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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • "Pensieri/ che indugiano,/ assetati,/ tra le cose/ privati/ timorosi/ d’esistere/ vengono/ a gioire”: questa una sintesi della raccolta di poesie “Mezzogiorno dell’animo” di Enrico Pietrangeli, già apprezzato per le sue opere precedenti, ad esempio per la silloge “Di amore, di morte” con cui ha esordito nel 2000. I suoi versi sono, infatti, pensieri che si fermano sulle cose e sui sentimenti per raccoglierne il senso in un attimo di quiete che, in maniera effimera ma ugualmente esaustiva, rende possibile la riflessione e la comprensione del senso; per poi infine aprirsi alla coscienza e giungere alla sintesi del pensiero che ne elabora il significato. Una sorta di percorso dialettico dello spirito, un procedimento quasi “hegeliano” nella gradualità lineare dei suoi passaggi che attraverso il confronto dell’anima con i suoi moti giunge alla consapevolezza del dolore. Tutto questo si svolge alla luce degli occhi dell’anima: non è un processo nascosto, criptico o incosciente, ma semplice e diretto, come se avvenisse sotto la luce tersa e forte del chiaro cielo di mezzogiorno. E che trova alla fine del viaggio, dovunque, il dolore, che è fine e risultato “dell’affannoso vivere”, è “una malandata/ pentola lasciata sul fuoco,/ distrattamente, mentre ero/ fuori, a rifornirmi di sigarette”: “il dolore non è premessa/ alla rinuncia, ma oltrepassare/ la porta, quella del cuore”; esso è cioè anche il risultato del verso e della riflessione che in esso si svolge. In questo universo di significati si mescolano passioni e valori forti come l’amore e la Patria, il senso di morte e il sentimento religioso, quest’ultimo in particolare aggiungendo alla già forte e avvolgente riflessione con cui il poeta travolge l’animo del lettore un tono ancora più intimo, un interrogativo ancora più complesso. Questi alcuni versi dedicati a Cristo: “Nell’anima commisurabile/ d’innocente, travolgente corsa/ ove tutto, al fine, è donato/. Pende dalla croce,/ vergato e proscritto,/ della vita prosciolto/ e dal Padre raccolto”.
    Ma come questi tutti i versi della silloge costituiscono un tassello del “continuum narrativo” che è questa esplorazione dell’anima, un volo sospeso tra attese e indugi, sonni e risvegli, statici equilibri e lunghi viaggi verso la meta, verso Itaca, che “non è utopia del sogno/  bensì origine per un ritorno”.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Quando si inizia a leggere “ E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, romanzo della scrittrice Eva Clesis edito da Newton Compton, si ha l’impressione che le parole che si stanno leggendo abbiano una forza particolare e intensa in grado di catapultarti in una dimensione diversa, altra rispetto alla realtà quotidiana seppur fortemente ancorata al mondo che sei abituato a vedere. Si ha la sensazione, dapprima timidamente accennata e poi progressivamente sconvolgente, di vivere la vita dei due personaggi principali della storia attraverso un’immedesimazione così forte che finisci per confondere la tua vita con quella di Manuel e Valeria, di vivere attraverso le loro sofferenze e i loro dubbi, di percepire le loro inquietudini. Come equilibristi sospesi su un filo sottile che se ne sta appeso troppo in alto per non incutere paura, i due adolescenti sembrano pendolare nel buio delle loro esistenze imperfette alla ricerca di quella normalità che nell’età adolescenziale, è il più grande problema e al contempo il principale desiderio. Manuel, ragazzo stravagante ed eccentrico che più o meno consapevolmente si trova a dover fare i conti con quella dimensione misteriosa e problematica che è l’orientamento sessuale e Valeria, anima fragile imprigionata in un corpo obeso e tutt’altro che attraente: sono i due eroi del romanzo della Clesis. Eroi perché in un mondo come quello che ci circonda, dove l’uomo fa di tutto per riempire la propria vita di falsi miti e di falsi valori, l’essere semplicemente se stessi e la ricerca del proprio percorso di crescita in modo schietto e spontaneo rappresentano valori intrisi di eroismo, un eroismo tragico come quello delle migliori tragedie greche dove i personaggi sono perennemente di fronte ad un bivio fatto di percorsi che apparentemente conducono entrambi al fallimento. Ma la capacità della Clesis sta proprio nel riuscire ad esprimere questo profondo senso di tragicità e questo velato ma determinante male di vivere attraverso la lente dell’ironia, del sarcasmo. L’autrice riesce a piegare i suoi personaggi all’intento lodevole di incarnare i problemi e i dolori di un’intera umanità così che ogni lettore, leggendo questa storia, potrà rivendere un pezzo del proprio esistere e trovare conforto nel senso di coralità e solidarietà che ne rappresenta lo sfondo. Il lettore viene chiamato costantemente e attivamente in causa con la propria coscienza e le propria capacità di riflessione in modo tale da divenire quasi un vero e proprio personaggio del romanzo. Con una prosa fluida e incisiva, l’autrice dipinge nel più realistico dei modi un mondo scolastico fatto di ragazzi a volte fragili, a volte violenti, spesso incompresi, sempre bisognosi d’ascolto e di insegnanti che si trovano alle prese con una società dove l‘istruzione sembra essere rilegata agli ultimi posti e dove ci si è dimenticati che il compito dell’insegnate stesso è quello di educare (dal latino e - duco: condurre fuori) e cioè quello di valorizzare la ricchezza interiore del ragazzo. Di questo è ben consapevole Eva Clesis che con un’espressione profonda e lirica scrive nel suo romanzo: “Il mondo fuori aveva occhi così grandi che vedevano più in la di lui e lingue che su di lui la dicevano lunga. Il mondo fuori era una faccia liscia e senza rughe che non sapeva commuoversi” (pag 129). L’invito che l’autrice rivolge al lettore e che è in realtà estendibile all’essere umano nel suo complesso, all’intera umanità, è quindi quello di emozionarsi.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “A volte un bacio”, romanzo d’esordio di Walter Lazzarin è uno di quei romanzi che ti proiettano in una dimensione onirica, complessa, ambigua, misteriosa, una dimensione fatta di personaggi simili a uomini reali ma dotati di quella carica di follia in più che ne fa soggetti destinati a restare impressi nella memoria. Lazzarin riesce perfettamente, mediante un sapiente utilizzo dei personaggi e un’attenta costruzione della storia, nel tentativo di dipingere gli atteggiamenti umani più particolari ed eccentrici, accentuandoli, deformandoli e rendendoli così universali e sempre attuali, come quelli rappresentati nelle migliori commedie, dove l’assurdo e il volutamente esasperato si fanno incisività e tecnica di comprensione dell’essere umano nelle sue più varie declinazioni. La storia è ambientata in un luogo di fantasia, Guado, capoluogo di un’isola singolare, popolata da individui spesso incomprensibili e retta da leggi inverosimili ma non troppo. Il romanzo è strutturato sottoforma di racconto epistolare. Troviamo infatti un Lui scappato di casa e approdato oltre oceano, che scrive a una Lei tanto amata. Una Lei che si chiama Giulia e che, per tutto il corso della storia, brilla intensamente come una stella sempre troppo lontana. In un’escalation di colpi di scena e di vicende che si intrecciano e che culmineranno in un finale inaspettato, l’autore dissemina fruttuosamente nel testo diversi spunti di riflessione che fanno dell’opera un testo intenso e profondo. “I personaggi dei libri sono molto più interessanti: nella vita hanno uno scopo, che inseguono insegnando a me chi sono io. Alcuni di loro sembrano capaci di leggermi dentro e ci dialogo in modo costruttivo” (pag 34): così l’autore esprime quel forte sentire che tutti gli scrittori esistiti ed esistenti hanno provato almeno una volta senza, forse, essere in grado di comunicarlo, quella sensazione magnifica per la quale si comprende di scrivere affidandosi ad un viaggio verso l’ignoto, dove sono parola, scrittura e personaggi a guidare l’autore e non viceversa. “ E continuai la passeggiata pensando a quante impalcature si costruisce la gente per arrivare al divino, ma il divino è già in noi: è Dio chi sta scrivendo una cosa che gli sembra geniale, è Dio lo scienziato che ha avuto un’intuizione, è Dio l’atleta che festeggia correndo per il campo ed è Dio chi si sente l’entusiasmo addosso, chi ha voglia di espandersi e conoscere, come chi sta viaggiando senza alcuno scopo tranne il viaggiare” (pag 86): quale migliore manifesto dell’immensa bellezza dell’essere umano se non proprio queste righe dove l’uomo viene innalzato a livello di Dio e dove Dio stesso parla attraverso la complessa meraviglia di quegli uomini che hanno come unico obiettivo del proprio esistere, un continuo peregrinare alla ricerca di un senso inafferrabile? “A volte un bacio”, insomma, è un romanzo che coniuga magistralmente una storia ritmata e interessante con una profondità di pensiero resa assolutamente fruibile da un linguaggio semplice e diretto. Lo stile di Lazzarin, almeno quello utilizzato in questa sua opera, è esilarante, a tratti ironico e corrosivo, che cattura l’attenzione. Un romanzo, come si può ben intuire, che parla di noi e della nostra umanità. Un romanzo che indaga nelle pieghe dell’essere.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Flavia De Luce ha undici anni, è la più giovane di tre sorelle, figlie del Colonnello De Luce e della moglie deceduta Harriet. Quello che la rende così diversa dagli altri adolescenti è la sua abilità geniale di chimico e la sua intuitiva mente di detective. Quando scopre un uomo morente nel suo giardino, suo padre viene accusato di omicidio e lei decide di agire per conto suo. In maniera sottile e astuta ci svelerà la storia di tre ragazzi adolescenti, uno di essi suo padre, in una scuola privata. Illusionisti e filatelisti grazie a uno dei professori più amati, saranno anche la causa della sua morte, o così sembrerebbe. Ma cosa avranno in comune due morti così diverse? Due francobolli preziosi, un uccello morto e un cadavere. Questi gli elementi che Flavia ha nelle sue mani e lentamente rimetterà insieme il puzzle scoprendo un vecchio mistero e due omicidi.

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    recensione di Katia Guido

  • Il romanzo è stato pubblicato nel 1891 e rappresenta il secondo volume di una trilogia che racconta le vicende della grande famiglia aristocratica catanese degli Uzeda di Francalanza, trilogia che comprenderà il bellissimo romanzo dal titolo I viceré e, postumo, L'Imperio.
    Si tratta qui, come si può ben capire, di un vero classico, spesso dimenticato, a volte frainteso, ma assolutamente strepitoso.
    L'Illusione si basa sul personaggio della ricca nobildonna Teresa Uzeda, seguendola dall'infanzia alla maturità, sullo sfondo di una Sicilia aristocratica e patriarcale.
    De Roberto ci presenta una bambina dal carattere esuberante ed allegro, avida di divertimenti, di amicizia, letture appassionate in cui si perde dimenticando tutto quello che le sta attorno, anche le persone a lei più care.
    Provata dalla separazione dei genitori, reagisce con il suo carattere testardo e capriccioso, con la ricerca affannosa di futilità e privilegia l'apparire più che la realtà della vita, che osserva attraverso uno sguardo di casta chiusa e orgogliosa, consumando le sue giornate di adolescente tra maldicenze, amoreggiamenti e tradimenti vari.
    Sposata ad un marito che non ama, per il quale ha dovuto rinunciare al suo primo vero innamorato, si renderà conto ben presto, dopo la tanto desiderata e vagheggiata luna di miele, che il suo matrimonio si avvia a diventare il primo di una lunga serie di fallimenti: risvegliata dai suoi sogni di ragazza, nemmeno la nascita del figlio potrà tuttavia sanare la situazione.
    Teresa riprenderà la sua libertà, lasciando il figlio che per lei non conta molto, e passerà da un'avventura all'altra, senza mai riuscire a trovare in questi uomini che la corteggiano, il vero ideale sentimentale a cui resta comunque legata dai suoi sogni infantili.
    Gli anni passano e con il sopraggiungere dei primi capelli bianchi, Teresa dovrà arrendersi all'evidenza: il tempo incalza, tutto quello in cui credeva e per cui aveva vissuto, sfidando le convenzioni del suo mondo, si è rivelato fatuo, si è sbriciolato sotto le sue dita, poichè tutto è stato per lei solamente un'illusione, un sogno che ha vissuto esclusivamente nella sua fantasia.
    De Roberto descrive con grande accuratezza l'aristocrazia siciliana orgogliosa e gelosa dei suoi privilegi e rappresenta lo sconvolgente urto delle illusioni e dei sentimenti contro la realtà e le situazioni obiettive.
    La critica del suo tempo non è stata benevola con questo romanzo: tuttavia, si sta assistendo ultimamente ad una sua rivalutazione.
    Apparentemente lento e prolisso, nel momento in cui ci si lascia assorbire dalla storia, è davvero un piacere poter leggere un classico, che, come tutti i veri classici, è intramontabile.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Alice, un matrimonio fallito alle spalle, abbandona l’Italia per trovar rifugio nella lontana Cheyenne, con l’intento di lasciare alle proprie spalle tutte le delusioni e il senso di inadeguatezza accumulati negli anni. Tuttavia non è la distanza fisica né la rimozione forzata dei ricordi e del pensiero di casa a creare dentro di sè quel vuoto necessario per poter ricostruire e ripartire. Di ciò Alice si accorge quando – per aiutare un amico in crisi matrimoniale – mette a sua disposizione la propria esperienza e apre quindi una breccia nel muro costruito per tenere indietro il passato.
    Solo imparando a riconoscersi e accettarsi interamente e a non colpevolizzarsi per le proprie debolezze Alice riuscirà infine a sentirsi a casa e a non scappare più di fronte a sé stessa.
    "Una stanza vuota" è una piacevole sorpresa, un libro che aggancia il lettore, lo trattiene a sé pagina dopo pagina con una scrittura elegante e mai banale, e lo porta a riflettere su se stesso e sui propri spazi interiori da svuotare e da colmare.
    Francesca Montomoli con questo romanzo ci regala – oltre ad una gradevole lettura – una chiave per il superamento delle delusioni e per la rinascita personale, attraverso un percorso che necessita solo (e non è poco!) di uno sguardo sincero all’interno del proprio io.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • "Un'idea, un concetto, un'idea
    finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
    se potessi mangiare un'idea
    avrei fatto la mia rivoluzione".

    Cantava così, fino a pochi anni fa Giorgio Gaber. Il libro di Sabina Mitrano, racchiude queste parole in un senso sacro e reale. "Il Risorgimento nella letteratura" sono idee mangiate e messe in pratica, sulla carta e nella storia. Forse, mai come nell'epoca risorgimentale, si è avuta una letteratura impegnata, vicina alla società e proiettata verso un'idea di rivoluzione. Francesco Domenico Guerrazzi era uno degli scrittori in cui si sentiva ardere maggiormente quel fuoco della rivoluzione, e nelle sue vene scorreva il sangue caldo di una liberazione voluta a tutti i costi, e la sua scrittura bruciava delle sue idee.
    Tra scrittori e poeti, c'è stato chi più e chi meno, ha reagito a quest'impulso democratico, dando vita a dei veri best-seller della letteratura risorgimentale: le Poesie di Berchet, l'Ettore Fieramosca di d'Azeglio, Francesca da Rimini di Silvio Pellico. Opere che ancora oggi, profumano di quelle idee cardine cresciute nell'800: unità, indipendenza e libertà.
    Obiettivi rivoluzionari, ideali politici, canoni letterari, artisti a servizio della liberazione. Il tutto è abilmente descritto con l'occhio asciutto di Sabina Mitrano, che da brava storica, non si fa prendere troppo dalle emozioni, fornendo un quadro politico-letterario chiaro e definito. Perché una volta, la letteratura era lo specchio della società. Oggi forse, siamo un po' lontani come distanze; ideali di quel genere si sono sbiaditi, sotto i lumi evanescenti dell'individualismo economico e politico. Ma basta dare un'attenta rilettura a questo saggio ben scritto, che è facile intuire come la rivoluzione sia sempre dietro l'angolo. Forse cambia il nemico, che non è più lo straniero, ma la nostra stessa classe politica. Quando l'esasperazione politica raggiunge limiti che non si possono accettare, lì potremmo riprendere quella consapevolezza di essere fratelli di un unico popolo che chiede libertà.
    Sabina Mitrano, attraverso la sua opera, è come se volesse lanciare un appello: la storia politica del nostro paese è fatta di versi sublimi, di liriche e romanzi. La cultura dovrà essere sempre una priorità assoluta, per permettere a ogni individuo di conoscere la libertà e di lottare per essa.

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    recensione di Paolo Coiro

  • "Seme nel fuoco" è una raccolta di poesie crude e sincere. Crollano infrastrutture di ogni genere, legate alla morale cattolica o sociale, e a primeggiare è la carne, l'attrazione dei sessi, la voracità dell'amore, il frutto del nostro sangue caldo. Bonadè porta le sue realtà e consapevolezze lì dove finisce il giorno, "quando più nulla/ pioveva dal cielo/ nemmeno le maledizioni...". Racchiude sogni e incubi in una struttura e in una prosa volutamente indefinita, pronto a gettarsi nel buio più cupo, per perdersi ancora una volta in un marasma di corpi, gemiti, pianti di vergogna e sensazioni di inadeguatezza.
    Tratta tematiche omosessuali con sguardo visionario, dove le metafore più accese sono i corpi, le sue pecularietà e le relazioni ataviche e selvagge tra di essi.
    Limitare questo libro a una pura raccolta di poesie, è davvero riduttivo, poiché c'è una visione così assai frammmentata e dilatata che gira intorno alla sessualità, da poter scindere ogni poesia in un universo paralllelo e unico. La pregnanza rende ancor più merito a un autore che non vede confini, poiché il suo martirio è la sua piena libertà di vivere, soffrire, scrivere e sperimentare.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Farid non ha mai visto il mare, non c'è mai entrato dentro. L'ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta". E' fatto di colori e di odori e di sensazioni concrete e tangibili l'incipit luminoso dell'ultimo romanzo della Mazzantini. Sono i colori, gli odori e le sensazioni di una fiaba moderna, di una storia tragicamente reale e attuale. Farid e Jamilia in fuga dalla guerra e dalla distruzione da una parte, Vito e Angelina alla ricerca di un'identità perduta o forse mai conosciuta dall'altra. L'essere madre e l'essere figlio, il mare e il deserto, la Sicilia  e l'Africa, Lampedusa e Tripoli, la pace e  la guerra, la fuga e l'approdo, la morte e la vita: punti lucenti di una storia universale e attuale. La Mazzantini descrive in modo lirico e poetico il lungo viaggio della speranza di un popolo, carne umana abbandonata dal mondo, verso la salvezza, verso quel paese, l'Italia, così vicino eppure così distante, irragiungibile. Quell'Italia che custodisce in sè il miraggio della sopravvivenza, di una felicità che ha più il sapore della non sofferenza che quello della gioia assoluta e incondizionata. Siamo tutti pezzi di una stessa umanità, sembra dire la Mazzantini con questo suo romanzo breve, siamo tutti esseri umani alla ricerca della propria identità e della propria libertà. L'orrore dell'emarginazione, della distinzione tra cittadini e stranieri, tra uomini giusti e uomini sbagliati, uomini buoni e uomini cattivi, zampilla con proprompenza dalle parole visionarie della scrittrice e si uniscono per comporre un canto di speranza, un canto di dolore e rabbia, universale come tutte le cose belle del mondo. Sconvolgente è, come sempre, l'intensità comunicativa e letteraria della Mazzantini, intensità che tocca picchi altissimi e di rara bellezza proprio liddove la semplicità e l'asciuttezza della prosa diviene poesia. "Mani in superficie. Polmoni scoppiano piano senza fare rumore. Corpi calano verso il fondo, basculano come scimmie su perdute liane. Creature di sabbia gonfie di mare, sbrindellate dalla fame dei pesci" : la morte dei profughi abbandonati su barconi in mezzo al mare. "Vito ha raccolto la memoria. Di una tanica blu, di una scarpa. Qualcuno ne avrà bisogno un giorno. Un giorno un negro italiano avrà voglia di guardare indietro il mare dei suoi antenati e di trovare qualcosa. La traccia del passaggio. Come un ponte sospeso" : la memoria salvata dalla distruzzione e nella distruzione. In un crescendo di riflessioni sulla dignità umana  e sul senso del dolore, una consapevolezza importante e preziosa chiude la storia come un lucchetto d'amore e che ottunde e vanifica il male: "La memoria è calce sui marciapiedi del sangue". Come a dire il male genera male se non lo facciamo morire in noi, se non riusciamo ad evitare di trasmetterlo ad altri, neanche al proprio aguzzino, al proprio dittatore. Come a dire chi non serba il ricordo della storia dell'uomo, è povero di tutto. Ricco di nulla.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Una forte emozione viene fuori dalle pagine di “Non credevo di trovarti su facebook” di Stefano Pietri, che è in realtà una storia semplice, diretta, spontanea. E’ narrata in prima persona e tutta d’un fiato dal protagonista, un uomo che conduce una vita tranquilla, che definiremmo “normale”, con un lavoro apprezzabile, una compagna stupenda e l’alberghetto di fiducia in riva al lago per le cicliche fughe d’amore. Ma questo ragazzo romano, che ha ormai passato i quaranta, scopre d’un tratto i richiami ammalianti del mondo di facebook, che alla sua età vive mischiando il classico atteggiamento snob di chi sembra trovarvisi per caso (e certamente solo per “postare” video presi da youtube di qualche astro musicale ormai tramontato, o versi d’autore che la nicchia di coetanei a cui velatamente si rivolge apprezzerà con identico atteggiamento…) al desiderio di emulare la leggerezza tipica degli utenti adolescenti. Questo genera un vortice di sensazioni che scaturiscono dal desiderio di ritrovare i protagonisti del proprio passato, di rivivere emozioni e situazioni che possano dimostrare l’avvenuta crescita, la maturazione, la rivincita dell’uomo completo e affermato sul ragazzetto timido e silenzioso di tanti anni prima. E così, grazie a questa qualità che ha facebook di ricostruire il passato, il vortice cresce, accelera, le amicizie virtuali diventano passioni, emozioni irrefrenabili, tessere che mancano ad una vita che certo va bene così com’è ma solo fino a che non si sente sulla pelle quel gusto del proibito, che scombussola abitudini e certezze. Motore trainante di queste dinamiche, e di tutte le storie che intorno ad esse ruotano, è ovviamente l’amore, l’unico sentimento in grado di creare errori e infinite giustificazioni, di annullare razionalità consolidate e porre domande a cui è impossibile dare sicure risposte.
    Utilizzando in maniera armoniosa tutti questi elementi, l’autore riesce a descrivere come modi di vivere semplici e comuni del nostro mondo contemporaneo siano smossi dalla rete, che scava e scombussola i luoghi più profondi e spesso sopiti della nostra personalità, desideri di cui non siamo mai stati realmente consapevoli fino a che i tentacoli di facebook  non abbiano sfiorato i ripostigli in  cui li avevamo relegati. Tutto ciò produce l’emozione avvolgente che è vera protagonista del libro, e che colpisce più degli altri suoi lettori proprio la generazione degli over trentenni di oggi, che provano (tutti, prima o poi) l’approccio con il mondo dei social network, e che leggendo queste pagine sentiranno uno strano brivido sulla schiena, nello scoprire che forse quell’ingenuo e sprezzante approccio con cui utilizzano le “bacheche virtuali” nasconde  forse più pericolose tentazioni, richiami che sta a ciascuno decidere di ascoltare o meno.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Siddharta è un romanzo dello scrittore tedesco Hermann Hesse edito nel 1922. Considerato dallo stesso Hesse come un "poema indiano", il romanzo presenta un registro molto originale che unisce lirica ed epica, ma anche narrazione e meditazione, elevazione e sensualità, e che lo rende tuttora affascinante.
    La storia narra la vita di Siddharta, giovane indiano, che cerca la sua strada nei più svariati modi. Fin dall'inizio il narratore si dimostra esterno, benché faccia intuire che la storia di Siddharta sia tra le più particolari, non esprime un suo punto di vista. Si può dire che la focalizzazione sia quella del giovane.
    Con Siddharta, Hermann Hesse mi ha conquistato nei primordi della mia adolescenza. Grazie a lui e questa sua fantastica opera oggi posso dire di aver capito molti dei veri valori della vita. Senz'altro un libro che illumina la mente e scalda il cuore.

    [... continua]
    recensione di Jean-Paul Malfatti