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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Il romanzo dello scrittore giapponese Yukio Mishima, dato alle stampe nel 1954 racconta una semplice, seppur contrastata e spigolosa storia d’amore tra due giovani ragazzi. Le vicende narrate hanno luogo nell’isola giapponese di Uta-Jima,l’Isola del Canto. Il giovane pescatore Shinji, capace ed instancabile pescatore, incontrerà gli occhi della giovane Hatsue, figlia di una ricca famiglia dell’isola, da poco ritornata nei suoi luoghi natali dopo un periodo di adozione. Il loro amore, fin da subito sincero, puro e passionale, si troverà tuttavia ostacolato da diversi motivi di contrasto e problemi che sorgeranno nel corso della narrazione, tuttavia sempre incapaci d'intaccare la realtà e la purezza del sentimento esploso tra i due amanti. Yasuo, coetaneo di Shinji, prepotente e benestante, farà di tutto pur di attirare le attenzioni della bella Hatsue verso di lui. I genitori di quest’ultima, sovente rappresentati dalla rigida ed autoritaria figura del padre di Hatsue, rappresenteranno per chiunque volesse avvicinare la giovane figlia, un insormontabile ed ostile barriera. Il comune denominatore alla serie di vicende che si alterneranno nel corso della storia sarà il mare. Lo scrittore nipponico riesce a far costantemente emergere la presenza del mare tra le pagine del suo romanzo, alternando e porgendo al lettore la voce cristallina delle onde, i ruggiti del mare in tempesta, il lavoro e le fatiche dei giovani pescatori, la passione e l’attaccamento di un’intera comunità al mare ed ai suoi doni quotidiani.
    Con una scrittura semplice e scorrevole, lineare e mai disarmonica, Yukio Mishima si dimostra abile nel descrivere paesaggi e panorami, senza mai essere tedioso e cavilloso nonché dotato di una sottile vena poetica che rende ancor più dolce l’amore tra due giovani anime che si vuole portare a conoscenza del lettore.
    “Il ragazzo sentì che esisteva un perfetto accordo fra lui e quell’opulenza della natura circostante. Trasse un profondo respiro e fu come se una parte di quell’invisibile che costituisce la natura avesse permeato l’intimità del suo essere”.
    Si rimane immediatamente rapiti dalla purezza della scrittura, perfetta similitudine della purezza dei sentimenti che si evidenziano nel racconto, nonché del chiaro intento di dare voce ad un mare ed alle sue onde, quasi certamente sibillino ma reale protagonista del romanzo in questione.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Ho pensato ogni istante alla penna leggera e disincantata di Daniel Pennac leggendo il romanzo  “Giallo di zucca” di Gaia Conventi, già vincitrice del Mystfest – Gran Giallo Città di Cattolica 2009 con “La morte scivola sotto la pelle” (Giallo Mondadori). In “Giallo di zucca” l’autrice onora con l’ambientazione, quella Ferrara che ha conosciuto vivendoci diversi anni, parlando del palio (“quello vero, s’intende”), delle strade, dell’atmosfera. È una Ferrara presentata come teneramente e irresistibilmente provincialotta, senza tuttavia scalfire la voglia di andare a visitare quei luoghi così eleganti, pigri e leziosi.
    Protagonista del libro è Luchino, un fotografo che lavora con la polizia (un “fotografo di morti”), fedele amico di un cane che, come fa notare nella prefazione la presidente della provincia di Ferrara Marcella Zappaterra, sembra quasi disneyano nelle reazioni e nei guai che combina, regalando al lettore scene gradevoli di stacco. Ho pensato a Pennac anche per la presenza di personaggi somiglianti a macchiette umoristiche, a partire dal Pierfi, il cugino che si laurea e che fa tornare Luchino a Ferrara, per passare alla sua famiglia e ai diversi commissari; questi personaggi sono dipinti in sferzanti tratti caricaturali, ma, straordinariamente, non per questo sono inverosimili. La narrazione è portata avanti in prima persona e costringe a guardare, da un punto di vista limitato, una vicenda che si infittisce sempre più, e quindi a raccogliere insieme al protagonista voci di quartiere, intuizioni e piste.
    La curiosità di venirne a capo, così, aumenta, e alcuni divertissement narrativi ad un certo punto sembrano quasi d’intralcio nella lettura, perché si vorrebbe trovare presto il bandolo della matassa. Ironia, attenzione per il dettaglio e abilità narrativa rendono la compagnia di questo libro piacevole e costante. Cosa lega le morti che stanno sconcertando la pacifica Ferrara? Chi è l’assassino delle favole? E soprattutto, Luchino alla fine si sposa oppure no?
     
    “Non scordiamoci che Ferrara è un paesone e si traveste da città solo quando arriva Abbado al Comunale, nel restante fluire di lunario, invece, ci tiene ad avere la sua aria paciosa e un tantino provinciale, ma guai a farglielo notare. Ferrara è come una bella donna, ne vanno citati solo i pregi… tutte le belle donne sono un tantino permalose!” (Gaia Conventi)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Esther Hillesum, detta Etty, è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima della Shoah. Il Diario fu scritto ad Amsterdam tra il 1941 e il 1943, probabilmente su indicazione dello psico-chirologo ebreo-tedesco Julius Spier, di cui Etty fu inizialmente paziente e con il quale ebbe un forte legame; il libro è un dettagliato resoconto degli ultimi due anni della sua vita.
    Diversamente dal Diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.

    Nelle prime pagine ho fatto un po' fatica ad entrare nel mondo di Etty, ma penso che si per il fatto che la scrittura mi ha sorpreso e destabilizzato, una scrittura così intima, quest'anima torbida, che lucidamente si interroga, evolve, si rattrista, stimola ogni sua parte sensoriale. Ci sono dei pezzi da sottolineare completamente: "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo [...]". Certo non siamo nient'altro che osservatori distanti dell'abominio terreno, siamo spettatori, cronisti, o semplicemente degli stupidi inetti. Etty ha il coraggio di scegliere, di interrogarsi, di guardare dentro di sé, e di rivedere ogni suo parametro d'intimità, solo così raggiungendo la libertà. La stessa che molti non sono riusciti a trovare, perché per essere veramente liberi bisogna stare in sintonia con il proprio oceano interiore, ed Etty ormai pian piano aveva imparato ad usare i suoi remi.
    Etty Hillesium è riuscita a trovare il suo universo interiore che non è quello del disordine, ma è quello di un mare che ti trasporta, ti fa navigare, ti fa sguazzare nell'assoluta Pace. La stessa Pace con cui brutalmente ha combattuto e ha vinto, a dispetto dei disordini esteriori, che sono vacillamenti. Ma niente può quando c'è un animo in equilibrio, e quell'apparente rassegnazione, anche forse un po' opaca per il suo carattere è solo il segno di una consapevolezza del mondo, di quel mondo che lei è stata costretta ad osservare, tristemente, quasi fosse una tortura, l’ultima.

    "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo. O tutto è causale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Capita raramente di leggere poesie sorridendo: ma non ci si può impedire di farlo, leggendo la raccolta di Giuseppe Terracciano.
    Brevi, folgoranti intuizioni, anche dolorose, amare riflessioni; tra queste, ci soffermiamo su "Stanno passando": è sufficiente il titolo di questa poesia sobria e raccolta, con a fianco la foto di una solitaria strada imbiancata di neve, a darci la sensazione immediata di una desolazione senza ritorno.
    Delusione e sì, sorridente, ecco quanto ci offre la tenera lirica intitolata "Che 'tte devo dì": in pochi versi viene tratteggiato elegantemente un amore finito, ma con una straordinaria capacità di mettersi in causa in prima persona.
    Bellissimo, veramente da leggere e rileggere, il testo di "Fratello dormi tranquillo", versi stretti e acuti e quella chiusa formidabile "Non lascerò che morda i tuoi sogni", accompagnato dal disegno così evidente e così parlante.
    Da non mancare poi, in "Profondità", l'immagine dei due mari che si incontrano, simbolo chiaro dell'incontro fra due persone: e quanto di sommerso e quanto di non detto, con la chiusa illuminante che ci riporta con tanta umana umiltà alla nostra incapacità di rispettare gli altri.
    Si legge con piacere il "Quaderno delle citazioni"; da apprezzare  in particolare l'Epitaffio: brevissimo, folgorante, un lampo di genio divertito.
    Un testo agile, che si presta a parecchi livelli di lettura, e che lascia supporre una capacità introspettiva unita ad una eleganza di stile davvero notevole.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Durante la stesura di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, nel 2006, David Grossman ha perso suo figlio nella guerra del Libano. Aveva l’illusione, scriveva, che il libro lo proteggesse. Non è stato così. In “Caduto fuori dal tempo”, scritto sei anni dopo il lutto (2009-2011, pubblicato in Italia nel 2012), Grossman rompe il silenzio con il mondo – a cominciare dal suo interiore – e affronta con immane fatica la profonda nostalgia, il senso dell’irreparabile che lo legano a questa tragica esperienza.
    Tutto quello che riesce ad elaborare è una narrativa frammentata, spezzata da continui a capo, enjambement, lamenti: un’operazione che immagino funzionare in lingua originale come una litania. Una preghiera.
    L’unica prosa lineare è quella del narratore, per l’esattezza un cronista, che si muove tra persone e voci diverse, tutte accomunate dalla perdita di un figlio. Ecco la madre che non si dà pace, ecco il padre che vuole andare “laggiù”, ecco un altro padre che invece non ne vuole parlare. Attraverso la tematica del viaggio vengono confrontate le rabbie, le disperazioni, i dolori che queste persone condividono, per guarirle, superarle… capirle? Certo ci sono cose che non hanno soluzione, e noi, dal di qua, non possiamo fare altro che accettarle, anche perché, per ogni persona che muore, dobbiamo prendere coscienza che la sua morte non muore mai.
    Libro da maneggiare con cura e con rispetto, perché è molto intenso.
     
    “Io
    immancabilmente penso: come posso
    passare a settembre
    mentre lui rimane
    in agosto?”
     
    “Vorrei imparare a separare
    i ricordi
    dal dolore. O per lo meno una parte di essi,
    per quanto è possibile, perché non tutto il passato
    sia così intriso di dolore.
    In questo modo potrei ricordarti ancora di più,
    capisci? Non avrò paura ogni volta
    del bruciore dei ricordi.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho scelto questo romanzo perché mi piacciono i gialli, amo i dialetti e sono appassionata di gastronomia.
    Non sono mai stata in Sicilia e ho pensato di incontrare quella terra attraverso il suo dialetto e i suoi sapori.
    All'inizio non si capisce nulla: il libro pare un gomitolo di lana molto intricato.
    Il commissario Montalbano è alle prese con un triplice delitto: vengono trovati morti uccisi un "picciriddu" - un giovane - e due coniugi "vecchiareddri".
    Fra i tre sembra non esserci alcun legame; si vedrà, invece, nel corso della narrazione, che esisteva tra loro uno stretto rapporto.
    La matassa del romanzo si dipana piano piano fino a sciogliere completamente tutt i nodi e, dopo tanti colpi di scena, si giunge ad un finale inaspettato ma molto, molto logico.
    Andrea Camilleri possiede la capacità di far entrare realmente il lettore nella trama: c'ero anch'io, sull'autobus per Tindari, accanto ai coniugi Griffo, quel sabato...
    Ero lì al commissariato di Vigata con Montalbano, Mimì, Catarella, Fazio a condividere gli sviluppi delle indagini.
    Ero anche presente ai pranzi e alle cene del commissario per assaporare le prelibatezze della gastronomia siciliana.
    In un giorno e una notte ho concluso la lettura.
    Sono rimasta affascinata da come il libro è stato scritto, da come sono stati ideati i personaggi le cui vite, pur tanto diverse,si incastranmo a meraviglia l'una nel'altra come un perfetto intarsio.
    Ma soprattutto sono rimasta colpita dalla forza espressiva che il dialetto di Camilleri sa dare alla narrazione.

    [... continua]
    recensione di Lidia Taffurelli

  • “Quanto pesa quello che siamo? E quello che abbiamo?”
    È una lista di sogni, questo romanzo. La lista, appunto, è quella della spesa che finisce nel carrello affittato al supermercato. Due donne, Erica e Tea, spiano il contenuto del mezzo che per natura della logica arriva alla cassa. Non si parlano, non si conoscono. Ma si ammirano. Una è famosa, l’altra no. Una è la protagonista della serie tivvù “Testa e Cuore”, l’altra sembra essere l’appassionata casalinga che non perde una puntata della recita televisiva. Tutto sembrerebbe raccolto in questo crogiuolo di sentimenti. Ma c’è molto altro. Il romanzo racconta la vita che già di per sé è un sogno. Il sogno, appunto, di Erica che conosce Tea per la sola visione fascinosa. La battezza come “signora Cunnigham”. È un punto di riferimento. Chiara Gamberale è nata a Roma nel 1977. “Le luci nelle case degli altri” è il suo romanzo di rilievo.  Scrive “quattro etti d’amore, grazie”, uscito nel duemilatredici, caricando le pagine con chili d’emozione. I personaggi prendono vita e, seppur ragionevolmente ricchi di passione come si conviene al romanzo, trasmettono il fascino della vita comune. Non è un caso se il centro della vicenda, quello che dà il massimo spunto di riflessione, si specchia al supermercato che è traduzione alimento della sopravvivenza. Una lista di sogni appassionati sugli scaffali. Interverranno altri personaggi: i mariti, i figli, la madre, l’Isolachenonc’è, Wendy e PeterPan. L’amore. Duecento-trentadue pagine che scorrono come un fiume calmo. Duecento-trentadue pagine scritte con cura dei particolari: grammatica, sintassi, colla appiccicata al petto che non si stacca fino alla fine. “Testa e Cuore”, appunto.

    “Ora capisco perché da quasi un mese al supermercato non la vedevo più, e perché oggi ha fatto quella spesa, a modo suo ricercata, proprio lei che va sempre di fretta, inseguita da tutto il suo da fare. Certo, la Fidelibus e il marito vorranno passare una serata romantica, vorranno mangiare una zuppa come si deve, se pure pre cotta, bere un buon bicchiere di Cabernet e convincersi che, finché c’è la salute e c’è l’amore, c’è tutto”. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un salto nell’antica Roma
    di Francesco Primerano
     
    In tutti noi, la storia della Roma antica evoca impressioni sopite di imperatori e imprese eroiche di centurioni e legionari e sappiamo per certo che sono quelle le origini nostre e del mondo in cui, a distanza di millenni, ancora viviamo.
    Anche la legge Aquilia di cui il nostro Autore esplora tutti gli aspetti, mostrando una competenza e una comprensione particolare, potrebbe essere considerata l’embrione da cui sono nate le leggi e i codici attuali su cui si basa il nostro vivere civile.
    Il trattato non è adatto a tutti, nel senso che non è un racconto né una raccolta di versi, ma Francesco Primerano rende l’argomento piacevole e interessante, proprio perché è evidente la sua conoscenza approfondita e la capacità di coinvolgere anche il lettore meno erudito con esempi che spesso riguardano episodi di vita quotidiana, perciò facilmente comprensibili.
    Perfino l’uso del latino che, a prima vista, potrebbe sconcertare chi delle lezioni di scuola ricorda a malapena qualche declinazione, alla fine, risulta perfettamente inserito nel contesto. Come si potrebbe, infatti, parlare di diritto romano senza le opportune citazioni nella lingua del tempo?
    Quindi, alla fine della lettura che scorre rapida e gradevole grazie alla chiarezza dello stile e alla capacità divulgativa dell’Autore, potremo sicuramente dire di avere imparato qualcosa di nuovo e, forse, troveremo molte similitudini perfino nelle regole dell’attuale società, quella del terzo millennio.
     

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Il titolo del libro non vi tragga in inganno. L'opera di Francesco Primerano non è un manuale su come utilizzare i due social network: è molto meglio.
    Un viaggio, attraverso pensieri, aforismi che compiamo senza accorcene dal momento che apriamo Facebook o Youtube.
    Tanti cercano nel fiume di informazioni un proprio genere, un gusto musicale o un video divertente per rilassarsi, ci si iscrive in gruppi perché si condividono gli stessi interessi, si vuole gridare a tutti come la si pensa o semplicemente abbandonarsi a ricordi ed emozioni che solo noi possiamo apprezzare.
    Accompagnati idealmente dalla musica di sottofondo di grandi artisti italiani come Mina, Vasco Rossi, Renato Zero o internazionali come Beatles, Pink Floyd, Queen sono anch'essi compagni di pensieri ed emozioni.
    Facciamo dei due social network a volte un uso spropositato, ma proprio quell'abuso ne è costante linfa per chi accede ad un computer e cerca di comunicare ed assorbire esperienze dagli altri.
    Cambia il modo di reperire le informazioni con Facebook & Youtube, cambiamo noi stessi, ma è un continuo incontro e scontro tra generazioni.
    Io stesso non posso fare a meno di condividere i pensieri di Primerano, sondo Youtube alla ricerca di video divertenti o di guide per accrescere le mie conoscenze, o cerco amici di un tempo e di oggi e parenti vicini e lontani su Facebook, per condividere interessi, notizie, arrabbiature e sfoghi, magari con la speranza di lasciare un segno positivo per chi aprirà quella pagina dopo di me. 

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

    • 3 Cuori
    • 17 ottobre 2013 alle ore 21:12

    Rimembranze

    E mi sovviene di te,
    tra i respiri del vento che odorano di mare,
    di melograni rossi spaccati dal sole,
    di arance succose,
    di croccante con mandorle tostate, miele e cannella.
     
    Sei ricordo goloso.

    Questa è una delle 69 liriche di Annamaria Citino, inserite nel libro "3 cuori", edito da Melino Nerella Edizioni.
    Poesie che parlano d'amore all'amore.
    L'amore delle tre C, non solo vissuto con il cuore ma, contemporaneamente, anche con il cervello e con la carne.
    Una scelta, quella di Annamaria Citino, che, pur non esaurendo in una sola volta il complesso spettro di sfumature che caratterizzano il suo modo di sentire e di fare poesia, certo ne connotano la tematica preferenziale: l’esplorazione di temi dell'eros (ma fuggevolmente anche dell’agape) non completamente svelati o da troppo tempo tenuti nascosti, intesa sia come intima autoanalisi e come opportunità di riflessionestimolo di vita per chi alla sua lirica si accosta in veste di lettore.
    Annamaria, sveste l’anima, letteralmente, tra i suoi versi.
    Impudica, ma sempre perfettamente candida, racconta ciò che molte altre donne, per timidezza o ipocrisia, non confesserebbero mai: l’importanza del corpo in un rapporto sentimentale, sia esso discendente dalla mente oppure dal cuore. Vivere pienamente la propria sessualità, senza see senza ma, è, per la poetessa siciliana, il segreto per accettarsi e consapevolmente proporsi come persona.
    La sua lirica scivola sopra e sotto le lenzuola senza mai tentare di nascondersi dietro a involuti giri di parole e, al tempo stesso, mantenendosi sempre nei confini del buongusto.
    Se Gesualdo Bufalino avesse letto i suoi versi l'avrebbe amata sicuramente e questo libro, probabilmente lo avrebbe descritto come “ballata delle dame del tempo che fu” nel suo romanzo "Argo il cieco"
    Perché Annamaria, perfetta nell’eterna gioventù della sua semplice lirica, sembra rientrare proprio nei canoni della donna solare nelle cui vene scorrono, mischiate al sangue, passione, tradizione e cultura mediterranee.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Un'economista cum laude che, con questa monografia, esordisce sul panorama scientifico del diritto e dell'economia.
    L'opera analizza un particolare aspetto del diritto della concorrenza: quello delle intese verticali. L'analisi prende le mosse dalla legislazione europea, per arrivare a studiare l'amalgama che si crea con la legislazione interna.
    Un libro prezioso per tutti gli operatori del diritto, della scienza economica e per i professionisti.

    [... continua]
    recensione di Basilio Antoci

  • “Masochismo? Esorcizzazione di altre più riposte paure? Esteriorizzazione delle nostre nevrosi? Fatto sta che a quasi tutti noi piace moltissimo leggere di cose paurose, pagine piene di tensione, gialli che ci eccitano. È stato sempre così, e del resto è noto come il racconto capace di suscitare emozioni di raccapriccio e paura sia una delle più persistenti espressioni della cultura dell’uomo: una risposta, evidentemente, a certe sue onnipresenti esigenze psicologiche.”

    Queste parole che hai appena letto arrivano dall’introduzione al libro. Niente di più vero poteva essere scritto. Il pianeta editoriale giallo è da anni molto apprezzato dal pubblico lettore. Personalmente “I delitti della Rue Morgue” è il primo reale capitolo che leggo basato su tale mappatura. Poe è un Maestro di questa arte scriteriata e ci tengo a dare merito alla lettera maiuscola che ne descrive l’onorificenza perché l’autore americano è stato il primo a creare con la penna un poliziotto detective. Parlo del Monsieur Dupin, protagonista della storia e personaggio di ispirazione per Conan Doyle, padre fondatore del famoso Sherlock Homes. A rendere merito al Dupin di Poe c’è la teorizzazione del caso di studio. Mi spiego: una volta consumato il delitto, Dupin percorre a ritroso il tragitto che avrebbe fatto l’assassino cercando di entrare nel suo progetto. Si chiede: cosa avrei fatto al suo posto? Così giunge alla risoluzione del caso. E così accade anche nei “I delitti della Rue Mourgue” dove è lo stesso Poe a funzionare da investigatore. Chi ha ucciso la fanciulla bellissima? Perché lo ha fatto? Sarebbe un delitto rispondere, adesso, a queste domande. Il consiglio recensore è quello di leggere il libro. Magari seduti sulla poltrona davanti al camino e sul lato destro un quotidiano aperto sulle pagine della cronaca. 

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Dopo aver letto “La vita accanto”, libro con cui nel 2010 ha vinto il Premio Calvino e si è classificata seconda al Premio Strega 2011, ho letto “Il tempo è un Dio breve”.
    Ildegarda è una donna che vive costantemente nel suo passato, cerca di scrutare in esso per dare un senso al presente. Idelgarda è una giornalista importante, che ha anche una grande passione per le piante, che cura senza mai stancarsi, ne acquista di sempre nuove. In fondo ogni pianta ha la sua storia, e un modo per accudirla.
    Lei è una madre che cerca il senso della vita, che vive in bilico, che si rifugia nel misticismo e nella religione per trarre la forza di affrontare ogni nuovo giorno, così diverso dai precedenti. Sposata con Pierre, che un giorno la lascia sola, scappa e va via, senza tanti convenevoli, rimane sola, smarrita, naviga nella vuotezza dei giorni incolori.
    Ma l’amore vero della sua vita è lì, e non è fuggito: Tommaso. Lui che sin da piccolo ha dovuto combattere il pregiudizio, la maldicenza, quella fastidiosa dermatite che l’aveva marchiato, come mucche al macello.
    Una delle poche persone che si è presa cura di lei è Marguerite, sorella di Pierre, che mostra un amore senza limiti: generosa, buona, tranquilla, forse anche perché a lei Dio aveva tolto il dono della fertilità.
    Grazie ad un amico oltremodo silenzioso, ma a dispetto di ciò pieno di saggia virtù, Ildegarda e il piccolo Tommaso si rifugiano in un albergo in Alto Adige ed è qui che due destini afflitti da uno stesso male verranno a contatto: “[…] Venivano entrambi da mondi pieni di parole che non ci avevano salvato dal dolore e dalla paura e in quell’amore muto soffocato sotto il piumone strappato dal letto cercavamo una conferma alla promessa, nata col mondo, che l’amore non finisce, che la morte non è l’ultima parola”.
    Tra Ildegarda e Dieter pian piano nascerà una feconda complicità, malgrado la loro lontananza data da differenti confessioni religiose, e il loro punto comune sarà la fede e l’amore per l’altro. Per Tommaso. Dieter anche lui ha avuto una vita divenuta mancante: la morte del piccolo Martin, e l’abbandono di sua moglie Marie.
    Il libro è molto variegato, l’autrice sa inserire citazioni bibliche nel testo, ma sa anche rovesciare la narrazione presentandoci la sensibilità femminile, la maternità, il dolore, la paura, ma ancora la ricerca della fede, la preghiera, il rapporto con il sacro.
    Si cerca la salvezza nella fede, nella superiorità del creato, nella bellezza della natura e del mondo, con le sue descrizioni e visioni affascinanti: “[…] Il problema era la notte, quando i ladri e gli assassini si dedicavano più volentieri ai loro delitti, quando più facilmente l'auto di chi usciva dalle discoteche o dai ristoranti si schiantavano contro muretti e platani e quando l’oscurità silenziosa allettava gli aspiranti suicidi offrendo loro l’immagine della nera quiete”.
    Si cerca una risposta, un senso che rimarrà amorfo, incompiuto come la sua anima, che ormai è spezzata, e come quel Dio che è assente, che rimane impassibile davanti a tutte le grida del mondo, a tutto quel dolore silenzioso.
    “Il tempo è un Dio breve” è un dialogo con la vita, con la paura di perdere un figlio, contro i perché di numerose sconfitte, una sfida, ma allo stesso tempo un gioco che porta a credere e a divenire consapevoli che la vita è in noi, ma anche negli altri.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Trailer Letterari” di Angelo Capotosto è sicuramente un libro dai molti aggettivi; composito, per sua stessa natura, e anche tripartito: in forma, contenuto e struttura. E quest’ultima è la protagonista, la padrona, la più funzionale delle parti. L’idea originale da cui trae sviluppo l’impianto di un esordio narrativo che si sforza di riunire in un sol colpo, e in trenta micro-racconti, nozione e riflessione, mente e viscere, ragione e sentimento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il cinema, oltre a essere un’arte, è anche una passione, e che come in tutte le cose affini, come in tutti gli amori veri, convive un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, un’ala razionale e l’altra d’impeto. Però ciò che di “Trailer Letterari” balza subito all’occhio è la capacità di schematizzare, l’aver creato un gioco costituito da tessere che s’incastrano, ciascuna contenente un triplice riferimento - un film, una citazione e la liberissima elaborazione in forma di racconto del concetto che li lega -, ciascuna che rimanda all’altra in virtù di un ‘unicum’, di un filo conduttore latente. Che forse è il tentativo di un uomo di narrare le sue trasformazioni e il modo in cui cozzano con l’universo mondo. Allora il gioco si fa serio, a suo modo e non più di tanto, e sbanca le emozioni quando si attiene alle esperienze concrete, alla ‘finzione del reale’: è quel che capita nei casi di “Ti presento i miei/Casa dolce casa”, “Il curioso caso di Benjamin Button/L’esperienza” e “Mi presenti i tuoi?/Stillicidio”, ammantati di una sincerità che il più delle volte manca perché nascosta, laddove non dal sarcasmo, da una certa forma di ironia da social network, di umorismo ai confini del cinismo. Nel primo caso Capotosto prova a commuovere, nel secondo a divertire. In ambedue, si vede che si è divertito lui per primo - e che probabilmente continuerà a farlo, per la gioia di chi s'è appassionato alle sue micro-pellicole esistenzialiste.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Franz Feldman, giovane insegnante di storia, agli inizi della sua carriera, elabora un progetto nuovo che consiste nel non valutare ciascuna verifica formativa e sommativa, ma di assegnare un voto solo alla fine dell’anno scolastico, perché i discenti sviluppino appieno le loro capacità intellettive e umane, mettendo da parte rivalità ed invidie a vantaggio di un apprendimento sereno e responsabile.
    Il messaggio del progetto si può riassumere nell’aforisma di Martin Luther King: "Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetivi a farlo appassionatamente". Così il docente Franz, secondo i dettami di Montaigne, è colui che lascia gli allievi migliori di quanto li abbia trovati, mentre  essi platonicamente partoriscono la loro verità.
    Il progetto, in una scuola quale quella attuale arroccata alla tradizione, incontra non poche ostilità, ma alla fine viene accolto da tutti i docenti, ad esclusione di uno, Karl Feldman, suo padre, che incarna la tradizione nella sua inflessibilità. Il motore di questa opposizione non è di natura meramente scolastica, ma risale a motivazioni che il romanzo svelerà. Particolarmente toccante il paragrafo secondo cui l’antico e il moderno sono a confronto in un dialogo tra padre e figlio che è scontro generazionale, dove Franz difende la sua posizione con una veemenza tale da spiazzare lo stesso acutissimo Karl.
    Lo scontro tocca il tema tagliente della relazione genitori-figli ed è tratteggiato con la penna della scrittrice Elisabetta Formisano, sempre molto abile e appassionata nella narrazione, pronta a cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi, molto bene delineati e approfonditi attraverso anche la tecnica dialogica che fa emergere le peculiarità di ciascuno. Perfetta è la figura di Bruno Bellini, docente gay, conquistato dalle argomentazioni e dal fascino del giovane rivoluzionario Franz, fino a sostenerlo per l’intera realizzazione del progetto, che incontrerà molti ostacoli, interruzioni e riprese.
    Il plot, ben costruito, vede l’intrecciarsi di altre storie: l’amore per Virna, la protezione nei riguardi dell’allieva Clara, ragazza misteriosa con delle turbe psicologiche difficile da gestire.
    Franz è proprio un professore che tutti vorremmo avere per la cura che ripone nel proprio ruolo, per lo sguardo magnetico, per l’attenzione nei riguardi di tutti i discenti, soprattutto i più bisognosi, aiutandoli a far emergere il meglio di sé. E’ un Socrate, un tafano d’Atene, una figura fastidiosa ai più proprio per la grandezza del suo animo, per il suo acume e la forza con cui spinge ad interrogarsi per far emergere quella verità che per definizione resta nascosta. Un professore stile don Milani, per cui promuovere significa portare i discenti ad un livello di avanzamento psicologico, umano e culturale.
    Da docente sento di poter dire che il libro della Formisano tratta una tematica di estremo valore e attualità in uno stile accattivante, plastico, mai scontato, in un fluire lineare e scorrevole di parti narrative e dialogiche.

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    recensione di Giovanna Albi

    • DeStino
    • 10 ottobre 2013 alle ore 20:10

    Il Destino ha una doppia faccia, si sa. Può essere un alleato come pure trasformarsi nel nostro peggiore nemico. Ma il Destino lo si può “fregare”, basta solo un po’ di coraggio. Davide sembra saperlo quando, subito dopo aver avuto un incidente, riesce a dare un biglietto a Sara: “Ti amo”, due piccole parole con un significato così smisurato da poter cambiare la vita alle persone. Si rincorrono tra le pagine i due ragazzi e noi lettori non possiamo fare a meno di immedesimarci nella loro storia. Vorremmo entrarci e spronarli, dargli qualche “dritta”, gettarli l’una fra le braccia dell’altro. Un ragazzo innamorato e una ragazza che dell’amore sembra avere paura. Un passo avanti di Davide, uno indietro di Sara e viceversa, fin quando non s’incontreranno.
    L’autore ci dà una dritta giusta con le sue “istruzioni di lettura”, il libro si legge tutto d’un fiato per sapere come andrà a finire e poi con calma lo si rilegge di nuovo, per “ascoltarlo” meglio: solo così si sentono le note, solo così vengono in mente le canzoni. All’inizio di ogni capitolo, infatti, ci sono due spazi per il titolo e l’autore della canzone che il lettore “assegnerebbe” a quel pezzo di storia. Da scrivere a matita, però! Perché un giorno, chissà, rileggendolo ancora, i titoli potrebbero cambiare.
    DeStino di Luca Clementelli è così: una breve storia scritta con infinito amore. 

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    recensione di Katia Guido

  • L’eternità di Roma, l’orgoglio di essere romani ma anche piccoli spaccati di quotidianità, raccolti a “quattro mani” dai bravi autori Davide Finesi e Gianmarco Fumasoli, emergono in “Roma secondo noi” con un  ritmo che, su sponde di poesia, ondeggia tra ottonari, senari accoppiati ed endecasillabi in vernacolo romanesco “dei nostri tempi”. Versi che, senza pretese, “riempiono er core”, invitano alla riflessione, rubano un sorriso.
    Una carrellata di liriche in sovraimpressione su foto in bianco e nero di Alceste Serbolonghi; i monumenti, i ponti, gli obelischi e gli angoli di Roma, sembrano accogliere le rime che, tramutate in farfalle, volteggiano ora sopra un campanile, ora sopra una cupola o tra i Fori, simulando il movimento di una città che non si ferma mai e che, al pari di una gran Donna, si presta al gioco, all’ironia di un poeta, perché sa di esserne la Musa ispiratrice.
    L’introduzione, nella presentazione ufficiale degli autori, vede gli stessi alternarsi alle prese con una “prosa ironica” che vicendevolmente li dipinge e li avvicina con una stretta di mano iniziale, tipica tra colleghi, per poi vederli stretti, nel caldo abbraccio, ideale dell’amicizia.
    Di-versi nella vita, in questo libro lasciano scaturire dal cuore l’identico, intramontabile amore per Roma.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Si può non essere d’accordo con Cesare Pavese. Non condividerne il pensiero, non accettarne la visione delle cose, delle persone. Si può prenderne le distanze, come lui fa dal mondo durante la stesura del suo diario - scritto in parte al confino, in parte in un’ampolla mentale continuamente scossa da un animo inquieto - ed allo stesso tempo riuscire ad amare, con combattuta e profonda tenerezza, “Il mestiere di vivere”: l’esposizione di una lunga serie di sussulti esistenziali culminata nel singhiozzo di uno dei ‘non-gesti’ più drammatici mai tradotti su carta. E mai riscritti in azione. Quindici anni di narrazione del narratore, di costruzione e decostruzione d’identità - un’identità drammaticamente consapevole dei suoi confini, condannata dalla propria stessa lucidità ad avere gli occhi costantemente bruciati dal sole; quindici anni di preludio, di significati preconizzati, di destini abbozzati e forse invocati. Pavese si frammenta per frammentare il mondo, preciso chirurgo dei fenomeni umani - dall’arte alla guerra, dalla poesia alle donne, dalla scrittura al sogno. Riflette, specula, amplifica; si perde e fa perdere, non senza tribolare e sospirare per la fatica, nei corridoi intricati del suo ‘filosofeggiare’ (tutt’altro che nel senso spregiativo del termine, ben inteso), fra i macigni delle sue definizioni, talvolta discutibili, altre volte folgoranti - come  «Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “Sembra olio”», oppure «Soffrire è sempre colpa nostra» - e nei flutti dei suoi flussi di coscienza puntellati di parole straniere (inglesi, francesi, greche) e di citazioni illustri. Certo, la sua misoginia - di matrice adolescenziale e di destinazione misantropica - urta non poco, e spesso il ragionamento è un filo che sfugge perché s’attorciglia su se stesso, in anfratti mai davvero sondati o definiti dove del vivere alberga, più che il mestiere, il montaliano “male”. Ma un libro come questo, prova di una vita non qualsiasi, non è di quelle opere a cui si può far rinuncia. Se non altro perché, con veemenza e passione che scuotono pian piano le fondamenta, fa pensare a come una mente del genere è mancata al mondo, e a come sempre mancherà.

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    recensione di Francesca Fichera

  • A Castle Rock succede sempre qualcosa. Anche l'apertura di un nuovo negozio in centro città può essere lo sfondo per una storia che ci catturerà l'anima. Cosa vende quel negozio? Chi è il proprietario? Di che colore sono i suoi occhi? E cosa vuole in cambio come forma di pagamento? Se uno volesse comprare il proprio sogno o desiderio più segreto potrebbe andare a cercarlo in quel negozio, che sembrerà aperto solo per voi. Se volete scoprire altro leggetevi il libro ma attenti a dove lo comprate.
    Stephen King utilizza ancora una volta Castle Rock luogo che ha ospitato storie come "Cujo", "La metà oscura", "Quattro dopo mezzanotte" e "La zona morta" ci fa calare abilmente nelle vicende dei suoi cittadini. L'ambiente quindi lo conosciamo e sappiamo che possiamo aspettarci di tutto.

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    recensione di Stefano Bergamasco

    • The Dome
    • 31 ottobre 2012 alle ore 7:58

    La vita è tranquilla in una cittadina americana di provincia immersa nel verde, collegata solo da quattro strade col resto del mondo. Eppure il cuoco Barbie sta camminando su una di queste deciso a ricominciare da tutt'altra parte e non c'è nessuno che voglia o possa impedirglielo.
    All'improvviso qualcosa va storto. Un piccolo aereoplano esplode nel cielo, un animale viene mozzato a metà e il nostro Barbie va a sbattere contro l'invisibile. Strani incidenti avvengono lungo tutto il perimetro della cittadina. Una strana forza ha separato il mondo dal piccolo villaggio d'anime. Terrorismo o un progetto top secret dell'esercito americano sfuggito di mano? Saranno gli abitanti a scoprirlo e a scoprire la vera propria natura, dove l'energia. i generi alimentari e l'aria diventeranno la cosa più preziosa e sempre più limitati. Chi riuscirà a venirne a capo e a trovare la soluzione per uscire dalla cupola?
    Un racconto che svela cosa protrebbe celarsi nella mente del proprio vicino se una cosa del genere dovesse capitare anche a noi. Varrebbe la legge del più forte o si cercherebbe di collaborare? Un libro che ho divorato come l'aria, ed ogni colpo di scena era un cazzotto allo stomaco che sentivo insieme ai protagonisti.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Una proiezione che abbraccia l’essenza primaria. Un  tuffo nelle fragranze della memoria, nell’angolo remoto, osando il varco dimenticato. Una raccolta, quello di Adriana Gloria Marigo, tra i frutti della Magna Grecia, armonizzando l’amore, la poesia musicando i versi e tracciando un capolavoro di brillante linguistica. “ Una carezza appoggiata sulla pelle come seta”, che vive nella forza dei tralci di vigne, fra salici o nell’”etoile d’antan”. Una duratura parola, che s’inchiostra e confronta, senza sentire il peso del tempo o del pensiero.  Un “parto” di sacrificio, che s’accorda ai passi della crescita, avanzando verso lo scopo, esultando e sorridendo alle sorprese delle stagioni. Un “viaggio fenicio”, di prospettive, di geometrie di luce e giochi ermetici, che nell’”evento creatore”, s’abbandona in “gondole scarlatte” o volando tra “presenze eteree“. Un divenire, attenta testimone, dell’“impresa d’avere vissuto il giorno: splendore intimo della forma umana”.  Una scelta di lessico, indicata dai ritmi e gesti, dirigendo da Maestra, l’Opera della Vita.

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  • Una danza coinvolgente, sia stilisticamente che emotivamente, di quartine  e terzine. Un percorso “distico ed arioso”, tra gli spazi e nelle insenature più profonde e remote di noi stessi. Attraverso l’apparenza e la verità, che fanno “precipitare lo sguardo sulla dorsale del volo”. Districandosi, nelle stagioni fredde, e nelle ombre dei dubbi, che umani percuotono, e fanno battere “da palpito a palpito”. Abilmente, Adriana Gloria Marigo,  incide con la penna i “chiaroscuri” dei pensieri. Da protagonista viva, “lamina l’orizzonte”, mostrando l’identità ed il sapore naturale, creando “analogie e volizioni”; graffiando, ardendo, incontrando e scontrandosi con il fragile cuore: corolla di spine, di follia, di metamorfosi, di destino. Un cammino intriso d’attesa, d’esperienza, di crescita magistrale di sensi. Una vocazione incalzante,quella di Adriana, che fa vibrare, aprendo porte ed “implodendo gli occhi”. Un tocco di conoscenza e coscienza; eco di indelebili sensazioni, che solo la bellezza della poesia, sa donare e perdonare. Giungendo, dove la clessidra non gioca più con la gravità, ed “impera solo l’essenziale curvatura del cielo”, con la sua autenticità.

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  • Jordan Marsalis e Maureen Martini, New York e Roma. Due persone e due città diverse e distanti con una cosa in comune: una serie di omicidi dove lo spietato killer compone le proprie vittime come i personaggi dei Peanuts.
    Nulla di strano di omicidi e pazzi ne è pieno il mondo, ma a legare ancora di più questi due personaggi saranno gli occhi di Gerald Marsalis, alias Jerry Kho prima vittima e artista esordiente nonchè fratello di Jordan, che verranno trapiantati a Maureen, vittima di una violenza, con i quali riuscirà a vedere immagini offuscate dell'assassino. 
    Due vite parallele con cui Faletti ci accompagnerà nella soluzione di questa storia, fatta di vendetta.
    Riuscirete a vedere anche voi la fine del libro con i vostri occhi?

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    recensione di Stefano Bergamasco