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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • L’ultimo libro di Margaret Mazzantini, autrice dallo stile forte ed unico, è una storia attuale dolce e amara, narrata a due voci.
    Guido e Costantino, ragazzi che tra scuole, sport e amicizie diverse, vivono una relazione particolare. Si allontanano ed avvicinano come due calamite. Figli di ceti sociali ed educazioni diverse, accomunati dal senso di smarrimento e meraviglia che contraddistingue l’avvicinarsi al mondo. Ognuno cerca di seguire le linee guida ricevute nel "nido" di provenienza, inconsapevoli che ben presto il destino porterà all’allontanamento dai credo domestici e tutte le sicurezze amate e coccolate. Il loro volo sarà unico e irrepetibile, a volte libero e altre legato ai retaggi del passato.
    Sullo sfondo, l’autrice descrive avvenimenti sociali e politici che hanno creato speranze e contraddistinto un’epoca di rivoluzioni e cambiamenti. Nessuna data scandisce e denomina il periodo storico, ma iperboli, similitudini e situazioni permettono al lettore di identificare avvenimenti che hanno segnato un'epoca.
    Londra brucia sotto i nuovi movimenti sociali e l’Italia continua sorniona a spaccarsi tra Nord e Sud mentre i protagonisti iniziano a confrontarsi con la verità: l’amore. Un sentimento in grado di far girare il mondo, raccontato da poeti e scrittori ma tanto difficile da identificare e vivere. Come possono i protagonisti riuscire a identificare i sintomi e le aspettative di un sentimento tanto grande e primordiale?
    Guido proviene da una realtà  altoborghese, abituato a circoli letterari, sfarzi e nessuna lotta per riuscire. Un ambiente "ovattato" e "protetto".
    Guido al contrario discende dai piani bassi, persone umili al servizio dei “signori” che prova a raggiungere attraverso lo studio costante e lo sport. Un ragazzo che prova a fare la differenza e cambiare i logaritmi di una realtà stretta ed a volte incomprensibile. Due anime sole e sofferenti, lottatori che sono messi agli angoli dal loro amore inconsapevole.
    Una trama preziosa, tessuta con attenzione e dedizione che tra i suoi nodi narra lo scorrere inevitabile del tempo che modifica idee, convinzioni e atteggiamenti.  
    “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos’è la natura”. Guido e Costantino, adolescenti in bilico tra sesso ed amore.
    Sentimenti o pulsioni? Quale delle due seguire? Come due ballerini danzano sulla punta dei piedi per paura di calpestare regole non scritte, dettate dalla società e dalla morale. Uomini confusi ed  inquieti che si aggirano tra le strade della vita, contraddisti da un grande voragine che solo il sentimento può calmare, come Jacopo Ortis e Andrea Sperelli. Figure letterarie diverse ed estreme, accomunate da un vuoto primordiale che potrebbe essere colmato, forse, dallo splendore-mazzantiniano: un momento di pace. I protagonisti lo intravedono ma non lo afferrano, lasciandolo fuggire. La violenza esterna inciderà profondamente il rapporto tra i due amanti, sfociando nella tragedia durante un viaggio in Italia in cui durante una romantica notte sulla spiaggia, saranno aggrediti.

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • L'Italia del boom economico vissuta da un bambino, raccontata da adulto.
    "La strada verso casa", il nuovo libro di Fabio Volo, rapisce il lettore per la semplicità con cui si assiste e ci si addentra nelle vicende di una famiglia, che incarna il nucleo medio italiano cresciuto negli anni '80: benessere, fiducia e sicurezza nel futuro. Ideali che mancano alle nuove generazioni, caratterizzate da crisi sociali, economiche, personali. Lo scrittore racconta una vita semplice, contraddistinta da routine e piccoli regali inaspettati come il dolce della domenica. Frammenti che si ricompongono nella mente del protagonista, Marco, quarantenne italiano emigrato da molto tempo per scardinare le ancore che lo legavano ai suoi cari. Un attuale lupo della steppa che corre in solitudine per le più diverse strade e verità, senza sosta, quasi a voler dimostrare che "chi si ferma è perduto".
    Ma da cosa si scappa? Ci si riesce realmente? E sopratutto, se si dovesse tornare? Domande che prendono vita quando Marco riceve una telefonata inaspettata e preoccupante che lo riporta alle sue origini. Il padre è malato, la diagnosi non è chiara ma la certezza dello stato cagionevole, trasportano il protagonista e il fratello maggiore Andrea, in un viaggio temporale unico ed irripetibile.
    Gli anni trascorsi riprendono forma e colore, i ricordi celati condivisi, le incomprensioni superate. I genitori divengono persone, spogliati dai sogni e credenze infantili, assumono nuovi ruoli e svelano scomode verità.
    Un percorso personale che diviene un gioco delle parti quando i due fratelli si confrontano, discutono e cercano insieme di ricominciare. Perché a volte basta aver qualcuno accanto "a cui poter dire che sono felice".

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • Una carriera brillante, una bella e grande casa, un marito carismatico ed affettuoso, una famiglia presente e salda. Un quadro perfetto.
    Cos'altro potrebbe volere Patricia? Nulla, in apparenza, ma quando il volo su cui viaggia inizia a barcollare, il panico prende il sopravvento insieme alle parole della sua vicina: "Qualcuno vuole la tua morte".
    La protagonista ripercorre la sua vita come un trailer. Il film della sua esistenza, intriso di fortuna e decisione. Lei è una donna che a volte è giunta a compromessi per giungere alla meta, ma sempre con testa e charme. È sempre stata la migliore. Istanti, momenti passano nella mente mentre la paura di morire stringe lo stomaco. Nuove ombre prendono vita. Un'esistenza spezzata.
    Chi è la misteriosa donna? Cosa vuole? perché il destino le ha fatte incontrare? Come in un puzzle i pezzi dapprima separati iniziano ad unirsi. Un nuovo inizio. Nulla è certo. Il sole che irradia il sentiero a volte è eclissato da rami che bisogna spostare per vedere cosa nascondono.
    Ha cosi inizio un viaggio introspettivo, costellato di incidenti, paure e colpi di scena che porteranno alla verità. Nulla è come appare.
    "Anche un cielo senza nuvole può dar vita in un attimo ad una terribile tempesta".

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • Sessanta racconti è una raccolta di storie brevi pubblicata nel 1958. I primi 36 racconti erano già stati pubblicati in tre diversi volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna).
    Iniziare da questo libro per conoscere Buzzati forse non è stata la scelta azzeccata, o forse sì. Leggendolo si entra appieno nel suo mondo, nella sua narrativa, fatta di alti e bassi, di introspezione, di attualità, di religione, di morte, di un mondo imperscrutabile che viene animato ed esaminato attraverso ogni racconto.
    La maggior parte dei racconti prendono vita dalla quotidianità per poi sviscerarne i lati più  nascosti, che si mimetizzano, per tirarne fuori l’elemento surreale, al limite del grottesco e a volte del tragicomico.
    Uno dei temi preponderanti del libro è la metafora del viaggio, che ritorna a più riprese, mettendo in evidenza i mostri che fagocitano l’animo umano, per poi riuscire a presentarne anche abusi e violenze.
    Viaggi fatti dai personaggi che cercano mete lontane, o forse anche immaginarie. Viaggio inteso come ricerca interiore, come indagine del proprio essere, per riconoscere e ritrovare le proprie coordinate ormai geometricamente fuori rotta da un richiamo spasmodico della compiutezza. Compiutezza di un io che riappacifica ogni stato d’animo.
    In racconti come “I sette messaggeri” o “Il direttissimo”, o ancora in “Qualcosa era successo” si ritrovano i connotati più oscuri: “Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!”.
    Altro elemento importante del testo è l’elemento dato dalla religione, presentata nei suoi aspetti più umani, ma allo stesso tempo controversi, come in “La fine del mondo” o diversamente ne “Il cane che ha visto Dio”.
    Uomini che sono soggiogati dalle loro stesse paure, dall’ansia dettata da una comprensione che scivola troppo nell'irrazionale, che porterà alla negazione, alla non comprensione dei luoghi, che non sono poi molto diversi da quelli che sempre ci portiamo dentro.
    Infine ultimo elemento, accanto agli altri due precedenti, è la morte, analizzata nella sua naturalezza, come conseguenza necessaria alla vita, come un dopo che è obbligatorio, e per questo deve essere accettata nelle sue intenzioni. E’ come un lenzuolo che si posa sul corpo di ogni essere umano, così a ricordare che dopo un inizio, dopo una percorrenza, dopo un viaggio, che è la vita - che dovrebbe andare parallelamente con il nostro spirito interiore - c’è la fine, la morte, la necrosi del corpo, ma non dell’anima, che sembra albergare in questo mondo polarizzato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un thriller coinvolgente e serrato, una scrittura delicata e profondamente sincera che ci invoglia alla lettura fino all'ultima pagina, senza annoiarci mai.
    Seguiamo con interesse il protagonista, Febo, e in lui ritroviamo i caratteri tipici di tanti nostri giovani, impulsivi, appassionati e caparbi.
    Lo vediamo affacciarsi alla vita dopo un'infanzia tenera e un'adolescenza protetta dalla famiglia, seguito con attenzione e rispetto dal padre. E con questo animo così leale, lo vediamo intrecciare i primi amori, lo vediamo scontrarsi con le prime ribellioni, i primi rifiuti.
    Incontrerà finalmente Marina, la donna che ha scelto per la vita: ma la vita ha deciso altrimenti.
    Ecco allungarsi sulla sua vicenda umana l'ombra gelida del terrorismo con il suo corollario di attentati e rapimenti: con il suo carico pesante di morti.
    Febo reagisce all'orribile insulto alla sua felicità con un rancoroso desiderio di vendetta e perseguirà questo scopo quasi ad occhi chiusi, perché è il suo cuore che ormai è chiuso al futuro.
    Sarà tuttavia una donna che lo salverà dal profondo baratro dell'insensibilità e gli ridarà la capacità di soffrire ancora, perché solo con il cuore aperto è possibile vivere da vero uomo: anche a costo di un estremo sacrificio, quasi questo possa idealmente ricambiare l'amore che le due donne della sua vita gli hanno donato.
    Un autore di rara sensibilità, da seguire con vero interesse.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Miseramente catapultato nello spazio infinito senza più reti né illusioni. Nella raccolta “Spazio Porto K” il cosmonauta post punk di Marco Buggio è lontano anni luce dall’ottimismo bowiano di Ziggie Stardust, profeta dell’Uomo delle Stelle, ma anche dall’eroico anelito odissiaco del Maggiore Tom, quando l’imprevisto, seppur conteggiato, era celebrato come estremo e coraggioso sacrificio dell’uomo, proiettato nel futuro dalla fame di conoscenza e conquista di nuovi futuribili mercati.
    Persino la poetica cyberpunk dei nostri bulimici e rampanti anni Ottanta, con la violenta fusione di mondi formalmente separati, come l’high tech e il pop underground,  è un’oasi distante, laddove la decomposizione costruttiva di information technology e cibernetica diventa insieme strumento o mostri ai quali ribellarsi per avviare un cambiamento radicale nell'ordine sociale.
    Nello Spazio Porto K si vive un eterno day after. Il poeta dello steampunk, nel suo manifesto post tutto, urla la rabbia desolata dell’uomo cyborg, scarnificato da qualsiasi speranza di rassicurante processo biologico (“Acciaio carne/ ossa fuse,/ cerniere celebrali/ schede espandibili/ digestione motoria/filtrante dati”).
    Nella prima parte della raccolta l’aedo spaziale sta lì, in un non-luogo, sospeso senza attesa (“Pianeta Terra,/ Spazio Porto K,/, abbandonati:/ scoperta del cosmo,/ senza mai scoprire/ la nostra debolezza,/ la nostra fame/ di affamare, ingordo benessere.”). L’impatto con l’alienità è devastante (“Ho incontrato/ coloro/ che non riposano,/ eletti/ a essere/ evoluti/ verso creature/pensanti/costruite artificialmente/ paradossi/ di sfere emotive”). La destrutturazione paratattica nell’era steampunk si affida alla pregnanza semantica nelle icastiche immagini della brutalità terrestre vista dal cielo (“Tua città,/ plastica/ nascente/ cenere/ capitalista,/ riverberi/ tendenze/ quotidiane/ omologate”).
    Nella seconda parte una flebile traccia dilaniante superstite di materia umana si fa strada, tradendo una disperata nostalgia di un pianeta pulsante di vita, sia pur morente, che l’uomo cyborg rimpiange (“Chiamata Terra,/ silenzio e dolenza;/ ricordo/ prati assordanti/ d’insetti instancabili,/ la pioggia,/ incessante sinfonia/ in adagio veloce,/ ticchettio/ delle mie eco/ pensierose”). Ma dall’altra parte della distanza siderale c’è silenzio, “fischi,/ sequenze dissolte”: il cosmonauta implora, invoca quella natura disidratata che ricorda lucidamente e della quale sente ancora il battito debole (“Pianeta Terra/ rispondi,/ tuo annuire morente,/ rispondi,/ canto universale del risveglio”).
    Il cosmonauta, Cassandra spaziale, nella solitudine infinita, celebra il compianto della razza che scompare immersa nel catrame, “…massa addentro/ inferni ermetici,/ speranza di non bruciare,/ al sole”. Dall’altra parte del filo solo silenzio. Game over.

    [... continua]

  • Fino “ai confini del mondo conosciuto”, arriva la poesia di Lorenzo Pais. In un giorno e mese destinato, racchiuso e ricordato in un 9 Aprile.
    Ancora una volta, i versi prendono per mano e diventano compagni di viaggio nel tempo e mitigano sogni e illusioni, brindisi e fugaci saluti. L’amore infiamma e se non corrisposto, può far male. Il richiamo della metamorfosi di donna in aspide, è indice dell’alto dolore che un uomo può provare nei confronti della donna amata.

    L’oblio e la solitudine, ricordando in morenti cerchi d’acqua un non corrisposto sentimento che porta alla lacerazione, e a trovare il conforto in un calore o bisogno (sbagliato) di qualcosa che non è mai appartenuto. Il vuoto provoca abissi profondi nell’anima e nella mente, e silenzi estremi.

    Lorenzo descrive e attraversa il pathos e nella katarsis (κἁθαρσις, "purificazione") trova, nel divenire cenere, le ali di fenice per rinascere.  L’equilibrio è un cammino in salita, spesso ostacolato da “congiure e tradimenti” inaspettati, poiché celato dalla disillusione di una verità bugiarda.

    Il tempo diventa il medico guaritore, in una “domenica d’Ottobre”, bramoso di futuro, sogni, “tra spazio e magia”. Il corpo ammalia la mente, e spesso bloccato da parole non sincere, può portare a giorni di guerra, “solitari senza amici, senza amore”, la ricerca e l’ascolto di quella voce interiore, è il necessario faro-guida per ritrovare coscienza.

    La penna di Pais, si tinge di rosso e di nero, delineando i tormenti e le urla che le sfide quotidiane possono porre o condannare. Il destino diventa un vestito spesso macchiato di vittorie e pericoli. La forza di andare avanti ricercando la cura è il fine dell’uomo, che diventa “acrobata tra sospiri e baci”, su un palcoscenico non sempre conforme ai desideri.

    Tra attese, pensieri, sorrisi, incanto, incoscienza, scivolano le difese e l’odore dell’umanità travolge con stupore chi, nonostante tutto, si lascia andare ai “carpe diem”.

    L’uomo amato può innalzarsi o sprofondare se non amato, osannare o imprecare, vedere donne angeli o demoni, parlare d’amore o di odio, sorridere o piangere, sognare o scegliere di morire. Nel buio, riflessi e colori sono ben visibili e anche quando non c’è l’Amore vero, ha la capacità di avvolgere e di riscaldare “come una sciarpa calda e morbida”.

    E quando ci chiediamo dove sia la felicità, eccola che la troviamo: è racchiusa in una valigia di emozioni carica di  vecchi racconti o di tuffi negli occhi, parte di un gioco o semplicemente “pagina vuota in attesa d’inchiostro”.

    [... continua]

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Ieri
    • 19 febbraio alle ore 9:27

    La condizione dell’esiliato, che con gli occhi della mente rimane agganciato a ciò che conosce del suo passato, viene narrata da Agota Kristof in “Ieri” in maniera impalpabile e trasognata. I personaggi si muovono in una dimensione onirica: la vicenda è realistica, in sottotraccia perversa, verosimilmente assurda. Il protagonista è Tobias, che si reinventa una vita là dove nessuno lo conosce: è scappato da un’infanzia umiliante, che tuttavia per lui era felice, perché in fondo non ne conosceva altre. Tobias vive aspettando la sua Line, una sorta di creatura mitologica con corpo di fanciulla e ali di fata: si fa perfino rimbiancare la casa, e porta avanti senza convinzione il rapporto con una donna, Jolande, che non lo capisce eppure lo comprende, e lo aspetta.
    Intorno a lui, quando non è in fabbrica a esercitare il suo lavoro alienante, si muovono alcuni suoi compatrioti, come in quella letteratura orientale in cui le cose accadono e basta. Se uno di loro cominciasse a sputare fuoco non lo troveremmo strano, perché ogni movimento è caratterizzato contemporaneamente da corporeità e inconsistenza.
    In questo contesto, arriva Line. Non è la donna dei suoi sogni, ma una bambina con cui andava a scuola. Con lei, tutto sembra possibile, nonostante il segreto che si nasconde nella loro infanzia, che solo lui conosce e che, se pronunciato ad alta voce, renderebbe tutto mostruoso. L’incontro è fatale per entrambi.
     
    “Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. sempre. Tutto insieme. perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Rosso Istanbul" è l’esordio letterario del regista cinematografico pluripremiato Ferzan Ozpetek. Uscito nel Novembre del 2013, cos’è Rosso Istanbul? Questo libro racchiude la storia dell’autore, o meglio la storia dei suoi amori, delle sue esperienze, di ciò che l’hanno formato, di ciò che ritiene essere la sua terra, una terrà effervescente, rosso sangue, calda e suadente, mai scontata, un vino rosso che ribolle dei suoi stessi sentimenti.
    Il libro ha una doppia voce narrativa, fatta di una lei e di un lui. Lui è personificato dallo stesso regista che si racconta in modo profondamente autentico, lei invece è una donna italiana partita per Istanbul per una vacanza. Nel corso del libro saremmo posti davanti a tanti interrogati, a tante descrizioni, a una fitta panoramica di una terra ‘pasionaria’, con continui intrecci alla vita personale del registra; verremmo portati alle porte di una famiglia a metà tra l’austero e il progressivo, sentiremo profumi di spezie, di tè, di baci mancati, sperati, donati.
    Sotto gli occhi del lettore ci saranno vari disfacimenti sentimentali, delle macchie nere, dei lutti. Un dolore subito, intimo, timoroso. Tutto condito con uno stile narrativo veloce, pungente, sempre sull’onda del cambiamento, dell’oltre come motore della vita: “C’è una donna vestita di rosso che va incontro alla polizia, vorrebbe parlare, dire qualcosa, convincerli. Ha un abito scarlatto che è come una bandiera: un vestito più adatto, forse, per passeggiare in riva al Bosforo, o stare seduta al tavolo di un elegante caffè di Babek. E invece è lì. Viene investita in pieno dal getto d’acqua, ma non cade, non vacilla. E’ come se quel vestito fosse un’armatura. La forza delle idee. O forse, solo di un abito rosso. E poi è rosso, rosso ovunque, per tutti i giorni che seguono, freneticamente. Al ritmo delle pentole che le donne anziane con il velo battono alle finestre per dire che sì, anche loro sono d’accordo, stanno dalle parte dei manifestanti. E’ rosso per i garofani scarlatti che i manifestanti portano per strada, che offrono ai militari: segno di pace, di rivoluzione, di resistenza. Una ragazza porge un fiore ad un poliziotto chiuso nel suo casco, lui china la testa. Riusciranno i petali a sconfiggere la violenza? La rivoluzione dei garofani, Lisbona 1974. La Primavera di Praga, nel 1968, e i fiori contro i carri armati. Un ragazzo solo contro i carri armati, in piazza Tienanmen, 1989. Le barricate a Parigi, nel 1830: la Liberté guidant le peuple, una donna che sventola una bandiera alla guida dei rivoluzionari nel quadro di Delacroix, come oggi fanno le ragazze di Gezi Park. Perché tutto cambia, ma non la voglia di cambiare il mondo. Tutto cambia, ma non la rivoluzione. Questa rivoluzione ha un hastag, #occupygezi. E’ fatta di flash mob inventati al momento, piccole azioni rapide che finiscono subito e si propagano per tutta la città, come un virus rivoluzionario”.
    Infine, il ritrovarsi, il riabbraccio infantile di due persone che credevano di essersi perse senza mai conoscersi veramente. La bellezza delle ribellioni, insieme alla bellezza della comprensione, del volersi bene senza filtri. Tutto all’insegna di quello struggimento e leggerezza che hanno condito tutta la produzione cinematografica dell’autore, e che condiscono ancora oggi i sentimenti, quelli veri, e non quelli giusti per una società miope.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E’ il cuore, l’interprete principale che si lascia sfogliare. Il cuore ama, spera, soffre, rimane imprigionato: “e nonostante il mio viaggiare/ alla ricerca dell’amore/ sono rimasto imprigionato/ dal mio cuore/”. Un cuore vulnerabile che trattiene le emozioni e le libera attraverso una immaginabile finestra sul mondo, quando è la malinconia ad assalirlo “ /Tutto appare confuso/ innaturale e ti senti più/ vulnerabile/ allora in quei giorni/ apro la finestra/liberando le emozioni/”.
    “Dalla Finestra” è il titolo della prima silloge di Marco Grattoni, quarantatré poesie racchiuse in cinquantatré pagine volano in verso libero alla ricerca del desiderio incolmabile dell’amore perduto, in un viaggio illuminato dalla luna, reso freddo dal silenzio delle notti solitarie ed inquiete: “non cerco nessuno/ in questa città fantasma/ respiro il silenzio/ l’amante che ho sempre respinto/”.
    La semplicità del linguaggio diretto, la purezza dei sentimenti attraverso percorsi vissuti, rendono il lettore partecipe delle emozioni raccolte e lasciate sospese.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Non so veramente da dove iniziare, io che non amo i racconti, mi sono innamorata de “L’istante tra due battiti”. Mi chiedo ora, quale meraviglioso spettacolo verrebbe fuori da un romanzo di Marta Tempra? Ma forse non potrei neppure leggerlo, ne uscirei distrutta! Tredici racconti di un’intensità pari a quella di un romanzo capolavoro. Dalla parola più insignificante, che poco dice della storia, traspare una profondità tale che porta il lettore ad entrare nel racconto come quando si viene attratti da una magnifica sequenza di colori. Sembra di volare fra i magnifici colori dell’universo e quei colori sono i sentimenti, l’introspezione più brillante, intensa che abbia mai letto. È un viaggio nell’animo umano e la cosa sorprendente è l’abilità che l’autrice ha avuto nel rendere interessanti temi potenzialmente noiosi.

    Quelli che preferisco sono Piedi di Ninfea, Luci sfocate, Fumo e mentolo, Dobbiamo parlare; non perché gli altri mi piacciano di meno, ma perché in questi quattro l’autrice ha sfoggiato un talento che per l’età che ha, ha dell’incredibile.
    Lo stile è semplice, fluido, limpido pur venando in alcuni tratti un’intenzione poetica che non stona, ma completa un modo di scrivere aulico e semplice allo stesso tempo. Il suo scrivere cattura il lettore trasportandolo nella storia, i temi trattati sono esperienze reali, ci si può identificare cogliendo l’insegnamento che tutti siamo eroi.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Caravante

  • La crescita di un ragazzo del Sud che si fa uomo attraverso il comportamento e il carattere delle donne che incontra sul suo cammino. La scoperta della loro sensualità, il rispetto, l’eros, l’audacia, l’amore e le cose che non dicono, lo aiuteranno nel percorso di introspezione, che lo porterà a guardare dentro se stesso attraverso i tanti interrogativi che sorgono dai suoi pensieri: “Dove è scritto che nella vita per realizzarsi bisogna ottenere un titolo di studio, fidanzarsi, cercare casa, convivere e sposarsi?”…
    La percezione, la fragilità dell’uomo, la misericordia, il miracolo, la fede, il dono della poesia composta di luce, profumi, colori… emergono dall’uso di un linguaggio forbito, scorrevole, attento.
    “Il Segreto delle Donne”, un romanzo intrigante, di centosettanta pagine al quale, il giovane autore, ha dato vita  tra sregolatezza, inconsistenza, regalità, fragilità ed intraprendenza, spogliando e vestendo il corpo e l’anima delle donne attraverso le riflessioni e i sentimenti di un uomo: Francesco, che da loro si lascia amare, scoprire e guidare… ma solo per il tempo in cui la passione lo travolge. Non mancano le riflessioni profonde:” Tutti cresciamo con i nostri se e i nostri ma, ed è inutile seppellirli nella memoria perché a volte, nelle sere di pioggia, l’acqua li smuove e loro tornano a galla” e le domande sul pensiero erotico: “Il pensiero erotico subentra quasi automaticamente nell’arco delle nostre giornate ma noi non ce ne accorgiamo. In fin dei conti cosa sono questi pensieri erotici? E perché occupano di continuo la mente di noi tutti?”.  “Capitano della sua anima”, l’autore ci ospita a bordo della nave della vita, tra onde inquiete di interrogativi ed orizzonti che cambiano nell’attimo in cui contempliamo… “un cielo lontano”.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

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    recensione di Francesca Fichera

  • "​The Help" è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, incentrato sulla figura di alcune domestiche afro-americane che lavorano per famiglie bianche a Jackson, Mississippi, durante gli anni sessanta. Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afro-americana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi, e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro. Minny Jackson, una domestica afro-americana il cui caratteraccio l'ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Ed infine Eugenia "Skeeter" Phelan, una giovane ragazza bianca neo-laureata con aspirazioni da scrittrice.
    Siamo nell’estate del 1962, nel periodo delle lotte per i diritti civili per le persone di colore portate avanti da Martin Luther King, a capo del governo c’è John Fitzegerald Kennedy, e Bob Dylan con le sue canzoni dà voce attraverso la musica a questo clima di tensione e rivoluzione.
    In questo libro si racconta della difficoltà delle persone di colore, d’inserirsi nella società che li escludeva ogni diritto.Il libro parla di diverse donne, di diverse storie, di differenti ambizioni, di donne di colore al servizio di donne bianche per accudirgli i figli, la casa, rendergli più agevole la vita, in cambio di un salario irrisorio. Nel libro il passato si fonde con il presente, la sostanza viene oscurata dall’apparire, il grido di strazio si soffoca per il bisogno sempre costante di andare avanti, di portare dei soldi a casa, di mandare avanti la famiglia, a differenza di loro, onestamente.
    Interessantissimi i dialoghi delle varie donne che presentano la loro storia, il loro rapporto con la propria donna bianca dove lavorano, molto belle sono le parole di Minny: “[…] Ora che non posso più andare alle riunioni di Shirley Boon, in pratica è l’unica cosa che mi resta. Però non significa che mi diverta agli incontri con Miss Skeeter. Ogni volta mi lamento, piagnucolo, mi arrabbio e mi prende un attacco come se in mano avessi una patata bollente. Ma il fatto è che mi piace raccontare le mie storie: mi dà l’impressione di poter cambiare le cose. Quando esco di lì, il blocco di cemento che ho nel petto si è sciolto, liquefatto, e per qualche giorno riesco a respirare meglio.”
    Diverse donne, una sorte comune. The help scuote la coscienza e dà voce a libertà alla storia di tante donne senza diritti, senza nome, intimorite dal giudizio. Per fortuna ci si interroga e si trova il coraggio di dar sfogo alle frustrazioni, ai demoni interiori, al dolore, alla rabbia, alla forza di donne che per la famiglia e per i figli sarebbero disposte a tutto.  
     
    “Se il cioccolato fosse un suono, sarebbe il canto di Constantine. Se il canto fosse un colore, sarebbe il colore di quel cioccolato”.

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    recensione di Gino Centofante

  • E' un genere di nicchia, quello fantascientifico, e questo romanzo lo rappresenta appieno. Infatti i luoghi, le situazioni vengono presentati come realmente esistenti e scientificamente possibili.
    Già dal titolo s'intravede il succo della trama: The Dreamer è il sogno per eccellenza, la fantascienza personificata. Perché? Perché il sogno, come la mente lo può immaginare, è una vera e propria realtà grigia, spoglia e priva del sogno stesso!
    È la tesi e l'antitesi di se stesso.
    Quindi, in un mondo privo di ogni forma di vita dove appena s'intravede una forma embrionale di società (e quindi di relazione fra gli esseri viventi) questa si trova a dover fare i conti con una realtà parallela, una rete, che è il punto di partenza e di arrivo di tutto il romanzo.
    I personaggi chiave sono quattro: il tenente Jack Buchinsky, un tipo burbero, restio ad ogni forma di tecnologia, che vuole restare fuori da questa realtà cibernetica e si accontenta di andare "ancora là fuori per le strade ormai deserte di New York a combattere il crimine vero"; il Tenente Rachel Monroe, che insieme a lui deve "indagare sul fenomeno che si è verificato quest'oggi nella rete internet mondiale"; il mafioso Hiroshi Tsunenaga, che vive in un Giappone completamente allagato, a Fugi City, dove "le popolazioni nipponiche sopravvivevano, sgomitando come pesci in una rete sempre più stretta" e un' imprenditore di Pretoria, Obike Ondimba, titolare di un'azienda e creatore, in parte, della rete iperlan dove avviene un "evento eccezionale" che coinvolge tutte le persone collegate in quel momento.
    I protagonisti si muovono quindi in questa realtà malata e contraddittoria per risolvere il problema creato nella rete. Ansia, colpi di scena e preoccupazioni al limite tra un thriller e un romanzo poliziesco, fanno da contorno ad una storia ambientata nel futuro come se questo fosse attuale, come fosse già entrato a far parte dell'essere umano (per trasformarsi), molto prima che accada.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Quattro amici con la passione per la musica, coltivata nel tempo libero, dopo il lavoro e gli impegni famigliari, quattro amici che si trovano insieme per suonare nella cantina di Walter, il protagonista, senza troppe ambizioni e senza grandi speranze.
    Ma sarà proprio Walter che, acquistando su internet una chitarra speciale, con una forma strana ed insolita, darà l'avvio a questa incredibile storia.
    La chitarra saprà far suonare Walter come non ha mai fatto, ed insieme alla sua band, lo farà diventare un vero fenomeno musicale, passando dall'oscurità del loro fare musica da dilettanti, al palcoscenico dei concerti nazionali ed internazionali.
    Ma non è solo grazie alla musica che il successo li corteggerà, o per lo meno, non solo grazie alla musica: avvenimenti sospetti, incidenti macabri che hanno luogo durante i loro concerti, catalizzeranno l'attenzione e la morbosità dei media, facendo lievitare il loro successo e la loro popolarità.
    Eppure c'è sempre l'altra faccia della medaglia da considerare in tutte le cose e con questo lato oscuro e disperato, Walter dovrà confrontarsi, prendere coscienza e poi, coerentemente, decidere.
    La storia è accattivante, chiaramente delineata e pervasa - come un sottofondo costante - dal rumoroso irrompere della musica prediletta, così disperatamente amata, così a lungo inseguita: musica sotto le parole e musica dentro l'anima.
    Riconosciamo all'autore la capacità di incuriosire e far avvicinare a questo genere di musica anche quanti ne hanno solo sentito parlare.
    Sicuramente un libro dedicato a chi non ha paura di vivere con entusiasmo.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Colma di positività, speranza, colore e luce, la poetica di Michela Zanarella spande colore, scandisce parole tra  bagliori, elevandole su soffici nuvole nell’azzurro cielo o confondendole, complice il vento, tra l’oro del grano.
    Materna, tenera, fertile,  tradotta in sembianze, in lampi, in mosaici, in fiati, in giochi e presenze… la luce, interprete assoluta e custode di celate verità, non smette mai di fluire.
    Si immerge, si solleva, s’inerpica, si scioglie, si mescola fino a divenire terra, cielo, mare, aria, ad essere vita di vita, per poi scorrere  “Tutto scorre/ come l’alba che lava via i chiarori/ fino ad infilare le dita nella luna/ e divenire poesia nell’estetica dell’oltre.
    Cinquantatré luminose liriche, edite da David and Matthaus, divisione ArteMuse per la collana Castalide, con la preziosa prefazione della saggista Angela Molteni ed arricchite dal contributo di Antonino Caponnetto, fanno intuire, al lettore attento, di avere tra le mani un piccolo gioiello che affronta schegge di vissuto tra bagliori di arcobaleni.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Gli  umani non sempre sono chiari. Tra noi è tutto molto più semplice. Meno parole nel vuoto, meno gesti inconsulti e meno gesti contraddittori, soprattutto.”
    Fiumi di parole scorrono, e le emozioni che si leggono, sono riflessioni per l’anima e perle di saggezza seminate dentro, tanto da germogliare nella nostra quotidiana esistenza, riuscendo poi, a guardare con occhi nuovi quello che abbiamo intorno. Rapportarsi diversamente con chi condividiamo, è la "rinascita", a cui porta questo libro.
    Una grande penna quella di Maria Grazia Crozzoli, che attraversa la vita, le storie, di più persone (animali e cose), guardando e immedesimandosi nella grande umanità che spesso non consideriamo.
    Sta stretto vestire i panni di un altro, figuriamoci, se il punto di vista, è quello dei fedeli quadrupedi.
    Eh, si! Il protagonista di questo romanzo è proprio Cico (figlio di Pluk), un cane che racconta in prima persona quello che vede e sente. Come vive il rapporto con gli esseri umani, come affronta le paure, il distacco, l’amore.
    Frizzante, originale, provocatorio e ironico.
    “Non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Esempio di quanto troppo spesso, diamo per scontato le esigenze dei nostri amici a quattro zampe, o di come basterebbe così poco per capire, che nei loro gesti, vi è una potente via di comunicazione.
    Pazienza e ascolto; pratiche  quasi dimenticate.
    Dispersi nel “tran tran “ frenetico, spesso siamo ciechi e sordi, e ci dirigiamo su binari sbagliati  o ritroviamo in complicazioni assurde.
    “Di noi cani dicono che viviamo ogni giorno così intensamente come fosse l’ultimo, cosa che dovrebbero imparare i nostri amici umani ma non viviamo con la paura della morte, viviamo e basta, godendoci ciò che di buono e bello la vita ci dà, imparando dai nostri errori e soprattutto, non portando mai rancore. Perdoniamo sempre, o quasi sempre.”
    Allora non resta che immergersi nella lettura di questo libro, e nella meraviglia di una nuova prospettiva, capire e ritrovarsi sicuramente più cresciuti e arricchiti di prima.

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  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

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    recensione di Francesca Fichera

  • “Figli dello stesso padre” di Romana Petri è stato canditato al Premio Strega. Narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio, nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
    Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

    “I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

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    recensione di Cristina Mosca

  • “Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che le è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare.
    “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”.
    Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario.
    […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel verso libero, sciolto, come un aquilone sfuggito dalle mani di un bambino, la poetica di Michela Zanarella si libra tra le nuvole. Cielo e terra si toccano, attraverso la parola. Forti e ben profonde sono le radici; alberi, piante e pietre e ancora crepe di orizzonti si delineano a tracciare fasci di luce. In un respiro profondo giungono odori di glicine e rose. La luminosità è presente ovunque ed è percepibile attraverso il filtrare di ombre, ad accendere le emozioni. Distese di verde fermano il tempo: “Quando il tempo è un ripetersi di età ed ombre in attesa, si sta come l’aria accanto a distese di verde”. Nello scorrere  di stagioni che annunciano il rinnovo, la positività, la  fiducia e la speranza vengono materializzate e dipinte con i colori della natura “il colore ed il nero, in un ripetersi d’esistenza”… così la poetessa dipinge le emozioni che “hanno radici come la storia”. Quaranta liriche che, accarezzando l’aria, compongono “Le Identità del Cielo” , questo il titolo del tomo pubblicato da Lepisma Edizioni, ed è guardando al cielo che Michela Zanarella riesce a far trasparire la luce ovunque, facendo dono al lettore della soave leggerezza dell’anima, che induce ad una personale meditazione attraverso una espressione elegante, gentile e forbita di versi puliti e limpidi, che non mancano dell’omaggio ad Alda Merini, ad Antonia Pozzi e all’amata città dov’essa vive,  Roma.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli