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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • Eclissi
    • 04 febbraio 2013 alle ore 8:24

    Quando avviene un’eclissi di sole tutto si oscura, la vita si mette in standby in attesa che torni la luce a dare vita e colore al mondo: è quanto accade al protagonista di questa stupenda storia d’amore, Riccardo, quando viene a mancargli il grande amore della sua vita (e non vi diciamo come per non farvi perdere neanche una goccia del pathos e della commozione), Alessandro.
    Sì, perché “Eclissi” è una struggente e bellissima storia d’amore omosessuale scritta da un giovane autore sardo, Francesco Mastinu, e pubblicata da Lettere Animate editore in cui viene trattato, in modo delicato ma con fermezza, anche il tema dei diritti delle coppie di fatto quando uno/una delle due parti della coppia si ammala e deve essere ricoverato/a in ospedale.
    Come avrete capito dagli aggettivi che ho usato, il libro di Francesco mi ha “rapito” e avvinto sin dalla prime pagine e ho “dovuto” finire di leggerlo in ogni momento libero che ho avuto lasciandomi dentro un’emozione indicibile di fronte a questo amore così perfettamente descritto sia nei momenti belli, dall’innamoramento alla convivenza, che in quelli dolorosi del dopo”, come viene detto in quarta di copertina “un ritratto accorato che ci insegna cosa significhi per due persone, ancora oggi, amarsi senza avere tutela del loro legame”.
    Perfetta l’idea che ha avuto Francesco, per mantenere alta l’attenzione e la suspense su questa storia d’amore, di alternare i capitoli del “prima” e del “dopo” e infatti si capirà solo alla fine cosa sia davvero accaduto a Riccardo e Alessandro e al loro rapporto “…rimase lì, cingendolo, baciando l’aria che lo circondava, respirando piano il profumo del suo compagno. L’eclissi si rischiarava. Riccardo ebbe la certezza che qualcosa ancora fosse rimasto di loro…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • The Front Runner (La Corsa di Billy) esce in America e nel mondo negli anni 70, ed è un successo.
    In Italia è stata pubblicato per la prima volta nel 2007, a ben 37 anni di distanza. Ma nonostante questo la storia si fa ancora assaporare pagina dopo pagina. Narrato in prima persona, dal punto di vista di uno dei protagonisti, Harlan Brown, il libro ci racconta come nella vita di quest'ultimo (allenatore di atletica, quarantenne e omosessuale), arrivano tre giovani promesse dell’atletica giovanile allontanati dalla loro scuola a causa di uno scandalo erotico in cui sono stati coinvolti. Tra loro Billy Sive, ragazzo controverso, con cui l’allenatore costruirà una dolcissima storia d’amore, ricca di colpi di scena.
    Nella trama abbondano i riferimenti sessuali, ma sono delicati. Lo stesso Harlan non descrive la loro prima volta, se non prima e dopo averlo fatto, ma nelle sue parole non vi è volgarità, la scena scivola leggera appassionando il lettore.
    Uno stile ricco di sfumature ma nel contempo chiaro e mai noioso, per quanto la vera risorsa del romanzo risieda nell’emozione. Attraverso la visione di Harlan, inserita nel contesto della rivoluzione per i diritti degli omosessuali in America, ci si lascia guidare dalle sensazioni e dalla passione narrativa che pervade l’intero percorso di lettura, acquisendone un quadro composito di dichiarazioni di libertà (e rispetto) lotta di emancipazione ma soprattutto di intensità amorosa. I temi affrontati, cari anche alla narrativa queer, sono molteplici: l’amore difficile, intenso e passionale, che si barcamena tra coming out di alcuni personaggi  e la lotta civile per i diritti (in quegli anni, successivi ai moti dello Stonewall che vengono rappresentati nella storia) fino al senso di rivalsa personale, che affrancherà Billy e Harlan come uomini in primis, e come atleti poi, al pari di tutti gli altri.
    Definita in copertina come “la più letta al mondo”, La corsa di Billy è una storia triste, ma che lascia adito a un proseguo positivo (che realmente esiste trattandosi di una trilogia: vengono dopo Harlan’s Race e Billy Boy’s: il secondo uscito nel 2010 in Italia col titolo la Sfida di Harlan, il terzo inedito in Italia), e per questo consiglio a tutti di leggerla.
    E non in ultimo, si segnala che la storia, per quanto ancora oggi si sostenga che le tematiche queer siano appannaggio sia di lettori gay che di scrittori strettamente omosessuali per ciò che concerne la produzione, non solo è accessibile da chiunque, ma è stata scritta da una donna. 

    [... continua]
    recensione di Francesco Mastinu

  • Leggere questo libro è stata un'esperienza a dir poco stupefacente, illuminante, elettrizzante. Una scossa. Immaginate di ritrovare il taccuino di uno sconosciuto sul sedile del treno. Aprendolo scoprite fin dalla prima pagina che si tratta del mondo di un personaggio alquanto singolare. Un mondo fatto di poesia, pensieri, sfoghi, disegni a matita più o meno inquietanti, foto attaccate con il nastro adesivo o semplicemente infilate tra una frase e l'altra. Leggete qualche riga che vi disturba e decidete di saltare pagina sfogliando più avanti. Arrivati ad un certo punto vi fermate a rifletterci sopra. Ma ormai è tardi e dovete continuare per vedere dove vi portano questi piccoli parti di una mente, che definire creativa è un eufemismo. Amore e odio, vita e morte si rincorrono più vivi che mai tra le pagine e non potete fare a meno di immergervi nelle sensazioni e riscoprirle umane, quasi vostre. Ci sono storie che vi strappano un sorriso, ma non siete sicuri se sono storie veramente divertenti; un po' di ansia prima di girare la pagina e quel sapore di malinconia mescolata all'asprezza, alla spregiudicatezza vi conquistano. Leggete d'un sorso. Non siete nemmeno arrivati alla vostra fermata che lo chiudete. Sul viso uno di quei sorrisi a metà tra il sognante e lo scaltro. Vi guardate intorno e infilate in tasca il taccuino. Perché? Perché non appena arrivati a casa lo rileggerete con calma! Esattamente quello che farò anche io. Ce ne sono ben tre versioni per tutte le età e tutti i gusti. Non vorrete mica farvelo scappare?

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima" racchiude due sillogi poetiche, dove la prima fa da preludio alla seconda proprio come il cammino dell’anima porta dritto al cuore.
    Anima e cuore sono i cardini attorno ai quali si svolge il cammino poetico della Pecoraro: un cammino che si snoda come un viaggio interiore verso la scoperta di sé stessi e del senso della vita e delle cose, fino anche ad arrendersi all’esigenza del non senso (“Senso del non senso”, “Ci sono cose”).
    Il mondo è un mistero ("il mondo si nasconde,/resta un giardino segreto,/misterioso", in “Giardino segreto”) dove solo il cuore può fare da guida; la vita è ricerca e cammino con destinazione misteriosa ("Non chiedere il perché/ogni singolo granello scorre,/come il suo tempo,/nella clessidra della vita", in “Milonga dell’Angel”) ma anche ricerca interiore dove è il nuovo io che "spinge e cerca/spazio, tra il caos in cui adesso è immerso" (“Girovaga in un treno di pensieri”).
    La ricerca, o meglio il cammino, è anche cammino complementare di un soggetto che incrocia sulla sua strada un'anima diversa ma gemella (“Diversi e complementari”), in un riconoscersi di spiriti cercanti (“Perle”), non soltanto in amore ma anche nell'amicizia.
    Le poesie della Pecoraro si svolgono tutte in una dimensione interiore in cui la realtà arriva attraverso le emozioni dell’io: il paesaggio e i suoi elementi sono simbolici, paesaggi dell'anima.
    Anche la musica è musica interiore: "La mia musica attraversa le mie corde,/mentre pensieri discostanti,/intralciano il cammino" (in “La mia musica”) ed anche "La musica risuona,/scoperta continua di emozione,/che di fronte al pentagramma di stelle,/sposa il sogno di corpo ed anima" (in “Trovare”).
    Cuore e anima non si riducono però a una poetica intimistica, bensì spaziano abbracciando temi sociali, delineando nell’oggi un incedere incerto che può essere rischiarato soltanto dalla forza che nasce dall’intimo ("Passi", "Mai più") e denunciando la perdita di valori (“Muri”, “Caruso”). La ricerca di giustizia è ricerca di chi all’interno di una società senza più morale si contrappone come "gente che indossa pelle/riconoscibile al tatto,/e senza paura,/dice: "NO" o "SI" (“Gente”).
    Il fulcro della poetica della Pecoraro viene messo a nudo nella poesia “I poeti”, dove "i poeti
    sono grilli,/che entrano in punta di piedi nella coscienza", ma anche "I poeti sono espressione della bellezza dimenticata/nei cassetti chiusi dell'Anima".
    Il tessuto linguistico della silloge è caratterizzato da un ampio ricorso a figure di suono, che impreziosiscono e conferiscono musicalità al testo: rime interne, assonanze, anafore, fino all’apice della poesia che chiude la raccolta, composta interamente da parole comincianti per A (“A… “Amore, Amicizia, Anima”). A chiudere il cerchio, nelle parole del titolo di questa lirica si esplicitano i temi principali della poetica della Pecoraro.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Nel mondo di oggi, dove tutto sembra correre senza uno scopo preciso e la vita è un susseguirsi d’impegni che ci sembrano assolutamente improrogabili e imprescindibili, vale la pena, ogni tanto, ritagliarsi un momento e dedicarsi a qualcosa che ci riconcili col nostro essere più profondo.
    Ecco, quindi, che la Poesia in questo può venirci in aiuto e, nella fattispecie, i versi della nostra autrice Beatrice Bausi Busi che ci riportano agli elementi fondamentali del creato: Aria, Acqua, Terra e Fuoco, che riescono a darci finalmente quel senso d’intimità con noi stessi che a volte ci sfugge.
    In questo libro, come afferma la stessa Autrice, tutto promana dall’intensa fede che si coglie appieno in tutte le poesie che sembrano, o meglio, sono un inno alla bellezza e alla dolcezza dell’Universo, inteso anche come profondità dell’animo umano.
    Non cerchiamo, perciò, di raggiungere mete impossibili, ma godiamo di ciò che è intorno a noi, fosse anche solo un refolo di vento che ci sfiora il viso o l’acqua zampillante di una fontana, oppure la terra su cui camminiamo inconsapevoli della nostra fortuna o il fuoco che ci riscalda non soltanto le membra intirizzite dal gelo, ma soprattutto il cuore.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro"
    Questo aforisma, tratto dall'opera "Il re del proprio mondo" di Federico Basso Zaffagno mi ha emozionato e sconvolto per la sua semplicità e al contempo importanza. Appena incontrato nella lettura, a sua volta ricca di massime e riflessioni acute e raffinate, non ho potuto fare a meno di fermarmi, rileggere e rileggere ancora, chiudere il libro e riflettere.
    "Ciò che è gratuito è stato pagato da un altro". In questo aforisma è rappresentato il senso pieno del nostro vivere "moderno", il vivere di noi uomini che sempre più spesso crediamo che tutto ci sia dovuto, che esistere non costi sacrificio e che la nostra felicità non debba tener conto della vita degli altri. In realtà, quello che questo aforisma sembra voler dire è proprio l'opposto, cioè che la nostra felicità inizia dove inizia quella dell'altro, che quello che oggi siamo e abbiamo la fortuna di poter essere, le parole che possiamo pronunciare, le opinioni che possiamo esprimere sono state pagate a caro prezzo da chi, prima di noi, ha lottato sacrificando la propria vita per conquista diritti oggi sviliti, derisi, dati per scontato o ancora peggio, rifiutati. Il diritto di voto, ad esempio, il diritto di pretendere il riconoscimento del diritto alla libertà di amare, il diritto ad un lavoro o il diritto all'espressione del pensiero sono il dono più grande che ci è stato fatto, dono dunque gratuito per noi ma pagato pesantemente da altri. Ogni aforisma dell'opera di Federico Bassi Zaffagno offre al lettore un nuovo spunto di riflessione e lo fa in modo sagace, critico, talvolta ironico, talvolta lirico.
    Le parole si inseguono, si incontrano e con esse i pensieri, le riflessioni, così che ogni aforisma finisce per diventare una piccola finestra sul mondo e sull'essere umano. Essere umano colto nel suo poliedrico essere e divenire, nei suoi vizi, pregiudizi, paure, incertezze e bellezze.
    "Durante la vita tante persone e avvenimenti si dimenticano involontariamente, perché il tempo costruisce nuovi visi e palcoscenici, ma questo non corrisponde a dimenticare se stessi".
    "Nei rapporti umani, più di tutto, rallenta la diffidenza, che è ben diverso dal riporre una fiducia gratuita. Ad ascoltare non c'è nulla da perdere, rivelare può essere una scommessa premiata, ma chiudere alle somiglianze lascia al punto di partenza"
    "Se un qualunque essere umano potesse provare un minuto della felicità che si accumula dentro da quando impari a riconoscerla, invece che ricercarla, allora potrebbe tranquillamente morire all'istante".
    Questi e tanti altri sono gli aforismi che compongono "Il re del proprio mondo", opera che decide di parlare al lettore con il linguaggio antico ma estremamente attuale della massima che, immediata e veloce, riesce a giungere a destinazione per colpire, incuriosire e commuovere. Un'opera da sorseggiare e da usare come spunto di riflessione sui diversi temi della realtà e i diversi modi di essere della vita.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

    • IT
    • 30 gennaio 2013 alle ore 8:20

    La totalità delle forze maligne, delle paure e delle vibrazioni negative che si possono raccogliere in una cittadina americana sempre avvolta da un’atmosfera velatamente grigia, sono riuscite a confluire nella “non-essenza” di un essere malvagio ed esistente da sempre: pronto a riemergere con diabolico tempismo nel corso della storia e pronto a nutrirsi proprio di quelle emozioni nere che pervadono l’animo umano, in particolar modo, l’animo di un bambino. E' in queste vesti che Stephen King presenta ai suoi lettori quella che, con molte probabilità, è la sua “forza del male” meglio riuscita, proprio perché priva di una logica “razionale” seppur metodica e spietata nell’agire, gigantesca nella presenza sensoriale ma anche fisica, eterna e puntuale nel tempo, detentrice di segreti ancestrali e sconosciuti al genere umano, capace di sintetizzare il male che sa nascondersi dietro mille maschere. L’unico baluardo che la sopra citata Derry, cittadina del Maine, riesce ad erigere contro la serie di eventi violenti e sconvolgenti che percuotono la popolazione, in particolar modo quella costituita da bambini o adolescenti, è proprio un gruppo di sette giovanissimi amici. Nella prima parte del libro, Bill, Ben, Beverly, Richie, Eddie, Stan e Mike, unitamente ad altri personaggi che si alterneranno nel corso del romanzo, sono ancora giovanissimi quando incontreranno per la prima volta It, a ciascuno di loro presentatosi sotto differenti forme fisiche. Lo combatteranno, cosi come faranno con le loro più intime paure e contemporaneamente, affronteranno Henry Bowser, capo di una banda di bulli locali. Nella seconda metà del libro, la battaglia si ripropone circa 28 anni dopo. I sette giovani sono oramai divenuti adulti, portandosi comunque dietro, tracce di una storia indimenticabile, tracce indelebili di un male tornato puntualmente a vivere mascherato da clown, sorridente e scanzonato: “Pennywise”. A questo punto, svelare altri dettagli della mastodontica ed intricata serie di eventi che pone in essere, nelle numerose pagine della sua opera, il re del brivido, sarebbe davvero un peccato. IT rappresenta un’esperienza fantastica che chiunque, appassionato o meno del genere, dovrebbe concedersi. La potentissima scrittura di King, riesce a coinvolgere il lettore in maniera totalitaria rendendolo parte integrante della comitiva di ragazzini, pronti a combattere il male. Ma in questo romanzo c’è davvero tanto da analizzare e sui cui riflettere. C’è l’attenzione dello scrittore ai più comuni traumi e timori intimi dell’età infantile, al male rappresentato come essenza e non come entità, al bisogno di amicizia, alla memoria storica, alla società umana e soprattutto, alla violenza celata dietro un sorriso finto. Stephen King dà vita ad una straordinaria storia lunga 28 anni (e forse anche di più) dove vi accorgerete con estrema facilità di esservi immedesimati in tanti pensieri, in tante parole in tante paure. Terminerete il libro, lo riporrete al suo posto e vi accorgerete di conoscere perfettamente nome e cognome dei personaggi, le loro paure e i loro caratteri. Sorriderete e chiedendovi come ci riesca il signor King, magari allungherete un occhio sotto il letto e uno dentro la vostra doccia.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Uno dei racconti più magici e poetici del grande scrittore di SF e Fantasy, scomparso recentemente.
    Lo scontro frontale tra due generazioni troppo lontane per capirsi ma troppo legate per non amarsi, fino all'estremo.
    In questo libro l'amore trionfa ma con un costo altissimo per chi cede la propria energia, per dare la vita, continuamente, al nuovo che si affaccia all'esistenza.
    L'atmosfera autunnale in cui si svolge l'avventura dei due protagonisti, Jim e Will, aggiunge una ulteriore nota nostalgica agli eventi, il profumo della pioggia ha anche l'odore delle occasioni perdute, dei sogni abbandonati.
    Una fiaba meravigliosa, per tutti.
    Il libro ha ispirato anche un film, comunque piacevole: "Qualcosa di sinistro sta per accadere" di Jack Clayton.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Stori

    • Mancarsi
    • 29 gennaio 2013 alle ore 8:05

    La prima cosa che colpisce è il titolo: un gioco di parole troppo sottile per non ingabbiare la fantasia. “Mancarsi” ha, sia in italiano sia in inglese (“missing”) una doppia accezione tanto affannosa quanto opposta: corrisponde da una parte ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma dall’altra anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza e non si può fare a meno di agguantare il libro dallo scaffale del negozio.
    Nella prima parte appare lampante quell’influenza stilistica proveniente da José Saramago e Javier Marías di cui gli ho sentito parlare lo scorso ottobre all’incontro letterario “Montesilvano scrive”, nel riferirsi ai suoi ultimi scritti. È stata questa ammissione a farmi drizzare le orecchie e a rendermi impaziente. Non conoscevo Diego De Silva prima di quell’incontro, infatti, né come uomo né come scrittore: quel giorno ho cominciato a conoscerlo sia come l’uno, sia come l’altro, ed è stata una specie di rivelazione.
    La trama di “Mancarsi”è nota: due storie d’amore e di solitudine convergono in un bistrot, senza, apparentemente, mai incontrarsi. I personaggi sono complessi e guardano in faccia i cambiamenti che stanno vivendo. Convivono con riflessioni affatto banali, assolutamente pungenti, che fanno male.
    Durante le prime pagine ho sinceramente pensato che De Silva potrebbe diventare il Marías o il Saramago italiano. Mi piacerebbe molto. Parentetiche, riflessioni e associazioni mentali sono contagiose, intriganti ed esigenti. Lui le regge bene tutte, a lungo. Poi però succede che la storia comincia a stancarsi; lo stile vira bruscamente, la trama sembra aver fretta di concludere, fa più freddo. Ci si aspetta forse una fine diversa, ma forse in realtà era necessaria proprio questa. E storditi da neanche cento pagine di lettura intensa e “disperata”, si ripone il libro chiedendosi quanto di Irene e quanto di Nicola appartenga già alle nostre giornate.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Così in terra è un romanzo che sprizza sentimento, il non demordere davanti al nulla, l’affrontare sempre con nuova prospettiva le difficoltà della vita. Se poi si vive a Palermo, senza un padre, e si comincia a boxare dall’età di nove anni, lo scenario cambia. Una storia di famiglia, di insegnamento, di unione, di trasmissione del sapere attraverso quel filo famigliare che è vivo e rigido, la nonna Provvidenza, lo zio, il nonno scampato ad una guerra. Attraverso una Palermo in sussulto, con un linguaggio un po’ ostico per chi di dialettalismi ne sa veramente poco, per fortuna la storia regge e ti spinge a non fermarti, ti invita a correre, correre, correre, sferrare, cadere come Davidù tante volte ha fatto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il diavolo esiste? Sì! E risiede in Barbagia. Si chiama Paulu Anzones (noto come Muscadellu), un ricco ereditiero di fortune inimmaginabili, latifondista, imprenditore, sindaco e signore assoluto di Irìchines: insomma l'incarnazione del grado zero dell'umanità, che brama di possedere il Bastone dei miracoli (un oggetto che regala non solo una "buona morte", ma anche la facoltà di accumulare ricchezze).
    Il libro narra la storia di un pastore, Licurgo Caminera, appassionato della figura di Omero e delle sue opere, che dà ai suoi 12 figli i nomi di personaggi epici. Di questi, per varie vicende legate alla malattie infantili o ai "mali dell'anima" ne sopravvivono solo sei: Ulisse, Achille, Ercole, Elena, Penelope e Antigone.
    A loro, in punto di morte, non lascia un'eredità materiale, ma una fatta di parole ancestrali: sei buste in cui è contenuto, a pezzi, un racconto che di nascosto, egli ha scritto nella sua vita.
    Il compito dei figli, dopo la sua morte, è quello di leggerlo gli uni agli altri a turno, ad alta voce e così, rimetterlo in ordine: questo è l'unico modo (secondo il pastore) in cui può essere ricordato degnamente.
    E il diavolo? Che c'entra?
    Il lettore resterà a bocca aperta quando, insieme ai protagonisti di questa fiaba, aprirà con loro le sei buste...
    "Amicu meu, non fare così! Vieni ad accucciarti accanto a me!”

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • La famiglia Winshaw è il secondo libro di una trilogia, parla di un scrittore a cui è stato affidato il compito di scrivere la biografia di una influente famiglia inglese. Si cela tutto un mondo dietro questo libro, si lascia spazio all’amore nella stesura della biografia, a rimandi storici, - che caratterizzano la scrittura di Coe – un libro della storia inglese, che ti trascina, ti fa entrare nel mondo altisonante ed esclusivo, fatto di amicizie nascoste, di una finanza traballante. Si lascia spazio anche a ricordi: "Fin da bambino sono sempre stato convinto che le lettere abbiano il potere di trasformare la mia esistenza. La semplice fista di una busta sul mio zerbino può ancora riempirmi di vibrante aspettative, per quanto transitorie possano essere. Devo ammettere che le buste gialla raramente sortiscono questo effetto; la busta a finestra mai. Ma poi c'è la busta bianca, scritta a mano, quel glorioso rettangolo di pura possibilità che in certe occasioni si è rivelata niente meno che la soglia di un nuovo mondo". Opinioni stesse dell’autore che inserisce qua e là: "E che libro sarebbe stato! Me lo vedevo... un libro tremendo, un libro senza precedenti, fatto in parte di memorie private, in parte di cronaca sociale, tutto mescolato insieme in una miscela letale e devastante.  Suona stupendo - disse Micheal - avrei dovuto assumerla per scrivere la fascetta pubblicitaria".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sesso uguale donna: attrazioni pericolose, perversi giochi di seduzione, incontri ad alta temperatura accompagnano le giornate dela protagonista della storia. E' un libro che si lascia leggere e sa offrire delle forti emozioni decisamente adatte agli amanti della letteratura erotica: ha  una trama abbastanza curata, scorrevole, intrigante, che mostra la mente della donna nel suo lucido bisogno carnale dell'atto sessuale in sè. La freschezza nella descrizione delle scene, la volgarità che stimola l'eccitazione, il vortice di atti sessuali ripetuti costantemente, sempre diversi, senza controllo, dove tutto è concesso, un esibizionismo estremo che diventa gioco sono gli ingredienti che fanno di questo uno dei romanzi più folli e piccanti che si potevano concepire. L'autrice ha dimostrato molto coraggio confrontandosi con questo tipo di letteratura e, nel suo insieme, è un lavoro ben riuscito perché tra le diverse avventure della protagonista, a far da padrone è sempre e solo una parola d'ordine: possedere l'altro senza tabù!

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ho sempre avuto il vizio di conservare in un’agenda le immagini e le citazioni che più colpissero la mia fantasia. Al liceo comprai un’edizione delle “100 pagine – Millelire” delle “Massime” di Francois de La Rochefoucauld e mi fu subito chiaro che avrei dovuto inventarmi una specie di inserto speciale, così riuscii a far stare in un foglio protocollo tutte le Massime che mi erano piaciute. Praticamente riscrissi tutto il libricino.
    Ho ancora l’abitudine di usare questa agenda per conservare la bellezza che trovo in giro. È un’agenda molto grande, per fortuna. Mi è tornata in mente perché per il “Breviario” di Alessandra Paganardi farei la stessa cosa che ho fatto per La Rochefoucauld: riscriverei tutto il libricino.
    La sagacia e la disarmante verità con cui l‘autrice puntella il mondo con i suoi aforismi, mi ha fatto pensare al cinismo e alla lucidità di quest’uomo, che era in grado di descrivere i sentimenti e le debolezze come fenomeni prevedibili e monopolabili.
    Su questa scia, con aggraziate stilettate Alessandra Paganardi gioca con parole e concetti e parla di vita interiore e di economia (“La felicità è una legge finanziaria: sempre piena di tagli”, o “L’orgoglioso preferisce non contare nulla che contare meno di quanto vorrebbe”), di tempo e di poesia (“L’utopia è la nostalgia del futuro”), genitori, figli e saggezza (“Diamo il nome di “ricordi” alle cause presunte di emozioni presenti”) e infine di “brevetti”, in cui gioca con brevi e schiaccianti definizioni (“Verità: mai nel mezzo, sempre altrove”). Una raccolta di appena sessanta pagine tutta da spiluccare, e che personalmente ho farcito di tante piegature da raddoppiarne lo spessore.

    “Strano destino delle rette parallele: non s’incontrano mai, oppure coincidono” (Alessandra Paganardi)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Donne che raccontano altre donne.
    Scrittrici che si calano nelle vesti di altre donne.
    Le autrici: Simona Vinci è Diane Arbus, Carmen Covito è Eleonora Duse, Barbara Garlaschelli è Joyce Carol Oates, Nicoletta Vallorani è Angela Carter, Maria Rosa Cutrufelli è Anna Kulishoff, Daniela Piegai è Artemisia Gentileschi, Olivia Corio è Ella Fitzgerald, Elisabetta Spaini è Niky de Saint Phalle, Donatella Diamanti è Virna, Elena Varvello è Alice Munro, Chicca Gagliardo è l'ombra di Alda Merini, Daniela Losini è Coco Chanel. Storie di donne fragili, donne determinate, donne che non si lasciano scalfire da niente e nessuno; donne indipendenti, donne alla ricerca  di se stesse. Perché essere donne comporta innumerevoli scelte,  disagi, pericoli e ognuna di esse reagisce in maniera diversa  mostrando un lato della propria personalità. Voltata l'ultima pagina il lettore potrà rendersi conto che i racconti di dodici donne diverse sono legati da un unico filo, come quello di Arianna, in una  sola complessa storia: quella della Donna. La forza delle donne, il loro valore aggiunto, la dolcezza che scaturisce dai loro discorsi e un sogno: arrivare a un'uguaglianza tra uomo e donna mantenendo una naturale diversità. Le voci delle scrittrici sono una melodia che canta la donna, la dipinge mentre cucina, mentre aspetta una telefonata, mentre sogna o cerca di dimenticare le sofferenze, mentre combatte con la vita riscoprendola.
    Donne impersonificate e descritte nella loro quotidianità, ma senza  necessità di elevarle ad angeli del focolare, bensì mettendole in  evidenza, facendole uscire da quel cono d'ombra nel quale hanno vissuto per secoli. Un elogio allo sguardo femminile che sa scavare nel profondo, senza  rancore, senza rabbia: non c'è la voce roca che grida all'uomo le sue mancanze, i suoi errori, ciò che ha perso trattando la donna come una schiava, una reclusa, una peccatrice. Le pagine si susseguono con una scrittura fluida, pulita, tenera e poetica. Donne vissute in epoche diverse, con conquiste diverse, che, attraverso le loro testimonianze, dimostrano come si siano fatti  tanti passi avanti: attraverso le loro esperienze si delinea l'attuale posizione femminile all'interno della società, come risultato delle tante lotte affrontate nei secoli scorsi.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • "Disequitalia" è un'antologia di racconti di denuncia, dove trova una meritatissima collocazione la nostra autrice e redattrice Cristina Mosca, con il suo racconto "Prendimi al volo".
    L'assonanza del titolo dell'antologia è semplice e voluta: è un rendere negativo il nome di un'istituzione che non ha nulla di equo nei suoi modi.
    "Equitalia è diventata, nel tempo, uno strumento perverso che ha trasformato lo Stato di diritto in Stato di Polizia tributaria". Lo scrive Carlo Santi, direttore Editoriale di CIESSE Edizioni, nei ringraziamenti finali.
    E l'obiettivo di quest'opera, curata da Alessandro Greco, è porre l'accento su come le classi più deboli vengano maggiormente colpite dall'azione di Equitalia e dalle loro famose cartelle esattoriali, che incombono su situazioni familiari già difficili. Rateizzazioni che spesso non si possono sostenere, così, questo organismo, che alle spalle ha uno stato "colpevole", inizia a spolparti: la casa, il conto corrente, la macchina, lo stipendio, la pensione. E l'uomo dov'è? Equitalia, che è gestita da uomini e non da un "sistema" (una delle parole più usata da gente vigliacca, dietra la quale si nasconde), porta alla rovina altri uomini, indifesi di fronte a quello stesso Stato che dovrebbe proteggerli. Si parla di gente modesta, con stipendi mediocri, mentre i grandi evasori continuano ad agire indisturbati...
    Il racconto di Cristina Mosca racchiude a pieno titolo la natura della collana. Non solo per il tema trattato, ma anche per la maestria letteraria e quel suo modo fluido e leggero di far scorrere questa storia dal suo cuore all'inchiostro. Perché è una storia scritta col cuore, lo si legge chiaro tra le righe.
    C'è una donna, un suo vecchio amore, la perdita del marito, sapori e sensazioni del passato e... la malattia.
    C'è un'intermittenza di sapori dolci e spettrali racchiusa in dieci pagine. Una storia che ti prende l'anima e che non ti basta.
    Alla fine, hai quella sensazione di un orgasmo andato via troppo in fretta. Vorresti prolungarlo, vorresti chiamare l'autore per chiedergli la cortesia di trasformare questo racconto in un romanzo, perché lo vedi imprigionato in così poche pagine.
    "Prendimi al volo" è circondato da altri racconti davvero interessanti e d'impatto. Una nota di merito, sento di darla a "Io pentito dell'antimafia" di carmine Monaco, "Disequitalia" di Antonio Turi e "La crisi spiegata a mia nonna" di Paolo Bernard.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Il cielo pare cadere/ mentre ascolto la pioggia/ con l'orgoglio ferito/ di chi pensa e ripensa/ alle cose lontane/ ormai melodie perdute/della nostra amata terra". Me lo figuro così, Emilio Basta: un aedo fisso su uno scoglio rivolto verso il mare della vita, solitario rapace notturno che ha “fame e sete di buio e d’amore”. Lo immagino così, innamorato della Luna, passione ricorrente nei suoi versi, misteriosa e mutevole come una donna, faro che illumina le notti. Dai suoi silenzi pieni di voci nascono inni che si spargono come polvere di sole e che solo le anime belle riescono ad assaporare.
    Alla sua amata terra, la Basilicata, “spuntata dal vulcano/ lievitata dal sole/ e illuminata dalle stelle”, sono dedicate le liriche più belle. Ora è madre lontana (“patria straniera/dai ricordi acerbi”); ora è aspra radice anelata dove tornare ("Castelli e pensieri/dentro di me/ ed io figlio/ di questa terra del Sud/ dolce e amara/ arsa dai sogni"); altrove è arida sequenza di sterminati spazi inquietanti, che il cammino di un pastore di leopardiana atmosfera colma e sostanzia (“Sin da bambino/ nel respiro della sera/ in silenzio e da solo/ traversa sentieri di vita”).
    La poesia di Basta sa dar voce al vuoto dell’anima, ma sa anche consolare, con un tenace ottimismo e una fede splendente, preziosi doni dell’esperienza di una vita a un cuore meravigliato di fanciullo.

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  • "La Banda dei Brocchi" è il primo di una trilogia, ambientato in un'Inghilterra degli anni ’70 dove tutto è in cambiamento: lotte sociali, sussulti, lotte sindacali, politica perversa, lo sguardo di un mondo con una lente che è portavoce di voci adolescenti e di sguardi perentori di quegli adulti senza ragione: [Lois sedicenne] “Sì, a pensarci bene lei il mondo lo voleva vedere. Quella consapevolezza le era cresciuta dentro piano piano, alimentata dai programmi televisivi sul turismo e dalle foto a colori del "Sunday Times", la consapevolezza che oltre i confini di Longbridge esisteva un intero universo, più in là del capolinea del 62, di Birmingham, addiritttura dell'Inghilterra. E lei lo voleva vedere, e dividerlo con qualcuno. Voleva qualcuno che la tenesse per mano mentre lei guardava la luna che sorgeva sopra il Taj Mahal. Voleva essere baciata, piano, ma a lungo, sullo sfondo magnifico delle Montagne Rocciose, in Canada. Voleva scalare l'Ayers Rock all'alba. Voleva qualcuno che le chiedesse di sposarlo mentre il sole al tramonto stendeva le sue dita rosso sangue sui minareti rosa dell'Alhambra”. [Sguardi superiori] "Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie... Come sperare di riuscire a padroneggiare tutte quelle cose? Non era come la musica. La musica aveva sempre un senso, una logica. La musica che sentì quella sera era chiara, accessibile, piena di intelligenza e umorismo, malinconia ed energia, e speranza. Non avrebbe mai capito il mondo, ma avrebbe sempre amato quella musica". [Ma quanto è vero] "A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Come se Dio mi avesse scelto come vittima di un cosmico tiro mancino, assegnandomi poco più di una comparsata nella mia stessa vita. Altre volte mi sento come se non avessi altro rôle che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti".

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    recensione di Gino Centofante

  • Questa è una storia di guerra, di rapporti familiari particolari, di affetti altalenanti, è la storia di Ietri: ragazzo scanzonato, ingenuo e malato di sesso, pur non avendolo mai fatto ormai raggiunti i venti anni. E’ la storia di Cederna e Agnese giovane coppia, anche lui sempre voglioso di sesso, lei invece si caratterizza per una profonda propensione per il cibo cinese; è la storia di  Rosanna Vitale e René amici intimi o meglio amici di letto a pagamento, lui è comandante di ventisette soldati e per questa storia si caccerà nei guai, facendo toccare al lettore pensieri e temi profondi che lasciano spazio a riflessioni. E’ la storia di Angelo Torsu, primo caporalmaggiore che intrattiene una conoscenza in chat con una certa/o Tersicore89. E’ anche la storia di un’intossicazione alimentare che fa degenerare la situazione nella caserma, tutti i soldati sembrano impazziti e il bagno sembra ricoprire il ruolo di salvezza, Torsu per accaparrarsi il bagno fa a botte anche con un suo superiore ed è in critiche condizioni di salute per via della contaminazione. E’ anche la storia di  Alessandro che viene visto dalla sua famiglia sempre come secondo a dispetto di Marianna dalle doti eccelse in tutti i campi, dalla scuola alla musica: "Ecco come tornava a vivere il passato, dov’erano andate a finire tutte le invettive di Ernesto, i riti celebrativi, l’amore elargito e revocato, le raccomandazioni di Nini, le precauzioni, lo studio indefesso e selvaggio, le olimpiadi della matematica dove si classificò seconda, i vezzeggiativi, il solfeggio, gli accordi pestati che percorrevano i cinque piani del palazzo e raggiungevano i garage e da lì sprofondavano sottoterra, i temi del liceo sintatticamente perfetti e glaciali: ogni singolo elemento aveva contribuito a caricare Marianna come un meccanismo a molla. Un milione di giri dietro la schiena del soldatino di piombo che era. La chiave era scattata e lei aveva preso a marciare spedita verso un traguardo. Poco importava se quel traguardo coincideva con la fine del tavolo: con il baratro, in famiglia, avevamo tutti una certa dimestichezza".
    Intanto nel battaglione tra vecchi ricordi, email non mandate, parole che rimangono ferme in gola, paura di sbagliare, partite a Risiko, c’è anche chi è vittima di pressioni da altri soldati, così come nella vita militare reale. Attacchi nemici, agguati, morti sotto il fuoco nemico come: Simoncelli, Camporesi, Mattioli, Mitrano, Ietri. Il passaggio in cui c’è lo psicologo Finizio l’ho apprezzato davvero molto, mi è sembrato di entrare in intimità con i soldati. E’ la storia anche di rapporti familiari come dicevo, all’inizio difficili, labili che si reggono su un filo che è destinato a staccarsi come il rapporto tra Marianna ed Ernesto che è davvero delicato, cioè in realtà il rapporto con tutta la famiglia è un lento declino, come la carriera di quel fratello che vedrà cambiare le coordinate della propria vita e riempire dei buchi affettivi dettati dalla mancanza delle morti in guerra; un riassesto, una nuova rivoluzione, un nuovo inizio, uno sparo.

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    recensione di Gino Centofante

  • Si legge nel libro della Genesi  “”Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse:  <<Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra.>> E fu sera e fu mattina: quinto giorno. “”
    Come è immediatamente intuibile, analizzando i versetti sopra citati, in questo libro, Frank Schatzing pone in primo piano l’analisi del rapporto uomo-ambiente; nello specifico la relazione tra gli esseri umani e l’immenso mondo marino. In diverse parti del pianeta, la popolazione si ritrova improvvisamente alle prese con una serie di eventi catastrofici caratterizzati da una gravità ed una distruttività che costantemente ed inesorabilmente va aumentando nel corso della storia raccontata. Sigur Johanson, esperto e noto biologo marino, è chiamato ad analizzare l’incredibile invasione di nuovi e sconosciuti organismi marini viventi, dalle fattezze simili a quelle di un comune verme, che gradualmente vanno ricoprendo l’intero zoccolo continentale. Da tutt’altra parte del mondo, Leon Anawak, famoso ed appassionato biologo, si adopera per studiare e trovare l’origine dei comportamenti, tanto anomali quanto aggressivi, dei più comuni cetacei marini. Lungo le coste americane, stranissimi granchi bianchi silenziosamente risalgono verso l’interno e le città costiere. Un improvviso tsunami, spazza via quasi interamente, ogni forma di umanità lungo le coste del Mare del Nord. Queste e mille altre problematiche circondano i numerosi protagonisti, oltre a quelli citati, del romanzo in questione, rendendolo in tal modo un racconto ad ampio respiro. La stupefacente mole di cultura ecologica, marina, scientifica, tecnologica e zoologica riversata nelle pagine scritte da Schatzing è davvero notevole e contribuisce a rendere il libro sempre vivo e interessante, anche nei passaggi più descrittivi e pacati della vicenda narrata.
    Nonostante le 1032 pagine, questo romanzo risulta sempre veloce nella scrittura e nell’alternarsi delle ambientazioni. Ricco di suspense, colpi di scena ed intelligenza narrativa, il libro punta ad un’analisi di fondo di importanti tematiche etiche, ecologiche, filosofiche, religiose e scientifiche. "Il quinto giorno" è in definitiva un thriller intelligente e razionale, esaltante e mai scontato dove ci si tuffa nel mare, lo si vive, si conoscono le sue più remote profondità ed i suoi abissali misteri non ancora svelati all’uomo. 

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • L'inizio è "piuttosto" tranquillo. Germania: un viaggiatore bloccato in autostrada da una forte nevicata, scende dalla propria auto e uccide le persone che occupano le altre vetture, per poi sparire nel nulla. Incredibilmente è un protagonista collaterale, che ricompare con la propria furia più volte nel libro, mentre il vero perno della storia sono cinque amiche. Ancora adolescenti, si ritrovano con un quantitativo enorme di droga rubata ed iniziano un viaggio non privo di pericoli. Vediamo la vicenda attraverso gli occhi dei protagonisti; sentiremo i loro pensieri, conosceremo i loro progetti e vedremo le cose dal loro punto di vista più che giustificato. Passando da una testa all'altra, ogni capitolo è un cambio di pelle. Conosceremo la vita del viaggiatore e il perché uccida a sangue freddo, faremo compagnia alle ragazze nella loro fuga e scopriremo molto sul passato dello zio di una delle ragazze.
    Una volta entrati nel libro, difficilmente riuscirete a scappare dal suo fascino, ricco di anticipazioni e false speranze.
    Mi piace la struttura del libro: i capitoli sono chiamati col nome del protagonista di turno e sembra quasi che siamo noi a vivere le scelte nella storia, giuste o sbagliate che siano. Siamo anche noi quindi dei viaggiatori?

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Layla la donna dei sogni di molti uomini, sensibile e romantica, un corpo da mozzare il fiato. Nei suoi racconti il contenuto erotico è notevole. Layla nel libro "Il secondo anello" (seconda parte di un progetto editoriale di 7 episodi) accompagna i lettori in retroscena altalenanti tra sofferenza e piacere. Piaceri che potrebbero apparire scontati, ma la sua tenacia, astuzia, la portano a studiare i comportamenti umani di ogni uomo che ai suoi occhi è sofferente. Layla riesce a soddisfare qualsiasi desiderio, perché ogni uomo è una persona diversa, qualunque sia la loro età, il loro ceto sociale facendo loro dimenticare per quei pochi attimi cosa li attende a casa. Uomini insoddisfatti, inappagati trovano in lei capricci in campo sessuale, giochi che tra le mura domestiche non sarebbero mai richiesti, e tanto meno concessi.
    Il libro non lascia spazio alla fantasia, (sono presenti anche delle foto dell'autrice anche se poco nitide).

    Un'autrice spregiudicata, senza peli sulla lingua. Una passione simbiotica, inarrestabile, un'esplorazione fisica estrema, raccontata magistralmente con un linguaggio attualissimo, lussurioso che mai scandalizza.

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    recensione di Enza Iozzia

    • Il Drago
    • 07 gennaio 2013 alle ore 8:08

    Nella commedia Il Drago (1943) Evgenij Schwarz (Švarc) descrive, con un linguaggio tra fiaba filosofica e metafisica, una città dominata dalla figura di un terribile e dispotico drago che ha assoggettato, da oltre quattrocento anni, tutti gli abitanti del luogo. Così come Pirandello utilizzava l’immagine dei Giganti della Montagna (1933) per indicare il fascismo e Ionesco i rinoceronti (Rhinocéros, 1959) per parlare dei nazisti nella Francia occupata allo stesso modo Schwarz scrive di un drago dietro cui si intravvede il baffone di Stalin.Il giorno prima del sacrificio di Elsa arriva in città il cavaliere Lancellotto che, avvertito da un gatto (chissà se Bulgakov si è ispirato a Schwarz per il suo gatto ne Il Maestro e Margherita), si propone di sfidare il drago per impedire il sacrificio e liberare la città. Quando il cavaliere comunica le sue intenzioni a Charlemagne, il padre di Elsa, ed alla ragazza, entrambi, assuefatti al pensiero che non sia possibile ribellarsi al drago cercano di dissuaderlo e assicurano Lancellotto sulla bontà del mostro che ha da tempo liberato la città dagli zingari e dal colera, giustificando così la figura e la necessità sociale del drago. Charlemagne conclude: «Finché è qui lui nessun altro drago osa toccarci» e all’obiezione di Lancellotto secondo cui gli altri draghi «sono stati sterminati da un pezzo», ribatte «E se non fosse così? (...) l’unico modo per liberarsi dai draghi è di tenersene uno». Dopo che Lancellotto ha lanciato la sfida al drago il borgomastro, un uomo sofferente (a suo dire) «di tutte le malattie nervose e psichiche del mondo» cerca anch’egli di dissuadere Lancellotto e vuole che il drago viva perché quest’ultimo teneva in pugno il suo aiutante «e tutta la sua banda di mugnai». Per mantenere lo status quo il borgomastro sacrificherebbe anche due città: «Meglio cinque draghi che quel serpe del mio aiutante». Nel frattempo, in punta di piedi e addossati al muro, accorrono «i migliori uomini della città» per chiedere a Lancellotto di andarsene. Il cavaliere dichiara: «Capisco perché quella povera gente è corsa qui in punta di piedi». «Perché?» chiede il borgomastro. «Per non ridestare gli uomini veri. Vado a parlare con loro» dice Lancellotto uscendo di scena e quando rientra il borgomastro gli chiede se nel corso della notte ha fatto qualche amicizia: «I pavidi abitanti della sua città mi hanno aizzato contro i cani. Ma i cani qui hanno molto giudizio. E’ con loro che ho fatto amicizia». In questa curiosa fiaba, gli animali rappresentano la coscienza della natura che, vedendo al di là dei fini puramente individuali si rivela come pura saggezza ancestrale. La fiaba di Schwarz è una grande metafora del mondo, del potere e degli uomini che in esso patiscono o fanno patire. Il drago chiede a Lancellotto: «Non vorresti morire per degli esseri deformi (...) Se tagli in due un corpo, l’uomo crepa. Ma se squarci un’anima, diventa docile e basta». Ecco descritta, nelle parole del mostruoso drago, la natura di un mondo malato perché immagine della mostruosità, una realtà fatta di necessità e disciplina che squarcia le anime. Il mondo di questa fiaba filosofica non assomiglia soltanto alla Russia degli anni ’40, ma ad ogni altra epoca, la nostra inclusa, in cui gli uomini vengono condotti alla deformità da un potere infame che altro non riconosce e promuove se non la sua mostruosità. Meglio, come sembra voler insegnare Schwarz, camminare a passi pesanti e forse si potrà ancora svegliare qualcuno.

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    recensione di Sergio Caldarella

  • “Il concetto di sogno è noto alla mente sveglia ma per il sognatore non c’è veglia, non c’è mondo reale, non c’è ragionevolezza di pensiero; c’è solo il fragore caotico del sonno. Rose McClendon Daniels dormì nella follia di suo marito per altri nove anni.”
    In “Rose Madder”, il lucido de-scrittore di incubi globali Stephen King s’impegna a descrivere il dormire, ma anche e soprattutto il risvegliarsi, di questa donna, Rose, schiava a oltranza di un regime di violenze fisiche e psicologiche capeggiato dal marito Norman, poliziotto manesco e pericolosamente nevrotico. Nient’altro che una minuscola macchia di sangue sul cuscino, traccia residua dell’ultimo giro di percosse, è il dettaglio che fa da motore al cambiamento, al difficile aprirsi di uno sguardo reso dormiente dal terrore e che, finalmente, sa trovare il coraggio di porsi altrove, verso un orizzonte portatore di una vita degna d’essere ritenuta tale. Il viaggio senza nome compiuto da Rose è uno scontro armonico fra la concretezza di una scelta  - la fuga e le sue reali conseguenze - e la forza di un elemento fantastico e ossessivo: quella di una dimensione parallela, simbolica, accessibile da un dipinto anonimo e all’apparenza innocuo, dove una divinità amabile e temibile al contempo conduce Rose nel labirinto della sua identità di donna, in direzione della fierezza e della libertà dell’essere se stessi.
    Mescolando suggestioni tipiche del thriller con la più cupa declinazione possibile di una certa forma d’onirismo, e fondendo il tutto grazie a quel potente collante che è l’indistruttibile universalità dei miti greci (in questo caso il Minotauro), Stephen King porta a compimento uno dei suoi romanzi migliori, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione da parte di quel grande pubblico affezionato più ai suoi successi conclamati (ad esempio “It”) che alla totalità della sua opera. Una storia che, nutrendosi di antiche ispirazioni, finisce col restituire alla contemporaneità il vivifico potere della mitologia. Rinnovandolo, adattandolo, filtrandolo attraverso una figura di donna «vera» qual è Rose Madder, «forza della natura» devota alle sue leggi a metà fra mente e istinto; dove l’ultimo prevale quasi sempre sulla prima, ma solo per premiare con l’autonomia e la sicurezza, proprie di una madre esperta, quella ragazza che ha saputo rischiare la sua vita pur di ricominciare a viverla, che ha messo in gioco se stessa pur di riconquistarsi.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Come catapultare una consolidata immagine della televisione dei nostri tempi sulle pagine di un libro? Come riuscire a descrivere il mondo avanti e quello dietro le telecamere di una trasmissione televisiva? Semplice, per quella che è la penna potente, schietta e  “noir” di Mauro Marcialis. Basta prendere un tipo di nome Orlando, dall’aspetto estetico vicino la perfezione; bellissimo e spregiudicato. Seduto su un trono per essere corteggiato, invitato, ambito, ammirato e desiderato. Pronto a tutto, il protagonista di questo romanzo, userà la sua immagine per arrivare a scalare la vetta della società, partendo dalla notorietà televisiva, passando per ogni tipo di situazione lecita o illecita che sia. Al suo seguito conosceremo l’amico Davide, compagno di esperienze passate dentro, fuori e attorno il mondo dello star system. Sotto una costellazione di rapporti sessuali, incontri particolari e grotteschi, avventure di alcool e di stupefacenti, serate oltre il limite del mondano, soldi, frenesia e impossibili ritmi di vita. Orlando proverà a nascondere, senza tuttavia riuscire mai ad evitare, il suo lato più oscuro e silenzioso, un passato terribile e buio: una profonda e sibillina disperazione. Eppure una disperazione che avrà il suo momento culminante, la sua valvola di sfogo. La voce dello scrittore, Mauro Marcialis, non dà tregua. Le parole sono nude, schiette, violente ma veritiere, capaci di regalare immagini nitide al lettore. La scrittura è veloce, ansiosa, ritmica e vorace, proprio come tutta l’atmosfera che pervade questo romanzo. Non c’è tempo per riflettere. Lo scrittore procede serrato nei termini e nella prosa. Si viene inondati da una marea di sensazioni forti, contrastanti, pungenti, spigolose, acide. Sembra perfettamente realizzata la volontà dell’autore di questo dramma moderno, di catapultarci in quella vita spasmodica e frenetica che si cela dove l’occhio dello spettatore non arriva. Dove non c’è regia o pubblico pagante. Il risultato è la storia di Orlando e Davide. Il risultato è una lettura senza respiro, strepitosa e sconvolgente.

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    recensione di Raffaele di Ianni