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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • “Torno da Turista!” è un libro inchiesta che mette in evidenza in maniera concreta il fenomeno dell’emigrazione del Sud Italia, dello stato sociale e culturale delle regioni meridionali e dei problemi che l’affliggono, riflettendo su quali e quante possono essere le responsabilità e su quali potranno essere gli sviluppi risolutivi a favore della popolazione.
    Si può cercare di essere indifferenti e pensare che la ‘ndrangheta, la mafia e la camorra siano delle realtà distanti, che il loro operato sia circoscritto ad alcune zone specifiche e che essere una persona perbene basti per stare lontano da queste associazioni criminali.
    Oppure si possono aprire gli occhi e comprendere che la situazione è più complessa, tentare di comprenderne le cause e proporre dei percorsi di cambiamento.
    Il libro “Torno da Turista!” ha il merito e lo scopo di sensibilizzare e informare quanti, ignari di ciò che sta accadendo, potranno fare la differenza in una lotta che non può essere portata avanti con le armi della violenza, ma con quelle della conoscenza.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pianese

    • Fuoco
    • 07 novembre alle ore 21:02

    Fuoco, il secondo romanzo di Alessandro Moschini, mette in luce l'elaborazione di una trama che è frutto di una ricerca storica dalla quale dipanano confluenze unificanti o meglio, un'unica sorprendente trama che, come il percorso di un'antica sorgente si dirige e trova inesorabilmente una foce frastagliata, il delta convergente in divenire mosso, quasi privo di una conclusione a chiusura del tutto. L'autore si serve e gioca sapientemente con parallelismi e distanze temporali, linearità di struttura linguistica e di suspanse, verità e immaginazione, mistero, attrazione e simbolo (si pensi al fascino richiamato da un tatuaggio che trasporta in una situazione altra, quasi onirica, la rosa, fiore sacro a Venere, ma che ha in sé fin dall'antichità una certa connotazione funeraria) il tutto calato in una realtà vicina ad un'ambientazione ed a luoghi caratteristici della Valdinievole toscana, rivisitato bacino di affetti, accadimenti e colpi di scena.
    L'amore è il filo conduttore, collante di verità lontane, uniche e intrappolate nel tempo. Quest'ultimo diventa simbolo della caducità di ogni cosa e avvalendosi del doppio principio insito nel flusso che lo distingue, risulta essere distruttore da un lato, abbracciando senza possibilità di uscita un fatto accaduto e destinato a ripetersi, e conoscitore dall'altro, in quanto contributore del trionfo delle verità contro insidie, vizi, calunnie, divenendo l'equiparazione simbolica dell'infinito quale elemento che permette di ritrattare e trasporre la vicenda nella contemporaneità, dove il lettore si ritrova e sa di riconoscersi.
    Vita - Morte - Amore, un tris di significativa simbologia, il rinnovarsi ciclico attraverso la nascita, principio cosmico di generazioni ed evoluzione perpetua contro la fine di ogni principio vitale e ineluttabile destino, che assume quasi una funzione oscura, mirata ed elettiva rendendo eterni i personaggi che si riscoprono, ricordando un certo filone letterario e cinematografico legato allo Sturmundgrund romantico.
    Il fuoco stesso, che ha in sè fin dall'antichità una valenza rinnovatrice della dimensione umana dell'esistenza, è il più ambiguo fra tutti gli elementi, in quanto alterna affascinanti contraddizioni e purifica e distrugge, è luce e calore e al contempo violenza senza fine e fiamma (celeste o divinità infernale), diventa dunque simbolo e metafora dell'accadimento.
    Si valorizza la preziosità di un sentimento quale principio motore dell'universo che, non a caso, è correlato a divinità e antichi simboli, quali appunto, la vita e la morte, soltanto esso può sopravvivere di se stesso e rendere irripetibile la vita, così che ancora una volta per amore è possibile morire, e ancora una volta per amore è possibile rendergli giustizia, al di là degli esiti.

    [... continua]
    recensione di Adua Biagioli Spadi

  • Storia di Telemaco, uno "strano".
    Romanzo che lascia senza fiato, dal ritmo serrato e incalzante. L'autore riesce a immedesimarsi nel protagonista principale come in tutti gli altri, comunicando col lettore sia al maschile che al femminile. Commovente, emozionante, spiazzante. Telemaco ti entrerà nell'anima, non meno della sorella, grazie ad un autore in grado di suscitare emozioni.
    Una raffinatezza di pensiero che traspare ovunque nella trama, una delicatezza di fondo, a dispetto della storia molto forte che ci racconta. Mente e sentimento, genio e follia. Consigliato a tutti.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Delphine De Vigan ha dato alle stampe il suo nuovo romanzo, "Da una storia vera", centrando ancora una volta il bersaglio. La trama del libro verte su un blocco creativo e su un incontro inquietante, alla stregua di quello narrato da Stephen King nel suo 'Misery'. Ma l'incontro di cui dicevamo, e il susseguirsi di eventi, affidati a uno stile incalzante e mirabile, è solo un pretesto - il lettore se ne accorgerà in corso d'opera - per raccontare la fatica di scrivere e di narrare la verità.
    Hemingway diceva che un bravo scrittore deve raccontare solo 'la cosa più vera che sa'. Partendo da qui, Delphine racconta se stessa, la sua vita, i suoi inciampi, il suo rapporto col compagno Francois, la sua timidezza patologica. Mentre racconta, però, inizia l'inversione del vero, nonostante (o forse secondo) le intenzioni dell'autrice. Ma questo il lettore non lo sa, nè può saperlo. Egli è, in fondo, solo un avventore distratto, che cerca indizi ma non vere risposte, poiché sente che una luce troppo netta toglierebbe incanto alle cose.
    E, dunque, nello snodarsi della vicenda - che è avvincente , ottimamente narrata e tiene col fiato sospeso - chi legge si perde, smarrisce il filo, crede a ciò che viene descritto, fino all'epilogo, che è un capolavoro di inganno, auto-inganno e redenzione attraverso il narrato.
    Cosa voleva dire, la De Vigan, si chiede il lettore a testo finito, quale messaggio sul busillis della letteratura ha voluto lanciare, servendosi di me? Fino a che punto, infatti, uno scrittore può essere autobiografico, nell'era del Grande Fratello, del privato rivelato e svilito sui social network e perfino nelle fiction?
    Grande opera, 'Da una storia vera' analizza la scrittura al tempo di facebook, le difficoltà di chi si cimenta col romanzo e l'incapacità di dirsi che la realtà non esiste, che, come diceva il fisico Heisenberg, l'osservazione modifica il suo stesso oggetto e lo distorce.
    "Il reale, ammesso che esista e che sia possibile restituirlo", scrive la nostra autrice, "ha bisogno di essere incarnato, trasformato, interpretato. E questo lavoro, qualunque sia il materiale di partenza, è sempre una forma di fiction".
    L'inganno, la rivisitazione, la riparazione fanno parte dell'attività dello scrivere.
    E gli scrittori sono figli della vergogna, del dolore, del segreto,della disperazione.
    "Venite da terre misteriose (...), siete dei sopravvissuti, ecco cosa siete, ognuno a modo suo e tutti allo stesso modo".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico “Tramonto dell’Occidente”, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo, di qualunque testo, deve battersi in primo luogo contro un onnipresente marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che diseducano le menti degli uomini. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie. Nel 1996, la Laterza ha pubblicato la prima edizione de “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe sicuramente dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione della cultura ufficiale. Difficilmente, nel panorama italiano, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello di Cassano. Già dal titolo, il volume si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave d'interpretazione filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi originali paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea e li intreccia, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, infatti, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito greco: Θάλαττα! θάλαττα!
    Cassano rivendica la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord da cui nascono ben altri miti e filosofie e mostra come il pensiero sia anche localizzabile nelle sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo e, per questo, c’è il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora della vita sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • "Le ultime diciotto ore di Gesù", di Corrado Augias, è un capolavoro di introspezione, affidato a pochi, determinanti personaggi e alle loro vivide testimonianze. Al centro del racconto - chiuso in uno struggente silenzio - c'è Joshua Ha Nozri, nato in Galilea e destinato a riformare il mondo. Bambino ribelle, carattere tenace, sensibilissimo, Joshua sarà protagonista del dramma che tutti conosciamo. La sua cattura e messa a morte si svolgeranno in poche, concise ore, trascorse le quali nulla sarà più come prima.
    Augias ripercorre con maestria le strade religiose e politiche che portarono all'arresto del profeta. Da Pilato a sua moglie Claudia Procula, donna tormentata e dal passato diffcile; da Caifa a Joseph, il vecchio padre di Gesù, fino a Caio Quinto Lucilio, la vicenda viene analizzata da un punto di vista inusitato, quello strettamente processuale. Tenendo conto, però, delle reali motivazioni che - passando per l'incapacità e l'inettitudine dei protagonisti - portarono alla messa a morte di un illuminato riformatore.
    Lo stile è perfetto, elegantissimo, nella descrizione dei protagonisti e del paesaggio. Lo stridìo delle ruote dei carri, le grida della folla, la polvere delle strade di Gerusalemme, il belare delle bestie, il sudore, il sangue. Un mondo che sta per esplodere, mai abbastanza pronto alla vera rivoluzione dei cuori.
    Il personaggio meglio riuscito del romanzo è proprio quello di Caio Quinto Lucilio, intellettuale deluso che ormai "non crede più" e che, però, rimane abbagliato dalla figura di Cristo. A lui, nella conclusione del libro, viene affidato - crediamo - il pensiero dell'autore. Nel rispetto dell'altro, nella gentilezza, nella rinuncia all'egoismo, c'è la sola salvezza possibile, la possibilità di vivere il solo tempo che c'è dato, "ora e qui".
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Si aprano le danze” monito d’apertura e titolo della silloge di Maria Luisa Mazzarini che accompagna il lettore verso quanto di più bello la vita può proporci. È una primavera dalla libera forma, che veste “di poesia e di mare”, regalando pennellate di colori e “frammenti di bagliori” dati dalla consapevolezza di un’esperienza maturata, e dalla voglia di continuare a scorrere, nonostante i silenzi o le dure prove di questa esistenza.

    La poetessa scioglie nei versi quel brio di chi ancora sa sognare, e lasciare segni importanti di quanto si è appreso. La stessa forma è slegata dai canoni stilistici conosciuti, ma ogni parola ha il suo preciso spazio. È emozione che danza nella pagina, impregnando con l’inchiostro, il tempo, i pensieri, i segreti, che si aprono al mondo solo se abbiamo occhi grandi per vederli realizzati.

    Ed è sulle punte leggere, attraversando profumi e colori, di notte o di giorno, che quell’umanità si fa concreta e sboccia, in tutto il suo splendore. Ecco allora quella “quasi farfalla” che volteggia e s’apre, diventando testimone di quei valori come l’Arte, la Libertà, l’Amore. Difatti danzare da sempre è stato il sinonimo di indipendenza e evoluzione dei movimenti, con l’aiuto del suono d'anima e corpo.

    Con quest’opera la poetessa fa tutto questo con le parole. Trascina, trasporta, ferma, lascia, dona, suggestiona, accarezza, incanta, sorprende, fa ballare in quell’immensità di infiniti spazi che la mente sa creare affacciandosi nell’azzurro del cielo o del mare.

    “Svirgolettate” e assestamenti di sospiri che esplodono in tutto il loro fragore, squarciando con una positività disarmante, anche dove vivono “inquieti pipistrelli”.

    Già perché in questa natura vi sono luci e ombre che convivono nella loro diversa complementarietà, ma sta a noi dare il senso, o scegliere con che sfumature dipingere il nostro capolavoro più bello.

    Ascoltare quella voce che nella sua semplicità, può far volare e permettere salti o passi determinanti per crescere con unicità spettacolare.

    Diventa allora facile essere fuoco, luna, anemoni fluorescenti, stelle devote o scintille di luce, per trovare la vera dimensione, e come un derviscio, continuare a roteare tra mistero e bisogno.

    [... continua]

  • Il detto recita: “Più della meta, conta il viaggio”. Si può adattare a un romanzo giallo? Stephen King dimostra, con coraggio, di sì. Colorado Kid è il suo primo mystery, un libro sostanzialmente poco amato da critica e pubblico, soprattutto - si legge in giro - per via dell'atipico finale.
    Ambientato a Moose-Lookit, piccola isola del Maine, l’avvincente e ingarbugliato racconto del Re prende forma attraverso le parole dei due anziani giornalisti del “Weekly Islander”, modesta pubblicazione locale. La redazione ha da poco accolto una stagista, Stephanie McCann, incuriosita dai modi particolari del luogo e dalla sfida di una nuova vita.
    Come per la novella che ha ispirato “Stand By Me”, tutto ruota intorno a un corpo, un cadavere; un’indagine irrisolta nel cuore come nella mente dei giornalisti che se ne sono occupati a suo tempo.
    Con la sua consueta scrittura svelta e seducente, King agguanta il lettore per il colletto e lo costringe a condividere fino in fondo la sete di conoscenza di Stephanie, la sua curiosità, le sue speranze di giovane donna a confronto con una generazione passata, ma ancora viva e vegeta.
    E neppure disdegna di disseminare lungo il percorso, velato di nebbia e malinconia, quelle perle di saggezza alle quali, fra un brivido e una lacrima, ci ha sempre abituati. Ad esempio che esistono storie diverse dalle altre, proprio come quella di “Colorado Kid”, dove, come per i meccanismi della sorte, le spiegazioni logiche lasciano il tempo che trovano. Lasciano ombre, più che luce.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • L'Avana, Cuba e Cabrera Infante. Ritratto di un'Avana reale e nostalgica. I luoghi, le donne, il proibito raccontati da Gordiano Lupi.
    Un libro che consiglio perché racconta Cuba senza filtri, con gli occhi di chi l'ha vissuta sulla propria pelle, in tutto il suo splendore, e in tutto il suo periodo più buio. Contiene anche una bellissima galleria fotografica a cura di Orlando Luis Pardo Lazo.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Carlo, Laura, Lorenzo, Wanda, Valeria, possono essere solo nomi comuni con vite che si susseguono intrecciate a fili quotidiani, legate a rapporti di amicizia, di passione, d’amore, di rabbia, di normale routine. Eppure, in ognuno di questi personaggi può esser riflesso e tracciato un percorso similare al nostro.
     
    Carlo protagonista indiscusso, uomo giovane e avvenente, rende partecipe il lettore, portandolo a vestirsi e svestirsi dei suoi panni, entrando in quell’intimo emozionale che manda anche in confusione. La descrizione è diretta, senza peli sulla lingua, sagace, travolgente e decisamente forte. La scrittrice non risparmia dettagli, vivendo e intercalandosi nell’alter ego maschile.
     
    Flashback che schiudono ricordi e riaprono ferite, analisi che lasciano segni e costruiscono “non altro che me stesso”. Sì, perché è dalle radici che si genera quell’albero capace di dare fiori e frutti. Dalle continue trasformazioni temporali, possiamo così attraversare le stagioni con la consapevolezza che i cambiamenti, rughe comprese, malesseri, dolori, solitudine, sono parti necessarie per alimentare una nuova fortezza interiore o una necessaria corazza esterna.
     
    Sicuramente la sfera famigliare è alla base della formazione per ogni figlio e quando mancano certezze come affetto e dialogo, sono facili le fratture che si generano, con risultati deleteri per il nuovo “uomo o donna”.
     
    Il romanzo colpisce per la sua scorrevolezza, nonostante i temi siano duri e dirompenti al limite, ma in pieno equilibrio tra l’osceno e l’erotico. Lu Paer è abile nel provocare: scarta, disegna, devia, osserva e delinea situazioni complicate come traumi infantili, morti violente, passioni sfrenate, incontrollabili reazioni; cocktail di rabbia e voglia di amare o semplicemente di essere amati.
     
    Argomenti che attraversano la storia e la letteratura se si pensa al Giovane Holden che ha bisogno di evadere e di ribellarsi al contesto in cui vive, o presenti nella “Disobbedienza” di Moravia o in “Castelli di Rabbia” di Baricco.
     
    La ricerca di un’identità da accettare è lo scopo esistenziale nell’incapacità di questo mondo moderno, che tende troppo spesso a formattare l’altro ingiustamente, invece di incoraggiare o di inseguire quella vera libertà fatta di rispetto e desideri unici che purtroppo si scontrano con una dura realtà d’inquietudine.

    [... continua]

  • Il volume, ben scritto da Mirko Tondi e pubblicato dalla Casa editrice “Il Foglio”, narra di un'avvincente storia ambientata in un futuro lontano, ma nemmeno troppo. Il detective messo sotto scacco dalle delusioni della vita, ha l’opportunità di dare una svolta alla sua esistenza, prendendosi in carico un caso complesso e unico nel suo genere. Siamo noi che utilizziamo la tecnologia, oppure è lei che utilizza noi? E in futuro, essa ci aiuterà ad affermare la nostra identità, oppure ce la ruberà?
    Sono queste le domande che il lettore non può esimersi dal formularsi ad ogni pagina che legge. Il volume, che in alcuni passaggi mi ha ricordato George Orwell in “1984” e altri, Stefano Benni in “Cari mostri”, è redatto con cognizione di causa e la sua peculiare e al tempo stesso avvincente tematica, lo rendono sicuramente suggestivo e godibile ad ogni passaggio.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un romanzo sulla gentilezza. Sul darsi senza chiedere nulla in cambio. Sul ‘donarsi’ quale strumento di felicità. Questo, ma anche tanto altro, c’è dentro a ‘Un uomo temporaneo’, l’ultima pubblicazione di Simone Perotti per i tipi di Frassinelli (maggio 2015).
    Gregorio è un impiegato modello. Tutti i giorni, per raggiungere l’azienda dove lavora,  attraversa ciò che resta di una campagna urbana. E’ felice, centrato, ama cucinare; è un figlio attento, amorevole, capace di considerazione esterna.
    Eppure, un bel mattino, si ritrova sulla scrivania una lettera di sospensione. I motivi sono nebulosi, si capisce che, dietro a tutto questo, c’è una manovra di ridimensionamento del personale da parte dell’azienda. Ma Gregorio – che viene prontamente preso d’occhio dai sindacati, pronti a strumentalizzare la sua situazione – è capace di reinventarsi un ruolo, libero come in fondo è diventato (gli viene tolto ogni incarico, viene privato anche della sua scrivania) o come, in sostanza, è sempre stato.
    La sua presenza, il suo carisma, la sua libertà interiore - quel suo essere capace di non appartenere - fanno di lui un punto di riferimento per tutti gli altri colleghi mobbizzati, maltrattati, relegati al ruolo di semplici esecutori. Si tratta, in definitiva, di una rivoluzione dal basso, che muove i suoi passi da dentro al sistema, che non vuole distruggere completamente, ma risanare e trasformare: ed è una rivolgimento che parte dalla percezione chiarissima che Gregorio ha di se stesso, del futuro che verrà.
    Ci sono tanti tipi psicologici, nel romanzo di Perotti: nell’ottusità vuota dei superiori di Gregorio - carrieristi e sciocchi - c’è, in primis, la tendenza a delegare. Che è, poi, il male di sempre: dietro la delega al mercato c’è la nostra incapacità di porci nel mondo come persone consapevoli.
    Dunque come potrà fare Gregorio - unico risvegliato in un Getsemani di persone addormentate – a vincere la sua battaglia contro i mulini al vento e a salvare la sua anima?
    E se Gregorio fosse, in realtà, il Gregor Samsa di Kafkiana memoria, che parte dalla sua trasformazione per ridisegnare, stavolta, i confini possibili di una nuova felicità?
    L’unica via, sembra dirci Perotti, è il risveglio: lo scarafaggio alieno a una realtà omologante che fagocita i nostri destini di uomini.
     
     
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "Ho iniziato a scrivere per cercarmi quando non mi trovo", ha detto di sé Luca Gamberini, nel corso di un'intervista rilasciata non molto tempo fa, che abbiamo letto dopo aver divorato la sua ultima raccolta poetica, "Mi sgridi i piedi" (Ed.Youcanprint, aprile 2016).
    Bolognese di nascita ma centese di adozione, dichiara anche che: "Scrivere è la mia medicina". Ci sembra di capirlo, Luca. In fondo, vuoi o non vuoi, è sempre questo il giro che si fa: si torna da dove si è partiti, nel luogo del delitto, lì dove abbiamo tentato di scavallare il rimosso. La scrittura - dicono - può essere riparazione, tentativo di dar forma e ordine alle cose, anche perché: "Il mondo è breve e le nuvole ritornano". Si scrive pure per rendere meno amara e insostenibile la vita. Perché 'quel che appare' non basta. Ma i poeti sono sempre individui nudi tra altri individui vestiti. Scoperti più di altri, trasparenti. "La leggerezza è la condanna più pesante da scontare", recita un aforisma di Luca.
    La sua ultima raccolta poetica è un libretto geniale e toccante che, a leggerlo, ci ha turbati. Il suo poetare può essere apparentato ad altri autori che apprezzo: penso alla levità grave di Franco Arminio, paesologo dallo sguardo illuminato. Nei versi Di Luca Gamberini le cose non sono mai dove dovrebbero stare: le persone come le parole, e forse anche gli endecasillabi. Perché, in fondo, Luca lo sa: niente è come appare, la realtà è una nostra proiezione, un gioco di specchi, di bugie e di rimandi. I folli sono i soli ad esser sani, a saper vedere dentro agli occhi dell'avversario. E, in quegli occhi, si perdono, confondono i segni, rimescolano le carte della loro stessa esistenza. "Mangiare, essere mangiati", scriveva Clarice Lispector: i visionari sanno che la dolorosa strada è questa, se si vuol toccare il cuore delle cose, e raccontarle. Luca Gamberini non ha paura. Vede, come dietro una porta discosta, il gioco delle parti. Ride delle fatalità, ma il suo è un riso amaro, consapevole. Conosce smarrimenti e inciampi; ma pure delusioni, illusioni, silenzi. E, ancora, paradigmi, scorciatoie, labirinti. Infine, conosce l'amore.

    "Tu sei l'amore
    sgorgato dal margine di struttura primario,
    tu sei l'amore
    aggrappato ad un silenzio epigono
    (...)
    tu sei l'amore
    dagli occhi del gatto, che sai
    arriverà il giorno in cui non ritorna".

    In Luca Gamberini vive e brilla il paradigma di Rimbaud, secondo cui 'io è un altro'. Il vero poeta è un veggente che va oltre se stesso, che conosce l'arte in senso oggettivo e sa farsi memoria concreta di ciò che è la vita.
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il titolo di questa silloge è tutto un programma, un’apoteosi di sfumature e gradazioni che diventano la chiave di lettura capace di trasmettere emozioni, sensazioni, trascinando nell’intimo sentire o in metafore concrete di vita quotidiana. Ogni colore ha un suo simbolismo e sicuramente traccia un legame tra quello che pensiamo e la nostra azione. Paracelso diceva: “Ogni elemento ha un suo colore: la terra è azzurra, l’acqua è verde, l’aria gialla, il fuoco rosso; poi vi sono altri colori casuali e commisti, appena riconoscibili. Ma tu bada con cura al colore elementare che predomina, e giudica secondo quello”. Il rosso sicuramente rappresenta nella sua completezza sia il bene che il male, la forza, la passione, la vivacità, il dolore, l’aggressività, l’energia.
    L’accostamento all’uno o all’altro significato accompagna l’evoluzione della silloge, così come il percorso dell’umana esistenza. Rosso profondo, fuoco, noir, vermiglio, relativo. Espressioni fabbricate dalla coscienza e dalla conoscenza, poiché è con graduale esperienza che la “tavolozza” della vita prende forma, toccata dalle stagioni che accarezzano e modellano le trasformazioni psichiche e fisiche.
    In letteratura la tematica del rosso è ben presente: pensiamo al Verismo con Rosso Malpelo, o al Pascoli cui il colore rosso allude ad un’accesa sensualità e sottolinea con forza la carica sessuale, è sinonimo di passione, eros. Joyce, invece nell’Ulisse descrive il “rosso fortore di rapina nel pelo” o la magia espressa ne “Le scarpette rosse”; fiaba di Hans Christian Andersen e rivista in chiave cinematografica nel Mago di Oz ispirato al il primo dei quattordici libri dello scrittore statunitense L. Frank Baum.
    Il “rosso” abbraccia l’arte e non è un caso che la poetessa abbia collaborato con artisti, evidenziando slanci e accordi nuovi anche con questo mondo creativo. Lo stesso Matisse, ne fece uno studio: L'Atelier Rosso, Henry Matisse, 1911, olio su tela, 162 x 130 cm. Il colore diventa un elogio primario e determinate nella ricerca di un senso. Uno slancio di “atti d’amore” e di rinascita, di attese, di viaggi delicati o “attraverso la rete/ nemica del tempo” o faticosamente comprese in “luci artificiali e fiati strozzati”.
    La poesia diventa l’arma salvifica, “scacciapensieri”, scintille emozionali atte a dosare sia quel magna interiore di sogni non realizzati o dubbi, sia la libertà di osare “urlando canti di rabbia e amore”.
    Il rosso diventa incontro e relazione, urgenza d’identità e spirito avvolgente, vestito di femminilità e vivavoce di non fermarsi fino a che si ha voglia o almeno fino a quando misteriosamente ci è concesso.

    [... continua]

    • Brida
    • 06 giugno alle ore 19:04

    Brida è una giovane donna curiosa, intelligente e sensibile. Più della media. Da molto tempo si interroga sull'origine del cosmo, il senso della vita, il bene ed il male. Quotidianamente affronta responsabilità ed affetti con paure e insicurezze. Caratteristiche umane.
    Ma può una donna ambire ad ampliare la propria visione della vita, aumentare i suoi sensi e divenire una strega? La risposta si nasconde nella natura e nel moto della terra. Il tempo ne è nl'unico custode, insieme alla sola verità: l'amore.
    Un libro intenso e denso di spiritualità e speranza. Dopo il cammino di Santiago, l'autore brasiliano coinvolge nuovamente gli animi dei lettori per elevarli verso la semplicità e purezza che rende ogni persona unica.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Le api sono costanti operatrici e producono nettare vitale per il sostentamento delle stesse e della Regina procreatrice. Dietro una goccia di miele si nasconde un mondo proteso allo sviluppo economico ed ambientale e non solo. Uno sciame all’opera e selezionato in ogni campo con criterio di essere utili e messaggere. Una metafora che Colacrai immedesima, divenendo con la penna il produttore di parole, immagini, sentimenti e senza paura di giudizio, porta avanti la sua battaglia inneggiando o indicando, senza mettersi sul piedistallo, le imperfezioni dell’essere umano. Vivo in uno spazio neutro, di connubio tra brivido e cenere, al chiaroscuro di un lume dove la mia clessidra, in appoggio all’eterno, ha smesso di cigolare ed è ammutolita   La simbologia entra in scena con il numero 33, riportato nel titolo dell’opera o in una lirica, dove si raccoglie ed evidenzia la fragilità e la forza. Una colonna vertebrale umana normale ha 33 vertebre. Trentatré è la parola che il medico chiede di pronunciare in maniera ben scandita al paziente per valutare il fremito vocale tattile, ovvero la trasmissione della vibrazione delle corde vocali alla parete toracica. Nella teoria dei bioritmi di Swoboda e Fliess, il ciclo Intellettuale dura 33 giorni e influenza la logica, il ragionamento, la perspicacia, la vivacità mentale, Il 33 è il più alto grado del Rito scozzese antico ed accettato della Massoneria. Nella Religione secondo i Vangeli sono gli anni che visse Gesù Cristo. Il re Davide ha regnato a Gerusalemme per 33 anni. Il pontificato di Papa Giovanni Paolo I è durato 33 giorni. È il numero delle volte in cui è menzionato il nome di Dio nella Genesi. È l'età dei morti in paradiso secondo l'Islam. È l'età di Giuseppe quando sposò la Vergine Maria. La lingua italiana ha 33 suoni.   Il Poeta amante osservatore del tutto, si diverte a “giocare” con i sogni, senza dimenticare di descrivere una realtà spesso non molto paradisiaca. Si trasforma continuamente, generando un   ammasso nel petto a formare una croce di pietra, pesante come tutto l’amore del mondo, a ricordarmi che, dietro il nuovo confine del mio inverno..   Veste i panni dell’uomo malato di AIDS, di quello in carcere, della donna sfruttata, della bambina sognante, del politico credente, figlio o padre.   Davide scruta dentro, imbevendo la penna nelle scanalature più profonde, disegnando cartine, e giri spesso dolorosi, che diventano contenitori dell’anima e delle lacrime.   Ho collezionato ogni mio capriccio nelle tasche lievi come tutto me stesso come una vita intera e il buio.   Ed ecco che nascere ape, o a mezzanotte allora non è casuale, ma scritto nel destino di chi ha qualcosa da dire, da fare e segue a braccetto il corso del tempo, consapevole di tutti i suoi pro e contro, descrivendo i capitoli della vita e chiamandoli per nome, senza dimenticare nulla o lasciare incompiuto.   Il coraggio dell’ape incarna così quello del Poeta, che fino all’ultimo istante porta avanti il suo compito, per donare la sua eredità, anche se questo comporta una sorte non sempre felice, ma necessaria al compimento della verità.   I miei occhi sono farfalle indaco nella notte che spalanca le sue vesti per accoglierle e si offre nuda, a punta di piedi, con le trecce sciolte, a me che so esaudirla   Già perché nel nostro DNA è scritto quello che siamo e sta a noi abbracciare la natura, costruendo canti, ponti, memorie che seminano e  compongono

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    • Raval
    • 26 maggio alle ore 13:03

    In Spagna, precisamente a Barcellona, esisteva un quartiere chiamato El Raval. A dire il vero, questo posto esiste ancora ma ha modificato la sua permanenza. El Raval, vecchio covo di intellettuali travestiti, prostitute e artisti di varia natura, ospita oggi un museo dell’arte contemporanea e il porto Olimpico, dove sorge un’enorme opera a forma di balena. Prima, avventurarsi nel luogo era assai sconsigliato per via del traffico di droga e dei loschi individui che lo abitavano. Raval, come detto, è il quartiere blaugrana dai due volti; ma anche il protagonista (che dà il titolo) del nuovo libro di Chimena Palmieri. Chimena torna a parlare attraverso la sua scrittura dopo l’esperienza bizzarra di “Sette notti con Liga”. Liga, che in questo caso poco c’entra con la massima serie del campionato di calcio spagnolo, non è altro che il cantautore Luciano Ligabue, e Raval, il nuovo che dovrebbe avanzare, sembra non essere poi così lontano da alcune pubbliche movenze, dall’aspetto un po’ trasandato e dalla frequentazione frequente di un bar  che potrebbe divertire l’ex capellone di Correggio.

    Però, messa da parte l’idea che Chimena abbia riprodotto Ligabue in questa storia, ci si chiede se “Può davvero la bellezza essere un peso, una maledizione?”. E ancora: “Può [la bellezza] trasformarsi in un dono malefico che rovina la vita a chi lo possiede perché chi gli sta intorno viene annientato dall’invidia che genera fino a diventare vendetta, possesso, prevaricazione?”. Così leggendo viene pure da domandarsi se Dorian Grey (dal quale ritratto ne viene fuori proprio la bellezza) abbia preso le sembianze di Raval, se il famoso Don Giovanni abbia prestato un pezzo del suo DNA da adulatore di femmine al succitato protagonista, straniero in terra sua. Perché Raval, il nostro, viene raccontato come fosse il signore oscuro della bellezza, con la quale è possibile attrarre l’universo femminile e generare invidia. Anche se, per quanto ne sappiamo, Raval arriverà a conquistare gli occhi, prima, poi il cuore di Ester, la proprietaria del bar in cui si ritrova dopo un lungo pellegrinaggio.

    La storia decolla lentamente, forse perché l’autrice capitola sui flashback che raccontano il primo Raval, quello che abitava dove nasceva. Una scelta, quella di alternare le vicende temporali, certamente azzeccata e comunque trattata con la giusta suspense che tiene teso il lettore fino alla ripresa del pezzettino che era stato volutamente interrotto dal narratore. Eppure Raval pare viaggiare col freno a mano, la spia della riserva sempre accesa e da quella “voce che di nuovo come ieri sembra rimanere sospesa nell’aria” vengono fuori troppe parolacce che evidenziano il carattere del protagonista, ma che andrebbero quantomeno dimezzate per non cadere in questo eccesso evidentemente inutile. Comunque, Raval ha bisogno di raccontarsi per sentirsi bello. Ed è giusto così, è giusto che faccia il suo percorso segreto fino alle ultime pagine dove il lettore bellissimo avrà il diritto di sentirsi come vuole: fortunato o sfigato.

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    recensione di Daniele Campanari

  • "I capricci della luna" è stato il primo libro di Maria Teresa Santalucia Scibona che ho letto. L'ho sfogliato e mi sono ritrovata a leggerlo con la dedizione di un'ape, quando succhia il nettare di un bel fiore. Ho conosciuto così questa poetessa, in un giorno di primavera in cui mi ha portato tra i campi seminati di poesia. 

    Il volume è una raccolta di 35 poesie, scritte in diversi anni, in cui il mito, gli astri e la vita reale si intrecciano in un'espressione sapiente che ne osserva le sfumature e tra di esse serpeggia, come Cassiopea nel firmamento. Nelle parole di Santalucia Scibona c'è spazio per i sentimenti più comuni, così come i meno ordinari: dalla malinconia alla rabbia, dalla tenerezza al disincanto, dal sogno alla coscienza dell'esilio, che in Exodus descrive "nei saldi petti degli esiliati/ vibrava la certezza di bastare/ a se stessi".

    Nelle strofe de "I capricci della luna" (il componimento che dà nome alla raccolta) la Santalucia Scibona, come un argentiere ci porta nel suo cielo stellato di versi, dove modella poesie a volte celestiali, altre tristemente reali, ma sempre gentili e nobili. Uno sguardo alle stelle ed un altro alla terra, dove ci sono carezze e atrocità, come scrive in Armenia in cui "cataste di corpi martorialti/ sembra assente la sorda ribellione/ del luogo oggi sepolto;/ di coloro che nell'ora successiva/ poveri, randagi, alla deriva,/ come foglie divelte dall'albero."

    Una poesia piena di vita, armonia e sentimenti, sintesi degli anni che ci accompagnano come suoni madrigali. Una penna raffinata ed elegante che appasiona e vuole difendere il mondo dall'incuria perché "signori miei è nostra colpa/ se la terra dovunque snaturata/ all'uomo si ribella".

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    recensione di Federica Ciccariello

    • Adesso
    • 26 aprile alle ore 13:24

    Adesso, qui e ora, con traumi e fantasmi vivere il presente. Questo sembra esser il consiglio del nuovo libro di Chiara Gamberale che, con arguzia e intelletto, sviscera i sentimenti.
    Nel nuovo romanzo della giovane autrice ci si allontana dallo stile precedente pur ritrovando vecchi amici conosciuti nelle "Luci delle case degli altri": Lorenzo e Lidia. Una coppia che ha vissuto l'innamoramento e la routine per decidere di tornare alle passioni e a un equilibrio stabile da individui che si conoscono, amano e perciò decidono di non stare insieme. Da questo momento Lidia conoscerà persone e uomini ma solo uno l'attirerà: Pietro. Si può vivere nuovamente l'amore, convivendo con acciacchi e paure passate? Sarebbe utile presentarsi con il curriculum sentimentale?
    Queste e altre sono le domande che si intrecciano e riconcorrono in un libro forte, che fa riflettere e sorridere, perché “è brutale che le persone che amiamo si trasformino in passato”. Forse perché “in amore siamo tutti difettosi”, ha dichiarato l’autrice Chiara Gamberale in una recente intervista, la quale ha anche confessato che “nel libro le paure sono autobiografiche, ma i personaggi hanno più paura di me”.

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Il poeta percorre un viaggio, come lui stesso afferma “cercandomi”, sezionando nelle viscere più profonde, alla ricerca di quel senso che alimenta il guizzo verso il futuro, scendendo dal precario equilibrio e dalla staticità/trappola delle umane paure.
    Si immerge, nel “buio”, per scoprire quanto quello sia solo l’inizio “scintilla” della più grande delle scoperte.
     
    Mettersi in gioco non è cosa semplice, ma Giulio si catapulta dove gli altri non osano. Scandaglia il vuoto, le tenebre, interroga i demoni che alimentano i dubbi, meditando e trovando la vera forza in “un sogno di carta”, stretto in quel petto, in cui ancora batte un cuore.
     
    Un’implosione di sentimenti, che lo porta allo step successivo: “cercandoti”.
    Già perché avendo attraversato e conosciuto le battaglie interiori, e riconosciuti i propri limiti e difetti, si può avere la consapevolezza di potersi innamorare, accettando tutti i rischi del caso.
     
    “L’amore è un inferno potenziale”, è respiro fermato del cuore dell’altro, è primavera, ma può divenire, se non compreso ed accolto, solitudine, perdersi nel fumo o nella schiuma dei ricordi e cadere nel “meraviglioso fallimento”.
    Le regioni del cuore sono “frammenti e centimetri di pelle”, graffi che coraggiosamente si portano senza esibizione, respirando pazientemente nonostante tutto, accogliendo anche il silenzio come rifugio e ricarica.
    “La poesia è una goccia nel deserto che non vuol morire”, e forse è la via verso la salvezza. Si, perché nonostante tutte le croci trasportate nella vita, i giorni e le notti passate tra “raffiche di vento", sogni legati o falci di luna, quello che davvero conta alla fine, è potersi specchiare, alzando gli occhi, senza temere di non aver vissuto.

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  • Una giovane donna, seduta in una metropolitana semi vuota che corre sotto la città di New York. Jack Reacher, ex-militare in congedo, oramai ridotto ad una sorta di pellegrino delle strade della metropoli statunitense, seduto annoiato nella stessa metropolitana notturna, nello stesso vagone scelto dalla donna. La taciturna situazione, proposta come preludio al romanzo in argomento, è tale solo in apparenza poiché in essa si cela il potenziale esplosivo che in pochi giorni sconvolgerà, pur se in maniera sibillina alle orecchie della popolazione statunitense, precari equilibri internazionali.
    Recensire un libro di Lee Child appare compito piuttosto arduo. Considerata la “vivacità” di ogni sua pagina non è troppo difficile incappare nell’errore di svelare anche minimi dettagli che invece devono restare punti ben celati per garantire al romanzo il meraviglioso grado di suspense che promette e mantiene. La storia che propone lo scrittore in argomento, pur apparendo usata e riusata da diverse penne nel panorama dei thriller/spy story, si svela invece, di capitolo in capitolo, notevolmente originale in più momenti ed al contempo, adeguatamente soffusa da una giusta misura di mistero e di “non-detto”. Difatti, alle connotazioni più marcatamente descrittive ed utili per meglio esplicitare i vari contesti che fanno da tappeto agli eventi narrati, Lee Child preferisce l’azione, la velocità, la chiarezza dei pensieri e dei dialoghi dei personaggi del romanzo. La scrittura è quindi scorrevole e mai ridondante, i personaggi sono ben definiti pur se mai esasperatamente esposti ad una dettagliata e psicoanalitica descrizione del loro essere; l’atmosfera, esattamente metropolitana, scarna e realistica quanto basta. Tutto ciò, unitamente a quel meraviglioso grado di suspense del quale si dava cenno precedentemente, contribuisce a rendere il romanzo “I dodici segni” uno di quei libri che si leggono in pochissimi giorni, una di quelle avventure narrate in maniera tale da colpire forte e diritto allo stomaco.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Recensire un libro di poesie richiede una certa presunzione. Quella, innanzitutto, di riuscire a entrare nell'anima del poeta. Che, per sua natura, rifugge ad ogni definizione, rifuta di adattarsi alla realtà, gioca con le parole per non farsi vulnerare. Eppure, i poeti, lasciano sempre indizi, desiderano che qualcuno si metta sulle loro tracce. Attendono, infine di essere 'scoperti'.
    Con questo convincimento mi sono avvicinata al testo poetico di Francesca Lo Bue, "Il libro errante", edito da 'Nuova Cultura'. Da subito, si intuisce cosa sia, per Francesca, la 'parola': essa è radice di eternità, ma pure scoperta, continua ripartenza. Nel momento in cui la parola diventa 'verità', insomma, viene negata una parte della realtà. Cosa inaccettabile, questa, per 'colui che cerca' (der suchende).
    Lo stile di Francesca Lo Bue è netto, senza patetico. La cifra di lettura del suo libro è certamente, come il titolo svela, l'erranza. E in fondo cosa siamo, noi tutti, se non esseri che anelano a una possibile evoluzione, per niente stanziali, costretti in un quotidiano di continue ripetizioni?
    Ci sono versi davvero folgoranti, in questo libro. Quasi che, forse, solo essi siano capaci di andare realmente 'oltre', spezzare il filo, consegnarci a un destino pieno. La parola può ricomporre il senso, diventare spinta verso la ricerca,  perchè ci offre una 'terza vita'.
    "Una parola che s'avvicini alle viscere della notte/
    e ai disegni vermigli delle nuvole,/
    agli incavi immobili delle muraglie di brace".
    E' un'eterna frantumazione che cerca di ricomporsi. Forse, la sintesi poetica di francesca Lo Bue (se una sintesi può essere possibile) è nella splendida 'Il navigante':
    "(...) Il padre aspetta fra i cigli abbaglianti delle strade/
    il ritorno del figlio/
    il miele fervido della sua allegria smarrita nei viali lontani./
    Cuore cristallino che vuole bussole, chiavi e timoni/
    per andare verso la pace dei nomi".
    Il poeta, illuso errabondo o sognatore tenace, cerca comunque un nome e una casa, una meta esatta per il suo errare, come un rabdomante che voglia imprigionare l'aria "in un canto perlaceo", con i suoi "occhi di pietra" e le sue "mani di orefice".

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    recensione di Tullia Bartolini

  • Cinquepuntotto è un libro/diario/testimonianza di Daniela Manelli Trionfi, arricchito da foto e poesie. La scrittrice torna con la memoria a quei pochi (spaventosi) secondi in cui, all’Aquila, tremò forte la terra. Bastò una breve ma terribile scossa di un sisma di magnitudine 5.8 per spazzare via vite, sogni e speranze di tanti uomini, donne, bambini: persone diverse, ma legate tra loro dalla morte improvvisa o, nel caso dei più fortunati, dal dolore terribile di aver perso gli affetti più cari e i riferimenti più solidi. Daniela, con una scrittura semplice e lineare, adatta a ogni tipo di lettore, ma al tempo stesso di grande efficacia, narra della distruttiva forza di una Natura che da amorevole Madre, talvolta si trasforma in crudele Matrigna. Accosta con maestria immagini forti a momenti di pietà, di solidarietà, di grande abnegazione, in una parola… di amore inteso nella più nobile e pura accezione del temine.
    Cinquepuntotto racconta di gente che sa soffrire in silenzio, che sa reagire, che ha la forza e la voglia di rimboccarsi le maniche per ricominciare da capo, senza mai perdere di vista la fantasia e la speranza di un domani migliore.
    Era il 6 aprile 2009, ore 3.32: una linea netta e profonda, come una faglia, che ha scritto la parola fine di un periodo di vita e l’inizio di un altro, da vivere in quegli stessi posti, perché "È quella, la loro dimora, e non l’abbandoneranno mai".

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    recensione di Enza Iozzia

  • Esco fuori al balcone, in una mano il caffè e nell'altra il suo libro.
    Si iniziano a intravedere i primi riflessi del mare, grazie all'alba che avanza, timida e prorompente.
    Timida e prorompente come la poesia di Maria Teresa Santalucia Scibona, sempre alla ricerca di un nuovo giorno, di una vita nascosta, pronta ancora a sorprenderti.
    Nonostante tutto, nonostante l'età che avanza, nonostante dolori fisici e a volte intimi.

    La sua curiosità di viaggiare tra spazio e tempo non è mai doma: "L'albero della conoscenza" ne è l'ennessima conferma.
    E' sempre stata così la sua poesia: un tuono dolce che spezza ogni indugio, che si insinua tra i ruscelli dell'anima, rendendoli freschi e armoniosi.
    Scendono fluidi verso valle, coscienti del viaggio e della destinazione. Coscienti che il vero valore sta proprio nel percorso e non nell'arrivo.

    "Irraggiungibile pare la meta
    tant'è lontana ed aspra.
    Pur non dispero
    di arrivare un giorno. [...]"

    Con il suo sguardo dolce e fiero non perde mai la speranza, sincera amica di una lunga vita, passata a tessere parole ed emozioni.
    Un coraggio senza pari che trova sempre nuova linfa in un'immensa fede.

    "[...] E negli incerti passi che tentiamo
    sei come un padre che gioca
    e si nasconde al figlioletto
    che mal si regge in piedi. [...]"

    Maria Teresa continua nella sua ricerca di vita ossequiosa e pacata, come una "nomade che vaga sospesa nello spazio".
    E' un pastore dei giorni nostri, con lo sguardo verso l'infinito, che ascolta il suo respiro, quello della sua anima e quello dell'universo tutto.

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    recensione di Paolo Coiro

  • È il secondo romanzo del grande autore francese, edito in Italia da Bompiani nel 1999. Quest'opera lo consacrò al grande successo di pubblico, indicandolo come scrittore aderente al transumanesimo (i limiti dell'umanità si superano attraverso una modificazione 'genetica' dell'uomo, che vada oltre la sua finitezza e meschinità).
    "Una grande scrittura, costruita sul vuoto di tutto il resto", ha detto di lui più di un critico. E, in effetti, è proprio il vuoto del'esistenza che Houellebcq prova a descrivere in questo romanzo con effetti sorprendenti. Incapacità di amare, dipendenza dal sesso, impossibilità di rifare l'esistente: questi sono i veri protagonisti de 'Le particelle elementari', oltre ai due fratelli, Bruno e Michel. Che sono, dopotutto, gli alter-ego dello scrittore. Sessuomane il primo; chiuso al mondo, come una monade, il secondo. Perno della vicenda, anche se sembra restare solo sullo sfondo, una madre edonista e assente, libertina ante litteram, insofferente riguardo ai propri figli. C'è una scena in cui l'erotomane Bruno fa l'amore con una delle sue tante amanti e, per un attimo, il protagonista rivede sua madre a gambe aperte davanti a un ragazzo. C'è molto di autobiografico in questa storia abbandonica e disperante, se è vero che, in più di un'intervista, lo scrittore ha definito 'cagna' sua madre, che lo aveva abbandonato quando era piccolo. Grande 'nichilista' letterario, Houellebecq affida al freddo Michel, biologo molecolare, l'unica speranza possibile: mutare il genere umano perchè possa avverarsi un miglioramento del destino dell'uomo, strappato - finalmente - alla fredda logica degli ormoni e della riproduzione.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini