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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Il nuovo libro del pescarese Alessio Romano “Solo sigari quando è festa”, edito da Bompiani all’inizio del 2015, conferma il filone del thriller che l’autore scelse già nel 2005 con “Paradise for all” (Fazi), e lo perfeziona presentando un romanzo di formazione che si conclude con un finale entusiasmante. Il protagonista è Nick Mangone, verosimile rappresentante di una generazione un po’ sfigata e autoironica che è impegnata a sopravvivere agli eventi, piuttosto che dominarli. Nel suo caso, Nick è sopravvissuto al terremoto abruzzese del 2009, eppure si trova a dover fare i conti con tanti piccoli terremoti nella sua vita, che lo costringono a mettere in discussione il rapporto con il padre, con la sua fidanzata e con i suoi stessi ricordi. L’intrigo, è il caso di dirlo, corre sulla rete, o più precisamente su una ragnatela tessuta su Facebook da un certo “Il Ragno” che gli chiede l’amicizia. Raccontando di fiadoni, sanguinacci e altre madeleines della tradizione culinaria abruzzese, Nick Mangone si invischia sempre di più nella verità, cercandola sempre più in fondo, quasi ipnotizzato, come se aver perso la casa non fosse un problema sufficientemente grande.
    Interessante la scelta del titolo, per il quale occorre superare il primo muro di apparenza come molte cose nel libro. “Solo sigari quando è festa” è un’espressione allegra, sì, ma si vela di malinconia quando si scopre che è legata a una figura di dimenticanza: una persona che ricorda solo la promessa di non fumare altro che sigari e solo nei giorni di festa, ma che non sa più distinguerli dai giorni normali e perciò ha sempre il sigaro tra le dita.
    Con abilità cinematografica e una scrittura estremamente contemporanea, con rimandi e omaggi a John Fante, Charles Bukowski e Sandro Veronesi, Alessio Romano porta il suo protagonista a dover scegliere, per una volta nella sua vita, delle priorità, e non dimentica di gratificare il lettore con una mossa astuta sul finale.
     
    “Il tempo si è congelato. Dio si è davvero scordato che ci siamo anche noi, che nel suo creato c’è pure questa cantina.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho trovato particolarmente interessante e profondo questo manualetto di istruzioni di sopravvivenza oltre la morte, scritto dal sensitivo Ensitiv, viaggiatore astrale dall’età di tredici anni. Sarà perché il discorso animico non può che interessare tutti, sarà perché da anni mi dedico come esperta di psicoanalisi al discorso sull’anima, ma quel che è certo che il nostro Ensitiv riesce a catturare l’attenzione con il suo stile fluido e colloquiale, disponendo il cuore e la mente a ricevere il messaggio di pace e di umana solidarietà che la consapevolezza di una vita oltre la morte instilla nel lettore attento e sensibile. Che l’anima esista è cosa ormai acquisita dai tempi di Platone e che la morte sia il passaggio ad una nuova condizione sembra probabile. Studiare le relazioni che intercorrono nel meccanismo Corpo- Anima- Mente significa avventurarsi in un discorso difficile da affrontare, vista la limitatezza della condizione umana. Ma l'autore si sforza di essere il più lineare e comprensibile possibile grazie ad uno stile piano e coinvolgente. Nel libro si sostiene che, al momento della morte, l’energia dell'anima si stacca dal corpo fisico e finisce nella dimensione astrale, quella che Sensitiv conosce molto bene perché a suo dire, egli nasce e muore continuamente, e per questo è in grado di comunicare agli altri umani le sue esperienze riconducibili alla sensazione di benessere che si prova dopo essersi liberati del bagaglio fisico. È così che l’anima, la stessa che ci indirizzava nelle scelte migliori, che ci rendeva abili in un’arte, sensibili, trova finalmente il suo spazio di realizzazione quando si interrompe quel dualismo anima/corpo che ci condiziona in vita. Così ci accorgiamo di essere eterni e che solo il corpo con la sua limitatezza scandisce la percezione del tempo. Nel libro vengono anche narrati i "viaggi astrali" dell'autore, i momenti in cui cui esce dal corpo e percepisce il suo essere come pura anima in contatto con la Vera Vita. La chiave per muoversi all’interno di questa strana dimensione è il desiderio di vita: "Senza farci troppo caso, cominciai a percepire e vedere la luce dell’alba, e più desideravo vederla e più la luce si faceva intensa". È come ridare la vista ad un cieco e in questa dimensione si fa chiaro che "un limite non è mai il punto dove dobbiamo fermarci, ma solo un nuovo obiettivo da superare”.
    L’esperienza animica ci informa riguardo alla genialità che è dentro di noi da sempre e alla potente forza creativa che ci caratterizza ma “abbiamo allontanato la genialità per fare spazio alla Tv. Offesa è fuggita dai nostri giorni portandosi come compagna la Fantasia”.
    Questo "manuale" sembra dire che dovremmo riappropriarci del nostro posto nel mondo, sviluppando la pace e il rispetto per l’ambiente, deponendo le armi della competizione e dell’egoismo e sviluppando la parte migliore di noi che è pura luce. Arrivati a questo punto si può incontrare il proprio dio, che è energia, luce, bontà,  fratellanza, ma soprattutto Amore.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Una "full immersion" tra presente, passato e futuro, alla ricerca di un senso e di frasi o lettere apparentemente senza senso. Un viaggio, quello percorso da Lerro Menotti, al confine tra la fantascienza e l'illusione di vedere come il mondo potrebbe apparire se fosse privo di ospedali, di malattie, di dolore. Una sorta di panacea che tocca il mito dell’immortalità e rende l'uomo così capace di vincere la paura della morte stessa, e del tempo che passa.
    Avventure che si susseguono, tagliate da flashback e scandite da ricorrenze, luoghi, persone, accomunati dalla volontà di vivere con consapevolezza anche l'inconsapevole.
    Dettagliato nella descrizione, anche cruda, di quanto l'uomo possa essere azione/reazione che conduce il suo intimo in equilibrio precario, tra la ragione e follia.
    Storie intrecciate, come quella di Gilda, Albert, Dominic, Andrew, Carlitos Clown, Vladimir, Niňo, che narrano di amore, odio, paura, rabbia, frustrazione; suddivise in tre parti, utilizzando tre modi diversi di scrittura: diario, lettera, narrazione.
    Tre forme, che possono metaforicamente essere interpretate come l'Io, l'anima e il corpo, o i tre "IO" dell'analisi transazionale psicologica. Transizioni che trasportano lo scrittore attraverso stati d'animo diversi: "io-genitore" (con richiami epistolari alla figura paterna e educativa per eccellenza), "io-adulto" (ove non mancano osservazioni e stimoli dati dalla contingente situazione vissuta o dalle esperienze avute nel corso degli studi/viaggi) e "io-bambino". In quest'ultima l'esplosione della creatività, della spontaneità e della grande forza di intuire come il mondo nel 2084 possa esprimere una posizione esistenziale, e strategie, atte a carpire nel quotidiano, le risposte al cinismo, alla futilità materiale e sicurezza. Un iter contro le lesioni che troppo spesso sono la causa lacerante del malessere umano. La ricerca di complicità è a volte maniacale, ma è la stessa strada che conduce poi alle origini e alla vera libertà. 
    Chiaro è il riferimento al romanzo distopico per eccellenza: "1984" di George Orwell, dove l’utopia di avere in mano il controllo dell’esistenza, catapulta verso la demolizione della stessa.
    "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".
    Un coraggioso sentire, che accompagna Menotti all’abbattimento di muri, sia materiali che psicologici, riscoprendo nell'apparente follia, la sana verità, che ha il potere di vincere le imposizioni, i cambiamenti e l'amaro distacco.

    [... continua]

  • Pare che i libri di carattere e colore giallo raccolgano al proprio interno personaggi con descrittive ancor più nitide rispetto ai segmenti rilevati in altre trasposizioni di scrittura. Abbiamo detto che sembra così. Ma dobbiamo correggerci, alla presunta terza riga, dicendo che è proprio così. E il motivo crediamo sia raccontato dalla storia, dalle storie che prevedono casi di omicidio – talvolta seriali – con annessa l’operazione minuziosa di assemblaggio dei pezzi che portano al risultato. Un’introduzione, questa, utile a dichiarare il fatto: Nero Vanessa è un bel libro.

    L’autrice è Maria Rosaria Perilli, una che, leggiamo in quarta di copertina, si dichiara “appassionata giallista, scrittrice e poetessa con cento sfumature di tutti i colori”. Alla fine pare che si faccia il verso al noto Cinquanta sfumature di grigio. Ma è solo una questione diretta per dire che la Perilli è un’attenta scrutatrice delle colorazioni del tondo, ossia del mondo. Entrando in scivolata e a piedi uniti nella storia, ci si accorge che la narrazione gialla è autentica: ci sono, come detto, gli omicidi, c’è una curiosa indagatrice, c’è un aiutante professore in pensione e, non di meno, una serie di parentesi orientate in corsivo che si traducono nella tecnica vincente di plagio al lettore. Che, traduciamo ancora, lo incollano alla lettura facendo riposare la parabola con l’apertura di finestre immaginarie su cui è possibile affacciarsi per scoprire nuove ambientazioni. Una scelta stilistica dell’autrice che si identifica bene con la linea tracciata dalla storia. La storia, appunto, è di quelle che aiutano l’attenzione a prodursi come lettura piacevole, anche se forse non troppo originale. Allora dobbiamo per forza parlare di un difetto che, al momento dell’apparizione, c’ha fatto esclamare “te pareva!”. Questo difetto è il personaggio che oseremo dire principale, cioè colei che indaga sulla morte. Un personaggio che si presenta con un nome, Antonia, che condivide il sogno della pubblicazione di un libro. Qualcosa di, in modalità oggettiva, già visto. Dunque, dicevamo, sta a vedere che la Antonia è la Maria, che la Maria è la Antonia. Immaginiamo per cui una sorta di autobiografia, o comunque una vita vera con fatture di giallo. Da qui si arriva al professore in pensione, il professor Fabbri, vecchio docente di psicologia criminale e aiutante perfetto per previste conoscenze nell’ambito accademico-letterario e risoluzione di omicidi.

    Il resto non può essere raccontato qui, in termini di recensione. Va detto però che l’autrice si dimostra attenta a ogni particolare descrittivo dell’ambiente, delle azioni, della psicologia e pure del rispetto del colore del genere narrativo. Elementi che dovrebbero avvicinare alla lettura di Nero Vanessa. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • La storia di un uomo “matto per il pallone”? No: piuttosto, la storia di un ritorno. “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” è stato presentato al Premio Strega 2014 e arriva nella carriera di Gordiano Lupi dopo una serie di pubblicazioni dedicate al cinema e a Cuba. L’autore lo apre e lo chiude con una dedica alla madre: “Questo libro è il massimo che posso fare in tema di storie d’amore”. Ogni pagina sembra spiegare di che tipo di amore si tratta, ma appena si crede di avere acciuffato il senso della narrazione – genericamente in terza persona, ma con un narratore tanto presente da concedersi a tratti un “Noi” nostalgico e collettivo – si è costretti a rilanciare il dado e a riprovare. La vita del cinquantenne Giovanni è colma di scelte e rinunce in nome di qualcosa in cui ha creduto. L’amore della sua vita sembra ora il calcio, che lo ha portato attraverso l’Italia; ora il legame profondo con suo padre, rappresentato dall’altoforno cittadino (l’“acciaio”) che un tempo garantiva benessere alla città; ora il pensiero mai spento di una cotta adolescenziale.
    Si capisce solo a metà libro che la storia d’amore annunciata non è quella fra il protagonista e il calcio, ma va ben oltre: prescinde dal pallone, si riversa nella vita stessa, perché chi ama davvero questo sport non lo può separare, non può dire “questo è calcio” e “questa è la mia vita”. Le due cose, semplicemente, vanno a coincidere.
    Giovanni torna in un luogo in cui ricordi e riflessioni lo assalgono a cascata da un ciglio ben definito di abisso, quell’imperativo mancato di “dimenticare Piombino”. Da giovane ha lasciato il paese di origine per rincorrere il suo sogno, ma non è stato in grado di dimenticarlo come invece si era ripromesso di fare, anzi ha scelto di tornarci: tornare lì dove tutto è cominciato, anche se ora il declino dell’altoforno sembra andare di pari passo con quello del calcio. Ripassa la sua vita da un osservatorio privilegiato, che gli restituisce l’immagine di un allenatore di cinquant’anni che è consapevole della sua età, ma intende stringere ancora forte i suoi sogni. Gli resta la certezza delle vite che non sono state scelte, e che oggi, forse, lo avrebbero portato a essere meno solo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La paura... ogni volta che la vita ci presenta davanti un amore proviamo paura. È più forte di noi, non riusciamo a controllarla, ci assale e ci fa temere sempre il peggio, è proprio per questo che a volte non ci lasciamo andare e non viviamo l'amore nel suo pieno essere vita. Solo un cuore colmo di gioia e d'amore può stare in vita e far risplendere i nostri occhi. Fari dell'anima che ci permettono di attraversare le strade oscure della solitudine. L'amore è vita e la vita richiede amore. Questa è una delle poesie raccolte nella silloge "Affrontando il mare della vita", edita da Kimerik edizioni. Andrea Talignani, giovane poeta piacentino, "Er Poeta" ha ottenuto diversi riconoscimenti in vari concorsi, giovane dall'animo percettibile, inizia a scrivere quasi per gioco. Dopo aver pubblicato in diverse antologie con altri autori, ha finalmente coronato il suo sogno: un'opera tutta sua. “Affrontando il mare della vita” è una composizione in grado di interpretare con perspicacia tutte quelle emozioni e conflitti che ogni animo umano sensibile sente nel proprio intimo in questa incerta società contemporanea. Già il titolo del volume racchiude in sé tutte le antimomie kantiane legate al peculiare momento storico che stiamo vivendo. Andrea parla del bisogno di vita e di amore, esterna la sensazione di bilico tra il desiderio di trionfare e la rassegnazione di arrendersi, tra la paura di osare e il timore di arrivare. Queste sono solo alcune riflessioni/emozioni che "Er poeta" regala attraverso le rime di una piacevole ma al tempo stesso profonda lettura poetica. Il volume è un lavoro di notevole carica emotiva. Se volessi con una semplice frase compendiare il libro utilizzerei la celebre espressione di Ugo Foscolo: "quello spirto guerriero che dentro mi rugge".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Il mondo visto da una bambina di dieci anni. Se fosse un mondo normale, “Il buio oltre la siepe” sarebbe un tenero romanzo di formazione, di sbirciate nel mondo dei grandi. Il mondo raccontato da Harper Lee, Premio Pulitzer 1960, è invece il sud dell’Alabama, in cui bianchi e neri stanno imparando a comprendersi e a vivere insieme. Nella cittadina immaginaria di Maycomb, Scout e suo fratello Jem vivono di riflesso un evento importante nella vita del padre, Atticus, avvocato noto e rispettato in paese. Atticus Finch è stato infatti assegnato alla difesa di un uomo di colore. La giuria deve scegliere fra lui, che non ha mai fatto del male a nessuno ma è “negro”, e l’uomo più malfamato del paese, che è bianco. La storia viene raccontata nello spirito innocente e ingenuo della protagonista, la voce narrante, che molte dinamiche non le afferra ma le rende evidenti al lettore anche soltanto descrivendole, e mette in scena questa lotta attualissima e spaventosa fra la comunità e il singolo, la massa e l’individuo; la resistenza e il cambiamento.
    L’arringa di Atticus è meravigliosa; il modo in cui la vicenda si snoda sarebbe facilmente indicabile come strategia narrativa “di comodo” ma, forse per questo, è altrettanto verosimile.
    Il titolo originale del libro è “To kill a mockingbird”, ossia “Uccidere un merlo”. Il merlo, nel romanzo, è simbolo di innocenza, perché in un passaggio in cui si parla della caccia viene detto che è vietato ucciderlo, perché non fa del male a nessuno. La dicotomia tra innocenza e colpa, bianco e nero, torna continuamente e la metafora viene riproposta, in chiusura, dalla stessa protagonista, nel momento in cui realizza che ha ricevuto molto bene ma non si è mai preoccupata mai di restituirlo.
    Dopo questo romanzo l’autrice, grande amica di Truman Capote, ha iniziato molti lavori ma non li ha pubblicati: per la metà di giugno 2015 è stata annunciata la pubblicazione del suo secondo libro, “Go set a watchman”, il seguito di “Il buio oltre la siepe”. 

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Potremmo chiamarli Stanlio e Olio, non cambierebbe niente. Ma a loro, a dire il vero, Alessandro Baricco ha assegnato nomi di origine statunitense: Tom Smith e Jerry Wesson. Tom e Jerry, come il gatto e il topo dei cartoni animati. E a vedere bene il comportamento dei due è identico a quello degli animaletti disegnati sullo schermo televisivo. Insomma, i due proprio non si prendono.

    Così all’inizio, almeno. Perché vuoi o non vuoi, convivenza per convivenza, episodio per episodio i protagonisti diventeranno pure amici. Qualcosa di incalcolabile leggendo le prime parti del testo. Dunque, prima di arrivare a ciò che succede poco prima del mezzo, che è fondamentale per conoscere i tratti della storia, è bene parlare proprio del testo. Che non è un romanzo, tantomeno un saggio; è un progetto teatrale. Ho detto progetto, ma avrei dovuto dire sceneggiatura. Bella e pronta per il palcoscenico. A parte le poche righe che Baricco utilizza per far raccontare le cose prima a uno poi all'altro dei personaggi, nel resto si accelera con una monoposto di dialoghi che temporizzano la lettura del libro in mezz’ora.

    Ora l’episodio che cambia i connotati, nel mezzo, quando Rachel raggiunge i soggetti strampalati in una casa posizionata a ridosso delle cascate del Niagara. Rachel è una giornalista e come tutti i giornalisti ha il dovere di informare. Narrando, se possibile. Il compito è proibitivo, perché la giovanissima - sta dalla parte dei ventenni - ha l’obbligo di trasferire al giornale per cui lavora una notiziona se vuole continuare a operare in questo mestiere. Ecco perché raggiunge Tom e Jerry. Loro sono tipi strani, gli unici che possono aiutarla a portare a termine il test che le è stato assegnato. L’idea però, quella di usare le cascate e l’eccezionale creatività degli uomini, è la sua. Da qui si costruisce l’azione narrativa che, comunque, resta oggetto teatrale. Rachel è disposta a tutto pur di superare l’ostacolo. Anche a morire, se necessario.

    “Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita”, è la frase che Baricco concede al lettore, anche in quarta di copertina, e che fa da rappresentanza alla trama. Una trama attenta, avvincente e precisa con le parole. Che permette a colui che legge di scegliere da che parte stare, quale personaggio essere nella scena.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "Le mille luci del mattino", nuovo libro della Sánchez è già un must. Appena uscito ha scalato tutte le vette di lettura, spopolando in tutta Europa. Sarà merito della fama dell'autrice? Probabilmente. L'unica certezza è che il volume è sui generis, un nuovo stile ed una trama articolata che si distanzia molto dai precedenti libri della scrittrice spagnola. Lei stessa lo ha definito un "romanzo urbano", forse perché il racconto si articola intorno ad un palazzo di vetro e acciaio, sede di una famosa società. Le vite dei protagonisti si svolgono all'interno dell'edificio ed anche fuori risentono del suo fascino. Come una falena che gira intorno ad una luce sino a consumarsi per essa. La trama è ricca di segreti e misteri che legano storie e sviluppano trame inaspettate.
    "Hai paura delle tue certezze? Hai paura di fare domande? Non fermarti. Ogni luce ha la sua ombra". Come in uno spettacolo teatrale, i personaggi entrano ed escono dalla scena, legati tra loro da oscuri segreti e amori clandestini. Nulla e nessuno è come appare. Degno delle dicotomie pirandelliane, il libro narra sentimenti ed emozioni vitali, mostrandoli e nascondendoli con dialoghi e riflessioni che spaziano tra passato e presente. La scrittrice con eleganza e sensibilità studia e mette a nudo l'animo umano con virtù e debolezze, i sentimenti regnano sovrani ma il racconto si presenta lento e non decolla. Nonostante lo stile unico di Clara Sánchez, il libro potrebbe risultare lungo ed a tratti noioso, poiché un dialogo può creare dei rimandi e creare nuove storie. Un filo di Arianna senza destinazione, meno incantevole dei precedenti lavori letterari dell'autrice che hanno incantato e rapito milioni di lettori. Ma tutto ha una fine, tranne "Le mille luci del mattino".

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • "Killing Moon" è una raccolta di undici racconti noir di Mirko Tondi, edito da Edizioni Epsil.
    Questo autore è stato una piacevole sorpresa. Le sue storie sono brevi ed intense, accomunate da una costante ricerca e gioco di stili. La sua scrittura appare in continua e costante evoluzione, la narrazione è unica in ogni componimento. Il libro presenta il male espresso in tutti i suoi volti, quando si accompagna all'amore.
    Un sentimento non può esistere senza l'altro ma può modificarne il senso. L'amore diviene ossessione trasportando l'uomo nell'abisso della solitudine, l'odio si tinge di pietas verso se stessi ed il mondo, il male è poliedrico e multiforme. Insicurezze e paure prendono vita, creando inganni e tranelli che si intrecciano disegnando schemi particolari ed atipici; ogni vicenda è lo specchio di se stessa e delle altre.
    In particolare il racconto "Killing Moon", che dà il titolo al libro, è una storia particolare e articolata, che sembra esser l'incipit velato della raccolta che si sviluppa con e attraverso essa, come fosse una matriosca letteraria. La lettura risulta piacevole anche grazie all'aggiunta di citazioni cinematografiche, letterarie e musicali, i personaggi sono descritti con maestria e le trame tessute con attenzione e decisione verso i particolari. 
    Un'opera d'arte completa che rapisce il lettore proiettandolo in realtà uniche, storie a volte brevissime che scorrono veloci tra le pagine e nella mente, come nei miglior gialli.
    Un libro consigliato, la cui lettura scorre veloce e non delude le aspettative. Sopratutto per gli amanti del noir, dei misteri e dell'animo umano.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Giovane l'autore per questi giovani pensieri: cinquecento aforismi numerati che si fanno leggere e rileggere, rintracciando velocemente la similarità di una sensazione, il riconoscimento di un'illuminazione che trova riscontro nel nostro vissuto, che si confronta e si ritrova nelle sue parole.
    L'autore esprime stringatamente sentimenti e speranze, paure, anche ricord,i un momento preciso in famiglia (133), la certezza d'essere amato (204, 209), con riconoscimenti improvvisi (160, 291), e percorrendo il cammino che viene svelando davanti ai nostri occhi, lo vediamo rivolgersi con accenti accorati all'inesplicabilità dell'esistenza (202), interrogandosi sulla felicità: (210): "La felicità è l'illusione di essere felici, l'infelicità è la paura di esserlo". 
    A me particolarmente graditi sono gli aforismi che si rivolgono o prendono spunto o in esame gli animali: il leone, i lupi e in special modo i gatti: "Stasera io e il mio gatto ci siamo confessati. Io gli ho detto che mi piacerebbe fosse un uomo, così da potergli parlare. Lui ha risposto che gli piacerebbe fossi un topo, così da potermi mangiare".
    Patisce, il nostro giovane autore, il mistero dell'esistenza e dei sentimenti, vive il disagio del disamore e dei tradimenti, ma non potrà mai rinnegare il suo anelito di infinito e l'infinita eterna riconoscenza di sapersi degni d'amore.
    Fulmineo e brutale l'aforisma 285: "A volte per non arrendersi bisognerebbe arrendersi", riscattato da un dolente invito a considerare anche i silenzi (480).
    La poesia è la sua musa, la sua donna, la sua vagheggiata eterea meta: salva dall'ignoranza, è musica, fotografa sentimenti, eppure l'autore la sfida, la maledice. Ma ribadisce con accanimento che è la sua ossessione e conclude con il desiderio di farsi lui stesso poesia.
    Eppure, seminato nel libro fra i vari aforismi, l'autore ne ha nascosto uno davvero irriverente, definendo il suo stile letterario (85), ma è al suo animo più profondo che si rivela brevemente, quasi inconsapevolmente, con il tenerissimo appena bisbigliato desiderio di un vero amico (300).
    Ma sì, davvero vale la pena di leggere questo breve libro: così veloce, così facile, così maledettamente affascinante al punto da diventare un compagno di cammino.

     

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Scrivere su Rimbaud non è affatto semplice – come dice anche l’autore del saggio – tanto già è stato detto e scritto, ed ogni nuova parola, critica, può sembrare accessoria, inutile, può cadere con estrema facilità nell’ovvietà. La figura di Rimbaud è unica nel suo genere, lui rappresenta per eccellenza il poeta sovversivo, controcorrente, e anzi, per alcuni diverrà anche espressione e azione di un demonio possessore. Nel libro con lucidità e chiarezza si ripercorre il suo vissuto – con il tentativo di  scioglierne gli elementi oscuri, e fare chiarezza – partendo dai primi viaggi, dalla Parigi in pieno tumulto, alla Londra copulare d’amore, all’Olanda, alla Norvegia, alla vicina Roma, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare a Cipro, insomma un animo nomade, che attraverso il viaggio cerca la propria dimensione, la propria verità, un proprio senso, una pace  – forse solo sperata –, o quell’estremo bisogno di placare quella voragine interiore che altro non è che inquietudine. Nel libro dopo un primo scorcio cronologico degli innumerevoli viaggi intrapresi, ci viene offerta una ricostruzione storica dei sommovimenti Europei, e in particolare della terra Parigina, in preda a numerosi cambiamenti; questa matrice di tipo storico si proietterà poi alla temperie artistica coeva al poeta, con autori quali: Baudelaire, Nietzsche, Mallarmé, Wilde, e non per meno importanza, in ultimo, anzi, Verlaine – su cui torneremo dopo –.L’attenzione poi viene rivolta alla famiglia, in particolare alla figura della madre, che erroneamente in molte biografie viene definita come donna poco sensibile, quando, invece, in realtà risulta dagli scritti più approfonditi essere una donna dolce e tranquilla, anche se molto protettiva (tanto che era arrivata a pensare che suo figlio fosse comandato da qualcun’altro nelle azioni che intraprendeva... forse  da Verlaine?!). Si parla di suo padre, un uomo dall’aspetto trasandato, e dal carattere – forse influenzato dalla professione – militare, e ancora di suo fratello Frèdèric e delle suo tre sorelle Victorine, Vitalie, ed Isabelle. Facendo un salto nel passato della narrazione si torna a parlare di viaggi, e nello specifico di un viaggio di crescita per Arthur uomo, il viaggio in terra Africana. Un viaggio che segna – un momento cruciale nella vita del poeta – una netta spaccatura tra le personalità in contrasto nell’animo di Rimbaud, quella passata che è fuori da ogni schema (tanto combattuta dalla madre), e quella trovata, o forse meglio divenuta solo ora consapevole, che lo ha reso più civile, ma sicuramente meno poetico e che fa si che quella frattura nel rapporto madre/figlio trovi risanamento. Infine, merita di essere menzionata la storia d’amore, ma anche di crescita che Rimbaud trova con Verlaine, dall’animo ancor più sregolato, e che da sempre era dedito alla sodomia, e alla produzione di una letteratura marcatamente erogena (visto che al tempo non esistevano riviste porno e quant’altro) –. Se Verlaine, ormai, da tempo aveva preso coscienza della sua intimità, per Rimbaud questo rapporto altro non era che evasione, scoperta, sete di libertà, e possibilità; così come la parola senza la sua negazione non trova la sua piena affermazione, così il loro amore senza la sua diversità non trova veramente un senso, e inoltre, si contrappone ad un’eterosessualità non di certo meno colpevole (anche se improprio parlare di colpe). Consigliato per chi è amante del poeta, e per chi ama la poesia e le biografie. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Che ci sia poca gloria nello stare soli è cosa certa. Soprattutto quando ci si è appena separati. Soprattutto ancora se il separato è il maschio. Parte proprio con questa analisi romanzata “La separazione del maschio”, libro del vincitore del Premio Strega 2014 Francesco Piccolo.

    Ciò che si legge è la storia di un quarantenne solo ma mai pienamente tale. È uno strano concetto da esprimere. Ma se l’illogica conduzione di vita è tradotta in un matrimonio fallito nel tempo ecco che le cose vengono rese un poco più semplici. Meglio se il maschio ha sì definito la chiusura, ma intanto intrattiene relazioni con altre donne: tre nello specifico. Tutte con una caratteristica sessuale che attrae (e non poco) il protagonista. Lui, il protagonista, tra l’altro è uno che alla scopata (proprio come da testo) non sa rinunciare. E neanche prova a trovare piacere in altro, almeno per un po’ di tempo. Fino a quando non riscopre la quotidianità amorosa e spontanea che dà una figlia, Beatrice.

    I bambini sono svegli, attivi, coscienziosi quasi più degli adulti. E Piccolo narra una storia ricca di azioni ma anche di psicologia terrena. Niente può essere dettato come un racconto casuale. Perché di casuale, va detto, c’è ben poco. Nemmeno le relazioni, descritte con cura minuziosa dei particolari, nascono da incontri sui marciapiedi: ci sono grandi ex o colleghe di lavoro.

    L’uomo di questa storia sa di essere affetto da “l’immaginario erotico del maschio meridionale” che raggiunge “il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità”. Aggiunge “probabilmente”. Perché la presunta malattia non è che un difetto comune, cioè dell’istinto. Lo abbiamo chiamato difetto. Ma a noi ci pare qualcosa di naturale quella fantasia erotica che, a dirla tutta, non è esclusiva maschile. Come quando sosteniamo che donne e uomini sono uguali, se non per quella pecca golosa che riporta allo scenario primordiale di Adamo ed Eva.

    In quarta di copertina si legge: “Ascoltando il suo racconto ci troviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole”. È vero, la verità. Che volevamo evidenziare per la semplicità della vita. Fatta pure, sappiamo, di sesso. Non proprio come ossessione, non dovrebbe. Ma è bello conoscere l’esistenza di qualcuno che corre sulla linea delle proprie idee senza mischiarsi in una massa di perfettini. Seppur inciampando, il protagonista di questa storia è un separato, maschio, con la capacità di sbagliare ma anche correggere. Cosa che non vorrebbe separazione.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Ho letto con molto interesse la prima silloge poetica di Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario che, dal 2013 ha iniziato a scrivere anche in versi e, devo ammetterlo, questa "Neoplasie civili" non sembra una silloge di esordio, in essa si nota già uno stile originale e personalissimo; evidentemente Spurio ha riversato tutto il bagaglio di scrittore nella sua poesia. Abbiamo quindi, una poesia di riflessioni, di pensieri, di indagine; già il titolo "Neoplasie civili" è tutto un programma: poesie-“neoplasie” che, come tumori in metastasi vogliono erodere l'indifferenza verso i mali del mondo, perché di poesia civile scrive il poeta in questa silloge. Dalla prima “Giù la serranda”, immedesimandosi in chi vuol chiudere gli occhi di fronte al marcio lì fuori (“La sommità d'un capannone d'eternit/ mi squadrava sospetta.// L'intonaco fradicio dalla recente pioggia/ sembrava una spugna di sangue”), tirando giù una serranda e infilandosi sotto le coperte; all'ultima “Colloquio”, tra l'io poetante e la natura, forse ispirato dal leopardiano “Dialogo della Natura e di un islandese”, lì Leopardi, attraverso l'islandese incolpava la natura dei mali del mondo, qui Spurio, attraverso l'io poetante le chiede scusa, ma la risposta della natura è sempre la stessa, funesta e terribile: "M'inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa;/ [...] e nel mentre dall'alto/ una pioggia acuminata/ m'infilzò dappertutto [...]" ​In mezzo, l'indagine poetica e partecipante si sposta all'osservazione critica del mondo, dalla scena politica ("[...] exit polls ossidati/ da lacrime d'emoglobina."; "Il presidente avrebbe lasciato,/ il tempo aveva fatto il suo corso;/ [...] Il presidente era diventato re.") a scene di guerra ("Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/ con la speranza di polverizzarmi.// [...] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici."), a scene di rivolta ("[...] una patria/ affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ [...] e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza."), alla tragedia del mare di Lampedusa ("Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ affioravano ora qui, ora là.") a quella dell'Oceano Pacifico ("Strozzai un bicchier d'acqua/ e mi commossi.// Il comandante oceanico/ [...] accoltellava l'umanità di angoscia/ con il traghetto-catafalco [...]"). Si sofferma sulla tragedia di cui rimane vittima la giovane quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e poi arsa ancora viva: "Ritornato sei,// [...] Le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna,/ l'hai arsa// [...] e Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti". Si sofferma poi sul ricordo della "donna metallica", con un omaggio al vetriolo a Margaret Thatcher, responsabile delle "bombe a Port Stanley" e non solo. Commosso, invece, l'omaggio alla "principessa triste", Lady Diana, "Il suo biondo accecante,/il suo amaro sorriso,/ [...] e quel cuore indomito,/calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica." Ed ecco che l'indagine poetica si sofferma sulla piaga della pedofilia: "Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo." Infine, non posso non ricordare che, in alcune poesie l'indagine poetica e immedesimativa di Spurio si spinge in terreni impossibili, come quando l'io poetante, con il verbo al passato remoto, narra le circostanze della propria morte.

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    recensione di Emanuele Marcuccio

    • Lacci
    • 13 febbraio alle ore 12:56

    Domenico Starnone non è nuovo a romanzi di grande tensione narrativa, ironici e folgoranti.Con "Lacci" supera se stesso.
    E' la storia di un uomo - raccontata da lui stesso e dalla figlia - che incontra i fantasmi della sua vita. Li mette in ordine, o almeno ci prova, li decifra con lucidità, inciampa in illuminanti istanti di consapevolezza.
    Ma c'è sempre qualcosa che - dietro l'ordine apparente che diamo alle cose - ci si rivela.
    E' possibile rinunciare alla propria libertà in cambio della pace della propria coscienza?
    Chi abbiamo vicino sa accontentarsi dei nostri sensi di colpa e della nostra riconoscenza?
    Per chi agiamo, per noi stessi o per l'altro e, in definitiva, chi stiamo davvero danneggiando?
    Sposatosi in giovane età, Aldo, il protagonista della storia, divide presto con la moglie un quotidiano fatto di piccole, meschine abitudini: due figli, uno dopo l'altro, la ripetizione costante dei gesti e delle parole, in quella oscura contabilità delle emozioni che presto diventa il rapporto a due.
    In questa soporifera relazione interviene Lidia: gentile, raffinata, dolcissima. Soprattutto, libera, nuda e abbagliante.
    Nasce un amore che trasforma Aldo, il protagonista, in ciò che non ha mai avuto il coraggio di essere. Un uomo entusiasta, forte, coraggioso, in grado di sovvertire l'ordine delle cose.
    Quello che accade dopo è ciò di cui tutti facciamo conoscenza, nella vita: sensi di colpa, sofferenza, ricatto morale.
    Arriva sempre l'istante della verità: qualcuno consegnerà il conto, e sarà amaro, anche se non potrà scombinare realmente equilibri sedimentati.
    "Non so dire con precisione quando comincia a temere Vanda. E del resto non me lo sono mai detto in modo così esplicito - io temo Vanda -, è la prima volta che cerco di dare a questo sentimento una grammatica e una sintassi. Ma è difficile. Anche il verbo che ho usato - temere - mi pare inadeguato. Me ne sto servendo per comodità, ma è stretto, lascia fuori molto. Comunque, a voler semplificare, le cose stanno proprio così. dal 1980 a oggi ho vissuto con una donna che, pur essendo piccola di statura, magrissima, fragile ormai nella sua stessa struttura ossea, sa come levarmi le parole e le forze, sa rendermi vile" (pag. 85).
    Dunque chi è Vanda, alla fine, se non il fantasma della vigliaccheria, della paura di amare del protagonista?
    Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, crudele, impietoso, che rivela molto sulla dialettica uomo-donna, e sui lacci che tengono in piedi le relazioni anche quando l'amore - se mai c'è stato - svanisce.

     

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    recensione di Tullia Bartolini

    • Bolero
    • 11 febbraio alle ore 15:40

    Un uomo con la chierica e un altro con le mani in tasca, visti da dietro come in certi finali dei film di Charlot. I due protagonisti della copertina di “Bolero” sono Craxi e Umberto Cicconi, un uomo che lo ha affiancato per circa venti anni fino agli ultimi giorni di vita: è lui il protagonista di questo libro. Umberto non è il braccio destro di Craxi, non è il suo portaborse né il suo portavoce: è il suo fotografo personale (Mi raccomando Bettì, personale, personale non vuol dire ufficiale) e la sua è stata scelta dal giornalista Carmelo Abbate a rappresentare “una perfetta storia italiana”. In “Bolero” viene sviluppata la biografia di Umberto Cicconi, romanzata, tanto rocambolesca quanto vera, carnale, audace. La narrazione si sviluppa attraverso dialoghi serrati e caratterizzati dall’assenza delle virgolette o dei caporali, ritmata da tempi cinematografici. Il libro rappresenta l’Italia che ci piace, quella che dà una possibilità a tutti: quell’Italia in cui si può nascere in una baracca a Pietralata e finire, nel giro di pochi lustri, col frequentare Palazzo Chigi. Sullo sfondo del rapporto tra Bettino Craxi e Umberto Cicconi, che assomiglia più a un’amicizia insondabile che a una relazione di convenienza, si muovono personaggi e una cronaca molto recenti, si mangia a tavola con Stefania e Bobo Craxi, si parla con Andreotti e si incontra persino Lady Diana. Soprattutto si respira la polvere della strada, quella in cui Umberto ha appreso la filosofia dello zio Ernesto, conosciuto come Bolero, che come un dio veglia su tutto. Nel notevole capitolo 72 è depositata la sua filosofia di vita come fosse un testamento. Spesso la sua è una presenza che aleggia e che accompagna Umberto in un’aura di rispettabilità, ma l’unica vera stella polare che il protagonista segue è la sua forte personalità, che lo porta a vivere una vita molto intensa e dalle scelte controverse, attento sempre a mantenere il sangue freddo.
     
    “Il rispetto per gli amici è dovuto per chi proviene dalla strada, ha respirato la tua stessa polvere e ha mangiato la tua stessa merda. Ma chi ti ha dato fiducia, chi ha creduto in te nonostante tutto, chi ti ha accettato così come sei, senza pretendere di cambiarti e senza mai trattarti dall’alto in basso, chi ti ha portato con sé e non ti ha nascosto nel bagagliaio per tirarti fuori solo quando servi non va tradito, mai, anche a costo di sacrificare la tua vita per lui.”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il fondamentalista riluttante è il secondo romanzo di Mohsin Hamid del 2007, finalista al Booker Prize.
    Ogni impero ha i suoi giannizzeri, e Changez è un giannizzero dell'Impero Americano. Giovane pakistano, ammesso a Princeton grazie ai suoi eccezionali risultati scolastici, dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese. Diventa così un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo per valutare i potenziali di sviluppo delle imprese in crisi. Impegnato a volare in business class tra Manila e il New Jersey, Lahore e Valparaiso, e a frequentare l'alta società di Manhattan al braccio della bella e misteriosa Erica, Changez non si rende conto di far parte delle truppe d'assalto di una vera e propria guerra economica globale, combattuta al servizio di un paese che non è il suo. Finché arriva l'Undici settembre a scuotere le sue certezze. "Vidi crollare prima una e poi l'altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi". È questo il primo sintomo di un'inarrestabile trasformazione. Il businessman in carriera, rasato a puntino e impeccabilmente fasciato nell'uniforme scura del manager, comincia a perdere colpi. La produttività cala e la barba cresce, quella barba che agli occhi dei suoi concittadini fa di ogni "arabo" un potenziale terrorista. E mentre gli Stati Uniti invadono l'Afghanistan, il Pakistan e l'India sembrano sull'orlo di una guerra atomica, e New York si lascia andare a un'agghiacciante volontà di potenza tinta di nostalgia, anche la personalità dell'amata Erica rivela lati sempre più patologici.
    La storia di un uomo che nella America delle possibilità cerca la sua e la trova, oltre che l’amore, ricambiato da Erica, che però non riesce a vivere il presente perché troppo preoccupata – e influenzata – dal suo passato, da un ex fidanzato (Chris), morto troppo e presto (e non fosse morto?). 
    Un’America del prima e del dopo: “La distruzione del World Trade Center aveva rimesso in circolo vecchi pensieri che in precedenza erano depositati come sedimenti sul fondo di una palude”, una ricerca di integrazione, ma poi, tutto torna chiaro, quale accoglienza? Tutti quei gesti smodati di incomprensione, di solitario arrivismo, di prevaricazione sociale avevano trovato un senso; e poi si aggiunge un gioco d’identità, quella che Changez – prima - aveva accolto con favore, ma che poi si rivela un grossolano errore, un errore verso le proprie radici, verso le proprie origini, verso uno strapotere che non si fa scrupoli, verso un’identificazione che non potrà mai essere possibile, al di là dei tempi, perché Changez in fondo è sempre stato un musulmano, pakistano, con la carnagione scura e la lunga barba, e viene da chiedersi – pensando con gli occhi della società americana – lui è un compagno o un nemico?

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    recensione di Gino Centofante

  • Cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse morto? Anzi, cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse una invenzione letteraria? Se lo è chiesto Enzo Verrengia in “L’eredità di Hyde”, un romanzo dall'architettura affascinante e ingegnosa, scritto con metodo certosino, in cui viene immaginato che il romanzo “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde”, pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1886, sia nato dietro sollecito della polizia, che aveva l’esigenza di stanare questa figura malefica, nata dall’esperimento del dottor Jekyll. Nel romanzo si incontrano e interagiscono diversi personaggi dell'epoca, scrittori e scienziati. Utterson e Lanyon, già personaggi del thriller di Stevenson, sono immaginati come reali. Incontrano sulla loro strada persino Arthur Conan Doyle, che li aiuta a superare un caso difficile: far uscire allo scoperto un uomo che compie le sue malefatte tra la Gran Bretagna e l'Europa, istigando delitti e violando donne dell’alta borghesia, contaminandone la moralità.
    Enzo Verrengia, un maestro di tecnica, ha scritto un romanzo scabroso e interessante, cupo come la Londra vittoriana in cui è ambientato, dalla morale ad effetto, bene ideata. Il narratore in terza persona si offre, il più delle volte, di accompagnare il lettore nella comprensione dell'epoca e dei suoi riferimenti, conquistando la sua gratitudine. Una volta entrati nella dimensione del romanzo, ci si sente in un disegno ben costruito e allargato alla storia, con risvolti molto interessanti e un finale wagneriano. La sua scrittura sincopata gli dà il ritmo di un thriller, ma l’ampiezza del’ambientazione e la profondità dei personaggi lo sottraggono alla gabbia del romanzo “di genere”.
     
    “La foresta non benedisse quella congiunzione che veniva formalizzata. Sembro anzi che insorgesse con deliberato astio. Perché cessò ogni stormire. Tacquero gli uccelli e gli insetti. Vi fu un improvviso rilascio di silenzio.”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Scopro questa scrittrice su consiglio di un’altra famosa e brava scrittrice intervistata non molto tempo fa, Antonella Cilento, che tra una domanda e l’altra mi parlò proprio di questo libro. Ne “Il mare non bagna Napoli” si racconta di Eugenia Quaglia e delle sue diottrie: "[...] Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata... insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale..." degli occhiali pagati ottomila lire vive vive, della miseria, e della beffa una volta messi.
    Si racconta di Anastasia Finizio della sua vita in solitudine, del suo lavoro, della sua difficoltà al sostentamento della famiglia, e poi dell’amore, di Antonio Laurano la sua fiamma, che si spegne troppo presto e rinvigorisce sotto altre braccia: "Un sogno, era stato, non c'era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita... era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno".
    Si parla di Napoli, di uno dei quartieri più popolati, Forcella, e del senso di malessere e di irragionevole inconsapevolezza di questi uomini, di queste donne, racchiusi e barricati dietro muri e tele di triste ignoranza. 
    Si parla de il III e IV Granili – uno dei luoghi più agghiaccianti di Napoli –, del palazzone, lungo trecento metri, di questi uomini che vagano, che vegetano, che sopravvivono, quasi come fosse proprio un Inferno dantesco, ognuno con la propria condanna, ognuno con il proprio peso sulle spalle.
    Si parla del dissolvimento della rivista intellettuale "Sud", che operò dal 1945 al 1947, a cui collaborò anche Anna Maria Ortese stessa, che persi gli intenti sociali e artistici vede la divisione di tutti i suoi collaboratori: Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Pasquale Prunas. 
    Di matrice surrealista questo libro è intenso, cinque prose per cinque storie da leggere di una Napoli che viene osservata con occhi attenti e scevri da ogni condizionamento, una Napoli vera, meno colorata del solito, ma ribadisco più vera, con tutte le sue servilenze, con tutti i suoi malori, e la sua disperazione troppe volte inascoltata.
    E chiudo così: "Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale".

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    recensione di Gino Centofante

  • L’eterna storia della coppia aperta. Stavolta la spiamo da vicino, questa coppia, attraverso i diari e le lettere che Simone scrisse a Nelson (perché le lettere di Nelson alla donna non sono mai state pubblicate e i suoi agenti non ne hanno mai autorizzato la divulgazione). Grazie a quest’amore – o questa passione – comprendiamo meglio (per converso) il legame che tenne assieme il padre dell’esistenzialismo e la francese che ragionava come un uomo. La scrittrice bretone Irène Frain, sulla vicenda dei tradimenti reciproci di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre, ha imbastito un romanzo molto bello, intitolato "Beauvoir in love", che ha il grande merito di essere equidistante e impietoso nei confronti dei protagonisti. Siamo nel 1947, Sartre vive una passione ricambiata per una bella donna di origini algerine – ma trapiantata in America – di nome Dolores Vanetti, che Simone ribattezzerà "la maledetta". Non è il solito amore contingente, Sartre è preso, molto attratto dalla ragazza, e Simone sa che questa volta aspettare non sarà sufficiente. Sta in guardia, osserva, è più vigile che mai. Raccoglie i dati, ricorda a Sartre il patto, non invade, avanza con estrema scaltrezza per evitare che il suo uomo si senta oppresso. Naturalmente, si concede delle avventure: Nathalie, l’amica di sempre con cui va a letto di tanto in tanto; qualche amico che frequenta assieme a Jean Paul. Prova pure a proporsi a uomini sposati che, però, non se la sentono di tradire le proprie compagne. Sta male. Ha solo trentanove anni, ma si sente vecchia. Si vede brutta: ha un incisivo rotto e le sembra di non avere più un corpo. Non va a letto con Sartre da otto anni; li unisce quello che tutti e due definiscono un amore necessario, in realtà si tratta – a guardare freddamente la questione – di una funzionalità: il loro rapporto è utile al successo, alla carriera e alle ambizioni personali di entrambi. Simone viene invitata a New York per una serie di conferenze che poi si estenderanno anche ad altre città. Beve, dorme poco, prende amfetamine. C’è un ritornello, nella sua mente, che è sempre lo stesso: Sartre, Sartre, Sartre. Incontra anche Dolores; riesce a mantenersi fredda e calma. In lei c’è come un doppio: da una parte il Castoro, che distingue la mente dal corpo e non cade nel tranello delle emozioni. Dall’altro c’è Simone, che soffre le pene di qualunque donna e che non ce la fa ad andare avanti, immaginando il suo uomo tra le braccia di un’altra. Ma donne non si nasce, si diventa. Deve tener fede alle teorie che professa, deve resistere a dispetto di tutto. Non si accorge, nel far questo, di mentire a se stessa, di comportarsi come una femmina qualunque: una Penelope in attesa, silenziosa tessitrice di trappole. Che vuole sapere e, forse, anche vendicarsi. Così incontra Nelson Algren. E, volente o nolente, senza alcun rispetto, sfoderando tutto il suo fascino, lo strappa alla donna che glielo ha fatto conoscere. Nelson vive a Chicago, ed è bellissimo. Nulla a che vedere con quel rospo di Sartre. Simone ci va a letto, e Nelson si innamora. O almeno, si invaghisce di lei. Lei gli mente, gli nasconde le sue pene per Jean Paul, il fatto che lui frequenti un’altra donna. Non gli spiega che, tra lei e il filosofo, c’è un patto che fa riferimento all’amore necessario. Gli dice solo che sono anni che non hanno rapporti sessuali. Nicchia, prende tempo, è evasiva. Vuol tenersi la capra e i cavoli. Perché, con Nelson, ha avuto il primo orgasmo della sua vita.

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    recensione di Tullia Bartolini

    • Ishmael
    • 09 febbraio alle ore 13:14

    "Il problema dell'essere umano è che non sa come deve vivere".
    "Ishmael", di Daniel Quinn, è un libro (ormai quasi introvabile, ma reperibile on-line) che suscita molte emozioni.

    Va letto: perché guarda alle cose con occhi limpidi, senza patetico. E, in più, usa una scrittura semplice, capace di arrivare al dunque.
    "Ishmael" parla del mondo, dell'ambiente, dell'Uomo. È dolorosamente attuale, nonostante gli anni trascorsi dalla sua prima edizione: avanziamo a passi spediti verso il baratro, figli del progresso, incapaci di fermarci, dice Quinn.
    Madre Cultura ci ha mentito ("Vale di più un caffè con un amico che tutti i libri che ho letto nella mia vita", recitava il novello Cristo del film di Olmi, "Cento chiodi"),costringendoci in gabbie fatte di menzogne. Ci ha sradicati, consegnati al dio mercato. Ci ha voluti soli, sempre più incapaci di legami. Ha svilito ogni principio, eliminato il peso e il valore della saggezza antica; ha distrutto il nostro rapporto con la terra e, soprattutto, con le Leggi della Natura. Non è un caso che un testo come questo non verrà mai proposto tra i libri scolastici. Eppure avrebbe molto da insegnare ai ragazzi, senza avere la pretesa di proporre verità assolute. Come scriveva Albers, "Un buon insegnamento è più un dare giusti interrogativi che giuste risposte".
    Questo libro, in più, non mente. E non mente il suo autore quando ci dice, a lettura finita, che quello, per lui, è molto di più che un romanzo. Leggetelo, scaricatelo da internet, inviatelo alle persone a cui volete bene. Fatelo girare, commentatelo, discutetene.

    Quinn non è certo l'unico scrittore ad aver avuto uno sguardo lungo, capace di cogliere l'essenza di ciò che sta accadendo al mondo. Esiste un'ampia letteratura che si è occupata e si occupa di questioni simili; e molti film, cortometraggi, romanzi e saggi. Ma di Ishmael,e della sua "umanità", vi innamorerete come capita di rado, e solo con i grandi libri.

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    recensione di Tullia Bartolini

  • Tre storie. Tre albe. Tre personaggi uguali che non si incontrano mai. Un paradosso, certo. Ma pur sempre qualcosa di eccezionale narrativamente scrivendo. E la storia, che nasce dalla buona penna di Alessandro Barrico, è un autentico momento di luce naturale che cresce e rimpicciolisce con lo stesso passo d’età dei protagonisti.

    I tre racconti sembrano fatti apposta per essere unici. In effetti è così, sono unici. Appaiono creati a immagine e somiglianza di un piccolo gruppo di persone inventate, mai così vere. Ma questi, quelli della storia, non si conoscono. Ma si riconoscono, differenza fondamentale per dire che ognuno sa cosa accade all’altro, quando accade e perché.  

    “Queste pagine raccontano una storia verosimile che, tuttavia, non potrebbe mai accadere”, precisa con una nota iniziale Baricco. Niente di più vero stando alla realtà temporale conosciuta, quella scandita dal battito dell’orologio. Ci sono due fidanzatini che si baciano, si strusciano, quasi fanno sesso nella hall di un albergo. C’è il portiere di notte che li guarda, li scruta, chiede loro di andare nella stanza che hanno affittato. Ma niente. Quelli stanno lì a fare le cose che vogliono fare. E non si spostano. Almeno per un po’. Perché poi, stufi del chiacchiericcio che disturba la passione, se ne vanno. Uno dei due se ne va. L’altro, lei, resta nella hall perché deve chiedere degli asciugamani. Che strano: gli asciugamani. Alcuni alberghi non li piazzano dove devono essere piazzati perché trasformati in souvenir da clienti poco asciutti. Ma non è questo il caso. Perché i panni di cotone stanno là dove devono stare. Inizia così un dialogo che sembra più un interrogatorio tra la ragazzina e il controllore, lo stesso che nell’altro racconto (il secondo) diventa la agente speciale della polizia. Quella che nel terzo, poi, viene legata all’abuso psicologico di un bambino, che prima era il fidanzatino che si baciava nella hall dell’albergo. Il nucleo delle vicende arriva proprio all’alba. Vuoi perché ci si sveglia, vuoi perché è il momento del sesso, vuoi perché si deve scappare. Da cosa, poi, lo si capirà leggendo.

    Le storie procedono con ritmo veloce visto che diverse pagine sono occupate da fitti dialoghi a mo di botta e risposta. Quando Baricco decide di narrare qualcosa di più, lo fa dal punto di vista del personaggio scelto come principale del raccontino. Che è piuttosto corto, tre volte le 94 pagine di nero su bianco.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • La magia è uno strumento strano tanto quanto il posto dove essa è nata.
    Cosa hanno in comune tredici impaurite ragazzine con poteri paranormali, le cui famiglie, in preda alla disperazione e all'impotenza, sono state convinte a mandarle via per il loro bene? Una scuola. Un posto strano, bello e misterioso allo stesso tempo. Tre personaggi singolari la dirigono: un intrigante preside, sua sorella l'infermiera e un alquanto oscuro guardiano. Ma quale segreto nascondono queste tre figure in realtà? Giulia, o Fiammabianca come la chiamava la nonna, è l'ultima arrivata. Si sente subito legata alle altre bambine da una forza incomprensibile. L'avventura inizia quando Giulia viene a conoscenza di un terribile mistero: alcune ragazze sono state rapite da un'entità malefica, di cui loro soltanto riescono a sentirne la voce. Tutte le ragazze, accomunate dal fatto di essere fiorentine e avere lo stesso dono paranormale, si uniranno nella missione per cercare le compagne scomparse. Non sapranno che questa missione le porterà, attraverso insidie, bugie e inganni a scoprire una verità che ha dell'incredibile. Solo la forza dell'amore, che le unisce, riuscirà a farle combattere contro l'oscurità e insieme si prepareranno a intraprendere il viaggio verso il loro destino. Una favola magica che ci porta lontano e ci fa sperare in un futuro migliore.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Siamo nel 1948, Stati Uniti d’America, nella città di Santa Taisia. C’è un reduce di guerra e abile rapinatore che si sveglia in una stanza del Motel Martinelli; si chiama Vincent Reed. Ecco, fermiamoci un attimo. L’esordio di questa recensione è da non recensione. Lo sappiamo bene. Nel senso che una recensione dovrebbe iniziare diversamente. Sappiamo anche questo. Anche se non ci interessa seguire i canoni recensivi generici. Abbiamo preferito cominciare dal prologo, da quello che è il prologo secondo la storia raccontata dall’autore Emanuel Gavioli.

    È una storia come tante, ci si permetta di dire. Ma non è un fatto puramente negativo. Perché vuoi o non vuoi, racconti su racconti, le storie sono sempre le stesse: amore, bambini, bambini affamati, mamma, papà, odio, sparatutto. La differenza sta nella gestione. Dunque nella capacità di coinvolgere il lettore, anche. In questo caso specifico, nel caso di Gavioli, il coinvolgimento c’è eccome. Solo però, ci si permetta di dire, non è che una storia proprio così sia stata già narrata? Quale storia? Domanda azzeccata.

    Amplifichiamo i contenuti dell’inizio: Reed non è solo in quella stanza di quel Motel. Con lui c’è un’avvenente signorina bionda. E Reed il rapinatore ha un debole per le signorine bionde. Come accade nelle stanze dei Motel in cui, si sa, ci si sta per notti d’amore, succede sempre qualcosa. Qua accade che il rapinatore viene rapinato; un po’ come se Dante avesse applicato la sua legge del contrappasso. Da chi? Dalla bionda, chiaro. Così parte la caccia alla donna. Che non sarà facile come non lo è insegnare l'abc alle elementari. Perché Reed dovrà affrontare fisicamente e pure psicologicamente omoni di ogni etnia pronti a distruggerlo ma anche, sia detto, aiutarlo. In cambio di qualcosa.

    Ci fermiamo di nuovo giocando coi difetti: se Vincent Reed non si chiamasse così ma, che ne sappiamo, Vincenzo Lettore, sarebbe la stessa cosa? Certo che no. Perché americanizzare molte delle cose dette e fatte fa audience (appunto). Nel caso del libro, fa lettura. Il luogo, poi: Santa Taisia (Santa Teresa, dai?!). Vincenzo Lettore da Canicattì non avrebbe funzionato. È la logica di un mercato editoriale che chiede questo. Non una novità, certo. Però, diciamo: va bene che bisogna stare sul pezzo, ma Gavioli conosce davvero bene i luoghi che descrive? Ha bevuto ettolitri di borboun come fa il buon Reed? Immaginiamo di sì. Perché la sintesi del buon alfabeto dello scrittore c’è. E si legge. Quindi, qualora Gavioli non fosse mai stato in America, comunque è uno scrittore buono. Di quelli che ti fanno arrivare pure a vedere i peli del naso del protagonista. E questi, signori ovvi, diventano pregi. Grossi pregi che, se fossimo nell’ambiente calcistico, diremmo da numero dieci. Se ci metti pure una grammatica ineccepibile, una narrazione da controbattiti, la partita è vinta. La storia, come detto, non è certo un'innovazione. Ma ha contenuti più che validi. Il ritmo, poi, fondamentale per un genere così, è da contropiede: rapido, incisivo, attento. Che se sei distratto becchi il gol. 

    "La lunga notte di Vincent Reed" è il terzo libro di “Gav”, come lui stesso si definisce. Non proprio un aspirante, dunque. Ma questo si capiva. “Gav” è appassionato di cinema. Non viene specificato che tipo di cinema; ma qualcosa ci dà da pensare che sia genericamente thriller. Guarda un po’, così com’è la vicenda di Vincent Reed.
     

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari