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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • E' una raccolta di venti novelle sulla figura di un manovale con problemi economici, ingenuo e sensibile allo stesso tempo, inventivo e interessato all'ambiente in cui vive, a tratti buffo e malinconico
    Il sottotitolo "Le stagioni in città" si rifà alla struttura dei racconti, associati ognuno ad una delle quattro stagioni dell'anno.
    Malgrado l'autore non ne dica il nome, la città descritta potrebbe essere Milano o molto più probabilmente Torino (dove Italo Calvino ha lavorato per molti anni).
    Comunque di qualsiasi città si tratti, essa è simbolo di ogni città, con cemento, ciminiere, fumo, grattacieli e traffico... e Marcovaldo ne è il cittadino per antonomasia.
    Anche la ditta Sbav, presso cui il manovale lavora, è la ditta per eccellenza: simbolo di tutte le ditte; ed è anche per questo che non si sa né cosa vi si produca né cosa vi si venda, tanto meno il contenuto degli imballaggi che il protagonista sposta e trasporta tutto il giorno.
    Malgrado la morale che traspare da ognuna delle novelle, i temi di riflessione suggeriti dallo scrittore sono diversi e vertono principalmente sugli effetti alienanti del progresso; sui meccanismi di difesa e le scappatoie usate dall'uomo inetto; sulla disparità sociale proposta dal mondo capitalista e sui rapporti sociali e ecologici dettati dalla società moderna.
    Consigliato per gli adolescenti, è un tipo di lettura che non fa male neanche al lettore adulto che può ritrovare, nella figura di Marcovaldo, un pò della propria ingenuità fanciullesca.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Cile e Perù: nella storia finora non raccontata di una donna che ha seguito il suo amante fino alla fine del mondo, ci sono anche le radici dell'autrice peruviana, che in quattro anni ha studiato quel poco di esistente sulla figura di Inés Suárez, prima governatrice del Cile, e ne ha tratto un romanzo. La scrittura pacata della Allende ci porta attraverso tre matrimoni, tre passioni, migliaia di chilometri e un comune denominatore: la tempra di una donna che ha attraversato il deserto del Perù e che ha fondato un'intera Nazione. Il libro appare sotto forma di autobiografia e offre un'occasione per riflettere sulla Storia e sui meccanismi delle conquiste. Inés infatti assiste impotente, anche dopo diversi decenni, alle ostilità dei popoli residenti a cui lei stessa ha purtroppo contribuito. Un libro misurato, elegante, in cui vibra la passione che è stata alla base di avventure che hanno cambiato una parte di mondo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un famiglia come ce ne sono tante, quella dei Lambert, e non solo in America. Una moglie che deve badare al proprio marito in principio di demenza senile, e tre figli che cercano da una parte di preservare i genitori dai loro insuccessi personali e dall'altra di preservare se stessi dal tempo che passa anche nella loro casa d'infanzia. Per questo, probabilmente, la evitano tutti. Difficile non rivedersi in Denise che si dichiara a tutti i costi serena ed accompagnata, quando invece pare destinata a storie d'amore sempre più complicate; o nella schermaglia tra Gary e sua madre, sul dove e con chi trascorrere il pranzo di Natale; o nelle imprese di Chip, che scende a compromessi in affari loschi pur di chiudere con i debiti senza più ricorrere alla famiglia. Uno splendido e reale romanzo di formazione, in cui all'ultima pagina ci accorgiamo che i personaggi sembrano cresciuti, e soprattutto che siamo noi ad essere cambiati. "E quando l'evento, il grosso cambiamento nella tua vita, è semplicemente una presa di coscienza, non è strano? Non c'è nulla di diverso, tranne il fatto che vedi le cose in un altro modo e di conseguenza sei meno impaurita e meno ansiosa e nel complesso più forte." (Jonathan Franzen)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un romanzo pieno di tensione, erotismo, dolore, ma soprattutto tanta voglia di amore.
    Kairi, la donna dalle sette vite, nata sotto il segno della luna, sempre così restia a farsi conoscere, a mettersi a nudo, non cercava una storia d'amore, ma ha incontrato Lenny.
    Lenny, un ragazzo con la sindrome da Pinocchio. Un uomo che non è cattivo, ma soltanto malato. Lui l'ha saputa stanare, ha trovato la chiave per penetrare attraverso l'armatura. Ha rotto il guscio e ha trovato la parte più morbida ed indifesa del mollusco. L'ha trovata e lentamente l'ha trafitta, come si fa con la forchetta quando si mangia una vongola. Kairi, non è debole, anzi. E' una donna forte, che però di fronte al cosiddetto amore, alla passione e alla tenacia di lui non sa dire di no. La sua storia, il suo passato l'hanno profondamente segnata. Non riesce e non vuole procurare dolore agli altri, e per questo non sa dire di no. Non riesce a ferire gli altri, ma è un fenomeno nel ferire sé stessa. Il suo stesso „altruismo“ diventa un arma, un coltello con cui si auto infligge delle ferite, che non si rimarginano mai. Si chiudono, forse, ma continuano a sanguinare, fino a quando non permette a Lenny di tornare alla carica e di strappare le cicatrici esponendo la carne dolorante.
    Si fa fatica, durante tutta la lettura, a mantenere un giudizio oggettivo. Difficile comprendere un atteggiamento così autodistruttivo, che disturba in qualche modo. Tante donne avrebbero chiuso la porta, anzi no, l'avrebbero sbattuta in faccia ad una persona come Lenny. Mentre Kairi sembra quasi non riuscire a fare a meno degli abusi velati. Difficile comprendere come una donna, che sembra essere così libera e sicura di sé, riesca a farsi imprigionare in un gioco sadico e suicida come questo. Una storia forte, senz'altro, che fa riflettere sui giochi perversi in cui spesso le donne si lasciano coinvolgere, che hanno ben poco a che fare con l'amore. La storia di una donna che non ha imparato ad amare sé stessa prima di tutto. Perché solo amando sé stessi si riesce a riconoscere l'amore degli altri nei nostri confronti.

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    recensione di Katia Guido

  • Il filo rosso dei ricordi unisce questa raccolta di brevi racconti. Con la sua scrittura suadente Erri De Luca si inerpica su episodi, sofferenze e attese come sulla sua amata montagna: descrive incontri, persone e cose intepretandoli come simbologie nascoste della vita stessa e della natura. Naturalmente quello che rimane più impresso è il linguaggio "ad acquerello" dell'autore, a tratti morbido, pacato e intriso di malinconia; a volte secco e nervoso, con tocchi incisivi di colore portati dalle espressioni napoletane così come dal suo napoletano italianizzato. Leggere questo libro è come farsi baciare dal sole: si deve per forza socchiudere gli occhi.
    "Allora la tua mano è stata la congiunzione e, la particella che sta tra due nomi e li accoppia più di abbracci e baci. La tua mano minuta serrata nella mia inutilmente larga, serrata a serratura chiudeva noi due dentro e tutti gli altri fuori. Ce ne ho messo a ripetere che era tutto, che per poco che era stato reggeva la pienezza dell'intero. Non capisco in tempo, ho bisogno di andare e ripassare sopra l'evidenza per ammetterla e per dimenticarla." (Erri De Luca)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Acciaio
    • 26 settembre 2011 alle ore 15:42

    "Acciao" è la storia di due ragazze sulla soglia dell'adolescenza, Anna e Francesca, che vivono in una Piombino operaia e difficile. Tra i casermoni popolari di una fantomatica via Stalingrado, le due ragazze si cercano e si trovano come attratte da una forza inspiegabile, quella dell'amicizia , forse, oppure quella del desiderio di rivalsa, di riscossa, di felicità. Il romanzo segue le vicende relative alla vita delle due adolescenti, dalla scoperta di un corpo che cambia, di esigenze che mutano e di consapevolezze acquisite, alle intrigate dinamiche dell'amicizia e della crescita. E saranno proprio tali dinamiche a dividere momentaneamente i destini di Anna e Francesca. Le due ragazze seguiranno infatti strade diverse, amori differenti nonché percorsi di vita opposti anche se entrambe serberanno dentro di sé l'esigenza impellente come un fuoco che brucia, dell'amicizia dell'atra. Attraverso lo sguardo delle due ragazzine, Silvia Avallone, al suo esordio letterario per quanto concerne il genere del romanzo, descrive un'Italia che soffre per l'assenza di un'identità ferma e precisa, un'Italia dove anche la possibilità di sognare va conquistata e dove la classe operaia sembra non aver più coscienza del proprio ruolo sociale. "Acciao" è dunque un romanzo di formazione dove depressione collettiva, desiderio di fuga e disillusione fanno da palcoscenico ad una storia che nella sua quotidianità trova la propria grandezza. Il tutto viene rafforzato dalla presenza di un linguaggio fortemente descrittivo, corposo e denso che rende credibile ogni vicenda. Via Stalingardo viene ad esempio definita così dall'autrice: "da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria". "Acciaio" è dunque un romanzo destinato ad appassionare tanto gli adolescenti in cerca di quella cattiveria rappresentativa che è propria delle età di passaggio, quanto ad un pubblico adulto e attento alla realtà sociale dell'Italia di oggi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Un lembo di mare di appena quattro chilometri separa Helsingborg, in Svezia, dalla terra di Danimarca, ed è in questa città tra le ombre che Björn Larsson costruisce la storia del suo libro: "I poeti morti non scrivono gialli", pubblicato da Iperborea. Bella la storia e non soltanto perché ben scritta e sicuramente ben tradotta da Katia De Marco, ma perché è la storia di un poeta e chi ha ormai il coraggio di scrivere sui poeti? Molte sono le cose che si percepiscono nel libro: c'è una certa ironia già dall'inizio, quando l'editore Petersén spera di poter convincere il poeta Jan Nilsson a firmare il contratto per il suo libro acclamato come un successo editoriale, anche se all'insaputa dell'autore che vive su un malandato peschereccio. L’editore Karl Petersén sa che non sarà facile convincere il poeta a firmare il contratto e, per questo, si è portato dietro una bottiglia di champagne, ma al suo arrivo si trova davanti all'inaspettato: Jan è morto impiccato sul proprio peschereccio. È da quella morte che parte il bandolo di tutte le verità. È dalla morte che si è costretti a ripensare la vita e l’opera del poeta.
    Sullo sfondo della narrazione si sente il clangore dell’atavico scontro tra l’arte e società delle norme e convenzioni cui Jan si opponeva con la vita e l’opera, quel conflitto tra la luce che sprigiona dal vivere dei poeti e la deprivazione imposta dalla società del denaro (si ipotizza infatti che, ad uccidere il poeta, possano essere stati certi finanzieri dei quali aveva scoperto le segrete trame). Il commissario è invece del parere secondo cui i poeti si uccidono e basta, quasi come se si dovesse espiare la poesia con la vita. Ma che ne può sapere il povero commissario Barck di un poeta? Forse per il commissario il poeta si uccide perché la sua è un’attività morta o mortifera, mentre in realtà il poeta è il solo a conoscere davvero la vita perché conosce l’amore senza confini e, conoscendo questo, giunge fino al cuore dell’esistenza e può permettersi, dopo, di intuire anche i segreti periferici della vita come quelli della finanza. Tra quelli che “sanno”, il poeta è l’unico che “sa” davvero. Proprio questo scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo famoso articolo del 1974:  “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore” e per questo lo hanno ammazzato nell'anno successivo. Anche Jan Nilsson sapeva e, anche a lui, lo hanno ammazzato. Verità e finzione, chissà quale tra le due sarà la più vera?

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    recensione di Sergio Caldarella

  • Era da tempo che la letteratura italiana non veniva sconvolta dall'interno, nel suo apparato fondamentale: la scrittura. Questo è quanto ha fatto Viola Di Grado, scrittrice di origini siciliane, che col suo "Settanta acrilico trenta lana" ha modificato in modo innovativo e singolare i parametri dello scrivere. La sua scrittura è infatti del tutto nuova: è una scrittura forte, decisa, a tratti violenta che lungi dall'annoiare il lettore, coinvolge e catapulta letteralmente nella storia che la Di Grado racconta. Camelia è una giovane ragazza che vive a Leeds con una madre che fotografa buchi e vuoti, chiusa nel silenzio più totale, conseguenza della scoperta del tradimento dell'ormai defunto marito, traduce manuali di istruzioni per lavatrici e cerca di instaurare un nuovo linguaggio comunicativo fatto di silenzi, di sguardi e di gesti. Camelia conoscerà Wen, un ragazzo cinese che le insegnerà il linguaggio degli ideogrammi e di cui lei si innamorerà.
    "Settanta acrilico trenta lana" mostra una maturità linguistica  e narrativa sorprendente che, con le sue sinestesie, iperboli, allitterazioni, fa del linguaggio un qualcosa di plasmabile e malleabile. E con grandi risultati. Viola Di Grado si pone nella letteratura italiana con grande forza e immediatezza. Immediatezza, soprattutto, che pone le proprie radici nella giovane età della scrittrice e nella voglia di catturare il lettore, irretendolo e piegandolo con la forza delle proprie parole e delle proprie idee. Il romanzo di Viola Di Grado, è una sfida lanciata al lettore di ogni età. Una sfida che impone di fare i conti con il dolore sottile che pervade le nostre vite e che spesso ci conduce ad assumere comportamenti inaspettati e, perciò, bizzarri.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Ci troviamo difronte un romanzo che sussurra al cuore con la dolcezza e la delicatezza di una favola ma con la forza di un racconto di vita doloroso e sofferto.
    E' la storia di una bambina brutta, la storia di un'emarginazione familiare e sociale, la storia delle difficoltà e dell'assenza di prospettive future di chi non rientra nei canoni della bellezza comunemente accettati. Rebecca è la protagonista del romanzo. E' una bambina brutta che non riesce a trovare conforto nei suoi genitori: la madre non le ha mai dimostrato il suo affetto e si è chiusa in un ermetico e lungo silenzio, mentre il padre non è mai riuscito ad evitare che la vita della figlia scorresse anonima e passiva. Rebecca troverà conforto e comprensione nella bella e prorompente zia Erminia nonché nella tata Maddalena, che la ama senza mezze misure.
    "La vita accanto" racconta il dolore e la difficoltà di accettazione che caratterizza la vita di ognuno di noi. E' il racconto di un'esistenza timida che sembra non avere i requisiti per poter sbocciare e conquistare il mondo, divenire partecipe della sua bellezza. In un susseguirsi di vicende poeticamente costruite, la Veladiano conduce Rebecca in un viaggio alla scoperta di se stessa, della propria unicità e della propria bellezza, bellezza che se non è reperibile nel mondo, va ricercata dentro di sé.
    Il titolo stesso del libro è emblematico: esso può infatti alludere sia alla vita che ognuno di noi ha "accanto" - cioè alla vita degli altri, di coloro che ci circondano e influenzano il nostro agire, - sia alla nostra vita, che può talvolta scorrerci "accanto" senza che noi riusciamo a rendercene conto o ad afferrarla per goderne tutta la meravigliosa importanza. Il romanzo della Veladiano è dunque un'opera di rara bellezza che, con una prosa pacata e scorrevole, parla dell'inquietudine di ogni essere umano.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Amore, famiglia, aborto: sono questi i temi fondamentali che hanno reso immortale l'ormai universalmente conosciuto romanzo di Oriana fallaci "Lettera a un bambino mai nato".
    L'opera è un monologo di una donna che si trova a ragionare sul valore della gravidanza e che vive la maternità come un atto non dovuto ma responsabile e cosciente. La donna, protagonista del romanzo e della quale non è dato conoscere nome, età, aspetto, riflette sull'opportunità di mettere al mondo un figlio in una realtà ostile e violento dove disonestà ed opportunismo regnano sovrani. Al lettore sarà immediatamente percepibile la sofferenza interiore della donna di fronte all'inaspettata gravidanza, tanta è la capacità della Fallaci di descrivere le inquietudini esistenziali della stessa. A tal riguardo è da evidenziare come commovente sia il fatto che la donna, nel suo sentito monologo, si rivolga al figlio che ha in grembo, mettendolo a conoscenza dei propri pensieri e dei propri pesanti turbamenti. Ambivalente è il rapporto che la donna ha con figlio: da una parte ci sono amore, legame, complicità e dall'altra paura, rabbia, distacco, tutto in virtù di quella simbiosi indissolubile che lega ogni madre al frutto del proprio sangue. Il libro della Fallaci ha il pregio di toccare tematiche fondamentali dell'etica (che senso ha la vita? quando la vita può considerarsi tale? fino a che punto la vita di un essere appena abbozzato può prevalere su quella di chi è già in vita?) senza mai prendere una posizione. La Fallaci si veste di dubbio mentre procede nel suo viaggio attraverso le spine dell'esistenza, di quella condizione cioè, che dovrebbe caratterizzare ogni essere umano che voglia definirsi soggetto critico e pensante.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Chi ritiene che "Il ritratto di Dorian Gray" sia il capolavoro di Oscar Wilde non ha letto il "De Profundis". Questa lunga lettera che l'autore dublinese scrive durante i due anni di lavori forzati per scontare il reato di "indecency" è una lunga conversazione con Douglas, il giovane amante che lo ha mandato alla rovina, ed è pregna di una malinconia e di una pacatezza molto lontana dal "witty" (arguto) Oscar Wilde che il mondo conosce attraverso i suoi aforismi. Questo scritto intimo e intimista rivela un uomo che sta ricomponendo il suo cuore, lentamente, che si confessa, che non riesce a condannnare quello che prova, e che ha bisogno di dare chiarimenti, di restituire equilibrio (da bravo Bilancia qual era) e bellezza ad un sentimento luminoso e sincero. Un libro da consumare, per cercare anche la propria verità.

    "Per il mio bene non potevo fare altro che amarti. Sapevo che, se mi fosse stato concesso d'odiarti, nell'arido deserto della vita che dovevo percorrere, che ancora sto percorrendo, ogni roccia avrebbe perso la sua ombra, ogni palma sarebbe intristita, ogni pozzo d'acqua si sarebbe inquinato." (Oscar Wilde)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Notturno
    • 23 settembre 2011 alle ore 12:44

    "Ecco, non ho più l'ansia del tempo". Al Notturno ci si arriva, in genere, per studio. Non è un libro pensato per fare scalpore, non è propriamente un romanzo e non appartiene nè alla fase classicista nè a quella superomista di d'Annunzio. Se lo si affronta come il frutto di un momento solitario della vita di un uomo eclettico che ha sempre seguito ogni sua vocazione con profondità e intensità, le cose cambiano colore e prendono quello del buio. La sua genesi è legata a quando d'Annunzio passò un lungo periodo di ricovero con gli occhi bendati, nel 1916, a seguito di un incidente aereo: il bisogno inarrestabile di fissare sensazioni, umori e ricordi lo indusse a scrivere su lunghe strisce di carta, che si passava tra le dita. La stesura finale arriverà alcuni anni dopo, ma la sostanza resta immutata: chi lascia le sue memorie è un d'Annunzio cinquantenne, intimo, riflessivo, malinconico. 
    "La vita non è un'astrazione di aspetti ed eventi, ma una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. (...) Io sento tutte le cose prossime ai miei sensi, come il pescatore che va a piedi nudi sul lido scoperto dal riflusso e si china a ogni tratto per riconoscere e raccogliere quel che gli si muove sotto le piante" (Gabriele d'Annunzio)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • E disse
    • 23 settembre 2011 alle ore 12:26

    In "E disse" Erri De Luca narra e spiega uno dei principali episodi della storia ebraica attinente alle vicende vissute da Mosè.
    Nel romanzo vengono infatti descritte la fatica, la sofferenza e al contempo la forza di un uomo che è stato incaricato da Dio di guidare un intero popolo verso la fuga. "E disse" è l'espressione, il verbo potremmo dire, col quale Dio detta e manifesta la sua volontà, volontà che ha il potere di fare e disfare ogni cosa. Con questo romanzo, Erri De Luca, si conferma nuovamente come autore di sterminata cultura e sensibilità, nonché come autore in grado di attualizzare in maniera impeccabile i personaggi del proprio racconto. Quegli stessi personaggi che egli piega ad un progetto più grande e preciso, quello di disseminare nel presente valori immortali e basilare per l'umanità quali la libertà dell'essere umano. Per comprendere la grazia che caratterizza la scrittura di questo strepitoso autore italiano si legga il passo di seguito riportato, tratto proprio dal romanzo "E disse":

    "Lo raccolsero sfinito sui bordi dell'accampamento. Da molti giorni disperavano di vederlo tornare. Si preparavano a smontare le tende, inutile cercarlo dove lui solo osava andare. Contava di farcela in un paio di giorni. Era allenato, rapido, il migliore a salire. Il piede umano è una macchina che vuole spingere in su. In lui la vocazione si era specializzata, dalla pianta del piede era risalita al resto del corpo. Era diventato uno scalatore, unico nel suo tempo. Qualche volta si era perfino arrampicato scalzo".

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Il diverso fa paura. L'amore "diverso", in tutte le sfaccettature, fa molta paura. Per questo "Scritto sul corpo" è uno dei più grandi capolavori della letteratura contemporanea sull'amore: perchè lascia l'idea di un sentimento forte, intenso, battagliero, sofferto, che è valido per tutti, perchè è amore, punto e basta. Fino alla fine non si riesce a capire, dalla lettura, se l'io narrante è un uomo o una donna: mai nessun aggettivo o participio si sbilancia verso il genere maschile o il femminile (impresa mirabilmente ardua per una traduzione in Italiano!). Eppure si parla degli incontri fortuiti con uomini come Frank, o con donne come con Gail, e infine l'amore difficile e tormentato con Louise. Il libro inizia con una domanda, "Perché è la perdita la misura dell'amore?", e finisce lasciando nell'aria una risposta: non hanno senso le differenze di genere, perché il senso lo porta l'intensità con cui si vive l'amore. Andando avanti nella lettura, non importa più se il soggetto amante sia un uomo o una donna: l'importanza risiede nell'oggetto amato. La verità dell'amore è fuori dal proprio io, è nel destinatario dell'amore. Fino a quando arriva una prova a rendere le cose ancora più difficili, da dover affrontare insieme, che rischia di porre fine a tutto.

    "Dicesti: "Me ne vado via da lui perchè il mio amore per te fa di ogni altra vita una menzogna".
    Ho nascosto queste parole nella fodera del cappotto. le tiro fuori come fa un ladro di gioielli quando nessuno lo vede. Non sono sbiadite. Niente di te è sbiadito. Sei ancora del colore del mio sangue. Sei il mio sangue. Quando mi guardo allo specchio non è la mia faccia quella che vedo. Il tuo corpo è raddoppiato. Una volta sei tu e una volta io. Chi è chi?" (Jeanette Winterson)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Tre
    • 21 settembre 2011 alle ore 17:52

    In "Tre", Melissa Panarello, autrice del romanzo cult "Cento colpi di spazzola", descrive il triangolo amoroso tra una poetessa, Larissa, e due ragazzi (Ghunter, allevatore di pappagalli e George, fotografo). Larissa, donna assediata da una madre che sembra volerla fagocitare, e un matrimonio fallito alle spalle cercherà con tutte le sue forze di trovare il proprio equilibrio esistenziale, equilibrio che le sembra possibile solo in un rapporto a tre, un rapporto cioè fatto di tre anime diverse che si inseguono, si cercano, si schivano, si temono e si amano. Il racconto viene condito da descrizioni dettagliate e articolate nonché da continui riferimenti astrologici (di cui Larissa è esperta) che possono, ad una prima lettura, sembrare leggermente eccessive nonché distogliere dalla lettura. La storia avanza lentamente poiché la scrittrice, in questo romanzo, predilige la dimensione introspettiva e la descrizione dei conflitti interiori ed emotivi dei personaggi. Il lettore viene reso partecipe delle sofferenze e delle inquietudini dei tre protagonisti del romanzo e viene catturato dalle intrigate e articolate, quasi inverosimili, vicende, erotiche e non, che la Panarello costruisce. "Tre" si pone dunque come romanzo interessante in un'ottica di ripensamento dei canoni e delle convenzioni sociali che caratterizzano i rapporti erotici della nostra società ma, forse, carente nella trama. Un po' di plot in più non avrebbe potuto fare altro che rendere la storia più interessante.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Il catino di zinco" è il primo, indimenticabile, romanzo di Margaret Mazzantini nel quale l'autrice fa i conti con un pezzo della sua vita, del suo passato e della sua infanzia. Protagonista indiscusso del romanzo è Antenora, nonna della Mazzantini e personaggio di indiscussa forza. La descrizione che ne viene data è, infatti, quella di una donna decisa, coerente e coraggiosa a tal punto da divenire l'eroina di un mondo arcaico. e saranno proprio tali caratteristiche intrinseche che permetteranno alla donna di affrontare con dignità le vicende più drammatiche della sua esistenza come la guerra, il fascismo, il dopoguerra senza mai abbandonare quel lume di fiducia che rappresenta il tratto saliente della sua personalità. Il racconto si apre con la morte della nonna e tutto il romanzo si rivolge al ricordo che la scrittrice ha di lei, ricordo rafforzato e reso reale e tangibile dalla perfetta descrizione delle dinamiche sociali, culturali e tradizionali del tempo nel quale la vita di Antenora si snoda. Altro grande protagonista del romanzo può essere considerato il linguaggio che la Mazzantini ha utilizzato nella scrittura. Quello de "Il catino di zinco" è infatti un linguaggio complesso, cesellato, minuzioso, quasi impossibile a volte. Un'impossibilità, però, che da valore alla storia e sprona il lettore ad industriarsi per ricostruire significati nascosti e per percepire a pieno l'intensità delle vicende narrate. La scrittura della Mazzantini, anche in questo che è il suo romanzo d'esordio, è portatrice di una melodia profonda che rende il racconto molto simile ad una canzone o a una poesia, di difficile comprensione, a volte, ma proprio per questo ancora più potente. Una potenza e una complessità dalle quali il lettore di oggi sembra voler fuggire senza rendersi conto che l'arte, qualunque forma essa assuma, non può non essere dotata di una certa dose di difficoltà, complessità e follia. E che questo non fa altro che valorizzare il lettore: è un elogio delle sue capacità.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “Nulla è ciò che sembra./Alle spalle nulla/alla faccia un muro/la parete di una cella/ma se chiudo gli occhi…/un pianoforte”.
    Ecco le immagini che proliferano, si incontrano e si rincorrono nella poesia, profonda e realistica, dai toni insieme violenti e dolci, di Michela Orsini.
    Un nodo inestricabile di sentimenti che a volte con rabbia, altre con amaro sorriso, altre ancora con sdegno e disincanto, gridano la quotidianità più semplice attraverso una riflessione complessa, uno svisceramento profondo dei segreti dell’animo che combatte contro una miriade di sentimenti come l’assenza, la paura, il vuoto, la solitudine, l’amore, e contro una società ingiusta e quasi incomprensibile.
    “La raccolta, costellata da inquietanti interrogativi, rivela profonde incertezze e continue lacerazioni, attraverso una martellante sintassi del dubbio”: con queste parole descrive la poesia della Orsini la prof.ssa Rossana Esposito nell'autorevole prefazione alla raccolta. 
    Ed ugualmente unico è anche il connubio che esiste in questi versi tra la retorica e la modernità, la tecnica poetica e la libertà di suoni e parole: similitudini, ossimori e metafore sono imbrigliate in un lessico attuale e spesso feroce, che rende il risultato davvero originale e unico; d'altronde uno dei versi simbolo di questa poesia recita “Differenziarsi è un dovere./ Un alibi”.
    “E’ una ricerca continua/di mani/di occhi/di nuove sensazioni/di stare comoda/in un altro corpo”, dice ancora la poetessa, riassumendo il senso di “scomodità” che pervade tutte le liriche, quasi una continua opposizione alla superficialità, a qualunque schema predefinito che sia letterario o esistenziale, in un continuo affanno per la ricerca di una lontana e incomprensibile felicità.
    Sotto forma di telegrammi o di lunghi sfoghi, queste parole entrano direttamente nel vissuto del lettore e sembrano “scavare” proprio dove fa più male, nelle debolezze e gli interrogativi di ciascuno di noi.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Uno stile limpido ed equilibrato racchiude ansimanti riflessioni, appassionati pensieri e immagini profonde. Questa la caratteristica più affascinante della poesia di Federica Giordano che sceglie di misurarsi apertamente con i classici, con l’eleganza e la perfezione del verso e delle parole per disegnare sensazioni ed emozioni forti, mai superficiali ma sempre traboccanti di sentimento.
    “Risento di un panteismo rinato./Tutta la terra/è gravida di noi/e l’universo compensa”: è proprio tutto l’universo ad essere oggetto di questa riflessione, che spazia dalla poesia stessa all’idea e l’esperienza della morte, dall’amore alla pura sensualità, dalla natura alla “scoperta del dolore”. Queste suggestioni sono espresse in un linguaggio raffinato, che unisce una continua ricerca di eleganza al perpetuo desiderio di musicalità, di cristallizzare le immagini in un momento fuori del tempo.
    Attraverso le metafore, le sinestesie e le similitudini ben orchestrate, sembra di rivivere tra le liriche lo stesso cammino del cuore dell’autrice, prima ingenuo e aperto poi disilluso e cupo, che arriva a nutrirsi di “zone d’ombra”. Proprio per questo la raccolta dedica una serie di poesie al tema dell’amore, in un delicato equilibrio tra versi dal sapore assolutamente classico e “lontano”, ed esperienze vive, appena vissute, ancora palpitanti, che lasciano in bocca il sapore del loro abbandono: “tendi i tuoi lacci d’amore/ e la musica del mio petto/ la bevi a grandi sorsi”.
    Ancora più simbolicamente la raccolta si chiude con un sonetto – anche questa una scelta difficile e stilisticamente esemplare – dedicato a Margherita, il personaggio di Goethe che meglio di qualunque altro riassume la tensione contenuta nella poesia di  Federica Giordano: una parola classica ed equilibrata racchiude un cuore appassionato e animato da “diabolico” furore.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • “Nel mio stesso viaggio/sono esiliata/dispersa tra i miei passi/smarrita da quella meta/che come miraggio/ha offuscato i sensi”.
    La poesia di Ersilia Anna Petillo è una poesia di ricerca, di viaggio, di continua tensione verso una meta impossibile da raggiungere. Una sorta di vagabondaggio tra gli interrogativi eterni dell’esistenza, le paure più recondite ma anche più umane che ciascuno di noi nasconde dentro di sé, come il tempo che passa, il cielo che nasconde l’infinito, il senso ultimo di ciò che ci circonda.
    Rincorrendo questa ricerca di risposte, la voce della poetessa si concentra sul mondo così come le appare, sulle scene di tutti i giorni, ma trasformando la realtà attraverso uno sguardo ingenuo, inquieto, “romantico” nel senso più profondo del termine, creando immagini grandiose e simboliche, vibranti e multistratificate. Ad esempio, al tramonto “l’orizzonte muore/divorato dalle fiamme./Sorgono generate dalla terra/e le invadono mentre/si agitano immobili”; le città alla sera appaiono “bramate dai peccati dell’uomo”, ricche di “grida, lamenti, furtivi inganni” in cui il cielo non esiste più, “ce ne siamo cibati/sazi per l’eternità”.
    E anche l’amore viene descritto in tutta la dolcezza di desideri semplici e schietti (“vorrei/ lasciarti rincorrere/ spazi infiniti/…e tenerti per mano/ e seguirti”), nella bellezza del sentimento quando esplode come una melodia (“Sei quella melodia che non ho mai udito/una parola mai proferita/un profumo mai sentito”), nella sensualità che delicata vibra nel desiderio dell’altro (“le stesse labbra al passaggio delle tue dita/vibrano/come la terra trema/ …. il corpo si rianima/i sensi vivono”).
    Attraverso parole semplici e dirette questi versi esprimono la continua tensione verso la verità, verso il segreto dell’essere, verso una risposta che sta forse dietro il muro e i cocci di bottiglia di montaliana memoria, oltre le apparenze e gli schermi dell’esistenza.
    Per questo la figura prediletta dalla Petillo è l’ossimoro, che rende perfettamente quel senso di sospensione, di cui è pervasa la raccolta, tra desiderio assordante di vivere e dolore per la consapevolezza della precarietà dell’esistenza. Ma tra tutte le solitudini, le paure e le incertezze, questa poesia trova comunque una via d’uscita, una scintilla di salvezza: nello “spazio di un deserto un soffitto pieno di stelle”.

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    recensione di Sabina Mitrano

    • Zorro
    • 20 settembre 2011 alle ore 10:08

    "I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità." 
    E' questo l'incipit folgorante di "Zorro. Un eremita da marciapiede" , monologo teatrale scritto da Margaret Mazzantini. Zorro è un barbone, un uomo che ha deciso di abbandonare la civiltà, di spogliarsi di tutte le sovrastrutture, della zavorra rappresentata dalla società. Zorro prende la parola e ci racconta di sé, del suo passato, della sua infanzia, del suo primo cane, della sua prima difficile amicizia. L'autrice parla attraverso il personaggio e il processo di immedesimazione è così perfetto da far quasi "sentire" la voce del barbone, una voce violenta, fatta di rabbia, di disillusione e di odio per un destino che ti cade addosso e ti schiaccia. "Zorro" è il racconto di un barbone che impersona metaforicamente l'essere umano, l'uomo dei nostri giorni che si sente solo anche in un mondo dove sembra non mancargli nulla. E' un percorso di vita quello di "Zorro", un breve e veloce viaggio di un uomo che, dal punto più lontano della società, dal selciato dell'esistenza, guarda alla vita con occhi diversi e pericolosamente profondi. Perché la profondità in una società fatta principalmente, se non solo, di superficie è un pericolo. E "Zorro" lo sa.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Italia, 1906. Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, pubblica il suo libro di esordio, "Una donna". Il romanzo parla di un matrimonio violento e della chimera di una vita sempre sognata, in cui soddisfare le proprie esigenze intellettuali ed esercitare la propria libertà d'espressione. Ne nasce l'esigenza di fare una scelta: andare o restare? Lo scandalo di una madre che abbandona il proprio figlio per pensare a se stessa avrebbe vasta risonanza anche oggi, figurarsi nel primo Novecento. Abbiamo alla fine un'opera fortemente autobiografica, dalla narrazione sofferente, a tratti vittimistica perché bisognosa di giustificare dei comportamenti facilmente attaccabili dall'esterno, specie da una società rigorosa e bigotta. Il messaggio che rimane è valido al di là dai secoli: tutti, non solo "una donna", hanno necessità di essere ascoltati.
    "Un libro, il libro... Non lo avrebbe mai scritto nessuno? Nessuna donna v'era al mondo che avesse sofferto quel ch'io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate, gli ammonimenti ch'io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?" (Sibilla Aleramo)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Le lettere che la scrittrice Sibilla Aleramo, alias Rina Faccio, e il poeta Dino Campana si sono scambiati tra il 1916 e i 1918 sono state raccolte in questo carteggio curato da Bruna Conti e nel 2002 hanno ispirato anche un film diretto da Michele Placido, con Laura Morante e Stefano Accorsi. L'amore tra i due, lui più giovane di lei di 9 anni, si consuma attraverso l'Italia e a leggerlo si resta soggiogati: la passione si mischia a letteratura e realtà, la poesia ai telegrammi con orari e luoghi di appuntamento. Le parole diventano ponti per raggiungersi attraverso le attese. Mentre personaggi incontrati nella vita quotidiana, come Walt Whitman e la scrittrice svedese Astrid Ahnfelt, fanno capolino tra una riga e l'altra, le riflessioni e le incertezze di un amore a distanza diventano brani meravigliosi della letteratura italiana del primo Novecento. Un esempio su tutti: è a Sibilla che Dino Campana dedica la nota poesia "In un momento" (In un momento | sono sfiorite le rose...).

    "Ma stasera mi sembra che io mai mi sia sentita davanti all'amore così piccola cosa oscura. Dopo tutto quanto ho vissuto e voluto, dopo aver benedetto ogni sforzo e ogni martirio credendo ogni volta di crescere e d'adunar luce in me, come mi trovo davanti a te! E se tu sapessi il disprezzo che ho per queste stesse parole con le quali cerco come d'inginocchiarmi. Tacere, non dovrei che tacere, aspettando" (Sibilla Aleramo)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Le lettere che la scrittrice Sibilla Aleramo, alias Rina Faccio, e il poeta Dino Campana si sono scambiati tra il 1916 e i 1918 sono state raccolte in questo carteggio curato da Bruna Conti e nel 2002 hanno ispirato anche un film diretto da Michele Placido, con Laura Morante e Stefano Accorsi. L'amore tra i due, lui più giovane di lei di 9 anni, si consuma attraverso l'Italia e a leggerlo si resta soggiogati: la passione si mischia a letteratura e realtà, la poesia ai telegrammi con orari e luoghi di appuntamento. Le parole diventano ponti per raggiungersi attraverso le attese. Mentre personaggi incontrati nella vita quotidiana, come Walt Whitman e la scrittrice svedese Astrid Ahnfelt, fanno capolino tra una riga e l'altra, le riflessioni e le incertezze di un amore a distanza diventano brani meravigliosi della letteratura italiana del primo Novecento. Un esempio su tutti: è a Sibilla che Dino Campana dedica la nota poesia "In un momento" (In un momento | sono sfiorite le rose...).

    "Ma stasera mi sembra che io mai mi sia sentita davanti all'amore così piccola cosa oscura. Dopo tutto quanto ho vissuto e voluto, dopo aver benedetto ogni sforzo e ogni martirio credendo ogni volta di crescere e d'adunar luce in me, come mi trovo davanti a te! E se tu sapessi il disprezzo che ho per queste stesse parole con le quali cerco come d'inginocchiarmi. Tacere, non dovrei che tacere, aspettando" (Sibilla Aleramo)

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    recensione di Cristina Mosca