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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Gaia Conventi nell'opera "Novelle col morto" conferma grande maestria e sapienza tecnica nella costruzione del giallo.
    Il libro si compone di due racconti lunghi che, ognuno a suo modo e con la propria storia, tengono il lettore col fiato sospeso e la mente protesa a comprendere le evoluzioni della storia. Sempre presente è la chiave di lettura umoristica e sagace, approccio che si riverbera sullo stile col quale è scritta l'opera nel suo complesso e che scolpisce in modo incisivo personaggi, sentimenti, vicende e luoghi della narrazione. Lo sguardo saggio e preciso dell'autrice coglie particolari della psiche dei personaggi consegnandoli al lettore in tutta la loro forza.
    Il primo racconto, "Quarti di vino e mezze verità" prende le mosse dalle vicende di un personaggio inventato dall'autrice, tale Leonetto, che viene immaginato come figlio del noto e discusso Niccolò Terzo d'Este, marchese di Ferrara famoso per le sue numerose relazioni adulterine. Il secondo racconto, "La locanda del giallo", si svolge in un immaginario festival letterario tenutosi ad Arginario Po nel quale verranno premiati alcuni autori polizieschi e dove il ritrovamento del corpo della vittima sembrerà fornire un ottimo strumento per pubblicizzare l'evento.
    Il tessuto narrativo costruito dalla Conventi è fitto e intenso, ricco di contenuti ed elementi caratterizzanti che riescono a coinvolgere per la loro tangibilità e il loro realismo. L'umorismo imperante nelle storie raccontate intrattiene e diverte conducendo il lettore alla scoperta dell'evoluzione delle vicende in modo veloce e fresco. Il risultato è quello di un testo avvincente che corre spedito fino all'episodio delle storie senza omettere l'approfondimento psicologico dei personaggi e la contestualizzazione della narrazione.
    Un'opera che dunque potrà essere apprezzata non solo dagli amanti del genere giallo ma anche dai profani in materia che troveranno un ottimo spunto per iniziare a conoscere questo genere letterario.
    La Conventi, già autrice di numerose altre opere, alcune delle quali edite anche da Mondadori, ci regala un nuovo testo degno di lettura e di attenzione.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l'unica soluzione per la vita sia vivere."

    Così inizia il libro: "Caro Dio,mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso".
    Una bellissima storia – che mi fa rivalutare l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio, e sul non prendersi troppo sul serio. Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Dal creatore di “Zanna Bianca” arriva quest’opera, tarda e atipica, con un nome che affascina. “Il vagabondo delle stelle” è la storia di Darrell Standing e non soltanto, è la storia delle sue mille storie, dei suoi innumerevoli sé sparsi per tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo. Attraverso un formidabile incipit, questo autore, capace di intrattenere con la mera forza di trame avventurose e di uno stile diretto e lineare, catapulta i suoi lettori nella realtà carceraria – da lui stesso vissuta ‘al di là della finzione’, come precisato in postfazione da Ottavio Fatica, per l'edizione Adelphi – fra celle d’isolamento e corridoi fatali: l’io narrante, quella prima persona che nomina memorie, corpi e anime offrendocene la sua inedita versione, è un condannato a morte in procinto di affrontare il patibolo. Non sappiamo quando, non sappiamo perché, ed è a questo che la sua lunga digressione, un flashback continuo costituito da ripetuti (e ripetitivi) salti temporali, condurrà le nostre menti e i nostri occhi, a volte affaticati dai singhiozzi all’indietro, dalla quantità di uomini e di luoghi, di scenari e di vicende che s’alternano, ma comunque avvinti dal potere del mistero, dalla curiosità di conoscere la risoluzione e la sua veste, il modo in cui andrà a verificarsi; forse con l’intima speranza, trattenuta sul fondo, che il destino devii il suo corso da Standing regalandogli un ultimo sprazzo di clemenza.
    Ribelle già per il solo fatto di portare avanti il racconto di un protagonista spacciato – come farà poi il ben più noto Marquez con “Cent’anni di solitudine” – London è una voce fuori dal coro che usa chiaramente la pagina a modo di megafono. Contro l’‘auctoritas’, contro i padroni e i poteri schiavi che riducono a loro volta in schiavitù, lo spirito dello scrittore – imperituro, al contrario della carne, come scritto quasi fino alla nausea – passa dal livore più acceso allo spiritualismo più infervorato, illuminato, a pochi passi dall’estasi e da Dio. E fa de “Il vagabondo delle stelle” un romanzo terribilmente umano, perché fondato per intero, nelle intenzioni, nella struttura e persino negli effetti, sul concetto di contraddizione. 

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Potrebbe essere una vicenda pratoliniana la storia raccontata da Maurilio Riva in “Partita doppia”, il nuovo volume edito da Lettere animate per la collana “I destrieri di Aphorism”. Il protagonista è un uomo che si presenta come un italiano qualunque che si muove nel Belpaese degli anni ’70 e ’80 con coscienza apparentemente scialba, rassegnata, quasi invisibile. Il lavoro alienante della fabbrica non lo aiuta a sapere cosa vuole davvero e come conservarlo: perfino le donne sembrano “accadergli”, qualcuna insinuandosi sotto pelle, qualcun’altra entrandogli dentro senza bussare. Il suo nome è Remo Naffin, un nome che gioca doppio con la sfera della “nullità” (Remo come il gemello sconfitto, Naffin come la pronuncia del “nothing” inglese) e di sé immagina il seguente necrologio: “Come libeccio estivo e violento fortunale. Senza lasciare impronta né eccessivo danno una volta tornato il sereno”. La sua vita finisce per mano del fuoco terrorista ed è proprio da qui che inizia il libro: il narratore, Marco Minnella, si trova depositario di agende, diari e pensieri che sceglie di ricomporre in un rendiconto di vita attraverso un sistema complesso di citazioni e di rimandi letterari, cinematografici e popolari che, a conti fatti, si intrecciano anche nella nostra normale quotidianità e nella nostra maniera di parlare. Il lettore viene così preso e condotto per mano, con una capacità narrativa affabulatrice, attraverso una vita che scorre a piccoli colpi di coda come di un pesce fuor d’acqua, affiancando una sorta di anti-eroe, o un eroe a perdere, che poco decide per sé e che molto si ritrova a esistere, ignavo a tratti, spesso inconcludente. Il terzo libro di Maurilio Riva racconta, in 40 capitoli corredati da citazioni, quella che potrebbe essere la storia qualunque di una persona in fondo poco virtuosa, con i suoi difetti ma anche con la sua buona fede: una sorta di don Chisciotte del Novecento che cerca in sé il coraggio di reagire, di non accontentarsi, di cambiare le cose, affidandosi a una struttura narrativa fatta di scatole cinesi e di piccole sorprese. I molti temi affrontati, dalla droga al terrorismo, dalla malattia alla sfortuna, portano a riflettere sull’evaporazione di alcuni valori e sulla reale precarietà degli equilibri che si cerca di instaurare in una vita.
     
    “Quello che conta alla fine delle storie che si chiudono è sapere che altre se ne apriranno e che il risultato sarà un valore positivo. Non per te. Sai già che, andandoti di lusso, sarà a somma zero.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "I luoghi sepolti" è una raccolta di sette liriche che precedono il breve poemetto allegorico "Il giorno in cui il Tempo distrusse i sepolcri" diviso in due parti, "Il mattino e mezzogiorno" e "Il vespro e la notte", opera dell'autore Manuel Paolino.
    Nella sua introduzione Manuel ci spiega che il poeta non è più soggetto come un burattino alla poesia ma ne è consapevole e ne affronta il viaggio, verso destinazioni ispiratrici ovunque esse siano: dentro la mente o nello spirito del poeta o in luoghi lontani, l'importante è che restino avvicinabili per mezzo di un vero e proprio viaggio, che sia fisico o mentale. 
    Protagonista del poemetto è il Tempo, che è sia muto osservatore sia inesorabile distruttore. Nonostante ciò, il Tempo ha poco di cui esser soddisfatto, perché anche se distruggerà materialmente luoghi e tombe di illustri poeti, non riuscirà a cancellarne il ricordo delle poesie e nemmeno potrà fermare la nascita di nuovi avventurieri della poesia.
    Tra le liriche che precedono il poemetto, il mio gradimento personale è per "Il girasole": breve, mi ha portato a ricordare all'estate e ha mantenuto la sua promesso: mi ha condotto in viaggio verso una fonte d'ispirazione.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Si può scommettere ancora sul futuro?
    Secondo Simone Perotti, sì.
    Sì, se si investe sul consumo critico e  responsabile, sì, se si smette di aderire ai canoni della società liquida e al motto ‘vivi/consuma/crepa’.
    Il suo "Adesso Basta" ha un abbrivo a effetto, poi s’acquieta e dà il suo (profondo) affondo.
    L’ho letto davanti a un mare che ricordava vagamente quello di quando ero bambina, e l’acqua pareva si potesse bere.
    Invece così non è, non più: e non basta un depuratore a ricordarci che fare il bagno era bello, anche senza barca a vela e con nonna al seguito, con tutto quello che ne conseguiva.
    Oggi, il mare, te lo devi inventare. Devi cercare paradisi artificiali, oppure volare quattordicimila chilometri lontano da casa, prima che anche l’ultimo atollo sprofondi.
    Queste cose Simone Perotti le sa, e le scrive. Non ha la pretesa di aver capito tutto. Ma ha agito e può raccontare la sua esperienza (“l’uomo di conoscenza vive sempre agendo”, scriveva qualcuno).
    Un giorno, mentre era intrappolato nel traffico, con tutti i cellulari accesi, compreso quello aziendale, e odiava quelli che vedeva intorno a  sé (intrappolati, come lui, nel caos delle auto), si è fermato in un bar e si è messo comodo.
    "Fermato" è, credo, il termine giusto. Ha mollato il lavoro, non senza essersi fatto due conti e aver valutato le conseguenze, e ha detto addio alla sua avviatissima carriera di manager pluri-pagato.
    Ha comprato un rudere in campagna, lo ha ristrutturato a modo suo (la sua "casa barca", come ama dire): aveva già scelto il mare, una vita vera, la libertà.
    “Non è una passeggiata per buon temponi”, avverte.
    E’, piuttosto, una battaglia che va pianificata in modo lucido e razionale e che richiede un forte spirito di adattamento. Bisogna capire a cosa si può rinunciare in termini di comodità e come vivere "senza", ma con un sacco di cose (di valore) in più. Non due televisori, ma uno: non un cellulare nuovo ogni due mesi. Piuttosto: fare il pane in casa, curare un piccolo orto. Rallentare per avere il meglio, insomma.
    Oggi Simone Perotti (classe 1965, una buona annata) scrive – era il suo sogno nel cassetto - , pubblica e vende (parecchio). Quando non scrive, fitta barche, organizza corsi di vela, crea oggetti che poi mette sul mercato; intanto, diffonde a mezzo blog,  e non solo, la sua visione della vita (secondo la teoria del downshifting).  
    Per chi vuole saperne di più, consiglio la lettura del suo libro e di dare un’occhiata al suo sito: www.simoneperotti.com.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Copertina intrigante e titolo ammaliante. Una piacevole sorpresa per gli amanti della lettura e cultori della parola. Il romanzo è ambientato in New England nel 1891. Gli scenari sono cupi e gotici come i pensieri della protagonista, intelligente, sagace e scaltra. Florence è un adolescente tenuta lontano dagli insegnamenti classici come la scrittura e la scrittura, abbandonata in un antica dimora con il suo fratellino e la servitù. Una piccola comunità, quasi isolata, dove i due ragazzi crescono liberi senza genitori e poche restrizioni ed insegnamenti. Pochi divieti, tra cui quello di accedere alla biblioteca. Il motivo si potrebbe ritrovare nella paura della scoperta della vera di libertà:il pensiero. Considerando che l'unico modo per liberarsi da una tentazione è vedervi, come affermava O.Wilde, ogni notte la ragazza si rifugia nella vecchia e polverosa biblioteca per farsi ammaliare e far compagnia da Poe, Shakespeare, Jane Austen, Charles Dickens e tutti gli autori che abitano negli scaffali impolverati. Amici scoperti grazie alla curiosità e la costanza che l'hanno portata ad imparare a leggere da sola. Avventure uniche ed oniriche prendono vita alla luce della luna, risvegliando una mente inquieta a cui sarebbero vietate. Per impedirle di volare. Lo stile dell'autore è descrittivo e sagace al contempo, sopratutto nella narrazione dei pensieri di Flo, che da autodidatta, scopre quotidianamente con gioia e stupore elementi che uniscono la realtà e la scrittura. Un rapporto intrinseco e tangibile anche nelle piccole cose. Inoltre J. Harding riesce a dar voce con maestria a sensazioni ed emozioni, coinvolgendo totalmente il lettore e trasportandolo nel mondo della protagonista,grazie ad un particolare linguaggio denso di neologismi creati da Florance. Pian pian i misteri iniziano a divenire enigmi che si inchiodano alle pagine che scorrono veloci per dar risposta agli interrogativi. Un libro che racchiude in sé un po' di giallo intriso con noir, sopratutto quando strani episodi iniziano a sconvolgere la tranquilla vita di campagna della casa e dei suoi abitanti. Apparizioni, morti violenti, documenti inspiegabili. Dove inizia la verità e finisce la finzione? Come in un gioco di ruolo pirandelliano, i protagonisti mostrano nuove dicotomie. Nulla è certo, sopratutto dopo l'arrivo di una nuova istitutrice. Una lettura che ha tutti gli elementi per un ottima riuscita, ma che delude in quanto l'autore non ha dedicato il giusto tempo ed attenzione a cose che anche rileggendo, non quadrano. Molte situazioni rimangono incomplete e sospese nelle pagine. Un po' come accade nelle saghe, dove la risposta sarà nel prossimo volume. Un vero peccato in quanto la storia è originale ed avvincente,con un finale a sorpresa.

    [... continua]
    recensione di Fabiana traversi

  • L’anziano Lonedyr racconta alla nipote Tarin la storia di un potentissimo negromante.
    Una volta nel territorio di Ruhel  vi erano tante popolazioni, tra cui quella degli spettri, ora scomparsa. Di questa faceva parte il negromante Inna-mok; questi era conosciuto come il mago più potente del mondo. Egli aspirava al dominio su tutto il territorio di Ruhel, per cui decise di asservire il suo popolo fisicamente e psicologicamente, quello degli spettri. Contro di lui si radunò un’alleanza costituita dagli altri popoli di Ruhel, che mosse  guerra al negromante e al suo popolo. Si schierarono i due eserciti; vinse l’alleanza che procurò la morte a tutto il popolo degli spettri. Unico sopravvissuto fu Inna-Mok, poi rinchiuso in un involucro fatato. A questo punto la bambina Tarin chiede al nonno che cosa possa avvenire nel caso del ritorno di Inna-Mok. Compare la giovane maga, Venorè, che fa parte del popolo degli alberi, la quale un tempo ha predetto il ritorno di Inna-mok, per stornare il quale ha costruito un oggetto magico, sacrificando così la propria vita. L’oggetto è andato perso e Inna- Mok è pronto a tornare, ma a proteggere la Terra vi sono due giovani umani, Rash e Nystrid, un uomo e una donna. Essi vanno alla ricerca dell’oggetto magico, ma incontrano l’ostilità del negromante anche’egli sulle tracce dell’oggetto, per scopi ovviamente diversi…
    Il fantasy, alternando sapientemente parti dialogiche a quelle descrittive, risulta di agevole lettura, nonostante la presenza di più personaggi costringa ad una costante attenzione. Benché non sia un’appassionata di fantasy, sono rimasta positivamente impressionata da questa opera, per l’accuratezza dello stile accanto agli approfondimenti degni di un testo psicologico. Non è il solito fantasy con guerre fini a se stesse, ma ci ritroviamo una caratterizzazione dettagliata e profonda dei protagonisti. Si percepisce d’impatto che Max Giorgini è laureato in filosofia e che non è di primo pelo in questo genere letterario, avendo partecipato con successo ai premi Tolkien e Courmayeur. La magia del romanzo risiede nello studio necessario per farci conoscere i personaggi della Terra di Ruhel, collocata in un passato mitologico. Qui il negromante simbolicamente combatte con i propri fantasmi interiori contro cui si dibatte, fino a liberarsi. La colonna di granito in cui resta chiuso rappresenta la metafora di quell’Io onnipotente in cui possiamo rimanere incastrati fino a diventarne schiavi, ma anche dell’oblio in cui l’uomo rischia di scivolare nel corso della storia. Contro l’oblio combatte difatti Inna-mok deciso a lasciare una traccia indelebile e a sottrarsi definitamente alla disfatta, di cui già è stato ostaggio. Egli è una figura leggendaria, con tratti di vulnerabilità che lo rendono umano. Una mappa iniziale agevola la collocazione dell’intera vicenda, ma bisogna leggere con attenzione e lasciare libera la fantasia per ricostruire tutti gli elementi che compongono un puzzle composito e ben costruito.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Chi non conosce Madame Bovary?
    Emma è la nostra vicina di casa, è l'alter ego allo specchio. E' l'umorale, l'amorale, la volubile signora che tradisce suo marito, che non bada alla casa, che non ama sua figlia. Emma è tutto ciò che vi è di più disprezzabile in una donna. Eppure. Da sempre siamo attratti da lei, dal nulla che pare abitarla. 'Madame Bovary sono io', disse Gustave Flaubert, consapevole che tutto ciò che odiava in Emma era in realtà una proeizione di sé.
    Da sempre, lo scrittore sosteneva che nei romanzi non dovesse esserci nulla di 'puramente personale': essi dovevano solo riflettere la vita, attraverso le accurate parole dei loro autori. In 'Cercando Emma', edito quasi vent'anni fa da Rizzoli e mirabilmente scritto da Dacia Maraini, Emma è certamente Flaubert, a dispetto di quanto egli asseriva a proposito dello sguardo 'neutro' dello scrittore.
    Flaubert fu un disgustato amatore di donne, nonostante (e forse proprio) a causa del suo aspetto poco attraente; compensava con l'intelligenza e la seduttività le scarse doti fisiche, tanto da amare anche uomini, di tanto in tanto, così come racconta in certe lettere spedite nel corso dei suoi viaggi in Oriente. Era legato alla madre a doppio filo, tanto da non poter assumere altri impegni, di nessun genere, con nessuna donna. E forse sua madre fu il suo alibi più feroce, utile a dissimulare la sua incapacità di vivere fino in fondo i rapporti. Annoiato dalla sua stessa vita, da chiunque incontrasse, ogni cosa per lui finiva, si spegneva, conclusa la fase gratuita. Così anche con Louise Colet, in cui numerosissimi sono i tratti in comune con Emma Bovary: era sposata e Gustave fu uno dei suoi innumerevoli amanti. Aveva una figlia che portava con sé a ogni incontro galante, proprio come Emma.
    Dunque cosa desiderò in Louise, Flaubert? Ciò che di sé aborriva? E davvero, come sostiene la Maraini, la 'usò' per disegnare il personaggio della protagonista del suo romanzo più famoso? Gli serviva un altro Gustave, al femminile, da contemplare all'esterno, nell'ottica di quella neutralità sempre sbandierata? Meticoloso, preciso, volle solo un 'modello' per dipingere la mediocrità. Conclusa la stesura di 'Madame Bovary', salutò Louise dopo otto anni di ambivalente, altalenante amore, che sbollì, in un attimo, nel nulla.
    "Che atroce lavoro, che noia! Ah, la Bovary! Scrivere bene il mediocre e fare in modo che conservi nello stesso tempo il suo aspetto, il suo taglio, questo è veramente diabolico", confessò a Louise in una delle sue tante lettere. Perché, infine, la vituperata Emma altro non era che una donna banale, incapace di sentimenti profondi, annoiata dalla vita esattamente come il suo autore. Il quale, forse, tentava di sfuggire alle leggi generali scrivendo, viaggiando, evitando ogni relazione profonda e, soprattutto, quella parte di sé che vedeva così bene in Louise e che descrisse, disgustato, in Emma.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il poeta diventa strumento, la stessa parola vessillo d'emozioni, senza blocchi geografici. La libertà migrante dei versi, trasporta verso infiniti orizzonti e fa ritmare il cuore, custode prezioso. La voce seppur tremante, diventa compagna del viaggio, "parlando di un mistero dell'aria".

    Il messaggio è legato alle attese, ai ricordi, ai "brividi di gallerie strizzate di vento".
    L'inquietudine abbraccia la speranza, svegliando così i sensi e chiamando per nome ogni singolo istante.
    La Lo Bue, sagacemente getta "il seme", alimentando con la scrittura, "infinite storie", fatte di "sole e sangue", di sogni e di cicatrici curate dalla forza dell'Amore.

    Il riscatto, la voglia di proteggere il dono della vita, diventa la sfida contro la clessidra del tempo, e le stelle disegnate con il sudore dei dolore e delle lacrime alla luna, diventano il bagaglio d'esperienza.

    Anche il silenzio, le geometriche forme, il gioco, la terra, sapori, fiori, colorando l'anima e nonostante le incertezze che interrogano il presente, vi è un continuo slancio verso la ricerca della felicità.
    La chiave della pace è la presa di coscienza della "croce silenziosa di un enigma" che unisce mondi diversi, rendendo rare le persone.

    Allora non ci resta che immergerci in questo mare, e tra baci e stupore, continuare a lasciarci trasportare.

    [... continua]

  • Amore, confidenza e conoscenza. Elementi portanti di una coppia. Anche se professionisti. Craig e Mara, due persone unite da passato e presente, incerte sul futuro, accomunate da sentimenti e matrimonio. Una coppia come tante e diverse dal resto del mondo. L'arte scorre tra di loro. Ma dove finisce l'abitudine ed inizia l'altro? Il tempo fugge e morde veloce tra capisaldi e emozioni. Perciò entrano altri soggetti nella storia. In un racconto che si svolge tra Inghilterra e Italia, carriere e aspettative. Andrea De Carlo torna in libreria. Grazie al suo stile unico,che alterna pensieri e parole di ogni attore, (filo rosso dei suoi ultimi romanzi). Un libro intriso di aneddoti e emozioni che tra un ragionamento ed un colpo di scena lascia il lettore in balia delle parole. Ed a volte delle domande e della noia. Molte pagine per narrare una storia semplice, dal gusto antico e unico.

    [... continua]
    recensione di Fabiana traversi

  • Una vera scoperta quella di Alessandro Moschini nelle vesti non più di solo musicista o poeta, bensì di narratore. Una penna noir, sagace e investigatrice.
    Il tutto ruota intorno alla vita di Claudio Pagnini, apparentemente normale e abitudinaria, fino a che non compare un “portagioie”; fulcro collegante il passato con il presente.
    I “fantasmi” del passato, tornano così prepotentemente alla ribalta, creando suspense, brividi, desideri, e “scariche” di ricordi, tali da scombussolare i ritmi quotidiani.
    Tra analisi paranormali, mistero, congetture, paure, determinazione, la sola  volontà è quella di fare emergere una verità, seppure amara.
    Alla luce e con forza arrivano dettagli importanti per risolvere un caso. Maria (mamma di Claudio), riuscirà così a trovare il modo d’entrare in contatto con il figlio, trovando il coraggio, (che forse anni prima), le era mancato.  
    Un vero grattacapo o una “coincidenza” per il commissario Roberto Interlenghi, tanto da essere lui stesso, emotivamente coinvolto. Seguirà infatti le tracce di un cadavere corrispondente a uno dei casi più gravi di scomparsa, e fino ad allora irrisolti, datati dal 1957 al 1961.
    Due amici (Claudio e Roberto), si ritroveranno a percorrere tratti di storia insieme. Una famiglia  sarà ricatapultata in una storia al limite del paradosso, che vede Adelmo  e Sara (rispettivamente padre e sorella Claudio), attoniti di fronte a tale inaspettato (ri)apparire. Lo stesso prete, Don Gaetano, resterà di stucco.
    Un portagioie, ritrovato polveroso in una cantina e la forza “magica” che racchiude un segreto, sarà la causa che spingerà verso la giusta pace.
    Non mancano i colpi di scena, sound particolari o le sensuali e erotiche immagini d’amore (tra Claudio e la fidanzata Jennifer) che rapiscono, ma al contempo  uniscono, colmando distanze fisiche e mentali.
    Può la forza dell’amore superare ogni barriera umanamente percettibile?
    Beh! Non resta che affermare quanto tutto sia possibile e leggendo “Il portagioie” di Alessandro Moschini, resterete sicuramente colpiti.

    [... continua]

    • Calipso
    • 13 novembre 2014 alle ore 21:18

    Una raccolta di poesie è sempre un viaggio nella mente e nel cuore di chi le scrive. Il poeta si mette a nudo, lascia cadere le sue difese e rivela la sua parte più nascosta. Proprio per questo, le raccolte di poesie sono, a mio parere, le più difficili da recensire.
    Come si fa a rencensire degnamente un insieme di emozioni così profonde e personali?
    Permettetemi e scusatemi pertanto se le poche parole che scriverò non renderanno giustizia alla bellezza di ciò che ho letto e riletto in queste sere.
    Si dice che i numeri siano infiniti, mentre le parole no, però le parole si possono usare un infinito numero di volte per esprimere innumerevoli sfumature: paesaggi, immagini, stati d'animo.
    C'è anche chi dice che una poesia non è tale se non è in rima, lunga e prolissa.
    Il poeta Paolino, con questa collezione, dà prova di riuscire a trasmettere al lettore svariate emozioni e ci dimostra anche che a volte basta poco per descrivere tanto.
    La poesia, ripeto, è nel cuore, nell'anima del poeta e Paolino, in poche righe, riesce dipingere l'universo che è dentro di lui.
    Da una manciata di versi, selezionati, ponderati e strutturati con estrema cura, esce un'opera d'arte, una scultura - come accenna l'autore stesso nell'introduzione alla raccolta - che è completa nella sua semplicità.
    Sono versi disarmanti. A volte ci tolgono il respiro, altre ci danno filo da torcere per comprenderli, ancora ci scuotono profondamente, e sempre e comunque risuonano dentro di noi come una eco che non ci vuole lasciar andare.
    Mi piace pensare alle poesie di Paolino, e dei grandi poeti in generale, come a un buon rum davanti al caminetto in una sera d'inverno.
    Alla fine la poesia è un sorseggiare le parole e godere del retrogusto che esse ci infondono in funzione dello stato d'animo in cui ci troviamo, sia esso felice, malinconico o anche infuriato.
    Qualsiasi emozione scaturita da una poesia, in positivo o in negativo, è fondamentalmente un brindisi all'arte.
    Salute!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • “Lei usa la rete io l’amo” è un libro che va preso e sfogliato così, senza avere per forza la consequenzialità che si ha per gli scritti in generale. Si raccologono  frasi e citazioni di persone comuni che hanno a che fare con il mondo del web. Si tratta di brevi frasi o parti di discorsi caraterizzate dal condensare in poche parole un insegnamento filosofico o morale, ma anche delle considerazioni ironiche o critiche sulla società. Non mancano inoltre frasi e pensieri romantici, teneri, oltre a riflessioni che prendono spunto da autori famosi.
    L’intelligenza profonda dell’autore svela e rende le contraddizioni, i drammi, la violenza e la stupidità nascosti sotto le apparenze del reale: sì, perché è vero che i pensieri dell’autore sono attinti dalle sensazioni della realtà fisica, ma è anche vero che questi permettono di entrare nel mondo intangibile dei pensieri e delle emozioni. È per questo che il reale diventa pura apparenza e “realtà” chiusa in un guscio che non aspetta altro che essere scoperta. Massime, sentenze, definizioni che in brevi e succose parole riassumono e racchiudono il risultato di considerazioni, osservazioni ed esperienze anche quelle più riservate.  E al pari di altri scrittori che indagano la vita quotidiana, anche Vittorio Salvati fa lo stesso: “I poeti non hanno pudore verso le loro esperienze intime: le sfruttano”.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • L'Aforisma viene così definito: "massima che esprime in forma sintetica un pensiero morale o un sapere pratico". Ciò che scrive a tal proposito Guido Rojetti, autore di oltre duemila aforismi è: "L'unica cosa che un aforisma deve spiegare sono le ali". Ed è ciò che fanno i suoi aforismi pubblicati nel tomo di 298 pagine dal titolo "L'amore è un terno (che ti lascia) secco", un libro auto-pubblicato con Youcanprint, il più importante self-publishing italiano.
    L'autore, alla sua prima pubblicazione, si è classificato al primo posto al Premio Internazionale per l'aforisma "Torino in Sintesi" che, giunto alla IV edizione, si è svolto in Ottobre 2014 a Torino. Un concorso unico nel suo genere che in tempi come questi di comunicazione veloce conferisce all'aforisma la giusta collocazione quale messaggio breve ma intenso e diretto. Rojetti offre al lettore, con i suoi aforismi a volte ironici, altre sarcastici, pungenti, velenosi, filosofici, irriverenti, una carrellata di massime, pensieri e riflessioni su molteplici temi tra cui l'amore: "Un amore che inizia con la A maiuscola deve tener conto di tutto l'alfabeto"; "L'amore ci suscita più gioia di quanto il dolore ci affligge"; il matrimonio: "Terra senza mappa per esploratori dell'ignoto"; la vita: "La vita è la migliore delle iniziative con il peggiore dei finali", e ancora: "Nella vita si cerca lo scopo, e in noi, il mezzo per raggiungerlo", non mancano le definizioni, allusioni, deduzioni rivelazioni ai comportamenti umani maschili e femminili (in quanto a quest'ultimi lascio al giudizio dei lettori le considerazioni che l'autore esprime al riguardo) distaccandomi e ponendo lo sguardo su alcune idee raccolte che spuntano qua e là tra le pagine come germogli di pensieri che si sfogliano come stagioni: le mutevoli stagioni del cuore. Ogni aforisma potrebbe essere l'incipit di una storia già accaduta o ancora da vivere: "Non c'è desiderio più grande di quello che non si è realizzato", scrive saggiamente l'autore. Riflessioni sulla "punteggiatura", giochi di parole in rima, in grafica, assonanze, doppi sensi ruotano intorno alla parola "Amore" intesa nel più ampio dei suoi significati (non mancano riferimenti a Shakespeare e ai suoi sonetti, a Keats o ai Poeti Maledetti) che con ironia conduce il gioco della vita anche nei simbolismi contenuti nel Titolo "L'Amore è un terno (che ti lascia) secco" raffigurati sulla copertina dove il terno... secco: 7 Eros, 77 Innamorati e 69 Separazione, la dice lunga.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Scrivere non è mai semplice. È un atto di grande coraggio, lasciato sul foglio a imprimere le emozioni scorse come acqua tortuosa o cullate da “dondolii di tempestose gocce penetranti”.
    Non sono solo parole, quelle che animano le “pozze di lettere, stagni di virgole, luoghi di punti”. Essere poeti diventa un coraggioso viaggio alla ricerca di quanto la vita può donare.  Attraversando le inquietudini che smuovono e fanno sussultare l’anima  e ritmare il cuore e sentirsi come Icaro. Così vicini al sole, con ali per volare in alto, e con la paura dell’oscura apparenza, che può schiacciare al muro della solitudine o dei soliti pensieri.
    Cadere nel vuoto, diventa il timore dei sensibili. Eppure la speranza di una reazione, è la spinta che catapulta fuori dal baratro e dona il coraggio per superare anche forti dolori.
    Riprendere la vita in mano, e assaporare un nuovo inizio, un nuovo giorno, un nuovo anno, è il senso dell’essere umano. Immergendosi negli affetti,  scoprendo luce rinvigorendo rapporti, migliorandoli.
    Alla fine il tesoro inestimabile è dato da chi abbiamo intorno, o a chi permettiamo di assaporare la nostra essenza, in tutti i frammenti di cui siamo composti.

    “Un regalo del presente
    libera erba verde
    piegata dal vento”
     
    E l’Amore permette di fare quel salto nel buio, senza tante domande, ma con la consapevolezza, che come dicevano i latini “Audentes Fortuna iuvat “ (= la fortuna aiuta gli audaci).
     
    Allora liberiamo i vorrei, coltivando settimana dopo settimana, il giorno, per realizzare con armonia e alchimia, ciò che prima era soltanto un semplice sogno o un fotogramma etereo. Aprendosi al mondo, possiamo innamorarci e capire quanto uniche siano quelle frequenze instaurate.
     
    Memori di “lezioni scritte devastate, regole trascritte divise, voci vergognose risentite”, il poeta ricorda che la chiave di svolta è nelle nostre mani. Il discernimento è il chiaro indicatore delle nostre azioni. Ognuno di noi segue la sua natura; se essere “grigio” o pecora o lupo o semplicemente sé stesso: portatore sano libero di follia, desiderio, simbiosi emotiva. Espressione autentica, in un mondo che ha dimenticato quanto ricchi si possa essere, ascoltando e guardando intorno e dentro noi con nuovi occhi.
     
    Poesia fresca, schietta e originale, quella di Leonardo Manetti, che come freccia scoccata, penetra all’interno dei valori più profondi, producendo riflessioni e strumenti per vivere decisamente meglio.

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  • Un libro fuori genere. Lo è per diverse ragioni: in primis perché scritto da un microbiologo il cui intento – come egli stesso non manca di ribadire – non è stato quello di scrivere un libro di storia; quindi perché riprende l’incredibile e poco nota vicenda del Generale Umberto Nobile e della sua sventurata missione al Polo Nord a bordo del dirigibile Italia; ancora perché, scoprendo la vicenda del Generale, scopriamo la vicenda altrettanto umana e toccante della sua segretaria di nazionalità inglese, Miss Frances Fleetwood, che vivrà proprio nella residenza estiva del Generale, a Scauri di Minturno (basso Lazio), fino alla sua scomparsa; ma soprattutto perché, nel profondo, il libro vuole porre rimedio ad alcune mancanze che l’autore stesso si attribuisce, dimostrando a tutti che l’individuo – se accompagnato dalle lettere e da una felice disposizione d’animo – è capace di qualsiasi missione impossibile, fosse anche rimettere insieme i pezzi di un leggendario dirigibile e fargli solcare nuovamente il cielo alla ricerca, questa volta, delle vite di grandi personaggi.
    La narrazione di tipo epistolare attraverso cui si dipana la vicenda abbraccia più epoche e personaggi. Tutti, comunque, uniti dal comune destino dell’uomo nella sua accezione più umana: l’esplorazione; non solo di terre ma anche di sé stessi, dei propri limiti, delle proprie paure.
    In qualità di scienziato, poeta e scrittore, Giuseppe De Renzi emerge dunque da questa impresa letteraria anche un po’ storico, a dimostrazione che la curiosità irride i vincoli artificiosi entro cui si è troppo spesso costretti a limitare l’intelletto e, solcando le ali dell’immaginazione, a raggiungere luoghi altrimenti inarrivabili fissandovi una bandiera che ha l’innegabile sapore di vittoria, l’invidiabile primato della libertà.

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    recensione di Jason Ray Forbus

  • C’è Itaca, al centro della poetica di Giuseppe Marino. Itaca come ricerca, come fuoco interiore da perseguire: un traguardo che si sposta sempre più in là, per dirla con i versi di memoria montaliana. I versi di Marino racchiusi ne “Il viandante e il divoratore di falene” (edizioni Del Faro, 2014) riflettono l’ambizione nascosta, la non confessata aspirazione di raggiungere un punto di riferimento talmente bello e vero, unico, intero, “salda meta”, da quasi spaventare: il viandante diventa una falena, che si perde – desiderando di perdersi – nella stessa luce che l’ha sedotta.
    La poesia di Marino si fa in questo modo catartica: il suo viaggio esprime un collegamento profondo con il Creato, si lascia accarezzare dal vento, offuscare dalle ceneri e dalle “piccole miserie immature e vaghe”, ma contemporaneamente incoraggiare dalle stelle. Il viandante si trova pronto a riprendere la sua battaglia “ad ali spiegate”, ma armato di “elmo e corazza”, con ellenico eroismo, e tutta umana speranza. È tenace nel proseguire la sua strada, come un innamorato che insegue l’eco dell’anima amata. Non è un caso se Maddalena Corigliano, nella prefazione, definisce il poeta pugliese “cantore della spiritualità”.
    Il viaggio verso Itaca, nella silloge "Il viandante e il divoratore di falene", si compie attraverso gli elementi della natura, dai colori dei tramonti alle fiamme d'amore, avanzando in versi liberi e sciolti, cullati dalle braccia della Bellezza. Il viaggio avanza a passo classico, tra le onde del mare, in allusione costante ad un Ulisse interiore che cerca la sua verità... Un fuoco che arde in rigenerazione costante e da dove la fenice nasce una, due, tre volte per ricominciare da capo la sua tensione verso l'altrove.
     
    “(…) la vita è alchimia, 
    complesso intreccio di errori e perdoni”

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    recensione di Cristina Mosca

  • “In guerra non ci sono mai stato” è l’opera seconda del giovane poeta latinense Daniele Campanari, un’opera fresca, nuova, che ha qualcosa da dire, e nel panorama poetico contemporaneo non è certo da sottovalutare.
    Le prime liriche si aprono agli occhi del lettore come una telecamera, che scruta, supervisiona, osserva – a volte a distanza a volte divenendo essa stessa partecipe –  degli sguardi, di un cammino, di quel circolo vizioso, ma allo stesso tempo fiabesco che si sporca le mani di rosso: ah, l’amore!
    “La storia comincia/ quando finisce/ comincia coi racconti/  di quel che stato/ l’oratore davanti al fuoco/ e due orecchie all’ascolto […]”.
    Campanari non fa altro che raccontarci storie…storie per dialogare, storie per sorprendere, storie per educare, storie per corteggiare l’amore, storie distanti, storie che raccontano altre storie, storie senza tempo: tra il verde brulicare dei monti e il crepitio di una luce al neon avvitata con troppa fretta, e scoppiata con quella stessa troppa facilità in una stanza di un motel, luogo di passioni.
    E ancora il giovane poeta affida i suoi versi allo sguardo: “tu c’hai il veleno/ te lo leggo negli occhi/ c’hai un romanzo gobbo negli occhi […]”, anche Hume affidava una sua celebre citazione allo sguardo che è motore della mente, lui affermava nella versione originale che “Beauty in things exists merely in the mind which contemplates them”, ovvero che “La bellezza delle cose esiste soltanto nella mente che li contempla” ed è proprio così che sia David sia Daniele attraverso il corpo della parola osservano il mondo: “guardati intorno e/ vedila la bellezza del cane […] vedili gli alberi che crescono su rettangoli murati/ vedile le passeggiate/ a memorizzare/ le insegne dei negozi […] e vedila l’ombra/ che ti accompagna/ danza con lei/ perché le punte dei piedi/ fanno arrivare in alto […]”.
    E aggiungo, fanno scalare montagne, fanno vivere, ma non per il semplice fatto di esserci, ma per quelle bellezze remote che racchiudono delle cose apparentemente insignificanti della vita: come un cieco a leggere poesia, come un sordo a udire il più sordo dei rumori, come un paraplegico ad osservare la corsa, la sua corsa, fatta con altre gambe.
    Così le parole, così la poesia: unica, sola, molesta, condivisa, dalla mia, dalla tua, dalla nostra bocca, per sempre parole “[…] per raccontare ottant’anni di vita/ per raccontare ottant’anni d’amore […] “.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questa raccolta di poesie di Nunzia Valenti è una piccola piacevole scoperta: troviamo un'autrice che con voce fresca ed accenti appassionati sa toccare delicatamente le corde della nostra anima fino a farla vibrare all'unisono con la sua.
    È l'amore il grande motivo ispiratore delle sue liriche: amore ricercato, amore condiviso, amore ferito, rifiutato e tuttavia, sempre atteso in un'altalena di rimorsi, rimpianti, estasi e speranze.
    L'autrice è capace di immagini fortemente evocative, che immediatamente trovano eco dentro di noi, come nella bella lirica intitolata "Assenza d'amore", quando ci si presenta in riva al mare, "mentre traccia sulla sabbia cuori senza iniziali", oppure ne "I sogni cancellati", in cui esprime tutto il desiderio e la speranza "con la mia anima e il mio pensiero/scrivevo i miei sogni su quel cielo"; e nella bellissima chiusa di "Dormire sul tuo petto", l'autrice esulta nell'amore condiviso: "E si spianano strade verso la nostra storia infinita".
    Ma ci sono anche dolorosi momenti di rifiuto e di abbandono: nella deliziosa poesia "Scomodo condomino": "Non mi hai consegnato la chiave del cuore/e entri ed esci quando ti pare/fai solo caos e tanto rumore"; oppure quando si chiede perché soffrire tanto per un amore finito: "Perché vivere all'inferno/solo per la colpa di averti amato".
    Particolarmente toccante la lirica "Sarò per te", vero inno di passione e di amore, quando l'autrice si fa "grano" e poi "acqua" e poi "notte" e poi "giorno" e "fiamma", indicando via via l'esultanza delle scoperte d'amore.
    Eppure deve amaramente arrendersi alle sconfitte, alle perdite e alle delusioni: "Eri il mio sogno a colori, ma in una realtà in bianco e nero./Avrei voluto vestirmi delle tue braccia/ma sei stato un abito appeso che non ho mai indossato".
    Ricorda con desolazione "Desideri irrealizzati/progetti andati in fumo così in fretta/come si consuma una sigaretta"; sintetizza poi il tutto con il verso spettacolare: "passaggi di vita non vissuta/nel modo in cui l'avrei voluta".
    E si chiede come sarebbe bello se il tempo perso si potesse recuperare: e poi immagina tutto quello che avrebbe potuto fare, dire, esprimere, concludendo con assoluta eleganza: "Accoglierei ogni occasione perduta/perché la vita va goduta".
    Eppure tenace rinasce dalle ceneri dei dolori e continua con una splendida invocazione al cielo: "Mandami neve di petali di fiori soffici e profumati/mi distenderò per sonni lieti/per riprendermi l'allegria degli anni passati"; ed ancora "mi chiama sempre il mio passato/dove i miei sogni ho seppellito".
    L'autrice ci lascia poi con la capacità straordinaria di guardare ancora avanti, nel futuro, malgrado il percorso a volte possa essere stato aspro e solitario: "Un bagno caldo per lavarmi dai cattivi pensieri.../...mi spruzzo addosso gocce di speranza.../mi vesto d'ottimismo/oggi è un nuovo giorno/e sono pronta a ricominciare".
    Chiudiamo il libro con dolcezza perché è con dolcezza che l'autrice ci ha permesso di entrare nei giardini del suo animo, per incontrarla nei suoi pensieri e nei suoi desideri e sentirla un poco vicino a noi.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Apro la raccolta di poesie "Le rotte del vento" di Maria Teresa Santalucia Scibona e il mio primo pensiero è un interrogativo pieno di timore. Un sentimento di inappropiatezza dinanzi a una poetessa del suo valore e della sua esperienza.
    Dopo aver letto le prime poesie, il mio animo si placa totalmente, avvolto nell'accogliere lo splendore e la delicatezza di parole spennellate con maestria e immensa sensibilità.
    Rimanere estasiati da paesaggi filmati con l'inchiostro, che restano indelebili in quel transfer poetico da chi scrive a chi legge.

    La prima poesia "Baruffe marine" è quella che mi sta più a cuore, e non solo perché mi è dedicata, ma perché racchiude l'essenza della poetica di Maria Teresa: una dolce tempesta marina. La dolcezza è una fresca e perenne brezza che accarezza le sue parole; ruscelli d'inchiostro che scendono lenti da armoniosi rilievi.
    La tempesta è tutta la forza espressiva, e ancor di più umana, che trapassa ogni pagina e mette l'animo nobile di questa donna davanti ai suoi testi. Sì, perché anche quando ci troviamo davanti a descrizioni di paesaggi ed eventi naturali, nel parallelo opposto ci appare lei: una donna che tracima di tutte quelle parole, quei colori, quei suoni, quegli odori, quelle sensazioni forti che il suo corpo minuto fatica a trattenere.

    La poesia "Le rotte del vento", che dà il titolo alla raccolta definisce un altro aspetto chiave.
    "navighiamo a vista/ eludendo ignari/ le rotte del vento". Quest'incedere a vista, sicuri che la poesia ci porterà in un luogo a noi caro, senza bisogno di rotte segnate o della forza del vento che gonfi le vele.
    E' la forza delle parole su cui veleggia Maria Teresa, è sicura al timone e neanche una tempesta marina le potrà sfilar via il suo tesoro più grande: la poesia.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La penna formosa di Niccolò Ammaniti non fallisce il colpo neanche in questo “Che la festa cominci”. Che è un carico pieno di ironia, thriller, suspense, autobiografia immaginaria e interesse storico-collettivo. Un romanzo ironico perché, davvero, fa ridere. Ma nel senso buono della componente civile che sforna personaggi dall’alto interesse antropologico. Come Sasà Chiatti, un improbabile imprenditore campano che decide di trasformare Villa Borghese in un zoo a cielo aperto. Ma anche nella sede della festa per la quale unici invitati sono i caratteristici vip.

    È un romanzo che sta dalla parte del thriller, poi. Perché è il protagonista della vicenda a volerlo così. Un tale Fabrizio Ciba che di professione fa lo scrittore. Non uno scrittore qualsiasi: uno da milioni di copie. Reso famoso non solo per la pubblicazione romanzata; anche per essere un’autentica tigre da tivvù. Una proiezione che fa tanto piacere al Ciba sciupafemmine e al Ciba egocentrico. Talmente egocentrico da trovarsi spesso in situazioni non facili da gestire, come quando prova a corrompere sessualmente una sexy traduttrice. E in parte ci riesce ottenendo qualche minuto di godimento manuale scomodamente seduto su un muretto protetto di erba.

    Insomma la festa. Che comincia in stile rock’n roll: musica, buffet infiniti, droga, calciatori, politici, veline. C'è tutto, per loro. E c’è pure Ciba lo scrittore. Con lui, ma lontano da lui, la nota cantante Larita: un pezzo di donna convertita al mondo vegetariano. Non prima di aver assaggiato il lusso scontroso che è impuro della vita. Dunque la festa comincia. Ed è un programma: dal buffet di benvenuto alle 12.30 alla fine prevista alle 7 del giorno dopo. In mezzo l’organizzazione del gruppo caccia, l’amatriciana di mezzanotte e il concertone di Larita. Ogni cosa è cotta a puntino. Anche l’agguato che un’improbabile setta satanica di Oriolo Romano, ingaggiata dal parentato per servire ai tavoli, prepara proprio nei confronti della cantante. Un agguato che servirebbe per rendere unico e immortale il suicidio che la setta, in gruppo, comporrebbe dopo aver assassinato l’artista.

    Ma c’è qualcosa che non va esattamente come previsto. E lo scrittore Ciba resta sciupa femmine, sì, promuovendo il contatto con Larita. Ma diventa un Indiana Jones di Trastevere quando si trova a salvarsi la pelle tra leoni ed elefanti stanchi. La storia va avanti così. Con l’abilità di Ammaniti di alternare le scene che alimentano la curiosità del lettore. Una storia che è dentro la storia: quella di uno degli spazi più belli e degradati di Roma, di alcuni atleti russi fuggiti dall’Olimpiade perché schifati dal comunismo, del denaro che non salva la vita.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Meravigliosa prova 2011 di Javier Marías, che per un attimo sfiora il precipizio della banalità per poi fluttuare, placido e pacato, sul suo consueto piano dell’umano. Nelle prime pagine sembra infatti sfilare una serie di considerazioni alquanto prevedibili, ma che, nella loro estrema semplicità, si concatenano le une alle altre fino a diventare una storia sempre più torbida e intricata. Gli innamoramenti del titolo sono solo un pretesto, un sassolino di ambiguità che aziona meccanismi opposti di diffidenza e di resa, poiché “quel che è molto raro è provare debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli: questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere  oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese”. L’amore, di fatto, resta nello sfondo della narrazione, perché l’ombra aleggiante in primo piano è quella della morte: la perdita, l’assenza, l’adattamento. La protagonista di questo romanzo è una donna che si trova involontariamente in una storia a quattro: si innamora di uno che è innamorato di un’altra, la quale perde suo marito in circostanze tragiche, paragonabili ad “un cornicione che si stacca dalla strada”. Ad un tratto si insedia il sospetto che le circostanze non siano state, poi, così fortuite, e il romanzo assume quasi tinte gialle, nella ricerca della verità, continuamente provata e rimessa in discussione. Il risultato è che, forse, non è dato saperla mai.
     
    “Quando la ragnatela ci intrappola fantastichiamo senza limite e insieme ci accontentiamo di qualunque briciola, di sentirle lui, di percepirne l’odore, di intravederlo, di sentirlo, del fatto che stia ancora dentro il nostro orizzonte e che non sia scomparso del tutto, che ancora non si veda in lontananza la polvere dei suoi passi che stanno fuggendo”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un breve viaggio in un epoca umana oscura, ma che cova la voglia di scoprire la reale composizione della vita e conoscerne il senso.
    A cosa dobbiamo tutto ciò che ci circonda? Volontà Divina o complicata chimica? Come funziona il nostro pianeta? Senza le moderne tecnologie, nel XVII secolo in Sicilia, lo studio dell'alchimia era considerata al pari della stregoneria e lasciata in mano a pochi frati che correvano il rischio dell'inquisizione se oltrepassavano il lecito.
    In un regno dominato da baroni, l'ignoranza della popolazione era assogettata alla religione, alle sbagliate idee filosofiche sulla materia e alla repressione, dando il potere a pochi e la miseria a tanti.
    Il barone Gervasio non è da meno, tuttavia attende dalla moglie due eredi, gemelli che dimostrano una innata differenza; il primo nascituro, Tiburzio, per tradizione erediterà le sue fortune, dimostrando di essere interessato solo ai piaceri carnali della vita, mentre il secondo Alonzo, ne sarà talmente affascinato dai suoi misteri da voler continuare gli studi.
    Alonzo non passerà una vita tranquilla, stufo del servilismo che percorre le sue terre e della sua arretratezza, dovrà persino rinnegare il suo primo grande amore Genoveffa, data in sposa a suo fratello per volere del padre Gervasio, anche se a Tiburzio non interessa di lei, costringendolo a fuggire in cerca di nozioni e lenire le sue ferite d'amore.
    Seppur torturato dall'amore avrà riscatto nell'apprendere le nuove tecniche di chimica e svolgendo esperimenti presso luminari dell'epoca, spingendosi persino in Provenza.
    Alonzo farà tesoro di ogni insegnamento, di vita, di chimica, potrà scambiare idee con il conte Valery con cui stringe un'immediata amicizia e un affine ideologia e intrapreso il suo viaggio interiore cercherà di arricchire anche l'animo del lettore.
    Piacevole trovare oltre alle nozioni di chimica in questo scritto anche citazioni di Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, William Shakespeare, Petrarca, e di filosofi quali Platone e Tommaso Campanella e molto ancora.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • L’ultimo libro di Paolo Giordano parla di una relazione, di un universo in evoluzione, degli affanni (il nero) e delle bellezze a volte minime (l’argento) che dentro una coppia si hanno. Una coppia che ha paura di scoprirsi, di scavare dentro e dietro i fantasmi che albergano in ognuno di noi, una coppia che vacilla pensando al domani, alla vita, al suo ripetersi, fino al giro di boa, in quelle acque placide, profonde, dipinte da un blu spettrale che ricorda l’abbandono. Quasi paurosi di un senso di nullità, di negazione di un rapporto fantasma, immaginario, sentono il bisogno della conferma, dell’approvazione, dell’essere visti per ricevere un’autenticazione. Così la signora A. – sotto le vesti di domestica – si introduce nella loro casa, silenziosamente, con passo felpato, quasi venendo ad essere un essere che ha il potere con il suo sguardo di generare e portare una tranquillità amorosa sempre più scadente. Ormai da quando c’è lei, tutto sembra aver trovato il giusto senso, la giusta collocazione: “[…] provai anch’io un sollievo inaspettato, persino un senso di eroismo per come avevo accantonato le mie ambizioni in favore della serenità di Nora. I miei colleghi emigrati avrebbero avuto la gloria accademica spalancata davanti a loro e uffici ariosi in strutture di vetro e metallo, ma avrebbero vissuto lontano, lontano non solo da qui,  lontano da qualunque posto. Avrebbero incontrato e sposato ragazze straniere, «mogli comode», perlopiù appartenenti al fototipo nordico e con le quali comunicare in una lingua intermedia, il francese o l’inglese, come diplomatici. E io? Io, invece, avevo Nora, che comprendeva ogni sottigliezza delle frasi che pronunciavo e ogni implicazione di quelle che sceglievo di non dire. Potevo aspirare a qualcosa di più di questo?, immaginare di metterlo a rischio in favore di una borsa di studio seppure prestigiosa? Ogni progresso della fisica dall’inizio, l’eliocentrismo e la legge di gravitazione universale, le equazioni sintetiche e perfette di Maxwell e la costante di Planck, la relatività ristretta e quella generale, le stringhe multidimensionali attorcigliate su se stesse e le pulsar più remote: tutta la gloria di quelle scoperte insieme non sarebbe bastata a restituirmi la stessa pienezza […]”.

    Un amore che va oltre le concezioni ancestrali della fisica, che sfida le leggi del mondo seppur avendo sempre il bisogno di conferme costanti (esterne). Il loro percorso amoroso evolverà, muterà come leggi elementari, fin quando un variabile, una variabile di segno negativo opposta all’amore porterà turbamento nella coppia, e nella vita della tenera signora A. che vedrà dissolvere pian piano ogni sua sicurezza, tant’è che si astrarrà dalla vita della coppia per indagare nel suo personale universo. Così la coppia diviene fotografia della confusione, del turbamento, della sintonia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai smarrito e in balìa di una assenza dolorosa. Dall’universalismo narrativo Giordano nel corso del libro muta e stratifica la storia per arrivare a presentarci un particolarismo fatto di scelte – forse sbagliate –, di amori (bisognosi di conferma), di invadenze, di dialoghi interiori, dell’amore a tutto tondo (che si sente minato): che talvolta tocca picchi d'argento, talaltra tocca picchi di nero.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante