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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • “Latte & Limoni”, silloge che già nel titolo esplica l’ossimoro della vita, tra alti e bassi, salite e discese, chiaro/scuri dalle molteplici funzioni e immersi in significati carichi di memoria e di esperienza. Il latte e il limone, due alimenti singolarmente nutrizionali e ricchi di proprietà, ma che insieme possono essere anche nocivi e scatenare “acidità e dolore”. In letteratura il latte è accostato alla maternità, all’infanzia felice, ai ricordi che sono l’ABC della crescita non sempre semplice (..).   Una vita indossante i panni di una “Mater Lactans” e troppo spesso “dalle tasche vuote”, che si ritrova a combattere con le apparenze, bollette e giudizi. Figura ritrovabile nei versi di “S. Natale” di Clemente Rebora (1939), in Jacopone da Todi, nel capitolo XXXV dei Promessi Sposi (1840), nel XV della Gerusalemme Liberata (1580- 81) (..). Una visione perturbante caratteristica anche la produzione verghiana: in Nedda (1874) o in Mastro Don Gesualdo, o con il  “maleficium lactis” narrato da Tozzi,  da Ignazio Silone ne’ “le donne in Fontamara” (1933). Pirandello interpreta la dis-grazia dell’allattamento in tutta la sua tensione patologica: nella novella Il libretto rosso (1911), fino alla valenza mostruosa nel racconto di Landolfi ne I canti di Maldoror (1869) di Lautrèamont. In tempi più recenti, Cristian Raimo ha rappresentato l’abisso della solitudine nel suo Latte (2001). Così nella lirica di Salvatore Quasimodo abbandona la mitologia dell’infanzia favolosa trasformandola in rovina del mondo e nella “Milano di Uomini e no” (1945) di Vittorini, un lattaio grida alle donne in coda che è arrivato cane Nero, prefigurando il destino non fasto. Il bianco/latte nella connotazione spettrale, allegoricamente diviene un mare nebbia [Una questione privata (1963) di Beppe Fenoglio] o un” cielo lattiginoso” come in Zebio Còtal (1961) di Guido Cavani o un “ghiacciaio fulminato” sul filo del rasoio in Islanda. I luoghi (Mirandola, Milano, Roma, Camerun, Bosnia, Islanda, Sardegna) diventano fonte d’analisi, scoperta, ricostruzione e di secrezione dalla cattiveria e dalle impurità per giungere alla pace (..). L’idillio di Gatto di “Erba e latte”, che introduce la stessa silloge della Dall’Olio, caratterizza la musicalità ricercata dalla poetessa, che sull’altalena della vita tra memoria e sogno, ninna nanne, moniti, filastrocche e “cassintegarti”, snocciola la  sua poetica sociale. Battaglie senza età, che spaccano il cuore e barattano la finzione per il successo. Una velata ricerca della bellezza eterna (Dorian Gray) e in quel latte & limoni, trovano il balsamo e l’acido. Il coagulato può infine trasmutarsi nella stessa fibra tessile, come nell’ingegnosa prosopopea ideata da Marinetti ne “Il poema del vestito di latte” (1937) (..).   Al contempo anche il limone identifica il concentrato di energia, solarità, forza. Simbolo usato da Montale (Ossi di seppia), Quasimodo, Goethe, elogio d’appartenenza a un luogo/tradizione tale da richiamare sensazioni e profumi caratteristici. Potente strumento curativo e di bellezza, accattivante e audace, così come è la stessa penna di Anna Maria Dall’Olio, che abilmente riesce a descrivere, dis(incantare) con i versi quanto accade nella realtà (..).   Il latte e i limoni possono essere buoni davvero, ma anche amari, proprio come la vita: una mammella dell’universo, un libro-cibo, puro latte dell’anima e succo rivelato energico  che se spremuto con la consapevolezza e il bisogno d’evolvere,

    [... continua]

  • Il sesto thriller di Dan Brown (il quarto ad avere come protagonista il professore Robert Langdon) diventa in ottobre 2016 un film dalle ambientazioni indubbiamente bellissime. Non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scenario iniziale è Firenze, si prosegue per Venezia e si decolla addirittura verso il medio Oriente. Al centro del fitto intreccio, ricco di colpi di scena e di carte rimescolate a dir poco vertiginosamente, c’è la caccia a un luogo misterioso da cui sarà cambiato il destino del mondo. Il libro segue la serie Langdon iniziata nel 2000 con il libro "Angeli e demoni" e continuata con il "Codice da Vinci" nel 2003 e "Il simbolo perduto" nel 2009.
    Cosa si farebbe se si potesse salvare l’umanità sacrificandone una parte?
    In “Inferno” di Dan Brown (Mondadori 2013) l’evoluzione dell’ingegneria genetica si affianca di pari passo a una rilettura interessante della Divina Commedia: l’autore ci mostra il nostro capolavoro attraverso i suoi occhi da straniero, ne amplifica il valore e ci aiuta forse anche a ricordarne la grandezza universale. La lettura, come lo scrittore ha abituato i suoi lettori, è incalzante e alterna piuttosto bene i momenti descrittivi a quelli di azione e a quelli di introspezione (in genere funzionali alla suspense). Viene di continuo da cercare su internet i luoghi dell’ambientazione, con il libro ancora aperto e la pagina letta per metà, per la voglia di visualizzare meglio i movimenti dei personaggi. Finale controverso e sorprendente.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Non avevo capito niente” (Einaudi, 2007) è il primo libro della trilogia di Diego De Silva che ha per protagonista l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico. Finalista al Premio Strega 2007, il libro è di lettura molto agevole. Se si accetta di lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza del narratore, spesso molto divertente, si finisce per soffocare più di una risata. È una buona lettura da ombrellone, costruita su un personaggio verosimile, dalla bassa autostima, che da un certo punto in poi è costretto a fare delle scelte e di conseguenza vede iniziare a cambiare anche alcune cose che si trascinavano da tempo intorno a sè. Il ritmo della lettura è posato e le descrizioni dei personaggi irresistibili, a volte caricate, ma non forzate. Il punto di vista del protagonista, che narra in prima persona, è sempre estremamente ironico, a tratti nevrotico, indubbiamente sempre molto vivido e colloquiale. La sensazione finale è che ci sia un’estrema sensibilità latente che abbia quasi il pudore di venir fuori, come fa invece negli ammiccamenti al pubblico femminile o nelle digressioni di argomento musicale. Gli altri libri della trilogia sono “Mia suocera beve” (2010) e “Sono contrario alle emozioni” (2011); la trilogia è contenuta in “Arrangiati, Malinconico” (Super ET, 2015).

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La domanda che muove le pagine de “Nelle case della gente”, di Mirko Tondi, è: si può realmente sfuggire a ciò che si è?
    Fiorentino, classe ’77, Tondi ha dalla sua una scrittura profonda, matura. Capace, soprattutto, di grande sottigliezza psicologica.
    Si può, dunque, inventare per se stessi un anti-destino? O tutto è già scritto in quegli anni (i primi) che ci formano e ci segnano per sempre?
    Il romanzo si fonda su questo dilemma e avvolge, cattura il lettore, tanto che riesce difficile allontanarsene. Mentre lo si legge, turba a lungo e tiene sospesi in un dubbio, come se ci cogliesse il sospetto che, quella che stiamo leggendo, sia anche la nostra storia.
    Le case di cui Tondi parla ci rappresentano: sono come anime che accolgono avvenimenti, proteggono, feriscono per sempre.
    Un’effrazione antica che non si rimargina, legata alla figura paterna, condiziona le scelte del protagonista, che non ha nome, o che potrebbe forse chiamarsi K., come il grande scrittore ceco de la “Lettera al padre”.
    In un gioco di coincidenze, che Tondi richiama e rimuove con distacco solo apparente, balugina una possibile risposta. Che, però, non soddisfa. Non bastano i  sogni di gloria, le amicizie, un lavoro che aiuta a vivere. Non basta la scrittura, che sempre ripara e fa da approdo momentaneo: bisogna cercare una verità più profonda, che appare e scompare di là dalle rivelazioni, dei fatti concreti, dei segreti svelati.
    Una verità che si manifesta soprattutto nell’incapacità di radicarsi, di scegliere per sé strade rassicuranti, quelle che tutti percorrono: una famiglia, un figlio.
    Ma c’è pure una risposta che trapela, disperatamente, dalle pagine dei libri che si amano, in cui ci si è imbattuti per caso o per scelta. “Tutto ciò che so della mia vita, mi sembra di averlo appreso dai libri”, scriveva Sartre, e così il protagonista del romanzo cerca, nonostante tutto, una possibile chiarificazione nelle storie già pensate, nella vita già raccontata da altri.
    “Nelle case della gente” è un romanzo doloroso, lucido, ricco di tensione narrativa. Un lungo racconto senza finale, sospeso come tutto quello che non può essere risolto. Dobbiamo imparare a convivere con le domande: questo chiede la vita, ogni vita.
    Eppure, di là dal dolore e di ogni possibile ricerca, oltre ogni comprensione, di là dalla ferita che non guarisce, c’è una strada salvifica, che non è rinuncia né debolezza. Mirko Tondi la indica al lettore solo nel finale, delicatamente.
    Un bel libro, che ci fa amare il suo autore, scritto in modo fluido, seppur ricco di rimandi, nel gioco di citazioni che vuol confondere la realtà con la finzione narrativa. Cosa, questa, che è sempre la cifra della buona scrittura.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

    • Moiras
    • 10 agosto alle ore 10:57

    Una raccolta poetica particolare, in cui passato e presente si intersecano. L'uno dipende dall'altro. Esempio di ciò è la premessa in prosa del libro in cui l'autrice narra di Roma. La città si erge tra le pagine. Roma caput mundi, musa di ogni civiltà. Il tempo scorre tra le sue vie scandendo le ere.
    "... Roma è tutti: spoglia, resto che si dilegua, solitudine... Un ponte sul e nel tempo in cui i ricordi sono vivi regalando sensazioni ed emozioni. Nella Roma dei santuari della meraviglia celeste, l'invisibile scorre. È l'invisibile morte che segna catene di vivi che non morranno mai". Leggendo questi versi è facile immaginare il Verano che accoglie e protegge i defunti con semplicità ed amore. Grandi mente vi riposano all'ombra delle lapidi.
    "... Nella casa grande della notte chiara luccicano i morti. Nella città di sempre, Fra gli stagni vetrigni della brezza, I morti senza morte!"
    Vita e morte si alternano tra le righe di questa raccolta duale dalla lingua ai contenuti: spagnolo e italiano, passato e presente. Un testo che rispecchia la natura ed il mito con grazia e chiarezza. La poetica è frammentaria, elementi opposti come luce ed ombra, si alternano creando scenari unici ed irripetibili. Una lettura affascinante in cui i versi si snodano tra filosofia e misticismo, frasi brevi che creano bellezza e significato. Gli stati d'animo si specchiano nelle stagioni e le determinano. Una silloge preziosa che racchiude verità universali custodite nel tempo, che vengono rivisitate per renderle attuali. La poesia diviene un messaggio antico e prezioso.
    Moiras di Francesca Lo Bue è una lettura piacevole ma non semplice, forse non adatta a tutti. Necessita di attenzione, sensibilità ed empatia per seguire il percorso tracciato e descritto dall'autrice.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • La penna della Iaccarino si immerge nella quotidianeità, descrivendo come la brillante e apparente serena vita di Lanty, una giovane Accessories Designer si ritrova di fronte a una realtà non così idilliaca. Tra sacrifici e conquiste, con un matrimonio alle spalle di 10 anni con lo storico compagno Marcello, divenuto un giornalista, le sfide non mancano.
    Seppure bella e affascinante, è costantemente messa in crisi dal due di picche del marito che non cede alla sensuale mogliettina, nonostante ella escogiti ogni modo possibile per indurlo in tentazione e saziare le sue voglie. Oltre le resistenze e le piccanti “trasformazioni”, Lanty mette a nudo in ogni senso la sua femminilità, aiutata dai consigli dei suoi assistenti di laboratorio Alex e Daniela.
    Ma spinta al limite della resistenza, il rapporto va in tilt con le avances di Guido, l’amico di sempre, l’avvocato Don Giovanni che con il suo “savoir faire”, riesce a farla cedere alla follia.
    E quando sembra di aver riacquistato la libertà di vivere le proprie emozioni, un “click” inaspettato cambia la prospettiva e dalla carica massima di erotismo si passa ad una situazione ben diversa.
    Lanty non si dà per vinta, e cerca con le unghie e con i denti di scoprire la verità, sbattendola così in faccia al marito e, con il suo tacco 12, può davvero guardare in faccia la nuova vita avanti.
    “Perché l’amore non va mai relegato né tanto meno lasciato nell’ombra. L’amore dà luce e merita luce. L’amore non ha sesso, né ceto o razza, né religione o lingua. L’amore è amore. Quando si ama, bisognerebbe mostrare con fierezza i propri sentimenti. Qualunque essi siano e verso chiunque. Alla luce del sole. Perché l’amore merita il nostro rispetto. Sempre.” 
    Un romanzo che si legge tutto d’un fiato... magari con un buon cookies in bocca!

    [... continua]

  • Quando pensi a Walter Veltroni è difficile non immaginare gli anni della politica, soprattutto quella politica romana che lo ha visto protagonista come primo cittadino. Di certo non pensi a un Veltroni cantastorie tra i minuti del tramonto o quelli del mattino, tra il calare della sera o per "la scoperta dell’alba". Si chiama proprio così questo libro, edito da Rizzoli nel 2006, che racconta la vicenda di Giovanni Astengo, un bambino-adulto che, colto da classica nostalgia, decide di andare a vedere come stanno le cose nel casolare di campagna dove aveva vissuto. Giovanni è anche adulto, un professionista dell’archivio nella biblioteca. Il suo ruolo, manco a dirlo, è catalogare le vite degli altri.

    Tutto infatti ruota tra l’archivio e il ricordo, tra il passato che riesce a sorprendere con un presente ancora da scoprire. Giovanni allora vuole capirci di più, vuole raccogliere i pezzi del puzzle che componevano il quadro della sua adolescenza e provare a salvare il salvabile. In questo caso il salvabile è un padre, suo padre che si rende partecipante attivo di un omicidio che coinvolge intellettuali del suo tempo. La forza di questo romanzo sta nell’imprevedibilità dei fatti e di come questi compongano l’intreccio della narrazione. È curioso allora come Veltroni racconti in maniera limpida, senza accavallare nessun passaggio, senza omettere nessun dettaglio particolare, il tuffo nella piscina del passato che il piccolo Giovanni compie in età adulta. Sarà un telefono particolare quindi a mettere in contatto i due Giovanni: quello ragazzino e quello maturo. Da qui i colloqui, ogni giorno per qualche giorno, in cui un Giovanni diventa indagatore e l’altro ascoltatore fidato. La somma delle relazioni svela il significato nascosto delle cose, ma anche come non sia mai possibile cambiare il corso degli eventi seppur questi si siano rivelati errori grossolani. La storia non è di certo la più innovativa che potevamo leggere. Ma è comunque uno spaccato godibile tra verità e finzione, tra ciò che vorremmo accadesse e che invece non accadrà mai.

    La scoperta dell’alba è il primo romanzo dell’autore ex sindaco. Da questo titolo ne è stato tratto un bel film, nel 2013, diretto da Susanna Nicchiarelli con Margherita Buy e Sergio Rubini a interpretare i ruoli principali. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Può la dea Cipride sconvolgere e smuovere gli animi e avvicinare due cuori?
    Può la democrazia in una città colta come quella di Atene nel V secolo A.C. decidere sulla vita o morte di una persona? Può la capacità dialettica o lacrime sincere salvare da un destino certo?
    Tutto questo accade e si percorre nell’avvincente storia di Cecilia Cozzi.
     
    Passione, sagacia, rivisitazione di quanto accadeva e di come nella vivace cittadina ci fossero cose e modi di vedere che possono riflettersi tutt’oggi. Sicuramente non capiterà facilmente di incontrare personaggi loquaci come un Erodoto, un Protagora, un’Anassagora, un Socrate o un abile scultore come Fidia.
    Un’Atene così paradossalmente chiusa e aperta, che trova la sua personificazione in Pericle, caloroso stratega e condottiero, che aveva “protetto” gli ateniesi imponendo la legge di rendere legittimi i matrimoni contratti tra gli stessi, escludendo tutto ciò che proveniva da fuori.
    Ma è in questa forma di tutela e al contempo di limitazione che si ritroverà ad affrontare una battaglia più grande di lui quella con Aspasia. Donna amabile, bellissima e confidente. Saggia dispensatrice di consigli, che ogni uomo vorrebbe accanto ma proveniente da una terra straniera: Mileto.
    Questa, tornata a Atene con il padre anziano Alcibiade, resterà subito affascinata dalla carica di Pericle e viceversa, tanto da affrontare un’intera Agorà, e dicerie pur di vivere il loro amore.
    Aspasia, dai più ritenuta l’etere per eccellenza, dall’amato e da chi la stimava, l’unica carismatica fiamma che con profondo amore di vera moglie (seppure non per legge), ha donato tutta se stessa per la famiglia e per la patria che l’accolta. Amante, sposa, madre, filosofa, colta e politica memorabile, che per amore, solo per questo, affiderà la sua stessa esistenza a chi ha concesso e aperto il suo cuore.
    Un romanzo struggente, e una presa visione di una figura fuori dal comune, o forse volutamente celata, poiché troppo splendente. Ma come si sa dietro a un grande uomo esiste una grande donna e la verità prima o poi, seppure dopo millenni, trova la sua giusta dimensione.

     
     

    [... continua]

  • Può la storia cambiare, costruire e intrecciarsi a vite? Quanto le parole possono guidare verso la verità e portare alla luce cose dal passato così misterioso?
    Può una città essere l’incipit di tante atroci situazioni da trovare una linearità con quanto attualmente accade?
     
    Questo è ciò che la mirabile penna di Claudio Aita produce. Vicende concatenate, legate a un particolare periodo storico, il più buio che imperversava, il 1300, l’inquisizione e nel cuore di Firenze. Un manoscritto dettagliato e con scomode confessioni, tanto da essere “criptato”  nel 1700 e sagacemente custodito fino ai giorni nostri.
     
    Sarà per opera di Geremia Solaris, un quasi cinquantenne, incaricato da un suo ex professore universitario Luciano, a ricostruire ogni singolo dettaglio.
    Ogni scoperta è una conquista, ma nel bene e nel male, porta involontariamente anche a una perdita e i personaggi che aiuteranno e depisteranno il protagonista non avranno facile vita.
     
    Firenze diventa così la scenografia del romanzo, e dettagliatamente sono descritti luoghi e edifici, analizzando ogni particolare e dando al lettore quella spinta a voler conoscere e sapere.
     
    Un thriller avvincente, che trova nell’equilibrio precario tra il potere e l’essere limitati, il coraggio di reagire, nonostante la società ostacoli e sia essa stessa mezzo che corrompe o illude di non poter essere in grado di farcela.
    Solaris, oltre i suoi limiti e difficoltà, trova nell’umana posizione, quel guizzo per mettere a frutto il suo talento, ricostruendo un percorso storico non indifferente, trovando analogie con i fatti atroci e le inspiegabili morti del “Mostro di Firenze”.
     
    Ognuno è artefice del proprio destino o forse il destino è già scritto  nel DNA d’ognuno. Cosa certa che la giustizia non sempre va di pari passo con l’obiettività.
    Una catena di omicidi, bruciature, conti in sospeso, amori mancati o istintivi, che gareggiano all’unisono verso quello sprazzo di luce e pace del cuore.
     
    Un romanzo affascinante che tra flashback e ritrovamenti lascia a bocca aperta e con il fiato sospeso e tra fantasia e reali protagonisti come il teologo Ubertino da Casale e l’inquisitore di Toscana Accursio Bonfantini, conferiscono alla “Città del Male” un fascino eterno.
     
     
     

    [... continua]

  • "Le parole sono spade, possono uccidere" diceva Hegel. O pietre, come Carlo Levi riporta nel titolo di uno dei suoi libri. L’importanza che gli diamo è sicuramente la base per la costruzione di rapporti e l’incontro per nuovi propositi. E questo libro è un percorso che diventa acqua, fonte vitale e primordiale, che trasporta messaggi evocativi e pregnanti immagini e significati. Così il poeta diventa autore e fautore, liberamente bagnato d’amore e della forza coraggiosa di creare e promuovere infinite vie.
    Per giungere a questa consapevolezza, il verbo scorre e si culla, trovando nella giovinezza la luce e la freschezza mai spenta  e utile, quando l’ansia e la notte possono spaventare. 
    Imparare a immergersi nella natura, che consiglia e canta “poesia in mezzo al mare” è il mezzo necessario per poi lasciarsi andare, e perdersi nell’ “abissale incanto di perla”, abbracciando la vita, in tutte le sue note e segnando la nostra personale scia.
    La Mazzarini offre emozioni allegoriche, intrise di sogni ed emozioni e poiché vissute, sanno donare carezze e mistero. 
    “In alchimie di respiri/ e fiori/ e versi d’acqua/ di rose”, chiaro monito di quanto ognuno di noi, con sentimento può produrre, accendendo fiamme o contemplando il silenzio, “alle sue acque divine/ la Bellezza ci invita/ al viaggio”.
    Un richiamo al Tevere, “con passi di bambina/ innocente come sposa”, si lega passato, presente e futuro, e la meravigliosa evocazione dell’acqua in tutte le sue forme, mare, pioggia, lago, ruscello, fiume, gocciole, pozzo, vasca, idromassaggio, cascata, onda, zampillo, incanta e accompagna nelle quotidiane resurrezioni dello spirito. 
    “Ti amerò/ come d’acqua di fonte/ il canto”, e forse in questo richiamo, non ci resta che tuffarci e cogliere al volo il messaggio.

    [... continua]

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di una serie di strane morti.
    I corpi verranno scoperti da un bimbo che era uscito di nascosto all'alba per giocare.
    Un corpo silenzioso e nudo giaceva sulla riva.
    Sotto i resti la polizia troverà altri due scheletri.
    Chi sono le vittime?
    Cosa hanno in comune?
    E' opera di un serial killer?
     Queste ed altre domande si troveranno ad affrontare la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.
    Una coppia in giallo che avevamo conosciuto nella "principessa di ghiaccio" e che dopo le indagini ha scoperto l'amore ed attende una bimba.
    Vita e morte si alternano in una trama ricca di sorprese e colpi di scena, che si muove tra 
    passato e presente della famiglia Hult. Fulcro della narrazione.
    Da più di vent'anni il Clan degli  Hult vive una faida: Ephraim, capostipite detto"il predicatore ", figura carismatica che infiammava e coinvolgeva  le folle con  guarigione e salvezza, ha lasciato ai suoi discendenti una strana eredità : credenza e problemi.
    I parenti non hanno tra loro limiti e pietà. 
    Gli uni contro gli altri.
    Caino ed Abele.
    Verranno tutti coinvolti nelle indagini che sviscereranno realtà inverosimili e sorprendenti, coinvolgendo totalmente la piccola località turistica intrisa di chiacchiere e falso perbenismo.
    L'autrice coinvolge totalmente il lettore, trasportandolo tra le vie di Fjällbacka e aprendo le porte di ogni casa, mostrando misteri e scheletri di ognuno.
    Un libro audace ed unico, dal finale inaspettato e coinvolgente.
     

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di un efferata morte.
    Una giovane donna,Alexandra Wijkner, viene ritrovata senza vita nella vasca da bagno della sua casa.
    Suicidio o omicidio?
    Molti gli interrogativi che emergono durante le indagini condotte da un commissario convinto di poter risolvere in poco tempo il caso, errando.
    intrighi ed ombre si svelano alla piccola comunità dove tutti si conoscono e fanno congetture.
    Le chiacchiere si alternano ai fatti creando mix esplosivi per Patrick Hedström, poliziotto di Tanumshede e Erica Falck, amica d'infanzia della vittima.
    I due si ritroveranno a tirare le file di un percorso complicato dove l'oggettivo diviene soggettivo. Le vicende personali si mescolano ai fatti scientifici.
    Le uniche certezze sono che Alexandra è stata drogata e poi uccisa.
    Ma chi là ha uccisa?
    e perché?
    In apparenza la vittima conduceva una vita normale tra affetti e beneficenza.
    Erica e Patrick  dovranno fare attenzione ai minimi dettagli ed usare il massimo tatto per svelare una verità scomoda e sconvolgente.
    La realtà non è sempre come appare.
    Un vecchio episodio aveva legato il destino di Alexandra a quello di altri due uomini, creando un triangolo atipico e improbabile che aveva segnato il futuro di molte persone.
    L'autrice ha creato una trama atipica ed accattivante che incolla il lettore e lo tiene con il fiato sospeso siano alla fine.
    Il finale e' imprevedibile e la scrittura fluida e chiara gli conferisce un significato che permette di vedere  chiaramente tutta la storia.

    È il primo libro della serie che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

    • Voce
    • 21 luglio alle ore 10:23

    VOCE
    di Elisabetta Bagli
    EEE book 2015

    Nel linguaggio omerico, il poeta “poietes” è il cantore per eccellenza, voce messaggera che interviene trasmettendo e divenendo mezzo percepibile all’orecchio del pubblico o allo sguardo del lettore. Proust  nel “Il tempo ritrovato” diceva: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.», e forse in questa silloge la Bagli, trova la tenacia di raccontare quanto di più intimo accade nei meandri dell’esistenza, e di evolvere; vocalizzando, giocando, evocando, criticando, confrontando, la sfera del percettibile e dell’umano vissuto, intriso di espressive metafore, che donano estetica, inquietudine, intuizione, originalità alla stessa parola.

    Interessante il richiamo che si può evidenziare con lo “Ione” di Platone e del legame tra il rapsodo e la poesia, connubio di natura divina.

    I versi diventano “fiume di vita e la voce inconsapevole, scava profonda nell’anima”.

    Parlare di entusiasmo o di dolore non è semplice, spesso è più facile costruire muri o nidi, che possano apparire rifugi sicuri e inaccessibili alla sofferenza.

    Sia sul piano teorico che metafisico, il voler trovare una propria identità nella parola, rappresenta la volontà di crescere e vincere una guerra interiore. Lo stesso Ungaretti diceva: «ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile» (il porto sepolto), ed esprimere il proprio tormento o le proprie emozioni diventa voce palpabile, che si apre dal personale alla collettività.

    Ecco il passaggio successivo, l’esternazione della voce in scrittura, come atto di comunicazione, come terapia protesa per sfogare rabbia, odio, amore, per arrivare a capire chi siamo e cosa vogliamo.

    “Sono foglia, (..) nuvola estiva, (..) l’odore della terra… Sono un libro mai finito. L’inizio è già scritto.”

    Il verbo s’incarna e si intreccia ai limiti e fragilità che compongono l’umana essenza, esortando a buttare fuori ansie e paure che in altro modo corroderebbero o porterebbero alla fossa.

    Amo il presente che m’illude, /facendomelo sentire mio.

    Spogliarsi rigenerandosi, può portare a diventare freddi come la neve, ma a ritrovare quel candore che ai primi raggi di vero amore si scioglie. Così: “uno dopo l’altro bocconi amari entrano nella mia bocca, come nodi lentamente si sciolgono, con difficoltà scendono giù.” e quando tutto sembra nero, anche una “piccola luce” diventa visibile e certezza di mani pronte ad accogliere il vagito di una nuova vita. Questo miracolo è la testimonianza vivente di quanto quel “filo” interno, può abbracciare il mondo con nuovi occhi, sognando nuove bianche in un domani.

    L’Amore è il motore che conosce l’animo umano e il vestito che fa sentire sempre nuovi e complici, anche nel mare nero o nel rosso sangue del cuore.

    Tra silenzi, partenze, briciole, castelli di sabbia, sguardi, il mondo diviene quello che noi siamo e vogliamo. La Bagli è messaggera che accompagna nelle notti di Santander, tra vie in Transtevere, Garbatella e l’aria di Madrid.

    La fortuna di essere Donna, viene così accolta come dono e con sensibilità, prende per mano, sollevando il capo, maturando nel vento, e nel tempo può ringraziare, senza avere più paura di brillare oltre la notte.

     

    [... continua]

  • Un taglio trasversale dell'esistenza umana, tangente il bordo dell'abisso, "Luce Nera" di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell'uomo:L'indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall'occhio millenario di Isaia che "scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori" confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove "angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene" (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo "caos" che "vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto" (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all'arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell'Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l'impostura più grande e allora la scelta necessaria è "l'incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un'orma che vacilla"(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, "Parole per camminare con un'anima che indossa l'intuizione di una pista dorata"(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:"metto per iscritto le parole con l'intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l'unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l'amore"(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall'inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché "Ci affanniamo a vestire la vita" sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato "c'è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana"(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché "Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia"(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo "forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all'esistere una forma"(p.XXIV). "La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce"(p.XXVII).Non rimane che "Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta"(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell'assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l'Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l'Universo umano, questi con l' illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l'incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se "Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore" sappiamo comunque che "C'è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore".

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    recensione di Paolo Fiore

  • La famiglia di Violetta si direbbe una famiglia come le altre. È composta da due genitori, due figli e un cane; ha le sue incomprensioni, grandi gesti d’amore e il tempo che passa sicuro. Deve fare delle scelte, trasferirsi. Ama il mare. Ma la famiglia di Violetta non è esattamente come le altre: Violetta, infatti, non esiste, o meglio, non si vede. La vedono solo quelli che la amano, perché la desiderano.
    In “Voglio vivere una volta sola” (Piemme 2014) Francesco Carofiglio decide di raccontare una storia apparentemente comune, da un punto di vista decisamente non comune: quello di una bambina che non c’è, ma che è più presente della presenza stessa.
    Ci si muove quindi in una sorta di nuvola di cose che accadono, a volte non subito comprese perché viste con gli occhi inesperti di Violetta, permeate di malinconia e di fiducia incondizionata. Una fiducia che non riesce a crollare davvero del tutto, nemmeno di fronte a piccoli traumi, inaccettabili per l’innocenza di una bambina.
    “Voglio vivere una volta sola” è un inno all’amore famigliare, ai posti sicuri dove si può sempre tornare e alla potenza del ricordo. A volte, come Violetta, si ha la sensazione di esistere veramente solo finché si “rimane nei pensieri, o nel cuore”.
     
    “Non riusciva a perdonare se stessa. La felicità perfetta della sua giovinezza, il suo amore senza condizioni, l’intimità silenziosa che li aveva accompagnati per anni. Senza un’incrinatura, senza una voce stonata. Non riusciva a perdonare la bellezza del mondo, il loro mondo, perché era ormai chiusa in una scatola di vetro. Poteva vederla, non poteva più toccarla”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Ci sono libri che hanno determinato le coscienze di un’epoca e libri rigettati perché condensano il senso delle trasformazioni storiche nella silloge dei dolori, lutti e tragedie che queste epoche hanno portato e ospitato nel loro manto. I libri più belli, quelli che lasciano tracce, sono quelli difficili da leggere e ancor più difficili da scrivere perché costringono l’autore e, conseguentemente, il lettore, a percorrere strade impervie tracciate dalle spine di antichi dolori che la memoria rigetta e il cuore riporta sempre a galla. Sono troppi i grandi pensatori dello scorso secolo la cui voce è ormai quasi inudibile tra i corridoi della cultura ufficiale pesantemente lastricati dall’incultura della nostra epoca e Jean Améry è uno tra i più importanti intellettuali del Novecento ed è, allo stesso tempo, uno di cui non si sente quasi più il nome, nonostante ci abbia lasciato, in pochi libri, un grande patrimonio di pensieri ancora da pensare. Jean Améry, al secolo Hans Mayer, sopravvissuto alla più colossale mostruosità della nostra epoca, all’età di 65 anni, terminerà da sé, similmente a Primo Levi, compagno di baracca ad Auschwitz, la vita che l’incubo nazista non era riuscito a distruggere. Il libro "Intellettuale ad Auschwitz" è un testo denso che è tanto un’interrogazione filosofica quanto un’esperienza, anzi, è un testamento filosofico dell’esperienza del male e dell’ingiustizia esperiti in prima persona. È un libro che sembra parli della tortura e della deportazione ma, in realtà, è un grido di stupore intellettuale in cui l’autore, allibito, chiede, attraverso la scrittura, di render conto dell’antico tradimento dell’uomo verso l’uomo. Améry non ha qui scritto un trattato di filosofia accademica, ma ha voluto interrogarsi e interrogare sul significato del dolore e della tortura e sull’indifferenza con cui un uomo può infliggere dolore e morte a un altro. Améry descrive la scoperta di una realtà in cui si entra non appena si riceve il primo pugno sul viso: “il primo pugno cambia tutto”. Appena si finisce tra le grinfie dell’aguzzino, ossia tra le mani di uno degli innumerevoli esecutori sempre pronti e proni a eseguire il volere dei pochi con la feluca o la corona sul capo, il mondo in cui si era vissuti diventa un altro mondo, una realtà le cui porte si spalancano, con clangore ferrigno, sulla brutalità e indifferenza degli uomini, un mondo lontano da quei sogni che avevano avvolto l’intellettuale prima di venire incarcerato e torturato dalla Gestapo e dagli aguzzini di Auschwitz, in una descente aux enfers in cui il reale assume il ghigno della più contorta follia. La nostra è un’epoca indifferente all’ingiustizia e, in questo suo tratto, si configura come un’epoca diretta alla distruzione. L’enigma della grande prova è, allora, quello di riuscire a intravedere tra le maglie della brutalità dei tempi e capire se il mondo vero sia quello dell’esecutore, del malvagio che impugna saldamente lo stiletto o la clava e si erge come ferale nemico del suo prossimo, o se la realtà autentica sia il contrario di quanto la forza del male vuol provare ad imporre. Améry affronta questa domanda con tutta la serietà che merita, ma non riesce a fornire risposta alcuna perché sulle carni gli bruciavano ancora le ferite inferte, mentre qualcosa in lui testimoniava di un mondo che rigetta il carnefice attraverso il pensiero in cui si riconoscono solo gli uomini e non i mostri che sanno infliggere solo dolore, tortura e morte.

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    recensione di Sergio Caldarella

    • Alice
    • 10 luglio alle ore 9:47

    La vita è una successione di eventi e di storie che si intrecciano nel tempo. A volte sembrano essere concluse, altre cancellate,  messe in stand-by per le ragioni più disparate, o continuate per altre misteriose spiegazioni o semplicemente perché così dovevano andare.
    Alice e Francesco, esistenze che possono rappresentare ognuno di noi e l’amore che prende e lascia con i vuoti allo stomaco o le farfalle. Quell’amore folle e controcorrente, che non si fa troppe domande mentre lo si sta vivendo, ma s’interroga quando il domani abbraccia il futuro, tanto da iniziare a modellare il presente.
    Due vite apparentemente semplici e comuni che si ritrovano nel loro turbinio di emozioni, mettendosi in discussione dopo 12 anni di silenzio. Un sms accede tutto e per colpa o per fortuna della “candida neve”, fa ritrovare occhi negli occhi  i due amanti, per dirsi cose per cui da ragazzi, mancava il coraggio. Da adulti, la ragionevole consapevolezza prende facilmente a pugni l’istintività, non scappando così dalle responsabilità. Il finale diventa così facilmente comprensibile o legato a un senso - destinato.
    La ricerca della serenità e del tradizionale equilibrio, si scontrano in fumi di sigaretta, whisky e musica. Ricordi che si riprendono e si lasciano, portando a spirali di sogni e illusioni, per ritrovare su un tappeto nero, quell’intimità che può davvero far volare.
    Ma oltre la fantasia, la realtà che colpisce la giovane maestra e il cantautore è ben diversa. Un romanzo di “due  piccoli stupidi” o di chi ancora sa che ciò che nasce dal cuore difficilmente si può dimenticare.
    Bonfanti descrive abilmente il tutto, calandosi nelle due parti, femminile e maschile, trascrivendo in una sorta di doppio diario il viaggio che accompagna i due protagonisti.
    Riflessioni, date, punti, il quotidiano vivere e le scelte cui tutti prima o poi sono chiamati a rispondere, nel bene e nel male.
     

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  • Grazie al film del 1939, che ha fatto seguito al Premio Pulitzer del 1937, la trama di questo libro è nota a tutti. Quello che però probabilmente spaventa i più è l'approccio al volume, che - a seconda delle edizioni - va dalle 800 alle oltre 1000 pagine. "Via col vento" è invece un romanzo epico da leggere ancora adesso, perché presenta uno scorcio su un mondo che in Europa conosciamo poco. Quando sentiamo parlare di guerra di secessione, infatti, siamo più portati a pensare a una guerra di buoni contro cattivi, schiavisti contro liberisti: non pensiamo subito alle difficoltà portate dalla sovversione di un ordine consolidato, o a cosa succede in una società che deve scegliere tra il lottare per la sopravvivenza e "adeguarsi" ai nemici in casa e il trovarsi nella povertà pur di rispettare virtù come onore e decoro.
    Il mondo presentato da Margaret Mitchell è universale perché simboleggia ogni nostalgia per un tempo andato e mostra senza buonismo il modo in cui le persone riescono ad accettarlo o meno; rappresenta la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e da quelle altrui, con schiettezza e intraprendenza, dimenticando tutti gli scrupoli e diventando anche persone abiette, solo per "non morire mai più di fame". 
    Per fortuna, "Via col vento" fa anche appello alla certezza di non poter "fronteggiare la vita senza la terribile forza" di chi è "dolce, gentile, tenero di cuore". È molto interessante andarsi a leggere la vita passionale della scrittrice: si ritroveranno moltissimi dettagli, più o meno evidenti, in comune con il libro. Anche gli occhi verde smeraldo di Rossella O'Hara (che nel film furono colorati in post produzione: Vivien Leigh, infatti, li aveva azzurri).

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    recensione di Cristina Mosca

  • La scrittura da sempre è il mezzo che esterna i sentimenti più intimi o una monade che trasporta messaggi rivoluzionari, racchiusi in pochi versi e dettagliati da una spiccata capacità di osservare quello che ci circonda, con occhi liberi da bende e mani pronte all’azione. Chi pensa che il poeta sia un sognatore rinchiuso nella sua malinconia o dannato guscio, prende un abbaglio. Sicuramente testimoniare, alzando la testa e vivendo nel tempo, con la consapevolezza di quanto la memoria sia la storia di vicende più o meno piacevoli, diventa il compito e la costruzione. Calò riesce a sfidare l’ipocrisia e la corruzione del tempo, ribadendo concetti, sensazioni, crisi, invocando il senso illuminato perso in reazioni chimiche o armate. Racconta la quotidiana miseria in cui l’umanità si sta vestendo e ammonisce, come un padre fa con il proprio figlio, attraverso l’uso della parola: “le mie poesie attentano alle tue ossa/ mentre corri su strade che ricorderanno strati di superfluo sotto il Sole”. Ribadisce quanta creatività sia a portata di mano e come nei “numeri”, cadiamo e censuriamo, generando dipendenze e odio.  Il potere rende schiavi e bugiardi: “Falsi professionisti di un amaro sfogo eleggiamo/ per concentrarci sulla povertà disorganizzata/ sulla poesia rilassata, che accende il freddo/ palpeggiando seni strappati/ preannunciando i propositi per l’anno venturo”. Sottofondi carichi di forza che scuote e tenta la reazione, oltre il dramma o la commedia, Calò affonda con la sua penna e con la dialettica fissa la realtà, fotografandola abilmente. Come in un viaggio, ci accompagna, senza negare nulla, senza bende o bavagli, senza privare anche il rischio dell’incontro con il dolore, la pazzia, lo stress, la solitudine, la morte o lo stesso amore. “Dimmi cos’è l’amore se non me ne assumo il privilegio/ chi è che ti chiama quando non c’è tempo per fermarsi”. Una scoperta delle coscienze, denudando anima e corpo, portando a naufragare e disperdere “sangue gratuito”. In continuo movimento i versi formano trame e si intrecciano per slegare pensieri, formando poi metafore, immagini che compongono passaggi, epoche, giornate. “La bellezza di una ruota che non gira”, questo è quanto da un’attenta analisi siamo prossimi a diventare. La libertà troppo strumentalizzata dall’indifferenza, può alzare muri e silenzi. Ecco lo scopo del Poeta: “Spiegheremo, via sms, agli ubriachi di cultura/ come si generano le torture sulla signorina Fortuna”. Allegorico e determinante, psicologico a tratti, nel disegnare una sorte, senza volere giudicare la ragione o il torto, ma nel trovare un senso capace di destare e svegliare dal disagio. “Ricuciamo bottoni trovati casualmente/ rievocanti fiabe che male mai fanno/ sul piacere di vestirsi a disagio/ in uno spazio riconducibile alla pancia/ a riposo pur non facendosi accarezzare/ vista l’insana capacità d’essere fonti attendibili di una guerra civile/ tra stupidi calcolatori di complimenti, ch’evitano la visita medica”. Un fiume in piena alimentato dal desiderio di quella grazia eterna, lontana dalle mode e dal successo ossessivo e dalla sincera linea guida di “non farla pagare d’istinto/ agli acrobati della Speranza/ dell’espressività assonnata/ della Notte.” Disarmante il tono, proteso solo nell’intento di denunciare, ricaricare, spiegare, crescendo esponenzialmente in un bene impacchettato male. Liriche che snocciolano contenuti profondi, calzanti, satirici, ubriacanti, mai doverosi o banali.

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  • "Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui". Così scrive il poeta e filosofo libanese Kahlil Gibran, dell'amore... ed è quello che fa il filosofo, poeta Francesco Borgia, affidandosi completamente all'Amore, in "Ridente Lucciola", la sua prima silloge poetica. Sessantasei liriche, dove il titolo di ciascuna è sostituito da simboli letterari di numerazione romana progressivi, quasi a voler definire la continuità del sentimento del poeta che risulta "essenziale" nella metrica libera, dove ci si trova a considerare non il singolo verso, ma la lirica completa per carpirne la profondità nella sintesi di pensiero.
    L'uso della retorica nell'anafora, con la ripetizione della parola, accompagna il verso nella poesia di Borgia, come un suono che ci culla: "Entra nella fiamma/ nel silenzio stellato/ nel soffio che si estenua/ Entra nella fiamma/ del tuo infinito candore/ Ritornata ad essere l'azzurro/ col tenero vagare del cielo /entra nella fiamma".
    Liriche brevi, in alcuni casi quasi degli Haiku, dove l'amore per l'amata si fonde con l'amore per la natura: "Di te/ il mare/ è l'amore/ più dolce/ tra te/ e il mare". Occhi che raccolgono albe e maree, labbra di miele dolcissimo: "Dita lunghe/ silenziose/ incaute/ danno soffio/ a dita/ punte d'amore". Tutti e cinque i sensi vengono chiamati in causa con delicatezza dall'autore, per dipingere non soltanto il corpo dell'amata ma per sottolineare le emozioni forti che, il di lei pensiero, suscita. Il poeta Borgia si esprime attraverso figure di contenuto, di parola, di pensiero, di sentimento e quella, che all'apparenza può apparire come "una poesia semplice e diretta" è in realtà il risultato composto e ben mirato a far arrivare, a chi legge, la profondità e la bellezza di un sentimento tanto ricco che, a saperlo esprimere così, è anche un dono e come è sapientemente riportato nella prefazione alla silloge, di Luca Benassi:"Il lettore vi troverà versi di un'energia dirompente, nei quali aprire squarci nell'abisso del proprio sentire, senza mai allontanarsi da un principio tonale, melodico e sintatticamente organizzato". Non manca alla silloge lo "sguardo attento" di una donna, che va oltre i tumulti della passione e si posa sulla "dolcezza e tenerezza di un sentimento etereo e cangiante" e lo fa Mina Borrelli nella preziosa postfazione, analizzando la figura della donna attraverso il canto poetico dell'autore che "idealizza la figura femminile senza privarla della sua presenza carnale, umana e passionale", riproponendo, tra l'altro, la XXXV lirica della silloge : "Sei /una rosa/ intensa e inattingibile/ trepida e turbinante/ ad esaurire il cielo".
    La rosa, simbolo poetico e musa ispiratrice per tanti artisti e poeti e della quale anche Francesco Borgia ha subìto il fascino.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Due sorelle. Due caratteri agli antipodi. Due destini apparentemente diversi. Un unico mondo, il primo, quello dei genitori, le accomuna. Per il resto, Alessandra è quadrata, pignola, aggressiva e rancorosa. Marinella no, appare fragile, si stupisce della vita e delle persone come farebbe una adolescente, eppure ha quarantotto anni. Sono gemelle, Alessandra e Marinella. Il padre le ha lasciate che avevano solo otto anni, ma il tempo è passato senza che le ferite si siano rimarginate, per loro. In un appartamento spettrale, abitato da suoni e antiche paure, le due sorelle proveranno a fare i conti con se stesse, senza riuscirci. Il romanzo di Marcello Fois prende allo stomaco, che è poi esattamente quello che l'autore vuole, e snuda le ferite di ognuno di noi. Le nostre due metà, i nostri modi di essere, ciò che abbiamo rinnegato e quello che siamo stati, talvolta. Il nostro doppio, insomma. La fragile Marinella (che perde tutte le battaglie ma vince la guerra), è meno indifesa di come vuol sembrare. Come tutte le persone "toste", può permettersi di mostrarsi meno forte di ciò che realmente è. Alessandra non vuol credere nemmeno a ciò che vede, invece, e finirà per perdere di vista l'evidenza. Alla fine, quanto inutile dolore nell'incapacità di perdonarsi...

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    recensione di Tullia Bartolini

  • “Era una notte buia e tempestosa”: è senza dubbio l’incipit letterario più famoso del globo terrestre. Talmente famoso che da uno è passato all’altro, e dall’altro a un altro ancora. L’origine però va assegnata all’inglese Edward Bulwer-Lytton che conia questa celebre frase per il racconto Paul Clifford. Da qui il passaggio ci porta al conosciuto personaggio animato Snoopy, che ne faceva uso in diversi capitoli della storia, ad Andrea Camilleri che sceglie questo esordio per uno dei suoi libri, ad Umberto Eco che dichiara che il primo passo de "Il nome della rosa" prende spunto proprio da qui. Non solo e per essere chiari, “Era una notte buia e tempestosa” è anche il titolo di questo libriccino. Si aggiunge: piccoli esercizi di scrittura creativa.
    È proprio così, un libriccino di novantacinque pagine scritte in caratteri piccini che porta il lettore a non essere solo lettore, ma anche utente di scrittura per una serie di consolati da carta a penna.

    “Questa guida si propone di aiutare il lettore/scrittore a capire qual è la tecnica e l’ispirazione che ha dato vita agli incipit più famosi e interessanti e a riflettere sul meccanismo che li ha creati. Una volta compiuta un’analisi della oro tipicità e originalità il lettore è invitato a provare egli stesso nuovi inizi, sull’esempio di quelli degli autori famosi ma anche a trovare i propri, nuovi e originali”, si legge sulla quarta di copertina. Niente di più analiticamente corretto per una serie di pagine che, uno degli autori Davide Giansoldati, consiglia di leggere “quando fuori c’è il sole”. Non sarà certo la temperatura esterna a fare la differenza. Però è carino credere che davvero tutto possa iniziare così, con una bella giornata e magari qualche uccello migrante che si fa sentire solo per il rumore del becco. La storia poi avrebbe lo sviluppo che ogni scrittore desidera. Ma intanto è bene sapere come si fa, eliminare il primissimo dubbio che spesso ci porta a dire “Da dove inizio?”.

    Eccolo qua, allora, il nastro di partenza suggerito: “Era una notte buia e tempestosa”. E poi morti o vivi, amori o dissapori. Una storia, insomma. 

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    recensione di Daniele Campanari

  • Un romanzo complesso, come tutti queli di Oz. Ispirato certamente a sua madre, che morì suicida quando lui era anora un ragazzino. Sembra subito di conoscerla, questa Hannah che non ha alcun desiderio di pietrificarsi. Pare di vederla muoversi sotto il cielo della sua città, dove tutto è intossicato dall'ansia di un domani che non arriva. Si avverte, pagina dopo pagina, l'attesa e il dolore. Dall'incanto dell'innamoramento - stato nascente che rende tutto possibile - al lento adattarsi alle logiche matrimoniali. Perchè ci si sposa, alla fine? Forse per rinunciare all' individuazione? Pericoloso, tentare strade differenti ...
    Il mondo di Hannah è fatto di gesti quotidiani e di pensieri scomodi, perché resistono: trovano ovunque barriere e gli anni passano, vuoti. "Svegliati, Michael, svegliati, per l'amor di Dio. Io sono pronta, aspetto da sempre". Michael guarda al passato come a 'un mucchio di arance da buttare via'. Come a una cosa inutile, insomma. Hannah, invece, vi fruga dentro per trovare un senso alla propria vita. "Non riesco ad avere ragione del tempo. Non lo so attraversare con costanza, perseveranza, sforzo e ambizione". Il tempo è, per Hannah, rivendicare un ritmo interiore.
    In questa ricerca senza appigli concreti, la donna si ritrova sola. Eppure Michael è un brav'uomo, gran lavoratore, ligio ai suoi doveri. Fa il geologo, scruta le viscere della terra. Però l'incontro con Hannah non avviene: perché? Cosa chiedono gli uomini alle donne e viceversa? Oz se lo domanda senza osare una risposta definitiva. Hannah è come Madame Bovary: non sa rinunciare ai sogni. Si sente ingannata da Michael, che è sempre più stanco, lo sguardo arreso nel vuoto. "Non sono piu' con te", dice lei alla fine, "Siamo due persone, non una sola. E' finita. Una volta, molti anni fa, mi hai detto che sarebbe stato bello se i nostri genitori si fossero incontrati ... Ti prego, Michael, smettila di sorridere. Sforzati. Concentrati. Cerca di immaginare la scena: io e te, come fratello e sorella. Ci sono molteplicità di rapporti".
    Un romanzo difficile, che scruta l'animo delle donne, che invita a non rassegnarsi alla mediocrità e alla morte interiore.

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    recensione di Tullia Bartolini

  • Bellissima prova del 2013 dell’autrice genovese Sara Rattaro: “Non volare via” è una rincorsa tra sogni, responsabilità e la voglia mai sopita di non crescere.
    L’amore è una scelta o una cosa che accade? È questo il dilemma a cui siamo sottoposti durante tutta la lettura, che scorre veloce e affamata grazie anche a una scrittura dai tratti più netti e audaci di Un uso qualunque di te, del 2011.
    “Non volare via” è un romanzo a più voci che vede emergere, tra tutte, quella di Alberto, un quarantacinquenne a capo di una famiglia bellissima e unita nella lotta quotidiana con la sordità del secondogenito, Matteo. Alberto e sua moglie Sandra si trovano, loro malgrado, in una giostra di scelte, emozioni e bugie in cui la loro vita di coppia viene fatta e disfatta più volte. Il punto è che non sono più solo una coppia: hanno due figli, e per di più uno di loro ha bisogno delle sue regole, come fare cena alle otto tutti insieme.
    Come in un circuito chiuso, la famiglia si trova scandite da regole del tutto simili a quelle degli scacchi: proteggi sempre il tuo re; non attaccare mai se non sei perfettamente indifeso; a volte è meglio sacrificare un pezzo per non compromettere l’intera partita. Alberto e Sandra, che hanno dato il meglio di sé per rendere perfetta l’esistenza di un figlio imperfetto, devono fare i conti con le loro, di imperfezioni, perché solo così sono in grado di capire cos’è che li può rendere perfetti.
     
    “Sarai un bravo papà e lei sarà pazza di te: (…) Non devi imparare tutto insieme, lo imparerai con lei, basta che tu sia te stesso. Affettuoso, responsabile, ingenuo, apprensivo e normale. Sarai il suo papà e nessuno vi potrà mai dividere perché lei sceglierà sempre te. Ti cercherà in ogni uomo che incontrerà, e per questo motivo le sembrerà sempre di accontentarsi”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Web 3.0: è bene chiedersi non cosa possa fare per noi, ma come possiamo cavalcarlo. Nel prezioso compendio “Promuovere e raccontare i libri sui social network”, Davide Giansoldati mette a disposizione la sua esperienza pluriennale in editoria e internet fornendo consigli pratici e utilissimi su strategie e soluzioni di promozione di libri sul web.
    Il volume, snello ma allo stesso tempo corposo, si preoccupa di iniziare dall’ABC: spiega un po’ di informatica, dando indicazioni sul tipo di piattaforme virtuali disponibili e spiegando elementi basilari come l’hashtag.
    Nel suo corpo centrale fa distinzione fra i vari social network, paragrafo per paragrafo, attardandosi a spiegare le funzionalità anche di Instagram, Pinterest, Google +, Youtube e Anobii. I consigli partono da nozioni base di marketing e si concretizzano in azioni di buonsenso, da come stabilire un target di riferimento a come pianificare il tipo di comunicazioni che si vuole dare.
    Questo è un libro diretto per lo più agli editori, ma anche gli autori ne trarranno vantaggio, grazie soprattutto alle case histories, ai link utili e agli spunti presentati. Sicuri, per esempio, che il vostro sito sia “social”? Sicuri che state utilizzando Twitter o Facebook in maniera adeguata? Vi ricordate di tenere aggiornate le vostre fan page? Conoscete i book blogger giusti? Nel libro viene fatto un censimento accurato dei vari siti e portali che recensiscono libri e ospitano amanti della lettura, utili perciò a confrontarsi, a capire in che direzione vanno i gusti del mercato e a migliorare la propria offerta.
    Il libro aiuta anche a scegliere i messaggi da veicolare: “La costruzione della reputazione di esperti su un argomento è un lavoro lungo, delicato e continuativo: dovete far emergere le competenze da quello che scrivete, dalle fonti che citate, dai link che condividete”. Se internet è sinonimo di velocità non lo è necessariamente di superficialità, e gestire le proprie interfacce chiede molta attenzione e capacità di sintesi: “Concedetevi il tempo di esplorare meglio le possibilità offerte dai vostri contenuti (…); quando pensate di aver trovato l’idea giusta, provate a scriverla in una frase di senso compiuto non più lunga di dieci parole; se ci riuscite, l’idea allora è abbastanza chiara e definita nella vostra mente”.
    Preciso e professionale, Davide Giansoldati lancia una lunga serie di messaggi molto utili, permettendo a moltissime idee di sedimentare e a molte altre di ritirarsi, pudiche, nel proprio cantuccio: sì alla condivisione, no all’autoreferenzialità.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca