e diverte conducendo il lettore alla scoperta dell'evoluzione delle vicende in modo veloce e fresco. Il risultato è quello di un testo avvincente che corre spedito fino all'episodio delle storie senza omettere l'approfondimento psicologico dei personaggi e la contestualizzazione della narrazione.
    Un'opera che dunque potrà essere apprezzata non solo dagli amanti del genere giallo ma anche dai profani in materia che troveranno un ottimo spunto per iniziare a conoscere questo genere letterario.
    La Conventi, già autrice di numerose altre opere, alcune delle quali edite anche da Mondadori, ci regala un nuovo testo degno di lettura e di attenzione.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l'unica soluzione per la vita sia vivere."

    Così inizia il libro: "Caro Dio,mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso".
    Una bellissima storia – che mi fa rivalutare l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio, e sul non prendersi troppo sul serio. Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Dal creatore di “Zanna Bianca” arriva quest’opera, tarda e atipica, con un nome che affascina. “Il vagabondo delle stelle” è la storia di Darrell Standing e non soltanto, è la storia delle sue mille storie, dei suoi innumerevoli sé sparsi per tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo. Attraverso un formidabile incipit, questo autore, capace di intrattenere con la mera forza di trame avventurose e di uno stile diretto e lineare, catapulta i suoi lettori nella realtà carceraria – da lui stesso vissuta ‘al di là della finzione’, come precisato in postfazione da Ottavio Fatica, per l'edizione Adelphi – fra celle d’isolamento e corridoi fatali: l’io narrante, quella prima persona che nomina memorie, corpi e anime offrendocene la sua inedita versione, è un condannato a morte in procinto di affrontare il patibolo. Non sappiamo quando, non sappiamo perché, ed è a questo che la sua lunga digressione, un flashback continuo costituito da ripetuti (e ripetitivi) salti temporali, condurrà le nostre menti e i nostri occhi, a volte affaticati dai singhiozzi all’indietro, dalla quantità di uomini e di luoghi, di scenari e di vicende che s’alternano, ma comunque avvinti dal potere del mistero, dalla curiosità di conoscere la risoluzione e la sua veste, il modo in cui andrà a verificarsi; forse con l’intima speranza, trattenuta sul fondo, che il destino devii il suo corso da Standing regalandogli un ultimo sprazzo di clemenza.
    Ribelle già per il solo fatto di portare avanti il racconto di un protagonista spacciato – come farà poi il ben più noto Marquez con “Cent’anni di solitudine” – London è una voce fuori dal coro che usa chiaramente la pagina a modo di megafono. Contro l’‘auctoritas’, contro i padroni e i poteri schiavi che riducono a loro volta in schiavitù, lo spirito dello scrittore – imperituro, al contrario della carne, come scritto quasi fino alla nausea – passa dal livore più acceso allo spiritualismo più infervorato, illuminato, a pochi passi dall’estasi e da Dio. E fa de “Il vagabondo delle stelle” un romanzo terribilmente umano, perché fondato per intero, nelle intenzioni, nella struttura e persino negli effetti, sul concetto di contraddizione. 

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • recensione di Cristina Mosca

  • "I luoghi sepolti" è una raccolta di sette liriche che precedono il breve poemetto allegorico "Il giorno in cui il Tempo distrusse i sepolcri" diviso in due parti, "Il mattino e mezzogiorno" e "Il vespro e la notte", opera dell'autore Manuel Paolino.
    Nella sua introduzione Manuel ci spiega che il poeta non è più soggetto come un burattino alla poesia ma ne è consapevole e ne affronta il viaggio, verso destinazioni ispiratrici ovunque esse siano: dentro la mente o nello spirito del poeta o in luoghi lontani, l'importante è che restino avvicinabili per mezzo di un vero e proprio viaggio, che sia fisico o mentale. 
    Protagonista del poemetto è il Tempo, che è sia muto osservatore sia inesorabile distruttore. Nonostante ciò, il Tempo ha poco di cui esser soddisfatto, perché anche se distruggerà materialmente luoghi e tombe di illustri poeti, non riuscirà a cancellarne il ricordo delle poesie e nemmeno potrà fermare la nascita di nuovi avventurieri della poesia.
    Tra le liriche che precedono il poemetto, il mio gradimento personale è per "Il girasole": breve, mi ha portato a ricordare all'estate e ha mantenuto la sua promesso: mi ha condotto in viaggio verso una fonte d'ispirazione.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Si può scommettere ancora sul futuro?
    Secondo Simone Perotti, sì.
    Sì, se si investe sul consumo critico e  responsabile, sì, se si smette di aderire ai canoni della società liquida e al motto ‘vivi/consuma/crepa’.
    Il suo "Adesso Basta" ha un abbrivo a effetto, poi s’acquieta e dà il suo (profondo) affondo.
    L’ho letto davanti a un mare che ricordava vagamente quello di quando ero bambina, e l’acqua pareva si potesse bere.
    Invece così non è, non più: e non basta un depuratore a ricordarci che fare il bagno era bello, anche senza barca a vela e con nonna al seguito, con tutto quello che ne conseguiva.
    Oggi, il mare, te lo devi inventare. Devi cercare paradisi artificiali, oppure volare quattordicimila chilometri lontano da casa, prima che anche l’ultimo atollo sprofondi.
    Queste cose Simone Perotti le sa, e le scrive. Non ha la pretesa di aver capito tutto. Ma ha agito e può raccontare la sua esperienza (“l’uomo di conoscenza vive sempre agendo”, scriveva qualcuno).
    Un giorno, mentre era intrappolato nel traffico, con tutti i cellulari accesi, compreso quello aziendale, e odiava quelli che vedeva intorno a  sé (intrappolati, come lui, nel caos delle auto), si è fermato in un bar e si è messo comodo.
    "Fermato" è, credo, il termine giusto. Ha mollato il lavoro, non senza essersi fatto due conti e aver valutato le conseguenze, e ha detto addio alla sua avviatissima carriera di manager pluri-pagato.
    Ha comprato un rudere in campagna, lo ha ristrutturato a modo suo (la sua "casa barca", come ama dire): aveva già scelto il mare, una vita vera, la libertà.
    “Non è una passeggiata per buon temponi”, avverte.
    E’, piuttosto, una battaglia che va pianificata in modo lucido e razionale e che richiede un forte spirito di adattamento. Bisogna capire a cosa si può rinunciare in termini di comodità e come vivere "senza", ma con un sacco di cose (di valore) in più. Non due televisori, ma uno: non un cellulare nuovo ogni due mesi. Piuttosto: fare il pane in casa, curare un piccolo orto. Rallentare per avere il meglio, insomma.
    Oggi Simone Perotti (classe 1965, una buona annata) scrive – era il suo sogno nel cassetto - , pubblica e vende (parecchio). Quando non scrive, fitta barche, organizza corsi di vela, crea oggetti che poi mette sul mercato; intanto, diffonde a mezzo blog,  e non solo, la sua visione della vita (secondo la teoria del downshifting).  
    Per chi vuole saperne di più, consiglio la lettura del suo libro e di dare un’occhiata al suo sito: www.simoneperotti.com.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Copertina intrigante e titolo ammaliante. Una piacevole sorpresa per gli amanti della lettura e cultori della parola. Il romanzo è ambientato in New England nel 1891. Gli scenari sono cupi e gotici come i pensieri della protagonista, intelligente, sagace e scaltra. Florence è un adolescente tenuta lontano dagli insegnamenti classici come la scrittura e la scrittura, abbandonata in un antica dimora con il suo fratellino e la servitù. Una piccola comunità, quasi isolata, dove i due ragazzi crescono liberi senza genitori e poche restrizioni ed insegnamenti. Pochi divieti, tra cui quello di accedere alla biblioteca. Il motivo si potrebbe ritrovare nella paura della scoperta della vera di libertà:il pensiero. Considerando che l'unico modo per liberarsi da una tentazione è vedervi, come affermava O.Wilde, ogni notte la ragazza si rifugia nella vecchia e polverosa biblioteca per farsi ammaliare e far compagnia da Poe, Shakespeare, Jane Austen, Charles Dickens e tutti gli autori che abitano negli scaffali impolverati. Amici scoperti grazie alla curiosità e la costanza che l'hanno portata ad imparare a leggere da sola. Avventure uniche ed oniriche prendono vita alla luce della luna, risvegliando una mente inquieta a cui sarebbero vietate. Per impedirle di volare. Lo stile dell'autore è descrittivo e sagace al contempo, sopratutto nella narrazione dei pensieri di Flo, che da autodidatta, scopre quotidianamente con gioia e stupore elementi che uniscono la realtà e la scrittura. Un rapporto intrinseco e tangibile anche nelle piccole cose. Inoltre J. Harding riesce a dar voce con maestria a sensazioni ed emozioni, coinvolgendo totalmente il lettore e trasportandolo nel mondo della protagonista,grazie ad un particolare linguaggio denso di neologismi creati da Florance. Pian pian i misteri iniziano a divenire enigmi che si inchiodano alle pagine che scorrono veloci per dar risposta agli interrogativi. Un libro che racchiude in sé un po' di giallo intriso con noir, sopratutto quando strani episodi iniziano a sconvolgere la tranquilla vita di campagna della casa e dei suoi abitanti. Apparizioni, morti violenti, documenti inspiegabili. Dove inizia la verità e finisce la finzione? Come in un gioco di ruolo pirandelliano, i protagonisti mostrano nuove dicotomie. Nulla è certo, sopratutto dopo l'arrivo di una nuova istitutrice. Una lettura che ha tutti gli elementi per un ottima riuscita, ma che delude in quanto l'autore non ha dedicato il giusto tempo ed attenzione a cose che anche rileggendo, non quadrano. Molte situazioni rimangono incomplete e sospese nelle pagine. Un po' come accade nelle saghe, dove la risposta sarà nel prossimo volume. Un vero peccato in quanto la storia è originale ed avvincente,con un finale a sorpresa.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • L’anziano Lonedyr racconta alla nipote Tarin la storia di un potentissimo negromante.
    Una volta nel territorio di Ruhel  vi erano tante popolazioni, tra cui quella degli spettri, ora scomparsa. Di questa faceva parte il negromante Inna-mok; questi era conosciuto come il mago più potente del mondo. Egli aspirava al dominio su tutto il territorio di Ruhel, per cui decise di asservire il suo popolo fisicamente e psicologicamente, quello degli spettri. Contro di lui si radunò un’alleanza costituita dagli altri popoli di Ruhel, che mosse  guerra al negromante e al suo popolo. Si schierarono i due eserciti; vinse l’alleanza che procurò la morte a tutto il popolo degli spettri. Unico sopravvissuto fu Inna-Mok, poi rinchiuso in un involucro fatato. A questo punto la bambina Tarin chiede al nonno che cosa possa avvenire nel caso del ritorno di Inna-Mok. Compare la giovane maga, Venorè, che fa parte del popolo degli alberi, la quale un tempo ha predetto il ritorno di Inna-mok, per stornare il quale ha costruito un oggetto magico, sacrificando così la propria vita. L’oggetto è andato perso e Inna- Mok è pronto a tornare, ma a proteggere la Terra vi sono due giovani umani, Rash e Nystrid, un uomo e una donna. Essi vanno alla ricerca dell’oggetto magico, ma incontrano l’ostilità del negromante anche’egli sulle tracce dell’oggetto, per scopi ovviamente diversi…
    Il fantasy, alternando sapientemente parti dialogiche a quelle descrittive, risulta di agevole lettura, nonostante la presenza di più personaggi costringa ad una costante attenzione. Benché non sia un’appassionata di fantasy, sono rimasta positivamente impressionata da questa opera, per l’accuratezza dello stile accanto agli approfondimenti degni di un testo psicologico. Non è il solito fantasy con guerre fini a se stesse, ma ci ritroviamo una caratterizzazione dettagliata e profonda dei protagonisti. Si percepisce d’impatto che Max Giorgini è laureato in filosofia e che non è di primo pelo in questo genere letterario, avendo partecipato con successo ai premi Tolkien e Courmayeur. La magia del romanzo risiede nello studio necessario per farci conoscere i personaggi della Terra di Ruhel, collocata in un passato mitologico. Qui il negromante simbolicamente combatte con i propri fantasmi interiori contro cui si dibatte, fino a liberarsi. La colonna di granito in cui resta chiuso rappresenta la metafora di quell’Io onnipotente in cui possiamo rimanere incastrati fino a diventarne schiavi, ma anche dell’oblio in cui l’uomo rischia di scivolare nel corso della storia. Contro l’oblio combatte difatti Inna-mok deciso a lasciare una traccia indelebile e a sottrarsi definitamente alla disfatta, di cui già è stato ostaggio. Egli è una figura leggendaria, con tratti di vulnerabilità che lo rendono umano. Una mappa iniziale agevola la collocazione dell’intera vicenda, ma bisogna leggere con attenzione e lasciare libera la fantasia per ricostruire tutti gli elementi che compongono un puzzle composito e ben costruito.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Chi non conosce Madame Bovary?
    Emma è la nostra vicina di casa, è l'alter ego allo specchio. E' l'umorale, l'amorale, la volubile signora che tradisce suo marito, che non bada alla casa, che non ama sua figlia. Emma è tutto ciò che vi è di più disprezzabile in una donna. Eppure. Da sempre siamo attratti da lei, dal nulla che pare abitarla. 'Madame Bovary sono io', disse Gustave Flaubert, consapevole che tutto ciò che odiava in Emma era in realtà una proeizione di sé.
    Da sempre, lo scrittore sosteneva che nei romanzi non dovesse esserci nulla di 'puramente personale': essi dovevano solo riflettere la vita, attraverso le accurate parole dei loro autori. In 'Cercando Emma', edito quasi vent'anni fa da Rizzoli e mirabilmente scritto da Dacia Maraini, Emma è certamente Flaubert, a dispetto di quanto egli asseriva a proposito dello sguardo 'neutro' dello scrittore.
    Flaubert fu un disgustato amatore di donne, nonostante (e forse proprio) a causa del suo aspetto poco attraente; compensava con l'intelligenza e la seduttività le scarse doti fisiche, tanto da amare anche uomini, di tanto in tanto, così come racconta in certe lettere spedite nel corso dei suoi viaggi in Oriente. Era legato alla madre a doppio filo, tanto da non poter assumere altri impegni, di nessun genere, con nessuna donna. E forse sua madre fu il suo alibi più feroce, utile a dissimulare la sua incapacità di vivere fino in fondo i rapporti. Annoiato dalla sua stessa vita, da chiunque incontrasse, ogni cosa per lui finiva, si spegneva, conclusa la fase gratuita. Così anche con Louise Colet, in cui numerosissimi sono i tratti in comune con Emma Bovary: era sposata e Gustave fu uno dei suoi innumerevoli amanti. Aveva una figlia che portava con sé a ogni incontro galante, proprio come Emma.
    Dunque cosa desiderò in Louise, Flaubert? Ciò che di sé aborriva? E davvero, come sostiene la Maraini, la 'usò' per disegnare il personaggio della protagonista del suo romanzo più famoso? Gli serviva un altro Gustave, al femminile, da contemplare all'esterno, nell'ottica di quella neutralità sempre sbandierata? Meticoloso, preciso, volle solo un 'modello' per dipingere la mediocrità. Conclusa la stesura di 'Madame Bovary', salutò Louise dopo otto anni di ambivalente, altalenante amore, che sbollì, in un attimo, nel nulla.
    "Che atroce lavoro, che noia! Ah, la Bovary! Scrivere bene il mediocre e fare in modo che conservi nello stesso tempo il suo aspetto, il suo taglio, questo è veramente diabolico", confessò a Louise in una delle sue tante lettere. Perché, infine, la vituperata Emma altro non era che una donna banale, incapace di sentimenti profondi, annoiata dalla vita esattamente come il suo autore. Il quale, forse, tentava di sfuggire alle leggi generali scrivendo, viaggiando, evitando ogni relazione profonda e, soprattutto, quella parte di sé che vedeva così bene in Louise e che descrisse, disgustato, in Emma.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini