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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Ci incamminiamo in un viaggio introspettivo e complesso pagina dopo pagina, leggendo questo libro. Una poesia ebbra di spiritualità che inebria anche il lettore come l'alcol, facendolo vacillare, stordendolo. A tratti si leggono versi così ermetici da non riuscire a coglierne del tutto il significato, ma non per questo perdono di bellezza e fascino. Ci svegliano, anzi, dal torpore di una poesia contemporanea, sempre più povera di vocaboli e immagini. Una lingua ricercata, quella dell'autrice, ma allo stesso tempo comprensibile. Ci ritroviamo in paesaggi effimeri, insieme a personaggi conosciuti e non. Tra queste righe ci sono gli itinerari di vita e la storia dell'autrice, le sue perdite, la sua sofferenza, la voglia di combattere. Ogni poesia in ogni suo verso è una ricetta magica, le parole sono gli ingredienti scelti con cura e uniti armonicamente grazie al talento unico di Francesca Lo Bue. La passione, poi, nel testo spagnolo a fronte la riusciamo a percepire anche non conoscendo la lingua. Un libro da leggere e rileggere più volte in modo da cogliere sempre nuovi particolari e cercare di interpretare il vero significato celato dietro alla mano di chi scrive. Lettura consigliata a chi ama la poesia.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Walter Lazzarin, il nostro Scrittore per Strada, torna in libreria pubblicato da CasaSirio. Vale la pena citare l'editore in una recensione di un bel libro, specie quando l'edizione - in un vero formato tascabile - è curata in tutti i particolari. Bravi.
    Ventuno Vicende Vagamente Vergognose ha nel titolo il suo biglietto da visita: 21 tautogrammi, uno per ogni lettera dell'alfabeto, con un denominatore in comune: il piacere. Piacere inteso in tutte le sue sfumature, dal sesso con e senza amore, fino al tradimento. E i protagonisti di queste storie sono spesso nomi celebri della storia, della filosofia, della scienza... personaggi che tutti conosciamo e che possiamo osservare da un altro punto di vista, del tutto simile a quello che ci offre il buco della serratura di una camera da letto ;)
    Ma cos'è un tautogramma? Ce lo dice lo stesso autore in quarta di copertina: "Composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti". 
    Non è solo un vezzo letterario o un gioco enigmistico, nel nostro caso il tautogramma è la cifra stilistica di Walter Lazzarin che finalmente ha dedicato un'intera opera a questo talento che gestisce con sapienza.
    Solo provando a scrivere un tautogramma si può capire quanto costruirlo sia divertente e difficile allo stesso modo. Walter si posiziona su un livello superiore di questo esercizio poetico: scrive tautogrammi lunghi, su un tema definito e coinvolgendo protagonisti noti. Quindi ha reso ancora più complessa la genesi dei 21 racconti e ne abbiamo la conferma al termine di ogni capitolo, quando ci spiega cosa ha fatto e ci fa intendere che dietro a quello che può sembrare un divertissement, c'è studio e ricerca, preparazione e cultura.
    VVVV è un libro perfetto da portare in vacanza per leggere storie insolite composte con una tecnica non comune: a volte vi sembrerà impossibile che ogni racconto sia scritto usando una sola lettera. Tornerete indietro per verificare e vi stupirete ancora di più, perché Walter non ci prende in giro. Fa esattamente quello che promette e lo fa molto bene. 
    Vale sempre la pena leggere un autore che innova e gioca con i suoi lettori come pochi altri scrittori riescono a fare nel panorama letterario italiano. 
    Quindi, se lo incontrerete in qualche piazza d'Italia con la sua fidata Olivetti Lettera 32, sedetevi subito senza scrupoli, saprà sicuramente sedurvi: scrive storie sincere, sensazionali! ;)

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Ci basterà il mare, è il titolo - incipit del viaggio in cui ci conduce la fruttuosa penna della Mazzarini. Un percorso fatto di costanza, di concretezza, di mare, sabbia, cielo e anche di voli in un cielo portatore di voci diverse.
     
    Un canto di emozioni, che imprime negli stessi versi, la libertà d’osare, di godere di ogni carpe diem, animati dalla luna che accarezza, dai sussurri, ricordandoci che serve anche il silenzio per crescere, ma il segreto della vita, sta nell’Amore. In quel semplice e universale connubio di emozioni e sogni, di impulsi umano e di meravigliasi ancora di fronte all’inspiegabile mistero della natura.
     
    “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”, scriveva Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino. E naturalmente il mare è stato da sempre fonte d’ispirazione per la letteratura e la poesia, poiché bene si presta allegorica rappresentazione dell’esistenza umana; con i suoi turbamenti, i suoi dubbi, la sua spasmodica ricerca di verità, ponendosi anche interrogativi che possono sfociare nello spirituale o all’origine di tutti noi.
     
    Difatti nasciamo immersi nell’elemento acquoreo del grembo materno, grazie al mare d’amore che unisce due persone e in quelle stesse onde, lasciamo andare i pensieri e le promesse di nuove stagioni.
    Sensibili richiami e seduzioni: in acqua, sott’acqua, in un tempo - non tempo, perché facilmente il mare racchiude quella magia che disseta affanni, malinconie, e predispone in quell’orizzonte la voglia di riscatto. Il vento diventa il messaggero che cuce cielo e terra, mettendo le ali, invocando al cielo le intime preghiere.
     
    La natura intorno non è una banale cornice, ma compagna integrante di questo viaggio in cui ogni elemento è prezioso. Così non resta inascoltato un canto di cicale, o fiori, foglie, pesci, uccelli, profumi e colori diventano il giardino vitale, incanto esplosivo, dove abbandonarsi e tatuarsi la pelle.
     
    Oltre i fiammeggianti tramonti, e le terrazze mozzafiato, perdersi in quel mare non è più un problema, poiché possiamo essere fari, conchiglie, sirene, navi, corsari, comandanti, scogli, gabbiani innamorati, in corsa sulla riva del mondo.
     

    [... continua]

  • Interrogarsi sul senso della vita e di quanto questa possa dare e togliere è alla base dell’esistenza e della conoscenza dell’essere umano. C’è chi cerca di carpire questo segreto, affiancandosi alla scienza o immergendosi nella spiritualità.
    Albert Einstein, autore della Teoria della Relatività e premio Nobel per la fisica affermava: “Qual è il senso della nostra esistenza, qual è il significato dell’esistenza di tutti gli esseri viventi in generale? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi. Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda? Io vi rispondo: chiunque crede che la sua propria vita e quella dei suoi simili sia priva di significato, non soltanto è infelice, ma appena capace di vivere”.
    Il filosofo francese Jean Paul Sartre sosteneva che l’uomo è “condannato ad essere libero”, in quanto in lui l’esistenza precede il significato della sua vita e quindi è obbligato, assurdamente, a progettare la sua scelta senza sapere chi egli sia.
    Ed è in questo inizio che le parole di Colli diventano quel “verbo” messaggero. Il poeta ha la missione, non semplice, di carpire le voci impazzite, echeggianti dalla barbara vita, di una società/babele, che troppo spesso annichilisce la creatività, premendo le persone su quel confine in bilico tra luce e ombre.
    Eppure la stessa poesis, che cresce profonda nell’intimo IO, potrebbe davvero essere quella panacea o “pangea” e genesi della vera felicità? Una rivelazione epifanica che svincola dalle catene quotidiane, e va oltre ogni regola chimica, esaltando così la funzione del Poeta.
     
    “Perché la poesia è una seconda pelle/che non si decompone al cambio di stagione".
     
    Certo che le prove da superare sono molte, e chi scrive ha quell’empatica sensibilità che martella e consuma notte e giorno l’anima: “un rito quotidiano/che stordisce come assenzio”, e fa del “vivere il suicidio più lento/che prolunga l’esilio dei poeti/.Già, perché chi vive nelle parole, sa bene quanta carica energetica possono dare e con lo stesso potere possono diventare lame appuntite.
     
    Catarsi nel dolore, affrontando la mortale indifferenza e le perdite incomprensibili, immersi in un mare di emozioni contrastanti, è l’iter da perseguire per “espiare” quei pesi, per rinascere come fenici “esorcizzando il male”. Affacciarsi poi, sulla soglia del mondo, per esplodere in un concerto di nuove emozioni, privi di scadenze imposte; anestetizzando il malessere, i dubbi, le ombre, e salire sulla giostra del tempo. Prenderlo per mano, e gustare l’amore sincero di un abbraccio, di un sorriso, di una carezza, di un silenzio, senza più temere di quello che siamo, brindando baciati dal sole o dalla luna, con nuove pagine bianche da scrivere con più buon senso.

    [... continua]

  • L'Avana, Cuba e Cabrera Infante. Ritratto di un'Avana reale e nostalgica. I luoghi, le donne, il proibito raccontati da Gordiano Lupi.
    Un libro che consiglio perché racconta Cuba senza filtri, con gli occhi di chi l'ha vissuta sulla propria pelle, in tutto il suo splendore, e in tutto il suo periodo più buio. Contiene anche una bellissima galleria fotografica a cura di Orlando Luis Pardo Lazo.

    [... continua]
    recensione di Vanessa Sulpizi

  • Carlo, Laura, Lorenzo, Wanda, Valeria, possono essere solo nomi comuni con vite che si susseguono intrecciate a fili quotidiani, legate a rapporti di amicizia, di passione, d’amore, di rabbia, di normale routine. Eppure, in ognuno di questi personaggi può esser riflesso e tracciato un percorso similare al nostro.
     
    Carlo protagonista indiscusso, uomo giovane e avvenente, rende partecipe il lettore, portandolo a vestirsi e svestirsi dei suoi panni, entrando in quell’intimo emozionale che manda anche in confusione. La descrizione è diretta, senza peli sulla lingua, sagace, travolgente e decisamente forte. La scrittrice non risparmia dettagli, vivendo e intercalandosi nell’alter ego maschile.
     
    Flashback che schiudono ricordi e riaprono ferite, analisi che lasciano segni e costruiscono “non altro che me stesso”. Sì, perché è dalle radici che si genera quell’albero capace di dare fiori e frutti. Dalle continue trasformazioni temporali, possiamo così attraversare le stagioni con la consapevolezza che i cambiamenti, rughe comprese, malesseri, dolori, solitudine, sono parti necessarie per alimentare una nuova fortezza interiore o una necessaria corazza esterna.
     
    Sicuramente la sfera famigliare è alla base della formazione per ogni figlio e quando mancano certezze come affetto e dialogo, sono facili le fratture che si generano, con risultati deleteri per il nuovo “uomo o donna”.
     
    Il romanzo colpisce per la sua scorrevolezza, nonostante i temi siano duri e dirompenti al limite, ma in pieno equilibrio tra l’osceno e l’erotico. Lu Paer è abile nel provocare: scarta, disegna, devia, osserva e delinea situazioni complicate come traumi infantili, morti violente, passioni sfrenate, incontrollabili reazioni; cocktail di rabbia e voglia di amare o semplicemente di essere amati.
     
    Argomenti che attraversano la storia e la letteratura se si pensa al Giovane Holden che ha bisogno di evadere e di ribellarsi al contesto in cui vive, o presenti nella “Disobbedienza” di Moravia o in “Castelli di Rabbia” di Baricco.
     
    La ricerca di un’identità da accettare è lo scopo esistenziale nell’incapacità di questo mondo moderno, che tende troppo spesso a formattare l’altro ingiustamente, invece di incoraggiare o di inseguire quella vera libertà fatta di rispetto e desideri unici che purtroppo si scontrano con una dura realtà d’inquietudine.

    [... continua]

  • Può la storia cambiare, costruire e intrecciarsi a vite? Quanto le parole possono guidare verso la verità e portare alla luce cose dal passato così misterioso?
    Può una città essere l’incipit di tante atroci situazioni da trovare una linearità con quanto attualmente accade?
     
    Questo è ciò che la mirabile penna di Claudio Aita produce. Vicende concatenate, legate a un particolare periodo storico, il più buio che imperversava, il 1300, l’inquisizione e nel cuore di Firenze. Un manoscritto dettagliato e con scomode confessioni, tanto da essere “criptato”  nel 1700 e sagacemente custodito fino ai giorni nostri.
     
    Sarà per opera di Geremia Solaris, un quasi cinquantenne, incaricato da un suo ex professore universitario Luciano, a ricostruire ogni singolo dettaglio.
    Ogni scoperta è una conquista, ma nel bene e nel male, porta involontariamente anche a una perdita e i personaggi che aiuteranno e depisteranno il protagonista non avranno facile vita.
     
    Firenze diventa così la scenografia del romanzo, e dettagliatamente sono descritti luoghi e edifici, analizzando ogni particolare e dando al lettore quella spinta a voler conoscere e sapere.
     
    Un thriller avvincente, che trova nell’equilibrio precario tra il potere e l’essere limitati, il coraggio di reagire, nonostante la società ostacoli e sia essa stessa mezzo che corrompe o illude di non poter essere in grado di farcela.
    Solaris, oltre i suoi limiti e difficoltà, trova nell’umana posizione, quel guizzo per mettere a frutto il suo talento, ricostruendo un percorso storico non indifferente, trovando analogie con i fatti atroci e le inspiegabili morti del “Mostro di Firenze”.
     
    Ognuno è artefice del proprio destino o forse il destino è già scritto  nel DNA d’ognuno. Cosa certa che la giustizia non sempre va di pari passo con l’obiettività.
    Una catena di omicidi, bruciature, conti in sospeso, amori mancati o istintivi, che gareggiano all’unisono verso quello sprazzo di luce e pace del cuore.
     
    Un romanzo affascinante che tra flashback e ritrovamenti lascia a bocca aperta e con il fiato sospeso e tra fantasia e reali protagonisti come il teologo Ubertino da Casale e l’inquisitore di Toscana Accursio Bonfantini, conferiscono alla “Città del Male” un fascino eterno.
     
     
     

    [... continua]

  • "Le parole sono spade, possono uccidere" diceva Hegel. O pietre, come Carlo Levi riporta nel titolo di uno dei suoi libri. L’importanza che gli diamo è sicuramente la base per la costruzione di rapporti e l’incontro per nuovi propositi. E questo libro è un percorso che diventa acqua, fonte vitale e primordiale, che trasporta messaggi evocativi e pregnanti immagini e significati. Così il poeta diventa autore e fautore, liberamente bagnato d’amore e della forza coraggiosa di creare e promuovere infinite vie.
    Per giungere a questa consapevolezza, il verbo scorre e si culla, trovando nella giovinezza la luce e la freschezza mai spenta  e utile, quando l’ansia e la notte possono spaventare. 
    Imparare a immergersi nella natura, che consiglia e canta “poesia in mezzo al mare” è il mezzo necessario per poi lasciarsi andare, e perdersi nell’ “abissale incanto di perla”, abbracciando la vita, in tutte le sue note e segnando la nostra personale scia.
    La Mazzarini offre emozioni allegoriche, intrise di sogni ed emozioni e poiché vissute, sanno donare carezze e mistero. 
    “In alchimie di respiri/ e fiori/ e versi d’acqua/ di rose”, chiaro monito di quanto ognuno di noi, con sentimento può produrre, accendendo fiamme o contemplando il silenzio, “alle sue acque divine/ la Bellezza ci invita/ al viaggio”.
    Un richiamo al Tevere, “con passi di bambina/ innocente come sposa”, si lega passato, presente e futuro, e la meravigliosa evocazione dell’acqua in tutte le sue forme, mare, pioggia, lago, ruscello, fiume, gocciole, pozzo, vasca, idromassaggio, cascata, onda, zampillo, incanta e accompagna nelle quotidiane resurrezioni dello spirito. 
    “Ti amerò/ come d’acqua di fonte/ il canto”, e forse in questo richiamo, non ci resta che tuffarci e cogliere al volo il messaggio.

    [... continua]

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di una serie di strane morti.
    I corpi verranno scoperti da un bimbo che era uscito di nascosto all'alba per giocare.
    Un corpo silenzioso e nudo giaceva sulla riva.
    Sotto i resti la polizia troverà altri due scheletri.
    Chi sono le vittime?
    Cosa hanno in comune?
    E' opera di un serial killer?
     Queste ed altre domande si troveranno ad affrontare la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.
    Una coppia in giallo che avevamo conosciuto nella "principessa di ghiaccio" e che dopo le indagini ha scoperto l'amore ed attende una bimba.
    Vita e morte si alternano in una trama ricca di sorprese e colpi di scena, che si muove tra 
    passato e presente della famiglia Hult. Fulcro della narrazione.
    Da più di vent'anni il Clan degli  Hult vive una faida: Ephraim, capostipite detto"il predicatore ", figura carismatica che infiammava e coinvolgeva  le folle con  guarigione e salvezza, ha lasciato ai suoi discendenti una strana eredità : credenza e problemi.
    I parenti non hanno tra loro limiti e pietà. 
    Gli uni contro gli altri.
    Caino ed Abele.
    Verranno tutti coinvolti nelle indagini che sviscereranno realtà inverosimili e sorprendenti, coinvolgendo totalmente la piccola località turistica intrisa di chiacchiere e falso perbenismo.
    L'autrice coinvolge totalmente il lettore, trasportandolo tra le vie di Fjällbacka e aprendo le porte di ogni casa, mostrando misteri e scheletri di ognuno.
    Un libro audace ed unico, dal finale inaspettato e coinvolgente.
     

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

  • Fjällbacka, piccola città balneare nordica diviene lo scenario di un efferata morte.
    Una giovane donna,Alexandra Wijkner, viene ritrovata senza vita nella vasca da bagno della sua casa.
    Suicidio o omicidio?
    Molti gli interrogativi che emergono durante le indagini condotte da un commissario convinto di poter risolvere in poco tempo il caso, errando.
    intrighi ed ombre si svelano alla piccola comunità dove tutti si conoscono e fanno congetture.
    Le chiacchiere si alternano ai fatti creando mix esplosivi per Patrick Hedström, poliziotto di Tanumshede e Erica Falck, amica d'infanzia della vittima.
    I due si ritroveranno a tirare le file di un percorso complicato dove l'oggettivo diviene soggettivo. Le vicende personali si mescolano ai fatti scientifici.
    Le uniche certezze sono che Alexandra è stata drogata e poi uccisa.
    Ma chi là ha uccisa?
    e perché?
    In apparenza la vittima conduceva una vita normale tra affetti e beneficenza.
    Erica e Patrick  dovranno fare attenzione ai minimi dettagli ed usare il massimo tatto per svelare una verità scomoda e sconvolgente.
    La realtà non è sempre come appare.
    Un vecchio episodio aveva legato il destino di Alexandra a quello di altri due uomini, creando un triangolo atipico e improbabile che aveva segnato il futuro di molte persone.
    L'autrice ha creato una trama atipica ed accattivante che incolla il lettore e lo tiene con il fiato sospeso siano alla fine.
    Il finale e' imprevedibile e la scrittura fluida e chiara gli conferisce un significato che permette di vedere  chiaramente tutta la storia.

    È il primo libro della serie che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Hedström.

    [... continua]
    recensione di Fabiana Traversi

    • Voce
    • 21 luglio 2015 alle ore 10:23

    VOCE
    di Elisabetta Bagli
    EEE book 2015

    Nel linguaggio omerico, il poeta “poietes” è il cantore per eccellenza, voce messaggera che interviene trasmettendo e divenendo mezzo percepibile all’orecchio del pubblico o allo sguardo del lettore. Proust  nel “Il tempo ritrovato” diceva: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.», e forse in questa silloge la Bagli, trova la tenacia di raccontare quanto di più intimo accade nei meandri dell’esistenza, e di evolvere; vocalizzando, giocando, evocando, criticando, confrontando, la sfera del percettibile e dell’umano vissuto, intriso di espressive metafore, che donano estetica, inquietudine, intuizione, originalità alla stessa parola.

    Interessante il richiamo che si può evidenziare con lo “Ione” di Platone e del legame tra il rapsodo e la poesia, connubio di natura divina.

    I versi diventano “fiume di vita e la voce inconsapevole, scava profonda nell’anima”.

    Parlare di entusiasmo o di dolore non è semplice, spesso è più facile costruire muri o nidi, che possano apparire rifugi sicuri e inaccessibili alla sofferenza.

    Sia sul piano teorico che metafisico, il voler trovare una propria identità nella parola, rappresenta la volontà di crescere e vincere una guerra interiore. Lo stesso Ungaretti diceva: «ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile» (il porto sepolto), ed esprimere il proprio tormento o le proprie emozioni diventa voce palpabile, che si apre dal personale alla collettività.

    Ecco il passaggio successivo, l’esternazione della voce in scrittura, come atto di comunicazione, come terapia protesa per sfogare rabbia, odio, amore, per arrivare a capire chi siamo e cosa vogliamo.

    “Sono foglia, (..) nuvola estiva, (..) l’odore della terra… Sono un libro mai finito. L’inizio è già scritto.”

    Il verbo s’incarna e si intreccia ai limiti e fragilità che compongono l’umana essenza, esortando a buttare fuori ansie e paure che in altro modo corroderebbero o porterebbero alla fossa.

    Amo il presente che m’illude, /facendomelo sentire mio.

    Spogliarsi rigenerandosi, può portare a diventare freddi come la neve, ma a ritrovare quel candore che ai primi raggi di vero amore si scioglie. Così: “uno dopo l’altro bocconi amari entrano nella mia bocca, come nodi lentamente si sciolgono, con difficoltà scendono giù.” e quando tutto sembra nero, anche una “piccola luce” diventa visibile e certezza di mani pronte ad accogliere il vagito di una nuova vita. Questo miracolo è la testimonianza vivente di quanto quel “filo” interno, può abbracciare il mondo con nuovi occhi, sognando nuove bianche in un domani.

    L’Amore è il motore che conosce l’animo umano e il vestito che fa sentire sempre nuovi e complici, anche nel mare nero o nel rosso sangue del cuore.

    Tra silenzi, partenze, briciole, castelli di sabbia, sguardi, il mondo diviene quello che noi siamo e vogliamo. La Bagli è messaggera che accompagna nelle notti di Santander, tra vie in Transtevere, Garbatella e l’aria di Madrid.

    La fortuna di essere Donna, viene così accolta come dono e con sensibilità, prende per mano, sollevando il capo, maturando nel vento, e nel tempo può ringraziare, senza avere più paura di brillare oltre la notte.

     

    [... continua]

  • Un taglio trasversale dell'esistenza umana, tangente il bordo dell'abisso, "Luce Nera" di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell'uomo:L'indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall'occhio millenario di Isaia che "scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori" confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove "angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene" (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo "caos" che "vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto" (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all'arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell'Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l'impostura più grande e allora la scelta necessaria è "l'incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un'orma che vacilla"(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, "Parole per camminare con un'anima che indossa l'intuizione di una pista dorata"(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:"metto per iscritto le parole con l'intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l'unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l'amore"(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall'inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché "Ci affanniamo a vestire la vita" sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato "c'è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana"(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché "Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia"(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo "forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all'esistere una forma"(p.XXIV). "La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce"(p.XXVII).Non rimane che "Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta"(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell'assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l'Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l'Universo umano, questi con l' illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l'incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se "Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore" sappiamo comunque che "C'è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore".

    [... continua]
    recensione di Paolo Fiore

  • La famiglia di Violetta si direbbe una famiglia come le altre. È composta da due genitori, due figli e un cane; ha le sue incomprensioni, grandi gesti d’amore e il tempo che passa sicuro. Deve fare delle scelte, trasferirsi. Ama il mare. Ma la famiglia di Violetta non è esattamente come le altre: Violetta, infatti, non esiste, o meglio, non si vede. La vedono solo quelli che la amano, perché la desiderano.
    In “Voglio vivere una volta sola” (Piemme 2014) Francesco Carofiglio decide di raccontare una storia apparentemente comune, da un punto di vista decisamente non comune: quello di una bambina che non c’è, ma che è più presente della presenza stessa.
    Ci si muove quindi in una sorta di nuvola di cose che accadono, a volte non subito comprese perché viste con gli occhi inesperti di Violetta, permeate di malinconia e di fiducia incondizionata. Una fiducia che non riesce a crollare davvero del tutto, nemmeno di fronte a piccoli traumi, inaccettabili per l’innocenza di una bambina.
    “Voglio vivere una volta sola” è un inno all’amore famigliare, ai posti sicuri dove si può sempre tornare e alla potenza del ricordo. A volte, come Violetta, si ha la sensazione di esistere veramente solo finché si “rimane nei pensieri, o nel cuore”.
     
    “Non riusciva a perdonare se stessa. La felicità perfetta della sua giovinezza, il suo amore senza condizioni, l’intimità silenziosa che li aveva accompagnati per anni. Senza un’incrinatura, senza una voce stonata. Non riusciva a perdonare la bellezza del mondo, il loro mondo, perché era ormai chiusa in una scatola di vetro. Poteva vederla, non poteva più toccarla”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ci sono libri che hanno determinato le coscienze di un’epoca e libri rigettati perché condensano il senso delle trasformazioni storiche nella silloge dei dolori, lutti e tragedie che queste epoche hanno portato e ospitato nel loro manto. I libri più belli, quelli che lasciano tracce, sono quelli difficili da leggere e ancor più difficili da scrivere perché costringono l’autore e, conseguentemente, il lettore, a percorrere strade impervie tracciate dalle spine di antichi dolori che la memoria rigetta e il cuore riporta sempre a galla. Sono troppi i grandi pensatori dello scorso secolo la cui voce è ormai quasi inudibile tra i corridoi della cultura ufficiale pesantemente lastricati dall’incultura della nostra epoca e Jean Améry è uno tra i più importanti intellettuali del Novecento ed è, allo stesso tempo, uno di cui non si sente quasi più il nome, nonostante ci abbia lasciato, in pochi libri, un grande patrimonio di pensieri ancora da pensare. Jean Améry, al secolo Hans Mayer, sopravvissuto alla più colossale mostruosità della nostra epoca, all’età di 65 anni, terminerà da sé, similmente a Primo Levi, compagno di baracca ad Auschwitz, la vita che l’incubo nazista non era riuscito a distruggere. Il libro "Intellettuale ad Auschwitz" è un testo denso che è tanto un’interrogazione filosofica quanto un’esperienza, anzi, è un testamento filosofico dell’esperienza del male e dell’ingiustizia esperiti in prima persona. È un libro che sembra parli della tortura e della deportazione ma, in realtà, è un grido di stupore intellettuale in cui l’autore, allibito, chiede, attraverso la scrittura, di render conto dell’antico tradimento dell’uomo verso l’uomo. Améry non ha qui scritto un trattato di filosofia accademica, ma ha voluto interrogarsi e interrogare sul significato del dolore e della tortura e sull’indifferenza con cui un uomo può infliggere dolore e morte a un altro. Améry descrive la scoperta di una realtà in cui si entra non appena si riceve il primo pugno sul viso: “il primo pugno cambia tutto”. Appena si finisce tra le grinfie dell’aguzzino, ossia tra le mani di uno degli innumerevoli esecutori sempre pronti e proni a eseguire il volere dei pochi con la feluca o la corona sul capo, il mondo in cui si era vissuti diventa un altro mondo, una realtà le cui porte si spalancano, con clangore ferrigno, sulla brutalità e indifferenza degli uomini, un mondo lontano da quei sogni che avevano avvolto l’intellettuale prima di venire incarcerato e torturato dalla Gestapo e dagli aguzzini di Auschwitz, in una descente aux enfers in cui il reale assume il ghigno della più contorta follia. La nostra è un’epoca indifferente all’ingiustizia e, in questo suo tratto, si configura come un’epoca diretta alla distruzione. L’enigma della grande prova è, allora, quello di riuscire a intravedere tra le maglie della brutalità dei tempi e capire se il mondo vero sia quello dell’esecutore, del malvagio che impugna saldamente lo stiletto o la clava e si erge come ferale nemico del suo prossimo, o se la realtà autentica sia il contrario di quanto la forza del male vuol provare ad imporre. Améry affronta questa domanda con tutta la serietà che merita, ma non riesce a fornire risposta alcuna perché sulle carni gli bruciavano ancora le ferite inferte, mentre qualcosa in lui testimoniava di un mondo che rigetta il carnefice attraverso il pensiero in cui si riconoscono solo gli uomini e non i mostri che sanno infliggere solo dolore, tortura e morte.

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    recensione di Sergio Caldarella

    • Alice
    • 10 luglio 2015 alle ore 9:47

    La vita è una successione di eventi e di storie che si intrecciano nel tempo. A volte sembrano essere concluse, altre cancellate,  messe in stand-by per le ragioni più disparate, o continuate per altre misteriose spiegazioni o semplicemente perché così dovevano andare.
    Alice e Francesco, esistenze che possono rappresentare ognuno di noi e l’amore che prende e lascia con i vuoti allo stomaco o le farfalle. Quell’amore folle e controcorrente, che non si fa troppe domande mentre lo si sta vivendo, ma s’interroga quando il domani abbraccia il futuro, tanto da iniziare a modellare il presente.
    Due vite apparentemente semplici e comuni che si ritrovano nel loro turbinio di emozioni, mettendosi in discussione dopo 12 anni di silenzio. Un sms accede tutto e per colpa o per fortuna della “candida neve”, fa ritrovare occhi negli occhi  i due amanti, per dirsi cose per cui da ragazzi, mancava il coraggio. Da adulti, la ragionevole consapevolezza prende facilmente a pugni l’istintività, non scappando così dalle responsabilità. Il finale diventa così facilmente comprensibile o legato a un senso - destinato.
    La ricerca della serenità e del tradizionale equilibrio, si scontrano in fumi di sigaretta, whisky e musica. Ricordi che si riprendono e si lasciano, portando a spirali di sogni e illusioni, per ritrovare su un tappeto nero, quell’intimità che può davvero far volare.
    Ma oltre la fantasia, la realtà che colpisce la giovane maestra e il cantautore è ben diversa. Un romanzo di “due  piccoli stupidi” o di chi ancora sa che ciò che nasce dal cuore difficilmente si può dimenticare.
    Bonfanti descrive abilmente il tutto, calandosi nelle due parti, femminile e maschile, trascrivendo in una sorta di doppio diario il viaggio che accompagna i due protagonisti.
    Riflessioni, date, punti, il quotidiano vivere e le scelte cui tutti prima o poi sono chiamati a rispondere, nel bene e nel male.
     

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  • Grazie al film del 1939, che ha fatto seguito al Premio Pulitzer del 1937, la trama di questo libro è nota a tutti. Quello che però probabilmente spaventa i più è l'approccio al volume, che - a seconda delle edizioni - va dalle 800 alle oltre 1000 pagine. "Via col vento" è invece un romanzo epico da leggere ancora adesso, perché presenta uno scorcio su un mondo che in Europa conosciamo poco. Quando sentiamo parlare di guerra di secessione, infatti, siamo più portati a pensare a una guerra di buoni contro cattivi, schiavisti contro liberisti: non pensiamo subito alle difficoltà portate dalla sovversione di un ordine consolidato, o a cosa succede in una società che deve scegliere tra il lottare per la sopravvivenza e "adeguarsi" ai nemici in casa e il trovarsi nella povertà pur di rispettare virtù come onore e decoro.
    Il mondo presentato da Margaret Mitchell è universale perché simboleggia ogni nostalgia per un tempo andato e mostra senza buonismo il modo in cui le persone riescono ad accettarlo o meno; rappresenta la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e da quelle altrui, con schiettezza e intraprendenza, dimenticando tutti gli scrupoli e diventando anche persone abiette, solo per "non morire mai più di fame". 
    Per fortuna, "Via col vento" fa anche appello alla certezza di non poter "fronteggiare la vita senza la terribile forza" di chi è "dolce, gentile, tenero di cuore". È molto interessante andarsi a leggere la vita passionale della scrittrice: si ritroveranno moltissimi dettagli, più o meno evidenti, in comune con il libro. Anche gli occhi verde smeraldo di Rossella O'Hara (che nel film furono colorati in post produzione: Vivien Leigh, infatti, li aveva azzurri).

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    recensione di Cristina Mosca

  • Siamo tutti nani sulle spalle di giganti nelle sembianze, alternativamente, di figure simboliche di riferimento o proprio di uomini in carne ed ossa ma che spesso si rivelano più nani dei nani: il primo dei molti nuclei di "Buio per i bastardi di Pizzofalcone", l'ultima fatica (ma in realtà una storia densissima, una valanga che travolge parlando di sè) di Maurizio De Giovanni.
    E' la caduta dei giganti raccontata in una filigrana inconsapevole e disarmante da Dodo, il bambino rapito, che non dubita neppure un istante di essere "il piccolo re del suo papà gigante", incarnazione potente di Batman, il suo eroe, che, fortunatamente, porta con sé nei giorni bui della prigionia.
    E per una ragione naturalissima è proprio la fantasia che gli permette una personale interpretazione di quella vicenda vissuta, troppo grande per lui, che, paradossalmente, nella sua radicale differenza dal quotidiano, è molto più simile al fantastico e quindi più gestibile per un bambino.
    E quella fantasia fa il paio con l'immaginazione come unica chiave di volta per affrontare situazioni nuove ed insolite come in una poetica di Italo Calvino riecheggiando la straordinaria lettura di Roberto Benigni ne "La vita è bella".
    Ma questo Batman sembra esausto e Dodo non può e, di sicuro, non vorrebbe saperlo.
    Non sarà un caso se nel prossimo film in uscita nel 2015, Batman, interpretato da Ben Affleck, sarà appunto stanco?
    Stanco non della sua missione ma proprio per la sua missione, stanco ed esausto della lotta contro il crimine, come afferma il regista Zack Snyder, in qualche modo più umano, quasi incarnato.
    Potremmo riconoscerci nella "Società della stanchezza", nella definizione del tedesco- coreano Byung-Chul-Han riprendendo la lettura kafkiana del mito di Prometeo, "quando le aquile si stancarono, gli déi si stancarono e la ferita stanca si chiuse", ribadita realisticamente nella figura degli "Sdraiati" di Michele Serra, ulteriore declinazione dell "modernità liquida" secondo Bauman.
    Sono ancora domande rivolte al lettore, queste, evidentemente e "Buio", in tal senso, le sottolinea.
    Il rapimento di Dodo non è soltanto "lavoro" per i "bastardi di Pizzofalcone" ma è, soprattutto, un punto interrogativo sulla dimensione della loro paternità.
    Ciò che ci accade intorno è sempre una domanda rivolta a noi, alla nostra vita, siamo in gioco anche quando apparentemente non lo dovremmo essere poiché quella cosa non ci riguarda, niente veramente non ci riguarda e quindi tutto...
    Nel libro di De Giovanni sono domande sulla paternità che interrogano l'agente semplice Guida sui suoi tre figli, così come il vicesovrintendente Ottavia Calabrese sul suo Riccardo, autistico, che ha necessariamente polarizzato e sicuramente ingessato la sua vita, ma anche l'apparentemente indecifrabile ispettore Lojacono con la sua Marinella, il tutto diluito e poi condensato nella metafora della vita che scorre sempre uguale per poi giungere ad un tempo che spariglia le carte, che interrompe il quotidiano e che, nell'illusione del decollo, si traduce in rovina, quel "maggio" che somiglia così tanto all "'aprile delle allodole di Rilke" o alla "sagoma nera del cannone di Guccini".
    In questo "più che giallo" di Maurizio De Giovanni, anche se sono sempre individuabili i responsabili, sembra quasi che non ci siano veri e propri colpevoli più di quanto essi stessi non siano, a loro volta, vittime, attraverso la stretta cruna tra causa e colpa.
    E così, l'analogia profonda del cortocircuito dall'amore autentico al possesso, che accomuna il legame di Lena e del padre di Dodo verso il bambino, tradiscono entrambi una mancanza che riguarda ancora una volta la relazione genitoriale;
    Lui per eguagliare in qualche modo le "oblique imprese" del suocero, quasi in un rapporto di filiazione rovesciata e lei per la frustrazione da abbandono dei figli lasciati in Serbia come una maternità negata, in qualche modo abortita.
    Sembrano risuonare qui le storie vere delle giovani donne tedesche di inizio Novecento che rappresentarono l'intuizione interpretativa psicopatologica del giovane Karl Jaspers.
    Anche'esse avevano dovuto abbandonare i loro figli nelle campagne d'origine per diventare le tate dei bambini che poi avevano ammazzato.
    Proprio da qui partì uno dei due grandi filoni psicologici, quello fenomenologico, che cercò di trovare un "senso anche alla follia al di là di ogni ragionevole non sens ".
    Da questo rapporto così profondo con Dodo scaturisce la dimensione del possesso che pretende di legittimare in qualche modo l'uso del bambino come proprietà personale.
    E su questa base si innesta anche la dimensione della transitività della colpa e la diretta proporzionalità della misericordia al sacrificio di se stessi, del cristiano "non c'è amore più grande..." nella figura, al contempo serena ed inquietante, di frate Leonardo.
    De Giovanni radicalizza con lui il messaggio cristiano dell'Agnello carico del fardello più pesante: la Colpa più grande.
    Intrecciando così la dimensione, diremmo postmoderna, dell'eutanasia alla millenaria dimensione cristiana del sacrificio di se stessi.
    Ma anche questo cortocircuito è una trappola circolare tra il frate e la sua amicizia fraterna nella persone del vicecommisario Pisanelli in cui lo stesso appiglio esistenziale annulla la ragione dei due opposti, rendendo evidentemente impossibile da stabilire quando veramente c'è un "cuore ( ormai ) deserto che continua a battere".
    Probabilmente perché gli eroi normali consistono della loro autenticità, nella consapevolezza delle loro miserie, pagata al prezzo di una maschera obbligatoria da indossare, ma che "al momento buono verranno fuori, e saranno perfettamente uguali a se stessi..."

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    recensione di Paolo Fiore

    • Mariti
    • 22 luglio 2014 alle ore 9:44

    I tanti racconti che compongono la trama di questo libro della scrittrice messicana hanno, come filo conduttore, la costante presenza di uomini in relazione al preponderante mondo femminile. Sono figure secondarie, tristi macilenti ed avulsi dal contesto matriarcale di certe società in cui la donna è traino assoluto. Il dipinto ironico, i luoghi, le figure ambigue e le contraddizioni di un popolo assolato e pigramente adagiato su antichi pregiudizi fanno da sfondo in questa piacevolissima descrizione della Mastretta. Autrice diretta, non lascia nulla al caso. Dipinge magistralmente le figure, facendole apparire nella loro totale essenza, senza orpelli, dando forza alla donna con le sue pennellate di assoluta intelligenza ed ironia.

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    recensione di Sebastiano Impalà

  • Uno di quei libri il cui titolo potrebbe trarre in inganno. Storia di un tradimento sì, ma anche e soprattutto un romanzo d'amore "Adulterio"di Paulo Coelho.
    Non solo amore di coppia, si badi bene, ma autostima, dunque attenzione per se stessi.
    L’io narrante è Linda, una trentunenne che, all’inizio, risulta addirittura antipatica. Sposata con un uomo che l'adora, con due figli e una tata filippina, fa la giornalista e adora il proprio lavoro. Vive a Ginevra, una città pulita, ordinata e accogliente. Eppure al mattino fa fatica ad alzarsi, piange, si sente incompleta, infelice. Recitare ogni giorno una parte che non si sente propria, sorridere anche quando non se ne ha voglia è ciò che la società le richiede. E, quando una donna prova certe sensazioni, il tradimento incombe.
    Cade tra le braccia di Jacob, e non si tratta solo di sesso: se ne innamora. Qualcosa che la cambia, la turba profondamente, ma al tempo stesso la induce a riflettere, diventa strumento per superare le proprie paure. Un'infedeltà capace di aprirle il cuore, costringendola in quella terra di nessuno tra un passato costruito faticosamente, mattone su mattone, e un futuro che rischia di sbriciolarsi come una casa sotto le scosse del terremoto.
    Allora si ferma, indietreggia, rinuncia. Dolore e salvezza. Ma è davvero la scelta giusta?
    Più fortunato della nazionale del suo paese nel corso dei recenti mondiali, il brasiliano Coelho, con questo libro, segna un ennesimo goal nel campionato delle vendite. Complimenti a lui.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Annamaria Citino nella sua seconda fatica letteraria "Son tutta ciliegie", esprime l’essenza del proprio pensiero. Lo fa attraverso una poetica fondata su una disarmante semplicità ma, al tempo stesso, tecnicamente ben strutturata.
    Dalle sue origini mediterranee l’autrice deriva il calore della passione, l’intensità dei colori e la capacità di farsi penetrare dalle forti emozioni ergendole ai livelli più alti.
    Piccante, provocatoria, disinibita, la sua silloge non solo si rivolge agli appassionati del genere, ma risulta di ausilio per chiunque voglia avvicinarsi alla poesia erotica e passionale. La Citino che, nella vita come nell’arte, non fa certo della convenzionalità la prerogativa principale, interpreta con disinvoltura e al tempo stesso con maliziosa ingenuità quella che dovrebbe essere la prerogativa di ogni forma di comunicazione artistica: la capacità di cogliere le sfumature più intense delle emozioni primarie. Nel corso della lettura ci si accorgerà come alla scrittrice calabro-sicula-veneta, attraverso un lavoro di sublimazione emozionale, riesca l’ardua impresa di trasformare i più reconditi desideri primordiali nelle più dolci note poetiche.

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    recensione di Enza Iozzia

  • L’Universo Uomo cede fortemente al richiamo del Pianeta Donna, lo decanta “Non hai età/quando mi guardi/appena sveglia/con l’odore del caffè/sulle tue labbra”; lo aspira… /Ed aspiro voluttà remote/, lo attraversa…/Amo il tuo cuore/e con esso pulso/spargendo forte/ la mia essenza d’uomo/, e ancora lo vive, ne sonda la profondità degli occhi /…una musa/dagli occhi profondi/ come tunnel/.
    Di questo e di ardente passione si compone la poesia di Sebastiano Impalà, il poeta-pirata dal verso libero, che benda prima di baciare, che vede “nel profumo/di donna travagliata/l’aspro diamante/ dalle mille facce/dall’aspetto cristallino/. Metafore come gocce di pioggia ristoratrice dall’afa provvedono a far germogliare poesia dalle parole…/Mute/le parole si rifugiano/nelle tane dell’orgoglio/hanno piedi di pietra/e ali pesanti/le signore della vita/.
    Pienamente si fa strada l’impronta femminile, decisa ed autoritaria ma anche dolce e suadente nel vissuto di sé bambino; il poeta trasmigra, attraverso la donna, alla Madre Terra del sud, che si fa mare, albero, pietra dura, si forgia in sfaccettature di poesia nel bimbo che diviene uomo e ne fa dono all’amata. Nella Silloge “Ossigeno e Pensieri” Edizioni David and Matthaus per ARTeMUSE Castalide, anticipate dalla eloquente prefazione di E. Bagli, ricorrono sangue e pietre preziose, atte a donare calore e lucentezza al sentimento ed è la propensione al donare e al donarsi che emerge dalla poesia di Sebastiano Impalà e resta a fare compagnia anche quando le pagine del giorno si chiudono e l’atavico sentimento del cuore si sublima con la venerazione dell’amata…/ho vissuto tutto il mio respiro/posando le mie labbra/sui chicchi d’ametista/adagiati sul tuo collo morbido/;  ma è con “Sangue di Fiume”, la poesia che apre la silloge alle altre trentacinque  liriche, che il poeta sale in cima alla vetta del cuore per mostrare anticipatamente, bellezze che vanno oltre orizzonti sconosciuti… emozionando il lettore.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • A guardarlo bene in fotografia Vincent Cernia (Vincenzo De Marco alla nascita) non ci sembra un mostro: camicia bianca, jeans moderno e tatuaggi d’attualità. Tutto fuorché un mostro. E manco un poeta. Ma, d’altronde: come si riconosce un poeta? Non dall’aspetto fisico, certo (che è comunque un buon elemento per conoscere il carattere, dunque anche la scrittura). Ma dalla parola. E in questo caso la parola di Cernia è ricca di immagini forse già viste, ma mai banali; sta sempre sul pezzo. Il suo.

    “Non è solo poesia operaia, dissenso e rabbia, è molto di più…” dice il poeta della sua raccolta. Lo dice con ragione. Perché “Il mostro di rabbia & d’amore” è molto di più: è una vita, la vita di chi ha scritto questi versi. La vita operaia, come la poesia che da sempre si sporca le mani con la mescola, che appare spesso e in viaggio, come in “Direzione lavoro” (pag. 21): “Nell’autobus buio/e una canzone di cui il titolo ignoro,/tutto è amplificato/e i pensieri scorrono veloci/come le strisce bianche/sull’asfalto scuro,/e poi luci e bagliori d’acciaio/all’orizzonte vedo/e lì/saranno otto folli ore”. Come a dire che il poeta-uomo già conosce il suo destino.

    Ma chi è l’operaio?: “… è prima di tutto un figlio,/è un fratello,/ un padre…”. Dunque l’operaio è tutto e ancora più di tutto. E non può essere che così per uno che con la fabbrica, per la fabbrica ci mangia (e scrive). E la gente non operaia?: “… noi operai dentro/e voi fuori a immaginare/e noi dentro a morire”. Uno spaccato esibito con rabbia, appunto. Ma in questi versi (e altri come questi), a guardarli dietro, ci si vede l’amore. Ed ecco che appare, dunque, il mostro. Il mostro a tre facce: vita operaia; naturalmente vita; la vita, le storie. Che, comunque, a guardarle bene, le facce, se ne distingue una sola: ancora una volta la vita. Ed è giusto così. È giusto che si racconti la vita. Pure quella che è propria d’origine, come in “Puglia” (pag. 33): “Le salentine melodie serali/le magiche meraviglie d’intere terre pugliesi/Dalle curve nel cielo e nel mare/di garganiche viste,/alle distese d’ulivi brindisini/alle spiagge di mar d’amare tarantine/e le salentine melodie serali./Tamburellanti e lunghe passeggiate baresi e cielo, e terra e mare…”.

    Quel  “molto di più”, poi, lo incontri quando Cernia ascolta e odora e verseggia non lui stesso, ma altri che ci somigliano: “Quante storie puoi ascoltare in un vagone/quante vite puoi odorare in aeroporto/quante persone puoi osservare seduto in un bus/quanti vanno, chissà dove, e quanti tornano da mille posti diversi”. Già, chissà dove vanno. Ma è bene non saperlo. È bene continuare a guardare dentro e poi raccontare. Che sia di mostri di rabbia e d’amore, che sia per poesia operaia.

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    recensione di Daniele Campanari

  • È una poesia ricca, forte, intensa di vita, intrisa di terra, di tempo luce, che  si interroga e si consuma vestita di brezza, di rossi meriggi e “allodole di giada nel cuore”, quella di Francesca Lo Bue.
    Alla ricerca di “Eternità” che/Vuole essere, inchiodarsi/col suo rosso di verità e compassione./Aleggia, ferisce/graffia come cartone sgualcito che nasconde gioielli.
    Diffonde tristi melodie e sinfonie di speranze nella musicalità della lingua spagnola per divenire eco di tempo nella traduzione in lingua italiana /Sòlo el hombre està solo/cercando a la eternidad/Sòlo ella lo acompana con sus pasos escondidos y entranos/.
    (Nada se ha ido) “Non te ne sei mai andato” il titolo della silloge edita da Progetto Cultura e dedicata all’amato padre Salvatore e all’atavica terra di Sicilia; cinquantatré liriche, anticipate dalle preziose note di letteratura di Laurentino Garcìa y Garcìa e di Francesca Innocenti che augurano all’autrice l’uno speranza, attraverso i versi di Gabriel Garcìa Màrquez, e l’altra autentica solidarietà tramite i versi di Pablo Neruda.
    Svariati i temi trattati poeticamente dalla Lo Bue, dalla sofferenza dell’abbandono nella lirica “Lontananza” dove ricorre cantilenante il ripetersi del verso: “la tristezza larga larga/nell’ombra verde verde/acque bianche bianche/abisso triste triste/…" quasi a voler fermare il tempo, alla lirica dedicata alla memoria dell’amica compagna di studi “Susanna”, barbaramente assassinata per un’ideologia; alle poesie dedicate alla Madre terra, al libro, alla parola. E di ricche, forbite parole ci si sazia, nella sua poesia. Ricercate ma non appesantite, le parole assumono sembianze di “spighe ondulate”, “primizie rosate”, “venti argentati”, “angeli nudi”, “api di luce”. Parole abbracciate a tanti interrogativi a ricordare la poetica del grande Jeorge Luis Borges ma, ancora più vicino, di Juan Gelman, poeta argentino insignito del prestigioso Premio Cervantes e, come scriveva Bertran Russell: “ In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato”.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Un libro che è riuscito a scavare dentro il dolore, ineludibile dell'umana esistenza. Un dolore guardato in faccia con ardimento, accettazione, sfida. Dura è parlare del dolore, in un secolo "superbo e sciocco" come il nostro, nel quale più che mai si evita l'argomento, emarginando le persone, molte, che sono coinvolte in questo destino tutto umano.
    Il dolore c'è, esiste, l'ontologia del dolore è l'esistenza stessa, la peggiore delle malattie, perché sicuramente mortale; il dolore ci attraversa dalla nascita alla morte; eppure la difesa dell'uomo medio è quello di costruire una barriera tra sé e il suo dolore e soprattutto tra sé e il dolore degli altri, e, così, come si desume dal testo di Francesco, tutti fingono di essere felici, glissando il problema che più ci riguarda: il dolore del vivere, condizione cui nessuno può sottrarsi, perché tutti mortali.
    Francesco si ribella a questo atteggiamento comune e parla "apertis verbis" dell'argomento più scomodo, sottolineando come sia nocivo non riconoscere il dolore: il che porta alla follia, all'annientamento dell'intelligenza emotiva, alla morte interiore,ad una sorta di anestesia emozionale. Il dolore va vissuto, introiettato, capito, elaborato, integrato; tante sono le operazioni di fronte ad esso; tutte queste operazioni sono valide e possono sortire risultati, soprattutto nella condivisione umana. Un solo atteggiamento porta dritti alla sconfitta dell'uomo: il rifuggire e il nasconderlo. Solo la condivisione, la rielaborazione partecipata, la riappropriazione di un ruolo, di un senso può aiutare a riprendere in mano la propria vita. Le terapie, le parole, i farmaci non sono sufficienti a colmare il disagio esistenziale; c'è bisogno di altro: di umanità che si faccia carico dell'umanità dolente.
    Tutti i capitoli, in uno stile piano, scorrevole, degnamente umano, affrontano l'argomento con presentazione di situazioni e di personaggi profondamente toccanti, trattati con una maestria commuovente, trattati come solo Francesco sa fare, abituato per lavoro a maneggiare il dolore altrui e ad amministrare privatamente il proprio.
    I personaggi sono presentati con acribia analitica e profonda compartecipazione: tutti i casi presi in analisi sono spaccati della dolente umanità, abbracciata col cuore oltre che con una penna felicissima. Sofia, Angelo, Andrea, Giovanni si impongono al nostro sguardo partecipe e si imprimono nel cuore con la loro verità: la verità più vera, il dolore umano.
    La capacità analitico-descrittiva di Francesco è notevole, come dimostrano anche i bellissimi capitoli in cui si avventura nel carcere di Mantova o nei Castelli valdostani, dove tutto assume la forma del mistero in uno stile denso e appassionato.
    Come non essere d'accordo su tutto quanto viene espresso a proposito dei funerali anonimi che non rendono merito alla vita del defunto e al dolore reale dei parenti? L'indagine si fa serrata e la denuncia assolutamente da condividere; anche il funerale non è un momento in cui il dolore viene rispettato come si dovrebbe, ma diventa convenzionale rito nelle mani di chi magari il defunto non l'ha mai conosciuto. Anche io vorrei un funerale come quello che Francesco prefigura per sé e preferirei che la mia bara fosse portata dai miei amici piuttosto che da anonimi professionisti del rito, col rischio certo di cadere, ma tra mani amiche.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Il testo di Francesco Casali punta dritto al cuore del problema umano: il dolore, anche insensato, che è il compagno di strada dell'uomo sensibile.
    Francesco ci insegna come convivere col dolore, come guardarlo in faccia, come allearsi con lui, fino a renderlo un compagno gradito da non rigettare ma da accogliere, perché senza dolore non esisterebbe l'antidoto ad esso: l'amore. Egli infatti si chiede se in questa realtà mascherata nella quale viviamo, ci sia ancora spazio per quel sentimento vitale che ci tiene lontani dalla morte.
     Il primo capitolo  è la continuazione del capitolo di Sofia del libro precedente e affronta il tema della perdita dei figli. Francesco scava dentro il dolore di una madre che perde i suoi due figli e del protagonista Francesco che assiste alla morte della figlia Sofia. Il dolore è assoluto, totale, ineludibile, travolgente e lo scrittore lo rappresenta nella piena drammatica della sua forza distruttiva.
    Si riconosce nell'autore un alto quoziente di umanità, di pathos, di narratore e di osservatore acutissimo della realtà altrui; come si evince dal secondo capitolo, nel quale si analizza il dolore del corpo come manifestazione del dolore dell'anima e nel quale  si presenta una carrellata umana di giovani e meno giovani che si tatuano il corpo per segnarsi un dolore o il suo superamento o per considerare chiusa una fase della loro vita o per rafforzare la propria identità dolente e dispersa.
    Fino ad arrivare al caso di Davide che si suicida per anestesia emotiva. Il caso di Davide, tratteggiato con toni altamente drammatici, commuove non poco e, al momento del suicidio, si raggiunge l'apice del pathos narrativo con tutto il dolore di Francesco che si fa interprete del dolore di Anna, la moglie di Davide, e questo dolore passa a noi lettori che non possiamo rimanere insensibili di fronte a tale disfacimento emotivo.
    Nel terzo capitolo Francesco analizza un caso di "possessione demoniaca" prendendo in analisi tutte le diverse possibili interpretazioni, ricorrendo alla psichiatria, alla medicina, alle tesi della Chiesa, alla filosofia, arrivando alla conclusione che non è importante l'interpretazione in sé del caso, ma quel che conta è il dolore che prova il soggetto coinvolto nella malattia mentale o "possessione demoniaca" che sia. Mentre si gareggia nel mostrarsi abili interpreti dei casi psichiatrici, ma non v'è quella capacità umana di comprendere il dolore di chi si sente sovrastato da forze a lui superiori.
    Il quarto capitolo, che porta il titolo del libro, esprime il bisogno tutto umano di Francesco di parlare in piena franchezza, ancora una volta "senza niente da nascondere". Dopo un'ampia e puntuale disamina dei motivi per cui i Social Network, in primis Facebook, hanno tanta diffusione nei tempi attuali, come strumenti che paiono avvicinare gli uomini, quando in realtà esprimono spesso un vuoto emotivo da colmare, come la chance di darsi una identità che manca nel reale, di circondarsi di amici virtuali, mai guardarti in faccia, di gonfiare il nostro vuoto narcisismo che nasconde l'isolamento nel quale viviamo, resta il vuoto e la nostalgia per quello che abbiamo perso o per quello che abbiamo desiderato di avere senza mai raggiungerlo.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi