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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Chi non conosce Dickens?
    Però sono quasi sicura che non tutti hanno letto Martin Chuzzlewit: eppure, non si tratta certo di un'opera secondaria, né come mole, né per le tematiche trattate.
    Anche questo romanzo, come i precedenti, viene pubblicato a puntate sui giornali, ma non ottiene inizialmente il successo che l'autore aveva sperato; in particolare, a causa della pesante satira della società americana che ne dà Dickens, che suscitò a suo tempo un enorme risentimento dell'opinione pubblica oltreoceano, cosa  che non giovò certo al suo libro.
    Anche oggi, conosciamo Dickens per altri fortunati romanzi e questo è rimasto un po' sottotono, eppure vi consiglio sinceramente di leggerlo.
    E' un vero Dickens: romanzo d'amore, satira sociale, denuncia impietosa di vizi e falsità, il tutto con il suo stile così elegante, con quelle straordinarie descrizione dei luoghi e dei personaggi che ce li rendono assolutamente indimenticabili.
    Difficile raccontare sommariamente la trama, che, come nella sua migliore tradizione, presenta tali e tanti personaggi la cui storia incrocia quella degli altri al punto tale che si rischia di dimenticarne qualcuno.
    Il protagonista, il vecchio Martin Chuzzlewit, uomo ricchissimo che si sente attorniato da una massa di parenti e conoscenti che ritiene mirino esclusivamente al suo denaro, decide di allevare un'orfana che si prenda cura di lui senza attendersi altro riconoscimento che la sua educazione ed il suo mantenimento.
    Ma l'erede del vecchio, il nipote Martin Chuzzlewit junior, si innamora della ragazza all'insaputa del nonno che, una volta venutone a conoscenza, irato, lo scaccia e lo disereda. Il giovanotto decide di andare a pensione dal rinomatoM. Pecksniff, un vanesio pomposo buffone che rimarrà memorabile nella nostra memoria, che lo accoglie sperando di ingraziarsi il nonno.
    Seguiamo le disavventure di Martin, un giovanotto che si crede generoso e di buon animo, ma che si rivela solamente un piccolo egoista di bassa levatura, lo vediamo alla ricerca di un impiego all'altezza delle sue aspettative stratosferiche e irrealiste; frustrato nei suoi sogni, decide di emigrare in America, figurandosi grandi e facili successi, seguito da uno dei più bei personaggi del libro,  l'onesto Mark Tapley, paese in cui diventerà preda di uomini senza scrupoli che distruggeranno totalmente l'alta concezione del suo valore e della sua intelligenza. Lo seguiamo nella sua discesa agli inferi ma soprattutto, insieme a lui,  risaliamo la china del suo abbrutimento e lo scopriamo rinato ad una nuova coscienza.
    Quando il giovane Martin tornerà in Inghilterra, sarà un uomo diverso: e davanti  a quell'uomo il nonno riconoscerà le sue mancanze nei suoi confronti e,  chiamando idealmente alla ribalta tutti i personaggi, concluderà a modo suo tutta l'intricata vicenda, risanando torti, impartendo vendette.
    La storia di Martin Chuzzlewit è una storia di sentimenti non riconosciuti, di speranze disattese, di entusiasmi e di perfidie: da non mancare assolutamente.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Il titolo del libro dice già tanto, ma il sottotitolo rivela molto di più: "Manuale di autodifesa dall'invadenza della madre del proprio partner".
    E sì, il rapporto suocera-nuora/genero è un fenomeno che finalmente qualcuno ha preso la briga di analizzare in maniera dettagliata, risalendo all'origine dei conflitti che minano questi delicati rapporti tra famigliari "acquisiti" e proponendo delle possibili soluzioni, (quasi) tutte lecite.
    Andrea Ballarini, copywriter, già autore di due romanzi, si cimenta con un saggio semi-serio che si legge molto volentieri, non solo per la sua utilità manifesta ma, soprattutto, per lo stile squisitamente ironico di cui sono intrise le oltre duecento pagine che lo compongono.
    La stesura è accurata e non mancano particolari e originalità, specie nelle metafore che accompagnano la classificazione dei vari tipi di suocera che il destino ci può assegnare. Sì, perché la suocera non è una sola.
    E siccome per affrontare un nemico (come chiamare altrimenti una suocera?), bisogna conoscerlo a fondo, Andrea ha pensato bene di elencare venti diversi tipi di suocere. Sono tutte potenzialmente letali ma ognuna ha le sue caratteristiche peculiari, conoscendo le quali potremo imparare a identificarla senza sbagliare; e attuare la misura più azzeccata per annientarla.
    Suocera casalinga, coatta, esotica, freakettona, perfetta, ricca, sexy, telefonante, vicina... ce ne sono per tutti, e sono tutte da non sottovalutare.
    "Come difendersi dalla suocera... evitando condanne penali" di Andrea Ballarini è un piccolo tascabile con il grande compito di salvare persone e rapporti, basta leggerlo al momento giusto e farlo leggere alle persone giuste.
    A proposito, potrebbe essere un ottimo regalo di Natale per vostra suocera. Da recapitare in forma rigorosamente anonima, ovvio.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • "Il giovane Holden" è un romanzo che va capito e contestualizzato. Se vi aspettate di incontrare una storia di quelle piene di insegnamenti, valori e sentimenti, lasciate perdere. Nulla vi arriverà per via diretta, rimarranno solo le sensazioni, rapide come una scheggia, immediate come lo slang, sbrigative come gli "e via discorrendo", irruenti come la verità del linguaggio di Salinger che vi scroscia addosso e vi fa sembrare inutili tutti gli orpelli della lingua che finora avete così gelosamente imparato e custodito.
    La stessa scrittura concreta e cinematografica, molto confidenziale, che vi guida come una voce fuori campo attraverso i dubbi, i pensieri e i ricordi di Holden Caufield, i suoi istinti, la sua immaginazione, le sue considerazioni. Non potete evitare di venirne trascinati. Ma scordatevi una storia, scordatevi un messaggio. Quello che vi rimane, tra qualche sorriso strappato a tradimento e qualche picco di curiosità per come andrà a finire, è un sapore dolceamaro in bocca, a metà strada tra la sconfitta e la speranza di una rivalsa, di riabilitazione anzi.
    Il libro si può capire meglio se si considera il potere evocativo, per gli americani, del titolo originale: "The catcher in the rye". Viene dalla strofa di una canzone scozzese che il protagonista ricorda male e che per questo gli fa venire in mente una frotta di bambini che giocano in un campo di segale ("rye") con qualcuno che li acchiappa per non farli cadere nel dirupo ("to catch" vuol dire prendere al volo, un "catcher" è qualcuno che prende al volo). Ad un americano moderno invece anche viene in mente il gioco del baseball: il "catcher" è quello che, munito di guantoni e maschera, sta dietro il battitore pronto a prendere la palla, e con la parola "rye" si indica invece comunemente il whisky-rye, ottenuto dalla fermentazione della segale (appunto). "The catcher in the rye" potrebbe quindi essere tradotto sia come il pescatore nella segale, sia come qualcos'altro che da noi, che il culto del baseball non ce l'abbiamo, suonerebbe tipo "Il terzino nella grappa".

    "Un sacco di gente mi chiede se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. E' una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finchè non lo fate? La risposta è che non lo sapete". (J.D. Salinger)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho amato questo libro. Parla di uno tra I miei più cari ricordi di infanzia: i cosiddetti amici immaginari. Elizabeth Egan ha 34 anni. Si prende cura del bambino di sua sorella Saoirse, Luke, perché è alcolizzata. La sua infanzia non è stata facile. Sua madre scappava e tornava in continuazione da quelle che lei chiamava avventure, lasciando lei e il padre da soli con una sorella in fasce da accudire. Lentamente il padre è diventato un uomo molto triste, in attesa che la moglie torni a casa. Elizabeth, crescendo, assomigliava sempre più lei e suo padre faceva fatica a guardarla senza tristezza. Decise, allora, di provargli che la somiglianza era solo fisica. A 34 anni vive una vita che sembra perfetta, con un bambino di sei anni, a cui non riesce a dimostrare affetto e una sorella che è scomparsa nel nulla. Ama il suo lavoro di designer di interni, anche se vive in un mondo color crema e marrone. Il giorno in cui Luke ha un nuovo migliore amico, Ivan, tutti i suoi incubi riaffiorano. Soltanto per Luke è l'unico che riesce a vedere Ivan. E la fantasia non ha posto nel suo mondo perfetto. Illusioni, che portano solo a delusioni, sono da tenere lontane da suo nipote. Allora inizia una crociata contro Ivan. Finquando lo incontra. La aiuterà a venire incontro a sè stessa, la aiuterà a ricordarsi verità perdute della sua infanzia, la aiuterà a far tornare la bambina persa che c'è in lei, ma soprattutto l'aiuterà a vivere e dopo qualche evento imbarazzante, lei finalmente scoprirà un'altra verità: gli amici immaginari eistono. Se la gente la smettesse di aver paura delle cose che non riescono a spiegare razionalmente allora riuscirebbe ad aprire gli occhi e a vedere così tante cose. Le loro menti viaggerebbero per posti sconosciuti. Scoprirebbero mondi nuovi. Se la gente la smettesse di dibattere su cosa è "normale" questo sarebbe un mondo più felice. Perchè immaginario è solo il nome che gli danno le persone monotone, che avrebbero un gran potenziale per essere fantastiche se solo buttassero giù quelle mura mentali tra cui vivono.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Quella di Eric è una reazione violenta ad una delusione profondissima, che lo scaglia anni luce lontano da una favola in cui aveva creduto profondamente. Il romanzo breve di Emanuel Gavioli affonda nella rabbia e nel risentimento, guardando il mondo in tonalità monocromatiche e cadendo vittima sempre della stessa ossessione, sempre dello stesso errore. Una narrazione circolare che tende a ritornare su quello che è successo, come accade all'animo umano quando non riesce ad imparare dal suo passato. Perchè si finisce puntualmente per dimenticare cosa si è sbagliato e si continua a sperare che la favola possa avere, almeno stavolta, un lieto fine? Perché, altrettanto puntualmente, ci si ritrova a mordersi le mani di fronte alle nostre debolezze, alle nostre ingenuità? Si torna allora a rammendare favole squarciate come se non esistessero che loro, come se un'altra vita non fosse possibile, e si diventa allo stesso tempo vittima e carnefice di un sogno che non si sa più come padroneggiare.
    Emanuel Gavioli, che si autodefinisce "cinefilo nato, bevitore impegnato e scrittore improvvisato", sviuppa questo suo secondo romanzo con una scrittura nervosa e fatta a scatti, che ha poca voglia di pensare, perchè se si ferma a pensare incappa nelle stesse ossessioni: la visione della luna che è una fettina di limone, le immagini oscene che non mollano la presa, le parole di comprensione degli amici. Desiderando l'affrancamento da questa condizione mentale senza apparente via di scampo.
    "Dopo l'overdose di ricordi, sentii il mio animo esplodere per i tanti sentimenti che vi fluttuavano dentro. E non so dirvi se è una bella sensazione o no, perché è troppo varia, mutevole, fuggiasca. Rumorosa" (Emanuel Gavioli)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Uno sguardo amaro sul mondo e una riflessione serenamente cruda sull’esistenza umana traspaiono nitidamente dai versi della silloge “Un Gioco d’azzardo” di Corrado Guzzon, sulla cui copertina non può non colpire la riproduzione di un messaggio autografo di Charles Bukowski che recita: “Hello Corrado – it’s all in the luck, what the hell”. È questo il senso più profondo della poesia di Guzzon, la consapevolezza della casualità, del gioco che la vita fa di noi, una vita che “così tanto noiosa/ fa girare le solite carte/ troppo a lungo, e ti sorprende/ quando distratta concede/ una piccola chance”. Anche la tecnica compositiva gioca con le parole, con gli accenti prosaici dei versi, che si trasformano attraverso un sapiente uso di suoni e pause che rendono estremamente semplice e allo stesso tempo composito il ritmo e la sua ispirazione.
    Nella concezione del poeta è solo il caso a decidere l’amore e il dolore, la vittoria e la sconfitta: persino il tempo passa “prendendoti in giro”, canzonando gli sforzi vani che da sempre l’uomo fa per controllare il tempo, la felicità, tutto l’umano vissuto che invece “si annulla e si azzera” nell’ineguale lotta contro il fato, cieco e sovrano. Una riflessione questa che appare quasi una rivisitazione dell’abusato e spesso travisato monito oraziano al “carpe diem”, al vivere il momento “il meno possibile confidando del domani”, precisa il poeta latino: “due dadi rotolanti a cui affidare una scommessa finale” chiosa Guzzon.
    Non sfuggono a questa amara coscienza i tratti salvifici della memoria, di periodi felici come l’infanzia, troppo effimeri per riempire il vuoto; oppure sentimenti come l’amore che eternamente si ripropone, sfugge e ritorna, confonde e si confonde con speranze e profonde emozioni. A volte, invece, la realtà appare vicina a tradire il suo intimo segreto, nella bellezza e serenità di una notte di maggio, che sembra suggerire di “affacciarsi da un balcone e guardare le strade/ per cogliere un senso a tutte le cose”; oppure nelle sere piovose d’autunno, quando fumo, notte e poesia sembrano “voler far risorgere il mondo”.
    Ma tutto il nostro universo, persino la bellezza dello sguardo della donna amata che pare dire “ti amo” nella luce del mattino, conducono “le ore ciecamente/ verso tutto, verso niente/ verso il prossimo traguardo improvvisato/ che mi illude d’essere vivo/ e ancora/ vincente”. 

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Nel famoso film, Forrest Gump diceva che la vita è come una scatola di cioccolatini e che non sai mai quello che ti capita. Ecco, il libro del nostro Autore è un po’ così. Si può aprirlo a caso e trovare, ogni volta, uno spunto di riflessione.
    Tutte le varie esperienze umane, infatti, sono presenti, sintetizzate in poche parole, profonde o ironiche, a seconda della sensibilità del momento.
    Non occorre leggerlo in sequenza, quindi, ma si è sempre sicuri di trovare ciò di cui si ha bisogno: magari un consiglio su come vivere al meglio, forti anche dell’esperienza altrui, la propria vita.
    L’amore, il dolore, il tempo, il passato e il futuro, tutte le sfaccettature dell’esistenza si rincorrono negli aforismi di Manuel Cappello.
    Il libro non è semplice, né mai banale, ma anzi richiede l’impegno del lettore a voler davvero comprendere ciò che si cela dietro le sue parole scritte con apparente facilità. Ma d’altra parte, c’è più soddisfazione nelle cose conquistate per cui, alla fine della lettura, ci si ritrova sicuramente arricchiti di nuovi stimoli e di nuove intuizioni.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • «Questo è la morte, oltre alla mancanza di chi non c’è più: è la vita, con tutti i suoi ricordi».
    Passiamo l’esistenza a litigare con i nostri genitori, durante l’adolescenza arriviamo quasi ad odiarli e siamo, comunque, convinti del fatto che non ci abbiano mai capiti davvero. Eppure è da loro che ci rifugiamo quando tutto va male, è il loro affetto quello di cui sentiamo la mancanza quando siamo lontani; la loro presenza ci ricorda, in ogni momento, chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo.
    Daria Bignardi esamina, in un libro autobiografico, il suo rapporto con una madre ipercritica, ansiosa e perennemente avvolta nel pessimismo. Con lei la giornalista ha sempre avuto un rapporto complicato, a tratti burrascoso: mal sopportando le sue continue “tragedie” e la sua ansia quasi parossistica, la giovane Daria lascia presto la casa dei genitori ed inizia a lavorare. Nonostante tutto questo, però, il suo incubo peggiore è quello di non riuscire a fare la giornaliera telefonata alla madre all’ora abituale; sa che questo potrebbe provocare una vera e propria crisi e non se la sente di interrompere quest’abitudine stressante ma, in fin dei conti, rassicurante: ovunque la porterà il suo lavoro di giornalista, in qualsiasi situazione lei troverà un telefono o farà il diavolo a quattro affinché il suo cellulare possa funzionare! La descrizione della vita della Bignardi è scorrevole ed emozionante, da ogni minimo particolare emerge il legame profondo che l’autrice ha con quei ricordi che nessuno potrà mai strapparle. Il giorno del funerale della madre è ricordato in maniera particolareggiata: Daria si reca, in solitudine, nei posti dove sua mamma era stata prima di morire, ne ripercorre i passi, si rivolge alle persone che, per ultime, avevano parlato con lei, tutto questo per trattenerla ancora un po’ e non lasciarla andare via troppo presto.
    Questo libro mi ha colpito perché è vero, perché ci mette, con semplicità, dinanzi alle contraddizioni del nostro essere figli; ci costringe a confrontarci con le bugie che ci raccontiamo di continuo su chi ci ha messo al mondo e, alla luce di queste nuove consapevolezze, ci invoglia, una volta divenuti a nostra volta genitori, a guardare noi stessi attraverso gli occhi dei nostri figli.

    «… Ti manca un pezzo e non ci puoi credere che potrai vivere senza il loro sguardo addosso. Senza la possibilità di far felice qualcuno solo perché hai telefonato, hai sorriso, ti sei ricordato, hai fatto un gesto piccolo che non ti è costato niente, solo perché sei contenta. Solo perché esisti».

    [... continua]
    recensione di Valeria Rago

  • Un libro di racconti, stralunati, insoliti, freddi e fantasiosi, personaggi apparentemente comuni, così vicini a noi da farci trasalire di sgomento allo svolgersi della storia in cui sono immersi.
    L'autore, un grande autore svedese, si muove da funambolo sul filo della fantasia, per alcune storie ci trascina nel fantastico più totale, per altre ci fa partire da avvenimenti storici ben precisi per approdare a rive di assoluta estraneità.
    Il linguaggio è piano e accattivante, superbo lo stile, così ghiacciato e puro per fissare in ogni racconto la profonda sincera fede in un'umanità unica ed irripetibile.
    A volte sembra che non ci sia né capo né coda, in questi racconti, ma semplicemente un momento preciso che viene così cristallizzato in parole algide, in movimenti inevitabili e comprensibili, anche se così insoliti e lontani.
    Lontano da noi l'avventura di Mahler con un pappagallo e della sua composizione che dà il titolo al libro, il funerale così insolito di Thomas Mann, il principe pittore Eugenio Bernadotte, personaggi famosi ed altri assolutamente comuni, immersi in una svagata umanità di venditori di casalinghi, contadini che dissertano di filosofia, pittori ambulanti, donne che cucinano, donne che compongono musica: sembrerebbe un gran guazzabuglio, eppure tutto è risolto dall'autore, con quella sua meravigliosa capacità di tutto comprendere e di tutto scusare.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • New York, weekend del Labor Day, Steve e Nancy si preparano per partire e andare a prendere i figli al campeggio estivo nel Maine, insieme ad almeno altre quaranta milioni di automobili. Si tratta di una coppia normale, i due si amano ancora, probabilmente, ma la vita quotidiana, il ruolo di genitori o la routine del lavoro li ha allontanati progressivamente ed ora, le rare conversazioni tra di loro sono vuote o rancorose. Steve ha un unico pensiero: vuole bere un bicchierino, ma sa che la moglie non gli permetterà di farlo e questo lo innervosisce molto, non capisce il motivo del divieto, bere lo fa sentire meglio. Quando Steve decide di non rispettare il desiderio di Nancy, avviene la rottura: il marito entra in un bar portando con sé le chiavi dell’auto; la moglie, nel frattempo, lascia il veicolo e si dirige, da sola e al buio, verso la fermata dell’autobus. Da questo momento il libro cambia totalmente, Steve cerca Nancy senza trovarla e la preoccupazione è ottenebrata dall’alcool che ha ingurgitato e i cui effetti lo portano a convincersi del fatto che quella sarà la “sua” notte. Il nostro protagonista, però, non ha fatto i conti con Sid Halligan… Simenon, come sempre, ci tiene con il fiato sospeso, si diverte a non farci scoprire tutta la verità fino alle ultime pagine, poi, tutti in una volta, ci svela i fatti tragici di quella notte, uno dopo l’altro. Il dramma dai coniugi avrà, paradossalmente, un effetto positivo sul loro rapporto: Steve e Nancy trovano, finalmente, il coraggio di mettere le carte in tavola, esaminano le loro vite e le decisioni che prendono sul loro futuro sono senza dubbio sorprendenti.
    La meticolosità nella descrizioni di luoghi e personaggi, l’assoluto realismo nella  rievocazione dei pensieri che si accumulano nella mente di Steve, l’analisi accurata delle sue reazioni…
    Tutto questo è Simenon e, per chi ama quest’autore, o per chi vuole scoprirlo, “Luci nella notte” è un noir assolutamente da non perdere.  

    [... continua]
    recensione di Valeria Rago

  • Gli scritti di Nadia Turriziani, strappati alla notte, coinvolgono i lettori in un flusso di coscienza senza freni inibitori, approdando a finali appena accennati che lasciano spazio alla fantasia e all’immaginazione. I temi eterogenei, così come le ambientazioni realistiche o di fantasia, sono accomunati dalla capacità dell’autrice di immedesimarsi nei suoi protagonisti, sino a renderli dei propri alter-ego, e di descrivere sensazioni e turbamenti, esplorando segmenti di vite con uno stile incisivo, a tratti crudo. “La vita è altrove”, sentenziava Kundera: per inseguirla bisogna superare le contingenze del quotidiano, sfidando la banalità del male e lasciandosi andare alla consolatoria illusione che la felicità, se si ascoltano il cuore e l’istinto, possa dipendere esclusivamente dalle nostre azioni.

    [... continua]

    • La notte
    • 17 ottobre 2011 alle ore 16:01

    «… Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
    Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità la voglia di vivere.
    Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto…».
    Queste parole sono, forse, una delle denunce più potenti e più immediate dell’orrore dell’Olocausto. Elie Wiesel ha conosciuto i campi di Auschwitz e di Buchenwald, dove è stato prigioniero insieme al padre. Le descrizioni che ci lascia sono lucide, precise, a tratti perfino fredde nel loro estremo realismo. Quella che era la normalità nei campi di concentramento, emerge, in queste pagine, in maniera così nitida da farci quasi male. L’autore è un giovane ebreo che vive la sua fede con estrema convinzione, è un eletto che vive studiando il Talmud e la cui speranza più ardente è quella di essere iniziato alla Cabala. Cosa resta di tutto questo dopo Auschwitz? Che ne è della sua anima dopo aver visto il proprio padre morire invocando il nome del figlio, senza che quest’ultimo potesse aiutarlo? Una delle silenziose conseguenze dell’Olocausto è proprio l’inaridimento spirituale, Elie Wiesel ci pone di fronte al dramma di chi deve fare i conti con quello in cui credeva: come si può ancora confidare in Dio dopo aver visto le volute di fumo fuoriuscire dai camini degli inceneritori dei campi di concentramento? Domanda senza risposta. Dopo l’esperienza nei campi Elie Wiesel torna a casa ma in realtà ha smarrito se stesso, ritrovarsi sarà un processo difficile e doloroso.
    “La notte” è una delle opere più belle e più toccanti su un argomento di cui si è scritto e discusso tanto, ma non sarà mai sufficiente: nulla potrà restituire la vita a chi l’ha persa e la voglia di vivere a chi è sopravvissuto.
    «… volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto.
    Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava.
    Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più».

    [... continua]
    recensione di Valeria Rago

  • Alcune cose si dimenticano non perché siano futili, ma perché semplicemente si mimetizzano: diventano del colore della nostra epidermide e non le riconosciamo più come esterne a noi. Per questo motivo ho letto questo libro due volte: non perché la prima non l'avessi capito, ma perché l'avevo assorbito.
    La coppia formata da Ruth e Idgie rappresenta la grazia e la tenacia che caratterizzano ogni donna, personificati da due corpi diversi. La loro storia travagliata e dolce si incrocia con una vicenda di omicidio e si trasforma in un'occasione per mettere alla prova la piccola comunità di Whiste Stop, in Alabama, in un momento storico molto difficile, di grande confusione e disgregazione: un momento di transizione che porta le differenze a scontrarsi invece che ad integrarsi, e in cui le violenze e il colore della pelle appaiono come dolori da accettare con abnegazione. Si intreccia con le singole storie delle tante "mamme coraggio" lettrici, che combattono le loro fragilità in nome di un bene più grande. La narrazione è affidata ad un lungo ma mai noioso flashback, che si alterna abilmente con uno spaccato di presente a cui lascia un briciolo di speranza e di fiducia in se stessa. Dal libro è stato tratto anche il film di successo "Pomodori ferdi fritti alla fermata del treno".

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La Casa a Riverton nasconde un segreto che brucia nel cuore e nell'anima di Grace. Grace era lì a servizio per anni dal 1914. Ora ha novantanove anni. Le è stato chiesto di incontrare un produttore cinematografico che sta facendo un film sul suicidio di un poeta famoso proprio a Riverton nel 1924. Sarà un successo. Un film romantico che parla della famiglia Hartford e delle due sorelle che erano lì quando il poeta si è tolto la vita. Ma solo Grace sa la verità. Grace, la domestica fedele, che è cresciuta con i bambini Hartford, li ha accompagnati attraverso la guerra, le perdite e i sopravvissuti, è diventata la cameriera personale di Lady Hannah e la custode di tutti i suoi segreti anche del più grande. Un bel romanzo. Scritto delicatamente, svelando pagina dopo pagina la storia di una ricca famiglia inglese attraverso i ricordi di Grace.
    Commovente, avvincente, affascinante.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Una raccolta di brevi racconti, che trattano prevalentemente di amori, guerra ed imprevisti. Delicati, violenti, commoventi, malinconici. Pagina dopo pagina ci ritroviamo in mondi diversi popolati da protagonisti e comparse che sembrano susseguirsi attraverso i racconti come attori che si scambiano le parti. Ciò che accomuna tutti questi scritti: l'umanità dei personaggi. Una straordinaria umanità fatta di parole, gesti e pensieri in cui si riflette anche il lettore. Quelli raccolti nel capitolo "imprevisti" sono sicuramente i più fantasiosi e svelano uno ad uno colpi di scena e epiloghi che lasciano di stucco. L'amore invece è sempre descritto in maniera nuda, sì, ma anche molto delicata. La guerra, quella non si può descrivere che in modo crudo, ma la magia sta nel mescolarci il lato umano per renderla forse più spaventosamente reale, sì, ma anche più sopportabile. Un grande mondo raccolto in poco meno di duecento pagine. Emozioni che solo un grande artista riesce a dare.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi).
    Primo Levi e il lager, Primo Levi e l'inferno.
    Il viaggio verso Auschwitz è un viaggio verso l’inferno: il furgone che trasporta i prigionieri è simile alla barca che traghetta le anime dannate al di là del fiume Acheronte; il soldato tedesco che li sorveglia è Caronte che, invece di gridare "Guai a voi, anime prave..." gli intima di consegnargli denaro e orologi.
    Il viaggio attraverso l'inferno è appena iniziato e presto giungerà al termine, sul fondo, verso l'annullamento della dignità umana in cui l'uomo è ridotto a vivere in sofferenza e bisogno, senza possibilità di riscatto fisico e morale.
    Leggere il romanzo di Primo Levi vuol dire avere coscienza che la morte è l'unica compagna di viaggio di questa storia: il lager è la "casa dei morti" perchè in quel luogo, anche le basilari regole del vivere civile non hanno alcun valore.
    Le pene dei prigionieri somigliano a quelle vissute dalle anime infernali dantesche: i prigionieri spingono i massi come gli avari, stanno sotto la pioggia "fredda e greve" come i golosi o nella bufera che li molesta come i lussuriosi. Sono nudi per essere sottomessi e parlano tante lingue diverse anche solo per definire il pane.
    E l'unica voce, uguale per tutti, è la musica che si leva dagli altoparlanti e che li accompagna a morire quasi come se le pene a loro inflitte siano frutto di una punizione divina.
    L'antisemitismo tedesco in effetti è proprio questo: l'odio e il timore per l'acutezza intellettuale degli ebrei spinge a trattarli come bestie. E per dirla con Dante, anche la punizione di Ulisse è stata voluta da un Dio che non conosceva ma di cui ha sfidato la volontà, andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole: e in ciò che si ricorda il destino dei prigionieri ebrei, di coloro che hanno sfidato l’ordine fascista in Europa con la loro ferma e decisa opposizione.
     

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Chi è davvero l’uomo di tungsteno? L’ingegnere Umberto Serra, creatore dell’Atomium di Bruxelles; Vittorio, troppo occupato dietro a donne e lavoro per vivere la sua vita; Manuel, amante appassionato che fa di letteratura e sensi il cuore della sua esistenza; o il proprietario di quello sguardo, nero come la pece, che ogni tanto si stacca dalla notte e perseguita i personaggi?
    La scrittura di David Marsili è snella, asciutta, mai ridondante. Con lo stile di un uomo di scienza affronta un piccolo thriller psicologico dalle tinte noir che si sviluppa tra le pagine di una moleskine emersa dal passato, o forse dal fiume a cui si è rivolta Estrela quella sera in cui tutto le sembrava perduto.
    Le vicende attraversano l’Europa ma allo stesso tempo tornano costantemente sotto terra, in miniera, nel buio, lì dove la gente rischia di morire ogni istante, oggi quanto ieri quanto cinquant’anni fa. Un dato di fatto universale che qui si mischia con i risentimenti, con il senso del perduto, con le vicende personali di una coppia che ha smesso di amarsi.
    Col suo ritmo pacato e misurato e le sue frasi asciutte, il libro vince la sfida di una narrazione volta quasi interamente al presente, che generalmente è ardua da gestire. Tutti i dubbi alla fine si sciolgono negli ultimi capitoli, in un buon equilibrio tra visione e realtà, colpa e punizione, vendetta e assoluzione.
    “Sentirsi abbandonare. Da tutto. Poco prima, mani come fossero mille, alla ricerca di un calore infinito. Bocche che si divorano. Entrano e riescono, di nuovo rientrano. Una di loro si ferma a raccogliere vino. Nero. Si riempie e riaccende l’altra bocca, che accoglie il liquido con uno spasmo alcolico. La bottiglia cade, lasciando macchie sul tappeto. Rosse. Come la scena di un delitto”. (David Marsili)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un giorno Luca disse a se stesso: "Ora sono qui perché decido di prendermi profondamente la responsabilità di tutto quello che mi succede, di tuti coloro che mi tirano fuori una sofferenza che, in fondo, appartiene solo a me.
    Ora sono qui e non c'è niente di personale: ognuno mette in moto verso l'esterno le proprie cause interne. Perché dovrei lamentarmi? Ho scelto di essere qui, di percorrere la mia missione personale, e mi sento speciale solo per il semplice fatto di esistere perché il mio cuore e la mia compassione come atto di togliere sofferenza e dare felicità, sono grandi.
    Non posso mollare, non voglio mollare e lotterò affinché ognuno che incontro sulla mia strada possa essere incoraggiato dal racconto delle mie di difficoltà perché non c'è niente di personale: è la natura umana che è fatta così.
    E il legame che c'è tra il mio corpo e il mio spirito, sporcato costantemente dall'oscurità fondamentale che mi avvolge e appartiene, mi farà vedere la vita con occhi diversi.
    Il mio viaggio fuori e dentro di me è appena cominciato ed è grazie al mio perdermi per poi ritrovarmi che i miei piedi sono diventati fiori"

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Il "Dizionario di una golosa" di Nadia Turriziani, non è un semplice ricettario, ma può definirsi senza problemi "un'opera letteraria". E non solo perché le dolci ricette sono intervallate da poesie, curiosità, racconti brevi, ma perché in queste pagine c'è il profumo della passione per un'arte antica come quella della cucina.
    I dolci di Nadia, che si professa una golosa dalla nascita, fanno parte della nostra tradizione culinaria. Dietro ogni preparazione ci sono tante storie, usi e costumi della nostra terra che si possono ripercorrere attraverso ciò che mangiavamo e ciò che mangiamo. I segreti della nonna, la geografia dell'amaretto, la storia del babà che arriva dalla Polonia, il "Parrozzo" pescarese...
    Insomma, cucinare un dolce è raccontare anche la sua storia, e la scrittrice pugliese trapiantata a Latina, ci fa rivivere tutte queste emozioni del ricordo attraverso la sua passione per la ricerca, prima ancora che per il babà.
    "Dizionario di una golosa" è un libro che bisogna portare a casa, sfogliarlo comodi sul divano, porlo nella credenza della cucina, e appena avete una serata libera, invitate amici o parenti, preparategli un dolce, ma prima raccontategli la sua storia. I tuoi ospiti avranno un giovamento doppio, perché la gola, è anche questione di cervello e di cuore.
    Nadia Turriziani sa di aver peccato, perché 210 pagine di dolcezze sono un'esagerazione, e un diabetico svenirebbe solo a leggerne la metà. Ma lei che ama la poesia, così come la cucina, è pronta a rispondere senza mezzi termini: "Ho peccato? E chi se ne frega!"
    Ora devo proprio andare. Ho un salame turco che mi aspetta... è tra i miei preferiti.

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    recensione di Paolo Coiro

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “E il cagnolino rise” è una di quelle opere che ti tengono con la mente intenta a pensare per tutto il tempo della lettura. Più di duecento pagine di pura sagace e acuta complessità. Si tratta di una raccolta di racconti scritti per omaggiare un racconto che in realtà non esiste, un perfettamente riuscito elogio all’indimenticabile scrittore John Fante e al suo romanzo “Chiedi alla polvere”. “E il cagnolino rise”, nonostante ciò che si potrebbe pensare leggendo il titolo, non parla affatto di animali né tantomeno di un cane che ride. I racconti si snodano lungo una storia che non c’è e sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che consiste nel dover ruotare attorno al tema centrale di un cane e del suo ridere, e nel doverlo fare trattando di tutt’altro, di storie dove il cane stesso viene solamente citato, lasciato sullo sfondo per incuriosire il lettore. Questo narrare una storia il cui elemento centrale è un cane che ride, dovendo al contempo divergere completamente da esso, è un’impresa davvero complessa che lascia il lettore incuriosito e alla perpetua ricerca di un senso unitario  e complessivo. La dinamica esistenziale che fa da sfondo ai racconti è quella di una vita precaria e tortuosa, dove l’uomo deve fare i conti con la fragilità delle proprie certezze, nonché quella dell’incomunicabilità che sembra ritornare di continuo nelle storie narrate, incomunicabilità tra i personaggi che richiama però, un’altra forma di incomunicabilità, quella vissuta dagli autori dell’opera nei confronti di una narrazione che deve trattare di tutto e di nulla allo stesso tempo, di una storia che deve inerpicarsi lungo i sentieri della libera fantasia e della pura divagazione. Questo è quanto accade, ad esempio, nel racconto di Gordiano Lupi dove, fin dalle prime righe, emerge il paradosso di un funerale non celebrato, di un’anziana zia morta che riceve la benedizione soltanto, e non un vero funerale, perché non credente, come se il riceve una benedizione non fosse già di per sé un atto destinato a colui che crede. Di grande effetto è poi anche lo stile letterario adoperato dai vari autori. Il racconto di Eva Laudace, ad esempio, sembra costruirsi su un nuovo linguaggio estremamente incisivo e “sonoro”. “Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi”. Sempre a tal riguardo si consideri pure: “E il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino”; oppure: “Profumavo borotalco”.  È dunque evidente come “E il cagnolino rise” sia un’opera complessa e affascinante sia per quanto riguarda il contenuto sia per ciò che concerne la sperimentazione di nuovi e accattivanti linguaggi. Un’opera che va letta, metabolizzata e amata.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Una vecchia e grande casa cadente, chiusa da assi inchiodate, dai cui camini si vedono partire folate di uccelli per poi ritornare ad appollaiarsi in fila indiana sui tetti sconnessi.
    La proibizione di entrare nel giardino abbandonato all'incuria, e lo spauracchio di una maledizione che grava sulla villa, non fermano la protagonista, una bambina che vive di bugie e di finzioni, poco popolare tra i coetanei, a cui non interessa né la scuola, né il quieto vivere, ma che si lancia in sfide spericolate con la sicurezza spudorata ed il desiderio di rivincita sul suo mondo.
    Penetrata nella vecchia casa, si lascia andare a girovagare nei saloni polverosi, dopo aver fatto la conoscenza di un personaggio insolito che la invita ad andarsene prima dell'arrivo delle "sette subdole sorelle".
    Naturalmente, Maureen non si dà per inteso: imparerà a conoscer le sette sorelle dai loro ritratti sulle scale, si impadronirà del braccialetto di una di loro, che, privata di tal potente talismano, non riuscirà più a compiere la sua magia e cercherà in tutti i modi di rientrarne in possesso.
    Ma per quanto Maureen sia spaventata, ancora non si rende conto di quanto sia importante quel famoso braccialetto.
    Ma l'incantesimo esiste, perchè la magia è così vicina alla realtà, da trasformare di colpo la vita di Maureen e trasportarla nella vecchia villa agli inizi del secolo, quando ancora riluceva di vita e di calore.
    Disperata e spaventata, Maureen si trova a vivere di fianco alle sette sorelle bambine, sempre così perfidamente infide che i loro stessi genitori non riescono a vedere oltre i loro gesti gentili e le loro offerte di amore.
    Infine, dopo varie vicissitudini, strane creature, e splendide descrizioni d'ambiente, il braccialetto verrà restituito e come in ogni storia che si rispetti, ci aspettiamo che le sette sorelle vengano punite: ma a questo punto sarà proprio Maureen, improvvisamente maturata, che prenderà un'altra decisione.
    Questo testo è stato scritto nel 1968 dall'autrice del famosissimo "Harvey", che diventò poi un celebre film: eppure, non è assolutamente datato, ma è frizzante, leggero, godibilissimo e può davvero dare dei punti ai nostri più recente romanzi di magia e stregoneria varia.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • "Dove ci siamo già visti?" Capita di incontrare qualcuno che ci sembra di conoscere da sempre. Nel caso di Henry e Clare la domanda invece è: "Quando ci siamo già incontrati?". Henry infatti ha la facoltà di viaggiare avanti e indietro nel tempo, ma non la può controllare: stai parlando con lui di qualcosa di importante ed ecco che puf, sparisce. Per questo, quando Clare lo incontra la prima volta nell'età adulta in realtà lo conosce già: lo ha già incontrato durante la sua infanzia, ma è dura da spiegare, e soprattutto è dura da credere.
    All'amore di Henry e Clare si chiede di affrontare tutte le prove richieste dal caso: come gestire una realtà in cui il prima e il dopo si confondono? Come poter contare su un uomo che di colpo se ne va? E soprattutto, quanto attenderlo? Il libro si sviluppa come un diario, in diversi luoghi, in diversi tempi, con diverse consapevolezze, ma per come è strutturato narrativamente non si fa fatica a stargli dietro. L'elemento che fa innamorare di questa storia è l'idea che possa esistere un amore che va oltre il tempo e oltre gli schemi mentali, e che, nonostante tutto, rimanga unico e imparagonabile.
    Un romanzo straordinario, che nel 2009 è diventato un film degno quasi alla pari, "Un amore all'improvviso".

    "Ho aspettato così a lungo questo momento, ora eccolo qua e ho paura" (Audrey Niffenegger)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Siamo abituati a pensare il lupo un animale forte e autonomo, e la pecora una sua vittima. In questo libro Luca Delmedico opera un interessante ribaltamento di prospettiva raccontandoci il bisogno d’amore del lupo.
    Giacomo Lupo, il protagonista del romanzo, è un uomo giovane, vincente sul lavoro e nella vita, un uomo che, come si suol dire, si è fatto da sé raggiungendo obiettivi importanti. Eppure, nel suo intenso slittare da un iniziale racconto in terza persona ad un monologo che si avvicina sempre più al nocciolo del malessere, Giacomo Lupo ripercorre la sua vita, le sue esperienze di uomo ammirato e invidiato che gli hanno lasciato un gusto amaro in bocca.
    Innanzi tutto il gravare delle responsabilità e delle aspettative su di lui, un processo iniziato fin dall’infanzia, per cui a chi si dimostra più bravo e più forte viene richiesto sempre di più, nella convinzione che ce la possa fare, che le sue spalle siano larghe abbastanza da reggere ogni peso.
    Ma quel che manca a Giacomo Lupo è soprattutto l’Amore: Giacomo non sa amare, in quanto il suo amore è coercizione, convinzione di dover essere amato in ragione del fatto di essere migliore. Al contempo, non è amato: è ammirato, fino al punto in cui l’ammirazione si muta in inadeguatezza nei suoi confronti e quindi in odio. E così le sue storie finiscono, una dopo l’altra. Fino a quando una nuova storia gli apre gli occhi sulla ciclicità della sua via, sull’insoddisfazione, sull’importanza del “ti voglio bene” oltre l’amore. E’ il momento di lasciare tutto e ammettere che “se farcela significa farcela da solo, allora non voglio più farcela”.
    Un libro che, pur con qualche discontinuità (ma già l’autore ce ne avverte nel Prologo), da un lato porta a riconoscere le ragioni del lupo, di contro a quelle più note della pecora, e dall’altro insegna ad accettarci in virtù di quello che siamo e a volerci bene.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero