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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Tutti potremmo scappare dall’amore sperando di non essere mai presi. Oppure costituirci, presentarci davanti al giudizio con una frase sola: “Sono stato io”. E in aggiunta supplementare: “Ho modificato la traiettoria”. All’improvviso.
    Diciamo così, “all’improvviso”, quando non sappiamo come giustificare una reazione che, a guardare bene, nasce da un’azione. 

    Se Giuseppe avesse prestato maggiore attenzione alla guida, se dunque non avesse compiuto un atto criminale spezzando una giovane vita, a quest’ora recensiremmo conseguenze diverse rispetto a quelle che Claudio Volpe ha narrato ne “La traiettoria dell’amore”. Se poi Andrea – il nostro Io narrante –  non si fosse presentata all’appuntamento con la fuga iniziata dal fratello Giuseppe, se non avesse coinvolto l’innamorata Sara in una faccenda misteriosa quanto insistente, saremmo costretti a lasciare stare l’amore e l’omosessualità, a pensare ancora che nel duemila e oltre le due cose debbano restare separate.
    E invece no, quello che leggiamo e traduciamo come il coraggio di Volpe sta nell’accoppiare due certezze della natura in una narrazione pulita e coinvolgente che porta il lettore a deglutire per un possibile concorso di colpa.

    “Correvi. Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo. Cavalcavi una velocità folle, un amplesso tra incoscienza e voglia d’aria sul volto. Sembrava quasi volassi, hanno detto, una sferzata di luce rossa che ha squarciato la notte […]”.

    È una storia che inizia nel momento topico, con una carica emotiva che sfilaccia l’anima prima di muoversi con circospezione e estendersi come un cono di luce su marciapiedi difficili. L’amore, appunto, che appare già nel titolo, viene trattato apertamente e non come ombra di se stesso. A giustificare quanto detto è la sua presenza multipla: prima nella fratellanza; poi nella crescita di un rapporto nato tra sconosciute.
    È una storia che offre una mano alla salvezza, che manda i suoi personaggi a nascondersi tra le colline e a imparare dall’esperienza di chi è abituato alla solitudine. Fin quando la giustizia inizia a procedere lungo il suo corso, un corso indotto a dire la verità. È qui che quanto appariva raro si riduce nell’esattezza della vita. In altre parole, se sbagli, e ti rendi conto di aver sbagliato, sei disposto a pagare. Una cifra onesta, comunque, anche se l’esistenza non riesce a esserlo con tutti. Ma è così.

    Claudio Volpe conosce a memoria i suoi personaggi, li anima con abilità distinta. Ed è una conferma, di certo non più una scoperta di Dacia Maraini e basta. Adesso anche i lettori sanno chi è, conoscono la sua narrazione e pare che lui non li voglia tradire. D’altronde il tradimento non è contemplato quando si ha a che fare con un’anima capace e buona a mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle sociale decisamente complicato.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un delicato e intenso omaggio a Leonard Cohen, da cui l'autore ha colto l'ispirazione per questa sua opera. E un omaggio alle donne che sono passate nella vita dello stesso autore, che qui lascia alle parole il compito di raccontare, di raccontarsi. Un'immensità di percezioni da cogliere e interpretare perché certamente, alla fine di questo lungo viaggio di lettura, vi troverete, vi scoprirete o vi ritroverete, ma comunque vada, vi emozionerete.
    Fra le più belle opere di Giuseppe Iannozzi, Donne e Parole è edito da Edizioni Il Foglio. Da regalare e da regalarsi.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • "Toglietemi tutto ma non il mio braille" è un libro scritto da Ciccio il Giovinotto (un personaggio che tutti almeno una volta nella vita dovremmo incontrare). Il volume non appartiene a quella categoria di libri che dopo averli letti vanno riposti nella libreria, ma è un vademecum da tenere sempre a portata di mano, e non solo sul proprio comodino prima di addormentarsi. Il volume, infatti, è un "documentario" che narra esperienze di vita vissuta, raccontate ironicamente e che potrebbero appartenere ad ognuno di noi. Che tu sia del Nord o del Sud, della Corsica o del Bangladesh non importa, Ciccio riesce a strappare un sorriso a tutti in qualsiasi giorno della settimana... anche di lunedì. Propongo un audiolibro per rendere giustizia a questo manuale degno del suo nome. Sono sempre del parere che i libri siano di chi li legge e non di chi li scrive, e Ciccio questo lo sa benissimo. Ha messo nero su bianco di ciò che è lui, mettendosi empaticamente nei panni di ognuno di noi. Già leggendo i suoi aneddoti sui social ho notato subito che si contraddistinge non solo per il suo carattere avvincente e spumeggiante, ma anche per le sue straordinarie capacità comunicative.
    L’autore catanese è “innamorato” della sua terra e attraverso il suo libro arricchito di significative immagini (peccato che non siano a colori) insegna trucchi, strategie con una semplicità tale da affascinare anche le persone più apatiche verso la vita. Oltre 100 aforismi pensati ed elaborati con simpatia, parlano dell’autore, della sua voglia di vivere e della sua grande passione per la vita che è diventata la sua filosofia.
    Lasciatevi contagiare dal sorriso e dalla positività di Ciccio, non ve ne pentirete. Una filosofia di vita che andrebbe seguita sempre da tutti.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Non è semplice scegliere e trovare nella vita quotidiana un posto che permette di esprimere quello che siamo e/o possiamo dare. Siamo circondati da moniti, emozioni, segnali che guidano i nostri passi e con coraggio ci guidano oltre le gabbie e le frontiere. Ognuno di noi ha un suo "Custode" che sussurra e non ci abbandona, nel bene o nel male. Ed è proprio di questo che l'autrice narra.

    "La stirpe di luce" e la scelta di Asaliah, un angelo sceso sulla terra con il proposito di sostenere gli esseri umani a lei affidati. Un compito arduo che si scontra con il libero arbitrio e con un'umanità non sempre predisposta a fare la cosa giusta.
    In continuo combattimento la stessa Asaliah, nelle vesti anche di donna, percepisce le emozioni, i dubbi, la malinconia di sentirsi incompleta o inadatta. Nella sua magia che unisce il cielo a terra, cerca di trovare il suo spazio e la sua logica, fino a provare la gioia di innamorarsi di un giovane medico, Mikael, ridisegnando un nuovo cammino e senza paura di nascondere all’amato le sue ali.

    Un amore che produce amore mettendo al mondo una splendida creatura Yezael, che raccoglie in dono tutti quei poteri speciali propri delle creature angeliche. Ma nel mondo il male è sempre in agguato e nelle sue forme sa come tentare, ossessionare, impossessarsi e fare il suo gioco pericoloso.

    Yezael viene difatti rapita e portata agli inferi, e costretta a crescere in fretta dovendo sopportare e vedere anche cose inimmaginabili.
    Ma le schiere angeliche non restano immobili, così come la stessa giustizia terrena.
    L’impossibile è la vera “Bestia” da combattere, perché alla fine, il destino è scritto nelle nostre azioni ed anche se questo comporta avere tutti contro, il bagliore di una nuova possibilità di luce, Dio la concede a tutti, uomini, donne, angeli e demoni compresi.

    Note: il libro è disponibile anche in lingua inglese.
     

    [... continua]

  • A volte la realtà supera la fantasia... e anche quella è poesia.
    La poesia racchiude pensieri, sentimenti che prendono forma attraverso versi e strofe. 
    Un linguaggio universalmente riconosciuto che diviene uno specchio tra scrittore e lettore. 
    La raccolta poetica di Sandra Carresi è uno scrigno che racchiude verità e ricordi che volano leggeri creando immagini e paesaggi.
    Il vento che scorre veloce mentre il sole squarcia i rami degli alberi, il cambio delle stagioni che rappresenta l'evolversi dell'età, battiti di amore e vita.
    Natura e umanità si sposano nelle strofe libere in cui il tempo è scandito da piccole cose.
    Poesia della memoria che esprime il passato per integrarlo nel presente e migliorare il futuro. L'evocazione del tempo perduto permette di cogliere sfumature improvvise e sconosciute, da conservare, salvare e rendere fonte di ispirazione futura.
    Giulio Cesare scriveva: "La storia è testimoninaza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi". E scorrendo le liriche dell'autrice ho pensato a questa citazione: la scrittirice rende il passato vivo attraverso le sue parole e gli dà nuova forma grazie a toni medidativi, dolci e melodiosi. La metrica è colloquiale e intima. Le emozioni prendono vita grazie ad una scrittura ricca e ricercata, preziosa ed autonoma. 
    L'amore è la trama che scorre in questo patworch vitale, amore per la vita, persone e tempo passato. Tutti uniti da un elemento unico caratterizzato da mille sfaccettature nostalgiche e vitali al contempo. Ogni attimo diviene un dono, basta coglierne i riflessi. 
    Le poesie spaziano tra i sentimenti e il tempo, esprimendo l'esser donna, persona, amante e amata. Fragile e viva. In bilico tra quello che fu, l'essere e il sarà. Sempre e comunque. Nonostante tutto. Armonia tra se stessi ed il mondo circostante. L'io che diviene noi.
    Pensieri che squarciano il velo della falsità e dei luoghi comuni per trasformarsi in un inno alla verità.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare".
    [Ippocrate]

    Fra le pagine di questo libro scorre il sangue di due persone ferite, rispettivamente nel corpo e nell’anima.
    L’inizio è brusco e vede due figli opporsi ai padri: l’uno colpevole di non osare, l’altro di osare troppo. Sempre fedeli a se stessi, Stefano e Angela intraprendono così i loro personalissimi percorsi di vita, in una Sicilia abbozzata quel tanto che basta a renderci l’immagine di un luogo dove i sentimenti ardono come fuoco.
    Anni di lacrime e dolore si avvicendano, anni in cui i protagonisti si sentono inadeguati, anche nel loro sacrificio. Ogni cosa avviene lungo l’invisibile scia lasciata dalle ali di Angela, che come un’aquila solca più cieli, fuggendo dal dolore e dalla rabbia che le attanagliano il cuore.
    Il lettore volerà con lei, e con lei abbraccerà Stefano, ritrovato – insieme ai padri perduti – nel nido di una casa che rinascerà a ogni alba.
    Un libro che cura il dolore con la speranza e la rabbia con il perdono. L’opera seconda di Carmela Abate è colma di vita, e dalla vita si fa colmare.

    [... continua]
    recensione di Jason Ray Forbus

    • Tu, mio
    • 27 febbraio alle ore 19:26

    Siamo nel dopoguerra su un'isola del Tirreno.
    Un adolescente, voce narrante del libro, scopre il mare, la pesca e l'amore. Non è il classico amore adolescenziale ma la scoperta della storia triste e disperata di Caia (Haiele in ebraico) che lo induce ad una maturazione repentina. Di colpo diventa adulto e matura quel senso di protezione tipico dei grandi. Erri De Luca, anche questa volta, affonda la sua penna nel cuore dei personaggi, facendone emblemi di periodi storici come quelli del dopoguerra, epoca in cui le ferite appena subite stentano a rimarginarsi e il suo protagonista principale prende coscienza della propria ribellione interiore. Centoquattordici pagine per pensare.

    [... continua]
    recensione di Sebastiano Impalà

  • Sono un inno alla vita le poesie di Alarico Bernardi; promanano nude e schiette da un animo sensibile, senza nessun artificio letterario che sa di falsità costruita a tavolino. La cecità totale che l’ha colpito dal 1997 aggiunge qualità al suo spirito veggente che guarda con gli occhi del cuore, senza mai perdere l’entusiasmo e la lena.
    Un certo spirito eroico fanno di lui un titano del sentimento che non si arrende, ma cerca la luce nel buio, sicché ne deriva un piacevole gioco chiaroscurale dove è presente sempre la risalita dopo l’inabissamento. Un refolo di poesia pura dotata di naturale musicalità denota la sincerità del sentire e la predisposizione alla poesia. Già a dieci anni si scoprì poeta, anche se si avverte l’amarezza di aver avuto deboli riconoscimenti del suo poetare, che invece mi appare degno di nota.
    Presente è il dolore di cui è costellata la sua esistenza, ma mai rassegnazione, semmai  vitalismo che lo porta a cercare l’enigma della vita al di là delle sovrastrutture intellettuali. Poesia vera e non intellettuale di immediata comprensione senza scivolare nella banalità del sentire. Le immagini sono curate e le parole precise anche se non volutamente ricercate, ma quel che emerge come dato costante è l’armonia del suono e la musicalità che è il filo rosso della silloge.
    La dedica alla moglie Teresa, ragione del suo divenire, ben chiarisce la vita del poeta che è ricerca costante di un centro di gravità permanente, e nasconde tutto il bisogno di fuggire la solitudine nella quale la cecità può condurre. Il poeta cerca nella poesia un interlocutore a cui rivolgere i suoi pensieri , certo che sono il dialogo esistenziale può aggiungere qualità ad una vita, che ha anche sperimentato la fragilità umana nel terremoto aquilano del 6 aprile del 2009. Ora vive a Cuneo, esule in patria, in compagnia dei suoi nobili versi. 

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Che dire di Annamaria Pecoraro, in arte Dulcinea? Una donna semplice, pacata, attenta e studiosa del suo intorno, natura e persone.
    Da tempo seguo la lettura delle sue poesie e da sempre ho notato la sua maturità e il suo limpido sguardo nei confronti del prossimo, la sua linea di correttezza nei rapporti con gli amici, e nell’ambito lavorativo.
    Tutto questo può sembrare facile ma, in effetti, non lo è per niente, intendo soprattutto nel mondo dell’Arte.
    Spesso, ad essere schietti, si può rischiare di suscitare la sensibilità altrui, oppure, cercando di adoperarsi al massimo e di essere efficienti, si può essere additate come “prime donne” o semplicemente, “amanti di protagonismo”. Bene, Annamaria, è talmente cristallina che, lavora e basta. Questo, almeno è il mio pensiero.
    In questi  tempi storici di pochezza umana, di pura follia, dove il dio quattrino viene osannato e ogni cosa esaltata e esasperata sul danaro, l’arte, in tutta la sua grandezza, è sicuramente la grande bellezza che può riscattare l’essere umano. La poesia, soprattutto, o meglio, la scrittura, in ogni sua forma, potrebbe essere la vera terapia per l’essere umano.
    “Dalla cenere al volo”, questo è il nuovo “parto” di Annamaria Pecoraro Dulcinea, come dire: dal buio alla luce, dalla polvere, all’apertura alare. Un cofanetto questo, di perle di poesie, racconti brevi ed aforismi.
    In queste liriche, in questi scritti, tutti, non ci sono incertezze di pensiero, c’è fatica quotidiana, a volte stanchezza, delusione, ma sempre, la voglia, l’incitamento, la speranza, e forse ancora di più, la consapevolezza di possedere la volontà, l’umiltà, ma anche la capacità di aprire quelle ali per alzarsi da terra e fare quel volo ambito alla costruzione di un qualcosa che il cuore prima e la testa poi hanno disegnato da sempre ed è forse la corsa col tempo la parte più fastidiosa, ma la consapevolezza della scelta, della qualità su ciò che si possiede con l’osservazione delle cose vere, e l’autenticità del bello, dei sentimenti e dei valori. L’Amore per tutto ciò che dentro e fuori il suo sguardo può attraversare, il suo cuore può raccogliere, è la fonte principale della sua crescita, del suo volo e della sua stessa esistenza.
    Bene, Guerriera, se tante frecce, strada facendo, oscureranno il sole, meglio, combatterai all’ombra! (Citazione – Battaglia delle Termopili)
     
    Nota: fra le tante perle lette, ne segnalo qualcuna particolarmente apprezzata: Mi prendi e accendi (pag.19), Fiore di Loto (pag. 22), Vorrei (pag. 26), Ultimo carillon (pag. 35), TU/IO (pag. 84), A Cristina (pag. 94).

    [... continua]
    recensione di Sandra Carresi

  • La prima parte di una saga fantasy che vi incanterà. Un giovane mago nonchè affascinante ragazza incontra sulla sua strada un vagabondo e il suo a dir poco strano accompagnatore. Grazie all'astuzia del ragazzo diverranno ben presto improbabili compagni di viaggio. Il destino li porterà al cospetto dei maghi anziani, per i quali dovranno intraprendere un'importante missione assieme a un orco, un folletto e tre scelti abitanti delle Terre di Sopra. Il gruppo ben presto dovrà non solo affrontare i pericoli esterni e le micidiali ombre, ma anche le tensioni e la diffidenza alimentate dai pregiudizi, le ambizioni e le paure di ogni singolo individuo. Dovranno imparare a fidarsi gli uni degli altri e collaborare per portare a termine il loro compito estremamente arduo.
    Una storia avvincente che vi farà entrare in un mondo fantastico per vivere una splendida avventura!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • È sempre difficile accostarsi alla lettura di una silloge poetica altrui.
    Se poi stimi l’autrice per i suoi valori umani e letterari, la cosa diventa quasi ardua.
    Nel caso di Bruna Cicala, autrice della splendida silloge “Tra dune di lava antica”, tutto diventa più semplice e scorrevole.
    Le poesie che la compongono vanno lette lentamente, in quanto ricche di particolari doviziosamente descritti con l’arguzia di una donna che ha vissuto e che vive a stretto contatto col mare che, anche per lei, è fonte d’ispirazione. Dalle acque tirreniche vanno e vengono imbarcazioni cariche di salmastro e di mercanzie, uomini che trasportano sentimenti ed esalano profumi inebrianti.
    Autrice sanguigna e assolutamente introspettiva, riversa le sue angosce e il suo ineffabile spirito di osservazione, frammisto ad un sottile umorismo, in tutti i suoi scritti. Poetessa con le ali di rondine, con la saggezza dell’età e la voglia di vivere imprigionata nella gola.

    [... continua]
    recensione di Sebastiano Impalà

  • “Torno da Turista!” è un libro inchiesta che mette in evidenza in maniera concreta il fenomeno dell’emigrazione del Sud Italia, dello stato sociale e culturale delle regioni meridionali e dei problemi che l’affliggono, riflettendo su quali e quante possono essere le responsabilità e su quali potranno essere gli sviluppi risolutivi a favore della popolazione.
    Si può cercare di essere indifferenti e pensare che la ‘ndrangheta, la mafia e la camorra siano delle realtà distanti, che il loro operato sia circoscritto ad alcune zone specifiche e che essere una persona perbene basti per stare lontano da queste associazioni criminali.
    Oppure si possono aprire gli occhi e comprendere che la situazione è più complessa, tentare di comprenderne le cause e proporre dei percorsi di cambiamento.
    Il libro “Torno da Turista!” ha il merito e lo scopo di sensibilizzare e informare quanti, ignari di ciò che sta accadendo, potranno fare la differenza in una lotta che non può essere portata avanti con le armi della violenza, ma con quelle della conoscenza.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pianese

    • Fuoco
    • 07 novembre 2016 alle ore 21:02

    Fuoco, il secondo romanzo di Alessandro Moschini, mette in luce l'elaborazione di una trama che è frutto di una ricerca storica dalla quale dipanano confluenze unificanti o meglio, un'unica sorprendente trama che, come il percorso di un'antica sorgente si dirige e trova inesorabilmente una foce frastagliata, il delta convergente in divenire mosso, quasi privo di una conclusione a chiusura del tutto. L'autore si serve e gioca sapientemente con parallelismi e distanze temporali, linearità di struttura linguistica e di suspanse, verità e immaginazione, mistero, attrazione e simbolo (si pensi al fascino richiamato da un tatuaggio che trasporta in una situazione altra, quasi onirica, la rosa, fiore sacro a Venere, ma che ha in sé fin dall'antichità una certa connotazione funeraria) il tutto calato in una realtà vicina ad un'ambientazione ed a luoghi caratteristici della Valdinievole toscana, rivisitato bacino di affetti, accadimenti e colpi di scena.
    L'amore è il filo conduttore, collante di verità lontane, uniche e intrappolate nel tempo. Quest'ultimo diventa simbolo della caducità di ogni cosa e avvalendosi del doppio principio insito nel flusso che lo distingue, risulta essere distruttore da un lato, abbracciando senza possibilità di uscita un fatto accaduto e destinato a ripetersi, e conoscitore dall'altro, in quanto contributore del trionfo delle verità contro insidie, vizi, calunnie, divenendo l'equiparazione simbolica dell'infinito quale elemento che permette di ritrattare e trasporre la vicenda nella contemporaneità, dove il lettore si ritrova e sa di riconoscersi.
    Vita - Morte - Amore, un tris di significativa simbologia, il rinnovarsi ciclico attraverso la nascita, principio cosmico di generazioni ed evoluzione perpetua contro la fine di ogni principio vitale e ineluttabile destino, che assume quasi una funzione oscura, mirata ed elettiva rendendo eterni i personaggi che si riscoprono, ricordando un certo filone letterario e cinematografico legato allo Sturmundgrund romantico.
    Il fuoco stesso, che ha in sè fin dall'antichità una valenza rinnovatrice della dimensione umana dell'esistenza, è il più ambiguo fra tutti gli elementi, in quanto alterna affascinanti contraddizioni e purifica e distrugge, è luce e calore e al contempo violenza senza fine e fiamma (celeste o divinità infernale), diventa dunque simbolo e metafora dell'accadimento.
    Si valorizza la preziosità di un sentimento quale principio motore dell'universo che, non a caso, è correlato a divinità e antichi simboli, quali appunto, la vita e la morte, soltanto esso può sopravvivere di se stesso e rendere irripetibile la vita, così che ancora una volta per amore è possibile morire, e ancora una volta per amore è possibile rendergli giustizia, al di là degli esiti.

    [... continua]
    recensione di Adua Biagioli Spadi

  • Storia di Telemaco, uno "strano".
    Romanzo che lascia senza fiato, dal ritmo serrato e incalzante. L'autore riesce a immedesimarsi nel protagonista principale come in tutti gli altri, comunicando col lettore sia al maschile che al femminile. Commovente, emozionante, spiazzante. Telemaco ti entrerà nell'anima, non meno della sorella, grazie ad un autore in grado di suscitare emozioni.
    Una raffinatezza di pensiero che traspare ovunque nella trama, una delicatezza di fondo, a dispetto della storia molto forte che ci racconta. Mente e sentimento, genio e follia. Consigliato a tutti.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Delphine De Vigan ha dato alle stampe il suo nuovo romanzo, "Da una storia vera", centrando ancora una volta il bersaglio. La trama del libro verte su un blocco creativo e su un incontro inquietante, alla stregua di quello narrato da Stephen King nel suo 'Misery'. Ma l'incontro di cui dicevamo, e il susseguirsi di eventi, affidati a uno stile incalzante e mirabile, è solo un pretesto - il lettore se ne accorgerà in corso d'opera - per raccontare la fatica di scrivere e di narrare la verità.
    Hemingway diceva che un bravo scrittore deve raccontare solo 'la cosa più vera che sa'. Partendo da qui, Delphine racconta se stessa, la sua vita, i suoi inciampi, il suo rapporto col compagno Francois, la sua timidezza patologica. Mentre racconta, però, inizia l'inversione del vero, nonostante (o forse secondo) le intenzioni dell'autrice. Ma questo il lettore non lo sa, nè può saperlo. Egli è, in fondo, solo un avventore distratto, che cerca indizi ma non vere risposte, poiché sente che una luce troppo netta toglierebbe incanto alle cose.
    E, dunque, nello snodarsi della vicenda - che è avvincente , ottimamente narrata e tiene col fiato sospeso - chi legge si perde, smarrisce il filo, crede a ciò che viene descritto, fino all'epilogo, che è un capolavoro di inganno, auto-inganno e redenzione attraverso il narrato.
    Cosa voleva dire, la De Vigan, si chiede il lettore a testo finito, quale messaggio sul busillis della letteratura ha voluto lanciare, servendosi di me? Fino a che punto, infatti, uno scrittore può essere autobiografico, nell'era del Grande Fratello, del privato rivelato e svilito sui social network e perfino nelle fiction?
    Grande opera, 'Da una storia vera' analizza la scrittura al tempo di facebook, le difficoltà di chi si cimenta col romanzo e l'incapacità di dirsi che la realtà non esiste, che, come diceva il fisico Heisenberg, l'osservazione modifica il suo stesso oggetto e lo distorce.
    "Il reale, ammesso che esista e che sia possibile restituirlo", scrive la nostra autrice, "ha bisogno di essere incarnato, trasformato, interpretato. E questo lavoro, qualunque sia il materiale di partenza, è sempre una forma di fiction".
    L'inganno, la rivisitazione, la riparazione fanno parte dell'attività dello scrivere.
    E gli scrittori sono figli della vergogna, del dolore, del segreto,della disperazione.
    "Venite da terre misteriose (...), siete dei sopravvissuti, ecco cosa siete, ognuno a modo suo e tutti allo stesso modo".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico “Tramonto dell’Occidente”, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo, di qualunque testo, deve battersi in primo luogo contro un onnipresente marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che diseducano le menti degli uomini. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie. Nel 1996, la Laterza ha pubblicato la prima edizione de “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe sicuramente dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione della cultura ufficiale. Difficilmente, nel panorama italiano, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello di Cassano. Già dal titolo, il volume si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave d'interpretazione filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi originali paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea e li intreccia, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, infatti, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito greco: Θάλαττα! θάλαττα!
    Cassano rivendica la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord da cui nascono ben altri miti e filosofie e mostra come il pensiero sia anche localizzabile nelle sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo e, per questo, c’è il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora della vita sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare.

    [... continua]
    recensione di Sergio Caldarella

  • "Le ultime diciotto ore di Gesù", di Corrado Augias, è un capolavoro di introspezione, affidato a pochi, determinanti personaggi e alle loro vivide testimonianze. Al centro del racconto - chiuso in uno struggente silenzio - c'è Joshua Ha Nozri, nato in Galilea e destinato a riformare il mondo. Bambino ribelle, carattere tenace, sensibilissimo, Joshua sarà protagonista del dramma che tutti conosciamo. La sua cattura e messa a morte si svolgeranno in poche, concise ore, trascorse le quali nulla sarà più come prima.
    Augias ripercorre con maestria le strade religiose e politiche che portarono all'arresto del profeta. Da Pilato a sua moglie Claudia Procula, donna tormentata e dal passato diffcile; da Caifa a Joseph, il vecchio padre di Gesù, fino a Caio Quinto Lucilio, la vicenda viene analizzata da un punto di vista inusitato, quello strettamente processuale. Tenendo conto, però, delle reali motivazioni che - passando per l'incapacità e l'inettitudine dei protagonisti - portarono alla messa a morte di un illuminato riformatore.
    Lo stile è perfetto, elegantissimo, nella descrizione dei protagonisti e del paesaggio. Lo stridìo delle ruote dei carri, le grida della folla, la polvere delle strade di Gerusalemme, il belare delle bestie, il sudore, il sangue. Un mondo che sta per esplodere, mai abbastanza pronto alla vera rivoluzione dei cuori.
    Il personaggio meglio riuscito del romanzo è proprio quello di Caio Quinto Lucilio, intellettuale deluso che ormai "non crede più" e che, però, rimane abbagliato dalla figura di Cristo. A lui, nella conclusione del libro, viene affidato - crediamo - il pensiero dell'autore. Nel rispetto dell'altro, nella gentilezza, nella rinuncia all'egoismo, c'è la sola salvezza possibile, la possibilità di vivere il solo tempo che c'è dato, "ora e qui".
     

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Si aprano le danze” monito d’apertura e titolo della silloge di Maria Luisa Mazzarini che accompagna il lettore verso quanto di più bello la vita può proporci. È una primavera dalla libera forma, che veste “di poesia e di mare”, regalando pennellate di colori e “frammenti di bagliori” dati dalla consapevolezza di un’esperienza maturata, e dalla voglia di continuare a scorrere, nonostante i silenzi o le dure prove di questa esistenza.

    La poetessa scioglie nei versi quel brio di chi ancora sa sognare, e lasciare segni importanti di quanto si è appreso. La stessa forma è slegata dai canoni stilistici conosciuti, ma ogni parola ha il suo preciso spazio. È emozione che danza nella pagina, impregnando con l’inchiostro, il tempo, i pensieri, i segreti, che si aprono al mondo solo se abbiamo occhi grandi per vederli realizzati.

    Ed è sulle punte leggere, attraversando profumi e colori, di notte o di giorno, che quell’umanità si fa concreta e sboccia, in tutto il suo splendore. Ecco allora quella “quasi farfalla” che volteggia e s’apre, diventando testimone di quei valori come l’Arte, la Libertà, l’Amore. Difatti danzare da sempre è stato il sinonimo di indipendenza e evoluzione dei movimenti, con l’aiuto del suono d'anima e corpo.

    Con quest’opera la poetessa fa tutto questo con le parole. Trascina, trasporta, ferma, lascia, dona, suggestiona, accarezza, incanta, sorprende, fa ballare in quell’immensità di infiniti spazi che la mente sa creare affacciandosi nell’azzurro del cielo o del mare.

    “Svirgolettate” e assestamenti di sospiri che esplodono in tutto il loro fragore, squarciando con una positività disarmante, anche dove vivono “inquieti pipistrelli”.

    Già perché in questa natura vi sono luci e ombre che convivono nella loro diversa complementarietà, ma sta a noi dare il senso, o scegliere con che sfumature dipingere il nostro capolavoro più bello.

    Ascoltare quella voce che nella sua semplicità, può far volare e permettere salti o passi determinanti per crescere con unicità spettacolare.

    Diventa allora facile essere fuoco, luna, anemoni fluorescenti, stelle devote o scintille di luce, per trovare la vera dimensione, e come un derviscio, continuare a roteare tra mistero e bisogno.

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  • Il detto recita: “Più della meta, conta il viaggio”. Si può adattare a un romanzo giallo? Stephen King dimostra, con coraggio, di sì. Colorado Kid è il suo primo mystery, un libro sostanzialmente poco amato da critica e pubblico, soprattutto - si legge in giro - per via dell'atipico finale.
    Ambientato a Moose-Lookit, piccola isola del Maine, l’avvincente e ingarbugliato racconto del Re prende forma attraverso le parole dei due anziani giornalisti del “Weekly Islander”, modesta pubblicazione locale. La redazione ha da poco accolto una stagista, Stephanie McCann, incuriosita dai modi particolari del luogo e dalla sfida di una nuova vita.
    Come per la novella che ha ispirato “Stand By Me”, tutto ruota intorno a un corpo, un cadavere; un’indagine irrisolta nel cuore come nella mente dei giornalisti che se ne sono occupati a suo tempo.
    Con la sua consueta scrittura svelta e seducente, King agguanta il lettore per il colletto e lo costringe a condividere fino in fondo la sete di conoscenza di Stephanie, la sua curiosità, le sue speranze di giovane donna a confronto con una generazione passata, ma ancora viva e vegeta.
    E neppure disdegna di disseminare lungo il percorso, velato di nebbia e malinconia, quelle perle di saggezza alle quali, fra un brivido e una lacrima, ci ha sempre abituati. Ad esempio che esistono storie diverse dalle altre, proprio come quella di “Colorado Kid”, dove, come per i meccanismi della sorte, le spiegazioni logiche lasciano il tempo che trovano. Lasciano ombre, più che luce.

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    recensione di Francesca Fichera

  • L'Avana, Cuba e Cabrera Infante. Ritratto di un'Avana reale e nostalgica. I luoghi, le donne, il proibito raccontati da Gordiano Lupi.
    Un libro che consiglio perché racconta Cuba senza filtri, con gli occhi di chi l'ha vissuta sulla propria pelle, in tutto il suo splendore, e in tutto il suo periodo più buio. Contiene anche una bellissima galleria fotografica a cura di Orlando Luis Pardo Lazo.

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    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Carlo, Laura, Lorenzo, Wanda, Valeria, possono essere solo nomi comuni con vite che si susseguono intrecciate a fili quotidiani, legate a rapporti di amicizia, di passione, d’amore, di rabbia, di normale routine. Eppure, in ognuno di questi personaggi può esser riflesso e tracciato un percorso similare al nostro.
     
    Carlo protagonista indiscusso, uomo giovane e avvenente, rende partecipe il lettore, portandolo a vestirsi e svestirsi dei suoi panni, entrando in quell’intimo emozionale che manda anche in confusione. La descrizione è diretta, senza peli sulla lingua, sagace, travolgente e decisamente forte. La scrittrice non risparmia dettagli, vivendo e intercalandosi nell’alter ego maschile.
     
    Flashback che schiudono ricordi e riaprono ferite, analisi che lasciano segni e costruiscono “non altro che me stesso”. Sì, perché è dalle radici che si genera quell’albero capace di dare fiori e frutti. Dalle continue trasformazioni temporali, possiamo così attraversare le stagioni con la consapevolezza che i cambiamenti, rughe comprese, malesseri, dolori, solitudine, sono parti necessarie per alimentare una nuova fortezza interiore o una necessaria corazza esterna.
     
    Sicuramente la sfera famigliare è alla base della formazione per ogni figlio e quando mancano certezze come affetto e dialogo, sono facili le fratture che si generano, con risultati deleteri per il nuovo “uomo o donna”.
     
    Il romanzo colpisce per la sua scorrevolezza, nonostante i temi siano duri e dirompenti al limite, ma in pieno equilibrio tra l’osceno e l’erotico. Lu Paer è abile nel provocare: scarta, disegna, devia, osserva e delinea situazioni complicate come traumi infantili, morti violente, passioni sfrenate, incontrollabili reazioni; cocktail di rabbia e voglia di amare o semplicemente di essere amati.
     
    Argomenti che attraversano la storia e la letteratura se si pensa al Giovane Holden che ha bisogno di evadere e di ribellarsi al contesto in cui vive, o presenti nella “Disobbedienza” di Moravia o in “Castelli di Rabbia” di Baricco.
     
    La ricerca di un’identità da accettare è lo scopo esistenziale nell’incapacità di questo mondo moderno, che tende troppo spesso a formattare l’altro ingiustamente, invece di incoraggiare o di inseguire quella vera libertà fatta di rispetto e desideri unici che purtroppo si scontrano con una dura realtà d’inquietudine.

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  • Il volume, ben scritto da Mirko Tondi e pubblicato dalla Casa editrice “Il Foglio”, narra di un'avvincente storia ambientata in un futuro lontano, ma nemmeno troppo. Il detective messo sotto scacco dalle delusioni della vita, ha l’opportunità di dare una svolta alla sua esistenza, prendendosi in carico un caso complesso e unico nel suo genere. Siamo noi che utilizziamo la tecnologia, oppure è lei che utilizza noi? E in futuro, essa ci aiuterà ad affermare la nostra identità, oppure ce la ruberà?
    Sono queste le domande che il lettore non può esimersi dal formularsi ad ogni pagina che legge. Il volume, che in alcuni passaggi mi ha ricordato George Orwell in “1984” e altri, Stefano Benni in “Cari mostri”, è redatto con cognizione di causa e la sua peculiare e al tempo stesso avvincente tematica, lo rendono sicuramente suggestivo e godibile ad ogni passaggio.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Un romanzo sulla gentilezza. Sul darsi senza chiedere nulla in cambio. Sul ‘donarsi’ quale strumento di felicità. Questo, ma anche tanto altro, c’è dentro a ‘Un uomo temporaneo’, l’ultima pubblicazione di Simone Perotti per i tipi di Frassinelli (maggio 2015).
    Gregorio è un impiegato modello. Tutti i giorni, per raggiungere l’azienda dove lavora,  attraversa ciò che resta di una campagna urbana. E’ felice, centrato, ama cucinare; è un figlio attento, amorevole, capace di considerazione esterna.
    Eppure, un bel mattino, si ritrova sulla scrivania una lettera di sospensione. I motivi sono nebulosi, si capisce che, dietro a tutto questo, c’è una manovra di ridimensionamento del personale da parte dell’azienda. Ma Gregorio – che viene prontamente preso d’occhio dai sindacati, pronti a strumentalizzare la sua situazione – è capace di reinventarsi un ruolo, libero come in fondo è diventato (gli viene tolto ogni incarico, viene privato anche della sua scrivania) o come, in sostanza, è sempre stato.
    La sua presenza, il suo carisma, la sua libertà interiore - quel suo essere capace di non appartenere - fanno di lui un punto di riferimento per tutti gli altri colleghi mobbizzati, maltrattati, relegati al ruolo di semplici esecutori. Si tratta, in definitiva, di una rivoluzione dal basso, che muove i suoi passi da dentro al sistema, che non vuole distruggere completamente, ma risanare e trasformare: ed è una rivolgimento che parte dalla percezione chiarissima che Gregorio ha di se stesso, del futuro che verrà.
    Ci sono tanti tipi psicologici, nel romanzo di Perotti: nell’ottusità vuota dei superiori di Gregorio - carrieristi e sciocchi - c’è, in primis, la tendenza a delegare. Che è, poi, il male di sempre: dietro la delega al mercato c’è la nostra incapacità di porci nel mondo come persone consapevoli.
    Dunque come potrà fare Gregorio - unico risvegliato in un Getsemani di persone addormentate – a vincere la sua battaglia contro i mulini al vento e a salvare la sua anima?
    E se Gregorio fosse, in realtà, il Gregor Samsa di Kafkiana memoria, che parte dalla sua trasformazione per ridisegnare, stavolta, i confini possibili di una nuova felicità?
    L’unica via, sembra dirci Perotti, è il risveglio: lo scarafaggio alieno a una realtà omologante che fagocita i nostri destini di uomini.
     
     
     

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    recensione di Tullia Bartolini

  • "Ho iniziato a scrivere per cercarmi quando non mi trovo", ha detto di sé Luca Gamberini, nel corso di un'intervista rilasciata non molto tempo fa, che abbiamo letto dopo aver divorato la sua ultima raccolta poetica, "Mi sgridi i piedi" (Ed.Youcanprint, aprile 2016).
    Bolognese di nascita ma centese di adozione, dichiara anche che: "Scrivere è la mia medicina". Ci sembra di capirlo, Luca. In fondo, vuoi o non vuoi, è sempre questo il giro che si fa: si torna da dove si è partiti, nel luogo del delitto, lì dove abbiamo tentato di scavallare il rimosso. La scrittura - dicono - può essere riparazione, tentativo di dar forma e ordine alle cose, anche perché: "Il mondo è breve e le nuvole ritornano". Si scrive pure per rendere meno amara e insostenibile la vita. Perché 'quel che appare' non basta. Ma i poeti sono sempre individui nudi tra altri individui vestiti. Scoperti più di altri, trasparenti. "La leggerezza è la condanna più pesante da scontare", recita un aforisma di Luca.
    La sua ultima raccolta poetica è un libretto geniale e toccante che, a leggerlo, ci ha turbati. Il suo poetare può essere apparentato ad altri autori che apprezzo: penso alla levità grave di Franco Arminio, paesologo dallo sguardo illuminato. Nei versi Di Luca Gamberini le cose non sono mai dove dovrebbero stare: le persone come le parole, e forse anche gli endecasillabi. Perché, in fondo, Luca lo sa: niente è come appare, la realtà è una nostra proiezione, un gioco di specchi, di bugie e di rimandi. I folli sono i soli ad esser sani, a saper vedere dentro agli occhi dell'avversario. E, in quegli occhi, si perdono, confondono i segni, rimescolano le carte della loro stessa esistenza. "Mangiare, essere mangiati", scriveva Clarice Lispector: i visionari sanno che la dolorosa strada è questa, se si vuol toccare il cuore delle cose, e raccontarle. Luca Gamberini non ha paura. Vede, come dietro una porta discosta, il gioco delle parti. Ride delle fatalità, ma il suo è un riso amaro, consapevole. Conosce smarrimenti e inciampi; ma pure delusioni, illusioni, silenzi. E, ancora, paradigmi, scorciatoie, labirinti. Infine, conosce l'amore.

    "Tu sei l'amore
    sgorgato dal margine di struttura primario,
    tu sei l'amore
    aggrappato ad un silenzio epigono
    (...)
    tu sei l'amore
    dagli occhi del gatto, che sai
    arriverà il giorno in cui non ritorna".

    In Luca Gamberini vive e brilla il paradigma di Rimbaud, secondo cui 'io è un altro'. Il vero poeta è un veggente che va oltre se stesso, che conosce l'arte in senso oggettivo e sa farsi memoria concreta di ciò che è la vita.
     

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    recensione di Tullia Bartolini

  • Il titolo di questa silloge è tutto un programma, un’apoteosi di sfumature e gradazioni che diventano la chiave di lettura capace di trasmettere emozioni, sensazioni, trascinando nell’intimo sentire o in metafore concrete di vita quotidiana. Ogni colore ha un suo simbolismo e sicuramente traccia un legame tra quello che pensiamo e la nostra azione. Paracelso diceva: “Ogni elemento ha un suo colore: la terra è azzurra, l’acqua è verde, l’aria gialla, il fuoco rosso; poi vi sono altri colori casuali e commisti, appena riconoscibili. Ma tu bada con cura al colore elementare che predomina, e giudica secondo quello”. Il rosso sicuramente rappresenta nella sua completezza sia il bene che il male, la forza, la passione, la vivacità, il dolore, l’aggressività, l’energia.
    L’accostamento all’uno o all’altro significato accompagna l’evoluzione della silloge, così come il percorso dell’umana esistenza. Rosso profondo, fuoco, noir, vermiglio, relativo. Espressioni fabbricate dalla coscienza e dalla conoscenza, poiché è con graduale esperienza che la “tavolozza” della vita prende forma, toccata dalle stagioni che accarezzano e modellano le trasformazioni psichiche e fisiche.
    In letteratura la tematica del rosso è ben presente: pensiamo al Verismo con Rosso Malpelo, o al Pascoli cui il colore rosso allude ad un’accesa sensualità e sottolinea con forza la carica sessuale, è sinonimo di passione, eros. Joyce, invece nell’Ulisse descrive il “rosso fortore di rapina nel pelo” o la magia espressa ne “Le scarpette rosse”; fiaba di Hans Christian Andersen e rivista in chiave cinematografica nel Mago di Oz ispirato al il primo dei quattordici libri dello scrittore statunitense L. Frank Baum.
    Il “rosso” abbraccia l’arte e non è un caso che la poetessa abbia collaborato con artisti, evidenziando slanci e accordi nuovi anche con questo mondo creativo. Lo stesso Matisse, ne fece uno studio: L'Atelier Rosso, Henry Matisse, 1911, olio su tela, 162 x 130 cm. Il colore diventa un elogio primario e determinate nella ricerca di un senso. Uno slancio di “atti d’amore” e di rinascita, di attese, di viaggi delicati o “attraverso la rete/ nemica del tempo” o faticosamente comprese in “luci artificiali e fiati strozzati”.
    La poesia diventa l’arma salvifica, “scacciapensieri”, scintille emozionali atte a dosare sia quel magna interiore di sogni non realizzati o dubbi, sia la libertà di osare “urlando canti di rabbia e amore”.
    Il rosso diventa incontro e relazione, urgenza d’identità e spirito avvolgente, vestito di femminilità e vivavoce di non fermarsi fino a che si ha voglia o almeno fino a quando misteriosamente ci è concesso.

    [... continua]