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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

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  • La scrittura da sempre è il mezzo che esterna i sentimenti più intimi o una monade che trasporta messaggi rivoluzionari, racchiusi in pochi versi e dettagliati da una spiccata capacità di osservare quello che ci circonda, con occhi liberi da bende e mani pronte all’azione. Chi pensa che il poeta sia un sognatore rinchiuso nella sua malinconia o dannato guscio, prende un abbaglio. Sicuramente testimoniare, alzando la testa e vivendo nel tempo, con la consapevolezza di quanto la memoria sia la storia di vicende più o meno piacevoli, diventa il compito e la costruzione. Calò riesce a sfidare l’ipocrisia e la corruzione del tempo, ribadendo concetti, sensazioni, crisi, invocando il senso illuminato perso in reazioni chimiche o armate. Racconta la quotidiana miseria in cui l’umanità si sta vestendo e ammonisce, come un padre fa con il proprio figlio, attraverso l’uso della parola: “le mie poesie attentano alle tue ossa/ mentre corri su strade che ricorderanno strati di superfluo sotto il Sole”. Ribadisce quanta creatività sia a portata di mano e come nei “numeri”, cadiamo e censuriamo, generando dipendenze e odio.  Il potere rende schiavi e bugiardi: “Falsi professionisti di un amaro sfogo eleggiamo/ per concentrarci sulla povertà disorganizzata/ sulla poesia rilassata, che accende il freddo/ palpeggiando seni strappati/ preannunciando i propositi per l’anno venturo”. Sottofondi carichi di forza che scuote e tenta la reazione, oltre il dramma o la commedia, Calò affonda con la sua penna e con la dialettica fissa la realtà, fotografandola abilmente. Come in un viaggio, ci accompagna, senza negare nulla, senza bende o bavagli, senza privare anche il rischio dell’incontro con il dolore, la pazzia, lo stress, la solitudine, la morte o lo stesso amore. “Dimmi cos’è l’amore se non me ne assumo il privilegio/ chi è che ti chiama quando non c’è tempo per fermarsi”. Una scoperta delle coscienze, denudando anima e corpo, portando a naufragare e disperdere “sangue gratuito”. In continuo movimento i versi formano trame e si intrecciano per slegare pensieri, formando poi metafore, immagini che compongono passaggi, epoche, giornate. “La bellezza di una ruota che non gira”, questo è quanto da un’attenta analisi siamo prossimi a diventare. La libertà troppo strumentalizzata dall’indifferenza, può alzare muri e silenzi. Ecco lo scopo del Poeta: “Spiegheremo, via sms, agli ubriachi di cultura/ come si generano le torture sulla signorina Fortuna”. Allegorico e determinante, psicologico a tratti, nel disegnare una sorte, senza volere giudicare la ragione o il torto, ma nel trovare un senso capace di destare e svegliare dal disagio. “Ricuciamo bottoni trovati casualmente/ rievocanti fiabe che male mai fanno/ sul piacere di vestirsi a disagio/ in uno spazio riconducibile alla pancia/ a riposo pur non facendosi accarezzare/ vista l’insana capacità d’essere fonti attendibili di una guerra civile/ tra stupidi calcolatori di complimenti, ch’evitano la visita medica”. Un fiume in piena alimentato dal desiderio di quella grazia eterna, lontana dalle mode e dal successo ossessivo e dalla sincera linea guida di “non farla pagare d’istinto/ agli acrobati della Speranza/ dell’espressività assonnata/ della Notte.” Disarmante il tono, proteso solo nell’intento di denunciare, ricaricare, spiegare, crescendo esponenzialmente in un bene impacchettato male. Liriche che snocciolano contenuti profondi, calzanti, satirici, ubriacanti, mai doverosi o banali.

    [... continua]

  • "Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui". Così scrive il poeta e filosofo libanese Kahlil Gibran, dell'amore... ed è quello che fa il filosofo, poeta Francesco Borgia, affidandosi completamente all'Amore, in "Ridente Lucciola", la sua prima silloge poetica. Sessantasei liriche, dove il titolo di ciascuna è sostituito da simboli letterari di numerazione romana progressivi, quasi a voler definire la continuità del sentimento del poeta che risulta "essenziale" nella metrica libera, dove ci si trova a considerare non il singolo verso, ma la lirica completa per carpirne la profondità nella sintesi di pensiero.
    L'uso della retorica nell'anafora, con la ripetizione della parola, accompagna il verso nella poesia di Borgia, come un suono che ci culla: "Entra nella fiamma/ nel silenzio stellato/ nel soffio che si estenua/ Entra nella fiamma/ del tuo infinito candore/ Ritornata ad essere l'azzurro/ col tenero vagare del cielo /entra nella fiamma".
    Liriche brevi, in alcuni casi quasi degli Haiku, dove l'amore per l'amata si fonde con l'amore per la natura: "Di te/ il mare/ è l'amore/ più dolce/ tra te/ e il mare". Occhi che raccolgono albe e maree, labbra di miele dolcissimo: "Dita lunghe/ silenziose/ incaute/ danno soffio/ a dita/ punte d'amore". Tutti e cinque i sensi vengono chiamati in causa con delicatezza dall'autore, per dipingere non soltanto il corpo dell'amata ma per sottolineare le emozioni forti che, il di lei pensiero, suscita. Il poeta Borgia si esprime attraverso figure di contenuto, di parola, di pensiero, di sentimento e quella, che all'apparenza può apparire come "una poesia semplice e diretta" è in realtà il risultato composto e ben mirato a far arrivare, a chi legge, la profondità e la bellezza di un sentimento tanto ricco che, a saperlo esprimere così, è anche un dono e come è sapientemente riportato nella prefazione alla silloge, di Luca Benassi:"Il lettore vi troverà versi di un'energia dirompente, nei quali aprire squarci nell'abisso del proprio sentire, senza mai allontanarsi da un principio tonale, melodico e sintatticamente organizzato". Non manca alla silloge lo "sguardo attento" di una donna, che va oltre i tumulti della passione e si posa sulla "dolcezza e tenerezza di un sentimento etereo e cangiante" e lo fa Mina Borrelli nella preziosa postfazione, analizzando la figura della donna attraverso il canto poetico dell'autore che "idealizza la figura femminile senza privarla della sua presenza carnale, umana e passionale", riproponendo, tra l'altro, la XXXV lirica della silloge : "Sei /una rosa/ intensa e inattingibile/ trepida e turbinante/ ad esaurire il cielo".
    La rosa, simbolo poetico e musa ispiratrice per tanti artisti e poeti e della quale anche Francesco Borgia ha subìto il fascino.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Due sorelle. Due caratteri agli antipodi. Due destini apparentemente diversi. Un unico mondo, il primo, quello dei genitori, le accomuna. Per il resto, Alessandra è quadrata, pignola, aggressiva e rancorosa. Marinella no, appare fragile, si stupisce della vita e delle persone come farebbe una adolescente, eppure ha quarantotto anni. Sono gemelle, Alessandra e Marinella. Il padre le ha lasciate che avevano solo otto anni, ma il tempo è passato senza che le ferite si siano rimarginate, per loro. In un appartamento spettrale, abitato da suoni e antiche paure, le due sorelle proveranno a fare i conti con se stesse, senza riuscirci. Il romanzo di Marcello Fois prende allo stomaco, che è poi esattamente quello che l'autore vuole, e snuda le ferite di ognuno di noi. Le nostre due metà, i nostri modi di essere, ciò che abbiamo rinnegato e quello che siamo stati, talvolta. Il nostro doppio, insomma. La fragile Marinella (che perde tutte le battaglie ma vince la guerra), è meno indifesa di come vuol sembrare. Come tutte le persone "toste", può permettersi di mostrarsi meno forte di ciò che realmente è. Alessandra non vuol credere nemmeno a ciò che vede, invece, e finirà per perdere di vista l'evidenza. Alla fine, quanto inutile dolore nell'incapacità di perdonarsi...

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • “Era una notte buia e tempestosa”: è senza dubbio l’incipit letterario più famoso del globo terrestre. Talmente famoso che da uno è passato all’altro, e dall’altro a un altro ancora. L’origine però va assegnata all’inglese Edward Bulwer-Lytton che conia questa celebre frase per il racconto Paul Clifford. Da qui il passaggio ci porta al conosciuto personaggio animato Snoopy, che ne faceva uso in diversi capitoli della storia, ad Andrea Camilleri che sceglie questo esordio per uno dei suoi libri, ad Umberto Eco che dichiara che il primo passo de "Il nome della rosa" prende spunto proprio da qui. Non solo e per essere chiari, “Era una notte buia e tempestosa” è anche il titolo di questo libriccino. Si aggiunge: piccoli esercizi di scrittura creativa.
    È proprio così, un libriccino di novantacinque pagine scritte in caratteri piccini che porta il lettore a non essere solo lettore, ma anche utente di scrittura per una serie di consolati da carta a penna.

    “Questa guida si propone di aiutare il lettore/scrittore a capire qual è la tecnica e l’ispirazione che ha dato vita agli incipit più famosi e interessanti e a riflettere sul meccanismo che li ha creati. Una volta compiuta un’analisi della oro tipicità e originalità il lettore è invitato a provare egli stesso nuovi inizi, sull’esempio di quelli degli autori famosi ma anche a trovare i propri, nuovi e originali”, si legge sulla quarta di copertina. Niente di più analiticamente corretto per una serie di pagine che, uno degli autori Davide Giansoldati, consiglia di leggere “quando fuori c’è il sole”. Non sarà certo la temperatura esterna a fare la differenza. Però è carino credere che davvero tutto possa iniziare così, con una bella giornata e magari qualche uccello migrante che si fa sentire solo per il rumore del becco. La storia poi avrebbe lo sviluppo che ogni scrittore desidera. Ma intanto è bene sapere come si fa, eliminare il primissimo dubbio che spesso ci porta a dire “Da dove inizio?”.

    Eccolo qua, allora, il nastro di partenza suggerito: “Era una notte buia e tempestosa”. E poi morti o vivi, amori o dissapori. Una storia, insomma. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un romanzo complesso, come tutti queli di Oz. Ispirato certamente a sua madre, che morì suicida quando lui era anora un ragazzino. Sembra subito di conoscerla, questa Hannah che non ha alcun desiderio di pietrificarsi. Pare di vederla muoversi sotto il cielo della sua città, dove tutto è intossicato dall'ansia di un domani che non arriva. Si avverte, pagina dopo pagina, l'attesa e il dolore. Dall'incanto dell'innamoramento - stato nascente che rende tutto possibile - al lento adattarsi alle logiche matrimoniali. Perchè ci si sposa, alla fine? Forse per rinunciare all' individuazione? Pericoloso, tentare strade differenti ...
    Il mondo di Hannah è fatto di gesti quotidiani e di pensieri scomodi, perché resistono: trovano ovunque barriere e gli anni passano, vuoti. "Svegliati, Michael, svegliati, per l'amor di Dio. Io sono pronta, aspetto da sempre". Michael guarda al passato come a 'un mucchio di arance da buttare via'. Come a una cosa inutile, insomma. Hannah, invece, vi fruga dentro per trovare un senso alla propria vita. "Non riesco ad avere ragione del tempo. Non lo so attraversare con costanza, perseveranza, sforzo e ambizione". Il tempo è, per Hannah, rivendicare un ritmo interiore.
    In questa ricerca senza appigli concreti, la donna si ritrova sola. Eppure Michael è un brav'uomo, gran lavoratore, ligio ai suoi doveri. Fa il geologo, scruta le viscere della terra. Però l'incontro con Hannah non avviene: perché? Cosa chiedono gli uomini alle donne e viceversa? Oz se lo domanda senza osare una risposta definitiva. Hannah è come Madame Bovary: non sa rinunciare ai sogni. Si sente ingannata da Michael, che è sempre più stanco, lo sguardo arreso nel vuoto. "Non sono piu' con te", dice lei alla fine, "Siamo due persone, non una sola. E' finita. Una volta, molti anni fa, mi hai detto che sarebbe stato bello se i nostri genitori si fossero incontrati ... Ti prego, Michael, smettila di sorridere. Sforzati. Concentrati. Cerca di immaginare la scena: io e te, come fratello e sorella. Ci sono molteplicità di rapporti".
    Un romanzo difficile, che scruta l'animo delle donne, che invita a non rassegnarsi alla mediocrità e alla morte interiore.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Bellissima prova del 2013 dell’autrice genovese Sara Rattaro: “Non volare via” è una rincorsa tra sogni, responsabilità e la voglia mai sopita di non crescere.
    L’amore è una scelta o una cosa che accade? È questo il dilemma a cui siamo sottoposti durante tutta la lettura, che scorre veloce e affamata grazie anche a una scrittura dai tratti più netti e audaci di Un uso qualunque di te, del 2011.
    “Non volare via” è un romanzo a più voci che vede emergere, tra tutte, quella di Alberto, un quarantacinquenne a capo di una famiglia bellissima e unita nella lotta quotidiana con la sordità del secondogenito, Matteo. Alberto e sua moglie Sandra si trovano, loro malgrado, in una giostra di scelte, emozioni e bugie in cui la loro vita di coppia viene fatta e disfatta più volte. Il punto è che non sono più solo una coppia: hanno due figli, e per di più uno di loro ha bisogno delle sue regole, come fare cena alle otto tutti insieme.
    Come in un circuito chiuso, la famiglia si trova scandite da regole del tutto simili a quelle degli scacchi: proteggi sempre il tuo re; non attaccare mai se non sei perfettamente indifeso; a volte è meglio sacrificare un pezzo per non compromettere l’intera partita. Alberto e Sandra, che hanno dato il meglio di sé per rendere perfetta l’esistenza di un figlio imperfetto, devono fare i conti con le loro, di imperfezioni, perché solo così sono in grado di capire cos’è che li può rendere perfetti.
     
    “Sarai un bravo papà e lei sarà pazza di te: (…) Non devi imparare tutto insieme, lo imparerai con lei, basta che tu sia te stesso. Affettuoso, responsabile, ingenuo, apprensivo e normale. Sarai il suo papà e nessuno vi potrà mai dividere perché lei sceglierà sempre te. Ti cercherà in ogni uomo che incontrerà, e per questo motivo le sembrerà sempre di accontentarsi”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Web 3.0: è bene chiedersi non cosa possa fare per noi, ma come possiamo cavalcarlo. Nel prezioso compendio “Promuovere e raccontare i libri sui social network”, Davide Giansoldati mette a disposizione la sua esperienza pluriennale in editoria e internet fornendo consigli pratici e utilissimi su strategie e soluzioni di promozione di libri sul web.
    Il volume, snello ma allo stesso tempo corposo, si preoccupa di iniziare dall’ABC: spiega un po’ di informatica, dando indicazioni sul tipo di piattaforme virtuali disponibili e spiegando elementi basilari come l’hashtag.
    Nel suo corpo centrale fa distinzione fra i vari social network, paragrafo per paragrafo, attardandosi a spiegare le funzionalità anche di Instagram, Pinterest, Google +, Youtube e Anobii. I consigli partono da nozioni base di marketing e si concretizzano in azioni di buonsenso, da come stabilire un target di riferimento a come pianificare il tipo di comunicazioni che si vuole dare.
    Questo è un libro diretto per lo più agli editori, ma anche gli autori ne trarranno vantaggio, grazie soprattutto alle case histories, ai link utili e agli spunti presentati. Sicuri, per esempio, che il vostro sito sia “social”? Sicuri che state utilizzando Twitter o Facebook in maniera adeguata? Vi ricordate di tenere aggiornate le vostre fan page? Conoscete i book blogger giusti? Nel libro viene fatto un censimento accurato dei vari siti e portali che recensiscono libri e ospitano amanti della lettura, utili perciò a confrontarsi, a capire in che direzione vanno i gusti del mercato e a migliorare la propria offerta.
    Il libro aiuta anche a scegliere i messaggi da veicolare: “La costruzione della reputazione di esperti su un argomento è un lavoro lungo, delicato e continuativo: dovete far emergere le competenze da quello che scrivete, dalle fonti che citate, dai link che condividete”. Se internet è sinonimo di velocità non lo è necessariamente di superficialità, e gestire le proprie interfacce chiede molta attenzione e capacità di sintesi: “Concedetevi il tempo di esplorare meglio le possibilità offerte dai vostri contenuti (…); quando pensate di aver trovato l’idea giusta, provate a scriverla in una frase di senso compiuto non più lunga di dieci parole; se ci riuscite, l’idea allora è abbastanza chiara e definita nella vostra mente”.
    Preciso e professionale, Davide Giansoldati lancia una lunga serie di messaggi molto utili, permettendo a moltissime idee di sedimentare e a molte altre di ritirarsi, pudiche, nel proprio cantuccio: sì alla condivisione, no all’autoreferenzialità.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Niente si oppone alla notte" è l'ultima pubblicazione in Italia della scrittrice francese Delphine de Vigan. All'inizio, quasi sconcerta.È il resoconto di una storia familiare, davvero tragica, ed è autobiografico, impudico.È la storia di Lucile, la madre della scrittrice che conosciamo da subito grazie all'immagine di copertina: una donna evidentemente bellissima. Lucile si è tolta la vita nel 2008, a poco più di sessant'anni, dopo vari internamenti in manicomio, cure per correggere il suo bipolarismo, un matrimonio fallito, due figlie messe al mondo che non ha potuto crescere. In questo libro si racconta di lei: di una ragazza che ha letto molti libri, che è colta, intelligente, finchè qualcosa si spezza dentro la sua testa, segnando irrimediabilmente anche la vita di chi l'ha amata e la ama. Un destino già scritto? La pazzia come malattia ereditaria? Oppure vicende familiari tenute nascoste?
    Chi legge avverte di stare entrando in una storia intima, privatissima: le estati nella casa di Pierremont, le giornate passate a cucinare e a fare conserve, i bisticci dei nipoti, le ansie, le incomprensioni. Ma, mentre procede attraverso le pagine, vede anche aprirsi un mondo che somiglia a mille altri. Le regole delle famiglie patriarcali, gli abusi, l'amore che non è mai come dovrebbe essere. Ecco cosa provoca il senso di rigetto che s'avverte appena s'inizia il libro: è che, quasi sempre, non vogliamo vedere, non vogliamo sapere. Ed ecco anche, quindi, la grande forza di questo testo, che s'impone malgrado tutto e che, sostanzialmente, ci obbliga a ricordare e a vedere anche nelle nostre storie.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Tutto inizia dallo sguardo di una bambina di dieci anni. Silvia è per metà bolognese e per metà rocchigiana: vale a dire, per metà cittadina e per metà paesana. È la protagonista di “La casa di tutte le guerre”, il nuovo romanzo di Simonetta Tassinari, e racconta in prima persona i fatti che le sono accaduti nell’estate del 1967, tra la melodia di “Yesterday” e la frescura delle notti in collina. Teatro della sua estate è la casa di nonna Mary Frances Higgins, un personaggio che spicca per la sua eleganza e per la compostezza del suo dolore. Come tutti i bambini, Silvia molte cose non le capisce ma ha una sensibilità spiccata per l’essenziale: questa sensibilità, o questa incoscienza, la spinge oltre le apparenze e perciò verso una bambina difficile da gestire, emarginata da tutti, Lisa Bandini. Il rapporto tra le due bambine si sviluppa e si interseca con un piccolo giallo famigliare, una “guerra” iniziata con un amore tragico e non ancora finita, anzi insabbiata nelle cose che non si dicono, nei rapporti non risolti, negli anni che sono passati. La chiave di volta è in una soffitta, misteriosa ma accogliente come una presenza benevola: un luogo dove il tempo si è fermato e dove le domande si autoalimentano, anziché trovare risposta.
    La storia è raccontata in prima persona, con una luminosità leggiadra e ammiccante che riesce a interpretare il mondo inspiegabile dei grandi con un sorriso duraturo, che tuttavia non ridicolizza né smorza il dolore. Le soluzioni vengono fornite dall’autrice con garbo, una alla volta: appena il lettore crede di aver capito tutto, si accorge che c‘è ancora qualcosa che manca. La scrittura vivace e intimista di Simonetta Tassinari strappa più di una volta un sorriso e porta con sé un’autoironia a tratti fumettistica, che mai scade nel banale o nel ridicolo. “La casa di tutte le guerre” ha un titolo rutilante, che può sembrare minaccioso, ma di cui invece si può fidare perché regala una lettura scorrevole e commovente, adatta anche a sotto l’ombrellone.
     
    “La mia capacità di ospitare dentro di me sentimenti così contrastanti, pur seguitando ad avere sempre gli stessi occhi, naso e bocca, mi meravigliava."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Questo libro si rifà al capolavoro di Edith Wharton, "L'età dell'innocenza". La grande scrittrice americana amava la Francia e spesso vi si recava per placare l'nquietudine, dedicandosi alla scrittura e al giardinaggio. "L’età dell’innocenza" (per il quale le fu conferito il Premio Pulitzer) fu, in parte, condizionato dal suo infelice matrimonio con il marito Teddy, peggiorato dalla malattia mentale di lui. L’incontro con Morton Fullerton, amico di Henry James e giornalista del The Times, nonché grande seduttore (bisessuale), fu subito passione e il desiderio. Di questo narra la Fields, rifacendosi al rapporto di amicizia e di stima che legò la Wharton alla sua segretaria, testimone silenziosa dell'impossible passione tra la grande autrice e quest'uomo seducente, inafferrabile, cinico.
    Nel romanzo si muovono personaggi ricreati mirabilmente: Edith, soprattutto. Abituata a dominarsi, a mostrarsi sempre all’altezza, affronterà l'irrompere della passione, alimentata dall’incostanza di Morton.
    Resta aperta la domanda: come mai la Wharton ebbe bisogno di perdersi? Era una donna ricca, autonoma, le veniva riconosciuta un immenso talento. Col tempo, comunque, seppe risalire la china e, come tutte le donne intelligenti, si liberò dall’inciampo. Assai generosamente definì il pur "instabile" Morton come "the ideal intellectual partner for me".

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • "L'eliminazione" è un testo che parla della Cambogia negli anni tra il 1974 e il 1979 e del periodo della dittatura dei nove. Lo stile è filmico (Panh è un pluripremiato regista che vive da anni in Francia) e tocca il cuore. Scritto con la supervisione di Christophe Bataille, è la storia della sua famiglia, della deportazione nella giungla a partire dal 17 aprile 1974 e della nuova era voluta dalla Kampuchea di Pol Pot. Si vuole far sparire l’uomo nuovo che s’era affrancato dai campi di riso e che aveva studiato sui testi europei. Il disegno è inizialmente confuso, poi diviene sempre più chiaro. L’S21, che ripete il suo nome dalla radiofrequenza locale, è una ex scuola dove avvengono le torture e dove si confessano i reati contro l’ideale di purezza popolare, quello dei khmeri rossi scampati ai nascondigli e pronti a dettar legge. L’S21 è affidata a un uomo spietato: Kang Kek Iew, detto Duch. Sotto tortura, i prigionieri sono costretti a confessare crimini contro lo Stato mai commessi. Rithy Panh non era che un ragazzino, all'epoca. Suo padre era un insegnante stimato: leggeva e traduceva dal francese, portava maglie bianche sotto le camicie, come fanno i cambogiani appartenenti al nuovo ceto sociale. Non fece in tempo ad essere condotto alla tortura: morì di stenti e di fame. Con lui, tra violenze, malnutrizione e malattie, sparì un terzo della popolazione cambogiana, in soli quattro anni. Questo testo imperdibile è uno strumento utile per comprendere quegli anni e il ruolo svolto dalle superpotenze occidentali in terra asitica.

    [... continua]
    recensione di Tullia Bartolini

  • Il nuovo libro del pescarese Alessio Romano “Solo sigari quando è festa”, edito da Bompiani all’inizio del 2015, conferma il filone del thriller che l’autore scelse già nel 2005 con “Paradise for all” (Fazi), e lo perfeziona presentando un romanzo di formazione che si conclude con un finale entusiasmante. Il protagonista è Nick Mangone, verosimile rappresentante di una generazione un po’ sfigata e autoironica che è impegnata a sopravvivere agli eventi, piuttosto che dominarli. Nel suo caso, Nick è sopravvissuto al terremoto abruzzese del 2009, eppure si trova a dover fare i conti con tanti piccoli terremoti nella sua vita, che lo costringono a mettere in discussione il rapporto con il padre, con la sua fidanzata e con i suoi stessi ricordi. L’intrigo, è il caso di dirlo, corre sulla rete, o più precisamente su una ragnatela tessuta su Facebook da un certo “Il Ragno” che gli chiede l’amicizia. Raccontando di fiadoni, sanguinacci e altre madeleines della tradizione culinaria abruzzese, Nick Mangone si invischia sempre di più nella verità, cercandola sempre più in fondo, quasi ipnotizzato, come se aver perso la casa non fosse un problema sufficientemente grande.
    Interessante la scelta del titolo, per il quale occorre superare il primo muro di apparenza come molte cose nel libro. “Solo sigari quando è festa” è un’espressione allegra, sì, ma si vela di malinconia quando si scopre che è legata a una figura di dimenticanza: una persona che ricorda solo la promessa di non fumare altro che sigari e solo nei giorni di festa, ma che non sa più distinguerli dai giorni normali e perciò ha sempre il sigaro tra le dita.
    Con abilità cinematografica e una scrittura estremamente contemporanea, con rimandi e omaggi a John Fante, Charles Bukowski e Sandro Veronesi, Alessio Romano porta il suo protagonista a dover scegliere, per una volta nella sua vita, delle priorità, e non dimentica di gratificare il lettore con una mossa astuta sul finale.
     
    “Il tempo si è congelato. Dio si è davvero scordato che ci siamo anche noi, che nel suo creato c’è pure questa cantina.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho trovato particolarmente interessante e profondo questo manualetto di istruzioni di sopravvivenza oltre la morte, scritto dal sensitivo Ensitiv, viaggiatore astrale dall’età di tredici anni. Sarà perché il discorso animico non può che interessare tutti, sarà perché da anni mi dedico come esperta di psicoanalisi al discorso sull’anima, ma quel che è certo che il nostro Ensitiv riesce a catturare l’attenzione con il suo stile fluido e colloquiale, disponendo il cuore e la mente a ricevere il messaggio di pace e di umana solidarietà che la consapevolezza di una vita oltre la morte instilla nel lettore attento e sensibile. Che l’anima esista è cosa ormai acquisita dai tempi di Platone e che la morte sia il passaggio ad una nuova condizione sembra probabile. Studiare le relazioni che intercorrono nel meccanismo Corpo- Anima- Mente significa avventurarsi in un discorso difficile da affrontare, vista la limitatezza della condizione umana. Ma l'autore si sforza di essere il più lineare e comprensibile possibile grazie ad uno stile piano e coinvolgente. Nel libro si sostiene che, al momento della morte, l’energia dell'anima si stacca dal corpo fisico e finisce nella dimensione astrale, quella che Sensitiv conosce molto bene perché a suo dire, egli nasce e muore continuamente, e per questo è in grado di comunicare agli altri umani le sue esperienze riconducibili alla sensazione di benessere che si prova dopo essersi liberati del bagaglio fisico. È così che l’anima, la stessa che ci indirizzava nelle scelte migliori, che ci rendeva abili in un’arte, sensibili, trova finalmente il suo spazio di realizzazione quando si interrompe quel dualismo anima/corpo che ci condiziona in vita. Così ci accorgiamo di essere eterni e che solo il corpo con la sua limitatezza scandisce la percezione del tempo. Nel libro vengono anche narrati i "viaggi astrali" dell'autore, i momenti in cui cui esce dal corpo e percepisce il suo essere come pura anima in contatto con la Vera Vita. La chiave per muoversi all’interno di questa strana dimensione è il desiderio di vita: "Senza farci troppo caso, cominciai a percepire e vedere la luce dell’alba, e più desideravo vederla e più la luce si faceva intensa". È come ridare la vista ad un cieco e in questa dimensione si fa chiaro che "un limite non è mai il punto dove dobbiamo fermarci, ma solo un nuovo obiettivo da superare”.
    L’esperienza animica ci informa riguardo alla genialità che è dentro di noi da sempre e alla potente forza creativa che ci caratterizza ma “abbiamo allontanato la genialità per fare spazio alla Tv. Offesa è fuggita dai nostri giorni portandosi come compagna la Fantasia”.
    Questo "manuale" sembra dire che dovremmo riappropriarci del nostro posto nel mondo, sviluppando la pace e il rispetto per l’ambiente, deponendo le armi della competizione e dell’egoismo e sviluppando la parte migliore di noi che è pura luce. Arrivati a questo punto si può incontrare il proprio dio, che è energia, luce, bontà,  fratellanza, ma soprattutto Amore.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Una "full immersion" tra presente, passato e futuro, alla ricerca di un senso e di frasi o lettere apparentemente senza senso. Un viaggio, quello percorso da Lerro Menotti, al confine tra la fantascienza e l'illusione di vedere come il mondo potrebbe apparire se fosse privo di ospedali, di malattie, di dolore. Una sorta di panacea che tocca il mito dell’immortalità e rende l'uomo così capace di vincere la paura della morte stessa, e del tempo che passa.
    Avventure che si susseguono, tagliate da flashback e scandite da ricorrenze, luoghi, persone, accomunati dalla volontà di vivere con consapevolezza anche l'inconsapevole.
    Dettagliato nella descrizione, anche cruda, di quanto l'uomo possa essere azione/reazione che conduce il suo intimo in equilibrio precario, tra la ragione e follia.
    Storie intrecciate, come quella di Gilda, Albert, Dominic, Andrew, Carlitos Clown, Vladimir, Niňo, che narrano di amore, odio, paura, rabbia, frustrazione; suddivise in tre parti, utilizzando tre modi diversi di scrittura: diario, lettera, narrazione.
    Tre forme, che possono metaforicamente essere interpretate come l'Io, l'anima e il corpo, o i tre "IO" dell'analisi transazionale psicologica. Transizioni che trasportano lo scrittore attraverso stati d'animo diversi: "io-genitore" (con richiami epistolari alla figura paterna e educativa per eccellenza), "io-adulto" (ove non mancano osservazioni e stimoli dati dalla contingente situazione vissuta o dalle esperienze avute nel corso degli studi/viaggi) e "io-bambino". In quest'ultima l'esplosione della creatività, della spontaneità e della grande forza di intuire come il mondo nel 2084 possa esprimere una posizione esistenziale, e strategie, atte a carpire nel quotidiano, le risposte al cinismo, alla futilità materiale e sicurezza. Un iter contro le lesioni che troppo spesso sono la causa lacerante del malessere umano. La ricerca di complicità è a volte maniacale, ma è la stessa strada che conduce poi alle origini e alla vera libertà. 
    Chiaro è il riferimento al romanzo distopico per eccellenza: "1984" di George Orwell, dove l’utopia di avere in mano il controllo dell’esistenza, catapulta verso la demolizione della stessa.
    "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".
    Un coraggioso sentire, che accompagna Menotti all’abbattimento di muri, sia materiali che psicologici, riscoprendo nell'apparente follia, la sana verità, che ha il potere di vincere le imposizioni, i cambiamenti e l'amaro distacco.

    [... continua]

  • Pare che i libri di carattere e colore giallo raccolgano al proprio interno personaggi con descrittive ancor più nitide rispetto ai segmenti rilevati in altre trasposizioni di scrittura. Abbiamo detto che sembra così. Ma dobbiamo correggerci, alla presunta terza riga, dicendo che è proprio così. E il motivo crediamo sia raccontato dalla storia, dalle storie che prevedono casi di omicidio – talvolta seriali – con annessa l’operazione minuziosa di assemblaggio dei pezzi che portano al risultato. Un’introduzione, questa, utile a dichiarare il fatto: Nero Vanessa è un bel libro.

    L’autrice è Maria Rosaria Perilli, una che, leggiamo in quarta di copertina, si dichiara “appassionata giallista, scrittrice e poetessa con cento sfumature di tutti i colori”. Alla fine pare che si faccia il verso al noto Cinquanta sfumature di grigio. Ma è solo una questione diretta per dire che la Perilli è un’attenta scrutatrice delle colorazioni del tondo, ossia del mondo. Entrando in scivolata e a piedi uniti nella storia, ci si accorge che la narrazione gialla è autentica: ci sono, come detto, gli omicidi, c’è una curiosa indagatrice, c’è un aiutante professore in pensione e, non di meno, una serie di parentesi orientate in corsivo che si traducono nella tecnica vincente di plagio al lettore. Che, traduciamo ancora, lo incollano alla lettura facendo riposare la parabola con l’apertura di finestre immaginarie su cui è possibile affacciarsi per scoprire nuove ambientazioni. Una scelta stilistica dell’autrice che si identifica bene con la linea tracciata dalla storia. La storia, appunto, è di quelle che aiutano l’attenzione a prodursi come lettura piacevole, anche se forse non troppo originale. Allora dobbiamo per forza parlare di un difetto che, al momento dell’apparizione, c’ha fatto esclamare “te pareva!”. Questo difetto è il personaggio che oseremo dire principale, cioè colei che indaga sulla morte. Un personaggio che si presenta con un nome, Antonia, che condivide il sogno della pubblicazione di un libro. Qualcosa di, in modalità oggettiva, già visto. Dunque, dicevamo, sta a vedere che la Antonia è la Maria, che la Maria è la Antonia. Immaginiamo per cui una sorta di autobiografia, o comunque una vita vera con fatture di giallo. Da qui si arriva al professore in pensione, il professor Fabbri, vecchio docente di psicologia criminale e aiutante perfetto per previste conoscenze nell’ambito accademico-letterario e risoluzione di omicidi.

    Il resto non può essere raccontato qui, in termini di recensione. Va detto però che l’autrice si dimostra attenta a ogni particolare descrittivo dell’ambiente, delle azioni, della psicologia e pure del rispetto del colore del genere narrativo. Elementi che dovrebbero avvicinare alla lettura di Nero Vanessa. 

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    recensione di Daniele Campanari

  • La storia di un uomo “matto per il pallone”? No: piuttosto, la storia di un ritorno. “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” è stato presentato al Premio Strega 2014 e arriva nella carriera di Gordiano Lupi dopo una serie di pubblicazioni dedicate al cinema e a Cuba. L’autore lo apre e lo chiude con una dedica alla madre: “Questo libro è il massimo che posso fare in tema di storie d’amore”. Ogni pagina sembra spiegare di che tipo di amore si tratta, ma appena si crede di avere acciuffato il senso della narrazione – genericamente in terza persona, ma con un narratore tanto presente da concedersi a tratti un “Noi” nostalgico e collettivo – si è costretti a rilanciare il dado e a riprovare. La vita del cinquantenne Giovanni è colma di scelte e rinunce in nome di qualcosa in cui ha creduto. L’amore della sua vita sembra ora il calcio, che lo ha portato attraverso l’Italia; ora il legame profondo con suo padre, rappresentato dall’altoforno cittadino (l’“acciaio”) che un tempo garantiva benessere alla città; ora il pensiero mai spento di una cotta adolescenziale.
    Si capisce solo a metà libro che la storia d’amore annunciata non è quella fra il protagonista e il calcio, ma va ben oltre: prescinde dal pallone, si riversa nella vita stessa, perché chi ama davvero questo sport non lo può separare, non può dire “questo è calcio” e “questa è la mia vita”. Le due cose, semplicemente, vanno a coincidere.
    Giovanni torna in un luogo in cui ricordi e riflessioni lo assalgono a cascata da un ciglio ben definito di abisso, quell’imperativo mancato di “dimenticare Piombino”. Da giovane ha lasciato il paese di origine per rincorrere il suo sogno, ma non è stato in grado di dimenticarlo come invece si era ripromesso di fare, anzi ha scelto di tornarci: tornare lì dove tutto è cominciato, anche se ora il declino dell’altoforno sembra andare di pari passo con quello del calcio. Ripassa la sua vita da un osservatorio privilegiato, che gli restituisce l’immagine di un allenatore di cinquant’anni che è consapevole della sua età, ma intende stringere ancora forte i suoi sogni. Gli resta la certezza delle vite che non sono state scelte, e che oggi, forse, lo avrebbero portato a essere meno solo.

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    recensione di Cristina Mosca

  • La paura... ogni volta che la vita ci presenta davanti un amore proviamo paura. È più forte di noi, non riusciamo a controllarla, ci assale e ci fa temere sempre il peggio, è proprio per questo che a volte non ci lasciamo andare e non viviamo l'amore nel suo pieno essere vita. Solo un cuore colmo di gioia e d'amore può stare in vita e far risplendere i nostri occhi. Fari dell'anima che ci permettono di attraversare le strade oscure della solitudine. L'amore è vita e la vita richiede amore. Questa è una delle poesie raccolte nella silloge "Affrontando il mare della vita", edita da Kimerik edizioni. Andrea Talignani, giovane poeta piacentino, "Er Poeta" ha ottenuto diversi riconoscimenti in vari concorsi, giovane dall'animo percettibile, inizia a scrivere quasi per gioco. Dopo aver pubblicato in diverse antologie con altri autori, ha finalmente coronato il suo sogno: un'opera tutta sua. “Affrontando il mare della vita” è una composizione in grado di interpretare con perspicacia tutte quelle emozioni e conflitti che ogni animo umano sensibile sente nel proprio intimo in questa incerta società contemporanea. Già il titolo del volume racchiude in sé tutte le antimomie kantiane legate al peculiare momento storico che stiamo vivendo. Andrea parla del bisogno di vita e di amore, esterna la sensazione di bilico tra il desiderio di trionfare e la rassegnazione di arrendersi, tra la paura di osare e il timore di arrivare. Queste sono solo alcune riflessioni/emozioni che "Er poeta" regala attraverso le rime di una piacevole ma al tempo stesso profonda lettura poetica. Il volume è un lavoro di notevole carica emotiva. Se volessi con una semplice frase compendiare il libro utilizzerei la celebre espressione di Ugo Foscolo: "quello spirto guerriero che dentro mi rugge".

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    recensione di Enza Iozzia

  • Il mondo visto da una bambina di dieci anni. Se fosse un mondo normale, “Il buio oltre la siepe” sarebbe un tenero romanzo di formazione, di sbirciate nel mondo dei grandi. Il mondo raccontato da Harper Lee, Premio Pulitzer 1960, è invece il sud dell’Alabama, in cui bianchi e neri stanno imparando a comprendersi e a vivere insieme. Nella cittadina immaginaria di Maycomb, Scout e suo fratello Jem vivono di riflesso un evento importante nella vita del padre, Atticus, avvocato noto e rispettato in paese. Atticus Finch è stato infatti assegnato alla difesa di un uomo di colore. La giuria deve scegliere fra lui, che non ha mai fatto del male a nessuno ma è “negro”, e l’uomo più malfamato del paese, che è bianco. La storia viene raccontata nello spirito innocente e ingenuo della protagonista, la voce narrante, che molte dinamiche non le afferra ma le rende evidenti al lettore anche soltanto descrivendole, e mette in scena questa lotta attualissima e spaventosa fra la comunità e il singolo, la massa e l’individuo; la resistenza e il cambiamento.
    L’arringa di Atticus è meravigliosa; il modo in cui la vicenda si snoda sarebbe facilmente indicabile come strategia narrativa “di comodo” ma, forse per questo, è altrettanto verosimile.
    Il titolo originale del libro è “To kill a mockingbird”, ossia “Uccidere un merlo”. Il merlo, nel romanzo, è simbolo di innocenza, perché in un passaggio in cui si parla della caccia viene detto che è vietato ucciderlo, perché non fa del male a nessuno. La dicotomia tra innocenza e colpa, bianco e nero, torna continuamente e la metafora viene riproposta, in chiusura, dalla stessa protagonista, nel momento in cui realizza che ha ricevuto molto bene ma non si è mai preoccupata mai di restituirlo.
    Dopo questo romanzo l’autrice, grande amica di Truman Capote, ha iniziato molti lavori ma non li ha pubblicati: per la metà di giugno 2015 è stata annunciata la pubblicazione del suo secondo libro, “Go set a watchman”, il seguito di “Il buio oltre la siepe”. 

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    recensione di Cristina Mosca

  • Potremmo chiamarli Stanlio e Olio, non cambierebbe niente. Ma a loro, a dire il vero, Alessandro Baricco ha assegnato nomi di origine statunitense: Tom Smith e Jerry Wesson. Tom e Jerry, come il gatto e il topo dei cartoni animati. E a vedere bene il comportamento dei due è identico a quello degli animaletti disegnati sullo schermo televisivo. Insomma, i due proprio non si prendono.

    Così all’inizio, almeno. Perché vuoi o non vuoi, convivenza per convivenza, episodio per episodio i protagonisti diventeranno pure amici. Qualcosa di incalcolabile leggendo le prime parti del testo. Dunque, prima di arrivare a ciò che succede poco prima del mezzo, che è fondamentale per conoscere i tratti della storia, è bene parlare proprio del testo. Che non è un romanzo, tantomeno un saggio; è un progetto teatrale. Ho detto progetto, ma avrei dovuto dire sceneggiatura. Bella e pronta per il palcoscenico. A parte le poche righe che Baricco utilizza per far raccontare le cose prima a uno poi all'altro dei personaggi, nel resto si accelera con una monoposto di dialoghi che temporizzano la lettura del libro in mezz’ora.

    Ora l’episodio che cambia i connotati, nel mezzo, quando Rachel raggiunge i soggetti strampalati in una casa posizionata a ridosso delle cascate del Niagara. Rachel è una giornalista e come tutti i giornalisti ha il dovere di informare. Narrando, se possibile. Il compito è proibitivo, perché la giovanissima - sta dalla parte dei ventenni - ha l’obbligo di trasferire al giornale per cui lavora una notiziona se vuole continuare a operare in questo mestiere. Ecco perché raggiunge Tom e Jerry. Loro sono tipi strani, gli unici che possono aiutarla a portare a termine il test che le è stato assegnato. L’idea però, quella di usare le cascate e l’eccezionale creatività degli uomini, è la sua. Da qui si costruisce l’azione narrativa che, comunque, resta oggetto teatrale. Rachel è disposta a tutto pur di superare l’ostacolo. Anche a morire, se necessario.

    “Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita”, è la frase che Baricco concede al lettore, anche in quarta di copertina, e che fa da rappresentanza alla trama. Una trama attenta, avvincente e precisa con le parole. Che permette a colui che legge di scegliere da che parte stare, quale personaggio essere nella scena.

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    recensione di Daniele Campanari

  • "Le mille luci del mattino", nuovo libro della Sánchez è già un must. Appena uscito ha scalato tutte le vette di lettura, spopolando in tutta Europa. Sarà merito della fama dell'autrice? Probabilmente. L'unica certezza è che il volume è sui generis, un nuovo stile ed una trama articolata che si distanzia molto dai precedenti libri della scrittrice spagnola. Lei stessa lo ha definito un "romanzo urbano", forse perché il racconto si articola intorno ad un palazzo di vetro e acciaio, sede di una famosa società. Le vite dei protagonisti si svolgono all'interno dell'edificio ed anche fuori risentono del suo fascino. Come una falena che gira intorno ad una luce sino a consumarsi per essa. La trama è ricca di segreti e misteri che legano storie e sviluppano trame inaspettate.
    "Hai paura delle tue certezze? Hai paura di fare domande? Non fermarti. Ogni luce ha la sua ombra". Come in uno spettacolo teatrale, i personaggi entrano ed escono dalla scena, legati tra loro da oscuri segreti e amori clandestini. Nulla e nessuno è come appare. Degno delle dicotomie pirandelliane, il libro narra sentimenti ed emozioni vitali, mostrandoli e nascondendoli con dialoghi e riflessioni che spaziano tra passato e presente. La scrittrice con eleganza e sensibilità studia e mette a nudo l'animo umano con virtù e debolezze, i sentimenti regnano sovrani ma il racconto si presenta lento e non decolla. Nonostante lo stile unico di Clara Sánchez, il libro potrebbe risultare lungo ed a tratti noioso, poiché un dialogo può creare dei rimandi e creare nuove storie. Un filo di Arianna senza destinazione, meno incantevole dei precedenti lavori letterari dell'autrice che hanno incantato e rapito milioni di lettori. Ma tutto ha una fine, tranne "Le mille luci del mattino".

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    recensione di Fabiana Traversi

  • "Killing Moon" è una raccolta di undici racconti noir di Mirko Tondi, edito da Edizioni Epsil.
    Questo autore è stato una piacevole sorpresa. Le sue storie sono brevi ed intense, accomunate da una costante ricerca e gioco di stili. La sua scrittura appare in continua e costante evoluzione, la narrazione è unica in ogni componimento. Il libro presenta il male espresso in tutti i suoi volti, quando si accompagna all'amore.
    Un sentimento non può esistere senza l'altro ma può modificarne il senso. L'amore diviene ossessione trasportando l'uomo nell'abisso della solitudine, l'odio si tinge di pietas verso se stessi ed il mondo, il male è poliedrico e multiforme. Insicurezze e paure prendono vita, creando inganni e tranelli che si intrecciano disegnando schemi particolari ed atipici; ogni vicenda è lo specchio di se stessa e delle altre.
    In particolare il racconto "Killing Moon", che dà il titolo al libro, è una storia particolare e articolata, che sembra esser l'incipit velato della raccolta che si sviluppa con e attraverso essa, come fosse una matriosca letteraria. La lettura risulta piacevole anche grazie all'aggiunta di citazioni cinematografiche, letterarie e musicali, i personaggi sono descritti con maestria e le trame tessute con attenzione e decisione verso i particolari. 
    Un'opera d'arte completa che rapisce il lettore proiettandolo in realtà uniche, storie a volte brevissime che scorrono veloci tra le pagine e nella mente, come nei miglior gialli.
    Un libro consigliato, la cui lettura scorre veloce e non delude le aspettative. Sopratutto per gli amanti del noir, dei misteri e dell'animo umano.

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    recensione di Fabiana Traversi

  • Giovane l'autore per questi giovani pensieri: cinquecento aforismi numerati che si fanno leggere e rileggere, rintracciando velocemente la similarità di una sensazione, il riconoscimento di un'illuminazione che trova riscontro nel nostro vissuto, che si confronta e si ritrova nelle sue parole.
    L'autore esprime stringatamente sentimenti e speranze, paure, anche ricord,i un momento preciso in famiglia (133), la certezza d'essere amato (204, 209), con riconoscimenti improvvisi (160, 291), e percorrendo il cammino che viene svelando davanti ai nostri occhi, lo vediamo rivolgersi con accenti accorati all'inesplicabilità dell'esistenza (202), interrogandosi sulla felicità: (210): "La felicità è l'illusione di essere felici, l'infelicità è la paura di esserlo". 
    A me particolarmente graditi sono gli aforismi che si rivolgono o prendono spunto o in esame gli animali: il leone, i lupi e in special modo i gatti: "Stasera io e il mio gatto ci siamo confessati. Io gli ho detto che mi piacerebbe fosse un uomo, così da potergli parlare. Lui ha risposto che gli piacerebbe fossi un topo, così da potermi mangiare".
    Patisce, il nostro giovane autore, il mistero dell'esistenza e dei sentimenti, vive il disagio del disamore e dei tradimenti, ma non potrà mai rinnegare il suo anelito di infinito e l'infinita eterna riconoscenza di sapersi degni d'amore.
    Fulmineo e brutale l'aforisma 285: "A volte per non arrendersi bisognerebbe arrendersi", riscattato da un dolente invito a considerare anche i silenzi (480).
    La poesia è la sua musa, la sua donna, la sua vagheggiata eterea meta: salva dall'ignoranza, è musica, fotografa sentimenti, eppure l'autore la sfida, la maledice. Ma ribadisce con accanimento che è la sua ossessione e conclude con il desiderio di farsi lui stesso poesia.
    Eppure, seminato nel libro fra i vari aforismi, l'autore ne ha nascosto uno davvero irriverente, definendo il suo stile letterario (85), ma è al suo animo più profondo che si rivela brevemente, quasi inconsapevolmente, con il tenerissimo appena bisbigliato desiderio di un vero amico (300).
    Ma sì, davvero vale la pena di leggere questo breve libro: così veloce, così facile, così maledettamente affascinante al punto da diventare un compagno di cammino.

     

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

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    recensione di Cristina Mosca

  • Scrivere su Rimbaud non è affatto semplice – come dice anche l’autore del saggio – tanto già è stato detto e scritto, ed ogni nuova parola, critica, può sembrare accessoria, inutile, può cadere con estrema facilità nell’ovvietà. La figura di Rimbaud è unica nel suo genere, lui rappresenta per eccellenza il poeta sovversivo, controcorrente, e anzi, per alcuni diverrà anche espressione e azione di un demonio possessore. Nel libro con lucidità e chiarezza si ripercorre il suo vissuto – con il tentativo di  scioglierne gli elementi oscuri, e fare chiarezza – partendo dai primi viaggi, dalla Parigi in pieno tumulto, alla Londra copulare d’amore, all’Olanda, alla Norvegia, alla vicina Roma, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare a Cipro, insomma un animo nomade, che attraverso il viaggio cerca la propria dimensione, la propria verità, un proprio senso, una pace  – forse solo sperata –, o quell’estremo bisogno di placare quella voragine interiore che altro non è che inquietudine. Nel libro dopo un primo scorcio cronologico degli innumerevoli viaggi intrapresi, ci viene offerta una ricostruzione storica dei sommovimenti Europei, e in particolare della terra Parigina, in preda a numerosi cambiamenti; questa matrice di tipo storico si proietterà poi alla temperie artistica coeva al poeta, con autori quali: Baudelaire, Nietzsche, Mallarmé, Wilde, e non per meno importanza, in ultimo, anzi, Verlaine – su cui torneremo dopo –.L’attenzione poi viene rivolta alla famiglia, in particolare alla figura della madre, che erroneamente in molte biografie viene definita come donna poco sensibile, quando, invece, in realtà risulta dagli scritti più approfonditi essere una donna dolce e tranquilla, anche se molto protettiva (tanto che era arrivata a pensare che suo figlio fosse comandato da qualcun’altro nelle azioni che intraprendeva... forse  da Verlaine?!). Si parla di suo padre, un uomo dall’aspetto trasandato, e dal carattere – forse influenzato dalla professione – militare, e ancora di suo fratello Frèdèric e delle suo tre sorelle Victorine, Vitalie, ed Isabelle. Facendo un salto nel passato della narrazione si torna a parlare di viaggi, e nello specifico di un viaggio di crescita per Arthur uomo, il viaggio in terra Africana. Un viaggio che segna – un momento cruciale nella vita del poeta – una netta spaccatura tra le personalità in contrasto nell’animo di Rimbaud, quella passata che è fuori da ogni schema (tanto combattuta dalla madre), e quella trovata, o forse meglio divenuta solo ora consapevole, che lo ha reso più civile, ma sicuramente meno poetico e che fa si che quella frattura nel rapporto madre/figlio trovi risanamento. Infine, merita di essere menzionata la storia d’amore, ma anche di crescita che Rimbaud trova con Verlaine, dall’animo ancor più sregolato, e che da sempre era dedito alla sodomia, e alla produzione di una letteratura marcatamente erogena (visto che al tempo non esistevano riviste porno e quant’altro) –. Se Verlaine, ormai, da tempo aveva preso coscienza della sua intimità, per Rimbaud questo rapporto altro non era che evasione, scoperta, sete di libertà, e possibilità; così come la parola senza la sua negazione non trova la sua piena affermazione, così il loro amore senza la sua diversità non trova veramente un senso, e inoltre, si contrappone ad un’eterosessualità non di certo meno colpevole (anche se improprio parlare di colpe). Consigliato per chi è amante del poeta, e per chi ama la poesia e le biografie. 

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    recensione di Gino Centofante

  • Che ci sia poca gloria nello stare soli è cosa certa. Soprattutto quando ci si è appena separati. Soprattutto ancora se il separato è il maschio. Parte proprio con questa analisi romanzata “La separazione del maschio”, libro del vincitore del Premio Strega 2014 Francesco Piccolo.

    Ciò che si legge è la storia di un quarantenne solo ma mai pienamente tale. È uno strano concetto da esprimere. Ma se l’illogica conduzione di vita è tradotta in un matrimonio fallito nel tempo ecco che le cose vengono rese un poco più semplici. Meglio se il maschio ha sì definito la chiusura, ma intanto intrattiene relazioni con altre donne: tre nello specifico. Tutte con una caratteristica sessuale che attrae (e non poco) il protagonista. Lui, il protagonista, tra l’altro è uno che alla scopata (proprio come da testo) non sa rinunciare. E neanche prova a trovare piacere in altro, almeno per un po’ di tempo. Fino a quando non riscopre la quotidianità amorosa e spontanea che dà una figlia, Beatrice.

    I bambini sono svegli, attivi, coscienziosi quasi più degli adulti. E Piccolo narra una storia ricca di azioni ma anche di psicologia terrena. Niente può essere dettato come un racconto casuale. Perché di casuale, va detto, c’è ben poco. Nemmeno le relazioni, descritte con cura minuziosa dei particolari, nascono da incontri sui marciapiedi: ci sono grandi ex o colleghe di lavoro.

    L’uomo di questa storia sa di essere affetto da “l’immaginario erotico del maschio meridionale” che raggiunge “il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità”. Aggiunge “probabilmente”. Perché la presunta malattia non è che un difetto comune, cioè dell’istinto. Lo abbiamo chiamato difetto. Ma a noi ci pare qualcosa di naturale quella fantasia erotica che, a dirla tutta, non è esclusiva maschile. Come quando sosteniamo che donne e uomini sono uguali, se non per quella pecca golosa che riporta allo scenario primordiale di Adamo ed Eva.

    In quarta di copertina si legge: “Ascoltando il suo racconto ci troviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole”. È vero, la verità. Che volevamo evidenziare per la semplicità della vita. Fatta pure, sappiamo, di sesso. Non proprio come ossessione, non dovrebbe. Ma è bello conoscere l’esistenza di qualcuno che corre sulla linea delle proprie idee senza mischiarsi in una massa di perfettini. Seppur inciampando, il protagonista di questa storia è un separato, maschio, con la capacità di sbagliare ma anche correggere. Cosa che non vorrebbe separazione.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari