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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • L'Avana, Cuba e Cabrera Infante. Ritratto di un'Avana reale e nostalgica. I luoghi, le donne, il proibito raccontati da Gordiano Lupi.
    Un libro che consiglio perché racconta Cuba senza filtri, con gli occhi di chi l'ha vissuta sulla propria pelle, in tutto il suo splendore, e in tutto il suo periodo più buio. Contiene anche una bellissima galleria fotografica a cura di Orlando Luis Pardo Lazo.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Carlo, Laura, Lorenzo, Wanda, Valeria, possono essere solo nomi comuni con vite che si susseguono intrecciate a fili quotidiani, legate a rapporti di amicizia, di passione, d’amore, di rabbia, di normale routine. Eppure, in ognuno di questi personaggi può esser riflesso e tracciato un percorso similare al nostro.
     
    Carlo protagonista indiscusso, uomo giovane e avvenente, rende partecipe il lettore, portandolo a vestirsi e svestirsi dei suoi panni, entrando in quell’intimo emozionale che manda anche in confusione. La descrizione è diretta, senza peli sulla lingua, sagace, travolgente e decisamente forte. La scrittrice non risparmia dettagli, vivendo e intercalandosi nell’alter ego maschile.
     
    Flashback che schiudono ricordi e riaprono ferite, analisi che lasciano segni e costruiscono “non altro che me stesso”. Sì, perché è dalle radici che si genera quell’albero capace di dare fiori e frutti. Dalle continue trasformazioni temporali, possiamo così attraversare le stagioni con la consapevolezza che i cambiamenti, rughe comprese, malesseri, dolori, solitudine, sono parti necessarie per alimentare una nuova fortezza interiore o una necessaria corazza esterna.
     
    Sicuramente la sfera famigliare è alla base della formazione per ogni figlio e quando mancano certezze come affetto e dialogo, sono facili le fratture che si generano, con risultati deleteri per il nuovo “uomo o donna”.
     
    Il romanzo colpisce per la sua scorrevolezza, nonostante i temi siano duri e dirompenti al limite, ma in pieno equilibrio tra l’osceno e l’erotico. Lu Paer è abile nel provocare: scarta, disegna, devia, osserva e delinea situazioni complicate come traumi infantili, morti violente, passioni sfrenate, incontrollabili reazioni; cocktail di rabbia e voglia di amare o semplicemente di essere amati.
     
    Argomenti che attraversano la storia e la letteratura se si pensa al Giovane Holden che ha bisogno di evadere e di ribellarsi al contesto in cui vive, o presenti nella “Disobbedienza” di Moravia o in “Castelli di Rabbia” di Baricco.
     
    La ricerca di un’identità da accettare è lo scopo esistenziale nell’incapacità di questo mondo moderno, che tende troppo spesso a formattare l’altro ingiustamente, invece di incoraggiare o di inseguire quella vera libertà fatta di rispetto e desideri unici che purtroppo si scontrano con una dura realtà d’inquietudine.

    [... continua]

  • Il volume, ben scritto da Mirko Tondi e pubblicato dalla Casa editrice “Il Foglio”, narra di un'avvincente storia ambientata in un futuro lontano, ma nemmeno troppo. Il detective messo sotto scacco dalle delusioni della vita, ha l’opportunità di dare una svolta alla sua esistenza, prendendosi in carico un caso complesso e unico nel suo genere. Siamo noi che utilizziamo la tecnologia, oppure è lei che utilizza noi? E in futuro, essa ci aiuterà ad affermare la nostra identità, oppure ce la ruberà?
    Sono queste le domande che il lettore non può esimersi dal formularsi ad ogni pagina che legge. Il volume, che in alcuni passaggi mi ha ricordato George Orwell in “1984” e altri, Stefano Benni in “Cari mostri”, è redatto con cognizione di causa e la sua peculiare e al tempo stesso avvincente tematica, lo rendono sicuramente suggestivo e godibile ad ogni passaggio.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un romanzo sulla gentilezza. Sul darsi senza chiedere nulla in cambio. Sul ‘donarsi’ quale strumento di felicità. Questo, ma anche tanto altro, c’è dentro a ‘Un uomo temporaneo’, l’ultima pubblicazione di Simone Perotti per i tipi di Frassinelli (maggio 2015).
    Gregorio è un impiegato modello. Tutti i giorni, per raggiungere l’azienda dove lavora,  attraversa ciò che resta di una campagna urbana. E’ felice, centrato, ama cucinare; è un figlio attento, amorevole, capace di considerazione esterna.
    Eppure, un bel mattino, si ritrova sulla scrivania una lettera di sospensione. I motivi sono nebulosi, si capisce che, dietro a tutto questo, c’è una manovra di ridimensionamento del personale da parte dell’azienda. Ma Gregorio – che viene prontamente preso d’occhio dai sindacati, pronti a strumentalizzare la sua situazione – è capace di reinventarsi un ruolo, libero come in fondo è diventato (gli viene tolto ogni incarico, viene privato anche della sua scrivania) o come, in sostanza, è sempre stato.
    La sua presenza, il suo carisma, la sua libertà interiore - quel suo essere capace di non appartenere - fanno di lui un punto di riferimento per tutti gli altri colleghi mobbizzati, maltrattati, relegati al ruolo di semplici esecutori. Si tratta, in definitiva, di una rivoluzione dal basso, che muove i suoi passi da dentro al sistema, che non vuole distruggere completamente, ma risanare e trasformare: ed è una rivolgimento che parte dalla percezione chiarissima che Gregorio ha di se stesso, del futuro che verrà.
    Ci sono tanti tipi psicologici, nel romanzo di Perotti: nell’ottusità vuota dei superiori di Gregorio - carrieristi e sciocchi - c’è, in primis, la tendenza a delegare. Che è, poi, il male di sempre: dietro la delega al mercato c’è la nostra incapacità di porci nel mondo come persone consapevoli.
    Dunque come potrà fare Gregorio - unico risvegliato in un Getsemani di persone addormentate – a vincere la sua battaglia contro i mulini al vento e a salvare la sua anima?
    E se Gregorio fosse, in realtà, il Gregor Samsa di Kafkiana memoria, che parte dalla sua trasformazione per ridisegnare, stavolta, i confini possibili di una nuova felicità?
    L’unica via, sembra dirci Perotti, è il risveglio: lo scarafaggio alieno a una realtà omologante che fagocita i nostri destini di uomini.
     
     
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "Ho iniziato a scrivere per cercarmi quando non mi trovo", ha detto di sé Luca Gamberini, nel corso di un'intervista rilasciata non molto tempo fa, che abbiamo letto dopo aver divorato la sua ultima raccolta poetica, "Mi sgridi i piedi" (Ed.Youcanprint, aprile 2016).
    Bolognese di nascita ma centese di adozione, dichiara anche che: "Scrivere è la mia medicina". Ci sembra di capirlo, Luca. In fondo, vuoi o non vuoi, è sempre questo il giro che si fa: si torna da dove si è partiti, nel luogo del delitto, lì dove abbiamo tentato di scavallare il rimosso. La scrittura - dicono - può essere riparazione, tentativo di dar forma e ordine alle cose, anche perché: "Il mondo è breve e le nuvole ritornano". Si scrive pure per rendere meno amara e insostenibile la vita. Perché 'quel che appare' non basta. Ma i poeti sono sempre individui nudi tra altri individui vestiti. Scoperti più di altri, trasparenti. "La leggerezza è la condanna più pesante da scontare", recita un aforisma di Luca.
    La sua ultima raccolta poetica è un libretto geniale e toccante che, a leggerlo, ci ha turbati. Il suo poetare può essere apparentato ad altri autori che apprezzo: penso alla levità grave di Franco Arminio, paesologo dallo sguardo illuminato. Nei versi Di Luca Gamberini le cose non sono mai dove dovrebbero stare: le persone come le parole, e forse anche gli endecasillabi. Perché, in fondo, Luca lo sa: niente è come appare, la realtà è una nostra proiezione, un gioco di specchi, di bugie e di rimandi. I folli sono i soli ad esser sani, a saper vedere dentro agli occhi dell'avversario. E, in quegli occhi, si perdono, confondono i segni, rimescolano le carte della loro stessa esistenza. "Mangiare, essere mangiati", scriveva Clarice Lispector: i visionari sanno che la dolorosa strada è questa, se si vuol toccare il cuore delle cose, e raccontarle. Luca Gamberini non ha paura. Vede, come dietro una porta discosta, il gioco delle parti. Ride delle fatalità, ma il suo è un riso amaro, consapevole. Conosce smarrimenti e inciampi; ma pure delusioni, illusioni, silenzi. E, ancora, paradigmi, scorciatoie, labirinti. Infine, conosce l'amore.

    "Tu sei l'amore
    sgorgato dal margine di struttura primario,
    tu sei l'amore
    aggrappato ad un silenzio epigono
    (...)
    tu sei l'amore
    dagli occhi del gatto, che sai
    arriverà il giorno in cui non ritorna".

    In Luca Gamberini vive e brilla il paradigma di Rimbaud, secondo cui 'io è un altro'. Il vero poeta è un veggente che va oltre se stesso, che conosce l'arte in senso oggettivo e sa farsi memoria concreta di ciò che è la vita.
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il titolo di questa silloge è tutto un programma, un’apoteosi di sfumature e gradazioni che diventano la chiave di lettura capace di trasmettere emozioni, sensazioni, trascinando nell’intimo sentire o in metafore concrete di vita quotidiana. Ogni colore ha un suo simbolismo e sicuramente traccia un legame tra quello che pensiamo e la nostra azione. Paracelso diceva: “Ogni elemento ha un suo colore: la terra è azzurra, l’acqua è verde, l’aria gialla, il fuoco rosso; poi vi sono altri colori casuali e commisti, appena riconoscibili. Ma tu bada con cura al colore elementare che predomina, e giudica secondo quello”. Il rosso sicuramente rappresenta nella sua completezza sia il bene che il male, la forza, la passione, la vivacità, il dolore, l’aggressività, l’energia.
    L’accostamento all’uno o all’altro significato accompagna l’evoluzione della silloge, così come il percorso dell’umana esistenza. Rosso profondo, fuoco, noir, vermiglio, relativo. Espressioni fabbricate dalla coscienza e dalla conoscenza, poiché è con graduale esperienza che la “tavolozza” della vita prende forma, toccata dalle stagioni che accarezzano e modellano le trasformazioni psichiche e fisiche.
    In letteratura la tematica del rosso è ben presente: pensiamo al Verismo con Rosso Malpelo, o al Pascoli cui il colore rosso allude ad un’accesa sensualità e sottolinea con forza la carica sessuale, è sinonimo di passione, eros. Joyce, invece nell’Ulisse descrive il “rosso fortore di rapina nel pelo” o la magia espressa ne “Le scarpette rosse”; fiaba di Hans Christian Andersen e rivista in chiave cinematografica nel Mago di Oz ispirato al il primo dei quattordici libri dello scrittore statunitense L. Frank Baum.
    Il “rosso” abbraccia l’arte e non è un caso che la poetessa abbia collaborato con artisti, evidenziando slanci e accordi nuovi anche con questo mondo creativo. Lo stesso Matisse, ne fece uno studio: L'Atelier Rosso, Henry Matisse, 1911, olio su tela, 162 x 130 cm. Il colore diventa un elogio primario e determinate nella ricerca di un senso. Uno slancio di “atti d’amore” e di rinascita, di attese, di viaggi delicati o “attraverso la rete/ nemica del tempo” o faticosamente comprese in “luci artificiali e fiati strozzati”.
    La poesia diventa l’arma salvifica, “scacciapensieri”, scintille emozionali atte a dosare sia quel magna interiore di sogni non realizzati o dubbi, sia la libertà di osare “urlando canti di rabbia e amore”.
    Il rosso diventa incontro e relazione, urgenza d’identità e spirito avvolgente, vestito di femminilità e vivavoce di non fermarsi fino a che si ha voglia o almeno fino a quando misteriosamente ci è concesso.

    [... continua]

    • Brida
    • 06 giugno alle ore 19:04

    Brida è una giovane donna curiosa, intelligente e sensibile. Più della media. Da molto tempo si interroga sull'origine del cosmo, il senso della vita, il bene ed il male. Quotidianamente affronta responsabilità ed affetti con paure e insicurezze. Caratteristiche umane.
    Ma può una donna ambire ad ampliare la propria visione della vita, aumentare i suoi sensi e divenire una strega? La risposta si nasconde nella natura e nel moto della terra. Il tempo ne è nl'unico custode, insieme alla sola verità: l'amore.
    Un libro intenso e denso di spiritualità e speranza. Dopo il cammino di Santiago, l'autore brasiliano coinvolge nuovamente gli animi dei lettori per elevarli verso la semplicità e purezza che rende ogni persona unica.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Le api sono costanti operatrici e producono nettare vitale per il sostentamento delle stesse e della Regina procreatrice. Dietro una goccia di miele si nasconde un mondo proteso allo sviluppo economico ed ambientale e non solo. Uno sciame all’opera e selezionato in ogni campo con criterio di essere utili e messaggere. Una metafora che Colacrai immedesima, divenendo con la penna il produttore di parole, immagini, sentimenti e senza paura di giudizio, porta avanti la sua battaglia inneggiando o indicando, senza mettersi sul piedistallo, le imperfezioni dell’essere umano. Vivo in uno spazio neutro, di connubio tra brivido e cenere, al chiaroscuro di un lume dove la mia clessidra, in appoggio all’eterno, ha smesso di cigolare ed è ammutolita   La simbologia entra in scena con il numero 33, riportato nel titolo dell’opera o in una lirica, dove si raccoglie ed evidenzia la fragilità e la forza. Una colonna vertebrale umana normale ha 33 vertebre. Trentatré è la parola che il medico chiede di pronunciare in maniera ben scandita al paziente per valutare il fremito vocale tattile, ovvero la trasmissione della vibrazione delle corde vocali alla parete toracica. Nella teoria dei bioritmi di Swoboda e Fliess, il ciclo Intellettuale dura 33 giorni e influenza la logica, il ragionamento, la perspicacia, la vivacità mentale, Il 33 è il più alto grado del Rito scozzese antico ed accettato della Massoneria. Nella Religione secondo i Vangeli sono gli anni che visse Gesù Cristo. Il re Davide ha regnato a Gerusalemme per 33 anni. Il pontificato di Papa Giovanni Paolo I è durato 33 giorni. È il numero delle volte in cui è menzionato il nome di Dio nella Genesi. È l'età dei morti in paradiso secondo l'Islam. È l'età di Giuseppe quando sposò la Vergine Maria. La lingua italiana ha 33 suoni.   Il Poeta amante osservatore del tutto, si diverte a “giocare” con i sogni, senza dimenticare di descrivere una realtà spesso non molto paradisiaca. Si trasforma continuamente, generando un   ammasso nel petto a formare una croce di pietra, pesante come tutto l’amore del mondo, a ricordarmi che, dietro il nuovo confine del mio inverno..   Veste i panni dell’uomo malato di AIDS, di quello in carcere, della donna sfruttata, della bambina sognante, del politico credente, figlio o padre.   Davide scruta dentro, imbevendo la penna nelle scanalature più profonde, disegnando cartine, e giri spesso dolorosi, che diventano contenitori dell’anima e delle lacrime.   Ho collezionato ogni mio capriccio nelle tasche lievi come tutto me stesso come una vita intera e il buio.   Ed ecco che nascere ape, o a mezzanotte allora non è casuale, ma scritto nel destino di chi ha qualcosa da dire, da fare e segue a braccetto il corso del tempo, consapevole di tutti i suoi pro e contro, descrivendo i capitoli della vita e chiamandoli per nome, senza dimenticare nulla o lasciare incompiuto.   Il coraggio dell’ape incarna così quello del Poeta, che fino all’ultimo istante porta avanti il suo compito, per donare la sua eredità, anche se questo comporta una sorte non sempre felice, ma necessaria al compimento della verità.   I miei occhi sono farfalle indaco nella notte che spalanca le sue vesti per accoglierle e si offre nuda, a punta di piedi, con le trecce sciolte, a me che so esaudirla   Già perché nel nostro DNA è scritto quello che siamo e sta a noi abbracciare la natura, costruendo canti, ponti, memorie che seminano e  compongono

    [... continua]

    • Raval
    • 26 maggio alle ore 13:03

    In Spagna, precisamente a Barcellona, esisteva un quartiere chiamato El Raval. A dire il vero, questo posto esiste ancora ma ha modificato la sua permanenza. El Raval, vecchio covo di intellettuali travestiti, prostitute e artisti di varia natura, ospita oggi un museo dell’arte contemporanea e il porto Olimpico, dove sorge un’enorme opera a forma di balena. Prima, avventurarsi nel luogo era assai sconsigliato per via del traffico di droga e dei loschi individui che lo abitavano. Raval, come detto, è il quartiere blaugrana dai due volti; ma anche il protagonista (che dà il titolo) del nuovo libro di Chimena Palmieri. Chimena torna a parlare attraverso la sua scrittura dopo l’esperienza bizzarra di “Sette notti con Liga”. Liga, che in questo caso poco c’entra con la massima serie del campionato di calcio spagnolo, non è altro che il cantautore Luciano Ligabue, e Raval, il nuovo che dovrebbe avanzare, sembra non essere poi così lontano da alcune pubbliche movenze, dall’aspetto un po’ trasandato e dalla frequentazione frequente di un bar  che potrebbe divertire l’ex capellone di Correggio.

    Però, messa da parte l’idea che Chimena abbia riprodotto Ligabue in questa storia, ci si chiede se “Può davvero la bellezza essere un peso, una maledizione?”. E ancora: “Può [la bellezza] trasformarsi in un dono malefico che rovina la vita a chi lo possiede perché chi gli sta intorno viene annientato dall’invidia che genera fino a diventare vendetta, possesso, prevaricazione?”. Così leggendo viene pure da domandarsi se Dorian Grey (dal quale ritratto ne viene fuori proprio la bellezza) abbia preso le sembianze di Raval, se il famoso Don Giovanni abbia prestato un pezzo del suo DNA da adulatore di femmine al succitato protagonista, straniero in terra sua. Perché Raval, il nostro, viene raccontato come fosse il signore oscuro della bellezza, con la quale è possibile attrarre l’universo femminile e generare invidia. Anche se, per quanto ne sappiamo, Raval arriverà a conquistare gli occhi, prima, poi il cuore di Ester, la proprietaria del bar in cui si ritrova dopo un lungo pellegrinaggio.

    La storia decolla lentamente, forse perché l’autrice capitola sui flashback che raccontano il primo Raval, quello che abitava dove nasceva. Una scelta, quella di alternare le vicende temporali, certamente azzeccata e comunque trattata con la giusta suspense che tiene teso il lettore fino alla ripresa del pezzettino che era stato volutamente interrotto dal narratore. Eppure Raval pare viaggiare col freno a mano, la spia della riserva sempre accesa e da quella “voce che di nuovo come ieri sembra rimanere sospesa nell’aria” vengono fuori troppe parolacce che evidenziano il carattere del protagonista, ma che andrebbero quantomeno dimezzate per non cadere in questo eccesso evidentemente inutile. Comunque, Raval ha bisogno di raccontarsi per sentirsi bello. Ed è giusto così, è giusto che faccia il suo percorso segreto fino alle ultime pagine dove il lettore bellissimo avrà il diritto di sentirsi come vuole: fortunato o sfigato.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "I capricci della luna" è stato il primo libro di Maria Teresa Santalucia Scibona che ho letto. L'ho sfogliato e mi sono ritrovata a leggerlo con la dedizione di un'ape, quando succhia il nettare di un bel fiore. Ho conosciuto così questa poetessa, in un giorno di primavera in cui mi ha portato tra i campi seminati di poesia. 

    Il volume è una raccolta di 35 poesie, scritte in diversi anni, in cui il mito, gli astri e la vita reale si intrecciano in un'espressione sapiente che ne osserva le sfumature e tra di esse serpeggia, come Cassiopea nel firmamento. Nelle parole di Santalucia Scibona c'è spazio per i sentimenti più comuni, così come i meno ordinari: dalla malinconia alla rabbia, dalla tenerezza al disincanto, dal sogno alla coscienza dell'esilio, che in Exodus descrive "nei saldi petti degli esiliati/ vibrava la certezza di bastare/ a se stessi".

    Nelle strofe de "I capricci della luna" (il componimento che dà nome alla raccolta) la Santalucia Scibona, come un argentiere ci porta nel suo cielo stellato di versi, dove modella poesie a volte celestiali, altre tristemente reali, ma sempre gentili e nobili. Uno sguardo alle stelle ed un altro alla terra, dove ci sono carezze e atrocità, come scrive in Armenia in cui "cataste di corpi martorialti/ sembra assente la sorda ribellione/ del luogo oggi sepolto;/ di coloro che nell'ora successiva/ poveri, randagi, alla deriva,/ come foglie divelte dall'albero."

    Una poesia piena di vita, armonia e sentimenti, sintesi degli anni che ci accompagnano come suoni madrigali. Una penna raffinata ed elegante che appasiona e vuole difendere il mondo dall'incuria perché "signori miei è nostra colpa/ se la terra dovunque snaturata/ all'uomo si ribella".

    [... continua]
    recensione di Federica Ciccariello

    • Adesso
    • 26 aprile alle ore 13:24

    Adesso, qui e ora, con traumi e fantasmi vivere il presente. Questo sembra esser il consiglio del nuovo libro di Chiara Gamberale che, con arguzia e intelletto, sviscera i sentimenti.
    Nel nuovo romanzo della giovane autrice ci si allontana dallo stile precedente pur ritrovando vecchi amici conosciuti nelle "Luci delle case degli altri": Lorenzo e Lidia. Una coppia che ha vissuto l'innamoramento e la routine per decidere di tornare alle passioni e a un equilibrio stabile da individui che si conoscono, amano e perciò decidono di non stare insieme. Da questo momento Lidia conoscerà persone e uomini ma solo uno l'attirerà: Pietro. Si può vivere nuovamente l'amore, convivendo con acciacchi e paure passate? Sarebbe utile presentarsi con il curriculum sentimentale?
    Queste e altre sono le domande che si intrecciano e riconcorrono in un libro forte, che fa riflettere e sorridere, perché “è brutale che le persone che amiamo si trasformino in passato”. Forse perché “in amore siamo tutti difettosi”, ha dichiarato l’autrice Chiara Gamberale in una recente intervista, la quale ha anche confessato che “nel libro le paure sono autobiografiche, ma i personaggi hanno più paura di me”.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Il poeta percorre un viaggio, come lui stesso afferma “cercandomi”, sezionando nelle viscere più profonde, alla ricerca di quel senso che alimenta il guizzo verso il futuro, scendendo dal precario equilibrio e dalla staticità/trappola delle umane paure.
    Si immerge, nel “buio”, per scoprire quanto quello sia solo l’inizio “scintilla” della più grande delle scoperte.
     
    Mettersi in gioco non è cosa semplice, ma Giulio si catapulta dove gli altri non osano. Scandaglia il vuoto, le tenebre, interroga i demoni che alimentano i dubbi, meditando e trovando la vera forza in “un sogno di carta”, stretto in quel petto, in cui ancora batte un cuore.
     
    Un’implosione di sentimenti, che lo porta allo step successivo: “cercandoti”.
    Già perché avendo attraversato e conosciuto le battaglie interiori, e riconosciuti i propri limiti e difetti, si può avere la consapevolezza di potersi innamorare, accettando tutti i rischi del caso.
     
    “L’amore è un inferno potenziale”, è respiro fermato del cuore dell’altro, è primavera, ma può divenire, se non compreso ed accolto, solitudine, perdersi nel fumo o nella schiuma dei ricordi e cadere nel “meraviglioso fallimento”.
    Le regioni del cuore sono “frammenti e centimetri di pelle”, graffi che coraggiosamente si portano senza esibizione, respirando pazientemente nonostante tutto, accogliendo anche il silenzio come rifugio e ricarica.
    “La poesia è una goccia nel deserto che non vuol morire”, e forse è la via verso la salvezza. Si, perché nonostante tutte le croci trasportate nella vita, i giorni e le notti passate tra “raffiche di vento", sogni legati o falci di luna, quello che davvero conta alla fine, è potersi specchiare, alzando gli occhi, senza temere di non aver vissuto.

    [... continua]

  • Una giovane donna, seduta in una metropolitana semi vuota che corre sotto la città di New York. Jack Reacher, ex-militare in congedo, oramai ridotto ad una sorta di pellegrino delle strade della metropoli statunitense, seduto annoiato nella stessa metropolitana notturna, nello stesso vagone scelto dalla donna. La taciturna situazione, proposta come preludio al romanzo in argomento, è tale solo in apparenza poiché in essa si cela il potenziale esplosivo che in pochi giorni sconvolgerà, pur se in maniera sibillina alle orecchie della popolazione statunitense, precari equilibri internazionali.
    Recensire un libro di Lee Child appare compito piuttosto arduo. Considerata la “vivacità” di ogni sua pagina non è troppo difficile incappare nell’errore di svelare anche minimi dettagli che invece devono restare punti ben celati per garantire al romanzo il meraviglioso grado di suspense che promette e mantiene. La storia che propone lo scrittore in argomento, pur apparendo usata e riusata da diverse penne nel panorama dei thriller/spy story, si svela invece, di capitolo in capitolo, notevolmente originale in più momenti ed al contempo, adeguatamente soffusa da una giusta misura di mistero e di “non-detto”. Difatti, alle connotazioni più marcatamente descrittive ed utili per meglio esplicitare i vari contesti che fanno da tappeto agli eventi narrati, Lee Child preferisce l’azione, la velocità, la chiarezza dei pensieri e dei dialoghi dei personaggi del romanzo. La scrittura è quindi scorrevole e mai ridondante, i personaggi sono ben definiti pur se mai esasperatamente esposti ad una dettagliata e psicoanalitica descrizione del loro essere; l’atmosfera, esattamente metropolitana, scarna e realistica quanto basta. Tutto ciò, unitamente a quel meraviglioso grado di suspense del quale si dava cenno precedentemente, contribuisce a rendere il romanzo “I dodici segni” uno di quei libri che si leggono in pochissimi giorni, una di quelle avventure narrate in maniera tale da colpire forte e diritto allo stomaco.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Recensire un libro di poesie richiede una certa presunzione. Quella, innanzitutto, di riuscire a entrare nell'anima del poeta. Che, per sua natura, rifugge ad ogni definizione, rifuta di adattarsi alla realtà, gioca con le parole per non farsi vulnerare. Eppure, i poeti, lasciano sempre indizi, desiderano che qualcuno si metta sulle loro tracce. Attendono, infine di essere 'scoperti'.
    Con questo convincimento mi sono avvicinata al testo poetico di Francesca Lo Bue, "Il libro errante", edito da 'Nuova Cultura'. Da subito, si intuisce cosa sia, per Francesca, la 'parola': essa è radice di eternità, ma pure scoperta, continua ripartenza. Nel momento in cui la parola diventa 'verità', insomma, viene negata una parte della realtà. Cosa inaccettabile, questa, per 'colui che cerca' (der suchende).
    Lo stile di Francesca Lo Bue è netto, senza patetico. La cifra di lettura del suo libro è certamente, come il titolo svela, l'erranza. E in fondo cosa siamo, noi tutti, se non esseri che anelano a una possibile evoluzione, per niente stanziali, costretti in un quotidiano di continue ripetizioni?
    Ci sono versi davvero folgoranti, in questo libro. Quasi che, forse, solo essi siano capaci di andare realmente 'oltre', spezzare il filo, consegnarci a un destino pieno. La parola può ricomporre il senso, diventare spinta verso la ricerca,  perchè ci offre una 'terza vita'.
    "Una parola che s'avvicini alle viscere della notte/
    e ai disegni vermigli delle nuvole,/
    agli incavi immobili delle muraglie di brace".
    E' un'eterna frantumazione che cerca di ricomporsi. Forse, la sintesi poetica di francesca Lo Bue (se una sintesi può essere possibile) è nella splendida 'Il navigante':
    "(...) Il padre aspetta fra i cigli abbaglianti delle strade/
    il ritorno del figlio/
    il miele fervido della sua allegria smarrita nei viali lontani./
    Cuore cristallino che vuole bussole, chiavi e timoni/
    per andare verso la pace dei nomi".
    Il poeta, illuso errabondo o sognatore tenace, cerca comunque un nome e una casa, una meta esatta per il suo errare, come un rabdomante che voglia imprigionare l'aria "in un canto perlaceo", con i suoi "occhi di pietra" e le sue "mani di orefice".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Cinquepuntotto è un libro/diario/testimonianza di Daniela Manelli Trionfi, arricchito da foto e poesie. La scrittrice torna con la memoria a quei pochi (spaventosi) secondi in cui, all’Aquila, tremò forte la terra. Bastò una breve ma terribile scossa di un sisma di magnitudine 5.8 per spazzare via vite, sogni e speranze di tanti uomini, donne, bambini: persone diverse, ma legate tra loro dalla morte improvvisa o, nel caso dei più fortunati, dal dolore terribile di aver perso gli affetti più cari e i riferimenti più solidi. Daniela, con una scrittura semplice e lineare, adatta a ogni tipo di lettore, ma al tempo stesso di grande efficacia, narra della distruttiva forza di una Natura che da amorevole Madre, talvolta si trasforma in crudele Matrigna. Accosta con maestria immagini forti a momenti di pietà, di solidarietà, di grande abnegazione, in una parola… di amore inteso nella più nobile e pura accezione del temine.
    Cinquepuntotto racconta di gente che sa soffrire in silenzio, che sa reagire, che ha la forza e la voglia di rimboccarsi le maniche per ricominciare da capo, senza mai perdere di vista la fantasia e la speranza di un domani migliore.
    Era il 6 aprile 2009, ore 3.32: una linea netta e profonda, come una faglia, che ha scritto la parola fine di un periodo di vita e l’inizio di un altro, da vivere in quegli stessi posti, perché "È quella, la loro dimora, e non l’abbandoneranno mai".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Esco fuori al balcone, in una mano il caffè e nell'altra il suo libro.
    Si iniziano a intravedere i primi riflessi del mare, grazie all'alba che avanza, timida e prorompente.
    Timida e prorompente come la poesia di Maria Teresa Santalucia Scibona, sempre alla ricerca di un nuovo giorno, di una vita nascosta, pronta ancora a sorprenderti.
    Nonostante tutto, nonostante l'età che avanza, nonostante dolori fisici e a volte intimi.

    La sua curiosità di viaggiare tra spazio e tempo non è mai doma: "L'albero della conoscenza" ne è l'ennessima conferma.
    E' sempre stata così la sua poesia: un tuono dolce che spezza ogni indugio, che si insinua tra i ruscelli dell'anima, rendendoli freschi e armoniosi.
    Scendono fluidi verso valle, coscienti del viaggio e della destinazione. Coscienti che il vero valore sta proprio nel percorso e non nell'arrivo.

    "Irraggiungibile pare la meta
    tant'è lontana ed aspra.
    Pur non dispero
    di arrivare un giorno. [...]"

    Con il suo sguardo dolce e fiero non perde mai la speranza, sincera amica di una lunga vita, passata a tessere parole ed emozioni.
    Un coraggio senza pari che trova sempre nuova linfa in un'immensa fede.

    "[...] E negli incerti passi che tentiamo
    sei come un padre che gioca
    e si nasconde al figlioletto
    che mal si regge in piedi. [...]"

    Maria Teresa continua nella sua ricerca di vita ossequiosa e pacata, come una "nomade che vaga sospesa nello spazio".
    E' un pastore dei giorni nostri, con lo sguardo verso l'infinito, che ascolta il suo respiro, quello della sua anima e quello dell'universo tutto.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • È il secondo romanzo del grande autore francese, edito in Italia da Bompiani nel 1999. Quest'opera lo consacrò al grande successo di pubblico, indicandolo come scrittore aderente al transumanesimo (i limiti dell'umanità si superano attraverso una modificazione 'genetica' dell'uomo, che vada oltre la sua finitezza e meschinità).
    "Una grande scrittura, costruita sul vuoto di tutto il resto", ha detto di lui più di un critico. E, in effetti, è proprio il vuoto del'esistenza che Houellebcq prova a descrivere in questo romanzo con effetti sorprendenti. Incapacità di amare, dipendenza dal sesso, impossibilità di rifare l'esistente: questi sono i veri protagonisti de 'Le particelle elementari', oltre ai due fratelli, Bruno e Michel. Che sono, dopotutto, gli alter-ego dello scrittore. Sessuomane il primo; chiuso al mondo, come una monade, il secondo. Perno della vicenda, anche se sembra restare solo sullo sfondo, una madre edonista e assente, libertina ante litteram, insofferente riguardo ai propri figli. C'è una scena in cui l'erotomane Bruno fa l'amore con una delle sue tante amanti e, per un attimo, il protagonista rivede sua madre a gambe aperte davanti a un ragazzo. C'è molto di autobiografico in questa storia abbandonica e disperante, se è vero che, in più di un'intervista, lo scrittore ha definito 'cagna' sua madre, che lo aveva abbandonato quando era piccolo. Grande 'nichilista' letterario, Houellebecq affida al freddo Michel, biologo molecolare, l'unica speranza possibile: mutare il genere umano perchè possa avverarsi un miglioramento del destino dell'uomo, strappato - finalmente - alla fredda logica degli ormoni e della riproduzione.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Una silloge che per dirla alla Stanley Kubrick, richiama l'irresistibile fascino dello shining, vestendo la parola di una luccicanza che sembra avere in sé qualcosa di soprannaturale. Un folgorio di emozioni che - tra invocazioni, segreti desideri, coraggiosi richiami, abbagliano nella policromia del sentire e donano forza al verso - potrebbero benissimo riempire tele o pentagrammi.
    Questo intercalarsi e trovare la via tra i più/meno/diviso della vita. Un ritorno alle origini, alla nostra memoria, a quel bambino. Sogni che attraversano un volere, un futuro migliore per non avere più voglia di vedere la sofferenza. La parola diventa un'arma e la voce un canto:

    Voglio solo
    stuprarmi
    incantarmi
    insozzarmi
    dimenticarmi
    tra le parole.

    Alba ricorda molto la letteratura barocca della seconda metà del '500-'600, caratterizzata dall'estrosità e dalla facilità con cui conduce la sua penna e dal gusto di intingere senza paure anche dove non è semplice. Il suo senso civile, e la denuncia contro gli orrori e l'indifferenza, manifesta il divenire testimone di una poetica viva, che si incarna in quello che i sensi percepiscono, opponendosi a facili costrutti e trovando nella ricerca e in una nuova e migliorata realtà, lo scopo e una bellezza opposta alla mera apparenza.

    Fai piano con
    gli scarponi e il fiato, macchiato
    da un singhiozzo; il colpo di tosse
    da una volta sola,
    da un unico addio.

    Liriche che seducono, splendono, traslucidano quel mistero, cercando di trovare nel dubbio la soluzione che può guidare i passi umani, senza perdere di vista la personalità o quello che abbiamo intorno.

    Danzavamo la danza delle api,
    piccola madre, col falò in veglia
    e la polvere a far festa sui muri;
    oscurità di battute terre
    tra le dita, sulla bocca, sui piedi
    tenuti in piedi dall'abbraccio

    In moti continui, creativi, la Gnazi instancabilmente si affianca al tempo, progettando un'intesa comune, nonostante il caos interiore ed esteriore cerchi di alimentare le tragedie, la guerra, gli schianti e i ghiacci che "intermezzano" nella nostra umana quotidianità.
    Alba gioca con i frammenti della sua luce, trovando così la Magia nelle piccole cose e reazione anche negli sbagli. Una prospettiva che può sbriciolare la negatività e la precarietà, e con passione, talento e follia trovare:

    nei risvegli di perla e radio
    e piedi e latte e nervi
    quanto basta
    quel che basta
    per bastarci.

    Basta una chiave per aprire un immenso portone, basta un niente per risucchiare nel limbo o per rigenerarsi. Che sia la via dell'airone o un Moonlight day?
    Questo poco importa, poiché quello che conta è continuare a camminare con la speranza, senza timore di specchiarsi nelle pieghe della pelle ma ironizzando, rispondendo e ascoltando anche i cambiamenti.

    [... continua]

  • Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il tema della notte è molto frequente e cantato in letteratura sia italiana che europea. Laura riesce a farlo suo mirabilmente.
     
    Muri di stelle spente, scale spezzate,
    volte celesti troppo lontane, macchie
    tristi.
     
    Fonte di ispirazione, libero accesso a quel sentire intimo che porta alla luce sensazioni, ricordi, più o meno dolorosi, ma nella quiete e nella solitudine, cerca quella via preferenziale verso la conoscenza.

    Come liberi fiumi,
    caparbiamente son esistenze
    come filamenti, vite stranite
    si tendono...
     
    Una ricerca non sempre semplice che si stacca dal caos del giorno, e si arrampica o vive abissi e zone d’ombra, scatenando passioni, dubbi e scontrandosi con un Mistero non sempre magico.
    L’istinto e la ragione sono in guerra con le emozioni e solo attraversando ripidi luoghi, si può dosare la paura e placare la rabbia, giungendo ad una libertà dello spirito, non più in affanno ma compagno di un consiglio nuovo per il giorno che viene.
     
    Nel vuoto ritrovo
    sospiri sospesi
    su abissi rari
    d’intrecci svirgole,
    abbracci fugati
    in illuso amo
     
    Un sussurrato messaggio, metabolizzato e metamorfosi  completata da un’apertura dell’anima ed a un legame con il  trascendente non indifferente.
     
    Campana diceva:  …io poeta notturno/ vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo… (Canti orfici, La chimera) o la stessa Alda Merini affermava:  I poeti lavorano di notte (da "Destinati a morire")
     
    Laura incanta, e conduce nel sogno, con  struggente dolcezza e smisurata passione. I  versi ritmano, trasudano, destano di notte, mitigano le paure, e diventano fiumi da attraversare e con ponti da costruire. Un’immersione intensa, in versi carichi di significato che si sposano con i dipinti, (opere della stessa autrice), tanto da ritrovare nello sguardo proiettato dentro, la pace e la serenità raggiunta.
    La poetessa si arma e altalenando sulla strada della vita, percorre con la penna ogni stato dell’umana quotidianità, dipingendo caparbia i dettagli che non sono semplici miraggi, ma motivi di speranza e realtà sicure oltre tutto.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • La vita è una continua evoluzione, un viaggio con partenza certa e un arrivo con destinazione non definita. In questo pellegrinaggio, vi è la consapevolezza, tratta dall’esperienza,  d’accogliere quanto nell’intimo si è raggiunto.
    Esternazioni e doni di sé, in questo coro a più voci di insegnamenti che comprensione, memoria, pazienza, amore, nostalgia, luci, ombre, carezze e rinascite, possono riflettere sui singoli umani passi.
    Le penne di Anna Maria e Marina iniziano una danza e nei versi riflettono la saggezza  di poter con umiltà trattare temi concreti e metafisici, tracciando un personale resoconto, rappresentante il vissuto.
    Gocce che dissetano e “scendono fertili/ irrigano le profondità/ nutrono o gusci gravidi/ di germogli da offrire”. 
    Nella loro unicità, riescono abilmente a condividere ed a “gioire della somiglianza”, diventando protagoniste attive e attente di passi che si incrociano, essenza senza inganni.
    “Come la rosa ho le spine/per non essere strappata invano./Mostra rispetto per gli aculei.” (A.M.L.)
    “Ti respiro col Tutto, un alito infinito di vita.” (M.M.)
     
    Il ricordo di affetti cari, diventa forza nel quotidiano di Anna Maria e messaggio d’amore in Marina. Storie talmente complementari che possono affiancarsi e diventare gioco di parole, scambio di riflessioni, sorrisi o come afferma la stessa Lombardi:
     
    “… testimoni di vita e di proprie battaglie in bella mostra,/ trasportate da assonanze di colori e temi,/attendono un ritocco o solo uno sguardo attento,/per essere riposte, nello scaffale sacro dei ricordi …”.
     
    O accorate preghiere nella Marini, che compie una trasformazione diventando una coraggiosa “amazzone”, pronta a sfidare la vita, accettandone i segni, “salendo nei sensi dell’anima”, per scoprire che anche il silenzio ha il suo suono e un “codice magico e infinito”.
     
    Una conversazione che senza indugi, cattura e coinvolge, guidando il lettore nei meandri più imperscrutabili o segmentati dal dolore ed abbracciati dalla speranza.
     
    “La vita ti dona,/ ti avvolge,/ti ama,/t’insegna./ La vita ti scuote,/ ti strattona,/e mentre t’abbraccia,/raccoglie le lacrime/ che hanno rigato il tuo volto dopo le delusioni..” (A.M.L.)
     
    “Fatti Vento che di salsedine scompiglia i capelli./ Fatti Sabbia che penetra veloce nelle pieghe nascoste./ Fatti Sole che brucia e riscalda ogni cuore./ Fatti Luna che rischiara lo spirito/ Fatti Onda, che nel vortice, si torce e si espande..” (M.M.)
     
    Volatrici pindariche, trasformiste, bruchi divenute farfalle o semplicemente come diceva Pirandello “uno, nessuno e centomila”? Sicuramente queste due poetesse sono in corsa con il destino ed a braccetto col tempo. Seminatrici divenute terreno fertile, infondendo sicurezza in chi a loro si appoggia.
     
    “Sarò là./Dove la notte apre le ali”  (A.M.)
     
    Metaforicamente sono un “libro amico” di lacrime e di spazi rigeneranti e creativi.
    Perle rare in questo oggi così apatico, o rivoluzionarie e aperte con il cuore al mondo. Strane muse, ammaliatrici, chimere?
    O forse vere messaggere di quei sussulti che ancora rendono capaci di sfidare “le spirali contorte della mente” e senza temere, direzionano le “vele dell’anima” verso quella stella polare, guidando e ascoltando con coraggio l’umanità.

    [... continua]

  • In una Parigi non così lontana nel tempo, abitata da solitudini e insoddisfazione, un professore universitario di circa quarant'anni conduce un'esistenza grigia, segnata da rapporti familiari inesistenti e da incontri sessuali senza futuro. Intanto, mentre lo osserva, il mondo di cui fa parte cambia repentinamente, soprattutto dal punto di vista politico. La Francia viene infatti sconvolta da una serie di attentati che consolideranno la salita al potere della fazione musulmana, pronta ad accordi di ogni tipo col governo, pur di mantenere il monopolio delle politiche familiari e della cultura. Romanzo arcinoto al grande pubblico, uscito a ridosso della strage alla redazione del "Charlie Hebdo", "Sottomissione" è l'ennesima, ottima prova di un magnifico scrittore, già autore di opere di grande successo. Lo stile è fluido, crudo, scarno, anche nelle diffuse scene di sesso e disperazione urbana; capace di creare tensione fino all'ultima pagina. Il romanzo peraltro non ha, a nostro avviso, alcuna caratteristica islamofoba. È, piuttosto, una critica all'Occidente, al suo lassismo, alla triste perdita dei valori. Né è, tanto meno, un romanzo misogino: la descrizione di una certa solitudine - tutta declinata a femminile - è solo la constatazione di quanto si possa essere stanchi di una falsa, illusoria libertà e di quanto le donne fatichino, oggi, a trovare una dimensione di autentica felicità.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • La vera meta è il viaggio, la vera casa è la strada. Conoscevo un angelo è il terzogenito di Guido Mattioni, scrittore prezioso quanto la punteggiatura, che tra l’altro utilizza con padronanza assoluta, una storia ambientata nel vetusto angolo del cuore di un’America che oramai la si può trovare solo sbagliando strada, l’America degli obsoleti Diner, dei motel privi di wi-fi e pay tv, del menù sempre diverso per ogni uguale giorno. Protagonista è Howard Johnson, aka il rosso, il quale narra in prima persona la storia della propria vita di apolide, dall’infanzia trascorsa assieme ai genitori fino alla totale consapevolezza di sentirsi un miracolato, contornato da angeli più o meno atipici, i quali vengono descritti dal “rosso” con la dovuta eleganza e la piena facoltà di conoscenza dei luoghi che va riconosciuta al Mattioni. Howard Johnson racconta della sua allucinazione affettiva, di quel essere affascinato fin da bambino dalla ricerca del “prossimo tuo”, benevolmente contagiato da due genitori che lo renderanno epigono per scelta, racconta del suo rapporto con la scuola e della sua inclinazione ad eleggere il sogno come materia preferita, della sua prima volta con la morbida Zelda, degli occhi di Margie, capaci di leggere soltanto gli occhi delle persone, del vecchio Johnatan e di quel suo profumo emanato di sciroppo d’acero, una marmellata d’anime con un unico comune denominatore: gli odori. “Ci sono un sacco di informazioni negli odori” cita Mattioni, e chi ha letto i suoi precedenti lavori, “ Ascoltavo le maree” e “ Soltanto il cielo non ha confini”, non rimarrà stupito di ritrovare gli odori, i profumi, e di sentirseli dentro agli occhi nello scorrere delle pagine. La vera meta è il viaggio, la vera casa nella quale viviamo noi stessi è la strada, questo è il messaggio con il quale leggendo “Conoscevo un angelo” Guido Mattioni, uno dei rari Scrittori contemporanei italiani, vi conquisterà.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • Si dice che per un cantante, il cui primo disco abbia avuto successo, il secondo lavoro sia il più difficile: che venga preso dalla paura di non ripetersi finendo col ripetersi, una sorta di copia incolla per non scontentare nessuno. A maggior ragione questo detto vale per uno scrittore il cui primo libro lo ha consacrato di diritto nella nicchia della letteratura italiana. Perché dico questo? Tanti al giorno d'oggi possono vantarsi di avere pubblicato, pochi possono vantarsi del titolo di scrittori e Guido Mattioni è uno di questi, anzi oserei dire che l'autore va ben oltre questo titolo ormai abusato, a volte calpestato e umiliato dalla presunzione e dall'ignoranza. Mattioni lo definirei un pittore che dipinge tramite le parole.  Con "Soltanto il cielo non ha confini" , edito dalla casa editrice INK, Mattioni cambia letteralmente marcia, un romanzo intenso, giornalisticamente crudo, misericordiosamente appassionante, una penna capace di farci entrare in maniera sintetica nelle situazioni vissute dai personaggi, ma l'autore fa molto di più, dipinge le sfumature con un pizzico di giallo-nero che tiene avvinto il lettore fino all'ultimo punto colorato da un verde che inghiotte. America amara ma allo stesso tempo tenera, specie nella descrizione dei due principali protagonisti, e, inconsapevolmente ci ritroviamo ad avere pietà per quel Caino, suo malgrado, e tenerezza per Abele, per quel suo rifiutare ciò che la vita gli aveva restituito dopo tanta sofferenza. Il ritorno subitaneo e definitivo, ecco ciò che ognuno di noi vorrebbe poter scegliere per ricominciare da lì, una partenza sognata e voluta, ma al dunque rifiutata per poter ritrovare nelle origini la propria anima. Un merletto di parole e di immagini: come in un film i personaggi, gli ambienti, sono descritti in maniera visivamente viva e non a caso questa mia testimonianza, questo mio elogio a una piccola perla di letteratura italiana, inizia proprio mescolando la musica alle parole. Dopo averci fatto ascoltare le maree, Guido Mattioni ci offre in pasto al folk, sfumato da venature, soul, jazz, blues: l'America che ha fede poiché non ha alternativa, l'America dei sogni ad occhi aperti puntati dritti sulle rive di un fiume che può offrirti tutto e allo stesso tempo toglierti tutto, l'America in cui "A vent'anni i dubbi sono troppo giovani per diventare paure." Un altro pezzo d'America, molto diversa: più cinica, trasgressiva, istintiva, avvincente, ma ugualmente emozionante. Soltanto Guido non ha confini.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini